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LuigiCapuana.

GIACINTA





AEmilio Zola



Parteprima

I

-Capitano - disse Giacinta.

Epresogli il bracciolo tirava verso la vetrata della terrazza convivacità fanciullesca

-E' vero che il tenente Brogini ha un'amante vecchia e brutta chetalvolta lo picchia?

Ilcapitano Ranzelli cessò di sorridere e si fece serio serio.

-Perdonisignorina; ma...

-Al solitogli scrupoli! - esclamò Giacinta con una piccolamossa di dispetto. - E' una scommessa; me lo dicami faccia questopiacere. Dopo se vorràpotrà sgridarmi.

-Io non la sgrido; non ne ho il diritto né l'autorità -rispose il capitano. - Però ho tanta stima di lei e levoglio...

-Tanto bene! - lo interruppe Giacintaridendo.

-Sítanto beneche non posso vederla commetteresenzadispiacereuna leggerezza da nulla.

-Ho fatto male?

-Almeno quidinanzi a questa gente che suol dare malignainterpretazione anche alle cose piú innocenti.

-Com'è severo! Oh! Oh!

-Non dica cosí. Spesso spesso le apparenze valgono piúdella realtàe il mondo...

-E' vero o no che il tenente Brogini...? - ripeté Giacintaspazientita.

-Senta qua.

IlRanzelli fece girare sulle rotelle la poltrona vicinaprese unaseggiola eappoggiate le mani sulla spallierachinandosi un po' inavantisoggiunse:

-Seggadieci minuti.

Vedendolasdraiata lícon la bruna testa buttata indietro e la facciarivolta verso di luistette a osservarlain piedidondolando laseggiola. Quella personcina minutinarannicchiata tra la sofficeimbottitura della poltrona e cosí ben modellata dalle pieghedell'abitogli richiamava alla mente l'immagine di un gioiello trala bambagia carnicina e il raso azzurro dell'astuccio; mentreGiacintavistagli apparire negli occhi la forte commozione che gliagitava il cuore in quel momentosorrideva a fior di labbra.

Ilcapitano sedutosele di frontemolto accostocominciò aparlare sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamentecollesopracciglia un po' corrugateella intanto girava gli occhi attornoda un gruppo all'altro del salotto.

Sottoil grande specchio di Muranodalla cornice di cristallo tutta fiorie foglie scintillanti ai vivi riflessi dei lumila bella signoraClerici rideva delle sciocchezze di quell'insulso dell'avvocato Rattiche gesticolava come un burattino.

Piùin làla signora Manzibionda e grassonamovendo lentamenteil ventagliocon gli occhi socchiusida quella indolente che erastava a sentirechi sa quale discussione tra il Gessi e il giovinePorati. Se n'erano appellati a leipareva... Oh! Sapevano sceglierequei due!

-Eh?... dico bene? - domandò il capitano.

-Sísí.

Giacintaaveva risposto chinando lievemente il caposenza interrompere la suarassegna.

Dal sedile a foggia di un'esse posto nel centro del salottolasignora Rossiche ragionava col Merli - parlava sempre lui quelburatto! - li spiava di sbiecocon la sua aria maligna di magrastecchitastorcendo piú del solito gli occhi sul faccione damula. Quei due occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capoogni volta che le accadeva di fissarli un tantino; e per ciòli aveva subito evitati. Ma s'era incontrata con gli sguardipettegoli della Ginala nipote della signora Rossi. Voltavasi ancheessadi tanto in tanto verso di loroforse per distrarsi dalconversare con quel grullo del conte Grippa di San Celso chepiantato davanti a leipiegato in arcocolle braccia incrociatesulla schienale spalancava in viso la bocca enormeforseperchémoriva dalla curiosità di sapere di che discorresserocontanto interessequei due.

Proprioin quel momentoGiacinta si era messa a sorrideresoddisfattaabbassando le palpebrescotendo lentamente il capo in segno diconfermaintanto che il Ranzellieretto sulla vitaimpettitoscuro in visomordevasi i baffi e si guardavaper darsi uncontegnole mani.

Alzandogli occhiella scorse in un angolo sua madre che le gettavadisfuggitacerte occhiate penetranti come un succhiello.

-La mamma ci osserva - disse al capitano.

-Tanto meglio - rispose questiguardando dalla parte dove la signoraMarullicol vestito nero accollatoorlato da un golettobianchissimoa cartocciche dava risalto alla sua bella testa didonna maturapareva ragionasse fitto fitto colla signora Villasenza neppure badare ai continui dinieghi di questa.

PocodopoGiacinta diceva al capitano:

-Gerace ci mangia con gli occhi.

-Peggio per lui!

Questavolta il Ranzelli non si degnò di voltarsi. Giacintaperòcontinuò a guardare laggiúverso il pianoforte.

Daun pezzetto Andrea Gerace non prestava piú orecchio allasignora Maiocchi cheseduta dirimpetto a luipareva gli parlasse diqualche cosa interessantefacendo ballare i nastrii fioriitralci della sua enorme pettinatura. Egli tormentavaora con unamano ora coll'altrala punta dei suoi baffettini incipienti e avevanegli occhi tutto il dispetto per quella eterna conversazione tra ilcapitano e Giacinta.

-E i dieci minuti? - diceva infatti Giacintacon aria di rimproveroal Ranzelli.

-Per me non sono ancora passati...se non la infastidisco.

Giacintagli accennò di continuarecol ventaglio di tartaruga a cuiteneva appoggiata la faccia; e riprese a fissare Geracechepallidocogli occhi intorbidatinon ne perdeva il piúpiccolo movimento. La signora Maiocchinella foga del ragionarenongli aveva badato; ma quando gli vide rizzare improvvisamente il caposi voltò subito indietro agitando il pensile giardino dellasua testaper vedere che cosa accadesse.

IlRanzelliaccostata un po' piú la seggiola alla poltronaparlava con grande efficaciacurvoaccompagnando le parole conbrevi gesti nervosi; e Giacintaa fronte bassamordendo la puntadel ventaglinostava ad ascoltarlo immobileil seno ansanteinfiammata nel viso.

-Ma dunque questa Giacinta vi fa ammattire tutti!

Lasignora Maiocchi prese stizzosamente una delle tante partitureammonticchiate sul pianoforte e cominciò a sfogliarla.

-Volete un consiglio? - soggiunserimettendo la partitura a posto. -Lasciate andare; quella ragazza è impastata di ghiaccio.

-Il capitano sta per scioglierlo! - rispose Andrea.

-Non vi credevo cosí sciocco - disse la Maiocchilevandosi asedere.

Nellostesso punto Giacinta si era alzata dalla poltrona.

-Poesia! Poesia! - mormoravafissando il capitano negli occhi.

Esi stirava graziosamente con un fare di persona stanca; ma ilcapitanoindovinando sotto quella sonnolente indifferenza lacommozione vibrante ancora nei delicati nervi di leipensava un po'mortificato: - Strana ragazza!

-Insomma?... - le domandò tutt'a un tratto.

Esiccome a questa insistenza Giacinta non poté trattenere unsorrisoil Ranzelliper ricambiovoleva darle una stretta di mano.

-Ohno! - ella disseavvedendosi dell'abbaglio di lui. Ma non potéaggiungere altrosotto tanti sguardi rivolti curiosamente su diloro.

Glifece un piccolo inchino con la testae andò incontro al padreche rientrava dalla stanza da giuoco discutendocol signor Rossi eil cavaliere Clericil'ultima partita di tressette. Il SignorMarulli voleva giustificarea tutti i costiuna giocata andataglimale.

-Babbodevi aver torto - gli disse Giacintasforzandosi di parer dibuon umore. - Ha perdutoè vero cavaliere?

-Come sempre - rispose Clerici.

IlSignor Marulli protestava.

Ranzelliintantorimasto a riflettere sulle ultime parole di Giacintasiarrabbattava colle dita contro un bottone della divisa che stentava aentrare in un occhiello. Poivedendo passare il commendatore Savaniscappato da un piccolo crocchio di persone con le quali era statolungamente a discorreregli si accostòdicendo:

-Buoni affaricommendatore?

-Ah! gli azionisti son piú noiosi delle mosche - risposeSavani.

-Il miele dei dividendi li attira! - aggiunse il Ratti salutandolo eammiccando malignamente al capitano e alla Maiocchi la quale avevaalzato la testa lasciando di parlare al cavaliere Mochi in unorecchio.

Questicon la lente all'occhio sinistrosenza smettere di osservare lefotografie del grande album aperto sul tavolinorispondeva allasignora Maiocchi:

-V'ingannatenon mi riguarda.

-Andate là! Come antico (cugino>) della mammadovrebbeinteressarvi.

Edondolava il capo affermativamentebenché Mochi le dicesse:

-Niente affatto! Quella parentela costava troppoallora; e non valevaquel che costava. Oh! io sono sempre economo in vita mia.

-Sia pure!

Ela signora Maiocchi ridevama non pareva ben persuasa.

Nelcentro del salottoattorno alla signora Rossialla Ginaallasignora Clerici e alla signora Mazzi che si faceva sempre ventoindolentementela conversazione era diventata animatissima.

-Che pazzerellone quel Ratti!

-Non c'era altri che lui per rallegrare la brigata!

Infattiridevano tutti.

Giacintain piedia braccio della Gina che aveva ceduto il suo posto allasignora Mazzinon perdeva di vista Gerace. Egli picchiavaleggermente con un dito sopra un tasto del pianofortemordendosi illabbrogli occhi rivolti al soffitto; e quella notasorda econtinuairritava Giacintabenché il rumore dellaconversazione la facesse appena avvertire dagli altri. Ogni battutaera per lei una puntura di spillo. Finalmente non ne poté piú!Svincolatasi dal braccio della Ginasi fece largo colla mano fra ilconte Grippa e il Poratie fermatasi a pochi passi dal pianoforte:

-Dio miosignor Andrea! - gli disse. - Non ha altro da suonare?

-Musica del cuore! - esclamò la signora Maiocchi.

Evedendo che gli altri ridevano di quella spiritosaggine buttata quasiin viso a Giacintasi ringalluzzí tutta.

Geracesorridendo impacciatamenteerasi già scostato dal pianoforte.

-Musica del cuore! - ripeté la signora Maiocchi.

-Ton! Ton! Ton!... Cotesta musica la faccio anch'io che non so suonarenemmen le campane. Ecco qui!

Eil Ratti si mise a pestare all'impazzata sui tastilavorandofuriosamente il pedale. I bassi muggivano come tori feriti; gli acutistridevano con un miagolio indiavolato.

-Bravo! Bravo!

Ilconte Grippa cominciò a batter le mani il primosgangherandosi la bocca dalle risa.

-Bravo!...Benissimo!

Tuttigli fecero coro. Quella grassona della signora Mazzia cui il granridere dava il convulsosi aggravava con tutta la sua persona soprauna spalla del Merli chepiccino com'eraaveva paura di essereschiacciato.

Contal successo e con tanta ressa di persone attorno al pianoforteilRatti pestavapestava sulla tastierastralunando gli occhiagitando il capo come in preda all'ispirazione musicalefacendo leviste di svenirsi nei momenti patetici.

-Povero pianoforte! - disse allora la signora Villa a la Marulli chea quel chiassoaveva smesso di parlarenell'angolo dov'eran rimasteesse sole.

Profittandodella confusioneGiacinta si era avvicinata a Gerace. ImbroncitoindisparteAndrea lisciava le foglie della (gypsophila paniculata>)posta in un vaso di porcellana su un treppiede di bronzo.

-Che ti prende? - gli disse sdegnosamente sotto vocepassando oltresenz'attendere la risposta.

-Beene!... Braavo!... Beeenissimo!

Rattidato un ultimo strappo alla tastierasi applaudiva da sébattendo le mani piú forte degli altri.



II



Versole undici erano rimasti nel salotto soltanto il commendatore Savaniil capitano Ranzelli e Andrea Gerace.

Lasignora Marullistretta la mano alla signora Villa che andava viafacendosi accompagnare dal Merli e dal Poratisi era avvicinata alRanzelli già sul punto di prendere commiato.

-Capitano- gli disse - questa sera avete un'aria... unacert'aria!... Non saprei...

Eintanto lo guardava negli occhicome per strappargli un segreto.

-Può darsi - rispose Ranzelli - che questa sera sia una dellepoche veramente felici della mia vita.

-Per parlare cosí - aggiunse Giacintafermata piú in làcol Savani - aspetti che sia passata da un pezzo!

Ranzellis'inchinòmutosopra pensierointanto che la signoraMarulli lanciava un'occhiataccia alla figlia.

-Testolina! - disse a questa il commendatoretentando di accarezzarlei capelli.

Maella si trasse indietroe alzò il ventaglino per sviargli lamano.

Appenail capitano fu andato viaGiacinta fece un piccolo giro attornoconaria di annoiata; poisedutasi al pianofortecominciò asuonare a mezzo tono una melodia del (Ballo in maschera>). Andreala raggiunse come per voltarle i foglimentre il commendatore e lasignora Marullipassavano nel salottino accosto per prendere lasolita tazza di thè e latte.

Aun trattoGiacinta cessò di suonare e piantò in visoad Andrea quel paio di occhi scintillanti che erano la sua bellezza.

-Che pretende il capitano? - domandò Andrea seccamente.

-Nulla - rispose Giacintasenza cessar di fissarlo.

-T'amate lo ha detto!...

-Sta bene. Vorresti impedirglielo?

Andreasi rizzò sulla persona come morso da un serpe.

-Per caritànon farmi scene!

Ecosí dicendoGiacinta lo aveva preso per una mano e gliscuoteva un po' il braccio.

-Ho forse torto?

Andreale si accostò col viso al visorabbiosamente.

-Voleva sentirselo dire in facciase lei ne aveva il coraggio!

-Sí - rispose Giacintarimanendo imperterritaa fronte alta.

Peralcuni momenti stettero immobilisilenziosiguardandosi fisso.

-Dunque sposiamoci! - disse Andrea risoluto. - Vo' metterti con lespalle al murosbugiardarti con la prova.

-Impossibile! - rispose Giacintaabbassando il capo.

-Eccodunque! Sposerai lui!

-Né tené lui.

-E tu m'ami?

-Con tutta l'anima!... Ma è un'altra cosaDio mio!

-Chi ti capisce?

Giacintafece una mossa di dispetto.

-Mi tormenti per capriccio! Non può essere altrimenti. Tu saiche io non mento - ella aggiunse; - ti ho detto che t'amo; sei ilsolo a cui l'abbia detto! Non lo dirò a un altrostasicuro!... Ma t'amo a modo mio... Lasciati amare cosí; nontormentarmi!

Aquella dolcezza di voce che contrastava coll'altiera fierezza deglisguardiAndreaun po' rabbonitorispose:

-E l'avvenire?

Giacintastese un braccio sul leggíovi posò la testa in attodi abbandono e chiuse gli occhi un istante. Andrea l'osservavaansiosocon le labbra inaridite.

-L'avvenire? - ella dissecome destatasi da un breve sonno. -L'avvenire è... che t'amerò sempre!... Che non possointendi? né voglio amare altro che te! Ma è appunto perquestointendi? che non saremo mai sposi!... Lasciati amare cosía modo mio. Non tormentarmi!

Andreasi sentiva vincere da quella voce carezzevoleinsinuante. Ma chesignificavano tali parole in bocca a una ragazza da cui appena gliera stato permessodi furtoqualche bacio sulle dita?

Nonriusciva a capirlo.

-E dopo? - insisteva.

Giacintasi era fermata a riflettere.

-Dopo?... Ohno! no! - poi dissetristamente. - E' impossibile; no!L'uomo non è mai generoso. Dimenticareperdonare non èper lui... Verrebbe un giornoarriverebbe un momento che anche tusaresti cosí vile...

Etacque coprendosi la faccia con le mani. Un tremito di ribrezzo lecorreva per tutto il corpo.

-Noè impossibile!... Tu sai...

Esitava.Evidentemente il parlare le costava un grande sforzo. Andrea le fececenno di no.

-Non mentiretu lo sai! - replicò con dignitosa alterigia. -In questo punto non saprei tollerare nemmeno la tua pietà:comincerei a disamarti.

-T'amo! - rispose Andrea - T'amerò sempre! So dimenticare;l'hai già veduto. Perdonare?... Non è il caso.

-Non m'illudi - lo interruppe Giacinta. - Ti vo' troppo bene damettermi a repentaglio di doverti odiare o disprezzareche sarebbeanche peggio. SentiAndrea; non fare piú scene; te nesupplico! Non far comprendere alla gente che tu sII per mequalcosa piú degli altri... E se ti pesa l'essere amato a modomiose non hai piú la forza o il coraggio di continuare adamarmi... lasciami in pace; sarà quel che sarà!... Cheposso dirti di piú?

-Ma io t'amo tanto!

Giacintacommossaabbandonò la mano in quelle di Andrea.

-Giàad una spiegazione dovevamo venirci. Ti vedevodaqualche tempocosí irrequietocosí smanioso...

-Come non esserlo?

-Ora non piúè vero? Avrai fede in mesarai prudentenon t'adombrerai di nulla; è vero? Sono un po' diversa dallealtre donne; forse son fatta male. Non è colpa mia... Síson fatta male! Me ne accorgo... Ah se tu sapessi quello che hosofferto!...Ma non sono cattiva. Orgogliosaanche troppo. L'orgoglioè il mio coraggio.

-Eper l'avvenire? - tornò a ripetere Andrea.

-Oh! - esclamò Giacinta. - Vuoi dunque strapparmela per forzala terribile parola?... Vuoi dunque...

Tentòd'alzarsi; ma un lembo della vesteimpigliato sotto il piede dellosgabellola ritenne. Allorachinatasi per scostare lo sgabello enascondendo con quel pretesto il suo imbarazzo:

-Ebbene - disse - l'uomo del mio cuore potràforseungiorno... diventare il mio... amante; marito miono; mai!

Esi levòstrappando la veste.

Andreavisto rientrare il commendatore Savani con la signora Marulligliandò incontro:

-Mi aveva detto di aspettarla!... Eccomi qui.

-Ah!... Mi rammento - rispose il commendatoreprendendogli il braccio- Venite. Buona notteTeresa.

Lasignora Marulli attese che fossero usciti dal salotto; poicon unadi quelle sue occhiate che dicevano tantole gridò sottovoce:

-Grulla!

-Mamma! - rispose Giacinta sdegnata.

-Che c'è? - domandava il signor Marulli apparso sull'uscio.

-C'è... che tua figlia è pazza! - rispose la signoraTeresapassando con tanta furia da dare appena tempo al marito ditirarsi da parte.

Giacintacon le braccia tese in giú irrigiditecoi pugni strettieradiventata bianca come un cencio lavato.

-Che vuol dire? - tornò a domandare il signor Marulliinterdetto.

-Nullababbo - rispose Giacinta frenando a stento le lagrime - Tu losai bene... la mamma!

Esi sforzava di sorridere.



III



Quellafigliuola venendo al mondonon avea fatto gran piacere alla suamamma. Infatti essa se n'era presto sbarazzatadandola a balia incampagna e andando a vederla il meno possibile.

Nellarare visiteanticipatamente annunziatela signora Marulli trovavala bambina lavatapettinataravviata di tutto puntocon labiancheria di bucatoe le bastava. La toglieva in bracciolabaciucchiavale faceva un po' il solletico sui labbrini e sul mentoper vederla ridere; poi la rendeva alla balia o la metteva in cullaella stessa.

LaMarulli arrivava lassú sempre accompagnata ora da unoora daun altro signore che chiamava cugino.

-Muta cugino quasi ogni anno! - diceva la baliasornionaaquell'altro sornione di suo marito.

Dopola corta visitala signora Marulli e il cugino si perdevano peicampifra gli alberifra le macchiee tornavano alla cascina sultardi. Allora ella dava in fretta un paio di baci freddi allabambinamontava in carrozza col cuginoe nemmeno affacciavasi allosportello partendo.

Anchequando arrivava lassú col maritoil cugino non mancava maiper la passeggiata pei campi. Il signor Marulli rimaneva allacascinaa cullar la bimbaa dondolarsela fra le bracciaattaccandodiscorso col marito della baliaraccontandogli tutte le faccende dicasa sua:

-Gran donna quella sua moglie! Aveva energia per cento. Lui simescolava poco nelle cose di casa. Quando aveva consegnata allamoglie l'intiera mesata dello stipendio d'impiegato alla Prefetturasi sentiva sgravato da un peso. Pur che gli rimanesse qualche soldoin tasca pei sigaripel tabacco da pipa e per la partita ditressette al caffèa lui come lui non gli occorreva altro. -Tiravano innanzicol provento dell'impiego e con alcune renditedotali della moglie pagate esattamente da un parente di lei che stavaa Parigi o viaggiava pel mondo: non lo conosceva neppur di vista. -Basta. L'abilità di quella donna moltiplicava i quattrini. Pelloro statonon c'era male. Destavano invidia.

Ilcontadino stava a sentirlozittopensando che forse il cuginoaiutava la signora a sbarcare il lunario:

-E il marito chiude un occhiocom'usa in città.

Dopoche certi braconi sventarono la storiella dei cuginiquesta parolarimase.

Allorala signora Marullifrescabelladi un'aria capricciosacontavaappena ventotto annied era sposa da due. Aveva aspettato un po'troppo il marito da lei fantasticato - che doveva sposarla pei suoiocchicome le diceva la nonna - e il signor Paolo era statoaccettato in mancanza di meglio.

-Però se n'era compensata - malignava la gente.

Sembravauna donna seriatranquillaassennatadignitosasenz'affettazionesinceramente cordialeuna vera signora.

-Ma bisognava - secondo il cavalier Mochi - praticarla un po' davicino per scoprire tutte le basse avidità che bollivanosordamente in quell'organismo. Tant'anni di fredda giovinezzal'avevano depravata. E non avevain quel che facevaneppure lascusa dei sensi!

Lamaternità fu per lei un peso insopportabileun impiccioodioso. La piccola Giacinta rimase quasi dimenticata in campagna.Quando la sua mamma si rammentava di andare a vederla una o due voltel'annola bimba - dinanzi a quella persona quasi sconosciutavestita cosí diversamente dalla baliacon quel cappellinoequelle piumee quei nastri - si tirava indietro a testa bassaimbroncitaguardandola sottecchisucchiandosi il ditino; e facevaspallucce a ogni parola della mammadella sua mammina veracome lediceva la balia.

-Le vuoi bene alla tua mammina?

-E' un'orsacchiottaaddirittura.

Lasignora Marulli stentava a capacitarsi che quell'orsacchiotta fossesua figlia.

Dopoche dovette ritirarsela in casala trottolina di cinque anniche lesi raggirava tutto il giorno fra i piedi e spesso strillava per coseda nullale faceva perdere subito la pazienza

-Ah!... Aveva le bizze?

Eafferratala duramente per un braccinola chiudeva in una stanzetta.

-Lí; impara a strillare e a rotolarti per terra!

NemmenoCamillala serva di casavoleva vedersela attornospecialmente incucina. Però con lei la bimba si rivoltava; le diceva: -Sciancata!

Eun giornoricevuto dalla Camilla uno spintone sgarbatole avventòla parolaccia del marito della baliaquando questi sgridava lamoglie.

Camillal'avrebbe pestata sotto i piedi. E non gliela perdonò mai.

Ilsignor Paolotra le ore che passava all'ufficio e tra quelle alcaffèvedeva poco la figliolina.

Poialle figliole dovevan badare le mamme. Se fosse stato un bambinoallora sísarebbe toccato a lui!

Ela piccinache non si sentiva voluta bene da nessunoandava spessoa cacciarsi in una stanza fuori mano; e in quella specie diripostiglio - fra arnesi smessifra cornici guastefra cappellivecchi del babbociabattebottiglie vuoteseggiole che non sireggevano in piedi e scatole sfasciateripiene di cartacce e divolumi squadernati - trovava facilmente modo di fare il chiasso perlunghe ore della giornatasenza che la sua mamma si desse pensierodi lei.

Lasignora Marulli aveva già il capo a rimettere in bell'assettola casaingrandita coll'affitto del quartierino allato e delgiardino che le facevano gola da due anni.

-Volevafinalmentegodersi un briciolo di agiatezza! L'aumento dellostipendio del maritocerte piccole economie di lei... Giàsiamo tre mosche in famiglia! - conchiudeva.

Nonmetteva nel conto la Camillaora addetta soltanto alla cucina; néla Mariettala nuova servotta pratica di stirare e pettinare; néBeppeil servitorinoun ragazzo di quattordici anni con un testonedi capellacci neri e un collo da toro...

-Che mangiava per quattro e non aveva mai nulla da fare! - brontolavail signor Paolo di nascosto dalla moglie.

Ese lo vedeva gingillarsi in giardino a rastiar la terra colrastrelloa stuzzicare l'oca e le anitre che nuotavano nellavaschettaa montar su per gli alberi in cerca di nidisi sfogavacontro di lui:

-Perché non ripuliva i viali? Perché non annaffiava ifiori e le piante? Fannullone!

Beppegli si piantava dinanzialla militarecon un'aria di canzonaturaborbottando fra i denti:

-Sbraitacornuto!

Etrovava sempre qualche scusa:

-La bambina aveva voluto fare il chiasso fino allora. Era andatoqua... Era andato là... La signora lo mandava attorno come ilvento.

Espesso era vero.

Labambinaallestiti in fretta i compiti delle lezioni che veniva adarle a casa una vecchia maestrapassava il resto della giornatainsieme con luigiocando alla palla pel viale di acacieo arimpiattarello nella galleria mezza buiadalla volta e dalle paretiincrostate di sassi spugnosi e di finte stalattiti; o nel chiosco dalcupolino a graticolacoperto di piante rampichine che ciondolavanoin viticci carichi di campanule bianche. Lí Beppe leraccontava le fiabe o i suoi casi di quand'era bambino; ed essa stavaad ascoltarlo a bocca aperta.

QuelBeppe aveva fatto cento mestieri: il ragazzo di falegnameil mozzodi stallail merciaiuolo ambulante; aveva servito in un'osteria dicampagna dove i vetturalimentre le bestie mangiavano la biadasidivertivano a ubbriacarloa insegnarli canzonacce e bestemmie chequel figliaccio d'una cagnacome lo chiamavanoimparava subito amente. Quanta gentequanti paesi aveva egli visto! E quante cosesapeva!

-E che maliziaquello scimmione! - diceva Camilla.

Spessoinfattinascosto con la bimba in fondo al chioscose la facevasedere sulle ginocchia e le domandava:

-Che intrugliano la mamma e il signor Poratiquando non c'è ilbabbo e vanno in camera?

-Uh! - rispondeva la bambinasenza comprendere.

-Dovresti origliare; dovresti guardare dal buco della serratura.

-Perché?

-Per vedereper sentire. Ma ve'non dir nulla alla Camillanéalla Mariettané alla mamma! Se noaddio chiasso! Vo' via.

Questaminaccia atterriva la bimba; e il giorno dopoper ingraziarseloella scendeva in giardino colla taschina del grembiule ricolma.

-Indovina che ci ho qui.

Beppefaceva il grullo.

-Indovina.

Beppele accennava di avvicinarsile scostava le manine sovrapposte allatasca e ne cavava fuori una manciata di confetti.

-Che diavolo erano?

Fingevadi non saperlo e se li metteva tutti in bocca e cominciava amasticarlifacendo dei versacci: puh! puh! quasi volesse sputarlivia; ma li inghiottiva tutt'a un trattosbarrando tanto di occhimentre la bambina a quelle mossacce ridevasaltavabatteva le mani.

Seinvece gli portava una pastaBeppe la prendeva cautamente con duesole ditae la guardava di traverso:

-Eh! Non se ne fidava!

Evoltatala e rivoltatala da tutti i lati:

-Che! Che! Di queste porcherie non ne mangio - aggiungevabuttandolain ariaa grande altezza.

Eintanto che la pasta veniva giúle si piantava sottocon legambe larghecon la bocca aperta e le braccia dietro la schienaperabboccarla; e non falliva il colpo neppure una volta.

-Perché mi guardi a questo modo? - gli domandò la bimbauna mattina.

Beppeera sorpreso di vederla grandesviluppataquasi una donnina; comese la vedesse allora per la prima voltacon quel grembiulino biancoricamato negli orliche le copriva anche il senocon quelle gambinedirittetornitedove le calze fin sopra il ginocchio non facevanouna grinza.

-Cribbio!

Ele aprì incontro le bracciainvitandola con lo sguardo.

Labambina slanciossi a corsa; e Beppepresala ai fianchila sollevòin alto e se la mise in collo.

-Larà! Laràlliero! Zun! Zun!

Laportava attornotrionfalmente; edopo la suonataimitava con lelabbra i rulli del tamburobattendole il tempo con le dita suipolpacci delle gambine.

Giacintapassatogli un braccio dietro il collogli suonava intantocol pugnodell'altra manola grancassa sulle spalle.

-Via! Via!

Ead aizzarlogli ficcava un ditino fra collo e camiciasotto lanucaappena Beppe arrestavasi per spingerla in su tra le braccia.

Cosífatto due o tre volte il giro dei vialierano entrati nellagalleria; e giunto dove questa faceva gomito e arrivavano appena ibarlumi delle due boccheBeppe si era buttato per terra con leisuun mucchio di fronde e di erbe ripostovi il giorno innanzi. Giacintatentò di scappare. Egli la trattenne pel braccio.

-Vieni qui! sta' ferma!

L'accarezzavale passava la mano tra i capellila baciava fortecon le labbracalde.

-Sta' ferma! - ripetevacon una specie di rantolo.

-Che hai?... Lasciami andare!

-Baciami anche te! - insisteva Beppetenendola piú stretta.

Sentendosiquasi soffocare dal caldo insoffribile:

-Lasciami... Mi fai morire! - gridò ripetutamentesmaniando.

Beppeaperse le braccia.

-Brutto!

Edatogli sulla guancia col rovescio della maninascappò pelgiardino.

-CucurucúCucurucú!

Saltellavaallegramente sull'entrata della galleria battendo le mani: cucurucú!mentre Beppe avanzasi carponicol fare lento di un gatto che stiaper slanciarsi sul topolino. Ma leiviadi corsa. Allora la inseguírotolandosi pel vialegrugnendomiagolandoabbaiando. La bambinafermavasi un istante per lasciarlo accostaree prendeva larincorsa...

-Ohbravo! Ohbravo!

Beppepoggiate le palme sul terreno e levate in alto le gambe per una bellacapriolasi era alzato lestamentea piedi giunticon le braccia incroce e una smorfiaccia sul viso.

Daquel momento non l'aveva lasciata piú in paceminacciandola:

-Se non voleva far il chiasso a quel modo!...

Talchéla bambinaimpauritaora lo invitavaprevenendolo; attratta ancheda un inconsapevole compiacimento di cosa vietatadopo che glisentiva ripetere:

-Zitta!... Per la Madonna! O non piú chiassoné nulla!

Maun giorno Camillaspolmonatasi invano a chiamar: Beppe! Beppe! dallafinestra di cucinadiscesearrancando con la gamba stortaingiardino:

-Dove s'era ficcato quell'animale?

Beppee la bambina uscivano in quel punto dalla galleriae la bambinapiangeva e si asciugava gli occhi col grembiule.

-Finiscila! - brontolò Beppescuotendola brutalmente pelbraccio.

Labambinavista la Camilladiede in un nuovo scoppio di pianto.

-Che cosa è stato?

-Nulla! - rispose Beppecon le ciglia aggrottatecoi pugni stretti.

Camillaasciugava il viso alla bambinatempestandola di domande:

-Che cosa è stato?... Smetti di piangere!... Non si capisceniente... Che ti ha fatto quel forca?

-Non dir... nulla... alla mamma! - balbettava la bambinatra isinghiozzi... - Non dir... nulla... alla maa... mma!

-Sísínon le dirò nulla!...

-Mi ha fatto male... qui...

-Ah! maiale! - urlò Camillasputando dietro a Beppe chefuggiva.

-Non dir nulla... alla mamma! - ripeteva la bambinastrascicata perle scale come un fagottoriluttante.

-La mamma!... La mamma!... Accidenti! - digrignava Camilla.



IV



Perla signora Marulli fu un gran colpo.

Stettepiú di una settimana a divorarsi internamente con unaimprovvisa tenerezza materna che aveva l'amarezza d'un rimorso.Quando suo marito cercò di Beppegli rispose soltanto:

-L'ho mandato via; mangiava il pane a tradimento.

-Lo predicavo da un pezzo! - disse il signor Paoloapprovando.

Inquei giorni la signora Marulli era stata tutta della sua bambina. Nonl'aveva sgridatanon le aveva fatto neppur sospettare che le fosseaccaduto qualcosa di male; e se l'era tenuta accostoaccarezzandolasecondandone i capricciscendendo in giardino con lei quando volevagiocare a pallao a saltar la cordao lanciare il cerchio. Ma labambinanon abituata alla presenza della mammastava con ritegno enel suo internorimpiangeva Beppequantunque fosse stato cosícattivo con lei. La sua mamma infattiper quanto si sforzasse diparer buonaaffettuosacondiscendenteaveva un'aria troppo severa.Il dispetto dell'accaduto le dava un che di duro nella voce e neimodicome se quella figliolina ci avesse avuto colpa lei.

-Infinenon poteva tenersela attorno da mattina a sera!... Non cimancava altro!

Ecosí Giacintanell'autunnofu messa in un istitutofemminile.

-Avrei dovuto pensarci prima!

Lasignora Marulli non cessava di rimproverarselo.

Lontanada casa suain un'altra cittàfra tanti visi nuovi diragazze grandi e piccineGiacinta si sentì a disagio. Eravissuta sempre quasi solaperché la sua mamma non avevavoluto mai altre bambine per la casae quel chiacchiericcioquellerisate argentinequei dispettucciquelle intimità di amicheche facevano lega contro le altrele mettevano addosso malumore edispettole impedivano di addomesticarsi con le compagne. Nelle oredi ricreazionerimaneva in camera al suo posto; o si affacciava allafinestra accantoper guardar fuorilontanoverso quella collinapiena di alberisparsa di casette bianche con le finestrine cheparevan buchi nel muro.

-Ci si doveva star bene colàall'ombra degli alberiin mezzoall'erba dei campisoli soli.

Euna confusa visione della campagna e della cascina della balia lepassava per la mente quandopiccina ancoravagava pei prati sottola sferza del sole e sotto la pioggiae tornava tutta intrisa dimota alla cascinacoi capelli arruffatipieni di sterpolini e difoglie secche e col vestitino in brandelli!

Dopoalcuni mesi però s'era affezionata a una bambina della suaetàche quasi evitata dalle compagne restava anche lei indisparte.

-Lo hai tu il babbo? - le domandava questa con una vocina ditristezza.

-Io sí; e anche la mamma.

-Io ho la sola mamma.

-E ti vuol bene?

-Ohtanto! Viene a trovarmi tutti i giorni.

Giacintala invidiava.

Inveceil suo babbo e la sua mamma venivano a vederla ogni sei mesi e lalasciavano in collegio anche durante le vacanze.

-Come è diventata grande!

-La malerba vien su presto!

L'esclamazionedella mamma e il motto del babbo si ripetevanoad ogni visitacollastessa fredda intonazione dalla parte di leicon la identicarisatina sciocca dalla parte di lui. Poiogni voltapareva che lasua mamma venisse lí apposta per sgridarla; non era maicontenta dello studiodella nettezza... di niente!

-Dio mio! Perché la mamma non mi vuol bene?

Epensava di diventar cattivaper meritarsi almeno quel trattamento!

Nonera piú una bambina; aveva già sedici anni. Leconfidenze di qualche amica le avevano aperto un po' gli occhi. Lasua fanciullezza abbandonata le si aggravava sul cuore terribilmentecoi piú vivi particolaririmescolandola tutta. E quando lepassava dinanzi agli occhi l'immagine di Beppecon quel testone neroe quelle pupille nere che l'avevano tenuta cosí sottomessasentiva vibrare per tutto il corpo una sensazione stranad'inesplicabile tenerezza verso quell'unico amico della sua infanziache l'aveva tanto divertita e le aveva voluto un po' di bene! E ibaci di quelle labbra carnose le rifiorivanocaldiper un istantesulle gote insieme colle carezze delle ruvide mani di lui.

Cosíle si accresceva la smania di rivedere i luoghi dov'era trascorsa lasua fanciullezzacari luoghi che dopo cinque anni di lontananza giàprendevano nella sua immaginazione proporzioni grandiosesplendoriabbaglianti.

Chealtro le avrebbero rammentato quel ripostiglioquegli alberiqueivialiquel chiosco del giardino di cui le pareva di poter contareancora sulle piante rampichinei viticci spenzolanti e le foglie aduna ad una?

Mal'assaliva lo sgomento:

-Ah!... La sua mamma non le voleva bene!

Pensandoa questosubito le si gonfiavano gli occhi di lagrime.

-Perché non le voleva bene? Perché?

Edal dispettosentiva seccarsi il pianto.

-Sarebbe arrivata a odiar la mamma?

Etremava.



V

Laprima cosa che le diè nell'occhio al ritorno in famigliafula grande insegna nera con un (Banca agricola provinciale>)attaccata al terrazzino di mezzo del primo pianoi cui grossicaratteri dorati brillavano sulla facciata chiararintonacata difresco.

Vedendoquell'omaccione dalla livrea turchina filettata di rossochecavandosi il berretto gallonatoprendeva gli ordini del signorMarulli pel bagaglioGiacinta domandò al babbo:

-Chi è costui?

-Il portinaio della Banca.

Lavecchia scala di travertinocon le pareti di stucco bianco e lozoccolo scuro di finto marmocon le belle vetrate dai vetri pulitiad ogni pianerottolonon era piú riconoscibile.

-Gran novitàbabbo!

-Sí; vedrai anche dentro.

Madal tono della risposta capí che il povero babbo non dovevaesserne molto contento.

Infattiin tutte le stanzetappezzerie rinnovatepavimenti alla venezianalustri come specchiusci riverniciati in biancodoppie tende ditrina e di stoffa che scendevano con larghi panneggiamenti fino aterra; davanti a ogni finestra o terrazzinobussole dai grandicristalliil salotto tutto addobbato di nuovo... In sommada nonraccapezzarvisi.

-E quest'uscio? - domandò Giacinta al padre che le mostravaogni cosa.

-Dà nelle stanze del commendatore Savaniil direttore dellaBanca agricola. Egli è soloscapoloe desina in famiglia connoi.

-Babboe questa mia camera non era prima la sala da pranzo?

-Tua madre!... - rispose il signor Paolo stringendosi nelle spalle.

-Ma... come?

Sisentiva proprio scombussolare:

-Dov'erano andati i cari testimoni della sua fanciullezza?

Queiricordi cosí vivicosí netti pochi giorni addietroorasotto l'impressione di quella inattesa realtàse livedeva sbiadire rapidamente davanti con un senso di pena ed'indefinito terrore.

-Anche il giardino!

Leaiuolecircondate da eleganti ripari di ferro fusoparevanosíceste fioritema...

-E quelle statue di terra cotta?... Come stridevanocon la loro tintarossastrafra il verde degli alberi!

Epoi... che vita in casa!... Col via vai di tanta gente dalla mattinafino a notte inoltratail salotto sembra una succursale della Bancadel primo piano.

-Quella mammaSignore! Azionidividendicartellebilancifedi dicreditooperazioni...non ragionava piú d'altro! Cometrovare un tantino di tempo per badare alla figliuola?

Ilpovero babbo restava in disparte. Il commendatore invece pareva ilpadrone di casa. Questo la irritava. E il Savani le divenne prestoantipatico.

-Povero babbo! Era molto invecchiato!

Egliandava spesso a scaldarsi - come soleva dire - nel bel nido dellafigliuola. Con la barba e i capelli brizzolati di biancocon lafaccia piena di rughe e gli occhi un po' stupidiimprontati di unarassegnazione animalesi sedeva in un canto del canapè eparlava a monosillabio non parlava affatto.

-Babboa che pensi? - gli domandava Giacinta.

-A nulla!

Simeravigliava di quella domanda: non ne indovinava la ragione. E ungiorno che sua figliaparlando della mamma con amarezzaaveva allafine esclamato:

-Che vita! Che vita!

-Va! - egli rispose - Quella donna è fatta cosí!

Giacintalo abbracciò tra intenerita e stizzita.

Passavain camera quasi l'intiera giornataleggendolavorucchiando qualchecosinascrivendo delle lunghe lettere di sfoghi a quella sua amicadi collegio che non sapeva chi fosse il proprio babboma aveva peròuna mamma che le voleva tanto bene! In salotto compariva di radomassime la serainfastidita da certe occhiate di quei giovanottidacerti maligni mezzi sorrisi che le era parso di scoprire sulle labbradi alcune amiche di sua madre.

