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BoitoCamillo

Senso

Nuovestorielle vane



 

VaderetroSatana

1

Ilprete aveva i gomiti poggiati sul davanzale; stava immobilecon losguardo fisso. Era la prima volta in dieci anni che vedeva dallacanonica del villaggio (il più alto villaggio del Trentino) latempesta sotto i suoi piediintanto che il soleun sole pallidoquasi intimoritobrillava sulle case del paesello e sulle cime dellemontagne circostanti.

Ilgiovine pretea intervallitossiva. Il suo collo scoperto eracandido e magro; la sua bella faccia affilata in quel momentosembrava impassibile. Eppurestudiando bene i lineamenti del voltosi avrebbe potuto indovinare il di dentro: tra le narici e gli angolidelle labbra pallide nascevano due solchi dritti; la fronte alta edaperta aveva una ruga profondache contrastava con la espressionedolcequasi infantile degli occhi d'un colore celeste d'oltremaresimile a quello dell'acqua nel Lago di Garda. L'arteria del collobatteva forte; le mani delicate si stringevano febbrilmente; icapelli biondicacciati indietro dal ventocoprivano la chierica. Eintanto le nubi si agglomeravanos'aggomitolavanoquali onde di unaburrasca fantastica. Era un lagocheriempiendo tutta l'ampiavallataurtava contro la corona dei monticome se volesserovesciarne le rocciei boschii ghiacciai per inghiottire ognicosa nel proprio fondonero più d'una tomba. Si vedeva quelfondo a intervalli qua e là secondo gli scherzi del turbinequando nei flutti delle nubi s'apriva uno squarcio; e allora l'occhiopiombava dentro nella valledove lampeggiavano i fulminimentre suldorso ai mucchi bianchi dei densi vapori le saette sembravano appenascintille. Uno dei buchi tenebrosi lasciò indovinare ilvillaggio di Cogo; poi quel baratro si chiusee se n'aperse un altrodi lontanoche mostrò per un istante la torre del castello diSanna.

Eil prete guardava sospirandosempre coi pugni stretti. Sul davanzaleaveva lasciato aperto il Breviarioche il vento si divertiva ascartabellare. Ma il vecchio Menicoil quale stava da un po' ditempo borbottando dietro il curatoprese il libro con un certo suogesto dispettosolo chiuse e lo depose sulla scrivania. Poiraccogliendo le carteche il vento aveva sparpagliate sul suolodisse ad alta voce: - Un bel gusto davveropigliarsi un raffreddore!Senza niente sul caposenza un fazzoletto al collo -. E aggiunse unpo' più basso: - La è da mattoproprio da matto -.Uscì di camera sbattendo l'imposta; ma poco dopo rientròandò a pigliare sul letto il calottino del padrone ealzandosi in punta di piediglielo mise sulla chierica. Il prete sivoltò irritato eagguantato il calottinolo buttò interra dinanzi a Menicogridando: - Ho caldovattene via.

Tornòa guardare le nuvole; ma non erano scorsi due minuti che si voltòdi nuovocercando con gli occhi Menico. Non c'era; andò incucinanon c'era; andò nel piano superioreuna specie disoffitta mezzo aperta all'acqua ed alla nevenon c'era. Lo trovòa' piedi della stretta e scricchiolante scala di legnoche dalpianoper così direnobile dell'edificio scendevaesternamente al sagrato della chiesadove cinque o sei contadiniragionando sulla novità del temporaleguardavano ancora contanto d'occhi alla vallein cui le folgori avevano cessato discoppiarei lampi avevano smesso di balenaree le nubi s'andavanovia via diradando.

Ilprete si accostò al vecchio enello stendergli la manoglidisse in modo che i contadini potessero udire: - Menicoperdonami -.Il vecchio girò il viso dall'altro latoalzando le spalle etenendo le mani in tasca. Era piccolomagrosparuto; aveva la barbameno grigia che biancarasa la settimana innanziirta come spillima le folte sopraccigliasugli occhietti piccolierano ancora d'unnero d'inchiostro. Il sacerdote piegò il corpo alto ed esileeumilmentecon voce tranquilladolceripeteva: - Menicotiprego di scusarmi -. I contadini ridevano sotto i baffi. A un trattoil vecchioafferrata la mano del padronesenza lasciare a questi iltempo di ritrarlagliela baciò più volte; e gliocchietti piccoli erano lustri di lagrime.

Ilpreteritornato nella sua cameraaveva ripreso il Breviario. Letteappena due facceseguendocome vuole la Chiesacon gli occhiintenti lo scritto e pronunciando sottovoce ogni sillabachiusesconfortato il volume. - Non posso - mormorò - non posso.L'Officio si deve recitare con attenzione e devozione: Officiumrecitandum est attente et devote... Or io sento in tutte le membrauna inquietudine di cui non so capire il perchécome semigliaia di formiche girassero e rigirassero sulla mia pelle. Cercodi fissare la mente all'un pensiero od all'altroe la mente scappadove le garbacompiacendosi in cento nuove immagini strane epuerili. Sarà forse l'ariacosì carica oggid'elettricità. Forse la mia consueta febbriciattola vapeggiorando -. Si pose all'inginocchiatoiodavanti ad un Crocifissoallampanato. Vi stette qualche minuto con le mani giunteil capochinobisbigliando preghiere: poialzatosi di bottodisse: -Oratio sine attentione interna non est oratio.

Inquel mentrespalancando l'usciocomparve il cane del curatoun belcane da cacciae si mise a saltellare intorno al caro padrone.Questi lo accarezzò distrattamentee ripeteva tra séintanto che con il pugno serrato continuava a picchiarsi forte ilpetto indolenzito: - Il sacerdote dovrebb'essere sempre come il solesereno di poco fa: dovrebbe contemplare la tempesta dall'altoquietopurointangibile.

Entròsenza bussareil medico dei tre villaggi della Val Castrabenesbarbato e vestito appuntino: - Buon giornosignor curato. Prestolevi di dosso quella giacchettametta il collarinoinfili la suavesta più bellae venga con me. Il demonio la vuolereverendo; ma che caro demonio. M'ha detto in furia queste preciseparole: "Corra subitomio caro dottore (ha proprio detto miocaro dottore )corra subito dal signor curato; gli racconti il miomaleaggiunga che ho bisogno di sentire la voce del cieloche sonouna pecorella pronta a rientrare all'ovile". E ripeteva: "Voglioil curatovoglio Don Giuseppe".

Ilprete diventò bianco e grave. - È in pericolo di morte?- chiese.

Ildottore uscì in uno scoppio di riso: - Ci vuol sotterraretuttireverendo. È uno scherzo di nervi: roba di donnegalanti. Non ho potuto neanche toccarle il polso. Mi ha cacciato quisenza lasciarmi tempo di fiatare: e noti che venivo drittosotto lenubi e i fulminida Ledizzoe sull'asino.

Mancomale che avevo l'ombrello e il pastrano. InsommaDon Giuseppesi vao non si va?

-Non vengo -rispose il pretea cui la fronte e le gote eranodiventate rosse infiammate; ealzando i pugnicon voce da fartremare le muragliesoggiunse: - Quella donna e i suoi drudi sonol'infamiae saranno l'ultima rovina di questa valle. Dio limaledica!

Ildottorescandolezzatoguardò l'altro negli occhimormorando: - Signor curatola carità cristiana!

-La carità cristiana? Io mangio polenta e cacioqualche voltaun po' di carne di maialementre il mio corpo fragileestenuatorosocom'ella sadottoreda una malattia che aspetta ma nonrisparmiaavrebbe bisogno d'altri sostentamenti. Io vivo in mezzo alsudiciume di questo paesealle miserie di questi montanaria' qualiho dato quel poco che ho guadagnato in dieci anni. La sera negli ottomesi d'inverno mi faccio piccolo per insegnare ai bimbi delvillaggio; non c'è fanciullo o ragazza dai sette anni in suche non sappia leggere e scrivere e distinguere il bene dal male. Alvescovoche mi voleva parroco nella pianuraho risposto:"Monsignoreamo oramai la solitudine e la nevele privazioni el'ingratitudine". Amo infatti queste grandezze della naturaselvaggianelle quali il mio corpo è rimasto puro e sonovissuto fino ad ora in una cara povertà di spirito. Ho dovutoabbandonare da un po' di tempo il mio più vivo confortomondanola cacciae rinunciare alle lunghe passeggiate solitarie super i dorsi dei monti. La mia pelle già ruvida e bruna - e ilprete guardava pietosamente le proprie mani - è diventatamorbida e biancacome quella di una donna galante. Dicono checosìmagro e così smortosembro ringiovanito: ho trent'anni e nemostro venti: torno fanciullo. Chi mi ridà la salute e laforza? - Il dottore sorrisee il prete continuò: - Un giornoa Trento il vicario del vescovo mi dice con ironia: "Ellareverendoè un montanaro d'Arcadia". I mieiparrocchianisalvo pochimi guardano di traverso. La caritàcristiana! Ecco che in questo paeseil più alto e il piùpovero del Trentinodove gli uomini sono attivisobriilealie ledonne non hanno altra bellezza che la loro virtùviene apiantarsi una masnada di truffatori e sgualdrine. Inventano delleminiere; gridano a tutti i venti che nel nostro suolo la natura hadeposto i suoi tesori di ferro; le Gazzette del TirolodellaGermaniasono piene di annunzii e di lodi sulla famosa Compagniasiderurgica della valle di Castra; cinquemila azioni da cinquecentolire ciascunainteressidividendialmeno il cento per cento!Troveranno i gonziintascheranno i milioniuna parte almenoescapperannolasciando alle nostre montagne due grotte di piùdue buchi. Ma intanto si pianta quiper alcune settimanein unpalazzo improvvisatoil capo dell'impresa con la sua ganza; e servie operai e donnacce riempiono il villaggio di scandali; s'apronobettolesi balla tutta notteci si ubbriaca e peggio. Alle minierealle ferrovie ci pensa pincone. Tre famiglie del paese hanno giàvenduto le loro giovenche per barattarle con le mirifiche azionisiderurgiche: altre seguiranno l'esempio.

Allarovina materiale si rimedieràma l'abiezione morale saràsenza riparo. Due delle più ingenue paesanellel'una didiciottol'altra di sedici annila Giulia di Pietro...

Lavoce del preterauca e fieras'interruppe di botto. Era stato untorrente di parole: sembrava che non dovesse fermarsi più; nonaveva tossito neanche una volta. L'indignazione bolliva da un pezzoin quello spirito ingenuoed era scoppiata; ma dopo l'ultima fraseDon Giuseppe rimase improvvisamente impacciatomortificato. Guardòin volto il dottore per ispiare se questi avesse potuto intendere ilsenso del periodo appena incominciato; e si confortò un pocovedendo che teneva la testa bassacome sbalordito dalla foga dellungo sermone. Il curato girò gli occhi ad un angolo dellastanzali fissò un istante sul Crocifissoche gli parve piùsanguinolentopiù addolorato del solitoe recitòun'orazione internabrevema fervidissima. Un sordoesercitato aleggere sulle labbraavrebbe colto dai moti convulsi di quelle delprete alcune voci spezzate: Strictissima obligatio...inviolabiliter... sigillum confessionis.

Frattantoil dottore sorridevapensando alla rusticità del curato.Aveva compiuto egli i suoi studi di scienza medica niente meno che aViennae in quegli otto mesi n'aveva proprio viste di belline. Leraccontavaadombrate appena di un velopersino a sua moglie. Sìsignoriper allargarsi la menteper non lasciarsi afferrare dalleidee storte e sentimentaliper acquistare l'esperienza del mondoper imparare i modi garbatiè necessario viverealmeno uncerto temponella capitale. Fra le montagne non si possono educareche gli orsi. Povero curatoil suo massimo viaggio era stato quellodi Trento!

-Don Giuseppemi permetta di parlarle schietto: ellascusimisembra un tantino pessimista -. Dette queste parole quasi per tentareil terrenoil medico ristetteaspettando una risposta. La rispostanon venne: Don Giuseppe aveva assunto un'attitudine raccolta eplacida.

Fattosicoraggioil dottore continuò: - Può darsinon lonegoche le cose previste da leireverendosieno tutte vangeloeche una brutta catastrofe sovrasti alla povera valle; ma potrebbeanche darsichi lo sa? che le faccende andassero lisce. Lavoranonegli scavihanno fatto gli assaggi; né sarebbe impossibileche il metallo sbucasse fuoritanto più che si trovano neinostri monti le tracce di molte vecchie ferriere. Se l'impresaandasse benequanta ricchezza non ne verrebbe egli a tutti i luoghiqui intorno? Dall'altra parte questo signor banchiere e baroneavviato l'affare e toltosi il ghiribizzo della vita montaninaandràvia con il suo codazzolasciando i veri lavoratorigli onestioperai; e tutto rientrerà nell'ordine consuetocon qualchesoldo e qualche comodità di piùche ce n'è dibisogno.

-Dio voglia! - Era un Dio voglia buttato là tanto per mutarediscorso. Il curato chiese infatti senza interruzione al dottore: -Mi dica un po'come sta oggi la signora Carlina?

-Non c'è malegrazie. Mangia pocoquasi nientesebbene io lafaccia sgambettare dietro di me il più possibile.

-E di umore?

-Così così. Quando esco la mattina o dopo il desinareper le mie passeggiate medichepotrei dire per i miei viaggiquotidianim'abbraccia e si mette a piangere. Qualche voltaconfessoperdo un po' la pazienza.

-Tolleridottore. È una bambinae le vuol tanto bene. Diròdi piùveda di trattarla con infinita indulgenzacon ognisorta di amorevolezze e di cure. La tenga come una pianticellateneradelicata e sottiletrapiantata da tre mesi soltantoe chevuole essere irrorata d'affetto.

-In fondo non è mai malata. Qualche dolor di caponient'altro;ma non ingrassa. E poi è tanto rustica: vorrebbe stare sempresola o con me. Detesta la gente nuova; anzia dirglielaDonGiuseppesono impacciato. La bella baronessa vuole vedere mia mogliea ogni costo. Appena entro nella sua camera grida: "E lasposina?".

-Per amor della Vergine Maria non gliela conduca. Profanare ilcandoreil pudore della giovinetta semplicedella colomba didiciott'anni con l'alito della donna infame!

-Reverendoella dice bene; ma io ho pur bisogno di tutti. Nato inquesta vallenon ho intenzione di morirvi. Per guadagnarmi da viveredevo fare sulle scorciatoie dei monti tre o quattro ore di camminoogni giorno al rischio di cadere in un precipiziodi gelarel'inverno in mezzo alla neve o di crepare giovine d'un vizio dicuore. Risparmio il mulo ed il ciucotiranneggio me e anche un pocomia moglie per mettere da parte qualche danaroche mi permetta dipiantarmi in una cittàdov'io possa fare il medico davvero.Cavar sanguestrappar dentiaggiustar ossa a questi villani non èpoi un mestiere decente per chi ha studiato nella capitale e s'èassuefatto a nobili desiderii.

-La nobiltà del desiderio consistedottorenella volontàdel bene; e il bene è tanto più difficile a farsimatanto più meritorio quanto è più basso eaggiungeròpiù schifoso l'oggetto a cui si rivolge.

-Ella parla d'orosignor curato. Ammiro la virtù sublimematutti non hannoneanche secondo il Vangelol'obbligo di essersanti. Si può vivere da galantuominisi può beneficareil prossimo anche nelle cittàed io mi sento nato per la vitacivile. Ora vedaDon Giuseppequella signorachiamiamola baronessao altrimentimi dà quattro fiorini per visita e mi chiamaquasi ogni giorno. Il mio salvadanaio ne gongola.

-Dottorela signora Carlina non approverebbe questi sentimenti.

-E avrebbe torto. Posso io rifiutare a colui che invoca il mioministero l'aiuto della mia scienza? Non ci sono altri medici nellavalle; occorrerebbero sette ore od otto per averne uno: intanto ilmalato rischia di crepar come un cane. È poi lecito ildistinguere un contadino da un signoreuna donna onesta da unabagasciao non si devono soccorrere tutti ugualmente? Mi dica leiDon Giuseppese un peccatorese una peccatrice implorasseanchesenza sentirsi in punto di morteuna parola dal ministro di Diounaparola che potesse confortaremigliorareilluminare un'animasviataavrebb'ella il diritto di dir di no? Stendere la mano alprossimo smarrito o perversoaiutarlo a ritrovare la via dirittanon è forse il primoil più sacro dovere del pastorbuono?

Questeultime parole vennero pronunciate con molta enfasi dal dottoreilquale teneva i suoi occhi furbi fissi negli occhi ingenui del prete.

Seguìun silenzioin cui si potevano udire i canti e le risa della gentedel villaggio raccolta nella piazzetta della fontana. Il curatomeditava. Fece un gesto risolutoandò a pigliare il collarinonell'armadiose lo affibbiò senza guardarsi nello specchiettocheappeso ad un chiodo sul telaio della finestragli serviva perradersi la barbae infilò la sua veste neral'unica cheavesse; poi disse: - Andiamo.

Inquel punto al baccano sempre crescente dei villani s'unì ungran frastuono di trombedi cornidi cornette e d'altri strumentid'ottonei quali stonavano e scroccavano maledettamente; efuoridel paesesul dorso del monterispondevano gli spari deimortaletti. Era una festa solenne: avevano fatto venire la bandamusicale dal capoluogo del circondarioniente meno; ed ilCapo-comune presiedeva alla cerimonia. Si trattava anzi di una veramarcia trionfale. Gli eroi erano due ragazzi in sui dodici annil'uno brunol'altro biondoincoronati di fiori selvaticie tiratiin uno di quei veicolii quali servono in montagna a trasportare illetameed hannocurvi come sono al dinanziun certo aspettod'antica biga romana. Il carrotutto a ghirlande e a festonieratirato da due maestosi buoi bianchima i due fanciullianzichémostrare la baldanza de' conquistatorimostravano una gran paura diessere sbalzati a terraquando le ruote o si alzavano sugli enormisassidi cui sono sparse le tortuosestrette ed erte vie delpaeselloo si sprofondavano nelle buche di pantanoda cui schizzavaintorno la melma. I due monelli guardavano in giroconfusi di tantochiassodesiderosi d'una cosa soltantodi saltar giù dalcarro trionfale per unirsi a' loro compagni e dimenarsi liberamente egridare anch'essi: Vivaviva!

Lacagione della loro gran gloria era spiegata da Menico ad un vecchiovenditore ambulante di quegli enormi ombrelloni rossi e azzurriiquali mettono nella malinconia del paesaggioquando pioveunapennellata allegra. Il caso dunque era stato questo: i due ragazzinel principio della passata primaveraandavano a raccogliere sulmonte della Malgaquello che manda la più lunga ombra nellaVal della Castrale radici di una certa erba medicinale. Èuno dei piccoli guadagni dei montanarii quali per un grosso peso diarnicadi genzianadi aconitodi licheneo che so ioracimolatisulle rocciealla cima dei dirupicol rischio di rompersi il cranionella voraginepigliano qualche soldo. La neve al basso si andavasquagliandoma i due fanciulliraspandola via viasenza pensare adaltrosalivano sempre più in un luogo che da otto mesi nonvedeva anima nata. All'improvvisosotto ad un pinoche il ventoaveva gettato a terra e che su quel lenzuolo candido con il suotronco ed i suoi rami secchi pareva uno scheletroodono un fruscìo.Tendono le orecchie; il fruscìo si rinnova; s'avvicinanoedecco che sbuca una bestia brunasimile ad un cane non grande. Labestia scappa e va a nascondersi di nuovo in una macchia di arbusti;ed i fanciulli dietro. Avevano due bastonie si mettono a picchiarecon tutta la forza di cui erano capacil'uno di qual'altro di làdella macchia di arbustila qualesebbene priva di foglieerafolta.

Volevanoacchiappare il cane. La bestiain fattispauritairritataescefuorimainvece di fuggireavventandosi alle braccia di uno deifanciullile addenta e ne fa uscire il sangueche arrossa la neve;ma il fanciulloniente pauraquanto più si sente morderetanto più tiene saldo. Ed ecco l'altro che in buon punto dàcon la mazza un forte colpo sulla testa dell'animaleed un secondocolpoe l'accoppa. Il feritopiù allegro che maitiene perun poco le braccia nella nevepoicon il compagnoscende giùa sbalzi portando la sua preda. Erano incerti se fosse un cane o unavolpe. Maprima di entrare nel villaggioincontrano un vecchio diottant'annialtodi corpo asciuttodritto ancora come un fusosvelto ancora come un cavrioloche andava a passeggiare con la suacarabina ad armacollo. La fama di codesto vecchio esce dalla Valdella Castra: Trento stessa lo conosce. Nella sua vita ha uccisoventi orsi; l'ultimodopo sbagliato il colpo del fucilel'ucciseabbracciandoloe l'uomo cacciava all'orso il coltello nel ventreepoisempre in un amplessoarrotolarono un pezzo sulla china delmontefinché l'orso morìe l'uomo di ottant'annis'alzò dritto e placido. Ora quel vecchio chiamò ifanciulliche gli passavano innanzie disse: - Figliuolidoveavete pescato questa bestiola? - I ragazzi risposero: - L'abbiamouccisa noi; ma è una volpe od un cane?

-È un'orsacchiottafortunati figliuoli: fortunati che nonavete trovato la sua madree fortunati che vi beccate trentasettefiorini belli d'argento. Fate l'istanza al Capitano -. Dette questeparole ripigliò il camminoguardando i ghiacciai sulcucuzzolo delle montagne.

Menicomostrò all'ombrellaiotra la follaun montanaro chesoverchiava gli altri di quasi tutto il capoe che guardava conserietà i due piccoli trionfatori: era il vecchio degli orsi.

Perfarla brevei ragazzi avevano potuto dopo qualche mese riscuotere itrentasette fioriniche il Governo dà quale premio perl'uccisione di un'orsa; e la festa era fatta a commemorazione e arallegramento del caso. Bisogna aggiungereper amore di veritàche era stata anche pensata da qualche cervello ingegnoso per avereuna nuova scusa di ballar con la banda tutta notte nell'osteria e discialacquare in istravizii e bordelli; eperché il curato losapeva benenon aveva voluto ingerirsi né con la sua chiesané con la sua persona in così fatta commedia.Dall'altro canto la caccia dell'orso aveva lasciato nell'animo delprete un rimorso non piccolo. S'era imbattuto un inverno anch'eglifra le nevi in un orsacchino da poppa; aveva pigliato l'orsacchino epicchiandolo un pocol'aveva fatto guaireperché l'orsachenon poteva essere lontanalo udisse. Venne in fattie precipitòfuribondamentre il prete mirava attento e colpiva giusto. L'orsaferita a mortesi trascinò accanto al suo piccinochecontinuava a guairee lo leccava in atto d'infinito amore. Il pretetornò a casa pensierosolasciando nel bosco la madre morta el'orsacchino libero.

Lasera scartabellò i volumi della sua piccola libreria perconoscere se l'inganno è innocente quando si volga contro lebestie feroci; ma non gli riescì di raccapezzar nulla chefacesse al suo caso: solo nel secondo volume del GuryCompendiumTheologiae moralistrovò che al sacerdote è lecita lacaccia non clamorosa cum sclopeto et uno cane. Non trovòaltro; ma non poté mai dimenticare la generosae svisceratapassione di quella madre morenteeripensandovisentiva nel cuoreuno stringimento.

Ripetéancora al dottore: - Andiamo - ed uscironoallontanandosi dalfrastuono del villaggio in festa.

2

Lavilla del barone banchiere era sorta all'improvviso. A un tiro dischioppo fuori del paese si vedeva dianzi una casa costrutta in sassoe in cementomiracolo in quel villaggio fatto tutto di legno. Erastata alzata dieci anni addietro da un brav'uomoil qualeessendoandato per mezzo secolo a lavorare giù per l'Italia dacalderaioe avendo raggruzzolato molte migliaia di lirevolevagodersele con la famiglia in santa pace nell'aria pura e nelle lunghenevi del suo caro luogo natale. Non l'avesse pensato mai! Il dìche fu messa la prima pietraecco gli muore la figliuola; appenafinito il solaio del primo pianoecco gli si ammazza giù peruna rupe il figliuolo; appena compiuto il tettopassa a miglior vitala moglie. Il misero signorottosolodisperatopieno di acciacchie di paurecamminò un anno nelle stanze vuotemeditando condesiderio ineffabile al tempo della sua miseriaquando la moglie edi figlisani e robustimangiavano polenta asciuttaed eglimartellava quindici ore della giornata su caldaie e padelle. Morìdi settant'anni lasciando la sua casa al Comuneil quale vi tenevail fienogiacchéun poco per cagione dell'uso di abitare inisconquassate catapecchie di legnoun poco per l'idea chequell'edificio fosse stregato e recasse sventuranessuno offriva unquattrino per andarvi a prendere alloggio.

Ivetri delle finestre non c'erano piùle imposte cominciavanoa sconnettersi; ma il palazzotto così bianco e alto eregolarecon la sua bella cornice e i suoi balconi sporgentirallegrava la vistain mezzo alle capanne ed ai tugurii neri dellavalle. S'aggiunga ch'era piantato in uno dei più bei siti: sulcontrafforte del montedove i paeselli della vallata di qua e di làsi vedono tuttie l'occhio si spinge sino al piano verde ed alcastello di Sanna; e di dietro l'ombreggiava una folta macchia dilarici antichimentre dinanzi lo rallegrava una prateria quasiorizzontalepiena di grandi arbusti di sambuco rossocon i suoigrappoli che sembravano coralli infiammatie ricca di fiori color dirosadondolanti sui gambi altissimidi fiori gialliviolettibianchida farne la più gentile e variopinta corona per unavergine sposa.

Lacasa del calderaiogià bellaera diventata un incanto. Sullafrontenel piano terrenosporgeva una nuova loggiachiusa durantele ore del sole da tende che parevano di splendido drappo persiano;nei fianchi uscivano fuori due nuove ali in forma di padiglionedacui quattro gradinate esterne scendevano alla prateria trasformata ingiardinodove non mancavano le zolle simmetrichel'ampia vascacircolare con l'acqua limpida e i pesci d'oroné i sedilidondolanti sparsi nei luoghi più misteriosi ed ombrati. Nellato posteriore dell'edificio un nuovo portico riparava lecavalcature mentre aspettavano i cavalieri; la cucinala scuderiade' mulil'abitazione dei servi ed altri luoghi di basso uso avevanotrovato posto in una specie di casa rusticaunita alla palazzina permezzo di una lunga tettoiala quale veniva tutta nascosta da piantearrampicanti e da arboscelli trapiantati.

Questenuove fabbriche erano di legnoalzate su in fretta e destinate allavita di tre mesi: non importava che le prossime nevi ed i geli lesfasciassero tutte.

Ailavori aveva presieduto il vero scopritoreoper meglio direinventore delle miniereun farabutto matricolatoal paragone delquale il presidente della Società siderurgicail baronebanchierepoteva dirsi una perla. Lo chiamavano Gregorio Viorze sibucinava che fosse stato due volte in carcere per truffa; gliattribuivano anche un veneficiocommesso per interessema le provemancavano e la giustizia non se n'era impacciata. Comunque siaadInnsbrucksua città natalen'aveva fatte tanteche nonpoteva più rimettervi il piede.

Diol'aveva dotatoper disgrazia degli uominidi un ingegno feracissimoe di un'attività senza pari; tanto che con la metàdella fatica e del cervelloch'egli impiegava nelle vie torte ebuieavrebbe potuto lungo la strada dritta rendersi ricco e stimatoe sicuro della propria fortuna. Ma dall'animo perverso nasconoinevitabilmente certe debolezze fatalile quali sciupano tutto; e ilViorz ne aveva due. Prima: assottigliava tropposicchéstudiando nelle imprese tutti i pericoli e industriandosi di metterea tutti un anticipato rimediocreava spesso le difficoltànell'atto in cui voleva prevenirle. Seconda: man mano che siavvicinava il momento di raccogliere il frutto delle sue iniquitàla gioia e l'orgoglio del buon successo gli scemavano la calmaloinebbriavanoe la prima cautela volpina si trasformavanella lottacontro gli ultimi intoppiin violenza brutale.

Uncosì fatto personaggio non poteva dare il suo nome a nessunaffare d'industria o di banca; anzi si doveva tenere avvoltoalmenosul principioin un prudente mistero. Aveva dunque bisogno diqualcuno da mettere in mostra: un galantuomo noperché non sisarebbe prestato a simili birbonate; un noto birbante noperchéavrebbeinvece di adescarlafatto scappare la gente. Ci volevaperesempioun signore che si fosse mangiato il patrimonio: vizioso e inurgente necessità di quattrini; d'intelletto bastevole percapire e secondare le finezze dell'impresama di poca inventivaperché non gli saltasse un giorno il ghiribizzo di fare da sé;di bei modi signorilicon un bel nome e un titolo sonoro. A tutte leindicate qualità bisognava unirne un'ultima: quella di nonessere punto conosciuto nella classe degli uomini di bancaomegliodi esservi conosciuto favorevolmente. Questa prerogativas'univa alle altre nel barone di Steinach.

Erapiuttosto un uomo scettico e leggieroche propriamente perverso.L'uso della società galante di Vienna e di Parigi l'avevarotto ad ogni viziosenza fargli perdere il garbo delle manierearistocratiche ed una certa sensibilità di natura. S'eraimpacciato tre o quattro volte in affari grossi e romorosimapuntualmentecon indifferenzaaveva pagato le perditerimettendocisino all'ultimo soldo. Alloradopo avere conosciuto Gregorio Viorzche non lo perdette mai più di vista e che lo richiamòin gran frettaqualche anno appressoappena avuta la primaispirazione della Compagnia siderurgicaandò a Monaco algiuocofacendosi prestare la postae guadagnò; e con quelguadagnopiantatosi a Parigicominciò la vita del cavaliered'industria.

Inun modo o in un altro se la campavasempre abbigliatobenchécon un'ombra di gofferia teutonicasecondo l'ultima vogain unquartierino di nobile apparenza e pieno di gingilli artisticidoveregnava questa o quella signorabrunabiondafulva o rossach'egli ripescava qua o là e rimutavaal piùogni seimesi. Così era giunto al sessantesimo annorobusto ancora epieno di vitache pareva un miracolo pensando a' suoi vizi edisordini; né l'età si manifestava in lui altrimentiche in due cose: nella rotondità del ventreche con il suoconsueto panciotto bianco diventava anche più maestosoe nelserbare com'egli faceva presso di sé da un anno l'ultimabaronessarossa di capellisenza provare nessun desiderio disostituirne una nuova.

Ilcurato non aveva aperto bocca nel cammino da casa sua alla villasebbene il dottore lo andasse stuzzicando. Pareva distratto; guardavale nubi straneche imbiancavano una parte del cielo.

Undomesticoin livrea turchina con la pistagna color cremisi e i granbottoni doratifece entrare i due visitatori nella saladove ilbarone faceva il chilo col resto della compagniapregandoli diaspettare che la signora baronessa li potesse ricevere. Il baroneche fumava il sigaro immerso in una larga poltronas'alzòandò incontro al preteestringendogli la manogli disse unmondo di belle cose. Aveva bisogno di vederloconosceva le suevirtùdesiderava aiutare i poveri del paesesapeva che labaronessa ne' primi dì del suo soggiorno in villa era stataalla canonica a portare delle elemosine; egli voleva fare qualcosa dipiù durevolecento idee di carità gli frullavano nelcervelloma per metterle in atto attendeva il consiglio del savio esant'uomoche lo guidasseche gl'insegnasse a fare il beneutilmente.

Queimodi cortesiquel sorriso apertosopra tutto quelle liberaliproffertemettevano il povero prete in un terribile impaccio. Giàrinasceva nella sua mente la solita tenzone: posso io respingere ildanaro del diavolo? Posso io togliere a' poverelli i soccorsi di cuihanno tanto bisogno? Non devo io anzi sollecitare codeste larghezzequalunque sia la lor causalasciando a Dio di entrare nell'anima deipeccatori?

Ilbarone continuava a discorrere in piedidavanti alla finestradacui si scorgeva tutta intiera la valle e si vedeva in fondo ad essail torrentesinuoso e lucidocome un nastro d'argento purosvolazzante al sole. Intanto gli ospiti del barone chiacchieravanointorno ad una tavola rotonda piena di libri e giornalinell'angoloopposto della sala. A un tratto il maestro di pianoforte dellabaronessaun giovinetto piccolocon gli occhiali sul naso aballottaallievo poco fortunato del Conservatorio di Dresdatoltala fascia ad uno dei giornali illustratiguardando la prima paginaesclama: - Oh bellomagnifico stupendo davvero! - Poifatta vederel'incisione agli altriche s'accordano negli ah e negli ohammirativisbalza accanto al barone per mostrargli niente meno chela veduta della sua villa. C'era la loggia con i panneggiamenti;c'erano i padiglioni con le quattro gradinatema con l'aggiuntaperveritàdi due cupole e di due Fortune sulla cimarimasteparenella fantasia dell'architetto restauratore; c'erano le fontanecon nuovi getti d'acqua: insomma una reggia.

Sileggeva sotto: Residenza del direttore della Compagnia siderurgicanella valle di Castra. Il baronedopo avere gettato uno sguardo suldisegnomormorò tra se stesso: - Astuzie di quella volpe delViorz - e restituì il foglio al maestro di cembaloil qualesi mise a leggere l'articolo che accompagnava e spiegava l'incisione.Era un inno alla nuova impresa: le miniere gonfie di metallo; leferriere vulcani; e già le braccia non bastavano più allavoroe le richieste del commercio soverchiavano venti volte laproduzione dell'industria; bisognava praticare dei nuovi squarci neifianchi del monte miracolosomoltiplicare le fucineemettere nuoveazioni alla banca. Seguivano la parte artistica e la partesentimentale: le descrizioni del palazzo e del giardino; lebeneficenze del direttorevera provvidenzavero Messia della valle:asili d'infanzia fondati e già frequentati da trecento bimbicheoltre all'insegnamentovi ricevevano gratis la colazione e ildesinare; nuove strade in lavoro; farmacie aperteecceteraeccetera: una rigenerazione.

Ilmaestro di pianoforte leggeva ad alta vocecon enfasifacendospiccare le più belle frasi; né badava punto al baroneil qualeinterrompendo il suo ragionamento col pretegridava: -Bastabasta; leggerete poi -. Ma il prete non porgeva piùnessuna attenzione alle lusinghe dell'altro; tendeva invece leorecchie per udir la letturaavvicinandosi anzi passo passo allatavola tonda. A un certo puntosenz'aspettare la finestrappòdalle mani del leggitore il foglio e lo stracciò in piùbraniripetendo: - Sono tutte menzognetutte menzogne.

Ilbarone uscì dalla stanzail medico scomparve. Ci fu un mezzominuto di silenzio e d'immobilità generale; poi si videalzarsi un ufficiale dei cacciatoriche stava accanto al maestro dipianoforte. S'accostò al prete edopo un formidabile ruggitod'iragridò: - Ringrazii la sua chierica ed il suo collare sequesto braccio... - e alzava il braccio in atto di minaccia.

Inquel momento il servo in livrea turchina con le mostre cremisi e igran bottoni dorati entrò e annunziò dall'uscio: - Lasignora baronessa prega il reverendo signor curato di passare nellasua camera.

Ilcurato piegò la testa in atto di saluto elentamenteuscìdalla sala.

3

Apertol'uscio della camera e fatto un profondo inchinoil servo si ritiròlasciando il prete solo con la donna. Nel primo istante non la videperché la camera sembrava un grazioso incendioe gli occhirestavano abbacinati. Le tappezzeriei canapèle poltronetutto era di stoffa rossad'un rosso roseo brillantecon certidisegni gialli sinuosicome a fiamma; e il sole del tramontocaldovivod'oroentrava dalle due finestre spalancategettando sulrosso e sul giallo della stanza certi lumi incandescenti e certilustriche somigliavano a fuochi e a scintille. Un odore di essenzeacutoinebbriantesi effondeva dalla toletta a trine e a ricamidovesotto al baldacchinotenuto in aria volando da un putto alatoluccicavano dinanzi alla cornice dello specchiotutta a fiori divetroinnumerevoli vasetti di metallo bianco e pettiniere esaponiere e ampollette di cristallo terso e ninnoli d'ogni maniera.

Ilpreteentrandosi sentì una vampa alla testa: avrebbe volutofuggire. La donna lo chiamò con voce soave come un liutolontano.

Erasdraiata sopra un sofà nel solo angolo ombroso della stanzalungo il lato delle finestrein fondolì dove le pieghedelle ampie tende scemavano sui fianchi la luce e lasciavano come unainsenatura fra il parato ed il muro.

-Si metta quisignor curatoqui accantoin questo seggiolone. Misento così deboleche appena appena posso parlar sottovoce.

Ilprete rispose ruvido: - Scusiho fretta. Sono venuto perchéil medico mi aveva detto ch'ella era malata e aveva bisogno di me.Posso servirla in qualcosa?

-Sono malatae come! Ma quel dottore sventato non capisce nulla.Ella. signor curatodotto e santo com'èpuò dirmi unaparolache mi confortiche mi rianimi ecol ridonarmi la fede inme stessa e nelle cose del mondotornarmi forse la salute del corpo.Il mio male sta qui -. Si toccò il seno.

Eracoperta d'una vesta a fioramiche lasciava vedere tutto il collouna parte del petto candido e il principio delle spalle rotondesulle quali cadevanoscioltii suoi capelli increspatid'un biondorossigno. Principiavano bassiin riccioletti matti. Il nasoappiccicato alla frontequasi senza incavocon un piano vigoroso elargo; le narici gonfieda cui la donna sbuffava alle volte al parid'una cavalla araba; le labbra tumidele gote pienee il mentorientrante davano a quel viso un non so che di pecorino e lascivo. Ilcinabro della bocca era anzi un poco troppo vivaceil roseo delleguance un poco troppo sfumatoe la forma delle brune sopracciglia unpoco troppo sottilmente arcuata per poter credere che l'arte non cientrasse in nulla. E sotto gli occhi cerulei stava un lividettocheli faceva sembrare più grandi. Era bella insomma alla suamaniera e carnale.

Ilprete rimaneva in piedi. Ella si alzò con faticaandòverso di luilo prese per mano econdottolo due passi innanzilofece sedere nel seggiolone. Poiguardandolo fissocome se ella sidestasse in quel puntostirò le bracciache le manichelarghe lasciarono vedere quasi fino alle ascelle; e il petto siarrotondò fieramente.

Tornòa buttarsi sul sofàlasciando cadere a terra dal piede destrola pantofola ricamata. Gli occhi cerulei erano diventati di bragia.

Lavoce non aveva più la stanchezza e la dolcezza di prima. Vidominava un timbro seccostrozzatorabbiosoquando disse al preteinterrottamente: - Mi dica un po'Don Giuseppeperché misfugge? Perché non vuole vedermi più? Quand'io passonel villaggio a cavallo della mia mulaperché mi chiude infaccia le imposte della sua casa? Dopo avermi ricevuta in principioquattro volte nella canonicaperché ha ora dato l'ordine dinon lasciarmi entrarenemmeno quando io reco il denaro dei poveri?Non posso metter piede in sagrestia; è molto che non micaccinocome un canefuori di chiesa. Mi si rimandano i doni chefaccio al tempio. Con qual diritto? Chi può mai rifiutare leofferte che si porgono a Dio? - Sbalzò in piedi e si piantòdi contro il pretedomandando: - L'odiosignor curatoèforse una virtù cristiana?

Ilcurato affermò pacatamentema con la voce che tremolava: -L'odio del male è una virtù cristiana.

-Virtù cristianareverendoè l'amore. Me loinsegnarono da fanciullaquando andava in chiesa alla dottrina; melo hanno ripetuto al confessionale. Poidivenuta donnavidi chel'amor vero mi rialzava l'animami purificava lo spiritomiavvicinava al cielo. L'amor vero passòegiurosenza miacolpa. Alloraabbandonatapoveragettata in una societàpiena di seduzioni e di corruzionicascai nella finzione dell'amore.Ma la finzione dell'amorenon è amoreè odio; èl'odio anzi più vileabbiettopaurosostraziante che sipossa provare. Quest'odio m'uccide. Il cuore intanto ardee cerca damolti anni invano il refrigerio di un affetto violento e sincero. Hobisogno dell'amore che brucia.

Ilpreteafferrando con un supremo sforzo di volontà i pensieriche svanivano dalla sua testamormorò: - Calmatevipoverinamettete in pace la fantasia eccitata dalle sventure e dalle colpedella vostra vita. Fate di desiderare una sola cosail bene. Usciteda queste sozzure d'inganni e di viziiin cui si trascina e imbrattala vostra esistenza. Tornate sola e poverama pentita e buona.Allora tutti vi dovranno amareperchéamando voiamerannola virtù.

-Anche voiDon Giuseppemi amerete anche voi?

Egli prese la manoe la strinsee il prete s'avvicinò.

Ladonna continuava sommessamente: - Don Giuseppeguidatemi.Insegnatemi la viaconducetemi dove vi piace. Sarò la vostraschiava. Saròse vorretela vostra santa. Il vostro cuoredev'essere grande e nobiledeve specchiare il cielocome i vostriocchi. Mi piacete perché siete belloperché sietecandidoperché indovino che non avete mai amatoperchévoglio essere il vostro primo peccatoil vostro primo rimorso.Datemi il vostro amoreDon Giuseppeil vostro amore.

Ladonnaarrovesciata sul sofàteneva sempre con le due mani lamano del preteil quale tremava dalla testa ai piedi. Il sole eratramontato; la camera diventava buia.

Mamentre la femmina ripeteva le ultime parolesembrò al curatoche d'improvviso un soffio fresco gli passasse sul fronte; e direpente gli comparve davanti la figura tetra e sanguinosa del suoCristo dell'inginocchiatoiosolo che il voltoanzichépiegato e mortoera vivo e guardava minaccioso e fierissimo. Ilprete scattò eprima che la donna potesse pronunziare unasillabaera uscito dalla stanza.

Quandoil servo con la livrea turchina e con le mostre cremisi vide scappareil prete dalla villaquasi correndosenza voltarsicome se dietrole spalle lo minacciasse il demoniosorrise maliziosamenteponendosi l'indice della mano destra sulla punta del naso.

4

Ilprete giròsenza saperloa sinistradove la strada sale es'interna nella montagna; passò a' piedi della chiesetta diSan Roccoposta sul vertice di una rupe acutae camminòverso il prato così detto del Lago. Incontrava parecchi diquei carri alpini cheformati delle sole ruote dinanzi e di duelunghissime stanghele quali si trascinano per terra con la loroestremità posterioreservono a portare il carico voluminosodi una erba appena tagliataolezzante d'ogni grato profumo etempestata de' fiorellini d'ogni allegro colore. I poveri buoiscendendo lenti e gravi dall'erta ripidissimapuntavanovigorosamente le zampe tra i sassi enormidocili alla parola dellemontanine che li guidavanomaestosi e rassegnaticon l'occhioumidoun poco inquieto e assai mesto. Le donne salutavanoma ilcurato non rispondeva. Una volta rischiò di rimanereschiacciato sotto a un carroche non aveva scansato in tempo. Lasciòla strada; andò su per i sentierisu per le roccie nude. Lanotte era diventata scurae il prete andava senza sapere dovemettesse i piedi. Si trovò a un tratto sulla riva dell'altolagouno scolo de' ghiacciaidove finalmente il rumore di duetorrentelliche precipitavano dalle cime e si frangevano tra isassie il vento rigido delle golee la tosseche gli spezzava ilpettorichiamarono in sé il curatoil quale cadde con leginocchia a terra egiungendo le mani e fissando gli occhi nellavòlta tutta nera del cieloringraziò con una lungapreghiera il figliuolo di Dio.

InMenico frattanto crescevano le ansie. L'orologio della canonica avevasuonato la mezza dopo le dodicie il padrone non ritornava. Ilvecchietto aveva visto spegnersi i lumi nella villa del barone esapeva bene che non c'erano moribondi nel paese: dove diamine quellatesta sventata era dunque andato a passar la notte? Non s'attentavadi allontanarsi troppo di casa; guardava dalle finestrema nonvedeva altro che tenebre fitte. Se non fosse stato il servo di unsacerdote si sarebbe sfogato assai volentieri con qualche grossabestemmia. Tendeva le orecchieun cane aveva abbaiatonulla; sisentiva un calpestio lontanoascoltavanulla. - O il reverendol'avrà da fare con me. Starsene via tutta notte senza neancheavvisare! Siamo cani? E poicol rischio di pigliarsi un nuovomalanno in tali disordini da scomunicatie con quella maledettissimatosseche non lo lascia mai stare. Figurarsisono ore queste dagironzare per le strade e da tenere alzati i galantuomini? Glielevoglio cantare secchema secche. Farebbe perdere la pazienza a sanLuigi Gonzaga -. Tornava a guardare nell'oscurità e adorigliare; niente. Alla fine gli parve di udire in sudistanteilpasso di un uomo; era un uomocertoche scendeva dalla montagna; ilpasso s'affrettavarintronava; i cani abbaiavano: era il passo delcurato. Allora il piccolo vecchio si pose dinanzi alla porta con ilmuso arcigno e gli occhi da cui schizzavano scintille di rabbia;aveva i pugni piantati sulle anche in atto di sfidacome se volesseimpedire al prete l'ingresso della canonicae già schiudevale labbra per cominciare la ramanzina quandovista la faccia delpadroneammutolì e lo lasciò passare.

