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Baldassar Castiglione



IL LIBRO DEL CORTEGIANO

 

 

 

 

Prefazione



AL REVERENDO ED ILLUSTRE SIGNOR

DON MICHEL DE SILVA

VESCOVO DI VISEO.





I.

Quando il signor Guid'Ubaldo diMontefeltroduca d'Urbinopassò di questa vitaio insiemecon alcun'altri cavalieri che l'aveano servito restai alli servizidel duca Francesco Maria della Rovereerede e successor di quellonel stato; e come nell'animo mio era recente l'odor delle virtúdel duca Guido e la satisfazione che io quegli anni aveva sentitodella amorevole compagnia di così eccellenti personecomeallora si ritrovarono nella corte d'Urbinofui stimulato da quellamemoria a scrivere questi libri del Cortegiano; il che io feci inpochi giornicon intenzione di castigar col tempo quegli errorichedal desiderio di pagar tosto questo debito erano nati. Ma la fortunagià molt'anni m'ha sempre tenuto oppresso in cosìcontinui travagliche io non ho mai potuto pigliar spazio diridurgli a termineche il mio debil giudicio ne restasse contento.Ritrovandomi adunque in Ispagna ed essendo di Italia avvisato che laagnora Vittoria dalla Colonnamarchesa di Pescaraalla quale iogià feci copia del librocontra la promessa sua ne avea fattotranscrivere una gran partenon potei non sentirne qualchefastidiodubitandomi di molti inconvenientiche in simili casipossono occorrere; nientedimeno mi confidai che l'ingegno eprudenzia di quella Signorala virtú della quale io sempre hotenuto in venerazione come cosa divinabastasse a rimediare chepregiudicio alcuno non mi venisse dall'aver obedito a' suoicomandamenti. In ultimo seppi che quella parte del libro siritrovava in Napoli in mano di molti; ecome sono gli omini semprecupidi di novitàparea che quelli tali tentassero di farlaimprimere. Ond'iospaventato da questo periculoditerminaimi diriveder súbito nel libro quel poco che mi comportava il tempocon intenzione di publicarlo; estimando men male lasciarlo vederpoco castigato per mia mano che molto lacerato per man d'altri.Cosíper eseguire questa deliberazione cominciai arileggerlo; e súbito nella prima fronteammonito dal titulopresi non mediocre tristezzala qual ancora nel passar piúavanti molto si accrebbericordandomi la maggior parte di coloroche sono introdutti nei ragionamenti'esser già morti: cheoltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell'ultimomortoè il medesimo messer Alfonso Ariostoa cui il libro èindrizzatogiovane affabilediscretopieno di suavissimi costumied atto ad ogni cosa conveniente ad omo di corte. Medesimamente ilduca Iuliano de' Medicila cui bontà e nobil cortesiameritava piú lungamente dal mondo esser goduta. MesserBernardoCardinal di Santa Maria in Porticoil quale per una acutae piacevole prontezza d'ingegno fu gratissimo a qualunque loconobbePur è morto. Morto è il signor OttavianFregosoomo a' nostri tempi rarissimomagnanimoreligiosopiendi bontàd'ingegnoprudenzia e cortesia e veramente amicod'onore e di virtú e tanto degno di laudeche li medesimiinimici suoi furono sempre constretti a laudarlo; e quelle disgrazieche esso constantissimamente supportòben furono bastanti afar fede che la fortunacome sempre fucosí è ancoroggidí contraria alla virtú. Morti sono ancor moltialtri dei nominati nel libroai quali parea che la naturapromettesse lunghissima vita. Ma quello che senza lacrime raccontarnon si devria è che la signora Duchessa essa ancor èmorta; e se l'animo mio si turba per la perdita de tanti amici esignori meiche m'hanno lasciato in questa vita come in unasolitudine piena d'affanniragion è che molto piúacerbamente senta il dolore della morte della signora Duchessa che ditutti gli altriperché essa molto piú che tutti glialtri valeva ed io ad essa molto piú che a tutti gli altriera tenuto. Per non tardare adunque a pagar quelloche io debboalla memoria de cosí eccellente Signora e degli altri che piúnon vivonoindutto ancora dal periculo del librohollo fattoimprimere e publicare tale qual dalla brevità del tempo m'èstato concesso. E perché voi né della signora Duchessané degli altri che son mortifuor che del duca Iuliano e delCardinale di Santa Maria in Porticoaveste noticia in vita loroacciò cheper quanto io possol'abbiate dopo la mortemandovi questo libro come un ritratto di pittura della corted'Urbinonon di mano di Rafaello o Michel Angeloma di pittorignobile e che solamente sappia tirare le linee principalisenzaadornar la verità de vaghi colori o far parer per arte diprospettiva quello che non è. E come ch'io mi sia sforzato didimostrar coi ragionamenti le proprietà e condicioni di quelliche vi sono nominaticonfesso non averenon che espressoma néanco accennato le virtú della signora Duchessa; perchénon solo il mio stile non è sufficiente ad esprimerlema purl'intelletto ad imaginarle; e se circa questo o altra cosa degna diriprensione (come ben so che nel libro molte non mancano) saròripresonon contradirò alla verità.


II.

Ma perché talor gli omini tantosi dilettano di riprendereche riprendono ancor quello che nonmerita riprensionead alcuni che mi biasimano perch'io non hoimitato il Boccaccioné mi sono obligato alla consuetudinedel parlar toscano d'oggidínon restarò di dire cheancor che 'l Boccaccio fusse di gentil ingegnosecondo quei tempie che in alcuna parte scrivesse con discrezione ed industrianientedimeno assai meglio scrisse quando si lassò guidarsolamente dall'ingegno ed instinto suo naturalesenz'altro studio ocura di limare i scritti suoiche quando con diligenzia e fatica sisforzò d'esser piú culto e castigato. Perciò limedesimi suoi fautori affermano che esso nelle cose sue propriemolto s'ingannò di giudiciotenendo in poco quelle che glihanno fatto onore ed in molto quelle che nulla vagliono. Se adunqueio avessi imitato quella manera di scrivere che in lui èripresa da chi nel resto lo laudanon poteva fuggire almen quellemedesime calunnieche al proprio Boccaccio son date circa questo;ed io tanto maggiori le meritavaquanto che l'error suo allor fucredendo di far bene ed or il mio sarebbe stato conoscendo di farmale. Se ancora avessi imitato quel modo che da molti ètenuto per bono e da esso fu men apprezzatoparevami con talimitazione far testimonio d'esser discorde di giudicio da colui cheio imitava; la qual cosasecondo meera inconveniente. E quandoancora questo rispetto non m'avesse mossoio non poteva nelsubietto imitarlonon avendo esso mai scritto cosa alcuna dimateria simile a questi libri del Cortegiano; e nella linguaalparer mionon dovevaperché la forza e vera regula delparlar bene consiste piú nell'uso che in altroe sempre èvizio usar parole che non siano in consuetudine. Perciò nonera conveniente ch'io usassi molte di quelle del Boccacciole qualia' suoi tempi s'usavano ed or sono disusate dalli medesimi Toscani.Non ho ancor voluto obligarmi alla consuetudine del parlar toscanod'oggidíperché il commerzio tra diverse nazioni hasempre avuto forza di trasportare dall'una all'altraquasi come lemercanziecosí ancor novi vocabulii quali poi durano omancanosecondo che sono dalla consuetudine ammessi o reprobati; equestooltre il testimonio degli antichivedesi chiaramente nelBoccaccionel qual son tante parole franzesispagnole e provenzalied alcune forse non ben intese dai Toscani moderniche chi tuttequelle levasse farebbe il libro molto minore. E perché alparer mio la consuetudine del parlare dell'altre città nobilid'Italiadove concorrono omini saviingeniosi ed eloquentie chetrattano cose grandi di governo de' statidi lettered'arme enegoci diversinon deve essere del tutto sprezzatadei vocabuliche in questi lochi parlando s'usanoestimo aver potutoragionevolmente usar scrivendo quelliche hanno in sé graziaed eleganzia nella pronunzia e son tenuti communemente per boni esignificativibenché non siano toscani ed ancor abbianoorigine di fuor d'Italia. Oltre a questo usansi in Toscana moltivocabuli chiaramente corrotti dal latinoli quali nella Lombardia enelle altre parti d'Italia son rimasti integri e senza mutazionealcunae tanto universalmente s'usano per ognunoche dalli nobilisono ammessi per boni e dal vulgo intesi senza difficultà.Perciò non penso aver commesso errorese io scrivendo housato alcuni di questi e piú tosto pigliato l'integro esincero della patria mia che 'l corrotto e guasto della aliena. Némi par bona regula quella che dicon moltiche la lingua vulgartanto è piú bellaquanto è men simile allalatina; né comprendo perché ad una consuetudine diparlare si debba dar tanto maggiore autorità che all'altrachese la toscana basta per nobilitare i vocabuli latini corrotti emanchi e dar loro tanta grazia checosí mutilatiognunpossa usarli per boni (il che non si nega)la lombarda oqualsivoglia altra non debba poter sostener li medesimi latini puriintegriproprii e non mutati in parte alcunatanto che sianotollerabili. E veramentesí come il voler formar vocabulinovi o mantenere gli antichi in dispetto della consuetudine dir sipo temeraria presunzionecosí il voler contra la forza dellamedesima consuetudine distruggere e quasi sepelir vivi quelli chedurano già molti seculie col scudo della usanza si sondiffesi dalla invidia del tempo ed han conservato la dignitàe 'l splendor loroquando per le guerre e ruine d'Italia si sonfatte le mutazioni della linguadegli edificidegli abiti ecostumioltra che sia difficilepar quasi una impietà.Perciòse io non ho voluto scrivendo usare le parole delBoccaccio che piú non s'usano in Toscanané sottopormialla legge di coloroche stimano che non sia licito usar quelle chenon usano li Toscani d'oggidíparmi meritare escusazione.Penso adunquee nella materia del libro e nella linguaper quantouna lingua po aiutar l'altraaver imitato autori tanto degni dilaude quanto è il Boccaccio; né credo che mi si debbaimputare per errore lo aver eletto di farmi piú tostoconoscere per lombardo parlando lombardoche per non toscanoparlando troppo toscano; per non fare come Teofrastoil qualperparlare troppo ateniesefu da una simplice vecchiarella conosciutoper non ateniese. Ma perché circa questo nel primo libro siparla a bastanzanon dirò altro se non cheper rimover ognicontenzioneio confesso ai mei riprensori non sapere questa lorlingua toscana tanto difficile e recondita; e dico aver scrittonella miae come io parloed a coloro che parlano come parl'io; ecosí penso non avere fatto ingiuria ad alcunochésecondo menon è proibito a chi si sia scrivere e parlarenella sua propria lingua; né meno alcuno è astretto aleggere o ascoltare quello che non gli aggrada. Perciòseessi non vorran leggere il mio Cortegianonon me tenerò iopunto da loro ingiuriato.


III.

Altri dicono cheessendo tantodifficile e quasi impossibile trovar un omo cosí perfettocome io voglio che sia il cortegianoè stato superfluo ilscriverlo perché vana cosa è insegnare quello cheimparare non si po. A questi rispondo che mi contentarò avererrato con PlatoneSenofonte e Marco Tulliolassando il disputaredel mondo intelligibile e delle idee; tra le qualisí comesecondo quella opinioneè la idea della perfetta republica edel perfetto re e del perfetto oratorecosí è ancoraquella del perfetto cortegiano; alla imagine della quale s'io non hopotuto approssimarmi col stiletanto minor fatica averanno icortegiani d'approssimarsi con l'opere al termine e mètach'io col scrivere ho loro proposto; e se con tutto questo nonpotran conseguir quella perfezionqual che ella si siach'io mi sonsforzato d'esprimerecolui che piú se le avvicinaràsarà il piú perfettocome di molti arcieri che tiranoad un bersaglioquando niuno è che dia nella broccaquelloche piú se le accosta senza dubbio è miglior deglialtri.

Alcuni ancor dicono ch'io ho credutoformar me stessopersuadendomi che le condizionich'io alcortegiano attribuiscotutte siano in me. A questi tali non vogliogià negar di non aver tentato tutto quello ch'io vorrei chesapesse il cortegiano; e penso che chi non avesse avuto qualchenotizia delle cose che nel libro si trattanoper erudito che fossestatomal avrebbe potuto scriverle; ma io non son tanto privo digiudicio in conoscere me stessoche mi presuma saper tutto quelloche so desiderare.

La diffesa adunque di questeaccusazioni eforsedi molt'altre rimetto io per ora al pareredella commune opinione; perché il piú delle volte lamoltitudineancor che perfettamente non conoscasente peròper instinto di natura un certo odore del bene e del male esenzasaperne rendere altra ragionel'uno gusta ed ama e l'altro rifiutaed odia. Perciòse universalmente il libro piaceràterrollo per bono e pensarò che debba vivere; se ancor nonpiaceràterrollo per malo e tosto crederò che sen'abbia da perdere la memoria. E se pur i mei accusatori di questocommun giudicio non restano satisfatticontentinsi almeno di quellodel tempo; il quale d'ogni cosa al fin scuopre gli occulti diffettieper esser padre della verità e giudice senza passionesuol dare sempre della vita o morte delle scritture giustasentenzia.

BALDESAR CASTIGLIONE





Parte prima.


IL PRIMO LIBRODEL CORTEGIANO.

DEL CONTE BALDESARCASTIGLIONE A MESSER ALFONSOARIOSTO.


II.

Fra me stesso lungamente ho dubitatomesser Alfonso carissimoqual di due cose piú difficil mifusse; o il negarvi quel che con tanta instanzia piú voltem'avete richiestoo il farlo: perché da un canto mi pareadurissimo negar alcuna cosae massimamente laudevolea personach'io amo sommamente e da cui sommamente mi sento esser amato;dall'altro ancor pigliar impresala quale io non conoscessi potercondur a finepareami disconvenirsi a chi estimasse le giusteriprensioni quanto estimar si debbano. In ultimodopo moltipensieriho deliberato esperimentare in questo quanto aiuto porgerpossa alla diligenzia mia quella affezione e desiderio intenso dicompiacereche nell'altre cose tanto sòle accrescere laindustria degli omini.

Voi adunque mi richiedete ch'io scrivaqual siaal parer miola forma di cortegiania piúconveniente a gentilomo che viva in corte de' príncipiperla quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosaragionevoleacquistandone da essi grazia e dagli altri laude; insommadi che sorte debba esser coluiche meriti chiamarsi perfettocortegianotanto che cosa alcuna non gli manchi. Onde ioconsiderando tal richiestadico chese a me stesso non paressemaggior biasimo l'esser da voi reputato poco amorevole che da tuttigli altri poco prudentearei fuggito questa faticaper dubbio dinon esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono comedifficil cosa siatra tante varietà di costumi che s'usanonelle corti di Cristianitàeleggere la piú perfettaforma e quasi il fior di questa cortegianiaperché laconsuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere;onde talor procede che i costumigli abitii riti e i modiche untempo son stati in pregiodivengono vilie per contrario i vilidivengon pregiati. Però si vede chiaramente che l'uso piúche la ragione ha forza d'introdur cose nove tra noi e cancellarl'antiche; delle quali chi cerca giudicar la perfezionespessos'inganna. Per il checonoscendo io questa e molte altre difficultànella materia propostami a scrivereson sforzato a fare un poco diescusazione e render testimonio che questo errorese pur si po direrrorea me è commune con voiacciò chese biasmo avenir me ne haquello sia ancor diviso con voi; perché nonminor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mieforze disequaleche a me averlo accettato.

Vegniamo adunque ormai a dar principioa quello che è nostro presuposto ese possibil èformiamo un cortegian taleche quel principe che sarà degnod'esser da lui servitoancor che poco stato avessesi possa peròchiamar grandissimo signore. Noi in questi libri non seguiremo uncerto ordine o regula di precetti distintiche 'l piú dellevolte nell'insegnare qualsivoglia cosa usar si sòle; ma allafoggia di molti antichirinovando una grata memoriarecitaremoalcuni ragionamentii quali già passarono tra ominisingularissimi a tale proposito; e benché io nonv'intervenissi presenzialmente per ritrovarmiallor che furondettiin Inghilterraavendogli poco appresso il mio ritorno intesida persona che fidelmente me gli narròsforzerommi a puntoper quanto la memoria mi comporteràricordarliacciòche noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questamateria omini degni di somma laude ed al cui giudicio in ogni cosaprestar si potea indubitata fede. Né fia ancor fuor dipropositoper giungere ordinatamente al fine dove tende il parlarnostronarrar la causa dei successi ragionamenti.



II.

Alle pendici dell'Appenninoquasi almezzo della Italia verso il mare Adriaticoè postacomeognun sala piccola città d'Urbino; la qualebenchétra monti siae non cosí ameni come forse alcun'altri cheveggiamo in molti lochipur di tanto avuto ha il cielo favorevoleche intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modocheoltre alla salubrità dell'aeresi trova abundantissimad'ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggiorfelicità che se le possono attribuirequesta credo sia laprincipaleche da gran tempo in qua sempre è stata dominatada ottimi Signori; avvenga che nelle calamità universalidelle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restatapriva. Ma non ricercando piú lontanopossiamo di questo farbon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federicoil qualea' dí suoi fu lume della Italia; né mancano veri edamplissimì testimoniiche ancor vivonodella sua prudenziadella umanitàdella giustiziadella liberalitàdell'animo invitto e della disciplina militare; della qualeprecipuamente fanno fede le sue tante vittoriele espugnazioni delochi inespugnabilila súbita prestezza nelle espedizionil'aver molte volte con pochissime genti fuggato numerosi evalidissimi esercitiné mai esser stato perditore inbattaglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a moltifamosi antichi agguagliarlo. Questotra l'altre cose sue lodevolinell'aspero sito d'Urbino edificò un palazzosecondo laopinione di moltiil piú bello che in tutta Italia siritrovi; e d'ogni oportuna cosa sí ben lo fornìchenon un palazzoma una città in forma de palazzo esserpareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usacomevasi d'argentoapparamenti di camere di ricchissimi drappi d'orodi seta e d'altre cose similima per ornamento v'aggiunse unainfinità di statue antiche di marmo e di bronzopitturesingularissimeinstrumenti musici d'ogni sorte; né quivicosa alcuna volsese non rarissima ed eccellente. Appresso congrandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi erarissimi libri grecilatini ed ebraiciquali tutti ornòd'oro e d'argentoestimando che questa fusse la suprema eccellenziadel suo magno palazzo.



III.

Costui adunqueseguendo il corsodella naturagià di sessantacinque annicome era vissocosí gloriosamente morí; ed un figliolino di dieceanniche solo maschio aveva e senza madrelasciò signoredopo sé; il qual fu Guid'Ubaldo. Questocome dello statocosí parve che di tutte le virtú paterne fosse eredee súbito con maravigliosa indole cominciò a prometteretanto di séquanto non parea che fusse licito sperare da unouom mortale; di modo che estimavano gli omini delli egregi fatti delduca Federico niuno esser maggioreche l'avere generato un talfigliolo. Ma la fortunainvidiosa di tanta virtúcon ognisua forza s'oppose a cosí glorioso principiotalmente chenon essendo ancor il duca Guido giunto alli venti annis'infermòdi podagrele quali con atrocissimi dolori procedendoin pocospazio di tempo talmente tutti i membri gli impedironoche néstare in piedi né moversi potea; e cosí restòun dei piú belli e disposti corpi del mondo deformato eguasto nella sua verde età. E non contenta ancor di questolafortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contrariach'egli rarevolte trasse ad effetto cosa che desiderasse; e benché inesso fosse il consiglio sapientissimo e l'animo invittissimopareache ciò che incominciavae nell'arme e in ogni altra cosa opiccola o grandesempre male gli succedesse: e di ciò fannotestimonio molte e diverse sue calamitàle quali esso contanto vigor d'animo sempre tolleròche mai la virtúdalla fortuna non fu superata; anzisprezzando con l'animo valorosole procelle di quellae nella infirmità come sano e nelleavversità come fortunatissimovivea con somma dignitàed estimazione appresso ognuno; di modo cheavvenga che cosífusse del corpo infermomilitò con onorevolissime condicionia servicio dei serenissimi re di Napoli Alfonso e Ferrando minore;appresso con papa Alessandro VIcoi signori Veneziani eFiorentini. Essendo poi asceso al pontificato Iulio IIfu fattoCapitan della Chiesa; nel qual temposeguendo il suo consuetostilesopra ogni altra cosa procurava che la casa sua fusse dinobilissimi e valorosi gentilomini pienacoi quali moltofamiliarmente vivevagodendosi della conversazione di quelli:

nella qual cosa non era minor il piacerche esso ad altrui davache quello che d'altrui ricevevaper esserdottissimo nell'una e nell'altra linguaed aver insieme conl'affabilità e piacevolezza congiunta ancor la cognizioned'infinite cose; ed oltre a ciò tanto la grandezza dell'animosuo lo stimulava cheancor che esso non potesse con la personaesercitar l'opere della cavalleriacome avea già fattopursi pigliava grandissimo piacer di vederle in altrui; e con leparoleor correggendo or laudando ciascuno secondo i meritichiaramente dimostrava quanto giudicio circa quelle avesse; ondenelle giostrenei torniamentinel cavalcarenel maneggiar tuttele sorti d'armemedesimamente nelle festenei giochinellemusichein somma in tutti gli esercizi convenienti a nobilicavalieriognuno si sforzava di mostrarsi taleche meritasse essergiudicato degno di cosí nobile commerzio.



IV.

Erano adunque tutte l'ore del giornodivise in onorevoli e piacevoli esercizi cosí del corpo comedell'animo; ma perché il signor Duca continuamenteper lainfirmitàdopo cena assai per tempo se n'andava a dormireognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzagaa quell'ora si riduceva; dove ancor sempre si ritrovava la signoraEmilia Piala qual per esser dotata di così vivo ingegno egiudiciocome sapetepareva la maestra di tuttie che ognuno dalei pigliasse senno e valore. Quivi adunque i soavi ragionamenti el'oneste facezie s'udivanoe nel viso di ciascuno dipinta si vedevauna gioconda ilaritàtalmente che quella casa certo dir sipoteva il proprio albergo della allegria; né mai credo che inaltro loco si gustasse quanta sia la dolcezza che da una amata ecara compagnia derivacome quivi si fece un tempo; chélassando quanto onore fosse a ciascun di noi servir a tal signorecome quello che già di sopra ho dettoa tutti nasceanell'animo una summa contentezza ogni volta che al conspetto dellasignora Duchessa ci riducevamo; e parea che questa fosse una catenache tutti in amor tenesse unititalmente che mai non fu concordiadi voluntà o amore cordiale tra fratelli maggior di quelloche quivi tra tutti era. Il medesimo era tra le donnecon le qualisi aveva liberissimo ed onestissimo commerzio; ché a ciascunoera licito parlaresederescherzare e ridere con chi gli parea: matanta era la reverenzia che si portava al voler della signoraDuchessache la medesima libertà era grandissimo freno; néera alcuno che non estimasse per lo maggior piacere che al mondoaver potesse il compiacer a leie la maggior pena il dispiacerle.Per la qual cosa quivi onestissimi costumi erano con grandissimalibertà congiunti ed erano i giochi e i risi al suo conspettoconditioltre agli argutissimi salid'una graziosa e grave maestà;ché quella modestia e grandezza che tutti gli atti e leparole e i gesti componeva della signora Duchessamotteggiando eridendofacea che ancor da chi mai piú veduta non l'avessefosse per grandissima signora conosciuta. E cosí neicirconstanti imprimendosiparea che tutti alla qualità eforma di lei temperasse; onde ciascuno questo stile imitare sisforzavapigliando quasi una norma di bei costumi dalla presenziad'una tanta e cosí virtuosa signora:

le ottime condizioni della quale io perora non intendo narrarenon essendo mio propositoe per esserassai note al mondo e molto piú ch'io non potrei nécon lingua né con penna esprimere; e quelle che forse sarianostate alquanto nascostela fortunacome ammiratrice di cosírare virtúha voluto con molte avversità e stimuli didisgrazie scoprireper far testimonio che nel tenero petto d'unadonna in compagnia di singular bellezza possono stare la prudenzia ela fortezza d'animoe tutte quelle virtú che ancor ne' severiomini sono rarissime.



V.

Ma lassando questodico checonsuetudine di tutti i gentilomini della casa era ridursi súbitodopo cena alla signora Duchessa; dovetra l'altre piacevoli feste emusiche e danze che continuamente si usavanotalor si proponeanobelle questionitalor si faceano alcuni giochi ingeniosi adarbitrio or d'uno or d'un altrone' quali sotto varii velami spessoscoprivano i circonstanti allegoricamente i pensier sui a chi piúloro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diversematerieo vero si mordea con pronti detti; spesso si faceanoimprese come oggidì chiamiamo; dove di tali ragionamentimaraviglioso piacere si pigliava per essercome ho dettopiena lacasa di nobilissimi ingegni; tra i qualicome sapeteeranoceleberrimi il signor Ottaviano Fregosomesser Federico suofratelloil Magnifico Iuliano de' Medicimesser Pietro Bembomesser Cesar Gonzagail conte Ludovico da Canossail signor GasparPallavicinoil signor Ludovico Pioil signor Morello da OrtonaPietro da Napolimesser Roberto da Bari ed infiniti altrinobilissimi cavalieri; oltra che molti ve n'eranoi qualiavvengache per ordinario non stessino quivi fermamentepur la maggior partedel tempo vi dispensavano; come messer Bernardo Bibienal'UnicoAretinoIoanni Cristoforo Romano Pietro MonteTerpandromesserNicolò Frisio; di modo che sempre poetimusici e d'ognisorte omini piacevoli e li più eccellenti in ogni facultàche in Italia si trovassinovi concorrevano.



VI.

Avendo adunque papa Iulio II con lapresenzia sua e con l'aiuto de' Franzesi ridutto Bologna allaobedienzia della sede apostolica nell'anno MDVIe ritornandoverso Romapassò per Urbino; dove quanto era possibileonoratamente e con quel piú magnifico e splendido apparato chesi avesse potuto fare in qualsivoglia altra nobil cittàd'Italiafu ricevuto; di modo cheoltre il Papatutti i signorcardinali ed altri cortegiani restarono summamente satisfatti; efurono alcunii qualitratti dalla dolcezza di questa compagniapartendo il Papa e la corterestarono per molti giorni ad Urbino;nel qual tempo non solamente si continuava nell'usato stile dellefeste e piaceri ordinarima ognuno si sforzava d'accrescere qualchecosae massimamente nei giochiai quali quasi ogni seras'attendeva. E l'ordine d'essi era tale chesúbito giuntialla presenzia della signora Duchessaognuno si ponea a sedere apiacer suo ocome la sorte portavain cerchio; ed erano sedendodivisi un omo ed una donnafin che donne v'eranoche quasi sempreil numero degli omini era molto maggiore; poicome alla signoraDuchessa pareva si governavanola quale per lo piú dellevolte ne lassava il carico alla signora Emilia. Cosí ilgiorno appresso la partita del Papaessendo all'ora usata riduttala compagnia al solito locodopo molti piacevoli ragionamenti lasignora Duchessa volse pur che la signora Emilia cominciasse igiochi; ed essadopo l'aver alquanto rifiutato tal impresacosídisse: Signora miapoiché pur a voi piace ch'io sia quellache dia principio ai giochi di questa seranon possendoragionevolmente mancar d'obedirvidelibero proporre un giocodelqual penso dover aver poco biasmo e men fatica; e questo saràch'ognun proponga secondo il parer suo un gioco non piúfatto; da poi si eleggerà quello che parerà esser piúdegno di celebrarsi in questa compagnia . E cosí dicendosirivolse al signor Gaspar Pallavicinoimponendogli che 'l suodicesse; il qual súbito rispose: A voi toccasignoradirprima il vostro . Disse la signora Emilia: Eccovi ch'io l'ho dettoma voisignora Duchessacommandategli ch'e' sia obediente .

Allor la signora Duchessa ridendoAcciòdisseche vi abbia ad obedirevi faccio mialocotenente e vi do tutta la mia autorità



VII.

Gran cosa è purrispose ilsignor Gasparche sempre alle donne sia licito aver questaesenzione di fatichee certo ragion saria volerne in ogni modointender la cagione; ma per non esser io quello che dia principio adisobedirelasserò questo ad un altro tempo e diròquello che mi tocca; e cominciò: A me pare che gli animinostrisí come nel restocosí ancor nell'amare sianodi giudicio diversie perciò spesso interviene che quelloche all'uno è gratissimoall'altro sia odiosissimo. Ma contutto questosempre però si concordano in aver ciascunocarissima la cosa amatatalmente che spesso la troppo affezionedegli amanti di modo inganna il loro giudicioche estiman quellapersona che amano essere sola al mondo ornata d'ogni eccellentevirtú e senza diffetto alcuno; ma perché la naturaumana non ammette queste cosí compite perfezioninési trova persona a cui qualche cosa non manchinon si po dire chequesti tali non s'ingannino e che lo amante non divenga cieco circala cosa amata. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosseche ciascun dicesse di che virtú precipuamente vorrebbe chefosse ornata quella persona ch'egli ama; e poiché cosíè necessario che tutti abbiano qualche macchiaqual vicioancor vorrebbe che in essa fosseper veder chi sapràritrovare piú lodevoli ed utili virtù e piùescusabili viciie meno a chi ama nocivi ed a chi è amato .Avendo cosí detto il signor Gasparfece segno la signoraEmilia a madonna Costanza Fregosaper esser in ordine vicinacheseguitasse; la qual già s'apparechiava a dire; ma la signoraDuchessa súbito disse: Poiché madonna Emilia non voleaffaticarsi in trovar gioco alcunosarebbe pur ragione che l'altredonne partecipassino di questa commoditàed esse ancorfussino esente di tal fatica per questa seraessendoci massimamentetanti ominiche non è pericolo che manchin giochi.

Cosí faremorispose la signoraEmilia; ed imponendo silenzio a madonna Costanzasi volse a messerCesare Gonzagache le sedeva a cantoe gli commandò cheparlasse; ed esso cosí cominciò:



VIII.

Chi vol con diligenzia considerartutte le nostre azionitrova sempre in esse varii diffetti; e ciòprocede perché la naturacosí in questo comenell'altre cose variaad uno ha dato lume di ragione in una cosaadun altro in un'altra: però interviene chesapendo l'unquello che l'altro non sa ed essendo ignorante di quello che l'altrointendeciascun conosce facilmente l'error del compagno e non ilsuo ed a tutti ci pare essere molto savie forse piú inquello in che piú siamo pazzi; per la qual cosa abbiam vedutoin questa casa esser occorso che moltii quali al principio sonstati reputati savissimicon processo di tempo si son conosciutipazzissimi; il che d'altro non è proceduto che dalla nostradiligenzia. Chécome si dice che in Puglia circa gliatarantatis'adoprano molti instrumenti di musica e con varii suonisi va investigandofin che quello umore che fa la infirmitàper una certa convenienzia ch'egli ha con alcuno di que' suonisentendolosúbito si move e tanto agita lo infermoche perquella agitazion si riduce a sanitàcosí noiquandoabbiamo sentito qualche nascosa virtú di pazziatantosottilmente e con tante varie persuasioni l'abbiamo stimulata e consí diversi modiche pur al fine inteso abbiamo dove tendeva;poiconosciuto lo umorecosí ben l'abbiam agitatochesempre s'è ridutto a perfezion di publica pazzia; e chi èriuscito pazzo in versichi in musicachi in amorechi indanzarechi in far moreschechi in cavalcarechi in giocar dispadaciascun secondo la minera del suo metallo; onde poicomesapetesi sono avuti maravigliosi piaceri. Tengo io adunque percerto che in ciascun di noi sia qualche seme di pazziail qualrisvegliato possa multiplicar quasi in infinito. Però vorreiche questa sera il gioco nostro fusse il disputar questa materia eche ciascun dicesse: avendo io ad impazzir publicamentedi chesorte di pazzia si crede ch'io impazzissi e sopra che cosagiudicando questo esito per le scintille di pazzia che ogni dísi veggono di me uscire; il medesimo si dica de tutti gli altriservando l'ordine de' nostri giochied ognuno cerchi di fondar laopinion sua sopra qualche vero segno ed argumento.

E cosí di questo nostro giocoritraremo frutto ciascun di noi di conoscere i nostri diffettiondemeglio ce ne potrem guardare; e se la vena di pazzia che scopriremosarà tanto abundante che ci paia senza rimediol'aiutaremo esecondo la dottrina di fra Marianoaveremo guadagnato un'animachenon fia poco guadagno . Di questo gioco si rise moltonéalcun era che si potesse tener di parlare; chi dicevaIo impazzireinel pensare ; chiNel guardare ; chi diceaIo già sonimpazzito in amare ; e tali cose.



IX.

Allor fra Serafinoa modo suoridendo: Questodissesarebbe troppo lungo; ma se volete un belgiocofate che ognuno dica il parer suoonde è che le donnequasi tutte hanno in odio i ratti ed aman le serpi; e vederete cheniuno s'apporràse non ioche so questo secreto per unastrana via . E già cominciava a dir sue novelle; ma lasignora Emilia gli impose silenzioe trapassando la dama che ivisedevafece segno all'Unico Aretinoal qual per l'ordine toccava;ed essosenza aspettar altro comandamentoIodissevorrei essergiudice con autorità di poter con ogni sorte di tormentoinvestigar di sapere il vero da' malfattori; e questo per scoprirgl'inganni d'una ingratala qualcogli occhi d'angelo e cor diserpentemai non accorda la lingua con l'animo e con simulata pietàingannatrice a niun'altra cosa intendeche a far anatomia de' cori:né se ritrova cosí velenoso serpe nella Libia arenosache tanto di sangue umano sia vagoquanto questa falsa; la qual nonsolamente con la dolcezza della voce e meliflue parolema con gliocchicoi risicoi sembianti e con tutti i modi è verissimasirena.

Peròpoiché non m'èlicitocom'io vorreiusar le catenela fune o 'l foco per saperuna veritàdesidero di saperla con un giocoil quale èquesto: che ognun dica ciò che crede che significhi quellalettera Sche la signora Duchessa porta in fronte; perchéavvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame perpoter ingannareper avventura si gli darà qualcheinterpretazione da lei forse non pensata. e trovarassi che lafortunapietosa riguardatrice dei martíri degli ominil'haindutta con questo piccol segno a scoprire non volendo l'intimodesiderio suodi uccidere e sepellir vivo in calamità chi lamira o la serve . Rise la signora Duchessae vedendo l'Unicoch'ella voleva escusarsi di questa imputazioneNondissenonparlateSignorache non è ora il vostro loco di parlare .La signora Emilia allor si volse e disse: Signor Uniconon èalcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosama molto piúnel conoscer l'animo della signora Duchessa; e cosí come piúche gli altri lo conoscete per lo ingegno vostro divinol'amateancor piú che gli altri; i qualicome quegli uccelli debilidi vistache non affisano gli occhi nella spera del solenonpossono cosí ben conoscer quanto esso sia perfetto; peròogni fatica saria vana per chiarir questo dubbiofuor che 'lgiudicio vostro. Resti adunque questa impresa a voi solocome aquello che solo po trarla al fine . L'Unicoavendo tacciutoalquanto ed essendogli pur replicato che dicessein ultimo disse unsonetto sopra la materia predettadechiarando ciò chesignificava quella lettera S; che da molti fu estimato fattoall'improvvisomaper esser ingenioso e culto piú che nonparve che comportasse la brevità del temposi pensòpur che fosse pensato.



X.

Cosídopo l'aver dato unlieto applauso in laude del sonetto ed alquanto parlatoil signorOttavian Fregosoal qual toccavain tal modo ridendo incominciò:Signoris'io volessi affermare non aver mai sentito passiond'amoreson certo che la signora Duchessa e la signora Emiliaancorche non lo credessinomostrarebbon di crederloe diriano che ciòprocede perch'io mi son diffidato di poter mai indur donna alcuna adamarmi; di che in vero non ho io insin qui fatto prova con tantainstanziache ragionevolmente debba esser disperato di poterlo unavolta conseguire. Né già son restato di farlo perch'ioapprezzi me stesso tantoo cosí poco le donneche non estimiche molte ne siano degne d'esser amate e servite da me; ma piútosto spaventato dai continui lamenti d'alcuni inamoratii qualipallidimesti e taciturnipar che sempre abbiano la propriascontentezza dipinta negli occhi; e se parlanoaccompagnando ogniparola con certi sospiri triplicatidi null'altra cosa ragionanoche di lacrimedi tormentidi disperazioni e desidèri dimorte; di modo chese talor qualche scintilla amorosa pur mi s'èaccesa nel coreio súbito sònomi sforzato con ogniindustria di spegnerlanon per odio ch'io porti alle donnecomeestimano queste signorema per mia salute. Ho poi conosciutialcun'altri in tutto contrari a questi dolentii quali nonsolamente si laudano e contentano dei grati aspetticare parole esembianti suavi delle lor donnema tutti i mali condiscono didolcezza; di modo che le guerrel'irei sdegni di quelle perdolcissimi chiamano; perché troppo piú che feliciquesti tali esser mi paiono. Ché se negli sdegni amorosiiquali da quell'altri piú che morte sono reputati amarissimiessi ritrovano tanta dolcezzapenso che nelle amorevolidimostrazioni debban sentir quella beatitudine estremache noi invano in questo mondo cerchiamo. Vorrei adunque che questa sera ilgioco nostro fusse che ciascun dicesseavendo ad esser sdegnataseco quella persona ch'egli amaqual causa vorrebbe che fosse quellache la inducesse a tal sdegno. Ché se qui si ritrovano alcuniche abbian provato questi dolci sdegnison certo che per cortesiadesideraranno una di quelle cause che cosí dolci li faed ioforse m'assicurerò di passar un poco piú avanti inamorecon speranza di trovar io ancora questa dolcezzadove alcunitrovano l'amaritudine; ed in tal modo non potranno queste signoredarmi infamia piú ch'io non ami.



XI.

Piacque molto questo gioco e giàognun si preparava di parlar sopra tal materia; ma non facendone lasignora Emilia altramente mottomesser Pietro Bemboche era inordine vicinocosí disse: Signorinon piccol dubbio harisvegliato nell'animo mio il gioco proposto dal signor Ottavianoavendo ragionato de' sdegni d'amore: i qualiavvenga che variisianopur a me sono essi sempre stati acerbissiminé da mecredo che si potesse imparar condimento bastante per addolcirgli; maforse sono piú e meno amari secondo la causa donde nascono.Ché mi ricordo già aver veduto quella donna ch'ioserviva verso me turbatao per suspetto vano che da se stessa dellafede mia avesse presoo vero per qualche altra falsa opinione inlei nata dalle altrui parole a mio danno; tanto ch'io credeva niunapena alla mia potersi agguagliare e parevami che 'l maggior dolorch'io sentiva fusse il patire non avendolo meritatoed aver questaafflizione non per mia colpama per poco amor di lei. Altre voltela vidi sdegnata per qualche error mio e conobbi l'ira sua procederdal mio fallo; ed in quel punto giudicava che 'l passato mal fossestato levissimo a rispetto di quello ch'io sentiva allora; e pareamiche l'esser dispiaciutoe per colpa miaa quella persona alla qualsola io desiderava e con tanto studio cercava di piacerefosse ilmaggior tormento e sopra tutti gli altri. Vorrei adunque che 'lgioco nostro fusse che ciascun dicesseavendo ad esser sdegnataseco quella persona ch'egli amada chi vorrebbe che nascesse lacausa del sdegnoo da leio da se stesso; per saper qual èmaggior doloreo far dispiacere a chi s'amao riceverlo pur da chis'ama .



XII.

Attendeva ognun la risposta dellasignora Emilia; la qual non facendo altrimenti motto al Bembosivolse e fece segno a messer Federico Fregoso che 'l suo giocodicesse; ed esso súbito cosí cominciò: Signoravorrei che mi fusse licitocome qualche volta si sòlerimettermi alla sentenzia d'un altro; ch'io per me voluntieriapprovarei alcun dei giochi proposti da questi signoriperchéveramente parmi che tutti sarebben piacevoli: purper non guastarl'ordinedico che chi volesse laudar la corte nostralasciandoancor i meriti della signora Duchessala qual sola con la suadivina virtú basteria per levar da terra al cielo i piúbassi spiriti che siano al mondoben poria senza suspettod'adulazion dir che in tutta la Italia forse con fatica siritrovariano altrettanti cavalieri cosí singularied oltrealla principal profession della cavalleria cosí eccellenti indiverse cosecome or qui si ritrovano; peròse in locoalcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortegiani e chesappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegianias'appartieneragionevolmente si ha da creder che qui siano. Perreprimere adunque molti sciocchii quali per esser prosuntuosi edinetti si credono acquistar nome di bon cortegianovorrei che 'lgioco di questa sera fusse taleche si elegesse uno della compagniaed a questo si desse carico di formar con parole un perfettocortegianoesplicando tutte le condicioni e particular qualitàche si richieggono a chi merita questo nome; ed in quelle cose chenon pareranno convenienti sia licìto a ciascun contradirecome nelle scole de' filosofi a chi tien conclusioni . Seguitavaancor piú oltre il suo ragionamento messer Federicoquandola signora Emiliainterrompendolo:

Questodissese alla signora Duchessapiacesarà il gioco nostro per ora .

