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GiovanniBoccaccio

Elegiadi Madonna Fiammetta

 

Incominciail libro chiamato Elegia di Madonna Fiammettada lei alle innamoratedonne mandato.



Prologo

Suolea' miseri crescere di dolersi vaghezzaquando di sédiscernono o sentono compassione in alcuno. Adunqueacciò chein mevolonterosa più che altra a dolermidi ciò perlunga usanza non menomi la cagionema s'avanzimi piaceo nobilidonnene' cuori delle quali amore più che nel mio forsefelicemente dimoranarrando i casi mieidi farvis'io possopietose. Né m'è cura perché il mio parlare agliuomini non pervengaanziin quanto io possodel tutto il niegoloroperò che sì miseramente in me l'acerbitàd'alcuno si discuopreche gli altri simili imaginandopiuttostoschernevole riso che pietose lagrime ne vedrei. Voi solele quali ioper me medesima conosco pieghevoli e agl'infortunii piepriego cheleggiate; voileggendonon troverete favole greche ornate di moltebugiené troiane battaglie sozze per molto sanguemaamorosestimolate da molti disirinelle quali davanti agli occhivostri appariranno le misere lagrimegl'impetuosi sospiriledolenti voci e li tempestosi pensierili qualicon istimolocontinuo molestandomiinsieme il ciboil sonnoi lieti tempi el'amata bellezza hanno da me tolta via. Le quali cosese con quelcuore che sogliono essere le donne vedereteciascuna per sé etutte insieme adunatesono certa che li dilicati visi con lagrimebagneretele quali a meche altro non cercodi dolore perpetuofieno cagione. Priegovi che d'averle non rifiutatepensando chesìcome li mieicosì poco sono stabili li vostri casili qualise a' miei simili ritornasseroil che cessilo Iddiocare visarebbero rendendolevi. E acciò che il tempo più nelparlare che nel piagnere non trascorrabrievemente allo impromessomi sforzerò di venireda' miei amori più felici chestabili cominciandoacciò che da quella felicità allostato presente argomento prendendome più che altraconosciate infelice; e quindi a' casi infelicionde io con ragionepiangocon lagrimevole stilo seguirò come io posso. Maprimieramentese de' miseri sono li prieghi ascoltatiafflitta sìcome io sonobagnata delle mie lagrimepriegose alcuna deitàè nel cielo la cui santa mente per me sia da pietàtoccache la dolente memoria aiutie sostenga la tremante mano allapresente operae così le faccia possentiche quali nellamente io ho sentite e sento l'angosciecotali l'una profferi leparolel'altrapiù a tale oficio volonterosa che fortelescriva.

 

CapitoloI.

Nelquale la donna discrive chi essa fossee per quali segnali li suoifuturi mali le fossero premostratie in che tempoe dovee in chemodoe di cui ella si innamorassecol seguito diletto.

     Nel tempo nel quale la rinvestita terra più che tutto l'altroanno si mostra bellada parenti nobili procreata venni io nel mondoda benigna fortuna e abondevole ricevuta. Oh maladetto quello giornoa me più abominevole che alcuno altronel quale io nacqui! Ohquanto più felice sarebbe stato se nata non fossio se daltristo parto alla sepultura fossi stata portatané piùlunga età avessi avutache i denti seminati da Cadmoe aduna ora rotte e cominciate avesse Lachesis le sue fila! Nella piccolaetà si sarebbero rinchiusi gl'infiniti guaiche ora discrivere trista cagione mi sono. Ma che giova ora di ciòdolersi? Io ci pur sonoe così è piaciuto e piace aDio che io ci sia. Ricevuta adunquesì come è dettoin altissime deliziee in esse nutritae dall'infanzia nella vagapuerizia trattasotto reverenda maestraqualunque costume a nobilegiovine si conviene apparai. E come la mia persona negli annitrapassanti cresceacosì le mie bellezzede' miei malispeciale cagionemultiplicavano. Ohimèche ioancora chepiccola fossiudendole a molti lodareme ne gloriavae loro consollecitudini e arti faceva maggiori.
     Ma già dalla fanciullezza venuta ad età piùcompiutameco dalla natura ammaestrata sentendo quali disii a'giovini possono porgere le vaghe donneconobbi che la mia bellezzamiserabile dono a chi virtuosamente di vivere disiderapiùmiei coetanei giovinetti e altri nobili accese di fuoco amoroso. E mecon atti diversimale allora da me conosciutivolte infinitetentarono di quello accendere di che essi ardevanoe che me doveapiù che altra non riscaldareanzi ardere nel futuro; e damolti ancora con istantissima sollecitudine in matrimonio fuiaddomandata; ma poi che de' molti unoa me per ogni cosa dicevolem'ebbequasi fuori di speranza cessò la infestante turbadegli amanti da sollecitarmi con gli atti suoi. Ioadunquedebitamente contenta di tale maritofelicissima dimorai infino atanto che il furioso amorecon fuoco non mai sentitonon entrònella giovine mente. Ohimè! che niuna cosa fu mai che il miodisio o d'alcuna altra donna dovesse chetareche prestamente a miasatisfazione non venisse. Io era unico bene e felicitàsingulare del giovine sposoe così egli da me era igualmenteamatocome egli mi amava. Oh quanto più che altra mi potreiio dire felicese sempre in me fosse durato cotale amore!
     Vivendo adunque contentae in festa continua dimorandola fortunasùbita volvitrice delle cose mondaneinvidiosa de' benimedesimi che essa avea prestativolendo ritrarre la manonésappiendo da qual parte mettere li suoi velenicon sottile argomentoa' miei occhi medesimi fece all'avversità trovare via; e certoniuna altra che quella onde entrò v'era al presente. Magl'iddiia me favorevoli ancorae a' miei fatti di me piùsollecitisentendo le occulte insidie di costeivollerose ioprendere l'avessi saputearmi porgere al petto mioacciò chedisarmata non venissi alla battaglia nella quale io dovea cadere; econ aperta visione ne' miei sonnila notte precedente al giorno ilquale a' miei danni dovea dare principiomi chiarirono le futurecose in cotale guisa.
      A menelloampissimo letto dimorante con tutti li membri risoluti nell'altosonnoparevain un giorno bellissimo e più chiaro che alcunoaltroesserenon so di chepiù lieta che mai; e con questaletiziaa mesola fra verdi erbetteera avviso sedere in un pratodal cielo difeso e da' suoi lumi da diverse ombre d'alberi vestiti dinuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còltide'quali tutto il luogo era dipintocon le candide maniin uno lembode' miei vestimenti raccoltilifiore da fiore sceglievae degliscelti leggiadra ghirlandetta faccendone ornava la testa mia. Ecosì ornata levatamiquale Proserpina allora che Pluto larapì alla madrecotale m'andava per la nuova primaveracantando; poiforse stancatra la più folta erba a giacerepostamimi posava. Ma non altramente il tenero piè d'Euridicetrafisse il nascoso animaleche me sopra l'erbe distesauna nascosaserpe vegnente tra quelleparve che sotto la sinistra mammella mitrafiggesse; il cui morsonella prima entrata degli acuti dentiparea che mi cocesse; ma poiassicurataquasi di peggio temendomipareva mettere nel mio seno la fredda serpeimaginando lei doverecol beneficio del caldo del proprio pettorendere a me piùbenigna. La qualepiù sicura fatta per quello e piùfieraal dato morso raggiunse la iniqua boccae dopo lungo spazioavendo molto del nostro sangue bevutomi pareva cheme renitenteuscendo del mio senovaga vaga fra le prime erbe col mio spirito sipartisse. Nel cui partire il chiaro giorno turbatodietro a mevegnendomi copria tuttae secondo l'andare di quella cosìla turbazione seguitavaquasi come a lei tirante fosse lamoltitudine de' nuvoli appiccatae seguissela; e non dopo moltocome bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si togliealla vista de' riguardanticosì si tolse agli occhi miei.Allora il cielo di somme tenebre chiuso vidie quasi partitosi ilsolee la notte tornata pensaiquale a' Greci tornò nelpeccato d'Atreo; e le corruscazioni correano per quello senza alcunoordinee i crepitanti tuoni spaventavano le terre e me similemente.Ma la piagala quale infino a quella ora per la sola morsura m'aveastimolatapiena rimasa di veleno vipereonon valendovi medicinaquasi tutto il corpo con enfiatura sozzissima parea che occupasse;laonde ioprima senza spirito non so come parendomi essere rimasaeora sentendo la forza del veleno il cuore cercare per vie moltosottiliper le fresche erbe aspettando la morte mi voltolava. E giàl'ora di quella venuta parendomioffesa ancora dalla paura del tempoavversosì fu grave la doglia del cuore quella aspettanteche tutto il corpo dormente riscossee ruppe il forte sonno; dopo ilquale rottosùbitopaurosa ancora delle cose vedutecon ladestra mano corsi al morso latoquello nel presente cercando che nelfuturo m'era apparecchiato; e senza alcuna piaga trovandoloquasirallegrata e sicurale sciocchezze de' sogni cominciai a deridereecosì vana feci degl'iddii la fatica. Ahimisera me! Quantogiustamentese io li schernii allorapoi con mia grave doglia gliho veri credutie piantili senza fruttonon meno degl'iddiidolendomili quali con tanta oscurità alle grosse mentidimostrano i loro secretiche quasi non mostrati se non avvenuti sipossono dire! Ioadunqueescitataalzai il sonnacchioso capoeper piccolo buco vidi entrare nella mia camera il nuovo sole; percheogni altro pensiero gittato viasùbito mi levai.
     Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo; per cheiocon sollecitudine li drappi di molto oro rilucenti vestitami e conmaestra mano di me ornata ciascuna partesimile alle dèevedute da Parìs nella valle d'Ida tenendomiper andare allasomma festa m'apparecchiai. E mentre che io tutta mi miravanonaltramente che il pavone le sue penneimaginando di cosìpiacere ad altrui come io a me piaceanon so comeuno fiore dellamia corona preso dalla cortina del letto mio o forse da celestialemano da me non vedutaquelladi capo trattamicadde in terra; maionon curante alle occulte cose dagl'iddii dimostratequasi comenon fosseripresalasopra il capo la mi riposie oltre andai.Ohimè! che segnale più manifesto di quello che avvennemi poteano dare gl'iddii? Certo niuno. Questo bastava a dimostrarmiche quello giorno la mia libera animae di sé donnadispostala sua signoriaserva dovea divenirecome avvenne. Ohse la miamente fosse stata sanaquanto quel giorno a me nerissimo avreiconosciutoe senza uscire di casa l'avrei trapassato! Ma gl'iddiiacoloro verso i quali essi sono adiratibenché della lorosalute porgano ad essi segnoelli privano lui del conoscimentodebito; e così ad una ora mostrano di fare il loro dovere esaziano l'ira loro. La fortuna mia adunque me vana e non curantesospinse fuori; e accompagnata da moltecon lento passo pervenni alsacro tempionel quale già il solenne oficio debito a quelgiorno si celebrava.
      La vecchiausanza e la mia nobiltà m'avea tra l'altre donne assaieccellente luogo servato; nel quale poi che assisa fuiservato ilmio costumegli occhi subitamente in giro vòltividi iltempio d'uomini e di donne parimente ripienoe in varie catervediversamente operare. Né primacelebrandosi il sacro oficionel tempio sentita fuichesì come l'altre volte solevaavvenirecosì e quella avvenneche non solamente gli uominigli occhi torsero a riguardarmima eziandio le donnenon altramenteche se Venere o Minervamai più da loro non vedutefosseroin quello luogolà dove io eranuovamente discese. Ohquante fiatetra me stessa ne risiessendone meco contentae nonmeno che una dèa gloriandomi di tale cosa! Lasciate adunquequasi tutte le schiere de' giovini di mirare l'altrea me mi poserod'intornoe diritti quasi in forma di corona mi circuivanoevariamente fra loro della mia bellezza parlandoquasi in unasentenza medesima concludendo la laudavano. Ma io checon gli occhiin altra parte voltatimostrava me d'altra cura sospesatenendo gliorecchi a' ragionamenti di quelli sentiva disiderata dolcezzaequasi loro parendomene essere obligatatale fiata con piùbenigno occhio li rimirava; e non una volta m'accorsima moltechedi ciò alcunivana speranza pigliandoco' compagni vanamentese ne gloriavano.
      Mentre che io incotal guisapoco altrui rimirandoe molto da molti rimiratadimorocredendo che la mia bellezza altrui pigliasseavvenne chel'altrui me miseramente prese. E già essendo vicina aldoloroso puntoil quale o di certissima morte o di vita piùche altra angosciosa dovea essere cagionenon so da che spiritomossagli occhi con debita gravità elevatiintra lamultitudine de' circustanti giovini con acuto riguardamento distesi;e oltre a tuttisolo e appoggiato ad una colonna marmoreaa medirittissimamente uno giovine opposto vidi; equello che ancorafatto non avea d'alcuno altroda incessabile fato mossameco lui eli suoi modi cominciai ad estimare. Dico chesecondo il miogiudicioil quale ancora non era da amore occupatoegli era diforma bellissimonegli atti piacevolissimo e onestissimo nell'abitosuoe della sua giovinezza dava manifesto segnale crespa lanugineche pur mo' occupava le guance sue; e me non meno pietoso che cautorimirava tra uomo e uomo. Certo io ebbi forza di ritrarre gli occhida riguardarlo alquantoma il pensierodell'altre cose giàdette estimanteniuno altro accidentené io medesimasforzandomimi poté tòrre. E già nella miamente essendo l'effigie della sua figura rimasanon so con chetacito diletto meco la riguardavae quasi con più argomentiaffermate vere le cose che di lui mi pareanocontenta d'essere dalui riguardatatalvolta cautamente se esso mi riguardassemirava.
      Ma intra l'altre volte cheionon guardandomi dagli amorosi lacciuoliil miraitenendoalquanto più fermi che l'usato ne' suoi gli occhi mieia meparve in essi parole conoscere dicenti: "O donnatu sola se' labeatitudine nostra". Certose io dicessi che esse non mifossero piaciuteio mentirei; anzi sì mi piacqueroche essedel petto mio trassero un soave sospiroil quale veniva con questeparole: "E voi la mia". Se non che iodi me ricordandomigli le tolsi. Ma che valse? Quello che non si esprimeail cuore lo'ntendeva con secoin sé ritenendo ciò chese difuori fosse andatoforse libera ancora sarei. Adunqueda questa orainnanzi concedendo maggiore arbitrio agli occhi miei follidi quelloche essi erano già vaghi divenuti li contentava; e certosegl'iddiili quali tirano a conosciuto fine tutte le cosenonm'avessero il conoscimento levatoio poteva ancora essere miamaogni considerazione all'ultimo pospostaseguitai l'appetitoesubitamente atta divenni a potere essere presa; per chenonaltramente il fuoco se stesso d'una parte in un'altra balestracheuna luceper un raggio sottilissimo trascorrendoda' suoipartendosipercosse negli occhi mieiné in quelli contentarimaseanzinon so per quali occulte viesubitamente al cuorepenetrandose ne gìo. Il qualenel sùbito avvenimentodi quella temendorivocate a sé le forze esteriorime palidae quasi freddissima tutta lasciò. Ma non fu lunga ladimoranzache il contrario sopravvennee lui non solamente fattofervente sentiianzi le forze tornate ne' luoghi loroseco unocalore arrecaronoil qualecacciata la palidezzame rossissima ecalda rendé come fuocoe quello mirando onde ciòprocedevasospirai. Né da quell'ora innanzi niuno pensiero inme poteose non di piacergli.
      Acosì fatti sembiantiessosenza mutare luogocautissimoriguardavae forsesì come esperto in più battaglieamoroseconoscendo con quali armi si dovea la disiata predapigliareciascuna ora con umiltà maggiore pietosissimo simostrava e pieno d'amoroso disio. Ohimè! quanto inganno sottosé quella pietà nascondeala qualesecondo che glieffetti ora dimostranopartitasi dal cuoreove mai poi non ritornòfittizia si mostrò nel suo viso. E acciò che io nonvada ogni suo atto narrandode' quali ciascuno era pieno dimaestrevole ingannoo egli che l'operasseo i fati che 'lconcedesseroin sì fatta maniera andòche iooltread ogni potere raccontareda sùbito e inoppinato amore mitrovai presae ancora sono.
      Questiadunqueo pietosissime donnefu colui il quale il mio cuore confolle estimazione fra tanti nobilibelli e valorosi gioviniquantinon solamente quivi presentima eziandio in tutta la mia Partenopeeranoprimoultimo e soloelesse per signore della mia vita;questi fu coluiil quale io amai e amo più che alcuno altro;questi fu coluiil quale essere dovea principio e cagione d'ogni miomaleecome io sperodi dannosa morte. Questo fu quel giorno nelquale io primadi libera donnadivenni miserissima serva; questo fuquel giorno nel quale io prima amorenon mai prima da me conosciutoconobbi; questo fu quel giorno nel quale primieramente li venereiveleni contaminarono il puro e casto petto. Ohimè misera!quanto male per me nel mondo venne sì fatto giorno! Ohimè!quanto di noia e d'angoscia sarebbe da me lontanase in tenebre sifosse mutato sì fatto giorno! Ohimè misera! quanto fual mio onore nemico sì fatto giorno! Ma che? Le preterite cosemal fattesi possono molto più agevolmente biasimare cheemendare. Io fui pur presasì come è detto; equalunque si fosse quella o infernal furiao inimica fortuna chealla mia casta felicità invidia portassead essa insidiandoquesto dì con speranza d'infallibile vittoria si potérallegrare.
      Soppresa adunque dallapassione nuovaquasi attonita e di me fuorisedeva infra le donnee li sacri oficiiappena da me uditi non che intesipassarelasciavae similemente delle mie compagne li ragionamenti diversi. Esì tutta la mente avea il nuovo e sùbito amoreoccupatacheo con gli occhi o col pensiero sempre l'amato giovineriguardavae quasi con meco medesima non sapeva qual fine di sìfervente disio io mi chiedessi. Oh quante voltedisiderosa divederlomi più vicinobiasimai io il suo dimorare agli altridi dietroquello tiepidezza estimandoche egli usava a cautela! Egià mi noiavano i giovini a lui stanti dinanzide' qualimentre io fra loro alcuna volta il mio intendimento miravaalcunicredendosi che in loro il mio riguardare terminassesi credetteroforse da me essere amati. Mamentre che in cotali termini stavano limiei pensierisi finì l'oficio solennee già perpartirsi erano le mie compagne levatequando iorivocata l'animache d'intorno alla imagine del piaciuto giovine andava vagandoilconobbi. Levata adunque con l'altree a lui gli occhi rivoltiquasinegli atti suoi vidi quello che io ne' miei a lui m'apparecchiava didimostraree mostraicioè che il partire mi doleva. Ma puredopo alcuno sospiroignorando chi elli si fossemi dipartii.
     Dehpietose donnechi crederà possibile in un punto unocuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai piùnon veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penseràaccendersi sì di vederla il disiochedalla vista di quellapartendosisenta gravissima noiasolo disiderando di vederla? Chiimaginerà tutte l'altre coseper addietro molto piaciutearispetto della nuova spiacere? Certo niuna personase non chiprovato l'avrà o pruova come fo io. Ohimè! che Amorecosì come ora in me usa crudeltà non uditacosìnel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d'usare! Ioho più volte udito che negli altri i piaceri sono nelprincipio levissimima poida' pensieri nutricatiaumentando leforze lorosi fanno gravi; ma in me così non avvenneanzicon quella medesima forza m'entrarono nel cuoreche essi vi sono poidimoratie dimorano. Amore il primo dì di me ebbe interissimapossessione; e certo sì come il verde legnomalagevolissimamente riceve il fuocoma quello ricevuto piùconserva e con maggior caldocosì a me avvenne. Ioavantinon vinta da alcuno piacere giammaitentata da moltiultimamentevinta da unoe arsi e ardoe servai e servo più che altrafacesse giammai il preso fuoco.
     Lasciando molti pensieri che nella mente quella mattinaconaccidenti diversimi furonooltre alli raccontatidico che dinuovo furore accesae con l'anima fatta servalà onde liberal'avea trattami ritornai. Quivipoi che nella mia camera sola eoziosa mi ritrovaida diversi disii accesa e piena di nuovi pensierie da molte sollecitudini stimolataogni fine di quelli nellaimaginata effigie del piaciuto giovine terminandopensai cheseamore da me cacciare non poteasialmeno cauto si reggesse e occultonel tristo petto; la qual cosa quanto sia dura a fare nullo il puòsaperese nol pruova: certo io non credo che ella faccia meno noiache amore stesso. E in tale proponimento fermatanon sappiendoancora di cuime con meco medesima chiamava innamorata.
     Quanti e quali fossero in me da questo amore li pensieri natilungosarebbe a tutti volerli narrare; ma alquantiquasi sforzandomimitirano a dichiararsicon alcune cose oltre all'usato incominciatemia dilettare. Dico adunque cheavendo ogni altra cosa propostasoloil pensare all'amato giovine m'era caroe parendomi chein questoperseverandoforse quello che io intendeva celare si potrebbepresumereme più volte di ciò ripresi; ma che giovava?Le mie riprensioni davano luogo larghissimo alli miei disiieinutili si fuggivano co' venti. Io disiderai più giornisommamente di sapere chi fosse l'amato giovine; a che nuovi pensierimi dierono aperta viae cautamente il seppidi che non pococontenta rimasi. Similmente gli ornamentide' quali io primasìcome poco bisognosa di quelliniente curavami cominciarono adessere caripensando più ornata piacere; e quindi livestimentil'oro e le perle e l'altre preziose cose più cheprima pregiai. Io infino a quella ora alli templialle festeallimarini liti e alli giardini andata senza altra vaghezza che solamentecon le giovini ritrovarmicominciai con nuovo disio li detti luoghia cercarepensando che e vedere e veduta potrei essere con diletto.Ma veramente mi fuggì la fidanzala quale io nella miabellezza soleva averee mai fuori di sé la mia camera nonm'avea senza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglioele mie maninon so da che maestra nuovamente ammaestrateciascunogiorno più leggiadra ornatura trovandoaggiunta l'artificialealla naturale bellezzatra l'altre splendidissima mi rendeano.
     Gli onori similmente a me fatti per propria cortesia dalle donneancora che forse alla mia nobiltà s'affacesseroquasi debiticominciai a volerlipensando cheal mio amante parendo magnificapiù giustamente mi gradirebbe; l'avarizianelle femineinnatada me fuggendosicotale mi lasciòche così lemie cose come non mie m'erano caree liberale diventai; l'audaciacrebbee alquanto mancò la feminile tiepidezzame follementealcuna cosa più cara reputando che prima; e oltre a tuttoquestogli occhi mieiinfino a quel dì stati semplici nelguardaremutarono modo e mirabilmente artificiosi divennero al lorooficio. Oltre a questeancora molte altre mutazioni in meapparironole quali tutte non curo di raccontaresì perchétroppo sarebbe lungoe sì perché credo che voisìcome me innamorateconosciate quante e quali sieno quelle che aciascuna avvengonoposta in cotal caso.
     Era il giovine avvedutissimosì come più volteesperienza rendé testimonio. Egli rade volte eonestissimamente vegnendo colà dove io eraquasi quelmedesimo avesse proposto che iocioè di celare in tuttol'amorose fiammecon occhio cautissimo mi mirava. Certos'ionegassi chequando ciò mi avveniva che io il vedessiamorequantunque fosse in me sì possente che più non poteaalcuna cosaquasi l'anima ampliando per forza crescesseio neghereiil vero. Egli allora in me le fiamme accese facea più viveenon so quali spentese alcuna ve n'eraaccendeva; ma in questo nonera sì lieto il principioche la fine non rimanesse piùtristaqualora della vista di quello rimanea privata: perciòche gli occhidella loro allegrezza privatidavano al cuore noiosacagione di dolersidi che i sospirie in quantità e inqualità diventavano maggiorie il disioquasi ogni miosentimento occupandomi toglieva di me medesimae quasi non fossidov'erafeci più volte maravigliare chi mi videdando poi acotali accidenti cagioni infinteda amore medesimo insegnate. Eoltre a questosovente la notturna quiete e il cotidiano cibotogliendomialcuna volta ad atti più furiosi che sùbitie a parole mi moveano inusitate.
     Ecco che li cresciuti ornamentigli accesi sospirili nuovi attili furiosi movimentila perduta quietee l'altre cose in me per lonuovo amore venutetra gli altri domestici familiari a maravigliarsimossero una mia baliad'anni antica e di senno non giovinelaqualegià seco conoscendo le triste fiammemostrando di nonconoscerlepiù fiate mi riprese de' nuovi modi. Ma pure ungiorno me trovando sopra il mio letto malinconiosa giacerevedendodi pensieri carica la mia frontepoi che d'ogni altra compagnia civide liberecosì mi cominciò a parlare:
     "O figliuola a me come me medesima caraquali sollecitudini dapoco tempo in qua ti stimolano? Tu niuna ora trapassi senza sospirila quale altra volta lieta e senza niuna malinconia sempre vederesolea".
      Allora iodopo ungran sospirod'uno in altro colore più d'una volta mutatamiquasi di dormire infignendomie di non averla uditaora qua ora làrivolgendomiper tempo prendere alla rispostaappena potendo lalingua a perfetta parola conducerepur le risposi:
     "Cara nutriceniuna cosa nuova mi stimolané piùsollecitudini sento che io mi sia usata; solamente li naturali corsinon tenenti sempre d'una maniera li viventiora più chel'usato mi fanno pensosa".
     "Certofigliuolatu m'inganni- rispose la vecchia balia - népensi quanto sia grave il fare alle persone attempate credere inparole una cosae un'altra negli atti mostrarne; egli non t'èbisogno celarmi quello che iogià sono più giorniinte manifestamente conobbi".
     Ohimè! che quando io udii cosìquasi dolendomi esperando e crucciandomile dissi:
     "Dunquese tu il saidi che addimandi? A te più nonbisogna se non celare quello che conosci".
     "Veramente - disse ella allora - celerò io quello che nonè licito che altri sappia; e avanti s'apra la terra e metranghiottache io mai cosa che a te torni a vergognapalesi: grantempo è che io a tenere celate le cose apparai. E perciòdi questo vivi sicurae con diligenza guarda non altri conoscaquello che iosenza dirlomi tu o altrine' tuoi sembianti hoconosciuto. Mase quella sciocchezzanella quale io ti conoscocadutati si convienese in quel senno fossi nel quale giàfostia te sola il lascerei a pensaresicurissima che in ciòluogo il mio ammaestrare non avrebbe. Ma perciò che questocrudele tirannoal qualesì come giovinenon avendo tupresa guardia di luisemplicemente ti se' sommessasuole insiemecon la libertà il conoscimento occuparemi piace diricordarti e di pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci viale cose nefandee ispegni le disoneste fiammee non ti facci aturpissima speranza servente. E ora è tempo da resistere conforzaperò che chi nel principio bene contrastettecacciòil villano amoree sicuro rimase e vincitore; ma chi con lunghipensieri e lusinghe il nutricatardi può poi ricusare il suogiogoal quale quasi volontario si sommise".
     "Ohimè - dissi io allora - quanto sono più agevolia dire queste cose che a menarle ad effetto!"
     "Come ch'elle sieno a fare assai malagevolipure possibilisono- disse ella - e fare si convengono. Vedi se l'altezza del tuoparentadola gran fama della tua virtùil fiore della tuabellezzal'onore del mondo presentee tutte quell'altre cose che adonna nobile debbono essere caree sopra a tutte la grazia del tuomaritoda te tanto amato e tu da luiper questa sola di perderedisideri. Certo volere nol deiné credo che 'l voglisesavia teco medesima ti consigli. Dunqueper Dioritientie i falsidiletti promessi dalla sozza speranza caccia viae con essi il presofurore. Io supplicementeper questo vecchio petto e nelle molte cureaffaticatodal quale tu prima li nutritivi alimenti prendestitipriego che tu medesima t'aiutie alli tuoi onori provveggae limiei conforti in questo non rifiutare: pensa che parte della sanitàfu il volere essere guarita".
     Allora cominciai io:
      "O caranutriceassai conosco vere le cose che narri; ma il furore micostrigne a seguitare le piggiorie l'animo consapevolee ne' suoidisideri strabocchevoleindarno li sani consigli appetisce; e quelloche la ragione vuole è vinto dal regnante furore. La nostramente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deitàetu sai che non è sicura cosa alle sue potenzieresistere".
      E questo dettoquasi vintasopra le mie braccia ricaddi. Ma ellaalquanto piùche prima turbatacon voce più rigida cominciò taliparole:
      "Voiturba di vaghegiovinidi focosa libidine accesesospingendovi questavi avetetrovato Amore essere iddio al quale piuttosto giusto titolo sarebbefurore; e lui di Venere chiamate figliuolodicendo che egli dalterzo cielo piglia le forze suequasi vogliate alla vostra folliaporre necessità per iscusa. O ingannatee veramente diconoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite?Costuida infernale furia sospintocon sùbito volo visitatutte le terrenon deitàma piuttosto pazzia di chi ilricevebenché esso non visiti al più se non quelliliqualidi soperchio abondanti nelle mondane felicitàconoscecon gli animi vani e atti a fargli luogo: e questo ci è assaimanifesto. Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare nellepiccole case sovenentesolamente e utile al necessario nostroprocreamento? Certo sì; ma questiil qualeper furoreAmoreè chiamatosempre le dissolute cose appetendonon altroves'accosta che alla seconda fortuna. Questischifo così dicibi alla natura bastevoli come di vestimentili dilicati erisplendenti persuadee con quelli mescola i suoi velenioccupandol'anime cattivelle; per checostui così volontieri gli altipalagi colentenelle povere case rade volte si vede o non giammai;però che è pestilenzache solo elegge i dilicatiluoghisì come più al fine delle sue operazioni iniqueconformi. Noi veggiamo nell'umile popolo gli affetti sani; ma liricchi d'ogni parte di ricchezze splendenticosì in questocome nell'altre cose insaziabilisempre più che ilconvenevole cercanoe quello che non può chi molto puòdisidera di potere; de' quali te medesima sento essere unaoinfelicissima giovinein nuova sollecitudine e isconcia entrata pertroppo bene".
      Alla quale dopomolto averla ascoltataio dissi:
     "O vecchiatacie contro agl'iddii non parlare. Tu oramai aquesti effetti impotentee meritamente rifiutata da tuttiquasivolontaria parli contro di luiquello ora biasimando che altra voltati piacque. Se l'altre donne di me più famosesavie epossenticosì per addietro l'hanno chiamato e chiamanoionon gli posso dare nome di nuovo; a lui sono veramente suggettaquale che di ciò si sia la cagioneo la mia felicità ola mia sciagurae più non posso. Le forze miepiùvolte alle sue oppostesivinteindietro si sono tirate. Adunqueola morte o il giovine disiato resta per sola fine alle mie pene; allequali tupiuttostose così se' savia come io ti tengoporgiconsiglio e aiutoil quale minori le facciaio te ne priegoo tuti rimani di inasprirlebiasimando quello a che l'anima mianonpotendo altrocon tutte le sue forze è disposta".
     Ella allora sdegnandoe non senza ragionesenza risponderminon soche mormorando con secomedella camera uscitalasciòsoletta.

 

