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Herman Melville

Moby Dick

Frank Stella

The Pequod meets the Jeroboam. Her story, from Moby Dick Deckle Edges

Lithograph, etching, acquaint, relief, mezziotint (70.5" x 65 7/8")

1993

 

a cura di

Patrizio Sanasi

 

ETIMOLOGIA ED ESTRATTI

ETIMOLOGIA

(fornita da un tubercolotico fu supplente di ginnasio)

II pallido supplente, liso d'abiti, di cuore, di corpo e di cervello: mi pare di averlo davanti. Sempre lì a

spolverare i suoi vecchi lessici e le sue grammatiche, con un fazzoletto buffo, ironicamente abbellito con tutte le gaie

bandiere di tutte le nazioni conosciute del mondo. Amava spolverare le vecchie grammatiche; gli ricordava in qualche

modo, con discrezione, la sua natura mortale.

*

«Quando vi mettete a istruire la gente, insegnando con quale nome va chiamata una balena nella nostra lingua,

e tralasciate per ignoranza la lettera H che quasi da sola forma tutto il senso della parola, pronunciate una cosa che non è

vera.»

Hackluyt

«WHALE... Svedese e danese hval. Questo animale trae il nome dalla rotondità e dal rollìo; perché in danese

hvalt significa arcuato o a volta.»

Dizionario del Webster

«WHALE... Viene più direttamente dall'olandese e dal tedesco Wallen; anglo-sassone Walw-ian, rollare,

voltolarsi.»

Dizionario del Richardson

* * * Ebraico

$Êyôïò$ Greco

CETUS Latino

WHOEL Anglo-sassone

HVALT Danese

WAL Olandese

HWAL Svedese

WHALE Islandese

WHALE Inglese

BALEINE Francese

BALLENA Spagnolo

PEKEE-NUEE-NUEE Figiano

PEHEE-NUEE-NUEE Erromanghese

ESTRATTI

(forniti da un vice-vice-bibliotecario)

Si vedrà che questo scavatore e lombrìco diligentissimo di un povero diavolo di vice-vice pare abbia setacciato

tutte le lungheVaticane e bancarelle della terra, racimolando ogni dispersa allusione a balene che mai potesse trovare in

ogni sorta di libro, sacro o profano. Perciò non bisogna, non in ogni. caso almeno, pigliare le disordinate affermazioni di

questi estratti riguardo a balene, per quanto possano essere autentiche, per vangelo genuino di cetologia. Anzi. Per

quanto concerne in genere gli autori antichi, nonché i poeti che qui compaiono, questi estratti hanno valore o attrattiva

solo in quanto ci danno una veloce rassegna a volo d'uccello di tutto ciò che è stato variamente detto, pensato,

immaginato e cantato riguardo al Leviatano da molti popoli e generazioni, noi stessi inclusi.

Perciò addio, povero diavolo d'un vice-vice di cui sono glossatore. Tu appartieni a quella genìa terrea e

disperata che nessun vino al mondo potrà mai scaldare, per cui persino un pallido sherry sarebbe troppo tinto di rosso;

ma con cui a volte uno ama sedere, e anche sentirsi un povero disgraziato, e diventare conviviale fra le lacrime e dir

loro francamente, gli occhi gonfi e i bicchieri vuoti, con una malinconia non del tutto spiacevole: «Lasciate perdere,

vice-vice! Quanto più vi sforzate di piacere al mondo, tanto più resterete per sempre senza un grazie! Magari potessi

sgomberare per voi Hampton Court e le Tuileries! Ma inghiottite le lacrime, e in alto i cuori fino all'alberello; perché gli

amici che vi hanno preceduto stanno facendo sgombrare i sette piani del cielo, e cacciando finalmente in esilio quei

coccoloni di Gabriele, Michele e Raffaele in previsione del vostro arrivo. Quaggiù non avete che cuori infranti da far

tintinnare, lassù toccherete bicchieri infrangibili!.3

*

«E Dio creò grandi balene.»

Genesi

«II Leviatano fa luccicare un sentiero dietro di sé;

direste che il mare profondo è canuto.»

Giobbe

«Ora il Signore aveva preparato un gran pesce per inghiottire Giona.»

Giona

«Ecco le navi; ecco quel Leviatano che hai fatto per giocare lì dentro.»

Salmi

«In quel giorno il Signore, con la sua spada grande, forte, e amara, punirà Leviatano il serpe che trafigge.

Leviatano lo storto serpente; e sgozzerà il dragone che è nel mare.»

Isaia

«E qualunque altra cosa arrivi nel caos della bocca di questo mostro, sia bestia, barca o pietra, giù se ne va

immediatamente in quella gran lurida strozza, e perisce nello sfondato abisso della sua pancia.»

Plutarco di Holland, Scritti morali

«II Mare Indiano genera la più parte e i più grossi dei pesci che esistono: tra cui i cetacei o vortici detti Balene

arrivano di lunghezza a quattro jugeri o acri di terra.»

Plinio di Holland

«Eravamo appena avanzati di due giorni sul mare, quando verso l'alba apparve gran numero di balene e altri

mostri marini. Tra le prime, una ce n'era di mostruosissima taglia... Questa ci venne incontro a bocca aperta, sollevando

ondate da ogni parte, e sbattendo il mare davanti fino a ridurlo in ischiuma.»

Luciano di Tooke, La verace istoria

«Visitò questo paese anche con l'idea di catturare balene, che avevano per denti ossa di grandissimo valore, e

ne portò qualcuno al re... Le balene migliori si prendevano al suo paese, e di queste certune erano lunghe quarantotto,

altre cinquanta jarde. E disse di essere uno dei sei che ne avevano ucciso sessanta in due giorni.»

Racconto orale di Other o Octher, personalmente trascritto da Re Alfredo, A.D. 890

«E mentre tutte le altre cose, bestie o vascelli, che entrano lo abisso spaventoso della bocca di questo mostro

(la balena) vanno immediatamente perduti e inghiottiti, il ghiozzo marino vi si ritira con gran sicurezza, e vi dorme.»

Montaigne, Apologià di Raimond Sebond

«Scappiamo! Scappiamo! Mi pigli Satana, se questo non è il Leviatano descritto dal nobile profeta Mosè nella

vita del paziente Giobbe.»

Rabelais

«II fegato di questa balena faceva due carrettate.»

Annali di Stowe

«II gran Leviatano che fa ribollire i mari come pentole.»

Versione dei Salmi di Lord Bacon

«Rispetto al volume mostruoso della balena o orca, nulla di sicuro ci è detto. Diventano estremamente grasse,

tanto che da una sola balena si può estrarre una quantità incredibile d'olio.»

Ibid. Storia della vita e morte

«II rimedio sovrano al mondo per una lesione interna è parmacetti.»

Re Enrico

«Molto somigliante a una balena.»

Amleto

«A tal uopo né arte, né sottile

cura gli vale, ma di ritrovare.4

colui che lo ferì, e con dardo vile

ebbe sì lunga pena a cagionare,

come balena ferita che al lido fugge pel mare.»

La Regina delle Fate

«Immenso come le balene, il moto dei cui grandi corpi durante una bonaccia può sconvolgere l'oceano fino a

farlo bollire.»

Sir William Davenant, Prefazione a Gondibert

«Cosa sia lo spermaceti, si può ben dubitarne, visto che il colto Hosmannus dopo trent'anni di lavoro dice

francamente: Nescio quid sit.»

Sir Thornas Browne, «Dello Spermaceti e della Balena Spermaceti». V. il suo V. E.

«Come il Talus di Spencer con la sua frusta moderna,

egli minaccia rovina con la sua massiccia coda.

. . . . . .

Porta i loro giavellotti confitti nel fianco

e sulla schiena gli appare una selva di lance.»

Waller, Battaglia delle Isole d'Estate

«Ad arte è creato quel gran Leviatano, detto Repubblica o Stato (in latino, Civitas) che è solo un uomo

artificiale.»

Prima frase del Leviathan di Hobbes

«Quello sciocco di Animumana l'inghiottì senza masticare, come se fosse stata un'aringa in bocca a una

balena.»

Il Viaggio del Pellegrino

«Quella creatura del mare,

Leviatano, che Dio volle immensa

tra quante nuotano l'oceano.»

Paradiso Perduto

«Laggiù il Leviatano

immenso tra le creature viventi, disteso

come un promontorio nel mare, dorme o nuota

e pare terra che si muova; e inala

per le branchie, e rigetta col respiro

un mare.»

Ibid.

«Le balene immani che nuotano in un mare d'acqua, e hanno un mare d'olio che gli nuota dentro.»

Fuller, Lo Stato Sacro e Profano

«Così, acquattati dietro un promontorio

i Leviatani enormi aspettano la preda:

non dànno caccia, inghiottono i pesciolini

che per errore filano in quelle fauci aperte.»

Dryden, Annus Mirabilis

«Mentre la balena galleggia a poppa della nave, le tagliano la testa e la rimorchiano con una barca quanto più

possono a riva; ma si arena in dodici o tredici piedi d'acqua.»

I dieci viaggi di Thomas Edge allo Spitzbergen, in Purchass

«Durante il viaggio videro molte balene che giocavano nell'oceano, e si divertivano a spruzzare l'acqua in aria

attraverso le canne e i buchi, che natura ha messo loro sulle spalle.»

Viaggi di Sir Th. Herbert in Asia e in Africa, Coll. Harris

«Qui videro mandrie così mostruose di balene, che furono costretti a procedere con molta cautela, per evitare

di investirle.»

Schouten, Sesta Circumnavigazione.5

«Facemmo vela dall'Elba, con vento di NE, sulla nave chiamata "II Giona nella Balena"...

C'è chi dice che la balena non può aprire la bocca, ma è una favola...

Spesso si arrampicano sugli alberi per cercare di avvistare una balena, perché il primo che la vede ha un ducato

per ricompensa...

Ho sentito di una balena presa vicino a Shetland, che aveva nello stomaco più di un barile di aringhe...

Uno dei nostri ramponieri mi disse che una volta, allo Spitzbergen, catturò una balena che era tutta bianca.»

Un viaggio in Groenlandia, A.D. 1671, Coll. Harris

«Parecchie balene si sono arenate su questa costa (Fife). Nell'anno 1652 ne venne una lunga ottanta piedi, di

quelle a fanoni, la quale (mi dissero) oltre a una gran quantità d'olio, fornì 500 misure d'osso di balena. Le sue

mandibole fanno da cancello nel giardino di Pitferren.»

Sibbald, Fife e Kinross

«Io stesso mi sono impegnato a vedere se mi è possibile catturare e uccidere questa balena spermaceti, perché

non ho mai sentito di nessuna di questa specie che venisse uccisa da un uomo, tanta è la sua ferocia e sveltezza.»

Richard Strafford, Lettera dalle Bermude, Phil. Trans. A.D. 1668

«Le balene in mezzo al mare

obbediscono al Signore.»

New England Primer

«Vedemmo anche gran numero di grosse balene, perché ce n'è di più in quei mari del Sud, al cento per uno si

potrebbe dire, che non ne abbiamo noi verso il nord.»

Cap. Cowley, Viaggio intorno al globo, A.D. 1729

«... e l'alito della balena si accompagna spesso a un tale fetore insopportabile, da generare disturbi al cervello.»

Ulloa, Il Sud America

«A cinquanta silfi scelti, di distinzione speciale,

affidiamo l'incarico più importante, la sottana.

Spesso abbiamo saputo che quella cinta settemplice ha fallito sebbene imbottita di cerchi e armata di stecche di balena.»

Riccio Rapito

«Se paragoniamo in fatto di grandezza gli animali terrestri a quelli che dimorano nell'abisso, troveremo che al

confronto i primi appaiono spregevoli. La balena è senza dubbio il più grande animale della creazione.»

Goldsmith, Storia naturale

«Se vi capitasse di scrivere una storia per pesciolini, li fareste parlare come grosse balene.»

Goldsmith a Johnson

«Nel pomeriggio vedemmo qualcosa che pareva uno scoglio, ma si trovò che era una balena morta, che alcuni

asiatici avevano uccisa e ora la stavano rimorchiando a terra. E pareva che cercassero di nascondersi dietro la balena,

per evitare di essere visti da noi.»

Viaggi di Cook

«Le balene più grosse, raramente hanno il coraggio di assalirle. Hanno tanto terrore di certune che quando sono

al largo temono perfino di pronunciarne il nome, e portano sterco, calcare, legno di ginepro o altra roba simile nelle

barche, per spaventarle e impedire loro di avvicinarsi troppo.»

Lettere di Uno von Troil sul viaggio in Islanda di Banks e Solander nel 1772

«La balena-spermaceti (capodoglio) scoperta dai Nantuckettesi è un animale spedito e feroce, e richiede nei

pescatori grande perizia e audacia.»

Memoriale sulle balene di Thomas Jefferson al Ministro francese nel 1778

«E scusate, signore, cosa c'è al mondo che l'eguagli?»

Accenno di Edmund Burke in Parlamento all'industria baleniera di Nantucket

«La Spagna... una grande balena arenata sulle coste d'Europa.»

Edmund Burke (in qualche posto).6

«Un decimo ramo del reddito ordinario del re, che si dice fondato sulla considerazione della sua vigilanza e

protezione dei mari contro pirati e ladroni, è il diritto al pesce reale, cioè alla balena e allo storione. E questi, se gettati a

riva o catturati lungo la costa, sono proprietà del re.»

Blackstone

«Ben presto gli equipaggi si danno al gioco della morte:

Rodmond solleva alto l'infallibile

acciaio irto di denti, e cerca ogni occasione.»

Falconer, Il naufragio

«Splendevano tetti, cupole e guglie,

e razzi salivano da sé

ad appendere una rapida fiamma

attorno alla volta del cielo.

Così, a paragonare acqua e fuoco,

l'oceano in alto serve

spruzzato da una balena

a esprimere gioia ribelle.»

Cowper, Sulla visita della Regina a Londra

«Dieci o quindici galloni di sangue vengono espulsi dal cuore in un sol colpo e con immensa velocità.»

John Hunter, Notizia sulla dissezione di una balena (di piccola taglia)

«L'aorta di una balena ha un calibro maggiore di quello del tubo principale delle condutture d'acqua al Ponte di

Londra, e l'acqua che passa ruggendo per questo tubo ha meno impeto e velocità del sangue che sprizza dal cuore della

balena.»

Teologia di Paley

«La balena è un animale mammifero senza arti posteriori.»

Barone Cuvier

«A 40 gradi sud avvistammo dei capodogli, ma non ne catturammo nessuno fino al primo di maggio, quando il

mare ne fu coperto.»

Colnett, Viaggio inteso a estendere la pesca del capodoglio

«Nuotavano sotto di me nel libero elemento,

guazzavano e si tuffavano per gioco, lotta o caccia

pesci d'ogni colore, forma e genere.

Lingua non può dipingerli, e nessun marinaio

li ha mai visti: dal pauroso Leviatan

a quei milioni d'infimi che popolano ogni onda.

Raccolti in branchi immensi, come isole galleggianti,

guidati da istinti misteriosi per quelle regioni

desolate e senz'orma ove li assalgono

da ogni parte nemici voraci,

balene, pescicani, mostri cui armano la mascella e la fronte

spade, seghe, corni a spirale, zanne adunche.»

Montgomery, II mondo prima del diluvio

«Io pean! Io! Cantate

il re del popolo pinnato.

Balena più possente

non c'è nell'ampio Atlantico;

né pesce di lui più grasso

si avvoltola pei mari del Polo.»

Charles Lamb, Trionfo della balena

«Nell'anno 1690 alcune persone stavano su un'alta collina, a guardare le balene che lanciavano i loro zampilli e

giocavano tra loro, quando qualcuno osservò: Laggiù, e additò il mare, c'è un pascolo verde dove i nipoti dei nostri figli

andranno a cercarsi il pane.»

Obed Macy, Storia di Nantucket.7

«Costruii un cottage per Susan e per me, e feci un ingresso in forma di arco gotico, piantando per terra la

mandibola di una balena.»

Hawthorne, Racconti detti due volte

«Venne a ordinare una lapide per il suo primo amore, che era stato ucciso da una balena nell'Oceano Pacifico

non meno di quaranta anni fa.»

Ibid.

«Nossignore, è una balena franca,» rispose Tom: «Ne ho visto la sfiatata; ha lanciato un paio d'arcobaleni che

più graziosi un cristiano non li potrebbe desiderare. È una vera botte d'olio, l'amica.»

Cooper, II pilota

«Portarono i giornali, e leggemmo nella Gazzetta di Berlino che avevano portato balene sul palcoscenico.»

Eckermann, Conversazioni con Goethe

«Dio mio! Signor Chase, che succede?» Risposi: «Ci ha sfondati una balena.»

«Narrazione del naufragio della baleniera Essex di Nantucket, assalita e infine distrutta da un grosso

capodoglio nell'Oceano Pacifico». Scritta da Owen Chase di Nantucket, ufficiale in seconda della suddetta nave, New

York, 1821

«Una notte un marinaio stava alle sartie,

il vento soffiava impetuoso;

un pallido chiaro di luna rifulgeva e si oscurava,

e un luccichìo di fosforo saliva dalla scia della balena

che solcava lenta il mare.»

Elizabeth Oakes Smith

«La lenza uscita dalle varie barche impegnate nella cattura di questa sola balena ammontò complessivamente a

10440 jarde o quasi sei miglia inglesi...

A volte la balena scuote nell'aria la sua coda tremenda, che schioccando come una frusta risuona alla distanza

di tre o quattro miglia.»

Scoresby

«Impazzito per il dolore inferto da questi nuovi assalti, il capodoglio infuriato si rivoltola, solleva la sua testa

enorme e spalancando le mascelle tira morsi a quanto gli sta attorno; si scaglia di testa contro le lance, le spinge in

avanti a gran velocità e a volte le distrugge completamente.

... È cosa che meraviglia assai, che si sia trascurata così totalmente ogni osservazione sulle abitudini di un

animale tanto interessante, e dal punto di vista commerciale tanto importante qual è il capodoglio; e che esso abbia

suscitato così poca curiosità in quei numerosi e per lo più competenti osservatori, che negli ultimi anni devono avere

avuto le occasioni più frequenti e convenienti di osservare di persona le abitudini di questi animali.»

Thomas Beale, Storia del capodoglio, 1839

«Il Cachalot (capodoglio) non solo è armato meglio della balena vera (balena franca o di Groenlandia), in

quanto possiede un'arma formidabile a ciascuna estremità del corpo, ma dimostra anche con maggiore frequenza una

disposizione a usare queste armi offensivamente, e in maniera così abile, coraggiosa e furbesca, da convincerci a

considerarlo la più pericolosa ad attaccarsi di tutte le specie conosciute della classe delle balene.»

Frederick Debell Bennett, Viaggio a caccia di balene intorno al globo, 1840

«13 Ottobre. "Laggiù soffia," venne gridato dalla testa d'albero.

"Posizione?" domandò il capitano.

"Tre quarte a prora sottovento, signore."

"Barra sottovento, alla via!"

"Alla via, signore!"

"Vedetta oh! Vedi sempre la balena?"

"Sissignore, sì! Un branco di capodogli! Laggiù soffia! Laggiù salta!".

"Segnala! Segnala ogni volta!"

"Sissignore, sì! Là soffia! Là, là, là soffia, soffiaaa!"

"Che distanza"

"Due miglia e mezzo."

"Per la misera! Così vicino? Tutti in coperta!"»

J. Ross Browne, Schizzi di una crociera a caccia di balene, 1846.8

«La balenieri Globe, a bordo della quale accaddero i fatti orribili che stiamo per raccontare, apparteneva

all'isola di Nantucket.»

Narrazione dell'ammutinamento del Globe, fatta dai sopravvissuti Lay e Hussey, A.D. 1828

«Una volta, inseguito da una balena che aveva ferito, per un poco parò l'attacco con una lancia; ma alla fine il

mostro infuriato si scagliò sulla barca, e lui e i compagni si salvarono solo col saltare in acqua appena videro che

l'assalto non poteva evitarsi.»

Giornale missionario di Tyerman e Bennett

«Nantucket stessa, disse Mr. Webster, è parte peculiare e notevolissima dell'interesse della Nazione. Vi è una

popolazione di otto o novemila persone, che vivono qui sul mare, e che aggiungono mo lto ogni anno alla ricchezza

nazionale, grazie alla più audace e perseverante delle industrie.»

Resoconto del discorso di Daniel Webster dinanzi al Senato degli Stati Uniti, sulla richiesta di costruzione di

un frangiflutti a Nantucket, 1828

«La balena gli si buttò dritta addosso, e probabilmente lo uccise in un attimo.»

La balena e i suoi catturatori, ovvero Le avventure del baleniere e la Biografia della balena. Compilate

durante la crociera di ritorno del Commodoro Preble, a opera del rev. Henry T. Cheever

«Se fai il mimimo rumore, perdio,» rispose Samuel, «ti mando all'inferno.»

Vita di Sammel Comstock l'ammutinato, scritta dal fratello William Comstock. Altra versione del racconto

della baleniera Il Globo

«I viaggi degli Olandesi e degli Inglesi nell'Oceano Artico, per vedere di scoprirvi un passaggio per l'India,

sebbene abbiano fallito il loro scopo principale, hanno aperto la via ai pascoli delle balene.»

McCulloch, Dizionario Commerciale

«Queste cose sono reciproche; la palla rimbalza, solo per saltare di nuovo in avanti; perché ora sembra che con

l'aprire la via alle dimore delle balene, i balenieri abbiano scoperto indirettamente nuove vie verso quello stesso

misterioso Passaggio a Nord-Ovest.»

Da «Qualcosa» inedito

«È impossibile incontrare una baleniera sull'oceano senza essere colpiti dall'aspetto che ha da vicino. La nave

sotto vele ridotte, con le vedette sulle teste d'albero che scrutano avidamente l'immensa distesa attorno, ha un'aria

completamente diversa dalle navi impegnate in un viaggio regolare.»

Correnti e caccia alle balene, U.S. Ex. Ex.

«Coloro che viaggiano a piedi nei pressi di Londra e altrove possono ricordare di avere veduto grandi ossa

ricurve, piantate in terra per formare archi sugli ingressi, o entrate di pergolati, e forse sono stati informati che erano

costole di balene.»

Racconti di un viaggiatore baleniere nell'Oceano Artico

«Fu solo al ritorno delle barche dall'inseguimento di queste balene, che i bianchi videro la loro nave catturata

sanguinosamente dai selvaggi ingaggiati nell'equipaggio.»

Resoconto, dai giornali, della cattura e riconquista della baleniera Hobomack

«È generalmente molto noto che degli equipaggi delle baleniere (americane), pochi tornano sulle navi a bordo

delle quali erano partiti.»

Crociera di una nave baleniera

«All'improvviso una massa immensa emerse dall'acqua e si scagliò verticalmente nell'aria. Era la balena.»

Miriam Coffin, o Il pescatore di balene

«La balena viene arpionata, certo; ma pensate come ve la cavereste con un poderoso puledro indomito, se

poteste solo applicargli una fune alla radice della coda.»

Capitolo sulla caccia alle balene, in Corbe e gallette

«Una volta vidi due di questi mostri (le balene), probabilmente maschio e femmina, che nuotavano lenti l'uno

dietro l'altro, a meno di un tiro di pietra dalla riva (Terra del Fuego) su cui il faggio stendeva i suoi rami.»

Darwin, Viaggio d'un naturalista.9

«Tutto indietro!» gridò il secondo, come nel voltare la testa vide le mandibole spalancate di un grosso

capodoglio vicino alla punta della lancia, che minacciava di distruggerla in un istante: «Tutto indietro per l'anima

vostra!»

Wharton, l'Uccisore di balene

«Dunque allegri, ragazzi, non vi manchi la lena

se il ramponiere ardito colpisce la balena!»

Canzone di Nantucket

«Oh la brava vecchia balena tra marosi e vento forte

sarà nell'Oceano avìto

un gigante di forza, dove vince il più forte,

e re del mare infinito.»

Canzone della balena

I • QUALCOSA APPARE IN LONTANANZA

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente - avendo poco o nulla in tasca, e

niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte equorea

del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla

bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare

senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando

l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e

mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare

al più presto: Questo è il mio surrogato della pistola e della. pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla

spada: io zitto zitto m'imbarco. E non c'è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono,

ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l'oceano.

Eccovi dunque l'insulare città dei Manhattanesi, tutta cinta dalle banchine come le isole indiane dai banchi di

coralli: il commercio l'avvolge con la sua risacca A destra o a manca le strade portano verso l'acqua. La punta estrema

della città è la Battery: quella nobile mole è bagnata da onde e rinfrescata da brezze che poche ore prima erano dove la

terra è invisibile. Guardate lì le folle dei contemplatori dell'acqua.

Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale. Andate da Corlears Hook a Coenties

Slip, e di là per Whitehall verso nord. Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato,

stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei

moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto,

nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei

giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie. Che significa allora?

I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?

Ma guardate! Arrivano altri gruppi che marciano dritti all'acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li

soddisfa se non il limite estremo della terra, oziare a riparo del vento, all'ombra di quei magazzini, non basta. No.

Debbono andare vicino all'acqua, quant'è possibile senza cascarci dentro. Ed eccoli là piantati per miglia e miglia, per

leghe. Gente dell'entroterra tutti, vengono da traverse e vicoli, strade e viali, da nord e sud, dall'est e dall'ovest. Ma qui

si ritrovano tutti quanti. Ditemi, è la forza magnetica degli aghi di bussola di tutte quelle navi, forse, che li attira qui?

Ancora. Siete, diciamo, in campagna, su qualche altipiano ricco di laghi. Prendete un sentiero qualunque, e

nove volte su dieci vi porta giù in una valletta e vi lascia lì, dove la corrente ristagna. C'è qualcosa di magico in

quell'acqua. Prendete il più distratto degli uomini quand'è sprofondato nei suoi sogni: mettetelo in piedi, mettete i piedi

in movimento, ed egli vi porterà infallibilmente all'acqua, se acqua c'è in tutta la zona. Provatelo, questo esperimento, se

mai vi trovaste morti di sete nel gran deserto americano, sempre che la vostra carovana sia fornita di un professore di

metafisica. Sicuro, come tutti sanno, meditazione e acqua sono sposate in eterno.

Ma prendiamo un artista. Egli vuole dipingervi il più fantastico, il più ombroso, il più quieto, il più incantevole

tratto di paesaggio romantico di tutta la valle del Saco. Qual è l'elemento principale che adopera? Là si rizzano gli

alberi, ognuno col tronco vuoto quasi ci fosse dentro un eremita col suo crocefisso; e qui dorme il prato e lì dorme il

branco, e dalla casetta laggiù si alza un fumo sonnacchioso. E un cammino sinuoso s'addentra in remote selve, e

raggiunge i sovrastanti sproni de' monti bagnati nell'azzurro dei loro pendìi. Ma per quanto la scena appaia così

immersa nell'estasi, e il pino lasci cadere i suoi sospiri come foglie sul capo di quei pastore, tutto sarebbe inutile se

l'occhio del pastore non fosse cucito alla corrente magica che ha davanti. Andate a vedere le praterie in giugno, quando

per ventine e ventine di miglia si cammina affondando fino ai ginocchi nei gigli screziati: qual è l'unico incanto che

manca? L'acqua. Non c'è una goccia d'acqua lì attorno! Se il Niagara fosse solo una cateratta di sabbia, fareste miglia

per andarlo a vedere? Perché mai quel povero poeta del Tennessee, nel ricevere all'improvviso due manciate d'argento,

rimase in dubbio se comprarsi un pastrano di cui aveva seriamente bisogno, o investire i soldi in un viaggio a piedi alla.10

spiaggia di Rockaway? Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, con dentro un'anima sana e robusta, ammattisce

prima o poi dalla voglia d'imbarcarsi? Perché voi stessi, al primo viaggio fatto da passeggeri, avete avvertito un tale

brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra? Perché gli antichi Persiani consideravano

sacro il mare? E perché i Greci gli assegnarono un dio a parte, e fratello dello stesso Giove? Certo tutto ciò non è senza

significato. E ancora più profondo è il significato di quella storia di Narciso, che non potendo afferrare l'immagine

tormentosa e gentile che vedeva nella fonte, vi si tuffò e morì annegato. Ma quell'immagine la vediamo noi stessi in tutti

i fiumi e gli oceani. È l'immagine del fantasma inafferrabile della vita; e questo è la chiave di tutto.

Ora, quando io dico che ho l'abitudine di mettermi in mare ogni volta che comincio a vederci appannato, e

divento troppo cosciente dei miei polmoni, non vorrei si inferisse che io mi imbarchi mai come passeggero. Perché a

imbarcarsi da passeggero bisogna avere per forza un portafogli, e un portafogli non è che uno straccio se non c'è

qualcosa dentro. Inoltre i passeggeri prendono il mal di mare, diventano irascibili, non dormono la notte, e in genere

non si divertono gran che: no, io non vado mai come passeggero; e nemmeno, per quanto sia oramai piuttosto vecchio

del mestiere, mi metto mai in mare come commodoro, o capitano, o cuoco. Lascio la gloria e la distinzione di questi

uffici a chi li gradisce. Da parte mia detesto tutte le onorevoli e rispettabili fatiche, afflizioni e tribolazioni di

qualsivoglia genere. Mi è già sufficiente dover badare a me stesso, senza preoccuparmi di navi, brigantini, brigantini a

palo, golette o che so io. E in quanto a imbarcarmi da cuoco (sebbene riconosca in questo una gloria considerevole,

visto che il cuoco a bordo è in certo senso un ufficiale) pure, insomma, arrostire polli non mi ha mai attirato; per quanto,

una volta che il pollo sia arrostito, giudiziosamente imburrato e magistralmente salato e pepato, non c'è nessuno che

possa parlare di un pollo arrosto con più rispetto, per non dire riverenza, di me. È proprio per causa della passione

idolatra degli Egiziani antichi per l'ibis al forno e l'ippopotamo arrosto, che noi oggi vediamo le mummie di queste

creature nei loro forni mostruosi, le piramidi.

No, quando m'imbarco, m'imbarco da marinaio semplice, proprio davanti all'albero, giù a piombo nel castello,

su in cima alla testa d'alberetto. È vero che il più delle volte mi fanno sfacchinare e saltare da una manovra all'altra

come un grillo in un prato di maggio. E questa storia, dapprima, è piuttosto sgradevole; ti tocca nell'onore, specie se si

proviene da qualche vecchia famiglia ben radicata, i Van Renselaer, i Randolph o gli Hardicanute. E più che mai, se

proprio prima di cacciare le mani nel secchio del catrame, uno ha vissuto da padrone facendo il maestro di scuola in

campagna, dove anche i più lunghi se la facevano sotto. Da maestro a marinaio, credetemi, il passo è forte, e per fare

buon viso a quel giochetto ci vuole una potente digestione di Seneca e degli Stoici. Ma anche a questo, col tempo, ci si

abitua.

Che importa se qualche vecchia carogna di un capitano mi ordina di prendere la scopa e spazzare i ponti? A

che può ammontare l'offesa, se la pesiamo, voglio dire, sulla bilancia del Nuovo Testamento? Credete che l'arcangelo

Gabriele possa stimarmi di meno, perché in quel caso particolare obbedisco con prontezza e rispetto a quel vecchio

tirchio? Chi non è uno schiavo? Ditemelo. E dunque, per quanto i vecchi capitani mi facciano sfacchinare, per quanto

mi sbattano intorno a spintoni e manate, io ho la soddisfazione di sapere che tutto è secondo giustizia; che ogni altro

uomo viene servito, in un modo o nell'altro, su per giù allo stesso modo, o sul piano fisico o su quello metafisico, voglio

dire; e così la pestata universale viene trasmessa dall'uno all'altro, e le mani di ognuno dovrebbero fregare le scapole

dell'altro con soddisfazione di tutti.

Ancora, io m'imbarco sempre da marinaio perché si fanno un dovere di pagarmi per il disturbo, mentre, che io

sappia, non danno mai un soldo ai passeggeri. Al contrario, i passeggeri devono pagare loro. E c'è proprio una gran

differenza tra pagare ed essere pagati. L'atto di pagare è forse il castigo più seccante che i due ladri del frutteto ci

abbiano lasciato in eredità. Ma essere pagati, che c'è di eguale al mondo? La premura affabile con cui un uomo riceve

del denaro è davvero sorprendente se si pensa che noi crediamo così profondamente che il denaro è la radice di tutti i

mali terreni, e che per nulla al mondo un uomo danaroso può entrare in cielo. Ah con che allegria ci consegniamo alla

perdizione!

E infine io m'imbarco sempre da marinaio per via del sano esercizio e dell'aria pura del ponte di prua. Perché,

visto che in questo modo i venti di prua sono assai più frequenti dei venti di poppa (sempre che si rispetti, è logico, la

massima di Pitagora), così il più delle volte il commodoro sul cassero riceve l'aria di seconda mano dai marinai sul

castello. Egli crede di respirarla per primo, ma si sbaglia. In modo assai consimile il popolo guida i suoi capi in

parecchie altre cose, proprio mentre i capi neanche lo sospettano. Ma il motivo per cui io, dopo avere annusato tante

volte il mare come marinaio mercantile, dovessi ora ficcarmi in testa di partire a caccia di balene, a questo l'invisibile

poliziotto dei Fati, che ha l'incarico di sorvegliarmi continuamente, e segretamente mi pedina, e influisce su di me in

qualche modo inspiegabile, a questo può rispondere lui meglio di chiunque altro. E senza dubbio, la mia partenza per

questo viaggio a balene faceva parte del grande programma della Provvidenza tracciato molto tempo fa. C'entrava come

una specie di breve interludio e di assolo tra numeri molto più lunghi. Io mi figuro che questo punto del programma

dovesse pressappoco suonare così:

Grande e disputata elezione alla Presidenza degli Stati Uniti.

Viaggio a balene di un certo Ismaele.

SANGUINOSA BATTAGLIA NELL'AFGANISTAN..11

Sebbene non sappia dire esattamente perché quei direttori d scena, i Fati, mi abbiano ingaggiato per questa

parte meschina di un viaggio a caccia di balene, quando invece altri venivano designati per splendide parti in tragedie

sublimi, oppure per brevi e facili parti in commedie delicate, e per allegre parti di farse - sebbene non sappia dirne la

ragione precisa, pure adesso che ricordo tutti i particolari mi pare di vederci un po' chiaro tra le molle e i motivi che,

presentatimi astutamente sotto varie maschere, mi spinsero a darmi da fare per recitare la parte che recitai; oltre a

invescarmi nell'illusione che si trattasse di una scelta che risultava dalla mia libera e spontanea volontà e dal mio

perspicace giudizio.

Primo tra questi motivi fu l'idea travolgente della stessa grande balena. Un mostro così portentoso e arcano

destava tutta la mia curiosità. Poi i mari deserti e lontani dove rollava la sua massa, come un'isola; i pericoli

indescrivibili e sconosciuti della caccia: tutte queste cose, e le meraviglie che le accompagnano, di mille aspetti e suoni

patagonici, contribuivano a spingermi verso il mio desiderio. Altri uomini, forse, non avrebbero trovato in tutto ciò

nessun motivo di attra zione; io, invece sono tormentato da un'ansia continua per le cose lontane. Mi piace navigare su

mari proibiti e scendere su coste barbare. Non ignorando ciò che è bene, sono svelto nel percepire un orrore, e tuttavia,

se mi è concesso, non me ne ritraggo. Perché non è che bene sapere essere amico di tutti gli ospiti del posto in cui si

abita.

Per tutti questi motivi, dunque, il viaggio a caccia di balene mi riuscì gradito. Le grandi chiuse del mondo dei

prodigi si spalancarono, e nelle fantasie sfrenate che mi spingevano al mio scopo, a due a due mi nuotarono fino al

profondo dell'animo infinite processioni di balene, e in mezzo a tutte un grande fantasma incappucciato, come una

collina di neve nell'aria.

II·• IL SACCO DA VIAGGIO

Ficcai un paio di camicie nel mio vecchio sacco da viaggio, me lo infilai sotto braccio, e partii per il Capo

Horn e il Pacifico. Lasciando la buona vecchia Manhattan, arrivai puntualmente a New Bedford. Era un sabato notte in

dicembre. Molto fui deluso nel sapere che il battellino postale per Nantucket era già partito, e che non c'era altro modo

di raggiungere quel posto fino al lunedì.

Siccome molti giovani candidati alle pene e penalità della caccia alla balena si fermano proprio a New Bedford

per imbarcarsi da lì per il loro viaggio, conviene forse dichiarare che io per me non avevo nessuna intenzione di imitarli.

Mi ero già messo in testa di non salpare su un legno che non fosse di Nantucket, perché a tutto ciò che era connesso con

quella vecchia isola famosa si univa una certa bella fierezza, che mi piaceva straordinariamente. Inoltre, è vero che di

recente New Bedford è venuta monopolizzando a poco a poco l'industria delle balene, e ormai la povera vecchia

Nantucket le sta indietro di parecchio in questo campo, ma tuttavia Nantucket è stata il suo grande modello, la Tiro di

questa Cartagine; il posto dove venne ad arenarsi la prima balena americana morta. Da dove se non da Nantucket fecero

le prime sortite nelle loro canoe, quei balenieri aborigeni, i Pellirosse, per dare la caccia al Leviatano? Da dove se non

ancora da Nantucket salpò quella prima corvetta avventurosa, carica in parte, o almeno così raccontano, di ciottoli

importati da lanciare alle balene, per vedere se erano abbastanza vicine da rischiare una fiocina dal bompresso?

Ora, avendo davanti una notte, un giorno, e una seconda notte a New Bedforf prima di potermi imbarcare per

la mia destinazione, mi si presentò il problema di dove mangiare e dormire nel frattempo. Era una notte assai incerta,

anzi scurissima e tetra, con un freddo da morire, e una tristezza. Non conoscevo anima viva in quel posto. Avevo

scandagliato le tasche con ansiosi ancorotti, e portato a galla solo pochi pezzi d'argento. «Perciò, dovunque tu vada,

Ismaele,» mi dissi mentre me ne stavo fermo in mezzo a una squallida via, col sacco a spalla, e paragonavo la tenebra a

nord col buio fitto che era a sud, «dovunque tu possa decidere nella tua saggezza di alloggiare stanotte, mio caro

Ismaele, stai attento a chiedere prima il prezzo, e non essere troppo esigente.»

Cominciai a girare, esitante, e passai sotto l'insegna de «Le fiocine incrociate», ma aveva l'aria di un posto

troppo caro e allegro. Più avanti, dalle rosse finestre illuminate della «Locanda del pesce spada» i venivano raggi così

caldi, che pareva avessero sciolto la crosta di neve e ghiaccio davanti alla casa, perché in ogni altro punto il gelo

rappreso formava uno strato di dieci pollici, duro come l'asfalto: ed era esasperante quando urtavo col piede quegli

spigoli di sasso, visto che per il lungo e spietato servizio le suole degli stivali erano in uno stato pietoso. «Troppo caro e

allegro,» pensai di nuovo, fermandomi un momento a guardare il largo riverbero nella strada, e ad ascoltare il suono dei

bicchieri che tintinnavano lì dentro. «Su, vai avanti, Ismaele,» mi dissi alla fine: «Non senti? Togliti dall'ingresso, che i

tuoi stivali rappezzati ingombrano il passaggio.» E così venni via. Ora per istinto prendevo i vicoli che portavano al

mare, perché lì, senza dubbio, c'erano le locande più a buon prezzo, se non le più allegre.

Che strade squallide! Da tutt'e due i lati non case, ma blocchi d'oscurità, e qua e là una candela, come un lume

che sbatte in una tomba. A quell'ora di notte, l'ultimo giorno della settimana, questa parte dell'abitato era semideserta.

Ma presto raggiunsi una luce fumosa che veniva da un grosso e basso edificio, con la porta aperta in modo invitante.

Aveva un'aria trascurata, come servisse a uso pubblico; così, entrando, per prima cosa incespicai in un ceneraio nel

vestibolo. «Ah!» pensai, «ah!» mentre il nuvolo di polvere quasi mi strozzava, «forse queste ceneri vengono da quella

città distrutta, Gomorra? Fiocine Incrociate, Pesce Spada... questo, allora, dev'essere proprio all'insegna della

Trappola.» A ogni modo mi ripresi, e sentendo uno che gridava lì dentro, spinsi e schiusi una seconda porta interna..12

Pareva il gran Parlamento Nero riunito in Tophet. Cento facce di pece si voltarono a sbirciare dai banchi, e in

fondo, sul pulpito, un nero Angelo del Giudizio picchiava su un libro. Era una chiesa di negri, e il testo della predica

trattava dell'oscurità dell'Abisso, del pianto, dei lamenti, dello stridore dei denti laggiù. «Ah, Ismaele,» brontolai

rinculando, «brutto trattamento all'insegna della Trappola!»

Andando avanti, arrivai infine a una specie di lume debole che penzolava non lontano dai bacini, sentii un

cigolìo desolato nell'aria, e alzando gli occhi vidi un'insegna che dondolava su un uscio, con sopra dipinto qualcosa di

bianco che vagamente rassomigliava a un getto alto e dritto di spuma nebbiosa; e sotto, queste parole: «Lo sfiatatoio -

Pietro Bara».

Bara? Sfiatatoio? Piuttosto sinistro quel particolare accoppiamento, pensai. «Ma si tratta, dicono, di un nome

comune a Nantucket, e penso che questo Pietro sia uno venuto di là.» Visto che la lampada aveva un aspetto così fiacco,

e il posto, per l'ora, sembrava abbastanza tranquillo, e la stessa decrepita casuccia di legno pareva trasferita lì dalle

rovine di qualche zona incendiata, e l'insegna faceva oscillando un lamento che sembrava annunziare miseria, pensai

che questo era il luogo ideale per trovarvi alloggio a buon prezzo; e il miglior caffè di ceci.

Era un posto davvero bizzarro: una vecchia casa a timpano, con un fianco che pareva paralitico, e pendeva

malinconico. Piantata su una svolta brusca e squallida, dove il tempestoso vento Euroclidone faceva un ululìo peggiore

che attorno allo sbattuto legno del povero Paolo. Eppure, Euroclidone è un zeffiro gradevolissimo per chi sta al chiuso,

coi piedi al camino che si rosolano beatamente per il letto. «Nel giudicar di quel tempestoso vento chiamato

Euroclidone,» dice un antico scrittore (delle cui opere io posseggo l'unica copia superstite), «mirabile è la differenza se

tu lo consideri da dietro una vitrea finestra su cui il gelo sia tutto dalla parte esteriore, o per contrario se tu l'osservi a

traverso quella stelaiata finestra che il gelo copre da ambo i lati, e di cui la valente Morte è l'unico vetraio.» Proprio

così, pensai mentre quel passo mi tornava alla memoria. Ragioni bene, vecchia scrittura gotica. Sicuro, questi occhi

sono le finestre e questo corpo è la casa. Peccato, però, che non abbiano tappato le fessure e le crepe, e ficcato qua e là

un po' di filaccia. Ma è troppo tardi ormai per fare delle migliorie. L'universo è ultimato, la cimasa è a posto, e i trucioli

rimossi un milione d'anni fa. Il povero Lazzaro là fuori, che sbatte i denti contro la cordonatura del marciapiedi che gli

fa da guanciale, e scuote i suoi cenci a furia di brividi, potrebbe turarsi tutt'e due le orecchie con stracci e ficcarsi in

bocca una pannocchia di granturco, ma questo non terrebbe fuori il tempestoso Euroclidone. . Euroclidone!» dice il

vecchio Epulone in vestaglia di seta rossa (un'altra ancora più rossa ne ebbe in seguito): «Puah! Puah! Che bella notte di

gelo, come scintilla Orione, che bell'aurora boreale! Parli pure la gente di estivi climi orientali come serre perenni; a me

basta il privilegio di farmi la mia estate col mio carbone.»

Ma che ne pensa Lazzaro? Può scaldarsele lui le mani bluastre alzandole verso la maestosa aurora boreale?

Non preferirebbe, Lazzaro, trovarsi a Sumatra piuttosto che qui? Non preferirebbe forse e di molto stirarsi per quant'è

lungo sulla linea dell'equatore, oppure sì, o dei! scendere nello stesso abisso di fuoco, per potersi scacciare questo gelo

di dosso?

Ora, che Lazzaro debba stare lì, buttato sul marciapiedi davanti alla porta di Epulone, è più incredibile che se

un iceberg venisse ormeggiato a una delle Molucche. Però anche Epulone vive come uno Zar, in un palazzo di ghiaccio

fatto di sospiri gelati, ed essendo presidente di una lega contro l'alcoolismo, beve le lacrime tiepide degli orfani.

Ma basta coi piagnistei adesso; stiamo per partire a caccia di balene, e di lagne, in vista, ce n'è già in

abbondanza. Raschiamoci il ghiaccio dai piedi gelati, e vediamo che razza di posto è questo «Sfiatatoio».

III • ALLO SFIATATOIO

Entrando in quell'incappucciata Locanda dello Sfiatatoio ci si trovava in un vestibolo largo, basso e tutto storto,

rivestito di antichi pannelli di legno che ricordavano le murate di qualche vecchio legno cassato dai ruoli. Da un lato era

appeso un gran quadro a olio talmente affumicato e sfigurato in tanti modi, che a guardarlo in quella luce debole,

proveniente da più parti, forse si poteva arrivare a capirne il senso soltanto con un esame accurato, una serie di

sistematiche ispezioni, e un'inchiesta laboriosa in quei paraggi. Masse così incomprensibili di ombre e di buio fitto, che

dapprima veniva quasi da pensare che qualche pittore giovane e ambizioso, al tempo delle streghe nel New England,

avesse tentato di rappresentare l'affatturamento del Caos. Ma dopo molta e seria riflessione e rinnovati ponzamenti, e

specialmente dopo avere spalancato il finestrino sul retro del locale, si veniva infine alla conclusione che un'idea come

quella, per quanto sconcertante, poteva non essere completamente infondata.

Però ciò che lasciava più perplessi e confusi era la lunga, agile, portentosa massa nerastra di qualcosa che si

librava al centro del quadro, sopra tre vaghe linee azzurre perpendicolari che ondeggiavano in mezzo a un fermento

indefinibile. Un quadro davvero melmoso, fradicio, serpigno, da fare perdere la testa a un nevrastenico. Eppure, in esso,

c'era una specie di sublimità indefinita, semiraggiunta, inverosimile, che senz'altro vi ci incollava l'occhio, finché senza

volerlo uno giurava a se stesso di scoprire il significato di quella pittura stupefacente. Di tanto in tanto un'idea brillante

ma ahimè ingannevole vi saettava per la mente: «È una tempesta notturna nel Mar Nero. No, è la lotta mostruosa dei

quattro elementi primordiali. O una brughiera devastata. Un inverno artico. È lo spezzarsi dei ghiacci nella fiumana del

Tempo.» Ma alla fine tutte queste fantasie erano sconfitte da quel non so che di misterioso in mezzo al quadro. Una

volta spiegato quello, tutto il resto sarebbe stato chiaro. Un momento! Non somiglia vagamente a un pesce gigantesco?

Allo stesso grande Leviatano?.13

Di fatti il progetto dell'artista pareva a questo: ed è, per concludere, una mia teoria basata in parte sulla

collazione dei pareri di molte anziane persone con le quali ho parlato dell'argomento. Il quadro rappresenta un legno

australe in un grande uragano: la nave mezzo affondata va sbattendo con solo visibili i tre alberi smantellati, e una

balena infuriata, che voleva saltare netto il bastimento, è ripresa nell'atto smisurato di impalarsi sulle tre teste d'albero.

La parete di fronte di questo locale era tutta ricoperta da una selvaggia esposizione di clave e lance mostruose.

Alcune erano fittamente adorne di denti lucidi che parevano seghe d'avorio, altre impennacchiate di ciuffi di capelli

umani; una era a forma di falce, con un gran manico che s'incurvava come lo spicchio prodotto nell'erba fresca da un

falciatore dalle lunghe braccia. A guardarle venivano i brividi: ci si chiedeva quale mostruoso selvaggio e cannibale

potesse mai uscire a mietere morte con un attrezzo così bestiale e raccapricciante. Mescolate con queste c'erano vecchie

lance da balena arrugginite e ramponi tutti spezzati e sformati. Alcune di queste armi erano celebri. Con questa lancia

una volta oblunga, ora ferocemente piegata a gomito, cinquant'anni fa Nathan Swain uccise quindici balene dall'alba al

tramonto. E quella fiocina, che ora somiglia a un cavaturaccioli, fu lanciata nei mari di Giava e portata via da una

balena in fuga, uccisa anni dopo al largo del Capo Blanco. Il ferro era entrato la prima volta vicino alla coda, e come un

ago inquieto che resta nel corpo d'un uomo, aveva viaggiato per ben quaranta piedi, e infine era stato trovato sepolto

nella gobba.

Traversando questo buio vestibolo, e proseguendo per un arco dalla volta bassa, tagliato in quello che

anticamente deve essere stato un gran camino centrale con focolai tutt'intorno, si entra nella stanza comune. Che è un

posto ancora più buio, con tali travi basse e massicce in alto, e assi così vecchi e rugosi di sotto, che quasi pareva di

calcare i visceri di qualche vecchia carretta, specie in una notte come questa piena di ululi, con questa vecchia arca

ammarrata sull'angolo che balla così furiosamente. Da un lato stava un tavolo lungo, basso, a scaffale, coperto di

vetrinette incrinate, piene di rarità polverose raccolte nei cantucci più lontani di questo vasto mondo. Sporgente

dall'angolo estremo della stanza, una tana di colore scuro, il banco di mescita, rozzo tentativo di imitare la testa di una

balena franca. Comunque sia, ecco lì il grande osso arcuato della mascella, così grande che quasi potrebbe passarci sotto

una carrozza. All'interno, scaffali squallidi allineano vecchie caraffe, bottiglie, fiaschi, e dentro quelle mandibole svelte

a distruggere, come un altro Giona maledetto (e così si chiamava in effetti) va sfaccendando un vecchino tutto

avvizzito, che in cambio dei loro denari vende ai marinai deliri e morte, a caro prezzo.

Abominevoli sono i bicchieri in cui versa il suo veleno. Quantunque veri cilindri all'esterno, di dentro gli

infami vetri verdi si gonfiano e si restringono falsamente verso il basso, fino a un culo che è una truffa. Rozzi meridiani

paralleli, becchettati nel vetro, attorniano questi calici da grassatori. Riempi fino a questa tacca, e il prezzo, è appena un

soldo; all'altra, ancora un soldo, e così via fino al pieno, la misura del Capo, che si può ingollare per uno scellino.

Entrando nel locale trovai un gruppo di giovani marinai, raggruppati attorno a un tavolo a esaminare, sotto un

po' di luce, alcuni esemplari di skrimshander. Scovai il padrone, e quando gli dissi che volevo una camera, mi rispose

che la casa era piena: non c'era un letto libero. «Ma fermo!» disse poi dandosi un picchio in fronte. «Ti va o non ti va di

spartire la coperta d'un ramponiere? Se vai a caccia come credo, fai bene ad abituarti a questa sorta di cose.»

lo gli dissi che spartire un letto non mi era mai piaciuto; che se proprio mi toccava di farlo, volevo prima

vedere chi era questo ramponiere, e insomma se lui (il padrone) non aveva altro modo di arrangiarmi, e se il ramponiere

non era proprio sgradevole, be', piuttosto che andare ancora a zonzo in un posto che non conoscevo in una notte così

brutta, mi sarei contentato di metà della coperta di qualunque persona decente.

«L'avevo immaginato. Bene, mettiti a sedere. Qualcosa da mangiare? Cena? La cena sarà pronta subito.»

Mi misi a sedere su una vecchia panca, tutta intagliata come una panchina alla Battery. A una delle punte un

vecchio lupo ruminante la stava decorando ancora di più col coltello a serramanico, tutto curvo e concentrato sullo

spazio fra le gambe. Cercava di fare un bastimento che andava a vele spiegate, ma a mio parere stentava a prendere un

vero abbrivo.

Infine quattro o cinque di noi fummo chiamati a mensa nella camera accanto. Era fredda come l'Islanda. Fuoco

non se ne vedeva; il padrone disse che non poteva permetterselo. Non c'erano che due lugubri candelacce di sego,

ognuna avvolta nel suo sudario. Altro non c'era da fare che abbottonarsi i giubbotti, e portarsi alla bocca tazze di tè

bollente con le dita semicongelate. Ma il vitto era dei più sostanziosi: non solo carne e patate, ma gnocchi di pasta, buon

Dio! gnocchi di pasta per cena! Un giovanotto con un pastrano verde si applicò a questi gnocchi in una maniera

tremenda.

«Giovanotto,» disse il padrone, «stanotte avrai l'incubo, sicuro come la morte.»

Io bisbigliai: «Padrone, è lui il ramponiere?»

«Oh no,» fece, con una certa aria da burla diabolica, «il ramponiere è un tipo di carnagione scura. Non mangia

mai pasta, quello, non mangia altro che bistecche, e gli piacciono al sangue.»

«Si strozzi pure,» dico io. «Dov'è questo ramponiere, si trova qui dentro?»

«Sarà qui fra poco,» fu la risposta.

Che potevo farci, questo ramponiere «di colorito scuro» cominciava a insospettirmi. In ogni caso, presi una

decisione: se così finiva che dovevamo dormire assieme, primo a spogliarsi ed entrare nel letto doveva essere lui.

Finita la cena la comitiva tornò nel bar, e io, non sapendo in che modo occuparmi, decisi di passare da

spettatore il resto della serata.

Dopo un momento sentimmo fuori un gran chiasso. Saltando in piedi il padrone esclamò: «La ciurma

dell'Orca! Stamattina ho visto che era annunziata al largo. Tre anni di mare e la stiva piena. Ragazzi, viva! Adesso

sentiremo le ultime novità dalle Figi.».14

Arrivò dall'ingresso un gran calpestìo di stivali da mare: la porta venne spalancata, e ruzzolò dentro una ciurma

davvero selvatica di marinai. Infagottati nei pelosi giacconi da guardia, le teste fasciate da sciarpacce di lana tutte

rattoppate e sdrucite, le barbe impietrate dai ghiaccioli, parevano una torma irruente di orsi del Labrador. Erano appena

sbarcati e questa era la prima casa in cui mettevano piede. Nessuna meraviglia, quindi, che puntassero dritti sulla bocca

di balena, il banco dove l'officiante, il vecchio Giona piccolo e incartapecorito, cominciò subito a mescere in giro

bicchieri pieni. Uno si lamentava di un forte raffreddore alla testa, e Giona gli versò una pozione bituminosa di gin e

melassa giurando che era il rimedio sovrano per qualunque catarro o infreddatura, di qualsiasi data, non importa se

preso al largo della costa del Labrador o sopravvento a un'isola di ghiaccio.

Subito la bevanda salì alle teste, come fa di solito anche ai più solenni scolatori quando sono sbarcati da poco.

E cominciarono a caracollare per la stanza con fracasso. Però notai che uno di loro si teneva un po' da parte. Era chiaro

che non voleva guastare l'allegria dei compagni con la sua faccia morigerata, ma nel complesso evitava di fare il

baccano che facevano gli altri. Quest'uomo mi colpì subito; e siccome i poteri marini avevano stabilito che dovesse

diventare presto mio compagno di bordo (ma solo compagno di sonno per quanto riguarda questa storia), mi proverò qui

a farne una piccola descrizione. Era alto non meno di sei piedi, aveva spalle imponenti e un torace che pareva un

cassone d'ormeggio. Di rado ho visto un uomo così forzuto. Faccia assai scura e arsa, e i denti, per contrasto, bianchi da

abbagliare; nell'ombra fitta di quegli occhi fluttuavano ricordi che non parevano rallegrarlo troppo. La sua parlata

denunziava subito un meridionale, e la sua bella statura mi diceva che doveva essere uno dei montanari di alta mole che

vengono dalla catena degli Allegani in Virginia. Quando il chiasso dei compagni raggiunse il colmo, l'uomo se la

svignò inosservato, e non ne seppi altro finché non me lo ritrovai compagno in mare. Ma gli altri dopo qualche minuto

notarono la sua assenza. Per qualche motivo, dovevano averlo tutti in gran simpatia, perché cominciarono a sbraitare:

«Bulkington! Bulkington! Dov'è Bulkington?» e uscirono a precipizio per dargli la caccia.

Adesso erano quasi le nove, dopo quei baccanali la stanza pareva piombata in un silenzio quasi soprannaturale,

e io cominciai a riflettere con soddisfazione su un piccolo piano che m'era venuto in mente proprio prima che entrassero

i marinai.

A nessuno piace dormire insieme a un altro. Francamente perfino col proprio fratello è molto meglio non

dormire. Non so perché ma la gente quando dorme vuol farlo ognuno per conto suo. Quando poi si tratta di dormire con

uno sconosciuto, in una locanda che non si conosce di una città dove non si è mai stati, e questo sconosciuto è un

ramponiere, allora le obiezioni si moltiplicano all'infinito. Né ci può essere ragione al mondo che io marinaio debba più

di qualunque altro dormire a coppia in un solo letto, perché i marinai non dormono a coppia in mare più di quanto lo

facciano i re scapoli a terra. Certo, dormono tutti assieme in un locale, ma ognuno ha la sua branda, si copre con la sua

coperta e dorme nella sua pelle.

Più riflettevo su questo ramponiere e più detestavo l'idea di dormirci assieme. Era lecito supporre che

trattandosi di un ramponiere la sua biancheria, o laneria che fosse, non sarebbe stata della più pulita, certo non della più

fina. Cominciavo a torcermi tutto. Per giunta si stava facendo tardi, e il mio beneducato ramponiere avrebbe dovuto

essere a casa e in marcia verso il letto. Supponendo ora che venisse a cascarmi addosso a mezzanotte, come facevo a

sapere da che sporca tana usciva?

«Padrone, ho cambiato idea per quel ramponiere. A letto con lui non ci vado. Mi arrangio su questa panca.»

«Fa' come credi. Mi dispiace non poterti dare una tovaglia per materasso, perché è un tavolaccio schifoso», e

andava tastando bitorzoli e tacche. «Ma aspetta un po', Intaglio. Ho una pialla qui nel bancone. Aspetta, aspetta, che ti

farò stare proprio comodo.» Così dicendo andò a prendere la pialla, spolverò prima il banco col suo vecchio fazzoletto

di seta, e si mise di tutta forza a piallarmi il letto, ghignando di continuo come una scimmia. I trucioli volavano a destra

e a manca, sinché alla fine il ferro andò a cozzare contro un nodo inestirpabile. Il padrone stava per slogarsi un polso, e

io gli dissi di smetterla per amor di Dio: il letto era già abbastanza soffice per i miei gusti, e non vedevo come si potesse

con tutte le piallature del mondo ricavare un fondo di piume da un tavolaccio di pino. Così raccolse i trucioli con un

altro ghigno, li buttò nella stufa grande in mezzo alla stanza e se ne andò per i fatti suoi, lasciandomi a meditare sui miei

guai.

Presi la misura della panca e trovai che era corta di un piede: a questo si rimediava con la sedia. Però era anche

stretta di un piede, e l'altra panca del locale era circa quattro pollici più alta di quella piallata, sicché non era il caso di

accoppiarle. Allora misi la prima panca di fianco lungo il solo tratto di muro libero, lasciando in mezzo un po' di vuoto

per sistemarci la schiena. Ma subito mi resi conto che da quel davanzale entrava uno spiffero così gelato che non c'era

niente da fare, anche perché dalla porta scassata un secondo spiffero veniva incontro al primo, e tutti e due assieme

facevano una serie di mulinelli nell'immediata adiacenza del posto dove avevo pensato di passare la notte.

Il diavolo si porti quel ramponiere, pensai. Un momento: forse potevo prevenirlo. Chiudo a chiave la porta di

dentro, mi ficco a letto, lo lascio pestare la porta senza svegliarmi. Non pareva una cattiva idea, ma a ripensarci lasciai

perdere. Chi mi assicurava infatti che l'indomani mattina, appena messo il naso fuori di camera, il ramponiere non fosse

piantato all'ingresso e pronto a lasciarmi per morto?

Per concludere, mentre tornavo a guardarmi attorno e non vedevo altra possibilità di passare una notte decente

tranne che nel letto di qualcuno, cominciai a pensare che dopo tutto i miei pregiudizi contro quel ramponiere ignoto

potevano anche essere ingiustificati. Ora aspetto un poco, penso, non può tardare molto ad arrivare. Gli do una bella

guardata, e chi sa che non diventiamo buonissimi amici di letto. Non si può mai dire.

Il fatto è che gli altri pensionanti continuavano a rientrare uno, due o tre per volta e se ne andavano a letto; del

mio ramponiere neanche l'ombra..15

«Padrone!» dico, «ma che razza di uomo è, rientra sempre così tardi?» Ci mancava poco a mezzanotte.

Il padrone rifece la sua risatella magra, come divertito assai da ciò che non riuscivo a capire. «No,» rispose, «di

solito è un tipo mattiniero. Presto a letto e presto in piedi, sicuro, è uno che piglia pesci. Ma stasera è uscito a svendere,

capisci, e proprio non mi spiego che diavolo gli fa fare così tardi, tranne che forse non riesce a smerciare la testa.»

«Smerciare la testa? Ma cos'è questa storia?» Cominciavo ad arrabbiarmi forte. «Padrone, vuoi dire sul serio

che in questa notte benedetta di sabato, o meglio mattina di domenica, quell'uomo va in giro e si dà da fare per vendersi

la testa?»

«Precisamente,» disse il padrone, «e io gliel'ho detto che qui non poteva farcela perché il mercato è pieno.»

«Ma di che?» gridai.

«Di teste, appunto. Non ci sono troppe teste al mondo?»

«Stammi a sentire, padrone,» dissi con assoluta freddezza, «meglio smetterla con queste favole, non sono un

fesso.»

«Può darsi.» Prese una scheggia di legno e si appuntò uno stuzzicadenti. «Ma ci scommetto che avrai fessa la

zucca se quello ti sente che gli calunni la testa.»

«Io gliela rompo, la testa,» feci imbestialito da quelle sue assurdità.

«È già rotta,» dice.

«Rotta? Rotta hai detto?»

«Sicuro, ed è per questo che non riesce a venderla, credo.»

«Padrone,» dico, e m'avvicino gelido come il monte Ecla in una tormenta. «Padrone, piantala di raschiare. Tu e

io dobbiamo spiegarci, e subito per giunta. Io vengo alla tua locanda e chiedo un letto; tu mi rispondi che puoi darmene

solo metà, e l'altra metà è di un certo ramponiere. E su questo ramponiere che ancora non ho visto continui a

raccontarmi storie che sono le più grossolane mistificazioni e provocazioni, e che finiscono col farmi venire la nausea

per questa persona con cui debbo dormire: che è un rapporto, padrone, estremamente intimo e confidenziale. Ora ti

domando di parlare chiaro, e dirmi chi e che diavolo è questo ramponiere e se posso stare tranquillo sotto ogni punto di

vista passando la notte con lui. E in primo luogo sarai così gentile da rimangiarti questa storia della testa: perché, se è

vera, è prova sicura che questo ramponiere è pazzo da manicomio, e non ho nessuna intenzione di dormi re con un

pazzo; e tu amico, dico tu, padrone, tu egregio signore, sapendo questo e cercando di convincermi a farlo, ti rendi di

conseguenza passibile di azione penale.»

«Càspita,» disse il padrone tirando un gran respiro, «questo sì è un predicozzo per uno che si sbottona di rado.

Ma sta' tranquillo, non ti preoccupare, questo ramponiere che ti dicevo è appena arrivato dai mari del Sud, dove ha

comprato un mucchio di teste imbalsamate della Nuova Zelanda (gran rarità come sai) e le ha vendute tutte tranne una,

e quest'ultima cerca di venderla stanotte, perché domani è domenica e non sarebbe il caso di andare in giro a vendere

teste umane mentre la gente va in chiesa. Ci ha provato domenica scorsa ma lo trattenni proprio mentre usciva, con

quattro teste infilate in uno spago che sul mio onore parevano una filza di cipolle.»

Questo resoconto chiarì il mistero che altrimenti era incomprensibile, e provò che dopo tutto il padrone non

aveva avuto nessuna intenzione di prendermi in giro, ma d'altra parte che pensare di un ramponiere che la notte di

sabato la passa fuori, fino alla santa domenica, dandosi da fare per vendere teste di miscredenti morti, che è un vero

lavoro da cannibali?

«Padrone, credimi, questo ramponiere è un tipo pericoloso.»

«Paga puntuale,» fu la risposta. «Ma andiamo, si fa tardi assai, fai meglio a dare un colpo di coda. È un buon

letto: ci dormimmo io e Sall la notte che ci sposammo. C'è spazio abbastanza per tirare calci in due, in quel letto: è un

lettone onnipotente. Figurati che prima di cambiarlo Sall ci sistemava i bambini ai piedi, Sam e Johnny. Ma una notte

cominciai a stirarmi nel sonno, e non so come, Sam andò a finire per terra e quasi si ruppe un braccio. Allora Sall disse

che bisognava cambiarlo. Vieni con me, che ti do una candela.» Così dicendo accese una candela e me la porse, facendo

l'atto di passare avanti. Ero ancora incerto. Allora guardò il pendolo nell'angolo e sbottò: «Perdio è già domenica, non lo

vedrai quel ramponiere stanotte, avrà gettato l'ancora chi sa dove. Cammina dunque, muoviti, no?»

Considerai la cosa un momento, e poi andammo su e mi portò in una stanzuccia fredda come un'ostrica e

fornita, bisogna dirlo, di un letto spettacoloso, che quasi potevano starci comodi quattro ramponieri.

«Ecco qua,» disse il padrone piazzando la candela su una cassaccia da viaggio sciancata che faceva doppio

servizio di portacatino e tavolo di centro: «Eccoci, mettiti in libertà e buona notte.» Stavo guardando il letto. Mi voltai

ed era sparito.

Ripiegando la coperta mi chinai sul letto. Non era certo fra i più eleganti, ma superò l'esame abbastanza bene.

Poi mi guardai attorno: e oltre alla lettiera e al tavolo di centro non vidi altro che appartenesse al locale tranne una rozza

scansia, le quattro mura, e un parafuoco di carta col disegno di un uomo che colpiva una balena. Di roba che non

apparteneva propriamente alla stanza c'erano una branda affardellata e buttata per terra in un angolo, e un grosso sacco

da marinaio che conteneva il guardaroba del ramponiere, senza dubbio al posto di un baule di terraferma. Inoltre, un

pacco di esotici uncini d'osso di pesce nello scaffale sul camino, e una lunga fiocina appoggiata alla testiera del letto.

Ma che è quell'affare sulla cassa? Lo presi, l'avvicinai alla candela, lo tastai, l'annusai, feci di tutto per arrivare

a una spiegazione plausibile. Non potrei paragonarlo che a un grosso stoino ornato torno torno di ciondoletti tintinnanti,

come gli aghi di porcospino colorati attorno a un mocassino indiano. Al centro di questa stuoia c'era un buco o fessura,

come si trova nei ponci del Sudamerica. Ma era possibile che un ramponiere sensato si cacciasse in un tappetino da

ingresso, e andasse in giro per una città cristiana con quella roba addosso? Me lo misi per prova e mi oppresse come mi.16

fossi cacciato in una cesta, perché era spesso, ispido in modo incredibile, e apparentemente anche umidiccio, come se il

ramponiere misterioso l'avesse portato in una giornata di pioggia. Così conciato mi avvicinai a un pezzo di specchio

incollato al muro, e uno spettacolo simile in vita mia non l'avevo mai veduto. Me lo strappai di dosso con tanta fretta

che mi presi una storta al collo.

Sedetti sulla sponda del letto e cominciai a pensare a questo ramponiere smerciatore di teste e al suo tappeto.

Dopo avere pensato un poco seduto sul letto, mi alzai, mi tolsi la giubba, e mi misi a pensare in mezzo alla camera. Poi

mi tolsi la giacca e pensai un altro poco in maniche di camicia. Ma cominciando ora a sentire un gran freddo, mezzo

svestito com'ero, e ricordando ciò che aveva detto il padrone, che probabilmente il ramponiere non sarebbe tornato

affatto quella notte, visto che era così tardi, non stetti più a frastornarmi: sgusciai da calzoni e stivali, soffiai sulla

candela e mi buttai nel letto mettendomi nelle mani di Dio.

Se il materasso fosse pieno di pannocchie di granturco o d stoviglie rotte non è facile dirlo, ma certo mi rigirai

parecchio e per un bel pezzo non chiusi occhio. Alla fine scivolai in un leggero sopore, e quasi quasi filavo al largo

verso la terra del Primosonno, quando sentii nel corridoio un passo pesante e vidi un filo di luce entrare in camera da

sotto l'uscio.

Dio mi salvi, penso, dev'essere il ramponiere, quel dannato mercante di teste. Ma rimasi immobile come un

morto e deciso a non fiatare sinché non mi si parlasse. La candela in una mano, e quella famosa testa nell'altra, lo

sconosciuto entrò in camera e senza guardare al letto posò la candela parecchio lontano da me, in un angolo del

pavimento; quindi si mise a lavorare di dita sui nodi del saccone che come dissi prima stava nella camera. Non vedevo

l'ora di guardarlo in faccia, ma quello la tenne rivolta dall'altro lato per tutto il tempo che rimestò per slacciare la bocca

del sacco. Fatto questo, però, si volse, e allora Dio che vista! Una faccia! Era di un colore cupo, purpureo e giallastro,

tutta chiazzata qua e là di grossi riquadri nericci. Sì, era proprio come temevo, un compagno di letto terribile; avrà preso

parte a una rissa, è stato massacrato, e viene dritto dal chirurgo. Ma in quel momento gli capitò di voltare la faccia alla

luce e vidi benissimo che non potevano assolutamente essere cerotti, quei quadrati neri sulle guance. Erano macchie, chi

sa di cosa. Dapprima non ci capivo niente, ma subito ebbi sentore della verità. Ricordai la storia di un bianco, anzi

proprio un baleniere, che era capitato fra i cannibali ed era stato tatuato. A questo ramponiere, conclusi, nel corso dei

suoi lunghi viaggi sarà capitata la stessa avventura. E dopo tutto che vuol dire? pensai. È solo questione di facciata. Un

uomo può essere onesto sotto qualunque pelle. D'altro canto non sapevo spiegarmi quel colorito inumano, quello cioè

delle parti attorno, che niente avevano a spartire coi quadrelli del tatuaggio. Certo, poteva trattarsi semplicemente d'una

buona mano di abbronzatura tropicale, ma non avevo mai sentito dire che il sole forte possa dare a un uomo bianco il

colore della tintura di iodio. Però non ero mai stato nel Sud, e magari laggiù il sole produceva sulla pelle questi effetti

straordinari. Basta, mentre tutti questi pensieri mi passavano come lampi per il cervello, il ramponiere non si era accorto

di me assolutamente. Ma avendo dopo qualche difficoltà aperto la sua sacca, si mise a rovistarci dentro e subito ne tirò

fuori una specie d'ascia di guerra, e una bisaccia di foca col pelo. Le mise sulla cassaccia in mezzo alla camera, afferrò

la testa neozelandese che era proprio una roba da vomitare, e la ficcò nel sacco. Infine si tolse il cappello, un cappello

nuovo di castoro, e io trattenni un urlo, tanta fu la nuova sorpresa. Non aveva capelli in testa, o quasi, niente altro che

un ciuffetto attorcigliato sul davanti. La testa pelata e rossiccia era precisa identica una testa di morto ammuffita. Se non

si fosse trovato fra me e la porta, mi sarei buttato fuori più in fretta che non abbia mai buttato giù un pranzo.

Ebbi anzi lo stesso l'idea di calarmi dalla finestra, ma eravamo al secondo piano, all'interno. Non sono un

vigliacco, ma non sapevo più assolutamente cosa pensare di quel rosso farabutto mercante di teste umane. L'ignoranza è

madre della paura, e trovandomi completamente confuso e rimbambito di fronte a questo strano tipo, lo confesso, ne

ebbi paura come se il demonio stesso avesse fatto irruzione in piena notte nella mia camera. Ne avevo tanta paura, di

fatti, che non avevo neanche il coraggio di parlargli e di esigere una spiegazione soddisfacente su quelle sue incredibili

qualità.

Intanto quello continuava l'operazione di spogliarsi, e infine mostrò il petto e le braccia. Quant'è vero che son

vivo, queste sue parti nascoste erano tutte marcate con gli stessi scacchi che aveva in faccia; la schiena pure, tutta a

quadrelli neri; pareva che avesse combattuto in qualche guerra dei trent'anni e ne scappasse proprio allora con una

camicia di cerotti. Non solo, persino le gambe aveva marcate, come se un branco di rane verdiscure stessero

arrampicandosi sopra tronchetti di palme. Ormai non c'era dubbio che costui doveva essere qualche selvaggio

abominevole, imbarcato su una baleniera nei mari del Sud e quindi sbarcato su questa terra cristiana. A pensarci mi

venivano i brividi. E per giunta un mercante di teste, magari le teste dei suoi fratelli. Magari s'incapricciava della mia...

per Dio! Guarda che mannaia!

Neanche il tempo di rabbrividire ebbi, che il selvaggio si mise a fare qualcosa che ipnotizzò la mia attenzione

completamente, e mi persuase che doveva essere proprio un senzadio. Si era avvicinato al gabbano, mantello o giaccone

di lana pesante che aveva appeso a una sedia, e frugando nelle tasche ne tirò fuori una curiosa figuretta sgorbia, con una

gobba sul dorso e il colore preciso di un neonato congolese di tre giorni. Ricordando la testa imbalsamata, quasi pensai

dapprima che quel manichino nero fosse un bambino autentico conservato in qualche maniera simile. Ma vedendo che

non pareva flessibile affatto, e luccicava come un pezzo di avorio lustrato, conclusi che doveva essere solo un idolo di

legno, e così infatti risultò. Perché ora il selvaggio va al camino vuoto, toglie il parafuoco di carta, e piazza quella goffa

cosina tra gli alari, dritta come un birillo. Gli stipiti del camino e i mattoni lì dentro erano tutti neri di fuliggine, perciò

pensai che quel focolare era proprio il tempietto che ci voleva, la cappelluccia adattissima al suo idolo congolese.

Ora strizzavo forte gli occhi verso la figura seminascosta, e nello stesso tempo stavo sulle spine, per vedere

come andasse a finire. Quello cava anzitutto un paio di manciate di trucioli dalla tasca del gabbano, e li sistema con cura.17

davanti al feticcio; poi ci mette sopra una scaglia di galletta, accosta la fiamma della candela e accende i trucioli in un

bel fuoco sacrificale. Quindi diteggia svelto tra la fiamma, ritrae ancora più svelto le dita come se le avesse scottate

malamente, e alla fine riesce ad acchiappare la galletta; ne soffia via un po' di cociore o di cenere, e ne fa una cortese

offerta al negretto. Ma quel diavoletto non parve gradire per niente un tipo di alimentazione così asciutto: nemmeno

mosse le labbra. Tutte queste buffonerie furono accompagnate da suoni gutturali ancora più strambi da parte del fedele,

che pareva pregare in cantilena o cantare qualche salmodia pagana, facendo intanto con la faccia le smorfie più

innaturali. Alla fine, spegnendo il fuoco, sollevò l'idolo senza troppe cerimonie e lo rificcò nella tasca del mantello, con

la noncuranza di un cacciatore che insacca una beccaccia morta.

Tutti questi strani procedimenti aumentavano la mia preoccupazione, e vedendo ora da certi chiari sintomi che

quello stava per finire le sue faccende e saltare a letto, pensai che era il momento, ora o mai più, prima che spegnesse la

luce, di rompere l'incanto che mi aveva paralizzato così a lungo.

Ma il tempo che mi ci volle a decidere cosa dire mi fu fatale. Presa dal tavolo l'accetta di guerra egli ne guardò

per un attimo la testa, e accostandola alla fiamma con la bocca al manico ne tirò grandi nuvole di fumo di tabacco.

L'attimo dopo la candela era spenta e questo cannibale feroce, la scure tra i denti, mi balzò nel tetto. Io senza più

potermi trattenere gridai, e con un improvviso grugnito di stupore quello cominciò a palparmi.

Balbettando qualcosa, non so che, rotolai contro il muro e lo scongiurai, chiunque o qualunque cosa fosse, di

star buono e lasciarmi alzare e riaccendere la candela. Ma le sue risposte gutturali mi fecero subito capire che egli

afferrava malissimo ciò che gli dicevo.

«Chi diavolo?» disse infine, «tu no parlare, dannazione, io ammazzo!» E la mannaia accesa cominciò a

svolazzarmi attorno nel buio.

«Padrone, per amor di Dio, Pietro Bara!» gridai. «Padrone! Allarme! Bara! Angeli! Aiuto!»

«Parla! Dici chi sei, o diavolo ammazzo!» ringhiò di nuovo il cannibale mentre i suoi paurosi svolazzi con

l'ascia mi spargevano addosso le ceneri di tabacco ardenti, tanto che credetti che la biancheria mi stesse per pigliar

fuoco. Ma grazie a Dio in quel momento il padrone entrò in camera con la candela in mano, e con un salto dal letto gli

corsi incontro.

«Andiamo, niente paura,» disse ricominciando a ghignare. «Queequeg qui non è capace di torcerti un capello.»

«E smettila di ghignare,» urlai. «E perché non mi hai detto che questo ramponiere dell'inferno era un

cannibale?»

«Ma credevo che lo sapessi... non ti ho detto che era fuori a smerciar teste? Be', un altro colpo di pinne, e torna

a dormire. Queequeg, senti: tu capisci me, io capiscio te: questo uomo dorme te. Capisci me?

«Me capire molto,» grugnì Queequeg tirando alla pipa e alzandosi a sedere sul letto.

«Tu dentro,» aggiunse facendomi cenno con la scure di guerra e buttando da un lato la sua roba. E in realtà lo

fece in una maniera non solo civile ma veramente cortese e caritatevole. Stetti a guardarlo un momento. Con tutti i suoi

tatuaggi, era in complesso un cannibale pulito e di aspetto gradevole. Che è tutto questo chiasso che ho fatto, dico a me

stesso: costui è un essere umano proprio come me, ed ha tanto motivo di temermi come io di temere lui. Meglio dormire

con un cannibale sobrio che con un cristiano ubriaco.

«Padrone, digli di mettere via l'ascia o pipa o quello che sia, insomma digli di smettere di fumare e andrò sotto

con lui. Non mi piace avere a letto uno che fuma. È pericoloso. Per giunta non sono assicurato.»

Glielo disse, e Queequeg subito consentì, e di nuovo mi accennò gentilmente di mettermi a letto, rotolandosi

tutto da una parte come per dire: Non ti sfioro nemmeno una gamba.»

«Buona notte, padrone,» dissi, «puoi andare.»

Mi ficcai sotto: mai dormito meglio in vita mia.

IV • LA COPERTA

Svegliandomi la mattina dopo verso l'alba, trovai che Queequeg mi aveva gettato un braccio addosso nel modo

più affezionato e tenero. Si poteva pensare che ero sua moglie. La coperta era a mosaico, piena di buffi quadretti e

triangolini di molti colori, e quel suo braccio tatuato col disegno di uno sterminato labirinto cretese, dove non c'erano

due pezzi dello stesso tono (questo era dovuto, credo, al fatto che quando era in mare egli esponeva il braccio senza

metodo al sole e all'ombra, con le maniche rimboccate ora molto e ora poco), quel suo braccio, dico, somigliava preciso

a una striscia di quella trapunta colorata. Anzi, siccome il braccio riposava in parte sulla coperta quando apersi gli

occhi, riuscii appena a distinguerlo, tanto si mescolavano i colori, e solo perché ne sentivo il peso e la pressione

m'accorsi che Queequeg mi teneva abbracciato.

Le mie impressioni erano strane. Vediamo se so spiegarle. Da bambino, ricordo bene, mi era capitato un fatto

abbastanza simile: se poi fu realtà o sogno non sono mai riuscito a capirlo perfettamente. Si trattò di questo. Avevo fatto

qualche monelleria: se non erro, avevo tentato di arrampicarmi per il camino, come avevo visto fare qualche giorno

prima a un piccolo spazzacamino. Mia matrigna, che per un motivo o per l'altro stava sempre a suonarmele con la frusta

e a mandarmi a letto senza cena, mia matrigna mi tirò giù per le gambe e mi spedì a letto, malgrado fossero solo le due

del pomeriggio del ventuno giugno, che nel nostro emisfero è il giorno più lungo dell'anno. Ero disperato. Ma c'era poco.18

da fare, e così me ne salii nella mia stanzetta al terzo piano, mi svestii il più adagio possibile per ammazzare un po' di

tempo, e con un sospiro amaro mi cacciai tra le lenzuola.

Me ne stavo lì steso, e calcolavo con malinconia profonda che dovevano passare sedici ore piene prima che

potessi sperare una risurrezione. Sedici ore a letto! A pensarci mi dolevano le reni. E inoltre il giorno era così luminoso:

il sole entrava sfavillante dalla finestra, un gran trepestio di carrozze per le strade, e il suono di voci gaie per tutta la

casa. Mi sentivo sempre peggio; alla fine mi alzai, mi rivestii, e scendendo piano piano con le calze ai piedi andai a

cercare mia matrigna e all'improvviso mi gettai ai suoi piedi, supplicandola di darmi come favore speciale una buona

pestata per la mia cattiva azione; qualunque cosa insomma, tranne che condannarmi a restare a letto per tanto tempo

insopportabile. Ma quella donna era la migliore, la più scrupolosa matrigna del mondo. Dovetti tornare su nella mia

camera. Per parecchie ore rimasi disteso, completamente sveglio, e mi sentivo peggio assai che non mi sia mai

successo, neanche nelle maggiori disgrazie che ho avuto in seguito. Infine caddi, immagino, in un torpore penoso da

incubo; e uscendone a poco a poco, ancora mezzo affogato nei sogni, apersi gli occhi e la camera già assolata era adesso

avvolta nel buio della notte. Subito mi sentii percorrere tutto da una scossa. Non si vedeva niente, non si sentiva niente;

ma mi parve che una mano soprannaturale mi stringesse la mano. Il mio braccio pendeva lungo la coperta, e la forma o

fantasima silenziosa, indefinibile, inimmaginabile a cui apparteneva la mano pareva sedermi vicino sulla sponda del

letto. Per ciò che mi parve una durata di secoli e secoli stetti così, agghiacciato dalle paure più tremende, e non osavo

ritirare la mano, eppure pensavo continuamente che, solo a poterla muovere di un pollice appena, l'orribile incantesimo

si sarebbe spezzato. Non so come questa sensazione, alla fine, svanì via. Ma svegliandomi al mattino; di colpo ricordai

tutto con un brivido, e per giorni e settimane e mesi mi perdetti in tentativi angosciosi di spiegare quel mistero. Perfino

oggi mi capita di ricominciare a pensarci.

Ora, se togliamo quello spavento terribile, le mie sensazioni a sentire quella mano soprannaturale nella mia

somigliavano assai nella loro stranezza a ciò che provai svegliandomi e vedendomi addosso il braccio pagano di

Queequeg. Ma infine tutti gli avvenimenti della notte scorsa riconfluirono quieti, uno per uno, in una realtà precisa, e

allora avvertii solamente il lato comico di quell'impiccio. Perché più tentavo di smuovergli il braccio e sciogliere la sua

stretta matrimoniale, e più lui addormentato com'era si avviticchiava, come se niente ci potesse dividere tranne la morte.

Allora cercai di svegliarlo: «Queequeg!», ma la sola risposta fu un ronfio. Mi rivoltai, che mi sentivo la gola chiusa in

un collare da cavallo, e all'improvviso mi sentii graffiare un poco. Butto la coperta da un lato, e vedo la mannaia

assopita a fianco del selvaggio, come un bimbo dal faccino affilato. Guarda che seccatura, pensai: a letto in pieno

giorno, a casa di sconosciuti, assieme a un cannibale e a un'ascia di guerra. «Queequeg! Per amor di Dio, Queequeg

svegliati!» Finalmente, a furia di contorsioni e strepiti e proteste per la sconvenienza di tenere abbracciato un maschio

in quella maniera coniugale, riuscii a strappargli un grugnito. Subito ritirò il braccio, si scrollò tutto come un cane di

Terranova che esce dall'acqua, si mise a sedere a letto impalato come un bastone, e mi guardava e si strofinava gli occhi

come non ricordasse bene in che modo gli ero capitato in letto, sebbene a poco a poco pareva albeggiargli dentro una

vaga coscienza di saperne qualcosa. Intanto io stavo fermo e me lo studiavo, me lo studiavo accuratamente quel tipo

così buffo, perché ormai non avevo nessuna seria apprensione. Basta, quando parve giunto a una qualche conclusione

sulla natura del suo compagno di lenzuolo, e si fu per così dire riconciliato col fatto, l'amico balzò a terra e a forza di

cenni e rumori mi fece capire che voleva vestirsi per primo, se non avevo niente in contrario, e io mi potevo vestire

dopo, con tutta la camera a disposizione. Queequeg, pensai, viste le circostanze questa è una proposta civilissima. La

verità, dite ciò che volete, è che questi selvaggi hanno un senso innato di delicatezza. È incredibile come siano garbati

per costituzione. Faccio questo complimento speciale a Queequeg perché mi trattò con tanta civiltà e considerazione,

mentre io mi comportai da grandissimo maleducato, piantandogli addosso gli occhi e spiando tutti i suoi gesti durante la

toletta, mostrandomi insomma più curioso che educato. Però un uomo come Queequeg non si vede tutti i giorni. Non c'è

dubbio che lui e le sue abitudini meritavano un'attenzione speciale.

Cominciò a vestirsi dalla cima, mettendosi in testa il cappello di castoro, che per inciso era altissimo, e poi,

ancora privo di pantaloni, si mise a caccia degli stivali. Che diavolo volesse fare non so, ma la mossa seguente fu di

schiacciarsi, stivali in mano e cappello in testa, sotto il letto; e dagli sforzi e dagli ansiti violenti che faceva dedussi che

si affannava a mettersi le calzature, per quanto, che io sappia, nessuna legge di convenienza richiede che uno si apparti

per calzare gli stivali. Ma Queequeg, vedete, era una creatura di transizione: né bruco né farfalla. Aveva solo quel tanto

di civiltà sufficiente a sfoggiare la sua natura diversa nelle maniere più strane. La sua educazione non era ancora

terminata. Era senza diplomi. Se non fosse stato un pochino civile, molto probabilmente avrebbe evitato del tutto la

seccatura di usare stivali; ma d'altra parte, se non fosse stato ancora un po' selvaggio, non si sarebbe mai sognato di

ficcarsi sotto il letto per metterseli ai piedi. Alla fine emerse col cappello tutto ammaccato, schiacciato sugli occhi, e si

mise a zoppicare e cigolare per la stanza. Pareva che, non trovandosi molto abituato a portare stivali, quel suo paio di

vacchetta umida e grinzosa, probabilmente neanche fatti su misura, lo pizzicassero e tormentassero alquanto di primo

acchito in quel mattino velenoso.

E ora, vedendo che non c'erano tendine alla finestra, e per la strettezza del vicolo la casa di fronte godeva di

una bella vista nella nostra camera, e rendendomi sempre più conto della figura indecorosa che faceva Queequeg a

starsene in giro con addosso poco più del cappello e degli stivali, lo pregai come meglio mi riuscì di accelerare un poco

la sua toletta, e soprattutto di infilarsi i pantaloni al più presto. Accondiscese e passò a lavarsi. A quell'ora di mattina

ogni cristiano si sarebbe lavata la faccia. Queequeg, con mia grande sorpresa, si contentò di limitare le abluzioni al

torace, alle braccia e alle mani. Poi s'infilò il panciotto, agguantò un pezzo di sapone sul tavolo portacatino, lo tuffò

nell'acqua e cominciò a insaponarsi la faccia. Seguivo le sue mosse per vedere dove teneva il rasoio, quando quello,.19

figuratevi, va a prendere il rampone vicino al letto, sfila la lunga asta di legno, sfodera la cima, l'affila un poco sullo

stivale, va a piazzarsi davanti al pezzo di specchio sul muro e comincia una vigorosa raschiatura o piuttosto fiocinatura

delle ganasce. Penso, Queequeg, ques to si chiama fare uso delle ottime lame di Rogers. Ma in seguito l'operazione mi

sorprese meno, quando seppi che acciaio di prim'ordine forma la testa di un rampone, e come siano mantenuti sempre

affilatissimi i due lunghi tagli dritti.

Il resto della toletta fu presto ultimato, e Queequeg marciò fuori camera con passo superbo, avvolto nel grande

gabbano da pilota, e il rampone brandito come un bastone di maresciallo.

V • A COLAZIONE

Seguii presto il suo esempio, e sceso al bar avvicinai con molta cordialità faccia di ghigno, il padrone. Con lui

non ce l'avevo davvero, anche se si era divertito parecchio alle mie spalle con questa storia del mio compagno di letto.

Ma una buona risata è una gran bella cosa, e una bella cosa piuttosto rara. Questo è il vero peccato. Perciò se

un uomo ha la fortuna di avere addosso ciò che serve a un altro per farsi una buona risata, non abbia esitazione, ma si

disponga allegramente a impiegarsi e a farsi impiegare a quello scopo. E chi si porta addosso qualche generosa esca alle

risate, è un uomo che vale più di quanto non si pensi. Ci potete scommettere.

Ora la stanza del bar era piena dei pensionanti arrivati la notte prima. Ancora non li avevo studiati bene. Erano

quasi tutti balenieri: primi, secondi e terzi ufficiali di coperta, carpentieri, bottai, fabbri, fiocinatori e guardiani, una folla

bruciata e muscolosa con le barbe a boscaglia, una banda pelosa e irsuta, tutti coi giubboni di mare per abiti da

passeggio.

Si capiva a prima vista da quanto tempo ciascuno era a terra. La ganascia di quel giovanotto che scoppia di

salute ha la tinta di una pera rosolata dal sole, e si direbbe che ha lo stesso profumo di muschio: sarà tornato al massimo

tre giorni fa da un viaggio alle Indie. Quell'uomo che gli sta accanto sembra più chiaro di qualche sfumatura; ha quasi

un riflesso, direi, di legno satinato. Nel colorito di un terzo perdura una tintarella tropicale, ma già un po' scolorita:

senza dubbio è a terra da settimane. Ma dove trovare una guancia come quella di Queequeg? Striata di tinte varie, come

la fiancata ovest delle Ande, pareva esibire in una singola rassegna zone e zone di climi contrastanti.

«Si mangia, oh!» gridò ora il padrone spalancando una porta, e tutti entrammo a far colazione.

Dicono che la gente che ha visto il mondo diventa più spigliata di maniere, perfettamente disinvolta in

compagnia. Non sempre, direi: Ledyard, il gran viaggiatore della Nuova Inghilterra, e Mungo Park lo scozzese, tra tutti

gli uomini furono i meno spigliati in un salotto. Ma forse la semplice traversata della Siberia in una slitta tirata da cani,

come fece Ledyard, o la lunga passeggiata solitaria a pancia vuota nel cuore dell'Africa nera, che fu la massima impresa

del povero Mungo, forse questo tipo di viaggio, dico, non è la maniera migliore di farsi una gran rifinitura mondana.

Eppure questa è una cosa che, in genere, la si trova dovunque.

Questi pensieri, proprio qui, sono occasionati dal fatto che messici a tavola tutti quanti, e mentre mi preparavo

a sentire qualche bel racconto di balene, con mia non poca sorpresa quasi tutti mantennero un silenzio profondo. Non

solo, ma avevano un'aria impacciata. Sicuro, avevo davanti una muta di lupi marini, molti dei quali avevano abbordato

senza la minima timidezza grandi balene, in mezzo a oceani completamente sconosciuti, e le avevano duellate a morte

senza battere ciglio, eppure se ne stavano qui a mangiare assieme, tutti dello stesso mestiere, tutti di gusto affine,

sbirciandosi l'un l'altro come pecore, come non si fossero mai allontanati da non so che ovile sperduto fra le Montagne

Verdi. Uno spettacolo buffo, questi orsacci pieni di rossori, questi ammazzabalene intimiditi.

Ma quanto a Queequeg, ebbene Queequeg sedeva in mezzo a loro, e per combinazione si era perfino piazzato a

capo tavola, freddo come un pezzo di ghiaccio. Certo, se parliamo di raffinatezza, posso dire poco a suo favore. Il suo

più sfegatato ammiratore non avrebbe potuto pienamente giustificare la sua maniera di portami la fiocina a colazione e

di usarvela senza tante cerimonie, allungandola sopra la tavola a rischio immediato di parecchie teste, per arraffiarsi le

bistecche. Ma questo lo faceva certo con molto distacco, e ognuno sa che a giudizio dei più, fare una cosa con distacco

vuol dire farla con educazione.

Ma sorvoliamo su tutte le stravaganze di Queequeg a colazione: come scansava il caffè e i panini caldi e

concentrava tutta la sua attenzione sulle bistecche al sangue. Basti dire che, finita la colazione, si ritirò con gli altri nella

sala comune, accese la sua scure-pipa, e rimase lì seduto a fumare e digerire beatamente col suo cappello inseparabile in

testa, mentre io uscivo a farmi due passi.

VI·• LA STRADA

Se ero rimasto sbalordito, la prima volta che mi era apparso un barbaro come Queequeg che circolava tra

l'educata società di una città civile, quella meraviglia svaporò subito quando uscii per la prima volta a fare due passi di

giorno per le strade di New Bedford.

Nelle vie movimentate vicino agli scali, ogni porto di mare importante offre spesso alla vista i più straordinari

esemplari di gente forestiera. Perfino a Broadway o a Chestnut Street, a volte marinai mediterranei urtano di gomito le.20

signore spaventate. Regent Street non è ignota a Lascari e Malesi; e a Bombay, nel campo d'Apollo, spesso Yankees in

carne e ossa hanno messo fifa a quelli del posto. Ma New Bedford batte ogni Water Street o Wapping; perché nei posti

summenzionati si vedono solo marinai, mentre a New Bedford cannibali autentici si fermano a chiacchierare agli angoli

delle vie, veri selvaggi insomma, ché molti portano ancora sulle ossa carne non battezzata. Chi viene da fuori resta a

bocca aperta.

Ma oltre ai figiani, tongatabuari, erromanghesi, pannangiani e brighggiani, e a parte i selvaggi esemplari della

baleneria che vanno barcollando per le strade senza che nessuno ti faccia caso, si vedono altri spettacoli ancora più

curiosi, certamente più comici. Arrivano ogni settimana in questa città grande numero di pivelli dal Vermont o dal New

Hampshire, tutti bramosi di lucro e gloria nella pesca. I più son giovanotti di ossatura gagliarda, gente che ha abbattuto

foreste e ora vuole buttare la scure e acchiappare la lancia da balena. Molti sono verdi come le Montagne Verdi da dove

vengono. In certe cose, vi paiono nati un'ora prima e non più. Ma guardate quel tale che doppia l'angolo a passo di

parata: cappello di castoro, giacca a coda di rondine stretta da un cinturone alla marinara, coltello a lama fissa con

fodero. Ed eccone un altro col cappello d'incerata e il mantello di bambagina.

Un dandy cittadino non regge mai al confronto con uno di campagna, uno che è cafone sul serio, dico, uno che

durante la canicola è capace di mietere il suo ettaro coi guanti di capretto per paura di abbronzarsi le mani. Ora quando

uno così si mette in testa di farsi una chiara fama, ed entra nel gran consorzio della baleneria, dovreste vedere le

comicità che commette quando è arrivato al porto d'imbarco. Ordina il corredo, e pretende bottoni a campana per i

panciotti e bretelle per i calzoni di tela. Poveraccio, che boccate di veleno quando le bretelle salteranno alla prima

burrasca, e si vedrà buttato, bretelle, bottoni e tutto, dentro la gola della tempesta.

Ma non bisogna credere che questa famosa città ha da mostrare ai turisti solamente ramponieri, cannibali e

cafoni. Niente affatto. Però, che posto buffo questa New Bedford. Se non era per noi balenieri, oggi questo pezzo di

terra sarebbe in condizioni da piangere, proprio come la costa del Labrador. Così com'è, ci sono parti alle spalle

dell'abitato che fanno spavento, tanto paiono tutt'osso. La città in sé è forse il posto più simpatico per viverci di tutta la

Nuova Inghilterra. È il paese dell'olio, d'accordo, ma non come Canaan paese, anche, del grano e del vino. Per le vie

non scorre latte, e nemmeno le lastricano a primavera con uova fresche. Ma ciò nonostante non c'è posto in tutta

l'America dove si trovano più case dall'aspetto patrizio, parchi e giardini più opulenti, di New Bedford. Da dove sono

venuti? Come hanno attecchito su questa che una volta era una scarna scoria di terra?

Andate a guardare i simbolici ramponi di ferro attorno a quel palazzo magnifico, e troverete la risposta. Sicuro:

tutte queste belle case e giardini fioriti sono venuti dall'Atlantico, dal Pacifico e dall'Oceano Indiano. Sono stati

infiocinati e tirati qui a secco tutti quanti dal fondo del mare. Lo stesso Herr Alexander non potrebbe fare cosa più

mirabile.

Dicono che a New Bedford i padri danno balene in dote alle figlie, e spartono il patrimonio fra i nipoti con

qualche porco marino a testa. Bisogna andare a New Bedford per vedere un matrimonio coi fiocchi, perché ogni casa,

dicono, ha depositi d'olio, e ogni notte bruciano il tempo spensierati con candele di spermaceti.

D'estate la città fa piacere a vedersi, piena di aceri magnifici, lunghi viali di verde e d'oro. E in agosto, alti

nell'aria, gli ippocastani belli e generosi, come candelabri, offrono al passante dritti coni affusolati di fiori compatti.

Così onnipotente è l'arte, che in parecchi quartieri di New Bedford ha soprapposto terrazze smaglianti di fiori sulle

rocce secche di scarto che buttarono via l'ultimo giorno della creazione.

E le donne di New Bedford sbocciano come le loro rose rosse. Ma le rose si aprono solo d'estate, mentre

l'incarnato bellissimo di quelle guance è eterno come la luce del sole nel settimo cielo. Trovare fiori così in altri posti

non si può, tranne a Salem, dove, mi dicono, le ragazze hanno un profumo tale nel fiato, che i loro innamorati marini le

annusano a miglia di lontananza da terra, come se accostassero le profumate Molucche e non le sabbie puritane.

VII • LA CAPPELLA

Sempre a New Bedford si trova una cappella del Baleniere, e pochi sono i pescatori sul punto di partire per

l'Oceano Indiano o il Pacifico, che per quante noie abbiano in testa manchino di farvi una visita domenicale. Non io

certo.

Tornato dal mio primo giretto mattutino, uscii di nuovo con questo speciale proposito. Il tempo era passato da

un freddo sereno e pulito alla nebbia e al nevischio violento. Mi strinsi addosso il giaccone peloso di quel panno

chiamato pelle d'orso, e mi apersi un varco tra la bufera cocciuta. Entrando, trovai una piccola congrega sparsa di

marinai e di mogli e vedove di marinai. Regnava un silenzio oppresso, rotto solo ogni tanto dalle strida della tempesta.

Ogni muto fedele pareva sedere apposta lontano dagli altri, come se ogni dolore fosse insulare e incomunicabile. Il

cappellano non era ancora arrivato; e queste isole di uomini e donne senza parola sedevano lì con gli sguardi inchiodati

a certe lapidette di marmo, coi bordi neri, murate nella parete ai due lati del pulpito. Tre di esse dicevano più o meno

così, ma non pretendo citare:

Consacrata

alla memoria

di.21

JOHN TALBOT,

che all'età di diciott'anni fu perduto in mare

vicino all'isola della Desolazione, al largo della Patagonia

il 1° novembre 1836.

Questa lapide alla sua memoria

la sorella pose.

*

Consacrata

alla memoria

di

ROBERT LONG, WILLIS ELLERY,

NATHAN COLEMAN, WALTER CANNY, SETH MACY,

E SAMUEL GLEIG,

formanti l'equipaggio di una lancia

della

NAVE ELISA,

portati via da una balena

nelle acque di pesca del Pacifico

il 31 dicembre 1839.

Questo marmo posero

i compagni sopravvissuti.

Consacrata

alla memoria

del fu

CAPITANO EZEKIEL HARDY,

che sulla prua della lancia

fu ucciso

da un capodoglio sulle coste del Giappone

il 3 agosto 1833.

Questa lapide dedica

alla memoria

la vedova.

Scrollai il nevischio dal cappello e dalla giubba incrostati di gelo, sedetti vicino alla porta, e rigirandomi fui

meravigliato di vedermi accanto Queequeg. Commosso dalla solennità della scena, aveva un'aria intronata, uno sguardo

incredulo e incuriosito. Questo selvaggio fu l'unica persona tra i presenti che parve notare il mio ingresso, perché era

l'unico a non sapere leggere, e quindi non stava leggendo quelle iscrizioni gelide sul muro. Se in quella congregazione

si trovava qualche parente dei marinai i cui nomi apparivano là non sapevo; ma sono tante le disgrazie della pesca di cui

non resta memoria, e parecchie delle donne presenti avevano così evidentemente l'aspetto se non l'addobbo di qualche

pena incessante, che sono sicuro che lì, davanti a me, stava radunata gente dal cuore ancora malato, in cui la vista di

quelle lapidi tetre faceva sanguinare di nuovo, simpateticamente, le vecchie ferite.

Voi che avete morti seppelliti sotto l'erba verde, che stando tra i fiori potete dire: Qui, qui giace il mio caro, voi

non sapete che desolazione cova in petti come quelli. Che vuoti amari in quei marmi bordati di nero che non coprono

ceneri! Che disperazione in quelle scritte immutabili! che privazioni mortali e infedeltà non volute in quelle righe che

paiono rosicchiare ogni fede, e rifiutare la resurrezione a degli esseri morti chi sa dove, senza tomba. Invece di qui,

queste lapidi, potrebbero stare benissimo nella caverna di Elefanta.

In quale censimento di creature vive sono inclusi i morti dell'umanità? Perché un proverbio universale dice di

loro che essi non raccontano niente, sebbene abbiano più segreti da dire delle Sabbie di Goodwin? Perché mai al nome

dell'uomo che se ne andò ieri all'altro mondo noi premettiamo una parola così significativa e infedele, eppure non gli

diamo lo stesso nome se egli parte soltanto per le Indie più remote di questa viva terra? Perché le compagnie di

assicurazione sulla vita pagano premi di morte su gente immortale? In che paralisi eterna e immobile, in che estasi

mortale e disperata giace ancora l'antico Adamo che è morto da ben sessanta secoli? Com'è che rifiutiamo sempre di

ricevere conforto per la perdita di gente, che pure secondo noi vivono in una beatitudine indicibile? E perché tutti i vivi

si sforzano talmente per fare tacere tutti i morti, tanto che basta il rumore di uno che bussa in una tomba per terrorizzare

un'intera città? Tutte queste cose non sono senza significato.

Ma la fede, come uno sciacallo, si nutre in mezzo alle tombe, e perfino da questi dubbi cadaverici estrae la sua

speranza più vitale.

Non c'è bisogno di dire con quale impressione, alla vigilia di un viaggio a Nantucket, io guardavo quelle

tavolette di marmo, e leggevo alla luce fuligginosa di quel giorno abbuiato e triste il destino dei balenieri che mi

avevano preceduto. Sicuro, Ismaele, ti può toccare la stessa sorte. Ma non so perché, mi tornò l'allegria. Incentivi

affascinanti all'imbarco, forse, buone probabilità di promozione. Come no: una lancia che si sfonda, e ho il brevetto.22

d'immortale in tasca. Sì, c'è la morte di mezzo in ques to lavoro con le balene, un modo caotico e incredibilmente veloce

di impacchettare un uomo per l'Eternità. Ma con questo? Ho l'impressione che abbiamo travisato in maniera madornale

questa storia della vita e della morte. Ho il sospetto che ciò che chiamano la mia ombra qui sulla terra, sia la mia

sostanza vera. Ho l'idea che nel guardare alle cose spirituali siamo troppo come l'ostrica, che osserva il sole attraverso

l'acqua, e ritiene quel liquido denso la più fine delle atmosfere. Credo proprio che il mio corpo sia soltanto la feccia

della mia essenza migliore. In verità si prenda questo mio corpo chi vuole, se lo prenda pure, non è affatto me stesso. E

allora tre evviva a Nantucket; e mi si sfondi pure la lancia, o mi si sfondi la pancia quando ha da essere, perché di

sfondarmi l'anima neanche Giove è capace.

VIII • IL PULPITO

Non ero seduto da molto, quando entrò uno con un che di venerabile nella sua prestanza; e appena la porta

spinta dal temporale gli sbatté alle spalle, un rapido e rispettoso occhieggiare di tutta la congregazione bastò a provare

che questo vecchio imponente era il cappellano. Sicuro, il famoso padre Mapple, come lo chiamavano i balenieri in

mezzo ai quali era popolarissimo. Da giovane era stato marinaio e ramponiere, ma ormai da molti anni dedicava la sua

vita al sacerdozio. Al tempo di cui scrivo, padre Mapple era nel forte inverno di una vecchiaia senza acciacchi, quel tipo

di vecchiaia che pare vuole sfociare in una seconda fioritura di gioventù, perché tra tutte le fessure delle sue rughe

affioravano teneri sprazzi di un nuovo sboccio imminente: il verde della primavera che sbuca perfino di sotto la neve di

febbraio. Se uno aveva sentito raccontare la sua storia, non poteva vedere per la prima volta padre Mapple senza il

massimo interesse, perché in lui come sacerdote c'erano alcune radicate peculiarità da imputarsi a quell'avventurosa vita

di marinaio che aveva condotto. Quando entrò, notai che non portava ombrello e certo non era arrivato in carrozza,

perché il cappello di cerata gli buttava neve fusa come una grondaia, e il gran gabbano da pilota pareva quasi tirarlo a

terra, tanto era il peso dell'acqua che aveva bevuto. Comunque, cappello, gabbano e soprascarpe se li tolse uno per uno

e li appese in un angolino accanto all'uscio; dopodiché, abbigliato in modo decoroso, s'avvicinò quieto al pulpito.

Questo era altissimo come sono in genere i pulpiti alla maniera antica, così alto che una scala normale avrebbe

ristretto seriamente, col suo lungo angolo col pavimento, lo spazio già limitato della cappella; sicché pare che

l'architetto aveva seguito un suggerimento di padre Mapple e ultimato il pulpito senza scala, usando per surrogato una

scaletta di legno a piombo, come quelle che si usano in mare per salire da una barca a bordo di un bastimento. La

moglie di un capitano baleniere aveva offerto alla cappella un bel paio di guardamani di lana rossa per questa scaletta,

che già aveva una bella testata ed era stata dipinta di un colore di mogano: considerato il tipo di cappella, tutto il

congegno non sembrava affatto di cattivo gusto. Fermandosi un momento ai piedi della scala, e afferrando con tutte e

due le mani i pomi ornamentali del corrimano, padre Mapple dette un'occhiata in su, e poi con una destrezza da vero

marinaio, ma sempre pieno di rispetto, si tirò su a forza di mani come se si arrampicasse sulla coffa di maestra della sua

nave.

Le parti a perpendicolo di questa scala, come succede di solito nelle scale pendenti, erano di cavo rivestito di

panno, e solo i piuoli erano di legno, sicché a ogni scalino c'era una snodatura. A prima occhiata non mi era sfuggito

che queste giunture, adatte senza dubbio su una nave, parevano inutili nel caso presente. Non mi aspettavo infatti di

vedere il padre Mapple, non appena in cima, voltarsi con flemma e sporgendosi dal pulpito tirare su la scaletta

deliberatamente, un piolo dopo l'altro, finché tutto l'attrezzo non fu ritirato, lasciandolo inespugnabile nella sua piccola

Quebec.

Mi misi un poco a riflettere, e non riuscivo a capire bene perché l'aveva fatto. Padre Mapple aveva una

riputazione così larga di uomo sincero e santo, che non potevo sospettarlo di corteggiare la notorietà con simili trucchi

da palcoscenico. No, pensai, ci dev'essere qualche ragione seria, la cosa deve anzi avere qualche significato riposto.

Sarà, allora, che, con questo gesto di isolani nella materia egli indica il suo temporaneo ritiro spirituale da tutti i vincoli

e rapporti esterni col mondo? È logico, perché questo pulpito, pieno della carne e del vino del Verbo, per il servo fedele

di Dio è una fortezza autarchica, un alto Ehrenbreitstein, con una fonte perenne dentro le mura.

Ma la scala di corda non era l'unica nota paradossale del posto che si riallacciasse ai vecchi viaggi marittimi del

cappellano. Il muro alle spalle del pulpito, tra i cenotafi di marmo a destra e a manca, era abbellito da una vasta pittura

rappresentante una valorosa nave che teneva testa a un uragano terribile, sopravvento a una costa di rocce nere e

frangenti bianchi come neve. Ma in alto, sopra la nuvolaglia in fuga e i cumuli che rotolavano oscuri, fluttuava

un'isoletta di luce da cui raggiava una faccia d'angelo; e questa faccia luminosa proiettava una macchia nettissima di

splendore sulla tolda sballottata del legno, un po' come la lastra d'argento che ora è inserita nel tavolato della Victory

dove cadde Nelson. «Ah nobile nave,» pareva dire l'angelo, «resisti, resisti nobile nave e tieni la tua rotta a ogni costo,

perché il sole, guarda, sta per rompere, le nuvole rotolano via, il più puro azzurro è vicino.»

E neanche il pulpito stesso era senza tracce di quel gusto marino che aveva dato forma alla scala e al dipinto.

La sua fronte a pannelli era come una prua piatta e larga di nave, e la Sacra Bibbia era appoggiata a una voluta

sporgente, che di una nave imitava il rostro a violino.

E come trovare qualcosa più piena di significato? Perché il pulpito è sempre la parte prodiera della terra; tutto

il resto vien dietro; il pulpito guida il mondo. È di lì che si avvista l'uragano dell'ira fulminea di Dio, è la prua deve.23

resistere al primo urto. È di lì, che si invoca il Dio delle brezze amiche o avverse, perché mandi venti favorevoli. Sicuro,

il mondo è una nave al suo viaggio di andata, non un viaggio completo. E il pulpito è la prua.

IX • LA PREDICA

Padre Mapple si alzò, e con un tono autorevole ma cortese e modesto ordinò al pubblico sparso di riunirsi.

«Banda dritta, laggiù, tutti a babordo. Banda sinistra a tribordo! In mezzo, in mezzo!»

Ci fu tra i banchi un trapestio soffocato di pesanti stivali da mare, e un fruscio ancora più sommesso di scarpe

femminili, e tutto si zittì di nuovo, e ogni occhio sul predicatore.

Per un poco stette immobile. Poi, inginocchiandosi a prua del pulpito, incrociò sul petto le manone abbronzate,

rovesciò la testa a occhi chiusi e profferì un'orazione con un fervore così profondo che parve genuflesso in preghiera in

fondo al mare.

Finita questa, con lunghe e solenni cadenze, come il continuo rintocco della campana su una nave che affonda

in mezzo alla nebbia, proprio con un tono così cominciò a leggere l'inno che segue; ma verso le ultime strofe cambiò

voce, e scoppiò in uno scampanio di gioia e di esultanza:

Le costole e gli orrori dentro la balena

m'inarcarono addosso un buio sinistro,

tutte le onde di Dio fluttuarono nel sole

sprofondandomi giù verso il giudizio.

Vidi aprirsi la strozza dell'inferno

con dentro pene, infinite tribolazioni;

solo chi le ha provate può parlarne;

e io precipitavo nella disperazione.

Nell'angoscia nera chiamai il mio Dio,

se mio ancora lo potevo pensare,

Egli chinò l'orecchio ai miei lamenti

e la balena non mi tenne più in carcere.

Egli corse rapido a darmi aiuto

come portato da un radioso delfino;

tremenda ma fulgida come un lampo brillò

la faccia del mio salvatore Iddio.

Il mio canto ricorderà per sempre

quell'ora terribile, quell'ora piena di gioia:

ne dò la gloria al mio Signore,

Sua è la potenza e la misericordia.

Quasi tutti si unirono a cantare, e l'inno si gonfiava sugli ululati della tempesta. Seguì una breve pausa; il

predicatore voltò lentamente le pagine della Bibbia, e alla fine, posando la mano a segnare la pagina giusta, disse:

«Amati compagni di viaggio, mano all'ultimo versetto del primo capitolo di Giona: "E Dio aveva preparato un gran

pesce per inghiottire Giona."

«Compagni, questo libro che ha solo quattro capitoli, solo quattro filacci, è uno dei legnoli più piccoli nel

potente cavo delle Scritture. Con tutto ciò, che abissi dell'anima scandaglia la lunga sagola di Giona! Che lezione

pregnante ci dà questo profeta! Che cosa nobile è quel cantico nel ventre del pesce, come un gran cavallone tremendo e

grandioso! Sentiamo il flusso montare su di noi, affondiamo con lui fino al fondo velloso delle acque, le alghe e tutta la

melma del mare ci avvolgono! Ma cos'è questa lezione che ci insegna il libro di Giona? Compagni, è una lezione a due

cavi: una lezione a noi tutti come peccatori, e una lezione a me come pilota del Dio vivente. In quanto peccatori è una

lezione per tutti noi, perché è la storia del peccato, della durezza di cuore, delle paure improvvise del castigo rapido, del

pentimento, delle preghiere, e finalmente della liberazione e della felicità di Giona. Come avviene per tutti gli uomini

che peccano, il peccato di questo figlio di Amittai fu nella sua disubbidienza cosciente al comando di Dio (lasciamo

stare per ora cosa fu quel comando e come venne impartito), un comando che egli trovò duro. Ma tutte le cose che Dio

vuole da noi sono dure a farsi, ricordàtelo: è per questo che Egli ci comanda, il più delle volte, invece di tentare la

persuasione. E se obbediamo a Dio dobbiamo disubbidire a noi stessi: ed è in questa disubbidienza a noi stessi che

consiste la difficoltà di obbedire a Dio.

«Con questo peccato di disubbidienza dentro, Giona vuole schernire Iddio ancora più cercando di sfuggirGli.

Egli crede che un bastimento fatto dagli uomini lo potrà portare in paesi dove non Dio regna, ma soltanto i comandanti.24

di questa terra. Se ne va girando come un ladro per i moli di Joppa, e cerca una nave che sia diretta a Tarsis. Qui forse si

nasconde un senso che finora è rimasto inosservato. Per quanto ne sappiamo Tarsis non poteva essere altro che la

moderna città di Cadice. Questa è l'opinione dei dotti. E dov'è Cadice, compagni? Cadice è nella Spagna; tanto lontana

per acqua da Joppa, quanto Giona poteva in ogni caso navigare a quei tempi antichi, ché l'Atlantico era un mare quasi

sconosciuto. Perché Joppa, compagni di bordo, la moderna Giaffa, è sulla estrema costa orientale del Mediterraneo, la

costa di Siria; e Tarsis o Cadice a più di duemila miglia a occidente, appena fuori lo stretto di Gibilterra. Non vedete

allora, compagni, che Giona cercava di fuggire da Dio per quanto è larga la terra? Disgraziato! Uomo schifoso, degno di

tutto il disprezzo, che col cappello sul naso e l'occhio colpevole cerca di sfuggire al Dio suo, e striscia in mezzo alla

confusione del porto come un vile scassinatore che ha fretta di trovare un passaggio. Il suo aspetto è così scompigliato e

criminoso, che se ci fossero stati poliziotti a quei tempi, per il solo sospetto di qualcosa di sporco Giona sarebbe stato

arrestato prima di mettere piede su un ponte. È così chiaro che fugge! Non ha bagagli, cappelliera, valigia o sacco da

viaggio, non ha amici che lo accompagnino alla banchina per dirgli addio. Alla fine, dopo molte caute ricerche, trova il

bastimento di Tarsis che imbarca gli ultimi colli; e mentre sale a bordo per andare in cabina a trovare il capitano, tutti i

marinai smettono per un momento di issare le merci per osservare l'occhio maligno dello sconosciuto. Giona se ne

accorge, ma inutilmente cerca di darsi un'aria disinvolta e sicura, inutilmente prova il suo miserabile sorriso. Una

repulsione istintiva e violenta per quell'uomo convince i marinai che egli non può essere innocente. Scherzando a modo

loro, ma in fondo con serietà, uno mormora all'altro: Jack, questo qui ha derubato una vedova, oppure: "Guardalo bene,

Joe: è un bigamo", o ancora: "Harry, vecchio mio, ho l'impressione che questo è l'adultero scappato di galera nella

vecchia Gomorra, oppure uno degli assassini che vanno cercando a Sodoma." Un altro corre a leggere l'avviso attaccato

al palo, sulla panchina a cui è ammarrata la nave, che offre cinquecento monete d'oro per la cattura di un parricida e

porta i connotati del ricercato. Legge, e va con gli occhi da Giona all'affisso, mentre tutti d'accordo i compagni fanno

ressa attorno a Giona, pronti a mettergli le mani addosso. Il povero Giona trema, si raccoglie in faccia tutto il suo

coraggio, e riesce solo a sembrare ancora più vigliacco. Non vuole riconoscersi malfido, ma basta già questo a destare

molti sospetti. Così fa come può, e quando i marinai trovano che non è l'uomo ricercato lo lasciano passare, e lui scende

in cabina.

«"Chi è?" urla il capitano che sgobba alla scrivania a preparare in gran fretta le carte per la dogana: "Chi è?"

Ah, questa domanda innocua, per Giona è uno strazio! Un momento, è quasi sul punto di voltare le spalle e tornare a

fuggire. Ma si riprende. "Vorrei un passaggio per Tarsis su questa nave; quando si parte, capitano?" Finora, con tante

cose da fare, il capitano non aveva alzato gli occhi, anche se Giona gli stava ormai davanti. Ma appena sente quella

voce vuota gli lancia un'occhiata piena di sospetto. "Salpiamo con la marea," risponde alla fine lentamente, fissandolo

sempre. "Non più presto, capitano?" "È presto abbastanza per ogni passeggero che ha la coscienza pulita." Ah, Giona,

un'altra pugnalata! Ma Giona si affretta a distrarre il capitano da quella traccia. "Parto con voi," dice, "quant'è il

passaggio? Pago subito." Compagni, è scritto proprio così, con precisione, come una cosa da non trascurarsi in questa

storia, "che egli pagò la tariffa" prima che il legno salpasse. E ciò, preso nel contesto, è pieno di significato.