Rispose la signora Duchessa: Piacemi .Allor quasi tutti i circunstantie verso la signora Duchessa e trasécominciarono a dir che questo era il piú bel giocoche far si potesse; e senza aspettar l'uno la risposta dell'altrofacevano instanzia alla signora Emilia che ordinasse chi gli avesse adar principio. La qualvoltatasi alla signora Duchessa: ComandatedisseSignoraa chi piú vi piace che abbia questa impresa;ch'io non vogliocon elegerne uno piú che l'altromostrardi giudicare qual in questo io estimi piú sufficiente deglialtried in tal modo far ingiuria a chi si sia .

Rispose la signora Duchessa: Fate purvoi questa elezione; e guardatevi col disubedire di non dar esempioagli altriche siano essi ancor poco ubedienti.



XIII.

Allor la signora Emiliaridendodisse al conte Ludovico da Canossa: Adunqueper non perder piútempovoiContesarete quello che averà questa impresa nelmodo che ha detto messer Federico; non già perché cipaia che voi siate cosí bon cortegianoche sappiate quel chesi gli convengama perchédicendo ogni cosa al contrariocome speramo che fareteil gioco sarà piú bellochéognun averà che respondervi; onde se un altro che sapesse piúdi voi avesse questo cariconon si gli potrebbe contradir cosaalcuna perché diria la veritàe cosí il giocosaria freddo . Súbito rispose il Conte: Signoranon ci sariapericolo che mancasse contradizione a chi dicesse la veritàstando voi qui presente ; ed essendosi di questa ri spostaalquanto risoseguitò: Ma io veramenteSignoramoltovolontier fuggirei questa faticaparendomi troppo difficile econoscendo in me ciò che voi avete per burla detto esserverissimocioè ch'io non sappia quello che a bon cortegian siconviene; e questo con altro testimonio non cerco di provareperchénon facendo l'operesi po estimar ch'io nol sappia;ed io credo che sia minor biasmo mioperché senza dubbiopeggio è non voler far beneche non saperlo fare. Puressendo cosí che a voi piaccia che io abbia questo caricononposso né voglio rifiutarloper non contravenir all'ordine egiudicio vostroil quale estimo piú assai che 'l mio . Allormesser Cesare GonzagaPerché giàdisseèpassata bon'ora di notte e qui son apparecchiate molte altre sortidi piaceriforse bon sarà differir questo ragionamento adomani e darassi tempo al Conte di pensar ciò ch'egli s'abbiaa dire; ché in vero di tal subietto parlare improviso èdifficil cosa . Rispose il Conte: Io non voglio far come coluichespogliatosi in giuppone saltò meno che non avea fatto colsaio; e perciò parmi gran ventura che l'ora sia tardaperchéper la brevità del tempo sarò sforzato a parlar poco e'l non avervi pensato mi escuserà talmente che mi saràlicito dir senza biasimo tutte le cose che prima mi verranno allabocca. Per non tener adunque piú lungamente questo carico diobligazione sopra le spalledico che in ogni cosa tanto èdifficil il conoscer la vera perfezionche quasi èimpossibile; e questo per la varietà de' giudici. Peròsi ritrovano moltiai quali sarà grato un omo che parliassaie quello chiameranno piacevole; alcuni si diletteranno piúdella modestia; alcun'altri d'un omo attivo ed inquieto; altri dichi in ogni cosa mostri riposo e considerazione; e cosíciascuno sempre coprendo il vicio lauda e vitupera secondo il parersuocol nome della propinqua virtúo la virtú colnome del propinquo vicio; come chiamando un prosuntuosolibero; unmodestoàrrido; un nesciobono; un sceleratoprudente; emedesimamente nel resto. Pur io estimo in ogni cosa esser la suaperfezioneavvenga che nascosta; e questa potersi con ragionevolidiscorsi giudicar da chi di quella tal cosa ha notizia. E perchécome ho dettospesso la verità sta occulta ed io non mivanto aver questa cognizionenon posso laudar se non quella sortedi cortegiani ch'io piú apprezzoed approvar quello che mipar piú simile al verosecondo il mio poco giudicio; il qualseguitaretese vi parerà bonoo vero v'attenerete alvostrose egli sarà dal mio diverso. Né io giàcontrasterò che 'l mio sia migliore del vostro; ché nonsolamente a voi po parer una cosa ed a me un'altrama a me stessoporia parer or una cosa ed ora un'altra.



XIV.

Voglio adunque che questo nostrocortegiano sia nato nobile e di generosa famiglia; perchémolto men si disdice ad un ignobile mancar di far operazionivirtuoseche ad uno nobileil qual se desvia dal camino dei suiantecessorimacula il nome della famiglia e non solamente nonacquistama perde il già acquistato; perché lanobiltà è quasi una chiara lampache manifesta e faveder l'opere bone e le male ed accende e sprona alla virtúcosí col timor d'infamiacome ancor con la speranza dilaude; e non scoprendo questo splendor di nobiltà l'operedegli ignobiliessi mancano dello stimulo e del timore di quellainfamiané par loro d'esser obligati passar piú avantidi quello che fatto abbiano i sui antecessori; ed ai nobili parbiasimo non giunger almeno al termine da' sui primi mostratogli.Però intervien quasi sempre che e nelle arme e nelle altrevirtuose operazioni gli omini piú segnalati sono nobiliperché la natura in ogni cosa ha insito quello occulto semeche porge una certa forza e proprietà del suo principio atutto quello che da esso deriva ed a sé lo fa simile; comenon solamente vedemo nelle razze de' cavalli e d'altri animalimaancor negli alberii rampolli dei quali quasi sempre s'assimiglianoal tronco; e se qualche volta degeneranoprocede dal malagricultore. E cosí intervien degli ominii qualise di bonacrianza sono cultivatiquasi sempre son simili a quelli d'ondeprocedono e spesso migliorano; ma se manca loro chi gli curi benedivengono come selvatichiné mai si maturano. Vero ècheo sia per favor delle stelleo di naturanascono alcuniaccompagnati da tante grazieche par che non siano natima che unqualche dio con le proprie mani formati gli abbia ed ornati de tuttii beni dell'animo e del corpo; sí come ancor molti si veggonotanto inetti e sgarbatiche non si po credere se non che la naturaper dispetto o per ludibrio produtti gli abbia al mondo. Questi sícome per assidua diligenzia e bona crianza poco frutto per lo piúdelle volte posson farecosí quegli altri con poca faticavengon in colmo di summa eccellenzia. E per darvi un esempiovedeteil signor don Ippolito da Este cardinal di Ferrarail quale tantodi felicità ha portato dal nascere suoche la personaloaspettole parole e tutti i sui movimenti sono talmente di questagrazia composti ed accommodatiche tra i piú antichiprelatiavvenga che sia giovanerappresenta una tanto graveautoritàche piú presto pare atto ad insegnarechebisognoso d'imparare; medesimamentenel conversare con omini e condonne d'ogni qualitànel giocarenel ridere e nelmotteggiare tiene una certa dolcezza e cosí graziosi costumiche forza è che ciascun che gli parla o pur lo vede gli restiperpetuamente affezionato. Matornando al proposito nostrodicoche tra questa eccellente grazia e quella insensata sciocchezza sitrova ancora il mezzo; e posson quei che non son da natura cosíperfettamente dotaticon studio e fatica limare e correggere ingran parte i diffetti naturali. Il cortegianoadunqueoltre allanobiltàvoglio che sia in questa parte fortunatoed abbiada natura non solamente lo ingegno e bella forma di persona e divoltoma una certa grazia ecome si diceun sangueche lo facciaal primo aspetto a chiunque lo vede grato ed amabile; e sia questo unornamento che componga e compagni tutte le operazioni sue e promettanella fronte quel tale esser degno del commerzio e grazia d'ognigran signore .



VX.

Quivinon aspettando piúoltredisse il signor Gaspar Pallavicino: Acciò che ilnostro gioco abbia la forma ordinata e che non paia che noi estimiampoco l'autorità dataci del contradiredico che nelcortegiano a me non par cosí necessaria questa nobiltà;e s'io mi pensassi dir cosa che ad alcun di noi fusse novaioaddurrei molti i qualinati di nobilissimo sangueson stati pienidi vicii; e per lo contrario molti ignobiliche hanno con la virtúillustrato la posterità loro. E se è vero quello chevoi diceste dianzicioè che in ogni cosa sia quella occultaforza del primo semenoi tutti saremmo in una medesima condicioneper aver avuto un medesimo principioné piú un chel'altro sarebbe nobile. Ma delle diversità nostre e gradid'altezza e di bassezza credo io che siano molte altre cause: tra lequali estimo la fortuna esser precipuaperché in tutte lecose mondane la veggiamo dominare e quasi pigliarsi a gioco d'alzarspesso fin al cielo chi par a lei senza merito alcunoe sepellirnell'abisso i piú degni d'esser esaltati. Confermo ben ciòche voi dite della felicità di quelli che nascon dotati deibeni dell'animo e del corpo; ma questo cosí si vede negliignobili come nei nobiliperché la natura non ha queste cosísottili distinzioni; anzicome ho dettospesso si veggono inpersone bassissime altissimi doni di natura. Però nonacquistandosi questa nobiltà né per ingegno néper forza né per arteed essendo piú tosto laude deinostri antecessori che nostra propriaa me par troppo strano volerchese i parenti del nostro cortegiano son stati ignobilitutte lesue bone qualità siano guastee che non bastino assaiquell'altre condizioni che voi avete nominateper ridurlo al colmodella perfezione: cioè ingegnobellezza di voltodisposizion di persona e quella graziache al primo aspetto semprelo faccia a ciascun gratissimo .



VXI.

Allor il conte LudovicoNon nego iorisposeche ancora negli omini bassi non possano regnar quellemedesime virtú che nei nobili; ma per non replicar quello chegià avemo detto con molte altre ragioni che si poriano addurrein laude della nobilitàla qual sempre ed appresso ognuno èonorataperché ragionevole cosa è che de' boninascano i boniavendo noi a formare un cortegiano senza diffettoalcuno e cumulato d'ogni laudemi par necessario farlo nobilesíper molte altre causecome ancor per la opinion universalela qualsúbito accompagna la nobilità. Ché se sarannodui omini di palazzoi quali non abbiano per prima dato impressionalcuna di se stessi con l'opere o bone o malesúbito ches'intenda l'un esser nato gentilomo e l'altro noappresso ciascunolo ignobile sarà molto meno estimato che 'l nobileebisognerà che con molte fatiche e con tempo nella mente degliomini imprima la bona opinion di séche l'altro in unmomentoe solamente con l'esser gentilomaverà acquistata.E di quanta importanzia siano queste impressioniognun pofacilmente comprendere; chéparlando di noiabbiam vedutocapitare in questa casa ominii qualiessendo sciocchi egoffissimiper tutta Italia hanno però avuto fama digrandissimi cortegiani; e benché in ultimo sian statiscoperti e conosciutipur per molti dí ci hanno ingannatoemantenuto negli animi nostri quella opinion di sé che prima inessi hanno trovato impressabenché abbiano operato secondoil lor poco valore. Avemo veduti altrial principio in pochissimaestimazionepoi esser all'ultimo riusciti benissimo. E di questierrori sono diverse cause; e tra l'altre la ostinazion dei signorii qualiper voler far miracolitalor si mettono a dar favore a chipar loro che meriti disfavore. E spesso ancor essi s'ingannano; maperché sempre hanno infiniti imitatoridal favor loro derivagrandissima famala qual per lo piú i giudici vanno seguendo;e se ritrovano qualche cosa che paia contraria alla communeopinionedubitano di ingannar se medesimi e sempre aspettanoqualche cosa di nascostoperché pare che queste opinioniuniversali debbano pur esser fondate sopra il vero e nascere daragionevoli causee perché gli animi nostri sono prontissimiallo amore ed all'odiocome si vede nei spettaculi de'combattimenti e de' giochi e d'ogni altra sorte contenzionedove ispettatori spesso si affezionano senza manifesta cagione ad unadelle particon desiderio estremo che quella resti vincente el'altra perda. Circa la opinione ancor delle qualità degliominila bona fama o la mala nel primo entrare move l'animo nostroad una di queste due passioni. Però interviene che per lo piúnoi giudichiamo con amoreo vero con odio. Vedete adunque di quantaimportanzia sia questa prima impressione e come debba sforzarsid'acquistarla bona nei princípi chi pensa aver grado e nomedi bon cortegiano.



VXII.

Ma per venire a qualcheparticularitàestimo che la principale e vera profession delcortegiano debba esser quella dell'arme; la qual sopra tutto voglioche egli faccia vivamente e sia conosciuto tra gli altri per ardito esforzato e fidele a chi serve. E 'l nome di queste bone condicionisi acquisterà facendone l'opere in ogni tempo e locoimperòche non è licito in questo mancar maisenza biasimo estremo;e come nelle donne la onestàuna volta macchiatamai piúnon ritorna al primo statocosí la fama d'un gentilom cheporti l'armese una volta in un minimo punto si denigra per coardiao altro rimprocciosempre resta vituperosa al mondo e pienad'ignominia. Quanto piú adunque sarà eccellente ilnostro cortegiano in questa artetanto piú sarà degnodi laude; bench'io non estimi esser in lui necessaria quellaperfetta cognizion di cose e l'altre qualitàche ad uncapitano si convengono; ché per esser questo troppo gran marene contentatemocome avemo dettodella integrità di fede edell'animo invitto e che sempre si vegga esser tale: perchémolte volte piú nelle cose piccole che nelle grandi siconoscono i coraggiosi; e spesso ne' pericoli d'importanziae doveson molti testimoniisi ritrovano alcuni li qualibenchéabbiano il core morto nel corpopur spinti dalla vergogna o dallacompagniaquasi ad occhi chiusi vanno inanzi e fanno il debitoloroe Dio sa come; e nelle cose che poco premono e dove par chepossano senza esser notati restar di mettersi a pericolovolentiersi lasciano acconciare al sicuro. Ma quelli che ancor quando pensanonon dover esser d'alcuno né miratiné vedutinéconosciutimostrano ardire e non lascian passar cosaper minimach'ella siache possa loro esser caricohanno quella virtúd'animo che noi ricerchiamo nel nostro cortegiano. Il quale nonvolemo però che si mostri tanto fieroche sempre stia in sule brave parole e dica aver tolto la corazza per mogliee minaccicon quelle fiere guardature che spesso avemo vedute fare a Berto; chéa questi tali meritamente si po dir quelloche una valorosa donnain una nobile compagnia piacevolmente disse ad unoch'io per oranominar non voglio; il qualeessendo da leiper onorarloinvitatoa danzaree rifiutando esso e questo e lo udir musica e molti altriintertenimenti offertiglisempre con dir cosí fattenovelluzze non esser suo mestieroin ultimodicendo la donna«Qual è adunque il mestier vostro?»rispose conun mal viso: «Il combattere»; allora la donna súbito:«Crederei»disse«che or che non siete allaguerrané in termine de combatterefosse bona cosa che vifaceste molto ben untare ed insieme con tutti i vostri arnesi dabattaglia riporre in un armario finché bisognasseper nonruginire più di quello che siate»; e cosíconmolte risa de' circunstantiscornato lasciollo nella sua scioccaprosunzione. Sia adunque quello che noi cerchiamodove si veggongli inimicifierissimoacerbo e sempre tra i primi; in ogni altrolocoumanomodesto e ritenutofuggendo sopra tutto laostentazione e lo impudente laudar se stessoper lo quale l'uomosempre si còncita odio e stomaco da chi ode .



VXIII


Ed iorispose allora il signorGasparho conosciuti pochi omini eccellenti in qualsivoglia cosache non laudino se stessi; e parmi che molto ben comportar lor sipossaperché chi si sente valerequando si vede non esserper l'opere dagli ignoranti conosciutosi sdegna che 'l valor suostia sepulto e forza è che a qualche modo lo scopraper nonessere defraudato dell'onoreche è il vero premio dellevirtuose fatiche. Però tra gli antichi scrittorichi moltovale rare volte si astien da laudar se stesso. Quelli ben sonointollerabili cheessendo di niun meritosi laudano; ma tal nonpresumiam noi che sia il nostro cortegiano . Allor il ConteSe voidisseavete intesoio ho biasmato il laudare se stessoimpudentemente e senza rispetto; e certocome voi ditenon si deepigliar mala opinion d'un omo valorosoche modestamente si laudi;anzi toôr quello per testimonio piú certo che sevenisse di bocca altrui. Dico ben che chilaudando se stessononincorre in errorené a sé genera fastidio o invidia dachi odequello è discretissimo edoltre alle laudi che essosi dàne merita ancor dagli altri; perché ècosa difficil assai . Allora il signor GasparQuestodisseciavete da insegnar voi . Rispose il Conte: Tra gli antichi scrittorinon è ancor mancato chi l'abbia insegnato; maal parer mioil tutto consiste in dir le cose di modoche paia che non si dicanoa quel finema che caggiano talmente a propositoche non si possarestar di dirlee sempre mostrando fuggir le proprie laudidirlepure; ma non di quella maniera che fanno questi braviche aprono labocca e lascian venir le parole alla ventura; come pochi dífa disse un de' nostri cheessendogli a Pisa stato passata unacoscia con una picca da una banda all'altrapensò che fosseuna mosca che l'avesse punto; ed un altro disse che non tenevaspecchio in camera perché quando si crucciava diveniva tantoterribile nell'aspettoche veggendosi aría fatto troppo granpaura a se stesso . Rise qui ognuno; ma messer Cesare Gonzagasuggiunse: Di che ridete voi? Non sapete che Alessandro Magnosentendo che opinion d'un filosofo era che fussino infiniti mondicominciò a piangereed essendoli domandato perchépiangevarispose«Perch'io non ne ho ancor preso un solo»;come se avesse avuto animo di pigliarli tutti?. Non vi par chequesta fosse maggior braveria che il dir della puntura della mosca?

Disse allor il Conte: Anco Alessandroera maggior uom che non era colui che disse quella. Ma agli ominieccellenti in vero si ha da perdonare quando presumono assai di sé;perché chi ha da far gran cosebisogna che abbia ardir difarle e confidenzia di se stesso e non sia d'animo abbietto o vilema sí ben modesto in parolemostrando di presumer meno di sestesso che non fapur che quella presunzione non passi allatemerità .



XIX


Quivi facendo un poco di pausa ilContedisse ridendo messer Bernardo Bibiena: Ricordomi che dianzidiceste che questo nostro cortegiano aveva da esser dotato da naturadi bella forma di volto e di personacon quella grazia che lofacesse cosí amabile. La grazia e 'l volto bellissimo pensoper certo che in me sia e perciò interviene che tante donnequante sapeteardeno dell'amor mio; ma della forma del corpo sto ioalquanto dubbiosoe massimamente per queste mie gambeche in veronon mi paiono cosí atte com'io vorrei; del busto e del restocontentomi pur assai bene. Dichiarate adunque un poco piúminutamente questa forma del corpoquale abbia ella da essereacciòche io possa levarmi di questo dubbio e star con l'animo riposato .Essendosi di questo riso alquantosuggiunse il Conte: Certo quellagrazia del voltosenza mentiredir si po esser in voinéaltro esempio adduco che questoper dechiarire che cosa ella sia;ché senza dubbio veggiamo il vostro aspetto esser gratissimoe piacere ad ognunoavvenga che i lineamenti d'esso non siano moltodelicati; ma tien del virilee pur è grazioso; e trovasiquesta qualità in molte e diverse forme di volti. E di talsorte voglio io che sia lo aspetto del nostro cortegianonon cosímolle e feminile come si sforzano d'aver moltiche non solamente sicrespano i capegli e spelano le cigliama si strisciano con tuttique' modi che si faccian le piú lascive e disoneste feminedel mondo; e pare che nello andarenello stare ed in ogni altro loratto siano tanto teneri e languidiche le membra siano perstaccarsi loro l'uno dall'altro; e pronunziano quelle parole cosíafflitteche in quel punto par che lo spirito loro finisca; equanto piú si trovano con omini di gradotanto piúusano tai termini. Questipoiché la naturacome essimostrano desiderare di parere ed esserenon gli ha fatti feminedovrebbono non come bone femine esser estimatimacome publichemeretricinon solamente delle corti de' gran signorima delconsorzio degli omini nobili esser cacciati.



XX.

Vegnendo adunque alla qualitàdella personadico bastar ch'ella non sia estrema in piccolezza néin grandezzaperché e l'una e l'altra di queste condicioniporta seco una certa dispettosa maraviglia e sono gli omini di talsorte mirati quasi di quel modo che si mirano le cose monstruose;benchéavendo da peccare nell'una delle due estremitàmen male è l'esser un poco diminutoche ecceder laragionevol misura in grandezza; perché gli omini cosívasti di corpooltra che molte volte di ottuso ingegno si trovanosono ancor inabili ad ogni esercizio di agilitàla qual cosaio desidero assai nel cortegiano. E perciò voglio che eglisia di bona disposizione e de' membri ben formatoe mostri forza eleggerezza e disciolturae sappia de tutti gli esercizi di personache ad uom di guerra s'appartengono; e di questo penso il primodever essere maneggiar ben ogni sorte d'arme a piedi ed a cavallo econoscere i vantaggi che in esse sonoe massimamente aver notizia diquell'arme che s'usano ordinariamente tra' gentilomini; perchéoltre all'operarle alla guerradove forse non sono necessarie tantesottilitàintervengono spesso differenzie tra un gentilom el'altroonde poi nasce il combatteree molte volte con quell'armeche in quel punto si trovano a canto; però il saperne ècosa securissima. Né son io già di que' che diconoche allora l'arte si scorda nel bisogno; perché certamente chiperde l'arte in quel tempodà segno che prima ha perduto ilcore e 'l cervello di paura.



XXI.

Estimo ancora che sia di momentoassai il saper lottareperché questo accompagna molto tuttel'arme da piedi. Appresso bisogna che e per sé e per gliamici intenda le querele e differenzie che possono occorreree siaavvertito nei vantaggiin tutto mostrando sempre ed animo eprudenzia; né sia facile a questi combattimentise nonquanto per l'onor fosse sforzato; cheoltre al gran pericolo che ladubbiosa sorte seco portachi in tai cose precipitosamente e senzaurgente causa incorremerita grandissimo biasimoavvenga che bengli succeda. Ma quando si trova l'omo esser entrato tanto avantiche senza carico non si possa ritrarredee e nelle cose cheoccorrono prima del combatteree nel combattereesserdeliberatissimo e mostrar sempre prontezza e core; e non farcom'alcuniche passano la cosa in dispute e puntied avendo laelezion dell'armepigliano arme che non tagliano né pungonoe s'armano come s'avessero ad aspettar le cannonate; e parendo lorbastare il non esser vintistanno sempre in sul diffendersi eritirarsitanto che mostrano estrema viltà; onde fannosi farla baia da' fanciullicome que' dui Anconitaniche poco facombatterono a Perugia e fecero ridere chi gli vide. E quali furonquesti? disse il signor Gaspar Pallavicino. Rispose messer Cesare:Dui fratelli consobrini . Disse allora il Conte: Al combattereparvero fratelli carnali; poi suggionse: Adopransi ancor l'armespesso in tempo di pace in diversi esercizie veggonsi i gentilomininei spettacoli publici alla presenzia de' populidi donne e di gransignori. Però voglio che 'l nostro cortegiano sia perfettocavalier d'ogni sellaed oltre allo aver cognizion di cavalli e diciò che al cavalcare s'appartieneponga ogni studio ediligenzia di passar in ogni cosa un poco piú avanti che glialtridi modo che sempre tra tutti sia per eccellente conosciuto. Ecome si legge d'Alcibiade che superò tutte le nazioni pressoalle quali egli vissee ciascuna in quello che piú era suopropriocosí questo nostro avanzi gli altrie ciascuno inquello di che piú fa professione. E perché degliItaliani è peculiar laude il cavalcare bene alla bridailmaneggiar con ragione massimamente cavalli asperiil correr lance e'l giostraresia in questo de' migliori Italiani; nel tornearetener un passocombattere una sbarrasia bono tra i migliorFranzesi; nel giocare a cannecorrer torilanzar aste e dardisiatra i Spagnoli eccellente. Ma sopra tutto accompagni ogni suomovimento con un certo bon giudicio e graziase vole meritarquell'universal favore che tanto s'apprezza.



XXII.

Sono ancor molti altri eserciziiqualibenché non dependano drittamente dalle armepur conesse hanno molta convenienzia e tengono assai d'una strenuitàvirile; e tra questi parmi la caccia esser de' principaliperchéha una certa similitudine di guerra; ed è veramente piacer dagran signori e conveniente ad uom di corte; e comprendesi che ancortra gli antichi era in molta consuetudine. Conveniente èancor saper nuotaresaltarecorreregittar pietre perchéoltre alla utilità che di questo si po avere alla guerramolte volte occorre far prova di sé in tai cose; ondes'acquista bona estimazionemassimamente nella moltitudinecon laquale bisogna pur che l'om s'accommodi. Ancor nobile esercizio econvenientissimo ad uom di corte è il gioco di pallanelquale molto si vede la disposizion del corpo e la prestezza ediscioltura d'ogni membroe tutto quello che quasi in ogni altroesercizio si vede. Né di minor laude estimo il volteggiar acavalloil qualeabbenché sia faticoso e difficilefal'omo leggerissimo e destro piú che alcun'altra cosa; edoltre alla utilitàse quella leggerezza è compagnatadi bona graziafaal parer miopiú bel spettaculo chealcun degli altri.

Essendo adunque il nostro cortegiano inquesti esercizi piú che mediocremente espertopenso chedebba lasciar gli altri da canto; come volteggiar in terraandar insu la corda e tai coseche quasi hanno del giocolare e poco sono agentilomo convenienti. Ma perché sempre non si po versar traqueste cosí faticose operazionioltra che ancor la assiduitàsazia molto e leva quella ammirazione che si piglia delle cose rarebisogna sempre variar con diverse azioni la vita nostra. Peròvoglio che 'l cortegiano descenda qualche volta a piúriposati e placidi esercizie per schivar la invidia e perintertenersi piacevolmente con ognuno faccia tutto quello che glialtri fannonon s'allontanando però mai dai laudevoli atti egovernandosi con quel bon giudicio che non lo lassi incorrere inalcuna sciocchezza; ma ridascherzimotteggiballi e danzinientedimeno con tal manierache sempre mostri esser ingenioso ediscreto ed in ogni cosa che faccia o dica sia aggraziato .



XXIII.

Certodisse allor messer CesareGonzaganon si dovria già impedir il corso di questoragionamento; mase io tacessinon satisfarei alla libertàch'io ho di parlarené al desiderio di saper una cosa; esiami perdonato s'ioavendo a contradiredimanderò; perchéquesto credo che mi sia licitoper esempio del nostro messerBernardoil quale per troppo voglia d'esser tenuto bell'omohacontrafatto alle leggi del nostro giocodomandando e noncontradicendo. Vedetedisse allora la signora Duchessacome da unerror solo molti ne procedono. Però chi falla e dà malesempiocome messer Bernardonon solamente merita esser punito delsuo falloma ancor dell'altrui . Rispose allora messer Cesare:Dunque ioSignorasarò esente di penaavendo messerBernardo ad esser punito del suo e del mio errore. Anzidisse lasignora Duchessatutti dui devete aver doppio castigo: esso del suofallo e dello aver indutto voi a fallire; voi del vostro fallo edello aver imitato chi falliva. Signorarispose messer Cesareiofin qui non ho fallito; peròper lasciar tutta questapunizione a messer Bernardo solotacerommi . E già sitaceva; quando la signora Emilia ridendoDite ciò che vipiacerisposeChécon licenzia però della signoraDuchessaio perdono a chi ha fallito e a chi fallirà in cosípiccol fallo . Suggiunse la signora Duchessa: Io son contenta; maabbiate cura che non v'inganniatepensando forse meritar piúcon l'esser clemente che con l'esser giusta; perchéperdonando troppo a chi falla si fa ingiuria a chi non falla. Purnon voglio che la mia austerità per oraaccusando laindulgenzia vostrasia causa che noi perdiamo d'udir questa domandadi messer Cesare . Cosí essoessendogli fatto segno dallasignora Duchessa e dalla signora Emiliasúbito disse:



XXIV.

Se ben tengo a memoriaparmisignor Conteche voi questa sera piú volte abbiate replicatoche 'l cortegiano ha da compagnare l'operazion suei gestigliabitiin somma ogni suo movimento con la grazia; e questo mi par chemettiate per un condimento d'ogni cosasenza il quale tutte l'altreproprietà e bone condicioni sian di poco valore. E veramentecredo io che ognun facilmente in ciò si lasciarebbepersuadereperché per la forza del vocabulo si po dir chechi ha grazia quello è grato. Ma perché voi dicestequesto spesse volte esser don della natura e de' cielied ancorquando non è cosí perfetto potersi con studio e faticafar molto maggiorequegli che nascono cosí avventurosi etanto ricchi di tal tesorocome alcuni che ne veggiamoa me parche in ciò abbiano poco bisogno d'altro maestro; perchéquel benigno favor del cielo quasi al suo dispetto i guida piúalto che essi non desideranoe fagli non solamente gratimaammirabili a tutto il mondo. Però di questo non ragionononessendo in poter nostro per noi medesimi l'acquistarlo. Ma quelliche da natura hanno tanto solamenteche son atti a poter esseraggraziati aggiungendovi faticaindustria e studiodesidero io disaper con qual artecon qual disciplina e con qual modo possonoacquistar questa graziacosí negli esercizi del corponeiquali voi estimate che sia tanto necessariacome ancor in ognialtra cosa che si faccia o dica. Peròsecondo che collaudarci molto questa qualità a tutti avetecredogeneratouna ardente sete di conseguirlaper lo carico dalla signora Emiliaimpostovi siete ancor con lo insegnarci obligato ad estinguerla


XVX.

Obligato non son iodisse il Contead insegnarvi a diventar aggraziatiné altroma solamente adimostrarvi qual abbia ad essere un perfetto cortegiano.

Né io già pigliareiimpresa di insegnarvi questa perfezionemassimamente avendo poco fadetto che 'l cortegiano abbia da saper lottare e volteggiare etant'altre cosele quali come io sapessi insegnarvinon le avendomai imparateso che tutti lo conoscete. Basta che sí come unbon soldato sa dire al fabro di che foggia e garbo e bontàhanno ad esser l'armené però gli sa insegnar afarlené come le martelli o tempricosí io forse visaprò dir qual abbia ad esser un perfetto cortegianoma noninsegnarvi come abbiate a fare per divenirne. Purper satisfareancor quanto è in poter mio alla domanda vostrabenchée' sia quasi in proverbio che la grazia non s'imparidico che chiha da esser aggraziato negli esercizi corporalipresuponendo primache da natura non sia inabiledee cominciar per tempo ed imparar iprincípi da ottimi maestri; la qual cosa quanto paresse aFilippo re di Macedonia importantesi po comprendereavendo volutoche Aristoteletanto famoso filosofo e forse il maggior che siastato al mondo maifosse quello che insegnasse i primi elementidelle lettere ad Alessandro suo figliolo. E delli omini che noioggidí conoscemoconsiderate come bene ed aggraziatamente fail signor Galleazzo Sanseverinogran scudiero di Francia tutti gliesercizi del corpo; e questo perchéoltre alla naturaldisposizione ch'egli tiene della personaha posto ogni studiod'imparare da bon maestri ed aver sempre presso di sé ominieccellenti e da ognun pigliar il meglio di ciò che sapevano;ché sí come del lottarevolteggiare e maneggiar moltesorti d'armi ha tenuto per guida il nostro messer Pietro Monteilqualcome sapeteè il vero e solo maestro d'ogniartificiosa forza e leggerezzacosí del cavalcaregiostraree qualsivoglia altra cosa ha sempre avuto inanzi agli occhi i piúperfettiche in quelle professioni siano stati conosciuti.



XVXI.

Chi adunque vorrà esser bondiscipulooltre al far le cose benesempre ha da metter ognidiligenzia per assimigliarsi al maestro ese possibil fossetransformarsi in lui. E quando già si sente aver fattoprofittogiova molto veder diversi omini di tal professione egovernandosi con quel bon giudicio che sempre gli ha da esser guidaandar scegliendo or da un or da un altro varie cose. E come lapecchia ne' verdi prati sempre tra l'erbe va carpendo i fioricosíil nostro cortegiano averà da rubare questa grazia da que' chea lui parerà che la tenghino e da ciascun quella parte chepiú sarà laudevole; e non far come un amico nostroche voi tutti conosceteche si pensava esser molto simile al reFerrando minore d'Aragonané in altro avea posto curad'imitarloche nel spesso alzare il capotorzendo una parte dellaboccail qual costume il re avea contratto cosí dainfirmità. E di questi molti si ritrovanoche pensan farassaipur che sian simili a un grand'omo in qualche cosa; e spessosi appigliano a quella che in colui è sola viciosa. Ma avendoio già piú volte pensato meco onde nasca questa grazialasciando quelli che dalle stelle l'hannotrovo una regulauniversalissimala qual mi par valer circa questo in tutte le coseumane che si facciano o dicano piú che alcuna altrae ciòè fuggir quanto piú si poe come un asperissimo epericoloso scogliola affettazione; eper dir forse una novaparolausar in ogni cosa una certa sprezzaturache nasconda l'artee dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica equasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia;perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultàonde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e perlo contrario il sforzare ecome si dicetirar per i capegli dàsomma disgrazia e fa estimar poco ogni cosaper grande ch'ella sisia. Però si po dir quella esser vera arte che non pare esserarte; né piú in altro si ha da poner studioche nelnasconderla: perché se è scopertaleva in tutto ilcredito e fa l'omo poco estimato. E ricordomi io già averletto esser stati alcuni antichi oratori eccellentissimii qualitra le altre loro industrie sforzavansi di far credere ad ognuno sénon aver notizia alcuna di lettere; e dissimulando il saperemostravan le loro orazioni esser fatte simplicissimamentee piútosto secondo che loro porgea la natura e la veritàche 'lstudio e l'arte; la qual se fosse stata conosciutaaría datodubbio negli animi del populo di non dover esser da quellaingannati. Vedete adunque come il mostrar l'arte ed un cosíintento studio levi la grazia d'ogni cosa. Qual di voi è chenon rida quando il nostro messer Pierpaulo danza alla foggia suacon que' saltetti e gambe stirate in punta di piedesenza mover latestacome se tutto fosse un legnocon tanta attenzioneche dicerto pare che vada numerando i passi? Qual occhio è cosíciecoche non vegga in questo la disgrazia della affettazione? e lagrazia in molti omini e donne che sono qui presentidi quellasprezzata desinvoltura (ché nei movimenti del corpo molticosí la chiamano)con un parlar o ridere o adattarsimostrando non estimar e pensar piú ad ogni altra cosa che aquelloper far credere a chi vede quasi di non saper népoter errare?



XVXII.

Quivi non aspettandomesser BernardoBibiena disse: Eccovi che messer Roberto nostro ha pur trovato chilaudarà la foggia del suo danzarepoiché tutti voialtri pare che non ne facciate caso; ché se questa eccellenziaconsiste nella sprezzatura e mostrar di non estimare e pensar piúad ogni altra cosa che a quello che si famesser Roberto neldanzare non ha pari al mondo; ché per mostrar ben di nonpensarvi si lascia cader la robba spesso dalle spalle e lepantoffole de' piedie senza raccórre né l'uno nél'altrotuttavia danza . Rispose allor il Conte: Poiché voivolete pur ch'io dicadirò ancor dei vicii nostri. Nonv'accorgete che questoche voi in messer Roberto chiamatesprezzaturaè vera affettazione? perché chiaramente siconosce che esso si sforza con ogni studio mostrar di non pensarvie questo è il pensarvi troppo; e perché passa certitermini di mediocrità quella sprezzatura è affettata esta male; ed è una cosa che a punto riesce al contrario delsuo presupositocioè di nasconder l'arte. Però nonestimo io che minor vicio della affettazion sia nella sprezzaturala quale in sé è laudevolelasciarsi cadere i pannida dossoche nella attillaturache pur medesimamente da séè laudevoleil portar il capo cosí fermo per paura dinon guastarsi la zazzerao tener nel fondo della berretta ilspecchio e 'l pettine nella manicaed aver sempre drieto il paggioper le strade con la sponga e la scopetta; perché questa cosífatta attillatura e sprezzatura tendono troppo allo estremo; il chesempre è viciosoe contrario a quella pura ed amabilesimplicitàche tanto è grata agli animi umani. Vedetecome un cavalier sia di mala graziaquando si sforza d'andare cosístirato in su la sella ecome noi sogliam direalla venezianaacomparazion d'un altroche paia che non vi pensi e stia a cavallocosí disciolto e sicuro come se fosse a piedi. Quanto piacepiú e quanto piú è laudato un gentilom cheporti armemodestoche parli poco e poco si vantiche un altroilquale sempre stia in sul laudar se stessoe biastemando conbraveria mostri minacciar al mondo! e niente altro è questoche affettazione di voler parer gagliardo. Il medesimo accade inogni esercizioanzi in ogni cosa che al mondo fare o dir si possa


XVXIII.

Allora il signor MagnificoQuestoancordissesi verifica nella musicanella quale è viciograndissimo far due consonanzie perfette l'una dopo l'altra; tal cheil medesimo sentimento dell'audito nostro l'aborrisce e spesso amauna seconda o settimache in sé è dissonanzia asperaed intollerabile; e ciò procede che quel continuare nelleperfette genera sazietà e dimostra una troppo affettataarmonia; il che mescolando le imperfette si fuggecol far quasi unparagonedonde piú le orecchie nostre stanno suspese e piúavidamente attendono e gustano le perfettee dilettansi talor diquella dissonanzia della seconda o settimacome di cosa sprezzata.

Eccovi adunquerispose il Contechein questo nòce l'affettazionecome nell'altre cose. Dicesiancor esser stato proverbio presso ad alcuni eccellentissimi pittoriantichi troppa diligenzia esser nocivaed esser stato biasmatoProtogene da Apelleche non sapea levar le mani dalla tavola .

Disse allora messer Cesare: Questomedesimo diffetto parmi che abbia il nostro fra Serafinodi nonsaper levar le mani dalla tavolaalmen fin che in tutto non ne sonolevate ancora le vivande . Rise il Conte e suggiunse: Voleva direApelle che Protogene nella pittura non conoscea quel che bastava; ilche non era altroche riprenderlo d'esser affettato nelle operesue. Questa virtú adunque contraria alla affettazionelaqual noi per ora chiamiamo sprezzaturaoltra che ella sia il verofonte donde deriva la graziaporta ancor seco un altro ornamentoil quale accompagnando qualsivoglia azione umanaper minima cheella sianon solamente súbito scopre il saper di chi la fama spesso lo fa estimar molto maggior di quello che è ineffetto; perché negli animi delli circunstanti imprimeopinioneche chi cosí facilmente fa bene sappia molto piúdi quello che fae se in quello che fa ponesse studio e faticapotesse farlo molto meglio. E per replicare i medesimi esempieccovi che un uom che maneggi l'armese per lanzar un dardoo vertenendo la spada in mano a altr'armasi pon senza pensarscioltamente in una attitudine prontacon tal facilità chepaia che il corpo e tutte le membra stiano in quella disposizionenaturalmente e senza fatica alcunaancora che non faccia altroadognuno si dimostra esser perfettissimo in quello esercizio.

Medesimamente nel danzare un passosoloun sol movimento della persona grazioso e non sforzatosúbitomanifesta il sapere de chi danza. Un musicose nel cantar pronunziauna sola voce terminata con suave accento in un groppetto duplicatocon tal facilità che paia che cosí gli venga fatto acasocon quel punto solo fa conoscere che sa molto piú diquello che fa.