     Già s'erasenza più favellarmipartita la cara baliali cui consigli male per me rifiutaie iosola rimasale sueparole nel sollecito petto fra me volgea; e ancora che abbagliatofosse il mio conoscimentodi frutto le sentiva piene e quasi ciòche assertivamente avea davant a lei detto di voler pur seguirepentendominella mente mi vacillavae già cominciando apensare di volere lasciare andare le cose meritevolmente dannateleivoleva richiamare alli miei conforti; ma nuovo e sùbitoaccidente me ne rivolseperò che nella secreta mia cameranon so onde venutauna bellissima donna s'offerse agli occhi mieicircundata da tanta luce che appena la vista la sostenea. Ma purestando essa ancora tacita nel mio cospettoquanto potei per lo lumegli occhi aguzzare tanto li pinsi avantiinfino a tanto che alla miaconoscenza pervenne la bella formae vidi lei ignudafuorisolamente d'uno sottilissimo drappo purpureoil qualeavvegna chein alcune parti il candidissimo corpo coprissedi quello nonaltramente toglieva la vista a me miranteche posta figura sottochiaro vetroe la sua testali capelli della quale tanto dichiarezza l'oro passavanoquanto l'oro de' nostri passa li vie piùbiondiavea coperta d'una ghirlanda di verdi mortinesotto l'ombradella quale io vidi due occhi di bellezza incomparabilee vaghi ariguardare oltremodorendere mirabile luce; e tanto tutto l'altroviso avea bello quanto quaggiù a quello simile non si trova.Ella non dicea alcuna cosaanzi o forse contenta ch'io lariguardassiovvero me vedendo di riguardarla contentaa poco a pocotra la fulvida luce di sé le belle parti m'apriva piùchiareper che io bellezze in lei da non potere con lingua ridirené senza vista pensare intra' mortaliconobbi. La quale poiche sé da me considerata per tutto s'avvideveggendomimaravigliare e della sua beltade e della sua venuta quivicon lietoviso e con voce più che la nostra assai soavecosìverso me cominciò a parlare:
     "O giovineassai più che alcuna altra mobileche per linuovi consigli della vecchia balia t'apparecchi di fare? Non conoscitu che essi sono molto più difficili a seguitareche l'amoremedesimo che disideri di fuggire? Non pensi tu quanto e quale e comeimportabile affanno essi ti servino? Tustoltissimanuovamentenostraper le parole d'una vecchianon nostra farti disiderisìcome colei che ancora quali e quanti sieno i nostri diletti non sai.O poco saviasostienie per le nostre parole riguarda se a tequello che al cielo e al mondo è bastato è assai.Quantunque Febosurgente co' chiari raggi di Gangeinsino all'orache nell'onde d'Esperia si tuffa con li lassi carrialle sue fatichedare requievede nel chiaro giornoe ciò che tra 'l freddoArturo e 'l rovente polo si inchiudesignoreggia il nostro volantefigliuolo senza alcuno niego. E ne' cielinon che egli sìcome gli altri sia iddioma ancora vi è tanto più chegli altri potentequanto alcuno non ve n'è che stato non siaper addietro vinto dalle sue armi. Questicon dorate piumeleggierissimo in un momento volando per li suoi regnitutti livisitae il forte arco reggendo sovra il tirato nervo adatta le suesaette da noi fabbricate e temperate nelle nostre acque; e quandoalcuno più degno che gli altri elegge al suo servigioquelloprestissimamente manda ove gli piace.
     Egli commuove le ferocissime fiamme de' giovinie negli stanchivecchi richiama gli spenti calorie con non conosciuto fuoco dellevergini infiamma li casti pettiparimente le maritate e le vedoveriscaldando. Questi con le sue fiaccole riscaldati gl'iddiicomandòper addietro che essilasciati li cielicon falsi visi abitasserole terre. Or non fu Febo vincitore del gran Fitonee accordatoredelle cetare di Parnasopiù volte da costui soggiogatooraper Danneora per Climenés e quando per Leucotoe e per altremolte? Certo sì; e ultimamenterinchiusa la sua gran lucesotto la vile forma d'un piccolo pastoreinnamorato guardògli armenti d'Ameto.
      Giovemedesimoil quale regge il cielocostrignendolo costuisi vestìminor forma di sé. Egli alcuna volta in forma di candidouccello movendo l'ali diede voci più dolci che 'l morientecigno; e altra voltadivenuto giovenco e poste alla sua frontecornamugghiò per li campie i suoi dossi umiliò alligiuochi virgineie per li fraterni regni con le fesse unghieimitando oficio di remicon forte petto vietando il profondogodédella sua rapina. Quello che per Semelè nella propria formafacessequello che per Almena mutato in Anfitrionequello che perCalisto mutato in Dianao per Danae divenuto oro già fecenon diciamoché sarebbe troppo lungo. E il fiero iddio dellearmila cui rossezza ancora spaventa li gigantisotto la suapotenza temperò li suoi aspri effettie divenne amante. E ilcostumato al fuoco fabro di Giovee facitore delle trisulchefolgorida quel di costui più possente fu cotto. E noisimilmenteancora che madre gli siamonon ce ne siamo potutaguardaresì come le nostre lagrime fecero aperto nella morted'Adone. Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niunadeità è nel cielo da costui non feritase non Diana:questa solane' boschi dilettandosil'ha fuggitola qualesecondol'oppinione d'alcunonon fuggitoma piuttosto nascoso.
     Ma se tu forse gli essempli del cielo incredula schifi e cerchi chidel mondo gli abbia sentititanti sonoche da cui cominciare appenaci occorre; ma tanto ti diciamo veramenteche tutti sono stativalorosi. Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo di Almenailqualeposte giù le saette e la minaccevole le pelle del granleonesostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldie di darlegge alli rozzi capellie con quella manocon la quale pocoinnanzi portato avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo e tiratolo infernale canetrasse le fila della lana data da Jole dietro alprocedente fusoe gli omerisopra li quali l'alto cielo s'eraposato mutando spalla Atlantefurono in prima dalle braccia di Jolepremutie poi copertiper piacerledi sottili vestimenti diporpora. Che fece Parìs per costuiche ElenacheClitemestrae che Egistotutto il mondo il conosce; e similmente diAchilledi Silladi Adrianadi Leandrodi Didonee di piùmoltinon dicoché non bisogna. Santo è questo fuocoe molto potentecredimi.
      Udito haiil cielo e la terra soggiogata dal mio figliuolo negl'iddii e negliuomini; ma che dirai tu ancora delle sue forzeestendentisi neglianimali irrazionalicosì celesti come terreni? Per costui latortora il suo maschio séguitae le nostre colombe alli suoicolombi vanno dietro con caldissima affezionee nessun altro n'èche dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne' boschi litimidi cervifatti tra sé feroci quando costui li toccaperle disiderate cervie combattonoemugghiandodelli costui caldimostrano segnali; e i pessimi cinghiaridivenendo per ardorespumosiaguzzano gli eburnei denti; e i leoni africanida amoretocchivibrano i colli. Malasciando le selvedico che li dardidel nostro figliuolo ancora nelle fredde acque sentono le greggie de'marini iddiie de' correnti fiumi. Né crediamo che occulto tisiaquale testimonianza già NettunnoGlauco e Alfeo e altriassai n'abbiano rendutanon potendo con le loro umide acquenon chespegnerema solamente alleviare la costui fiamma; la qualeancoragià sopra terra e nell'acque saputa da ciascunose ne vennepenetrando la terra e infino al re dell'oscure paludi si fe'sentire.
      Adunque il cielolaterrail marelo 'nferno per esperienza conoscono le sue armi; eacciò che io in brievi parole ogni cosa comprenda dellapotenza di costuidico che ogni cosa alla natura suggiacee da leiniuna potenza è liberaed essa medesima è sotto Amore.Quando costui il comandagli antichi odii perisconoe le vecchieire e le novelle dànno luogo alli suoi fuochi; e ultimamentetanto si distende il suo potereche alcuna volta le matrigne fagraziose a' figliastriche è non piccola maraviglia. Dunqueche cerchi? Che dubiti? Che mattamente fuggi? Se tanti iddiitantiuominitanti animalida questo son vintitu d'essere vinta da luiti vergognerai? Tu non sai che ti fare. Se tu forse di sottomettertia costui aspetti riprensioneella non ci dee potere cadereperciòche mille falli maggiorie il seguire ciò che gli altri piùdi te eccellenti hanno fattotecome poco avendo fallito e menopotente che li già dettirenderanno scusata.
     Ma se queste parole non ti muovonoe pure resistere vorraipensa latua virtù non simile a quella di Giovené in sennopotere aggiugnere Feboné in ricchezze Giunonené noiin bellezze; e tutti siamo vinti. Dunque tu sola credi vincere? Tuse' ingannatae ultimamente pur perderai. Bastiti quello che perinnanzi a tutto il mondo è bastatoné ti faccia a ciòtiepida il dire: "Io ho maritoe le sante leggi e la promessafede mi vietano queste cose"; però che argomentivanissimi sono contro alla costui virtù. Ellisì comepiù fortel'altrui leggi non curando annulliscee dàle sue. Pasife similmente avea maritoe Fedrae noi ancora quandoamammo. Essi medesimi mariti amano le più volte avendo moglie:riguarda GiasoneTeseoil forte Ettore e Ulisse. Dunque non si faloro ingiuriase per quelle leggi che essi trattano altruisonotrattati essi; a loro niuna prerogativa più che alle donne èconcedutae però abandona gli sciocchi pensierie sicuraamacome hai cominciato. Eccose tu al potente Amore non vuoisuggiacerefuggire ti conviene; e dove fuggirai tu ch'egli non tiséguiti e non ti giunga? Egli ha in ogni luogo iguale potenza:dovunque tu vaine' suoi regni dimorine' quali alcuno non gli sipuò nasconderequando gli piace il ferirlo. Bastitisolamenteo giovineche di non abominevole fuococome MirraSemiramìsBiblìsCanace e Cleopatra feceti molesti.Niuna cosa nuova dal nostro figliuolo verso te sarà operata:egli ha così leggicome qualunque altro iddioalle qualiseguire tu non se' primané d'essere ultima dei averesperanza. Se forse al presente ti credi solavanamente credi.Lasciamo stare l'altro mondoche tutto n'è pieno: ma la tuacittà solamente rimirala quale infinite compagne ti puòmostrare; e ricorditi che niuna cosa fatta da tantimeritamente sipuò dire sconcia. Séguita adunque noie la moltoriguardata bellezza con la deità nostra vera ringrazialaquale del numero delle semplicia conoscere il diletto de' nostridonit'abbiamo tirata.
      Dehdonnepietosese Amore felicemente adempia i vostri disiiche doveva ioe che potea rispondere a tante e tali parolee di tale dèase non: "Sia come ti piace"? Adunque dico che ella giàtaceaquando iole sue parole avendo nello 'ntelletto raccolteframe piene d'infinite scuse sentendolee lei già conoscendoaciò fare mi disposi. E subitamente del letto levatamie postecon umile cuore le ginocchia in terracosì temorosaincominciai:
      "O singularebellezza ed etternao deità celesteo unica donna della miamentela cui potenza sente più fiera chi più sidifendeperdona alla semplice resistenza fatta da me contro all'armidel tuo figliuolonon conosciutoe di me sia come ti piaceecomepromettia luogo e tempo merita la mia fedeacciò che iodite tra l'altre lodandomicresca il numero de' tuoi sudditi senzafine".
      Queste parole aveva ioappena dettequando ella del luogo dove stava mossasiverso mevennee con ferventissimo disio nel sembianteabbracciandomimibaciò la fronte. Poiquale il falso Ascanionella bocca aDidone alitandoaccese l'occulte fiammecotale a me in boccaspirando fece li primi disii più focosicom'io sentii. Eaperto alquanto il drappo purpureonelle sue braccia tra le dilicatemammellel'effigie dell'amato giovineravvolta nel sottile palliocon sollecitudini alle mie non dissimilimi fece vederee cosìdisse:
      "O giovine donnariguarda costui: non Lissanon Getanon Birriané loro parit'abbiamo per amante donato: egli è per ogni cosa degnod'essere da qualunque dèa amato; te più che semedesimosì come noi abbiamo volutoamae ameràsempre; e però lieta e sicura nel suo amore t'abandona. Lituoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi sìcome degnie però spera che secondo l'opera senza fallomerito prenderai.
      E quinci senzapiù dire sùbita si tolse agli occhi miei.
     Ohimè misera! che io non dubito chele cose seguite mirandonon Venere costei che m'apparvema Tesifone fosse piuttostolaquale posti più giù gli spaventevoli crini nonaltramente che Giunone la chiarezza della sua deitàe vestitala splendida formaquale quella si vestì la senilecosìmi si fece vedere come essa a Semelèsimigliante consiglio didistruzione ultimaqual fece ellaporgendomi; il quale iomiseramente credendoo pietosissima fedeo reverenda vergognaocastità santissimadelle oneste donne unico e caro tesoromifu cagione di cacciarvi. Ma perdonatemise penitenzia data alpeccatore puòsostenutaperdono alcuna voltaimpetrare.
      Poi che del mio cospettosi fu partita la deaio ne' suoi piaceri con tutto l'animo rimasidisposta; e come che ogn'altro senno mi togliesse la passione furiosache io sosteneanon so per quale mio meritosolo un bene di moltiperduti mi fu lasciatocioè il conoscere che rade volteonon maifu ad amore palese conceduto felice fine. E peròtragli altri miei più sommi pensieriquanto che egli mi fossegravissimo a faredisposi di non preporre alla ragione il volererecare a fine cotal disio. E certoquanto che io molte volte fossiper diversi accidenti fortissimamente costrettapure tanto di graziami fu concedutoche senza trapassare il segnovirilmente sostenendol'affanno passai. E in verità ancora durano le forze a talconsiglioperò che quantunque io scriva cose verissimesottosì fatto ordine l'ho disposte cheeccetto colui che cosìcome io le saessendo di tutte cagioneniuno altroper quantunqueavesse acuto l'avvedimentopotrebbe chi io mi fossi conoscere. E iolui priegose mai per avventura questo libretto alle mani glipervieneche egliper quello amore il quale già mi portòche celi quello che a lui né utile né onore puòmanifestandoltornare. E s'egli m'ha toltosenza averlo iomeritatosénon mi voglia tòrre quello onoreilquale avvegna che io ingiustamente portiesso come sévolendonon mi potrebbe rendere giammai.
     Cotale proponimento adunque servandoe sotto grave peso disofferenza domando li miei disii volonterosissimi di mostrarsim'ingegnai con occultissimi attiquando tempo mi fu concedutod'accendere il giovine in quelle medesime fiamme ove io ardeae difarlo cauto come io era. E in verità in ciò non mi fuluogo lunga faticaperò chese ne' sembianti veratestimonianza della qualità del cuore si comprendeio in pocotempo conobbi al mio disiderio esser seguito l'effetto; e nonsolamente dell'amoroso ardorema ancora di cautela perfetta il vidipieno; il che sommamente mi fu a grado. Esso con interaconsiderazionevago di servare il mio onoree d'adempierequando iluoghi e i tempi il concedesseroli suoi disiicredo non senzagravissima penausando molta artes'ingegnò d'avere lafamiliarità di qualunque m'era parentee ultimamente del miomarito; la quale non solamente ebbema ancora con tanta grazia lapossedetteche a niuno niuna cosa era a gradose non tanto quantocon lui la comunicava. Quanto questo mi piacessecredo che senzascriverlo il conosciate: e chi sarebbe quella sì stoltachenon credesse che sommamente da questa familiarità nacque ilpotermi alcuna voltae io a luiin publico favellare?
     Ma già parendogli tempo da procedere a più sottilicoseora con unoora con un altroquando vedeva che io e udirepotessi e intenderloparlava coseper le quali iovolonterosissimad'imparareconobbi che non solamente favellando si poteval'affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarnema eziandiocon atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare; e ciòpiacendomi moltocon tanto avvedimento il compresi che néegli a mené io a luisignificare voleva alcuna cosacheassai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse. Né aquesto contento standos'ingegnòper figura parlandoed'insegnarmi a tale modo parlaree di farmi più certa de'suoi disiime Fiammettae sé Panfilo nominando. Ohimè!quante volte già in mia presenza e de' miei più caricaldo di festa e di cibo e d'amorefingendo Fiammetta e Panfiloessere stati grecinarrò egli come io di luied esso di meprimamente stati eravamo presiquanti accidenti poi n'eranoseguitatie a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dandoconvenevoli nomi! Certo io ne risi più voltee non meno dellasua sagacità che della semplicità degli ascoltanti; etal volta fu che io temetti che troppo caldo non trasportasse lalingua disavvedutamente dove essa andare non voleva; ma eglipiùsavio che io non pensavaastutissimamente si guardava dal falsolatino.
      O pietosissime donnechenon insegna Amore a' suoi suggettie a che non li fa egli abili adimparare? Iosemplicissima giovine e appena potente a discioglierela lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagnecontanta affezione li modi del parlare di costui raccolsiche in brievespazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e pochecose furono alle qualiudita la sua posizioneio con una fintanovella non dessi risposta dicevole. Cose assaisecondo il miopareremalagevoli ad imprenderee molto più ad operare aduna giovineho raccontatema tutte piccolissimee di niuno pesoparrebberoscrivendo iose la materia presente il richiedesseconquanta sottile esperienza fosse per noi provata la fede d'una miafamiliarissima servaalla quale diliberammo di commettere il nascosofuoco ancora a niun'altra persona paleseconsiderando che lungamentesenza gravissimo affannonon essendovi alcuno mezzonon si potevaservare. Oltre a questo sarebbe lungo il raccontare quanti e qualiconsigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forsenonche per altrui operatima appena ch'io creda che pensati giammai; lequali tutteancora che io al presente in mio detrimento le conoscaoperatenon però mi duole d'averle sapute.
     Se ioo donnenon erro imaginandoegli non fu piccola la fermezzadegli animi nostrise con intera mente si guarda quanto difficilecosa sia due amorose mentie di due giovinisostenere un lungotempo che esseo d'una parte o d'un'altrada soperchi disiisospintedella ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta etaleche li più forti uominiciò facendolaude degnae alta ne acquisterieno.
      Ma la miapennameno onesta che vagas'apparecchia di scrivere quegli ultimitermini d'amorea' quali a niuno è conceduto il poterenécon disio né con operaandare più oltre. Ma in primache io a ciò pervengaquanto più supplicemente possola vostra pietà invocoe quella amorosa forzala quale ne'vostri teneri petti standoa cotale fine tira li vostri disiiepriegole chese 'l mio parlare vi par grave (dell'opera non dicoché so chese a ciò state non sete giàd'esservi disiate)che esse prontissime in voi surgano alla miascusa. E tuo onesta vergognatardi da me conosciutaperdonami; ealquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donneacciòcheda te non minacciatesicure di me leggano ciò che di séamandodisiano.
      L'uno giornoall'altro dopo traevano con isperanza sollecita li suoi e miei disii;e ciò ciascuno agramente portavaavvegna che l'uno ildimostrasse all'altro occultamente parlandoe l'altro all'uno di ciòsi mostrasse schifo oltremodosì come voi medesimele qualiforse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a gradosapete che sogliono le donne amate fare. Esso adunquein ciòpoco alle mie parole credevoleluogo e tempo convenevole riguardatopiù in ciò che gli avvenne avventurato che savioe conpiù ardire che ingegnoebbe da me quello che iosìcome eglibenché del contrario infignessimidisiava. Certose questa fosse la cagione per la quale io l'amassiio confessereiche ogni volta che ciò nella memoria mi tornassemi fossedolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonioche cotale accidente fu ed è cagione menomissima dell'amoreche io gli porto; non pertanto niego che ciòe ora e alloranon mi fosse carissimo. E chi sarebbe quella sì poco saviache una cosa che amasse non volesseanzi che lontanavicina? equanto maggiore fosse l'amore più sentirsela appresso? Dicoadunque chedopo cotale avvenimentoda me avanti non che saputomapur pensatonon una voltama molte con sommo piaceree la fortunae il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partitoavvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosimi si mostri. Ma mentre che questi così lieti tempi passavanosì come Amore veramente può direil quale solotestimonio ne posso dare alcuna volta non fu senza tema a me licitoil suo venireche egli per occulto modo non fosse meco. Ohquantogli era la mia camera carae come lieta essa lui vedeva volontieri!Io lui conobbi ad essa più reverente che ad alcuno tempio.Ohimè! quanti piacevoli baciquanti amorosi abbracciariquante notti ragionando graziose più che il chiaro giornosenza sonno passatequanti altri diletti cari ad ogni amante inquella avemmo ne' lieti tempi! O santissima vergognadurissimo frenoalle vaghe mentiperché non ti parti tu pregandotene io?Perché ritieni tu la mia penna a dimostrare gli avuti beniacciò chemostrati interamentele seguite infelicitàavessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosipetti? Ohimè! che tu mi offendicredendomi forse giovare; iodisiderava di dire più cosema tu non mi lasci.
     Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestatoche per le dette possano quelle che si tacciono comprendereall'altre non così savie il manifestino. Né alcuna mequasi non conoscente di tantostolta dicaché assai beneconosco che più sarebbe il tacere stato onestoche ciòmanifestare che è scritto; ma chi può resistere adAmorequando egli con tutte le sue forze operandos'oppone? Io aquesto punto più volte lasciai la penna e più voltedalui infestatala ripresi; e ultimamente a colui al quale io ne'principii non seppilibera ancoraresistereconvenne che ioservaobbedissi. Egli mi mostrò altrettanto li dilettinascosi valerequanto li tesori sotto la terra occultati. Ma perchémi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allorapiù volte ringraziai la santa dèa promettitrice edatrice di que' diletti. Ohquante volte io li suoi altari visitaicon incensicoronata delle sue frondee quante volte biasimai liconsigli della vecchia balia! E oltre a questolieta sopra tuttel'altre compagnescherniva li loro amoriquello ne' miei parlaribiasimandoche più nell'animo mi era carofra me soventedicendo: "Niuna è amata come ioné ama giovinedegno come io amoné con tanta festa coglie gli amorosifrutti come colgo io". Iobrievementeaveva il mondo pernullae con la testa mi parea il cielo toccaree nulla mancare a meal sommo colmo della beatitudine tenerereputavase non solamentein aperto dimostrare la cagione della mia gioiaestimando mecomedesima che così a ciascuna personacome a medovessepiacere quello che a me piaceva. Ma tuo vergognadall'una parteetupauradall'altrami ritenesteminacciandomi l'una d'etternainfamiae l'altra di perdere ciò che nemica fortuna mi tolsepoi. Adunquesì come piacque ad Amorein cotal guisa piùtemposenza avere invidia ad alcuna donnalieta amando vissieassai contentanon pensando che il diletto il quale io aliora conampissimo cuore prendeafosse radice e pianta nel futuro di miseriasì come io al presente senza frutto miseramente conosco.




CapitoloII.

Nelquale Madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suoamante da lei; e la partita di lui; e 'l dolore che a lei ne seguitònel partire.

     Mentre che ioo carissime donnein così lieta e graziosavitasì come di sopra è descrittamenava i giornimieipoco alle cose future pensandola nemica fortuna a me dinascoso temperava li suoi velenie me con animosità continuanon conoscendolo ioseguitava. Né bastandole d'avermididonna di me medesimafatta serva d'Amoreveggendo che dilettevolegià m'era cotal servirecon più pungente orticas'ingegnò d'affliggere l'anima mia. E venuto il tempo da leiaspettatom'apparecchiòsì come appresso udiretelisuoi assenziii quali a me mal mio grado convenuti gustarela miaallegrezza in tristizia e 'l dolce riso in amaro pianto mutarono. Lequali cosenon che sostenendolema pur pensando di doverle altruiscrivendo mostraretanta di me stessa compassione m'assalisce chequasi ogni forza togliendomie infinite lagrime agli occhirecandomiappena il mio proposito lascia ad effetto producere; ilqualequantunque male io possapur m'ingegnerò difornire.
      Noiegli e iocome casovenneessendo il tempo per piove e per freddo noiosonella miacameramenando la tacita notte le sue più lunghe dimoreriposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e giàVenereda noi molto faticataquasi vinta ci dava luogoe uno lumegrandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della miabellezza faceva lietie i miei similmente faceva della sua. Liqualimentre che di quellaparlando io cose varieessi soperchiadolcezza beveanoquasi d'essa inebriata la luce loronon so comeper piccolo spazio da ingannevole sonno vintitoltemi le parolestettero chiusi. Il quale così soave da me passandocome eraentratodel caro amante ramarichevoli mormorii sentirono li mieiorecchie sùbito della sua sanità in varii pensierimessavolli dire: "Che ti senti?". Ma vinta da nuovoconsiglio mi tacquie con occhio acutissimoe con orecchie sottililui nell'altra parte del nostro letto rivoltocautamente mirandoloper alcuno spazio l'ascoltai. Ma nulla delle sue voci presero gliorecchi mieibenché lui in singhiozzi di gravissimo piantoaffannato e il viso parimente e il petto bagnato di lagrimeconoscessi.
      Ohimè! qualivoci mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale aspettolacagione ignorandol'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corseromille pensieri che la mente in uno momentoe quasi tutti terminavanoin unocioè che egliamando altra donnacontra vogliadimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infinoalle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; madubitando chevergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendosiritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volteda riguardarloacciò che le calde lagrime cadenti da quellivenendo sopra di luinon gli dessero materia di sentire ch'eglifosse da me veduto. Oh quanti modiimpazientepensai da operareacciò che egli desta mi sentisse non averlo sentitoe a niunom'accordava! Ma ultimamentevinta dal disio di sapere la cagione delsuo piantoacciò che egli a me si volgessequali coloro chene' sogni o da cadutao da bestia crudeleo da altro spaventatisubitamente pavidi si riscuotonoil sogno e il sonno ad un'orarompendocotale sùbita con voce pavida mi riscossil'uno de'miei bracci gittando sopra li suoi omeri. E certo l'inganno ebbeluogoperciò che eglilasciando le lagrimecon infintaletizia sùbito a me si volsee dissecon voce pietosa: Oanima mia bellache temesti?
Al quale io senza intervallorisposi: Parevami che io ti perdessi. Ohimè! che le mieparolenon so da che spirito pinte fuorifurono del futuro e agurioe verissime annunziatricicome io ora veggio.

Maegli rispose: O carissima giovinemortenon altri potrà chetu mi perda operare.

     E queste parole senza mezzo seguì un gran sospiro; del qualenon fu sì tostoda meche de' primi pianti disiderava saperla cagionedimandatoche le abondanti lagrime da' suoi occhicomeda due fontanecominciarono a scaturiree il mal rasciutto petto dilui a bagnare con maggiore abondanza; e me in greve doglia e giàlagrimante tenne per lungo spazio sospesasì l'impediva ilsinghiozzo del piantoanzi che alle mie molte dimande potesserispondere. Ma poi che libero alquanto dall'émpito si sentiocon voce spesso rotta dal piantocosì mi rispose:
     "O a me carissima donna e da me amata sopra tutte le cosesìcome gli effetti aperto ti possono mostrarese i miei piantimeritano fede alcunacredere puoi non senza cagione amara con tantaabondanza spandano lagrime gli occhi mieiqualora nella memoria mitorna quello che orain tanta gioia con teco standomi vi tornòe cioè solamente il pensare che di me far due non possocom'io vorreiacciò che ad Amore e alla debita pietàad un'ora satisfare potessi qui dimorandoe là dove necessitàstrettissima mi tira per forzaandando. Dunque non potendosiinafflizione gravissima il mio cuore misero ne dimorasì comecolui che da una parte traendo pietàè fuori delle tuebraccia tiratoe dall'altra in quelle con somma forza da Amoreritenuto".
      Queste parolem'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentitaeancora che bene non fossero prese dallo intellettonondimeno quantopiù di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni lorotanto più in lagrime convertendosi m'uscivano per gli occhilasciando nel cuore il loro effetto nemico. Questa fu la prima orache io sentii dolori al mio piacer più nimichevoli; questa fuquell'orache senza modo lagrime mi fece spanderemai prima da mesimili non sparte; le quali niuna sua parolané confortodiche assai era fornitopoteva ristringere. Ma poi che per lungospazio ebbi pianto amaramentequanto potei ancora il pregai che piùchiaro qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse;onde eglinon ristando però di piangerecosì midisse:
      "La inevitabile morteultimo fine delle cose nostredi più figliuoli nuovamente mesolo ha lasciato al padre mioil quale d'anni pieno e senza sposasolo d'alcuno mio fratello sollecito a' suoi conforti rimasosenzasperanza alcuna di più averneme a consolazione di luiilquale egli già sono più anni passati non viderichiamaa rivederlo. Alla qual cosa fuggire per non lasciartigiàsono più mesivarie maniere di scuse ho trovate; eultimamente non accettandone alcunaper la mia puerizia nel suogrembo teneramente allevataper l'amore da lui verso di mecontinuamente portato e per quello che a lui portar debboper ladebita ubidienza filialee per qualunque altra cosa più gravepuotecontinuo mi scongiura che a rivedere lo vada. E oltre a ciòda amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolaredicendoin fine sé la misera anima cacciare del corpo sconsolataseme non vede. Ohimèquanto sono le naturali leggi forti! Ionon ho potuto farené possoche nel molto amore che io tiporto non abbia trovato luogo questa pietà; ondeavendo inmecon licenza di tediliberato d'andare a rivederloe con luidimorare a consolazione sua alcuno piccolo spazio di tempononsappiendo come senza te viver mi possadi tal cosa ricordandomituttaviameritamente piango".
     E qui si tacque.
      Se alcuna di voifu maio donne a cui io parloalla qualeferventemente amandotale caso avvenissecolei sola spero che possa conoscere qualeallora fosse la mia tristizia; all'altre non curo di dimostrarloperò che così come ogn'altro essemplo che il dettocosì ogni parlare ci sarebbe scarso. Io dico sommariamentecheudendo io queste parolel'anima mia cercò di fuggire damee senza dubbio credo fuggita sariesise non che essa di coluinelle braccia cui più amava si sentiva stare; ma nondimenopaurosa rimasae occupata da greve doglialungamente mi tolse ilpoter dire alcuna cosa. Ma poi che per alquanto spazio si fuassuefatta a sostenere il mai più non sentito dolorea'miseri spiriti rendé le paurose forzee gli occhirigididivenutiebbero copia di lagrime e la lingua di dire alcuna parola.Per cheal signore della mia vita rivoltacosì lidissi:
      "O ultima speranzadella mia menteentrino le mie parole nella tua anima con forza dimutare il propositoacciò chese così m'ami comedimostrie la tua vita e la mia cacciate non sieno dal tristo mondoprima che venga il dì segnato. Tuda pietà tirato e daamorein dubbio poni le cose future; ma certose le tue parole peraddietro sono state verecon le quali me da te essere stata amatanon una voltama molte hai affermatoniun'altra pietà aquesta potenza dee potere resisterené mentre ch'io vivoaltrove tirarti; e odi perché. Egli t'è manifestosetu séguiti quello che parliin quanto dubbio tu lasci la vitamiala quale appena per addietro s'è sostenuta quel giornoche io non t'ho potuto vedere; dunque puoi esser certo checessandoti tuogni allegrezza da me si partirà. E orabastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopravverràla qualeforsee senza forsemi ucciderà? Ben dei tu oramaiconoscere quanta forza sia nelle tenere giovini a potere cosìavversi casi con forte animo sostenere. Se forse vuogli dire che ioper addietroamando saviamente e con forzagli sostenni maggioricerto io il consento in partema la cagione era molto diversa daquesta: la mia speranza posta nel mio volere mi faceva lieve quelloche ora nell'altrui mi graverà. Chi mi negavaquando il disiom'avesse pure oltre ad ogni misura costrettache io tecosìdi me come io di te innamoratonon avessi potuto avere? Certonessuno; quello cheessendomi tu lontanonon m'avverrà.Oltre a ciòio allora non sapevapiù che per vistachi tu ti fossibenché io t'estimassi da molto; ma ora io ilconoscoe sento per opera che tu se' d'avere troppo più caroche non mi mostrava allora il mio imaginaree se' divenuto mio conquella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenutiloro. E chi dubita che egli non sia molto maggiore dolore il perdereciò che altri tieneche quello che egli spera di tenereancora che la speranza debba riuscire vera? E peròbeneconsiderandoassai aperta si vede la morte mia. Dunquela pietàdel vecchio padre preposta a quella che di me dei avere mi saràdi morte cagionee tu non amatorema nemicose così fai.Dehvorrai tuo potrail farepur che io il consentai pochi annial vecchio padre servatia' moltiche ancora a me ragionevolmentesi debbonoanteporre? Ohimè! che iniqua pietà saràquesta? E` egli tua credenzao Panfiloche niuna personasia di tequantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistàcongiuntat'ami sì come io t'amo? Male credise di sìcredi: veramente niuno t'ama così come io. Dunquese io piùt'amopiù pietà meritoe perciò degnamenteantiponmie di me essendo pietosodi ogni altra pietà tidispoglia che offenda questae senza te lascia riposare il tuopadre; e così cometu non con luilungamente èvivutose gli piaceper innanzi si vivae se nonmuoiasi. Egli èfuggito molti anni al mortal colpos'io odo il veroe più ciè vivuto che non si conviene; e se egli con fatica vivecomei vecchi fannosarà vie maggior pietà di te verso luilasciarlo morireche più in lui con la tua presenzaprolungare la fatichevole vita.
      Mameche guari senza te vivuta non sononé vivere saprei senzatesi conviene aiutarela qualegiovanissima ancoracon tecoaspetto molti anni di vivere lieti. Dehse la tua andata quello neltuo padre dovesse operare che in Esone i medicamenti di Medeaoperaronoio direi la tua pietà giustae comanderei ches'adempiesseancora che duro mi fosse; ma non sarà cotalenépotrebbe esseree tu il sai. Or eccose a teforse più cheio non credo crudeledi mela quale per tua elezionenonisforzatohai amata e amisì poco ti caleche tu vogli pureal mio amore preporre la pietà perduta del vecchio padreilquale è tale quale il ti diè la fortunaalmeno di temedesimo t'incresca più che di me o di luiil qualese ituoi sembianti in primae poi le tue parole non m'hanno ingannatapiù morto che vivo ti se' mostratoquale oraper accidentesenza vedermi hai trapassata; e ora a sì lunga dimorachenterichiede la mal venuta pietàsenza vedermi ti credi poteredimorare? Dehper Dioattentamente riguardae vedi te possibile amorte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoiacomeio intendo) per l'altrui vitadi questa andatala quale che a tesia durissima le tue lagrime e del tuo cuore il movimentoil qualenell'ansio petto senza ordine battere ti sentodimostrano; e semorte non te ne seguevita piggiore che morte non te ne falla.Ohimè! che lo innamorato mio cuore insieme dalla pietàche a me medesima portoe da quella che per te sento è adun'ora costretto. Per che io ti priego che tu sì sciocco nonsii chemovendoti a pietà d'alcuna personae sia chi vuoletu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre. Pensa che chisé non amaniuna cosa possiede. Tuo padredi cui tu se' orapietosonon ti diede al mondo perché tu stesso divenissicagione di tortene. E chi dubita chese a lui fosse la nostracondizione licito di scoprireche egliessendo savionon dicessepiuttosto: "Rimanti" che "Vieni"? E se a ciòdiscrezione non lo inducesseegli ve lo inducerebbe pietà; equesto credo che assai ti sia manifesto. Dunque fa' ragione che quelgiudicio che egli darebbese la nostra causa sapesseche eglil'abbia saputa e datoe per la sua medesima sentenza lascia starequesta andataa me e a te parimente dannosa.
     Certocarissimo signor mioassai possenti cagioni sono le giàdette da doverle seguiree rimanerticonsiderando ancora dove tuvai; chéposto che colà vadi ove nascestiluogonaturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascunonondimenoperquello che io abbia già da te uditoegli t'è peraccidente noiosoperò chesì come tu medesimo giàdicestila tua città è piena di voci pompose e dipusillanimi fattiserva non a mille leggima a tanti pareri quantiv'ha uominie tutta in armee in guerracosì cittadina comeforestierafremiscedi superbaavara e invidiosa gente fornitaepiena di innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuoconformi. E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lietapacificaabondevolemagnificae sotto ad un solo re: le qualicosese io alcuna conoscenza ho di teassai ti sono gradevoli; eoltre a tutte le cose contateci sono iola quale tu in altra partenon troverai. Dunquelascia l'angosciosa propostaemutandoconsiglioalla tua vita e alla mia insiemerimanendoprovvedi; iote ne priego".
      Le mie parolein molta quantità le sue lagrime aveano cresciutedelle qualico' baci mescolate assai ne bevvi. Ma egli dopo molti sospiri cosìmi rispose:
      "O sommo benedell'anima miasenza niuno fallo vere conosco le tue parolee ognipericolo in quelle narrato m'è manifesto; ma acciò cheionon come io vorreima come la necessità presenterichiedebrievemente rispondati dico che il potere con un cortoaffanno solvere un debito grandecredo da te mi si debbia concedere.Pensar dei ed esser certa chebenché la pietà delvecchio padre mi strìnga assai e debitamentenon menomamolto piùquella di noi medesimi mi costrigne; la qualeselicita fosse a discoprirescusato mi parrebbe esserepresumendochenon che da mio padre soloma ancora da qualunque altro fossegiudicato quel che dicesti; e lascerei il vecchio padresenzavedermimorire. Ma convenendo questa pietà essere occultasenza quella palese adempierenon veggio come senza gravissimariprensione e infamia far lo potessi. Alla quale riprensione fuggireadempiendo il mio doveretre o quattro mesi ci torrà didiletto fortuna; dopo li qualianzi innanzi che compiuti sianosenza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornatoa me come temedesima rallegrare. E se il luogo al quale io vo è cosìspiacevole come fai (ché è così a rispetto diquestoessendoci tu)ciò ti dee essere molto a gradopensando chedove altra cagione a partirmi quindi non mi movesseper forza le qualità del luogo al mio animo avverse me nefarebbono partire e qui tornare. Dunque concedasi questo da techeio vada; e come per addietro ne' miei onori e utili se' statasollecitacosì ora in questo divieni pazienteacciòche ioconoscendo a te gravissimo l'accidentepiù sicuro perinnanzi mi rendache in qualunque caso ti sia l'onor mio quant'iostato caro".
      Egli avea dettoe tacevasiquando io così ricominciai a parlare:
     "Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo nonpieghevole portie appena mi pare che in quello raccogliere voglipensando di quante e quali sollecitudini l'anima mia lasci piena dame lontanandoti; la quale niuno giornoniuna notteniuna ora saràsenza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vitala quale io priego Iddio che sopra i miei dì la distendaquanto tu vuoi. Dehperché con soperchio parlare mi voglio iostendere dicendole ad una ad una? Egli non habrievementeil maretante arenené il cielo stellequante cose dubbiose e dipericolo piene possono tutto dì intervenire a' viventi; lequali tuttepartendoti tusenza dubbio spaventandomim'offenderanno. Ohimè! trista la vita mia! Io mi vergogno didirti quello che nella mia mente mi viene; ma però che quasipossibile per le cose udite mi parecostretta tel pur dirò.Or se tu ne' tuoi paesine' quali io ho udito più volteessere quantità infinita di belle donne e vagheatte bene adamare e ad essere amateuna ne vedessi che ti piacessee medimenticassi per quellaqual vita sarebbe la mia? Deh! se cosìm'ami come dimostripensalo come faresti tu se io per altrui ticambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le miemanianzi che ciò avvenissem'ucciderei.
     Ma lasciamo stare questoe di quello che noi non disideriamo cheavvenganon tentiamo con tristo annunzio gl'iddii. Se a te pur fermogiace nell'animo il partirecon ciò sia cosa che niun'altracosa mi piacciase non piacertia ciò volere di necessitàmi conviene disporre. Tuttaviase essere puòio ti priegoche in questo tu séguiti il mio volerecioè in darealla tua andata alcuno indugionel quale ioimaginando il tuopartirecon continuo pensiero possa apparare a sofferire d'esseresenza te. E certo questo non ti deve essere grave: il tempo medesimoil quale ora la stagione mena malvagiom'è favorevole. Nonvedi tu il cielo pieno d'oscuritàcontinuo minacciantegravissime pestilenze alla terra con acquecon nevicon venti e conispaventevoli tuoni? E come tu dei sapereora per le continue pioveogni piccolo rivo è divenuto un grande e possente fiume. Chi ècolui che sì poco se medesimo amiche in così fattotempo si metta a camminare? Dunquein questo fa il mio piacere; ilquale se far non vuoglifa il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempipassaree aspetta il nuovonel quale e tu meglio e con menopericolo andraie iogià co' tristi pensieri costumata piùpazientemente aspetterò la tua tornata".
     A queste parole egli non indugiò la rispostama disse:
     "Carissima giovinel'angosciose pene e le sollecitudini varienelle quali io contro a mio piacere ti lascioe meco senza dubbio neporto l'une e l'altremitighi la lieta speranza della futuratornata; né di quello che così qui come altrovequandotempo saràmi dee giungerecioè la morteèsenno d'averne pensieroné de' futuri accidenti a nuocerepossibili e a giovare: ovunque l'ira e la grazia di Dio cogliel'uomoquivi e il bene e il malesenza potere altrogli convienesostenere. Adunque queste cose senza badarcinelle mani di luimeglio di noi consapevole de' nostri bisognile lascia staree alui con prieghi solamente addimanda che vengano buone. Che mai diniuna donna io sia altro che di Fiammettaappenapure se io ilvolessiil potrebbe fare Giovecon sì fatta catena ha il miocuore Amore legato sotto la tua signoria. E di ciò ti rendisicurache prima la terra porterà le stellee il cielo aratoda' buoi producerà le mature biadeche Panfilo sia d'altradonna che tuo. L'allungare di spazio che chiedi alla mia partitaseio il credessi a te e a me utilepiù volontieri che tu nolchiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungocotanto il nostro dolore sarebbe maggiore. Ioora partendomiprimasarò tornatoche quello spazio sia compiuto il quale chiediper apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrainonessendoci ioche avresti pensando al mio dovermi partire. E allamalvagità del temposì come altra volta uso disostenerneprenderò io salutevole rimedio; il quale volesseIddio che così ritornando già l'operassi comepartendomi il saprò operare. E perciò con forte animoti disponi a ciò chequando pure far si convieneèmeglio sùbito operando passareche con tristizia e paura difarlo aspettare".
      Le mielagrime quasi nel mio parlare allentate altra risposta attendendoudendo quellacrebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posatala grave testalungamente dimorai senza più dirglie variecose nell'animo rivolgendoné affermare sapeanénegare ciò che e' diceva. Ma ohimè! chi avrebbe aquelle parole risposto se non: "Fa quel che ti piacetorni tutosto"? Niuna credo. E ionon senza gravissima doglia e moltelagrimedopo lungo indugio così gli risposiaggiungendogliche gran cosase egli viva mi trovasse nel suo tornaresenza dubbiosarebbe.
      Queste parole dettel'unoconfortato dall'altrorasciugammo le lagrimee a quelle ponemmososta per quella notte. E servato l'usato modoanzi la sua partitache pochi giorni fu poime più volte venne a rivedere; benchéassai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse. Mavenuta quella notte la quale dovea essere l'ultima de' miei beniconragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo; la qualeancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghebrevissima mi parve che trapassasse. E già il giornoagliamanti nemicocominciato aveva a tòrre la luce alle stelle;del quale vegnente poi che 'l segno venne alle mie orecchiestrettissimamente lui abbracciaie così dissi:
     "O dolce signor miochi mi ti toglie? Quale iddio con tantaforza la sua ira verso di me adopera cheme viventesi dica:"Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora"?Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà cheio più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai. Io non sociò che il cuore miseramente indovinando mi si vadicendo".
      E cosìamaramente piagnendoe riconfortata da luipiù volte ilbaciai. Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsila luce del nuovo giorno strignendocipur ci levammo. Eapparecchiandosi egli già di darmi li baci estremiprimalagrimando cotali parole gli cominciai:
     "Signor mioecco tu te ne vaie in brieve la tornata prometti;facciami di ciòse ti piacela tua fede sicurasìche ioa me non parendo invano pigliare le tue paroledi ciòprendaquasi come di futura fermezzaalcuno confortoaspettando".
      Allora egli lesue lagrime con le mie mescolandoal mio collocredo per la faticadell'animograve pendendocon debole voce disse:
     "Donnaio ti giuro per lo luminoso Apolloil quale ora surgeoltre a' nostri disii con velocissimo passodi più tostanapartita dando cagionee li cui raggi io attendo per guidae perquello indissolubile amore che io ti portoe per quella pietàche ora da te mi divideche il quarto mese non uscirà checoncedendolo Iddiotu mi vedrai qui tornato".
     E quindipresa con la sua destra la mia destra manoa quella partesi volsedove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansiedisse:
      "O santissimi iddiiigualmente del cielo governatori e della terrasiate testimoni allapresente promessionee alla fede data dalla mia destra; e tuAmoredi queste cose consapevolesii presente; e tuo bellissima cameraa me più a grado che 'l cielo agl'iddiicosì cometestimonia secreta de' nostri disii se' statacosìsimilemente guarda le dette parole; alle qualise io per difetto dime vengo menocotale verso di me l'ira d'Iddio si dimostriqualequella di Cerere in Erisitoneo di Diana in Atteoneo in Semelèdi Giunone apparve già nel passato".
     E questo dettome con volontà somma abbracciòultimamente dicendo "Addio!" con rotta voce.
     Poi che egli così ebbe parlatoio miseravintadall'angoscioso piantoappena li pote' rispondere alcuna cosa; mapure isforzandomitremanti parole pinsi fuori della trista bocca incotale forma:
      "La fede a' mieiorecchi promessae data alla mia destra mano dalla tuafermi Giovein cielo con quello effetto che Inachide fece li prieghi di Teletusae in terracome io disidero e come tu chiedila facciaintera".
      E accompagnato luiinfino alla porta del nostro palagiovolendo dire "Addio!"sùbito fu la parola tolta alla mia linguae il cielo agliocchi miei. E quale succisa rosa negli aperti campi infra le verdifronde sentendo i solari raggi cade perdendo il suo colorecotalesemiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolospazioaiutata da lei fedelissimacon freddi liquori rivocata altristo mondomi risentii; e sperando ancora d'essere alla mia portaquale il furioso tororicevuto il mortal colpofuribondo si levasaltandocotale io stordita levandomiappena ancora veggendocorsie con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendoprendere il mio signoree con fioca voce e rotta dal pianto in millepartì dissi:
      "O animamiaaddio".
      La serva tacqueconoscendo il mio errore; ma io poiricevuta veduta piùliberail mio avere fallito sentendoappena un'altra volta insimile smarrimento non caddi.
      Ilgiorno era già chiaro per ogni parteonde io nella mia camerasenza il mio Panfilo veggendomie intorno mirandomi per ispaziolunghissimocome ciò avvenuto si fosse ignorandola servadimandai che di lui avvenuto fossea cui ella piagnendorispose:
      "Già ègran pezza che egliqui nelle sue braccia recatavida voi ilsopravvegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise".
     A cui io dissi:
      "Dunque si èegli pure partito?"
      "Sì"rispose la serva.
      Cui io ancoraseguendo addimandai:
      "Or conche aspetto si partì? Con grave?"
     A cui ella rispose:
      "Niuno maipiù dolente ne vidi".
     Poi seguitai:
      "Quali furonogli atti suoi? E che parole disse nella partenza?"
     Ed ella rispose:
      "Voi quasimorta nelle mie braccia rimasavagando la vostra anima non so doveegli vi si recòtosto che tale vi vostra anima non so doveegli vi si recòtosto che tale vi videnelle sueteneramente; e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voifosse la paurosa animae trovatala forte battendopiagnendocentovolte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse. Ma poi chevoi immobile non altramente che marmo videqui vi recòedubitando di peggiolagrimando più volte bagnò ilvostro visodicendo: "O sommi iddiise nella mia partenzapeccato alcuno si contienevenga sopra di me il giudicionon soprala non colpevole donna. Rendete a' luoghi suoi la smarrita animasìche di questo ultimo benecioè di vedermi nella mia partita edi darmi gli ultimi baci dicendo addioed ella e io siamoconsolati". Ma poi che vide voi non risentirviquasi senzaconsiglioignorando che farsipianamente in sul letto posataviquali le marine ondeda' venti e dalla pioggia sospinteora innanzivengono e quando addietro si tornanocotale da voi partendosi infinoin sul limitare dell'uscio della camera pigramente andandomiravaper le finestre il minacciante cielo nemico alla sua dimora; e quindisubitamente verso voi ritornavada capo chiamandovi e aggiungendolagrime e baci al vostro viso. Ma poi che così ebbe fatto piùvoltevedendo che più lunga non poteva essere con voi la suadimoraabbracciandovi disse: "O dolcissima donnaunicasperanza del tristo cuorela quale ioa forza partendomilascio indubbia vitaIddio ti renda il perduto confortoe te a me tantoservi che insieme felici ancora ci possiamo rivederesì comesconsolati ne divide l'amara partenza". E così come leparole dicevacosì continuamente piagneva fortetanto che isinghiozzi del suo pianto più volte mi fecero paura che nonche da' nostri di casama che da' vicini sentiti non fossero. Mapoipiù non potendo dimorare per la nemica chiarezzasopravvegnentecon maggiore abondanza di lagrime disse "Addio!"e quasi a forza tiratopercotendo forte il piede nel limitardell'usciouscì delle nostre case. Onde uscitoappena sisaria detto che egli potesse andareanzi ad ogni passo volgendosiquasi pareva sperasse chevoi risentitaio il dovessi chiamare arivedervi".
      Tacque alloraquella; e ioo donnequale voi potete pensarecotale dolendomidella partita del caro amantesconsolata rimasi piagnendo.

 

CapitoloIII.

Nelquale si dimostra chenti e quali fossero di questa donna i pensieri el'operatrascorrendo il tempo a lei dal suo amante promesso diritornare.

