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AdrianoBanchieri

(CamilloScaligeri della Fratta)

Caccasenno

Novelladi Cacasenno
figliodel semplice Bertoldino.



Divisain discorsi e ragionamenti.
Opera onesta e di piacevoletrattenimentocopiosa di
mottisentenzeproverbi ed arguterisposte



Interlocutori

IlRe Alboino
IpsicrateaRegina sua Moglie
ErminioGentiluomo di Corte
AndronicoMaggiordomo di Corte
Attilio Servofamigliare di Corte
MarcolfaNonna di Cacasenno
BertoldinoPadre di Cacasenno
MenghinaMadre di Cacasenno
Palafrenier di Corte
Servitor di Erminio
UnViandante contadino
Un Lettighiere di Corte



INTRODUZIONE

ErminioGentiluomo favorito Cortigiano del Re Alboinoavendo con un suoServitore scorso molti giorni la campagnapassò sotto lamontagna sopra la quale abitava la Marcolfa con il gustosissimo umoredi suo figlio Bertoldino. Ed immaginandosi far cosa grata al Re e laRegina suoi Signoriportandogliene qualche novellasi pose a salirela montagnae giunto alla casa viddestante la qualità delpaeseuna assai buona fabricae quivi picchiando alla portasiaffacciò la Marcolfa alla finestrala quale scendendo abassoe riconoscendo Erminiocon molta allegrezza lo condusse incasafacendogli liete accoglienza; ediscorrendogli raccontòdi suo figlio Bertoldinoche avea preso mogliee che con li danarie robe donategli dal Re e dalla Reginaquando già furono inCorteavevano comperati alcuni poderi e accomodatisi di molti mobilie suppellettili per loro proprio comodosoggiungendo di piùche Bertoldino suo figlioall'uscire di fanciullezzaera divenutoaccortoonde ne vivevano con molto loro contento e tranquillitàd'animo. Una sol cosa gli era molestache avendo preso Bertoldinomoglieed avendone sinora avuto un solo figlioche ora è etàdi sette anniè riuscito più sempliceche giànon fu suo Padree più grosso dell'acqua dei maccheroni. Diquesto discorso ne prese Erminio non picciolo contentodeterminandoin sé stesso voler a tutto suo potere condurre questo novelloparto al Re e Reginacosì disse:

ERMINIOE MARCOLFA

Erminio.Ditemi Marcolfadove è Bertoldinocon questo suo figliochedetto mi avete?

MarcolfaSono andati qui vicinoalla capanna d'un nostro pecoraronémolto può tardare il loro ritornoessendo ormai vicina l'oradi desinare.

Erminio.E come ha nome il figlio che dite?

Marcolfa.Il suo nome proprio fu Arsenioma perché i Contadini eMontanari sempre giungono o scemano li propri nomicome sarìail direse uno tra noi ha nome Antonioessendo di alta statura lidicono Tognones'è corpacciutoTognazzos'è digiusta staturaTognos'è di statura scarsaTognettoessendo piccolo e grassoTognolos'è piccoloTognino; dimodo che riducono il nome di Antonio in molti nomie li diconoTognoneTognazzoTognoTognetto e Tognino; e quivi tornando incarreggiataavendo il nostro fanciullo nome Arsenioper esserealquanto turlurù gli diciamo Cacasenno.

Erminioudendo questo nome ridicoloso di Cacasenno ne prese grandissimogustoe maggiormente gli accese il pensiero di volerlo condurre inCorte; e mentre stava in questo desiderio udì la Menghinamoglie di Bertoldinoin strada cantare questo

STRAMBOTTO

Ciascunmi dicech'io son tanto bella
    Che sembroesser la figlia d'un Signore
Chi mi assomiglia alla Dianastella
    Chi mi assomiglia al faretrato Amore.
Tutta la Villa ogn'or di me favella
    Che dibellezza porto in fronte il fiore.
Mi disse l'altro giorno ungiovinetto:
    Perché non ho tal pulce nelmio letto?

Comparverointanto BertoldinoMenghina e Cacasennocon alcuni mazzi diasparagifragolearticiocchi e ricottineportate da lor podere.Qui furono grandi e lieti i complimentidi dove Erminio cosìdisse:

ERMINIOMENGHINAMARCOLFA E BERTOLDINO

Erminio.Eravate voi quella giovineche ho udito cantare?

Menghina.Signor noera una nostra pecorara qui vicina.

Marcolfa.Ah bugiardasta così bene dir le bugie? Lasciatevi direSignor Erminioera leie sapete se ne canta di belle?

ErminioDi graziabella giovinefavoritemi cantar un'altra volta quellaovvero un'altra a gusto vostro.

MenghinaAdesso non posso cantare; sono arrochita.

Bertoldino.Deh cantane una; che haipaura?

Menghina.Adesso non me ne ricordo nessuna in vero.

Marcolfa.Orsù fatti ben pregare; vuoi far restare in vergogna questoGentiluomo?

Bertoldino.Così fanno le buone cantarinefarsi pregare un pezzo; cantaMenghina.

Menghina.Oraperché mi date la baianon voglio più cantarem'avete inteso?

Erminio.Non andate in collera Menghina; vostro marito burla così convoi.

MarcolfaOrsù canta mo'Nuora mia caranon è bene farsi tantopregare.

Menghina.Orsù son contentama non voglio cantar quianderò incucina.

Erminio.Andate dove vi parepur che cantìate.

STRAMBOTTO

Sevuoi venir con meco cuor mio bello
    Ti metteròsull'asino a cavallo.
Vedrai la casa mia com'è ungiojello
    Di masserizie pienasino algallo.
Ancor udrai cantar un filunguello
   Qual'ha le penne verdebianchee giallo
Darotti ancor piacerspasso e diletto
    Pigliando tordi e merli almio boschetto.

Intantoche Menghina cantavaMarcolfa e Bertoldino pigliarono licenza daErminioper andare a porre in ordine il desinare; in questo arrivaCacasennoche aveva fatto colazione; Erminiocon suo grandissimogustolo piglia per la manoe finito la Menghina il cantoErminiointerroga Cacasenno.

ERMINIOE CACASENNO

Erminio.Che faiil mio bel fanciullino?

CacasennoHo fatto colazione adesso adesso.

Erminio.Buon principio (dove vai tu? sto con altri); dimmicome hai tu nome?

CacasennoMesser noche non sono un uomosono un ragazzo.

Erminio.Non ti addimando se sei un uomodico il tuo nome: come ti chiami?

CacasennoQuando uno mi chiamaed io gli rispondo.

Erminio.Volendoti io chiamarecome ho da dire?

Cacasenno.Dite come vi parema tenete le mani a voi; perché mi voletecavar gli occhisì ch'io vi darò sul capo con questobastone? non mi conoscete bene.

Erminiofacendo de' gesti con le dita mentre ragionava con Cacasennoquestipensò che gli volesse cavar gli occhionde alzò unbastone che aveva in mano e gli voleva dar sulla testa; quivi laMarcolfa corsee per correzione gli dette uno schiaffo. Cacasennocominciò così dirottamente a piangere e gridarechepareva un porchetto quando lo vogliono scannare. A questo rumorecorse la Menghina con un castagnazzo caldo per quietarlocosìdicendo:

MenghinaChe hai che gridiil mio Cacasennino?

Cacasenno.Uh uhla Nonnauh uhmi ha datoperché mi son difesouhuhda questo uomo che mi voleva cavar gli occhi con le ditauh uh.

Menghina.Orsù taciil mio Cacasenninoche stasera manderemo la Nonnascalza in letto.

Erminio.Non è veroil mio Cacasennoche io ti volessi cavar gliocchi: orsù vienie piglia il quattrinosufacciamo pace;oh che bel quattrino!

Cacasennovedendo il quattrino si rappacificòe nel pigliarlo Menghinagli disse: baciati il ditino e di' nonna; il che fece Cacasenno.