«Ora, compagni, il capitano di Giona era di quelli che con la loro furbizia capiscono subito se uno è poco

pulito. ma per cupidigia smascherano soltanto i poveracci. In questo mondo, compagni, il peccato che paga può

viaggiare liberamente e senza passaporto, mentre la virtù, se è povera, viene fermata a ogni frontiera. Così il capitano si

prepara a sperimentare quant'è fonda la borsa di Giona, prima di dirgli in faccia cosa pensa. Gli domanda il triplo del

prezzo ordinario, e l'altro accetta. Allora il capitano scopre per sicuro che Giona è un fuggiasco, ma nello stesso tempo

decide di aiutare una fuga che si lascia dietro una scia d'oro. Eppure, quando Giona tira fuori lealmente la borsa,

prudenti sospetti molestano ancora il capitano. Fa suonare ogni moneta per vedere se è falsa. "Non è un falsario,

comunque," dice tra sé, e Giona viene registrato come passeggero. "Mostratemi la cabina, capitano," dice ora Giona.

"Sono stanco del viaggio. Ho bisogno di sonno." "Ti si legge in faccia," dice il capitano, "ecco la cabina." Giona entra e

vorrebbe serrare la porta, ma la serratura non ha chiave. Sentendolo armeggiare lì come uno scemo, il capitano ride

sotto i baffi e brontola qualcosa sulle porte delle celle in carcere, che non si possono mai chiudere dall'interno. Tutto

vestito e impolverato com'è Giona si butta nella cuccetta, e trova che il soffitto della piccola cabina quasi gli poggia

sulla fronte. L'aria è viziata, vi respira a fatica. Allora, in quel buco stretto, e immerso per giunta sotto la linea d'acqua

della nave, Giona ha il presentimento di quell'ora soffocante, quando la balena lo terrà nella cella più stretta dei suoi

visceri.

Avvitata al muro nel suo asse, una lucerna pensile oscilla appena appena nel locale, e sbandando la nave verso

il molo per il peso degli ultimi colli, la lucerna, fiamma e tutto, per quanto si muova un tantino, mantiene però

un'inclinazione costante rispetto alla cabina; ma in realtà, in sé, è dritta in modo infallibile, e solo rende evidenti i piani

falsi e bugiardi in mezzo a cui penzola. Questa lucerna allarma e spaventa Giona. Mentre è steso nella cuccetta e i suoi

occhi tormentati vanno girando per il locale, questo fuggiasco sinora così fortunato non trova rifugio per il suo sguardo

senza pace.

Ma la contraddizione della lampada lo atterrisce sempre più. Il pavimento, il soffitto e la parete sono tutti di

sbieco. "Oh!" geme, "così pende dentro di me la mia coscienza! Brucia dritta verso l'alto, ma le stanze dell'anima sono

tutte storte!"

«Come uno che dopo una notte di ubriachezza e di schiamazzi si affretta verso il letto, ancora vacillante ma

punto continuamente dalla coscienza, simile al cavallo romano da corsa cui i salti cacciano ancora più addentro nelle

carni i puntali d'acciaio; o come uno che in quella condizione miserabile continua a rivoltolarsi stordito dal dolore,

pregando Dio che lo annienti finché l'accesso non è passato, e alla fine, nel turbine di sofferenza che sente, lo invade un.25

torpore profondo, il torpore della morte per dissanguamento (perché la ferita è la coscienza e non c'è niente che può

farla stagnare", così, dopo atroci convulsioni nella cuccetta, l'enorme, pesante miseria di Giona lo trascina giù ad

affogarsi nel sonno.

«E intanto è venuta l'alta marea, si levano gli ormeggi, e dalla banchina deserta, senza saluti, la nave per Tarsis

scivola tutta sbandando verso il mare aperto. Quella nave, amici miei, fu il primo contrabbandiere della storia! Il

contrabbando era Giona. Ma il mare si ribella; non vuole portare il carico maledetto. Si scatena una tempesta terribile, la

nave rischia di cedere. Ma ora che il nostromo chiama tutti a sgravarla, mentre casse, balle e giare saltano con fracasso

le murate, e il vento stride e gli uomini urlano e ogni tavola rintrona di piedi che pestano proprio sulla testa di Giona, in

mezzo a tutto questo tumulto rabbioso Giona dorme il suo sonno osceno. Non vede il cielo nero e il mare in furia, non

sente le travi che tentennano, e non si sogna neanche di sentire o di temere l'impeto lontano della grande balena che

proprio in quel momento fende il mare con la bocca aperta, a caccia di lui. Proprio così, compagni: Giona era andato giù

nei fianchi della nave (era nella cuccetta in cabina, come ho detto) e dormiva forte. Ma il capitano atterrito viene a

cercarlo e gli sbraita nell'orecchio morto: "Che credi di fare, tu addormentato! Alzati! " Strappato al suo letargo da quel

grido pauroso, Giona si alza barcollando, sale incespicando in coperta, si afferra a una sartia per guardare il mare. Ma in

quel momento un'ondata felina scavalca le murate, gli salta addosso. Onda dopo onda balza così nella nave, e non

trovando sfogo rapido corre muggendo da prua a poppa, al punto che i marinai rischiano di annegare pur essendo a

galla. E ogni volta che la luna bianca mostra la sua faccia atterrita dai burroni ripidi nel buio lassù, Giona vede sempre il

bompresso puntare dritto in alto nel rinculo, e subito riabbattersi all'ingiù verso il fondo sconvolto.

«Terrori su terrori gli corrono urlanti per l'anima. In tutti i suoi atteggiamenti di paura, il fuggiasco da Dio si

svela ora troppo chiaramente. I marinai se ne accorgono, i loro sospetti si fanno sempre più certi, e alla fine, per vederci

proprio chiaro rimettendo tutto nelle mani dell'Altissimo, cominciano a tirare a sorte, così da scoprire per colpa di chi

gli è venuta addosso quella gran tempesta. La sorte cade su Giona. Allora con che furia lo assaltano di domande: "Che

mestiere fai? Da dove vieni? Di che paese sei? Di che stirpe?" Ma notate ora, compagni, il contegno del povero Giona. I

marinai eccitati gli domandano solo chi è e da dove viene, e invece ricevono non soltanto la risposta a quelle domande,

ma anche un'altra risposta, a una domanda che non gli avevano fatta. Ma questa risposta non sollecitata la strappa a

Giona la dura mano di Dio che è sopra di lui.

«Sono un ebreo,» grida e poi: "Temo il Signore Dio dei Cieli che ha fatto il mare e la terra!" Lo temi, Giona?

Certo, avevi proprio ragione di temerlo, allora, il Signore Iddio! E di colpo si mette a fare una confessione completa, per

cui i marinai sono ancora più atterriti, ma sempre disposti a compiangerlo. Perché quando Giona, senza implorare

ancora la misericordia di Dio, visto che sapeva anche troppo bene l'oscurità dei propri meriti, quando l'infelice Giona

grida loro di prenderlo e buttarlo in mare, perché sapeva che era colpa sua se quella gran tempesta li aveva colti, quelli

gli voltano le spalle per pietà e cercano di salvare la nave con altri mezzi. Ma tutto è inutile. Il temporale indignato urla

più forte. Allora, di controvoglia, una mano levata a invocare Dio, con l'altra afferrano Giona.

E ora vedete Giona sollevato come un'ancora e lasciato cadere in mare; e immediatamente dall'est una bonaccia

oleosa viene fluttuando sul mare, e il mare è fermo, e Giona si porta giù la burrasca lasciandosi dietro l'acqua cheta.

Scende nel cuore vorticoso di uno sconvolgimento così scatenato, che appena si rende conto dell'attimo in cui

ribollendo cade nelle fauci spalancate che lo aspettano; e la balena fa scattare tutti i suoi denti d'avorio, come tanti

bianchi chiavistelli, sulla sua prigione. Allora Giona pregò il Signore dal ventre del pesce. Ma notate la sua preghiera, e

imparate una grave lezione. Pieno di peccati com'era, Giona non piange né geme per ottenere subito la libertà. Egli

sente che la sua terribile punizione è giusta. Lascia a Dio tutta la sua salvezza contentandosi di questo, che malgrado

tutte le sue pene e afflizioni egli possa ancora vedere il Suo santo tempio. E questo, compagni, è pentimento vero e

pieno di fede, che non grida al perdono ma è grato del castigo. E quanto piacesse a Dio questa condotta di Giona, lo

dimostra la sua conclusiva liberazione dalla balena e dal mare. Compagni di viaggio, non vi metto davanti Giona per

copiarne il peccato, ma ve lo metto davanti come modello di pentimento. Non peccate. Ma se vi capita, state attenti a

pentirvene come Giona.»

Mentre diceva queste parole, gli ululati della bufera che infuriava lì fuori parevano dare al predicatore più

forza. Nel descrivere la tempesta di Giona, pareva lui stesso sbattuto da una tempesta. Il suo gran petto si gonfiava come

per un maremoto, le braccia che buttava qua e là parevano gli elementi nell'atto di azzuffarsi, e i tuoni che rotolavano

fuori dalla sua fronte bruna, e la luce che gli saltava dagli occhi, lo facevano guardare dai suoi ingenui ascoltatori con

un improvviso timore che non avevano mai provato.

Un momento di calma venne ora nel suo aspetto, mentre in silenzio tornava a voltare le pagine del Libro; e alla

fine, restando per un attimo fermo a occhi chiusi, parve comunicare con Dio e con se stesso.

Poi si sporse di nuovo verso il pubblico, e chinando la testa in giù, con un'aria della più profonda ma virile

umiltà, disse queste parole: «Compagni, Dio ha gettato solo una mano su di voi; tutte e due le sue mani mi schiacciano.

Vi ho letto, a quella luce debole che posso avere, la lezione che Giona insegna a tutti i peccatori; e quindi a voi, e più

ancora a me, perché io sono più peccatore di voi. E ora con quanta gioia scenderei da questa testa d'albero per sedermi

sui boccaporti dove voi sedete, e ascoltare come fate voi, mentre qualcuno di voi legge a me quell'altra e più terribile

lezione che Giona insegna a me, a me come pilota del Dio vivente. Come essendo un pilota-profeta consacrato, o

annunziatore di cose vere, e comandato dal Signore di fare risuonare quelle verità sgradite alle orecchie di una Ninive

malvagia, Giona sbigottito dalle inimicizie che avrebbe suscitato voltò le spalle alla sua missione e tentò di sfuggire al

suo dovere e al suo Dio imbarcandosi a Joppa. Ma Dio è dappertutto; a Tarsis non arrivò mai. Come abbiamo visto, Dio

gli venne addosso nella balena e lo inghiottì dentro baratri viventi di giudizio, e con guizzi veloci lo trascinò giù «nel.26

cuore dei mari» dove i mulinanti abissi lo succhiarono al fondo per diecimila tese, «le alghe gli fasciarono la testa» e

tutto il mare delle sventure gli rotolò addosso. Eppure anche allora, fuori portata da ogni scandaglio, "dalla pancia

dell'inferno", quando la balena andò a posarsi sulle ossature più profonde dell'oceano, anche allora Dio udì il profeta

inabissato e pentito gridare. Allora Dio parlò al pesce; e dal buio e dal freddo raccapricciante del mare la balena salì a

colpi di coda verso il sole tiepido e gradevole e tutte le delizie dell'aria e della terra; e "vomitò Giona sulla terra

asciutta" quando la parola del Signore suonò ancora una volta; e Giona, pesto e graffiato, le orecchie come due

conchiglie ancora piene del mormorio infinito dell'oceano, Giona fece la volontà dell'Onnipotente. E che cosa era questa

volontà, compagni? Predicare la Verità in faccia alla Menzogna. Questo era!

Questa, compagni, questa è l'altra lezione, e guai al pilota del Dio vivente che la trascura. Guai a chi si fa

distrarre nel mondo dal dovere evangelico! Guai a chi cerca di versare olio sulle acque quando Dio le ha fermentate

nella bufera! Guai a chi cerca di piacere invece che atterrire, guai a chi pensa più al suo buon nome che al bene! Guai a

chi in questo mondo non corteggia il disonore! Guai a chi non vuol essere sincero, anche se essere falso è la salvezza!

Sì, guai a chi, come dice il gran Pilota Paolo, mentre predica agli altri è lui stesso un naufrago!»

Si accasciò e per un momento parve smarrirsi. Poi alzando di nuovo il viso alla folla mostrò negli occhi una

gioia profonda, e nello stesso tempo gridò con un entusiasmo più che umano; «Ma compagni.! A sopravvento d'ogni

pena è una gioia sicura, e la cima di quella gioia è più alta di quanto non è basso il fondo del dolore. Il pomo di maestra

non è più alto di quant'è bassa la controchiglia? Gioia all'uomo, alta, altissima e interiore gioia, che contro gli dei e i

commodori superbi di questo mondo oppone sempre il proprio io inesorabile. Gioia a chi si regge ancora sulle forti

braccia quando la nave di questo mondo vile e traditore gli è sprofondata sotto. Gioia a chi nella verità non dà quartiere,

e uccide, brucia, distrugge ogni peccato anche se deve stanarlo da sotto le toghe dei giudici e dei senatori. Gioia, la gioia

dell'alberetto a chi non riconosce legge o signore, tranne il Signore Dio suo, ed è patriota soltanto del Cielo. Gioia a

colui che tutte le ondate dei flutti dei mari delle folle violente non possono mai smuovere da questa sicura Chiglia dei

Secoli. E gioia e delizia eterna a chi arrivato al riposo può dire col suo ultimo respiro: Padre, che soprattutto mi sei

conosciuto per la Tua sferza, io muoio qui mortale o immortale. Ho lottato per essere Tuo, più che di questo mondo o di

me stesso. Eppure questo è niente. Lascio a Te l'eternità. Perché cosa mai è l'uomo che egli debba vivere a lungo come

il suo Dio?»

Senza dire altro, fece pian piano un segno di benedizione, si coperse la faccia con le mani; e rimase così

inginocchiato, finché tutti se ne andarono e restò solo.

X • UN AMICO DEL CUORE

Quando tornai dalla cappella alla locanda dello Sfiatatoio, vi trovai Queequeg tutto solo. Se n'era andato di

chiesa un po' prima della benedizione. Sedeva sulla panca davanti al fuoco, coi piedi alla bocca della stufa, e con una

mano teneva vicino al naso il suo idoletto nero, fissandolo in faccia con molta attenzione e raschiandogli delicatamente

il naso col coltello a molla, mentre canterellava tra sé alla sua maniera pagana.

Ma vistosi interrotto mise la statuetta da parte, e dopo un poco si accostò alla tavola, vi prese un grosso libro,

se lo piazzò sul ventre e cominciò a contarne le pagine con gesti fermi e regolari. Dopo ogni cinquanta pagine, mi

parve, si fermava un momento, si guardava attorno con uno sguardo da idiota, e sbottava in un lungo e gorgogliante

fischio di stupore. Poi ricominciava con le altre cinquanta, e pareva che attaccasse ogni volta col numero uno, come

incapace di contare oltre la cinquantina. E il suo stupore per tanta moltitudine di pagine pareva provocato dalla scoperta

di tante cinquantine tutte assieme.

Mi sedetti a guardarlo con molto interesse. Selvaggio come era, con la faccia (almeno per i miei gusti)

schifosamente sfregiata, pure aveva un qualche cosa nella fisionomia che non dispiaceva affatto. L'anima non si

nasconde. Sotto quei suoi tatuaggi snaturati mi pareva di vedere le tracce di un cuore semplice e onesto; e nei suoi occhi

grandi e profondi, neri come la pece e pieni di coraggio, apparivano segni di un animo capace di sfidare mille diavoli. E

per giunta quel pagano aveva non so che aria nobile, che neanche la sua goffaggine riusciva a sfigurare completamente.

Aveva l'aspetto di uno che non ha mai strisciato e mai avuto creditori. Magari era il fatto che avendo la testa rasata, la

fronte gli saltava fuori bella lucida e nuda, e pareva più larga che sotto i capelli: non mi azzardo a dare un giudizio, ma

certo dal punto di vista frenologico aveva una testa eccellente. Potrà sembrare rid icolo, ma mi ricordava quella del

generale Washington ritratto nei busti popolari. Lo stesso lungo pendio che degrada con bella regolarità di sopra le

ciglia, e parimenti queste ultime assai sporgenti, come due lunghi promontori con boschi fitti in cima. Queequeg era lo

sviluppo cannibalesco di George Washington.

Mentre lo esaminavo così, con attenzione, un po' fingendo di stare a guardare l'acquazzone dalla finestra, egli

non mostrò affatto di notare la mia presenza né si prese il disturbo di darmi anche una sola occhiata; pareva tutto

occupato a contare le pagine di quel libro meraviglioso. Visto che la notte prima avevamo dormito assieme con estrema

affabilità, e considerando soprattutto quell'affettuoso braccio che mi ero trovato addosso svegliandomi la mattina, trovai

molto strana questa sua indifferenza. Ma i selvaggi sono esseri strani; certe volte non si sa proprio come prenderli.

Dapprima ti intimidiscono; la loro quieta e semplice capacità di dominarsi pare una saggezza socratica. Avevo anche

notato che Queequeg non bazzicava mai, o pochissimo, gli altri marinai della locanda. Non tentava mai nessun

approccio e non pareva avere nessun desiderio di allargare la cerchia delle sue conoscenze. Mi pareva assai eccentrico,.27

tutto questo, eppure a ripensarci aveva dentro qualcosa di quasi sublime. Figuratevi un uomo lontano da casa un

ventimila miglia (per la via del Capo Horn, dico, che per lui era l'unico modo di arrivarci), buttato fra gente così

estranea come fosse capitato sul pianeta Giove, e che ciononostante pareva perfettamente a suo agio, manteneva la

massima serenità, si contentava della compagnia di se stesso e a se stesso era sempre uguale. Questo sì che vuol dire

possedere un bel pizzico di filosofia, per quanto senza dubbio, Queequeg non aveva mai sentito parlare di una cosa

simile. Ma forse per essere veri filosofi noi mortali non dovremmo essere coscienti di vivere e di lottare da filosofi.

Appena sento che questo o quello si dichiara filosofo ne concludo che, come la vecchia dispeptica, deve aver rotto il suo

digeritore.

Mentre sedevo lì nella stanza che si era spopolata, e il fuoco bruciava lento in quella fase tenera quando,

scaldata l'aria con la prima vampata, non fa che rosseggiare per farsi godere con gli occhi, e le ombre e i fantasmi della

sera si raccoglievano attorno alle finestre e si chinavano dentro a sbirciare noi due, soli e muti, e fuori la tempesta

rimbombava in solenni crescendi e smorzature, cominciai ad avvertire strane sensazioni. Mi sentivo sciogliere dentro.

Non più il mio cuore a pezzi e la mia mano furiosa si rivoltavano contro un mondo di lupi. Questo selvaggio lenitivo me

lo aveva redento. Stava lì seduto, e la sua stessa indifferenza denunziava una natura che non nascondeva civili ipocrisie

né inganni soavi. Era un selvaggio. A vederlo, era il colmo degli spettacoli; eppure cominciavo a sentirmi attratto

misteriosamente verso di lui. E quelle stesse cose che a tanti altri potevano parere ripugnanti, erano proprio le calamite

che mi attiravano. Voglio provare un amico pagano, pensai, visto che la bontà cristiana si è dimostrata nient'altro che

vuota cortesia. Tirai accanto a lui la panca, e gli feci segni e cenni amichevoli, cercando di parlargli come meglio

potevo. Dapprima badò poco a quegli approcci; poi, quando accennai alle sue delicatezze della notte prima, si diede da

fare per domandarmi se dovevamo ancora dormire assieme. Gli dissi di sì, e mi sembrò soddisfatto e forse un poco

lusingato.

Allora cominciammo a sfogliare assieme il libro, e mi sforzai di spiegargli lo scopo dei caratteri a stampa e il

significato delle poche vignette che c'erano. Così catturai presto la sua attenzione, e di lì passammo a ciarlare bene o

male sulle varie cose che c'erano da vedere in quella famosa città. Gli proposi una fumata sociale; lui tirò fuori l'ascia e

la borsa del tabacco e mi offrì tranquillamente una boccata. Dopo di che ci mettemmo a scambiare boccate da quella sua

pipa selvaggia, facendola passare regolarmente dall'uno all'altro.

Se nel suo petto pagano covava ancora qualche ghiacciolo d'indifferenza nei miei riguardi, questa fumata

piacevole e cordiale che facemmo lo sciolse subito e ci lasciò vecchi amici. Mi si affezionò, credo, in modo naturale e

spontaneo, proprio come io a lui; e quando la fumata finì, incollò la fronte alla mia, mi abbracciò alla vita, e disse che

da quel momento eravamo maritati: che è un'espressione del suo paese per dire che eravamo amici del cuore; e se era

necessario era pronto a crepare per me. Ora, in un compaesano, questa fiammata improvvis a d'affetto poteva sembrare

troppo prematura, sospetta assai insomma. Ma per questo selvaggio ingenuo quelle vecchie regole non valevano affatto.

Dopo la cena e un'altra conversazione-fumata in società, ce ne andammo in camera assieme. Mi fece un regalo

della sua testa imbalsamata, prese l'enorme borsa del tabacco e frugandoci dentro ne cavò circa trenta dollari d'argento,

li sparse sul tavolo, li divise meccanicamente in due mucchi uguali, ne spinse uno verso di me e disse che era mio.

Stavo per protestare, ma mi fece tacere versandomeli nelle tasche dei pantaloni. Ve li lasciai. Poi si preparò alle

devozioni serali, tirò fuori l'idolo e spostò il parafuoco di carta. Da certi segni e sintomi mi parve di capire che teneva

molto a farmi partecipare alla cerimonia; ma io sapevo bene cosa veniva dopo, e stetti un poco a pensare se dovevo

accettare o meno nel caso mi invitasse.

Ero un buon cristiano; nato e cresciuto nel seno dell'infallibile Chiesa Presbiteriana. Come potevo allora unirmi

a questo selvaggio idolatra nell'adorazione del suo pezzo di legno? Ma pensai, che cos'è un culto? Credi davvero,

Ismaele, che il Dio magnanimo del cielo e della terra (pagani e tutti quanti inclusi) può essere mai geloso di un

insignificante pezzetto di legno nero? È impossibile. Allora cos'è il culto? Fare la volontà di Dio. Questo vuol dire culto.

E che cos'è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio.

Ora Queequeg è il mio prossimo. E cosa vorrei che facesse per me questo Queequeg? È logico, unirsi a me nella mia

speciale forma di culto presbiteriana. Di conseguenza, debbo unirmi a lui nella sua; ergo, debbo diventare idolatra. Così

diedi fuoco ai trucioli, l'aiutai a piazzare in piedi l'idoletto innocente, gli offersi assieme a Queequeg gallette bruciate,

gli feci due o tre salamelecchi, gli baciai il naso, e fatto questo ci spogliammo e andammo a letto in pace con la nostra

coscienza e con tutto il mondo. Ma non ci addormentammo senza prima fare quattro chiacchiere.

Perché non lo so, ma non c'è posto migliore di un letto per le confidenze tra amici. Marito e moglie, dicono, è lì

che si scoprono a vicenda il fondo dell'anima. E spesso certe vecchie coppie se ne stanno distese a chiacchierare dei

tempi passati fino quasi al mattino. Così, quella volta, nella luna di miele dei nostri cuori, ce ne stemmo allungati io e

Queequeg: proprio una coppia amabile e amorosa.

XI • CAMICIA DA NOTTE

Eravamo stati a letto in questo modo, un po' chiacchierando e un po' sonnecchiando, con Queequeg che a tratti

buttava le sue gambe scure e tatuate sopra le mie, tanto ci sentivamo liberi, disinvolti e pienamente amici, quando alla

fine a causa delle nostre chiacchiere quel poco di sonno che ci restava se ne andò completamente, e ci venne voglia di

alzarci, anche se l'alba, ancora, era abbastanza lontana..28

Insomma ci sentimmo svegli assai; tanto che la posizione distesa cominciò a stancarci, e a poco a poco ci

ritrovammo seduti a letto, le coperte ben rincalzate attorno, appoggiati alla spalliera, le quattro ginocchia alzate e strette

assieme e i due nasi che sfioravano le ginocchia come se le nostre rotule fossero scaldini. Stavamo benone, tutti caldi,

tanto più che fuori faceva un freddo cane; anche fuori della copertura, a dire la verità, perché nella camera non c'era

fuoco. E dico tanto più, perché se si vuole avere davvero un bel caldo in corpo, qualche pezzetto di quest'ultimo

dev'essere freddo: ché ogni qualità al mondo è tale solamente per contrasto. Niente esiste in se stesso. Se vi credete di

stare proprio bene dappertutto, e di esserlo stati per un pezzo, allora non si può dire che state ancora benone. Ma se,

come me e Queequeg in quel letto, avete la punta del naso e il cocuzzolo appena appena congelati, allora nel complesso

potete dire di sentire un caldo delizioso, un caldo inequivocabile. Per questo motivo il posto dove si dorme non

dovrebbe mai avere un fuoco, che è una delle scomodità di lusso dei ricchi. Anzi in questo caso il colmo della

raffinatezza è di non avere niente tranne la coperta tra voi col vostro calduccio e il gelo dell'aria esterna. Allora siete

proprio come l'unica favilla calda nel cuore di un cristallo polare.

Eravamo rimasti accovacciati così per un poco, quando all'improvviso mi venne in testa di aprire gli occhi:

perché quando sono tra le lenzuola, di giorno o di notte, sveglio o addormentato, ho l'abitudine di tenere sempre gli

occhi chiusi in modo da rendere più concentrato il piacere di stare a letto. Di fatti, nessuno può mai avvertire bene la

propria identità se non ha gli occhi chiusi; come se il buio fosse davvero l'elemento proprio della nostra essenza, anche

se la luce è più congeniale alla nostra parte di fango. Aperti gli occhi, dunque, e uscito da quel buio piacevole e

volontario nella tenebra forzosa e sgarbata della cieca mezzanotte che mi stava attorno, provai una sgradevole

repulsione. E non trovai niente da obiettare al suggerimento di Queequeg, che forse era meglio accendere qualche cosa,

dato che ormai eravamo completamente svegli, e per giunta gli era venuto un gran desiderio di tirare qualche boccata in

pace dalla sua mannaia. Debbo dire che sebbene la notte prima il suo fumare a letto mi aveva dato un forte fastidio,

guardate come diventano elastici i nostri pregiudizi più rigidi appena l'amore viene a piegarli. Adesso niente mi piaceva

di più che vedere Queequeg che mi fumava vicino, anche a letto, perché allora mi pareva pieno di tanta serena gioia

casalinga; ormai la polizza d'assicurazione del padrone di casa non mi preoccupava eccessivamente. Ero solo sensibile

alla soddisfazione intima e intensa di dividere una pipa e una coperta con un vero amico. Coi nostri giacconi pelosi tirati

sulle spalle facevamo circolare l'ascia, finché sulle nostre teste crebbe un pendulo azzurro baldacchino di fumo,

illuminato dalla fiamma del lume che avevamo riacceso.

Forse, non so, quel baldacchino ondeggiante si portò via il selvaggio verso paesi remoti, ma ora Queequeg si

mise a parlare dell'isola dove era nato; e io, curioso di sentire la sua storia, lo pregai di continuare il racconto. Accettò

volentieri. A quel tempo, parecchie delle cose che diceva le capivo appena, ma quello che imparai dopo, quando mi

abituai meglio alla sua maniera spezzata di parlare, mi permette adesso di riferire tutta la sua storia. Spero venga bene

nel semplice scheletro che ne do.

XII • BIOGRAFICO

Queequeg era nato a Kokovoko, isola lontanissima, verso sudovest. Non è segnata in nessuna carta: i posti veri

non lo sono mai.

Quand'era un selvaggetto appena uscito dall'uovo e scorrazzava per i boschi natii con uno straccio d'erba

addosso, che le capre gli venivano dietro per brucarlo come fosse un alberuccio verde, già allora nel cuore ambizioso di

Queequeg covava un forte desiderio di vedere, del mondo cris tiano, qualcosa di più che uno o due esemplari di

baleniere. Suo padre era un Gran Capo, un re; suo zio un Gran Sacerdote; e dal lato materno vantava zie che erano

mogli di guerrieri invincibili. C'era sangue eccellente nelle sue vene: roba reale. Ma purtroppo, temo, viziato dalla

propensione cannibalesca che egli nutrì nella sua ignorante gioventù.

Una nave di Sag Harbor capitò nella baia di suo padre, e Queequeg domandò un passaggio per le terre

cristiane. Ma la nave, che aveva l'equipaggio al completo, respinse la sua richiesta; e tutta l'autorità di suo padre non

servì a niente. Ma Queequeg fece a se stesso una promessa solenne. Solo nella sua canoa, remò fino a uno stretto

lontano che la nave doveva traversare per forza nel lasciare l'isola. Da un lato c'era una scogliera di corallo, dall'altro

una bassa lingua di terra coperta di boschetti di mangrovie che crescevano nell'acqua. Nascosta fra gli arbusti la canoa,

sempre a galla e con la prua verso il mare, sedette a poppa, la pagaia pronta alla mano, e quando la nave gli scivolò

davanti guizzò fuori come un lampo, raggiunse la murata, con una pedata all'indietro rovesciò e affondò l'imbarcazione,

si arrampicò per le catene e buttandosi lungo sul ponte si afferrò all'anello di un bollone e giurò di non mollarlo anche

se lo facevano a pezzi.

Il capitano minacciò di farlo buttare fuori bordo, ma fu inutile; gli tenne sospesa una sciabola sui polsi:

Queequeg era figlio di re, e Queequeg non si smosse. Infine, colpito da quel disperato sangue freddo e da quel desiderio

selvaggio di vedere il mondo cristiano, il capitano si commosse, e gli assicurò che poteva restare tranquillo. Però quel

magnifico selvaggio, quel Principe di Galles marino non vide mai la cabina del comandante. Lo misero giù tra i marinai

e ne fecero un baleniere. Ma come lo Zar Pietro che accettava di sgobbare nei cantieri delle città straniere, Queequeg

non sdegnò nessuna apparente ignominia, se con essa poteva guadagnarsi la possibilità tanto desiderata di illuminare i

suoi compaesani ignoranti. Perché in fondo in fondo, così mi disse, era spinto da un gran desiderio di imparare dai

cristiani le arti con cui rendere la sua gente più felice di prima, e soprattutto migliore di prima. Ma purtroppo il modo di.29

vivere dei balenieri lo persuase presto che perfino i cristiani potevano essere e miserabili e malvagi, infinitamente più di

tutti i pagani di suo padre. Arrivato infine alla vecchia Sag Marbor, visto ciò che vi facevano i marinai, di lì venuto a

Nantucket e constatato come quelli spendevano le paghe anche lì, il povero Queequeg si riconobbe sconfitto. Pensò: è

cattivo il mondo, sotto tutti i meridiani. Morirò pagano.

E così, vecchio idolatra in fondo al cuore, pure viveva fra questi cristiani, vestiva come loro, e cercava di

parlare quella loro linguaccia. Perciò aveva quei modi strani, sebbene ormai era via da casa da parecchio tempo.

Gli domandai a cenni se non aveva l'intenzione di tornarci e farsi incoronare, visto che ormai suo padre poteva

considerarlo sotto terra, debole e decrepito com'era l'ultima volta che aveva ricevuto sue notizie. Rispose no, non

ancora; ma aveva paura, aggiunse, che il Cristianesimo o piuttosto i cristiani lo avevano reso indegno di ascendere il

trono puro e immacolato dei trenta re pagani che lo avevano preceduto. Però tra non molto, dice, sarebbe tornato

indietro, non appena si fosse sentito ribattezzato. Comunque per il momento voleva girare i mari e spassarsela in tutti e

quattro gli oceani. Avevano fatto di lui un ramponiere, e quel ferro uncinato era adesso il suo scettro.

Gli domandai quali piani aveva per il prossimo futuro. Rispose: tornare a imbarcarsi col solito impiego. Allora

gli dissi che anch'io ero partito per balene, e lo informai della mia intenzione di salpare da Nantucket, che per un

baleniere coraggioso era il porto più promettente da cui imbarcarsi. Egli decise subito di venire con me all'isola,

imbarcarsi sullo stesso vascello, farsi mettere nello stesso quarto, nella stessa barca e alla stessa mia mensa, insomma di

dividere ogni mia sorte. Con tutte e due le mie mani nelle sue, voleva buttarsi coraggiosamente in qualsiasi pentola ci

preparassero questo e l'altro mondo. E io accettai tutto con gioia: perché a parte l'affetto che ora sentivo per Queequeg,

costui era un ramponiere esperto e come tale non poteva non riuscire molto utile a uno come me, completamente al buio

dei misteri della caccia, per quanto pratico assai di mare dal punto di vista mercantile.

Finita la sua storia con l'ultimo sbuffo della pipa, Queequeg mi abbracciò, pigiò la fronte contro la mia, e

spenta la luce ruzzolammo via uno da un lato e uno dall'altro e ben presto ci addormentammo.

XIII • CARRIOLA

L'indomani mattina, lunedì, dopo avere ceduto come reggiparrucca a un barbiere la testa imbalsamata, regolai

il conto mio e del collega, usando però i soldi di quest'ultimo. Il sarcastico padrone, e anche i pensionanti, parvero

molto divertiti dall'amicizia improvvisa che era nata fra me e Queequeg; sopratutto perché le panzane del padrone sul

suo conto mi avevano allarmato tanto, prima, proprio riguardo alla persona che adesso mi ero presa per compagno.

Prendemmo in prestito una carriola, caricammo la nostra roba, compreso il mio povero sacco da viaggio, la

sacca di tela e la branda di Queequeg, e ce ne andammo giù verso il «Muschio», la piccola goletta postale per Nantucket

ormeggiata al molo. Al nostro passaggio la gente sgranava gli occhi, non tanto per Queequeg (perché erano abituati a

vedersi nelle strade cannibali come lui) ma perché ci vedevano assieme in tanta confidenza. Noi continuammo a

spingere la carriola a turno senza farci caso, Queequeg fermandosi ogni tanto per aggiustare il fodero sugli uncini del

rampone. Gli domandai perché si portava dietro a riva una cosa tanto ingombrante, e se ogni nave baleniera non

provvedeva a fornire i propri ramponi. A questo in sostanza rispose sì, ciò che dicevo era esatto, ma lui aveva un

attaccamento particolare al suo rampone, perché era di materia sicura, provato in molti combattimenti mortali, e

conoscitore profondo dei cuori delle balene. Insomma, come in terraferma molti mietitori e falciatori vanno ai prati

padronali armati delle proprie falci, anche se non sono obbligati affatto a fornirle, così Queequeg per ragioni private

preferiva il proprio rampone.

Togliendomi di mano la carriola mi raccontò una buffa storia a proposito della prima volta che aveva visto un

aggeggio simile. Era successo a Sag Harbor. Pare che i proprietari della sua nave gliene avessero imprestata una per

trasportare alla pensione il suo pesante cassone da viaggio. Per non dare l'impressione che non ne avesse mai viste,

sebbene in realtà non avesse la minima idea sul modo preciso di usare la carriola, Queequeg ci mette sopra il cassone, lo

lega stretto, poi si carica tutto sulle spalle e s'incammina per il molo. «Ma come,» dico, «Queequeg, ti pensavo più

furbo. E la gente non rideva?»

Allora mi raccontò un'altra storia. Pare che, gli abitanti della sua isola di Rokovoko, per le feste di nozze,

spremono l'acqua fragrante delle noci di cocco ancora verdi in una grossa zucca dipinta, come fosse una coppa da

punch; e questo recipiente costituisce sempre l'ornamento centrale della stuoia intrecciata su cui si tiene il festino. Ora

non so che grosso mercantile attraccò una volta a Rokovoko, e il comandante - che a quanto pare era un gentiluomo

assai solenne e meticoloso, almeno per un capitano di mare -, il comandante fu invitato alle nozze della sorella di

Queequeg, una graziosa principessina che compiva appena i dieci anni. Basta, quando tutti gli ospiti furono riuniti nella

casa di bambù della sposa, entra il capitano, viene scortato al posto d'onore, e si piazza di fronte al recipiente tra il Gran

Sacerdote e Sua Maestà il Re, padre di Queequeg. Recitata la preghiera di ringraziamento (perché quella gente ne ha

una proprio come noi, sebbene Queequeg mi spiegò che al contrario di noi, che in quella occasione abbassiamo gli

occhi al piatto, loro invece fanno come le anatre, e guardano in sù al gran datore di ogni festino), recitata come dicevo

questa preghiera, il Gran Sacerdote apre il banchetto col rito usato nell'isola da tempo immemorabile, cioè tuffando

nella bacinella le dita consacrate e atte a consacrare, prima che la bevanda benedetta sia fatta circolare. Vedendosi

piazzato accanto al prete, osservando la cerimonia e pensando, come capitano di nave, di avere senz'altro la precedenza

sul semplice re di un'isola, sopratutto poi in casa sua, il capitano si mette imperturbabile a lavarsi le mani nel bacile del.30

punch, prendendolo credo per una grossa vaschetta lavadita. «Ora,» dice Queequeg, «che credi, che i nostri non

ridevano?»

Alla fine, pagato il biglietto e sistemato il bagaglio, mettemmo piede sulla goletta. Questa, issate le vele,

scivolò giù per l'Acushnet. Da un lato New Bedford si alzò con i suoi terrazzi di strade, e gli alberi ghiacciati tutti

scintillanti nell'aria chiara e fredda. Alte colline e montagne di botti su botti erano ammassate sui moli, e le baleniere

vagabonde della terra stavano fianco a fianco nel silenzio, finalmente ben ormeggiate; ma da altre veniva un fracasso di

mastri d'ascia e di bottai, confuso ai rumori di fuochi e fucine per sciogliere la pece, tutti preannunci che si preparavano

nuove crociere; che un viaggio lungo e pieno di pericoli era finito solo perché ne cominciasse un secondo, e finito il

secondo ne sarebbe cominciato un terzo, e così via per sempre. Come è nella natura interminabile, anzi intollerabile, di

ogni sforzo terreno.

Appena guadagnato il mare più aperto, la brezza tonificante inforzò; il piccolo Muschio scosse la viva schiuma

dalla prua come un puledrino i suoi sbruffi. Come annusai quell'aria selvaggia! Come disprezzai quella terra chiusa,

quella comune stradona tutta intaccata dai segni di zoccoli e tacchi servili. E mi voltai a guardare con meravig lia la

magnanimità del mare che non ammette ricordi.

Alla stessa fonte di schiuma Queequeg pareva bere e barcollare con me. Le sue narici brune si dilatavano,

mostrava i denti aguzzi e levigati. Balzavamo sempre in avanti; e raggiunto il largo il Muschio rese omaggio alle

raffiche, svelto abbassò a tuffo la fronte come uno schiavo davanti al Sultano. Piegandoci su un fianco saettavamo di

sbieco, ogni cordame tintinnava come un cavo di metallo, e i due alberi slanciati si flettevano come canne indiane, a

terra, in mezzo al ciclone. Eravamo così pieni di questa scena turbinante, mentre ci reggevamo in piedi accanto al

bompresso che calava a precipizio, che non avvertimmo per un pezzo le occhiate beffarde dei passeggeri, un pugno di

novellini che si meravigliavano di vedere due esseri umani in tanta domestichezza, come se un bianco potesse avere in

se stesso più dignità di un negro imbiancato. Ma tra loro c'erano alcuni zoticoni e imbecilli che per la loro ignoranza

crassa parevano venire dal centro e cuore di ogni buio. Queequeg colse uno di questi coglioncelli a fargli il verso alle

spalle. Temetti che per quell'idiota fosse giunta l'ora del giudizio. Il robusto selvaggio si sbarazzò del rampone, prese

l'amico tra le braccia e lo buttò in aria di peso, con un'abilità e una forza quasi da miracolo. Poi con una leggera bussata

in poppa a metà del salto mortale, lo fece atterrare in piedi, coi polmoni che gli scoppiavano, mentre Queequeg

voltandogli le spalle accendeva la sua pipa di guerra e me la passava per una boccata.

«Hapitano, hapitano!» strillò quel fesso correndo verso l'ufficiale. «Hapitano, hapitano, c'è il demonio!»

«Ehi tu, amico!» gridò il capitano che pareva un'aringa salata, avanzando su Queequeg. «Che diavolo hai in

testa? Lo sai che lo potevi ammazzare?»

Queequeg si voltò verso di me placidamente: «Cosa dice?»

«Dice,» risposi, «che rischiavi di ammazzare quello lì», e indicai il pivellino che ancora tremava.

«Ammazzare?» esclamò Queequeg, e torse la faccia tatuata in una smorfia ultraterrena di disprezzo. «Ah,

quella minutaglia? Queequeg non ammazza minutaglia. Queequeg ammazza grossa balena!»

«Senti qua,» ruggì il capitano, «io ammazzo te, pezzo di cannibale, se fai un altro dei tuoi scherzetti a bordo.

Perciò apri bene gli occhi.»

Ma proprio in quel momento toccò al capitano aprire bene tutti e due gli occhi. Lo sforzo potente sulla vela

maestra aveva spezzato la scotta, e la terribile boma volava da un lato all'altro, spazzando letteralmente tutta la parte

poppiera del ponte. Quel poveraccio che Queequeg aveva tanto maltrattato finì fuori bordo. Tutti i marinai furono presi

dal panico. E tentare di afferrare la trave per bloccarla sembrava pazzia. Volava da destra a sinistra, e viceversa, quasi

nello stesso istante, e a ogni momento pareva che stesse per saltare in mille pezzi. Nessuno faceva niente, e niente

pareva che ci fosse da fare; quelli sul ponte si precipitarono a prua, e stavano paralizzati a fissare la boma come fosse la

ganascia di una balena impazzita. In mezzo a questa costernazione Queequeg si buttò svelto in ginocchio, e strisciando

sotto l'arco della boma afferrò di scatto un cavo, ne assicurò una cima alla murata, e roteando l'altro come un laccio

accalappiò la boma che gli spazzava sul capo; così, al balzo seguente, l'albero fu intrappolato e tutto fu al sicuro. La

goletta fu messa controvento, e mentre i marinai preparavano la lancia di poppa Queequeg, nudo fino alla cintola, saettò

dalla banda col lungo, vivo arco d'un salto. Per tre minuti o più fu visto nuotare come un cane, buttando dritte in avanti

le lunghe braccia e mostrando a turno le spalle robuste in mezzo alla schiuma gelida. Guardavo quell'uomo nobile e

glorioso, ma non vedevo nessuno che potesse salvare. L'imbecille era colato a picco. Ma ora, scattando su dall'acqua a

perpendicolo, Queequeg si guardò fulmineo attorno e parve rendersi conto di come stavano le cose. Si tuffò e

scomparve. Qualche altro minuto e riemerse, un braccio ancora teso nella bracciata, e l'altro che trascinava una forma

esanime. La barca li ripescò subito. Il povero zuccone fu rianimato. Tutti proclamarono Queequeg un tipo in gamba. Il

capitano gli fece le sue scuse. Da quel momento mi attaccai a lui come un'ostrica: finquando, cioè, il povero Queequeg

fece il suo ultimo tuffo.

Ma si è mai visto un uomo così incosciente? Non parve pensare affatto di essersi meritata una medaglia al

valore civile. Domandò solo un po' d'acqua, dell'acqua fresca, qualcosa per levarsi di dosso il sale. Ciò fatto indossò

vestiti asciutti, accese la pipa, si appoggiò alla murata, e dando un'occhiata tranquilla a chi gli stava attorno pareva dire

a se stesso: «Questo mondo è una mutua, una società per azioni, sotto tutti i climi. E a noi cannibali tocca aiutare questi

cristiani.»

XIV • NANTUCKET.31

Durante la traversata non successe più niente che vale la pena di menzionare; così dopo una bella corsa

arrivammo senza incidenti a Nantucket.

Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Osservate come se ne sta in un vero e proprio angolino del

mondo: lì, lontana dalla costa, più solitaria del faro di Eddystone. Guardatela: una pura e semplice collinuccia, una

spalla di sabbia; tutta spiaggia, senza sfondo. C'è più sabbia lì di quanta ne potete usare in vent'anni per surrogato della

carta assorbente. Qualche spiritoso vi dirà che le erbacce, laggiù, ve le debbono coltivare perché da sole non crescono;

che importano cardi dal Canadà; che un tappo per fermare la perdita d'un barile d'olio debbono mandarlo a cercare

oltremare; che a Nantucket portano in giro i pezzi di legno come a Roma le schegge autentiche della santa croce; che la

gente pianta funghi velenosi davanti a casa per mettervisi all'ombra d'estate; che un filo d'erba fa un'oasi, tre fili a un

giorno di marcia una prateria; che vi si calzano scarpe da sabbie mobili, un po' come in Lapponia le scarpacce da neve;

che vi si vive così chiusi, recinti, inserrati da ogni parte, avvolti e radicalmente isolati dall'oceano, che a volte perfino

alle sedie e alle tavole si trovano attaccate piccole arselle, come ai dorsi delle testuggini marine. Ma queste esagerazioni

provano soltanto che Nantucket non è l'Illinois.

E ora considerate la meravigliosa leggenda di come l'isola fu incivilita dai pellirosse. La tradizione è questa.

Nei tempi antichi un'aquila calò sulla costa del New England e si portò via negli artigli un bambino indiano. Con alti

pianti i genitori videro il loro bimbo perdersi di vista sull'ampio mare. Decisero di andargli dietro nella stessa direzione.

Salpando sulle canoe, dopo una traversata pericolosa scopersero l'isola, e vi trovarono un cestino d'avorio vuoto: lo

scheletro del povero bambino indiano.

E allora non c'è da stupirsi se questi uomini di Nantucket, nati su una spiaggia, si diano al mare per

guadagnarsi da vivere! Dapprima raccolsero granchi e arselle nella sabbia; fattisi più intraprendenti, scesero in acqua

con reti per sgombri; diventati più esperti, si spinsero fuori con le barche a pescare merluzzi; e alla fine, lanciando sul

mare una flotta di grandi navi, esplorarono quel mondo d'acqua, lo fasciarono con una cintura continua di viaggi, si

affacciarono allo stretto di Bering; e in tutte le stagioni e in tutti gli oceani dichiararono guerra eterna alla più potente

massa animata che sia sopravvissuta al diluvio, la più mostruosa, la più simile a una montagna. Quell'Imalaia di un

mastodonte d'acqua salata che è dotato di tale incredibile forza incosciente, che persino i suoi momenti di panico vanno

temuti più dei suoi assalti più audaci e maliziosi.

E così questa nuda gente di Nantucket, questi eremiti del mare, uscendo in acqua dal loro formicaio hanno

invaso e domato il mondo marino come tanti Alessandri, spartendosi l'oceano Atlantico, il Pacifico e l'Indiano come

fecero con la Polonia le tre potenze corsare. Se anche l'America aggiungesse il Messico al Texas e ammucchiasse Cuba

sul Canadà, se gli Inglesi invadessero tutta l'India e facessero sventolare dal sole la loro bandiera di fiamma, sempre due

terzi di questo globo terraqueo restano al Nantuckettese. Perché il mare è roba sua, egli lo possiede come gli imperatori

posseggono gli imperi, e su di esso gli altri marinai hanno solo diritto di transito. Le navi da carico sono solo ponti

allungabili, quelle da guerra fortezze galleggianti, e perfino le navi pirate e corsare, sebbene battano il mare come i ladri

di passo le strade, non fanno che saccheggiare altre navi, altri frammenti di terra come loro, e non cercano di trarre da

vivere dallo stesso abisso senza fondo. L'uomo di Nantucket e lui solo risiede nel mare e vi si sfrena; egli solo, secondo

la parola della Bibbia, vi scende nelle navi, e lo ara su e giù come la propria piantagione privata. Quella è la sua casa, lì

è il suo lavoro, e non lo potrebbe interrompere un altro diluvio di Noè che travolgesse tutti i milioni della Cina. Egli

vive sul mare come i galli di prateria nella prateria; si nasconde tra le ondate e le scala come i cacciatori di camosci

scalano le Alpi. Per anni non conosce terra; sicché, quando finalmente vi arriva, essa ha per lui il profumo di un altro

mondo, più strano di quello della luna a uno che viene dalla terra. Come il gabbiano senza patria che al tramonto ripiega

le ali e le onde gli fanno da culla, così quando cala la notte l'uomo di Nantucket, lontanissimo da terra, ripiega le vele e

si dispone al riposo, mentre sotto il guanciale gli irrompono mandrie di trichechi e di balene.

XV • ZUPPA DI PESCE

Era già quasi notte quando il piccolo Muschio calò quieto quieto l'ancora, e Queequeg e io scendemmo a terra;

di modo ché per quel giorno non c'era più tempo di far niente, cioè a dire niente tranne andare a cena e a letto. Il

padrone della Locanda dello Sfiatatoio ci aveva indirizzato a suo cugino Hosea Hussey dei Raffinatoi, che a suo dire

possedeva uno degli alberghi meglio tenuti di tutta Nantucket, e per di più ci aveva assicurato che «cugino Hosea»,

come lo chiamava, era famoso per le sue zuppe di pesce. Insomma, ci aveva fatto capire chiaro, non potevamo fare di

meglio che provare la marmitta all'insegna delle Marmitte. Ma le indicazioni che ci aveva dato, di tenere a tribordo un

magazzino giallo fino ad avvistare a babordo una chiesa bianca, poi tener questa sempre a babordo sino a fare un angolo

alla dritta di tre quarte, e quindi domandare la strada al primo che ci capitava, queste sue indicazioni tortuose, alle

prime, ci confusero non poco; sopratutto visto che, per cominciare, Queequeg insisteva a dire che il magazzino giallo

(nostro primo punto di partenza) dovevamo lasciarcelo a babordo, mentre io avevo capito che il padrone diceva a mano

dritta. A ogni modo, a forza di gironzolare un pochino al buio, bussando qua e là all'uscio di qualche pacifico cittadino

per domandare la strada, arrivammo finalmente davanti a qualcosa che non poteva lasciare dubbi..32

Due pentoloni di legno enormi, dipinti di nero, e appesi a orecchie d'asino, pendevano dalle barre di un vecchio

alberetto piantato di fronte a un uscio decrepito. I corni delle crocette erano stati segati via da una parte, sicché l'antico

albero somigliava non poco a una forca. Sarà che allora ero troppo sensibile a certe impressioni, ma non potei

impedirmi di fissare quella forca con un vago presentimento. Avvertivo alla nuca una specie di crampo nell'alzare la

testa per guardare i due corni superstiti: sissignori, due, uno per Queequeg, e uno per me. È di malaugurio, pensai. Una

bara per albergo nel mettere piede al mio primo porto baleniero, lapidi mortuarie che mi guardano nella cappella del

baleniere, e qui un patibolo! E per giunta un paio di smisurate marmitte nere, che forse volevano suggerire oblique

allusioni all'Inferno.

Da queste riflessioni mi distrasse la vista di una femmina lentigginosa, coi capelli gialli e una gialla veste,

piazzata sulla veranda dell'osteria sotto una lanterna dalla smorta luce rossa che oscillava lì sotto, e somigliava assai a

un occhio malato. Questa donna redarguiva vivacemente un uomo che aveva una camicia di lana paonazza.

«Muoviti,» gli diceva, «o ti do una strigliata!»

«Andiamo, Queequeg,» dico io, «ci siamo. Quella è Mrs. Hussey.»

E così era. Mr. Hosea Hussey era fuori casa, ma lasciava Mrs. Hussey del tutto competente a badare a ogni

faccenda. Avendo manifestato il nostro desiderio di avere una cena e un letto, Mrs. Hussey rinviò per il momento ogni

ulteriore sgridata e ci scortò in una camerina, ci fece sedere a un tavolo cosparso degli avanzi di un pasto recente, e ci

investì per dire: «Cozza o merluzzo?»

«Merluzzo in che senso, signora?» dissi io con molta educazione.

«Cozza o merluzzo?» ripeté.

«Cozza per cena? Cozza fresca? È questo che volete dire Mrs. Hussey?» dissi. «Non vi pare un'accoglienza

piuttosto gelidina e appiccicaticcia d'inverno, Mrs. Hussey?»

Ma per la fretta che aveva di ricominciare a strapazzare quel tipo dalla camicia paonazza, che aspettava la

gragnuola all'ingresso, e come non udisse altro che la parola «cozza», Mrs. Hussey si affrettò verso una porta aperta che

dava in cucina e sparì vociando: «Cozza per due.»

«Queequeg,» dico, «ti pare possibile cavare una cena per due da una singola cozza?»

Ma un vapore caldo e appetitoso che usciva di cucina servì a smentire la prospettiva in apparenza poco allegra

che avevamo davanti. E quando poi arrivò la zuppa fumante, il mistero venne deliziosamente chiarito. Dolci amici

aprite bene le orecchie! Era una zuppa di piccole cozze succose, appena più grosse delle nocciòle, mescolate con

gallette peste e porco salato affettato a scaglie sottili, il tutto arricchito di burro e abbondantemente condito con pepe e

sale. Avendoci il gelido viaggio stimolato gli appetiti, e Queequeg in special mo do vedendosi davanti il piatto che

preferiva, e poiché infine la zuppa era veramente straordinaria, ripulimmo tutto in un attimo; dopo di che, stirandomi la

schiena un momento e ricordando la chiamata a cozze di Mrs. Hussey, mi venne l'idea di fare un piccolo esperimento.

Mi avvicinai alla porta della cucina, pronunciai con enfasi la parola «merluzzo», e tornai al mio posto. Qualche minuto

dopo quel vapore gustoso tornò a farsi sentire, ma con un aroma diverso, e in poco tempo ci fu messa davanti una

magnifica zuppa di merluzzo.

Ci rimettemmo al lavoro tuffando i cucchiai nella scodella, e intanto pensavo, chi sa se questa roba influisce

davvero sulla testa. Mi pare che qui, per insulto, ti chiamano testa di zuppa: «Ma guarda un po', Queequeg, hai

un'anguilla viva nel piatto. Dov'è il rampone?»

Di tutti i posti pescosi pescosissima era la Locanda delle Marmitte, che ben meritava il suo nome, visto che le

marmitte vi stavano sempre a cucinare zuppe di pesce. Zuppa a colazione, zuppa a pranzo, zuppa a cena, che quasi

cominci a guardarti addosso per vedere se le lische ti spuntano dal vestito. Lo spiazzo davanti alla casa era pavimentato

di gusci di cozze. Mrs. Hussey portava una collana di vertebre di merluzzo tirate a lucido, e Hosea Hussey aveva i libri

dei conti rilegati in vecchia pelle di pescecane finissima. Perfino il latte aveva un sapore di pesce che non sapevo

spiegarmi affatto, finché una mattina, nel fare due passi lungo la spiaggia in mezzo a certe barche di pescatori, non vidi

la mucca pezzata di Hosea che mangiava resti di pesce, e marciava sulla sabbia con ciascuno dei quattro zoccoli infilato

nella testa decapitata di un merluzzo, e giuro che parevano ciabatte.

Finita la cena ricevemmo da Mrs. Hussey una candela, e delle istruzioni sulla strada più corta per andare a

letto. Ma mentre Queequeg stava per precedermi sulla scala, la signora allungò un braccio e gli domandò il rampone: in

casa sua non voleva ramponi in camera. «Ma perché?» dico, «ogni vero baleniere dorme col suo rampone. Che c'è di

male?» «C'è di male che è pericoloso,» dice. «Da quando il giovane Stiggs, di ritorno da quel suo viaggio disgraziato,

che stette via quattr'anni e mezzo per soli tre barili d'olio, fu trovato morto col rampone nei fianchi qui sù al primo piano

nelle stanze di dietro, da allora non permetto che i clienti portino nelle mie camere armi così pericolose, di notte. Perciò,

Mr. Queequeg (il nome l'aveva imparato) questo ferro lo prendo io, e ve lo conservo fino a domani mattina. Ma per la

zuppa: cozza o merluzzo domattina a colazione, giovanotti?»

«L'una e l'altro,» dico; «e un paio d'aringhe affumicate tanto per cambiare.»

XVI • LA NAVE

A letto facemmo i piani per il giorno seguente. Ma con mia sorpresa e non poca preoccupazione, Queequeg mi

fece ora capire che aveva consultato Yojo (il nome del suo deuccio nero) con molta cura; e Yojo gli aveva ripetuto due.33

o tre volte, con ogni possibile insistenza, che invece di andare al porto assieme e scegliere di comune accordo una delle

baleniere, invece di fare così, insomma, Yojo gli aveva ordinato severamente che la scelta della nave doveva cadere

solo su di me. Tanto più che Yojo ci voleva favorire, e a questo scopo aveva già trovato un vascello che io, Ismaele,

lasciato a me stesso, mi sarei visto davanti infallibilmente, proprio come per caso. E in questo vascello avrei dovuto

subito trovare ingaggio, senza preoccuparmi di Queequeg per il momento.

Ho dimenticato di dire che in molti casi Queequeg aveva una grande fiducia nell'eccellenza del giudizio di

Yojo e nella sua sorprendente abilità di prevedere le cose. E aveva parecchia stima di lui come dio di tipo piuttosto

bonario, che nel complesso, forse, aveva sempre ottime intenzioni; ma non sempre riusciva nei suoi disegni benevoli.

Ora, questo piano di Queequeg, o piuttosto di Yojo, sulla scelta del nostro legno non mi garbava per niente

questo piano. Avevo contato non poco sulla sagacia di Queequeg per indicare la baleniera più adatta a portare con

sicurezza noi e la nostra buona sorte. Ma siccome tutte le mie proteste non ebbero su Queequeg il minimo effetto, fui

obbligato ad accettare; e perciò mi preparai a occuparmi della cosa con una certa decisione e slancio spicci e sbrigativi,

in modo da sistemare subito questo affaruccio nostro. L'indomani mattina, di buon'ora, lasciai Queequeg chiuso con

Yojo nella nostra piccola camera, visto che per loro due, all'apparenza, quella giornata era una specie di quaresima, o

Ramadan, o giorno di digiuno, umiliazione e preghiera. Cosa esattamente non riuscii mai a scoprirlo. Per quanto mi ci

mettessi varie volte, non sono mai riuscito a imparare le sue liturgie e i suoi trentanove articoli. Lasciai dunque, come

dicevo, Queequeg a digiunare sulla sua pipa di combattimento, e Yojo a scaldarsi alla fiamma lustrale dei trucioli, e

salpai per i moli. Dopo lunghi giri e rigiri e molte domande a destra e a manca, venni a sapere che c'erano in

allestimento tre navi per crociere di tre anni: la Diavolessa, il Bocconcino e il Pequod. Diavolessa non so dove l'abbiano

pescato; Bocconcino è ovvio; e Pequod, come ricorderete senza dubbio, era il nome d'una famosa tribù di indiani del

Massachusetts, ora estinti come gli antichi Medi. Mi misi a girare occhieggiando e scrutando attorno alla Diavolessa, da

quella feci una capatina al Bocconcino, e finalmente salii a bordo del Pequod, detti qualche occhiata attorno e decisi che

questa era la nave fatta per noi.

Per quanto ne so, magari avete visto parecchie navi strane nella vostra vita: trabaccoli a punta quadra,

mastodontiche giunche giapponesi, galeotte a mastello da burro o che so io; ma sul mio onore non avete mai visto un

legnaccio così straordinario come questo vecchio ineffabile Pequod. Era una nave di scuola antica, direi piuttosto

piccola, con una certa aria vecchia di mobile dai piedi ad artiglio. Stagionato e patinato dai tifoni e dalle bonacce di tutti

e quattro gli oceani, il suo vecchio scafo aveva il colorito bruno della faccia di un granatiere francese che ha combattuto

sia in Egitto che in Siberia. La sua prua venerabile pareva barbuta. Gli alberi, tagliati chi sa dove, sulle coste del

Giappone, dopo che i tronchi originali si erano persi fuoribordo in qualche tempesta, gli alberi si rizzavano stecchiti

come le spine dorsali dei tre antichi re a Colonia. I suoi ponti decrepiti erano consunti e cisposi come la lastra

insanguinata da Beckett e venerata dai pellegrini nella Cattedrale di Canterbury. Ma a tutti questi aspetti d'antiquariato

si aggiungevano caratteristiche nuove e sorprendenti, che avevano a che fare con il mestiere selvaggio cui la nave era

servita per più di mezzo secolo. Il vecchio capitano Peleg, suo secondo per molti anni prima di assumere il comando di

un altro bastimento di sua proprietà, e ora marinaio a riposo e uno dei principali proprietari del Pequod, questo vecchio

Peleg durante il suo periodo di servizio aveva sviluppato la originaria natura grottesca del legno, e l'aveva tutto

intarsiato, con tale bizzarria di materiali e di trovate da non trovar paragone tranne che negli intagli sullo scudo e sulla

lettiera di ThorkillHake. La nave era tutta abbigliata come qualcuno dei barbarici imperatori di Etiopia, il collo

appesantito da pendagli di avorio levigato. Era un trofeo di trofei. Un natante cannibale che si adornava delle ossa dei

nemici. Tutt'intorno, i parapetti aperti e senza pannelli erano guarniti in tutta la loro lunghezza, come fossero un'unica

mandibola, coi lunghi denti aguzzi del capodoglio, là inseriti come caviglie per assicurarvi i suoi vecchi tendini e nervi

di canapa. Quei nervi non scorrevano in bozzelli volgari di legno terrestre, ma filavano lesti su pulegge di avorio

marino. Disprezzando una ruota a manubri per il suo venerando timone, il Pequod sfoggiava una barra, e quella barra

era un'unica massa stranamente tagliata dalla mandibola stretta e lunga del suo nemico ancestrale. Il timoniere che

governava con quella barra in una tempesta si sentiva come il tartaro che frena il cavallo impetuoso afferrandolo alla

bocca. Un nobile legno, ma in certo senso un legno assai triste. Tutte le cose nobili sono velate di tristezza.

Ora, quando scrutai sul cassero in cerca di uno dei principali, in modo da propormi candidato al viaggio,

dapprima non vidi nessuno; ma non poteva certo sfuggirmi una strana specie di tenda, o piuttosto capanna indiana,

piantata subito alle spalle dell'albero maestro. Pareva una struttura provvisoria, usata soltanto durante lo scalo. Aveva

forma di cono, era alta circa dieci piedi, ed era fatta con le lunghe e grosse scaglie flessibili di osso nero prese dalla

parte media e superiore delle mascelle d'una balena franca. Piantate a cerchia sulla coperta dalla parte larga, e allacciate

assieme, queste scaglie erano piegate l'una contro l'altra e unite in cima in una punta a ciuffo, dove le fibre pelose

sciolte andavano ondeggiando come il ciuffo sulla zucca di qualche vecchio Sachem dei Pottowottamie. Una apertura

triangolare guardava a prua, e quindi chi stava dentro dominava tutta la tolda sul davanti.

E alla fine scovai, mezzo nascosto in quello strano alloggio, uno che all'aspetto pareva autorevole. Essendosi

fatto mezzogiorno e sospesi i lavori a bordo, costui si godeva ora una pausa alle fatiche del comando. Stava seduto su

una seggiola di quercia di stile antiquato, tutta grinzosa di strani intagli; e il fondo era fatto con una rete robusta di

quella stessa materia elastica di cui era fatta la capanna.

Forse non c'era niente di troppo singolare nell'aspetto di quell'anziano che avevo davanti: era abbronzato e

robusto come tanti vecchi marinai, e pesantemente infagottato in un gabbano azzurro tagliato alla moda dei quacqueri;

solo aveva attorno agli occhi un ordito fine e quasi microscopico di minutissime rughe che dovevano essere causate dal.34

suo continuo esporsi a pesanti burrasche, guardando sempre a sopravvento, perché questo fa raggrinzire i muscoli

attorno agli occhi. Delle rughe così permettono un magnifico cipiglio.

«Siete voi il capitano del Pequod?» dissi avvicinandomi alla porta della tenda.

«Ammesso che io sia il capitano del Pequod, cos'è che ti serve?» domandò lui.

«Pensavo di imbarcarmi.»

«Ahà, pensavi d'imbarcarti, vero? Vedo che non sei di Nantucket. Sei mai stato in una lancia sfondata?»

«Nossignore, mai.»

«Non sai niente di balene, scommetto: no?»

«Nossignore, niente, ma sono certo che imparo presto. Ho fatto parecchi viaggi nel servizio mercantile, e

credo...»

«Al demonio il servizio mercantile. Con me non attacca. La vedi quella gamba? Te la stacco dal deretano se mi

parli di nuovo del servizio mercantile. Servizio mercantile! Immagino che ti senti chi sa che, perché hai lavorato sui

mercantili. Ma corpo d'una balena! giovanotto, come mai ti è venuta l'idea di fare il baleniere, eh? Pare un po' sospetto,

no, eh? Non hai fatto il pirata per caso? O graffiato qualcosa all'ultimo capitano, eh? Non hai mica l'intenzione di fare la

pelle ai superiori una volta in mare?»

Io mi protestai innocente di tutte quelle accuse. Capivo che sotto la maschera di quelle insinuazioni semiserie,

il vecchiaccio era pieno di pregiudizi isolani, da buon nantuckettese e quacquero; e diffidava non poco di tutti i

forestieri che non arrivassero da Cape Cod o dal Vigneto.

«Ma com'è che ti è venuta l'idea di fare il baleniere? Voglio saperlo prima di decidere se prenderti o meno.»

«Be', signore, voglio vedere che cos'è questa caccia. Voglio vedere il mondo.»

«Ah vuoi vedere la caccia? E il capitano Achab ti è mai capitato di vederlo?»

«Chi è il capitano Achab, signore?»

«Già, già, me l'aspettavo. Il capitano Achab è il capitano di questa nave.»

«Allora mi sono sbagliato. Credevo di parlare col capitano in persona.»

«Invece stai parlando col capitano Peleg: ecco con chi parli, giovanotto. Io e il capitano Bildad pensiamo a

equipaggiare il Pequod per il viaggio, e fornirgli ciò che serve compresa la ciurma. Siamo comproprietari e agenti. Ma

come stavo dicendo, se è proprio vero che vuoi sapere cos'è la caccia, ti posso dare il modo di scoprirlo prima che ti ci

leghi le mani e non puoi più fare marcia indietro. Da' un'occhiata al capitano Achab, giovanotto. Vedrai che ha una

gamba sola.»

«Volete dire che ha perso l'altra a causa di una balena?»

«A causa d'una balena? Avvicinati, giovanotto: gliel'ha mangiata, masticata, stritolata il più mostruoso

spermaceti che ha mai azzannato una lancia. Ah, ah!»

Mi allarmai un po' a tanta furia, e forse un pochino mi commosse pure il dolore sincero della sua ultima

esclamazione, ma risposi quanto più calmo mi fu possibile: «Signore, quello che dite è verissimo; ma non potevo sapere

che quella particolare balena avesse una ferocia così speciale. Dovevo capirlo, certo, dal semplice fatto della disgrazia.»

«Stammi a sentire, giovanotto, i tuoi polmoni sono piuttosto fiacchi, capisci; non hai per niente una voce da

pescecane. Sei sicuro di essere stato già in mare? Proprio sicuro?»

«Signore,» dico io, «mi pareva di aver detto che ho fatto quattro viaggi nella marina...»

«Orza via! Ricorda che ti dissi sui mercantili; non mi provocare perché non lo sopporto. Cerchiamo invece di

capirci. Ti ho dato un'idea della caccia a balene. Ti ci senti ancora portato?»

«Sissignore.»

«Benissimo. E te la senti di piantare un rampone in gola a una balena viva e poi saltarci dietro? Rispondi,

presto!»

«Sissignore, se è proprio assolutamente indispensabile; se non ne posso fare a meno, voglio dire. Ma non mi

pare possibile.»

«Bene, benissimo. Allora, dicevi, vuoi andare a balene per vedere coi tuoi occhi di che si tratta, e inoltre ci

vuoi andare anche per vedere il mondo. Ho capito bene? Mi pareva. E allora fai qualche passo avanti, verso prua, da'

un'occhiata a sopravvento, e poi torna a dirmi che cosa ci hai visto.»

Rimasi un momento perplesso a quella curiosa richiesta. Non sapevo bene come prenderla, per scherzo o sul

serio. Ma il capitano Peleg mi spedì all'incarico concentrando tutte le sue zampe d'oca in una sola occhiataccia.

Andai avanti, guardai oltre la rembata, e mi accorsi che ora la nave, girando sull'ancora per la marea che

montava, puntava di sbieco verso il mare aperto. La vista era sconfinata, ma troppo monotona e scoraggiante. Non

riuscivo a scoprirvi la minima varietà.

«Be', riferisci,» disse Peleg quando fui di ritorno. «Che hai visto?»

«Non molto,» dico io, «nient'altro che acqua. Orizzonte in abbondanza, comunque, e una burrasca che si

prepara, credo.»

«Ebbene, che ne pensi allora di questo mondo che vuoi vedere? Vuoi doppiare il Capo Horn per vederne

ancora? Non puoi vederlo da dove ti trovi?»

Ci restai un po' male; ma a caccia dovevo andarci, a ogni costo; e il Pequod come nave era quanto di meglio si

poteva trovare: la più bella nave, a mio avviso. E tutto questo lo dissi a Peleg. Vedendomi così ostinato, si dichiarò

disposto a ingaggiarmi.

«Anzi, puoi firmare subito,» aggiunse, «muoviti.» Così dicendo mi fece strada sottocoperta, in cabina..35

Seduto sull'arcaccia era una figura che mi parve così strana da lasciare a bocca aperta. Seppi poi che era il

capitano Bildad, che col capitano Peleg era tra i maggiori proprietari della nave; le altre azioni, come capita spesso in

questi porti, appartenevano a un mucchio di vecchi pensionati, vedove, orfani e minorenni sotto tutela legale, ognuno

dei quali si trovava a essere proprietario, sulla nave, del valore circa di una bitta, d'un piede di tavola, o di un chiodo o

due. La gente a Nantucket investe il proprio denaro nelle baleniere come voi investite il vostro in titoli ufficiali di stato,

che danno un buon interesse.

Ora Bildad, come Peleg e in effetti molti altri a Nantucket, era un quacquero, perché l'isola in origine era stata

colonizzata da questa setta; e fino a oggi i suoi abitanti conservano di solito, in misura non comune, le caratteristiche dei

quacqueri, anche se poco o molto e variamente modificate da fattori completamente estranei ed eterogenei. Perché

alcuni di questi quacqueri sono i più sanguinari di tutti i marinai e cacciatori di balene. Sono quacqueri da

combattimento. Sono quacqueri a oltranza.

Sicché, tra di loro, ci sono esempi di uomini chiamati con nomi biblici (secondo un'abitudine curiosamente

diffusa nell'isola) i quali nell'infanzia hanno assimilato spontaneamente il solenne e drammatico tu e te del parlare

quacquero. Ma l'avventura spericolata, sfrenata e temeraria che è stata poi la loro vita ha stranamente mescolato in loro,

con quei caratteri mai perduti, mille altri slanci violenti dell'animo che non sarebbero indegni di un re del mare

scandinavo, o di un poetico idolatra romano. E quando queste cose si assommano in un uomo che la natura ha dotato di

forza eccezionale, di un cervello a forma di sfera e di un cuore pesante, un uomo che la quiete e la solitudine di tante

lunghe veglie notturne nelle acque più lontane, sotto costellazioni mai viste qui a settentrione, hanno portato a pensare

in modo indipendente e senza tradizioni, un uomo che ha ricevuto direttamente tutte le impressioni dolci e selvagge

della natura dal seno vergine, cedevole e fiducioso di lei, e che sopratutto da lei, e solo con qualche aiuto di vantaggi

casuali, ha imparato una lingua altera, audace e nervosa, quell'uomo sarà un'eccezione in tutto il censimento di un

paese: una figura potente da rappresentazione antica, un essere destinato ad alte tragedie. E non lo sminuirà affatto, se lo

consideriamo dal punto di vista drammatico, che per nascita o altre circostanze abbia nel fondo della propria natura ciò

che sembra una morbosità dominante e semintenzionale. Perché tutti i grandi uomini tragici lo sono per via di qualcosa

di anormale. Puoi starne sicuro, tu giovane ambizioso, che ogni grandezza mortale non è che malattia. Ma per ora non

abbiamo a che fare con un uomo simile. Anzi con uno assai diverso, e che tuttavia, se qualcosa ha di eccentrico, lo

deriva sempre da un'altra faccia della natura quacquera, modificata da circostanze individuali.

Come il capitano Peleg, il capitano Bildad era un agiato baleniere a riposo. Ma diversamente dal capitano

Peleg, che non dava una cicca per tutte quelle cose che sono chiamate serie, e anzi proprio queste cose serie le

considerava le più grandi delle sciocchezze, il capitano Bildad era stato educato fin da principio secondo la setta più

rigorosa del quacquerismo di Nantucket. Non solo, ma poi la sua vita oceanica, e la vista di molte creature isolane

amabili e nude, al di là del Capo, tutto ciò non aveva potuto smuovere di un pollice quel quacquero purosangue, non gli

aveva nemmeno cambiato una grinza al panciotto. E però, con tutta pertinacia, c'era un certo difetto di coerenza comune

nell'ottimo capitano Bildad. Sebbene rifiutasse per scrupoli di coscienza di portare armi contro invasori di terraferma,

egli stesso aveva invaso illimitatamente l'Atlantico e il Pacifico; e sebbene nemico giurato di ogni spargimento di

sangue, nel suo stretto giubbotto aveva spillato lui stesso botti su botti di sangue leviatanico. Ora non so come adesso,

nella sera contemplativa dei giorni suoi, il pio Bildad conciliasse queste cose nel ricordo, ma non pareva frastornarsene

troppo, e con ogni probabilità era arrivato da molto tempo alla conclusione saggia e ragionevole che la religione di un

uomo è una cosa, e questo mondo pratico un'altra. Il mondo paga dividendi. Sollevandosi da piccolo mozzo in

calzoncini del fustagno più frusto a ramponiere dal largo panciotto a ventre di pesce, e da lì a capobarca, a primo

ufficiale, a capitano, e infine a proprietario di bastimenti, Bildad aveva, come ho accennato, concluso la sua carriera

avventurosa ritirandosi completamente dalla vita attiva alla rispettabile età di sessant'anni, e dedicando il resto dei suoi

giorni al pacifico incasso dei suoi ben meritati redditi.

Ora Bildad, mi rincresce dirlo, aveva fama di essere un vecchio spilorcio incorreggibile, e nei tempi che ancora

navigava, un capoccia acido e duro. Mi dissero a Nantucket, e certo è curioso, che quando fu al comando della vecchia

baleniera Categut, al ritorno quasi tutto l'equipaggio dovette essere trasportato all'ospedale, tanto era malconcio e

stremato. Per essere un uomo pio, e specialmente quacquero, è certo che a dire poco era un po' duro di cuore. Però non

soleva mai bestemmiare contro i marinai, dicevano; ma riusciva a cavarne lo stesso una quantità sproporzionata di

lavoro duro, spietato e crudele. Quando Bildad era primo ufficiale, avere puntato addosso quel suo occhio scolorito vi

faceva sentire i nervi a fior di pelle finché non vi riusciva di afferrare qualcosa, un martello, un punteruolo, e buttarvi a

lavorare come pazzi a qualcosa, non importa quale. L'indolenza e la pigrizia gli morivano davanti. La sua stessa figura

era l'incarnazione precisa del suo carattere utilitario. Sul corpo lungo e segaligno non portava carne di scorta e neanche

barba superflua, perché il suo mento aveva appiccicata una leggera peluria economica, come il pelo frusto del suo

cappello a larghe falde.

Questa era la persona che vidi seduta sullo specchio di poppa quando scesi in cabina dietro al capitano Peleg.

Lo spazio tra i ponti era piccolo, e là in mezzo sedeva impettito il vecchio Bildad: sedeva sempre così senza appoggiarsi

mai, e ciò per risparmiare le falde della giubba. Il cappellaccio era lì accanto; le gambe erano incrociate come stecchi,

l'abito scialbo era abbottonato fino al mento, e con gli occhiali al naso egli pareva tutto assorto nella lettura di un

pesante volume.

«Bildad,» gridò il capitano Peleg, «ci siamo daccapo, eh? Ormai sono più di trent'anni che studi quella Bibbia,

sul mio onore. A che punto sei, Bildad?».36

Come abituato da parecchio al linguaggio profano del vecchio collega, Bildad alzò gli occhi tranquillo, senza

fare caso all'ultima irriverenza, e vedendomi occhieggiò di nuovo interrogativamente verso Peleg.

«Dice che vuole aggregarsi, Bildad,» disse Peleg. «Vuole firmare l'imbarco.»

«Sul serio?» disse Bildad con voce sorda, voltandosi a guardarmi.

«Ci puoi contare,» dissi senza accorgermene, tanto era quacquero.

«Che ne pensi, Bildad?» domandò Peleg.

«Passi,» fece Bildad guardandomi, e ricominciò a compitare il suo libro con un brontolìo che si sentiva

benissimo.

Mi parve il vecchio quacquero più buffo che avessi mai visto, sopratutto perché il suo amico ed ex collega

Peleg sembrava un rompiscatole così eccezionale. Comunque non dissi niente, detti solo una buona guardata attorno.

Intanto Peleg aprì una cassa, tirò fuori il contratto, si mise davanti penna e inchiostro e sedette a un tavolino. Cominciai

a pensare che era tempo di decidere a quali condizioni ero disposto ad accettare l'ingaggio. Sapevo già che in quel

mestiere non pagavano stipendi, ma tutti gli uomini, compreso il capitano, ricevevano certe quote dei profitti chiamate

lays, e che queste lays o percentuali erano proporzionate all'importanza delle rispettive mansioni a bordo. E mi rendevo

conto che essendo nuovo al mestiere la mia percentuale non poteva essere gran che. Ma considerando che avevo

qualche esperienza di mare, sapevo governare una nave, impiombare una cima e così via, non dubitavo, da quanto

avevo sentito dire, che mi avrebbero offerto almeno la 275esima quota, cioè a dire la duecentosettantacinquesima quota-parte

dei profitti netti del viaggio, quali che potessero essere. Certo la 275esima era ciò che viene chiamato una quota

piuttosto lunga, ma era meglio di niente; e se il viaggio ci andava bene, potevo anche arrivare a rifarmi dei vestiti che ci

avrei consumato, per non parlare dei tre anni di manzo e alloggio che non mi venivano a costare un soldo.

Direte forse che questo non era il modo migliore per accumulare una fortuna da principi: e così era infatti,

proprio il peggiore dei modi. Ma io sono di quelli che tengono poco alle fortune principesche; a me basta e soverchia se

la gente è disposta a darmi da mangiare e dormire finché mi trattengo a questa brutta insegna del Temporale. Tutto

sommato, ero persuaso che la 275esima era più o meno ciò che mi spettava. Ma non mi sarei meravigliato se mi

offrivano la 200esima, dato che ero un fusto.

D'altra parte c'era una cosa che mi rendeva un po' pessimista sulle probabilità di ottenere una parte abbondante

dei profitti.

Avevo sentito certe storie, a terra, sul capitano Peleg e sul suo incomprensibile amico il vecchio Bildad: e cioè

che loro due erano i proprietari principali del Pequod, e perciò gli altri proprietari più sparpagliati e trascurabili

lasciavano a quei due quasi tutta l'amministrazione della nave. E avevo un certo quale sospetto che quel vecchio

miserabile di Bildad avesse molta voce in capitolo su questioni d'ingaggio; dato specialmente che me lo trovavo a bordo

del Pequod, piazzato comodamente in cabina e occupato a leggere Bibbie come davanti al proprio focolare. Ora, mentre

Peleg cercava inutilmente di rifare la punta a una penna con un coltello, Bildad con mia somma sorpresa, il vecchio

Bildad che pure doveva essere parte interessatissima alla transazione, manco pareva vederci, ma continuava a biascicare

dal libro a se stesso: «Non mettere a parte tesori su questa terra, dove il tarlo...»

«Allora, capitano Bildad,» interruppe Peleg, «cosa dici, che parte gli diamo a questo giovanotto?»

«Lo sai meglio di me,» fu la risposta sepolcrale, «la settecentosettantasettesima non sarebbe troppo, ti pare?...

dove tarlo e ruggine corrompono, bensì metti da parte...»

Bella parte, pensai, parte da cani! La settecentosettantasettesima! Bene, vecchio Bildad, hai proprio deciso che

almeno io non avrò molto da mettere a parte in questo mondo corrotto da tarli e ruggine. Quella sì era una parte

straordinariamente lunga, non c'era che dire; e se la lunghezza della cifra poteva ingannare a prima vista uno di

terraferma, la benché minima riflessione bastava a chiarire che, per quanto settecentosettantasette sia un bel numerone,

quando ci si appiccica un -esimo si viene a scoprire, dico, che la settecentosettantasettesima parte di un quattrinaccio è

molto, molto meno di settecentosettantasette dobloni d'oro. Questo mi passò per la testa.

«Ma ti possa accecare, Bildad!» gridò Peleg, «vuoi truffare questo giovinotto forse? Dobbiamo dargli di più.»

«Settecentosettantasettesima,» disse di nuovo Bildad senza alzare gli occhi, poi continuò a brontolare:

«...poiché dove sta il tuo tesoro, lì sta anche il tuo cuore.»

«Io segno trecento,» disse Peleg, «lo senti, Bildad? Dico la trecentesima parte.»

Bildad posò il libro e si voltò solennemente: «Capitano Peleg, tu hai un cuore generoso. Ma devi considerare la

responsabilità che hai verso gli altri proprietari di questa nave: molti di essi vedove e orfani. Se ricompensiamo troppo

abbondantemente i servizi di questo giovanotto, rischiamo di togliere il pane di bocca a quelle vedove e a quegli orfani.

La settecentosettantasettesima, capitano Peleg.»

«Ma Bildad!» ruggì Peleg, alzandosi in piedi di scatto e muovendosi rumorosamente per la cabina, «Bildad,

maledizione, a darti retta in queste cose, avrei da anni la coscienza così pesante da mandare a picco la nave più grossa di

quelle che doppiano il Capo.»

«Capitano Peleg,» fece Bildad in tono fermo, «la tua coscienza, per quanto ne so, può pescare dieci pollici o

dieci tese. Ma visto che sei ancora un imp enitente, capitano Peleg, temo assai che faccia acqua; e che alla fine ti

sprofondi nell'abisso di fuoco, capitano Peleg.»

«Che abisso e abisso! Tu m'insulti, vecchio mio, m'insulti oltre ogni sopportazione. Dire in faccia a un cristiano

che se ne andrà all'inferno è un'offesa diabolica. Sangue di una balena! Dillo di nuovo, Bildad, schiodami l'anima, e io,

io, sul mio onore! m'inghiotto un caprone vivo, pelo, corna, tutto! Esci dalla cabina, ipocrita, figlio consunto di un

cannonaccio falso: fuori dai piedi!».37

Gridando queste minacce, tentò di scagliarsi su Bildad, ma questi lo schivò al momento con una scivolata

obliqua, meravigliosamente veloce.

Io, allarmato da quel litigio terribile tra i due maggiori proprietari e responsabili della nave, e mezzo invogliato

a rinunciare del tutto a imbarcarmi su un legno che aveva padroni e comandanti provvisori così discutibili, mi scansai

dalla porta per lasciare via libera a Bildad: ero sicuro che non vedeva l'ora di sparire davanti alla rabbia scatenata di

Peleg. Invece, con gran mia sorpresa, tornò a sedere placidamente sull'arcaccia, e pareva non avesse la minima

intenzione di battere in ritirata. Era proprio abituato, sembrava, ai modi di fare di quell'impenitente di Peleg. Quanto a

Peleg, dopo che si fu sfogato in quella maniera, parve non avere più rabbia in corpo, e anche lui sedette come un

agnello, sebbene con qualche scossone, come avesse ancora il nervoso. «Fiu!» sibilò alla fine: «la burrasca è passata

sottovento, pare. Bildad, una volta sapevi affilare una lancia. Fammi la punta a questa penna, vuoi? Ho il coltello che ha

bisogno di una passata di mola. Basta così. Ti ringrazio, Bildad. Allora, giovanotto mio, ti chiami Ismaele hai detto?

Benissimo, eccoti registrato, Ismaele, per la trecentesima parte.»

«Capitano Peleg,» dico, «ho un amico che vuole imbarcarsi anche lui. Lo posso portare domattina?»

«Ma sicuro,» dice Peleg, «portalo pure, così gli diamo un'occhiata.»

«Che quota pretende?» gemette Bildad alzando gli occhi dal libro nel quale si era andato sprofondando di

nuovo.

«Non te ne immischiare, oh, Bildad,» dice Peleg. E a me: «Conosce il mestiere?»

«Capitano, le balene che ha ammazzato non le posso neanche contare.»

«Be', in questo caso portalo.»

Firmai le carte e me ne andai, sicurissimo di avere impiegato bene la mattinata, e che il Pequod era proprio la

nave procurata da Yojo per farci doppiare il Capo, a Queequeg e al sottoscritto.

Ma non ero arrivato lontano, quando cominciai a rendermi conto di non sapere ancora chi era il comandante

sotto cui dovevo fare vela. Vero è che in parecchi casi una baleniera può venire completamente armata e prendere a

bordo tutta la ciurma, prima che il capitano venga alla vista, e cioè arrivi a prendere il comando. Perché questi viaggi

spesso si prolungano tanto, e gli intervalli a terra e a casa propria sono così sproporzionatamente corti, che se il capitano

ha famiglia, oppure è vincolato da altri legami del genere, non si preoccupa certo del suo bastimento in porto, ma lo

affida ai proprietari finché tutto è pronto per la partenza. Però è sempre meglio dargli un'occhiata, al capitano, prima di

metterglisi in mano senza scampo. Perciò tornai indietro e avvicinai il capitano Peleg, per chiedere dove potevo trovare

il capitano Achab.

«E cosa vuoi dal capitano Achab? Tutto è sistemato; hai l'ingaggio.»

«Sì, ma lo vorrei vedere.»

«Be', non credo sarà facile al momento. Non so esattamente che gli capita, ma sta chiuso in casa. Malato, pare;

ma non ne ha l'aria. Di fatto non è malato; ma d'altro canto non sta neanche bene. Insomma, giovanotto, a vederlo non

sempre ci riesco io, sicché non credo ci riuscirai tu. È un tipo strano il capitano Achab, così dicono: ma un brav'uomo.

Eh, vedrai che ti piacerà, non aver paura, non aver paura. È un grand'uomo, non bazzica in chiesa ma è un padreterno, il

capitano Achab. Non parla molto ma quando parla vale la pena di sentirlo. Sei preavvisato, ricordalo: Achab è fuori

classe, Achab è stato all'università oltre che in mezzo ai cannibali, ed è abituato a cose più serie e spettacolose che le

ondate, ed ha piantato quella sua lancia furiosa dentro nemici più forti e più straordinari delle balene. La sua lancia,

sissignore, è la più affilata e sicura di tutta l'isola. Non è mica il capitano Bildad, quello, e nemmeno il capitano Peleg.

Quello è Achab, ragazzo mio. E anticamente Achab, come m'insegni, era un re con tanto di corona.»

«E anche una gran carogna. Quando lo ammazzarono, quel re cattivo, il sangue non se lo leccarono i cani?»

«Vieni qui, avvicinati, avvicinati,» disse Peleg con un'espressione in faccia che quasi mi spaventò. «Senti,

giovanotto, non dire mai una cosa simile a bordo del Pequod. Non dirla mai in nessun posto. Il capitano Achab non se

l'è messo lui quel nome. È stato un capriccio ignorante e cretino di sua madre vedova, che era pazza, e morì quando lui

aveva appena dodici mesi. Ma quella vecchia indiana Tistig, al Capo Allegro, ha detto che il nome in un modo o

nell'altro si sarebbe mostrato profetico. E forse altri stupidi come lei ti possono dire la stessa cosa. Io ti voglio

preavvisare. È una menzogna. Lo conosco bene, il capitano Achab; ho viaggiato con lui come secondo, anni fa; so che

tipo è: un brav'uomo; non un brav'uomo pio come Bildad ma un brav'uomo senza peli in bocca, un po' come me: solo

più grande. Sicuro, sicuro, so che non è stato mai un tipo troppo allegro, e so che durante questo viaggio di ritorno, per

un po' di tempo, aveva un po' perso la testa. Ma erano le fitte pungenti del moncherino aperto che lo riducevano così,

come tutti hanno potuto vedere. So pure che da quando nell'ultimo viaggio perdette la gamba per colpa di quella

maledetta balena, gli è venuto una specie di malumore, un malumore disperato, che a volte lo fa diventare selvaggio.

Ma sono cose che passano. E una volta per sempre, giovanotto, lasciati dire e assicurare che è meglio andare con un

buon capitano col muso, che non con un cattivo che è sempre allegro. E ora ti saluto; e non essere ingiusto col capitano

Achab perché ha la disgrazia di avere il nome di un farabutto. Inoltre, figlio mio, lui ha moglie. Non sono ancora tre

viaggi che l'ha sposata. Una brava ragazza, piena di rassegnazione. Ricordatelo: da questa brava ragazza il vecchio ha

avuto un bambino. Puoi credere ancora che in lui ci può essere qualche cosa di male, seria e senza rimedio? No, no,

figlio mio: Achab lo puoi fulminare, Achab lo puoi abbattere, ma resta sempre un uomo.»

Me ne venni via impensierito; ciò che ero venuto a sapere per puro caso del capitano mi faceva sentire, per lui,

una specie di pena imprecisata e struggente. E in certo senso, allora, provavo per lui simpatia e dolore, ma perché non lo

so, tranne che non fosse per quella sua perdita crudele della gamba. D'altra parte provavo anch'io, al suo pensiero, una

specie di sacra paura; ma questa strana paura che non riesco assolutamente a precisare non era esattamente paura. Non.38

lo so cos'era. Ma la sentivo; eppure non me lo rendeva antipatico. Solo, conoscendolo poco, ciò che pareva in lui

misterioso mi dava fastidio. Basta, alla fine i miei pensieri si mossero verso altre direzioni, e per allora Achab l'oscuro

mi scivolò di mente.

XVII • IL RAMADAN

Visto che il Ramadan o Digiuno e Umiliazione di Queequeg doveva durare tutto il giorno, pensai che era

meglio non disturbarlo prima di sera. Io nutro infatti il massimo rispetto verso gli obblighi religiosi di ognuno, senza

tenere conto del loro grado di comicità, e sarei incapace di prendere alla leggera perfino una congregazione di formiche

che adori un fungo velenoso; oppure quelle altre creature di certe zone della nostra terra, le quali con un grado di

servilismo che non ha precedente alcuno su altri pianeti s'inchinano davanti al busto di un fu proprietario terriero,

puramente a motivo dei possedimenti sproporzionati che vengono ancora fruiti e dati in affitto a nome suo.

Perdinci, noi buoni Presbiteriani dovremmo essere caritatevoli in queste cose, e non crederci così largamente

superiori agli altri mortali, pagani o altro che siano, a causa delle loro idee un po' matte in proposito. Ecco lì Queequeg,

ad esempio, che certo aveva le idee più assurde su Yojo e il suo Ramadan: ma con questo? Queequeg credeva di sapere

cosa stava facendo, immagino; ne pareva soddisfatto. E quindi lasciamolo in pace. Tutti i nostri sforzi di persuaderlo

non servirebbero a niente; lasciamolo in pace, perdinci, e il Cielo abbia pietà di tutti noi, presbiteriani o pagani, perché

tutti in un modo o nell'altro abbiamo il cervello terribilmente bacato, e un serio bisogno di riparazioni.

Verso sera, quando fui convinto che ogni cerimonia e rito dovevano essere terminati, andai su in camera e

bussai alla porta. Non rispose nessuno. Cercai di aprire, ma era chiuso di dentro. «Queequeg,» sussurrai dentro il buco

della serratura. Tutto era silenzio. «Ehi, Queequeg! Perché non ris pondi? Sono io, Ismaele.» Tutto muto come prima.

Cominciai a preoccuparmi. Gli avevo dato un mucchio di tempo; temevo gli fosse preso un colpo apoplettico. Guardai

attraverso il buco della serratura, ma l'uscio guardava un angolo morto della camera, e lo scorcio dal buco era tutto

storto e sinistro. Potevo solo vedere una parte del letto, dal lato dei piedi, e una striscia di parete, nient'altro. Mi sorprese

vedere appoggiata al muro l'asta di legno del rampone di Queequeg, che la padrona gli aveva tolto la sera prima, avanti

di salire in camera. Strano, pensai; a ogni modo, se il rampone è là, visto che lui non esce quasi mai senza, l'amico

dev'esserci: non si sbaglia.

«Queequeg! Queequeg!» Tutto muto. Dev'essere successo qualcosa. Un colpo apoplettico! Tentai di forzare

l'uscio, ma quello, testardo, resisteva. Corsi giù ed esposi in fretta i miei timori alla prima persona che incontrai, la

cameriera. «Ecco, ecco!» strillò, «sapevo che era successa qualche cosa. Sono andata per fare il letto dopo colazione e

la porta era chiusa, neanche un topo si sentiva, e da allora è stato sempre così zitto. Ma forse, credevo, eravate usciti

tutti e due, e avevate chiuso dentro il bagaglio per sicurezza. O Dio, o Dio, padrona! Signora! Un uomo ammazzato!

Mrs. Hussey! Un colpo!» Così gridando corse in cucina, e io dietro.

Saltò fuori Mrs. Hussey, con un barattolo di senape in una mano, e l'ampolla dell'aceto nell'altra: l'avevamo

interrotta mentre badava ai condimenti e strapazzava nel contempo il servitorello nero.

«La legnaia!» gridai. «Da dove si passa? Spicciatevi, per amor di Dio, portate qualcosa per sfondare la porta.

L'ascia! L'ascia! Ha avuto un colpo, è sicuro.» Così dicendo correvo sopra di nuovo a mani vuote, senza nessun metodo.

Ma quella mi schiaffò davanti la senape, l'acetiera, e tutto il pepe del suo grugno.

«Che ti prende, giovanotto?»

«Procuratemi un'ascia! Per l'amor di Dio, mandate qualcuno dal dottore, mentre io scasso la porta.»

«Un momento,» disse la padrona posando in fretta l'acetiera per avere una mano libera. «Un momento. Vuoi

dire che scassi una delle mie porte?» Intanto mi afferrò il braccio: «Ma che hai? Che ti succede, marinaio?»

Le presentai tutto il caso nel modo più breve e calmo possibile. Quella si picchiò d'istinto l'acetiera su una

fiancata del naso, stette un momento a ruminare e poi esclamò: «No, non l'ho più visto da quando l'ho messo da parte.»

Corse al ripostiglio che c'era sotto il pianerottolo della scala, dette un'occhiata, e tornando mi disse che il rampone di

Queequeg non c'era più. «Si è ammazzato!» gridò. «Ci siamo di nuovo, come quel disgraziato di Stiggs. Un'altra

imbottita rovinata. Dio abbia pietà di sua madre! Sarà la rovina di quest'albergo. Ha una sorella questo poverino? Dove

abita? Betty, corri da Snarles il pittore, e digli di farmi un cartello così: "Vietato ammazzarsi e fumare in sala"; tanto

vale prendere due piccioni con una fava. Un suicida! Dio perdoni la sua anima. Ma che è questo fracasso? Ehi,

giovanotto, ferma!»

E correndomi appresso mi acchiappò mentre tentavo di nuovo di forzare la porta.

«Questo non te lo lascio fare. Non voglio avere la casa rovinata. Va' a cercare un ferraio, ce n'è uno a un

miglio. Ma aspetta!» e si cacciò la mano in tasca. «Questa chiave qui deve andar bene, credo. Vediamo.» Così dicendo

la fece girare nella serratura, ma ahimè, restava sempre la stanga che Queequeg aveva dato per aggiunta.

«Dovrò sfondarla,» dissi, e stavo per rinculare un po' nella anticamera per pigliare slancio, quando la padrona

mi riafferrò e tornò a giurare che non le avrei fracassato la casa; diedi uno strappo, e con un rapido slancio mi gettai di

peso contro il bersaglio.

La porta si spalancò con un rumore di catastrofe; sbattendo al muro, la maniglia mandò la calcina fino al

soffitto. E lì, per Dio, apparve Queequeg, perfettamente tranquillo e raccolto, accoccolato sulle natiche proprio in mezzo.39

alla camera con Yojo sulla cocuzza. Non guardava né di qua né di là, ma sedeva come una statua di legno, quasi senza

un sintomo di vita.

«Queequeg,» dico avvicinandomi, «che diavolo hai, Queequeg?»

«Non è rimasto tutto il giorno a sedere così, vero?» fece la padrona.

Ma per quanto dicessimo, non si riusciva a cavargli una parola. Quasi mi veniva di dargli uno spintone per

fargli cambiare posa, tanto la sua pareva sforzata, penosa, innaturale: da non potersi guardare. Dato, sopratutto, che con

ogni probabilità era rimasto piantato in quel modo per più di otto o dieci ore, e senza pasti per giunta.

«Mrs. Hussey,» dissi, «a ogni modo è vivo. Perciò, se non vi dispiace, lasciateci soli. Ci penso io a queste

stramberie.»

Chiusa la porta dietro alla padrona, tentai di convincere Queequeg a prendere una sedia: niente da fare. Restava

fermo lì, e malgrado provassi garbatezze e blandizie, tutto quello che seppe fare fu di non muoversi di un dito, non dire

una sola parola, e neanche guardarmi, oppure dare il minimo segno che si era accorto della mia presenza.

Chi sa, pensai, se questo non fa parte del suo Ramadan; magari nell'isola sua digiunano così, sulle natiche.

Dev'essere questo; ma sicuro, è parte del suo credo, immagino. E allora lasciamolo in pace. Non c'è dubbio che prima o

poi si dovrà alzare. Grazie a Dio non può durare per sempre. Il suo Ramadan viene solo una volta all'anno, e anzi

sospetto che a volte ne salti qualcuno.

Scesi per cenare. E poi restai un bel po' a sentire le lungaggini di certi marinai appena arrivati da quello che

chiamano un viaggio al budino, cioè a dire una breve crociera a caccia di balene su un brigantino o una goletta, limitata

al solo Atlantico e a nord dell'Equatore. Dopo avere ascoltato questi budinisti fin quasi alle undici, rifeci le scale per

andare a dormire, ormai certissimo che Queequeg, a quell'ora, doveva avere finito il suo Ramadan. Ma neanche per

sogno: era lì proprio dove lo avevo lasciato; non si era mosso di un pollice. Allora cominciai a infastidirmi.

Francamente, mi pareva una cosa insensata e pazza starsene seduti sulle natiche per tutto un giorno e metà della notte,

in una camera gelida, e con un pezzo di legno sulla testa.

«In nome del cielo, Queequeg, alzati e datti una scrollata. Alzati e mangia qualcosa. Morirai di fame. Ti

ammazzerai, Queequeg.» Ma non rispondeva una parola.

Allora mi persuasi che era inutile, e decisi di andare a letto a dormire: certo non poteva tardare molto a venirmi

dietro. Ma prima di mettermi sotto presi la mia giubba pesante e gliela buttai sulle spalle, perché si profilava una notte

glaciale, e addosso non aveva altro che la casacca ordinaria. Per un poco, per quanti sforzi facessi, non mi riuscì

neanche di appisolarmi. Avevo spento la candela: e il semplice pensiero di Queequeg che stava a meno di quattro metri,

seduto in quella posizione scomoda, tutto solo nel freddo e nel buio mi dava proprio il malessere. Pensate, dormire tutta

una notte nella stessa camera con un pagano completamente sveglio, che siede sul deretano nel suo triste,

incomprensibile Ramadan.

Ma bene o male infine caddi assopito e non pensai più a niente fino all'alba, quando, spingendo l'occhio oltre la

sponda, lo rivedo lì accovacciato, come fosse avvitato al pavimento. Ma appena il primo raggio di sole entrò dalla

finestra balzò in piedi, con le giunture irrigidite e scricchiolanti ma con un bel sorriso in faccia; mi si avvicinò

zoppicando, mi dette una sfregatina di fronte, e disse che il Ramadan era finito.

Ora, come ho già asserito, non ho niente da dire contro la religione di nessuno, qualunque sia, fintanto che

questa persona non si metta ad ammazzare e insultare nessun altro perché quest'altro individuo non ci crede pure lui. Ma

quando la religione di un uomo diviene pazzia autentica, quando si trasforma in vera e propria tortura, e insomma rende

questa terra nostra una scomodissima locanda, allora mi pare proprio il momento di pigliare a parte quell'individuo e

farsi una piccola discussione.

E proprio così feci ora con Queequeg. «Queequeg,» dico, «vieni qua ora, mettiti a letto, stenditi e sta' a

sentire.» Poi attaccai, cominciando dal sorgere e sviluppo delle religioni primitive, e via via scendendo fino alle varie

religioni del giorno d'oggi, e sforzandomi per tutto il tempo di fargli capire che tutte queste quaresime, tutti questi

ramadan e questi prolungati accosciamenti in camere squallide e fredde erano vere stupidaggini, dannosi alla salute,

inutili all'anima, e insomma contrari alle ovvie leggi dell'igiene e del buon senso. Gli dissi inoltre, che essendo lui in

altre cose un selvaggio così intelligente e sennato, mi spiaceva, mi spiaceva molto trovarlo ora così deplorevole e

dissennato a proposito di questo suo ridicolo Ramadan. Per giunta, ragionai, il digiuno fiacca il corpo; quindi anche lo

spirito cede; e tutti i pensieri nati da un digiuno saranno necessariamente pensieri di magro. Questa è la ragione per cui

molti bigotti dispeptici hanno idee così malinconiche sulla vita futura. «Insomma, Queequeg,» dico in modo un po'

digressivo, «l'inferno è un'idea nata in origine dall'indigestione di un pasticcio di mele; e perpetuata da allora per via

delle dispepsie ereditarie causate dai Ramadan.»

Poi gli domandai se non aveva mai sofferto di cattiva digestione, porgendo l'idea in maniera assai chiara, in

modo che potesse afferrarla. Disse di no; solo in un caso memorabile. Fu dopo un gran festino, dato dal re padre suo per

avere vinto una grossa battaglia, quando cinquanta nemici erano stati ammazzati verso le due del pomeriggio, e bolliti e

mangiati tutti la sera stessa.

«Basta, Queequeg,» dissi rabbrividendo, «non voglio sapere altro.» Immaginavo il resto senza bisogno di altri

cenni. Avevo incontrato un marinaio che era capitato proprio su quell'isola, e mi aveva detto che vinta una grossa

battaglia usavano arrostire tutti i morti ammazzati nel cortile o giardino del vincitore; poi, uno a uno, li disponevano su

grossi taglieri di legno, li guarnivano torno torno come risotti pilaf di noci di cocco e frutta dell'albero del pane, un po'

di prezzemolo in bocca, e via con gli auguri del vincitore a tutti i suoi amici, esattamente come se quei regali fossero

tanti tacchini di Natale..40

Tutto sommato non credo che i miei pensieri sulla religione fecero molto effetto su Queequeg. Anzitutto

perché pareva un po' duro d'orecchio su questo importante argomento, se non veniva considerato dal suo punto di vista.

In secondo luogo non riuscì ad afferrare più di un terzo di quello che dicevo, per quanto lo porgessi con semplicità. E

finalmente, sulla vera religione, pensava senza dubbio di saperne un sacco più di me. Mi guardava con un misto di

premura, condiscendenza e pietà, come stesse pensando che era un vero peccato che un giovanotto così intelligente

dovesse andare tanto irremissibilmente perduto per l'evangelica pietà dei pagani.

Finalmente ci alzammo, ci vestimmo, e dopo che Queequeg ebbe divorato una colazione mostruosa di zuppe di

ogni genere, in modo che la padrona non dovesse guadagnarci troppo per il Ramadan, uscimmo per imbarcarci sul

Pequod, senza fretta, pulendoci i denti con lische di passera.

XVIII • LA SUA FIRMA

Mentre camminavamo verso l'estremità del molo dov'era la nave, io e Queequeg col suo rampone, il capitano

Peleg ci chiamò dal capanno con la sua voce sgraziata, per dirci che non s'aspettava che il mio amico fosse un

cannibale. Poi dichiarò che non voleva cannibali a bordo se prima non gli mostravano le carte.

«Che significa, capitano Peleg?» dissi salendo a bordo con un salto e lasciando il mio compagno sulla

banchina.

«Significa,» rispose, «che deve mostrarmi i documenti.»

«Sicuro,» disse il capitano Bildad con la sua voce cavernosa, cacciando fuori la testa dal capanno dietro a

quella di Peleg. «Deve dimostrare che è convertito. Figlio delle tenebre,» aggiunse rivolgendosi a Queequeg, «sei in

comunione con qualche chiesa cristiana, al presente?»

«Sicuro,» dico io. «è membro della Prima Chiesa Congregazionale.» Sia detto qui che molti selvaggi tatuati,

imbarcati su navi di Nantucket, finivano per aggregarsi a qualche chiesa.

«La Prima Chiesa Congregazionale!» gridò Bildad, «quale, quella che si riunisce all'oratorio del diacono

Deuteronomy Coleman?» Così dicendo si levò gli occhiali, li strofinò col suo gran fazzoletto di cotone a colori, e

rimettendoli con molta cura uscì dal capanno, si appoggiò tutto stecchito al parapetto e squadrò Queequeg a lungo.

«E da quando sta con loro?» domandò poi, voltandosi dalla mia parte. «Non da molto, direi, g iovanotto.»

«No,» disse Peleg, «e neanche direi che è stato battezzato bene. Se no il sacramento gli avrebbe lavato dalla

faccia un po' di quel blu del demonio.»

«Dimmi un po'!» urlò Bildad. «È questo filisteo un membro regolare della chiesa del diacono Deuteronomy?

Non l'ho mai visto entrarci; e dire che ci passo ogni santo giorno.»

«Io non so proprio niente di questo diacono e delle sue riunioni,» rispondo. «Tutto quello che so è che

Queequeg qui presente, è nato membro della Prima Chiesa Congregazionale. Anzi lui stesso, Queequeg, è già diacono.»

«Giovanotto,» disse Bildad severamente, «mi stai prendendo in giro. Spiegati tu, giovane Ittita. Qual è questa

chiesa? Rispondi.»

Trovandomi alle strette, risposi così: «Signore, mi riferivo a quella vecchia Chiesa Cattolica a cui

apparteniamo, voi, io, il capitano Peleg quassù e Queequeg laggiù, e tutti quanti noi e ogni figlio di donna e ogni anima

viva, la grande e sempiterna prima congrega di tutto questo mondo di Dio. Ad essa apparteniamo tutti, anche se

qualcuno di noi coltiva qualche ghiribizzo che però non tocca affatto la fede generale. E in questa ultima ci diamo tutti

la mano.»

«Ci impiombiamo, vuoi dire, ci impiombiamo la mano!» strillò Peleg avvicinandosi. «Giovanotto, faresti

meglio a imbarcarti come missionario invece che come marinaio semplice. Non ho mai sentito un sermone più bello. E

il diacono Deuteronomy... ma che dico, neanche padre Mapple, che qualcosa vale, ti può battere. Vieni su, vieni, lascia

perdere le carte. Aspetta, di' a Quohog là, com'è che si chiama? Di' a Quohog di venire sù. Corpo di un'ancora, quello sì

che è un rampone. Roba fina, direi, e sa anche tenerlo in mano. Dico a te, Quohog, o come ti chiami, sei mai stato in

punta a una lancia? Hai mai colpito un pesce?»

Con quel suo fare da selvaggio, senza dire parola, Queequeg saltò sulla murata e da lì sulla prua d'una lancia

che pendeva alla banda. Poi puntò il ginocchio sinistro, bilanciò il rampone, e urlò qualche cosa che poteva significare:

«Capitano, vedere piccola goccia catrame laggiù su acqua, vedere? Bene, pensare lei occhio di balena, via!» E

prendendo la mira in un attimo scagliò il ferro proprio sul cappellaccio di Bildad, dritto attraverso la coperta. La

macchia brillante di catrame sparì.

«Ora,» disse Queequeg ritirando tranquillamente la lenza, «supponiamo lei occhio di balena. Ebbene, quella

balena morta.»

«Fai presto, Bildad,» disse Peleg al socio, che atterrito dal passaggio velocissimo di quel rampone volante si

era ritirato verso la cabina, «Bildad, dico a te, fai presto, va' a prendere un contratto. Dobbiamo mettere questo

Hedgehog, Quohog voglio dire, in una delle lance. Senti, Quohog, ti diamo la novantesima parte, ed è più di quanto

abbiamo dato finora a qualsiasi ramponiere di Nantucket.»

Così andammo giù in cabina, e con mia grande gioia Queequeg venne arruolato nella ciurma della mia stessa

nave..41

Esauriti i preliminari, e quando Peleg ebbe preparato tutto per la firma, si rivolse a me: «Penso che Quohog qui

non sa scrivere, mi sbaglio? Dico a te, Quohog, ti prenda un colpo! Firmi col tuo nome o fai un segno?»

Ma a questa domanda Queequeg, che già due o tre volte aveva preso parte a simili cerimonie, non parve

imbarazzato affatto. Prese la penna che gli offrivano e copiò sulla carta, al posto giusto, il duplicato esatto di una buffa

figura rotonda che aveva tatuata sul braccio; sicché, per via dell'errore ostinato del capitano Peleg riguardo al suo

appellativo, il risultato fu più o meno questo:

Quohog

il suo † segno.

Intanto il capitano Bildad sedeva fissando Queequeg con occhio fermo e severo, e alla fine alzandosi

solennemente e frugando nelle immense tasche del suo dimesso cappotto a larghe falde, cavò un fascio di opuscoli, e

scegliendone uno intitolato «Arriva l'Ultimo Giorno, o Non c'è Temp o da Perdere» lo mise in mano a Queequeg, e poi

afferrando opuscolo e mani con tutt'e due le sue, lo fissò intensamente negli occhi e disse: «Figlio della tenebra, debbo

fare teco il mio dovere; sono comproprietario di questa nave, e mi sento responsabile per le anime di tutto l'equipaggio;

se ancora sei attaccato alle tue abitudini pagane, il che temo molto, ti scongiuro, non restare per sempre uno schiavo di

Belial. Scaccia l'idolo Bell e il dragone schifoso, fuggi l'ira che verrà, aprili gli occhi, aprili, oh! misericordia divina!

manovra al largo dal precipizio!»

Un po' di sale marino restava ancora appiccicato al linguaggio del vecchio Bildad; e frasi bibliche e caserecce

vi erano mescolate a casaccio.

«Basta ora, Bildad, basta, basta di rovinare il nostro ramponiere,» gridò Peleg. «I ramponieri devoti non sono

mai stati buoni cacciatori: gli toglie di dentro il pescecane, e un ramponiere non vale un soldo se non è un po'

pescecane. Quel giovanotto, Nat Swaine, per esempio, una volta era il più bravo capobarca di Nantucket e del Vigneto;

entrò nella congrega e non fece più niente di buono. Gli venne un tale panico per la sua anima fetente, che davanti alle

balene rinculava e svicolava, per paura di sorprese nel caso lo sfondassero e spedissero a Davy Jones.»

«Peleg! Peleg!» disse Bildad alzando occhi e mani, «tu stesso come io stesso hai visto molti pericoli; tu lo sai,

Peleg, che vuol dire avere la paura della morte; com'è che puoi sproloquiare in questo modo così empio. Tu smentisci il

tuo stesso cuore, Peleg. Ma dimmi, quando questo Pequod qui perse tutti e tre gli alberi in quel tifone lungo le coste

giapponesi, quella volta che eri secondo con Achab, non hai pensato alla Morte e al Giudizio in quei momenti?»

«Ma sentitelo, sentitelo!» gridò Peleg marciando per la cabina e cacciando le mani fino al fondo delle tasche.

«Sentitelo tutti. Ma pensate! Quando ci pareva di affondare da un momento all'altro! La Morte e il Giudizio, in quei

momenti? Davvero, eh? Con tutti e tre gli alberi che facevano un fracasso d'inferno contro la fiancata, e ogni colpo di

mare che ci inondava da prua a poppa. La Morte e il Giudizio? No! Non c'era tempo di pensare alla morte in quei

momenti. Alla vita pensavamo, il capitano e io, e a come salvare tutti quanti, a come alzare alberi di fortuna, a come

arrivare al porto più vicino: a questo stavo pensando.»

Bildad non disse altro. Si abbottonò il gabbano e uscì in coperta a gran passi. E noi dietro. S'era piantato lì a

sorvegliare zitto zitto certi velai che stavano ricucendo una gabbia al centro del ponte. Ogni tanto si chinava a raccattare

un pezzo di tela o a ricuperare una cima di spago incatramato, che se no poteva andare sprecata.

XIX • IL PROFETA

«Compagni, vi siete imbarcati su quello?»

Queequeg e io avevamo appena lasciato il Pequod e ci allontanavamo dall'acqua con comodo, ciascuno preso

momentaneamente dai suoi pensieri, quando quelle parole ci furono rivolte da uno sconosciuto, che ci si era fermato

davanti, e col grosso indice additava il bastimento in questione. Vestiva da straccione, con la giubba scolorita, i calzoni

rappezzati, e uno sbrindello nero attorno al collo. Un vaiolo fitto gli era colato sulla faccia in tutte le direzioni, e l'aveva

scanalata come il torturato letto di un torrente quando le acque impetuose si sono asciugate.

«Vi siete imbarcati lì?» disse di nuovo.

«Volete dire il Pequod, suppongo,» risposi cercando di guadagnar tempo per potergli dare un'occhiata comoda.

«Sicuro, il Pequod: quello lì», e tirando indietro tutto quanto il braccio lo ricacciò avanti di colpo, col dito

puntato e rigido come una baionetta in pieno sul bersaglio.

«Sì, abbiamo appena firmato.»

«E non diceva niente, il contratto, dell'anima vostra?»

«Di che cosa?»

«Ah, forse neanche ce l'avete,» disse l'uomo rapidamente. «Ma niente di strano, ne conosco di tipi senza:

buona fortuna a loro. E stanno anche meglio. L'anima è come la quinta ruota per un carro.»

«Ma che diavolo dici, amico?»

«Quello lì comunque, ne ha abbastanza per compensare ogni scarsezza del genere,» disse lo sconosciuto con

irruenza, calando nervosamente sulle due prime parole..42

«Queequeg, andiamocene,» dico, «questo qui è scappato chissà da dove. Parla di cose e di gente che non

conosciamo.»

«Un momento!» gridò lo sconosciuto. «Avete ragione voi. Ancora non l'avete visto il Tuonaccio, vero?»

«Chi è il Tuonaccio?» dissi. Ero di nuovo inchiodato da quella sua violenza allucinata.

«Il capitano Achab.»

«Il capitano della nostra nave, il Pequod?»

«Appunto. Tra noi vecchi, qualcuno lo chiama così. Non lo avete ancora visto, no?»

«No, non lo abbiamo visto. Dicono che è malato, ma ora sta meglio, e tra qualche giorno sarà guarito.»

«Guarito lui?» E fece una gran risata di scherno. «Credete a me: quando il capitano Achab sarà guarito, questo

braccio sinistro diventerà il mio braccio destro. Non prima.»

«Ma che ne sapete di lui?»

«E a voi che hanno detto di lui? Rispondetemi.»

«Non ci hanno detto gran che. So solamente che è un buon cacciatore e un buon capitano per l'equipaggio.»

«È vero, è vero; l'uno e l'altro. Non è sbagliato. Ma quando dà un ordine, bisogna fare salti. Un salto, e un

ringhio. Un ringhio, e via di corsa: questa è la legge di Achab. Ma non vi hanno detto niente su cosa gli successe al

largo di Capo Horn, molto tempo fa, quando restò come morto per tre giorni e tre notti? E della zuffa tremenda con lo

spagnolo davanti a un altare a Santa, di questo non vi hanno detto niente? Non v'han detto niente di quando sputò in una

coppa d'argento? E neanche della gamba che perse nell'ultimo viaggio, secondo la profezia? Di queste e altre cose non

avete sentito una parola, vero? No, non credo. Com'era possibile? Chi ne sa niente? Tutta Nantucket no di certo. Però,

forse avete sentito parlare della gamba e di come la perse. Eh? Questo l'avete sentito, ci scommetto. Ma sicuro, questo

lo sanno quasi tutti; sanno, voglio dire, che ha una gamba sola. E che uno spermaceti gli portò via l'altra.»

«Amico,» dissi, «a che cosa volete arrivare con tutte queste chiacchiere, non lo so, e neanche me ne importa

molto; perché mi pare che avete qualche danno in testa. Ma se state parlando del capitano Achab di quella nave lì, il

Pequod, allora vi posso dire che so tutto sulla gamba e su come la perse.»

«Tutto, eh? Ne siete sicuro? Tutto quanto?»

«Ne sono sicuro.»

Col dito puntato e l'occhio fisso sul Pequod, quella specie di accattone s'impietrò un momento, come in un

tormentato sogno a occhi aperti; poi trasalì appena, si voltò e disse: «Vi siete ingaggiati, no? Nero su bianco? Ebbene,

quello che è firmato è firmato, e quello che dev'essere sarà; del resto, forse, dopo tutto non succederà niente. Comunque

è già tutto fissato e disposto, e qualcuno deve pure andarci con lui, penso. Tanto valgono questi come altri, Dio ne abbia

misericordia! Buongiorno a voi, comp agni, buongiorno; il cielo ineffabile vi benedica; mi dispiace di avervi trattenuti.»

«Senti qui, amico,» ribatto, «se hai qualcosa d'importante da dirci, fuori la notizia. Ma se stai solo cercando di

gabbarci, hai sbagliato gioco. E questo è tutto.»

«Molto ben detto, mi piace sentir parlare così. Siete proprio l'uomo che cerca lui, voi e quelli come voi.

Buongiorno a voi, compagni, buongiorno! Oh, quando siete lì, dite che ho deciso di non essere nel mazzo.»

«Eh no, amico, in questo modo non c'imbrogli! No di sicuro. È troppo facile darsi l'aria di avere chissà che

segreto.»

«Salute a voi, compagni, e buongiorno!.»

«Giorno è di sicuro,» ribatto. «Muoviamoci, Queequeg, lasciamolo perdere questo pazzo. Un momento. Mi

vuoi dire come ti chiami?»

«Elia.»

Elia! pensai; e ce ne andammo facendo i nostri commenti, ciascuno a modo suo, su quel vecchio marinaio a

brindelli. E decidemmo che era solo uno spaccone che voleva fare lo spauracchio. Ma non s'era andati più di cento

jarde, a occhio e croce, quando svoltammo all'angolo e nel voltarmi indietro chi vedo, Elia che ci veniva appresso, sia

pure a distanza. Non so perché, rivederlo mi sconcertò, tanto che non dissi niente a Queequeg, ma tirai avanti col mio

amico, impaziente di vedere se quello svoltava allo stesso angolo. Svoltò difatti. Allora mi persuasi che ci stava

pedinando, ma a quale scopo non riuscivo assolutamente a capirlo. E ora questo fatto, assieme a quella sua chiacchierata

equivoca, camuffata, un po' accenni e un po' fatti precisi, cominciò a farmi nascere in mente ogni specie di vaghe

supposizioni e mezze paure, tutte riguardo al Pequod, al capitano Achab, alla gamba persa, all'accesso che aveva avuto

al Capo Horn, alla coppa d'argento, e poi a quello che il capitano Peleg aveva detto di lui mentre lasciavo il bastimento

il giorno prima, e alla profezia dell'indiana Tistig e al viaggio per cui ci eravamo impegnati e a cento altre cose poco

chiare.