Borbottavatra i denti o per meglio dire tra le gengive: - Dio santochemutria! E come ha conciato i panni! Mi ci vorrà un mese aricucirli e a rimetterli un po' in assetto. Bella caritàcristiana.

Ilcurato passò il resto della notte all'inginocchiatoiodavantial Crocifissoche lo aveva salvato. L'alba fece parere piùlividopiù macilentopiù contorto e piùsanguinoso quel Cristo in crocecon la sua testa china incoronata dispine.

All'auroraprincipiò il concerto delle campane. Le suonava Menicofacendosi aiutare durante i suoi servigii di sagrestia e di chiesaoquando si sentiva le braccia stancheda un ragazzottoche persolito era uno dei due monelli trionfatori del giorno innanziepropriamente quello brunoil quale della metà dei trentasettefiorini guadagnati per l'uccisione dell'orsacchiotta non aveva vistoil becco di un soldotanto i suoi parenti erano stati lesti amangiarli tutti ed a berli.

Erala domenicae la messa del curato doveva principiare alle dieci.Verso le otto un contadinoche veniva dalla valleconsegnò aMenico una lettera per il suo padrone. L'indirizzoscritto incalligrafia sottilesnellaelegantepalesava una mano di donna. Ilprete pigliò la letterala guardò; le dita glibruciavanole mani gli tremavano; una visione terribilmenteallettevole di donna mezza nuda gli passò nella fantasiaegli parve di udire nelle orecchie l'eco seducente e paurosa di unavoce che bisbigliasse: Datemi il vostro amoreDon Giuseppeilvostro amore! - Il curato voleva ad ogni costo sapere chi avessemandata la lettera: ma il contadino doveva essere già lontanoné Menico aveva avvertito da che parte fosse andato via. - Delresto- osservò il vecchiettoalzando le spalle- apra evedrà chi scrive -. Il prete stracciò in fatti la bustae spiegò i foglich'erano parecchicon un gesto d'angoscia;ma tosto si rasserenòsi mise a sedere e a leggere. Lalettera era della signora Carlinala moglie del dottore.

"Reverendosignor curatoHo bisogno di tutta la pazienzadi tutta laindulgenza del suo cuore. Il mio buon Don Giuseppe si èmostrato in questi mesi tanto dolce verso di mech'io non esito adaprirgli la mia anima interacon le sue tristezzei suoi dubbii ele sue paure. Mi pare anche di non agire come dovrei; ed ella mirimproveri o mi confortima sopra tutto mi consigligiacchéla mia esperienza è così piccola e la mia naturapurtroppocosì timidach'io non solo non so risolvermi aoperarema spesso non distinguo bene quale sia il cammino dascegliere. Mi compatiscasignor curato.

Hodiciott'anni compiuti: dovrei essere quasi una matrona: peròsino a tre mesi addietrosino al giorno del mio matrimonioio eravissuta come una bambinafra mio padreottimo uomoma severissimoe mia madredonna tutta di casa. Non si vedeva nessunoio non avevapassione per la lettura; ricamavateneva i libri di cucinavolentierimettendo nell'arte della cuocamassime ne' piattinidolci (bisognaDon Giuseppech'ella venga ad assaggiarne uno ilprimo giorno che avrà tempo. S'intenda con Amilcare)mettendociconfessoun poco d'ambizione. Del resto dicevano che lamia salute era delicata. Ellasignor curatomi guarda qualche voltain faccia con un cert'occhio compassionevolecome se dicesse:poveracciaè tanto magratanto pallida! Amilcare mi hacomedice luiascoltata più volte: non ha trovatodice luineanche l'ombra del male. Fatto sta che io non sono mai obbligata arimanere a lettoe che posso dichiararmi sul serio una grandecamminatriceuna vera alpinista. Anzia questo propositovorreich'ella persuadesse Amilcare a farmi camminare meno. Quand'egli vanelle montagne alla visita de' suoi malativuolequasi ogni voltach'io lo accompagni; ieri mi condusse con quel soleverso le duesino a Masine dalle scorciatoie dei viottoli; un'ora e mezzo disalitae che salitae che sassi! Giunta nel paesemi cacciai asedere in un angolo della chiesauna chiesa umida e melanconicadove mi toccò attendere due orette buone che Amilcare avessefinito di dar ricette e di cavar sanguee intanto mi sentiva tuttaintirizzita da un'aria fredda gelata. Non ho coraggio di dir di no.Amilcare osserva giustamente che il camminare desta l'appetitoe cheioavendo bisogno di rinvigorirmidevo mangiarecarne sopra tuttoe bere almeno un bicchiere di vino; ma il vino proprio mi ripugnanon lo dico per affettazionee la stanchezza mi toglie anche quellapoca voglia di mangiare che aveva dianzi.

Signorcuratoella non ignora come fu il caso delle mie nozze. Amilcare èil mio solo cugino; erasi può direil solo giovinotto chene' mesi d'autunnofrequentasse la nostra casa; e poi buonobellodi bei modi cortesie con una vivacità di parlare tutta sua;studiava molto; a Vienna si faceva onore; era diventato dottoreepoi medico condotto in questa valle. In sommaquanti sogni io andavamulinando nel mio cervello! Stava desta la notte per poter continuarele belle fantasieparendomi che la intera giornata non bastasse atante care e interminabili meditazioni. Mio padre si mostrava pococontento; gli piaceva poco ch'io dovessi sposare un medico; dicevache i medici sono tutti materialistiparola ch'io non capiva benema che non mi piaceva affatto; e mi dipingeva la vita di questa vallecome una specie di sepoltura: otto mesi d'invernola neve alta seipieditredici gradi di freddoimpossibile a una donna l'uscir dicasale ansie per il maritoun mondo di guai. Ed io pensavoall'opposto dentro di me; l'inverno sarà il mio paradiso; duestanzette ben caldefiori accanto alle stufei miei ricamila miacucinettaqualche lettera alla mammae poianzi prima di tuttosopra tuttoil mio Amilcare sempre indulgentesempre graziososempre allegroe che lunghi discorsie come sarà contento ditornare nella sua casinapresso la sua Carlucciache gli vorràtanto bene! Scusisignor curato: sono una vera sciocca. Dunque cisiamo sposati; il viaggetto di nozzeun incanto; il primo mese inquesta valle una delizia. A dirgliela però Amilcare fumava unpoco troppo anche in principioe mi appestava la camera.

Ionon diceva niente; ma qualche volta mi mancava il respiromi sentivaun tantino di mal di stomaco. Cose da nulla. Il mio sposo mi amava;discorreva sempre del futuroquando ci pianteremo in una cittàe il suo nome diventerà celebree guadagnerà tantiquattrinie gli pioveranno addosso tanti onorie darà dellegrandi festenelle quali io dovrò essere acconciata da veraregina. Quest'ultima parte non mi andava a' versi; ho sempre avutapoca inclinazione a figurar nella gente. Certe piccolezze mi davanogià ombram'offendevano un poco; aveva torto.

Ilmale è cominciato quasi ad un trattoquando venne ad abitarenella villa accanto a leisignor curatoquella donna che dicono labaronessae quandofino dal primo giorno del suo arrivomandòin gran furia a chiamar mio marito. Da quel momento non èstato più lui. Ha cento fumi per la testa; pare che sivergogni di me; e non ostante mi sforza a seguirlo nelle suecamminate sui montima non mi guardanon mi parlanon m'aiutanemmeno a salire un'erta o a passare un'acqua. Anche in casase gliparlomi risponde sì o noo non risponde affatto; ogni suaparolaquando finalmente la diceè un rimprovero oche miduole ancora piùun sarcasmo: non so più névestirminé pettinarminé quasi mettere alla bocca ilcucchiaioné adoperare la forchetta e il coltello. La casagli sembra piccola; non gli piace né il desinare né lacenaper quanto io mi lambicchi nell'indovinare i suoi gusti e nelcondire e cuocere le vivande. È andato quattro volte a cenareall'osteria con i carrettieried anche le altre serequando non èalla villa o non esce per i suoi malativa a bere la genzianae nebeve (mi vergogno) più di un bicchierino di certo. Allora poi!Mio signor curatomio buon Don Giuseppemi aiuti: io ci perdo latesta e ci muoio. A mio padrealla mamma non posso dir nulla; ellaDon Giuseppeè la sola persona sulla terra che mi sappiacompatire e soccorrere.

Edivento anche cattiva. M'affatico a stargli intorno con le carezzecon le dolcezze; mi respingeed io torno più mansueta chemai; ma qualche volta non posso; sento nascermi dentro come unospirito fiero di ribellionenuovissimoincomprensibilee ch'èpure tanto contrario alla pieghevolezza della mia natura. Provo unasensazione che non aveva provata mai: un'agrezzaun'amarezzaprofonda. Oramai conosco il sapore del fiele. Comprendo tante cose dicui prima non capiva nulla: un mondo brutto mi si apre dinanzi. Misono guardata bene nello specchio. Sìsono magra; sìsono pallida; ma i miei occhi mi paiono neri e grandila mia frontela mia boccatutti i miei lineamenti sono regolarie il mio corponon è poi uno scheletro. Non ostanteal mio marito di tremesial mio sposo non piaccio più. Cita le bellezze tondedella baronessa. Le ho viste io quelle sfacciate bellezze: èpassata tre volte sotto le mie finestreseguìta dacorteggiatori e da servisulla sua mula bianca. Le ho piantato gliocchi in faccia e la ho studiata bene: sulle guance ha il rossettosulle labbra la polvere di coralloe le sue magnifiche sopraccigliasono tracciate col pennello.

Falsaal di fuori come dev'essere bugiarda al di dentro. E mi ha rubata lastimami ha rubata l'affezione di Amilcare! Oraun'ultima parolasignor curato. Amilcare vuole che io vada a visitar la sua ganza. Hodetto di noed egli insisteed iocaschi il mondonon voglio. Horagione? Ho torto?

DonGiuseppemi pigli per la mano. Ella che vede le cose di questo mondodall'altezza della sua santa pace; m'insegni a uscire dalle bassezzedi questi miei nuovi sospetti e dalle viltà di queste mienuove angoscie. In un mese come è mutata La suadisgraziatissima

CARLINA".

Ilprete aveva letto la lettera attentamentesospirando in principiofremendo alla fine. - Povera santa! - esclamò; e scrissequesto polizzino con la sua scrittura larga e affrettata: "Verròdomani. Discorreremoe vedrà che i suoi dubbii non sonogiusti. Pazienzaindulgenzadolcezza: ecco i rimedii. Preghi laSantissima Vergine Mariache conosce le debolezze e le ambascie deimortali. A rivederci domani".

Menicoaveva annunziato da un po' di tempoche una donnala Pina delRossoed il vecchio padre di lei chiedevano di parlare al reverendosignor curato. Entrarono con gli occhi pieni di lagrime; e la donnasinghiozzandoraccontò che il suo marito voleva vendere legiovenchetutteuna ventinal'unica loro ricchezzaper impiegareil denaro nella impresa delle ferriere: - Deve condurre le bestiedoman l'altro al mercato di Malèe ci andranno con le loromandre altri cinque o sei di questi indemoniati. Daranno via ilbestiame per niente: e poi a tali impreseche il diavolo se leportiio non ci credo. Sono trufferie; lo dice anche mio padrechesa il vivere del mondo -. E il povero vecchio mezzo paraliticoaccennava di sìcrollando mestamente il capo. - Non glieloavessi mai detto al mio uomo! S'è infuriatomi ha picchiata;veda queste lividure - e mostrava le spalle maculate. - Ma ioinsistevae lui giù botte da orbo. Non ho potuto rimuoverlodi un ette. Ci salvi leisignor curato; scriva a Trentoscrivaall'imperatore; impedisca la distruzione del villaggioper carità.

Ilprete s'era alzato eascoltando la donnacamminava su e giùper la stanzain preda ad un'agitazione vivissima. Ripeteva: -Infami -. Poi disse ad alta voce: Parlerò al Capocomunem'intenderò con luie qualcosase Dio ci aiutariusciremo afare.

-Il Capocomune! Un bel soccorso! - ripigliò la donna. - Èlui che ha fatto impazzir la gente; è lui che suggerisce atutti di barattare il bestiameil quale dà tanti pensiericome dicee così poco profittocon quei fogli di carta chefruttano del bell'oro solo a guardarli. L'ho sentito io con le mieorecchiesignor curato. Povero il nostro armento! E poi (la ho dadire?) a quelli che rispondevano che Don Giuseppe non crede a cosìfatti miracoliil Capocomune replicava: "Ah sì! Quel...(la taccio per rispetto) quel... lo caccieremo viae presto. Èora di finirla con quel... Non vede più là del naso epretende d'insegnare alla gente". Poisottovoceaggiungeva:"Sappiate che durerà pocouna settimana al più;lo so ioe basta".

Ilprete continuava a camminareinvaso dall'ira: - Ebbeneandròdomani dal capitano a Malèchiamerò il signor giudicefarò processare tutta questa canaglia -. Ma Menicodallasoglia della cameradiceva: - Signor curatosono quasi le dieci:venga a vestirsi per la messa -. Dovette avvicinarsi al padrone eripeterglielo più voltetanto il prete era fuori di sé.

DonGiuseppe cercò di ricomporsi un pocosalutò la donna eil vecchio contadinouscì dalla canonica etraversando ilsagratoentrò dalla porticina esterna in sagrestiaintantoche il ragazzotto uccisore dell'orsa suonava a distesa l'ultimachiamata.

MentreMenico s'affaccendava nell'aiutare il padrone a vestirsiquestipremeva violentemente il petto con la mano lì dove il cuorepulsacome se avesse voluto impedirgli di batteree bisbigliava lepreci.

Mosseall'altare con gli occhi a terrasenza veder nessuno; s'inchinòdinanzi ai gradinipoi andò a baciare la tavola consacrata; enello stesso tempo ch'egli pronunciava le parole rituali facevanell'interno queste giaculatorie: - Io sono indegno di avvicinarmiall'ara dove stanno le reliquie dei Santi; io sono indegno di essereammesso al divin desco dove s'imbandisce il Santo dei Santi. FateohSignorech'io non vi porga un bacio simile a quello di Giuda. AhSignoresalvatemi da tanta nefandità purificando il miospirito... Oramus te Domine... Kyrie eleison... Ohdolce Signorequanti beni avete dato agli uominie come questi vi restituiscono ilmale. Eccovi in faccia il più ingratoil più colpevoledi tutti. PerdonatemiSignore; compatite alla mia miseria; abbiatepietà di me... Gloria in excelsis Deo...

Ilpretesempre con gli occhi a terrasi voltò verso il popolo;e mentre con la bocca leggeva l'Epistola dalla parte destradell'altaremormorava dentro: - Agnello senza colpache avetevoluto essere calunniatoderisooffeso per compiere gli oracolidella Scritturafate ch'io possa imitare la vostra innocenza negliatti e la vostra pazienza nelle afflizioni -. Tornò allasinistra e cominciò la lettura del Vangelo: - Munda cormeum... Verbo grazioso nella dolcezza e nell'umiltàfate chela dolcezza e l'umiltà non abbandonino mai il mio cuore...Credo in unum Deum...

Ilprete scopre il calicelo ricopresi purifica le mani a latodell'altaremostra il volto a' credentiesempre con lo sguardobassodice: - Orates frates -. Alza poi l'ostiacome immagine diGesù alzato sulla croceeconsacrato il vinosolleva ilcalice. - Oh sangue preziososgorga insino a me quale nuovobattesimo. Oh se potessi versare il mio sangue tutto per teil miosangue fino all'ultima stilla... per omnia saecula...

Ilprete spezza in due parti l'ostia santaa similitudine dell'anima diGesù che si stacca dal corpo; mette una parte dell'ostia nelcalice e la consuma picchiandosi il petto: - Domine non sum dignus...- Indi riceve il sangue prezioso nel caliceedopo essersicomunicatoprocede alle abluzioni: - Dominus vobiscum... Nellaineffabile gioia di vedervi salire al cielooh Salvatore del mondosento la contentezza di possedervi ancora qui in terra; la mia fedevi adora sul trono del vostro amore nell'Eucarestiain quello stessomodo che vi adora sul trono della vostra gloria in Paradiso...

Neldire: - Ite Missa est - il sacerdote alzò gli occhi e videdinanzi alla follaseduta nella prima linea di pancheOlimpialabaronessaaccanto al maestrino di pianoforte.

Ilcollo di neve ed il principio del seno candidospiccavano nellamezza oscurità del tempio. Ella sorrideva colle sue labbratumide e rossefissando gli occhi negli occhi di Don Giuseppelasciva e sfacciata. Il prete sentì un velo calargli sullepalpebre; non ci vide più; traballò; il sangue glicorse tutto al cuore. Un istante dopo gli corse tutto al cervelloeallora non poté più frenarsie cominciò suigradini stessi dell'altarecon la voce tonantecon il gesto delCristo nel Giudizio di Michelangelouna predica furibonda.

-Via dalla casa del Signore i perversi e gli ipocriti. Fuori iprofanatori dal tempio. Voglio impugnare lo scudiscio di Gesùper cacciare lontano questi corruttori delle animequestiingannatori delle coscienzequesti avidi succhiatori del danaro delpovero. E voigente illusanon vedeteorbi che sietequaleprecipizio vi si apre sotto ai piedi? Rovinate il paesegettatenella miseria i vostri figliuolila vostra mogliei vostri vecchiper correre dietro all'inganno. Aprite gli occhifigliuoli. Credetea meche da dieci anni sono con tutto il cuore vostro padre efratellocredete a meche piuttosto di lasciare questa caramontagna morirei cento volte. Ed io vi scongiurocome pregavomomenti fa il Signorepadrone di tutte quante le cose: ravvedetevitornare ai vostri costumi onesti e semplicialla cura dei vostriarmentiall'amore di chi vi ama davvero. Avrete la pace in terraela gioia in cielo. Rammentatevi i comandamenti di Dio. Nel sesto iCanoni penitenziali gridano anatema contro la femmina che siimbelletta per piacere agli uomini; nel settimo e nel nono gridanoanatema contro colui che ruba con la violenzacon la frodeo con lefalse lusinghe. Fuggite i peccatori. Dio v'aiuti e vi ispiri.

5

Ilpretepoiché si fu sfogatorientrò nella sua cameralivido in voltosalvo due cerchi rosei nel mezzo delle gotecon lagola arsacon il petto divorato da fiamme internetossendosputando nel fazzoletto larghe chiazze di sanguema abbastanzacalmomentre al di fuori invece la tempesta s'andava addensandocontro di lui. In chiesanell'udire la voce terribile rintronarsotto le vòltenessuno aveva ardito di fiatare; ma poifinita la predicauscendo all'apertofu un bisbigliouninterrogarsiun esclamareuno scandalizzarsi quasi generale. Chinon aveva bene afferrato il senso delle parole se le faceva spiegardal compagno. La baronessa era sparita; il Capocomune era corso a darl'ordine che sellassero il mulointendendo volare a Trento perotteneredicevache i pazzi furiosi venissero finalmente mandati almanicomio.

Ildì seguenteappena giornonon ostante la febbreil curatoscese a piedi nella vallee poi da Cogomontato sopra una carrettadi contadiniandò a Malè per vedere il Capitanoilqualeascoltate le parole del prete con qualche impazienzaglidisse che le sue proprie informazioni risultavano differenti; nonc'erano pericoli; non c'era un perché di pigliarsela tantocalda; queste cosedel restoriguardare l'autorità civilenon l'ecclesiastica; stesse quieto dunque e tornasse a casa.

Nelritorno il preteavvilitosfinitosi fermò dalla signoraCarlinache era sola. Si rammentò della lettera ricevuta ildì innanzie principiò con savie ragioni a tentare diconfortarla; mamentre parlavale lagrime gli rigavano le guanceed ansava. La buona giovane con bel garbo lo fece tacerelo sforzòdolcemente a pigliare un poco di brodoun mezzo bicchier di vino edue bocconcini di una certa torta ch'ella aveva preparata con le suebianche mani. Il prete si calmò; ascoltava la voce tranquillasoave della poverinala quale aveva dimenticato i suoi propriidolori per alleviare quelli del suo caro curato. Non voleva lasciarloandarelo pregava a mani giunte che non si rimettesse in cammino; mail pretesospirandoripeteva: - Compirò il mio dovere.

Nell'uscireda quella casa si sentì più robustopiù leggeroe più puro.

Primadi avviarsi all'erta della sua montagna volle tornare indietro unaventina di passi per inginocchiarsi ad una cappelletta. Un luminorischiarava l'immagine della Santala qualecertonon era statadipinta né dal Beato Angeliconé da Raffaello daUrbino. I capellifatti a linee ondulate mezze giallognole e mezzerossignele cadevano sulle spalleed erano circondati da una grandeaureola a raggisimile alle ruote di un carro; aveva le guanceporporine; aveva la bocca a forma di sgraffa orizzontale d'un belcolore vermiglio; e le sopracciglia dovevano essere state tracciatecon le sesteprendendo a centro le pupille azzurretanto il lorosemicerchio appariva netto e preciso. Ma quando il pretenel fervoredella sua orazionealzò gli occhi a quella figuragli parveche fosse uno scherzo del diavolo. Credé di vedere un'atrocecaricatura di Olimpiae subito sentì il cuore martellargliorribilmentee si alzò disperato.

Milleidee ribollivano nel suo cervello; ma ce n'era una piccolala qualesi metteva innanzi a ogni trattoed era questa: - La donna infame hasì o no le labbrale gote e le sopracciglia dipinte? Lasignora Carlina aveva visto beneo l'innocente gelosia le avevaforse offuscato il giudizio? - E al sospetto che fossero finzioniilprete sentiva un certo vago rammarico. Poi si vergognava di quegliindegni pensieris'affaticava a ritrovare il filo della preghierainterrotta; ma quanto più raccoglieva le sue forze per cacciarvia l'immagine della donna oscenatanto più quell'immaginevivaimperiosaseducentesupremamemte bellagli si piantavaostinatamente in faccia.

Ildì seguente alle cinque del mattino il curato stava seduto nelconfessionario ad ascoltare e a perdonare i peccati monotoni dellepaesane. Era il dì di San Roccoe le donne timorateprima diunirsi con la candela alla processionecheverso le quattro dellaseradoveva avere luogo tra la chiesa del villaggio e l'oratorio delSantovolevano mettere la coscienza in pace. Ad ogni assoluzione ilprete ripeteva dentro di sécompunto e devotoi versetti delcinquantesimo Salmoeper vincere la stanchezza e la noiariandavanella memoria i capitali precetti sul ben confessaremassime quellidati da sant'Alfonso dei Liguoriil quale insegnò a rimaneresempre nel giusto mezzonon declinando neque ad dexteram rigorismineque ad sinistram laxitatis.

Unaventina di penitenti aveva già ricevuto l'Ego te absolvoquando il prete sentì un olezzo come di violesoavissimoevide dai bucherelli della fitta grata un'ombra tutta nera. Inquell'incavo buio del confessionario non si potevano scorgere ilineamenti del voltoch'eranoper di piùricoperti di unvelo nero a ricami. Il sacerdote principiò in tono pieno dibenevolenza: - Ringraziamo il Signorefigliuola miache vi hacondotta quest'oggi al tribunale della penitenza. Non temete: io nonsono altro che il vicario del suo amorevicarius amoris Christi. Diovuole consolarvi: fate dunque cuore; io vi aiuterò. Qualunquecosa vi sia succedutacol soccorso divino rimedieremo a tutto. Ditedunque con santa confidenza.

-Padresono io.

Ilprete scattò e fece per uscire dal confessionario; ma poicredendo che fosse una tentazione del demoniostrinse la croce chegli pendeva dal collo e mormorò una preghiera.

-Padresono io- ripeteva la voce dell'ombra nera- e voglio che miascoltiate.

Ilprete rimase a sederepensando che non è lecito respingere unpenitentee balbettòmentre grosse stille di sudore gligocciolavano dalla fronte: - Siete pentita? Propriamente pentita?Sapete che cosa è la contrizione? È l'odio del peccatocommesso con la ferma volontà di emendarsi.

-Don Giuseppevengo a salvarvi.

-Si tratta di me soltanto?

-Di voi solo.

-Allora questo non è il luogo. Scrivetemi.

-Non posso. Quel che vi dirò deve rimanere segreto.

-Sotto suggello di confessione?

-Sotto suggello di confessione.

-Vi avverto allora che non dovete pronunciare nomi di colpevoli ocomplici: i Concilii hanno riprovato formalmente queste delazioni.

-Dirò una cosa; tacerò i nomi. Don Giuseppesiete unostacolo; vogliono torvi di mezzo.

-Lotterò.

-Don Giuseppevogliono farvi morire.

-Mi difenderò.

-Vi avveleneranno domani. Badate all'ampolla del vino. Chiudete lasagrestia; mutate il vino; spezzate l'ampolla: salvatevi. Addio -. El'ombra nera scomparve dalla chiesamentre il sole cominciava aindorare la cima del campanile.

Ilcurato ripigliò le sue confessioni con la stessa pazienzaconla identica dolcezza di prima. Tutto il giorno fu affaccendato nellaprocessionenelle visite dei preti della valleai quali dovetteoffrire del vinoquello ben leggiero e acidetto che avevaed inmolti altri uffici ed impicci. Diede le disposizioni per la cerimoniadella mattina seguentegiacché la immagine di San Roccoch'era stata solennemente portata dall'oratorio alla chiesa delvillaggiodoveva venire di nuovo riportata al suo luogoesalutatoMenicosi rinchiuse alla fine nella propria camera più mortoche vivobenché la febbre fosse diminuita e la tosse gliavesse lasciato un po' di tregua.

Subitodopo la rivelazione di Olimpia il prete era diventato un altr'uomo.Le incertezzele angoscieil malcontento di séle lottebasseche doveva combattere contro la propria immaginazionelaguerra spietatache doveva muovere a' propri sensiil dubbio diessere già cadutoper causa delle sue debolezzein qualchegrave peccato: tutto ciò lo aveva incurvato della persona eprostrato di spirito. Si era tosto raddrizzato e animato; aveva tostoassunto un'aria lietaquasi baldanzosa. - Morirò - ripeteva -morirò sull'altare. Uscirò da questo sozzo involucro dicarne; diventerò puro spirito. Non più contrastinonpiù rimorsila quiete dell'eternità.

Madurante il giornogli erano nati degli scrupoli. Poteva egli beresenz'altro? Non aveva egli l'obbligo di serbarsi alle miserie mortaliper amor del prossimo? Il segreto della confessione doveva spingersifino a danneggiare se stessoquando il salvarsi non poteva crearesospetti verso nessuno? Cercò nelle decisioni dei Conciliinel Rituale romano; guardò il Tractatus de SacramentoPoenitentiae; consultò gli scritti del cardinale di LugodelConinck sulla Confessione; esaminò le opere di san Tommaso. Innessun luogo all'inviolabilità del sigillo erano ammesseeccezioni. Il prete anzicon sommo sconfortorinvenne un casoidentico al suoquello del beato padre del Buffalofondatore deiMissionarii del Prezioso Sangueil qualeavvertito che il vinodelle ampolle era avvelenatoandò ugualmente a celebrare lamessasi servì di quelle ampolledi quel vino e morì.Bisognain una parolache il sacerdote ignorianche per séa qualunque costosempreciò che ha udito nelconfessionario. Messo bene in sodo questo punto essenzialeeringraziato con caldissima effusione il Cristo dell'inginocchiatoioil curato si pose a lettodove trovòdopo tante tempesteunsonno lungo e placido.

Menicodovette scuotere più volte il corpo delicato del prete primache questi riescisse a destarsi bene.

Buonpro le facciasignor curato- disse il vecchio bisbetico. - Èora di alzarsi. Non sente che suonano per la messa?

-Vengovengobuon Menico -. E in venti minuti era già paratoin sagrestiae ripetevabeatoil Veni Creator. Entrò inchiesa come se entrasse in Paradiso; aveva gli occhi esultanti; ilsuo incesso non era mai stato così maestoso; la sua personanon era mai stata così superba; sembrava ch'egliraggiandosalisse i gradini del trono di Dio. Introibo ad altare... Introibo adaltare... e Menicoche doveva risponder messanon capitava.Finalmente entrò dalla porticina della sagrestiarecando sulpiccolo vassoio le due ampolle di vetroe s'affrettò versol'altare. Mamentre passavaun'ombra vestita di nerocol velo chele copriva la faccias'alzòe come se volesseprecipitosamente uscire di chiesadiede di cozzo al vecchiettopiccolosicché vassoio e ampolle andarono per terra. Si sentìun gran fracassoe le ampolle si ruppero in cento pezzi. Il vino el'acqua formarono due rigagnoletti.

Nonsi può dire la confusione che ne nacque. Chi è statochi non è stato? Una donna. È fuggita. L'ha fattoapposta? E quello sciocco di Menico! Ora come si farà? Non sidirà più la messa. Bisognerà riconsacrare lachiesa. È una minaccia del cielo. - Andate a pigliare leboccette nell'oratorio di San Rocco.

Questoconsiglio fu immediatamente seguitoedopo un quarto d'oralamessa poté ricominciare. Dopo la messa ebbe luogo laprocessionecon i relativi stendardile solite bambine vestite daangiolettii soliti incappati di rosso e di verdeed i consuetibrontolii. La statua di San Roccoin legno coloritocon il suocappellone a larghe tesela conchiglia del pellegrino e la mano chemostra le piaghe della gambafu rimessa nella nicchia dell'oratorioe la cerimonia ebbe fine. Il curato aveva estremo bisogno di rimaneresolo.

Entrandonella canonicavide in piedi vicino alla finestra dell'andito duepersoneche lo dovevano certo aspettare. Erano il Capocomune ed unecclesiasticoappena giunti da Trento. Li pregò di mettersi asedere; ma l'ecclesiasticoin attitudine umile e compuntaporse alcurato una grande letterasuggellata con le armi di MonsignorVescovo. Il curatolette le prime righeimpallidì e chieselicenza di ritirarsi per un momento nella sua camera. Appoggiòal muro le spalle e continuò a leggerepoi cadde sulleginocchia di contro al Cristo sanguinoso e pregò alcuniminuti.

Lalettera sospendeva il prete dalle sue funzioni di curatogliordinava di consegnare immediatamente la chiesa con tutti gli oggettisacrie la canonica con tutto ciò che non fosse di proprietàsua personaleall'ecclesiastico esibitore del fogliod'accordoperciò che potesse riferirsi alla potestà civilecon ilsignor Capocomune. Quanto alle ragioni di una ordinanza tanto severaera detto poco. Si citava questo precetto: Parochus debetin quantumpotestcum debita prudentia scandala de medio tollere; oranonsolamente il curato aveva mancato di prudenza nel cercare di toglierevia gli scandalima ne aveva fatto nascere di nuovi e gravissimisenza volersi fermare alla sua condotta sospettao per lo menoincauta anche rispetto alla morale.

Perdutaoramai ogni autorità nella parrocchiadoveva lasciar ad altriil suo ufficio. - Firmato: GIOVANNI Vescovo.

L'ordineera perentorio; bisognava ubbidire. Chiamò Menicopregandolodi fare senza indugio un involto della sua poca biancheriadellaveste talaredi un paio di scarpedi tre o quattro volumiteologici: nient'altro. Si mise in tasca i ritratti in dagherrotipodel padre e della madre defuntied uscì nell'anditodicendo:- Sono pronto. Principiamose credonodalla sagrestia.

L'ecclesiasticocosì subito non voleva; facesse il comodo suo; v'era tempo;desiderava anzi mostrargli la propria costernazione; bramava che sisapesse come non avrebbe accettato senza il vincolo della santaubbidienza. Don Giuseppe insistettee si principiò laconsegna oggetto per oggetto. La faccenda non avrebbe dovuto riuscirelungatanto la chiesa era povera e l'armadio della sagrestiapiccolo; ma il nuovo curato voleva esaminare tutto appuntinoe convoce untuosacon accento mellifluo notava: - O Diocom'èsudicio! Santa Vergine Mariacom'è stracciato! Ne manca unpezzo! V'è una macchia d'olio! Che pitoccheria! Che indecenza!- Vi fu un istante in cui Don Giuseppe guardò nel viso ilpretino soavepoi disse con la frase rotta e rapida dell'impazienza:- Reverendola parrocchia è tanto misera! Ho dato per lachiesa tutto quel poco che avevotutto fino all'ultimo centesimo:non ho saputo far meglio. Compatisca -. L'altro diventò ancorapiù zuccherino e ostinato. Nominava in latino gli oggetti e liesaminava uno ad uno meticolosamente: Purificatorium lineum... ètutto sfilacciato! Mappa triplex ex lino vel cannabe confecta... visono due buchianzi treanzi quattro! Calix et patena... di ottonee quante ammaccature! Missale cum puvillo... non c'è un foglioche abbia l'angolo intiero! Paramenta albirubriviridisviolaceiet nigri coloris... oh che colori sbiaditinon si distinguono piùl'uno dall'altro! Bursavelummanutergium... roba da buttar via!Ampullae vitreae... - Le ampolle non c'erano; e qui la faccia delnovello pastore assunse una espressione tra lo scandalizzatoildisgustato e il pietosochinando il capo a sinistra e giugnendo lemani all'altezza della bocca.

Nellacanonica Don Giuseppe disse: - Lascio tuttoeccettose permettonoquesto fardello -e mostrava la roba che c'era dentro. Continuòlestocome se le parole gli bruciassero le labbra: - Prego il signorCapocomune di accettare in mia memoria questo fucile da caccia; pregoil reverendo signor curato di distribuire ai poveri del paese un pocodi danaroa giudizio suoin compenso di questi mobilidi tuttiquesti oggettiche sono mia proprietà e che abbandono allacanonica -. L'ecclesiasticograve e contegnosodopo avere benguardato in ogni angolo della stanzaassentì col capo. Lavoce di Don Giuseppe ripigliò fiocastrozzata dal dolore: -Mi faccia poi una graziareverendo: ai miei... scusiai suoi buoniparrocchiani rechi l'ultimo addio del povero pastore senza gregge. Liho tanto amatie devo partiredopo dieci annisenza salutarli conuna sola parola d'affettoe nell'andarmene sento l'anima straziataed il corpo disfattoe mi restano pochi giorni di vitama in questipochi giorni pregherò per essi come il padre prega per i suoicari figliuoli -. Le lagrime spuntarono negli occhi di queldisgraziato.

Dallavia che conduce tosto fuori del paeseil pretein compagnia diMenicos'avviò rapido giù per la china; madopo uncentinaio di passisi fermò come avesse scordato una cosa disuprema importanza. Stette un poco a pensarepoidandosi coraggiotornò indietro e bussò alla canonica. Quando il nuovocurato se lo vide ancora davantinon poté trattenere un motodi dispetto; e Don Giuseppeconfusopaurosobisbigliò: -Perdonireverendo; un minuto solo; abbia pietà del miseropretech'ella non vedrà mai più. Il suo cuore siagenerososentanon s'adirimi faccia un donoil più grandono ch'io possa ricevere in questo mondo -. L'altro aveva negliocchi l'impazienzalo sprezzol'avariziama sulle labbra il suoperpetuo sorriso. Don Giuseppe continuòsempre dalla portatimidamenteumilmenteal modo di uno che implori l'elemosina: -Nella camera v'è un Cristo in croceil solo conforto mioelo ho pregato sempree sempre mi ha aiutatoe sempre mi ha salvatodalle tentazioni della carne. Senza quel Cristo non potrei piùviverené morire. Reverendoabbia compassione di memiregali quel Cristo.

Ilnuovo curato si avvicinò all'inginocchiatoio e guardòla figura: l'intaglio era grossolanola dipintura goffacon ilrosso grumoso del sangueche sprizzava dalla fronte incoronata dispine e sgorgava dalle ampie ferite del costato; e le membra dacadavere si contorcevano tutte; e la lunga e magra e livida facciametteva disgusto e terrore. Il degno sacerdote staccò dallaparete il Cristo e lo porse a Don Giuseppedicendo: - L'immagine delFigliuolo di Dio mi piace più benigna e più bella. Lareligione non dev'essere uno spauracchio da bimbi e da perversi; e leanime dolcicome la miaanelano la dolcezza. Prenda e vada con Dio.

Menicoaspettava fuori del villaggiotenendo in mano il fardelloeinsistette per portare anche il Cristoma Don Giuseppe non volle. Leaveva involto in uno straccio di tela verdema lo teneva sottol'ascella cautamentecome fosse stato di vetro; era in fatti dilegno tanto tarlato e di pezzi così male incollati insieme checertocadendo in terranon sarebbe rimasto intiero.

Padronee servo si guardavano soventesenza pronunciare una sillaba.Cominciava a imbrunire e la strada era deserta. Il prete sentiva unaspossatezza simile a quella che segue le grandi febbrie aveva lafronte bagnata di sudore; si mise a sedere sopra un sassoquasi interranascondendo la faccia nelle palme delle scarne mani e posandoi gomiti sulle ginocchia; pianse; poirialzando la testa e guardandoMenicodisse: - EppureMenicoio non sono colpevole. Non ho fattoch'io sappianiente di male. Ho resistito al demonio; l'ho vinto. Hoamato i miei parrocchiani.- E tornò a nascondere il volto ed apiangere.

Menicosi fece coraggioe chiese finalmente quel che voleva domandare da unpezzo: - Signor padronedove intende di andare?

-Fino a Cogoper questa sera.

-Ma poi?

-Non lo so.

-E allora?

-Mi affido alla Provvidenza.

-La Provvidenzava bene; mascusisignor padroneha danari intasca?

-No.

-Già non ne poteva avere. Li consegnava tutti a meche facevole spese. Ma se non me ne ricordavo io... - e porse al padrone unvecchio portamonetesoggiungendo: - Vi sono cento lire.

-Cento lirein che modo? Io non posso averti consegnato tanto.

-Sìsignor padrone.

-Dimmi la verità.

-Ebbenec'è dentro qualche cosa de' miei risparmi.

-Tuttirispondi il vero. E vuoi restare senza nulla?

-Ho bisogno di poco.

-Sei un cuor d'oro; ma non voglio. Accetterò venti lire.

-Sessanta per lo meno.

-Noventi.

-Eccone venti sole- e Menico diceva una bugia. Ne aveva lasciatesessanta.

-Ora vaMenico; è vicina la notte; pare che voglia fartemporale; dammi il fardello e torna al villaggio.

Ilvecchietto non voleva a nessun patto; intendeva scendere almeno sinoa Cogo e passarvi la notte: il dì seguente il cielo avrebbeprovvisto. Ma in realtà Menicogià stracco mottocamminava zoppicando e inciampando in tutti i sassi della viasicchéper forza si dovette fermare. Allora il pretedando un bacio sullafronte al vecchio che piangevagli disse addio. Nemmeno il cane dacacciail quale aveva seguito il suo padrone saltellandogli intornovoleva tornare indietro; e Don Giuseppementre lo accarezzavaesaminò nella propria coscienza se gli fosse lecito d'ora inpoi ricevere un qualche conforto dal gaio affetto della bestiafedelema concluse dentro di sé vergognandosi del desiderioprofano e mormorando: - Per me la terra non deve più averenessuna consolazione -. Il canelegato ad una funicella e tirato daMenicosi contentò di rifare con la coda fra le gambe ilcammino alle calcagna del vecchioil quale andava a passi di lumaca;e la bestiainquietainsospettitamandava degli ululati lunghistraziantiche si diffondevano come voci di triste presagio nelsilenzio delle montagne.

Quandoil prete non poté più vederloMenico si sdraiòsull'erbabrontolando: - Gliel'ho fatta. Egli crede che io ritornial villaggio; invece mi riposo un'orettae poi scendo a Cogo araggiungerloe sarà bravo chi mi potrà staccare da lui-. Di tratto in tratto ripeteva: - O che casoo che brutto caso!

6

Ilprete restò solo.

Lavia piegava in quel luogoentrando a ghirigoro in un'altra vallatastrettadalla quale non si poteva più scorgere il villaggioalpino. Don Giuseppe si voltò per guardare la sua chiesailsuo montee fissare gli occhi ancora una volta sui ghiacciai dellacimache staccavano biancastri sulle nubi nella luce d'un crepuscologrigio e monotono. Il pover'uomo non tossivanon sentiva nessunbruciore nel pettonon aveva quella febbriciattola e quellesubitanee accensioni da cui era tormentato quasi continuamente:ringraziò il cieloche gli dava un'ora di salute il giorno incui gli aveva tolto ogni altra cosa mortale. Solo provava unosfinimento di tutte le membrail quale non era privo di una certadolcezzae metteva l'animo in uno stato di vaga e come sognanteebrietà.

Passandodal paesello di Ledizzoalzò gli occhi alle finestre dellacasa dove abitava la signora Carlina. Ella che guardava appunto nellaviaaspettando il dottorevide negli ultimi bagliori della seracamminare lentamente il suo buon Don Giuseppee lo salutòetutta allegra lo pregò di salire. Al prete infelice la vocepurissima di quella ingenua creatura parve scendesse dalle alture delcielo. - È l'angelo buono - mormoròe questo pensierogli richiamò nella fantasia con la rapidità del fulminel'angelo cattivoil demonio terribilmente bello: allorascopertodal drappo verde sdruscito il volto sanguinoso del Cristo che tenevasotto l'ascellagli impresse un bacio disperatocome se invocasseda quel legno la propria salvezza.

Mala signora Carlina insisteva: - Venga suvengasignor curato; hotante cose da dirle -. Il prete non risposee tirò di lungo;madopo venti passimentre stava di fianco alla cappellettaoves'era fermato due giorni addietronon potendo più reggersisulle gambesentendosi vacillare e mancarevi entrò. Alchiarore incerto del luminol'immagine goffa della santa gli tornòa sembrare il ritratto infernale di Olimpia.

Trascorseuna mezz'ora. La signora Carlinache aveva visto il prete entrarenella cappelladalla quale si spandeva in un breve spazio di via unfioco barlumenon vedendolo uscireimpensierita cominciando ainsospettirsi di qualcosascese con la fantesca e andò ellastessa a vedere. Don Giuseppeaccasciato in un angolonon davasegno di vita: le braccia penzoloniil capo reclinato all'indietrogli occhi spentila bocca da morto. Fu chiesto aiutoe il corpo delpovero prete venne sollevatoportato piano piano alla casa deldottore e adagiato sul letto nella camera della signora Carlinalaquale aveva mandato a chiamare in gran furia il marito lì dovepoteva essere a quell'oradalla baronessanelle osterie. Ella condita leggieretrattenendo il respiroslacciò il goletto delpretegli sbottonò la sottovestee pose la mano sinistra sulpetto nudospiando le pulsazioni. Le parve di sentire che il cuorebattesse; allorabuttatasi con le ginocchia a terraripetépiù volte: - Il mio buon Don Giuseppeoh Dio di misericordiasalvatemi il mio buon Don Giuseppe! - Poi tornava subito a sentire seproprio il cuore batteva.

Ilprete mandò un sospiro così lieve che non avrebbe mossola fiamma di un cerino; ma la giovine donna che se n'accorse e sullelabbra della quale spuntava il bel sorriso della speranzaavvicinòuna guancia alle labbra livide dell'infermo per accertarsi se neuscisse davvero un poco di fiato. L'infermo respiravae aprìgli occhi trasognatima le membra restarono irrigidite. La primacosa ch'egli domandò e che la signora Carlina comprese piùdal moto della bocca che non dal suono della parolafu questa: - Ilmio Cristoil mio Crocifisso -. Lo avevano trovato infattiadagiatoaccuratamente sopra il fardello nell'oratorioe lo avevano recato incamera. La signora Carlinaalzandosi in punta di piedimise laestremità del braccio inferiore della croce sul cassettone eappoggiò il Cristo alla paretedrittoin faccia allatestiera del lettosicché il pretesenza muovere il capolopotesse guardare. La croce spiccava negra sulla tinta chiara e tersadel muroin mezzo a due litografie coloratechiuse tra filettid'orol'una delle quali figurava Paolo e Virginia al guadol'altrala morte della fanciulla e l'amante che se ne dispera.

IlCristo sanguinoso e sconquassato sembrava più terribile chemai nella pulitezza linda e leggiadra della cameradove non c'erauna macchia od un granello di polvere: le tende di bucato a beifiorami inamidatei parati del letto bianchi a disegni di rilievo ea merletti usciti dalle dita sapienti della padrona di casae ricamia lane di ogni colore sulle poltrone e sulle seggiolee fiocchi enappe e passamani condotti da lei pensandosognando un paradisoingenuomodestovirtuosonel quale vagava da un po' di tempoquesto desiderio indistintoche il suo Amilcare somigliasse al suobuon Don Giuseppe.