Erminiointantomirandolonon poteva contenersi dal risoe sentiva gustodel piacere che ne avrebbero preso il Re e la Regina. QuestoCacasenno era grosso di cinturaaveva la fronte bassissimagliocchi grossile ciglia irsuteil naso e la bocca aguzzache certoassomigliavasi ad un gatto mammoneovvero ad uno scimiotto; edessendo ora di mangiarelavaronsi le maniandarono a tavolaefinito il desinareErminio così disse:



ERMINIOMENGHINAMARCOLFA E BERTOLDINO

Erminio.Sappiateche il nostro Spenditore di Corte l'altra mattina inmercato comprando alcuni capretti da un Montanaro della vostramontagnaintese ancora da quello l'esser vostro e gli diede contezzadi questo vostro bel Cacasennino: il che divulgatosi per la Corte èancora pervenuto all'orecchio del Re e della Reginamiei Signoriper lo che mi hanno mandato in personadesiderosi di vederlodovetutti voiper termine di creanzadovete compiacergli.

Menghina.Non sarà egli mai veroperché questo nostrofigliuolino è così sempliceche son certa gliinterverrebbe qualche sinistro incontro.

Marcolfa.Non vi è pericoloNuora mia caraperché andròio in sua compagnia; li Principi hanno lunghe le manied i lor cennibisogna riconoscerli per comandamentied obedirgli.

Bertoldino.E tanto più al re Alboinoche ne ha dato tutto quello che noiabbiamo; però Menghina mia cara contentateviche questa ènostra nuova ventura.

Alleparole di Marcolfa e Bertoldinosi quietò Menghinae vestitocoi panni delle feste il suo Cacasennolo consegnò allaMarcolfae quindifacendo i complimentirestarono Bertoldino conMenghina alla cura di casaed Erminio con il suo servitoreMarcolfae Cacasenno (con un bel collaretto dalle belle lattughe)scendendola montagnas'inviarono verso la Cittàe giunti alla primaOsteria Erminio fece scendere da cavallo il suo Servitoree presoneun altro lo spinse in posta alla Corteper dar contezza al Re e allaRegina di questo fattodove il Servitore galoppando si licenziò;ed essendo il cavallo della briglia che aveva in manocosìforte la tirava che il cavalloinarborandosisi drizzò inpiedionde dirottissimamente Cacasenno gridava: Ohimèohimèaiutatemiche questo animalaccio mi vuol portar per aria e farmiromper la testa.

Aquesto gridare volgendosi Erminiogridava che lasciasse la brigliama il povero Cacasennolasciandola andare affattofe' sì cheil cavallo vi inciampò dentro e fecelo cadere in terrama peresservi la polvere altanon si fece alcun male. Marcolfadubitandoche si fosse fatto gran malecorrendodisse:



MARCOLFAERMINIO E CACASENNO

Marcolfa.Ohimèpoverettoscendete signor Erminioche costuisenz'altro si è storpiato.

Erminio.Eccomi sceso; che fai Cacasenno? ti sei fatto male?

Cacasenno.O male o benevoglio tornarmene a casa.

Erminio.Orsù rimonta a cavalloe nel modo ch'io ti pongo la brigliain manocosì lascia venire il cavallo.

Cacasenno.Se volete ch'io montivoglio che mi lasciate montare nel modo che hovisto far voi.

Erminio.Son contento: monta ch'io tengo il cavalloe poiché nonarrivi alle staffemonta su questo sasso.

Erminiomontò a cavallo e lasciò che la Marcolfa li tenesse ilcavallo. Intanto Cacasennopigliando il vantaggiopose il pièmancino nella staffa drittae salito che fu si trovò con lafaccia volta verso le natiche del cavallo; quivi Erminio crepava dalrideree volendo ch'ei smontassemai fu possibile a persuaderlo.



ERMINIOE CACASENNO

Erminio.Bisogna scenderese vuoi cavalcare.

Cacasenno.Io non potrei star meglio. Non avete voi detto che il Re e la Reginav'hanno mandato a casa nostra acciò mi conduceste a casa loro?

Erminio.L'ho dettoè veroche vuoi dir per questo?

Cacasenno.Pigliate dunque voi la briglia del mio cavallo e conducetemichéin questo modo ubbidirete i padronied io non vedrò ipericoli che devo passare.

Erminio.Ohquesta sì vale il resto del carlino! Inveroho preso amenar l'Orso a Modena!

Accidentalmentepassando un Contadinoche veniva anch'egli alla Città RegaleErminio fece condurre il cavallo di Cacasenno così a manoecavalcando in tal guisagiunsero alla Porta della Città.Erminio ordinò al Contadinoche così lo conducessesino alla porta del Palazzoed ivi lo aspettasse; poi diede alcunidi quei soldati che stavano alla Portaacciò loaccompagnassero per guardiatemendo che i ragazzi non lapidasseroper la Città Cacasenno con pomi e torsi; intanto Erminiodatode' sproni al suo cavallogiunse in Palazzoe trovò il Re ela Regina ch'erano ad un balcone per veder la venuta di questobell'umore (già descrìttoli dal servitore di Erminio)e qui raccontando detto Erminio frettolosamente quanto gli erasuccesso per istradaun'ora parevagli mille anniche comparisse.Intanto giunsee vedendo le Regie Corone venire la Marcolfa filandocon quel Contadino che conduceva Cacasenno a rovescio sopra ilcavalloaccompagnato con gridi e fischiate da moltitudine diragazziil Re e la Regina di tale vista ne presero grandissimopiaceree giunti in Palazzo fecero introdurre a loro questoridicoloso spettacolo. Entrando pertanto la Marcolfa dinanzi le RegieCorone con ripetuti inchinifu prevenuta dal Re.

REMARCOLFA E REGINA

Re.Ben venutaMarcolfa; godo vedervi viva.

Marcolfa.Ed io vivendo per veder le Maestà lorone ringrazio il cielodi tanto dono.

Regina.Mi riconosceteo Marcolfa?

Marcolfa.Tali sono gli obblighi ch'io le devomercé le grazie e doni efavori ricevuti già alcuni anni sonomentre fui in questaRegia Corte con mio figlio Bertoldinoche ho sempre avanti gli occhiimpresse l'effigie d'amenduee questo sia detto senza alcunaadulazione; e quantunque io sia una povera montanarasempre laverità e realtàmi è piaciutaperchésanno bene loro quanto il mio maritomentre vissefosse accortopronto ed arguto nelle belle sentenzeproverbi e salutiferemoralitàdal quale più volte sentii uscirgli di boccaqueste due belle sentenze:

1. IlPovero superbo È come un frutto acerboMa il Povero benignoÈ come l'or del scrigno.

2. IlPovero bugiardo Fa come il topo al lardoMa il Povero realeTant'oro a peso vale.

Re.Sentenze veramente da imprimersi a lettere d'oro; ma lasciamo icomplimenti: dov'è Cacasenno?

Marcolfa.Eccolo qui meco; vieni avanti Cacasenno. Ohimèdov'èrestato? era pure in mia presenza; dove sei?

Aquesto chiamarei Palafrenieri di Cortealzando la portierafeceroentrare Cacasennoil quale sopra le spalle si trascinava un uscio dilegno.

IlRe e la Reginaa questa gustosa entratura ebbero a smascellarsidalle risaintendendo tal stravaganza; ma più stupita restòla Marcolfa di tal cosa; e quivi il Maggiordomo di Corteche sitrovò presenteappena potendosi contenere dalle risacosìdisse alle Regie Corone:

MAGGIORDOMOE DETTI

Maggiordomo.S appia nole Regie Corone loroche nel salir le scale del Palazzomentre Marcolfa entrava in salaquesto bamboccio disse a unPalafreniere che si sentia volontà di orinare. Fu egli intantocondotto al luogo di necessitàcon sopportazione parlandoeduscitone fuori non serrò l'uscio della bussolaonde iotrovandomicosì gli dissi: Fanciullotirati dietro l'uscioper non sentire il fetore; ed eglilevando l'uscio della bussola daigangherise lo trascina dietroonde così l'abbiamointrodotto qui a Loro.

Re.Dimmi Cacasennoperché ti trascini dietro quell'uscio?

Cacasenno.Che importa a voi di saperlo?

