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Leon Battista Alberti

Naufragus

 

Bench'io non possa sanza lacrimee dolore ricordarmi della gravissima iniuria quale io ricevetti dallafortunao amici mieipur deliberai ubbidirvi. Racconterovvi elnaufragio nostrocome mi dite ch'io facciae udirete da me cosadegna di memoria e molto maravigliosa. E quando arete inteso quantoio sia stato offeso dagl'impeti della avversa fortunao ominiottimicredo iudicarete la fortuna esser come altrove così emolto in mare da temerla. Vorrei per eloquenza potere mostrarviquanto fu el nostro naufragio da piangerloqual noi per prova losentimmo pessimo esser e troppo terribiletale che non solo el mareci è odiosoe simile e' navigli ci sono a vederli molestimae ancora el nome del navicare ne perturbae tanto mi dispiace ognicosa marittima che io non amo chi navica e iudicolo inimico di séstessi e di sua salute. Ma poich'io vi vedo molto apparecchiati audirminarrarò la cosa quanto potrò breve.

 

1.
Trecento omini eravamo in unanave ben fornita e salda. Navicavamo colle vele piene tutti iocosiverso el porto quale già innanti ne appariva. Alcuni di noiein prima una fanciulla molto dilicata quale fra noi sposa andava allenozze apparecchiateli dal suo maritosi vestiva e adornava con pannie gemme; e fra noi compagni erano chi constituiva la sera e l'altrodì avere in quel porto molto piacere in cene e in festeecosì tutta la nave brulicava di letizia in questi apparecchi.O fragile speranza de' mortali! Per grave e atrocissima tempestaquale ruppe subitomutati e' venticon troppa nostra miseria fusuvvertita la nave in modo che di tanta moltitudine solo omini trerimaseno in vitaioquella fanciulla sposa e un barbero servo. Cosamaravigliosa e incredibile! Qual fusse fato non soma suvversa lanavenoi tre ci trovammo reposti presso alla poppe della nave inluogo non bene atto a riceverene perché era picciolo e ancoraperché era pieno di ferramenti lì riposti al bisognodella nave. Adonque ivi non potevamo bene stare senza riceverequalche ferita da que' ferrie più eravamo summersi tutte lespalle in l'acqua quale conveniva pelle fessure della nave tuttadalla tempesta quassata e aperta. E a queste difficultà vis'agiungeva che spesso per el comuoversi della nave picciatadall'onde l'uno di noi urteggiava l'altro. Adunque miseri noimollie premendo l'un l'altro e ricevendo or una or un'altra tagliatura epuntura da que' ferrisofferavàno tuttora presente la morte.Pur la necessità a noi facea parere questo cosìsinestro luogo grato e assai troppo grande. Per questo pregavamo Dioalmeno ivi ne fusse licito sperare qualche salutee fra noiconfortavamo l'un l'altro promettendoci men rea fortunama d'usciredi tanta molestia per allora non era che aspettare a noi néche consigliarci. Né intendevamo dove in tanto mare fossimotraportatie questo ne parea ottimo per allora quanto potavamo sopral'acqua con tutto el capo alitare. In quale nostro misero statooimèe quante morte vedevamo noi! Ogni onda veniva con nostroeccidio. Pur maicosa maravigliosamai in tanti pericoli lasperanza abandonò l'animo nostroné mai l'animo mancòa sé stessi. Sempre fummo in questa fortitudine che sempre nepromettavamo qualche bene. E a mequal credea mai più potererivedere questo sole e questa lucetornava in mente quello chedicono e' poeti chequando gli altri dii salirono el cielosolo laSperanza rimase a fare compagnia a' mortali posti in miseria eoppressi dalle calamità. E così sola questa dea a noiinfelicissimi era propiziané ci lasciava soccombere a tantimali.