DonGiuseppeche non fissava più il Cristoaveva mutato faccia:sembrava spaventato e nello stesso tempo attratto da una visione;sbarrava gli occhi verso il soffitto per vedere meglioe apriva labocca sporgendo le labbra come per aspirare qualcosa. Bisbigliava conla voce esilema ora piena di terroriora piena di esaltamenti: -Vade retroSatana. Lucifero. Bellabionda e infamela tua mano èuna tenaglia rovente. Nascondi il piede ed il seno. Taci... DonGiuseppe il tuo amorevoglio il tuo amore; sono la tua schiava; unbacio... IndietroLucifero. Novienivienitentatricein mezzoalle fiamme; ti abbraccio. Dammi le labbralasciamele succhiare;voglio vedere se le hai colorite di rosso. Guardami con i tuoi occhicelesti; lasciami esaminare quei lividori lì sotto se sonol'opera del pennello o l'opera della lussuria. Sozza e santai tuoicapelli brillano di raggi d'oropiù lucenti d'un'aureolapiùsplendenti di un nimbo. Copritiper carità. Non posso fissaregli occhi nel tuo collonel tuo petto: come i ghiacciai sugli altivertici delle mie montagne quando il sole di mezzodì liillumina in un caldo giorno di estateil tuo collo ed il tuo pettomi accecano. Ahinon istringermi tanto con quelle tue bracciamorbide e roseeche mi fai male. Sìstringisoffocamistritolamifa' presto: vedi le fiamme che guizzano intorno a noi egià ci ardono i piedile gambeil cuorela testa...

Lasignora Carlina ascoltava con l'orecchio teso; aveva le guance rossedi vergogna e gli occhi pieni di lagrime. Ripeteva: - Anche luianche lui! - e si copriva la faccia con le due mani. A troncare ilvaneggiamento che le straziava l'animaalzò il capo delpretevolgendolo dalla parte del Crocifissoe gridò: -GuardiDon Giuseppeil suo Cristo -. Gli occhi del delirantecaddero sulla crocee a poco a poco una influenza benefica agìdentro di lui; si andò calmando; le labbra cominciarono abiascicar preghiere; il viso bianco si rasserenavariprendeva la suatranquilladolceinnocentequasi eterea espressione; e la signoraCarlinariconfortataesclamava: - Così siete bellomio buonDon Giuseppe: adesso il cielo vi si specchia nel volto -; e il preterespirava più liberoe già poteva stringere con lapropria mano la mano della ingenua infermiera. Lenta lentaellaavvicinò la sua bocca pura alla fronte pura di lui. DonGiuseppe non se n'accorse: guardava sorridente il suo Cristo.

Inquell'istante s'udì un gran fracasso alla porta di casapoiun passo incerto e pesante fece scricchiolare la scala di legnoe ildottoreubbriacoentrò nella camera sbattendo violentementesugli stipiti l'imposta dell'uscio. A quell'urto i mobilioscillarono. Allora il Cristoperduto l'equilibrioprecipitòa terrarompendosi in tanti pezzi. La testa rotolò in unangolo della stanza; le bracciale gambeil torsosi sparsero quae là; il rosso del sangue pareva sgorgasse dalle membrasquartate. Il preteavendo seguito con lo sguardo quelladistruzioneinvaso da uno spavento infernalestravoltocontraffattoorribile a vedersimandò un urlo che gli spezzòil petto.

Quandoil medicofetente di acquavites'avvicinò al lettoDonGiuseppe era morto.

 

 

Macchiagrigia

Questamacchia grigiach'io vedo dentro ai miei occhipuò essere lacosa più comune della vostra scienza oculistica; ma mi dàgran fastidioe vorrei guarire. Esaminerete con i vostri ordignielegantiquando verrò costà fra una quindicina digiornicorneapupillaretina e il resto. Intantogiacchéla vostra amicizia mi sollecitavi descriveròcome possoilmio nuovo malanno.

Inmezzo alla molta luce ho la vista da lupo cerviere. Il giorno nelleviela sera in teatro distinguocento passi lontanoil neo sullaguancia di una bella donna. Leggo per dieci ore di filasenzastancarmiil più minuto caratterino inglese. Non ho mai avutobisogno di occhiali; posso anzi imbrancarmi fra quegli animali di sìaltera vistachecome dice il Petrarcaincontro al sol pur sidifende. Non ho mai tanto amato il solequanto lo amo da due mesi aquesta parte: appena comincia l'auroraspalanco le finestre e lobenedico.

Odiole tenebre. La seradi mano in mano che cresce l'oscuritàsifa più intensa di contro a meproprio nel punto dove fissogli occhiuna macchia color ceneremutabileinforme. Durante ilcrepuscolo o mentre splende la lunaè pallidissimaquasiimpercettibile; ma nella notte diventa enorme. Ora è senzamotosicchéguardando il cielo nerosembra uno squarciochiaro a lembi irregolaricome la carta dei cerchi da saltimbancoquando v'è passato in mezzo il corpo di pagliaccio; e sicrederebbe di vedereattraverso a quel bucoun altro brutto cielodi là dalle stelle. Ora s'agitas'alzas'abbassas'allargas'allungacaccia fuori de' tentacoli da polipodelle corna dalumacadelle zampe da rospodiventa mostruosagira a destrapoirigira a sinistrae va intorno così delle ore furiosamenteinnanzi al mio sguardo.

Hoaccennato a queste immagini tanto per procurare di farmi intendere;ma veramente non c'è ombra di forma. In un mesedacchédevo godermi un tale spettacolonon ho mai potuto afferrare unafigura determinata. Quando mi sembra di trovare certe analogie concerti animalicon qualche oggettosia pure fantasticocon qualchecosa insomma di definibileecco che quel disegno in un attimo sicontorce e si rimuta indecifrabilmente. È una cosa laidaunacosa volgare. Se si potesse annasarlapuzzerebbe. Sembra una largapillacchera di fango; sembra una chiazza animatauna lacerazionepurulenta che viva. È un orrore.

Nondico di vederla sempre. La vedo tutte le nottima più o menoa lungosecondo la disposizionenon so se del mio animo o del miocorpo. SpessoDio volendoappena comparsa sparisce.

Ilterribile è che mi compare davanti all'improvvisomentre stopensando a tutt'altro. Stringevo al barlume di una lucerna morente lamano di una cara fanciulladicendole quel che non si raccontaneanche a voi altri medicied ecco a un tratto la macchia che lesporca il seno. Mi sentii inorridire.

Anchedi giorno s'io entromettetein una chiesa buiarischio di trovarequella sudiceria sotto l'ombra fitta dell'organosui vecchi dipintiaffumicatinel finestrello nero del confessionario.

Lapaura di vederla me la fa scorgere più presto.

Lanotte non guardo mai impunemente l'acqua di un fiume o del mare.Andai giorni addietro a Genova. Era una bella seraun restod'estate. La vòlta del cielo tutta serenatutta di una tintaappena digradata da ponente a levante con un po' di gialloun po' diverdeun poco di paonazzomostrava nondimenoquasi sull'orizzonteuna zona isolata di nubi dense. Una striscia sottilissimalimpidissima d'aria brillava tra le nubi ed il mare. Il soleche erarimasto nascosto un poco di tempoda quelle nubiscendeva dal lorolembo inferiore per tuffarsi nelle onde quiete. Prima il suo oroquando non si vedeva di esso che il segmento di sottoparve unalumiera sospesa alle nuvole; poi il cerchio infiammato toccòcon la circonferenza per un minuto nuvole e mare; poi si cacciòpian piano nell'acquamostrando nel segmento di sopra il fuocoincandescente di una immane bocca da forno. Avevo desinato bene conqualche mio vecchio amico. Si pigliò un battello e si vogòal largo. Dopo lo splendore del tramonto il crepuscolo fu di unadolcezza ineffabile. Cantavamo a mezza vocesognando. Annottava.L'acqua d'un verde scuro scintillavaluccicava. All'improvviso vidilontan lontano nuotare la mia macchia grigia; e ritrassi paurosamentelo sguardo entro il battelloe la mia macchia mi seguì tra leforcole e i remiegelato di ribrezzomi ricondussecompagnaluridaa terra.

Certo(dottore mionon ridete) è offesa la retina: v'èqualche punto ciecoun piccolo spazio paralizzatouno scotomainsomma. Ho letto come sulla retinanell'occhio dei condannati amortes'è trovatodopo recisa la testail ritratto degliultimi oggettiin cui i disgraziati avevano ficcato lo sguardo. Laretina dunquenon solo rimane fuggevolmente dipinta: in certi casiresta veramente scolpita.

Notatepoi chequando chiudo gli occhi per dormireio sento la mia macchiadentro di me. E allora è un supplizio diverso. La macchia nonsi aggira più intorno a se stessama camminacorre. Corre insue nel correre tira in su la pupilla; sicché mi pare che ilglobo dell'occhio debba rovesciarsiarrotolando dentro nell'orbita.Poi corre in giùpoi corre dalle partie il globodell'occhio la seguee i legamenti quasi si schiantanoed io dopoun poco mi sento dolereproprio effettivamente dolere gli occhi. Lamattinaanche dopo dormitogli ho indolenziti e un po' gonfi.

Voialtri medici avete la virtù di essere curiosi; voletepenetrare nelle causerimontare al seme. Vi dirò dunque inquali circostanze mi si è manifestata la malattiache doveteguarire. Eabbiate pazienzalo dirò nei piùindifferenti particolarigiacché so come da una di quelleineziele quali sfuggono all'attenzione dei profanivoi scienziatipotete cavare la scintillache rischiara poi le verità piùriposte.

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Ildì 24 dello scorso ottobresul far della serapassavo dalPonte dei Re accanto a Garbe per andare sino a Vestonemiapasseggiata consueta del dopo pranzocome quella della mattina eraverso Vobarnoquando non preferivo arrampicarmi sulla schiena deimontio fare qualche viaggettosempre pedestrea BagolinoaGardonein Tirolo.

Didue mesi e mezzo passati nella Val Sabbiale prime due settimanefurono tutte calmealtre due tutte fuocoe il rimanente tristezze eterrori. Alle bellezze della naturache tutti corrono a vedere e chetutti ammiranoavevo preferito la vallata modestapoveradove imonti hanno già un certo aspetto selvaggioe dove non c'èil pericolo di vedere mai la persona allampanata di un Ingleseeneanche la barba nera di un alpinista italiano. Mangiavo le belletrote rosee del lago d'Idrogamberi saporitifunghiuccellicacini di capramolte ovamolta polenta.

V'èad Idro un alberguccio con due stanzine ariosepulite. Chi non harimorsi vive colà nella quiete del paradisosenza giornalisenza botteghe da caffèsenza pettegolezziguardando lospecchio del lagole giovanotte che voganola Rocca d'Anfosull'altra spondaesercitando più le gambe che il cervelloabbrutendosi anzi a poco a poco nella caranella beata libertàdel non pensare a nulla e del non far proprio niente.

Quandoil cielo è popolato di nubispinte a gran corsa dal ventol'aspetto di quel paese riesce mutabile all'infinito. I monti che siaccavalcanole rupi che portano muraglie ruinate di castelli ochiesette con il loro campanile biancoi colli bassi coronati dipinicangiano di figura ad ogni minuto. Ora le nuvole mettono inombra il dinanzi del quadroe il sole brilla nel fondo; ora il solesplende sul dinanzie il fondo rimane buio; ora invece questa parteo quella del centro stacca nera in mezzo alla luce o luminosa inmezzo all'oscuritàe s'accendono e si spengono ad ogni trattoinnumerevoli sprazzi di colori vari e vivissimi.

Bisognasalire sul monte rocciosoche sta di contro alla chiesetta di SanGottardodall'altra parte del Chiese. Il monteverso il fiumescende a perpendicolo. A destra si vede sulla bizzarra collina lachiesa di Sabbioalta e sottile; a sinistra si scopre da lontano laRocca di Nozzadella quale non rimane che qualche pezzo di murocadente; sotto a' piedi s'apre il vuoto profondo. Ci si tiene con lemani agli arbustie si guarda in giù. Il Chiese corre inarcorompendo le onde rapidissime ai sassi enormidi cui èsparso il suo letto. Garbe abbassoun poco a drittae più inlàgià ben alto sulla montagnail campanile diProvaglio. Quasi a piombobenché dall'altra parte dellastrettissima valleche si strozza in quel puntolasciando appenaappena luogo al fiume ed alla strada postalesi vede dall'alto inbasso la chiesetta di San Gottardodi cui la torre scorcia tanto chediventa nanae gli archi del piccolo portico sembrano schiacciati.La prima volta poco mancò che non mi venisse il capogiro.Volevo andare più altolì dove la rupe nudaquasiverticaleconcede appena il posto per mettere il piede tra le suestrette fessure. Guardai indietro. Il monteche mi stava allespalletutto ombrosospiccava sull'aria celestina.

Sarannostate le cinque di seradue settimane dopo il mio arrivo a Garbe. Ilsole cominciava a scendere dietro il giogo della montagna; un ventofresco soffiava dalla gola della vallatae bisognava tenere ilcappello perché non piombasse nel precipizioquando unosbuffo impetuosomentre coglievo con le due mani non so che stranefoglielo fece arrotolare un trattopoi andare a balzellonidall'una all'altra sporgenza delle acutissime roccie.

Glidissi addioe continuavo a capo nudo le mie osservazioni estetichesulle pianteallorchépassati appena dieci minutimicomparve innanzi all'improvviso una montanarala qualeun pocoimbarazzata e con rustico garbomi porse il disgraziato cappello. Laringraziai di cuoree la guardai in viso. Poteva avere dai sedici aidiciassette anni: abbronzitama sotto la tinta del sole s'indovinaval'incarnato fresco; nella bocca piccola splendevano i dentiammirabili di regolarità e di bianchezza; negli occhi v'era uncerto che di selvatico e di curiosouna timidità un pocoimpertinente.

-Bella giovanesiete di Garbe?

-Signor no. Sono di Idro.

-E vi fermate qua?

-Parto domani con mio padreche è lì tra i cespugliinsieme con le nostre capre. Lo vede? Guardi benelì in fondo- e m'indicava il luogoma io distinguevo appena di lontano un uomoche aveva la barba bianca.

-E ad Idro dove state?

-Fuori del paese circa due migliasulla via che conduce al montePinello.

-E che nome avetebella fanciulla?

-Teresaa' suoi comandisignore.

Sicontinuò a discorrere. Io la tempestavo di interrogazioniguardandola negli occhii quali ora vagavano di qua e di làimpacciati dal mio sguardoora mi si ficcavano in voltoanziaddirittura nel cuore. Ad uno sposo non aveva pensato mai: nonsapevae lo giurava ridendo e spalancando gli occhi sincerichecosa fosse amore. Ella non aveva nessuno al mondosalvo il padreche l'adoravas'intendee non l'aveva mai lasciata un giorno dacchéera nata; ma il buon vecchio doveva andare appunto allora perquindici dì a Gardegno a far valere i proprii diritti sullasuccessione di un fratellomorto con molto ben di Dio e senzafigliuoli. Il vecchiogià caporale sotto l'Austrialeggeva escriveva come un notaioera uomo di conto e per giunta piùagilepiù vigorosopiù coraggioso di un giovanotto divent'anni. La fanciullanell'assenza del padrerimaneva ad Idroaffidata ad una santola di settant'anni.

Dottoreve lo immaginateandai per quindici giorni ad abitare il pulito esolitario alberguccio di Idro. Tutte le mattine e tutte le seresalivo lungo la stradicciuola ertatortasparsa di sassi acuticheconduce a monte Pinelloe mi fermavo alla casa della montanaragentile. Due giorni disse di no; poi non ci fu angolo erboso diquella scoscesa china su cui non ci si adagiasse a discorreredigiorno cercando l'ombra più cupa sulle sponde di untorrentelloentro una grotta naturalenegli ampi interstizii deimassi enormi precipitati Dio sa quando dalle creste del monte; diseradurante le prime ore della nottecercando una zolla morbidasotto il cielo stellato.

LaTeresacertonon somigliava alle ragazze di città: la suapelle era ruvidala sua passione quasi ferina. Nei primi giorniamava tre cose: il suo padrele sue capre e me; dopo una settimananon parlava più del padrenon badava più alle capremi aspettava sull'uscio del casolare a cominciare dall'albaspessomi veniva incontro sino ad Idromi trascinavami violentavamibuttava in terra come se volesse sbranarmi.

Certevolte dal suo corpo esalava un odore acre e inebbriante di erbeselvatichecerte volte un puzzo di capra nauseabondoe non di radoun fetore di strameche ammorbava. Insomma invocavo tra me ilritorno del vecchio.

Ilgiorno innanzi al suo arrivo cercai di preparare Teresa alla miapartenza: le dissi che dovevo andare a Brescia e a Milanoma miaffrettai a soggiungere che sarei tornato prestodopo due settimaneal piùforse dopo una. Ella non piangeva: tremava tuttaedera diventata del colore del piombo. Ripeteva con voce strozzata: -Lo so che non torni piùlo so che non torni -. Io promettevogiuravoma ella mi continuava a guardare con gli occhi senzalagrimeefatta veggente dalla passioneinsisteva: - Non tornipiù; lo sento qui nel cuore che non torni più -. Nonpotei cavarle altre parole.

Invecedi andare a Brescia o a Milanotornai a Garbe. Avevo l'anima rósadal rimorso: tante volte mi sentivo spinto dalla coscienza a correread Idroalla capanna di Teresa; poi gli abbracciamenti suoifuriosie disperatimi facevano paurae non di meno io non potevo pensaread altro che a lei. Non sapevo se l'amassibenché l'immaginesua mi stesse scolpita sempre davanti. Finalmentedopo una trentinadi giornila coscienza vinseforse anche la curiosità. Andaiad Idroetraversando i magri pratiarrampicandomi sulle roccierisalendo il letto di un torrente asciuttomi trovai di contro alcasolare dall'altra parte della stradicciuola; gli alberi ed icespugli mi nascondevano.

Lafanciulla stava sull'uscioimmobileesposta senza riparo ai raggidel sole. Nel primo istante non la riconobbi: la carnagione eradiventata d'un rosso cupoi capelli le cadevano sulla fronte e sullespalle a ciocche sconvolteil viso appariva stranamente smagrito eallungatoil labbro inferiore pendeva in giùgli occhispenti fissavano innanzi senza vedere: non so perchécredettidi essere in faccia a un cadavere bruciato. In quell'istante una voced'uomo chiamò dall'interno del casolare così sinistra esoffocata che pareva uscisse da un sepolcro: - TeresaTeresa -. Lafanciulla non diede segno di avere uditoe la voce continuava tetrae straziante: - TeresaTeresa.

Scappai;corsi a Bresciama il rumore della città mi riescìinsopportabile: tornai a Garbedovea forza di ripetere a mestessoche il tempo rimedia a tutti i malianche agli strazii dellapassione e dell'abbandonotrovai qualche momento di pace. Nonostantedormivo pocotormentato com'ero da sogni orribili e dainquietudini febbrili; mangiavo pochissimo; camminavo moltosperandonella stanchezza.

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Vidicevo dunquedottoreche il dì 24 dello scorso ottobrepassavo sul far della sera dal Ponte dei Re accanto a Garbe. Un uomoappoggiando i gomiti sul parapetto e il mento sulle palmeguardavamolto attentamente l'acqua del fiume. Uscivano tra le sue dita delleciocche di barba bianchissima; la facciamezzo nascosta dal cappellotirato sulla frontenon si vedeva bene. Non era vestito propriamentené da contadinoné da operaio: portava una casacca ede' larghi calzoni d'un colore chiaro grigiastro.

Passaiaccanto al vecchio; non si mosse; continuò a fissare l'acquavicino alla pila del pontedovestringendosi per attraversare ledue arcategorgoglia impetuosamente. Guardai abbasso anch'iocredendo che vi fosse qualcosa di curioso a vedere; non avvertiiniente di stranoma quel gioco di ondea cui non avevo mai badatomi piacque.

Èuna lotta formidabile tra l'acqua che corre e i sassi colossali chetentano di sbarrarle la via. E le ondeincalzate da quelle che sonodietroe queste cacciate innanzi dalle altre più lontaneacominciare dai rigagnoli nascenti nelle nubiquanta faticaquantaastuzia devono adoperaree come s'affannano a spuntarla diproseguire il loro cammino! Lo spettacolo del contrasto fatale tra ilmoto e l'immobilitàeterno e d'ogni attimomette nell'animaun timido scoramentoe nello stesso tempo fa sorridere di un cosìcieco impeto nell'operare e di una così orba caparbietànel resistere. C'è dei momentiin cui le forze opposte dellanatura somigliano a fanciulli mal educatil'uno dei quali gridivoglioe l'altropestando i piediripeta non voglio.

Esu quei massii quali spuntano fuori dal lettoche non è unletto di pacevegetanoseminati dal vento in un pugno di terradeposta colà dallo stesso vento a un granello alla voltade'virgulti di salicidegli arboscelli di pioppoi quali canzonanodeboli e flessuosila furia che li circonda. La naturacome lavitaè una catena di vani sogghigni.

Seil masso non solleva molto la testal'acqua gli corre sue scendepoi in cascate gaiecercando il piano più basso: è uncristallo tersocurvoregolareuna campana lucidaun ombrellotrasparentecon qualche filetto opaco di vetro di Murano; e sifrange poi a' piedi in ispruzzi d'infinite perlette bianchediquelle che le Muranelle infilano le sere d'estatesedute sul gradinodella porta di casaciarlando di Tita e di Nane.

L'ondaè avveduta: sceglie per solito il cammino migliore. Ma qualchevolta si trova chiusa tra i sassie alloranon potendo aspettarescatta in uno sprazzo e via; tal'altra si caccia distrattamente in unlaberintoe gira e rigira ese vuole uscirnele conviene tornareindietro; finalmente accade che ella si smarrisca in uno spazio doveil caso ha messo un insormontabile sostegno di pietree allora siferma impauritaperde la bussolas'accascia e da turbine diventaspecchio. E sotto all'acquache riflette in iride la tinta del cieloo che si trasforma in ispuma d'argentov'ha il vario e brioso coloredei sassigiallorossobiancoverde di muschi e di licheni.

Lagran battaglia si concentrava alla pila del ponte. Le ondecombattevano le ondeche cozzavano insiemesi spezzavanosifrantumavanos'accavalcavanos'ammonticchiavanodiventavano mattedi furor bellicosomandavano bava in vece di sanguee gocciole estille sino al parapetto del pontecon un romorecon un frastuonoda far tremare un eroe.

Ilvecchio guardava sempre impassibile.

Andaiper la mia stradasenza curarmi di luipasso passo fino a Nozza.

Ilcielo nuvolosominacciosoprincipiava a oscurarsie soffiava unvento assai fresco dalle alte montagne. Rinunciai a proseguire lapasseggiatae tornai indietro. Al Ponte dei Re c'era sempre ilvecchionello stesso postonella stessa attitudine di prima.Guardava sempre a' piedi della pila. La cosa mi parve bizzarra; miavvicinai al vecchio e gli dissi: - Buon uomoscusate -. Non simosse. Continuai: - Scusate se vi disturbo; ma il cielo ènegrominaccia il temporale e non è lontana la notte. Seabitate discostodovreste incamminarvi.

Ilvecchio si rizzò lento lentomi guardò in viso cometrasognatoesenza aprir boccatornò ad appoggiarsi alparapetto e a contemplare il fiume.

Ioinsistetti:

-Avete bisogno di nulla?

-No -rispose senza voltarsi.

Glidiedi la buona notte e m'avviai verso Garbe. Fatti cento passi mivoltai. Non so se fosse curiosità o compassione: nella facciadi quel vecchio bianco credevo di avere letto un dolore profondounasinistra melanconia. Pallidocon gli occhi infossaticon le labbranericciemi aveva fatto pietà e terrore. Mi trovai al suofiancoportato da una forza quasi involontariae gli dissiinterrottamenteaspettando una risposta che non veniva:

-Scusate di nuovo. Ditemi se posso giovarvi in qualcosa. Vi sentitepoco bene? Vi offro una stanza a Garbe per questa notte. Mi sembrateforestiero. È accaduto anche a me fuor di paese di trovarmisenza danaro: ne avete forse bisogno?

Dopoqueste ultime parole il vecchio si voltò gravementetentandodi muovere le labbra a un sorriso. - Grazienon mi occorre nulla -rispose. Poimessa la mano nella tasca dei calzonine cavòil pugno serrato ealzatolo sopra il parapettol'aperse. Il ventofece volar via nel fiumesparpagliati qua e làforse unaventina di piccoli biglietti.

Mentreioirritatostavo per rimproverarlobalbettò con vocestrozzata: - Ho sete.

-Scendete a bere nel fiume -esclamai duramente.

Ilvecchio s'incamminò alla rampa scoscesache va giù alato di una testata del ponte; magiunto lìvacillòsulle gambe mal ferme. Corsi ad aiutarlo esostenendolo perl'ascellalo condussi al fiume. Riempii io stesso il suo cappello diacqua. Bevette a brevi sorsi.

-Non vi rimettete subito il cappello bagnato in testache non vifaccia male. Abitate lontano?

-No.

-Ma non siete di questo paese?

-No.

-E dove state di casa? Vi accompagnerò.

-Non importa. Sto vicino.

-V'accompagnerò ad ogni modo.

Ilvecchio mi guardò dritto negli occhie con accento risolutodisse: - Non voglio.

Poimeno seccamenteaggiunse quasi con ripugnanza: - Aspetto qualcuno.

-Un figlio forse?

-Non ho figli.

-Un parente?

-Non ho parenti.

-Un amico?

-Non ho amici.

-Chi dunque?

Pensòun poco e rispose:

-Il destino.

S'appoggiòdi nuovo al parapetto del ponte e tornò a guardare l'acqua disotto.

-Perdonate alla mia insistenza. Di che paese siete?

-Di un paese dove si muor di dolore.

-E andate?

-In un paese che non conosco.

Questerisposte misteriose fecero nascere nel mio cervello uno scioccosospetto. Esclamai con espansione: - Se dovete rimanere nascostosela giustizia vi cercagiuro che non vi tradirò.

Ilvecchio s'alzò dritto in piedie rispose alteramente: - Nonho nulla da nascondere agli uomini -. Poimormorando tra sé:- La mia coscienza è pura.

-Gli uomini vi hanno ingannato forsevi hanno fatto del male? Avetetrovato al mondo molti nemici?

-De' nemici? Ne ho avuto uno solo.

Quest'ultimafrase venne pronunciata dal vecchio con voce così cupail suoocchio era così biecoch'io mi sentii gelare. Gli dissi: - Vilascio dunquee Dio vi benedica.

-DioDio! - sentii ripetere parecchie volte; e la voce sepolcrale delvecchio si perdeva nel muggito del Chiese.

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Nonintendevo di abbandonare il pover'uomo. In quattro salti fui a Garbecon l'intenzione di parlare al sindacomedico valente e cuor d'oroe di condurre meco due contadinii quali facessero la guardiafoss'anche per tutta la notteal vecchio strano. Trovai il sindacosotto il portone della sua casauna casa anticamurata da un suoantenatogentiluomo francesefuggito dalla strage di SanBartolomeo.

Ilsindaco discorreva con il segretario comunale e con l'oste di Sabbiodue tipi curiosi. Questi con la faccia tondagrassogrossoilpizzo lungo e folto sotto a due gran baffi nerile sopraccigliaspaventosela voce tonanteun cappello in testa di larghe teseacui non manca altro che la piuma per potersi dire spagnuolo;famigliare con tuttispavaldobuon diavolomette la mano in attodi protezione sulla spalla dell'avvocatodel farmacistadel signorcavalieree apre volentieri la larga bocca al riso sguaiatomentredice una barzelletta sporca; una specie d'idalgoche versamaestosamente il vino dal boccale nel bicchiere de' suoi avventoriche tiene il pugno al fiancomaravigliato di non trovarvi la spadae s'è mangiato in qualche mese per darsi il gusto di parere unnegoziante in grosso il poco suo patrimonioe spera di portare leossa in una grande città degna di luilontano dallepiccolezze montanaredove si sente proprio fuori di posto. L'altroil segretario comunalesottile e lungo come il campanile di Garbe:veste da contadinocon la giacchetta e i calzoni di quella certastoffa lustra color cannella sudicioma tiene la giacchetta buttatasulle spallemostrando la camiciache non pare sempre di bucatoele bracciae il petto nudiassai più scuri dell'abito; haletto Dantescrive da letterato finosa a mente tutte leinnumerevoli ordinanzetutte le infinite circolari prefettizieindirizzate al Comuneche è cosa miracolosa; cita versi eproverbii latini; non ha casa; l'inverno dorme sulla tavola nuda delConsiglio comunalecon una busta dell'archivio per origliere e percoperta il tappeto verde: l'estate dorme sotto il piccolo portico diquella chiesa di San Gottardodella quale ho parlato indietropoggiando il capo allo scalino di granitolungo disteso sulle lastresconnesse del pavimentogodendosi il vento frescoche soffia senzainterruzione dalla stretta gola dei monti; vive di pane e di cipolledi polenta e cacio pecorinoma si compensa con qualche bicchierettodi acquaviteequando ne ha bevuto un tantino più delbisognovuole abbracciare tuttil'ostessail reverendo parrocoilsindacopersino i carabinieri in pattuglia.

Questisignorie tre contadiniche ero andato a scovare nella bettolavicinas'avviarono meco al ponte. Si passò dalla chiesa diSan Gottardopalazzo d'estate del segretario; maquando fui lìnon mi potei trattenere: lasciai che il vecchio sindaco procedessecon il suo passoche eglipoverettocercava di affrettarema chemi sembrava ancora troppo lentoe corsi innanzi. Andai su e giùper il ponteprecipitai abbasso dalla rampa del fiumeguardai diqua e di là in quel buio della brutta notte che era giàprincipiata: non si vedeva un'anima. Gli altri mi raggiunseroansanti. In un batter d'occhio diedi le mie istruzioni. Il sindacodoveva fermarsi sul ponte; l'idalgo doveva perlustrare un mezzochilometro della strada di Nozza; il segretario doveva rimontare ilcorso del Chiese lungo un viottolo a sinistra; i tre contadinidovevano salire i meno erti sentieri delle montagne. Quanto alle viepiù scoscese non era neanche da pensare che il misero vecchioavesse potuto tentarle. Quartiere generale: il ponte.

Iom'ero serbato le capanne dei carbonaidi là dal Chiese. Inquindici minuti salii alla prima casupola. Tutti dormivano; picchiaiforte; nessuno rispose; tornai a picchiare con tanta violenza che icolpi rimbombarono nella vallee udii finalmente delle voci e delleimprecazioni. Dopo un poco di tempo s'aperse il finestrello e vidiuna testa neranella quale brillavano due occhi da gatto.

-Sapete niente di un vecchio con la barba biancalungamezzo malatovestito di panno chiaroun forestiere che vagava stasera presso ilPonte dei Re?

-Andate all'inferno.

-Domandatenedi graziaai vostri compagni.

-Andate all'inferno voi e il vecchio - e chiuse la finestra.

Dopoun quarto d'ora avevo già rifatto il camminoed ero salito daun'altra parte ad un'altra capanna. Il mio bastone nell'urtare sullegno del piccolo uscio destò quattro o cinque echi sulle cimedei monti.

-Chi è là?

-Un amico.

-Il nome?

-Un amico.

-Non apro.

-Venite alla finestra.

-Non mi muovo.

-Avete visto un vecchio?

-Non ho visto nessuno.

-Un vecchio vestito di chiarocon la barba lunga e biancainfermo.

-Non ho visto nessuno.

-Passeggiava stasera sul Ponte dei Re e nelle strade vicine.

-Non ho visto nessunovi dico - e tornò a russare.

Trequarti d'ora dopo eravamo tutti sul ponte. Non s'era trovato nientenon s'era saputo niente. Neppure i due carabinieri di Vestonechel'idalgo aveva incontrati sulla via e aveva condotti secocipoterono aiutare in nulla. Il sindaco giudicò allorache noidovevamo andare a dormire. Erainfattila sola cosa ragionevole checi restasse da fare.

Viho dettocaro dottorecome il mio sindaco sia una perla d'uomo. Haun modo suo proprio di curare la difteritein grazia del quale salvarealmente tutti i bambini del Comune. Parla de' suoi rimedi conentusiasmo giovanile: non fallano; ad una infiammazione ci vuole ilsalassoanzi ogni malanno guasta il sangueed il sangue corrotto vatolto viaperché se ne formi del sano.

Oravive senza troppe angustiebadando a' suoi pochi campi; ma futrent'anni medico condottoe quando ricorda le fatiche lunghe e malcompensateil sollionela neveil geloi turbini sulle montagnelo fa con tanta dolcezzache pare quasi un rimpianto. Discorre de'suoi malati volentiericon modestia affettuosaese puòdire di averli strappati alla mortedue lagrime di compiacenza gliscendono sulle gote. Ha la barba grigiai capelli appena brizzolatii denti candidissimigli occhi celestinila fronte da uomointelligente e virtuoso. Piglia tabacco e lo offre. Dichiara ognianno che non vuole più essere sindaco; poi ci ricasca. Non sadire di no: tuttianche i cattivilo rispettano e gli voglionobene. Non l'ho mai sentito pronunciare su nessunofosse il piùgrande scelleratouna parola severaaspra o pungente: non trova inquella sua anima mite un accento sgarbato nemmeno per l'omeopatiach'è tutto dire. Narra molto naturalmente i casi semplicidella sua vitaquandostudente all'Università di Padova ericco di una sola svanzica al giornosi faceva dare all'osteria ilriso stantìo per pagarlo un soldo menoe ossi di manzoscarnatie culi di salame: non beveva mai vino. Un dìavendovisto nella Piazza dei Signori un giuocatore di bussolottigli sifece amicoandò a desinare con lui più voltefinchéimparò il segreto della magiapensando che se la medicinafallivaquest'altra arte lo avrebbe potuto soccorrere. Racconta unainterminabile filza di storielleparte da stare allegriparte daspaventare.

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Bisognach'io entri finalmente nel cuore del mio racconto. Vi siete accortoche mi ripugna; infatti nello scorrere gli sgorbii buttati sullacarta conosco di avere fatto come coluial quale duole un dente e vaper farselo strappare. Esce lestoquasi correndo; madi mano inmano che si avvicina alla casa del dentistarallenta i passifinchégiunto alla portasi ferma perplessochiedendo a sémedesimo: - Il dente ora mi duole o non mi duole? - E cosìtorna indietro un buon tratto di via; e ogni inezia gli serve pertirare in lungoun avviso sulla cantonataun cane che abbaia. Poisi vergognae sale fino all'uscioe quandorisolutoha giàin mano il cordone del campanellodomanda a se stesso di nuovo: - Melo devo far cavare sì o no?

Insommacoraggio. Quella seradopo avere dato a' tre contadini i soldi perbere qualche boccaledopo avere salutato il sindacoche rientravain casail segretarioche andava ad augurare la felice notteall'acquavitaiae l'idalgochecanterellando con la sua voce dibassotornava a Sabbioio non mi sentii nessuna voglia di dormiree neanche di scriveredi leggere o di discorrere. Avevo un gran pesoalla testae provavo il bisogno di aspiraredi cacciar negli ultimimeati dei polmoni l'aria frizzante.

C'erastatasere addietronell'osteria una interminabile discussioneintorno a questo punto; setra Vestone e Vobarnole trote sipeschino più facilmente sul far della serala mattina dibuon'orala notte con la luna o la notte buia.

Unpescatore giurava che nell'oscurità profonda ne acchiappava unsubisso.

Presala canna e un lanternino andai a piantarmi dall'altra banda delChiesedove certi enormi massi formano una specie di diga. Mi parevadi quando in quando di sentire abboccar l'amoe tiravo su; niente.Stufomi posi a sedere sopra una pietra e a guardare intorno. Non sivedeva un bel nulla. Nero il cielonera la terra: non una stellanon un lume. Garvenascosta da un gruppo di alberia quell'oradormiva. Sul dorso del montelì nel sito ove doveva essereProvaglioapparve un luccichìoforse una candela accesa alcapezzale di un moribondo. Era un sepolcro di tenebrema un sepolcropieno di frastuoni. Il Chiesebattendo contro i sassifaceva unamusica da assordare: c'erano dentro tutti i tonitutti gli accordie il vento v'aggiungeva le estreme note acute. A un poco per volta sifiniva ad assuefare gli occhi all'oscurità e a distinguerequalche cosa: i grossi rospi schifosiper esempioche sbalzavano ditraverso accanto a mela spuma biancaanche il verde cupodell'acqua.

Avevoripreso la canna per ritentare la sortequando vidi correre aprecipizio con le onde e fermarsi alla diga una massa grandebiancastra. Non capivo che cosa fossee pure un brivido mi corsedalla testa ai piedi. Presi il lanterninoche avevo lasciato sulsentiero; mamentre mi avvicinavo col lume a quell'oggetto grigiol'acquache gli aveva fatto intorno un gran lavorìolosollevò e lo portò a venti passi lontanodove diede dicozzo in una gran pietra che usciva dal fiume. L'attenzione intensami aguzzava la vista. Aiutato dal pallido chiarore della lanternatentai di guadare il piccolo trattomettendo i piedi sulle teste deisassi: non mi riuscì. Stetti immobilecon gli occhi fissi. Leonde percuotevano la massa informeschizzando bavacome se fosseroadiratee le giravano intornoformando un vortice rapidissimo: ilChiese s'ostinava rabbiosamente nel volere trascinar via la suapreda. La spuntò. L'oggetto strano fece il giro del sasso eripigliò il suo camminorovesciato in gran furia dal fiume.

Alloraprincipiò una lotta terribile tra meche volevo conoscere ilmistero di quella cosa biancastrae il fiume che me lo volevanascondere. Conoscevo a passo a passo i viottoli della sponda: in unsolo luogo la rocciache si alza quasi verticale per un centinaio dimetriobbliga a salire e a discendere; il resto della viafino aSabbioè piano. Ma quella salita e sopra tutto quella discesanon erano senza pericolo nelle viuzze strettefiancheggiate da unburronela notte. Le piogge dei giorni precedenti avevano fattofranare in un punto la terra del viottoloe bisognava sbalzare sulprecipizio. Saltai senza pensarcinon sapendo dove avrei messo ipiedie mi trovai dall'altra parte sano e salvoma col luminospento. Continuai la strada da capre nel buiointoppando neglisterpichiuso tra gli arbusti spinosiscivolando giù dallachina sui ciottoli tondiche rotolavano al piano. Finalmente giunsidi nuovo alla riva del fiume.

Madov'era andata la massa grigia? Era corsa innanzi senza intoppiogli ostacolidi cui è pieno il Chiesel'avevano trattenuta?Aspettai un pezzo senza batter le palpebrecon gli occhi inariditiche mi bruciavano. Alla fine passò nella correntein unattimo.

Ripresia correre anch'io su quel marginedove nascono i salici sottili e lelarghe foglie delle ninfee. Più su il prato è verdesmaltato di fiorie ai pioppi si mischiano i pinigli olmiqualchepiccola quercia. Lì m'ero posto a sedere tante volte sopra untronco abbattutostudiando le formicheammirando gl'insetti giallid'ororossi di rubinoverdi di smeraldoleggendo un bel libro ofantasticando alle cose gaie nella vacuità della vita. Pocolontanodove il viottolo costeggia un campo di magre pannocchiem'ero sdraiato una mattina a guardare per un'ora di seguito tregiovani donneche raccoglievano le nocile qualiscosse da unragazzo sull'alberocadevano nel fiumee le tre donneridendomostravano le grosse gambe fin sopra il ginocchiocon le gonnelegate ai fianchi.

Lamacchia grigia era andata ad arenarsi sopra un banco di ghiaiaaccanto alla riva. Mi tolsi le scarpe e le calzemi arrotolai icalzoni alle coscee camminai tra le onde. Non mi reggevo in piedi.Il fiume mi tirava giù con una violenza invincibile. Sentii lapiccolezza dell'uomo in faccia alla volontà delle coseinsensate. In quell'istante il Chiese dovette chiamare in aiuto tuttele forze de' suoi abissi: coperse il banco di ghiaia con un'ondataimpetuosa eavvoltolando l'orrido oggetto biancastrolo portòvia inesorabilmente. Mi sentii vinto.

Rientrandonella mia camera di Garbe ero inzuppato d'acqua e di sudoresfinito;avevo gli occhi gonfila testa in fiamme; i polsi martellavano. Nonpotei chiudere occhio. Appena giorno mi alzai barcollandoe sullasinistra del Chieselungo la via postaleandai a Sabbio. Ora le miemembra erano tutte ghiacciateora dovevo asciugarmi la fronte.

ASabbiodove spesso andavo a far colazionel'idalgo e la sua moglieostessa m'accolsero con un mondo di cortesiechiedendomi venti voltese stavo male. - Non è niente- rispondevo- l'aria frescala passeggiata e la colazione mi rimetteranno -. Non mangiai nulla.Guardavo come in sogno il largo portico adorno di ragnatelilechioccie che venivano a beccheggiare i minuzzoli di polenta perportarli a' pulcinila chiesa della Madonnala qualealta com'èsul colle e posta lì proprio accantopareva piantata sopra itetti dell'osteria.

Mentreio stavo immerso in queste visionientra uno dei figliuolidell'ostessaPierinobel ragazzotto di sette annisaltandoe simette a gridare: - Mammal'ho vistosai?

-Chi?

-L'uomo che hanno trovato nel fiume stamattina.

-È bello?

-Noè tanto brutto. Domandalo alla Nina.

LaNina era entrata insieme col fratelloma s'era tosto rincantucciatain un angolo del porticocon le mani giuntemormorando qualcosasotto voce. Si sentiva a intervalli la parola Requiemflebilesoffocata.

-È giovine o vecchio? - ripigliò la madre.

LaNina non rispose. Rispose Pierino: - È vecchioha la barbabiancalunga lunga. Ha gli occhi stralunati.

-Dov'è? Voglio vederlo - gridai scattando in piedi. L'ostessami sbirciòe bisbigliando: - Dioche gusti! - ordinòa Pierino di accompagnarmi.

Inquattro salti fui alla chiesaquella del paese basso. In una stanzaumida annessa alla sagrestia avevano esposto il corpo dell'annegato.La stanza era piena zeppa di contadini. Uno diceva: - Chi lo deveconoscere? Si vede bene da' panni che non è del paese.

Unaltro soggiungeva: - Io dico che è tedesco.

-Noè di Milano.

-Indosso non gli hanno trovato niente? - chiedeva un giovinotto.

-Niente: né una cartané un soldo.

-Si sarà affogato per la miseria.

-Io dico che è cascato nel fiume.

-Io dico che ve l'hanno gettato.

-L'occhio è da demonio.

-Con quella bocca aperta sembra che ci voglia mangiare vivi.

Unabambina si nascondevatremandodietro al corpo del padreeripeteva: - Ho pauraho paura; andiamo via.

Ilpadre intanto esaminava da vicino l'abito dell'annegatolo toccava esentenziava: - Bel fustagno! Dev'essergli costato caro.

M'erocacciato innanzi tra la folla. Il vecchio del Ponte dei Re fissavagli occhi nel mio voltosinistriminacciosi. Sentivo in quellosguardo immobile un supremo rimprovero. Alle orecchie mi ronzava unsoffio da tombache diceva: - Tu mi hai lasciato morire: siimaledetto. Tu potevi salvarmitu mi hai lasciato morire: siimaledetto. Tu avevi indovinato quel che io stavo per compieretu mihai lasciato morire: sii maledetto.

Ilsoffitto della stanza mi crollava sul capo; la folla mi stritolava.Credevo di essere nell'infernoin mezzo ai diavoligiudicato dallavoce cavernosa e dagli occhi implacabili di un cadavere grigio.

Entròun contadinoche avevo visto a Idro. Guardando l'annegatoesclamò:

-Povero vecchiole voleva tanto bene! Due giorni soli ha potutovivere dopo morta la sua Teresa!

 

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Miposero a letto con una febbre da cavallo. Le impressioni di quellamattinale fatiche della sera precedentei rimorsiprodussero illoro effetto: avevo delle allucinazioni spaventose. Gli occhiinfiammati mi dolevano assai. Il mio buon sindaco veniva a visitarmidue volte al giornoe mi stava accanto delle lunghe oreporgendomiegli stesso le medicine e raccontandomi pianoquando gli sembravo unpo' quietoqualche storiellache non mi faceva sorridere.

D'allorain poi la febbre s'è mitigatamaad onta del chininononm'ha voluto lasciare. I medici dicono che è di quelleperiodichele quali si pigliano facilmente con l'umidità econ gli strapazzi. Io la sopporto in pace; ma non posso tollerare innessun modo questa maledetta macchia negli occhi. Appena uscito daivaneggiamentime la son vista dinanzie continuo a vederlacome viho descrittoostinataabbominevole...

Eccoanche in questo momento uno spettro scialbo e confuso mi balla dicontroecco che insudicia il foglio bianco.

Ilsole è già tramontatoe la scrivania rimane in unapenombrache mi basta a gettare sulla carta in furia queste parolema che non mi lascerebbe rileggerle. Volevo finire prima di accendereil lumee la macchia si giova della mezza oscurità perlacerarmi il cervello...