Re.M'importa perché sono il padrone di casa.

Cacasenno.Se siete il padron di casaquest'uscio adunque è vostro;ditemi che ne ho da fare.

Re.Lascialo andare.

Cacasenno.Uscio vatteneche il padrone ti dà licenza; vattenedicotupesi tropponé ti posso più tenere in ispalla; che sìusciose tu non obbedisciil padrone di casa ti farà qualchescherzo.

Aquella semplicità corse la Marcolfae levatogli l'uscio dispallaordinò a Cacasenno che facesse un inchino al Re ed alla Reginaed inchinatosi fino a terraad ambedue baciasse la mano;allora Cacasennoquasi un nuovo Cabalaocon bella grazia si posetrabocconi per terracosì dicendo:



CACASENNOE MARCOLFA

Cacasenno.Oh! messerieccomi qui chinato in terrasiccome m'ha detto miaNonna; mettetemi la mano in boccach'io ve la voglio baciare;venitevi aspetto.

Marcolfa.Che cosa fai pecoracosì traboccante in terra?

Cacasenno.Non avete voi dettoch'io m'inchini in terrae baci la mano del Ree Regina? Eccomi chinatoditeli che venganoche mi sento volontàdi merendare.

LeRegie Corone risero tantoche li dolevano le gote e la testa; dopoil riso lo fecero levar da terrae da Attilio servo familiare diCorte condurre a merendarestando quivi la Marcolfa a complire ediscusare Cacasenno.



MARCOLFARE E REGINA

Marcolfa.Serenissime Coronesappiano che questo Cacasenno non è menosemplice di quello che già fu in questa Corte Bertoldino suoPadre; tal fu l'alberotal'è il frutto: però nonprendano meraviglia delle sue inezie; io volentieri l'ho condotto quiin Corte per obediredesiderosa però quanto prima esser diritorno alla mia casa per molte fatiche che vi ho.

Re.Bertoldino vostro figlio che faè egli vivo?

Marcolfa.È sano vivoe all'uscir di fanciullezza è divenutoaccortoed ha preso mogliedalla quale è nato il nostroCacasenno; mercé i donativi che ne furon fatti in questaCortesiamo assai comodi in beni di fortuna.

Re.Ed è vero quanto mi dite di Bertoldino?

Marcolfa.Verissimo; io non direi bugia a leimio Signoree quando non lefosse di tedio le vorrei raccontare un caso seguìto di quelliche raccontava Bertoldo mio marito in proposito di uno chedicendouna bugia al suo Prencipesi perse mille fiorini.

Re.Ditelo pureche ne sarà di sommo gusto.

Marcolfa.Fu già un Prencipeche aveva in Corte un Servo moltofamiliare. Occorse che un Cittadinovedendo la gran familiaritàche il Servo teneva con il suo Signorericercò per suo mezzouna graziaofferendoglise l'ottenevaun donativo di millefiorini; al suono dei quali li fu promesso operar il possibile acciòla grazia si ottenesse. Stando in questoil Servo familiare ricorseal Prencipe e li chiese la graziae per effettuarla piùfacilmente vi annesse una bugiacon dire che la grazia da luiricercata era in persona di un suo fratello. Il Prencipe disse che vipenserebbe un poco sopra e poi risolverebbe sì o no; ma poichéle bugie hanno corte le gambe ed al bugiardo ricercasi buona memoriail Prencipe si ricordò che il suo familiaregià unavolta ragionandodissegli non aver fratelli; ondeper scapricciarsisegretamente fece chiamare il Cittadino che desiderava la graziaequando gli fu davantidissegli il Prencipe: O dimmi la veritào tu resti privo della grazia mia. Risposeli il Cittadino di sì.Soggiunse il Prencipe: Il tale è tuo fratello? Rispose ilCittadino di no. Replicò il Prencipe: Perché ti ha egliimpromesso farti avere la grazia che tu desideri? Rispose ilCittadino: Avendogli impromessosubito ottenutaun donativo dimille fiorini. Disse di nuovo il Prencipe: Or dà a me li millefiorinie siati fatta la grazia; e comandolli che di ciò nonfacesse alcun motto all'amico. Il familiare intantonon sapendo ilnegozio fra il Prencipe ed il Cittadinotrovandolo un giorno divenagli ricordò la grazia di quel suo fratello; allora ilPrencipe argutamente gli rispose: Vatti pur trova un altro fratelloperché quello che tu pensavi dovesse esser tuo èdiventato mio.

ReOnde applicandoil fratello erano i mille fiorini. Arguta rispostae gioiosa invenzione certo; ma torniamo un poco al nostro primoragionamento; per che cagione non ci avete dato contezza di voicheogn'anno v'averessimo mandato qualche cosa.

Marcolfa.Indiscreto è quello che non si contenta dell'onesto; fu inverograndissima la magnanimità loro quando alla nostra partenza nefurono donati in quel cofanetto li mille scudiquattro pezze dipannoduecento braccia di teladieci soma di granoed altre tantebotti di vinole quali cose da noi furono vendutee compratonetanti benionde possiamo campare più che da pari nostri.

Re.E perché non vi vestiste di quel panno e telanon mangiastequel granoe beveste quel vino?

Marcolfa.Perché il nostro felice paese di montagna ricerca vestimentirozzipane mesturato e bere acqua continuamenteli cui cibi evestiti conferiscono grandemente alla sanità.

ReQuello che si contenta gode; potendo mangiare buon pane e bever buonvinomi pare gran semplicità il cibarsi di mestura ed acqua.

Marcolfa.Tra l'altre male coseil bever vino a quelli che non sono avvezzi siè la peggiore per la sanitàsì come sortisceagli avvezzi bevendone di soverchio; ed in tal propositose alleMaestà loro non porto tediovoglio narrargli una favolaraccontatami da mio marito in proposito di chi beve soverchio.

Re.Eccoci attenti per ascoltarviditela pure.

Marcolfa.Un Gentiluomo principale Todescovolendosi partire dalla patria pertrasferirsi a vedere la maravigliosa Città di Romaedinsiememente scorrere il delizioso Regno di Napolisi pose incammino con un Servitore suo fidato e pratico di tali paesi; e giontiche furono a Bolognaordinò pertanto il gentiluomo al Servoche andasse avantie in tutte le CittàCastelliVille eBorghi che sono per la strada maestraed in tutte le Osterie sifermassee gustasse se ivi era buon vino; e quando l'aveva gustatoivi si fermasse o ponesse sopra la porta dell'Osteria una letteramaiuscola in lingua latinache dicesse ESTcioè: Quivi è buon vino. Il Servo obedì; ementre il Gentiluomo trovava un'Osteriané vi vedeva lamaiuscola ESTdicevatra sé: Nitteed andava avanti; e quando trovava la maiuscola ESTivi si fermava un giornosì per veder quel luogosìanco per gustare così buona bevanda. Così camminandoverso Romagiunse il Servo a una Terra del Serenissimo Gran Duca diToscanasituata a mezza strada tra Firenze e SienanominataPoggibonsi (che fu patria del famosissimo Cecco Bembo) e fermatosiall'Osteria delle Chiavitrovò ivi tre variate sorti di viniesquisitiVernacciaMoscatello e Trebbiano. A questa trovata feceil Servo un Epitaffioreplicando tre volte la maiuscola cosìESTESTEST. Giunto ilpadronee gustati tali Viniconcluse ivi trattenersi tre giorninésaziandosi di bernetanto vi soverchiòche fu miserabilmenteassalito da un improviso soffocamentodove in poche ore se ne morì.Il Servitore mal contentoritornatosene al suo paese con cosìtrista novellaa tutti li parenti ed amici che li dimandavano delsuo Padroneloro rispondeva con questi due versi latini:

PropterESTESTEST
Dominus meus mortuus est

Sìche applicando dicoche il vino per lo più genera infinitidisordinionde ne derivano diverse infermitàed a noi làsu in montagna non gustama più ne piace quelle nostre acquefreschissimelucide come specchi e chiare come cristalloche indolce mormorio scaturiscono da certe pendici in concave fontanelequali acque si rendono non solo delicate al gustoma ne liberanodalle indigestioni.