Spesso ancor nella pittura una lineasola non stentataun sol colpo di pennello tirato facilmentedimodo che paia che la manosenza esser guidata da studio o artealcunavada per se stessa al suo termine secondo la intenzion delpittorescopre chiaramente la eccellenzia dell'artificecirca laopinion della quale ognuno poi si estende secondo il suo giudicio e'l medesimo interviene quasi d'ogni altra cosa. Sarà adunqueil nostro cortegiano stimato eccellente ed in ogni cosa averàgraziamassimamente nel parlarese fuggirà l'affettazione;nel qual errore incorrono moltie talor piú che gli altrialcuni nostri Lombardi; i qualise sono stati un anno fuor di casaritornati súbito cominciano a parlare romanotalor spagnolo ofranzesee Dio sa come; e tutto questo procede da troppo desideriodi mostrar di saper assai; ed in tal modo l'omo mette studio ediligenzia in acquistar un vicio odiosissimo. E certo a me sarebbenon piccola faticase in questi nostri ragionamenti io volessi usarquelle parole antiche toscaneche già sono dallaconsuetudine dei Toscani d'oggidí rifiutate; e con tuttoquesto credo che ognun di me rideria


XXIX.

Allor messer FedericoVeramentedisseragionando tra noicome or facciamoforse saria male usarquelle parole antiche toscane; perchécome voi ditedarianofatica a chi le dicesse ed a chi le udisse e non senza difficultàsarebbono da molti intese. Ma chi scrivessecrederei ben io chefacesse errore non usandole perché dànno molta graziaed autorità alle scritturee da esse risulta una lingua piúgrave e piena di maestà che dalle moderne. Non sorispose ilConteche grazia o autorità possan dar alle scritture quelleparole che si deono fuggirenon solamente nel modo del parlarecomeor noi facciamo (il che voi stesso confessate)ma ancor in ognialtro che imaginar si possa. Ché se a qualsivoglia omo di bongiudicio occorresse far una orazione di cose gravi nel senatoproprio di Fiorenzache è il capo di Toscanao ver parlarprivatamente con persona di grado in quella città di negociimportantio ancor con chi fosse dimestichissimo di cose piacevolicon donne o cavalieri d'amoreo burlando o scherzando in festegiochio dove si siao in qualsivoglia tempoloco o propositoson certo che si guardarebbe d'usar quelle parole antiche toscane;ed usandoleoltre al far far beffe di sédarebbe non pocofastidio a ciascun che lo ascoltasse. Parmi adunque molto stranacosa usare nello scrivere per bone quelle paroleche si fuggono perviciose in ogni sorte di parlare; e voler che quello che mai non siconviene nel parlaresia il piú conveniente modo che usar sipossa nello scrivere. Ché pursecondo mela scrittura non èaltro che una forma di parlare che resta ancor poi che l'omo haparlatoe quasi una imagine o piú presto vita delle parolee però nel parlareil qualsúbito uscita che èla vocesi disperdeson forse tollerabili alcune cose che non sononello scrivere; perché la scrittura conserva le parole e lesottopone al giudicio di chi legge e dà tempo di considerarlematuramente. E perciò è ragionevole che in questa simetta maggior diligenzia per farla piú culta e castigata; nonperò di modo che le parole scritte siano dissimili dalledettema che nello scrivere si eleggano delle piú belle ches'usano nel parlare. E se nello scrivere fosse licito quello che nonè licito nel parlarene nascerebbe un inconveniente al parermio grandissimoche è che più licenzia usar si poriain quella cosanella qual si dee usar piú studio; e laindustria che si mette nello scrivere in loco di giovar nocerebbe.Però certo è che quello che si conviene nello scriveresi convien ancor nel parlare; e quel parlar è bellissimocheè simile ai scritti belli. Estimo ancora che molto piúsia necessario l'esser inteso nello scrivere che nel parlare; perchéquelli che scrivono non son sempre presenti a quelli che leggonocome quelli che parlano a quelli che parlano. Però iolaudarei che l'omooltre al fuggir molte parole antiche toscanesiassicurasse ancor d'usaree scrivendo e parlandoquelle che oggidísono in consuetudine in Toscana e negli altri lochi della Italiaeche hanno qualche grazia nella pronuncia. E parmi che chi s'imponealtra legge non sia ben sicuro di non incorrere in quellaaffettazione tanto biasimatadella qual dianzi dicevamo .



XXX.

Allora messer FedericoSignor Contedisseio non posso negarvi che la scrittura non sia un modo diparlare. Dico ben chese le parole che si dicono hanno in séqualche oscuritàquel ragionamento non penetra nell'animo dichi ode e passando senza esser intesodiventa vano; il che noninterviene nello scrivereché se le parole che usa ilscrittore portan seco un poconon dirò di difficultàma d'acutezza reconditae non cosí nota come quelle che sidicono parlando ordinariamentedanno una certa maggior autoritàalla scrittura e fanno che 'l lettore va piú ritenuto e sopradi sée meglio considera e si diletta dello ingegno edottrina di chi scrive; e col bon giudicio affaticandosi un pocogusta quel piacere che s'ha nel conseguir le cose difficili. E se laignoranzia di chi legge è tantache non possa superar quelledifficultànon è la colpa dello scrittorenéper questo si dee stimar che quella lingua non sia bella. Perònello scrivere credo io che si convenga usar le parole toscane esolamente le usate dagli antichi Toscaniperché quello ègran testimonio ed approvato dal tempo che sian bonee significativede quello perché si dicono; ed oltre a questo hanno quellagrazia e venerazion che l'antiquità presta non solamente alleparolema agli edificialle statuealle pitture e ad ogni cosache è bastante a conservarla; e spesso solamente con quelsplendore e dignità fanno la elocuzion belladalla virtúdella quale ed eleganzia ogni subiettoper basso che egli siapoesser tanto adornatoche merita somma laude. Ma questa vostraconsuetudinedi cui voi fate tanto casoa me par molto pericolosae spesso po esser mala; e se qualche vicio di parlar si ritrovaesser invalso in molti ignorantinon per questo parmi che si debbapigliar per una regula ed esser dagli altri seguitato. Oltre aquestole consuetudini sono molto variené è cittànobile in Italia che non abbia diversa maniera di parlar da tuttel'altre. Però non vi ristringendo voi a dechiarir qual sia lamegliorepotrebbe l'omo attaccarse alla bergamasca cosí comealla fiorentinae secondo voi non sarebbe error alcuno. Parmiadunque che a chi vol fuggir ogni dubbioed esser ben sicurosianecessario proporsi ad imitar unoil quale di consentimento ditutti sia estimato bonoed averlo sempre per guida e scudo contrachi volesse riprendere; e questo (nel vulgar dico) non penso cheabbia da esser altro che il Petrarca e 'l Boccaccio; e chi da questidui si discosta va tentonicome chi camina per le tenebre senzalume e però spesso erra la strada. Ma noi altri siamo tantoarditiche non degnamo di far quello che hanno fatto i boniantichicioè attendere alla imitazionesenza la qualeestimo io che non si possa scriver bene. E gran testinionio di questoparmi che ci dimostri Virgilio; il qualebenché con quelloingegno e giudicio tanto divino togliesse la speranza a tutti iposteri che alcun mai potesse ben imitar luivolse peròimitar Omero .



XXXI.

Allora il signor Gaspar PallavicinoQuesta disputaziondissedello scrivere in vero è ben degnad'esser udita; nientedimeno piú farebbe al proposito nostrose voi c'insegnaste di che modo debba parlar il cortegianoperchéparmi che n'abbia maggior bisogno e piú spesso gli occorra ilservirsi del parlare che dello scrivere . Rispose il Magnifico: Anzia cortegian tanto eccellente e cosí perfetto non èdubbio che l'uno e l'altro è necessario a saperee che senzaqueste due condizioni forse tutte l'altre sariano non molto degne dilaude; peròse il Conte vorrà satisfare al debito suoinsegnerà al cortegiano non solamente il parlarema ancor ilscriver bene .

Allor il ConteSignor Magnificodissequesta impresa non accettarò io giàchégran sciocchezza saria la mia voler insegnare ad altri quello che ionon so; equando ancor lo sapessipensar di poter fare in cosípoche parole quelloche con tanto studio e fatica hanno fatto apena omini dottissimiai scritti de' quali rimetterei il nostrocortegianose pur fossi obligato d'insegnargli a scrivere e parlare. Disse messer Cesare: Il signor Magnifico intende del parlare escriver vulgaree non latino; però quelle scritture degliomini dotti non sono al proposito nostro; ma bisogna che voi diciatecirca questo ciò che ne sapeteché del resto v'averemoper escusato. Io già l'ho dettorispose il Conte; maparlandosi della lingua toscanaforse piú saria debito delsignor Magnifico che d'alcun altro il darne la sentenzia .

Disse il Magnifico: Io non posso nédebbo ragionevolmente contradir a chi dice che la lingua toscana siapiú bella dell'altre. E' ben vero che molte parole siritrovano nel Petrarca e nel Boccaccioche or son interlassate dallaconsuetudine d'oggidí; e queste ioper menon usarei mai néparlando né scrivendo; e credo che essi ancorse insin a quivivuti fosseronon le usarebbono piú . Disse allor messerFederico: Anzi le usarebbono; e voi altrisignori Toscanidovresterinovar la vostra lingua e non lassarla perirecome fate; chéormai si po dire che minor notizia se n'abbia in Fiorenzache inmolti altri lochi della Italia . Rispose allor messer Bernardo:Queste parole che non s'usano piú in Fiorenza sono restatene' contadini ecome corrotte e guaste dalla vecchiezzasono dainobili rifiutate .



XXXII.

Allora la signora DuchessaNonusciamdissedel primo proposito e facciam che 'l conte Ludovicoinsegni al cortegiano il parlare e scriver benee sia o toscano ocome si voglia . Rispose il Conte: Io giàSignoraho dettoquello che ne so; e tengo che le medesime reguleche serveno adinsegnar l'unoservano ancor ad insegnar l'altro. Ma poichémel commandaterisponderò quello che m'occorre a messerFedericoil quale ha diverso parer dal mio; e forse mi bisogneràragionar un poco più diffusamente che non si conviene; maquesto sarà quanto io posso dire. E primamente dico chesecondo il mio giudicioquesta nostra linguache noi chiamiamovulgareè ancor tenera e novabenché già grantempo si costumi; perchéper essere stata la Italia nonsolamente vessata e depredatama lungamente abitata da' barbariper lo commerzio di quelle nazioni la lingua latina s'ècorrotta e guastae da quella corruzione son nate altre lingue; lequaicome i fiumi che dalla cima dell'Appennino fanno divorzio escorrono nei dui maricosí si son esse ancor divise edalcune tinte di latinità pervenute per diversi camini qual aduna parte e quale ad altraed una tinta di barbarie rimasta inItalia. Questa adunque è stata tra noi lungamente incompostae variaper non aver avuto chi le abbia posto curané inessa scrittoné cercato di darle splendor o grazia alcuna;pur è poi stata alquanto più culta in Toscanachenegli altri lochi della Italia; e per questo par che 'l suo fioreinsino da que' primi tempi qui sia rimasoper aver servato quellanazion gentil accenti nella pronunzia ed ordine grammaticale inquello che si convienpiú che l'altre; ed aver avuti trenobili scrittorii quali ingeniosamente e con quelle parole etermini che usava la consuetudine de' loro tempi hanno espresso ilor concetti; il che piú felicemente che agli altrial parermioè successo al Petrarca nelle cose amorose. Nascendo poidi tempo in temponon solamente in Toscana ma in tutta la Italiatra gli omini nobili e versati nelle corti e nell'arme e nelleletterequalche studio di parlare e scrivere piúelegantementeche non si faceva in quella prima età rozza edincultaquando lo incendio delle calamità nate da' barbarinon era ancor sedatosonsi lassate molte parolecosí nellacittà propria di Fiorenza ed in tutta la Toscanacome nelresto della Italiaed in loco di quelle riprese dell'altreefattosi in questo quella mutazion che si fa in tutte le cose umane;il che è intervenuto sempre ancor delle altre lingue. Chése quelle prime scritture antiche latine fossero durate insino adoravederemmo che altramente parlavano Evandro e Turno e gli altriLatini di que' tempiche non fecero poi gli ultimi re romani e iprimi consuli. Eccovi che i versi che cantavano i Salii a pena eranodai posteri intesi; maessendo di quel modo dai primi institutoriordinatinon si mutavano per riverenzia della religione. Cosísuccessivamente gli oratori e i poeti andarono lassando molte paroleusate dai loro antecessori; ché AntonioCrassoOrtensioCicerone fuggivano molte di quelle di Catone e Virgilio molted'Ennio; e cosí fecero gli altri; cheancor che avesseroriverenzia all'antiquitànon la estimavan però tantoche volessero averle quella obligazion che voi volete che ora leabbiam noi; anzidove lor pareala biasmavano: come Oraziochedice che i suoi antichi aveano scioccamente laudato Plauto e volpoter acquistare nove parole. E Cicerone in molti lochi riprendemolti suoi antecessori; e per biasmare Sergio Galba afferma che leorazioni sue aveano dell'antico; e dice che Ennio ancor sprezzòin alcune cose i suoi antecessoridi modo chese noi vorremoimitar gli antichinon gli imitaremo. E Virgilioche voi dite cheimitò Omeronon lo imitò nella lingua.



XXXIII.

Io adunque queste parole antichequanto per mefuggirei sempre di usareeccetto però che incerti lochied in questi ancor rare volte; e parmi che chialtrimente le usa faccia errorenon meno che chi volesseper imitargli antichinutrirsi ancora di ghiandeessendosi giàtrovata copia di grano. E perché voi dite che le paroleantiche solamente con quel splendore d'antichitá adornantanto ogni subiettoper basso ch'egli siache possono farlo degnodi molta laudeio dico che non solamente di queste parole antichema né ancor delle bone faccio tanto casoch'estimi debbanosenza 'l suco delle belle sentenzie esser prezzate ragionevolmenteperché il divider le sentenzie dalle parole è undivider l'anima dal corpo: la qual cosa né nell'uno nénell'altro senza distruzione far si po. Quello adunque cheprincipalmente importa ed è necessario al cortegiano perparlare e scriver beneestimo io che sia il sapere; perchéchi non sa e nell'animo non ha cosa che meriti esser intesanon poné dirla né scriverla. Appresso bisogna dispor conbell'ordine quello che si ha a dire o scrivere; poi esprimerlo bencon le parole: le qualis'io non m'ingannodebbono esser proprieelettesplendide e ben compostema sopra tutto usate ancor dalpopulo; perché quelle medesime fanno la grandezza e pompadell'orazionese colui che parla ha bon giudicio e diligenzia e sapigliar le piú significative di ciò che vol direedinalzarlee come cera formandole ad arbitrio suo collocarle in talparte e con tal ordine. che al primo aspetto mostrino e faccianconoscer la dignità e splendor suocome tavole di pitturaposte al suo bono e natural lume. E questo cosí dico delloscriverecome del parlare; al qual però si richiedono alcunecose che non son necessarie nello scrivere: come la voce bonanontroppo sottile o molle come di feminané ancor tanto austeraed orrida che abbia del rusticoma sonorachiarasoave e bencompostacon la pronunzia espedita e coi modi e gesti convenienti;li qualial parer mioconsistono in certi movimenti di tutto 'lcorponon affettati né violentima temperati con un voltoaccommodato e con un mover d'occhi che dia grazia e s'accordi con leparolee piú che si po significhi ancor coi gesti laintenzione ed affetto di colui che parla. Ma tutte queste cose sarianvane e di poco momento se le sentenzie espresse dalle parole nonfossero belleingenioseacuteeleganti e gravisecondo 'lbisogno .



XXXIV.

Dubitodisse allora il signorMorelloche se questo cortegiano parlerà con tanta eleganziae gravitàfra noi si trovaranno di quei che non lointenderanno. Anzi da ognuno sarà intesorispose il Conteperché la facilità non impedisce la eleganzia. Néio voglio che egli parli sempre in gravitàma di cosepiacevolidi giochidi motti e di burlesecondo il tempo; deltutto però sensatamente e con prontezza e copia non confusa;né mostri in parte alcuna vanità o sciocchezzapuerile. E quando poi parlerà di cosa oscura o difficilevoglio che e con le parole e con le sentenzie ben distinte esplichisottilmente la intenzion suaed ogni ambiguità faccia chiarae piana con un certo modo diligente senza molestia. Medesimamentedove occorreràsappia parlar con dignità e veemenziae concitar quegli affetti che hanno in sé gli animi nostried accenderli o moverli secondo il bisogno; talor con una simplicitàdi quel candoreche fa parer che la natura istessa parliintenerirgli e quasi inebbriargli di dolcezzae con tal facilitàche chi ode estimi ch'egli ancor con pochissima fatica potrebbeconseguir quel gradoe quando ne fa la prova si gli trovilontanissimo. Io vorrei che 'l nostro cortegiano parlasse escrivesse in tal manierae non solamente pigliasse parole splendideed eleganti d'ogni parte della Italiama ancora laudarei che talorusasse alcuni di quelli termini e franzesi e spagnoliche giàsono dalla consuetudine nostra accettati. Però a me nondispiacerebbe cheoccorrendoglidicesse primordicesse accertareavventurare; dicesse ripassare una persona con ragionamentovolendointendere riconoscerla e trattarla per averne perfetta notizia;dicesse un cavalier senza rimproccioattillatocreato d'unprincipe ed altri tali terminipur che sperasse esser inteso. Talorvorrei che pigliasse alcune parole in altra significazione che lalor propria etraportandole a propositoquasi le inserisse comerampollo d'albero in piú felice troncoper farle piúvaghe e bellee quasi per accostar le cose al senso degli occhiproprii ecome si dicefarle toccar con manocon diletto di chiode o legge. Né vorrei che temesse di formarne ancor di novee con nove figure di dirededucendole con bel modo dai Latinicomegià i Latini le deducevano dai Greci.



XXVX.

Se adunque degli omini litterati e dibon ingegno e giudicioche oggidí tra noi si ritrovanofossero alcunili quali ponessimo cura di scrivere del modo che s'èdetto in questa lingua cose degne d'esser lettetosto la vederessimoculta ed abundante de termini e belle figuree capace che in essasi scrivesse cosí bene come in qualsivoglia altra; e se ellanon fosse pura toscana anticasarebbe italianacommunecopiosa evariae quasi come un delicioso giardino pien di diversi fiori efrutti. Né sarebbe questo cosa nova; perché dellequattro lingue che aveano in consuetudinei scrittori grecielegendo da ciascuna parolemodi e figurecome ben loro venivanefacevano nascere un'altra che si diceva communee tutte cinque poisotto un solo nome chiamavano lingua greca; e benché laateniese fosse elegantepura e facunda piú che l'altreiboni scrittori che non erano di nazion ateniesinon la affettavantantoche nel modo dello scrivere e quasi all'odor e proprietàdel suo natural parlare non fossero conosciuti; né per questoperò erano sprezzati; anzi quei che volevan parer troppoateniesine rapportavan biasimo. Tra i scrittori latini ancorfurono in prezzo a' suoi dí molti non romanibenchéin essi non si vedesse quella purità propria della linguaromanache rare volte possono acquistar quei che son d'altranazione.

Già non fu rifutato Tito Livioancora che colui dicesse aver trovato in esso la patavinitàné Virgilioper esser stato ripreso che non parlava romano;ecome sapetefurono ancor letti ed estimati in Roma moltiscrittori di nazione barbari. Ma noimolto piú severi chegli antichiimponemo a noi stessi certe nove leggi fuor dipropositoed avendo inanzi agli occhi le strade battutecerchiamoanelar per diverticuli; perché nella nostra lingua propriadella qualecome di tutte l'altrel'officio è esprimer benee chiaramente i concetti dell'animoci dilettiamo della oscuritàechiamandola lingua vulgarevolemo in essa usar parole che nonsolamente non son dal vulgoma né ancor dagli omini nobili elitterati intesené piú si usano in parte alcuna;senza aver rispetto che tutti i boni antichi biasmano le parolerifutate dalla consuetudine. La qual voial parer miononconoscete bene; perché dite chese qualche vicio di parlare èinvalso in molti ignoranti non per questo si dee chiamarconsuetudinené esser accettato per una regula di parlare;esecondo che altre volte vi ho udito direvolete poi che in locode Capitolio si dica Campidoglio; per IeronimoGirolamo; aldace peraudace; e per patronepadroneed altre tai parole corrotte eguasteperché cosí si trovan scritte da qualche anticoToscano ignorante e perché cosí dicono oggidí icontadini toscani. La bona consuetudine adunque del parlare credo ioche nasca dagli omini che hanno ingegno e che con la dottrina edesperienzia s'hanno guadagnato il bon giudicioe con quelloconcorrono e consentono ad accettar le parole che lor paion bonelequali si conoscono per un certo giudicio naturale e non per arte oregula alcuna.

Non sapete voi che le figure delparlarele quai dànno tanta grazia e splendor alla orazionetutte sono abusioni dalle regule grammaticali ma accettate econfirmate dalla usanzaperchésenza poterne render altraragionepiaceno ed al senso proprio dell'orecchia par che portinosuavità e dolcezza? E questa credo io che sia la bonaconsuetudine; della quale cosí possono essere capaci iRomanii Napoletanii Lombardi e gli altricome i Toscani.



XXVXI.

E' ben vero che in ogni lingua alcunecose sono sempre bonecome la facilitàil bell'ordinel'abundanziale belle sentenziele clausule numerose; epercontrariol'affettazione e l'altre cose opposite a queste son male.Ma delle parole son alcune che durano bone un tempopois'invecchiano ed in tutto perdono la grazia; altre piglian forza evengono in prezzo perchécome le stagioni dell'annospogliano de' fiori e de' frutti la terra e poi di novo d'altri larivestenocosí il tempo quelle prime parole fa cadere e l'usoaltre di novo fa rinascere e dà lor grazia e dignitàfin chedall'invidioso morso del tempo a poco a poco consumategiungono poi esse ancora alla lor morte; perciò cheal finee noi ed ogni nostra cosa è mortale. Considerate che dellalingua osca non avemo piú notizia alcuna. La provenzalechepur mosi po direra celebrata da nobili scrittoriora dagliabitanti di quel paese non è intesa. Penso io adunquecomeben ha detto il signor Magnificoche se 'l Petrarca e 'l Boccacciofossero vivi a questo temponon usariano molte parole che vedemone' loro scritti: però non mi par bene che noi quelleimitiamo. Laudo ben sommamente coloro che sanno imitar quello che sidee imitare; nientedimeno non credo io già che siaimpossibile scriver bene ancor senza imitare; e massimamente inquesta nostra linguanella quale possiam esser dalla consuetudineaiutati; il che non ardirei dir nella latina .



XXVXII.

Allor messer FedericoPerchévolete voidisseche piú s'estimi la consuetudine nellavulgare che nella latina? Anzidell'una e dell'altrarispose ilConteestimo che la consuetudine sia la maestra. Ma perchéquegli ominiai quali la lingua latina era cosí propria comeor è a noi la vulgarenon sono piú al mondobisognache noi dalle lor scritture impariamo quelloche essi aveanoimparato dalla consuetudine; né altro vol dir il parlar anticoche la consuetudine antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amaril parlar antico non per altroche per voler piú prestoparlare come si parlavache come si parla. Dunquerispose messerFedericogli antichi non imitavano?

Credodisse il Conteche moltiimitavanoma non in ogni cosa. E se Virgilio avesse in tuttoimitato Esiodonon gli sería passato innanzi; néCicerone a Crassoné Ennio ai suoi antecessori. Eccovi cheOmero è tanto anticoche da molti si crede che egli cosísia il primo poeta eroico di tempocome ancor èd'eccellenzia di dire; e chi vorrete voi che egli imitasse? Un altrorispose messer Federicopiú antico di luidel quale nonavemmo notizia per la troppo antiquità. Chi direte adunquedisse il Conteche imitasse il Petrarca e 'l Boccaccioche pur tregiorni hasi po dirche son stati al mondo? Io nol sorisposemesser Federico; ma creder si po che essi ancor avessero l'animoindrizzato alla imitazionebenché noi non sappiam di cui .Rispose il Conte:

Creder si po che que' che erano imitatifossero migliori che que' che imitavano; e troppo maraviglia sariache cosí presto il lor nome e la famase eran bonifosse intutto spenta. Ma il lor vero maestro cred'io che fosse l'ingegno edil lor proprio giudicio naturale; e di questo niuno è che sidebba maravigliareperché quasi sempre per diverse vie si potendere alla sommità d'ogni eccellenzia. Né ènatura alcuna che non abbia in sé molte cose della medesimasorte dissimili l'un dall'altrale quali però son tra sédi equal laude degne. Vedete la musicale armonie della quale orson gravi e tardeor velocissime e di novi modi e vie; nientedimenotutte dilettanoma per diverse causecome si comprende nellamaniera del cantare di Bidonla qual è tanto artificiosaprontaveementeconcitata e de cosí varie melodieche ispirti di chi ode tutti si commoveno e s'infiammano e cosísospesi par che si levino insino al cielo. Né men commove nelsuo cantar il nostro Marchetto Carama con piú mollearmonia; ché per una via placida e piena di flebile dolcezzaintenerisce e penetra le anime imprimendo in esse soavemente unadilettevole passione. Varie cose ancor egualmente piacciono agliocchi nostritanto che con difficultà giudicar si po quai piúlor sian grate. Eccovi che nella pittura sono eccellentissimiLeonardo Vincioil MantegnaRafaelloMichel AngeloGeorgio daCastel Franco; nientedimenotutti son tra sé nel fardissimilidi modo che ad alcun di loro non par che manchi cosaalcuna in quella manieraperché si conosce ciascun nel suostilo esser perfettissimo. Il medesimo è di molti poeti grecie latinii qualidiversi nello scriveresono pari nella laude.Gli oratori ancor hanno avuto sempre tanta diversità tra séche quasi ogni età ha produtto ed apprezzato una sorted'oratori peculiar di quel tempo; i quali non solamente daiprecessori e successori suoima tra sé son stati dissimilicome si scrive ne' Greci di IsocrateLisiaEschine e molt'altritutti eccellentima a niun però simili forche a se stessi.Tra i Latini poi quel CarboneLelioScipione AffricanoGalbaSulpizioCottaGraccoMarc'AntonioCrasso e tanti che sarialungo nominaretutti boni e l'un dall'altro diversissimi; di modoche chi potesse considerar tutti gli oratori che son stati al mondoquanti oratori tante sorti di dire trovarebbe. Parmi ancor ricordareche Cicerone in un loco introduca Marc'Antonio dir a Sulpizio chemolti sono i quali non imitano alcuno e nientedimeno pervengono alsommo grado della eccellenzia; e parla di certii quali aveanointrodutto una nova forma e figura di direbellama inusitata aglialtri oratori di quel temponella quale non imitavano se non sestessi; però afferma ancor che i maestri debbano considerarla natura dei discipuli equella tenendo per guidaindrizzargli edaiutargli alla viache lo ingegno loro e la natural disposizion gliinclina. Per questo adunquemesser Federico miocredose l'omo dasé non ha convenienzia con qualsivoglia autorenon sia bensforzarlo a quella imitazione; perché la virtú diquell'ingegno s'ammorza e resta impeditaper esser deviata dallastrada nella quale avrebbe fatto profittose non le fosse stataprecisa. Non so adunque come sia benein loco d'arricchir questalingua e darle spiritograndezza e lumefarla poveraesileumileed oscura e cercare di metterla in tante angustieche ognuno siasforzato ad imitare solamente il Petrarca e 'l Boccaccio; e che nellalingua non si debba ancor credere al Policianoa Lorenzo de'Medicia Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur son toscanieforse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e 'lBoccaccio. E veramente gran miseria saria metter fine e non passarpiú avanti di quello che si abbia fatto quasi il primo che hascrittoe disperarsi che tanti e cosí nobili ingegni possanomai trovar piú che una forma bella di dire in quella linguache ad essi è propria e naturale. Ma oggidí son certiscrupolosii qualiquasi con una religion e misterii ineffabili diquesta lor lingua toscanaspaventano di modo chi gli ascoltacheinducono ancor molti omini nobili e litterati in tanta timiditàche non osano aprir la bocca e confessano di non saper parlar quellalinguache hanno imparata dalle nutrici insino nelle fasce. Ma diquesto parmi che abbiam detto pur troppo; però seguitiamoormai il ragionamento del cortegiano .



XXVXIII.

Allora messer Federico rispose: lovoglio pur ancor dir questo poco: che è ch'io già nonniego che le opinioni e gli ingegni degli omini non siano diversitra séné credo che ben fosse che unoda naturaveemente e concitatosi mettesse a scrivere cose placidenémeno un altrosevero e gravea scrivere piacevolezze: perchéin questo parmi ragionevole che ognuno s'accomodi allo instinto suoproprio. E di ciòcredoparlava Cicerone quando disse che imaestri avessero riguardo alla natura dei discipuli per non farecome i mal agricultoriche talor nel terreno che solamente èfruttifero per le vigne vogliano seminar grano. Ma a me non po capernella testa che d'una lingua particularela quale non è atutti gli omini cosí propria come i discorsi ed i pensieri emolte altre operazionima una invenzione contenuta sotto certitermininon sia piú ragionevole imitar quelli che parlanmeglioche parlare a caso e checosí come nel latino l'omosi dee sforzar di assimigliarsi alla lingua di Virgilio e diCiceronepiú tosto che a quella di Silio o di CornelioTacitocosí nel vulgar non sia meglio imitar quella delPetrarca e del Boccaccioche d'alcun altro; ma ben in essa esprimerei suoi proprii concetti ed in questo attenderecome insegnaCiceroneallo instinto suo naturale; e cosí si troveràche quella differenzia che voi dite essere tra i boni oratoriconsiste nei sensi e non nella lingua . Allor il ConteDubitodisseche noi entraremo in un gran pelago e lassaremo il nostroprimo proposito del cortegiano. Pur domando a voi: in che consiste labontà di questa lingua? Rispose messer Federico: Nel servarben le proprietà di essa e tórla in quellasignificazioneusando quello stile e que' numeri che hanno fattotutti quei che hanno scritto bene. Vorreidisse il Contesapere sequesto stile e questi numeri di che voi parlatenascano dallesentenzie o dalle parole. Dalle parolerispose messer Federico.Adunquedisse il Contea voi non par che le parole di Silio e diCornelio Tacito siano quelle medesime che usa Virgilio e Ciceronené tolte nella medesima significazione? Rispose messerFederico: Le medesime son síma alcune mal osservate e toltediversamente . Rispose il Conte: E se d'un libro di Cornelio e d'undi Silio si levassero tutte quelle parole che son poste in altrasignificazion di quello che fa Virgilio e Ciceroneche serianopochissimenon direste voi poi che Cornelio nella lingua fosse parea Ciceronee Silio a Virgilio? e che ben fosse imitar quellamaniera del dire?



XXXIX.

Allor la signora EmiliaA me pardisseche questa vostra disputa sia mo troppo lunga e fastidiosa;però fia bene a differirla ad un altro tempo .

Messer Federico pur incominciava arispondere; ma sempre la signora Emilia lo interrompeva. In ultimodisse il Conte: Molti vogliono giudicare i stili e parlar de' numerie della imitazione; ma a me non sanno già essi dare adintendere che cosa sia stile né numeroné in checonsista la imitazionené perché le cose tolte daOmero o da qualche altro stiano tanto bene in Virgilioche piúpresto paiano illustrate che imitate; e ciò forse procedech'io non son capace d'intendergli. Ma perché grande argumentoche l'om sappia una cosa è il saperla insegnaredubito cheessi ancora poco la intendano; e che e Virgilio e Cicerone laudinoperché sentono che da molti son laudatinon perchéconoscano la differenzia che è tra essi e gli altri; chéin vero non consiste in avere una osservazione di duedi tre o didieci parole usate a modo diverso dagli altri. In SalustioinCesarein Varrone e negli altri boni si trovano usati alcunitermini diversamente da quello che usa Cicerone; e pur l'uno el'altro sta beneperché in cosí frivola cosa non èposta la bontà e forza d'una linguacome ben disse Demostenead Eschineche lo mordevadomandandogli d'alcune parole le qualiegli aveva usatee pur non erano attichese erano monstri oportenti; e Demostene se ne risee risposegli che in questo nonconsistevano le fortune di Grecia. Cosí io ancora poco micurareise da un toscano fossi ripreso d'aver detto piú tostosatisfatto che sodisfattoed onorevole che orrevolee causa checagionee populo che popoloed altre tai cose . Allor messerFederico si levò in piè e disse: Ascoltatemipregoqueste poche parole . Rispose ridendo la signora Emilia: Pena ladisgrazia mia a qual di voi per ora parla piú di questamateriaperché voglio che la rimettiamo ad un'altra sera. MavoiConteseguitate il ragionamento del cortegiano; e mostratecicome avete bona memoriachécredose saprete ritaccarloove lo lassastenon farete poco .



XL.

Signorarispose il Conteil filomi par tronco: purs'io non m'ingannocredo che dicevamo che sommadisgrazia a tutte le cose dà sempre la pestifera affettazionee per contrario grazia estrema la simplicità e la sprezzatura;a laude della quale e biasmo della affettazione molte altre coseragionar si potrebbono; ma io una sola ancor dir ne voglioe nonpiú. Gran desiderio universalmente tengon tutte le donne diessere equando esser non possonoalmen di parer belle; peròdove la natura in qualche parte in questo è mancataesse sisforzano di supplir con l'artificio. Quindi nasce l'acconciarsi lafaccia con tanto studio e talor penapelarsi le ciglia e la fronteed usar tutti que' modi e patire que' fastidiche voi altre donnecredete che agli omini siano molto secretie pur tutti si sanno .Rise quivi Madonna Costanza Fregosa e disse: Voi fareste assai piúcortesemente seguitar il ragionamento vostro e dir onde nasca labona grazia e parlar della cortegianiache voler scoprir i diffettidelle donne senza proposito. Anzi molto a propositorispose ilConte; perché questi vostri diffetti di che io parlo vilevano la graziaperché d'altro non nascono che daaffettazioneper la qual fate conoscere ad ognuno scopertamente iltroppo desiderio vostro d'esser belle. Non vi accorgete voiquantopiú di grazia tenga una donnala qualse pur si acconcialo fa cosí parcamente e cosí pocoche chi la vede stain dubbio s'ella è concia o noche un'altraempiastratatantoche paia aversi posto alla faccia una mascherae non osiridere per non farsela creparené si muti mai di colore senon quando la mattina si veste; e poi tutto il remanente del giornostia come statua di legno immobilecomparendo solamente a lume ditorze ocome mostrano i cauti mercatanti i lor panniin locooscuro? Quanto piú poi di tutte piace unadiconon bruttache si conosca chiaramente non aver cosa alcuna in su la facciabenché non sia cosí bianca né cosírossama col suo color nativo pallidetta e talor per vergogna o peraltro accidente tinta d'un ingenuo rossorecoi capelli a casoinornati e mal composti e coi gesti simplici e naturalisenzamostrar industria né studio d'esser bella? Questa èquella sprezzata purità gratissima agli occhi ed agli animiumanii quali sempre temono essere dall'arte ingannati.

Piacciono molto in una donna i beidentiperché non essendo cosí scoperti come lafacciama per lo piú del tempo stando nascosicreder si poche non vi si ponga tanta cura per fargli bellicome nel volto; purchi ridesse senza proposito e solamente per mostrargliscopririal'arte ebenché belli gli avessea tutti pareriadisgraziatissimocome lo Egnazio catulliano. Il medesimo èdelle mani; le qualise delicate e belle sonomostrate ignude atemposecondo che occorre operarlee non per far veder la lorbellezzalasciano di sé grandissimo desiderio e massimamenterevestite di guanti; perché par che chi le ricopre non curi enon estimi molto che siano vedute o noma cosí belle leabbia piú per natura che per studio o diligenzia alcuna.

Avete voi posto cura talorquandooper le strade andando alle chiese o ad altro locoo giocando o peraltra causaaccade che una donna tanto della robba si levache ilpiede e spesso un poco di gambetta senza pensarvi mostra? non vipare che grandissima grazia tengase ivi si vede con una certadonnesca disposizione leggiadra ed attillata nei suoi chiapinetti divellutoe calze polite? Certo a me piace egli molto e credo a tuttivoi altriperché ognun estima che la attillatura in partecosí nascosa e rare volte vedutasia a quella donna piútosto naturale e propria che sforzatae che ella di ciò nonpensi acquistar laude alcuna.



XLI.

In tal modo si fugge e nascondel'affettazionela qual or potete comprender quanto sia contrariaelevi la grazia d'ogni operazion cosí del corpo comedell'animo; del quale per ancor poco avemo parlatoné bisognaperò lasciarlo; ché sí come l'animo piúdegno è assai che 'l corpocosí ancor merita esserpiú culto e piú ornato. E ciò come far si debbanel nostro cortegianolasciando li precetti di tanti savi fìlosofiche di questa materia scrivono e diffiniscono le virtúdell'animo e cosí sottilmente disputano della dignitàdi quellediremo in poche paroleattendendo al nostro propositobastar che egli siacome si diceomo da bene ed intierochéin questo si comprende la prudenziabontàfortezza etemperanzia d'animo e tutte l'altre condizioni che a cosíonorato nome si convengono. Ed io estimo quel solo esser verofilosofo moraleche vol esser bono; ed a ciò gli bisognanopochi altri precettiche tal voluntà. E però bendicea Socrate parergli che gli ammaestramenti suoi giàavessino fatto bon fruttoquando per quelli chi si fosse siincitava a voler conoscer ed imparar la virtú; perchéquelli che son giunti a termine che non desiderano cosa alcuna piúche l'essere bonifacilmente conseguono la scienzia di tutto quelloche a ciò bisogna; però di questo non ragionaremo piúavanti.



XLII.

Maoltre alla bontàil veroe principal ornamento dell'animo in ciascuno penso io che siano leletterebenché i Franzesi solamente conoscano la nobilitàdelle arme e tutto il resto nulla estimino; di modo che non solamentenon apprezzano le letterema le aborrisconoe tutti e litteratitengon per vilissimi omini; e pare lor dir gran villania a chi sisiaquando lo chiamano clero. Allora il Magnifico IulianoVoi diteil verorisposeche questo errore già gran tempo regna tra'Franzesi; ma se la bona sorte vole che monsignor d'Angolemcome sisperasucceda alla coronaestimo che sí come la gloriadell'arme fiorisce e risplende in Franciacosí vi debba ancorcon supremo ornamento fiorir quella delle lettere; perché nonè molto ch'ioritrovandomi alla cortevidi questo signore eparvemi cheoltre alla disposizion della persona e bellezza divoltoavesse nell'aspetto tanta grandezzacongiunta peròcon una certa graziosa umanitàche 'l reame di Francia glidovesse sempre parer poco. Intesi da poi da molti gentilominiefranzesi ed italianiassai dei nobilissimi costumi suoidellagrandezza dell'animodel valore e della liberalità; e tral'altre cose fummi detto che egli sommamente amava ed estimava lelettere ed avea in grandissima osservanzia tutti e litterati; edannava i Franzesi proprii dell'esser tanto alieni da questaprofessioneavendo massimamente in casa un cosí nobil studiocome è quello di Parigidove tutto il mondo concorre . Disseallor il Conte: Gran maraviglia è che in cosí teneraetàsolamente per instinto di naturacontra l'usanza delpaesesi sia da sé a sé volto a cosí boncamino; e perché i sudditi sempre seguitano i costumi de'superiori po esser checome voi ditei Franzesi siano ancor perestimar le lettere di quella dignità che sono; il chefacilmentese vorranno intenderesi potrà lor persuadereperché niuna cosa piú da natura è desiderabileagli omini né piú propria che il sapere; la qual cosagran pazzia è dire o credere che non sia sempre bona.



XLIII.