-La signorina vuol dunque farsi monaca? - le diceva la Marietta cheora spadroneggiava sola in casadopo che Camilla era andata via.

-Il chiasso mi dà ai nervi.

Tuttele mattineappena la padroncina suonavaMarietta entrava in cameradiscretamenteapriva le impostelevava via il lume dal tavolino danottemetteva in ordine le vesti e le portava il caffèfermandosi presso il lettocon le mani nelle tasche del grembiulebiancodomandando:

-La signorina ha dormito bene?

Opure stava ad aspettarezittacon un benevolo sorriso sulle labbraaggiustandosi di tanto in tanto la cuffia civettuola. Poi l'aiutava avestirsimuovendosi attorno lestaleggieracon un fare dacutrettolaper prendere questo o quell'oggetto.

-La Camilla perché è andata via? - le domandò unamattina Giacinta.

-Quella chiacchierona!... Oh!... Perché diede un grossodispiacere alla signora...

-Che dispiacere?

-Manon so... Per l'affare... di Beppe.

Giacintaera diventata un po' rossa in visosenza ben capire la reticenzadella Marietta.

Cosía poco a pocofra padroncina e camerieraera nata una intimitàche a Giacinta serviva di sfogo. Quel carattere allegro le piacevaforse pel contrasto col suo. E nelle giornate in cui la Mariettadoveva stirareGiacintapreso in mano un lavorino di ago andava asedersi nella stanza con lei chesbracciata fino ai gomitisbattevai ferri sul tavolinocanticchiandoridendo...

-Per tenere di buon umore la sua cara padroncina.

Dimano in manoMarietta s'infiammava; e mentre camiciesottanepolsini e altri capi di biancheria inamidati friggevano e prendevanoil lucido sotto il ferrola sua parlantina si accresceva. Pareva cherecitasse una parte da commedia; specie quandotralasciato distiraremettevasi a far la caricatura della signora Rossi chesomigliava a una grucon quel collo tutto grinze e quel nasoproprio un beccoche voleva ficcarseli in gola!

Alloraseguiva tutta la sfilata.

-E la signora Clerici?

-Alla larga! Uno schizzo di fontana quando tira vento. Bisognaaccostarsele coll'ombrello.

-E la signora Maiocchi?

-Quella lísanta economia! cerca un solo marito per lafigliuola e per sé.

-Zittalinguaccia!

Main veritàquella linguaccia non le dispiacevacosímalamente ella soffriva tutte le amiche di sua madre.

-Peròla signora Villa...

-Gesú! Una rigattiera... Quel vestituccio avana lo portava sinda ragazza. Oravi appunta su cogli spilli un po' di guarnizioninuovee festa! Va attornocon la sua aria di matronacome seavesse indosso chi sa che cosa...

Esi dondolavacol busto in fuoricamminando lentamente. Giacintamoriva dalle risa.

-Pareva proprio quella!

Eil ferro tornava a far panponpansul tavolinoquasi battesse lasolfa.

-Sa? - riprese Marietta. - Quel babbeo del conte di San Celso sipermisel'altra seradi darmi un pizzicotto ai fianchi! Ci ebbepoco gusto. Con una gomitatalo sbatacchiai al muro.

-Poverino!

-Poverino?... E ride? Almeno l'avvocato Ratti...

-Ti pizzicotta anche lui?

-Tuttiquando capita!... Ma è tempo perso. Ora dopo ladisgraziaho messo giudizio. E la Madonna mi deve aiutare... Uomini?Dio ne scampi!

Aquel ricordo s'era fatta tutta seria. Pensava alla sua creatura:

-Chi sa dove penava?... Il suo destino avea voluto cosí!

Escuoteva il capo... E il ferroponpanpon sul tavolino con deicolpi arrabbiati.

Mase veniva interrogata intorno al commendatoreMarietta diventava aun tratto discreta.

-Un bravo signore. Spendespande...

Nondiceva mai altro.

Lasignora Marulli l'aveva tirata sua poco a pocouna camerieraperfetta. Astutafinapieghevolesapeva a tempo e a luogo chiudereun occhio e anche tutti e duee con la signora andava molto diaccordobenché il carattere di lei... cosídifficile...!

-Alla mia padroncina però voglio un gran bene davvero. Mibutterei nel fuoco per farle piacere.

Equando Giacintanei momenti più tristile apriva tutto ilsuo cuoreMarietta piangeva.

-Quella benedetta signora!...

Oh!non voleva mettere male tra mamma e figliuola; sarebbe stataun'infamia... Maall'ultimo si lasciava andaree smetteva iriguardiparlando chiaro e tondochiamando pane il pane:

-La signoracon una ragazza da marito in casasi conduceva malemalissimo... Ecco!



VI



Ungiorno era venuta Camilla per una visita.

Vedendolaentrare rinfagottata in quel modocon lo scialle spocchiosocon ledita piene di anelli e uno spillone grande come un quadrante diorologio sul pettoGiacintache si era un po' rimescolataall'annunzionon poté trattenersi dal ridere.

Camillaingrassataansimante per la fatica di aver montato tante scalearrancava peggio di prima.

-Ohla mia cara padroncina! Come si è fatta grande e bellacon la grazia di Dio!

Sedutacon le gambe larghele mani sui ginocchiparlava fortefermandosidi tratto in trattocome se le mancasse il respiro.

-Vista per istrada la signorason venuta... La signora è incollera con me...oha torto! Ma io no: sempre la Camilla affezionataa questa casa dove ho servito per otto anni! - La mia bottega di ovae di pollame va benino. La Madonna m'aiuta!... Però miomarito... - Ohcarapadroncina! Com'è bella! - mio maritocomincia a ciurlarmi nel manico... Beve troppo!... Ieri per la primavolta mi ha picchiata!... Peròsignorinalavora tanto!Bisogna compatirlo.

Giacintaguardandolacon un sorriso di diffidenza sulle labbrala lasciavadire.

-Ho i miei difetti anch'io... Sempre con tanto di lingua!... Che possofarci?...Se non sbraito mi par di scoppiare... Basta!... - La signoraTeresa l'ha con me...MaVergine SantaVergine Benedettanon èvero nulla!... ho sempre tenuto la bocca cucita a refe doppio. Fuquella ciarlona della portinaia... mi lasci dire... Dio non glienedomandi conto lassú(requiesca in pace!>)... In quanto amesignorina...

-State zittaCamilla - la interruppe Marietta per sviare il discorso.- La signorina non si mescola nei fatti della mammavoi lo sapete.

Maquella volea votare il saccoe si puliva colle dita le estremitàdella bocca fiorite di saliva.

-Ah! non si meritava questo! E non pensare che se non fosse stato perme... se non fosse stato per me!... L'ho rivedutoquel tristacciogiorni addietro... E' soldato ora... Un bell'arnese! - Deve dirglieloleicara padroncina alla mamma; deve dirglielo lei che la Camillapoverinanon ci ha avuto nessuna colpa se la cosa si èrisaputa...

Giacintaimpallidivasudava fredda. Come sull'orlo di un precipiziogliocchi le si intorbidavano; le girava il capo...Non comprendevaancorama intravedeva che quello a cui la Camilla accennavadovevaessere stato qualcosa di infame!...

-Si sente male? - le domandò Mariettaaccorgendosene.

-Un po' di vertigine... non è nulla!

-AndateandateCamilla! La signorina non sta bene.

L'avrebbepigliata per le spalle e ruzzolata di cima alla scala!

Camillaponzandosi levò finalmente da sedere.

-Signorinadia retta a meprenda un uovo fresco tutte le mattineabereancora caldo del calore della gallina... Mandi in bottegaalleotto. Ho una gallina nera che fa l'uovo tutti i giorni a quell'ora.Come se avesse l'orologio lí... E mi comandino pei polli.L'uovosa come si fa? Un buchino sopraun buchino sottoe sisucchia da una parte. Una santa cosa!... Scappo... Non ho tempo daperderecon la bottega... E se ne rammenti di dirlo alla mamma:pollicon due dita di grassone ha soltanto la Camilla. Glielogarentiscosignorina... Si ricorda di quand'era bambina e mi diceva:sciancata! Ah! ah! ah!... Allora era alta cosíunatombolina... OraDio la benedica non si riconosce piú... Sene rammenti per la mammami raccomando!

Quellanotteverso le dueMarietta andava in punta di piedia prendereun limone dalla credenza nella sala da pranzo e tornava lestainpunta di piediin camera della padroncina.

Buttatasul lettomezza spogliatala faccia affogata fra i guancialiicapelli disfatti e le mani che brancicavano le coperteGiacintasinghiozzavaconvulsa.

-Si calmisignorinasi calmi! - ripeteva Marietta intanto chestrizzava il limone in un bicchiere.

Poiagitando la limonata per scioglier lo zuccherosi accostava allettoaiutava Giacinta a sollevarsi e le metteva il bicchiere allelabbra.

-Bevale farà bene...Si calmientri in lettoper carità;cerchi di riposarsidi dormire. Io mi stenderò sul canapè...Si calmisi calmi!

-Va' - rispose Giacinta. - Non occorre che tu stia qui... Verrai unpo' per tempo domattinasenza aspettare che io suoni. Quella vocevelata del gran piantostraziava il cuore alla Marietta.

-Già la colpa è anche mia! - disse. - Se io non leavessi spiegato...

Lerannodò alla meglio i capelli discioltifiní dispogliarlaaggiustò bene le coperteravviò un po' lastanzae con la candela in manotornò presso il letto:

-Mi lasci dormire quisul canapè - insisteva.

-Grazie; non occorre.

Mariettaappena in camera sualasciò cadere tutte ad una volta lesottane per terraentrò d'un salto sotto le coltri e spenseil lume.

-Povera signorina! - pensava. - Ma se noipovera genteci si dovessedisperare per cosí poco!... Almeno io avevo ragione... Ciandava di mezzo una creaturina innocente... Quelli sí furonoguai!... Povera signorina! Ha ragione anche lei.

Siera voltata e rivoltata piú volte da un fianco all'altro; poinon si mosse piú. Russava leggiermente.



VII



Ildottor Balbichiamato in fretta il giorno doposi era subitoimpensierito del carattere violento della febbre di Giacinta. Ecominciò quasi a disperare della guarigione quandodue giorniappressoil tifo manifestò tutti i suoi tristi caratteri.

-Veda... Veda! - diceva alla signora Marulli col suo solitointercalare. - Il cervello è fortemente commosso; il sistemanervoso in uno stato di esaltazione incredibile...Veda... Dev'essercistata una causa... intendo... immediata. Qualche forte dispiacere...Veda.

-Manulla! - rispose la signora Teresa. - Col carattere di quellafigliuola!

Mariettaalle parole del dottoresi sentiva trambasciare:

-Uccellaccio di malaugurio!

-Ariaaria; le finestre sempre apertee poca gente in camera...Vedaveda... Mi raccomando.

Eil salotto era pieno di signoreda mattina a serache restavano lía chiacchierare con la signora Teresadopo aver dato una capatinanella camera dell'ammalata.

Venivanoanche gli uomini. La conversazione si animava; e l'ammalata diventavaun pretesto.

-La Teresa - disse un giorno il cavalier Mochi alla signora Maiocchi- deve essere contenta della malattia di sua figlialei che amatanto le visite.

-Maligno!

LaPenci malignavaalla sua voltacon la signora Villa quando il Mochiandò di làdall'ammalata.

-Che assiduità quel Mochi!

-Un vecchio amico di famiglia!

Esorridevano maliziosamente nel vederlo poco dopo ritornare in salottocol suo andare saltellanteaggiustandosi il goletto e tirando fuorii polsini della camiciacome uno che si fosse levata con nulla unaseccatura di dosso.

Mariettaera rimasta per piú di venti giorni al capezzale dellapadroncinagiorno e notte.

-Un prodigio d'infermiera! - diceva il dottore fregandosi le manidalla soddisfazioneora che la crisi era superata. - Mavedanocivuole un po' di tempo prima che l'ammalata possa rimettersi in forze.

-Com'è deliziosa la convalescenza! - ripeteva spesso Giacinta.

Avrebbevoluto restar solaa goderselacolla Marietta seduta dirimpettoche la guardava di tanto in tantoalzando la testa dal lavoro dicucito che aveva per le maniper far qualcosae le sorrideva senzaparlare.

Male signore irrompevano nella stanza a duea treaffaticando laconvalescente col loro cicalíomassime la Rossi con quellavoce strillante di violino scordato.

-L'ha scampata bella! Eh?

-Ti rifai a vista di occhio; brava!

Lasignora Maiocchi lasciava lí qualche volta la sua Elisa unpaio d'oreintanto ch'ella andava dalla sartao dalla modista.

Menomale che Elisa era una sciocchina da aver poco o nulla da dire! CosíGiacinta gustava tutta la delizia di quel risveglio primaverile cheprovava dentroassaporandolo... Sentivasi come cullata mollemente inun'aria piena di profumi sottili; sentivasi correreda capo a piediun'onda fresca di vita nuova che le destava nel corpo e nello spiritoignorate energie: sentivasi maturata di parecchi anni...

-Gli ho vissuti in un mese! - diceva a Marietta.

Eosservandosi le ceree mani scarne e coi diti affusolati e le ugnesmortestentava a credere che fossero le sue mani di un meseaddietro.

-Si rifarà prestopiú bella!

Mariettaera meravigliata della finezza che la pelle del viso della suapadroncina aveva presa.

-E se vedesse che occhi si è fatti! Paiono due stelle!... E...non l'ha avvertito? anche la voce le si è cambiata.

-Ho fatto la muda - diceva Giacinta con un leggiero sorriso che lerallegrava il volto bianco e dimagrito. - E' verobabbo?

-Sí.

-Povero babbo!

Ilsignor Marulli stava lía covarla con gli occhi nelle oreliberetirando fuori spesso l'orologio. Poi scappava per l'ufficioesattissimo.

Mail cavalier Mochi non piú affacciava all'uscio la punta deisuoi baffi soltantoné andava subito via. Entrava in cameratutt'i giorni e vi rimaneva a lungospingendo una seggiola accantoalla poltrona dove Giacintache aveva lasciato il letto da unasettimanastavasene sdraiatacon le ginocchia avvolte in unacoperta di lanae uno scialletto sulle spalle.

-Sempre meglio?

-Un pochino... Non ho fretta.

-Benone.

Mariettanon lo poteva patire per quell'occhialino che gli faceva fare unacontrazione alla guancia sinistra e gli dava un'aria beffardaconquei baffi appuntaticon quel collo incastrato nell'alto goletto.

AGiacintaperòquel vecchio raffinatoripicchiatovestitosempre all'ultima foggiache aveva viaggiato tanto e parlava cosíbenepiaceva moltissimo. E appena lo vedeva arrivarescappato dalConsiglio di amministrazione della Banca agricola dove egli siannoiavagli stendeva una mano che il Mochi stringeva con un modotutto suouna vera carezza.

-Hai dormito bene?

-Benissimo.

-L'appetito?

-Non c'è male.

-E l'animo?

-Tranquillo. Tornano anche le forze. Questa mattina ho fattoda mesolail viaggio dal letto alla poltrona.

Ungiorno egli trattenne piú del solitostretta tra le sue manila mano di Giacinta.

-Povera manina! Com'è ridotta scarna! Ma la ridurremo benpresto pienottauna manina di velluto.

Egliel'accarezzavaquasi cercasse di scaldargliela.

Giacintafece atto di volerla ritirare. Il Mochi glielo impedì:

-Il calore ti fa bene!

-Che calore può avere quella mummia! - pensava Mariettascrollando il capomentre si aggirava per la camera ravviando alcunisoggetti con quella sua aria di discrezione che chiamava sulle labbradel Mochi un risolino di compiacenza.

-Mariettaun po' di ghiaccio - dicevaa intervalliGiacinta. Ma ilMochi la prevenivaaccorrendo al tavolino dov'era il vassoio dicristallo col ghiaccio ridotto in pezzetti e il cucchiaino diargento. Giacinta stendeva la mano.

-Sono qui per nullacattiva?

Ele presentava delicatamente il cucchiaio col ghiaccio davanti labocca.

-Eccomi tornata bambina. Bisogna perfino imboccarmi! Grazie.

AlloraMochi riprendeva il discorso interrottoraccontando le meraviglie diParigi e di Londrae le sue avventure a Sivigliaquando poco eramancato che un (torero>) geloso non l'ammazzasse.

Peròda qualche giorno si accorgeva chedi tratto in trattol'attenzionedi Giacinta gli veniva meno. Gli occhi della ragazza si fissavanosenza sguardonello spazio; il volto e tutta la persona prendevano apoco a poco una certa rigiditàe due lagrime scendevanofinalmente a rigarle le guance smorte...

-Ma che vuol dire?... Che cosa hai? - domandavaun po' contrariato.

AlloraGiacinta diventava subitamente rossa in viso.

-Scusi... Oh! Non è nulla! - balbettava. - Un po' didebolezza... Nient'altro.

Mariettaaccorrevaspaventataindovinando quali ricordi assalissero la suapadroncina in quel punto:

-Signorina!

Larimproveravapiú che con la vocecon gli occhi.

-No - le disse un giorno Mochi. - Non è cosí che siguariscestando tutta la giornata inchiodata lí... Susu;ecco il braccio. Facciamo due passi per la stanza.

Leaveva già strappata la coperta di sopra i ginocchi e la tiravasu per le mani. A quella dolce violenza Giacinta sorridevaserrandosi meglio dentro lo sciallettoaggravandosi sul braccio dilui.

-Ecco; lo vedi che ti reggi benissimo?... Vuoi riposarti?

-Piú in là.

Siera fermata presso la finestra che guardava sul giardino. Tutto quelverde inondato di sole le pareva una festa. Le casette lí infondocon le vetrate spalancate e quei vasi da fiori sui davanzalisorridevano tranquille. E guardava intenerita i due piccioni chefacevano delle volatine su pei tettida un comignolo all'altroo sinettavano col becco le piume del collo.

Chebellezza! Che pace! Si sentiva rivivere.

Ementre facevano il giro della stanzaMarietta le ruzzolava dietro lapoltronase la padroncina avesse voluto riposarsi.

-Lo annoio troppo - gli diceva Giacinta.

-Nemmeno per sogno. Solamente non vorrei vederti ricominciare...Dev'esserci qualcosa lí dentroin quel cuoricinoche tu nonvuoi dirmi.

Giacintarispose di nocol capo.

Cosígiunse fino a spazientirsi quando lo scalpiccio del cavaliere tardavaa farsi udire nel corridoio che conduceva in camera.

Avevaripreso forze e colorito. Quelle esitazioniquelle fissazioni eranogià svanite. Anzi ora nella voce e nelle maniere di leic'erano un che di brusco e d'imperioso.

-Il tifo mi ha temprato come l'acciaio - diceva a Mariettaallorchéquesta le raccomandava di darsi coraggiodi farsi forza.

Peròil vecchiaccio maneggiava quell'acciaio come una pasta; benevolopaternopieno di compassione. Marietta cominciava a diventarnegelosa.

-Perché ora colui aveva sempre qualche cosa da dire allapadroncinain segreto?

Nonosava domandarne ma si struggeva di saperlo. Entrava in camera senzarumorecome un'ombraper afferrare una parolauna frase di quelleconversazioni a mezza voce... E un giorno intese Giacinta checommossa diceva:

-A chi rivolgermi?... Al babbo?

IlMochi scoteva la testa.

-Alla mamma?

-Che! Che! Quella mamma!...

Eglitorceva il muso.

Giacintadopo queste conversazioniaveva cert'occhi cosí smarriti...

-Che le dice dunque? - si domandava Marietta.

Eun giorno non ne poté piú:

-Scusisignorina: questa vecchia mignatta le succhia il sangue... Siguardi in viso!

Giacintale diè sulla voce:

-Vecchia mignatta?... Sono parole che non mi garbano. Dovrestisaperlo.



VIII



Mariettaaveva bussato all'uscio con le nocche delle dita:

-Signorinac'è la sarta nel salottino.

Edera andata via.

Giacintachiuse il libro posandolo sulle ginocchiaincrociò le manidietro il capo e si abbandonò sulla spalliera della poltrona:

-Che significava quell'insolito slancio di tenerezza della sua mamma?Dava un pranzo e un ballo per la ricomparsa di lei in società!...Proprio?

Sorridevaamaramenteagitando il piedino della gamba ancora accavalciatasull'altracercandocogli occhi socchiusicon le mani incrociatedietro il capouna plausibile spiegazione:

-Proprio per me?

Mariettatornò a picchiare:

-Signorinala sarta.

Giacintadiè un piccolo sbalzo e andò nel salottino di suamadredov'era anche il commendatore in veste da camera e pantofoleche esaminava colla signora Teresa le mostre delle stoffe...

-Questa qui... Ti piace?

AGiacinta non piacqueperché scelta da lui. Preferivaquell'altra di colore verde cupopiú signorile.

-Ma di sera si confonde col nero - disse la signora Teresa. - E non èda ragazza.

-La signora dice bene - aggiunse la sarta.

Giacintalasciò che scegliesse sua madre; e appena la sarta ebbe finitodi prender le misure - Era cresciuta la signorinadopo quellamalattia! - si affrettò a tornare in camera. Quel pranzo equel ballo la irritavano. E si ridomandava:

-Proprio?... Mochi ne saprà qualcosa!

IlMochi infatti non aspettò d'essere interrogato.

-Avremo dunque un ballo? Che diplomatica quella Teresa.

Aquel sarcastico sorrisoGiacinta si sentì agghiacciare.

-Perché? - domandò.

-Pranzoalle quattro... Alle ottoriunione degli azionisti dellaBanca agricola per l'approvazione dei conti; tra un pranzo e un ballosi fa presto... Alle dieciil ballo... Gli azionisti non debbono faraltro che montar poche scale... La trovata non è cattiva!...Tua madre diventa una diplomatica di prima forza: non lo avrei maicreduto!...

-Ohno! Non sarebbe comparsa in quel ballo! Assolutamente.

Siaspettava da un momento all'altro di dover fare una scena colla suamamma.

-Ne avrò il coraggio!... Mi ribellerò!...

Ela mattina che la sarta venne a provarle il vestitogridò aMarietta:

-Vada via!... Non voglio vestiti!... Lasciatemi in pacetutti!

-Per caritàsignorina! - disse Marietta. - Non la riconoscopiú!...

Vedendoentrare sua madre che precedeva la sartaGiacinta ammutolí. Esi lasciò spogliare dalla Mariettae si lasciò mettereindosso dalla sarta il vestito da provare muovendosi come un automa.

-Si volti cosí... Cammini un po'... Stia ferma... Le pieghedella sottana piombano bene... Faremo rientrare un pochino qui... Ilbusto va a pennello.

EGiacinta ubbidivapazientesenza dire nemmeno una parolacongrande stupore di Marietta.

-E' contenta? - le domandò all'ultimo la sarta.

-Contentissima.

Appenafu solacominciò a rimproverarsi da sé:

-Sono una vigliacca! Síuna vigliacca!

Piangevadi rabbiasi torceva le mani.

-Ma perché non accettava dunque la sua sorte? Perché nonsi cacciava a fronte altaarmata di disprezzofra quella bruttasocietà dove la chiamava il destino? A che disperarsiinutilmente? Farsi valere doveva!

Ese lo ripeté ad ogni momento in quei giorniper rafforzarsinella sua risoluzioneper impedire che le penetrasse di nuovo nelcuore la debolezza delle altre volte.

-Vedrai! - si sfogava con la Marietta. - Cambierò da bianca innera... Vedrai!

-Brava!

Mariettabatteva le manivedendole alzar fieramente la testa e agitar lebraccia come per apprestarsi a una lotta a corpo a corpo.

-Vedrai! - le ripeté la sera della festa quando terminòdi abbigliarsidavanti allo specchiomentre Marietta le aggiustavale pieghe del vestito contenta e superba della sua bella padroncina.

AppenaGiacinta entrò nel salotto già pieno di signore e diinvitati presa per mano con la Gina che la faceva sorrideregettandolecon un rapido movimento del capole sue piccolemalignità in un orecchio - quella sua aria quasi di sfida fusubito notata.

-Vai a ruba - le disse il commendatore entrando in mezzo alle signoreche le facevano festa.

Lepresentava tutti ad una voltatre impiegati della Banca agricola chedesideravano ballare con lei e s'inchinaronopretenziosamenteimpomatati sfoggianti le bianchissime e lucide camicie fra il largosparato dei corpettie i polsini dagli enormi bottoni che coprivanofino a metà le mani strette nei guanti.

Andavaproprio a rubaspecie fra i giovanotti. La signora Marulli vedendolaparlare animatissima e ridere fra un gruppoin un angoloerasorpresa anche lei dell'insolita spigliatezza di sua figlia.

-E' troppo ingenua - disse al Mochi. - Bisogna avvertirla.

-(Elle chasse de race>) - rispose Mochi che si divertiva spesso colpunzecchiarla.

-Com'è felice la tua figliuola! - venne a dirle da lí apoco la signora Maiocchi. - Osserva... Dopo la malattia si èfatta piú bella... Ma brava! Come balla bene!

Giacintasguizzava leggera fra le coppie che ballavano confusamenteabbandonata al suo ballerino cheguidandolale domandava:

-Si sente stanca?

-Nopunto.

Egiravanogiravanosguizzavano; Andrea Gerace un po' serioellasorridenteda persona già come abituataquantunque fossequello il suo primo ballo.

-Lei balla come una meridionale - le disse Gerace in un momento disosta. - E' la prima volta che io non rimpiango le feste di Napoli.

-Son lieta - rispose - di rammentarle in qualche modo le signorine dilaggiú.

-Me le fa dimenticare.

-... Che caldo! Si soffoca.

Sisoffocava infatti; ed era un continuo agitar di ventagli ora chel'orchestra si riposava. Gli uomini si facevano vento coi cappelli amolla schiacciati.

-Geraceuna canzonetta delle vostre!...

Lasignora Villa gliel'aveva detto con quella smanceria di voce e diatteggiamento bambinesco ch'ella soleva affettare per far piúcolpo.

-Sísí!

Lasignora Rossila Mazziil Poratiil Gessi e gli altri ch'eran líappresso approvarono.

-La (Carmenella>)! (Mastro Raffaele>)! - suggerirono ad unavolta Merli e Ratti.

Anziil Ratti andò a prenderlo addirittura pel braccioefacendogli delle moine come una signorinafra le risate chescoppiavano da ogni parte della salalo conduceva al pianoforte dovegià preludiava il Porati.

-Che simpatico giovane!

Giacintasi limitò ad accennare col capo che era della stessa opinionedella Gina. Non voleva perdere una nota.

Quellamelodiaimprontata di una gaiezza mestasi dondolava col suo ritmomollementee faceva dondolareper consensotutte le teste: poiall'ardito strappo di voce che riprendeva la frase allegra delritornellocorreva attorno un mormorio di entusiasmo represso.

Ginapresa la mano di Giacintagliela stringeva forte nei passaggi piúbelliquasi stesse per isvenirsi.

-Canta meglio del solito questa sera! - le diceva sotto voce.

Quellasera Gerace aveva anche una singolare maniera di lanciar le noteverso Giacinta; ed essache se n'era accortase le sentiva aggirareattorno alla personaposar sulla frontestrisciar lievemente sulleguance e sul collosolleticanti; e aggrottava le sopraccigliae sichinava inavvertitamente verso di luiattratta da quella stranasensazione cosí nuova per lei. Quando alla fine scoppiaron gliapplausile parve di destarsi da un sogno.

-Quella musica era durata un'eternità?... Un minuto secondo?

Nonsapeva rendersene conto.

Geracele si era avvicinato per ringraziarla degli applausi.

-Son io che debbo ringraziar lei - rispose. - Che musica! Mi èparso quasi di veder Napoli e il suo golfocheforsein realtànon vedrò mai.

-Ti diverti dunquemalatina? - venne a dirle Mochi in quel punto.

Lasorvegliavainquietoda un pezzo; e le porse il bracciomentreGiacinta rispondeva:

-Non è difficilea quel che pare.

Vedendolipassare tra la folla degli invitatila Maiocchi ammiccò allasignora Villa seduta dirimpetto. L'assiduità del Mochi attornodi Giacinta cominciava a dar nell'occhio:

-Quel vecchio dissoluto era capace di tutto!

Lasignora Maiocchi notò che Giacintatornando in sala sempre albraccio del Mochiera un po' rannuvolata. Infatti non ballòpiú.

-Grazie - disse al Ratti che la invitava ad una polka. - Sono stanca.Ho ballato anche troppo; son convalescente. Mi scusi.



IX



Giacintascriveva. Vedendo entrare sua madrefece atto di levarsi daltavolino; ma questa le accennò di non muoversi e andò asedersi sulla poltroncina accosto.

-Dobbiamo un po' ragionare insieme.

Insospettitadi quell'aria benevoladi quella dolcezza di voceGiacinta si volsecon tutto il suo corpo verso sua madrestrizzando gli occhi e lelabbratra curiosa e diffidente.

-Tu non sei piú una bambina - prese a dire la signora Marulli.-Hai già messo allegramente il tuo piedino nella società.Ma se ti figuri ch'essa sia sempre quale appare in un salottoin unafestadove tutti sorridonosi divertono e scambiano strette dimano...

Giacintaaccennò negativamente col capoma sua madre non se n'accorse.

-T'inganni - continuò. - Il mondo è un castello daespugnare. La forza qualche volta riesce: l'arte e l'avvedutezzaquasi sempre... Noi non siamo ricche - soggiunse dopo una piccolapausa.

Giacintala fissòsorpresa.

-Non siamo ricche - ripeté la signora Marulliche avevacapito. - Se possiamo fare certe spese... sappi che è fruttodelle economie di parecchi anni; alcunele piú grossesonoun credito sull'avvenire... Siamo costrette a farleperl'apparenza...

-Insommache cosa vuoi dirmi? - interruppe Giacinta spazientita.

-Voglio dirti - e lasciava cadere le parole lentamente - che da ora inpoi tu devi pensare al posto da farti nella società...

-Va bene; ci penserò...

Lasua voce s'era a un tratto turbata. Mentre la madre parlava con gliocchi fissi al tagliacarte preso in mano e che voltava e rivoltavaGiacinta non aveva cessato di guardarla in viso. C'era un che divolpino in quegli occhi piccoli e vivacissimiin quella frontepiatta con la pelle lucidatiratae le sopracciglia sottiliinquel naso profilatocartilaginosocolle pinne che si gonfiavanoacerti movimenti di quella bocca dirittadalle labbra finicon lepozzette ai lati su cui la peluria piú addensatametteva unapiccante sfumatura di virilità... Giacinta sentivarimescolarsi in fondo al cuore la sua indignazione di tant'anni.

-Parecchi giovani ti sono già attorno - riprese la Marullisevera. - Tu intanto...

-Li lascerò fare.

Aquesta brusca interruzione la signora Teresa alzò la testacome se le avessero dato una puntura alla schiena. Giacinta si levòda sedere.

-Sentimamma! - disse. - Hai ragione; non sono piú unabambina: devo pensare alla mia sortee ci penserò; lasciamifare. C'è un destino per tutti. Vo' andargli incontrosbadatamente. Che te ne importa? Con te sarò sempre buona...Mi presterò a tutto... Hai veduto?... Mi son prestata per lafesta di tre mesi facome se fosse stata davvero una festa data perme...

-Per chi dunque? - domandò la signora Teresafulminando lafiglia col suo terribile sguardo.

-Non lo so!... Non vo' saperlo...

Giacintaportò le mani alla facciasinghiozzanteintanto che suamadre non rinveniva dalla sorpresa di quella resistenza affattoincredibile per lei; e la guardava mutae le pinne del naso le sisollevavano nervosamentead ogni contrazione delle labbra fatta percontenersi.

-Tu sei ancora malata - dissedopo alcuni istanti di silenzio. - Mene accorgo. Questa mattina avresti fatto meglio a rimanertene aletto.

-Nomammasto bene... Ma tu hai ragione di dire cosí; èmeglio spiegarsi. Sappi dunque che alla mia situazioneal mioavvenire ci ho pensato lungamente. Son cresciuta fin oggi quasiabbandonata a me stessa; lasciami continuare cosí. Nondubitarenon avrai noie per cagion mia. Le mie idee non sonoassurdevedrai... Ma lasciami liberaassolutamentete ne prego!...In ogni casodovrò prendermela soltanto con me.

Avevaparlato a scattiquasi facesse uno sforzo per frenar le paroletenendo bassa la testacon gli occhi fissi al pavimentostirandoqua e là convulsamente le pieghe sul davanti del vestito; e lasignora Marulli seguiva macchinalmente con lo sguardo quelsignificativo arrabbattarsi delle mani di sua figliaintanto cheogni parola di essa le martellava sul cuore; poi si rizzòdominandosi a stento.

-Per ora in casa comando io! - disse con la voce turbata - Chet'immagini?... Che ti si è dato a intendere?... Son forsequeste le lezioni apprese in collegio?

-Il collegio ci rende quali ci ricevette! - rispose Giacinta.

-Sei un'ingrataccia!

-Nomamma.

-Un'ingrataccia!... - replicò la signora Teresa. - Mabadave'! E' bene che tu lo sappia: a me i romanzetti non garbano punto.So come troncarli: tientelo per detto.

-Se tu credi che io abbia dei romanzetti pel capo!

-Che significa dunque quel: lasciami libera?

-Te lo spiegherei se tu fossi piú calma.

-Sono calmacalmissima; ci vuol altro per agitarmi. Che significadunque?...

Easpettava la risposta mordendosi il mignolocol gomito appoggiatosull'altro braccio piegato sotto il senoscotendo irrequietamente unpiede...

Giacintaesitava.

-Significa - poi disse - che l'avvenire è ancora lontano...;cheper orané io né te dobbiamo... legarci le mani.Credimiho in orrore la societàbenché la conoscaassai poco... Non darti pensiero di me... Se dovrò prendermaritonon prenderò che una persona di mia sceltarisolutamente... a costo di farti dispiacere... Ma non lo prenderòmamma... Ho un presentimento... Che so?... Ecco... non riesco aspiegarmi... Non darti piú pensiero del mio avvenire... Non cipenserò nemmeno io... Qualcosa nascerà... vedrai...Peròte lo ripetonon avrai noie per cagion mia... Lasciamifare... anche una sciocchezza! Che te ne importa?...

Lasignora Teresa non aspettò che terminasse; le voltò lespallesbatacchiando l'uscio con violenza.

EGiacinta ricadde abbandonatamente sulla seggiolasfinita dallosforzo fatto e quasi sgomenta della piena coscienza di séstessa acquistata in quel punto.



X



Noella non aveva dei romanzi pel capo.

Tuttiquegli imbecilli che le stavano attorno la infastidivanoquando nonla irritavano addirittura. Viveva in un continuo sospetto: scoprivadei maligni sottintesi fin nelle parole piú schiette: e sitormentava.

Ilgiovane Poratich'era stato il primo a farle una apertadichiarazione di amoreuna sera per commoverla le aveva detto:

-Ah!... Lei mi farà ammattire!

EGiacintatagliando corto:

-Ci vuol cosí poco!

Poiera venuta la volta del Gessi.

-Per leisignorinaper lei sarei capace di... di...

Nontrovava la paroladiventato rosso in viso come un gambero.

-Sia capace di star zitto! - aveva conchiuso Giacinta con una risatache fece arrossire di piú quel povero ragazzo impicciato.

Dopole si era messo attornoassiduoil Ratti che pure la divertiva conle sue fandonie e con quel gesticolare irrequieto.

-Credasignorina - le tornava a ripetere - nessuno al mondo le vuolpiú bene di menessuno!

-Allora sono da compiangere - era stata la risposta di Giacinta.

El'avvocatoprudentenon cercò che gliela ripetesse duevolte.

Ultimodopo parecchi altrisi era presentato il Merli.

-Mi chiegga una provasignorina; la piú ardua!

-...Si faccia preteper amor mio - gli aveva rispostoseria seria.

-Ohquella ragazza doveva essere una grulla!

-Un po' di cicciapochina! con la bocca e con gli occhi.

-Quella lí? Era di razza Marulli; piú calcolatrice dellasua mamma.

-Già... se è vero l'affare del servitore...

-Se è vero?...

Senzaconfidarsi l'un l'altro il loro cattivo successoi corteggiatoriscartati si vendicavano dicendonequando capitavaquesto e peggio.

Giacintaera grata ad Andrea Gerace che non le aveva mai detto nullaquantunque ella capisse che quegli occhi neri che se la divoravanointendessero dirle di piú di tutti quegli altri. E virifletteva sudi sfuggitacome vagante dietro a un sogno che lescappava davanti lontanissimotra una nebbia dove la cara melodia diquella sera si andava perdendo. Ma ella si arrestava tutt'a untrattopiena di terrore:

-No! No!

Efu dolorosamente tocca la sera che Andreauscito appresso a leisulla terrazza per godere il lume di luna di quella magnifica seratadi giugno - mentre gli altri conversavano in salotto - le avevasussurrato all'improvviso due parolecolla voce tremante.

-Anche lei? - disse.

-Perché no?

-...Ma io non possonon debbo amare!...

-Non ha forse un cuore?

-Oh sípur troppo!... per patire - aveva soggiuntoaccigliandosi.

Andreacon le braccia appoggiate sulla ringhiera della terrazzaoraguardava leiora giú nella piazzetta desertaimbarazzato.

-Per patire? - si decise a domandarledopo alcuni minuti di silenzio.

-Mi crede forse felice?

Geracenon fiatò.

Chimai poteva supporre che quella ragazza soffrisse?

-Sentasignor Andrea- rispose Giacinta - Lei mi vuol benesinceramente; certe cose non mi sfuggono. A lei dirò dunquequel che non ho detto a nessuno: mi dimentichi!... Il mio cuore nonpuò corrispondere al suo; deve restare un cuor chiuso.

-A questa età?

-Ohl'età non conta nulla! Si può essere vecchi anche adiciott'anni... Appunto perché credo che mi voglia benedavveroio le dico: mi dimentichi!... Non scuota il capo cosí...Mi fa male. E accetti la mia confessione come una gran prova diamicizia.

-Se ha già qualche impegno...

-Nessuno. Ho serrato l'uscio del mio cuore e ne ho buttato la chiavein fondo al mare: ripescarla è impossibile.

Esorrideva forzatamente.

-E' da credere? - disse Andrea.

-Vuol proprio angustiarmi? Parlo sul serio.

Andrearimaneva incerto. Vedeva Giacinta sotto un aspetto nuovo e inattesocon quella profonda tristezza cosí meravigliosamentedissimulata a tutti fino allora; e da pochi minuti sentiva crescerela loro intimità.

-Non sarò importuno - disse. - Ma non mi scoraggi neppure.Aspetterò... Dunque è una cosa grave? - soggiunsetostovedendo inumidirsi di lagrime gli occhi di Giacinta.

-Da amiconon mi domandi altro - ella risposeporgendogli una manoche Andrea strinse piú volte. - Ha un mio segreto; lo conservibene.

-Ohstia sicura!

-Che serata dolce! - mormorò Giacinta dopo un pezzetto.

-Dolcissima!

Nondissero piú nulla. E Giacinta rientrò in salotto.

Lamattina dopoGeracedisteso sul canapè della sua camerariandava col pensiero la scena della sera avantifumando e sorbendodistrattamente il caffè che gli si freddava sul tavolino.

Lavecchia padrona di casaabituata alla briosa parlantina del suodozzinantesi aggirava per la stanzasbattendo sul pavimento leciabatte casalinghe con maggior rumore del solito. Ma Andrealasciando che spostasse inutilmente questo o quell'oggettoetornasse a fermarglisi dinanzi con le mani sui fianchi - seguitava insilenzio a riempir di fumo la stanza.

-Non ha dormito? - gli domandò finalmente la vecchia.

-Sí.

-Si sente male?

-No. Perché?

-Non dice nulla!

-Vuol saperlo?

Andreasi levò subitamente in piedi edandole un'allegraabbracciatina:

-Sono innamorato - le disse.

Lavecchia rideva.

-Che! Che! Lei non ha presa...

-Questa volta è per davvero.

-Tanto meglio! Metterà senno. L'amore matura l'uomo.

Andreaportò le dita alla bocca e vi scoccò su due bacipoifece atto di gettarli dalla finestralontano...

Mala vecchia andò viacon la chicchera in manoscrollando latesta:

-Amore?... Fuoco di paglia!



XI



Daquella sera in poi la tristezza di Giacinta si era quasi raddoppiata.

-S'ammalerà di nuovo - le diceva Marietta.