 

2.
Con lei durammo molte e molteore per sino che 'l mare cominciò a meno esser asperoondequesto luogo ove eramo inchiusi meno divenne acquoso. Non potavamoperò pigliar modo di torci indi altroveperò che lanave era suvversa e piena d'acqua. Pur cominciammo a riaverci unpocoe nettammo el luogo da tanti ferri e gittammoli in molta partefuori. Poi intenti pelle fessure guardavamo se da parte alcuna ne sipresentasse alcun litoe in questo guardare ogni onda che verso noivenia c'impauriva a morte. Parseci vedere qualche monte a lungi;quinci in noi nacque tanto desiderio di condurci in terra che fratante molestie questa fu la maggioree dove testé sommersi inacqua sino al mento non più credavamo che solo potererespirareora da quello ultimo pericolo liberi non potavamo patirele veste indosso molli. Nudammoci in molta partee in quella fortunaperduto ogni cosa lodavamo Idio che avamo da potere assederci benchémaldestri. Sarebbe istoria lunga raccontare quante varie memorie eragionamenti nei nostri animi e fra noi in quello spazio soveniano.Eravi el dolore delle cose perduteeravi la letizia della giàpresso veduta terraeravi speranza insieme e paura d'ogni cosafuturatale che quasi eravamo alieni e fuori d'ogni nostra mente.Conferivavi la lunga vigiliael digiunoel freddoper qualieravamo si può dire spacciatitale che ciascuno di noi e pe'suoi mali e per la misericordia de' compagni posti in simile calamitànulla quasi potavam di noi stessi. Inquesto modo stemmo due dìfra quali mali solo uno era quelloche noi atterravala fame. Pareaci meglio già prima essereperiti che ora vivere in tanto desiderio di saziarsi. E in prima quelbarbaro nostro compagno in tanti infortunidi natura feroce ed'ingegno bestiale e audacissimoarse in tanta sevizia che e' tentòcosa inauditaincredibile e degna di biastemarlo. Porsesi a mepresso alla orecchia tutto interriato nel visocoll'alito tremitosoe denteggiandoe prima susurrando cominciò pregarmi epregandomi alzò la voce persino a garirmidimandandomi ch'iolasciassi ucciderli quella infelicissima fanciulla compagna mia inquesta acerbissima fortunaper pascersi. La fanciulla che sentivaque' ragionamentiaimènon posso dire quanti pianti fusseroe' suoi! E a me tanta atrocità di questo barbaroe lamisericordia di questa pura e tenera fanciullaahe quanto miperturbò! Temea per leitemea e per me stessie cominciai aripensare molte e molte cosee dicea: siamo noi servati da tanta esì rabbiosa tempesta per esser cibo a questo barbaro? Piansi.Pur con parole rattenea quel bestiale da tanta crudelità. Maquel barbaro già già fiameggiava rabbia con gli occhi egridava: "Occidianla". Io col tempo subito consigliatogittai ogni resto di que' ferramenti ch'ivi restavanoacciòche quel mostro non potesse quanto e' cercava. Eimè! E chireferirà teo misera fanciullaquale avevi ogni tua saluteposta solo in lacrime e preghiere? O pietàche non solo a mequal sono pietosissimoma e ancora a quel barbaro vidi movesti lelacrime! Io adunquevolto alla fanciulladissi pigliasse buonoanimonon bisognar quivi lacrime ma virtù; adonque stessemeco in piè e non giacesse in quel doloreche se bisognoaccadessepotessimo due con fermo petto ossisterliche sarei colfavore di Dio galiardo combattitore contro tanta immanitàe aDio esser comendata la nostra piatà.

3.