Ero deciso a scoprire con certezza se quel pidocchioso di Elia ci stava o no pedinando, perciò traversai con

Queequeg la strada e tornammo indietro sull'altro lato. Ma Elia tirò avanti senza dare segno di vederci. Questo mi

tranquillizzò. E ancora una volta, e a mio avviso per sempre, lo giudicai in cuor mio uno spaccone.

XX • TUTTI AFFACCENDATI

Passarono un giorno o due, e c'era un gran da fare a bordo del Pequod. Non solo si riparavano le vele vecchie,

ma ne arrivavano di nuove, e pezze di tela, e rotoli di cordame: insomma, tutto indicava che i preparativi del viaggio.43

erano sul punto di finire. Il capitano Peleg non scendeva a terra quasi mai: stava piazzato nel capanno indiano tenendo i

marinai sotto il suo occhio di falco. Bildad faceva tutte le compere e provvigioni ai magazzini. E gli uomini assegnati

alla stiva o all'alberatura lavoravano fino a tarda notte.

Il giorno dopo che Queequeg firmò il contratto, fu passata voce a tutte le locande dove alloggiava la ciurma che

i bauli dovevano trovarsi a bordo prima di sera, dato che il bastimento poteva salpare da un momento all'altro. Perciò

Queequeg e io portammo giù la roba, ma decidendo di dormire a terra fino all'ultimo. Sembra d'altra parte che in questi

casi danno sempre un preavviso lunghissimo. La nave non si mosse per parecchi giorni. E non c'è da meravigliarsi: c'era

un mucchio di cose da fare, e un mucchio incalcolabile di cose da pensare, prima che il Pequod fosse equipaggiato a

dovere.

Si sa quante infinite cose sono indispensabili a chi tiene casa: letti, pentole, coltelli e forchette, pale e molle,

tovaglioli, schiaccianoci e via di questo passo. Lo stesso preciso per un viaggio a balene, che significa tenere casa aperta

per tre anni in pieno oceano, lontano da droghiere, fruttivendolo, dottore, panettiere e banchiere. Questo è senz'altro

vero anche per i mercantili, ma assolutamente non allo stesso grado delle baleniere. Perché, a parte la lunga durata di un

viaggio a caccia di balene, e i molti oggetti che servono alla pesca e non si possono sostituire nei porti lontani che di

solito si toccano, bisogna ricordarsi che tra tutte le navi le baleniere sono le più esposte a incidenti di ogni genere,

specie alla distruzione e perdita proprio di quelle cose su cui sopratutto si fonda la riuscita del viaggio. Quindi lance di

scorta, pennoni di scorta, lenze e ramponi di scorta e quasi ogni cosa di scorta tranne un capitano di ricambio e un

duplicato di nave.

Quando noi due eravamo arrivati all'isola, sul Pequod lo stivaggio più pesante era quasi terminato: compresi

pane, carne, acqua, combustibile, e cerchi e doghe di ferro. Ma come dicevo, per un po' continuarono a procurare e

portare a bordo un mucchio di varia altra roba grossa e piccola.

Tra quelli che facevano quest'andirivieni spiccava la sorella del capitano Bildad, una vecchietta sparuta, di

spirito infaticabile e straordinariamente deciso, ma anche di molto buon cuore. Per quanto dipendeva da lei, pareva

risoluta a che niente dovesse mancare sul Pequod una volta al largo. Arrivava a bordo ora con una giara di sottaceti per

il cambusiere, ora con un fascio di penne d'oca per la scrivania del primo ufficiale, dove costui teneva il giornale di

bordo, e ora con un rotolo di flanella per le reni di qualche reumatico. Mai nessuna donna meritò meglio il suo nome,

che era Carità: Zia Carità, come la chiamavano tutti. E come una suora di carità questa caritatevole zia Carità si

affaccendava a destra e a manca, pronta a voltare la mano e il cuore a ogni cosa che promettesse di procurare sicurezza,

comodità e consolazione a tutti quelli d'una nave in cui era interessato il suo amato fratello Bildad, e nella quale aveva

investito lei stessa un paio di ventine di dollari dai suoi attenti risparmi.

Però, c'era da restare a bocca aperta a vedere questa quacquera dal cuore d'oro arrivare a bordo, come fece

l'ultimo giorno, con un lungo mestolo da olio in una mano, e nell'altra una lancia da balene ancora più lunga. E neanche

Bildad stesso e nemmeno Peleg restavano indietro. Quanto a Bildad, si portava addosso una lunga lista di articoli che

mancavano, e ad ogni nuovo arrivo scaricava un segno sul foglio a fronte dell'articolo. Peleg, ogni tanto, strisciava fuori

dalla sua tana d'osso di balena, e sbraitava agli uomini giù pei boccaporti, sbraitava a quelli che attrezzavano in testa

all'albero, e infine tornava sbraitando nel capanno.

Durante questi giorni di preparativi Queequeg e io visitammo spesso il bastimento, e ogni volta domandavo

notizie del capitano Achab, come stava e quando veniva a bordo della sua nave. A queste domande rispondevano che

migliorava sempre, che lo aspettavano a bordo di giorno in giorno, e che intanto i due capitani, Peleg e Bildad,

badavano loro a quanto era necessario per preparare la nave al viaggio. Fossi stato proprio sincero con me stesso, avrei

letto assai chiaramente nel cuore mio che mi piaceva poco venire spedito in questa maniera per un viaggio così lungo,

senza posare gli occhi nemmeno una volta sull'uomo che appena usciti al largo doveva diventare, di questo viaggio, il

dittatore assoluto. Ma qualche volta succede che quando uno annusa qualcosa che non va, se già si è impegolato nella

faccenda, si sforza senza rendersi conto di nascondere i sospetti perfino a se stesso. A me, più o meno, succedeva

questo. Non dissi niente e cercai di non pensarci.

Finalmente annunziarono che il giorno dopo, a un'ora imprecisata, il legno avrebbe salpato sicuramente. Così,

l'indomani mattina, Queequeg e io ci muovemmo prestissimo.

XXI • CI S'IMBARCA

Erano quasi le sei ma l'alba appariva a stento, grigia, nebbiosa, quando ci avvicinammo al molo.

«Qualcuno corre lì avanti, se vedo bene,» dissi a Queequeg, «ombre non possono essere; si vede che parte

proprio al levare del sole: muoviamoci!»

«Fermi là!» gridò una voce, e nello stesso tempo il suo proprietario ci spuntò dietro e posò una mano sulla

spalla a ciascuno di noi. Poi cacciandosi in mezzo stette un po' curvo in avanti, nel crepuscolo incerto, come un matto,

strizzando gli occhi tra me e Queequeg. Era Elia.

«Si va a bordo?»

«Mani a posto, prego,» dissi.

«Senti,» disse Queequeg scrollandosi, «va' via.»

«Allora non v'imbarcate?».44

«Sicuro,» dico, «ma a voi che importa? Signor Elia, sapete che vi considero piuttosto insolente?»

«No, no, no, non me ne rendevo conto,» disse Elia, e continuava a guardare ora me ora Queequeg in un modo

lento, pensieroso, assolutamente incomprensibile.

«Elia,» dico, «fate un favore a me e all'amico mio: andatevene. Siamo in partenza per l'oceano Indiano e per

l'oceano Pacifico. Non abbiamo tempo da perdere.»

«Davvero, eh? Tornate prima di colazione?»

«È pazzo, Queequeg,» dico, «muoviamoci.»

«Olà!» gridò Elia da fermo, quando ebbimo fatto qualche passo.

«Non dargli retta, Queequeg. Andiamo.»

Ma quello ci tornò dietro piano piano, e battendomi di colpo la mano sulla spalla: «Avete visto niente che

sembrasse uomini che andavano verso la nave, poco fa?»

Io gli risposi, colpito da quella domanda chiara e precisa: «Sì, mi è parso di vedere quattro o cinque uomini.

Ma era troppo scuro per essere certi.

«Molto scuro, molto scuro,» disse Elia, «buongiorno.»

Lo lasciammo di nuovo; ma ci venne dietro in silenzio ancora una volta, e toccandomi di nuovo la spalla:

«Provate a ritrovarli adesso, se volete.»

«Ritrovare chi?»

«Buongiorno a voi, buongiorno!» rispose, e tornò a scostarsi. «Oh! Volevo mettervi in guardia, ma lasciamo

perdere, lasciamo perdere: è tutto lo stesso, tutto in famiglia per giunta. Freddo cane stamattina, no? Statevi bene. Non

ci rivedremo molto presto, suppongo. Tranne che non vi veda davanti al Gran Giurì.» E con queste parole squilibrate se

ne andò definitivamente, lasciandomi lì per lì sbalordito per quell'impudenza da manicomio.

Infine, quando mettemmo piede sul Pequod, trovammo tutto in profondo silenzio: non un'anima in giro. La

porta della cabina era serrata di dentro, i boccaporti chiusi e ingombri di rotoli di sartiame. Andando avanti al castello di

prua trovammo aperto il piano scorrevole della botola. Vedendo luce dentro, scendemmo, e vi trovammo solo un

vecchio attrezzatore avvolto in un giaccotto lacero. Era buttato per lungo su due casse, a faccia in sotto, nascosta fra le

braccia incrociate. Era nel più profondo del sonno.

«Queequeg dove si saranno cacciati quei marinai che abbiamo visto?» dissi guardando incerto l'uomo che

dormiva. Ma sul molo, pare, Queequeg non si era accorto di niente; e perciò pensai quasi di avere avuto qualche

illusione ottica, ma c'era la domanda di Elia, che allora non si spiegava più. Mi tolsi tutto di mente; e guardando di

nuovo quello che dormiva, suggerii a Queequeg, per ridere, che forse era nostro dovere di vegliare quel morto.

Prendesse, quindi, la posizione adatta. Queequeg posò la mano sul sedere dell'addormentato, come per sentire se era

abbastanza molle, e poi senza altre storie ci si sedette sopra tranquillo.

«Queequeg,» dico, «per l'anima! Non sedere lì sopra.»

«Oh, sedile molto buono,» dice Queequeg, «modo paese mio, non danneggiare faccia.»

«Faccia! Lo chiami faccia? Allora ha proprio un'aria benevola. Ma come respira forte! Fa sforzi per alzarsi.

Togliti, Queequeg, sei pesante; gli pesti la faccia a quel disgraziato. Queequeg, levati, guarda che ti butta per terra. È

strano che non si sveglia.»

Queequeg si mise appena più in là della testa di quello che dormiva, e accese la sua pipa da guerra. Io sedetti ai

piedi. Continuammo a passarci la pipa dall'uno all'altro, sul corpo dell'addormentato. Intanto gli facevo domande in quel

suo modo smozzicato, e Queequeg mi diede a capire che al suo paese, a causa della mancanza di ogni genere di sofà o

divani, i re, i capi e i pezzi grossi in genere avevano l'abitudine di tenere all'ingrasso come ottomana qualcuno delle

classi più umili. Sicché, per ammobiliare bene la casa da quel punto di vista, bastava solo comprare otto o nove poltroni,

e distribuirli attorno fra le porte e nelle alcove. La soluzione, inoltre, era molto conveniente per una scampagnata, molto

più conveniente di quelle sedie da giardino che si trasformano in bastoni da passeggio. All'occasione, un capo chiamava

il servo e lo pregava di far divano di sé all'ombra di un albero, o magari in qualche pantano.

Queequeg, mentre raccontava queste cose, ogni volta che riceveva da me la pipa mannaia, ne faceva roteare

quest'ultima faccia sulla testa di quello che dormiva.

«Perché fai così, Queequeg?»

«Molto facile ammazzare, oh, molto facile!»

E stava per passare a qualche reminiscenza brutale a proposito della pipa-accetta, che pareva avesse in ambo le

sue accezioni spaccato crani ai suoi nemici e lenito a lui l'animo, quando fummo costretti a interessarci direttamente

all'attrezzatore che dormiva. Il fumo acre che ormai riempiva quasi completamente quella ristretta buca cominciava a

fargli effetto. Respirava come avesse un bavaglio, parve avere noie al naso, si rivoltò una o due volte, poi si alzò a

sedere e si strofinò gli occhi.

«Ohé!» esalò finalmente, «chi siete, pipaioli?»

«Dell'equipaggio,» dissi, «quando si parte?»

«Già, già. Partite con questa, vero? Salpa oggi. Il capitano è salito ieri notte.»

«Che Capitano? Achab?»

«Sicuro. Chi altro?»

Stavo per fargli qualche altra domanda su Achab quando sentimmo rumore in coperta.

«Oibò! Starbuck si muove,» disse l'attrezzatore, «è un primo in gamba, quello. Brav'uomo, e uomo di chiesa.

Ma ora muoviamoci: all'opera!» Così dicendo salì sul ponte, e noi dietro..45

Ormai era mattino chiaro. Presto la ciurma arrivò, a due, a tre. Gli attrezzatori si misero al lavoro. Gli ufficiali

si fecero in quattro, e parecchi di quelli di terra si diedero da fare per portare a bordo varie ultime cose. E intanto il

capitano Achab restava invisibile, rinchiuso nella cabina.

XXII • NATALE ALLEGRO

Finalmente, verso mezzogiorno, furono licenziati gli attrezzatori, il Pequod venne scostato a rimorchio dal

molo, e la zia Carità, sempre premurosa, venne in una lancia coi suoi ultimi regali: una berretta da notte per il secondo

ufficiale Stubb, che era suo cognato, e una Bibbia di riserva per il dispensiere. Dopo di che i due capitani, Peleg e

Bildad, uscirono di cabina, e rivolgendosi al primo ufficiale, Peleg disse:

«Allora, signor Starbuck, siete sicuro che tutto è in regola? Il capitano Achab è pronto, gli ho parlato ora.

Nient'altro da terra, eh? Bene, tutti in coperta allora. Radunateli qui a poppa, per l'animaccia loro!»

«Non c'è bisogno di bestemmiare, Peleg, anche se c'è molta fretta,» disse Bildad, «ma sbrigati, amico Starbuck,

fa' come ti abbia mo detto.»

Strano. Stavamo per partire, e Bildad e Peleg spadroneggiavano sul cassero, ché pareva dovessero comandare

assieme sul mare esattamente come s'era visto che facevano in porto. E in quanto al capitano Achab ancora non dava

segno di vita; solo avevano detto che era nella cabina. Però, fatto stava che la sua presenza non era necessaria per niente

a. far salpare la nave e pilotarla in mare aperto. Questo, in realtà, non era affare suo ma del pilota; e inoltre dicevano che

il capitano non si era ancora ristabilito completamente: per questo restava sotto coperta. E tutto ciò in fondo era

abbastanza naturale. Anzi nel servizio mercantile parecchi capitani non si fanno mai vedere in coperta fino a parecchio

tempo dopo che si è levata l'ancora; stanno a tavola in cabina, per il banchetto di addio con gli amici di terra, prima che

questi se ne vadano con il pilota.

Comunque mancava il tempo da dedicare al problema, perché ora il capitano Peleg era tutto argento vivo.

Quanto a chiacchiere e ordini faceva quasi tutto lui, e non Bildad.

«Tutti a poppa, figli di scapoli,» gridava mentre i marinai tardavano vicino all'albero maestro. «Signor

Starbuck, spingeteli a poppa.»

«Abbattete la tenda!» ordinò poi. Il tendone di osso di balena, ho detto, non veniva mai drizzato che in porto, e

da trent'anni, a bordo del Pequod, era risaputo che l'ordine di abbattere la tenda veniva subito prima quello di tirare su

l'ancora.

«Pronti all'argano! Sangue d'un baleno! Presto!» fu il comando seguente; e l'equipaggio si precip itò alle

stanghe.

Ora, nel salpare, il posto che di solito occupa il pilota è la parte prodiera. E lì Bildad, che bisogna sapere era

assieme a Peleg, oltre a tante altre cose, anche uno dei piloti patentati del porto (e si pensava che si fosse fatto fare

pilota per sparagnare il pilotaggio di Nantucket a tutte le navi di cui era azionista, perché non pilotava mai altri

bastimenti), Bildad, dico, appariva ora tutto indaffarato a guardare giù da prua se spuntava l'ancora, e a cantare ciò che

pareva la strofa lugubre di un salmo per rallegrare gli uomini all'argano, che invece, e con gran passione, si erano messi

a ruggire una specie di coro sulle puttane di Booble Alley. E dire che neanche tre giorni prima Bildad li aveva avvisati

che nessun canto profano era permesso a bordo del Pequod, sopratutto alla partenza; e Carità sua sorella aveva messo

una piccola e pregevole copia di Watts nella cuccetta di ogni marinaio.

Intanto il capitano Peleg, che sorvegliava l'altro settore, scuoiava santi a poppa nel modo più spaventoso. Quasi

pensavo che voleva mandare a picco la nave prima che l'ancora venisse su; involontariamente mi fermai sulla stanga, e

dissi di fermarsi a Queequeg, pensando ai pericoli che tutti e due correvamo a cominciare il viaggio con un simile

diavolo per pilota. Ma mi confortava il pensiero che il pio Bildad poteva offrire qualche speranza di salvezza,

nonostante la sua settecentosettantasettesima parte, quando di colpo accusai un forte spintone nel sedere, e girandomi

restai terrorizzato a vedere Peleg che ritraeva la gamba dalle mie immediate vicinanze. Questa fu la mia prima pedata.

«È così che issano l'ancora nel servizio mercantile?» sbraitò. «Scatta, castrone, scatta e ròmpiti la schiena!

Perché non scattate, dico, tutti quanti, scattate! Scatta, Quohag! Basette rosse, scatta! Scatta, beretta scozzese! Scatta,

braghe verdi! Avanti, scattate tutti, vi schiattino gli occhi!» Così dicendo girava attorno all'argano usando qua e là la

gamba senza nessuna economia, mentre Bildad continuava imperturbabile a dare il tempo col suo salmo. Pensai, deve

aver bevuto parecchio oggi il capitano Peleg.

Finalmente tirammo su l'ancora, le vele vennero spiegate, e scivolammo fuori. Fu un corto, freddo Natale; e

quando la breve giornata nordica si mescolò nella notte, ci trovammo quasi al largo su un oceano invernale, i cui gelidi

spruzzi ci rivestivano di ghiaccio come di un'armatura lucente. Le lunghe fila di denti sui parapetti luccicavano alla

luna, e grandi ghiaccioli ricurvi pendevano dalla prua, come le bianche zanne d'avorio di qualche mostruoso elefante.

Visto che faceva da pilota, lo scheletrico Bildad comandava il primo quarto di guardia; e ogni tanto, come il

vecchio bastimento tuffava forte di prua nelle acque verdi e s'irrorava tutto di quei brividi di gelo, e i venti urlavano e il

cordame vibrava, si sentivano le sue note ferme:

Dolci campi oltre il gonfio Giordano,

sparsi di verde vivo. Così Cana.46

ai tempi antichi apparve a Israele.

E in mezzo rotolava la fiumana.

Mai quelle parole soavi erano suonate al mio orecchio più soavi di allora. Erano piene di speranza e di

esaudimento. Nonostante quella notte rigida d'inverno sull'Atlantico infuriato, nonostante i miei piedi fradici e la giubba

ancora più inzuppata, c'erano sempre, o almeno lo credevo allora, molti porti ridenti da qualche parte, e prati e radure

dove la primavera era così eterna, che l'erba spuntata ad aprile vi durava fresca e intatta fino a metà dell'estate.

Poi fummo tanto al largo che non ci fu più bisogno dei piloti. La tozza barca a vela che ci aveva accompagnati

cominciò ad accostarsi alla fiancata.

Fu strano, e certo non sgradevole, vedere come Peleg e Bildad si commossero a questo punto, specie il

capitano Bildad. Perché detestava di andarsene ancora; detestava proprio di lasciare un bastimento in partenza per un

viaggio così lungo, così pericoloso, al di là di tutti e due i Capi tempestosi; un bastimento in cui erano investite alcune

migliaia di quei suoi dollari guadagnati con tanta fatica; un bastimento sul quale partiva come capitano un vecchio

collega, un uomo che aveva quasi la sua età, e che se ne andava ancora una volta ad affrontare tutti gli orrori di certe

mandibole senza misericordia. Detestava l'idea di dire addio a una cosa che per lui traboccava tutta di affetti; e perciò

perse molto tempo, il povero vecchio. Misurò con ansia la coperta; scese di corsa in cabina a dirvi un'ultima parola di

addio; tornò in coperta e guardò sovravvento, guardò verso infuori all'acqua immensa, senza confini se non i

lontanissimi, invisibili continenti dell'Est; guardò verso terra, guardò nell'aria, guardò a destra e a manca, dappertutto e

in nessun posto. E alla fine, arrotolando meccanicamente un cavo sul suo cavicchio, con un gesto convulso acchiappò

per mano il robusto Peleg, alzò la lanterna, e per un momento gli piantò gli occhi in faccia con aria eroica, come per

dire: «Ce la faccio comunque, amico. Ce la faccio.»

Quanto a lui, Peleg, se l'era presa con più filosofia. Però malgrado la filosofia, quando la lanterna s'avvicinò

troppo, una lacrima gli luccicava nell'occhio. E anche lui trottò non poco fra ponte e cabina, una parola laggiù e una

quassù col primo ufficiale Starbuck.

Ma alla fine si rivolse al collega con una certa aria decisa: «Capitano Bildad. Avanti, vecchio mio, bisogna

andare. Volta il pennone di maestra! Oh, la barca! Pronti ad accostare di banda! Piano! Piano! Su, vecchio mio, dici

l'ultima. Buona fortuna, Starbuck. Buona fortuna, signor Stubb. Buona fortuna, signor Flask; addio e buona fortuna a

tutti voi, e fra tre anni come oggi ci sarà per voi una cena calda che fuma, a Nantucket la vecchia. Salute e addio!»

«Dio vi benedica e vi tenga sotto la Sua santa protezione, ragazzi,» mormorò il vecchio Bildad quasi

balbettando. «Spero avrete bel tempo ora, che il capitano Achab si muova presto fra di voi; un bel sole è tutto quello che

gli serve, e ne avrete da vendere nel viaggio ai tropici che fate. State attenti nella caccia, ufficiali. Non sfondate barche

senza necessità, ramponieri; il buon cedro bianco è salito del tre per cento quest'anno. E non dimenticate le vostre

preghiere. Signor Starbuck, attento al bottaio: non sprechi le doghe di riserva. Oh, le aguglie sono nel cassone verde!

Non cacciate troppo nei giorni di domenica, ragazzi; ma però non fatevi scappare una buona occasione, che sarebbe

rifiutare la grazia di Dio. Occhio alla botte della melassa, signor Stubb: mi pare che perde un poco. Signor Flask, se

toccate le isole, attento a non fornicare. Addio, addio! Quel formaggio, signor Starbuck, non tenetelo troppo nella stiva

che si rovina. E mi raccomando col burro! Venti centesimi alla libbra è stato, e attenti che...»

«Muoviamoci, muoviamoci Bildad; basta con le chiacchiere, via!» e gli dette uno spintone verso la banda, e

tutti e due saltarono in barca.

Nave e barca si scostarono. La brezza notturna, umida e fredda, soffiò di mezzo, un gabbiano passò stridendo,

e i due scafi rollarono paurosamente. Lanciammo tre urrà col cuore pesante, e ci tuffammo alla cieca, come il destino, in

quell'Atlantico selvaggio.

XXIII • LA COSTA A SOTTOVENTO

Qualche capitolo addietro si è parlato di un certo Bulkington, un marinaio alto, appena sbarcato, che

incontrammo a New Bedford nella locanda.

Quella notte gelida d'inverno, quando il Pequod spinse la prua vendicatrice nelle onde fredde e maligne, chi

mai dovevo vedere al timone, Bulkington! Considerai con simpatia, ma con stupore e paura riverenziale, quest'uomo

che in pieno inverno, appena tornato da un viaggio di quattr'anni così pericoloso, poteva senza pace rimettersi in mare

per un altro ciclo di tempeste. La terra pareva bruciargli sotto i piedi. Le cose più degne di ammirazione sono quelle che

non si possono esprimere, i ricordi indimenticabili non fanno scrivere epitaffi: queste quattro dita di capitolo sono la

tomba senza lapide di Bulkington. Dico solo questo: la sua sorte fu quella di una nave sbattuta dalla tempesta, che vaga

miseramente lungo una costa a sottovento. Il porto le darebbe riparo, il porto è misericordioso, nel porto c'è salvezza,

comodità, un focolare, una cena, delle coperte calde, degli amici, tutto ciò che è gradito a noi poveri mortali. Ma in una

tempesta il porto, la terra, è il pericolo più terribile per una nave. Essa deve fuggire ogni ospitalità; un solo contatto

della terra, anche solo una carezza alla chiglia, la farebbe rabbrividire da cima a fondo. Con tutte le sue forze, la nave

spiega ogni vela per scostarsi. E nel farlo, combatte proprio contro quei venti che la vorrebbero spingere verso casa, va

cercando di nuovo tutta la mancanza di terra di quel mare infuriato. Si getta nel pericolo disperatamente, per amore di

un riparo. E il suo unico amico è il suo nemico più feroce..47

Tu lo capisci, Bulkington? Pare che tu veda qualche barlume di quella verità insopportabile agli uomini, che

ogni pensiero profondo e serio non è che uno sforzo coraggioso dell'anima per tenersi la libertà aperta del suo mare;

mentre i venti più aspri del cielo e della terra cospirano per gettarla sulla costa insidiosa e servile.

Ma la verità più alta, senza rive, indicibile come Dio, è soltanto nell'assenza di terra: e allora meglio subissarsi

in quell'infinito ululìo, piuttosto che essere sbattuti vergognosamente a sottovento, anche se in questo è la salvezza.

Perché, a quel punto, chi vorrebbe strisciare a terra come un verme? Davvero il terribile è senza fondo. Ed è possibile

che tutta questa agonia sia inutile? Coraggio, Bulkington, coraggio! Stringi i denti, semidio. Dalle sferzate d'acqua della

tua morte nell'oceano si scaglia in alto, a perpendicolo, la tua deificazione.

XXIV • IL DIFENSORE

E ora che Queequeg e io ci siamo bell'e imbarcati in questo lavoro di balenieri, e visto che oggigiorno questo

lavoro, tra la gente di terra, è considerato in certo qual modo un'occupazione piuttosto impoetica e sconveniente, mi

preme assai di convincere voi, voi di terra, del torto che in questa maniera fate a noi cacciatori di balene.

In primo luogo, può sembrare quasi superfluo ribadire che, in genere, il mestiere del cacciatore di balene non

viene messo sullo stesso piano di quelle che si chiamano le professioni liberali. Se un estraneo fosse presentato in uno

qualunque dei circoli misti di una città, e vi fosse presentato, diciamo, come ramponiere, ciò aumenterebbe ben poco la

stima generale dei suoi meriti; e se volendo emulare gli ufficiali di marina quel tale aggiungesse le iniziali P.d.C. (Pesca

dei Capodogli) sul biglietto da visita, la sua condotta verrebbe giudicata quanto mai presuntuosa e ridicola.

Senza dubbio, uno dei motivi principali per cui il mondo si rifiuta di rispettare noi balenieri è questo: la gente

crede che, nel migliore dei casi, la nostra vocazione ci porta a un lavoro da macellaio, e che quando ci diamo dentro sul

serio, siamo circondati da ogni genere di sporcizie. Macellai siamo, questo è innegabile. Però macellai sono stati pure, e

macellai della marca più sanguinaria, tutti i marziali condottieri che il mondo senza eccezioni si gode di onorare. E

quanto alla questione della pretesa sporcizia del nostro mestiere, sarete presto iniziati a certi fatti sinora ignorati quasi

del tutto, i quali nell'assieme piazzeranno trionfalmente la nave baleniera, almeno quella da capodogli, tra le cose più

pulite di questo mondo senza macchia. Ma anche ammettendo che l'accusa in questione sia giusta: quali ponti di

baleniera, per quanto viscidi e confusionari, possono paragonarsi al carnaio innominabile di quei campi di battaglia, da

cui tanti soldati tornano a ingerire gli applausi di tutte le signore? E se è l'idea del pericolo che rinforza tanto il concetto

che ha la gente della professione del soldato, lasciatevi assicurare di questo: parecchi di quei veterani che hanno

marciato spensierati contro un fortilizio, farebbero subito dietro-front all'apparizione della gran coda del capodoglio,

che sventaglia l'aria a mulinelli sulla loro testa. Perché le paure comprensibili dell'uomo sono ben poco, rispetto ai

terrori e prodigi insieme concatenati di Dio.

Però, sebbene il mondo ci disprezzi, noi cacciatori di balene, pure senza saperlo ci tributa l'o maggio più

profondo; sicuro, un'adorazione inesauribile! Visto che quasi tutti gli stoppini, le lucerne e le candele che bruciano torno

torno per il mondo, bruciano alla nostra gloria come davanti a tanti altari!

Ma considerate il caso sotto altre luci, pesatelo con ogni sorta di bilance, cercate di vedere ciò che siamo e ciò

che siamo stati, noi della caccia alle balene.

Perché gli olandesi al tempo di De Witt avevano ammiragli nelle flotte baleniere? Perché Luigi XVI di Francia

armò di tasca propria navi baleniere a Dunkerque, e invitò gentilmente in quella città una quarantina di famiglie dalla

nostra isola di Nantucket? Perché mai l'Inghilterra, tra il 1750 e il 1788, pagò in premi ai suoi cacciatori più di un

milione di sterline? E infine come si spiega che oggi noi balenieri d'America superiamo come numero tutti assieme gli

altri balenieri del mondo, abbiamo una flotta di settecento e più navi, equipaggiate da diciottomila uomini, che bruciano

ogni anno quattro milioni di dollari, navi che valgono venti milioni alla partenza e importano anno per anno un ben

mietuto raccolto di sette milioni di dollari? Come si spiega tutto questo, se non c'è qualcosa di potente nel nostro

mestiere?

Ma tutto ciò non è neanche la metà: sentite il resto.

Francamente, io sostengo che un esperto delle cose del mondo non può, per l'anima sua, indicare entro gli

ultimi sessant'anni un solo influsso pacifico che abbia più potenzialmente operato su tutto il vasto mondo, preso in un

blocco solo, dell'alto e potente mestiere di cacciar balene. Per un verso o per l'altro, esso ha provocato fatti così notevoli

in se stessi, e di tanto e continuo peso nelle loro conseguenze, che la baleneria possiamo davvero vederla come quella

madre egiziana che partoriva dal ventre suo prole già bell'e incinta essa stessa. Enumerare tutte queste cose sarebbe un

compito disperato, infinito: ne basti una manciata. Ormai da molti anni la nave baleniera è stata una pioniera nell'andare

scovando le parti più lontane e meno conosciute della terra. Ha esplorato mari e arcipelaghi che non avevano carte, dove

nessun Cook e nessun Vancouver avevano mai messo naso. Se oggigiorno le navi da guerra americane o europee stanno

pacificamente alla fonda in porti una volta selvaggi, dovrebbero sparare salve in onore e gloria della baleniera che per

prima indicò loro la strada, e per prima mediò tra di loro e i selvaggi. La gente può vantare quanto vuole gli eroi delle

spedizioni di esploratori, i vari Cook e Krusenstern: ma io dico che ventine di capitani anonimi partirono da Nantucket,

che furono altrettanto e più grandi dei vari Cook e Krusenstern. Perché a mani vuote e senza speranza di aiuti, nelle

acque barbare dei pescicani e lungo le spiagge d'isole sconosciute di zagaglie, combatterono contro prodigi e terrori

vergini che Cook con tutti i suoi fucilieri di marina e i suoi moschetti avrebbe volentieri fatto a meno di sfidare. Tutto.48

ciò di cui si fa tanto chiasso nei vecchi viaggi ai mari del Sud, tutte quelle cose non erano, per i nostri eroici

nantuckettesi, che i triti fatti di ogni giorno. E spesso, avventure alle quali Vancouver dedica tre capitoli, quegli uomini

le ritenevano indegne di venire segnate sul giornale di bordo. Ah il mondo! Che mondo!

Fino a quando la caccia non doppiò il Capo Horn, tra l'Europa e la lunga sfilza di ricchissime province

spagnole della costa pacifica non correvano commerci se non coloniali, e quasi nessuno scambio se non di tipo

coloniale. Fu il baleniere che per primo si apri un varco nella gelosa politica della corona di Spagna riguardo a quelle

colonie; e se avessi spazio potrei mostrare chiaro e tondo come da quei balenieri discese alla fine la liberazione del

Perù, del Cile e della Bolivia dal giogo della vecchia Spagna, e l'istituzione della democrazia eterna da quelle parti.

Quella grande America sul rovescio del globo, l'Australia, fu un dono del baleniere al mondo dei lumi. Dopo

che un olandese l'ebbe scoperta per sbaglio, a lungo tutte le altre navi evitarono come la peste quelle spiagge barbare:

ma la baleniera vi approdò. La baleniera è la vera madre di quella colonia ora potente. E per giunta nell'infanzia dei

primi assestamenti, svariate volte gli emigranti si salvarono dalla morte di fame grazie alle benigne gallette della

baleniera che per fortuna gettava l'ancora nelle loro acque. Le isole innumerevoli di tutta la Polinesia ammettono la

medesima verità, e fanno atto di omaggio commerciale alla baleniera che aprì la strada al missionario e al mercante, e in

parecchi casi portò i primi missionari alle loro destinazioni. Se quella terra chiusa a doppia mandata, il Giappone,

diventerà mai ospitale, il merito ne andrà solamente alla baleniera, che già vi bussa alla porta.

Ora, se di fronte a tutto ciò vi intestate a dichiarare che la caccia delle balene non è nobilitata da nessun

aggancio estetico, su questo sono pronto a correre cinquanta lance e a lasciarvi ogni volta per terra con l'elmo a pezzi.

La balena, direte, non ha scrittori famosi, e la sua caccia nessun famoso cronista.

La balena nessuno scrittore famoso? La caccia nessun cronista di fama? Ma chi scrisse il primo rapporto sul

nostro Leviatano? Chi se non il potente Giobbe? E chi compose la prima storia di una crociera a caccia di balene?

Nientedimeno che un principe come Alfredo il Grande, che mise su carta con la sua penna regale le parole di Other il

norvegese, un cacciatore di balene di quei tempi. E chi pronunciò il nostro fulgido elogio in Parlamento? Edmund

Burke in persona!

D'accordo. Però i balenieri stessi sono dei poveri diavoli, non hanno sangue fino nelle vene.

Non hanno sangue fino? Ma se hanno qualcosa di meglio del sangue reale, nelle vene! La nonna di Benjamin

Franklin fu Mary Morrel, poi coniugata Folger, una dei vecchi coloni di Nantucket, e capostipite di una lunga sfilza di

Folger e ramponieri (tutti parenti e compari del nobile Benjamin) che ancora oggi scagliano il ferro a uncino da un

angolo all'altro del mondo.

Vero, verissimo; e però tutti ammettono che insomma la caccia alla balena non è una cosa rispettabile.

Non è rispettabile? È imperiale la caccia! L'antica legge statutaria inglese chiama la balena «pesce del Re».

Sì, ma è solo questione di parole! La balena stessa non ha mai figurato in nessuna maniera grandiosa e

imponente.

La balena non ha mai figurato in maniera imponente? In uno dei trionfi grandiosi concessi a un generale

romano al suo rientro nella capitale del mondo, le ossa di una balena, portate fin dalla costa della Siria, erano l'oggetto

più cospicuo di tutto quel sonoro corteo.

Sia, visto che lo citate; ma dite quello che volete, nella baleneria non c'è vera dignità.

No? La dignità della nostra vocazione l'attesta il cielo medesimo. Cetus è una costellazione australe! Non dico

altro. Calcatevi il cappello in testa in presenza dello Zar, e scappellatevi davanti a Queequeg! Non ho altro da

aggiungere. Conosco uno che in vita sua ha preso trecentocinquanta balene. Quest'uomo lo ritengo più onorevole di

quel gran capitano antico che si vantava di avere espugnato altrettante città.

E in quanto a me, se per eventualità c'è ancora nel sottoscritto qualche primizia di cui nessuno s'è accorto; se

mai meriterò quel po' di fama vera cui non senza ragione aspiro, in questo mondo piccolo ma tanto zitto; se in futuro

riuscirò a fare qualcosa che, tutto considerato, è meglio aver fatto che aver lasciato perdere; se alla mia morte i miei

esecutori, o più precisamente i miei creditori, troveranno qualche manoscritto pregevole nella scrivania, allora qui,

preventivamente, ne ascrivo tutto l'onore e la gloria alla baleneria. Perché una nave baleniera fu la mia Yale e la mia

Harvard.

XXV • POSCRITTO

A favore della dignità della caccia vorrei mettere avanti solo fatti provati. Ma un difensore che schiera a

battaglia i suoi fatti, e poi lascia fuori completamente una congettura non irragionevole, la quale potrebbe appoggiare la

causa con efficacia, un difensore così non sarebbe forse criticabile?

È risaputo che all'incoronazione di re e regine, anche al giorno d'oggi, costoro vengono sottoposti a una certa

procedura curiosa, che vuole condirli per le loro funzioni. C'è una cosidetta saliera di stato, e può anche esserci un'oliera

di stato. Come usano il sale con precisione, non lo so. Però sono certo che la testa d'un re viene oliata solennemente per

l'incoronazione, proprio come una testa d'insalata. Magari sarà per farne girare bene il congegno interno, come si fa con

le macchine. Ma qui si potrebbe ruminare a lungo sull'intimo decoro di questa procedura regale, perché nella vita

comune un individuo che si unta i capelli e puzza palesemente per quell'unzione, lo stimiamo poco o niente. A dire la.49

verità un uomo maturo che usa olio per capelli, a meno che non lo faccia per cura, deve averci in testa qualche punto

debole, probabilmente. E come regola generale, preso tutto assieme, non può valere molto.

Ma qui l'unico punto da considerare è questo: che tipo di olio usano per le incoronazioni? Olio d'oliva non può

essere certo, né olio di cocco, né olio di ricino o d'orso, e neppure di balena franca o di fegato di merluzzo. Cosa può

essere allora se non spermaceti allo stato grezzo e incontaminato, l'olio più squisito di tutti?

Ma pensateci, leali Britanni! Siamo noi balenieri a fornirvi la materia prima per incoronare re e regine!

XXVI • CAVALIERI E SCUDIERI

Il primo ufficiale del Pequod era Starbuck, nativo di Nantucket e quacquero per tradizione di famiglia. Un

uomo lungo e serio, nato su una costaccia ghiacciata ma bene adatto, a vederlo, a sopportare climi caldi, ché la carne

sua era dura come la galletta biscottata. Trasferito alle Indie, il suo sangue vivo non sarebbe andato a male come birra in

bottiglia. Doveva essere nato in qualche periodo di siccità e carestia totale, oppure in una di quelle giornate di digiuno

per cui la sua terra è famosa. Trenta estati seccagne aveva visto finora, non di più; e gli avevano asciugate in corpo tutte

le superfluità. Ma questo, diciamo così il suo affilamento, non pareva segno di assilli o preoccupazioni che lo

rosicavano, e neanche il sintomo di qualche acciacco fisico. Era semplicemente l'uomo che si condensava. D'aspetto

non era affatto malaticcio, al contrario. La pelle fitta e pulita gli stava addosso a meraviglia; così calzato stretto e

imbalsamato dalla salute e forza che aveva di dentro, come un egiziano risuscitato, questo Starbuck pareva capace di

durare per epoche intere, e di durare sempre come adesso; perché, ci fosse neve polare o sole torrido, la sua vitalità

interna come un cronometro brevettato era garantita per tutte le temperature. Se uno lo guardava negli occhi, pareva di

vederci ancora le immagini di quei mille e mille pericoli che aveva affrontato con calma per tutta la vita. Un uomo

quadrato, un uomo di ferro, la cui vita per la massima parte era tutto un ballo energico e pieno d'azione, e non un

capitolo addomesticato di parole. E però, nonostante tutta questa sua bella forza e misura, c'erano in lui certe qualità che

a volte influenzavano, e in certi casi parevano quasi sbilanciare tutto il resto. Era scrupoloso in maniera non comune per

un marinaio, e pieno di profonda religiosità; perciò la solitudine selvaggia della sua vita sulle acque lo faceva

propendere assai verso la superstizione, ma quel genere di superstizione che in certi organismi pare in qualche modo

nascere piuttosto dall'intelligenza che dall'ignoranza. Avvertiva presagi esterni e presentimenti dell'animo. A volte

queste cose piegavano il ferro massiccio della sua coscienza. Ma più spesso i ricordi lontani della giovane moglie e del

figlio nella casa di Capo Cod tendevano a torcerlo maggiormente dalla sua natura rozza, e a esporlo ancora di più a

quegli influssi nascosti, che in certi uomini onesti frenano l'impeto scatenato del coraggio posseduto tanto spesso da

altri nei momenti più pericolosi della caccia. «Non voglio nella mia barca,» diceva Starbuck, «chi non ha paura della

balena.» E pareva intendere con questo che non solo il coraggio più fidato e fruttuoso è quello che nasce dal giusto

concetto del pericolo che s'incontra, ma che uno che non ha affatto paura è un compagno assai più pericoloso di un

vigliacco.

«E già,» diceva Stubb, il secondo, «questo Starbuck è l'uomo più prudente che potete trovare nel nostro

mestiere.» Ma vedremo fra poco che cosa in effetti significa la parola «prudente» quando è usata da uno come Stubb, o

da ogni altro cacciatore di balene, quasi.

Starbuck non faceva crociate contro i rischi; in lui il coraggio non era un sentimento, ma una cosa che gli era

semplicemente utile, e sempre sotto mano in tutte le occasioni pratiche della vita. E poi forse pensava che in quel suo

mestiere il coraggio era uno dei principali articoli dell'equipaggiamento di una baleniera, come la carne e il pane, cose

che è stupido sprecare. Perciò non gli piaceva ammainare dietro a balene dopo il tramonto, e neppure ostinarsi contro un

pesce che si ostinava troppo a resistergli. Perché, pensava Starbuck, io sono qua su questo mare pernicioso ad

ammazzare balene per guadagnarmi la vita, e non per obbligarle ad ammazzare me per difendere la loro. Lo sapeva

bene che centinaia di uomini erano stati ammazzati così. Che fine aveva fatto suo padre? Dove si trovavano adesso le

carni massacrate di suo fratello, in quegli abissi senza fondo?

Con ricordi come questi, e per giunta, come ho detto, con una natura un po' superstiziosa, doveva averne di

coraggio, Starbuck, se poteva mostrarne ancora. Ma non si può pretendere troppo dalla natura: in un uomo così fatto,

coi ricordi e le esperienze terribili che aveva, sarebbe stato proprio innaturale se queste cose non avessero prodotto alla

lunga un elemento, che al momento opportuno doveva saltare fuori e bruciare tutto il suo coraggio. Coraggio ne aveva

di sicuro; ma era massimamente quella sorta di coraggio che in certi uomini di fegato resiste magnificamente quando si

tratta di affrontare le ondate, i venti, le balene, o altri degli orrori bruti che al mondo son cose comuni, ma non sa

resistere a quegli spaventi più terribili, perché sono più dello spirito, che a volte si addensano minacciosi sul viso

infuriato di un potente.

Ma se la storia che vi narro dovesse mostrare, dove che sia, la degradazione completa della forza del povero

Starbuck, mi mancherebbe il cuore di scriverla; perché raccontare lo sfacelo del valore in un'anima è una cosa molto

triste, anzi impressionante. Gli uomini possono sembrare detestabili come popoli o come società per azioni, possono

essere farabutti, idioti o assassini, possono avere un'aria ignobile o cadaverica; ma l'uomo, l'uomo ideale è così nobile e

bello, è così grande e luminoso fra le creature, che sopra ogni sua macchia d'ignominia i suoi compagni dovrebbero

correre a buttare i loro mantelli più preziosi. Quella virilità immacolata che ci sentiamo dentro, tanto in profondo che

resta intatta anche quando ne sembra perduta ogni apparenza, sanguina con l'angoscia più tagliente alla nuda vista di un.50

uomo che ha perduto il suo valore. A una vista così vergognosa neanche l'uomo pio riesce a soffocare del tutto i suoi

rimproveri alle stelle consenzienti. Però questa dignità sacra di cui parlo non è quella dei re e degli abiti, ma quella

dignità generosa che non s'investe di panni. La vedrai lucente nel braccio che alza un piccone o pianta una caviglia; è

quella dignità democratica che si irradia senza fine su tutta la ciurma da Dio, da Lui stesso, il grande e solo Dio che è

centro e circonferenza di ogni democrazia: è la Sua onnipresenza e la nostra uguaglianza divina.

E quindi, se d'ora in avanti attribuirò qualità elevate, per quanto oscure, ai marinai più miserabili, ai rinnegati,

ai reietti, e intesserò attorno a loro tragiche grazie; se perfino il più triste e forse il più degradato di loro riuscirà qualche

volta ad alzarsi fino alle cime più alte; se toccherò il braccio di uno che lavora con un po' di luce eterea e spiegherò un

arcobaleno sul suo tramonto disastroso, sostienimi tu in questo contro tutti i critici del mondo, tu Spirito giusto

dell'Uguaglianza, che hai steso su tutta la mia specie lo stesso mantello reale di umanità! Sostienimi tu, grande Dio

democratico, che non hai rifiutato la perla pallida della poesia a Bunyan annerito dal carcere, tu che hai vestito di

lamine martellate due volte di oro finissimo il braccio monco e indigente del vecchio Cervantes, tu che hai raccattato tra

i sassi Andrew Jackson e lo hai scagliato su un cavallo di guerra e saettato più in alto di un trono! Tu che in ogni tua

potente marcia sulla terra scegli sempre i tuoi campioni più eletti tra il popolo regale, sostienimi tu Signore.

XXVII • CAVALIERI E SCUDIERI

Il secondo ufficiale era Stubb. Era nato a Capo Cod, e perciò secondo l'uso locale lo chiamavano Capocodino.

Uno spensierato né valoroso né vigliacco, che pigliava i rischi come venivano con aria strafottente, e quando nella

caccia il pericolo gli era più vicino, si sbrigava il suo lavoro calmo e concentrato come un falegname ingaggiato per

l'annata. Buontempone, spontaneo e noncurante, presiedeva alla sua barca come se lo scontro più micidiale non fosse

che un pranzo, e la sua ciurma, tutti invitati. Nel sistemare comodamente il suo angolo di barca era meticoloso come un

vecchio cocchiere quando fa comoda la sua cassetta. E quand'era sulla balena, proprio nella stretta mortale della zuffa,

maneggiava la lancia con crudeltà fredda e spigliata, come un calderaio il martello, fischiettando. Canticchiava le sue

vecchie arie ballabili fianco a fianco col mostro più esasperato. La lunga abitudine, per Stubb, aveva cambiato in una

poltrona le mandibole della morte. Che cosa pensasse della morte stessa non lo so. Che mai ci pensasse, sarebbe da

discutere. Ma se per caso dopo un buon pasto gli capitò mai di buttarvi un pensiero, senza dubbio la prese da buon

marinaio, come una specie di segnale di guardia a montare su, e darci sotto a sbrigare qualcosa che si sarebbe capita a

comando effettuato, non prima.

Ciò che forse, tra l'altro, faceva di Stubb un uomo così strafottente e senza paure, che se la trottava con tanta

allegria col peso della vita addosso, in un mondo pieno di merciai tetri, tutti piegati a terra dai loro fagotti; ciò che lo

aiutava a portarsi attorno quel suo buonumore quasi empio, doveva essere la sua pipa. Perché, come il suo naso, la sua

corta pipetta nera era una delle fattezze ordinarie della sua faccia. Era quasi più probabile vederlo saltar fuori dalla

cuccetta senza naso, piuttosto che senza pipa. Lì dentro aveva tutta una fila di pipe cariche infilate in un portapipe a

stretta portata di mano, e ogni volta che andava a letto le fumava tutte di seguito, accendendole l'una dall'altra fino al

termine della raccolta, e poi ricaricandole perché fossero di nuovo pronte. Perché per prima cosa, quando Stubb si

vestiva, invece di cacciare le gambe nelle brache, si cacciava la pipa in bocca.

Io credo che questo eterno fumare dev'essere stata almeno una delle cause della sua indole speciale. Ognuno sa

infatti che a questo mondo l'aria, in terra o in mare, è terribilmente infetta dalle miserie indicibili del numero sterminato

di uomini che sono morti cacciandola dai polmoni; e come in tempo di colera qualcuno va in giro con un fazzoletto

canforato sulla bocca, allo stesso modo il fumo del tabacco di Stubb può avere operato come una specie di disinfettante

contro tutti i triboli umani.

Il terzo ufficiale era Flask, nativo di Tisbury nel Vigneto di Marta. Un giovanotto corto, tarchiato, rosso di

faccia, molto bellicoso con le balene, come se fosse persuaso che i grandi Leviatani gli si fossero messi contro per fatto

personale ed ereditario, e che quindi per lui era una specie di punto d'onore distruggerli ogni volta che li incontrava. Era

così totalmente negato a ogni senso di riverenza per le tante meraviglie della loro massa maestosa e delle loro abitudini

misteriose, e così morto alla benché minima paura di qualche possibilità di pericolo nel loro incontro, che nella sua

modesta opinione la balena stupenda non era che una specie di topo, o diciamo un sorcio d'acqua ingigantito, che

richiedeva solo un po' di furbizia e qualche erogazione di tempo e di fatica per poterlo ammazzare e bollire. Questa sua

mancanza di paura, involontaria e ignorante, lo faceva un po' spiritoso nei riguardi delle balene. Seguiva questi pesci

per divertimento; e un viaggio di tre anni oltre il Capo Horn per lui era solo un bel gioco che durava tanto. Come i

chiodi di un carpentiere si dividono in chiodi fatti a mano o a stampo, così si potrebbe dividere l'umanità. Il piccolo

Flask era uno di quelli battuti a mano, fatti per tenere bene e durare a lungo. Lo chiamavano il Monaco a bordo del

Pequod, perché di forma si poteva proprio paragonarlo a quel legno corto e squadrato conosciuto con quel nome sulle

baleniere artiche, che per mezzo di molti pezzi laterali inseriti a raggiera serve a irrobustire la nave contro i cozzi gelidi

di quei mari d'ariete.

Ora questi tre ufficiali, Starbuck, Stubb e Flask, erano pezzi grossi. Erano loro che per legge rispettata da tutti

comandavano tre delle lance del Pequod come capibarca. In quel grande ordine di combattimento in cui il capitano

Achab avrebbe probabilmente schierato le sue forze per gettarsi sulle balene, questi tre capibarca erano come capitani di.51

compagnia, o meglio, essendo armati di lunghe taglienti lance da balena, erano come un terzetto scelto di lancieri,

proprio come i ramponieri erano i tiratori di giavellotto.

E siccome in questo mestiere famoso ogni ufficiale o capobarca, come un antico cavaliere gotico, è sempre

accompagnato dal suo pilota o ramponiere, che in certi casi gli passa un'altra lancia, quando la prima si è storta o

piegata malamente nell'urto. E siccome inoltre fra questi due esiste generalmente una stretta intimità e amicizia,

conviene proprio a questo punto precisare chi erano i ramponieri del Pequod e a quale capoccia apparteneva ciascuno di

loro.

Primo tra tutti c'era Queequeg, che il primo ufficiale Starbuck si era scelto per scudiero. Ma Queequeg già lo

conosciamo.

Poi veniva Tashtego, un indiano purosangue del Capo Allegro, il promontorio più a tramontana del Vigneto di

Marta, dove ancora esiste l'ultimo rimasuglio di un villaggio di uomini rossi, che da molto tempo ha fornito parecchi dei

suoi ramponieri più audaci all'isola vicina di Nantucket. Nella pesca li chiamano di solito col nome genetico di

Capiallegri. Tashtego aveva capelli lunghi, sottili e nerissimi, zigomi alti e occhi neri tondeggianti, che per un pellerossa

erano di grandezza orientale, ma antartici nell'espressione scintillante. Tutto questo bastava a dichiararlo erede del

sangue incontaminato di quei superbi guerrieri e cacciatori che avevano scorrazzato con l'arco in pugno le foreste

aborigene del continente alla ricerca della grande alce del New England. Ma ora Tashtego non annusava più le peste

degli animali selvaggi nei boschi, cacciava sulla scia delle grandi balene del mare, e il rampone sicuro del figlio

rimpiazzava degnamente la freccia infallibile dei padri. Guardando la fulva robustezza delle sue leste membra di serpe,

veniva quasi di credere alle superstizioni di alcuni dei primi puritani, e un po' ci si convinceva che questo indiano

selvaggio era figlio del Principe dei Poteri dell'Aria. Tashtego era lo scudiero del secondo ufficiale Stubb.

Terzo tra i ramponieri era Daggoo, un selvaggio gigantesco, nero come il carbone, con un passo leonino:

pareva un Assuero. Dalle orecchie gli pendevano due cerchi d'oro, così grossi che i marinai li chiamavano perni ad

anello e parlavano di assicurarvi le drizze di gabbia. In gioventù Daggoo si era imbarcato di propria volontà su una

baleniera ancorata in una baia solitaria della costa dove era nato. E siccome non conosceva altro del mondo che l'Africa,

Nantucket e i porti pagani più frequentati dai balenieri, e ormai aveva fatto per anni quel mestiere audace su navi di

proprietari che contrariamente al solito badavano a che specie d'uomini si mettevano a bordo, Daggoo conservava tutte

le sue virtù barbariche: dritto come una giraffa, si aggirava per i ponti in tutta la pompa dei suoi sei piedi e cinque, con

le calze. A guardarlo si provava un'umiltà corporale; e un bianco che gli stava davanti pareva una bandiera bianca

venuta a implorare tregua a una fortezza. Strano a dirsi, questo negro imperiale, questo Daggoo Assuero, era lo scudiero

del piccolo Flask, che accanto a lui pareva una pedina. In quanto al resto della compagnia, sia detto che oggigiorno non

uno su due delle molte migliaia di marinai semplici impiegati nella baleneria americana sono nati in America, sebbene

lo sono quasi tutti gli ufficiali. In questo la pesca americana delle balene è uguale all'esercito, alla marina da guerra e

mercantile, e alla mano d'opera impiegata in America alla costruzione di canali e ferrovie. Uguale, dico, perché in tutti

questi casi gli americani di nascita forniscono generosamente il cervello, e il resto del mondo i muscoli, con altrettanta

generosità. Non pochi di questi marinai delle baleniere sono delle Azzorre, dove le navi di Nantucket si fermano spesso

lungo il viaggio d'andata per ingrossare gli equipaggi coi forzuti paesani di quelle coste di pietra. Proprio come le

baleniere di Groenlandia, che facendo vela da Hull o da Londra gettano l'ancora alle isole Shetland per completare gli

ingaggi, e poi si riscaricano sulla via del ritorno. Perché non si sa, ma pare che gli isolani risultano i balenieri migliori.

Sul Pequod erano quasi tutti isolani, e isolati pure, secondo me, perché non accettavano il continente comune degli

uomini, e ognuno viveva su un proprio continente separato. Ma adesso che si erano federati su una chiglia sola facevano

proprio un bel mazzo, questi isolati: una deputazione come quella di Anacarsis Clootz, venuta da tutte le isole del mare

e da tutti i cantoni della terra, per accompagnare il vecchio Achab sul suo Pequod a sottoporre i lamenti del mondo a

quel tribunale da cui non si torna mai in molti. Il piccolo Pip, il negretto, quello dell'Alabama, non ce la fece a tornare.

Eh no! Anzi lui partì prima, povero ragazzo. Tra poco lo vedrete battere il suo tamburo sul tetro castello di prua. Sarà il

preambolo di quel momento eterno, quando lo chiamarono lassù, sul cassero grande, e gli ordinarono di intonare con gli

angeli e di battere a gloria il suo strumento. Qui lo avevano chiamato vigliacco, lassù lo salutarono eroe.

XXVIII • ACHAB

Per parecchi giorni dopo che lasciammo Nantucket il capitano Achab non si fece mai vivo sopracoperta. Gli

ufficiali si davano regolarmente il cambio alla guardia, e niente contraddiceva l'impressione che fossero gli unici

comandanti della nave; però, a volte, uscivano di cabina con ordini così improvvisi e perentori, che in fondo era

evidente che comandavano solo a nome di un altro. Sicuro, il loro sommo sovrano e dittatore stava lì dentro, anche se

finora invisibile a ogni occhio non autorizzato a penetrare nel ricetto ora sacrosanto della cabina.

Ogni volta che salivo sul ponte dai miei turni sottocoperta, gettavo subito un'occhiata a poppa per vedere se

c'era qualche faccia nuova; perché ora, nella segregazione del mare, le mie prime vaghe preoccupazioni per il fatto di

non conoscere il capitano diventavano quasi una fissazione. E questa, a volte, si aggravava stranamente al ricordo dello

sproloquio diabolico di quel pidocchioso di Elia, che mio malgrado mi tornava in mente con una forza suasiva che

prima non vi avrei mai immaginato. Quando ero d'umore diverso mi sentivo quasi disposto a sorridere delle stramberie

solenni di quel buffo profeta dei moli; ora non mi riusciva più di prenderle alla leggera. Ma quali che fossero, diciamo.52

così, le mie paure e le mie ansie, ogni volta che mi capitava di guardarmi attorno sulla nave mi pareva che questi

sentimenti non avessero nessuna giustificazione. Certo che i ramponieri col grosso della ciurma erano un'ibrida banda di

senza dio, assai più selvaggia di qualsiasi equipaggio dei pacifici mercantili che le mie esperienze precedenti mi

avevano fatto conoscere; ma io questo lo imputavo, e giustamente, alla singolarità selvatica che era nella natura stessa

di quel brutto mestiere scandinavo in cui mi ero buttato così di peso. Sopratutto era la fisionomia dei tre ufficiali in capo

che serviva più energicamente a calmare quei vaghi sospetti, e a immettere fiducia e buonumore in ogni mia previsione

del viaggio. Tre ufficiali e uomini di mare più bravi e idonei, ognuno a suo modo, non era facile trovarli, ed erano tutti

quanti americani: uno di Nantucket, uno del Vigneto e uno del Capo. Ora, essendo Natale quando la nave uscì di porto,

per un poco ebbimo un freddo tagliente, polare, benché ce ne allontanassimo sempre verso sud, e a ogni grado e minuto

di latitudine che guadagnavamo ci lasciassimo a poco a poco alle spalle quell'inverno spietato e tutto il suo clima

insopportabile. Fu in una di queste mattinate di trapasso, meno opprimenti ma sempre abbastanza grige e tetre, mentre

col vento favorevole la nave fendeva le acque nella sua triste corsa, con balzi che sapevano di vendetta, che nel salire in

coperta all'appello del primo turno di guardia, appena puntai gli occhi al coronamento un presagio mi fece rabbrividire.

La realtà eccedeva le mie aspettazioni: il capitano Achab era sul cassero.

All'aspetto non mostrava segno riconoscibile di malattia, e neanche pareva in convalescenza. Aveva l'aria di

uno staccato dal rogo mentre che il fuoco gli copre e devasta le carni, ma senza consumarle o rubare nemmeno un

briciolo della loro durezza fitta e matura. Tutta la sua figura alta e grande pareva fatta di bronzo massiccio e gettata in

uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso da Cellini. Tra i capelli grigi si faceva strada un segno sottile come una

bacchetta, di un biancore livido, e gli scendeva su un lato della faccia e del collo scuri e bruciacchiati, finché spariva nel

vestito. Somigliava alla cicatrice perpendicolare prodotta a volte nel tronco alto e dritto di un grande albero, quando il

fulmine vi guizza sopra lacerante, e senza svellere un solo rametto spella e scava la corteccia da cima a fondo prima di

scaricarsi per terra, lasciandolo vivo e verde ma segnato. Nessuno sapeva con certezza se quel segno era nato con lui, o

se era la cicatrice di qualche ferita tremenda. Come per un tacito accordo, durante tutto il viaggio nessuno quasi ne parlò

mai, e meno di tutti gli ufficiali. Ma una volta il compagno anziano che Tashtego aveva tra la ciurma, un vecchio

indiano superstizioso del Capo Allegro, asserì che Achab era stato marcato a quel modo non prima dei quarant'anni, e

che lo sfregio gli era stato fatto non da un uomo in qualche rissa furiosa, ma in una zuffa contro gli elementi, in mare.

Però questa insinuazione maligna parve smentita implicitamente da ciò che ci disse un grigio isolano di Man, un

vecchio sepolcrale che prima d'ora non era mai partito da Nantucket, e quindi non aveva mai veduto quel terribile

Achab. Ma le vecchie costumanze della gente di mare, le sue antichissime superstizioni, facevano apparire questo

vecchio agli occhi di tutti un uomo dotato di capacità soprannaturali d'intendere. E nessuno dei marinai bianchi provò

seriamente a contraddirlo, quando disse che se mai un giorno il capitano Achab dovesse venire composto in pace per il

funerale, e forse questo, sussurrò, non sarebbe mai successo, allora la persona incaricata di quell'ultimo ufficio funebre

gli avrebbe trovato addosso un marchio di nascita, dalla nuca alla pianta del piede.

Restai così impressionato da tutta l'aria torva di Achab e da quello sfregio livido che lo rigava, che quasi non

notai, dapprima, come quella sua aria losca e insopportabile fosse dovuta in gran parte a quella barbara gamba bianca

sulla quale si appoggiava a metà. Avevo già saputo che quest'arto d'avorio glielo avevano costruito in mare dall'osso

levigato di una mascella di capodoglio. «Sì, l'hanno disalberato al largo del Giappone,» aveva detto una volta il vecchio

indiano del Capo. «Ma ha fatto come il suo bastimento, ha imbarcato un altro albero senza tornare a casa. Ne ha tutto un

fascio.»

Mi colpì lo strano modo in cui stava dritto. Ai due lati del cassero, proprio sotto le sartie di mezzana, c'era un

buco di trapano sul tavolato, profondo mezzo pollice a occhio e croce.

Con la gamba d'osso piantata in quel buco e un braccio alzato per reggersi a una sartia, il capitano Achab se ne

stava impalato guardando fisso al largo, oltre la prua che beccheggiava eternamente. Nella dedizione ferma e temeraria

di quello sguardo c'era una forza pura e infinita, una volontà quieta, invincibile. Non diceva una parola e i suoi ufficiali

non fiatavano; ma tradivano chiaramente nelle loro espressioni, nei loro minimi gesti la coscienza inquieta, se non

penosa, di trovarsi sotto l'occhio corrucciato del padrone. E non solo: quel triste Achab stava davanti a loro con una

crocifissione in faccia, con tutta la dignità augusta, imperiosa e indicibile di un grande dolore.

Si ritirò in cabina quasi subito, quella prima volta che apparì all'aria aperta. Ma dopo quella mattina lo

vedemmo ogni giorno, o piantato sul suo perno, o seduto su uno sgabello d'avorio che aveva, o mentre passeggiava

pesantemente sulla coperta. Man mano che il cielo si faceva meno cupo e anzi cominciava ad addolcirsi, anche lui se ne

restava chiuso sempre di meno, come se soltanto lo squallore del mare invernale lo avesse tenuto così segregato da

quando la nave aveva lasciato terra. E a poco a poco finì che stava quasi sempre all'aperto; ma sinora, a giudicare da

quello che diceva o faceva sul ponte finalmente assolato, vi pareva inutile come un albero di troppo. Ma per il momento

il Pequod stava facendo solo una traversata. La vera caccia sarebbe cominciata dopo, e a quasi tutti i preparativi che

richiedevano sorveglianza bastava l'occhio degli ufficiali. Sicché, per il momento, c'era poco o nulla attorno che potesse

impegnare o distrarre Achab da se stesso, in modo da cacciare almeno per un poco le nuvole che gli si ammucchiavano

a strati sulla fronte, come sempre si addensano attorno alle cime più alte.

Ma non passò molto che la tiepida e soave malìa del dolce clima da vacanza a cui eravamo arrivati parve

sottrarlo a poco a poco al suo malumore. Come quando aprile e maggio, ballerine dalle guance rosse, tornano

salterellando nei tetri boschi invernali, e persino la vecchia quercia più nuda, la più rugosa e spaccata dal fulmine,

s'invoglia a mettere fuori almeno qualche germoglio verde per ricevere quelle visitatrici festose, così Achab, alla fine, si.53

convinse a rispondere un poco alle tentazioni scherzose di quell'aria adolescente. E più di una volta si lasciò spuntare in

faccia, come un germoglio timido, un'espressione che in qualsiasi altro uomo sarebbe sboccata presto in un sorriso.

XXIX • ENTRA ACHAB. S TUBB GLI PARLA

Passarono alcuni giorni, e lasciatesi alle spalle nevi e montagne di ghiaccio, il Pequod andava ora rollando

nella primavera radiosa di Quito, che in mare regna quasi perenne sulla soglia dell'agosto eterno del tropico. I giorni

appena tiepidi, limpidi, sonori, profumati, vividi e ricolmi parevano coppe di cristallo traboccanti di sorbetto persiano,

fioccato di neve alla rosa. Le notti stellate e maestose erano come dame superbe in vesti di velluto tempestate di gioielli,

che tenevano viva in casa, nel loro orgoglio solitario, la memoria dei baroni andati a lontane conquiste, i soli con gli

elmetti d'oro. Per uno che volesse dormire, era difficile scegliere tra giorni così amabili e notti così seducenti. Ma tutte

le malìe di quel clima immutabile non si limitavano a prestare nuove forze e incanti al mondo esterno. Assalivano

l'animo di dentro, specie quando venivano le ore dolci e serene della sera; allora la memoria gettava i suoi cristalli,

come il ghiaccio limpido che ama formarsi sopratutto nei crepuscoli felpati. E tutti questi influssi sottili operavano

sempre più sulla complessione di Achab.

La vecchiaia è sempre insonne; come se l'uomo, più è stato legato alla vita, meno si cura di ciò che somiglia

alla morte. Tra i capitani di mare, sono le vecchie barbe grige che lasciano la cuccetta più spesso, per salire a dare

un'occhiata sul ponte avvolto nella notte. Così faceva Achab; solo che di recente pareva vivere tanto all'aria aperta, che

a dire il vero le sue scappate le faceva giù in cabina, piuttosto che dalla cabina sul ponte. «Per un vecchio capitano come

me,» soleva brontolare a se stesso, «calarsi in questa botola stretta, per andare a un letto che pare una fossa, è come

scendere nella propria tomba.»

Così quasi ogni ventiquattr'ore, quando i quarti di notte erano al loro posto e il branco di sopra vegliava i sonni

del branco di sotto, quando i marinai che avevano da tirare un cavo sui castello non lo buttavano senza garbo, come di

giorno, ma lo mettevano giù con una certa cautela, per paura di disturbare il sonno leggero dei compagni, quando questa

specie di calma stabile cominciava a imporsi, il timoniere di solito fissava muto il portello della cabina. Dopo un poco

ecco spuntare il vecchio, la mano aggrappata alla ringhiera di ferro per aiutare i suoi movimenti di storpio. Qualche po'

di considerazione umana gli era rimasta, perché quando usciva a quell'ora, di solito evitava di perlustrare il cassero: per

i suoi ufficiali affaticati, che cercavano riposo a meno di sei pollici dal suo calcagno d'avorio, il colpo secco e lo strepito

di quel passo osseo avrebbe avuto una tale eco, che avrebbero sognato denti di pescicani che li stritolavano. Ma una

volta il suo malumore fu troppo forte per lasciargli quei comuni riguardi. E mentre misurava la nave dal coronamento

all'albero maestro con quel passo massiccio, Stubb, l'eccentrico ufficiale in seconda, montò sù e in tono incerto, metà di

fastidio e metà di scherzo malsicuro, gli fece capire che se al capitano Achab piaceva passeggiare sul tavolato nessuno

gli poteva dire di no; ma che si poteva trovare qualche modo di attutire il rumore: e a bassa voce, esitando, accennò a un

tampone di stoppa in cui si poteva inserire il calcagno d'avorio. Eh, Stubb! Si vede che non conoscevi Achab.

«Stubb,» disse Achab, «mi prendi per una palla da cannone, per conciarmi a quel modo? Ma che sto a

discutere, pensala come preferisci e vattene giù nella fossa, dove la gente come te dorme fasciata nel lenzuolo. Come i

morti, per abituarsi al lenzuolo che la fascerà sottoterra. Giù, cane, al canile!»

A quel finale così imprevisto e così pieno di disprezzo, Stubb dette uno scossone e per un momento restò senza

parole. Poi disse eccitato: «Capitano, non sono abituato a sentirmi parlare in questo modo, e non mi va proprio per

niente, signor capitano.»

«Basta!» ruggì Achab a denti stretti, e s'allontanò di colpo, come a evitare un impulso di rabbia.

Stubb si era fatto coraggio. «Nossignore, non ho finito,» disse, «non mi farò chiamare un cane senza protestare,

signor capitano.»

«E allora ti chiamo dieci volte asino, mulo e somaro. Levati dai piedi, o ti spazzo via dalla terra!»

E gli andò addosso con un'aria così terribile, che Stubb senza volerlo batté in ritirata.

«Non sono mai stato trattato così senza rispondere a pugni,» grugniva Stubb nel trovarsi a scendere per la

botola della cabina. «È davvero strano. Fermati, Stubb. Non so perché, ora, non riesco a capire se devo tornare su a

pestarlo, oppure - ma che diavolo mi succede? - oppure buttarmi qui ginocchioni a pregare per lui. Sicuro, è questo che

mi veniva in mente; sarebbe la prima volta che dico un padrenostro. È curioso, è proprio curioso. E anche lui è curioso

assai: giuro che a prenderlo da prua a poppa, è il vecchio più curioso col quale ho mai navigato. Mandava lampi, con

quegli occhiacci che parevano foconi! Sarà pazzo? A ogni modo ha qualcosa che gli pesa in testa, com'è sicuro che un

ponte, quando si spacca, ha qualcosa addosso. Ormai non sta nel letto più di tre ore su ventiquattro, e non dorme

neanche. Quello gnocco del cambusiere mi ha detto che la mattina gli trova sempre la branda che è uno scompiglio, le

coperte peste, le lenzuola ai piedi, il copriletto che pare fatto a nodi, e il cuscino caldo da fare paura, come se avesse

toccato un mattone rovente. Un vecchio in fregola! Credo che ha quella cosa che a terra chiamano coscienza, che è una

specie di morbo pilettico peggio di un male di denti. Insomma, non so che è ma il Signore mi guardi dal pigliarlo. Ed è

pure pieno di indovinelli: chi lo sa che va a farci ogni notte nella stiva, se è vero quello che Farinata sospetta; che va a

farci vorrei sapere, chi è che gli dà appuntamenti nella stiva. Dico, non è curioso? Non si sa mai. È un vecchio trucco.

Casco dal sonno. Il diavolo mi fulmini se non vale la pena di nascere solo per pigliare sonno subito. E ora che ci penso,

è la prima cosa, circa, che fanno i bambini: anche questo è piuttosto curioso. Morte subitanea, tutto è curioso se uno ci.54

pensa. Però tutto ciò è contro i miei principi. Il mio undicesimo comandamento è non pensare, e il dodicesimo è dormi

finché puoi. Mi sono appisolato di nuovo. Ma come è possibile, mi ha chiamato cane! Sangue di Giuda! Mi ha detto

asino dieci volte, e su questo un sacco di somari. Mi poteva benissimo prendere a pedate. E forse me l'ha data, una

pedata, e io non me ne sono accorto, tanto mi aveva spaventato con quella faccia brutta. Chi lo sa perché. Luceva come

un osso bruciato. Che diavolo mi sta succedendo? Non mi reggo in piedi. Azzuffarmi col vecchio mi ha come rivoltato

tutto. Per Dio, ma forse avrò sognato.

Ma come può essere, come è possibile. Basta, l'unica cosa è mettere tutto da canto. A ninnananna! Vediamo

come questo mago fetente se la ripensa di giorno.»

XXX • LA PIPA

Quando Stubb se ne andò Achab rimase per un poco curvo sulla murata; poi, come soleva fare di recente,

chiamò uno della guardia e lo mandò giù a prendergli lo sgabello d'avorio, e anche la pipa. L'accese alla lanterna della

chiesuola, piazzò lo sgabello a sopravvento e si sedette a fumare.

Al tempo degli antichi norvegesi i troni dei re di Danimarca appassionati di mare erano fatti, dice la tradizione,

con la zanna del narvalo. Come si poteva guardare Achab, allora, seduto su quel treppiedi d'ossa, senza pensare alla

regalità di cui quel sedile era simbolo? Un Khan del tavolato, un re del mare e un gran signore di balene: questo era

Achab.

Passò qualche minuto. Il fumo denso gli usciva di bocca in sbuffi continui e fitti, che il vento gli risoffiava in

faccia. Alla fine si levò la canna di bocca e cominciò a parlare da solo: «Ma come, il fumo non mi rasserena più. Deve

andarmi proprio male, cara pipa, se il tuo incanto è sparito! Sono stato qui a stancarmi senza rendermene conto, invece

di provare piacere. Proprio così, e per tutto il tempo ho fumato controvento come un idiota; controvento e tirando coi

nervi, come una balena in agonia, ché le mie ultime sfiatate sono le più forti e le più tormentose. Ma perché uso questa

pipa? È una cosa fatta per chi è sereno, per mandare il suo fumo bianco e gentile in mezzo a dei quieti capelli bianchi, e

non tra ciuffi spelacchiati, grigi come il ferro, come questi miei. Non voglio più fumare...»

Buttò in acqua la pipa ancora accesa. La brace fischiò tra le onde. E nello stesso momento la nave, con un

balzo, si lasciò dietro la bolla che la pipa fece affondando. Achab si tirò il cappello sul naso e cominciò a misurare il

ponte come un ladro.

XXXI • LA REGINA MAB

La mattina dopo Stubb abbordò Flask.

«Monaco mio, un sogno così curioso non l'ho fatto mai. Sai la gamba del vecchio, bene, sognai che con quella

mi prendeva a pedate. E quando cercai di ridargli la botta, vecchietto mio, sul mio onore, nel dare la pedata mi partì una

gamba. Poi tutto di colpo Achab era diventato una piramide! E io che la prendevo a pedate: roba da manicomio. Ma

quello che è più curioso, Flask, lo sai com'è curioso ogni sogno, con tutta la rabbia che avevo in corpo, non so come, mi

pareva di pensare che tutto considerato non era un vero insulto quella pedata di Achab. "Ma via," pensavo, "perché tutto

questo chiasso. Non è una gamba vera, è una gamba falsa." E c'è una bella differenza tra una calcagnata viva e una

morta. Per questo un colpo con una mano, Flask, è cinquanta volte più bestiale da incassare di un colpo di bastone. La

parte viva, è quella che fa viva l'offesa, caro mio. E dico a me stesso intanto, pensa, intanto che come un deficiente mi

rompevo le dita dei piedi contro quella dannata piramide, perché era tutto una gran confusione; intanto, come dicevo,

dico a me stesso: "Che cosa è in fondo la gamba se non un bastone, un bastone d'osso di balena. Ma sicuro," penso, "è

stata nient'altro che una bastonata per scherzo, anzi più esattamente un'ossata di balena che mi ha dato, non una pedata

vigliacca. E per giunta," penso, "basta dargli un'occhiata; dico la cima, la parte del piede, non è altro che un puntino.

Mentre se un campagnolo me ne avesse data una col suo piedaccio, quello sarebbe sul serio un insulto infernale. E

invece questo insulto qui, a colpi di lima, è ridotto a una meschina punta." Ma ora viene la parte più bella, Flask. Mentre

prendevo a calci quella cosa, una specie di vecchio tritone, coi capelli di tasso e una gobba sulla schiena, mi prende per

le spalle e mi fa fare un mezzo giro. "Che vuoi fare?" dice. Mondo boia! che fifa caro mio. Aveva una faccia! Ma

comunque, un minuto, e mi rifeci coraggio: "Che voglio fare?" dico, "e che cosa ve ne frega vorrei sapere, signor

Gobboni. Ne volete una voi?" Per il Padreterno, Flask, non l'avevo neanche detto e quello mi volta il sedere, si piega,

tira su un ciuffo d'alga che aveva come straccio, e che ti credi che vedo? Per la miseria! Mio caro, aveva il didietro tutto

piantato di caviglie con la punta in fuori. Dico io ripensandoci: "Credo che non ti piglio a pedate, vecchio mio." "Bravo

Stubb," dice, "bravo Stubb", e continua a brontolarlo per un'ora, come una strega che mi si mangia le gengive al fuoco.

Vedendo che non aveva intenzione di piantarla con quel bravo Stubb, bravo Stubb, pensai che intanto potevo riprendere

a calci la piramide. Ma neanche avevo alzato il piede che quello sbraita: "Basta con questi calci!" "Ohè!" dico, "che ti

prende ora, vecchietto?" "Senti qua," dice, "ragioniamo quest'offesa. Il capitano Achab ti ha dato una pedata, vero?"

"Per l'appunto," dico, "proprio in questo posto." "Benissimo," dice, "con la gamba d'avorio, o mi sbaglio?" "Sì, sì," dico.

"Bene, ma allora," dice, "bravo Stubb, di che ti lamenti? La pedata mancava di affetto forse? Mica ti ha preso a calci.55

con un piede d'abete comune. Nossignore, Stubb, ti ha preso a calci un grand'uomo, e con una bella gamba d'avorio. È

un onore, Stubb, io la penso così. Stammi a sentire, bravo Stubb. Nell'Inghilterra antica i più grandi baroni giudicavano

una grossa gloria venire presi a schiaffi dalla regina: come fosse diventare cavalieri della giarrettiera; tu invece, Stubb,

ti puoi vantare di essere stato preso a pedate dal vecchio Achab, e con ciò di essere diventato saggio. Ricorda questo che

ti dico: da lui, fatti prendere a calci, ritieni questi calci come tanti onori, e non restituirli per nessuna ragione. Perché

non ce la potresti mai fare, saggio Stubb. La vedi quella piramide, no?" E con questo sembrò all'improvviso, non so

come, in un modo strano, andarsene a nuoto nell'aria. Detti una russata, mi rivoltai, e mi ritrovai nella branda. Allora,

che ne pensi di questo sogno, Flask?»

«Non te lo so dire. Però mi pare una coglioneria.»

«Sarà. Sarà come pensi. Però mi ha insegnato qualcosa, Flask. Lo vedi Achab laggiù, che guarda storto fuori

poppa? Bene, la cosa migliore che puoi fare, Flask, è di lasciarlo in pace quel vecchio. Non gli parlare mai, qualunque

cosa dice. Ohè! Cos'è che grida? Zitti!»

«Vedette, oh! Occhio, tutti quanti! Ci sono balene qui attorno! Se ne vedete una bianca, spaccatevi il petto a

gridarlo!»

«Che ne dici di questo ora, Flask? Non ti pare che c'è un pizzico di qualche cosa che non persuade, o mi

sbaglio? Una balena bianca, l'hai sentito vecchio mio? Credi a me, c'è qualcosa di speciale nell'aria. Ci puoi

scommettere, Flask. Quello lì ha in testa cose che puzzano di sangue. Ma acqua in bocca. Viene da questa parte.»

XXXII • CETOLOGIA

Già siamo lanciati coraggiosamente sui mari. Presto ci perderemo nei loro spazi immensi, senza coste o riparo.

Prima che succeda questo, prima che lo scafo barbuto del Pequod rolli fianco a fianco coi corpacci ricoperti di crostacei

delle balene, sarà bene parlare anzitutto di qualcosa che è quasi indispensabile per capire e apprezzare pienamente ciò

che in particolare si dirà dei leviatani, e altri accenni di ogni specie che seguiranno.

In certo senso, è una rassegna sistematica della balena in tutti i suoi generi che vorrei mettervi sotto gli occhi.

Ma non è cosa facile. Significa voler classificare, né più né meno, gli elementi del caos. Sentite ciò che hanno scritto di

recente le maggiori autorità.

Scrive il capitano Scoresby nell'anno di grazia 1820: «Non c'è ramo della Zoologia tanto complicato come

quello che si chiama Cetologia.»

«Se anche ne fossi capace, non è mia intenzione imbarcarmi nella ricerca del metodo giusto per dividere i

cetacei in gruppi e famiglie... Una confusione spaventosa regna tra gli studiosi di questo animale (il capodoglio),»

afferma il chirurgo Beale nell'anno 1839.

«Impossibile condurre una ricerca in acque senza fondo.» «Un velo impenetrabile copre la nostra conoscenza

dei cetacei.» «È un campo seminato di spine.» «Tutte queste notizie incomplete non servono che a tormentare noi

naturalisti.» Così parlano delle balene il grande Cuvier, e John Hunter, e Lesson, luminari della zoologia e

dell'anatomia. Però, di vera conoscenza ce n'è poca, ma di libri ce n'è a iosa; e cosi è in grado minore per la cetologia o

scienza delle balene. Molti sono quelli, piccoli e grandi, antichi e moderni, di terra o di mare, che poco o molto hanno

scritto sulla balena. Citiamone una manciata: gli Autori della Bibbia, Aristotele, Plinio, Aldrovandi, Sir Thomas

Browne, Gesner, Ray, Linneo, Rondoletius, Willoughby, Green, Artedi, Sibbald, Brisson, Marten, Lacépède,

Bonneterre, Desmarest, il barone Cuvier, Frederick Cuvier, John Hunter, Owen, Scoresby, Beale, Bennett, J. Ross

Browne, l'autore di Miriam Coffin, Olmstead, e il reverendo T. Cheever. Ma con quali risultati generici tutti costoro

hanno scritto, ve lo dicono gli estratti che ho citato.

Delle persone comprese in questo elenco di autori, solo quelli che vengono dopo Owen hanno visto mai una

balena viva, e uno solo di loro fu un vero baleniere e ramponiere di professione: cioè a dire il capitano Scoresby. Nel

campo specifico della balena di Groenlandia o balena franca, egli è la massima autorità che ci sia. Ma Scoresby non

seppe niente, e niente ci dice, del grande capodoglio, di fronte al quale la balena di Groenlandia quasi non merita di

venire nominata. Anzi voglio dire qui che la balena di Groenlandia usurpa il trono dei mari. Non è neanche la più grossa

delle balene, in realtà. Ma la sua usurpazione è stata ammessa da tutti per causa dell'antica priorità delle sue pretese, e

della profonda ignoranza che, fino a una settantina d'anni fa, copriva il capodoglio, bestia allora favolosa e

completamente sconosciuta. Ancora ai nostri giorni questa ignoranza regna dappertutto, tranne che in qualche raro

eremo scientifico e nei porti balenieri. Se andate a leggere quasi tutte le allusioni leviataniche dei grandi poeti del

passato, vi convincerete che la balena di Groenlandia era per loro il monarca dei mari, senza un solo rivale. Ma alla fine

è arrivato il momento di fare un nuovo proclama. Qui è Charing Cross: Ascoltate, buona gente! La balena di

Groenlandia è deposta; il re, adesso, è il gran capodoglio.

Ci sono due soli libri al mondo che in qualche modo aspirano a mettervi davanti agli occhi il capodoglio vivo,

e che riescono nei loro sforzi sia pure in minimo grado. Sono quelli di Beale e di Bennett, tutt'e due, ai loro tempi,

chirurgi sulle baleniere inglesi che battevano i mari del Sud, e tutti e due uomini accurati e attendibili. Nei loro volumi

le parti di prima mano che riguardano il capodoglio sono per forza di cose ristrette, ma quello che c'è è di qualità

eccellente, sebbene limitato essenzialmente alla descrizione scientifica. Del resto finora il capodoglio, scientificamente.56

o poeticamente che sia, non esiste intero in nessuna letteratura. La sua, molto più di quella di ogni altra balena pregiata,

è una biografia da scrivere.

Ora le varie specie di balena hanno bisogno di una qualche classificazione generale che sia accessibile a tutti,

sia pure solo uno schema provvisorio per il momento, che in seguito futuri ricercatori potranno riempire in tutti i suoi

scomparti. E siccome nessuno meglio di me si fa avanti per prendere in mano quest'opera, offro i miei poveri sforzi.

Non prometto niente di completo, perché ogni cosa umana che si crede completa, appunto per questo dev'essere

sicuramente difettosa. Né pretendo di dare una descrizione anatomica minuta delle varie specie, e neanche, almeno in

questa sede, gran che di qualsiasi descrizione. Il mio scopo qui è semplicemente di buttar giù un abbozzo di sistema

cetologico. Sono l'architetto insomma, non il costruttore.

Ma è un compito pesante, perfino per un normale smistatore di lettere in un ufficio postale. Andare a tastoni

dietro a balene fino in fondo al mare, cacciare le mani nelle fondamenta, nel costato e nel bacino stesso del mondo, di

cui non c'è lingua che possa parlare, è cosa che fa spavento. Chi sono io per presumere di pigliare all'amo il naso del

Leviatano? I sarcasmi terribili del libro di Giobbe potrebbero davvero atterrirmi: «Farà lui, il Leviatano, un patto con

te? Ecco, la speranza di pigliarlo è vana!» Ma io ho nuotato per biblioteche e navigato per oceani; ho avuto a che fare

con balene proprio con queste mani. Faccio sul serio, io, e mi ci provo. Passiamo a definire alcune premesse.

Primo: lo stato incerto e indefinito di questa scienza della cetologia è già attestato all'introito dal fatto che in

certi ambienti è tuttora un punto controverso se la balena è un pesce. Nel suo Sistema della Natura, anno 1776, Linneo

dichiara: «E perciò distinguo le balene dai pesci.» Però mi risulta che fino all'anno 1850 pescicani e alose, salacche e

aringhe si trovano ancora, contro il verdetto esplicito di Linneo, a dividere col Leviatano il possesso dei mari.

Il motivo per cui Linneo avrebbe voluto bandire le balene dalle acque, lo espone lui stesso come segue: «A

causa del loro cuore caldo e biloculare, dei polmoni, delle palpebre mobili, delle orecchie cave, del penem intrantem

feminam mammis lactantem », e infine «ex lege naturae jure meritoque.» Su tutto ciò consultai i miei amici Simeon

Macey e Charley Coffin di Nantucket, tutti e due miei compagni di mensa in un certo viaggio, e tutti e due si trovarono

d'accordo nel dire che le ragioni esposte erano assolutamente insufficienti. Anzi Charley insinuò in modo irriverente che

erano minchionerie.

Sia dunque chiaro che scartando ogni discussione io accetto il buon principio antico che la balena è un pesce, e

a mio sostegno invoco il santo Giona. Fissato questo punto fondamentale, il secondo è vedere per quali motivi la balena

differisce dagli altri pesci. Sopra, Linneo vi ha dato quei suoi dati. Si tratta insomma di questo: polmoni e sangue caldo,

mentre tutti gli altri pesci polmoni non ne hanno, e il sangue ce l'hanno freddo.

Secondo: come definiremo la balena dal punto di vista delle sue più vistose caratteristiche esterne, in modo da

classificarla con la massima evidenza una volta per sempre? Allora, per farla corta, una balena è un pesce che sfiata

acqua, ed ha la coda orizzontale. È il suo ritratto. Per quanto stitica, questa definizione è il risultato di lunghe

riflessioni. Un tricheco, difatti, sfiata quasi come la balena, ma il tricheco non è un pesce bensì un anfibio. Ma quella

che è ancora più cogente è l'ultima parte della definizione, accoppiata com'è alla prima. Quasi tutti devono avere notato

che ognuno dei pesci noti alla gente di terra ha la coda non piatta, ma verticale, cioè una coda che va da su in giù.

Mentre fra i pesci che sputano acqua la coda può avere una forma simile, ma assume invariabilmente una posizione

orizzontale.

La definizione che ho dato di ciò che è una balena non esclude assolutamente dalla confraternita leviatanica

qualsiasi creatura del mare sinora identificata con la balena dai marinai meglio informati di Nantucket; né d'altra parte

vi include quei pesci che finora ne sono stati considerati estranei con buone ragioni. E quindi in una proposta di sistema

cetologico come questa vanno inclusi tutti i pesci minori che sfiatano e hanno code orizzontali. Ecco dunque le grandi

divisioni di tutta l'armata delle balene.

Primo: secondo le grandezze io divido le balene in tre principali LIBRI (suddivisi in Capitoli), e questi le

includeranno tutte, grosse e piccole.

I. La Balena In-Folio. II. La Balena In-Ottavo. III. La Balena In-Dodicesimo.

Come tipo di In -Folio presento il Capodoglio; di In-Ottavo, l'Orca; e di In-Dodicesimo il Porco marino.

IN-FOLIO. Tra questi includo i seguenti capitoli: I. Il Capodoglio; II. La Balena Franca; III. La Balenottera;

IV. La Megattera; V. La Balena a dorso di rasoio; VI. La Balena Pancia-di-zolfo.

LIBRO I (In-Folio), Capitolo I (Capodoglio). Questa balena, vagamente conosciuta dagli antichi inglesi coi

nomi di Balena Trumpa o di Fisiterio oppure di Balena a testa di incudine, è l'attuale Cachalot dei francesi, il Pottfisch

dei tedeschi e il Macrocephalus dei Motti Lunghi. È senza dubbio il più grosso abitatore del mondo, la più formidabile a

sfidarsi di tutte le balene, la più maestosa d'aspetto, e infine di gran lunga la più pregiata in commercio, essendo la sola

creatura da cui si ricava quella sostanza preziosa che è lo spermaceti. Ma su ogni sua qualità mi dilungherò in parecchi

altri punti; per il momento mi voglio occupare sopratutto del nome. Considerato filologicamente è assurdo. Qualche

secolo fa, quando il capodoglio era quasi completamente sconosciuto nei suoi caratteri specifici, e il suo olio era

ricavato solo accidentalmente da qualche pesce che si arenava, a quei tempi si credeva, pare, che lo spermaceti

provenisse da una balena uguale a quella che allora gli inglesi chiamavano la balena franca o di Groenlandia. E si

pensava pure che questo spermaceti non era che quel fluido vivificante della balena franca indicato letteralmente dalla

prima metà della parola. Per di più allora, lo spermaceti era rarissimo, né si usava per l'illuminazione ma solo come

unguento e medicinale. Si trovava solo in farmacia, come oggi si compra un oncia di rabarbaro. Penso che quando, più

tardi, si conobbe la vera natura dello spermaceti, i commercianti mantennero quel suo vecchio nome, senza dubbio per.57

aumentarne il valore con quella curiosa allusione alla sua rarità. E così dovette finire che l'appellativo passò alla balena

da cui in realtà veniva questo spermaceti.

LIBRO I (In-Folio), Capitolo II (Balena Franca). È il più rispettabile dei Leviatani da un solo punto di vista:

perché è il primo a cui l'uomo dette regolarmente la caccia. Fornisce il prodotto noto comunemente come osso di balena

o fanone, e l'olio chiamato specificamente «olio di balena», che in commercio è articolo inferiore. I pescatori la

chiamano senza discriminazioni con tutti i seguenti nomi: balena, balena di Groenlandia, balena nera o grande, balena

vera e balena franca. Ma l'identità della specie battezzata con tanta varietà resta oscura parecchio. E allora qual è la

balena che io includo nella specie seconda dei miei in-folio? È il grande Mysticetus dei naturalisti inglesi, la balena di

Groenlandia dei balenieri inglesi, la Baleine ordinaire di quelli francesi, la Growlands Walfish degli svedesi. È la balena

che da più di due secoli gli olandesi e gli inglesi cacciano nei mari artici, la balena che da lungo tempo i pescatori

americani hanno inseguita nell'Oceano Indiano, sui banchi del Brasile, sulla costa del Nord-Ovest e in varie altre parti

del mondo da loro indicate come i campi di caccia della balena franca.

Alcuni pretendono di vedere una differenza tra la balena di Groenlandia degli inglesi e la balena franca degli

americani. Ma esse collimano perfettamente in tutte le loro caratteristiche maggiori, e ancora nessuno ha mostrato un

solo dato preciso su cui fondare una distinzione netta. È a causa delle loro suddivisioni infinite, basate sulle differenze

più inconcludenti, che certe sezioni della storia naturale diventano così imbrogliate da far vomitare. Della balena franca

tratterò a lungo in altro luogo, quando darò chiarimenti sul capodoglio.

LIBRO I (In-Folio), Capitolo III (Balenottera). In questo gruppo colloco un mostro che, sotto i vari nomi di

Balenottera, Altospruzzo o Lungo John, è stato avvistato quasi in tutti i mari; è di solito la balena il cui lontano zampillo

scorgono così spesso i passeggeri che traversano l'Atlantico sui postali di New York. Per la lunghezza che raggiunge e

per i fanoni la balenottera somiglia alla balena franca, ma è meno imponente di vita e di colore più chiaro, vicino

all'oliva. Le sue grosse labbra somigliano a cavi formati dalle pieghe di grandi rughe che si attorcigliano di sghembo.

Ciò che più la distingue, la pinna da cui deriva il nome, è spesso assai vistosa. Questa pinna è lunga un tre o quattro

piedi e le spunta verticalmente sul dietro del dorso, con la sua forma a triangolo e la sua punta assai aguzza. Anche

quando non si vede neanche un centimetro dell'animale, a volte si avvista chiara mente questa pinna isolata che emerge a

pelo d'acqua. Quando il mare è abbastanza calmo e appena s'increspa ad anelli, e questa pinna si rizza come l'asta di una

meridiana e getta ombra su quella superficie rugosa, proprio si direbbe che il cerchio d'acqua attorno somigli un poco a

un quadrante col suo ferro, e i segni ondulati delle ore scolpite sopra. Su quel quadrante di Ahaz l'ombra è così volubile.

La balenottera non è gregaria. Pare che odii le balene come certi uomini odiano i loro simili. Timidissima, sempre in

viaggio da sola, affiora all'improvviso nelle acque più solitarie e lugubri, col suo unico zampillo alto e dritto che si leva

come una lunga lancia misantropica in mezzo a una piana deserta. Dotato di tale meravigliosa potenza e velocità nel

nuoto da sfidare finora qualsiasi inseguimento dell'uomo, questo leviatano pare il Caino bandito e inafferrabile della sua

razza, che porta come marchio quello stilo sul dorso. Perché ha fanoni in bocca, spesso la balenottera è inclusa con la

balena franca in una famiglia teorica detta delle balene d'osso, cioè balene coi fanoni. Di queste cosidette balene d'osso

pare ce ne siano parecchie varietà, per lo più quasi sconosciute, comunque: balene dal nasone e balene a becco, balene a

testa di piccone e balene a gobba, balene a mandibola sporgente e balene a rostro, questi sono i nomi che i pescatori

danno a qualche specie.

A proposito di questo termine di balene d'osso è molto importante ricordare che questo nominativo può essere

utile per facilitare l'accenno a certi gruppi di balene, ma è assurdo tentare una chiara classificazione leviatanica

fondandola su fanoni, gobbe, pinne o denti, anche se queste parti o fattezze di spicco paiono ovviamente adatte a fornire

la base di un perfetto sistema cetologico meglio di qualsiasi altro carattere fisico che la balena presenta nelle sue varietà.

Perché? Perché i fanoni, la gobba, la pinna dorsale e i denti sono cose le cui peculiarità sono disseminate a casaccio tra

ogni genere di balena, senza nessun rapporto con quella che può essere la loro conformazione in altre e più essenziali

particolarità. Così il capodoglio e la megattera hanno tutt'e due la gobba, ma la somiglianza finisce qui. A sua volta la

megattera ha i fanoni come la balena di Groenlandia, ma anche loro non hanno altre cose in comune. E lo stesso

succede con le altre parti di cui ho accennato. In parecchie specie di balene esse formano combinazioni così irregolari,

oppure così irregolari eccezioni quando si presenta un caso singolo, da scoraggiare senz'altro ogni metodo generale che

sia fondato su una base simile. Su questo scoglio è venuto a rompersi le costole ogni specialista di balene.

Ma forse qualcuno può pensare che nelle parti interne della balena, nella sua anatomia, lì almeno dovremmo

trovare il modo giusto di classificarle. Nossignori. Nell'anatomia della balena groenlandese, per esempio, che c'è di più

singolare dei fanoni? Eppure abbiamo visto che per mezzo dei fanoni è impossibile classificare correttamente quella

balena. E se scendete nelle budella dei vari leviatani, bene, non vi trovate niente che sia utile al classificatore la

cinquantesima parte dei caratteri esterni già ricordati. Allora che resta da fare? Niente altro che prendere le balene di

corpo, in tutta la loro massa generosa e classificarle coraggiosamente in quella maniera. E questo è il sistema

bibliografico qui adottato, ed è l'unico e solo che possa riuscire perché è l'unico che si può usare in pratica.

Continuando:

LIBRO I (In Folio), Capitolo IV (Megattera). Questa balena si vede spesso lungo la costa dell'America

settentrionale. Spesso vi è stata catturata e rimorchiata in porto. Porta addosso un gran fagotto, come un venditore

ambulante; anzi la potremmo chiamare la balena «elefante col castello». A ogni modo quel suo nome popolare non la

distingue abbastanza, perché il capodoglio pure ha la gobba, anche se più piccola. Il suo olio non è molto pregiato. Ha

fanoni. Di tutte le balene è la più spensierata e allegrona, e di solito fa più schiuma gaia e acqua bianca di tutte le altre..58

LIBRO I (In-Folio), Capitolo V (Dorso di rasoio). Di questa balena, oltre il nome, si conosce poco. L'ho vista

a distanza, al largo del Capo Horn. Schiva di natura, elude cacciatori e filosofi naturali. Non è una vigliacca, però di se

stessa non ha mai mostrato che il dorso, il quale si alza come un lungo crinale affilato. Lasciamola andare. So poco altro

di lei. E nessuno ne sa di più.

LIBRO I (In-Folio), Capitolo VI (Pancia-di-zolfo). Un'altra signora riservata, con una pancia di zolfo che

senza dubbio si è fatta strisciando sulle tegole dei Tartaro in qualcuno dei suoi tuffi più profondi. La si vede raramente;

io almeno non l'ho mai vista che nei mari più remoti del Sud, e sempre a distanza troppo grande per studiarne la figura.

Non le si dà mai la caccia: si porterebbe via intere cordate di lenza. Di lei si dicono meraviglie. Addio, pancia di zolfo!

Non so dire altro che il vero, e il più vecchio dei Nantuckettesi non avrebbe niente da aggiungere.

Così finisce il primo libro (In-Folio), e ora comincia il secondo (In-Ottavo).

IN-OTTAVO. Questo libro abbraccia le balene di media grandezza, tra le quali al momento possiamo

enumerare: I. L'Orca. II. Il Pesce nero. III. Il Narvalo. IV. La Volpe di mare. V. L'Assassino.

LIBRO II (In-Ottavo), Capitolo I (Orca). Questo pesce il cui respiro o piuttosto sfiato rumoroso ha fornito un

proverbio a quelli di terra, è un abitante degli abissi assai ben conosciuto, però di solito non è classificato tra le balene.

Ma siccome possiede tutti i maggiori tratti caratteristici del leviatano, la maggior parte dei naturalisti l'hanno

riconosciuto per tale. Ha un discreto formato in-ottavo, variando in lunghezza dai quindici ai venti piedi, e con

dimensioni proporzionate di cinta. Nuota in branchi; non viene mai cacciato di regola, per quanto abbia olio in quantità

notevole e ottimo per l'illuminazione. Certi pescatori considerano la sua apparizione come un preavviso dell'arrivo del

gran capodoglio.

LIBRO II (In -Ottavo), Capitolo II (Pesce nero). Di tutti questi pesci do i nomi che usano i pescatori, che sono

di solito i migliori. Quando capita che un nome sia vago o inespressivo, lo dico e ne suggerisco un altro. È ciò che

faccio adesso a proposito di questo cosidetto pesce nero, perché il nero è la regola per quasi tutte le balene. Perciò, se

volete, chiamatelo il pesce-jena. La sua voracità è arcinota, e per il fatto che ha gli angoli interni delle labbra voltati

all'insù, esso porta in faccia un eterno ghigno mefistofelico. Questa balena è lunga in media sedici o diciotto piedi. Si

trova quasi in ogni latitudine. Ha un modo speciale, nuotando, di mostrare la pinna dorsale a uncino, che un po' somiglia

a un naso romano. Quando non hanno di meglio per le mani, a volte i cacciatori di balene catturano la jena, per tener su

la riserva d'olio ordinario per usi domestici: come certi padroni di casa frugali, che quando non c'è gente in casa

bruciano sego nauseante invece di cera profumata. E sebbene il loro grasso sia molto sottile, alcune di queste balene vi

rendono più di trenta galloni d'olio.

LIBRO II (In-Ottavo), Capitolo III (Narvalo). Ossia balena dalla narice. Un altro esempio di balena dal nome

curioso, così chiamata immagino perché dapprima il suo tipico corno venne scambiato per un naso a punta.

Quest'animale è lungo circa sedici piedi, mentre il corno raggiunge in media cinque piedi, a volte supera i dieci e arriva

perfino ai quindici. Strettamente parlando questo corno è semplicemente una lunga zanna che spunta dalla mascella

secondo una linea un po' più bassa dell'orizzontale. Ma si trova solo dal lato sinistro e il risultato è brutto, perché dà al

suo proprietario un po' l'aria goffa di un mancino. Cosa ci stia a fare esattamente questo corno o lancia d'avorio non è

facile dirlo. Che sia usato come la lama del pesce spada e del pesce becco non risulta, sebbene qualche marinaio mi dice

che il narvalo l'adopera come rastrello per cercare cibo sfruconando il fondo del mare. Charley Coffin diceva che serve

per fare buchi nel ghiaccio il narvalo sale a galla nelle acque del polo, le trova foderate di ghiaccio, caccia sù il corno e

lo spezza. Ma non c'è modo di provare che l'una o l'altra ipotesi sia giusta. Quanto a me non lo so come il narvalo usa in

realtà questo corno unilaterale, ma comunque stiano le cose, penso che gli sarebbe certo assai utile come tagliacarte, per

leggere opuscoli. Il narvalo l'ho sentito chiamare la balena zannuta, la balena cornuta e la balena unicorna. È certo un

esempio curioso di quell'unicornismo che si ritrova in quasi tutti i regni della natura animata. Da certi antichi autori di

clausura ho saputo che proprio questo corno dell'unicorno di mare era considerato anticamente il grande antidoto contro

i veleni, e come tale i suoi preparati toccavano prezzi favolosi. Veniva anche distillato in sali volatili per gli svenimenti

delle signore, così come le corna del cervo maschio vengono manifatturate in carbonato d'ammonio. Anticamente il

corno di narvalo era considerato in se stesso un oggetto di grande curiosità. Il mio libro gotico mi dice che Sir Martin

Frobisher, al ritorno dal viaggio quando la Regina Betta gli fece un galante saluto con la mano ingioiellata da una

finestra di Greenwich Palace, mentre lui scendeva il Tamigi sul suo baldo veliero, «quando Sir Martin tornò da quel

viaggio,» dice Lettera Nera, «piegate le ginocchia offrì a Sua Altezza un corno di narvalo di prodigiosa lunghezza, che

poi per gran tempo restò appeso al castello di Wìndsor.» Un autore irlandese asserisce che il Conte di Leicester,

ginocchioni, similmente offrì a Sua Altezza un altro corno, appartenente a una bestia terrestre di razza unicorna.

Il narvalo ha un aspetto assai pittoresco, quasi di leopardo, perché è di un color base bianco latteo picchiettato

di macchie nere tonde e oblunghe. Il suo olio è di primissima qualità, limpido e fine; ma il pesce ne ha poco, e viene

cacciato raramente. Si trova sopratutto nei mari attorno ai poli.

LIBRO II (In -Ottavo), Capitolo IV (Assassino). Di questa balena sa ben poco l'uomo di Nantucket, e niente di

niente il naturalista di professione. Da quello che ne ho visto a distanza, direi che era più o meno grossa come un'orca. È

molto feroce, una specie di pesce delle Figi. Certe volte s'attacca al labbro della gran balena in-folio e vi resta

appiccicata come una mignatta, finché il bruto potente muore tra i tormenti. Non si caccia mai l'assassino. Non ho mai

saputo che razza d'olio può avere. Si può fare obiezione al nome imposto a questa balena, a causa del suo carattere

vago. Siamo tutti assassini, a terra e in acqua, Bonaparti e pescicani inclusi.

LIBRO II (In-Ottavo), Capitolo V (Volpe di mare). Questo signore è famoso per la sua coda, che usa come

ferula per flagellare i suoi nemici. Sale addosso alla balena In-Folio, e mentre quella nuota, lui si paga il passaggio.59

frustandola; come fanno certi maestri di scuola, che al mondo sbarcano il lunario con simili sistemi. Di lui si sa meno

ancora che dell'assassino. Tutti e due sono fuorilegge, perfino nei mari senza legge.

Così finisce il secondo libro (In-Ottavo), e comincia il libro terzo (In-Dodicesimo).

IN-DODICESIMO. Vi sono incluse le balene più piccole: I. La Focena urrà. II. La Focena algerina. III. La

Focena melliflua.

A quelli che non hanno avuto modo di studiare l'argomento in modo speciale potrà forse parere strano che

pesci lunghi di solito non più di quattro o cinque piedi vengano schierati tra le BALENE: una parola che alla gente

comune dà sempre l'idea di qualcosa d'immenso. Ma gli animali qui sopra elencati come in-dodicesimi sono balene

senza fallo, in termini della mia definizione di ciò che è una balena: un pesce cioè che sfiata e con la coda orizzontale.

LIBRO III (In-Dodicesimo), Capitolo I (Focena urrà). Questo è il porco marino comune, che si trova quasi

dappertutto. Il nome gliel'ho dato io; perché di focene ce n'è più di un tipo, e qualcosa bisogna pure farla per

distinguerle. Questa la chiamo così perché nuota sempre in branchi allegri, che sulla distesa del mare continuano a

catapultarsi nel cielo come berretti sulla folla del Quattro Luglio. La loro apparizione, generalmente, è salutata con gioia

dai marinai. Piene di umore gaio, sbucano invariabilmente dalle onde briose a sopravvento. Sono i giovanotti che vanno

sempre col vento in poppa. E sono considerate di buon augurio. E se voi stessi non riuscite a gridare tre urrà alla vista di

questi pesci vivaci, che il cielo vi aiuti: vi manca lo spirito dell'onesta allegria. Una focena urrà ben nutrita e pienotta vi

renderà un buon gallone di ottimo olio. Ma il liquido fine e delicato che si estrae dalle sue mascelle è straordinariamente

pregiato. Ne fanno uso gioiellieri e orologiai. I marinai lo mettono sulle coti. La carne di focena è un buon piatto, si sa.

Forse non avete mai pensato che una focena sfiata. In realtà, fa uno zampillo così piccolo che non è molto facile notarlo.

Ma la prossima volta che vi capita state attenti, e vedrete in miniatura il gran capodoglio in persona.

LIBRO III (In-Dodicesimo), Capitolo II (Focena algerina). Un pirata. Ferocissima. Si trova, credo, solo nel

Pacifico. È un po più grossa della focena urrà, ma di forma molto simile. Provocata, si butta sul pescecane. Ho

ammainato per essa parecchie volte, ma finora non l'ho vista mai catturare.

LIBRO III (In-Dodicesimo), Capitolo III (Focena melliflua). È il tipo più grosso di porco marino, e per quanto

si sa si trova soltanto nel Pacifico. L'unico nome col quale è stata finora chiamata in inglese è quello dei balenieri:

focena della balena franca, per il fatto che si trova specialmente nelle vicinanze di quelle in-folio. Di forma è un po'

diversa dalla focena urrà: ha la pancia meno rotonda e gioviale. Al contrario, ha una figura distinta, da persona per bene.

Non ha pinne sul dorso, mentre le hanno quasi tutte le altre focene, ma ha una bella coda e occhi indiani sentimentali,

color nocciola. Però la bocca melliflua rovina tutto. Per tutto il dorso fino alle pinne laterali è di un nero cupo. Ma una

linea di demarcazione, netta come il segno sullo scafo di una nave che è chiamato «cinta brillante», la riga da prua a

poppa con due colori distinti, nero sopra e bianco sotto. Il bianco comprende parte della testa e tutta la bocca, e gli dà

l'aria di uno che sta scappando da una criminosa visita a un sacco di farina. Un'aria assai abietta e infarinata! L'olio è

molto vicino a quello della focena comune.

* * *

Oltre l'In-Dodicesimo questa classifica non arriva, visto che la focena è la più piccola delle balene. Qui sopra

avete tutti i più importanti leviatani. C'è poi una marmaglia di balene incerte, fugaci e semifavolose, che da baleniere

americano conosco per reputazione ma non personalmente. Le enuncerò coi nomi che hanno sul castello, dato che forse

un elenco può essere utile a quei ricercatori futuri che potranno completare ciò che qui ho solo cominciato. Se una

qualunque delle balene che seguono verrà catturata e studiata d'ora in avanti, la si potrà quindi incorporare facilmente in

questo sistema, secondo la sua grandezza di in -folio, oppure in -ottavo o in-dodicesimo: balena dal naso a bottiglia,

balena trinella, balena a testa di budino, balena promontorio, balena pilota, balena cannone, balena scheletro, balena

ramata, balena elefante, balena iceberg, balena Quog, balena azzurra, ecc. Da fonti islandesi, olandesi e antiche inglesi

si potrebbero citare altri elenchi di balene incerte, gratificate di ogni razza di nomi strani. Ma le ometto come

assolutamente antiquate, e mi resta il sospetto che siano meri suoni pieni di leviatanesimo ma che non significano

niente.

Per concludere: è stato detto al principio che questo sistema non lo si poteva completare qui e subito. È più che

evidente che ho mantenuto la parola. Ma per ora lo lascio così, mezzo finito, il mio sistema di cetologia, proprio come

fu lasciata la gran Cattedrale di Colonia, con la gru ancora piantata in cima alla mezza torre. Perché le piccole

costruzioni le possono finire i loro primi architetti; ma le opere grandi, le vere, lasciano sempre la cimasa ai posteri. E

Dio mi guardi dal completare qualcosa. Tutto questo libro non è che un abbozzo, anzi l'abbozzo di un abbozzo. Oh

tempo, forza, quattrini e pazienza!

XXXIII • LO «SPECKSYNDER»

A proposito degli ufficiali d'una baleniera, sarà il caso di notare qui una piccola comune caratteristica di bordo,

che nasce dall'esistenza di una classe ramponiera di ufficiali, sconosciuta naturalmente in ogni altro ramo della

marineria.

La grande importanza che si dà alla mansione del ramponiere è provata dal fatto che in origine, nella vecchia

baleneria olandese di due o più secoli fa, il comando di una nave non era interamente affidato alla persona che ora si

chiama il capitano, ma era diviso fra questi e un ufficiale chiamato lo «Specksynder». Letteralmente la parola significa.60

l'uomo che taglia il grasso; ma l'uso, col tempo, le diede il significato di capo ramponiere. A quei tempi l'autorità del

capitano si limitava alla navigazione e al governo generale del bastimento, mentre nel servizio caccia con tutti i suoi

annessi e connessi regnava supremo lo Specksynder o capo ramponiere. Questo antico grado olandese si conserva

ancora sotto il nome corrotto di «Specksioneer» nella Pesca inglese di Groenlandia, ma la sua dignità originaria è

tristemente scorciata. Al giorno d'oggi ha il semplice rango di un rampoliere anziano, e come tale non è che uno dei

minori subalterni del capitano. Con tutto ciò, visto che il successo del viaggio dipende in gran parte dal buon

comportamento dei ramponieri, e visto che nella pesca americana costoro non sono solamente ufficiali di riguardo nelle

loro barche, ma in certi casi comandano anche sul ponte (come nei quarti di notte in zone di caccia) allora la grande

norma politica del mare esige che essi vivano nominalmente separati dai marinai semplici, e siano distinti in qualche

modo come loro superiori nel mestiere; anche se poi, tra di loro, si mettono sempre alla pari.

Ora la gran distinzione tra ufficiale e marinaio in mare è la seguente: il primo vive a poppa e l'altro a prua. Per

cui, sia sulle baleniere che sui mercantili, gli ufficiali vengono acquartierati col capitano. E così anche sulla maggior

parte delle baleniere americane i ramponieri alloggiano nella parte poppiera: vale a dire che consumano i pasti nella

cabina del capitano e dormono in un locale che indirettamente comunica con quella.

Si pensi alla durata di un viaggio a balene nei mari del Sud, che è di molto il più lungo di tutti i viaggi fatti

dall'uomo oggigiorno o sempre; ai pericoli che lo accompagnano; alla comunanza d'interesse che prevale in un gruppo

dove tutti, grossi e piccoli, dipendono per i loro profitti non da stipendi fissi ma dalla fortuna comune, e anche dalla

vigilanza, dal coraggio e dalla fatica di tutti. Tutte queste cose, è chiaro, in certi casi tendono a generare una disciplina

meno rigorosa di quella solita ai mercantili. Con tutto ciò, e anche se a volte i balenieri possono convivere come

qualche famiglia primitiva della Mesopotamia, succede raramente che si trascuri, e mai che si tralasci del tutto,

l'etichetta cerimoniosa del cassero. In realtà sono molte le navi di Nantucket sulle quali si vede il comandante misurare

il cassero con un'aria, che più solenne non si può trovare in nessuna flotta da guerra; anzi che estorce quasi tanto

omaggio esteriore che se avesse addosso la porpora imperiale e non la più cenciosa delle giubbe da pilota.

Certo il nostro tetro capitano era l'uomo meno soggetto a un genere di presunzione così vuota. L'unico omaggio

che richiedeva era l'obbedienza assoluta e istantanea. Non pretendeva da nessuno che si levasse le scarpe dai piedi

prima di montare sui cassero. E ci furono volte anzi, che per circostanze particolari legate a certi fatti che preciserò poi,

egli si rivolse agli uomini in termini poco tradizionali, o in modo bonario o in terrorem o in altra maniera. Eppure lo

stesso Achab non trascurava affatto le formalità e le usanze che dominano in mare.

E forse, alla fine, non vi sfuggirà che qualche volta dietro a queste forme e usanze egli, diciamo, si

mascherava; le usava insomma di passata per fini diversi e più privati di quelli cui esse dovevano servire

legittimamente. Quel certo sultanesimo del suo cervello, che altrimenti in gran parte non si sarebbe potuto manifestare,

appunto attraverso le formalità questo sultanesimo s'incarnava in una dittatura alla quale non c'era modo di resistere.

Difatti, qualunque può essere la superiorità di cervello di un uomo, in pratica non si può mai comandare efficacemente

il prossimo senza l'aiuto esterno di qualche artifizio o trinceramento, che in se stesso è sempre più o meno gretto e

basso. Ed è questo che tiene sempre lontani dalle campagne elettorali i veri principi del Sacro Romano Impero; e fa sì

che i più alti onori che questo nostro mondo può dare vadano a quelli che si rendono famosi più per la loro infinita

inferiorità a quello scelto e segreto manipolo dell'Apatia Divina, che non per la loro indubbia superiorità rispetto al

livello morto della massa. Ma questi piccoli trucchi hanno tanta efficacia quando sono investiti in pieno dal fanatismo

politico, che in certi casi hanno messo la corona in testa perfino a imbecilli e idioti. E quando, come nel caso dello Zar

Nicola, la corona di un impero geografico rende imperiale il cervello che circonda, la plebe si appiattisce avvilita come

una massa di pecore davanti a quella terribile concentrazione di poteri. E l'autore tragico che vuole dipingere

l'indomabilità umana nella sua pienezza e nel suo slancio più immediato, non dimenticherà certo un dettaglio come

questo cui abbiamo accennato, che fra l'altro è così importante anche per la sua arte.

Ma Achab, il mio capitano, mi sta sempre davanti in tutta la sua aria truce e rozza di Nantucket. Parlando di re

e imperatori, non devo far dimenticare che io scrivo solo di un povero, vecchio cacciatore di balene come lui; e quindi

non posso usare nessuno degli addobbi e dei fronzoli esterni della regalità. Quello che ha di grande Achab bisognerà per

forza tirarlo giù dai cieli, andarlo a pescare in fondo ai mari, e farlo d'aria impalpabile.

XXXIV • LA MENSA

È mezzogiorno. E Farinata, il dispensiere, sporgendo la pallida faccia a pagnotta dalla botola della cabina,

annunzia il pranzo al suo signore e padrone. Seduto a sottovento nella lancia di poppa, questi ha appena preso la

posizione del sole; e ora è tutto assorto a calcolare la latitudine sulla liscia tavoletta a forma di medaglione che porta

apposta per quella faccenda di ogni giorno sulla parte superiore della sua gamba d'avorio. Dal modo in cui trascura

completamente l'annunzio, si direbbe che il tetro Achab non ha udito il suo servo. Ma di colpo si aggrappa alle sartie di

mezzana, si fa scivolare sul ponte, e dicendo con voce piatta e senz'anima: «Pranzo, signor Starbuck», sparisce nella

cabina.

Quando l'ultima eco del passo del sultano è svanita, e il suo primo emiro Starbuck ha ogni ragione di credere

che si sia già seduto a tavola, allora Starbuck esce dal suo torpore, fa qualche giro per il ponte, e dopo un'occhiata grave

dentro la chiesuola, dice con una punta di buonumore: «Pranzo, signor Stubb», e scende per la botola. Il secondo emiro.61

perde un po' di tempo attorno al sartiame, e poi dando una scossetta al braccio maestro, per vedere se tutto è in ordine

con quel cavo importante, si addossa anche lui la vecchia croce e con uno svelto «Pranzo, signor Flask» segue chi l'ha

preceduto.

Ma ora il terzo emiro, che si vede tutto solo sul cassero, pare sollevato da qualche strano ritegno. Con ogni

sorta di smorfie comincia ad ammiccare in ogni direzione, butta via le scarpe con due scalciate, e si dà a una violenta

ma muta raffica di danza proprio sulla testa del Gran Turco; poi, scagliando con un abile colpo il berretto sulla coffa di

mezzana come fosse la sua mensola, va giù canticchiando, almeno finché resta visibile dal ponte, e rovescia ogni

abitudine processionale chiudendo il corteo a suon di musica. Ma una volta sotto, prima di mettere piede sulla soglia

della cabina, si carica una faccia completamente diversa. Poi il piccolo Flask giocondo e ribelle entra al cospetto del re

Achab nelle vesti di Abjectus lo schiavo.