Lamacchia crescela macchia - cosa nuova! - prende una forma d'uomo Lespuntano le bracciale spuntano le gambele nasce il capo. Èil mio vecchioil mio terribile vecchio!

Partostasera; vi consegnerò io stesso domani questo manoscritto. Oguarisco o mi strappo gli occhi.

 

Ilcollare di Budda

Gioacchinoaveva certo qualcosa nella fantasiache gli dava fastidio. Simetteva a sederepiantando i gomiti sulla tavola e posando le guancescarne sulle mani stecchitee abbassava le palpebre come se volessemeditare lungamente su qualche grave sciagura; madopo un minutobalzava in piediandava allo specchio appannato e piccolo che eraposto sul cassettonecontemplava la sua triste imagine con losguardo stralunatoe vedendosi più giallo del solito (nonaveva chiuso occhio in tutta la notte) sentiva un brivido scorrerglidalla testa ai piedi. Allora si tastava il polso e gli pareva di averla febbre.

Lafinestra era spalancatamabenché non fossero ancora lesette della mattinafaceva un caldo d'inferno. Il sole di lugliodardeggiava una luce spietatacheseguendo in quel momento ladirezione della stradicciuola larga un metro o poco piùandava a battere sul lastricodiventato una striscia di fuocobianco; sicchéquando l'inquieto giovine s'affacciòalla finestragli parve di accecare. A poco a pocoassuefattosialla lucefermò lo sguardo all'estremità della callesul ponte storto e su quel caro verde dei rii venezianiche riposala vista. Gioacchino trovò infatti un istante di requie nelbel colore di smeraldo oscillante.

Giùnella calleall'ombra di una tenda rossa a rappezzistava sedutoZaccarianella bottega del quale si vedeva un paio di scarpe rotteesposte accanto ad un bacile lustro di rametutto figure a sbalzosimile ai piatti enormi che brillano nel negozio ambulante di Zamariadalle fritole; accanto ad un paio di calzoni rattoppati e ad unospiedo arrugginito stava una spada ad elsa dorataereditàd'un consigliere aulico dell'Austriaed una tabacchiera con certiamorini allegriminiati un secolo fa da un pittore francese.

Gioacchinodal suo quarto piano chiamò: - Zaccaria -. Zaccaria alzòle due punte della barba grigia. Il giovine gli chiese con vocerauca: - C'è stato nessuno? - L'altro si contentò distringersi nelle spallee tornò a guardare per terra.

Ilgiovinerientrato nella penombra della sua cameras'era messo aguardare una specie di pesante monile di metallo biancolargoquattro ditasul quale stavano incise in carattere gotico le trelettere F. A. Q. e con una pezzuola lo andava ripulendo. Gli venneuna ideache lo rallegrò: la collana poteva essere d'argento.Si vestì in fretta. Il golettoi polsini posticcibianchi dibucatoerano appiccati ad una camicia un po' sudicia; ma il vestitonero pareva nuovo e fatto apposta per il corpo allampanato del nostroGioacchino. Solo i calzoni leggeri lasciavano sconciamenteintravvedereappena sotto alle ginocchiale trombe degli stivali.Certo quegli stivaliereditati da uno zioerano larghi per le gambemagree nei calori dell'estate dovevano dare gran noia. InsommaGioacchino uscì tenendo in mano il monilee a cento passidalla sua casa entrò in una botteguccia piccolabassacheaveva nella vetrina qualche orologio d'ottonequalche enorme cipollad'argentocinque o sei catenelle d'acciaio e alcune paia diorecchini d'oro sospetto.

Mettendoil piede sulla soglia non ci vide più nulla: bujo pesto. Ma unpo' alla volta cominciò a distinguere le cose. In un angolodove entrava un tantino di luce di riflesso pallidastava un vecchiocon gli occhiali sul nasoche guardavaattraverso ad una lentegrossissimala carcassa di un orologio sconquassato.

-Ohsignor Gioacchino! È un pezzo che non la si vede. C'èqualcosa da comprare?

-Noho bisogno di un favore.

-Eccomi prontopurché non sieno denari. Potrebbero strapparmisette denticome per cavar soldi fece a un ebreo quel red'Inghilterrae all'ottavo non troverei una lira. È vero chenon ne ho sette tra tutte due le mascelle; e d'altra parte leisignor Gioacchinon'ha tanti da prestarne a tuttie denti equattrini. In che cosa posso servirla?

-Veda questa roba.

Ilvecchio diede un'occhiata all'oggetto di metalloe disse tosto: - Èargentoargento massiccio e puro.

-Quanto potrebbe valere?

-Lo vuol vendere?

-Noglie l'ho detto.

-Allora pesiamo. Trenta lirepiuttosto meno che più. L'hatrovatoquesto collare?

-Sì.

Pensavobene io che non fosse il collare d'un suo cane. I cani - e guardavasardonicamente agli spropositati stivaloni del giovinotto - i cani lepiacciono pocomi parecome alla buon'anima di suo zio.

Mentrel'orefice e orologiaioridendo a squassiborbottava queste ultimeparolepassava un monelloche gridava con voce argentina: -L'"Adriatico"l'"Adriatico"col gran fattoaccaduto...

Gioacchinodisse un grazie rapido al vecchioe corse dietro al monello percomperare il giornalepoi se lo portò su in camerasalendo atre a tre gli scalini alti delle branche strettissime. Cercòalla fine della terza paginae trovò in carattere grossol'avvisoche tutti i fogli del giorno innanzi avevano giàpubblicato: "Chi avesse smarrito un collare da cane con treinizialila prima delle quali Fè pregato di recarsi aricuperarlo il più presto possibile alla bottega portantel'insegna dello Scudo d'oroin calle della Forcanumero 512. Ilcollare verrà consegnato sulla indicazione delle altre dueletteresenza esigere nessuna mancia". V'erano tre o quattroerrori tipografici; mainsommail testo appariva chiaro.

Suonaronole otto. Il giovine tornò ad uscire in gran frettaspinseforte l'uscio due o tre volte per essere ben certo che fosse serratoepassando vicino alla bottega dello Scudo d'orodisse a Zaccariail quale stava ancora seduto sotto la tenda rossa:

-Siamo intesi: se viene qualcuno a chiedere il collaremandatelo alcassiere della Banca di Sicurtà commerciale. Va bene?

-Ho capitoho capito. Me la ricantò ieri cento volte la solfa.

-Dunque mi fido.

EZaccarianell'ombra della calletta angustadove il sole non battevapiùmormorò tra i dentisbirciando Gioacchinochesaliva il ponte quasi di corsa: - È curiosa! Che smania direstituire la roba gli è venuta d'un tratto. Anche questa s'hada vedere! - Gioacchino dal canto suo pensava: - È d'argentocorreranno a pigliarlo.

 

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Bisognasapere che Gioacchino non era punto avaro; ma l'antiquario delloScudo d'oro non aveva torto: quella smania riesciva stravagante. Ilgiovinecome vedremospendeva tutto quello che guadagnava. La suacamera non si poteva dir sudiciabenché la moglie borbottonadi Zaccaria non togliesse la polvere dal cassettonedallo specchiodalle quattro scrannedalla poltrona zoppa e dalla tavola tarlata senon una volta ogni due settimane. Codesti mobili erano assolutaproprietà di Gioacchinoil quale pagava cinque lire al mesela stanza vuotae dava mensualmente per il servizio della degnasposa di Zaccaria una lira: molto più di quello che simeritasse. Ora mettiamo il mangiareil vestirei divertimentiegiungeremo alle tre lire al giornoné più némeno. Gioacchino aveva ereditato dallo zioun sant'uomocentomilalire o giù di lìe gli affari della cassa alla Bancadi Sicurtà gli avevano dato nell'ultimo bilancio un fruttonetto di diecimila lireche doveva crescere del doppio l'annoseguente; ma questo non era guadagno proprio suoera guadagno deldenaro suo: bisogna distinguere. Gioacchinofra le altre virtùaveva quella della modestia: valutava poco l'opera propria; e illavoro di tredici oredalle otto della mattina alle sei e dalle ottodella sera alle undicigli era sembratodopo molti e profondicalcolidegno di tre lire al giorno soltanto. L'entrata dunque el'uscita si pareggiavano. Anzidi quando in quando gli veniva ilsospetto di essere un cervello sventato; e allora resecava un po'sulle spesesicché del proprio guadagno effettivo aveva messoda parte un centinaio di lirepiù qualche centesimodestinate in casi straordinarii a certi matti dispendii. Non èmale che un giovine previdente si prepari così un fondo dicassa disponibile agli ultimi estremi per una qualche pazzia.

Ilmomento della pazziauna vera ed improvvisa pazziaera venuto.Sulle donne Gioacchino aveva delle idee molto sentimentali. Non glipiacevano quelle che si fanno pagare; ma dall'altra parte a quelleche non si fanno pagare non sembra che Gioacchino piacesse troppo.Con le ragazze ci sono gl'impegni e spesso le noie de' fratelli o delpadre; quanto alle donne maritatela moralità sua lo salvavadal pensarvie anche un poco la paura dei mariti bisbetici. Cosìdunque il nostro giovinecon la sua faccia d'un pallore giallastrogli occhietti bigile labbra grosse violaceeil pizzo radoleguance infossatela testa quasi pelatamagro come uno stecchinoviveva in una castità molto impaziente.

Unaseraalle sei e mezzoin Merceria di San Salvatorementre uscivadalla sua Cassaecco si imbatte in una fanciulla ammirabile. Altasnellacon certi occhioni neri da far venire la pelle d'ocae icapelli corvinie la carnagione (si vedeva un poco più giùdel collo) d'un bruno caldoinfiammatoche sembrava un riflessod'incendio. Gioacchino sentì nel cuore un gran colpoefattidue passivoltò la testa. In quel punto voltava il capo anchela bella giovanesaettando con gli occhioni neri.

Gioacchinoincertotremantequando la ragazza fu lontana ebbe il coraggio diseguirla.

Allasvolta di una calle od alla discesa di un pontese la perdeva divistaaffrettava il passocorreva; poiscopertalasi fermava dibottoe s'ella stava un minuto a guardare dinanzi alla mostra d'unabottegaegli andava a rifugiarsi vergognosamente in un sottoporticobuio. Si studiava di camminare come se non fosse fatto suofischiettandoguardando in aria. Passava dalla paura all'ardire: treo quattro volte gli venne l'impeto di accostarsi alla fanciulla;faceva due passie l'animo gli mancava. Così passarono da SanBartolomeopoi dal ponte dell'Oliopoi dalla salizzada di SanGiovanni Grisostomoe finalmente dal campo de' Santi Apostolidovela fanciulla incontrò una vecchia vestita di nerocon ilcappellino a fiori color di rosa.

Ilsolesplendente ancora nella vasta piazzabruciava. Svoltatol'angolo della calle del Pistornel ramo delle Zottein fondo alquale si vedeva brillare il verde dell'acqua e passare il felse diuna gondola nerala fanciulla e la vecchia sparirono.

Perfarla brevecinque giorni dopola vecchia piccolagrassagrinzosadal cappellino ornato di roseaveva già coninfinite astuzie cavato quaranta lire dal salvadanaio disponibile delnostro giovine cauto.

Ireneera propriamente la Dea della seduzione. Quando stava ritta il suomento ovale soverchiava in altezza il cocuzzolo mezzo pelato diGioacchinoma si piegava con tanta grazia! Nello slanciarsinell'incurvarsinell'ondeggiare aveva della pantera; aveva delserpente nell'attorcigliarsinell'aggomitolarsinello strisciare. Epoi era tanto allegra. Il suo labbro superiore rimaneva naturalmentealzatomassime alle estremità in una curva adorabilechefaceva pensare a non so che di caninoe che lasciava sempre vedere identi bianchissimi. Gl'incisivi dovevano essere arrotati come lame dicoltelloed i canini erano certo puntuti come pugnali. Il riso lestava tanto bene: gli occhi scintillavano e mandava un fremito digaiezzache pareva selvaggio.

Gioacchinoaveva perso la testa. Andava in calle delle Zotte subito dopo ildesinare e vi restava fino alle sette e tre quartil'ora di tornarealla Cassa. Vi sarebbe andato anche di giorno se avesse potutoscapparenon foss'altro per dieci minutidalla Banca di Sicurtà;vi sarebbe tornato la sera tardise la fanciulla e la vecchia mammanon glielo avessero proibitodicendo che andavano sempre a dormireinnanzi i pollie che non intendevano mettere a repentaglio nelvicinato il loro nome di donne oneste. Fatto sta che il settimogiornoa contare dal primo incontrola vecchia strappò algiovinotto ancora trentacinque lire. Ma Irene gli voleva tanto benegli si buttava addosso con tanto furoreche era un incanto! Avevaanzi il caro costume di morsecchiare; e Gioacchinola seraspogliandosiguardava con infinita compiacenza le lividure delleproprie carni.

Undopo pranzo (si conoscevano da nove giorni) la fanciulla era piùgaia e Gioacchino anche più acceso del solito.

Irenegridò improvvisamente:

-Voglio mostrarti d'un colpo tutto quanto il mio amore - e si avventòcontro di lui eafferrandolo per le spallelo giròe sottoalla nuca gli diede un gran morso con que' suoi denti taglienti epuntuti.

-Sanguesangue! - ripeteva sghignazzando.

EGioacchinobenché gli facesse un poco malee sopra tutto glirincrescesse che il goletto e la cravatta avessero ad imbrattarsirideva anche lui con quella sua faccia sparuta e squallidae siasciugava la ferita con la pezzuola.

Eranoquasi le otto. Uscì felicetoccandosi a brevi intervalli colfazzoletto la nucadove le gocce di sangue si rinnovavano ad ognitratto; mapoiché il sangue non voleva stagnareentròin una farmacia a farsi mettere sulla ferita un pezzetto di cerottogiallo. Di notte sentì un pizzicoreche lo tenne svegliato.

Lasera seguente Gioacchino spasimava d'amorebenché durante lagiornata si fosse sentito in tutte le membra una spossatezzagrandissima. All'ora consueta la vecchia lo aspettava sulla porta distrada. Quando Gioacchino la vide bisbigliò: - Ci siamo! - Lavecchia infatti lo tirò nella cucinadove due pentoleuncandelottocinque o sei tondi e qualche posata arrugginita ornavanola credenza. Principiò le lamentazioni. Irene non ne sapevanullapoveretta! ma certi impegni urgentissimigli ultimi creditoriimpertinenti da far tacere; bastavano trenta lire; era tanto buonotanto gentile; non l'avrebbe seccato mai piùlo giurava sullaimmagine di Santa Brigida. Gioacchino teneva duro. Allora la vecchiapiantandosi le mani ai fianchismessa la studiata dolcezza del voltogrinzoso e la mellifluità della voce fessacontinuòringhiando. Irene dipendeva da lei; non c'è amore che tenga;gli avrebbe dato un calcio da quella partee poi chiusa la porta infaccia in saecula saeculorumuna bella faccia davvero! Se volevacontinuare a veder la ragazza doveva contribuire anche lui alle spesedi casa; e poi una ragazza tutta per luicosì puracosìinnocente; infine si trattava di poche lire; era una spilorceriaunasordidezza; o con chi credeva di aver da fare? le persone si devonoapprezzare per quel che meritanoe lei e la figliuola volevanoessere tenute in conto di donne dabbene; l'aveva intesa sì ono?

Gioacchinodiede le ultime venticinque lire. Oramai dei risparmi sull'onorarioche aveva concesso a sé medesimogli restava qualche miserosoldo; ma il giovine si sentiva tanti bollori addossochel'intaccare all'occorrenza d'un altro centinaio di lire le ventimilache il suo danaro doveva in quell'anno fruttarglinon gli apparivala cosa più atroce di questa terra mortale.

Irenestava sdraiata sull'ottomana. Faceva un caldo grave umidosoffocante. Era vestita d'una sottana piuttosto corta e d'uncasacchinodal quale s'erano strappati quasi tutti i bottoni.Gioacchinovedendolasi rasserenò: i suoi occhietti sispalancaronoil viso smorto pigliò un bel colore rosato.Bisbigliò nell'orecchio della fanciulla la eterna parola:

-Mi vuoi bene?

L'altrarispose a voce altaridendo:

-T'adoro.

-Ami me solo? Pensi sempre a me? Iovedidarei tutto il mio sangueper la mia cara Irene.

Ele rimproverò dolcemente il morso della sera innanzidicendole che ancora la nuca gli pizzicava forte.

Avevamesso il capo sulle ginocchia di lei.

Immersoin una specie di sopore beatoguardavasenza pensarealla polveredensache da più mesi non era stata disturbata sotto ai pochimobili sconquassatialle sporcizie del pavimentodelle quali sisarebbe scandalezzata persino la degna sposa di Zaccariaed alletendine delle finestre rabescate di lordura. Dal canale quasiasciutto saliva un fetore acre. Qualcosa di bianchicciodi lustrodietro ad una delle gambette storte dell'armadiofermò losguardo di Gioacchino.

-Guardache cosa c'è lì sotto? - chiese ad Ireneesenz'aspettar la risposta andò a pigliare l'oggetto. Era uncollare col suo fermaglio e le tre lettere F. A. Q.

Lafaccia di Gioacchino diventò livida.

-Un canec'è stato un cane in questa casa. Rispondi.

Ireneridevamostrando i denti.

-C'è stato un cane e ha perduto il collare? Quando?

-Ieri mattina.

-Ieri?

-Sìieri; - e la donna ci pensò un attimopoisoggiunse:

-Entrò dall'uscio della scalache la mamma con questi calditiene sempre aperto. Ma io non ho paura dei cani. Anzi guarda - emostrò alla polpa della gamba destra due ferite vicinelungheparallelenon ancora rimarginate.

-È stato il cane? - gridò Gioacchino con gli occhi fuoridalla testa.

-Sìil cane. Non me ne rammentavo quasi più.

-E non hai fatto bruciare la piaga?

-Fossi matta! Perché mi restasse il segno tutta la vita.

-E il cane dov'è?

-Lo so io! Non l'avevo mai visto. È scappatoe buon viaggio.

-Scappato subito?

-Subitoe tanto in furia che pareva arrabbiato.

-Arrabbiatoarrabbiato! - e si toccava la morsicatura della nucacheda un minuto gli bruciava la carne come un tizzone ardente. Mise intasca il collare e scappòprecipitando giù dallescalecorrendo nelle callisui pontilungo le fondamentadandodegli spintoni a tutti quelli che incontravafinché giunseall'Ospedale maggioredove chiese del chirurgo di guardia. Volevafarsi medicare col ferro e col fuoco; ma il chirurgo disse che non sipoteva tentare più nullagiacché la piaga era bell'ecicatrizzata. Del restosaputo il casoaffermòdottrinariamente che la rabbia non si trasfonde da uomo ad uomoeccitò Gioacchino a dormire quindi i suoi sonni tranquilliegli voltò le spalle.

Gioacchinopensava: - Menzognainganno pietoso. Voglio sapere la veritàad ogni costo - e nel correre verso casapassando innanzi allaFarmacia di Santa Foscadi cui conosceva il principalevi entròdifilato. Giunto al banco starnutò. L'aria impregnata degliodori di droghedi oliidi mantecche e di elettuariiglipunzecchiava le papille del naso.

LaFarmacia di Santa Fosca è celebre. Delle sue pillolemiracolose si occupò più volte niente meno che il GranConsiglio della Repubblica di Venezia. La salapiuttosto vastaappare molto solenne; un restoperfettamente conservatodell'artebarocca: grandi armadii tutt'intorno in legno massiccioa pilastria cornicionia timpanicon riquadri arzigogolati e volute gobbe;sulla porta di mezzoin faccia all'ingressoil busto di un vecchiosapientein atto di consultare un librone enorme di farmacopea;sulla porta a destra il busto d'un giovineche tiene una stortaesulla porta a sinistra quello di un altro giovineche pesta nelmortaio; all'alto dei frontespizii certe figure allegoriche di donnesdraiate e dorate; qua e là delfini e caducei.

Ilsoppalco a travi regolaridipinti in fiorami giallinon ha unaragnatela; nelle scansie i vetri di maiolicabianchi con gli ornatidi fogliami celesti e le iscrizioni a lettere gotiche nerei piùgrossi e panciuti nel palchetto più altoin mezzo i mezzani esotto i piccolistanno schierati l'uno accanto all'altro con unaregolaritàdove s'indovina la mano avvezza agli scrupolid'oncia.

Sela discorrevano insieme nella stanza vicinaintorno alla tavolatondaquattro medicimentredietro al bancolo speziale attendevaa pesare e ad incartare non si sa quali polveri bianche.

Gioacchinovergognandosi di parlare di séprincipiò a narrareallo speziale il caso di un amico suoche era stato morsicato da unadonnala quale alla sua volta era stata morsicata da un caneprobabilmente rabbioso. Nell'andare innanziinfervoratosi neiparticolari della storiaalzò a poco a poco la vocesicchéi medicidall'uscio apertosi posero ad ascoltare. Il punto sulquale Gioacchino voleva essere illuminato era questo: - L'idrofobiasi può trasmettere dall'uomo all'uomo? - Il farmacista nonsapeva che cosa rispondere; ma intanto entrò una vecchietta achiedere tre once di olio di ricinoe il farmacistaconducendoGioacchino nella stanza attiguaespose ai medici la domanda di luimentre la vecchietta gli tirava la falda dell'abito perché sisbrigasse a darle quel purganteil quale doveva servire a guarirdalla colica la sua nuoraun bel pezzo di giovinottache avevamangiatoessendo giorno di magroun subisso di baccalà.

Iquattro medicii quali stavano aspettando invano di essere chiamatida qualche clientee intanto non sapevano come ingannare il tempogiudicarono la quistione bellama molto intricata. Unoil piùvecchiosi rammentava di avere letto nello "Sperimentale"di un caso d'idrofobia comunicata ad un fanciullo dalla morsicaturadi una ragazzainnanzi che le si manifestasse la rabbia. Gioacchinoallibì. Vero è che la notizia fu poi smentita nellostesso periodico. Gioacchino respirò.

Frattantoil secondo dottoresbarbatocon i capelli biondi e lunghi e gliocchiali sul nasoera andato a frugare nella libreriache pigliavatre lati della stanza (la più ricca libreria delle farmacie diVenezia) e ne aveva cavato il fascicolo del giugno 1880 del "Giornaleinternazionale delle scienze mediche". Interrompendo senz'altroi discorsi dei colleghi si mise a leggere lentamentegravemente allapagina 488 questo articoletto: "Sulla trasmissibilitàdella Rabbia"pel dottor Raynaud. Fino ad ora si teneva perindiscutibile che l'uomo rabido non sia atto a trasmettere ad altrila malattia; oggi pare che tale questione sia entrata in una fasetutt'altro che rassicurante. Da alcune esperienze è lecitodedurre che il virus rabido dell'uomo è contagioso.L'inoculazione fatta nei conigli della saliva o del detrito dellaglandula salivale di un uomo affetto da rabbiaper morso riportatoda animale sospettodiede luogo ai sintomi rabidiindi alla morte.Da ciò si deduce la trasmissione della rabbia non solodall'uomo agli animalima eziandio da uomo ad uomo; eciòammessosi comprende come bisogna guardarsi con scrupolosaattenzione così dai morsi degli infermi affetti da rabbiacome anche dalla loro saliva e dagli oggetti che ne fosseroimbrattatispecialmente nel caso che nelle mani esista qualchetaglio o scalfittura o piaga".

Gioacchinoera diventato verde e immobile come un cadavere: soltanto le suelabbra tremavano; ma i mediciincaloriti nella questionenon glibadavano affatto.

Unodi essiil più giovane de' quattropiccolettogobbettotutto malizia negli occhi e nella boccaosservò: - L'articolonon vuol dir nulla. Gli uominiè verosomigliano ai coniglinell'animoma non si possono confondere con i conigli nel fisico. Ioin questa materia la so lungapur troppo! La mia tesi di laurea ebbea tema l'idrofobia: ho dovuto consultare un monte di librie sonostato aiutato dal professore Lussanache ha compiuto delle belleesperienze. Vi ricordate certo di quel povero dottore Agostino Marinmedico condotto di Cervarese Santa Crocetanto buonotanto amato datuttiil qualemorsicato da un canesentendosi dopo tre mesi iprimi sintomi dell'idrofobiamontò in carrettella eguidandoda sési recò all'Ospedale di Padovadove al medicodi guardia disse quietamente: - Vengo a finire quiper non funestarecon l'orrendo spettacolo della mia morte la mia moglie ed i mieifigliuoliche amo tanto -. Morì in fatti qualche giornoappresso; e il Lussanaavendo avuto un poco di sangue di queldisgraziatolo iniettò nella vena femorale di due cani. Unode' cani poco dopo morìl'altro fu ucciso: era statacomunicata a tutti e due la così detta idrofobia lipemaniaca otaciturna.

Ilmedico biondo interruppe: - O dunquese ai conigli e ai canicon lasaliva e col sangue la rabbia si trasmetteperché non s'ha atrasmettere all'uomo?

-Caro dottoreo perché i cavallii ciuchi ed i buoi vannosoggetti a malattie diverse da quelle della bestia umana? Non ci sonoforse dei veleni che accoppano certi dati animalinon facendo aglialtri né caldo né freddo? L'Hertwigx dichiara che soloil quinto degli uomini addentati direttamente da cani idrofobis'ammala; e il Giraudil Bezardil Parvisseil GauhierilVaughan...

-Bastaper carità! - gridò lo speziale dal suo banco.

-...Il Giraudil Babington praticarono l'innesto senza ottenere maiombra d'idrofobia. Nessuno dei coraggiosi dissettori chestudiando icadaveri di idrofobis'erano fatti alle mani o tagli o graffiatureebbe a soffrire nullasalvo unoparese si deve credere all'Andry.

-La conclusione è questa - notò il medico vecchio - chenon sappiamo nulla; ma non vorreilo confessoneanche a ricoprirmid'orosperimentare nella mia carne i denti di un uomo idrofobo.

Gioacchinoera caduto sopra una seggiola: tendeva l'orecchioma non respiravapiù. Si fece coraggioe chiesebalbettandoal medicogobbettoche gli stava accanto: - La rabbiascusinegli uomini enei cani si può sempre riconoscere dalle loro furiedagliululatidalla bavada qualche altro segno sicuro?

Ilnovello Esculapiolietissimo di poter sciorinare la sua sapienzarispose: - No. La rabbia non si manifesta con accessi di furoreanziè una malattiaa prima giuntadi apparenza benigna; ma finodal principio la saliva riesce virulentacioè contiene ilgerme inoculabile; ed il caneo anche l'uomosenza falloèallora più pericoloso per le carezze della sua linguache nonper la tendenza a mordere.

Lacopia della bava non appare un indizio costante: talvolta la golaresta umidatalvolta secca. In una varietà particolarechesi denomina rabbia mutala mascella inferiore si discosta assaidalla superioree si vede sino al fondo la gola nera. Sovente ilcane cammina con il passo vacillantecon la coda rilassatacon latesta china e gli occhi spalancati e la lingua pendente fuori dellaboccalungaazzurrastra. Alza il capo per morderee poi subitoripiglia il suo fatale cammino.

-E nei rimedii - chiese il medico vecchioil quale non aveva piùvoglia di tenere dietro ai progressi dubbiosi della sua scienza -dopo il vano tentativo del curarohanno inventato altro?

-La tracheotomia - rispose il gobbetto.

-La tracheotomia - brontolò con un soffio di voce Gioacchino. -Che cosa è?

-È un taglio lungo la trachea - e il medico mostrava la golapiù giù del colletto. - Il pathos eminensdell'idrofobia consiste in uno spasmo laringo-faringeo; non potendodunque respirare di susi spacca la gola e si respira piùsotto.

Gioacchinoinorridivama il medicosenza guardarlocontinuava: - Vero èche alla stretta dei conti si muore ugualmentestrozzatiepiletticifuriosicon la bava e il sangue alla boccaballandocome nel delirium tremens il più orribile e infernale deican-can.

Ildottore biondoquello con gli occhialimentre i colleghi suoiragionavanonon aveva fatto altro che togliere dalla libreria deivolumi e scartabellarli e ammonticchiarli sulla tavola. Sfogliandoneunodopo avere scorso una mezza paginasi pose a rideredicendo: -Sentiteamiciniente meno che l'Encyclopêdiequella delDiderot e del d'Alembertquella che ha illuminato il mondo. Eccol'articolo Rage. Rabbia dunque ce n'è di sette sorte: quattrohanno rimedio: per le altre v'ha un riparo soltanto: tuer le chienenragé. E delle medicine questa è amena: "Pigliateil peso di sei scudi di sugo d'assenzioil peso di due scudi dipolvere d'aloeil peso di due scudi di corno di cervo bruciatoduedramme di agarico e il peso di sei scudi di vino bianco: mêlezle tout ensembleet les faites avaler".

Quiscoppiò una lunga risata; ma il dottore biondo continuavaimperterrito: - Farmaco per impedire che la rabbia si manifesti:"Pigliate del latte di vacca appena muntomettetegli in fusionedella pimpinella selvaticae fatene bere tutte le mattine per novegiorni".

Lospezialemesso in curiosità dalle risa dei dottorieraandato ad ascoltare.

-Ha inteso? - disse a Gioacchino - basta bere per nove mattine illatte con la pimpinella.

Mail quarto medicoil quale non aveva mai aperto boccae pareva chesonnecchiassesi alzò epreso in disparte Gioacchinoglibisbigliò con molta solennità in un orecchio:

-Lasci sbraitare questi signori. Il fatto è questoche latrasmissione dell'idrofobia da uomo ad uomo è cosa oramaicertissima. Se dunque il cane era idrofobol'amico èspacciato. Il punto sta qui: sapere se il cane era idrofobo; epoiché i cani idrofobi non guariscono maisapere se il cane èvivo e sano.

Seil suo amico o lei o qualche conoscente avessero bisogno di unmedicoeccole il mio biglietto da visita.

Gioacchinouscì sbalorditomezzo tramortitobarcollando sulle magregambe.

Saperese il cane è vivo! Gioacchino si rammentò del collareche aveva in tasca. Gli venne una grande idea: corse la sera stessaagli uffici de' giornali che si pubblicano la mattinae la mattinaseguenteper tempoagli uffici de' giornali che si pubblicano lasera; e fece stampare l'avviso che conosciamo.

__ _

Loabbiamo lasciato che andava alla sua Cassadove giunse in ritardoruminando nel cervello cento storie terribili di cani arrabbiatid'uomini morti negli spasimi più tremendiquando meno sel'aspettavanomolte settimanemolti mesimolti anni dopomorsicati. Vivere in tante ambasce! meglio buttarsi subito nel canalecon una pietra al collo. E contava i biglietti di banca con lasicurezza meccanica della consuetudine lunga; e pensava intanto alsuo povero ziochevedendo un caneallibivasgattaiolava lungo imurisi rannicchiava ne' canti; al suo povero zioquel sant'uomochedopo avere mangiato pane e cipolle tutta la vitagli avevalasciato centomila lirefacendogli giurare solennemente di portaresempre gli stivali sino alle ginocchiapoiché i cani hannol'usanza di addentare alle polpe.

Sipresentò allo sportello della Cassa la testa unta di Zaccariae in atto di mistero disse:

-C'è quel signore.

-Chi?

-Quello del collare.

Gioacchinoscattòe gli passò sulla fronte un lampo di gioia. Ilproprietario del collare era un bel giovinottoalto e robustotenente di fanteria marinail qualedette le due lettere chel'avviso chiedeva e ringraziato il cassieredichiarò di volerpagarenon foss'altrole spese delle pubblicazioni; ma Gioacchinonon rispondeva. Guardava intornocercando il cane:

-E il cane dov'è?

-Il cane è scappato.

-Quando?

-Ier l'altro.

Gioacchinosi sentì gelareecome parlasse a sé medesimocon unaccento di strazio mortalebisbigliò:

-Il giorno in cui ha morsicato Irene!

-Appunto. È un cane mansueto come un agnello; ma non bisognatirargli le orecchie. Irene gliele tiròed egli dentro coidenti nelle polpe. Allora gliene diedi tante e tanteche scappògiù dalle scalee non l'ho più veduto. Ma torneràne son certo; mi capiterà tra i piedi o al caffèo inqualche casa dove ho per costume di andare. Non è la primavolta che mi fa questi scherzi.

-Era sano?

-Come un pescema con questi calori non si sa mai.

Gioacchinoalzando gli occhi e guardando il volto rotondo e gioviale deltenentechiese tremando:

-Ella conosce Irene?

L'altrosi mise a riderecome se volesse dire: e chi non la conosce?

-Scusici andò ier l'altro per caso?

-Sono tre mesi che ci vado tre o quattro volte la settimana e le hocondotto quasi tutti gli ufficiali del battaglione.

-Irene in calle delle Zottenumero 120quella ragazza che abita conla madre?

-Una bella madre davvero!

-Ma insommaIrene...?

-Non lo sapeva?

Allorasoltanto il bel giovine s'avvide che il disgraziato cassiere non sisentiva beneepoiché Gioacchino pregava di essere lasciatosoloil tenentesenza darsi la briga di capire codesto imbrogliose ne andò viaintendendosela con l'antiquario dello Scudod'oroperchéquando a quel matto del cassiere fossepiaciutogli portasse a casa il collare. Zaccaria s'inchinòtanto che toccò quasi il suolo con le due punte della barbagrigia.

-E mi costa cento lire! - ripeteva Gioacchinoementre contava idanari allo sportelloandava ripensando alla pietra da legarsi alcollo e al canale ove affogarsi. Poi esclamava: - Voglio vendicarmi;voglio uccidere la vecchia prima e la giovane poi -. E tremava dipaura.

Allesette di serasenza sapere quel che si facesseentrò nelchiassuolo delle Zotte. La porta era apertasalì e sulpianerottolo si fermò un istante: gli pareva di sentirsistrozzarenon poteva più inghiottir la salivaaveva ilgranchio alle maniil cuore con i suoi gran colpi voleva spezzargliil petto. - Ci siamo - pensò - mi restano poche ore di vita -.Mise il piede sulla soglia della camera d'Irene.

Irenesdraiata come al solito sull'ottomanascherzava con un cane.Gioacchino si voltò per fuggirema Irene gli gridò:

-Vienivieniguarda com'è grazioso.

Poiparlando al cane:

-Non mi morderai piùnon è vero?

Erail cane che Gioacchino cercavasanoallegrosaltellante.Gioacchinotrasformatocavò di tasca il collare e s'avvicinòalla bestiala qualesentendo l'odore della roba suasbalzòai piedi del giovinottoe ballandogli intorno abbaiava di gioia.Gioacchino affibbiò al cane il collarepoi con un ginocchio aterrasi pose ad accarezzare il suo pelo nerovellutatomorbido; eil cane s'avvoltolavae con la pancia all'aria dimenava le zampe.Irene rideva a crepapelle. A un tratto Gioacchino s'alzòdignitosamentee cercando di dare alla sua fisonomia squallidaa'suoi occhietti piccoli e spenti una espressione terribiledisse conla sua voce stridula:

-Signoravi lascio al tenente di fanteria marina ed al suobattaglione; vi lascio al padrone di questa bestia. So tuttotutto -e s'avviò risoluto all'uscio.

L'ilaritàdi Irene non ebbe più freno; si sganasciavaebattendo lemanigridava al cane:

-AcchiappaBuddaacchiappa il ladroacchiappalo - e incitava ilcane col gesto.

Buddaringhiandocorse giù per le scale dietro a Gioacchino; maquesti era stato più lesto e aveva chiuso la porta. La vecchiainfame gettò dalla finestra sul cappello del giovinementreuscivauna buccia di limone.

__ _

Ilnostro cassiere tornò alla sua vita di primaregolare emonotona; non s'attentò più di seguire nelle vie lebelle brune; si rimise a' risparmiie comperò un paio distivaloni nuoviper proteggere anche le ginocchia.

 

Santuario

1

Eral'ultimo giorno dell'announ anno pieno di malinconie e di fastidii.

Avevopagato il conto all'oste dei Tre Turchie m'ero acconciato nellacarrettellache doveva condurmi al Santuario: una salita disettecento metria dir poco. Il sole cadente picchiettava diombrette e di scintille il fango della stradail qualeschizzando adestra e a sinistrapareva borbottasse pettegolo contro le ruoteche ne disturbavano la quiete molle. Su quella mota nerastratormentata a lunghi intervalli dai pesanti carri delle ferrierevicinesi distendevano ampie striscie o s'alzavano grandi cumuli dinevechiazzata qua e là di brutte macchie di melma e bruna alparagone dei lenzuoli candidiche coprivano i campi ondeggiatidivisi da fossatellie i tetti dei casolari e delle villette sparsesulle alture. Di mano in mano che si andava in suil fangoscompariva per lasciare posto anche sulla strada alla nevesolcatada poche linee profonde; eun'ora prima di giungere al Santuarioidue cavallisbuffandosudandotendendo faticosamente i muscolicacciando le gambe nella neve fino alle ginocchiariuscivano amalapena a tirare il legnettodi cui le ruote si sprofondavano quasifino all'asse.

Latemperaturach'era stata assai miteessendosi fatta freddissimaprincipiavo a sentirmi i piedi gelati e le mani intirizzite. Battevoi denti quandoverso le setteal buiosi giunse nel primo cortiledell'ospizio. Le gradinate magnifiche erano scomparse; qualche pezzodi balaustrole cimasei vasi barocchinon si vedeva altro. Leimmense ali dell'edificio s'alzavano tetree gli archi aperti delvasto atrioin quella luce notturna della neveazzurrognola epallidissimasembravano l'ingresso d'un cimitero fantastico.

Ilvento cacciava sotto all'atrio un pulviscolo ghiacciatosottileturbinanteche si faceva strada fra il collo e la pistagna dellapellicciafra le maniche e i polsi. Un uomo mi venne incontro con lalanterna; e mentre io gli chiedevo del signor rettore dell'ospizioelo pregavo di condurmi subito al fuocoecco che s'avanza a un trattofra lui e me una testina bionda di donna: e le sue labbrasorridevanoma fissò gli occhi ne' miei con uno sguardo cosìaudace e lungo che io rimasi turbato. Quella sfacciataggine nons'accordava coi lineamenti soavi del voltoné coll'abitodella bella persona. Aveva il capo chiuso in una specie di cuffiabianca e il vestito di colore azzurro; un grembiule candido le siannodava alla vita sottile e contornava i fianchi e si alzava acoprire la curva del pettosulla quale scendevaappesa ad unafettuccia di velluto nerouna croce d'argento. Mentre io guardavo lastrana fanciulla dalla testa ai piediellaimmobileimpassibilecontinuava a fissarmi. In quello sguardo dritto e fiero c'eraqualcosa di tanto singolarech'ioche già tremavo dalfreddomi sentii rabbrividire.

Ilservonel vedere la donnanon si scomposema le disse dolcemente:- Signorapiglierà un raffreddore; venga con me - epregandomi di aspettarlo due minutila accompagnò lungo illato destro del portico.

Ellalo seguì sommessasenza voltare il capo. La lanterna cheadintervalli regolarispariva per un istante dietro alle colonne delleloggeallontanandosi e diventando sempre più smortas'andòa perdere in una vasta ombrache mi parve quella d'una chiesa. E misembrò che dall'ombra cupa uscisse un suono flebile e dolce.

Quandoil servo tornògli domandai:

-Cantano in chiesa?

-Le Figlie di Gesù pregano la Madonna.

-E pellegrini ce n'è?

-Neanche uno. Con questo tempo! bisognerebbe essere matti.

Volevochiedergli qualcosa della fanciulla bizzarrama mi trattenni. Ilbuon uomozoppicando un pocomi rischiarava i gradini delloscalone.

2

Lastanza del rettore era un paradisetto. Faceva caldo. Nel caminobrillava un gran fuocoe dinanzi ad esso un uomo lungo e stecchitouna specie di Don Chisciotte pretesi stava scaldando la schiena conle mani dietro. Appena mi vide entrareinnanzi di aprire la letterach'io gli presentavomi chiese se avessi famese avessi freddosefossi stancose volessi bere; e senz'attendere la rispostaandòalla credenza a cavarne una bottigliami fece sedere nella poltronaaccanto al fuocoe chiamò il servoordinandogli di prepararela cena. Bevetti il vermouthdue bicchierie il rettore volevafarmi bere il terzo a ogni costo. Lieto come una pasquami pigliavaper le manimi picchiava famigliarmente sulle ginocchiasorridevacon un certo ghigno bonario tutto cuoree diceva:

-Ci ho proprio gusto: mi rincresceva davvero di finire l'anno solocome un eremita. Sia benedetto il cielo: ho trovato un compagno.Pasqualeun'altra brancata di fascineun altro ceppo ben secco.Bada all'arrostoche non s'abbrustolisca troppo.

Eandava su e giù per la stanza con le sue gambe interminabilifacendo svolazzare la veste; poi si tornava a piantare ritto innanzial caminoe allora l'ombra oscillante de' suoi stinchiproiettatadalla fiammasi distendeva sul pavimentoe il torso si sbatacchiavasulla parete oppostae il collo e il capo tracciavano la loro formaallungata sul soffittosicché la figura nera apparivaspezzata in tre latie si muoveva ora di qua ora di làcomeun pulcinella di legno dislogato da un ragazzo impaziente.

Allafine il rettore lesse la lettera di presentazionee gli Oh! e gliAh! non terminavano più.

-Ohahil figliuolo del mio caro Gigi! È proprio lei? Sa cheda trent'anni... che cosa dico? da quarant'anni... sicurofu nel...non mi rammento bene... ma in somma sono passati quarant'anni almenodacché vidi per l'ultima volta il mio buon Gigi. E non sapevoche avesse preso moglieed ignoravo che avesse un rampollo cosìgrande e grossoscusicome lei. È succeduto quel che succedesempre quando ci si vuol bene davvero: non ci si scrive mai. Malocredapensavo sempre all'amico del Liceo e del Ginnasioe chiedevoa me stesso: Gigi sarà vivosarà sano? Egli ignoraforse ch'io sono canonicoed io ignoro... A propositoa cheprofessione s'è mai dato suo padre? Mi pareva che avesse pocavoglia di sgobbare a quei tempi. E dove s'è piantato? AVenezia? Ho sempre avuto un gran prurito di andarci; ma poiseminarionoviziatocanonicatorettoratoil diavolo che mi... Elei da qual parte del mondo mi capita qua? Oh! Ah! Vedi bel caso.Benebenonearcibenissimo. Pasqualeun'altra brancata di fascinee la cena prestoe il Grignolino del 1870intendi bene?

Nonpareva una cena da mille metri sul livello del marené daSiberia. Si mangiavasi beveva allegramente.

-Pasqualeun'altra bottiglia. Il Barbera del 1860.

-Grazieho bevuto abbastanza.

-Viavial'ultima sera dell'anno! E per il figliuolo del mio piùvecchio amico! E sta bene Gigi? Sarà diventato grassomifiguroe grigio.

Portala barba intiera o il pizzo o i soli baffi o ha la faccia pelata comeme? Quarant'anni fa era una buona pelle quando ci si metteva. Unacerta servottala Santina: aveva le mani e le guance rossee icapelli crespi. Una sera... Dio me lo perdoni...

Esi turava con le due mani la bocca enormee sghignazzava. Il nasolungo e aduncogli occhi piccoli e biancastriil mento aguzzo esporgentela fronte schiacciata e bassatutto era in moto in quelvoltosu quel collo interminabilesu quella interminabile personascarnita; e dimenava le braccia come un mulino a vento.

-PasqualePasqualeuna bottiglia di Barolodi quello che SuaEminenza bevette l'ultima voltama bada di non sbagliaredel piùvecchioc'è scritto l'anno 1850e non iscuotere labottigliaportala adagio adagio come se fosse una reliquia.

-Grazienon possoho bevuto troppo.

-L'ultimo dì dell'annomi canzona! E com'è stata ch'èvenuto qui a passare l'ultima notte?

-Ero ai Tre Turchi...

Pasqualeannunziò una deputazione. La deputazione si componeva di unsolo vecchietto bianco e curvochein nome dei cinque o seisacerdotii quali vivono rannicchiati nelle loro camerettedell'ospizio anche gli eterni mesi dell'invernoera venuto adaugurare il buon anno al signor rettore. Borbottata con impaccioinfantile qualche parolail pretucolo se ne andò viaspaurito del suo gaio e inquietissimo superioredel forestieronuovoe forse degli avanzi della cena sardanapalesca.

-Ero ai Tre Turchi da due giorni per certi affari urgenti di miopadreun fallimento improvviso; e dovendo partire domani sera...

Pasqualeannunziò un'altra deputazione. Entrarono due donne. L'una siavanzò placidamente verso il rettoreche prese un aspettocompuntoabbassando gli occhi e giungendo le mani all'altezza delpetto; l'altra rimase all'uscio e mi piantò gli occhi addosso.Era la fanciulla biondache avevo vista nell'atrio. A un tratto sistaccò dalla sogliae con tre o quattro passi leggeri e lentimi venne accanto; e sempre mi guardava fissocome se volessefrugarmi dentro nell'anima o ricercare un segreto nelle mie viscereprofonde. Sentivo sulla mia faccia il suo alito. La sua compagnacheaveva finito il proprio discorsettola chiamò due volteealla finepresala dolcemente per un bracciola condusse fuori. Iorestai sopraffatto da un senso arcanoche somigliava alla paura.