     Quale voi avete di sopra uditoo donnecotaledipartito il mioPanfilorimasie più giorni con lagrime di tal partenza midolsiné altro era nella mia boccabenché tacitamentefosseche: "O Panfilo miocome può egli essere che tum'abbi lasciata?". Certo intra le lagrime mi dava tal nomericordandoloalcuno conforto. Niuna parte della mia camera era cheio con disiderosissimo occhio non riguardassifra me dicendo: "Quisedette il mio Panfiloqui giacquequivi mi promise di tornaretostoquivi il baciai io". Ebrievementeciascuno luogo m'eracaro. Io alcuna volta meco medesima fingeva lui dovere ancoraindietro tornandovenirmi a vederee quasi come se venuto fossegli occhi all'uscio della mia camera rivolgevae rimanendo dal mioconsapevole imaginamento beffatacosì ne rimaneva crucciosacome se con verità fossi stata ingannata. Io più volteper cacciare da me i non utili riguardamenti cominciai molte cose avoler fare; ma vinta da nuove imaginazioniquelle lasciava stare. Ilmisero cuore con non usato battimento continuamente m'infestava. Iomi ricordava di molte cosele quali io gli vorrei aver detteequelle che dette gli avevae le sue ripetendo con meco stessa; e intal manieranon fermando l'animo a nulla cosapiù giorni mistetti dogliosa.
      Poi che la dogliagravissima per la nuova partenza incominciò per interposizionedi tempo alquanto ad allenarea me incominciarono a venire piùfermi pensieri; e venutise medesimi con ragioni verisimilidifendevano. Eglinon dopo molti dì dimorando io nella miacamera solam'avvenne ch'io con meco a dir cominciai: "Eccoora l'amante è partitoe vassene; e tumiseranon che direaddioma rendergli i baci dati al morto viso o vederlo nel suopartire non potesti; la quale cosa egli forse tenendo a mentesealcuno caso noioso gli avvienedella tua taciturnità maloagurio prendendoforse di te si biasimerà". Questopensiero mi fu nel principio nell'animo molto gravema nuovoconsiglio da me il rimosseperciò che meco pensando dissi:"Di qui non dee biasimo alcuno cadereperciò che eglisaviopiuttosto il mio avvenimento prenderà in agurio felicedicendo: "Ella non disse addiosì come si suol dire aquellii quali o per lungamente dimorare o per non tornare sisogliono partire d'altrui; ma tacendome seco quasi reputandod'averebrevissimo spazio disegnò alla mia dimora". Ecosìme con meco racconsolatalascio questo andareintrandoin altri.
      Alcun'altra volta con piùgravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nellimitare dell'uscio della nostra camerasì come la fedeleserva m'avea ridetto; e ricordandomi che a niuno altro segnaleLaudomia prese tanta fermezzaquanta a così fatto del nonredituro Protesilaogià molte volte ne piansiquellomedesimo di ciò sperando che n'è avvenuto. Manoncapendomi allora nell'animo che avvenire mi dovessequasi vanicotali pensieri imaginai da dover lasciare andar via. I quali perònon si partiano a mia postama talvolta altri sopravvegnendonequesti m'uscivano di mentepensando a già venutii qualitanti e tali eranoche di quelli il numeronon che altrograverebbe a ricordarsi.
      Egli nonmi venne una volta sola nell'animo l'avere già letto ne' versidi Ovidio che le fatiche traevano a' giovini amore delle mentianzimi veniva tante quante volte io mi ricordava lui essere in camino. Esentendo quello non piccolo affannoe massimamente a chi è diriposo usoo il fa contro vogliaforte meco dubitava in prima nonquello avesse forza di torlomie appresso non la invita fatica néil noioso tempo gli fosse cagione d'infermitào di peggio. Ein questo molto mi ricorda più che negli altri dimorareoccupatabenché sovente io e dalle sue medesime lagrime da mevedutee dalle mie fatichele quali mai non mutarono la miafermezzaargomentai non potere essere veroche per sìpiccolo affanno si spegnesse amore così grandesperandoancora che la sua giovine età e la discrezione da altroaccidente noioso me 'l guarderebbero.
     Così adunque a me opponendoe rispondendoe solvendotrapassai tanti giorniche non che lui alla sua patria pervenutopensai solamentema ancora ne fui per sua lettera fatta certa. Laquale essendo a me per molte cagioni graziosissimalui ardere comemai mi fece palesee con maggiori promesse vivificò la miasperanza del suo tornare.
      Da questaora innanzipartiti i primi pensierinuovi in luogo di quellisubitamente ne nacquero. Io alcuna volta diceva: "Ora Panfilounico figliuolo al vecchio padreda luiil quale già èmolti anni nol videcon grandissima festa ricevutonon che egli dime si ricordima io credo che egli maledice i mesi i quali qui condiverse cagioni per amor di me si ritenne; e ricevendo onore ora daquesto amico e ora da quell'altrobiasima forse meche altro cheamarlo non sapea quando c'era. E gli animi pieni di festa sono atti apotere essere tolti d'uno luogoe obligarsi in un altro. Dehorapotrebbe egli essere che io in così fatta maniera il perdessi?Certo appena che io il possa credere. Iddio cessi che questo avvenga;e come egli ha me tenuta e tienetra' miei parenti e nella miacittàsuacosì lui tra' suoi e nella sua conservimio". Ohimè! con quante lagrime erano mescolate questeparolee con quante più sarebbero statese vero avessicreduto ciò che esse medesime vero indovinavano! Avvegna chequelle che allora non venneroio poi in molti doppii l'abbia sparteinvano.
      Oltre a cotal ragionarel'animaspesse volte conoscitrice de' suoi futuri malipresa da nonso che pauratremava forte; la qual paura più volte in cotalpensiero si risolvette: "Panfilo ora nella sua cittàpiena di templi eccellentissimi e per molte e grandissime festepomposivisita quellili quali senza niuno dubbio trova di donnepienile quali sì come io ho molte fiate uditoancora chebellissime sienodi leggiadria e di vaghezza tutte l'altretrapassanoné alcune ne sono con tanti lacciuoli da pigliareanimiquanti loro. Dehchi può essere sì forteguardiano di se medesimodove tante cose concorronocheposto cheegli pure non vogliaegli non sia almeno per forza preso alcunavolta? E io medesima fui per forza presa. E oltre a ciò lecose nuove sogliono più che l'altre piacere. Adunque èleggier cosa che egli a loro nuovo ed esse a luie possa ad alcunapiaceree a lui similmente alcuna piacerne". Ohimè!quanto m'era grave cotale imaginareil qualeche egli non dovesseavvenireappena poteva da me cacciaredicendo: "Or comepotrebbe Panfiloche te più che sé amaricevere nelcuore da te occupato un altro amore? Non sai tu qui alcuna esserestata ben degna di luila quale con maggior forza che con quelladegli occhi s'ingegnò d'entrarviné vi potéonde trovare? Certo appenanon essendo egli tuo sì come egliètrapassando ancora qualunque donne si sono di bellezza ed'arte le dèeche egli così tostocome tu di'innamorare si potesse. E oltre a questocome credi tu che egli lafede a te promessa volesse rompere per alcun'altra? Egli nol farebbegiammai; e similemente nella sua discrezione ti dei fidare. Tu deiragionevolmente pensare che egli non è sì poco savioche egli non conosca che mattamente fa chi lascia quel ch'egli haper acquistare quello che non ha; se già quello che lasciassenon fosse piccolissima cosa per acquistare una grandissimae di ciòsperanza avere infallibile; il che in questo non può avvenireperò che se tu hai il vero uditotu saresti nel numero dellebelle nella sua terrala quale niuna più ricca di te ne tieneo gentile; e oltre a questocui troverebbe egliche sìl'amasse come tu l'ami? Essosì come in ciò espertoconosce quanta fatica sia il disporre una donnache di nuovopiacciaa farsi amarele qualiancora che aminoil che di radoavvienesempre il contrario mostrano di ciò che disiano.Egliquando pure te non amasseintorno a molte cose da altri suoifatti impeditonon potrebbe ora vacare a dimesticare novelle donne;e però di ciò non pensarema tieni per certa regolache quanto tu amicotanto se' amata".
     Ohimè! quanto falsamente argomentavafatta sofistica controal vero! Ma con tutto il mio argomentare mai non mi pote' dell'animocacciare la miserabile gelosiaentratavi per giunta degli altri mieidanni. Ma purequasi veramente arguissialquanto alleviataa miopotere da tale pensiero mi scostava.
     Carissime donneacciò ch'io non metta il tempo in raccontareciascuno mio pensieroquali le mie opere più sollecitefossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazionese furono nuoveperciò che non quali io l'avrei volutemaquali Amore le mi davaseguire le mi conveniva. Egli trapassavanopoche mattine che iolevatanon salissi nella più eccelsaparte della mia casae quindi non altramente che li marinarisoprala gabbia del loro legno salitispeculano se scoglio o terra vicinascorgono che gli impedisseriguardo tutto il cielo; poi versol'oriente fermataconsidero quanto il solesopra l'orizonte levatoabbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggio piùinnalzatocotanto diceva più il termine avvicinarsi dellatornata di Panfilo. E quasi con diletto quello molte volte rimiravasalire; né discernendoloora alla mia ombra fatta minoreequando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggioredi luila salita quantità estimavae meco stessa diceva lui piùpigramente che mai andaree più dare a' giorni di spazio nelCapricorno che nel Cancro dar non solea; e così similmente luial mezzo cerchio salitodicea a diletto starsi a riguardare leterree quantunque egli velocemente si calasse all'occasosìmi parea tardo. Il qualepoi chetolta al nostro mondo la luce suaalle stelle la loro lasciava mostrareio contenta molte volte meco idì trapassati annoverandoquello con gli altri passati conuna piccola pietra segnavanon altramente che gli antichii lietidalli dolenti spartendocon bianche e con nere petruzze solevanofare. Oh quante volte già mi ricorda che anzi tempo io la vigiunsiparendomi tanto del termine dato scemarequanto piùtosto l'aggiungeva al trapassatoora le petruzze per li passatisegnatee ora quelleche per quelli che erano a passare stavanoannoverandobenché di ciascune ottimamente il numero nellamente avessi; ma quasi ogni volta sperava l'une cresciute e l'altredover trovare scemate. Così il disio mi trasportavavolonterosa alla fine del tempo dato.
     Usata adunque questa sollecitudine vanail più delle voltenella mia camera mi tornavae quivi più volontieri sola cheaccompagnata. Per fuggire i pensieri nocevoliquando sola mi vitrovavaaprendo uno mio forzieredi quello molte cose giàstate sue ad una ad una traevae quellecon quello disiderio ch'iosoleva già lui riguardarele miravae mirateleappena lelagrime ritenutesospirando le baciava; e quasi come se intelligenticreature state fosserole dimandava: "Quando ci fia il signornostro?". Quindiriposte questeinfinite sue lettere a me dalui mandate traeva fuorie quelle quasi tutte leggendoquasi conlui parendomi ragionaresentiva non poco conforto. E molte volte fuche iola mia serva chiamatavarii parlamenti con lei tenni di luiora dimandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfiloora dimandandola quello che di lui le paressee talvolta se di luiavesse udito alcuna cosa. Alle quali cose essao per piacermiopure secondo il suo parere il vero rispondendominon poco miconsolava; e così molte volte gran parte del dìtrapassava con poca noia.
      Non menoche le già dette coseo pietose donnem'era caro il visitareli templie il sedere alla mia porta con le mie compagnedovespesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le miesollecitudini infinite. Nelli quali luoghi standopiù voltem'avvenne che io vidi di quelli giovini quali io molte volte conPanfilo avea veduti; né mai che io gli vedessi avvenia che iotra loro non mirassiquasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. Ohquante volte io fui in ciò avvedutamente ingannata! E comeancora che ingannata fossimi giovava di loro vedere! Li qualiseil loro aspetto non mi mentivaio gli vedea della mia compassionemedesima pienie quasi del loro compagno rimasi solimi pareano noncosì lieti come soleano. Ohche voler fu più volte ilmio di dimandarli che fosse del loro compagnose la ragione nonm'avesse tenuta! Ma certo la fortuna in ciò alcuna volta mi fubenignachénon credendo essi di lui in alcuno luogo essereda me intesidissero la sua tornata essere vicina. Quanto ciòmi piacesseinvano mi faticherei ad esprimerlo. E in questa manieracon cotali pensieri e con così fatte opere e con molte altre aqueste simili m'ingegnava di trapassare li giornia me nella loropiccolezza gravosila notte appetendonon perché io a me piùutile la sentissima perchévenutameno era del tempo atrapassare.
      Poi che 'l dìle sue ore finiteera dalla notte occupatonuove sollecitudini lepiù volte mi s'apprestavano. Io dalla mia puerizia nellenotturne tenebre paurosaaccompagnata da Amore era divenuta sicura;e sentendo già nella mia casa ciascuno riposaresola alcunavolta là onde la mattina il sole montante avea vedutome nesalivae quale Arunte tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpicelesti e i loro moti speculavacotale io la notte lunghissime oretraentesentendo alli miei sonni le varie sollecitudini esserenemicheda quella parte il cielo miravae i suoi moti piùch'altri velocimeco tardissimi reputava. E alcuna volta vòltigli occhi attenti alla cornuta lunanon che alla sua ritonditàcorressema più acuta l'una notte che l'altra la giudicavatanto era più il mio disio ardente che tosto le quattro voltesi consumasseroche veloce il còrso suo. Oh quante volteancora che freddissima luce porgessela rimirai io a diletto lungafiataimaginando che così in essa fossero allora gli occhidel mio Panfilo fissi come i miei! Il quale io ora non dubito cheessendogli io già uscita di mentenon che egli alla lunamirassema solo un pensiero non avendoneforse nel suo letto siriposava. E ricordami che iodella lentezza del corso di leicrucciandomicon varii suoniseguendo gli antichi erroriaiutai icorsi di lei alla sua ritondità pervenire; alla quale poi chepervenuta eraquasi contenta dello intero suo lumealle nuove cornanon pareva che di tornare si curassema pigra nella sua ritonditàdimoravaavvegna che io di ciò l'avessi quasi in me medesimatalvolta per iscusatapiù grazioso reputando lo stare con lasua madreche negli oscuri regni del suo marito tornare. Ma bene miricorda che spesso già le voci in prieghi per li suoiagevolamenti usate io le rivolsi in minaccedicendo:
     "O Febeamala guiderdonatrice de' ricevuti servigiio conpietosi prieghi le tue fatiche m'ingegno di menomarema tu con pigredimoranze le mie non ti curi d'accrescere. E peròse piùa' bisogni del mio aiuto cornuta ritornime così allorasentirai pigracome io ora te discerno. Or non sai tuche quantopiù tosto quattro volte cornutae altrettante tonda t'avraimostratacotanto più tosto il mio Panfilo tornerammi? Ilquale tornatocosì tarda o veloce come ti piace corri per lituoi cerchi".
      Certo quellademenza medesima che me a fare cotali prieghi inducevaquella stessatolse sì me a meche ella mi fece parere alcuna volta cheessatemorosa delle mie minacces'avacciasse nel còrso suoa' miei piaceri; e altre voltequasi non curantesi di mepiùche l'usato parea che tardasse. Questo riguardarla sovente ma sìnota del suo andamento rendeoche ella né di corpo piena ovòta in alcuna parte era del cielo o con qualunque stellacongiuntache io non avessi il tempo della notte passato el'avvenire giudicato dirittamente; similemente l'una e l'altra Orsase essa non fosse parutaper lunga notizia me ne facevano certa.Dehchi crederebbe che Amore m'avesse potuto mostrare astrologiaarte da solennissimi ingegni e non da menti occupate dal suofurore?
      Quando il cielod'oscurissimi nuvoli pienotrascorso da varii e sonanti ventiperogni parte questa veduta mi toglievaalcuna voltase altro affarenon mi occorrevaragunate le mie fanti con meco nella mia cameraeraccontava e facea raccontare storie diversele quali quanto piùerano di lungi dal verocome il più così fatte gentile diconocotanto parea che avessero maggior forza a cacciare isospiri e a recare festa a me ascoltantela quale alcuna voltacontutta la malinconiadi quelle lietissimamente risi. E se questoforse per cagione legittima non potea esserein libri diversiricercando l'altrui miserie e quelle alle mie conformandoquasiaccompagnata sentendomicon meno noia il tempo passava. Né soqual più grazioso mi fosseo vedere i tempi trascorrereotrovarliin altro essendo stata occupataessere trascorsi.
     Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spaziotenuta occupataquasi a forzaassai bene conoscendo che invanoancora me n'andava a dormireanzi piuttosto a giacere per dormire. Enel mio letto dimorando solae da niuno romore impeditaquasi tuttii preteriti pensieri del dì mi venivano nella mentee mal miogrado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceanoripetere; e molte volte volli entrare in altrie rade furono quelleche io il potessi ottenere; ma pure alcuna voltaloro a forzalasciatigiacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciutoquasi sentendo di lui alcuno odoremi pareva essere contentae luitra me medesima chiamava equasi mi dovesse udireil pregava chetosto tornasse.
      Poi lui imaginavatornatoe meco fingendolomolte cose gli diceae di molte ildimandavae io stessa in suo luogo mi rispondea; e alcuna voltam'avvenne che io in cotali pensieri m'addormentai. E certo il sonnom'era alcuna volta più grazioso che la vigiliaperciòche quello che io con meco falsamente vegghiando fingevaessosedurato fossenon altramente che vero mel concedeva. Egli mi parevaalcuna voltalui tornatovagare in giardini bellissimidi frondidi fiori e di frutti varii adornicon lui insieme quasi d'ognitemenza rimoticome già facemmo; e quivi lui per la manotenendoed esso mefarmi ogni suo accidente contare; e molte volteavanti che 'l suo dire avesse fornitomi parea baciandolo romperglile parolee quasi appena vero parendomi ciò che io vedeadiceva: "Dehè egli vero che tu sii tornato? Certo sìèio ti pur tengo". E quindi da capo il baciava. Altravolta mi pareva essere con lui sopra i marini liti in lieta festaetal fu che io affermai meco medesimadicendo: "Ora pur nonsogno io d'averlo nelle mie braccia". Ohquanto m'era discaroquando ciò m'avvenivache 'l sonno da me si partisse! Ilquale partendosisempre seco se ne portava ciò che senza suafatica m'avea prestato; e ancora ch'io ne rimanessi malinconiosaassainon per tanto tutto il dì seguentebene sperandocontentissima dimoravadisiderando che tosto la notte tornasseacciò ch'iodormendoquello avessi che vegghiando aver nonpoteva. E benché così grazioso alcuna volta mi fosse ilsonnonondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza senzaamaritudine mescolata sentissiperciò che furono assai diquelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimentivestitotutto non so di che macchie oscurissime maculatopalido epaurosoe come se cacciato fosseinverso me gridare: "Aiutami!".Altremi pareva udir parlare a più persone della sua morte; etal volta fu ch'io mel vidi morto davantie in altre molte e varieforme a me spiacenti. Il che niuna volta avvenneche il sonno avessemaggiori le forze che il dolore; e subitamente risvegliatae lavanità del mio sogno conoscendoquasi contenta d'averesognatoringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessitemendonon le cose vedutese non tuttealmeno in parte fossero vere ofigure di vere. Né maiquantunque io meco dicessie daaltrui udissi vani essere i sognidi ciò non era contentaseio di lui non sapea novelledelle quali io astutissimamente eradivenuta sollecita dimandatrice.
      Incotal guisaquale udito avetei giorni e le notti trapassavaaspettando. Vero è cheavvicinandosi il tempo della promessatornataio estimai che utile consiglio fosse il vivere lietaacciòche le mie bellezzealquanto smarrite per l'avuto doloreritornassero ne' loro luoghi acciò che egli tornandoioessendo sformata non gli potessi spiacere. E questo mi fu assaiagevole a fareperò che per il già essermi negliaffanni adusataquelli con pochissima fatica portavae oltre a ciòla propinqua speranza del promesso tornare con non usata letizia ognidì mi si faceva più sentire. Io le feste non pocointralasciatedando di ciò al sozzo tempo cagionevenendoneil nuovoricominciai ad usare; né prima l'animodagravissime amaritudini ristrettosi cominciò in lieta vita adampliarech'io più bella che mai ritornai; e li carivestimenti e li preziosi ornamentinon altramente che il cavaliereper la futura battaglia risarcisce le sue forti armi dove bisognalifeci belliacciò che in quelli più ornata paressi nelsuo tornareil quale io invano e ingannata aspettava.
     Adunquesì come gli atti si tramutaronocosì sifecero i miei pensieri. A me il non averlo nel suo partir vedutonéil tristo agurio del piè percossoné le sostenutefatiche di luiné li dolori ricevutiné la nemicagelosia più nella mente venivanoanzi già forse a ottodì alla sua promessa vicinafra me diceva:
     "Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontanoesentendo il tempo vicino a ciò che promisedi tornars'apparecchia; e forse oralasciato il vecchio padreè nelcamino". Oh quanto m'era cotal ragionare caroe quantosopr'esso volontieri mi volgevamolte volte entrando in pensiero conche atto a lui più grazioso mi dovessi ripresentare! Ohimè!quante volte dissi:
      "Egli fianella sua tornata da me centomilia volte abbracciatoe i miei bacimultiplicheranno in tanta quantitàche niuna parola interalasceranno della sua bocca uscire; e in cento doppii renderòquelli che essosenza riceverne nullodiede al tramortitoviso".
      E nel pensiero piùvolte dubitai di non poter raffrenare l'ardente disio d'abbracciarloquando prima il vedessi innanzi a qualunque persona. Ma a queste coseprovvidero gl'iddii per modo a me noievole più che troppo. Ioancoranella mia camera standoquante volte in quella alcunapersona entravatante credeva che venuta mi fosse a dire: "Panfiloè venuto". Io non udiva voce alcuna in alcuno luogocheio con gli orecchi levati non le raccogliessi tuttepensando che dilui tornato dovessero dire. Io mi levaicredopiù di centovolte già da sedere correndo alla finestraquasi d'altrosollecitain giù e 'n su rimirandoavendo prima a memedesima pensando scioccamente fatto credere: "Egli èpossibile che Panfilo ora venuto ti venga a vedere". E vanoritrovando il mio avvisoquasi confusa dentro mi ritornava. Iodicendo che esso alcune cose dovea al mio marito recare nella suatornataspesso e se venuto fosse o quando s'aspettasse e dimandava efacea dimandare. Ma di ciò niuna lieta risposta mi perveniase non come di colui che mai più venire non dovease non comeha fatto.



CapitoloIV.

Nelquale questa donna dimostra quali pensieri e che vita fosse la suaessendo iì termine venutoe Panfilo suo non veniva.

     Cosìo pietose donnesollecitacome udito avetenonsolamente al molto disiderato e con fatica aspettato terminepervennima ancora di molti dì il passai; e meco medesimaincerta se ancora il dovessi biasimareo noallentata alquanto lasperanzalasciai in parte i lieti pensierine' quali forse troppoallargandomi era rientratae nuove cose ancora non istatevi mi sicominciarono a volgere per lo capo. E fermando la mente a voleres'io potessiconoscere qual fosse o essere potesse la cagione dellasua più lunga dimora che la impromessacominciai a pensareeinnanzi all'altre cose in iscusa di lui tanti modi truovoquantiesso medesimose presente fossepotrebbe trovaree forse più.Io dicea alcuna volta: "O Fiammettadehcredi tu il tuoPanfilo dimorare senza tornare a tese non perché egli nonpuote? Gli affari inoppinati opprimono sovente altruiné èpossibile così preciso termine dare alle cose future comealtri crede. Or chi dubita ancora che la presente pietà nonistringa più assai che la lontana? Io son ben certa che eglime sommamente amae ora pensa alla mia amara vita e di quella hacompassione eda amore sospintopiù volte n'è volutovenire; ma forse il vecchio padre con lagrime e con prieghi haalquanto il termine prolungato eopponendosi a' suoi voleril'haritenuto; egli verrà quando potrà".
     Da così fatti ragionamenti e scuse mi sospignevano sovente ipensieri ad imaginare più gravi cose. Io alcuna voltadicea:
      "Chi sa se eglivolonteroso più che il dovere di rivedermi e pervenire alposto termineposposta ogni pietà di padre e lasciato ognialtro affaresi mosse e forsesenza aspettare la pace del turbatomarecredendo a' marinari bugiardi e arrischievoli per voglia diguadagnaresopra alcuno legno si miseil quale venuto in ira a'venti e all'ondein quelle è forse perito? Niuna altracagione tolse Leandro ad Ero. Or chi puote ancora sapere se essodafortuna sospinto ad alcuno inabitato scoglioquivi la morte fuggendodell'acquaquella della fame o delle rapaci bestie ha acquistata? Oin su quelli come Achemenideforse per dimenticanza lasciatoaspetta chi qua nel rechi? Chi non sa ancora che il mare èpieno d'insidie? Forse è esso da inimiche mani presoo dapiratee nell'altrui prigioni con ferri stretto è ritenuto.Tutte queste cose essere possonoe molte volte già le vedemmoavvenire".
      Dall'altra partepoi mi si parava nella mente non essere per terra più sicuroil suo caminoe in quello similmente mille accidenti possibili aritenerlo vedea. Iosubitamente correndo con l'animo pure allepiggiori coseestimando a lui più giusta scusa trovare quantopiù grave la cosa ponevaalcuna volta pensava:
     "Eccoil solepiù che l'usato caldodissolve le nevinegli alti montionde i fiumi furiosi e con onde torbide corrono;de' quali egli non pochi ha a passare. Or se egli in alcunovolonteroso di trapassares'è messoe in quello caduto e colcavallo insieme tirato e ravvolto ha renduto lo spiritocome puòegli venire? Li fiumi non apparano ora di nuovo a fare questeingiurie a' caminantiné a tranghiottire gli uomini. Ma sepur da questo è campatoforse negli agguati de' ladroni èincappatoe rubato e ritenuto è da loro; o forse nel caminoinfermato in alcuna parte ora dimora ericuperata la sanitàsenza fallo qui ne verrà".
     Ohimè! che qualora cotali imaginazioni mi teneanoun freddosudore m'occupava tuttae sì di ciò divenia paurosache sovente in prieghi a Dio che ciò cessasse rivolgea ilpensieroné più né menocome se egli davantiagli occhi in quello pericolo mi fosse presente. E alcuna volta miricorda che io piansiquasi come con ferma fede in alcuno de'pensati mali il vedessi. Ma poi fra me diceva:
     "Ohimè! che cose sono questeche i miseri pensieri miporgono davanti? Cessi Iddio che alcuna di queste sia! Innanzi dimoriquanto gli piaceo non tornicheper contentarmia caso si mettache alcuna di queste cose avvenga. Le quali ora veramentem'ingannano; però cheposto che possibili sianoimpossibilisono ad essere occultee molto credibile è la morte di cotalegiovine non potere essere nascosae massimamente a mela qualesollecitacontinuamente di lui fo dimandare con investigazioni nonpoco sottili. E chi dubita ancora chese le cose male da me pensatealcuna ne fosse verache la famavelocissima rapportatrice de'maligià qui non l'avesse condotta? Alla quale la fortunainciò ora poco mia amicaavrebbe data apertissima via per farmitristissima. Certo io credo piuttosto che egli in gravissimo affannocome io sono se egli non vieneora a forza ritenuto dimorie tostoverrào della dimora in mia consolazionescusandosiscriverà la cagione".
     Certo li già detti pensieriancora che fierissimim'assalisseropure assai lievemente erano vintie la speranzacheper lo passato termine da me di fuggire si sforzavacon ogni miopotere riteneaponendole innanzi il lungo amore da me a lui e da luia me portatola data fedei giurati iddiie le infinite lagrime;le quali cose io affermava essere impossibile che inganno coprissero.Ma io non poteva fare che essacosì ritenutanon desse luogoalli lasciati pensierii quali con lento passo e tacitamente lei apoco a poco pignendo fuori del mio cuores'ingegnavano di tornarenel loro primo luogoa mente riducendomi e li malvagi agurii el'altre cose; né quasi me n'avvidi primache io e la speranzaquasi cacciata e loro potentissimi vi sentia.
     Ma tra gli altri che me più forte gravavaniuna cosa inprocesso di più giorni udendo della tornata di Panfiloeragelosia. Questa più che io non voleva mi spronava; questa ogniscusa che meco di lui facevaquasi consapevole de' suoi fattiannullava; questa spesso ne' ragionamenti per addietro da me dannatimi rimetteva dicendo:
      "Dehcome se' tu così stoltache pietà di padreo altroqualunque stretto affare o dilettoora potesse Panfilo soprattenerese così t'amasse come diceva? Non sai tu che Amore vince tuttele cose? Egli fermamented'un'altra innamoratot'avràdimenticatail cui piaceremolto possente sì come nuovolàora il ritienecome il tuo qua il teneva. Quelle donnesìcome tu già dicestiper ogni cosa atte ad amareed eglialtresì naturalmente a ciò disposto e degno perciascuna cosa da essere amatoconformatesi al suo piacere ed egli allorodi nuovo l'avranno innamorato. Non credi tu che l'altre donneabbiano occhi in caposì come tue conoscano in queste cosequanto tu conosci? Sì fanno bene. E a lui altresì noncredi tu che ne possa più che una piacere? Certo io credo chese potesse te vederemalagevole gli sarebbe alcuna altra amarne; maegli non ti può ora vederené ti vide già sonocotanti mesi passati. Tu dei sapere che niuno mondano accidente èetterno; così come egli s'innamorò di tee come tu glipiacesticosì è possibile che un'altra ne gli siapiaciutae che egliavendo il tuo amore abandonaton'ami un'altra.Le cose nuove piacciono con più forza che le molto veduteesempre quello che l'uomo non hasi suole con maggiore affezionedisiderare che quello che l'uomo possiedee niuna cosa ètanto dilettevoleche per lungo uso non rincresca. E chi non ameràpiù volontieri a casa sua una nuova donnache una anticanell'altrui contrade? Egli altresì forse non t'amava con cosìfervente amore come mostravae alle sue lagrime né a quelled'alcuno altro non è da credere così caro pegno come ècotanto amorequanto tu forse estimi che egli ti portasse.
      Eziandio gli uomini alcuna voltanon avendosi mai più vedutiche alcuno giornosono crucciosi e piangono spartendosi; e moltecose similemente si giurano e impromettonole quali altri ha fermointendimento di fare; ma poinuovo caso sopravvegnendofa quelligiuramenti uscire di mente. Le lagrime e' giuramenti e le promessionide' giovini non sono ora di nuovo arra di inganno futuro alle donne.Essi generalmente sanno prima fare queste cose che amare: la lorovolontà vagabunda li tira a questo; niuno n'è che nonvolesse piuttosto ogni mese mutare dieci donne che essere dieci dìd'una. Essi continuamente credono e costumi nuovi e nuove formetrovaree gloriansi d'avere avuto l'amore di molte. Dunque chesperi? Perché vanamente ti lasci menare alla vana credenza? Tunon se' in atto da poterlo da ciò ritrarre: rimanti d'amarloe dimostra che con quell'arte che egli ha te ingannata tu abbiingannato lui".
      E dietro aqueste parole con molte altre séguito a me dicendoe in esseaccendevami di fiera irala quale con tumorosissimo caldo sìm'infiammava l'animoche quasi ad atti rabbiosissimi m'induceva. Néprima il concreato furore trapassavache le lagrimeabondevolissimamente per gli occhi uscisserocon le qualimoltoalcuna volta durantiesso del petto m'usciva; nel quale per confortodi me medesimadannando ciò che l'indovina anima mi dicevaquasi a forza la già fuggita speranza con ragioni vanissimerivocava. E in cotal guisaquasi ogni ripresa allegrezza lasciatastetti sperando e disperando molto spesso più giornisempresollecita oltremodo a potere acconciamente sapere che di lui fosseche non veniva.



CapitoloV

Nelquale la Fiammetta dimostra come alli suoi orecchi pervenne Panfiloaver presa mogliemostrando appresso quanto del suo tornaredisperata e dolorosa vivesse.