Non ultima fra le stranezze prodotte dalla forte artificiosità delle usanze di mare è che mentre all'aria aperta del

ponte ci sono ufficiali che, provocati, tengono testa al comandante con abbastanza sprezzo e coraggio, se un minuto

dopo questi stessi ufficiali scendono per il solito pranzo nella cabina di quello stesso comandante, nove volte su dieci

ecco spuntargli in faccia quell'aria inoffensiva, per non dire supplichevole e untuosa, verso chi siede a capotavola. È una

cosa stupefacente e a volte comicissima. Perché questo cambiamento? È difficile spiegarlo? Forse no. Essere stato nei

panni di Baldassare re di Babilonia, ed averlo fatto non in modo altezzoso ma gentile, in questo certo c'è una punta di

umana grandezza. Ma uno che a casa propria presiede a una tavolata d'ospiti con spirito davvero regale e intelligente, in

quel momento la vince su Baldassare per potere indiscusso e capacità di influire sugli altri, ed è perfino più re di lui,

visto che Baldassare non era poi questo gran re. Insomma chi anche una sola volta ha offerto un pranzo agli amici, ha

assaporato che significa essere Cesare. È una forma stregonesca di zarismo sociale a cui proprio non si può resistere.

Ora, se a queste considerazioni aggiungete la preminenza ufficiale di chi comanda un bastimento, per illazione troverete

la causa di quella caratteristica della vita di mare che ho appena notato.

Al tavolo intarsiato d'avorio Achab presiedeva come un leone marino taciturno e crinito sulla bianca spiaggia

di un'isola corallina, circondato da cuccioli bellicosi ma sempre deferenti. Ciascuno al suo giusto turno, gli ufficiali

aspettavano di essere serviti. Erano come ragazzini davanti ad Achab; eppure Achab con loro non dava segno della

minima arroganza. I loro occhi, all'unanimità, erano inchiodati al coltello col quale il vecchio trinciava il piatto

principale che gli stava davanti. Credo che per nulla al mondo avrebbero profanato quel momento con la minima

osservazione, neanche su un argomento neutrale come quello del tempo. No certo. E quando Achab, allungando il

coltello e la forchetta che stringevano la fettina di carne, colmava e spingeva verso Starbuck il piatto, l'ufficiale riceveva

la porzione come un'elemosina, la tagliava teneramente, trasaliva un po' se per caso il coltello strideva contro la

stoviglia, e masticava senza rumore e inghiottiva non senza circospezione. Perché questi pasti in cabina erano come il

banchetto dell'incoronazione a Francoforte, dove l'imperatore tedesco pranza arcanamente coi sette elettori imperiali:

pasti solenni, in certo senso, consumati in un silenzio pieno di sacro timore. Eppure il vecchio Achab non proibiva la

conversazione a tavola; solo che lui stava zitto. E che sollievo per Stubb, mezzo soffocato dal boccone, quando un topo

faceva un fracasso improvviso nella stiva. E quel poverino di Flask era il figlio piccolo, il ragazzino di questa spossante

riunione di famiglia. A lui toccavano gli stinchi del manzo salato, a lui sarebbero toccate le zampe del pollo. Presumere

di servirsi da sé, per Flask sarebbe stato come commettere un furto aggravato. Si fosse servito da sé a quella tavola,

senza dubbio non avrebbe osato mostrarsi mai più a testa alta in questo mondo onesto. Eppure, strano a dirsi, Achab non

glielo aveva mai proibito. E anzi era probabile che se Flask l'avesse fatto, Achab non se ne sarebbe nemmeno accorto.

Meno che mai Flask osava servirsi di burro. Forse pensava che i proprietari della nave glielo proibivano perché gli

poteva aggrumare la carnagione chiara e lucente; o forse che in un viaggio così lungo per mari sforniti di negozi il burro

era articolo pregiato, e quindi non per un subalterno come lui: comunque fosse, quel povero Flask si privava

assolutamente di burro.

Un'altra cosa. Flask è stato l'ultimo a scendere a pranzo, e ora è il primo a risalire. Pensate! Perché in questo

modo il pranzo di Flask era malamente pigiato in fatto di tempo. Sia Starbuck che Stubb avevano su di lui un vantaggio

iniziale, eppure avevano anche il privilegio di attardarsi in coda. Se appena capita che Stubb, il quale è solo d'un piolo

più in alto di Flask, abbia poco appetito e mostri presto sintomi di avere terminato, allora Flask deve spicciarsi, e per

quel giorno non mangia più di tre bocconi, perché è contro la sacra usanza che Stubb preceda Flask sul ponte. Fu per

questo che una volta Flask ammise in privato che da quando era salito alla dignità di ufficiale non aveva più saputo cosa

fosse non avere più o meno fame. Quello che riusciva a mangiare serviva non tanto a levargli la fame ma a

conservargliela perenne. La pace e la sazietà, pensava Flask, sono fuggite per sempre dal mio stomaco. Sono ufficiale;

ma con tutta l'anima vorrei stringere in pugno un buon pezzo di manzo all'antica, sul castello, come facevo da marinaio

semplice. Eccoli i frutti della promozione, ecco la vanità della gloria, ecco la pazzia della vita! Per giunta, se succedeva

che uno qualunque dei marinai del Pequod avesse una ruggine contro Flask in quanto ufficiale, tutto ciò che doveva fare

per vendicarsi pienamente era di andare a poppa all'ora di pranzo e dare un'occhiata attraverso l'osteriggio di cabina a

Flask che sedeva istupidito e confuso davanti al terribile Achab.

Ora Achab e i suoi tre ufficiali formavano ciò che si può chiamare la prima tavolata della cabina del Pequod.

Dopo la loro uscita, che avveniva nell'ordine inverso a quello dell'ingresso, la tovaglia di tela veniva ripulita, o meglio

raggiustata alla spiccia dal pallido cambusiere, ed erano chiamati al festino i tre ramponieri, che erano gli ultimi a

beneficiarne. Questi trasformavano la nobile e solenne cabina in una specie di re fettorio posticcio di sguatteri.

La scostumatezza e la disinvoltura assolutamente spensierate, la democrazia quasi frenetica di questi individui

inferiori, i ramponieri facevano un curioso contrasto con l'imbarazzo insopportabile e le tirannie invisibili e indicibili.62

della tavola del capitano. Mentre i loro ufficiali parevano temere perfino il rumore dei cardini delle proprie mascelle, i

ramponieri masticavano il cibo con tanto gusto che se ne sentiva l'eco. Mangiavano come baroni, si riempivano la

pancia come navi indiane che caricano spezie da mattina a sera. Queequeg e Tashtego avevano appetiti così

stupefacenti, che per riempire i vuoti fatti dal pasto precedente, quella faccia mortigna di Farinata era costretto a portare

in tavola un gran lombo di bue salato, che pareva staccato dalla bestia a colpi d'accetta. E se non era più che svelto, se

non saltava come un grillo, allora Tashtego aveva un modo poco raffinato di accelerarlo, tirandogli una forchetta alle

reni, a mo' di rampone. E una volta Daggoo, preso da un improvviso capriccio, aiutò la memoria di Farinata

sollevandolo di peso e schiacciandogli la testa su un gran tagliere di legno, mentre Tashtego, coltello alla mano

cominciava a segnare il cerchio che precede lo scalpo. Era un tipetto nervoso e tremebondo di natura, questo

cambusiere con la faccia a pagnotta, progenie di un panettiere fallito e di un'infermiera d'ospedale. E sia per lo

spettacolo permanente di quel nero e terribile Achab, sia per le visite periodiche e tumultuose di questi tre selvaggi, tutta

la vita di Farinata era un continuo battere di denti. Di solito, dopo avere provveduto a fornire i ramponieri di tutto ciò

che volevano, scappava alle loro grinfie nella piccola dispensa adiacente, e pieno di paura li sbirciava di tra le imposte

della porta, finché tutto non era finito.

Era uno spettacolo vedere Queequeg seduto in faccia a Tashtego, che opponeva i suoi denti affilati a quelli

dell'indiano; e di traverso a loro, Daggoo seduto sul pavimento, perché a sedere sulla panca avrebbe picchiato la testa

piumata come un catafalco contro i bassi correnti della volta. A ogni movimento delle membra colossali faceva tremare

l'ossatura della cabinuccia, come un elefante africano che vada a bordo da passeggero. Ma con tutto ciò il gran negro era

mirabilmente temperato, per non dire schizzinoso. Quasi non veniva da credere che con bocconi relativamente così

piccoli riuscisse a sostentare la vitalità diffusa in un corpo così vasto, baronale e superbo. Ma senza dubbio questo

nobile selvaggio ingollava forte l'elemento abbondante dell'aria, e per le sue narici divaricate aspirava la vita sublime

dei mondi. Non di carne o di pane sono fatti o nutriti i giganti. Ma Queequeg aveva invece nel mangiare uno schiocco

umano e barbarico delle labbra: un suono abbastanza brutto, tanto che Farinata, tutto tremante, era tentato di guardarsi

le braccia scheletriche, per vedere se c'era segno di denti. E quando poi sentiva Tashtego che gli sbraitava di farsi vivo

per portargli via le ossa, quell'innocente aveva un attacco epilettico che quasi mandava a pezzi le stoviglie che gli

pendevano dattorno nella dispensa. E le coti che i ramponieri portavano in tasca per le lance e le altre armi, e con le

quali a pranzo solevano affilare i coltelli con ostentazione, nemmeno quel suono raschiante contribuiva certo a

tranquillizzare il povero Farinata. Come poteva dimenticare che ai tempi della sua isola Queequeg, per dirne uno, si era

certo reso colpevole di qualche violenta indiscrezione conviviale? Ahimè Farinata, è brutto per un cameriere bianco

dover servire dei cannibali! Dovrebbe portare al braccio non un tovagliolo ma uno scudo. Comunque, alla fine, con sua

grande gioia, i tre guerrieri d'acqua salata si alzavano e se ne andavano. E alle sue orecchie credule, che stavano sempre

a macinare favole, tutte le loro ossa marziali tintinnavano a ogni passo come scimitarre nei foderi di turchi.

Ma se questi barbari pranzavano in cabina e praticamente ci vivevano, pure, visto che erano di abitudini

tutt'altro che sedentarie, non ci si trovavano quasi mai tranne all'ora dei pasti e un momento prima di andare a dormire,

quando l'attraversavano per andare nei loro quartieri.

In questo solo punto pareva che Achab non facesse eccezione rispetto alla maggior parte dei capitani di

baleniere americane. Questi, come classe, tendono piuttosto a pensare che la cabina della nave appartiene loro di diritto,

e che solo per cortesia qualcun altro vi può entrare a qualsiasi ora. Sicché a dire proprio la verità gli ufficiali e i

ramponieri del Pequod vivevano più fuori che dentro la cabina. Quando erano dentro, lo erano come è dentro casa una

porta, che viene spinta dentro un attimo e subito dopo ricacciata fuori, ma come permanenza risiede all'aria aperta. E

con questo non ci perdevano molto. In cabina non c'era compagnia. Achab era socialmente inaccessibile. Era incluso di

nome nel censimento della Cristianità, ma di fatto vi era sempre estraneo. Viveva nel mondo come l'ultimo degli orsi

feroci viveva nel Missouri, quando già vi si erano stabiliti i coloni. E come quando, finite la primavera e l'estate, quel

selvaggio Logan dei boschi si seppelliva nel cavo di un albero per passarvi l'inverno a succhiarsi le zampe, così nella

sua vecchiaia inclemente, in mezzo alle tempeste, l'anima di Achab si richiudeva nel tronco vuoto del corpo, per

succhiarsi disperata le zampe della propria tristezza.

XXXV • LA TESTA D'ALBERO

Fu quando il tempo si mise al bello che mi toccò, secondo la dovuta rotazione con gli altri marinai, il mio

primo turno in testa all'albero.

Nella maggior parte delle baleniere americane, le teste d'albero vengono guarnite d'uomini quasi al momento

stesso di lasciare il porto, anche se poi la nave dovrà viaggiare per quindicimila miglia e più prima di raggiungere le

proprie acque di caccia. E se dopo un viaggio di tre, quattro o cinque anni si ravvicina a casa con un qualsiasi spazio

vuoto a bordo, diciamo pure una fiala vuota, allora le teste d'albero restano guarnite fino all'ultimo: e la nave non

abbandona del tutto la speranza di catturare ancora una balena, finché le punte dei suoi alberi non viaggiano tra le vette

del porto.

Ora, siccome questa faccenda di stare in testa all'albero, in terra o in mare, è un'incombenza antica assai e

interessante, diffondiamoci qui un pochino. Mi risulta che i primi ad appostarsi su una testa d'albero furono gli antichi

egiziani; in tutte le mie ricerche, infatti, non trovo nessuno che li preceda. Vero è che i loro progenitori, quelli che.63

costruirono Babele, dovettero indubbiamente avere l'intenzione, con quella torre, di alzare la più alta testa d'albero di

tutta l'Asia e l'Africa. Ma bisogna aggiungere che prima di piazzarvi in cima la formaggetta, quel loro alberone di pietra

cascò di bordo nella burrasca terribile dell'ira di Dio: e quindi non si può dare a questi costruttori di Babele la

precedenza sugli egiziani. E che gli egizi fossero un popolo di abitatori di teste d'albero è asserzione basata sull'opinione

unanime degli archeologi che le prime piramidi furono costruite a scopi d'astronomia: teoria singolarmente confortata

dalla particolare forma a scalinata di tutti e quattro i lati di quegli edifici; grazie alla quale forma, e con levate di gambe

d'una lunghezza impressionante, quei vecchi astronomi solevano montare in cima e segnalare urlando le stelle nuove,

proprio come le vedette di una nave moderna segnalano una vela o una balena appena comparsa all'orizzonte. Nel Santo

Stilita, il famoso eremita cristiano dell'antichità, che si costruì nel deserto un'alta colonna di pietra e sulla sua cima

passò tutta l'ultima parte della vita, issandosi il mangiare da terra con un paranco, in lui abbiamo un esempio

memorabile di valoroso abitatore di teste d'albero, che non si lasciò smuovere dal suo posto da nebbie o gelo, né da

piogge, grandine o nevischio, ma affrontando tutto arditamente fino all'ultimo, finì col morire letteralmente sul lavoro.

Quanto ai moderni abitatori di teste d'albero, ne troviamo soltanto una sfilza senza vita: meri uomini di pietra, ferro o

bronzo, magari capacissimi di fare fronte a una forte burrasca, ma assolutamente inetti al compito di segnalare gridando,

caso mai avvistassero qualche cosa d'insolito. C'è ad esempio Napoleone, che se ne sta ritto a braccia conserte in cima

alla colonna di Vendôme, a più di centocinquanta piedi in aria, e ormai non si preoccupa di chi governa i ponti giù in

basso, Luigi Filippo, Louis Blanc o Luigi il Diavolo. Il grande Washington anche lui se ne sta sublime in vetta al suo

albero maestro a Baltimora, e la sua colonna è come una colonna d'Ercole, segna il punto della grandezza umana oltre il

quale son pochi quelli che passano. E poi l'ammiraglio Nelson, su un argano di ferro da cannone, guarnisce la sua testa

d'albero a Trafalgar Square. Perfino quando è più eclissato da quel gran fumo di Londra, ci resta sempre un segno che lì

si nasconde un eroe, perché dove c'è fumo c'è arrosto. Ma né il gran Washington né Napoleone né Nelson rispondono

mai a un solo richiamo dal basso, per quanto li si implori disperatamente di dare l'aiuto dei loro consigli ai desolati ponti

sui quali guardano. E dire che probabilmente quei loro spiriti penetrano la gran foschìa del futuro, e vedono quali sono i

bassifondi e gli scogli che andrebbero evitati.

Forse può parere illegittimo appaiare in qualsiasi maniera le vedette di terra con quelle di mare; ma in effetti

non lo è, e lo dimostra chiaramente un dato per cui è responsabile Obed Macy, l'unico storico di Nantucket. L'illustre

Obed ci racconta che nei primordi della baleneria, prima che navi venissero lanciate regolarmente per inseguire la

preda, la gente dell'isola alzava alte pertiche lungo la costa, e le vedette vi salivano in cima per mezzo di castagnole

inchiodate, un po' come fanno i polli per salire in pollaio. Qualche anno fa questo stesso sistema fu adottato dai

balenieri della Baia di Nuova Zelanda: appena avvistata la preda, avvertivano le lance già bell'e pronte a riva. Ma ora

quest'usanza è passata di moda, perciò torniamo all'unica testa d'albero vera e propria, quella di una baleniera in mare.

Le tre teste sono tenute guarnite dall'alba al tramonto; i marinai seguono turni regolari, come alla barra, e si danno il

cambio ogni due ore. Nel clima sereno dei tropici la testa d'albero è estremamente piacevole, anzi deliziosa per un tipo

sognatore e contemplativo. State lassù, un centinaio di piedi sopra la coperta silenziosa, e fate grandi balzi sull'abisso

come se gli alberi fossero trampoli giganteschi, mentre sotto di voi, e per così dire tra le vostre gambe, nuotano i mostri

più smisurati del mare, proprio come le navi passavano una volta fra gli stivali del famoso colosso nella vecchia Rodi.

Ve ne state lassù perduto nella distesa infinita del mare, e nulla è imbronciato tranne le onde. La nave rolla indolente

come in un'estasi, gli alisei soffiano assonnati, ogni cosa vi scioglie in languore. Quasi sempre, in questa vita di

baleniere ai tropici, vi avvolge una sublime mancanza di avvenimenti. Non sentite notizie, non leggete giornali, nessuna

edizione straordinaria con resoconti impressionanti di banalità vi dà false e inutili eccitazioni; non udite parlare di

dispiaceri domestici, di cauzioni fallimentari, di cadute di borsa, non avete mai il fastidio di pensare a cosa mangerete a

pranzo, visto che per tre anni e più tutti i vostri pasti son belli e stivati nei barili e la lista è immutabile.

In una di queste baleniere australi, durante un viaggio che come di solito dura tre o quattro anni, la somma di

tutte le ore che passate in testa all'albero può arrivare a parecchi mesi. Ed è assai deplorevole che il posto cui dedicate

una parte così ampia di tutta la vostra vita sia così squallido e privo di tutto ciò che ricordi una dimora comoda, o sia

adatto a produrre una localizzazione gradevole dei sentimenti, come s'addice a un letto, una branda, un cataletto, una

garitta, un pulpito, una carrozza o qualsiasi altro insomma di quei piccoli e comodi congegni in cui gli uomini si isolano

temporaneamente. Il vostro posatoio più abituale è la testa dell'alberetto, dove vi reggete in piedi su due sottili aste

parallele, quasi esclusive alle baleniere, chiamate le crocette d'alberetto. Qui, sballottato dal mare, il principiante si sente

comodo più o meno come a stare dritto sulle corna d'un toro. Naturalmente, se fa freddo potete portarvi sù la casa, sotto

forma di un pastrano da guardia; ma propriamente parlando il pastrano più pesante non funziona da casa più del corpo

spogliato: in quanto che, come l'anima, che è incollata all'interno del suo tabernacolo carnale e non vi si può muovere in

libertà, e neanche uscire fuori senza grave rischio di restarci (come quel pellegrino ignorante che traversa le Alpi

d'inverno, in mezzo alla neve), così un pastrano da guardia non è tanto una casa quanto una semplice busta o pelle

addizionale che vi veste. Non si può mettersi in corpo uno scaffale o un cassettone, e per lo stesso motivo non si può

fare del proprio pastrano un comodo stanzino.

A questo proposito bisogna proprio deplorare il fatto che le teste d'albero di una baleniera del sud sono

sprovviste di quelle invidiabili piccole tende o pulpiti, chiamati «nidi di cornacchia», in cui le vedette di una baleniera

groenlandese trovano protezione dalle intemperie dei mari artici. In quel casalingo racconto del capitano Sleet che è

intitolato «Un viaggio tra gli iceberg alla ricerca della balena groenlandese, e incidentalmente alla riscoperta delle

perdute colonie islandesi della vecchia Groenlandia», in quel volume ammirevole, a tutti quelli che sono stati su una

testa d'albero viene fornito un resoconto pieno di garbati dettagli del nido di cornacchia, allora inventato di recente,.64

istallato sul Ghiacciaio, che era il nome dell'ottimo bastimento del capitano Sleet. L'aveva chiamato «nido di cornacchia

di Sleet», in suo proprio onore, visto che era stato lui a inventarlo e a registrarne il brevetto. Ed era anche esente da ogni

delicatezza ridicola e falsa, e affermava che se diamo i nostri nomi ai figli, di cui come padri siamo gli inventori

originali e patentati, allo stesso modo dobbiamo dare il nostro nome a qualsiasi altro apparecchio ci capiti di inventare.

Di forma, il nido di Sleet somiglia un po' a un grosso fusto o tubo; però è aperto di sopra, dove è provvisto di uno

schermo laterale movibile da tenere a sopravvento della testa durante le burrasche forti. Essendo fissato alla cima

dell'albero, vi si accede di sotto per un piccolo trabocchetto. Nella parte dorsale, cioè quella verso poppa, c'è un comodo

sedile, con sotto un cassettone per gli ombrelli, le sciarpe e le giacche. Di fronte c'è una rete di cuoio in cui tenere il

portavoce, la pipa, il cannocchiale e altri strumenti nautici. Quando il capitano Sleet in persona guarniva la testa

d'albero in questo suo nido di cornacchia, dice che aveva sempre un fucile (sistemato anche questo nella rete), con

relativa fiasca di polvere e dose di pallini, allo scopo di stecchire qualche fortuito narvalo o qualche vagabondo

unicorno marino di quelli che infestavano i mari; ché sparargli con successo dal ponte non si può, per via della

resistenza dell'acqua, ma sparargli di sopra è un'altra faccenda. Ora non c'è dubbio che venirci a raccontare, come fa il

capitano Sleet, tutti i piccoli e minuti conforti del suo nido di cornacchia è stata opera d'amore. Però, quantunque il

capitano la faccia così lunga su molte di queste comodità, e ci offra un resoconto assai scientifico degli esperimenti fatti

nel nido con una bussoletta che vi teneva per neutralizzare gli errori risultanti da ciò che si chiama l'attrazione locale di

ogni calamita di chiesuola, errori da ascriversi alla vicinanza orizzontale del ferro nel tavolato, e forse nel caso del

Ghiacciaio al fatto che c'erano tra la ciurma parecchi fabbri rovinati; dico che quantunque il capitano sia qui molto

discreto e scientifico, pure con tutte le sue dotte «deviazioni di chiesuola», «osservazioni azimutali della bussola» ed

«errori di approssimazione», il capitano Sleet sa benissimo che non era tanto immerso in queste profonde meditazioni

magnetiche da non sentirsi attratto di quando in quando dalle lusinghe di quella fiaschetta ben colma, così

graziosamente riposta a un lato del nido e a facile portata di mano. Io ammiro infinitamente e perfino amo nel

complesso questo coraggioso, onesto e colto capitano, ma non posso proprio digerire il suo silenzio assoluto sulla

fiasca, considerando quale amica fedele e consolatrice dev'essere stata per lui, mentre stava lassù a studiar matematiche

coi mezzi guanti e il cappuccio, nel suo nido d'uccello a tre o quattro pertiche dal polo.

Ma se noi balenieri del sud non siamo così comodamente riparati in cima all'albero come il capitano Sleet e i

suoi groenlandesi, questo svantaggio è fortemente compensato dalla serenità assai diversa di quei mari seducenti nei

quali noi pescatori del sud galleggiamo quasi di continuo. Io per esempio avevo l'abitudine di non prendermela calda

affatto sull'attrezzatura, trattenendomi in coffa per fare quattro chiacchiere con Queequeg o chiunque trovavo lassù fuori

servizio. Poi salendo un altro poco, e gettando pigramente una gamba sul pennone di gabbia, davo una prima occhiata ai

pascoli d'acqua, e così finalmente montavo alla mia ultima destinazione.

A questo punto vorrei liberarmi la coscienza, riconoscendo francamente che la mia guardia era piuttosto magra.

Col problema dell'universo che mi si rimescolava dentro, come potevo, lasciato solo a un'altezza che genera tanti

pensieri, come potevo rispettare se non alla meno peggio gli obblighi sanciti dai regolamenti di ogni baleniera: «Stai

all'erta e segnala ogni volta»?

E qui voglio anche rivolgervi un avvertimento patetico, armatori di Nantucket! Attenti a non arruolare tra la

vostra vigile mano d'opera nessun giovanotto con la faccia secca e l'occhio vuoto, dedito a meditazioni intempestive,

che si presenta all'imbarco col Fedone in testa invece del Bowditch. Datemi retta, guardatevi da tipi simili. Le balene

bisogna vederle per ucciderle; questo giovane platonista dagli occhi a caverna vi rimorchierà dieci volte attorno al

mondo senza arricchirvi di una pinta d'olio. E quest'avvertimento non è affatto superfluo. Perché ai nostri tempi la

baleneria serve da asilo a molti giovanotti romantici, malinconiosi, con la testa fra le nuvole, nauseati delle pesanti

preoccupazioni del mondo, che vanno cercando emozioni nel catrame e nel grasso di balena. Non di rado il giovane

Aroldo si va ad appollaiare sulla testa d'albero di qualche baleniera frustrata e senza fortuna, e attacca la sua tetra lagna:

«Rolla, profondo, scuro oceano azzurro, rolla!

Diecimila cacciatori di grasso ti battono invano.»

Molto spesso i capitani di queste navi se la pigliano con quei giovani filosofi sventati, e li accusano di scarso

«interesse» al viaggio, e gli fanno capire che sono tanto disperatamente sordi a ogni ambizione onesta, che in fondo al

cuore le balene preferirebbero non vederle che viceversa. Ma tutto è inutile; questi giovani platonisti si sono messi in

testa di non vederci bene, di essere miopi, e allora perché sforzare il nervo ottico? Il binocolo l'hanno lasciato a casa.

«Ma brutta scimmia,» diceva un ramponiere a uno di questi signorini, «sono quasi tre anni che incrociamo e

ancora non hai visto una balena. Quando ci sei tu sull'albero, diventano più rare dei denti di gallina.» E forse era proprio

così. O forse all'orizzonte ne erano passate a torme; ma il ritmo che mescola onde e pensieri ha fatto scivolare come

l'oppio quel giovane assente in una tale apatìa di sogni vuoti e ignari, che alla fine egli perde la sua identità. Quel

mistico oceano ai suoi piedi, lo prende per l'immagine visibile di quell'anima profonda, azzurra, infinita che pervade

l'umanità e la natura. E ogni cosa strana, appena intravista, sgusciante, bella che lo elude, ogni cosa che vede e non vede

alzarsi come la pinna di qualche sagoma inafferrabile, gli pare l'incarnazione di quei pensieri sfuggenti che popolano

l'animo soltanto come rapide forme in un eterno volo. In questo stato d'animo incantato lo spirito rifluisce al punto da

dove uscì, si diffonde attraverso il tempo e lo spazio; e forma infine, come le ceneri panteistiche di Cranmer disperse

negli elementi, una parte di tutte le spiagge per tutta la curva del mondo..65

E ora in te non c'è altra vita che quel dondolìo impresso dalla nave che appena si culla, che alla nave viene dal

mare, e al mare dalle maree inscrutabili di Dio. Ma mentre questo sonno, questo sogno ti è sopra, muovi di un pollice il

piede o la mano, lascia un attimo la presa, e l'identità ti ritorna in terrore. Pendi su vortici cartesiani. E magari, a

mezzogiorno, in uno splendore di tempo, con un urlo soffocato piombi attraverso l'aria trasparente nel mare estivo, e

non torni a galla mai più. Stateci bene attenti, voi panteisti.

XXXVI • IL CASSERO

(Entra Achab; poi tutti.)

Non molto tempo dopo l'affare della pipa, una mattina appena finita la colazione, Achab salì al suo solito in

coperta per la scaletta della cabina. A quell'ora quasi tutti i capitani di mare usano passeggiare sul ponte, come

signorotti di campagna che dopo merenda fanno un giretto in giardino.

Presto si sentì il battito regolare del suo piede d'osso che andava su e giù per la solita ronda, su tavole ormai

così abituate al suo passo che erano tutte intaccate come rocce geologiche dal marchio particolare della sua andatura. E

a guardare attentamente quella fronte venata e intaccata, anche lì si vedevano impronte ancora più strane: le orme di

quell'unico suo pensiero che non aveva sonno o requie.

Ma questa volta le tacche parevano più profonde, e anche il suo passo nervoso, quella mattina, lasciava un

segno più marcato. E Achab era così invaso dalla sua idea, che a ogni voltata uguale che faceva, ora all'albero maestro e

ora alla chiesuola, si poteva. quasi vedere quell'idea rivoltarsi e camminare assieme a lui; e davvero lo possedeva tanto

da sembrare a momenti la forma interiore di ogni suo movimento esterno.

«Lo vedi, Flask?» bisbigliò Stubb. «Il pulcino che ha dentro becca il guscio. Presto verrà fuori.»

Le ore passavano. Achab s'era chiuso in cabina e subito dopo s'era rimesso a passeggiare sul ponte con la stessa

aria esaltata.

La giornata stava per finire. All'improvviso s'inchiodò vicino alla murata, cacciò la gamba d'osso nel buco di

trivello, con una mano s'appigliò a una sartia e ordinò a Stubb di mandargli tutti a poppa.

«Capitano?» fece il secondo, strabiliato da quell'ordine che a bordo non si dà quasi mai, tranne che in casi

d'emergenza.

«Manda tutti a poppa,» ripeté Achab. «Vedette oh! A basso!»

Quando tutto l'equipaggio fu riunito, e ognuno stava a guardarlo curioso e non senza apprensione, ché la sua

faccia non era diversa dall'orizzonte quando si alza un fortunale, Achab dette un'occhiata svelta oltre le murate, e poi

saettando gli occhi tra gli uomini si mosse dal suo posto. Come se non avesse un'anima attorno, riprese pesantemente ad

andare su e giù per la coperta. E continuava a marciare a testa china e col cappello schiacciato a metà sul naso,

incurante dei brontolii di sorpresa dei marinai, finché Stubb sussurrò cautamente a Flask che Achab doveva averli

chiamati per assistere a una impresa podistica. Ma non durò a lungo. Fermandosi con violenza gridò:

«Cosa fate quando vedete una balena, marinai?»

Impulsivamente, una ventina di voci gridarono tutte assieme: «La segnaliamo!»

«Bene!» urlò Achab con un tono di selvaggia approvazione, notando il calore spontaneo in cui li aveva gettati,

magneticamente, quella domanda inattesa.

«E che fate poi, marinai?»

«Ammainiamo, e alla caccia!»

«E a che canto vogate, ragazzi?»

«Balena morta o lancia a picco!»

A ogni urlo, il viso del vecchio assumeva sempre più un aspetto strano e selvaggio di approvazione e di gioia.

E intanto i marinai cominciavano a guardarsi incuriositi, come sorpresi da quel loro stesso esaltarsi per delle domande

che apparivano così oziose.

Ma appena Achab ricominciò a parlare tornarono a fissarlo tutti avidi. Si era voltato a metà sul suo perno, e

con una mano alzata stringeva stretta, quasi convulsamente, una sartia:

«Tutti voi di vedetta mi avete già sentito dare ordini riguardo a una balena bianca. Guardate qua! Vedete

quest'oncia d'oro spagnola?» e alzò al sole una grossa moneta luccicante: «Vale sedici dollari, ragazzi. La vedete?

Signor Starbuck, datemi quella mazza.»

Mentre l'ufficiale prendeva il martello, Acbab senza dire niente strofinava pian piano il pezzo d'oro sulle falde

della giacca come per farlo più lustro. E intanto cantarellava tra sé a bassa voce, senza parole, producendo un suono

soffocato e indistinto così strano, che pareva il ronzare meccanico dell'orgasmo che aveva dentro.

Avuta la mazza da Starbuck l'alzò e camminò verso l'albero maestro, mostrando la moneta d'oro con l'altra

mano, e gridando a piena voce: «Chi di voi mi segnala una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la mandibola

storta, chi di voi avvista questa balena bianca con tre buchi nella pinna destra della coda, guardate! Chi segnala questa

balena avrà quest'oncia d'oro, ragazzi!»

«Urrà! Urrà!» gridarono i marinai, e agitando i cappelli d'incerata festeggiavano i colpi che inchiodavano l'oro

sull'albero..66

«Una balena bianca, ripeto.» tornò a dire Achab gettando via la mazza, «una balena bianca. Tenete gli occhi

aperti, marinai. Attenti all'acqua bianca. Anche se vedete una bolla, segnalate.»

Intanto Tashtego, Daggoo e Queequeg avevano assistito alla scena ancora più sorpresi e interessati degli altri, e

a sentire parlare d'una fronte rugosa e d'una mandibola storta avevano trasalito, come se ciascuno per suo conto avesse

ricordato qualche fatto particolare.

«Capitano Achab,» disse Tashtego, «questa balena bianca dev'essere quella che certuni chiamano Moby Dick.»

«Moby Dick?» gridò Achab. «Allora conosci la balena bianca, Tash?»

«Capitano, sbatte la coda in modo un po' curioso prima di tuffarsi?» domandò il Capo Allegro come

riflettendo.

«E ha pure uno sfiato curioso,» disse Daggoo, «molto denso anche per uno spermaceti e violentissimo,

capitano?»

Allora Queequeg gridò in modo sconnesso: «E ha uno, due, tre, ah, molti ferri nella pelle pure, capitano? Tutti

torti storciuti come un... come un...» E balbettava forte cercando la parola, e avvitava una mano in aria come a stappare

un fiasco:

«Come un... come un...»

«Come un cavatappi!» gridò Achab. «Ma sicuro, Queequeg, ce l'ha dentro tutti storti e piegati, i ramponi;

Daggoo, hai ragione, ha una sfiatata come un covone di frumento, e bianca come un mucchio della nostra lana a

Nantucket dopo la tosatura; ed è vero, Tashtego, che sbatte la coda come un fiocco strappato dalla burrasca. Morte e

demoni! È Moby Dick che avete visto, ragazzi! Moby Dick, proprio Moby Dick!»

«Capitano Achab,» disse Starbuck, che finora aveva guardato il suo superiore sempre più sbalordito, come

Stubb e Flask, ma adesso pareva colpito da un'idea che in qualche modo spiegava tutto: «Capitano Achab, ho sentito

parlare di Moby Dick. Ma non è stato Moby Dick a mozzarti la gamba?»

«Chi te l'ha detto?» gridò Achab. Parve esitare: «Ma sì, Starbuck. Ma sì, amici miei, tutti quanti. È stato lui a

disalberarmi, lui a regalarmi questo tronco morto su cui ora mi reggo. Ma sì, ma sì!» gridò con un singhiozzo terribile,

forte, animalesco come quello di un alce colpito al cuore: «Ma sì, ma sì, è stata quella maledetta balena bianca che mi

ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente!» Cominciò a sbattere le braccia e a imprecare

paurosamente: «Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l'andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al

Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per

cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue

nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci facciamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di

fegato.»

«Sì, sì!» gridarono i ramponieri e i marinai affollandosi attorno al vecchio invasato. «Occhio acuto alla balena

bianca, lancia acuta per Moby Dick!»

«Dio vi benedica», e non si capiva se piangeva o urlava, «Dio vi benedica, ragazzi. Dispensiere! Va' a prendere

la misura grande del grog. Ma perché quella faccia lunga, signor Starbuck: non vuoi dargli la caccia, tu, alla balena

bianca? Non te la senti di affrontare Moby Dick?»

«Capitano Achab, me la sento di affrontare la sua mascella storta, e anche quelle della morte, se capita per via

del mestiere che facciamo. Ma io qui sono venuto a cacciare balene e non a fare vendetta al comandante. Quante botti

renderà la tua vendetta se mai l'avrai, capitano Achab? Non ti frutterà molto sul mercato di Nantucket.»

«Uh! Il mercato di Nantucket! Avvicìnati, Starbuck. Con te bisogna andare un po' più a fondo. Caro mio, se il

denaro ha da essere la misura, e poniamo che i contabili hanno stimato il mondo come fosse una banca, fasciandolo di

ghinee, una ogni terzo di pollice, allora sì che la mia vendetta mi frutterà un bel premio, da questo punto di vista!»

«Si picchia il petto,» bisbigliò Stubb. «Che significa? Mi pare che suona profondo ma vuoto.»

«Vendetta su un bruto senz'anima!» esclamò Starbuck. «Su un bruto che ti colpì solo per il più cieco istinto!

Ma è una pazzia! Capitano Achab, suona blasfemo odiare una creatura incosciente.

«Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo

maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell'azione viva, nel fatto preciso, lì, c'è qualche cosa di sconosciuto

ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l'uomo vuole colpire, deve

colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me

l'hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'è niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova.

Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l'innerva. Quella cosa

incomprensibile è sopratutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli

rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perché se il

sole potesse offendermi, io potrei colpirlo; perché c'è sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta

la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti. Non mi

guardare così! Uno sguardo stupido è più insopportabile dell'occhiata di un demonio! Ecco, adesso arrossisci e diventi

pallido: il mio calore ti ha fuso, ora bruci di rabbia. Via, Starbuck, ciò che è detto con rabbia si disdice da sé. Le parole

arrabbiate di certi uomini sono poca offesa. Non volevo provocarti. Scordiamole. Guarda lì, vedi quelle facce turche

tutte chiazzate dal sole, quadri dipinti dalla luce, che vivono e respirano? I leopardi pagani, cose senza pensiero e senza

culto, che esistono, e cercano, e non danno ragioni per la torrida vita che sentono. La ciurma, amico mio, la ciurma!

Non sono tutti dal primo all'ultimo con Achab, in questa faccenda della balena? Guarda Stubb. Ride! Guarda laggiù

quel cileno! A pensarci respira come un animale. Resistere dritta in mezzo all'uragano, la tua pianticella sola e sbattuta.67

non lo può, Starbuck. E cos'è in fondo? Pensaci. Si tratta solo di dare una mano a colpire una pinna. Per Starbuck è cosa

da niente. Che altro c'è? In questa impresuccia, dunque, la lancia migliore di Nantucket non si tirerà certo indietro,

quando ogni mano di castello ha afferrato una cote. Ah, cominci a sentirti eccitato, lo vedo! L'ondata ti porta. Parla, dici

qualcosa. Capisco, capisco. Allora il tuo silenzio è quello che vuoi dire. (A parte): Qualcosa è pure partito dalle mie

narici gonfie, e l'ha aspirato nei polmoni. Ora Starbuck è mio. E non può più resistermi senza slealtà.»

«Dio mi protegga! Ci protegga tutti!» mormorò Starbuck a bassa voce.

Ma nella sua contentezza per la magica, muta capitolazione del secondo, Achab non sentì quell'invocazione

profetica, non sentì la bassa risata dalla stiva, e nemmeno le presaghe vibrazioni del vento tra le sartie e il botto vuoto

delle vele contro gli alberi mentre s'accasciavano per un attimo. Perché subito gli occhi abbattuti di Starbuck si

riaccesero dell'ostinazione della vita, la risata sotterranea si spense, il vento si rimise a soffiare e si gonfiarono le vele e

la nave vibrò e rollò come prima. Se gli ammonimenti e gli avvertimenti si fermassero, quando vengono! Ma voi ombre

siete piuttosto presagi che ammonizioni. E non tanto presagi dall'esterno quanto verifiche di ciò che è già avvenuto

nell'intimo. Poche cose esteriori ci forzano, ma le necessità più profonde del nostro essere ci spingono sempre avanti.

«La misura! La misura del grog!» gridò Achab.

Ricevuto il peltro ricolmo e voltandosi ai ramponieri ordinò di tirare fuori le armi. Poi li allineò davanti a sé,

vicino all'argano, ciascuno col suo rampone. E mentre i tre ufficiali gli stavano a fianco con le lance, e il resto

dell'equipaggio faceva cerchio attorno al gruppo, stette per un momento a fissare ciascuno dei suoi con uno sguardo

tagliente. E quegli occhi sfrenati incontrarono i suoi come gli occhi iniettati di sangue dei lupi della prateria incontrano

gli occhi del capo, prima che si scagli alla loro testa sulla traccia del bestione, ma solo per andare a cadere nella trappola

nascosta dell'indiano.

«Bevi e passa!» gridò porgendo al più vicino il vaso pesante. «Fate girare! Sorsi brevi, e inghiottite adagio,

ragazzi: è più caldo del piede di Satana. Così, così: benissimo. Va dentro a spirali e si biforca negli occhi che azzannano

come serpi. Ben fatto! È quasi secco Di lì è andato e di qua torna. Dammi qua: un bel vuoto! Ragazzi, siete come gli

anni. La vita piena s'inghiotte e se ne va in questo modo. Riempi, dispensiere!

«E ora attenzione, miei bravi. Vi ho radunati tutti attorno a quest'argano. Voi qui di fianco, ufficiali, con le

lance. Voi là, ramponieri, coi ferri. E voi forti marinai attorno, in cerchio, che io possa in qualche modo farmi rivivere

davanti un nobile rito dei miei antenati balenieri. Amici, vedrete che... ehi, ragazzo, di ritorno? Più presto d'un soldo

falso. Dammi qua. Ma se tu non fossi il diavoletto di san Vito questo vaso sarebbe di nuovo pieno fino all'orlo. Via,

peste!

«Fatevi avanti, ufficiali! Incrociate bene le lance qui davanti. Splendidamente! Fatemi toccare l'asse.» Dicendo

così stese il braccio e afferrò nel punto d'incrocio le tre lance orizzontali e disposte a raggiera, e nel farlo,

all'improvviso, dette loro uno strattone nervoso, guardando fisso da Starbuck a Stubb, da Stubb a Flask. Pareva che con

una sua misteriosa forza di volontà desiderasse investirli dello stesso sentimento infuocato che premeva nella bottiglia

di Leyda della sua vita magnetica. Davanti alla violenza sostenuta del suo aspetto mistico i tre ufficiali si sgomentarono.

Stubb e Flask guardarono da un'altra parte, e si chinarono gli occhi onesti di Starbuck.

«È inutile!» gridò Achab. «Ma forse così è bene. Se aveste preso in pieno la scossa anche una volta sola, allora,

forse, è la mia carica che se ne sarebbe andata. Forse, anzi, sareste morti di colpo. E forse non ne avete bisogno. Giù le

lance! E ora, ufficiali, vi nomino tutti e tre coppieri di questi miei consanguinei pagani, questi tre onoratissimi

gentiluomini e nobiluomini, i miei coraggiosi ramponieri. L'incarico vi garba poco? Ma come, se il Papa stesso lava i

piedi ai mendicanti adoperando la tiara come brocca! Miei diletti cardinali! La vostra stessa condiscendenza, ecco ciò

che vi piegherà a questo compito. Tagliate le legature e levate le aste, ramponieri!»

I tre ubbidirono in silenzio e gli presentarono il ferro staccato dei ramponi, lungo quasi tre piedi, a punte in

alto.

«Non pugnalatemi coi vostri acciai aguzzi, rivoltateli, rivoltateli! Non ne avete mai visto il fondo a tazza?

Voltate in sù la cavità! Così va bene. Ora, coppieri, avanzate. I ferri! Prendeteli in mano e reggeteli mentre li riempio!»

E muovendo piano da un ufficiale all'altro colmò il cavo dei ramponi col liquido ardente del vaso.

«E ora, tre a tre, consegnate le coppe micidiali! Datele, voi che siete ormai legati in questo patto indissolubile.

Ah, Starbuck! La cosa è fatta! Quel sole ora aspetta di ratificarla. Bevete, ramponieri, bevete e giurate, voi che guarnite

a prua la lancia esiziale: morte a Moby Dick! Dio ci perseguiti tutti se non cacceremo Moby Dick fino alla morte!»

Alzarono le lunghe tazze dai denti d'acciaio e con grida e maledizioni alla balena bianca ingollarono l'alcool tutti allo

stesso tempo, con un sibilo. Starbuck impallidì, si voltò, ed ebbe un brivido. Ancora una volta, e fu l'ultima, il recipiente

fece il giro dell'equipaggio frenetico. Poi, a un cenno della sua mano libera, tutti si dispersero, e Achab si ritirò nella sua

cabina.

XXXVII • TRAMONTO

(La cabina, vicino alle finestre di poppa. Achab siede solo e guarda fuori.)

Mi lascio dietro una scia bianca e torbida; acque pallide, facce più pallide, dovunque vada. Le onde invidiose si

gonfiano ai lati per coprire la mia traccia. Facciano: ma prima io passo..68

Laggiù, agli orli del calice sempre ricolmo, le acque tiepide arrossiscono come il vino. La fronte d'oro

scandaglia l'azzurro. Il sole che si tuffa, sceso lentamente dal meriggio, va giù. E la mia anima sale. Stanca dell'erta che

non ha mai fine. È dunque troppo pesante la corona che porto, questa mia corona di ferro di Lombardia? Eppure splende

di tante gemme. Io che la porto non vedo i suoi lampeggiamenti lontani, ma sento oscuramente di portare una cosa che

abbaglia e confonde. È ferro, lo so: non oro. Ed è anche spaccata, lo sento. Il suo bordo intaccato mi tortura tanto che il

mio cervello sembra pulsare contro il metallo vivo. Sicuro, è un cranio d'acciaio, il mio; di quelli che scendono senza

elmo nella zuffa più massacrante.

Arsura sulla mia fronte? Oh ci fu un tempo che l'alba mi stimolava generosamente e il tramonto mi dava

sollievo. Ora non più. Questa luce bella non illumina me; ogni bellezza per me è angoscia, perché non provo più gioia.

So percepire il sublime, e mi manca la bassa capacità della gioia. Sono dannato nel modo più sottile e perverso, dannato

in mezzo al paradiso! Buona notte! Buona notte!

(Agita la mano e si stacca dalla finestra.)

Non è stato troppo difficile. Sapevo di trovarne almeno uno testardo. Ma la mia unica ruota dentata s'adatta a

tutte le loro ruote, e girano. O se volete mi stanno davanti come tanti mucchietti di polvere, e io ne sono la miccia. Oh, è

duro che per accendere gli altri anche la miccia debba andare distrutta! Ciò che è osato, l'ho voluto; e ciò che ho voluto

lo farò! Mi credono pazzo: Starbuck mi crede pazzo; ma io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita. Quella pazzia

selvaggia che è calma solo per capire se stessa! La profezia ha detto che sarei stato smembrato, e difatti! Ho perso

questa gamba. Io ora profetizzo che smembrerò il mio mutilatore. E perciò il profeta e l'esecutore siano la stessa

persona. Questo è più di quanto avete saputo mai fare voi, grandi dei. Vi urlo e fischio in faccia, voi pugili, voi giocatori

di cricket, voi Burke e Bendigo ma sordi e orbi! Non farò come i ragazzini di scuola che dicono ai prepotenti: Trovatene

uno grosso come voi, non state a picchiare me! No, voi mi avete messo a terra e io sono in piedi di nuovo, siete voi che

siete scappati a nascondervi. Uscite da dietro i vostri sacchi di cotone, che io non ho fucile lungo per raggiungervi.

Venite, vi presento i miei ossequi, venite a vedere se potete farmi cambiare strada. Farmi cambiare strada? No che non

ne siete capaci, se non cambiando strada voi stessi! È qui che l'uomo vi tiene. Farmi cambiare strada? La strada che

porta al mio scopo immutabile è attrezzata con rotaie di ferro, e la mia anima è scanalata per correrci sopra. Mi getto

senza sbagliare su precipizi senza fondo, attraverso i cuori scavati delle montagne, sotto i letti dei torrenti. Niente può

fare da ostacolo, niente può torcere una strada di ferro!

XXXVIII • CREPUSCOLO

(Accanto all'albero maestro. Starbuck vi è appoggiato.)

La mia anima ha trovato più che un'eguale, ha trovato un tiranno, e un pazzo. Assillo insopportabile, che in

questo campo un uomo sano debba gettare le armi! Ma egli ha scavato a fondo, ha bruciato tutta la mia ragione. Credo

di vedere la sua intenzione empia, ma sento che debbo aiutarlo. Che io voglia o no, qualcosa di inspiegabile mi ha

legato a lui, e mi trascina con un cavo che non ho coltello per tagliare. Vecchio orribile! «Chi è superiore a lui,» grida:

sicuro, sarebbe democratico con tutti quelli in alto, e guarda come tiranneggia quelli in basso! Oh, vedo chiaramente il

mio compito miserabile: obbedire ribellandomi, e ancora peggio odiare con un filo di pietà! Perché gli leggo negli occhi

non so che dolore sinistro che mi brucerebbe, se l'avessi io. Eppure c'è qualche speranza. Il tempo e il mare passano

lenti e vasti. La balena odiata può nuotare in tutto il mondo dell'acqua, come il pesciolino dorato nella sua bolla di vetro.

Il suo proposito blasfemo Dio può debellarlo. Mi rifarei coraggio, se non avessi il cuore come piombo. Ma tutto il mio

meccanismo si è scaricato; e non ho più chiave per risollevare il cuore, che è il peso che regola tutto.

(Un'ondata di chiasso dal castello di prua.)

Mio Dio, viaggiare con una simile ciurma di miscredenti, che quasi non paiono nati da madri umane! Figliati

chi sa dove da questo mare di pescecani. La balena bianca è il loro dio. Senti che orge infernali! Baldoria a prua, e

silenzio assoluto a poppa. Come la vita, direi. Avanti nel mare luccicante saetta la prua allegra, corazzata e beffarda, ma

solo per trascinarsi dietro il nero Achab rinchiuso ad arrovellarsi nella cabina di poppa, piantata sull'acqua morta della

stia, e inseguita dai suoi gorgogliamenti belluini. Quel lungo ululìo mi fa rabbrividire! Un po' di silenzio, beoni, e

mettete una guardia! Ah vita, è in un'ora come questa, quando l'anima è battuta e si aggrappa alla ragione, quando

creature sfrenate e bestiali calano per sfamarsi, ah vita! è adesso che sento l'orrore che ti nascondi dentro! Ma non in

me, io ne resto fuori, e con questo conforto di sentirmi umano tenterò ancora di combattervi, fantasmi sinistri del futuro!

E voi santi influssi statemi accanto, sostenetemi e correggetemi.

XXXIX • PRIMO TURNO DI NOTTE

Coffa di trinchetto.

(Stubb solo, mentre rassetta un braccio.)

Ah! Ah! Ah! hem! Così la gola va meglio. Ci ho pensato da ieri e questo ah ah è il risultato finale. E perché?

Perché una risata è la risposta più saggia e più naturale a tutto ciò che è bislacco..69

E succeda quel che deve succedere, ci resta sempre un conforto, e questo conforto infallibile è che tutto è

predestinato. Non ho sentito tutto il suo discorso a Starbuck, ma dopo, al mio modesto occhio, Starbuck aveva un po'

l'aria di sentirsi come mi sentivo io l'altra sera. Scommetto che il vecchio Mogol ha sistemato pure lui. L'avevo capita

io, lo sapevo; se avessi avuto quel dono lo potevo senz'altro predire: quando ho dato un'occhiata al suo cranio l'ho visto.

Ebbene Stubb, saggio Stubb (questo è il mio titolo), bene Stubb, e con ciò, Stubb? Ecco una carcassa. Non so cosa potrà

succedere, ma comunque sia ci andrò incontro ridendo. C'è un ghigno così comico in tutti i vostri errori! Mi sento in

vena di scherzare. Tra la! Lallara la! Chi sa che sta facendo a casa la mia peruccia succosa. Piange l'anima sua? O dà

una festicciola per gli ultimi ramp onieri in arrivo, ci scommetto, allegra come un pennello di fregata, proprio come me!

Lallera! Tra la! Oè...

Stasera berremo coi cuori leggeri

all'amore, svagati e svolazzanti

come bolle che nuotano in cima al bicchiere

e scoppiano sul labbro agli amanti.

Una strofa gagliarda! Chi chiama? Signor Starbuck? Sissignore, sissignore... (A parte) È mio superiore ma anche lui ha

il suo se non mi sbaglio. Sissignore, sissignore, ho finito. Vengo.

XL • MEZZANOTTE, CASTELLO DI PRUA

RAMPONIERI E MARINAI

(La vela di trinchetto si solleva e appare la guardia che gironzola, si ferma, si appoggia e si sdraia in vari

atteggiamenti. Tutti cantano in coro.)

Salute e addio a voi, signore spagnole!

Salute e addio a voi, signore di Spagna!

Comanda il capitano...

PRIMO MARINAIO DI NANTUCKET

Oè, ragazzi! non fate i sentimentali: fa male alla digestione! Prendete un tonico, tutti con me!

(Canta, e tutti si uniscono)

Il capitano stava sopra il ponte

col cannocchiale in mano,

guardando le belle balene

che da ogni lato soffiavano.

Le secchie nelle lance oè, ragazzi

e tutti pronti ai bracci,

e avremo una bella balena

purché ognuno si sbracci!

Perciò allegri, ragazzi, non vi manchi la lena

mentre il buon ramponiere colpisce la balena!

VOCE DEL SECONDO DAL CASSERO

Oh, di prua! Otto tocchi!

SECONDO MARINAIO DI NANTUCKET

Basta col coro! Otto tocchi, oh! Hai sentito, campanaro? Otto tocchi alla campana, Pip! Ehi moretto! Chiamo

io la guardia. Ho la bocca adatta, la bocca a barile. Ecco qua. (Caccia la testa nel portello) Guardia a tribo-o-or-doo!

Oè! Otto tocchi! là sotto! Sveglia!

MARINAIO OLANDESE

Gran dormita stanotte, compagno: notte grassa. Tutto merito del vino del nostro vecchio Mogol: qualcuno lo

ammazza, qualcuno gli dà l'argento vivo. Noi cantiamo, quelli dormono: sicuro, stesi laggiù come botti di fondo. Dagli

di nuovo! Tieni, prendi questa travasatrice, e strillaci dentro. Digli che la smettano di sognare ragazze. Digli che è la

resurrezione della carne: un bacio d'addio e via per il giudizio. Così va bene. Così bisogna fare! Non te la sei rovinata,

la gola, col burro di Amsterdam.

MARINAIO FRANCESE

Sentite, ragazzi! Facciamo due salti prima di buttare l'ancora nella baia di Copertura. Che ne dite? Ecco che

arriva l'altro turno. Pronti con le gambe! Pip, Pippetto, evviva il tamburello!.70

PIP

(torvo e assonnato)

Non so dov'è.

MARINAIO FRANCESE

Batti la pancia allora e dimena le orecchie. Saltate ragazzi, avanti! Allegria ci vuole. Urrà! Porco mondo, non

avete fiato? Formate ora fila indiana, e via a passo doppio! Buttatevi, avanti! Gambe! Gambe!

MARINAIO ISLANDESE

Non mi piace la pista, amico: troppo elastica per i miei gusti. Sono abituato al ghiaccio. Spiacente di buttare

acqua fredda sull'argomento, ma mi devi esentare.

MARINAIO MALTESE

E anche me. Dove sono queste ragazze? Solo uno scemo si prende la mano sinistra nella destra per dirsi:

«Come sta?» Ballerine! Per me ci vogliono ballerine!

MARINAIO SICILIANO

Sicuro, ragazze e un prato. Allora sì che mi metto a saltare! Co me un grillo!

MARINAIO DI LONG-ISLAND

Va bene, va bene, musoni, ci bastiamo noi. Zappa finché puoi, dico io. Tutte le gambe vanno presto alla

mietitura. Ah, arriva la musica! Sotto!

MARINAIO DELLE AZZORRE

(sale da basso e getta il tamburo attraverso la botola)

Eccoti, Pip, e là ci sono le bitte dell'argano: monta su! Avanti, ragazzi!

(Metà dei marinai ballano al suono del tamburo. Alcuni scendono sottocoperta. Altri dormono e si stirano tra i rotoli di

cordame. Bestemmie in abbondanza.)

MARINAIO DELLE AZZORRE

(ballando)

Forza, Pip! Batti, campanaro! Picchia, picca, sbatti, schianta campanaro! Fa' scintille, spacca i sonagli!

PIP

I sonagli, proprio! Ecco un altro che salta a forza di picchiare.

MARINAIO CINESE

Allora suona coi denti e sotto a picchiare, scampana come una pagoda.

MARINAIO FRANCESE

Mattacchione! Alza il cerchio, Pip, che ci salto! Strappate i fiocchi, fatevi a pezzi!

TASHTEGO

(fumando tranquillamente)

Vero uomo bianco. Lo chiama divertirsi, questo: bah! Io risparmio sudore.

VECCHIO MARINAIO DI MAN

Chissà se questi matti si rendono conto di cosa stanno ballando. Ti ballerò sulla tomba, ti ballerò sì. È l'insulto

più grave delle falene di notte, che battono controvento alle cantonate. O Cristo, se penso! Flotte verdi, ciurme coi crani

tutti verdastri! Lasciamo perdere. Magari tutto il mondo è una palla, come dicono gli scienziati, perciò è giusto che

rotoli e balli. Ballate, ragazzi, siete giovani. Come io una volta.

TERZO MARINAIO DI NANTUCKET

Un po' di respiro oh! Che diavolo! Così è peggio che vogare alla balena in bonaccia. Dacci una boccata, Tash.

(Smettono di ballare e si raggruppano qua e là. Intanto il cielo si fa buio. Si alza il vento.)

MARINAIO DI LASHKAR

Per Brama! ragazzi, c'è da ammainare presto! Il figlio del cielo, il Gange gonfiato è diventato vento! E Siva

mostra la faccia nera.

MARINAIO MALTESE.71

(si sdraia e scuote il berretto)

Sono le onde ora, le pecorelle, che si mettono a fare il passo doppio. Fra poco sbatteranno le nappine. Magari

tutte quelle ondacce fossero femmine! Mi affogherei, ci farei assieme la scivolata per sempre! Non c'è niente di più

bello sulla terra e neanche in cielo forse: quelle poppe calde e ballerine che si vedono e non si vedono, quelle braccia

alzate che difendono uva matura, uva che scoppia.

MARINAIO SICILIANO

(si sdraia)

Non me lo dire! Pensa: corpi che si avviticchiano e vanno dondolando, tutti vergognosetti, tutti palpitanti!

Labbra, cuori e reni, tutti che si vanno sfregando, tocca e ritocca senza fine! Senza assaporare, bada, se no ti viene il

sazio. Eh, pagano? (gli dà un colpo di gomito)

MARINAIO DI TAHITI

(sdraiato su una stuoia)

O santa nudità delle nostre ragazze che ballano la Hivahiva! Tahiti coi tuoi veli bassi e le alte palme! Riposo

ancora sulla tua stuoia, ma il tuo terreno morbido è scivolato via. Ti ho vista intrecciare nel bosco, stuoia. Eri verde il

primo giorno che ti portai via, ora sei tutta logora e secca. Poveri noi, né tu né io sopportiamo il cambiamento. Che ne

diresti, se potessimo trapiantarci di nuovo sotto quei cieli? Mi pare di sentire il muggito dell'acqua che scende dal picco

delle lance di Pirohitee, quando balza giù per gli anfratti e affoga i villaggi. Arriva la bufera! Sù, dorso mio, e teniamole

testa! (balza in piedi)

MARINAIO PORTOGHESE

Come rolla! Che cozzi alle fiancate! Pronti a terzarolare, ragazzi! Adesso i venti incrociano giusto le spade, tra

poco attaccheranno con gli affondi, alla disperata.

MARINAIO DANESE

Crocchia, crocchia, trabiccolo! Finché crocchi tieni! Molto bene! Quel secondo ti fa tenere duro. Non ha paura

lui. È come il forte nell'isola in mezzo al Kattegat, messo lì ad azzuffarsi col Baltico, coi cannoni sbattuti dalla burrasca,

incrostati di sale!

QUARTO MARINAIO DI NANTUCKET

Ha i suoi ordini, non te lo scordare. Ho sentito il vecchio dirgli che bisogna sempre ammazzare la raffica, un

po' come spaccano la tromba marina con una pistolettata; sparagli dentro la nave a bruciapelo!

MARINAIO INGLESE

Canchero! Quel vecchio è un gran lupo marino! E noi siamo quelli giusti per scovargli la sua balena!

TUTTI

Sicuro! Sicuro!

VECCHIO MARINAIO DI MAN

Come sbatacchiano quei tre pini! Direi che i pini sono i più duri a trapiantare, e qui la sola terra è questa melma

dannata di ciurma. Barra dritta, timoniere! Reggi forte. Con un tempaccio così, a terra, i cuori forti si spezzano, e le

chiglie si spaccano nel mare. Il nostro capitano ha il suo marchio di fabbrica; guardate lì, ragazzi, ce n'è un altro in

cielo. Come una lividura, vedete? E tutto il resto di pece.

DAGGOO

E con ciò? Chi ha paura del nero ha paura di me, che sono un blocco di nero.

MARINAIO SPAGNOLO

(A parte:) Ah, vuole fare il bravaccio! La vecchia ruggine mi smuove i nervi. (Viene avanti.) Sicuro,

ramponiere, la tua razza è la faccia nera dell'umanità, non c'è dubbio. Nera come il diavolo, anzi. Senza offesa.

DAGGOO

(torvo)

Senza offesa.

MARINAIO DI SANT'JAGO

Quello spagnolo è pazzo o ubriaco. Ma ubriaco non può essere. Tranne che solo per lui l'acqua di fuoco del

vecchio ritarda a fare effetto.

QUINTO MARINAIO DI NANTUCKET.72

Che succede, lampeggia? Sì, è il lampo.

MARINAIO SPAGNOLO

No. È Daggoo che mostra i denti.

DAGGOO

(si slancia)

Ingoia i tuoi, nano! Pelle bianca e fegato bianco!

MARINAIO SPAGNOLO

(facendogli fronte)

Ti do una coltellata di cuore! Corpo grosso e cervello piccolo!

TUTTI

Una rissa! Una rissa!

TASHTEGO

(emette uno sbuffo di fumo)

Rissa quaggiù e rissa lassù. Dei e uomini. Tutti rissaioli. Bah!

MARINAIO DI BELFAST

Una rissa, una vera rissa! Benedetta la Vergine, una rissa! Sotto! Forza!

MARINAIO INGLESE

Lealtà! Via il coltello allo spagnolo! Fate cerchio, fate cerchio!

VECCHIO MARINAIO DI MAN

Ecco fatto. Là! Come l'orizzonte. In quel cerchio Caino ammazzò Abele. Un bel lavoretto, un lavoro giusto,

no? E allora, Dio, perché hai fatto quel cerchio?

VOCE DELL'UFFICIALE DAL CASSERO

Pronti alle gabbie! Imbroglia velaccio, velaccino e belvedere! Pronti a terzarolare le gabbie!

TUTTI

La raffica! La raffica! Saltiamo, belli! (si disperdono)

PIP

(si raggomitola sotto l'argano)

Belli? Dio ce ne guardi! Cric, crac! Addio straglio di fiocco! Baang! Signore! Più giù, Pip, arriva il pennone di

controvelaccino! Peggio che al bosco quando tira vento, l'ultimo giorno dell'anno. Chi andrebbe sù per castagne? Ma

eccoli che scappano bestemmiando, e io resto qui. Buon viaggio a loro, che partono per l'altro mondo. Teniamoci forte.

Crispino, che vento! Ma quelle nuvole lassù sono peggio ancora, sono le ventate bianche, quelle lassù. Ventate bianche?

Balena bianca, brr! Ho sentito tutte le loro chiacchiere poco fa, e della balena bianca, brr! ne hanno parlato solo una

volta! E solo stasera. Mi fa tintinnare tutto come il mio tamburo. Quell'anaconda d'un vecchio gli ha fatto giurare di

darle la caccia! Grosso Dio bianco, che sei lassù in qualche posto nel buio, abbi pietà di questo piccolo negro qui sotto.

Proteggilo da tutti quelli che non hanno cuore per avere paura.

XLI • MOBY DICK

Io, Ismaele, ero uno di quella ciurma. Avevo gridato con gli altri, con gli altri mi ero legato nel giuramento. E

avevo gridato più forte, avevo pestato e ribadito di più il mio giuramento, a causa del terrore che avevo nell'anima. Mi

ero sentito attratto da un impulso selvaggio e irrazionale: l'odio inestinguibile di Achab pareva fosse divenuto il mio

odio. Ascoltavo con avidità la storia del mostro assassino, contro il quale io e tutti gli altri avevamo giurato guerra e

vendetta.

Da qualche tempo, sebbene solo a periodi, la solitaria balena bianca aveva battuto i mari selvaggi dove si

spingono, per lo più, i cacciatori di capodogli. Ma di questi non tutti sapevano della sua esistenza. Solo pochi,

relativamente, l'avevano vista e riconosciuta; e il numero di quelli che finora l'avevano davvero attaccata sapendo la sua

storia era assai piccolo. Perché le baleniere vanno incrociando in gran numero, sparpagliate in disordine per tutti i mari

della terra, e molte di esse spingono azzardosamente le loro ricerche sotto latitudini desolate, sicché per dodici mesi di

fila o più non incontrano quasi mai una sola vela che porti notizie; e ogni singolo viaggio è lunghissimo, e irregolari le.73

partenze dai porti. Tutte queste cose, e altre cause dirette e indirette, impedirono a lungo la diffusione tra tutta la flotta

baleniera del mondo di notizie precise e specifiche attorno a Moby Dick. Questo soltanto si sapeva di sicuro, che vari

bastimenti riferivano di avere incontrato, in questa o quella data o sotto vari meridiani, un capodoglio di grandezza e

malvagità eccezionali, un bestione che aveva provocato danni gravissimi ai suoi assalitori e poi era riuscito a fare

perdere ogni sua traccia. Per certuni, insomma, non era un'ipotesi azzardata pensare che la balena in questione non

poteva essere che Moby Dick. Ma siccome di recente nella pesca dei capodogli si erano verificati dei casi numerosi e

frequenti di bestie assalite che mostravano grande ferocia, astuzia e malvagità, poteva succedere che certi cacciatori, per

caso e senza conoscerlo, si scontravano con Moby Dick, e di solito poi si contentavano di attribuire l'eccezionale

spavento che esso incuteva più, diciamo, al carattere rischioso della pesca al capodoglio in genere, che non a una causa

particolare. E in questo modo, in sostanza, la gente aveva spiegato finora lo scontro disastroso fra Achab e la balena.

E quelli che avevano già sentito parlare della balena bianca e poi l'avvistavano per caso, dapprima avevano

ammainato per darle la caccia impavidi e audaci, proprio come si trattasse di una balena qualunque di quella specie. Ma

a lungo andare questi attacchi si erano risolti in tante calamità che non si limitavano a qualche slogatura di polsi o di

caviglie, a qualche braccio rotto, a qualche amputazione per un morso, ma avevano vere e proprie conseguenze mortali;

e il ripetersi di questi disastri, con l'orrore che s'andava accatastando su Moby Dick, questo rinnovarsi di lutti aveva

contribuito molto a fiaccare il coraggio di tanti bravi cacciatori ai cui orecchi, finalmente, era arrivata la storia della

balena bianca.

E non mancarono frottole di ogni genere, esagerazioni che resero ancora più terribili i resoconti fedeli di questi

scontri luttuosi. Le leggende vengono fuori spontaneamente dalla materia stessa di ogni fatto che terrorizza e

sbalordisce, come le muffe che nascono dall'albero ferito. Ma nella vita di mare le fandonie, appena trovano una

qualche verità a cui appigliarsi, abbondano assai più che sulla terraferma. E come in questo il mare supera la terra, così

la pesca alla balena batte ogni altro genere di vita sul mare per la natura paurosa e sbalorditiva delle dicerie che qualche

volta vi circolano. Nel loro complesso, difatti, i balenieri non sono immuni dall'ignoranza e dalla natura superstiziosa

che sono ereditarie tra i marinai; ma per di più, tra tutti i marinai, essi sono senza dubbio quelli che vengono spinti più

direttamente a contatto con tutti i più sbalorditivi terrori del mare: non solo guardano faccia a faccia le sue più grandi

meraviglie, ma le debbono combattere, mano contro fauci. Il baleniere è solo in acque così solitarie, che anche a

veleggiare per mille miglia e oltrepassare mille terre non si potrebbe trovare una sola pietra di focolare scolpita, o altro

di ospitale sotto quella faccia del sole. In quelle longitudini e latitudini, e con un mestiere come il suo, egli è circondato

da influssi che mirano tutti a impregnare la sua fantasia di potenti allucinazioni.

Nessuna meraviglia allora, che gonfiandosi sempre più per il loro stesso passaggio su spazi d'acqua così vasti,

le voci fiorite sulla balena bianca finissero per assorbire ogni sorta di spunti malsani, di accenni informi e abortivi a

cause soprannaturali, che in conclusione attribuivano a Moby Dick terrori nuovi e non derivati da cosa visibile. Sicché

spesso quel nome finiva col suscitare un tale panico, che pochi di quei cacciatori ai cui orecchi la balena bianca era

arrivata per quelle trafile, avevano ormai la voglia di affrontare la minaccia della sua mandibola.

Ma vi erano anche in gioco altri e più vitali influssi pratici. L'antico prestigio del capodoglio, distinto con

terrore da ogni altra specie di leviatano, non si è spento neppure oggi nella mente del baleniere. Sarà per inesperienza

professionale, o per incompetenza o per timore, ma anche oggi tra di loro c'è gente che, sebbene abbastanza coraggiosa

e astuta nell'assalire la balena franca o di Groenlandia, forse rifiuterebbe uno scontro col capodoglio. A ogni modo c'è

un mucchio di balenieri, specie tra i popoli che non battono bandiera americana, che non hanno mai dato battaglia al

capodoglio; e tutto ciò che sanno di esso è che si tratta di un mostro ignobile cacciato anticamente nel Nord. Seduti sui

boccaporti, costoro ascolteranno le storie strane e selvagge della baleneria australe con la curiosità e la paura dei

bambini attorno al focolare. E il primato di terrore del gran capodoglio, in nessun posto è più sentito e compreso meglio

che a bordo di quelle prue che lo evitano.

E come se la realtà della sua potenza, oggi comprovata, gli avesse buttato davanti un'ombra già ai tempi antichi

delle leggende, troviamo dei naturalisti da biblioteca, Olassen e Povelson, i quali asseriscono che il capodoglio è non

solo il terrore di ogni altra creatura marina, ma anche una bestia di ferocia così incredibile da avere una sete continua di

sangue umano. Queste e simili congetture non spariscono nemmeno se arriviamo a tempi recenti come quelli di Cuvier.

Nella sua Storia Naturale, infatti, lo stesso Baron afferma che alla vista del capodoglio tutti gli altri pesci, inclusi i

pescicani, vengono «presi dal più vivo sgomento» e «spesso nella precipitazione di scappare vanno a sbattere contro gli

scogli con tale violenza da trovare morte subitanea». Certo le esperienze che si hanno di solito nella pesca apportano

qualche correzione a dicerie come queste; ma poi i cacciatori incappano in qualche esperienza di mestiere che riaccende

nel loro animo una fede superstiziosa in quelle opinioni e le fa apparire più che mai terribili, e rende verosimili anche le

sanguinarie affermazioni di Povelson.

Perciò parecchi pescatori, atterriti dalle cose stupefacenti che si dicevano di Moby Dick, ricordavano i primi

tempi della pesca al capodoglio, quando era spesso difficile persuadere degli esperti cacciatori di balene franche a

ingolfarsi nei rischi di questa caccia nuova e temeraria; perché quelli ribattevano che altri leviatani potevano venire

inseguiti con qualche speranza di successo, ma dare la caccia o gettare una lancia a un fantasma come un capodoglio

non era cosa da uomini. E se uno ci provava, veniva strappato senza scampo dal mondo e gettato di botto nell'eternità.

Su questo si possono consultare alcuni documenti interessanti.

Ma con tutto ciò si trovava qualcuno disposto a infischiarsi di ogni cosa e dare la caccia a Moby Dick; e altri

assai più numerosi che ne avevano sentito parlare per caso, solo vagamente e in maniera indiretta, senza dettagli precisi.74

di disastri sicuri e senza accompagnamento di superstizioni, e quindi avevano abbastanza fegato per non scappare se

l'avessero incontrato.

Una delle idee strampalate a cui ho alluso, che alla fine nel cervello dei fanatici si accoppiavano alla balena

bianca, era l'opinione soprannaturale che Moby Dick avesse il potere della ubiquità, che insomma lo avessero visto

davvero a latitudini opposte proprio nel medesimo tempo.

Creduli come dovevano essere quei cervelli, l'idea non era completamente priva di qualche ombra di

probabilità superstiziosa. Visto che i segreti delle correnti marine non si sono ancora svelati neanche ai ricercatori più

colti, le vie nascoste che segue il capodoglio in immersione rimangono in gran parte inspiegabili ai suoi inseguitori; e di

tanto in tanto hanno suscitato le speculazioni più strane e contradittorie, sopratutto per quanto riguarda la maniera

misteriosa con cui, sceso a grande profondità, esso si trasferisce con velocità incredibile a distanze grandissime.

È una cosa ben nota alle baleniere americane e inglesi, e per giunta testimoniata autorevolmente da Scoresby

anni fa, che all'estremo nord del Pacifico sono state catturate balene che avevano in corpo punte di arpioni lanciati nei

mari della Groenlandia. Altrettanto sicuro è che in alcuni di questi casi è stato appurato che l'intervallo di tempo tra i

due attacchi non poteva avere superato troppi giorni. Di qui, per deduzione, qualche baleniere ha creduto che il

Passaggio a NordOvest, vecchio problema per l'uomo, non lo era mai stato per la balena. Ecco che nell'esperienza

concreta di uomini vivi si attuava l'antica leggenda misteriosa del monte Strello, situato nell'interno del Portogallo,

presso la cui cima, dicevano, c'era un lago in cui affioravano relitti di bastimenti; o quella storia ancora più stupefacente

della fonte siracusana di Aretusa, le cui acque si credevano venute dalla Terrasanta per un passaggio sotterraneo; e

queste storie favolose erano quasi del tutto eguagliate dalle realtà del cacciatore di balene.

Costretti dunque a vivere tra fatti così stupefacenti, e sapendo che la balena bianca era sempre scampata a ogni

attacco temerario, non c'è da meravigliarsi molto se qualche baleniere si dimostrava ancora più superstizioso, e

affermava che Moby Dick non solo possedeva l'ubiquità ma era immortale (perché l'immortalità non è che ubiquità nel

tempo); per quanto gli piantassero nei fianchi foreste di lance, se ne sarebbe andato sempre illeso; e anzi, se mai si

poteva riuscire a fargli sputare sangue grumoso, quella vista sarebbe stata nient'altro che una allucinazione: a centinaia

di leghe di distanza, nell'acqua incruenta, si sarebbe visto di nuovo il suo spruzzo immacolato.

Ma anche lasciando da parte queste supposizioni soprannaturali, nel carattere innegabile del mostro come

creatura di questa terra c'era abbastanza da colpire l'immaginazione con una forza non comune. Perché ciò che lo

distingueva dagli altri capodogli non era tanto la sua dimensione eccezionale, quanto, come si è accennato altrove, la

sua strana fronte grinzosa e bianca come la neve, e un'alta gobba bianca a forma di piramide. Questi erano i suoi

caratteri più vistosi, i segni coi quali, perfino nei mari sconfinati e sconosciuti, rivelava a grande distanza la sua identità

a quelli che lo conoscevano.

Il resto del suo corpo era così striato, maculato e screziato dello stesso colore nebbioso, che alla fine s'era

guadagnato quel suo nome tutto speciale di balena bianca, un nome che in realtà era giustificato letteralmente dal suo

aspetto luminoso, quando lo si vedeva scivolare in pieno meriggio per un mare azzurro cupo, lasciandosi dietro una scia

di schiuma cremosa, come una via lattea, tutta punteggiata di scintille d'oro.

E ciò che rendeva la balena una creatura terribile non era tanto la sua grandezza eccezionale o quel colore

impressionante, e nemmeno la sua mascella deforme, quanto la cattiveria intelligente e inaudita che stando a certi

resoconti precisi essa aveva mostrato più e più volte nei suoi attacchi. Erano sopratutto le sue perfide fughe che

sgomentavano, forse più di ogni altra cosa. Quando batteva in ritirata davanti ai suoi inseguitori esultanti, con ogni

sintomo apparente di timore, diverse volte si diceva che si era rivoltata di colpo per piombare addosso alle barche, o

facendole a pezzi o ricacciando i pescatori terrorizzati verso la nave.

Già la sua caccia aveva fruttato parecchi disastri. Certo disgrazie simili, di cui a terra si parlava poco, non

erano affatto rare nella pesca alla balena; ma nella maggior parte dei casi la feroce premeditazione della balena bianca

pareva così infernale, che le mutilazioni e le morti che causava non si potevano considerare interamente inflitte da una

creatura bruta.

Immaginate perciò a che grado di smania e di furore venivano spinti gli animi dei cacciatori più disperati,

quando scansavano a furia di braccia i grumi biancastri dell'ira paurosa della balena, in mezzo ai frammenti delle barche

stritolate, tra membra che andavano a fondo, strappate ai compagni, e nuotavano nella luce del sole, serena, esasperante,

che continuava a sorridere come a una nascita o a un matrimonio.

Un capitano, trovandosi attorno le sue tre lance sfondate e remi e uomini che piroettavano nei gorghi, aveva

afferrato il coltello da lenza dalla prua spaccata e si era buttato sulla bestia, come un duellista dell'Arkansas sul suo

avversario, tentando ciecamente, con una lama di sei pollici, di raggiungere la vita del mostro che era profonda una tesa.

Quel capitano era Achab. E fu allora che menandogli di sotto all'improvviso la sua mandibola a roncone Moby Dick gli

aveva falciato la gamba, come fa il mietitore con un filo d'erba ai campi. Nessun turco di quelli col turbante, nessun

prezzolato veneziano o malese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malizia. C'era dunque ben poco da dubitare

che dopo quello scontro quasi mortale Achab avesse nutrito un continuo desiderio selvaggio di vendicarsi della balena.

Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia

non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti

agli occhi come l'incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare

nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è

esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d'oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti

dell'oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne.75

trasferiva allucinato l'idea nell'aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com'era. Tutto ciò che

sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che

spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per

quell'insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick. Sulla

gobba bianca della balena ammucchiava il peso di tutta la rabbia, di tutto l'odio sentiti dalla sua razza fino da Adamo.

Poi, come se avesse un mortaio in petto, le sparava addosso il cuore rovente.

È improbabile che questa monomania fosse cominciata in lui proprio nel momento in cui il suo corpo veniva

mutilato. In quel momento, gettandosi contro il mostro col coltello in pugno, aveva solo scatenato in sé un'improvvisa e

appassionata avversione fisica; e quando ricevette il colpo che lo mutilò, sentì probabilmente soltanto l'atroce strappo

nella carne, e nient'altro. Ma quando, obbligato da quello scontro a riprendere la via di casa, per lunghi giorni e

settimane e mesi Achab e l'angoscia giacquero insieme su un'unica branda, e doppiarono nel cuore dell'inverno quel

tetro e ululante Capo di Patagonia, fu allora che il corpo squarciato e l'anima ferita sanguinarono l'uno nell'altro, e

mescolandosi così lo fecero impazzire. Che l'ossessione finale l'abbia preso soltanto allora, durante il viaggio di ritorno

dopo la zuffa, pare assolutamente certo per il fatto che a intervalli, durante la traversata, Achab fu in preda a una pazzia

furiosa; sebbene gli mancasse una gamba, nel suo petto da statua egiziana gli restava tanta forza vitale, resa ancora più

intensa dal delirio, che i suoi ufficiali furono costretti a legarlo forte, proprio mentre era in navigazione, e lasciarlo

vaneggiare nella sua branda. Nella camicia di forza dondolò al ballo pazzo delle burrasche. E quando la nave, entrando

in latitudini più sopportabili, spiegò i leggeri coltellacci e fluttuò nei placidi tropici, quando secondo ogni apparenza il

delirio del vecchio pareva fosse rimasto indietro assieme alle acque alte del Capo Horn, ed egli uscì dalla sua tana

oscura nella letizia dell'aria e della luce, perfino quando mostrò quella sua fronte ferma e raccolta, solo un po' pallida, e

diede di nuovo i suoi ordini pacati, sicché gli ufficiali ringraziarono Iddio perché finalmente quella terribile pazzia era

superata, sempre Achab, nel suo profondo, continuò a farneticare. La pazzia umana è spesso una cosa scaltra e

terribilmente felina. Quando pensi che se ne sia andata, può darsi che si sia soltanto trasformata in qualche forma ancora

più subdola. La pazzia totale di Achab non si spense, ma si ritirò nel fondo senza perdere forza, come lo Hudson,

quando quel nobile figlio del Nord scorre stretto ma profondissimo dentro la gola degli Altipiani. Ma come nel fluire

ristretto della sua ossessione non si era perduto un briciolo della gran pazzia di Achab, così in questa sua totale pazzia

non si era spenta neanche una favilla della grande intelligenza che gli era naturale. Ciò che era prima un agente vivo

diventò adesso un vivo strumento. Se mi si concede un'immagine così avventata, la sua peculiare demenza diede

l'assalto alla sua salute complessiva, la espugnò, e concentrò il tiro di tutti i suoi cannoni sull'unico suo pazzo bersaglio.

Sicché Achab non aveva perduto affatto la sua forza, e anzi possedeva ora, per quell'unico scopo, un'energia mille volte

maggiore di quella che mai aveva diretto da sano verso un unico oggetto ragionevole.

Questo è già impressionante: ma non si era ancora detto nulla del lato più vasto, più cupo, più profondo di

Achab. Del resto è inutile volgarizzare una cosa profonda, e ogni verità è profonda. Voi animi più nobili e tristi,

scendete per quel cammino sinuoso che sprofonda partendo dal cuore stesso di questo Hotel de Cluny irto di punte dove

tutti viviamo. Per quanto sia grandioso e ammirevole, uscitene e avviatevi a quelle grandi sale romane delle terme, dove

a gran profondità, sotto le torri fantastiche della scorza terrena, la radice della grandezza dell'uomo, tutta la sua essenza

tremenda campeggia barbuta, reliquia sepolta sotto antiche rovine, posta su un trono di statue spezzate. Così, con un

trono in frantumi, i grandi dei scherniscono quel re prigioniero. Ed egli sta paziente come una cariatide, reggendo sulla

fronte gelida le trabeazioni ammucchiate dei secoli. Fate la strada tortuosa fino a laggiù, animi più orgogliosi e più tristi,

interrogate quel re orgoglioso e triste! Ha quasi un'aria di famiglia! Sicuro, è stato lui a generarvi, giovani eredi in

esilio, e solo dal vostro avo funereo vi potrà venire l'antico segreto di stato.

Ora in cuor suo Achab aveva qualche sospetto di questo, e cioè: tutti i miei mezzi sono sani, il mio movente e

il mio fine sono pazzi. Ma incapace di sopprimere o mutare o evitare i fatti, era però cosciente di avere simulato a lungo

davanti agli uomini. E in qualche modo lo faceva ancora. Ma il suo comportamento falso era soggetto soltanto alla sua

percezione, non alla sua volontà cosciente. Eppure ci riusciva così bene, a fingere, che quando con la sua gamba

d'avorio scese finalmente a terra, nessuno a Nantucket vide altro in lui che un dolore naturale, e fino all'anima, per la

disgrazia terribile che gli era successa.

Quando si seppe con certezza del suo delirio in mare, anche questo venne attribuito da tutti a una causa simile.

E così pure la nuova profonda tristezza che da allora gli gravò sempre sulla fronte, fino al giorno che Achab salpò sul

Pequod per questo viaggio. E non è troppo azzardato pensare che invece di considerarlo poco idoneo a un'altra crociera

a causa di quei sintomi così cupi, la gente calcolatrice di quell'isola prudente fosse invece disposta a pensare che proprio

per quelle ragioni Achab era meglio qualificato, e preparato a dovere, per un lavoro così pieno di furore e di ferocia

come la caccia sanguinaria alle balene. Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di

qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia

contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre

adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all'attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la

sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell'animo, era partito di proposito per questo viaggio con l'unica e

maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena

sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo

così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che

voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena..76

Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per

giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali; un gruppo di uomini

indebolito, anzi, dall'insufficienza dell'onestà o virtù isolata e senza altri aiuti di Starbuck, dalla noncuranza e

dall'indifferenza così impassibili e spensierate di Stubb, e dalla mediocrità di cui Flask era tutto imbevuto. Un

equipaggio simile, e con simili ufficiali, pareva scelto e assortito apposta da qualche fato diabolico per aiutare Achab

nella sua vendetta maniaca. Come mai rispondessero tanto alla rabbia del vecchio, quale incantesimo malvagio si fosse

impossessato delle loro anime, tanto che a volte quell'odio pareva quasi un loro odio e la balena bianca un nemico che

anche loro non potevano soffrire; come mai fu possibile tutto questo, e ciò che era per loro la balena, e perché anche nel

loro inconscio la bestia poté presentarsi in qualche modo misterioso e insospettato come il gran demonio che scivola per

i mari della vita, per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto non sa fare Ismaele. Quel

minatore sotterraneo che lavora in tutti noi, come è possibile dire, dal rumore sempre diverso e soffocato che fa il suo

piccone, dove conduce il suo pozzo? Chi non sente il braccio irresistibile che ci trascina? Quale battello può starsene

fermo, se una corazzata lo rimorchia? Quanto a me, cedetti al rilassamento del tempo e del luogo; ma mentre ero anch'io

tutto preso dalla smania di affrontare la balena, non riuscivo a vedere altro in quel bruto che il male più funesto.

XLII • LA BIANCHEZZA DELLA BALENA

Cosa fosse per Achab la balena bianca, l'ho accennato; resta ancora da dire ciò che, a volte, essa era per me.

A parte quelle riflessioni più ovvie che ogni tanto non potevano non destare delle apprensioni nell'animo di

qualsiasi persona, Moby Dick mi suscitava un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago e senza nome, così intenso a

volte da soverchiare tutto il resto; e tuttavia così misterioso e quasi ineffabile che a momenti dispero di poterlo

esprimere in una forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopratutto mi atterriva. Ma come sperare di

spiegarmi? Eppure, sia anche in modo confuso e disordinato, debbo spiegarmi, altrimenti tutti questi capitoli potrebbero

essere inutili.

Si sa, in molti oggetti naturali la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse qualche sua

speciale virtù: come nei marmi, nelle camelie, e nelle perle. In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo

colore una qualche preminenza regale. Perfino i barbarici e fastosi antichi re di Pegu consideravano il titolo di «Signore

degli Elefanti Bianchi» al di sopra di tutti gli altri attributi magniloquenti di dominio; e così oggi i re del Siam

dispiegano quel quadrupede niveo nello stendardo reale, la bandiera di Hannover porta l'unica figura di un destriero

bianchissimo, e il grande impero cesareo d'Austria, erede del dominio di Roma, ha per colore la stessa tinta imperiale.

Anzi questa supremazia vige nella stessa razza umana, dando all'uomo bianco un'autorità ideale sopra ogni stirpe bruna.

Per giunta, poi, la bianchezza è diventata perfino un simbolo di gioia, perché tra i romani una pietra bianca segnava un

giorno gaio, e altri uomini hanno preferito e scelto quel colore per farne l'emblema di molte cose nobili e commoventi,

come l'innocenza delle spose e la benignità della vecchiaia. Per i pellirosse d'America, il dono di una cintura di

conchiglie bianche era il più profondo pegno d'onore. In molte terre, la bianchezza rappresenta simbolicamente la

maestà della giustizia nell'ermellino del giudice, ed è quotidiano tributo alla dignità dei re e delle regine, tirati da

candidi cavalli. Perfino nei più profondi misteri delle grandi religioni, il bianco è stato fatto simbolo della purezza e

della potenza divine: per gli adoratori del fuoco persiani, la fiamma bianca a due punte era la più santa sugli altari; nei

miti greci, il grande Giove in persona s'incarna nel toro candido; per i nobili irochesi, il sacrificio invernale del sacro

cane bianco era la festa di gran lunga più solenne della loro teologia, perché quella creatura immacolata e fedele la

ritenevano il messaggero più puro che potessero inviare al Grande Spirito con le annue proteste di fedeltà. Ed è vero

inoltre che tutti i sacerdoti cristiani ricavano direttamente dalla parola latina che significa bianco il nome di una parte

del loro abito sacro, il camice o tunica, portato sopra la sottana. È vero che tra le sacre cerimonie della fede Romana il

bianco è specialmente impiegato per celebrare la passione di Nostro Signore. È vero che nella Visione di San Giovanni i

redenti portano vesti bianche, e i ventiquattro anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo

che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e

venerabile e sublime, sempre nell'idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più

panico all'anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue.

È questa qualità inafferrabile che rende l'idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e

accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all'estremo. Ne

sono prova l'orso bianco polare e lo squalo bianco dei tropici; cos'altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li

rende quegli orrori ultraterreni che sono? È quella bianchezza spettrale che impartisce una bonarietà così orrenda, più

ancora ripugnante che spaventosa, alla fissità ottusa del loro aspetto. Tanto che nemmeno la tigre con le sue zanne

feroci, avvolta nel suo mantello araldico, può scalzare a un uomo il coraggio meglio dell'orso e del pescecane dal

sudario bianco.

Pensate all'albatro: da dove vengono quelle nuvole di stupore spirituale e di pallido terrore in mezzo alle quali,

in ogni fantasia, vola quel bianco fantasma? Non fu Coleridge il primo a operare quell'incantesimo, ma la grande e

severa artista di Dio, la Natura.

Famosissima nei nostri annali del West e fra le tradizioni indiane e la leggenda del cavallo bianco delle

praterie: un magnifico corsiero bianco latte, dai grandi occhi, la testa minuta, il petto ampio e la dignità di mille re nel.77

suo portamento superbo e sprezzante. Era il Serse eletto di grandi mandrie di cavalli selvaggi, i cui pascoli a quei tempi

erano recintati solo dalle Montagne Rocciose e dagli Allegani. Fulgido, alla loro testa, egli li guidava verso l'Ovest

come quella stella eletta che ogni sera guida gli eserciti della luce. La cascata fiammeggiante della sua criniera, la

cometa falcata della coda lo ornavano di finimenti più splendidi di quelli che avrebbero potuto fornirgli orefici o

argentieri. Un'immagine veramente imperiale e angelica di quel mondo ancora intatto dell'Ovest, che agli occhi dei

vecchi cacciatori e trappolatori faceva rivivere le glorie dei tempi primordiali, quando Adamo vi camminava maestoso

come un dio, ampio di petto e senza paura come questo cavallo poderoso. Marciando tra i suoi aiutanti e marescialli, a

capo di schiere innumerevoli che come un Ohio si rovesciavano senza fine sulle pianure, oppure al galoppo, passando in

rivista i suoi sudditi che brucavano tutt'intorno fino all'orizzonte, mentre le froge calde rosseggiavano tra il suo fresco

candore, comunque si presentasse, il cavallo bianco era sempre, per gli indiani più coraggiosi, l'oggetto di tremante

reverenza e paura. Né si può mettere in dubbio, da ciò che la leggenda ci tramanda su questo nobile cavallo, che

essenzialmente era la sua spirituale bianchezza a dargli quell'aura di divinità, e che questa sua aura sacrale imponeva

una venerazione religiosa, ma nello stesso tempo forzava a sentire non so che terrore inesprimibile.

Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l'informa

nel cavallo bianco e nell'albatro.

In un uomo albino, cosa c'è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l'occhio, tanto che a volte

egli è aborrito perfino da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L'albino

non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto

a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?

E ci sono poi altri campi in cui la natura, nei suoi effetti meno vistosi ma non meno maligni, non manca di

aggiungere alle proprie forze questo supremo attributo del terribile. A causa del suo aspetto nevoso, lo spettro guantato

di ferro dei mari del Sud è chiamato Raffica Bianca. Né l'arte dell'umana malizia ha trascurato un ausiliare così potente

in alcuni casi della storia. Ed esso raddoppia l'impressione paurosa che ci lascia quell'episodio di Froissart, in cui i

terribili Cappucci Bianchi di Ghent, mascherati col simbolo niveo della loro fazione, assassinano il loro balivo sulla

piazza del mercato.

E in certe cose la stessa comune ed ereditaria esperienza di tutto il genere umano riconferma la natura

soprannaturale di questo colore. Certo non si può mettere in dubbio che nei morti la qualità visibile che più ci atterrisce

è il pallore marmoreo dei loro aspetti; quel pallore che davvero parrebbe il simbolo dello sbigottimento ispirato dall'al di

là, e insieme di questa nostra trepidazione mortale. E da quel pallore dei morti prendiamo in prestito il colore simbolico

del sudario in cui li fasciamo. Ne mmeno nelle nostre superstizioni ci dimentichiamo di gettare lo stesso mantello di

neve attorno ai fantasmi: tutti appaiono in una nebbia lattiginosa. Sicuro, e mentre siamo soggetti a queste paure,

aggiungiamo che lo stesso re del terrore, com'è personificato dall'evangelista, monta un cavallo pallido.

Perciò, sebbene in diversi stati d'animo l'uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o

grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell'anima come uno

strano fantasma.

Ma anche ad accettare questo punto senza dissensi, come possiamo spiegarlo umanamente? Analizzarlo

sembrerebbe impossibile. E allora, citando alcuni dei casi in cui la bianchezza, temporaneamente spogliata in tutto o in

gran parte di ogni diretta associazione che le impartisca un che di terribile, comunque esercita su noi in un modo o

nell'altro la medesima stregoneria, forse possiamo sperare di imbatterci in qualche indizio che porti alla causa nascosta

che cerchiamo.

Proviamoci. Ma in un problema come questo, acume esige acume. In questi ambienti, ci vuole fantasia per

venirci appresso. Certo, almeno qualcuna delle impressioni fantastiche di cui parleremo, quasi tutti possono averla

provata; ma forse, al momento, solo pochi ne sono stati coscienti in pieno, e quindi può darsi che ora non se la

ricordino.

Perché mai all'uomo idealista per natura, che sappia ben poco sul carattere specifico di quella ricorrenza, la

pura e semplice menzione di Whitsuntide introduce nell'animo tante processioni lunghe, tetre e silenziose di pellegrini

dal passo lento e abbattuto, e incappucciati di neve fresca? E perché al protestante degli stati centrali d'America, che sia

incolto e ingenuo, la menzione casuale di un frate bianco, o di una monaca bianca, evoca in mente una statua cieca?

E che cos'ha la Torre Bianca di Londra (a parte le tradizioni di guerrieri e di re che vi sono stati rinchiusi, che

non bastano a spiegare la cosa) perché essa colpisca la fantasia di un Americano sedentario assai più delle altre

costruzioni storiche lì accanto, la Torre Byward o la stessa Torre Sanguinosa? E quelle torri più sublimi, i Monti

Bianchi del New Hampshire da dove mai viene, appena se ne dica il nome in particolari stati d'animo, quel gigantesco

fantasma che si posa sull'anima, mentre l'idea della Catena Azzurra della Virginia ci immerge in un sogno di cose

lontane, rugiadose e soavi? E perché, lasciando da parte latitudini e longitudini, il nome del Mar Bianco esercita un tale

influsso spettrale sulla fantasia, mentre quello del Mar Giallo ci culla con pensieri terreni di lunghi, e molli, e laccati

pomeriggi sulle onde, seguiti dai tramonti più splendidi eppure sonnolenti? O per scegliere un esempio completamente

irreale, puramente destinato alla fantasia, perché leggendo nelle antiche fiabe dell'Europa centrale dell'«uomo alto e

pallido» delle foreste dello Hartz, il cui pallore immutabile va scivolando senza fruscio per il verde dei boschi, perché

questo fantasma è più terribile di tutti i demoni schiamazzanti del Blocksberg?

E non è soltanto il ricordo dei terremoti distruttori di cattedrali, né gli stampedi del suo mare pazzo, né la

mancanza di lacrime dei cieli aridi da cui non scende mai pioggia, né la vista della sua immensa distesa di guglie

contorte, di coronamenti strappati, di croci che pendono come i pennoni ripiegati di flotte all'ancora, né i viali suburbani.78

di mura che posano l'uno sull'altro come un mazzo di carte sparse, non sono soltanto queste cose che fanno di Lima

arida la città più strana e più triste che ci sia. Perché Lima ha preso il velo bianco; e c'è un orrore più grande in questa

bianchezza del suo dolore. Antica come Pizarro, questa bianchezza mantiene sempre fresche le sue rovine; non ammette

il verde gaio della decadenza completa, e sparge sui bastioni diroccati il pallore rigido dell'apoplessia che paralizza le

sue stesse distorsioni.

So bene che la mente comune non riconosce che questo fenomeno della bianchezza è la causa principale che

aumenta il terrore di cose già terribili; e chi manca di fantasia non ha affatto paura di certi oggetti apparenti che per altri

sono orribili solo perché presentano quel fenomeno, sopratutto se esso si manifesta in una forma che tende al silenzio o

all'astrazione. Ciò che voglio dire con queste due cose può essere forse chiarito, rispettivamente, dagli esempi che

seguono.

Primo: il marinaio che accosta una terra sconosciuta, se di notte sente ruggire i frangenti. comincia a stare

all'erta e prova quel tanto di paura che serve ad aguzzare ogni sua facoltà. Ma ponete il caso che in una situazione

identica egli venga chiamato sù dalla branda a mezzanotte, per vedere la nave che scivola su un mare bianco come il

latte, come se tanti branchi di strigliati orsi bianchi fossero scesi a nuotargli attorno dai promontori circostanti. Allora

egli proverà uno spavento muto e superstizioso. Il fantasma velato delle acque bianche gli riuscirà orribile come un vero

spettro. E invano lo scandaglio lo assicura che i bassifondi sono sempre lontani; cuore e barra cadono assieme; non

trova riposo finché, sotto, non gli torna l'acqua azzurra. Eppure dov'è il marinaio che ti confesserà: «Non era tanto la

paura di urtare qualche scoglio invisibile, signore, quanto la paura di quella bianchezza schifosa a mettermi tutto

sottosopra»?

Secondo: all'indiano nativo del Perù la vista continua delle Ande gualdrappate di neve non comunica nessuna

paura, eccetto forse quando va immaginando l'eterno squallore del gelo che regna a quelle altitudini, e forma il pensiero

naturale che sarebbe tremendo smarrirsi in una solitudine così disumana. Quasi lo stesso accade al boscaiolo del West

che osserva con relativa indifferenza una prateria sterminata che il vento ha foderato di neve, senza un'ombra d'albero o

di ramo che spezzi l'estasi paralizzata di quel candore. Non così il marinaio che guardi il paesaggio dei mari antartici:

dove a volte, per qualche gioco infernale di prestigio dei poteri del gelo e dell'aria, egli vede, tremante e quasi naufrago,

non arcobaleni che portino speranza e conforto alla sua sventura, ma ciò che pare un cimitero sconfinato che gli

sogghigna coi suoi scarni monumenti di ghiaccio e le sue croci scheggiate.

Ma tu dici: scommetto che questo capitolo di biacca sulla bianchezza non è che una bandiera bianca che sporge

da un'anima codarda; ti arrendi a una fisima, Ismaele.

Dimmi, perché quel puledro robusto, figliato in qualche valle pacifica del Vermont, lontanissimo da ogni

animale da preda, perché mai nella giornata più piena di sole, se appena gli scuoti alle spalle una pelle fresca di bufalo

in modo che neanche la veda ma solo ne fiuti il tanfo selvaggio di muschio, si mette a trasalire, a sbuffare, a strabuzzare

gli occhi e scalpitare preso da una paura frenetica? Nella sua verde terra del nord non allignano in lui ricordi di bestie

sbudellate da animali selvaggi, sicché la strana muschiosità che annusa non gli può ricordare niente che sia associato a

esperienze passate di pericoli: cosa può sapere, questo puledro del New England, sui bisonti neri del lontano Oregon?

In realtà qui, perfino in un bruto senza parola, tu vedi la conoscenza istintiva del demonismo del mondo. A

migliaia di miglia dall'Oregon, gli basta annusare quel puzzo selvaggio e le mandrie di bisonti che spaccano e sgozzano

gli sono addosso, proprio come al puledro selvaggio abbandonato nelle praterie, che forse in quello stesso momento

esse stanno per ridurre in polvere.

Proprio così, appunto, i sordi rullii di un mare di latte, lo scricchiolare sinistro dei festoni di gelo sulle

montagne, e il vagare desolato della neve spazzata dal vento nelle praterie, tutte queste cose sono per Ismaele ciò che la

pelle di bufalo scossa è per il puledro atterrito.

Nessuno di noi due sa dove si trovino le cose senza nome cui allude il segno mis terioso, ma per me come per il

puledro, in qualche posto quelle cose debbono esistere. In molti dei suoi aspetti questo mondo visibile pare informato

d'amore, ma le sue sfere invisibili furono formate nello sgomento.

Però non abbiamo ancora risolto il mis tero di questa bianchezza né scoperto perché abbia un fascino così

potente sull'anima; e, cosa più strana e assai più stupefacente, perché mai, come abbiamo visto, essa sia nello stesso

tempo il simbolo più pregnante delle cose dello spirito, anzi il velame stesso della Divinità Cristiana, mentre poi è

indubbio che opera a fare più terribili le cose che più atterriscono l'uomo.

Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo, e così ci pugnala alle

spalle col pensiero dell'annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che

nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l'assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo

l'amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c'è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio

di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell'altra teoria dei filosofi

della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi

al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che

subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata

non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre,

ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre

in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai

tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l'universo paralizzato ci sta davanti come un

lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi sugli occhi vetri colorati e.79

coloranti, l'infelice miscredente si acceca a fissare l'immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto il paesaggio.

E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Perché allora vi meraviglia questa caccia feroce?

XLIII • ASCOLTA!

«Zitto! Hai sentito quel rumore, Cabaco?»

Era il turno di mezzanotte: un bel chiaro di luna. I marinai formavano un cordone da una delle botti d'acqua

dolce a metà del ponte al barile vicino al coronamento. A questo modo si passavano i buglioli per riempire il barile. E

come la maggior parte si trovava nei sacri paraggi del cassero, stavano attenti a non parlare e a non stropicciare i piedi.

Da mano a mano i buglioli passavano nel più profondo silenzio, rotto solo da uno schiocco di vela ogni tanto, e dal

fruscìo costante della chiglia che irrompeva senza sosta.

Fu in mezzo a questa quiete che Archy, uno del cordone, piazzato accanto alle boccaporte di poppa, sussurrò

quelle parole al peruviano che gli stava a fianco.

«Zitto! Hai sentito, Cabaco?»

«Avanti, piglia la secchia, Archy! Che rumore?»

«Di nuovo! Sotto le boccaporte, non senti? Un colpo di tosse. Come uno che tossisce.»

«Vada all'inferno! Passami quel bugliolo.»

«Di nuovo, di nuovo! E stavolta è come due o tre che si voltano nelle cuccette!»

«Caramba! La vuoi smettere, compagno? Sono quelle tre gallette inzuppate che hai mangiato iersera, che ti

girano dentro, nient'altro. Fai attenzione al bugliolo.»

«Sarà come dici, compagno; ma io ho buon orecchio.»

«Sicuro, sei quello che ha sentito i ferri da calza della vecchia quacquera a cinquanta miglia da Nantucket! Sei

stato tu, no?»

«Ridi pure; vedremo cosa succede. Senti, Cabaco: c'è qualcuno nella stiva che ancora quassù non s'è visto; e

anche mi gioco la testa che il vecchiaccio ne sa qualche cosa. Ho sentito Stubb dire a Flask che c'era qualcosa di simile

in aria, una mattina che erano di turno.»

«Oh, il bugliolo!»

XLIV • LA CARTA

Se aveste seguito il capitano Achab in cabina dopo la burrasca, la notte che seguì quella selvaggia ratifica del

suo progetto da parte della ciurma, l'avreste veduto avvicinarsi all'armadio nello specchio di poppa, tirarne fuori un

grosso rotolo spiegazzato di carte marine ingiallite, e aprirsele davanti sul tavolo avvitato. E poi l'avreste veduto sedersi

a studiare tutto assorto le varie linee e ombreggiature che vi scorgeva, e tracciare con matita lenta e sicura altre linee su

spazi che prima erano vuoti. Ogni tanto ricorreva a mucchi di vecchi giornali di bordo che aveva accanto, dove erano

annotate le stagioni e i posti in cui, nel corso dei viaggi di varie altre navi, erano stati catturati o visti dei capodogli.

Mentre lavorava così, la pesante lampada di peltro sospesa con catene sulla sua testa oscillava continuamente

al muoversi della nave, e di continuo sulla fronte segnata di rughe gli passavano sprazzi di luce e righe d'ombra, tanto

che quasi pareva che una matita invisibile, mentre Achab segnava linee e rotte sulle carte gualcite, gli andasse

tracciando anch'essa linee e rotte sulla carta profondamente incisa della fronte.

Ma non fu quella l'unica notte in cui, nella solitudine della cabina, Achab si mettesse a meditare sulle sue carte.

Le tirava fuori quasi ogni notte. Quasi ogni notte qualche segno di matita veniva cancellato, e altri sostituiti. In realtà,

con le carte di tutti e quattro gli oceani davanti, Achab andava tracciando un percorso per un dedalo di correnti e di

gorghi, mirando a rendere più sicuro il successo di quell'idea che gli ossessionava l'anima.

Ora, a chiunque non conosca bene le abitudini dei cetacei, cercare in quel modo un'unica bestia solitaria negli

oceani senza fondo del nostro pianeta potrebbe sembrare un compito assurdo e disperato. Ma non così pareva ad Achab,

che conosceva le leggi di tutte le maree e le correnti, e calcolando da lì le derive del cibo dei capodogli, e tenendo poi

presenti le stagioni regolari e accertate in cui li si poteva cacciare in determinate latitudini, poteva calcolare con un

grado di probabilità che era quasi certezza il tempo più adatto per trovarsi in questa o quella zona di caccia alla ricerca

della sua preda.

In realtà l'afflusso periodico dei capodogli in determinate acque è un fatto così assodato, da far pensare a molti

cacciatori che se si potesse studiare e osservare da vicino l'animale nei suoi viaggi, e confrontare accuratamente i

giornali delle singole crociere dell'intera flotta baleniera, si troverebbe che le migrazioni del capodoglio corrispondono

per invariabilità a quelle dei banchi di aringhe, o ai voli delle rondini. Su queste supposizioni sono stati fatti tentativi per

tracciare elaborate carte migratorie del capodoglio.

Inoltre, nel passare da una zona di pascolo a un'altra, i capodogli, guidati da qualche istinto infallibile, o

diciamo piuttosto da qualche segreto avvertimento divino, nuotano per lo più, come dicono i marinai, in vene,

viaggiando lungo una data linea oceanica con tale esattezza inflessibile, che nessuna nave in base a nessuna carta ha mai.80

percorso la propria rotta con la decima parte di quella precisione meravigliosa. In questi casi la direzione seguita da

ogni singola balena è dritta come la parallela di un geometra, e la balena avanza in uno spazio strettamente limitato

dalla sua stessa scia, dritta e inalterabile; però la vena arbitraria in cui si dice che in questi casi la bestia nuoti abbraccia

di solito alcune miglia in larghezza (più o meno, perché si pensa che la vena possa espandersi o restringersi), ma

comunque non supera mai la portata di vista dalle teste d'albero della baleniera che scivola circospetta lungo quella

magica zona. Il risultato è che in determinate stagioni, entro quella larghezza e lungo quella vena, si possono cercare

con gran fiducia delle balene migranti.

E quindi, non solo Achab poteva sperare di incontrare la preda in periodi determinati con sicurezza e in campi

di pascolo diversi e ben conosciuti, ma nell'attraversare le più ampie distese d'acqua tra quei campi poteva regolare ad

arte la sua corsa in modo da avere, anche lungo il tragitto, una qualche probabilità d'incontrarla.

C'era, a prima vista, un fatto che pareva intralciare il suo disegno folle ma metodico. Ma in realtà forse non lo

disturbava. Sebbene i capodogli che hanno istinti gregarii abbiano stagioni regolari per determinate zone, tuttavia non si

può dire in genere che le mandrie che quest'anno hanno battuto, diciamo, questa latitudine e longitudine, risultino poi le

stesse che vi si sono trovate nella stagione precedente; e anche qui, del resto, ci sono esempi specifici e indubbi nei

quali si è verificato il contrario. In linea di massima la stessa osservazione, se solo ne limitiamo la portata, vale per quei

capodogli maturi e anziani che vivono solitari, da eremiti. Di modo che, se putacaso Moby Dick era stato visto qualche

anno prima, ad esempio in quella zona detta delle Seychelles nell'Oceano Indiano, o nella Baia del Vulcano lungo la

costa del Giappone, da ciò non seguiva che il Pequod, se si fosse trovato in uno di quei punti al momento giusto,

avrebbe dovuto incontrarcelo immancabilmente. E lo stesso per qualunque delle altre zone di pascolo dove, a volte,

Moby Dick si era fatto vivo. Tutte queste parevano soltanto le sue tappe occasionali e le sue locande marine, per così

dire, non i posti dove risiedeva a lungo. E se finora si è detto delle probabilità che aveva Achab di attuare il suo piano, si

è soltanto alluso a tutte quelle speranze di successo marginali e fuori programma che poteva avere prima di arrivare a un

posto e un tempo determinati, nei quali tutte le possibilità sarebbero divenute probabilità, e ogni possibilità, come

Achab sperava con tutto il cuore, quasi una certezza. Quel tempo e quel luogo particolari erano riassunti in un'unica

definizione tecnica: «la stagione all'Equatore». Perché in quelle acque e in quella stagione, per parecchi anni di seguito,

Moby Dick era stato visto soffermarsi regolarmente per un po' di tempo, come il sole nel suo giro annuale si ferma per

un intervallo prefisso in ognuno dei segni dello Zodiaco. Ed era anche là che aveva avuto luogo la maggior parte degli

scontri mortali con la balena bianca; quelle onde erano istoriate con le sue imprese, e là si trovava quel punto tragico

dove il vecchio maniaco aveva trovato il pauroso movente della sua vendetta. Ma Achab, che nel lanciare in questa

caccia il suo spirito pensoso calcolava tutto con cautela e vigilava senza tregua, non si sarebbe mai permesso di riporre

tutte le sue speranze su quell'unica probabilità culminante di cui si è detto, per quanto essa potesse carezzare quelle

speranze; né, insonne come lo teneva il suo giuramento, sarebbe riuscito a tenere tanto quieto il proprio cuore da

rinviare ogni ricerca precedente.

Ora il Pequod era partito da Nantucket proprio all'inizio della stagione equatoriale. E quindi nessuno sforzo

possibile poteva mettere il capitano in grado di fare la grande traversata a sud, doppiare il Capo Horn, e correre per

sessanta gradi di latitudine fino a raggiungere il Pacifico equatoriale in tempo per incrociarvi. Bisognava dunque

aspettare la stagione successiva. Ma forse questa data prematura per la partenza del Pequod era stata scelta bene da

Achab, che teneva presente tutto questo complesso di cose. Perché così aveva davanti un intervallo di

trecentosessantacinque giorni e notti, un intervallo che invece di sopportare con impazienza a terra poteva impiegare in

una caccia mista. E forse la balena bianca, passando le vacanze in mari assai lontani dalle sue zone periodiche di

pascolo, avrebbe potuto cacciare fuori la sua fronte grinzosa al largo del Golfo di Persia, o nella Baia del Bengala o nei

mari della Cina o in altre acque battute dalla sua specie. Sicché monsoni, pamperi e alisei, lo Harmattan o il Nordovest,

tutti i venti tranne il levante e il simun potevano spingere Moby Dick nella scia del Pequod che circumnavigava la terra

a zigzag.

Ma anche ammettendo tutto questo, se riflettiamo con distacco e cautela, non sembra forse un'idea da

manicomio pensare che nell'oceano immenso una balena solitaria, sia pure a incontrarla, possa essere individuata dal

suo cacciatore, come se fosse un mufti dalla barba bianca per le arterie affollate di Costantinopoli? E invece era

possibile. Perché la fronte particolare di Moby Dick, bianca come la neve, e la sua nivea gobba non potevano che essere

inconfondibili. «E non l'ho forse marcata, la balena?» brontolava Achab a se stesso, quando dopo avere ponzato sulle

sue carte fino a lungo dopo mezzanotte si rovesciava sullo schienale e si perdeva a sognare: «È marcata, come mi può

sfuggire? Le sue grosse pinne sono forate e dentellate come le orecchie di una pecora smarrita!» E qui la sua mente

malata si metteva a correre a perdifiato, finché lo prendevano la fatica, la stanchezza di pensare, e allora soleva uscire

all'aperto, sul ponte, per vedere di riprendere forza. Dio, che estasi di torture sopporta l'uomo consumato da un unico

insoddisfatto desiderio di vendicarsi! Dorme coi pugni stretti, e si sveglia coi segni del sangue sulle palme.

C'erano delle notti in cui lo cacciavano dalla branda sogni estenuanti e insopportabilmente reali, che

ripigliavano le preoccupazioni del giorno e le sviluppavano tra un cozzare di impulsi frenetici, e gliele facevano

vorticare all'infinito nel cervello avvampato, finché lo stesso pulsare del cuore gli diventava un'angoscia insopportabile;

e allora succedeva a volte che questi spasimi dello spirito gli sollevavano l'essere dalle radici, e pareva aprirsi in lui un

abisso da cui erompevano fia mme forcute e lampi, e anime dannate gli facevano segno di saltare giù con loro. Quando

questo inferno dell'anima gli si spalancava sotto i piedi, un urlo feroce echeggiava per la nave, e Achab si precipitava

fuori della cabina con gli occhi sbarrati, come se fuggisse da un letto in fiamme. Eppure questi, forse, invece di essere i

sintomi inoccultabili di qualche latente debolezza o paura per le sue stesse decisioni, non erano che i segni lampanti.81

dell'intensità di queste ultime. Perché ciò che lo faceva balzare inorridito dalla branda, in quelle occasioni, non era

quell'Achab pazzo, il cacciatore subdolo, tenace e insaziato della balena bianca, che vi si era disteso. La vera causa era

l'anima, il principio vivente ed eterno che restava in lui; e nel sonno, dissociatosi per un tratto dallo spirito individuante

che altre volte lo usava come suo veicolo o agente esterno, questo principio cercava istintivamente di sfuggire alla

vicinanza bruciante dell'essere frenetico di cui per il momento non era più parte. Ma l'intelletto non esiste se non

collegato con l'anima: e perciò nel caso di Achab, che asserviva ogni pensiero e ogni fantasia a un solo massimo scopo,

quel proposito lottava contro dei e demoni con la mera forza del suo radicato volere, e si trasformava in una sorta di

essere autonomo e indipendente. Poteva anzi vivere e bruciare sinistramente, mentre la vitalità comune cui era

congiunto fuggiva inorridita da quella creatura illegittima e indesiderata. In realtà lo spirito tormentato che gli ardeva

negli occhi, quando l'essere che pareva Achab si lanciava fuori dalla cabina, in quel momento non era che una cosa

vuota, una creatura informe che vagava nel sonno, e che era sempre un raggio di luce viva ma senza un oggetto da

colorare, e quindi, in se stessa, un niente. Dio ti aiuti, vecchio. I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; e

all'uomo che a forza di pensare si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre. Un avvoltoio che è

la stessa creatura che egli crea.

XLV • L'ATTESTATO

Per quello che riguarda la trama di questo libro, e a dire il vero anche per ciò che tocca indirettamente uno o

due dettagli molto interessanti e curiosi delle abitudini dei capodogli, il capitolo precedente, nella sua prima parte, è uno

dei più importanti di tutta l'opera. Ma bisognerà sviluppare e spiegare ancora il suo tema di centro, sia per capirlo

pienamente, sia per dissipare ogni incredulità che una profonda ignoranza dell'argomento potrebbe indurre in qualche

cervello, riguardo alla sicura verità dei punti principali di questa storia.

Non è mia intenzione di svolgere con metodo questa parte del mio compito; mi accontenterò di produrre

l'impressione voluta con varie citazioni di fatti che, come baleniere, conosco o per esperienza personale o per sicura

informazione; e da questi esempi, credo, la conclusione a cui miro scaturirà spontanea.

Anzitutto: so per esperienza personale di tre casi in cui una balena, ricevuto un arpione riuscì a svignarsela, e

dopo un lasso di tempo (tre anni in uno dei casi) fu colpita di nuovo dalla stessa mano e uccisa; e allora le vennero

estratti dal corpo due ferri, tutti e due segnati con la stessa sigla privata. Tre anni, dicevo, passarono tra i lanci dei due

arpioni, e forse sarà stato anche di più, perché nel frattempo all'uomo che li lanciò era capitato di fare un viaggio in

Africa su un mercantile; e lì sbarcò, si unì a un gruppo di esploratori, e penetrò assai nell'interno, viaggiando per un

periodo di quasi due anni ed esponendosi spesso ai pericoli di serpenti, selvaggi, bestie feroci e miasmi velenosi, più

tutti gli altri soliti rischi che incontra chi viaggia nel cuore di regioni sconosciute. Intanto anche la balena che aveva

colpita deve aver fatto i suoi viaggi. Senza dubbio aveva circumnavigato il globo tre volte, grattando coi fianchi tutte le

coste dell'Africa, ma inutilmente. L'uomo e la balena s'incontrarono di nuovo, e l'uno vinse l'altra. Io stesso, ripeto, ho

saputo di tre casi simili a questo; e cioè in due ho visto colpire la balena, e al secondo attacco ho visto i due ferri con le

rispettive sigle incise, che poi vennero strappati dal pesce morto. Nel caso dei tre anni, capitò che io fossi nella lancia

tutte e due le volte, la prima e l'ultima, e l'ultima volta riconobbi chiaramente una strana sorta di enorme neo che la

balena aveva sotto l'occhio, e che avevo già notato tre anni prima. Dico tre anni, ma furono di più ci scommetto. E

perciò ecco tre esempi della cui verità posso garantire; ma ho sentito di molti altri casi da persone la cui veridicità in

materia non c'è motivo di mettere in dubbio.

Secondariamente: è ben noto nell'ambiente dei pescatori di capodogli, per quanto possa ignorarlo la gente di

terra, che si sono avuti diversi memorabili esempi storici di particolari balene che tutti, nell'oceano, e in tempi e luoghi

diversi, erano capaci di riconoscere. La ragione per cui una balena particolare diventava così nota non era solo e

originariamente connessa a delle caratteristiche fisiche che la distinguevano dalle altre balene; perché comunque una

qualsiasi balena possa essere speciale da quel punto di vista, i cacciatori mettono subito fine alla sua specialità

uccidendola e mettendola in caldaia per ridurla a un olio di speciale pregio. No, la ragione era questa: in seguito alle

esperienze fatali della caccia, si formava attorno a quella balena una fama terribile di pericolo, come attorno a Rinaldo

Rinaldini, tanto che moltissimi pescatori si accontentavano di farle riverenza toccandosi semplicemente i cappellacci se

la vedevano galleggiare pigra nei loro paraggi, senza cercare di coltivarne una conoscenza più intima. Come certi poveri

diavoli a terra, se hanno la ventura di conoscere qualche pezzo grosso irascibile, gli fanno da lontano per via un salutino

discreto, perché ad approfondire un po' più la conoscenza hanno paura di ricevere qualche pestata sommaria per la loro

presunzione.