Ancheil rettore era rimasto un poco sopra pensiero. Ci sedemmo al fuoco.Desideravo sapere qualcosa della ragazza bionda; ma il canonicorientrato già nel torrente de' suoi ricordi giovanilinonlasciava posto a intromettervi una parolae s'io tentavo di opporreun intoppo alla sua straripante eloquenzaegli lo spazzava via senzaneanche darsene per inteso. A un certo puntogiovandomi astutamentedi una pausadissi:

-Reverendomi cavi una curiosità. Chi è mai quellafanciulla biondach'è venuta dianzi?

Ilprete alzò lo sguardo al soffitto.

-Ha certi occhiche attraggono e che spaventano. È una suora?

-Fece segno di noe tacque.

-L'ho vista nell'atrio solain mezzo alla neve. È qui da unpezzo?

-Da tre settimane. Ci vorrebbe un miracoloe lo invoco con tutta laforza dell'anima mia.

Ecominciò allora a parlare dei miracoli della immagine santa.L'estate scorsamentre c'erano al Santuario quattromila personeuncontadino ricuperò la favellaperduta da quindici anni; unfalegname paralitico si rizzò in piedilesto come un daino;una donnala quale s'era fratturata una gambain due giorni guarì.Dai prodigi contemporanei risalì via via agli antichissimienel discorrerne assumeva una espressione ispiratatanta era laschietta fede che traluceva da quegli occhi piccini. Ma interruppe lalitania per dire:

-Già si saellacaro signor mioè un poco incredulo.Debolezza dei tempi! Nella mia gioventù anch'io avevocome ilbuon Gigiil cervello storto; ma s'ella rimanesse alcuni mesi suquesto montein mezzo alle nubiaccanto alla effigie dipinta da sanLucae fosse testimonio delle effusioni di mille e milledisgraziatiche dalle vallidai paesi lontani salgono a piedi ainvocare l'aiuto del cieloe vedesse le lagrime e udisse i sospirie notasse poi la espressione giuliva dei loro volti; s'ella sapessele consolazionile santificazioni segretee come la federammollisce il macignopurifica le lordurerialza e nobilital'abbiezione più vileellastupito dai miracoli operati suicuoricrederebbe agevolmente agli altri materiali ed esterni.Salvare un'anima è cosa mille volte più ardua cheracconciare una gamba o ridare il moto ai nervi e ai muscoli dimembra intorpidite. Vedesse i voti di cui è piena la chiesa!Se non fosse questo freddovorrei condurvela subito.

-Magari!

-Andiamo dunque.

3

Migettai la pelliccia sulle spalleed uscii dalla stanza col rettoreil quale correva innanzi sveltosenza neanche aspettare che il servogli facesse lume. S'andò in fondo alla loggia lunghissimaepoi si scese da una scaletta a chiocciolarispondente allasagrestia. Il prete andò a prendere in un angolo un grossoceroe lo accese alla lanterna di Pasquale. Qua e là nellecappelle luccicavano i lumini delle lampade. Il tempio era desertoil silenzio sepolcrale. Innanzi alla immagine del Tabernacolo solenneardevano due candele; ma la figura non si vedeva affattosoloscintillavano su di essa le pietre preziose e brillavano gli oripostis'indovinavain forma di diademadi pendentidi monilidispillonidi catenelledi braccialettie ammonticchiati alla base.Poiché il rettore ebbe dettoin tre minuti al piùfervorosissimamentele sue giaculatoriesi principiò infretta la visita dei voti: quadri grandimezzani e piccoliinnumerevolinei quali appena si distinguevano al fioco lume lepietose istorie di bimbi malati in cunadi operai precipitati daltettodi viandanti assassinatidi carrozze rovesciatedi casefulminatedi navi naufragatedi terribili massacri in battaglia;cuori d'argento con la loro fiamma; coronecrocigruccestampelle;ghirlande e mazzi di fiori artificiali; nastri di seta con frangeinargentate; bambole e altri ninnoli da ragazzi: in sommaunafarragine di robache copriva dall'alto al basso le pareti dellenavi e del presbiteriole facce dei pilastri e i fusti dellecolonne.

Ilventosoffiandoscuoteva i vetri delle finestree vi schiacciavasopra violentemente i larghi fiocchi di neve; ma nella chiesa sisentiva un tepore grave e umidocon un odore stagnantenauseabondod'incenso.

Nell'usciresi passò a lato di un confessionaledoverittoal posto delconfessorestava immerso nell'oscurità un fantasima. Era lafanciulla biondaimmobile come una morta. Il rettore le parlòsottovocepoi la affidò a Pasqualeche la menò pianpiano al fondo del porticodove l'aveva condotta quando laincontrammo nell'atrio. Il rettore bisbigliava:

-Poverettapoveretta!

Ilmomento mi parve buono per tornare alle domande; ma il prete sicontentò di rispondere:

-Non fa male a nessuno; gira da sé dappertuttoquietatrasognata. Non dorme quasi mai. Il medico dice che bisogna lasciarlafare tutto quel che le garba. Dio la protegga!

Latristezza non s'addiceva al corpoalla facciaalla voce delreverendo: aveva bisogno di agitare le bracciadi scattarediciarlaredi ridere. Quando pigliava un'aria addoloratail lungonaso mutava contornoil profilo non era più lo stessoesenon fosse stato il corpo a pertica e il collo da struzzotali dafarlo riconoscere tra un milione di pretila mestizia avrebbe potutoservirgli di maschera. Il cordogliodel restolo annebbiava perpoco. Un sospiro da manticeuno sguardo al cielouna scrollatina ditestaed ecco era tornatacome per incantola bontàchiassosa ed arzilla dell'uomo ingenuo. Si bevette un altrobicchieresi parlò ancora una mezz'orettaoper megliodireegli parlava ed io fantasticavo; poialle undicim'accompagnòin camera: niente meno che la camera destinata a monsignor vescovoquandoogni cinque annisi reca a visitare il Santuario.

-Buona notte.

-Buona nottee veda di principiare bene il nuovo anno con una santadormita. Io domattina non potrò venire a salutarla: devouscire per tempo. Si figuri che morì iersera il barbiereunciarloneun burloneche Dio l'abbia in gloria; ma un fior digalantuomoe gli volevo bene come a un fratello - e il pretesospiròmandando dai dentiche aveva radi e cavalliniunfischietto acuto. - Pasquale verrà a portarle il caffè;faremo colazione assieme un'ora prima ch'ella partagiacchévuole proprio partire; intanto dorma tranquilloe felice notte.

-Felice notte.

4

Lacameraassai grandeera posta in un angolo dell'immenso edificio;aveva due finestre piccoledalle quali si vedeva giù nellanotte una zona biancastra e poi uno spazio neroche si confondevacon le tenebre fitte del cielo. Continuava a nevicaree tiravavento. Il letto alto e larghissimo aveva l'ampio padiglione didamasco cremisi a fiorami giallicon quattro angioletti dorati sulleaste torte; la copertache scendeva sino a terraera di raso giallocon disegni verdiorlata di pizzo bianco. Accanto al letto staval'inginocchiatoioe sull'inginocchiatoio spiccava dal parato delmuro un crocifisso d'ebano. Una delle pareti era ornata di un quadroassai belloche figurava un santo col bambino Gesù; nellealtre si vedevano in piccole cornici alquante riproduzioni dellasacra Immaginequa ricamata a fili di seta rossa in raso biancolìeseguita a bucherelli e ritagli in cartoncinoo modellata in ceratramezzo a nuvole di cherubini e a ghirlande di frutta e fiori. Nellacamera reverendissima stonava la scatola di ceriniche Pasqualeaveva lasciatodove dall'una parte si vedeva un caporaleche fa lasua brava dichiarazione alla cuocae dall'altra una silfide moltoscollacciata e sbracciata.

Misdraiai nel seggiolonee m'occupai un pezzo a guardare le scintilledel fuocoche scoppiettava. Non volevo andare a letto prima chel'orologio segnasse le dodici. Nell'animo pieno di una vagaafflizione mi sentii nascere il desiderio acuto dei miei parentide'miei amiciche avevo lasciato pochi giorni addietroma che avreivoluto vedere in quell'ora appuntonella quale l'anno vecchiospirava e il novello vedeva la luce. Poi dicevo tra me: - Sono ubbie.Non ci ho pensato fino a questo momentoed ora perché cipenso? Che differenza c'è egli tra l'una e l'altra mezzanotte?Non sono forse tutti uguali i giorni dell'anno? - E non ostanteprovavo dentro un certo stringimento: mi pareva di essere rimasto aun tratto solo in questo mondoe sentivo un vuoto nuovo nella miavitaun nuovo e lacerante distacco dagli affetti mortali. Pensavo adaltre prime notti dell'anno: alle speranzeche si spingevano audacinei campi allettatori dell'avvenireai rinnovamenti del cuore umanochepure invecchiandocrede di ringiovanirsi; e fra tutte quellenottice n'era unaunache mi tornava con tenace insistenza nellamemoriacome il ricordo straziante d'una gran gioiairremissibilmente perduta.

Ilminuto in cui un anno si connette ad un altro è una pietramiliare nell'esistenza dell'uomoo è la cifra d'un numeroche si muta? Guardavo la lancetta ed ascoltavo il tic tac del miooriuolo nel silenzio profondo. Non si sentì neanche unrintocconeanche un botto di campana in quell'ora in cui laimmaginazione dei poeti e dei bambini evoca le streghe e gli spettri.

Mezzanotteera passata da un po' di tempoquando udii un fruscìocomedi persona che si muovesse fuoried un bisbigliocome di voce cheparlasse sommessa. Tesi l'orecchio: il romore continuava. Pigliaiallora la candelaespalancando l'uscio della cameraguardai nellavastaricca e freddissima salache la precedeva.

Igrandi ritratti appesi alle paretinel lume pallido sembravano vivi.Forse quei personaggi chedopo visitato il Santuarioavevanomandato in larghe cornici dorate le loro gravi immaginiconversavanoinsieme: erano dame in abito da cortemagistrati in divisamarescialli in uniformiprincipidue retre regine. La porta dellasala dava sulla loggia: nella loggiasullo scalone non c'eraun'anima. - Oh sta a vedere che ho da far con gli spiriti! -brontolai fra me stesso. Rientrai nella camera risoluto a lasciareche si sbizzarrissero a loro postaenon avendo sonnomi sdraiaidaccapo nel seggiolone. Il fuoco s'andava spegnendoe la candela milasciava quasi al buio. Buttai nel camino un fascio di legne grosse.

Maecco che il bisbiglio ed il fruscìo vanno crescendoe in unangolo della camera s'apre un uscio a muroch'io non avevo vistoedentra col lume in manoparlando tra sé a frasi lente e brevila bella bionda.

Misentii pietrificare. La donnache doveva essere ben pratica diquella stanza come dell'intiero ospiziodovetutto essendo affidatoall'onestà e alla decenzagli usci mancavano di serratureandò dritta alla parete sulla quale stava appeso il quadroeposata innanzi ad essosopra un tavolinola lampada con cui eravenutasi mise a guardarlo fissamente con quel suo occhio chetrapassava gli oggetti. La tela rappresentava un santo giovanedivolto pallidodelicatosoave; aveva la barba alla nazarenaicapelli nerilo sguardo tenero e le labbra socchiusecome sepronunciasse flebilmente una parola d'affetto. Accantosopra unaltarein mezzo a festoni di allegri fiorisi vedeva il Bambinotutto nudochealzando i braccini e facendo atto di saltareparevavolesse uscir di botto dalla cornice per gettarsi nelle braccia dichi lo stava guardando. Era roseoera paffutelloera gaiovispogentilecarezzevole: un amorino da mangiar di baci.

Labella bionda guardava ora il santoora il bambino. Al santo diceva:

-Ti ricordiGiovannila mattina in cui ci siamo sposati? La mammanon volevail babbo non voleva; facevano tanti discorsiche noncapivo. Io credeva soltanto a te. Che lieta mattina! Mi stringevi lamanoe mi dicevi una parola... Ripetilate ne scongiuro. Laindovino dalla tua bocca. Eravamo in paradisoseduti l'uno accantoall'altra sotto un baldacchinoin mezzo a un prato fioritoe lefanciulle e i giovinetti ci venivano intorno a cantarea suonareaballare; ci facevano una riverenzae noi salivamo nel nostro tronoun gradino più in supoi un altro gradino e un altro gradinoancora: era la scala di Giacobbe. Quando fummo arrivati al piùalto di tutti i cielimentre ti davo un baciouna mano di ferro mibuttò giù d'un colpoe allora precipitai dalle nuvolea capo fittoe scendevoscendevo sempree il viaggio non terminavamai. Era un sogno. Ti ho ritrovato; eppure non somigli a quello diprima. Prima mi parlavimi baciavimi stringevi fra le tue braccia;eravamo in festa tutta la settimana; ora sìmi vuoi benenondico di noma sei tutto misteri.

Vuoiche aspetti? Sempre aspettaresempre. Domanidoman l'altronon tirisolvi mai. T'amo tantoche mi contento di guardartiGiovanniGiovanni.

Avevaun sorriso pieno di lagrime; la sua voce insinuanterispettosatimidaavrebbe rammollito una rupe. Continuò a guardare etacque per un istante; poimutando espressionesi volse al putto: -Bambino mioanche tu mi dici di attendere. Domanidoman l'altro!Sei cattivo. La tua mamma t'adoraluce degli occhi mieisangue delmio sanguecarinodiavolino mio; e tu mi stendi le manine care e tirivolgi verso di mema non t'affretti a ricadere sul seno che t'hanutrito. Non ingannarmimonello. Dormivi in una cuna ornata dibrillantie gli angioletti ti cantavano la ninna nannae lefarfalle con le loro ali di tutti quanti i colori ti svolazzavanointorno; ma un dì sei scomparsonon t'ho trovato piùsparito sotto un monte di fiorisotto un manto ricamato d'oro ed'argentoin mezzo ai ceriai bimbiai canti... Ora che seitornatoperché non mi balzi in grembo? Non l'ami piùquesto petto? - e si sbottonava dinanzi il vestito azzurroemostrava al figliuolo il seno ignudomentre la immagine dipinta delfanciullo continuava a sogguardarla e a ridere.

Unforte scoppiettìo del fuocoche in quel silenzio da tombasembrò un fracasso diabolicole fece voltare il capoe mivide. Mi cacciai nel fondo della poltronacercando di farmi piccinodi schiacciarmi nella spalliera imbottitatanto da sfuggireall'occhio tranquillo e tremendo.

Misi avvicinò piano pianosenza curarsi di allacciare l'abito;mi porse le mani piccole e bianchefacendo segno che le dessi lemie: gliele diedi; allora ellastringendomelemi tirò a sélentamentema vigorosamentesicché mi alzai ritto di controa leiconfuso e tremante. Mi prese il capo fra le manie si pose adesaminarmi.

-I tuoi capelli- bisbigliava- sono mutati. Mi sembrano meno neri.Ti sei fatto radere la barba - e passava le mani delicate intornoalle mie guance ed al mento. - I tuoi occhi non brillano piùdel loro fuoco divoratore. Ma ioGiovannit'amo tantotanto!

Aggrottavale ciglia come se tentasse di pensare. Avvicinò le sue labbraalle mie; io mi ritrassi; ma ellache mi stringeva sempre il capofra le manitrattenendomipose la sua sulla mia bocca. Le labbraerano di ghiaccioe il respiro di quella larva di donna pareva unlievo soffio gelato. Mormorò: - Dimmi che mi ami. Non sonosempre la tua sposala tua carala tua bella?

Nellostudiarmi di retrocedere quasi insensibilmente e nel tentare disvincolarmi da quella stretta rigidacaddi sulla poltrona. Lagiovine si mise a sedere sulle mie ginocchiacircondandomi il collocon il braccio sinistromentre con l'altra mano m'accarezzava ilvolto. - Sentiho freddo- diceva. - Vienivieni a scaldarmi -emi sussurrava nell'orecchio delle parolech'io non volevo intendere.Intanto il fuoco illuminava di luce rossa e oscillante quei lunghicapelli d'orola faccia gentileil colloi seni nudi e turgidi.

Sentivooffuscarmi il cervellocome se il vecchio vino bevuto alla cena miportasse di colpo tutti i suoi fumi alla testa. Non riescivo aliberarmi dal peso e dall'abbraccio di leiche mi fissava sempre conil suo sguardo di donna innamorata in un mondo vano di spettrienella quale i segni della passione terrena prendevano l'aspettoinnocente e agghiacciante di una fatalità tutta inconscia.Ripeteva: - Vieni a scaldarmivieni- e m'obbligava a porle unamano sul petto e a baciarla.

Daglialari cadde sul pavimento un tizzone accesoche rotolò finoai piedi della donna. La sollevai di sbalzo e mi precipitai perrimettere con le molle nel focolare il legno ardenteprofittando poisubito della confusione per fuggire nella gran sala attiguasenzache la giovane se n'avvedesse. Ascoltai all'uscio: non si sentiva piùnulla. Dopo qualche minutoinquieto di quello stesso silenziosocchiudendo l'impostaguardai nella camera. La bionda stava dinuovo immobile rimpetto al quadrocontemplandolo. Non parlavanonsorrideva. Finalmentesottovocema con accento di fiducia sublimeripeté più volte: - Tornerò domanitorneròdomani -eripreso il lumesenza guardare intornolentagravese n'andò via dall'uscio dond'era entrata.

5

Queldoloresvanito nelle memorie e nelle speranzemi aveva straziatol'anima. M'accorsi di essere assideratoe andai a lettodovetremando dal freddo tutta la nottenon mi riuscì di chiudereocchio neanche un minuto.

Allenove uscivo dal Santuario per arrampicarmi sul monte. Nel passaredall'atrio scansai Pasqualeche dianziportandomi il caffècon la gamba destra zoppicante e col muso ingrugnatonon avevaneanche avuto la degnazione di darmi il buon giorno. Vedendomi andarein frettami chiamò: - Scusisignorese incontrasse suorMaria la rimandi all'ospizio.

-Suor Mariachi è?

Lachiamiamo così tanto per intenderci. È la signorabiondavestita con l'abito delle Figlie di Gesùch'ella videqui ieri a sera.

-È uscita?

-Pur troppo. Non la ho trovata né in chiesané innessun altro luogo. Un contadino dice di aver incontrato alle settecirca una Figlia di Gesù sulla strada delle cappelle. Èla prima volta in tre settimane che suor Maria s'allontana cosìdall'ospizio. Dio voglia che non le accada una disgrazia su questerupicon questa neve. Lo predicavo io che lasciarla così solae libera era un'imprudenza -. Due grosse lagrime scendevano sulleruvide guance di Pasqualee sospirava forte.

-SentitePasqualenon ha parenti quella poveretta?

-Ha padre e madre; ma non vogliono veder la figliuolaperchési maritò senza il loro consenso: gente cattivamalvista datutto il paese.

-E il marito?

-Un poco di buono. Le mangiò quel po' di dotee un bel giornose ne scappò viain Americaparepiantandola senza unsoldocon un bambino di cinque mesi.

-E il bambino?

-Tre giorni dopo fuggito il padremorì. Allora ladisgraziata... - e Pasquale agitò due volte la mano destrainnanzi alla frontepoi continuò: - Il nostro rettoresant'uomoch'era il suo confessore e non voleva fosse consegnata aicattivi genitorila fece venire quiaffidandola alle Figlie diGesù. Per caritàsignoreveda se può trovarlasulla china del monteverso le cappelle. Io non mi posso muovere.

-State quietobuon uomocercheròdappertutto. Ma torneràsenza dubbio da sé.

-Dio lo voglia. Ho un brutto presentimento.

Mifermai fuori della cancellata un poco a studiare le orme. Cercavoquelle di due piedi piccolie mi parve di trovarle. La neve altanon essendo gelata alla superficieserbava le impronte. Scintillavacome se fosse tutta cosparsa di brillantini; raddolciva gliavvallamenti del terrenoi precipiziii burronima li mascheravae le tortuosità della viuzza ertachetagliata nel massoconduceva su su alle cappelles'indovinava appena. Non solo avevasmesso di nevicarema il cieloin gran parte serenocon quelcontrasto del bianco della terrache abbagliava gli occhiapparivad'un colore turchino splendido.

Camminavoseguendo le peste leggierele quali oraper un buon trattosiseguivano regolarmenteora si smarrivano di qua o di là perrientrare poco dopo sulla linea torta della viae nello stesso tempoguardavo in basso alla vallealla pianura.

Sullapianura stavaimmobileuna massa non interrottalunghissima dinubi denseche si vedevano dall'alto al basso. Illuminate dal vivosole parevano candide sul dorsod'un candore argenteoe copertecome di ondulazionidi vettedi punte straneche le facevanosomigliare a catene di monti nevosie sembrava di potervi camminaresopra; ma di giù erano brunetenebrosefracide di folgori edi tempestee mettevano in un'ombra triste e nera i paeselli e icampi della vallata lontana. Sotto a quella coltrea quella cappaplumbea doveva farci notte.

Letraccie si perdevano. A destradalla parte del mezzodìilmonte alzandosi a picco sopra la stradaserbava in essa la nevetanto ghiacciatalustrasdrucciolevoleche non si poteva reggersiin piedi. Poco appresso le pedate ricomparivano.

Giuntoa' piedi della prima cappellam'arrampicai più lesto: guardaidentronon v'era nessunoma si vedeva sul suolo il segno della neveportata di fresco dalle scarpe d'una personala quale era andatafino al cancelloche divide la parte destinata ai preganti dallaparte destinata alle immagini. La scena rappresentava in molte figuregrandi al naturaleeseguite in terra cotta e dipinte a briosicolorila Natività di nostro Signore; personaggi sacri epersonaggi profanianimali e prospettivetutto sembrava il verotale e qualeun vero che stupiva e che disgustava.

Tornaia camminare con l'animo sempre più inquieto e con ansia semprepiù affannata. Mi asciugavo la fronteda cui gocciolava ilsudore; sbottonavo la pelliccia; le ginocchia mi tremavano; dovettifermarmi un istante a riprender fiato. In quel mentre si distendevagiùdal Santuario verso il piccolo cimiterol'accompagnamento funebre del barbiere. Innanzi alla baraportata daquattro contadinicamminavano il sagrestano col crocifissoilrettorepiù drittopiù lungopiù magro dellasera innanzi e occupato a tenere in freno le sue gambe interminabilied impazientie due preti vecchii quali stropicciavano i piedisulla nevetemendo di scivolare a ogni passo. Dietro alla baravenivano sei Figlie di Gesùdelle quali le voci limpidesoavemente accordate insiemedestavano gli echi lenti dellamontagna. Dieci o dodici persone chiudevano il breve corteocheandava strisciando come un serpe le curve della strada stretta.

Intantoio giungevo alla seconda cappellapoi alla terzaalla quarta. Leorme si fermavano alla porta di questa ultima. Esclamai con gioia: -È salva -e mi precipitai nell'interno dell'oratorio.Chiamavo: - Suor Mariasuor Maria.

Tuttoera sossopra. Una parte del cancelloscassinata a forzastavarovesciata sul pavimento; le figure in terra cotta rappresentavano laStrage degli Innocenti. Tutti i bimbi erano stati strappati dallebranche dei carneficie deposti regolarmente l'uno accanto all'altrosul gradino del parapetto. Ai manigoldi mancavano la testale mani ole bracciae codeste membra si vedevano sparse sul suolo. Erodecircondato dai grandi satrapi e dalle sue cortigianeguardavaimpassibile dall'alto del trono alla bizzarra punizione dei propriisgherri; e costoroin attitudini furiosamente crudelimutilati aquel modoapparivano anche più spaventosimentre le donnediscintedisperatecontinuavano a trascinarsi alle loro ginocchiaimplorando pietà.

Micacciai per entro alla confusione. Fra quelle scultureche parevanola verità vivafra quelle madri nel parossismo del dolorefra quei fanciulli squartatividi finalmente una figura di donnastesa a terra con le mani insanguinatecon le vesti a brandellicoicapelli biondied un sorriso angelico sulle labbra bianchee nelvolto una espressione di beatitudine soprannaturale. Stringeva alpetto uno dei putti di terra cottaroseo e ricciuto. Era gelatailsuo cuore non batteva piùviveva unicamente nel suo sorriso.La coprii con la mia pellicciae corsi fuori per cercare aiuto.

Passavagiù nella strada del cimiteroquasi a piomboil funerale delbarbiere. Mi posi a gridare con tutta la forza de' miei polmoni: -Signor rettoresignor rettoresuor Maria è moribonda quinella cappella; non c'è un minuto da perdere; vengapercaritàvenga subito -. Il rettore diede uno sbalzopiantòlì la barae principiò a salire con quelle sue gambe aperticasaltando sulla nevefacendo passi da giganteaiutandosicon le ginocchiacon le maniaffrontando senza esitare gliostacolinon curando i pericolivolando. Quando giunseall'oratoriola bella biondach'era mortasorrideva ancora.

 

Quattr'oreal lido

Schizzodal vero.

L'acquaera tiepidail mare uno specchio. Nuotando ora lestoora tardom'ero allontanato bene dalla rivasicché la barca disalvamento mi veniva dietroe i barcaiuoli gridavano che gli Avvisiproibiscono di scostarsi troppo dai Bagni. Uomo avvisatomezzosalvato. Vedendo che non davo retta alla leggei barcaiuoli se netornarono indietroe mi lasciarono solo. Nell'acqua profonda sentivodi quando in quando una corrente frescae mi scorreva sulla pelle unleggiero brivido; poi tornavo nel tepore quieto e beato. Quellalibertà delle membra in mezzo a quella immensità dimare è un conforto ineffabileun'allegria sublime. Nonun'ondanon una voce. L'edificio dei Bagni era diventato piccino. Mipareva di entrare nell'infinito. Cacciavo sotto il capo con gli occhiaperti per vedere il verde diafanodi una gradazione cosìdelicatacosì gentileche avrei voluto sprofondarmicidentrosicuro di trovare al fondo del colore smeraldino una sirenabionda. Bevevo l'acqua salata. Tornavo fuori con la testaquando mimancava tutta l'aria nel pettoe aspiravo in furiae sbuffavoe inogni boccata d'aria c'era qualche goccia di sale. Ma l'istante in cuisi esce dall'incanto del gorgo è terribile. Non si vede piùnulla: sembra di entrareasfiticinelle tenebre della morte. Icapelli si appiccicano sugli occhil'acqua che sgocciola dal fronteimpedisce alle palpebre di aprirsi. Si respira con ansiama si èciechid'una cecità spaventosache dura meno di un minutosecondo.

Quand'eroun po' stancofacevo il morto. Mi coricavo sul mare come sopra ilpiù morbido dei cusciniimmobilecon le braccia aperte e conle gambe unite. Il mare mi dondolava placidamentecantandomi laninna nanna. Sull'orizzonte non vedevo dinanzi a me altro che lepunte de' miei piedi; ma di contro al mio viso si apriva la grandezzadei cieli. Guardavo le nubi in faccia. Come nelle carrozze dellaferrovia accade spesso di credere che si vada in direzione opposta aquella nella quale corre il trenoe si sbalzae si guardaesterrefatti; così a me sembrò per un istante di esserein piedie di vedere l'abisso azzurro al di sopra e al di sotto. Mipareva di stare appoggiato ad una parete verticale interminabilenelmezzo ad una immensità vertiginosa di colori strani. Losplendore del tramonto prendeva figura come di fuoco diffusodi oroliquefattodi vapore celeste misteriosissimodi brune macchieminacciose e di bizzarri luccicori d'argento: l'atmosfera del solevista nel sole non può essere diversa. Ma una ondettapassandomi sul frontemi richiamava alla realtà; e allora iomi gustavo di nuovo la dolcezza di quel giaciglio soffice e fresco. Edi botto mi rivoltavoe coi remi delle braccia e delle gambeandando rapidoma in giusta simmetria e senza faticavogavo unpezzo; poi sbattevo le mani e i piedi sull'acquaalzando una spumacandida di perletteche subito si scioglieva nell'ampio verde.

Ilverde nel mare è di una varietàche gl'impasti dei piùraffinati colori e le più sottili velature non possono imitareneanche di lontano.

Nonparlo delle spiagge e dei mari diversi; lo stesso marela stessaspiaggia nella stessa stagione non ha mai la stessa tinta l'un giornoe l'altro. Ad ogni moto dell'acqua corrisponde una gradazionedifferente di verdedi azzurrodi tinte neutree i moti dell'acquasono innumerevolidalla impassibile calma ai furori ciechi dellatempesta. Anche senza andare fino allo spavento dei cavalloniilnuotatore lo sa. Conosce le ondette piccolechecome il passorapido e breve di una crestainasi seguono l'una all'altra senzaromore: sono verdoline con un pizzico di giallo. Conosce le ondettelarghelenteancora graziose e leggermente azzurrognoleindizio diuna bufera lontana. E poi le onde maestosequasi direi di stileclassiconelle quali il nuotatore si lascia calare all'avvallamentoe portare al colmo con il viso e con i capelli asciuttibastapremere le mani e incurvare la persona in forma di sirenamentre ilflutto s'innalza; e dall'alto si vedono le creste regolariallineatedelle altre ondeche sembrano i solchi di un immenso campo; e nelbasso si crede di essere caduti al fondo di un fossotanto i marosiche chiudono la vistasomigliano a sponde erbose e ripide. In mareil tempo s'allunga. L'allegria o la tristezzal'ardire o la paurafermano l'attimo; e si pensa in un minuto più e meglio di quelche in terra si penserebbe in un'ora. E un altro dì ci sono leonde pettegoleche scherzano intorno sgarbatevi spruzzanociarlandola loro saliva in voltonon vi lasciano respirarevitirano di quavi premono di làvi gridano nelle orecchie conun fracasso assordante ed impertinentecome le donne delle Baruffechioggiotte. Ma Dio vi salvi dalle onde matteuscite dai manicomiidel gorgocoperte della loro densa bava biancanelle qualia untrattovi sentite sommersoarrovesciatotravoltoe quandofinalmente mettete fuori la testaun'altra onda vi si sbatte infaccia e vi spezza il respiro; poidiventato sospettosoguardate ingiro con tanto d'occhie vi apprestate a ricevere degnamente sulpetto una ondata minacciosache vedete precipitarsi contro di voiegià quasi vi seppelliscema ecco invece che si spiana e sirisolve in nulla; gli assalti vi vengono vigliaccamente dai fianchi edalle spallesenz'ordinesenza ragione; vi stancatevi spossatecominciate a disperare; date quasi un addio alla terrae toccatedopo sovrumani sforzi la rivauscendo da quell'acqua sciaguattata datutti i ventineraorlata di certe frange e certi fiocchi d'argentosudicioche le dànno aspetto di uno sconfinato drappofunereo.

Eppurenel mare quieto o nel mare agitato l'uomo si sente pieno di vigoria.La sua buona vanità gli fa credere o di dominar la naturaodi essere tanto grandeche Dioper ischiacciarlodebba scatenarglicontro tutte le furie degli abissi. Svaniscono le noie mortaliilcuore si ritemprasi fa provvisione di coraggio e di forza. Un'orain mare è un'ora bene impiegata: in quella salsedine c'èun po' di ferro per l'anima.

Uscendodall'acqua si diventa Greci.

Dopoessere saliti le lunghe scale di legnodove sui gradini viscidis'arrischia di sdrucciolare e le alghe fanno talvolta dei brevitaglietti ai piedisi entra nel proprio camerino e si avvolge ilcorpo nudo in un ampio lenzuolo; poi si esce così drappeggiatisul ballatoioche guarda il mare. Alcuni bagnanti stanno ancora inacqua presso la rivatenendosi - disgraziati! - alle cordeepiantati sull'arenadove passeggiano i granchi. L'immobilitàli intirizzisceli raggricchia: paiono ranocchie umane. E quant'èdifficile trovare il corpo bello di un uomo! Nella donna la bellezzadelle membra è men rara: basta l'armonia delle partiunacerta rotondità gentileuna certa bianchezza trasparente eroseae forse il desiderio ci fa meno difficili. Ma nell'uomo lavigoria sana deve accoppiarsi alla snellezza morbida; le membrascioltegiustené troppo asciuttené pesanti dipolpa; una espressione generale di ardire elegante. Gli antichivolevano la grazia persino sui campi di battaglia. In Tessaglia laiscrizione di una statua diceva: Ad Elationeche ben ballò labattagliaquesta statua il popolo. La sproporzioneda noi modernitollerata con indifferenzaera insopportabile agli antichi. Un dìad un mimo tarchiato e grasso il pubblico vociò ridendo: Nonisfondare il palco; un altro dì ad un mimo pallido emingherlino mandò ironicamente questo saluto: Fa di star sanoe un'altra volta ad uno di troppo alta staturafigurante Capaneo chesi avventa alle mura di Tebegridò indispettito: Scavalca ilmuronon hai bisogno di scale.

Sulballatoioverso il maresi atteggiavano dunque dieci o dodiciuomini panneggiati di bianco. Avevano messo sul capo l'asciugamano informa di Palliolume si avvolgevano il corpo con il lenzuolo a mododi Palliumnelle diverse foggeche piacevano meglio a quellanaturale affettazioneda cui l'uomo coperto di un gran manto non sisa quasi mai liberare. I Greci avevano venti modi di acconciarsi ilpallio: affibbiato sul pettoaffibbiato alle spallesenzaripiegaturaaddoppiatocon le mani nascostecon un braccio fuoridalla spaccatura di destracon un lembo sopra una spalla cortoconun lembo sopra una spalla lungostretto alle anche con pieghettinetriteondeggiante in gonfi svolazzi o libero di cadere in larghipiani ed in ampie curve. Ogni maniera aveva il suo proprio nomeconveniente ai zerbinottiai filosofiai viaggiatoriad ogniclasse di persone. Tacito si lagnava già delle vesticciuolemisere degli oratori romanie che le portassero male. Figuratevi noila bella figura che facciamousciti dall'acquain quei palliibagnati e appiccicaticci!

L'ariasalata e la ginnastica del nuoto mettono in corpo una gran fame.Andai sul terrazzo de' Bagnie ordinai da pranzare. L'edificiochesi distende in una lunghissima linea rettaè tutto di legno epiantato su alte palafittele quali lasciano sfogo ai marosi quandoil mare è grossoe quando è tranquillo rompono a' loropiedi le onde placideche pure mandano romore a intervalli misuratoe gravequasi battute sorde di un maestro di cappella.

Ilcorol'armonia di quell'ora non si può descrivere. Tutto sifonde in un accordo pieno e gaioprofondo e vago: arpa eoliadell'infinito. Il sole baciava quasi l'orizzontee scendeva dallaparte opposta al maredietro al Lidodietro alla lagunadietro aVenezia. I suoi raggi orizzontali non toccavano più lasuperficie della marinache era diventata scura e azzurrastra; maandavano a ferire dritti due vele lontane di due barche da pescatorifacendole brillare d'un colore giallo doratofiammelle fantastiche.Il piano immenso del mare nudo; non uno scoglionon una lingua diterra per quanto l'occhio cercasse: pareva di navigare sopra unvascello fatato nell'Oceano a mille miglia da terra. E le due velesplendevano; e il cielo pigliava una tinta brunetta ancora cilestraqua e là rallegrata da qualche nuvola mezza in ombra e mezzain lucela quale vagava lenta e a poco a poco s'impiccoliva esvaniva.

L'appetitomi faceva parere squisite le vivandee la salsedineche mi restavain boccadava al vino una dolcezza inebbriante. Il ventre siconfortavae gli occhi s'incantavano; e questi e quello miriempivano l'anima di una felicità solennela quale porta ilriso sulle labbra e le lagrime sul ciglio. V'era poca gente. La bandacominciò a suonare. A sinistraintorno ad una tavolastavaun gruppo d'Inglesi. Una delle signorevestita di seta cruda congrandi nastri rossi sull'abito e sul cappelloparlava allegrafaceva mille graziose smorfiette col viso strano e piacente. L'altraalta di staturasnellaflessuosacon il collo un po' lungocomele Diane anticheil volto regolaredelicatod'un rosa pallidogliocchi di un fine azzurro marinole mani troppo affilatemanobilissime e dello stesso candore di quel po' di pelleche ilmodesto squarcio dell'abito lasciava vedere sotto la gola. Si alzavadi tratto in tratto per correre dietro ad un bambino di due annibiondopaffutoil quale alla sua volta correva dietro ad un grossocane nero - un bel caneche nuotava meglio di mee che mentrefacevo il mio bagno in alto mareera venuto a salutarmi con moltagrazia. La signora vestiva di seta colore perlinocol cappello alarghe tese della medesima stoffa; e mi ricordo che il tono neutro echiarissimo facevacome dicono i pittoriun buco sul cieloparevacioè più lontano del fondo. Ma da questo errore ditavolozza veniva nella gentile persona un non so che di aereoun nonso che di ammaliante. Non era una donna: era una fata. E il puttocontinuava a scapparle ad ogni momentoe voleva vedere tuttotoccare tutto; sghignazzava di un riso da angiolettopestava i piedie batteva le mani; si metteva a sedere sulle ginocchia della genteela mamma andava allora a pigliarlodicendogli qualche parola con unaseverità tutta soavee carezzandogli con la mano sottile ilunghi ricci d'oro. Ella era la regina del terrazzo: una reginadolcesicura di sécom'è sicura l'innocenzaedisinvoltacom'è disinvolto il pudore. Codesta madre parevail simbolo della verginità: credetti in quel momento almistero della Immacolata Concezione.

Mala soave creatura principesca stava in compagnia di un signorechesembrava vecchio se si badava a' suoi capelli grigi e alla sua barbamezza biancama che sembrava giovine se si guardava ai lineamenti eall'espressione del volto. Era il padreera il marito? Questoproblema mi torturò il cervello per una buona mezz'ora.

Piùlontanisparsi a gruppi di duedi tredi quattro o solitariistavano degli altri forestieri e qualche raro venezianola piùparte immobiliascoltando la musicaguardando in giroodiscorrendo sotto voce senza gesticolare. Il mare tranquillo innamorae sgomenta. Quei fluttiche si frangono perennemente alla riva emandano sempre l'identico suono; quell'aria quieta e frescache siaspira con lunga voluttà; quell'orizzonte sconfinatoche parenello stesso tempo una linea retta infinita ed un cerchio infinito:tutto contribuisce a produrre l'impressione maestosa di un tempioenormein cui ci si toglie reverenti il cappello e ci si sprofondanella propria coscienza. Non ho mai visto nessunoper quanto fossepovero di fantasiad'ingegno e di cuoreil quale nel mettere ipiedi sulla soglia di una cattedrale bisantina o gotica non sisentisse invaso da un arcano senso di rispettoe non interrompessele parole che stava pronunciando; ma la vera chiesa di Dio èl'immensità. Lo stato naturale dell'uomo in faccia al mare èil silenzio.

Queigruppi di persone staccavano bizzarramente sul campo del cieloilquale diventava sempre più fosco: erano tinte intieresenzaombreggiaturache non trovavano nel tono del fondo nessuna manieradi fusione; e già i colori perdevano la loro vivacitànell'oscurarsi crescente della seramentre il contorno sidistingueva tuttavia preciso e un po' secco. A destra si muoveva unamacchia nera di camerierii qualinon sapendo che cosa farediscorrevano tra loro. Io intantoassottigliando quanto piùpotevo la vistafissavo ancora quelle due vele lontanele qualidafiammeggianti che erano quando il sole mandava loro gli ultimi suoiraggidiventarono grigiee poi via via più scurefinchési dipinsero nere sull'aria già lugubree a poco a poco misfuggivano dallo sguardo. Già si riducevano ad una pennellataquasi impercettibile. Un minuto dopo non si discernevano più.Mi rincrebbe. In ogni veduta v'è un puntoal quale l'occhiosi ferma con tenace predilezione; e quando sparisce ci si sente comestrappare qualcosae si piglia quel caso semplice e inevitabile perun segno di cattivo augurio. In faccia al mare l'animo si riempie dipregiudizii.

Icamerieri accendevano le lampade. Il cielo si era lentamenteannuvolato: non brillava neanche una fetta di lunanon luccicavaneanche una stella. L'aria e il mare si confondevano nel buio. Solo aguardare giù dal parapetto del terrazzo si scopriva aintervalli un po' del bianco della spuma sulle ondele qualimandavano più fortepiù frequente e quasi minacciosoil loro muggito.

Usciidallo Stabilimento etraversando a piedi il breve spazio che divideil mare dalla lagunasospirai per la prima volta: avrei volutosentire sul mio braccio il peso leggiero di un altro braccioe udireaccantodopo il fruscìo del marequello di un vestito didonna.

Ilvaporetto mandò il suo fischioe si partì per Venezia.La notte era nerala laguna era cupa. Non si vedeva altro che ilfanale rosso di un piccolo vaporeche venivasbuffandoincontro anoie lontano i lumi della cittàche parevano unacostellazione piombata in terra e mezzo spenta. Si passò lapunta del Giardinopoi si costeggiò la Riva degli Schiavoni.Il campanile di San Marco usciva dai palazzi che lo circondavano eilluminato dai fanali della Piazzasi alzava gigantesfumandosinella oscurità verso la cima e cacciando la sua punta nelletenebre delle nubi.

Laluce della Piazza mi abbagliò. I musaici della chiesa avevanosull'orlo delle striscie scintillanti. Le finestre spalancate delleProcuratìe Vecchie lasciavano vedere le allegre saleilluminate. La loggia del Palazzo Ducale si perdeva in un'ombraopaca. Mezz'ora dopola mia madonnina inglesesorridentesveltacorreva dietro al suo putto biondo fra le seggiole del CaffèFlorian.



Menodi un giorno

Lastavo aspettando alla stazione di Treviglio. Ell'aveva passato ilmese di settembre ad Iseoin villapresso la sua famigliae dovevapartire quel giornosolaper Milano. Avevamo combinato che ellascrivesse a Milano annunziando il suo arrivo pel dì seguentecon la prima corsa. Si doveva stare in compagnia quell'intervallo diquindici ore: un saggio del paradiso.

Misentivo dentro le furie indiavolate dell'impazienza e le prostrazionidelle speranze troppo ripensate. Ora stavo rannicchiato sulla pancadella sala d'aspettoora camminavo a gran passi nel piazzale dellastazionedove tre o quattro cocchieri di birocci sbraitavanoinsieme. Tutt'a un tratto mi fermavo e giravo gli occhi versoTrevigliopauroso di vedere avvicinarsi qualcuno che mi conoscesseche conoscesse lei. Studiavo l'orario delle ferroviealla pagina 26Venezia-Milano; il treno doveva giungere alle quattro ore equarantasette minuti. Lo sapevo benema tornavo a leggere queinumeri con occhio intentoquasi che ad ogni poco m'uscissero dallamemoria. Guardavo l'oriuolo. Questa frase del Re Giovanni: Veglio suvoi come il minuto su l'orami passò nel cervello. L'ideadell'eternitàche non si afferra meditando alla lunga seriedei secolidiventa chiara seguendo il cammino lento della lancettadei minuti. Il polso batte disugualerapido; una irritazioneconvulsa invade tutte le membra; si sente l'attimo cheimpassibilecrea l'infinito: e la caduta di questa stilla di tempo nel mare senzasponde pare meschina e immensaridicola e spaventosa come ilpicchiettare del tarlo nelle veglie di una lunga notte.

Aprivospesso la cassa dell'orologio per contemplarne il fondo. Vi stava unbel ritratto di lei. Seguendo i delicati contorni del mentodellaguanciadel frontedei capelliavevo ritagliata tempo addietroquella fotografia con attentissima curaper incollarla sopra uncerchio di cartoncino celestecorrispondente appunto alla misura deltondo dell'orologio. Il ritratto dal suo sicuro nascondiglio ognitanto mi sorrideva; e avevo mezzo guastata la molla della custodia.La testa occupava quasi tutto lo spaziosicché il candidocollo scopertoscendendo giù sino al lembonon lasciavaposto neanche al principio del goletto dell'abito. Sul volume deicapelli castani spiccava piccolofineelegantissimo l'orecchio.Ella sapeva di averlo bello: non portava orecchini. il fronte erabassettoe la distanza tra il naso e la bocca lunghetta; le naricisi alzavano in su un tantinodando alla regolarità perfettadel naso una cert'aria procace: ma gli occhi cerulei e la boccasottile e il mento piccolo mischiavano in quel caro volto una gentilemelanconia all'apparenza sensuale delle altre parti. Gli occhigliocchi erano tremendi! Sembravano ceruleima in certi momentidiventavano come neri: erano grandie giravano lentie avevano allevolte uno sguardoche pareva insieme fisso e vagoscrutatore edistratto. Dopo un lungo bacio io le stringevo le manie me lepiantavo dinanzi fissandola nelle pupille: ella mi contemplavaserenasenza batter palpebra. Mi sentivo allora invaso dall'ardoredella passione e insieme da un misterioso senso di paura; il cuore misi serravae le chiedevo: - Pensi a meMatilde?