All'ultimoove quella bestia nonrestavaio irato: "O sceleratissimo"dissi"noncesserai tu da tanta iniuria contro a questa misera fanciullettaqual piangepregaqual è stata e ora è con noi intanta mala sorte doppo tanti casi? Tu omotu vorrai farti pasto uncorpo umanotu pascerti delle membre vive? Ramentiti tu esser o noomo? Qual tigre sarà mai simile a te? Qual animale affamatovoracissimo non perdona a simili a sé? Tu fai questa tua famemaggiore non ben sopportandola. Témperatiché certomeglio la porteraie gioveratti sperare meglio. Né per certosiamo dalli dii servati da tanti mali a questa crudelitàmaper loro pietà a salute siamo e a testificare la lorobenignità servati; ché se così non fusseterzofa dì con gli altri saremmo periti. Ora se saremo piatosiquesta speranza quale li dii piatosi ci hanno mostrasarà congrato ed espettato bene". E così adonque dava io opera didistorre quel barbaro da tanta immanità. Ma voio amici mieiottimiche animo credete fusse el mio mentre ch'io dicea? Qual'eranocose ch'io meno volessi prima che vedermi innanzi quella belva conquel fronte aspero e apparecchiata d'ogni parte a crudelità?Ma sostenea me stessi con l'animo presentee curava ogni salute diquella fanciulla. Questo ultimo troppo mi comosse quando con ungrande urlo quel barbaro gridò: "Un di voi convien chemuoia". Ed esasperato infuriò tanto che biastemòIddioe colle mani già me opprimea. O spettaculo durissimo!La fanciulla impaurita mi si getta a' piedipregami. El barbaro giàpresto e arrabbiato cominciava essequire la crudelità. Io inmezzo consolava costeisgridava quest'altro e me straccava. Quelpessimo barbaroquanto io più li distoglieva ogni suo bruttoincettoallora più ardeva in rabbia. Oimèallafanciulla già erano mancate le lacrimee a me apresso questabestia non più erano preghiere. Questo furioso rompe e contutte le forze si getta a questa misera fanciulla per strangolarla.Qui benché stracco e languido pe' sofferti sinistripur datanta indignità mi nacquero forzee presi questo arrabbiatoquale ora verso la fanciulla ora verso di me con morsicon pugni siinasperivasudai tanto ch'io glielo tolsi da dosso. Presi con tuttedue le mani mie la sua destra mano e svolsigliela drieto alle spallecon tanto impeto che pel dolore egli urlò. Tennilo tanto chela fanciulla m'aitò e presegli l'altra mano e simile lasvolse. Contenemmolo tanto che stracciata la camicia della fanciullae fattone una e un'altra fascia legammo drieto le mani a questabestia quale per sino alle tavole della nave co' denti e con urtischiantava e fracassava.

4.

Scrivono le storie di SagontodiIerosolimadi Cassilino essere stato chi rose le funile scorze de'legnile pelle delli scutichi mangiò erbe pestifere e chiper fame mangiò e' figliuoliessere stato chi si gittòin fiumechi si precipitò da' muri per tedio della fame.Visto quello ch'io vidiogni cosa e più ne credo. E voiamici mieipregovi insieme con meco ripensiamo qual fusse allora lanostra sorte e condizione. Da quanta speranzada quanta lietaespettazione in ultima desperazione cademmo noi! Da quanto gaudio inquanto pianto e miseria! Noi che con sì secondi venti pocoinnanzi venavamo a casaa' quali la fortuna promettea ogni beneguadagnofestapiaceriquali speravamo abracciare e' padrilamoglieamate nostre e care animea' quali non parea navigando piùpotere altra facilità dalla fortuna altrove domandare- noisubito vedemmo toltoci dinanzi e' nostri benivolentissimi compagni efedelissimi amici. Noiquali la fortuna avea coniunti in pari casotra noi divenimmo capitali inimicie tanta ne fu mala avversitàche a pena ne fu licito piangere la nostra miseria. Ma lasciamoquesti pianti che non ci basterebbe el dì. 6.