Regina.Graziosa novella invero è stata quella di quell'infeliceTodescosì come pur troppo è vero quello che ne avetesignificato.

Re.Intanto imaginandomio Marcolfache siate stanca dal lungo efaticoso viaggioandate a reficiarvi e riposarvi insieme; poiritornateci a vedere con il vostro Cacasenno.

Chiamòil Re il Maggiordomoed ordinò che alla Marcolfa ed aCacasenno fossero assegnate stanzecome fu eseguitoe giunta che fula Marcolfa all'appartamentovide Cacasenno disteso in terra chegridavacon la pancia in giù: Ohimèohimè! népotendolo Attilio Servo quietarela Marcolfa dimandolli il perchée così disse:



MARCOLFASERVOE CACASENNO

Marcolfa.Povera me tapinache spettacolo è questo?

Servo.Sappiate Madonna Marcolfache questo vostro zucca senza saledopoavere merendato disse che voleva dormireonde io non lo giudicandocosì semplicegli dissi: Se vuoi dormire monta sul lettoedegli a guisa di quei fanciulli che sogliono pigliar l'Ocainvece dimontare sul letto (come dissi) s'aggrappò con le braccia e legambe ad una colonna della trabacca e giunto alla staggia dove sonoli anelli del coltrinaggioessendo essa staggia fragilesi èscavezzata per il peso ed è qui caduto come vedete.

Marcolfa.Di questo non vi meravigliateil mio uomo da beneperchénella nostra montagna non si usano ai letti queste trabaccheond'egli si è imaginatoche il coperto sia il lettoevolendovi salire come fosse un Castagnocagionò questodisordine; ma poverina mecostui non parla; olà Cacasenno chefai?

Cacasenno.Ho tanto sonno ch'io dormo; di grazia Nonna non mi svegliate.

LaMarcolfalevandolo da terra tutto sonnacchioso lo pose sopra illettoe chiudendo le finestre lasciollo acciò potessedormire; intanto il Servo con suo gran gusto corse dal Re e Reginaiquali erano insieme e si stupivano della memoria di Marcolfaavendoalla mente tante belle cose udite già raccontare dall'astutoBertoldoed ancora non si saziavano di ridere della positura diCacasenno mentre stava traboccone in terraaspettando li ponesserola mano in bocca per baciarla. Quivi entrando Attilio ansioso liraccontò la caduta di Cacasenno da sopra il coperto dellatrabacca; or quivi si raddoppiò il risoe tanto godevano diquesta simplicità che se la fecero raccontare un'altra voltasempre crescendogli maggior piacere.

IlRe ordinò di nuovo al Servo che tornasse all'appartamento diCacasenno e sapesse di mano in mano dar minuto racconto di quantosuccedevasiccome da Attilio fu effettuato. Oramentre Cacasennodormivala Marcolfa intanto stanca dal viaggio si ristorò ereficiò di mangiareberee dormire; e mentre ellasaporitamente dormiva fu risvegliata da uno stramazzone che diedeCacasenno giù dal letto gridando:



CACASENNOE MARCOLFA

Cacasenno.Ohimèo infelice medove sono?

Marcolfa.Che hai il mio Cacasenno? Che rumore è stato questo?

Cacasenno.Son cadutoné so di dovee mi sono cavati gli occhi.

Marcolfa.Oh sventurata meche dirà Bertoldino mio figlio e Menghinamia Nuoraquando sapranno che tu sei cieco? dove sei?

Cacasenno.Se son ciecocome volete che vegga ove sono?

Marcolfa.Aspetta che aprirò le finestre.

Cacasenno.Allegrezzaallegrezzamia Nonnache mi sono tornati gli occhi comeprima.

Marcolfa.Deh animaleeri cieco perché erano chiuse le finestre; levatisudimmiti sei fatto male?

Cacasenno.Mi sento doler le natichema non me ne curoper l' allegrezza d'aver trovato gli occhi.

Standola Marcolfa e Cacasenno in quelle loro inezieil Servo che dicommissione del suo Signore stavasi appiattato dietro una bussoladell'anticameralesto come un gatto non poté contenersi dinon correre a dar ragguaglio della perdita degli occhiche avevafatto Cacasenno. Quanto per ciò si ridesseciascuno se lo puòimmaginaretanto più che il Servo scaltrito minutamenteraccontava il tutto. Intanto la Regina disse al detto Servo chefacesse ambasciata alla Marcolfa in suo nomeche desiderava ragionarcon lei per certo suo negozio particolarema desiderava venissesolalasciando Cacasenno alle stanze. Attilioal comandamento dellaReginafece l'ambasciata alla Marcolfa; così intanto disselei a Cacasenno:



MARCOLFAE CACASENNO

Marcolfa.Cacasennomi conviene andare dalla Reginala quale mi ha fattointendere che vadi solaperò restati fino al mio ritorno.

Cacasenno.Voglio venir anch'io perché ho paurarestando qui solodinon perder gli occhi un'altra volta.

Marcolfa.E di che hai paura? Non v'è pericolo; resta e trattienti finoal mio ritornoche sarà breve.

Marcolfacon prestezza chiuse la portaacciò che Cacasenno non lecorresse dietroonde egli si pose dirottamente a gridareed infinetrovando trattenimento si quietò. Intanto la Marcolfagiuntadalla Regina salutolla dicendo:



MARCOLFAE LA REGINA

Marcolfa.Serenissima Reginaeccomi prontissima alli suoi comandi.

Regina.Marcolfa mia carami sovviene quando già fosti nella nostraCorte con Bertoldino vostro figlioche mi dichiarasti certi dubbienigmatici occorsi in un gioco di Cavalieri e Dame; e perchédomani a sera devesi fare un ridotto similevorrei che m'insegnastequalche gran galanteriatoccando a me ordinare il trattenimento; soche siete Donna sagace e per conseguenza credo che ne sappiate dibelle.

Marcolfa.Pianta silvestre non produce frutto domestico; io che abito lamontagna non posso dirle cosa degnache una Regina la proponga.

Regina.Ditela puree poi lasciate la cura a me.

Marcolfa.Devo compiacerla in ogni modo; sibbene li dirò cosa di bassorilievoin bocca sua valerà assaiattesoché i Grandisebbene talvolta dicono qualche castroneriauscendo dalla bocca loroviene interpretata per dotta sentenza; vi vorrìa peròtempo a pensarvi sopra.

Regina.Comeuna pari vostra ricerca tempo di pensarvi sopra? Dubitovogliate darmi la burla.

Marcolfa.Io burlare a una sua pari? Non sia mai verole sono troppoobbligatasiccome poco fa dissi alla presenza del Re suo maritochedi poverach'io erocoi suoi doni sono ascesa in grandezzastantela qualità del mio paese e della persona mia.

Regina.Questi sono frutti che produce il mondoche un povero diventi riccosiccome un ricco povero: non sapete quel proverbio che dice:

Questomondo è fatto a scale
Chi lo scendee chi lo sale?

Marcolfa.E mio marito Bertoldo soleva dire:

Ilmondo è fatto a scarpette
Chi se le cavae chi se lemette.

Edanco soleva dire in questo modo più breve:

Chisùe chi giù.

Esiccome sono in questo propositomi sovviene una bella moralitàd'una Volpe e d'un Orso.

Regina.Questa sì voglio che me la raccontiatepoi torneremo alnostro primo ragionamento.