Eraun pezzo che non la vedevo solasenza timori.

Ciavevamo scritto spesso delle lunghe letterema la penna riescivatardaghiacciataimpotente a esprimere il pensiero: avevo unterribile bisogno di dirle a voce tante cose e di farle tantedomande.

Iltreno era in ritardo di due minuti: già cominciavo ad agitarmiin un mar di spaventiquando squillò la campanella dellastazione. Si principiava a sentire il rombo della macchina lontanaecrescevacrescevafinché comparve la locomotiva fumantecheio vedevo con ansia ingigantirsi via viapigra alla mia impazienzamentre udivo la nota del fischio sempre più acuta e stridente.Il convoglio allentò la corsa. Prima che si fermasse avevoricercato ad una ad una con rapidissimo sguardo le finestrelle deivagoni. Niente. Il cuore mi batteva impetuoso; un dubbio acre minasceva nel pettoe mormoravo: - Se avesse avuto paurase nonm'amasse abbastanza per affrontare tanti pericoli!

Ilconduttore aprì finalmente gli sportelligridando: -Treviglio -. Da una carrozza di prima classe sbalzò a terrasnellasicurauna donnacoperta il volto da un fittissimo velonero. Un istante dopola sua mano serrava forte la miae la suavoce soave diceva: - Quanto sono felice! - La trassisenza parlarebeatoad una timonellache avevo fermata dianzi; la feci saliremela misi accanto e gridai al cocchiere: - A Caravaggio.

-Al Santuario?

-Noall'albergo del Pellegrino.

Guardaila mia compagna lungamente. Ellaappena la carrozzetta fu posta inmotosollevò il velo per sorridermi.

-Come sei bella! - le dissi.

-Ti sembro bella davvero? Ho voluto essere bella per teper questenostre quindici ore di paradiso.

-Ti sta bene quest'abito. È anche troppo attillato.

-Lo feci fare a Milano prima di partiree in campagna non lo mettevomai senza mandarti un sospiro di desiderio. Ho tanto patitosaidinon poterti vedere questo eterno mese.

-E t'hanno detto bella anche in campagnanon è vero?

-Non lo so. Mi basta sentirlo dire da te.

-Eppuresii schiettate l'hanno detto.

-O Dioavresti voluto che paressi proprio la befana?

-Vorreiconfessoche non ti dessi tanta briga di piacere alla gente.

-Sai che non m'importa di piacere ad altri che a tea te soloa teche sei un cattivo egoista. Se ti dicessero che sono brutta o che mivesto senza garbo dorrebbe pure alla tua vanità.

-Certo.

-E vorresti che fossi tanto stupida da non avvedermi che non sembro négoffané brutta?

-Te n'avvedi e te ne compiaci.

-Dunque sono una civetta -e ritirò la sua mano dalla mia.

-PerdonamiMatilde. Io sonolo saiuna bestia fastidiosissima. Tuinvece sei la più buonala più angelica creatura diquesto mondo. Perdonami: ti amo tanto!

Ellacontinuava a guardare i campistringendo le labbra in attodispettoso e svincolandosi dal mio braccioche voleva circondarle ilbusto. A un tratto mi guardò in faccia; aveva gli occhi umidi.Mormorò:

-Sei pure cattivocattivo ogginei primi momenti che siamo solidopo averlo tanto desideratomentre metto in pericolo il mio onoreper teforse la mia vita.

Lanubeche mi aveva oscurato per un istante il cervellosvanì;un'allegria nuovadivinami invase tuttoe certo il mio voltodovette trasfigurarsi perché Matilde esclamò raggiantedi gioia:

-Così mi piacicosì sono beata!

Iciottoli del paesucolo di Caravaggio ci risvegliarono alla vita; maquando la timonella si fu fermata all'albergo del Pellegrinomettendo il piede a terra e aiutando la mia compagna a scenderemiparve di barcollare. Ella mi disse infatti con un riso pieno dicompiacenza:

-Sei ubriacobada di non cadere.

Dueservi e la padronavecchiettagrassoccia e sorridenteci venneroincontroe chi toglieva lo scialle e la sacchetta alla mia compagnachi mi liberava dalla spolverina e dall'ombrellosollecitipremurosi: s'indovinava che l'albergo era vuoto.

-Vorremmo desinarema bene e presto - dissi alla padrona.

Ilcuocoche con il suo grembiule quasi bianco s'era affacciatoall'uscio della cucinacorse ai fornelli.

-Si trattengono la notte? - chiese la vecchietta con voce insinuante.

-Sìmi raccomando la pulitezza.

-Non dubiti. La biancheria è tutta di tela finacandida comeil latte.

PrecedettiMatilde nella vasta sala da pranzo. Una immensa tavola pigliava tuttala sua lunghezza. Alle pareti ornate di grandi fiorami gialli sufondo verdedipinti a stampopendevano otto quadretticon certelitografie miniaterappresentanti otto miracoli della Madonna diCaravaggio. Il soffitto era inghirlandato di ragnatele. Dalle duefinestreche guardavano in una stradicciuola strettasi vedeva infaccia una casa anticacon la muraglia di mattoni bruni e ilcornicione gotico; non aveva imposte né vetrie dentro erabuia buia: sembrava il palazzo degli spiriti. L'uscio della salas'apriva in un lunghissimo corridoiooccupato anch'esso da dueinterminabili tavole di legno greggioportate da cavalletti echiazzate di macchie pavonazze. I pellegriniche vanno la settimanadella Madonna a far voti al Santuariopromettono tuttosalvol'astinenza; e l'albergo nei dì di sagra (mi diceva ilservitore mentre in un angolo dell'ampia tavola stava apparecchiandodue posate) è così pieno zeppo di penitentiuomini edonneche un cantuccio non vi rimane vuoto. Il giuoco della moras'alterna alle salmodie; e queste e quello asciugano la gola.

MentreMatilde entravaportavano la minestra. Eravamo allegrimangiavamodiscorrevamo della nostra gioiadi cento cose. Di tratto in trattoper altro si sospiravasi taceva un pezzetto e ci si stringeva lemani.

-Due ore e mezzo son già passate! - mormorò Matilde; mapoi subito: - E via! Ce ne restano dodici e mezzo - e tornòtutta gaia.

Dopoil desinare ci si avviò lentamente al Santuariogirandointorno alla cittaduzza. Cominciava a imbrunire. I raggi della lunavincevano già la luce del crepuscolo quando entrammo nelgrande vialechelungo un migliofiancheggiato da antichi pinimena dritto alla chiesa. La strada larghissima eramezz'ora doporegolarmente listata dalle ombre nere degli alberii qualinerianch'essiandavano rimpicciolendosi via via alla vista e convergendoin angolo sotto la cupola del tempioche a quella distanzainvoltanei vapori della nottepareva enorme.

Spiccavanodall'una parte e dall'altra a brevi intervallicandidi sulla tintafosca del terrenoi sedili di marmo bianco. Matildepoggiata lamano sulla mia spallamentre io la circondavo col braccio allacinturacamminava tacendo. Io ero immerso in una contemplazioneindeterminata: il mio cuore si scioglievasi evaporava nellabeatitudine: sentivo come le molecole volanti della mia animadiffondersi e sparpagliarsi in una immensa parte di terrain unaimmensa parte di cielo. Il mio pensiero non afferrava piùnulla: invadeva tutto.

Guardavamoa' nostri piedi le ombre. Di quando in quando alzavamo gli occhi perfissarci in viso teneramente: e le nostre labbra si toccavano.

Citrovammo a un tratto in una grande ombra opacae udimmo nello stessotempo un salmeggiare sommesso di voci femminili. Alla sinistra delviale s'alzava una chiesetta: aveva il portico sostenuto da esilicolonnine e coperto da una larga tettoia di legno. La portaspalancata mandava un chiarore fioco fioco. Entrammo. Un fratesolenne con la barba d'argento leggeva le litanie al lume di uncerino aggomitolatoche teneva nella mano tremantee ad ogniversetto una dozzina di contadine inginocchiate rispondevanocantando. Nelle tenebre della chiesa il moccolo del frate mandava unbarlume oscillante sulle teste immobili delle donnee facevaintravedere non so che bizzarre e lugubri forme. Pareva che nellosfondo della nave s'aprisse una lunga serie di pesanti arcatee infondo luccicassero pallidi due stoppini; pareva che le muragliefossero dipinte a bieche figure di santidi dannati e di mostri;pareva che il negro soffitto di grosse travature si trasformassenella cupa scala delle regioni de' fantasimi. Dalla stretta finestradi una cappella entrava un raggio di luna smorto.

Lelitanie correvano più spedite e le voci sembravano crescere edecheggiarequando in un istante le donne si alzarono e il fratespense il cerino. Tutto entrò nella oscuritàeccettodove la luna mandava sul pavimento della cappella la lista sottile diluce. Alcune ombre ci passarono innanzi senza vederci. Rimanemmo soliin quel triste silenzio. La chiesetta era diventata d'una vastitàsmisurata. Matilde s'avvinghiò al mio corpoed io sentiisulla mia guancia un morso divino.

-Mi amerai sempre? - chiesi a Matilde con un soffio di voce.

-Finch'io vivròsempre sempre.

-Me lo giuri?

-Sìte lo giuro. Su tutto ciò che ho di piùsacroin questo luogosulla tua vita stessate lo giuro. E tum'amerai sempre?

-Oh sìsemprelo sai -. Poi soggiunsiesitando un poco:

-Giurami che non hai amato altri che me.

-Non ho bisogno di giurartelocaro.

-Giuramelote ne supplico.

-Conosci tutta la mia vitacattivo: tuttameglio di meperchéio te la ho svelata intierae tu ci ripensimentre oramai io me lasono scordata. La mia memoria non mi serve che per te solo.

-Ti scongiurogiuramelo - replicai con un fremito.

-Puoi tu pensare che io abbia provato per nessuno ciò che provoper te? Non si può amare che una voltauna volta sola come iot'amo.

Apoco a poco s'era avvicinata alla porta. Mi trascinò per lamanodicendomi:

-Usciamo.

Avevamofatto quaranta passi sulla stradaquando s'udì cigolare leimposte della porta della chiesetta. Si continuò la via versoil Santuario. Non passava un'anima. Ci fermammo qualche minuto nelvasto piazzale del tempiocircondato dai lunghi portici di mattoniche al lume della luna parevano neri.

Leparole di Matildeinvece di confortarmimi avevano messo sossopra.Il cuore mi picchiava dentro con battiti furiosi e disuguali; avevola gola arida: un fantasima mi camminava a latoe mi guardavasogghignando con una certa smorfia di canzonatura spietatacome sedicesse: - L'ho colto io il fiore di quell'affetto. Contentati deiresti.

Lavoce non voleva uscirmi dalla strozza. Tacqui un pezzo. Matilde mispiava di quando in quando con una occhiata rapidasenza aprirbocca. Non volevo toccare lì dove proprio mi doleva; mivergognavo verso di leiverso me stesso; temevosfogandomid'infuriare ciecamente; sentivo una profonda ripugnanza a funestarecon acerbi e vani discorsi quelle orele quali dovevano essere tuttedestinate alla gioia; e poi ripetevo a me stessosenza riescireaffatto a persuadermi della buona e semplice ragione: - Che colpa neha lei? In fondoè suo marito.

Allafinenon mi potendo tratteneredissi con accento rotto e strozzatotanto per dire qualcosa di diverso da ciò che mi stava fissonel cervello:

-SentiMatildese io morissi o se ti abbandonassie se tuo maritofosse mortotorneresti a maritarti?

Nonrispose. Irritato da quel silenzioinsistetti:

-Ti pregodimmelo.

Matildesospirò e tacque ancora; ma ioch'ero entrato in quella nuovaostinazioneripetei: - Dimmelote ne prego.

Ellarispose un po' infastidita:

-Nononon tornerei a maritarmi.

-Avresti torto. Già se io ti abbandonassiquali obblighiserberesti verso di me? E se morissiperché dovrestisacrificarti nell'inutile culto d'una memoria? Aggiungi i casi dellavita: restare senz'aiuto con i figliuoli; le difficoltàdell'educarlidel dirigerli; le strettezze economiche. E perchénon potrestifra cinquefra dieci annisbolliti i fumi dellafantasiaincontrarti con un uomo attempatoonestoriccoche tiamasse e al quale tu volessi bene?

-Sarà sempre impossibile.

-Perché? - ribattevo con tenacità acre e noiosa.

-Non foss'altro perché non potrei rimaritarmi senza svelare alsecondo marito di avere tradito il primo.

-Certe cosesi dicono?

Mifissò negli occhi con uno sguardoche mi fece arrossire; maio continuavo a tasteggiarea stuzzicare.

-C'è dei galantuomini ai quali il passato non preme. Lasincerità può accordarsi con l'utile.

Nuovosilenzio lungodurante il quale si sentivano gracidare in coro leranocchie dei fossati. Ripigliai:

-È singolare! Può darsi dunquepresto o tardiche tiaccada di innamorarti d'un altro. Io avevo l'illusione che la tuavita fosse indissolubilmente legata alla mia.

Aspettaiin vano una rispostache avevo onta di sollecitaretanto le mieproprie parole mi sembravano sciocche e vili.

Labile mi suggerì:

-Strano! Unisci la passione dell'oggiprofondainfrenabileperquanto affermi...

-E il fatto lo mostrami pare.

-...la unisci con una certa cautela pratica per l'avvenire.

-Non ho detto di volermi rimaritare. Già mio marito vivee tumi amie io t'amo tantoe te lo provo. Non ci affatichiamo atormentarci senza un perché.

Siavventò per darmi un bacio. La respinsi.

-Sentigiurami che non ti rimariteresti in nessun casomai.

-Giuro per il passatoquando so di giurare il veroma perl'avvenirebenché certanon posso.

-Bella certezza! Conosco dei giuocatori di lotto che sono sicuri dinon vincere; ma la polizza non la buttano via. Tu non vuoi lacerarela polizza del futuro. Del restoadesso a giurare sarebbe tardi.Sono cose d'impetod'istinto: il male sta nel doverci pensare.

-Abbi pazienzacaro. Quando vuoi ch'io giuri sulla tua vita io nonposso mai farlo senza riandare in me stessa tutte le azionitutti ipensieritutti i sentimentiche si riferiscono al giuramento. Ungiuramento solenne e tremendo non isvanisce: dura per sempre. Miaccosto ad esso come ad un altarecon la coscienza sicurama con lamente turbata. Voglio cheinsieme con il cuorerisponda ilgiudizio. Mi credi? Ti contenti della mia promessa?

-Credo che ora il solo pensare ad un nuovo legame debba sembrarti cosaabbominevole; ma poiquando la nostra relazione dovessenell'unmodo o nell'altrofinirequando tu fossi libera...

-Maimainon potrei amarti come ti amo se questo affetto non dovesseriempirmi l'anima sino all'ultimo istante della vita.

-Oggi ti ripugna il pensierolo vedo: ma non credi il fattoassolutamente impossibile.

-Sìlo credo impossibile.

-E se lo credi impossibileperché non giuri?

M'eroallontanato un poco da Matilde; mi asciugavo con la mano il sudoredalla fronte; avevo sulle labbra un'amarezza che voleva schizzarfuori.

Matildemi si avvinghiò stretta strettagridando:

-Sì giurogiuro sulla mia vita.

-Sulla miagiuralo.

-Sì.

-Dillo.

-Sìsulla tua vita lo giuro.

Ilmio spiritoconfusopentitovergognosotornò in meno di unquarto d'ora beato d'una beatitudine tutta fuoco e tutta fiamme.

Matildesi sentiva stanca. Tornando all'albergo s'appoggiò forte almio braccio.

Lacamera grandebassafreddaera quasi vuota. Il letto altocon unacoperta rossa scarlattail cassettone ornato di due mazzi di fioriartificiali sotto le polverose campane di vetroqualche seggiolaimpagliatauna tavola su cui stava confusamente la nostra roba: eccotutto. Guardai se gli scuretti delle finestre erano chiusiedorigliai agli usci laterali per sentire se le camere vicine fosseroabitate. Tutto taceva.

L'orologiodel corridoio aveva suonato da un po' di tempo le dodici quando s'udìun gran fracasso: qualcuno entrava nella camera a destrae dallefessure della porta si vide una striscia di luce. Due stivalonifurono gettati sul pavimentoun corpo si buttò sul lettoedopo qualche minutoprincipiò un russare profondocontinuo.

Lamattina seguente io provavo un certo inesplicabile stringimento alcuore. Nel cielo d'un bell'azzurro dolce veleggiavano poche nuvolettedorate; ma la luce del giorno mi sembrò melanconica. Dovevaesserci nel mio sorriso qualche cosa di stranoperchéMatildepallidami chiese due volte:

-Che cos'hai? Ti senti poco bene?

Lepigliavo la mano bisbigliando:

-Non ho nulla. Ti amo tanto!

Quandola vidi entrare in vagone econ i begli occhi pieni di lagrimesempre fissi su di meallontanarsi nel lungo treno e spariremisentii come alleggerito di un peso. Avevo l'animo vuotoma ilrespiro più libero.

 

 

Ildemonio muto

1

Nipotemioho compiuto quest'oggi i miei novant'annie ho fatto il miotestamento. Lascio quasi tutti i miei soldicirca un centinaio dimila lirea tua sorella Mariache ha sette figliuoli ed èvedovacon il patto di passare tremila lire l'anno alla mia buonaMenicala quale è troppo vecchia e stanca per attendere agliaffari. Vero è che la mia buona Menica mi fa arrabbiare tuttele sante sere. Non vuole andare a letto prima di meper quanto io lapreghi e scongiuri; e mentre scrivo al lume di questa lucerna e nesmoccolo i lucignoliecco lì la tua ziadall'altra parte diquesta tavolache dorme col gatto nero sulle ginocchia. Da mezzosecolo si fa la stessa vita placida e dolce e tanto rapida che lesettimane volano come giorni; e la mia cara vecchietta tutta lindacon la sua cuffia bianca inamidataquando si sveglia ealzando ilcapofissa a un tratto gli occhi ne' mieie mi chiama: - Carlo! -mi fa ribollire nelle vene un sangue da giovinotto.

Perconto tuo non hai bisogno di nulla. Sei soloagiato e non avido. Masai chesebbene io non ti veda troppo di rado in queste montagnepure ho sempre sentito un grande affetto per tee lo meriti; e mirincrescerebbe chequando sarò volato via da questa terratunon avessi nessuna occasione di rammentarti dell'antico parente. Daparecchi giorni vado dunque intorno in questa casa mezzo diroccataper trovare un oggetto che possa non dispiacerti. Ma ogni cosa èlogorasbeccucciatasbiaditasconnessa: corrisponde insomma aicapelli canuti ed alle rughe dei padroni. Da trent'anni non sononeanche più andato a Brescia: si può dire ch'io nonabbia più comperato nulla. Le cose più belle in questopolveroso palazzodove le finestre mostrano ancora i loro vetritondiondulati dal centro alla periferiacome fa un sasso quando sibutta nell'acquadove i pavimenti paiono un mare in burrascasonole cose più vecchie. Sai che ho quattro di quelle casse dilegno intagliatoche si mettevano a' piedi del letto degli spositutte a putti che giuocanoad amorini alatia ninfe nude; e vistanno gli antichi stemmi della nostra famiglia. Poi ho deiseggioloni enormi a grossi fogliami nei bracciuoli e nella spallierache punzecchiano le mani e la schienae certe lettiere spropositatea colonne ed a timpaniche paiono monumenti sepolcrali. Poi hoquegli otto grandissimi ritratti nelle loro massicce cornici d'un orodiventato nero: memoria dei nostri augusti antenatiche Dio li abbiain gloria: quei ritratti chequando da bambino venivi qui a passarei mesi delle vacanzeora ti facevano ridere ed ora ti mettevanopaura.

Ladamati ricordi? con il guardinfante verdone e con una piramiderossa per acconciaturache pare una bottiglia sigillata; ilcavaliero con il grande cappellaccio alla spagnuolail tabarrobrunola mano sull'elsa e l'occhio trucee poi il Beato Antonioilsanto Missionarioil grande onore della Val Trompiache ti facevascappar via. È pallido come un fantasmamagro stecchitocongli occhi infossati e un sorriso sulle labbra da far ghiacciare ilsangue.

Inmano ha due cilicii spaventosil'uno a scudiscio pieno di terribilipuntel'altro a ruote dentate. Mi raccontava Giovanni (sai? devoavertene parlatoil servitore che in gioventù assisteva ilBeato Antonioquand'era infermoe da vecchio aveva cura di me e miconduceva alla scuola) Giovanni mi raccontavaed io tremavo dispaventoche una mattinaessendo entrato all'improvviso nella nudacamera del Santovide in un angolo una camiciache stava in piedida sé sola e ch'era di color pavonazzo. Guardatocca: ilsanguedi cui appariva inzuppataraggrumandosi e indurandoavevaridotto la tela rigida come un legno.

DonAntonio aveva le mani così scarne e le dita cosìslogateche con le unghie poteva toccar l'avambraccio. Era unmiracolo di eloquenzaun miracolo di abnegazione. Parlava a dodici aquattordicimila personeche correvano a udirlo dalle vallidaimonti lontanie si faceva sentire da tutti. Eppurese tu vai aBresciapuoi vedere nella chiesa di San Filippoappesa all'altaredel Santouna lingua d'argentovoto di Don Antonioquando perintercessione di Filippo Neri guarì dalla balbuzie. A Romapoco prima di morirepredicando nella chiesa del Gesùfecepiangere il Papa. Aveva per consuetudinene' siti dove egli andavadi parlare contro i vizii che più dominavano in paese. ADesenzano tuonò contro l'ubbriachezza. Il dì dopo tuttele osterietutte quante le bettole erano chiusee l'Autoritàdovette farne aprire alcune per forza a servizio dei forestieri.All'ultimo sermone non voleva altro che i miserabili: era la predicasulla Povertà. Dopo avere mostrato la vanità dellericchezzedopo avere eccitato gli animi al disprezzo degli agichiamava ad uno ad uno i suoi ascoltatorie divideva con essi tuttointiero il guadagno del Quaresimale e i pochi panni che glirestavano.

Sentiquesta. Giovanni stava dietro al pulpitomentre Don Antoniopredicava un dì sull'Inferno. Dopo una pausail Beato Antoniocon voce rimbombante grida: - Pentitevifigliuolitornate nella viadella virtù; giacché per voio perversichecontinuate a vivere nel peccatoche state duri nel vizioi sepolcri- e gridava sempre più altocome ispirato dal cielo - isepolcri si spalancherannoeprecipitando sulle ossa degli antichischeletrinella notte e nel gelosarete a poco a poco rosicchiativivi dai vermi -. Allora Giovanni udì come un fruscìoun muoversi improvvisoma sordolamenti soffocatisinghiozzirepressi. Guarda dal parapetto del pulpitoe vedecosa strana!nella chiesala quale prima era così zeppa di genteche unapresa di tabacco - diceva Giovanni tabaccone - non avrebbe potutocadere in terravede il pavimento nudo in larghi spaziivedescoperte di popolo tutte le grandi lapidi delle tombe. La gentespaventata dalle parole del Missionarios'era ritirata dai sepolcriesempre in ginocchiopiangendo e picchiandosi il pettosipigiavasi schiacciavasi accatastava a gruppie implorava sottovoce il perdono di Dio.

Diquesti ritratti neri e di questi mobili tarlati tu non sapresti checosa fare.

Quiinvece stanno benecosì impietriti al loro posto. Dopo tantianni che le paretile masseriziei quadri si guardanoe forse nelloro linguaggio si parlano sommessamentelo strappare qualcosaparrebbe un'amputazionesarebbe una crudeltà. Quando ifigliuoli di tua sorelladiventati forti giovinottivorrannopassare alcune settimane cacciando sui montiuccellando nelle vallio pescando le trote rosee nel lago d'Idro o nel Chiesetroverannointatta l'antichità di questo palazzaccio. Si scalderanno alfuoco del caminone di marmo gialloin cui dodici uomini possonostare comodamente seduti; guarderanno i soffitti a travature sagomatee dipintee cammineranno su e giù nella galleria dovetragli stucchi sgretolatiil vento gavazza. Tu sentissi che musiche sacomporre il vento in queste gole alpestri e in queste muraglierovinose: sono tripudii o spaventifischii lieti e trilli e scale eaccordi sonori e poi il finimondoe sempre continua il pedalecomedicono gli organistidel romore sinistroche le acque del Chiesefanno nel loro letto sassoso ed erto.

 

2

Hotrovatonipote mioquel che ti devo lasciare. È una cosa chemi salvò quasi la vita.

Primache tu nascessii medici di Brescia e di Milano mi avevanospacciato. Una maledetta malattia nervosa del ventricolo s'eraostinata a volermi spingere al mondo di làed ero ridottoper tutto pastoa nutrirmi di pezzettini di cacio lodigiano chetenevo in boccae di cui a poco a poco succhiavo la sostanza.Pigliai questo malannoil primo e l'ultimo della mia vitacacciandonelle valliquandodopo avere mal dormito qualche ora in uncasolarealle tre della notte mi alzavocamminavo fino alle sei incerca del miglior sito della paludecon il freschetto del dicembre odel gennaio ed una sottile umidità che entrava nelle ossaepoi dall'alba al tramonto mi piantavo immobile nell'acqua e nellanebbia ad aspettare una folagala quale molto spesso non volevamostrarsi. Mi scordavo di mangiare. Bevevoio che sono sempre statomezzo astemiode' larghi sorsi di acquavite. Vedi bestia che èl'uomo! Amando le montagne e le balzecacciarsi con tanta fatica econ sì misero fine dentro ai pantani! Tornavo a casadopoqualche giornoaffrantosfinito. La Menica mi dava brodipetti dipollolatte di gallinavino vecchio e il suo sorriso tutta bontà;ma io non avevo fame e digerivo male. Pensa che malinconia m'eravenuta addosso!

Nonpotevo uscire di camera: andavo dal letto al lettuccio. Se per casogiravo gli occhi allo specchiovedendo un coso allampanato con leguance smuntegli occhi spentiil quale non somigliava affatto almio signor ionon sapevo vincere l'ombra di un tristissimo sorrisoche mi correva sulle labbra e si trasmutava tosto in due lagrimelente. Da quindici giorniall'aprirsi della primaveramangiavononostanteun pochino di piùdicevo qualche parola volentiericavavo qualche accordo flebile con meno stento dalla mia amatachitarrala quale mi stava accanto sul sofà o sul letto.Quand'ecco a un trattouna serami sento esinanire. La Menica sispaventa. Era un gran pezzo ch'ella non dormiva sotto le coltrinonandava nel brolo a respirare una boccata d'arianon faceva altro chestarmi intorno sollecitasempre attenta ad un'allegria fiduciosa eserenache non le veniva dal cuorema che ella simulavavirtuosamente per il suo povero infermo. Ell'aveva pensato finoallora al mio corpo: pensò in quel punto alla mia anima.

Mezz'oradopo entrò il curato esottovocemi chiese s'io volessiconfessarmi. Gli occhi della Menica m'imploravano. La camera erabuiasilenziosasepolcrale. Mi confessai a spizzicoquasi senzafiato; ma non fu cosa lungapoiché non credo in mia vita diavere mai desiderato male a nessuno. Toccai la mano alla mia buonainfermierache mi ringraziò con effusione angelica e mi baciòsulla fronte.

Misentivo sollevato. Il prete stava sempre in piedi a sinistra dellettoduro durobrontolando le sue preghiere. Negl'infermi leimpressioni son rapide come il lampo. Guardai fisso il volto delpretee nell'osservarlo provai dentro un irrefrenabile impeto diriso.

Bisognache tu sappia come quel curatouomo di mezza etàrubicondotarchiatopanciutoottimo di cuorema un po' beone e mangiatoreinsaziabileera il più gioviale matto di questa terra.Cantava certe canzonette da fare sbellicare dalle risafaceva certigiuochi di prestigio con i bussolotti da maravigliare un magoscriveva sonetti buffoneschiimitava con la sola varietà deifischi la predica del Vescovo biascicone e con la sola varietàdelle inflessioni di voce tutte le linguecompresa la turca; facevadietro una tela bianca le ombre chinesi con le manifigurando cignilepriporcielefantigatti e una pantomima di burattiniin cuiArlecchino era innamorato di Rosaura e bastonava Pantalone;finalmente con la faccia rappresentava il temporaleagitando oralentiora impetuosi tutti i muscoli delle gotedel nasodellaboccadel frontepersino le orecchiecosì che parevaproprio di vedere i primi lampidi sentire il rombo dei primi tuonie poi via via crescere la tempesta e scrosciare la pioggia escoppiare le folgorifinché un po' alla voltacon qualcheritorno di vento e d'acquala bufera si dileguava erinata lacalmatornava a splendere la viva luce del giorno. Tu avessi vistocome a questo punto il viso del prete sbocciavacome s'irradiavacome brillava: era il sole tale e quale.

Ilgaio curato venivaprima della mia malattiatutte le domeniche adesinare da noie di quando in quandobevuta una bottiglia di quelvecchioci dava lo spettacolo esilarante del suo temporale. Oraalvedere il muso tondocomicamente solennea cui neanche l'aspettodella morte avrebbe potuto cancellare l'impronta della giovialitàborbottare le orazioni fra i denti agitando le labbrabattendo leciglia ed increspando la frontemi tornò alla memoria iltemporalee scoppiai in una fragorosa e interminabile risata. Ilpreteche era lesto di cervellocapì in un attimo la ragionedelle mie risa escordando il suo ministeronon potendosi piùtenere cominciò a sghignazzare a crepapelle. La Menica e laservache erano presentici credettero impazziti; magiacchéil riso è contagioso ed il prete riesciva tanto bizzarro neisuoi contorcimentisi misero a ridere anch'esse. La solennitàdell'olio santo s'era trasformata così in una farsetta dacarnevale.

Alloraio pigliai da lato la mia chitarra e cominciai gli accordie ilprete intonò una canzone delle sue più sguaiate; edegli cantava con pazza gioia ed io accompagnavo con tanto feliceardoreche mi pareva di essere il dio della contentezza. Ma lasaggia Menica mi fece smettere per forzae mandò via ilcurato bislaccoche si sentiva ridere ancora sulle scale e inistrada di questo suo penitente mezzo mortoresuscitato.

Ildì seguente mi svegliai con un rabbioso appetito. Due giornidopo giravo tutta la casa; quattro giorni appresso andavo nel brolo enel paeseepassata una settimanami arrampicavo sui monti e avreimangiato i gusci delle ostriche.

Lamia guarigione fu cominciata dalle smorfie del pretema fu compiutadalla chitarra. Tu non puoi pensare quale beatitudine fosse la mianel potere di nuovo agitare fieramente le corde di quello strumentoche amo sin da fanciulloe che mi è sempre stato una grandeconsolazione nelle traversìe della vita giovanile e ne'piccoli fastidii della vecchiaia.

Tumi hai sentito suonare. Sono un buon chitarristanon è vero?Ho le mie ambizioncelle anch'iocaro nipote. Quando andavo sotto ilbalcone della Menicasettant'anni addietroe suonavo dolce dolce unminuetto del Monteverdela gente stava ad ascoltarmi a bocca apertae il cuore batteva forte alla mia fidanzatache mi scoccava dalleimposte socchiuse delle occhiate assassine.

Adessoancora mi diverto a cercare nelle antiche melodie le antiche memorie.Vado nella cappella del palazzoche ècome tu saiall'angolo della galleriaed ha l'altare tutto di legno ad angelipaffuti e a cartocci barocchii quali mostrano ne' luoghi piùriposti i segni delle scomparse dorature: e vi sono i vetri a figurecoloratequa e là rotti e restaurati con pezzi di vetribianchisicché ad un Santo manca la testaall'altro unbraccio o una gamba: e non ostante la chiesetta ha qualcosa di severoe di sacro nella sua mezza oscurità. Non c'è neanche unquadro; le pareti son nude; solo da una parte si vede appesa ad unchiodo la mia chitarrache è quasi una reliquia. Stacco lostrumentoesalendo dallo scalone internoquello scalone lungo edirittoche ha i suoi dugento gradini tutti sconnessivado pianpiano nel giardino altoda cui si domina il villaggio e la valleemi metto a sedere sui graticcii qualiservendo solo per i bachi dasetarestano quasi tutto l'anno accatastati nel padiglione dellefeste. Questo magazzinogioia dei topi e dei ragniera una piccolareggia tre secoli addietro. I nostri antenati vi godevano le loroorgieche non invidio: donneballibuffonicenele quali nonterminavano prima dell'alba e lasciavano uomini e femmine arrotolatiper terra. Col vino scorreva qualche volta il sangue. I muri portanoancoraquasi cancellati dal tempoi nomi ed i motti di qualcuno deiviolenti e gaudenti cavalieri. V'ètra le altresotto aldisegno rozzo di un cuore trafittol'impresa: Dopo il bacio ilpugnale.

Cosìseduto al fresco ne' bei giorni d'estatestrappo alle corde i mieivecchi ricordi in questi ultimi anniche sono i piùtranquilli e i più lieti della mia vita. Lascio morireflebilmente le armonie sotto la vòlta della salaseguendoattentissimo con l'orecchio le ultime oscillazioniche si dileguanonel brontolìo lontano del Chiese. Poisentendomiringalluzzitopicchio forte su tutte quante le corde e comincio unallegro amorosouna gavotta saltellante; ma pur troppo la mia manosinistra ha perduto un poco di agilitàe la mia destra èscemata un poco di vigore. Oggi son più valente negli adaginelle ariette patetiche: ai vecchi s'addice meglio il rimpianto.

Lamia chitarra ha cinque corde doppie; sale dal la al midue ottave emezzo. È uno strumento ammirabile per la sonorità el'eleganza. La rosaintagliata a minuti intrecci e trafori dicerchidi triangolidi fogliolinepare un'opera in filigrana. Ilmanicointarsiato di avorio e di ebano con dei filetti d'ororappresenta una caccia in figure alte un'oncia: cavalcatoridamefalconiericon canicavriolilepricignali e ogni sorta diselvaggina.

Albasso della cassa armonica s'ammira poi una figuretta d'argentounApollo sdraiato che suona la cetracosa che più graziosa almondo non si potrebbe vedere. Oltre a ciòaccomodate in vagoornamentostanno un centinaio di perlealcune assai grossee cosìbene incastonateche sette soltanto si sono rotte o perdute. Insommaquesta chitarra magnifica desiderodopo la mia mortelasciarla almio caro nipote. Fors'è un'ubbia dello zio quasi rimbambitoma non vorrei che la chitarra uscisse dalla nostra famiglia. C'èsotto una storiella. Te la racconteròprima perchégiova che tu la sappiae poi per amore di me medesimo. Non possodormirecome accade ai vecchionipiù di due o tre ore lanottee ho gli occhi sanie non cavo troppo gusto a leggere libriper cagione della memoriache mi serve benissimo nelle cose lontanema pochissimo nelle vicinesicché alla fine di un volumerischio di non rammentarmi il principio. Bisogna dunque ch'io mettaun poco di nero sul bianco per occupar la sera in qualcosamentre laMenicatenendo in grembo il suo miciopisola nel seggiolone.

3

Tiscrivo di giorno all'ombra dell'antico padiglione e all'aria apertanel giardino ora tutto intralciato e spinosoche sta innanzi alpadiglione ed è protetto da balaustri spezzati e da pilastrisu cui piantano de' mozziconi di Ercolidi Diane e di Veneri! Laroccia scende a perpendicolo dietro il palazzodel quale da questaaltura si dominano i tetti vicini; più giùa sinistrasi vede la piazza del paesee più giù ancora il ponteed una lunga e sinuosa striscia di fiume.

Èun'afache non si può respirare. Me ne sto qui da un pezzo aguardare le montagne ed il cielo. Le curve ripide e rotte del montedi San Gottardo alla destra e dell'altroche gli sorge di contropare si tocchino a' pieditanto è stretta la spaccatura delChiese. In mezzo a quelle due chine brulle d'un colore cupo rossastrosi vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un montelontanissimo. Le nubi s'erano squarciate esul largo campo azzurroda quell'angolo basso saliva saliva una nuvola biancailluminata dalsole. Prima sembrò una corona d'argento posta sul culmine delmonte lontano; poi si espanseinvase una gran parte del cielo.Pigliò figura di un toro immaneche si avanzasse con la suatesta cornuta. Le corna venivano sino alla metà della vòltaceleste; una gamba poggiava sopra uno dei montil'altra sull'altro.Poiin un minutoil toro mutò apparenza: la testa da grossache era si allungòdiventò il grugno di un porcolecorna si accorciarono in orecchiele gambe si restrinsero a zampinie la figurache prima era maestosadiventò grottesca. Poi lanuvola grande si sciolse in diverse nuvolette candide: qua e làde' gruppi di punti argentei si raccoglievano come in tantipalloncini aereostaticii quali vagavano un pezzo innanzi di ridursial nulla. L'aria è restata d'un celeste purissimosu cui ledue montagne vicine tagliano scuree l'ultimo monte appena stacca inquasi impercettibile sfumatura. Intanto il Chieseingrossato dalleultime pioggemugghia più iracondo che mai. Le casebruneancora bagnatehanno de' bizzarri scintillamentie gli alberi sonolustri. Giù nelle strade fangose le capre passanoaccompagnate da fanciulliche portano sul capo immense fraschefronzute di castagno o di querciasotto alle quali restano curvati enascosti. Son piante che camminano; e quando diciotto o venti di queiragazzi scendono così dai sentieri delle montagne l'un dietroall'altropare che un pezzo di bosco si muovae si pensa - non mirammento benema qualcosa mi resta nella memoria di spaventoso - aquel rea cuidopo la profezia di certe orribili streghevenneincontro così una foresta minacciante e vendicatrice.

Dallaparte di San Gottardo sai che si va a Bagolinocosteggiando ilmelanconico Lago d'Idropassando dalle mura merlate della Roccad'Anfo e camminando un pezzo sulla stupenda stradache lascia benbasso il Caffaroe dai parapetti della quale si vedono i precipiziivertiginosidove nella cupezza del fondo le acque del torrentecolrimbalzare da un masso all'altrocol piombare in cascatecolfrangersi alle rocciemostrano il luccichìo della loro spuma.

Inquelle orridezze si rovesciano spesso uomini e cavalli esenza chela loro caduta mandi il più lieve romorevanno a seppellirsinella gran fossa del monte. La via bellissima è sparsa dipanporcini e di croci.

Oquante volte son passato su quella strada cantandocon il mio fucilea pietra sulla spallala fiaschetta piena di polverela ventrierafasciata alla vita e ben provvista di palle e pallinie la carnieraad armacollo! Avevo con me Lampo e Bigiooppure Livia e Toti. Nonc'è una svolta ch'io non ricordiné una cappellettané una pietra migliaria. A Nozzaavendo pigliato unascorciatoiatrovai sul viottolo rasente al Chiese due vipereed unane uccisi coi tacchi de' miei grossi stivali. A Vestone il poveroLampo ebbe un formidabile calcio da un ciucoe continuò poi aguaire tutta la giornata. Ad Anfo c'era un'ostessa gobbetta e zoppala quale mi dava il vino bianco e le tinche fritte. Facevo centro aBagolinoma poipartendo all'alba e spesso non tornando la seracorrevo lontano a cacciare i camosci sulle balze e le starne neiboschi.

Laprima volta che salii solo alla cittaduzza alpestree avevo allorache ero giovaneun'aria baldanzosa ed una gran barba neraunvecchietto mi venne incontro etogliendosi rispettosamente ilcappello e sorridendo con maliziami fece segno di seguirlo. Dopoavermi condottosenz'aprir boccaun trecento passi all'in su eall'in giù per quelle viuzze sudicie e stretteil vecchiettosi ferma e alzando il braccio mi mostra coll'indice una lapide anticainfissa nella rovinosa muraglia di una casa. Vi leggo a stento questibei versi:

Ogginon è il tempo

Néla stagione

Distare in questo loco

Chinon sta a ragione.

Primache avessi agio di pigliarmela col sardonico vecchietto e chiederglila causa della sua minacciaegli se l'era prudentemente svignata. Locercai tutt'in giro senza poterlo trovare.

Desinaiall'osteria del Pavonee poiessendo domenica e non avendo sentitomessam'arrampicai sulle interminabili gradinate della chiesa edentrai a pregare. Il sole mandava i suoi raggi quasi orizzontalmentedalle finestre della facciata sino all'altar maggioregettando suquesto la luce infiammata del tramonto e facendo scintillare lacustodia dorata del ciborio. La chiesa era deserta. Solo si sentivaun leggiero picchio a intervalli regolari ora di qua ora di là.Una vecchiatanto curva che il suo mento giungeva appena all'altezzadelle panchepassava abbastanza lesta da un altare all'altromettendo innanzi ad ogni passo il suo bastoncinosu cui poggiava ilpeso del corpo cadente. Mentre uscivoell'era accanto alla piladell'acqua santale diedi qualche soldo: mi ringraziòtremolando.

Ilsole scendeva in quel punto dietro le montagne. Non sapendo comepassare il tempomi posi a sedere sul parapetto del portico eguardai intorno le chine verdi; ma nell'abbassare lo sguardosopraun quadratello di marmo biancoincassato nelle lastre scure delpavimentomi parve di vedere il nome della nostra famiglia. Sentiipunzecchiarmi dalla curiosità e guardai bene.

Poteileggereoltre al casatoDon Antonioe l'anno MDCCLXX; ma il testotra l'essere logoro dallo stropiccìo de' piedi e l'esserescritto in latinonon mi entrava nel cervello. Stavo cosìlambiccandomi da dieci minutiquand'odo dietro di me una voce fessae biascicantela quale brontolacome se ripetesse una lezioneimparata a memoria: "Sul sagrato di questa chiesa Don Antoniomaestro di virtùfece ardere in benefica pira gli strumentidel peccatoe scacciò il Demonio muto dal cuore deipenitenti". Non capii nulla neanche nella traduzioneevincendo il ribrezzo che la vecchia mi metteva addossole chiesis'ella poteva spiegarmi il mistero dell'epigrafe.

Mipigliò per il braccio con la sua mano aduncache pareva unartiglioe mi trascinò sul piazzalenel mezzotra ilportico della chiesa e le gradinate della rocciale quali scendonoal paese; poisempre tenendosi al mio bracciofece il segno con lapunta del suo bastoncino di un largo circolo intorno a noie disse:

-Quiproprio qui. Era un gran fuoco. Pareva un incendio. I ragazziavevano portato le fascine secche; gli uomini avevano accomodato lelegne in una immensa catasta; le donne con le mani giunteinginocchiatepregavano. Poi una si alza etogliendosi i pendentidalle orecchieli getta nelle fiamme; edopo questatuttead unaad unao un monileo un braccialettood uno spilloneo quel chehanno di prezioso e di bello gettano nel fuoco. Le litanie sisollevano al cielo: lo scoppiettare e lo stridere del rogo pare uninferno. Si avanzano gli uomini come spiritati. È nottee lefiammetingendo la chiesa e le case di un rosso sanguignodànnoai devoti l'aspetto di demonii. Ecco che volano sul fuoco mandoliniflautitamburinitiorbe. Due alzano una spinettae giùsulle brace. Quante chitarre! Unafra le altredi avoriodi ebanod'orodi perle! Che bellezza!...

Misentii serrare il braccio più forte. La vecchia s'erainterrottatremava in tutte le membrae sulle guance grinzose eterrose sgocciolava qualche lagrima. Si percuoteva il petto col pomodel bastoncino. Durò un pezzo a rimettersie poi alzòsopra di me gli occhi così stravoltiche ne ebbi paura.Certoera matta. Continuòfacendo da sé sola diecipassi indietro e picchiando tre volte col bastoncino in terra:

-Qui stava il Santoimmobilemaestoso. Guardava in alto. Qualchevolta faceva un gesto con la manoe allora quelli che gli eranovicini gridavano: Silenzio. E tutti tacevanoe si sentivaaccompagnata dal romore della legna ardentela voce di luichegridava: "Distruggetefratellidisperdete gli strumenti delvizio. Quegl'infami oggetti sono del diavolo. Regalateli a mech'ioli dono a Dio. Non più ballinon più suoninon piùgioielli. Via gli eccitamenti alla corruzionele tentazioni alpeccato. Vivetepensando solamente alla morte ed al cielo". Edi quando in quando si sentiva la stessa voceche dominava ilturbinoso frastuono del popoloripetere: "Distruggetefratellidisperdete gli strumenti del vizio".

Misembrò che i pochi capelli bianchi della vecchia le sirizzassero sul cranio.

Dopouna pausa ripigliò:

-Io era giovane allorabellasanariccaempia. Mi scaldavo le manialla catasta e ridevo.

Puoipensarenipote miose queste parole della strega avevanosolleticato la mia voglia di sapere ogni cosae se io la tempestassid'interrogazioni. Ma ella non rispondeva più niente. Parevache fantasticasse a qualcosa di là dal mondo. Finalmenteinfastidita dalla mia insistenzami chiese con ira: - Chi èlei che m'interroga? Che cosa importa a lei di queste storie di mezzosecolo addietro? Non può lasciarmi quieta nelle mie memorie ene' miei rimorsi?