Etentava di svagarla.

-Signorinastia a sentire. Spauracchiogiorni fami domandòdi lei. Voleva saperein confidenza...

-Chi è Spauracchio?

-Il figlio del Porati. Non le pare una pertica con su una tuba e unvestito per far paura agli uccelli?

-Zitta!

Orasorrideva appena alle bizzarrie di Marietta. Lottava dentro di séterribilmente. Quegli sguardi di Andreache pareva chiedesseropietàla perseguitavano ovunque. Di notteprima che siaddormentassele luccicavano dinanzinel buiosempre chiedentipietà.

-Come non capiva quel Gerace che cosí la torturava?... Ma giàpoteva anche darsi... chi lo sapeva... che non fosse sincero neppurlui... E poi?... E poi?...

Unosolo le appariva buonocompassionevolesincero; egli solo non ledestava invincibili repugnanze e neri sospetti nel cuore...

-Perché no?... Perché no?

Sifaceva forza ogni giornoper abituarsi a quest'idea.

-Essere amato per gratitudine!... non le chiedeva di piú eglielo lasciava scorgere in tutti i suoi discorsitutti i giorni.Che poteva significarese non che tal amore per gratitudine giàlo sperasse da lei?... Con gli anni cresciutia lui senza famigliail celibato pesava... E l'altra volta non glielo aveva detto quasiapertamente? Non le aveva detto: nel tuo casohai bisogno di unaprotezione specialedi un affetto capace d'aumentarsi e non di venirmeno col tempo; di un affetto senza illusioni giovanilisenzapregiudizi sociali?... Le aveva detto cosí... Aveva ragionepur troppo!... Aveva ragione!

Ela penetrava un senso di tenerezza filiale per quella secca eangolosa figura del Mochi che sapeva generosamente compatirlae nonera ingiusto come gli altri!

-Infineche colpa ci ho io?

Vieran dei momentidei terribili momentiche non riusciva arassegnarsi. S'impennava.

-E' un'infamia! Una mostruosa ingiustizia! - andava ripetendoandandosu e giú per la cameracome un'anima dannatadiceva ellastessa.

-Ah!... forsecon minor fierezza di animovivrei tranquillaanchefelice!... MaDio mio! come perdonare al miserabile che - dopoanche in un momento di collera - avesse la viltà dirinfacciarmi...?

Questapossibilità le agghiacciava il sangue.

Echiudeva gli occhi per non vedere gli sguardi di Andrea chiedentipietàche l'assediavano con insistenzaquasi importuniturbandola profondamente...

-Come se ella non fosse debole abbastanzao Signore! E non avesseanzi bisogno di conforti pel gran sacrificio a cui si eradisperatamente risoluta!... Ma perché il Mochi indugiava astrapparla da quello stato di angoscia che la uccideva a poco apoco?... Si era forse illusa?... Nonon poteva essere! Non si eraillusa!

Alloranel mezzo della nottatanel pauroso silenzio della camera fiocamenteilluminata dalla lampada riaccesa quando l'insonnia si ostinava atenerle sbarrati gli occhi - l'angolo della stanza rimasto in ombrale si popolava di allucinazionicome se il suo intellettoacquistasse in quei momenti la felicità della seconda vista.

...Eranpassati degli anni! Avvizzivaanima e corpoinchiodata a pie' delletto dove quel vecchiocolpito da incurabile malattia che non gliconcedeva un'ora di tregualanguiva. Gli faceva da infermierapaziente come una santa; ma gli moriva dietroassottigliata da unosfinimento senza nome... E mentre colui rantolavarantolavadaicristalli della finestra entrava il sole a traverso una largastriscia di pulviscolo turbinoso e luccicante... Ahquel sole!...Ahquell'alito di primavera!... Ma la sua giovinezza era ormaiperduta... Lei non si riconosceva piú nemmeno allo specchiocon quei capelli mal ravviaticon quelle mani scarnecon quegliocchi senza vita!... E non si lagnavané si rassegnavaindifferente... Era il suo cattivo destino... Doveva essere cosí!...Lo aveva già previsto!...

Ohnonon era cosí!... La sua giovinezza fioriva tuttaviailsuo povero cuore palpitava ancora!... Il Mochi la trattava dafigliuolapoco esigente... Chi del restonell'intimole impedivad'amare un altro?... Il passato le ritornava alla mente come unconforto...Quel balloquella canzone napoletanaquella terrazza allume di luna e quel giovane bruno dagli occhi neridai capelli nerie crespiche le mormorava nell'orecchio parole dolcissimeindimenticabili... Ma non commetteva ellaa quel modoun'infedeltàsenza scusa?... E Andrea perché veniva a cercarla fin nellasolitudine dove volontariamente s'era condannata?... Che pretendevadunque?... Nonon era generoso!... Voleva abusare della propriaforzadella fragilità di lei?... Ed ella resistevalottandomascherando con la bruschezza la debolezza che invadevala... Sarebbestata un'indegnità!... E fiera della sua vittoriasiattaccava ancor piú al suo liberatoreal suo benefattore...Non lo chiamava mai suo marito.

Itocchi di un orologio che arrivavano lenti e fiochicome da una granlontananzala riscuotevano qualche volta. Per terrore di quelsilenzio turbato un istanterivolgeva gli occhi alla palla diporcellana dentro cui la fiamma della lampada guizzavaa intervallicon luce freddarischiarando i mobili scuridando un aspetto stranoai disegni della tappezzeria. Poi i suoi occhi attrattitornavanoverso quell'angolodove l'ombra si addensava; e da lí a pocol'allucinazione riprendeva il suo corso.

...Che!Che! Quel vecchio assorbiva il giovane rigoglio di lei; e diventavarubizzoma gelosoriottosobrontolonedai modi bruschi evillani... Una serva sarebbe stata trattata meglio!... Che calice diavvilimenti e di amarezza non le toccava di tracannare giorno pergiorno!... Ella non aveva piú lagrime... Non osavalamentarsene neppure in segretodalla paura che quello glieloleggesse in viso... E cosí la vita le si consumavalentissimamente... ma al finesi consumava!... E si sentiva mancarepresa da un torpore gelido... Che interminabile agonia!

Spessoquando l'allucinazione confondevasi col sognoGiacinta si levava daletto sbalorditaspossata dalla inconsapevole fatica.

-Aveva sognato?

Peròla luce del giorno le infondeva coraggio:

-Commetto una specie di suicidio? Lo so. Poiché non sono buonaad ammazzarmi davvero!...



XII



Mochiincontrando la Marietta per le scalesoleva fermarla e stender lamano per carezzarle il mentonell'informarsi della salute dellapadroncina.

-Giú quella mano!... Non può tenerla a posto? - essa glidiceva tirandosi indietro.

-Come sei cattiva!

-Non capisce che ha i piedi dentro la fossa?

Glieloripeteva sovente. Quella mummia le faceva rabbiaper via della suapadroncina. Massime dopo che questa le ebbe accennato in un momentodi sfogola speranzal'unica speranzache le sorrideva.

-Ma dice davverosignorina? E perché non uno di quegli altri?Il signor Merliper esempioun buon ragazzo?

Giacintascrollava tristamente il capo.

-O il signor Poratiche almeno deve avere i quattrini a staia conquell'usuraio del suo babbo.

-Dio mio!... Non vuoi persuaderti!...

-O il signor Andrea? Non è riccotutt'altro! Ma è ungiovanotto ben fattocon certi occhi!... E sa cantar cosíbene!

Giacintasi spazientiva.

-Ma quel figuro (scusi signorina!) tutto ripicchiato e incerottatoche forseanzi certoha i denti posticcie porta il busto pertenersi ritto!

Vedendola sua padroncina a testa bassaMarietta soggiungeva:

-E proprio lui le ha proposto...?

-Ohno!... Non mi ha detto mai nulla.

Mariettasi stringeva nelle spalleincredula che una cosí pazzarisoluzione potesse durare.

-Povera signorina!... A furia di tormentarsi!

Nonsi dava pace. Ohvoleva vederci chiaro in questo imbroglio! E laprima volta che il Mochi la fermòsi lasciò prenderepel mentosi lasciò fare la carezzina.

-Giusto parlavamo di lei poco fa. La signorina le vuol benesa? Diceche è il suo solo e vero amico.

-Dice cosí?

-Proprio.

Mochisorridendo di compiacenzaattorcigliavasi la punta di un baffo.

Sorridevaanche la Mariettadecisa quel giorno a tirargli su le calze. Infattinon scappò subito viae drizzò gli orecchi appena ilMochi cominciò a far gli elogi della padroncinaparlando avoce bassacome si fosse trattato di un segreto.

-Buonasíma disgraziata! - egli concludeva. - Dotepoca opunta. Poi... Capisci?... Un pregiudizio; ne convengo!... Ma lasocietà è fatta cosíimpastata da cima a fondodi pregiudizII forti piú delle stesse leggi... Capiscicarina?

-Peròuna persona saviacome lei!... - insinuòMariettasenza badare alla nuova carezzina con cui il Mochi lesolleticava la gola.

Parvech'egli esitasse un momentoaggrinzando la guancia sinistraper lalente.

-Se potessi parlarti con piú comodo... a quattr'occhi?

Eguardava attorno.

-Parli pure.

-Noun'altra volta.

-Che voleva dirle quella mummiaa quattr'occhi?

Mariettasmaniava alle confidenze a miccino e a riprese che Mochi le andavafacendocome se gli costassero quattrini e cercasse di spenderli unpo' alla volta.

-L'ha dovuta ammaliare! - gli disse una mattinaper spronarlo. -Peccatoraccio! - A gatto vecchio sorcio tenerello.

Macolui non si decideva a vuotare il saccomasticava le parole:

-Infinecoi pregiudizi della societàcapiscirenderei un belservigio alla Giacinta...

-Carità pelosa!

-Però...

-O che non si fida?... Parli chiaro.

Sene fidò tutt'a un trattoespansivocarezzandole piùamichevolmente le guancie e il mento.

-Sarebbe - s'interruppe - per legarci megliointendi?... Percominciareinsomma...

-Già! Già!

-Se tu mi dessi un po' di mano...

-Già! Già!

Erastata a sentirlo fino all'ultimoguardandolo negli occhi approvandocol capoper non insospettirlointanto che le mani le prudevano ela lingua le si dimenava fra i denti attossicata..

-Va bene cosí? - conchiuse il Mochi.

Mariettalo squadrò da capo a piedicon gli occhi che le schizzavanofuori...

-Si netti la bocca! - risposefacendo anche il gesto.

Escappò via.

-Ho detto per chiasso! - balbettò il cavaliere che non sel'aspettava - Ho detto per chiassosai?...

-Si netti la bocca! - gli ripeté Marietta di cima alpianerottolo del secondo piano. - Ahse non parlo subitoscoppio!

Mada Giacinta c'erano la Elisa e la Gina venute per osservare alcunimerletti antichi che questa voleva imitare; e tutte e trechineattorno al modellostudiavano e discutevano i puntinon siaccorsero di Marietta che aveva aperto e richiuso l'uscio.

Cosíessa stette fino a tardicome sulle spine:

-Quelle due civettuole non andavano piú via!

Poisopravvenne la signora Maiocchi per riprendere la figlia e la Gina.

-Non la finiva piú nemmeno lei!

Eappena chiuso l'uscio di casa dietro le spalle di quelle signoreMarietta piombò in camera di Giacinta.

-Ahscoppio!... Sentasenta quasignorina!

Parlavaagitatamangiando mezze le parolecorreggendositornando addietrose si risovveniva di un piccolo particolare dimenticatominuziosissima:

-Aveva fatto bene?

-Benissimo! - rispondeva Giacintaimpaziente.

Eintanto che quella proseguivasenza farle grazia di nullaripetendoleparola per parolai discorsi del Mochiimitandoneperabitudine e per maggiore evidenzaanche i gesti e la voceGiacintatrasecolava; provavaad occhi apertil'incubo dei cattivi sogni chela opprimevano la notte.

-Era dunque per questo?... Per questo?

Scoppiòin un pianto dirottocol viso fra le maniaccasciandosi sotto ilgran peso di quell'onta inaspettata. Poi tentò di svincolarsidalle braccia della Marietta che piangendo anche lei le diceva:

-Non è nulla!... Tanto meglio!...

-Vo' andar via! Vado via!...

Siasciugava in fretta le lagrimeaggirandosi barcollanteper lastanzain cerca di qualche cosaed ella stessa non sapeva cheripetendo:

-Vo' andar via! Vado via!...

-Dove? Vergine santa! dove?

-In qualche postoa far la serva... a chieder l'elemosinalontana diquifuori di queste mura piene di vergogna e di angoscia!...

-Ma le pare!... Dia retta!

-Fossi morta un anno fa!

Rimaseper parecchi giorni come trasognatachiusa nella sua camera colpretesto d'una emicraniasentendosi sempre sulla faccia l'improntadi un piede che l'avesse calcata.

-Ahla fatal catena si era ribadita!... E lei che già silusingava di essere sul punto di spezzarla!... Perchéperchénon l'afferrava a due maniper sbatterla in viso alla gente? Cosídoveva farecosí!... E quella sua mamma che non cessava ditorturarla anche lei!... Quella sua mamma!... Oh Dio! si sentivadiventare malvagia!... Il sangue le si trasmutava in fiele!... Latrascinavano pei capelli a far qualcosa di enorme!

Etramortiva dallo spasimocogli occhi al soffittostanca dipiangere.



XIII



Andreache non l'aveva piú vista da una settimanala fermòuna sera in mezzo all'uscio del salottodove si era appostato perattenderla.

-E' tuttavia sofferente?

-No; grazie.

Volevaevitarlo; ma la commozione l'arrestòimpacciatasotto queglisguardi indagatori.

-E... il mio noviziato - egli disseesitando - dovrà ancoradurare?

-Non insistaper carità!

Andreachinò il capo mentr'ella passava.

Quelleumili parole - il mio noviziato - le rimasero dentro l'orecchio tuttala serata e giorni appressoassediandolarimestandole in fondo alcuore le dolci sensazioni e il soave sentimento ch'essa si erasforzata di far taceredomandandosi atterrita: E poi?... e poi?

-Povero giovane!... Non si stancava dunque?

Etrovossi insensibilmente ricondotta verso di luima senza speranzasoltanto per dimenticare quell'altro che l'aveva cosí offesae con la gioia d'una convalescenza interiore assai piú belladella prima.

-Che tormento il dover dissimulare di amarlo!... Ma doveva far cosísuggellarsi le labbra!... Chi le garantiva l'avvenire?... Se oggi lapassione poteva porre a quel giovane una benda sugli occhidomanidomani l'altrosbolliti i primi entusiasmiquando non ci sarebbestato più rimedio...?

Erail verme che le rodeva incessantemente il cervello e le faceva quasidimenticare l'oltraggio del Mochi.

Alcunigiorni dopo il fattoquesti aveva avuto la faccia tosta diavvicinarsele e dirle:

-Quella grulla di Marietta ti avrà forse riferito...

-Non mi ha riferito nulla... - lo interruppe Giacinta.

Eglivoltò le spalle.

Andreaintantorassegnatopazientenon lasciava sfuggirsi nessunaoccasione di rammentarle che era lìattendendo sempre unarisposta. Ad ogni nuovo assalto di luila povera Giacinta sentivasicon orrore diventar sempre piú fiacca; e voleva resistere...ad ogni costo!...

-Dovessi tu anche morirne! - disse a sé medesima una voltadopo aver tentato invano di stordirsi leggendo fino a notteinoltrata.

Inveceil suo povero cuore non aveva piú forze!

-AhGesú! Gesú!...

Isuoi occhi non si erano fissati mai con tanta ambascia sul crocifissod'avorio dalla croce di ebano appeso al capezzaleun ricordo dellasua piú cara amica di collegio. E quel grido straziante le erauscito di boccaall'improvvisoinsieme con un fiume di lagrime.

-AhGesú!... Gesú! Perché farmi soffrire aquesto modo?...

Nellostesso tempo una commozione profondasopraggiunta dietro quel primoimpeto d'irritazione e di rivoltala spingeva a cader ginocchionidavanti la sponda del letto.

-Dio mio!... Gesú mio! - ripeteva singhiozzantetendendo lebraccia verso il crocifisso con un gesto disperato. - Gesú...Se siete buono e giustofatemi morir subitoprima che io mi levi diqui! Fatemi morire! Fatemi morire!

Nell'angosciaappoggiava la fronte alle materassabagnandole di lagrimecontandoi battiti del suo cuore per vedere se mai diminuisserosediventassero piú lenti... Indi rialzava la testastendeva dinuovo le braccia:

-Se siete buono e giustofatemi morireGesú! Muovetevi acompassione di me! Fatemi morire!...

Ahla morte invocata si faceva attender troppo! Gesú Cristo se nestava impassibile sulla crocenon la esaudivanon la ascoltava:

-Fatemi morire! Fatemi morire!

Aun trattole parve che il cuore le si schiantasse davveroche ilrespiro le venisse meno... e balzò in piedi e spalancòla finestra.

Colterrore che la scuoteva tuttasprofondava gli occhi in quel cielobuiocoperto qua e là di nuvolecon rare stelle chescintillavano fiochecome smarrite nello spazio; e tendeval'orecchio senza sapere perchéin quel vasto silenziointerrotto soltanto dagli urli del mare che si dibatteva laggiúfra gli scoglisimile a un mostro incatenato.

Nonosava voltare il capo. Aveva perfino paura di quel crocifisso diavorio da lei cosí affannosamente pregato poco prima; avevapaura di quella nera solitudine notturna: si sentiva come lanciatavia fuori del mondo.

Poiall'impressione dell'aria frizzante si era calmata a poco a poco.Un'idea balenatele in mente l'aveva fatta trasalire:

-Perché non entrava in un convento?

Erinchiuse la impostamacchinalmente; perduta dietro questa idea chela inondava di un benessere stranodi una calma affatto insolita epiena d'immensa tenerezza.

-Grazie! Grazie! - mormoravaa mani giunterivolta al crocifisso. -Cosí sarò morta pel mondoper me stessaper tutti!...E' una ispirazione del cielo!



XIV

-Calmatevifigliuola miacalmatevi! - le diceva di tanto in tantocon voce tremula il vecchio confessoredalla grata delconfessionario dove appoggiava la testa.

Giacintaarrestavasi un momentinoquasi soffocatapoi riprendeva a parlare.

Etutta la sua vita - doloriillusionidisingannisperanzeagonizzanti - tuttacontinuava a ripassarle dinanzi agli occhirapidamentecome una visionecome un terribile sogno... Un sognoche finiva lí!

-La vostra risoluzionefigliuola miaè dunque ben ferma? -disse il prete.

-Sípadre!

-Però mi avete detto che è nata soltanto da pochigiornisotto la tortura di un gran dolore...

-E' vero; ma non importa. E' come se io mi vi fossi deliberata da unpezzo.

-Speriamo che sia cosí. La grazia divina ha fatto miracoliassai piú grandi di questo. Però la prudenza consigliadi non fidarsi troppo di un proposito di primo impeto.

-Padrenon mi tolga il coraggio!...

-No; ma debbo farvi riflettere che un passo inconsideratamente fattopotrebbe arrecarvi dolori assai piú grandi di quelli soffertifinora. Il Signore è molto geloso delle anime che siconsacrano a lui. Prima di accettarvi tra le sue braccia dimisericordiavuole essere certo che voi non vi rifugiate in lui perun dispetto passeggieroper il turbamento di una passionecontrastatad'una speranza venuta meno...

-Mi sento già distaccata da tuttointeramente.

-Può essere un'illusione che starà poco a svanire.L'amor di Diofigliuola mianon ha profonde radici nel vostrocuore. Siete vissutafino a pochi giorni fasenza darvi alcunpensiero di Luicome se egli non esistesse...

-Ahpadre! Non me n'hanno parlato quasi maineppure quand'erobambina... Mia madre non pratica in chiesa; è troppo distrattadalle sue cure mondane. Mio padre odia i preti...

-Che gli hanno fatto di male?

-Nulla... non so.

-Povera creatura!... Voi avete ragione. Ebbenefigliuola miacominciate dal rassegnarvi ai valori di Colui che è il padronedi tuttodella vitadell'anima vostra... I vostri parenti dunqueignorano?...

-Sí; ma non c'è da temere nessun contrasto da parteloro. Mia madre sarà... forse... anche contenta di sbarazzarsidi me...

-Non accusate nessuno. Riconoscete in ogni avvenimento la volontàsuprema di Dio. Preparatevi intento ad esser degna di Lui.

-Che dovrò fare?

-Pregateanzi tutto; pregate che Dio vi dia la forza a persistere nelproponimento di consacrarvi al suo santo servizio. Egli sapràdisporre ogni cosa come meglio crederà conveniente alla suagiustizia e alla sua misericordia. Il Signore fa tutto bene. Lepiaghe da lui inflitte sono piaghe di vita. Egli ci provacipurifica con esse; non spetta a noi altrimiseri vermiil giudicaredelle sue vie!

-Sísípadre! - disse Giacintaa cui quel linguaggiocosí insolito metteva sgomento.

-Siate dunque umilerassegnata alla sua divina volontà. E segli piacesse di richiamarvi a Lui con altri mezzinon vi perdeted'animo; confidate nel suo affetto di padre. Voi paventateun'umiliazione; vi rivoltate alla sola idea di poter essereungiornoinsultata per una trista circostanza in cui la vostra volontànon ebbe e non poteva avere parte... Ma nel caso che Diofigliuolamiaper la salute dell'anima vostravolesse sottomettervi a talprova...

-Dio è giusto; non castiga a torto...

-Eccovoi chiamate gastigo ciò che invece sarebbe una prova!Rassegnatevi. Un'anticipata rassegnazione potrebbe indurre lamisericordia celeste a risparmiarvela affatto.

-Oh!... Non ho questa forza!

-Chiedendolavi sarà data.

Ela chiesegiorno e notteper una settimanafelice di quel suogesto. Mariettapur avendola accompagnata in chiesa all'insaputadella signoranon sospettava di nulla; e approvava che la suapadroncinacome continuava a chiamarlasi fosse rivolta allaMadonna.

-La Madonna le avrebbe fatta la grazia!... L'avrebbe consolata!

Nonon la consolavanon le faceva la grazia!

Ilsuo cuore di donna si rivoltava alla possibilità diquell'insulto; si rivoltava anzi peggiodopo che non riusciva acomprendere in che modo Dioche doveva essere giustopotessevederla sottomettere a quella terribile prova.

Ilconfessore le aveva detto:

-Tornate appena vi sentirete piú forte.

Edera tornataquantunque non si sentisse piú forte. In quellachiesa piccola e buiaaspettando ginocchioni che il prete entrassenel confessionarioprovava la sensazione indefinita di unagghiacciamentopiú che del corpodell'animadi un mutismoscoraggiantedi una repulsione che le pioveva sul cuore dalleparetidalle colonnedagli altari delle cappelle dove guizzava lafiammella di una lampada sul punto di spegnersi... Cosíagonizzava la sua speranza!

-E la rassegnazione è venuta? - le domandò il prete.

-No padre!

-Chiedetela con più insistenzacon maggior fede. Quando menove l'aspettateverrà.

Questavolta il confessore parlò a lungosenza domandarle altro. Eintanto che con voce tremula ragionava delle ineffabili consolazionidel Cristo in tutte le condizioni della vitaper le anime afflitte esincere; intanto che le metteva sotto gli occhiperché non leignorassetutte le difficoltà della vita religiosa per chinon vi era chiamato da irresistibile vocazioneuna cupa irritazionegonfiava il cuore di Giacinta.

-Come?... Era tutto?... - Invece di incoraggiarladi sollevarlaleragionava di difficoltà da vinceredi ostacoli dasuperare?... Dio dunque la respingeva?... Dio dunque la rigettavanell'abisso quand'ellaaggrappata all'orlogridava disperatamente:soccorso?...

Lasua ragione si smarriva!

Inquei due terribili giornii piú desolati della sua vitauncrollo di tutto il suo esserequalcosa di orrendoera avvenutodentro di lei. Ella stessa non sapeva spiegarsi in che maniera quellaideada cui si sentiva presa e dominata come da una fatalitàle fosse entrata nella mente:

-Amante sía ogni costo; marito nomai!

En'era atterrita e orgogliosa nel tempo stesso.

-Ho sognato colla mia sorte uno di quei patti mostruosi che sisottoscrivono col sangue - disse ad Andreapresso il caminostendendo i piedi contro la brace.

-Qual patto?

Andreaaveva preso le molleper rassettare la legna e ravvivare la fiamma.

-Lo sapràforseun giorno - rispose. - Ma stia fermo conquelle mollefa peggio.

-Dice bene. Destar fiamme non è il mio forte.

Purecontinuava ad armeggiarecon un ginocchio piegato sul tappetorimettendo i tizzi uno sopra l'altro per poi soffiarvi col mantice.

Giacintadiè una rapida occhiata attorno.

Suamadreil Commendatoreil Poratiil Mochi e l'ingegner Villachepareva un gigante in mezzo ad essiragionavano a bassa voce in uncantopreoccupati; e certamente non della neve che cadeva fuori sindal mattino e aveva spopolato il salotto.

Giacintasporse il capo quasi fino all'orecchio di Andrea.

-M'ama davvero? - gli disse.

Aquella interrogazione a voce repressacosí risoluta e cosíinattesaAndrea si voltò per guardarla in viso.

-M'ama davvero? - ripeté Giacinta.

Alloraper rispostaegli le prese una mano e gliela strinse forte.

-T'amoAndrea! - ella soggiunsevisibilmente commossa.

Andreala ringraziò con un lungo bacio sulla mano tenuta stretta frale sue.

Giacintadiè un'altra occhiataegualmente rapidaverso il posto dovegli altri pendevano tutti dalle labbra del Commendatore che parlavaaccalorato; e ripresa la sua posizioneintanto che Andrea faceva leviste di attizzare la legna:

-Hai tu fiducia in me? - gli disse.

-Illimitata!... Sono il tuo schiavo.

-Sei tu capace di tener segreto questo nostro amore finché nonci sarà piú bisogno di nessun riguardo?

-Un amore noto a tutti è una gioia sciupata!

-E non ti adombrerai di nulla?

-Di nullaora che tu mi hai detto di amarmi!

- E sarai pazientesenza lagnarti mai?

-Sí! Sí!

-Andreail mio cuore è tuoper tutta la vita!

Lafiamma del camino si ridestò crepitante in quel punto.

-E' un buon augurio! - egli disse levandosi.

Giacintagli sorrideva tutta illuminata da quei bagliori.



XV

Ildispaccio telegrafico era arrivato di seramentre il salotto dellasignora Marulli era ancora pieno di gente.

-...Una cattiva notizia? - domandò la Villa vedendole fare unapiccola scossa.

-Sí - rispose la signora Teresa. - E' morto a Parigi quel mioparente...

Ele porse il foglio.

-Oh!!!

Lasignora Villa non aveva saputo frenare un'esclamazione di meraviglia.

Ildispaccio del notaio annunziava anche un legato di trecento mila lireper Giacintatutto in cartellegià in deposito presso dilui.

Nellaconfusione che accadde nel salottoperché tutti volevanoleggere il dispacciofar le condoglianzeper mostrae rallegrarsidella inaspettata fortuna toccata alla ragazzaAndrea era rimasto inun cantoimpensierito di quella notiziasenz'avere il coraggio diavvicinarsi alla signora Marulli e a Giacinta per imitare gli altri.

-E ora? - si domandava. - E ora?

-Eh? - gli disse il Rattibattendogli sulla spalla. - Ecco unadisgrazia che probabilmente non capiterà né a voi néa mecaro Gerace!

Andrearispose soltanto:

-Ma...!

Eguardavacon una grande stretta al cuoreil signor Marulli cheaccorso tutto commosso dalla sala da giocoabbracciava in quel puntola figliuola come se gli fosse tornata fra le braccia da morte avita.

-Paolo! - disse la signora Marullicon un'occhiataccia perrammentargli di mostrare piú contegno.

Ellaera contegnosissimaindispettita contro quel parente che avevapreferito Giacinta.

-Perché poi?

Nontrovava una spiegazione; e se n'indispettiva maggiormente.

Andreaintanto che gli ultimi rimasti andavano viasi avvicinò aGiacinta che venivaancora un po' sbalorditaverso di lui.

-Ahio non mi rallegro! - le disse.

-Perché? - rispose Giacinta che non aveva compreso.

-Ora sei troppo ricca...

-Tanto meglio!

-Chi lo sa?

-Dubiti di me?

-No! - soggiunse Andreatitubante.

-Dunque?

Dopoqualche mese egli non dubitava piú.

Dinanzialle persone si trattavano con la loro solita riserbatezza. MaAndreariprendendo nell'anticamera il cappelloprima di metterseloin capone tastava ogni sera la fodera se mai non vi fosse unbiglietto o una letterina di Giacinta. Elladalla stretta di manoche Andrea le dava arrivando in salottoera avvertita cheal notopostoil tavolino dell'altra stanza già nascondeva o da lía pocoavrebbe nascosto qualcosa per lei.

Quelgiuoco (al segreto>) li divertiva.

Lesere che intrattenevansi un po' più del consuetoin disparteGiacinta lo avvertiva:

-Ora lasciami.

-Farò la corte alla signora Rossi. Muori di gelosia! Quei begliocchi mi fanno ammattire!

Efaceva il verso allo strabismo della Rossi.

Giacintaridendo:

-Serviti pure!

Glibastava che per buona parte della serata ella lo cercassedi tantoin tantocon lo sguardo.

Unavolta Andrea si era accostato al gruppo di giovanotti chesapendolaora con quella dotesi disputavano piú accanitamente leoccasioni di entrarle in grazia. Giacinta gli disse:

-Guardi! Lei solo non mi fa la corte.

-Se non mi dànno neppure un minuto di tempo! Largolargosignori!

Ellaera felice di queste maliziette che davano maggior sapore al lorodolce segreto.

Provavauna tranquillità grande. Non si voltava piú indietroper guardare il passato; non tentava d'afferrar qualche barlume nelbuio fitto dell'avvenire. La sua sorte era fissata. Ma non volevaoccuparsene... Esitava... Aspettava. Che cosa? Non lo sapeva neppure.Le sembrava già molto il sapersi riamata davvero per séstessasoltanto. Ne aveva avuto la prova nei dubbIIneitimori di Andreaquando da quella subita fortuna giunta cosía proposito ella era stata messa in uno stato d'indipendenza qualenon l'aveva mai fantasticato. E come la stomacavano tutti quegliimbecilli che orauno dietro l'altrochiedevano la sua manocomese le trecento mila lire l'avessero già purificata dallamacchia per cui prima tutti arricciavano il naso!... Vili prima edopo.

-Ma insomma...? - le diceva spesso sua madrecon la voce irritata -E' una vera follia!...

-Voglio attendere... stare a vedere...

Sicullava in quella decisionee le sapeva forte l'uscirne. E siccomeneanche Andrea arrivava a spiegarsi quell'eterno esitare:

-Non tormentarmi anche te! - stizzitagli rispose una sera. Andreanon si tenne lí.

-Senti: quel capitano Ranzelli ti sta troppo attorno.

-Ti dà ombra?

-Un pochino.

-Infatti è un bell'uomocoltoelegante...

-Non scherzare!...

-Dico davvero.

Masoggiunse subito:

-Sei sempre un ragazzo!

Unpo' di amarezza tornava a mescersi in questo modo nella coppa dellasua felicitàche grado grado s'attossicò intieramente.

Quellasera che si vide stretta da tutti i lati: dalla dichiarazione delcapitanodalla ingiusta gelosia di Andreadai sospetti e dallerampogne della madreella sentí a un tratto riaggravarsiaddosso il peso opprimente della cattiva sua sorte.

Mariettaandata a chiamarla per la cenala trovò sul punto dispogliarsi.

-Si sente male?

-No.

-Vuol cenare in camera?

-Non ceno.

-Burrasca! - disse Marietta dentro di sé.

Estava per andar via; poi si voltò:

-Le darò una buona notiziama voglio la mancia. Rida!... Sache mi ha detto stamani il conte Grippa?... Mi ha detto: Se la tuapadroncina volesse diventare la Contessa Grippa di San Celso!

Escoppiò in una risata.

MaGiacinta aveva alzato la testariflettendointanto che la Mariettaprese con la punta delle dita le cocche del grembiule biancolefaceva una comica riverenza:

-Signora contessa!!!

-Chi lo sa? - pensava Giacinta.

Econ lo sguardo balenante pareva cercasse qualcosa nel buiodell'avvenire.





Parteseconda

I

AndreaGeraceseduto in un angolo del Caffè della Panterasorseggiava distrattamente il bicchierino di cognac che gli stavadavanti da mezz'ora efra un sorso e l'altrosi rodeva le ugnesenza punto accorgersi di quel che facesse...

-Ed era finita cosí!

Glipareva impossibile.

Tresere prima. Col pretesto d'osservar bene un album di fotografieaveva aspettato Giacinta nella stanza precedente il salotto. Daqualche tempo in qua ella rispondeva sempre con ritardo alleinsistenti lettere di lui; e quei bigliettini secchi secchifreddifreddiche si facevano attender tantolo irritavano di piú.In salottoevidentementelo schivava. Perché?

Uncontegno stranoinesplicabile.

VedendoloaccigliatorisolutoGiacinta si era arrestatacon una mossa dirimprovero:

-Ebbene?

-Tu mi sfuggi - le disse. - C'è qualcosa che non vuoi dirmi.

-Nulla.

-Síc'è qualcosa: te lo leggo negli occhi.

Giacintalo fissò con quella sua aria di superiorità che glidava soggezione:

-C'è - e quasi balbettava - che fra due mesi... sarò lacontessa Grippa di San Celso... Sei capace di ragionare?

Andreasentí cascarsi le braccia:

-Ah?...

Lacommozione gli strozzava la parola.

-Aspetta prima di condannarmi! - ella soggiunseimpallidita a untrattocon voce tremante.

-Che dovrei piú aspettare?

-Allora... fa' pure a tuo modo!

Lanotte Andrea non chiuse occhio:

-Che tradimento!... Che infamia!... La vanità poteva dunquespingerla a mettere sotto i piedi il solo cuore che l'avesse amata -lo diceva ella stessaed era cosí - il sol cuore che l'avesseamata?... Non voleva piú rivederla. Gli faceva orrore... E conche arte aveva saputo illuderlo!... Espressioni appassionatepromessegiuramenti... Donnamenzogna!... Ahse fosse bastato ilturarsi gli orecchi per impedire che la voce di lei tornasse ora asuonargli cosí insistente dentro!... Ahse fosse bastato iltener chiusi gli occhi per non piú vedersi continuamenteballare dinanzidifformatoquel caratterino inglese delle suelettere che ora gli mostrava l'atroce canzonatura nascosta!... Edella osava scolparsi!... Aspetta!... Ma che doveva aspettare?

Nonse ne dava ancora pace tre sere dopoin quell'angolo di caffèdov'era andato a cacciarsilasciando a mezzo un desinare che gli eraparso piú amaro del tossico...

-Ed era finita cosí! Quei due anni di felicitàdiventavano un sogno fallace... Ecco: aveva riaperto gli occhi; nonne restava piú nulla!

Eranoarrivatiuno dopo l'altroErnesto Poratil'avvocato Ratti e ilcavalier Mochi; poi il ricevitore Rossi coll'ingegnere Villa per lasolita partita a scacchi. Andrea li aveva salutati con un cenno delcaporimanendo in dispartesenza neppur badare alla conversazione:e la mano pelosa del Villa cheesitanteteneva sospeso sullascacchiera l'alfiere biancogli faceva riflettere che anche lui erastato tenutoper due annisospeso a quel modoproprio come unpezzo da scacchierafinché la Giacinta non si era decisa afar la bella mossa... di sposare il conte Grippa!... Ed era finita!

-Volete star zitti? - brontolò il Villa.

Soltantoallora Gerace si accorse che quegli altri discorrevano appunto di leie del suo matrimonio.

-Dev'essere una violenza della sua mamma! - sosteneva il Porati.

Mochidiceva di noscrollando la testada persona ben informata:

-Ehvia! La Teresa non è una scioccasa fare i suoi conti...

-Infatti fa una contessa! - disse Ratti ridendo.

IlRicevitorecon gli occhi fissi sulla scacchieracalcava il naso nelbarbone nerodando ragione al Mochi. Ma il Porati insisteva:

-Certamentela Marulli non era una sciocca; però...

-Volete saperla? E' proprio la Giacintaleiche l'ha voluto. LaTeresa n'è arrabbiatissima.

-Quando lo assicura il cavaliere...!

Rattiammiccava maliziosamente al Poratiaggiungendo:

-Il cavaliere è troppo addentro nei segreti della mamma edicono le cattive linguedella figliuola!

Mochiprotestòlevandosi in piediabbottonandosi il soprabito conpiglio sdegnosoquantunque avesse a fior di labbrasotto i baffi unsorrisino stentato che si mostrava a dispetto di lui.

-Nono!... Certe cose non si dicono neppure per chiasso! So a qualisciocche dicerie volete alluderema il ripeterle vi fa torto. Poveraragazza! La Giacinta commetteforseuna pazzia sposandoquell'imbecille; ma non è una buona ragione per darleaddosso... Ioper esempionon presto fede neanche a certe vecchieciarle... Dico sul seriocaro avvocato. E non posso permettere chealla mia presenza... Scusate... No! no!

Rattichinava il capo:

-Ohio rispetto troppo la discrezione di un gentiluomo!...

-Qui non si tratta di discrezione - e Mochi lasciava sdegnosamentecascar l'occhialino. - Riflettete chealla mia etàcotestestorielle non si smentiscono volentieri; si lasciano correre. Ma ionon sono un vanesio... Sarebbe un'indegnitàaddirittura!

-Si direbbe ch'abbia voluto provar troppo a posta - disse Rattimentre il Mochi spariva dietro la bussola a cristallinella penombradella piazza.

Eghignavaguardando gli altri che restavano muti.

-E voi Andreache ne pensate?

-Io?... Nulla.

Inquel puntodietro un rapidissimo ragionamento quasi incoscientementre gli altri parlavanoAndrea pensava ch'era proprio unastupidaggine il far scoprire a Giacinta quant'egli soffrisse peltradimento di lei. Ma che poteva farci?... Non sapeva fingere.L'amavas'era illuso... e soffriva! Non aveva mai sospettato che sidovesse soffrire tanto per un'illusione perduta!

-Povera Giacinta! - disse il Porati. - Quelle trecento mila lire lehanno scaldato il cervello.

-Contessa Grippa di San Celso- rispose il Ricevitorelisciandosi labarba - non suona mica male... Scacco matto!

IlVilla rovesciò i pochi pezzi rimasti ritti sulla scacchieraese la prese col Ratti che lo aveva fatto distrarre:

- Infinetutti voialtri sparlate per dispetto; la solita storiadella volpe e dell'uva!

RossiPorati e Rattiridendo di quella stizza di giocatore sfortunatosierano alzati per andar via.

-Voi restateGerace? - domandò il Ratti.

Andreasi lasciava trascinare. Aveva giurato di volersi rompere l'osso delcollo prima di rimettere un piede in casa Marulli; e intanto provavaun sentimento di gratitudine verso il Ratti che lo portava viaabraccettospingendolo su per quelle scale senza che la sua volontàquasi c'entrasse. Gli pareva anche strano che non si sentisse piegarei ginocchiné battere forte il cuore.

Giacintaal vederlo entrare in salottoaveva provato un'impressione come difiamma sul viso.

Andreale strinse la mano e si fermò un po' a discorrere col Merli ecol Gessi cheappartati con lei in un angoloscoppiavano a rideredi tanto in tanto.

-Chi le sballa piú grosse? - diceva il Rattivoltando la testaverso quella partein mezzo a un gruppo di signore.

Andreaandato a salutare la signora Villa e la Mazziascoltavasorridendoquel cicalío femminile che tagliava i panni addosso allasignora Maiocchi; la qualeappoggiata alla mensola del caminettopareva mezza sedotta dalla faccia apoplettica e dal pancione delPorati.

Lasignora Mazziche quella sera era di buon umorevistosi dinanzi ilconte Grippa avvicinatosi per salutarlas'interruppe a un tratto eporgendogli la manodisse:

-Contela felicità vi si legge negli occhi.

-Grazie! Grazie! - egli rispose.

-Grazie di che?

Aquesta domanda il conte si mise a riderespalancando la boccafacendo degli inchinicol caponell'allontanarsi.

-Si vede che la felicità lo rende piú grullo.

-Geracenon lo dite alla futura contessina!...