E s'io parlassi con essi o con altriche fosseno d'opinion contraria alla miami sforzarei mostrar loroquanto le letterele quali veramente da Dio son state agli ominiconcedute per un supremo donosiano utili e necessarie alla vita edignità nostra; né mi mancheriano esempi di tantieccellenti capitani antichii quali tutti giunsero l'ornamentodelle lettere alla virtú dell'arme. Chécome sapeteAlessandro ebbe in tanta venerazione Omeroche la Iliade sempre siteneva a capo del letto; e non solamente a questi studima allespeculazioni filosofice diede grandissima opera sotto la disciplinad'Aristotele. Alcibiade le bone condizioni sue accrebbe e fecemaggiori con le lettere e con gli ammaestramenti di Socrate. Cesarequanta opera desse ai studiancor fanno testimonio quelle cose cheda esso divinamente scritte si ritrovano. Scipion Affricano dicesiche mai di mano non si levava i libri di Senofontedove instituiscesotto 'l nome di Ciro un perfetto re. Potrei dirvi di LucullodiSilladi Pompeodi Bruto e di molt'altri Romani e Greci; masolamente ricordarò che Annibaletanto eccellente capitanoma però di natura feroce ed alieno da ogni umanitàinfidele e despregiator degli omini e degli dèipur ebbenotizia di lettre e cognizion della lingua greca; es'io non erroparmi aver letto già che esso un libro pur in lingua grecalasciò da sé composto. Ma questo dire a voi èsuperfluoché ben so io che tutti conoscete quantos'ingannano i Francesi pensando che le lettre nuocciano all'arme.Sapete che delle cose grandi ed arrischiate nella guerra il verostimulo è la gloria; e chi per guadagno o per altra causa aciò si moveoltre che mai non fa cosa bonanon merita esserchiamato gentilomoma vilissimo mercante. E che la vera gloria siaquella che si commenda al sacro tesauro delle lettreognuno pocomprendereeccetto quegli infelici che gustate non l'hanno. Qualanimo è cosí demessotimido ed umileche leggendo ifatti e le grandezze di Cesared'Alessandrodi Scipioned'Annibale e di tanti altrinon s'infiammi d'un ardentissimodesiderio d'esser simile a quelli e non posponga questa vita caducadi dui giorni per acquistar quella famosa quasi perpetuala qualea dispetto della morteviver lo fa piú chiaro assai cheprima? Ma chi non sente la dolcezza delle letteresaper ancor nonpo quanta sia la grandezza della gloria cosí lungamente daesse conservatae solamente quella misura con la età d'unomoo di duiperché di piú oltre non tien memoria;però questa breve tanto estimar non poquanto faria quellaquasi perpetuase per sua desgrazia non gli fosse vetato ilconoscerla; e non estimandola tantoragionevol cosa è ancorcredere che tanto non si metta a periculo per conseguirla come chi laconosce. Non vorrei già che qualche avversario mi adducessegli effetti contrari per rifiutar la mia opinioneallegandomi gliItaliani col lor saper lettere aver mostrato poco valor nell'arme daun tempo in quail che pur troppo è piú che vero; macerto ben si poria dir la colpa d'alcuni pochi aver datooltre algrave dannoperpetuo biasmo a tutti gli altrie la vera causadelle nostre ruine e della virtú prostratase non mortanegli animi nostriesser da quelli proceduta; ma assai piú anoi saria vergognoso il publicarlache a' Franzesi il non saperlettere. Però meglio è passar con silenzio quello chesenza dolor ricordar non si po; efuggendo questo propositonelquale contra mia voglia entrato sonotornar al nostro cortegiano.



XLIV.

Il qual voglio che nelle lettre siapiú che mediocremente eruditoalmeno in questi studi chechiamano d'umanità; e non solamente della lingua latinamaancor della greca abbia cognizioneper le molte e varie cose che inquella divinamente scritte sono. Sia versato nei poeti e non menonegli oratori ed istorici ed ancor esercitato nel scriver versi eprosamassimamente in questa nostra lingua vulgare; cheoltre alcontento che egli stesso pigliaràper questo mezzo non glimancheran mai piacevoli intertenimenti con donnele quali perordinario amano tali cose. E seo per altre facende o per pocostudionon giungerà a tal perfezione che i suoi scritti sianodegni di molta laudesia cauto in supprimergli per non far riderealtrui di sée solamente i mostri ad amico di chi fidar sipossa; perché almeno in tanto li giovarannoche per quellaesercitazion saprà giudicar le cose altrui; che invero rarevolte interviene che chi non è assueto a scrivereper eruditoche egli siapossa mai conoscer perfettamente le fatiche edindustrie de' scrittoriné gustar la dolcezza ed eccellenziade' stilie quelle intrinseche avvertenzie che spesso si trovanonegli antichi. Ed oltre a ciòfarannolo questi studi copiosoecome rispose Aristippo a quel tirannoardito in parlarsicuramente con ognuno. Voglio ben però che 'l nostrocortegiano fisso si tenga nell'animo un precetto: cioè che inquesto ed in ogni altra cosa sia sempre avvertito e timido piúpresto che audacee guardi di non persuadersi falsamente di saperquello che non sa: perché da natura tutti siamo avidi troppopiú che non si devria di laudee piú amano leorecchie nostre la melodia delle parole che ci laudanoche qualunquealtro soavissimo canto o suono; e però spessocome voci disirenesono causa di sommergere chi a tal fallace armonia bene nonse le ottura. Conoscendo questo pericolosi è ritrovato tragli antichi sapienti chi ha scritto libriin qual modo possa l'omoconoscere il vero amico dall'adulatore. Ma questo che giovasemoltianzi infiniti son quelli che manifestamente comprendono esseradulatie pur amano chi gli adula ed hanno in odio chi dice lor ilvero? e spessoparendogli che chi lauda sia troppo parco in direessi medesimi lo aiutano e di se stessi dicono tali coseche loimpudentissimo adulator se ne vergogna? Lasciamo questi ciechi nellor errore e facciamo che 'l nostro cortegiano sia di cosíbon giudicioche non si lasci dar ad intendere il nero per lobianconé presuma di sése non quanto ben chiaramenteconosce esser vero; e massimamente in quelle coseche nel suogiocose ben avete a memoriamesser Cesare ricordò che noipiú volte avevamo usate per instrumento di far impazzirmolti. Anziper non errarse ben conosce le laudi che date glisono esser verenon le consenta cosí apertamentenécosí senza contradizione le confermi; ma piú tostomodestamente quasi le nieghimostrando sempre e tenendo in effettoper sua principal professione l'arme e l'altre bone condizioni tutteper ornamento di quelle; e massimamente tra i soldatiper non farcome coloro che ne' studi voglion parere omini di guerra e tra gliomini di guerra litterati. In questo modoper le ragioni che avemodettefuggirà l'affettazione e le cose mediocri che faràparranno grandissime .



XLV.

Rispose quivi messer Pietro Bembo: Ionon soContecome voi vogliate che questo cortegianoessendolitterato e con tante altre virtuose qualitàtenga ogni cosaper ornamento dell'armee non l'arme e 'l resto per ornamento dellelettere; le quali senza altra compagnia tanto son di dignitàall'arme superioriquanto l'animo al corpoper appartenerepropriamente la operazion d'esse all'animocosí come quelladelle arme al corpo . Rispose allor il Conte: Anzi all'animo ed alcorpo appartiene la operazion dell'arme. Ma non vogliomesserPietroche voi di tal causa siate giudiceperché sarestetroppo suspetto ad una delle parti; ed essendo già stataquesta disputazione lungamente agitata da omini sapientissiminon èbisogno rinovarla; ma io la tengo per diffinita in favore dell'armee voglio che 'l nostro cortegianopoich'io posso ad arbitrio mioformarloesso ancor cosí la estimi. E se voi sète dicontrario pareraspettate d'udirne una disputazionnella qual cosísia licito a chi diffende la ragion dell'arme operar l'armecomequelli che diffendon le lettre oprano in tal diffesa le medesimelettre; ché se ognuno si valerà de' suoi instrumentivedrete che i litterati perderanno. Ahdisse messer Pietrovoidianzi avete dannati i Franzesi che poco apprezzan le lettre e dettoquanto lume di gloria esse mostrano agli omini e come gli faccianoimmortali; ed or pare che abbiate mutata sentenzia. Non vi ricordache


Giunto Alessandro alla famosatomba del fero Achillesospirando disse:

O fortunatoche sí chiaratromba trovasti e chi di te sí alto scrisse!.

E se Alessandro ebbe invidia adAchille non de' suoi fattima della fortuna che prestato gli aveatanta felicità che le cose sue fosseno celebrate da Omerocomprender si po che estimasse piú le lettre d'Omerochel'arme d'Achille. Qual altro giudice adunqueo qual altra sentenziaaspettate voi della dignità dell'arme e delle lettrechequella che fu data da un de' piú gran capitani che mai siastato?



XLVI.

Rispose allora il Conte: Io biasmo iFranzesi che estiman le lettre nuocere alla profession dell'arme etengo che a niun piú si convenga l'esser litterato che ad unom di guerra; e queste due condizioni concatenate e l'una dall'altraaiutateil che è convenientissimovoglio che siano nelnostro cortegiano; né per questo parmi esser mutatod'opinione. Macome ho detto disputar non voglio qual d'esse siapiú degna di laude. Basta che i litterati quasi mai nonpigliano a laudare se non omini grandi e fatti gloriosii quali dasé meritano laude per la propria essenzial virtute dondenascono; oltre a ciò sono nobilissima materia dei scrittori;il che è grande ornamento ed in parte causa di perpetuare iscrittili quali forse non sariano tanto letti né apprezzatise mancasse loro il nobile suggettoma vani e di poco momento. E seAlessandro ebbe invidia ad Achille per esser laudato da chi funonconchiude però questo che estimasse piú le lettre chel'arme; nelle quali se tanto si fosse conosciuto lontano da Achillecome nel scrivere estimava che dovessero esser da Omero tutti quelliche di lui fossero per scrivereson certo che molto prima averiadesiderato il ben fare in sé che il ben dire in altri. Peròquesta credo io che fosse una tacita laude di se stesso ed undesiderar quello che aver non gli parevacioè la supremaeccellenzia d'uno scrittoree non quello che già siprosumeva aver conseguitocioè la virtú dell'armenella quale non estimava che Achille punto gli fosse superiore; ondechiamollo fortunatoquasi accennando chese la fama sua per loinanzi non fosse tanto celebrata al mondo come quellache era percosí divin poema chiara ed illustrenon procedesse perchéil valore ed i meriti non fossero tanti e di tanta laude degnimanascesse dalla fortunala quale avea parato inanti ad Achille quelmiraculo di natura per gloriosa tromba dell'opere sue; e forse ancorvolse eccitar qualche nobile ingegno a scrivere di sémostrando per questo dovergli esser tanto gratoquanto amava evenerava i sacri monumenti delle lettrecirca le quali omai si èparlato a bastanza.

Anzi tropporispose il signor LudovicoPio; perché credo che al mondo non sia possibile ritrovar unvaso tanto grandeche fosse capace di tutte le coseche voi voleteche stiano in questo cortegiano . Allor il ConteAspettate un pocodisseche molte altre ancor ve ne hanno da essere . Rispose Pietroda Napoli: A questo modo il Grasso de' Medici averà granvantaggio da messer Pietro Bembo .



XLVII.

Rise quivi ognuno; e ricominciando ilConteSignoridisseavete a sapere ch'io non mi contento delcortegiano e s'egli non è ancor musico e seoltre allointendere ed esser sicuro a libronon sa di varii instrumenti;perchése ben pensiamoniuno riposo de fatiche e medicinad'animi infermi ritrovar si po piú onesta e laudevolenell'ocioche questa; e massimamente nelle cortidoveoltre alrefrigerio de' fastidi che ad ognuno la musica prestamolte cose sifanno per satisfar alle donnegli animi delle qualiteneri emollifacilmente sono dall'armonia penetrati e di dolcezza ripieni.

Però non è maraviglia senei tempi antichi e nei presenti sempre esse state sono a' musiciinclinate ed hanno avuto questo per gratissimo cibo d'animo .

Allor il signor GasparLa musicapensodisseche insieme con molte altre vanità sia alledonne conveniente síe forse ancor ad alcuni che hannosimilitudine d'ominima non a quelli che veramente sono; i quali nondeono con delicie effeminare gli animi ed indurgli in tal modo atemer la morte. Non diterispose il Conte; perch'io v'entraròin un gran pelago di laude della musica; e ricordarò quantosempre appresso gli antichi sia stata celebrata e tenuta per cosasacrae sia stato opinione di sapientissimi filosofi il mondo essercomposto di musica e i cieli nel moversi far armoniae l'animanostra pur con la medesima ragion esser formatae peròdestarsi e quasi vivificar le sue virtú per la musica. Per ilche se scrive Alessandro alcuna volta esser stato da quella cosíardentemente incitatoche quasi contra sua voglia gli bisognavalevarsi dai convivii e correre all'arme; poimutando il musico lasorte del suonomitigarsi e tornar dall'arme ai convivii. E dirovviil severo Socrategià vecchissimoaver imparato a sonare lacitara. E ricordomi aver già inteso che Platone ed Aristotelevogliono che l'om bene instituito sia ancor musicoe con infiniteragioni mostrano la forza della musica in noi essere grandissimaeper molte causeche or saria lungo a dirdoversi necessariamenteimparar da puerizia; non tanto per quella superficial melodia che sisentema per esser sufficiente ad indur in noi un novo abito bonoed un costume tendente alla virtúil qual fa l'animo piúcapace di felicitàsecondo che lo esercizio corporale fa ilcorpo piú gagliardo; e non solamente non nocere alle cosecivili e della guerrama loro giovar sommamente. Licurgo ancoranelle severe sue leggi la musica approvò. E leggesi iLacedemonii bellicosissimi ed i Cretensi aver usato nelle battagliecitare ed altri instrumenti molli; e molti eccellentissimi capitaniantichicome Epaminondaaver dato opera alla musica; e quelli chenon ne sapeanocome Temistocleesser stati molto meno apprezzati.Non avete voi letto che delle prime discipline che insegnò ilbon vecchio Chirone nella tenera età ad Achilleil qualeegli nutrí dallo latte e dalla cullafu la musica; e volseil savio maestro che le maniche aveano a sparger tanto sanguetroianofossero spesso occupate nel suono della citara? Qual soldatoadunque sarà che si vergogni d'imitar Achillelasciandomolti altri famosi capitani ch'io potrei addurre? Però nonvogliate voi privar il nostro cortegiano della musicala qual nonsolamente gli animi umani indolciscema spesso le fiere fa diventarmansuete; e chi non la gusta si po tener per certo ch'abbia ispiriti discordanti l'un dall'altro. Eccovi quanto essa poche giàtrasse un pesce a lassarsi cavalcar da un omo per mezzo ilprocelloso mare.

Questa veggiamo operarsi ne' sacritempii nello rendere laude e grazie a Dio; e credibil cosa èche ella grata a lui sia ed egli a noi data l'abbia per dolcissimoalleviamento delle fatiche e fastidi nostri. Onde spesso i durilavoratori de' campi sotto l'ardente sole ingannano la lor noia colrozzo ed agreste cantare. Con questo la inculta contadinellacheinanzi al giorno a filare o a tessere si lievadal sonno sidiffende e la sua fatica fa piacevole; questo è iocundissimotrastullo dopo le pioggei venti e le tempeste ai miseri marinari;con questo consolansi i stanchi peregrini dei noiosi e lunghi viaggie spesso gli afflitti prigionieri delle catene e ceppi.

Cosíper maggiore argumento ched'ogni fatica e molestia umana la modulazionebenchéincultasia grandissimo refrigeriopare che la natura alle nutriciinsegnata l'abbia per rimedio precipuo del pianto continuo de'teneri fanciulli; i quali al suon di tal voce s'inducono a riposato eplacido sonnoscordandosi le lacrime così proprieed a noiper presagio dei rimanente della nostra vita in quella età danatura date .



XLVIII.

Or quivi tacendo un poco il Contedisse il Magnifico Iuliano: Io non son già di parer conformeal signor Gaspar; anzi estimo per le ragioni che voi dite e permolte altre esser la musica non solamente ornamentoma necessaria alcortegiano. Vorrei ben che dechiaraste in qual modo questa e l'altrequalità che voi gli assignate siano da esser operateed ache tempo e con che maniera; perché molte cose che da sémeritano laudespesso con l'operarle fuor di tempo diventanoinettissime eper contrarioalcune che paion di poco momentousandole benesono pregiate assai .



XLIX.

Allora il ContePrima che a questoproposito entriamovogliodisseragionar d'un'altra cosalaquale ioperciò che di molta importanza la estimopenso chedal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciataaddietro: e questo è il saper disegnare ed aver cogniziondell'arte propria del dipingere. Né vi maravigliate s'iodesidero questa partela qual oggidí forsi par mecanica epoco conveniente a gentilomo; ché ricordomi aver letto chegli antichimassimamente per tutta Greciavoleano che i fanciullinobili nelle scole alla pittura dessero opera come a cosa onesta enecessariae fu questa ricevuta nel primo grado dell'arti liberali;poi per publico editto vetato che ai servi non s'insegnasse. Pressoai Romani ancor s'ebbe in onor grandissimo; e da questa trasse ilcognome la casa nobilissima de' Fabiiché il primo Fabio fucognominato Pittoreper esser in effetto eccellentissimo pittore etanto dedito alla pitturache avendo dipinto le mura del tempiodella Salutegli inscrisse il nome suo; parendogli chebenchéfosse nato in una famiglia cosí chiara ed onorata di tantitituli di consulatidi triunfi e d'altre dignità e fosselitterato e perito nelle leggi e numerato tra gli oratoripotesseancor accrescere splendore ed ornamento alla fama sua lassandomemoria d'essere stato pittore. Non mancarono ancor molti altri dichiare famiglie celebrati in quest'arte; della qualoltre che in sénobilissima e degna siasi traggono molte utilitàemassimamente nella guerraper disegnar paesisitifiumipontiròcchefortezze e tai cose; le qualise ben nella memoriasi servasseroil che però è assai difficilealtruimostrar non si possono. E veramente chi non estima questa arte parmiche molto sia dalla ragione alieno; ché la machina del mondoche noi veggiamo coll'amplo cielo di chiare stelle tanto splendido enel mezzo la terra dai mari cintadi montivalli e fiumi variata edi sí diversi alberi e vaghi fiori e d'erbe ornatadir si poche una nobile e gran pittura siaper man della natura e di Diocomposta; la qual chi po imitare parmi esser di gran laude degno; néa questo pervenir si po senza la cognizion di molte cosecome bensa chi lo prova. Però gli antichi e l'arte e gli artificiaveano in grandissimo pregioonde pervenne in colmo di summaeccellenzia; e di ciò assai certo argomento pigliar si podalle statue antiche di marmo e di bronzoche ancor si veggono. Ebenché diversa sia la pittura dalla statuariapur l'una el'altra da un medesimo fonteche è il bon disegnonasce.Peròcome le statue sono divinecosí ancor creder sipo che le pitture fossero; e tanto piúquanto che di maggiorartificio capaci sono .



L.

Allor la signora Emiliarivolta aIoan Cristoforo Romano che ivi con gli altri sedevaChe vi pardissedi questa sentenzia? confermarete voiche la pittura siacapace di maggior artificio che la statuaria? Rispose IoanCristoforo: IoSignoraestimo che la statuaria sia di piúfaticadi piú arte e di piú dignitàche non èla pitturaSuggiunse il Conte: Per esser le statue piúdurabilisi poria forse dir che fossero di piú dignità;perchéessendo fatte per memoriasatisfanno piú aquello effetto per che son fatteche la pittura. Ma oltre allamemoriasono ancor e la pittura e la statuaria fatte per ornare edin questo la pittura è molto superiore; la quale se non ètanto diuturnaper dir cosícome la statuariaèperò molto longevae tanto che dura è assai piúvaga . Rispose allor Ioan Cristoforo: Credo io veramente che voiparliate contra quello che avete nell'animo e ciò tutto fatein grazia del vostro Rafaelloe forse ancor parvi che la eccellenziache voi conoscete in lui della pittura sia tanto supremache lamarmoraria non possa giungere a quel grado: ma considerate chequesta è laude d'un artificee non dell'arte . Poisuggiunse: Ed a me par beneche l'una e l'altra sia una artificiosaimitazion di natura; ma non so già come possiate dir che piùnon sia imitato il veroe quello proprio che fa la naturain unafigura di marmo o di bronzonella qual sono le membra tutte tondeformate e misurate come la natura le fache in una tavolanellaqual non si vede altro che la superficie e que' colori che ingannanogli occhi; né mi direte giàche piú propinquoal vero non sia l'essere che 'l parere. Estimo poi che la marmorariasia piú difficileperché se un error vi vien fattonon si po piú correggereché 'l marmo non si ritaccama bisogna rifar un'altra figura; il che nella pittura non accadeché mille volte si po mutargiongervi e sminuirvimigliorandola sempre .



LI.

Disse il Conte ridendo: Io non parloin grazia de Rafaello; né mi dovete già riputar pertanto ignoranteche non conosca la eccellenzia di Michel Angelo evostra e degli altri nella marmoraria; ma io parlo dell'artee nondegli artifici. E voi ben dite vero che e l'una e l'altra èimitazion della natura; ma non è gia cosíche lapittura appaia e la statuaria sia. Chéavvenga che le statuesiano tutte tonde come il vivo e la pittura solamente si veda nellasuperficiealle statue mancano molte cose che non mancano allepitturee massimamente i lumi e l'ombre; perché altro lumefa la carne ed altro fa il marmo; e questo naturalmente imita ilpittore col chiaro e scuropiú e menosecondo il bisogno;il che non po far il marmorario. E se ben il pittore non fa lafigura tondafa que' musculi e membri tondeggiati di sorte che vannoa ritrovar quelle parti che non si veggono con tal manierachebenissimo comprender si po che 'l pittor ancor quelle conosce edintende. Ed a questo bisogna un altro artificio maggiore in farquelle membra che scortano e diminuiscono a proporzion della vistacon ragion di prospettiva; la qual per forza di linee misuratedicoloridi lumi e d'ombre vi mostra ancora in una superficie di murodritto il piano e 'l lontanopiú e meno come gli piace.Parvi poi che di poco momento sia la imitazione dei colori naturaliin contrafar le carnii panni e tutte l'altre cose colorate? Questofar non po già il marmorarioné meno esprimer lagraziosa vista degli occhi neri o azzurricol splendor di que'raggi amorosi. Non po mostrare il color de' capegli flavinon losplendor dell'armenon una oscura nottenon una tempesta di marenon que' lampi e saettenon lo incendio d'una cittànon ilnascere dell'aurora di color di rosecon quei raggi d'oro e diporpora; non po in somma mostrare cielomareterramontiselvepratigiardinifiumicittà né case; il che tutto fail pittore.



LII.

Per questo parmi la pittura piúnobile e piú capace d'artificio che la marmorariae pensoche presso agli antichi fosse di suprema eccellenzia come l'altrecose; il che si conosce ancor per alcune piccole reliquie cherestanomassimamente nelle grotte di Romama molto piúchiaramente si po comprendere per i scritti antichinei quali sonotante onorate e frequenti menzioni e delle opre e dei maestri; e perquelli intendesi quanto fossero appresso i gran signori e lerepubliche sempre onorati. Però si legge che Alessandro amòsommamente Apelle Efesio e tantoche avendogli fatto ritrar nudauna sua carissima donna ed intendendo il bon pittore per lamaravigliosa bellezza di quella restarne ardentissimamenteinamoratosenza rispetto alcuno gliela donò: liberalitàveramente degna d'Alessandronon solamente donar tesori e statimai suoi proprii affetti e desidèri; e segno di grandissimoamor verso Apellenon avendo avuto rispettoper compiacer a luididispiacere a quella donna che sommamente amava; la qual creder si poche molto si dolesse di cambiar un tanto re con un pittore. Narransiancor molti altri segni di benivolenzia d'Alessandro verso d'Apelle;ma assai chiaramente dimostrò quanto lo estimasseavendo perpublico commandamento ordinato che niun altro pittore osasse far laimagine sua. Qui potrei dirvi le contenzioni di molti nobili pittoricon tanta laude e maraviglia quasi del mondo; potrei dirvi conquanta solennità gli imperadori antichi ornavano di pitture ilor triunfi e ne' lochi publici le dedicavanoe come care lecomparavano; e che siansi già trovati alcuni pittori chedonavano l'opere sueparendo loro che non bastasse oro néargento per pagarle; e come tanto pregiata fusse una tavola diProtogene cheessendo Demetrio a campo a Rodie possendo intrardentro appiccandole il foco dalla banda dove sapeva che era quellatavolaper non abbrusciarla restò di darle la battaglia ecosí non prese la terra; e Metrodorofilosofo e pittoreeccellentissimoesser stato da' Ateniesi mandato a Lucio Paulo perammaestrargli i figlioli ed ornargli il triunfo che a far avea. Emolti nobili scrittori hanno ancora di questa arte scritto; il che èassai gran segno per dimostrare in quanta estimazione ella fosse; manon voglio che in questo ragionamento piú ci estendiamo. Peròbasti solamente dire che al nostro cortegiano conviensi ancor dellapittura aver notiziaessendo onesta ed utile ed apprezzata in que'tempi che gli omini erano di molto maggior valoreche ora non sono;e quando mai altra utilità o piacer non se ne traesseoltreche giovi a saper giudicar la eccellenzia delle statue antiche emodernedi vasid'edificidi medagliedi cameid'entagli e taicosefa conoscere ancor la bellezza dei corpi vivinon solamentenella delicatura de' voltima nella proporzion di tutto il restocosí degli omini come di ogni altro animale. Vedete adunquecome lo avere cognizione della pittura sia causa di grandissimopiacere. E questo pensino quei che tanto godono contemplando lebellezze d'una donna che par lor essere in paradisoe pur non sannodipingere; il che se sapesseroarian molto maggior contentoperchépiú perfettamente conosceriano quella bellezzache nel corgenera lor tanta satisfazione .



LIII.

Rise quivi messer Cesare Gonzaga edisse: Io già non son pittore; pur certo so aver moltomaggior piacere di vedere alcuna donnache non aríase ortornasse vivoquello eccellentissimo Apelle che voi poco fa avetenominato .

Rispose il Conte: Questo piacer vostronon deriva interamente da quella bellezzama dalla affezion che voiforse a quella donna portate; ese volete dir il verola primavolta che voi a quella donna mirastenon sentiste la millesimaparte del piacere che poi fatto avetebenché le bellezzefossero quelle medesime; però potete comprender quanto piúparte nel piacer vostro abbia l'affezion che la bellezza. Non negoquestodisse messer Cesare; ma secondo che 'l piacer nasce dallaaffezionecosí l'affezion nasce dalla bellezza; peròdir si po che la bellezza sia pur causa del piacere . Rispose ilConte: Molte altre cause ancor spesso infiammano gli animi nostrioltre alla bellezza: come i costumiil sapereil parlarei gestie mill'altre cosele quali però a qualche modo forse esseancor si potriano chiamar bellezze; ma sopra tutto il sentirsiessere amato; di modo che si po ancor senza quella bellezzadi chevoi ragionateamare ardentissimamente; ma quegli amori chesolamente nascono dalla bellezza che superficialmente vedemo neicorpisenza dubbio daranno molto maggior piacere a chi piú laconosceràche a chi meno. Peròtornando al nostropropositopenso che molto piú godesse Apelle contemplando labellezza di Campaspeche non faceva Alessandro; perchéfacilmente si po creder che l'amor dell'uno e dell'altro derivassesolamente da quella bellezza; e che deliberasse forse ancorAlessandro per questo rispetto donarla a chi gli parve che piúperfettamente conoscer la potesse. Non avete voi letto che quellecinque fanciulle da Crotonele quali tra l'altre di quel populoelesse Zeusi pittore per far de tutte cinque una sola figuraeccellentissima di bellezzafurono celebrate da molti poeticomequelle che per belle erano state approvate da coluicheperfettissimo giudicio di bellezza aver dovea?



LIV.

Quivimostrando messer Cesare nonrestar satisfattoné voler consentir per modo alcuno chealtri che esso medesimo potesse gustare quel piacere ch'egli sentivadi contemplar la bellezza d'una donnaricominciò a dire; main quello s'udí un gran calpestare di piedi con strepito diparlar alto; e cosí rivolgendosi ognunosi vide alla portadella stanza comparire un splendor di torchi e súbito drietogiunse con molta e nobil compagnia il signor Prefettoil qualritornavaavendo accompagnato il Papa una parte del camino; e giàallo entrar del palazzodimandando ciò che facesse la signoraDuchessaaveva inteso di che sorte era il gioco di quella sera e 'lcarico imposto al conte Ludovico di parlar della cortegiania; peròquanto piú gli era possibile studiava il passoper giungerea tempo d'udir qualche cosa.

Cosísúbito fattoreverenzia alla signora Duchessa e fatto seder gli altriche tuttiin piedi per la venuta sua s'erano levatisi pose ancor esso aseder nel cerchio con alcuni de' suoi gentilomini; tra i quali eranoil marchese Febus e Ghirardino fratelli da Cevamesser EttorRomanoVincenzio CalmetaOrazio Florido e molti altri; e standoognun senza parlareil signor Prefetto disse: Signoritropponociva sarebbe stata la venuta mia quis'io avessi impedito cosíbei ragionamenticome estimo che sian quelli che ora tra voipassavano; però non mi fate questa ingiuria di privar voistessi e me di tal piacere . Rispose allor il conte Ludovico: Anzisignor miopenso che 'l tacer a tutti debba esser molto piúgrato che 'l parlare; perchéessendo tal fatica a me piùche agli altri questa sera toccataoramai m'ha stanco di direecredo tutti gli altri d'ascoltareper non esser stato ilragionamento mio degno di questa compagniané bastante allagrandezza della materia di che io aveva carico; nella quale avendoio poco satisfatto a me stessopenso molto meno aver satisfatto adaltrui. Però a voiSignoreè stato ventura ilgiungere al fine; e bon sarà mo dar la impresa di quello cheresta ad un altro che succeda nel mio loco perciò chequalunque egli si siaso che si porterà molto meglio ch'ionon farei se pur seguitar volessiessendo oramai stanco come sono .



LV.

Non supportarò iorespose ilMagnifico Iulianoper modo alcuno esser defraudato della promessache fatta m'avete; e certo so che al signor Prefetto ancor nondespiacerà lo intender questa parte. E qual promessa? disse ilConte. Rispose il Magnifico: Di dechiararci in qual modo abbia ilcortegiano da usare quelle bone condizioniche voi avete detto checonvenienti gli sono . Era il signor Prefettobenché di etàpuerilesaputo e discreto piú che non parea ches'appartenesse agli anni teneried in ogni suo movimento mostravacon la grandezza dell'animo una certa vivacità dello ingegnovero pronostico dello eccellente grado di virtú dove pervenirdoveva. Onde súbito disse: Se tutto questo a dir restaparmiesser assai a tempo venuto; perché intendendo in che modo deeil cortegiano usar quelle bone condizioniintenderò ancoraquali esse siano e cosí verrò a saper tutto quello cheinfin qui è stato detto. Però non rifutateContedipagar questo debito d'una parte del quale già sèteuscito. Non arei da pagar tanto debitorispose il Contese lefatiche fossero piú egualmente divisema lo errore èstato dar autorità di commandar ad una signora troppoparziale; e cosíridendosi volse alla signora Emilialaqual súbito disse: Della mia parzialità non dovrestevoi dolervi; purpoiché senza ragion lo fatedaremo unaparte di questo onorche voi chiamate faticaad un altro; erivoltasi a messer Federico FregosoVoidisseproponeste il giocodel cortegiano; però è ancor ragionevole che a voitocchi il dirne una parte: e questo sarà il satisfare alladomanda del signor Magnificodechiarando in qual modo e maniera etempo il cortegiano debba usar le sue bone condizionied operarquelle cose che 'l Conte ha detto che se gli convien sapere . Alloramesser FedericoSignoradissevolendo voi separare il modo e 'ltempo e la maniera dalle bone condizioni e ben operare delcortegianovolete separar quello che separar non si poperchéqueste cose son quelle che fanno le condizioni bone e l'operar bono.Però avendo il Conte detto tanto e cosí bene ed ancorparlato qualche cosa di queste circonstanziee preparatosinell'animo il resto che egli avea a direera pur ragionevole cheseguitasse insin al fine . Rispose la signora Emilia: Fate voi cuntod'essere il Conte e dite quello che pensate che esso direbbe; e cosísarà satisfatto al tutto .



LVI.

Disse allor il Calmeta: Signoripoichél'ora è tardaacciò che messer Federico non abbiaescusazione alcuna di non dir ciò che sacredo che sia bonodifferire il resto del ragionamento a domani; e questo poco tempo checi avanza si dispensi in qualche altro piacer senza ambizione . Cosíconfermando ognunoimpose la signora Duchessa a madonna Margheritae madonna Costanza Fregosa che danzassero. Onde súbitoBarlettamusico piacevolissimo e danzator eccellenteche sempretutta la corte teneva in festacominciò a sonare suoiinstrumenti; ed essepresesi per manoed avendo prima danzato unabassaballarono una roegarze con estrema grazia e singular piacerdi chi le vide; poiperché già era passata gran pezzadella nottela signora Duchessa si levò in piedi; e cosíognuno reverentemente presa licenziase ne andarono a dormire.

Fine primo libro.



Parte seconda.


IL SECONDO LIBRODEL CORTEGIANO.

DEL CONTE BALDESARCASTIGLIONE A MESSER ALFONSOARIOSTO.



I.

Non senza maraviglia ho piúvolte considerato onde nasca un erroreil qualeperciò cheuniversalmente ne' vecchi si vedecreder si po che ad essi siaproprio e naturale; e questo è che quasi tutti laudano i tempipassati e biasmano i presentivituperando le azioni e i modi nostrie tutto quello che essi nella lor gioventú non facevano;affermando ancor ogni bon costume e bona maniera di vivereognivirtúin somma ogni cosaandar sempre di mal in peggio. Everamente par cosa molto aliena dalla ragione e degna di maravigliache la età maturala qual con la lunga esperienzia suol farnel resto il giudicio degli omini piú perfettoin questo locorrompa tantoche non si avveggano chese 'l mondo sempre andassepeggiorando e che i padri fossero generalmente migliori che ifigliolimolto prima che ora saremmo giunti a quest'ultimo grado dimaleche peggiorar non po. E pur vedemo che non solamente ai dínostrima ancor nei tempi passatifu sempre questo vicio peculiardi quella età; il che per le scritture de molti autoriantichissimi chiaro si comprende e massimamente dei comicii qualipiú che gli altri esprimeno la imagine della vita umana. Lacausa adunque di questa falsa opinione nei vecchi estimo io per mech'ella sia perché gli anni fuggendo se ne portan seco moltecommoditàe tra l'altre levano dal sangue gran parte deglispiriti vitali; onde la complession si muta e divengono debili gliorganiper i quali l'anima opera le sue virtú. Peròdei cori nostri in quel tempocome allo autunno le foglie deglialbericaggiono i suavi fiori di contento e nel loco dei sereni echiari pensieri entra la nubilosa e turbida tristiziadi millecalamità compagnatadi modo che non solamente il corpomal'animo ancora è infermo; né dei passati piaceririserva altro che una tenace memoria e la imagine di quel caro tempodella tenera etànella quale quando ci ritrovamoci pareche sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e ridaintorno agli occhi nostrie nel pensiero come in un delizioso evago giardino fiorisca la dolce primavera d'allegrezza. Onde forsesaria utilequando già nella fredda stagione comincia il soledella nostra vitaspogliandoci de quei piaceriandarsene versol'occasoperdere insieme con essi ancor la loro memoria e trovarecome disse Temistocleun'arte che a scordar insegnasse; perchétanto sono fallaci i sensi del corpo nostroche spesso ingannanoancora il giudicio della mente. Però parmi che i vecchi sianoalla condizion di quelliche partendosi dal porto tengon gli occhiin terra e par loro che la nave stia ferma e la riva si partae purè il contrario; ché il portoe medesimamente il tempoed i piacerirestano nel suo statoe noi con la nave dellamortalità fuggendo n'andiamo l'un dopo l'altro per quelprocelloso mare che ogni cosa assorbe e devorané mai piúripigliar terra ci è concessoanzisempre da contrari venticombattutial fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esseradunque l'animo senile subietto disproporzionato a molti piacerigustar non gli po; e come ai febrecitantiquando dai vaporicorrotti hanno il palato guastopaiono tutti i vini amarissimibenché preciosi e delicati sianocosí ai vecchi perla loro indisposizionealla qual però non manca il desideriopaiono i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli chegià provati aver si ricordanobenché i piaceri in sésiano li medesimi; però sentendosene privisi dolgono ebiasmano il tempo presente come malonon discernendo che quellamutazione da sé e non dal tempo procede; eper contrariorecandosi a memoria i passati piacerisi arrecano ancor il temponel quale avuti gli hannoe però lo laudano come bono perchépare che seco porti un odore di quello che in esso sentiamo quandoera presente; perché in effetto gli animi nostri hanno inodio tutte le cose che state sono compagne de' nostri dispiaceri edamano quelle che state sono compagne dei piaceri. Onde accade che aduno amante è carissimo talor vedere una finestrabenchéchiusaperché alcuna volta quivi arà avuto grazia dicontemplare la sua donna; medesimamente vedere uno anellounaletteraun giardino o altro loco o qualsivoglia cosache gli paiaesser stata consapevol testimonio de' suoi piaceri; e per locontrariospesso una camera ornatissima e bella sarà noiosaa chi dentro vi sia stato prigione o patito vi abbia qualche altrodispiacere. Ed ho già io conosciuto alcuniche mai nonbeveriano in un vaso simile a quellonel quale già avesseroessendo infermipreso bevanda medicinale; perchécosícome quella finestrao l'anello o la letteraall'uno rappresentala dolce memoria che tanto gli dilettaper parergli che quella giàfosse una parte de' suoi piacericosí all'altro la camera o'l vaso par che insieme con la memoria rapporti la infirmitào la prigionia. Questa medesima cagion credo che mova i vecchi alaudare il passato tempo e biasmar il presente.



II.

Però come del restocosíparlano ancor delle cortiaffermando quelle di che essi hannomemoria esser state molto piú eccellenti e piene di ominisingulariche non son quelle che oggidí veggiamo; e súbitoche occorrono tai ragionamenticominciano ad estollere con infinitelaudi i cortegiani del duca Filippoo vero del duca Borso; enarrano i detti di Nicolò Piccinino; e ricordano che in queitempi non si saria trovatose non rarissime volteche si fossefatto un omicidio; e che non erano combattimentinon insidienoningannima una certa bontà fidele ed amorevole tra tuttiuna sicurtà leale; e che nelle corti allor regnavano tantiboni costumitanta onestàche i cortegiani tutti erano comereligiosi; e guai a quello che avesse detto una mala parolaall'altro o fatto pur un segno men che onesto verso una donna; e perlo contrario dicono in questi tempi esser tutto l'opposito; e chenon solamente tra i cortegiani è perduto quell'amor fraternoe quel viver costumatoma che nelle corti non regnano altro cheinvidie e malivolenziemali costumi e dissolutissima vita in ognisorte di vicii; le donne lascive senza vergognagli ominieffemminati.

Dannano ancora i vestimenticomedisonesti e troppo molli. In somma riprendono infinite cosetra lequali molte veramente meritano riprensioneperché non si podir che tra noi non siano molti mali omini e sceleratie che questaetà nostra non sia assai più copiosa di vicii chequella che essi laudano. Parmi ben che mal discernano la causa diquesta differenzia e che siano sciocchiperché vorriano cheal mondo fossero tutti i beni senza male alcuno; il che èimpossibileperchéessendo il male contrario al bene e 'lbene al maleè quasi necessario che per la opposizione e perun certo contrapeso l'un sostenga e fortifichi l'altroe mancando ocrescendo l'unocosí manchi o cresca l'altro perchéniuno contrario è senza l'altro suo contrario. Chi non sa cheal mondo non saria la giustiziase non fossero le ingiurie? lamagnanimitàse non fossero li pusilanimi? la continenziasenon fosse la incontinenzia? la sanitàse non fosse lainfirmità? la veritàse non fosse la bugia? lafelicitàse non fossero le disgrazie? Però ben diceSocrate appresso Platone maravigliarsi che Esopo non abbia fatto unoapologonel quale fingaDiopoiché non avea mai potutounire il piacere e 'l dispiacere insiemeavergli attaccati con laestremitàdi modo che 'l principio dell'uno sia il findell'altro; perché vedemo niuno piacer poterci mai essergratose 'l dispiacere non gli precede. Chi po aver caro il riposose prima non ha sentito l'affanno della stracchezza? chi gusta ilmangiareil bere e 'l dormirese prima non ha patito famesete esonno? Credo ioadunqueche le passioni e le infirmitàsiano date dalla natura agli omini non principalmente per farglisoggetti ad esseperché non par conveniente che quellacheè madre d'ogni benedovesse di suo proprio consigliodeterminato darci tanti mali; ma facendo la natura la sanitàil piacere e gli altri beniconseguentemente dietro a questi furonocongiunte le infirmitài dispiaceri e gli altri mali. Peròessendo le virtú state al mondo concesse per grazia e donodella naturasúbito i viciiper quella concatenatacontrarietànecessariamente le furono compagni; di modo chesemprecrescendo o mancando l'unoforza è che cosíl'altro cresca o manchi.



III.