Ma non solo ognuna di queste balene famose godette di grande celebrità personale, anzi possiamo dire di

rinomanza oceanica; non solo fu famosa in vita e ora è immortale da defunta nei racconti del castello di prua; ma venne

anche ammessa a tutti i diritti, privilegi e distinzioni di un nome, un nome insigne come Cambise o Cesare. Forse che

non andò così, Timor Tom, famosissimo leviatano, eroso come un iceberg, che ti acquattasti per tanto tempo

nell'omonimo stretto orientale, facendo una sfiatata che spesso si vedeva dalla spiaggia di palme di Ombay? Non andò

così, Jack della Nuova Zelanda, terrore di tutti i bastimenti che incrociavano le scie nei paraggi della Terra del

Tatuaggio? Non fu così, Morquan Re del Giappone, il cui alto getto, dicono, prendeva a volte la forma di una croce di

neve alzata nel cielo? E tu, Don Miguel, capodoglio cileno, con la schiena segnata di misteriosi geroglifici come una.82

vecchia testuggine! In semplice prosa, ecco quattro balene tanto note agli studiosi di storia cetacea come Mario o Silla a

quelli di storia delle età classiche.

Ma non è tutto. Tom della Nuova Zelanda e Don Miguel, dopo che a varie riprese ebbero fatto grande strage

fra le barche di diverse navi, furono finalmente ricercati, cacciati sistematicamente, inseguiti e uccisi da valenti capitani

balenieri, che salparono con quella precisa intenzione in mente, proprio come una volta uscì pei boschi di Narragansett

il capitano Butler, con la ferma intenzione di catturare il famigerato selvaggio e assassino Annawon, il più famoso

guerriero del re indiano Filippo.

Non saprei dove trovare un posto migliore di questo per menzionare una o due altre cosucce, che mi paiono

importanti per affermare sotto ogni rispetto in istampa la credibilità di tutta questa faccenda della balena bianca e specie

della sua catastrofe. Perché questo è uno di quei casi scoraggianti in cui la verità richiede altrettanti puntelli dell'errore.

La gente di terra è per lo più così ignorante di alcune delle più chiare e palpabili meraviglie del mondo, che senza

qualche accenno ai nudi fatti, storici o no, della baleneria, potrebbe ridere di Moby Dick come se fosse una favola

mostruosa, o peggio ancora, ancora più detestabile, un'allegoria schifosa e insopportabile.

Primo: sebbene i più abbiano qualche vaga fuggevole idea dei rischi generici della pesca grossa, non hanno

però affatto un concetto ben fermo e vivo di quei rischi e della frequenza con la quale ricorrono. Una delle ragioni è

forse che non uno su cinquanta dei disastri effettivi e dei decessi per incidenti di pesca ha una pubblica menzione in

patria, neanche passeggera e subito dimenticata. O forse credete che quel disgraziato, che magari in questo momento è

colto dalla lenza dell'arpione al largo della Nuova Guinea e portato sul fondo dalla balena che si tuffa, credete forse che

il nome di quel poveraccio apparirà nel necrologio del giornale che leggerete domani a colazione? No, perché il servizio

postale tra qui e la Nuova Guinea è molto irregolare. Di fatto, avete mai sentito sia pure una minima eco di notizie

regolari dirette o indirette dalla Nuova Guinea? Eppure vi dico che in un particolare viaggio che feci nel Pacifico,

scambiammo notizie con trenta navi diverse, fra le molte altre che incontrammo, ciascuna delle quali aveva avuto un

morto a bordo per colpa di una balena, e alcune più di uno, e tre di loro avevano perduto ciascuna l'equipaggio di una

lancia. Per amor di Dio fate economia di lampade e candele! Per ogni gallone che bruciate è stata sparsa almeno una

goccia di sangue umano.

Secondo: certo la gente di terra ha qualche vaga idea che la balena è un animale enorme con un'enorme forza.

Ma mi sono sempre accorto che quando riferivo loro qualche esempio specifico di questa doppia enormità, quelli,

significativamente, mi lodavano per il modo spiritoso che avevo di raccontare: quando dichiaro sull'anima mia che non

avevo intenzione di essere spiritoso più di Mosè quando scrisse la storia delle piaghe d'Egitto.

Ma per fortuna ciò che voglio specificamente provare può essere basato su testimonianze del tutto indipendenti

dalla mia. Ed è questo: il capodoglio è in certi casi tanto forte, intelligente e razionalmente malvagio da sfondare,

distruggere completamente e mandare a picco una grossa nave con precisa premeditazione; e ciò che più conta, questo il

capodoglio lo ha fatto.

Primo: nell'anno 1820 la nave Essex, capitano Pollard di Nantucket, incrociava nell'Oceano Pacifico. Un

giorno avvistò sfiatate, ammainò le lance e diede la caccia a una mandria di capodogli. Ben presto parecchi pesci furono

feriti, quando a un tratto un'enorme balena sfuggendo alle lance uscì dal branco e si lanciò dritta sulla nave. E la sfondò

in modo tale, con un colpo di fronte contro lo scafo, che in meno di dieci minuti essa si rovesciò e affondò. Neanche

una sola tavola se ne poté trovare. Dopo le più terribili privazioni l'equipaggio toccò terra sulle lance. Tornato

finalmente a casa, il capitano Pollard ripartì per il Pacifico al comando di un'altra nave, ma gli dei tornarono a

naufragarlo su rocce e frangenti sconosciuti; la sua nave fu perduta completamente per la seconda volta, ed egli subito

giurò di rinunciare ai mari e da allora non li ha più tentati. Oggi il capitano Pollard risiede a Nantucket. Ho visto Owen

Chase, che era primo ufficiale dell'Essex al tempo della tragedia; ho letto il suo racconto semplice e fedele, ho

conversato con suo figlio, e tutto ciò a poche miglia dalla scena della catastrofe.

Secondo: La nave Union, anch'essa di Nantucket, andò del tutto perduta nell'anno 1807 al largo delle Azzorre

in un attacco simile, ma i particolari autentici di questa catastrofe non mi è mai riuscito di rintracciarli, sebbene di tanto

in tanto ne abbia sentito allusioni casuali da parte dei cacciatori di balene.

Terzo: circa diciotto o vent'anni fa il Commodoro J..., che allora comandava una corvetta americana di prima

classe, ebbe l'occasione di pranzare con un gruppo di capitani balenieri a bordo di una nave di Nantucket, nel porto di

Oahu alle Sandwich. Venendosi a parlare di balene, il Commodoro si permise di essere scettico riguardo alla forza

stupefacente attribuita a quei pesci dai signori professionisti presenti. Ad esempio, egli negò perentoriamente che una

qualunque balena potesse colpire così forte la sua massiccia corvetta, da causarle perfino la falla di un ditale d'acqua.

Benissimo. Ma non abbiamo finito. Qualche settimana dopo il Commodoro fece vela per Valparaiso con la sua

invulnerabile unità. Ma per via fu fermato da un maestoso capodoglio, che gli chiese un colloquio confidenziale di

qualche momento. Il colloquio consistette nel menare una tale botta al legno del Commodoro, che con tutte le sue

pompe in azione egli dovette filare dritto al porto più vicino per carenarsi e raddobbare. Non sono un fanatico, ma

considero provvidenziale l'intervista del Commodoro con quella balena. Forse che uno spavento simile non convertì

dall'incredulità Saulo di Tarso? Credetemi, non si scherza col capodoglio.

Vi rimanderò ora ai Viaggi di Langsdorff per un fatterello in proposito che è particolarmente interessante al

sottoscritto. Langsdorff, tra parentesi, fu aggregato alla famosa spedizione di esploratori dell'Ammiraglio russo

Krusenstern all'in izio di questo secolo. Così comincia il capitano il suo capitolo diciassettesimo:

«Al tredici di maggio la nostra nave era pronta a salpare, e il giorno dopo eravamo in mare aperto, diretti a

Ochotsh. Il tempo era bello e chiarissimo, ma talmente freddo che dovevamo tenerci addosso le pelliccie. Per qualche.83

giorno avemmo pochissimo vento, e fu solo il diciannove che si alzò una gaia brezza di nordovest. Una balena di

eccezionale dimensione, il cui corpo era più grosso della stessa nave, stava quasi alla superficie, ma non venne avvistata

da bordo fino al momento in cui la nave con tutte le vele spiegate le fu quasi addosso, sicché era impossibile prevenire

l'urto. Ci trovammo così in gravissimo pericolo, perché questa bestia gigantesca, sollevando la schiena, alzò la nave di

almeno tre piedi fuori dell'acqua. Gli alberi vacillarono e le vele caddero di colpo, mentre noi che eravamo sotto ci

buttammo subito in coperta pensando di avere urtato qualche scoglio; e invece vedemmo il mostro che se ne andava con

la massima gravità e solennità. Il capitano D'Wolf ordinò subito di mettere in azione le pompe per vedere se il

bastimento avesse o meno ricevuto qualche danno nell'urto, ma ci accorgemmo che per nostra grande fortuna era

scampato senza il minimo danno.»

Ora il capitano D'Wolf cui si allude qui come comandante della nave è un americano del New England, che

dopo una lunga vita di straordinarie avventure come capitano di mare abita adesso nel villaggio di Dorchester presso

Boston. Io ho l'onore di essere suo nipote. L'ho interrogato minuziosamente intorno a questo passo del Langsdorff. Egli

ne ha confermato ogni parola. Però la nave non era affatto grossa: era un legno russo costruito sulla costa siberiana e

acquistato da mio zio dopo che ebbe venduto il vascello con cui era partito da casa.

In quel libro di avventure all'antica, maschio da cima a fondo e anche pieno di oneste meraviglie, che è il

viaggio di Lionel Wafer, uno dei vecchi compagnoni dell'antico Dampier, ho trovato registrata una cosuccia così simile

a quella appena citata dal Langsdorff, che non so trattenermi dal ficcarla qui come esempio di rincalzo, se ce ne fosse

bisogno.

Lionel, pare, era in viaggio per «John Ferdinando», come lui chiama la moderna Juan Fernandez. «Durante il

viaggio di andata,» dice, «verso le quattro di mattina, mentre eravamo a circa centocinquanta leghe dalla terra

americana, la nostra nave subì un urto terribile, che mise gli uomini in tale costernazione da non capire più dove si

trovavano e cosa pensare; anzi ognuno cominciò a prepararsi alla morte. E in verità il cozzo era stato così improvviso e

violento che fummo tutti persuasi di avere dato in uno scoglio; ma quando la sorpresa fu un po' smaltita gettammo lo

scandaglio e sondammo, ma non trovammo fondo... Il cozzo fu così improvviso che i cannoni saltarono negli affusti, e

parecchi degli uomini furono buttati giù dalle brande. Il capitano Davis che riposava con la testa sul fucile fu buttato

fuori dalla sua cabina!» Continuando, Lionel addebita l'urto a un terremoto, e sembra provare l'accusa affermando che

più o meno in quel periodo un gran terremoto fece in realtà gravi danni lungo la costa spagnola. Ma non mi

meraviglierei molto se nel buio di quella prima mattina l'urto fu causato dopo tutto da qualche invisibile balena che

picchiò la chiglia da sotto in sù.

Potrei continuare con parecchi altri esempi, che mi sono noti in un modo o nell'altro, della grande forza e

malvagità dimostrate a volte dal capodoglio. In più di un caso risulta che non solo esso ha inseguito fino alla nave le

barche che lo attaccavano, ma ha dato la caccia alla stessa nave e tenuto testa a lungo a tutte le lance che gli scagliavano

dai ponti. La nave inglese Pusie Hall può raccontarne una al proposito. E quanto alla forza dell'animale, vi posso dire

che ci sono stati casi in cui le lenze agganciate a un capodoglio in fuga sono state trasferite alla nave in un momento di

respiro e lì assicurate, e la balena ha rimorchiato il grosso scafo nell'acqua come un cavallo che si tira via un carro.

Inoltre viene notato molto spesso che se al capodoglio colpito si dà il tempo di riprendersi, allora esso il più delle volte

agisce non tanto con cieca furia quanto con testardi e calcolati piani di distruzione; e non è senza eloquente indicazione

del suo carattere che, nel venire attaccato, spesso spalanca la bocca e la tiene così paurosamente aperta per parecchi

minuti di fila. Ma debbo accontentarmi di un'altra sola e conclusiva illustrazione, proprio impressionante e significativa,

la quale non potrà non convincervi che non solo l'avvenimento più meraviglioso di questo libro è confermato da casi

lampanti avvenuti al giorno d'oggi, ma che questi fatti meravigliosi (come tutti i fatti meravigliosi) sono mere ripetizioni

dei tempi; sicché per la milionesima volta diciamo amen con Salomone: In verità non c'è niente di nuovo sotto il sole.

Nel sesto secolo di Cristo visse Procopio, magistrato cristiano di Costantinopoli, ai tempi in cui Giustiniano era

imperatore e Belisario generale. Come molti sanno egli scrisse la storia dei suoi tempi, opera in ogni senso di non

comune valore. Dalle migliori autorità egli è stato sempre considerato uno storico quanto mai fededegno ed esente da

esagerazioni, tranne in uno o due particolari che non hanno niente a che fare con l'argomento che toccheremo.

Bene, in questa sua storia Procopio ricorda che durante il periodo della sua prefettura a Costantinopoli, nella

vicina Propontide o Mar di Marmora fu catturato un gran mostro marino, che a intervalli, per più di cinquant'anni, aveva

distrutto navi in quelle acque. Un fatto così ricordato in una seria opera storica non si contraddice facilmente. E non c'è

nessuna ragione di contraddirlo. Di che specie esattamente fosse questo mostro marino non è detto. Ma siccome

distruggeva navi, e anche per altri motivi, dev'essere stato una balena; e io propendo assai a credere che fosse un

capodoglio. E vi dico perché. Per molto tempo ho pensato che il capodoglio fosse stato sempre sconosciuto nel

Mediterraneo e nelle acque profonde che vi comunicano. Tuttora sono sicuro che quei mari non sono e forse non

possono mai essere, finché le cose mantengono la presente condizione, un posto che il capodoglio in gruppo possa

frequentare. Ma ulteriori ricerche mi hanno provato ultimamente che nei tempi moderni ci sono stati esempi isolati della

presenza di capodogli nel Mediterraneo. Mi dicono da buona fonte che sulla costa di Barberia un certo Commodoro

Davis della Marina da guerra inglese trovò lo scheletro di un capodoglio. Ora, visto che una nave da guerra passa con

facilità attraverso i Dardanelli, anche un capodoglio potrà per la stessa strada passare dal Mediterraneo nella Propontide.

Per quanto mi si dica, nella Propontide non si trova ombra di quella sostanza speciale detta brit che è l'alimento

della balena franca. Ma ho tutte le ragioni per credere che il cibo del capodoglio, calamaro o polipo, si nasconde in

fondo a quel mare, perché grosse bestie, ma non le più grosse di quella specie, sono state trovate alla superficie. Se

allora mettete assieme queste informazioni a dovere, e ci ragionate un pochino sopra, vedrete chiaramente se secondo.84

ogni logica umana il mostro marino di Procopio, che per mezzo secolo sfondò le navi di un imperatore romano,

dev'essere stato con ogni probabilità un capodoglio.

XLVI • CONGETTURE

Sebbene, consumato dalla fiamma del suo proposito, Achab appuntasse ogni pensiero e ogni azione alla cattura

finale di Moby Dick, e paresse pronto a sacrificare ogni interesse umano a quell'unica passione, forse era d'altro canto,

per natura e per abitudine, troppo legato ai costumi di un baleniere valente per trascurare del tutto gli scopi secondari

del viaggio. O almeno, se era diversamente, vuol dire che c'erano motivi molto più determinanti per lui. Forse sarebbe

andare troppo al sottile, anche considerando la sua fissazione, suggerire che l'odio per la balena bianca si fosse esteso in

qualche modo a tutti i capodogli, e che più ne uccideva più moltiplicava la possibilità che la prossima balena che

incontrava fosse quella odiata a cui dava la caccia. Ma se questa ipotesi è troppo azzardata, c'erano sempre altre ragioni,

magari non tanto in armonia con quella sua sfrenata passione, che pure non era del tutto escluso che lo influenzassero.

Per raggiungere il suo scopo Achab aveva bisogno di strumenti, e di tutti gli strumenti che si adoperano sotto la

luna gli uomini sono i più facili a guastarsi. Egli sapeva per esempio che per quanto forte fosse sotto certi aspetti il suo

influsso su Starbuck, quest'influsso non ne dominava tutto lo spirito, più di quanto una mera superiorità fisica non

implichi un dominio intellettuale; perché col puro spirito l'intelletto non ha che una specie di rapporto corporeo. Il corpo

di Starbuck e la volontà forzata di Starbuck appartenevano ad Achab, finché Achab continuava a magnetizzare il

cervello di Starbuck. Ma egli sapeva che malgrado tutto l'ufficiale, in fondo all'anima, detestava quella sua ricerca, e

l'avesse potuto, se ne sarebbe dissociato con gioia e perfino l'avrebbe contrastata. Poteva anche passare un lungo

periodo di tempo prima che apparisse la balena bianca. Durante quel lungo intervallo Starbuck poteva sempre tornare a

ribellarsi apertamente contro l'autorità del suo capitano, a meno di distrarlo direttamente con interessi normali, prudenti

e adatti alle circostanze. E non solo, ma la pazzia astuta di Achab riguardo a Moby Dick non aveva manifestazione più

significativa del suo straordinario buonsenso e acume nel calcolare che per ora la caccia doveva essere in qualche modo

spogliata della empietà strana e allucinata che era nella sua natura; che bisognava tenere nascosto nel suo sfondo buio il

pieno orrore del viaggio (perché pochi hanno un coraggio che resista alla prolungata riflessione senza il sollievo

dell'agire), e che quando erano in servizio ai lunghi quarti notturni, gli ufficiali e i marinai dovevano avere cose più

immediate a cui pensare che non Moby Dick. Perché, certo, quella ciurma feroce aveva salutato l'annunzio della sua

ricerca con avidità e impeto, ma tutti i marinai, di ogni sorta, sono più o meno volubili e malfidi. Vivono tra gli elementi

mutevoli e ne respirano l'incostanza; e quando sono adoperati per un qualche scopo lontano e vago, anche se esso alla

fine promette vita e passione, è sopratutto necessario che qualche interesse, qualche occupazione temporanea intervenga

a tenerli salubremente in forma per lo scatto finale.

E Achab non dimenticava un'altra cosa. Nei momenti di forte emozione gli uomini sdegnano ogni

considerazione volgare, ma quei momenti svaniscono presto. La condizione organica e permanente dell'uomo

convenzionale, pensava Achab, è l'attaccamento al denaro. Ammettiamo che la balena bianca ecciti in pieno i cuori di

questa mia ciurma selvaggia, e rimescolandone la ferocia susciti perfino in loro una certa generosità da cavalieri erranti;

però, mentre per amore di essa danno la caccia a Moby Dick, debbono anche avere cibo per i loro appetiti più comuni e

quotidiani. Perfino i nobili cavallereschi Crociati di un tempo non si contentavano di traversare duemila miglia di terre

per combattere per il loro santo sepolcro, senza commettere per via grassazioni, tagli di borse, o altrimenti guadagnarsi

altre pie prerogative. Si fossero tenuti ben stretti al loro ultimo scopo romantico, di quel romantico scopo troppi di essi

avrebbero sentito la nausea. Non voglio privare questi uomini, pensavi Achab, di ogni speranza di fare soldi, sicuro,

soldi liquidi. Magari adesso lo disprezzano, il liquido, ma lasciamo passare qualche mese senza guadagno in vista, e

allora proprio questi soldacci assopiti dentro di loro si ammutineranno di colpo e liquideranno Achab.

E non mancava nemmeno ancora un altro motivo di precauzione, che riguardava più personalmente Achab. Per

impulso, probabilmente, e forse un po' troppo prematuramente, aveva rivelato lo scopo primo e privatissimo del viaggio

del Pequod. Achab sapeva benissimo che in questo modo si era esposto indirettamente all'accusa irrefutabile di

usurpazione; e il suo equipaggio, se così avesse voluto e ne fosse stato capace, poteva con perfetta impunità sia morale

che legale rifiutargli ogni ulteriore obbedienza e perfino strappargli con la forza il comando, Naturalmente Achab

dev'essere stato ansiosissimo di proteggersi anche dal minimo accenno di quell'accusa di usurpazione, e dalle possibili

conseguenze che quell'impressione repressa poteva avere nel guadagnare terreno. Questa protezione poteva solo

offrirgliela il predominio del suo cervello, del suo cuore e del suo pugno, sostenuto da una attenzione costante, da un

calcolo minuzioso di ogni minimo influsso atmosferico a cui poteva andare soggetto il suo equipaggio.

Per tutte queste ragioni, e per altre forse troppo complesse per essere qui esposte, Achab capiva chiaro che gli

toccava in gran parte attenersi ancora allo scopo normale e nominale del viaggio. E non solo gli conveniva rispettare

tutte le abitudini d'uso, ma sforzarsi di mostrare tutta la sua ben nota passione nell'esercizio ordinario del suo mestiere.

Comunque, ora si sentiva spesso la sua voce chiamare le tre teste d'albero, e raccomandare buona vedetta:

perfino un porco di mare doveva venire segnalato. E non passò molto che questa vigilanza portò frutti.

XLVII • IL PAGLIETTAIO.85

Era un pomeriggio annuvolato, afoso: i marinai si aggiravano pigri sui ponti, o gettavano occhiate vacanti sul

mare colore di piombo. Queequeg e io eravamo occupati a intrecciare con flemma ciò che si chiama un paglietto a

sciabola per un rinforzo aggiuntivo alla nostra lancia. Così quieta e sommessa, eppure in certo senso presaga era tutta la

scena, e tale ipnotico incanto covava nell'aria, che ogni marinaio muto pareva dissolto nel proprio io invisibile.

Io ero l'aiuto o il paggio di Queequeg, mentre si affaccendava alla stuoia. Continuavo a far passare e ripassare

la riempitura o trama di merlino tra i lunghi fili dell'ordito, usando le mani come spola; e Queequeg che mi stava a lato

cacciava di tanto in tanto tra i fili la sua pesante sciabola di quercia, e guardando pigro verso il largo, con fare

noncurante e distratto spingeva a posto le filacce. In quel momento, ripeto, su tutta la nave e sul mare regnava un'aria

così strana di sogno, rotta soltanto dal sordo botto periodico della sciabola, che pareva che quello fosse il telaio del

tempo, e io stesso una spola dedita meccanicamente a tessere e ritessere i Fati. Ecco i fili immobili dell'ordito soggetti

solo a un'unica vibrazione, sempre uguale, sempre ripetuta, e quella vibrazione bastava appena a permettere il liquido

incrocio di altri fili coi suoi. Quest'ordito pareva la necessità. E qui, pensavo, con le mie mani manovro la spola e

intreccio il mio destino in questi fili inalterabili. E intanto la sciabola di Queequeg, impulsiva e indifferente, colpiva la

trama ora di striscio ora per storto, ora forte ora piano, come capitava, e con questa differenza del colpo conclusivo

produceva un contrasto parallelo nell'aspetto del manufatto terminato. La sciabola di questo selvaggio, pensavo, che in

questo modo dà l'ultima forma e foggia alla trama e all'ordito, questa sciabola trascurata e indifferente dev'essere il

caso: sì, il caso, il libero arbitrio e la necessità, per niente incompatibili, che intrecciandosi lavorano tutti assieme. La

trama dritta della necessità non si lascia sviare dalla sua direzione finale, e anzi con ogni alterna vibrazione tende

soltanto a quella; il libero arbitrio è sempre libero di manovrare la sua spola tra i fili già dati; e il caso, sebbene costretto

al suo gioco tra le linee dritte della necessità, e diretto obliquamente nei suoi movimenti dal libero arbitrio, sebbene così

comandato da quei due, il caso li comanda a turno, e dà l'ultimo colpo, quello che li forma, agli eventi.

* * *

Stavamo così a tessere e ritessere, quando trasalii a un suono così strano, così prolungato e musicalmente

selvaggio e ultraterreno, che il gomitolo del libero arbitrio mi sfuggì di mano, e restai a guardare le nuvole da dove

quella voce scendeva come un'ala. Lassù in alto sulle crocette stava quel matto d'un Capo Allegro, Tashtego. Il suo

corpo sporgeva in avanti avidamente, la sua mano s'allungava come una bacchetta magica, e a brevi improvvisi

intervalli egli continuava le sue grida. Certo, magari in quello stesso momento il medesimo suono echeggiava per tutti i

mari, da centinaia di balenieri in vedetta appollaiati alla stessa altezza nell'aria; ma da pochi di quei polmoni l'antico

grido avrebbe potuto trarre una cadenza così meravigliosa come da quelli dell'indiano Tashtego.

Mentre si librava su di noi mezzo sospeso in aria, fissando verso l'orizzonte con tanta avidità selvaggia, lo si

sarebbe detto un qualche profeta o veggente che vedesse le ombre del Destino e ne annunciasse l'arrivo con quelle grida

sfrenate:

«Laggiù soffia! Laggiù, laggiù, laggiù! Soffia! Laggiù soffia!»

«Da che parte?»

«A sottovento! Due miglia circa! Un branco!»

E subito tutto fu trambusto.

Il capodoglio sfiata come batte un pendolo, con la stessa uniformità costante e sicura. E da ciò i balenieri

distinguono quel pesce da altre tribù del suo genere.

«Laggiù code!» gridò ora Tashtego, e le balene scomparvero.

«Presto, cambusiere!» gridò Achab. «L'ora, l'ora!»

Farinata corse sotto, guardò l'orologio e tornò a riferire il minuto esatto.

La nave fu ora voltata nel senso del vento e andava rollandogli avanti piano piano. Poiché Tashtego aveva

annunziato che le balene si erano tuffate nuotando a sottovento, eravamo sicuri di vedercele riapparire proprio davanti

alla prua. Perché nel nostro caso non poteva entrare in ballo quella curiosa astuzia mostrata a volte dal capodoglio, che

si tuffa di testa in una direzione e poi sott'acqua gira su se stesso e nuota veloce dalla parte opposta. Difatti non c'era

motivo di pensare che i pesci visti da Tashtego avessero avuto alcun timore, o addirittura che sapessero della nostra

vicinanza. Intanto era salito sulla testa d'albero, al posto di Tashtego, uno degli uomini addetti alla guardia della nave,

cioè di quelli non addetti alle lance. I marinai del trinchetto e dell'albero di mezzana erano scesi, le tinozze della lenza

vennero fissate ai loro posti, le gru furono sporte, il pennone di maestra messo a collo, e le tre lance dondolarono sopra

le onde come tre ceste da finocchio di mare su alti scogli. Fuori dalle murate i loro equipaggi smaniosi si afferravano

con una mano alle ringhiere, con un piede appoggiato in attesa sul capo di banda. Così appare la lunga fila di uomini

d'una nave da guerra sul punto di gettarsi a bordo della nave nemica.

Ma in quel momento critico, di botto si sentì un grido che strappò ogni sguardo dalle balene. Trasalendo, tutti

si voltarono a guardare con tanto d'occhi il cupo Achab: era attorniato da cinque scuri fantasmi, che parevano appena

allora impastati con l'aria.

XLVIII • LA PRIMA CALATA IN MARE.86

I fantasmi, come allora credemmo, aleggiavano dall'altra parte del ponte, e con muta rapidità liberavano i

paranchi e i nastri della lancia che vi pendeva. Questa lancia l'avevamo sempre considerata una delle lance di riserva,

anche se tecnicamente si chiamava del capitano perché era appesa a poppavia del traverso di destra. L'uomo che ora

stava accanto alla sua prua era alto e buio di pelle, con un dente bianco che gli sporgeva sinistramente dalle labbra

d'acciaio. Un giaccotto cinese spiegazzato di cotone nero lo rivestiva funereamente, e aveva grandi brache nere della

stessa materia scura. Ma a coronare stranamente quelle tinte d'ebano portava un turbante intrecciato, bianco da accecare:

i suoi stessi capelli, tirati sù e arrotolati più volte sul cranio. Meno scuri d'aspetto, i compagni di costui avevano quella

vivida carnagione giallo -tigre peculiare a certi indigeni delle Filippine, razza famigerata per la sua astuzia diabolica, che

certi onesti marinai bianchi sospettano di essere una masnada di spie prezzolate e agenti segreti del diavolo loro

padrone, i cui uffici amministrativi immaginano in qualche altro posto.

Mentre l'equipaggio sbalordito stava ancora a fissare questi sconosciuti, Achab gridò al vecchio dal turbante

bianco che li comandava: «Tutto pronto lì, Fedallah?»

«Pronto,» rispose con un mezzo fischio.

«Allora ammaina! Avete capito?» urlò attraverso il ponte. «Ammaina laggiù, dico!»

Fu tale il rimbombo della sua voce che malgrado lo stupore gli uomini balzarono sulla ringhiera, le pulegge

vorticarono nei bozzelli, e le tre barche piombarono in acqua sballottando, mentre con un'audacia destra e spigliata,

inconcepibile in qualunque altro mestiere, i marinai andavano saltando come capre dal fianco oscillante della nave nelle

barche sbatacchiate lì sotto.

Si erano appena spinti fuori dal sottovento del legno, che un quarto scafo, sbucato dalla banda a sopravvento,

girò attorno alla poppa e mostrò i cinque sconosciuti che vogavano per Achab, e questo dritto in piedi a poppa che

sbraitava a Starbuck, Stubb e Flask di allargarsi in modo da coprire quanto più acqua era possibile. Ma gli uomini delle

lance avevano inchiodato di nuovo tutti i loro occhi sul nero Fedallah e sulla sua ciurma, e non obbedirono all'ordine.

«Capitano Achab...?» fece Starbuck.

«Allargate,» urlò quello, «fate spazio, tutte e quattro barche. Tu, Flask, spingi più a sottovento!»

«Sicuro, sicuro, signore,» gridò allegramente il piccolo Monaco, e spazzò acqua col suo gran remo da governo.

«Indietro!» fece poi alla ciurma. «Così, ancora! Eccola che soffia dritto a prua, ragazzi! Forza!»

«Frègatene di quei tipi gialli, Archy.»

«Oh sissignore, non ci faccio caso,» disse Archy. «Sapevo già tutto. Forse che non li ho sentiti nella stiva? E

non l'ho detto a lui qui, Cabaco? Cosa dici ora, Cabaco? Sono clandestini, signor Flask.»

«Forza, forza, belli, cuoricini miei, forza figli, forza piccini miei!» sospirava dolce e carezzevole Stubb alla sua

ciurma, vedendo qualcuno ancora turbato. «Perché non vi rompete i reni, bimbi miei? Che cos'è che guardate, quei

giovanotti in barca? E con questo! Cinque in più a darci una mano, da dove vengono vengono, più siamo meglio ce la

passiamo. Forza, allora, fate forza, che ve ne frega dello zolfo, i diavoli sono gente simpatica. Dai, dai, così va bene,

quella è la palata da mille libbre, quella è la palata che tira tutto! Viva la tazza d'oro piena di spermaceti, paladini miei!

Tre evviva, ragazzi, tutti tesori! Piano, piano, non la prendete calda, non la prendete troppo calda. Ma perché non

spaccate i remi, farabutti? Mordete un po', carogne! Sotto, sotto, sotto, ecco: calmi, calmi! Così, così! Lungo e robusto.

Dai col remo là, voga! Vi strozzi il diavolo, carogne, morti di fame: dormite tutti! Piantatela di russare, morti di sonno,

e sotto ai remi. Forza vi dico! Ne avete forza? Volete far forza? Dico, sangue del ghiozzo, volete fare forza? Fate forza e

spaccatevi qualcosa, forza e vi schiattino gli occhi! Guardate!» e si strappò dalla cintola il coltello affilato: «Ogni figlio

di buona madre cacci fuori il coltello, e forza con la lama tra i denti. Così, così. Ora sì che va meglio, ora sì che fa

scintille, mie lame d'ascia! Fatela correre, fatela correre, cucchiai d'argento! Fatela correre, marpioni!»

L'esordio di Stubb al suo equipaggio è qui riportato per esteso perché costui aveva un modo piuttosto speciale

di rivolgersi a tutti quanti assieme, specie quando inculcava la religione della voga. Ma non dovete credere da questo

saggio delle sue prediche che egli si arrabbiasse mai sul serio con la sua congrega. Neanche per sogno; e in questo

appunto consisteva la sua principale caratteristica. Gli capitava di dire alla ciurma le cose più terribili, in un tono così

stranamente misto di scherzo e di rabbia, e la rabbia così dosata solo per pepare lo scherzo, che nessun rematore poteva

sentire quelle strambe esortazioni senza buttarsi a remare come un pazzo, ma sempre solo per il puro lato divertente

della cosa. E inoltre Stubb appariva sempre così tranquillo e indolente lui stesso, manovrava il remo di governo con

tanta fiacca, e tirava tali sbadigli, spesso a ganasce larghe, che la semplice vista di un capo così sbadiglioso faceva sugli

uomini, per pura forza di contrasto, l'effetto di una malìa. E per giunta Stubb apparteneva a quell'originale specie di

umoristi la cui allegria è a volte così ambigua che tutti gli inferiori preferiscono mettersi al sicuro in fatto di obbedirli.

A un segnale di Achab, Starbuck si mise a vogare tagliando verso la prua di Stubb, e quando per quasi un

minuto le due barche si trovarono abbastanza vicine, Stubb chiamò il collega.

«Signor Starbuck! Oh, lancia a sinistra! Una parola, per favore!»

«Prego!» rispose Starbuck senza voltarsi di un pollice nel parlare, e sempre incitando severamente a bassa voce

il suo equipaggio, anzi voltando via da Stubb la faccia ferma come un sasso.

«Che ne pensate di quei giovanotti gialli, signore?»

«Imbarcati di straforo, chi sa come, prima di salpare. Forza, forza ragazzi!» in un bisbiglio alla ciurma, poi di

nuovo a voce alta: «Brutto affare signor Stubb! Fatela bollire, fatela bollire figlioli! Ma non ci fate caso, signor Stubb,

s'arrangia tutto. Fateli sudare forte, e come finisce si conta. Scattate, scattate! Ci sono botti d'olio lì avanti, signor Stubb,

e per questo siete venuto. Forza ragazzi! È l'olio, l'olio che conta! Questo almeno è dovere, dovere e guadagno a

braccetto!».87

«Già, già, me lo figuravo,» disse Stubb tra sé quando le barche si scostarono, «appena li ho visti me lo sono

figurato. Sicuro, ed ecco perché scendeva così spesso nella cala, come Farinata ha sospettato da un pezzo. Erano

rintanati lì sotto. E ancora più sotto c'è la balena bianca. E va bene, d'accordo! Non c'è niente da fare! Benissimo! Sotto,

ragazzi! Non è la balena bianca oggi! Dateci sotto!»

Ora, la comparsa di quei forestieri sconosciuti proprio al momento di calare le barche dal ponte aveva

comprensibilmente risvegliato una specie di apprensione superstiziosa in qualcuno dell'equipaggio. Però si era già

sparsa tra loro la voce della pretesa scoperta di Archy, e questo, anche se in realtà nessuno ci aveva creduto, li aveva

preparati un poco alla sorpresa, aveva smussato il filo della meraviglia; e così, anche per il modo tranquillo in cui Stubb

aveva spiegato quella novità, per il momento non si abbandonarono alle proprie superstizioni. Ma la faccenda lasciava

sempre campo abbondante a ogni sorta di ipotesi avventate sul modo preciso con cui quel truce Achab aveva fatto le

cose fin dall'inizio. Quanto a me, senza dire niente, mi ricordai di quelle ombre misteriose che avevo visto sgusciare a

bordo del Pequod in quell'alba nebbiosa a Nantucket, e anche degli accenni enigmatici di quell'incomprensibile Elia.

Intanto Achab, fuori portata dell'orecchio dei suoi ufficiali perché si era spostato ancora più a sottovento,

correva sempre avanti alle altre lance, il che mostrava che razza di muscoli aveva il suo equipaggio. Quelle sue creature

giallo-tigre parevano tutto acciaio e osso di balena; come cinque magli si drizzavano e ricadevano con certe bracciate

che facevano saltare la barca sull'acqua a ritmo, che pareva un vapore a caldaia sul Mississippi. Quanto a Fedallah, che

vedevamo al remo del ramponiere, aveva gettato da parte il suo giaccotto nero, e il petto nudo e il tronco gli si

stagliavano sopra il capo di banda contro le depressioni alterne dell'orizzonte d'acqua; mentre all'altra punta della lancia

Achab pareva uno schermidore, con quel braccio mezzo buttato all'indietro per aria come a controbilanciare ogni

tendenza a incespicare, e lo vedevamo maneggiare saldo il remo di governo come aveva fatto mille volte prima che la

balena bianca lo mutilasse. Di colpo, il braccio steso fece una mossa curiosa e restò fermo, mentre i remi erano fissati a

picco tutti assieme. Lancia e uomini restarono immobili sul mare. E di colpo le tre lance sparse indietro frenarono la

corsa. Le balene si erano immerse irregolarmente nell'azzurro, senza dare segno di movimenti che si potesse vedere da

lontano, ma Achab che era più vicino li poteva seguire.

«Ognuno, occhio lungo il remo!» gridò Starbuck. «In piedi, Queequeg!»

Il selvaggio balzò abile sulla cassetta triangolare rialzata a prua, e standoci dritto sopra cominciò a fissare con

occhi pieni di avidità il punto dove avevano visto l'ultima volta la preda. E allo stesso modo, in poppa, dove la barca

aveva un'altra piattaforma triangolare a livello del capo di banda, Starbuck stesso si bilanciava calmo e abile agli

strattoni del suo spicchio di legno, e scrutava in silenzio tutto l'ampio occhio azzurro del mare.

Non molto lontano la barca di Flask stava anch'essa ferma a tenere il fiato, col capoccia issato pericolosamente

in cima al ceppo, una specie di palo massiccio piantato nella chiglia e alzato di circa due piedi sul livello della

piattaforma di poppa. Lo si usava per darvi volta alla lenza. La cima non è più larga del palmo di una mano, e dritto su

una base così Flask pareva appollaiato sulla testa d'albero di qualche nave tutta affondata fino ai pomi. Ma il piccolo

Monaco era corto e minuto, e nello stesso tempo il monacello era pieno di un'alta e grossa ambizione: sicché questo suo

punto d'appoggio sul ceppo non lo soddisfaceva affatto.

«Non ci vedo a più di tre ondate. Ehi, piazza un remo, che ci monto sopra.»

Al che Daggoo, con le mani al capo di banda per reggersi, scivolò svelto a poppa, e alzandosi offrì le sue spalle

maestose come piedestallo.

«Buonissima testa d'albero, signore. Montate?»

«Sicuro, e grazie mille, bell'uomo; solo ti vorrei cinquanta piedi più alto.»

E allora il gran negro puntò saldamente i piedi contro i due lati della lancia, si piegò un poco, presentò la palma

piatta al piede di Flask, e poi mettendosi la mano di Flask sulla testa piumata e avvertendolo di spiccare un salto quando

dava lo slancio, d'un colpo abilissimo si piazzò sulle spalle, sano e salvo, il piccoletto. Ed ecco Flask lassù, mentre

Daggoo con un braccio alzato gli forniva un parapetto per appoggiarvisi e tenervisi fermo.

È sempre uno spettacolo strano per il novizio vedere con quale abitudine meravigliosa e spontanea di abilità il

baleniere mantenga una posizione eretta nella lancia, anche quando è sballottato da ondate di fianco le più capricciose e

caotiche. Ancora più strano è vederlo, nelle stesse circostanze, appollaiato vertiginosamente sul ceppo. Ma lo spettacolo

del piccolo Flask montato sul gigantesco Daggoo era perfino più straordinario; perché sostenendosi con una maestà

barbarica, quieta, indifferente, incredibilmente disinvolta, a ogni colpo di mare il nobile negro rollava armoniosamente

la sua forma aggraziata. Sulla sua larga schiena lo slavato Flask pareva un fiocco di neve. Il portatore sembrava più

nobile del cavalcatore. E sebbene quel piccolino vivace, strepitante e pomposo scalciasse ogni tanto per l'impazienza,

neanche una volta più del solito si gonfiava per ciò il petto sovrano del negro. Così ho visto la Passione e la Vanità

picchiare di calcagni la viva terra magnanima, ma non per questo la terra alterare le sue maree e le sue stagioni.

Ma il terzo ufficiale Stubb non mostrava simili smanie di guardare al largo. Le balene potevano aver fatto uno

dei loro regolari scandagli, non un tuffo momentaneo per semplice paura. E se era così, Stubb, al suo solito, era deciso

ad alleviare con la pipa l'attesa snervante. Se la tolse dal nastro del cappello dove la teneva sempre infilata di sghembo

come una piuma. La caricò, e ne pressò la carica con la punta del pollice. Ma aveva appena acceso il fiammifero sulla

ruvida cartavetrata della mano, quando il suo ramponiere Tashtego, che aveva tenuto gli occhi piantati a sottovento

come due stelle fisse, dalla sua posizione eretta ricadde sul banco di colpo, rapido come la luce, e gridò freneticamente:

«Tutti giù, tutti giù, forza ai remi! Eccole!»

Uno di terra, a quel punto, non avrebbe sbirciato né balene e nemmeno l'ombra di un'aringa; non si vedeva

nient'altro che un trattino agitato d'acqua biancoverdiccia, e lievi sbuffi sparsi di vapori che vi si libravano sopra e.88

sfumavano volando a sottovento, come la vaga foschìa che si alza dalla schiuma dei cavalloni. Di colpo l'aria attorno

vibrò e quasi ronzò come su lastre di ferro arroventate. Sotto quell'ondeggiare e arricciarsi dell'atmosfera, e anche sotto

un sottile strato d'acqua, le balene nuotavano. Visti prima di ogni altro segno, gli sbuffi di vapore che sfiatavano

parevano le loro staffette, i loro battistrada staccati in corsa.

Tutte e quattro le barche si buttarono dietro quel tratto d'acqua e d'aria agitate. Ma quello pareva proprio deciso

a seminarle; volava via come una massa confusa di bolle trascinata giù per le colline da un torrentaccio veloce.

«Forza, forza bambinelli,» sussurrava Starbuck il più piano che poteva, ma con intensa concisione; e lo

sguardo fisso e acuto che dardeggiava oltre la prua quasi lo si vedeva, come due aghi di una infallibile bussola di

chiesuola. Ma non diceva molto alla ciurma, e la ciurma non gli ris pondeva. Solo, a tratti, il silenzio della barca veniva

lacerato da uno dei suoi speciali sussurri, ora un aspro comando, ora una dolce esortazione.

Il piccolo e rumoroso Monaco era assai diverso: «Cantate, dite qualcosa, bravoni miei! Ruggite e arrancate,

fulmini! Mettetemi al secco, al secco su quelle gobbe nere, ragazzi. Fatemi questo solo, e vi do per iscritto il mio podere

al Vigneto di Marta, ragazzi, moglie e figli inclusi, ragazzi! Sbarcatemi là sopra, sbarcatemi! Cristo, divento pazzo!

Guardate, guardate l'acqua bianca!» E sbraitando si strappò di testa il cappello, ci ballò sopra, poi lo prese, lo schizzò

lontano in acqua, e finì col mettersi a saltellare e impennarsi a poppa della lancia come un puledro di prateria impazzito.

«Ma guarda che tipo,» biascicò filosoficamente Stubb, che gli veniva dietro a breve distanza con la pipetta

spenta stretta macchinalmente tra i denti: «Gli viene il convulso, a quello. Il convulso? Ma sicuro, ragazzi, bisogna

dargli le convulsioni, è la parola giusta, cacciargli dentro le convulsioni a quelle bestie. Allegri, allegri, bravi miei.

Budino per cena, ricordate: allegria ci vuole. Forza bambini, forza lattanti, forza tutti! Ma perché diavolo vi eccitate?

Piano, piano e costante, giovanotti. Solo forza, e sempre forza, nient'altro. Spaccatevi le reni e spezzate in due i coltelli:

nient'altro. Calma, ripeto, state calmi, vi schiattino fegato e polmoni!»

Ma ciò che Achab l'oscuro diceva a quel suo equipaggio giallo-tigre erano parole che è meglio omettere, visto

che vivete nella beata luce d'una terra evangelica. Solo gli squali empi del mare senza paura possono sentire parole

come quelle che Achab scagliava, saltando dietro alla preda con la fronte piena di tempesta, gli occhi arrossati di

omicidio, e la schiuma alle labbra.

E intanto le lance si avventavano. Le allusioni precise e ripetute di Flask a «quella balena», come egli

chiamava il mostro fittizio che a suo dire stuzzicava di continuo con la coda la prua della lancia, queste allusioni erano

così vivide e reali, che a volte spingevano qualcuno degli uomini a gettare uno sguardo spaventato dietro la spalla. Ma

questo era contro ogni regola; perché i rematori debbono cavarsi gli occhi e infilarsi nel collo uno spiedo, decretando

l'uso che in quei momenti critici essi non debbono avere altri organi che orecchie, né altre membra che braccia.

Era uno spettacolo pieno di viva meraviglia e di paura! Il mare onnipotente che si gonfiava in masse d'acqua, il

rugghio crescente e vuoto che queste facevano rollando lungo gli otto capi di banda, come bocce gigantesche in uno

sterminato campo da gioco; la breve, sospesa agonia della barca mentre si rizzava per un attimo sul taglio delle onde più

affilate, che quasi parevano minacciare di tagliarla in due; l'improvviso sprofondare nelle valli e nei burroni d'acqua; i

vivi colpi di sperone e pungolo per guadagnare la vetta dell'altura di fronte, la precipitosa scivolata da slitta giù per

l'altro fianco: tutto ciò, e le grida dei capoccia e dei ramponieri e i rantoli dei rematori, e la vista meravigliosa del

Pequod eburneo che scendeva sulle sue lance a vele spiegate come una chioccia selvatica sui pulcini strillanti, tutto ciò

era emozionante. Non la recluta inesperta che passa dal seno di sua moglie alla febbre della prima battaglia, né lo

spettro del morto che incontra all'altro mondo il primo fantasma sconosciuto, nessuno dei due può sentire emozioni più

strane e più forti dell'uomo che si trova a vogare per la prima volta dentro la magica cerchia di spuma del capodoglio

inseguito.

L'acqua bianca danzante prodotta dalla preda diventava ora sempre più visibile come cresceva il buio delle

cupe ombre di nubi proiettate sull'acqua. I getti di vapore non si fondevano più, ma si piegavano da ogni parte a destra e

a manca: le balene parevano dividere le loro scie. Le lance si distanziarono: Starbuck dava la caccia a tre balene che

correvano dritte a sottovento. Alzammo la vela, e ci buttammo in avanti col vento che inforzava sempre; la lancia filava

così pazzamente sull'acqua, che quasi non riuscivamo a manovrare i remi di sottovento tanto presto da non farceli

strappare dagli scalmieri.

Ben presto ci trovammo a correre attraverso un gran velo di foschia; non vedevamo né nave né lance.

«Sotto, ragazzi,» sussurrava Starbuck, tirando ancora più a poppa la scotta della vela: «C'è tempo di

ammazzarne una prima che arrivi la burrasca. Acqua bianca di nuovo! Sotto, di slancio!»

Di lì a poco due urli in rapida successione da tutti e due i lati ci avvertirono che le altre barche avevano fatto

presa. Ma li avevamo appena uditi, che con un bisbiglio fulmineo, lacerante, Starbuck fece: «Alzati!» e Queequeg saltò

in piedi col rampone in pugno.

In quel momento, nessuno dei rematori fronteggiava il rischio mortale che avevano così vicino a prua; ma

fissando gli occhi sulla faccia tesa dell'ufficiale in fondo alla lancia, videro che il momento del pericolo era arrivato, e

nello stesso tempo sentirono come un rotolìo enorme, come di cinquanta elefanti che si voltolano nel loro strame.

Intanto la lancia continuava ad avventarsi nella nebbia, e le onde si torcevano e fischiavano attorno come creste erette di

serpenti infuriati.

«Lì, la gobba. Lì, lì, dáglielo!» ansimò Starbuck.

Un suono breve e vibrante guizzò dalla lancia: il ferro scagliato da Queequeg. Poi tutto a catafascio venne una

spinta invisibile da poppa, mentre a prua la barca sembrò colpire uno scoglio: la vela crollò ed esplose, un getto di

vapore scottante ci schizzò vicino, qualcosa sotto di noi rollò e ruzzolò come un terremoto. Tutto l'equipaggio venne.89

sbattuto alla rinfusa e quasi asfissiato nella bianca cremosa schiuma della burrasca. Burrasca, balena e arpione si erano

fusi assieme, e la balena, appena sfiorata dal ferro, fuggì.

Completamente sommersa, la lancia era però quasi intatta. Nuotandole attorno raccogliemmo dall'acqua i remi,

li buttammo a bordo e ricapitombolammo ai nostri posti. Ci trovavamo seduti fino alle ginocchia nell'acqua che copriva

ogni costa e ogni tavola, sicché ad abbassare gli occhi la barca sospesa pareva un'imbarcazione di corallo cresciutaci

sotto dal fondo dell'oceano.

Il vento cresceva fino a ululare, le onde cozzavano assieme i loro scudi, tutta la burrasca ruggiva, si biforcava e

ci crepitava attorno come un incendio bianco di praterie in cui bruciassimo senza consumarci, immortali in quelle fauci

della morte. Inutilmente gridavamo alle altre barche: chiamarle in quella tempesta era come rivolgersi urlando ai pezzi

di carbone ardente giù per la ciminiera di una fornace accesa. Intanto i brandelli di nuvole e la schiuma e la foschìa che

ci sferzavano facevano più buio delle ombre della notte: nessun segno della nave. E il mare che cresceva impediva ogni

tentativo di sgottare l'imbarcazione. I remi erano inutili come strumenti per spingerci, ora ci servivano da salvagente.

Così, tagliando i legacci del barilotto impermeabile degli zolfanelli, dopo molti insuccessi Starbuck riuscì ad accendere

la lampada nella lanterna, e fissandola in cima a un palo di contrassegno la porse a Queequeg, l'alfiere di quella

dis perata speranza. Ed eccolo lì, che alzava la debole candela nel cuore di quell'onnipotente desolazione. Eccolo lì,

segno e simbolo di un uomo senza fede, che disperatamente teneva alta la speranza in mezzo alla disperazione.

Bagnati, inzuppati fino alle ossa e tremanti di freddo, senza più aspettare aiuto da nave o barca, alzammo gli

occhi quando si levò l'alba. La foschìa si stendeva ancora sul mare, la lanterna vuota giaceva schiacciata in fondo alla

barca. D'improvviso Queequeg balzò in piedi, fece coppa della mano all'orecchio. Sentimmo tutti un debole schioccare

come di pennoni e cordame finora soffocato dalla tempesta. Il rumore si faceva sempre più vicino; le nebbie dense si

divisero vagamente dinanzi a una forma immensa, confusa. Atterriti, saltammo tutti in acqua, mentre infine la nave

torreggiava ai nostri occhi, calando dritta su di noi a una distanza che non superava di molto la sua lunghezza.

Vedemmo la lancia abbandonata fluttuare sulle onde, sbattere un momento e rizzarsi sotto la prua del

bastimento come un pezzetto di legno ai piedi di una cateratta; poi l'immenso scafo le rotolò sopra, e non si vide più

finché non emerse a catafascio a poppa. Di nuovo le nuotammo incontro, e le onde ci sbatterono sul relitto, e finalmente

ci tirarono sù e ci posero a bordo, al sicuro. Prima che arrivasse la raffica le altre barche si erano sganciate dalle loro

prede ed erano tornate appena in tempo alla nave. La nave ci aveva dato per persi, ma incrociava ancora nei paraggi,

caso mai potesse scoprire qualche segno della nostra morte: un remo o un'asta di lancia.

XLIX • LA IENA

Ci sono certi casi e situazioni buffe, in questo strano affare caotico che chiamiamo la vita, in cui un uomo

prende tutto quanto l'universo per una gran beffa da villano, però non riesce che vagamente a capirne il sale, e sospetta

assai che i danni non siano d'altri che di lui. E tuttavia non trova niente che lo scoraggi e niente per cui valga la pena di

azzuffarsi. E inghiotte tutto, fatti e credi e fedi e opinioni, tutte le cose pesanti visibili e invisibili, non importa quanto

difficili a digerire, come uno struzzo dallo stomaco potente ingolla pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole

difficoltà e ai fastidiucci, alle prospettive d'improvvisa rovina, ai rischi di rimetterci un braccio o la vita, tutto ciò e la

morte stessa gli paiono solo bottarelle furbastre e bonarie, allegre gomitate nei fianchi di cui ci onora il vecchio burlone

invisibile e indecifrabile. Questa buffa specie di umore capriccioso di cui parlo scende su un uomo soltanto in qualche

periodo di estremo tribolo, lo coglie proprio nel mezzo del suo zelo, sicché ciò che un minuto prima gli poteva sembrare

cosa di straordinaria importanza, ora gli pare solo parte della beffa generale. Niente come i pericoli della baleneria sa far

nascere questo tipo spensierato e strafottente di filosofia gioviale, da gente che non ha nulla da perdere. E così ora

consideravo tutto questo viaggio del Pequod e la gran Balena Bianca che ne era lo scopo.

«Queequeg,» feci quando mi ebbero tirato per ultimo in coperta, e ancora davo scrollate dentro la giubba per

spruzzare via l'acqua che avevo addosso, «Queequeg, amico mio bello, capita spesso questa sorta di cosa?» Senza

commuoversi troppo, per quanto fradicio come me, Queequeg mi dette a capire che queste cose capitavano spesso.

«Signor Stubb,» dico, voltandomi a quell'illustre, che abbottonato nel suo giaccone impermeabile si fumava

calmo la pipa sotto la pioggia: «Signor Stubb, se non sbaglio vi ho sentito dire che il nostro primo ufficiale, il signor

Starbuck, è di gran lunga il più cauto e prudente tra tutti i balenieri che avete conosciuto. Immagino allora che buttarsi a

piombo con tutte le vele spiegate su una balena che scappa, in mezzo alla tempesta e alla nebbia, è per un baleniere il

colmo della prudenza.»

«Senza dubbio. Io ho ammainato per balene da una nave che faceva acqua durante un temporale al largo di

Capo Horn.»

«Signor Flask,» dico voltandomi al piccolo Monaco che era lì accanto, «voi avete esperienza di queste cose e

io no. Mi volete dire se è una legge immutabile di questa pesca, signor Flask, che un rematore si deve rompere i reni a

spingersi a culo in avanti nelle ganasce della morte?»

«Non potevi torcerla più corta?» rispose. «Sicuro, questa è la legge. Mi piacerebbe vederla, una ciurma di

lancia che rincula verso la balena a faccia avanti. Ah, ah! Così la balena gli restituisce ogni strizzata d'occhio, capisci!»

Qui dunque avevo, da tre testimoni imparziali, una meditata formulazione di tutta la faccenda. Considerato

perciò che colpi di vento e capriole nell'acqua e conseguenti bivacchi sull'abisso erano casi ordinari di cronaca in questa.90

razza di vita; considerato che nel momento superlativamente critico di abbordare la balena io dovevo rassegnare la vita

nelle mani di quello che governava la barca, spesso un tipo che preso da smania in quel preciso momento sta per

sfondare il legno tirando pedate come un pazzo; considerato che il disastro specifico della nostra specifica barca era

sopratutto da imputare a Starbuck, che filava sulla sua balena quasi in bocca alla raffica, e visto che ciononostante

Starbuck era famoso tra i cacciatori per la sua gran cautela, e visto che io appartenevo alla barca di quest'uomo

straordinariamente prudente; e finalmente considerato in quale caccia diabolica mi ero invischiato per via della balena

bianca: mettendo assieme tutto questo, dico, pensai che mi conveniva andare giù e buttare un primo abbozzo del mio

testamento. «Queequeg,» dico, «vieni con me, ti prendo per avvocato, esecutore e legatario.»

Può sembrare strano che proprio i marinai si mettano a perdere tempo con ultime volontà e testamenti, ma non

c'è gente al mondo più ghiotta di questo diversivo. Era la quarta volta nella mia vita di navigante che facevo la stessa

cosa. Conclusasi ancora una volta la cerimonia, mi sentii meglio assai: mi ero levato una pietra dal cuore. Per giunta,

tutti i giorni che ora riuscivo a campare sarebbero stati belli come i giorni che Lazzaro visse dopo la sua resurrezione:

un profitto netto supplementare di tanti mesi o settimane come che capitasse. Sopravvivevo a me stesso: la mia morte e

il mio funerale stavano chiusi nella cesta. Mi guardavo attorno tranquillo e soddisfatto, come un fantasma pacioso dalla

coscienza pulita che siede dietro le sbarre di una comoda cripta di famiglia.

E allora, pensai rimboccandomi senza rendermene conto le maniche del maglione, vada per un buon tuffo

calmo e fresco nella morte e nella distruzione. E il diavolo si porti chi resta ultimo.

L • LA BARCA E GLI UOMINI DI ACHAB. FEDALLAH

«Chi poteva pensarlo, Flask!» gridò Stubb. «Se avessi una gamba sola, io, non mi ci troveresti nella barca,

tranne forse per turare il buco con la mia stecca. Ah, è un vecchio straordinario!»

«Dopo tutto, per quello, non mi pare così strano,» ribattè Flask. «Se la gamba gli fosse partita alla coscia,

allora be', sarebbe diverso. Allora sarebbe proprio sciancato. Ma gli resta un ginocchio, e buona parte dell'altro,

capisci.»

«No, non capisco, piccino; ancora non l'ho visto mai in ginocchio.»

* * *

Tra la gente che sa di balene si è disputato spesso se è giusto che un capitano di baleniera, vista l'importanza

eccezionale che ha la sua vita per il successo del viaggio, la metta a repentaglio nei momenti più pericolosi della caccia.

Alla stessa maniera i soldati di Tamerlano discutevano, spesso con le lacrime agli occhi, se quella sua vita inestimabile

doveva esporsi nel fitto della zuffa.

Ma con Achab la questione assumeva un aspetto diverso. Visto che perfino su due gambe l'uomo non fa che

zoppicare in ogni caso di pericolo; visto che l'inseguimento della balena presenta sempre gravi, straordinarie difficoltà,

e che davvero ogni suo momento è un rischio, in queste condizioni è prudente che una persona menomata partecipi alla

caccia in una lancia? In linea di massima, i proprietari del Pequod devono avere pensato senz'altro di no.

Achab sapeva benissimo che i suoi amici di terra non si sarebbero preoccupati a sapere che egli adoperava una

lancia in certe vicende relativamente innocue della caccia, in modo da essere vicino al teatro d'azione e darvi gli ordini

di persona; ma che il capitano Achab si riservasse personalmente una lancia come comandante regolare di caccia, e

sopratutto che egli fosse fornito di cinque uomini in più per equipaggiare questa lancia, sapeva benissimo che idee

generose come queste non erano mai entrate in testa ai proprietari del Pequod. Perciò non aveva richiesto nessun

equipaggio extra; né aveva fatto cenno alcuno ai suoi desideri in proposito. E d'altra parte aveva provveduto

personalmente a tutta quella faccenda. Fino a quando si era saputo della scoperta di Archy, i marinai avevano avuto ben

pochi sospetti. Ma poi, naturalmente, quando furono in mare da tempo, e ognuno ebbe finito il solito lavoro di mettere

le barche in ordine, e qualche tempo dopo cominciarono a vedere Achab indaffarato a fare scalmi con le proprie mani

per quella che passava per una barca di riserva, e perfino a tagliare accuratamente i piccoli spiedi di legno che si

piantano sul solco di prua per la lenza che scorre; quando gli videro fare questo, e sopratutto quando lo videro

preoccuparsi di avere uno strato di rivestimeuto in più sul fondo della lancia, come per farlo resistere meglio alla

pressione di punta della sua gamb a d'avorio; e mostrarsi così ansioso di dare la forma esatta alla tavola di coscia o

galloccia rozza, come si chiama pure qualche volta quel pezzo orizzontale a prua contro cui si ferma il ginocchio nel

dare di lancia o di arpione alla balena; quando fu visto montare così spesso in quella barca, piantarsi con l'unico

ginocchio nella depressione semicircolare della galloccia, e mettervisi, con lo scalpello del mastro d'ascia, a scavare un

po' da una parte e a lisciare dall'altra, allora, dico, tutte queste cose destarono molto interesse e molta curiosità. Ma

quasi tutti pensarono che questa speciale ansia di prepararsi fosse solo in vista della caccia finale di Moby Dick, dato

che Achab aveva già dichiarata la sua intenzione di dare personalmente l'assalto a quel mostro implacabile. Ma questa

supposizione non implicava il minimo sospetto che ci fosse un equipaggio apposta per quella lancia.

Ora, quando apparirono quei subalterni spettrali, lo stupore che restava svanì presto; perché le sorprese durano

poco su una baleniera. Inoltre, a equipaggiare queste fuorilegge galleggianti che sono le baleniere, arrivano di tanto in

tanto tali rifiuti inspiegabili di nazioni straniere dai cantucci e dai cenerari sconosciuti della terra, e spesso le stesse navi

raccolgono naufraghi così bizzarri, trovati a sbattere in alto mare su tavole, relitti di un naufragio, remi, lance da caccia,

canoe, giunche giapponesi portate via dalla bufera o che altro, che Belzebù in persona potrebbe scalare la fiancata ed.91

entrare in cabina a fare quattro chiacchiere col capitano, senza provocare nessuna emozione irrefrenabile nel castello di

prua.

Comunque, è certo che mentre i subalterni fantasmi furono accolti presto tra l'equipaggio, sempre restandovi,

diciamo così, un poco per conto loro, quel Fedallah dai capelli a turbante rimase dal principio alla fine un mistero

imbacuccato. Da dove spuntasse in un mondo incivilito come questo, nessuno lo sapeva. Né che razza di vincolo

misterioso lo legasse, come risultò presto, allo strano destino di Achab, al punto da avere su di lui una specie di influsso

semidichiarato che poteva anche essere, lo sa Iddio, addirittura una vera e propria autorità. Ma trattare Fedallah con

indifferenza non è possibile. Era uno di quei tipi che la buona gente civile della zona temperata vede soltanto nei sogni,

vagamente per giunta; ma i cui simili sgusciano di tanto in tanto tra le comunità immutabili dell'Asia, specie nelle isole

orientali, a levante del continente: quei paesi isolati, immemoriali, inalterabili, che perfino in questi tempi moderni

conservano tanto della spettrale natura aborigena delle generazioni primitive della terra, quando la memoria del primo

uomo era un ricordo distinto, e tutti gli uomini suoi discendenti, non sapendo da dove egli fosse venuto, si guardavano

l'un l'altro come veri fantasmi e chiedevano al sole e alla luna perché erano stati creati e a che scopo; quando, come dice

la Genesi, gli angeli stessi si univano alle figlie degli uomini, ma anche i demoni, aggiungono i Rabbini non canonici,

indulgevano in amori terreni.

LI • LO SPRUZZO FANTASMA

Passarono giorni, settimane, e sotto vele ridotte l'eburneo Pequod aveva attraversato lentamente quattro diverse

zone di caccia: al largo delle Azzorre, al largo del Capo de Verdes, quella detta Plata perché è davanti alla foce del Rio

de la Plata, e la Carrol, una zona d'acqua indelimitata a sud di Sant'Elena.

Fu mentre scivolava per le acque di quest'ultima zona, durante una serena notte lunare, mentre le onde ci

rotolavano accanto come volute d'argento, e col loro ribollìo attutito e soffuso facevano ciò che pareva un silenzio

d'argento, non una solitudine; fu in una simile notte di silenzio che si vide uno spruzzo argenteo, lontano davanti alle

bolle bianche a proravia. Illuminato dalla luna, pareva una cosa celeste; pareva un dio piumato e splendente che

sorgesse dal mare. Fedallah per primo avvistò il getto. Perché, in queste notti di luna, aveva l'abitudine di salire sulla

testa di maestro e stare lì di vedetta, con la stessa precisione che se fosse stato giorno. Eppure, anche se di notte si

vedessero mandrie di balene, neanche un baleniere su cento si arrischierebbe ad ammainare dietro a loro. Potete

immaginare allora con quali sentimenti i marinai guardassero questo vecchio orientale appollaiato lassù a un'ora così

insolita: il suo turbante e la luna, compagni in un unico cielo. Ma quando, dopo che per diverse notti di seguito il

vecchio ebbe trascorso lassù il suo turno monotono senza fare un solo suono; quando, dopo tutto questo silenzio, si sentì

la sua voce ultraterrena segnalare quell'argenteo spruzzo lunare, ogni marinaio saltò in piedi come se qualche spirito

alato fosse venuto a posarsi sull'alberatura e chiamasse quella ciurma di mortali. «Laggiù soffia!» Avesse qualcuno

soffiato nella tromba del giudizio, non avrebbero potuto rabbrividire di più; eppure non sentirono terrore: piuttosto

piacere. Perché, sebbene l'ora fosse insolita, quel grido fu così impressionante, così pieno di ebbrezza e di eccitazione,

che quasi ogni animo a bordo desiderò istintivamente di ammainare.

Tagliando il ponte a falcate rapide e storte Achab ordinò di spiegare i velacci e i controvelacci e stendere ogni

coltellaccio. Il miglior uomo a bordo doveva prendere la barra. Poi, con ogni testa d'albero guarnita, la nave

sovraccarica calò davanti al vento. La brezza di poppa che riempiva i vuoti di tante vele, come una strana forza che

volesse alzarci e spingerci in alto, rendeva la coperta che ci ondeggiava e oscillava sotto i piedi simile all'aria; e la nave

si avventava come se due impulsi contrari lottassero in lei: uno di balzare dritta al cielo, l'altro di buttarsi con una

straorzata verso qualche meta orizzontale. E se aveste osservata la faccia di Achab quella notte, avreste pensato che

anche in lui si azzuffavano due cose contrarie. La sua unica gamba viva destava echi vivaci sul ponte, ogni urto del suo

membro morto suonava come una martellata su una bara. Sulla vita e sulla morte camminava quel vecchio. Ma per

quanto la nave volasse così rapida e sguardi ansiosi partissero da ogni occhio come freccie, il getto d'argento per quella

notte non si vide più. Ogni marinaio giurò di averlo visto una volta, ma non una seconda.

Questo zampillo di mezzanotte era già quasi dimenticato, quando, qualche giorno dopo, ecco, alla stessa ora

silenziosa, venne segnalato di nuovo: di nuovo tutti lo videro, ma quando facemmo vele per raggiungerlo, di nuovo

sparì come non fosse mai stato. E così ci trattò una notte dopo l'altra, finché nessuno gli badò più se non per stupirsene.

Misteriosamente lanciato nella limpida luce lunare o stellare, come capitava, tornando a sparire per un giorno intero, o

due o tre, e in qualche modo, a ogni sua nuova apparizione, sembrando sempre più lontano lì sulla nostra direzione, lo

spruzzo solitario pareva allettarci per sempre ad andare avanti.

Né tra i marinai, gente dominata sempre da superstizioni, ora corroborate dall'elemento soprannaturale che in

molte cose pareva rivestire il Pequod, mancavano alcuni pronti a giurare che in qualunque tempo o luogo avvistato, in

occasioni o latitudini o longitudini anche lontanissime tra loro, quello spruzzo inavvicinabile era sempre emesso dalla

stessa balena, e quella balena era Moby Dick. Tanto che per un periodo regnò a bordo un senso di particolare terrore a

quella fuggente apparizione, come se ci invitasse perfidamente a spingerci sempre più avanti, perché poi il mostro

potesse rivoltarcisi addosso e infine farci a pezzi nei mari più remoti e selvaggi.

Queste paure temporanee, così vaghe ma così terribili, traevano una forza incredibile dal contrasto con la

serenità del tempo, che per qualcuno nascondeva sotto tutta la sua azzurra dolcezza un incantesimo diabolico: per giorni.92

e giorni viaggiammo per mari così languidamente e solitariamente miti, che tutto lo spazio pareva, in avversione al

nostro incarico vendicativo, vuotarsi di vita davanti alla nostra prua funeraria.

Ma alla fine, quando puntammo verso est e cominciarono a urlarci attorno i venti del Capo, e cominciammo a

salire e ricadere sulle lunghe onde agitate di quei mari, quando il Pequod dalle zanne d'avorio si chinò secco alla bufera

e ferì all'impazzata le onde nerastre, mentre i fiocchi di schiuma volavano sulle murate come piogge di schegge

d'argento, allora tutta quella desolata vacuità di vita passò, ma dette luogo a spettacoli ancora più paurosi.

Vicino alla prua, nell'acqua, strane forme ci guizzavano davanti da ogni parte, mentre alle spalle ci volavano

fitti i misteriosi corvi del mare. E ogni mattina, appollaiati sugli stragli, si vedevano file di questi uccelli. Malgrado i

nostri urlacci stavano aggrappati a lungo, ostinatamente ai canapi, come se considerassero la nostra nave qualche legno

deserto, alla deriva, una cosa destinata alla desolazione, e quindi posatoio adatto per le loro anime senza casa. E il mare

nero si gonfiava, si gonfiava senza posa, come se le sue grandi maree fossero la sua coscienza, e la grande anima del

mondo sentisse angoscia e rimorso del lungo peccato e dolore che aveva causato.

Capo di Buona Speranza, ti chiamano? Piuttosto Capo Tormentoso, come un tempo. A lungo allettati dai

silenzi perfidi che ci avevano accompagnati, ci trovammo lanciati in questo mare torturato dove esseri colpevoli,

trasformati in quegli uccelli e in quei pesci, parevano condannati a nuotare e nuotare in eterno, senza speranza di porto,

o a sbattere quell'aria scura senza orizzonte. Ma quieto, niveo e invariabile, sempre puntando al cielo la sua fontana di

piume, sempre facendoci segno da lontano di venire più avanti, il getto solitario a volte si mostrava ancora.

Durante tutto questo buio degli elementi Achab, sebbene allora assumesse quasi di continuo il comando del

ponte fradicio e pericoloso, manifestava il più cupo riserbo; sempre più raramente rivolgeva la parola agli uffic iali. In

periodi di tempesta come quelli, quando si è assicurata ogni cosa in coperta e sull'alberatura, non resta altro da fare che

aspettare passivamente la fine della burrasca. Allora capitano ed equipaggio diventano fatalisti in concreto. Così, con la

gamba d'avorio inserita nella solita buca e una mano bene afferrata a una sartia, Achab soleva stare per ore e ore a

guardare fisso a sopravvento, mentre qualche raffica di nevischio o di neve quasi gli congelava assieme le ciglia. Intanto

l'equipaggio, scacciato dal quartiere di prua dai pericolosi colpi di mare che irrompevano esplodendo da prora, stava in

fila lungo le murate a metà ponte; e per guardarsi meglio dalle zampate d'acqua ogni uomo si era infilato in una specie

di bolina assicurata alla ringhiera, e in essa oscillava come in una cintola allentata. Parole ne dicevano poche o niente; e

la nave muta, quasi fosse equipaggiata da marinai di cera dipinta, giorno per giorno si apriva la strada attraverso tutto

quel vorticare pazzo e gaio delle onde diaboliche. Di notte prevaleva lo stesso mutismo degli uomini davanti alle strida

dell'oceano: sempre in silenzio i marinai dondolavano nelle boline, sempre senza dire parola Achab teneva testa alla

bufera. Perfino quando la natura stremata pareva. esigere riposo, egli non cercava questo riposo nella branda. Non

avrebbe mai dimenticato, Starbuck, l'aspetto del vecchio quella notte che, sceso per il barometro in cabina, lo vide

seduto ritto a occhi chiusi nella sedia avvitata al tavolato. La pioggia e il nevischio semifuso della bufera da cui era

uscito qualche minuto prima gli colavano lenti dal cappello e dal gabbano che non si era tolti. Sul tavolo accanto era

srotolata una di quelle carte delle maree e delle correnti di cui si è parlato. La lanterna gli pendeva oscillante dal pugno

serrato. Il corpo era dritto, ma la testa era buttata all'indietro, e gli occhi chiusi erano diretti all'ago dell'assiometro che

pendeva da un baglio al soffitto. «Vecchio terribile!,» pensò Starbuck con un brivido, «anche mentre dormi in questa

bufera, tieni sempre d'occhio il tuo scopo.

LII • L'ALBATRO

A sudest del Capo, al largo delle lontane Crozetts, una buona zona per chi caccia la balena franca, una vela

spuntò a proravia: il Goney (l'Albatro). Mentre s'avvicinava lenta, dal mio alto posatoio sulla testa di trinchetto potei

vedere a mio agio quello spettacolo così impressionante per un novizio della pesca oceanica: una baleniera in mare,

quando manca da molto tempo da casa.

Come se le onde fossero state sgrassatrici, quel bastimento era tutto scolorito come lo scheletro di un tricheco

arenato. Lungo tutte le fiancate, quell'apparizione spettrale era rigata di lunghi solchi di ruggine rossiccia, mentre tutta

l'alberatura e il sartiame erano come i rami fitti di alberi impellicciati di brina. Spiegava solo le basse vele. Era uno

spettacolo selvaggio vedere le vedette barbute sulle tre teste d'albero. Parevano ravvolte in pelli di animali, tanto erano

laceri e rattoppati quei panni sopravvissuti a quasi quattro anni di crociera. Reggendosi in piedi entro cerchi di ferro

inchiodati all'albero, oscillavano e dondolavano su un mare senza fondo. Quando la nave scivolò lenta alla nostra

poppa, noi sei che eravamo nell'aria ci avvicinammo tanto gli uni agli altri, che quasi avremmo potuto saltare dalle teste

d'albero di una nave a quelle dell'altra; eppure quei pescatori dall'aspetto desolato ci guardarono pacati nel passare, e

non dissero una sola parola alle nostre vedette, mentre di sotto si sentiva il richiamo dal cassero:

«Oh della nave! Avete visto la balena bianca?»

Ma mentre il capitano sconosciuto, piegandosi sulle pallide murate stava per portarsi alle labbra il portavoce,

questo gli sfuggì in qualche modo di mano, e finì in mare. E inforzando di colpo il vento, tentò invano di farsi udire

senza. Intanto la nave continuava ad aumentare la distanza dal nostro legno. E mentre, in silenzio, gli uomini del

Pequod mostravano in vari modi di avere notato questo incidente di malaugurio subito seguito alla semplice menzione

della balena bianca a un'altra nave, Achab stette un momento in forse, quasi volesse ammainare una barca e salire a

bordo della nave sconosciuta, se non lo avesse impedito il vento minaccioso. Poi, valendosi della sua posizione a.93

sopravvento, riafferrò il portavoce, e poiché vedeva dall'aspetto che la nave era di Nantucket e diretta tra poco a casa,

chiamò ad alta voce: «Oh laggiù! Questo è il Pequod che fa il giro del mondo! Dite di indirizzare tutte le lettere nel

Pacifico, d'ora in poi! E da qui a tre anni, se non sono tornato, dite di indirizzarle all'...»

In quel momento le due scie si erano tagliate in pieno, e subito, secondo le loro curiose abitudini, branchi di

piccoli pesci innocui, che da qualche giorno ci nuotavano placidamente a fianco, guizzarono via con le pinne che

parvero rabbrividire, e si allinearono da prua a poppa lungo i fianchi della nave straniera. Certo, nel corso dei suoi

lunghi viaggi, Achab doveva avere visto spesso una cosa simile; ma le sciocchezze più trascurabili hanno i sensi più

impensati agli occhi di un monomane.

«Nuotate via da me, voialtri?» mormorò Achab sporgendosi a guardare in acqua. E le parole dicevano poco,

ma il tono esprimeva una tristezza più profonda e disperata di quella che il vecchio folle avesse mai tradita. E voltandosi

subito al timoniere che finora aveva tenuto la nave contro il vento per diminuire l'abbrivo, gridò con la sua vecchia voce

leonina:

«Barra sopravvento! Raddrizzala per il giro del mondo!»

Il giro del mondo! Parole che ispirano tanti sentimenti di orgoglio; ma dove ci porta tutta questa

circumnavigazione? Soltanto, attraverso pericoli innumerevoli, al punto esatto da dove eravamo partiti, dove quelli che

abbiamo lasciati indietro al sicuro sono stati per tutto il tempo davanti a noi.

Se questo mondo fosse un piano infinito, e navigando verso est potessimo raggiungere sempre posti più distanti

e scoprire cose più dolci e strane di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora ci sarebbe senso nel viaggio. Ma

quando inseguiamo quei misteri lontani che sogniamo, o diamo tormentosamente la caccia a quel fantasma demoniaco

che prima o poi nuota davanti a tutti i cuori umani, quando così ci buttiamo alla caccia intorno a questo globo, quelle

cose ci portano dentro sterili labirinti, o ci lasciano a mezza strada, sul fondo.

LIII • IL GAM

Sì è detto che la ragione apparente per cui Achab non andò a bordo della baleniera era questa: il vento e il mare

presagivano burrasche. Ma se anche non fosse stato per questo, forse Achab, a giudicare da come si comportò poi in

casi simili, non ci sarebbe andato lo stesso se al portavoce avesse ricevuto una risposta negativa alla sua domanda.

Perché in seguito risultò chiaro che non gli piaceva sprecare neanche cinque minuti con un capitano sconosciuto, a

meno che non gli si fornisse qualcuna delle informazioni di cui era così avido. Ma forse tutto questo non può essere ben

valutato se non diciamo subito qualcosa delle caratteristiche usanze delle baleniere quando s'incontrano in mari lontani,

e specie nella stessa zona di caccia.

Se due sconosciuti che, attraversando le Lande dei Pini nello Stato di New York, o l'altrettanto desolata Piana

di Salisbury in Inghilterra, s'incontrano casualmente in mezzo a quei deserti inospitali, non possono assolutamente

evitare di scambiarsi un saluto e fermarsi un momento a barattare notizie, e magari a sedersi un poco a riposare assieme;

quant'è più naturale, allora, che sulle infinite lande e pianure del mare due baleniere che si avvistino ai confini della

terra, diciamo al largo della solitaria Fanning's Island o dei remoti Mulini del Re, quanto è più naturale, dico, che in

questo caso le navi non solo si scambino la voce, ma vengano a un contatto più intimo, amichevole e socievole. Il che

parrebbe ancora più pacifico nel caso di navi armate nello stesso porto, su cui capitani, ufficiali e non pochi dei marinai

si conoscono personalmente, e quindi possono parlare di tante cose domestiche e care.

Per la nave che manca a lungo da casa, quella che inizia il viaggio ha forse a bordo lettere; a ogni modo, può

certo fornire giornali di un anno o due più recenti dell'ultimo periodico nella sua raccolta lisa e impataccata. E in cambio

di quella cortesia, la nave che inizia il viaggio può ricevere le ultime informazioni di caccia relative alla zona a cui forse

è diretta, cosa di massima importanza per lei. E in proporzione tutto questo vale anche per le baleniere che s'incrociano

proprio sul campo di caccia, anche se sono state in viaggio ambedue per uno stesso periodo di tempo. Una di loro,

infatti, può avere ricevuto da una terza nave una trasferta di lettere molto tempo prima, e parte di queste lettere può

essere diretta agli uomini della nave che ora incontra. Inoltre si possono scambiare notizie di caccia, e fare qualche

gradevole chiacchierata. E ciò non solo sarebbe accolto dai marinai con ogni simpatia, ma incontrerebbe tutta la

cordialità caratteristica che nasce da una comunanza di mestiere, di privazioni e di pericoli.

Né la diversità di patria farebbe una differenza essenziale; purché le due parti, naturalmente, parlino la stessa

lingua, come avviene tra americani e inglesi. Sebbene, a dire la verità, visto il numero limitato delle baleniere inglesi,

questi incontri non capitano molto spesso, e quando capitano è molto facile che si crei una specie di mutua diffidenza:

perché l'inglese è piuttosto chiuso, e il nostro yankee non ama quella qualità che in se stesso. Per giunta i balenieri

inglesi, certe volte, affettano una specie di superiorità metropolitana sui colleghi americani; e il lungo, segaligno

Nantuckettese coi suoi provincialisini inclassificabili lo considerano una specie di bifolco del mare. Ma in che cosa

consista effettivamente questa superiorità del baleniere inglese non è facile dirlo, visto che tutti assieme gli yankees

ammazzano più balene in un solo giorno di tutti gli inglesi assieme in dieci anni. Ma si tratta di una piccola innocua

debolezza degli inglesi, che il Nantuckettese non piglia molto sul serio, probabilmente perché sa di averne qualcuna lui

stesso.

E quindi vediamo che di tutte le navi che battono i mari da sole, le baleniere hanno più ragioni di essere

socievoli: e così sono in effetti. Mentre certi mercantili che s'incontrano in mezzo all'Atlantico parecchie volte tirano.94

avanti senza neanche un segno di saluto, tagliandosi l'un l'altro la strada in alto mare come un paio di bellimbusti a

Broadway, e magari indulgendo tutto il tempo in una critica pignola delle rispettive attrezzature. Quanto alle navi da

guerra, se capita che s'incontrino in mare, danno prima fondo a una tale sfilza di riverenze e di salamelecchi, a tali

sventolamenti di bandiere, che non pare proprio ci sia molta franca e cordiale benevolenza né amore fraterno in tutta la

faccenda. Per quanto riguarda gli incontri di navi negriere, quelle hanno tale fretta che scappano l'una dall'altra al più

presto possibile. E riguardo ai pirati, quando gli capita di incrociare a vicenda le proprie ossa incrociate, il primo saluto

è «Quante teste di morto?» allo stesso modo che i balenieri domandano: «Quante botti?» E avuta risposta i pirati subito

girano al largo, perché sono farabutti diabolici da ambo i lati, e non gli piace vedere troppo la propria mutua

farabuttaggine.

Ma guardate la pia, onesta, umile, ospitale, socievole e strafottente baleniera! Che fa la baleniera quando

incontra un'altra baleniera con un tempo appena decente? Fa un gam, una cosa tanto profondamente sconosciuta a tutte

le altre navi, che esse non ne hanno mai sentito nemmeno il nome; e se per caso lo sentono dire ci fanno un ghigno e

basta, e ripetono storielle su «sfiatatoi» e «bollitori di grasso» e altre simili piacevolezze. Ma perché mai tutti i marinai

mercantili, e anche tutti i pirati e i marinai da guerra e quelli delle negriere debbano nutrire un simile senso di disprezzo

per le baleniere è una domanda a cui non è facile rispondere. Perché nel caso dei pirati, per esempio, vorrei proprio

sapere se questa loro professione vanta qualche gloria speciale. Certo, qualche volta finisce con un'insolita elevazione:

ma solo sulla forca. E inoltre quando uno viene elevato in quel modo particolare, non ha una base adeguata per la sua

altezza sublime. Donde concludo che il pirata, nel vantarsi di essere ben più in alto del baleniere, non ha in questa sua

asserzione nessun fondamento solido su cui poggiare.

Ma che cos'è un gam? Potete consumarvi l'indice facendolo correre su e giù per le colonne dei dizionari, e la

parola non la trovate. A tanta erudizione il Dottor Johnson non arrivò mai. L'arca di Noè Webster non la contiene.

Eppure proprio questo termine espressivo è stato ormai per molti anni costantemente in uso tra circa quindicimila

yankees purosangue. Certo ha bisogno di una definizione, e bisognerebbe incorporarlo nel lessico. A questo fine

permettetemi di definirlo da erudito.

GAM. Sostantivo. Un incontro amichevole di due (o più) baleniere, di solito in zona di caccia; nel corso del

quale, scambiati i saluti, gli equipaggi si fanno visite per mezzo delle lance: mentre, nel frattempo, i due capitani

restano a bordo di una delle navi, e i due primi ufficiali si trattengono sull'altra.

Ma c'è un altro piccolo dettaglio del gam che qui non bisogna dimenticare. Tutti i mestieri hanno le proprie

cosucce curiose, e la baleneria non ne è priva. In una nave pirata, da guerra o negriera, quando il capitano è portato in

barca siede sempre tra le scotte poppiere su un sedile che è lì, comodo e a volte imbottito, e certe volte si governa da sé

con una barrucolina da modista, tutta illeggiardita di gai nastri e cordoni. Ma la lancia baleniera non ha sedile a poppa,

proprio nessun sofà di quel tipo, e non ha affatto barra. Sarebbe proprio bella se i capitani balenieri venissero scarrozzati

per le acque su rotelle, come vecchi assessori gottosi in poltrone di cuoio. Quanto alla barra, una lancia da balene non

tollera simili effeminatezze; e quindi, siccome nel gam tutto l'equipaggio deve lasciare la nave e perciò il manovratore o

ramponiere è del numero, quel subalterno è il manovratore anche in questa occasione, e il capitano, non avendo dove

sedersi, viene spinto alla sua visita tutto impalato come un pino. E spesso noterete che, consapevole di avere addosso gli

occhi di tutto il mondo visibile dai due fianchi delle navi, questo capitano in piedi è tutto compreso dell'importanza di

tenere alta la sua dignità mantenendosi dritto sulle gambe. E questa non è cosa facile, perché di dietro ha l'enorme remo

da governo che sporge e lo picchia ogni tanto sui reni, mentre il remo poppiero ribatte urtandogli le ginocchia di fronte.

Così è completamente incastrato davanti e di dietro, e può soltanto allargarsi di fianco piazzandosi a gambe larghe; ma

spesso, di colpo, un beccheggio violento della barca per poco non rischia di rovesciarlo a gambe all'aria, perché la

lunghezza di base non vale niente senza una corrispettiva larghezza. Prendete due pali, fate solo un ampio angolo, e non

riuscirete a farli stare dritti. E per di più, con tutti quegli occhi piantati addosso, non è affatto decoroso che questo

capitano divaricato si lasci vedere anche un is tante a raddrizzarsi cercando di acchiappare qualcosa. Di fatto, come

segno della sua perfetta e ottimistica padronanza di sé, di solito egli tiene le mani nelle tasche dei pantaloni; ma forse,

avendo generalmente delle manacce grosse e pesanti, le tiene lì per zavorra. E tuttavia ci sono stati casi, e bene

autenticati anche, in cui si è visto il capitano, per un momento o due di emergenza, per esempio in una raffica

improvvisa, aggrapparsi ai capelli del rematore più vicino, e tenercisi avvinghiato come una mignatta.

LIV • LA STORIA DEL TOWN-HO

(Come venne raccontata alla Locanda d'Oro)

Il Capo di Buona Speranza, e tutta la zona d'acqua lì attorno, somigliano molto a qualche rinomato incrocio di

una grande arteria, dove s'incontrano più viaggiatori che in qualsiasi altro posto.

Non molto tempo dopo avere parlato al Goney, incontrammo un'altra baleniera, il Town-Ho, che faceva il

viaggio di ritorno. Il suo equipaggio era formato quasi interamente da Polinesiani. Nel breve gam che seguì ci diede

notizie importanti su Moby Dick. Alcuni che avevano un interesse generico per la balena bianca furono ora

straordinariamente colpiti da un episodio nella storia del Town-Ho, che pareva collocare misteriosamente la balena al

centro di un portentoso e invertito es empio di quei cosidetti giudizi di Dio che a volte, dicono, vengono a cadere sugli.95

uomini. Questo episodio, che con le sue implicazioni forma ciò che si potrebbe dire la parte segreta della tragedia che

stiamo per narrare, non arrivò mai alle orecchie del capitano Achab e dei suoi ufficiali. In realtà, questa parte segreta

della storia era sconosciuta allo stesso capitano del Town-Ho. Era proprietà privata di tre compari bianchi

dell'equipaggio. Uno di loro, pare, la comunicò a Tashtego con papistiche ingiunzioni di segretezza; ma la notte

seguente Tashtego straparlò nel sonno, e in tal modo ne rivelò tanta parte, che quando si svegliò non potè più tacerne il

resto. Tuttavia quei marinai del Pequod che arrivarono a conoscere tutta la storia ne furono tanto impressionati, e si

comportarono in quell'occasione con una delicatezza, diciamo, così singolare, che riuscirono a tenersi tra di loro il

segreto, sicché esso, sul Pequod, non trapelò mai a poppavia dell'albero maestro. Intrecciando a suo luogo questo filo

più oscuro con la storia come venne raccontata in pubblico sulla nave, ora proverò a fissare in modo più duraturo tutta

questa strana faccenda.

Voglio conservare, così per capriccio, lo stile con cui la raccontai una volta a Lima a un cerchio ozioso di miei

amici spagnoli, la vigilia di non so che santo, fumando sulla veranda di mattonelle pesantemente indorate della Locanda

d'Oro. Tra quei bei cavalieri, i giovani Don Pedro e Don Sebastian mi erano più intimi: di qui, a intervalli, le domande

che mi fanno, e le risposte che puntualmente ricevono.

«Signori, circa due anni prima che io venissi a conoscenza dei fatti che sto per riferirvi, il Town-Ho, baleniera

di Nantucket, incrociava in questo vostro Pacifico, a non molti giorni di vela a ovest delle tegole di quest'ottima

Locanda d'Oro, e un po' a nord dell'Equatore. Un mattino, nel manovrare le pompe secondo l'uso d'ogni giorno, fu

notato che la stiva faceva più acqua del solito. Si pensò, signori, che un pescespada avesse colpita la nave. Ma siccome

il capitano aveva speciali ragioni per credere che una rara fortuna lo aspettasse in quelle latitudini, e quindi era molto

contrario a lasciarle; e siccome al momento la falla non venne considerata affatto pericolosa. per quanto in realtà non

fossero riusciti a trovarla pur avendo esaminato la stiva quanto più in giù era possibile con quel mare piuttosto grosso, la

nave continuò a incrociare. E ogni tanto, quando gli veniva comodo, i marinai lavoravano alle pompe. Ma di fortuna

non ne arrivò. Passarono altri giorni e la falla non solo era da trovarsi, ma cresceva sensibilmente. Tanto che il capitano

cominciò ad allarmarsi, e facendo tutte le vele puntò dritto al porto più vicino delle isole, per farvi carenare e

raddobbare lo scafo.

«Non era una traversata da poco. Ma con un minimo di fortuna, non temeva affatto che la nave gli affondasse

per strada: perché le pompe erano ottime, e i suoi trentasei uomini si potevano dare il cambio e tenerla vuota con

facilità, anche se la falla si fosse raddoppiata. E difatti, soffiando la brezza favorevole per quasi tutto il viaggio, il

Town-Ho sarebbe quasi certamente arrivato al porto senza la minima disgrazia, non fosse stato per la prepotenza brutale

del secondo, Radney, uno del Vigneto, che provocò l'amara vendetta di Steelkilt, di Buffalo, marinaio di lago e poco di

buono.

«"Marinaio di lago? Buffalo? Ma scusate, che cos'è un marinaio di lago, e dov'è Buffalo?" fece Don Sebastian

sollevandosi nella sua oscillante amaca d'erbe.

«Sulla costa orientale del nostro Lago Erie, Don Sebastian. Ma vi prego di essere paziente: presto, forse, ne

risentirete parlare. Ora, signori, su brigantini a vele quadre e trealberi grossi e robusti quasi come quelli che salpano dal

vostro vecchio Callao diretti alla lontana Manilla, questo marinaio di lago era stato nutrito, nel cuore profondo della

nostra America, di tutte quelle selvatiche impressioni piratesche di solito connesse col libero oceano. Perché quei nostri

grandi mari d'acqua dolce, l'uno all'altro congiunti, l'Erie e l'Ontario e lo Huron e il Superiore e il Michigan, posseggono

un'espansione oceanica, con molte delle caratteristiche più nobili dell'oceano, e molte delle sue varietà costiere di razze

e di climi. Essi contengono rotondi arcipelaghi di isole romantiche, proprio come le acque polinesiane; come

l'Atlantico, sono in gran parte delimitati da due grandi nazioni rivali; forniscono ampie possibilità di comunicare con le

numerose colonie che la nostra gente dell'Est ha disseminato lungo tutte le rive. Qui e lì sono guardati in cagnesco dalle

batterie e dai caprigni cannoni rupestri dell'alto forte Mackinaw; hanno udito il rapido tonare delle vittorie navali; a

intervalli, cedono le loro spiagge a barbari selvaggi, le cui rosse facce dipinte lampeggiano da sotto le loro capanne di

pelli; per leghe e leghe sono fiancheggiati da annose foreste vergini, dove i pini scarni si ergono come fitti filari di re

nelle genealogie gotiche; e queste foreste riparano feroci bestie da preda, e seriche creature le cui pellicce esportate

vestono imperatori tartari. Essi rispecchiano le capitali selciate di Buffalo e Cleveland e villaggi Winnebago; vedono

galleggiare il mercantile a vele quadre, l'incrociatore dello Stato, il piroscafo e la canoa di betulla; sono spazzati da

rovinosi groppi boreali, terribili come ogni tempesta che flagelli acque salse; e sanno cos'è un naufragio, perché fuori

vista da terra, sebbene in mezzo al continente, hanno sommerso tante e tante navi notturne con tutti i loro equipaggi

urlanti. E così, signori, sebbene uomo di terra, Steelkilt era nato e cresciuto nell'Oceano selvaggio, e marinaio temerario

se mai ve ne fu uno. E quanto a Radney, può darsi che nell'infanzia si sia disteso sulla spiaggia deserta di Nantucket per

nutrirsi del mare materno, e che in seguito abbia solcato a lungo il nostro Atlantico austero e il vostro contemplativo

Pacifico, ma era tanto vendicativo e pronto ad attaccare briga quanto il marinaio delle foreste, arrivato fresco dai climi

ove usa il coltello da caccia col manico di corno di daino. Eppure quest'uomo di Nantucket aveva tratti di bontà, e

quello dei laghi era un marinaio diabolico certo, ma che poteva mantenersi innocuo e docile se trattato con fermezza

inflessibile, e solo temperata da quella comune decenza di umano rispetto che è il diritto anche dello schiavo più infimo;

e docile e innocuo, difatti, questo Steelkilt era stato ritenuto a lungo, o in ogni modo tale si era dimostrato finora. Ma

Radney era predestinato a impazzire, e l'altro... ma sentirete, signori miei.

«Erano passati uno o due giorni al massimo da che il TownHo aveva puntato a un porto delle isole, quando la

falla parve di nuovo allargarsi, non tanto però da richiedere più di qualche ora di lavoro quotidiano alle pompe. Dovete

sapere che in un oceano posato e civile come a esempio il nostro Atlantico, certi capitani non si preoccupano affatto di.96

fare tutta la traversata pompando, anche se, qualora l'ufficiale di coperta dimenticasse il suo dovere in proposito in una

qualche notte placida e soporifera, probabilmente né lui né i suoi compagni se lo ricorderebbero mai più, perché tutti

andrebbero delicatamente a fondo. E nemmeno nei mari solitari e selvaggi, laggiù verso occidente, è cosa del tutto

insolita, signori, che in qualche nave si continui a sbatacchiare i manici delle pompe in coro anche durante tutto un

viaggio di lunghezza considerevole; se, beninteso, si costeggia una terra abbastanza accessibile, o se sia alla mano un

qualche altro possibile riparo. È solo quando una nave che fa acqua si trova in qualche zona sperduta di quei mari, a una

latitudine davvero senza terre, che il capitano comincia a sentirsi un po' nervoso.

«Questo era più o meno il caso del Town-Ho; di modo che, a vedere che la falla guadagnava sempre, a dire il

vero parecchi dell'equipaggio manifestarono qualche preoccupazione: sopratutto l'ufficiale Radney. Egli ordinò di issare

bene le vele alte, di stenderle il più possibile ed esporle in pieno alla brezza. Ora, quanto a essere vile e propenso a

qualsiasi tipo di nervosismo riguardo alla propria persona, questo Radney lo era così poco come ogni impavida e

spensierata creatura di terra o di mare che voi, amici, possiate figurarvi. Perciò, quando rivelò questa sua

preoccupazione per la salvezza della nave, qualcuno dei marinai affermò che lo faceva solo perché ne era

comproprietario. E quella sera, mentre lavoravano alle pompe, girarono in proposito tra gli uomini parecchi scherzi alle

sue spalle, mentre se ne stavano coi piedi inondati di continuo da ruscelletti limpidi (limpidi come sorgenti di montagna,

signori) che gorgogliavano dalle pompe e scorrevano sui ponti e si riversavano dagli ombrinali a sottovento in costanti

zampilli.

«Ora, come ben sapete, succede spesso in questo nostro mondo convenzionale, sia esso acquatico o no, che

quando una persona incaricata di comandare ai suoi simili ne trova uno che lo supera decisamente in quell'oggetto di

generale orgoglio che è la virilità, subito concepisce verso costui un astio e un'antipatia invincibili; e alla prima

occasione è pronto ad abbattere e frantumare la rocca di quel subalterno, per farne un mucchietto di polvere. E forse mi

sbaglio, signori, ma certo quello Steelkilt era un essere alto e nobile, con la testa di un romano e una barba d'oro fluente

che somigliava alla gualdrappa infioccata del corsiero tutto sbuffi del vostro ultimo viceré; e con un cervello, e un

cuore, e un'anima in corpo, signori, che ne avrebbero fatto un Carlomagno, se fosse nato figlio del padre di Carlomagno.

Ma l'ufficiale Radney era brutto come un mulo; e di un mulo aveva il coraggio, la testardaggine e la cattiveria. Steelkilt

non gli andava a genio, e Steelkilt lo sapeva.

«Vedendo avvicinarsi l'ufficiale mentre sudava con gli altri alla pompa, quello dei laghi finse di non

accorgersene, e continuò imperterrito con le sue burle.

«"Ma sicuro, ragazzi, questa si chiama una falla! Prendete un bicchierino, ragazzi, e facciamo un assaggio. Per

Dio, è cosa da imbottigliare! Ci potete scommettere, ragazzi, qui il bravo Rad ci rimette il capitale! Farebbe meglio a

tagliarsi la sua parte di scafo e rimorchiarsela a casa. Il fatto è, ragazzi, che quel pescespada ha solo dato l'avvio ai

lavori; poi dev'essere tornato con una squadra di carpentieri; pesci-sega e pesci-lima e chi sa chi altro, e adesso tutta

l'armata ci sta dando dentro a spaccare e tagliare il fondo: per fare migliorie, penso. Se ora ci fosse qui il vecchio Rad

gli direi di saltare la murata per cacciarli via. Fanno i diavoli a quattro coi suoi capitali, mi può credere. Ma Rad è

un'animuccia candida, e una bellezza per giunta. Ragazzi, dicono che col resto dei soldi ci ha comprato specchi. Mi

domando se vorrebbe cedere a un povero diavolo come me il modello del naso."

«"Vi schiattino gli occhi, perché sta ferma la pompa?" ruggì Radney fingendo di non aver sentito i discorsi dei

marinai. "Dateci sotto!"

«"Sicuro, sicuro, signore!" fece Steelkilt allegro come un grillo, "su, allegri, ragazzi!" E con questo la pompa

strepitò come cinquanta macchine anti-incendio; gli uomini buttarono via i cappelli, e ben presto si sentì quell'ansimare

di polmoni che denota lo sforzo massimo di ogni energia vitale.

«Alla fine, lasciando la pompa col resto della banda, l'uomo dei laghi andò a prua tutto ansimante e si sedette

sul verricello, la faccia rossa come fuoco, gli occhi iniettati di sangue, e si tergeva il sudore che gli colava dalla fronte.

Ora non so che demonio ingannatore, amici, spinse Radney ad attaccare briga con un uomo come Steelkilt e in quello

stato di eccitazione fisica; ma così accadde. Venne a gran passi per il ponte, con aria intransigente, e gli ordinò di

pigliare la scopa per spazzare il tavolato, nonché la pala per togliere certa sporcizia dovuta a un porco che avevano

lasciato in giro.

«Ora, signori, spazzare la coperta di una nave in navigazione è un lavoruccio casalingo che si fa regolarmente

ogni sera, sempre che non ci sia burrasca; e risulta che è stata fatto anche nel caso di navi che intanto stavano colando a

picco. Perché le usanze di mare e l'amore istintivo dei marinai per la pulizia sono cose inflessibili: certuni non

annegherebbero volentieri senza prima lavarsi la faccia. Ma su tutti i legni questa faccenda della scopa è campo

riservato dei mozzi, se mozzi ci sono a bordo. Inoltre erano gli uomini più robusti del Town-Ho che erano stati divisi in

squadre e si alternavano alle pompe; ed essendo il marinaio più atletico di tutti, Steelkilt veniva nominato ogni volta

capoccia di una delle squadre. Di conseguenza avrebbe dovuto essere esentato da ogni lavoro volgare non connesso coi

lavori strettamente nautici, così come si faceva coi compagni. Ricordo tutti questi dettagli per farvi capire esattamente

come stavano le cose tra i due.

«Ma c'era dell'altro: l'ordine di prendere la pala mirava a ferire e insultare Steelkilt, quasi come se Radney gli

avesse sputato in faccia. Chiunque sia stato marinaio su una baleniera lo capirà; e tutto questo, e senza dubbio molto di

più, l'uomo lo capì chiaro quando l'ufficiale gli dette il comando. Ma mentre sedeva immobile un istante, e guardava

fermo il superiore nell'occhio cattivo e ci vedeva ammucchiate cataste di barili di polvere, e la miccia che bruciando

zitta zitta ci si accostava; mentre l'istinto gli faceva vedere tutto questo, una strana remissività, un'avversione a.97

fomentare l'ira che già ribolle in un uomo, una ripugnanza che specialmente avvertono, se mai l'avvertono, gli uomini di

vero coraggio anche se insultati, questo vago e misterioso sentimento, signori, s'impadronì di Steelkilt.

«Perciò col suo tono solito, solo un po' rotto per la spossatezza fis ica che sentiva al momento, rispose dicendo

che spazzare la coperta non toccava a lui e non aveva intenzione di farlo. E poi senza alludere minimamente alla pala,

indicò i tre giovanotti che facevano di solito quel lavoro, e che non essendo assegnati alle pompe avevano fatto poco o

niente tutta la giornata. Al che Radney rispose con una bestemmia, nel tono più prepotente e offensivo, ripetendo

l'ordine senza riserve; e intanto s'avanzava su quello, ancora seduto, alzando una mazza da bottaio che aveva afferrata lì

accanto da un barile.

«Irritato e scaldato com'era dalla fatica spasmodica alle pompe, malgrado quel primo impulso indefinibile

d'indulgenza Steelkilt, tutto trasudante, non riuscì a sopportare il contegno dell'ufficiale; ma ancora riuscì in qualche

modo a soffocare dentro di sé l'esplosione, e senza dire parola restò inchiodato al suo posto, caparbiamente, finché

l'altro, furibondo, non gli agitò la mazza a pochi pollici dal viso, e gli ordinò con rabbia di eseguire il comando.

«Steelkilt si alzò, e indietreggiando lentamente attorno al verricello, seguito passo a passo dall'ufficiale che lo

minacciava con la mazza, tornò a ripetere deliberatamente che non voleva obbedire. Vedendo però che tutta la sua

sopportazione non aveva il minimo effetto, fece con la mano un segno pauroso, storto e inspiegabile, per invitare quel

pazzo e insensato a tenersi lontano; ma neanche questo ebbe effetto. E in questo modo i due fecero un lento giro attorno

al verricello. A questo punto, deciso a non indietreggiare più, convinto di avere sopportato tutto quanto era compatibile

col suo umore, l'uomo dei laghi si fermò sulle boccaporte e disse all'ufficiale:

«"Signor Radney, non vi ubbidisco. Mettete via quella mazza o badate a voi." Ma quell'altro predestinato si

accostò di più all'avversario immobile, e gli agitò la pesante mazza a un pollice dai denti, vomitando una sfilza di

terribili insulti. Steelkilt non indietreggiò per la millesima parte di un pollice; ma trafisse nell'occhio il suo persecutore

col pugnale inflessibile del suo sguardo, e afferrandosi la destra e facendola strisciare dietro la schiena, gli disse che se

quella mazza gli sfiorava appena la guancia lui, Steelkilt, lo avrebbe ammazzato. Ma signori, gli dei avevano segnato

quel pazzo per il macello. Subito la mazza toccò la guancia; l'istante dopo la mandibola dell'ufficiale gli si spaccava in

testa. Cadde sulla boccaporta, spruzzando sangue come una balena.

«Prima che la voce arrivasse a poppa, Steelkilt s'era messo a sbatacchiare uno dei patarassi che portavano lassù

arriva, dove due suoi compagni si trovavano sulle teste d'albero. Erano tutti e due Canalesi.

«"Canalesi!" esclamò Don Pedro. "Abbiamo visto molte baleniere nei nostri porti, ma non abbiamo mai sentito

parlare di questi Canalesi. Scusate: chi e cosa sono?"

«I Canalesi, Don Pedro, sono i battellieri del nostro gran Canale Erie. Ne avrete sentito parlare.

«"No, mai, Señor. Quaggiù in questa terra torpida e calda e pigrissima e legata al passato, conosciamo ben

poco del vostro vigoroso Nord."

«Davvero? Bene allora, Don Pedro, riempitemi il bicchiere. La vostra chicha è eccellente, e prima di andare

oltre vi dirò che cosa sono i nostri Canalesi; è un'informazione che può gettare più luce sulla mia storia.

«Per trecento e sessanta miglia, signori, attraverso tutto quanto lo Stato di New York, attraverso molte città

popolose e fiorentissimi villaggi, attraverso lunghe e squallide paludi disabitate e opulenti campi coltivati,

incomparabili per fertilità, lungo mescite e sale da biliardo, attraverso il santo dei santi di foreste immense, su archi

romani gettati su fiumi indigeni, nella luce del sole e nell'ombra, accanto a cuori felici o infranti, attraverso tutto l'ampio

paesaggio contrastante di quelle nobili contee dei Mohawk, e specialmente lungo file di nivee cappelle le cui guglie

fanno quasi da pietre miliari, scorre un fiume continuo di vita venezianamente corrotta e spesso senza legge. Lì si

trovano i veri Ascianti, signori, lì ululano i pagani, che potete sempre trovarvi alla porta accanto o sotto la lunga ombra

e il comodo riparo protettivo delle chiese. Perchè, per qualche curiosa fatalità, così come si nota spesso che i predoni

della metropoli si accampano sempre attorno alle aule della giustizia, così i peccatori, amici, abbondano di più nei

paraggi più sacri.

«"È un frate quello che passa?" disse Don Pedro guardando giù con comica preoccupazione nella piazza

affollata.

«"Fortuna per il nostro nordico amico che l'Inquisizione di Dama Isabella sta decadendo in Lima," rise Don

Sebastian. "Andate avanti, Señor."

«"Un momento, scusate!» gridò un altro della compagnia. "A nome di tutti noi di Lima desidero soltanto darvi

atto, signor marinaio, che non ci è affatto sfuggita la vostra delicatezza nel non sostituire la qui presente Lima alla

lontana Venezia nella vostra corrotta comparazione. Oh non chinatevi e non fate il sorpreso! Conoscete il proverbio che

usa lungo tutta questa costa: 'corrotto come Lima'. Non fa che corroborare ciò che avete detto, inoltre: le chiese sono più

abbondanti delle sale da biliardo, e sempre aperte, e 'corrotte come Lima'. Così pure Venezia. Io ci sono stato: la città

del beato evangelista San Marco! Che San Domenico la spurghi! La vostra tazza. Grazie. Ve la riempio. E ora, avanti."

«Liberamente dipinto nella sua professione, signori, il Canalese farebbe un magnifico eroe drammatico, tanto

ricca e pittoresca è la sua furfanteria. Galleggia indolente per giorni e giorni, come Marco Antonio lungo il suo Nilo

verdeggiante e fiorito, giocherellando alla vista di tutti con la sua Cleopatra guancia di rosa, e facendo maturare la sua

coscia d'albicocco sulla tolda assolata. Ma a terra, tutta questa effeminatezza sparisce. Gli abiti briganteschi che il

Canalese ostenta con tanta arroganza, il suo cappello schiacciato e adorno di gai nastri, danno segno delle sue grandi

qualità. Terrore dell'innocenza sorridente dei villaggi traverso cui galleggia, la sua faccia scura e la sua boria temeraria

non sono sconosciute neanche in città. Una volta che facevo il vagabondo lungo il suo canale, ho ricevuto un buon

servizio da uno di questi Canalesi; lo ringrazio di cuore e non vorrei essere ingrato, ma è una delle principali qualità.98

positive dell'uomo di violenza, che egli dimostri a volte di avere un braccio tanto forte per sostenere un povero

forestiero in difficoltà, come per svaligiare un ricco. Insomma, signori, quanto sia selvaggia la vita sul Canale ve lo

dimostra chiaramente questo: che la nostra selvaggia pesca alla balena accoglie tanti dei suoi più insigni laureati, e che

non c'è forse altra razza d'uomini, tranne quelli di Sydney, che sia guardata con più sospetto dai nostri capitani balenieri.

Né diminuisce certo la stranezza della faccenda il fatto che a molte migliaia dei nostri ragazzi e giovanotti di campagna

nati lungo il suo tragitto, il tirocinio del Gran Canale offra l'unico modo di passare dal quieto raccolto in un campo

cristiano di granturco alla sfrenata aratura delle acque dei mari più barbari.

«"Vedo, vedo!" gridò impetuoso Don Pedro, versandosi la chicha sui polsini argentati. "Non c'è bisogno di

viaggiare! Il mondo è tutto una Lima. E io che pensavo che nel vostro Nord temperato la gente fosse gelida e santa

come tante cime di montagne. Ma stiamo a sentire."

«Mi ero fermato, signori, al punto in cui l'uomo dei laghi si mise a scuotere il cavo. L'aveva appena fatto, che i

tre ufficiali più giovani e i quattro ramponieri lo circondarono e lo buttarono sul tavolato. Ma scivolando per i cavi

come comete funeste i due Canalesi si precipitarono nella zuffa, e cercarono di tirare fuori il loro uomo verso il castello

di prua. Altri dei marinai diedero loro man forte, e ne seguì uno scompiglio, mentre il valente capitano, tenendosi al

largo, saltava su e giù con una picca da balene, sbraitando agli ufficiali di pestare quel farabutto e portarlo a pedate sul

cassero. Ogni tanto faceva una corsetta rasente all'orlo turbinante della zuffa, e frugandovi dentro con la picca cercava

di stanare a spunzonate l'oggetto della sua indignazione. Ma Steelkilt e i suoi disperati erano troppo forti per tutti loro;

riuscirono a raggiungere il ponte di prua, e rotolando in fretta e furia tre o quattro grossi barili in fila con l'argano, questi

parigini del mare si trincerarono dietro la barricata.

«"Venite fuori, pirati!" ruggì il capitano, minacciandoli con due pistole portate in quel momento dal

cambusiere. "Venite fuori di lì, tagliagole!"

«Steelkilt saltò sulla barricata, e camminandovi sopra avanti e indietro sotto quella minaccia delle pistole, fece

capire chiaro al capitano che la sua morte sarebbe stata il segnale di un sanguinoso ammutinamento da parte di tutti gli

uomini. Temendo in cuor suo che ciò potesse risultare anche troppo vero, il capitano si calmò un poco, ma ordinò lo

stesso ai ribelli di tornare immediatamente ai loro doveri.

«"Promettete di non toccarci, se obbediamo?" domandò il loro caporione.

«"Al lavoro! Al lavoro! Non prometto niente. Al vostro dovere! Volete affondare la nave, piantando tutto in un

momento come questo? Al lavoro!" E tornò ad alzare una pistola.

«"Affondare la nave?" gridò Steelkilt. "Sicuro, affondi pure. Nessuno di noi torna al lavoro, se non giurate di

non alzarci contro neanche una filaccia. Non è vero marinai?" E un grido feroce fu la risposta.

«L'uomo dei laghi pattugliava la barricata tenendo sempre d'occhio il capitano e parlando a scatti: "Non è colpa

nostra, non l'abbiamo voluta noi, gli ho detto di buttare via la mazza, era una ragazzata, mi doveva conoscere prima, gli

ho detto di non stuzzicare il bufalo, credo di essermi rotto un dito contro quella dannata mascella; ragazzi, non ci sono

quei trincianti nel castello? Pensate alle aspe, giovanotti. Capitano, per Dio, pensateci bene, dite questa parola, non fate

il pazzo; mettiamoci una pietra sopra; siamo pronti a tornare al lavoro; trattateci com'è giusto e siamo con voi, ma

frustare non ci lasceremo."

«"Al lavoro! Non prometto niente. Al lavoro, dico!"

«"E allora state attento," gridò l'altro puntandogli un braccio addosso, "ci sono parecchi qui, e io sono di loro,

che si sono imbarcati solo per un viaggio, lo sapete; e sapete bene che possiamo licenziarci appena gettata l'ancora.

Sicché non vogliamo litigare, non ci conviene; vogliamo stare in pace, siamo pronti a lavorare, ma con noi niente

frusta."

«"Al lavoro!" ruggì il capitano.

«Steelkilt si guardò attorno un momento e disse: "Vi dico io come sta la faccenda, capitano: piuttosto che

ammazzarvi e farci impiccare per un farabutto come quello, non alzeremo un dito contro di voi se non ci attaccate; ma

finché non ci promettete di non frustarci, niente lavoro."

«"Giù nel castello, allora, tutti giù. Vi ci tengo finché non ne avete abbastanza. Scendete giù."

«"Scendiamo?" gridò il capobanda ai suoi uomini. La maggior parte era contraria. Ma alla fine, per obbedire a

Steelkilt, lo precedettero giù in quella buia tana, grugnendo, scomparendovi come orsi in una caverna.

«Quando la testa dell'uomo dei laghi fu a livello del tavolato, il capitano e il suo gruppo saltarono la barricata,

e trascinando in furia il quartiere del portello sulla botola vi piantarono sopra le mani a fascio, e chiamarono ad alta

voce il cambusiere, che portasse il pesante lucchetto di bronzo che chiudeva la scaletta di boccaporto. Poi, aprendo un

po' il quartiere, il capitano bisbigliò qualcosa per la fessura, la chiuse e girò la chiave sui ribelli (erano dieci in tutto),

lasciando sul ponte una ventina d'uomini che finora erano rimasti neutrali.

«Per tutta la notte gli ufficiali si alternarono a una guardia strettissima a prua e a poppa, specie alla boccaporta

del castello e a quella del deposito a prua, perché si temeva che i ribelli potessero uscire da lì scassinando la paratia di

sotto. Ma le ore notturne passarono quiete: gli uomini che erano rimasti al lavoro sudavano alle pompe, e a intervalli,

nel buio tetro, lo sferragliamento risuonava cupo per la nave.

«All'alba il capitano venne a prua, e picchiando sul tavolato richiamò i prigionieri al lavoro. Rifiutarono

urlando. Allora calarono giù acqua e vi buttarono dietro un paio di manciate di gallette. Dopodiché il capitano rigirò la

chiave, la intascò e se ne tornò sul cassero. Per tre giorni questa scena si ripeté due volte al giorno; ma il quarto mattino

si sentì un confuso alterco, poi un rumore di zuffa quando venne fatto il solito invito; e di colpo quattro marinai

balzarono fuori dal castello, dicendosi pronti a tornare al lavoro. Il fetore dell'aria rinchiusa, il regime da fame, e forse.99

una certa paura del castigo che li aspettava, li aveva spinti ad arrendersi a discrezione. Allora il capitano, imbaldanzito,

ripeté agli altri la domanda, ma con un grido terribile Steelkilt gli consigliò di smetterla con le ciance e tornarsene al

posto suo. Il quinto mattino tre altri degli ammutinati balzarono fuori dalle braccia disperate che cercavano di trattenerli

sotto. Ne restavano solo tre.

«"Meglio arrendersi, no?" fece il capitano in tono spietato di scherno.

«"Richiudi, dài!" urlò Steelkilt.

«"Ma subito," fece il capitano, e la chiave scattò.

«Fu a questo punto, signori, che, esasperato dalla diserzione di sette dei suoi compagni, e ferito dalla voce

beffarda che gli aveva appena parlato, e reso furente dal lungo seppellimento in un posto nero come le viscere della

disperazione, fu allora che Steelkilt propose ai due Canalesi, che fino a quel momento parevano concordi con lui, di fare

irruzione dal loro buco alla prossima chiamata della guarnigione; e armati con gli aguzzi trincianti (lunghi e pesanti

arnesi a mezzaluna con un manico alle due estremità) menare un assalto sanguinoso dal bompresso al coronamento, e se

era possibile nella loro diabolica disperazione, impadronirsi della nave. Quanto a lui, disse, l'avrebbe tentato, con loro o

senza. Questa era l'ultima notte che passava in quella tana. Ma il piano non incontrò obiezioni da parte dei due;

giurarono di essere pronti a quella o qualsiasi altra pazzia, a tutto insomma tranne che arrendersi. E anzi, ognuno dei

due insistette per essere il primo a buttarsi sul ponte al momento della sortita. Ma a ciò il capo si oppose con altrettanta

ferocia, riservando per sé la precedenza; sopratutto perché nessuno dei due voleva cedere il passo all'altro, e essere

primi in due non potevano, perché sulla scala c'era posto solo per uno alla volta. E qui, signori, bisogna svelare lo

sporco gioco di questi furfanti.

«A sentire il pazzo progetto del capoccia, ognuno dentro di sé, pare, aveva concepito per suo conto lo stesso

tradimento, e cioè di essere il primo a lanciarsi fuori per essere il primo dei tre, sebbene l'ultimo dei dieci, ad arrendersi;

e così assicurarsi quella minima probabilità di perdono che tale condotta poteva meritare. Ma quando Steelkilt si

dichiarò deciso ad andare in testa fino all'ultimo, in qualche modo quelli, per qualche sottile reazione d'infamia,

mescolarono assieme i loro segreti tradimenti; e quando il capo si assopì, ciascuno aprì all'altro l'anima in tre frasi:

legarono quello che dormiva con le funi, lo imbavagliarono, e a mezzanotte chiamarono urlando il capitano.

«Sospettando un assassinio e annusando nel buio in cerca di sangue, il capitano con gli ufficiali e i ramponieri,

tutti armati, si precipitarono nel castello di prua. In un attimo apersero il portello, e, legato mani e piedi, il capo che

ancora lottava fu spinto fuori dai suoi perfidi alleati, che subito accamparono pretese al merito di avere messo al sicuro

un uomo ormai deciso a una strage. Ma tutti vennero afferrati per la collottola e trascinati sul ponte come bestie morte;

li appesero fianco a fianco alle sartie di mezzana come tre quarti di carne, e lì pendettero fino al mattino. "Maledetti,"

gridava il capitano marciandogli davanti, "neanche gli avvoltoi vi toccherebbero, carogne!"