Cercaidi placarlae per iscusare la importunità le dissi il miocasato e ch'io ero pronipote del Beato Antonio.

-Nipote! - gridòspalancando gli occhi cisposi.

-Figlio del figlio d'un suo fratello.

-Figlio del figlio d'un suo fratello - mormorava la vecchia fra legengivecome se studiasse questo grado di parentela.

Miguardò nel volto con attenzione minutissimae invasa da unacrescente contentezza: - È lui - esclamò - lui stesso.Ecco il naso aquilinoil fronte altole labbra sottilile foltesopraccigliagli occhi neri. È luiluiproprio lui!

Nelsottopormi a questo esame la vecchia decrepita s'accostava al miovisovicino vicinogiacché il crepuscolo cominciava aimbrunire. Sentivo l'acre respiro di quel cadavere ischeletrito.

-Lo stesso sguardo - continuava - e la stessa voce! È luiproprio lui -. E intanto si faceva il segno della crocee mi baciavail lembo della cacciatora.

-Avrei dato - ripigliò - tutta la poca vita che mi resta pertrovare un discendente del Santo. Ora posso morire in pace.Restituirò al nipote ciò che ho rubato all'avo. Vengacon me fino al mio casolarelà sulla montagna. Non c'ètempo da perdere. Potrei morire da un momento all'altro - es'incamminò.

Giàcominciava a far buio. Il cieloche s'era tornato a coprire di nubidiventava nero. Scendemmo dietro la chiesa un centinaio di passi;poientrati in una viuzzasi principiò a salire. La vecchiaansava. La strada era formata di sassi puntuti e sconnessiconpozzanghere ad ogni tratto e qualche torrentello. Incespicavo neglisterpi. Dei tronchi d'albero disseccati sbarravano il sentiero. Udivode' fruscii: vidi la coda di un lungo serpe nero guizzare in unabuca. La vecchia andava a piccoli sbalzipicchiando sempre con ilsuo bastoncinoe voltandosi indietro a guardarmi. Ad una svolta sifermò e si mise a sedere in terra. Sembrava una pallottola.

-Ero dunque giovane - disse - e bella. Avevo sposato Angelo il Moroil sicario. Egli viaggiava per le sue faccendee quando tornavadopo tre o quattro mesimi portava tanto oroch'io duravo fatica aspenderlo tutto in vestiin balliin orgie. Angelo mi regalava igioielli rapiti alle dame. Una volta mi portò una chitarrauna maravigliarubata a una duchessa di Milano. Ioche mi divertivoa suonare quello strumentone fui beata; ma l'amante mioche amavoancora più della chitarrame la chiesee gliela diedi.

L'infamemi tradì poco dopo.

Daquel fagotto schiacciato al suolo continuava a uscire una voce rauca:- Ero alta di corposnella; avevo gli occhi bruni ed i capellibiondi. Ballavo dal tramonto all'albanuotavo nel lago d'Idrofacevo all'amore. Una serasentendo che il Beato Antoniodi cuiparlavano le valli e i montima che io non avevo ancora vedutoordinava di bruciare gli strumenti da musica e gli ornamenti delledonnevolli goder lo spettacolo. Alcuni de' miei corteggiatoris'erano convertiti alla fede del Santoaltri non si attentarono adaccompagnarmiuno solo venne con me travestito per non farsiconoscere. Quella sera sentivo dentro un diavolo: ero ubbriaca dipeccato. A un tratto vidi il mio amante traditore accanto a meilquale stava per gettare nel fuoco la mia chitarra. Sentii ribollirmiil sangue. Nel baccano e nella confusioneappena la chitarra fu sulrogoioal rischio di bruciarmi le vestimi scagliai sulle fiammee la trassi fuori intatta. Qualche giorno appresso Angelo fuappiccato in Brescia. Mi ammalai: restai povera e sola.

Lamegera si alzòe continuò il cammino. Era notte scura;non vedevo dove mettessi i piedi; sdrucciolavo; tre o quattro voltefui lì lì per cadere. Il nome del Moro mi rammentava iraccapricci d'infanziaquando il mio vecchio servo Giovanniraccontava le prodezze del famoso assassinoil qualeperesperimentare la curiosità d'una sua fidanzatale avevalasciato in deposito un paniere coperto di foglie frescheproibendole di guardarvi dentroe dopo un'ora torna e trova laragazza in deliquioperché ella aveva trovato nel paniere unatesta d'uomo tagliata.

Lavecchia continuava interrottamentefermandosi ad ogni venti passi: -Mi nacque a poco a poco nel cuore una cosa nuovail rimorso. Entraiqualche volta in chiesa; ascoltai qualche messa. Passato un annotornò a Bagolino il Beato Antonio. M'acconciai per il primosermone accanto al pulpitoe vidi il Santo pallidosmuntosalirefaticosamente i gradini. Annunziò con voce fioca l'argomentodella predica: Il Demonio muto. La sua parola era lentaquasistentatama tanto semplicetanto chiarache nasceva negliascoltatori una certa maraviglia di non avere pensato prima da séa così naturali discorsi. "Nell'animo nostro (eglidiceva) noi nascondiamo quasi semprespesso senza volerloqualchevolta senza saperlola memoria o il desiderio di un peccato. Comenon lo confessiamo al pretecosì non lo confessiamo a noistessi. E pure quel puntoquella piccola ulcera venefica un po' allavolta s'allargasi estende e incancrenisce via via l'anima intera.Ci credevamo giustici troviamo iniqui". E il Santo veniva agliesempii: la moglieche dal grato ricordo di una stretta di manoscivola alla infedeltà; il negozianteche dalla primamenzogna sul prezzo di una merce scende al fallimento bugiardo; ilservoche ruba prima un soldo sulla spesae poivedendo come lapadrona non se n'accorgene ruba duedieciventie finisce colrubare nella borsa e nello scrigno; il giovinottoche dal primostravizio precipita all'ubbriachezza: e così per ognuno quasidegli ascoltatori c'era una parola che lo toccava dentro.

"Nellapiù remota e angusta cameretta del cuore alloggia il Demoniomuto. Egli se ne sta lì accovacciatoarrotolatosilenzioso;ma poiquando gli pare che l'uomo sia più distratto o piùfiaccostende le membras'adagias'impadronisce di una stanzadell'altrae riesce ad occupare tutta quanta la casa della nostracoscienza. La nostra coscienza diventa allora un inferno. Tutto stadunque nel guardarci dentro e nel trovare il nostro mortale nemicoquand'egli è ancora quasi impercettibile: tutto sta nelcacciare via subito il piccolo Demonio muto". Ma il Santocangiava voce. Da dolce e insinuante ch'era in principiodiventavaaspraviolentaterribile. Parlava sul Demonio muto delle coscienzegià infami: delle donne empiedegli uomini perversicheoccultano un peccato obbrobrioso. Terminò tuonandosicchéla chiesa rimbombava: "Furtiassassiniiingannisacrilegiilordure d'ogni specievenite fuori dal petto di voi che m'ascoltateentrate nelle mie orecchie; e salga il vostro rimorso e il vostropentimento a Dio. Dio è misericordioso!". Il popolo sigettava per terra epiangendogridava: "Pietàpietà!".

Lavecchiagià stancasedeva nel mezzo della stradae ormail'oscurità era così fittach'io appena distinguevo ilcorpiciattolo bruno. Sembrava che la voce uscisse da sotto terra.Cominciai a sentirmi de' brividi nelle membrapoiché tiravaun vento frescoil quale faceva stormire le foglie e produceva deifischi e come degli ululati lamentevoli e strani. Neanche un lumelontano; neanche una stella. Il suono fesso delle parole dellavecchia che ricominciava:

-Uscii dalla chiesaconvertita e spaventata. Tornai a casa correndo.Mi prese una febbreche per dieci giorni tenne il mio corpo inorridi vaneggiamenti. Non ero guaritaquando una mattina scappai dalsito dove abitavodistante un'oraeportando con me la chitarrache avevo rubata al rogo del Santoandai a Bagolino per confessarmi.Il Beato Antonio era già andato a Gardoneassai malatoanch'essoquasi morente. Presi una carrettellaesempre col miostrumento maledettopartii. Il giorno appresso ero in val TrompiaaGardone. Corsi tosto alla chiesae la vidi tutta parata di nerotutta a ceri ardenti. L'infinito popolo singhiozzava e pregava; isacerdoti cantavano a morto. Nel mezzosopra un immenso catafalcoseduto in un trono maestosovestito degli abiti sacricol calice inmanostava il Santopiù livido che mai. Era immobile. Avevagli occhi aperti e fissi. Pareva che guardasse. Il cadaverecertomi malediva.

Lavecchia riprese a camminare assai lenta. Io le andavo dietro senzavedere più nulla.

-Siamo lontani? - le domandai.

Nonrispose. Si continuò a salire la montagna. La vecchia eradiventata taciturnama sentivo sempre il picchio del suo bastoncinosui sassi. Finalmente si giunse dinanzi ad un casolare. La vecchiaspinse l'uscio ed entrò. Cercò qualcosae poibattendo con l'acciarinofece uscire dalla pietra qualche scintilla;accese l'esca e un luminoil quale rischiarava assai male lamiserabile stanza.

Unpo' di strame in un angolouna pancauna ciotola; il tetto nascostodai ragnateli; il pavimento di mota lubrica; i muri di sassi tuttisconnessi e cadenti.

Lastregagettandosi per terralevò le foglie muffite del suogiaciglio e cominciò a raschiare con le unghie il terreno.Dopo un quarto d'ora mi fece segno di accostarmelee vidi ilcoperchio di una cassa; aiutai la vecchia a levarloed apparve lafamosa chitarra con le sue corde spezzate. Alla luce del luminofumoso le perle sembravano scintillette scialbe e l'argento delpiccolo Apollo brillava appena. La vecchia mi porse lo strumento conun sorriso che le contorceva la boccae disse tra sé:

-Morirò più quieta.

Salutaila povera donnaed uscii dal casolaredove il tanfo cominciava anausearmi. Solonelle tenebre più nerecon la chitarra sottoil braccio e senza rammentarmi il camminopuoi pensarenipote miose mi sentissi lieto. Mi guidarono le punte dei grossi sassi dellaviamartoriandomi i piedi. Dio volendoa mezzanotte bussai allaporta dell'Albergodove tutti dormivano; eandato a lettosognaitutta notte lemurifantasmidiavolimegere e streghe.

Seimesi dopo tornai a Bagolino per le mie cacciee volli andare asalutar la mia vecchia. Trovai con grande stento il casolare. Eradeserto. Domandai notizie di essa ai contadini della montagna ed alloscaccino della chiesa. Era sparita da un pezzoproprio come unastrega. Nessuno ne ha saputo più nulla.

4

Oggiè stata una magnifica festadi quelle che lasciano il cuorepiù sereno e più alto. Si cominciò ier sera coni fuochi sulle montagne. Tu avessi visto com'era belloquell'improvviso accendersiquell'alternarsi di quadi làdelle fiamme d'allegriaalla distanza di più migliadall'unae dall'altra parte della valle; e come pareva che le cime dei montisi rispondessero nel gaio linguaggio di fuoco! Le campane suonavanoora a distesaora a rapidi rintocchied ora con una certa ingenuapretensione d'imitare qualche arietta popolaresenza colpa delcampanaro se tre note su sette dovevano restar nel battaglio.

Versole ottoche era ben buioandai con la mia Menica nel mezzo delpontea godermi per una mezz'oretta questo spettacolo; e il Chieseriflettendo i fuochi delle alturepareva se la godesse anche lui.

Stamanepoi all'alba è stato un scoppio di gioia. Mortaletti da tuttele particome cannonate d'una finta battaglia; la banda musicale diSalòche soffiava e batteva a tutto andare; il popolocheriempiva le piazze e le vieilarechiassosovestito da festaconfazzoletti da collo e scialli d'un rosso scarlatto.

M'èvenuto il ghiribizzo di andare incontro anch'io al nuovo Curatochefaceva il suo ingresso trionfale. Appena mi ha visto è scesodalla carrozzettadove stava con il Sindaco. Ha voluto per forza chemi appoggiassi al suo braccioe così a piedi siamo andatiinsieme fino al piazzale della chiesain mezzo a due fitte ale dipopoloche salutava rispettosamente. Il curato rispondeva ai saluticon pronta affabilità. Ha i bei capelli folti tutti d'argentoche gli circondano il capo come un'aureola; gli occhi azzurrilimpidid'una soavità da fanciulla; i denti bianchissimi eperfetti. Veste pulitoquasi accurato. Parla con una dolcezzasempliceprofondaaffettuosache affascina. Èdiconoilpiù virtuoso prete della diocesi di Brescia: dà tuttoai poveri: mangia polentacaciolatte soltanto; ma nasconde la suacarità e la sua povertà volontaria sotto un aspetto dipersona studiosa e gentile. Mi ha detto: - So ch'ellasignor Carloè il più vecchio e più savio uomo di questimonti. Permetterà ch'io venga a discorrere spesso con lei eche mi chiami suo amico. Il maestro di scuola si è avanzatoper leggerebalbettandola sua poesia; una fanciulletta dell'Asiloha recitato lesta il suo discorsino; i preti della Parrocchia hannopresentato al nuovo pastorecon una lunga orazione latinale chiavidella chiesaportate sopra un cuscino di seta bianca a frangie ed anappe d'oro. Ed è cominciata la processione: stendardi rossicon la Madonna dipinta in mezzobanderuolecrocitorchibaldacchini; fanciulle inghirlandate di fiori e tutte vestite dibiancole quali portavano in mano con gran compunzione quale unAgnello di cartaquale un Bambino Gesù in fascequale unaVergine incoronata; ragazzi con mitrie o con turbantie dietro unacoda interminabile di donne e d'uominila qualevista un pocodall'altosembrava tutta d'un pezzoe pareva che così lungalunga si muovesse flessuosamente secondo l'avvallarsiil girare o ilrialzarsi della strada.

Astare accanto alla chiesa e appartaticome abbiamo fatto la miabuona Menica ed ioche siamo troppo vecchi per cacciarci nellafollasi sentiva l'organo suonare un'allegra marcia con tutti ipedali e campanelli e tamburi e piattipoi le campane suonavano sulnostro capopoi scoppiavano i mortalettiche era un frastuono dadiventare sordi; ma quando per casoin certi momentitutti questiromori cessavanos'udivagià lontanoil salmeggiare bassodei sacerdoti della processione e l'armonia vagalungaangelicadella risposta delle donne.

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Lavecchiaia è orrenda. Non ci sono lagrime negli occhinon cisono singhiozzi nel petto. La disperazione non si espande nella pietàdegli altrinon si getta al di fuori con le parolecon i gesticonle grida. Lo strazio è solitario. Si guarda al proprio doloretranquillicon le ciglia asciutte. È una calma bieca; èuna freddezza spaventosa. Par di uscire da se stessie di aggirarsinel nulla. Non si pensanon si sente: si vive in una tomba.

Lamia Menica è morta.

Diecigiorni sonomercoledì serasi sentiva un po' stancaes'addormentòcome al solitonella sua poltrona. Io leggevo.Tutt'a un trattoil micio nero sbalza in terra e miagola comeimpaurito. Non gli bado. Alle dieci mi alzoe mormoro nell'orecchiodella Menica: - Mia buonaè l'ora di andare a letto -.

Nonrisponde. Le mettocosì per giuocole due mani sul fronte.Lo sento di ghiaccio. Era morta.

Beataleiche è morta com'era vissutanella sua santa placidezza!

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Lacasa è desertale montagne sono bianche di nevee gela. Adesinarecosì solonon mangio più. La sera non c'ènessuno che mi dia con affetto la buona nottee la mattina mi vestonella camera vuotaintristito dal silenzio fatale. La ragazzachemi serve da pochi mesimi guarda con occhio indifferenteannoiato.Pensa forse che i vecchi stanno meglio nella bara. Ha ragione.

Houn solo confortoil Curato. È un santo uomo. Parliamo direligionee la mia vecchia fede si ravviva. Ieri mi diceva: - SignorCarlosi prepari alla felicità del Paradiso. Si stacchi dallecose di questa terra. Pensi a Dio.

Nonho rimorsieppure un certo stringimento di cuore mi dice forse chec'è una macchia nella mia vita. Quando sono seduto al fuoconell'interno del gran camino della salae vedo sulla parete dicontro il ritratto del Beato Antoniosmortoseverominacciosomisembra ch'egli apra le labbra ed alzi la mano per rimproverarmiqualcosa. Che cosa? Non ho mai fatto male apposta a nessuno. Ho amatoi miei genitorii miei parentila mia Menica. Ho seguito ladottrina e i riti della Chiesa. E non ostantegli occhi dipinti delritratto di Don Antonioche sono vivimi scrutano dentro nellevisceremi strappano fuori un non so che dall'anima. È unoscavo nella coscienza. Forse il mio Demonio muto.

Chilo sa? Forse quell'oggetto di profano piacereche io vagheggiavoeche può avermi distolto spesso dalla contemplazione di Dio!Sìquel maledetto strumentorubato da un sicario e destinatoal rogopoi di nuovo rubato da una femmina iniqua.

Certoa quello sguardoche scintilla fuor della telaci deve essere unaprofonda cagione. Don Antoniobisogna ch'io ti plachi.

Interrogaiil Curato. Perdonaminipote mio: ho già provvisto a te nelcodicillo del testamentoma ritiro il donoche ti avevo fatto. Ilbuon prete mi consiglia di distruggere quella mia vecchia gioiamondanache oggi mi è occasione di rimorsi e di paure.

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Ierisera nevicavatirava ventosi sentivano certe voci lugubri a tuttele finestre ad a tutti gli usci. Non avevo dormito da una settimana.Andai nella cappella a staccar la chitarra e la potrai nella sala. Allume del fuoco le perlette e l'oro brillavanoe la figuretta diApollo sorrideva. Il demonio mi tentò e toccai le corde. Unsuono rauco e terribile uscì dallo strumento scordato. Allorafeci aggiungere molta legna sul fuocoe quando la vampa toccòla cappa altissima del caminofatto un supremo sforzogettai lachitarra sul rogoseguendola attentamente con gli occhi. Le corde sicontorsero come serpimandando un sibilo di dolore; il legno sottiledella cassa armonica diventò nerosi spaccò in piùluoghiesenza infiammarsisi ridusse a carbone; le perlettesparirono; il manico durò un gran pezzo a bruciaree lefigurette della cacciastaccandosi ad una ad unacaddero nellebrace. Chiamai la servache gettasse dell'altra legna sul fuoco.

Tuttofu consumato. Nell'uscire dalla salapassando innanzi al ritratto diDon Antoniomentre le ultime brace ardenti lo irradiavano di unaluce oscillante e sanguignacredetti che lo sguardo del Santo miseguisse ancora tenacetorvoimplacabile. Gelai tutto e svenni.

Mandoun addio a tea tua sorella ed ai suoi figliuoli; e mi dolgo chesiate troppo lontaniperch'io vi possa vedere mai più.

Sonoalzato e ti scrivo dal tavolino; ma sento dentro di me come unpresentimento felice. Ho chiamato per questa sera il mio buon Curato.Mi confesserà e mi darà l'olio santo.

 

 

 

Dalloscartafaccio segreto della contessa Livia.

Ierinel mio salotto giallomentre l'avvocatino Ginocon la voce raucadella passione lungamente repressami susurrava nell'orecchio: -Contessaabbia compassione di me: mi cacci viaordini ai servi dinon lasciarmi più entrare; main nome di Diomi tolga da unaincertezza mortalemi dica se posso o se non posso sperare -; mentreil povero giovane mi si gettava ai piediiorittaimpassibilemiguardavo nello specchio. Esaminava il mio volto per trovarmi unaruga. La mia frontesu cui scherzano i ricciolettiè lisciae tersa come quella di una bimba; a' lati delle mie ampie naricialdi sopra delle mie labbra un po' grosse e rossenon si vede unagrinza. Non ho mai scoperto un filo bianco ne' lunghi capelliiqualisciolticadono in belle onde lucideneri piùdell'inchiostrosulle mie spalle candide.

Trentanoveanni!... tremo nello scrivere questa orribile cifra.

Diediun colpetto leggiero con le mie dita affusolate sulla mano caldadell'avvocatinola quale brancolava verso di mee m'avviai peruscire; maspinta da non so quale sentimento (certo un sentimentolodevole di compassione e di amicizia)voltandomi sulla sogliabisbigliaicredoquesta parola: - Sperate.

Hobisogno di mortificare la vanità. Alla inquietudineche rodela mia anima e che lascia quasi intatto il mio corpos'alterna lapresunzione della mia bellezza: né trovo altro conforto chequesto soloil mio specchio.

Troveròsperoun altro conforto nello scrivere i miei casi di sedici anniaddietroai quali vado ripensando con acre voluttà. Loscartafacciochiuso a tre chiavi nel mio scrigno segretonon potràessere visto da occhio umanoeappena compiutolo getteròsul fuocodisperdendone le ceneri; ma il confidare alla carta ivecchi ricordi deve servire a mitigarne l'acerbità e latenacia. Mi resta scolpita in mente ogni azioneogni parola e sopratutto ogni vergogna di quell'affannoso periodo del mio passato; etento sempre e ricerco le lacerazioni della piaga non rimarginata; néso bene se ciò ch'io provo siain fondodolore o solletico.

Oche gioiaconfidarsi unicamente a séliberi da scrupolidaipocrisieda reticenzerispettando nella memoria la veritàanche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono piùdifficile a proclamarele proprie bassezze! Ho letto di santianacoretii quali vivevano in mezzo ai vermi ed alle putrefazioni(quellecertoerano lordure)ma credevano di alzarsi tanto piùin su quanto più si avvoltolavano nel fango. Così ilmio spirito nell'umiliarsi si esalta. Sono altera di sentirmi affattodiversa dalle altre donne: il mio sguardo non teme nessunospettacolo; c'è nella mia debolezza una forza audace; somiglioalle Romane antichea quelle che giravano il pollice verso terraaquelle di cui tocca il Parini in una ode... non mi rammento benemaso che quando la lessi mi sembrava proprio che il poeta alludesse ame.

Senon fosse dall'una parte la febbre delle vive ricordanzedall'altralo spavento della vecchiaiadovrei essere una donna felice.

Miomaritovecchioacciaccosopieno di fiducia in memi lasciaspendere quanto voglio e fare quel che mi piace; sono una delle primedame di Trento: corteggiatori non mi mancanoe la cara invidia dellemie buone amicheinvece di scemaresi rinfocola sempre più.

Diventi anni eronaturalmentepiù bella. Non che le fattezzedel mio volto sieno mutateo che il mio corpo sembri meno svelto eflessuoso; ma negli occhi miei c'era una fiammache ora pur tropposi va smorzando. Il nero stesso delle pupille mi parea guardarlobeneun poco meno intenso. Dicono che il sommo della filosofiaconsista nel conoscere se stessi: io mi studio con tanta trepidazioneda tanti anniora per oraminuto per minutoche credo diconoscermi a fondo e di potermi proclamare una filosofessa perfetta.

Direidi avere toccato il colmo della mia bellezza (c'è sempre nelfiorire della donna un periodo breve di suprema espansione) quandoavevo di poco varcato i ventidue annia Venezia. Era il lugliodell'anno 1865. Maritata da pochi giornifacevo il viaggio di nozze.Per mio maritoche avrebbe potuto essere mio nonnosentivo unaindifferenza mista di pietà e disprezzo: portava i suoisessantadue anni e l'ampia pancia con apparente energia; si tingeva iradi capelli e i folti baffi con un unguento puzzolenteil qualelasciava sui guanciali delle larghe macchie giallastre. Delrimanentebuon uomopienoalla sua manieradi attenzioni per lagiovine sposainclinato alla crapulabestemmiatore all'occorrenzafumatore instancabilearistocratico burbanzosoviolento verso itimidi e pauroso in faccia ai violentiraccontatore vivace distorielle lubricheche ripeteva a ogni trattoné avaronéscialacquatore. Si pavoneggiava nel tenermi al suo bracciomaguardava le donnette faciliche passeggiavano accanto a noi nellapiazza di San Marcocon un sorriso d'intelligenza lasciva; ed io daun lato n'avevo gustogiacché l'avrei cacciato volontieri inbraccio di chicchessia pure di liberarmenedall'altro ne sentivodispetto.

Loavevo pigliato spontaneamenteanzi lo avevo proprio voluto io. Imiei erano contrarii ad un matrimonio così male assortito; nébisogna dire la veritàil pover'uomo ardiva di chiedere lamia mano. Ma io mi sentivo stufa della mia qualità di zitella:volevo avere carrozze miebrillantiabiti di vellutoun titoloesopra tuttola mia libertà. Ce ne vollero delle occhiate peraccendere il cuore nel gran ventre del conte; mauna volta accesonon provò pace finché non m'ebbené badòalla piccola dotené pensò all'avvenire. Ioinnanzial preterisposi un Sì fermo e sonoro. Ero contenta di quelloche avevo fattoed oggidopo tanti anninon ne sono pentita. Infondonon mi pareva di dovermene pentire neanche in quei giorni incuiaperta l'anima quasi d'un trattomi sfogavo nel parossismo diuna prima passione cieca.

Sinoai ventidue anni passati il mio cuore era rimasto chiuso. Le mieamichedeboli in faccia alle lusinghe dell'amore sentimentalem'invidiavano e mi rispettavano: nella mia freddezzanella miasdegnosa noncuranza delle parole tenere e delle occhiate languidevedevano una preminenza di raziocinio e di forza.

Asedici anni avevo assodata già la mia fama scherzando conl'affetto di un bel giovane del mio paese e disprezzandolo poisicché il misero tentò di uccidersi eguaritoscappòda Trento in Piemontee si arruolò volontarioe in una dellebattaglie del '59non mi ricordo qualemorì. Ero troppogiovane allora per sentirne rimorso; e dall'altra parte i mieigenitori e parenti e conoscentitutti affezionati al governodell'Austriache servivano fedelmente quali militari e impiegatinon avevano trovata altra orazione funebre in onore del poveroesaltato se non questa: - Gli sta bene.

AVenezia rinascevo. La mia bellezza sbocciava intiera. Negli occhidegli uomini brillavaquando mi guardavanoun lampo di desiderio;sentivo le fiamme degli sguardi rivolti sulla mia persona anche senzavederli. Persino le donne mi fissavano in voltopoi mi ricercavanogiù giù sino ai piediammirando. Sorridevo come unreginacome una dea. Diventavonella contentezza della mia vanitàbuonaindulgentefamigliarespensierataspiritosa: la grandezzadel mio trionfo mi faceva quasi apparire modesta.

Miomaritoch'era stato uno dei rappresentanti della nobiltàtirolese nella dieta di Innsbruckfu invitato con me ai pranzi edalle conversazioni del Luogotenente imperiale. Quando entravo nellasala con le braccia nudecon il collo e un poco del seno scoperticon un abito di velo e trine a lunghissima codae un grande fiore dirubini a foglie di smeraldi sul caposentivo un fremito correretutt'intorno. Un rossore di compiacenza mi coloriva il viso; facevoqualche passo lentosolenne e semplicesenza guardare nessuno; ementre la padrona di casa mi veniva incontro e m'invitava a sederleaccantoagitavo il ventaglio innanzi alla mia facciacome pernascondermi pudicamente agli occhi della gente stupita.

Aifreschialle serenate non mancavo mai. In piazza di San Marco alcaffè Quadri avevo intorno un nuvolo di satelliti: ero il soledi un nuovo sistema planetario: ridevoscherzavocanzonavo chivoleva pigliarmi con i sospiri o con i versimi mostravo unafortezza inespugnatama non mi affaticavo poi troppoper noniscoraggire nessunoa sembrare proprio inespugnabile. La mia cortesi componeva in massima parte di ufficialetti e d'impiegati tirolesipiuttosto scipiti e assai tronfiitanto che i più dilettevolierano i più scapatiquelli che avevano nella scostumatezzaacquistato non foss'altro l'audacia petulante delle propriesciocchezze. Tra questi ne conobbi unoil quale usciva dal mazzo perdue ragioni. Alla dissolutezza sbadataunivaper quanto i suoistessi amici affermavanouna così cinica immoralità diprincipiiche niente gli pareva rispettabile in questo mondosalvoil codice penale e il regolamento militare. Oltre a ciò eraveramente bellissimo e straordinariamente vigoroso: un misto di Adonee di Alcide. Bianco e roseocon i capelli biondi ricciutiil mentoprivo di barbale orecchie tanto minute che sembravano quelle di unafanciullagli occhi grandi e inquieti di colore celeste: in tutto ilvolto una espressione ora dolceora violentama di una violenza odolcezza mitigata dai segni di un'ironia continuaquasi crudele.

Latesta piantata superbamente sul collo robusto; le spalle non eranoquadre e massicciema scendevano giù con grazia; il corpomuscolosostretto nella divisa bianca dell'ufficiale austriacos'indovinava tuttoe rammentava le statue romane dei gladiatori.

Questotenente di lineail quale aveva solo ventiquattro annidue piùdi meera riuscito a divorarsi la ricca sostanza paternaecontinuando sempre a giuocarea pagar donnea scialarla da signorenessuno oramai sapeva come vivesse; ma nessuno lo vinceva nel nuotonella ginnasticanella forza del braccio. Non aveva mai avutooccasione di trovarsi in guerra; non amava i duellianzi dueufficialetti mi raccontarono una serachepiuttosto che battersiaveva più volte ingoiato atrocissimi insulti. Fortebelloperversovilemi piacque. Non glielo lasciavo intendereperchémi compiacevo nell'irritare e tormentare quell'Ercole.

Veneziache non avevo mai vista e che avevo tanto desiderato di vederemiparlava più ai sensi che all'anima; i suoi monumentideiquali non conoscevo la storia e non intendevo la bellezzam'importavano meno dell'acqua verdedel cielo stellatodella lunad'argentodei tramonti d'oroe sopra tutto della gondola neraincuisdraiatami lasciavo andare ai più voluttuosi capriccidella immaginazione. Nei calori gravi del lugliodopo una giornatadi fuocoil ventolino fresco mi accarezzava la fronte andando inbarca tra la Piazzetta e l'isola di Sant'Elena opiù lontanoverso Santa Elisabetta e San Nicolò del Lido: quello zeffiroimpregnato dell'acre profumo salsorianimandomi le membra e lospiritopareva che bisbigliasse nelle mie orecchie i misteri fervididell'amor vero. Cacciavo nell'acqua sino al gomito il braccio nudobagnando il merletto che ornava la corta manica; e guardavo poicadere una ad una dalle mie unghie le gocciole somiglianti abrillantini purissimi. Una sera tolsi dal dito un anellodono di miomaritodove splendeva un grosso diamantee lo gettai lontano dallabarca in laguna: mi parve di avere sposato il mare.

Lamoglie del Luogotenente volle condurmi un giorno a vedere la galleriadell'Accademia di belle arti: non ci capii quasi nulla. Poi con iviaggicon la conversazione dei pittori (unobello come RaffaelloSanziovoleva ad ogni costo insegnarmi a dipingere) qualche cosa hoimparato; ma allorabenché non sapessi nientequell'allegrezza di coloriquella sonorità di rossidigiallidi verdi e di azzurri e di bianchiquella musica dipinta contanto ardore di amor sensuale non mi sembrò un'artemi sembròuna faccia della natura veneziana; e le canzoniche avevo uditocantare dal popolo sboccatomi tornavano nella memoria innanzi alladorata Assunta di Tizianoalla Cena pomposa di Paoloalle figurecarnosecarnali e lucenti del Bonifacio.

Miomarito fumavarussavadiceva male del Piemontecomperavacosmetici: io avevo bisogno di amare.

Oraecco in qual modo principiò la mia terribile passione perl'Alcideper l'Adone in assisa biancail quale si chiamava con unnome che non m'andava a' versi - Remigio.

Costumavotutte le mattine di recarmi al bagno galleggiante di Rimaposto frail giardinetto del Palazzo Reale e la punta della Dogana. Avevo presoper un'oradalle sette alle ottouna Sirenacioè una delledue vasche per donnegrande quanto bastava per nuotarvi qualchepocoe la mia cameriera veniva a spogliarmi e a vestirmi; masiccome nessun altro poteva entrarecosì non mi davo la brigadi mettermi l'abito da bagno. La vascachiusa intorno da pareti dilegno e coperta da una tenda cenerognola a larghe zone rosseavevail fondo di assi accomodato a tale profondità sott'acqua chealle signore di piccola statura rimanesse fuori la testa. A merestavano fuori le spalle intiere.

Ohla bella acqua smeraldinama limpidasotto alla quale vedevoondeggiare vagamente le mie forme sino ai piedi sottili! e qualchepesce piccoletto e argentino mi guizzava intorno. Nuotavo quant'eralunga la Sirena; battevo l'acqua con le mani apertefinché laspuma candida coprisse il verde diafano; mi sdraiavo supinalasciando che si bagnassero i miei lunghi capelli e tentando dirimanere per un istante a gallaimmobile; spruzzavo la camerierache fuggiva lontana; ridevo come una bimba. Molte larghe apertureappena sotto il livello dell'acqualasciavano entrare e passarel'acqua liberamentee le paretimal commessepermettevanoattraverso le fessuredi vedereapplicandovi l'occhioqualche cosaal di fuori - il campanile rosso di San Giorgiouna linea di lagunadove fuggivano leste le barcheuna fetta sottile del Bagno militareche galleggiava a piccola distanza della mia Sirena.

Sapevoche tutte le mattinealle setteil tenente Remigio vi andava anuotare. In acqua era un eroe: saltava dall'alto a capo fittoripescava una bottiglia sul fondousciva dal recinto attraversandodi sotto lo spazio dei camerini. Avrei dato non so che cosa perpoterlo vederetanto m'attraevano l'agilità e la forza.

Unamattinamentre guardavo sulla mia coscia destra una macchiettalividaforse una contusione leggierache deturpava un poco labianchezza rosea della pelleudii fuori un romore come di personala quale nuotasse rapidamente. L'acqua si agitòlaondulazione fresca mi fece correre un brivido per le membrae da unodei larghi fori tra il suolo e le pareti entrò improvvisonella Sirena un uomo. Non gridainon ebbi paura. Mi parve fatto dimarmotanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitavaper il respiro profondoe i suoi occhi celesti brillavanoe daicapelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle.Ritto in piedimezzo velato dall'acqua ancora tremolantealzòle braccia muscolose e morbide: pareva che ringraziasse i numi edicesse: - Finalmente!

Cosìprincipiò la nostra relazione; e d'allora in poi lo vidi ognigiorno o al passeggioo al caffèo al ristorantedove miomaritoche aveva preso a volergli benelo invitava sovente. Lovedevo anche in segretoanzi via via i nostri colloqui misteriosidiventarono a dirittura quotidiani. Spesso si stava insieme una o dueore da solo a solamentre il conte dormiva tra la colazione ed ilpranzo o andava a gironzare per la cittàpoi si passavano dueo tre ore in compagnia pubblicamentedandoci di sfuggita qualchestretta di mano.

Talvoltaegli premeva di soppiatto con il suo piede il mioe non di rado mifaceva tanto male che diventavo tutta rossa in volto; ma quellostesso dolore mi piaceva. Non ero mai parsa tanto bella alla gente ea me stessamai tanto sana e allegra e contenta di medella vitadi tutto e di tutti. La seggiola di paglia su cui mi adagiavo inPiazza San Marco diventava un trono; credevo che la banda militarela quale suonava i valzer degli Strauss e le melodie del Meyerbeerinnanzi alle Procuratìe vecchieindirizzasse la sua musicasoltanto a mee mi sembrava che il cielo azzurro e i monumentiantichi godessero della mia contentezza.

Illuogo dei nostri ritrovi non era sempre il medesimo. Alle volteRemigio in una gondola chiusa mi aspettava alla riva sudicia di unalunga calletta buiache riesciva ad un canale strettofiancheggiatodi casupole tanto gobbe e storpie da parere crollantie allefinestre delle quali pendevano cenci di ogni colore; alle voltelasciata la prudenzasi entrava in barca da qualche luogofrequentato della cittàpersino dal Molo innanzi allaPiazzetta. Coperta il viso d'un denso velo neroandavo da lui in unacasa accanto alla caserma di San Sepolcroincontrando nell'ombrafitta delle scale tortuose ufficiali e soldatiche non mi lasciavanopassare senza porgermi un segno della loro galanteria. In quellacasadove il sole non batteva maiil tanfo della umidità siuniva al puzzo nauseabondo del fumo di tabaccostagnante nellecamere non ventilate.

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Questoavvocatino Gino mi secca. Guarda con certi occhi stralunatichespesso mi fanno riderema qualche volta mi fanno gelare; dice chenon può più vivere senza la carità d'una miaparola d'affetto; implorapiangesinghiozza; mi va ripetendo: -Contessasi ricorda quel giorno in cui lì sull'usciovoltandosimi disse con la voce di un angelo: Sperate? - ed insistee torna ad invocare pietàa singhiozzare ed a piangere. Nonne posso più. Giorni sono gli lasciai la mano: la baciòpiù volte così forte che mi restarono per un poco dellemacchie livide sulla pelle. Insommasono stufa. Ieripersa lapazienzagli gridai che mi lasciasse in paceche non si attentassemai più di rimettere il piede in casa miae che se avesseardito ancora di comparirmi innanzil'avrei fatto cacciare dai servie avrei raccontato ogni cosa al conte. L'avvocatino impallidìper modo che i suoi occhi neri parvero due buchi in una faccia digesso; s'alzò dal canapè barcollando ed uscìsenza guardarmi. Torneràtorneràscommetto. Ma èun gran dire che a commuovermi l'anima non ci sia altro verso che ilrammentarmi d'un uomonel qualead onta della mia furibondapassionevedevo intiera la bassezza infame.

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Remigioogni tanto mi domandava danaro. In principio la pigliava un pocolarga: era un debito di giuoco; era un pranzo che doveva offrire aicompagni per non so quale occasione: avrebbe restituito la sommapochi giorni appresso. Finì col chiedere senza pretesti oracento fioriniora dugento; una volta mi chiese mille lire. Io davoe mi faceva piacere di dare.

Avevodei risparmii mieipoi mio marito largheggiava con meanzi eralieto quando gli domandavo qualcosa; ma venne un momento in cui gliparve che spendessi troppo. Mi offesimi adirai tempestosamente;eglibonone per solito e pieghevoletenne duro una giornataintiera.

Quellagiornata appunto Remigio aveva bisogno urgenteimmediato didugentocinquanta fiorini: mi accarezzavami diceva tante cose bellee con una voce così ardente d'amoreche mi sentii beata dipotergli donare uno spillone di brillantiil quale costavase mirammento benequaranta napoleoni d'oro.

Ildì seguente Remigio mancò all'appuntamento. Dopo averepasseggiato su e giù per certe callette al di là delPonte di Rialto una ora buonasicché la gente mi guardava concuriosità e con maliziaed i motti scherzosi miscoppiettavano intornoalla finecon le guance infiammate dallavergogna e gli occhi pieni di lagrime d'iradisperando oramaid'incontrare l'amantefantasticando Dio sa che sventurecorsi acasa sua trafelataquasi fuori di senno. La sua ordinanzache stavalucidando la sciabolami disse come il tenente dal giorno innanzinon si fosse veduto.

-Tutta la notte fuori? - domandainon avendo capito bene.

Ilsoldatozufolandofece di sì con la testa.

-In nome di Diocorreteinformatevi di lui: gli sarà seguitaqualche disgrazia: ferito forseucciso!

Ilsoldato alzò le spalle ghignando.

-Marispondetedov'è il povero padrone? - e avevo afferratoper le braccia il soldato mentre continuava a rideree lo scuotevoforte. Avvicinò il suo mustacchio al mio viso; mi gettaiindietroma ripetevo: - Per caritàrispondete.

Brontolòfinalmente: - A cena con la Gigiao la Cateo la Nanao con tuttee tre in compagnia. Altro che disgrazie!

Compresiallora che il tenente Remigio era la mia vita. Il sangue mi si gelòcaddi quasi priva di sensi sul letto nella camera buiae s'egli nonfosse apparso in quell'istante all'uscioil cuore in un parossismodi sospetti e di rabbia mi si sarebbe spezzato. Ero gelosa fino allapazzia; avrei potuto diventare all'occasione gelosa fino al delitto.

Mipiaceva in quell'uomo la stessa viltà. Quando esclamava: - TigiuroLivianon amerò e non abbraccierò mai altradonna che te - io gli credevo; ementre egli mi stava innanziginocchionilo guardavo adorandocome fosse un Dio. Se mi avesserochiesto: - Vuoi che Remigio diventi Leonida? - avrei risposto: - No-. Che cosa mi doveva importare dell'eroe? Anzi la perfetta virtùmi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de' suoi vizii; lasua mancanza di fededi onestàdi delicatezzadi ritegno misembrava il segno di una vigoria arcanama potentesotto alla qualeero lietaero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto piùil suo cuore appariva bassotanto più il suo corpo splendevabello.

Duesole volte e per un solo istante l'avrei bramato diverso. Passavamoun giorno lungo una fondamenta che guarda la cinta dell'Arsenale. Lamattina era allegra d'un sole abbagliante; alla sinistra spiccavanosull'aria turchina gli alti fumaiuoli a campana capovolta e lecornici candide e i tetti rossimentre sulla destra correva il lungomuraglione dei Cantierisevero e chiuso.

Gliocchi abbacinati riposavano in certe ombre cupelì dove siaffondava un sottoportico o si stringeva una calle; e l'acquabrillava di tutti i verdirifletteva tutti i colorisi perdeva quae là in buchi e striscie di un nero denso. Correvano esaltavano sulla fondamentala quale dalla parte del canale non avevanessun riparodieci o dodici monellivociando a squarciagola. Ven'erano di piccini e di grandetti. Uno dei piccoliquasi nudograssottocon i riccioletti biondiche gli coronavano la facciarosea e paffutellafaceva un chiasso da indemoniatodandoscappellottipizzicando i compagni e poi scappando via come unfulmine.

Mifermai a guardarementre Remigio mi raccontava le sue grandezzepassate. A un tratto quel diavoletto di bimbonon potendo in unacorsa precipitosa fermare il piede al ciglio della fondamentavolònel canale. S'udì uno strido ed un tonfopoi subitointronarono l'aria le grida di tutti quanti i ragazzi e di tuttequante le donnele quali prima se la discorrevano nella via oguardavano dalla finestra; ma in quel clamore dominava lo strilloacutodisperatostraziante della giovine madrecheslanciatasi aipiedi di Remigiounico uomo presente a quella scenaurlava: - Me losalviper caritàme lo salvi! - Remigiofreddoghiacciatorispose alla donna: - Non so nuotare -.

Intantouno dei fanciulli più grandi s'era buttato in acquaavevapigliato per i ricci biondi il piccino e lo aveva tirato a riva. Fuun attimo. Lo stridìo si mutò in applauso frenetico;donne e ragazzi piangevano di gioia; la gente correva da tutte leparti a vederee il putto biondo guardava intorno con i suoiocchioni celestimaravigliato di tanto baccano. Remigio con unostrappo violento mi cavò dalla folla.

L'altravolta che un poco il mio amante mi spiacque fu per questa cagione.S'era fatto udire nel caffè Quadriciarlando in tedesco avoce alta con alcuni impiegati tirolesia dir male dei Veneziani. Unsignoreche stava in un cantos'alzò di sbalzoepiantandosi di contro a luiche era in uniformegridò: -Vigliacco d'un militare - e gli buttò in faccia tre o quattrode' suoi biglietti da visita. Ne nacque un parapiglia. Il dìseguente i padrini dovevano combinare il duello; ma Remigioavendonotato che il suo avversario era piccolomingherlino e gracilissimorifiutò la pistolarifiutò la spadaebenchéla scelta delle armi spettasse allo sfidatovolle ad ogni costo lasciabolasicuro com'egli era della forza del proprio braccio. IlVeneziano si piegò alla prepotenza; maprima del duelloeragià in carcereed a Remigio veniva trasmesso l'ordine diandare immediatamente ad una nuova destinazione in Croazia.

Quandoseppi la cosa mi disperai: senza quell'uomo io non potevo vivere.Tanto feci presso la moglie del Luogotenentee tanto si adoperòmio maritosollecitato da mepresso il Governatore ed i Generaliche Remigio ottenne di venire mandato a Trentodove io ed il contedovevamo tornare appunto in quei giorni. Tutto fino allora era andatoa seconda della mia cieca passione.

 

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Datre mesi non vedo questo mio scartafaccio. Non mi sono attentata diportarlo in viaggioe mi dolevaconfessodi averlo lasciato aTrento. Riandando nella memoria i casi di tanti anni or sonoilcuore torna a palpitare e sento un'aura calda di gioventùchemi spira d'intorno. Il manoscritto è rimasto serrato a triplachiave nel mio scrigno segretodietro all'alcova della mia camera; estava chiuso con cinque suggelli in una grande bustasu cuiprimadi partireavevo scritto a grossi caratteri: "Affido all'onoredi mio marito il segreto di queste cartech'eglidopo la mia mortebrucierà senza dissuggellarle". Me ne andaitranquillissima: ero certa che il conteanche sospettandoavrebbereligiosamente adempiuto la volontà di sua moglie.