Marcolfa.Passando un giorno accidentalmente l'astuta Volpe per un cortile dicerti Signorimontò sopra una Cisternanella quale eramancata l'acqua per una gran siccità; guardando pertanto laVolpe nel fondo non solo vide esservi poca acqua ma scoperse granquantità di Pescionde lasciandosi vincere dalla golaall'improvviso pensò una sua astuzia. Vidde che alla Cisternavi era una catena con due secchiee si slanciò in una diesseche per la gravezza sua si calò al bassodove mangiòtanto Pesceche si empì la pancia fino al canarozzolo. Quandofu saziaper l'improvisa risoluzione fatta nello scendere senzaprima pensare la maniera di salire doposi disperava; ondetrovandosi così in miseria cominciò a dolersi dicendo:O infelice meche ho fatto? Ho pensato far bene e mi riesce male;miserache faròchi mi libererà da tal cattività?Se i Padroni per caso tornanoe quaggiù mi trovanosenzaaltrose avrò mangiato le candelemi faranno cacare listoppinie similmente se viene qualche Contadino per attingereacquae qua giù mi scorgecon un'archibugiatami dàl'ultimo vale. Intanto che la Volpe stava in questi lamentipassòper costì il suo parente Orsoil qualeconoscendola allavoceaffacciossi sopra la Cisternae mirando a basso disse: Oparente Volpeche fai colà giù? Perché tilamenti? Ci sei forse cadutané ti dà l'animo tornardi sopra? Dimmicome sta questo negozio? Allora la maliziosa Volpesubito fu pronta all'astuzia e disse: Il mio caro parente Orsosaiperché mi lamento? Del brodo troppo grasso; son venutaquaggiùed ho mangiato tanto Pesceche son piena sino agliocchi. Rispose l'Orso: E per questo ti lamenti? Soggiunse la Volpe:Non mi lamento di quel che ho trangugiatomi duole di quello che vilascio. Replicò l'Orso: Dimmive n'è assai? Rispose laVolpe: Se ne caricano dieci soma. L'Orso sentendo questodisse:Voglio venire anch'io a cavarmi il corpo di grinze; dimmi come haifatto a scender colà giù. La Volpe gli insegnòdicendo: Fa come ho fatto iolanciati con le zampe a quel secchioche verrai a basso. L'Orsoper esser goffo e destrosenza pensareil suo fineprese il consiglio della Volpe. Ella intanto entrònell'altro secchio e per esser l'Orso più gravetiròsu la Volpela quale quando fu passata disse all'Orso: A rivederciparente: Chi sue chi giù. Il che applicando alla moralitàtalvolta una persona trovasi in miseria ed ascende alla felicitàcome la Volpesazia e contentae talvolta anco interviene comeall'Orsoche lasciandosi ingannare finì la sua vita inestrema necessità.

Regina.Buonissima moralità e degna di considerazionema torniamo unpoco (come dice il proverbio) l'acqua al nostro molino. Desidero perdomani a sera che tu m'insegnassi un gioco di quelli che quando sierra si depone un pegnoe nel volerlo riscuotere si risolve qualchedubbioil quale venendo risoluto giudiziosamentese ne fa giubiloed applauso.

Marcolfa.Uno voglio insegnarglienechevenendo proposto dalla Regia personasua le farà onoreper esser un giocoche molti anni sonoBertoldo mio marito vide fare in casa di certi Signori. Il gioco sichiama della Musica Stromentale.



DICHIARAZIONE

Ligiocatori e giocatrici non devono essere in numero maggior di dodicio minore di ottoche dove è maggior numero ivi èconfusioneed essendo meno non riesce; ciascuno devesi pigliare unodegl'infrascritti Stromentie quello imitare con la bocca e con lemanipoi pigliarne uno dei compagnicome segue:



GIOCODELLA MUSICA STROMENTALE

DodiciStromenti in tre sillabe l'uno

1.Spinetta 2. Liuto 3. Chitarra 4. Violino 5. Biabò 6.Pivetta 7. Trombetta 8. Tamburo 9. Cornetto 10. Flauto 11. Viola 12.Trombone

Quelloche propone il gioco dica per esempio: Dirin dirin dinla tuaSpinetta. Quello della Spinetta replichipoi ne dica un altrocosìseguitando: Dirin dirin dinla mia Spinetta. Tra pa ta pa tail tuoTamburo. E quello del Tamburo risponda subito.

1.Dirin dirin dinla miao tua Spinetta.
2. Tronc tronc tronciltuoo mio Liuto.
3. Trinc trinc ti ri trincla tuao miaChitarra.
4. Si ri si ri siil mioo tuo Violino.
5. Bi ribiil mioo tuo Biabò.
6. Tu tu tu tu tula miao tuaPivetta.
7. Ta ran ta ran tala tuao mia Trombetta.
8. Trapa ta pa tail tuoo mio Tamburo.
9. Ci ri ciil mioo tuoCornetto.
10. Fis fis fis fisil tuoo mio Flautino.
11.Vion vion vila tuao mia Viola.
12. Fu fu fu fu fuil miootuo Trombone.

Glierrori che possono scorrereper li quali si depone un pegnosaranno: Quando non risponde presto lo stromento chiamato. Quando sifallasse nel cantar giusto il versetto. Quando si dicesse mio incambio di tuo. Quando non s'imiti con le mani l'istromento suoequello del compagno. Avvertendo che se gli istromenti sono di voceacutasi deve pigliar voce sottilee se quelli sono di voce gravesi piglia la voce grossasiccome chi errasse in questo depone unpegno.

Eperché dice il proverbio che ogni bel cantar rincrescee comeogni corto gioco è bellodi mano in mano che uno depone ilpegno esca di giocoe quando li giocatori sono dodicigiunti allisei li pegnisi diano uno per ciascunocioè quello delperditore al vincitoreper fargli riscuotere; e quando uno èuscito di giocoed un altro inavertentemente lo chiamassequestotorna in gioco e ricupera il pegnoe quello che ha errato depone ilpegno ed esce.

Regina.Marcolfa mia cara credo senz'altro avervi capita: quello che proponeil giocodeve cantare colla bocca ed imitare con le mani uno degliistromenti che sono in giocoe quello che vien pronunziato subitorispondere con quel suo stromentoe pronunziarne un altroe cosìseguitare con le condizioni dettemi nel deporre i pegnile qualicose tutte tengo benissimo alla memoria. Orase io nel gioco fossitra li seiovvero quattro vincitorivoglio m'insegniate qualchedubbioovvero enigma da proporre al Cavaliere o Dama che vorràriscuoter il suo pegno.

MarcolfaEccolo. Come farìa la Regia Corona Vostra a partire venti incinque partie tutte cinque le dette parti fossero in numerodispari?

Regina.Io professo per mio diporto un poco d'Aritmetica: aspettate ch'iofaccia il computo: uno e tre fan quattroe cinque fa novee settesediciavanza quattronon riesce. Tre via quattro dodiciavanzaotto; manco. Tre e cinque ottoe sette quindicie tre disdottoavanza duepeggio. Quattro via cinque ventima sono pari; non èpossibileMarcolfaspartire venti in cinque parti come diteesiano dispari.

Marcolfa.Or vedete con che facilità voglio ponervi in chiaro: volendopartire venti in cinque partie tutte siano in numero disparisideve spartire la lettera

VE N T I
1 2 3 4 5

Eccoil dubbio risolutoe riesce giudizioso.

Regina.Piacemi grandementeed è un bello enigma; io l'intendevoaritmeticamenteed è litteralmente; pertanto del gioco edell'enigma resto sodisfattae ve ne ringrazio; oradovendo ioattendere a certi miei affarivoi Marcolfa andatevene a trovareCacasennoche aspettar vi deve.

Quila Marcolfa fece le debite cerimonie nel licenziarsi dalla Regina;ora torniamo al nostro Cacasenno lasciato di soprache sua Nonnapartendosili disse che si trattenesse sino al di lei ritorno; ondeAttilioche per comandamento del Re stavasi appiattato dietro labussola dell'anticamera per osservare tutto quello che Cacasennooperavavedendogliene far una corse subito a raccontarla al Reond'egliche intese che Cacasenno era soloordinò che loconducessero a lui; il Servovolandotornò a Cacasennoesotto pretesto di menarlo a bere lo condusse avanti al Reond'eglivedendogli il viso tutto impiastricciatointerrogandone Attiliocosì disse:



ILRESERVO E CACASENNO

Re.Che cosa vuol dire che il nostro Cacasenno ha cosìimpiastricciato il viso?