     Lievi sono state infino a qui le mie lagrimeo pietose donnee imiei sospiri piacevoli a rispetto di quellii quali la dolentepennapiú pigra a scrivere che il cuore a sentires'apparecchia di dimostrarvi. E certose bene si considerale peneinfino a qui trapassatepiú di lasciva giovine che ditormentata quasi si possono dire; ma le seguenti vi parrannod'un'altra mano. Adunque fermate gli animiné vi spaventinosí le mie promessechele cose passate parendovi gravivoinon vogliate ancora vedere le seguenti gravissime; e in veritàio non vi conforto tanto a questo affanno perché voi piúdi me divegniate pietosequanto perché piú la nequiziadi colui per cui ciò m'avviene conoscendo divegniate piúcaute in non commettervi ad ogni giovine. E cosí forse adun'ora a voi m'obligherò ragionando e disobligheròconsigliandoovvero per le cose a me avvenute ammonendo eavvisando.
       Dico adunquedonneche con cosí varie imaginazioniquali poco avantiavete potute comprendere nel mio direio stava continuoquandodipiú d’uno mese essendo il tempo trapassato promessoa mecosí dell'amato giovine un dí novelle pervennero. Ioandata a visitare con animo pio sacre religiosee forse per fare perme porgere a Dio pietose orazioniche o rendendomi Panfilo ocacciandolmi della mente mi ritornasse il perduto confortoavvennechesedendo io con le già dette donneassai discrete epiacevoli nel loro ragionare e a me molte per parentado e per anticaamistà congiuntequivi venne un mercatantenéaltramente che Ulisse e Diomedes a Deidamia e alle suorecominciòdiverse gioie e bellequali a cosí fatte donne si convenianoa mostrare.
       Eglisícome io alla sua favella compresied esso medesimo da una di quelledimandatone confessòera della terra di Panfilo mio. Ma poiche egli mostrate molte delle sue cosee di quelle da esse alcuneper lo convenuto pregio presee l'altre renduteglientrati in nuovimotti e lietie esse ed esso.mentre che egli il pagamentoaspettavauna di loro d'età giovine e di forma bellissima echiara di sangue e di costumiquella medesima ch'avanti dimandatol'avea onde fosseil dimandò se egli Panfilo suo compatriotaconosciuto avesse giammai. Ohquanto cotale dimanda diè perlo mio disio!
       Certo io nefui contentissimae gli orecchi alla risposta levai. Il mercatantesenza indugio rispose:
       - Echi è quegli che meglio di me il conosca?
      A cui seguí la giovine quasi infignendosi di sapere che di luifosse:
       - E che è egliora di lui?
       - Oh- disse ilmercatante - egli è assai che il padrenon essendogli rimasoaltro figliuoloil richiamò a casa sua.
      Il quale ancora la giovine dimandò:
      - Quanto ha che tu di lui sapesti novelle?
      - Certo-.disse egli - non poi che da lui mi partiiche ancora noncredo che siano quindici giorni compiuti.
      Continuò la donna:
       - Eallora che era di lui?
       Allaquale esso rispose:
       - Moltobene; e dicovi che il dí medesimo che io mi partiividi congrandissima festa entrare di nuovo in casa sua una bellissimagiovinela qualesecondo che io intesiera a lui novellamentesposata.
       Iomentre che ilmercatante queste cose dicevaancora che con amarissimo dolorel'ascoltassifiso nel viso la dimandante giovine riguardavamaravigliandomi quale cagione potesse essere che costei inducesse adimandare cosí strette particolarità di coluicui ioappena credeva che altra donna il conoscesse che ioe vidi che primaa' suoi orecchi non venne Panfilo avere moglie sposatachegliocchi bassatitutta nel viso si tinsee la pronta parola le moríin boccae per quello che io presumessiessa con fatica grandissimale lagrime già agli occhi venute ritenneMa io primaciòudendoda uno gravissimo dolore presasúbitociòvedendofui da un altro non minore assalitae appena mi ritenni cheio con gravissima villania la turbazione di colei non riprendessiinvidiosa che da lei sí aperti segnali d'amore verso Panfilosi mostrasserodubitandonon meno che essacosícome ionon avesse legittima cagione di dolersi delle udite parole. Ma puremi tennie con noiosa faticaalla quale non credo che simigliantesi truoviil turbato cuore sotto non cambiato viso servaidipiagnere piú disiosa che di piú ascoltare.
      Ma la giovineforse con quella medesima forza che ioritenendodentro il dolorecome se stata non fosse quella che s'era davantiturbatafattasi far fede di quelle parolequanto piúdimandava piú trovava la cosa contraria al suo disio e al mio.Ondedato al mercatante commiatoché l domandavaericoperta con infinite risa la sua tristiziacon ragionamentidiversi insieme quivi per piú lungo spazio ch'io non avereivoluto ci rimanemmo.
       Venutimeno i nostri ragionamenticiascuna si dipartíe io conanima piena d'angosciosa iranon altramente fremendo che il leonelibico poscia che nelle sue insidie scuopre i cacciatoriora nelviso accesa e ora palida divenendoquando con lento passo e quandocon piú veloce che la donnesca onestà non richiedetornai alla mia casa. E poi che licito mi fu di potere di me fare amio sennoentrata nella mia cameraamaramente cominciai a piagneree quando per lungo spazio le molte lagrime parte della gran dogliaebbero sfogataessendomi alquanto piú libero il parlareconvoce assai debole incominciai:
      - Orao misera Fiammettasai perché il tuo Panfilo nonritorna; ora sai la cagione della sua dimora tanto da te disiata; orahai quello che tu andavi cercando di trovare. Chemiserachiedipiú? Che piú addimandi? Bastiti questo: Panfilo non èpiú tuo. Gitta via omai i disiderii di riaverloabandona lamal ritenuta speranzaponi giú il fervente amorelascia ipensieri matti; credi omai agli agurii e alla tua divinante anima.ecomincia a conoscere gl’inganni de' giovini. Tu se' a quellopunto venutalà dove l'altre sogliono venire che troppo sifidano.
       E con queste parolemi raccesi nell’irae rinforzai il pianto; e da capo con paroletroppo piú fiere ricominciai cosí a parlare:
      - O iddii ove sete? Ove ora mirano gli occhi vostri? Ov'è orala vostra ira? Perché sopra lo schernitore della vostrapotenza non cade? O spergiurato Gioveche fanno le folgori tue? Oveora le adoperi? Chi piú empiamente l’ha meritate? Comenon scendono esse sopra il pessimo giovineacciò che glialtri per innanzi di spergiurarti abbiano temenza? O luminoso Febodove sono ora le tue saettemale merite di ferire il Fitonearispetto di colui che falsamente te a' suoi inganni chiamòtestimonio? Privalo della luce de' raggi tuoie non meno gli tornanemico che tu fosti al misero Edippo. O voi altri qualunque dii edèee tu Amorela cui potenza ha schernita il falso amantecome ora non mostrate le vostre forze e la dovuta ira? Come nonconvertite voi il cielo e la terra contra il novello spososíche egli nel mondo per essemplo d'ingannatore e d'annullatore dellavostra potenza non rimanga a piú schernirvi? Molto minorifalli mossero già l’ira vostra a vendetta men giusta.Dunque ora perché tardate? Voi non potreste appena tantoincrudelire verso di luiche egli debitamente punito fosse.
      Ohimè misera! Perché non è egli possibile chevoi l'effetto de' suoi inganni cosí sentiate come ioacciòche cosí in voi come in me s'accendesse l'ardore dellapunizione? O iddiirivolgete in lui alcuni di quelli pericoliotuttide' quali io già dubitai; uccidetelo di qualunquegenerazione di morte piú vi piaceacciò che io adun'ora tutta e l'ultima doglia sentache mai debba sentire per luie voi e me vendichiate ad un'ora. Non consentite che io sola per lipeccati di lui pianga la penaed eglivoi e me avendo beffatilieto si goda con la nuova sposae cosí per contrario taglila vostra spada.
       Poinonmeno accesa d'irama con pianto piú fiero rivolgendo aPanfilo le parolemi ricorda che io cominciai:
      - O Panfiloora la cagione della tua dimora conoscoora i tuoiinganni mi sono palesiora veggo che ti ritienee qual pietà.Tu ora celebri i santi imeneie iodal tuo parlare e da te e da memedesima ingannatami consumo piagnendo e con le mie lagrime apro lavia alla mia mortela quale con titolo della tua crudeltàdebitamente segnerà la sua dolente venuta; e gli annii qualiio cotanto disiderai d'allungaresi mozzerannoessendone tucagione. O scelerato giovine e pronto ne' miei affanni! Or con checuore hai tu presa la nuova sposa? Con intendimento d'ingannare leicome tu hai me fatto? Con quali occhi la riguardasti tu? Con quellicon li quali miseramente me credula troppo pigliasti? Qual fede lepromettesti tu? Quella che tu avevi a me promessa? Or come potevi tu?Non ti ricordi tu che piú che una volta la cosa obligata nonsi può obligare? Quali iddii giurasti? Gli spergiurati da te?Ohimè misera! che io non so quale avverso piacere l'animot'accecòsentendoti mioche tu d'altrui divenissi. Ohimè!per qual colpa meritai io d'esserti cosí poco a cura? Dove èfuggito da noi cosí tosto il lieve amore? Ohimè! che fatrista fortuna cosí .miseramente costrigne i dolenti! Tu orafa promessa fede e a me dalla tua destra datae li spergiurati iddiiper li quali tu con sommo disio giurasti di ritornaree le tuelusinghevoli parole delle quali molto eri fornitoe le tue lagrimecon le quali non solamente il tuo viso bagnastima ancora il miotutte insieme raccolte hai gittate a' ventie me schernendolietovivi con la nuova donna.
      Ohimè! or chi averebbe mai potuto credere che falsitàfosse nelle tue parole nascosta e che le tue lagrime fossero con artemandate fuori? Certo non io; anzi cosí come fedelmenteparlavacosí con fede le parole e le lagrime riceveva E seforse in contrario dicessi e le lagrime vere e i saramenti e la fedeprestati con puro cuoreconcedasi; ma quale scusa darai tu al nonaverli servati cosí puramente come promessi? Dirai tu: "Lapiacevolezza della nuova donna ne è stata cagione?".Certo debole fiae manifesta dimostrazione di mobile animo. E oltrea tutto questosarà egli però satisfatto a me? Certono. O malvagissimo giovine! Non t'era egli manifesto l'ardente amoreche io ti portava e porto ancora contro a mia voglia? Certo síera; dunque molto meno d'ingegno ti bisognava ad ingannarmi. Ma tuacciò che piú sottile ti mostrassi poi ne' tuoiparlariogni arte volesti usare; ma tu non pensavi quanto poco digloria ti séguita ad ingannare una giovinela quale di te sifidava. La mia semplicità meritò maggior fede che latua non era. Ma che? Io ciò credetti non meno agl’iddiida te giuratiche a teli quali io priego che facciano che questasia la piú somma parte della tua famacioè avereingannata una giovine che piú che sé t'amava.
      DehPanfilodimmi ora: avea io commesso alcuna cosa per la quale iomeritassi da te d'essere con cotanto ingegno tradita? Certo niunoaltro fallo feci verso di te giammai se non che poco saviamente di teinnamoraie oltre al dovere ti portai fede e t'amai; ma questopeccato almeno da te non meritava ricevere cotale penitenza.Veramente una iniquità in me conoscoper la quale l’iradegl’iddiifaccendolagiustamente impetrai; e questa fu diricevere tescelerato giovine e senza alcuna pietànel lettomioe avere sostenuto che il tuo lato al mio s'accostasse; avvegnache di questocome essi medesimi videronon ioma tu se'colpevole; il quale col tuo ardito ingegnome presa nella tacitanotte sicura dormendosí come colui che altre volte eri usod'ingannareprima nelle braccia m'avesti e quasi la mia pudiciziaviolatache io appena fossi dal sonno interamente sviluppata. E chedoveva io farequesto veggendo? Doveva io gridare e col mio grido ame infamia perpetuae a teil quale io piú che me medesimaamavamorte cercare? Io opposi le forze miecome Iddio saquantoio potei; le qualialle tue non potendo resisterevintepossedestila tua rapina. Ohimè! ora mi fosse il dí precedente aquella notte stato l'ultimonel quale io sarei potuta morireonesta!
       Ohquante doglie ecome acerbe m'assaliranno oggimai! E tu con la menata giovine standoper piú piacerlei tuoi antichi amori racconteraie memisera farai in molte cose colpevolee la mia bellezza avvilendo e imiei costumila quale e li quali da te con somma laude solevanosopra tutti quelli e quelle dell'altre donne essere essaltatisommamente li suoi lauderai; e quelle cosele quali io pietosamenteverso di te da molto amore sospinta operaida focosa libidine dirainate.
       Ma ricordititra lecose che non vere racconteraidi narrare i tuoi veri inganniper liquali me piagnevole e misera potrai dire aver lasciatae con essi iricevuti onoriacciò che bene facci la tua ingratitudinemanifesta all'ascoltante. Né t'esca di mente di raccontarequanti e quali giovini già d'avere il mio amore tentasseroei diversi modie le inghirlandate porte da' loro amorie lenotturne risse e le diurne prodezze per quelli operate; né maidal tuo ingannevole amore mi poterono piegare. E tu per una giovineappena da te ancora conosciutasúbito mi cambiasti; la qualese come me non fia semplicei tuoi baci prenderà sempresospetti e guarderassi da’ tuoi ingannida' quali io guardarenon mi seppi. La quale io priego che tale con teco siaquale conAtreo fu la suao le figliuole di Danao con li nuovi sposioClitemestra con Agamennoneo almeno quale iooperandolo la tuanequiziacol mio maritonon degno di queste ingiuriesonodimorata; e te a tale miseria perducache come io ora per la pietàdi me medesima piangocosí mi sforzi di spandere lagrime perte: e questose dagl’iddii verso i miseri con pietànulla si mirapriego che tosto sia.
      Come che io fossi molto da queste dolenti ramaricazioni offesaesovente sopra esse tornassie non solamente quello dí mamolti altri seguentinondimeno mi pungeva d'altra parte non poco laturbazione veduta della giovine sopraddettala quale alcuna voltam'indusse a cosí con greve doglia pensare; iosí comemolte volte era usatadiceva con meco stessa:
      "Dehperchéo Panfilomi dolgo io del tuo esserelontanoe che tu di nuova giovine sii divenutocon ciò siacosa cheessendo tu qui presentenon mio ma d'altrui dimoravi? Opessimo giovinein quante parti era il tuo amore divisoo atto apotersi dividere? Io posso presumere che come questa giovine con mecoinsiemealle quali hai ora aggiunta la terzat'eravamo donnechetu a questo modo n'avevi moltedove io sola mi credeva essere; ecosí avveniva checredendo le mie medesime cose trattareoccupava l'altrui. E chi può saperese questo già siseppe per alcunala qualepiú della grazia degl’iddiidi me degnapregando per le ricevute ingiurieper li miei maliimpetrò che io cosí siacome io sonod'angosciepiena? Ma chiunque ella ès'alcuna èperdonimichéignorantemente peccaie la mia ignoranza merita il perdono. Ma tucon quale arte queste cose fingevi? Con quale coscienza l'adoperavi?Da quale amore o da quale tenerezza eri a ciò tirato? Io hopiú volte inteso non potersi amare piú che una personain un medesimo tempoma questa regola mostra che in te non avesseluogo: tu n'amavi molte ovvero facevi vista d'amare.
      Dehdesti tu a tutteo almeno a questa unache male ha saputocelare quello che tu hai bene celatoquella fedequellepromessioniquelle lagrime che a me donasti? Se ciò facestitu puoisí come ùa niuna obligatodimorarti sicuroperciò che quello che a molti indistintamente si donanonpare che ad alcuno sia donato. Dehcome può egli essere chechi di tante piglia i cuori non sia il suo alcuna volta preso?Narcissoamato da molteessendo a tutte durissimoultimamente fupreso dalla sua forma; Atalantavelocissima nel suo córsorigida superava i suoi amantiinfino che Ipomenes con maestrevoleingannocome ella medesima vollela vinse. Ma perché vo ioper gli essempli antichi? Io medesimanon potuta mai da alcunoessere presafui presa da te. Tu adunque come tra le molte non haitrovato chi t'abbia preso? La qual cosa io non credoanzi sicurasono che preso fosti; e se fostichi che colei si fosse che contanta forza ti presecome a lei non torni? Se tu non vuogli a metornaretorna a costei che celare non ha saputo il vostro amore; sela fortuna vuogli che a me sia contrariache forse secondo la tuaoppinione l’ho meritatonon nocciano all'altre li miei peccati.Torna almeno ad essee serva loro la promessa fede forse prima che ame; non volereper far noia a meoffenderne tante quante io credoche in isperanza qua n'abbi lasciatené possa costàuna sola piú che qua molte. Cotesta è oramai tuanépuòvolendonon essere; dunquelei sicuramente lasciandovieniacciò che quelleche non tue si possono fareper tuecon la tua presenza le conservi".
      Dopo questi molti parlari e vaniperò che nél'orecchie degl’iddii toccavano né quelle del giovineingratoavveniva alcuna volta che io subitamente mutava consigliodicendo:
       "O miseraperché disideri tu che Panfilo qui torni? Credi tu conmaggiore pazienza sostenere vicino quello che gravissimo t'èlontano? Tu disideri il tuo danno. E cosí come ora in forsedimori che egli t'ami o nocosílui tornandopotrestidivenire certa che non per tema per altrui fosse tornato. Stiasieinnanziessendo lontanote tenga del suo amore in forsechevegnendo vicinodel non amarti ti faccia certa. Sii almeno contentache sola non dimori in cotali penee quello conforto piglia che imiseri sogliono fare nelle miserie accompagnati."
      Egli mi sarebbe duro il potereo donnemostrare con quanta focosairacon quante lagrimecon quanta strettezza di cuoreio quasiogni dí cotali pensieri e ragionamenti solessi fare; ma peròche ogni dura cosa in processo di tempo si pur matura e ammollisceavvenne cheavendo io piú giorni cotale vita tenutanépotendo piú oltre nel dolore procedere che proceduta mi fossiesso alquanto si cominciò a cessare. E tanto quanto egli dellamente disoccupavacotantofervente amore e tiepida speranza neraccendevanoe cosí a poco a poco con esso il doloredimorandovime fecero di voglia cambiaree il primo disiderio diriavere il mio Panfilo ritornò. E quantunque in ciò mifosse alcuna speranza di mai dover riaverlo contrariatanto nedivenne maggiore il disio; e cosí come le fiamme da' ventiagitate crescono in maggiore vampacosí amoreper licontrarii pensieri statitutte le sue forze contra di loroadoperatesi fece maggiore. Laonde delle cose dette súbitopentimento mi venne.
       Ioriguardando a quello a che m'avea l’ira condotta a direquasicome se udita m'avessemi vergognaie lei forte biasimaila qualene' primi assalti con tanto fervore piglia gli animiche alcunaverità a loro essere palese non lascia. Ma nondimeno quantopiú viene gravetanto piú in processo di tempo diventafreddae lascia chiaro conoscere quelle che seco male ha fatteadoperare; e riavuta la debita mentecosí incominciai adire:
       - O stoltissimagiovinedi che cosí ti turbi? Perché senza certacagione in ira t'accendi? Posto che vero sia ciò che ilmercatante disseil che è forse non verocioè cheegli abbia moglie sposataè questo cosí gran fatto ecosa nuovao che tu non dovessi sperare? Egli è di necessitàche i giovini in cosí fatte cose compiacciane a’ padri.Se il padre ha voluto questocon che colore il potea esso negare? Ecredere dei che né tutti coloro che moglie prendono e chel’hannol'amanocome fanno dell'altre donne: la soperchiacopia che le mogli fanno di sé a’ loro maritiècagione di tostano rincrescimentoquando pure nel principiosommamente piacessee tu non sai quanto costei sipiaccia. Forse chesforzato Panfilo la prese eamando ancora te piú di leigliè noia d'essere con essa; e se ella gli pur piacetu puoisperare che ella gli rincrescerà tosto. E certo della sua fedee de' suoi giuramenti tu non ti puoi con ragione biasimareperòche egli a te tornando nella tua camera l'uno e l'altroadempie.
       Priega adunque Iddioche Amoreil quale piú che saramento o promessa fede puoteil costringa a tornarci. E oltre a questoperché per laturbazione della giovine di lui prendi sospetto? Non sai tu quantigiovini te amano invanoi qualisappiendo te essere di Panfilosenza dubbio si turberebbero? Cosí dei credere possibile luiessere amato da moltealle quali pare duro di lui udire quello che ate dolsebenché per diverse ragioni a ciascuna neincresca.
       E in cotale modo memedesima dimentendo quasi in sulla prima speranza tornandodovemolte bestemmie mandate avevacon orazioni supplico incontrario.
       Questa speranza incotal guisa tornatanon avea però forza di rallegrarmianzicon tutta essa con turbazione continua e nell'animo e nell'aspettoera vedutae io medesima non sapeva che farmi. Le primesollecitudini erano fuggite; io avea nel primo impeto della mia iragittate via le pietrele quali de' giorni stati erano memorevolitestimoniee aveva arse le lettere da lui ricevutee molte altrecose guastate. Il rimirare il cielo piú non mi gradivasícome a colei che incerta era della tornata allorasí comecerta me ne pareva essere avanti. La volontà del favoleggiarese n'era itae il tempoche molto aveva le notti abbreviatenolconcedeale quali soventeo tutte o gran parte di loroio passavasenza dormirecontinuamente o piagnendo o pensando passandole; equalora pure avveniva che io dormissidiversamente era da' sognioccupataalcuna lieti vegnentie alcuna tristissimi. Le feste e itempli m'erano noievoliné mai se non di radoquasi nonpotendo altro fareli visitava. E il mio visopalido ritornatofaceva tutta malinconiosa la casa miae da varii variamente di meparlare: e cosíaspettandoe quasi che non sappiendomalinconica e trista mi stava.
      Li miei dubbiosi pensieri il piú mi traevano tutto il giornoincerta di dolermi o di rallegrarmi; ma vegnendo la notteattissimotempo alli miei malitrovandomi nella mia camera solaavendo primae pianto e molte cose con meco dettequasi mossa da consigliomigliorele mie orazioni a Venere rivolgeadicendo:
      - O del cielo bellezza specialeo pietosissima dèao santaVenerela cui effigie nel principio de’ miei affanni in questacamera fu manifestaporgi conforto alli miei dolorie per quellovenerabile e intrinseco amore che tu portasti ad Adonemitiga limiei mali. Vedi quanto per te io tribulo; vedi quante volte per te laterribile imagine della morte sia già stata innanzi agli occhimiei; vedi se tanto male ha la mia pura fede meritatoquanto iosostegno. Iolasciva giovinenon conoscendo li tuoi dardial primotuo piacere senza disdire mi ti feci suggetta. Tu sai quanto per temi fu promesso di benee certo io non niego che parte già nonn'avessi; mase questi affanni che tu mi dàidi quel beneparte s'intendono perisca il cielo e la terra ad un'ottaerifacciansi col mondo che seguirà le leggi nuove a questesimili. Se egli è pur malecome a me il pare sentirevengao graziosa dèail bene promessoacciò che la santabocca non si possa dire come gli uomini avere apparato amentire.
       Manda il tuofigliuolo con le sue saette e con le tue fiaccole al mio Panfilolàdove egli ora da me dimora lontanoe lui se forse per non vederminel mio amore è raffreddatoo di quello d'alcun'altra èfatto caldorinfiammilo per tal maniera cheardendo come io ardoniuna cagione il ritenga che egli non torniacciò che ioriprendendo confortosotto questa gravezza non muoia. O bellissimadèavengano le mie parole a’ tuoi orecchie se luiriscaldar non vuoitrai a me di cuore i dardi tuoi acciò cheiocosí come eglipossa senza tante angoscie passare ligiorni miei.
       In questi cosífatti prieghiancora che vani gli vedessi poi riuscirepure alloraquasi essauditi credendomialquanto con isperanza alleviava il miotormentoe nuovi mormorii ricominciandodiceva:
      - O Panfilodove se’ tu ora? Dehche fai tu ora? Hatti latacita notte senza sonno e con tante lagrime quante meo forse nellebraccia ti tiene della giovine male per me udita? O pure senza alcunoricordo di me soavissimamente dormi? Dehcome può questoessere che Amore due amanti con disiguali leggi governiciascunoferventemente amandocome io foe forse come tu fai? Io non somase cosí èche quelli pensieri teche meoccupinoquali prigioni e quali catene ti tengonoche quelle rompendo a menon torni? Certo io non so chi mi potesse tenere di venire a teselamia forma solala quale senza dubbio d'impedimento e di vergognain piú luoghi mi sarebbe cagionenon mi tenesse. Qualunqueaffariqualunque altre cagioni costà trovastigiàdeono essere finite; e il tuo padregià di te dee esseresazioil qualecome gl’iddii sannoio priego sovente per lasua mortefermamente credendo lui cagione della tua dimora; e secosí non èalmeno del tormiti pur fu. Ma io non dubitochedella morte pregandonon gli si prolunghi la vitatanto misono gl’iddii contrarii e male essaudevoli in ogni cosa. Dehvinca il tuo amorese cotale è quale essere soleale sueforzee vienne. Non pensi tu me sola gran parte delle notti giacerenelle quali tu fida compagnia mi farestise tu ci fossicome giàfacesti? Ohimè! quante il passato verno lunghissime senza tefredda nel grandissimo lettosola n’ho trapassate! Dehricòrditi de' varii diletti da noi molte volte in varie cosepresi de' quali ricordandoti tusono certa niuna altra donna mai miti potrà tòrre. E quasi questa credenza piú chealtra mi rende sicura che falsa sia l'udita novella della nuovasposala qualeancora che vera fossenon spero mi ti potessetòrrese non un tempo. Dunque ritorna; e se i graziosidiletti non hanno forza di qua tirartitíritici il volere damorte turpissima liberare colei che sopra tutte le cose t'ama. Ohimè!che se tu ora tornassiappena ch'io creda che tu mi riconoscessisím’ha trasformata l'angoscia. Ma certo ciò che infinitelagrime m’hanno toltobrieve letiziavedendo il tuo bel visomi renderebbee senza fallo tornerei quella Fiammetta che giàfui.
       Deh vienivieniché’l cuor ti chiama: non lasciar perire la mia giovinezza prestaa' tuoi piaceri. Ohimè! ch'io non so con che freno iotemperassi la mia letiziase tu tornassiin modo che a tuttimanifesta non fosse; per che ioe meritamentedubito che ’lnostro amorelungamente e con grandissimo senno e sofferenza celatonon si scoprisse a ciascuno. Ma ora pur venissi tu a vederese cosíne’ prosperi casi come negli avversi l’ingegnose bugieavessero luogo! Ohimè! or fossi tu già venutoe semeglio non potesse esseresapesselo chi volesseché a tuttomi crederei dare riparo.
       Equesto dettoquasi come se egli le mie parole avesse intese súbitomi levava e correva alla finestrame nell'estimazione ingannandod’udire quello che io udito non aveacioè che egli lanostra porta toccassecome era usato. Oh quante voltese isolleciti amanti avessero saputo questoforse sarei stata potutaingannarese alcuno malizioso sé Panfilo avesse finto acotali punti! Ma poi che la finestra aperta avevae riguardata laportagli occhi del conosciuto inganno mi faceano piú certa;e cotale la vana letizia in me con turbazione súbita sivolgevaqualepoi che il forte albero rotto da' potenti venti conle vele ravviluppate in mare a forza da quelli è trasportatola tempestosa onda cuopre senza contrasto il legno periclitante. Enel modo usato alle lagrime ritornandomiseramente piangoeisforzandomi poi di dare alla mente riposo con gli occhi chiusiallettando gli umidi sonnitra me médesima in cotal guisa glichiamo:
       "O Sonnopiacevolissima quiete di tutte le cosee degli animi vera paceilquale ogni cura fugge come nemicovieni a mee le mie sollecitudinialquanto col tuo operare caccia del petto mio. O tuche i corpi ne’duri affanni gravati dilettie ripari le nuove fatichecome nonvieni? Dehtu dài ora a ciascun altro riposo: donalo a mepiú che altra di ciò bisognosa. Fuggi degli occhi alleliete giovinile quali ora tenendo i loro amanti in braccio nellepalestre di Venere essercitandosite rifiutano e odianoed entranegli occhi mieiche sola e abandonatae vinta dalle lagrime e da'sospiri dimoro. O domatore de’ mali e parte migliore dell'umanavitaconsolami di tee lo stare a me lontano riserva quando Panfiloco' suoi piacevoli ragionari diletterà le mie avide orecchiedi lui udire. O languido fratello della dura morteil quale le falsecose alle vere rimescolientra negli occhi tristi! Tu già icento d'Argo volenti vegghiare occupasti; dehoccupa ora i miei dueche ti disiderano! O porto di vitao di luce riposoe della nottecompagnoil quale parimente vieni grazioso agli eccelsi re e agliumili servientra nel tristo pettoe piacevole alquanto le mieforze ricrea. O dolcissimo Sonnoil quale l'umana generazione pavidadella morte costrigni ad apparare le sue lunghe dimoreoccupa me conle forze tue e da me caccia gl’insani movimentine qualil'animo se medesimo senza pro fatica".
      Eglipiú pietoso che alcuno altro iddio a cui io porgaprieghiavvegna che indugio ponga alla grazia chiesta da' prieghimieipure dopo lungo spazioquasi piú a servirmi costrettoche volonterosopigro vienee senza dire alcuna cosanonavvedendomene iosottentra al lasso capoil quale di lui bisognosoquello volonteroso pigliandotutto in lui si ravvolge.
      Non vieneposto che il sonno vengaperò in me la disiatapaceanziin luogo de’ pensieri e delle lagrimemille visionipiene d'infinite paure mi spaventano. Io non credo che niuna furiarimanga nella città di Diteche in diversi modi e terribiligià piú volte mostrata non mi si siadiversi maliminacciandoe spesso col loro orribile aspetto li miei sonni rottidi che io quasiper non vederlemi sono con tentata. E poche sonobrievemente state quelle nottidopo la male udita novella dellamenata sposache rallegrata m'abbiano dormendocome davantimostrandomi lietamente il mio Panfilo assai sovente solean fare: ilche senza modo mi dolevae ancora duole.
      Di tutte queste cosedelle lagrime e del dolore dicoma non dellacagiones'avvedea il caro marito; e considerando il vivo colore delmio viso in palidezza essere cambiatoe gli occhi piacevoli elucenti veggendo di purpureo cerchio intorniati e quasi della miafronte fuggitimolte volte già si maravigliò perchéfosse; ma pure veggendo me e il cibo e il riposo avere perdutoalcuna volta mi dimandò che fosse di ciò la cagione. Iogli rispondea lo stomaco averne colpail qualenon sappiendo io perquale cagione guastatomisia quella deforme magrezza m'aveacondotta. Ohimè! che egli intera fede dando alle mie paroleil mi credevae infinite medicine già mi fece apparecchiare;le quali io per contentarlo usavanon per utile che di quelleaspettassi. E quale alleviamento di corpo puote le passionidell'anima alleviare? Niuno credo; forse che quelle dell'anima vialevate potrebbero il corpo alleviare. La medicina utile al mio malenon era piú che unala quale troppo era lontana a potermigiovare.



     Poi che l’ingannato marito vedea le molte medicine poco giovareanzi nientedi me piú tenero che il dovereda me in moltenuove e diverse maniere la mia malinconia s'ingegnava di cacciareviae la perduta allegrezza restituirema invano le molte coseadoperava. Egli alcuna volta mi mosse cotali parole:
     - Donnacome tu saipoco di là dal piacevole monte Falernoin mezzo dell'antiche Cume e di Pozzuolo sono le dilettevoli Baiesopra li marini litidel sito delle quali piú bello népiú piacevole ne cuopre alcuno il cielo. Egli di montibellissimi tutti d'alberi varii e di viti coperti ècircundatofra le valli de' quali niuna bestia è a cacciareabileche in quelle non sia; né a quelli lontana lagrandissima pianura dimorautile alle varie cacce de predantiuccelli e sollazzevole; quivi vicine l’isole Pittaguse e Nisidadi conigli abondantee la sepultura del gran Misenodante via a'regni di Plutone; quivi gli oracoli della Cumana Sibillail lagod'Avernoe 'l Teatroluogo comune degli antichi giuochie lePiscinee monte Barbarovane fatiche dello iniquo Nerone: le qualicose antichissime e nuovea' moderni animi sono non piccola cagionedi diporto ad andarle mirando. E oltre a tutte questevi sono bagnisanissimi ad ogni cosa e infinitie il cielo quivi mitissimo inquesti tempi ci dà di visitarle materia. Quivi non mai senzafesta e somma allegrezza con donne nobili e cavalieri si dimora. Eperò tunon sana dello stomacoe nella menteper quel cheio discernadi molesta malinconia affannatacon meco per l'unasanità e per l'altra voglio che venghi; né fiafermamente senza utile il nostro andare.
     Io alloraqueste parole udendoquasi dubbiosa non nel mezzo dellanostra dimora tornasse il caro amantee cosí nol vedessilungamente penai a rispondere; ma poivedendo il suo piacereimaginando chevegnendo egliesso dove che io fossi verrebberisposi me al suo volere apparecchiatae cosív'andammo.
      Ohquanto contrariamedicina operava il mio marito alle mie doglie! Quivi posto che ilanguori corporali molto si curinorade volte o non mai vi s'andòcon mente sanache con sana mente se ne tornassenon che l’infermesanità v'acquistassero. E in verità di ciò non èmaravigliaché o il sito vicino alle marine ondeluogonatale di Venereche il diao il tempo nel quale egli piús'usacioè nella primaverasí come a quelle cose piúattoche il faccianon so; ma per quello che già molte voltea me paruto ne siaquivi eziandio le piú oneste donneposposta alquanto la donnesca vergognapiú licenza inqualunque cosa mi pareva si convenisseche in altra parte; néio sola di cotale oppinione sonoma quasi tutti quelli che giàvi sono costumati. Quivi la maggior parte del tempo ozioso trapassae qualora piú è messo in esserciziosi è inamorosi ragionamentio le donne per séo mescolate co’giovini; quivi non s'usano vivande se non dilicatee vini perantichità nobilissimipossenti non che ad eccitare ladormente Venerema a risuscitare la morta in ciascuno uomo; e quantoancora in ciò la virtú de’ bagni diversi adoperiquegli il può sapere che l’ha provato; quivi i mariniliti e i graziosi giardini e ciascun'altra parte sempre di variefestedi nuovi giuochidi bellissime danzed'infiniti strumentid'amorose canzonicosí da giovini come da donne fattisonatie cantate risuonano. Tengasi adunque chi può quivitra tantecosecontra Cupidoil quale quiviper quello che io credasícome in luogo principalissimo de’ suoi regniaiutato da tantecosecon poca fatica usa le forze sue.
     In cosí fatto luogoo pietosissime donnemi solea il miomarito menare a guarire dell'amorosa febbre; nel qualepoipervenimmonon usò Amore vèr .me altro modo che vèrl'altre facesse; anzi l'anima che presa piú pigliare non sipoteaalquantocerto assai pocorattiepiditae per lo lungodimorare lontano a me che Panfilo fatto avevae per le molte lagrimee dolori sostenutiraccese in sí gran fiammache mai talenon mi ve la pareva avere avuta. E ciò non solamente dallepredette cagioni procedevama il ricordarmi quivi molte volte esserestata da Panfilo accompagnataamore e dolorevedendomivi senzaessosenza dubbio nessuno mi cresceva. Io non vedea né montené valle alcunache io da molti e da lui accompagnataquandole reti portandoe quando i cani menando ponendo insidie alleselvatiche bestiee pigliandonenon conoscessi per testimonio edelle mie e delle sue allegrezze essere stata. Niuno litonéscoglioné isoletta ancora si vedeache io non dicessi: "Quifui io con Panfiloe cosí mi dissee cosí quivifacemmo." Similmente niun'altra cosa vedere vi poteache primanon mi fosse cagione di ricordarmi con piú efficacia di luiepoi di piú fervente disio di rivederlo o quivi o in altrapartee ritornare in ieri.
      Come alcaro marito aggradivacosí quivi varii diletti a prendere sicominciarono. Noi alcuna voltalevati prima che il giorno chiaroapparissesaliti sopra i portanti cavalliquando con cani e quandocon uccelli e quando con amendunine’ vicini paesi di ciascunacaccia copiosiora per l'ombrose selve e ora per gli aperti campisolleciti n'andavamo; e quivi varie cacce vedendoancora che essemolto rallegrassero ciascuno altroin me solo alquanto minuivano ilmio dolore. E come alcuno bello volo o notabile córso vedevacosí mi ricorreva alla bocca: "O Panfiloora fossi tuqui a vederecome già fosti!" Ohimè! Che infino aquel punto alquanto avendo con meno noia sostenuto e il riguardare el'operareper tale ricordarmi quasi vinta nel nascoso doloreognicosa lasciava stare. Ohquante volte e’ mi ricorda che in taleaccidente già l'arco mi cadde e le saette di manonel qualené in reti distendere o in lasciare caniniuna che Dianaseguisse fu piú di me ammaestrata giammai. E non una voltamamoltenel piú spesso uccellare qualunque uccello si fu a ciòconvenevolequasi essendo io a me medesima uscita di mentenonlasciandolo iosi levò volando delle mie mani; di che iogiàin ciò studiosissimaquasi niente curava. Ma poi che ciascunavalle e ogni montee li spaziosi piani erano da noi ricercatidipreda carichi i miei compagni e io a casa ne tornavamola qualelieta per molte feste e varie trovavamo le piú volte.
     Noi alcuna volta sotto gli altissimi scogli sopra il mareestendentisi e facienti ombra graziosissimasulle arene poste lemense con compagnia di donne e di giovini grandissima mangiavamo. Néprima eravamo da quelle levateche sonantisi diversi strumentiigiovini varie danze incominciavanonelle quali me medesimaquasisforzataalcuna volta convenne pigliare; ma in essesí perl'animo non a quelle conformee sí per lo corpo deboleperpiccolo spazio durava; per che indietro trattamisopra gli stesitappeti con alcune altre mi ponea a sedere. Quivi ad un'ora i suoniascoltando entranti con dolci note nell'animo mioe a Panfilopensandodiscordefesta con noia comprendo; perciò che ipiacevoli suoniascoltandoin me ogni tramortito spiritello d'amorefanno risuscitaree nella mente tornare i lieti tempine’quali io al suono di quelli variamente con arte non piccolainpresenza del mio Panfilo laudevolmente soleva operare; ma quiviPanfilo non vedendovolontiericon tristi sospiripianti l'avereidolentissimase convenevole mi fosse paruto. E oltre a ciòquesto medesimo le varie canzoni quivi da molte cantate mi solevanofare; delle quali se forse alcuna n'era conforme alli miei maliconorecchia l'ascoltava intentissimadi saperla disiderandoacciòche poi fra me ridicendolacon piú ordinato parlare e piúcoperto mi sapessi e potessi in publico alcuna volta dolereemassimamente di quella parte de’ danni miei che in essa sicontenesse.
      Ma poi che le danze inmolti giri volte e reiterate hanno le giovini donne rendute stanchetutte postesi con noi a sederepiú volte avvenne che igiovini vaghidi sé d'intorno a noi accumulatiquasifacevano una coronala quale mai né quivi né altroveavvenne che io vedessiche ricordandomi del primo giornonel qualePanfilo a tutti dimorando di dietromi preseche io invano nonlevassi piú volte gli occhi fra loro rimirandoquasi tuttaviasperando in simile modo Panfilo rivedere. Tra questi adunque mirandovedea alcuna volta alcuni con occhi intentissimi mirare il suo disioe io in quegli atti sagacissima per addietrocon occhio perplessoogni cosa miravae conosceva chi amava e chi scherniva; e taloral'uno laudava e talora l'altroe in me diceva talvolta che il miomigliore sarebbe stato se cosí io come quelle facevano avessifattoservando l’anima libera come quellegabbandoservavano;poi dannando cotal pensieropiú contenta (se essere si puòcontenta di male avere) sono d'avere fedelmente amato. Ritornoadunque e gli occhi e l pensiero agli atti vaghi de giovini amantiequasi alcuna consolazione prendendo di quellili quali ferventementeamare discernopiú con meco stessa di ciò li commendoe quelli lungamente con intero animo avendo miraticosí frame medesima tacita incomincio:
      - Ohfelici voi a’ quali come a me non è tolta la vista di voistessi! Ohimè! che cosí come voi fatesoleva io peraddietro fare. Lunga sia la vostra felicitàacciò cheio sola di miseria possa essemplo rimanere a’ mondani. Almenose Amorefaccendomi mal contenta della cosa amata da mesaràcagione che li miei giorni si raccorcinome ne seguirà cheiocome Didocon dolorosa fama diventerò etterna.
     E questo dettotacendo torno gli occhi a riguardare quello chediversi diversamente adoperino. Oh quanti già in simili luoghine vidili quali dopo avere miratoe non avendo la loro donnavedutareputando meno che bello il festeggiaremalinconiosi sipartivano! De' quali alcunoavvegna che deboleriso nel mezzo de’miei mali trovava luogoveggendomi compagnia ne’ dolorieconoscendo per li miei mali stessi li guai altrui.
     Adunquecarissime donnecosí dispostaquale le mie paroledimostranom'aveano li dilicati bagnile faticose cacce e li mariniliti d'ogni festa ripieni: per che dimostrando il mio palido visolisospiri continui e il cibo parimente col sonno perdutialloingannato marito e alli medici la mia infermità non curabilequasi della .mia vita disperandosialla città lasciata netornavamo; nella quale la qualità del tempo molte e diversefeste apprestantecon quellecagioni di varie angosciem'apparecchiava.
      Egli avvennenonuna volta ma molteche dovendo novelle spose andare a’ loromaritiprimieramente ioo per parentado strettoo per amistào per vicinanza fui invitata alle nuove nozzealle quali andare piúvolte mi costrinse il mio maritocredendosi in cotale guisa lamanifesta mia malinconia alleggiare. Adunque in questi cosífatti giorni li lasciati ornamenti mi convenia ripigliaree inegletti capellid'oro per addietro da ognuno giudicatialloraquasi a cenere simili divenuticome io poteva in ordine rimetteva. Ericordandomi con piú piena memoriaa cui essi oltre ad ognialtra mia bellezza soleano piacerecon nuova malinconia riturbava ilturbato animo; e alcuna volta avendo io me medesima obliatamiricorda che non altramente che da intimo sonno rivocata dalle mieservericogliendo il caduto pettineritornai al dimenticato oficio.Quindi volendomisí come usanza è delle giovini donneconsigliare col mio specchio de' presi ornamentivedendomi in essoorribile quale io eraavendo nella mente la forma perdutaquasi nonquella la mia che nello specchio vedevama d'alcuna infernal furiapensandointorno volgendomidubitava. Ma purepoi che ornata eranon dissimile alla qualità dell'animo con l'altre andava alleliete festeliete dico per l'altrechécome colui sa a cuiniuna cosa è nascosanulla ne fu maidopo la partita del mioPanfiloche a me non fosse di tristizia cagione.
     Pervenute adunque alli luoghi diputati alle nozzeancora che diversie in diversi tempi fosseronon altramente che in una sola maniera mividerocioè con viso infintoqual io potevaad allegrezzae con l'animo al tutto disposto a dolersiprendendo cosídalle liete cose come dalle triste che gli avvenianocagione allasua doglia. Ma poi che quivi dall'altre con molto onore ricevuteeravamol'occhio disideroso non di vedere ornamentide' quali liluoghi tutti risplendevanoma se stesso col pensiero ingannando seforse quivi Panfilo vedessecome piú volte già insimile luogo veduto avevaintorno solea girare; e non vedendolocome fatta piú certa di ciò di che prima io eracertissimaquasi vintacon l'altre mi poneva a sedererifiutandogli offerti onorinon vedendovi io colui per lo quale essere misoleano cari. E poi che la nuova sposa era giuntae la pompagrandissima delle mense celebrata si toglieva viacome le variedanzeora alla voce d'alcuno cantante guidate e ora al suono didiversi strumenti menateerano cominciaterisonando ogni partedella sposaresca casa di festaioacciò che non isdegnosama urbana paressidata alcuna volta in quellemi riponeva a sedereentrando in nuovi pensieri.
      Egli miritornava a mente quanto solenne fosse stata quella festala quale aquesta simile già per me s'era fattanella quale io semplicee libera senza alcuna malinconia lieta mi vidi onoraree quellitempi con questi altri misurando in me medesimae oltremodoveggendoli variaticon sommo disiose il luogo conceduto l'avesseprovocata era a lagrimare. Correvami ancora nell'animo con pensieroprontissimoveggendo li giovini parimente e le donne far festaquant'io già in simili luoghiil mio Panfilo me mirandoconatti varii e maestrevoli a cotali cosefesteggiato avessi; e piúmeco della cagione del far festache tolta m'erache del non farfesta medesimo mi doleva Quindi orecchie porgendo a’ mottiallecanzoni e alli suoniricordandomi de preteritisospiravae coninfinto piaceredisiderando la fine di cotale festameco medesimamal contenta con fatica passava. Nondimenoriguardando ogni cosaessendo intorno alle riposanti donne la multitudine de' giovini arimirarle sopravvenutimanifestamente scorgea molti di quellioquasi tuttiin me rimirare alcuna volta e quale una cosa del mioaspettoe quale un'altra fra sé tacito ragionavama non siche de loro occulti parlario per imaginazione o per uditanonpervenissero gran parte alle mie orecchie. Alcuni l'uno verso l'altrodicevano:
      - Dehguarda quellagiovinealla cui bellezza nulla ne fu nella nostra cittàsimigliantee ora vedi quale ella è divenuta! Non miri tucome ella ne' sembianti pare sbigottitaqua le che la cagione sisia?
      E detto questomirandomi conatto umilissimo quasi da compassione delli miei mali compuntipartendosime di me lasciavano piú che l'usato pietosa. Altriintra sé dimandavano: "Dehè questa donna statainferma?"e poi a se medesimi rispondevano: "Egli mostradi sísí è magra tornata' e iscolorita; di cheegli è gran peccatopensando alla sua smarritabellezza".
      Certi ve n'erano dipiú profondo conoscimentoil che mi doleali quali dopolungo parlare dicevano:
      - Lapalidezza di questa giovine dà segnali d'innamorato cuore. Equale infermità mai alcuno assottigliacome fa il troppofervente amore? Veramente ella amae se cosí ècrudele è colui che a lei è di si fatta noia cagioneper la quale essa cosí s’assottigli.
     Quando questo avvennedico che io non potei ritenere alcuno sospiroveggendo di me molta piú pietà in altrui che in coluiche ragionevolmente avere la dovria. E dopo li mandati sospiriconvoce tacita pregai per li coloro beni umilemente gl’iddii. Ecerto egli mi ricorda la mia onestà avere avute tra quelli checosí ragionavano tante forze che alcuni mi scusavanodicendo:
      - Cessi Iddio che questodi questa donna si credacioè che amore la molesti; ellapiúche alcuna altra onestamai di ciò non mostròsembiante alcunoné mai ragionamento nessuno tra gli amantisi poté di suo amore ascoltare: e certo egli non èpassione da potere lungamente occultare.
     "Ohimè!" diceva io allora fra me medesima "quantosono costoro lontani alla veritàme innamorata non reputandoperciò che come pazza negli occhi e nelle bocche de’giovini non metto li miei amoricome molte altre fanno!".
     Quivi ancora mi si paravano molte volte davanti giovini nobilie diforma bellie d'aspetto piacevolili quali per addietro piúvolte con atti e modi diversi tentati aveano gli occhi mieiingegnandosi di :trarre quelli a’ loro disii. Li quali poi cheme cosí deforme un pezzo aveano mirataforse contenti che ionon gli avessi amatisi dipartivano dicendo: "Guasta èla bellezza di questa donna.
      Perchénasconderò io a voio donnequel che non solamente a memageneralmente a tutte dispiace d'udire? Io dico cheancora che ’lmio Panfilo non fosse presenteper lo quale era a me sommamente carala mia bellezzacon gravissima puntura di cuore d'avere quellaperduta ascoltava.
      Oltre a questecoseancora mi ricordo io essermi alcuna volta in cosí fattefeste avvenuto che io in cerchio con donne d'amore ragionanti mi sonoritrovata; là dove con disiderio ascoltando quali gli altruiamori siano statiagevolmente ho compreso niuno si fervente nétanto occulto né con si grevi affanni essere stato come ilmioavvegna che de’ piú felici e de’ meno onorevoliil numero ne sia grande. Adunque in cotal guisa una volta mirandoeun'altra ascoltando ciò che nelli luoghi ne' quali stavas'adoperavapensosa passava il discorrevole tempo.
     Essendo adunque per alcuno spazio le donnesedendosiriposatem'avvenne alcuna volta cherilevatesi esse alle danzeavendo me piúvolte a quelle invitata indarnoe dimorando esse e li gioviniparimente in quellecon cuore d'ogni altra intenzione vacuomoltoattentequale forse da vaghezza di dimostrare sé in quelleessere maestrae quale dalla focosa Venere a ciò sospintaioquasi sola rimasa a sederecon isdegnoso animo li nuovi atti e lequalità di molte donne mirava. E certo d'alcune avvenne che iole biasimaibenché io sommamente disiderassise essere fossepotutodi fare iose il mio Panfilo fosse stato presente; il qualetante volte quante a mente mi tornava o tornatante di nuovamalinconia m'era ed è cagione: il checome Iddio sanonmerita il grande amore ch'io gli porto e ho portato.
     Ma poi che quelle danze con gravissima noia di me alcuna volta perlungo spazio rimirate aveaessendomi divenute per altro pensierotediosequasi da altra sollecitudine mossadel publico luogolevatamivolonterosa di sfogare il raccolto dolorese fatto miveniva acconciamentein parte solitaria me n'andava; e quivi dandoluogo alle volonterose lagrimedelle vanità vedute alli mieifolli occhi rendea guiderdone. Né quelle senza parole accesed'ira uscivano fuorianziconoscendo io la misera mia fortunaverso lei mi ricorda d'avere alcuna volta cosí parlato:
     - O Fortunaspaventevole nemica di ciascuno felicee de piúmiseri singulare speranzatupermutatrice de' regni e de’mondani casi adducitricesollevi e avvalli con le tue manicome iltuo indiscreto giudicio ti porge; e non contenta d'essere tuttad'alcunoo in uno caso l'essalti e in uno altro il deprimio dopoalla data felicità aggiugni agli animi nuove cureacciòche i mondani in continue necessità dimorandosecondo ilparere lorote sempre prieghinoe la tua deità orba adorino.Tucieca e sordali pianti de' miseri rifiutando; con gli essaltatiti godili quali te ridente e lusingante abbracciando con tutte leforzecon inoppinato avvenimento da te si trovano prostrati e alloramiseramente te conoscono aver mutato viso. E di questi cotali iomisera mi trovoné so quale inimicizia o cosa da me commessainverso te a ciò t'inducesseo mi ci noccia. Ohimè!chiunque nelle grandi cose si fidae potente signoreggia negli altiluoghil'animo credulo dando alle cose lieteriguardi med'altadonna piccolissima serva tornatae peggioche disdegnata sono dalmio signoree rifiutata. Tu non desti maio Fortunapiúammaestrevole essemplo di me de' tuoi mutamentise con sana mente siriguarderà. Io da teo Fortuna mutabilenel mondo ricevutafui in copiosa quantità de tuoi benise la nobiltà ele ricchezze sono di quellisí come io credo; e oltre a ciòin quelle cresciuta fuiné mai ritraesti la mano. Queste cosecerto continuamente magnanima possedeie come mutabili le trattai eoltre alla natura delle femineliberalissimamente l’housate.
      Ma ioancora nuovatedelle passioni dell’anima donatrice non sappiendo che tantaparte avessi ne' regni d'Amorecome volestim'innamoraie quellogiovine amaiil quale tu solae altri noparasti davanti agliocchi miei allora che io piú ad innamorar mi credea esserelontana. Il piacere del quale poi che nel cuore con legameindissolubile mi sentisti legatonon stabile piú volte haicercato di farmene noia; e alcuna volta hai li vicini animi con vanie ingannevoli ingegni sommossi e talvolta gli occhiacciò chepalesato nocesse il nostro amore. E piú voltesí cometu volestisconce parole dell'amato giovine alli miei orecchipervenneroe alli suoi di me sono certa che facesti pervenirepossibiliessendo credutea generare odio; ma esse non vennero maial tuo intendimento secondechéposto che tudèacome ti piace guidi le cose esteriorile virtú dell'anima nonsono sottoposte alle tue forze: il nostro senno continuamente in ciòt’ha soperchiata. Ma che giova però a te opporsi? A tesono mille vie da nuocere a’ tuoi nemicie quelle che perdiritto non puoiconviene che per obliquo fornischi. Tu non potestine' nostri animi generare inimiciziae ’ngegnastiti di mettervicosa equivalentee oltre a ciò gravissima doglia eangoscia.
      I tuoi ingegniperaddietro rotti col nostre sennosi risarcirono per altra viaeinimica a lui parimente e a mecon li tuoi accidenti porgesticagione di dividere da me l'amato giovine con lunga distanza. Ohimè!quando avrei io potuto pensare che in luogo a questo tanto distante eda questo diviso da tanto mareda tanti monti e valli e fiumidovesse nascerete operantela cagione de’ miei mali? Certonon maima pure è cosí; ma con tutto questoavvegnache egli sia lontano a mee io a luinon dubito che egli m'amisicome io luiil quale io sopra tutte le cose amo. ma che vale questoamore ad effetto piú che se fossimo nemici? Certo niuna cosa:dunque al tuo contrasto niente valse il senno nostro. Tu insiemementecon lui ogni mio dilettoogni mio bene e ogni mia gioia te neportastie con questi le festeli vestimentile bellezze e ’lvivere lietoin luogo de quali piantitris tizia e intollerabileangoscia lasciasti; ma certo che io non l'ami non m’hai tupotuto tòrrené puoi. Dehse io giovine ancora aveacontro alla tua deità commessa alcuna cosal'etàsemplice mi dovea rendere scusata. Ma se tu pure di me volevivendettaperché non l'operavi tu nelle tue cose? Tu ingiustahai messa la tua falce nell'altrui biade. Che hanno le cose d'amore afare con teco? A me sono altissime case e belleampissimi campi emolte bestiea me tesori conceduti dalla tua mano; perché inqueste coseo con fuoco o con acqua o con rapina o con morte non sidistese la tua ira? Tu m’hai lasciate quelle cose che alla miaconsolazione non possono valerese non come a Mida la ricevutagrazia da Bacco alla famee haitene portato colui soloil quale iopiú che tutte l'altre cose avea caro.
     Ahimaladette siano l'amorose saettele quali ardirono di prenderevendetta di Feboe da te tanta ingiuria sostengono! Ohimè!che se esse t'avessero mai punta come elle pungono ora meforse tucon piú diliberato consiglio offenderesti agli amanti. Maeccotu m’hai offesae a quello condotta che io riccanobilee possentesono la piú misera parte della mia terrae ciòvedi tu manifesto. Ogni uomo si rallegra e fa festae io solapiango; né questo ora solamente cominciaanzi èlungamente durato tantoche la tua ira doveria essere mitigata. Matutto il ti perdono se tu solamentedi graziail mio Panfilocomeda me il dividesti con meco il ricongiungi; e se forse ancora la tuaira pur dúrasfoghisi sopra il rimanente delle mie cose. Dehincrescati di meo crudele! Vedi che io sono divenuta tale che quasicome favola del popolo sono portata in boccadove con solenne famala mia bellezza soleva essere narrata. Comincia ad essere pietosaverso di meacciò che iovaga di potermi di te lodareconparole piacevoli onori la tua maestàalla qualese benignami torni nel dimandato donoinfino ad ora promettoe qui sienotestimonii gl’iddiidi porre la .mia imagine ornata quantopotrassi ad onore di tein qual tempio piú ti fia caroequellacon versi soscritti che diranno: Questa èFiammettadalla Fortuna di miseria infima recata in sommaallegrezzasi vedrà da tutti.
     Oh quante piú altre cose ancora dissi piú voltelequali lungo e tedioso sarebbe il raccontarle! Ma tuttebrievementein amare lagrime terminavanodalle quali alcuna volta avvenne cheiodalle donne sentitacon varii conforti levatanealle festevolidanze fui rimenata a mal mio grado.
     Chi crederebbe possibileo amorose donnetanta tristizia nel prettocapere d'una giovine che niuna cosa fossela quale non solamente nonrallegrar la potessema eziandio cagione di maggior doglia le fossecontinuo? Certo egli pare incredibile a tuttima io miserasícome colei che ’l pruovosento e conosco ciò esserevero. Egli avvenia spesse volte cheessendosí come lastagione richiedevail tempo caldissimomolte altre donne e ioacciò che piú agevolmente quello trapassassimosopravelocissima barca armata di molti remisolcando le marine ondecantando e sonandoli rimoti scoglie le caverne ne’ montidalla natura medesima fatteessendo esse e per ombra e per li ventirecentissimecercavamo. Ohimèche questi erano al corporalecaldo sommissimi rimedii a me offertima al fuoco dell'anima pertutto questo niuno alleggiamento era prestatoanzi piuttosto tolto;però checessanti li calori esteriorili quali senza dubbioalli dilicati corpi sono tediosiincontanente piú ampio luogosi dava agli amorosi pensierili quali non solamente materiasostentante le fiamme di Venere sonoma aumentantese bene simira.
      Venute adunque ne’luoghi da noi cercatie presi per li nostri diletti ampissimiluoghisecondo che il nostro appetito richiedevaora qua e ora làora questa brigata di donne e di giovinie ora quell'altradellequali ogni piccolo scoglietto o litosolo che d'alcuna ombra dimonte da' solari raggi difeso fosseerano pieniveggendo andavamo.Oh quale e quanto è questo diletto grande alle sane menti!Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste e dicari ornamenti sí belleche solo il riguardarle aveva forzadi risvegliare l'appetito in qualunque piú fosse statosvogliato; e in altra partegià richiedendolo l'orasidiscernevano alcuni prendere lietamente li mattutini cibida' qualie noi e quale altro passava con allegra voce alle loro letizieeravamo convitati.
      Ma poi che noimedesimi avevamosi come gli altrimangiato con grandissima festae dopo le levate mense piú giri dati in liete danze al modousatorisalite sopra le barchesubitamente or qua e ora colàn'andavamo. E in alcuna parte cosa carissima agli occhi de' giovinin'apparivaciò erano vaghissime .giovini in giubbe .dizendado spogliatee scalze e isbracciate nell'acqua andantidalledure pietre levanti le marine conche; e a cotale oficio bassandosisovente le nascose delizie dell'uberifero petto mostravano. E inalcuna altra con piú ingegnoaltri con retie quali con piúnuovi artificiialli nascosi pesci si vedeano pescare.
     Che giova il faticarsi in voler dire ogni particulare diletto chequivi si prende? Egli non verrebbero meno giammai. Pensi seco chi haintellettoquanti e quali essi debbano esserenon andandovi (e sevi pur vanon vi si vede) alcuno altro che giovine e lieto. Quivigli animi aperti e liberi sonoe sono tante e tali le cagioni per lequali ciò avvieneche appena alcuna cosa addimandata negarevi si puote. In questi cosí fatti luoghi confesso ioper nonturbare le compagned'avere avuto viso coperto di falsa allegrezzasenza avere ritratto l'animo da' suoi mali; la qual cosa quanto siamalagevole a farechi l’ha provato ne può testimonianzadonare. E come potrei io nell'animo essere stata lieta ricordandomigià e meco e senza me avere in simili diletti veduto il mioPanfiloil quale io sentiva da me oltremodo essere lontanoe oltrea ciò senza speranza di rivederlo? Se a me non fosse stataaltra noia che la sollecitudine dell'animola quale me continuamenteteneva sospesa a molte cosesí m'era ella grandissimache èegli a pensare che il fervente disio di rivederlo avesse sí dime tolta la vera conoscenzachecertamente sappiendo lui in quelleparti non esserepur possibile che vi fosse argomentassie come seciò fosse senza alcuna contraddizione veroprocedea ariguardare se io il vedessi? Egli non vi rimaneva alcuna barcadellequaliquale in una parte volante e quale in un'altraera cosíil seno di quel mare ripieno come il cielo di stellequalora egliappare piú limpido e serenoche ioprima a quella con gliocchi che con la personariguardandonon pervenissi. Io non sentivaalcuno suono di qualunque strumentoquantunque io sapessi lui se nonin uno essere ammaestratoche con gli orecchi levati non cercassi disapere chi fosse il sonatoresempre imaginando quello esserepossibile d'essere colui il quale io cercava. Niuno litoniunoscoglioniuna grotta da me non cercata vi rimanevané ancoraalcuna brigata. Certo io confesso che questa talora vana e talorainfinta speranza mi toglieva molti sospiri; la quale poi che da meera partitaquasi come se nella concavità del mio cerebroraccolti si fossero quelli che uscire doveano fuoriconvertiti inamarissime lagrime per li miei dolenti occhi spiravano. E cosíle finte allegrezze in verissime angoscie si convertiano.
     La nostra cittàoltre a tutte l'altre italiche di lietissimefeste abondevolenon solamente rallegra li suoi cittadini o connozze o con bagni o con li marini litimacopiosa di molti giuochisovente ora con uno ora con un altro letifca la sua gente. Ma tral'altre cose nelle quali essa appare splendidissimaè nelsovente armeggiare. Suole adunque essere questa a noi consuetudineantica chepoi che i guazzosi tempi del verno sono trapassati e laprimavera con li fiori e con la nuova erba ha al mondo rendute le sueperdute bellezzeessendo con questo li giovaneschi animi per laqualità del tempo raccesi e piú che l'usato pronti adimostrare li loro disiidi convocare li dí piúsolenni alle logge de' cavalieri le nobili donnele qualiornatedelle loro gioie piú carequivi s'adunano. Né credoche piú nobile o ricca cosa fosse a riguardare le nuore diPriamo con l'altre frigie donnequalora piú ornate davanti alsuocero loro a festeggiare s'adunavanoche sono in piú luoghidella nostra città le nostre cittadine a vedere; le quali poiche alli teatri in grandissima quantità radunate si veggonociascuna quanto il suo potere si stende dimostrandosi bellanondubito che qualunque forestiere intendente sopravvenisseconsideratele contenenze altiereli costumi notabiligli ornamenti piuttostoreali che convenevoli ad altre donnenon giudicasse noi non donnemodernema di quelle antiche magnifiche essere al mondo tornate:quellaper alterezzadicendo Semiramís simigliare;quell'altraagli ornamenti guardandoCleopatràs sicrederebbe; l'altraconsiderata la sua vaghezzasarebbe credutaElena; e alcunagli atti suoi bene mirandoin niente si direbbedissimigliare a Didone. Perché andrò io simigliandoletutte? Ciascuna per se medesima pare una cosa piena di divina maestànon che d'umana. E io miseraprima che il mio Panfilo perdessipiúvolte udii tra li giovini quistionare a quale io fossi piú daessere assimigliatao alla vergine Pulissenao alla CiprignaVeneredicenti alcuni di loro essere troppo assimigliarmi a dèae altri rispondenti in contrario essere poco il simigliarmi a feminaumana.
      Quivi tra cotanta e cosínobile compagnia non lungamentesi siede né vi si tacenémormora; ma stanti gli antichi uomini a riguardareli chiarigioviniprese le donne per le dilicate manidanzandocon altissimevoci cantano i loro amori: e in cotal guisa con quante maniere digioia si possono divisarela calda parte del giorno trapassano. Epoi che 'l sole ha cominciato a dare piú tiepidi li suoi raggisi veggono quivi venire gli onorevoli prencipi del nostro Ausonicoregno in quell'abitoche alla loro magnificenza si richiede; liqualipoi che alquanto hanno mirato e le bellezze delle donne e leloro danzequasi con tutti li giovini cosí cavalieri comedonzelli partendosidopo non lungo spazio in abito tutto al primocontrario con :grandissima comitiva ritornano.
     Quale lingua sí d'eloquenza splendidao sí di vocabolieccellenti facunda sarebbe quella che interamente potesse li nobiliabiti e di varietà pieni interamente narrare? Non il grecoOmeronon il latino Virgilioli quali tanti riti di GrecidiTroiani e d'Italici già ne’ loro versi discrissero.Lievemente adunquea comparazione del verom'ingegnerò difarne alcuna particella a quelle che non gli hanno veduti palese. Eciò non fia nella presente materia dimostrato invano; anzi sipotrà per le savie comprendere la mia tristizia essereoltrea quella d'ogni altra donna preterita o presentecontinuapoi ladignità di tante e sí eccelse cose vedute non l’hannopotuta intrarompere con alcuno lieto mezzo. Dicoadunquealproposito ritornandoche li nostri prencipi sopra cavalli tanto nelcorrere velociche non che gli altri animalima li venti medesimiqualunque piú si crede festinodi dietro correndo silascerienovengonola cui giovinetta etàla speciosabellezzae la virtú espettabile d'essigraziosi li rendeoltre modo a' riguardanti. Essi di porpora o di drappi dalle indianemani tessuti con lavori di colori varii e d'oro intermistie oltre aciò soprapposti di perle e di care pietrevestitie icavalli covertiappariscono; de' quali i biondi crini penduli soprali candidissimi omerida sottiletto cerchiello d'oroo daghirlandetta di fronda novella sono sopra la testa ristretti. Quindila sinistra un leggierissimo scudoe la destra mano arma una lanciae al suono delle tostane trombe l'uno appresso l'altroe seguiti damoltitutti in cotale abito cominciano davanti alle donne il giuocolorocolui lodando piú in essoil quale con la lancia piúvicino alla terra con la sua puntae meglio chiuso sotto lo scudosenza muoversi sconciamentedimoracorrendo sopra il cavallo.