Però quando i nostri vecchilaudano le corti passateperché non aveano gli omini cosíviciosi come alcuni che hanno le nostrenon conoscono che quelleancor non gli aveano cosí virtuosi come alcuni che hanno lenostre; il che non è maravigliaperché niun male ètanto maloquanto quello che nasce dal seme corrotto del bene; eperò producendo adesso la natura molto miglior ingegni chenon facea allorasí come quelli che si voltano al bene fannomolto meglio che non facean quelli suoicosí ancor quelliche si voltano al male fanno molto peggio. Non è adunque dadire che quelli che restavano di far male per non saperlo faremeritassero in quel caso laude alcuna; perché avvenga chefacessero poco malefaceano però il peggio che sapeano. E chegli ingegni di que' tempi fossero generalmente molto inferiori aque' che son oraassai si po conoscere da tutto quello che d'essisi vedecosí nelle letterecome nelle pitturestatueedifici ed ogni altra cosa. Biasimano ancor questi vecchi in noimolte cose che in sé non sono né bone né malesolamente perché essi non le faceano; e dicono non convenirsiai giovani passeggiar per le città a cavallomassimamentenelle mule; portar fodre di pellené robbe lunghe nel verno;portar berrettafinché almeno non sia l'omo giunto adieceotto anni ed altre tai cose: di che veramente s'ingannano;perché questi costumioltra che sian commodi ed utilisonodalla consuetudine introdutti ed universalmente piaccionocomeallor piacea l'andar in giorneacon le calze aperte e scarpettepulite eper esser galanteportar tutto dí un sparvieri inpugno senza propositoe ballar senza toccar la man della donnaedusar molti altri modii qualicome or sariano goffissimiallorerano prezzati assai. Però sia licito ancor a noi seguitar laconsuetudine de' nostri tempisenza esser calunniati da questivecchii quali spessovolendosi laudaredicono: «Io avevavent'anniche ancor dormiva con mia madre e mie sorellenéseppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciullinon hanno a pena asciutto il capoche sanno piú malizie chein que' tempi non sapeano gli omini fatti»né siavveggono chedicendo cosíconfirmano i nostri fanciulliaver più ingegno che non aveano i loro vecchi.

Cessino adunque di biasmar i tempinostricome pieni de vicii perchélevando quellilevarianoancora le virtú; e ricordinsi che tra i boni antichineltempo che fiorivano al mondo quegli animi gloriosi e veramente diviniin ogni virtú e gli ingegni piú che umanitrovavansiancor molti sceleratissimi; i qualise vivesserotanto sariano trai nostri mali eccellenti nel malequanto que' boni nel bene; e deciò fanno piena fede tutte le istorie.



IV.

Ma a questi vecchi penso che omai abastanza sia risposto. Però lasciaremo questo discorsoforseormai troppo diffuso ma non in tutto for di proposito; e bastandociaver dimostrato le corti de' nostri tempi non esser di minor laudedegne che quelle che tanto laudano i vecchiattenderemo airagionamenti avuti sopra il cortegianoper i quali assai facilmentecomprender si po in che grado tra l'altre corti fosse quellad'Urbinoe quale era quel Principe e quella Signora a cui servivanocosí nobili spiritie come fortunati si potean dir tuttiquelliche in tal commerzio viveano.



V.

Venuto adunque il seguente giornotra i cavalieri e le donne della corte furono molti e diversiragionamenti sopra la disputazion della precedente sera; il che ingran parte nasceva perché il signor Prefettoavido di sapereciò che detto s'eraquasi ad ognun ne dimandava ecome suolsempre intervenirevariamente gli era risposto; però chealcuni laudavano una cosaalcuni un'altraed ancor tra molti eradiscordia della sentenzia propria del Conteche ad ognuno non eranorestate nella memoria cosí compiutamente le cose dette. Peròdi questo quasi tutto 'l giorno si parlò; e come primaincominciò a farsi nottevolse il signor Prefetto che simangiasse e tutti i gentilomini condusse seco a cena; e súbitofornito di mangiaren'andò alla stanza della signoraDuchessa; la quale vedendo tanta compagniae piú per tempoche consueto non era disse: - Gran peso parmimesser Federicochesia quello che posto è sopra le spalle vostree grandeaspettazione quella a cui corrisponder dovete -. Quivi non aspettandoche messer Federico rispondesse: - E che gran peso è peròquesto? - disse l'Unico Aretino: - Chi è tanto scioccochequando sa fare una cosa non la faccia a tempo conveniente? - Cosídi questo parlandosiognuno si pose a sedere nel loco e modo usatocon attentissima aspettazion del proposto ragionamento.



VI.

Allora messer Federicorivoltoall'Unico- A voi adunque non par- disse- signor Unicochefaticosa parte e gran carico mi sia imposto questa seraavendo adimostrare in qual modo e maniera e tempo debba il cortegiano usar lesue bone condicionied operar quelle cose che già s'èdetto convenirsegli?

- A me non par gran cosa- risposel'Unico; - e credo che basti in tutto questo dir che 'l cortegianosia di bon giudiciocome iersera ben disse il Conte essernecessario; ed essendo cosípenso che senza altri precettidebba poter usar quello che egli sa a tempo e con bona maniera; ilche volere piú minutamente ridurre in regolasaria troppodifficile e forse superfluo; perché non so qual sia tantoinettoche volesse venire a maneggiar l'arme quando gli altrifossero nella musica; o vero andasse per le strade ballando lamorescaavvenga che ottimamente far lo sapesse; o vero andando aconfortar una madrea cui fosse morto il figliolocominciasse adir piacevolezze e far l'arguto. Certo questo a niun gentilomocredointerverriache non fosse in tutto pazzo. - A me parsignorUnico- disse quivi messer Federico- che voi andiate troppo in sule estremità perché intervien qualche volta esserinetto di modo che non cosí facilmente si conoscee glierrori non son tutti pari; e potrà occorrer che l'omo siastenerà da una sciocchezza publica e troppo chiaracomesaria quel che voi dite d'andar ballando la moresca in piazzae nonsaprà poi astenersi di laudare se stesso fuor di propositod'usar una prosunzion fastidiosadi dir talor una parola pensando difar riderela qualper esser detta fuor di temporiusciràfredda e senza grazia alcuna. E spesso questi errori son copertid'un certo veloche scorger non gli lascia da chi gli fase condiligenzia non vi si mira; e benché per molte cause la vistanostra poco discernapur sopra tutto per l'ambizione divientenebrosa; ché ognun volentier si mostra in quello che sipersuade di sapereo vera o falsa che sia quella persuasione. Peròil governarsi bene in questo parmi che consista in una certaprudenzia e giudicio di elezionee conoscere il piú e 'lmeno che nelle cose si accresce e scema per operarle oportunamente ofuor di stagione. E benché il cortegian sia di cosí bongiudicio che possa discernere queste differenzienon è peròche piú facile non gli sia conseguir quello che cercaessendogli aperto il pensiero con qualche precetto e mostratogli levie e quasi i lochi dove fondar si debbache se solamenteattendesse al generale.



VII.

Avendo adunque il Conte iersera contanta copia e bel modo ragionato della cortegianiain me veramenteha mosso non poco timor e dubbio di non poter cosí bensatisfare a questa nobil audienza in quello che a me tocca a direcome esso ha fatto in quello che a lui toccava. Purper farmiparticipe piú ch'io posso della sua laude ed esser sicuro dinon errare almen in questa partenon gli contradirò in cosaalcuna. Ondeconsentendo con le opinioni sueed oltre al restocirca la nobilità del cortegiano e lo ingegno e ladisposizion del corpo e grazia dell'aspettodico che per acquistarlaude meritamente e bona estimazione appresso ognunoe grazia daquei signori ai quali serveparmi necessario che e' sappiacomponere tutta la vita sua e valersi delle sue bone qualitàuniversalmente nella conversazion de tutti gli omini senzaacquistarne invidia; il che quanto in sé difficil siaconsiderar si po dalla rarità di quelli che a tal terminegiunger si veggono; perché in vero tutti da natura siamopronti piú a biasmare gli erroriche a laudar le cose benfattee par che per una certa innata malignità moltiancorche chiaramente conoscano il benesi sforzano con ogni studio edindustria di trovarci dentro o errore o almen similitudine d'errore.Però è necessario che 'l nostro cortegiano in ogni suaoperazion sia cautoe ciò che dice o fa sempre accompagnicon prudenzia; e non solamente ponga cura d'aver in sé partie condizioni eccellentima il tenor della vita sua ordini con taldisposizioneche 'l tutto corrisponda a queste partie si vegga ilmedesimo esser sempre ed in ogni cosa tal che non discordi da sestessoma faccia un corpo solo di tutte queste bone condizioni; disorte che ogni suo atto risulti e sia composto di tutte le virtúcome dicono i Stoici esser officio di chi è savio; benchéperò in ogni operazion sempre una virtú è laprincipale; ma tutte sono talmente tra sé concatenatechevanno ad un fine e ad ogni effetto tutte possono concorrere eservire. Però bisogna che sappia valersenee per lo paragonee quasi contrarietà dell'una talor far che l'altra sia piúchiaramente conosciutacome i boni pittorii quali con l'ombrafanno apparere e mostrano i lumi de' rilevie cosí col lumeprofundano l'ombre dei piani e compagnano i colori diversi insiemedi modoche per quella diversità l'uno e l'altro meglio sidimostrae 'l posar delle figure contrario l'una all'altra le aiutaa far quell'officio che è intenzion del pittore. Onde lamansuetudine è molto maravigliosa in un gentilomo il qual siavalente e sforzato nell'arme; e come quella fierezza par maggioreaccompagnata dalla modestiacosí la modestia accresce e piúcompar per la fierezza. Però il parlar pocoil far assai e'l non laudar se stesso delle opere laudevolidissimulandole di bonmodoaccresce l'una e l'altra virtú in persona chediscretamente sappia usare questa maniera; e cosí intervienedi tutte l'altre bone qualità. Voglio adunque che 'l nostrocortegiano in ciò che egli faccia o dica usi alcune regoleuniversalile quali io estimo che brevemente contengano tuttoquello che a me s'appartien di dire; e per la prima e piúimportante fuggacome ben ricordò il Conte ierserasopratutto l'affettazione. Appresso consideri ben che cosa èquella che egli fa o dice e 'l loco dove la fain presenzia di cuia che tempola causa perché la fala età sualaprofessioneil fine dove tende e i mezzi che a quello condur lopossono; e cosí con queste avvertenzie s'accommodidiscretamente a tutto quello che fare o dir vole -.



VIII.

Poi che cosí ebbe detto messerFedericoparve che si fermasse un poco. Allor súbito-Queste vostre regule- disse il signor Morello da Ortona- a mepar che poco insegnino; ed io per me tanto ne so oraquanto primache voi ce le mostraste; benché mi ricordi ancor qualchealtra volta averle udite da' frati co' quali confessato mi sonoeparmi che le chiamino «le circonstanzie» -. Rise allormesser Federico e disse: - Se ben vi ricordavolse iersera il Conteche la prima profession del cortegiano fosse quella dell'arme elargamente parlò di che modo far la doveva; però questonon replicaremo piú.

Pur sotto la nostra regula si potràancor intendereche ritrovandosi il cortegiano nella scaramuzza ofatto d'arme o battaglia di terra o in altre cose talideediscretamente procurar di appartarsi dalla moltitudine e quelle cosesegnalate ed ardite che ha da farefarle con minor compagnia che poed al conspetto de tutti i piú nobili ed estimati omini chesiano nell'esercitoe massimamente alla presenzia ese possibil èinanzi agli occhi proprii del suo re o di quel signore a cui serve;perché in vero è ben conveniente valersi delle coseben fatte. Ed io estimo che sí come è male cercargloria falsa e di quello che non si meritacosí sia ancormale defraudar se stesso del debito onore e non cercarne quellalaudeche sola è vero premio delle virtuose fatiche. Ed ioricordomi aver già conosciuti di quellicheavvenga chefossero valentipur in questa parte erano grossieri; e cosímetteano la vita a pericolo per andar a pigliar una mandra dipecorecome per esser i primi che montassero le mura d'una terracombattuta; il che non farà il nostro cortegianose terràa memoria la causa che lo conduce alla guerrache dee essersolamente l'onore. E se poi se ritroverà armeggiare neispettaculi publicigiostrandotorneandoo giocando a canneofacendo qualsivoglia altro esercizio della personaricordandosi illoco ove si trova ed in presenzia di cuiprocurerà essernell'arme non meno attillato e leggiadro che sicuroe pascer gliocchi dei spettatori di tutte le cose che gli parrà chepossano aggiungergli grazia; e porrà cura d'aver cavallo convaghi guarnimentiabiti ben intesimotti appropriatiinvenzioniingenioseche a sé tirino gli occhi de' circonstanticomecalamita il ferro. Non sarà mai degli ultimi che compariscanoa mostrarsisapendo che i populie massimamente le donnemiranocon molto maggior attenzione i primi che gli ultimiperchégli occhi e gli animiche nel principio son avidi di quella novitànotano ogni minuta cosa e di quella fanno impressione; poi per lacontinuazione non solamente si sazianoma ancora si stancano. Peròfu un nobile istrione anticoil qual per questo rispetto semprevoleva nelle fabule esser il primo che a recitare uscisse.

Cosí ancorparlando pur d'armeil nostro cortegiano arà risguardo alla profession di colorocon chi parlaed a questo accommodarassialtramente ancorparlandone con ominialtramente con donne; e se vorrà toccarqualche cosa che sia in laude sua proprialo faràdissimulatamentecome a caso e per transito e con quelladiscrezione ed avvertenziache ieri ci mostrò il conteLudovico.



IX.

Non vi par orasignor Morellochele nostre regule possano insegnar qualche cosa? Non vi par chequello amico nostrodel qual pochi dí sono vi parlais'avesse in tutto scordato con chi parlava e perchéquandoper intertenere una gentildonnala quale per prima mai piúnon aveva vedutanel principio del ragionar le cominciò adire che avea morti tanti omini e come era fiero e sapea giocar dispada a due mani? né se le levò da cantoche venne avolerle insegnar come s'avessero a riparar alcuni colpi di acciaessendo armatoe come disarmatoed a mostrarle prese di pugnale;di modo che quella meschina stava in su la croce e parvele un'oramill'anni levarselo da cantotemendo quasi che non ammazzasse leiancora come quegli altri. In questi errori incorrono coloro che nonhanno riguardo alle circonstanzieche voi dite aver intese daifrati. Dico adunque che degli esercizi del corpo sono alcuni chequasi mai non si fanno se non in publicocome il giostrareiltorneareil giocare a canne e gli altri tutti che dependonodall'arme.

Avendosi adunque in questi da adoperareil nostro cortegianoprima ha da procurar d'esser tanto bene adordine di cavallid'arme e d'abbigliamentiche nulla gli manchi; enon sentendosi ben assettato del tuttonon vi si metta per modoalcuno; perchénon facendo benenon si po escusare chequesta non sia la profession sua. Appresso dee considerar molto inpresenzia di chi si mostra e quali siano i compagni; perchénon saria conveniente che un gentilom andasse ad onorare con lapersona sua una festa di contadodove i spettatori e i compagnifossero gente ignobile -.



X.

Disse allor il signor GasparoPallavicino: - Nel paese nostro di Lombardia non s'hanno questirispettianzi molti gentilomini giovani trovansiche le festeballano tutto 'l dí nel sole coi villani e con essi giocano alanciar la barralottarecorrere e saltare; ed io non credo chesia maleperché ivi non si fa paragone della nobilitàma della forza e destrezzanelle quai cose spesso gli omini divilla non vaglion meno che i nobili; e par che quella domestichezzaabbia in sé una certa liberalità amabile. - Quel ballarnel sole- rispose messer Federicoa me non piace per modo alcunoné so che guadagno vi si trovi. Ma chi vol pur lottarcorrere saltar coi villanideeal parer miofarlo in modo di provarsiecome si suol dirper gentilezzanon per contender con loro; edee l'omo esser quasi sicuro di vincerealtramente non vi si metta;perché sta troppo male e troppo è brutta cosa e fuordella dignità vedere un gentilomo vinto da un villanoemassimamente alla lotta; però credo io che sia benastenersenealmeno in presenzia di moltiperché il guadagnonel vincere è pochissimo e la perdita nell'esser vinto ègrandissima. Fassi ancor il gioco della palla quasi sempre inpublico; ed è uno di que' spettaculia cui la moltitudineapporta assai ornamento.

Voglio adunque che questo e tutti glialtridall'armeggiare in forafaccia il nostro cortegiano comecosa che sua professione non sia e di che mostri non cercar oaspettar laude alcunané si conosca che molto studio o tempovi mettaavvenga che eccellentemente lo faccia; né sia comealcuni che si dilettano di musica e parlando con chi si siasempreche si fa qualche pausa nei ragionamenticominciano sotto voce acantare; altri caminando per le strade e per le chiese vanno sempreballando; altriincontrandosi in piazza o dove si sia con qualcheamico suosi metton súbito in atto di giocar di spada o dilottaresecondo che piú si dilettano -. Quivi disse messerCesare Gonzaga: - Meglio fa un cardinale giovane che avemo in Romail qualeperché si sente aiutante della personaconducetutti quelli che lo vanno a visitareancor che mai piú nongli abbia vedutiin un suo giardino ed invitagli con grandissimainstanzia a spogliarsi in giuppone e giocar seco a saltare


XI.

Rise messer Federico; poi suggiunse:- Sono alcuni altri eserciziche far si possono nel publico e nelprivatocome è il danzare; ed a questo estimo io che debbaaver rispetto il cortegiano; perché danzando in presenzia dimolti ed in loco pieno di populo parmi che si gli convenga servareuna certa dignitàtemperata però con leggiadra edaerosa dolcezza di movimenti; e benché si senta leggerissimoe che abbia tempo e misura assainon entri in quelle prestezze de'piedi e duplicati rebattimentii quali veggiamo che nel nostroBarletta stanno benissimo e forse in un gentilom sariano pococonvenienti; benché in camera privatamentecome or noi citroviamopenso che licito gli sia e questoe ballar moresche ebrandi; ma in publico non cosífuor che travestitoe benchéfosse di modo che ciascun lo conoscessenon dà noia; anziper mostrarsi in tai cose nei spettaculi publicicon arme e senzaarmenon è miglior via di quella; perché lo essertravestito porta seco una certa libertà e licenziala qualetra l'altre cose fa che l'omo po pigliare forma di quello in che sisente valereed usar diligenzia ed attillatura circa la principalintenzione della cosa in che mostrar si voleed una certasprezzatura circa quello che non importail che accresce molto lagrazia: come saria vestirsi un giovane da vecchioben peròcon abito discioltoper potersi mostrare nella gagliardia; uncavaliero in forma di pastor selvatico o altro tale abitoma conperfetto cavalloe leggiadramente acconcio secondo quellaintenzione; perché súbito l'animo de' circonstanticorre ad imaginar quello che agli occhi al primo aspettos'appresenta; e vedendo poi riuscir molto maggior cosa che nonprometteva quell'abitosi diletta e piglia piacere.

Però ad un principe in taigiochi e spettaculiove intervenga fizione di falsi visagginon siconverria il voler mantener la persona del principe proprioperchéquel piacere che dalla novità viene ai spettatori mancheriain gran parteché ad alcuno non è novo che il principesia il principe; ed essosapendosi cheoltre allo esser principevol avere ancor forma di principeperde la libertà di fartutte quelle cose che sono fuor della dignità di principe; ese in questi giochi fosse contenzione alcunamassimamente con armeporia ancor far credere di voler tener la persona di principe pernon esser battutoma riguardato dagli altri; oltra chefacendo neigiochi quel medesimo che dee far da dovero quando fosse bisognolevaria l'autorità al vero e pareria quasi che ancor quellofosse gioco; ma in tal casospogliandosi il principe la persona diprincipe e mescolandosi egualmente con i minori di sébenperò di modo che possa esser conosciutocol rifutare lagrandezza piglia un'altra maggior grandezzache è il voleravanzar gli altri non d'autorità ma di virtúe mostrarche 'l valor suo non è accresciuto dallo esser principe.



XII.

Dico adunque che 'l cortegiano dee inquesti spettaculi d'arme aver la medesima avvertenziasecondo ilgrado suo. Nel volteggiar poi a cavallolottarcorrere e saltarepiacemi molto fuggir la moltitudine della plebeo almeno lasciarsiveder rarissime volte; perché non è al mondo cosa tantoeccellentedella quale gli ignoranti non si sazieno e non tenganpoco contovedendola spesso. E medesimo giudico della musica; perònon voglio che 'l nostro cortegiano faccia come moltiche súbitoche son giunti ove che siae alla presenzia ancor di signori de'quali non abbiano notizia alcunasenza lasciarsi molto pregare simetteno a far ciò che sanno e spesso ancor quel che nonsanno; di modo che par che solamente per quello effetto siano andatia farsi vedere e che quella sia la loro principal professione. Vengaadunque il cortegiano a far musica come a cosa per passar tempo equasi sforzatoe non in presenzia di gente ignobilené digran moltitudine; e benché sappia ed intenda ciò chefain questo ancor voglio che dissimuli il studio e la fatica che ènecessaria in tutte le cose che si hanno a far benee mostri estimarpoco in se stesso questa condizionemacol farla eccellentementela faccia estimar assai dagli altri -.



XIII.

Allor il signor Gaspar Pallavicino-Molte sorti di musica- disse- si trovanocosí di vocivivecome di instrumenti; però a me piacerebbe intenderequal sia la migliore tra tutte ed a che tempo debba il cortegianooperarla. - Bella musica- rispose messer Federico- parmi ilcantar bene a libro sicuramente e con bella maniera; ma ancor moltopiú il cantare alla viola perché tutta la dolcezzaconsiste quasi in un solo e con molto maggior attenzion si nota edintende il bel modo e l'aria non essendo occupate le orecchie in piúche in una sol vocee meglio ancor vi si discerne ogni piccoloerrore; il che non accade cantando in compagnia perché l'unoaiuta l'altro. Ma sopra tutto parmi gratissimo il cantare alla violaper recitare; il che tanto di venustà ed efficacia aggiungealle paroleche è gran maraviglia. Sono ancor armoniositutti gli instrumenti da tastiperché hanno le consonanziemolto perfette e con facilità vi si possono far molte coseche empiono l'animo di musicale dolcezza. E non meno diletta lamusica delle quattro viole da arcola quale è soavissima edartificiosa. Dà ornamento e grazia assai la voce umana atutti questi instrumentide' quali voglio che al nostro cortegianbasti aver notizia; e quanto piú però in essi saràeccellentetanto sarà megliosenza impacciarsi molto diquelli che Minerva refiutò ed Alcibiadeperché pareche abbiano del schifo. Il tempo poi nel quale usar si possonoqueste sorti di musica estimo io che siasempre che l'omo si trovain una domestica e cara compagniaquando altre facende non vi sono;ma sopra tutto conviensi in presenzia di donneperché quegliaspetti indolciscono gli animi di chi ode e piú i fannopenetrabili dalla suavità della musicae ancor svegliano ispiriti di chi la fa; piacemi bencome ancor ho dettoche si fuggala moltitudinee massimamente degli ignobili. Ma il condimento deltutto bisogna che sia la discrezione; perché in effetto sariaimpossibile imaginar tutti i casi che occorrono; e se il cortegianosarà giusto giudice di se stessos'accommoderà beneai tempi e conoscerà quando gli animi degli auditori sarannodisposti ad udiree quando no; conoscerà l'età sua;ché in vero non si conviene e dispare assai vedere un omo diqualche gradovecchio canuto e senza dentipien di rughecon unaviola in braccio sonandocantare in mezzo d'una compagnia di donneavvenga ancor che mediocremente lo facessee questoperchéil piú delle volte cantando si dicono parole amorose e ne'vecchi l'amor è cosa ridicula; benché qualche voltapaia che egli si dilettitra gli altri suoi miracolid'accendere indispetto degli anni i cori agghiacciati -.



XIV.

Rispose allora il Magnifico: - Nonprivatemesser Federicoi poveri vecchi di questo piacere; perchéio già ho conosciuti omini di tempoche hanno vociperfettissime e mani dispostissime agli instrumenti; molto piúche alcuni giovani. - Non voglio- disse messer Federico- privarei vecchi di questo piacerema voglio ben privar voi e queste donnedel ridervi di quella inezia; e se vorranno i vecchi cantare allaviolafaccianlo in secreto e solamente per levarsi dell'animo que'travagliosi pensieri e gravi molestie di che la vita nostra èpienae per gustar quella divinità ch'io credo che nellamusica sentivano Pitagora e Socrate. E se bene non la eserciterannoper aver fattone già nell'animo un certo abito la gustaranmolto piú udendolache chi non ne avesse cognizione; perchésí come spesso le braccia d'un fabrodebile nel restoperesser piú esercitate sono piú gagliarde che quelle deun altro omo robustoma non assueto a faticar le bracciacosíle orecchie esercitate nell'armonia molto meglio e piú prestola discerneno e con molto maggior piacere la giudicanoche l'altreper bone ed acute che sianonon essendo versate nelle varietàdelle consonanzie musicali; perché quelle modulazioni nonentranoma senza lassare gusto di sé via trapassano da cantol'orecchie non assuete d'udirle; avvenga che insino le fiere sentonoqualche dilettazion della melodia. Questo è adunque ilpiacerche si conviene ai vecchi pigliare della musica. Il medesimodico del danzare; perché in vero questi esercizi si deonolasciare prima che dalla età siamo sforzati a nostro dispettolasciargli. - Meglio è adunque- rispose quivi il signorMorello quasi adirato- escludere tutti i vecchi e dir chesolamente i giovani abbian da esser chiamati cortegiani -. Riseallor messer Federicoe disse: - Vedete voisignor Morellochequelli che amano queste cosese non son giovanisi studianod'apparere; e però si tingono i capelli e fannosi la barba duevolte la settimana; e ciò procede che la natura tacitamenteloro dice che tali cose non si convengono se non a' giovani -.Risero tutte le donneperché ciascuna comprese che quelleparole toccavano al signor Morello; ed esso parve che un poco se neturbasse.



VX.

- Ma sono ben degli altriintertenimenti con donne- suggiunse súbito messer Federico- che si convengono ai vecchi. - E quali? - disse el signor Morello;- dir le favole? - E questo ancor- rispose messer Federico. - Maogni etàcome sapeteporta seco i suoi pensieri ed haqualche peculiar virtú e qualche peculiar vicio; ché ivecchicome che siano ordinariamente prudenti piú che igiovanipiú continenti e piú sagacisono anco poi piúparlatoriavaridifficilitimidi; sempre cridano in casaasperiai figliolivogliono che ognun faccia a modo loro; e per contrarioi giovanianimosiliberalisincerima pronti alle rissevolubiliche amano e disamano in un puntodati a tutti i lorpiacerinimici a chi lor ricorda il bene. Ma di tutte le etàla virile è piú temperatache già ha lassato leparti male della gioventú ed ancor non è pervenuta aquelle della vecchiezza. Questi adunqueposti quasi nelleestremitàbisogna che con la ragion sappiano correggere ivicii che la natura porge. Però deono i vecchi guardarse dalmolto laudar se stessi e dall'altre cose viciose che avemo dettoesser loro propriee valersi di quella prudenzia e cognizion cheper lungo uso avranno acquistataed esser quasi oraculi a cui ognunvada per consiglioed aver grazia in dir quelle cose che sannoaccommodatamente ai propositiaccompagnando la gravità deglianni con una certa temperata e faceta piacevolezza. In questo modosaranno boni cortegiani ed interterrannosi bene con omini e condonne ed in ogni tempo saranno gratissimisenza cantare o danzare;e quando occorrerà il bisognomostreranno il valor loronelle cose d'importanzia.



VXI.

Questo medesimo rispetto e giudicioabbian i giovaninon già di tener lo stile dei vecchichéquello che all'uno conviene non converrebbe in tutto all'altroesuolsi dir che ne' giovani troppa saviezza è mal segnoma dicorregger in sé i vicii naturali. Però a me piace moltoveder un giovanee massimamente nell'armeche abbia un poco delgrave e del taciturno; che stia sopra di sésenza que' modiinquieti che spesso in tal età si veggono; perché parche abbian non so che di piú che gli altri giovani. Oltre aciò quella maniera cosí riposata ha in sé unacerta fierezza riguardevoleperché par mossa non da ira mada giudicioe piú presto governata dalla ragione che dalloappetito; e questa quasi sempre in tutti gli omini di gran core siconosce; e medesimamente vedemola negli animali brutiche hannosopra gli altri nobilità e fortezzacome nello leone e nellaaquilané ciò è fuor di ragioneperchéquel movimento impetuoso e súbitosenza parole o altradimostrazion di collerache con tutta la forza unitamente in untrattoquasi come scoppio di bombardaerumpe dalla quieteche èil suo contrarioè molto piú violento e furioso chequello checrescendo per gradisi riscalda a poco a poco. Peròquesti chequando son per far qualche impresaparlan tanto esaltanoné possono star fermipare che in quelle tali cosesi svampino ecome ben dice il nostro messer Pietro Montefannocome i fanciulliche andando di notte per paura cantanoquasi checon quel cantare da se stessi si facciano animo. Cosí adunquecome in un giovane la gioventú riposata e matura èmolto laudevoleperché par che la leggerezzache èvizio peculiar di quella etàsia temperata e correttacosíin un vecchio è da estimare assai la vecchiezza verde e vivaperché pare che 'l vigor dell'animo sia tantoche riscaldi edia forza a quella debile e fredda età e la mantenga in quellostato mediocreche è la miglior parte della vita nostra.



VXII.

Ma in somma non bastaranno ancortutte queste condizioni del nostro cortegiano per acquistar quellauniversal grazia de' signoricavalieri e donnese non aràinsieme una gentil ed amabile manera nel conversare cottidiano; e diquesto credo veramente che sia difficile dar regola alcuna per leinfinite e varie cose che occorrono nel conversareessendo che tratutti gli omini del mondo non si trovano duiche siano d'animototalmente simili. Però chi ha da accommodarsi nel conversarecon tantibisogna che si guidi col suo giudicio proprio econoscendo le differenzie dell'uno e dell'altroogni dí mutistile e modosecondo la natura di quelli con chi a conversar simette. Né io per me altre regole circa ciò dare glisaprei eccetto le già datele quali sin da fanciulloconfessandosiimparò il nostro signor Morello -. Rise quivila signora Emilia e disse: - Voi fuggite troppo la faticamesserFederico: ma non vi verrà fattoché pur avete da direfin che l'ora sia d'andare a letto.

- E s'ioSignoranon avessi che dire?- rispose messer Federico. Disse la signora Emilia: - Qui si vederàil vostro ingegno; e se è vero quello ch'io già hointesoessersi trovato omo tanto ingenioso ed eloquenteche non glisia mancato subietto per comporre un libro in laude d'una moscaaltri in laude della febre quartanaun altro in laude del calvizionon dà il core a voi ancor di saper trovar che dire per unasera sopra la cortegiania? - Ormai- rispose messer Federico-tanto ne avemo ragionatoche ne sariano fatti doi libri; ma poichénon mi vale escusazionedirò pur fin che a voi paia ch'ioabbia satisfattose non all'obligoalmeno al poter mio.



VXIII.

Io estimo che la conversazioneallaquale dee principalmente attendere il cortegiano con ogni suo studioper farla gratasia quella che averà col suo principe; ebenché questo nome di conversare importi una certa paritàche pare che non possa cader tra 'l signore e 'l servitorepur noiper ora la chiamaremo cosí. Voglio adunque che 'l cortegianooltre lo aver fatto ed ogni di far conoscere ad ognuno séesser di quel valore che già avemo dettosi volti con tuttii pensieri e forze dell'animo suo ad amare e quasi adorare ilprincipe a chi serve sopra ogni altra cosa; e le voglie sue e costumie modi tutti indrizzi a compiacerlo -. Quivi non aspettando piúdisse Pietro da Napoli: - Di questi cortegiani oggidítrovarannosi assaiperché mi pare che in poche parole ciabbiate dipinto un nobile adulatore. - Voi vi ingannate assai-rispose messer Federico; - perché gli adulatori non amano isignori né gli amiciil che io vi dico che voglio che siaprincipalmente nel nostro cortegiano; e 'l compiacere e secondar levoglie di quello a chi si serve si po far senza adulareperchéio intendo delle voglie che siano ragionevoli ed onesteo vero diquelle che in sé non sono né bone né malecomesaria il giocaredarsi piú ad uno esercizio che ad un altro;ed a questo voglio che il cortegiano si accommodise ben da naturasua vi fosse alienodi modo chesempre che 'l signore lo veggapensi che a parlar gli abbia di cosa che gli sia grata; il cheinterverràse in costui sarà il bon giudicio perconoscere ciò che piace al principee lo ingegno e laprudenzia per sapersegli accommodaree la deliberata voluntàper farsi piacer quello che forse da natura gli despiacesse; edavendo queste avvertenzeinanzi al principe non starà mai dimala voglia né melanconiconé cosí taciturnocome molti che par che tenghino briga coi patroniche è cosaveramente odiosa. Non sarà malèdicoe specialmentedei suoi signori; il che spesso intervieneché pare chenelle corti sia una procella che porti seco questa condizione chesempre quelli che sono piú beneficati dai signorie dabassissimo loco ridutti in alto statosempre si dolgono e diconomal d'essi; il che è disconvenientenon solamente a questitalima ancor a quelli che fossero mal trattati. Non usaràil nostro cortegiano prosonzione sciocca; non sarà apportatordi nove fastidiose; non sarà inavvertito in dir talor paroleche offendano in loco di voler compiacere; non sarà ostinatoe contenziosocome alcuniche par che non godano d'altro ched'essere molesti e fastidiosi a guisa di mosche e fanno professiondi contradire dispettosamente ad ognuno senza rispetto; non saràcianciatorevano o bugiardovantatore né adulatore inettoma modesto e ritenutousando sempree massimamente in publicoquella reverenzia e rispetto che si conviene al servitor verso ilsignor; e non farà come molti i qualiincontrandosi conqualsivoglia gran principese pur una sol volta gli hanno parlatose gli fanno inanti con un certo aspetto ridente e da amicocosícome se volessero accarezzar un suo equaleo dar favor ad un minoredi sé. Rarissime volte o quasi mai non domanderà alsignore cosa alcuna per se stessoacciò che quel signoravendo rispetto di negarla cosí a lui stessotalor non laconceda con fastidioche è molto peggio. Domandando ancor peraltriosserverà discretamente i tempi e domanderàcose oneste e ragionevoli; ed assettarà talmente la petizionsualevandone quelle parti che esso conoscerà poterdispiacere e facilitando con destrezza le difficultàche 'lsignor la concederà sempreo se pur la negarànoncrederà aver offeso colui a chi non ha voluto compiacere:perché spesso i signoripoi che hanno negato una grazia achi con molta importunità la domandapensano che colui chel'ha domandata con tanta instanzia la desiderasse molto; ondenonavendo potuto ottenerladebba voler male a chi gliel'ha negata; eper questa credenza essi cominciano ad odiare quel talee mai piúnol possono vedere con bon occhio.



XIX.

Non cercherà d'intromettersiin camera o nei lochi secreti col signore suo non essendo richiestose ben sarà di molta autorità; perché spesso isignoriquando stanno privatamenteamano una certa libertàdi dire e far ciò che lor piacee però non voglionoessere né veduti né uditi da persona da cui possanoesser giudicati; ed è ben conveniente. Onde quelli chebiasimano i signori che tengono in camera persone di non moltovalore in altre cose che in sapergli ben servire alla personaparmiche facciano erroreperché non so per qual causa essi nondebbano aver quella libertà per relassare gli animi lorochenoi ancor volemo per relassare i nostri. Ma se 'l cortegianoconsueto di trattar cose importantisi ritrova poi secretamente incameradee vestirsi un'altra personae differir le cose severe adaltro loco e tempo ed attendere a ragionamenti piacevoli e grati alsignor suoper non impedirgli quel riposo d'animo. Ma in questo edin ogni altra cosa sopra tutto abbia cura di non venirgli a fastidioed aspetti che i favori gli siano offertipiú presto cheuccellargli cosí scopertamente come fan moltiche tanto avidine sonoche pare chenon conseguendogliabbiano da perder lavita; e se per sorte hanno qualche disfavoreo vero veggono altriesser favoritirestano con tanta angoniache dissimular per modoalcuno non possono quella invidia; onde fanno ridere di séognuno e spesso sono causa che i signori dian favore a chi si siasolamente per far lor dispetto. Se poi ancor si ritrovano in favorche passi la mediocritàtanto si inebriano in essocherestano impediti d'allegrezza; né par che sappian ciòche si far delle mani né dei piedi e quasi stanno per chiamarla brigata che venga a vedergli e congratularsi secocome di cosache non siano consueti mai piú d'avere. Di questa sorte nonvoglio che sia il nostro cortegiano. Voglio ben che ami i favorimanon però gli estimi tantoche non paia poter anco starsenz'essi; e quando gli conseguenon mostri d'esservi dentro novoné forestieroné maravigliarse che gli siano offerti;né gli rifuti di quel modo che fanno alcuniche per veraignoranzia restano d'accettargli e cosí fanno vedere aicirconstanti che se ne conoscono indegni. Dee ben l'omo star sempreun poco piú rimesso che non comporta il grado suo; e nonaccettar cosí facilmente i favori ed onori che gli sonooffertie rifutargli modestamentemostrando estimargli assaicontal modo peròche dia occasione a chi gli offerisced'offerirgli con molto maggior instanzia; perché quanto piúresistenzia con tal modo s'usa nello accettarglitanto piúpare a quel principe che gli concede d'esser estimato e che lagrazia che fa tanto sia maggiorequanto piú colui che lariceve mostra apprezzarla e piú di essa tenersi onorato. Equesti sono i veri e sodi favorie che fanno l'omo esser estimatoda chi di fuor li vede; perchénon essendo mendicatiognunpresume che nascano da vera virtú; e tanto piúquantosono accompagnati dalla modestia -.



XX.

Disse allor messer Cesare Gonzaga: -Parmi che abbiate rubato questo passo allo Evangeliodove dice:«Quando sei invitato a nozzeva' ed assèttatinell'infimo locoacciò chevenendo colui che t'ha invitatodica: Amicoascendi piú su; e cosí ti saràonore alla presenzia dei convitati» -. Rise messer Federico edisse: - Troppo gran sacrilegio sarebbe rubare allo Evangelio; mavoi siete piú dotto nella Sacra Scrittura ch'io non mipensava; - poi suggiunse: - Vedete come a gran pericolo si mettanotalor quelli che temerariamente inanzi ad un signore entrano inragionamentosenza che altri li ricerchi; e spesso quel signoreper far loro scornonon risponde e volge il capo ad un'altra manoe se pur risponde loroognun vede che lo fa con fastidio. Per averadunque favore dai signorinon è miglior via che meritargli;né bisogna che l'omo si confidi vedendo un altro che sia gratoad un principe per qualsivoglia cosa di doverper imitarloessoancor medesimamente venire a quel grado; perché ad ognun nonsi convien ogni cosa e trovarassi talor un omoil qual da naturasarà tanto pronto alle facezieche ciò che diràporterà seco il riso e parerà che sia nato solamenteper quello; e s'un altro che abbia manera di gravitàavvengache sia di bonissimo ingegnovorrà mettersi far il medesimosarà freddissimo e disgraziatodi sorte che faràstomaco a chi l'udirà e riuscirà a punto quell'asinoche ad imitazion del cane volea scherzar col patrone. Peròbisogna che ognun conosca se stesso e le forze sue ed a quellos'accommodie consideri quali cose ha da imitare e quali no -.



XXI.

- Prima che piú avantipassate- disse quivi Vincenzio Calmeta- s'io ho ben intesoparmi che dianzi abbiate detto che la miglior via per conseguirfavori sia il meritargli; e che piú presto dee il cortegianoaspettar che gli siano offertiche prosuntuosamente ricercargli. Iodubito assai che questa regula sia poco al proposito e parmi che laesperienzia ci faccia molto ben chiari del contrario; perchéoggidí pochissimi sono favoriti da' signorieccetto iprosuntuosi; e so che voi potete esser bon testimonio d'alcunicheritrovandosi in poca grazia dei lor príncipisolamente con laprosunzione si son loro fatti grati; ma quelli che per modestiasiano ascesiio per me non cognosco ed a voi ancor do spacio dipensarvie credo che pochi ne trovarete. E se considerate la cortedi Franciala qual oggidí è una delle piúnobili de Cristianitàtrovarete che tutti quelli che in essahanno grazia universale tengon del prosuntuoso; e non solamentel'uno con l'altroma col re medesimo. - Questo non dite già- rispose messer Federico; - anzi in Francia sono modestissimi ecortesi gentilomini; vero è che usano una certa libertàe domestichezza senza cerimoniala qual ad essi è propria enaturale; e però non si dee chiamar prosunzioneperchéin quella sua cosí fatta manierabenché ridano epiglino piacere dei prosuntuosipur apprezzano molto quelli cheloro paiono aver in sé valore e modestia -. Rispose ilCalmeta: - Guardate i Spagnolii quali par che siano maestri dellacortegiania e considerate quanti ne trovateche con donne e consignori non siano prosuntuosissimi; e tanto piú de' Franzesiquanto che nel primo aspetto mostrano grandissima modestia: everamente in ciò sono discreti perchécome ho dettoi signori de' nostri tempi tutti favoriscono que' soli che hanno taicostumi -.