Ledue signore ripresero il loro cicalío; ma Andrea non viprestava attenzione; e seguiva con gli occhi il conte Grippa nel giroche andava facendo da una signora all'altra.

Ilconte si era fermato a due passi da Giacinta:

-Disturbo?

Ea un cenno di leiera scattato come una mollatutto d'un pezzotenendole la mano; poistringendo la mano anche al Gessi e al Merlisorridevaimpacciato dal silenzio che la sua presenza avevaprodotto:

-Ma perché non continuavano? Era forse di troppo?

-Nono.

-Il Prefetto - egli disse finalmente - è già partito perFirenze.

-Una notizia freschissima!

-Da quattro giorni!

Merlie Gessi scoppiarono a ridere.

-Ma io l'ho saputo or ora - riprese il conte un po' mortificato. -M'importa assai della politica!

Giacintasi mordeva il labbroseria con gli occhi bassi per non guardareAndrea che si era accostatogingillandosi col ventaglio dellasignora Villa.

-Contee la vostra scommessa? - disse Andreacon la voce un po'turbatacontinuando a sventolarsi.

-E' andata benissimo. Non ne sapete nulla?

Ilconte si fregava le manitutto contento; e sgangherando la boccastrizzava gli occhitirava in su una gamba:

-Come?... Non ne sapevano nulla?

Merlie Gessi frenavano a stento le risaaccennandosi coi gomitimentreGerace spingeva innanzi il voltoaffettando gran curiositàsventolandosi piú affrettatamente.

Giacintache pareva non volesse perdere una parola della intralciatanarrazione del contefreddaimpassibile agli ironici: bravo!benissimo! con cui Andrea lo interrompevasoffriva intensamente diquell'ostentazione di Gerace...

-Dunque non aveva ancora compreso?... E l'amava?... Oh! Gli uominisono stupidi!

Andreaguardatala due volte di sottecchicredeva d'averle letto sul viso leumilianti torture del rimorso...



II



Lamattina che la signora Villa e le Maiocchimamma e figliaeranvenute in casa Marulli per vedere il corredo arrivato da Milano e daViennaGiacintapiú pallida del solitocon gli occhiinfossatipareva avesse pianto.

-Che hai? - le domandò la signora Villa.

-Nulla. Sto bene.

-Bene?... Ma se non ti si riconosce!

LaMaiocchi aveva tirata la signora Teresa verso la finestramentreElisa e la Villa mettevano sossopra mucchi di biancheria:

-BadaTeresa! Quella ragazza si lascerebbe morire prima di dirti dino. Ma questo matrimonio...non vedi?...

-E' lei che l'ha voluto!

Lasignora Teresa s'irritava:

-Ve la prendete con me! Credete dunque che io menta?

-E' proprio inesplicabile!

-Giuliavieni qui; guarda che bellezza!

Lasignora Villa era in estasi davanti a certe camicie di Vienna. E laMaiocchi lodavaammirava anche leifacendo delle crollatine ditestastringendo un pochino le labbrae intanto osservava Giacintadi sbieco:

-Povera ragazza! Si consuma dal cordoglio di sposare quel grullo... Achi vuol darla a intendere sua madre?

-Bellissimo! Elegantissimo! Una magnificenza!

Ela signora Villa faceva passare in mano dell'Elisa o della sua mammai diversi capi di biancheriarimestandoposando un oggettotornando a riprenderlo per far meglio apprezzare il merlettounricamo o la qualità di una stoffa.

Giacintastava zitta. E quando la signora Villa rivolgevasi a leirispondevacon un sorriso sforzatocon un monosillabosí o no; nauseatadell'odore di biancheria nuovadella fredda sensazione di liscio chele faceva correre dei brividi per la schienacome se quelle lenzuoladi tela di Olanda dovessero servire a involgerla mortafra una o duesettimane; come se quelle camicie dallo sparato orlato di trinedovessero servire soltanto ad abbigliarla per l'ultima volta.

-E sarebbe meglio!... Sarebbe meglio! - ripeteva da séandandodietro alle amiche che volevano visitare l'appartamento deglisposi...

-Una cosa provvisoria - diceva la signora Teresaconducendole atraverso le impalcature e gli arnesi di ogni sorta che ingombravanoil passaggio.

Glioperai si fermavanotirandosi da parteper lasciar passare queglistrascichi di gonne che sollevavano della polvere dappertutto. Lasignora Villa saltellavadi qua e di làsugli arnesi buttatiper terracacciando dei piccoli gridiridendofacendo delle moineper la paura di conciarsi il vestito o di vedersi cascar addossoqualcosa dai palchi sotto i quali bisognava passare.

-Oh! Quell'appartamentino diventava un gioiello.

-Una cosa provvisoria - ripeteva la Marulli - Giacinta si èinnamorata della palazzina qui accantoed è stata cosísciocca da farlo capire. I proprietarIInaturalmenteora laprendono per la gola.

-Lascia andare! Qui starai da regina!

Maper le scalenell'andar viala Maiocchi dicevain un orecchio allaVillache le Marulli avrebbero dovuto contentarsi di far le cosealla buona.

-Spendono e spandonocome se avessero in tasca dei milioni. Cheridicolaggine!

-E quella Giacinta che sembrava cosí savia!

-Se lasci mano libera alla Teresadomani te n'avvredaicome dicevaquello!

-Dio! Mi son conciata!

Lasignora Maiocchi voleva montar subito in casa per ripulire la codadella veste da parecchi schizzi di calce e di tinta - Un abitorovinato! - Ma la Villa la trattenne.

-Che ne diceva lei? Dovevasi credere alle assicurazionie aigiuramenti della Teresa? Che pasticcio quel matrimonio! Eh?

-Lo temo anch'io. Povera ragazza!

-Ma sarà contessa - disse ingenuamente Elisa.

-Sciocchina! - rispose sua madre.



III



Ilportinaio della Banca agricola sudava per impedire che i ragazziaffollati davanti il portone non penetrassero dentro e noninvadessero anche le scale.

-Date degli scapaccioni - gli diceva il Rattiche a stento si erafatto largo tra la folla dei curiosi.

IlMerli non saliva per finir di fumare quel virginia; epreso il Rattipel bracciogli parlava sotto voceridendo:

-Che scenamio caro! Hai avuto torto a non venire.

-A braccetto del Mochi?

-Una consegna in piena regolaal municipio e in chiesa!

-Se fosse vero... Oh quel Mochi!

-Va'! Non c'è fumo senza fuoco.

-Ecco il Prefetto.

Merlie Ratti fecero una scappellatatirandosi da parte per far larassegna delle signore che scendevano dalle carrozze.

-Oh Dio! Come farà per uscire dal legno?

IlRegio Procuratore aveva stese le mani a quella grassona di sua moglieche non trovava il verso di lasciarsi andar giú. I ragazziridevano. Solo il portinaio rimaneva grave e contegnoso. Ratti loammirava; e intanto stringeva il braccio al Merliper accennargli lemaniche della giubba del Ricevitore:

-Ci voleva un'allargatina!

-E quella cravatta messa di traverso!

Merligli rispondeva con un pizzicottoper farlo tacerementre le signoreRossi zia e nipoteagghindate con pretensioneimpettitesalivanole scale impigliandosi ad ogni passoimpacciatissime dalle immensecode degli abiti nuovi.

-Scollacciate!... Gli scheletri non hanno pudore! - sentenziava Ratti.

Ead ogni arrivo di gente a piedidiceva sottovoce la sua:

-Quelli lídue negozianti di tessutiavevano intrigato unasettimana per ottenere un invito... La moglie del segretario comunaleera l'amante d'un assessore... Aveva visto? Quel marito portava intasca un paio di scarpine per far cambiare alla moglie gli stivalettiinzaccherati... Glieli avrebbe cavati luia costo diinsudiciarsi!... Glieli cavereste perfino voiGeracecosí(chic>) come siete... Siete bellosapete!

Andreanon rispose nullaoccupato ad abbottonarsi un guanto.

-Peccato che questa mattina in chiesa e al municipiomancavate anchevoi! - gli disse il Merli. - Avreste veduto una consegna in pienaregola...

-Quel Mochi è impagabile! - aggiunse Ratti.

Andreafingeva di non capiree si arrabbattava contro il guanto che nonvoleva lasciarsi abbottonare.

-Non faranno viaggio di nozzesi dice.

-Per economia? - domandò Andrea.

-Noè lei che ha voluto cosí.

-Chi lo ha detto?

-Il Marulli. Se ne lagnava col Villa: quella benedetta figliuola avevacerti capricci!...

Siavviarono tutti e tre. Andrea davantilentamentequasi contasse igradini; Merli e Ratti fermandosi a ragionare e a rideresenzabadare a Gerace.

Questiera arrabbiato di sentirsi meno forte delle altre volte:

-Perché gli tremavano i ginocchi? Perché provava unastretta al cuore?...

Erespiròun po' sollevatonella gran confusione che c'era pertutte quelle stanze piene zeppe d'invitati.

Iservitoriche portavano attorno i vassoi coi rinfreschivenivanpresi d'assalto.

-RattiRatti! - chiamò la signora Maiocchitirandolo per lafalda della giubba.

Gliaccennavacogli occhi supplicantidi prenderle un gelato da quelvassoio che non riusciva a farsi stradadietro di lui: e al vederele spinte del Ratti che col braccio disteso non giungeva ad afferrarnullaella ridevaportando il fazzoletto alla bocca.

-Guardi! - le sussurrò la signora Clericitoccandoleleggermente la spalla col ventaglio.

Giacintatraversava il salone a braccio del Prefetto.

-Che aria! - rispose la signora Maiocchi.

-Fumi aristocratici! Non si diventa contessa di punto in bianco!

-Che ha maicon quegli sguardi? Che pretende? - domandava piúin là la signora Rossi alla Villa.

InfattiGiacinta s'inoltrava altieracon certi sguardi che pareva volesserosfidare le persone; e scoteva nervosamente la testa mentre ilPrefetto le parlavafacendo tremolare ad ogni scossa il piccolo ramodi fiori d'arancio fermato sulle trecce.

AndreaGeraceche capiva d'esser ricercato in ogni angoloin mezzo allafolladagli sguardi di Giacintanon poté piú starealle mosse:

-Intendevaforsed'avvilirlo?

Ea provarle che non si teneva per vittima - ohno davvero! - andòa presentarselefacendole un inchino profondo:

-Se non ha impegni pel walzer...

-Cedo io - disse il conte già sul punto di offrire il braccioalla sposa e condurla a ballare.

-E' fatto a posta! - borbottò Mochi all'orecchio delRicevitoreche per non riderefinse di guardare laggiúverso l'orchestra.

Andreasentiva tremare la mano di Giacinta cheappoggiata al braccio diluilasciavasi trascinarecome se quel walzer dovess'essere unvortice da travolgerla nell'abisso dov'ella non aveva piú ilcoraggio di buttarsi da sé. E guardavansi di sfuggita negliocchiserIItaciticon le mani che si toccavano appenanervosamente agitati nei primi giri del ballo. Poiquando questi sifecero piú incalzantipiú rapidi:

-Sei ammutolito? - gli disse tutt'a un tratto Giacinta.

Andreaper poco non perdette l'equilibrio. Furon costretti a fermarsiansimantiscansando il turbinío delle altre coppiefra laromorosa stretta dell'orchestra col trombone che urlava.

-Voglio parlarti! - ella aggiunse sotto voce.

-Perché?

- Voglio parlarti.

-Ma dove?... Quando?

Eglibalbettava; non sapeva contenersi. Ripresala per la vitaslanciossidi nuovo con lei nei furiosi giri del walzerripetendo:

-Dove? Quando?

Allarisposta di Giacintagli zufolarono gli orecchiuna nebbia gli velògli occhi. Le loro mani convulsamente allacciate rispondevano aiviolenti bàttiti dei loro cuori che picchiavanol'uno controil petto dell'altranell'intimità dell'abbraccio. Cosíeran rimasti solinel centro del salonea far quel mulinello sottogli occhi di tutticon lo strascico dell'abito bianco di leispiegato attorno a ventaglio.

-Vai subito?

-Sí.

Esi fermarono davanti al conte Giulio che stava líin primafilaad ammirarli a bocca aperta.



IV

Andreasbalorditorimase un pochino nella stanza da giuocopresso iltavolino dove il signor Marulliil Porati e il Regio Procuratorefacevano una partita a tressette; poi uscí nell'andito.

-Vuol nullasignor Gerace?

Nonaveva riconosciuto il giovane del suo barbiere mascherato a quelmodoin giubba e cravatta bianca.

-Grazie - rispose.

-Che confusionesignor Gerace! Non danno neppure il tempo di riempirei vassoi. Una porcheria!

Andrealasciò che colui fosse sparitoe aperto un uscioentròrichiudendolo subito col paletto.

Ilsalottinotappezzato di color verde cupocon la lampada di bronzopendente dal soffittoaveva qualcosa di funebre. Andreaquasicolpito da pauragirò gli occhi attorno. Un gran vaso diporcellana del Ginorigl'intagli della consolle di ebanole sbarredelle seggiole disposte in due righe presso la finestrala tavolainglese di noce situata nel mezzole borchie di un album siaccendevano di vivi riflessi fra la tinta scura delle pareti. Unpiccolo canapè rannicchiavasi nell'ombraa sinistrain quelsilenzio pieno d'un terrore indefinito.

-Perché era venuto lí?... Ah!... Ella voleva parlargli!Dunque sentiva il bisogno di scolparsidi domandargli perdono? Chepoteva mai dirgli?... Il cuore di quella ragazza era proprio unenigma!

Nonpoteva star fermo; le gambe gli formicolavano. E si rigirava pelsalottinoora guardando la figurina di donnaincipriata escollacciatacolle labbra rosse rossedipinta nel medaglione delvaso di porcellanafissandola con attenzionecome se non avesseavuto altro da fare: ora svoltando le grosse pagine dell'albumdagliorli doratisenza nemmeno osservare i ritratti; ora accostandosiall'uscio per origliare fra il rumore lontano della festa chearrivavaindistintofin lí.

-Ballavano una mazurka!... Com'era eterna! E se sopraggiungevaqualcuno?... Giacinta tardava troppo... Già non doveva esserefacile scomparire da una festacon tanti noiosi attorno... E se nonle riusciva? Fino a che ora doveva attendere?

Ilcuore gli diè un balzo. Chi parlava nella stanza accanto?Trattenne il fiato; ma non afferrava le parolenon riconosceva levoci.

-Non posso; sto male. Trova tu qualche scusa- diceva una di esse.

EraGiacinta!

Quell'altrapersona aveva dovuto fare delle obbiezioniperché questa lerispondesse bruscamente:

-Te l'ho detto: non posso!

Poinon sentí piú nulla. Erano andate via?

D'untrattoAndrea vedevasi dinanzi Giacinta ritta in mezzo all'usciospalancatosi senza rumore: una apparizionenella semioscuritàdel salottinocon quell'abito di garza biancariccamente guarnitodi svolazzi di trinache le dava l'aria d'una forma fantastica.

Nonosò d'accostarsele: ma visto cheportate le mani al visoscoppiava in singhiozzisi slanciò verso di lei e l'afferròpei polsibalbettando:

-Che cosa è stato?... Che cosa è stato?

Giacintatrascinatolo nell'altra stanzasi era gittata bocconi sullaspalliera del canapèpiangendo dirottamente. Andreainginocchio accanto a leitentava di calmarladi farla parlare:

-Che cosa è stato?... Che cosa è stato?

Immaginavaun grosso scandalo. Erano già scoperti? Venivano a sfondar gliusci per sorprenderli insieme? Ma Giacintavolgendo il capo loguardava ansiosamentea traverso il velo delle sue lagrime:

-Dio mio! Non m'ami piú? - diceva con voce soffocatabrancicandogli la faccia colle mani tremanti: - Dio Mio!... Nonm'ami piú?

Andrearispose abbracciandolabaciandola e ribaciandola furiosamente. E peralcuni minutirimasero cosíavvinghiaticome confusi in unsol corpo. Fra quei primi bacifra quei primi abbracci di amantiditratto in trattoscappavan fuori parole mal articolatefrasi mozze:

-Ahcome mai potesti?

-Zitto!

-Che infamia!

-Zitto! T'amo! T'amo!

-Non hai scusa!... imperdonabile!

-Andrea mio!

Esi divoraronosilenziosamentecon le labbra incollate alle labbra;non potevan piú staccarsinon respiravano piú. Edilàil ballo riprendevae l'oficleide tornava a borbottare dalontano. Andrea saltò in piedi.

-Ed ora?

Giacintapresolo per le manilo costrinse a sedersi di nuovo.

-Piú accosto. Non aver timore; non è nulla!

Lotirava a sé dolcementesorridendocacciandosi indietro leciocche dei capelli arruffate sulla fronte nel disordine del pianto:

-Non è nulla; qui siamo sicurissimi!

Evedendo Andrea ancora esitante:

-Mi credi ammattita? - gli disse.

Andreaarrossí. Non osava di confessarle il vago terrore da cuisentivasi oppressoquantunque le stringesseper assicurarlalemani; e tendeva l'orecchio al rantolo minaccioso di quel maledettostrumento.

-Dimmi che mi ami!... Dimmi che mi ami ancora! - gli ripetevaGiacinta.

-Potreste dubitarne?

-Dimmi che mi amerai sempresempre.

-Ma...

-Prendi!

Giacintatoltosi dal dito l'anello nuzialecercava d'infilarlo al dito dilui. Andrea resistevacol pugno serrato:

-Nononon lo voglio...

Maquella gli aveva già aperta per forza la mano.

-Prendi...! Le mie vere nozze sono queste qui! Sarà per sempreè vero?... Per tutta la vita?

Econ voce tremante di tenerezzacontinuava:

-Intendi ora?... Intendi?... Non potevonon volevo doverti nulla...Volevo trovarmi da pari a pari con te!... Era la mia idea fissailchiodo piantato nel mio cuore!... Ahche lotte mi costi!... Ti hoconquistato a prezzo di lagrime... Perderti era un sacrifizio assaisuperiore alle mie forze... Mi costavi troppo! Intendi ora?... Le mievere nozze son queste qui!

-Ho dubitato!... Perdonami! - disse Andreagettandosele ai piedi enascondendo il viso in grembo a lei. - Non è un sogno tuttoquesto?

Eracommossoesaltato. Rimaneva líginocchioni; e volevasentireassolutamentequella parola: perdono!

Picchiaronoall'uscio.

Giacintaportato rapidamente l'indice alle labbrapallidaintentissimaaggrottava gli occhi verso quella parte. Andreapiú pallidodi leila guardava fissorimescolato.

Picchiaronodi nuovodiscretamente.

-Contessa!... Giacinta!

Ilconte chiamava sotto vocetossicchiandodando colle nocchie delleditaad intervallicontro l'uscio dei colpettini che la pelle delguanto smorzava:

-Contessa!

-Ah?... Voleva una risposta?

EGiacinta si strinse al petto la testa d'Andrearicercando avidamentecon le labbra quei capelli morbidi come la setaaspirandonedeliziosamente il sottile profumo.

Appenas'intese sul tappeto lo scricchiolio dei passi del conte che sen'andavaGiacinta ed Andrea si levarono in piedi. Sorridevanomaimpacciatima con dei brividi per tutto il corpocome se un soffiodiaccio li avesse colti; e non riuscivano a rimettersi nello stato diprima.

Andreachinossi per raccogliere il mazzolino di fiori d'arancio staccatosidalla testa di lei; Giacinta lo buttò via. E siccome eglifaceva atto di voler tornare a raccattarlogli riafferrò lemani e lo attirò verso di sé.

Conla testa rovesciata indietroabbandonatamentecon gli occhisocchiusipareva rapita dalla violenza del galoppo lanciato in quelpunto dall'orchestra e smorzato dalla distanza con soavitàvoluttuosa. E l'ombra dei loro corpi abbracciati in mezzo alla camerasi allungava tremolantecontro il lumesul candore del lettonuziale checome un altare parato a festabiancheggiava tra ilpallido color di rosa della tappezzeria e le tende azzurre delsopraccielo.



V

-Dorme- disse Marietta affacciandosi all'uscio.

Lasignora Teresasuo marito e il conte Giulio si guardarono in facciaper consultarsi. A un tratto la Marulli tese l'orecchio.

-Mi è parso...

Ein punta di piedi entrava nella cameraseguita dagli altri due.

Cisi vedeva poco. L'abito bianco di garzabuttato negligentementesulla seggiola a piè del lettoera mezzo scivolato per terra;accantole fibbiettine di acciaio delle scarpine di rasoluccicavanoin mezzo ai fiocchi di nastrocome occhi di gatto.Supinacon un braccio ignudo fino al gomito fuor della copertalatesta un po' di fianco e le trecce nere disciolte sul bianco delguancialeGiacinta dormiva ancorarespirando lievemente.

-Ha dovuto passare una cattiva nottata - disse il conte sotto voce.

Enell'accostarsi al letto urtò e rovesciò una seggiola.

-Che paura!

Giacintaa quel rumores'era improvvisamente destata.

-Scusate!... Scusate! - balbettò il conte.

-Abbiamo aspettato finora - soggiunse la signora Teresa.

-E non abbiamo voluto aspettare di piú per informarci dellavostra salute...

-Grazie. Che ora è? - ella domandòrannicchiandosimeglio sotto le coperte.

-Sono quasi le due - rispose il conte.

-Cosí tardi!

-Come ti senti?

Ilsignor Paolo era inquieto: aveva saputo di quella indisposizionesoltanto sul finire della festa.

-Come vi sentite? - replicò il conte.

Giacintastette un momento senza risponderecogli occhi chiusi.

-Non molto bene - poi disse.

-Faremo chiamare il dottore. Ohscotta.

Ilconte le aveva messo una mano sulla frontema ella gliela allontanòcon un movimento vivace.

-Non sarà nullavedrà - rispose la signora Teresa cheosservava con diffidenza la figlia.

-Ma se scotta! Ha la febbre. Che disgrazia! Proprio il dí dellenozze!

-Lasciatemi riposare. Il riposo val piú d'ogni rimedio - disseGiacinta languidamente.

Provavaun malessere indefinibileuna stanchezza piena di nausea.

-Era ben desta?

Avrebbevolutoper un gran pezzocontinuare a dormire.

-Dunque era vero?... Il matrimonio... la festa... Andrea!

Leidee le si destavano pigramenteconfusamente nel cervellocomeavvolte da una nebbiacol tepore del lettoalla mezza oscuritàdella camera dove gli occhi semiaperti non distinguevano quasi nulla.Poimentre questa indeterminatezza gradevolissima cominciava adileguarsiella risentiva sulle labbra il bruciore dei baci diAndrea:

-Ah! S'era figurata che quel fatale momento non dovesse arrivar mai...Ed era passato!

Feceuno sforzo per destarsi completamente e si mise a sedere sul letto.Guardava attornocon curiositàper riconoscere la camera.Non si trovava forse in un albergo di una città sconosciutadove erano arrivati la sera avantidopo un viaggio lungofaticosissimopieno di pericoli... e d'onde non si sarebbero piúmossi?... Oh noora aveva coscienza di tutto. Era passato! Erapassato!

Esentivasi addosso un profondo sgomento. Di che?

-Della sua audacia forse? Ma era la sua rivincitail trionfo! Nonaveva da pentirsi. Preso un maritosi era posta in regola collasocietà; le apparenze eran salve: che si pretendeva di piú?Oh! Le conosceva tuttefino all'ultimaquelle che si sarebberoindignate maggiormentequelle che avrebbero fatto i grandi gestid'orrorequelle che l'avrebbero volentieri lapidata!... Ma io nonfarò come loro. Non muterò d'amante ad ogni stagione.N'avrò unouno soloil mio Andreail mio vero marito!...

S'eralasciata scivolare dal lettocoi piedi ignudi sul tappetosorreggendosi sulle mani affondate nelle materassegli sguardiperduti nel vuotocon una vampa d'indignazione che l'avvolgeva tuttanelle sue fiamme.

-Aria!... Aria!... - disse a Marietta che apriva soltanto le imposte.

Soffocava.

-Il signor conte è in salotto - annunziò Marietta.

-Ah!

Giacintaquasi non si rammentava piú che quell'uomo avesse giàacquistato dei diritti su lei.

-E' assurdo! Come non l'ho preveduto?...

Ilsuo corpola sua coscienza si rivoltavano all'orrore diquell'adulterio.

-Non è possibile! Non può essere; non deve essere!

Nonon voleva appartenere a due. S'era data al suo Andreaper sempre;non poteva darsi a un altro.

-No! No!... Divento pazza!

Elasciando di vestirsituffava ad ogni momentino le mani nell'acquaper rinfrescarsi la faccia.



VI

Entrandonel salotto dove il conte Giulio e il signor Paolo stavano adaspettarlaGiacinta ebbe quasi a venir meno.

-Come sei pallida! - le disse il signor Paolo.

-Ohpasserà! Un po' di nervi... Ne avrò forse per unasettimana. Passerà.

-Appunto il giorno delle nozze!

Ilconte non sapeva consolarsene.

MentreGiacintaseduta accanto al suo babbo e tenendolo per una manoguardava attraverso i cristalli il cielo bianchiccioda nevischioche gittava una luce fredda sulla tappezzeria grigia della stanzailsignor Marulli si suonava il tamburo sulla pancia colle ditadell'altra mano.

-Che stagione! Vuol nevicare. Ed ieri avemmo quasi caldo!

-Sívuol nevicare.

Ilconte gli faceva l'ecoper dir qualche cosacontinuando a guardarecon gli occhi smorti sua moglie che taceva.

Laconversazione languiva. Il Marulli avrebbe voluto trovare qualchebarzelletta da far ridere gli sposi; ma il conte gli mettevasoggezione col suo titolocon la storica nobiltà del cognomecol sangue principesco che gli traspariva dalle vene a fior di pellealle tempie e alle mani. Gli occhi di Giacinta si ostinavano a restarfissati alla striscia di cielo bianchiccio che si vedeva dallafinestra sul tetto della casa di faccia; e col mordersi leggermenteora un labbroora l'altroella mostrava di non aver voglia diparlare.

Ilconte intanto stava sulle spinearrabbiato contro quell'imbecille disuo suocero inchiodato lí sul canapèsenza accorgersi(ci voleva molto?) d'essere importuno.

Ilsignor Paoloosservato il cielo anche luiruppe il silenzio:

-E' tempo che non dura.

-Certamente - rispose il conte.

-Certamente - replicò Giacinta.

Efu stupita d'aver parlato. Si passava le mani sul viso perriscuotersie sbirciava di sfuggita il conte Giulio che agitavasisulla poltrona dirimpettoumettandosi colla punta della linguafrequentemente le labbrascotendo coll'indice il ciondolo dellacatena dell'orologio. Alloradalla paura che il suo babbo potesseandar viaella gli strinse forte la mano. Ma il signor Paolocomprese a rovescio e balzò su dal canapèridendo ascossonimaliziosamente:

-Ma che faccio io qui? Eh! Eh! Avete delle cosine da dirvi insegreto... perché... perché...

Ilconte gli rispondeva con dei gesti negativi e intanto gli facevalargo per lasciarlo passare. Ma Giacinta levatasi in piediripresala mano al suo babbogliela premeva con insistenza.

-Ti senti male? - le domandò il signor Marulli.

-Síbabboun pochino.

Esi lasciò ricadere sulla seggiolabianca bianca in voltoconun lieve tremito per tutta la persona.

-Perché ti sei alzata? Hai fatto malemalissimo.

-Che disgrazia! - ripeteva il conteritto in piedi dinanzi a leiosservandola con tanto d'occhi.

-Sarà debolezza- disse il signor Paolo - la fatical'agitazione dei giorni scorsi... E' cosí gracile! Vuolescommettereche non ha ancora preso nulla?... Se lo dicevo! A questomodo starebbe male anche un colosso.

Ilconteper mandarlo via piú prestoaccompagnandolo finoall'usciogli aveva sussurrato in un orecchio:

-Ci pensi lei!...

Nonappena lo vide slanciarsi per sedersele accantoGiacinta si strinsetutta e chiuse gli occhi. Poial contatto di quelle mani dalla pelleliscia e freddaal fiato caldo che le alitò sulla facciatentò subito di rizzarsicome atterrita da un imminentepericolo; ma il conte la trattenevabalbettando paroleinintelligibili. A un trattopresale la testa fra le manila baciòsulla bocca.

Giacintalo respinsesenza saper quel che si facessediventata di bragia; egli sfuggía traverso le seggiolecorrendo verso l'uscio.

-Siate buonacontessa!... Giacinta sII buona! - supplicava ilcontesbarrandole l'uscitatendendo verso di lei le lunghe bracciaaprendo e chiudendo le mani.

-Perché non volete? Perché?

Rifugiatain quell'angolo del salottinofremente d'indignazioneGiacintaspiava uno scampo:

-Lasciatemi uscire! Lasciatemi!

Avrebbeanche gridato al soccorso nel vederselo dinanzia pochi passipiantato sulle gambe allargatecon le braccia apertee con lividiluccicori di fosforo negli occhisotto il ciuffo di capellirovesciatoglisi sulla fronte; ma la rabbia e il dispetto le avevanoinaridito la gola.

Esi lasciò prendere tra le bracciacedendoandando quasitrascinata verso il canapèdove il conte si mise a baciarlasulle guancie e sulla nucaripetutamenteinsaziabilmente:

-Giacinta! Giacinta!

Oh!Quei baci la violavano!... E il nome di Andrea le rigurgitava ingolaper buttarlo in faccia al conte:

-Basta! Non vedete che soffro?

-Perdonocontessa! Perdono!...

Colpitoda quel grido angosciosoegli si era subito tirato da parte. Eintimiditoa testa bassa come un fanciullo sgridatosi confondevaora in mille scuse:

-Aspetterò... quando vorrete voi... Perdono!... Rimettetevi;vien gente!

-Che ho mai fatto! - esclamò Giacinta un'ora dopotorcendosile maniappena il conte e la signora Teresa la lasciarono un momentosola col Geraceper accompagnar la Clerici e la Mazzi che andavanovia.

-Che ho mai fatto!... Che terribile tortura sarà!...

-OhAndreaAndrea!... E sono stata io!... Io stessa!

-Zittaper carità! Ritornano! - disse Andrea.

-Che me n'importa?

-Ti farai scorgere...

-Hai paura?...

-Per te.

-Per me?... Oh... io porterei attornocome un trionfoil nostroamore!... Li disprezzo tutti. Capisci?



VII

Gliaveva dato le chiavine del portone e dell'uscio d'entrata; e la notterimaneva ad attenderloimpazientissimagustando l'acre ansietàdi quelle interminabili ore d'aspettazionefinché quei dicasa non andavano tutti a lettofinché le vie della cittànon si riducevano affatto deserte.

Versole dieci di sera ritiravasi in camera col pretesto di sentirsi male;e fattasi aiutare a spogliarsi dalla Mariettala licenziavaimmediatamente.

Dalledieci alle dodicicontava i passi di chi andava e veniva nel salottodella sua mammaridottoora piú che maiuna succursaledella Banca agricola del Savani. Credeva di riconoscere ciascunarrivatodal passoe ne diceva il nome. Poiecco la sfilata diquelli che andavano via. Poiecco il rumore del portone che venivachiuso dietro l'ultima personaforse il conte Giulio che s'avviavamogio mogio verso la sua casa di mezzo scapolo.

Allorabalzava da lettotornava a vestirsi in fretta; e spento il lume eaperta con cautela la finestrasi affacciava a guardareimpazientedi qua e di là nella via. Non passava anima viva. Gli orologibattevano il toccoe si rispondevano dalla torre del Municipio e daicampanili come per darsi la voceuno dietro all'altroda vicinodalontanocon ondulazioni malinconiche e paurose. Ma ella resistevaanche ai frizzi acuti della brezza notturna; volevaa tutti i costivederlo arrivare.

-Ah! Finalmentela sua povera vita aveva un sorriso!

Siparagonava a quei fiori che aspettano la notte per riaprire il caliceed inondar l'aria di profumi. Il suo cuorecompresso violentementeper tant'annivoleva sfogarsi! La sua giovinezza ripullulava. OdIIdel passatorepugnanze del presentesconforti dell'avveniretuttotutto disperdevasi e sparivacome per incantoall'arrivo di Andrea.

-Come sono felice! - gli dicevagettandogli le braccia al collo.

-Ed io?

UnanotteAndrea l'aveva trovata dietro il portonecol cappuccio diraso ovattato in testatutta avvolta in uno scialle pesante.

-Oh Dio!... Mi hai fatto paura.

-Andiamo.

-Dove?

-Attorno. L'aria non è fredda. C'è un bel lume di luna.Forse non avremo mai piú tanta libertà in avvenire.

-E' un'imprudenza!

Maella era già fuoristizzita di vederlo esitante.

Laluna listava di bianco metà della via. Da quel latoicristalli di alcune finestre luccicavanoe le fiammelle dei rarifanali tremolavano giallastre nel chiarore.

Presia braccettoessi andavano rasente il muro dalla parte dell'ombramuti; Giacinta gongolante per quella scappatina di innamoratiAndreaguardandosi sospettosamente davanti e dietro.

-Che silenzio!

Andreanon rispose nulla.

-A quest'ora tutti dormono - ella disse poco dopo.

Erizzava la testa verso quelle persiane e quelle imposte chiuse chedavano alla fila delle case l'aspetto d'un immenso convento; superbadi trovarsi líal braccio del suo Andreaquasi in barba allagente che dormiva senza sospettare di nulla:

-L'avresti mai pensato? - gli disse.

Andreasi fermò. Qualcuno veniva incontro a lorodi laggiúnell'ombra.

-Carabinieri in ronda- rispose Giacinta che se n'era accorta primadi lui. - Svoltano cantonata. Tanto meglio.

Nellapiazzetta quadratain capo alla viaun fanale agonizzava nelplenilunioaccanto al piedistallo di quel santo di pietra grigiachecol braccio levato in altoappuntava l'indice verso il cielo.

-Povero santo! Dev'essere intirizzito - disse Andrearidendo.

-Quel braccio mi fa paura! Prendiamo di qua - rispose Giacinta.

-Ma di lí si scende al porto...

-Scendiamo pure al porto. Dev'esser bello di notte.

Eper le straducole mezze buie gli premeva il braccio e gli andavaricercando la manoamorosamente irrequieta.

-Oh! Oh! - ella fecearrestandosi dopo alcuni passi.

Queilampioni che fuggivanoallineati sulla banchinastraluccicanti diriflessi; quel mare imprigionato nel vasto seno del porto chesbatteva le sue sorde ondate ai fianchi dei bastimenti e delle barchee sui massi granitici della scogliera; quello strano intreccio divele e di sartiame disegnantesi netto sul cielo oscuroin mezzo aifanali rossiverdiazzurripari a pupille di mostri marini salitia fior d'acqua e intenti a guardarele avevano prodottodi primocolpoun'impressione di sgomento.

Etendeva l'orecchio ai diversi rumori che si levavanoad intervallinell'oscurità della notteda quell'intreccio di sartiediveledi antenne e di enormi moli nereaccovacciate fra ilbrulicante luccichio delle acque. Una catena strideva all'improvvisoprecipitosamente:

-Tirano su qualche ancora?

-Nocaricano una stiva.

Dilaggiúin fondopresso alla doganamonotoniquasilamentosirispondevano gli Oh! Oh!... Oh! Oh! dei marinaie qualchefischio di comando.

Procedetteroa passi lentiassorti in quell'immensitàaspirando a pienenari la salsedine marina e il sito di catrame che impregnava l'ariapungente.

Pocodopocessato ogni rumoreil mare sonnecchiava dentro il portoconle barche cullantisi tra gli spruzzi delle brevi ondate; e dietro ilfanaleche brillava intermittente in cima alla torretta bianca delfarol'immensa distesa dell'Adriatico tremolavaper un gran trattosotto gli argentei riflessi della luna.

-Quei punti luminosilontanisono barche di pescatori - disseAndrea.

-Poveretti!

Giacintasi strinse tutta a lui che già la teneva tra le braccia.

-Com'era dolce il sentirsi cosí calda sul petto del suo Andreaal cospetto del mare e del cielosotto quelle vive punture dellabrezza notturna!

Addossatoad un pilastro di granitocoi piedi sulla grossa corda avvoltaintorno alla base di esso come un interminabile serpenteAndrea peròavrebbe fatto a menomolto volentieridi quel capriccio di donnainnamorata:

-Col pericolo di farsi scoprire! - egli pensavatirando su il baverodel soprabito.

Sisentiva intirizzire; e non era punto tranquillo:

-Perché stavano líin quell'umido?

Purel'abbracciava fortele dava dei bacicome per persuadersi che nonsognasse:

-Ell'era la sua amante!

Locredeva appena ancora!

Giacintagli si rannicchiava addossoquasi per frugarvi dell'altro caloremutaspingendo gli occhi in quell'orizzonte buio che fuggivainfinitodietro il fantastico intreccio delle sartie e dell'antenne.

Esu quel fondo oscurovedeva passarsi dinanzirapidisfolgorando unistantein una vertigine della memoriatutti i tristi ricordi delsuo passato.

-Quanti dolori!... Quante umiliazioni!... Quante lotte! Com'era statainfelice!

Leondate che si spezzavano sulla scogliera rumoreggiavano piúforte.

-Il mare parla - disse Giacinta riscotendosi. - Non par di sentire ilamenti di creature che soffrono laggiú nella profonditàdell'acqua?

-Se vedessi il golfo di Napoli! Che spettacolo!

-Ah!... Napoli! - ella risposedistratta.

S'inteseroi tocchi argentini d'un orologioche disperdevansiondulandolontano lontano.

-Le tre e un quarto! SII ragionevoleandiamo via.

-Andiamo.

Egli prese il braccio.

-Saremmo stati meglio a casa!

-No. Qui all'aria apertami sembri piú mio.

EGiacinta batteva l'acciottolato con dei lesti passi trionfanti.



VIII

-Ohstate benissimosi vedecontessasi vede!

-Nonov'ingannate.

-All'aspettoin verità...

-L'aspetto non vuol dir nulla.

Ilconte veniva a ridestarla ogni mattina da quel sogno d'amoreaprecipitarla dall'altezza di quel paradiso artificiale nel profondoinferno della realtà.

Ahimè!Il suo sacrificio non l'era mai parso tanto terribilequanto orach'ella doveva ineluttabilmente compirlo. E perdeva la testa. Avrebbevoluto fuggirsene viacol suo Andreafuori d'Italianell'angolopiú ignorato del mondo...

-E dopo? - egli obbiettava.

-Hai ragione. Ma per riflettere bisognerebbe essere calma... Ohèpiú forte di me!... Già tu sei un uomoe non puoicomprendere.

-Ma dev'essere così!

-Dev'essere cosí? Dev'essere cosí?

Edi faccia a questa inesorabilitàcontro cui non poteva piúnullarimaneva prostrataavvilita.

-Doveva dunque lasciarsi soffocare dal melmoso putridumedoveaffondava come piú dibattevasi per uscirne?

-Ma dev'esser così!

-Era vero: doveva esser cosí!

Peròil terribile momento veniva rimesso da un giorno all'altro:

-Domani!... Dopo domani!

Prolungavala sua agonia...

-Almeno questa raffinatezza di crudeltà contro sé stessala lasciava libera qualche giorno di piú... Poi... chi sa? Chisa?...



IX

Ilcavalier Mochi s'era incontrato col Savanimentre questi montava incarrozza davanti il portone della Banca nazionale.

-A che siamo?

-Con l'acqua fino al collo. Ma neppure questa volta annegheremo.

Tregiorni dopoquando la crisi scoppiòegli non era piúcosí sicuro.

Lagente accorreva in folla a la Banca agricola assai primadell'apertura degli sportelli: facce pallideocchi rossi dal piantobocche urlanti bestemmie e minaccebraccia che agitavanorabbiosamente cambiali e libretti di deposito: un po' di cartaimbrattata!

Andavanoattorno le voci più strane:

-Il Savani era scappato! - La cassa e il cassiere non si trovavanopiú! - Il Savani era arrestato! - Gli arrestati eran parecchi!

Ese ne dicevano i nomi.

Sivedeva bene checon le promesse di grossi guadagnila Banca avevafatto delle retate in tutte le classi sociali. Qua e làdeifattori - col loro costume campagnolo che dava negli occhi -volgevano attorno certi visi scuritiancora incredulie domandavanoinformazionio guardavano fisso quelle finestre rimastesinistramente chiuse e quel portone che opponeva alla loro impazienzala sua dura faccia di legno.

-Una manata di ladri!

-Bisognerebbe impiccarli ai fanaliper dare un esempio!

-Signoriun po' di largo!