     A queste cosí fatte feste e piacevoli giuochicome io soleaancoramiserasono chiamata; il che senza grandissima noia di menon avvieneperciò chequeste cose mirandomi torna a mented'avere giàintra li nostri piú antichi e per etàreverendi cavalieriveduto sedere il mio Panfilo a riguardarelacui sufficienza alla sua età giovinetta impetrava sífatto luogo. E alcuna volta fu chestante egli non altramente cheDaniello tra gli antichi sacerdoti ad essaminare l'accusata donnaintra li predetti cavalieri togatide' quali per autoritàalcuno Scevola simigliavae alcuno altro per la sua gravezza sisaria detto il censorino Catoneo l'Uticensee alcuni sí nelviso appariano orrevoliche appena altramente si crede che fosse ilMagno Pompeoe altripiú robustifingono Scipione Africanoo Cincinnatorimirando essi parimente il correre di tuttie quasidelli loro piú giovini anni rimemorandositutti fremendoorquesto or quell'altro commendavanoaffermando Panfilo i detti loro;al quale io alcuna voltaragionando esso con essiquanti necorrevano udii gli antichi cosí giovinicome valorosi vecchiassimigliare.
      Oh quanto m'era ciòcaro ad udiresí per colui che'l dicevae sí perquelli che ciò ascoltavano intentie sí per li mieicittadinide’ quali era detto! Certo tantoche ancora m'ècaro il rammentarlo. Egli soleva delli nostri prencipi giovinettiliquali nelli loro aspetti ottimamente li reali animi dimostravanoalcuno dire essere allo arcadio Partenopeo simigliantedel quale nonsi crede che altro piú ornato all'assedio di Tebe venisse cheesso fu dalla madre mandatoessendo egli ancora fanciullo; l'altroappresso il piacevole Ascanio parere confessavadel quale Virgiliotanti versid'ottima testificanza del giovinetto descrisse; il terzocomparando a Deifebo; il quarto per bellezza a Ganimede. Quindi allapiú matura turba che loro seguiva vegnendonon meno piacevolisimiglianze donava. Quivi vegnente alcuno colorito nel visoconrossa barba e bionda chioma sopra gli omeri candidi ricadentee nonaltramente che Ercule fare solesseristretta da verde fronda inghirlandetta protratta assai sottilevestite di drappi sottilissimisericinon occupanti piú spazio che la grossezza del corpoornati di lavori varii fatti da maestra manocon un mantello soprala destra spalla con fibula d'oro ristrettoe con iscudo coperto ilmanco latoportando nella destra un'asta lieve qualeall'apparecchiato giuoco conviensine' suoi modi simile il diceva algrande Ettore; appresso al quale traendosi un altro avanti in simileabito ornatoe con viso non meno arditoavendo del mantello l'unlembo sopra la spalla gittatosicon la sinistra maestrevolmentereggendo il cavalloquasi un altro Achille il .giudicava; seguendonealcuno altropallando la lanciae postergato lo scudoli biondicapelli avendo legati con sottile velo forse ricevuto dalla suadonnaProtesilao gli si udia chiamare; quindi seguendone un altrocon leggiadro cappelletto sopra i capellibruno nel visoe conbarba prolissae nell'aspetto ferocenomava Pirro; e alcuno piúmansueto nel visobiondisimo e pulitoe piú che altroornatissimolui credere il troiano Paríso Menelao diceapossibile. Egli non è di necessità il piú in ciòprolungare la mia novella: egli nella lunghissima schiera mostravaAgamennoneAiaceUlisseDiomedese qualunque altro GrecoFrigioo Latino fu degno di laude. Né poneva a beneplacito cotalinomianzi con ragioni accettevoli fermando li suoi argomenti soprale maniere de' nominatiloro debitamente assimigliati mostrava; perchenon era l'udire cotali ragionamenti meno dilettevoleche ilvedere coloro medesimi di cui si parlava.
     Essendo adunque la lieta schiera due o tre voltecavalcando conpiccolo passodimostratasi a' circustanticominciavano i loroaringhi; e diritti sopra le staffechiusi sotto gli scudicon lepunte delle lievi lance tuttavia igualmente portandole quasi rasenteterravelocissimi piú che aura alcunacorrono i lorocavalli; e l'aere essultante per le voci del popolo circustanteperli molti sonagliper li diversi strumentie per la percossa delriverberante mantello del cavallo e di séa meglio e piúvigoroso correre li rinfranca. E cosí tutti veggendolinonuna volta ma moltedegnamente ne’ cuori de' riguardanti sirendono laudevoli. Oh quante donnequale il maritoquale l'amantequale lo stretto parente veggendo tra questine vidi già piúfiate sommissimamente rallegrare! Certo assai e non che essemaancora le strane. Io solaancora che ’l mio marito vi vedessi ovi veggiae con esso i miei parentidolente li riguardavaPanfilonon veggendovie lui essere lontano ricordandomi. Dehor non èquesta mirabile cosao donneche ciò ch'io veggio mi siamateria di doglia né mi possa rallegrare cosa alcuna? Dehquale anima è in inferno con tanta penachequeste coseveggendo non dovesse sentire allegrezza? Certo niunacredo. Essepurprese dalla piacevolezza della cetara d'Orfeoobliarono peralquanto spazio le pene loro; ma io tra mille strumentitra infiniteallegrezzee in molte e varie maniere di festenon posso la miapenanon che dimenticarema solamente un poco alleviare.
     E posto che io alcuna volta a queste feste o a simiglianti coninfinto viso la celie dea sosta a' sospirila notte poio qualorasoletta trovandomi prendo spazionon perdona parte delle suelagrimeanzi piú tante ne versoquanti per avventura ho ilgiorno risparmiati sospiri. E inducendomi queste cose in piúpensierie massimamente in considerare la loro vanitàpiúpossibile a nuocere che a giovaresi come io manifestamenteprovandoloconoscoalcuna voltafinita la festa e da quellapartitamimeritamente contra alle mondane apparenze crucciandomicosí dissi:
      - Ohfelicecolui il quale innocente dimora nella solitaria villausandol'aperto cielo! Il qualesolamente conoscendo di preparare maliziosiingegni alle selvatiche fieree lacciuoli a’ semplici uccellida affanno nell'animo essere stimolato non puotee se grave faticaper avventura nel corpo sostieneincontanente sopra la fresca erbariposandosi la ristoratramutando ora in questo lito del correnterivoe ora in quell'altra ombra dell'alto bosco li luoghi suoine'quali ode i queruli uccelli fremire con dolci cantie i ramitremanti e mossi da lieve ventoquasi fermo tenenti alle loro note!Dehcotale vitao Fortunaavessi tu a me concedutaalla quale letue disiderate larghezze sono di sollecitudine assai dannosa! Dehache mi sono utili gli alti palagii ricchi letti e la moltafamigliase l'animo da ansietà è occupatoerrando perle contrade da lui non conosciute dietro a Panfilonon concedendo a’lassi membri quiete alcuna?
      Oh comeè dilettevolee quanto è grazioso con tranquillo elibero animo il priemere le ripe de trascorrenti fiumie sopra inudi cespiti menare li lievi sonnili quali il fuggente rivo conmormorevoli suoni e dolci senza paura nutrica! Questi senza alcunainvidia sono conceduti al povero abitante le villemolto piúda disiderare che quellili qualiallettati con piúlusinghesovente o da pronte sollecitudini cittadine o da strepitidi tumultuante famiglia sono rotti. La costui famese forse alcunavolta lo stimolali còlti pomi nelle fedelissime selveraccolti la scaccianoe le nuove erbette di loro propria volontàfuori della terra uscite sopra li piccoli monti ancora gli ministranosaporosi cibi. Oh quanto gli èa temperare la setedolcel'acqua della fonte presa e del rivo con concava mano. Oh infelicesollecitudine de' mondania sostentamento de' quali la naturarichiede e apparecchia leggierissime cose! Noi nell’infinitamultitudine di cibi la sazietà del corpo crediamo compierenon accorgendoci in quelli essere le cagioni nascoseper le qualigli ordinati omori spesse volte sono piuttosto corrotti chesostentati; e alli lavorati beveraggi apprestando l'oro e le cavategemmesovente in essi veggiamo gustare li veleni frigidissimie senon questialmeno Venere pur si bee; e talvolta per quelli a sicurtàsoperchia si vieneper la qualeo con parole o con fattimiseravita o vituperevole morte s'acquista. E spesse volte ancora avvienechemolti di quelli avendo bevutiassai peggio che insensato corpon'è renduto il bevitore. A costui li Satirili FaunileDriadile Naiadile Ninfe fanno semplice compagnia; costui non sache si sia Venere né il suo biforme figliuoloe se pur laconoscerozzissima sente la forma suae poco amabile.
     Dehor fosse stato piacere d'Iddioche io similmente mai conosciutal'avessie da semplice compagnia visitatarozza mi fossi vivuta! Iosarei lontana da queste insanabili sollecitudini che io sostengoel'anima insieme con la mia fama santissime non curerebbero di vederele mondane feste simili al vento che volané da quelle veduteavrebbero angoscie come io ho. A costui non l'alte torrinonl'armate casenon la molta famiglianon i dilicati lettinon irisplendenti drappinon i correnti cavallinon centomilia altrecose involatrici della miglior parte della vitasono cagioned'ardente cura. Questide’ malvagi uomininon cercanti ne'luoghi rimoti e oscuri li furti lorovive senza paura; esenzacercare nell'altissime case i dubbiosi riposil'aere e la lucedimandae alla sua vita è il cielo testimonio. Ohquanto èoggi cotale vita male conosciutae da ciascuno cacciata come nemicadove piuttosto dovrebbe esserecome carissimacercata da tutti!Certo io arbitro che in cotale maniera vivesse la prima età!la quale insieme gli uomini e gl’iddii produceva. Ohimè!niuna è piú libera né senza vizio o migliore chequestala quale li primi usarono e che colui ancora oggi usailqualeabandonate le cittàabita nelle selve. Oh felice ilmondose Giove mai non avesse cacciato Saturno! e ancora l'etàaurea durasse sotto caste leggi! Però che tutti alli primisimili viveremmo. Ohimè! che chiunque è colui li primiriti servantenon è nella mente infiammato dal cieco furoredella non sana Venerecome io sono né è colui che sédispose ad abitare ne' colli de' montisuggetto ad alcuno regno: nonal vento del popolo non all’infido vulgo non alla pestilenziosainvidiané ancora al favore fragile di fortunaal quale iotroppo fidandomiin mezzo l'acque per troppa sete perisco. Allepiccole cose si presta alta quietecome che grandissimo fatto siasenza le grandi potere sostenere di vivere. Quegli che allegrandissime cose soprastao disidera soprastareséguita livani onori delle trascorrenti ricchezze; e certo le piú voltealli falsi uomini piacciono gli alti nomi; ma quegli è liberoda paura e da speranzané conosce il nero 'lividoredell’invidia divoratrice e mordente con dente iniquoche abitale solitarie villené sente gli odii variiné gliamori incurabiliné li peccati de popoli mescolati allecittadinécome consciodi tutti gli strepiti ha dottanzané gli è a cura il comporre fittizie parolele qualilacci sono ad irretire gli uomini di pura fede: ma quell'altromentre sta eccelsomai non è senza paurae quello medesimocoltelloche arma il lato suoteme.
     Oh quanto buona cosa è a niuno resisteree sopra la terragiacendopigliare li cibi sicuro! Rade volteo non maientrano lipeccati grandissimi nelle piccole case. Alla prima età niunasollecitudine d'oro funé niuna sacrata pietra fu arbitra adividere i campi alli primi popoli. Essi con ardita nave non secavanoil mare; solamente ciascuno si conoscea li liti suoiné liforti steccatiné li profondi fossiné l'altissimemura con molte torri cignevano i lati delle città loronéle crudeli armi erano acconce né trattate da’ cavalieriné era alcuno edificio che con grave pietra rompesse leserrate porte; e se forse tra loro era alcuna piccola guerrala manoignuda combattevae li rozzi rami degli alberi e le pietre siconvertivano in armi. Né ancora era la sottile e lieve asta dicornio armata di ferro nell'acuto spuntonené la taglientespada cigneva lato alcunoné la comante cresta ornava ilucenti elmi; e quello che piú e meglio era a costoroeraCupido non essere ancora natoper la qual cosa li casti pettipoida lui pennuto e per lo mondo volante stimolatipotevano viveresicuri.
      Dehor m'avesse Iddiodonata a cotal mondola gente del qualedi poco contenta e diniente tementesola selvatica libidine conosceva! E se niuno dicotanti beni quanti essi possedevano non me ne fosse seguitoaltroche non aver cosí affannoso amore e cotanti sospiri sentitocome io sentosí sarei io da dire piú felice che qualeio sono ne’ presenti secoli pieni di tante deliziedi tantiornamenti e di cotante feste. Ohimè! Che l'empio furore delguadagnaree la strabocchevole irae quelle mentile quali lamolesta libidine di sé acceseruppero li primi patti cosísanticosí agevoli a sosteneredati dalla natura alle suegenti. Venne la sete del signoreggiarepeccato pieno di sanguee ilminore diventò preda del maggioree le forze si diedero perleggivenne Sardanapalloil quale Venereancora che dissoluta daSemiramis fosse fattaprimieramente la fe' dilicatadando a Cereree a Bacco forme ancora da loro non conosciute; venne il battaglievoleMarteil quale trovò nuove arti e mille forme alla morteequinci le terre tutte si contaminarono di sanguee il maresimilmente ne diventò rosso. Allora senza dubbio li gravissimipeccati entrarono per tutte le casee niuna grave sceleratezza inbrieve fu senza essemplo: il fratello dal fratelloil padre dalfigliuoloil figliuolo dal padre furono uccisi; e il marito giacqueper lo colpo della moglie; e l'empie madri hanno piú volte liloro medesimi parti morti. La rigidezza delle matrigne ne’figliastri non dicoché è manifesta ciascuno giorno.Le ricchezze adunqueavariziasuperbiainvidia e lussuriae ognialtro vizio parimente seco recarono; e con le predette cose ancoraentrò nel mondo il duca e facitore di tutti li malieartefice de peccatiil dissoluto amoreper li cui assediamentidegli animiinfinite città cadute e arse ne fumanoe senzafine genti ne fanno sanguinose battagliee fecero; e li sommersiregni ancora priemono molti popoli. Ohimè! tacciansi tutti glialtri suoi pessimi effettie quelli li quali egli usa in me sianosoli essempli de' suoi mali e della sua crudeltàla quale síagramente mi stringeche a niuna altra cosa che a lei posso volgerela mente mia.
      Queste cose cosífra me ragionatealcuna voltapensando che le cose da me operatesiano appo Iddio gravi moltoe le pene a me senza comparazionenoiosehanno forza d'alleviare alquanto le mie angosciein quantoli molto maggiori mali già per altrui operatime quasiinnocente fanno appareree le pene da altrui sostenutebenchéio non creda da nessuno cosí gravi come da mepur veggendominon essere prima né solaalquanto piú forte divengo acomportarle; alle quali io sovente priego Iddio cheo con morte ocon la tornata di Panfiloponga fine.
     A cosí fatta vita e a piggiore m’ha la fortuna lasciataconsolazione cosí piccolacome udite; né intendiateconsolazione che me di dolore privisí come l'altre suole:essa solamente alcuna volta gli occhi toglie dal lagrimare senza piúprestarmi de’ suoi beni. Seguitando adunque le mie fatichedicochecon ciò sia cosa che io per addietro tra l'altre giovinidella mia città di bellezze ornatissimaquasi niuna festasoleache alli divini templi si facesselasciarené alcunabella senza me ne reputavano li cittadini; le quali feste vegnendoaquelle mi solevano sollecitare le serve miee ancora essel'anticoordine osservandoapparecchiati li nobili vestimentialcuna voltami dicono:
      - O donnaadórnati;venuta è la solennità di cotale tempiola quale tesola aspetta per compimento.
      Ohimè!che egli mi torna a mente che io alcuna volta a loro furiosa rivoltanon altramente che l'addentato cinghiaro alla turba de cania lororispondeva turbatae con voce d'ogni dolcezza vòtagiàdissi:
      - Viavilissima parte dellanostra casafate lontani da me questi ornamenti: brieve roba basta acoprire gli sconsolati membriné piú alcuno tempio néfesta per voi a me si ricordise la mia grazia v'ècara.
      Ohquante volte giàcome io udiifurono quelli da molti nobili visitatili quali piúper vedermiche per divozione alcuna venutinon veggendomiturbatisi tornavano indietronulla dicendo senza me valere quella festa! Macome che io cosí le rifiutipure alcuna voltain compagniadelle mie nobili compagneme le conviene costretta vederecon lequali io semplicemente e di feriali vestimenti vestita vi vadoequivi non i solenni luoghicome già fecicercomarifiutando li già voluti onoriumilene piú bassiluoghi tra le donne m'assetto; e quivi diverse coseora dall'una oradall'altra ascoltando con doglia nascosa quanto io piú possopasso quello tempo che io vi dimoro. Ohimè! quante volte giàm’ho io udito dire assai d'appresso:
     - Ohquale maraviglia è questa! Questa donnasingulareornamento della nostra cittàcosí rimessa e umile èdivenuta? Qual divino spirito l’ha spirata? Ove le nobili robe?Ove gli altieri portamenti? Ove le mirabili bellezze si sonofuggite?
      Alle quali paroleselicito mi fosse statoavrei volontieri risposto: "Tutte questecosecon molte altre piú carese ne portò Panfilodipartendosi".
      Quivi ancoradalle donne intorniatae da diverse domande trafittaa tutte coninfinto viso mi conviene satisfare. L'una con cotali voci mistimola:
      - O Fiammettasenza finedi te me e l'altre donne fai maravigliareignorando quale sia statasí súbita la cagione che le preziose robe hai lasciatee li cari ornamentie l’altre cose dicevoli alla tua giovineetade; tuancora fanciullain sí fatto abito andare nondovresti. Non pensi tu chelasciandolo oraper innanzi ripigliarnol potrai? Usa gli anni secondo la loro qualità. Questo abitodi tanta onestade da te preso non ti falla per innanzi. Vedi quiqualunque di noipiú di te attempateornate con maestramanoe d'artificiali drappi e onorevoli vestitee cosí tusimilemente dovresti essere ornata.
     A costei e a piú altre aspettanti le mie parole rendo io conumile voce cotale risposta:
      -Donneo per piacere a Dio o agli uomini si viene a questi templi. Seper piacere a Dio ci si vienel'anima ornata di virtú bastané forza fase il corpo di cilicio fosse vestito; se perpiacere agli uomini ci si vienecon ciò sia cosa che lamaggior parteda falso parere adombrati per le cose esteriorigiudichino quelle dentroconfesso che gli ornamenti usati e da voi eda me per addietrosi richieggiono. Ma io di ciò non ho curaanzidolente delle passate vanitàvolonterosa d'ammendarenel cospetto d'Iddiomi rendo quanto posso dispetta agli occhivostri.
      E quinci le lagrimedall’intrinseca verità cacciate per forza fuori mibagnano il mesto visoe con tacita voce cosí con mecomedesima dico:
      "O Iddioveditore de’ nostri cuorile non vere parole dette da me nonm'imputare in peccato. Come tu vedinon volontà d'ingannarema necessità di ricoprire le mie angoscie a quelle mi strigneanzi piuttosto merito me ne rendiconsiderando che'l malvagioessemplo levandoalle tue creature il do buono: egli m'ègrandissima pena il mentiree con faticoso animo la sostengoma piúnon posso".
      Oh quante volteodonneho io per questa iniquità pietose laude ricevutedicendo le circustanti donne me divotissima giovine di vanissimaritornata! Certoio intesi piú volte di molte essereoppinioneme di tanta amicizia essere congiunta con Dominediocheniuna grazia a lui da me dimandatanegata sarebbe; e piúvolte ancora dalle sante persone per santa fui visitatanonconoscendo esse quel che nell'animo nascondea il tristo visoequanto li miei disiderii .fossero lontani alle mie parole. Oingannevole mondoquanto possono in te gl’infinti visi piúche li giusti animise l'opere sono occulte! Iopiúpeccatrice che altradolente per li miei disonesti amoriperòche quelli velo sotto oneste parolesono reputata santa; maconoscelo Iddiochese senza pericolo essere potesseio con veravoce di me sgannerei ogni ingannata personané celerei lacagione che trista mi tiene; ma non si puote.
     Come io ho a quellache prima addimandata m'avearispostol'altradal mio latoveggendo le mie lagrime rasciugaredice:
     - O Fiammettadov'è fuggita la vaga bellezza del viso tuo?Dove l'acceso colore? Quale è la cagione della tua palidezza?Gli occhi tuoisimili a due mattutine stelleora intorniati dipurpureo giroperché appena nella tua fronte si scernono? Egli aurei crini con maestrevole mano ornati per addietroora perchéchiusi appena si veggono senza alcuno ordine? Dillocitu ne faisenza fine maravigliare.
      Da questacon poche parole sciogliendomidico:
     - Manifesta cosa è l'umana bellezza essere fiore caduco e daun giorno ad un altro venire menola quale se di sé dàfidanza ad alcunamiseramente a lungo andare se ne trova prostrata.Quegli che la mi diedecon sordo passo sottomettendomi le cagioni dacacciarla! se l’ha ritoltapossibile a renderlamiquando glipur piacesse.
      E questo dettononpotendo le lagrime ritenerechiusa sotto il mio mantellocopiosamente le spandoe meco con cotali parole mi dolgo:
     "O bellezzadubbioso bene de mortalidono di piccolo tempolaquale piú tosto vieni e pàrtitiche non fanno ne'dolci tempi della primavera i piacevoli prati risplendenti di moltifiorie gli eccelsi alberi carichi di varie frondili qualiornatidalla virtú d'Arietedal caldo vapor della state sono guastie tolti via; e se forse alcuni pure ne risparmia il caldo temponiuno dall'autunno è risparmiato; cosí e tubellezzale piú volte nel mezzo de’ migliori anni da moltiaccidenti offesa periscialla qualese forse pure ti perdona lagiovinezzala matura età a forza te resistente ne porta Obellezzatu se' cosa fugacenon altramente che l'onde mai nontornanti alle sue fontie in te fragile bene niuno savio si deeconfidare. Ohimè! quanto già t'amaie quanto a memisera fosti carae con sollecitudine riguardata! Oraemeritamenteti maladico. Tu prima cagione de miei dannieprenditrice prima dell'animo del caro amantelui non hai avuto forzadi ritenerené lui partito di rivocare. Se tu non fossistataio non sarei piaciuta agli occhi vaghi di Panfilo; enonessendo piaciutaegli non si sarebbe ingegnato di piacere alli miei;e non essendo egli piaciutosí come piacqueora non avreiqueste pene. Dunque tu sola cagione e origine se' d'ogni mio male.Ohbeate quelle che senza te li rimproveri della rustichezzasostengono! Esse caste le sante leggi osservanoe senza stimolipossono vivere con l'anime libere dal crudele tiranno Amore; ma tu anoi cagione di continuo infestamento ricevere da chi ci vedea forzaci conduci a rompere quello che piú caramente si dee guardare.O felice Spurinna e degno d'etterna famail .qualeli tuoi effetticonoscendonel fiore della sua gioventude da sé con manoacerba ti discacciò eleggendo piuttosto volere da' savii pervirtuosa opera essere amatoche dalle lascive giovini per la suaconcupiscevole bellezza. Ohimè! cosí avessi fatto io!Tutti questi doloriquesti pensieri e queste lagrime sarebberolontanee la vita per addietro corrotta ancora ne' termini primilaudevoli si sarebbe".
      Quincimi richiamano le donnee biasimano le mie soperchie lagrimedicendo:
      - O Fiammettache manieraè questa? Disperiti tu della misericordia di Dio? Non credi tului pietoso a perdonarti le tue piccole offese senza tante lagrime?Questo che tu fai è piuttosto cercare morte che perdono. Lievasuasciuga il viso tuoe attendi al sacrificio pòrto alsommo Giove dalli nostri sacerdoti.
     A queste voci iole lagrime restrignendoalzo la testala qualegià in giro non volgo come io solevafermamente sappiendo chequivi non è il mio Panfiloper mirarloné per vederese da altruio da cui sono miratao quello che di me pare agliocchi de’ circustanti; anzi attenta a coluiche per la salutedi tutti diede se medesimo; porgo pietosi prieghi per lo mio Panfiloe per la sua tornatacon cotali parole tentandolo:
     - O grandissimo rettore del sommo cielo e generale arbitro di tuttoil mondoponi oramai alle mie gravi fatiche modoe fine alli mieiaffanni. Vedi niuno giorno a me essere sicuro; continuamente il finedell'uno male è a me principio dell'altro. Ioche giàmi dissi felicenon conoscendo le mie miserieprima ne’ vaniaffanni d'ornare la mia giovinezzapiú che ’l debitoornata dalla naturate non sapevole offendendoper penitenzaall’indissolubile amore che ora mi stimola mi sottoponesti;quinci la mente non usa a cosí gravi affanni riempiesti perquello di nuove curee ultimamente coluicui io piú che meamoda me dividestionde infiniti pericoli sono cresciuti l'unodopo l'altro alla mia vita. Dehse li .miseri sono da te uditialcuna voltaporgi li tuoi pietosi orecchi alli miei prieghiesenza guardare a' molti falli da me verso te commessii pochi benise mai ne feci alcunobenigno considerae in merito di quelli lemie orazioni e preghiere essaudiscile qualicose a te assaileggieree a me grandissimeconterranno: io non ti cerco altrosenon che a me sia renduto il mio Panfilo. Ohimè! quanto e comeconosco bene questa preghiera nel cospetto di te giustissimo giudiceessere ingiusta!
      Ma dalla tuagiustizia medesima si dee muovere il meno male piuttosto volere che'l maggiore. A tea cui niente s'occultaè manifesto a meper niuna maniera potere uscire della mente il grazioso amante néli preteriti accidentidel quale e de’ quali la memoria a sífatto partito mi rieca con gravi doloriche già per fuggirlimille modi di morte ho dimandati; li quali tutti un poco di speranzache di te m'è rimasam’ha levati di mano. Dunqueseminore male è il mio amante tenerecome io già tenniche insieme il corpo uccidere con l'anima tristasí come iocredotorni e rendamisi. Sieti piú caro li peccatori viveree possibili a te conoscere! che mortisenza speranza di redenzionee vogli innanzi parte che tutto perdere delle creature da tecreate.
      E se questo è gravead essermi concedutoconcedamisi quella che d'ogni male èultimo fineprima che io costretta da maggiore dogliada me conditerminato consiglio la prenda. Vengano le mie voci nel tuocospetto; le quali se te toccare non possonoo qualunque altri iddiitenenti le celestiali regioni s'alcuno di voi vi si trovail qualemai quaggiú vivendoquell'amorosa fiamma provasse la quale iopruovoricevetelee per me le porgete a coluiil quale da me nonle prendesi che impetrandomi graziaprima quaggiúlietamentee poi nella fine de’ miei giorni costassú convoi io possa viveree innanzi tratto alli peccatori dimostrareconvenevole l'uno peccatore all'altro perdonaree dare aiuto.
     Queste parole detteodorosi incensi e degne offerteper farli abilia' prieghi miei e alla salute di Panfilopongo sopra li loro altari;efinite le sacre cerimoniecon l'altre donne partendomitornoalla trista casa.