XXII.

Rispose allor messer Federico: - Nonvoglio già comportarmesser Vincenzioche voi questa notadiate ai signori de' nostri tempi; perché pur ancor moltisono che amano la modestiala quale io non dico però che solabasti per far l'uom grato; dico benche quando è congiuntacon un gran valoreonora assai chi la possede; e se ella di sestessa tacel'opere laudevoli parlano largamentee son molto piúmaravigliose che se fossero compagnate dalla prosunzione e temerità.Non voglio già negar che non si trovino molti Spagnoliprosuntuosi; dico ben che quelli che sono assai estimatiper il piúsono modestissimi. Ritrovansi poi ancor alcun'altri tanto freddi chefuggono il consorzio degli omini troppo fuor di modoe passano uncerto grado di mediocritàtal che si fanno estimare o troppotimidi o troppo superbi; e questi per niente non laudonévoglio che la modestia sia tanto asciutta ed àrridachediventi rusticità. Ma sia il cortegianoquando gli vien inpropositofacundo e nei discorsi de' stati prudente e savioedabbia tanto giudicioche sappia accommodarsi ai costumi dellenazioni ove si ritrova; poi nelle cose piú basse siapiacevole e ragioni ben d'ogni cosa; ma sopra tutto tenda sempre albene: non invidiosonon maldicente; né mai s'induca a cercargrazia o favor per via viciosané per mezzo di mala sorte -.Disse allora il Calmeta: - Io v'assicuro che tutte l'altre vie sonmolto piú dubbiose e piú lungheche non èquesta che voi biasimate; perché oggidíperreplicarlo un'altra voltai signori non amano se non que' che sonvolti a tal camino. - Non dite cosí- rispose allor messerFederico- perché questo sarebbe troppo chiaro argumento chei signori de' nostri tempi fossero tutti viciosi e mali; il che nonèperché pur se ne trovano alcuni di boni. Ma se 'lnostro cortegiano per sorte sua si troverà essere a serviciod'un che sia vicioso e malignosúbito che lo conoscase neleviper non provar quello estremo affanno che senton tutti i boniche serveno ai mali. - Bisogna pregar Dio- rispose il Calmeta-che ce gli dia boniperché quando s'hanno è forzapatirgli taliquali sono; perché infiniti rispetti astringonochi è gentilomopoi che ha cominciato a servire ad unpatronea non lasciarlo; ma la disgrazia consiste nel principio; esono i cortegiani in questo caso alla condizion di que' malavventurati uccelliche nascono in trista valle. - A me pare-disse messer Federico- che 'l debito debba valer piú chetutti i rispetti; e purché un gentilomo non lassi il patronequando fosse in su la guerra o in qualche avversitàdi sorteche si potesse credere che ciò facesse per secondar lafortunao per parergli che gli mancasse quel mezzo del qual potessetrarre utilitàda ogni altro tempo credo che possa conragion e debba levarsi da quella servitúche tra i boni siaper dargli vergogna; perché ognun presume che chi serve aiboni sia bono e chi serve ai mali sia malo -.



XXIII.

- Vorrei- disse allor il signorLudovico Pio- che voi mi chiariste un dubbio ch'io ho nella mente;il qual èse un gentilomomentre che serve ad un principeè obligato ad ubidirgli in tutte le cose che gli commandaancor che fossero disoneste e vituperose. - In cose disoneste nonsiamo noi obligati ad ubedire a persona alcuna- respose messerFederico. - E come- replicò il signor Ludovico- s'iostarò al servizio d'un principe il qual mi tratti benee siconfidi ch'io debba far per lui ciò che far si pocommandandomi ch'io vada ad ammazzare un omoo far qualsivogliaaltra cosadebbo io rifutar di farla? - Voi dovete- risposemesser Federico- ubidire al signor vostro in tutte le cose che alui sono utili ed onorevolinon in quelle che gli sono di danno edi vergogna; però se esso vi comandasse che faceste untradimentonon solamente non sète obligato a farloma sèteobligato a non farloe per voi stessoe per non esser ministrodella vergogna del signor vostro. Vero è che molte cosepaiono al primo aspetto boneche sono malee molte paiono maleepur son bone. Però è licito talor per servicio de' suoisignori ammazzare non un omoma diece miliae far molt'altre cosele qualia chi non le considerasse come si deepareriano maleepur non sono -.

Rispose allor il signor GasparPallavicino: - Dehper vostra féragionate un poco sopraquestoed insegnateci come si possan discerner le cose veramentebone dalle apparenti. - Perdonatemi- disse messer Federico; - ionon voglio entrar quaché troppo ci saria che direma iltutto si rimetta alla discrezion vostra -.



XXIV.

- Chiaritemi almen un altro dubbio-replicò il signor Gasparo. - E che dubbio? - disse messerFederico. - Questo- rispose il signor Gasparo: - Vorrei sapereessendomi imposto da un mio signor terminatamente quello ch'io abbiaa fare in una impresa o negocio di qualsivoglia sortes'ioritrovandomi in fattoe parendomi con l'operare piú o meno oaltrimenti di quello che m'è stato impostopoter faresuccedere la cosa piú prosperamente o con piú utilitàdi chi m'ha dato tal caricodebbo io governarmi secondo quellaprima norma senza passar i termini del comandamentoo pur far quelloche a me pare esser meglio? - Rispose allora messer Federico: - Iocirca questovi darei la sentenzia con lo esempio di ManlioTorquatoche in tal caso per troppo pietà uccise ilfigliolose lo estimasse degno di molta laudeche in vero nonl'estimo; benché ancor non oso biasmarlocontra la opiniondi tanti seculi: perché senza dubbio è assai pericolosacosa desviare dai comandamenti de' suoi maggioriconfidandosi piúdel giudicio di se stessi che di quegli ai quali ragionevolmentes'ha da ubedire; perché se per sorte il pensier vien fallitoe la cosa succeda maleincorre l'omo nell'error della disubidienzae ruina quello che ha da far senza via alcuna di escusazione osperanza di perdono; se ancor la cosa vien secondo il desideriobisogna laudarne la ventura e contentarsene. Pur con tal modos'introduce una usanza d'estimar poco i comandamenti de' superiori;e per esempio di quello a cui sarà successo beneil qualeforse sarà prudente ed arà discorso con ragione edancor sarà stato aiutato dalla fortunavorranno poi millealtri ignoranti e leggeri pigliar sicurtà nelle coseimportantissime di far a lor modoe per mostrar d'esser savi edaver autorità desviar dai comandamenti de' signori: il che èmalissima cosae spesso causa d'infiniti errori. Ma io estimo chein tal caso debba quello a cui tocca considerar maturamentee quasiporre in bilancia il bene e la commodità che gli è pervenire del fare contra il commandamento ponendo che 'l disegno suogli succeda secondo la speranza; dall'altra bandacontrapesare ilmale e la incommodità che gliene nascese per sortecontrafacendo al commandamentola cosa gli vien mal fatta; econoscendo che 'l danno possa esser maggiore e di piúimportanzia succedendo il maleche la utilità succedendo ilbenedee astenersene e servar a puntino quello che imposto gli è;e per contrariose la utilità è per esser di piúimportanzia succedendo il beneche 'l danno succedendo il malecredo che possa ragionevolmente mettersi a far quello che piúla ragione e 'l giudicio suo gli dettae lasciar un poco da cantoquella propria forma del commandamento; per fare come i bonimercatantili quali per guadagnare l'assaiavventurano il pocomanon l'assai per guadagnar il poco. Laudo ben che sopra tutto abbiarispetto alla natura di quel signore a cui serve e secondo quella sigoverni; perché se fosse cosí austeracome di moltiche se ne trovanoio non lo consigliarei maise amico mio fosseche mutasse in parte alcuna l'ordine datogli: acciò che nongl'intravenisse quel che si scrive esser intervenuto ad un maestroingegnero d'Ateniesial qualeessendo Publio Crasso Muziano inAsia e volendo combattere una terramandò a dimandare un de'dui alberi da nave che esso in Atene avea vedutoper far uno arieteda battere il muroe disse voler il maggiore. L'ingegnerocomequello che era intendentissimoconobbe quel maggiore esser poco aproposito per tal effetto; e per esser il minore piú facile aportare ed ancor piú conveniente a far quella machinamandollo a Muziano. Essointendendo come la cosa era itafecesivenir quel povero ingegnero e domandatogli perché non l'aveaubiditonon volendo ammettere ragione alcuna che gli dicesselofece spogliar nudo e battere e frustare con verghe tanto che simoríparendogli che in loco d'ubidirlo avesse volutoconsigliarlo; sí che con questi cosí severi ominibisogna usar molto rispetto.



XVX.

Ma lasciamo da canto omai questapratica de' signori e vengasi alla conversazione coi pari o pocodiseguali; ché ancor a questa bisogna attendere per esseruniversalmente piú frequentata e trovarsi l'omo piúspesso in questache in quella de' signori. Benché sonalcuni sciocchiche se fossero in compagnia del maggior amico cheabbiano al mondoincontrandosi con un meglio vestitosúbitoa quel si attaccano; se poi gli ne occorre un altro megliofannopur il medesimo. E quando poi il principe passa per le piazzechieseo altri lochi publicia forza di cubiti si fanno far stradaa tuttitanto che se gli metteno al costato; e se ben non hanno chedirglipur lor voglion parlare e tengono lunga la diceriaeridenoe batteno le mani e 'l capoper mostrar ben aver facende diimportanziaacciò che 'l populo gli vegga in favore. Mapoiché questi tali non si degnano di parlare se non coisignoriio non voglio che noi degnimo parlar d'essi -.



XVXI.

Allora il Magnifico Iuliano-Vorrei- disse- messer Federicopoiché avete fattomenzion di questi che s'accompagnano cosí voluntieri coi benvestitiche ci mostraste di qual manera si debba vestire ilcortegiano e che abito piú se gli convengae circa tuttol'ornamento del corpo in che modo debba governarsi; perché inquesto veggiamo infinite varietà; e chi si veste allafranzesechi alla spagnolachi vol parer tedesco; né cimancano ancor di quelli che si vestono alla foggia de' Turchi; chiporta la barbachi no.

Saria adunque ben fatto saper in questaconfusione eleggere il meglio -. Disse messer Federico: - Io in veronon saprei dar regula determinata circa il vestirese non che l'uoms'accommodasse alla consuetudine dei piú; e poichécome voi ditequesta consuetudine è tanto varia e che gliItaliani tanto son vaghi d'abbigliarsi alle altrui foggecredo chead ognuno sia licito vestirsi a modo suo. Ma io non so per qual fatointervenga che la Italia non abbiacome soleva avereabito che siaconosciuto per italiano; chebenché lo aver posto in usanzaquesti novi faccia parer quelli primi goffissimipur quelli forseerano segno di libertàcome questi son stati augurio diservitú; il quale ormai parmi assai chiaramente adempiuto. Ecome si scrive cheavendo Dario l'anno prima che combattesse conAlessandro fatto acconciar la spada che egli portava a cantolaquale era persianaalla foggia di Macedoniafu interpretato dagliindovini che questo significavache coloronella foggia de' qualiDario avea tramutato la forma della spada persianaverriano adominar la Persia; cosí l'aver noi mutato gli abiti italianinei stranieri parmi che significassetutti quellinegli abiti de'quali i nostri erano trasformatidever venire a subiugarci; il cheè stato troppo piú che veroché ormai nonresta nazione che di noi non abbia fatto predatanto che poco piúresta che predare e pur ancor di predar non si resta.



XVXII.

Ma non voglio che noi entriamo inragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degliabiti del nostro cortegiano; i quali io estimo chepur che nonsiano fuor della consuetudinené contrari alla professionepossano per lo resto tutti star benepur che satisfacciano a chigli porta. Vero è ch'io per me amerei che non fossero estremiin alcuna partecome talor sòl essere il franzese in troppograndezza e 'l tedesco in troppo piccolezzama come sono e l'uno el'altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemiancor sempre che tendano un poco piú al grave e riposatocheal vano; però parmi che maggior grazia abbia nei vestimentiil color neroche alcun altro; e se pur non è nerochealmen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinarioperchénon è dubbio che sopra l'arme piú si convengan coloriaperti ed allegried ancor gli abiti festivitrinzatipomposi esuperbi. Medesimamente nei spettaculi publici di festedi giochidimascare e di tai cose; perché cosí divisati portanseco una certa vivezza ed alacritàche in vero bens'accompagna con l'arme e giochi; ma nel resto vorrei chemostrassino quel riposo che molto serva la nazion spagnolaperchéle cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche -. Allordisse messer Cesare Gonzaga: - Questo a me daria poca noia perchése un gentilom nelle altre cose valeil vestire non gli accresce néscema mai riputazione -. Rispose messer Federico: - Voi dite ilvero. Pur qual è di noi chevedendo passeggiar un gentilomocon una robba addosso quartata di diversi colorio vero con tantestringhette e fettuzze annodate e fregi traversatinon lo tenesseper pazzo o per buffone? - Né pazzoné buffone-disse messer Pietro Bembo- sarebbe costui tenuto da chi fossequalche tempo vivuto nella Lombardia perché cosí vannotutti. - Adunque- rispose la signora Duchessa ridendo- se cosívanno tuttiopporre non se gli dee per vizioessendo a loro questoabito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar lemaniche a cómeo ed ai Fiorentini il capuzzo. - Non parlo io- disse messer Federico- piú della Lombardia che degli altrilochiperché d'ogni nazion se ne trovano e di sciocchi ed'avveduti. Ma per dir ciò che mi par d'importanzia nelvestirevoglio che 'l nostro cortegiano in tutto l'abito sia pulitoe delicato ed abbia una certa conformità di modestaattillatura ma non però di manera feminile o vananépiú in una cosa che nell'altracome molti ne vedemochepongon tanto studio nella capigliaturache si scordano il resto;altri fan professione de dentialtri di barbaaltri di borzachinialtri di berrettealtri di cuffie; e cosí intervien chequelle poche cose piú culte paiono lor prestatee tuttel'altre che sono sciocchissime si conoscono per le loro. E questotal costume voglio che fugga il nostro cortegianoper mioconsiglio; aggiungendovi ancor che debba fra se stesso deliberar ciòche vol parere e di quella sorte che desidera esser estimatodellamedesima vestirsie far che gli abiti lo aiutino ad esser tenutoper tale ancor da quelli che non l'odono parlarené veggonofar operazione alcuna -.



XVXIII.

- A me non pare- disse allor elsignor Gaspar Pallavicino- che si convengané ancor ches'usi tra persone di valore giudicar la condicion degli omini agliabitie non alle parole ed alle opereperché moltis'ingannariano; né senza causa dicesi quel proverbio chel'abito non fa 'l monaco. - Non dico iorispose messer Federico-che per questo solo s'abbiano a far i giudici resoluti dellecondizion degli omininé che piú non si conoscano perle parole e per l'opere che per gli abiti; dico ben che ancorl'abito non è piccolo argomento della fantasia di chi loportaavvenga che talor possa esser falso; e non solamente questoma tutti i modi e costumioltre all'opere e parolesono giudiciodelle qualità di colui in cui si veggono. - E che cosetrovate voi- rispose il signor Gasparo- sopra le quali noipossiam far giudicioche non siano né parole né opere?- Disse allor messer Federico: - Voi sète troppo sottileloico. Ma per dirvi come io intendosi trovano alcune operazioniche poi che son fatte restano ancoracome l'edificarescrivere edaltre simili; altre non restanocome quelle di che io voglio oraintendere: però non chiamo in questo proposito che 'lpasseggiareridereguardare e tai cosesiano operazioni; e purtutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro.Diteminon faceste voi giudicio che fosse un vano e legger omoquello amico nostrodel quale ragionammo pur questa mattinasùbitoche lo vedeste passeggiar con quel torzer di capodimenandosituttoed invitando con aspetto benigno la brigata a cavarsegli laberretta? Cosí ancora quando vedete uno che guarda troppointento con gli occhi stupidi a foggia d'insensatoo che rida cosíscioccamente come que' mutoli gozzuti delle montagne di Bergamoavvenga che non parli o faccia altronon lo tenete voi per un granbabuasso? Vedete adunque che questi modi e costumiche io nonintendo per ora che siano operazionifanno in gran parte che gliomini siano conosciuti.



XXIX.

Ma un'altra cosa parmi che dia elievi molto la riputazionee questa è la elezion degli amicicoi quali si ha da tenere intrinseca pratica; perchéindubitatamente la ragion vol che di quelli che sono con strettaamicizia ed indissolubil compagnia congiuntisiano ancor levoluntàgli animii giudici e gli ingegni conformi. Cosíchi conversa con ignoranti o mali è tenuto per ignorante omalo; e per contrario chi conversa con boni e savi e discreti ètenuto per tale; ché da natura par che ogni cosa volentierisi congiunga col suo simile. Però gran riguardo credo che siconvenga aver nel cominciar queste amicizieperché di duistretti amici chi conosce l'unosúbito imagina l'altro esserdella medesima condizione -. Rispose allor messer Pietro Bembo:

- Del restringersi in amicizia cosíunanimecome voi diteparmi veramente che si debba aver assairiguardonon solamente per l'acquistar o perdere la riputazionemaperché oggidí pochissimi veri amici si trovanonécredo che piú siano al mondo quei Piladi ed OrestiTesei ePiritoiné Scipioni e Lelii; anzi non so per qual destininterviene ogni dí che dui amicii quali saranno vivuti incordialissimo amore molt'annipur al fine l'un l'altro in qualchemodo s'ingannanoo per malignitào per invidiao perleggerezzao per qualche altra mala causa; e ciascun dà lacolpa al compagno di quelloche forse l'uno e l'altro la merita.Però essendo a me intervenuto piú d'una volta l'esseringannato da chi piú amava e da chi sopra ogni altra personaaveva confidenzia d'esser amatoho pensato talor da me a me che siaben non fidarsi mai di persona del mondoné darsi cosíin preda ad amicoper caro ed amato che siache senza riserval'omo gli comunichi tutti i suoi pensieri come farebbe a se stesso;perché negli animi nostri sono tante latebre e tanti recessiche impossibil è che prudenzia umana possa conoscer quellesimulazioniche dentro nascose vi sono. Credo adunque che ben siaamare e servire l'un piú che l'altrosecondo i meriti e 'lvalore; ma non però assicurarsi tanto con questa dolce escad'amiciziache poi tardi se n'abbiamo a pentire -.



XXX.

Allor messer Federico- Veramente-disse- molto maggior saria la perdita che 'l guadagnose delconsorzio umano si levasse quel supremo grado d'amicizia chesecondo meci dà quanto di bene ha in sé la vitanostra; e però io per alcun modo non voglio consentirvi cheragionevol siaanzi mi daria il core di concludervie con ragionievidentissimeche senza questa perfetta amicizia gli omini sarianopiú infelici che tutti gli altri animali; e se alcuniguastanocome profaniquesto santo nome d'amicizianon èperò da estirparla cosí degli animi nostri e per colpadei mali privar i boni di tanta felicità. Ed io per me estimoche qui tra noi sia piú di un par di amicil'amor de' qualisia indissolubile e senza inganno alcunoe per durar fin alla mortecon le voglie conforminon meno che se fossero quegli antichi chevoi dianzi avete nominati; e cosí interviene quandooltrealla inclinazion che nasce dalle stellel'omo s'elegge amico a sésimile di costumi; e 'l tutto intendo che sia tra boni e virtuosiperché l'amicizia de' mali non è amicizia. Laudo benche questo nodo cosí stretto non comprenda o leghi piúche duiché altramente forse saria pericoloso; perchécome sapetepiú difficilmente s'accordano tre instromenti dimusica insiemeche dui.

Vorrei adunque che 'l nostro cortegianoavesse un precipuo e cordial amicose possibil fossedi quellasorte che detto avemo; poisecondo 'l valore e meritiamasseonorasse ed osservasse tutti gli altrie sempre procurassed'intertenersi piú con gli estimati e nobili e conosciuti perboniche con gli ignobili e di poco pregio; di manera che essoancor da loro fosse amato ed onorato; e questo gli verràfatto se sarà corteseumanoliberaleaffabile e dolce incompagniaofficioso e diligente nel servire e nell'aver curadell'utile ed onor degli amici cosí assenti come presentisupportando i lor diffetti naturali e supportabilisenza rompersicon essi per piccol causae correggendo in se stesso quelli cheamorevolmente gli saranno ricordati; non si anteponendo mai aglialtri con cercar i primi e i piú onorati lochiné confare come alcuni che par che sprezzino il mondo e vogliano con unacerta austerità molesta dar legge ad ognuno; ed oltre alloessere contenziosi in ogni minima cosa e fuor di temporiprenderciò che essi non fanno e sempre cercar causa di lamentarsidegli amici; il che è cosa odiosissima -.



XXXI.

Quivi essendosi fermato di parlaremesser Federico- Vorrei- disse il signor Gasparo Pallavicino-che voi ragionaste un poco piú minutamente di questoconversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenetemolto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito. - Comeper transito? - rispose messer Federico. - Vorreste voi forse che iovi dicessi ancor le parole proprie che si avessero ad usare? non vipar adunque che abbiamo ragionato a bastanza di questo? - A bastanzaparmi- rispose el signor Gasparo. - Pur desidero io d'intenderequalche particularità ancor della foggia dell'intertenersicon omini e con donne; la qual cosa a me par di molta importanziaconsiderato che 'l piú del tempo in ciò si dispensanelle corti; e se questa fosse sempre uniformepresto verria afastidio. - A me pare- rispose messer Federico- che noi abbiamdato al cortegiano cognizion di tante coseche molto ben po variarla conversazione ed accommodarsi alle qualità delle personecon le quai ha da conversarepresuponendo che egli sia di bongiudicio e con quello si governie secondo i tempi talor intendanelle cose gravitalor nelle feste e giochi. - E che giochi? -disse il signor Gasparo. Rispose allor messer Federico ridendo: -Dimandiamone consiglio a fra Serafinoche ogni dí ne trovade' novi. - Senza motteggiare- replicò il signor Gasparo-parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi?- A me no- disse messer Federicoeccetto a cui nol facesse troppoassiduamente e per quello lasciasse l'altre cose di maggiorimportanziao veramente non per altro che per vincer denariedingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiaceretanto grandeche fosse argomento d'avarizia -. Rispose il signorGasparo: - E che dite del gioco de' scacchi? - Quello certo ègentile intertenimento ed ingenioso- disse messer Federico- maparmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se posaperne troppodi modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de'scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tantostudioquanto se volesse imparar qualche nobil scienziao farqualsivoglia altra cosa ben d'importanzia; e pur in ultimo con tantafatica non sa altro che un gioco; però in questo penso cheintervenga una cosa rarissimacioè che la mediocritàsia piú laudevole che la eccellenzia -. Rispose il signorGasparo: - Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in moltialtri giochii quali però non vi mettono molto studionéancor lascian di far l'altre cose. - Credete- rispose messerFederico- che gran studio vi mettanobenchédissimulatamente. Ma quegli altri giochi che voi diteoltre agliscacchiforse sono come molti ch'io ne ho veduti fare pur di pocomomentoi quali non serveno se non a far maravigliare il vulgo;però a me non pare che meritino altra laude né altropremioche quello che diede Alessandro Magno a colui chestandoassai lontanocosí ben infilzava i ceci in un ago.



XXXII.

Ma perché par che la fortunacome in molte altre cosecosí ancor abbia grandissima forzanelle opinioni degli ominivedesi talor che un gentilomoper bencondizionato che egli sia e dotato di molte graziesarà pocograto ad un signore ecome si dicenon gli arà sangueequesto senza causa alcuna che si possa comprendere; perògiungendo alla presenzia di quello e non essendo dagli altri perprima conosciutobenché sia arguto e pronto nelle risposte esi mostri bene nei gestinelle manerenelle parole ed in ciòche si convienequel signore poco mostrarà d'estimarloanzipiú presto gli farà qualche scorno; e da questonascerà che gli altri súbito s'accommodaranno allavoluntà del signore e ad ognun parerà che quel tale nonvagliané sarà persona che l'apprezzi o stimio ridade' suoi detti piacevolio ne tenga conto alcuno; anzicominciaranno tutti a burlarlo e dargli la caccia; né a quelmeschino basteran bone rispostené pigliar le cose come detteper gioco ché insino a' paggi si gli metteranno attornodisorta chese fosse il piú valoroso uomo del mondosaràforza che resti impedito e burlato. E per contrario se 'l principese mostrarà inclinato ad un ignorantissimoche non sappia nédir né faresaranno spesso i costumi e i modi di quellopersciocchi ed inetti che sianolaudati con le esclamazioni e stuporeda ognunoe parerà che tutta la corte lo ammiri ed osservie ch'ognun rida de' suoi motti e di certe arguzie contadinesche efreddeche piú presto devrian mover vomito che riso: tantoson fermi ed ostinati gli omini nelle opinioni che nascono da'favori e disfavori de' signori. Però voglio che 'l nostrocortegianoil meglio che pooltre al valore s'aiuti ancora coningegno ed arte; e sempre che ha d'andare in loco dove sia novo enon conosciutoprocuri che prima vi vada la bona opinion di séche la personae faccia che ivi s'intenda che esso in altri lochiappresso altri signoridonne e cavalierisia ben estimato; perchéquella fama che par che nasca da molti giudici genera una certaferma credenza di valoreche poitrovando gli animi cosídisposti e preparatifacilmente con l'opere si mantiene edaccresce; oltra che si fugge quel fastidio ch'io sentoquando miviene domandato chi sono e quale è il nome mio -.



XXXIII.

- Io non so come questo giovi-rispose messer Bernardo Bibiena; - perché a me piúvolte è intervenuto ecredoa molt'altriche avendomiformato nell'animoper detto di persone di giudiciouna cosa esserdi molta eccellenzia prima che veduta l'abbiavedendola poiassaimi è mancata e di gran lunga restato son ingannato di quelloch'io estimava; e ciò d'altro non è proceduto chedall'aver troppo creduto alla fama ed aver fatto nell'animo mio untanto gran concettochemisurandolo poi col verol'effettoavvenga che sia stato grande ed eccellentealla comparazion diquello che imaginato avevam'è parso piccolissimo. Cosídubito ancor che possa intervenir del cortegiano. Però non socome sia bene dar queste aspettazioni e mandar innanzi quella fama;perché gli animi nostri spesso formano cose alle qualiimpossibil è poi corrisponderee cosí piú se neperde che non si guadagna -. Quivi disse messer Federico: - Le coseche a voi ed a molt'altri riescono minori assai che la famason peril piú di sorteche l'occhio al primo aspetto le pogiudicare; come se voi non sarete mai stato a Napoli o a Romasentendone ragionar tanto imaginarete piú assai di quello cheforse poi alla vista vi riuscirà; ma delle condizioni degliomini non intervien cosíperché quello che si vede difuori è il meno. Però se 'l primo giornosentendoragionare un gentilomonon comprenderete che in lui sia quel valoreche avevate prima imaginatonon cosí presto vi spogliaretedella bona opinione come in quelle cose delle quali l'occhio súbitoè giudicema aspettarete di dí in dí scoprirqualche altra nascosta virtú tenendo pur ferma sempre quellaimpressione che v'è nata dalle parole di tanti; ed essendo poiquesto (come io presupongo che sia il nostro cortegiano) cosíben qualificatoogn'ora meglio vi confermarà a credere aquella famaperché con l'opere ve ne darà causaevoi sempre estimarete qualche cosa piú di quello che vederete-.



XXXIV.

E certo non si po negar che questeprime impressioni non abbiano grandissima forza e che molta curaaver non vi si debba; ed acciò che comprendiate quantoimportinodicovi che io ho a' miei dí conosciuto ungentilomoil qualeavvenga che fosse di assai gentil aspetto e dimodesti costumi ed ancor valesse nell'armenon era però inalcuna di queste condizioni tanto eccellenteche non se glitrovassino molti pari ed ancor superiori. Purcome la sorte suavolseintervenne che una donna si voltò ad amarloferventissimamente; e crescendo ogni dí questo amore per ladimostrazion di correspondenzia che faceva il giovanee non viessendo modo alcun da potersi parlare insiemespinta la donna datroppo passionescoperse il suo desiderio ad un'altra donnapermezzo della quale sperava qualche commodità. Questa nédi nobiltà né di bellezza non era punto inferior allaprima; onde intervenne che sentendo ragionare cosíaffettuosamente di questo giovaneil qual essa mai non avevavedutoe conoscendo che quella donnala quale ella sapeva ch'eradiscretissima e d'ottimo giudiciol'amava estremamentesúbitoimaginò che costui fosse il piú bello e 'l piúsavio e 'l piú discreto ed in somma il piú degno omoda esser amatoche al mondo si trovasse; e cosísenzavederlotanto fieramente se ne innamoròche non per l'amicasua ma per se stessa cominciò a far ogni opera peracquistarlo e farlo a sé corrispondente in amore; il che conpoca fatica le venne fattoperché in vero era donna piúpresto da esser pregatache da pregare altrui. Or udite bel caso.Non molto tempo appresso occorse che una letterala qual scriveaquesta ultima donna allo amantepervenne in mano d'un'altra purnobilissima e di costumi e di bellezza rarissimala quale essendocome è il piú delle donnecuriosa e cupida di sapersecretie massimamente d'altre donneaperse questa letteraeleggendola comprese ch'era scritta con estremo affetto d'amore; e leparole dolci e piene di foco che ella lesseprima la mossero acompassion di quella donnaperché molto ben sapea da chiveniva la lettera ed a cui andava; poi tanta forza ebberocherivolgendole nell'animo e considerando di che sorte doveva essercolui che avea potuto indur quella donna a tanto amoresúbitoessa ancor se ne innamorò; e fece quella lettera forsemaggior effettoche non averia fatto se dal giovane a lei fossestata mandata. E come talor interviene che 'l veneno in qualchevivanda preparato per un signore ammazza il primo che 'l gustacosíquesta meschinaper esser troppo ingordabevvé quel venenoamoroso che per altrui era preparato. Che vi debbo io dire? la cosafu assai palese ed andò di modoche molte donne oltre aquesteparte per far dispetto all'altreparte per far comel'altreposero ogni industria e studio per goder dell'amore dicostui e ne fecero per un tempo alla grappacome i fanciulli dellecerase; e tutto procedette dalla prima opinione che prese quelladonnavedendolo tanto amato da un'altra -.



XXVX.

Or quivi ridendo rispose il signorGasparo Pallavicino: - Voi per confirmare il parer vostro conragione m'allegate opere di donnele quali per lo piú sonfuori d'ogni ragione; e se voi voleste dir ogni cosaquesto cosífavorito da tante donne dovea essere un nescio e da poco omo ineffetto; perché usanza loro è sempre attaccarsi aipeggiori ecome le pecorefar quello che veggon fare alla primaobene o male che si sia; oltra che son tanto invidiose tra séche se costui fosse stato un monstropur averian voluto rubarsilol'una all'altra -. Quivi molti comincioronoe quasi tuttia volercontradire al signor Gasparo; ma la signora Duchessa impose silenzioa tutti; poipur ridendodisse: - Se 'l mal che voi dite delledonne non fosse tanto alieno dalla veritàche nel dirlo piútosto desse carico e vergogna a chi lo dice che ad esseio lassareiche vi fosse risposto; ma non voglio che col contradirvi con tanteragioni come si poriasiate rimosso da questo mal costumeacciòche del peccato vostro abbiate gravissima pena; la qual saràla mala opinion che di voi pigliaran tutti quelliche di tal modo visentiranno ragionare -. Allor messer Federico- Non ditesignorGasparo- rispose- che le donne siano cosí fuor diragionese ben talor si moveno ad amar piú per l'altruigiudicio che per lo loro; perché i signori e molti savi ominispesso fanno il medesimo; e se licito è dir il verovoistesso e noi altri tutti molte volteed ora ancorcredemo piúalla altrui opinione che alla nostra propria. E che sia 'l verononè ancor molto tempoche essendo appresentati qui alcuniversi sotto 'l nome del Sanazaroa tutti parvero molto eccellenti efurono laudati con le maraviglie ed esclamazioni; poisapendosi percerto che erano d'un altropersero súbito la reputazione eparvero men che mediocri. E cantandosi pur in presenzia della signoraDuchessa un mottettonon piacque mai né fu estimato perbonofin che non si seppe che quella era composizion di Josquin dePris. Ma che piú chiaro segno volete voi della forza dellaopinione? Non vi ricordate chebevendo voi stesso d'un medesimovinodicevate talor che era perfettissimotalor insipidissimo? equesto perché a voi era persuaso che eran dui vinil'un diRivera di Genoa e l'altro di questo paese; e poi ancor che fuscoperto l'erroreper modo alcuno non volevate crederlotantofermamente era confermata nell'animo vostro quella falsa opinionela qual però dalle altrui parole nasceva.



XXVXI.

Deve adunque il cortegiano por moltacura nei princípi di dar bona impression di sé econsiderar come dannosa e mortal cosa sia lo incorrer nel contrario;ed a tal pericolo stanno piú che gli altri quei che voglionfar profession d'esser molto piacevolied aversi con queste suepiacevolezze acquistato una certa libertàper la qual lorconvenga e sia licito e fare e dire ciò che loro occorre cosísenza pensarvi. Però spesso questi tali entrano in certecosedelle quai non sapendo uscireVoglion poi aiutarsi col farridere; e quello ancor fanno cosí disgraziatamente che nonriescetanto che inducono in grandissimo fastidio chi gli vede edodeed essi restano freddissimi. Alcuna voltapensando per quelloesser arguti e facetiin presenzia d'onorate donne e spesso aquelle medesimesi mettono a dir sporchissime e disoneste parole; equanto piú le veggono arrossire tanto piú si tengonbon cortegianie tuttavia ridono e godono tra sé di cosíbella virtúcome lor pare avere. Ma per niuna altra causafanno tante pecoraginiche per esser estimati bon compagni; questoè quel nome solo che lor pare degno di laude e del quale piúche di niun altro essi si vantano; e per acquistarlo si dicon le piúscorrette e vituperose villanie del mondo.

Spesso s'urtano giú per lescalesi dàn de' legni e de' mattoni l'un l'altro nellerenimettonsi pugni di polvere negli occhifannosi ruinare icavalli addosso ne' fossi o giú di qualche poggio; a tavolapoiminestresaporigelatinetutte si dànno nel voltoepoi ridono; e chi di queste cose sa far piúquello permeglior cortegiano e piú galante da se stesso s'apprezza epargli aver guadagnato gran gloria; e se talor invitano a cotai suepiacevolezze un gentilomoe che egli non voglia usar questi scherziselvatichisúbito dicono ch'egli si tien troppo savio e granmaestro e che non è bon compagno. Ma io vi vo' dir peggio.Sono alcuni che contrastano e mettono il prezio a chi puòmangiare e bere piú stomacose e fetide cose; e trovanle tantoaborrenti dai sensi umaniche impossibil è ricordarle senzagrandissimo fastidio -.



XXVXII.

- E che cose possono esser queste? -disse il signor Ludovico Pio. Rispose messer Federico: - Fateveledire al marchese Febusche spesso l'ha vedute in Franciae forsegli è intravenuto -. Rispose il marchese Febus: - Io non hoveduto far cosa in Francia di questeche non si faccia ancor inItaliama ben ciò che hanno di bon gli Italianineivestimentinel festeggiarebanchettarearmeggiare ed in ognialtra cosa che a cortegian si convengatutto l'hanno dai Franzesi.- Non dico io- rispose messer Federico- che ancor tra' Franzesinon si trovino de' gentilissimi e modesti cavalieri; ed io per men'ho conosciuti molti veramente degni d'ogni laude; ma pur alcuni sene trovan poco riguardati; eparlando generalmentea me par checon gli Italiani piú si confaccian nei costumi i Spagnoli chei Franzesiperché quella gravità riposata peculiardei Spagnoli mi par molto piú conveniente a noi altri che lapronta vivacitàla qual nella nazion franzese quasi in ognimovimento si conosce; il che in essi non disdiceanzi ha graziaperché loro è cosí naturale e propriache nonsi vede in loro affettazione alcuna.

Trovansi ben molti Italiani chevorriano pur sforzarsi de imitare quella manera; e non sanno faraltro che crollar la testa parlandoe far riverenze in traverso dimala graziae quando passeggian per la terra caminar tanto forteche i staffieri non possano lor tener drieto; e con questi modi parloro esser bon Franzesied aver di quella libertà; la qualcosa in vero rare volte riesceeccetto a quelli che son nutriti inFrancia e da fanciulli hanno presa quella manera. Il medesimointervien del saper diverse lingue; il che io laudo molto nelcortegianoe massimamente la spagnola e la franzeseperchéil commerzio dell'una e dell'altra nazion è molto frequente inItalia e con noi sono queste due piú conformi che alcunadell'altre; e que' dui príncipiper esser potentissimi nellaguerra e splendidissimi nella pacesempre hanno la corte piena dinobili cavalieriche per tutto 'l mondo si spargono; e a noi purbisogna conversar con loro.



XXVXIII.

Or io non voglio seguitar piúminutamente in dir cose troppo notecome che 'l nostro cortegiannon debba far profession d'esser gran mangiatorenébevitorené dissoluto in alcun mal costumené laido emal assettato nel viverecon certi modi da contadinoche chiamanola zappa e l'aratro mille miglia di lontano; perché chi èdi tal sortenon solamente non s'ha da sperar che divenga boncortegianoma non se gli po dar esercizio convenientealtro che dipascer le pecore. E per concluder dicoche bon saria che 'lcortegian sapesse perfettamente ciò che detto avemoconvenirsiglidi sorte che tutto 'l possibile a lui fosse facile edognuno di lui si maravigliasseesso di niuno; intendendo peròche in questo non fosse una certa durezza superba ed inumanacomehanno alcuniche mostrano non maravigliarsi delle cose che fannogli altriperché essi presumon poterle far molto meglioecol tacere le disprezzanocome indegne che di lor si parli; e quasivoglion far segno che niuno altro sia non che lor parima purcapace d'intendere la profundità del saper loro. Peròdeve il cortegian fuggir questi modi odiosi e con umanità ebenivolenzia laudar ancor le bone opere degli altri; e benchéesso si senta ammirabile e di gran lunga superior a tuttimostrarperò di non estimarse per tale. Ma perché nella naturaumana rarissime volte e forse mai non si trovano queste cosícompite perfezioninon dee l'omo che si sente in qualche partemanco diffidarse però di se stessoné perder lasperanza di giungere a bon gradoavvenga che non possa conseguirquella perfetta e suprema eccellenzia dove egli aspira; perchéin ogni arte son molti lochilaudevoli oltr'al primo; e chi tendealla summitàrare volte interviene che non passi il mezzo.Voglio adunque che 'l nostro cortegianose in qualche cosaoltr'all'arme si trovarà eccellentese ne vaglia e se neonori di bon modo; e sia tanto discreto e di bon giudiciochesappia tirar con destrezza e proposito le persone a vedere ed udirquelloin che a lui par d'essere eccellentemostrando sempre farlonon per ostentazionema a casoe pregato d'altrui piúpresto che di voluntà sua; ed in ogni cosa che egli abbia dafar o direse possibil èsempre venga premeditato epreparatomostrando però il tutto esser all'improviso. Ma lecose nelle quai si sente mediocretocchi per transitosenzafondarsici moltoma di modo che si possa credere che piúassai ne sappia di ciò ch'egli mostra; come talor alcuni poetiche accennavan cose suttilissime di filosofia o d'altre scienzieeper avventura n'intendevan poco. Di quello poi di che si conoscetotalmente ignorante non voglio che mai faccia professione alcunané cerchi d'acquistarne fama; anzidove occorrechiaramenteconfessi di non saperne -.



XXXIX.