«All'alba radunò tutti i marinai, e separando quelli che si erano ribellati da quelli che non avevano preso parte

all'ammutinamento, disse ai primi che aveva proprio voglia di frustarli tutti, che insomma pensava proprio di farlo, e

doveva farlo, perché l'esigeva la giustizia; ma per quella volta, vista la loro tempestiva resa, li avrebbe lasciati andare

con un'ammonizione, che amministrò di fatti in gergo.

«"Ma quanto a voi, farabutti e carogne," voltandosi ai tre nell'attrezzatura, "quanto a voi, vi farò a pezzi per le

marmitte." E afferrando un cavo l'applicò con tutta la sua forza alle schiene dei due traditori, finché quelli non urlarono

più, e piegarono esanimi le teste come i due ladroni crocifissi nelle pitture.

«"M'avete fatto slogare il polso!" gridò alla fine. "Ma per te c'è ancora cavo abbastanza, mio bel galletto che

non volevi cedere. Toglietegli di bocca quel bavaglio, e sentiamo come si difende."

«Per un istante il ribelle esausto mosse tremando le mascelle intorpidite, e poi girando a fatica la testa disse con

una specie di sibilo: "Ciò che ho da dire è questo, e stateci bene attento: se mi frustate vi ammazzo!"

«"Davvero? E allora guarda che paura mi fai," e il capitano tirò indietro il cavo per colpire.

«"Non fatelo," sibilò l'altro.

«"Devo", e di nuovo buttò indietro la cima.

«"Allora Steelkilt sibilò qualcosa che nessuno riuscì a sentire tranne il capitano; e questi, con gran meraviglia

di tutti, rinculò, misurò rapidamente il ponte due o tre volte, e gettando all'improvviso la cima disse: "No, scioglietelo;

tagliate le funi, siete sordi?"

«Ma mentre gli ufficiali più giovani correvano a eseguire l'ordine, un uomo pallido con la testa bendata li

fermò: l'ufficiale Radney. Dopo la ferita era rimasto sempre disteso nella branda; ma quella mattina, sentendo quel

tumulto sul ponte, si era trascinato fuori e fino a quel momento aveva assistito a tutta la scena. La bocca era così

malconcia che a stento riusciva a parlare; ma biascicando che egli voleva e poteva fare ciò che il capitano non osava,

afferrò il cavo e si accostò al nemico legato.

«"Sei un vigliacco!" sibilò l'uomo dei laghi.

«"Va bene, ma piglia questo." E stava per colpire quando un altro sibilo gli fermò il braccio in aria. Esitò, poi

si decise e mantenne la parola malgrado la minaccia, quale che fosse. Poi ai tre furono tagliate le funi, tutti gli uomini

furono rimandati al lavoro, e le pompe ripresero a sferragliare, manovrate cupamente da gente di malumore.

«Quello stesso giorno, appena buio, quando il quarto di guardia si ritirò sottocoperta, si sentì un vocìo nel

castello; e i due traditori correndo tremanti di sopra assediarono la porta della cabina, dicendo che non osavano restare

in mezzo all'equipaggio. Minacce, schiaffi e calci non riuscirono a farli tornare indietro, sicché, secondo la loro

richiesta, furono messi per sicurezza nello stellato di poppa. Ma tra la ciurma non riapparvero segni di rivolta. Al

contrario pareva che, sopratutto per istigazione di Steelkilt, avessero deciso di mantenere la più assoluta calma, di.100

obbedire fino all'ultimo a tutti gli ordini, e quando la nave avesse raggiunto il porto di disertarla in massa. Ma allo scopo

di affrettare il più possibile il resto del viaggio si misero tutti d'accordo su un'altra cosa: di non segnalare balene caso

mai ne avvistassero. Perché, malgrado la falla e malgrado tutti gli altri guai, il Town-Ho portava sempre vedette sulle

teste d'albero, e il capitano era disposto ad ammainare dietro a un pesce proprio come al primo giorno che la nave era

entrata in zona di caccia; e l'ufficiale Radney era altrettanto pronto a cambiare la sua branda per una barca, e cercare con

la bocca bendata di porre alla bocca d'una balena il bavaglio della morte.

«Ma sebbene Steelkilt avesse convinto i marinai ad adottare questa specie di comportamento passivo, egli non

aveva cambiato idea (almeno finché tutto fosse finito) riguardo alla propria privata vendetta sull'uomo che l'aveva ferito

al cuore. Egli era nel quarto del primo ufficiale Radney; e quell'insensato, quasi cercasse di correre per più di mezza

strada incontro al suo destino, dopo la scena all'attrezzatura insistette contro l'espresso consiglio del capitano per

riprendere il comando del suo turno di notte. Su questo fatto, e su uno o due altri, Steelkilt costruì sistematicamente il

suo piano di vendetta.

«Durante la notte, Radney aveva un modo poco marinaresco di sedersi sulle murate del cassero e appoggiare il

braccio alla lancia che vi era appesa, un po' sopra il fianco della nave. Tutti sapevano che in questa posizione a volte si

appisolava.

Tra la lancia e la nave c'era un bel vuoto, e sotto il mare. Steelkilt calcolò il tempo e vide che il suo prossimo

turno al timone sarebbe caduto alle due, il mattino del terzo giorno da quando era stato tradito. Con tutta comodità,

impiegò l'attesa a intrecciare molto accuratamente qualcosa durante i suoi turni di guardia franca.

«"Che fai lì?" gli aveva chiesto un compagno.

«"Tu che ne pensi? Cosa ti sembra?"

«"Sembra un cordone per il tuo sacco; ma è un po' buffo, mi pare."

«"Sì, è buffo," disse quello dei laghi, stirando il braccio e guardando l'aggeggio a distanza. "Ma credo che può

andare. Piuttosto, compagno, non ho spago abbastanza: tu ne hai?"

«Ma nel castello non ce n'era.

«"Allora glielo chiedo al vecchio Rad", e si alzò per andare a poppa.

«"Vai a chiedere l'elemosina proprio a lui?" fece uno.

«"E perché no? Credi che non mi darà una mano, visto che alla fine sto lavorando per lui?" e avvicinandosi

all'ufficiale lo guardò cheto cheto e gli domandò un po' di spago per rammendare la branda. Gli fu dato. Non si videro

più né cordone né spago; ma la notte dopo, mentre Steelkilt sistemava nella branda il giubbone come cuscino, quasi gli

rotolò da una tasca una palla di ferro ben fasciata di corda. Tra ventiquattr'ore sarebbe venuto il momento fatale, il suo

turno al timone sul ponte silenzioso, accanto all'uomo che soleva appisolarsi sulla fossa che sempre, aperta di fresco, sta

a disposizione dell'uomo di mare. Nei segreti calcoli di Steelkilt l'ufficiale era già secco e stecchito, un cadavere con la

fronte spaccata.

«Ma, signori, uno sciocco salvò l'assassino in erba dall'atto sanguinario che aveva progettato. Eppure fu

vendicato in pieno senza essere il vendicatore. Per fatalità misteriosa, sembrò che il Cielo stesso s'intromettesse per

prendere nelle sue mani l'atto di perdizione che l'uomo era pronto a commettere.

«Fu proprio tra l'alba e il sorgere del sole, la mattina del secondo giorno, mentre si lavavano i ponti, che un

idiota di Teneriffa che attingeva acqua dalle landre di maestra, di colpo si mise a urlare: "Laggiù rolla! Laggiù rolla!"

Gesù, che balena! Era Moby Dick.

«"Moby Dick!" esclamò Don Sebastian. "Ma per San Domenico, signor marinaio, da quando in qua si

battezzano le balene? Chi è questo Moby Dick?"

«Un mostro bianchissimo, famoso, micidialissimo e immortale, Don Sebastian: ma sarebbe una storia troppo

lunga.

«"Come, come?" E tutti i giovani spagnoli fecero cerchio.

«No, signori, no, no! Non posso raccontarla adesso. Lasciatemi respirare, signori miei.

«"La chicha, la chicha!" gridò Don Pedro. "Il nostro robusto amico ha l'aria di svenire: riempitegli il

bicchiere!"

«Non vi disturbate, signori: un attimo, e vado avanti. Dunque, signori, scorgendo così improvvisamente quella

balena di neve a cinquanta iarde dalla nave, il marinaio di Teneriffa aveva scordato il patto e d'istinto, senza volerlo,

aveva segnalato il mostro con un urlo, sebbene da un po' di tempo i tre torvi uomini di vedetta lo avessero avvistato

chiaramente. Successe uno scompiglio. "La balena bianca! La balena bianca!" urlavano il capitano, gli ufficiali e i

ramponieri, che incuranti della sua fama terribile non vedevano l'ora di catturare un pesce così famigerato e prezioso;

mentre l'equipaggio testardo sbirciava di traverso, bestemmiando, la tremenda belena di quella gran massa di latte che

colpita di piatto dallo sfolgorìo del sole scintillava e cangiava come un'opale viva nei mare azzurro del mattino. Signori,

una strana fatalità pervade tutto questo succedersi di avvenimenti, come se davvero fosse stato predisposto prima ancora

che il mondo venisse ideato. L'ammutinato era l'uomo di prua del primo ufficiale, e una volta agganciata la balena, era

suo compito sedergli accanto mentre Radney stava in piedi a prua con la lancia, e ritirare o allentare la lenza secondo gli

ordini. Per giunta, quando le quattro lance furono ammainate, quella del primo passò in testa, e nessuno urlava più forte

dalla gioia di Steelkilt mentre dava sotto col remo. Dopo una gran vogata il loro ramponiere agganciò, e Radney, lancia

in mano, balzò sulla prua. Pare fosse sempre indiavolato, in una lancia. E ora sotto il bavaglio sbraitava agli uomini di

approdarlo in cima alla gobba del pesce. E ben volentieri il prodiere lo spingeva avanti dentro la spuma accecante che

mescolava assieme due bianchezze; finché di colpo la lancia urtò, come contro uno scoglio sottacqua, e rovesciandosi.101

sbalzò l'ufficiale che stava all'impiedi. Nel momento in cui quello piombava sul dorso viscido della balena, la barca si

drizzò e fu spinta via dall'ondata, mentre Radney era sbattuto in acqua dall'altra parte della bestia. Cominciò a nuotare

tra la schiuma, e per un attimo lo videro sì e no attraverso quel velo, che cercava disperatamente di sottrarsi all'occhio di

Moby Dick. Ma la balena si torse e s'avventò con un improvviso vortice, afferrò il nuotatore tra le mandibole, e

impennandosi alta con lui, si rituffò di testa e scomparve.

«Intanto, al primo urto della chiglia, quello dei laghi aveva dato lenza per ricadere indietro fuori del risucchio;

guardando calmo seguiva i suoi pensieri. Ma un improvviso e tremendo strattone all'ingiù della barca portò

fulmineamente il suo coltello sul cavo. Tagliò, e la balena fu libera. Più lontano Moby Dick riemerse, con qualche

brandello della camicia rossa di Radney impigliato tra i denti che lo avevano distrutto. Tutte e quattro le lance ripresero

la caccia; ma la balena sfuggì loro e finalmente sparì del tutto.

«Il Town-Ho riuscì a raggiungere un porto in tempo. Un luogo selvaggio e solitario, senza gente civile. Qui,

capeggiati dall'uomo dei laghi, tutti tranne cinque o sei degli uomini del castello disertarono tra le palme come avevano

deciso; e alla fine si seppe che avevano preso agli indigeni una larga doppia canoa da guerra e avevano fatto vela per

qualche altro scalo.

«Con la ciurma ridotta a un pugno d'uomini, il capitano si rivolse agli isolani perché lo aiutassero nel faticoso

lavoro di carenare la nave per turare la falla. Ma quel piccolo gruppo di bianchi fu costretto di giorno e di notte a una

tale continua vigilanza sui loro pericolosi alleati, e così spossante fu il lavoro che dovettero fare, che quando il legno fu

di nuovo pronto a prendere il mare, gli uomini erano in tale stato di debolezza che il capitano non osò salpare con loro

in un bastimento così pesante. Consigliatosi con gli ufficiali, ancorò la nave quanto più lontano dalla riva era possibile,

caricò i suoi due cannoni, li piazzò a prua, ammucchiò i suoi fucili sul casseretto, e avvertendo gli indigeni di non

avvicinarsi, a loro rischio, alla nave, prese un uomo con sé e attrezzata la vela della lancia migliore governò col vento in

poppa verso Tahiti, a cinquecento miglia di distanza, per trovare rinforzi all'equipaggio.

«Al quarto giorno di navigazione avvistarono una grossa canoa che pareva accostata a una bassa isola di

coralli. Manovrarono per evitarla, ma il legno selvaggio si buttò alla caccia, e presto la voce di Steelkilt gli gridò di

mettersi in panna, o lo avrebbe speronato. Il capitano tirò fuori una pistola. Con un piede su ognuna delle prue delle sue

due canoe da guerra accoppiate, quello dei laghi gli rise in faccia, assicurandogli che se appena faceva scattare il

grilletto l'avrebbe seppellito tra bolle e schiuma.

«"Che vuoi da me?" gridò il capitano.

«"Dove andate? E a far che?" domandò Steelkilt. "Niente bugie."

«"Vado a Tahiti a cercare uomini."

«"Benissimo. Fatemi salire un momento: vengo in pace." E così dicendo saltò dalla canoa e nuotò fino alla

lancia. Arrampicatosi sul capo di banda, si trovò faccia a faccia col capitano.

«"Incrociate le braccia, signore. Alzate la testa. E ora ripetete con me. Appena Steelkilt va via, giuro di t irare la

lancia a secco in quell'isola e di restarci sei giorni. Se no mi colpisca un fulmine!»

«"Ottimo scolaro!" rise l'uomo dei laghi. "Adios, Señor!" e saltando in acqua tornò a nuoto tra i suoi.

«Sorvegliata la lancia finché fu ben tirata a secco fino alle radici degli alberi di cocco, Steelkilt tornò a fare

vela e a tempo debito arrivò alla sua destinazione, Tahiti. Qui la fortuna lo aiutò: due navi stavano per salpare per la

Francia, e provvidenzialmente avevano appunto bisogno del numero di uomini che il marinaio capeggiava.

S'imbarcarono, e così ebbero definitivamente la meglio sul loro ex-capitano, caso mai avesse avuto l'intenzione di

ripagarli per vie legali.

«Circa dieci giorni dopo che le navi francesi salparono, arrivò la lancia, e il capitano fu costretto ad arruolare

alcuni dei tahitiani più civili che avevano qualche esperienza di mare. Noleggiata una piccola goletta locale, tornò con

loro alla sua nave, e trovato tutto in ordine riprese la sua crociera.

«Dove sia ora Steelkilt, signori, non si sa; ma nell'isola di Nantucket, la vedova di Radney spera ancora che il

mare si decida a renderle il suo morto; e vede ancora in sogno l'orrenda balena bianca che lo distrusse.

* * *

«"Avete finito?" disse Don Sebastian quietamente.

«Sì.

«"Allora vi prego, ditemi se pensate sul serio che questa storia, in sostanza, sia proprio vera. È così

stupefacente! L'avete saputa da una fonte incontestabile? Scusatemi se ho l'aria di insistere."

«"E scusate anche tutti noi, signor marinaio: ci uniamo tutti alla preghiera di Don Sebastian," gridò la

compagnia con straordinario interesse.

«Signori, c'è una copia dei Santi Vangeli nella Locanda d'Oro?

«"No," disse Don Sebastian. "Ma conosco un degno sacerdote qui accanto, che ce ne farà avere una subito. Ci

vado. Ma ci avete riflettuto? Può diventare una cosa seria."

«Volete essere tanto gentile da portare anche il prete, Don Sebastian?

«Allora uno del gruppo disse a un compagno: "Va bene che a Lima non si fanno più Auto-da-Fè, ma temo che

il nostro amico marinaio avrà noie con l'arcivescovado. Togliamoci dal chiaro di luna. Questa faccenda mi pare inutile."

«Scusatemi se vi corro dietro, Don Sebastian; ma vorrei anche pregarvi di procurare i Vangeli più grossi che si

trovano.

* * *.102

«"Ecco il sacerdote, ha portato i Vangeli," disse gravemente Don Sebastian, tornando con una figura alta e

solenne.

«Permettete che mi tolga il cappello. Ora, reverendo, venite più alla luce, e reggete questo Sacro Libro davanti

a me, in modo che lo possa toccare.

«Così mi aiuti il Cielo, e sul mio onore, signori, la storia che vi ho raccontato, nella sostanza e nelle sue grandi

linee, è vera. So che è vera, ed è accaduta su questa terra. Sono stato sulla nave, ho conosciuto l'equipaggio, ho visto

Steelkilt e gli ho parlato dopo la morte di Radney.»

LV • DELLE FIGURAZIONI MOSTRUOSE DELLE BALENE

Vi dipingerò tra poco, quanto meglio si può senza una tela, qualcosa di simile al vero aspetto della balena come

appare nella realtà all'occhio del baleniere, quando se ne sta ormeggiata di persona lungo il fianco della nave, in modo

che le si possa facilmente calare addosso. Può quindi valere la pena, intanto, di occuparsi di quei suoi curiosi ritratti

immaginari che ancora oggi sfidano fiduciosi la fede della gente di terra. È ora di correggere il mondo in questa

faccenda, dimostrando che tutte queste figurazioni della balena sono sbagliate.

Può darsi che la prima fonte di tutti questi inganni pittorici si trovi fra le più antiche sculture indù, egiziane e

greche. Perché sempre, da quei tempi inventivi e privi di scrupoli, quando sui pannelli di marmo dei templi, sui

piedestalli delle statue, e su scudi, medaglioni, tazze e monete il delfino era raffigurato con un'armatura a scaglie come

il Saladino e con l'elmetto in testa come San Giorgio, sempre da allora ha prevalso una certa simile licenza, non solo

nelle pitture più popolari della balena, ma anche in molte sue presentazioni scientifiche.

Ora, molto probabilmente, il più antico ritratto esistente che in qualche maniera intenda rappresentare una

balena si trova nella famosa caverna-pagoda di Elefanta, in India. I bramini sostengono che nel numero quasi infinito di

sculture di quell'antichissima pagoda furono raffigurati, anche secoli prima che si scoprissero nella realtà, tutti i mestieri

e i lavori e ogni concepibile occupazione dell'uomo. Nessuna meraviglia allora che la nostra nobile professione

balenesca vi sia stata adombrata in qualche modo. La surriferita balena indù si trova in uno scomparto separato del

muro, che rappresenta l'incarnazione di Visnù in forma di leviatano, conosciuta dai dotti come il Matse Avatar. Ma

sebbene questa scultura è mezzo uomo e mezza balena, in modo da darci di quest'ultima soltanto la coda, ebbene anche

questa piccola parte è tutta sbagliata. Somiglia di più alla coda affusolata di un anaconda, piuttosto che alle maestose

pinne a larghe palme della vera balena.

Ma andate nelle gallerie d'arte antica e guardate ora il ritratto di questo pesce fatto da un grande pittore

cristiano: non ci riesce meglio dell'antidiluviano Indù. È il quadro di Guido con Perseo che salva Andromeda dal mostro

marino o balena. Dove l'ha pescato, Guido, il modello di un animale così bislacco? E neanche Hogarth migliorò di un

briciolo quando rappresentò lo stesso episodio nel suo «Perseo in discesa». L'enorme corpulenza di quel mostro

hogarthiano ondeggia alla superficie, pescando sì e no un pollice d'acqua. Sulla schiena ha una specie di baldacchino, e

la sua zannuta bocca spalancata in cui si riversano le ondate si potrebbe prendere per la Porta dei Traditori, che conduce

per via d'acqua dal Tamigi alla Torre. Poi ci sono le balene nel Prodromo del vecchio scozzese Sibbald, e la balena di

Giona come è disegnata nelle stampe delle vecchie Bibbie e nelle incisioni dei vecchi libri di preghiere. Che ne

possiamo dire? Quanto alla balena del legatore di libri, avviticchiata come un tralcio attorno al fuso di un'ancora

calante, com'è stampata e dorata sui dorsi e sui frontespizi di tanti libri vecchi e nuovi, questa è una creatura molto

pittoresca ma puramente fantastica, imitata credo dalle figure simili sui vasi antichi. Benché universalmente ritenuto un

delfino, io dico nondimeno che questo pesce da legatori è un tentativo di balena, perché balena voleva essere quando il

segno fu inventato. E lo inventò un vecchio editore italiano attorno al secolo XV, durante il Rinascimento degli Studi; e

a quei tempi, e anche più in qua fino a un periodo relativamente vicino, si supponeva volgarmente che i delfini fossero

una sottospecie del Leviatano.

Nelle vignette e negli altri ornamenti di qualche vecchio libro si trovano a volte curiosissimi conati di balene,

in cui ogni razza di sfiatate, getti d'acqua, sorgenti calde e fredde, Saratoga e Baden-Baden schizzano gorgogliando da

quei cervelli inesausti. Sul frontespizio dell'edizione originale del Progresso delle Scienze troverete alcune balene

curiose.

Ma lasciando tutti questi tentativi non professionali, diamo un'occhiata a quelle pitture del leviatano che

pretendono di essere disegni serii e scientifici a opera di gente che sa. Nella nota collezione di viaggi di Harris ci sono

alcune tavole di balene tratte da un libro olandese di viaggi, dell'A.D. 1671, intitolato Un viaggio allo Spitzbergen a

caccia di balene sulla nave Giona nella Balena, capitano Peter Peterson frisio. In una di queste tavole le balene, come

grandi zattere di tronchi, sono raffigurate immobili tra isole di ghiaccio, con orsi bianchi che corrono sulle loro vive

schiene. In un'altra tavola vien fatto l'errore incredibile di rappresentare la balena con le pinne della coda perpendicolari.

C'è poi un imponente in-quarto, scritto da un certo Colnett, Capitano di Lungo Corso nella marina inglese,

intitolato Un viaggio oltre il Capo Horn nei Mari del Sud allo scopo di sviluppare la caccia al capodoglio. In questo

libro c'è uno schizzo che vorrebbe essere la «figura di un Fisitere o Balena Spermaceti, copiata su scala da un esemplare

ucciso lungo la costa del Messico, nell'agosto 1793, e issato in coperta». Non dubito che il capitano fece fare questa

figura verace a beneficio dei suoi marinai. Per dirne solo una, osserverò che la bestia ha un occhio che applicato,.103

secondo la scala lì acclusa, a un animale adulto, gli darebbe per occhio un balcone di quasi cinque piedi. Ah, mio bravo

capitano, perché non ci avete messo Giona che si affaccia a quell'occhio?

Né vanno esenti da simili atroci abbagli le compilazioni più coscienziose di storia naturale indirizzate ai

giovani e innocenti. Guardate quell'opera popolare che è La natura animata di Goldsmith. Nell'edizione londinese

ridotta del 1807 ci sono tavole che rappresenterebbero «una balena» e «un narvalo». Non vorrei sembrare ruvido, ma

questa brutta balena somiglia di più a una troia con le zampe mozze; e quanto al narvalo, basta un'occhiata per chiedersi

stupiti come mai in questo secolo diciannovesimo un tale ippogrifo possa ancora venir gabellato per genuino a

qualunque pubblico di scolari intelligenti.

Poi, nel 1825, Bernard Germain conte di Lacépède, grande naturalista, pubblicò in volume un sistema

scientifico di cetologia, e nel volume ci sono parecchi disegni delle varie specie di Leviatano. Non solo sono tutti

incorretti, ma quello del Mysticetus o balena di Groenlandia (cioè a dire la balena franca), persino Scoresby, che di

questa specie aveva lunga esperienza, dichiara che non ha riscontro in natura.

Ma la posa del mazzo finale su questo covonaccio di spropositi era riservata a Federico Cuvier, scientifico

fratello del famoso barone. Nel 1836 egli pubblicò una Storia Naturale delle Balene, in cui presenta ciò che secondo lui

è una figura di capodoglio. Prima di mostrare questa figura a qualsiasi nantuckettese, fareste bene ad assicurarvi una

rapida ritirata da Nantucket. In breve, il capodoglio di Federico Cuvier non è un capodoglio ma un melopopone.

D'accordo, l'autore non ebbe mai il vantaggio di fare un viaggio a balene (ai tipi come lui capita di rado), ma dove

diavolo ha pescato quella figura? Forse nella stessa maniera in cui il suo predecessore scientifico nello stesso campo,

Desmarest, ottenne uno dei suoi più genuini aborti, e cioè da un disegno cinese. E che mattacchioni siano questi cinesi

quando hanno una matita in mano, ce lo dicono molte buffe tazze coi relativi piattini.

Quanto alle balene dei pittori di insegne che si vedono pendere per le strade sui negozi dei commercianti d'olio,

cosa ne possiamo dire? Sono generalmente balene alla Riccardo III, con gobbe da dromedari e terribilmente feroci;

fanno colazione con tre o quattro torte alla marinara, cioè con tante lance piene di marinai, e le loro deformità vanno

sbattendo in mari di sangue e di blu di Prussia.

Ma questi errori molteplici nel dipingere la balena non possono meravigliarci gran ché, dopo tutto. Pensate! La

maggior parte dei disegni scientifici è stata fatta sull'animale arenato, e quindi è venuta fedele come il disegno di un

relitto di bastimento sfondato che volesse raffigurare correttamente la stessa nobile creatura in tutto il suo vergine

orgoglio d'alberatura e di scafo. Sebbene elefanti abbiano posato per un ritratto a tutto busto, la balena viva finora non è

mai venuta a galla abbastanza per farsi effigiare. La balena viva in tutto il suo maestoso aspetto può vedersi solo al

largo, in acque profondissime; quando viene a galla, il suo immenso corpo è nascosto, come una corazzata dopo il varo;

e fuori di quell'elemento, sarà eternamente impossibile all'uomo issarla di peso nell'aria, in modo da preservare tutte le

sue potenti curve e ondulazioni. E per non parlare della differenza estremamente presumibile di contorni tra una

giovane balena lattante e un Leviatano adulto e platonico, anche nel caso che una di quelle giovani balene lattanti venga

issata sul ponte di una nave, tale è allora la sua strana, anguillesca, flessuosa forma cangiante, che neanche il diavolo

potrebbe fissarne l'espressione precisa.

Ma si potrebbe immaginare che dallo scheletro nudo della balena arenata sia possibile trarre indizi esatti della

sua vera forma. Niente affatto. È una delle cose più bizzarre di questo Leviatano: il suo scheletro ci dà ben poco l'idea

della sua forma complessiva. Sebbene lo scheletro di Jeremy Bentham, appeso come candelabro nella biblioteca di uno

dei suoi esecutori testamentari, ci dà esattamente l'idea di un vecchio signore utilitario dalla grossa fronte, con tutte le

altre maggiori caratteristiche personali del Jeremy, nulla di simile si può dedurre dalle ossa articolate di un leviatano. In

effetti, come dice il grande Hunter, il mero scheletro della balena ha con la bestia rivestita e imbottita lo stesso rapporto

che l'insetto con la crisalide così paffutella che l'avvolge. Questa peculiarità si mostra in modo impressionante nella

testa, come verrà incidentalmente dimostrato in qualche punto di questo libro. E si rivela anche assai curiosamente nella

pinna laterale, le cui ossa corrispondono quasi esattamente alle ossa della nostra mano, togliendo solo il pollice. Questa

pinna ha quattro dita ossee regolari, l'indice, il medio, l'anulare e il mignolo. Ma sono tutti racchiusi in permanenza

nella loro coltre di carne, come le dita umane in qualche copertura artificiale. «Per quanto male, a volte, la balena ci

tratti,» disse una volta quello spiritoso di Stubb, «non si può certo dire che non ci tratta coi guanti.»

Per tutte queste ragioni, allora, e da qualsiasi punto di vista si guardi, bisogna per forza concludere che il gran

Leviatano è l'unica creatura al mondo che dovrà restare senza ritratto sino all'ultimo. Certo, un ritratto può dare nel

segno più di un altro, ma nessuno potrà mai fare centro esattamente. E così non c'è al mondo maniera di scoprire a che

cosa somigli veramente la balena. E il solo modo di avere almeno una qualche ragionevole idea del suo profilo vivo è di

andare personalmente a caccia di balene. Ma così facendo si corre non poco rischio di essere da lei sfondati e affondati

in eterno. Per cui mi pare meglio non essere troppo esigenti nel desiderio di conoscere questo Leviatano.

LVI • DELLE FIGURAZIONI MENO ERRONEE DELLE BALENE E DELLE VERE PITTURE DI SCENE

DI CACCIA

A proposito delle figurazioni mostruose delle balene, sento ora una forte tentazione di parlarvi di quelle loro

trattazioni ancora più mostruose che si trovano in certi tomi antichi e moderni, specialmente in Plinio, Purchas,

Hackluyt, Harris, Cuvier e così via. Ma lasciamo perdere..104

Conosco solo quattro pubblicazioni sul Gran Capodoglio: Colnett, Huggins, Federico Cuvier e Beale. Nel

capitolo precedente ho accennato a Colnett e Cuvier. Il libro di Huggins è molto migliore, ma quello di Beale è di gran

lunga il più perfetto. Tutti i disegni che Beale dà della balena sono buoni, tranne la figura di mezzo nella vignetta delle

tre balene in varie posizioni che è in testa al secondo capitolo. Il frontespizio, con barche che attaccano capodogli,

sebbene inteso indubbiamente a suscitare lo scetticismo garbato di qualche salottiero, è ammirevolmente corretto e

naturale nel suo insieme. Qualcuno dei disegni di capodogli nel libro di J. Ross Browne è abbastanza corretto di profilo,

ma tutti sono incisi malamente. Ma questo non è colpa sua.

Della balena franca, i migliori profili si trovano in Scoresby; ma sono in scala troppo ridotta per dare un'idea

soddisfacente.

Di scene di caccia ce n'è solo una, e questa è un'insufficienza grave, perché è solo da illustrazioni come queste,

quando siano ben fatte, che si può ricavare una qualche idea verace della balena viva come appare ai suoi cacciatori

veri.

Ma tutto considerato, le più belle, se non le più esatte in qualche dettaglio, figure di balene e scene di caccia

che si possano trovare sono due grandi incisioni francesi, bene eseguite e tratte da quadri di un certo Garnery.

Rappresentano rispettivamente un attacco al capodoglio e uno alla balena franca. Nella prima incisione un nobile

capodoglio è dipinto nella piena maestà della sua forza, nell'atto che emerge sotto la lancia dalle profondità dell'oceano,

e leva alto nell'aria sul dorso un rovinìo terribile di tavole spaccate. La prua della lancia è in parte intatta, ed è disegnata

proprio in equilibrio sulla spina del mostro; e ritto su quella prua, per quell'unico incommensurabile baleno, si vede un

rematore mezzo avvolto nella sfiatata furiosa e bollente del pesce, e nell'atto di saltare come da un precipizio. Il

movimento di tutta la scena è meraviglioso e vero. La tinozza della lenza semivuota galleggia sul mare bianco di spuma,

gli astili di legno dei ramponi caduti in acqua vi affiorano di sbieco, e le teste dell'equipaggio che nuota sono sparse

attorno alla balena in espressioni contrastanti di terrore; mentre dal nero sfondo burrascoso la nave cala sulla scena. Si

potrebbe trovare qualche serio sbaglio nei particolari anatomici di questa balena, ma lasciamo stare, visto che sul mio

onore non saprei disegnarne una così bene.

Nella seconda incisione la barca è nell'atto di accostarsi al fianco cirripedato di una grossa balena franca in

corsa, che rolla nell'acqua la sua algosa massa nera come qualche rupe muschiosa franata dalle scogliere di Patagonia.

Gli spruzzi sono dritti, densi, neri come fuliggine: da un fumo così abbondante nella ciminiera si direbbe che una cena

coi fiocchi è in cottura nelle gran budella lì sotto. Uccelli di mare vanno beccando i granchiolini, i crostacei e tutti gli

altri dolciumi e maccheroni di mare che la balena porta a volte sul dorso pestifero. E intanto il mostro dalle grosse

labbra si avventa nell'oceano, lasciandosi nella scia tonnellate di vorticosa bianca saponata, e facendo sbattere la lancia

leggera sulle ondate come una scialuppa colta vicino alle ruote di un transatlantico. Così, il primo piano è tutto un

furibondo tumulto; ma dietro, con un contrasto artistico ammirevole, ci sono la vetrosa distesa di un mare in bonaccia,

le vele flosce penzolanti sulla nave impotente, e la massa inerte di una balena morta, una fortezza espugnata con il

segnale di cattura che pende pigro dal palo infisso nello sfiatatoio.

Chi sia o sia stato questo pittore Garnery non lo so. Ma, sulla mia vita, o aveva rapporti di prima mano col suo

tema o fu mirabilmente istruito da qualche baleniere di vaglia. Ci vogliono i francesi per dipingere un'azione. Andate a

guardare tutti i quadri d'Europa, e dove la trovate una tale galleria di movimento che viva e respiri sulla tela, come in

quel salone trionfale di Versailles dove il visitatore deve aprirsi la strada a forza e caoticamente attraverso le grandi

battaglie della storia di Francia, dove ogni spada pare un lampo di aurora boreale, e re e imperatori in arme si succedono

balenando come una carica di centauri coronati? Queste battagliere marine di Garnery non sono del tutto indegne di

trovare posto in quella galleria.

L'attitudine naturale dei francesi a cogliere il lato pittoresco delle cose sembra mostrarsi particolarmente in

quei quadri e in quelle incisioni di scene della loro pesca alla balena. Con meno di un decimo dell'esperienza inglese

nella baleneria e della millesima parte di quella americana, essi hanno tuttavia fornito alle due nazioni i soli schizzi

completi che riescano a rendere lo spirito genuino della caccia. Pare che per lo più i disegnatori inglesi e americani di

balene si accontentino di presentare il meccanismo delle cose, come il contorno vuoto della balena; il che, per quanto

riguarda il pittoresco dell'effetto, equivale su per giù a tracciare il profilo di una piramide. Perfino Scoresby, il

cacciatore della franca tanto giustamente famoso, dopo averci dato un tutto-busto stecchito della balena di Groenlandia

e tre o quattro delicate miniature di narvali e di focene, ci ammannisce una serie di classiche incisioni di alighieri,

trincianti e ancorotti; e con la minuzia microscopica di un Leuwenhoeck sottopone all'esame di un pubblico intirizzito

novantasei fac-simili di cristalli di neve artica ingranditi. Non che io voglia affatto screditare l'ottimo viaggiatore (onoro

un simile veterano), ma in un campo così importante fu certo una trascuratezza non avere procurato per ogni cristallo

una testimonianza giurata davanti a un giudice di pace groenlandese.

Oltre a quelle belle incisioni del Garnery, ci sono due altre stampe francesi degne di nota, opera di qualcuno

che si firma «H. Durand». Una di esse, benché non precisamente adatta al nostro attuale scopo, merita tuttavia di essere

ricordata per altri motivi. È una quieta scena meridiana tra le isole del Pacifico; una baleniera francese, all'ancora sotto

la costa in una bonaccia, si fornisce pigramente d'acqua; le vele rilassate del legno e le lunghe foglie dei palmizi nello

sfondo pendono insieme nell'aria senza vento. L'effetto è molto bello, se si considera che la scena ci presenta gli

intrepidi cacciatori in uno dei loro rari momenti di orientale riposo. L'altra stampa è cosa del tutto diversa: la nave in

panna al largo, e proprio nel cuore della vita leviatanica, con una balena franca alle murate; il vascello, in fase di

squartamento, attraccato al mostro come a una banchina; e una lancia che s'allontana in fretta da quella scena di attività,

per dare la caccia a balene in lontananza. I ramponi e le lance sono lì in posizione d'uso, tre rematori stanno piantando.105

l'albero nel suo buco, e a un improvviso colpo d'onda il piccolo legno si solleva semieretto sull'acqua come un cavallo

che s'impenna. Dalla nave, il fumo del supplizio della balena che bolle sale come il fumo sopra un villaggio di fucine. E

a sopravvento una nuvola nera, sorgendo con promesse di piogge e di bufere, sembra accelerare l'attività eccitata dei

marinai.

LVII • DELLE BALENE IN PITTURE, IN DENTI, IN LEGNO, IN FOGLI DI FERRO, IN PIETRA, IN

MONTAGNE E IN STELLE

A Londra, sulla collina della Torre, scendendo verso i docks, potete avere visto un mendicante sciancato (o

scroccone, come dicono i marinai) che si tiene davanti una tavola dipinta, che rappresenta la tragica scena in cui

perdette la gamba. Ci sono tre balene e tre lance; e una delle lance (che si suppone contenga l'arto mancante in tutta la

sua originaria integrità) sta per essere stritolata dalle fauci della prima balena. A tutte le ore, mi dicono, da dieci anni in

qua, quell'uomo ha sorretto quel quadro e mostrato il troncone a un mondo incredulo. Ma ora è venuto il momento di

riconoscerlo onesto. In ogni caso, le sue tre balene valgono bene quelle pubblicate a Wapping, e il suo troncone è

altrettanto indiscutibile di tutti quelli reperibili nelle plaghe dell'Ovest. Ma benché sempre montato su quel podio, il

nostro povero baleniere non fa mai un comizio. Con occhi bassi sta a contemplare malinconico la propria amputazione.

Per tutto il Pacifico, e anche a Nantucket, a New Bedford e a Sag Harbor, vi capita d'imbattervi in schizzi

vivaci di balene e di scene di caccia, incise dai cacciatori stessi sui denti del capodoglio, o su femminei corsetti ricavati

dai fanoni della franca, o su altri simili pezzi di skrimshander, come i marinai chiamano quei vari piccoli oggetti

ingegnosi che essi intagliano laboriosamente nel materiale grezzo durante le ore di ozio oceanico. Alcuni di loro

posseggono scatolette di arnesi che paiono strumenti da dentista e sono specificamente fatti per la produzione di

skrimshander. Ma in genere si arrabattano solo con i coltelli a serramanico; e con questo strumento quasi onnipotente

del marinaio vi scodellano davanti tutto ciò che volete in fatto di fantasia marinara.

Un lungo esilio dalla cristianità e dalla civiltà riporta inevitabilmente un uomo a quella condizione in cui Dio

lo mise, cioè a quello che è chiamato stato selvaggio. Un vero cacciatore di balene è altrettanto selvaggio di un irochese.

Io stesso sono un selvaggio, fedele a nessuno tranne che al Re dei Cannibali, e pronto ogni momento a ribellarmi contro

di lui.

Ora una delle caratteristiche peculiari del selvaggio nelle sue ore domestiche è la meravigliosa pazienza della

sua laboriosità. Un'antica clava da guerra delle Hawai, o una pagaia a lancia, nella molteplicità ed elaboratezza di tutti i

suoi intagli, è un trofeo della perseveranza umana altrettanto grande di un lessico latino. Perché quel miracoloso intrico

di trame incise nel legno è stato fatto con solo un pezzetto di conchiglia rotta o con un dente di pescecane, ed è costato

lunghi anni di costante applicazione.

Come per il selvaggio hawaiano, così per il selvaggio-marinaio bianco. Con la stessa meravigliosa pazienza e

con lo stesso unico dente di pescecane del suo unico povero coltello, vi intaglierà un pezzo di scultura ossea non

altrettanto abile, ma altrettanto fitta nel suo disegno labirintico, che lo scudo di quel selvaggio greco, Achille; e piena di

spirito e di fascino barbarici come le stampe di quello straordinario antico selvaggio olandese, Albert Dürer.

Balene di legno, o balene ritagliate in profilo nelle schegge nere del nobile legno di guerra dei Mari del Sud,

s'incontrano spesso nei castelli di prua delle baleniere americane. Certune sono fatte con molta accuratezza.

In qualche vecchia casa di campagna di quelle col tetto a timpani potrete vedere balene di bronzo appese per la

coda come battenti alla porta di strada. Quando il portinaio è assonnacchiato, allora sì che ci vorrebbe una balena a testa

d'incudine. Ma queste balene battenti sono di rado notevoli come riproduzioni fedeli. Sulle guglie di certe chiese

antiquate potrete vedere balene di ferro messe lì come banderuole: ma sono così in alto e così efficacemente etichettate

di «Non toccare», che non si possono esaminare abbastanza da vicino per decidere sui loro meriti.

In certi angoli della terra ossuti e costolosi, dove ai piedi di alti e spezzati dirupi giacciono massi rocciosi

sparsi sulla pianura in raggruppamenti fantastici, spesso capita di scoprire figure simili a balene pietrificate mezze

tuffate nell'erba, che nei giorni di vento le assale come una risacca di verdi frangenti.

E ancora, nei paesi di montagna dove il viandante è circondato di continuo da anfiteatri di vette, qua e là da

qualche buon punto di vista potrete cogliere fuggitive apparizioni di profili di balene che si stagliano lungo le creste

ondulate. Ma bisogna essere un perfetto baleniere per vederle, e non solo, ma se desiderate di rivedere quello spettacolo,

bisogna badare a prendere senza errore l'esatta latitudine e longitudine della posizione di partenza, altrimenti, tanto

casuali sono simili osservazioni montane, che il punto preciso dove stavate prima richiederebbe una faticosa scoperta;

come le isole Salomone che ancora restano incognite, benché una volta calcate dal merlettato Mendanna e descritte dal

vecchio Figuera.

Né, quando il vostro soggetto vi esalta e vi dilata, potete fare a meno di avvistare grandi balene nei cieli stellati

e lance che le inseguono; come quando, piene a lungo di pensieri di guerra, le nazioni dell'Est videro armate avvinte in

battaglia tra le nuvole. Così nel Nord io ho cacciato il Leviatano tutt'intorno al Polo, con le rivoluzioni dei punti lucenti

che dapprima me lo avevano delineato. E sotto i fulgidi cieli antartici ho abbordato la Nave Argo, e mi sono unito alla

caccia dello stellato Cetus, molto al di là di dove possono mai spingersi Hydrus e il Pesce Volante..106

Con le ancore di una fregata per bitte da briglie e fasci di arpioni come speroni, potessi inforcare quella balena

e balzare ai cieli più alti, per vedere se i favoleggiati paradisi con tutte le loro infinite tende si stendono davvero lassù,

accampati al di fuori del mio sguardo umano!

LVIII • BRIT

Puntando a nord-est dalle Crozetts incontrammo vasti prati di brit, quella sostanza gialla e minuta di cui si

nutre abbondantemente la balena franca. Per leghe e leghe ci ondulò attorno, di modo che ci pareva di navigare per

campi sconfinati di grano maturo, dorato.

Il secondo giorno avvistammo parecchie balene franche. Al sicuro da attacchi da parte di una baleniera da

capodogli come il Pequod, nuotavano indolenti a fauci aperte in mezzo al brit; questo, aderendo alle fibre frangiate della

mirabile veneziana di quelle bocche, era in tal modo separato dall'acqua che veniva espulsa alle labbra.

Come mietitori mattutini, che a fianco a fianco avanzano lente e sconvolgenti le falci nell'erba lunga e bagnata

di prati acquitrinosi, questi mostri nuotavano facendo un rumore strano, erboso, maciullante; e si lasciavano dietro

infinite strisce di azzurro su quel mare giallo.

Ma era solo il rumore che facevano tagliando il brit che ricordava in qualche modo i mietitori. Vedute dalle

teste d'albero, specie quando si fermavano e restavano per un po' immobili, le loro grandi forme nere avevano più che

altro l'aspetto di ammassi inanimati di roccia. E come nelle grandi zone di caccia dell'India lo straniero a volte incontra

a distanza elefanti coricati sulle pianure senza neanche riconoscerli, prendendoli per rialzi nudi e anneriti del terreno,

così capita spesso a chi osserva per la prima volta questo tipo di leviatani del mare. E anche quando alla fine si

riconoscono, la loro grandezza enorme rende difficile credere davvero che simili masse corpulente di materia

abnormemente sviluppata possano essere impregnate, in tutte le loro parti, dello stesso genere di vita che anima un cane

o un cavallo.

In realtà anche per altri motivi quasi non si riesce a considerare una creatura dell'abisso con gli stessi

sentimenti che ci ispirano le creature di terra. Perché, sebbene qualche vecchio naturalista ha sostenuto che tutte le

creature della terra hanno equivalenti in mare, e benché prendendo le cose all'ingrosso ciò possa anche esser vero,

quando poi veniamo ai casi specifici dove mai, a esempio, l'oceano ci offre un pesce che corrisponda per disposizione

alla dolcezza sagace del cane? C'è solo quel dannato pescecane che in qualche aspetto generico presenta con l'altro una

relativa analogia. Ma benché, in genere, la gente di terra abbia sempre considerato gli indigeni del mare con sentimenti

di straordinaria antipatia e ripulsione; benché noi sappiamo che il mare è un'eterna terra incognita, sicché Colombo

viaggiò su infiniti mondi sconosciuti per scoprire a occidente quel suo unico mondo a galla; benché, senza confronto, i

più tremendi di tutti i disastri umani da tempo immemorabile e indiscriminatamente siano capitati a diecine e centinaia

di migliaia di quelli che si sono messi in mare; benché un solo momento di riflessione ci farà capire che per quanto

l'uomo bambino si vanti della sua scienza e abilità e per quanto in un futuro promettente questa scienza e abilità possano

crescere, pure, per sempre, fino allo squillo del Giudizio, il mare lo affonderà e lo assassinerà e ridurrà in polvere la

fregata più maestosa e robusta che possa costruire; nonostante tutto, per il continuo ripetersi di queste stesse

impressioni, l'uomo ha perduto quel senso della piena terribilità del mare che questo aveva alle origini.

La prima barca di cui leggiamo galleggiò su un oceano che con vendetta degna di un portoghese aveva

sommerso tutto un mondo, senza lasciare viva neanche una vedova. Quello stesso oceano continua ancora a rollare;

quello stesso oceano ha distrutto le navi naufragate l'anno scorso. Sicuro, sciocchi mortali, il diluvio di Noè non si è

ancora abbassato; esso copre ancora due terzi della dolce terra.

In che differiscono il mare e la terra, che un miracolo sull'una non sia un miracolo sull'altro? Paure

soprannaturali discesero sugli Ebrei, quando sotto i piedi di Core e dei suoi seguaci la viva terra si aprì e li inghiottì per

sempre, eppure oggi non un sole tramonta che il vivo mare non inghiotta esattamente alla stessa maniera navi e ciurme.

Ma non solo il mare è un tale nemico dell'uomo, che dopo tutto gli è estraneo, esso è anche un demonio per le

sue stesse creature, peggiore di quel persiano che assassinò i suoi ospiti, perché non risparmia la prole che esso stesso

ha figliato. Come una tigre selvaggia che rivoltolandosi nella giungla soffoca i suoi stessi piccoli, il mare scaglia contro

le rocce anche le più forti balene, e le lascia lì, fianco a fianco coi relitti frantumati di navi. Nessuna misericordia,

nessuna legge tranne la sua propria lo controllano. Ansando e sbuffando come un cavallo da guerra impazzito che ha

perduto il suo cavaliere, l'oceano senza padrone straripa per il globo.

Considerate l'astuzia del mare: come le sue creature più temute vanno scivolando sott'acqua, quasi del tutto

invisibili, e nascoste perfidamente sotto le più amabili tinte d'azzurro. Considerate anche lo splendore e la bellezza

diabolici di tante delle sue tribù più feroci, come le forme aggraziate ed eleganti di molte specie di squali. Considerate

ancora il cannibalismo universale del mare, in cui tutte le creature si predano a vicenda conducendo un'eterna guerra fin

dall'inizio del mondo.

Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa terra verde, gentile e tanto docile. Considerateli tutti e due, il

mare e la terra, e non scoprite una strana analogia con qualche cosa in voi stessi? Perché come quest'oceano spaventoso

circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo c'è un'insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata

da tutti gli orrori di questa semisconosciuta vita. Vi protegga Iddio! Non vi spingete al largo da quell'isola; potreste non

tornare più..107

LIX • LA PIOVRA

Avanzando a rilento tra i prati di brit il Pequod continuava sempre a puntare a nord-est verso l'isola di Giava;

un soffio gentile spingeva la chiglia, e nella serenità circostante i suoi tre alberi affusolati ondeggiavano appena appena

a quel soffio languido, come tre molli palme in una pianura. E sempre, ad ampi intervalli nelle notti d'argento,

vedevamo lo spruzzo solitario che ci allettava.

Ma una mattina azzurra e trasparente, mentre un'immobilità quasi sovrannaturale si stendeva sull'acqua senza

accompagnarsi ad alcuna stagnante bonaccia, e la brunita radura di sole che si stendeva per lungo sul mare pareva un

dito d'oro posatovi sopra per traverso che ingiungesse qualche segreto; mentre le onde felpate correvano via leggere

sussurrando assieme, in questo profondo zittirsi della sfera visibile uno strano spettro fu avvistato da Daggoo che era in

cima all'albero maestro.

In distanza, una gran massa bianca affiorò pigra, e alzandosi sempre di più e districandosi dall'azzurro, alla fine

scintillò davanti alla nostra prua come una valanga di neve calata fresca dai monti. Smagliò così per un attimo, e con la

stessa lentezza assaccò e affondò. Poi si alzò di nuovo e balenò in silenzio. Non pareva una balena; eppure, pensò

Daggoo, che sia Moby Dick? Di nuovo il fantasma affondò, ma quando ricomparve il negro urlò, con un grido come

una pugnalata che svegliò ogni uomo dal suo torpore: «Là, là di nuovo! Laggiù salta! Dritto a prua! La balena bianca, la

balena bianca!»

Al che i marinai si precipitarono alle varee, come al tempo dello sciame le api corrono ai rami. A capo nudo

nel sole scottante, Achab apparve sul bompresso, e con una mano stesa lunga all'indietro, pronta a segnalare i suoi

ordini al timoniere, gettò l'occhio avido nella direzione che gli indicava, dall'alto, il braccio steso e fermo di Daggoo.

Sarà stato, forse, che l'apparizione ricorrente di quell'unico zampillo quieto e solitario aveva a poco a poco

influito su Achab, sicché adesso era disposto a connettere l'idea di dolcezza e di quiete col primo mostrarsi di quella

balena particolare che inseguiva; fose fu questo, o forse fu la sua ansia a tradirlo; ma appena percepì distintamente la

massa bianca, subito, con rapidità nervosa, ordinò di ammainare.

Le quattro lance furono presto in acqua: quella di Achab era in testa, e tutte vogavano svelte verso la preda.

Dopo un poco, sparì, e mentre coi remi alzati aspettavamo che tornasse a mostrarsi, ecco che si risollevò lenta nel punto

stesso dove era affondata. Quasi dimentichi, per un poco, di Moby Dick, restammo a fissare il fenomeno più

stupefacente che i mari misteriosi abbiano finora mostrato all'umanità. Una vasta massa polposa, lunga e larga centinaia

di metri, di uno smagliante colore cremoso, giaceva fluttuando sull'acqua. Innumerevoli lunghe braccia si irradiavano

dal suo centro, e si torcevano e si arricciavano come un nido di anaconda, come volessero afferrare alla cieca qualsiasi

oggetto che sfortunatamente si trovasse alla loro portata. Non aveva faccia o fronte visibili, né segno immaginabile di

sensazioni o di istinti; ma ondeggiava là sui flutti, un'ombra di vita informe, come venuta a caso e non di questa terra.

Mentre con un basso rumore di risucchio la cosa tornava a scomparire a poco a poco, Starbuck, fissando

sempre le acque agitate dove si era immersa, gridò con voce scalmanata: «Quasi preferivo vedere Moby Dick e

attaccarlo, piuttosto che te, spettro bianco!»

«Che cos'era, signore?» disse Flask.

«La grande piovra. Sono poche le baleniere che l'hanno vista, dicono, e sono tornate in porto a raccontarlo.»

Ma Achab non disse niente. Voltò la barca e veleggiò fino al bastimento. Gli altri lo seguirono in silenzio.

Quali che siano le superstizioni che il baleniere connette con la vista di quella cosa, certo è che capita assai

raramente di vederla, e ciò ha contribuito molto a darle un alone misterioso. La si vede così di rado che, benché tutti

quanti la dichiarino la creatura più grande dell'oceano, pochissimi hanno più che una vaghissima.idea della sua vera

natura e forma; eppure credono che essa fornisca allo spermaceti il suo unico cibo. Perché altre specie di balene trovano

il cibo a galla e l'uomo le può vedere mentre mangiano, ma il capodoglio trova il suo cibo chi sa dove, sott'acqua; ed è

solo per congettura che uno può dire in che cosa, precisamente, consista quel nutrimento. A volte, quando è inseguito da

vicino, il capodoglio vomita ciò che si ritiene siano i tentacoli mozzi della piovra; e alcuni di essi, venuti così in luce,

superano i venti o trenta piedi di lunghezza. Si è supposto che il mostro a cui appartengono questi tentacoli si aggrappi

di solito con essi al fondo dell'oceano, e che il capodoglio, diversamente dalle altre balene, sia fornito di denti appunto

per assalirlo e sbranarlo.

Pare ci sia qualche fondamento per credere che il grande Kraken del Vescovo Pontoppidan possa in fondo non

essere che la piovra. Il modo come il vescovo lo descrive, dicendo che emerge e riaffonda di continuo, con qualche altro

dettaglio della narrazione, in tutto questo i due corrispondono. Ma quanto alla massa incredibile che il vescovo gli

assegna, bisogna calare di parecchio.

Alcuni naturalisti che hanno sentito parlare vagamente della creatura misteriosa di cui parliamo, la includono

nella classe delle seppie; e a questa classe in realtà sembrerebbe appartenere per certi suoi caratteri esteriori, ma solo

come il gigante della tribù.

LX • LA LENZA.108

Con riferimento alla scena di caccia che descriverò tra poco, e anche per poter capire meglio tutte le scene

simili presentate in altri punti, debbo parlare qui della magica e qualche volta orribile lenza da balene.

La lenza usata dapprima in questo genere di pesca era della migliore canapa, leggermente verniciata di catrame

ma senza impregnarla come si fa coi cavi comuni. Difatti il catrame, usato secondo il solito, rende la canapa più duttile

in mano al cordaio, e anzi rende lo stesso cavo più maneggevole al marinaio per gli usi comuni di bordo. Però

l'applicazione ordinaria di catrame renderebbe la lenza da balene troppo rigida per lo stretto adugliamento cui deve

essere sottoposta; e del resto, come la maggior parte dei marinai comincia a imparare, di solito il catrame non aumenta

affatto la resistenza e la durata del cavo, anche se lo rende ben compatto e lucido.

Negli ultimi anni, nella baleneria americana la corda di Manilla ha sostituito quasi del tutto la canapa come

materiale da lenza; non dura quanto la canapa, ma è più forte e molto più soffice ed elastica; e debbo aggiungere, visto

che c'è un'estetica in tutto, che è molto più bella della canapa e più intonata alla barca. La canapa è un compare scuro e

tetro, una specie d'indiano; ma la manilla pare una circassa dai capelli d'oro.

La lenza da balene ha uno spessore di appena due terzi di pollice. A prima vista non la credereste resistente

com'è in effetti. Si è provato che ognuna delle sue cinquantuno filacce può reggere un peso di centoventi libbre; sicché

l'intero cavo sopporterà uno sforzo pari quasi a tre tonnellate. Come lunghezza, la comune lenza da capodogli misura

poco più di duecento tese. Viene adugliata a spirale nel mastello a poppa della lancia, non però come il serpentino di un

alambicco, ma in modo da formare una massa rotonda a forma di caciocavallo di «fasci» o strati di spirali concentriche

ben calcati, senza alcun vuoto tranne il «cuore» o piccolo tubo verticale che si forma nell'asse della forma di cacio.

Siccome il minimo imbroglio o nodo nel rotolo strapperebbe via inevitabilmente nello scorrere il braccio o la gamba o

l'intero corpo di qualcuno, si usa la massima cautela nello stipare la lenza nel suo mastello. Ci sono ramponieri che in

quel lavoro ci mettono quasi un'intera mattinata, portando sù arriva la lenza e poi facendola arrivare alla tinozza

attraverso un bozzello, in modo da evitare ogni possibile piega o nodo nell'arrotolamento.

Nelle lance inglesi usano due mastelli invece di uno: la stessa lenza viene arrotolata di seguito in tutti e due. In

questo c'è qualche vantaggio, perché queste tinozze gemelle sono piccole e si adattano meglio nella barca, senza

sforzarla troppo; mentre il mastello americano, che ha quasi tre piedi di diametro e un altezza proporzionata, fa un

carico piuttosto voluminoso per un galleggiante le cui tavole hanno solo mezzo pollice di spessore. Il fondo della lancia

è come del ghiaccio pericoloso, che può reggere un peso considerevole se ben distribuito, ma sostiene pochissimo peso

accentrato. Quando la coperta di tela dipinta è piazzata sulla tinozza americana, la barca sembra salpare con una enorme

torta nuziale da offrire alle balene.

Tutte e due le cime della lenza sono a vista; la punta inferiore termina in una gassa o anello che viene sù dal

fondo lungo il fianco della tinozza e pende completamente libera sul suo orlo. Questa disposizione della punta inferiore

è necessaria per due ragioni. Primo: per facilitare l'aggiunta di una lenza addizionale da una barca vicina qualora il

pesce colpito scendesse tanto a fondo da minacciare di portarsi via tutta la prima lenza attaccata all'arpione.

Naturalmente in questi casi la balena viene, per così dire, passata da una barca all'altra come un boccale di birra, benché

la prima lancia stia sempre a ronzare lì accanto per dare una mano alla compagna. Secondo: questa disposizione è

indispensabile per ragioni di sicurezza comune, perché se la punta inferiore fosse in qualche modo attaccata alla lancia e

la balena svolgesse quasi d'un fulmine, in una boccata di fumo come fa certe volte, tutta la lenza fino in fondo, le cose

certo non finirebbero qui: la povera lancia sarebbe indubbiamente trascinata dietro al pesce giù negli abissi, e in questo

caso non c'è banditore che la potrebbe ritrovare.

Prima di ammainare per la caccia, l'estremità superiore della lenza viene portata a poppavia della tinozza, e

datale volta attorno al ceppo che si trova in quel punto, viene riportata in avanti per tutta la lunghezza della barca, in

modo da posare attraverso il giglione o impugnatura del remo di ciascuno, sicché batte contro il polso nella vogata.

Passa insomma tra i rematori che si alternano seduti ai capi opposti di banda, fino ai passacavi o scanalature foderate di

ferro all'estrema punta aguzza della barca, dove una caviglia o stecco di legno, grosso come una comune penna, le

impedisce di saltar fuori. Dal passacavo penzola un po' come un festoncino su un lato esterno della prua, e poi è

riportata a bordo dove nella cassetta di prua ne vengono arrotolate dieci o venti tese, che si chiamano lenza di cassetta.

Dopodichè riparte verso il capo di banda a poppa, e viene quindi attaccata alla sagola, che è il cavo agganciato

direttamente al rampone; ma prima di questo attacco la sagola è ravvolta con vari trucchetti che sarebbe troppo noioso

dettagliare.

Così la lenza avvolge tutta quanta la barca nelle sue spire complicate, che si attorcigliano e le serpeggiano

intorno quasi in ogni direzione. Tutti i rematori sono coinvolti nelle sue pericolose contorsioni, tanto che all'occhio

timido dell'uomo di terra somigliano a dei giocolieri indiani dalle cui membra spenzolano allegramente i serpenti più

micidiali. E nessun figlio di donna può sedersi per la prima volta tra quei grovigli di canapa, e pensare mentre arranca

disperato al remo che in qualsiasi momento inatteso, senza che lui ne sappia niente, il rampone può venire scagliato e

tutti quegli orribili contorcimenti scattare in gioco come un'istallazione di fulmini, nessuno può stare in mezzo a tutto

ciò senza un brivido che gli fa tremare fino il midollo delle ossa come una gelatina sballottolata. Eppure quella strana

cosa che è l'abitudine, cos'è che non può fare l'abitudine? Alla vostra tavola di mogano non avete mai sentito battute più

allegre, gaiezza più gaia, barzellette più spiritose e battibecchi più frizzanti di quelli che si sentono sul mezzo pollice di

cedro bianco della lancia baleniera, mentre ve ne state così, appesi a cappi da boia; e come i sei borghesi di Calais

davanti a Re Eduardo, i sei uomini della ciurma vogano dentro le fauci della morte, ognuno, per così dire, col suo

cappio al collo..109

Credo che ora vi basti appena un momento di riflessione per spiegarvi quelle ripetute sciagure della caccia, che

raramente e a caso si sentono ricordare, in cui questo o quel marinaio viene trascinato dalla lenza fuori bordo e perduto.

Perché quando scatta la lenza, stare seduti in barca è come starsene seduti in mezzo al caos di sibili di una macchina a

vapore in pieno funzionamento, quando ogni biella volante, ogni albero e ogni ruota vi sfiorano la pelle. Anzi è peggio:

perché non è possibile stare seduti immobili in mezzo a questi rischi, visto che la barca va dondolando come una culla e

vi sbatacchia da un lato e dall'altro senza il minimo preavviso. Solo con una certa automaticità di riflessi e con una

simultaneità di volere e azione si può evitare la fine di Mazeppa, di essere trascinati dove neanche il sole stesso che

vede tutto vi può scovare più.

Inoltre, come la calma profonda e apparente che precede e preannunzia la tempesta è forse più spaventosa della

tempesta stessa, perché in realtà essa è solo l'involucro e la busta della bufera, e la contiene in sé come il fucile

apparentemente innocuo contiene fatalmente polvere, palla e scoppio; così il riposo aggraziato della lenza, quando

serpeggia zitta zitta fra i rematori prima di venire messa effettivamente in azione, è una cosa che contiene più terrore,

veramente, di qualsiasi altro lato di questa pericolosa faccenda. Ma perché aggiungere altro? Tutti gli uomini sono

avvolti in lenze da balene. Tutti sono nati col cappio al collo; ma è solo quando sono presi nella stretta improvvisa e

fulminea della morte che si rendono conto dei pericoli muti, sottili, onnipresenti della vita. E se siete davvero filosofi,

anche sedendo in una lancia baleniera non vi sentirete in cuore un briciolo di paura in più di quando ve ne state seduti,

la sera, davanti al vostro fuoco, e avete accanto non un rampone ma un attizzatoio.

LXI • STUBB AMMAZZA UNA BALENA

Se a Starbuck l'apparizione della piovra sembrò un presagio di malaugurio, a Queequeg parve tutt'altro.

«Quando vedo lui polpo,» disse il selvaggio affilando il rampone a prua della sua barca sospesa alla gru,

«presto vedo lui capodoglio.»

Il giorno dopo fu straordinariamente calmo e afoso. Non avendo niente di speciale da fare, gli uomini del

Pequod resistevano a fatica alla forza del sonno che produceva un mare così vuoto. Quella parte dell'Oceano Indiano

che attraversavamo non è difatti ciò che i balenieri chiamano una zona animata; vi si vedono cioè meno delfini, porci di

mare, pesci volanti o altri vivaci abitatori di acque più emozionanti come le aree al largo del Rio de la Plata o la zona

costiera del Perù.

Era il mio turno di vedetta alla testa di trinchetto, e appoggiato di spalle alle sartiole di controvelaccino, tutte

allentate, dondolavo pigramente avanti e indietro in quella che pareva un'aria magica. Nessuna forza di volontà poteva

resisterle; perdendo coscienza in quell'umore sognante, alla fine l'anima mi uscì di corpo, anche se il corpo continuò a

dondolare, come un pendolo molto dopo che è venuta meno la forza che gli diede l'avvio.

Prima che l'incoscienza mi invadesse del tutto, avevo notato che i marinai alle teste di maestra e di mezzana già

sonnecchiavano. Sicché alla fine penzolammo tutti e tre dall'alberatura, e a ogni oscillazione che facevamo rispondeva

un picchio di testa del timoniere che sonnecchiava laggiù. Anche le onde dondolavano nel sonno le loro creste indolenti,

e per tutto l'ampio sopore del mare l'oriente chinava la testa all'occidente, e il sole su tutti quanti.

All'improvviso, mi sembrò che sotto le palpebre chiuse mi scoppiassero delle bollicine. Le mie mani si

aggrapparono alle sartie come morse. Qualche potere invisibile e benefico mi salvò: con un sussulto tornai alla vita. Ed

ecco, a poca distanza a sottovento, nemmeno a quaranta tese, un capodoglio gigantesco andava rollando nell'acqua

come lo scafo capovolto di una fregata, col vasto dorso lucido di un bel colore moro che scintillava come uno specchio

ai raggi del sole. E mentre fluttuava così pigra nel trogolo del mare, e di tanto in tanto, tranquilla, sfiatava il suo

zampillo di vapori, la balena somigliava a un solenne borghese che si fa una pipata in un pomeriggio caldo. Quella

pipata, povera balena, fu l'ultima. Come toccati dalla bacchetta di un mago, di colpo la nave sonnolenta e ognuno che vi

dormiva si svegliarono in pieno, e da ogni parte più di una ventina di voci urlarono il grido ben noto, allo stesso istante

in cui le tre urla vennero dall'alto, mentre lento e regolare il gran pesce sfiatava nell'aria il suo spruzzo di sale

scintillante.

«Disimpegna le lance! Orza!» gridò Achab. E obbedendo al suo stesso ordine, sbattè la barra sottovento prima

che il timoniere potesse mettere mano alle caviglie.

Il grido improvviso dell'equipaggio doveva avere allarmata la balena; e prima che le lance toccassero il pelo

dell'acqua, con una svolta maestosa essa nuotò via a sottovento, ma con tale sicura tranquillità, e increspando l'acqua

così poco nel nuotare, che Achab pensò, dopotutto, la balena poteva non essersi accorta di niente, e ordinò di non usare

neanche un remo e di non parlare se non bisbigliando. Così, seduti ai capi di banda delle lance come Indiani

dell'Ontario, avanzammo a forza di pagaie, visto che la bonaccia non ci permetteva di usare le vele silenziose. A un

tratto, mentre scivolavamo così all'inseguimento, il mostro sventagliò verticalmente la coda per quaranta piedi nell'aria,

e andò giù come una torre inghiottita.

«Laggiù coda!» si gridò, e subito Stubb tirò fuori un fiammifero e si accese la pipa, perché ora c'era un

momento di riposo. Quando il tempo del tuffo fu passato, la balena riemerse. Adesso era davanti alla barca di Stubb il

fumatore, e molto più vicina a essa che a tutte le altre barche: sicché Stubb contò sull'onore della cattura. Era ovvio,

ormai, che la balena si era finalmente accorta degli inseguitori. Ogni cauto silenzio dunque non serviva più a nulla..110

Gettammo le pagaie e mettemmo rumorosamente in azione i remi. E sempre tirando alla pipa, Stubb incitava con grida

la sua ciurma all'assalto.

Sicuro, nel pesce si era prodotto un gran mutamento. Tutto cosciente del pericolo, correva «a testa in fuori», e

la testa sporgeva obliqua dal pazzo fermento che faceva.

«Forza, forza ragazzi! Senza fretta. Prendetela tranquilli, ma forza! Spingete come tuoni, mi spiego!» gridava

Stubb sputacchiando fumo nel parlare. «Forza ora. Palata lunga e forte, Tashtego. Forza, Tash, figlio mio, bello mio,

forza tutti! Ma freddi, freddi come tanti cocomeri, ecco! Calmi, calmi, solo spingete come la morte e i diavoli

dell'inferno! Fate saltare i morti dalle fosse a testa in su, ragazzi! Nient'altro. Forza!

«Uhuu! Uahii!» strillava in risposta il Capo Allegro, alzando al cielo qualche antico grido di guerra, mentre

ogni rematore della lancia sforzata balzava involontariamente in avanti col solo tremendo colpo di guida che infieriva

l'avido indiano.

Ma ai suoi urli selvaggi rispondevano urli altrettanto selvaggi. «Kii-hii! Kii-hii!» urlava Daggoo piegandosi

avanti e indietro sul suo banco come una tigre che misuri la gabbia.

«Ka-la! Kuu-luu!» ululava Queequeg, come schioccando le labbra su un morso di bistecca di pesce. E così con

remi e urli le chiglie fendevano il mare. Intanto Stubb, che era sempre in testa, sempre incoraggiava i suoi uomini

all'attacco lanciando nel frattempo boccate su boccate di fumo. E quelli arrancavano, si sforzavano come disperati;

finché si udì il grido così atteso: «In piedi, Tashtego! Dáglielo!» E il rampone partì. «Tutto indietro!» I rematori

sciarono; nello stesso momento qualcosa sfilò caldo e fischiante sui polsi di ciascuno. Era la magica lenza. Un momento

prima Stubb, svelto, le aveva dato altre due volte attorno al ceppo; e da questo, per il vorticare sempre più rapido, si

levò un fumo azzurro di canapa e si mescolò alle spire che uscivano costanti dalla sua pipa. Prima di raggiungere il

ceppo e girarvi rapida attorno, la lenza passava a scorticapelle tra le due palme di Stubb, dalle quali nella confusione

erano cadute le fasce o riquadri di tela imbottita che a volte si portano in questi casi. Era come tenere per la lama la

spada a due tagli di un nemico, mentre quello si sforza intanto di strapparla alla vostra presa.

«Bagna la lenza! Bagna la lenza!» gridò Stubb al rematore di tinozza (quello seduto accanto al mastello).

L'uomo afferrò il berretto e cominciò a riempirlo d'acqua di mare. Si diedero altre volte alla lenza, che cominciò a

tenere. E ora la barca volava in mezzo all'acqua ribollente, come un pescecane tutto pinne. Stubb e Tashtego si

scambiarono i posti, da prua a poppa: un compito da far proprio traballare in mezzo a tante scosse e tanta agitazione.

Dalle vibrazioni della lenza, che scorreva lungo tutto il filo della lancia, e dal fatto che era divenuta più tesa di

una corda d'arpa, si sarebbe detto che il legno aveva due chiglie: una che tagliava il mare e l'altra l'aria, mentre la barca

sfrigolava simultaneamente tagliando i due elementi contrari. Una cascata incessante a prua, un continuo vortice

turbinoso nella scia; e al minimo movimento di dentro, anche solo di un mignolo, la barca tuffava in acqua con spasimo,

vibrando e scricchiolando, il suo capo di banda. Così volavano, ciascuno aggrappato al banco con tutta la sua forza per

evitare di essere scaraventato nella. schiuma; e l'alta figura di Tashtego si piegava quasi in due sul remo di governo, per

abbassare il proprio centro di gravità. Parve loro di attraversare, mentre si avventavano innanzi, interi Atlantici e

Pacifici, finché la balena rallentò un poco la fuga.

«Ricupera! Ricupera!» gridò Stubb al prodiere, e voltando la prua verso la balena, tutti cominciarono a

spingere verso di essa mentre ancora la barca ne veniva rimorchiata. E appena le furono a fianco, Stubb piantò fermo il

ginocchio nella rozza galloccia e cominciò a vibrare colpi su colpi alla bestia in fuga. Ai suoi comandi la lancia ora

rinculava fuori portata dalle contorsioni orribili della balena, ora si faceva sotto per un altro colpo.

E adesso fiotti rossi grondavano dai fianchi dell'animale come ruscelli da un colle. Il suo corpo tormentato non

si voltolava più nell'acqua ma nel sangue, che gorgogliava e ribolliva per centinaia di metri nella loro scia. Il sole basso

che danzava su questo stagno vermiglio nel mare ne gettava i riflessi su ogni faccia, e ciascuno vedeva l'altro

avvampato come un pellerossa. E nel frattempo getti su getti di fumo bianco erano lanciati nell'agonia dallo sfiatatoio

della balena, e violenti sbuffi su sbuffi dalla bocca dell'eccitato capobarca, mentre a ogni colpo ricuperava la sua lancia

storta per mezzo della lenza che vi era attaccata, la raddrizzava con pochi rapidi colpi contro il capo di banda, e la

ricacciava nella balena.

«Ala! Ala!» gridò ora al prodiere, mentre la balena esausta cominciava a fiaccarsi. «Ala! Sotto!» E la barca si

affiancò al pesce. Sporgendosi tutto dalla prua, Stubb cominciò ad agitare piano piano la lancia aguzza dentro la carne

della vittima, a lungo, menandola attorno con cura, come se cercasse cautamente di pescarvi qualche orologio d'oro che

la balena poteva avere inghiottito, e che egli temeva di rompere prima di riuscire ad agganciarlo. Quell'orologio d'oro

che cercava era la vita profonda del pesce. E di colpo la toccò: perché scattando dal suo torpore in quella cosa indicibile

che è detta il suo convulso, il mostro rotolò terribilmente nel suo sangue, si ravvolse come pazzo in una schiuma

impenetrabile e ribollente, sicché la barca fu di colpo sbalzata pericolosamente all'indietro, e faticò molto a liberarsi,

alla cieca, da quel crepuscolo frenetico, e uscire nell'aria chiara del giorno.

E ora, indebolendosi le convulsioni, ancora una volta vedemmo la balena che mareggiava da fianco a fianco,

dilatando e contraendo spasmodicamente lo sfiatatoio, col respiro secco e crepitante dell'agonia. Alla fine, fiotti su fiotti

di sangue rosso e grumoso, come feccia purpurea di vino rosso, schizzarono nell'aria atterrita, e ricadendo

sgocciolarono in mare lungo i suoi fianchi immobili. Il cuore le era scoppiato.

«È morta, signor Stubb,» disse Daggoo.

«Sì. Tutte e due le pipe si sono spente!» e cavandosi di bocca la sua, Stubb sparse le ceneri fredde sull'acqua, e

per un momento stette a guardare pensieroso il gran cadavere che aveva fatto..111

LXII • IL LANCIO

Una parola riguardo a un particolare dell'ultimo capitolo.

Secondo le abitudini immutabili della pesca alla balena, la lancia si stacca dalla nave col capobarca, quello che

finisce la balena, che fa temporaneamente da timoniere, mentre il ramponiere, o quello che aggancia la preda, voga al

remo prodiero detto remo del ramponiere. Ora ci vuole un braccio forte e nerboruto per piantare il primo ferro nel

pesce, perché spesso, in quello che si chiama un tiro lungo, il pesante attrezzo deve essere lanciato alla distanza di venti

o trenta piedi. Ma per quanto protratto ed estenuante l'inseguimento, il ramponiere è tenuto a vogare per tutto il tempo e

col massimo sforzo. Anzi ci si aspetta che dia agli altri un esempio di energia sovrumana, non solo remando in modo

incredibile, ma lanciando di continuo grida alte e intrepide. E cosa significhi continuare a gridare a squarciagola mentre

tutti gli altri muscoli vengono sforzati e mezzo slogati, cosa voglia dire lo sanno solo quelli che l'hanno provato. Io per

esempio non ci riesco, a schiamazzare a tutta forza e lavorare sfrenatamente nel medesimo tempo. In questo stato di

tensione e di sgolamento, dunque, con la schiena al pesce, tutt'a un colpo l'esausto ramponiere sente il grido che lo

incita: «In piedi e dàglièlo!» Allora deve lasciare il remo, assicurarlo, girare a metà su se stesso, afferrare il rampone dal

forcaccio, e con quel poco di forza che gli sarà rimasta ingegnarsi a piantarlo bene o male nella balena. Nessuna

meraviglia se, prendendo in blocco tutta la flotta baleniera, su cinquanta buone occasioni per un lancio neanche cinque

riescono. Nessuna meraviglia che tanti sfortunati ramponieri siano coperti d'improperi e degradati; che qualcuno di loro

finisca in realtà per farsi scoppiare in barca qualche vaso sanguigno, che certi cacciatori di capodogli stiano fuori

quattro anni per quattro botti, e che per molti armatori la caccia alla balena non sia che un passivo: perché è il

ramponiere che fa la caccia, e se gli si leva il fiato, non si può poi pretendere di trovarglielo dentro quando è più

necessario.

Ma c'è dell'altro: se il lancio riesce, allora al secondo momento critico, cioè quando la balena comincia la sua

corsa, il capobarca e il ramponiere si mettono tutti e due a correre da una punta all'altra del legno, mettendo in pericolo

immediato se stessi e gli altri. È allora infatti che si scambiano di posto, e il capobarca, che comanda il piccolo legno,

prende il posto che gli tocca a prua.

Ora, sostenga il contrario chi vuole, tutto questo è insieme stupido e inutile. Il capobarca dovrebbe stare a prua

dal principio alla fine, dovrebbe essere lui a vibrare rampone e lancia, e non si dovrebbe affatto pretendere che remi,

tranne in casi di emergenza ovvii a ogni pescatore. So che questo importerebbe alle volte qualche piccola perdita di

velocità nell'inseguimento. Ma una lunga esperienza su varie baleniere di più di una nazione mi ha convinto che nella

caccia, nella gran maggioranza dei fallimenti, decisamente la causa non è stata tanto la velocità della balena quanto,

piuttosto, la surriferita stanchezza del ramponiere.

Per assicurarsi la massima efficacia nel tiro, i ramponieri di questo mondo debbono scattare in piedi da uno

stato di ozio, e non da uno di fatica.

LXIII • IL FORCACCIO

Dal tronco nascono i rami, dai rami i ramoscelli. Così spuntano i capitoli quando il tema è fecondo.

Il forcaccio al quale ho alluso in una delle pagine precedenti merita una menzione a parte. È un bastone a

tacche di forma speciale, lungo circa due piedi, inserito verticalmente nel capo di banda a dritta, vicino alla prua, in

modo da formare un appoggio per l'estremità di legno del rampone, la cui altra cima, nuda e puntuta, sporge

obliquamente dalla prua. Così l'arma è subito alla portata del lanciatore, che l'afferra dal sostegno con la stessa velocità

di un pioniere che stacca il futile dal muro. Di solito, nel forcaccio stanno pronti due ramponi, chiamati rispettivamente

primo e secondo ferro.

Ma questi due ramponi, ciascuno per mezzo della sua sagola, sono uniti assieme alla lenza, e lo scopo è questo:

piantarli tutti e due, se possibile, l'uno subito dopo l'altro, nella stessa balena, di modo che se nel traino che segue l'uno

dovesse venire fuori, l'altro tenga sempre la presa. È un raddoppiare le probabilità. Ma molto spesso capita che a causa

della fuga istantanea, violenta e convulsa della balena appena riceve il primo ferro, diventa impossibile al ramponiere,

per quanto sia fulmineo nei suoi movimenti, piantarle in corpo il secondo. Però, visto che il secondo rampone è già

attaccato alla lenza e la lenza scorre, ne consegue che in ogni caso bisogna gettare quell'arma fuori bordo in tempo,

dove capiti e in qualsiasi modo; altrimenti tutti verrebbero coinvolti nel più terribile dei rischi. Perciò in questi casi si

butta il ferro in acqua: e le duglie d'avanzo della lenza di cassetta (ricordata in un capitolo precedente) rendono possibile

farlo, di solito, senza pericolo. Ma quest'azione critica non va sempre scompagnata dalle disgrazie più tristi e fatali.

Inoltre dovete sapere che quando il secondo ferro viene buttato fuori bordo, da quel momento diventa un

terrore vagante e affilato che va corvettando capricciosamente attorno alla lancia e alla balena, che imbroglia e taglia le

lenze e semina sconcerto da ogni lato. Né, di solito, è possibile ripescarlo se non quando la balena è presa e stecchita.

Pensate dunque a ciò che succede quando quattro barche danno addosso tutte assieme a qualche balena robusta,

vivace e astuta più del solito. Quando, a causa di quelle qualità e dei mille altri imprevisti che capitano in queste azioni

temerarie, otto o dieci di quei secondi ferri le vanno saltando attorno liberi e simultanei. Perché naturalmente ogni.112

lancia è munita di parecchi ramponi da ammanigliare alla lenza nel caso che il primo si perda in un lancio a vuoto. Tutti

questi dettagli li riferisco qui fedelmente, perché serviranno a chiarire parecchi passi assai importanti, e anche assai

intricati, nelle scene che descriverò in seguito.

LXIV • STUBB A CENA

La balena di Stubb era stata uccisa a qualche distanza dalla nave. C'era bonaccia. Perciò, facendo un traino di

tre barche, cominciammo il lento lavoro di rimorchiare il trofeo al Pequod. E ora, mentre noi diciotto con le nostre

trentasei braccia e centottanta tra pollici e altre dita sudavamo lenti lenti, ore su ore, su quel cadavere inerte e pigro nel

mare, e quasi pareva che quello non si muovesse affatto, se non a lunghi intervalli, avemmo in pieno la prova

dell'immensità della massa che tiravamo. Perché sul gran canale di Hang-Ho o come diavolo si chiama, in Cina, quattro

o cinque operai sul sentiero tirano una grossa giunca carica alla media di un miglio l'ora. Ma questo gran galeone che

rimorchiavamo avanzava appena, come fosse stipato di pani di piombo.

Scese il buio; ma tre luci, in alto e in basso sull'attrezzatura di maestro del Pequod, ci guidavano fioche; sinché

avvicinandoci di più vedemmo Achab che appendeva alla murata la prima di varie altre lanterne. Dette un attimo

un'occhiata vacante alla balena a galla, ci ordinò come al solito di assicurarla per la notte, poi passò la sua lanterna a un

marinaio, se ne andò giù in cabina e non riapparì che al mattino.

Nel dirigere la caccia di questa balena il capitano Achab aveva mostrato, diciamo così, la sua solita vivacità.

Ma ora che la bestia era morta, pareva che gli lavorasse dentro come una vaga insoddisfazione, o impazienza o forse

disperazione: come se la vista di quel corpo morto gli ricordasse che Moby Dick era ancora da uccidere, e anche se

mille altre balene fossero portate alla nave, tutto ciò non avrebbe avanzato di un dito il gran disegno che gli si era fissato

in testa. Un po' dopo, dai rumori sui ponti del Pequod si sarebbe detto che tutti si preparassero a gettare l'ancora in alto

mare: pesanti catene venivano trascinate in coperta e gettate fragorosamente dai portelli. Ma con quei tintinnanti

ormeggi non la nave, ma lo stesso cadavere doveva venire ancorato. Legata per la testa alla poppa e per la coda alla

prua, ora la balena giaceva col suo scafo nero accanto allo scafo della nave, e viste nel buio della notte che nascondeva

gli alberetti e le alte alberature, le due, nave e balena, parevano aggiogate assieme come vitelli colossali, l'uno seduto e

l'altro in piedi.

Se quel triste Achab se ne stava tutto quieto, almeno per quanto se ne poteva sapere sul ponte, il secondo

uffidale Stubb, eccitato dalla vittoria, tradiva un'irrequietezza insolita ma sempre bonaria. Era tanta questa sua inaudita

agitazione, che il posato Starbuck, suo superiore, gli rassegnò tacitamente, per il momento, tutta la direzione dei lavori.

Ben presto si precisò un piccolo curioso motivo che contribuiva a provocare tutta quella vivacità di Stubb. A Stubb

piaceva trattarsi bene; gli piaceva un po' troppo la balena, cibo gustosissimo per il suo palato.

«Una bistecca, una bistecca prima di andare a letto! Daggoo! Calati giù e tagliamene una dal piccolo!»

Bisogna sapere che questi feroci pescatori di solito non seguono la gran massima militaresca di far pagare al

nemico le spese della guerra (almeno prima di incassare i guadagni del viaggio); però, ogni tanto, si trova qualcuno di

questi nantuckettesi che ha una vera passione per quella specifica parte del capodoglio indicata da Stubb, che

comprende l'estremità affusolata del corpo.

Verso mezzanotte la bistecca fu tagliata e cotta; e alla luce di due lanterne d'olio di spermaceti Stubb attaccò

vigorosamente la sua cena di capodoglio sulla bitta dell'argano, come se quell'argano fosse una credenza. Né Stubb era

il solo a banchettare con carne di balena, quella notte. Mescolando i propri biascicamenti con le sue masticazioni,

migliaia e migliaia di pescicani si affollavano attorno al leviatano morto, e con grandi schiocchi di labbra facevano festa

sul suo grasso. I pochi che dormivano giù nelle cuccette erano spesso svegliati di soprassalto dai secchi schiaffi delle

code contro lo scafo, a pochi pollici dai loro cuori, Sporgendosi dalle murate, si poteva intravederli, come prima sentirli,

avvoltolarsi nelle acque nere e tetre, e rovesciarsi di schiena nello strappare grossi brani rotondi di carne, grandi come

una testa umana. Questa speciale abilità del pescecane pare quasi incredibile. Come possano riuscire a scavare bocconi

così simmetrici da una superficie in apparenza così inafferrabile, resta una parte del problema dell'universo. Il marchio

che così lasciano sulla balena somiglia più che altro al vuoto fatto dal falegname quando trapana per piantare una vite.

Si sa, in mezzo a tutto l'orrore fumante e alle diavolerie di una battaglia navale, si vedono i pescicani tenere

d'occhio avidamente i ponti delle navi, come cani affamati attorno a un tavolo dove si trincia carne rossa, pronti a

ingollare ogni morto ammazzato che gli si butti. E mentre gli intrepidi macellai sul tavolato si vanno tagliando

cannibalescamente a vicenda la carne viva con trincianti tutti dorati e infiocchettati, anche loro, i pescicani, con le loro

bocche incastonate di gioielli, si vanno azzuffando sotto il tavolo a scalcare carne morta. In fondo, a rovesciare tutta la

faccenda, su per giù è sempre la stessa storia, cioè una cosa da squali, p iuttosto repellente da ambo i lati. Si sa pure che i

pescicani sono gli immancabili lacchè di tutte le navi negriere che attraversano l'oceano, e ai cui fianchi essi trottano

sistematicamente, per essere alla mano nel caso ci sia da portare qualche pacco in qualche posto o da seppellire

decentemente uno schiavo morto; e potremmo ancora aggiungere qualche altro simile esempio riguardo ai modi, ai posti

e alle occasioni nei quali i pescicani si radunano più socievolmente e banchettano più festosi. Ma non si può

immaginare tempo e occasione migliori per trovarli in schiere più sterminate e in disposizione d'animo più allegra e

gioviale che attorno a una balena morta, ormeggiata di notte a una baleniera in alto mare. Se non avete mai visto quello.113

spettacolo, sospendete ogni vostra decisione sulla convenienza di rendere culto al diavolo e sul vantaggio di farselo

amico.

Ma per il momento Stubb non badava ai borbottii del banchetto che gli si svolgeva così da presso, più che i

pescicani non badassero allo schiocco delle sue labbra da epicureo.

«Cuoco, cuoco! Dove diavolo è il vecchio Caprone?» gridò finalmente, allargando di più le gambe come a farsi

una base più sicura per la cena, e vibrando nello stesso tempo la forchetta nel piatto come se desse un colpo di lancia.

«Cuoco, ehi cuoco! Naviga da questa parte, cuoco!»

Il vecchio negro, certo non molto contento di essere già stato costretto a saltare dalla sua tiepida branda a

un'ora tanto impossibile, arrivò arrancando dalla sua cambusa: come molti negri, aveva un po' rovinate le padelle dei

ginocchi, che non teneva così bene sgrassate come le altre sue padelle. Il vecchio Caprone, come lo chiamavano, arrivò

strascicando e zoppicando, aiutandosi nel passo con le molle, fatte rozzamente con cerchi di ferro raddrizzati. Avanzava

a fatica, il vecchio Ebano, e in obbedienza all'ordine venne a piantarsi dall'altro lato della credenza di Stubb. Poi unì le

due mani sul suo bastone a due gambe e curvò ancora di più la sua ricurva schiena, piegando nello stesso tempo la tes ta

da un lato, in modo da sfruttare il suo orecchio migliore.

«Cuoco,» disse Stubb, portando rapido alla bocca un pezzo di carne piuttosto rosseggiante, «non credi che

questa bistecca sia un po' troppo cotta? L'hai battuta troppo, cuoco: è troppo tenera. Non ti dico sempre che per essere

buona una bistecca di balena dev'essere duretta? Guarda quei pescicani lì fuori bordo: non lo vedi che la preferiscono

dura e al sangue? Che bordello che fanno! Va' a dirglielo, cuoco; digli che possono senz'altro servirsi civilmente e con

moderazione, ma debbono stare zitti. Per la miseria, non riesco neanche a sentire la mia voce. Avanti, cuoco, vaglielo a

dire. Qua, prendi la lanterna», e ne afferrò una dalla credenza. «Muoviti, fagli questa predica.»

Il vecchio Caprone prese torvamente la lanterna che gli si porgeva e zoppicò per il ponte fino alla murata; poi,

gettando luce sul mare in modo da avere un buon panorama del suo pubblico, brandì solennemente le molle con l'altra

mano e sporgendosi tutto dalla banda cominciò a rivolgersi agli squali biascicando, mentre Stubb gli scivolava dietro

pian piano per sentire cosa diceva.

«Compagni animali: mi viene ordinato di dirvi di smettere questo casino. Ci sentite? Mastro Stubb dice che

potete riempire le vostre pance fetenti fino alla botola, ma perdio bisogna finire questo casino!»

Qui intervenne Stubb: «Cuoco», e accompagnò la parola con una botta di sorpresa sulla spalla. «Cuoco! Possa

restare accecato, che bisogno hai di bestemmiare in quel modo quando predichi? Che modo è questo di convertire i

peccatori, cuoco!»

«Chi, io? Allora predica tu», e si voltò incupito per andarsene.

«Ma no, cuoco. Continua, continua pure.»

«Be' allora: compagni animali amatissimi...»

«Bravo!» approvò Stubb, «con le buone, prova con le buone.» E Caprone continuò:

«Pescicani siete, e morti di fame per natura. Ma vi dico, compagni, che questa fame lupigna... la volete

smettere con quelle code perdio! Non mi potete sentire, canchero, se continuate con tanti morsi e picchi.»

«Cuoco!» gridò Stubb prendendolo per il collo, «niente bestemmie. Parla da gentiluomo.»

E la predica procedette:

«La vostra fame lupigna, fratelli, non ve la rimprovero certo: è la natura, e natura non si cambia; ma un po' di

freno a questa natura diabolica, è questo che dico. Pescicani siete, non c'è dubbio. Ma se al pescecane di dentro ci

mettete una cavezza, perdio allora siete angeli; perché un angelo non è altro che un. pescecane ben controllato. Ora

sentite qua, fratelli, un pochino di educazione quando vi servite di balena. Non strappate quel grasso di bocca al

compagno, dico. Ognuno di voi pescicani ha uguale diritto a questa balena, no? Che anzi, perdio, nessuno ne avrebbe

diritto, visto che la balena appartiene a qualcun altro. Lo so che qualcuno di voi ha una boccaccia così, più grossa degli

altri; ma bocca grossa, alle volte, significa pancia piccola: sicché la bocca grossa non è fatta per ingollarsi, ma per

tagliare grasso a fette per i pescicani più piccoli, che non ce la fanno a cacciarsi sotto e servirsi in mezzo a questo

bordello.»

«Benone, vecchio Capro!» gridò Stubb, «questo si chiama cristianesimo! Va' avanti.»

«Inutile andare avanti: quei cani dannati continuano a pestarsi e fare cagnara, Mastro Stubb: non sentono una

parola. Inutile predicare a questi ghiottoni dannati, diciamo, finché non hanno riempito le pance, e quelle pance sono

sfondate; e quando le riempiono, neanche allora vi sentono, perché si tuffano nel mare e vanno subito a dormire sui

coralli, e non sentono più niente, mai più niente, per sempre.»

«Sull'anima mia, la penso quasi come te; dàgli la benedizione allora, Caprone, e io torno a cena.»

Caprone stese tutte e due le mani sulla marmaglia dei pesci, alzò la voce stridula e gridò;

«Dannati fratelli, ammazzatevi pure a vostro gradimento, riempite le pance schifose finchè scoppiano, e

crepate.»

«Ora, cuoco,» disse Stubb rimettendosi a cena all'argano, «mettiti lì dov'eri prima, lì avanti, e fammi bene

attenzione.»

«Tutto attenzione,» fece l'altro curvandosi sulle molle nella posizione voluta.

«Bene.» E Stubb si servì abbondantemente. «Torno ora al tema di questa bistecca. In primo luogo, quanti anni

hai, cuoco?»

«Che c'entra con la bistecca?» disse il vecchio negro, testardo.

«Silenzio! Quanti anni hai, cuoco?».114

«Una novantina, dicono,» brontolò cupo.

«E hai vissuto in questo mondo quasi cent'anni, cuoco, e ancora non sai cucinare una bistecca di balena?»

Dopo l'ultima parola ingoiò fulmineo un'altra boccata, sicché il boccone parve continuare la domanda. «Dove sei nato,

cuoco?»

«Dietro la botola del traghetto che traversa il Roanoke.»

«In un traghetto! Che buffo! Ma io voglio sapere in che paese sei nato, cuoco.»

«Te l'ho detto: Roanoke!» strillò l'altro.

«No, cuoco, non l'hai detto. Ma a questo volevo arrivare: devi tornartene al tuo paese e nascere un'altra volta,

visto che non sai ancora cucinare una bistecca di balena.»

«Possa crepare se ne cucino un'altra,» grugnì il cuoco rabbioso, e si voltò per andarsene.

«Torna indietro, cuoco. Qua, dammi le molle. Ora prendi questo pezzo di carne e dimmi se ti pare che questa

bistecca sia cotta a dovere. Prendila, dico», e gli avvicinava le molle: «prendi e assaggia.»

Per un momento il vecchio negro schioccò piano le labbra vizze sulla carne, poi brontolò: «Bistecca più buona,

mai assaggiato: succosa, molto succosa.»

«Cuoco,» disse Stubb tornando a servirsi, «appartieni a qualche chiesa?»

«Chiesa?» fece quello cupo, «una volta, a Capetown, passai davanti a una chiesa.»

«E tu passi una volta sola in vita tua davanti a una santa chiesa di Capetown, dove senza dubbio hai sentito un

santo parroco chiamare i suoi ascoltatori "miei amati fratelli", no, cuoco? e con tutto questo vieni qui a raccontarmi una

mostruosa menzogna come hai appena fatto, eh?» disse Stubb. «Dove credi che andrai a finire, cuoco?»

«Finirò presto a letto,» brontolò voltandosi a metà.

«Stai fermo! In panna! Voglio dire quando crepi, cuoco. Una domanda terribile. Che rispondi?»

«Quando questo vecchio negro muore,» disse il vecchio piano, cambiando tutta la sua aria e il suo contegno,

«lui da sé non andrà in nessun posto. Ma qualche angelo benedetto verrà a prenderlo.»

«A prenderlo? Come? In un tiro a quattro, come successe a Elia? E per portarlo dove?»

«Là sopra,» disse il negro sollevando dritte le molle sulla testa, e tenendovele con molta solennità.

«Insomma, quando crepi, pensi di salire in coffa, eh cuoco? Ma non lo sai che più alto sali e più freddo ci fa?

Sulla coffa di maestro, vero?»

«Non ho detto questo,» fece il negro, tetro di nuovo.

«Hai detto lassù, no? E ora guarda tu stesso dove puntano le tue molle. Ma forse t'immagini di salire in cielo

sgusciando per il buco del gatto, cuoco. Eh no! No, cuoco, non ci arrivi di sicuro se non per la via regolare, su per

l'attrezzatura. Brutto affare, ma necessario: non c'è altra strada. Comunque, finora in cielo non ci siamo, né tu né io.

Butta quelle molle, cuoco, e stai a sentire i miei ordini. Ci senti? Cappello in una mano e l'altra schiaffata sul cuore

quando io do ordini, cuoco! Come! Ce l'hai lì il cuore? Lì c'è lo stomacone, cuoco! Arriva, arriva! Ecco là, ora ci sei.

Tienila lì sopra e fai attenzione.»

«Attenzione,» fece il vecchio negro, tenendo le mani come l'altro voleva e torcendo invano il capo grigio,

come per mettere avanti tutt'e due le orecchie nello stesso tempo.

«Be' dunque, cuoco, come vedi, questa tua bistecca di balena era così cattiva che l'ho tolta di mezzo quanto più

presto ho potuto: lo hai visto, no? Bene: per il futuro, quando dovrai arrostire un'altra bistecca per la mia tavola

personale, questo argano qui, ti dico come devi fare per non rovinarla cuocendola troppo. Tieni la bistecca con una

mano, e con l'altra mostrale un carbone acceso; fatto questo la puoi servire, capito? E domani, cuoco, quando

squarteremo la balena, attento a trovarti a portata di mano per beccare le punte delle pinne e metterle in salamoia.

Quanto alle cime di coda bisogna marinarle, cuoco. Ora te ne puoi andare.»

Ma il negro si era appena allontanato di tre passi che fu richiamato.

«Cuoco, fammi le polpette domani a cena nel quarto di notte, siamo intesi? Ora fila pure. Eilà, ferma! Un

inchino prima di andare. E senza muoverti. Polpette di balena a colazione, non lo dimenticare.»

«Per Dio, potesse la balena mangiare lui, invece che lui la balena. Sull'anima mia, è più pescecane lui che

mastro pescecane stesso,» brontolava il vecchio zoppicandosene via. E con questa saggia riflessione se ne tornò alla

branda.

LXV • LA BALENA COME PIATTO

Che un essere umano si nutra della creatura che gli nutre la lampada, e come Stubb ne mangi, per così dire, alla

sua stessa luce, sembra tanto strano che bisogna entrare un po' nella storia e nella filosofia della cosa.

È documentato che tre secoli fa, in Francia, la lingua della balena era considerata un piatto assai raffinato, e

raggiungeva prezzi alti. E inoltre che ai tempi di Enrico VIII un certo cuoco di corte ottenne una bella ricompensa per

avere inventato una salsa squisita, da mangiarsi col porco marino allo spiedo: ricorderete che quella bestia è una specie

di balena. Di fatto, ancora oggi i porci di mare sono considerati una leccornia. La carne è preparata a polpette grosse più

o meno come palle da biliardo, e queste polpette ben condite e speziate si possono scambiare per polpette di tartaruga o

di vitella. Gli antichi monaci di Dunfermline ne erano molto golosi. Godevano di una grossa concessione di porci

marini da parte della Corona..115

La verità è che, almeno tra i suoi cacciatori, la balena sarebbe considerata da tutti un piatto finissimo se non ce

ne fosse tanta a disposizione; ma doversi sedere davanti a un pasticcio di carne lungo quasi cento piedi, vi porta via

l'appetito. Solo i più spregiudicati come Stubb mangiano oggi balene cotte; ma gli Eschimesi non sono tanto

schizzinosi. Sappiamo tutti che vivono di balene, e fanno ottimi raccolti di olio vecchio di balena di prima qualità.

Zogranda, uno dei loro dottori più famosi, raccomanda le fette di grasso per i bambini, come cibo straordinariamente

succoso e nutriente. E questo mi ricorda che certi inglesi, molto tempo fa, abbandonati per caso in Groenlandia da una

baleniera, vissero in realtà per parecchi mesi dei rimasugli ammuffiti di balene lasciati a secco dopo averne ricavato il

grasso. Tra i balenieri olandesi questi rimasugli sono chiamati «frittelle»; e davvero ci somigliano molto, perché sono

bruni e croccanti, e d'odore un po' come le ciambelle o bomboloni delle vecchie massaie di Amsterdam, quando sono

fresche. Hanno un aspetto così appetitoso, che il più ascetico dei visitatori si trattiene a stento dall'allungarvi le mani.

Ma ciò che svilisce ancora di più la balena come piatto civile è la sua eccessiva ricchezza di grasso. Essa è il

gran bue-modello del mare, troppo grasso per avere un sapore delicato. Guardatele la gobba, che sarebbe altrettanto

ghiotta di quella del bufalo (piatto raro) se non fosse una così compatta piramide di grasso. Ma lo spermaceti stesso,

com'è soffice e cremoso! Come la polpa bianca, trasparente e mezza gelatinosa di una noce di cocco al terzo mese di

maturazione, eppure troppo grasso per fornire un surrogato del burro. Tuttavia molti balenieri hanno l'abitudine di

impregnarne qualche altra sostanza e poi mangiarla. Nei lunghi quarti notturni alle raffinerie, è comune tra i marinai

inzuppare la galletta nelle grosse marmitte d'o lio e lasciarvela friggere un poco. Ho cenato egregiamente parecchie volte

in questa maniera.

Nel caso di un piccolo capodoglio, il cervello è considerato un buon piatto. Lo scrigno del cranio viene

spaccato con una accetta, ne vengono tratti i due lobi biancastri e molli (che somigliano perfettamente a due grossi

pasticci), vengono mescolati con farina, ed escono dalla cottura come una deliziosa poltiglia che ricorda un po', come

gusto, la testina di vitello, la quale tra certi epicurei passa per un piatto squisito; e tutti sanno che certi giovanottoni

epicurei, a forza di mangiare cervelli di vitello, finiscono per avere anch'essi un po' di cervello personale, tanto da

potere distinguere una testa di vitello dalla propria: il che richiede invero un discernimento non comune. È questo il

motivo per cui un giovane epicureo, messo davanti a una testa di vitello dall'aria intelligente, è in certo qual modo uno

degli spettacoli più malinconici che ci siano. La testa ha quasi l'aria di rimproverarlo, come volesse dirgli: «Et tu,

Brute!»

Ma forse non è solo per l'estrema untuosità della balena che i terricoli sembrano ritenerla un cibo ripugnante.

Questo fatto potrebbe derivare in certo senso dalla considerazione che ho riferita: che un uomo, cioè, debba mangiare

una creatura marina appena ammazzata, e debba mangiarla per giunta alla luce che essa stessa gli fa. Ma senza dubbio il

primo uomo che uccise un bue fu considerato un assassino; forse fu impiccato; e se fosse stato processato da buoi lo

sarebbe stato certamente; e certo se lo sarebbe meritato come un assassino qualunque. Andate al mercato delle carni la

sera di sabato e guardate le folle di bipedi vivi che stanno a fissare le lunghe file di quadrupedi morti. Non è uno

spettacolo da far cadere i denti a un cannibale? Cannibale? Chi non è un cannibale? Vi assicuro che se la caverà meglio

un figiano che abbia messo sotto sale in cantina un missionario magro, per far fronte al pericolo di una carestia; se la

caverà meglio quel previdente figiano, dico, nel giorno del giudizio, che non tu, ghiottone incivilito e illuminato che

inchiodi per terra le oche, e banchetti coi loro fegati gonfi nel tuo paté de fois gras.

Quanto a Stubb, egli mangia la balena alla luce del suo olio, no? E questo aggiunge le beffe al danno, vero?

Guarda lì il manico del tuo coltello, ghiottone incivilito e illuminato che stai pranzando col bue arrosto: di che cosa è

fatto quel manico? Di che cosa, se non delle ossa del fratello del bue stesso che stai mangiando? E con che cosa ti

stuzzichi i denti dopo avere divorato quell'oca grassa? Con una penna dello stesso volatile. E con che penna redige

ufficialmente le sue circolari il Segretario della Società per la Soppressione delle Crudeltà contro i Paperi? Solo da un

mese o due quella società ha votato una decisione di non raccomandare che penne d'acciaio.

LXVI • IL MASSACRO DEI PESCICANI

Nella pesca baleniera del Sud, quando un capodoglio catturato viene spinto alla nave a sera tarda, con un

lavoro lungo e faticoso, non si usa, almeno in genere, passare senz'altro al lavoro di squartamento. Perché quest'ultimo è

faticosissimo, impossibile a finirsi rapidamente, e richiede il concorso di tutti gli uomini. Quindi l'uso comune è di

imbrogliare tutte le vele, assicurare la barra sottovento e mandare gli uomini giù a dormire fino all'alba, purché si

tengano sempre i quarti alle ancore: e cioè l'equipaggio, a coppie, ogni ora a turno, deve salire in coperta e controllare

che tutto sia in ordine.

Ma a volte, specie in mezzo al Pacifico, sulla linea dell'equatore, questa tecnica non funziona affatto. Bande

così innumerevoli di pescicani si raccolgono attorno alla carcassa ormeggiata, che a lasciarla così per sei ore tutte di

fila, al mattino si troverebbe poco più che lo scheletro. In quasi tutte le altre parti dell'oceano, dove questi pesci sono

meno abbondanti, la loro voracità strepitosa può a volte venire frenata sensibilmente col rimescolarli vigorosamente con

le taglienti vanghe da balena; ma è un procedimento che in qualche caso sembra solo stimolarli a un'attività ancora più

frenetica. Comunque, coi pescicani del Pequod non andò così; sebbene non c'è dubbio che uno non abituato a spettacoli

del genere avrebbe potuto pensare, guardando fuori banda quella notte, che tutto l'ampio mare fosse un enorme

formaggio, e i pescicani i vermi che ci stavano dentro..116

Tuttavia quando Stubb, finita la cena, mise la guardia all'ancora, e di conseguenza Queequeg e uno del castello

vennero su in coperta, tra i pescicani si produsse non poca agitazione; perché i due marinai sospesero subito alla banda

le impalcature per squartare, abbassarono tre lanterne in modo che gettassero fasci di luce sul mare torbido e poi,

vibrando le lunghe lance da balena, cominciarono una strage incessante di squali, cacciando fino in fondo l'acciaio

affilato nei loro crani, che pare siano l'unica loro parte vitale. Ma nella ribollente confusione di quelle schiere che si

mescolavano e si dibattevano, non sempre i tiratori riuscivano a colpire nel segno; e questo rivelava altri aspetti della

ferocia incredibile dei loro nemici. Essi non solo azzannavano brutalmente i visceri sbudellati dei compagni, ma si

piegavano come archi flessibili e si mordevano i propri, finché gli intestini parevano inghiottiti e ringhiottiti dalla stessa

bocca per essere poi riversati dall'altro lato attraverso la ferita aperta. E non era tutto. Era pericoloso avere a che fare coi

cadaveri e gli spettri di quelle creature. Pareva che nascondessero nelle giunture e nelle ossa una specie di vitalità

generica o panteistica, dopo che se n'era andata ciò che potremmo chiamare la vita individuale. Ucciso e issato a bordo

per levargli la pelle, uno di questi pescicani per poco non portò via una mano al povero Queequeg, quando questi cercò

di chiudere il morto labbro di quella mascella assassina.

«A Queequeg non importa quale dio fece lui pescecane,» diceva il selvaggio, sbattendo su e giù la mano per il

dolore. «Dio delle Figi o dio di Nantucket, questo dio che fece il pescecane dev'essere un indiano maledetto.»

LXVII • SQUARTAMENTO

Era una notte di sabato, e quale domenica segui! Tutti i balenieri, ex-officio, professano la non santificazione

delle feste. L'eburneo Pequod si trasformò in qualcosa che pareva una beccheria, e ogni marinaio diventò un macellaio.

Si sarebbe detto che stavamo offrendo diecimila buoi rossi agli dei del mare.

In primo luogo, gli enormi paranchi di squarto, che tra altre parti pesanti comprendono un fascio di bozzelli,

dipinti generalmente di verde, che nessun uomo riuscirebbe mai ad alzare da solo, quest'enorme grappolo d'uva fu issato

alla coffa di maestro e legato strettamente alla testa dell'albero maggiore, che è il punto più robusto al di sopra della

coperta. L'estemità del cavo, spesso come una gomena, serpeggiante tra quei garbugli, fu poi tirata fino all'argano, e il

grande bozzello inferiore dei paranchi fu fatto penzolare sulla balena. A questo bozzello fu attaccato il gancione da

grasso, che pesa quasi cento libbre. E ora gli ufficiali Starbuck e Stubb, sospesi sulle impalcature lungo la murata e

armati di lunghe vanghe, cominciarono a scavare un buco nel corpo per inserire il gancio proprio sulla più vicina delle

due pinne laterali. Fatto questo, si pratica attorno al buco un largo taglio semicircolare, si pianta il gancio, e il grosso

della ciurma, intonando un coro selvaggio, si affolla all'argano e comincia a issare. Di colpo la nave si piega sul fianco,

ogni suo bullone trasale come la testa dei chiodi di una casa vecchia in una forte gelata, ed essa trema, rabbrividisce e

invoca il cielo con le teste d'albero atterrite. Il bastimento si piega sempre di più verso la balena, e intanto a ogni

strattone ansante dell'argano risponde in aiuto uno strattone delle onde; finché si sente di colpo, alla fine, uno schianto

inaspettato; con un gran tonfo, la nave rolla drizzandosi e scostandosi dalla balena, e il paranco sale trionfante in vista

tirandosi dietro l'estremità semicircolare della prima fascia di grasso divelta. Ora, siccome il grasso avvolge la balena

proprio come la buccia avvolge un'arancia, così lo si stacca dal corpo precisamente come a volte si sbuccia un'arancia: a

spirale. Poiché lo sforzo esercitato di continuo dall'argano fa continuamente girare su se stessa la balena nell'acqua, e

siccome il grasso di una sola fascia si spella uniformemente lungo la linea chiamata «sciarpa», tagliata simultaneamente

dalle vanghe degli ufficiali Starbuck e Stubb, con la stessa rapidità con cui viene strappato, e anzi proprio grazie a

quell'atto, il grasso continua a essere issato sempre più in alto finché la sua estremità superiore sfiora la coffa. Allora gli

uomini all'argano cessano di issare, e per uno o due istanti la prodigiosa massa che sgocciola sangue oscilla avanti e

indietro, come calasse dal cielo, e ognuno dei presenti deve fare bene attenzione a schivarla quando passa, che non gli

sbatta su un'orecchia e lo schizzi a capofitto in mare.

Uno dei ramponieri presenti avanza ora con un'arma lunga e affilata, detta sciabola d'arrembaggio, e cogliendo

il momento opportuno apre con destrezza un foro considerevole nella parte inferiore della massa oscillante. In questo

foro viene quindi agganciata l'estremità del secondo grosso paranco sostituto, in modo da avere una presa sul grasso ed

essere pronti a ciò che segue. Dopo di che, questo abile spadaccino, gridando a tutti di scostarsi, mena un'altra botta

scientifica alla massa, e con alcuni tagli a fondo, obliqui, alla disperata, la spezza completamente in due, sicché mentre

la breve parte inferiore resta ancora attaccata alla carcassa, la lunga striscia superiore, chiamata la coperta, oscilla in

libertà ed è pronta a venire ammainata. Quelli dell'argano riprendono ora la canzone, e mentre uno dei paranchi va

sbucciando e alzando una seconda striscia dalla balena, l'altro viene lentamente mollato, e così la prima striscia scende

per la boccaporta di maestro che gli sta proprio sotto, in un salotto senza mobilio detto la camera del grasso. In questo

locale crepuscolare parecchie mani svelte stanno ad arrotolare la lunga pezza da coperta come fosse una gran massa

viva di serpi intrecciate. E così il lavoro procede: i due paranchi che issano e ammainano contemporaneamente, la

balena e l'argano che fanno sbalzi, quelli dell'argano che cantano, i signori della camera del grasso che arrotolano, gli

ufficiali che sbucciano, la nave che scricchiola, e tutti che di tanto in tanto bestemmiano in modo da ridurre l'attrito

generale.

LXVIII • LA COPERTA.117

Ho riflettuto non poco su quel tema controverso, la pelle della balena. Ho discusso al riguardo con abili

balenieri in mare o colti naturalisti a terra. La mia prima opinione resta immutata: ma è soltanto un'opinione.

Il problema è questo: cos'è e dove si trova la pelle della balena? Già sapete cos'è il suo grasso. Questo grasso

ha in qualche modo la consistenza di una carne di manzo soda, a grana fitta, ma è più tiglioso, più elastico e compatto, e

va da otto o dieci a dodici o quindici pollici di spessore.

Ora, sebbene a prima vista possa sembrare assurdo attribuire una simile consistenza e un tale spessore alla

pelle di una bestia, di fatto non c'è nulla che contraddica questa ipotesi: perché dal corpo della balena non si può

staccare altro fitto strato avvolgente se non quel grasso; e lo strato più esterno che avvolge un animale, se abbastanza

spesso, che altro può essere se non la pelle? È vero che da un cadavere intatto di balena si può raschiare via con la mano

una sostanza straordinariamente sottile e trasparente che un po' assomiglia alle scaglie più sottili della colla di pesce, ma

è flessibile e morbida quasi come il raso, almeno prima che si secchi, perché dopo si raggrinza, si ispessisce, diventa

piuttosto rigida e fragile. Ne ho vari pezzi disseccati che uso come segnalibri nei miei volumi sulle balene. È, come ho

già detto, trasparente; e qualche volta, posandola sulla pagina stampata, mi sono divertito a immaginare che avesse

capacità di ingrandire. In ogni caso è divertente leggere storie di balene coi loro stessi occhiali, per così dire. Ma ora

voglio arrivare a questo: la sostanza collacea straordinariamente sottile che avvolge, lo ammetto, tutto il corpo della

balena, non si può tanto considerarla la pelle dell'animale quanto, diciamo, la pelle della pelle. Sarebbe semplicemente

ridicolo sostenere che la vera e propria pelle della tremenda balena è più sottile e più tenera della pelle di un neonato.

Ma non è il caso di insistere.

Supponendo che il grasso sia la pelle della balena, allora quando, come nel caso di un capodoglio assai grosso,

questa pelle fornisce un peso di cento botti d'olio, e quando si pensa che in quantità, o piuttosto in volume, quest'olio

che si spreme è solo tre quarti e non l'intera sostanza del tegumento, si può avere qualche idea dell'enormità di quella

massa viva che solo con una parte del proprio tegumento fornisce un simile lago di liquido. Calcolando dieci botti alla

tonnellata, abbiamo dieci tonnellate come peso netto di non più di tre quarti della materia che forma la pelle della

balena.

Nell'animale vivo la superficie visibile del capodoglio non è l'ultima delle molte meraviglie che esso presenta.

Quasi sempre è tutta attraversata e ritraversata da innumerevoli segni dritti in fitte schiere, un po' come quelli delle più

belle incisioni a linea italiane. Ma non pare che questi segni siano impressi sulla colla di pesce già ricordata; si direbbe

che traspaiano, quasi fossero incisi sul corpo stesso. E non è tutto. In qualche caso, a un occhio pronto e acuto

nell'osservare, questi segni lineari, come una vera incisione, non fanno che dare lo spunto per ben altre figurazioni.

Sono dei geroglifici, se chiamiamo geroglifici quelle cifre misteriose sulle pareti delle piramidi: è proprio il termine da

usare nel caso presente. Ricordando i geroglifici su un particolare capodoglio, rimasi molto colpito da un piatto che

rappresentava gli antichi caratteri indiani scolpiti sui famosi bastioni geroglifici lungo le rive dell'alto Mississippi.

Come quelle misteriose rupi, la balena dai segni mistici rimane indecifrabile. E questa allusione alle rupi indiane mi

ricorda un'altra cosa. Oltre a tutti gli altri caratteri del suo esterno, il capodoglio mostra non di rado il dorso, e più

specificamente i fianchi, con quelle linee regolari in parte cancellate a causa di molte dure abrasioni, di aspetto

assolutamente irregolare e casuale. Direi che quelle rupi della costa del New England, che secondo Agassiz portano il

segno di violente frizioni con grandi iceberg galleggianti, per questo rispetto somigliano non poco al capodoglio. E mi

pare anche che queste abrasioni siano causate alla balena da scontri con altre balene, perché le ho viste più spesso nei

grossi maschi adulti.

Ancora una o due parole su questa faccenda della pelle o grasso della balena. Ho già detto che essa le viene

strappata in lunghe strisce, che si chiamano coperte. Come la maggior parte dei termini di mare, questo è espressivo e

felicissimo. Perché la balena è veramente avvolta nel suo grasso come in una vera trapunta o imbottita, o meglio ancora

in un poncio indiano, infilato per la testa, che le cinge le estremità. È grazie a questa imbottitura soffice e calduccia del

suo corpo che la balena può crogiolarsi in tutte le temperature, in tutti i mari, in ogni stagione e marea. Che sarebbe, per

esempio, di una balena di Groenlandia in quei mari del nord gelidi e ghiacciati, se non avesse il suo caldo paletò? È

vero che in quelle acque iperboree si vedono altri pesci, vispi da non credersi: ma bisogna osservare che questi sono

pesci a sangue freddo e senza polmoni, i cui ventri stessi sono dei frigoriferi: creature che si riscaldano a sottovento di

un iceberg, come farebbe un viandante d'inverno davanti a un fuoco di locanda. Invece la balena è come l'uomo, ha

polmoni e sangue caldo. Gelatele il sangue e muore. E dunque è sorprendente, se non si conosce il perché, che questo

mostro immenso per il quale il calore fisico non è meno indispensabile che per l'uomo, è incredibile che lo si trovi a suo

agio tuffato fino alle labbra, vita natural durante, in quelle acque polari! Dove, quando i marinai cadono di bordo, li si

trova qualche volta, mesi dopo, ritti e congelali nel cuore dei campi di ghiaccio, come mosche incollate nell'ambra. Ma

è ancora più stupefacente sapere, come è dimostrato per esperienza, che il sangue di una balena polare è più caldo di

quello di un negro del Borneo in estate.

Ma pare che in questo si possa vedere la rara virtù di una forte vitalità individuale, e la rara virtù di muri

robusti e di un interno spazioso. Uomo, ammira dunque la balena e modella te stesso su di essa. Cerca anche tu di

restare caldo in mezzo al ghiaccio. Vivi anche tu in questo mondo senza farne parte. Sii fresco all'Equatore e mantieni il

sangue fluido al Polo. Come la gran cupola di San Pietro, e come la grande balena, cerca di conservare in ogni stagione

una tua temperatura..118

Ma com'è facile, e com'è inutile insegnare tutte queste belle cose! Tra gli edifici, pochi hanno in realtà una

cupola come quella di San Pietro. E tra le creature, pochissime sono grandi come le balene.

LXIX • IL FUNERALE

«Ricupera le catene! Molla a poppa la carcassa!»

Ormai i grossi paranchi hanno fatto il loro lavoro. Il bianco e spellato corpo della balena decollata riluce come

un sepolcro di marmo; è mutato il colore, ma all'occhio non ha perso un briciolo di volume. È sempre colossale.

Galleggia lentamente sempre più discosto, l'acqua intorno squarciata e schizzata dai pescicani insaziabili, e l'aria di

sopra tormentata dai voli di striduli rapaci, i cui becchi si accaniscono sulla balena come tanti pugnali. Il gran fantasma

bianco senza testa galleggia sempre più lontano dalla nave, e a ogni tesa che percorre si direbbe che jugeri quadrati di

pescicani e jugeri cubici di volatili aumentino il loro frastuono crudele. Per ore e ore, dalla nave quasi immobile si vede

quell'orrendo spettacolo. Sotto l'azzurro sereno e tiepido, sul bel volto del mare soave, ventilato di brezze gioiose, quel

grande ammasso di morte procede fluttuando finché si perde in prospettive infinite.

Davvero un funerale tristissimo e beffardo! Gli avvoltoi del mare tutti in pie gra maglie, e i pescicani dell'aria

tutti impeccabili in nero o in chiazzato. Pochi di loro, immagino, avrebbero dato una mano d'aiuto alla balena viva, se

per caso ne avesse avuto bisogno; ma tutti accorrono religiosamente al banchetto per le sue esequie. Oh, spaventoso

vulturismo del mondo! Non ne resta immune neanche la più enorme balena!