CapitoloVI.

Nelquale Madonna Fiammettaavendo sentito Panfilo non aver mogliepresama d'altra donna essere innamoratoe però non tornaredimostra come ad ultima disperazionevolendosi ucciderene venisse.

     Quale voi avete potuto comprenderepietosissime donneper le cosedavanti detteè stata nelle battaglie d'amore la vita miaeancora assai peggiore; la quale certo a rispetto della futura forsenon ingiustamente si potrebbe dire dilettevolebene pensando. Ioancora paurosa ricordandomi di quello a che egli ultimamente micondusse e quasi ancora tieneper più prendere indugio dipervenirvisì perché del mio furore mi vergognoe sìperchéscrivendoloinin esso mi parrà rientrareconlenta manole cose men gravidistendendomi molton'ho scritte; maorapiù non potendo a quelle fuggiretirandomi l'ordine delmio ragionarepaurosa vi pur verrò. Ma tuo santissimapietàabitante ne' dilicati petti delle morbide giovinireggi li tuoi freni in quelli con più forte mano che infino aqui non hai fattoacciò che trascorrendoe di te piùparte che 'l convenevole dandonon forse di quello che io cerco ticonvertissi in contrarioe di grembo togliessi alle leggenti donnele lagrime mie.
      Egli era giàun'altra volta il sole tornato nella parte del cieloche si cosseallora che male li suoi carri guidò il presuntuoso figliuolopoi che Panfilo fu da me partito; e io misera per lunga usanza avevaapparato a sostenere li dolorie più temperatamente mi dolevache l'usatoné credeva che più si potesse durare dimaleche quello che io duravaquando la fortunanon contenta de'danni mieimi volle mostrare ch'ancora più amari veleni avevache darmi. Avvenneadunqueche de' paesi di Panfilo alle nostrecase tornò un nostro carissimo servidoreil quale da tuttiemassimamente da megraziosamente fu ricevuto. Questinarrando icasi suoi e le vedute cosemescolando le prospere con l'avverseperavventura gli venne Panfilo ricordato; del quale molto lodandosiricordando l'onore da lui ricevutome nell'ascoltare facevacontentae appena poté la ragione la volontàraffrenare di correre ad abbracciarloe del mio Panfilo dimandarecon quell'affezione che io sentiva; ma pure ritenendomie quelloessendo dello stato di lui dimandato da moltie avendo bene esseredi lui a tutti rispostoio sola il dimandai con viso lietoquelloche egli faceva e se suo intendimento era di tornarcialla qualeegli così rispose:
      -Madonnae a che fare tornerebbe qua Panfilo? Niuna più belladonna è nella terra suala quale oltre ad ogni altra èdi bellissime copiosache quella la quale lui ama sopra tutte lecoseper quello che io da alcuno intendessi; ed eglisecondo che iocredoama lei; altramente io il reputerei folledove per addietrosavissimo l'ho tenuto.
      A questeparole mi si mutò il cuorenon altramente che ad Oenone sopragli alti monti d'Ida aspettanteveggendo la greca donna col suoamante venire nella nave troiana; e appena ciò nel visonascondere poteiavvegna che io pur lo facessie con falso risodissi:
      - Certo tu di' il vero:questo paese a lui male graziosonon gli poté concedere peramanza una donna alla sua virtù debita; però se colàl'ha trovatasaviamente fase con lei si dimora. Ma dimmi con cheanimo sostiene ciò la sua novella sposa?
     Egli allora rispose:
      - Niuna sposaè a lui; e quellala quale non ha lungo tempo ne fu detto chevenne nella sua casanon a luima al padre è vero chevenne.
      Mentre che egli questeparole da me ascoltato dicevaio d'una angoscia uscita ed entrata inun'altra molto maggioreda ira sùbita stimolata e da dolorecosì il tristo cuore si cominciò a dibatterecome lepreste ali di Prognequalora vola più fortebattono ibianchi lati; e li paurosi spiriti non altramente mi cominciarono perogni parte a tremareche faccia il mare da sottile vento ristrettonella sua superficie minutamenteo li pieghevoli giunchi lievementemossi dall'aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via. Per chequindicome più acconciamente poteinella mia camera miricolsi.
      Partita adunque dallapresenza d'ogni uomonon prima sola in quella pervenniche per gliocchinon altramente che vena che pregna sgorghi nell'umide valliamare lagrime cominciai a versaree appena le voci ritenni daglialti guaie sopra al misero letto de' nostri amori testimoniovolendo dire "O Panfiloperché m'hai tradita?"migittaiovvero piuttosto caddi supinae nel mezzo della loro viafurono rotte le mie parolesì sùbito alla lingua eagli altri membri furono le forze tolte; e quasi mortaanzi morta daalcune credutaquivi per lunghissimo spazio fui guardata; névalse a farmi tornare la vita errante ne' suoi luoghi di fisicoalcuno argomento.
      Ma poi che latrista animala quale piagnendo più volte li miseri spiritiaveva per partirsi abbracciatipure si rifermònell'angoscioso corpole sue forze rivocate di fuori sparseagliocchi miei ritornò il perduto lume; e alzando la testasoprame vidi più donnele quali con pietoso servigio piagnendocon preziosi liquori m'aveano tutta bagnata; e più altristrumenti vidi atti a cose varie a me vicini; onde io de' piantidelle donne e delle cose ebbi non piccola maraviglia; e poi che ilpotere parlare mi fu concedutoqual fosse la cagione di quelle coseesser quivi addimandai; ma alla mia dimanda rispose una di loroedisse:
      - Per ciò qui quellecose erano venuteper fare in te la smarrita anima ritornare.
     Alloradopo un lungo sospirocon fatica dissi:
     - Ohimè! con quanta pietà crudelissimo oficio operavatevoi contrario alla mia volontà! Credendomi serviredisservitam'avete; e l'animadisposta a lasciare il più misero corpoche vivasì com'io veggiomeco a forza ritenuta avete.Ohimè! che egli è assai che niuna cosa da me néda altrui con pari affezione fu disiata come da me quella che voim'avete negato; iogià disciolta da queste tribulazionivicina era al mio disioe voi me n'avete tolta.
     Varii conforti dalle donne dati seguirono queste parole; ma di quellil'operazioni furono vane. Io m'infinsi riconfortatae nuove cagionidiedi al misero accidenteacciò chepartendosi quelleluogomi rimanesse a dolermi. Ma poi che di loro alcuna si fu partitaeall'altre fu dato commiatoessendo io quasi lieta nell'aspettotornatasola con la mia antica balia e con la consapevole serva de'danni miei quivi rimasidelle quali ciascuna alla mia vera infermitàporgeva confortevoli unguentida doverla guarirese ella non fossemortale. Ma io l'animo avendo solamente alle parole uditesubitamente nemica divenuta d'una di voio donnenon so di qualegravissime cose cominciai a pensaree il doloreche tutto dentrostare non potevacon rabbiosa voce in cotal guisa fuori del tristopetto sospinsi:
      - O iniquo giovineo di pietà nemicoo più che altro pessimo Panfilo ilquale orame misera avendo dimenticatacon nuova donna dimorimaladetto sia il giorno che io prima ti vidie l'orae 'l punto nelquale tu mi piacesti! Maladetta sia quella dèa cheapparitamimefortemente resistente ad amartirivolse con le sueparole dal giusto intendimento! Certo io non credo che essa fosseVenerema piuttosto in forma di lei alcuna infernal furiame nonaltramente empiente d'insaniache facesse il misero Atamante. Ocrudelissimo giovineda me tra molti nobili e belli e valorosi soloeletto pessimamente per lo miglioreove sono ora li prieghiliquali tu più volte a me per iscampo della tua vita piagnendoporgestiaffermando quella e la tua morte stare nelle mie mani? Ovesono ora li pietosi occhi co' quali a tua postamiserolagrimavi?Ove è ora l'amore a me mostrato? Ove le dolci parole? Ove ligravi affanni ne' miei servigi profferti? Sono essi del tutto dellatua memoria usciti? O haigli nuovamente adoperati ad irretire lapresa donna?
      Ahi maladetta sia lamia pietàla quale quella vita da morte prosciolseche di séfacendo lieta altra donnala mia dovea recare a morte oscura! Oragli occhiche nella mia presenza piagnevanodavanti alla nuovadonna ridonoe il mutato cuore ha ad essa rivolte le dolci parole ele profferte. Ohimè! dove sono orao Panfilogli spergiuratiiddii? Dove la promessa fede? Dove le infinte lagrimedelle quali iogran parte miseramente bevvipietose credendoleed esse erano pienedel tuo inganno? Tutte queste cose nel seno della nuova donnarimessecon teco insieme m'hai tolte.
     Ohimè! quanto mi fu già grave udendo te per giunonicalegge dato ad altra donna! Ma sentendo che li patti da te a me donatinon erano da preporre a quelliposto che faticosamente il portassipur vinta dal giusto dolorecon meno angoscia il sostenea. Ma orasentendo che per quelle medesime leggiper le quali tu a me se'strettotu ti siia me togliendotidato ad altra donnam'èimportabile supplicio a sostenere. Ora le tue dimoranze conoscoesimilmente la mia semplicitàcon la quale sempre te doveretornare ho credutose tu avessi potuto. Ohimè! oraabbisognavantio Panfilotante arti ad ingannarmi? Perché ligiuramenti grandissimi e la fede interissima così mi porgevise d'ingannarmi per cotal modo intendevi? Perché non tipartivi tu senza commiato cercareo senza promessa alcuna diritornare? Iocome tu saifermissimamente t'amavama io nont'aveva perciò in prigioneche tu a tua posta senza leinfinte lagrime non ti fossi potuto partire. Se tu così avessifattoio mi sarei senza dubbio di te disperatasubitamenteconoscendo il tuo ingannoe orao morte o dimenticanza averebbefiniti li miei tormenti; li quali tuacciò che fossero piùlunghivana speranza donandominutricare li volesti; ma questo nonaveva io meritato.
      Ohimè!come mi furono già le tue lagrime dolci! Ma ora conoscendo illoro effettomi sono amarissime ritornate. Ohimè! se Amorecosì fieramente ti signoreggiacome egli fa menon t'eraegli assai una volta essere stato presose di nuovo la secondaincappare non volevi? Ma che dico io? Tu non amasti giammaianzi dischernire le giovini donne ti se' dilettato. Se tu avessi amatocomeio credevatu saresti ancora mio. E di cui potresti tu mai essereche più t'amasse di me? Ohimè! chiunque tu se'odonnache tolto me l'haiancora che nemica mi siisentendo il mioaffannoa forza di te divengo pietosa. Guàrdati da' suoiinganniperò che chi una volta ha ingannato ha per innanziperduta l'onesta vergognané per innanzi d'ingannare hacoscienza. Ohimè! iniquissimo giovinequanti prieghi e quanteofferte agl'iddii ho io porte per la salute di teche tòrremi ti dovevi e darti ad altra!
      Oiddiili miei prieghi sono essauditima ad utilità d'altradonna; io ho avuto l'affannoe altri di quello si prende il diletto.Dehnon erao pessimo giovinela mia forma conforme a' tuoi disiie la mia nobiltà non era alla tua convenevole? Certo moltomaggiore. Le ricchezze mie furonti mai negateo da me tolte le tue?Certo no. Fu mai amato in attoo in fatto o in sembianteda mealtro giovineche tu? E questo ancora che no confesseraise 'lnuovo amore non t'ha tolto dal vero. Dunque qual fallo mioqualgiusta cagione a tequale bellezza maggiore della miao piùfervente amore mi t'ha tolto e datoti ad altrui? Certo niuno: e aquesto mi sieno testimonii gl'iddiiche mai verso di te niuna cosaoperaise non che oltre ad ogni termine di ragione t'ho amato. Sequesto merita il tradimento da te verso me operatotu ilconosci.
      O iddiigiustivendicatori de' nostri difettiio dimando vendetta e non ingiusta.Io non voglio né cerco di colui la morteche già da mefu scampato e vuole la miané altro sconcio dimando di luise non chese egli ama la nuova donna come io luiche ellatogliendosi a lui e ad un altro donandosicome egli a me s'ètoltoin quella vita il lasci che egli ha me lasciata.
     E quincitorcendomi con movimenti disordinatisu per lo lettoimpetuosa mi giro e mi rivolgo.
     Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in similiconsumato; ma la notteassai piggiore che 'l giorno ad ogni dogliain quanto le tenebre sono più alle miserie conformi che lalucesopravvenutaavvenne cheessendo io nel letto a lato al caromaritotacita per lungo spazio ne' pensieri dolorosi vegghiandoenella memoria ritornandomisenza essere da alcuna cosa impeditatutti li tempi passaticosì li lieti come li dolentiemassimamente l'avere Panfilo per nuovo amore perdutoin tantaabondanza mi crebbe il dolore chenon potendolo ritenere dentropiagnendo forte con voci misere lo sfogaisempre di quello tacendol'amorosa cagione. E sì fu alto il pianto miocheessendogià per lungo spazio nel profondo sonno stato involto il miomaritocostretto da quello si risvegliòe a meche tutta dilagrime era bagnatarivoltosinelle braccia recandomisicon vocebenigna e pietosa così mi disse:
     - O anima mia dolcequal cagione a questo pianto cosìdoloroso nella quieta notte ti muove? Qual cosagià èpiù tempot'ha sempre malinconica e dolente tenuta? Niunacosache a te dispiacciadee essere a me celata. E` egli alcunacosala quale il tuo cuore disideriche per me si possachedimandandola tufornita non sia? Non se' tu solo mio conforto ebene? Non sai tu che io sopra tutte le cose del mondo t'amo? E di ciònon una pruovama molte ti possono far vivere certa. Dunque perchépiagni? Perché in dolore t'affliggi? Non ti paio io giovinedegno alla tua nobiltà? O reputimi colpevole in alcuna cosala quale io possa ammendare? Dillofavellascuopri il tuo disio:niuna cosa sarà che non s'adempiasolo che si possa. Tutornata nell'aspettonell'abito e nelle operazioni angosciosamidài cagione di dolorosa vitae se mai dolorosa ti vidioggimi se' più che mai apparuta. Io pensai già checorporale infermità fosse della tua palidezza cagione; ma ioora manifestamente conosco che angoscia d'animo t'ha condotta aquello in che io ti veggio; per che io ti priego che quello che diciò t'è cagione mi scuopra.
     Al quale io con feminile subitezza preso consiglio al mentireilquale mai per addietro mia arte non era statacosìrispondo:
      - Marito a me piùcaro che tutto l'altro mondoniuna cosa mi manca la quale per te sipossae te più degno di me senza fallo conoscoma solo aquesta tristizia per addietro e al presente recata m'ha la morte delmio caro fratellola quale tu sai. Essa a questi piantiogni voltache a memoria mi tornami strigne; e non certo tanto la morteallaquale noi tutti conosco che dobbiamo venirequanto il modo di quellapiangoil quale disavventurato e sozzo conoscestie oltre a ciòle male andate cose dopo lui a maggior doglia mi stringono. Io nonposso sì poco chiudere o dare al sonno gli occhi dolenticomeegli palido e di squallore coperto e sanguinosomostrandomi l'acerbepiaghe m'apparisce davanti. E pure testéallora che tupiagner mi sentistidi prima m'era egli nel sonno apparito conimagine orribilestancopaurosoe con ansio pettotale che appenapareva che potesse le parole riavere; ma pur con fatica grandissimami disse: "O cara sorellacaccia da me la vergognache conturbata fronte mirando la terra mi fa tra gli altri spiriti andaredolente". Ioancora che di vederlo alcuna consolazionesentissipure vinta dalla compassione presa dell'abito suo e delleparolesùbito riscotendomifuggì il sonno; al quale amano a mano le mie lagrimele quali tu ora consolisolvendo ildebito dell'avuta pietàseguitarono; ecome gl'iddiiconosconose a me l'armi si convenisserogià vendicatol'avereie lui tra gli altri spiriti renduto con alta frontema piùnon posso. Adunquecaro maritonon senza cagione miseramentem'attristo.
      Oh quante pietoseparole egli allora mi porsemedicando la piagala quale assaidavanti era guaritae li miei pianti s'ingegnò dirattemperare con quelle vere ragioniche alle mie bugie siconfaceano! Ma poi che eglime racconsolata credendosisi diede alsonnoiopensando alla pietà di luicon più crudeledoglia tacitamente piagnendoricominciai la tramezzata angosciadicendo:
      - O crudelissime speluncheabitate dalle rabbiose fiereo infernoo etterna prigione decretataalla nocente turbao qualunque altro essilio maggiore più giùsi nascondeprendetemie me a' meritati supplicii date nocente. Osommo Giovecontro a me giustamente adiratotuona e con tostissimamano in me le tue saette discendi; o sacra Giunonele cui santissimeleggi io sceleratissima giovine ho corrottevéndicati; ocaspie rupilacerate il tristo corpo; o rapidi uccellio ferocianimalidivorate quello; o cavalli crudelissimi dividitoridell'innocente Ipolitome nocente giovine squartate; o pietosomaritovolgi nel petto mio con debita ira la spada tuae con moltosangue la pessima anima di te ingannatrice ne caccia fuori. Niunapietàniuna misericordia in me sia usatapoiché lafede debita al santo letto posposi all'amore di strano giovine. O piùche altra iniqua femina di questi e d'ogni maggiori supplicii degnaqual furia ti si parò davanti agli occhi castiil dìche prima Panfilo ti piacque? Dove abandonasti tu la pietàdebita alle sante leggi del matrimonio? Dove la castitàsommoonore delle donnecacciasti allora che per Panfilo il tuo maritoabandonasti? Ove è ora verso te la pietà dell'amatogiovine? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria sitrovano? Egli nel seno d'un'altra giovine lieto trascorre ilfuggevole temponé di te si cura; e a ragione e meritamentecosì ti doveva avveniree a te e a qualunque altra lilegittimi amori pospone alli libidinosi. Il tuo maritopiùdebito ad offenderti che ad altros'ingegna di confortartie coluiche ti doveria confortarenon cura d'offenderti.
     Ohimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sì. Lesue virtùla sua nobiltà e qualunque altra cosa nonavanzavano molto quelle di Panfilo? Or chi ne dubita? Dunque perchélui per altrui abandonasti? Qual cecitàquale traccutanzaquale peccatoquale iniquità vi ti condusse? Ohimè!che io medesima nol conosco. Solamente le cose liberamente possedutesogliono essere reputate viliquantunque elle sieno molto care; equelle che con malagevolezza s'hannoancora che vilissime sienosono carissime reputate. La troppa copia del mio maritoa me dadovere essere caram'ingannòe ioforse potente aresisterequello che io non feci miseramente piango; anzi senzaforse era potentese io voluto avessipensando a quello chegl'iddii e dormendo e vigilando m'aveano mostrato la nottee lamattina precedente alla mia ruina.
     Ma ora che da amareper ch'io voglianon mi posso partireconoscoqual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafissee pienasi partì del mio sangue; e similmente veggo quello che lacorona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugnequesto avvedimento. Gl'iddii forse a purgare alcuna ira contra meconcreatapentuti de' dimostrati segnidi quelli mi tolsero laconoscenzanon potendo indietro tornarlialtresì come Apolloall'amata Cassandradopo la data divinità tolse l'esserecreduta: laond'ioin miseria costituta non senza ragionevole coloreconsumo la mia vita.
      E cosìdolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo lettoquasi tutta lanotte passai senza potere alcuno sonno pigliareil qualese forsepure entrava nel tristo pettosì debole in quello dimoravache ogni piccolo mutamento l'avrebbe rotto; e come che egli ancorafievole fossesenza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla miamente non dimorava con meco. E questo non solamente quella nottedella quale di sopra parlom'avvennema prima molte voltee poiquasi continuamente m'è avvenuto; per che iguale tempestavegghiando e dormendosente e ha sentito l'anima tuttavia.
     Non tolsero le notturne querele luogo alle diurneanziquasi comedel dolermi scusataper le bugie dette al mio maritoquasi daquella notte innanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermiin publico molte volte.
      Ma purevenuta la mattina la fida nutricealla quale niuna parte de' dannimiei era nascosaperò che essa era stata la prima che nel mioviso aveva gli amorosi stimoli conosciuti e ancora in esso aveva icasi futuri imaginativeggendomi quando detto mi fu Panfilo averealtra donnadi me dubitando e istantissima a' miei benicome primail mio marito della camera uscìcosì v'entrò; eme veggendo per l'angoscie della notte preterita quasi semivivaancora giacerecon parole diverse si cominciò ad ingegnare dimitigare li furiosi malie in braccio recatamisicon la tremantemano m'asciugava il tristo visomovendo ad ora ad ora cotaliparole:
      - Giovineoltremodom'affliggono li tuoi malie più m'affliggerebberose davantinon te ne avessi fatta avvedere; ma tupiù volonterosa chesavialasciando li miei consigliseguisti li tuoi piacerionde alfine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuta. Ma peròche sempresolo che altri vogliamentre si vive si puòciascuno da malvagio camino dipartire e al buono ritornaremisarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre diquesto iniquo tiranno occupati svelassie loro della veritàrendessi la luce chiara. Chi egli siaassai li brievi diletti e lilunghi affanni che per lui hai sostenuti e sostieni ti possono faremanifesto. Tusì come giovinepiù la volontàseguitante che la ragioneamastie amandoquel fine che da amoresi può disiareprendesti; ecome già è dettobrieve diletto essere il conoscestiné più avanti chequello che avuto n'haimai avere né disiare se ne puote. E seegli pure avvenisse che 'l tuo Panfilo nelle tue braccia tornassenon altramente che l'usato diletto ne sentiresti.
     Li ferventi disiderii sogliono essere nelle cose nuovenelle qualimolte volte sperandosi che quello bene sia nascosoil quale forsenon v'èfanno con noia sostenere il fervente disioma leconosciute più temperatamente si sogliono disiderare; ma tutroppo nel disordinato appetito trascorsa e tutta dispostati alperirefai il contrario. Sogliono le discrete personetrovandosine' faticosi luoghi e pieni di dubbii tirarsi indietrovolendo anziavere la faticala quale infino al luogo hanno spesa dove giàpervenuti s'avveggonoperdutae ritornare sicurichepiùavanti andandomettersi a rischio di guadagnare la morte. Seguiadunque tumentre che tu puoicotale essemploe più oratemperata che tu non suolimetti la ragione innanzi alla volontàe te medesima saviamente cava de' pericoli e dell'angoscienellequali mattamente ti se' lasciata trascorrere. La fortuna a tebenivolase con sano occhio riguarderainon t'ha richiusa la via didietroné occupata sì chebene discernendo ancora letue pedatenon possi per quelle tornare là onde tu timovestied essere quella Fiammetta che tu ti solevi. La tua fama èinterané da alcuna cosa da te stata fatta è nellementi delle genti commaculatala quale essendo corrottaa moltegiovini fu già cagione di cadere nell'infima parte de' mali.Non volere più procedereacciò che tu non guastiquello che la fortuna t'ha riservato; confòrtatie tecomedesima pensa di non avere veduto mai Panfiloo che 'l tuo maritosia desso. La fantasia s'adatta ad ogni cosae le buone imaginazionisostengono leggiermente d'essere trattate. Sola questa via ti puòrendere lieta; la qual cosa tu dei sommamente disiderarese cotantol'angoscie t'offendonoquanto gli atti e le tue paroledimostrano.
      Queste paroleosimigliantinon una volta ma moltesenza rispondervi alcuna cosaascoltai io con grave animoe avvegna che io oltremodo turbatafossinondimeno vere le conosceva; ma la materiamal dispostaancorasenza alcuna utilità le riceveva; anziora in unaparte e ora in un'altra voltandomiavvenne alcuna volta chedaimpetuosa ira commossanon guardandomi dalla presenza della miabaliacon voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosae con piantooltre ad ogni altro grandissimo così dissi:
     - O Tesifoneinfernale furiao Megerao Alettostimolatrici delledolenti animedirizzate li feroci crinie le paurose idre con iraaccendete a nuovi spaventamentie veloci nell'iniqua camera entratedella malvagia donnae ne' suoi congiugnimenti con l'involato amanteaccendete le misere facellinee quelle intorno al dilicato lettoportate in segno di funesto agurio a' pessimi amanti! O qualunquealtro popolo delle nere case di Diteo iddii degl'immortali regni diStigesiate presenti quie co' vostri tristi ramarichii porgetepaura ad essi infedeli. O misero gufocanta sopra l'infelice tetto!E voio Arpiedate segno di futuro danno! O ombre infernalioetterno Caoso tenebre d'ogni luce nemicheoccupate l'adulterecasesì che gl'iniqui occhi non godano d'alcuna luce; e livostri odiio vendicatrici delle scelerate coseentrino negli animiacconci a' mutamentie impetuosa guerra generate fra loro!
     Appresso questogittato un ardente sospiroaggiunsi alle rotteparole:
      - O iniquissima donnaqualunque tu se'da me non conosciutatu ora l'amanteil quale iolungamente ho aspettatopossiedie io misera languisco a luilontana. Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdonee io vacuasenza frutto dimoro de' seminati prieghi. Io ho porte l'orazioni egl'incensi agl'iddii per la prosperità di colui il qualefurtivamente tu mi dovevi sottrarree quelle furono udite per utiledi te. Or eccoio non so con quale arte né come tu me gliabbi tratta del cuore e messavi tema pure so che così è;ma così ne possi tu tosto rimanere contentacome tu n'hai melasciata. E se forse a lui la terza volta innamorarsi èmalagevolegl'iddii non altramente dividano il vostro amore che queldella greca donna e del giudice d'Ida diviseroo quel del giovineabideo dalla sua dolente Eroo de' miseri figliuoli d'Eolovolgendosi contro di te l'aspro giudicioed egli rimanendo salvo. Opessima feminatu dovevi benela sua faccia mirandopensare cheegli senza donna non era; dunquese ciò pensastiche so che'l pensasticon quale animo procedesti a tòrre quel ched'altrui era? Certo con nemico animoavviso; e io sempre come nemicae occupatrice de' miei beni ti seguirò e semprementre civiveròmi nutricherò della speranza della tua morte;la quale io non comune priego che sia come l'altremaposta inluogo di pesante piombo o di pietra nella concava fiondatu siaintra li nemici gittatané al tuo lacerato corpo sia dato ofuoco o sepulturamadiviso e sbranatosazii gli agognanti canili quali io priego chepoi che consumate avranno le molli polpedelle tue ossa commettano asprissime zuffeacciò cherapinosamente rodendolete di rapina dilettata in vita dimostrino.Niuno giornoniuna notteniuna ora sarà la mia bocca senzaesser piena delle tue maladizioniné a questo mai si porràfine: prima si tufferà la celestiale Orsa in Oceanoe larapace onda della ciciliana Cariddi starà fermae tacerannoli cani di Sillae nell'Ionio mare surgeranno le mature biadeel'oscura notte darà nelle tenebre lucee l'acqua con lefiammee la morte con la vitae il mare co' venti saranno concordicon somma fede; anzimentre che Gange durerà tiepido el'Istro freddoe li monti porteranno le quercee li campi limorbidi paschicon teco avrò battaglie. Né finiràla morte questa iraanzi tra li morti spiriti seguitandoticonquelle ingiurie che di là s'adoperano m'ingegnerò dinoiarti. E se tu forse a me sopravviviquale che si sia della miamorte il mododovunque il misero spirito se n'andràdiquindi a forza m'ingegnerò di scioglierloe in te entrandofuriosa ti farò divenire non altramente che sieno le verginidopo il ricevuto Apollo; o vegnendo nel tuo cospettovegghiandoorribile mi vedraie ne' sonni spaventevole sovente ti desterònelle tacite notti; ebrievementeciò che tu faraicontinuamente volerò dinanzi agli occhi tuoie lamentandomidi questa ingiuriate in niuna parte lascerò quieta; e cosìmentre viveraida cotal furiame operantesarai stimolataemortapoi di piggiori cose ti sarò cagione.
     Ohimè misera! In che si stendono le mie parole? Io timinaccioe tu mi nuocie il mio amante tenendotiquello delleminacciate offese ti curi che gli altissimi re de' meno possentiuomini. Ohimè! ora fosse a me lo 'ngegno di Dedaloo li carridi Medeaacciò che per quello aggiugnendo ali alle miespalleo per l'aere portatasubitamente dove tu gli amorosi furtinascondi mi ritrovassi! Oh quante e quali parole al falso giovine e aterubatrice degli altrui benidirei con viso turbato eminaccevole! Oh con quanta villania i vostri falli riprenderei! E poiche te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi rendutisenzaalcuno freno o indugio procederei alla vendettae li tuoi capellicon le proprie mani pigliandoli e laniandoli fortete ora qua e oralà tirando per quellidavanti al perfido amante sazierei lemie iree con essi tutti li vestimenti ti straccerei. Néquesto mi basterebbeanzicon tagliente unghia il viso piaciutoagli occhi falsi arerei in molte partilasciando etterni segnali inquello delle mie vendette; e il misero corpo tutto con li bramosidenti lacerereiil quale poi lasciando a colui che ora ti lusinga amedicarelieta ricercherei le triste case.
     Mentre che io queste parole dicocon gli occhi sfavillanti e co'denti serratie con le pugna strettequasi a' fatti fossidimoroe pare che parte della disiata vendetta mi rechino; ma la vecchiabalia quasi piagnendo mi dice:
      - Ofigliuolaposci che tu conosci la fiera tirannia dello iddio che timolestatempera te medesimae li tuoi pianti raffrena; e se ladebita pietà di te stessa a ciò non ti muovemuovatiil tuo onoreal quale nuova vergogna d'antica colpa potrebbe nasceredi leggieri; o almeno tacinon forse il tuo marito senta le tristecosee per doppia cagione meritevolmente si dolga del fattotuo.
      Allora al ricordato sposopensandoda nuova pietà mossapiù forte piangoenell'anima volgendo la rotta fede e le male servate leggicosìdico alla mia balia:
      - O fidissimacompagna delle nostre fatichedi poco si può dolere il miomarito. Colui che fu del nostro peccato cagionedi quello èstato agrissimo purgatore; io ho ricevuto e ricevo secondo i meritiil guiderdone. Niuna pena mi poteva il marito dare maggiorechequella che m'ha porta l'amante: sola la mortese la morte èpenosa come si dicemi puote il marito per pena accrescere. Vengaadunquee déalami: ella non mi fia penaanzi dilettoperòche io la disideroe più dalla sua mano che dalla mia mi fiagraziosa. Se egli non la mi dào ella da sé non vieneil mio ingegno da sé la troveràperò che io perquella spero ogni mia doglia finire. Lo 'nfernode' miseri suppremosupplicioin qualunque luogo ha in sé più cocentenonha pena alla mia simigliante. Tizio ci è porto per gravissimoessemplo di pena dagli antichi autoridicenti a lui sempre esserepizzicato dagli avoltoi il ricrescente fegatoe certo io non lastimo piccolama non è alla mia simigliante; ché se acolui avoltoi pizzicano il fegatoa me continuo squarciano il cuorecento milia sollecitudini più forti che alcuno rostrod'uccello. Tantalo similmente dicono tra l'acque e li frutti morirsidi fame e di sete; certo e ioposta nel mezzo di tutte le mondanedeliziecon affettuoso appetito il mio amante disiderandonépotendolo averetal pena sostengo quale eglianzi maggioreperòche egli con alcuna speranza delle vicine onde e de' propinqui pomipure si crede alcuna volta potere saziarema io ora del tuttodisperata di ciò che a mia consolazione speravae piùamando che mai colui che nell'altrui forza con suo volere èritenutotutta di sé m'ha fatta di speranza rimanere difuori. E ancora il misero Issione nella fiera ruota voltato non sentedoglia sì fattache alla mia si possa agguagliare: ioincontinuo movimento da furiosa rabbia per gli avversarii fati rivoltapatisco più pena di lui assai. E se le figliuole di Danao ne'forati vasi con vana fatica continuo versano acque credendoliempieree io con gli occhitirate dal tristo cuoresempre lagrimeverso.

 