Ildelegato di pubblica sicurezza stentava a farsi stradaseguito dauna ventina di questurini.

-Bella giustizia! Proteggono gli assassini della povera gente!

Aicolpi del martello di bronzo che picchiava al portoneprorompeva unasalva di fischi e di urli.

-Sísípicchiate pure! Son scappati!

-Abbasso i ladri!... Vogliamo il sangue nostro!

-Signoriun po' di calma!

Ildelegato gesticolavasi sgolavamentre le guardieun po' con lebuone un po' con gli spintonifacevano indietreggiare la gente.

-Calmacalmasignori!

Etentava di persuaderli che forse si allarmavano a torto:

-La cassa verrà aperta all'ora solita. Non dubitate... Fatecodaa duea tregli uni dietro gli altri. Vorreste rovesciarvidentro tutti ad una volta? Calmasignori!

Alsecondo pianonel salotto della Marulliera un andare e venire diamici che entravano pel cancello del giardinodalla parte di dietro.

IlPoratibianco come un cencio lavatocol pancione che scoppiava fuordella poltronasi asciugava continuamente il sudore e guardavaattorno come un ebete:

-Ahquesta volta finiva male!... Se il Savani avesse dato retta alui! Aveva voluto fare di sua testa!

Anchela signora Teresa si mostrava abbattuta.

-Sfido io! - disse Ratti al Villa in un orecchio. - La Banca era unabella poppa!

L'ingegnerescoppiò a ridere: l'idea della poppa gli parve buffa. Molti sivoltarono a guardarlo.

-Che c'era da ridere in quel frangente? Quel Villa era un cretino! Chene capiva del credito e degli affari che andavano giú a rottadi collo?

-Vi confondete? L'importante è che la Banca pagada tre ore.Duri un'altra orettae sarà salva.

-Pare lo facciano apposta! La maggior parte dei libretti di depositipresentati alla riscossione sono con cifre grosse.

-Meglio. Infattivedendo che si continua a pagarel'effervescenza èscemata.

Entròil giovane Poratiche andò difilato da suo padre e cominciòa parlargli sotto voce. Il signor Ottavio scrollava la testapassandosi il fazzoletto sulle labbra asciutterianimandosi unpochino. E quando Ernesto ebbe finitotutti lo circondarono fra unatempesta di domande.

-Le cose andavano bene. Quel povero diavolo del cassiere si battevacome un eroefreddoimperterritotirando le operazioni in lungopiù che potevacon gli occhi all'orologio. La Banca nazionaleaveva mandato dei soccorsi. Giú c'era un contabile di essa eil Gerace in conferenza col commendatore. S'aspettava il direttoredella Banca popolare. Bella questa solidarietà dei diversiistituti di credito!

Mariettatrasse in disparte la signora Marulli per avvisarla che il signorcommendatore l'attendeva nel salotto della signora contessa.

-Vengo subito.

Macontinuò altri cinque minuti a ragionare col cavalier Mochi econ due azionisti della Bancaper non insospettir questi; poi uscí.

Giacintain piediappoggiata alla spalliera di una seggiolaseguiva con losguardo il commendatore che andava su e giú pel salottotirandosi nervosamente le fedine grigielanciando delle torveocchiate di traverso.

-Pover'uomo! Le faceva compassione. Senza la compra della palazzina...Ma giàforseavrebbe fatto una grossa corbelleria.

All'arrivodella mammaGiacinta si accostò alla finestra dove il conteGiulio stava a guardare la folladietro la persianadivertendosicome un ragazzo.

-Teresa- disse Savani concitatoandandole incontro e prendendolafamiliarmente per una mano; - Teresaquelle trenta mila lire?Ricorro a voi proprio all'ultimo.

-Quali? - rispose la Marulli.

Savanicapí il vero significato di quell'accento di sorpresae dissesubito:

-Ohnon le perderete!... Unodue giorni soltanto... Ve lo giuro.

-Maecco...

-Non le perderete! Manca un quarto d'ora alla chiusura. Venticinquetrenta mila lire possono salvar la banca da un disastro. Abbiamofatto miracoli. Ho buttato tutto il mio nell'abisso; lo ripescheròpiú tardi. Se oggi si chiudesse la cassa senza arrestare ipagamenti... Teresaquelle trenta mila lire! Ve ne prego!

-Non le ho piúda tre giorni.

-Non le avete piú?

Ilcommendatore la guardò fissoincredulo. Ma quella alzòfieramente la testamostrandosi offesa dal sospetto:

-Domandatene al Porati. Ho fatto un'operazione con lui. Volevo anziconsultarvi. Ma in questi giorni siete stato così occupato!...

Savanisentì mancarsi il terreno sotto i piedi.

-Non le avreste perdute! - mormoròlasciandosi cadere soprauna poltrona.

Lasignora Teresa si guardava le punte delle ditaimpassibile:

-Ha buttato il suo nell'abisso? - pensava. - Una ragione di piúper non buttarvi anche il mio.

-E cosí? - domandò Savaniaffannosamenteal Geracecomparso sull'uscio.

-Si è chiuso pagando.

Ilcommendatorelevatosi in piedidiè una occhiata dirimprovero alla Marullie uscí come un lampo dal salotto.

-Il pericolo è dunque scongiurato? - domandò la signoraTeresa.

-Tutt'altro - rispose Andrea. - Domani è domenica. Un giornoin questi casiè un enorme guadagno. Mache amministrazione!Un vero caos. Temo che il marcio sia troppo.

-Ah! - ella esclamò dandosi ragione.

Giacintae Andrea s'erano scambiata una stretta di mano.

-Ha chiesto del denaro anche a te? - domandò la Marulli allafiglia.

-Povero commendatore! Mi fa pietà. Se non avessi comprata lapalazzina...

-Ma è il fallimento! - le diè sulla voce la madre.

Entravadalla finestra il confuso rumore della folla che cominciava adisperdersi.

-Verrai domani? - disse Andreaappena la signora Teresa fu andatavia.

-Sí.

-C'è qualcosa per aria.

-Che mai?

-Oh! finoradei sospetti soltanto.

-Sospettino pure!

-Ti fidi troppo.

-Ehvia!

Giacintasorrideva. Quelle paure di Andrea solleticavanoeccitavano il suoorgoglio di donna.

-Bravo! Benone! - esclamò il conte all'improvviso.

Idue amanti trasalirono. Egli applaudiva una guardia di questura chedavaa diritta e a mancascappellotti ai ragazzi.

-Oh! tu? - dissescorgendo Andrea. - Che congiurate costí?Vorreste spartirvi i milioni della Banca... fallita?

Erideva.



X



AndreaGerace camminava con lesti passisotto i rami degli alberi cheombreggiavano la viottola deserta. Quel cielo limpidissimofilettatodi nuvolette bianchediafanedagli orli color rosa; quel verdenovello delle fronde che tremolavaa ogni alito d'ariacome presoda fremiti d'amore nell'onda d'oro che il sole vespertino spandevadall'altopareva lo spronassero allegramentequantunque egli fossepreoccupato.

Inun momento di stupido abbandono - sísístupidissimo!- s'era lasciato sfuggire una mezza confidenza - neppure - delleparole vaghedegli accenni lontani... Basta! Gessicapito assai dipiú ch'egli non avesse volutoforse aveva parlato. Altrimenticome spiegarsi i maliziosi mirallegro del Ratti ogni volta che loincontravada una settimana in qua? Meritava degli schiaffiquell'imbecille!

-Ma perché prendersela con gli altri? L'imbecille era stato luiche non aveva saputo frenarsi! Scoppiava col suo segreto in corpo?...

Eper sfogarsi contro di qualcunosbatteva rabbiosamente la mazzettinasui cespugli e i rami degli alberi spenzolanti dai muriccioli.

-Bisognava raddoppiar le cauteleper sviare i curiosi. Quel posticinofuori le mura parevagli al sicuro d'ogni sorpresa. Giacinta arrivavada una partelui dall'altra e quei due vecchiettimarito e moglieerano interessati a non tradirli... Peròperò... nonconvien fidarsi. Diraderemo gli appuntamenti...

Siera messo a sedere sulla spalletta del ponticellofumandolasciandosi invadere dalla pace silenziosa della campagnacon gliocchi fissi alla viottolina di faccia. Credeva di aver anticipato dimezz'ora. E zufolavadondolando le gambebattendo i talloniguardando qualche volta a sinistraverso la città mezzoarrampicata sulla collinacolle guglie dei campanili e le cupoleche si intravedevano a traverso il folto fogliamedi là daimerli delle mura.

Eragià rassicurato. Quel solitario posticino cosíincastrato fra le collinettegli pareva proprio in capo al mondo.

-Le cinque! Giacinta tardava... Come mai?

Sisentì colpire al cappello e alle spalle da due pallottoled'erba lanciate da dietro alla siepe.

-Ah!... Dovevo immaginarlo!

Eaperto il vecchio cancello di legnosi trovò faccia a facciacon Giacinta che gentilmente lo garriva:

-Non ha fretta il signore! Si riposa!

Abraccettos'inoltrarono lungo la siepe di cinta.

-Siamo di giàai sospettieh?

Giacintalo canzonavaleggermentebraveggiando contro quel pericolo che loimpauriva.

-Non scherzate! - rispose Andrea. - La cosa può diventaregravegravissima.

-In che maniera?

-Non lo so. E' una voce del cuore. Sono superstizioso; credo al cuoread occhi chiusi.

-Intanto esso non ti ha ancora detto...!

Efermatasilo guardava con le pupille scintillanti di gioiaun po'arrossitasorridendogli sotto il naso con una smorfietta bambinesca.

Ipollirazzolanti sul mucchio del concimescapparono starnazzandochiocciandotosto ch'essi volsero a destrafra le due strisce dilino in fiore che parevano due grandi pezze di velluto verdeconricami d'argentosciorinate sul prato.

-Che avrebbe dovuto dirmi il cuore? - insisteva Andrea.

-Nulla!... Nulla!... Com'è bello qui!

Illino ondeggiava al soffio del venticello che faceva stormire lefronde dei gelsi intorno: i festoni di vite con le fogliolinenovellesi dondolavanoda un albero all'altro. In fondodietro lacollinetta mezza nascosta fra gli uliviil camino quadrangolared'una fabbrica di mattonidi cui si vedeva soltanto il tettoanneritomandava fuori leggere ondate di fumo che disperdevansisubito.

-Non mi vuoi bene quanto dovresti - riprese a dire Giacinta.

-Perché?

-Sera faperdesti al gioco... Non negarlo...

-Un'inezia...

-Epiuttosto che a mehai ricorso al Merli per pagare il tuodebito... Cattivo!

-In questo tu non devi entrarci.

-Voglio entrarci anzi! Esigosopra tuttequesta prova d'amore. Ma sel'ho detto! Mi tratti da amanteecco. Sei cattivo.

-Non giocherò piú!

-Benissimo! Per farmi dispetto!...

Glisi staccò dal braccioimbizzitae si mise a camminareinnanzisola. Andrearaggiuntala con un saltola prese per lavita.

-Nono... Lasciami!

Sidibatteva stizzosamenteper svincolarsiper evitare che egli labaciucchiasse sulla nuca.

-Lasciami!... Mi fai il solletico...

-Non andare in colleravia!

-Sta' fermo!... Sta' fermo!...

Maintanto gli si abbandonava sul pettocon la testa indietro bronciabronciavinta da un languore dolce:

-SaiAndrea? Quel mio sospetto... sai? Non mi stringere cosí:mi fai male! Io lo credo già una certezza...

-Oh!

Volevabaciarlama ella era scappata. Andrea le corse dietro. Presi damatta allegriasi inseguivano ridendo e battendo le manicome dueragazzi. E la vecchia contadinache stava seduta sopra un corbellorovesciato davanti alla porta della casa rusticaaguzzava gliocchietti maliziosi verso quel diavolino di signora che non silasciava chiappare.



XI

Glisconcerti della gravidanza la costringevano a letto fino a tardi.

Rannicchiatafra le copertenei momenti di treguaGiacinta lasciavasi andare aseconda delle deliziose fantasticherie provocate dal mistero viventeche le si agitava nel seno.

-Chi l'avrebbe immaginato! C'era dunque al mondo un'altra catena piùforte dell'amore! Quella piccola creaturasangue del loro sanguecarne della loro carneli confondeva ora tutti e dueAndrea e leiin un corpo e in un'anima sola! Ora soltanto si possedevano intieriper sempre!

Erestava come in orecchio in quella festain quella vera ebbrezza chele montava al cervello dalla profondità del seno ingestazione: un dilatarsiun elevarsi del corpovoluttuosamentetrail fluttuar dello sconcerto prorompente di tratto in tratto.

Passavala mattina mutando posto da una poltrona all'altracon una grandestanchezza nelle ossasenza voglia di far nullasopraffatta dagliintimi sbalzi che le raddoppiavano la pulsazione e le fiorivano ipomelli delle gote sotto il bruno della pelle; rapita da quella vocesoave d'amore che le cantava internamentequasi voce infantile delsuo Andreach'ella ascoltava con serene compiacenze di amanteriamatamiste ad anticipate tenerezze di madre.

Tuttoil passato crollavasprofondandosi in quel nuovo immenso abisso didolcezza. Il suo stato non la irritava piú con le brevi maacute trafitture di tutti i momentich'ella spesso non distinguevase di sdegno o di rimorso. Si sentiva giustificatasi sentivaassolta. Di tutto il fuoco dei suoi odII rimaneva appena unpugno di cenere. A che curarsi del mondo! Aveva un mondo a partetutto suo; e vi si assorbiva.

Neppursuo marito le repugnava allo stesso modo di prima.

Laseradopo cenaquando veniva ad accompagnarla fino all'uscio dellacamera - Giacinta e il dottor Balbi avevano voluto cosí - ellasi lasciava baciareindifferentementecome da un fratello. Unavolta gli aveva anche reso il baciopresa da compassione nel vederlocosí arrendevoleubbidiente come un animale domesticocontutte quelle sue insulsaggini di mezzo grullo. E il povero contedalla allegrezzas'era messo a batter le mani:

- Lasciami aiutarti a spogliare!

Glielochiese in grazie quella serae Giacinta non ebbe il coraggio didirgli di no.

Mariettadovette starsene da canto.

Conle mani nelle tasche del grembiule biancobattendo nervosamente unpiedesi mordeva le labbraper non ridere del padrone che stentavaa cavar una buccola alla signora!



XII



Lasignora Ernesta Villa era andata dalla Marulli a un'ora insolitaverso le undici di mattina:

-Devo parlarti a quattr'occhi.

Lasignora Teresa credette si trattasse d'uno dei soliti favori ch'ellafaceva qualche voltasu pegnialle amiche piú fidate - primain nome del commendatoreed oradopo che il commendatoreperevitare un processoera scappato in Americain nome di una personache voleva rimanere sconosciuta. Vedendola perder in chiacchiereinutiliella s'era messa a ridere:

-E' una cosa cosí grave che non ti riesce di spiegarti?

-Ohgravissima!

-Insomma?... Piú di un migliaio di lire?

Lasignora Villa risealla sua volta; ma si ricompose subito:

-No; si tratta di ben altro!... D'una cosa delicatad'un dovered'amicizia. Ci ho pensato un'intiera settimanasenza sapermirisolvere. Non mi riesce neppur ora di trovare la via!

LaMarulli stava muta:

-Quelle moine di gattina la mettevano in sospetto. Dove andavano aparare?

Ela signora Villa riprendeva:

-Una cosacertamenteda non credersi; un'infamitànon c'èdubbio! Lo abbiamo detto la sera scorsa colla Giulia Maiocchiinteatro. Ma che importa? L'amicizia ha i suoi doveri; non vogliomancarvi. Però non è facile.

-La signora Maiocchi - annunciò la cameriera.

-Ohgiusto lei!

LaMaiocchi entrava frettolosamentefacendo frusciare pel salottinol'abito di seta e le sottane inamidate:

-Mi fermo due soli minuti; non voglio nemmeno sedermi... DimmiTeresa: quel fisciú lo comprasti dal Gola? Il Negri ne ha deimagnificiarrivati di fresco da Parigima cosí salati!... Ela contessa?

-Graziesta bene - rispose la Marulli.

-O siediun momentino!...

Ela signora Villa la forzavaafferrandola pel braccio:

-...Capiti a proposito

-Parlavate di me?

-Sono d'intesa - pensò la Marullivedendole cosífacilmente dimenticare la sua fretta.

-Dicevocome tu sai... - incominciò la signora Villa.

-Ah!... - fece la Maiocchicon aria compunta - Un'infamia!

-Un'infamia! Bel modoeh? Di ricambiare le cortesie ricevute! Ma iol'ho sempre detto: quel Gerace non mi va!

-Si tratta di Gerace? - domandò la signora Teresaun po'intrigata.

-E... della contessa.

LaVilla aveva rapidamente soffiato quel titolo nell'orecchio; etentennando il capocon le labbra strettela fissava in viso.

-Una vanteria di lui - soggiunse la Maiocchi. - Gentaccia queinapolitani! Gentaccia senza scrupolisballoni di prima forza. Nongli ho potuti mai soffrire.

LaMarulli taceva continuando a sorridere e a guardare ora l'una oral'altra.

-Non ci credi? - disse la signora Villa.

-Ohnon si parla d'altromia cara!

LaMaiocchi alzava le pupille al soffittoera invasata d'orrore.

-Sísícredo tutto; crederei anche peggio - rispondevala signora Marulli tranquillamente. - Vi ringraziovi sonogratissima; una cosí affettuosa premura di amiche mi resteràeternamente scolpita nel cuore... Ma che volete che faccia? Non sitappa la bocca ai maldicenti.

-Capisco - diceva la Maiocchi. - Però scusala contessa...

-Noil seccatore è lui - la interruppe la signora Villa. - Lesta sempre tra' piedi! Vuoi che lo mandi via? Siamo giuste!

-Capisco - riprese la Maiocchi. - Però la reputazione d'unasignora non va sacrificata a uno sciocco... Non si parla d'altrotiripeto!

Lasignora Marulli si mordeva le labbra. Tanta carità nelprossimo la indispettiva. Quel titolo di contessasbattutole in visocosí affettatamenteerasi capivauna vendetta dipettegole...

-Proprio? Non si parla d'altro? Ma come impedirlo? Suggeritemi.Secondo mebisogna lasciar gracchiare chi vuole. E' il mio sistemae me ne sono trovata sempre bene. Col prenderselache s'ottiene? Icalunniatori rincarano la doseper fare piú effetto... Un belrisultato! Obbligatissima!... Non voglio scomodarmi.

-Forse hai ragione! - disse la signora Villapiccata.

-Da' retta a un'amica - soggiunse la Maiocchi. - Bada un po' a quelpulcinella!

-Sai che mi stupisce? Io credevo invece che volessi fartene un genero.

-Di quello lí? Oh! Piuttosto lascierei intisichire mia figlia.

Ledue amiche uscirono di casa Marulli mogie mogieinvelenite.

-Stupide! - conchiuse la signora Villa. - Dovevamo figurarcelo: lamamma regge il sacco alla figliuola. Se la veggano loro!...

Lasignora Marulli era rimasta scossa:

-Possibile? Sua figlia stava dunque per ammattire? Compromettersieper chi? Per un impiegatucoloche viveva ristrettamente con queipochini dello stipendio! Per un coso che pretendeva farsi credere dinobile famiglia decaduta e non si sapeva neppure chi fosse!... Eraproprio ammattita!... Possibile? Possibile?... Non ci mancava altroche questa!... E lei che già sognava la vita tranquilla di chiè arrivato alla meta e vuol godersi il riposo!

Siera fermata a un tavolinetto tutto ingombro di gingillie neprendeva ora uno ora un altro in manoe li riponevali cambiava dipostocon gli occhi aggrottatimordendosi al suo solito le labbraintanto che riandava certi particolariconfrontandolicompiendolicon parole e frasi dimezzateafferrate a voloche non avevano avutofino allora nessun senso per lei...

-Ah!... E' vero!

Ela figurina di porcellanach'ella teneva fra due ditavolò aspezzarsi il collo contro il muro.

-Era vero!... E quando? Quando leidopo la fuga del Savanimettevauna pietra sul suo passato! Quando già stava per cominciareuna vita nuova di considerazionedi rispettod'influenza!... Ilmondo dimentica cosí facilmentescorgendoci in alto!... Mavoglio vederla!... L'han da fare con me!

Ela sera stessa rimase da sola a sola colla Giacinta:

-Quel Gerace ti è sempre alle costole - disse.

-E' un buon giovane...

-Buonissimo! Ma pare che la gente non la intenda cosí...

Giacintaalzò la testa:

-Come la intende?

-Con una persona che non si sa precisamente chi siabisogna condursicon maggiori cauteleessere meno... gentiletenerla un po' indistanza...

-Lo tratto come gli altri.

-Pare di no. Già te lo affibbiano... per amante.

-Che sciocchezza!

Lasignora Teresa abbassò gli occhi e non aggiunse piúnulla.



XIII



-Un mostricino! - dicevano le persone dell'arteparlando di quellapalazzina.

Mala facciata d'essa sorrideva all'occhio senza pretesequantunquesovraccarica di ornati.

Alsito di calce frescadi colla d'amidodi vernice che c'eradappertuttola signora Marulli arricciava il naso. In parecchiestanze mancava la tappezzeria; Giacinta voleva addobbarsele a propriogusto; e la signora Teresa ripeteva i suoi consiglidava praticisuggerimentiindicando il pittoreun romanoper gli ornati delsalone...

-Se vuoi qualcosa di artistico. Non vedi che meschinità questisoffitti?

Inveceil conte e il signor Paolo trovavano tutto perfetto.

-Bellissima la vernice degli usci!

-E quegli uccellini lassú? Son lí lí per volare.

-E quelle frutta? Cospetto! Vien l'acquolina alla bocca

-Che! Quegli ornati non sono in rilievo? Maper accorgersenebisognatoccarli!

Ilconte sfogava la sua soddisfazione:

-Quelle stanze?... Delle scatoline da confetti! Come vi si dee starecalduccini l'inverno! E che bel fresco d'estatecon tanti riscontridi usci e finestre!

-Vi paion stanze queste qui?

Lasignora Marulli non poteva patire la moderna gretteria dello spazio.

-Ecco: rizzandosi sulla punta dei piedisi tocca quasi la volta!

-O che? Preferite gli stanzoni antichiun tempio! dagli usci immensidalle finestre immenseche rimangon sempre mezzi al buio? Liconoscopur troppo! Nel palazzo di famiglia- il babbo fece bene avenderlo- eran tutti cosí. Quando ero bambino se dovevotraversarli da solomorivo dalla paura. In camera di mia madreconla tappezzeria di cuoio di Cordova impresso a cuoricini doraticonvecchi quadri alle pareticon i mobili d'ebanointarsiati dimadreperlae il letto di legno intagliato che pareva un catafalcosotto le cortine di raso giallo... in camera di mia madremi parevadi trovarmi in un luogo incantato; non vedevo distintamente neancheil viso di lei. Ohnon me ne parlate! Grazie tante!

-Síper certe comoditànon voglio contraddirvic'èun progresso. Ma non è da far confronti. Questa qui lachiamiamo una palazzina? Un alveare dovrebbero dire!

Eportavano attornoper le stanze vuotela interminabile discussione.

Giacintataceva.

Finalmente!...Finalmente aveva un cantuccio suo proprio! piccoli tacchicome permettersi subito in diretta relazione con quel nido grazioso eallegroch'ella avrebbe ideato tal quale se avesse dovuto farlocostruire di pianta.

-Tolti due o tre palazzi antichi e qualcuno dei modernila suamodesta palazzina era quella che faceva piú figura nellacittàdava nell'occhio. Che vita intima e tranquilla volevapassarecol suo bimbolí dentro!... Era un bimbosenzadubbio; doveva essere un bimbo... Se lo vedeva dinanzi!

Ecanterellavafelice di quel rimuginio di delizie future; edi tantoin tantos'affacciava a una finestra o al terrazzino di centro:

-E Andrea che non viene piú! E' già trascorsa un'oradall'ora fissata! Che se ne sia dimenticato? Non gliela perdonerei.

L'accolseun po' imbroncita quand'eglida lí a pochi minutiarrivò;e lasciò che il conte lo prendesse per una mano e lo menasseattornocol sussiego compiacente di padrone di casa.

-Belloè vero?... Magnifico! Che ne dite? Queste stanze non visembrano scatoline da confetti? Le preferisco agli stanzoni antichidagli usci immensidalle finestre immenseche rimangono sempremezzi al buio... Ho ragione?... No?... Non ho ragione?... Parlate...

-Già! Già! - rispondeva Andreadistratto.

Lasignora Teresa aveva corrisposto appena con un cenno del capo alsaluto di lui; e s'era affacciata al terrazzinodiventata seriatutt'a un colpo.

-Che significava? Evidentemente l'aveva con lui... Forse sapeva tuttoe gli dichiarava la guerra!

PerviaAndrea trovò modo di farne motto a Giacintache glirispose con una scrollatina di spalle:

-M'indispettisci! Non sei sicuro di me? Che t'importa degli altri?

-Ma il contegno di tua madre...

-Ubbie!

Peròdue giorni dopoquando Andrea le si presentò tutto convulsocon la lettera della direzione generale che lo sbalzava a Siracusa:

-C'è lo zampino della mamma! - ella esclamò.

-Te lo dicevo?... Che disgrazia!... Bisogna partire!

-Non andrai! - disse Giacinta.

-E l'impiego?

-Il mio non è anche tuo?... Non andrai! Manda la rinunziasubito subito.

Gliocchi le raggiavano di gioiaun fremito di soddisfazione l'agitavada capo a piedi.

Etrascinatolo verso il tavolinolo forzava a sedersigli metteva lapenna fra le dita:

-Non m'ami dunque? Il mio non è anche tuo?

-Giacintache mai facciamo? E' irrimediabile... No!

-Scrivi! - ella dissesupplicandolo smaniante.

Andreaintinse la penna. Curvata su di luicon le braccia sulla spallieradella seggiolaGiacinta seguiva ansiosamente quella traccia nera discritto che la penna si lasciava dietro.





XIV

-Non può essere! - rispose la Marullipassato il primostordimento.

-Eccola - disse Mochicavando da una tasca del soprabito la letterad'Andrea.

Ementr'ella leggeva e rileggeva quel foglio che le tremava fra lemaniil cavalierea testa bassacontornava con la punta della suamazzettina un rosolaccio del tappeto.

-Che intende di fare? - domandò la signora Teresapallida daldispettobrancicando la lettera.

-Ohbella! Vivere alle spalle di Giacintasi capisce.

-E' un vile!... Ed essa lo stima ancora?

-Voi altre donne! Siete capaci di tutto - esclamò il cavaliere.- In fin dei continon la biasimoprecisamente; non voglio fare ilmoralista. Sonoanzidi manica larga; e se debbo dirlouna bellasignora che non abbia un amante mi pare una stupida...

LaMarulli sentì morirsi sulle labbra una parola di protesta.

-Peròin questo casola questione muta aspetto. Saràun gran chiacchiericcio. I vostri nemici (ne avete parecchi nonbisogna dissimularvelo) rideranno troppousciranno dalla pelle.Diavolo! Mancava bei giovani? Qui c'entra di mezzo il puntiglio dicampanile. Una città è una persona; ha il suo amorproprio anche essa. Questa preferenza per un forestiero...

-Che debbo fare? - domandò la Marullirisoluta.

-Indurre Gerace a ritirar la rinunzia. Ma temo - conchiuse il Mochicon una specie di cantilena - temo che senza la Giacinta non nefaremo nulla!

Giacintatrovavasi nel suo salottinoabbandonata sulla poltronain uno diquei deliziosi abbattimenti che le montavano all'improvviso dalleviscere agitate. Vedendo entrare sua madre come un colpo di ventolasciò cascare il libro di mano; e il braccio le spenzolavafino a terramollemente.

-Madunquehai perduto la testa?

Lasignora Teresa le si era piantata dinanzicon le braccia in croceancora pallida dalla rabbia. Giacinta la guardavasollevandosi apoco a poco sulla vitagià indovinando: ma rispose:

-Perché?

-Me lo dimandi?... Gerace ha rinunziato al suo impiego...

Eil tono della voce lasciava capire: e siete stati d'accordo!

-Fa quel che gli pare e piace.

-E' un miserabilese si rassegna... a lasciarsi mantenere da te!

Lasignora Marulli alzava la voceminacciava con la mano.

-Mentono! - disse Giacinta.

Avevabisogno di negareper contenersiper farsi forza. Sugli occhi lepassavano larghe ondate di nebbia; alla gola aveva un nodo. E sicontorceva sulla poltronasi mordeva a sangue le labbra per impedireche la piena di terribili rimproverigonfiatasi a un tratto nel suocuorenon irrompesseinsultando.

-Mentono? - replicava la signora Teresa con feroce ironia. -Mentono?... Tanto meglio. Conviene smentirli.

-Certe calunnie non le raccatto. Egliforse le ignora.

-Sarà bene che tu l'avverta.

-No. Varrebbe come dirgli: allontanatevi di casa mia. Non voglioabbassarmi fino a questo; farei troppo piacere a taluni. E unasmentita che non fosse spontanea non avrebbein questa circostanzanessun valore per me.

Lasignora Teresa era ammutolita: - Come? Non rispondeva altro? Alzavale spalle?

-E se colui - riprese a diretornando ad alterarsi - insiste nellasua rinunzia!... Ohinsisterà!... Insisterà! Poichétu lo mantieni!

Glielobuttava in faccia con tutto il disprezzo della sua colleracome unalorduramentre sua figliaa mani giuntecogli occhi desolatibalbettandola supplicava di tacere.

-Poiché tu lo mantieni - ella replicavacalcando la voce.

-Dovreiforse... farmi mantenere da lui?

-Oh!...

Lasignora Teresa s'era sentita colpire al pettoa bruciapelo; ebarcollòbrancolando per trovare una seggiola.

-Mamma! Mamma!

Giacintache s'era slanciata a sorreggerlal'aiutava a sedersi. Avrebbevoluto mozzarsi la linguaavrebbe voluto scancellare perfinodall'aria l'insulto sfuggitele di bocca:

-Mamma! Mamma!

Mala signora Teresarespingendolasi voltava dall'altra parte perevitarne gli sguardi. Non poteva parlare; era la prima volta che sisentiva addirittura vintacalpestata; e le pareva di morire.

-Mammamammaperdona! - singhiozzava Giacintainginocchiata ai suoipiedi.

-Un sorso d'acqua! - disse la signora Teresa.

Ementre quella correva di làper servirla con le proprie manied evitare le indiscrezioni delle persone di servizioella s'andavatastando la testacome se vi sentisse il dolore di un colpo di mazzapiombatovi su.

Giacintale accostòtrepidamenteil bicchiere alle labbra; poiintinta nell'acqua la punta d'un fazzolettole bagnava la fronte ele tempie. Sua madre la lasciava faread occhi chiusiconcentratarimproverandola soltanto con lunghi tentennamenti di testa.

-No! Sta' zitta! - le ripeteva Giacinta. - Ne riparleremo. Non devipensarci... Perdona!

-E' finita! - rispondeva la signora Teresa svincolandosi dalle maniche tentavano di trattenerla ancora. - Questo è un colpo chemi uccide! Lo sento quinel cuore! Fa'fa' pure a tuo modo! -aggiungeva quasi calmama piena di durezza. - Non possoimpedirtelo...E' già un pezzo che non mi dài retta. Ten'avvedrai appressopovera illusatu che ti fidi dell'amore d'uomocome quello! Ohfa' pure!... Non ti dirò una sola parola:aspetterò. Quando avrai finito di trascinare nel fango il tuonomeil tuo onorela tua fortunaper metterli sotto i piedi diquel miserabile... símiserabile! Vedi? lo dico senzasdegno...

-Zittamamma! ... Zitta!

-Quando i nostri nemicit'avran vista arrivare dove neppure il loroodio avrebbe creduto possibile che tu arrivassi; quando la passioneche ora ti accieca... Ma allora... alloraforsenon sarò piúquiper poterti rinfacciare; sarò morta!... Non vorràdire; te lo rinfaccerai da te stessa: La mamma aveva ragione!... Etutte queste paroleche ora disprezzi... e non han servito che afarmi insultaretuttesillaba per sillabati verranno in viso...Vedrai!

Giacintastette un momento ad ascoltarla a capo chinoatterrita alla vocelenta e cupa che pareva gittasse un infame maleficio sull'avvenire dileicon quelle esclamazioni ripetute come rintocchi d'una campanad'agonia; poi scattòcon tutte le forze del suo sanguedellesue fibbredei suoi nervi...

-L'amo!... intendi? L'amo!... Che m'importa di voialtri?... Resterà!



XV

Giacintaera stata parecchi giorni in grave pericolo d'abortire; e Andrea nonaveva potuto riceveredirettamentenessuna notizia di lei. Comepresentarsi in casa Marulli dopo quel bigliettino che gli diceva:"Astienti di venire fino a mio nuovo avviso. Non darti nessunpensiero dei maneggi di mia madre!".

-Che cosa accadeva dunque? Che gli si tramava contro?

Veramentenon s'era sentito mai tranquillo neppure prima. Appena dato quelpasso della rinunzia all'impiegoaveva cominciato a riflettere:

-E se i bei castelli in aria di Giacinta crollassero? E se quel colpodi pazzia di donna innamorata andasse a finire?... Non eraimpossibile; s'era visto tante volte!... Che ne sarebbe di luirimasto cosíin mezzo a una stradasenza impiegonénulla?

Ilbigliettino aggiungeva: "Lascia fare a me. Non t'ho mai volutocosí bene come in questi giorni di lotta". Ma di questeassicurazioni egli non si fidava moltobenché le credessesincere. E tornava a rimuginare tutte le gravi difficoltàdella vita che gli stavano sospese a un filominacciose sul capo; labrutta prosa della realtàchespietatamenteda un momentoall'altropoteva venir a soffocare la spensierata dolce poesia delloro amore. Rimuginavarinunziava; e quel romanzo del Montépinparsogli pochi giorni addietro interessantissimoora non riuscivanemmeno a distrarlo un momento.

-Che stupidaggine! Che assurdità!

Ebuttato via il volumeaccigliatoriprendeva a passeggiarefumandosu e giù per la stanzavuotandosi il cervello.

-Che gli si tramava dietro le spalle? Un pericolo conosciuto non gliavrebbe fatto paura... Un duello? Ohavrebbe servito quei signori inqualunque manieracon la sciabolacon la spadacon la pistola!...Ma quelle carogne non si battevano... Ed eccolo lísolo solocontro una donna che non voleva badar a nullase risoluta a colpire;in una piccola cittàdove tuttio quasi tuttierano amici eparenti!... Intantoegli conchiudeva col rimanersene in casacolnon farsi piú vedere al Caffè della Pantera e nonavvicinare nessuno.

Lebuone notizie della salute di Giacinta lo spinsero fuori. Aspettòche fosse serae scese le scale lentamenteesitando; poisi mise acamminare in frettatra la folla domenicale che invadeva il Corso unpo' buio per le botteghe tutte chiuse.

IPoratipadre e figlioerano sull'uscio del Caffè dellaPanterafermati a discorrereosservando la gente che passava; matutt'a un trattosi misero a parlare accaloratamentefaccia afaccia come per evitare di salutarlo. Infatti non risposero al salutodi lui.

-Può essere un caso... Anche a mequalche volta èaccaduto di non scorgere un amico che mi passava accanto...

Purel'idea che i Porati non avessero voluto salutarlo gli fece stringerei denti.

IlCaffè della Pantera rigurgitava.

Infondoattorno al tavolinoAndrea vide il Merliil Rattiil Gessiil capitano Ranzelli e due altri ufficialiche discutevanoanimatamente e ridevano a scoppi. Andando verso di essivolgeva gliocchi da ogni partein cerca di un posticino.

-Né una seggiolané uno sgabello!

Dueavventori s'erano già rassegnati a bere la loro birra inpiediappoggiati all'orlo del banco coperto di zincolucentissimodietro cui sedeva il padrone colla papalina di velluto nero. Andreatirò diritto fino al tavolino dei suoi amici.

-Buona sera.

-Oh!... Buona sera.

Intantonessuno gli strinse la manonessuno mostrò l'intenzione divolergli far posto; continuarono a ragionare e a riderecome se eglinon fosse stato lí. Anzi il Merliche gli voltava le spallenon gli aveva neppure risposto buona sera. Andrea si frenò astento.

-Quel merlo - lo chiamava spesso cosí - meritava un lattoneper imparare la buona creanza...

Magirò i tacchicoll'aria di chi si affretti a raggiungere unapersona vista da lontano. Una gran risata gli corse dietroquasiprovocazione.

-No; è un effetto della mia immaginazione alterata - pensòfremendo.

Eacceso un sigarosvoltò pel Corso Vittorio Emanueledove ilpasseggio continuava con l'ordinaria folla serale che vuol godersi ladomenica. Poco discosto dalla Banca nazionaleAndrea riconobbel'ingegnere Villala sua signora e le due Maiocchi; scendevanoincontro a lui dal lato sinistro. Gli erano apparsi improvvisamentesotto la viva luce d'un fanale; e i cappellini bianchi delleMaiocchicon nastri e fiori rossigli avevano fatto l'impressionedi un piccolo urto nelle pupille. La faccia violaceae con la barbaneradi quell'omaccione dell'ingegnere si vedeva ancora illuminataquando le signoregià immerse nell'ombraapparivano trefigure grigieun po' confuse.

Andreafece un gran salutofermandositenendo in alto il cappello einchinando la testa; ma la signora Villa e le Maiocchitrovatesifaccia a faccia con luisi voltarono in làaffettando diguardare le finestre del palazzo vicino: e l'ingegnere gli risposecon una specie di smorfiettinasbadatamente.

-Non era piú un'illusione!...Si trattava proprio d'unacongiura... Lo sfuggivanogli facevano il vuoto attorno!...Vigliacchi!

-Non curartene. E' un lavoro della mamma e del Mochi - gli diceva ilgiorno dopo Giacinta. - Rappresaglia di invidiosi e di sciocchi. Sistancheranno... E poiche te n'importa? Non ti basta dunque l'amormio?

-Sísí!... Mainfinenon sono di bronzo; e se mimettono con le spalle al muro!

Giacintalo accarezzavasorridendogli dolcementebella anche nel palloredella convalescenzae con gli occhi lo pregava di calmarsi.



XVI

Ellasentiva d'amarlo immensamente piúora che le costava ilsagrifizio della sua reputazione e della sua pace. Quella lottal'aizzavacome l'anno addietroquando ogni sua speranzaogni suaillusione s'era inabissatae l'orrore dell'avvenire le avevaannebbiato la ragione. Peròsi sentiva piú agguerritae piú forte.

Senon che oradi tanto in tantola sincerità del suo caratteresi ribellavasordamentecontro l'equivoca situazione dov'ella s'eracacciata. La piena rassegnazione di suo marito le destava un senso dipietà. E se egli la guardava coll'aria di un cane rivoltoumilmente verso il padrone che lo caccia viaGiacinta provava unsoffocamentocome se ingoiassein quel puntoun sorso d'acquafangosa.

-Oh!... Se fosse stato meno arrendevoleanche cattivosarebbe statapiú tranquilla.

Mauna sera il conte era tornato a casa con la faccia insolitamenterannuvolata. Presa da viva curiositàGiacinta se lo lasciòvenire dietro nella camera da lettosenza licenziarsi o dirglinulla. Mentre egli passeggiava da un angolo all'altrocon le manidietro la schienaGiacinta pareva intentissima a rovistare icassetti di un piccolo armadio; ma con la coda dell'occhioglivedeva torcere la bocca e alzar le mani per stropicciarsi le gotecon l'abituale gesto di gatto che si lavi la faccia.

-Contessa! - finalmente egli disse.

Giacintasenza nemmeno voltarsiseguitò a rovistare. Quellaintonazione un po' brusca l'aveva scossa: attendeva.

Ilconte riprese a passeggiarebrontolando in modo inintelligibile:

-Che gli davano a intendere gli amici burloni? Lo scherzo passava ilsegno... Sua moglie era cosí serena!... Se fosse stato vero...Gliel'avrebbe letto in frontea prima vista.

Esi fermava per ammirare quella testina di donna dove il lumeaccendeva di rosee sfumature il velluto delle guancie e di riflessiacciaini il nero d'ebano dei capelli.

-Giacinta! - ripeté il conte.

Questavolta la sua voce era blandadimessaenel tempo stessoinsinuantecalda di desiderio.

Giacintache non s'era avveduta dell'accostarsi adagino adagino di luiappenasentí sulla nuca il soffio caldo di quel fiatorapidamente sivoltò.