ServoSappimio Signoreche avendo il Sottocredenziere ordinato alGuatteroche facesse un catino di colla per far l'impennata al giocodella Racchettacostui si è tirato detta colla tra le gambeeservendosi delle mani per mescolatutta se l'ha trangugiataegli è restato il volto così impiastricciato.

Re.Dimmiil mio caro Cacasennohai mangiato la colla?

CacasennoSignor sìmia Nonna quando si partì per andare davostra Mogliedisse che mi trattenessi fino al suo ritornoed ionon avendo altromi son trattenuto con quella scodella di polentaequesta ciera di matto se ne ridee di più m'ha uccellatoperchéin cambio di menarmi a berem'ha menato qui da voi.

IlReudendo tali parolee vedendogli il viso cosìimpiastricciatorise molto sconciamenteed avrìa pagato ognigran cosa che vi fosse stata la Reginaonde disse al Servo chemenasse Cacasenno a beresecondo la promessae perchédesiderava che la Regina fosse partecipe di tal simplicitàlifece cenno che a lei lo conducesse; il Servoche intese il tuttoeseguì: egiunti alla Reginacosì diss'ella:



REGINAE CACASENNO

Regina.Perché sei così impiastricciatoil mio Cacasenno?

Cacasenno.Perché ho merendato; vorrei mo' che facesti dare venticinquebastonate a costuiperché il Re gli ha ordinato mi facci darda bereed egli non l'ha obedito; di graziafatemi insegnare lafontanache sono gonfio come una vescica di porco.

Regina.Invero ti sei bene rassomigliatoed appunto non hai altra cieraadessoche quella che tu hai detto.

Efacendosi la Regina raccontar il successo da Attiliorise assaipoiordinò che lo conducesse a beree poi dalla Marcolfa. Era digià giunta la Marcolfa alle sue stanzené ritrovandoCacasenno tutta si rammaricava; e mentre stava in tal disgusto eccoAttilio con Cacasenno; onde inteso la Marcolfa il successo dellacolla disse: Povera mequesta pecora balorda mi ha svergognata perla Corte; e volendogli lavar il grugnoera così tenace lacolla e talmente se gli era attaccata sul viso e sulle manichebisognò far bollire dell'acqua per lavargliela. Prese intantorisoluzione la Marcolfa andare dal Re e Regina a chiedergli licenzaper tornare con il suo Cacasenno in montagnasiccome fece; e avendolasciato Cacasenno in custodia al Servotrovò ambedue leCorone insiemee giunta che fucon fargli un bell'inchinocosìdisse:



MARCOLFARE E REGINA

Marcolfa.Serenissime Coroneritrovando qui ambedue lorom'èintervenuto come a quell'uccellatoreil qualetendendo una paniaprese due uccelli. Eccomio Regie Coronea chieder loro licenza pertornarmene con Cacasenno a casapoiché il dimorar quivi portamolto incomodo alla famiglia nostra; sono quattro giorni che siamofuori e perciòcon loro buona graziadesidero il lorocompatimento.

Re.Volendo voi tornare a casa per le ragioni addotteme ne contentosebbene il vostro restar quivi qualche giorno ne sarìagustoso.

Marcolfa.In tutte le azioni moderne piace la brevità e poi il sudditonon deve domesticarsi con il Prencipe alla lungaperchétalvolta non è di venae gl'interviene quello che successedel gatto col topoche scherzando un pezzoinfine al topo vienestrucato il capo. Mio marito usava dire che l'aver amicizia colPrencipeè come un fuoco d'inverno: non accostarvisi tantoche ti scottiné star tanto lontano che non ti scaldimatenersi così alla mezzana.

Re.Questi accidenti mai scorreriano nella persona vostraconoscendovinoi per donna sincera; perciòvolendo andardi nuovo me necontentoogni volta che la Regina se ne compiaccia..

Regina.Mi contentocon patto che in capo d'un anno torniate a rivederci conCacasenno. Dico beneche se non fosse gl'interessi della famigliache ditevorrei veniste ad abitar con noi.

Marcolfa.Credami certoSerenissima Reginache se lasciassi quella nostrabuon'aria scoperta di montagnabere di quelle nostre acqueemangiar cibi grossiper venire ad abitare in questi luoghi serratiber vino e mangiar cibi delicatiin breve cadrei in qualcheindisposizione; sì comes'io abitassi in Corteio che sondonna che procedo con ogni schiettezza d'animonon potrei compatiretanti Cortigiani interessati ed adulatoriche sogliono praticar laCorte.

Regina.E come conoscereste questi tali?

Marcolfa.Ben avendoli dipinti al naturale in alcuni terzettiosservati da miomaritomentre conversò in Corte: e me li son tenuti amemoria.

Regina.Questi terzetti voglio da voi sentire.

Re.Senz'altroperché devono esser molto belli.

Marcolfa.Sono contenta di recitarlima vorrei vi fossero di continuo allamemoria.

ReginaDiteli pure.



CAPITOLODEL CORTIGIANO VIRTUOSO E DELL AMBIZIOSO

Scriveun Poetache volea dir Morte
    Chi disse Corte;ed io tengo opinione
    Ch'ei scrisse Cortee siservì di Corte.
A questa Morte dunque due persone
   Corrono volontarieil Virtuoso
    Cingendosi diCorte il pelliccione;
A par di questo viene l'Ambizioso
   Con quattro cerimonie da Simone
    S'affibbiacorre al piede baldanzoso.
Quel che lo diceo ha dettoèun bel babbione
    Già non lo dica piùsi deve usare
    Invece di SimonedirSimmione
Al Virtuoso suol significare
    QuelCortebrevi son le tue speranze
    Studia sesaiche sempre hai da stentare.
All'Ambizioso poi quellecreanze
    Che sono tutte finte adulazioni
   Quel correr gli fa aver buone sostanze.
Corre alle risacorrealle finzioni
    Col riso al labbro dir e poiridire
    Corre il vigliacco allesollevazioni.
Uno di questistiano un poco a udire:
   Se il Padron dice: ho fameed egli appunto
   Egli è passata l'oraor fo amanire.
Se l'altro giornonell'istesso punto
    Dice il Padron: non ho famesì presto:
    Il tempo del mangiar non èancor giunto.
Se il padron dice: olà! eccolo lesto
   Con la berretta in manche sia frustato
    Che'l veste la mattinae vada il resto.
Un tiro in questo tal assainotato
    Sputando il suo padron sulpavimento
    Col piè (appena sputò)che fu scazzato.
S'è detto assaimutiam ragionamento.
   Un utile pensiero a dir mi vaglia:
    Il Prencipeche viver vuol contento
Si levi dall'orecchio tal canaglia.

MarcolfaQuesto è il Capitolo promesoe tanto basti.

Re.Veramente è degno di considerazione. Intanto la vostraconversazione mai non porterebbe tedio.

Regina.Non mi avete dato risposta a quello che vi ho detto di tornarci avedere in capo dell'anno.

Marcolfa.Se mi sarà concesso tanto spazio di vitaglielo promettosenz'altro.

Re.Orsùintendo che gl'interessi vostri non comportano stiatefuori di casa e dei monti: vi diamo quindi buona licenza di andare estare a vostro beneplacito; Erminiovapiglia dal nostro Banchiereduecento fiorinie dalli qui alla Marcolfache gliene faccio unpresentee per dimattina fa porre all'ordine la Lettiga per farlicondurre in montagna.



MAGGIORDOMOSOLO

Ogran cecità d'alcuni Signorii quali dànno cosìlargamente a' Buffoni; vedete trascuraggine grande di questo mioSignore: donare duecento fiorini a questo scimiotto per quattroscioccheriee talvolta un Letteratoun Poetaun Musicoo altrovirtuosogli dedicherà un corso di sue laboriose fatiche inStampae ne sarà appena ringraziato con una lettera piena divento per fabbricarsi vari castelli in ariache altro non gliportano in borsa che volontà e speranzetutte monete dalaggioche manco sono sufficienti per comperarsi una soma di legnada scaldarsi la vernata nei loro faticosi studi.