     Perché ad una ad una le infernali pene mi fatico io diraccontare? Con ciò sia cosa che in me maggior pena tuttainsieme si trovache quelle in diviso o congiunte non sono. E sealtro in me più che in loro d'angoscia non fossese non che ame conviene tenere occulti li miei dolorio almeno la cagioned'essilà dove essi con voci altissime e con atti conformialle loro doglie li possono mostraresi sarieno le mie pene maggioriche le loro da giudicare. Ohimè! quanto più fieramentecuoce il fuoco ristrettoche quello il quale per ampio luogo mandale fiamme sue! E quanto è grave cosa e di guai piena il nonpotere nelle sue doglie spandere alcuna voceo dire la nocivacagionema convenirle sotto lieto viso nascondere solo nel cuore!Dunque non dogliama piuttosto di doglia alleggiamento mi sarebbe lamorte. Venga adunque il caro maritoe sé ad un'ora vendichie me cacci di doglia; apra il suo coltello il mio misero pettoefuori la dolente animaamore e le mie pene ad un'ora ne tragga conmolto sangue; e il cuoredi queste cose ritenitoresì comeingannatore principale e ricettatore de' suoi nemicilaceri comemerita la commessa nequizia.
      Dappoiche la vecchia balia me tacita del parlare e nel profondo dellelagrime videcosì con voce sommessa mi cominciò adire:
      - O cara figliuolache èquello che tu favelli? Le tue parole sono vanee pessimi sonogl'intendimenti. Io in questo mondo vecchissima molte cose ho vedutee gli amori di molte donne senza dubbio ho conosciuti; e ancora cheio tra 'l numero di voi da mettere non sianon per tanto io pur giàconobbi gli amorosi velenili quali così vengono graviemolto più tal fiataalle menome genti come alle piùpossentiin quanto più alle indigenti sono chiuse le vie a'loro piaceriche a coloro che con le ricchezze le possono trovareper l'ozio loroné quello che tu quasi impossibile e tanto ate penoso favellinon udiiné sentii mai essere duro come neporgi. Il quale dolorepure posto che gravissimo sianon èperò da consumarsene come faie quindi cercare la mortelaquale tu più adirata che consigliata domandi. Bene conosco ioche la rabbia dalla focosa ira stimolata è ciecae non curadi coprirsiné freno alcuno sostienené teme morteanzi essa medesima da se stessa sospintasi fa contro alle mortalipunte dell'acute spadela qualese alquanto raffreddare fialasciatanon dubito che l'accesa follia saria manifesta alraffreddato. E peròfigliuolasostieni il tuo grave impetoe dà luogo al furoree alquanto nota le mie parole; e negliessempli da me detti ferma l'animo tuo.
     Tu ti duoli con gravi ramarichiise io ho bene le tue paroleraccoltedell'amato giovine da te dipartito e della rotta fedeed'Amore e della nuova donnae in questo dolerti niuna pena alla tuareputi iguale; e certose tu savia sarai come io disideroa tuttequeste cose con effetto raccogliendo le mie paroleprenderai tuutile medicina. Il giovineil quale tu amisenza dubbio secondol'amorose leggicome tu luite dee amare; ma se egli nol fafamalema niuna cosa a farlo il può costrignere. Ciascheduno ilbeneficio della sua libertàcom gli parepuò usare.Se tu fortemente ami luitanto che di ciò pena intollerabilesostieniegli di ciò non t'ha colpané giustamente dilui ti puoi dolere: tu stessa di ciò ti se' principalissimacagione. Amoreancora che potentissimo signore siae incomparabilile sue forzenon peròte invitati poteva il giovinepignere nella mente: il tuo senno e gli oziosi pensieri di questoamore ti furono principio; al quale se tu vigorosamente ti fossioppostatutto questo non avveniamaliberalui e ogni altroaveresti potuto schernirecome tu di' che egli di te non curantesiti schernisce. Egli adunque t'è bisognopoi la tua libertàgli sommettestidi reggerti secondo li suoi piaceri: piacegli ora distare a te lontano; a te similemente senza ramaricarti si convieneche egli piaccia. Se egli intera fede lagrimando ti diedee ditornare impromisenon cosa nuovama antichissima usanza fe' degliamanti: questi sono de' costumi che s'usano nella corte del tuoiddio.
      Ma se egli attenuta non tel'haniuno giudice si trovò mai che di ciò tenesseragionené di ciò più si puote che dire: "Maleha fatto"e darsi pacesappiendo che a lui sia da farese maia tal partito la fortuna tel dessea quale ella ha te a luiconceduta. Egli ancora non è il primo che questo fanétu la prima a cui avviene. Giasone si partì di Lemnosd'Isifilee tornò in Tessaglia di Medea; Parìs sipartì di Oenone delle selve d'Idae ritornò a Troia diElena; Teseo si partì di Creti di Adrianae giunse ad Attenedi Fedra: né però Isifileo Oenoneo Adrianas'ucciseroma posponendo li vani pensierimisero in oblio li falsiamanti. Amorecome io di sopra ti dissiniuna ingiuria ti fa o t'hafattapiù che tu t'abbi voluto pigliare. Egli usa il suo arcoe le sue saette senza provedimento alcunosì come noi tuttogiorno veggiamo; e deeti per manifesti e infiniti essempli la suamaniera essere chiarache niuno meritamente di cosa che gli avvengaper luinon si dovria di lui ma di sé condolere. Eglifanciullo lascivoignudo e ciecovolta e gittae non sa modorimuoverloè anzi piuttosto un perdersi le parole.
     La nuova donnadal tuo amante presaforse da lei preso il tuoamantealla quale tu con tante ingiurie minacciforse non con suacolpa l'ha fatto suoma egli forse di lei con improntitudine èdivenutoe come tu a' prieghi di lui non potesti resistereperavventura né ella medesimaforse non meno di te pieghevoleli poté senza pietà sostenere. Se egli così sapiagnerecome narriquando gli piacesieti manifesto le lagrime ela bellezza congiunte avere grandissime forze. E oltre a ciòponiamo pure che la gentil donna con le sue parole e atti l'abbiairretito: così s'usa oggi nel mondoche ciascuna personacerca il suo vantaggioe senza altrui riguardarequando il trovasel piglia comunque puote. La buona donnanon forse meno di te saviain queste coselui destro alla milizia di Venere conoscendoselrecò a sé. E chi tiene te che tu non possi fare ilsimigliante d'un altro? La qual cosa non lodoma purese piùnon si puote e di seguire Amore se' costrettaove tu la tua libertàda colui vogli ritrarreché potraiinfiniti giovini ci sonopiù di lui degniper quello che io credache volontieri a tediverranno suggetti: il diletto de' quali così lui trarràdella tua mentecome la nuova donna ha forse te della suatratta.
      Di queste fedi promesse egiuramenti fatti intra gli amantiGiove se ne ride quando sirompono; e chi tratta altrui secondo che egli è trattatoforse non falla soperchioanzi usa il mondo secondo li modi altrui.Il servare fede a chi a te la rompeè oggi reputata mattezzae lo 'nganno compensare con lo 'nganno si dice sommo sapere. Medea daGiasone abbandonata si prese Egeoe Adriana da Teseo lasciata siguadagnò Bacco per suo maritoe così li loro piantimutarono in allegrezza. Dunque più pazientemente le tue penesostienipoiché meritamente più d'altrui che di te nont'hai a doleree a quelle trovansi molti modi a lasciarlequandovorraiconsiderando ancora che già ne furono sostenute peraltre delle sì gravie trapassate. Che dirai tu di Deianiraessere abbandonata per Iole da Erculee Fillis da DemofonteePenelope da Ulisse per Circe? Tutte queste furono più graviche le tue penein quanto così o più era ferventel'amoree se si considera il modo e gli uomini più notabili ele donne; e pure si sostennero. Dunquea queste cose non se' sola néprimae quelle alle quali l'uomo ha compagniaappena possono essereimportabili o gravicome tu le dimostri. E però rallégratie le vane sollecitudini cacciae del tuo marito dubita; al qualeforse se questo pervenisse agli orecchipostocome tu di'chenulla più oltre te ne potesse per pena dare che la mortequella medesimacon ciò sia cosa che più che una voltanon si muoiasi deequando l'uomo puòpigliare la migliore.Pensase quella come adirata dimandi ti seguissedi questo diquanta infamia ed etterna vergogna rimarrebbe la tua memoriafregiata. Egli si vogliono le cose del mondo così apparare adusare come mobili; e per innanzi né tu né niuno in essemolto si confidi se vengono prosperené nell'avverseprostrato delle migliori si disperi. Cloto mescola queste cose conquellee vieta che la fortuna sia stabilee ciascuno fato rivolge;niuno ebbe mai gl'iddii sì favorevoli che nel futuro lipotesse obligare; Iddio le nostre coseda' peccati incitatoconturbazione rovescia; la Fortuna similmente teme li fortie avvilisceli timidi.
      Ora è tempo daprovare se in te ha luogo niuna virtùavvegna che a quella inniuno tempo si possa tòrre luogoma le prosperità laricuoprono assai spesso. La speranza ancora ha questa manieracheella nelle cose afflitte non mostra alcuna via: e però chiniuna cosa puote speraredi nulla si disperi. Noi siamo agitati da'fati; e credimi che non di leggieri si possono con sollecitudinemutare le cose apparecchiate da loro. Ciò che noi generazionemortale facciamo e sosteniamoquasi la maggior parte viene da'cieli; Lachesis serva alla sua rocca la decreta leggee ogni cosamena per limitata via: il primo dì ci diede lo stremonéè licito d'avere le avvenute cose rivolte in altro corso.L'avere voluto il mobile ordine tenere nocque già a moltie amolti ancora l'averlo temuto; però che mentre essi li lorofati temonogià a quelli sono pervenuti. Adunque lascia lidolori li quali volontaria hai elettie vivi lieta negl'iddiisperandoe opera beneperò che spesso avvenne già chequalora l'uomo più alla felicità si crede lontanoallora in quella con disavveduto passo è entrato. Molte navicorrendo felicemente per gli alti marigià rupperoall'entrata de' salvi porti; e così alcunedi salutedisperate del tuttosalve in quelli alla fine si ritrovarono. E ioho già veduti molti alberidalle fiammifere folgori di Giovepercossiivi a pochi tempi pieni di verdi frondi; e alcuniconsollecitudine riguardatida non conosciuto accidente essersi secchi.La fortuna dà varie viee così come ella di noia t'èstata cagionecosìse sperando la tua vita nutrichiti saràsimilmente di gioia.
      Non una solavolta ma molte usò verso me la savia balia cotali parolecredendosi da me potere cacciare li dolorie l'ansietàriservate solamente alla morte; ma di quelle poco o nulla toccava confrutto l'occupata mentee la maggior parte perduta si smarria tral'auree il mio male di giorno in giorno più comprendea ladolente anima; per che spesso supina sopra il ricco letto col visotra le braccia nascosonella mente varie cose e grandi rivolgea. Iodirò crudelissime cosee quasi da non dovere essere creduteda donna essere pensatese avvenire per addietro così fatteo maggiorinon si fossero vedute. Essendo io nel cuore vinta daincomparabile dogliasentendomi dal mio amantedisperatalontanacosì fra me a dire cominciai:
     "Eccoquella cagione che la sidonia Elissa ebbe d'abandonare ilmondoquella medesima m'ha Panfilo donatae molto piggiore. A luipiace che ioabandonate questenuove regioni cerchi; e iopoichésuggetta gli sonofarò quello che gli piacee al mio amore eal commesso male e all'offeso marito ad un'ora satisfaròdegnamente; e se agli spiriti sciolti dalla corporal carcere e alnuovo mondo è alcuna libertàsenza alcuno indugio conlui mi ricongiugneròe dove il corpo mio esser non puotel'anima vi starà in quella vece. Eccoadunque morròequesta crudeltàvolendo l'aspre pene fuggiresi conviene diusare a me in me stessaperò che niuna altra mano potrebbe sìessere crudeleche degnamente quella che io ho meritata operasse.Prenderò adunque senza indugio la mortela qualeancora cheoscurissima cosa sia a pensarepiù graziosa l'aspetto che ladolente vita".
      E poi che ioultimamente fui in questo proponimento diliberatafra me cominciai acercare quale dovesse de' mille modi esser l'uno che mi togliesse divita: e prima m'occorsero ne' pensieri li ferria molti di quellastati cagionetornandomi a mente la già detta Elissa partitadi vita per quelli. Dopo questo mi si parò davanti la morte diBiblis e d'Amatail modo delle quali s'offeriva a finire la miavita; ma iopiù tenera della mia fama che di me stessaetemendo più il modo del morire che la morteparendomi l'unopieno d'infamiae l'altro di crudeltà soperchia nel ragionaredelle gentimi fu cagione di schifare e l'uno e l'altro. Poiimaginai di voler fare sì come fecero li Saguntini o gliAbideigli uni tementi Annibale cartaginese e gli altri Filippomacedonicoli quali le loro cose e se medesimi alle fiammecommisero; ma veggendo in questo del caro maritonon colpevole ne'miei maligravissimo dannocome gli altri precedenti modi avearifiutaticosì e questo ancora rifiutai. Vennermi poi nelpensiero li velenosi sughili quali per addietro a Socrate e aSofonisba e ad Annibale e a molti altri prencipi l'ultimo giornosegnaronoe questi assai a' miei piaceri si confecero; ma veggendoche a cercare d'averli tempo si convenia interporree dubitando nonin quel mezzo si mutasse il mio proponimentodi cercare altramaniera imaginaie pensato mi venne di volere... come molti giàfecerorendere il tristo spirito: dubitando d'impedimentoché'l vedeaad altra specie di pensiero trapassai. E questa cagionmedesima gli accesi carboni di Porzia mi fece lasciare: ma venutaminella mente la morte d'Ino e di Melicertee similmente quella diErisitoneil bisognarvi lungo spazio all'una ad andareall'altra adaspettareme le fece lasciareimaginando dell'ultima il dolorelungamente nutricare i corpi. Ma oltre tutti questi modim'occorsela morte di Pernice caduto dell'altissima arce cretensee questosolo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vòtad'ogni infamiafra me dicendo:
      "Iodell'alte parti della mia casa gittandomiil corpo rotto in centopartiper tutte e cento renderà l'infelice anima maculata erotta a' tristi iddiiné fia chi quinci pensi crudeltào furore in me stato di morteanzi a fortunoso caso imputandolospandendo pietose lagrime per mela fortuna maladiranno".
     Questa diliberazione nell'animo mio ebbe luogoe sommamente mipiacque di seguitarlapensando in me grandissima pietà usarese forte spietata contro a me divenissi.
     Già era il pensier fermoné altra cosa aspettava chetempoquando un freddo sùbito entrato per le mie ossatuttami fece tremareil quale con seco recò parole cosìdicenti:
      "O miserache pensitu di fare? Vuo' tu per ira e per corruccio divenire nulla? Or se tufossi pure ora per morire da infermità grave costrettanon tidovresti tu ingegnare di vivereacciò che almeno una voltainnanzi la morte tua tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu chemorta nol potrai vederené la pietà di lui verso teniuna cosa potrà operare? Che valse a Fillis non paziente latarda tornata di Demofonte? Essa fiorendo senza alcuno diletto sentìla venuta suala quale se sostenere avesse potutodonnanon alberol'averia ricevuto. Vivi adunqueché egli pure torneràqui alcuna voltao amante o nemico che egli ci torni; e quale cheegli d'animo ci tornitu pur l'ameraie per avventura il potraivederee farlo pietoso de' casi tuoi: egli non è di querciao di grottao di dura pietra scoppiatoné bevve latte ditigre o di quale altro più fiero animalené ha cuoredi diamante o d'acciaioche egli a quelli non sia pietoso epieghevole; ma se pure da pietà non fia vintovivendo tuallora di morire più licito ti sarà. Tu hai oltre aduno anno senza lui sostenuta la trista vita; bene la puoi ancorasostenere oltre ad uno altro. In niuno tempo falla la morte a chi lavuole: ella fia così prestae molto meglio allora che ellanon è ora; e potraine andare con isperanza che egli alcunalagrimaquantunque nemico e crudele siaporgerà alla tuamorte. Ritira adunque indietro il troppo sùbito consiglioperò che chi di consigliare s'affrettasi studia di pentere.Questo che tu vuoi farenon è cosa che pentimento ne possaseguireese egli ne pur seguisseda poterla indietrotornare".
      Così daqueste cose l'anima occupatail proponimento sùbitolungamente in libra tenne; ma stimolandomi Megera con aspre doglievinsi di seguire il propostoe tacitamente pensai di mandarlo adeffetto; e con benigne parole alla mia baliache già taceanel tristo viso mostrai infinto confortoalla qualeacciòche quindi si dipartissedissi:
     "Eccocarissima madreli tuoi parlari verissimi con utilefrutto luogo nel petto mio hanno trovatoma acciò che 'lcieco furore esca della pazza animaalquanto di qui ti cessae medi dormire disiderosa al sonno lascia".
     Ella sagacissimae quasi de' miei intendimenti indovinail miodormire lodae da me dilungatasi alquanto per lo ricevutocomandamentodella camera uscire non volle in niuno modo. Ma iopernon farla del mio intendimento sospettaoltre al mio piaceresostenni la sua dimoraimaginando chedopo alquantoquietaveggendomisi dovesse partire. Fingo adunque con riposo tacito ilpensato inganno; nel qualebenché di fuori niuna cosa appaiacosì nell'ore le quali a me ultime dovere essere pensavaframe dogliosa dicea cotali parole:
      "Omisera Fiammettao più che altra dolorosissima donnaeccoche 'l tuo dì è venuto! Oggipoi che dell'alto palagioti sarai gittata in terrae l'anima avrà lasciato il rottocorpoterminate fieno le lagrime tueli sospiril'angoscie e lidisirie ad un'ora te e il tuo Panfilo libero farai della promessafede. Oggi avrai da lui li meritati abbracciari; oggi le militariinsegne d'Amore copriranno il corpo tuo con disonesto strazio oggi iltuo spirito il vedrà; oggi conoscerai per cui t'abbiaabandonata; oggi a forza pietoso il farai; oggi comincerai levendette della nemica donna. Mao iddiise in voi niuna pietàsi trovanegli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate la miamorte senza infamia passare tra le genti. Se in quella alcunopeccatoprendendolasi commetteecco che di quello la satisfazioneè presentecioè che io muoio senza osare manifestarela cagionela quale cosa non piccola consolazione mi sarebbese iocredessiciò dicendopassare senza biasimo. Fatela ancoracon pazienza sostenere al caro maritoil cui amore se io debitamenteavessi guardatoancora lieta senza porgervi questi prieghidivivere chiederei. Ma iosì come femina mal conoscente delricevuto benee come l'altre sempre il peggio pigliandoora questoguiderdone me ne dono. O Atroposper lo tuo infallibile colpo atutto il mondoumilmente ti priego che il cadente corpo guidi nelletue forzee con non troppa angoscia l'anima sciogli dalle fila dellatua Lachesis; e tuo Mercuriodi quella ricevitoreio ti priegoper quell'amor che già ti cossee per lo mio sangueil qualeio da ora offero a teche tu benignamente la guidi a' luoghi a leidisposti dalla tua discrezionené sì aspri glieliapparecchiche lievi reputi i mali avuti".
     Queste cose così fra me detteTesifone stette dinanzi agliocchi mieie con non intendevole mormorioe con minaccevole aspettomi fe' pavida di piggiore vita che la preterita. Ma poicon piùsciolta favella dicendo: "Niuna cosa una sola volta provata nonpuò essere grave"il turbato animo alla morte infiammòcon più focoso disio. Per cheveggendo io che ancora non sipartia la vecchia baliadubitando non troppo aspettaremeapparecchiata a morire indietro traesse il propostoo che accidentevia nol togliessestese le braccia sopra il mio letto quasiabbracciandolodissi piagnendo:
      -O lettorimanti con Dioil quale io priego che alla seguente donnapiù che a me non t'ha fattoti facci grazioso.
     Poigli occhi rivolti per la camerala quale più mai nonsperava vederepresa da dolore sùbito il cielo perdeiequasi palpandoe presa da non so che tremito mi volli levarema lemembra vinte da paura orribile non mi sostennero; anzi ricaddie nonsolo unama tre fiate sopra il mio visoe in me fierissimabattaglia sentiva tra li paurosi spiriti e l'adirata animali qualilei volente fuggire a forza teneano. Ma pure l'anima vincendoe dame la fredda paura cacciandotutta di focoso dolore m'accesieriebbi le forze. E già nel viso del colore palido della mortedipintaimpetuosamente su mi levaiequale il forte toro ricevutoil mortal colpo furioso in qua e in là saltellasépercotendocotale dinanzi agli occhi miei errando Tesifonedellettonon conoscendo gl'impeti mieicome baccata mi gittai interrae dietro alla furia correndoverso le scale saglienti allasomma parte delle mie case mi dirizzai; e già fuori dellacamera trista saltataforte piagnendocon disordinato sguardo tuttele parti della casa mirandocon voce rotta e fioca dissi:
     - O casamale a me felicerimani etternae la mia caduta famanifesta all'amantese egli torna; e tuo caro maritoconfòrtatie per innanzi cerca d'una più savia Fiammetta. O care sorelleo parentio qualunque altre compagne e amicheo servitrici fedelirimanete con la grazia degl'iddii.
     Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo còrsomala vecchia balianon altramente che chi dal sonno a' furori èescitatolasciato della rocca lo studiosùbito stupefattaquesto veggendolevò li gravissimi membrie gridandocomepoteva mi cominciò a seguire. Ella con voce appena da mecreduta diceva:
      - O figliuolaovecorri? Qual furia ti sospigne? E` questo il frutto che tu dicevi chele mie parole in te aveano di preso conforto messo? Ove vai tu?Aspettami.
      Poi con voci ancoramaggiori gridava:
      - O gioviniveniteoccupate la pazza donnae ritenete li suoi furori.
     Il suo romore era nullae molto meno il grave corso. A me parea chefossero ali cresciutee più veloce che alcuna aura correvaalla mia morte. Ma li non pensati casisì a' buoni come a'rei proponimenti opponentisifurono cagione che io sia viva: peròche li miei panni lunghissimie al mio intendimento nemicinonpotendo con la loro lunghezza raffrenare il mio còrsoad unoforcuto legnomentre io correvanon so comes'avvilupparonoe lamia impetuosa fuga fermarononé per tirare che io facessidisé parte alcuna lasciarono; per chementre io tentava diriaverlila grave balia mi sopraggiunsealla quale io con visotinto mi ricorda che io dissi con alto grido:
     - O misera vecchiafuggi di quise la vita t'è cara! Tu ticredi aiutarmie offendimi; lasciami usare il mortale oficio ora aciò disposta con somma voglia; però che niuna altracosa fa chi colui di morire impedisce che disidera di morirese nonche egli l'uccide: tu di me diventi micidialecredendomi tòrredalla mortee come nemica tenti di prolungare i danni miei.
     La lingua gridavae il cuore ardeva d'irae le mani per la frettacredendosi sviluppareavviluppavano; né prima a me occorse ilrimedio dello spogliarmiche sopraggiunta dalla gridante baliacomeella potea così da lei era impedita; ma la sua forza in me giàsviluppata niente valevase le giovini serve al colei grido da ogniparte non fossero còrsee me avessero ritenuta; delle manidelle quali più volte con guizzi diversi e con forze maggiorimi credetti ritrarremavinta da lorostanchissima fui nellacamerala quale mai più vedere non credevamenata. Ohimè!quante volte loro dissi con piagnevole voce:
     - O vilissime servequale ardire è questoche vi concede chela vostra donna da voi violentemente sia presa? Qual furiao miserev'ha spirate? E tuo iniqua nutrice del misero corpofuturoessemplo di tutti li doloriperché all'ultimo disio m'haiimpedita? Ora non sai tu ch'egli mi sarebbe maggior grazia comandarmila morte che da quella difendermi? Lascia la misera impresa da meadempieree me di me a mio senno lascia farese così m'amicome io credo; e se così se' pietosa come dimostriadopera latua pietà in salvare la dubbia famache dopo me di merimarràperò che in questo in che tu ora m'impediscila tua fatica fia vana. Credimi tu potere tòrre gli acutiferrinelle punte de' quali consiste il mio disioo li dolentilaccio le mortali erbe o il fuoco? Che profitto adopera questa tuacura? Prolunga un poco la dolorosa vitae forse alla morteche orasenza infamia mi venivaindugiataaggiungerà vergogna. Tuomiseranon la mi potrai per guardia tòrreperò che lamorte è in ogni luogoe consiste in tutte le coseedeziandio ne' vitali argomenti fu già trovata: dunquelasciamimorire prima che più divenendo dolente che io mi siacon piùferoce animo la domandi.
      Iomentreche queste parole miseramente dicevanon teneva le mie mani inriposoma ora questa ora quella serva rabbiosamente pigliandoaquale levate le treccie tutta la testa pelavae a quale ficcando leunghie nel visomiseramente graffiandolala faceva filare sangueead alcuna mi ricorda che io tutti i poveri vestimenti in dosso lesquarciai. Ma ohimè! che né la vecchia balia néle lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondevanoanzi piagnendo inme usavano pietoso oficio. Io allora più mi sforzava vincerlecon parolema nulla valeano; per che con romore a gridarecominciai:
      - O mani inique epossenti ad ogni malevoiornatrici della mia bellezzafoste grancagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui il quale iopiù amo: dunquepoiché male del vostro oficio m'èseguitoin guiderdone di ciò ora l'empia crudeltàusate nel vostro corpolacerateloapriteloe quindi la crudeleanima e inespugnabile ne traete con molto sangue. Tirate fuori ilcuore ferito dal cieco Amore; e poiché tolti vi sono i ferrilui con le vostre unghiesì come di tutti i vostri malicagione principalesenza alcuna pietà laniate.
     Ohimè! che le mie voci mi minacciavano li disiderati maliecomandavanlo alle volonterose mani ad eseguire; ma le preste fantim'impedironotenendole contro a mia voglia.
     Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciòcotali parole:
      - O cara figliuolaio ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimentitraestiche con umiliata mente alquante mie poche parole m'ascolti.Io non cercherò in quelle di torti che tu non ti dolghio cheforse la degna ira che a questo furore t'accendetu la cacci da teo per dimoranza la rompio con rimesso petto e piacevole lasostenghi; ma quello solo che vita ti sarà e onoreriduceròalla smarrita memoria. Egli si conviene a tefamosa giovine di tantavirtù quanta tu se'il non stare soggetta al dolorenécome vinta dare le spalle a' mali. Egli non è virtù ilchiedere la mortecome se la vita si temessecome tu faima a'sopravvegnenti mali contrastarené a quelli davanti fuggireè virtù somma. Chi li suoi fati abbatteoe li benidella sua vita da sé gittò e divisesì come tuhai fattonon so perché uopo gli si sia di cercare mortenéso perché la domandi: l'una e l'altra è volontàdi timido. Dunque se tu te in somma miseria porre desiderinoncercare la morte per quellaperò che essa è ultimacacciatrice di quella; fuga questo furore dalla tua menteper loquale ad un'ora d'avere e di perdere mi pare che cerchi l'amante.Credi tunulla divenendoacquistarlo?
     Io non risposi alcuna cosa; ma intanto il romore si sparse per laspaziosa casa e per la contrada circunvicinae non altramente cheall'urlare d'un lupo si sogliono tutti i circustanti in unoconvenirecorsero quivi li servidori d'ogni partee tutti dolentidimandavano che ciò fosse. Ma già era stato vietato dame a chi 'l sapeva di dirloper che con menzogna ricoprendol'orribile accidentesatisfatti erano. Corsevi il caro maritoecorsonvi le sorelle e li cari parenti e gli amicied egualmentetutti da uno inganno occupatilà dove io era iniquapietosafui reputata; e ciascuno dopo molte lagrime la mia vita riprese cosìdolenteingegnandosi appresso di confortarmi. Ohimè! Chequinci avvenne che alcuni me stimolata da alcuna furia credetteroeme quasi furiosa guardavano! Ma altri più pietosi la miamansuetudine riguardandodoloresì come erastimandolodiciò che quelli dicevano si fecero beffeportandomicompassione. E così visitata da moltipiù giornistupefatta rimasie sotto discreta custodia della sagace balia fuitacitamente guardata.
      Niuna ira èsì focosa che per passamento di tempo freddissima non divenga.Io alcuni giorni così dimorata come io disegnomi riconobbie manifestamente le parole della savia balia vidi veree certo io lamia passata follia piansi amaramente. Ma posto che il mio furore neltempo si consumasse e ritornasse nullail mio amore per questo nonebbe alcun mutamentoanzi mi pur rimase la malinconia usata neglialtri accidenti d'averee gravemente portava l'essere stata peraltra donna abandonata; e spesse volte sopra ciò con ladiscreta balia ebbi consigliovolendo modo trovare per lo quale a merivocassi l'amante. E alcuna volta proponemmo con letterepietosissime i miei casi dolenti narrantie altra volta piùutile essere pensammo che per savio messaggio con viva voce gliannunziassimo li miei mali; e certo cheancora che vecchia fosse labaliae il camino lungo e malvagioper me si volle disporre adandarvi. Ma bene riguardando ogni cosale letterequantunquefossero state pietoseefficaci non reputammo a rispetto de' presentie nuovi amori; sì che per perdute le giudicammoavvegna checon tutto questo pure ne scrivessi alcunache quello uscimento ebbeche divisammo. Il mandarvi la balia chiaramente conobbi lei non vivapotere a lui pervenirené ad altrui da fidarsene reputai; síche frivoli furono li primi avvisie solamente nell'animo mi rimaseniuna via esserci a riaverlose non se io per lui andassi; alla qualcosa fare diversi modi per la mente m'occorseroli quali ultimamentefurono per cagioni legittime annullati dalla mia balia. Io pensaialcuna volta di prendere abito peregrino con alcuna fida compagnaein quello cercare li suoi paesi; e benché questo mi paressepossibilenon per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi del mioonoresapendo come le viandanti peregrinealle quali alcuna formasi vedesieno sovente ne' camini trattati dagli scedanti; e oltre aquestome al caro marito sentendo obligatasenza lui non vidi comeessere potesse l'andata o senza sua licenzala quale da sperare nonera giammai; per la qual cosa questo pensiero come vano abandonai; esubitamente in un altro non poco malizioso mi trasportaie fatto micredetti ch'ei venissee sarebbese alcuno caso avvenuto non fosse;ma nel futuro spero non mancheràsolo che io viva. Io miinfinsi d'avere in queste mie predette avversitàse Iddio mitraesse di quellefatto alcuno vótoil quale volendofornirecon giusta cagione poteva e posso volere passare per lomezzo della terra del mio amante; per la quale passandonon mimancava cagione di lui volere e dover vederee a quello rivocare perche io andava.
      E certocome iodicoio lo scopersi al caro maritoil quale a ciò fornire sélietamente offersema tempo a ciò competentecome èdettodisse volea che attendessi. Ma l'indugio a me gravissimoetemendolo viziosomi fu cagione d'entrare in altri avvisie tuttimi vennero menofuori solamente d'Ecate le mirabili cosedellequaliacciò che a' paurosi spiriti sicurissima micommettessipiù vole con diverse personevantatisi ciòsapere operareebbi ragionamenti; e alcune di trasportarmisubitamente impromettendomialtre di sciogliere la sua mente da ognialtro amore e nel mio ritornarloaltre dicendo di rendere a me lapristina libertàvolendo io d'alcune di queste all'effettovenirepiù di parole che d'opere le trovai piene; onde nonuna voltarimasi da loro nella mia speranza confusaeper lomiglioresenza più a queste cose pensaremi diedi adaspettare il tempo congruo dal mio caro marito promesso a fornire ilvóto fittizio.

 

CapitoloVII

Nelquale Madonna Fiammetta dimostra comeessendo un altro Panfilononil suotornato là dove ella eraed essendole dettopresevana letiziae ultimamenteritrovando lui non esser dessonellaprima tristizia si ritornò.

     Continuavansi le mie angoscie non ostante la speranza del futuroviaggioe il cielo con movimento continuo seco menando il solel'uno dì dopo l'altro traeva senza intervalloe me in affannie in amore non iscemanteun più lungo tempo che io non voleami tenne la vana speranza. E già quello Toro che trasportòEuropa tenea Feboonon la sua lucee li giorni alle notti togliendoluogodi brevissimigrandissimi diveniano; e il florigero Zefirosopravvenutocol suo lene e pacifico soffiamento aveva le impetuoseguerre di Borea poste in pacee cacciati del frigido aere licaliginosi tempi e dall'altezze de' monti le candide nevieliguazzosi prati rasciutti delle cadute pioveogni cosa d'erbe e difiori avea rifatta bella; e la bianchezza per la soprastante fredduradel verno venuta negli alberi era da verde vesta ricoperta in ogniparte; ed era già in ogni luogo quella stagionenella qualela lieta primavera graziosamente spande in ciascun luogo le suericchezzee che la terra di varii fioridi viole e di rose quasistellatadi bellezza contrasta col cielo ottavoe ogni prato tenevaNarcissoe la madre di Bacco già aveva della sua pregnezzacominciato a mostrar segnie più che l'usato gravava ilcompagno olmogià da sé ancora divenuto piùgrave per la presa vesta; Driope e le misere sirocchie di Fetonemostravano similmente letiziacacciato il misero abito del canutoverno; li gai uccelli s'udivano con dilettevole voce per ogni partee Cerere negli aperti campi lieta venìa nuova con li fruttisuoi. E oltre a queste coseil mio crudel signore più focosifaceva li suoi dardi sentire nelle vaghe mentionde li giovini e levaghe donzelleciascuno secondo la sua qualità ornatos'ingegnava di piacere all'amata cosa.
     Le liete feste rallegravano ciascuna parte della nostra cittàpiù copiosa di quelle che non fu mai l'alma Romae li teatriripieni di canti e di suoni invitavano a quella letizia ciascunoamante. Li giovini quando sopra li correnti cavalli con le fiere armigiostravanoe quando circundati da sonanti sonagli armeggiavanoquando con ammaestrata mano lieti mostravano come gli ardenti cavallicon ispumante freno si debbano reggere. Le giovini donnevaghe diqueste coseinghirlandate delle nuove frondilieti sguardiporgevano a' loro amantiora dall'alte finestre e quando dalle basseportee quale con nuovo donoe tale con sembiantee tale conparole confortava il suo del suo amore.
     Ma me sola solitaria parte teneva quasi romitae sconsolata per lafallita speranzade' lieti tempi avea noia. Niuna cosa mi piacevanulla festa mi poteva rallegrarené conforto porgere pensieroné parola; niuna verde frondaniuno fioreniuna lieta cosatoccavano le mie maniné con lieto occhio le riguardava. Ioera divenuta dell'altrui letizie invidiosae con sommo disiderioappetiva che ciascuna donna così fosse da Amore e dallaFortuna trattata come io era. Ohimè! con quanta consolazionepiù volte già mi ricorda d'avere udite le miserie e ledisavventure degli amanti nuovamente avvenute!
     Ma mentre che in questa disposizione mi tenevano dispettosa gl'iddiila Fortuna ingannevolela quale alcuna volta per affliggere conmaggior doglia li miseri loro nel mezzo dell'avversità quasimutata si mostra con lieto visoacciò che essi piùabandonandosi a lei caggiano maggiore stoscio cessando la sua letizia(li qualise come folli s'appoggiano allora ad essacotaliabbattuti si trovanoquale il misero Icaro nel mezzo del caminopresa troppa fidanza nelle sue alisalito all'alte coseda quellenell'acque cadde del suo nome ancora segnate); questame sentendo diquellinon contenta de' dati mali apparecchiandomi peggiocon falsaletizia indietro trasse le cose avverse e il suo corruccioacciòchepiù movendosi di lontanonon altramente che facciano limontoni africani per dare maggiore percossapiù m'offendesse;e in questa maniera con vana allegrezza alquanto diede sosta alle miedoglie.
      Essendo già per ognimese promesso troppo più di quattro dimorato il poco fedeleamanteavvenne che un giornodimorando io ne' pianti usatilavecchia baliacon passo più spesso che la sua età nonprestava tutta nel vizzo viso di sudore molleentrò nellacamera nella quale io erae postasi a sederebattendole forte ilpettonegli occhi lietapiù volte cominciò a parlare;ma l'ansietà del polmone procedente ogni volta nel mezzo lerompea le parole. Alla quale io piena di maraviglia dissi:
     - O cara nutriceche fatica è questa che t'ha cosìpresa? Qual cosa disideri tu di dire con tanta frettache primal'affannato spirito non lasci posare? E` ella lieta o dolente?Apparecchiomi io di fuggire o di morireo che debbo fare? Il tuoviso alquantonon so di che né per cherinverdisce la miasperanzama le cose lungamente state contrarie mi porgono quellapaura di peggio che ne' miseri suole capére. Di' adunquetostonon mi tenere più sospesa: qual fu la cagione della tuarattezza? Dimmi se lieto Iddioo infernal furiaqui t'hasospinta.
      Allora la vecchiaancoraappena riavuta la lenaintrarompendo le mie paroleassai piùlieta disse:
      - O dolce figliuolarallégratiniuna paura è ne' nostri detti; gitta viaogni doloree la lasciata letizia ripiglia: il tuo amantetorna.
      Questa parola entratanell'animo mio sùbita allegrezza vi misesì come limiei occhi mostrarono; ma la miseria usata in brieve la tolse via enol credettianzi piagnendo dissi:
     - O cara baliaper li tuoi molti anni e per li tuoi vecchi membrili quali omai l'etterno riposo domandanonon ischernire me miserali cui dolori in parte dovrebbero essere tuoi. Prima torneranno lifiumi alle fontied Espero recherà il chiaro giornoe Febeaco' raggi del suo fratello darà luce la notteche torni lo'ngrato amante. Chi non sa che egli ora ne' lieti tempicon altradonnapiù amando che mai si rallegra? Ove che egli fosse orasi tornerebbe egli a leinon che egli da lei si partisse per venirqua.
      Ma ella sùbitoseguitò:
      - O Fiammettasegl'iddii lieta ricevano l'anima di questo vecchio corpola tua baliadi niente ti mente; né si conviene alla mia età omaiandare di così fatte cose nessuna persona gabbandoe temassimamentela quale io amo sopra tutte le cose.
     -Adunque- dissi io - come è ciò pervenuto alle tueorecchiee onde il sai? Dillo tostoacciò chese verisimilemi parràio mi rallegri della lieta novella.
     E levatami del luogo ove io stavagià più lietam'appressai alla vecchiaed ella disse:
     - Iosollecita alli fatti familiariquesta mattina sopra li salatilitiquelli esseguendoandava con lento passoe intenta sopraquelli dimorando con le reni al mare rivoltauno giovine d'una barcasaltatosì come io vidi poidisavvedutamente portatodall'impeto del suo saltome urtò gravemente; per che iocontra di lui gl'iddii scongiurandocrucciosa rivoltami contra luiper dolermi della ricevuta ingiuriaegli con parole umilisubitamente mi chiese perdono. Io il riguardaie nel viso enell'abito del paese del tuo Panfilo lo stimaie dimandailo:
     "Giovinese Iddio bene ti diadimmivieni tu di paeselontano?"
      "Sìdonna" rispose.
      Alloradiss'io: "Dehdimmi dondes'egli è licito".
     Ed egli: "Delle parti d'Etruriae della più nobile cittàdi quella vengoe quindi sono".
     Come io udii questod'una patria col tuo Panfilo il conobbiedimandailo se egli il conoscevae che di lui era; e quegli risposedi sìe di lui molto bene mi narròe oltre a ciòdisse che egli con lui ne sarebbe venutose alcuno piccoloimpedimento non l'avesse tenutoma che senza fallo in pochi dìqua sarebbe. In questo mezzomentre queste parole avevamolicompagni del giovine tutti in terra scesi con le loro coseed eglicon esso lorosi partirono. Iolasciato ogni altro affarecontostissimo passoappena tanto vivere credendomi che io te 'ldicessiqui ne venni ansandocome vedestie però lietadimorae caccia la tua tristizia.
     Presila allorae con lietissimo cuore baciai la vecchia fronteecon dubbioso animo poi più volte la scongiurai e dimandai dacapo se questa novella vera fossedisiderando che non il contrariodicessee dubitando che non m'ingannasse; ma poi che piùvolte sé dire il vero con più giuramenti m'ebbeaffermatobenché 'l sì e 'l nocredendolonel capomi vacillasselieta con cotali voci gl'iddii ringraziai:
     - O superno Giovede' cieli rettore solennissimoo luminoso Apolloa cui niente s'occultao graziosa Venere pietosa de' tuoi suggettio santo fanciullo portante li cari dardilaudati siate voi.Veramente chi in voi sperando perseveranon può perire alungo andare. Ecco che per la grazia di voinon per li meriti mieiil mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima che livostri altaristati per addietro incitati da li miei ferventissimiprieghi e bagnati d'amare lagrimed'accettevoli incensi sarannoonoratidandoli io. E a teo Fortunapietosa tornata de' mieidannila promessa imagine testante li tuoi beneficii doneròdi presente. Priegovi nonpertanto con quella umiltà edivozione che più vi puote essaudevoli rendereche voi ogniaccidente possibile a sturbare la proposta tornata del mio Panfilosturbiate e togliate viae lui sano e senza impedimento quiproduciatecome egli fu mai.
     Finita l'orazionenon altramente che falcone uscito di cappelloplaudendomicosì a dire cominciai:
     - O amorosi pettilungamente da' mali indebolitiomai ponete giùle sollecite cureposcia che 'l caro amante di noi ricordantesitorna come promise. Fuggasi il dolorela paura e la grave vergognanell'afflitte cose abondantené come per addietro la fortunav'abbia guidati vi venga in pensieroanzi cacciate via le nebbie de'crudeli fatie ogni sembiante del misero tempo da voi si partaetorni il lieto viso al presente benee la vecchia Fiammetta dellarinnovata anima del tutto si spogli fuori.
     Mentre che io cotali parole lieta fra me diceail cuore divennedubbioe non so onde né come tutta m'occupasse una sùbitatiepidezzache indietro tirò la volontà presta arallegrarsi; per che quasi smarrita rimasi nel mezzo del mio parlare.Ohimè! che questo vizio propriamente li miseri séguitacioè il non potere mai credere alle cose liete; e avvegna chela felice fortuna ritorninonpertanto agli afflitti incresce dirallegrarsie quasi sognare credendosiquellacome non fosseusano mollemente; per che io fra me quasi come attonitacominciai:
      "Chi mi richiama ovieta dalla cominciata allegrezza? Non torna egli il mio Panfilo?Certo sì: dunque chi mi comanda di piagnere? Da niuna partem'è ora giunta di tristizia cagione; ora adunque chi mi vietad'adornarmi di nuovi fiori e delle ricche robe? Ohimè! che ionon soe pur vietato m'èné so da chi".
     E così standoquasi in me non fossiintra li miei errorinon volendo ioda' miei occhi caddero lagrimee in mezzo le vocimie venne l'usato pianto: così il lungamente afflitto pettoancora amava gli assuefatti lagrimari. La mente miaquasi del futuroindovinacol piantodi ciò che avvenire doveva mandòfuori aperti segniper li quali io ora veramente conosco allora a'navicanti grandissima tempesta essere apparecchiataquando senzavento enfiano li mari tranquilli; ma purevaga di vincere quello chel'anima non volevadissi:
      - Omiseraquali annunziiquali émpetinon bisognandotiventuri t'infigni? Presta la credula mente a' beni venuti: che chequesto sia che tu t'annunzitardi temi e senza profitto.
     Adunqueda questo ragionare innanzi io mi diedi sopra la cominciataletiziae li tristi pensiericome poteida me cacciai; esollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del nostroamantetrasmutai li tristi vestimenti in lietie di me cominciai adavere curaacciò che da lui tornato per afflitto visorifiutata non fossi. La palida faccia cominciò a riprendere ilperduto coloree la partita grassezza cominciò a ritornareele lagrimedel tutto andate viase ne portarono con loro ilpurpureo cerchio fatto d'intorno agli occhi miei; e gli occhi neldebito luogo tornati riebbero intera la luce loroe le guance per lolagrimare divenute aspre si ritornarono nella pristina loromorbidezza; e li nostri capelliavvegna che subitamente aurei nontornasseronondimeno l'ordine usato ripresero; e li cari e preziosivestimentilungamente senza essere stati adoperatim'adornarono.Che più? Io con meco insieme rinnovai ogni cosae nella primabellezza e stato quasi mi ridussi tuttatanto che le vicine donneeli parentie il caro marito n'ebbero ammirazionee ciascheduno insé disse: "Quale spirazione ha di costei tratta la lungatristizia e malinconiala quale né per prieghiné perconforti mai per addietro da lei si poté cacciar via? Questonon è meno che gran fatto"; e con tutto il maravigliaren'erano lietissimi. La nostra casa lungamente stata trista per la miatribulazionetutta meco ritornò lieta; e così come ilmio cuore era mutatocosì tutte le cose di triste in lietepareva che si mutassero.
      Li giorniche più che l'usato mi pareano lunghiper la presa speranzadella futura tornata di Panfilotrapassavano con passo lento; népiù volte furono li primi da me contatiche fossero quelline' quali io alcuna volta in me raccoltaalle preterite tristiziepensando e agli avuti pensierisommamente in me li dannavacosìdicendo:
      - Oh quanto male peraddietro ho pensato del caro amantee come perfidamente ho dannatele sue dimoranzee follemente ho creduto a chi lui essere d'altradonna che mio m'ha detto alcuna volta! Maladette sieno le loro bugie!O Iddiocome possono gli uomini con così aperto viso mentire?Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste cose era da fare con piùpensato consiglio che io non faceva. Io doveva contrappesare la fededel mio amante tante volte a me promessae con tante lagrime e cosìaffettuosamentee l'amore il quale egli mi portava e portacon leparole di coloro li quali senza alcuno saramento parlavanoe noncurantisi d'avere più investigatodi quello che essiparlavanoche solamente il loro primo e superficiale parere. Il cheassai manifestamente appare: l'uno veggendo entrare una novella sposanella casa di Panfiloperò che altro giovane di lui in quellanon conoscevanon considerando alla biasimevole lascivia de' vecchisua la credettee così ne dissea che assai appare lui pocodi noi curarsi; l'altroperò che forse alcuna volta origuardarloo motteggiare il vide ad alcuna bella donnala qualeper avventura era o sua parente o onestamente dimesticasua lacredettee così con semplici parole affermandologlielecredetti. Oh se io avessi queste cose debitamente consideratequantelagrimequanti sospirie quanto dolore sarebbe da me statolontano!
      Ma qual cosa possonogl'innamorati dirittamente fare? Come gli émpiti vengonocosìsi muovono le nostre menti. Gli amanti credono ogni cosaperòche amore è cosa sollecita e piena di paura. Essiper usanzacontinuasempre s'adattano gli accidenti nociviemoltodisiderantiogni cosa credono possibile ad essere contraria a' lorodisiie alle seconde prestano lenta fede. Ma io sono da esserescusataperò che io pregai sempre gl'iddii che me de' mieidisii facessero mentitrice. Ecco che le mie preghiere sono stateudite: egli ancora non saprà queste cose; le quali se pure lesapesseche altro se ne potrà per lui direse non"Ferventemente m'amava costei"? E gli dovrà esserecaro sapere le mie angosciee li corsi pericoliperò cheessi gli fieno verissimo argomento della mia fede. E appena che iodubiti che egli ad altro fine sia dimorato cotantose non perprovare se con forte animosenza cambiarlolui ho potutoaspettare.
      Ecco che fortemente l'hoaspettato: dunque di quincisentendo egli con quanta fatica elagrime e pensieri atteso l'abbianascerà amore e non altro.O Iddioquando sarà che egli venuto mi veggae io lui? OIddio che vedi tutte le cosepotrò io temperare l'ardente miodisio d'abbracciarlo in presenza d'ogni uomocome io primieramenteil vedrò? Certo appena che io il creda. O Iddioquando saràche ionelle mie braccia tenendolo strettogli renda li baciiquali egli nel suo partire diede al mio tramortito viso senzariaverli? Certo l'agurio preso da me del non potergli dire addio èstato veroe bene m'hanno in quello gl'iddii mostrata la sua futuratornata. O Iddioquando sarà che io le mie lagrime e le mieangoscie gli possa diree ascoltare le cagioni della sua lungadimoranza? Vivrò io tanto? Appena che io il creda. Dehvengatosto quel giornoperò che la mortemolto da me per addietronon solamente chiamatama cercataora mi spaventa: la qualesepossibile è che alcuno priego alle sue orecchie pervengalapriego cheda me lontanandosicol mio Panfilo li miei giovini anniin allegrezza lasci trascorrere.
      Ioera sollecita che niuno giorno passasse che io della tornata diPanfilo non sentissi vera novellae più volte la cara baliasollecitai a ritrovare il giovine nunziatore della lieta novellaacciò che con più fermezza si facesse accertare di ciòche detto m'aveaed ella il fece non una volta solama molteetuttavia secondo li procedenti tempi più prossimana tornata minunziava. Io non solamente il tempo promesso aspettavamaprecorrendo innanziimaginava possibile lui essere venutoeinfinite volte il giornoora alle mie finestreora alla portacorrevain giù e in su riguardando per la lunga viase iolui venire vedessi; né per quella di lontano vedeva alcunouomo venireche io non imaginassi possibile essere essoe quellocon disiderio aspettava infino a tanto chefattomisi vicinoluiconosceva non essere desso; di che alquanto meco rimanendo confusaagli altrise alcuno ne venivaattendevae ora questo e ora quellotrapassando mi tenevano sospesa; e se forse io richiamata dentro incasao per altra cagioneda me v'andavacome da infiniti canifossi nell'anima addentata mi stimolavano centomilia pensieridicendo: "Deh! forse passa egli testéo è passatomentre che tu a riguardare non se' stata: ritorna". E cosìritornavae poi mi levavae da capo mi ritornava a vederepocoaltro tempo mettendo in mezzo che ad andare dalla finestra allaportae dalla porta alla finestra. Oh misera me! quanta fatica perquello che mai avvenire non dovevad'ora in ora aspettandosostenni!
      Ma poi che venne ilgiorno stato detto alla mia balia che egli dovea venireil qualeessa più volte m'avea predettonon altramente che Almena allafama del suo venturo Anfitrione m'adornaie con maestrissima manoniuna parte in me lasciai senza bellezza nell'essere suo; e appena mipote' ritenere d'andare a' marini litiacciò che io lui piùtosto potessi vederenunziandosi fermamente quelle galee giugneresopra le quali la mia balia era stata accertata lui dovere venire; mameco pensando: "La prima cosa la quale egli farà saràch'egli mi verrà a vedere"per questo adunque raffrenaiil caldo disio. Ma eglisì come io imaginavanon veniva:ond'io oltremodo mi cominciai a maravigliaree nel mezzodell'allegrezza mi sursero nella mente varie dubitazionile qualinon leggiermente furono vinte da' lieti pensieri. Rimandai adunquedopo alquanto la vecchia a sapere che di lui fossee se venuto fosseo no; la quale andataviper quel che a me paresse piùpigramente che maiper la qual cosa io più volte maladissi lasua tarda vecchiezza. Ma dopo alquanto spazio ella a me ritornòcon tristo viso e lento passo. Ohimè! che quando io la vidiappena vita rimase nel tristo pettoe sùbito pensai non mortonel camminoo infermo venuto fosse l'amante. Il mio viso mutòmille colori in un puntoe fattami incontro alla pigra vecchiadissi:
      - Di' tosto: che novellerechi tu? Vive l'amante mio?
      Ellanon mutò il passo né rispose alcuna cosama postasinella prima giunta a sederemi riguardava nel viso; ma io giàtutta come novella fronda agitata dal vento tremavae appena lelagrime ritenentemessemi le mani nel pettodissi:
     - Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che portiniuna parte de' nostri vestimenti rimarrà salda. Quale cagioneti tiene tacitase non rea? Non la celare piùmanifestalamentre che io spero peggio. Vive il nostro Panfilo?
     Ellastimolata dalle mie parolecon voce sommessamirando la terradisse:
      - Vive.
     - Dunque - diss'io allora - perché non di' tosto qualeaccidente l'occupi? Perché sospesa mi tieni in mille mali? E`egli d'infermità occupato? O quale accidente il ritiene cheegli a vedermi della galea smontato non viene?
     Ed ella disse:
      - Non so seinfermità o altro accidente l'occupa.
     - Dunque - diss'io - non l'hai tu vedutoo forse non èvenuto?
      Ella allora disse:
     - Veramente l'ho io vedutoed è venutoma non quello che noiattendevamo.
      Allora diss'io:
     - E chi t'ha fatta certa che quegli che è venuto non siadesso? Vedestil tu altra voltao ora con occhio chiaro ilrimirasti?
      - Veramente - disse ella- io nol vidi altra volta costuiche io sappia; ma oraa luivenutada quello giovine menata che della sua tornata m'aveva primaparlatodicendogli egli che io più volte di lui aveadimandatomi dimandò che dimandassi; al quale io risposi lasua salute; e dimandatolo io come il vecchio padre stessee in chestato l'altre cose sue fosseroe quale era stata la cagione di sìlunga dimora dopo la sua partitarispose sé padre mai nonavere conosciutoperò che postumo erae che le sue cosedegl'iddii graziatutte prosperamente stavanoe che mai piùquivi non era dimorato e ora intendeva di dimorarci poco. Queste cosemi fecero maravigliaree dubitando non fossi gabbatadimandai delsuo nomeil quale egli semplicemente mi disse; il quale io non udiiprimache da somiglianza di nome me con teco conobbiingannata.
      Udite io queste coseillume fuggì agli occhi miei e ogni spirito sensitivo per pauradi morte se n'andò viae appenasopra le scale cadendo làdove io eratanta forza rimase in tutto il corpo che mi bastasse adire "Ohimè!". La misera vecchia piagnendoel'altre servigiali della casa chiamateme per morta nella tristacamera sopra il mio letto portaronoe quivi con acque fredderivocando gli smarriti spiritiper lungo spazio credendo e noncredendo me viva guardarono; ma poi che le perdute forze tornaronodopo molte lagrime e sospiriun'altra volta dimandai la dolentebalia se così era come avea detto.
     E oltre a ciòricordandomi quanto cauto essere solessePanfilodubitando non egli si celasse dalla baliacon la quale mainon aveva parlatoaggiunsi che le fattezze di quel Panfilocolquale ella era stata in ragionamentomi dichiarasse. Ed essaprimieramente con saramento affermandomi così essere comedetto avevaordinatamente e la statura e le fattezze de' membriemassimamente quelle del viso e l'abito di colui mi dimostrò;li quali intera fede mi fecero così essere come la vecchiadiceva. Per checacciata d'ogni speranzarientrai ne' primi guaielevataquasi furiosale liete robe mi trassie li cari ornamentiriposie gli ordinati capelli con inimica mano trassi dell'ordineloroe senza niuno conforto a piagnere cominciai duramentee conamare parole biasimare la fallita speranza e li non veri pensieriavuti dell'iniquo amantee in brieve tutta nelle prime miserietornaie troppo più fervente disio di morte ebbi che prima;né da quella sarei fuggitacome già fecise non chela speranza del futuro viaggio da ciò con forza non piccola miritenne.