-Che significa? - gli disse con piglio severo. - Queste smorfielosapetemi dispiacciono.

Ilconteallontanatosi un pocotornò subito indietro:

-M'hanno detto (ma io non lo credoohpunto!)m'hanno detto... cheavete un amante... Andrea Gerace!...

Giacintasi sentí venir meno. Quell'accento d'umile tenerezza le avevasconvolto il cuore.

Elasciò che il conte le passasse un braccio attorno alla vitae le desse qualche bacio.

-Non lo credoohpunto! - egli balbettavabrancicandola lievementecon insistenza significativanella curva dei fianchi. - Come seibella! Come sei bella!... Senti: resto quiresto qui! - le ripetevaserrandola piú strettaribaciandola con calore.

-Sí: Gerace è il mio amante! - rispose Giacinta con voceturbatama ferma.

Sidibatteva per svincolarsi. Ma il conte ormai non voleva lasciarla.

-Nonon è vero. Lo dici per celia... Ahso bene perchéme lo dici!... Come sei crudele!... Restoresto!...

Ele correva appressoagitando la testacon le labbra strette esporgenticon gli occhi socchiusi e le braccia apertecacciando unflebile urlosenza parola.

Allastrappata di campanello di GiacintaMarietta entrò in camera.

-Accompagnate il conte. Buona notte! - indi aggiunserivolta a luisorreggendosi con la destra alla spalliera del letto.

-Buona notte! - rispose il conteche non si decideva ad andarsene.

Ecosí era stato rotto anche quell'esilissimo filo che tuttavialegavala a lui.



XVII



Giacintavoleva partorire nella casa nuova; ma la vera ragione della suafretta era stata l'idea che lí si sarebbe trovata libera daogni soggezione importuna. In casa propria regnava lei: vi avrebbericevuto chi le pareva e piaceva; non doveva rendere conto a nessuno.

Lainaugurazione del suo salotto fu un affare grosso.

Labaronessa Sturiniche stava a capo dell'aristocrazia e non se l'eramai detta con le Marulliaveva cercatoper ripiccod'alzarlequella stessa sera un contr'altare. Allora la signora Teresasmessoquel po' di broncio che teneva tuttavia alla figliaci s'eraimmischiata un po' leiaiutandosicome diceva il Mochicon le manie coi piedi. In quei giorniera raro che due persone s'incontrasserosenza domandarsi:

-Hai ricevuto un invito della Sturini?

-Síe uno della contessa Grippa; ma vado da questa. E tu?

-Chi vorrà andare a morir di noia fra quelle mummiearistocratiche?

AlCaffè della Panteramentre il Merliil Rattiil giovanePoratiGessi e il capitano Ranzelli discutevano seriamente sedovevano o no intervenireera capitato il Mochidinoccolatocolsuo monocolo all'occhio sinistroche gli dava l'aria maligna d'unMefistofele andato a male.

-Come? C'è chi pensa di non intervenire? - egli disse. - Ma èil colmo della sciocchezza! Ahse avessi metà degli anni cheho addosso! Vedreste! Siete giovanie abbandonate il campo?Trent'anni fao Gerace non avrebbe avuto quella buona fortunaoessa sarebbe già finita da un pezzo. Trent'anni fagliavremmo dato il gambetto in quindici giorni. Ed ora tocca a mea meche strascico le gambeservir di sprone alla gioventú! Ma noncapite che unouno solofarebbe la vendetta di tutti?

-Viva sempre i veterani! - esclamò il Ratti entusiasmato.

Equel primo mercoledí si trovarono tutti in casa Grippacometanti diplomatici venuti lí ognuno per conto del propriogovernoper dare un'occhiata di ricognizionesenza destar sospettil'uno nell'altropreoccupati della rivincita.

Mentrela baronessa Sturini era riuscita a raggranellare appena una dozzinadi vecchie carcasse e pochi giovani cheper dovere di castanon sieran potuti esimere dall'andare a sbadigliare discretamente fra loroin casa Grippainveceera accorsa in folla la ricchezzalamagistratural'esercitol'amministrazionela stampa (rappresentatadal direttore e dall'unico redattore della (Gazzetta popolare>))la gioventúle belle donne; insomma quanto la piccola cittàpossedeva di meglio.

Ilpalazzo Sturinida un latocon le cariatidi del portonecoi mostriche si contorcevano nelle mensole dei terrazzinie la palazzinafresca e svelta della contessa Grippadall'altroavevano l'ariadiceva l'ingegner Villadi guardarsi in cagnesco con le finestreilluminate.

Andreasi sentiva come in casa propriaaggirandosi a testa alta fra tuttaquella genteche ora salutava e gli stringeva la manoper nonromperla con la padrona di casa e con la signora Marulli diventata(una vera potenza>).

-Infine - avevano riflettuto - a loro che gliene importava? Dovevabadarci quell'imbecille di maritoche andava attorno per le stanzecome una mosca senza capo. La contessa era una donnina gentilebuonaallegra. Faceva tanto piacere il ritrovarsi radunati insiemein casa di lei!

Lesignore trovavansi di accordo nel chiudere gli occhi. E seper casoquella cattiva lingua del Ratti veniva a metter fuori in mezzo a lorocerte allusioni troppo aperteprendevano l'aria di non capire. LaMaiocchianziprotestava indignatacon la Pagani e con la Clerici.E la signora Clerici non protestava meno energicamentequantunqueosservassein confidenza con la Maiocchiche la Pagani aveva deigrossi peccati da farsi perdonare per proprio conto; per questoandava ora spacciando la storiellamessa in giro dalla Teresadinon so che lascito piovuto a Gerace da un parente lontanoche glipermetteva di vivere del suo e di fare il signore. La Pagani non necredevasenza dubbioneppure una sillabama l'andava ripetendoinsistentementecome se ci avesse credutoper debito di consorteriafemminile!

SultardiGiacinta si era accostata ad Andreaporgendogli una tazza dicaffè nel vano della finestradov'egli se ne stava col Gessiad osservare le finestre del palazzo Sturiniche si oscuravano aduna ad una.

-Sono morti tuttidi noia! - ripeteva Andrea ridendo. - I carrozzonidei trasporti funebri già li portano via.

-So che preferisce il caffè - gli disse Giacinta.

Gessisi allontanava prudentementediventando un po' rosso.

-M'ingannavo? Vedisi sono stancati! - soggiunse Giacinta.

Esi affrettò a raggiungere il Gessi:

-Vuol thè o caffè?

-Graziepreferisco queste - egli risposestendendo la mano allechicche del vassojo che Elisa Maiocchi gli presentava in quel punto.

-Ah! vi servite tra voi altri! Sta bene - replicò Giacinta conmalizia.

Gessidiventò piú rosso di prima. Elisamagrissimadirittacome se avesse inghiottito il manico della granatalo guardava concivetteria e gli domandavaper imbarazzarlo:

-Perché diventa cosí rosso?



XVIII

Perdue giorniGiacinta tenne il broncio alla delicata creaturina chevagiva a piè del suo letto. Quella bambina le avevabruscamente distrutti tutti i bei castelli in aria fabbricati contanta deliziada piú di otto mesi.

Siaspettava cosí sicuramente un bimboche non aveva ammessoneppur la possibilità del caso contrario. Ed ora si sentivadelusacome se qualcuno le avesse fatto la cattiva azione discambiarle la sua creatura; come se d'una bambinaella non sapesseche farsene.

Manel provarsi ad allattarlacacciò un piccolo grido di gioiarepressa:

-Dio!... E' tutta lui!

Esmise subito il broncio. La camera le divampò d'un magnificosole di primavera; un fiume d'ineffabile tenerezza le scaturídal profondo del pettodiffondendosele per la persona come unaristoratrice onda di nettare.

-E' tutta lui! I suoi occhiil suo nasola sua bocca! E questafossettina del mento!

Passavalunghe ore fissa a contemplarlamutacon gli occhi inumiditicolcuore che le si riempiva di tristezzapensando ch'ella non aveva mairicevuto dalla sua mamma un solo baciouna sola carezzauna solaocchiata da paragonarsi a quelle da lei prodigate alla creaturinadelle sue viscere. Ed ellaeccosi rifacevasi compensava a quelmodo.

-Non puoi immaginare - diceva ad Andrea- com'è invadentecom'è tiranna! Ormai devi rassegnarti ad essere amato dirimbalzoin questa carne della nostra carne.

-Mi son già rassegnato - rispondeva Andreaceliando.

-Cosí presto? Cattivo!

Eaccarezzandogli la testasenza levar gli occhi dalla cullaellaricadeva nei rapimentinell'estasi che la tenevano in adorazionedinanzi a quella gioiaa quella stellaa quell'angiolettaaquell'amorea quella vita suache rassomigliava tutta a lui!

Ilconte Giulio però non era di questo parere.

-Ha voluto farsi un ritratto vivente! - gli aveva detto la signoraVilla con intenzione maligna.

Enessuno gli aveva piú potuto levare dal capo che non fossedavvero cosí.

-Mi son fatto un ritratto vivente! - era andato a dire al suocero chetormentato dalla podagrainchiodato su una poltronanon potevaandar a vedere la nipotina.

Quellapaternità lo gonfiavagli solleticava dolcemente il cuoreelo faceva aggirare attorno alla culla della bimba con una cert'ariad'importanza. Ma ogni volta che voleva prenderla in braccioosemplicemente baciarlaGiacinta si trovava lí pronta aimpedirglielo.

-Non vi accorgete che la bimba si secca? Bel gusto farla piangere!...Ma no; codesti baci cosí frequenti le rovinano il visino!

Elo allontanavaduramentecon gli occhi fiammeggianti di rabbiagelosa!

-La vuole tutta per sé! - diceva il conte alla suoceraunamattinaintanto che questa posava sul seno della bimba una cartapiegata in quattro.

Erail suo regalo di madrinal'atto di compra d'una villetta firmato inquel giorno.

-Ha un brutto nomela Storta- aggiunse la signora Marulli. - Mapotranno ribattezzarla (Villa Adelina>). Un palmo di terrenoinriva al marecon un guscio per ripararvisi: però il posto èincantevole!

Giacintadalla sorpresanon pensava a ringraziarla. Da parecchi mesila suamamma era diventata un'altra; ella non la riconosceva piú. Dapersona pratica qual eranon essendo accaduto il finimondo da leipaventatola sua mamma si era facilmente rassegnata a rispettare ifatti compiuti; contenta che il suo sogno di una vita tranquillafragli agi e la considerazionecominciasse già a realizzarsieche la gentescordatasi d'onde ella venivaguardasse soltantodov'era arrivata.

Andreacon un pretesto o con un altroera tutto il giorno in casa Grippa.Se si trattava anche di un affare da nulla:

-Geracemi faccia lei questo piacere - gli diceva Giacinta.

-Bravo Gerace! - aggiungeva il conte.

Giàegli si era cosí abituato a vederlo sempre líche nonincontrandolouna mezza giornatapremurosamente domandava:

-E Gerace? Non si è visto?

Andavanoinsieme alla Stortaper far rimettere a nuovo il villino; unapasseggiata di due chilometri di strada pianissimache percorrevanoa piedifumandomentre il conte ragionava dei suoi progettid'abbellimento: una terrazza sul mareun giardinetto dalla partedell'entrata. Spesso però il conte partiva solodi buonmattino; e tornava la seraall'ora di pranzo. Gli mandavano lacolazione laggiú.

Andreasi sdraiava in quel suo statospensieratamentesenza calcolicomev'era entrato. Trovava naturale che un giovane non si fosse lasciatascappar di mano un'avventura come quella. Chinei suoi panninonavrebbe fatto lo stesso? La passione lo giustificava! Coloroparecchi! che sposavano soltanto per la dote una donna non amataspesso spesso non stimatanon agivano peggio di lui? Almenoegliamava!

Poiquella vita dolcetranquillasenza grattacapitra le affettuosecarezze d'una donna che doveva essere sua moglie e che da un sofismadi delicatezza femminile era stata spinta a maritarsi con un altrometteva sempre tra lui e la donna amata un che di indefinibiletaleda rinnovare giorno per giorno le intime attrattive del loro legame.A questo servivano oraun po' il sentimento della paternitàe molto quelle che Andrea chiamava le esagerazioni di Giacinta.

-Tu vai sempre agli estremi! - le diceva. - Sarebbe meglioper la tuasaluteche prendessi una balia.

Giacintaal contrarioera orgogliosa di porgere il capezzolo a quellabocchina affamata. E quando le manine della piccina le pizzicottavanoil senocol fare incerto d'una creaturina ancora mal sicura deipropri movimentied ella sentivasi correre per tutto il corpo queibrividi di voluttà cosí nuovi per essadoveva propriofarsi violenza per non stringere pazzamente la bimba al senoe nonsoffocarla nel materno delirio d'un abbraccio.

-Tu non le vuoi bene! - rimproverava ad Andrea. - Tu non le vuoi bene!

-Che sciocchezza!

-Tu la baci pocol'accarezzi di rado... Ma guarda!... Ma guarda!

Elo trascinava presso la culla e scopriva la bimbachemezzanascosta fra le bianche copertepareva un grazioso fiorellino vicinoa sbocciare. Avrebbe voluto vederlo disfarsi di tenerezzacome sisentiva disfare lei:

-Notu non le vuoi bene.

Quandola bimba era svegliaGiacinta si divertiva a solleticarle i labbrinie il mento con la punta dell'indice:

-Viaun sorrisino al babbo!... Un altro alla mamma!

Ela levava di culla e la metteva in braccio ad Andreaperchéla dondolasse o la spasseggiasseintanto ch'ellagettatogli unbraccio intorno al colloseguitava a ciangottare colla figliolina ilsuo strano linguaggio materno: parole mozzeinterrogativiesclamazioniuna fitta di suoni inarticolatiche dicevano piúdi qualunque ragionevole discorso.

Andreasi adattava malvolentieri a la sua parte di balio. E se la bimbasvegliatasi di cattivo umorestrillavae non c'era verso diracchetarla e farla addormentare:

-E' noiosina! - brontolavapur continuando a dondolarla.

Ele cantavaridendo di sé stessouna ninna nanna rimastagliin mente:

Suonnoche 'ngannaste a lu leone

'Nganname a Nenna mia pe doje ore;

Suonno che 'ngannaste a lu villano

'Nganname a Nenna mia 'fin'a dimane!



XIX

Dallastanza dove i dottori aspettavano il loro collega pel consultosisentiva di tanto in tanto un urloun guaito del povero signor Paolodivorato dalla podagra. Questa volta era troppo! Quei cani arrabbiatiche gli pareva d'aver dentrodopo aver rose le estremitàmontavano susuper finirlo!

-Nobabbo è un accesso come gli altri: lo ha detto il dottore.

Giacintaaccorsa a installarsi da infermiera al capezzale del malatoloandava confortando cosí; ma non era sincera.

-Povero babbo! La sola persona che non m'abbia mai fatto del male! -ella pensavaguardandogli le mani deformatei piedi rigonfIIstirati sopra un monte di cuscini.

-Povero babbo! - tornava ad esclamare internamentevedendo la mammache non si fermava mai piú di qualche minuto in camera delmalatoperché - assicurava - non poteva reggere a tantostrazio!

Dilài dottori attendevanoconsultando spesso l'orologioincompagnia di Andrea e del conte. Mentre questiseccatomettevasi aguardare le stampe in cornice appese alle paretiAndrea batteva iltamburo con le dita sulla spalliera d'una sedia.

-E' stato cinque anni in America - disse il dottor Balbi al vecchiocollega seduto accanto a lui.

-Medicina americana! - rispose l'altro.

EAndreavedendogli fare quella smorfia di disprezzopensò:

-Hanno paura che il nuovo arrivato non ammazzi la gente piúalla spiccia di loro!

Ildottor Follinipreceduto dalla contessagiunse all'ora precisae idue dottorisalutatololo squadrarono da capo a piedi. Quelgiovanealtosnello e biondonon prometteva nulla di serio. Ma ilBalbicon la sua aria di dottore che la sa lunganon fu menocortese per questo. E cominciò la relazione (ab ovo>)parlando lentamenteriposatamentecon pause soffiate di nasoecitazioni latine. Il dottor Costarovesciata indietro la testa di(bulldog>)con la bocca e gli occhi socchiusipareva mezzoaddormentato dalla monotona voce del collega. Il dottor Folliniascoltava attentamentecon deferenza. E di tratto in trattoiguaiti del signor Paolo arrivavanostraziantia interromperel'intercalare: (veda>)(veda>)che il dottor Balbi profondevain quest'occasione con piú frequenza del solito.

Ildottor Follini non rispose nulla: volle entrare dall'ammalato. Eneppure lí aperse bocca.

Idue vecchi colleghi si guardavano negli occhisorpresi dal silenziodi quel ciarlatano all'americanacom'essi già lo chiamavanofra loro.

Tornatiin salottoil Follini disse:

-A mali estremirimedi estremi; iodisperatamentepropongo ilcurare.

Queglialtri si ammiccarono malignamentediffidenti:

-Il curare aveva detto?

-E' un terribile veleno - continuò il dottor Follini. - Presoper boccaanche a grandi dosinon produce cattivi effetti; èanziper le malattie nervoseun rimedio efficacissimo. Scioltonell'acqua e iniettato nel sangue con la punta d'uno spillo intintovidentrouccide in pochi minuti. Stranissimi i sintomi. L'uomo ol'animale colpito prova una specie di stordimentouna stanchezzaepare si addormenti. In una foresta del Brasile ho veduto morire cosíun indiano. La freccia avvelenatatirata ad un uccellogli eracaduta addossoferendolo a un braccio. "E' finita!"esclamò! E toltasi di spallainsieme con l'arco e le freccela piccola scatola di bambú che conteneva il velenosi adagiòsull'erba. Dieci minuti dopo era mortosenza il piú lievecontorcimento.

Giacintanon aveva perduto una sillaba della strana narrazione.

Unasettimana dopo la disgrazia del suo povero babbotrovata neltaschino della veste la boccettina che il dottore le aveva affidatoper somministrare il rimedio all'infermoprovò un brivido diterrore; e se la lasciò cascar di manoquasi avesse potutoinavvertitamente avvelenarsi.

-Sciocca! Che pericolo c'è?

Ripresala boccettinaaccostatasi alla finestraosservò in pienosolecon viva curiositàquel pezzettino di roba scura similea un chicco di canapuccia.

-La morte! Pare impossibile!

Epensava a quell'indiano chetoltisi di spalla l'arcole frecce e lascatola di bambús'era sdraiato sull'erba per morire. Lepareva di vederlosotto gli alberi della forestacon tanta evidenzacome lo aveva descrittoil Follini.

-La morte! Una morte rapidasicuradolce come il sonno!... Ma che men'importa? Ohla vita è troppo bella; io l'assaporo appena.E' fin bella anche quando è trista.

Maintanto voltava e rivoltava la boccettina contro il soleintentaaffascinata dal chicco nerastro che poteva dare una morte dolce alpari del sonno.



Parteterza

I

Lapioggia che scrosciava violenta come la grandine sui cristalli dellafinestrail vento che urlava lamentosamente dentro la gola delfumaiolorendevano piú raccolto e piú intimo ilsilenzioso tepore del salotto.

Andreasenza scomodarsi dalla poltrona dov'era distesoprendeva di trattoin tratto con le molle un bel pezzo di legna e lo aggiungeva aglialtri tizzi che scoppiettavano fiammeggianti nel caminetto. Piùin làaccanto al tavolino ingombro di matassine di lana didiversi coloriGiacinta lavorava a una piccola tappezzeriagirandosul pugno il filondentetirando la corta gugliata con un movimentonervosoalzando il capo quando i tizzi all'improvviso crollavanoela fiamma si sminuzzava in tante linguette azzurrognoleagitantisisulla brace.

Ilvento che urlava fuorila pioggia che sbatteva sui cristallirompevano a mala pena quel silenzio pieno d'impaccio. Andrearicominciava a farsi una sigarettaassestando diligentemente iltabaccoagguagliandolosaggiandolo fra le dita prima d'avvolgere lacarta: e Giacintalasciate cader le mani sulle ginocchialassamentelo guardava fissocon qualcosa sulla punta della linguache non le riusciva di buttar fuori.

Mariettache recava della biancheria da tavolasi era fermata sull'uscio.

-E' andato a letto? - domandò Giacinta.

-Il signor conte si sta spogliando.

-Ha cenato?

-Nosignora contessa.

-Perché?

-Vuole che ne domandi a Battista?

-No. Prepara qui; sarà megliovero?

-Pare anche a me - rispose Andreachinato per accendere a un tizzo lasigaretta.

Giacintaripose nel cestino il suo lavoro e si alzò da sedere.

-La bambina?

-Dormesignora contessa.

MentreMarietta cominciava ad apparecchiareella avvicinavasi ad Andrea.Con le braccia sulla spalliera della poltronagli parlavaall'orecchio:

-Dimenticone!... Oggi compionsi quattro anni; non vi hai neppurebadato!... E sembra proprio ieri!

-Quattro anni! - replicò Andrea.

-Tu lo dici in un modo...

-Come vuoi che lo dica?

Ecol capo abbandonatocon le gambe accavalciateseguitava a fumare.

Giacintaun po' commossariprendeva:

-Ti rammenti di quella sera presso il caminetto nel salotto dellamamma? Io ero al tuo posto; e tupiegato un ginocchioarmeggiavicon le molle e facevi spegnere la fiamma...

-Sísí! - brontolò Andreastringendo lasigaretta fra le labbrastrizzando gli occhi.

-Te ne rammenti? Io ti dissi: "Stia fermofa peggio". E tumi rispondesti: "Dice bene. Destar fiamme non è il mioforte". Quel tuo accento turbato mi rimase nell'orecchio.

-Sísí!

Giacintasi rizzò sulla vitasdegnosamente:

-Se ti annoise...

Mafrenossivedendo la Marietta che ritornava con un canestro pieno diposatedi bicchieri e di piatti.

Andreabuttata la sigaretta nel fuocoin piedisi allungavastirando ingiú le bracciaaggrottando le sopracciglia:

-Aah!... Nulla impoltronisce come la fiamma del camino! Non mimuoverei di qui giorno e notte; mi lascerei rosolaresenza tirarmiindietro!

Etornava a stirarsi. Nel silenziosi sentiva soltanto il rumore deipiatti e delle posate che Marietta andava disponendo sulla tavola.

-Se ti annoidillo pure! - insisté Giacintaappena lacameriera uscí di nuovo. - Sei stato tutta la serata muto comeun pesceruminando chi sa che cosa...

-Io?

-Sí. Tu cominci a diventarmi strano... Non posso piústar zittasoffro troppo!... T'annoi con me; confessalo!

-T'ingannit'inganni!

Giacintacrollava tristamente il capo:

-Nonon m'inganno. Ho notatofra gli altriun terribile indizio.Son donnacapisci?

-Quale?

Andreaspalancò gli occhiaspettando ch'ella parlasse; e le steseuna mano per rassicurarla.

-Hai ripreso a giocare - disse Giacintacon aria severa.

-Oh... figurati!

Peròsi voltava di làun po' confusoper evitare le di leipupille che gli penetravano nel cuore come una lama.

-Ti voglio tutto per me!... Ti voglio tutto per me! - esclamòGiacinta.

Elo accarezzava con la vocestringendogli le mani fra le suenonsapendo rimproverarlo altrimenti. Quegli si scusava:

-E' stato due o tre volteper compiacere agli amici. Mi parve bruttorifiutare... - E tutt'a un colpomostrandosi offesoaggiunse: - Hofatto malene convengo.

-Non finger di fraintendere! - ella gli disse bruscamente.

Nelsedersi a tavola si passava le mani sulla fronteatterrita all'ideacheinsistendo ancoraavrebbe forse potuto scoprire qualcosa dipeggiodietro quel dubbio che le rodeva da piú mesi ilcervello.

-Sarebbe un'infamia! - pensava. - Una cosa contro natura!... Nelnaufragio della mia vitami sono aggrappata a lui come a una tavoladi salvezzae me gli aggrappo di giorno in giorno piúfortementeper passioneper gratitudine... E' nello stesso casoanche lui... Non dovrebbe accadergli lo stesso?

Mariettagirava attornopresentando le pietanzelevando via i piatti vuotiun po' sorpresa dall'insolito silenzio che gli urli del ventocessata la pioggiarendevano piú tristo e piúsignificativo.

Andreamangiava in fretta senz'avvedersenefrugando nel cervello pertrovarvi qualcosa da sviare quell'incubo; ma non trovava nulla! Ilsuo cervello era vuoto. E si mesceva spesso:

-Il vinoforsegli avrebbe sciolto la lingua.

Scorgendoche Giacinta assaggiava le pietanze appena con la punta delle labbraassorta chi sa da quali pensierisentí maggiormenteaggravarsi addosso l'intero malessere che lo opprimeva:

-Un bell'anniversariodavvero? Ma la colpa è di lei cheingrandisce ogni nonnulla e si foggia continui spauracchi.Diamine!... Dopo quattro anni è naturale non si rinnovino glientusiasmi d'una volta... L'abitudine ammortisce le impressioni piúacute... Ma perché non lo dico anche a lei? Perché stomuto?

Lapioggia ricominciavaa sbruffia rovesci rabbiosia seconda delvento.

-Tempo di levante - disse Andrea. - Ne avremo almeno per tre giorni.

Giacintarizzò la testa:

-Finalmente!... Mi pareva che non avresti aperto piú la bocca!

Andreacol naso nel piattostrappando con due dita un po' di crosta da unpaninofra un boccone e l'altro continuava:

-Me lo sentivo da due giorni dentro le ossa. Un malumoreunafiacchezza!... L'umidom'irrita i nervi. Sono un barometro.

Giacintaper credergli e star tranquillaavrebbe voluto potergli leggere incuorecome in un libro. Non provocava una spiegazione perchétemeva di far peggio; e sentendolo parlare del cattivo tempodell'umidodei nervisenza che la voce di lui le rivelasse altroassentiva col capointanto che presentavagli il bicchiere perchéle versasse un po' d'acqua.

-Toh! - egli disse a un tratto. - Dimenticavo di darti la notizia cheGessi ed Elisa son tornati questa mattina dal loro viaggio di nozze.Gli ho incontrati in carrozzaall'arrivo dalla stazione.

Elieto d'aver trovato finalmente un soggetto di discorsoridevaanticipatamente di quel che stava per dire:

-Sai? La Elisa (pare impossibile!) è tornata piú nerapiú stecchita; con certi zigomicon certi denti!... Ognibacio dev'essere una contusione pel povero Gessi.

Giacintafece mostra di sorridere. La Mariettaper non farsi scorgeretorceva il capo:

-Meno male! Un po' d'allegria veniva a galla. Le pareva fosse tempo.

Maappena intesero nell'altra stanza un rumore di passi gravi estrascicantisi guardarono tutti e tre negli occhi.

-Il conte non era dunque andato a letto?

-Sísignora contessa. Battista è in cucina.

-Si sarà levato - disse Andrea.

Eil conte apparve in mezzo all'usciocosí sfigurato dallamalattia che lo affliggeva da un anno da sembrare un vecchio; ilcollare della camicia sbottonatoi capelli in disordine. Nonriusciva ad infilare una manica del vestito.

Entròcurvoun po' barcollante; ma la tavola apparecchiatacoi bicchierie le posate che scintillavanocol vino che accendeva nelle bottiglietrasparenze di rubinogli fecero alzar la testa.

-Ohbene! Ohbene!

Battevale maniavanzandosi verso la tavola con passo mal fermofacendoscoppiettare le labbracome se già masticasse qualcosa.

-Qui - gli disseAndreacedendogli il suo posto.

Mariettaera mortificata:

-Quello scimunito di Battista!

Evoleva scusarsiper la sua parteparlando alla padrona sotto voceguardando il conte che s'era messo subito a mangiare nello stessopiatto di Andrea.

-Ho capitonon importa - rispose Giacinta.

Ilcontedando un'occhiata ora a lei ora ad Andreafaceva dei bocconigrossi e masticava in fretta:

-Non mi aspettavateè vero? Non mi aspettavate!

-Ti si sapeva a letto - risposero ad una volta Giacinta e Andrea.

Stavanoa vederlo mangiaremutiun po' imbarazzatisebbene Andrea nonfosse tanto dolente dell'inattesa apparizione:

-Era un diversivo.

-Giuliono; il dottore non vuole - disse Giacintafermando ilbraccio al conteche voleva versarsi del vino.

-Ah! Ah! Il dottore!... Ah! Ah!

Eglirideva e parlavacon la bocca pienatentando di svincolare la manodando da bere alla tovaglia:

-Il dottore non è qui... Un gocciolino solo!

-Nono; lo sai beneil dottore non vuole! - ripeté Andrealevandogli la bottiglia di mano.

Ilconte seguí con gli occhi desolati Marietta che la portavavia; poisubitamente rassegnatosiriprese a mangiareingollando ibocconi appena masticatistendendo le mani lunghe e scarne al panealle fruttaai vassoi delle pietanzemettendoseli dinanzitutti infila.

-Che fai lí? - diceva alla Marietta guardandola di traversodiffidente.

Giacintarimescolata da una pietà sorda sordanon poteva piúlevar gli occhi d'addosso al marito. Provava un intenerimento stranoquasi un bisogno di piangere. E siccome Andrea cercava di prenderlela manosotto la tavolaella la ritirò vivamente.

-Almeno un gocciolino! - replicava il conte. - Il dottore non èqui... Non gli diremo nulla!



II

Giacintaviveva agitatissima:

-Dunque Andrea le sfuggiva di mano? Dunque i suoi tristi presentimentinon l'avevano ingannata?

Un'acutissimaspina confitta nel cuore! Ma ella non la dava a vedere.

Neiricevimenti del mercoledísempre affollatisempre allegriquando il Rattio qualche altro diceva una briosa stramberiail dilei riso argentino partiva il primo pel salottocome un razzo chedesse il segnale.

Ilsuo bel corpo di giovane donna era in piena fioritura: ne convenivanotutti. I suoi occhi non erano mai stati cosí scintillanti: maila sua voce e il suo sorriso non avevano esercitato un fascino piúpotente.

-Come faceva per rendersi bella a quel modoper ringiovanirsi cosí?

Lasignora Villa la pregavaridendodi confidargliene il segreto.

-Questo segreto chi non l'indovina? E' amataè felice! -rispose una volta la Maiocchi.

-Proprio! - si lasciò scappare Giacintaamaramente.

-Che voleva dire?

-C'erano dunque dei malumori?

Ledue amiche almanaccarono un'intiera settimana.

-Vedi? Neppur questa sera è venuta a teatro - disse la signoraVilla.

Lasignora Maiocchi si sporgeva un po' fuori del palco per guardare inplatea:

-Non c'è neanche Gerace. Credo che un po' c'entri di mezzo ildottor Follini. Forse Gerace prende ombra.

-Dal dottore? E' troppo serio. Dico bene?

-Benissimo! - rispose Porati a cui la signora Villa s'era rivolta.

Eterminato il primo atto della (Favorita>)come il palco si riempídi visitatoritutti continuarono a ragionare di quella misteriosaesclamazione.

-Nuvoli per aria!

-Tempesta vicina!

Poratinon ne credeva nulla:

-Quel diavolo di napoletano l'ha stregata.

-Dite che non c'è piú giovani al giorno d'oggi! -esclamò il Mochilasciando cadere sdegnosamente il suomonocolo.

-Piuttosto - aggiunse il commendatore Mazziprocuratore del re - diteche quella donna ha un gran carattere. Tanta arditezza nel mettere inmostra una condizione anormalee tanta austerità di passionenon si veggonoconvenitenetutti i giorni. - E continuavacon unaleggiera intonazione declamatoriafra il silenzio di tutti: - Forseabbiamo lí un caso di patologia morale non ordinario. Che nepensa il dottore?

-Il dottore è sospetto.

-Perchésignora Villa? - domandò il Follini cheentrato in quel puntoera rimasto in fondo al palco.

-E' il medico di casa.

-Una ragione di piú per conoscere piú intimamente lacontessa. Ma iobenché la studi da un pezzonon arrossiscodi dichiarare che n'ho capito poco o nulla finora.

-StudIIstudIIdottore! Intelligente com'èfinirà col capire. Le donne...

Riserotuttiinterrompendolo.

-Quel Mochi! Sempre lo stesso!

-... somigliano ai vulcani. Per comprenderne qualche cosabisognafare come... come... insommacome quel filosofo dell'antichità:buttarvisi dentro.

-Un'esperienza pericolosa.

-Il povero conte dev'essere imbecillito per questo.

-Lei stia zitto! - disse la signora Mochi a Ratti. - E' sempremaligno.

-Se la malattia fosse ragionevolepoiché ci s'è messadovrebbe finire l'opera sua.

-Ratti! Ratti!

-In quanto a questo - entrò a dire il Follini - èprobabile che al Gerace gli si debba allungare un po' il colloaspettando.

-Povera Giacinta!

Lasignora Villadopo che il dottor Follini si licenziònonsapeva ancora persuadersi che in quell'affare di Giacinta colui nonc'entrasse per nulla.

-Avevacertamentela scusa di visitare tutti i giorni il conteammalato. Maentrato in casa Grippaquel benedetto dottore nontrovava piú il verso d'andarsene. Ella li aveva sorpresiparecchie volteGiacinta e luiche conversavano nel salottointimamente. AnziGiacinta un giornoquasi per scusarsile avevadetto: "E' il mio confessoreun confessore troppo severo!""Sia. Ma quel confessore biondo e giovane non poteva garbare aGerace...

IlFolliniinvecestudiava Giacinta con la fredda curiositàd'uno scienziato di fronte a (un bel caso>). L'ereditànaturalele circostanze sociali glielo spiegavano fino a un certopunto. Ma per luigià discepolo del De Meis all'universitàdi Bolognaper lui chese non credeva nell'anima immortalecredevaall'anima e allo spiritouna passione come quella non poteva essersoltanto il prodotto delle celluledei nervi e del sangue. E volevascoprirne tutto il processol'essenziale. Gli interessava pel suolibro (Fisiologia e patologia delle>) (passioni >)a cuilavorava da due anni. Perciòquando gli capitavamettevasi ainterrogare destramente Giacintaa confessarlacom'ella dicevaingegnandosi di sorprendere i sintomi nella loro spontanea attività.

Unasera che la contessa pareva allegrissima e faceva scoppiettareattorno a lei le sue frasi vibranti e frizzantiil dottore s'eraseduto in un angolofuori di vistaper osservarla con piúcomodo.

-Noquell'allegria non era sincera; glielo dicevano gli occhi di leiche lampeggiavano stranamentele labbra le si inaridivano cosípresto.

AppenaGiacinta si avvide delle pupille quasi severe che le stavano addossocominciògradatamentea provare un impaccio anche neimovimenti. Sforzatasi a continuare il discorsosi era sentita quasilegare la lingua e diventar distrattaincoerente. E si alzòtraendo un gran respironecome se le fosse venuta meno l'aria.

Passandovisto il Merli che conversava con Mochi e con l'ingegner Villa:

-Lei fa bene a star sempre tra gli uomini seri - gli disse ridendo.

-Pare che sia l'unico modo di farla ridere! - rispose Merlifacendoleun piccolo inchino.

-Toh! Anche dello spirito?

Intantoaveva gli occhi sul dottoreche si era accorto della manovra di lei.

-Insomma - domandò alla Maiocchi incontrata nel passaggio - ituoi sposini vivono proprio da romiti?

Lasignora Maiocchi si strinse nelle spalle:

-Che vuoi? Bisogna lasciarli fare.

Folliniera andato incontro a Giacinta:

-Soffre?

-Chi soffre non ride.

Eraun po' stizzita. Come faceva quell'uomo per leggerle cosí benenel cuore?

-Ah! lei dimentica che sono il suo medico - disse Follini condolcezza.

-Ha ragione. MaDio mio! che gliene preme? Perché mi osserva aquella maniera?

-La studio.

-Mi fa soffrire; sími fa soffrire. Sono in via d'ammalarmi.Sia buono; mi aiuti a morir presto.

-Non è precisamente il mio mestiere.

-A domani?

-A domani.

Giacintasorrise.

-Come deve soffrire questa donna per sorridere cosí! -rifletteva il dottore.

Ilgiorno dopo andò da lei un po' piú presto del solito.

-Dunque è una cosa grave?

-Forse no - rispose Giacinta. - Forse è un'esagerazione dellamia fantasia. Mi è penetrato qualcosa quiche mi rode lavita. Vi son dei momenti che mi credo sul punto di diventar pazzaaddirittura... Síqualcosache m'impedisce di pensare adaltroche mi assorbe e mi succhia il midollo delle ossa. Mi diadell'oppiodottore. Son parecchie notti che non dormo.

-Mi permette qualche domanda? Sarò discreto.

-Interroghi pure. Non ho segreti per lei.

-Di che si tratta?

-Di nulla. Sospetticattivi fantasmi... Ma intravvedo una cosaorribile.

-...Ha egli cambiato abitudini?

-Si sforza di non farmene accorgere; ma io indovino lo sforzo. E'peggio.

-Quest'uomo è dunque parte integrale della sua vita?

-Tutto!

-E' stranoinconcepibile! - esclamò il dottore abbassando lavoce.

-Perché?

-Debbo dirglielo?... E' una persona comunequasi volgare...

-M'ama!... Mi ha amato! - si corresse Giacintatristamente.

Quelledue inflessioni di voce colpirono il dottore.

-E' una ragionene convengo. Peròdopo tutto lei sentiràdi quando in quandoun'aspirazione verso qualche cosa di piúelevato; la sentene son sicuro.

-Amandola persona amata ci apparisce unicamente quale noi ce lafoggiamo; l'ho osservato un po' negli altriun po' in me stessa.Poile circostanze modificano tutto. Le piccole qualitàpossono valere piú delle grandi; i difetti diventare unmerito. Da che cosa lei crede che dipenda il predominio di lui sulmio cuore? Quasi unicamente da quella sua mitezza di caratteredaquella sua bontà che gli altriforsechiamano debolezza. Miamava diversamente da tutticompatendomi... E gli ho immolato ognicosae n'ho fatto lo scopo della mia vita!... Il disinganno miucciderebbe. Già... mi sento colpita.

Ildottore rimaneva indeciso. Certe inflessionicerte sfumaturedell'accento e della voce di leialcuni rapidi movimenti dellelabbra e degli occhi gli avevano rivelato assai piú che leparole non dicessero.

-Vi è un solo rimedio - rispose. - Viaggi.

-Mi faccia dormire; non le chieggo altro!

Follinicavò di tasca il portafogliscrisse la sua ricetta e la posòsul tavolino.

-Un cucchiaioprima d'andare letto... Ohla cattiva bambina!

Esi mise a fare una carezza all'Adelina cheentrata di corsascalmanatas'era afferrata al collo della mamma coprendola di baci.

-Non si dice nulla al dottore? - la rimproverava la mamma.

Labambina gli fece una smorfiettama un colpo di tosse la interruppe.

-Badi: la stagione è pericolosa. La difterite infierisce.

Giacintatrasalí e strinseistintivamentela figliolina tra lebraccia:

-E' un po' caldaè vero?... Non mi faccia paura.

Laosservava tuttapassandole le mani sul visoprendendola per lemanineinterrogando con occhio inquieto ora la bambinaora ildottore:

-Le tasti il polso.

Adelinastava fermaseria seriaaccigliatasospettosa di quella mano deldottore.

-C'è un po' di febbre... La cattiva signorina anderà aletto: capisce? E starà tranquillaaltrimenti la mamma non levorrà piú bene...

-Se lo avessi saputo! - esclamò Giacintaimpallidendo. - Iersera la trattenni fuori fino a tardi. Aveva freddo; voleva tornarsenea casa... Ma non è nullaspero... Mi dica che non ènulla; mi rassicuri!

-Speriamolo! - rispose il dottoreimpensierito di certe macchieviolette della faccia di Adelina.



III

Lastriscia di luce rosata che il solevicino al tramontostendevasulla coperta del lettino e sul tappetoparve a Giacinta di buonaugurio. La camera sorridevasoffusa da quella soavità roseapenetrante dai larghi cristalli della finestra; e il cuore di leisorridevaegualmenteper una rosea speranza mescolata di tristezza.

Ilrespiro affannato della sua creaturina le dava un senso distringimento alla golacome se una mano gliela premesse. Di trattoin trattola bambina agitava sui guanciali la testina biondasmaniando; e Giacinta rizzavasi un po' dalla seggiolatrattenendo ilfiatoguardando con terrorestrizzandosi forte le maniquasiavesse potuto a quel modoarrestare l'accesso:

-Oh! Dio!... Oh! Dio!