E questa non è ancora la fine. Profanato com'è il corpo, uno spettro vendicativo sopravvive e si libra su di esso

per incutere altro terrore. Avvistata in lontananza da qualche prudente nave da guerra o da qualche fallace legno in

avanscoperta, quando la distanza offusca gli stormi di uccelli ma lascia vedere la massa bianca galleggiante al sole e la

bianca schiuma che le ribolle intorno, subito il cadavere innocuo della balena viene segnato con mano tremante sul

giornale: Secche, rocce e frangenti qui attorno: attenzione! E per anni, forse, ogni, legno evita quel posto, saltandolo

come le pecore sciocche saltano sul niente perché la prima volta, alzando qualcuno una bacchetta, la pecora di testa ha

saltato. Ecco la legge dei precedenti, ecco l'utilità delle tradizioni, ecco la storia dell'ostinato sopravvivere di fedi

antiche, mai fondate sulla terra, e ora nemmeno librate nell'aria. Ecco l'ortodossia!

Così, mentre in vita il gran corpo della balena può davvero essere stato il terrore dei nemici, nella morte il suo

spettro diventa un oggetto innocuo di panico per il mondo. Credi nei fantasmi, amico? Ci sono altri fantasmi oltre quello

di CockLane, e ci credono uomini assai più profondi del dottor Johnson.

LXX • LA SFINGE

Non avrei dovuto omettere che prima di spellarne interamente il corpo, il leviatano era stato decapitato. Ora la

decollazione di un capodoglio è un'impresa di anatomia scientifica di cui i bravi chirurghi balenieri vanno molto

orgogliosi, e non senza ragione.

Pensate che una balena non ha nulla che si possa propriamente chiamare collo; anzi, lì dove testa e collo

paiono unirsi, proprio in quel punto è la sua parte più spessa. Ricordate poi che il chirurgo deve operare dall'alto, a otto

o dieci piedi dal paziente, il quale ultimo è semicoperto da un'acqua livida, mossa, e spesso tumultuosa e gonfia.

Ricordate ancora che l'operatore, in circostanze così poco propizie, deve tagliare a fondo parecchi piedi di carne; e deve

farlo in quel modo sotterraneo, senza nemmeno poter dare una sbirciatina allo squarcio che si apre e chiude di continuo,

evitando abilmente tutte le parti adiacenti e proibite, e dividendo la spina esattamente a un punto cruciale vicinissimo

all'attacco col cranio C'è da meravigliarsi, allora, per la vanteria di Stubb, che non gli servivano più di dieci minuti per

decollare un capodoglio?

Appena scissa, la testa si allenta a poppa e viene lì trattenuta da un cavo finché il corpo non è tutto sbucciato.

Fatto ciò, se la balena è piccola la testa viene issata in coperta per esservi subito manipolata. Ma con un capodoglio

adulto è impossibile farlo, perché la testa del capodoglio raggiunge quasi un terzo dell'intero volume dell'animale, e

tentare di sospendere completamente un peso come quello, sia pure con gli enormi paranchi di una baleniera, sarebbe

vano come provarsi a pesare un granaio olandese con una bilancia da gioielliere.

Decapitata e spellata la balena del Pequod, la testa venne issata contro il fianco della nave, circa a metà fuori

dell'acqua, così da farla ancora sostenere in gran parte dal suo elemento naturale, E lì, col bastimento scricchiolante che

le si piegava sopra a picco, a causa dell'enorme trazione esercitata sull'albero maggiore, e con ogni pennone che

sporgeva da quel lato sulle onde come una grua, la testa tutta sgocciolante sangue pendeva alla cintola del Pequod come

quella del gigante Oloferne alla cintola di Giuditta.

Era mezzogiorno quando quest'ultimo lavoro fu finito, e i marinai scesero a pranzo. Il silenzio regnava ora,

dopo tanto fracasso, sulla tolda deserta. Un'intensa quiete di rame, come un giallo loto celeste, apriva sempre più

sull'oceano i suoi muti petali smisurati.

Passò un po' di tempo, e Achab tutto solo venne fuori dalla cabina in quella pace. Fatto qualche giro sul

cassero, si fermò a guardare sull'acqua, e poi avvicinandosi lento alle catene della bova, afferrò la lunga vanga di Stubb.119

rimasta lì dopo la decapitazione, e cacciandola nella parte inferiore della massa semisospesa se ne piazzò l'altra

estremità sotto il braccio come una gruccia, e restò così appoggiato, con gli occhi inchiodati sulla testa.

Era una nera testa incappucciata, e pendendo lì in una quiete così intensa, pareva la testa della Sfinge in mezzo

al deserto. «Parla, tu, grande e venerabile testa,» mormorò Achab, «tu senza barba, ma qua e là brizzolata dai muschi,

parla, testa potente, e rivelaci il segreto che ti tieni chiuso dentro. Tu sei scesa più a fondo di tutti i palombari. Questa

testa su cui ora splende il sole, si è mossa tra le fondamenta della terra. Dove flotte e nomi dimenticati arrugginiscono, e

marciscono ancore e speranze mute; dove, nella sua stiva omicida, questa terra come un galeone porta come zavorra le

ossa di milioni di annegati; lì, in quello spaventoso mondo d'acqua, avesti la dimora più familiare. Sei stata dove non

sono mai giunti né campane né palombari, hai dormito a fianco di tanti marinai, dove madri insonni darebbero la vita

per comporli. Hai visto gli amanti saltare abbracciati dalla nave in fiamme e scendere cuore a cuore sotto le onde

trionfanti, fedeli l'uno all'altro quando il cielo pareva tradirli. Hai visto i pirati, a mezzanotte, buttare dal ponte l'ufficiale

assassinato, che sprofondò per ore nella più profonda notte di quella gola insaziabile, e i suoi assassini continuare il

viaggio incolumi, mentre i fulmini scuotevano all'improvviso la nave vicina che avrebbe portato qualche onesto marito

a delle braccia tese che lo aspettavano in ansia. Oh testa! Tu hai visto abbastanza da mandare in pezzi le stelle e fare di

Abramo un miscredente, eppure non dici sillaba!»

«Vela oh!» gridò una voce esultante dalla coffa di maestro.

«Una vela? Bene, è una notizia allegra,» gridò Achab risollevandosi di colpo, mentre tutta una schiera di

nuvole temporalesche gli fuggiva dalla fronte. «Quel grido di vita su questa calma funerea potrebbe quasi convertire un

uomo migliore. Da che parte?»

«Tre quarti a destra, capitano, e ci porta la brezza!»

«Di bene in meglio, ragazzo. Se ora San Paolo potesse venire da quella parte e portare la sua brezza alla mia

bonaccia! O Natura, e tu anima umana, come sono lontane da ogni possibile espressione le vostre analogie! Non il

minimo atomo si muove o vive nella materia, che non abbia il suo duplicato sottile nello spirito.»

LXXI • LA STORIA DEL JEROBOAM

Nave e brezza correvano dandosi la mano; ma la brezza arrivò per prima, e subito il Pequod cominciò a

beccheggiare.

Di lì a poco, nel cannocchiale, le lance e le teste d'albero guarnite della nave sconosciuta la rivelarono per una

baleniera. Ma era lontana a sottovento e filava di sghembo come diretta a qualche altra zona di caccia, sicché il Pequod

non poteva sperare di raggiungerla. Allora fu alzato il segnale per vedere cosa rispondevano.

Bisogna sapere che, come i vascelli delle marine militari, ognuna delle navi della flotta baleniera americana ha

un segnale privato, e tutti questi segni sono raccolti assieme ai nomi dei rispettivi bastimenti in un libro fornito a ogni

capitano. Così i comandanti hanno la possibilità di riconoscersi a vicenda in mezzo all'oceano, anche a distanze

considerevoli e senza troppe difficoltà.

Finalmente la nave sconosciuta rispose al segnale del Pequod alzando la sua bandiera. Risultò che la nave era il

Jeroboam di Nantucket. Bracciando in croce puntò su di noi, si piazzò di traverso sottovento, e ammainò una lancia che

ci fu presto vicina. Ma mentre per ordine di Starbuck si attrezzava la scaletta di fuoribanda per accogliere in visita il

capitano, costui agitò la mano dalla poppa della lancia per farci segno che quel lavoro era assolutamente inutile. Risultò

che il Jeroboam aveva a bordo un'epidemia infettiva, e che Mayhew, il capitano, aveva paura di contagiare l'equipaggio

del Pequod. Lui e gli uomini della lancia erano sani, la sua nave lontana mezzo tiro di fucile, e il mare e l'aria

incorruttibile scorrevano tra quello e il nostro legno; ma egli voleva uniformarsi coscienziosamente alla cauta

quarantena di terra, e rifiutava perentoriamente di venire a contatto diretto col Pequod.

Ciò, comunque, non impediva affatto di scambiarsi le notizie. Mantenendo un intervallo di parecchi metri fra

sé e la nave, la lancia del Jeroboam fece in modo, con l'uso saltuario dei remi, da tenersi parallela al Pequod che ormai,

tirando un vento fino, tagliava pesante l'acqua con la gabbia a collo. Ogni tanto, a dire il vero, la spinta improvvisa di

qualche grossa ondata gettava un po' troppo avanti la barca; ma subito, abilmente, essa veniva riportata nella posizione

giusta. Con queste e altre simili interruzioni di tanto in tanto, si svolse tra le due parti una conversazione; ma non senza

un altro intoppo di natura ben diversa.

A uno dei remi della lancia del Jeroboam c'era un uomo che appariva strano perfino nell'ambiente selvaggio dei

balenieri, dove ogni gruppo è formato da individui assai eccentrici. Era un tipo piuttosto giovane, basso, piccolo, la

faccia tutta spruzzata di lentiggini, un'abbondante capigliatura gialla. Una giacca lunga e tagliata cabalisticamente, color

castagna scolorito, lo avvolgeva, e le maniche troppo lunghe erano rimboccate ai polsi. Negli occhi aveva un delirio

profondo, radicato, fanatico.

Appena vista quella figura, Stubb aveva esclamato: «È lui, è lui, quel borghesuccio buffone di cui parlava la

gente del Town-Ho!» Alludeva a una strana storia che ci avevano raccontato a proposito del Jeroboam e di uno della

sua ciurma, qualche tempo prima, quando il Pequod aveva incontrato il Town-Ho. Secondo quella storia, e a giudicare

da quanto seppimo in seguito, pareva che quello smargiasso avesse acquistato un ascendente straordinario su quasi tutti

gli uomini del Jeroboam. Ed ecco la sua storia:.120

Quell'uomo era stato allevato in seno alla comunità maniaca degli Shakers di Neskyeuna, dove era diventato un

gran profeta; e nelle loro folli riunioni segrete era sceso molte volte dal cielo per via di un trabocchetto, ad annunziare

l'apertura imminente della settima fiala, da lui tenuta nel taschino del panciotto; ma che invece di contenere polvere da

sparo, pare fosse piena di laudano. L'aveva preso una cervellotica mania di apostolato, e da Neskyeuna si era trasferito a

Nantucket, dove con l'astuzia che è tipica della demenza aveva assunto una solida aria di buonsenso e si era presentato

come novizio all'ingaggio per la crociera del Jeroboam. Lo avevano assunto, ma appena la nave aveva perso di vista la

terraferma, la sua pazzia si era scatenata a torrenti. Aveva annunciato di essere l'Arcangelo Gabriele e ordinato al

capitano di saltare in acqua. Aveva proclamato un suo programma in cui si presentava come il liberatore delle isole del

mare e il vicario generale di tutte le isole oceaniche. La serietà imperterrita con cui dichiarò queste cose, i voli oscuri e

audaci della sua fantasia insonne e sconvolta, e tutti i terrori soprannaturali del vero delirio concorrevano a circondare

questo Gabriele, nelle menti ignoranti di quasi tutto l'equipaggio, di un alone di santità. Per giunta ne avevano paura.

Ma siccome un tipo così non era di molta utilità pratica sulla nave, sopratutto perché rifiutava di lavorare tranne quando

gli faceva comodo, il capitano, che non credeva in nulla, se ne sarebbe volentieri sbarazzato. Ma l'arcangelo avvertito

che il comandante aveva intenzione di sbarcarlo nel primo posto adatto, aprì subito tutti i suoi sigilli e le sue fiale,

votando nave e uomini alla perdizione incondizionata qualora quell'intenzione fosse posta in atto. E influenzò tanto i

propri seguaci tra l'equipaggio, che alla fine questi si recarono in massa dal capitano e gli dissero che non uno di loro

sarebbe rimasto se Gabriele veniva cacciato via. Così il capitano fu costretto a rinunciare al suo disegno. Né quelli

permettevano che Gabriele fosse maltrattato, qualunque cosa facesse o dicesse; sicché si arrivò al punto che su quella

nave Gabriele aveva libertà completa. Conseguenza di tutto ciò fu che l'arcangelo si curava poco o niente del capitano e

degli ufficiali, e da quando era scoppiata l'epidemia si era fatto ancora più arrogante: affermava che la pestilenza, come

la chiamava, era tutta nelle sue mani, e non sarebbe finita senza il suo beneplacito. I marinai, quasi tutti poveri diavoli,

con lui diventavano buoni buoni e qualcuno gli strisciava davanti, e perfino, a volte, seguendo le sue stesse istruzioni,

gli rendeva omaggio come a un dio. Queste cose parranno incredibili ma, stupefacenti come sono, sono vere. E la storia

del fanatismo non impressiona tanto per la smisurata autosuggestione del fanatico stesso, quanto per il suo potere

strabiliante di ingannare e stregare tanti altri. Ma è tempo di tornare al Pequod.

«Non temo la tua epidemia, amico,» disse Achab dalla murata al capitano Mayhew che stava a poppa della

lancia. «Vieni a bordo.»

Ma Gabriele balzò in piedi.

«Pensa alle febbri, gialle e b iliose, pensaci! Attento alla orribile peste!»

«Gabriele, Gabriele!» gridò il capitano Mayhew, «o tu...» Ma in quel momento una lunga ondata sbalzò la

lancia in avanti, e il subbuglio dell'acqua sommerse le sue parole.

«Hai visto la balena bianca?» domandò Achab quando la barca ebbe rinculato.

«Pensa, pensa alla barca sfondata e sommersa! Attento all'orribile coda!»

«Ti ripeto, Gabriele, che...» E di nuovo la barca balzò in avanti come spinta da qualche demonio. Per un poco

vi fu silenzio, mentre passava una serie di ondate turbolente che invece di gonfiarsi si rompevano, per uno di quei

capricci che a volte ha il mare. Intanto la testa sospesa del capodoglio andava sbattendo con molta violenza, e si vedeva

Gabriele fissarla con una paura poco adatta alla sua natura di arcangelo.

Finito questo intervallo, il capitano Mayhew cominciò a raccontare una storia sinistra intorno a Moby Dick,

non senza frequenti interruzioni da parte di Gabriele ogni volta che veniva fatto il suo nome, e da parte del mare

impazzito che pareva in combutta con lui.

Il Jeroboam, pare, non era partito da molto quando, abboccandosi con un'altra baleniera, i suoi uomini avevano

avuto informazioni plausibili sull'esistenza di Moby Dick e sui guai che esso aveva causato. Succhiando avidamente

questa notizia, Gabriele aveva solennemente avvertito il capitano di non assalire la balena bianca nel caso incontrassero

quel mostro; dichiarando nel suo balbettante delirio che la balena bianca era nientedimeno il Dio degli Shakers

incarnato, perché gli Shakers accettano l'autorità della Bibbia. Ma un paio di giorni dopo, quando Moby Dick era stato

chiaramente avvistato dalle coffe, il primo ufficiale Macey fu tutto infiammato dal desiderio di attaccarlo, e dato che il

capitano stesso non era mald isposto a concedergli quell'occasione, malgrado tutte le accuse e gli avvertimenti

dell'arcangelo, Macey riuscì a convincere cinque uomini che gli equipaggiassero la lancia. Con questi si staccò dalla

nave, e dopo una faticosa vogata e molti pericolosi e sfortunati attacchi, riuscì alla fine ad agganciare con un rampone.

Intanto Gabriele, salito sulla testa di controvelaccio, si sbracciava con gesti frenetici e vomitava profezie, minacciando

di castigo immediato i sacrileghi assalitori della sua divinità. Ora mentre l'ufficiale Macey stava dritto a prua della

lancia, e con tutta l'energia temeraria della sua razza si sfogava in feroci insulti alla balena e cercava il momento giusto

per piantarle in corpo la lancia, all'improvviso una grande ombra bianca era emersa dal mare, tagliando per un attimo il

fiato ai rematori con uno scatto veloce, a ventaglio. L'attimo dopo il disgraziato ufficiale, pieno com'era di rabbia, fu

scagliato in aria di peso, e scendendo con una lunga arcata cadde in acqua a quasi cinquanta metri di distanza. Non un

pollice del legno venne danneggiato, non un capello dei rematori, ma l'ufficiale scomparve per sempre.

È bene dire qui, tra parentesi, che di tutti i casi mortali della caccia questo è tra i più frequenti. Qualche volta

niente resta danneggiato, tranne l'uomo che viene così distrutto; più spesso salta via la prua della lancia, oppure la

tavola d'appoggio su cui si regge l'uomo di testa viene strappata dal suo posto e se ne va col corpo. Ma il fatto più strano

è che più di una volta, nel ricuperare il cadavere, non vi si vede neanche un segno di violenza: l'uomo è solo stecchito.

Dalla nave seguirono chiaramente tutta la disgrazia, videro il corpo di Macey che piombava. Con un urlo

acutissimo: «La fiala! La fiala!» Gabriele costrinse l'equipaggio atterrito a rinunciare all'inseguimento della balena..121

Questo terribile fatto aumentò l'autorità dell'arcangelo: i suoi creduli discepoli furono certi che egli avesse previsto quel

fatto specifico e non un pericolo generico, come chiunque poteva fare con qualche probabilità di azzeccarla, visto

l'ampio margine che c'era. Gabriele diventò per la sua nave un oggetto di terrore indicibile.

Qui Mayhew finì il suo racconto, e sentite le strane domande che gli faceva Acbab, non poté trattenersi dal

domandargli se per caso non avesse lui stesso l'intenzione di attaccare la balena bianca alla prima occasione. Al che

Achab rispose di sì. Immediatamente Gabriele saltò di nuovo in piedi, strabuzzò gli occhi sul vecchio, puntò un dito in

basso ed esclamò con veemenza: «Ricordati del bestemmiatore, ricordati! Morto e là sotto! Attento alla fine del

bestemmiatore!»

Achab guardò di lato, come non avesse sentito, poi disse a Mayhew: «Capitano, mi viene in mente il sacco

della posta; se ricordo bene, c'è una lettera per uno dei tuoi ufficiali. Starbuck, va' a vedere.»

Ogni baleniera porta un certo numero di lettere per varie navi, e la consegna ai destinatari dipende dalla mera

probabilità di incontrarli in questo o quello degli oceani. Così la maggior parte delle lettere non arriva mai a

destinazione, e molte vengono ricevute soltanto quando sono vecchie di due, tre o più anni.

Starbuck tornò subito con una lettera in mano. Era tutta sgualcita, fradicia e ricoperta di una muffa verdastra,

opaca e chiazzata, perché era rimasta chiusa in cabina in qualche buio ripostiglio. Era una lettera degna di essere

recapitata dalla stessa Morte.

«Non riesci a leggere?» esclamò Achab. «Dammi qua, vecchio mio. Certo, è tutto uno scarabocchio. Questo

cos'è?» E mentre la esaminava, Starbuck prese un lungo manico di vanga, e col coltello vi fece un piccolo spacco in

cima per inserirvi la lettera, in modo da passarla a quelli della barca senza che s'avvicinasse oltre alla nave.

Acbah, intanto, teneva in mano la lettera e borbottava:

«Mr. Har... sì, Mr. Harry - mano delicata, di donna: sua moglie, scommetto - sicuro, Mr. Harry Macey, Nave

Jeroboam. Ma è di Macey, quello che è morto!»

«Povero diavolo, povero diavolo! E da sua moglie,» sospirò Mayhew: «Ma passatela.»

«No, tientela tu,» gridò Gabriele ad Achab, «farai presto la stessa strada!»

«Alla forca, carogna!» urlò Achab. «Capitano Mayhew, state pronto a prenderla.» E togliendo a Starbuck la

funebre lettera la fissò nello spacco del palo e la tese alla barca. Mentre faceva questo, i rematori, aspettando, smisero di

vogare e la barca scivolò un poco verso la poppa del Pequod; sicché, come per stregoneria, la lettera ondeggiò

all'improvviso vicino alla mano avida di Gabriele. Questi l'afferrò fulmineo, afferrò il coltello di bordo, e piantandovi la

lettera lo scagliò così carico alla nave. Cadde ai piedi di Achab. Allora Gabriele gridò ai compagni di fare forza ai remi,

e la barca ribelle si allontanò rapida dal Pequod.

Più tardi, quando i marinai ripresero il lavoro sul giubbone della balena, si sussurrarono molte cose strane a

proposito di questa faccenda allucinante.

LXXII • LA FUNE DA SCIMMIA

Nella gran confusione del tagliare e manipolare una balena l'equipaggio è costretto a uno straordinario

andirivieni. Ora servono braccia da questa parte, ora invece ve n'è bisogno laggiù. Nessuno riesce a stare fermo in un

solo posto: perché occorre fare tutto e dappertutto nello stesso momento. Ed è proprio ciò che succede a chi cerca di

descrivere la scena. Dobbiamo tornare un po' sui nostri passi. Ho detto che appena si incomincia a lavorare sulla schiena

dell'animale, il gancio da grasso viene inserito nel buco praticatovi prima dalle vanghe degli ufficiali. Ma come si fa a

inserire in quel foro una massa goffa e pesante come quel gancio? Ve la inserì il mio grande amico Queequeg, a cui

come ramponiere spettava il compito di scendere sulla schiena del mostro a questo scopo speciale. Ma in moltissimi

casi le circostanze richiedono che il ramponiere resti sulla balena finché sia conclusa tutta l'operazione di taglio e di

spellamento. Bisogna ricordare che la balena è quasi del tutto sommersa, tranne quelle parti su cui si lavora

direttamente. Così laggiù, a circa dieci piedi dal livello della coperta, si dibatte il povero ramponiere, metà sul pesce e

metà in acqua, mentre la gran massa gli va girando sotto i piedi come una pietra di mulino. Nel caso presente, Queequeg

sfoggiava il costume delle Terre Alte, camicia e calze, e in esso, almeno ai miei occhi, appariva con straordinario

vantaggio. E nessuno aveva un'occasione migliore della mia di starlo a guardare, come si capirà subito.

Visto che ero l'uomo di prua del selvaggio, cioè quello che spingeva il remo di prua (il secondo sul davanti)

della sua lancia, era mio gradito dovere di accudirlo nell'esecuzione di quella faticosa bisogna sul dorso della balena

morta. Avrete visto i piccoli suonatori italiani d'organetto, che tengono la scimmia ballerina con una lunga fune. Proprio

così, dalla ripida banda della nave, tenevo Queequeg laggiù in mare, per mezzo di ciò che tecnicamente sì chiama un

cavo da scimmia, attaccato a una forte cintura di tela che lo cingeva alla vita.

Era una faccenda umoristicamente pericolosa per tutti e due. Perché prima di andare avanti bisogna dire che la

fune da scimmia era assicurata da tutte e due le parti: alla grossa cintura di tela di Queequeg e alla mia stretta cintola di

cuoio. Sicché, per il meglio o per il peggio, al presente eravamo sposati; e qualora il povero Queequeg fosse affondato

per non riapparire più, allora l'uso e l'onore comandavano che invece di tagliare la corda io dovessi lasciarmi trascinare

nella sua scia. Insomma eravamo uniti assieme da un legamento siamese prolungato. Queequeg era il mio gemello

inseparabile, e non c'era modo di liberarmi dalle pericolose responsabilità che implicava quel legaccio di canapa..122

Quella volta mi misi a riflettere sulla mia situazione in modo così intenso e metafisico, che mentre guardavo

tutto assorto i movimenti di Queequeg, mi parve di vedere chiaramente che la mia individualità si era fusa col mio socio

in una società per azioni, che il mio libero arbitrio aveva ricevuto un colpo mortale, e che l'errore o la sfortuna di un

altro potevano trascinarmi innocente nella sciagura e nella morte. Perciò mi persuasi che c'era una sorta di interregno

nella Provvidenza, perché la sua equità imparziale non avrebbe potuto mai sanzionare un'ingiustizia così grossolana.

Eppure, continuando a rifletterci (mentre ogni tanto, con uno strappo, tiravo fuori Queequeg di tra la balena e la nave

che minacciavano di stritolarlo), ripensandoci sopra, dico, mi resi conto che questa mia situazione era la situazione

esatta di ogni uomo che respiri; solo che nella maggior parte dei casi l'uomo, in un modo o nell'altro, ha un legaccio

siamese con una pluralità di altri mortali. Se salta la vostra banca, voi andate a pezzi; se per sbaglio il farmacista vi

mette veleno nelle pillole, crepate. Certo, si potrà dire che con straordinaria cautela uno può sfuggire a questi e altri

infiniti malanni della vita. Ma per quanta attenzione ci mettessi nel maneggiare la fune di Queequeg, a volte lui dava

certi strattoni, che per poco non scivolavo in acqua. E non potevo dimenticare che, qualunque cosa facessi, il mio

controllo si limitava a una delle due cime.

Ho detto che spesso tiravo fuori Queequeg di tra la balena e la nave, dove gli succedeva di cascare per il

continuo rollìo e barcollamento delle due. Ma non era questo il solo pericolo di farsi stritolare a cui era esposto. Per

niente atterriti dalla strage menata tra di loro nella notte, i pescicani, attratti di nuovo e più irresistibilmente dal sangue

che ora cominciava a sgorgare dalla carcassa, sciamavano rabbiosi lì attorno come api in un alveare.

E Queequeg ci stava proprio in mezzo, ai pescicani, e spesso li spingeva via dimenando un piede. Cosa proprio

da non crederci ma lo squalo, che di solito divora tutto, quando è attratto da una preda come la balena morta, raramente

azzanna un uomo.

Eppure si può ben credere che, quando dita così rapaci sono alle prese con la torta, il minimo di prudenza

consiglia di non perderli mai d'occhio. E così, oltre alla fune da scimmia, con cui ogni tanto tiravo via il poveraccio da

una vicinanza troppo intima con la mascella di un pescecane che pareva particolarmente feroce, Queequeg era fornito di

un'ulteriore difesa. Spenzolando fuoribanda da una delle impalcature, Tashtego e Daggoo gli brandivano continuamente

sulla testa un paio di vanghe affilatissime, con cui macellavano quanti più squali potevano raggiungere. Questo loro

procedimento era certo del tutto disinteressato e benevolo. Si preoccupavano della piena sicurezza di Queequeg, lo

ammetto, ma nello zelo, nella premura di aiutarlo, e dato che lui e i pescicani erano a volte mezzo sommersi nell'acqua

insanguinata, quelle loro vanghe indiscrete rischiavano di amputare piuttosto una gamba che una coda. Ma penso che il

povero Queequeg, che sudava e sbuffava lì sotto con quel gancione di ferro, il povero Queequeg, penso, non faceva che

pregare il suo Yojo, e rimetteva la vita nelle mani dei propri dei.

Ebbene, camerata e gemello carissimo, pensavo nel ritirare e mollare la fune a ogni gonfiarsi dell'acqua, che

importa dopo tutto? Non sei forse l'immagine esatta di ognuno e di noi tutti in questo mo ndo baleniero? Quell'oceano

senza fondo in cui annaspi è la vita, gli squali i tuoi nemici, le vanghe gli amici; e tra squali e vanghe sei in un bel

pasticcio, povero ragazzo mio.

Ma coraggio! Tempi allegri sono in vista, Queequeg! Perché ora mentre il selvaggio esausto, con le labbra

azzurre e gli occhi iniettati di sangue, si arrampica infine alle catene e si drizza sulla banda tutto sgocciolante e tremante

senza volerlo, si fa avanti il dispensiere e con un'occhiata bonaria di conforto gli porge... che cosa? Cognac bollente?

No, gli porge, perdiana, una tazza d'acqua tiepida col zenzero.

«Zenzero? Sento odore di zenzero?» domanda Stubb avvicinandosi sospettoso. «Sì, dev'essere zenzero»,

sbirciando nella tazza tuttora intatta. Poi, fermandosi un momento come incredulo, si accosta tranquillo al dispensiere

stupefatto e gli dice piano piano: «Zenzero? Zenzero? E vuoi avere la bontà di dirmi, signor Farinata, che c'è di buono

nello zenzero? Zenzero! È zenzero il combustibile che tu usi, Farinata, per svampare un po' il fuoco in questo cannibale

gelato? Zenzero! Cosa diavolo è lo zenzero! Carbone di mare? Legna, fiammiferi, esca, polvere da cannone? Che

diavolo c'è nello zenzero, dico, da offrirne una tazza al nostro povero Queequeg?»

«Qua ci dev'essere lo zampino ipocrita della Società per la Temperanza.» aggiunse poi di colpo, avvicinandosi

a Starbuck che arrivava da prua. «Volete dare un'occhiata a quel gotto, signore? Vi prego, annusatelo.» Poi guardando

l'ufficiale in faccia: «Il dispensiere, signor Starbuck, ha avuto la faccia tosta di offrire quel calomelano e gialappa a

Queequeg che arriva in questo momento dalla balena. È un farmacista il dispensiere, signor Starbuck? E posso chiedere

se questo è il tipo di cordiale che adopera per ridare vita a uno che è mezzo annegato?»

«Spero di no,» disse Starbuck. «È una porcheria.»

«Sicuro, sicuro, cambusiere!» gridò Stubb. «T'insegneremo noi a dare la medicina a un ramponiere; niente roba

da farmacia qua; ci vuoi avvelenare, eh? Hai fatto polizze sulla nostra vita e ci vuoi assassinare tutti per intascare i

premi, vero?»

«Non sono stato io,» strillò Farinata, «è stata zia Carità a portare lo zenzero a bordo, e mi raccomandò di non

dare mai spiriti ai ramponieri, solo questo zenzerino, così disse.»

«Zenzerino! Farabutto che sei, piglia questo, e corri alla dispensa a prendere qualcosa di meglio. Ho ragione,

no, signor Starbuck? Sono ordini del capitano: grog al ramponiere sulla balena.»

«Sicuro,» rispose Starbuck. «Ma invece di picchiarlo...»

«Oh, ma io non faccio mai male quando picchio, tranne se picchio una balena e simili. E questo qui è una

donnola. Cosa stavate per dire?»

«Niente, solo di andare con lui a prendere voi stesso ciò che vi serve.».123

Quando riapparve, Stubb aveva in una mano una fiaschetta scura, e nell'altra una specie di scatola da tè. La

prima conteneva roba forte e fu data a Queequeg; l'altra era il regalo di zia Carità, e fu data generosamente alle acque.

LXXIII • STUBB E FLASK UCCIDONO UNA BALENA FRANCA, E POI CI DISCUTONO SOPRA

Bisogna ricordare che in tutto questo frattempo una testa mostruosa di capodoglio penzola dal fianco del

Pequod. Ebbene, dobbiamo lasciarla pendere ancora un poco, finché non avremo modo di occuparcene. Per il momento

altre cose premono, e il meglio che si possa fare per la testa è pregare il cielo che i paranchi reggano.

Ora, durante la notte e la mattina dopo, il Pequod era entrato pian piano in un mare che con le sue chiazze

occasionali di brit giallo presentava molti indizi della presenza di balene franche, un tipo di leviatano che pochi

supponevano si aggirasse da queste parti in questa particolare stagione. E benché di solito tutti quanti disprezzassero la

cattura di queste bestie scadenti, benché il Pequod non avesse alcun impegno di cacciarle e ne avesse incontrato a frotte

vicino alle Crozetts senza ammainare una lancia, pure, adesso che un capodoglio era stato portato alla nave e decollato,

con sorpresa di tutti annunziarono che quel giorno, se ne avessimo avuto l'occasione, avremmo catturato una balena

franca.

E l'occasione non si fece aspettare. Alti spruzzi furono avvistati a sottovento; e due barche, quelle di Stubb e di

Flask, furono spedite alla caccia. Spingendosi sempre più lontane, alla fine diventarono quasi invisibili agli uomini di

vedetta. Ma d'improvviso, a distanza, si vide un gran cumulo d'acqua bianca sconvolta, e subito dopo, dalla testa

d'albero, avvertirono che una delle barche o tutte e due dovevano aver fatto presa. Passò un po' di tempo, e le lance

apparvero in piena vista, trascinate dritto sulla nave dalla balena in fuga. Così vicino allo scafo arrivò il mostro, che

dapprima credemmo avesse intenzioni bellicose; ma si tuffò di colpo in un maelstrom a tre pertiche dal ponte e sparì del

tutto, come volesse passare sotto la chiglia. «Taglia! Taglia!» si gridò dal bastimento alle barche, e per un attimo,

difatti, quelle parvero spinte contro il fianco del legno in uno scontro catastrofico. Ma c'era ancora molta lenza nelle

tinozze, e la balena non scendeva molto veloce, sicché continuarono a dare lenza, e nello stesso tempo. a tutta forza,

arrancarono per gettarsi a prua della nave. Per qualche momento la lotta fu critica assai. Mentre le lance mollavano in

una direzione la lenza tesa, e continuavano a puntare i remi in un'altra, la tensione contrastante minacciava di colarle a

picco. Ma cercavano solo un vantaggio di pochi piedi, e tanto faticarono che l'ebbero. Allora, di colpo, un tremito

fulmineo corse sotto la chiglia: la lenza tesa che sfregava contro la nave emerse di botto sotto prua, vibrando e

schioccando e scrollandosi in una pioggia di gocce che cadevano in mare come frantumi di vetro, mentre al di là la

balena appariva anch'essa, e le barche ebbero di nuovo campo per correre. Ma l'animale spossato rallentò la sua corsa, e

cambiando direzione ciecamente girò di poppa attorno alla nave tirandosi dietro le lance, che così fecero un giro

completo.

Intanto ricuperavano sempre più lenza; e infine, affiancata stretta la balena dai due lati, Stubb ritmò con Flask

lancia per lancia, e la battaglia continuava tutt'intorno al Pequod, mentre l'orda di pescicani che aveva nuotato intorno al

corpo dello spermaceti si gettava ora sul sangue fresco versato dalla balena, bevendo avidi a ogni nuovo squarcio, come

gli Israeliti morti di sete a ogni nuovo zampillo che sgorgava dalla rupe percossa.

Finalmente la sfiatata si fece densa, e con uno scossone e un orrendo vomito la balena si rovesciò sul dorso,

stecchita.

Mentre i due uomini di testa si davano da fare ad assicurare i cavi alle pinne della coda e a ultimare i

preparativi per prendere la massa a rimorchio, cominciò tra di loro una conversazione.

«Non capisco che vuole fare il vecchio con questo mucchio di lardo fetente,» disse Stubb, non senza disgusto

all'idea di avere per le mani un mostro così ignobile.

«Cosa vuol farne?» fece Flask arrotolando la lenza rimasta a prua della barca. «Non l'hai sentito dire che

quando una nave, anche una volta sola, ha avuto una testa di capodoglio a dritta, e a sinistra, contemporaneamente, una

di balena franca, questa nave non si rovescia più?»

«E perché?»

«Non lo so. L'ha detto quel fantasma di guttaperca. Fedallah, e quello lì ha l'aria di sapere tutte le stregonerie di

un bastimento. Ma qualche volta penso che alla fine, con le sue stregonerie, manderà il bastimento alla malora. Quel

tipo non mi piace affatto, Stubb. L'hai mai notato quel dentaccio che ha? Pare una testa di serpe.»

«Crepi affogato! Non ci faccio mai caso. Ma se qualche notte scura mi viene a tiro, lì vicino alle murate, senza

anima viva attorno, guarda lì sotto, Flask», e indicò il mare con un gesto significativo di tutt'e due le mani: «Appunto!

Flask, per me quel Fedallah è il diavolo travestito. Ci credi tu che è stato nascosto a bordo nella stiva? Panzane! È il

diavolo, quant'è vero Giuda. La coda non gliela vedi perché se l'arrotola sotto; la porta in tasca a ciambella, scommetto.

Gli prenda un cancro! Ora che ci penso, domanda sempre stoppa, da ficcare nelle punte degli stivali.»

«Dorme con gli stivali, vero? Non usa neanche la branda. L'ho visto, di notte, sopra un rotolo di cordame.»

«Sicuro! Per via di quella coda fetente: la sdipana, capisci, dentro il buco del rotolo.»

«Ma dico, che diamine ha da spartire con lui il vecchio?»

«Avranno barattato qualcosa, penso. O firmato qualche contratto.»

«Un contratto? E che contratto?».124

«Be', capisci, il vecchio ha la fissazione della balena bianca, e il diavolo è lì che cerca di prenderlo in trappola

e vuole farsi dare l'orologio d'argento o l'anima o che so io. In cambio gli dà Moby Dick.»

«Ma via, Stubb, vuoi scherzare: tutto questo con quel Fedallah!»

«Flask, non si sa mai. Il diavolo è un tipo curioso, e anche diabolico, quant'è vero Iddio. Figurati che una volta,

dicono, salì salticchiando lassù alla vecchia nave ammiraglia, dimenando la coda con una disinvoltura diabolica, da vero

signore, e domandò se il vecchio governatore era in casa. Quello c'era, e gli chiese che voleva. Il diavolo batte gli

zoccoli e gli dichiara: "Voglio il Tale dei Tali." "E perché?" chiede il vecchio capo. "E a voi che interessa?" dice il

diavolo montando su tutte le furie. "Ne ho bisogno." "Prendilo," dice il vecchio. Per il Padreterno, Flask, se il diavolo

non gli appiccicò il colera asiatico prima di lasciarlo in pace, mi mangio questa balena in un boccone. Ma occhio! Siete

tutti pronti? Allora via, portiamo il pesce alla nave!»

«Mi pare di ricordarla, una storia così,» disse Flask quando le due barche si mossero lente verso la nave col

loro carico.

«Ma non ricordo dove l'ho letta.»

«Nei Tre Spagnoli? Le avventure, sai, di quei tre soldatacci feroci? Scommetto che l'hai letta lì, Flask.»

«Mai visto un libro simile. Però ne ho sentito parlare. Ma ora dimmi, Stubb, quel diavolo di cui parlavi, credi

davvero che sia lo stesso che secondo te è a bordo del Pequod?»

«E io non sono forse lo stesso che t'ha aiutato ad ammazzare questa balena? Che forse il diavolo non vive per

sempre? Chi ha mai sentito che il diavolo è morto? Hai mai visto un parroco portare il lutto per il diavolo? E se il

diavolo ha la chiave per entrare nella cabina di un ammiraglio, non credi che si può cacciare in una botola? Non ti pare,

Flask?»

«E che età gli dai a quel Fedallah?»

«Lo vedi laggiù quell'albero maestro?» E additò la nave.

«Bene, fai conto che sia il numero uno. Poi prendi tutti i cerchioni della stiva del Pequod e mettili in fila con

quello a fare da zeri, capito? Be', non sarebbe ancora niente rispetto all'età di Fedallah. E tutti i bottai della creazione

non potrebbero fornire cerchi sufficienti per tutti gli zeri che servono.»

«Ma senti, Stubb. Un po' hai esagerato, no? Quando hai detto che gli dài una spinta se ti viene a tiro. Se è così

vecchio come tutti quei cerchi presi assieme, e se deve vivere in eterno, a che serve buttarlo in acqua, me lo dici?»

«A fargli fare un bel tuffo, almeno.»

«Ma verrebbe su di nuovo.»

«Allora un altro tuffo, e così di seguito.»

«E se gli viene in testa di farlo fare a te, il tuffo, e magari di affogarti? Allora che fai?»

«Voglio vederlo provare. Gli farei un tale paio di occhi neri, che per parecchio tempo non avrebbe più il

coraggio di mostrare la faccia nella cabina del vecchio, non dico sul corridoio o qui attorno sui ponti dove sta sempre a

strusciare. Sangue del diavolo, Flask, credi che abbia paura del maligno? Nessuno ne ha paura, tranne il vecchio lassù,

che non ha il fegato di pigliarlo e mettergli le doppie manette come si merita; invece lo lascia andare attorno a portarsi

via la gente; sicuro, e ha firmato un patto, che tutti quelli che il diavolo si porta via, lui è pronto ad arrostirglieli. Che bel

governatore!»

«Ma tu pensi che Fedallah voglia portare via il capitano?»

«Lo credo? Lo vedrai tra poco, Flask. Ma d'ora in poi non lo perdo di vista un minuto, e se vedo qualcosa che

non mi persuade, lo piglio per l'osso del collo e gli dico: "Senti qua, Belzebù, questo te lo puoi scordare." E se protesta,

per Dio, gli ficco la mano in tasca, gli prendo la coda, lo tiro all'argano e a forza di torcere e issare gliela stacco netta

alla radice, capisci? Allora scommetto che quando si trova scorciato a quel modo buffo, se la svigna, senza neanche la

povera soddisfazione di sentirsi la coda tra le gambe.»

«E che ne fai della coda?»

«Che ne faccio? La vendo per nerbo di bue quando torno a casa, cosa vuoi che ne faccia.»

«Ma via, ci credi proprio a quello che dici, e a tutto quello che hai detto, Stubb?»

«Ci credo o non ci credo, eccoci arrivati alla nave.»

Qui gridarono alle barche di rimorchiare la balena al fianco sinistro, dove avevano preparato le catene da coda

e altri aggeggi per assicurarvela.

«Non te l'ho detto?» disse Flask. «Sicuro, presto vedrai la testa di questa balena franca che spenzola in faccia a

quella del capodoglio.»

E non passò molto che la supposizione risultò esatta. Prima il Pequod si piegava a picco sulla testa del

capodoglio, ma ora per il contrappeso delle due teste si raddrizzò sulla chiglia: pensate con quale sforzo. Alla stessa

maniera, quando issate da una parte la testa di Locke, traboccate da quel lato. Ma tirate su dall'altra parte la capoccia di

Kant, e tornate a rizzarvi, ma in uno stato da fare pena. Così certi cervelli continuano per sempre a sudare per tenere il

barcone in equilibrio. Poveri sciocchi! Buttate a mare tutte queste zucche fumose, e galleggerete dritti e leggeri come

piume.

Nel manipolare il corpo di una balena franca quando è alla murata, di solito si fanno gli stessi preliminari che

servono per un capodoglio; solo che al capodoglio la testa è tagliata intera, mentre nel primo caso si staccano

separatamente le labbra e la lingua, che vengono issate in coperta assieme al famoso osso nero attaccato a ciò che si

chiama la corona. Ma nel caso presente non si era fatto nulla di simile. Le carcasse di tutte e due le balene furono

mollate a poppa; e la nave carica di teste somigliava un poco a un mulo che porta un paio di panieri smisurati..125

Intanto Fedallah adocchiava calmo la testa della balena franca, e ogni tanto calava gli occhi dalle profonde

rughe di quella alle linee sul proprio palmo. E Achab si era messo in modo che il Parsi restava nella sua ombra, mentre

l'ombra del Parsi, se mai ne faceva, pareva solo mescolarsi con quella di Achab e farla più lunga. Mentre l'equipaggio

sudava, le più fantastiche congetture andavano attorno su tutte queste cose che succedevano.

LXXIV • LA TESTA DEL CAPODOGLIO: SCHIZZO COMPARATIVO

Ecco dunque due grandi balene che mettono assieme le teste; uniamoci a esse, e aggiungiamoci la nostra.

Del grande ordine dei leviatani in-folio, il capodoglio e la franca sono di gran lunga i più notevoli. Sono le

uniche balene che l'uomo caccia regolarmente. Per quelli di Nantucket, esse rappresentano i due estremi di tutte le

varietà note della balena. Ora la differenza esterna è osservabile sopratutto nelle teste; una testa di ciascuna pende in

questo momento al fianco del Pequod, e quindi possiamo facilmente andare dall'una all'altra semplicemente

attraversando il ponte: dove, vorrei sapere, si può trovare un'occasione migliore per studiare in pratica la cetologia?

Colpisce anzitutto il contrasto generale fra le due capocce. Tutte e due, a dire il vero, sono abbastanza tozze,

ma in quella del capodoglio v'è una certa simmetria matematica, che purtroppo manca all'altra. C'è più carattere nella

testa del capodoglio. A guardarla, involontariamente gli si riconosce una superiorità immensa in fatto di dignità

complessiva. E nel caso presente questa dignità è accresciuta dal color pepe e sale del cocuzzolo, segno di età avanzata

e vasta esperienza. Insomma, è un esempio di quelle che i pescatori chiamano «balene a testa grigia».

Notiamo adesso ciò che vi è di meno dissimile nelle due teste: cioè a dire, i due organi più importanti, l'occhio

e l'orecchio. Molto indietro sul fianco della testa, e molto in basso, vicino all'angolo delle mascelle di ciascun pesce, a

cercare con attenzione troverete un occhio senza ciglia che direste di un giovane puledro, tanto è sproporzionato alla

grandezza della testa.

Ora, da questa particolare posizione laterale degli occhi della balena, è chiaro che essa non può mai vedere un

oggetto che le sta esattamente di faccia, né uno che le sta proprio alle spalle. In una parola, la posizione degli occhi della

balena corrisponde a quella degli orecchi di un uomo: e potete immaginare da voi come sarebbe se vedeste le cose di

lato attraverso le orecchie. Trovereste che potete dominare solo un campo visivo di circa trenta gradi proprio davanti

alla vostra vista laterale, e un altro di trenta gradi circa verso il retro. Se il vostro nemico più feroce vi venisse incontro

in pieno giorno col pugnale alzato, non riuscireste a vederlo più di quanto non lo vedreste se vi arrivasse alle spalle.

Insomma avreste, per così dire, due schiene, ma nello stesso tempo anche due fronti, di fianco, perché che cos'è mai che

fa la fronte dell'uomo se non gli occhi?

Inoltre, mentre in moltissimi altri animali che mi vengono ora in mente gli occhi sono piantati in modo da

fondere impercettibilmerite la loro facoltà visiva, e da inviare al cervello una sola immagine e non due, la posizione

particolare degli occhi di una balena, divisi come sono efficacemente da molti piedi cubici di solida zucca torreggiante

tra di loro come una gran montagna che separa due valli con due laghi, questo senza dubbio deve separare del tutto le

impressioni fornite da ogni organo indipendente. Sicché la balena deve vedere una scena distinta da un lato e un'altra

distinta dall'altro; mentre tutto in mezzo dev'essere per lei tenebra e profondo nulla. Effettivamente l'uomo, si può dire,

guarda sul mondo da una garitta che ha per finestra due intelaiature abbinate. Ma per la balena queste due intelaiature

sono montate a parte e fanno due finestre distinte, ma danneggiano assai il panorama. Questa peculiarità dei suoi occhi è

da tenere sempre presente nella caccia; e dovrà tenerla a mente il lettore per certe scene che seguono.

Si potrebbe aprire una discussione curiosa e assai imbarazzante a proposito di questa visione del Leviatano. Ma

debbo accontentarmi di un accenno. Finché gli occhi dell'uomo sono aperti alla luce, l'atto del vedere è involontario;

cioè, egli non può fare a meno di vedere meccanicamente tutti gli oggetti che gli stanno davanti. Tuttavia l'esperienza di

ognuno insegna che quantunque a una sola occhiata si possa avere un panorama indiscriminato di oggetti, non si può

affatto esaminare con attenzione e completezza due qualsiasi oggetti grandi o piccoli in un unico e medesimo istante,

anche se sono l'uno accanto all'altro e si toccano. Ma se invece separate questi due oggetti e circondate ognuno di essi

con una cerchia di profonda oscurità, allora per vederne uno in maniera da concentrarvi la mente, l'altro deve essere

completamente escluso dalla vostra coscienza simultanea. Che succede allora nel caso della balena? È vero che tutti e

due i suoi occhi agiscono in se stessi simultaneamente, ma è possibile che il suo cervello sia tanto più comprensivo,

abile a combinare e sottile di quello dell'uomo, che nello stesso momento essa riesca a esaminare attentamente due

visioni distinte, una da una parte, e l'altra in un verso esattamente opposto? Se lo può, ha una virtù meravigliosa, come

se un uomo potesse dimostrare simultaneamente due problemi distinti di Euclide. E a rifletterci bene il paragone non è

affatto improprio.

Sarà una fissazione, ma mi è sempre parso che la straordinaria incertezza di movimenti dimostrata da certe

balene assalite da tre o quattro lance, la loro timidezza, la tendenza a strane paure tanto comune in queste balene, tutto

ciò dipenda indirettamente dalla smarrita perplessità di volizione in cui le gettano le loro facoltà visive, divise e

diametralmente opposte.

Ma l'orecchio della balena non è meno curioso dell'occhio. Se siete del tutto incompetenti di questa razza,

potete andare a caccia per ore su quelle due teste senza mai trovare quest'organo. L'orecchio non ha alcun lobo esterno,

e nel suo buco non ci andrebbe una penna d'oca, tanto è straordinariamente piccino. È collocato un po' dietro l'occhio.

Rispetto alle orecchie bisogna notare una differenza importante tra capodoglio e balena franca: l'orecchio del primo ha.126

un'apertura esterna, quello della seconda è tutto egualmente ricoperto da una membrana, in modo da essere

assolutamente impercettibile dal di fuori.

Non è curioso che un essere immenso come la balena veda il mondo attraverso un occhio così piccolo, e senta

il tuono attraverso un orecchio che è più piccino di quello di una lepre? Ma se anche i suoi occhi fossero larghi come la

lente del gran telescopio di Herschel, e i suoi orecchi capaci come portici di cattedrali, forse che ciò le allungherebbe la

vista o le raffinerebbe l'udito? Niente affatto. E allora perché cercate di «allargarvi» la mente? Cercate di sottilizzarla.

Vediamo ora di rovesciare con qualsiasi leva o macchina a vapore abbiamo a portata di mano, la testa del

capodoglio in modo che giaccia a pancia in aria; poi saliamo con una scaletta sulla cima e diamo un'occhiata dentro la

bocca. E se non fosse che ora il corpo è staccato, potremmo scendere con una lanterna nella gran caverna Kentuchiana

del Mammuth del suo stomaco. Ma attacchiamoci qui a questo dente e diamoci un'occhiata attorno. Che bocca davvero

bella, che aria di castità! Dal pavimento al soffitto, qui tutto è foderato o piuttosto tappezzato di una splendida

membrana bianca, lucida come i rasi nuziali.

Ma usciamo, ora, e osserviamo questa mandibola prodigiosa che somiglia al coperchio lungo e stretto di

un'enorme tabacchiera, col cardine a una punta invece che su un lato. Se lo spingete in su in modo da alzarvelo sul capo

e fargli mostrare le sue file di denti, prende l'aspetto di una saracinesca spaventosa, e tale, ahimè, risulta per molti

poveri disgraziati nella pesca, sui quali questi spuntoni piombano con tale forza da impalarli. Ma è ben più terribile

vedere questi denti quando, a tese di profondità nel mare, scorgete qualche tetra balena che fluttua sospesa, con la sua

prodigiosa mandibola di quasi quindici piedi di lunghezza penzolante ad angolo retto col corpo, uguale in tutto all'asta

di fiocco di una nave. La balena non è morta; è solo depressa, forse indisposta, ipocondriaca, e talmente passiva, che i

cardini delle mascelle le si sono rilassati, lasciandola lì in quella posizione goffa, un rimprovero a tutta la tribù che

senza dubbio le augura il tetano.

Nel più dei casi questa mascella, scardinata con facilità da un artista abile, viene staccata e issata sul ponte per

cavarne i denti di avorio e fare una provvista di quell'osso duro di balena con cui i pescatori fabbricano ogni sorta di

articoli curiosi, comprese le canne da passeggio, i manici d'ombrello e quelli da frustino.

Con una lunga, faticosa issata, la mandibola è tratta a bordo come fosse un'ancora; e al momento opportuno,

qualche giorno dopo gli altri lavori, Queequeg, Daggoo e Tashtego, tutti dentisti provetti, sono incaricati di strapparle i

denti. Con un'affilata vanga da squarto Queequeg lavora di bisturi sulle gengive; poi la mandibola viene legata a perni

ad anello e, calato un paranco dall'attrezzatura, estraggono quei denti come buoi del Michigan che tirano ceppi di

vecchie querce fuori da boschi selvaggi. Di solito i denti sono quarantadue; molto consumati ma sani nelle vecchie

balene, e non otturati secondo le nostre maniere artificiali. Poi la mandibola è segata in lastre, e accatastata come un

mucchio di travicelli da costruzione.

LXXV • LA TESTA DELLA BALENA FRANCA: SCHIZZO COMPARATIVO

Attraversiamo il ponte e diamo una buona guardata alla testa della balena franca.

Come la nobile testa del capodoglio si potrebbe paragonare per la sua forma complessiva a un cocchio di

guerra romano, specie di fronte, dove ha una curva così ampia, così la testa della balena franca, all'ingrosso, e non

molto elegantemente, somiglia a una gigantesca scarpa a punta tozza. Duecento anni fa, un vecchio viaggiatore olandese

paragonò il suo aspetto a quello di una forma da calzolaio. E in questa forma o scarpa potrebbe venite alloggiata

comodamente la vecchierella della favola con tutta la sua abbondante progenie.

Ma avvicinandosi di più, la grossa testa comincia ad assumere altri aspetti, a seconda del punto di vista. Se

state sulla cima e guardate i due sfiatatoi foggiati ad f, potreste prendere il tutto per un violoncello smisurato; e i due

spiragli per le fessure della cassa armonica. Ma se fermate l'occhio sulla strana, crestata incrostazione a pettine in cima

alla massa - quella cosa verde e cirripedata che i groenlandesi chiamano la «corona» e i balenieri del sud la «cuffia»

della balena franca - se fermate l'occhio solo su questo, potreste prendere la testa per il tronco di una quercia enorme

con un nido d'uccello nell'inforcatura. A ogni modo, quando osservate quei crostacei vivi che si annidano lì dentro la

cuffia, quell'impressione l'avrete quasi certamente; a meno che la vostra fantasia non sia stata colpita davvero dall'altro

termine tecnico di corona, nel quale caso vi riuscirà molto interessante l'idea che questo mostro potente è davvero un re

del mare col suo diadema, la cui verde corona è stata composta in questa maniera mirabile. Ma se questa balena è un re,

ha l'aria di un tipo troppo cupo per portare con garbo un diadema. Guardate lì quella mandibola che pende! Che

immenso broncio, che muso! Un broncio e un muso che, misurati dal carpentiere, sono lunghi circa venti piedi e

profondi cinque; un broncio e un muso che vi daranno qualcosa come cinquecento galloni d'olio e più.

Ma che peccato che questa sfortunata balena abbia il labbro leporino. La fessura è di circa un piede. La madre,

probabilmente, in una sua fase critica, veleggiava lungo la costa del Perù, quando i terremoti aprirono baratri nelle

spiagge. Su questo labbro, come su una soglia scivolosa, passiamo ora dentro la bocca. Sul mio onore, se ora fossi a

Mackinaw, la prenderei per l'interno di una capanna indiana. Dio buono! È questa la strada che fece Giona? Il soffitto è

alto quasi dodici piedi, e si restringe ad angolo piuttosto acuto, come se lì ci fosse un vero e proprio palo di sostegno,

mentre questi fianchi arcuati, costolati e pelosi ci presentano quelle meravigliose liste di balena semiverticali, fatte a

scimitarra, un trecento per parte, che attaccate alla parte superiore della testa o osso della corona, formano quelle

veneziane che altrove ho menzionato di passata. Gli orli di questi ossi sono frangiati di fibre pelose, attraverso cui la.127

balena filtra l'acqua e nei cui grovigli trattiene gli animaletti di mare quando a bocca aperta se ne va per le acque del brit

all'ora di pranzo. Nelle persiane centrali dell'osso, com'esse sono disposte naturalmente, ci sono certi segni curiosi, certe

curve, certi vuoti, certe sporgenze, da cui qualche baleniere suole calcolare l'età della bestia, come l'età d'una quercia dai

suoi anelli circolari. Benché la sicurezza di questo criterio non sia assolutamente dimostrabile, pure ha un sapore di

probabilità analogica. Comunque, se l'accettiamo, dobbiamo dare alla balena franca un'età assai superiore a quella che

par ragionevole a prima vista.

Nei tempi antichi pare che fossero in voga, a proposito di queste persiane, le più strane favole. Un viaggiatore

nel Purchas le chiama le «basette» mirabili che stanno dentro la bocca della balena; un altro, «setole di maiale»; un

terzo, un vecchio signore nello Hackluyt, usa questo elegante linguaggio: «Ci sono circa duecento e cinquanta pinne che

crescono da ogni parte della sua ganascia superiore, e si arcuano sulla lingua da ciascun lato della bocca.»

Come tutti sanno, proprio queste setole di maiale o pinne o basette o persiane o come vi piaccia chiamarle,

forniscono alle signore le stecche e altri apparecchi rassodanti. Ma la richiesta dell'articolo va diminuendo da parecchio

tempo. Fu ai tempi della Regina Anna che l'osso conobbe la sua gloria, essendo allora di gran moda la crinolina. E come

quelle antiche dame andavano in giro allegramente, pur trovandosi, per così dire, tra le fauci della balena, anche ai

giorni nostri noi, in un rovescio d'acqua, scappiamo con la stessa spensieratezza a ripararci sotto le stesse fauci, visto

che il parapioggia non è che una tenda stesa sui medesimi ossi.

Ma ora, per un momento, dimenticate persiane e basette e, dritti in bocca alla balena franca, guardatevi attorno

di nuovo. Vedendo tutti questi colonnati d'osso disposti così metodicamente all'ingiro, non direste di essere dentro al

grande organo di Haarlem e di stare osservando le sue mille canne? Come tappeto dell'organo ne abbiamo uno turco tra

i più soffici, la lingua, che è per così dire incollata al pavimento della bocca. È molto grassa e tenera, e facile a lacerarsi

quando la si issa sul ponte. Davanti a questa particolare lingua, direi a occhio e croce che è una sei-botti, cioè vi darà

circa quella quantità d'olio.

A questo punto avrete ormai riconosciuto la verità di ciò che ho detto all'inizio, che il capodoglio e la balena

franca hanno teste quasi del tutto diverse. Allora tirando le somme: in quella della balena franca non c'è un gran pozzo

d'olio, nessun dente di avorio, nessun osso lungo e sottile alla mandibola inferiore, come in quella del capodoglio. E nel

capodoglio non ci sono affatto quelle persiane d'osso, non c'è nessun grosso labbro inferiore, e quasi niente lingua.

Inoltre la balena franca ha due sfiatatoi esterni, il capodoglio solo uno.

Un'ultima occhiata a queste venerabili teste incappucciate, mentre stanno ancora assieme; perché una

sprofonderà presto dimenticata nel mare, e l'altra non tarderà molto a seguirla.

Riuscite a cogliere l'espressione di quella testa di capodoglio? È la stessa con cui è morto, soltanto, sulla fronte,

qualcuna delle rughe più lunghe pare svanita. Io credo che la sua fronte ampia sia piena come della pace delle praterie,

nata da una filosofica indifferenza per la morte. Ma osservate l'espressione dell'altra testa. Guardate quello stupefacente

labbro inferiore, schiacciato per caso contro la fiancata del bastimento, in modo da abbracciare fermamente la mascella.

Non vi pare che tutta la testa parli di un'enorme risoluzione pratica nell'affrontare la morte? Penso che questa balena

franca sia stata uno stoico; e il capodoglio un platonista che avrà seguito Spinoza nei suoi ultimi anni.

LXXVI • L'ARIETE

Prima di lasciare, per il momento, la testa del capodoglio, vorrei che voi, da fisiologo intelligente e nient'altro,

ne osservaste in particolare l'aspetto della fronte in tutta la sua raccolta compattezza. Vorrei che la esaminaste per ora al

solo scopo di farvi un'idea ragionevole e sensata di quella potenza di ariete che vi si può trovare. È un punto essenziale:

perché dovete o convincervene da voi stesso in modo soddisfacente, o restare per sempre incredulo davanti a uno dei

fatti più terrificanti, e non per ciò meno veri, di tutta la storia documentata.

Notate che nella posizione ordinaria di nuoto del capodoglio, il davanti della testa presenta un piano quasi

esattamente verticale all'acqua; notate che la parte inferiore di questa fronte va piegando considerevolmente all'indietro,

in modo da offrire qualcosa di più di un rifugio al lungo incavo che riceve la mandibola a forma di boma; notate che la

bocca è interamente sotto la testa, proprio come sarebbe se la vostra bocca fosse completamente sotto il mento. Notate

inoltre che la balena manca esternamente di naso, e che il suo naso, lo sfiatatoio, le sta in cima alla testa; notate che

occhi e orecchie sono posti ai lati della testa, quasi a un terzo di tutta la sua lunghezza a partire dalla fronte. E quindi vi

sarete ormai resi conto che la fronte del capodoglio è una parete morta e cieca, senza un solo organo o alcuna

prominenza delicata. E per giunta ora dovete considerare che solo in quella parte inferiore della fronte che declina

all'indietro c'è un qualche minimo vestigio d'ossa, e solo quando si è penetrati per circa venti piedi nella fronte si arriva

al pieno sviluppo del cranio. Sicché questa enorme massa senz'osso è come un solo cuscinetto. E finalmente, si vedrà

presto che il suo contenuto comprende in parte il suo olio più fine, ma dovete ora conoscere la vera natura della

sostanza che riveste in modo così inespugnabile tutta quella apparente delicatezza. In precedenza ho spiegato che il

grasso avvolge il corpo della balena come la scorza un'arancia. Così è per la testa, ma con una differenza: intorno a essa

quel rivestimento, sebbene non molto spesso, è di una tigliosità polposa tale che nessuno può credervi senza averci

messo le mani. Il rampone più aguzzo, la lancia più tagliente vibrata dal braccio più robusto, rimbalzano impotenti. È

come se la fronte del capodoglio fosse lastricata di zoccolo di cavallo. Non credo abbia alcuna sensibilità..128

Pensate ora a un'altra cosa. Quando succede che due grossi mercantili a pieno carico si accostano troppo e si

buttano l'uno addosso all'altro nei bacini, che fanno i marinai? Mica sospendono tra di essi, nel punto dove si stanno per

urtare, una qualunque sostanza meramente dura come il ferro e il legno. No, vi mettono un'imbottitura grande e tonda di

stoppa o sughero, avvolta nel cuoio più doppio e resistente. E questa riceve senza paura e senza danno la botta che

altrimenti avrebbe schiantato tutte le aspe di quercia e le stanghe di ferro. Di per sé, ciò illustra a sufficienza il fatto

ovvio a cui voglio arrivare. Ma di rincalzo ho pensato per via di ipotesi che come i pesci comuni posseggono ciò che si

chiama una vescica del nuoto, capace di dilatarsi o contrarsi a volontà, e invece, per quanto io sappia, il capodoglio non

possiede nulla di simile; considerando inoltre la maniera altrimenti inspiegabile con cui ora abbassa completamente il

capo sotto la superficie e ora nuota tenendolo alto fuori dell'acqua; e considerando l'elasticità illimitata della copertura

di quella testa e l'interno che è unico nel suo genere; dico, ho pensato per ipotesi che quei misteriosi favi a celle

polmonari che vi sono dentro possono avere qualche collegamento finora ignoto e insospettato con l'aria esterna, in

modo da essere suscettibili di dilatazione e contrazione atmosferiche. Se è così, immaginate quant'è irresistibile quella

forza a cui contribuisce l'elemento più impalpabile e distruttore che ci sia.

Ora state attenti. A spingere infallibilmente questa parete morta, inespugnabile e invulnerabile, e quella materia

estremamente leggera che c'è dentro, nuota dietro a esse una massa formidabile di vita, che si può stimare

adeguatamente solo come si stima la legna accatastata, a tese cubiche; e tutto ubbidisce a una sola volontà, come

nell'insetto più minuto. Sicché quando d'ora in poi vi descriverò minutamente tutte le singolarità e i concentramenti di

forza che si nascondono per ogni dove in questo mostro smisurato, quando vi mostrerò qualcuna delle sue più

insignificanti imprese nel colpire di testa, spero che abbiate rinunciato a ogni incredulità ignorante, e sarete pronti a

mantenere questa vostra promessa: che se il capodoglio si aprisse a colpi di testa un passaggio attraverso l'istmo di

Darien e mescolasse l'Atlantico col Pacifico, non drizzereste un pelo delle vostre sopracciglia. Perché se non

riconoscete la potenza della balena, siete solo un provinciale e un sentimentale della verità. Ma la chiara Verità è una

cosa che solo delle salamandre giganti possono affrontare: che probabilità possono dunque avere i provinciali? E che

cosa successe a quel giovincello gracilino che sollevò a Sais il velo della dea terribile?

LXXVII • LA GRAN BOTTE DI HEIDELBERG

E ora viene lo svuotamento della cassa. Ma per capirlo bene dovete sapere qualcosa della strana struttura

interna dell'oggetto su cui si opera.

Se consideriamo la testa del capodoglio come un solido oblungo, si può, su un piano inclinato, dividerla di

sghembo in due cunei, di cui l'inferiore è la struttura ossea che forma il cranio e le mascelle, e il superiore una massa

untuosa affatto priva d'ossa: la sua ampia estremità anteriore costituisce la fronte apparente, larga e verticale, del pesce.

A metà della fronte suddividete orizzontalmente questo cuneo superiore, e avrete allora due parti quasi uguali, già divise

naturalmente da una parete interna di spessa materia tendinosa.

La sottoparte inferiore, chiamata junk, è un immenso favo d'olio, formato da una trama di dure fibre elastiche

bianche, traverso cui il liquido infiltra migliaia di cellule. Quella superiore, nota come la cassa, può essere considerata

la gran botte di Heidelberg del capodoglio. E come quel gran fusto famoso è misteriosamente intagliato sulla facciata,

così l'ampia fronte rugosa della balena forma innumerevoli emblemi bizzarri come ornamento della sua botte mirabile.

E ancora, come quella di Heidelberg era sempre piena dei vini più eccellenti delle vallate del Reno, così la botte della

balena contiene di gran lunga il più prezioso di tutti i raccolti oliacei, cioè a dire il rinomatissimo spermaceti nel suo

stato più puro, limpido e odorifero. Né questa sostanza preziosa si trova allo stato incorrotto in altre parti dell'animale.

Sebbene perfettamente liquida in vita, esposta all'aria dopo la morte comincia presto a cagliarsi, producendo bellissimi

gettiti cristallini, come quando il primo ghiaccio sottile e delicato si va formando nell'acqua. La cassa di una balena

corpulenta dà generalmente un cinquecento galloni di spermaceti, ma per cause inevitabili una buona parte ne viene

versata, filtra e sgocciola via o si perde irrimediabilmente in altri modi nel delicato sforzo di assicurarsene quanto più è

possibile.

Non so di quale fine e costoso materiale fosse foderata all'interno la gran botte di Heidelberg, ma senza dubbio

per sontuosità quella fodera non avrebbe affatto retto il paragone con la serica membrana colore di perla, simile alla

federa di una ricca pelliccia, che forma la superficie interna della cassa del capodoglio.

Si sarà visto che la botte di Heidelberg del capodoglio prende l'intera lunghezza di tutta la sommità della testa;

e dacché, lo si è detto altrove, la testa prende un terzo dell'intera lunghezza del pesce, se fissiamo questa lunghezza a

ottanta piedi per una balena di buona misura, avrete più di ventisei piedi per la profondità della botte quando è issata

verticalmente per il lungo contro il fianco del legno.

Nel decapitare poi la balena, l'arnese dell'operatore arriva assai vicino al punto dove, successivamente, si apre

l'accesso al deposito dello spermaceti; e quindi egli deve fare estre ma attenzione che un colpo sbadato e intempestivo

non perfori il santuario e ne faccia uscire per perdersi il suo contenuto inestimabile. Ed è questa estremità mozzata della

testa che viene alla fine sollevata dall'acqua e trattenuta in quella posizione dagli enormi paranchi di squartamento, i cui

intrichi di canape, da quel lato, farine nel quartiere una vera e propria selva di cavi.

Detto tutto questo, vi prego ora di assistere a quella operazione meravigliosa, e in questo caso specifico quasi

fatale, con cui la gran botte di Heidelberg del capodoglio viene svuotata..129

LXXVIII • CISTERNA E SECCHIE

Agile come un gatto, Tashtego sale sull'alberatura, e senza mutare la sua posizione eretta corre dritto in fuori

sul pennone di maestro, dalla parte dove strapiomba esattamente sulla botte sospesa. Ha portato con sé un paranco

leggero che chiamano frusta, fatto di un solo cavo a due parti, che passa in un bozzetto semplice. Assicurando questo

bozzetto in modo che penzoli dal pennone, egli getta un'estremità del cavo, che è presa e tenuta salda da un marinaio in

coperta. Poi, mano a mano, l'indigeno si cala lungo l'altra metà, nell'aria, finché atterra agile in cima alla testa. Qui,

ancora alto sul resto della compagnia verso cui grida vivacemente, somiglia a qualche muezzin turco che chiama i fedeli

alla preghiera dall'alto di una torre. Gli fanno arrivare una vanga affilata dal manico corto, ed egli comincia a cercare

diligentemente il punto adatto per cominciare ad aprire la botte. In questo procede con molta cautela, come un cercatore

di tesori in qualche vecchia casa, che va sondando le pareti per scoprire dov'è murato l'oro. Prima che questa cauta

ricerca finisca, si attacca a un'estremità della frusta una pesante secchia cerchiata di ferro, proprio come una secchia di

pozzo, mentre l'altra estremità, distesa lungo la coperta, vi è trattenuta attentamente da due o tre marinai. Questi alzano

ora la secchia fino alla mano del compagno, al quale un altro ha teso una lunghissima pertica. Inserendo questa pertica

nella secchia, Tashtego guida il recipiente giù dentro la botte finché sparisce del tutto; poi dà una voce ai marinai della

frusta, ed ecco riapparire la secchia, tutta spumeggiante come un secchio di lattaia pieno di latte fresco. Calato

attentamente dall'alto, il recipiente pieno colmo viene afferrato da un apposito marinaio e subito vuotato in una grossa

tinozza. Poi esso risale, e ricomincia il suo giro finché la profonda cisterna non dà più niente. Verso la fine, Tashtego

deve scavare sempre più in fondo e sempre con più forza nella botte, fino a farvi sparire circa venti piedi di pertica.

Ora la gente del Pequod era stata a sgottare in questa maniera per qualche tempo, e parecchie tinozze erano

state riempite d'olio fragrante, quando di colpo successe uno strano incidente. Forse quel barbaro di Tashtego fu tanto

imprudente e temerario da mollare per un attimo la sua presa di mano ai grossi paranchi che reggevano la testa, o forse

il punto in cui si reggeva era troppo fangoso e traditore, o forse infine fu il maligno in persona che volle far succedere

l'incidente, senza meglio specificare le sue ragioni. Come fu, nessuno ora può dirlo; ma di colpo, mentre l'ottantesima o

la novantesima secchia spuntava fuori con un risucchio, per la miseria! il povero Tashtego, come la secchia gemella che

cala in un vero pozzo, piombò a capofitto in quella gran botte di Heidelberg, e scomparve del tutto ai nostri occhi con

un orribile gorgoglio oleoso.

«Un uomo in mare!» gridò Daggoo che in mezzo alla costernazione generale fu il primo a tornare lucido: «Qui

la secchia!» e mettendovi dentro un piede, in modo da rafforzare la sua presa alla corda unta della frusta, si fece alzare

su fino in cima alla testa, prima quasi che Tashtego all'interno potesse aver toccato fondo. E intanto lì dentro avveniva

un tumulto terribile. Dalla murata si vedeva la testa senza vita che palpitava e sussultava proprio sotto il pelo dell'acqua,

quasi fosse presa in quel momento da qualche idea di straordinaria importanza; mentre era solo il disgraziato indiano

che senza volerlo rivelava sbattendo la pericolosa profondità a cui era disceso.

In quel momento, mentre Daggoo in cima alla testa disimpegnava la frusta che in qualche modo si era

imbrogliata nei grossi paranchi di squarto, si sentì un secco scricchiolio, e con orrore indescrivibile di tutti, uno degli

enormi ganci che sostenevano la testa venne via, e con un'ampia vibrazione la massa slittò e dondolò di fianco, finché la

nave ubriaca vacillò e tremò come urtata da un iceberg. L'unico gancio rimasto, che reggeva ormai tutto il peso, pareva

dovesse cedere da un momento all'altro; il che era anche più probabile a causa delle oscillazioni violente della testa.

«Vieni giù, vieni giù!» gridavano i marinai a Daggoo; ma il negro si reggeva con una mano ai pesanti paranchi,

in modo da restarvi appeso se la testa cedeva; e disimpegnato il cavo, gettò la secchia nel pozzo semicrollato, in modo

che il ramponiere seppellito l'afferrasse e potesse venire tirato fuori.

«Per il Padreterno,» gridò Stubb, «che fai, cacci dentro una cartuccia? Lascia perdere! Lo vuoi aiutare dandogli

il secchio di ferro sulla zucca? Lascia, ti dico!»

«Attento al paranco!» gridò una voce, come lo scoppio di un razzo.

Quasi nello stesso istante, con un fragore di tuono, l'enorme massa piombò in acqua come la Tavola di Roccia

del Niagara nel vortice; improvvisamente liberato, lo scafo rollò via mostrando perfino la luccicante lamiera di rame, e

tutti trattennero il respiro mentre Daggoo, ruotando a metà ora sulle teste degli uomini e ora sull'acqua, appariva e

spariva attraverso una fitta nebbia di spruzzi, aggrappato ai paranchi penzolanti, e il povero Tashtego seppellito vivo

scendeva sempre più giù in fondo al mare. Ma si era appena dileguato il vapore accecante, che una figura nuda con in

mano una sciabola d'abbordaggio apparve per un attimo in equilibrio sulla murata. L'istante dopo, un forte tonfo

annunciava che il mio coraggioso Queequeg si era tuffato per venire in aiuto del compagno. Tutti corremmo a mucchio

alla murata, e ogni occhio contava le increspature, mentre i momenti si susseguivano e non si vedeva segno né

dell'affondato né del tuffatore. Alcuni saltarono su una lancia accostata alla nave e dettero qualche colpo di remo verso

il largo.

«Ah! ah!» gridò Daggoo di colpo, dal suo posatoio che ora oscillava quieto lassù; e guardando più lontano

vedemmo un braccio alzarsi dritto dalle onde azzurre: uno strano spettacolo, come un braccio che spunti dall'erba sopra

una tomba.

«Tutti e due, tutti e due! Ci sono tutti e due!» tornò a gridare Daggoo con uno strillo di gioia; e subito dopo

vedemmo Queequeg che con una mano nuotava vigorosamente e con l'altra stringeva la lunga capigliatura dell'indiano..130

Tirati nella lancia che li aspettava, furono portati presto sul ponte. Ma Tashtego ci mise parecchio a riaversi, e nemmeno

Queequeg pareva molto vivace.

Ora, com'era stato fatto questo nobile salvataggio? Ebbene, Queequeg si era tuffato dietro alla testa che

sprofondava lentamente, e con la sciabola affilata aveva menato di fianco, vicino al fondo, in maniera da aprirvi un

grosso foro; poi, buttando via la sciabola, aveva cacciato tutto il suo lungo braccio dentro e verso l'alto, e così aveva

tirato fuori il nostro povero Tashtego per la testa. Egli dichiarò che al primo tentativo di trovarlo gli si era presentata

una gamba, ma sapendo bene che questo non era regolare e poteva causare gravi difficoltà, aveva spinto indietro la

gamba, e con un'abile spinta e botta aveva fatto fare all'indiano un capitombolo; sicché al secondo tentativo era venuto

fuori alla buona maniera antica, a testa avanti. Quanto al gran capoccione, si era comportato come meglio non si poteva

aspettare.

E così, grazie al coraggio e alla grande abilità ostetrica di Queequeg, Tashtego era stato felicemente riportato, o

piuttosto dato alla luce, e per giunta a dispetto degli ostacoli più difficili e apparentemente insuperabili; che è senza

dubbio una lezione da non scordare. E l'arte levatricia bisognerebbe insegnarla alla pari con la scherma, il pugilato,

l'equitazione e il canottaggio.

Sono sicuro che questa strana avventura del Capo Allegro sembrerà incredibile a certa gente di terra, sebbene

anche loro possano avere visto o sentito di qualcuno caduto in una cisterna di terraferma; un incidente che capita non di

rado, e anche molto più immotivatamente di quello dell'indiano, vista la straordinaria sdrucciolevolezza dell'orlo del

pozzo del capodoglio.

Ma forse qualcuno insisterà sagacemente: come va questa storia? Pensavamo che la testa porosa e fibrosa del

capodoglio fosse la sua parte più leggera e capace di galleggiare, ma tu la fai affondare in un elemento il cui peso

specifico è di gran lunga superiore. Questa volta ti abbiamo preso in fallo. Niente affatto; anzi, sono io che vi ho colti in

fallo; perché quando il povero Tashtego ci cascò dentro, la cassa era stata quasi tutta svuotata del suo contenuto più

leggero, e restava poco più della doppia parete tendinosa del pozzo, una sostanza saldata a doppio e ribadita, come ho

già detto, che è molto più pesante dell'acqua di mare, tanto che un pezzo vi affonda quasi come il piombo. Ma la

tendenza ad affondare subito di questa sostanza, nel caso presente era materialmente controbilanciata dalle altre parti

della testa che vi restavano attaccate, sicché essa affondò molto lentamente, anzi con lentezza deliberata, offrendo

lealmente a Queequeg la possibilità di compiere il suo svelto atto operatorio di gran corsa, si potrebbe dire. Sicuro, fu

proprio un parto in piena corsa.

Ora, se Tashtego fosse morto in quella testa, la sua sarebbe stata una preziosissima morte; soffocato nel più

bianco e fine dei fragranti spermaceti; messo nella bara, nel feretro e nella tomba della più segreta camera e del Santo

dei Santi della balena. Soltanto una fine più dolce è facile ricordare: la deliziosa morte di un cacciatore di miele

dell'Ohio, che cercando il miele nell'inforcatura di un albero cavo ne trovò un tale deposito, che sporgendovisi troppo ne

venne risucchiato, e vi morì imbalsamato. Quanta gente pensate che sia caduta così nella testa mielata di Platone, e vi

sia morta soavemente?

LXXIX • LA PREGHIERA

Analizzare le linee della faccia, o tastare i bernoccoli sulla testa di quei leviatani, è un'impresa che finora

nessun fisiognomista o frenologo ha affrontato. Un compito simile parrebbe quasi altrettanto promettente che per

Lavater avere scrutato le rughe sulla Rocca di Gibilterra, o per Gall essere montato su una scala per palpeggiare la

cupola del Pantheon. Eppure, in quella sua opera famosa, Lavater tratta non solo dei vari volti umani, ma anche studia

attentamente le facce di cavalli, uccelli, serpenti e pesci, e tratta dettagliatamente i cambiamenti di espressione che vi si

colgono. Né il Gall e il suo allievo Spurzheim hanno mancato di azzardare qualche supposizione riguardo alle

caratteristiche frenologiche di creature diverse dall'uomo. Perciò, sebbene io sia ben poco idoneo a fare il pioniere

nell'applicazione di queste due semiscienze alla balena, farò del mio meglio. Io tento di tutto, e realizzo quel che posso.

Fisiognomicamente considerato, il capodoglio è una bestia anomala. Non ha un vero e proprio naso. E siccome

il naso è il connotato centrale e più cospicuo, e forse quello che maggiormente modifica e in ultima analisi controlla

l'effetto combinato degli altri caratteri, sembrerebbe da questo che la sua assoluta mancanza, in quanto appendice

esterna, debba influenzare moltissimo l'aspetto della balena. Perché, come nell'arte del giardinaggio una guglia, una

cupola, un monumento o una qualche torre è ritenuta quasi indispensabile per la compiutezza della scena, così nessun

viso può essere armonioso fisiognomicamente senza l'alto campanile a traforo del naso. Fate saltare il naso al Giove

marmoreo di Fidia: che orrore vi resta! Ma tuttavia il leviatano è di dimensioni così potenti, e le sue proporzioni sono

così maestose, che quella stessa deficienza che nel Giove scolpito sarebbe ripugnante, in lui non è per nulla una

macchia: anzi aggiunge alla sua imponenza. Un naso nella balena sarebbe stato non pertinente. Mentre nella vostra iole

fate un viaggio fisiognomico attorno alla gran testa, i nobili pensieri che vi ispira non sono mai turbati dall'idea che la si

potrebbe menare per il naso. Un'idea pestifera, che così spesso continua a ficcarvisi in mente anche se contemplate il più

imponente mazziere regale sul suo trono.

Per alcuni riguardi, forse la più imponente veduta fisiognomica che si possa avere del capodoglio è quella di

piena faccia. Questo suo aspetto è sublime..131

Una bella fronte umana che pensa è come l'Oriente tormentato dal mattino. Nel riposo del pascolo la fronte

arricciata del toro ha in sé qualcosa di grandioso. Quando spinge pesanti cannoni su per le gole montane, la fronte

dell'elefante è maestosa. Umana o animale, la misteriosa fronte è come quel gran sigillo aureo apposto dagli imperatori

tedeschi ai loro decreti. Significa: «Dio: fatto oggi di mio pugno.» Ma nella maggior parte delle creature, anzi nell'uomo

stesso, molto spesso la fronte non è altro che una mera striscia di terra alpina lungo la linea delle nevi. Poche sono le

fronti che come quelle di Shakespeare o di Melantone si alzano così in alto e scendono così in profondo, che gli occhi

stessi paiono chiari, eterni e immobili laghi montani; e ovunque al di sopra di essi, nelle rughe della fronte, vi sembra di

seguire i pensieri dalle grandi corna ramose che vi scendono a bere, come i cacciatori degli Altipiani seguono sulla neve

le tracce dei cervi. Ma nel grande capodoglio, quell'alta e possente dignità divina che inerisce alla fronte è così

immensamente ampliata, che se lo guardate bene di fronte sentite la divinità e le tremende potenze più fortemente che

alla vista di qualsiasi altra cosa viva nella natura. Perché non vedete nessun singolo punto, nessun tratto distinto, né

naso né occhi né orecchie né bocca, nessuna faccia perché il capodoglio non ne ha, nulla tranne quell'unico vasto

firmamento della fronte, pieghettato di enigmi, silenziosamente gravato del destino di navi, lance e uomini. Né di

profilo questa fronte meravigliosa appare più piccola, sebbene vista in quel modo la sua grandiosità non vi torreggia

tanto addosso. Di profilo, vedete benissimo quella depressione orizzontale, a forma di semiluna spezzata, che per

Lavater è nell'uomo il segno del genio.

Ma come, genio in un capodoglio? Ha mai scritto un libro o pronunciato un discorso, il capodoglio? No, il suo

grande genio si rivela in questo, che egli non fa nulla di speciale per provarlo. E inoltre è dichiarato nel suo silenzio da

piramide. E questo mi ricorda che se il gran capodoglio fosse stato noto ai primi uomini dell'oriente, sarebbe stato

divinizzato dalla magica infantilità dei loro pensieri. Essi divinizzarono il coccodrillo del Nilo, perché il coccodrillo non

ha lingua; e anche il capodoglio non ha lingua, o almeno ce l'ha tanto piccola che non può nemmeno tirarla fuori. Se in

futuro qualche popolo di alta e poetica cultura riuscirà a richiamare ai loro diritti di primogenitura gli antichi allegri dèi

di Calendimaggio, e li rimetterà vivi in trono nel cielo ora egoistico, sul monte ormai deserto, allora state certi che il

gran capodoglio, elevato all'alto seggio di Giove, farà vita da re.

Champollion decifrò i rugosi geroglifici del granito. Ma non c'è uno Champollion che decifri l'Egitto del viso

di ogni uomo e di ogni essere. La Fisiognomia, come ogni altra scienza umana, è solo una favola effimera. Se dunque

Sir William Jones, che aveva studiato trenta lingue, non riusciva a leggere la faccia del contadino più ingenuo nei suoi

significati più profondi e sottili, come può sperare questo ignorante Ismaele di leggere il tremendo caldaico della fronte

del capodoglio? Non posso che mettervela davanti. Leggetela voi se potete.

LXXX • IL NOCCIOLO

Se il capodoglio è fisiognomicamente una sfinge, il suo cervello è per il frenologo quel cerchio dei geometri

che è impossibile quadrare.

Nell'esemplare adulto il cranio è lungo almeno venti piedi. Scardinate la mandibola, e l'aspetto laterale di

questo cranio è come l'aspetto laterale di un piano moderatamente inclinato che poggia tutto su una base orizzontale.

Ma in vita, come abbiamo già visto, questo piano inclinato è riempito angolarmente e quasi quadrato dall'enorme massa

sovrastante dello junk e dello sperma. All'estremità superiore il cranio forma un cratere per ricevere quella parte della

massa, mentre sotto il lungo pavimento di questo cratere, in un'altra cavità che supera di rado i dieci pollici di lunghezza

e altrettanti di profondità, riposa quella manciatina di cervello che ha il mostro. Nella bestia viva, il cervello dista

almeno venti piedi dalla sua fronte apparente: se ne sta nascosto dietro ampie opere di difesa, come la cittadella interna

dentro le vaste fortificazioni di Quebec. Ed è sepolto così bene, quasi fosse un cofanetto prezioso, che io ho conosciuto

balenieri i quali negavano perentoriamente che il capodoglio avesse altro cervello se non quella liquida sembianza del

medesimo costituita dai metri cubi del suo magazzino di sperma. Disposto com'è in strane pieghe, giri e convoluzioni,

sembra loro più adeguato all'idea della sua forma complessiva considerare questa sua parte misteriosa come la sede

dell'intelligenza.

È chiaro quindi che frenologicamente la testa di questo leviatano, allo stato vivo e integro, è una completa

illusione. Quanto al suo vero cervello, in quello stato non se ne vede né sente alcun indizio. Come tutte le cose possenti,

la balena presenta al mondo profano una falsa fronte.

Se scaricate il cranio dei suoi mucchi spermacei e poi date un'occhiata alla sua facciata posteriore, sarete colpiti

dalla sua somiglianza col cranio umano veduto nella stessa situazione e dallo stesso punto di vista. Sul serio, mettete

questo cranio, rovesciato e rapportato alla misura umana, in un vassoio di crani umani, e involontariamente li

confonderete; e notando le depressioni su una parte del suo cocuzzolo direste con spirito frenologico: «Quest'uomo non

ha rispetto di sé, né venerazione.» E da queste negazioni, unite al fatto positivo della sua massa e forza prodigiosa,

potete meglio farvi l'idea più vera, se non la più esilarante, di che cosa sia al mondo la più alta potenza.

Ma se, dalle dimensioni relative del vero cervello della balena, giudicate che sia impossibile farne una

descrizione adeguata, allora ho per voi un'altra idea. Se osservate attentamente la spina dorsale di quasi tutti i

quadrupedi, vi colpirà la somiglianza delle vertebre a una collana di piccoli crani che somigliano tutti in modo

rudimentale al cranio vero e proprio. È un'idea tedesca che le vertebre siano senz'altro crani non sviluppati. Ma la

curiosa somiglianza esteriore, penso che non siano stati i tedeschi a notarla per primi. Un mio esotico amico me la fece.132

notare una volta nello scheletro di un nemico ucciso, e con le cui vertebre stava intarsiando a mo' di bassorilievo la prua

a becco della sua canoa. Ora, io penso che i frenologi abbiano omesso una cosa importante, non spingendo le loro

ricerche dal cervelletto fino al foro spinale. Perché penso che molta parte del carattere di un uomo la si trovi indicata

nella sua spina. Vorrei piuttosto palparvi la spina che il cranio, chiunque siate. Un travicello magro di spina non ha mai

retto un animo nobile e pieno. Io mi compiaccio della mia spina, come dell'asta ferma e audace di quella bandiera che

spiego in faccia al mondo.

Applicate questo ramo spinale della frenologia al capodoglio. La sua cavità cranica si continua nella prima

vertebra della nuca, e in questa vertebra il fondo del buco spinale misurerà dieci pollici di larghezza e otto di altezza e

avrà forma di triangolo con la base in basso. Passando attraverso le altre vertebre il canale si restringe di volume,. ma

per un tratto considerevole mantiene una grande capacità. Ora, naturalmente, questo canale è in fondo riempito della

stessa sostanza stranamente fibrosa, il midollo spinale, che riempie il cervello, e col cervello comunica direttamente. E

quel che è più importante, per molti piedi dopo che è uscito dalla cavità cerebrale, il midollo presenta una circonferenza

immutata, quasi uguale a quella del cervello. Così stando le cose, non sarebbe ragionevole esaminare e delineare

frenologicamente la spina dorsale della balena? Vista sotto questa luce, l'incredibile piccolezza relativa del suo cervello

vero e proprio è più che compensata dall'incredibile grandezza relativa della spina dorsale.

Ma lasciamo che questo suggerimento agisca come può tra i frenologi; vorrei solo accettare per un istante la

teoria spinale con riferimento alla gobba del capodoglio. Questa gobba augusta sorge, o mi sbaglio, su una delle

vertebre più grosse, e ne è quindi, in qualche modo, la sagoma convessa esteriore. Dalla sua posizione relativa io

giudicherei allora che si debba definire quest'alta gobba l'organo della fermezza e della indomabilità del capodoglio. E

che il gran mostro sia davvero indomabile, avrete in seguito ragioni per crederlo.

LXXXI • IL PEQUOD INCONTRA LA VERGINE

Arrivò il giorno in cui era scritto che dovevamo incontrare la nave Jungfrau, capitano Derick De Deer, di

Brema.

Un tempo i più grandi popoli balenieri del mondo, gli olandesi e i tedeschi sono ora tra gli ultimi; ma ogni

tanto, a larghissimi intervalli di latitudine e longitudine, capita ancora di incontrare nel Pacifico la loro bandiera.

Per qualche ragione, la Jungfrau pareva molto ansiosa di presentarci i suoi omaggi. Ancora a una certa distanza

dal Pequod, si voltò controvento e calò una lancia in cui il capitano venne spinto verso di noi, ritto impaziente a prua

invece che a poppa.

«Che diamine tiene in mano?» gridò Starbuck indicando qualcosa che il tedesco portava barcollante. «Non è

possibile! Un serbatoio di lampada!»

«Ma no,» disse Stubb, «no, no, è una caffettiera, signor Starbuck; sta venendo a farci il caffè, il mangiasego;

non vedete quella grossa scatola di latta che ha accanto? È l'acqua bollente. Oh, un tipo in gamba questo mangiasego.»

«Ma smettila,» sbottò Flask «è un serbatoio di lampada, e un barattolo d'olio. Ha finito l'olio e viene a

domandarci l'elemosina.»

Può sembrare curioso che una nave da olio chieda olio a prestito in zona di caccia; ma per quanto possa

contraddire a suo modo il vecchio proverbio del portare carbone a Newcastle, pure qualche volta questo succede

davvero; e nel caso presente il capitano Derick De Deer portava in mano senza dubbio, come sosteneva Flask, un

serbatoio di lampada.

Mentre saliva in coperta Achab gli si accostò bruscamente, senza badare affatto a ciò che teneva in mano; ma il

tedesco, nel suo inglese approssimativo, manifestò subito un'ignoranza totale della balena bianca, e immediatamente

portò il discorso sul serbatoio e sulla scatola dell'olio, facendo capire che gli toccava, di notte, ficcarsi nella branda nella

più completa oscurità, perché l'ultima goccia del suo olio di Brema era finita da un pezzo, e neanche un pesce volante

s'era fatto pigliare per ovviare al bisogno; e concluse dicendo che la sua nave era proprio una di quelle che i balenieri

chiamano tecnicamente pulite (cioè a dire, vuote), e meritava bene il nome di Jungfrau o Vergine.

Rifornitosi di quanto gli serviva, Derick se ne andò, ma non era ancora arrivato a fianco del suo legno, che

dalle teste d'albero di tutte e due le navi furono quasi simultaneamente avvistate balene; e tanto affamato era Derick di

caccia, che senza fermarsi a portare a bordo il barattolo e il serbatoio girò la barca e si buttò dietro ai serbatoi

leviatanici.

Ora, essendo apparsa la preda a sottovento, la sua barca e le altre tre dei tedeschi subito corsegli dietro avevano

un vantaggio notevole sulle chiglie del Pequod. C'erano otto balene, che fanno ordinaria mente un branco. Coscienti del

pericolo, fuggivano affiancate, velocissime, dritte davanti al vento, sfregandosi i fianchi strette come pariglie di cavalli

bardati. E lasciavano una grande, ampia scia, quasi srotolassero di continuo una gran pergamena sul mare.

In mezzo a questa sfrenata scia, e molte tese indietro, nuotava un vecchio maschio, grosso e gibboso, che per la

sua relativa lentezza e per le insolite incrostazioni giallicce che lo coprivano pareva malato di itterizia o di qualche altro

acciacco. Pareva improbabile che questa balena appartenesse al branco che gli correva davanti, visto che difficilmente

questi pesci venerabili si mostrano socievoli. Ma con tutto ciò insisteva a non mollare la scia, sebbene le ondate che le

altre sollevavano lo rallentassero certamente, visto che l'osso bianco o l'onda davanti al suo largo muso si rifrangeva

come l'ondata che formano urtandosi due correnti contrarie. La sua sfiatata era corta, lenta e faticosa, veniva fuori con.133

una specie di sgorgo strozzato, e si sperdeva in brandelli laceri, seguiti da strani sussulti sotterranei che parevano

trovare sfogo alla sua altra estremità sommersa, facendogli gorgogliare l'acqua dietro.

«Chi ha della tintura d'oppio canforata?» disse Stubb. «Ha la diarrea, temo. Per la miseria, pensate, averci

mezzo ettaro di mal di pancia! Venti contrari gli fanno carnevale nelle budella, ragazzi. È il primo vento cattivo che

abbia mai visto tirare di poppa; ma guardate, s'è mai vista balena straorzare in quel modo? Forse ha perduto la barra.»

Come un mercantile stracarico che scende lungo la costa indiana col ponte gremito di cavalli impauriti, e

sbanda, picchia, rolla e sguazza per via, così questa vecchia balena sollevava la sua massa attempata, e in parte

rivoltandosi ogni tanto sulle costole impacciate, mostrava la causa della sua rotta sbilenca nel troncone innaturale della

sua pinna di tribordo. Difficile dire se avesse perduta quella pinna in combattimento, o se fosse nata senza.

«Un altro po' di pazienza, vecchio mio, e t'imbraco io quel braccio ferito,» gridò Flask crudelmente,

accennando alla lenza che aveva accanto.

«Attento che non t'imbrachi lui,» urlò Starbuck; «forza, o lo prende il tedesco.»

Tutte le lance rivali puntavano unanimi su quel solo pesce, perché era non solo il più grosso e quindi il più

prezioso, ma anche il più vicino, e del resto le altre balene filavano a tale velocità da rendere inutile, almeno per il

momento, ogni tentativo di inseguirle. A questo punto, le chiglie del Pequod avevano sopravvanzato le tre lance

tedesche calate per ultime; ma grazie al vantaggio iniziale che aveva, la barca di Derick era ancora in testa, sebbene

seguita ogni momento più da presso dai suoi rivali stranieri. La sola cosa che i nostri temevano era che, trovandosi già

tanto vicino alla preda, quello potesse lanciare il rampone prima di essere nettamente raggiunto e sorpassato. Quanto a

Derick, pareva assolutamente sicuro di spuntarla, e ogni tanto con un gesto di scherno agitava in aria il suo serbatoio

verso le lance.

«Che carogna, che ingrato!» urlava Starbuck, «mi piglia in giro e mi sfida con la stessa scatola dell'elemosina

che gli ho riempito neanche cinque minuti fa!» E col suo solito intenso bisbiglio: «Forza, levrieri! Fatevi sotto!»

«Ora vi spiego, ragazzi!» gridava Stubb al suo equipaggio. «Impazzire è contro la mia religione, ma quel

farabutto tedesco lo vorrei mangiare. Avanti, forza! Volete farvi battere da quel maiale? Vi piace l'acquavite? Allora

una botte per il migliore di tutti. Forza, perché qualcuno non si spacca una vena? Chi è che ha gettato l'ancora? Non ci

muoviamo di un pollice, siamo entrati in bonaccia. Ahò, ci cresce l'erba su questo fondo di barca, e per Dio, l'albero sta

mettendo i germogli. Così non va, ragazzi. Guardate quel mangiasego! A farla corta, mi volete sputare fuoco, sì o no?»

«Ma guarda che saponata che fa!» strillava Flask saltando come un grillo, «guarda che gobba! Avanti, buttatevi

sul manzo! Non tenetemi su questo tronco, scattate ragazzi! Frittelle e quohog a cena, lo sapete, ragazzi... vongole

arrosto e tartine... scattate perdio! È un cento botti... non me lo fate perdere adesso, non me lo fate perdere: guardate

quel tedesco boia! Ragazzi, volete remare o no per questo budino? Scannapani! Scansafatiche! Non vi piace lo

spermaceti? Ci sono tremila dollari laggiù, ragazzi! Una banca, una banca piena! La banca d'Inghilterra! Sotto, sotto,

sotto! E che fa ora quel tedesco?»

In quel momento Derick faceva il gesto di scagliare il serbatoio, e anche il barattolo dell'olio, contro le lance

che avanzavano, forse con la doppia intenzione di ritardare la corsa dei rivali e nello stesso tempo di accelerare

economicamente la sua col breve rinculo del suo lancio.

«Barcaccio maleducato!» urlò Stubb. «Vogate ragazzi, come cinquantamila corazzate di diavoli rossi, vogate!

Che dici, Tashtego? Te la senti di spaccarti la spina in ventidue pezzi per l'onore del vecchio Capo Allegro? Te la

senti?»

«Me la sento, canchero!» sibilò l'indiano.

E tutte assieme infuriate per gli scherni del tedesco, le tre lance del Pequod cominciarono ora a irrompere quasi

affiancate, e in quell'ordine quasi lo acchiappavano. Con l'atteggiamento disinvolto e cavalleresco dei capibarca che si

avvicinano alla preda, i tre ufficiali si erano alzati in piedi, altezzosi, e incitavano ogni tanto il poppiere con un grido

d'incoraggiamento: «Là scivola, guarda! Viva la brezza di frassino! Abbasso il tedesco! Dategli addosso!»

Ma così deciso era il vantaggio iniziale di Derick, che malgrado tutta la loro valentia sarebbe riuscito vincitore

in quella gara, se una giusta punizione non gli fosse calata tra capo e collo sotto forma di un colpo rovescio di pala del

rematore di mezzo. E mentre quel calzolaio brancolava per tirare il remo dall'acqua, e a causa sua la barca stava per

rovesciarsi e Derick sbraitava impazzito alla ciurma, Starbuck, Stubb e Flask colsero la buona occasione. Con un

urlaccio, fecero un balzo tremendo e si allinearono per obliquo sul quartiere del tedesco. Ancora un momento, e tutte e

quattro le barche correvano a diagonale sotto la scia della balena, e ai loro due lati s'allargava l'onda schiumosa che

faceva il pesce.

Era uno spettacolo terribile, pietoso, da spezzare i nervi. Ora la balena andava a testa in fuori, e si buttava

innanzi la sfiatata in un gettito continuo e tormentoso, mentre la sua unica misera pinna le batteva il fianco in un'agonia

di terrore. Ora da un lato ora dall'altro straorzava nella sua fuga barcollante, e sempre, a ogni ondata che rompeva,

affondava spasmodicamente nell'acqua o sbatteva di fianco verso il cielo quella sua unica pinna. Così ho visto un

uccello con l'ala spezzata fare atterrito nell'aria rotti cerchi, tentando invano di sfuggire ai falchi sanguinari. Ma l'uccello

ha voce, e può comunicare il suo terrore con grida lamentose; la paura di questo gran mostro muto del mare gli era

incatenata e incantata dentro; non aveva voce tranne quel respiro soffocato attraverso lo spiraglio, e ciò rendeva la sua

vista indicibilmente pietosa, mentre ancora nella sua massa stupefacente, nella sua mascella a saracinesca e nella

potentissima coda c'era abbastanza da terrorizzare l'uomo più coraggioso che ne sentisse pietà..134

Ora, vedendo che da un momento all'altro le lance del Pequod avrebbero preso vantaggio, piuttosto che farsi

rubare la preda, Derick decise di rischiare ciò che per lui doveva essere un lancio pazzesco, e così non lasciarsi scappare

l'ultima sua carta.

Ma non appena il suo ramponiere si alzò per tirare, tutte e tre le tigri, Queequeg, Tashtego e Daggoo, balzarono

in piedi d'istinto e così, in fila trasversale, puntarono insieme i ferri. Scagliati sulla testa del ramponiere tedesco, quei tre

ferri di Nantucket si piantarono nella balena. Vapori incandescenti di schiuma ci accecarono. Le tre lance, nella prima

furia del balzo di testa del pesce, cozzarono di lato contro il legno tedesco con una tale forza, che Derick e il suo

sbigottito ramponiere furono buttati in acqua, e le tre chiglie in corsa li scavalcarono.

«Niente fifa, lattine mie di burro!» urlò Stubb, gettando loro di passaggio un'occhiata mentre s'avventavano

oltre, «qualcuno vi pescherà subito, non vi preoccupate: ho visto certi pescicani a poppa, sapete, cani di San Bernardo,

soccorrono i viandanti in pericolo. Urrà, questo si chiama filare! Ogni chiglia un barbaglio di sole, urrà! Si viaggia

come tre marmitte attaccate alla coda di un puma impazzito! Mi fa pensare a un elefante legato a un biroccio su una

pianura: attaccati così, ci volano via di sotto i raggi alle ruote, ragazzi! E c'è pericolo di fare un capitombolo se si sbatte

contro una collina. Urrà, questo è cosa si sente quando si va diritti in braccio a Davy Jones: tutto un volo lungo un piano

inclinato e senza mai fine! Urrà! Questa balena dev'essere il postino del diavolo!»

Ma la corsa del mostro fu breve. Con un improvviso rantolo si tuffò tumultuosamente. Uno scatto, un raschio,

e le tre lenze filarono attorno ai ceppi con tale forza da scavarvi solchi profondi, mentre i ramponieri temevano tanto

che questo veloce scandaglio esaurisse di botto le lenze, che con tutta la loro abilità e la loro forza diedero parecchie

volte al cavo fumante per trattenerlo; finché, per lo sforzo perpendicolare sui passacavi foderati di piombo, da cui i cavi

filavano dritti nell'azzurro, i capi di banda delle prue furono quasi a livello d'acqua, e le tre poppe si sollevarono in aria.

E quando, subito dopo, la balena smise di scendere, tutti restammo in quella posizione piuttosto scabrosa: ma avevamo

paura di dare altra lenza. Vi sono state barche tirate sotto e perdute in questa maniera, ma è questo «tenere», come viene

chiamato, questo uncinarlo alla schiena con le punte aguzze nella carne viva, che spesso tortura tanto il pesce da farlo

tornare a galla incontro alla lancia tagliente del nemico. Ma a parte il rischio della cosa, è dubbio che questo sia sempre

il procedimento migliore, perché non è che ragionevole presumere che più la balena colpita resta sott'acqua, più si

esaurisce. Difatti, a causa della sua superficie enorme - un po' meno di duemila piedi quadrati in un capodoglio adulto -

la pressione dell'acqua è immensa. Tutti sappiamo quale incredibile peso atmosferico noi stessi ci portiamo sulle spalle,

anche qui, sul suolo, nell'aria: che peso dovrà dunque sopportare una balena, che regge sul dorso una colonna di

duecento tese di oceano! Uguaglierà, per lo meno, il peso di cinquanta atmosfere. Un baleniere l'ha paragonato al peso

di venti navi da guerra con tutti i loro cannoni, provviste e equipaggi.

Mentre le tre barche se ne stavano lì cullate delicatamente dal mare, guardando nel suo eterno meriggio

azzurro, e non un solo gemito né un grido, anzi neanche un gorgoglio o una bolla salivano dai suoi abissi, quale uomo di

terra avrebbe pensato che sotto tutto quel silenzio e quella pace il più grande mostro del mare stesse sbattendo e

contorcendosi nell'agonia! Non otto pollici di cavo perpendicolare si vedevano dalle prue. Sembra credibile che con

quei tre gracili fili il grande leviatano fosse sospeso come il disco di piombo a un pendolo di lunga carica? E sospeso a

che cosa? A tre pezzetti di legno. È questa la bestia di cui fu detto una volta trionfalmente «Puoi riempirgli la pelle di

ferri dentati, o la testa di fiocine. La spada di colui che gli mena non fa presa, né la lancia o il giavellotto o l'alabarda:

per lui il ferro è paglia, il dardo non lo fa fuggire, le frecce sono come stoppie, egli ride a chi brandisce una lancia»? È

questa quella creatura, questa qui sotto? Ahimè, che le parole dei profeti debbano risultare vuote. Perché con la potenza

di mille cosce nella coda il leviatano ha cacciato la testa sotto le montagne del mare, per nascondersi alle fiocine del

Pequod!

Nella luce obliqua di quel pomeriggio, le ombre che le tre lance gettavano sotto la superficie dovevano essere

lunghe e larghe abbastanza da coprire metà dell'armata di Serse. Chi può dire come dovevano sembrare spaventosi alla

balena ferita quei fantasmi immensi che le fluttuavano sul capo!

«Attenti, ragazzi, si muove!» gridò Starbuck mentre le lenze vibravano di botto nell'acqua, portando loro

dis tintamente dal basso, come per fili magnetici, i sussulti agonizzanti della balena, sicché ogni rematore li sentì al suo

banco. Un attimo dopo, libere in gran parte dallo sforzo delle prue verso il basso, le barche dettero un improvviso balzo

all'insù, come farebbe un lastrone di ghiaccio quando un folto gruppo di orsi bianchi ne schizzi via in acqua impaurito.

«Ricupera! Ricupera!» gridò di nuovo Starbuck. «Viene a galla.»

Le lenze di cui appena un minuto prima non si sarebbe potuto ricuperare un palmo, furono ora gettate in lunghe

rapide spire tutte gocciolanti nelle lance, e presto la balena ruppe l'acqua a due navi di distanza dai cacciatori.

I suoi movimenti mostravano chiaro la sua estrema spossatezza. Nella maggior parte degli animali terrestri

parecchie vene hanno certe valvole o cateratte per mezzo delle quali, in caso di ferite, il sangue viene in qualche modo

almeno temporaneamente bloccato in certe direzioni. Non così nella balena, una delle cui caratteristiche è di avere nei

vasi sanguigni una struttura del tutto non valvolare, sicché quando essa viene trafitta anche da una punta minuta come il

rampone, una perdita mortale investe di colpo tutto il suo sistema arterioso; e quando questa è aggravata dalla

straordinaria pressione dell'acqua a grande distanza dalla superficie, si può dire che la vita le sgorghi dalle ferite a fiotti

incessanti. Eppure è tanto il sangue che possiede, e tanto distanti e numerose le sue interne fonti, che essa continuerà a

versare sangue su sangue per gran tempo; così come, in una siccità, può scorrere un fiume la cui origine è nelle fonti di

lontani e invisibili colli. Ora, anche quando le barche si fecero addosso a questa balena, passando pericolosamente sulla

sua coda ondeggiante per scagliare dentro il pesce le lance, le nuove ferite produssero gettiti continui, incessanti, mentre

lo sfiatatoio naturale sulla testa emetteva solo a intervalli, per quanto rapidi, il suo atterrito vapore nell'aria. Ancora il.135

sangue non usciva da quest'ultimo orifizio perché sinora non era stata toccata nessuna parte vitale. La sua vita, come la

si chiama significativamente, era intatta.

E mentre le lance la circondavano più strette, tutta la parte superiore del suo corpo, con molti di quei punti che

di solito stanno sommersi, si fece chiaramente visibile. Si vedevano gli occhi, o piuttosto i punti dove erano stati gli

occhi. Come strane escrescenze aberranti si raccolgono nelle cavità dei nodi delle querce più nobili abbattute, così dai

punti una volta occupati dagli occhi della balena sporgevano bulbi ciechi, orribilmente pietosi a vedersi. Ma di pietà non

ve ne fu. Malgrado tutti i suoi anni, malgrado il suo unico braccio e i suoi occhi ciechi, il pesce doveva morire di quella

morte, ed essere assassinato per illuminare le gaie nozze e gli altri divertimenti degli uomini, e anche per fare luce nelle

chiese solenni che predicano la mansuetudine incondizionata di tutti verso tutti. Sempre avvoltolandosi nel suo sangue,

il pesce scoprì alla fine uno strano gonfiore o protuberanza livida, del volume di uno staio, molto in basso sul fianco.

«Un bel posto!» strillò Flask. «Voglio pungerlo lì una volta.»

«Ferma,» gridò Starbuck. «Non ce n'è bisogno.»

Ma l'umano Starbuck arrivò troppo tardi. Appena inferto il colpo, un gettito ulceroso sprizzò dalla ferita

crudele, e impazzita dal dolore insopportabile la balena sfiatando sangue denso si scagliò di botto, cieca, sulle lance,

inzaccherando i legni e gli equipaggi esultanti sotto torrenti di sangue, e rovesciando con la prua spezzata la barca di

Flask. E fu il suo spasimo dell'agonia. Perché ormai era tanto esausta per la perdita di sangue, che rotolò via impotente

dal rottame che aveva fatto, si rovesciò sul fianco ansimante, dibattè a vuoto la pinna mutilata, poi pian piano si girò su

se stessa come un pianeta che muore, voltò in alto i bianchi segreti del ventre, s'irrigidì come un tronco, e morì. E fu

assai triste, quell'ultima sua sfiatata. Come quando mani invisibili tolgono gradatamente l'acqua a una grande fontana, e

con gorgogliamenti malinconici, semisoffocati, la colonna di spruzzi si abbatte a poco a poco al suolo: così l'ultima,

lunga sfiatata morente della balena.

Ben presto, mentre gli equipaggi aspettavano l'arrivo della nave, il corpo mostrò sintomi di volere affondare

con tutti i suoi tesori inviolati. Immediatamente, agli ordini di Starbuck, furono assicurate lenze a vari suoi punti, di

modo che ben presto ogni barca diventò una boa, e la balena sommersa restò sospesa ai cavi a pochi pollici dalle

chiglie. Con cautissima manovra, quando la nave si avvicinò, la balena fu trasferita al suo fianco e vi fu assicurata

saldamente con le più robuste catene da coda, perché era chiaro che senza un sostegno artificiale il corpo sarebbe subito

andato a fondo.

Capitò che quasi al primo taglio che le fecero con la vanga, tutto quanto un rampone corroso si trovò sepolto

nella carne, nella parte inferiore della protuberanza di cui ho detto. Ma siccome tronchi di arpioni si trovano spesso nei

corpi di balene uccise, con la carne perfettamente sana tutt'intorno e senza nessun gonfiore a indicarne il posto, doveva

esserci stato di certo, nel caso presente, qualche altro ignoto motivo che spiegasse l'ulcera cui ho alluso. Ma ancora più

curioso fu il fatto che nella balena si trovò, non lontano dal ferro sepolto e con la carne intorno perfettamente rassodata,

la punta di pietra di una lancia. Chi aveva scagliato quella lancia di pietra, e quando? Poteva averla scagliata qualche

indiano del Nord-Ovest molto tempo prima che si scoprisse l'America.

Chi sa quali altre meraviglie avremmo potuto scovare rovistando in questo armadio mostruoso. Ma le nostre

scoperte ebbero un improvviso arresto quando si vide la nave, a causa della tendenza del corpo ad affondare che

aumentava tremendamente, piegarsi tutta su un fianco come non si era mai visto. Comunque Starbuck, che dirigeva le

operazioni, tenne duro fino all'ultimo; tenne duro, a dire il vero, così cocciutamente, che quando alla fine la nave stava

per capovolgersi, se continuava a tenersi abbracciata al cadavere, e fu dato l'ordine di staccarsene, si era creata una tale

tensione sugli scalmi a cui erano assicurati i cavi e le catene di coda, che fu impossibile mollarli. Intanto tutto, sul

Pequod, era a sghimbescio. Attraversare il ponte dall'una all'altra banda era come arrampicarsi sul tetto ripido di una

casa a frontoni. La nave gemeva e ansava. Molti degli intarsi d'avorio sulle murate e nelle cabine saltarono via a causa

della dislocazione innaturale. Invano si applicarono aspe e vanghe sulle irremovibili catene di coda onde fare leva e

sloggiarle dagli scalmi; e la balena ormai era calata così a fondo che non si poteva affatto arrivare alle sue estremità

sommerse, e a ogni momento intere tonnellate di peso parevano aggiungersi alla massa che affondava e tirare giù con

essa la nave.

«Stai su, stai su, no?» gridava Stubb al cadavere. «Non avere questa furia dannata di calare a fondo! Per la

miseria, ragazzi, dobbiamo fare qualcosa o si va sotto. Inutile fare leva; dico, piantatela con quelle vanghe, e uno di voi

corra a prendere un libro di giaculatorie e un temperino per tagliare le catene.»

«Un temperino? Qui! qui!» strillò Queequeg, e afferrando la scure massiccia del mastro d'ascia si sporse da un

portello e cominciò, acciaio contro ferro, a menare alle più grosse catene di coda. Bastarono pochi colpi, tutti

scintillanti, e il resto lo fece la tremenda tensione. Con uno schianto pauroso ogni legatura saltò in aria: la nave si

raddrizzò, la carcassa colò a picco.

Ora, questa perdita inevitabile di un capodoglio appena ucciso, che ogni tanto si verifica, è una cosa

stranissima; e nessun pescatore è ancora riuscito a spiegarla bene. Di solito il capodoglio morto ha un'ottima spinta di

galleggiamento, e sta su coi fianchi o la pancia che sporgono di parecchio sul pelo dell'acqua. Se le uniche balene che

affondano fossero vecchie bestie magre e desolate, coi cuscinetti di lardo esauriti e le ossa pesanti e reumatizzate, allora

si potrebbe asserire con qualche giustificazione che l'affondare è dovuto a un'insolita gravità specifica del pesce

conseguente all'assenza di materia galleggiante nel suo corpo. Ma non è così. Perché balene giovani, scoppianti di

salute, gonfie di nobili aspirazioni, stroncate prematuramente nel caldo rigoglio e nel maggio della vita con tutto il loro

lardo palpitante addosso, perfino questi eroi muscolosi e leggeri vanno a fondo qualche volta..136

Bisogna però dire che il capodoglio è assai meno soggetto delle altre specie a questi incidenti. Per uno di loro

che affonda, calano almeno venti balene franche. Questa differenza nella specie va attribuita indubbiamente in grado

non piccolo alla maggiore quantità di ossa nella balena franca; solo le sue chiusure alla veneziana pesano a volte più di

una tonnellata. Da questi impacci il capodoglio è completamente libero. Ma ci sono casi in cui, dopo parecchie ore o

parecchi giorni, la balena affondata riemerge più galleggiante che da viva. Ma per un'ovvia ragione: le si formano

dentro dei gas, si gonfia mostruosamente, diventa una specie di pallone animale. A quel punto neanche una nave da

guerra ci riuscirebbe a tenerla sotto.

Nella baleneria costiera, sui bassifondi, nelle baie della Nuova Zelanda, quando una balena franca dà segno di

affondare, vi si attaccano boe con molta sàgola, in modo che, quando il corpo è affondato, si sappia dove cercarlo

quando sarà riemerso.

Poco dopo affondata la balena, si sentì gridare dalle teste d'albero del Pequod che la Jungfrau stava di nuovo

ammainando le lance, anche se il solo spruzzo in vista era quello di una balenottera, una delle balene che non si possono

catturare a causa della sua straordinaria forza di nuoto. Ma lo spruzzo della balenottera è così simile a quello del

capodoglio, che spesso viene preso per tale dai pescatori inesperti. E perciò Derick e tutta la sua banda si buttavano ora

eroicamente a caccia di quell'animale irraggiungibile. Con tutte le vele al vento la Vergine volò dietro alle sue quattro

giovani chiglie, e così sparirono tutti laggiù a sottovento, audaci e pieni di speranze.

Oh! sono molte le balenottere e molti i Derick, amico mio.

LXXXII • L'ONORE E LA GLORIA DELLA BALENERIA

Ci sono lavori per cui un disordine accurato è il metodo giusto.

Più mi tuffo in questo tema della baleneria e spingo le mie ricerche fino alla sua primissima fonte, più mi

colpisce la sua grande dignità e antichità; specie quando trovo tanti nobili semidei ed eroi e profeti d'ogni sorta che in

un modo o nell'altro vi hanno aggiunto luce, mi sento esaltare al pensiero che io stesso appartengo, anche se solo in

sott'ordine, a una confraternita di tanto blasone.

Il valente Perseo figlio di Giove fu il primo baleniere; e sia detto a onore eterno della nostra professione che la

prima balena assalita dalla nostra confraternita non venne uccisa per uno scopo sordido. Quelli erano i tempi

cavallereschi del nostro mestiere, quando portavamo armi solo per soccorrere gli afflitti e non per riempire i lumi del

genere umano. Ognuno sa la magnifica storia di Perseo e Andromeda: come l'amabile Andromeda, figlia di re, venne

legata a una roccia sulla costiera, e mentre il leviatano era sul punto di rapirla, Perseo principe dei balenieri avanzando

intrepido arpionò il mostro, e liberò e sposò la fanciulla. Fu un'ammirevole impresa artistica, raramente eguagliata dai

migliori ramponieri del nostro tempo, tanto più che il leviatano fu ucciso al primo lancio.

E che nessuno metta in dubbio questa storia archita, perché nell'antica Joppa, ora Giaffa sulla costa di Siria, in

uno dei templi pagani si conservò per molti secoli un grande scheletro di balena, che le leggende cittadine e tutti gli

abitanti davano per le stessissime ossa del mostro ucciso da Perseo. Quando i Romani presero Joppa, proprio questo

scheletro fu portato in trionfo in Italia. E ciò che sembra più singolare e significativo in questa storia è che proprio da

Joppa salpò Giona.

Affine all'avventura di Perseo e Andromeda, e anzi derivata indirettamente da essa secondo qualcuno, è quella

famosa storia di San Giorgio col Drago: il quale drago io sostengo essere stato una balena, perché in molte cronache

antiche balene e draghi sono buffamente accozzati assieme e spesso scambiati l'uno per l'altra. «Tu sei come un leone

delle acque, e come un dragone del mare,» dice Ezechiele, e con ciò indica chiaramente la balena, che anzi certe

versioni della Bibbia usano senz'altro la parola. Del resto la gloria dell'impresa ne scapiterebbe assai, se San Giorgio

non avesse affrontato che un rettile di quelli che vanno strisciando per terra invece di battagliare contro il gran mostro

degli abissi. Ognuno può ammazzare un serpaccio, ma solo un San Giorgio, un Coffin hanno tanto fegato da marciare

audacemente contro la balena.