 

CapitoloVIII.

Nelquale Madonna Fiammetta le pene sue con quelle di molte antiche donnecommensurandole sue maggiori che alcune altre essere dimostraepoi finalmente a' suoi lamenti conchiude.

      Sono adunqueo pietosissime donnerimasa in cotale viaqual voipotete nelle cose udite presumere; e tanto opera più verso meche l'usato il mio ingrato signoreche quanto più vede lasperanza da me fuggiretanto più con disiderii soffiandonelle sue fiammele fa maggiori; le quali come cresconocosìle mie tribulazioni s'aumentano; ed esse mai da unguento debito nonessendo allenitepiù ognora inaspriscono epiù asprepiù affliggono la trista mente. Né dubito che ad essesecondo il loro còrso seguendoche già esse alla miamorte da me tanto per addietro disiderata con dicevole modo avesseroaperta la via; ma avendo io ferma speranza posta di doverecome giàdissinel futuro viaggio rivedere colui che di ciò m'ècagionenon di mitigarle m'ingegnoma piuttosto di sostenerle. Allaqual cosa fare solo un modo possibile ho trovato intra gli altriilquale è le mie pene con quelle di coloro che sono dolorosipassati commensuraree in ciò mi seguitano due acconci: l'unoè che sola nelle miserie non mi veggio né primacomegià confortandomi la mia nutrice mi disse; l'altro èchesecondo il mio giudiciocompensata ogni cosa degli altruiaffannili miei ogni altri trapassare di gran lunga dilibero; il chea non piccola gloria mi recopotendo dire che io sola sia coleicheviva abbia sostenute più crudeli pene che alcuna altra. E conquesta gloriafuggita sì come somma miseria da ognuno e damese io potessial presente in cotale guisa quale udirete il tempomalinconosa trapasso.
      Dico adunqueche ne' miei dolori affannata gli altrui ricercandoprimieramentegli amori della figliuola d'Inacola quale io morbida e vezzosadonzella primieramente figuroquindi la sua felicitàsentendosi amata da Giovecon meco penso: la qual cosa ad ogni donnaper sommo bene senza dubbio dovria essere assai; quindi leitrasmutata in vacca e guardata da Argo ad instanzia di Giunonerimirandolain grandissima ansietà oltremodo essere la credo.E certo io giudico li suoi dolori li miei in molto avanzarese ellanon avesse avuto continuamente a sua protezione l'amante iddio. E chidubitase io il mio amante avessi aiutatore ne' danni mieio puredi me pietosoche pena niuna mi fosse grave? Oltre a ciò ilfine di costei fa le sue passate fatiche levissimeperò chemorto Argocon grave corpo leggierissimamente trasportata in Egittoequivi in propria forma tornata e maritata ad Osirifelicissimareina si vide. Certo se io potessi sperare pure nella mia vecchiezzarivedere mio il mio Panfiloio direi le mie pene non essere damescolare con quelle di questa donna; ma solo Iddio il sa se esseredeecome che io con isperanza falsa me stessa di ciòinganni.
      Appresso costeimi sipara davanti l'amor della sventurata Biblìsla quale ogni suobene mi pare vederli lasciaree seguitare il non pieghevole Cauno. Econ questa insieme considero la scelerata Mirrala qualedopo lisuoi mal goduti amorifuggendo la morte dall'adirato padreminacciatalein quellamiseraincappò. Veggio ancora ladolorosa Canacea cuidopo il miserabile parto mal conceputoniunaaltra cosa che 'l morir fu conceduto; e meco stessa pensando beneall'angoscia di ciaschedunasenza niuno dubbio grandissima ladiscernoavvegna che abominevoli fossero li loro amori. Ma se beneconsideroio le veggo finiteo per finire in corto spazioperòche Mirra nell'albero del suo nomeavendo gl'iddii secondi al suodisiosenza alcuno indugio fuggendofu permutatané più(posto che egli sempre lagrimisì come ellaallora che mutòformafaceva) alcuna delle sue pene sente; e così come lacagione da dolersi le vennecosì quella le giunse che letolse la doglia. Biblìs similmentesecondo che alcuno dicecol capestro le terminò senza indugioavvegna che altri tengache ellaper beneficio delle ninfe pietose de' suoi danniin fonteancora il suo nome servantesi convertisse; e questo avvennecomeconobbe a sé da Cauno negato del tutto il suo piacere. Chedunque diròmostrando la mia pena molto maggiore che quelladi queste donnese non che la brevità della loro èdalla mia molto lunga avanzata?
     Considerate adunque costoromi viene la pietà dellosfortunato Piramo e della sua Tisbea' quali io porto non pocacompassioneimaginandoli giovinettie con affanno lungamente avereamatoed essendo per congiugnere i loro disiiperdere se medesimi.Ohquanto è da credere che con amara doglia fosse ilgiovinetto trafitto nella tacita nottesopra la chiara fontana appièdel gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati da salvaticafiera e sanguinosiper li quali segnali egli meritamente leidivorata comprese! Certo l'uccidere se medesimo il dimostra. Poiinme rivolgendo i pensieri della misera Tisbe guardante davanti da séil suo amante pieno di sanguee ancora con poca vita palpitantequelli e le sue lagrime sentoe sì le conosco cocenticheappena altre più che quellefuori che le miemi si lasciacredere che cuocanoperò che questi duesì come ligià dettinel cominciare de' loro dolori quelli terminarono.Ohfelici anime le lorose così nell'altro mondo s'ama comein questo! Niuna pena di quello si potrà adeguare al dilettodella loro etterna compagnia.
     Vienmi poi innanzicon molta più forza che alcuno altroildolore dell'abandonata Didoperò che più al miosimigliante il conosco quasi che altro alcuno. Io imagino leiedificante Cartaginee con somma pompa dare leggi nel tempio diGiunone a' suoi popolie quivi benignamente ricevere il forestiereEnea naufragoed essere presa della sua formae sé e le suecose rimettere nell'arbitrio del troiano duca; il qualeavendo lereali delizie usate al suo piaceree lei di giorno in giorno piùaccesa del suo amoreabandonatala si diparte. Oh quanto senzacomparazione mi si mostra miserevolemirando lei riguardante il marepieno di legni del fuggente amante! Ma ultimamentepiùimpaziente che dolorosa la tengoconsiderando alla sua morte. Ecerto io nel primo partire di Panfilo sentii per mio avviso quelmedesimo doloreche nella partita di Enea; così avesseroallora gl'iddii voluto che io poco sofferente mi fossi subitamenteuccisa! Almenosì come leisarei stata fuori delle mie penele quali poi continuamente sono diventate maggiori.
     Oltre a questi pensieri miserabili mi si para davanti la tristiziadella dolente Ero di Sestoe vedere la mi pare discesa dell'altatorre sopra li marini litine' quali essa era usata di ricevere ilfaticato Leandro nelle sue bracciae quivi con gravissimo pianto lami pare vedere riguardare il morto amante sospinto da uno dalfinoignudo giacere sopra la renae poi essa con li suoi vestimentiasciugare il morto viso della salata acquae bagnarlo di moltelagrime. Ahi! con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero!In verità con molta più che nessuna delle donne ancoradettetanto che talvolta fu cheobliati li miei doloride' suoilagrimai. E ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io nonconoscose non de' due l'uno: o morireo luisì come glialtri morti si fannodimenticare. Qualunque di questi si prendeèil dolore finire; niuna cosa perdutala quale di riavere non sipossa sperarepuò lungamente dolere. Ma cessi Iddioperòche questo avvenga a me; il che se pure avvenisseniuno consiglio senon la morte ci piglierei. Ma mentre che il mio Panfilo vivela cuivita lunghissima facciano gl'iddii come egli stesso disianon mipuote quello avvenireperò cheveggendo le mondane cose incontinuo motosempre mi si lascia credere che egli alcuna voltadebba ritornare miosì come egli fu altra fiata; ma questasperanza non venendo ad effettogravissima fa la mia vitacontinuamentee però me di maggior doglia gravatatengo.
      Ricordami alcuna volta avereletti li franceschi romanzia' quali se fede alcuna si puoteattribuireTristano e Isotta oltre ad ogni altro amante essersiamatie con diletto mescolato a molte avversità avere la loroetà più giovine essercitata dobbiamo credere; li qualiperò che molto amandosi insieme vennero ad un finenon pareche si creda che senza grandissima doglia e dell'uno e dell'altro limondani diletti abandonassero: il che agevolmente si puòconcederese essi con credenza si partirono del mondoche altrovequesti diletti non si potessero avere; ma se questa oppinione ebberod'essere altrovecome di qua eranopiuttosto a loro nel loro morireletizia si dee credere che tristizia la ricevuta mortela qualebenché da molti sia fierissima e dura tenutanon credo chesia così. E che certezza di doglia puote uno renderetestimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna. Nellebraccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: sequando strinse gli fosse dolutoegli avrebbe aperte le bracciaesaria cessato il dolore. E oltre a ciòdiciamo pure chegravissima sia ragionevolmente: che gravezza diremo noi che possaessere in cosa che non avvenga se non una voltae quella occupipochissimo spazio di tempo? Certo niuna. Finirono adunque Isotta eTristano ad un'ora li diletti e le dogliema a me molto tempo indoglia incomparabile è sopra gli avuti diletti avanzato.
     Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la miseraFedrala qualecol suo mal consigliato furorefu cagione dicrudelissima morte a colui il quale ella più che se medesimaamava. E certo io non so quello che a lei si seguì di cotalefalloma certa sonose a me mai avvenisseniuna altra cosa cherapinosa morte il purgherebbe; ma se essa pure in vita si sostennecosì come già dissiagevolmente il mise in obliocomemettere si sogliono le cose morte.
     E oltre a ciò con costei accompagno la doglia che sentìLaudomiae quella di Deifile e d'Argìa e di Evannes e diDeianira e d'altre moltele quali o da morte o da necessariadimenticanza furono racconsolate. E che può cuocere il fuocoo il caldo ferroo li fonduti metalli a chi dentro subitamente vituffa il ditoe sùbito fuori nel trae? Senza dubbio credo chemoltoma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi stadentro con tutto il corpo; il che a quante ne ho di sopra in penediscrittesi può dire il simigliante essere incontrato nelleloro doglielà dove io in esse sono stata e stocontinuamente.
      Sono state lepredette noie amorose; maoltre a questelagrime non meno triste misi parano davantimosse da miserabili e inoppinati assalti dellafortunase quello è vero che egli sia generazione di sommoinfortunio l'essere stato felice. E queste sono quelle di Giocastad'Ecubadi Sofonisbadi Cornelia e di Cleopatras. Oh quantamiseriabene investigando di Giocasta gli avvenimentivedremo noiavvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni suoipossibile a turbareogni forte animo! Ellagiovine maritata a Laio re tebanoil primosuo parto convenne che alle fiere mandasse a divorarecredendo perquello il misero padre fuggire quello che li cieli con còrsoinfallibile gli apprestavano. Oh chente dolore dobbiamo pensare chequesto fossee maggiore pensando il grado di colei che mandava! Ellapoi da' portanti il tristo figliuolo certificata di ciò chefatto aveanolui reputando mortodopo certo tempo da colui medesimocui ella avea partorito le fu il marito miseramente uccisoe del nonconosciuto figliuolo divenne sposae generògli quattrofigliuoli; e così madre e moglie ad un'ora del patricida sividee 'l riconobbe poi che eglidel regno e degli occhi privatosiinsiemementela sua colpa fece palese.
     Chente l'animo di lei già d'anni piena allora fosseessendopiù di riposo vaga che di angoscia? Pensare si può chefosse dolorosissimo; ma la sua fortunaancora non perdonantepiùguai aggiunse alla sua miseria. Ella vide con patti tra' duefigliuoli del regnare diviso il tempopoi al non servante fratellonella città rinchiuso vide dintorno gran parte di Grecia sottosette ree ultimamente l'uno l'altro de' due figliuolidopo moltebattaglie e incendiivide uccideree sotto altro reggimentoscacciato il marito figliuolovide cadere le mura antiche della suaterra edificate al suono della cetara d'Anfionee perire il regnosuo; e impiccatasiin forse lasciò le figliuole divituperevole vita. Che poterono più gl'iddiiil mondo e lafortuna contro a costei? Certo nulla mi pare: cerchisi tutto lo'nfernoappena che in esso tanta miseria si trovi. Ogni parted'angoscia provòe così di colpa. Niuna sarebbe chegiudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi checosì fosse se ella non fosse amorosa. Chi dubita che costeisé e la sua casa e il marito degni dell'ira degl'iddiiconoscendonon reputasse li suoi accidenti degni? Certo niuno chelei senta discreta. Se ella fu pazzavie meno li suoi danni conobbeli quali non conoscendonon le dolevano. E chi sé degnoconosce del male che egli sostienesenza noiao con pocailcomporta.
      Ma io mai non commisicosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbaregl'iddii: continuamente gli ho onoratie con vittime sempre la lorograzia ho cercatané sono di quelli stata dispregiatricecome già furono li Tebani. Bene potrebbe forse dire alcuna:"Come di' tu non avere meritata ogni pena né mai averefallito? Or non hai tu rotte le sante leggi e con adultero giovineviolato il matrimoniale letto?" Certo sì. Mase bene siguarderàquesto fallo solo è in meil quale perònon merita queste peneché pensare si dee me tenera giovinenon potere resistere a quello che gl'iddii e li robusti uomini nonpoterono. E in questo io non sono primané saròultimané sono solaanzi quasi tutte quelle del mondo ho incompagniae le leggi contro alle quali io ho commessosoglionoperdonare alla multitudine. Similmente la mia colpa èoccultissimala qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre. Eoltre a tutto questoposto che gl'iddii pure debitamente contro a mecrucciati fosseroe vendetta del mio fallo cercasseronon saria dacommettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m'èstato cagione. Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggioAmore o la forma di Panfilo: qualunque si fossel'uno e l'altro aveamaggiori forze a tormentarmi aspramentesì che giàquesto non m'avvenne per lo fallo commessoanzi è un dolorenuovo e diviso dagli altripiù aspramente che alcunotormentante il suo sostenitore; il quale ancora se per lo peccatocommesso mel dessero gl'iddiiessi fariano contro al loro dirittogiudicio e usato costumeché essi non compenserieno colpeccato la pena; la qualese a' peccati di Giocasta si mira e allapena datae al mio e alla pena che io soffero si guardaella pocopunitae io di soperchio sarò conosciuta.
     Né a questo s'appicchi alcunadicendo a lei privato il regnoi figliuoli e il maritoe ultimamente la propria persona esserestatoe a me solamente l'amante. Certo io il confesso; ma la fortunacon questo amante trasse ogni felicitàe ciò che forsealla vista degli uomini m'è felice rimasoè ilcontrarioperò che il maritole ricchezzeli parenti el'altre cose tutte mi sono gravissimo pesoe contrarie al mio disio;le quali se come l'amante mi tolse m'avesse toltea fornire il miodisio mi rimaneva apertissima viala quale io avrei usata; e sefornire non l'avessi potutamille generazioni di morte m'eranopresenti a potere usare per termine de' miei guai. Dunque piùgravi le pene mie che alcuna delle predette meritamentegiudico.
      Ecuba appresso vegnentenella mia menteoltre modo mi pare dolorosala quale sola rimase avedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regnodi sìmirabile cittàdi sì fatto maritodi tanti figliuolidi tante figliuole e così belledi tante nuoredi tantinipoti e di così grande ricchezzadi tanta eccellenzaditanti tagliati redi così crudeli operee dello spersopopolo troianode' caduti templide' fuggiti iddiivecchiamirandole; e nella memoria riducendo chi fosse il potente EttorechiTroiolochi Deifebo e chi Polidorochi gli altri e come miseramentetutti li vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo maritopoco avanti reverendo e da temere da tutto il mondospandere neltristo gremboe l'avere veduta Troia d'altissimi palagi e di nobilepopolo pienaaccesa di greco fuoco e abbattuta tutta; e oltre a ciòil misero sacrificio fatto da Pirro della sua Pulissenacon quantatristizia si dee pensare che il riguardasse? Certo con molta. Mabrieve fu la sua doglia; ché la debole e vecchia mentenonpotendo ciò sostenerein lei smarritasila rendépazzasì come il suo latrare per li campi fe'manifesto.
      Ma io con piùferma e più sostenente memoria che non mi bisognaa miodannocontinuo rimango nel tristo sennoe più discerno lecagioni da dolermi; per chepiù lungamente perseverando inmalecome io foestimo quelloquantunque leggiero siada pareremolto più gravesì come più volte ho giàdettoche il gravissimo il quale in brieve tempo si finisce etermina.
      Sofonisbamescolata tral'avversità del vedovatico e le letizie delle nozzein unmedesimo momento di tempo dolente e lietaprigione e sposaspogliata del regno e rivestitanee ultimamente in queste medesimebrievi permutazioni bevente il velenopiena di noiosa angosciam'apparisce. Videsi costei reina altissima dei Numidi; quindiandando avversamente le cose de' suoi parentivide preso Siface suomaritoe prigione divenire di Massinissa ree ad un'ora caduta delregnoe prigione del nemico nel mezzo dell'armifacendolasiMassinissa mogliein quello restituita. Ohcon quanto sdegnod'animo si dee credere che ella queste mutabili cose mirassenésicura dalla volubile fortunacon tristo cuore celebrasse le nuovenozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra; peròche non essendo dopo le sue sponsalizie ancora uno dì naturalevalicatoappena credendosi ella rimanere nel reggimento e seco diciò combattentenon accostandosi ancora al suo animo il nuovoamore di Massinissacome l'antico di Sifacericevette dal servomandato dal nuovo sposocon ardita mano lo stemperato velenoequellopremesse sdegnose parolesenza paura bevvepoco appressorendendo lo spirito. Ohquanto amara si puote immaginare che statasaria la vita di costeise spazio avesse avuto di pensare! La qualeperò tra le poco dolenti è da porreconsiderando chela morte quasi prevenne alla sua tristiziadove ella a me haprestato tempo lunghissimoe presta oltre a mia vogliae presteràper farla maggiore.
      Dietro aquestacosì piena di tristizia come fumi si para Corneliala quale la fortuna avea tanto levata in altoche prima di Crassoepoi moglie del magno Pompeoil cui valore quasi sommo principato inRoma avea acquistatosi vide; la quale prima di Romapoi di tuttaItalia quasi in fugarivolgendo la fortuna le cosecol marito daCesare seguitato miseramente uscìe dopo molti casi in Lesbolasciata da luiquivi lui medesimo sconfitto in Tessagliae le sueforze dal suo avversario abbattutericevette. E oltre a tuttoquestolui ancora con isperanza di rintegrare la sua potenza nelconquistato Orienteil mare solcandone' regni d'Egitto arrivatoda lui medesimo conceduti al giovine reseguitòe quivi ilsuo busto senza capo infestato dalle marine onde vide. Le quali coseciascuna per sée tutte insiemedobbiamo pensare che senzacomparazione afflissero l'anima sua; ma li sani consiglidell'Uticense Catonee la perduta speranza di più riaverPompeolei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosalàdove iovanamente sperandoné da me potendo questa speranzacacciaresenza alcuno consiglio o confortofuor che della vecchiamia balia consapevole de' miei malinella quale io conosco piùfede che sennoperché spesso credendomi dare alle mie penerimediom'accresce dogliadimoro piagnendo.
     Sono ancora molti che crederebbero Cleopatras reina d'Egitto penaintollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere soffertaperòche prima veggendosi col fratello insieme regnante e di ricchezzaabondantee da questo in prigione messasenza modo si crededolente; ma questo dolore futura speranza di quel che avvenne l'aiutòagevolmente a portare. Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesareamicae da lui poi abandonatasono chi pensano ciò da leicon gravissimo affanno essere passatonon riguardando essere cortanoia d'amore in coluio in coleiil quale a diletto si puòtòrre ad uno e darsi ad uno altrocome essa mostròspesse volte di potere. Ma cessi Iddio che in me mai taleconsolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giammaidacolui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovreichi potessedireo possache io mai fossi suao siase non Panfilo; e suavivo e viverò; né spero che mai alcuno altro amoreabbia forza di potermi il suo spegnere della mente. Oltre a ciòse ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partiresarebberochinon sapesse il verodi quelli che crederebbero ciò esserledoluto; ma egli non fu così; chése essa del suopartire si dolevad'altra parte con allegrezza avanzante ognitristizia la racconsolava l'esserle rimaso di lui uno figliuolo e ilrestituito regno. Questa letizia ha forza di vincere troppo maggioridoglie che non sono quelle di chi lentamente amacome io giàdissi che ella faceva.
      Ma quelloche per sua gravissima ed estrema doglia s'aggiugneèl'essere stata moglie d'Antonio; il quale ella con le sue libidinoselusinghe avea a cittadine guerre incitato contro il fratello; quasidi quelle vittoria sperandoaspirava all'altezza del romano imperioma venutale di ciò ad un'ora doppia perditacioèquella del morto maritoe della spogliata speranzaleidolorosissima oltre ad ogni altra femina essere rimasa si crede. Ecertoconsiderando sì alto intendimento venire meno per unadisavventurata battagliaquale è il dovere essere generaledonna di tutto il circuito della terrasenza aggiugnervi il perderecosì caro maritoè da credere essere dolorosissimacosa; ma ella a ciò trovò subitamente quella solamedicina che v'era a spegnere il suo dolorecioè la morte; laquale ancora che rigida fossenon si distese però in lungospazioperò che in piccola ora possono per le poppe dueserpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita. Oh quante volte ionon minore doglia sentendo di leiposto che per minore cagionesecondo il parere di moltiavrei volontieri fatto il simigliante seio fossi stata lasciatao pure paura di futura infamia da ciònon m'avesse ritratta!
      Con questa econ le predette m'occorrono la eccellenzia di Ciro da Tamiris mortonel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio;la magnificenza di Pirro; la potenza di Dario; la crudeltà diGiugurta; la tirannia di Dionisio; l'altezza d'Agamennonee altrimolti. Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolatioaltrui lasciarono sconsolati; li quali similmente furono da sùbitiargomenti aiutatiné lungamente in quelle dimorandosentirono intera la loro gravezzacome io faccio.
     Mentre che io vado agli antichi danni in cotal guisaquale avantivedetenella mia mente cercando per trovare lagrime o fatichemeritamente alle mie simigliantiacciò che avendo compagni midolga menomi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereoli qualiamenduni furono misera sepultura de' loro figliuoli. E senza dubbioio non conosco qual temperanza a' riluttanti figliuoli nelleinteriora paterne per uscir fuoriabominando il luogo donde eranoentratidi ritornarviancora dubitando i crudeli morsinéavendo luogo per altra parteli ritenne di loro aprire con litaglienti ferri. Ma questi con ciò che poterono ad un'oral'odio e il dolore sfogaronoe quasi ne' danni prendevano confortosentendo che senza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli: quelloche a me non avviene. A me è portata compassione di ciòonde io non ho doglia niunané oso scoprire quello onde io midoglio; la qual cosa se fare osassinon dubito checome agli altridolenti è stato alcuno rimedioche a me similmente non sitrovasse.
      Vengonmi ancora nellamente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e della sua casameritamente avute del morto Archemoroe con queste quelle delladolente Atalanta madre di Partenopeo morto ne' tebani campi; e sìproprie a me con li loro effetti s'accostano e sì mi si fannoconoscereche appena più sapere le potreise io non leprovassicome già da me un'altra volta provate furono. Dicoche di tanta mestizia sono pieneche più non potrebberomaciascune con tanta gloria sono in etterno ritratteche quasi lietesi potriano dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorateda sette re e da infiniti giuochi fatti da loroe quelle d'Atalantadalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo. A me non èniuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contenteperòche se questo fosselà dove io più che alcuna michiamo dogliosae sonoforse al contrario affermarem'accosterei.
      Mostranmisi ancora lelunghe fatiche d'Ulissee li mortali pericolie gli strabocchevolifatti essere a lui non senza gravissime angoscie d'animo intervenute;ma in me ripetute più voltele mie fanno più graviestimare; e udite perché. Egli prima e principalmenteuomodunque di natura più forte a sostenere di me tenera giovine;egli robusto e fierosempre negli affanni e ne' pericoli usatoquasi naturato fra loroallora che egli faticava gli pareva averesommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata eusa di trastullarmi col lascivo amoreogni piccola pena m'ègrave molto; egli da Nettuno stimolato e in varie parti portatoe daEolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata dalsollecito Amoreda signore il quale già molestò evinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti limortali pericoliegli li andava cercando; e chi si puòramaricarese egli trova quello che cerca? Ma io misera volontieriviverei quietase io potessi; e quelli fuggireise ad essi nonfossi sospinta. Oltre a ciòegli non temeva la mortee peròsicuramente si metteva nelle sue forzema io la temoe da dogliasforzataalcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi versolei. Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria efamama io delle mie vituperio temo e infamiase avvenisse che siscoprissero. Sì che già non avanzano le sue le mieanzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto piùinquanto di lui molto più che non fu se ne scrivema le miesono molto più che io non posso contare.
     Dopo tutti questiquasi da se medesimi riservaticome molto gravimi si fanno sentire i guai d'Isifiledi Medead'Oenone e d'Adrianale lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti legiudico; però che ciascuna di questedal suo amanteingannatacosì come iosparse lagrimegittò sospirie amarissime pene senza frutto sostenne; le qualiavvegna checomeè dettosì come io si dolesseropure ebbero terminecon giusta vendetta le lagrime lorola qual cosa ancora non hanno lemie. Isifile avvegna che molto avesse onorato Giasonee suo perdebita legge se lo avesse obligatoveggendolsi da Medea toltocomeio possoragionevolmente si poté dolere; ma la provvidenzadegl'iddii con occhio giusto guardante ad ogni cosase non a mieidannile rendé gran parte della disiderata letiziaperòche ella vide Medeache Giasone le aveva toltoda Giasone perCreusa abandonata. Certo io non dico che la mia miseria finissesequesto vedessi a colei avvenire che m'ha tolto il mio Panfiloeccetto se io non fossi già colei che gliel togliessima bendico che gran parte mancherebbe di quella. Medea similmente sirallegrò di vendettaposto che essa così crudeledivenisse contro di sécome contro lo 'ngrato amanteuccidendo li comuni figliuoli in presenza di luiardendo li realiostieri con la nuova donna. Oenone ancoralungamente dolutasiallafine sentì l'infedele e disleale amante avere sostenutameritamente pena delle rotte leggie la sua terra per la mal mutatadonna vide in fiamme consumarsi miseramente. Ma certo io amo meglioli miei dolori che cotal vendetta del mio.
     Adriana ancoradivenuta moglie di Baccovide dal cielo furiosaFedra dell'amor del figliastrola quale prima era stata consenzienteal suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo. Sì cheogni cosa pensataio sola tra le misere mi trovo ottenere ilprincipatoe più non posso.
     Ma se forseo donneli miei argomenti frivoli già teneteeciechi come da cieca amante li reputatel'altrui lagrime piùche le miei infelici estimandoquest'uno solo e ultimo a tutti glialtri dea supplimento: se chi porta invidia è piùmisero che colui a cui la portaio sono di tutti li predetti de'loro accidentimeno miseri che li miei reputandoliinvidiosa.
     Eccoadunqueo donneche per gli antichi inganni della Fortuna iosono misera; e oltre a questoessanon altramente che come lalucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di lucemaggiore che l'usato gittareha fatto; però chedandomi inapparenza alcuno rifrigeriome poi nelle separate lagrimeritornanteha miserissima fatta. E acciò che iopropostaogni altra comparazionecon una sola m'ingegni di farvi certe de'nuovi maliv'affermo con quella gravità che le misere miepari possono maggiore affermarecotanto essere le mie pene alpresente più graviche esse avanti la vana letizia foseroquanto più le febbri soglionocon egual caldo o freddovegnendooffendere li ricaduti inferni che le primiere. E perciòche accumulazione di penema non di nuove parolevi potrei dareessendo alquanto di voi diventata pietosaper non darvi piùtedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrimes'alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spandee per nonispendere il tempoche me a lagrimare richiamain piùparoledi tacere omai diliberofaccendovi manifesto non esserealtra comparazione dal mio narrare verissimo a quello che io sentoche sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde. Al quale iopriego Iddioche per li vostri prieghio per li mieisopra quellosalutevole acqua mandio con trista morte di meo con lieta tornatadi Panfilo.

 

CapitoloIX.

Nelquale Madonna Fiammetta parla al libro suoimponendogli in cheabitoe quando e a cui egli debba andaree da cui guardarsi; e fafine.

     O piccolo mio librettotratto quasi della sepultura della tua donnaeccosì come a me piacela tua fine è venuta con piùsollecito piede che quella de' nostri danni; adunquetale quale tuse' dalle mie mani scrittoe in più parti dalle mie lagrimeoffesodinanzi dalle innamorate donne ti presenta: essepietàguidandotisì come io fermissimamente speroti vedrannovolontierise Amore non ha mutate leggi poi che noi miseradivenimmo. Né ti sia in questo abito così vile come ioti mandovergogna d'andare a ciaschedunaquantunque ella siagrandepure che essa te avere non ricusi. A te non si richiede abitoaltramente fattoposto che io pure dare tel volessi. Tu dei esserecontento di mostrarti simigliante al tempo mioil qualeessendoinfelicissimote di miseria vestecome fa me; e però non tisia cura d'alcuno ornamentosì come gli altri sogliono averecioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornateo dipulita tonditurao di leggiadri miniio di gran titoli; queste cosenon si convengono a' gravi piantili quali tu porti; lascia e questee li larghi spazii e li lieti inchiostri e l'impomiciate carte a'libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato con ispartechiomee macchiato e di squallore pienolà dove io ti mandoe co' miei infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno destarela santa pietà. La quale se avviene che per te di séne' bellissimi visi mostri segnaliincontanente di ciò rendimerito qual tu puoi. E io né tu non siamo sì dallafortuna avvallatiche essi non sieno grandissimi in noi da poterdare; né questi sono però altrise non quelli li qualiessa a niuno misero può tòrrecioè essemplo disé donare a quelli che sono feliciacciò che essipongano modo a' loro benie fuggano di divenire simili a noi; ilqualesì come tu puoisì fatto dimostra di mechese savie sonone' loro amori savissime ad ovviare agli occultiinganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
     Va adunque: io non so qual passo si convenga a te piuttostoosollecito o quietoné so quali partì prima da te sienoda essere cercatené so come tu sarai né da cuiricevuto. Così come la fortuna ti pignecosì procedi:il tuo corso non può essere guari ordinato. A te occulta ilnuvoloso tempo ogni stellale quali se pure tutte paresseroniunoargomento t'ha l'impetuosa fortuna lasciato a tua salute; e perciòin qua e in là ributtatocome nave senza temone e senza veladall'onde gittatacosì t'abandonae come li luoghirichieggionocosì usa varii li consigli. Se tu forse allemani d'alcuna pervienila quale sì felici usi li suoi amoriche le nostre angoscie scherniscae per folle forse riprendaneumile sostieni li gabbi fattili quali menomissima parte sono de'nostri malie a lei la fortuna essere mobile torna a menteper laqual cosa noi lietae lei come noi potrebbe rendere in brieveerisa e beffe per beffe le renderemmo. E se tu alcuna troverai cheleggendotili suoi occhi asciutti non tengama dolente e pietosade' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchiequellein tesì come santissimecon le mie raccoglie piùpietoso e afflitto mostrandotiumile priega che per me prieghi coluiil quale che egliforse da più degna bocca che la nostrapregatoe più ad altrui pieghevole che a noiallevii lenostre angoscie. E iochiunque ella fiapriego da ora con quellavoce che a' miseri più essaudevole è datache ella maia tali miserie non pervengae che sempre le sieno gl'iddii placabilie benignie li suoi amori secondo li suoi disii felici produca perlunghi tempi.
      Ma se per avventuratra l'amorosa turba delle vaghe donnedelle mani d'una in altracambiandotipervieni a quelle dell'inimica donna usurpatrice de'nostri benicome di luogo iniquo fuggi incontanentené partedi te non mostrare agli occhi ladriacciò che ella la secondavoltasentendo le nostre penenon si rallegri d'averci nociuto. Mase pure avviene che essa per forza ti tengae pure ti voglia vedereper modo ti mostrache non risama lagrime le vengano de' nostridannie a conscienza tornandoci renda il nostro amante. Oh quantofelice pietà sarebbe questae come fruttuosa la tuafatica!
      Gli occhi degli uominifuggida' quali se pure se' veduto di': "O generazione ingratae detrattrice delle semplici donnenon si convengono a voi di vederele cose pie". Ma se a colui che è de' nostri mali radicepervienisgridalo dalla lunga e di': "O tupiù rigidoche alcuna querciafuggi di quie noi con le tue mani non violare:la tua rotta fede è di tutto ciò che io porto cagione;ma se con umana mente leggere mi vuogliforse riconoscendo il fallocommesso contro a coleichetornando tu ad essadi perdonartidisideravedimi; ma se ciò fare non vuoglinon si conviene ate di vedere le lagrime che date haie specialmente se d'accrescerledimori nel volere primo".
      E seforse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte simaravigliadi' che quelle ne mandi viaperò che li parlariornati richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.E però piuttosto dirai che prenda ammirazione come a quel pocoche narri disordinatobastò lo 'ntelletto e la manoconsiderando che dall'una parte amore e dall'altra gelosia con varietrafitte in continua battaglia tengono il dolente animoe innebuloso tempo favoreggiandogli la contraria fortuna.
     Tu puoi da ogni aguato andar sicurosì come io credoperòche nulla invidia te morderà con acuto dente; ma se pure piùmisero di te si trovasseche no 'l credoil quale quasi a te come apiù beato di sé la portasselàsciati mordere.Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa riceveresìper tutto dalle percosse della fortuna ti veggio essere lacerato.Egli non ti può guari offenderené farti d'altotornare in basso luogosì è infimo quello ove dimori.E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con lasuperficie della terra congiuntie ancora sotto quella cercasse disotterrarcisì siamo nell'avversità anticatiche conquelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute esosteniamososterremo le minori: e però entra dove ellavuole.
      Vivi adunque: nullo ti puòdi questo privare; ed essemplo etterno a' felici e a' miseri dimoradell'angoscie della tua donna.

Quifinisce il libro chiamato elegia della nobile Madonna Fiammettamandato da lei a tutte le donne innamorate.