Poitosto calmatosi l'accessoricadeva sfinita sulla seggiola.

-Non è nulla - le diceva Andrea per confortarla. - La malattiafa il suo corso regolare. Non è nulla!

Sedutopresso il capezzaledirimpetto a Giacintaegli sapeva pur troppoche la cosa era grave. Il dottor Follini gli aveva detto in disparte:"Non passerà la nottata!" E in quel momento Andreaosservava che s'era aspettato di provare un dolore piú vivoun grande strazio. Infinequella creaturina non era carne della suacarne? Ma confrontando il suo dolore con quello di Giacinta chepareva volesse impazzirepensava che l'uomo è duro di cuore eperciò si crede il piú forte.

Adelinaera ricaduta nel suo stanco abbandonocol respiro affannato mauguale. Alloranel triste silenzio della cameraGiacintaun po'rassicuratatornava ad avventare gli sguardi addosso ad Andreacheli evitava restando a capo chinocome chiuso nel dolore. Queglisguardi lo imbrogliavano:

-Che ci sia qualcosa di nuovo?

Eaccortosi che Giacinta stava per parlaretentò di sviare ilpericolo:

-L'aria della stanza è rarefatta. Dovremmo rinnovarla. Non tipare?

Sialzò per aprire l'invetriatabadando che la corrente nonandasse a colpire Adelina: e rimase presso la finestra:

-Ora sísi respira! Bisogna rinnovare spesso l'aria; l'haraccomandato il dottore.

-Non ho piú testa - rispose Giacintamettendosi a sederepresso il capezzaleper scacciare una mosca noiosissima dalla facciaimpaziente della bambina.

Sisentiva la sua respirazioneun rantolo lieve. Intanto gli occhi diGiacinta restavan fissi su Andrea.

-Sei contento del tuo nuovo alloggio? - gli domandòimprovvisamente. Non sapeva ella stessa perché gli facesse inquel punto tale domanda.

-Mah!... - rispose Andrea. - Io mi contento facilmente. Due solestanzine e fuori di mano; però tranquillearieggiate. Possodormire fino alle dodici del mattinosenza che un rumore mi svegli.Né mi vi sentocome altrove nei primi giorniun pochinospostato. Mi sembra d'avervi abitato da anni. Insommaun ambientediscreto.

Parlavacon un accento di rassegnazione alquanto esageratodistrattamentecon gli occhi rivolti al cielo striato di nuvolette rossiccie. E unvivo sentimento di rimorso e di paura lo tormentavase mai il suoimbarazzo lo avesse tradito. Giacché in quel nuovo alloggiouna gentile personcinala figlia della padrona di casacontribuivapiú di tutto a rendergli (discreto l'ambiente>). Da alcunesettimane egli sentivasi dolcemente riposare gli occhi alla vista diquella figurina sveltadai lineamenti puridal colorito vivacecome se qualcosa di fresco e di gentile emanasse da quell'aspettosempre sorridente. Eppure la poverina era assai minacciata daglisbocchi di sangue che ricomparivano una o due volte alla settimanagettando babbomammae anche lui in una muta oppressioneaffliggentissima. Pensava appunto a quella ragazzaquando Giacintagli rivolse la parola; e si contenne a stento. Gli era parso ch'ellagli avesse già letto nel cuore.

PerfortunaAdelina tornò ad agitarsia lamentarsia tossire.

-Andreaoh Dio! Andrea!

-Non è nulla. Vedi?

Labambina spalancava gli occhietti smortigirandoli attornoinvocandosoccorso...

-Oh quegli occhi! - esclamava Giacinta. - Paion coperti di un velo dipolvered'una nebbia!

-Noanzi!

Ellasi chetava apparentemente; e continuava a ruminare il suo terroreinvincibile:

-Era la sua cattiva stella!... Quella povera innocente forse pagavaper lei!

Evoleva scacciare il sospetto - Una bestemmia! - dicevarimproverandosi - che l'assediava notte e dída quattrogiorni: che Andreacol suo cattivo influssoattirasse quelladisgrazia sulla bambina... per disfare cosí il piúforte anello della loro catena:

-Oh! una bestemmia!

Pureanche in quel puntosorgevano a formicolare per la gola tutti ifieri rimproveri che avrebbe voluto fargli sin dal giorno avanti. Mali ricacciava indietrovinta da un'inattesa debolezza in faccia aquell'uomo sul quale aveva sempre dominato e dominava con l'energiadel proprio carattere. Si sentiva sgomenta:

-E se le mie parole facessero peggio?

Avrebbevoluto ridursi piccina piccinaper non urtarlo di fronteper nonirritarloper rendersi sopportabile. E mentre le veniva d'imploraregrazia e chiedere pietàsi stizziva contro di sémedesima perché commetteva un sacrilegio di amor maternopensando a lui e ai propri dolori di amante anche líinnanzial letto della sua bambina in agonia!

Aun trattosi scosses'avvicinò a Geracee presaglirisolutamente una mano:

-Andreatu m'inganni!

Esenza dargli tempo di risponderetratto dal taschino del vestito unpiccolo foglioglielo spiegazzava sotto gli occhi.

-Vile usuraio! - borbottò Andreariconosciuta la sua cambiale.

-Che ti ha spinto a questo? - riprese Giacinta.

-Ah! forse tu credi che l'abbia mandato qui io?

-Perché una cambiale? Perché volerla rinnovare?

-E' una cosa che mi riguarda - rispose Andrea mortificato.

-E me nodunque?... OhAndrea! Tu mi ingannitu non m'ami piú!Perché ricusi di servirti del mio denaro? Non è anchecosa tua? Ti ho mai chiesto conto di nulla? Non sei padrone assoluto?Tu m'inganni! Tu non m'ami piú!

-Calmati! Zitta...

Queirimproveri a voce repressa lo colpivano vivamentelo sbalordivano.Era la prima volta ch'ella glieli faceva cosí aperti.

-Sono sempre lo stessocredimi!... Solamente... non volevo abusare...

Eper rabbonirlala stringeva tra le braccala baciava.

-Non mentire! - riprese Giacinta con la voce raddolcita. - Non me lomerito. Abbi il coraggio di dirmi che non m'ami piúse maifosse vero che tu non m'ami piú; abbi il coraggio di dirmelo!Preferisco questa spaventevole certezza al tormento del dubbio. Tusei tutto per me! Perché non dovresti piú amarmi? Cheti ho fatto di male?

Glis'era gettata al colloripetendo le stesse parole: - Abbi ilcoraggio di dirmelo! Tu sei tutto per me! - ma con intonazione cosívariatache le rendevano diverse e piú efficaci.

-Me lo assicuri?... Me lo giuri?

-Te lo giuro. Farò tutto quello che vuoi.

-Mi basta. Ah! Il cuore mi si slarga! Respiro!...

Alcolpo di tosse della bambina che s'era mezza riversata fuori dellecoperteGiacinta si voltò e spinse violentemente Andrea versoil lettosenza poter gridarecon gli occhi quasi fuori dall'orbitaguardando la sua figliolina che agitava in una crisi terribile glisciolti capelli d'oro sulla sponda del letto. Poi cacciò ungrido e si lasciò cadere sulla seggiolapremendo i pugnisugli occhibalbettando:

-Muore!... Muore!...

Perla camera avveniva una gran confusione.

Mariettaaccorsa per primasi dava desolatamente dei pugni alla testa:

-AhMadonna benedetta! AhMadonna!

Einvece di aiutare il Gerace col riporre la bambina sotto le copertelo impicciava.

Vennead aiutarlo Elisa Gessisopraggiunta in quel punto con la sua mammae la signora Villa.

Questeintanto cercavano di confortare Giacinta:

-Non perderti d'animo!

-I bambini resistono a colpi più forti!

Lasignora Maiocchi faceva valere la sua esperienza di quando Elisa erabambina.

-Ecco il dottore! - disse la signora Villa.

Giacintagli stese le braccia con le mani giunte.

-Ahdottore! La mia bambina! La mia povera bambina!

Silenzioprofondo. Tutti gli occhi si rivolsero a quel viso pallidodallabarbetta biondache a Marietta pareva proprio il viso di nostroSignore sul punto di fare un miracolo. Solo Giacintanon osandoguardarloannichilitacon la faccia tra le manitendevaansiosamente l'orecchiocome chi attende una condanna!

Ildottore si era allontanato dal letto senza dir nulla.

-Dunque? - gli domandò Andrea sotto voce.

-E' affare di minuti. Portino via la mamma - rispose il Follini.

AlloraAndreala signora Villa e Marietta si schierarono davanti al lettinoper impedire la vista a Giacintache si lasciava trascinaremacchinalmente dalla signora Maiocchi e da Elisa.

Nonpiangeva; si sentiva fulminatasi sentiva morire sotto l'impressionedi un rimorsocome se ella medesima avesse uccisa la sua creaturacon le proprie mani snaturate! E la smania d'accusarsi di tal delittoal cospetto di tutti le soffocava il cuorele rendeva convulsa lalingua.

Vagellava:

-Oramai! Tutto è finito! Ogni nodo s'è rotto!... Ahimèforse non lo rivedrò piú...

Macome le lagrime cominciarono a sgorgarle abbondantitra i singhiozziche parevano strozzarlaebbe orrore del suo vagellamento:

-E pensava a séin quel punto?... Oh! Mamma senza cuore!...

Conun tremito che la squassava tuttasi aggrappava a Elisasupplicandola di lasciarla andaredi farle vedere la sua creaturinaper l'ultima volta. Di fargliela baciare... per l'ultima volta!...

-Vestitela come un'angiolettatutta di bianco; copritela di fiori...Il suo vestitino piú bello è lí... Novoglioprenderlo io... Anche gli stivalettini nuovi... quegli altri!...

Poiricaddeinertecon gli occhi fissi fissisbarrati.

-Meglio cosí! - disse il dottore.



IV

Duesettimane dopoera tuttavia sbalordita. In ogni angolo della casaritrovava un ricordo della sua bambina; tanti colpi di coltello! Siaspettavadi momento in momentoche un uscio si aprisse e chel'Adelina le balzasse incontroscotendo quei suoi capelli d'oroarruffatida piccola selvaggia... Ahimè! Tutti gli uscirimanevano chiusie la casa si schiacciava sotto una tristezzaenormeche non sarebbe finita mai piú!

-Mai piú! Ohn'era certa! In quella disgrazia le s'erasviluppato una terribile facoltà: vedeva le cose propriocom'eranospoglie d'ogni fallace apparenza; e si sentiva giàdisillusa della vita. Non gliene importava piú nulla. Per chidoveva importargliene?

-Per chi ti vuol bene - gli rispondeva Andrea.

-Ah!... C'è ancora qualcuno che mi voglia bene?

Aqueste parolepronunziate con accento di sconfortodi distaccorassegnatosenz'ironica amarezzaAndrea non insistette:

-Povera Giacinta! Gli faceva pietà.

Ele stava intornoda mattina a serapremurosoaffettuosodolenteche le sue parole di consolazione non producessero nessun effetto.

Avederlo cosía sentirlo parlare a quel modoGiacinta piútosto s'irritava:

-Mi prendi dunque per una bimba? E' inutile. Ho aperto gli occhi! Lebelle parole non mi lusingano piú!

Volevamorirelo ripeteva spesso:

-Sarà dolce riposare accanto alla propria creaturinasotto lezolle umide e freschenel gran silenzionel gran buio!...

-Ma che discorsi son questi? - rispondeva Andrearivoltandosi. - Ionon aveva mai creduto che quella figliolina occupasse un sígran posto nella nostra vitanella miaspecialmentelo confesso;ma dal mio dolore capisco che il tuo dev'essere immenso. Peròbisogna prendere il mondo com'è. Che si rimedia?

Giacintalo lasciava dire. Se ne stava sola sola nella penombra della camerarannicchiata su d'un canapè.

Nonvoleva né pensarené accorgersi di vivere; e siaffondavacon un accanimento dolorosamente voluttuosoin quel suotorpore che somigliava alle sonnolenze snervanti di certe tiepidegiornate di autunno.

QuandoAndrea o qualche amica veniva a riscuoterlalevavasi a malincuorecon lentezza da sofferente; talvolta non si levava neppureericeveva le amiche a quel modoscusandosi:

-Mi sento tutta rottafiaccata... Non so. Cosíprovo un po'di sollievo.

-Invece t'impoltronisciti sfibri - le disse un giorno la signoraVilla.

-Che male c'è? Tantonon ho piú voglia di nulla!

Ilcicalio della signora Villa e di Elisa Gessi le aliava attorno gliorecchima non le penetrava nel cervello. Solamenteella riflettevache quell'Elisadopo maritataera diventata un'altra:

-Mostrava le ugnegraffiava!

Manonon voleva saperne piú niente di tutte le sciocchezzeditutti i pettegolezzidi tutte le malignità di cui le sueamiche parlavano. E se suo malgrado sorridevase accorgevasi che lasua curiosità femminile si fosse lasciata un po' sedurrerinfacciavasi questi involontari abbandoni come una colpa: e sirituffava nel suo torpore.

Finalmenteuna mattina Andrea la sorprese in salotto un po' piútranquillaquantunque dagli occhi di lei si scorgesse che avevapianto da poco.

-Hai ragione - gli disse. - Non si fa violenza alla natura. Oggi ilcuore mi si riapre alla vitae non so perché...

-Cosí mi fai piacere! Cosí ti volevo!

Giacintagli si attaccò al braccioe intanto si aggiravano persalottolentamentefermandosi a ripresecontinuava quasi sottovoce:

-SentiAndrea: cangeremo tenore di vitavivremo piú raccoltipiú isolati. Che bisogno abbiamo degli altri? Non possiamoviver felici soltanto da noi? Mi sento rinascere. Ho qui dentrol'effusione dei primi giorni del nostro amorecon qualcosa di piúsoavedi piú pacato. Ahcom'erano belli quei giorni!...Andremo in villa. Vi passeremo delle settimanedei mesi. Dev'essereuna deliziacol mare che brontola a pochi passi da un latocon lacampagna tutta verde dall'altro. Non è vero?

-Certamenteuna delizia!

-Andremo anche in barca. Ci divertiremo a pescarecome due anni fate ne rammenti? prima che la mamma morissequanto tu volevi saltareda una barca in un'altra... (ohche paura!) e tuffasti in mare.

-Se me ne rammento!

-Ma ora saremo soli; non voglio vedere altri visi. E non mi tormenteròpiú; avrò fiducia nel tuo amore. Non è unafollia vivere in continui sospetti? Ah! In quest'ultima disgraziamipareva d'essermi sperduta in una grande solitudine; e avevo paura! Edecco! sento di nuovo cantarmi nell'animo i dolci richiami dellasperanza e della felicitàcome se la vita mi s'aprissedinanzi oraper la prima voltae m'invitasse ad entrare. Dondeviene questo ripullulare del cuore? Questo rifiorire dellagiovinezza? Non lo credevo piú possibilee non mi par vero.

Eil suono della sua voce dileguava pel salottomentr'ella un po'inquieta fissava il volto d'Andreaun volto serio e pensoso.

-Perché non dici nulla?

-Perché non è facile - rispose Andrea - manifestare conparole emozioni cosí profonde. I ricordi ci lasciano unagrande amarezza nel cuorese rammentano deliziedolcezzefelicità!... Hai ragione. Avverto anch'io un peso al cuore.Pur troppoevocando il passatosi capisce che qualcosa di noi ègià sparita e non potrà piú ritornare!



V

Madopo un mese d'intermittente tranquillitàil dolorososospetto le si era di nuovo svegliato nell'animo; e si ritrovavadaccapo martirizzataesausta di forze.

-Se potessi non amarlo piú! Se una mattina mi svegliassi colcuore rassegnato o indifferente!

-Ma dunque lei crede di amarlo ancora? - le disse il dottor Follini.

Giacintagli spalancò gli occhi in facciacome s'egli avesse tentatodi strapparle un brano del cuorevivo vivo!

Ildottoreun po' sconcertatosi mise a sfogliare alcuni giornali dimoda aperti sul tavolinetto di lacca. S'era dunque ingannato?

-Con le donnechi indovina è bravo.

-Perché? - domandò Giacintadopo alcuni momenti disilenzio.

-E' inutile che glielo spieghi. Può anche darsi ch'io non abbiasaputo osservar beneo abbia scambiato un fenomeno per un altroomi sia lasciato fuorviare dalle apparenze... Forse...

-Dica!

-Forse... non sono piú disinteressato come sul principio.

-Scherza!

-E se parlassi seriamente?

-Capisco: è una gentile maniera di rimproverarmi. Ha ragione;divento indiscreta. Ma che vuole? Nessuno sa intendermi. Lei solo mitollerami compatiscecome una vera malata.

-Purché la malattia non si attacchi al dottore!

-E' impossibile; lei sa bene...

Certamentenon era possibile. Perché s'era lasciate scappar di boccaquelle parole?

-Le donne come quella amano una volta sola; le loro forze siesauriscono nell'unica battaglia della loro vita...

Escendendo le scalea capo chinoil dottore sbatteva la mazzetta frale colonnine di ferro fuso della ringhiera.

Andreapoco dopotrovò Giacinta che si asciugava gli occhi.

-Hai pianto?... Che cosa è stato?

-Nulla.

-Al solito! Ti torturi per capriccioe torturi gli altri...

Sentendoloparlare con la lingua un po' impacciata e vedendolo pallidissimoGiacinta balzò dalla seggiola:

-Ti senti male?

-Un leggero disturbo... di stomacouna cosa da nulla.

Ellagli tastava la fronte:

-Come hai ghiacce le mani! Che cosa ti senti?

Andreala guardava con gli occhi sbalorditi:

-Non so... forse quel bicchierino di digestivo... preso pochi momentiaddietro... Ero già indispostosin dal mattino...

Sibuttò sul canapèper riposarsichiudendo gli occhisforzandosi di vincere lo sconcerto...

-Una tazza di caffè? - disse Giacinta.

-Grazie. Lasciami stare; non farmi parlare.

Ellagli sedette al fianco. Andrea restava immobilesenza neppurerispondere alle affettuose strette della mano di lei:

-Il suo stomaco indebolito rifiutava i liquoriassolutamente! Nonavrebbe piú ritentato. Ed ecco un'altra distrazione che gliveniva negata. Ormai non sapeva piú in che modo affogare lasua noiala sua stanchezzala sua viltà!... Sí la suaviltà! Nessuna poteva rinfacciargliela piúenergicamente che non se la rinfacciasse egli stesso... Ma quel suotardivo svegliarsi di dignitàch'ei non riusciva a palesareche mai valeva?

Equando Giacintaaggrappandoglisi febbrilmente al collogli scottavala pelle del volto con le labbra di fuocoe gli ripetevaangosciosamente: "Fingi almeno! Sappimi ingannare!" eglis'ingegnava di mentire con tanta buona volontàche spessoarrivava fino a ingannare sé medesimo.

Nonlei!

Giacintauna mattinaaveva fatto chiamare il dottor Folliniche da unasettimana non la visitava.

-Dottorenon dormo piú. Mi dia nuovamente cloralio!

Lavoce era tremulale mani convulse.

IlFollini le gittò addosso uno sguardo scrutatoredi scienziatoall'erta:

-La crisi? Se l'aspettava da un pezzo.

-Com'è vigliacco quell'uomo! - disse Giacintanascondendo lafaccia tra le mani.

-O dunque?

-Che importa? Dev'esser mio!... Sarà mio per sempre!

Econtinuavaa scatticompiendo con l'efficacia della voce e delgesto il rapido accenno della parola:

-Potevo essere anch'io un modello di moglie... Ohprovo orrore di mestessa... Ma ho bisogno di lui. E saprò farmi amare; non sonodonna per nulla: vedrà... Questo pure è un nuvolopasseggero... Mi faccia dormireintanto. Oh! La mia povera testariposi almeno la notte!... Lo crederà? Mi era stato dettod'una vecchiad'una specie di magache prepara dei filtri d'amore(rida puredivento superstiziosa come una femminuccia!) e sonoandata da lei. Una stamberga umida e buia. Tremavo dalla pauradinanzi alla brutta megera; ma le sue parole ebberoper un momentola incredibile potenza di farmi sperare l'assurdo. E uscII dilà consolatacome se la boccetta di filtro da lei datamicontenesse davvero la mia salvezza... Ma la buttai viaappena giuntaa casavergognandomi... Noi donne siamo pazze. Ci tendiamo da noistesse una fitta rete di inganni. La colpa non è forse tuttanostra; abbiamo la testa debole. Bisognerebbe possedere un briciolodi senno di piú; bisognerebbe...

Esi fermò un istantecon le pupille fisse su qualcosa chepareva sfuggirle.

-Scusi. Che può importarle di tutto questo? - ella riprese contristezza.

-Anzim'interessa tanto!

Nelsilenzio che seguígli occhi di leigonfi di lagrimesorridevano al dottore diventato serio e muto. Un alito refrigerantele accarezzava il visoun senso di riposo ineffabile la ristorava.

Equando il dottorerizzatosi a un tratto e strettale forte la manoandò via senza dire una parolaella non si mosse; ma guardòlungamente l'uscio dietro cui egli era sparito.

-Perché non l'aveva conosciuto prima?

Eil suo pensiero si perdeva a poco a poco in una densa nebbiacomenel sonno.



VI



Andrearimaneva spesso fino alle undici della mattina a crogiolarsi nellettofinché il sole non gli penetrava in camera perl'imposta lasciata socchiusa.

Ditratto in trattosentiva nella stanza accanto il lieve fruscíodella veste della sua padroncina di casache andava e veniva. Ilsottile uscio intermedio lasciava facilmente indovinare le diverseoccupazioni della ragazza:

-Prende il caffè. - Ravvia. - Si pettina. - Legge il giornale.

Equando ella tossivaAndrea sollevava il capo dai cuscini. Quellatosse secca e insistente gli faceva male:

-Povera ragazza!

Ses'alzava un po' più prestoindugiava volentieri in casa findopo mezzogiornofumandoleggiucchiandoaspettando di sentirenell'andito il passo lesto e leggero di leie allora apriva subitol'uscio:

-Buon giornosignorina.

-Buon giornosignor Andrea.

-E' freddino oggi.

-Non mi pare.

Andreatrovava ogni volta un piccolo pretesto per trattenerlaper farlaridere.

-Donde le cava tante stramberie? - gli diceva Elvira.

-Sono il mio fondo di cassa.

Ese scappava viaaccesa nel voltoridendo ancoraegli si ritiravanelle sue stanze col cuore in un'onda soave di mestizia.

Daun mese rincasava quasi periodicamente verso le otto di seraperun'oretta.

Erasicuro di trovarla nella camera di leiinsieme col babbo e con lamammaattorno al tavolino rotondo. La signora Emiliasempre con gliocchiali sul nasoinfilava straccamente gli eterni punti della suacalza; Elvira e il signor Domenico giuocavano a dama.

-Perdeè vero?

-Vinco invece.

-Il babbotroppo indulgentela fa vincere a posta.

-Vinco per valore. Ho vinto anche lei.

-Una sola volta.

-Due volte. Ha la memoria cortaa quel che pare.

-Ma io potrei darle scacco in tre mossegiocata per giocata.

-Si provi.

Alloraquella testina chinata sulla scacchieracon le ciocchette deicapelli che le adombravano la fronte; la bella mano dalle ditaaffusolateche muoveva i pezzi bianchi lestamente; il tiepido alitoche qualche volta gli arrivava sulla facciase le si accostavainavvertitamente un po' troppogli davano una dolce sensazione dicalmad'intimo benessere; gli richiamavano in mente i giorni felicidella sua fanciullezzatra la mamma e le sorelle nella casa nativasulla riviera di Posillipo tutta smagliante di sole.

UnamattinaAndrea s'era fermato sull'uscio di quella stanzinatagliata nell'anticamera con un paravento.

Elvirasmesso di cucireaccarezzava il canino nero e peloso cheraggomitolato sul canapè accosto a leicontinuava aringhiare.

-Non le vuole bene - gli disse. - Ha paura degli estranei.

-Non ha imparato a conoscermi - rispose Andrea - ma ci faremo prestoamici. E lei come sta? Badi al riscontro dell'uscio e della finestra;può farle male.

-Oh!

Ellaalzava le spalle seccata.

-Vuol saperla? Un bel giorno manderò a spasso il dottore e lesue pillole d'arsenico e digitale. Mi guarirò a modo mio.

-Avrebbe torto.

Andreasedutosi presso il tavolino da lavoro che Elvira aveva davantiriprendeva subito:

-Gli sbocchi di sangue sono cessati?

-Quasi: ma la mammabenedetta lei! non vuol persuadersene. Ha sempreil nostro povero Eugenio dinnanzi gli occhi. Vialo dicafrancamente: le par viso da tisica il mio?... Ed ho un appetitounappetito!...

Andreaassentiva col capo:

-Síl'appetito è una bella cosa; però l'arsenicoe la digitale non bisogna trascurarli.

Unallegro brusio di ragazzi montava dalla corte; e i riflessi dellaparete dirimpettoinvasa dal solediffondevano per la stanzina unaluce mite e ridente.

-Perché non fa delle passeggiate?

-Mi annoiodi tutto.

-Si faccia animo; la bella stagione è vicina.

-Crede che mi dispiaccia di morire? Sono rassegnata. Anzianzi!...Una volta o l'altra dovrà accadere. Meglio prima che poi; avròmeno guai... Ma lasciamo questi discorsi. E il suo miracoloilfamoso miracolo delle carte da giuoco che debbono rimanere attaccateal soffitto a un suo semplice comando? Quando me lo faràvedere cotesto gran miracolo?

-Ah! Bisogna pagare per vederlo - rispose Andrea affettando gravità.

-Quanto? Un centinaio di mila lire? Una cosina da nulla; eccole qui.

Stesela mano a un pezzettino di carta efattovi su col lapis unghirigoroglielo porseridendo:

-Un buono per la Banca... dei miei sospiri; sarà pagato avista. Ora vado di là a prendere le carte e a chiamare lamamma.

MentreGeracelevatosi in piedirimescolava solennemente il mazzoeracomparsa sull'uscio la signora Emiliapallidascarna coi grandiocchiali sulla punta del nasoe la calza pendente dal filo passatodietro il collo. Guardava tristamente la sua povera figliolacheseguivaattentissimal'operazione di Andrea.

Questirimboccatesi le maniche del vestitostrette le carte fra l'indice eil pollice d'una manole faceva scoppiettare con l'indice e ilpollice dell'altracome un prestigiatore:

-Osservi bene. Sono le sue carte; non gliel'ho mica scambiateattentadunque: incomincio!...

-Chi sa quale scherzo sta per farmial suo solito?

-Lo crede uno scherzo? Alloraallora...

-Nono; un miracolone!...

-Voilà! Al mio comando...

Elvirasopraffatta da un repentino nodo di tossediventata livida in visos'era abbandonata sul canapèportando il fazzoletto allabocca.

-Non è nulla- si affrettò a direrimettendosi quasisubito. - E' passato: non è nulla.

Manon poté nascondere il fazzoletto senza che Andrea non siaccorgesse della macchia rossa rimastavi impressa. La signora Emiliaera scappata via per non farsi vedere dalla figlia con le lagrimeagli occhi.

Andreaposò le carte sul tavolino:

-Si riguardi; continui la cura...

-Non prenda ora questa scusa...

-E' impossibile; non saprei piú far nulla. Rimandiamo ilmiracolo a un'altra volta. Ma si riguardisi riguardi!



VII

Ilrosso di quella macchia di sangue gli era rimasto cosí nellamenteche nel salotto della contessa lo vedeva rifiorire sullelabbra di lei e della signora Villasul tappetosui mobilisu leparetisui cristallisu le doppie tendebianche e grigiechemoderavano il luminoso sorriso di quella giornata primaverile; edisteso sulla poltronale mani nelle tasche dei calzoni e le gambeaccavalciatesocchiudeva gli occhi per evitarne l'opprimentepersecuzione.

Intantola signora Villanel vano della finestracontinuava sotto voce lesue confidenze a Giacinta. E si accendevae gesticolavae le sichinava quasi sull'orecchio per dare piú efficacia a certeparole: poi rizzava il capo e la guardava fissainterrogandola anchecon lo sguardo:

-Ho forse torto? Ho forse torto?

Queidissapori tra l'Ernesta e il suo amante interessavano poco Giacinta;maper convenienzamostrava d'ascoltarli attentamentedandoragione all'amica con lievi accenni del capovoltandosi di tanto intanto per osservare Andrea che pareva assorto a contemplare glistucchi dorati della volta.

-Ne riparleremo - conchiuse la signora Villa. - Cara miasono stufa!

Andreas'era alzato per salutarla al passaggio.

-Gerace - ella gli disse - che trista cera avete oggi!

-Ho dormito pocoed ho una tale accapacciatura!

Peròqueste scusepronunziate con visibile impaccionon persuaseroGiacinta. Il suo cuore di donna già presentiva un pericolo.

-Che ti è accaduto? - gli domandòappena la signoraVilla fu andata via.

-Nulla! Nulla!

L'insolitavivacità della risposta la colpí.

-Hai dei segreti per me?

-Vorresti farmi una colpa anche del mal di capo?

Peralcuni minuti stettero zitti. Andrea picchiava con la punta dellamazzettina sul tappeto; Giacintadi facciacon la fronte corrugatasi mordeva le labbrasfilacciando nervosamente la frangia dellacravatta di seta che le scendeva sul petto.

-Hai perduto la parola?

-Senti - disse Andrearizzandosi bruscamente sulla vita. - Da qualchetemposei diventata assai strana. Mi rimproveri senza motivo; mitratti come un amante venuto in uggiaquasi cercassi un pretestouna scusa per romperla. Questa vita di diffidenzadi sospettidirancori nascostioh! è insopportabile! Tu pretendi l'assurdo.Non si può esseretutti gli annitutti i mesitutti igiornidello stesso umore. I nervila stagione... che so io? Ognianno che passa ci lascia cambiati. Si diventa piú seri; siguarda la vita da un altro punto di vista; si ama quanto primaforsepiú...

-O si finisce d'amare!

Andrearestò confuso al tono freddo e vibrato della risposta.

-A chi alludi?

-Non a mecertamente. Io mi striscio ai tuoi piedicome un verme;ioche ti ho dato spontaneamente e generosamente tutta me stessaora mi rassegno a chiedertiquasi in caritàquel ricambiod'affetto che avrei diritto d'esigere; io... io che ho abbassato ilmio orgoglio di donna fino a implorare una terribile dichiarazioneche potrebbe uccidermi sul colpo!... E tu intanto? Non sai parlarmischietto; t'avvolgi in una nebbia di mezze negazioni che complicano inostri equivoci e ne creano dei nuovi. Fai di piú: inverti leparti. Ah! Son io che ti tratto da amante venuto in uggia? Sono io?Mia madre aveva ragione: "Povera illusatu che credi all'amoredi un uomo; povera illusa!". Símia madre aveva ragione!

-E colui che crede a quello di una donna?

-Che intendi dire?

Andreas'alzò dalla poltronamasticando una risposta.

-Parlaparla! - insisteva Giacinta.

-Parlerò; non voglio piú fingere!

Ellarimase a guardarloansantesollevando lentamente la personatesaverso di lui come per aiutarlo nello sforzo.

-Sono geloso!... Quel tuo dottore... - balbettò Andrea.

-...E' geloso?

Giacintase lo ripeténon osando credere ai suoi orecchi; poicon unoscatto di gioiagli si gettò al collo:

-E' geloso!... Fanciullo!... E hai potuto sospettare?...

Andreache non s'attendeva questo scoppionon osava di resistere.

-E hai potuto sospettare!... Oh!

-Non negarlo - egli risposetentando debolmente di svincolarsi. -C'è stato un giorno...

-Síperché negartelo? C'è stato un giorno in cuiper disperazionedesiderai di poterti non piú amare. Credettinon mi restasse altro che rimpiangere la mia felicità mortaper sempreil tuo affetto svanito! Ma... come non amarti piú?E' mai possibile?

Esi stringeva a lui con un gesto di paurosaquasi ci fosse líqualcuno che volesse rubarglielo. Andrea sorridevastentatamentesentendo già allacciarsi da una nuova e irresistibile malia.Quelle mani tremanti di commozione che gli brancicavano i capelli ela fronte; quella voce stranamente melodiosache gli carezzava gliorecchi e gli ricercava il cuore con un deliziosissimoserpeggiamento; quelle pupille accese dai crescenti bagliori d'unafelicità non speratagli producevano il solito effetto dirammollirgli le ossad'intorpidirne la volontàdistroncarlocom'egli diceva.

Giacintapresolo per le manidondolando lentamente la personacontinuava aparlare con quella voce stranamente efficacesimile a un mormorio:

-Che sciocchi siamo stati!... Ma non ricominceremo; abbiamo soffertotroppo. Capisci? Col tacere si fa peggio; le ombre prendono corpounfuscellino sembra un trave... Geloso? Ma non lo ripetere!... Vuoi cheil dottore non venga piú qui? Sarà fatto subito...No?... Che vorresti dunque? Son pronta a tutto... Ah!... Un'idea. Setu venissi ad abitare il quartierino del secondo piano?

-Ti pare? La mia condizione è abbastanza difficile. La gente...

-La gente? - lo interruppe Giacinta. - Ne ho mai tenuto conto?

-Nonosarebbe un capriccio soverchio...

Eintanto che svincolatosi da lei si lasciava cadere sul canapèaccostoGiacinta con un rapido movimento gli si sedeva sulleginocchiaavvolgendogli di nuovo le braccia al collo:

-Mi vuoi bene?

-Sí.

-Mi vorrai sempre benesempre?

-Sempre!

-Ohse un'altra Adelinavenisse a legarci ancora piú forte!

-Ma!...

-Come ti voglio bene!

Andreavintola faceva saltare leggermente sulle ginocchia baciandole eribaciandole una mano.



VIII

-Ohecco Gerace! - esclamò il Rattiche s'accorse il primodell'entrata di lui.

Inquella stanzetta sul mezzanino del Caffè della Panteracolpretesto di bere fra amici un bicchiere di Chianti o di vinomarchigianosi faceva quasi ogni sera un giochetto d'azzardodavincervi o perdervi belle centinaia di lire.

Andreamancava di rado; un'aura di fortuna lo favorivadopo una disdetta diparecchi mesi. Quella sera però non si sentiva in vena; era dicattivo umore.

-Nonon seggo - rispose al Rattiche voleva fargli posto accanto asé.

Eandò vicino al cavalier Mochida cui gli era stato accennatod'accostarsi.

-Sapete? L'ha messo alla porta il povero Merli.

-Come ne sarà contento! - rispose Andrea.

-Ahquesta è carina!

-Che c'è di nuovo? - domandò Poratialzando il suofaccione apopletticorimescolando le carte.

Mochiripeté la risposta d'Andrea.

-Non è carina?

-Perfetta!

Mentretutti ridevanoil Mochi s'era piegato verso l'orecchio delricevitoreche si mangiava i baffi zitto zitto.

-Un giorno o l'altro - gli disse - Giacinta farà lo stesso conlui. Il dottor Follini sta per dargli il gambetto.

Coluicontinuò a rodersi i baffisenza rispondere; perdeva.

-Ecco il vostro fante di cuori! - esclamò il Poratirivolgendosi a Gerace.

Andreadopo aver risposto col capo che quella sera non giocavaa un trattomutato parerecavò dal portamonete un biglietto da cinquantalo avvolse a pallottola e lo buttò sul tappeto verde. Il fantedi cuori vinceva.

-E bisogna anche pregarvi! - disse il Porati con stizza.

Rattiinsisteva perché Andrea andasse a sederglisi accosto:

-Voi portate fortuna.

MaAndrea girava attorno al tavolinofermandosi dietro le spalle di chiteneva la manolasciando sul tappeto la sua postache siraddoppiava ad ogni colpo.

Trovatosivicino al Rattiquesti lo afferrò per la falda del vestito:

-Senza di voisarebbe stato un vero disastro per me. Non vi lasciopiú andare.

Lecarte erano ritornate in mano al Poratiche le mescolavane facevadei mucchietti da rimescolare a parte accuratamenteper rompere lasua disdetta. Quei tre biglietti da centoche Andrea lasciava lísul tappetogli facevano gola e se li divorava con gli occhi. Macome perdette anche luibuttò via le carte e si alzòdal tavolino sbuffando. Si alzarono tutti.

-BadateGerace - venne a dirgli il Mochi. - Da qualche tempo in quavoi vincete spessissimo... Non è buon indizio. Fortunato inamor non giochi a carteinsegna il proverbio... E quel povero Merli!Dev'essersi ridotto noioso parecchiocol suo romanticismoseneppure l'Ernesta non ne ha potuto piú.

-E' un bravo ragazzo - rispose Andrea.

-Certamente. Ma noioso. Buona nottesignori.

Eil Mochi andava viaaggiustandosi la lente all'occhio sinistrosorridendo appenacon le labbra un po' contorte.

Neltornare a casaAndrea s'era sciorinatocome per scuotersi d'addossonella frescura notturna l'opprimenteindefinito malessere portatovia da casa Grippa di San Celso. Nell'anticamera accese un cerino einfilò l'andito in punta di piedi. Mapassando davantil'uscio a cristalli della camera d'Elviraal vederlo socchiusosifermò: e accese un altro cerino.

-Era una dimenticanza?... O la povera ragazzasentitasi venir maleaveva aperto l'usciochiamato al soccorsoe nessuno aveva udito?

Stavaper affacciarsi dentroma si trattenne:

-No; poteva sembrare una sconvenienza.

Esempre in punta di piedipassò oltre.

AppenaElviraagitandosi sul lettofu ripresa dalla tosseAndrea si misead origliare dietro l'uscio chiuso a chiaveche separava le duecamere:

-Povera ragazza! Dorme cosí poco la notte!

Altossicchiare dell'ammalata egli provavaogni voltaun senso dioppressione al pettoun'intima commozione dolorosadella qualeintantosi compiaceva. Quella sera peròil ricordo dellascena con Giacinta lo spingevanegli intervalli di silenzioadivagare:

-Come s'era impigliato da sé stesso in una rete piúfitta! Gli accadeva sempre cosí! Gelosolui? Nemmeno persogno. Avrebbe abbracciato con gratitudine chi fosse riuscito asoppiantarlo... Sí? Menti. Alle strettediventi vile! - eglis'interrompevaapostrofandosi a bassa voce. - Perché non erastato coi volontari di Garibaldi? Non gli era bastato l'animo. La suaschiavitúin fondo in fondonon gli dispiaceva!

Sela rinfacciavaspietatamenteper incitarsi con la vergognainsistendoecco nell'altra camera un lieve rumore di tazza o dibicchiere posato sul marmo:

-Povera ragazza! Ingoia tanti intrugli!... E sarà inutile:morrà consunta!

Albrivido che gli corse per la schiena restò immobilecogitabondo.

Ementre la gentile figura d'Elvira gli sorrideva pietosamente nellafantasiacome una bella visione inondata di mite luce argenteaeccol'altraquella di Giacintache gli si piantava di facciamutasenza un gestoterribilmente irta di rimproveri...

-Che colpa n'aveva lui? C'entrava forse la volontà nelmutamento del suo cuore? Non si ama quando si vuolema quando sipuò. Ah! La sua vera e sola colpa era il mentire! Che vita!...Che catena!... Diocome le si spezza il petto a questa poveraragazza!

Loscricchiolio del lettino ad ogni scossa di tossegli pareva proprioquello di tutte le costole del magro corpicino dell'ammalata.

Stetteancora un pezzo in ascolto; poisentendosi intirizzirecominciòa spogliarsi. E così in maniche di camiciaaperto senza farrumore un cassetto per riporvi delle cartetrasalí alla vistadel ritratto di Giacintacheora tenuto nascostogli era balzatosotto gli occhi come un'improvvisa apparizione.

Latesta china da una parte un po' indietrocon lo sguardo intento chepareva volesse penetrargli sino al fondo del cuorela boccaingrandita dall'esagerazione delle ombrele labbra quasisarcasticheil mento rilevatoche spiccava sul nastro di vellutonero attorno al collo; l'atteggiamento della personacon quellatunica di felpa biancadal largo baveroallacciata con grossicordoniil gesto con cui teneva fra le mani il ventaglio; tutto ledava un aspetto civile e superbo che in realtà non aveva.

Andreala guardavascrollando il capo:

-Era ben cambiata!... Ah! I bei giorni del loro amore non sarebberotornati piú... Ed eran passati cosí presto!... Chesbaglio per tutti e due!

Alrapido svegliarsi di tanti dolci ricordis'impietosiva per lei e persé.

-Quell'attaccamentoquella sommissione d'animale domatononl'avrebbe mai vinta? Mai?