- Questo- disse il Calmeta- nonarebbe fatto Nicolettoil qualessendo eccellentissimo filosofoné sapendo piú leggi che volarebenché unpodestà di Padoa avesse deliberato dargli di quelle unaletturanon volse maia persuasion di molti scolaridesingannarquel podestà e confessargli di non sapernesempre dicendonon si accordar in questo con la opinione di Socratenéesser cosa da filosofo il dir mai di non sapere. - Non dico io-rispose messer Federico- che 'l cortegian da se stessosenza chealtri lo ricerchivada a dire di non sapere; ché a me ancornon piace questa sciocchezza d'accusar o disfavorir se medesimo; eperò talor mi rido di certi ominiche ancor senza necessitànarrano volentieri alcune cosele qualibenché forse sianointervenute senza colpa loroportan però seco un'ombrad'infamia; come faceva un cavalier che tutti conosceteil qualsempre che udiva far menzion del fatto d'arme che si fece inParmegiana contra 'l re Carlosúbito cominciava a dir in chemodo egli era fuggitoné parea che di quella giornata altroavesse veduto o inteso; parlandosi poi d'una certa giostra famosacontava pur sempre come egli era caduto; e spesso ancor parea chenei ragionamenti andasse cercando di far venire a proposito il poternarrar che una notteandando a parlar ad una donnaavea ricevuto dimolte bastonate. Queste sciocchezze non voglio io che dica il nostrocortegianoma parmi ben che offerendosegli occasion di mostrarsi incosa di che non sappia puntodebba fuggirla; e se pur la necessitàlo stringeconfessar chiaramente di non sapernepiú prestoche mettersi a quel rischio; e cosí fuggirà un biasimoche oggidí meritano molti i qualinon so per qual loroperverso instinto o giudicio fuor di ragionesempre si mettan a farquel che non sanno e lascian quel che sanno. E per confirmazion diquestoio conosco uno eccellentissimo musicoil quallasciata lamusicas'è dato totalmente a compor versi e credesi inquello esser grandissimo omoe fa ridere ognun di sé e omaiha perduta ancor la musica. Un altro de' primi pittori del mondosprezza quell'arte dove è rarissimo ed èssi posto adimparar filosofianella quale ha cosi strani concetti e novechimereche esso con tutta la sua pittura non sapria depingerle. Edi questi tali infiniti si trovano. Son bene alcunii qualiconoscendosi avere eccellenzia in una cosafanno principalprofessione d'un'altradella qual però non sono ignoranti; maogni volta che loro occorre mostrarsi in quella dove si sentonvaleresi mostran gagliardamente; e vien lor talor fatto che labrigatavedendogli valer tanto in quello che non è suaprofessioneestima che vaglian molto piú in quello di chefan professione. Quest'artes'ella è compagnata da bongiudicionon mi dispiace punto -.



XL.

Rispose allor il signor GasparPallavicino: - Questa a me non par artema vero inganno; nécredo che si convengaa chi vol esser omo da benemai loingannare. - Questo- disse messer Federico- è piúpresto un ornamentoil quale accompagna quella cosa che colui fache inganno; e se pur è ingannonon è da biasimare.Non direte voi ancorache di dui che maneggian l'arme quel chebatte il compagno lo inganna! e questo è perché ha piúarte che l'altro. E se voi avete una gioiala qual dislegata mostriesser bellavenendo poi alle mani d'un bon oreficeche col legarlabene la faccia parer molto piú bellanon direte voi chequello orefice inganna gli occhi di chi la vede! E pur di quelloinganno merita laudeperché col bon giudicio e con l'arte lemaestrevoli mani spesso aggiungon grazia ed ornamento allo avorio overo allo argentoo vero ad una bella pietra circondandola di finoro. Non diciamo adunque che l'arte o tal ingannose pur voi lovolete cosí chiamaremeriti biasimo alcuno. Non èancor disconveniente che un omo che si senta valere in una cosacerchi destramente occasion di mostrarsi in quellae medesimamentenasconda le parti che gli paian poco laudevoliil tutto peròcon una certa avvertita dissimulazione. Non vi ricorda comesenzamostrar di cercarleben pigliava l'occasioni il re Ferrando dispogliarsi talor in giupponee questo perché si sentivadispostissimo? e perché non avea troppo bone manirare volteo quasi mai non si cavava i guanti? e pochi erano che di questa suaavvertenza s'accorgessero. Parmi ancor aver letto che Iulio Cesareportasse volentieri la laurea per nascondere il calvizio. Ma circaquesti modi bisogna esser molto prudente e di bon giudicioper nonuscire de' termini; perché molte volte l'omo per fuggir unerrore incorre nell'altro e per voler acquistar laude acquistabiasimo.



XLI.

E' adunque securissima cosa nel mododel vivere e nel conversare governarsi sempre con una certa onestamediocritàche nel vero è grandissimo e fermissimoscudo contra la invidiala qual si dee fuggir quanto piú sipo.

Voglio ancor che 'l nostro cortegianosi guardi di non acquistar nome di bugiardoné di vano; ilche talor interviene a quegli ancora che nol meritano; peròne' suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir dellaverisimilitudine e di non dir ancor troppo spesso quelle veritàche hanno faccia di menzognacome molti che non parlan mai se nondi miracoli e voglion esser di tanta autoritàche ogniincredibil cosa a loro sia creduta. Altri nel principio d'unaamiciziaper acquistar grazia col novo amicoil primo díche gli parlano giurano non aver persona al mondo che piúamino che luie che vorrebben voluntier morir per fargli servizio etai cose for di ragione; e quando da lui si partonofanno le vistedi piangere e di non poter dir parola per dolore; cosípervolere esser tenuti troppo amorevolisi fanno estimar bugiardi esciocchi adulatori. Ma troppo lungo e faticoso saria voler discorrertutti i vicii che possono occorrere nel modo del conversare; peròper quello ch'io desidero nel cortegiano basti direoltre alle cosegià detteche 'l sia taleche mai non gli manchinragionamenti boni e commodati a quelli co' quali parlae sappia conuna certa dolcezza recrear gli animi degli auditori e con mottipiacevoli e facezie discretamente indurgli a festa e risodi sortechesenza venir mai a fastidio o pur a saziarecontinuamentediletti.



XLII.

Io penso che ormai la signora Emiliami darà licenzia di tacere; la qual cosa s'ella mi negaràio per le parole mie medesime sarò convinto non esser quelbon cortegiano di cui ho parlato; ché non solamente i boniragionamentii quali né mo né forsi mai da me aveteuditima ancor questi meicome voglia che si sianoin tutto mimancono -. Allor disse ridendo il signor Prefetto: - Io non voglioche questa falsa opinion resti nell'animo d'alcun di noiche voinon siate bonissimo cortegiano; ché certo il desiderio vostrodi tacere più presto procede dal voler fuggir faticache damancarvi ragionamenti.

Peròacciò che non paiache in compagnia cosí degnacome è questaeragionamento tanto eccellentesi sia lassato a drieto parte alcunasiate contento d'insegnarci come abbiamo ad usar le facezie dellequali avete or fatta menzionee mostrarci l'arte che s'appartiene atutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa congentil modoperché in vero a me pare che importi assai emolto si convenga al cortegiano. - Signor mio- rispose allormesser Federico- le facezie e i motti sono più presto dono egrazia di natura che d'arte; ma bene in questo si trovano alcunenazioni pronte piú l'una che l'altra come i Toscaniche invero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprioil motteggiare. Trovansi ben però moltie di queste e d'ognialtra nazionei quali per troppo loquacità passan talor itermini e diventano insulsi ed inettiperché non han rispettoalla sorte delle persono con le quai parlanoal loco ove sitrovanoal tempoalla gravità ed alla modestiache essiproprii mantenere devriano -.



XLIII.

Allor il signor Prefetto rispose: -Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna; e purdicendo mal dique' che non servano in esse la modestia e gravità e nonhanno rispetto al tempo ed alle persone con le quai parlanoparmiche dimostriate che ancor questo insegnar si possa ed abbia in séqualche disciplina. - Queste reguleSignor mio- rispose messerFederico- son tanto universaliche ad ogni cosa si confanno egiovano. Ma io ho detto nelle facezie non esser arteperchédi due sorti solamente parmi che se ne trovino: delle quai l'unas'estende nel ragionar lungo e continuato; come si vede dialcun'ominiche con tanto bona grazia e cosí piacevolmentenarrano ed esprimono una cosa che sia loro intervenutao veduta oudita l'abbianoche coi gesti e con le parole la mettono inanziagli occhi e quasi la fan toccar con mano; e questa forseper nonci aver altro vocabulosi poria chiamar «festività»o vero «urbanità». L'altra sorte di facezie èbrevissima e consiste solamente nei detti pronti ed acuticomespesso tra noi se n'odonoe de' mordaci; né senza quel pocodi puntura par che abbian grazia; e questi presso gli antichi ancorsi nominavano «detti»; adesso alcuni le chiamano«arguzie». Dico adunque che nel primo modoche èquella festiva narrazionenon è bisogno arte alcuna perchéla natura medesima crea e forma gli omini atti a narrarepiacevolmente; e dà loro il voltoi gestila voce e leparole appropriate ad imitar ciò che vogliono. Nell'altrodelle arguzieche po far l'arte? con ciò sia cosa che quelsalso detto dee esser uscito ed aver dato in broccaprima che paiache colui che lo dice v'abbia potuto pensare; altramente èfreddo e non ha del bono. Però estimo che 'l tutto sia operadell'ingegno e della natura -. Riprese allor le parole messer PietroBembo e disse: - Il signor Prefetto non vi nega quello che voi ditecioè che la natura e lo ingegno non abbiano le prime partimassimamente circa la invenzione; ma certo è che nell'animodi ciascunosia pur l'omo di quanto bono ingegno po esserenasconodei concetti boni e malie piú e meno; ma il giudicio poi el'arte i lima e correggee fa elezione dei boni e rifiuta i mali.Peròlasciando quello che s'appartiene allo ingegnodechiarateci quello che consiste nell'arte; cioè dellefacezie e dei motti che inducono a riderequai son convenienti alcortegiano e quai noed in qual tempo e modo si debbano usare; chéquesto è quello che 'l signor Prefetto v'addimanda -.



XLIV.

Allor messer Federicopur ridendodisse: - Non è alcun qui di noi al qual io non ceda in ognicosae massimamente nell'esser faceto; eccetto se forse lesciocchezzeche spesso fanno rider altrui piú che i beidettinon fossero esse ancora accettate per facezie -. E cosívoltandosi al conte Ludovico ed a messer Bernardo Bibienadisse: -Eccovi i maestri di questodai qualis'io ho da parlare de' dettigiocosibisogna che prima impari ciò che m'abbia a dire -.Rispose il conte Ludovico: - A me pare che già cominciate adusar quello di che dite non saper nientecioè di voler farridere questi signoriburlando messer Bernardo e me; perchéognun di lor sa che quello di che ci laudatein voi è moltopiú eccellentemente. Però se siete faticatomeglio èdimandar grazia alla signora Duchessache faccia differire il restodel ragionamento a domaniche voler con inganni subterfugger lafatica -.

Cominciava messer Federico arisponderema la signora Emilia súbito l'interruppe e disse:- Non è l'ordine che la disputa se ne vada in laude vostra;basta che tutti siete molto ben conosciuti. Ma perché ancor miricordo che voiConteiersera mi deste imputazione ch'io nonpartiva egualmente le fatichesarà bene che messer Federicosi riposi un poco; e 'l carico del parlar delle facezie daremo amesser Bernardo Bibienaperché non solamente nel ragionarcontinuo lo conoscemo facetissimoma avemo a memoria che di questamateria piú volte ci ha promesso voler scriveree peròpossiam creder che già molto ben vi abbia pensato e perquesto debba compiutamente satisfarci. Poiparlato che si sia dellefaceziemesser Federico seguirà in quello che dir gli avanzadel cortegiano -. Allor messer Federico disse: - Signoranon so ciòche più mi avanzi; ma ioa guisa di viandante giàstanco dalla fatica del lungo caminare a mezzo giornoriposeromminel ragionar di messer Bernardo al suon delle sue parolecome sottoqualche amenissimo ed ombroso albero al mormorar suave d'un vivofonte; poi forseun poco ristoratopotrò dir qualche altracosa -. Rispose ridendo messer Bernardo: - S'io vi mostro il capovederete che ombra si po aspettar dalle foglie del mio albero. Disentire il mormorio di quel fonte vivo forse vi verrà fattoperch'io fui già converso in un fontenon d'alcuno degliantichi dèima dal nostro fra Marianoe da indi in qua mainon m'è mancata l'acqua -Allor ognun cominciò aridereperché questa piacevolezzadi che messer Bernardointendevaessendo intervenuta in Roma alla presenzia di Galeottocardinale di San Pietro ad Vinculaa tutti era notissima.



XLV.

Cessato il risodisse la signoraEmilia: - Lasciate voi adesso il farci ridere con l'operar lefacezie ed a noi insegnate come l'abbiamo ad usare e donde sicavinoe tutto quello che sopra questa materia voi conoscete. E pernon perder piú tempo cominciate omai. - Dubito- disse messerBernardo- che l'ora sia tarda; ed acciò che 'l mio parlardi facezie non sia infaceto e fastidiosoforse bon saràdifferirlo insino a dimani -. Quivi súbito risposero moltinon essere ancorné a gran pezzal'ora consueta di dar fineal ragionare. Allora rivoltandosi messer Bernardo alla signoraDuchessa ed alla signora Emilia- Io non voglio fuggir- disse-questa fatica; bench'iocome soglio maravigliarmi dell'audacia dicolor che osano cantar alla viola in presenzia del nostro IacomoSansecondocosí non devrei in presenzia d'auditori che moltomeglio intendon quello che io ho a dire che io stessoragionardelle facezie. Purper non dar causa ad alcuno di questi signori diricusar cosa che imposta loro siadirò quanto piúbrevemente mi sarà possibile ciò che mi occorre circale cose che movono il riso; il qual tanto a noi è proprioche per descriver l'omo si suol dire che egli è un animalrisibile; perché questo riso solamente negli omini si vede edè quasi sempre testimonio d'una certa ilarità chedentro si sente nell'animoil qual da natura è tirato alpiacere ed appetisce il riposo e 'l recrearsi; onde veggiamo moltecose dagli omini ritrovate per questo effettocome le feste e tantevarie sorti di spettaculi. E perché noi amiamo que' che soncausa di tal nostra recreazioneusavano i re antichii RomanigliAteniesi e molt'altriper acquistar la benivolenzia dei populi epascer gli occhi e gli animi della moltitudinefar magni teatri edaltri publici edifizi; ed ivi mostrar novi giochicorsi di cavallie di carrettecombattimentistrani animalicomedietragedie emoresche; né da tal vista erano alieni i severi filosofichespesso e coi spettaculi di tal sorte e conviti rilassavano gli animiaffaticati in quegli alti lor discorsi e divini pensieri; la qualcosa volentier fanno ancor tutte le qualità d'omini; chénon solamente i lavoratori de' campii marinari e tutti quelli chehanno duri ed asperi esercizi alle manima i santi religiosiiprigionieri che d'ora in ora aspettano la mortepur vanno cercandoqualche rimedio e medicina per recrearsi. Tutto quello adunque chemove il riso esilara l'animo e dà piacerené lasciache in quel punto l'omo si ricordi delle noiose molestiedellequali la vita nostra è piena. Però a tutticomevedeteil riso è gratissimoed è molto da laudarechi lo move a tempo e di bon modo. Ma che cosa sia questo risoedove stiaed in che modo talor occupi le venegli occhila boccae i fianchiche par che ci voglia far scoppiaretanto cheperforza che vi mettiamonon è possibile tenerlolasciaròdisputare a Democrito; il qualese forse ancora lo promettessenonlo saprebbe dire.



XLVI.

Il loco adunque e quasi il fonte ondenascono i ridiculi consiste in una certa deformità; perchésolamente si ride di quelle cose che hanno in sédisconvenienza e par che stian malesenza però star male. Ionon so altrimenti dichiarirlo; ma se voi da voi stessi pensatevederete che quasi sempre quel di che si ride è una cosa chenon si convienee pur non sta male.

Quali adunque siano quei modi che debbausar il cortegiano per mover il riso e fin a che terminesforzerommi di dirviper quanto mi mostrerà il mio giudicio;perché il far rider sempre non si convien al cortegianonéancor di quel modo che fanno i pazzi e gli imbriachi e i sciocchi edinettie medesimamente i buffoni; e benché nelle cortiqueste sorti d'omini par che si richiegganopur non meritano esserchiamati cortegianima ciascun per lo nome suo ed estimati taliquai sono. Il termine e misura del far ridere mordendo bisogna ancoresser diligentemente consideratoe chi sia quello che si morde;perché non s'induce riso col dileggiar un misero e calamitosoné ancora un ribaldo e scelerato publicoperchéquesti par che meritino maggior castigo che l'esser burlati; e glianimi umani non sono inclinati a beffare i miserieccetto se queitali nella sua infelicità non si vantassero e fossero superbie prosuntuosi. Deesi ancora aver rispetto a quei che sonouniversalmente grati ed amati da ognuno e potentiperchétalor col dileggiar questi poria l'uom acquistarsi inimiciziepericolose. Però conveniente cosa è beffare e ridersidei vizi collocati in persone né misere tanto che movanocompassionené tanto scelerate che paia che meritino essercondennate a pena capitalené tanto grandi che un loropiccol sdegno possa far gran danno.



XLVII.

Avete ancor a sapere che dai lochidonde si cavano motti da rideresi posson medesimamente cavaresentenzie gravi per laudare e per biasimaree talor con le medesimeparole; comeper laudar un om liberaleche metta la robba sua incommune con gli amicisuolsi dire che ciò ch'egli ha non èsuo; il medesimo si po dir per biasimo d'uno che abbia rubatoo peraltre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor: «Coleiè una donna d'assai»volendola laudar di prudenzia ebontà; il medesimo poria dir chi volesse biasimarlaaccennando che fosse donna di molti. Ma piú spesso occorreservirsi dei medesimi lochi a questo propositoche delle medesimeparole; come a questi dístando a messa in una chiesa trecavalieri ed una signoraalla quale serviva d'amore uno dei trecomparve un povero mendicoe postosi avanti alla signoracominciolle a dimandare elemosina; e cosí con moltaimportunità e voce lamentevole gemendo replicò piúvolte la sua domanda: purcon tutto questo essa non gli diede maielimosinané ancor gliela negò con fargli segno ches'andasse con Dioma stette sempre sopra di sécome sepensasse in altro. Disse allor il cavalier inamorato ai duicompagni: «Vedete ciò ch'io posso sperare dalla miasignorache è tanto crudeleche non solamente non dàelemosina a quel poveretto ignudo morto di fameche con tantapassion e tante volte a lei la domandama non gli dà purlicenzia; tanto gode di vedersi inanzi una persona che languisca inmiseria e in van le domandi mercede». Rispose un dei dui:«Questa non è crudeltàma un tacitoammaestramento di questa signora a voiper farvi conoscere che essanon compiace mai a chi le dimanda con molta importunità».

Rispose l'altro: «Anzi èun avvertirlo cheancor ch'ella non dia quello che se gli domandapur le piace d'esserne pregata». Eccovidal non aver quellasignora dato licenzia al poveronacque un detto di severo biasmouno di modesta laude ed un altro di gioco mordace.



XLVIII.

Tornando adunque a dechiarir le sortidelle facezie appartenenti al proposito nostrodico chesecondomedi tre maniere se ne trovanoavvenga che messer Federicosolamente di due abbia fatto menzione; cioè di quella urbana epiacevole narrazion continuatache consiste nell'effetto d'unacosa; e della súbita ed arguta prontezzache consiste in undetto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sortechechiamano «burle»; nelle quali intervengon le narrazionilunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle primeadunqueche consistono nel parlar continuatoson di manera talequasi che l'omo racconti una novella. E per darvi uno esempio: «Inquei proprii giorni che morí papa Alessandro Sesto e fucreato Pio Terzoessendo in Roma e nel Palazzo messer AntonioAgnellovostro mantuanosignora Duchessae ragionando a puntodella morte dell'uno e creazion dell'altroe di ciò facendovarii giudici con certi suoi amicidisse: "Signorifin altempo di Catullo cominciarono le porte a parlare senza lingua edudir senza orecchie ed in tal modo scoprir gli adultèri; orase ben gli omini non sono di tanto valor com'erano in que' tempiforse che le portedelle quai moltealmen qui in Romasi fannode' marmi antichihanno la medesima virtú che aveano allora;ed io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostridubbise noi da loro i volessimo sapere". Allor queigentilomini stettero assai sospesi ed aspettavano dove la cosaavesse a riuscire; quando messer Antonioseguitando pur l'andarinanzi e 'ndietroalzò gli occhicome all'improvisoad unadelle due porte della sala nella qual passeggiavanoe fermatosi unpoco mostrò col dito a' compagni la inscrizion di quellacheera il nome di papa Alessandronel fin del quale era un V ed un Iperché significassecome sapeteSesto; e disse: "Eccoviche questa porta dice:

ALEXANDER PAPA VIchevol significareche è stato papa per la forza che egli hausata e piú di quella si è valuto che della ragione. Orveggiamo se da quest'altra potemo intender qualche cosa del novopontefice"; e voltatosicome per venturaa quell'altra portamostrò la inscrizione d'un Ndui PP ed un Vche significavaNICOLAUS PAPA QUINTUSe súbito disse: "Oimèmalenove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet "».



XLIX.

Or vedete come questa sorte difacezie ha dello elegante e del bonocome si conviene ad uom dicorteo vero o finto che sia quello che si narra; perché intal caso è licito fingere quanto all'uom piacesenza colpa; edicendo la veritàadornarla con qualche bugiettacrescendoo diminuendo secondo 'l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtúdi questo è il dimostrar tanto bene e senza faticacosícoi gesti come con le parolequello che l'omo vole esprimereche aquelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi far le cose che sinarrano. E tanta forza ha questo modo cosí espressoche taloradorna e fa piacer sommamente una cosache in se stessa non saràmolto faceta né ingeniosa. E benché a questenarrazioni si ricerchino i gesti e quella efficacia che ha la vocevivapur ancor in scritto qualche volta si conosce la lor virtú.Chi non ride quando nella ottava giornata delle sue Cento novellenarra Giovan Boccaccio come ben si sforzava di cantare un Chirie edun Sanctus il prete di Varlungo quando sentía la Belcolore inchiesa?

Piacevoli narrazioni sono ancora inquelle di Calandrino ed in molte altre.

Della medesima sorte pare che sia ilfar ridere contrafacendo o imitandocome noi vogliam dire; nellaqual cosa fin qui non ho veduto alcuno piú eccellente dimesser Roberto nostro da Bari -.



L.

- Questa non saria poca laude-disse messer Robertose fosse veraperch'io certo m'ingegnereid'imitare piú presto il ben che 'l malee s'io potessiassimigliarmi ad alcuni ch'io conoscomi terrei per molto felice; madubito non saper imitare altro che le cose che fanno riderelequali voi dianzi avete detto che consistono in vicio -. Risposemesser Bernardo: - In vicio síma che non sta male. E saperdovete che questa imitazione di che noi parliamo non po essere senzaingegno; perchéoltre alla manera d'accommodar le parole e igestie mettere innanzi agli occhi degli auditori il volto e icostumi di colui di cui si parlabisogna esser prudente ed avermolto rispetto al locoal tempo ed alle persone con le quai siparla e non descendere alla buffoneriané uscire de'termini; le quai cose voi mirabilmente osservatee peròestimo che tutte le conosciate. Ché in vero ad un gentilomonon si converria fare i voltipiangere e riderefar le vocilottare da sé a sécome fa Bertovestirsi dacontadino in presenzia d'ognunocome Strascino; e tai coseche inessi son convenientissimeper esser quella la lor professione. Ma anoi bisogna per transito e nascostamente rubar questa imitazioneservando sempre la dignità del gentilomosenza dir parolesporche o far atti men che onestisenza distorgersi il viso o lapersona cosí senza ritegno; ma far i movimenti d'un certomodoche chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini moltopiú di quello che vede ed odee perciò s'induca aridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d'esser troppomordace nel riprenderemassimamente le deformità del volto odella persona; ché sí come i vicii del corpo dànnospesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne valecosíl'usar questo modo troppo acerbamente è cosa non sol dabuffonema ancor da inimico. Però bisognabenchédifficil siacirca questo tenercome ho dettola manera delnostro messer Robertoche ognun contrafàe non senzapungerl'in quelle cose dove hanno diffettied in presenzia d'essimedesimi; e pur niuno se ne turba né par che possa averlo permale; e di questo non ne darò esempio alcunoperchéogni dí in esso tutti ne vedemo infiniti.



LI.

Induce ancor molto a ridereche pursi contiene sotto la narrazioneil recitar con bona grazia alcunidiffetti d'altrimediocri però e non degni di maggiorsuppliciocome le sciocchezze talor simplicitalor accompagnate daun poco di pazzia pronta e mordace; medesimamente certe affettazioniestreme; talor una grande e ben composta bugia. Come narròpochi dí sono messer Cesare nostro una bella sciocchezzachefuche ritrovandosi alla presenzia del podestà di questaterravide venire un contadino a dolersi che gli era stato rubatoun asino; il qualpoi che ebbe detto della povertà sua edell'inganno fattogli da quel ladroper far piú grave laperdita suadisse:

«Messerese voi aveste veduto ilmio asinoancor piú conoscereste quanto io ho ragion didolermi; ché quando aveva il suo basto addossopareapropriamente un Tullio». Ed un de' nostriincontrandosi in unamattà di capreinnanzi alle quali era un gran beccosifermò e con un volto maraviglioso disse: «Guardate belbecco! pare un san Paulo». Un altro dice il signor Gasparoaver conosciutoil qualper essere antico servitore del ducaErcole di Ferraragli avea offerto dui suoi piccoli figlioli perpaggi; e questiprima che potessero venirlo a servireerano tuttidui morti; la qual cosa intendendo il signoreamorevolmente sidolse col padredicendo che gli pesava molto perché inavergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli e discretifiglioli. E padre gli rispose: «Signor miovoi non aveteveduto nulla; ché da pochi giorni in qua erano riusciti moltopiú belli e virtuosi ch'io non arei mai potuto credere e giàcantavano insieme come dui sparvieri». E stando a questi díun dottor de' nostri a vedere unoche per giustizia era frustatointorno alla piazzaed avendone compassioneperché 'lmeschinobenché le spalle fieramente gli sanguinasseroandava cosí lentamente come se avesse passeggiato a piacereper passar tempogli disse:

«Caminapoverettoed escipresto di questo affanno». Allor il bon omo rivoltoguardandolo quasi con maravigliastette un poco senza parlarepoidisse: «Quando sarai frustato tuanderai a modo tuo; ch'ioadesso voglio andar al mio». Dovete ancora ricordarvi quellasciocchezzache poco fa raccontò il signor Duca diquell'abbate; il qualeessendo presente un dí che 'l ducaFederico ragionava di ciò che si dovesse far di cosígran quantità di terrenocome s'era cavata per far ifondamenti di questo palazzoche tuttavia si lavoravadisse:«Signor mioio ho pensato benissimo dove e' s'abbia amettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivireponere si potràsenza altro impedimento». Rispose ilduca Federiconon senza risa: «E dove metteremo noi quelterreno che si caverà di questa fossa?» Suggiunsel'abbate: «Fatela far tanto grandeche l'uno e l'altro vistia».

Cosíbenché il Duca piúvolte replicasseche quanto la fossa si facea maggioretanto piúterren si cavavamai non gli poté caper nel cervello ch'ellanon si potesse far tanto grandeche l'uno e l'altro metter non vi sipotessené mai rispose altro se non: «Fatela tantomaggiore». Or vedete che bona estimativa avea questo abbate -.



LII.

Disse allora messer Pietro Bembo: - Eperché non dite voi quella del vostro commissario fiorentino?il quale era assediato nella Castellina dal duca di Calavriaedentro essendosi trovato un giorno certi passatori avvelenaticheerano stati tirati dal camposcrisse al Duca chese la guerras'aveva da far cosí crudeleesso ancor farebbe porre ilmedicame in su le pallotte dell'artiglieria e poi chi n'avesse ilpeggiosuo danno -.

Rise messer Bernardo e disse: - MesserPietrose voi non state chetoio dirò tutte quelle che iostesso ho vedute e udite de' vostri Veneziani che non son pocheemassimamente quando voglion fare il cavalcatore. - Non ditedigrazia- rispose messer Pietro- che io ne tacerò due altrebellissime che so de' Fiorentini -. Disse messer Bernardo: - Deonoesser piú presto Sanesiche spesso vi cadeno. Come a questidí unosentendo leggere in consiglio certe letterenellequaliper non dir tante volte il nome di colui di chi si parlavaera replicato questo termine «il prelibato»disse acolui che leggeva: «Fermatevi un poco quie ditemi: cotestoPrelibatoè egli amico del nostro commune?» - Risemesser Pietropoi disse: - Io parlo de' Fiorentini e non de'Sanesi. - Dite adunque liberamente- suggiunse la signora Emilia-e non abbiate tanti rispetti -. Seguitò messer Pietro: -Quando i signori Fiorentini faceano la guerra contra' Pisanitrovaronsi talor per le molte spese esausti di denari; e parlandosiun giorno in consiglio del modo di trovarne per i bisogni cheoccorreanodopo l'essersi proposto molti partitidisse uncittadino de' piú antichi: «Io ho pensato dui modiperli quali senza molto impazzo presto potrem trovar bona somma didenari; e di questi l'uno è che noiperché non avemole piú vive intrate che le gabelle delle porte di Firenzesecondo che v'abbiam undeci portesúbito ve ne facciam farundeci altree cosí radoppiaremo quella entrata. L'altro modoèche si dia ordine che súbito in Pistoia e Pratos'aprino le zecchené piú né meno come inFirenzee quivi non si faccia altrogiorno e notteche batterdenari e tutti siano ducati d'oro; e questo partitosecondo meèpiú breve e ancor de minor spesa» -.



LIII.

Risesi molto del sottil avvedimentodi questo cittadino; eracchetato il risodisse la signora Emilia:- Comportarete voimesser Bernardoche messer Pietro burli cosíi Fiorentini senza farne vendetta? - Risposepur ridendomesserBernardo: Io gli perdono questa ingiuriaperché s'egli m'hafatto dispiacere in burlar i Fiorentinihammi compiacciuto inobedir voiil che io ancor farei sempre -. Disse allor messerCesare: Bella grosseria udi' dir io da un brescianoil qualeessendo stato quest'anno a Venezia alla festa dell'Ascensioneinpresenza mia narrava a certi suoi compagni le belle cose che v'aveavedute; e quante mercanzie e quanti argentispeziariepanni edrappi v'erano; poi la Signoria con gran pompa esser uscita a sposaril mare in Bucentorosopra il quale erano tanti gentilomini benvestititanti suoni e cantiche parea un paradiso; e dimandandogliun di que' suoi compagniche sorte di musica piú gli erapiaciuta di quelle che avea uditedisse: «Tutte eran bone;pur tra l'altre io vidi uno sonar con certa tromba stranache adogni tratto se ne ficcava in gola piú di dui palmi e poisúbito la cavava e di novo la reficcava; che non vedeste maila piú gran maraviglia» -. Risero allora tutticonoscendo il pazzo pensier di coluiche s'avea imaginato che quelsonatore si ficcasse nella gola quella parte del trombonecherientrando si nasconde.



LIV.

Suggiunse allor messer Bernardo: - Leaffettazioni poi mediocri fanno fastidioma quando son fuor dimisura inducono da ridere assai; come talor se ne sentono di boccad'alcuni circa la grandezzacirca l'esser valentecirca lanobilità; talor di donne circa la bellezzacirca ladelicatura. Come a questi giorni fece una gentildonnala qualstando in una gran festa di mala voglia e sopra di séle fudomandato a che pensava che star la facesse cosí malcontenta; ed essa rispose: «Io pensava ad una cosache sempreche mi si ricorda mi dà grandissima noiané levar mela posso del core; e questo èche avendo il dí delgiudicio universale tutti i corpi a resuscitare e comparir ignudiinnanzi al tribunal di Cristoio non posso tollerar l'affanno chesentopensando che il mio ancor abbia ad esser veduto ignudo».Queste tali affettazioniperché passano il gradoinduconopiú riso che fastidio. Quelle belle bugie mocosí benassettatecome movano a rideretutti sapete. E quell'amico nostroche non ce ne lassa mancarea questi dí me ne raccontòuna molto eccellente -.



LV.

Disse allora il Magnifico Iuliano: -Sia come si volené piú eccellente né piúsottile non po ella esser di quella che l'altro giorno per cosacertissima affermava un nostro toscanomercatante luchese. -Ditela- suggiunse la signora Duchessa -. Rispose il MagnificoIulianoridendo: - Questo mercatantesí come egli diceritrovandosi una volta in Polonia deliberò di comprare unaquantità di zibellinicon opinion di portargli in Italia efarne un gran guadagno; e dopo molte pratichenon potendo eglistesso in persona andar in Moscovia per la guerra che era tra 'l redi Polonia e 'l duca di Moscoviaper mezzo d'alcuni del paeseordinò che un giorno determinato certi mercatanti moscoviticoi lor zibellini venissero ai confini di Polonia e promise essoancor di trovarvisiper praticar la cosa. Andando adunque illuchese coi suoi compagni verso Moscoviagiunse al Boristeneilquale trovò tutto duro di ghiaccio come un marmoe vide chei Moscovitili quali per lo suspetto della guerra dubitavano essiancor de' Polonierano già sull'altra rivama nons'accostavanose non quanto era largo il fiume. Cosíconosciutisi l'un l'altro dopo alcuni cennili Moscoviticominciarono a parlar alto e domandare il prezzo che volevano de'loro zibellinima tanto era estremo il freddoche non eranointesi; perché le paroleprima che giungessero all'altrarivadove era questo luchese e i suoi interpretisi gelavano inaria e vi restavano ghiacciate e prese di modoche quei Poloni chesapeano il costumepresero per partito di far un gran foco proprioal mezzo del fiumeperché a lor parere quello era il terminedove giungeva la voce ancor calda prima che ella fosse dal ghiacciointercetta; ed ancora il fiume era tanto sodoche ben potevasostenere il foco. Ondefatto questole paroleche per spaciod'un'ora erano state ghiacciatecominciarono a liquefarsi edescender giú mormorandocome la neve dai monti il maggio; ecosí súbito furono intese benissimobenché giàgli omini di là fossero partiti; ma perché a lui parveche quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i zibellininon volle accettar il mercato e cosí se ne ritornòsenza -.



LVI.

Risero allora tutti; e messerBernardo- In vero- dissequella ch'io voglio raccontarvi non ètanto sottile; pur è bellaed è questa. Parlandosipochi dí sono del paese o mondo novamente trovato dai marinariportoghesie dei varii animali e d'altre cose che essi di colàin Portogallo riportanoquello amico del qual v'ho detto affermòaver veduto una simia di forma diversissima da quelle che noi siamousati di vederela quale giocava a scacchi eccellentissimamente; etra l'altre volteun dí essendo innanzi al re di Portogalloil gentilom che portata l'avea e giocando con lei a scacchilasimia fece alcuni tratti sottilissimidi sorte che lo strinse molto;in ultimo gli diede scaccomatto; per che il gentilomo turbatocomesoglion esser tutti quelli che perdono a quel giocoprese in manoil reche era assai grandecome usano i Portoghesie diede in sula testa alla simia una gran scaccata; la qual súbito saltòda bandalamentandosi fortee parea che domandasse ragione al Redel torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvitò agiocare; essa avendo alquanto ricusato con cennipur si pose agiocar di novo ecome l'altra volta avea fattocosí questaancora lo ridusse a mal termine; in ultimovedendo la simia poterdar scaccomatto al gentilomcon una nova malizia volse assicurarsidi non esser piú battuta; e chetamentesenza mostrar chefosse suo fattopose la man destra sotto 'l cubito sinistro delgentilomoil quale esso per delicatura riposava sopra unguancialetto di taffetàe prestamente levatoglieloin unmedesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e conla destra si pose il guancialetto in capoper farsi scudo allepercosse; poi fece un salto inanti al Re allegramentequasi pertestimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era saviaavveduta e prudente -. Allora messer Cesare Gonzaga- Questa èforza- disse- che tra l'altre simie fosse dottoree di moltaautorità; e penso che la Republica delle simie indiane lamandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito-. Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli permesser Cesare.



LVII.

Cosíseguitando ilragionamentodisse messer Bernardo: - Avete adunque inteso dellefacezie che sono nell'effetto e parlar continuatociò chem'occorre; perciò ora è ben dire di quelle checonsistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza postabrevemente nella sentenzia o nella parola; e sí come inquella prima sorte di parlar festivo s'ha da fuggirnarrando edimitandodi rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli cheinducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; cosí inquesto breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno evelenosoe dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e darnel core; perché tali omini spesso per diffetto della linguameritamente hanno castigo in tutto 'l corpo.



LVIII.

Delle facezie adunque prontechestanno in un breve dettoquelle sono acutissimeche nascono dallaambiguitàbenché non sempre inducano a ridereperchépiú presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: comepochi dí sono disse il nostro messer Annibal Paleotto ad unoche gli proponea un maestro per insegnar grammatica a' suoifigliolie poi che gliel'ebbe laudato per molto dottovenendo alsalario disse che oltre ai denari volea una camera fornita perabitare e dormireperché esso non avea letto: allor messerAnnibal súbito rispose: «E come po egli esser dottosenon ha letto?» Eccovi come ben si valse del vario significatodi quello «non aver letto». Ma perché questimotti ambigui hanno molto dell'acutoper pigliar l'omo le parole insignificato diverso da quello che le pigliano tutti gli altriparecome ho dettoche piú presto movano maraviglia che risoeccetto quando sono congiunti con altra manera di detti. Quella sorteadunque di motti che piú s'usa per far ridere è quandonoi aspettiamo d'udir una cosae colui che risponde ne diceun'altra e chiamasi «fuor d'opinione». E se a questo ècongiunto lo ambiguoil motto diventa salsissimo; come l'altr'ieridisputandosi di fare un bel «mattonato» nel camerinodella signora Duchessadopo molte parole voiIoan Cristoforodiceste: «Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia efarlo ben spianaresaria molto a propositoperché egli èil piú bel "matto nato" ch'io vedessi mai».Ognun rise moltoperché dividendo quella parola «mattonato»faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovoe metterlo per pavimento d'un camerinofu for di opinione di chiascoltava; cosí riuscí il motto argutissimo e risibile.



LIX.

Ma dei motti ambigui sono moltesorti; però bisogna essere avvertito ed uccellarsottilissimamente alle parolee fuggir quelle che fanno il mottofreddoo che paia che siano tirate per i capellio verosecondoche avemo dettoche abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosialcuni compagni in casa d'un loro amicoil quale era cieco da unocchioe invitando quel cieco la compagnia a restar quivi adesinaretutti si partirono eccetto uno; il qual disse: «Edio vi restaròperché veggo esserci vuoto il loco peruno»; e cosí col dito mostrò quella cassad'occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortesetroppoperché morse colui senza causa e senza esser statoesso prima puntoe disse quello che dir si poria contra tutti iciechi; e tai cose universali non dilettanoperché pare chepossano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senzanaso: «E dove appicchi tu gli occhiali?» o:

«Con che fiuti tu l'anno lerose?»


LX.

Ma tra gli altri mottiquegli hannobonissima graziache nascono quando dal ragionar mordace delcompagno l'omo piglia le medesime parole nel medesimo senso e contradi lui le rivolgepungendolo con le sue proprie arme; come unlitigantea cui in presenzia del giudice dal suo avversario fudetto: «Che bai tu?»súbito rispose: «Perchéveggo un ladro». E di questa sorte fu ancorquando Galeottoda Narnipassando per Sienasi fermò in una strada adomandar dell'osteria; vedendolo un Sanese cosí corpulentocome eradisse ridendo: «Gli altri portano le bolge dietroecostui le porta davanti».

Galeotto súbito rispose: «Cosísi fa in terra de' ladri».



LXI.