Adonqueera el barbaro legato come dissi; noi pur pieni stavamo di paura chese si sciogliesse di nuovonon bisognasse cominciare nuova zuffa. Inquesto sopragiunsero alcuni pescatori da' quali el tronco nostrodella nave era stato da lungi veduto. Noi ch'eravamo intenti aguardarci dal nimico bestiale conchiuso con noiudite le voci de'pescatorinon posso dire quanta allegrezza ne impiette. Per letiziaperdemmo la vocestemmo muti tanto che que' pescatorinon vedendoguadagno da quella squassata nave nostradeliberavano partirsi. Ivinoi ne accogliemmo e quanto potemmo con gran voce pregammo aito.Accostoronsi a noia' quali fu di tutte le cose nulla primo chedomandargli che solo ne porgessero che mangiare. Aresti veduti que'di fuori lacrimaree que' dentro siniozzando aresti udito con troppaumilità pregare. Dolce era all'uno e all'altro queste lacrimee questa pietà. Quelli ne confortavanonoi fra noi neabbracciavamo pieni di tenerezza. O Iddioquanta e quanto subitamutazion in noi d'ogni animo! Costui quale la fame avea fatto nostroatrocissimo inimicoquale appetiva nostro sangue e vitaquestobarbaro quale con tanti sudori avamo colligatoquale tanto temavamoodiavamocostui ci fu subito conciliatissimo e in tanta sofferta connoi miseria agiuntissimocostui ci fu ora slegato caro abbracciarlo.Che se forse sarà chi dica che mali tempi generano malicostumie facile essere a' beati e ben fortunati usar pietàforse non errarà. E' pescatori non aveano ivi panema per lefessure della nave pinsero alcuni pescetti. Accuso el miose cosìvi paremal costume. Subito mangiai quel crudo. La fanciulla perquesta profertali salute quasi essanimata fuor di sé stava. Maquel barbaro- non so la cagionesannola e' fisici- el quale pocoinanzi parea potesse divorare uno uomo interotesté népur potea mordere un pescetto.
Comincioronque' pescatori in ogni modo a volerci aprire da uscirne. Nonpoteronoché altro non avean che remi atti a rompere e'tavolati. Adonque "Addio"dissero"siate di buonavoglia. Qui saremo subito con molti ferrie con noi verrete".Noibenché conoscessimo quella essere nostra salutenon èfacile dire in quanto merore cademmo da molta letizia vedendolipartiti; e tanta ne tenea cupidità d'uscirne che dimenticammoogni da noi sofferto pericolo accusandoci stolti che gittammo que'ferri co' quali testé apriremmo via a uscirne. Così nonlevavamo occhi da dosso a que' pescatori quali per salvarci da noi sipartiano. E parte ci dolea meno vedere chi ne salvavae partedesideravamo ne fuggissero prestissimo per salvarci. Ed eravamo lietiinsieme e mesti. E più preghiere allora al mare pacificofacemmo e più voti per la navigazion de' pescatori che nonavamo in la nostra tempesta fatte per noi. Aspettammogli parecchieore agitati da tanti sospetti che io posso affermare che queste soleore a noi furono più gravi che tutti e tre passati tempestosidì.

5.

Pur rivennero a noi e' pescatoripresso a sera con liete voci qual fanno chi torna trionfando a' suoicittadini. Noi non potavamo languidi e attriti referire loro pariletizia colle voci. Adonque in fretta rotto el lato della nave nericeverono in quella barca suaove doppo un poco soluti da maggiorcure guardammo l'uno l'altro. O Dioquali erano e' nostri visi! Elnaso fatto acutole labbra flappe pendeanogli occhi fuggiti edevacuatila barba setosale guance squalidetutti osceni e similio più sozzi in vista che que' che già tre dìfussero stati morti. Tanto indizio in noi era della nostra soffertacalamità. Que' pescatoriquando ne guatavanoper pietàlacrimavano. Noi fra noicredopazzeggiavamo per letiziabeffavamoe' nostri visie insieme domandavamo a cui fusse la faccia piùatta a nozze. In questa ecco in una barchetta a remi velocissima elmarito nuovo della nostra fanciullach'avea udito della nave trovataentrovi chi e' dubitava. Avea costui in dito l'anelloentrovi unagemma rara e conosciutaquale solea portare el mio carissimofratello perito in quel nostro naufragio: avealo questo sposo avutoda chi trovò el corpo esposto sul lito. Abbraccioronsi quellisposi. La fanciulla ricevuta in seno del suo dolcissimo amatore tuttasvenne in bràccioli. Ioche vidi in dito dello sposo l'anellodel mio ottimo fratelloper desiderio ancora svenni. Credo che chici vide molto si comovesse non so se più a piangere e' nostrimali e a misericordia e doloreche a gaudio e letizia di tantacomutazion di nostra fortuna. Indi imparaiamicissimi mieia nullamai disperarmi. Siate felici.