Ealzava rabbiosamente gli occhi al soffitto.

-Aveva torto!... Era un ingrato!... Fatalità! La sualiberazione però doveva arrivare!

Eil portafoglio di bulgaro ch'egli contorceva tra le manimandava unleggiero scricchioliofacendo le boccacce dagli scompartimentifoderati di seta celestepieni di biglietti di banca.

-Settecento lire!

Lobuttò con disprezzo nel cassetto e si dispose a entrare inletto. E intanto che finiva di spogliarsii suoi occhi neri egrandiluccicanti d'aviditàerano abbagliati da una confusafantasmagoria di carte febbrilmente rimescolatedi mucchi dibiglietti di banca e di monete d'oroche apparivano e sparivanosopra un tappeto verdecontinuamente.



IX

Questavolta la tranquillità di Giacinta durò appena unaquindicina di giorni.

Ellatentava di confortarsi.

-Il dolore ci lascia un'incancellabile impronta; per questoforseora non posso più sentirmi pienamente sicura. Com'èdifficile l'esser felici! Ci si abitua. Ci si abitua piúfacilmente a le sofferenzeai tormenti! Giàinterrotta unavolta la corrente di scambievole fiducia che lega due amantinon siriesce a rimetterla nello stato di prima. Rassegnamoci! I morti nonrisuscitanodice il dottor Follini. E' vero! E' vero!... E il miocuorequesto povero cuoreè forse rimasto lo stesso?

Selo domandava quel giorno con un senso di terrorerisalendolentamente il corso del suo passatoquasi guardandosi attorno perevitare un'insidia.

Ilcanarino cantava ne la bella gabbia doratariempiendo il salottod'acuti gorgheggi. Ed ellacon la testa fra le manii gomitiappoggiati sul tavolinolo sguardo perduto nello spaziorivivevacullata da quel cantola sua trista infanziala sua dolorosagiovinezza. Rivedeva luoghipersone da un pezzo non piúvisteo sparite; sentiva voci che tacevano da anni; provava di belnuovo sensazioni dimenticatepalpitando e soffrendo al ricordo dellesue prime lottedelle sue disperazioni di ragazza; feliceper unistantedell'immensa felicità allora conquistata a un prezzosenza parial prezzo di tutta sé stessa.

-E poi?... E poi?... Ohsíil suo cuore era anch'essocambiato! Restavatuttavia incredulaper riflettereper fare ilsuo esame di coscienzaper scrutarsi l'anima spietatamente...

-Che? Poteva illudersi ancora?... Nono!

Eintanto la bionda visione del dottor Follini continuava a starledinanzi. Le sembrava ch'egli le parlasse con un accento di grandepietàla guardasse compassionevolmentecome quando ellaaveva dovuto dirgli: "Non mi guardi cosí; mi fasoffrire!"

Nelvederlo comparire in personaquasi evocato da quell'intima voce chele ragionava di luiGiacinta rimase muta.

-Entro soltanto per salutarla - disse il dottore - e per avvertirlad'una cosa. Quel Battista è un imbecille. Il contenel suostatoavrebbe bisogno di un servitore piú abilepiúrispettoso. Or ora ho sorpreso Battista che si divertiva acontrariarloa farlo arrabbiare. L'ho sgridato; lo sgridi anche lei.

-Lo sgriderò - rispose Giacinta macchinalmente.

-Si sente male? - riprese il Follinidopo alcuni istanti di silenzio.

Ellalo guardavaquasi non avesse intesocon le sopracciglia corrugate egli occhi mezzo chiusi.

-E' un cattivo momento - disse il dottoresorridendo. - Scappo via;ho fretta pe' miei malati.

-Non sono un'ammalata anch'io?

-Ohsí! Ma una di quelle capricciose che si ostinano a nonvoler guariree si compiacciono anzi del proprio male.

-Non mi ha mai dato un rimedio.

-Il rimedio verrà da sé. Per certi malidel corpo edell'animabisogna lasciare che agisca la divina Naturamediatrice... Scrolli pure la testa... Vedrà.

-Non sa dirmi altro!

Ildottoreun po' piccatorispose subito:

-A rivederci. Scappo via.

Giacintalo trattenne per la mano ch'egli le stringeva con brevi scossettine.

-A rivederci! - soggiunse anche leitutt'a un tratto.

Elo lasciò liberoreprimendo un sospiro.

-Ah! Dinanzi a lui perdeva ogni sua forza; diventava timida; nonsapeva neppur parlare! Ma che avrebbe potuto dirgli?... Vi amo?...Non lo amava; non sarebbe mai divenuta la sua amanteohno!... Checosa dunque?

Eppuresentivasi attratta verso quell'uomo da un cosí fortesentimento d'elevazione purificatriceche il semplice contatto dellamano le produceva una sensazione d'inesprimibile confortodiristorodi calma.

Edorarimaneva líchimerizzando dietro quella visione biondache pareva fuggita rapidamente viaportando seco qualcosa di leinell'ardue altezze dello spaziodove era impossibile raggiungerla...

-Perché non l'ho conosciuto prima!... Perché non l'hoconosciuto prima!

Sirizzòsubitamente impalliditacome se una voce insultante leavesse soffiato in un orecchio: e Beppeeh?

-Ah!... Beppe! - balbettònascondendo il volto fra le mani.

Cosíaveva fatto dianziquando il testone arruffatoi grandi occhi nerie le labbra carnose di quel tristo l'avean fatta fremere tuttaconun brivido ghiaccioricordando.



X

Dauna settimanaper espiazionecome un po' superstiziosamente sel'era impostoella passava un paio d'ore al giorno in camera delconteda solo a solo.

Quellamattinatornando da una visita a Elisa Gessi che aveva partorito ilsuo primo figlioGiacinta era entrata distrattamente dal marito collargo cappello all'Ernanistretta nella mantiglia ornata di trinale mani infilate nel manicotto di volpe azzurra che le pendeva dalcollo.

Ilconteancora a lettosollevatosi sul gomitoa bocca apertaagitando la punta della lingua fuori dei dentila guardò unpezzetto con aria attenta e concentrata: non la raffigurava. Ilmalefico germetrasmessogli nel sangue dalla sua nobile razzadeperitasi era sviluppato in cinque anni con sí spaventevolerapiditàch'egli già pareva un vecchio decrepito; sireggeva male sulle gambe infrolliteconnetteva poco e riconosceva lepersone soltanto a intervalli.

-Battista!... Battista!... - cominciò a urlare.

-Che vuoiGiulio? Son qua io - disse Giacinta.

Manon osava accostarglisi. Un senso di paura e di repugnanzainvincibile la inchiodava dappiè del lettoa quattro passi didistanza.

-Battista!... Battista!...

Ilconte si voltava di qua e di làchiamandobrancicando lacoltrecercando sulla seggiola vicina qualcosa che non trovava:

-Il mio vestito?... Mi han portato via il vestito...

-Rimani a letto; il dottore vuole cosí.

-Mi han portato via il vestito - egli ripeteva. - Siete voi ildottore?... Tastatemi il polso... Mi han portato via il vestito!

Ognigiornoa ora fissaverso le undicila idea di levarsi da lettoper andar viagli si ridestava ostinatissima nel cervelloringrullito:

-Che faccio qui solo?... La contessa mi aspetta... Voglio tornarmene acasa mia...

-Ma non t'accorgi che son quie che sei in casa tua?

-Sei qui?... Ohbene!... Mi fa proprio piacere... Battista!...Battista!... Non trovo piú il mio vestito.

Urlòdivagòancora un pezzoper quella fissazione di tornarsene acasa sua dove la contessa lo aspettava; poi rannicchiatosi tra lelenzuolachiuse gli occhi e parve dormisse.

Giacintagli si era seduta dirimpettopresso la finestraripetendo le stesserisposte alle stesse domande incoerentirispondendogli sempre condolce pazienzaquantunque lo spettacolo di quella creatura umanaridotta a una vita quasi animalela facesse soffrire. E restava lícon gli occhi intenti su quel corpo immobileagitata da una ideache non le riusciva di scacciaredall'idea che il povero cervello dilei non dovesseun giorno o l'altrosconvolgersi parimenticome unorologio in cui si sia rotto qualcosa.

-Certe volte... oh Signore!... le pareva d'impazzire?

Ecol restar lìcostretta soltanto dall'impero della propriavolontàella intendeva di fare un grand'atto d'espiazioneuna vera penitenzaa fine di scongiurare quella cattiva stella dacui sentivasi minacciata piú da vicino in quei giorni...

-Lo capiva da certi indizichiaramente!

Ilconte riaperse gli occhibrontolando:

-Mi lasciano solo! Mi fanno patire la fame!

Unaforte scampanellata fece accorrere Battista.

-Il conte non ha ancora fatto colazione?

-La colazione è già prontasignora contessa. Ma io nonsapevo se...

-Portatela subito.

Accostòella stessa alla sponda del letto il tavolinetto a tre piedi e vistese il tovagliolo.

-Suoneròquando avrà finito - disse a Battistalevandogli di mano il vassoio con la zuppierina.

Depostoil manicotto sulla poltronaella serviva il conteporgendogli aduno ad uno i biscotti ch'egli andava intingendo nei tuorli di uovasbattuti mescolati col caffè; mettendogli in mano ilcucchiaiose un pezzettino di biscotto cascavagli nella zuppiera;badando a rincalzare sulla rimboccatura delle coperteche il contescompigliaval'altro tovagliolo messovi sopra perché non leinsudiciasse. Egli intanto mangiava golosamentesenza alzare ilcapolanciando bieche occhiate ai biscotti e alle mani di Giacintase mai non gliene rubasse qualcuno.

-Graziegrazie! - disse all'ultimo. - Ora mangiate voi... Non voletemangiare?

Giacintauscí di camera lentamentevoltandosi a ogni due passi. Quellacreatura umana tornata a rannicchiarsi sotto la coltre con la voluttàd'un animale sazio di cibole stringeva il cuore.

-Come sei bella quest'oggi! - le disse Andreavedendola entrare insalotto e andandole incontro.

Giacintaalzò la testa e si fermòtutto commossadall'orgogliosa soddisfazione che ravvivava cosí inattesamentela moribonda fiammella della sua speranza:

-Ah!... Poteva dunque strappargli ancora una parola d'ammirazione?

Dapiú giorni un penoso silenzio rattristava il salottoquandoella e Andrea rimanevano solil'uno di faccia all'altra; e Andreadisteso sulla poltronacon gli occhi mezzo addormentatile bracciastirate sui bracciuolile mani ciondolonilasciava sfuggireannoiatamente gli intermittenti sbuffi di fumo del suo (virginia>).

Giacintariprendeva spessoad alta vocela lettura d'un romanzoperforzarlo a tendere l'orecchioa prestare attenzioneper impedirglicosí d'andarsene via col pensiero lontano da lei. Talorasmettendo di leggeregli domandava a un tratto:

-Ti pare una cosa possibile? Non èper lo menoun'esagerazione?

-Tu prendi i romanzi sul serio!

-Ma infinesul serio o noè assurdo che una donna parli eagisca in questo modo. Riflette tropposi osserva troppo da sé.La passione ragiona forse?

-Dovresti dirlo all'autore.

Eglinon voleva discutere. Temeva che dai finti casi del romanzo non sipassasse - gli era accaduto due volte - al loro caso reale. Perchéinasprire la piaga?

-Dovresti dirlo all'autore - ripetevasenza voltarsi.

-Non l'ho mica con te!... Mi fai stizza.

Giacintachiudeva il libroimbronciata; e il silenzio tornava a pesarenell'aria del salottosinistramente Andreaosservando con la codadell'occhiosotto le palpebre abbassatel'irrequieto incresparsidelle labbral'abbuiarsi degli occhi di leidove passavano eripassavano nuvoli di dispettonon osava neanche rimettersi ilsigaro alla boccaper non provocare una scena. I diverbi giàscoppiavano cosí facilmente tra loro! Cosí facilmentele parolele frasi piú dure prorompevano dalla collera ditutti e due!

-Non era un divertimento!... E il suo destino lo teneva lílegato mani e piedipeggio d'uno schiavo!

Alloraegli scattava dalla poltronaper riscotersiper difendersi controla tormentosa oppressione di quell'uggia...

-Sei già stanco... d'annoiarti? - gli diceva Giacinta.

-Chi dice che m'annoio?

-Lo veggotuo malgrado.

Andreasi lasciava ricadere sulla poltrona:

-Hai ragione! Hai ragione!

El'ironica amarezza della voce costringeva Giacinta a non insistere.

Maquell'esclamazione: "Come sei bella quest'oggi!" le parvecosí spontanea e cosí sincerach'ella si mostròin tutta la giornata piú compiacentepiú sommessa delsolito. Risero anchecome da gran tempo non accadevaquando Andrearitornato di buon umoreprese a parlare del bambino dei Gessi.

-Uno scimmiottino! L'Elisa dovrebbe vestirlo col casacchino rosso e ilcappellino a tre puntemettergli in mano i piatti di latta eportarlo attorno per le fiere. Il Gessi suonerebbe la grancassa: bumbumbum! Avantiavantisignori! lo scimmiottino addestrato cheballasuona e fa l'esercizio a fuoco! Avantisignori? Bumbum!

Peròquando fu solaripensando a quell'esclamazionesi sentíoffesa e avvilita:

-Come sei bella quest'oggi!... E il mio affettoi miei sagrifizilamia abnegazione non contano dunque nulla per lui?... Non c'èdunque altro per lui che questa vana apparenza?

Epur cedendo ogni giorno all'impulso dell'amor proprio con le minutecure per rendersi piú bellapiú attraentetremavaconvulsanell'abbigliarsinell'arruffarsi le ciocchettine sullafrontenell'appuntarsi un fiorenell'annodarsi un nastro al collo:

-Come una meretrice! - esclamavaportando le mani agli occhiper nonvedersi nello specchio.

Avevaribrezzo di sé stessaquasi acconsentisse a denudarsi a pocoa poco in pubblicoper far piacere a quell'uomo.

-Fin dove arriverebbe?

Virifletteva suatterrita di sentirsi in tutto il corpo il sordorinascere delle brutali sensualità che l'educazione e la vitacivile comprimono o uccidono in germe. E nei soliti mercoledíche conservavano sempre la loro voga e le servivano a mascherare unasconfitta che sarebbe stata un trionfo pei suoi nemicise incontravalo sguardo del Follinicosí serenocosí pieno dicompatimentoabbassava gli occhi mortificata. Il disgusto del suostato la rivoltavale dava la nausea.



XI

Oramaiella viveva alla giornataaspettandosi da un momento all'altro unacatastrofe. Quale? Non avrebbe saputo dirlo; ma l'ansialaprostrazionebenché si sforzasse di nasconderlele sileggevano in viso.

Siabbandonava. Ogni giorno che passava le pareva tanto di guadagnato.Andrea mostravasi buonoaffettuoso? Mostravasi freddoquasiindifferente? Era lo stesso per lei.

-Mi pare che tu non stia bene - le disse una sera la signora Villa.

-No - rispose Giacinta. - Che ti passa pel capo?

Ridevascoteva la testacome se Ernesta Villa avesse detto qualcosad'assurdo. Ma colei la guardava un po'incredulaun po' intrigata: inquel risoin quella vivacità di risposta c'era un che di cosísforzatodi cosí eccessivo da far pena.

Giacintase n'accorse.

-E tu? Come ti trovi ora? - le domandòper deviare ildiscorso.

-Chiodo schiaccia chiodo - rispose la signora Villa tranquillamente.

-Dev'esser una cosa assai triste!

-La prima volta sí; ma ci si abitua subito. Gli uominicaramiaal giorno d'oggi... Provatone unogli hai provati tutti.Comincio a credere che i mariti (sia detto tra noi) valgono piúdegli amanti. Se non checapisci?...

Giacintanon capiva nulla.

Neimomenti piú desolatiquando giungeva ad esclamare: - Perchénon faccio come le altre? - all'idea d'un secondo amante abbrividiva.

-Come fanno a mutar d'amante ogni stagione?

Alloranon si abbandonava piú alla fatalità della sua sortenon si lasciava andare come un corpo morto in balia delle circostanzee del caso; la impotenza della rassegnazione si mutava in furore. Evoleva riprenderselo tutto per sé quell'uomoche tentava difuggirle; trattenerlo fermocol valido polso d'una voltaanche adispetto di lui; fargli sentire nuovamente la saldezza del suocaratterela prepotenza del suo affettodomarloprostrarloattaccarselo con ogni mezzopoiché sapevasi la piúforte.

Ela tempesta scoppiava.

-Come sei ingiusta!- disse Andrea uno di questi giorni.

-Sta zitto!... Non recitar la commedia!

-Come sei ingiusta!

Ellalo squadrava da capo a piedifieramente. Era già sicurach'egli mentiva; pure replicò!

-Se tu menticommetti un'infamia! Se tu menticommetti un'infamia!

-Ah!... Commetto un'infamia? - esclamò Andreascattando inpiedi. - Ma l'ho commessa egualmentepeggioavvilendo la miagiovinezza con questa catena strascicata al piede sei anni! L'hocommessa nel darti tutto il mio cuoretutta la mia vitatutto ilmio avvenirenel sacrificarti la mia dignità d'uomola miacoscienzaogni cosa... corpo e anima... ogni cosa! Ma la commettotuttavianon tentando di ribellarminon osando d'alzare il capocontinuando nel sagrifiziomentre il mio cuore mutatola miacoscienza scossa mi torturanom'insultanonon mi lasciano in paceun momento!... E tu mi rimproveri? E tu levi la voce? Non ti accorgidunque ch'io soffro piú di te? E chese mentoè perteunicamente per te?... Per pietà di noi?...

-Taci! Taci! - ella gridò.

Ungroppo di pianto la strozzava.

Andreasbalordito a quell'incredibile suo impeto di sincerità e dicoraggioscappava via per le scalecome se avesse commesso undelitto.



XII

Giacintaera rimastatutta la nottataseduta a piè del lettocon ilcapo rovesciato sulla spondale braccia abbandonateagonizzantesotto i colpi di quel dolore che tardava ad ucciderla. Di tanto intanto alzava la testaapriva gli occhi smarritisi passava le manisulla fronte.

-Non era dunque un orribile sogno?...

Ericadeva nella prostrazione che la teneva lí senza motoquasisenza pensieroda tante ore; da un'infinità di annilepareva!

Dallestecche rialzate della persianail sole accendeva strisce e punti diluccicanti riflessi sui mobilisugli oggetti di cristallo e diporcellanalasciando in penombra uniforme tutto il resto dove nonfrangevasi la viva punta dei suoi raggi. E a un trattoin quelsilenzio e in quel teporeche sembrava tenessero in deliziosasonnolenza anche gli oggetti inanimatiarrivavada la vialastridula voce d'un organino suonante una melodia del Ruy Blas.

-Nonon era un sogno! Era la verità! Aveva parlato lui!Proprio lui le aveva ingratamente rinfacciata la sua passione... e lesi era rivoltato contro...

Unosbuffo di pazzia tornava a montarle al cervello.

Oh!...Avrebbe voluto meritarselo almeno! Avrebbe voluto meritarselo conqualcosa di spregevoledi ributtantedove la sua coscienzala suavolontà fossero intervenute deliberatamente!... Quel suomiserabile cuore diceva di noquelle sue vilissime carni fremevanodi ripugnanzaavrebbe dovuto buttarle in preda al primo capitatoper sbarazzarsi d'ogni scrupolod'ogni pudore! A che le servivanopudorescrupolicuore? Solo a renderla infelice!... E poichénon potevanono!... e poiché non sapeva...!

L'organinoaveva ripreso da capo: (Oh dolce voluttà! Desio d'amorgentil>)! Uno schernoin quel punto. E le pareva che il lettolepoltronei mobili della camera le danzassero attorno una riddainfernalegridando confusamentegettandole in faccia tutte le gioieda lei godute in quel santuario d'amorequando la loro felicitàera al colmo ed ella non chiedeva più nulla né allaterrané al cielo! E le pareva che quei testimoni di tantedolcezze ora ghignasseroirridendolain una perversa esultanza: efacessero volar per ariaa folatetutte le sue parole d'affettotutte le sue carezzetutti i suoi bacicome inutili cencialudibrio contraffacendolasbertandola fra ringhi e fischiquasivolessero chiudere con tal chiasso indecente quell'ultima scena delsuo dramma.

-E poiché non poteva!... E poiché non sapeva... Ah!meglio morire!

Latesta le scoppiava. La bocca era riarsa. Ella aveva giàavvertite delle interruzioni nella sua intelligenzalungo lanottataquando il passato e il presente le eranoa poco a pocospariti dinanzi; quandostupidamente fissa verso un punto luminosoun oggetto vicinoun fiore della tappezzeriaera rimasta a guardarea lungoa lungosenza vederesenza capireproprio come unapazza...

-Meglio morire!

Ilcastello incantato della sua passione era crollatoda cima a fondoalle terribili parole di Andrea. Perché piú viveredunque?

-Meglio morire!

Cessòdi piangeres'asciugò il volto. Aperti i cristalliaspiròavidamente l'aria fresca che invadeva la camera: poi corseall'armadietto d'ebano.

-Dev'essere qui - mormoravarovistando i cassetti. - Deve essere qui.

Frugavadisfaceva gl'involtini che le capitavano tra le maniributtandoindietro oggetti e carteimpazientissima. Non trovava nulla.Arrivata all'ultimo cassettolo vuotò intieramente; dal fondoun boccettina ruzzolò.

-Eccola!

Ellasorrideva tristementescotendo il capo. Il cuore le batteva forte.Una lassezza dolcissimasimile a quella provata alcune volte nei piúbei momenti di felicitàle rammollava gambe e bracciaementre non sapeva staccar gli occhi dal chicco nerastro chiuso nellaboccettinasentivasi lentamente invadere da una pace profonda.Finalmente era prossima a staccarsi dalla vita e da ogni vanitàdi essa! Finalmente si sarebbe addormentata per sempre nel fatalesonno del curare!...

-Grazie! Grazie! - mormoravabaciando la boccettarivolgendosi versoa un assentea cui non era mai stata cosí grata come in quelmomento.

Sisentiva forte. Durante la terribile nottel'energia del suocarattereche la passione e il dolore avevano negli ultimi mesialcun poco infiacchitaerasi destata con la vigoria di una volta.Pureella stava in guardia contro sé stessaa quel vivoripullulare di ricordidi sensazioni e di sentimenti che parevacercasse di stornarla dal tristo proposito.

-No; voleva morire... Doveva morire! Era vita la sua? Una continuaagonia!

Mai ricordi insorgevanola spingevano indietrofino a quella stanzaingombra di arnesi smessidove le ore solitarie della suafanciullezza eran trascorse in un monotono interminabile soliloquio.Vent'anni volati via in un baleno!

-Com'era stata felice alloranell'ignoranza di tutto!

Chiusela finestra. La tepida giornata primaverilesmagliante di lucechei passeri salutavano col loro cinguettío dalle grondaie e daitettila commoveva troppo. La vocina limpida e allegra d'un'operaiache cantava (Giulia>) (gentil>) nella casetta dirimpettofrail grido dei ragazzidei rivenditoriil rumore dei carri e dellecarrozze che passavano per la viagià cominciava a turbarla.

-No; meglio morire! - ella disse ad alta voce.

Esuonò.

Mariettaa vederla straordinariamente pallidadomandò:

-La signora contessa ha passato una cattiva nottata?

-Anzi! Ho dormito troppo.

Nelcamerinoseduta davanti allo specchiotutta avvolta nel biancoaccappatoioGiacinta osservava il suo viso squallido e disfattodalle occhiaie lividedalle labbra contratte. La testacon icapelli disciolti sulle spalle e gli occhi stralunatiaveva una cosístrana espressionech'ella n'ebbe quasi paura.

Mariettale raccontava intanto la piccola avventura capitatale al veglione lasera innanzi. Il Rattiscambiatala sotto il (domino>)chi sa perchidopo averle detto un mondo di grulleriel'aveva invitata anchea cena.

-Cenasti con lui?

-Sempre in maschera. Poi insistette per accompagnarmi a casa...

-E ti lasciasti accompagnare?

-Dovevo affliggerlo? Quando mi vide fermare al portone... Poverosignor Ratti!

Giacintasorrise.

Piútardivenne il dottor Follini. Chiedeva qualche soccorso per una suaammalata.

-E' giovane? - domandò Giacinta.

-Giovanissima e bella. Il lavoro la uccide.

Giacintagli diede un biglietto da cento lire.

-Grazie!... E' anche troppo. Come sarà contenta quellainfelice!

-Guarirà? - riprese Giacintadopo una breve pausa.

-Ohno! E vorrebbe vivere!

-Con una vita cosí piena di stenti?

-La sua povera mammacieca e paraliticaperirà di fame senzadi lei. Trista cosa il mondo! Nessuno può saperlo quanto noimediciche vediamo miserie e dolori incredibilinon possiamoalleviarli. Che sono mai in confrontoi dolori quasi artificialidelle persone ricchedella gente elevata?

-Come s'inganna!

-Può darsi. L'immediato contatto con la miseria ci fa perdereogni filosofia. Il cuore non ragiona. E leista bene?

-...Benissimo! - ella risposedistrattamente. - Va via?

-Vado da quella disgraziata.

Ildottor Folliniin pieditrattenuto per la mano da Giacintasorrideva imbarazzato. Ella comprese l'intimo linguaggio di quelsorrisoe di quella calda stretta di mano:

-Mi perdoni! - gli disse con voce tremante.

-Che cosa?

-Forse le ho fatto del male... senza volerlo.

-Mi ha fatto un gran bene.

-Quanto è generoso!

-Sono stato un fanciullo! - soggiunse quasi subito il dottorediventando un po' rosso in viso. - Noi che viviamo nel pantano dellapiú schifosa realtàsentiamo assai piú deglialtri il bisogno d'alzar gli occhi a un cielo dove la realtàsi purificasenza punto smarrirsi in vaporose idealità. Sonostato un fanciullo... Avrei dovuto tacere anch'oggi; avrei dovutocontentarmi soltanto del delicato profumo delle anime nostreaspirato quasi di nascosto... Non importa. Fra tre giorni saròa Parigi. La lontananza terrà sempre vivo un sentimento chenoiprobabilmenteuccideremmo da vicino.

-Ha ragione!

Comegli era grata d'esser venuto a vederla per l'ultima volta! La vita ledava con lui l'estremo sorriso!

Finoa quel momento la figura d'Andrea era rimasta rannicchiatanell'ombratenuta in disparte dal sentimento d'odio e disprezzoscoppiatole nel cuore la sera avantiquando egli aveva detto: "Sementoè per teunicamente per te!...".

-Ingrato!... Vigliacco!...

Maeccoella cominciava a provare una strana inquietudineun bisognodi vederlo arrivare da lei alla solita ora. Sul punto di staccarseneper semprela stringeva una tenerezza piena di compassione per coluich'era stato tuttoproprio tuttoper lei.

-Perché accusarlo? Una forza superiore ci preme tutti e due!...M'amava davverosenza secondi finicon lo stesso ardore con cuim'ero gettata fra le sue braccia! Se ora non m'ama piúse ilnostro amorecreduto tale da dover durare eternoè stato piúcorto d'un sognoche colpa n'ha lui?... E tarda a venire appuntooggi!... Oh! Vorrei morire perdonandoglidicendogli che muoio peraverlo troppo amato!

Indugiavacon una specie di crudele piacerepiú non temendo che lavolontà e il coraggio le fallissero nel punto di metter inatto la sua decisioneo che l'istinto della conservazione learrestasse in mano lo spillo avvelenato. Provava un'intensa serenità;si teneva già morta. Le pareva già di vivere quellaseconda vitadi cui aveva parlato una sera il Mazziprocuratore delreuomo grave e spiritista convinto.

-E poimorire come quell'indiano rammentato dal Follinitranquillamentesenza soffrireforse senza che nessuno possasospettare un suicidio...

Aun tratto s'accostò alla gabbia del canarino e l'aprí.L'uccellinoaddomesticatouscí fuorisaltandole sul ditobeccandoglielo delicatamente.

QuandoGiacinta lo punse con lo spillo avvelenatoei mostrò appenadi risentirsene. Beccò il pezzettino di zucchero immollatonell'acqua ch'ella gli porgeva; erientrato nella gabbiacontinuòa saltellare qua e làirrequietamentedopo aver intinto ilbecco nel beverino e levato il collo per sorbire l'acqua.

Giacintapallidastrizzandosi le mani ghiacceattendeva.

Dopoalcuni minutiil canarino non saltellò piú.Appollaiato sulla steccavolgeva la testina attornocome preso dastupore e da stanchezza. Stirò una zampinasi frugòcol becco tra le piume del pettonascose la testa sotto un'ala... ecadde in fondo alla gabbia.

Immobilecol cuore che batteva fortegli occhi pieni di lagrimeGiacintaquasi credeva di aver assistito alla propria agonia:

-Oh!... Morire in quel modo era quasi un addormentarsi!



XIII



Andrearincasò tardi.

-E' venuta la solita cameriera - gli disse Elvira. - Lo cercava conurgenza. Quando le dissi che sarebbe partito col treno delle undicinon volle piú attendere. Tornerà.

Andreanon poté frenare un movimento di dispiacere.

-Non voleva che si sapesse?

-Ohnon è nulla - rispose dopo aver guardato l'orologio.

Lapartenzauna fugaera stata risoluta la notte avantidopo unagrossa vincita fatta lassúnel mezzanino della Pantera.

-Con venti mila lireera libero! Un colpo di fortuna aveva spezzatotutt'a un tratto l'ultimo anello della sua catena! Andar via dinascostosenza lasciar traccia; perdersi a Milanoa TorinoaNapoliin una grande cittàvivervi di lavoro!... Egli nonvoleva far altro... Maera sicuro della propria volontàseGiacinta avesse conosciuta l'intenzione di lui?

Epartivacome un colpevole che volesse sottrarsi alle ricerche dellapolizia.

-Non gli pareva vero!

Elviraquasi risanata e piú bellaera rimasta nel vano dell'uscio aguardarementr'egli dava un'occhiata attornosui mobiliprima dichiudere le valigie.

-Quando tornerà - ella disse - troverà sempre una stanzada noidovessi anche cederle la mia!...

-Chi non muor si rivede! - rispose Andreaguardando nuovamentel'orologio. - Lei mi scorderà presto; è naturale. Perme lo scordarla non sarà tanto facilemi creda... Ilcocchiere è puntuale - s'interruppe con un gran respirononappena intese nella via il rumore della carrozza fermatasi alportone.

Elvirapreso in mano il lumeandò di là per far entrare ilfacchino che doveva portar giú le valigie.

-E' partito? - domandò Giacintaarrestandosi su la soglia.

Eguardava sospettosamente Elvira chediventata rossa in visolaprecedeva col lume verso le stanze d'Andrea. Senza darle il tempod'annunziarlasi spinse avantiattraversando rapidamente ilsalottinochiudendo dietro di sé l'uscio della camera daletto dove Andrea si trovava. Egliallibitonon si mosse.

-Perché vai via?

-Zitta! Non alzare la voce!

-Non temere. Non vengo a farti una scenata. Lo so: tutto èfinito tra noi. Ma partire cosídi nascostooh! èun'indegnità.

Avevabuttato in un canto la veletta e lo scialle. La spalliera della sediasu cui appoggiava le maniscricchiolava.

-Hai torto. Avresti dovuto avere il coraggio di confermarmi colle tuelabbra quello che tante volte ti dissi d'averti letto nel cuore.Perché hai mentito? Perché vuoi ora lasciarmi sottol'insulto d'un abbandono che mi renderebbe favola delle persone cheho sfidato a viso aperto unicamente per te? Confessalo: stai percommettere un'infamia inescusabile. Ti trattenevo con altre cateneche queste mie braccia d'amante? Ho forse abusato del tuo affetto? Mison forse risparmiata in nullada farti cosí presto scordarech'io son di quelle che si danno una volta e per sempre?

-Non alzare la voce! - balbettò Andrea.

Eraalla tortura. Temeva che Elvira non origliasseper curiositàfemminile.

-Resteraiè vero? - riprese Giacintaaccostandoglisi di piú.- Per una settimanaper duetre giornifinché non avremotrovato un pretesto! Facciamo almeno le viste di dividerci amici.Sarò tranquilla; mi sforzerò. Eviteremo uno scandalo.Resteraidunque?... Ma rispondi! Resterai?

-Sí... Sí...

-Non menti?

-Resterò; te lo giuro.

-Sta bene. Non mi uscirà di bocca una sola parola dirimprovero. Perché illuderci ancora? Sarebbe stoltezza. Daquesto istantesei libero; farai quello che ti parrà. Nonpretendo troppomi pare!

Avendoglimesso inavvertitamente una mano sulla spallaAndrea fece un leggeromovimento per evitarla.

-Ohnon temere! - ella disse. - E' la mano di un'amica che vuoleringraziarti per l'amante. Povere donne! Dobbiamo esservi grate anchedel maleimmeritatoche v'astenete di farci!... Taci. Non occorrescusarti... Doveva essere cosí!... Poteva accadere anche a me;ma io sarei stata sincera. T'avrei detto: Non t'amo piú;finiamola! Esenza ipocrisiesenza menzognesarebbe finita. Basta:è finita egualmente... Chi lo avrebbe sospettato?... Eppure ècosí! Che importa? Ci siamo amati come pochi in questo mondo.Abbiamo provato gioie cosí grandicosí intenseche laparola non può esprimerle... E ora tutto è finito! Persempre! Vivremo... vivrai di ricordi. Chi dimenticalascia moriregran parte di sé...

Andreache s'aspettava ben altroera stupito. Sentendo quella voce fatta disinghiozzi repressi; osservando quelle labbra contratte a un sorrisodesolatoe quelle dita armeggianti inconsapevolil'egoisticarigidezzadi cui s'era armato al primo apparire di Giacintanonseppe resistere.

-Come sei buona! - le disse. - Siedi.

Avevaquasi vergogna di non amarla piú; e si sentiva giàpungere dal rimorso di aver voluto abbandonarla di soppiatto.

-Non partirai dunque - riprese Giacinta. - Ti farai vedereancora unavoltain casa mia da tutta quella gente che ci crede innamorati efelici! Lasciamola nell'inganno. Non vorrai farmi un inutilesfregio...

-Resterò duetre giornianche piú; quanto vorrai.Cercheremo un pretesto; dici bene.

Volevacontentarlagli sembrava giusto. Povera donna! Si meritava questopiccolo sacrifizio!

-Siedi - replicòprendendola per una mano.

-No - rispose Giacintache guardava fisso le due valigie pronte perla partenza.

-Come sei buona!... Ti ho fatto soffrire... Macredimiho soffertoanch'io! Se avessi avuto il coraggio... di confessarti....

-Senti Andrea- lo interruppe Giacinta - è una miadebolezza... Assicuramicon una provache manterrai la promessa...Disfa quelle valigiesotto i miei occhi... Non vuoi?...

Andreain rispostale porse le chiavi. E mentre le mani febbrili diGiacinta cavavano fuori ogni cosabuttando vestiticamiciegolettipolsini qua e làalla rinfusasul lettosullepoltronesul tavolinoegli provava la strana sensazione di qualcosache gli veniva sconvolto dentro; e cominciava a pentirsi d'aver cosífacilmente acconsentito a quel capriccio di donna.

Vuotatala valigiaGiacinta apriva l'altra; ed era di nuovo un volar dipantaloni qua e làdi panciottidi cravattedi guantidistivalettidi spazzoledi libri.

-Cosí! - ella esclamòsorridente d'una gioia convulsad'una soddisfazione fanciullescaguardando la camera stranamenteingombra.

-Ed ora andiamo.

Andreale porse lo scialle. Nell'acconciarsi il velo sulla testaGiacintaparvetutt'a un trattoricordarsi di qualcosa.

-Chi è quella bambola?... Quella che è venuta adaprirmi?

-La figlia della padrona di casa... Una vera bambola - soggiunseintimidito dagli sguardi di Giacinta.

Ellalo trascinava con sécome una predasenza sapereprecisamente perché lo trascinasse via.

-Doveva essere suofino all'ultimo momento!

Egli si stringeva al bracciobattendo i denticonvulsacon un gelodi morte in tutto il corpoquasi brancolante fra le tenebre dellapazzia che le oscurava il cervello.

Davantial portoneAndrea s'arrestò.

-Non vieni su? - ella disseinsospettita.

-Fra dieci minuti. Bisogna che disdica un appuntamentonon voglio chel'amico con cui dovevo partire perda la corsa per me.

Giacintalo tratteneva pel braccioguardandolo in viso.

-Fra dieci minuti - replicò Andrearassicurandola con unastretta di mano.

-Fa' prestofa' presto!

Erimase un po' sulla sogliaseguendo con l'occhio Andrea ches'allontanava frettoloso.

Erasfinita; montava a stento le scale. Aveva diacce le mani; madentrosentiva un'arsura insopportabileun fuoco che le bruciava il sangue.

Passandodavanti la camera del contesi fermò un istante; poi spinsel'uscio.

Battistache trovavasi troppo familiarmente seduto allato al contecon igomiti appoggiati sul tavolino dove questi cenavasi levòtutto confusoall'inaspettata apparizionebalbettando una scusa.

Giacintagli accennò d'uscire.

Ilcontevoltandosi per vedere chi fosseseguitava a masticare facendoscoppiettare le labbrafissandola.

-Giulio! - disse Giacintainginocchiandoglisi accanto.

Ilconte si nettò la bocca col tovagliolole mise una mano sullatestacome per raffigurarla meglio; poilentamente:

-Che cosa volete? - balbettò.

-Giuliomuoio!... Perdonami! - singhiozzavabaciandogli la scarnamano. - Muoio!... Perdonami!

Eglila fissò un pocosenza comprendere.

-Va bene! va bene! - poi disse.

Eriprese a mangiare.



XIV

Fattouna cinquantina di passiAndrea s'era guardato attornoperassicurarsi d'essere proprio libero. Una rapida reazione accadeva inlui:

-Vigliacco! Incapace d'un fermo proposito! Non era un uomoma unbrutouna carognaccia!

Gesticolavabatteva i tacchiquasi per calcarsi sotto i propri piediindisprezzo.

-Nonon doveva tornare addietro. Aveva fatto troppo per quelladonna!... S'era disonoratos'era lasciato coprire di vituperio...L'amorela passione lo scusavanoprima... Ma ora? Vigliaccotornaa casarifai le valigie; parti subito!...

Glisuonava dentro l'orecchio l'acuto fischio della vaporierail rumoredei carrozzoni che dovevano portarlo via... E andava quasi di corsasenza badare alle persone che urtavacome se le botteghe e i caffèche già spegnevano i lumigli facessero fretta anch'essi.

Quandosi trovò presso la Porta Vecchiadavanti i casotti del dazionon si raccapezzava:

-In che modo era arrivato fin laggiú?

Unafitta nebbia invadeva lentamente la viaravvolgendo l'arco romanodella Porta e le case attornovelando i fanali che parevaagonizzassero nella lattea densità brulicante.

Ilpiazzale era deserto. La guardia daziaria di sentinellache andavaavanti e indietropareva uno spettro nero dileguantesi a poco a poconella caligine; e Andrea la guardava stupidamentesenza risolversi apassare oltre o a tornare a casa.

Unaconfusione di ombre enormi s'agitava intanto sotto l'arco dellaPorta; voci e rumori uscivano di mezzo alla nebbiache i fanalirischiaravano appena.

Andreasi tirò da parteper lasciar passare quei carri che andavanovia pesantementefacendo dondolare le loro lanterne di telavisibili appena tra le ruote neredietro le gambe dei cavalli...Qualcosa di funebredi malauguroso...

Peròaveva un bel dire:

-Voglio essere forte!

Giàtentennava nuovamentegià si piegava a transigere:

-Perché aveva promesso?... Povera Giacinta!... Pareva cosírassegnata! In quel momento lo attendeva smaniosaimpaziente...

Etornò addietroondeggiando fiaccamente fra l'andare e il nonandare:

-E' già tardi... Pioviggina. Son tutto fradicio! Andròdomani. Mi scuserò!...



XV

Lamattina dopoquando la signora Emiliache non sapeva nullaglidisse: - E' morta la contessa Grippa: l'hanno trovata morta in camera- Andrea ne fu atterratocome se quella voce l'avesse accusatod'assassinio.

-E' morta!

Piangevacon la testa fra le manii gomiti sul tavolinoguardando sbigottitoil ritratto di lei.

-E' morta!

Nonpoteva crederlo. Gli pareva impossibile!

Eintanto sentiva penetrarsi da un occulto senso di sollievo.