Non lasciamoci sviare dalle pitture moderne di questo episodio; per quanto la bestia affrontata da quell'antico

valente baleniere è vagamente raffigurata a forma di grifone, e la battaglia è dipinta sulla terraferma e il santo a cavallo,

pure se consideriamo la grande ignoranza di quei tempi, in cui la vera forma della balena era sconosciuta agli artisti, e

se teniamo presente che, come nel caso di Perseo, la balena di San Giorgio poté sbucare dall'acqua e arrampicarsi sulla

spiaggia, e inoltre che l'animale cavalcato da San Giorgio poté essete nient'altro che una grossa foca o un cavallo

marino, insomma, tenendo presente tutto questo non parrà del tutto incompatibile con la sacra leggenda e con le più

antiche illustrazioni della scena sostenere che questo cosidetto drago non fosse altro che il gran leviatano in persona. Di

fatto, messa di faccia alla stretta e puntuta verità, tutta questa storia farà la fine di quell'idolo pesce-mammifero-uccello

dei Filistei chiamato Dagone; che piantato davanti all'arca d'Israele si vide cascare la testa cavallina e ambedue le palme

delle mani, e non gli restò più che il tronco o parte pesciosa. E allora, è chiaro che uno del nostro nobile stampo, proprio

un baleniere, è il patrono tutelare dell'Inghilterra, e a buon diritto noi ramponieri di Nantucket dovremmo essere

immatricolati nell'ordine nobilissimo di San Giorgio. E perciò non dovrebbero i cavalieri di quell'onorevole truppa

(nessuno dei quali, oso dire, avrà mai avuto a che fare con una balena come il loro gran patrono), non dovrebbero, dico,

guardare con disprezzo un marinaio di Nantucket, dal momento che anche nei nostri camiciotti di lana e con le nostre

brache incatramate abbiamo molto maggiore diritto di loro alla decorazione di San Giorgio..137

Quanto ad ammettere Ercole tra i nostri, su ciò sono rimasto in dubbio a lungo: è vero che secondo le mitologie

greche quel Crockett e Kit Carson dell'antichità, quel muscoloso eroe di tanti bei fatti esilaranti fu inghiottito e ributtato

da una balena, ma si potrebbe discutere se ciò basti a fare di lui, strettamente parlando, un baleniere. Nessun documento

ci dice che egli ramponò effettivamente il suo pesce, tranne che dal di dentro, forse. Tuttavia lo si può considerare una

specie di baleniere involontario, e a ogni modo la balena acchiappò lui, se non lui la balena. Lo rivendico alla nostra

tribù.

Ma le migliori e opposte autorità pensano che questa storia greca di Ercole e la balena sia derivata dalla storia

ebraica ancora più antica di Giona e della sua balena, e viceversa. Certo le storie si somigliano parecchio. E allora se

rivendico il semidio come non rivendicare il profeta?

Né solo santi, semidei e profeti comprende il registro del nostro ordine. Il nostro gran maestro non l'ho ancora

nominato. Sì, come i regali monarchi d'un tempo, noi troviamo le sorgenti della nostra confraternita nientedimeno che

tra gli stessi dei. Bisogna ora raccontare di su i Sacri Libri quella meravigliosa storia orientale che ci presenta il

tremendo Visnù, una delle tre persone della divinità indiana, ci presenta questo divino Visnù come nostro Signore:

Visnù, che con la prima delle sue dieci incarnazioni terrene ha dato eterna distinzione e santità alla balena. Quando

Brama, Dio degli Dei, così dice il Libro, decise di ricreare il mondo dopo una delle sue periodiche dissoluzioni, egli

generò Visnù per presiedere all'operazione; ma i Veda o libri mis tici, la cui lettura pare fosse indispensabile a Visnù

prima di cominciare la creazione, e che quindi dovevano contenere qualcosa come una serie di consigli pratici per

giovani architetti, quei Veda si trovavano buttati in fondo alle acque, sicché Visnù s'incarnò in una balena e tuffandosi

nella pelle di quest'ultima fino ai più profondi abissi, riportò a galla i sacri libri. Non fu allora un baleniere questo

Visnù, proprio come è chiamato un cavaliere l'uomo che monta un cavallo?

Perseo, San Giorgio, Ercole, Giona e Visnù! Che bel registro d'immatricolazione! E quale club, oltre quello dei

balenieri, può cominciare in un modo simile?

LXXXIII • GIONA STORICAMENTE CONSIDERATO

Abbiamo fatto allusione nel capitolo precedente alla verace storia di Giona e la balena. Ora certuni a Nantucket

non si fidano troppo di questo fatto storico di Giona e la balena. Ma del resto ci sono stati anche degli scettici greci e

romani, che staccandosi dai pagani ortodossi dei loro tempi misero pure in dubbio la storia di Ercole e della balena, e

quella di Arione e il delfino, ma tutti questi loro dubbi non tolsero neanche un briciolo alla verità di quelle tradizioni:

fatti erano e fatti sono.

La ragione principale che un vecchio baleniere di SagHarbor adduceva per mettere in dubbio la storia ebraica

era questa: aveva una di quelle buffe Bibbie all'antica, abbellita di tavole curiose e per niente scientifiche. Una di queste

rappresentava la balena di Giona con due zampilli sulla testa: caratteristica vera solo per la specie di leviatano (la balena

franca e le varietà di quel tipo) riguardo alla quale i pescatori hanno questo proverbio: «Una pagnotta da un soldo la

farebbe strozzare», tanto minuto ha l'esofago. Ma a questo aveva già risposto da tempo il Vescovo Jebb. Non è

necessario, dice il Vescovo, pensare a Giona come seppellito nella pancia della balena; si sarà alloggiato

temporaneamente in qualche cantuccio della bocca. Il che, nel buon Vescovo, mi sembra abbastanza ragionevole.

Perché veramente la bocca della balena franca potrebbe dare sistemazione a un paio di tavoli da whist e a comode sedie

per tutti i giocatori. Probabilmente, poi, Giona avrebbe potuto accomodarsi in qualche dente cavo, ma a ripensarci bene

la balena franca è sdentata.

Un'altra ragione che Sag-Harbor (così lo chiamavano) portava per la sua sfiducia in questa storia del profeta

era qualcosa che aveva vagamente a che fare col corpo incarcerato e i succhi gastrici della balena. Ma anche

quest'obiezione casca, perché un esegeta tedesco ipotizza che Giona si sia rifugiato nel corpo galleggiante di una balena

morta, come quei soldati francesi che nella campagna di Russia issarono per tende i cavalli morti e vi si cacciarono

dentro. Interpretano inoltre alcuni altri glossatori continentali che quando Giona fu sbattuto in acqua dalla nave di Joppa

egli si sia immediatamente rifugiato a bordo di un altro natante vicino, non so che bastimento con un cetaceo per

polena; che magari, aggiungerei, si chiamava proprio «Balena», come ci sono legni oggi che vengono battezzati

«Squalo», «Gabbiano» o «Aquila». Né sono mancati colti esegeti a opinare che la balena menzionata nel libro di Giona

non fosse altro che un salvagente, qualche sacco gonfiato di vento, a cui nuotò il profeta in pericolo, e così si salvò dal

suo destino acquatico. Come si vede, il povero SagHarbor le busca da tutti i lati. Ma aveva ancora un'altra ragione per

non credere. E se non sbaglio era questa: Giona fu inghiottito dalla balena nel Mare Mediterraneo, e dopo tre giorni fu

vomitato a circa tre giorni di viaggio da Ninive, città sul Tigri, assai più lontano di tre giornate di viaggio dal punto più

vicino della costa mediterranea. Come la mettiamo?

Ebbene, non c'era proprio altra strada aperta alla balena per mettere al secco il profeta così vicino a Ninive?

Sissignori. Poteva averlo portato per la via del Capo di Buona Speranza. Ma a parte la traversata di tutto quanto il

Mediterraneo e il viaggio di ritorno su per il Golfo Persico e il Mar Rosso, tale ipotesi implicherebbe la completa

circumnavigazione dell'Africa in tre giorni, per non dire poi che le acque del Tigri lungo la zona di Ninive sono troppo

basse perché ci nuoti una balena. E per giunta quest'idea di Giona che doppia il Capo di Buona Speranza in tempi così

lontani strapperebbe l'onore della scoperta di quel gran promontorio a Bartolomeo Diaz, il suo famoso scopritore, e così

farebbe passare per bugiarda la storia moderna..138

Ma tutti questi sciocchi argomenti del vecchio Sag-Harbor mostravano soltanto il folle orgoglio della sua

ragione: cosa tanto più riprovevole in lui, visto che non aveva altra cultura che quella raccolta dal sole e dal mare. Dico

che mostrano solamente il suo orgoglio sciocco ed empio, e la sua ribellione abominevole e diabolica contro il

reverendo clero. Perché un prete cattolico portoghese avanzò proprio questa faccenda di Giona che va a Ninive per via

del Capo come un esemplare caso ingrandito di miracolo generale. E così dovette essere. Del resto perfino oggi gli

illuminatissimi turchi credono devotamente alla storica storia di Giona. E circa tre secoli fa un viaggiatore inglese, nei

viaggi del nostro vecchio Harris, parlava di una moschea turca costruita in onore di Giona, nella quale moschea c'era

una lampada miracolosa che bruciava senz'olio.

LXXXIV • IL LANCIO DEL PALO

Per farle scorrere lisce e svelte le sale delle carrozze vengono unte; e per una ragione simile certi balenieri

sottopongono le barche a un trattamento analogo: ne ingrassano il fondo. Né si può dubitare che un tale procedimento,

visto che danno non può farne, abbia qualche probabilità di portare un vantaggio non indifferente, perché acqua e olio

sono nemici, l'olio è un corpo che scivola e lo scopo in vista è di far scivolare bene la barca. Queequeg credeva

fermamente nell'unzione della barca, e una mattina, non molto dopo che era scomparsa la Vergine tedesca, mise più

cura del solito in questa occupazione, strisciando sotto la pancia della barca che pendeva alla murata e sfregandovi

l'unto come se cercasse con zelo di assicurarsi un buon raccolto di peli dalla chiglia calva del suo legno. Pareva lavorare

ubbidendo a un suo speciale presentimento. Che non rimase ingiustificato dai fatti.

Verso mezzogiorno avvistammo balene; ma appena la nave fece rotta su di esse, quelle virarono e fuggirono a

precipizio: una fuga disordinata, come quella delle navi di Cleopatra da Azio.

Comunque le barche si gettarono all'inseguimento, e quella di Stubb era in testa. Con grandi sforzi Tashtego

riuscì alla fine a piantare un ferro, ma la balena colpita, senza scandagliare affatto, continuò la sua fuga orizzontale con

raddoppiata velocità. Una simile incessante tensione sul ferro avrebbe finito prima o poi per strapparlo. Diventava

indispensabile colpire con la lancia la balena in fuga o rassegnarsi a perderla. Ma serrarla di fianco ricuperando lenza

era impossibile, tanto veloce e furiosa nuotava. Che restava da fare?

Di tutti i meravigliosi accorgimenti e stratagemmi, di tutti i trucchi e le astuzie innumerevoli cui è costretto a

ricorrere tanto spesso il balenie re veterano, niente supera la splendida manovra con la lancia chiamata tiro del palo.

Fioretto o sciabola con tutti i loro esercizi non vantano nulla di simile. Vi si ricorre soltanto nel caso in cui la balena non

arresti la sua fuga. La sua caratteristica d'eccezione è la distanza incredibile a cui la lunga lancia viene scagliata

attentamente da una barca che sbalza e beccheggia con violenza in un estremo abbrivio. Acciaio e legno inclusi, l'intera

lancia è lunga un dieci o dodici piedi, l'astile è molto più esile di quello del rampone, e fatto poi di una materia più

leggera, il pino. È fornita di un piccolo cavo detto cavo di tonneggio, di notevole lunghezza, per mezzo del quale può

venire ricuperata dopo il tiro.

Ma prima di andare oltre è importante ricordare qui che sebbene col rampone si possa fare lo stesso tiro del

palo, lo si fa molto di rado; e quando lo si fa riesce ancora più di rado, a causa del peso maggiore e della minore

lunghezza del rampone rispetto alla lancia, che diventano in realtà dei seri impedimenti. Di solito, quindi, bisogna prima

agganciare una balena, poi ricorrere al lancio del palo.

Guardate ora Stubb; un uomo che per la sua freddezza deliberata e umoristica e per la sua serenità nei peggiori

rischi era particolarmente dotato per eccellere nel lancio del palo. Guardatelo: sta in piedi sulla prua sbattuta della barca

in piena corsa; lì davanti, a quaranta piedi, la balena che li rimorchia è avvolta in una schiuma fioccosa. Maneggiando

leggermente la lunga lancia, fissandola due o tre volte per lungo per vedere se è proprio diritta, Stubb si raccoglie in una

mano fischiettando il rotolo del cavo in modo da assicurarsene in pugno l'estremità libera, lasciando disimpegnato il

resto. Poi, mettendosi tutta la lancia davanti proprio in mezzo alla cintola, la punta contro la balena, e tenendola sotto

mira abbassa senza vacillare l'impugnatura che stringe, alzando così la punta finché l'arma gli sta perfettamente in

equilibrio sulla palma, dritta nell'aria per quindici piedi. Vi ricorda un po' un giocoliere che tiene in equilibrio sul mento

un lungo bastone. L'istante dopo, con uno scatto di rapidità indescrivibile, il lucido acciaio taglia la distanza spumosa

con un alto, superbo arco, e si pianta vibrando nel punto mortale della balena. Invece d'acqua scintillante, essa sfiata ora

sangue rosso.

«Questa gli ha fatto saltare il tappo!» urla Stubb. «È l'immortale Quattro Luglio! Tutte le fontane debbono

gettare vino, oggi! Magari si trattasse di whiskey vecchio di Orleans, o di vecchio Ohio o di quel vecchio delizioso

Monongahela! Allora sì, Tashtego, che ti farei tenere il gotto allo zampillo per farne una bevuta in giro! Ma sì, vi giuro,

ragazzi, ci potremmo fare un punch di prim'ordine lì nel buco dello sfiatatoio, e tracannarlo caldo caldo da quella

scodella viva!»

Più volte, tra queste chiacchiere facete, viene ripetuto il tiro abilissimo, con la lancia che torna al padrone come

un levriero tenuto abilmente al guinzaglio. La balena morente si abbandona al suo convulso, il cavo di rimorchio si

allenta, e il tiratore passa a poppa, incrocia le braccia e guarda muto il mostro che muore.

LXXXV • LA FONTANA.139

Che per seimila anni, e nessuno sa per quanti milioni di secoli prima, le grandi balene abbiano continuato a

sfiatare per tutti i mari, e a spruzzare e a vaporare i giardini dell'abisso come con tanti annaffiatoi e vaporizzatori; e che

per alcuni secoli migliaia di cacciatori si siano accostati tanto alla fontana della balena, osservandone gli spruzzi e gli

sfiati; che tutto ciò sia successo e tuttavia fino a questo minuto preciso (l'una e quindici primi e un quarto di secondo del

pomeriggio del sedici dicembre, A.D. 1851) sia ancora insoluto il problema se queste sfiatate siano dopo tutto davvero

acqua o nient'altro che vapore: questa è davvero una cosa straordinaria.

Diamo dunque un'occhiata a questo problema e a qualche altro punto interessante che vi è connesso. Ognuno

sa che, grazie alla trovata speciale delle branchie, le tribù pinnute in genere respirano quell'aria di continuo combinata

con l'elemento in cui nuotano; per cui un'aringa o un merluzzo potrebbero vivere un secolo senza mai tirare fuori la testa

dall'acqua. Ma la balena, a causa della sua pronunciata struttura interna che le dà polmoni regolari come quelli di un

essere umano, può solo vivere respirando l'aria libera dell'atmosfera. Di qui la necessità delle sue visite periodiche al

mondo di sopra. Ma questo pesce non può assolutamente respirare attraverso la bocca, perché nella sua posizione

ordinaria la bocca del capodoglio è nascosta di almeno otto piedi sotto la superficie; e ciò che più conta, la sua trachea

non comunica con la bocca. No, il capodoglio respira solo attraverso lo sfiatatoio, e questo si trova in cima alla testa.

Se dico che in ogni creatura il respiro non è che una funzione indispensabile a vivere, in quanto ritrae dall'aria

un certo elemento che portato in seguito a contatto del sangue impartisce al sangue il suo principio vitale, non credo di

sbagliarmi, anche se adopero forse qualche parola scientifica di troppo. Ammettiamo ciò, e ne consegue che se tutto il

sangue di un uomo potesse venire aerato con un solo respiro, costui potrebbe poi sigillarsi le narici e restare per un bel

pezzo senza tirarne un altro. Cioè a dire vivrebbe allora senza respirare. Per quanto possa parere anormale, questo è

esattamente il caso della balena, che passa sistematicamente a intervalli la sua buona ora e più (quando si trova a fondo)

senza tirare un solo respiro e senza comunque aspirare una minima particella d'aria; perché, ricordate, non ha branchie.

Come si spiega? Tra le costole e da ciascun lato della spina essa è fornita di uno strano complicato labirinto cretese di

vasi che paiono vermicelli, i quali vasi, quando la bestia lascia la superficie, sono interamente gonfi di sangue

ossigenato. Sicché per un'ora o più, a mille tese sott'acqua, essa si porta dentro una provvista extra di vitalità, proprio

come il cammello che attraversa il deserto arido porta una provvista di bevanda per il futuro nei suoi quattro stomaci

supplementari. L'esistenza anatomica di questo labirinto è indiscutibile; e che la supposizione costruitavi sopra sia

ragionevole e vera mi pare tanto più sicuro quando penso all'ostinazione altrimenti inspiegabile del leviatano a fare le

sue sfiatate all'aria aperta, come dicono i pescatori. Voglio dire questo: se non è molestato, il capodoglio, quando viene

a galla, vi si trattiene per un periodo esattamente uguale a tutte le sue altre emersioni indisturbate. Vi resta, diciamo,

undici minuti, e sfiata settanta volte, cioè tira settanta respiri; poi, qualsiasi altra volta torni a galla, è sicuro che tornerà

a mandare settanta respiri, matematicamente. Ora se dopo che ha fatto qualche respiro voi lo spaventate e lo fate tuffare,

vi salterà sempre fuori di nuovo per usufruire della sua regolare razione d'aria. E non si deciderà, finché non siano

contati quei settanta respiri, a rituffarsi per trascorrere là sotto il suo pieno periodo. Notate comunque che in individui

diversi le dosi cambiano, ma in ciascuno restano costanti. Ora, perché la balena dovrebbe così incaponirsi ad avere le

sue sfiatate all'aria aperta se non per riempire il suo serbatoio d'aria prima del tuffo lungo? Ed è anche assai ovvio che

questa necessità di risalire a galla espone la balena a tutti i rischi fatali della caccia. Perché né uncino né rete potrebbero

catturare quest'immenso leviatano quando naviga a un migliaio di tese sotto la luce del sole. E dunque, cacciatore, non è

tanto la tua abilità quanto le grandi necessità della vita che ti danno la vittoria.

Nell'uomo la respirazione è incessante, un respiro non serve che a due o tre pulsazioni; sicché qualunque altra

cosa abbia da fare, sia sveglio o dorma, deve per forza respirare o morire. Ma il capodoglio respira solo per la settima

parte, o la domenica del suo tempo.

È stato detto che la balena respira solo attraverso lo sfiatatoio; se si potesse aggiungere onestamente che le sue

sfiatate sono commiste d'acqua, allora penso che sapremmo perché il senso dell'olfatto in essa pare obliterato; visto che

l'unica sua cosa che in qualche maniera risponda a un naso è proprio quello sfiatatoio, e questo è così intasato con i due

elementi, che non si può pretendere abbia la virtù del fiuto. Ma su questo punto, per via di quel mistero dello spruzzo

(se sia acqua o vapore) per ora non possiamo avere nessuna certezza assoluta. A ogni modo è certo che il capodoglio

non ha un vero olfatto. Ma cosa se ne farebbe? Nel mare non si trovano rose, e nemmeno violette o acqua di colonia.

Di più, siccome la trachea si apre unicamente nel tubo del canale di sfiato, e questo lungo canale come il gran

canale dell'Erie è fornito di ogni sorta di dighe (che aprono e chiudono) per trattenere l'aria in basso e escludere l'acqua

in alto, perciò la balena non ha voce, a meno di insultarla dicendo che quando brontola in quel modo strano parla

attraverso il naso. Ma del resto, di nuovo, cosa ha da dire la balena? Raramente ho conosciuto un essere profondo che

avesse qualcosa da dire a questo mondo, a meno che non fosse costretto a balbettare qualcosa per guadagnarsi da vivere.

E fortuna che il mondo sa ascoltare così bene!

Ora il canale sfiatatorio del capodoglio, che ha essenzialmente lo scopo di portare l'aria ed è disposto

orizzontalmente per vari piedi proprio al di sotto della superficie superiore della testa e un po' di lato, questo curioso

canale somiglia molto a un tubo del gas che in una città passi su un lato della strada. Ma si pone di nuovo il problema di

sapere se questo tubo del gas è anche un condotto d'acqua; in altre parole, se la sfiatata del capodoglio è il semplice

vapore esalato col respiro, o se quell'espirazione non è mista con acqua inghiottita per la bocca e scaricata attraverso lo

spiraglio. È certo che la bocca comunica indirettamente col canale sfiatatorio, ma non si può dimostrare che questo

abbia lo scopo di riespellere l'acqua per quel foro. Perché il caso in cui l'animale ne avrebbe sopratutto bisogno è.140

quando nel mangiare inghiotte casualmente acqua. Ma il cibo del capodoglio è assai lontano dalla superficie, e laggiù

non potrebbe sfiatare neanche volendo. Inoltre, se lo osservate con minuzia e lo seguite con l'orologio alla mano, vi

accorgerete che quando non è molestato il pesce tiene un accordo costante tra le fasi in cui sfiata e quelle in cui respira

regolarmente.

Ma perché seccarci con tutti questi ragionamenti sullo sfiato? Parlate chiaro! L'avete vista sfiatare; e allora

diteci che cos'è la sfiatata: non sapete distinguere l'acqua dall'aria? Mio caro signore, in questo mondo non è così facile

decidere queste cose semplici. Le cose semplici le ho sempre trovate le più spinose. E quanto a questa sfiatata di balena,

potreste quasi starci nel mezzo ed essere ancora indecisi sulla sua natura esatta.

Il suo corpo centrale è nascosto nella foschia nivea e scintillante che lo avvolge; e come potete dire con

sicurezza se da esso cade dell'acqua, quando ogni volta che siete abbastanza vicino a una balena da vedere bene lo

spruzzo, il pesce si trova in uno stato di terribile turbamento, e tutt'intorno a lui l'acqua crolla a rovesci? E se in questi

casi vi sembrasse davvero di scorgere gocce di liquido nello spruzzo, come sapere se queste non siano altro che parti

condensate del suo vapore, come decidere che non si tratti di quelle stesse gocce trattenute dal di fuori nella cavità dello

sfiatatoio che affonda alla sommità della testa? Anche quando nuota tranquillamente nel mare in bonaccia al meriggio,

col dosso della gobba disseccato dal sole come quello di un dromedario nel deserto, anche allora la balena porta sempre

un piccolo bacile d'acqua sulla testa, come quando si vede un buco di roccia colmo di pioggia sotto un sole che scotta.

E non è prudente affatto per il cacciatore essere troppo curioso riguardo alla natura precisa della sfiatata del

mostro. Non gli conviene andare a ficcarci il naso. Non si può andare con la brocca a questa fontana, per riempirla e

portarla via. Perché anche quando viene solo in rapido contatto con le frange esterne e vaporose del getto, il che succede

spesso, la pelle brucia febbrilmente per l'acredine della sostanza che la tocca. E io conosco uno che venendo a contatto

più stretto con lo spruzzo, non so se con qualche intenzione scientifica o meno, si vide cascare la pelle della guancia e

del braccio. Ed è per questo che tra i balenieri la sfiatata è ritenuta velenosa: cercano di evitarla. Un'altra cosa: ho

sentito dire, e non stento a crederci, che se il getto vi prende negli occhi vi acceca. Allora la cosa più saggia che possa

fare l'investigatore, secondo me, è di lasciare in pace questa sfiatata.

Però se non possiamo provare e stabilire possiamo fare ipotesi. La mia ipotesi è questa: la sfiatata non è altro

che nebbia. E a parte altri motivi sono spinto a questa conclusione da considerazioni relative alla grande dignità e

sublimità intrinseche al capodoglio. Non lo considero un essere comune e basso, tanto più che è indiscutibile il fatto che

non lo si può trovare sui bassifondi o vicino alle coste, dove a volte capitano tutte le altre balene. Esso è massiccio e

profondo. E io sono convinto che dalla testa di tutti gli esseri massicci e profondi, come Platone, Giove, il Diavolo,

Pirrone, Dante e così via, si levi sempre un certo vapore semivisibile quando essi stanno pensando profondamente.

Mentre componevo un trattatello sull'Eternità. ebbi la curiosità di mettermi davanti uno specchio: e ben presto ci vidi

riflesso, nell'aria sulla mia testa, uno strano, tortuoso verme ondeggiante. L'umidità invariabile dei miei capelli mentre

ero immerso in pensieri profondi, dopo sei tazze di tè caldo nella mia soffitta dal tetto sottile, un mezzogiorno d'agosto;

questo mi pare un altro dato a favore dell'ipotesi di cui sopra.

E come solleva nobilmente il nostro concetto del mostro potente e nebbioso il guardarlo navigare solenne in un

placido mare tropicale, la testa ampia e bonaria sovrastata da un baldacchino di vapori prodotti dalle sue riflessioni

incomunicabili, e quei vapori, come succede a volte di vederli, aureolati di un arcobaleno, come se il Cielo stesso

volesse imprimere il suo sigillo sui quei pensieri. Perché, vedete, gli arcobaleni non vengono nell'aria limpida,

irraggiano soltanto i vapori. E così attraverso le fitte nebbie dei dubbi oscuri della mia mente, balenano ogni tanto

intuizioni divine e accendono la mia foschia con un raggio celeste. E di questo ringrazio Iddio; perché tutti hanno dubbi,

molti negano, ma dubitando o negando sono pochi quelli che assieme hanno intuizioni. Dubbi su tutte le cose terrene, e

intuizioni di qualche cosa divina; questa combinazione non produce né un credente né un miscredente, ma un uomo che

considera il credere e il non credere con occhio uguale.

LXXXVI • LA CODA

Altri poeti hanno modulato le lodi dell'occhio soave dell'antilope, e delle amabili piume dell'uccello che non si

posa mai. Meno etereo, io celebro una coda.

Calcolando che la coda del capodoglio più grosso cominci nel punto dove il tronco si riduce pressappoco alla

larghezza della vita di un uomo, quella coda occupa, solo sulla faccia superiore, un'area di almeno cinquanta piedi

quadrati. Il tronco compatto della radice si allarga in due palme o pinne salde e piatte, che a poco a poco s'assottigliano

fino a meno di un pollice di spessore. All'inforcatura o nodo queste pinne si accavallano appena, poi si allontanano ai

lati come ali, lasciando in mezzo un gran vuoto. In nessuna creatura vivente le linee della bellezza sono più

squisitamente definite che negli orli a mezzaluna di queste pinne. Al massimo del suo sviluppo, nella balena adulta, la

coda può superare di parecchio i venti piedi di larghezza.

Tutto il membro somiglia a un letto denso, intessuto di tendini saldati. Ma tagliatelo, e lo vedrete formato di tre

strati distinti: superiore, medio e inferiore. Nelle falde di sopra e di sotto le fibre sono lunghe e orizzontali; quelle di

mezzo sono molto corte e s'infiltrano negli strati esterni. Questa triplice struttura dà, quant'altro mai, potenza alla coda.

Per lo studioso di vecchi muri romani lo strato medio fornirà un parallelo curioso al sottile ordine di mattoni sempre.141

alternati con la pietra in quelle rovine stupefacenti, che senza dubbio contribuisce molto alla grande resistenza della

muratura.

Ma come se, questa gran forza locale della coda tendinosa non bastasse, tutta la massa del leviatano è irretita in

un ordito e in una trama di fibre e filamenti muscolari, che passando su ciascun lato dei reni e scorrendo giù alle pinne

si fonde con esse insensibilmente e contribuisce molto alla loro potenza; sicché nella coda sembra confluire, concentrata

in un solo punto, la smisurata forza di tutta la balena. Se la materia potesse venire annientata, questo sarebbe lo

strumento adatto.

Né codesta forza stupefacente tende affatto a storpiare la grazia flessuosa dei suoi movimenti, dove una

spontaneità infantile va fluttuando nel cuore di una forza titanica. Anzi, è da quella potenza che i suoi movimenti

ritraggono la loro più terrificante bellezza. La vera forza non macchia mai la beltà o l'armonia, ché anzi spesso le crea. E

in tutto ciò che è sovranamente bello, la forza è larga parte dell'incanto. Levate quei nodi di tendini che paiono ovunque

esplodere dal marmo nella statua di Ercole, e ne sparirebbe ogni fascino. Quando il fedele Eckermann sollevò il sudario

di lino dal cadavere nudo di Goethe, si sentì sopraffatto dal petto massiccio di quell'uomo, che pareva un arco di trionfo

romano. Quando Michelangelo dipinge lo stesso Dio Padre in forma umana, guardate che muscoli. Quei quadri italiani

soavi, ricciuti ed ermafroditi in cui l'immagine del Figlio è stata incarnata con più successo, non so quanto rivelano in

Lui di amore divino; privi come sono di ogni robustezza, non danno l'idea della forza ma quella negativa e femminea

della sottomissione e della pazienza che, come ammettono tutti, formano le tipiche virtù pratiche dei Suoi insegnamenti.

È tanta l'elasticità delicata dell'organo di cui parlo, che mosso per gioco o sul serio o nell'ira, qualunque umore

lo ispiri, le sue flessioni sono sempre piene di grazia straordinaria. Non c'è braccio di fata che lo può superare.

Cinque grandi movimenti gli sono caratteristici. Primo, quando è usato come pinna per spingere. Secondo,

come mazza in combattimento. Terzo in un movimento spazzante. Quarto nel flagellare. Quinto nel rizzarsi a picco.

Primo: avendo una disposizione orizzontale, la coda del leviatano funziona in maniera diversa dalle code di

ogni altra creatura del mare. Non scodinzola mai. Nell'uomo come nel pesce, lo scodinzolare è segno d'inferiorità. Per la

balena la coda è l'unico mezzo di propulsione. Avvolta come un rotolo in avanti sotto il corpo e poi scagliata

rapidamente all'indietro, è essa che dà al mostro quel curioso balzo, quel salto che fa quando nuota con furia. Le pinne

laterali gli servono solo da governo.

Secondo: ha qualche senso il fatto che, mentre un capodoglio combatte un altro capodoglio soltanto con la testa

e la mascella, nel suo conflitto con l'uomo il pesce adopera sopratutto e sprezzantemente la coda. Nel colpire una barca,

esso raccoglie rapidamente la coda e il colpo viene inflitto semplicemente col rinculo. E se viene menato nell'aria libera,

specie se scende dall'alto, è semplicemente irresistibile. Non ci sono costole d'uomo o di barca che possano reggervi.

L'unica salvezza sta nello sfuggirvi. Ma se la botta viene di lato e incontra la resistenza dell'acqua, allora, in parte a

causa della leggerezza della lancia e dell'elasticità del suo materiale, il peggio che possa capitare di solito è qualche

costola rotta o un paio di tavole spaccate. Questi colpi laterali subacquei si incassano così spesso nella caccia che li si

ritiene puri giochetti da bambini. Qualcuno si toglie la camicia e il buco è tappato.

Terzo: non potrei dimostrarlo ma mi pare che nella balena il senso del tatto sia concentrato nella coda; perché

sotto questo aspetto essa ha una delicatezza uguagliata solo dalla sensibilità della proboscide dell'elefante. Questa

delicatezza si mostra sopratutto nel gesto di spazzare, quando, garbata come una fanciulla, la balena muove con una

certa soave lentezza le sue pinne immense da lato a lato sulla superficie del mare, e se appena le capita di avvertire una

basetta di marinaio, guai a quel marinaio, basette e tutto. Ma quanta tenerezza in quel tocco preliminare! Se questa coda

avesse una qualche capacità prensile, mi verrebbe senz'altro in mente l'elefante di Darmonodes che frequentava tanto il

mercato dei fiori, e con grandi inchini offriva mazzetti alle damigelle e poi le abbracciava alla vita. Per più di un rispetto

è un peccato che la balena non abbia capacità prensile alla coda; perché so di un altro elefante ancora che quando era

ferito in battaglia ripiegava la proboscide e si estraeva la freccia.

Quarto: avvicinandovi furtivi alla balena nell'illusoria sicurezza di sperduti mari solitari, la trovate sciolta dal

gran peso della sua dignità, e dedita ai giochi sull'oceano come un micio nel camino. Ma nel gioco stesso ne vedete la

potenza. Le grandi palme della coda vanno sventagliando alte nell'aria, poi percuotono la superficie con uno scoppio di

tuono che risuona per miglia e miglia. Direste quasi che abbia sparato un grosso cannone; e se osservaste l'anello lieve

di nebbia che esce dallo spiraglio all'altro capo del pesce, vi parrebbe il fumo del focone.

Quinto: siccome nella posizione ordinaria di galleggiamento del pesce le pinne caudali si trovano notevolmente

più in basso del livello della schiena, esse sono allora interamente invisibili sottacqua; ma quando il capodoglio sta per

tuffarsi negli abissi, tutta quanta la coda con almeno trenta piedi del suo corpo viene scagliata dritta in aria e così resta

un attimo vibrante, finché sparisce giù di colpo. Con l'eccezione del sublime salto, che sarà descritto altrove, questo

rizzarsi a picco delle pinne della balena è forse lo spettacolo più grandioso di tutta la natura animata. Fuori dagli abissi

senza fondo, la coda gigantesca pare tendersi spasmodicamente verso i più alti cieli. Così ho veduto in sogno Satana

maestoso che sporge dalla fiamma baltica dell'Inferno il suo colossale artiglio tormentato. Ma nel guardare simili scene,

ciò che più conta è il vostro stato d'animo: se siete di umore dantesco, vi verranno in mente i diavoli, se di quello d'Isaia,

gli arcangeli. Mentre stavo alla testa d'albero della mia nave durante un'aurora che invermigliava il mare e il cielo, vidi

una volta a oriente una grossa mandria di balene che nuotavano tutte in direzione del sole, e per un momento vibrarono

tutte insieme alzando a picco le code. E mi parve, allora, che non si fosse mai visto un esempio così grandioso e vivo di

adorazione degli dei, nemmeno in Persia, la patria degli adoratori del fuoco. E come Tolomeo Filopatro testimoniò

dell'elefante africano, io testimoniai allora della balena, dichiarandola la più pia di tutte le creature. Perché secondo il re

Giuba, in antico gli elefanti militari salutavano spesso il mattino alzando le proboscidi nel più profondo silenzio..142

Il paragone che qua e là vien fatto in questo capitolo tra la balena e l'elefante, per quanto riguarda certi aspetti

della coda della prima e della proboscide del secondo, non dovrebbe far porre quei due organi opposti su un piede di

eguaglianza, e tanto meno gli animali cui rispettivamente appartengono. Perché, come il più robusto elefante è solo un

cagnolino di fronte al leviatano, così, paragonata alla coda del leviatano, la sua proboscide non è che lo stelo di un

giglio. Il colpo più tremendo della proboscide di un elefante sarebbe un colpetto scherzoso di ventaglio rispetto allo

smisurato schianto delle pinne massicce del capodoglio, che in più di un caso ha scagliato in aria l'una dopo l'altra intere

barche con tutti i loro remi e rematori, proprio come un giocoliere indiano fa con le sue pallottole.

Più rifletto su questa coda potente, più deploro la mia insufficienza a esprimerla. A volte essa ha dei gesti che

donerebbero certo grazia alla mano dell'uomo, ma che restano del tutto inesplicabili. In un branco numeroso, a volte,

questi gesti misteriosi sono così notevoli, che ho sentito dei cacciatori dichiararli affini ai gesti e ai simboli dei

framassoni, e sostenere che la balena, con questi mezzi, si rivolge intelligentemente al mondo. Né mancano altri

movimenti in tutto il corpo della balena, pieni di stranezza e inspiegabili ai suoi più sperimentati assalitori. Per quanto

mi adoperi dunque a sezionarla, non faccio che restare a fior di pelle: non la conosco e non la conoscerò mai. Ma se non

conosco neanche la coda di una balena, come potrò conoscerne la testa? E di più, come potrò capire la sua faccia, visto

che non ha faccia? Tu potrai vedermi il sedere, la coda, sembra dire la balena, ma la mia faccia non la vedrai. Però

anche le parti posteriori non riesco a capirle perfettamente, e insinui ciò che vuole della sua faccia, io dico di nuovo che

essa non ha faccia.

LXXXVII • LA GRANDE ARMADA

La lunga e stretta penisola di Malacca si estende a sud-est dei territori della Birmania e forma la punta più a

sud di tutta l'Asia. In una fila continua, da questa penisola si estendono le isole allungate di Sumatra, Giava, Bali e

Timor, le quali con molte altre formano una gran diga o bastione che per lungo connette l'Asia con l'Australia, e divide

la distesa ininterrotta dell'Oceano Indiano dalle costellazioni fitte degli arcipelaghi orientali. Questo bastione è forato da

parecchie portelle per la comodità di navi e balene, tra cui principali gli stretti della Sonda e di Malacca. Sopratutto per

il primo le navi che vanno in Cina da occidente entrano nei mari della Cina.

Questo angusto stretto della Sonda divide Sumatra da Giava; posto a mezza via in quel bastione di isole,

dominato da quell'ardito promontorio verde conosciuto ai marinai come Capo di Giava, lo stretto corrisponde non poco

a un cancello centrale che si apre su qualche vasto impero murato. Considerando poi le ricchezze inesauribili di spezie,

di sete, gioielli, oro e avorio di cui sono piene le miriadi di isole di quel mare orientale, esso sembra frutto di una

significativa previdenza della natura, affinché per la stessa configurazione delle terre quei tesori appaiano almeno, per

quanto illusoriamente, difesi dal rapace mondo occidentale. Le coste dello stretto della Sonda non sono munite di quelle

imperiose fortezze che guardano gli ingressi del Mediterraneo, del Baltico e della Propontide. Al contrario dei danesi,

questi orientali non pretendono l'omaggio ossequioso delle vele di gabbia ammainate, da parte dell'infinita processione

di navi che per secoli e secoli, vento in poppa, di notte e di giorno sono passate tra le isole di Sumatra e di Giava, stivate

dei più preziosi carichi di Oriente. Ma mentre rinunciano spontaneamente a un cerimoniale come questo, non

abbandonano affatto le loro pretese a un qualche tributo più solido.

Da tempo immemorabile i canotti a vela dei pirati malesi, appiattiti tra la bassa vegetazione delle insenature e

delle isolette di Sumatra, sono sbucati addosso ai bastimenti che attraversano lo stretto, esigendo ferocemente un tributo

sulla punta delle lance. Benché, per le rinnovate sanguinose punizioni che hanno ricevuto da parte degli incrociatori

europei, l'audacia di questi corsari sia stata ultimamente alquanto repressa, pure ancora ai nostri giorni succede di

sentire di navi inglesi e americane che in queste acque sono state spietatamente arrembate e saccheggiate.

Con un bel vento favorevole il Pequod si avvicinava ora a questo stretto, dacché Achab si proponeva di tagliare

nel mare di Giava, e di qui, incrociando a nord su acque notoriamente frequentate qua e là dal capodoglio, fare rotta

radente alle isole Filippine e raggiungere la lontana costa del Giappone in tempo per la grande stagione di caccia lassù.

Circumnavigando in questo modo, il Pequod avrebbe tagliato quasi tutte le zone conosciute di caccia del capodoglio,

prima di scendere sulla linea equatoriale nel Pacifico: e qui Achab, anche se dappertutto deluso nel suo inseguimento,

contava fermamente di dare battaglia a Moby Dick nel posto che più notoriamente frequentava, in una stagione in cui si

poteva ragionevolmente presumere che vi si trovasse.

Ma come mai in questa sua ricerca in tanti mari Achab non tocca mai terra? Forse il suo equipaggio beve aria?

Certo si fermerà per l'acqua. Niente affatto. È da un bel pezzo ormai che quel corridore del sole viaggia nel suo anello di

fiamma, e non gli serve rifornimento oltre quello che già porta in sé. Così era Achab. E ricordate questo, della nave

baleniera. Mentre altri scafi sono stracarichi di roba altrui da trasportare a banchine straniere, la baleniera, vagabonda

della terra, non porta altro carico che se stessa e l'equipaggio con armi e provviste. Ha tutto un lago imbottigliato nella

sua stiva capace. È zavorrata di cose utili, e non di inservibili pani di piombo e di ghisa. Porta dentro di sé acqua per

anni. Acqua di Nantucket, pura e di prim'ordine, acqua che l'uomo di Nantucket, dopo tre anni di viaggio, in mezzo al

Pacifico, preferisce al liquido salmastro delle botti portate ieri sulle zattere da qualche fiume peruviano o indiano. Per

questo succede che mentre altre navi possono essere andate dalla Cina a New York e viceversa toccando una ventina di

porti, in quel frattempo la baleniera non ha magari avvistato un solo granello di terra, gli uomini non hanno visto altro.143

che marinai a galla come loro. Sicché se portaste la notizia che è successo un altro diluvio, vi risponderebbero solo:

«Bene, ragazzi, ecco qua l'arca.»

Ora, siccome molti capodogli erano stati catturati al largo della costa occidentale di Giava, nei pressi dello

stretto della Sonda, e anzi in realtà gran parte delle acque lì attorno era in genere considerata dai pescatori come una

zona eccellente per incrociarvi, quando il Pequod cominciò a farsi sempre più vicino al Capo di Giava si dette spesso il

grido alle vedette raccomandando di tenere gli occhi bene aperti. Ma sebbene le verdi scogliere di palme dell'isola

fossero ben presto affiorate all'orizzonte, a dritta di prua, e i nostri nasi aspirassero gioiosamente nel vento il

cinnamomo fresco, non una sola sfiatata fu vista. Quasi rinunciando a ogni idea di incontrare caccia in quei paraggi, la

nave stava per entrare nello stretto quando si udì dall'alto il solito grido allegro, e non molto dopo fummo salutati da

uno spettacolo di singolare magnificenza.

Ma sia qui premesso che a causa dell'instancabile caccia cui sono stati sottoposti ultimamente tutti e quattro gli

oceani, i capodogli invece di viaggiare quasi invariabilmente in piccoli gruppi staccati, come facevano prima,

s'incontrano ora spesso in mandrie numerosissime, talmente grandi a volte, da far credere che molte delle loro nazioni

abbiano stretto una lega e un patto solenne di mutua assistenza e protezione. A questo aggregarsi del capodoglio in

carovane così immense può essere imputato il fatto che perfino nelle migliori zone di caccia può ora capitarvi di

viaggiare per intere settimane e mesi senza incontrare una sola sfiatata, e poi all'improvviso di essere salutati da

migliaia e migliaia di zampilli.

Spiegandosi in prua ai due lati, alla distanza di due o tre miglia, e formando un gran semicerchio che

abbracciava metà dell'orizzonte, una catena ininterrotta di zampilli si alzava gaia e scintillante nell'aria di mezzogiorno.

Diversamente dai due getti perpendicolari della balena franca, che dividendosi in cima ricadono in due fronde come i

rami divisi e reclini di un salice, la sfiatata unica e aggettante del capodoglio presenta un denso ciuffo ricciuto di bianca

foschia, che continuamente si solleva e si disperde a sottovento.

Visto dal ponte del Pequod, come se la nave sorgesse su un'alta collina del mare, quest'esercito di getti

vaporosi, ciascuno dei quali si arricciava nell'aria attraverso una comune atmosfera di nebbia azzurrina, appariva come i

mille allegri camini di qualche popolosa metropoli intravista in un profumato mattino di autunno da un cavaliere su una

collina.

Come eserciti in marcia che si avvicinano a una gola ostile tra le montagne e affrettano l'andatura, tutti ansiosi

di lasciarsi alle spalle quel passo pericoloso e allargarsi di nuovo in relativa sicurezza sul piano, così questa grande

flotta di balene pareva ora affrettarsi a traversare lo stretto, contraendo gradualmente le ali del suo semicerchio e

nuotando in un unico blocco compatto ma sempre a mezzaluna.

Spiegando tutte le vele il Pequod si gettò all'inseguimento, mentre i ramponieri afferravano le armi e si

incitavano a gran voce sulle prue delle barche ancora sospese. Se solo il vento teneva, non c'era dubbio che spinto

attraverso questo stretto della Sonda, il grande esercito si sarebbe spiegato nei mari orientali solo per vedere la cattura di

non pochi dei suoi. E chi poteva dire che in quella carovana così varia non si trovasse a nuotare lo stesso Moby Dick,

come il bianco elefante sacro nella sfilata siamese dell'incoronazione? Così, spiegando l'uno dopo l'altro i coltellacci,

volavamo spingendoci davanti quei leviatani, quando all'improvviso si sentì la voce di Tashtego che gridando ci

invitava a guardarci indietro nella nostra scia.

Quasi fosse un riflesso del semicerchio che avevamo a prua, ne vedemmo un altro alle nostre spalle. Pareva

formato di singoli vapori bianchi che sorgevano e cadevano quasi come le sfiatate delle balene, solo che non apparivano

e sparivano interamente ma si libravano di continuo senza mai svanire del tutto. Puntando il cannocchiale su questo

spettacolo, Achab si girò svelto sul suo perno gridando: «Arriva ohi, attrezza ghie e buglioli per bagnare le vele: Malesi,

che ci danno la caccia!»

Come se fossero rimasti appiattati troppo a lungo dietro i promontori in attesa che il Pequod fosse in pieno

stretto, questi furfanti asiatici si erano buttati a un furioso inseguimento per compensare la cautela esagerata

dell'indugio. Ma visto che lo svelto Pequod con un bel vento di poppa filava esso stesso in piena corsa, era proprio

gentile da parte di questi bronzei filantropi contribuire ad accelerare il suo stesso inseguimento, facendogli, come

facevano, da semplici fruste e sproni. Mentre Achab col cannocchiale sotto braccio andava su e giù per il ponte,

scrutando sul davanti i mostri a cui dava la caccia, e poi tornando indietro a guardare i pirati sanguinari che inseguivano

lui, pareva assorto in qualche pensiero di quel genere. E quando guardò le mura verdi della gola marina in cui passava la

nave, e pensò che per questa porta passava la strada della sua vendetta, e ora per questa porta egli cacciava ed era

cacciato in direzione del suo scopo fatale; e non solo, ma un'orda di pirati feroci e senza scrupoli e di diavoli disumani e

senza dio lo spronavano con imprecazioni infernali; quando tutti questi pensieri gli furono passati per la mente, la fronte

di Achab restò squallida e corrugata come una nera spiaggia di sabbia quando una tempesta l'ha corrosa senza riuscire a

strapparne la terra più salda.

Ma pensieri come questi preoccupavano ben pochi di quella ciurma temeraria; e quando, dopo avere passo a

passo guadagnato sempre più terreno sui pirati, il Pequod rasentò alla fine la verdissima Punta del Cacatoa sul lato di

Sumatra e uscì sulle acque aperte al di là, i ramponieri sembrarono più dispiaciuti che le veloci balene avessero

guadagnato sulla nave, che contenti che la nave avesse così vittoriosamente guadagnato sui Malesi. Ma continuando a

filare nelle scie delle balene, queste alla fine parvero rallentare; a poco a poco la nave le accostò, e smorzandosi il vento

fu dato ordine di correre alle lance. Ma non appena la mandria, grazie a qualche presumibile istinto meraviglioso del

capodoglio, si rese conto delle tre chiglie che la inseguivano, benché ancora indietro di un miglio, subito si rianimò,.144

formò ranghi e battaglioni serrati, in modo che le sfiatate parevano linee scintillanti di baionette a fasci, e riprese la fuga

con velocità raddoppiata.

Lasciandoci addosso solo camicia e mutande ci buttammo a remare e dopo un'arrancata di parecchie ore

eravamo quasi decisi a rinunciare alla caccia, quando una specie di confusa frenata generale tra le balene ci dette segni

incoraggianti che esse erano alla fine cadute sotto l'influsso di quella curiosa perplessità, di quella inerte irresoluzione

vedendo la quale i balenieri usano dire che l'animale è gallied. Le compatte colonne marziali in cui finora avevano

nuotato veloci e regolari si spezzarono in un'immensa confusione; e come gli elefanti di re Poro nella battaglia indiana

contro Alessandro, i pesci parvero impazzire dal terrore. Allargandosi in ampi cerchi irregolari in ogni direzione, e

nuotando qua e là senza più meta, mostravano chiaramente con le loro dense e corte sfiatate la frenesia del panico.

Questo appariva ancora più stranamente in quelli di loro che completamente paralizzati, si sarebbe detto, galleggiavano

impotenti nel mare come navi disalberate e piene d'acqua. Se quei leviatani fossero stati nient'altro che un gregge di

candide pecore inseguite sul pascolo da tre lupi feroci, non avrebbero potuto mostrare uno spavento come questo. Ma

questa timidezza occasionale è caratteristica di tutti gli animali gregari. Benché attruppati assieme a diecine di migliaia,

i bufali dell'Ovest dalle criniere leonine sono scappati davanti a un cavaliere solitario. Lo provano pure tutti gli esseri

umani accozzati assieme nell'ovile di una platea, che al minimo allarme d'incendio si buttano alla rinfusa verso le uscite,

affollandosi, calpestandosi, schiacciandosi, scagliandosi senza pietà l'uno sull'altro fino a lasciarci la pelle. È meglio

quindi reprimere ogni meraviglia davanti alle balene stranamente inchiodate, perché non c'è pazzia degli animali sulla

terra che non venga infinitamente superata dalla pazzia degli uomini.

Benché, come ho detto, molte delle balene nuotassero con violenza, pure bisogna notare che nell'insieme la

mandria non andava né avanti né indietro, ma restava a mucchio in un solo punto. Come si suole fare in questi casi, le

lance si dispersero subito, e ognuna puntò su qualche balena isolata alla periferia del branco. In meno di tre minuti

Queequeg scagliò il rampone, il pesce colpito ci schizzò in faccia la sua schiuma accecante, e poi correndo via con noi

rapido come la luce puntò dritto al cuore della mandria. Una tale mossa della balena colpita in casi simili non è affatto

senza precedenti, e anzi è quasi sempre più o meno prevista, ma costituisce una delle più pericolose situazioni della

caccia. Mentre il mostro veloce vi trascina sempre più addentro nel branco impazzito, voi dite addio al quieto mondo

che vi circonda e vivete solo in un sussultante delirio.

Accecata e stordita, la balena s'avventava come per liberarsi con la mera violenza della corsa dalla sanguisuga

di ferro che le si era attaccata, e noi aprivamo una ferita bianca nel mare, minacciati da ogni parte nella fuga dalle bestie

impazzite che ci caracollavano attorno. La nostra lancia assediata era come una nave pigiata da lastroni di ghiaccio in

una tempesta, che cerca di governare pei loro complicati canali e stretti non sapendo in quale attimo può essere bloccata

e stritolata.

Ma Queequeg ci guidava imp erterrito, ora scostando da un mostro che ci traversava la strada proprio di faccia,

ora evitando di striscio l'altro le cui pinne colossali ci pendevano sul capo, mentre intanto Starbuck dritto sulla prua con

la lancia in mano scostava a colpi di punta le balene che poteva toccare con brevi lanci, ché per tiri più lunghi non c'era

tempo. Né i rematori se ne stavano in ozio completo, benché il loro compito abituale fosse ora del tutto inutile. Ora

badavano sopratutto alla parte vocale dell'impresa. «Fuori dai piedi, Commodoro!» gridava uno a un gran dromedario

sorto di colpo a galla massicciamente, e che per un attimo minacciò di schiacciarci. «Poggia quella coda, ohè!» gridava

un secondo a un altro bestione che al nostro fianco pareva farsi fresco tranquillamente col suo enorme ventaglio.

Tutte le lance baleniere portano certi strani aggeggi inventati in origine dagli indiani di Nantucket, e che si

chiamano druggs. Due grossi quadrati di legno di larghezza uguale vengono inchiodati assieme saldamente in modo da

incrociarsi ad angolo retto, di piatto; una lenza abbastanza lunga viene poi attaccata al centro di questo ceppo, e l'altra

estremità ha un cappio che in un attimo può assicurarsi a un rampone. È sopratutto per le balene inchiodate che si

adopera questa rèmora. Perché allora vi trovate attorno più balene di quante è possibile assalirne in una sola volta. Ma

di capodogli non se ne incontrano tutti i giorni, e quindi, finché si può, bisogna ammazzarne il più possibile. E se non si

può ammazzarli tutti in una volta, bisogna tarpare loro le ali, in modo da poterli ammazzare poi a comodo vostro. Perciò

in questi casi si fa ricorso al drugg. La nostra lancia ne aveva tre. Il primo e il secondo vennero tirati con successo, e

vedemmo le balene andarsene barcollando, impedite dall'enorme resistenza laterale del freno che avevano a rimorchio.

Erano bloccate come malfattori con la catena e la palla. Ma nel gettare il terzo, mentre si spingeva in acqua il rozzo

blocco di legno, questo restò impigliato a uno dei banchi e in un baleno lo strappò e lo tirò via, buttando il rematore in

fondo alla lancia mentre il sedile gli sgusciava di sotto. Dai due lati il mare entrava per gli squarci delle tavole, ma vi

cacciammo due o tre mutande e camicie e così, per il momento, fe rmammo le falle.

Sarebbe stato quasi impossibile lanciare questi ramponi col blocco se nell'avanzare verso l'interno del branco la

nostra balena non avesse rallentata la corsa. Inoltre, mentre ci lasciavamo sempre più lontani alle spalle gli orli

sconvolti del cerchio, quello spaventevole disordine pareva calmarsi. Di modo che, quando dopo tante scosse il

rampone si sganciò e la balena che ci tirava sparì di lato, lo slancio morente dell'abbrivo che ci diede nello staccarsi ci

fece scivolare tra due cetacei nel cuore più profondo del branco, come se da qualche torrente montano fossimo passati

in un lago sereno nella valle. Qui le bufere che rumoreggiavano nelle forre tra le balene della cerchia esterna si udivano

ma non si risentivano. In questo spazio centrale il mare aveva quella lucida superficie di raso, detta il liscio, dovuta

all'umore impalpabile emesso dalla balena quando è più tranquilla. Sì, eravamo adesso in quella calma incantata che

dicono si nasconda nel cuore di ogni agitazione. E sempre nella distanza confusa vedevamo i tumulti dei cerchi

concentrici esterni, vedevamo branchi di balene succedersi attorno rapidissime otto o dieci in ogni gruppo, come coppie

moltiplicate di cavalli in un circo, e così serrate spalla a spalla che un cavallerizzo titanico avrebbe potuto facilmente.145

farsi portare in giro sulle loro schiene tenendo le mediane sotto l'arco delle gambe. Era così fitta la calca di balene in

riposo che circondavano più da vicino l'asse rinserrato della mandria, che per il momento non ci si offriva nessuna

possibilità di fuga. Dovevamo cercare qualche breccia nella muraglia vivente che ci circondava, quella muraglia che ci

aveva lasciato entrare solo per chiuderci dentro. Tenendoci al centro del lago, venivamo visitati ogni tanto da piccole e

docili mucche e vitelli, le donne e i bambini di questo esercito in rotta.

Ora, compresi i larghi intervalli che ogni tanto si producevano tra i cerchi esterni roteanti, e compresi gli spazi

tra i vari gruppi in ciascuno di quei cerchi, l'intera area occupata in quel caso da tutta la mandria doveva misurare

almeno due o tre miglia quadrate. A ogni modo, sebbene questo non fosse il momento più adatto per prendere misure

precise, dalla nostra bassa lancia scorgevamo zampilli che parevano levarsi quasi dall'orlo dell'orizzonte. Ricordo

questo perché si aveva l'impressione che quelle mucche e quei vitelli fossero stati racchiusi con intenzione in questo

recinto più protetto, e che la grande estensione della mandria avesse finora impedito loro di conoscere il motivo vero di

quella tappa. Sia per questa ragione, o forse perché erano così giovani e ingenue, e in ogni senso innocenti e inesperte,

queste balene più piccole che ogni tanto venivano dai margini del lago ad annusare la nostra barca abbonacciata,

mostravano un coraggio e una confidenza sorprendenti, oppure un panico quieto e incantato di cui era impossibile non

stupirsi. Come cani domestici venivano a fiutarci attorno, fin su al capo di banda, e a toccarlo, tanto da sembrare quasi

che qualche magia le avesse improvvisamente addomesticate. Queequeg le accarezzava sulla fronte, Starbuck grattava

le gobbe con la lancia, ma per il momento si tratteneva dal ferire per paura delle conseguenze.

Ma molto più in basso di questo mondo stupefacente della superficie, un altro e anche più strano mondo colpì i

nostri occhi quando ci sporgemmo a guardare in acqua. Perché sospese in quei sotterranei d'acqua fluttuavano le forme

delle madri che allattavano, e di quelle che per la loro circonferenza enorme parevano prossime a diventare madri. Il

lago, come ho accennato, era straordinariamente trasparente fino a una profondità. considerevole, e come i neonati

umani quando poppano fissano calmi e immobili altrove che non sul seno, come se vivessero insieme due esistenze

diverse, e mentre prendono il cibo mortale si nutrissero sempre in spirito di qualche ricordo ultraterreno, allo stesso

modo i piccoli di queste balene pareva guardassero verso di noi, ma non noi, quasi non fossimo altro, ai loro occhi

appena nati, che un pezzetto d'alga del Golfo. Fluttuando sui fianchi, anche le madri parevano tenerci d'occhio quiete.

Uno di questi poppanti, che da certi strani segni pareva non avesse più di un giorno, poteva misurare qualcosa come

quattordici piedi di lunghezza e sei di vita. Era piuttosto vispo sebbene il suo corpo non pareva ancora del tutto

ristabilito da quella posizione penosa che aveva così di recente occupato nel reticolo materno, dove, testa contro coda, e

tutta pronta per il balzo finale, la balena non ancora nata se ne sta flessa come un arco tartaro. Le delicate pinne laterali

e le palme della coda mantenevano ancora nella loro freschezza l'aspetto rugoso e spiegazzato delle orecchie di un

bambino appena arrivato da un altro mondo.

«Lenza! Lenza!» gridò Queequeg sporgendosi a guardare in giù: «È preso! Preso! Chi l'ha preso? Chi colpito?

Due balene: una grossa, una piccola!»

«Che ti succede, amico?» gridò Starbuck.

«Guarda qui,» fece Queequeg indicando in giù.

Come quando la balena colpita che ha srotolato dal mastello centinaia di tese di cavo torna a galla dopo un

tuffo profondo, e si vede la lenza allentata risalire leggera verso l'aria torcendosi a spirali, così ora Starbuck vide lunghe

spire del cordone ombelicale di Madama Leviatano, per mezzo delle quali il balenino pareva ancora impastoiato alla

madre. Non di rado, nelle rapide vicissitudini della caccia, questa lenza naturale, libera all'estremità materna, si va a

imbrogliare con quella di canapo e il balenuccio resta accalappiato. Alcuni dei più gelosi segreti del mare parvero

rivelarcisi in questo stagno incantato. Vedemmo i giovani amori leviatanici nell'abisso.

E così, benché circondate da cerchi e cerchi di costernazioni e di terrori, queste inscrutabili creature del centro

si davano liberamente e senza paura a tutte le occupazioni pacifiche, perfino godevano serenamente di amplessi e

piaceri. Ma allo stesso modo, in mezzo all'Atlantico burrascoso del mio essere, io pure mi rallegro sempre nella calma

silenziosa del centro; e mentre pianeti pesanti ed eterni di dolore mi ruotano attorno, giù nel profondo e nell'entroterra io

continuo a bagnarmi in un'eterna soavità di gioia.

Intanto, mentre stavamo così attoniti, gli improvvisi spettacoli frenetici che ogni tanto si svolgevano in

lontananza indicavano l'attività delle altre lance, ancora impegnate a mettere i morsi alle balene sulle prime linee

dell'armata, o magari a portar guerra dentro il primo cerchio, dove trovavano abbondanza di spazio e qualche adatta via

di ritirata. Ma lo spettacolo delle balene in ceppi, infuriate, che ogni tanto tagliavano i cerchi fulminee, alla cieca, era

niente di fronte a ciò che in ultimo vedemmo. A volte, quando si è agganciata una balena più robusta e sveglia del

solito, si usa per così dire tentare di azzopparla, tagliandole o ferendole il gigantesco tendine caudale. Ciò viene fatto

scagliando una vanga da squarto col manico breve, a cui è attaccato un cavo per il recupero. Come seppimo più tardi,

una balena così ferita ma non a sufficienza, pare, si era strappata dalla barca, portandosi dietro metà della lenza del

rampone, e nell'atroce agonia della ferita andava sbattendo tra i cerchi roteanti, come fece quel solitario disperato di

Arnold sul suo cavallo alla battaglia di Saratoga, portando terrore ovunque capitasse.

Ma per quanto fosse terribile la ferita di questa balena e comunque orrenda a guardarsi, pure il terrore peculiare

che essa pareva ispirare al resto del branco era dovuto a una causa che dapprima la distanza ci nascose. Ma alla fine ci

accorgemmo che per uno degli incidenti incredibili della caccia, la balena si era imbrogliata nella lenza dell'arpione che

tirava a rimorchio, e inoltre era scappata con addosso la vanga da squarto; e mentre l'estremità libera del cavo attaccato

a quest'arma s'era ingarbugliata fitta nelle spire della lenza che le stringeva la coda, la vanga stessa si era strappata dalla.146

carne. Sicché, in preda a quel dolore folle, la balena andava ora sbattendo nell'acqua menando violentemente con la sua

flessibile coda e vibrando attorno la vanga affilata in modo da ferire e ammazzare le sue stesse compagne.

Quell'oggetto terribile parve risvegliare l'intera mandria dalla sua paralisi. Dapprima le balene che formavano il

margine del nostro lago cominciarono un po' a serrare le file e a urtarsi come sollevate da lontane ondate semispente;

poi lo stesso lago cominciò a sussultare, a gonfiarsi; le camere nuziali e i vivai sottomarini svanirono; serrando a poco a

poco le orbite, le balene dei cerchi più interni cominciarono a nuotare in gruppi sempre più densi. Sì, la lunga calma se

ne andava. Si udi presto avanzare un basso brusìo, e poi come i massi tumultuosi di ghiaccio quando il gran fiume

Hudson si apre a primavera, l'intero esercito delle balene venne rotolando sul suo più profondo centro, come per

ammucchiarsi tutto in una sola montagna. Immediatamente, Starbuck e Queequeg si scambiarono i posti; Starbuck

mettendosi a poppa.

«Remi! Remi!» sussurrò intensamente il capoccia prendendo il governo: «Remi in pugno e l'anima tra i denti,

ora! Mio Dio, ragazzi, occhio! Spingi via, Queequeg! La balena! Di punta! Dai! In piedi, in piedi, resta così! Scattate,

ragazzi, spingete; non badate alle gobbe: raschia! gratta!»

La barca stava quasi per venire schiacciata tra due grandi masse nere, che tra di loro lasciavano un angusto

stretto dei Dardanelli. Ma con sforzi disperati balzammo finalmente in un temporaneo sbocco; poi rinculammo svelti e

cercammo insieme avidamente un altro sfogo. Dopo essercela cavata in questo modo per un pelo svariate volte,

scivolammo svelti finalmente in quello che un momento prima era stato uno dei cerchi esterni, ma che era tagliato

adesso a casaccio da balene che si gettavano tutte con violenza verso un solo punto. Questa salvezza fortunata la

pagammo a buon prezzo con la perdita del cappello di Queequeg, che mentre stava in piedi sulla prua a spunzonare le

balene in fuga, l'ebbe portato via di testa nettamente dal vortice prodotto dall'alzarsi improvviso, lì accanto, di un paio di

grandi pinne.

Frenetica e confusa com'era adesso quell'agitazione generale, essa si risolse presto in quello che pareva un

movimento sistematico; ammassatesi infine assieme in unico folto gruppo, le balene ripresero la fuga in avanti con

velocità più forte. Inutile inseguirle ancora; ma le barche indugiarono nella scia per catturare quelle balene coi druggs

che restassero indietro, e anche per ricuperarne una che Flask aveva uccisa e contrassegnata. Il contrassegno è un palo

con guidone: ogni barca ne porta due o tre, e quando c'è sotto mano qualche nuova preda questo palo si pianta dritto nel

corpo galleggiante della balena morta, per segnalarne la posizione in mare e anche come segno di priorità di possesso

caso mai si accostassero barche di qualche altra nave.

I risultati di quella calata in acqua valsero in certo senso a illustrare quel sagace detto dei balenieri: più balene e

meno pesce. Di tutte le balene coi druggs ne prendemmo solo una. Le altre, per il momento, riuscirono a scappare, ma

solo per farsi acchiappare, come si vedrà più tardi, da un legno diverso.

LXXXVIII • SCUOLE E MAESTRI DI SCUOLA

Il capitolo precedente ha riferito su un immenso branco o corpo di capodogli, e ha dato inoltre la causa

probabile di assembramenti così vasti.

Ora, sebbene a volte s'incontrano masse così numerose, pure, come si sarà veduto, anche oggigiorno capita di

avvistare piccoli gruppi separati, ciascuno dei quali comprende da venti a cinquanta individui. Questi gruppi sono

chiamati scuole. E sono generalmente di due specie: quelli composti quasi interamente da femmine, e quelli che

raggruppano solo giovani maschi vigorosi o tori, come si suole chiamarli familiarmente.

Come scorta cavalleresca a una scuola di femmine si vede invariabilmente un maschio di dimensioni adulte ma

non vecchio, che in ogni caso di allarme dimostra il suo coraggio gettandosi alla retroguardia per coprire la fuga delle

signore. In realtà questo signore è un voluttuoso ottomano che va nuotando per il mondo acquatico circondandosi e

accompagnandosi con tutti i conforti e i sollazzi di un arem. Il contrasto fra questo ottomano e le sue concubine è

impressionante, perché mentre lui è sempre delle maggiori proporzioni leviataniche, le signore, anche in pieno sviluppo,

non superano un terzo della massa di un maschio di media dimensione. Sono proprio delicate, relativamente: non

eccedono, direi, una mezza dozzina di iarde alla vita. Però non si può negare che nel complesso sono destinate per

eredità all'embonpoint.

È assai curioso osservare quest'arem e il suo signore nei loro vagabondaggi indolenti. Come gente alla moda,

sono per sempre in moto all'oziosa ricerca della verità. Li incontrate sull'equatore in tempo per il pieno della stagione

dei pascoli, appena di ritorno forse da un'estate nei mari del Nord, dove hanno truffato l'estate di tutto il suo calore

sgradevole e spossante. Quando poi hanno bighellonato un po' su e giù per il passeggio equatoriale, se ne partono per le

acque orientali in previsione della stagione fresca laggiù, e così evitano l'altra punta eccessiva della temperatura

annuale.

Quando avanzano serenamente in uno di questi viaggi, se è avvistato qualcosa di strano e sospetto, sua signoria

il capodoglio tiene un occhio cauto sulla sua interessante famiglia. Se qualche giovane leviatano tutto fumo ha l'ardire,

passando di là, di avvicinare confidenzialmente qualcuna delle signore, con che furia tremenda il Pascià lo assale e lo

scaccia! Sarebbe proprio bella se a giovani libertini senza principî come lui fosse permesso di violare il santuario della

gioia domestica; sebbene, per quanto il povero Pascià si dia da fare, non riuscirà a tenere fuori dal suo letto il più

famigerato vitaiolo, visto che ahimè tutti i pesci vanno a letto assieme. Come a terra le signore provocano spesso i duelli.147

più terribili tra i loro rivali ammiratori, così tra le balene, che spesso si azzuffano a morte, e tutto per amore.

Schermiscono con le lunghe mandibole, allacciandole a volta assieme e cercando così di avere la meglio, come alci che

intrecciano bellicosamente le corna ramose. Non pochi al momento della cattura portano le cicatrici profonde di questi

scontri: teste solcate, denti rotti, pinne tagliate a festoni e in qualche caso bocche strappate e slogate.

Ma supponendo che il violatore della pace domestica batta in ritirata al primo assalto del signore dell'arem,

allora è molto divertente stare a guardare il signor padrone. Egli torna a insinuare dolcemente la sua ampia mole tra le

femminucce e se ne sta un po' a spassarsela mentre ancora si trova in una vicinanza eccitante col giovane Casanova,

come il pio Salomone si dava devoto al suo culto fra le sue mille concubine. Purché ci siano in vista altre balene, il

pescatore darà raramente la caccia a uno di questi sultani; perché questi sultani sono troppo prodighi delle proprie

energie, e quindi hanno poco olio. Quanto ai figli e alle figlie che mettono al mondo, ebbene questi figli e figlie

debbono sbarcare il lunario da sé, o almeno con il solo aiuto materno. Perché come certi altri onnivori amatori vaganti

di cui potrei fare il nome, il nostro signor capodoglio non ha gusto per la nursery, sebbene ne abbia molto per il

boudoir; e così, essendo un gran viaggiatore, va seminando per tutto il mondo i suoi figli anonimi, tutti quanti esotici. A

tempo debito, tuttavia, quando declina l'ardore della gioventù, quando aumentano gli anni e le malinconie, quando la

riflessione presta le sue pause solenni, quando insomma un'apatia generale prende il turco ormai sazio, allora un amore

di pace e di virtù soppianta l'amore per le fanciulle; il nostro ottomano entra nella fase dell'impotenza, del pentimento e

della morale, rinnega e scioglie l'arem, e diventato una vecchia anima cupa ed esemplare se ne va tutto solo per i

meridiani e i paralleli dicendo le sue preghiere, e ammonendo i giovani leviatani a guardarsi dai suoi errori amorosi.

Ora, come l'arem delle balene è chiamato dai pescatori la scuola, così il signore e padrone di questa scuola è

chiamato tecnicamente il maestro di scuola. A rigore, quindi, non pare coerente, per quanto ammirevolmente ironico,

che dopo essere andato a scuola lui stesso se ne va in giro inculcando, di questa, non ciò che vi ha imparato, ma la sua

vanità. Il suo titolo di maestro di scuola si direbbe con ogni verosimiglianza derivato dal nome che si dà all'arem stesso,

ma qualcuno ha supposto che il primo a battezzare così questo tipo di balena ottomana deve avere letto le memorie di

Vidocq, e saputo che razza di maestro di campagna fosse quel famigerato francese in gioventù, e di che natura fossero

quelle lezioni occulte che inculcava a qualcuna delle sue allieve.

La stessa solitudine e l'isolamento a cui si dà con l'avanzare degli anni il cetaceo maestro di scuola, è il destino

di tutti i vecchi capodogli. Quasi senza eccezioni una balena nubile, come si chiama un leviatano solitario, significa una

balena vecchia. Come il venerabile Daniel Boone dalla barba di muschio, il pesce solitario non vuole accanto a sé altri

che la natura, e lei si prende per moglie nella desolazione delle acque. Ed è la migliore, anche se il suo umore cupo

nasconde tanti segreti.

Le scuole di soli maschi giovani e vigorosi di cui abbiamo già detto presentano un forte contrasto con le

scuole-arem. Mentre le femmine sono caratteristicamente timide, i giovani maschi o tori da quaranta botti, come li

chiamano, sono di gran lunga i più combattivi di tutti i leviatani, e proverbialmente i più pericolosi a sfidarsi, se si

eccettuano quelle meravigliose balene dalla testa grigia, brizzolate, che a volte s'incontrano, e queste vi daranno

battaglia come diavoli feroci esasperati dal mal di gotta.

Le scuole di tori da quaranta botti sono più popolate delle scuole-arem. Come masnade di giovani studenti esse

sono piene di pugnacità, di allegria e di malizia, e vanno ruzzolando attorno al mondo a un ritmo così sfrenato e

temerario che nessun assicuratore prudente vorrebbe assicurarli più che non lo farebbe con un giovincello rissoso della

Yale o della Harvard. Del resto la turbolenza se ne va in fretta, e quando si sono maturati per circa tre quarti si sbandano

e vanno ciascuno per suo conto in cerca di sistemazione, cioè di un arem.

Un'altra differenza tra le scuole dei maschi e delle femmine è ancora più caratteristica dei sessi. Colpite,

mettiamo, un toro da quaranta barili: povero disgraziato! Tutti i camerati lo piantano. Ma colpite una dell'arem, e tutte le

compagne le nuotano attorno con ogni segno di preoccupazione, e a volte indugiano tanto e così vicino a quella, da

cadere preda esse stesse.

LXXXIX • PESCE LEGATO E PESCE LIBERO

L'allusione ai guidoni e ai pali con guidone che ho fatto nel capitolo penultimo richiede qualche notizia sulle

leggi e i regolamenti della baleneria, di cui quei contrassegni si potrebbero considerare i grandi simboli e distintivi.

Capita di frequente che quando parecchie navi incrociano assieme, una balena venga colpita da una di esse, poi

fugga, e venga finalmente uccisa e catturata da un altro legno: e in questo esempio sono indirettamente comprese molte

congiunture minori, che condividono tutte quella situazione centrale. Per esempio: dopo una caccia e una cattura

pericolose e faticose, il corpo della balena si può staccare dalla nave a causa di una burrasca violenta; e andando molto

alla deriva a sottovento può essere ripreso da una seconda baleniera, che in una calma se lo rimorchia comodamente a

fianco senza rischio di vita né di lenza. Così nascerebbero spesso tra pescatori le liti più seccanti e violente, se non ci

fosse qualche legge scritta o meno, universale e indiscussa, applicabile in ogni caso.

Forse l'unico codice baleniero ufficiale autorizzato per legge fu quello dell'Olanda. Venne promulgato dagli

Stati Generali nell'A.D. 1695. Ma benché nessun'altra nazione abbia mai avuto una legge baleniera scritta, i pescatori

americani sono stati tuttavia per questa faccenda legislatori e avvocati di se stessi. Essi hanno fornito un sistema che per

comprensività e chiarezza supera le Pandette di Giustiniano e gli Statuti della Società Cinese per la soppressione.148

dell'Intrufolamento nelle Altrui Faccende. Sicuro, queste leggi potrebbero venire incise su un baiocco della Regina

Anna, o su una punta di rampone, e portate al collo, tanto sono lapidarie.

1) Un pesce legato appartiene a chi l'ha legato.

2) Un pesce libero è giusta preda di chiunque lo prende per primo.

Ma in questo codice magistrale la fregatura è la sua ammirevole concisione che richiede un ampio volume di

commenti esplicativi.

Primo: che cos'è un pesce legato? Vivo o morto, un pesce è tecnicamente legato quando è connesso a una nave

o una barca occupata, con qualsivoglia tramite controllabile dall'occupante o dagli occupanti: un albero, un remo, un

cavo di nove pollici, un filo telegrafico, o una sfilaccia di ragnatela, non importa. Similmente un pesce è tecnicamente

legato quando porta un guidone o qualsiasi altro simbolo riconosciuto di possesso, purché la parte che lo contrassegna

dimostri chiaramente la propria capacità di rimorchiarselo a fianco in qualsiasi momento, nonché la propria intenzione

di farlo.

Questi sono commenti scientifici, ma i commenti dei balenieri stessi consistono a volte in brutte parole e botte

anche più brutte: il Coke-su-Littleton del pugno. È vero che tra i balenieri più retti e onorati si fanno sempre concessioni

in casi particolari, in cui sarebbe un'atroce ingiustizia morale che una parte avanzasse diritti su una balena anteriormente

cacciata e ammazzata dall'altra. Ma altri non sono affatto così scrupolosi.

Un cinquant'anni fa venne in causa in Inghilterra un singolare caso di ricupero di balena perduta. I querelanti

dichiararono che, dopo una caccia spossante nei mari nordici, e proprio quando erano riusciti a ramponare il pesce,

erano stati costretti sotto pericolo di vita ad abbandonare non solo le lenze ma la barca stessa; dopodiché gli imputati

(l'equipaggio di un'altra nave) si erano imbattuti nella balena, l'avevano colpita, uccisa, presa e finalmente se n'erano

appropriati sotto gli occhi della parte lesa. E quando gli imputati avevano ricevuto rimostranze, il loro capitano aveva

schioccato le dita in faccia ai querelanti dichiarando che come tutto ringraziamento per l'impresa fatta si sarebbe tenuto

la lenza, il rampone e la lancia rimasti attaccati alla balena al momento della cattura. Per cui ora gli altri reclamavano il

rimborso del costo della balena, della lenza, dei ramponi e della lancia.

Avvocato degli imputati era un signor Erskine; Lord Ellenborough il giudice. Nel corso della difesa, l'arguto

Erskine cominciò a illustrare il suo assunto riferendosi a un caso recente di adulterio, in cui un tale dopo avere cercato

invano di frenare la depravazione della moglie, l'aveva abbandonata sui mari della vita, ma nel corso degli anni,

pentendosi di questo passo, aveva iniziato una causa per riaverne il possesso. Erskine era avvocato della parte avversa, e

l'aveva difesa sostenendo che benché quel signore avesse in origine arpionata la signora e l'avesse una volta legata, e

benché alla fine l'avesse lasciata andare solo a causa del grande sforzo dovuto alla di lei tendenza ad andare a fondo,

pure lasciata andare l'aveva, sicché quella era diventata pesce libero; e perciò, quando un successivo signore l'aveva

tornata a ramponare, la signora era diventata proprietà di quell'altro signore, insieme con qualunque rampone si fosse

potuto trovarle in corpo.

Nel caso presente, Erskine sosteneva che gli esempi della balena e della signora s'illustravano reciprocamente.

Sentite debitamente le arringhe della difesa e dell'accusa, il dottissimo giudice decretò in termini assai netti

quanto segue: quanto alla lancia la concedeva alla parte lesa, perché l'avevano abbandonata solo per salvarsi la pelle; ma

quanto alla balena, ai ramponi e alla lenza contesi, essi appartenevano agli imputati: la balena, perché era un pesce

libero al momento della cattura finale; e i ramponi e la lenza perché, quando il pesce li aveva portati via, esso pesce

aveva acquisito la proprietà di questi oggetti, e perciò chiunque in seguito avesse preso il pesce aveva diritto a essi. Ora

gli imputati avevano poi preso il pesce, ergo, gli oggetti di cui sopra erano loro.

Un profano che rifletta su questa decisione del dottissimo giudice potrebbe magari trovarci a ridire. Ma

scaviamo fino alla roccia primaria del problema, e vedremo che i due grandi principî esposti nelle succitate leggi

baleniere, e applicati e delucidati da Lord Ellenborough nel caso suddetto, le due leggi dico sul pesce legato e il pesce

libero, appariranno, a rifletterci, i fondamenti di tutta l'umana giurisprudenza. Perché malgrado tutti i suoi complicati

intagli il Tempio della Legge, come quello dei Filistei, non ha che due sostegni a reggerlo.

Non è forse un detto sulle labbra di tutti che il Possesso è metà della Legge, cioè a dire indifferentemente da

come la cosa è venuta in possesso? Ma spesso la proprietà fa tutta la legge. Che cosa sono i muscoli e le anime dei servi

russi e degli schiavi repubblicani se non pesce legato, il cui possesso è l'unica sua legge? Cos'è per il proprietario rapace

l'ultimo obolo della vedova se non un pesce legato? Che cos'è quella casa marmorea di un furfante non smascherato,

con la targa sull'uscio come guidone, che cos'è se non pesce legato? Che cos'è il catastrofico interesse anticipato che il

mediatore Mardocheo ottiene dal povero fallito Facciafflitta, su un prestito che permetterà alla famiglia di quest'ultimo

di non morire di fame, che cos'è quel rovinoso interesse se non pesce legato? Che cos'è il reddito di 100.000 sterline che

l'Arcivescovo di Salvalanima si pappa sul magro pane e formaggio di centinaia di migliaia di lavoratori dalla schiena

rotta (tutti sicuri del cielo senza il minimo bisogno di Salvalanima), che cos'è quella cifra tonda se non un pesce legato?

Che cosa sono se non pesce legato le città e i villaggi ereditati dal Duca di Beozia? Che cos'è la povera Irlanda per quel

temuto ramponiere John Bull, e il Texas per quei lanciere apostolico Fratello Jonathan, se non pesci legati? E in tutti

questi casi non è forse il Possesso l'unica vera legge?

Ma se la teoria del pesce legato è quasi universalmente applicabile, ancora di più lo è la teoria sorella del pesce

libero. Essa è di applicazione internazionale e cosmica.

Che cos'era l'America nel 1492 se non un pesce libero in cui Colombo piantò la bandiera di Spagna in modo da

contrassegnarla per i suoi regali padroni? Che cos'era la Polonia per lo Zar, la Grecia per i Turchi, l'India per

l'Inghilterra? E che cosa sarà finalmente il Messico per gli Stati Uniti? Tutti pesci liberi..149

E i diritti dell'uomo e le libertà del mondo che cosa sono, se non pesce libero? E le teste e le opinioni di tutti gli

uomini? E il principio della libertà religiosa? E i pensieri dei pensatori per i contrabbandieri di parole grosse? Che cos'è

questo stesso gran globo se non un pesce libero? E tu, lettore, che altro sei, se non un pesce libero e un pesce legato

assieme?

XC • TESTE O CODE

«De balena vero sufficit, si rex habeat caput, et regina caudam

Bracton, III, 3

Latino dai libri delle Leggi britanniche, che significa, preso nel contesto, che di tutte le balene da chiunque

catturate sulle coste di quella terra, il Re, come Gran Ramponiere onorario, deve avere la testa, e la Regina ricevere in

rispettoso omaggio la coda. Una spartizione che nella balena è suppergiù come dimezzare una mela: nel mezzo non

resta più niente. Ora, siccome questa legge, in forma modificata, vige ancor oggi in Inghilterra, e presenta sotto vari

punti di vista una curiosa anomalia rispetto alla legge generale del pesce legato e libero, se ne tratta qui in un capitolo a

parte, per lo stesso principio di cortesia che spinge le ferrovie inglesi ad affrontare le spese di una carrozza separata

speciale, riservata alle persone regali. In primo luogo, per darvi una prova curiosa che la sullodata legge è ancora in

vigore, passo a esporvi un caso avvenuto entro gli ultimi due anni.

Pare che alcuni onesti marinai di Dover, o di Sandwich, o di qualcuno dei Cinque Porti, fossero riusciti dopo

una difficile caccia a uccidere e tirare a spiaggia una bella balena che avevano avvistato assai lontano dalla costa. Ora i

Cinque Porti sono, in parte o come che sia, sotto la giurisdizione di una specie di sbirro o mazziere chiamato il Lord

Reggente. Tenendo costui la carica direttamente dalla Corona, credo, tutti gli emolumenti regi dovuti nei territori dei

Cinque Porti vanno a lui per devoluzione. Da certuni questa carica è considerata una sinecura. Ma non è vero. Il povero

Reggente è spesso occupatissimo a intascare regalie, che sono essenzialmente sue in virtù del suo stesso intascarle.

Ora quando questi poveri marinai bruciati dal sole, scalzi e coi calzoni rimboccati fino alle cosce d'anguilla,

ebbero sudato sangue per tirare all'asciutto il loro grosso pesce, ripromettendosi almeno un centocinquanta sterline dal

grasso prezioso e dall'osso, e sorseggiando in fantasia sulla base delle rispettive quote un ottimo tè con le mogli e birra

buona con gli amici, ecco che t'arriva un dottissimo, cristianissimo e caritatevolissimo gentiluomo con una copia di

Blackstone sottobraccio. E posandola sulla zucca della balena dice: «Mani a posto! Questo pesce, padroni miei, è pesce

legato. Ne prendo possesso a nome del Signor Reggente.» Alla quale i poveri marinai, nella loro rispettosa

costernazione così veramente inglese, non sapendo che dire cominciarono tutti a grattarsi vigorosamente le zucche,

gettando nel frattempo occhiate tristissime dalla balena allo sconosciuto. Ma questo non aggiustava affatto la faccenda

né ammolliva il cuore duro di quel dotto signore dalla copia di Blackstone. Alla fine uno dei pescatori, dopo lunghe

grattate per schiarirsi le idee, osò parlare e d isse:

«Ma scusate, signore, chi è il Signor Reggente?»

«Il Duca.»

«Ma il Duca che ci ha messo nella pigliata del pesce?»

«È suo.»

«Abbiamo sudato sangue, rischiato la pelle e speso quattrini, e tutto questo deve andare in tasca al signor

Duca? E noi per la sfaticata non becchiamo che i calli?»

«È suo.»

«Ma il Duca è così morto di fame da fare queste carognate per sbarcare il lunario?»

«È suo.»

«Pensavo di dare una mano a mia madre, che è vecchia e a letto, con la mia parte di questa balena.»

«È sua.»

«Non può contentarsi il Duca di un quarto o di una metà?»

«É sua.»

In una parola, la balena fu confiscata e venduta, e sua Grazia il Duca di Wellington ricevette il denaro.

Pensando che da qualche particolare angolo il caso aveva una vaga possibilità di essere considerato, in certo senso e

nelle attuali circostanze, piuttosto duro, un onesto sacerdote del posto mandò un rispettoso biglietto a Sua Grazia,

supplicandolo di prendere in piena considerazione il caso di quegli sfortunati pescatori. Al che il signor duca rispose in

sostanza (tutte e due le lettere vennero pubblicate) che l'aveva già fatto, aveva ricevuto il danaro, e sarebbe stato grato al

reverendo se per il futuro egli reverendo avesse smesso di impicciarsi degli affari degli altri. È questo il vecchietto

ancora combattivo che se ne sta agli angoli dei tre regni, ed esige da ogni parte elemosine dai mendicanti?

È molto chiaro che in questo caso il diritto invocato dal Duca sulla balena era una delega sovrana. Dobbiamo

quindi chiederci su quale principio il sovrano è in origine investito di questo diritto. La legge stessa è già stata esposta.

Ma Plowden ce ne dà la ragione. Dice Plowden che la balena così catturata appartiene al Re e alla Regina «a causa della

sua straordinaria eccellenza». E dai più profondi glossatori questa è stata sempre considerata una ragione persuasiva in

un problema simile.

Ma perché il Re deve avere la testa e la Regina la coda? Datecene una ragione, avvocati!.150

Nel suo trattato sull'Oro della Regina o Spillatico della Regina, un vecchio autore della Regia Corte, tale

William Prynne, ragiona così: «La coda è della Regina affinché il guardaroba della Regina possa essere fornito di osso

di balena.» Ora questo è stato scritto quando l'osso nero flessibile della balena franca o di Groenlandia era largamente

usato per i busti da signora. Però quell'osso non è nella coda, è nella testa: marchiano errore per un avvocato sagace

come Prynne. Ma è una sirena la Regina, per ricevere l'omaggio di una coda? Forse qui si nasconde un significato

allegorico.

Ci sono due pesci regali, così denominati dagli scrittori di legge inglesi: la balena e lo storione, tutti e due con

certe limitazioni di proprietà regia, e che forniscono nominalmente il decimo ramo della rendita ordinaria della Corona.

Non mi risulta che altri abbia accennato alla cosa, ma per deduzione mi pare che lo storione debba dividersi allo stesso

modo della balena, andando al re la testa molto densa ed elastica che è tipica di quel pesce. Il che, considerato

simbolicamente, potrebbe umoristicamente basarsi su qualche presunta congenialità. E così, parrebbe, c'è una ragione in

tutto, perfino nella legge.

XCI • IL PEQUOD INCONTRA IL BOCCIUOLO DI ROSA

«Invano fu rovistare per Ambracane nella pancia di questo Leviatano, ché il fetore insopportabile impediva la ricerca

Sir T. Browne, Vulgar Errors

Una o due settimane dopo l'ultima scena di caccia che ho descritto, mentre navigavamo lenti su un mare

meridiano assonnato e fumante, i molti nasi sulla coperta del Pequod si rivelarono sentinelle più vigili delle tre paia di

occhi arriva. Si sentiva in mare un odore caratteristico e non molto gradevole.

«Ora, scommetto qualcosa,» disse Stubb, «che da qualche parte in questi paraggi c'è qualcuna delle balene con

la remora che abbiamo solleticate l'altro giorno. Lo sapevo che presto avrebbero fatto cappello.»

Poco dopo i vapori a prua si apersero, e laggiù in distanza c'era una nave, le cui vele serrate indicavano che al

suo fianco doveva trovarsi una balena. Come scivolammo più vicino, il legno mostrò colori francesi sul picco, e dal

gran mulinello di uccelli rapaci che roteavano e si libravano e gli calavano a piombo tutt'intorno, era chiaro che la

balena affiancata doveva essere di quelle che i pescatori chiamano impestate, cioè balene morte da sole nel mare e

rimaste a galla, cadaveri senza padrone. Si può bene immaginare che razza di profumo esali quella massa: peggio di una

città assira durante la peste, quando i vivi non ce la fanno a seppellire i morti. In realtà qualcuno trova quell'odore così

intollerabile, che nessuna cupidigia lo indurrebbe a ormeggiare lì accanto. Ma ci sono di quelli che lo fanno, nonostante

il fatto che l'olio ricavato da tali fonti è di qualità molto inferiore, e non ha nulla assolutamente dell'essenza di rose.

Avvicinandoci sempre più con un filo di brezza, ci accorgemmo che il francese aveva a fianco una seconda

balena, e questa balena era un mazzolino di fiori ancora più profumato della prima. In realtà si rivelò poi per una di

quelle balene enigmatiche che paiono disseccarsi e morire di una sorta di straordinaria dispepsia o indigestione,

lasciando carcasse quasi del tutto vuote di ciò che può essere olio. Ma vedremo a tempo opportuno che nessun baleniere

esperto torcerà il naso di fronte a una balena simile, per quanto in genere sia propenso a evitare le balene impestate.

Il Pequod si era ormai portato così vicino allo straniero, che Stubb giurò di riconoscere il manico della sua

vanga da squarto impigliato nelle lenze aggrovigliate attorno alla coda di una delle balene.

«Ma guarda che bel tipo,» ridacchiava dritto a prua della nave, «ma guarda che sciacallo! Lo sapevo che questi

rospacci di francesi sono scalzacani, che calano le barche dietro ai frangenti credendoli sfiatate di balene; sicuro, e

qualche volta si mettono in mare con le stive piene di scatole di candele di sego e di casse di smoccolatoi, ben sapendo

che tutto l'olio che faranno non basterà a bagnarci lo stoppino del capitano. Sicuro, questo lo sappiamo tutti, ma

guardate qui un rospaccio che si becca quello che noi lasciamo, la balena coi druggs dico, e si contenta pure di grattare

le ossa secche di quell'altro bel pesce che ha preso. Povero diavolo! Faccia girare un cappello, qualcuno, e regaliamogli

un poco d'olio per carità. L'olio che potrà ricavare da quella balena coi druggs non sarebbe adatto a bruciare in galera,

no, neanche nella cella della morte. Quanto all'altra balena, be', scommetto di fare più olio se taglio e faccio bollire i

nostri tre alberi, che non lui da quel mucchio d'ossa. Sebbene, ora che ci ripenso, può darsi che contenga una cosa che

vale molto più dell'olio, ma sì, l'ambra grigia. Mi domando ora se il vecchio ci ha pensato. Vale la pena di provare.

Sicuro, voglio vedere.» E così dicendo partì per il cassero.

A questo punto la brezza debole aveva ceduto a una completa bonaccia; sicché volere o no il Pequod era

adesso intrappolato nel tanfo, senza speranza di scappare se non tornava la brezza. Uscendo di cabina, Stubb raccolse

l'equipaggio della sua lancia, e partì alla volta della nave straniera. Tagliando di prua, Stubb notò che in ossequio al

fantasioso gusto francese la parte superiore della ruota di prua era scolpita a forma di un enorme stelo reclinato, dipinto

di verde, e come spine aveva spuntoni di rame che sporgevano qua e là, e il tutto terminava in un bulbo dalle pieghe

simmetriche di un bel colore rosso. Sulle tavole di prua, in grandi lettere dorate, lesse «Bouton de Rose»: Bottone o

Bocciuolo di Rosa, e questo era il nome romantico di quell'aromatica nave.

Quel bouton nella scritta era arabo per Stubb. Ma la parola rose, e quella polena bulbacea, bastarono a

chiarirgli il tutto.

«Un bocciuolo di rosa, eh?» gridò con le dita al naso. «Ottima idea. Ma per la miseria, fa una puzza!».151

Per comunicare direttamente con quelli di bordo doveva doppiare la prua e portarsi a tribordo, e quindi

avvicinarsi alla balena impestata e parlarci al di sopra.

Quando fu al punto giusto, sempre con la mano al naso, urlò: «Oè, del Bottone di Rosa! C'è qualcuno di voi

bocciuoli di rosa che parla inglese?»

«Sicuro,» rispose dalla murata un uomo di Guernsey, che era, risultò, il primo ufficiale.

«Be' allora, mio bottoncino di rosa, avete visto la balena bianca?»

«La balena come?»

«La balena bianca. Capodoglio. Moby Dick. L'avete visto?»

«Mai sentita nominare. Cachalot blanche! Balena bianca: no.»

«Molto bene, allora. Saluti per il momento. Torno subito.»

E tornato svelto verso il Pequod, e vedendo Achab appoggiato alla ringhiera del cassero che aspettava notizie,

mise le mani a portavoce e gridò: «Nossignore! Niente!» Al che Achab scomparve e Stubb tornò verso i francesi.

Allora si accorse che quello di Guernsey, che era sceso nei parasartie e stava usando una vanga da squarto, si

era imbracato il naso in una specie di sacco.

«Che avete lì al naso?» disse Stubb. «Rotto?»

«Magari fosse rotto, o magari non ne avessi affatto!» rispose l'altro, che non pareva gradire molto il lavoro che

faceva.

«E il vostro, perché ve lo tenete?»

«Oh niente. È un naso di cera, debbo tenerlo su. Bella giornata, no? Aria di campagna, direi; perché non ci

buttate qualche mazzolino di campo, eh, bocciuolo di rosa?»

«Ma che diavolone volete?» sbraitò quello di Guernsey, infuriandosi di colpo.

«Non vi riscaldate, eh! State freddo. Sicuro, freddo è la parola. Dovreste metterle in ghiaccio quelle balene

mentre ci lavorate. Ma scherzi a parte, ora. Lo sapete, bottone di rosa, che è una vera pazzia cercare olio in quelle

bestie? Quella secca lì, poi, non ce n'ha un oncia in tutta la carcassa.»

«Lo so benissimo. Ma il capitano non ci vuole credere, capite? È al primo viaggio. E prima faceva il

fabbricante a Cologne. Ma venite su, che forse crederà a voi se non crede a me. Così esco da questa rogna.

«Per farvi un piacere, questo e altro, mio caro simpaticone,» ribattè Stubb, dopodiché fu presto a bordo. Lì gli

si presentò una scena comica. I marinai, con certi berretti a nappine di lana rossa, stavano preparando i paranchi pesanti

per le balene. Ma andavano a rilento e parlavano veloci e non parevano affatto di buon umore. Tutti i nasi erano protesi

in sù dalle facce come aste di fiocco. Ogni tanto un paio di loro smettevano il lavoro, e correvano su in testa all'albero a

respirare un po' d'aria pura. Qualcuno, per paura di pigliarsi una peste, inzuppava stoppa nel catrame e a tratti se la

teneva alle narici. Altri, rotto il cannello della pipa quasi al bocciuolo, soffiavano freneticamente il fumo di tabacco, in

modo da averne sempre pieno l'olfatto.

Stubb fu colpito da un diluvio di urli e maledizioni provenienti dalla cabina del capitano a poppa, e guardando

da quella parte vide una faccia di fuoco, che sporgeva dall'uscio tenuto socchiuso dall'interno. Era il chirurgo

esasperato, che dopo avere protestato invano contro le operazioni della giornata si era ritirato nella cabina del capitano

(la chiamava cabinet) per evitare l'infezione; ma ancora non poteva fare a meno di strillare ogni tanto il suo sdegno e le

sue esortazioni.

Osservando tutto ciò Stubb ne concluse bene per il suo piano, e voltandosi al marinaio di Guernsey si fece con

lui una chiacchieratina, durante la quale il forestiero espresse il suo abominio per il capitano, un ignorante pieno di

spocchia, che li aveva tutti cacciati in questo pasticcio fetido e inutile. Sondandolo con cura, Stubb si rese conto che

l'ufficiale non aveva il minimo sospetto riguardo all'ambra grigia. Per cui non aprì bocca su quel punto, ma in ogni altro

senso fu con lui franco e confidenziale, sicché i due combinarono subito un piccolo piano per circuire e burlare il

capitano, senza che mai si sognasse di dubitare della loro buona fede. Secondo questo loro disegno l'uomo di Guernsey,

fingendo di fare da interprete, avrebbe detto al capitano quello che gli sarebbe piaciuto, ma come se venisse da Stubb;

quanto a Stubb, avrebbe potuto dire qualunque fesseria gli fosse venuta in mente durante il colloquio.

A questo punto la loro vittima uscì dalla cabina. Era un tipo scuro e piccolo, dall'aria piuttosto delicata per un

capitano di mare, però con grandi favoriti e baffi, e portava un panciotto di velluto rosso con ciondoli al fianco. A

questo signore Stubb venne cortesemente presentato da quello di Guernsey, che subito cominciò con ostentazione a

darsi l'aria dell'interprete.

«Cosa gli dico prima?» domandò.

«Be',» fece Stubb adocchiando il panciotto di velluto e l'orologio coi ciondoli. «Puoi anche cominciare a dirgli

che mi pare piuttosto bambolone, ma non pretendo di giudicare.»

«Dice, Monsieur,» tradusse l'interprete voltandosi al capitano, «che proprio ieri la sua nave ha incontrato un

legno su cui il capitano, il primo ufficiale e sei dell'equipaggio erano morti di una febbre contratta da una balena

impestata che si erano rimorchiata al fianco.»

Il capitano trasalì, e chiese ansiosamente altre notizie.

«Che altro?» disse il primo ufficiale a Stubb.

«Be', visto che incassa così bene, digli che ora che l'ho guardato meglio, sono sicuro che una scimmia di

Sant'Jago comanderebbe una baleniera meglio di lui. Anzi, digli da parte mia che è un babbuino.»

«Egli afferma e giura, Monsieur, che la seconda balena, quella secca, è molto più micidiale di quella impestata;

e insomma, Monsieur, ci scongiura, se teniamo alla vita, di mollare via quelle bestie.».152

Immediatamente il capitano corse a prua e ad alta voce ordinò all'equipaggio di interrompere il montaggio dei

paranchi di squartamento, e di sciogliere subito i cavi e le catene che trattenevano le balene alla nave.

«E ora?» disse quello di Guernsey quando il capitano si riavvicinò.

«Ma, vediamo. Sicuro, ora gli puoi anche dire che... che... Ma sì, digli che l'ho fregato e (tra sé e sé) non solo

lui.»

«Dice, Monsieur, che è felicissimo di esserci stato in qualche modo di utilità.»

A sentir questo il capitano giurò che erano loro (lui e l'ufficiale) a essergli grati, e concluse invitando Stubb in

cabina a bere una bottiglia di Bordeaux.

«Vi invita a bere un bicchiere di vino assieme,» disse l'interprete.

«Ringrazialo di cuore, ma digli che è contro i miei principî bere con la persona che ho truffato. Digli anzi che

debbo andare.»

«Dice, Monsieur, che i suoi principî non gli permettono di bere. Ma che, se Monsieur desidera vivere fino a

domani per farcisi una bevuta, farebbe meglio a calare tutte e quattro le lance e staccare la nave da quelle balene, perché

è tanta la bonaccia che non andranno alla deriva.»

Intanto Stubb aveva passato la murata, e calandosi nella barca gridò a quello di Guernsey che avendo con sé un

lungo cavo di tonneggio voleva fare il possibile per dare una mano, tirando via dalla fiancata la balena più piccola. E

così, mentre le barche dei francesi arrancavano a tirare la nave da un lato, Stubb caritatevole si trainava la sua balena

dall'altra, allentando con ostentazione un cavo di lunghezza smisurata.

Di colpo sorse la brezza. Stubb finse di staccarsi dal pesce. Issando le lance, la nave francese aumentò presto la

distanza, mentre il Pequd scivolava in mezzo tra essa e la balena di Stubb. Al che Stubb accostò svelto il corpo

galleggiante, e gridando al Pequod di segnalargli le sue intenzioni, procedè subito a raccogliere il frutto della sua

furberia disonesta. Con la vanga da lancia affilata cominciò a scavare la carcassa un po' dietro la pinna laterale. Si

poteva quasi pensare che scavasse una cantina nell'acqua; e quando infine la vanga urtò contro quelle magre costole, fu

come tirare fuori antiche tegole romane e cocci sepolti in grassa marna inglese. Gli uomini della lancia erano tutti

eccitatissimi, e aiutavano avidi il capo, con certe arie ansiose di cercatori d'oro.

E di continuo uccelli innumerevoli si tuffavano e sbucavano dall'acqua e stridevano e strillavano e

s'azzuffavano attorno a loro. Stubb cominciava a mostrare in faccia la delusione, soprattutto perché l'orrendo puzzo

aumentava, quando all'improvviso proprio dal cuore di quella peste venne fuori una lieve zaffata di profumo, che passò

attraverso il flusso degli odori cattivi senza esserne assorbita, come un fiume si versa in un altro e scorre assieme per un

po' di tempo senza mescolarvisi affatto.

«Eccola! Eccola!» gridò Stubb con gioia, palpando qualcosa nelle zone sotterranee. «Un sacco! Un sacco!»

Buttando la vanga cacciò dentro tutte e due le mani, e trasse fuori qualcosa che pareva sapone Windsor maturo,

o vecchio formaggio grasso e variegato, ma molto untuoso e saporito. Si può facilmente inciderlo col dito: è di un

colore tra il giallo e il cinerino. E questa, amici miei, è l'ambra grigia, che vale una ghinea d'oro all'oncia in qualunque

farmacia. Se ne cavarono circa sei manciate, ma altra se ne perdette inevitabilmente in mare, e forse avrebbe potuto

trovarsene molto di più se non fosse stato per l'impazienza di Achab che urlò a Stubb di farla finita e tornare a bordo,

altrimenti la nave li avrebbe lasciati in asso.

XCII • AMBRA GRIGIA

Ora quest'ambra grigia è una sostanza molto curiosa, e così importante come articolo di commercio che nel

1791 un certo capitano Coffin nativo di Nantucket fu interrogato sull'argomento dai giudici inglesi della Camera dei

Comuni. Perché a quei tempi, e in realtà fino a giorni relativamente recenti, l'origine esatta dell'ambra grigia, come

dell'ambra stessa, era per i dotti un problema. La parola ambergris è soltanto il composto francese per ambra grigia,

però le due sostanze sono affatto distinte. L'ambra, sebbene la si trovi qualche volta in riva al mare, viene anche scavata

in lontani terreni dell'interno, mentre l'ambra grigia non si trova mai che sul mare. Inoltre l'ambra è una sostanza dura,

trasparente, friabile e inodora, usata per bocchini di pipa, grani di collana e altri ornamenti; ma l'ambra grigia è molle,

cerosa, e talmente fragrante e aromatica che viene largamente usata in profumeria, o per fare pasticche deodoranti,

candele costose, polveri per i capelli e pomate. I turchi l'adoperano in cucina e inoltre la portano alla Mecca, allo stesso

scopo per cui si porta incenso a San Pietro in Roma. Certi mercanti di vino ne mettono alcuni grani nel chiaretto, per

profumarlo.

Ma chi direbbe che signore e signori così distinti possano deliziarsì di un'essenza trovata nei visceri indecorosi

di una balena malata? Eppure è così. Da alcuni si suppone che l'ambra grigia sia la causa, e da altri l'effetto, della

dispepsia della balena. Come curarla, questa dispepsia, sarebbe difficile dirlo, tranne che non si pensi di somministrare

un tre o quattro barcate di pillole di Brandreth, e poi correre a mettersi al sicuro come fanno gli operai che mettono le

mine alle rocce.

Ho dimenticato di dire che in mezzo all'ambra grigia si trovarono certe dure e rotonde schegge d'osso, che

dapprima Stubb scambiò per bottoni dei calzoni di marinai, ma che altro non erano, si vide poi, che pezzi di ossicini di

seppia imbalsamati a quel modo..153

Ora che la purezza di questa profumatissima ambra grigia si debba trovare nel cuore di una tale corruzione, non

è cosa notevole? Ricòrdati di quel detto di San Paolo ai Corinzi, a proposito della corruzione e dell'incorruzione: sul

come siamo seminati nel disonore ma cresciuti nella gloria. E ricorda inoltre quel detto di Paracelso su ciò che fa il

migliore dei muschi. E non dimenticare inoltre il fatto curioso che di tutte le cose che fanno cattivo odore, l'acqua di

Colonia, nelle fasi iniziali della preparazione, è la peggiore.

Vorrei concludere il capitolo con questa esortazione, ma non posso a causa della mia ansia di respingere

un'accusa fatta spesso ai balenieri, e che nel giudizio di certe menti già prevenute potrebbe credersi indirettamente

corroborata da ciò che si è detto delle due balene dei francesi. Altrove in questo libro è stata confutata la calunniosa

insinuazione che la professione del baleniere sia una faccenda del tutto sciatta e sudicia. Ma c'è un'altra cosa da

dimostrare falsa. Vanno dicendo che le balene mandino sempre un cattivo odore. E da dove è nato questo marchio

odioso?

Opino che lo si possa chiaramente ricondurre al primo arrivo a Londra delle baleniere groenlandesi, più di due

secoli fa. Perché quei balenieri non raffinavano allora e non raffinano adesso, il loro olio in mare come hanno sempre

fatto le navi del Sud. Ma usavano tagliare a pezzi il grasso fresco, cacciarlo per il buco di grosse botti e portarlo a casa

in questo modo, perché la breve durata della stagione in quei mari ghiacciati e le bufere improvvise e violente a cui vi

erano esposti impedivano ogni altro procedimento. La conseguenza è che quando s'apre la stiva per scaricare uno di

questi cimiteri di balene nel porto groenlandese, viene fuori un fetore che ricorda un po' quello che si alza quando si

scava un vecchio cimitero cittadino per gettare le fondamenta di un Ospedale di Maternità.

Immagino anche in parte che quell'accusa maligna contro i balenieri si possa imputare all'esistenza sulla costa

di Groenlandia, in tempi passati, di un villaggio olandese chiamato Schmerenburgh o Smeerenberg, il quale ultimo

nome è quello usato dal dotto Fogo Von Slack nella sua grande opera sugli Odori, libro classico sull'argomento. Come

indica il suo nome (smeer, grasso; berg, preparare), questo villaggio venne fondato per offrire alle baleniere olandesi un

posto dove raffinare il grasso, senza doverlo portare a casa in Olanda per quello scopo. Era un aggregato di fornaci,

marmitte per grasso e rimesse per l'olio, e quando le raffinerie erano in piena azione certo non ne esalava un profumo

squisito. Ma tutto ciò è molto diverso per una baleniera del Sud, che in un viaggio di forse quattro anni, dopo avere

completamente riempita d'olio la stiva, non ha adibito forse cinquanta giorni al lavoro di bollitura; e nello stato in cui è

messo in botte l'olio è quasi inodore. La verità è che vive o morte, purché trattate decentemente, le balene come specie

non sono affatto bestie puzzolenti; né si può riconoscere al fiuto un cacciatore di balene, come la gente del medioevo

sosteneva di potere scoprire un ebreo nella compagnia. E in verità la balena non può essere altro che fragrante quando,

come è di regola, gode di così ottima salute, fa tanto esercizio e sta sempre all'aperto, sebbene, è vero, raramente all'aria

aperta. Dico che il movimento delle pinne di un capodoglio sull'acqua manda profumo, come quando una signora

profumata al muschio fa frusciare le gonne in un salotto caldo. A che cosa dunque dovrò assomigliare il capodoglio per

la fragranza, considerando la sua mole? Non dovrò assomigliarlo a quel famoso elefante dalle zanne ingioiellate, e

fragrante di mirra, che fu portato fuori da una città indiana per rendere onore ad Alessandro Magno?

XCIII • IL NAUFRAGO

Fu solo pochi giorni dopo l'incontro coi francesi, che un fatto assai pieno di significato accadde al più

insignificante dell'equipaggio del Pequod: un fatto molto triste, che finì col fornire alla nave predestinata, e a volte

follemente allegra, una profezia viva e sempre presente di quel qualunque destino folle che avrebbe potuto toccarle.

Ora, sulle baleniere, non tutti scendono nelle lance. Si tengono da canto alcuni pochi uomini, chiamati

guardanave, la cui mansione è di manovrare il legno mentre le barche inseguono la balena. Come regola generale, questi

guardanave sono ragazzi di fegato, proprio come quelli che formano le ciurme delle lance. Ma se succede che a bordo

c'è qualcuno troppo delicatino, impacciato o pauroso, è sicuro che finisce guardanave. Così capitò sul Pequod al

negretto che chiamavano Pipetta e per abbreviazione Pip. Povero Pip! Ne ho già parlato: ricorderete il suo tamburello in

quella drammatica mezzanotte, così allegra e sinistra.

All'aspetto Pip e Farinata facevano una bella coppia, come un cavalluccio nero e uno bianco, diversi solo nel

colore, che fanno una buffa pariglia. Ma mentre quel disgraziato di Farinata era lento e ottuso di nascita, Pip era sì

debole di miocardio, ma in fondo non difettava d'intelligenza, di quell'intelligenza piacevole, geniale e amena che è

caratteristica della sua razza, una razza che si sa godere vacanze e feste con un gusto più schietto, più spigliato di

qualsiasi altra tribù. Per i neri, il calendario non dovrebbe segnare altro che trecentosessantacinque Quattro Luglio e

Capidanno. E non ridete quando dico che questo moretto era brillante, perché anche il nero è brillante: guardate l'ebano

lucido che impannella i gabinetti dei re. Ma Pip amava la vita e tutte le garanzie pacifiche della vita; sicché il mestiere

pieno di terrori, in cui si era lasciato invischiare per qualche ragione inspiegabile, ne aveva tristemente offuscata la luce.

Ma come si vedrà presto, ciò che era smorzato in lui temporaneamente era destinato alla fine ad accendersi

lugubremente di fiamme strane e selvagge, che in apparenza gli avrebbero ridato dieci volte il suo splendore naturale;

quello splendore con cui, nella Tolland County del Connecticut dove era nato, aveva un tempo rallegrato molte

festicciole campestri, e nel crepuscolo melodioso aveva cambiato col suo allegro ah! ah! il cerchio dell'orizzonte in un

solo tamburello coi sonagli di stelle. Così nell'aria pura del giorno la goccia di diamante di bell'acqua, appesa contro una

gola venata di azzurro, risplende di sana luce, ma quando un abile gioielliere vuole mostrarvi il diamante nella sua luce.154

più fulgida, lo mette su uno sfondo cupo e lo illumina non col sole ma con qualche gas innaturale. E allora vengono

fuori quei guizzi di fiamma, infernalmente superbi, allora il diamante dalla luce maligna, che una volta era il simbolo

più puro dei cieli di cristallo, pare un gioiello rubato dalla corona del re dell'inferno. Ma veniamo alla storia.

Successe che in quella faccenda dell'ambra grigia il poppiere di Stubb si slogò una mano, e dovette restare del

tutto a riposo per un poco; e per quel poco fu messo al suo posto Pip.

La prima volta che Stubb ammainò con lui, Pip si mostrò molto nervoso; ma fortunatamente per quella volta

sfuggì a un contatto diretto con la balena, e quindi se la cavò non del tutto con disonore. Però Stubb, osservandolo, si

preoccupò di esortarlo, finito tutto, a stare bene attento e trovare più coraggio, ché spesso gli poteva capitare di averne

bisogno.

Ora, alla seconda calata in acqua, la lancia filò sulla balena, e il pesce, ricevuto il ferro, diede il suo solito

botto, che questa volta capitò proprio sotto il banco del povero Pip. Il terrore impulsivo di quell'attimo fece saltare Pip,

remo in mano, fuori della lancia, e in modo tale che, venendogli sul petto la lenza allentata, egli se la tirò in acqua e nel

fare il tuffo ci restò tutto imbrogliato. In quell'istante la balena ferita partì di furia, la lenza si tese fulminea, ed ecco il

povero Pip emergere tutto schiumante contro il passacavi, tiratoci spietatamente dalla lenza che gli si era attorcigliata

più volte attorno al petto e al collo.

Tashtego stava dritto a prua. Era pieno del fuoco della caccia; odiava Pip come vigliacco. Strappando dal

fodero il coltello di bordo, ne calò il taglio affilato sulla lenza, e voltandosi verso Stubb domandò: «Taglio?» Intanto la

faccia bluastra e strozzata di Pip diceva chiaramente: «Taglia, per amor di Dio!»

Tutto avvenne in un lampo. In meno di mezzo minuto tutta la faccenda fu finita.

«Possa crepare, taglia!» ruggì Stubb; e così la balena fu persa e Pip salvato.

Appena si fu riavuto, il povero negretto venne assalito dagli urli e insulti di tutta la ciurma Lasciate

quietamente evaporare queste imprecazioni irregolari, Stubb con un tono semplice, da uomo d'affari, ma sempre un po'

ironico, maledisse Pip ufficialmente; e fatto questo gli diede ufficiosamente molti buoni consigli. La cui sostanza era,

non saltare mai da una lancia, Pip, tranne che... ma tutto il resto fu assai poco preciso, come è sempre anche il consiglio

più serio. Ora in genere Tenersi attaccati alla lancia è il vero motto della baleneria, ma ci sono spesso dei casi in cui

Saltare dalla lancia è ancora meglio. Inoltre, come se capisse alla fine che il dare a Pip consigli coscienziosi senza

annacquarli gli avrebbe lasciato in futuro un margine troppo largo per saltare, Stubb piantò di colpo ogni consiglio e

concluse con un ordine perentorio: «Tienti attaccato alla lancia, Pip, o per Dio, non ti raccolgo se salti: stai attento. Non

ce lo possiamo permettere di perdere balene per gente come te: una balena nell'Alabama si venderebbe per trenta volte il

tuo prezzo, Pip. Ricordalo bene, e non saltare più.» Col che forse Stubb volle indirettamente dire che l'uomo ama il suo

simile ma è anche un animale che fa denaro, e questa propensione interferisce troppo spesso con la sua capacità di

amare.

Ma siamo tutti in mano agli dèi, e Pip saltò ancora. Fu in circostanze molto simili alla prima, ma questa volta

non prese la lenza col petto, e perciò, quando la balena cominciò a correre, Pip venne lasciato indietro in acqua, come il

baule di un viaggiatore che ha fretta. Ahimè, Stubb non fu che troppo di parola. Era una giornata splendida, generosa,

azzurra. Il mare scintillante, calmo e fresco, si stendeva piatto tutt'intorno fino all'orizzonte, come il foglio di un

battiloro martellato al massimo. La testa d'ebano di Pip che appariva e spariva in quel mare pareva un fascio di chiodi di

garofano. Nessun coltello si alzò quando egli scivolò così rapidamente a poppa. Stubb inesorabile gli voltava la schiena,

e la balena aveva le ali. In tre minuti un miglio intero di oceano sconfinato si aperse tra Pip e Stubb. Su dal mezzo del

mare, il povero Pip rivolse la testa nera, crespa e ricciuta, al sole, altro naufrago solitario, anche se il più alto e il più

lucente.

Ora, col tempo sereno, nuotare nell'oceano aperto per un buon nuotatore è come viaggiare a terra su una

carrozza molleggiata. Ma è insopportabile la solitudine tremenda. L'intenso concentrarsi dell'io in mezzo a tale

immensità spietata, mio Dio, chi può esprimerlo? Osservate i marinai, quando in una bonaccia assoluta si bagnano in

alto mare, osservate come si tengono stretti alla nave e non fanno che nuotare lungo le flancate.

Ma Stubb aveva davvero abbandonato al suo destino il povero negretto? No, o almeno, non voleva questo.

Perché nella sua scia c'erano due lance, e senza dubbio egli pensava che naturalmente avrebbero incrociato Pip subito

dopo e l'avrebbero pescato su; benché, in realtà, tanti riguardi per i rematori messisi nei guai a causa di paura, non

sempre i cacciatori li dimostrano in casi simili, e casi simili succedono non di rado. Quasi invariabilmente nella caccia

alla balena un cosidetto codardo è bollato senza pietà con la stessa repulsione caratteristica delle marine da guerra e

degli eserciti.

Ma capitò che quelle lance, prima di avvistare Pip, trovandosi all'improvviso delle balene nei paraggi e su un

lato, virarono e si gettarono all'inseguimento. E la lancia di Stubb era ormai così lontana, e lui e i suoi uomini così

attenti alla balena, che il giro d'orizzonte cominciò a crescere paurosamente attorno a Pip. Per il più puro dei casi, alla

fine fu la stessa nave a recuperarlo; ma da allora il negretto si aggirò per la coperta come un idiota, o almeno tale

dicevano che fosse. Il mare aveva beffardamente tenuto a galla il suo corpo finito, ma affondato l'infinito del suo animo.

Non affondato del tutto, comunque. Portato via, piuttosto, a profondità meravigliose, dove strane forme dell'intatto

mondo originario gli scivolavano di continuo dinanzi agli occhi passivi, e l'avara sirena, la Saggezza, mostrava i tesori

che aveva ammassati, e tra gioiosi esseri eterni, senza cuore, sempre giovani, Pip aveva visto gli insetti corallini infiniti

o onnipresenti come Dio, che dal firmamento delle acque innalzavano sfere colossali. Aveva visto il piede di Dio sopra

il pedale del telaio, e gli aveva parlato; e perciò i compagni lo chiamavano pazzo. Così la demenza dell'uomo è la sanità.155

del cielo, e allontanandosi da ogni ragione mortale, l'uomo perviene alla fine a quel pensiero celeste che per la ragione è

assurdo e delirante; e sia bene o male, si sente allora inflessibile e indifferente come il suo Dio.

Per il resto, non condannate Stubb troppo severamente. La cosa è comune in quella caccia; e nel seguito di