Mentredetto Maggiordomo sen va dal Cassiere per farsi numerare li fiorinie poi dar ordine al Lettighiero che la mattina per tempo sia inprocinto per condurre a casa loro questi due personaggiintanto laMarcolfa fece i complementi.



MARCOLFARE E REGINA

Marcolfa.Or qui conosco apertamente che le Regie Corone loronon solo sononostri Signorie Patronima certi amici sicuri benemeriti.

Re.Voi dite che ne riconoscete per certi amici; e come intendete questaparola certie non dite veri?

Marcolfa.Perché vi sono amici ancora incerti.

Re.Di graziadichiarateci questa differenza.

MarcolfaSentitela in questa ottava.

Tantoè il ben (disse un Dotto) che non giova
Quant'è ilmal che non noce; ognun stia all'erta.
Amico di proferta ben sitrova
Qual sempre stassi con la borsa aperta;
Ma se tu vieniall'atto della prova
Chiacchiere e barzellette alla scoperta
Il vero amico è quelquand'è in grandezza
Sovvenir e onorar quel che è in bassezza.

Re.E come si dovria fare a procacciarsi veri amici?

Marcolfa.Le vere amicizie sono quelle che sono fondate nelle azioni virtuose;ma quelle che sono fondate nelle viziose durano pocoe da amici sidiventa perfidi nemici; le amicizie che si conoscono di mala praticasi devono fuggireatteso che se un uomo pratica con un cattivoacquista anch'egli lo stesso cattivo nomee spessodice ilproverbiole male amicizie fanno rompere il collo; queste taliamicizie sogliono cagionaredi un gran amoreun intensivo odioevenendo alla pacenon si deve più seguitare intrinsichezza;perché talvolta i viziosi di mala natura perdonanoma non siscordano; il meglio è che ognuno faccia i fatti suoisenzaintrinsicarsi; e se alle Corone loro non porto tedioracconterolliuna moralità.

Re.Di graziaraccontatelaintanto che il Maggiordomo verrà coni duecento fiorini.

Marcolfa.Quell'anno appunto che Berta filò le braghe al galloriferiscono EsopoTansilloDoni ed altri scrittoriche tutte lebestie sapeano parlaree tra di loro faceano amicizie e disamicizieinsomma negoziavano di quanto era loro necessario. Nell'istesso annotrovavasi la Volpe odiata da tutti per aver ingannato con le astutemalizie e ladronecci ormai tutto il mondo. Ritrovandosi priva d'amicie perseguitata a mortes'incontrò nel Cane di razza mastinail quale volendosi avventare addosso di essa per ucciderlalei trovòuna buca e dentro vi si nascosenella quale entrare non poteva ilCane; tuttaviavedendosi assediatapensò nuova astuziaecon le sue belle parole disse: Dimmiil mio bel Cane galanteperchémi vuoi uccidere? Venivo per conferir teco un mio pensieroil qualeè per sortire in tuo favore; però desidero che tudeponga lo sdegno e mi ascolti. Allora il Canesentendosi lodare edire che desidera trattar seco un negozio il quale risulta in suofavorediss'egli che volentieri era per ascoltarla. La Volpesoggiunse: Soil mio Cane galanteche ti sono note tutte lefurfanterie che sino al giorno d'oggi ho commesse; però tipromettoda quella che sonoesserne pentitae da qui avanti viveresenza offesa d'alcuno. Io ora venivo a trovarti perché so chetra tutte le bestie tu tieni il nome di fedeltàond'iosperando di trovare in te fedeltào pietàti dico cheio sempre ho compatito il tuo statopoiché giorno e nottebisogna che tu sii vigilante al la casa del tuo Padronese vuoiviveree quando hai bene travagliato tutto il giornoalla notteincambio di riposareti bisogna vegliare e invigilare; poverellocerto del tuo stato crepami il cuore di compassione. Oracome ti hodettopentita di tutte le mie scelleragginivorrei pigliar tecoamiciziae che tu mi introducessi in tua compagnia alla guardiadella casa del tuo Padrone. Tu di giorno farai la guardiaed io lasentinella di notte. Desidero intanto ne facci motto col tuo Padronee mettergli in pensiero l'utile della sua casa mentre avrà dueguardie amiche e confederate. Allora il buon Canenon considerandoche la pratica di così maliziosa bestia gli sarebbe tornata indanno fin della vita stessale disse: Esci dalla bucache ti do lazampa da bestia onorata di non offendertie di parlare al mioPadronee far che t'accetti in mia compagnia per guardia delle suesostanze. Allora la Volpe uscì fuori dalla buca sotto la suaparola; e intantoquesti due nuovi amici si inviorno alla casa delCanee giuntiviil Contadinoche vide la Volpesubito prese unafalce e corse alla sua volta per ucciderla; la Volpetutta mansuetanon fuggìnon si appiattò dopo il Caneil qualequietata l'ira del suo Padronetanto li seppe ben direche il buonContadino gli promise tenerli ambidue in casa per guardiaconprovisione di quattro pani al giorno ed una catinella d'acqua perciascunocon le ossa della carneed altre incerte regalie checorreranno alla giornata. Fatto il pattoil negozio s'incamminòper due o tre giorni con molta soddisfazione del Contadinodel Canee della Volpe. Questa maliziosa bestiaessendo avvezza a mangiargallinecapponipollastrida lei rubati nei gallinarinon sipoteva assuefare a quel pan nero pieno di misturaonde con belladestrezza un giornotrovandosi a ragionamento con il Canecosìcominciò a dire: Cane mio fido compagno ed amicopoichéquivi siamo insieme a ragionarevorrei dirti quattro paroleconpatto che tu mi dia la zampa di non ne far motto ad alcunole qualiparole ritornano in nostro utile. Allora il Cane le disse: Dottiparola da vero amico d'ascoltartied anco di non manifestare a niunoquello che sei per dirmisicché scopri pur l'animo tuoliberamente. Soggiunse la Volpe: Tu vediil mio Caneil nostromisero stato; non dico che il nostro Padrone non ne osservi quanto neha promessotuttaviaper mangiar comunemente pane di misturasiamodiventati magri come due lanterne; tu sei un bel Canema la magrezzati guasta; se tu ti vedessipoverettoti si conterebbero tutte lecostole; peròvorrei che pigliassi il mio consiglio. Io sobenissimo che sei pratico di questa Villaequando vai fuori ilgiorno col Padronehai la pratica delle case e dei Contadini; iopertanto la notte quando il padrone sta a dormire vorrei cheandassimo quando ad una casa e quando ad un'altra a buscarsi un paiodi galline; tu m'insegnerai i gallinari e mi farai la guardia ed iodestramente anderò a far l'effetto; e poi dopo al nostropagliaro le mangeremo. Qui nella Villa vi sono assai caseogni nottemuteremoe così molti giorni staremo benee nissuno se nepotrà accorgere; tuche non sei di sospettoil giornoanderai a far la scopertapoi la notte in compagnia anderemo a farl'effetto. Il Canea queste belle parolineed anco lasciandositirar dalla golacalò al consentimentoponendolo ad effetto.Poche notti stettero bene alle spese di tutta la Villa; intanto leDonne di detta Villadiscorrendo tra lorouna disse: Non sapete lemie Donne? questa notte mi è stato rubato un paio di galline.Disse un'altra: Ed io la notte passata; e così tuttelamentandosidissero voler tender trappole e far la guardia pervedere se potessero venire in cognizione dei malfattori. Mentre ciòragionavano tra loroil Caneche andava in ronda per ispiar questimotivivide le preparazioni che si ordinavano contro loroonden'avvisò la Volpela quale disse: Noi non ci torneremo più;intanto ci siamo un poco ingrassatitorniamo pure al nostro panemisturato. Il Cane si mise al vivere primiero; ma la Volpe maliziosache non poteva stare alla vita di quel paneessendo avvezza ascialacquaretrovò una nuova astuzia: la notte andava algallinaro del Padronee mangiava una gallina. Fatto il simile perquattro nottidisse: Qui non è tempo di starsi con la manoalla cintola; se il Padrone fa rassegna delle galline a me dàla colpaonde il Padroneovvero il Cane mi ammazzano senz'altraremissione. Pertanto se ne andò in casae trovato il Padronedissegli che voleva dirgli quattro parole in secretoed avuta paroladi secretezza così disse: VeramentePadroneresto moltosoddisfatta della virtù miae vengo trattata molto piùche non comportano i meriti miei; tuttaviapoiché mi promettisecretezzasono per scoprirti un furto che ogni notte si fa nel tuogallinaro. Disse il Contadino: E che furto è questo? Risposela Volpe: Il Cane del quale tanto ti fidi ogni notte si busca unagallinae dove la porti e che ne faccia io non lo so. Replicòil Contadino: Ed è vero quello che dici? Verissimodisse laVolpee volendoti chiarirenon far alcun motto di sospettovatteneal gallinaroe fa la rassegnache vedrai la mancanza e questa serati farò vedere il Cane con il furto addosso. Il Contadinointantoirato con il Canerestò in appuntamento con la Volpedi volersene chiarire. Licenziatasi pertanto la Volpeche non lepareva tempo di dormireritrovò il Canee tirandolo indisparte così gli disse: Il mio Cane da beneio ti ho presotanto amoreche un'ora non posso stare senza vederti; il nostroandare ai gallinari più non è benese non vogliamolasciarci la pelle; io per me mi muoio di volontà che noimangiamo un paio di galline. Rispose il Cane: E di quali? Replicòla Volpe: Di quelle del nostro Padroneche per così poconumero non se ne accorgeràed avvedendosi negheremoe conchiacchiere gli daremo ad intendere il bianco per nero; io questasera le ammazzerò e le porterò sotto il pagliaro; tucolà vattenee portale nel fosso qui sotto la nostra casaedio verrò e le godremo. Il Cane si mostrò ritroso unpezzo; ma l'astuta Volpe tanto l'imbrogliò che restaronod'accordo. Venuta la sera la Volpe fece vedere al Contadino ilpassaggio del Cane con una gallina in boccadel che ne prese tantosdegno che il dì seguentedormendo il Cane sull'aiafumiserabilmente ammazzato dal Contadino con un'archibugiata. Quando laVolpe vide così tragica risoluzionedisse: Non è piùtempo di star in questo paeseperché in breve interverrebbe ame il simileconoscendo la mia mala natura; e perché nonsapeva in qual maniera uscir di quella Villa per il pericolo diperder la vitadi nuovo trovò il Contadinoe dissegli: Orache ti sei levato davanti il Caneche non contento del paneancorati rubava le gallinepertantoavendo tu conosciuta la mia fedeltàdesidero servirti per Cane; voglio che tu scortichi il Cane edacconciata la sua pelle la notte me la ponghi intornoche i ladricredendomi il Cane avranno paurasebbene non abbaieròe saràmeglioperché dicesi per proverbio: Cane che abbaia nonmordeonde avranno più paura; così tu avanzerai ilpane e la tua casa sarà guardata come prima. Al Contadino gliparve buon partitoe pose la pelle del Cane indosso alla Volpeelei maliziosamente la notte che seguitò gli mangiò unpaio di gallinee con quella pelle di Cane se ne fuggì inaltro paese a tramare nuove astuzie. La mattina levatosi ilContadinoe non trovando la Volpee vedendosi mancar le gallinediquivi scoperse quanto era successoesserne stata cagione lamaliziosa Volpe; onde disse tra sé: Mi sta molto bene; cosìinterviene a chi piglia pratica di gente viziosala quale faprecipitare chiunque con loro conversae son sicuro che il miopovero Cane è morto per malizia di detta Volpeche l'avràcon qualche trappola ingannato. Onde il Contadino si prese tantodisgusto di aver ucciso il suo Caneche per molti anni gli era statofedelissimo custodeche anch'egli in pochi giorni finì la suavita. E questo è il fine della Favola del ContadinoCane eVolpepromessa di raccontare alle Regie Corone loro.