Hoavuto adess'adesso dalla cameriera una notiziache mi ha disgustata:l'avvocatino Gino prende moglie.

Eccola costanza degli uominiecco la saldezza delle passioni! - ContessaLiviamuoiomi uccido; la sua immagine sparirà dal mio pettocon l'ultima goccia del mio sangue; mi calpesti come uno schiavomami permetta di adorarla come una Dea -. Frasi da melodramma. Pochimesie tutto svanisce. Amorefuroregiuramentilagrimesinghiozzinon c'è più nulla! Schifosa natura umana. Ea vedere quegli occhi neri in quella faccia smorta si sarebbe dettoche vi lampeggiasse la sincerità profonda dell'animaappassionata. Come balbettavano le labbra e pulsavano le arterie etremavano le mani e la persona tutta strisciava umile sotto a' mieipiedi. L'avvocatino scrofoloso e miserabile meritò davvero ilcalcio che ricevette da me. Bifolco.

Echi sposa? Una scioccherella di diciotto anniche i suoi parenti nonhanno voluto condurre in casa miaperché la contessa Liviasi saè donna troppo galante; una scipita con due meleingranate per guancele mani cortegrasse e rossei piedi dastallieree un'aria impertinentina da santarellache consola. El'uomo il quale piglia una tale bamboccia ha osato amarmi e dirmelo!Sento le brace sul viso...

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Ilmio ufficiale di sedici anni addietrose non era un grand'uomoeraalmeno un vero uomo. Mi stringeva alla vita in modo da stritolarmiemi mordeva le spalle facendomele sanguinare.

Cominciavanoa diffondersi delle vaghe voci di guerrapoi le solite notiziecontradditorie e le consuete smentite: armanonon armanosìno; intanto un certo movimento insieme febbrile e misterioso sipropagava dai militari ai civilii treni della ferroviaprincipiavano a ritardarea portare giù nuovi soldati ecavalli e carriaggi e cannonimentre i giornali non ismettevano dinegare pur l'ombra dell'armamento. Iosenza badare agli occhi mieicredevo ai giornalitanto il pensiero di una guerra mi spaventava.Temevo per la vita dell'amante; ma temevo anche più ildistacco lungoinevitabileche avrebbe dovuto seguire tra noi due.A Remigioin fattil'ultimo dì di marzo fu ordinato direcarsi a Verona. Ottenneinnanzi di partiredue giorni dipermessoche passammo insiemesenza lasciarci mai un minutonellamisera camera di un'osteria sul laghetto di Cavedine; ed egli migiurava di venire presto a vedermied io gli giuravo di andare aVerona quando non avesse potuto muoversi di lì.

Neldargli l'ultimo abbraccio gli gettai nella tasca un borsellino concinquanta marenghi.

Ilconteritornando dalla campagnami trovòdieci o dodicigiorni dopo la partenza di Remigiosmagrita e pallida. Soffrivo inrealtà moltissimo. Di quando in quando sentivo delleaccensioni alla testa e mi venivano dei capogiritanto che tre oquattro voltebarcollandodovetti appoggiarmi alla parete o ad unmobile per non cadere. I mediciche mio maritopremuroso edinquietovolle consultareripetevanostringendosi nelle spalle: -Affare di nervi -; mi raccomandarono di far motodi mangiaredidormire e di stare allegra.

Eravamoalla metà dell'aprile ed oramai gli apprestamenti si facevanosenza maschera: militari d'ogni sorta ingombravano le vie; marciavanoi battaglioni al suono delle bande e dei tamburi; volavano sui lorocavalli gli aiutanti di campo; i vecchi generaliun po' curvi sullasellapassavano al trotto seguiti dallo Stato maggiorebaldobrillantecaracollante. Quei preparativi mi riempivano di paurefantastiche. L'Italia voleva passare a fil di spada tutti quanti gliAustriaci; Garibaldicon le sue orde di demonii rossivolevascannare tutti quelli che gli sarebbero capitati in mano: sipresagiva un'ecatombe.

Avevole furie in corpo: da Verona in sei settimane m'erano capitatequattro lettere sole. La posta si può dire che non esistessepiù; bisognava consegnarepregando e pagandoi fogli aqualcuno chedisposto ad affrontare gli ostacoli e gli interminabiliritardi del viaggioavesse necessità e ardire di recarsi daun luogo all'altro. Ionon potendo più vivere nelle angosciein cui mi teneva notte e giorno il silenzio o volontario o innocentedi Remigiom'ero risoluta di tentare il viaggio; ma come fare senzache mio marito ne sapesse nulla? come fare io donna e sola e giovanee bella in mezzo alla brutalità dei soldatiresi piùaudaci dalla disciplina allentata e dal pensiero degli stessipericoli a cui andavano incontro?

Unamattinaall'albadopo una eterna notte di smaniem'eroaddormentataquando a un tratto un romore mi sveglia; apro gli occhie mi vedo accanto Remigio. Mi parve un sogno.

L'aurorailluminava già di luce lieve e rossastra la camera; scesi conun balzo dal letto per chiudere le tende dell'alcovae si cominciòsotto voce a discorrere. Ero inquieta; il conteche dormiva a duestanze d'intervallopoteva sentirepoteva venire; i domesticipotevano avere visto il mio amante entrare furtivamente a quell'ora.Egli mi rassicurò con poche parole impazienti: avevapicchiatocome altre volteai vetri della finestra terrenadove lacameriera dormiva; ella pian piano gli aveva aperto il portoneedera entrato senza che nessuno sospettasse di nulla. Della camerieram'importava pocogiacché sapeva ogni cosa; ma il peggio stavanell'uscire: bisognava spicciarsi. Tornai a sbalzare dal letto; andaiad origliare all'uscio della stanza di mio marito: russava.

-Ti fermi a Trentonon è vero?

-Sei matta.

-Qualche giorno almeno?

-È impossibile.

-Uno?

-Parto fra un'ora.

Rimasiaccasciata; il mio cuorepieno un minuto prima di gaie speranzesiriempì d'affanni e di paure.

-E non tentare di trattenermi. In tempo di guerra non si scherza.

-Guerra maledetta!

-Maledetta sì. Dovrà essere terribilea quanto pare.

-Sentinon potresti fuggirenon potresti nasconderti? Ti aiuterò.Non voglio che la tua vita sia messa in pericolo.

-Fanciullaggini. Mi scoprirebberomi piglierebberoe sarei fucilatoper disertore.

-Fucilato!

-Ho bisogno di te.

-La mia vitatutto.

-No. Duemilacinquecento fiorini.

-Diocome faccio?

-Vuoi salvarmi?

-Ad ogni costo.

-Senti dunque. Con duemilacinquecento fiorini i due medicidell'ospedale e i due della brigata mi fanno un certificato dimalattiae vengono a visitarmi ogni tanto per confermare presso ilComando una mia infermità qualunquela quale mi renda inabileaffatto al servizio. Non perdo il mio gradonon perdo il mio soldoscanso ogni pericolo e rimango a casa tranquillozoppicando un pocoè veroper una sciatica maligna o per una lesione all'ossodella gambama quieto e beato. Troverò qualche impiegatuzzocon cui giuocare a briscola; berròmangieròfaròle lunghe dormite; avrò la noia di stare a casa nel giornomala nottesempre zoppicando un poco per prudenzami potròsfogare. Ti piace?

-Mi piacerebbese tu fossi a Trento. Verrei da te ogni giornoduevolte al giorno. Già quando ti credono malatostare a Veronao a Trento non è lo stesso?

-Noi regolamenti vogliono che il militare malato stia nella sede delComandosotto la continua e coscienziosa vigilanza dei medici. Maappena finita la guerratornerò qua. La guerra saràfierama breve.

-Mi amerai sempremi sarai sempre fedelenon guarderai nessun'altradonna? Me lo giuri?

-Sìsìte lo giuro; ma l'ora passae iduemilacinquecento fiorini mi occorrono.

-Subito?

-Sicurodevo portarli con me.

-Ma nello scrignetto credo di avere appena una cinquantina dinapoleoni d'oro. Tengo sempre poco denaro.

-Insommatrovali.

-Come vuoi ch'io li trovi? Posso chiederli a mio marito a quest'oracosìcon quale pretestoper darli a chi?

-L'amore si conosce dai sacrifizii. Non mi ami.

-Non ti amo? io che ti darei volentieri tutto il mio sangue.

-Queste sono parole. Se non hai denarodammi i gioielli.

Nonrisposi e mi sentii impallidire. Accortosi della impressione che miavevano fatto le sue ultime paroleRemigio mi serrò tra lebraccia di ferroe mutato tonoripeté più volte:

-Sai che ti amo infinitamenteLivia miae ti amerò finchéavrò un soffio di vita; ma questa vita salvamelate nescongiurosalvala per tese mi vuoi bene.

Miprendeva le manie le baciava.

Erogià vinta. Andai alla scrivania a prendere le tre piccolechiavi dello scrignetto: temevo di far romore; camminavo in punta dipiedibenché avessi i piedi nudi. Remigio mi accompagnònel gabinetto dietro l'alcova; serrai l'uscioperché il contenon potesse udireed aperto lo scrigno con qualche difficoltàtanto ero agitatane trassi un fornimento intiero di brillantimormorando:

-Eccoprendi.

Costòquasi dodicimila lire. Troverai da venderlo?

Remigiomi tolse di mano l'astuccio; guardò i gioielli e disse:

-Usurai ce n'è dappertutto.

-Sarebbe un peccato il darlo via per poco. Cerca modo di poterloricuperare.

Mipiangeva il cuore. Il diadema specialmente mi stava tanto bene.

-E i denari me li dai? - chiese Remigio- mi farebbero comodo.

Cercainello scrigno i napoleoni d'oroche avevo messi in un mucchiettoesenza contarliglieli diedi. Mi baciò efrettolosamentefece per uscire. Lo trattenni. Con un atto d'impazienza mi respinsedicendo:

-Se ti preme la mia vitalasciami andare.

-Fa pianonon senti che gli stivali scricchiolano? E poiaspetta.Voglio vedere se c'è la cameriera; bisogna ch'ella venga adaccompagnarti.

Lacamerierainfattiattendeva in una stanza vicina.

-Mi scriverai subito?

-Sì.

-Ogni due giorni?

Volevodare un ultimo bacio all'amante mioche amavo tanto: era giàsparito.

Apertele invetriateguardai nella via. Il sole indorava le alte cime deimonti. Innanzi al portone stavano discorrendo fra loro il mozzo distalla ed il guattero. Alzarono gli occhi e mi videro; poi viderouscire dal palazzo Remigioche camminava in fretta con le taschedell'abito rigonfie.

Tornaia letto e piansi tutto il giorno: l'energia della mia natura erafiaccata. Il medico la mattina appresso trovò che bruciavo eche avevo una gran febbre; ordinò il chininoche non presi:avrei voluto morire. Una settimana intiera dopo la visita di Remigiola cameriera mi portò con la sua solita placidezza unaletteracheappena vistale strappai di mano rabbiosamente: avevoindovinatoera di luila prima dopo la sua partenzae mi posi aleggerla con sì furiosa avidità chegiunta alla finedovetti ricominciare: non ne avevo capito nulla. Me la ricordo ancoraoggi parola per parolatante volte la lessi e tante volte i casiterribiliche la seguironome ne fecero risovvenire:

"LiviaadorataM'hai salvato la vita. Ho venduto l'astuccio a un Salomonequalunqueper pocoa dire il veroma in queste circostanze ditrambusti e di spaventi non si poteva esigere di piùduemilafiorinii quali sono bastati a riempire la vorace pancia dei medici.Prima di dovermi ammalare ho trovato una bella stanza verso l'Adigein via Santo Stefano al numero 147 (scrivimi a questo indirizzo)grandepulitacon una anticamera tutta per meda cui si escedirettamente sulla scala; mi sono provvisto di tabaccodi rumdicarte da giuoco e di tutti i volumi di Paolo di Koch e di AlessandroDumas. Non manco di compagnia piacevoletutti maschi (non tiagitare)tutti scrocconie se non fosse che devo parere zoppo e chedi giorno non posso uscire di casami direi l'uomo più felicedel mondo. Certomi manca una cosala tua personacara Liviacheadoro e che vorrei avere il dì e la notte fra le mie braccia.Dunque non ti dar pensiero di nulla. Io leggerò le notiziedella guerra fumando; e quanti più Italiani e Austriaci se neandranno all'inferno tanto più ci avrò gusto.

Amamisempre come io t'amo; appena la guerra sarà finita e questicani di dottorii quali mi costano un occhio della testam'avrannolasciato in pacecorrerà ad abbracciartipiù ardenteche maiil tuo

REMIGIO".

Lalettera mi lasciò sconcertata e disgustatacosì miparve volgare; ma poinel tornarvi sua poco a poco mi persuasi cheil tono in cui era scritta fosse affettatamente leggiero e gaioeche l'amante avesse fatto un crudelema nobilissimo sforzo nelcontenere l'impeto del suo cuoretanto per non gettare nuova escanella mia passioneche era già un incendioe per quietarmiun poco l'animoch'egli sapeva terribilmente ansioso. Ristudiai lalettera in ogni frasein ogni sillaba. Avevo bruciate tutte le altrequasi appena ricevute; serbai questa in un taschino del portamoneteper cavarnela spesso quando ero soladopo avere serrato a chiave gliusci della stanza. Tutto mi confermava nella mia credenza benevola:quelle espressioni d'affetto mi apparivano tanto più potentiquanto più erano rapidee quei periodi grossolani e cinici misi presentavano alla fantasia sublimi di generoso sacrifizio. Avevotanto bisogno di credere che la mia smania trovasse una scusa nellasmania dell'altro; e la viltà di lui mi riempiva il senod'entusiasmopurché io credessi di esserne la cagione. Ma ilmio cervello galoppante non si fermava qui. Chi sapensavo tra mechi sa che questa lettera sia tutta un magnanimo inganno! Forse egliè già partito per il campoforse egli sta di contro alnemico; mapiù curante di me che di luinon volendo farmimorire negli sbigottimenti e nei terrorim'addormenta con lamenzogna pietosa. Appena un tale pensiero si fece adito nel miospiritome ne sentii tutta invasa. Le insonniel'avversione almangiarei disturbi fisici contribuivano ad una vera esaltazionementale.

Vivevoquasi nella solitudine. Già la mia società s'era andatavia via restringendopoiché le famiglie nobili trentineavverse alle opinioni politiche del conteavevano da un pezzolasciato con bel garbo lui e me affatto in disparte; i giovanifrementi d'italianismoci sfuggivano senza riguardi e ci odiavano;gl'impiegati del paesenon sapendo come la guerra sarebbe andata afinireper non rischiare di compromettersi né in un modo néin un altrooramai si astenevano dal mettere piede in casa nostra:vedevamoin sommaqualche nobile austriacantespiantato eparassitaqualche alto funzionario tirolesedurotestardopuzzolente di birra e di cattivo tabacco. I militari non trovavanopiù l'agio né la voglia di occuparsi di me. La miarelazione col tenente Remigioconosciuta da tuttieccetto che damio maritoaveva accresciuto il mio isolamentoil qualedel restom'era graditoanzi necessario nello stato d'animo in cui da un po'di tempo vivevo. Remigiodopo la lettera famosanon aveva piùscritto. Sognavo per lui de' pericoliche mi apparivano tanto piùorrendi quanto più erano incerti. Avrei potuto sopportareforse la sicurezza dei rischi d'una battaglia; ma il non sapere se ilmio amante andasse alla guerra o noera un dubbio che mi facevaimpazzire.

Scrissia Verona ad un generale che conoscevoa due colonnellipoi aqualcuno di quegli ufficialettii quali mi avevano tanto corteggiatoa Venezia: nessuno rispose. Tempestavo Remigio di lettere; niente.

Intantole ostilità principiarono: la vita civile era soppressa; laferroviale strade non servivano ad altro che ai carriaggi dellemunizionidelle ambulanzedelle proviandeagli squadroni dicavalleriache passavano in mezzo a nuvoli di polvereallebatterieche facevano tremare le caseai reggimenti di fanteriache si svolgevano l'uno dopo l'altro interminabilisinuosistriscianti come un vermeil quale volesse abbracciare nelle sueenormi spire tutta quanta la terra.

Unamattina caldaaffannosail 26 del giugnocapitarono le primenotizie di una battaglia orribile: l'Austria era disfattadiecimilamortiventimila feritile bandiere perduteVerona ancora nostrama vicina a cederecome le altre fortezzeall'impeto infernaledegli Italiani.

Miomarito era in villae doveva starci una settimana. Suonai con furia;la cameriera non veniva; tornai a suonare; si presentòall'uscio il domestico.

-Dormite tutti? maledetti poltroni. Fammi venire subito il cocchierema subitointendi?

Qualcheminuto dopo entrò Giacomo sbigottitoabbottonandosi lalivrea.

-Da qui a Verona quante miglia ci sono?

Stetteun poco a pensare.

-Dunque? - ripresi stizzita.

Giacomofaceva i suoi conti:

-Da qui a Roveredo circa quattordici; da Roveredo a Verona dovrebberoessere... non saprei... ci si mette con due buoni cavalli dieci orepoco piùpoco menosenza contare le fermate.

-Ci sei mai stato con i cavalli da Trento a Verona?

-Nosignora contessa; andai da Roveredo a Verona.

-Fa lo stesso. Da qui a Roveredo so bene anch'io che occorrono dueore.

-Due ore e mezzoscusisignora contessa.

-Dunque due e dieci fanno dodici in tutto.

-Mettiamo tredicisignora contessae di buon trotto.

-Quanti cavalli ha preso con sé il padrone?

-La sua solita cavallina morella.

-Ne restano quattro in scuderia.

-Sìsignora padrona: FannyCandidaLampo e lo stallone.

-Potresti attaccarli tutti quattro?

-Insieme?

-Sìinsieme.

Giacomosorrise con una cert'aria di benevola compassione:

-Scusisignora contessanon è possibile. Lo stallone...

-Ebbeneattacca gli altri tre.

-Lampo ha una sciancaturapovero Lamponon può neanchetrascinarsi al passo.

-Attacca dunque come al solito Fanny e Candidain nome di Dio -gridaipestando i piedie soggiunsi: - Domattina alle quattro.

-Sarà servitasignora padrona; escusiper regolarmi nellabiada da portar viadove si va?

-A Verona.

-A Veronamisericordia! In quanti giorni?

-Dalla mattina alla sera.

-Signora padronascusima questo proprio non si può.

-Ed io lo vogliohai capito? - replicai con accento cosìimperioso che il pover'uomo trovò appena il coraggio dibalbettare:

-Abbia compassione di me. Accopperemo le due cavallee il padrone micaccerà sulla strada.

-La responsabilità è mia. Obbedisci e non pensare adaltro - e gli diedi quattro marenghi. - Ti darò il doppioquando saremo tornatiad un patto per altroche tu non dica nientea nessuno.

-Per questo non c'è pericolo; ma gl'ingombri della stradacarrii cannonile prepotenze dei soldatile seccature deigendarmi?

-Ci penso io.

Giacomopiegò il caporassegnatoma non persuaso.

-A che ora giungeremo a Verona?

-Quando vorrà il cielosignora padrona; e sarà unmiracolo se ci arriveremo vivileisignora padronaio e le duepovere bestie. Per me poco importama per lei e per le bestie!

-Benealle quattro dunquee silenzio. Se taci avrai quello che ti hopromessose parli ti licenzio sui due piedi e senza salario. Haiinteso? Bada che tuttianche la camerieradevono credere cheandiamo a San Micheledalla marchesa Giulia.

Giacomorannuvolatos'inchinò ed uscì dalla stanza.

All'albaero in carrozzae via. Avevo chiuso le tendine degli sportellieguardavo da un angolo ai fantaccini trafelati e polverosii qualicredendo che nel cocchio stesse un qualche gran personaggiosischieravano lungo i fossati; alcuni facevano il saluto militare.

Diquando in quando bisognava rallentare la corsa con mio fierodispettoo a dirittura fermarsi alcuni minuti per aspettare che ipesanti e cigolanti carri avessero lasciato libero il passo: le coseper altro andavano assai meglio di quello che avesse predettoGiacomo. Una pattuglia di gendarmi a cavallo fermò lacarrozzama il sergentevedendo che c'era dentro una signorasicontentò di gridare cavallerescamente: - Buon viaggio -. Piùgiù di Roveredoa Pieveci si trattenne a rinfrescare unpoco; poi a Borghettostaccate le giumenteche non ne potevano piùpassammo tre ore buoneche mi parvero tre annirannicchiata com'eronella carrozzaudendo i lamenti e le bestemmie dei soldatii qualisi lasciavano cascare in terra a squadre per pochi istanti vicinoall'osteriasotto la scarsa ombra degli alberi magrie mangiavanoun tozzo di pagnotta e bevevano un sorso d'acqua. Avròchiamato dieci volte Giacomoil quale veniva allo sportello contanto di grugnosforzandosi di parere compostoe si toglieva ilcappelloe ripeteva: - Signora contessaancora dieci minuti -. Siripigliòquando Dio volleil cammino. L'Adigechecosteggiavamoera quasi asciuttoi campi sembravano arsila stradabrillava d'un candore abbagliantenon si vedeva una macchia nelcielo azzurrole pareti della carrozza bruciavanoe in quell'afagravein quella densa polvereio mi sentivo soffocare. La fronte migocciolava e battevo i piedi per l'impazienza. Non badai alla Chiusa:ascoltavo lo scoppiettìo della frusta di Giacomo. A Pescantinasi tornò a rinfrescare: le buone bestie camminavano a stentoe a giungere a Verona ci volevano ancora dieci lunghe miglia. Il soleera scomparso in un nimbo di fuoco. Sempre carri e soldatironde digendarmipolveree a momenti un frastuono assordante e uno stridoreacuto di ferramentaa momenti un mormorio confuso e paurosonelquale si distinguevano gemiti e imprecazioni e le strofe di qualchecanzonaccia oscenacantata da voci strozzate.

Finoad ora eravamo scesi con la corrente degli uomini e dei veicolioraci s'incontrava in qualche vettura d'ambulanzain qualche compagniapedestre di militari leggermente feriticol braccio al collounafasciatura alla testaverdi in voltocurvizoppicantilaceri. ERemigioRemigio! Gridavo a Giacomo di battere le bestie col manicodella frusta. Cominciava a far notte. S'arrivò alle mura diVerona verso le nove; e tanto era il timor panicotanto iltrambustoche nessuno badò alla carrozzae si potégiungere all'albergo della Torre di Londra senz'altri intoppi. Nonc'era più una cameranon c'era un buco dove poter dormirenéin quell'albergonéper quanto mi assicuraronoin nessunaaltra locanda della città: tutto era stato requisito per gliufficiali. I cavallimorti di stanchezzavennero legati nelcortile; Giacomo doveva attendere ad essi; io finalmente sbalzai aterra.

Mifeci accompagnare a piedi da un ragazzaccio nella via Santo Stefanoal numero 147.

Sidovette camminare più volte su e giù nella stradaguardando all'alto delle porteinnanzi di distinguere nel barlumedei rari fanali il numero della casa. Se Remigio c'eravolevo fargliuna improvvisata: le mie membra tremavano tutte d'impazienza e didesiderioma poteva essere a lettopoteva stare in compagnia diqualcunoesebbene volessi ad ogni costo vederlo subitopure misembrò di dover mandare il ragazzo avanti in esplorazione. Erafurbo e capì al volo: doveva suonarechiedere del tenente peruna faccenda urgentissimainsistere perché gli aprisserosaliredirgli una fandonia qualunqueper esempio che un signoredel quale s'era scordato il nome e che alloggiava all'albergo dellaTorre di Londrabramavasenza ritardoavere notizie della suasalute. Il fanciullo nel venir fuori aveva da lasciare aperti l'usciodel quartiere e la porta di strada. Io mi nascosi sul fianco dellacasain un chiassuolo tra la via ed il fiume. Il fanciullo suonò.S'udì una voce rabbiosa dall'ultimo piano:

-Chi è?

-Sta qui il tenente Remigio Ruz?

-L'altro campanelloquello di mezzo: alla malora.

Ilfanciullo suonò all'altro campanello. Passò un minutoche mi sembrò interminabilee nessuno comparve; il ragazzotornò a suonare; allora dal secondo piano una voce di donnachiese:

-Chi è?

-Sta qui il tenente Remigio Ruz?

-Sìma non riceve nessuno.

-Ho bisogno di parlargli.

-Domattina dopo le nove.

-Noquesta sera. Hanno paura dei ladri?

Passòun altro minuto e finalmente la porta si aprì.

Remigioc'era! la gioia mi spezzava il cuore: mi si offuscò la vistaenon potendo reggermi sulle gambem'appoggiai alla muraglia. Pocodopo il fanciullo tornò: s'era fatto mandare al diavolomaaveva potuto lasciare l'uscio e la porta socchiusi. Mi tornarono leforzediedi qualche moneta all'astuto monelloestrisciandoentrai nella casa. Avevo previsto che mi sarebbero occorsi ifiammiferi; al pianerottolo del secondo piano v'erano due uscisoprauno dei quali stava appiccato il biglietto da visita di Remigio;spinsi l'impostache cedetteed entrai senza romore in una stanzaquasi buia.

Toccavola cima delle mie speranzesentivo già le braccia dell'amantemioper il quale avrei dato senza esitare tutto quello ch'io avevo ela mia vita insiemeschiacciarmi impetuosamente sopra il suo largotoracesentivo i suoi denti incidere la mia pellee pregustavo unmondo inenarrabile di allegrezze furiose.

Laconsolazione mi fiaccava: dovetti sedermi sopra una seggiolachestava accanto all'ingresso. Udivo e vedevo come se fossi immersa inun sogno: avevo perso il senso della realtà. Ma qualcuno lìd'appresso rideva rideva: era un riso di donna stridulosguaiatosgangheratoche a poco a poco mi destò. Ascoltaimi rizzaietrattenendo il respirom'avvicinai ad un uscio spalancatodalquale si vedeva in una vasta camera illuminata. Io stavo nell'ombrané mi si poteva scorgere. Ohperché in quel punto Dionon mi accecò! V'era una tavolaco' resti d'una cena; v'eradietro alla tavolaun largo canapè verde su cui Remigiosdraiatofaceva per gioco il solletico sotto l'ascella ad unaragazzala quale sghignazzavasi sbellicavasi dimenavasicontorceva tuttasforzandosi invano di svincolarsi dalle manidell'uomoche le dava baci sulle bracciasul collosulla nucadove capitava.

Ionon mi potevo più muovere; ero inchiodata al mio postocongli occhi fissile orecchie tesela gola arsa.

L'uomostufo della burlaafferrò alla vita la ragazzamettendoselaa sedere sulle ginocchia. Allora cominciarono i discorsiinterrottispesso da scherzi e da carezze. Sentivo le paroleil senso misfuggiva. A un tratto la donna pronunciò il mio nome.

-Mostrami i ritratti della contessa Livia.

-Li hai visti tante volte.

-Mostramelite ne prego.

L'uomorimanendo disteso sul canapèalzò un lembo dellatovagliaaperse il cassetto della tavola e ne cavò dellecarte. La ragazzadiventata seriacercò fra quelle iritratti e li guardò lungamentepoi:

-È bella la contessa Livia?

-Lo vedi.

-Non mi capisci: voglio sapere se ti par più bella di me.

-Nessuna donna mi può parer più bella di te.

-Vediin questa fotografia il vestito da ballo lascia scoperte lebraccia intiere e le spalle giù giù - e la fanciullas'accomodava la camiciaconfrontando con il ritratto:

-Guardati sembro più bella?

L'uomola baciò in mezzo al pettoesclamando:

-Mille volte più bella.

Lafanciullaaccanto alla lucernafissando negli occhi l'uomochesorridevapigliò ad uno ad uno i quattro ritrattie lentalenta li lacerò ciascuno in quattro pezzi; e lasciava caderequei brani sulla tavola in mezzo ai tondi e ai bicchieri. L'uomocontinuava a sorridere.

-Ma tucattivole dici pure di volerle bene.

-Sai che glielo dico il meno possibile; ma ho bisogno di leie nonsaremmo qui insiemecarase non m'avesse dato il danaro che sai.Quei maledetti medici me l'hanno fatta pagar salata la vita.

-Quanto t'è rimasto?

-Cinquecento fioriniche sono già in parte sfumati. Bisognascrivere a Trento alla cassa: ogni parola dolceun marengo.

-Eppure - disse la donna con gli occhi pieni di lagrime - eppure mipesa.

L'uomose la tirò vicina vicina sul canapè verdemormorando:- Lagrime non ne voglio.

Inquel punto il cuore mi si rivoltolò dentro: l'amore eradiventato esecrazione. Mi trovai nella strada. Andavo senza saperedove; mi passavano accanto nella oscuritàurtandomigruppidi soldatibarelleda cui venivano gemiti lunghi o strilli didolorequalche cittadino frettolosoqualche contadino spaurito;nessuno badava a meche scivolavo lungo i muri delle case ed erovestita tutta di nero con un fitto velo sul volto. Riescii ad unlargo viale piantato di alberi cupidove il fiumecorrente alla miadestrarinfrescava un poco l'aria affannosa. L'acqua si perdevaquasi nelle tenebre; ma non mi venneneanche per un attimolatentazione del suicidio. Era già nato in mesenza ch'ioneppure me ne fossi avvedutaun pensiero biecoancoraindeterminatoancora annebbiatoil quale m'invadeva adagio adagiol'anima intiera e la menteil pensiero della vendetta. Avevo offertotutto a quell'uomoero vissuta per luisenza di lui m'ero sentitamorirecon lui ero salita in cielo; ed il suo cuorei suoi baciegli li dava ad un'altra! La scena a cui avevo assistitomi sidipingeva tutta dinanzi; vedevo ancora sotto a' miei occhi quellelascivie. Infame! Corro per luisuperando ogni ostacolosprezzandoogni pericologettando nel fango il mio nome: corro ad aiutarlocorro a confortarloe lo trovo sanopiù bello che mai enelle braccia di una donna! E luiche mi deve tuttoe la sua ganzacalpestano insieme la mia dignità ed il mio affetto e mischerniscono e mi vituperano. E sono io che pago le loro orgie; equella donna bionda si vantanudadi essere più bella di me;e luilui (m'era serbato questo supremo obbrobrio) la proclama luistesso più bella!

Tanteemozioni m'avevano affranto: l'irache bolliva dentro di meavevamesso in tutto il mio corpo una febbre ardenteche mi faceva tremarele gambe. Non sapevo dove fossi; non volevoné potevo farmiaccompagnare da un passante fino all'albergo per chiudermi di nuovonella carrozza; mi posi a sedere sulla sponda del fiumefissando gliocchi nel cielo nero. Non trovavo requie; rientrai nelle vie dellacittà; impazzivo; cascavo di fatica; da diciotto ore non avevomangiato. Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega dacaffèedopo avere più volte girato innanzi allavetrinaparendomi che non ci fosse nessunoandai a pormi nel cantopiù lontano e scuroordinando qualcosa. Nell'angolo oppostosdraiati sullo stesso sofà rossoche circondava la salavastabassaumida e mezza buiastavano due militarifumando esbadigliando.

Pocodopo entrarono due altri ufficiali; un giovinettoche poteva averediciannove annilungosmilzocon i baffetti sottilied un uomosui quarantatozzopesantecon il muso pavonazzo a bitorzoli ed abernoccolile larghe sopracciglia nere come il carbone e duemustacchi sotto il naso grosso così folti ed irti che parevanosetole; aveva in bocca una pipa boemacorta nel cannelloma enormenel caminodalla quale uscivano ampie nubi di fumoche andavanol'una dopo l'altra ad annerire il soppalco.

Ilgiovinetto andò dritto a salutare gli ufficiali nell'angolo.Sentii che diceva: - Ne ho visti morire quaranta in due ore nellasala delle operazioni sotto i ferri dei chirurghii quali buttavanovia braccia e gambe come se giuocassero al pallonee trapanavano eaggiustavano teste...

-Bisognerebbe che aggiustassero quelle dei nostri generali - brontolòil Boemoghignando.

Nessunobadava a me.

Entròsolauna ragazzapareva una crestaiae si pose a sedere a latodell'ufficialetto magrochiedendogli ad alta voce:

-Me lo paghi un caffè?

Dopoalcuni discorsiai quali non posi attenzioneuno dei militarisdraiati disse alla ragazzasenza muoversi:

-SaiCostanzaho visto il tuo tenente Remigio

-Quando? - chiese la femmina.

-Oggi. Sono andato da lui. Era insieme con Giustina. La conosciGiustina?

-Sìquella biondonache ha tre denti rimessi.

-Non me ne sono accorto.

-Guardala bene. E come sta Remigio?

-Qualche doloretto alla gambache lo fa guaire ogni tantoe zoppicaun pocoecco tutto. È stata proprio una malattiaprovvidenziale quella. Gli altri arrischiano la pellesi logoranonelle fatichenei calori d'infernonella famein tutte lemaledizioni di questa guerrae lui mangiabeve e sta allegro etrova chi lo mantiene.

-Chi vuoi che lo mantenga quel buon mobile?

-Una signora.

-Una vecchia bavosa.

-Nomia carauna signora bellagiovane eper giuntamilionaria econtessa e innamorata matta di lui.

-E paga le bellezze del tenente?

-Gli dà del danaroe molto.

-Povera sciocca!

-Remigio la chiama la sua Messalina. Non me ne ha detto il casatomami ha confidato ch'è di Trento e che ha nome Livia. C'ènessuno qui che sia pratico di Trento?

L'ufficialettosmilzo disse:

-M'informerò io e vi riferirò ogni cosa domani a serase saremo a Verona. Contessa Silvianon è vero?

-Contessa LiviaLiviaricordatelo bene - gridò l'ufficialesdraiato.

Costanzariprese:

-Ma Remigio è malato per davvero?

-Oh per questo poi sì. Capisci bene che non la si dà abere a quattro medici: uno del reggimento di Remigioun altro sceltodal generale in un altro reggimento e due dell'ospedale militare.Ogni tre giorni vanno a visitarlo; palpano la gamba - e picchiano etirano e lo fanno strillare. Una volta svenne. Ora sta meglio.

-Finita la guerraguarita la gamba insistette la Costanza.

-Non lo dite neanche per ischerzo - osservò il secondoufficiale sdraiatoil quale fino allora non aveva fatto sentir lasua voce. - Sai che per il solo sospetto di un inganno il tenente edi medici verrebbero fucilati in ventiquattt'orel'uno come disertoredal campo di battagliagli altri come complici e manutengoli?

-E se la meriterebberoper Dio - esclamò ruggendo il Boemosenza cavarsi la pipa di bocca.

L'ufficialettoaggiunse:

-Il generale Hauptmann non aspetterebbe neanche ventiquattr'ore.

Aqueste parole l'ideache già mi stava in nebbia nel cervellosplendette di vivissima luce; avevo trovatoavevo risoluto.

-Il generale Hauptmann! - ripetevo tra me.

Levampeche mi salivano al capom'obbligarono a togliere del tutto ilvelo dalla faccia; bruciavo: chiamai perché mi portasserodell'acqua. Gli ufficialiche allora s'accorsero di memi furonotutti attorno. - O la bella donna! - Ha bisogno di qualcosa? - Vuoleun bicchierino di Marsala? - Possiamo tenerle compagnia? - Aspettaqualcuno? - Occhi stupendi! - Labbra da baci! - L'ufficialetto magromi si era cacciato accanto sul sofà: essendo il piùgiovane voleva mostrarsi il più ardito. Mi svincolai dalle suemani e cercai di alzarmi per fuggirema due altri mi trattenevano;il Boemo sudicio guardava e fumava. Mi rivolsi a lui gridando: -Signoresono una gentildonnam'aiuti e mi accompagni a casaallaTorre di Londra -. Il Boemo si fece largodando degli spintoni diqua e di là e mandando quasi con le gambe all'arial'ufficialetto novello; poiduroseriomettendo in tasca la pipam'offerse il braccio.

Usciicon lui. Durante la viache non era lungami disse poche erispettose parole. Io gli chiesi chi fosse il generale Hauptmanndove avesse il suo uffizio e altre notiziele quali mi premevano perle mie buone ragioni. Seppi come il generale del Comando stesse inCastel San Pietro.

Ilportone dell'albergo rimaneva spalancatobenché il tocco dopomezzanotte fosse suonato da un pezzo: c'era un grande andirivieni dimilitari e di borghesi. Ringraziai l'ufficialeche puzzava dimaledetto tabaccoe m'accomodai alla meglio sui cuscini della miacarrozzaposta in un angolo del cortile. Stracca morta com'erom'assopii tosto; ma mi destò in sussulto il picchiare forte diuna mano sullo sportello. La voce rauca e volgare del Boemo ripeteva:

-Sono iosignora contessaio che vorrei dirlecol debito ossequiouna sola parola.

Abbassaiil cristalloe l'ufficiale mi porse qualcosa: era il mioportamonetedimenticato sulla tavola della bottega da caffèmentre stavo per pagare e successe il tafferuglio. Lo avevano trovatoe riportato i tre compagni di luiil quale disse con gravitàsolenne:

-Non manca né una cartané un soldo.

-Ma le carte sono state lette? - e pensavo alla lettera di Remigiol'unica serbata da me e che non avrei voluto per cosa al mondovedermi uscire di mano.

-Nosignora contessa. Sono stati visti i suoi biglietti da visita eil ritratto del tenente Remigio: niente altrolo dichiaro sul mioonore.

Lamattina seguenteprima delle novemi feci condurre nella miacarrozza al Comando della fortezza. L'erta mi pareva interminabile:gridavo a Giacomo di frustare i cavalli. Una folla di militari d'ognicoloredi feritidi popolaniingombrava il piazzale innanzi alCastello; ma giunsi senza ostacoli all'anticamera degli uffiziidoveun vecchio invalido pigliò il mio biglietto da visita. Dopoqualche minuto ritornòdicendomi che il generale Hauptmann mipregava di passare nel suo quartiere privatoe che appena sbrigaticerti affari urgentissimisarebbe venuto a presentarmi il suoomaggio.

Fuicondotta attraverso loggecorridoi e terrazze in una salachedominava dalle tre larghe finestre la città intiera.

L'Adigeinterrotto da' suoi pontisi torceva in una Savente la prima dellesue pancie a' piedi del monticello su cui sorge Castel San Pietroela seconda a' piedi di un altro bruno castello merlato; e sorgevanodalle case i culmini e le torri delle vecchie basiliche; e in unlargo spazio si vedeva l'ovale enorme dell'Arena antica. Il solemattutino rallegrava l'abitato ed i collie dall'una parte indoravale montagnedall'altra gettava una luce placida sulla interminabilepianura verdesparsa di villaggi bianchidi casedi chiesedicampanili.

Entrarononella sala con fracasso di risa e salti due bimbele quali avevanoil volto color di rosa e i capelli biondi paglierini. Vedendomidiprimo botto rimasero impacciatema poi subito si fecero coraggio emi vennero accanto. La più grandicella disse:

-Signoras'accomodi. Vuole che vada a chiamare la mamma?

-Nofanciulla miaaspetto il tuo babbo.

-Il babbo non l'abbiamo ancora visto stamane. Ha tanto da fare.

-Lo voglio vedere io il babbo - gridò la più piccina. -Gli voglio tanto bene io al babbo.

Inquella entrò il generalee le bimbe gli corsero incontroglisi avviticchiarono alle gambetentavano di saltargli sulle spalle;egli prendeva l'una e l'alzava e le dava un baciopoi prendeval'altra; e le due pazzerelle ridevanoe negli occhi del generalespuntavano due lagrime di tenerezza beate. Si volse a medicendo:

-Scusisignora; s'ella ha figliuoli mi compatirà -. Si mise asedere in faccia a mee soggiunse: - Conosco di nome il signorcontee sarei lieto se potessi servire in qualcosa la signoracontessa.

Feciun cenno al generale perché allontanasse le bambineed eglidisse loro con voce piena di dolcezza: - Andatefigliuole mieandatedobbiamo parlare con la signora.

Lebambine fecero un passo verso di me come per darmi un bacio; voltaila testa; se ne andarono finalmente un poco mortificate.

-Generale - mormorai - vengo a compiere un dovere di suddita fedele.

-La signora contessa è tedesca?

-Nosono trentina.

-Ahva bene - esclamòguardandomi con una cert'aria distupore e d'impazienza.

-Legga - e gli porsi in atto risoluto la lettera di Remigioquellache avevo ritrovata nel taschino del portamonete.

Ilgeneraledopo avere letto:

-Non capisco; la lettera è indirizzata a lei?

-Sìgenerale.

-Dunque l'uomo che scrive è il suo amante.

Nonrisposi. Il generale cavò di tasca un sigaro e lo acceses'alzò da sedere e si pose a camminare su e giù per lasala; tutt'a un tratto mi si piantò innanzi eficcandomi gliocchi in voltodisse:

-Dunqueho frettasi sbrighi.

-La lettera è di Remigio Ruzluogotenente del terzo reggimentogranatieri.

-E poi?

-La lettera parla chiaro. S'è fatto credere malatopagando iquattro medici - e aggiunsi con l'accento rapido dell'odio: - Èdisertore dal campo di battaglia.

-Ho inteso. Il tenente era l'amante suo e l'ha piantata. Ella sivendica facendolo fucilaree insieme con lui facendo fucilare imedici. È vero?

-Dei medici non m'importa.

Ilgenerale stette un poco meditabondo con le ciglia aggrottatepoi mistese la letterache gli avevo data:

-Signoraci pensi: la delazione è un'infamia e l'opera sua èun assassinio.

-Signor generale - esclamaialzando il viso e guardandolo altera -compia il suo dovere.

Laseraverso le noveun soldato portò all'albergo della Torredi Londradove finalmente mi avevano trovato una cameraunbigliettoche diceva così:

"Domattinaalle quattro e mezzo precise verranno fucilati nel secondo cortile diCastel San Pietro il tenente Remigio Ruz ed il medico del suoreggimento. Questo foglio servirà per assistere allaesecuzione. Il sottoscritto chiede scusa alla signora contessa di nonpoterle offrire anche lo spettacolo della fucilazione degli altrimedicii qualiper ragioni che qui è inutile riferirevennero rimandati ad un altro Consiglio di guerra.

GENERALEHAUPTMANN".

Alletre e mezzo nella notte buia uscivo a piedi dall'albergoaccompagnata da Giacomo. Al basso del colle di Castel San Pietro gliordinai che mi lasciassee cominciai sola a salire la strada erta;avevo caldosoffocavo; non volevo togliermi il velo dalla facciabensìsciolti i primi bottoni dell'abitorivoltai i lembidello scollo al di dentro; quel po' d'aria sul seno mi facevarespirare meglio.

Lestelle impallidivanosi diffondeva intorno un albore giallastro.Seguii de' soldatiche girando il fianco del Castelloentrarono inun cortile chiuso dagli alti e cupi muri di cinta. Vi stavano giàschierate due squadre di granatieriimmobili. Nessuno badava a me inquel brulichìo silenzioso di militari e in quelle mezzetenebre. Si sentivano le campane suonare giù nella cittàdalla quale salivano mille romori confusi. Cigolò una portabassa del Castelloe ne uscirono due uomini con le mani legatedietro la schiena; l'uno magrobrunocamminava innanzi rittosicurocon la fronte alta; l'altrofiancheggiato da due soldatiche lo reggevano con molta fatica alle ascellesi strascinavasinghiozzando.

Nonso che cosa seguisse; leggevanocredo; poi udii un gran frastuonoevidi il giovane bruno caderee nello stesso punto mi accorsi cheRemigio era nudo fino alla cinturae quelle bracciaquelle spallequel collotutte quelle membrache avevo tanto amatom'abbagliarono. Mi volò nella fantasia l'immagine del mioamantequando a Venezianella Sirenapieno di ardore e di gioiam'aveva stretta per la prima volta fra le sue braccia d'acciaio. Unsecondo frastuono mi scosse: sul torace ancora palpitante e biancopiù del marmo s'era slanciata una donna biondacuischizzavano addosso i zampilli di sangue.

Allavista di quella femmina turpe si ridestò in me tutto losdegnoe con lo sdegno la dignità e la forza. Avevo lacoscienza del mio dirittom'avviai per usciretranquillanell'orgoglio di un difficile dovere compiuto.

Allasoglia del cancello mi sentii strappare il velo dal volto; mi girai evidi innanzi a me il grugno sporco dell'ufficiale Boemo. Cavòdalla bocca enorme il cannello della sua pipaeavvicinando al mioviso il suo mustacchiomi sputò sulla guancia...

 

 

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L'avevodetto io che l'avvocatino Gino sarebbe tornato. Bastò unariga: Venitefaremo la paceperché capitasse a precipizio.Ha piantato quella bamboccia della sua sposa una settimana innanzi algiorno destinato pel matrimonio; e va ripetendo ogni tantostringendomi quasi con la vigoria del tenente Remigio:

-Liviasei un angelo!