Re.VeramenteMarcolfala favola non solo è gustosa da sentireraccontarema di grandissimo utile a quelli che si lasciano sviareda pratiche viziose e di mala nominanzale quali fanno verificarequella sentenza che disse: Le male pratiche conducono l'Uomo almacello; intanto il nostro Maggiordomo è venuto con i fiorinigodeteli per amore nostroe ritornateci a vederesecondo lapromessa; questa notte dormirete in Palazzo e dimattina ve n'andretein Lettiga per più comodità a casa vostradoveBertoldino e sua moglie vi devono con desiderio stare aspettando.

Regina.O che graziosa favoladegna di gran considerazione! alla gioventùin particolare; una sol cosa desidero saper da voiMarcolfa: da cheprocede che i Prencipi hanno tanti amici.

MarcolfaAlle persone grandi tutti si mostrano amicisìma sono amicid'interessechi per adulazionee chi per timore. Notate questequattro belle sentenze e ciò vi basti:

Talin presenza ti ungeche in assenza ti punge.
Tal ti loda inpresenzache ti risloda in assenza.
Nelli stati feliciritrovitutti amici.
Ma se fortuna voltaognun suona a raccolta.

Giuntoil Maggiordomo sborsò a Marcolfa i duecento fiorinie laRegina levossi dal dito uno smeraldo legato in oro e glielo consegnòacciò in nome suo lo presenti alla moglie di Bertoldino; ondeMarcolfail tutto ricevutocosì disse:



MARCOLFA

SerenissimeCoronetra le belle cose che raccontava mio maritoquesta in talproposito parmi bellissima. Diceva che Alessandro Magno un giornodonò a Senocrate Filosofo una quantità d'Oroed eglilo rifiutò. Quest'azione da molti fu lodata; ma non daAlessandroanzi sommamente biasimatapoiché le ricchezze nonsi devono desiderare per cupidigiama servirsene ne' suoi bisogninecessarie dell'avanzo praticar la virtù della Liberalità.Onde il Filosofo ricusando il dono ingiuriò Alessandro e posesé stesso in miseriané giovò ad alcuno. Iointanto delli fiorinicon il smeraldo da portare a mia Nuoraneringrazio le Regie Corone loroe piglio l'ultimo congedo augurandolesanitàfelicitàvita lunga e prosperitàcontutti quei beni che umanamente si possono desiderare.

Restaronograndemente meravigliati il Re e la Regina dell'eloquenza diMarcolfané la giudicorno Donna montanarama sì beneabitatrice della montagnala quale ben dava saggio che fu mogliedell'astuto Bertoldotanto celebre al mondo. Intanto la mattina pertempoMarcolfa e Cacasenno furono condotti in Lettiga alla Casa loroin montagnaed al ritorno il Lettighiero diede minuto conto alleRegie Corone dell'allegrezza che fecero al loro arrivo BertoldinoMenghinai Canii Gattile Gallinele Pecorei Porcicon tuttii Montanari e bestie di quel luogo; ma molto più fu allegroBertoldino quando sentì il suono delli fiorini d'OroeMenghina in ricevere il bel smeraldoonde vinta da soverchiaallegrezza non si poteva saziare di abbracciare e far mille carezze evezzi al suo bel Cacasenno. E perché la MarcolfasebbeneDonna abitatrice della montagnasapeva nondimeno leggere e scriverealla partenza del Lettighiero gli diede un piego per presentare innome suo al Re e alla Regina; il che fu eseguito; e giunto che fu ildetto Lettighiero in Cortepresentò il piego al Reed appenache lo ricevé se ne andò dalla Reginadove congrandissimo loro gusto e diletto lessero il contenuto:

SerenissimeCoronesalute.

Alritorno che fa il Lettighiero alla Cortea me par termine di creanzadar contezza alle Regie Corone loro del nostro felice arrivoedinsieme l'allegrezza che hanno sentito il mio Figlivol Bertoldino eMenghina mia Nuora de' donativi a noi fattidelli quali le nerendiamo grazie infinite. Di Cacasenno non ne scrivostante che ilLettighiero essendosi partito questa mattina a buonissima oraedegli stava in letto che dormiva. E questa servirà per picciolaricognizionecon che do fine: e con tutta la nostra famiglia lepreghiamo felicitàecc.