Un'altra sorte è ancorchechiamiamo «bischizzi»; e questa consiste nel mutare overo accrescere o minuire una lettera o sillabacome colui chedisse: «Tu dèi esser piú dotto nella lingua"latrina"che nella greca». Ed a voiSignorafuscritto nel titulo d'una lettera: «Alla signora Emilia impia».E' ancora faceta cosa interporre un verso o piúpigliandoloin altro proposito che quello che lo piglia l'autoreo qualchealtro detto vulgato; talor al medesimo propositoma mutando qualcheparola; come disse un gentilomo che avea una brutta e despiacevolemoglieessendogli domandato come stavarispose: «Pensalo tuché Furiarum maxima iuxta me cubat». E messer IeronimoDonatoandando alle Stazioni di Roma la Quadragesima insieme conmolti altri gentilominis'incontrò in una brigata di belledonne romanee dicendo uno di quei gentilomini:

Quot coelum stellastot habettua Roma puellas;


súbito suggiunse:

Pascua quotque haedostot habettua Roma cinaedos


mostrando una compagnia di giovanichedall'altra banda venivano. Disse ancora messer Marc'Antonio dallaTorre al vescovo di Padoa di questo modo:

«Essendo un monasterio di donnein Padoa sotto la cura d'un religioso estimato molto di bona vita edottointervenne che 'l padrepraticando nel monasteriodomesticamente e confessando spesso le madricinque d'essechealtrettante non ve n'eranoingravidarono; e scoperta la cosailpadre volse fuggire e non seppe; il vescovo lo fece pigliare ed essosúbito confessòper tentazion del diavolo averingravidate quelle cinque monache; di modo che monsignor il vescovoera deliberatissimo castigarlo acerbamente. E perché costuiera dottoavea molti amicii quali tutti fecer prova d'aiutarloecon gli altri ancor andò messer Marc'Antonio al vescovo perimpetragli qualche perdono. Il vescovo per modo alcuno non gli voleaudire; al fine facendo pur essi instanziae raccommandando il reoed escusandolo per la commodità del locoper la fragilitàumana e per molte altre causedisse il vescovo: "Io non nevoglio far nienteperché di questo ho io a render ragione aDio"; e replicando essidisse il vescovo: "Che responderòio a Dioil dí del giudicio quando mi dirà:

Redde rationem villicationis tuae? -rispose allor súbito messer Marc'Antonio: "Monsignormioquello che dice lo Evangelio: Dominequinque talentatradidisti mihi; ecce alia quinque superlucratus sum. Allora ilvescovo non si poté tenere di rideree mitigò assail'ira sua e la pena preparata al malfattore».



LXII.

E' medesimamente bello interpretare inomi e finger qualche cosaperché colui di chi si parla sichiami cosío vero perché una qualche cosa si faccia;come pochi dí sono domandando il Proto da Lucail qualcomesapeteè molto piacevoleil vescovato di Caglioil Papagli rispose: «Non sai tu che "caglio" in linguaspagnola vol dire "taccio"? e tu sei un cianciatore; perònon si converria ad un vescovo non poter mai nominare il suo titulosenza dir bugia; or "caglia" adunque». Quivi diedeil Proto una rispostala qualeancor che non fosse di questasortenon fu però men bella della proposta; chéavendo replicato la domanda sua piú volte e vedendo che nongiovavain ultimo disse: «Padre Santose la Santitàvostra mi dà questo vescovatonon sarà senza suautilitàperch'io le lassarò dui officii». «Eche offici hai tu da lassare?»disse il Papa. Rispose ilProto: «Io lasserò l'officio grande e quello dellaMadonna». Allora non poté il Papaancor che fosseseverissimotenersi di ridere. Un altro ancor a Padoa disse cheCalfurnio si dimandava cosíperché solea scaldare iforni. E domandando io un giorno a Fedra perché erachefacendo la Chiesa il Vener santo orazioni non solamente per icristianima ancor per i pagani e per i giudeinon si faceamenzione dei cardinalicome dei vescovi e d'altri prelatirisposemi che i cardinali s'intendevano in quella orazione che dice:Oremus pro haereticis et scismaticis. E 'l conte Ludovico nostrodisse che io riprendeva una signora che usava un certo liscio chemolto luceaperché in quel voltoquando era acconciocosívedeva me stesso come nello specchio; e peròper esserbruttonon arei voluto vedermi. Di questo modo fu quello di messerCamillo Palleotto a messer Antonio Porcaroil qual parlando d'unsuo compagnoche confessandosi diceva al sacerdote che digiunavavolentieri ed andava alle messe ed agli offici divini e facea tuttii beni del mondodisse: «Costui in loco d'accusarsi silauda»; a cui rispose messer Camillo: «Anzi si confessadi queste coseperché pensa che il farle sia gran peccato».Non vi ricorda come ben disse l'altro giorno il signor Prefettoquando Giovantomaso Galeotto si maravigliava d'un che domandavaducento ducati d'un cavallo? perchédicendo Giovantomaso chenon valeva un quattrino e chetra gli altri diffettifuggivadall'arme tantoche non era possibile farglielo accostaredisse ilsignor Prefettovolendo riprendere colui di viltà: «Se'l cavallo ha questa parte di fuggir dall'armemaravegliomi cheegli non ne domandi mille ducati».



LXIII.

Dicesi ancora qualche volta unaparola medesimama ad altro fin di quello che s'usa. Come essendoil signor Duca per passar un fiume rapidissimo e dicendo ad untrombetta: «Passa»il trombetta si voltò con laberretta in mano e con atto di reverenzia disse: «Passi laSignoria vostra». E' ancor piacevol manera di motteggiarequando l'omo par che pigli le parole e non la sentenzia di colui cheragiona; come quest'anno un Tedesco a Romaincontrando una sera ilnostro messer Filippo Beroaldodel qual era discipulodisse:«Domine magisterDeus det vobis bonum sero»; e 'lBeroaldo súbito rispose: «Tibi malum cito».Essendo ancor a tavola col Gran Capitano Diego de Chignonesdisseun altro Spagnoloche pur vi mangiavaper domandar da bere:«Vino»; rispose Diego«Y no lo conocistes»per mordere colui d'esser marano. Disse ancor messer lacomoSadoletto al Beroaldoche affermava voler in ogni modo andare aBologna: «Che causa v'induce cosí adesso lasciar Romadove son tanti piaceriper andar a Bolognache tutta èinvolta nei travagli?» Rispose il Beroaldo: «Per treconti m'è forza andar a Bologna»e già avevaalzati tre dita della man sinistra per assignar tre causedell'andata sua; quando messer Iacomo súbito l'interruppe edisse:

«Questi tre conti che vi fannoandare a Bologna sono: l'uno il conte Ludovico da San Bonifaciol'altro il conte Ercole Rangoneil terzo il conte de' Pepoli».Ognun allora riseperché questi tre conti eran statidiscipuli del Beroaldo e bei giovanie studiavano in Bologna. Diquesta sorte di motti adunque assai si rideperché portanseco risposte contrarie a quello che l'omo aspetta d'udireenaturalmente dilettaci in tai cose il nostro errore medesimo; dalquale quando ci trovamo ingannati di quello che aspettiamoridemo.



LXIV.

Ma i modi del parlare e le figure chehanno grazia nei ragionamenti gravi e severiquasi sempre ancorstanno ben nelle facezie e giochi. Vedete che le parole contrapostedànno ornamento assaiquando una clausola contraria s'opponeall'altra. Il medesimo modo spesso è facetissimo. Come unGenoeseil quale era molto prodigo nello spendereessendo ripresoda un usuraio avarissimo che gli disse: «E quando cessarai tumai di gittar via le tue facultà?»«Allor»rispose«che tu di robar quelle d'altri». E perchécome già avemo dettodai lochi donde si cavano facezie chemordonodai medesimi spesso si possono cavar detti gravi chelaudinoper l'uno e l'altro effetto è molto grazioso egentil modo quando l'omo consente o conferma quello che dice coluiche parlama lo interpreta altramente di quello che esso intende.Come a questi giornidicendo un prete di villa la messa ai suoipopulanidopo l'aver publicato le feste di quella settimanacominciò in nome del populo la confession generale; edicendo: «Io ho peccato in mal farein mal direin malpensare»e quel che séguitafacendo menzion de tutti ipeccati mortali un comparee molto domestico del preteperburlarlo disse ai circunstanti: «Siate testimonii tutti diquello che per sua bocca confessa aver fatto perch'io intendonotificarlo al vescovo». Questo medesimo modo usòSallaza dalla Pedrada per onorar una signoracon la quale parlandopoi che l'ebbe laudataoltre le virtuose condizioniancor dibellezzaed essa rispostogli che non meritava tal laudeper essergià vecchiale disse:

«Signoraquello che di vecchioavetenon è altro che lo assimigliarvi agli angelichefurono le prime e piú antiche creature che mai formasse Dio».



LVX.

Molto serveno ancor cosí idetti giocosi per pungerecome i detti gravi per laudarelemetafore bene accomodatee massimamente se son risposte e se coluiche risponde persiste nella medesima metafora detta dall'altro. E diquesto modo fu risposto a messer Palla de' Strozziil qualeessendoforauscito di Fiorenza e mandandovi un suo per altri negoziglidisse quasi minacciando: «Dirai da mia parte a Cosimo de'Medici che la gallina cova». Il messo fece l'ambasciataimpostagli; e Cosimosenza pensarvisúbito gli rispose: «Etu da mia parte dirai a messer Palla che le galline mal possonocovar fuor del nido». Con una metafora laudò ancormesser Camillo Porcaro gentilmente il signor Marc'Antonio Colonna;il qualeavendo inteso che messer Camillo in una sua orazione avevacelebrato alcuni signori italiani famosi nell'arme etra gli altrid'esso aveva fatto onoratissima menzionedopo l'averlo ringraziato.gli disse: «Voimesser Camilloavete fatto degli amicivostri quello che de' suoi denari talor fanno alcuni mercatantiliquali quando si ritrovano aver qualche ducato falsoper spazzarlopongon quel solo tra molti boni ed in tal modo lo spendeno; cosívoiper onorarmibench'io poco vagliam'avete posto in compagniadi cosí virtuosi ed eccellenti signorich'io col merito loroforsi passerò per buono». Rispose allor messer Camillo:«Quelli che falsifican li ducati sogliono cosí bendorarliche all'occhio paiono molto piú belli che i boni;però se cosí si trovassero alchimisti d'ominicome sitrovano de' ducatiragion sarebbe suspettar che voi foste falsoessendocome sètedi molto piú bello e lucidometalloche alcun degli altri». Eccovi che questo loco ècommune all'una e l'altra sorte de' motti; e cosí sonomolt'altridei quali si potrebbon dare infiniti esempiemassimamente in detti gravi; come quello che disse il Gran Capitanoil qualeessendosi posto a tavola ed essendo già occupatitutti i lochivide che in piedi erano restati dui gentilominiitaliani i quali avean servito nella guerra molto bene; e súbitoesso medesimo si levò e fece levar tutti gli altri e far locoa que' doi e disse: «Lassate sentare a mangiar questi signoriche se essi non fossero statinoi altri non aremmo ora chemangiare». Disse ancor a Diego Garziache lo confortava alevarsi d'un loco pericolosodove batteva l'artigliaria:

«Dapoi che Dio non ha messo pauranell'animo vostronon la vogliate voi metter nel mio». E 'lre Luigiche oggi è re di Franciaessendoglipoco dapoiche fu creato redetto che allor era il tempo di castigar i suoinemiciche lo aveano tanto offeso mentre era duca d'Orliensrisposeche non toccava al re di Francia vendicar l'ingiurie fatte al ducad'Orliens.



LVXI.

Si morde ancora spesso facetamentecon una certa gravità senza indur riso:

come disse Gein Ottomannifratello delGran Turcoessendo pregione in Romache 'l giostrarecome noiusiamo in Italiagli parea troppo per scherzare e poco per far dadovero. E disseessendogli referito quanto il re Ferrando minorefosse agile e disposto della persona nel correresaltarevolteggiare e tai coseche nel suo paese i schiavi facevano questiesercizima i signori imparavano da fanciulli la liberalitàe di questa si laudavano.

Quasi ancora di tal manerama un pocopiú ridiculofu quello che disse l'arcivescovo di Fiorenzaal cardinale Alessandrinoche gli omini non hanno altro che larobbail corpo e l'anima: la robba è lor posta in travagliodai iurisconsultiil corpo dai medici e l'anima dai teologi -.Rispose allor il Magnifico Iuliano: - A questo giunger si potrebbequello che diceva Nicolettocioè che di raro si trova maiiurisconsulto che litighiné medico che pigli medicinanéteologo che sia bon cristiano -.



LVXII.

Rise messer Bernardopoi suggiunse:- Di questi sono infiniti esempidetti da gran signori ed ominigravissimi. Ma ridesi ancora spesso delle comparazionicome scrisseil nostro Pistoia a Serafino: «Rimanda il valigion chet'assimiglia»; chése ben vi ricordateSerafinos'assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che sidilettano di comparar omini e donne a cavallia caniad uccelli espesso a cassea scannia carria candeglieri; il che talor hagraziatalor è freddissimo. Però in questo bisognaconsiderare il locoil tempole persone e l'altre cose che giàtante volte avemo detto -. Allor il signor Gaspar Pallavicino: -Piacevole comparazione- disse- fu quella che fece il signorGiovanni Gonzaga nostrodi Alessandro Magno al signor Alessandrosuo figliolo. - Io non lo so - rispose messer Bernardo. Disse ilsignor Gasparo: - Giocava il signor Giovanni a tre dadi ecome èsua usanzaaveva perduto molti ducati e tuttavia perdea; ed ilsignor Alessandro suo figlioloil qualeancor che sia fanciullonon gioca men volentieri che 'l padrestava con molta attenzionemirandoloe parea tutto tristo. Il Conte di Pianellache con moltialtri gentilomini era presentedisse: «Eccovisignoreche 'lsignor Alessandro sta mal contento della vostra perdita e si struggeaspettando pur che vinciateper aver qualche cosa di vinta; peròcavatilo di questa angoniae prima che perdiate il resto donateglialmen un ducatoacciò che esso ancor possa andare a giocareco' suoi compagni». Disse allor il signor Giovanni: «Voiv'ingannateperché Alessandro non pensa a cosí piccolcosa; macome si scrive che Alessandro Magnomentre che erafanciullointendendo che Filippo suo padre avea vinto una granbattaglia ed acquistato un certo regnocominciò a piangereed essendogli domandato perché piangeva risposeperchédubitava che suo padre vincerebbe tanto paeseche non lassarebbeche vincere a lui; cosí ora Alessandro mio figliolo si dole esta per pianger vedendo ch'io suo padre perdoperché dubitach'io perda tantoche non lassi che perder a lui» -.



LVXIII.

E quivi essendosi riso alquantosuggiunse messer Bernardo: - E' ancora da fuggire che 'l motteggiarnon sia impio; ché la cosa passa poi al voler esser argutonel biastemmare e studiare di trovare in ciò novi modi; ondedi quello che l'omo merita non solamente biasimoma grave castigopar che ne cerchi gloria; il che è cosa abominevole; e peròquesti taliche voglion mostrar di esser faceti con poca reverenziadi Diomeritano esser cacciati dal consorzio d'ogni gentilomo. Némeno quelli che son osceni e sporchi nel parlare e che in presenziadi donne non hanno rispetto alcunoe pare che non piglino altropiacer che di farle arrossire di vergognae sopra di questo vannocercando motti ed arguzie. Come quest'anno in Ferrara ad un convitoin presenzia di molte gentildonne ritrovandosi un Fiorentino ed unSanesei quali per lo piúcome sapetesono nemicidisseil Sanese per mordere il Fiorentino: «Noi abbiam maritatoSiena allo Imperatore ed avemogli dato Fiorenza in dota»; equesto disseperché di que' dí s'era ragionato ch'eSanesi avean dato una certa quantità di denari allo Imperatoreed esso aveva tolto la lor protezione. Rispose súbito ilFiorentino: «Siena sarà la prima cavalcata (allafranzesema disse il vocabulo italiano); poi la dote si litigheràa bell'aggio». Vedete che il motto fu ingenioso maper esserin presenzia di donnediventò osceno e non conveniente -.



LXIX.

Allora il signor Gaspar Pallavicino- Le donne- dissenon hanno piacere di sentir ragionar d'altro; evoi volete levarglielo. Ed io per me sonomi trovato ad arrossirmi divergogna per parole dettemi da donnemolto piú spesso che daomini. - Di queste tai donne non parlo io- disse messer Bernardo; -ma di quelle virtuoseche meritano riverenzia ed onore da ognigentilomo -. Disse il signor Gasparo: - Bisogneria ritrovare unasottil regola per cognoscerleperché il piú dellevolte quelle che sono in apparenzia le migliori in effetto sono ilcontrario -. Allor messer Bernardo ridendo disse: - Se qui presentenon fosse il signor Magnifico nostroil quale in ogni loco èallegato per protettor delle donneio pigliarei l'impresa dirispondervi; ma non voglio far ingiuria a lui -. Quiv gnora Emiliapur ridendodisse: - Le donne non hanno bisogno di diffensorealcuno contra accusatore di cosí poca autorità; peròlasciate pur il signor Gasparo in questa perversa opinionee natapiú presto dal suo non aver mai trovato donna che l'abbiavoluto vedereche da mancamento alcuno delle donne; e seguitate voiil ragionamento delle facezie -.



LXX.

Allora messer Bernardo- Veramentesignora- disse- omai parmi aver detto de' molti lochi onde cavarsi possono motti argutii quali poi hanno tanto piú graziaquanto sono accompagnati da una bella narrazione. Pur ancormolt'altri si potrian dire; come quandoo per accrescere o perminuiresi dicon cose che eccedeno incredibilmente laverisimilitudine; e di questa sorte fu quella che disse Mario daVolterra d'un prelatoche si tenea tanto grand'omoche quando eglientrava in san Pietro s'abbassava per non dare della testanell'architravo della porta. Disse ancora il Magnifico nostro quiche Golpino suo servitore era tanto magro e seccoche una mattinasoffiando sott'il foco per accenderloera stato portato dal fumo super lo camino insino alla cima; ed essendosi per sorte traversato aduna di quelle finestretteaveva aúto tanto di venturachenon era volato via insieme con esso. Disse ancor messer AugustinoBevazzano che uno avaroil quale non aveva voluto vendere il granomentre che era carovedendo che poi s'era molto avvilitoperdisperazione s'impiccò ad un trave della sua camera; edavendo un servitor suo sentito il strepitocorse e vide il patronimpiccatoe prestamente tagliò la fune e cosíliberollo dalla morte; da poi l'avarotornato in sévolseche quel servitor gli pagasse la sua fune che tagliata gli avea. Diquesta sorte pare ancor che sia quello che disse Lorenzo de' Mediciad un buffon freddo: «Non mi faresti riderese misolleticasti».

E medesimamente rispose ad un altroscioccoil quale una mattina l'avea trovato in letto molto tardiegli rimproverava il dormir tantodicendogli:

«Io a quest'ora son stato inMercato Novo e Vecchiopoi fuor della Porta a san Gallointornoalle mura a far esercizio ed ho fatto mill'altre cose; e voi ancordormite?» Disse allora Lorenzo: «Piú vale quelloche ho sognato in un'ora ioche quello che avete fatto in quattrovoi».



LXXI.

E' ancor belloquando con unarisposta l'omo riprende quello che par che riprendere non voglia.Come il marchese Federico di Mantuapadre della signora Duchessanostraessendo a tavola con molti gentilominiun d'essidapoi cheebbe mangiato tutto un minestrodisse: «Signor Marcheseperdonatimi»; e cosí dettocominciò a sorbirequel brodo che gli era avanzato. Allora il Marchese súbitodisse: «Domanda pur perdono ai porciché a me non faitu ingiuria alcuna». Disse ancora messer Nicolò Leonicoper tassar un tiranno ch'avea falsamente fama di liberale: «Pensatequanta liberalità regna in costuiche non solamente dona larobba suama ancor l'altrui».



LXXII.

Assai gentil modo di facezie èancor quello che consiste in una certa dissimulazionequando sidice una cosa e tacitamente se ne intende un'altra; non dico giàdi quella manera totalmente contrariacome se ad un nano si dicessegigantee ad un negrobianco; o veroad un bruttissimobellissimoperché son troppo manifeste contrarietàbenché queste ancor alcuna volta fanno ridere; ma quando conun parlar severo e grave giocando si dice piacevolmente quello chenon s'ha in animo. Come dicendo un gentilomo una espressa bugia amesser Augustin Foglietta ed affermandola con efficaciaperchégli parea pur che esso assai difficilmente la credessedisse inultimo messer Augustino: «Gentilomose mai spero aver piacerda voifatemi tanta grazia che siate contentoch'io non creda cosache voi dicate». Replicando pur costuie con sacramentoesser la veritàin fine disse: «Poiché voi purcosí voleteio lo crederò per amor vostroperchéin vero io farei ancor maggior cosa per voi». Quasi di questasorte disse don Giovanni di Cardona d'uno che si voleva partir diRoma: «Al parer mio costui pensa male; perché ètanto sceleratoche stando in Roma ancor col tempo poria essercardinale». Di questa sorte è ancor quello che disseAlfonso Santa Croce; il qualavendo avuto poco prima alcunioltraggi dal Cardinale di Paviae passeggiando fuor di Bologna conalcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustiziaevedendovi un omo poco prima impiccatose gli rivoltò con uncerto aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentí:«Beato tuche non hai che fare col Cardinale di Pavia!»


LXXIII.

E questa sorte di facezie che tienedell'ironico pare molto conveniente ad omini grandiperché ègrave e salsa e possi usare nelle cose giocose ed ancor nellesevere. Però molti antichie dei piú estimatil'hannousatacome CatoneScipione Affricano minore; ma sopra tutti inquesta dicesi esser stato eccellente Socrate filosofoed a' nostritempi il re Alfonso Primo d'Aragona; il quale essendo una mattinaper mangiarelevossi molte preciose anella che nelli diti avea pernon bagnarle nello lavar delle mani e cosí le diede a quelloche prima gli occorsequasi senza mirar chi fusse. Quel servitorepensò che 'l re non avesse posto cura a cui date l'avesse echeper i pensieri di maggior importanziafacil cosa fosse che intutto se lo scordasse; ed in questo piú si confirmòvedendo che 'l re piú non le ridomandava; e stando giorni esettimane e mesi senza sentirne mai parolasi pensò di certoesser sicuro. E cosí essendo vicino all'anno che questo gliera occorsoun'altra mattinapur quando il re voleva mangiaresirappresentòe porse la mano per pigliar le anella; allora ilreaccostatosegli all'orecchiogli disse: «Bastinti leprimeché queste saran bone per un altro». Vedete comeil motto è salsoingenioso e grave e degno veramente dellamagnanimità d'uno Alessandro.



LXXIV.

Simile a questa maniera che tendeall'ironico è ancora un altro modoquando con oneste parolesi nomina una cosa viciosa. Come disse il Gran Capitano ad un suogentilomoil quale dopo la giornata della Cirignolae quando lecose già erano in securogli venne incontro armato riccamentequanto dir si possacome apparechiato di combattere; ed allor ilGran Capitanorivolto a don Ugo di Cardonadisse: «Nonabbiate ormai piú paura di tormento di mareché santoErmo è comparito»; e con quella onesta parola lo punseperché sapete che santo Ermo sempre ai marinari appar dopo latempesta e dà segno di tranquillità; e cosívolse dire il Gran Capitano cheessendo comparito questo gentilomoera segno che il pericolo già era in tutto passato. Essendoancora il signor Ottaviano Ubaldino a Fiorenza in compagnia d'alcunicittadini di molta autoritàe ragionando di soldatiun diquei gli addimandò se conosceva Antonello da Forlíilqual allor s'era fuggito dal stato di Fiorenza.

Rispose il signor Ottaviano: «Ionon lo conosco altrimentima sempre l'ho sentito ricordare per unsollicito soldato»; disse allor un altro Fiorentino:

«Vedete come egli èsollicitoche si parte prima che domandi licenzia».



LXVX.

Arguti motti son ancor quelliquandodel parlar proprio del compagno l'omo cava quello che esso nonvorria; e di tal modo intendo che rispose il signor Duca nostro aquel castellano che perdé San Leo quando questo stato futolto da papa Alessandro e dato al duca Valentino; e fuche essendoil signor Duca in Venezia in quel tempo ch'io ho dettovenivano dicontinuo molti de' suoi sudditi a dargli secretamente notizia comepassavan le cose del stato; e fra gli altri vennevi ancor questocastellanoil qualedopo l'aversi escusato il meglio che seppedando la colpa alla sua disgraziadisse: «Signornondubitateché ancor mi basta l'animo di far di modoche sipotrà ricuperar San Leo». Allor rispose el signor Duca:«Non ti affaticar piú in questo; ché giàil perderlo è stato un far di modoche 'l si possaricuperare». Son alcun'altri detti quando un omoconosciutoper ingeniosodice una cosa che par che proceda da sciocchezza.Come l'altro giorno disse messer Camillo Palleotto d'uno: «Questopazzosúbito che ha cominciato ad arricchires'èmorto». E' simile a questo modo una certa dissimulazion salsaed acutaquando un omocome ho dettoprudentemostra non intenderquello che intende. Come disse il marchese Federico de Mantuailqualeessendo stimulato da un fastidiosoche si lamentava chealcuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della suacolombara e tuttavia in mano ne tenea uno impiccato per un pièinsieme col laccioche cosí morto trovato l'avevaglirispose che si provederia. Il fastidioso non solamente una volta mamolte replicando questo suo dannocol mostrar sempre il colombocosí impiccatodicea pur: «E che vi parSignorchefar si debba di questa cosa?» Il Marchese in ultimo«Ame par» disse«che per niente quel colombo non siasepellito in chiesaperché essendosi impiccato da se stessoè da credere che fosse disperato». Quasi di tal modo fuquel di Scipione Nasica ad Ennio; chéessendo andatoScipione a casa d'Ennio per parlarglie chiamandol giú dallastradauna sua fante gli rispose che egli non era in casa: eScipione udí manifestamente che Ennio proprio avea detto allafante che dicesse ch'egli non era in casa: cosí si partí.Non molto appresso venne Ennio a casa di Scipione e purmedesimamente lo chiamava stando da basso; a cui Scipione ad altavoce esso medesimo rispose che non era in casa. Allora Ennio«Come?non conosco io»rispose«la voce tua?» DisseScipione: «Tu sei troppo discortese; l'altro giorno iocredetti alla fante tua che tu non fossi in casa e ora tu nol vòicredere a me stesso».



LXVXI.

E' ancor belloquando uno vien morsoin quella medesima cosa che esso prima ha morso il compagno; comeessendo Alonso Carillo alla corte di Spagna ed avendo commessoalcuni errori giovenili e non di molta importanziaper comandamentodel re fu posto in prigione e quivi lasciato una notte. Il díseguente ne fu trattoe cosívenendo a palazzo la mattinagiunse nella sala dove eran molti cavalieri e dame; e ridendosi diquesta sua prigioniadisse la signora Boadilla: «SignorAlonsoa me molto pesava di questa vostra disavventuraperchétutti quelli che vi conoscono pensavan che 'l re dovesse farviimpiccare». Allora Alonso súbito«Signora»disse«io ancor ebbi gran paura di questo; pur aveva speranzache voi mi dimandaste per marito». Vedete come questo èacuto ed ingenioso; perché in Spagnacome ancor in moltialtri lochiusanza è che quando si mena uno alle forcheseuna meretrice publica l'addimanda per maritodonasegli la vita. Diquesto modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoidomesticii qualiper farlo diretassavano in presenzia sua unatavola che egli avea fattadove erano san Pietro e san Paulodicendo che quelle due figure eran troppo rosse nel viso.

Allora Rafaello súbito disse:«Signorinon vi maravigliate; ché io questi ho fatto asommo studioperché è da credere che san Pietro e sanPaulo sianocome qui gli vedeteancor in cielo cosí rossiper vergogna che la Chiesa sua sia governata da tali omini comesiete voi».



LXVXII.

Sono ancor arguti quei motti chehanno in sé una certa nascosa suspizion di riderecomelamentandosi un marito molto e piangendo sua moglieche da sestessa s'era ad un fico impiccataun altro se gli accostò etiratolo per la vestedisse: «Fratellopotrei io per graziagrandissima aver un rametto de quel ficoper inserire in qualchealbero dell'orto mio?» Son alcuni altri motti pazienti e dettilentamente con una certa gravità; comeportando un contadinouna cassa in spallaurtò Catone con essapoi disse:«Guarda».

Rispose Catone: «Hai tu altro inspalla che quella cassa?» Ridesi ancor quando un omoavendofatto un erroreper remediarlo dice una cosa a sommo studiochepar scioccae pur tende a quel fine che esso disegnae con quellas'aiuta. Come a questi díin consiglio di Fiorenzaritrovandosi doi nemicicome spesso interviene in queste republicel'uno d'essiil quale era di casa Altovitidormiva; e quello chegli sedeva vicinoper riderebenché 'l suo avversariocheera di casa Alamanninon parlasse né avesse parlatotoccandolo col cubito lo risvegliò e disse: «Non odi tuciò che il tale dice?

rispondiché gli Signoridimandano del parer tuo». Allora l'Altovititutto sonnachiosoe senza pensar altrosi levò in piedi e disse: «Signoriio dico tutto il contrario di quello che ha detto l'Alamanni».Rispose l'Alamanni: «Ohio non ho detto nulla». Súbitodisse l'Altoviti: «Di quello che tu dirai». Disse ancordi questo modo maestro Serafinomedico vostro urbinatead uncontadinoil qualavendo avuta una gran percossa in un occhiodisorte che in vero glielo avea cavatodeliberò pur d'andar perrimedio a maestro Serafino; ed essovedendolobenchéconoscesse esser impossibile il guarirloper cavargli denari dellemanicome quella percossa gli avea cavato l'occhio della testaglipromise largamente di guarirlo; e cosí ogni dí gliaddimandava denariaffermando che fra cinque o sei dícominciaria a riaver la vista. Il pover contadino gli dava quel pocoche aveva; purvedendo che la cosa andava in lungocominciòa dolersi del medico e dir che non sentiva miglioramento alcunonédiscernea con quello occhio piú che se non l'avesse aútoin capo. In ultimovedendo maestro Serafino che poco piúpotea trargli di manodisse: «Fratello miobisogna averpacienzia: tu hai perduto l'occhioné piú v'èrimedio alcuno; e Dio voglia che tu non perdi anco quell'altro».Udendo questoil contadino si mise a piangere e dolersi forte edisse: «Maestrovoi m'avete assassinato e rubato i mieidenari; io mi lamentarò al signor Duca»; e facea imaggior stridi del mondo. Allora maestro Serafino in collera e persvilupparsi«Ah villan traditor»disse«dunquetu ancor vorresti avere dui occhicome hanno i cittadini e gli ominida bene?

vattene in malora»: e questeparole accompagnò con tanta furiache quel povero contadinospaventato si tacque e cheto cheto se n'andò con Diocredendosi d'aver il torto.



LXVXIII.

E' ancor bello quando si dechiara unacosa o si interpreta giocosamente.

Come alla corte di Spagna comparendouna mattina a palazzo un cavalieroil quale era bruttissimoe lamoglieche era bellissimal'uno e l'altro vestiti di damascobiancodisse la Reina ad Alonso Carillo: «Che vi parAlonsodi questi dui?» «Signora»rispose Alonso«parmiche questa sia la dama e questo lo asco»che vol dir schifo.Vedendo ancor Rafaello de' Pazzi una lettra del Priore di Messinache egli scriveva ad una sua signorail soprascritto della qualdicea: Esta carta s'ha de dar a quien causa mi penar«Parmi»disse«Che questa lettera vada a Paolo Tolosa».

Pensate come risero i circunstantiperché ognuno sapea che Paolo Tolosa aveva prestato al Priordieci mila ducati; ed essoper esser gran spenditornon trovavamodo di rendergli. A questo è simile quando si dà unaammonizion famigliare in forma di consigliopur dissimulatamente.Come disse Cosimo de' Medici ad un suo amicoil qual era assairiccoma di non molto saperee per mezzo pur di Cosimo avevaottenuto un officio fuor di Firenze; e dimandando costui nel partirsuo a Cosimoche modo gli parea che egli avesse a tenere pergovernarsi bene in questo suo officioCosimo gli rispose: «Vestidi rosatoe parla poco». Di questa sorte fu quello che disseil conte Ludovico ad uno che volea passar incognito per un certoloco pericoloso e non sapea come travestirsi; ed essendone il Conteaddimandatorispose: «Véstiti da dottoreo di qualchealtro abito da savio». Disse ancor Giannotto de' Pazzi ad unche volea far un saio d'arme dei piú diversi colori chesapesse trovare: «Piglia parole ed opre del Cardinale diPavia».



LXXIX.

Ridesi ancor d'alcune cosediscrepanti; come disse uno l'altro giorno a messer Antonio Rizzod'un certo Forlivese: «Pensate s'è pazzoche ha nomeBartolomeo». Ed un altro: «Tu cerchi un maestro Stallaenon hai cavalli»; ed«A costui non manca peròaltro che la robba e 'l cervello». E d'alcun'altre che paionconsentanee; comea questi díessendo stato suspizione cheuno amico nostro avesse fatto fare una renunzia falsa d'unbeneficioessendo poi malato un altro pretedisse Antonio Torello aquel tale: «Che stai tu a farche non mandi per quel tuonotaroe vedi di carpir quest'altro beneficio?» Medesimamented'alcune che non sono consentanee; come l'altro giorno avendo ilPapa mandato per messer Giovan Luca da Pontremolo e per messerDomenico dalla Portai qualicome sapeteson tutti dui gobbiefattogli Auditoridicendo voler indrizzare la Rotadisse messerLatin Iuvenale: «Nostro Signore s'ingannavolendo con duitorti indrizzar la Rota».



LXXX.

Ridesi ancor spesso quando l'omoconcede quello che se gli diceed ancor piúma mostraintenderlo altramente. Comeessendo il capitan Peralta giàcondutto in campo per combattere con Aldana e domandando il capitanMolartche era patrino d'Aldanaa Peralta il sacramentos'aveaaddosso brevi o incanti che lo guardassero da esser feritoPeraltagiurò che non avea addosso né brevi né incantiné reliquie né devozione alcuna in che avesse fede.Allor Molartper pungerlo che fosse maranodisse «Non viaffaticate in questoché senza giurare credo che non abbiatefede né anco in Cristo». E' ancor bello usar lemetafore a tempo in tai propositi; come il nostro maestro MarcoAntonioche disse a Botton da Cesenache lo stimulava con parole:

«BottonBottonetu sarai un díil bottone e 'l capestro sarà la fenestrella». Edavendo ancor maestro Marco Antonio composto una molto lunga comediae di varii attidisse il medesimo Botton pur a maestroMarc'Antonio: «A far la vostra comedia bisogneranno per loapparato quanti legni sono in Schiavonia»; rispose maestroMarc'Antonio: «E per l'apparato della tua tragedia basterantre solamente».



LXXXI.

Spesso si dice ancor una parolanella quale è una nascosta significazione lontana da quelloche par che dir si voglia. Come il signor Prefetto quisentendoragionare d'un capitanoil quale in vero a' suoi dí il piúdelle volte ha perdutoe allor pur per avventura avea vinto; edicendo colui che ragionavache nella entrata che egli avea fattain quella terra s'era vestito un bellissimo saio di velluto cremosíil qual portava sempre dopo le vittoriedisse il signor Prefetto:«Dee esser novo». Non meno induce il risoquando talorsi risponde a quello che non ha detto colui con cui si parlao versi mostra creder che abbia fatto quello che non ha fattoe doveafare.

Come Andrea Cosciaessendo andato avisitare un gentilomoil quale discortesemente lo lasciava stare inpiedied esso sedeadisse: «Poiché vostra Signoria melo commandaper obedire io sederò»; e cosí sipose a sedere.



LXXXII.

Ridesi ancor quando l'omo con bonagrazia accusa se stesso di qualche errore; come l'altro giornodicendo io al capellan del signor Ducache Monsignor mio avea uncapellano che dicea messa piú presto di luimi rispose: «Nonè possibile»; ed accostatomisi all'orecchiodisse:«Sapiate ch'io non dico un terzo delle secrete». BiaginCrivello ancoressendo stato morto un prete a Milanodomandòil beneficio al Ducail qual pur stava in opinion di darlo ad unaltro. Biagin in ultimovedendo che altra ragione non gli valea«Ecome?» disse; «s'io ho fatto ammazzar il preteperchénon mi volete voi dar il beneficio?» Ha grazia ancor spessodesiderare quelle cose che non possono essere; come l'altro giornoun de' nostrivedendo questi signori che tutti giocavano d'arme edesso stava colcato sopra un lettodisse: «Oh come mipiaceriache ancor questo fosse esercizio da valente omo e bonsoldato!» E' ancor bel modo e salso di parlaree massimamentein persone gravi e d'autoritàrispondere al contrario diquello che vorria colui con chi si parlama lentamentee quasi conuna certa considerazione dubbiosa e suspesa.

Come già il re Alfonso primod'Aragonaavendo donato ad un suo servitore armecavalli evestimentiperché gli avea detto che la notte avanti sognavache sua Altezza gli dava tutte quelle cose; e non molto poidicendogli pur il medesimo servitoreche ancor quella notte aveasognato che gli dava una bona quantità di fiorin d'oroglirispose: «Non crediate da mo inanzi ai sogniché nonsono veritevoli». Di questa sorte rispose ancor il Papa alVescovo di Cerviail qualper tentar la voluntà suaglidisse: «Padre Santoper tutta Roma e per lo palazzo ancora sidice che vostra Santità mi fa governatore». Allor ilPapa«Lasciategli dire»rispose«ché sonribaldi; non dubitateche non è vero niente».



LXXXIII.

Potrei forsi ancorsignoriraccórremolti altri lochidonde si cavano motti ridiculi; come le cosedette con timiditàcon maravigliacon minacce for d'ordinecon troppo collera; oltra di questocerti casi novicheintervenuti inducono il riso; talor la taciturnitàcon unacerta maraviglia; talor il medesimo ridere senza proposito; ma a mepare ormai aver detto a bastanzaperché le facezie checonsistono nelle parole credo che non escano di que' termini di chenoi avemo ragionato. Quelle poi che sono nell'effettoavvenga cheabbian infinite partipur si riducono a pochi capi; ma nell'una enell'altra sorte la principal cosa è lo ingannar la opinionee rispondere altramente che quello che aspetta l'auditore; ed èforzase la facezia ha d'aver graziasia condita di quelloingannoo dissimulare o beffare o riprendere o comparareo qualaltro modo voglia usar l'omo. E benché le facezie inducanotutte a riderefanno però ancor in questo ridere diversieffetti; perché alcune hanno in sé una certa eleganziae piacevolezza modestaaltre pungono talor copertamentetalorpublicoaltre hanno del lascivettoaltre fanno ridere súbitoche s'odonoaltre quanto piú vi si pensaaltre col risofanno ancor arrossirealtre inducono un poco d'ira; ma in tutti imodi s'ha da considerar la disposizion degli animi degli auditoriperché agli afflitti spesso i giochi dànno maggiorafflizione; e sono alcune infirmità chequanto piú visi adopra medicinatanto piú si incrudiscono. Avendo adunqueil cortegiano nel motteggiare e dir piacevolezze rispetto al tempoalle personeal grado suo e di non esser in ciò troppofrequente (ché in vero dà fastidiotutto il giornointutti i ragionamenti e senza propositostar sempre su questo)potrà esser chiamato faceto; guardando ancor di non essertanto acerbo e mordaceche si faccia conoscer per malignopungendosenza causa o ver con odio manifesto; o ver persone troppo potentiche è imprudenzia; o ver troppo misereche ècrudeltà; o ver troppo scelerateche è vanità;o ver dicendo cose che offendan quelli che esso non vorriaoffendereche è ignoranzia; perché si trovano alcuniche si credono esser obligati a dir e punger senza rispetto ognivolta che possonovada pur poi la cosa come vole. E tra questi talison quelliche per dire una parola argutamentenon guardan dimacular l'onor d'una nobil donna; il che è malissima cosa edegna di gravissimo castigoperché in questo caso le donnesono nel numero dei miserie però non meritano in ciòessere morduteché non hanno arme da diffendersi. Maoltre aquesti rispettibisogna che colui che ha da esser piacevole efacetosia formato d'una certa natura atta a tutte le sorti dipiacevolezze ed a quelle accommodi li costumii gesti e 'l volto;il quale quant'è piú grave e severo e saldotanto piúfa le cose che son dette parer salse ed argute.



LXXXIV.

Ma voimesser Federicoche pensastedi riposarvi sotto questo sfogliato albero e nei mei secchiragionamenticredo che ne siate pentito e vi paia esser entratonell'ostaria di Montefiore; però ben sarà chea guisadi pratico corrieriper fuggir un tristo albergovi leviate unpoco piú per tempo che l'ordinario e seguitiate il caminvostro. - Anzi- rispose messer Federico- a cosí bonalbergo sono io venutoche penso di starvi piú che prima nonaveva deliberato; però riposerommi pur ancor fin a tanto chevoi diate fine a tutto 'l ragionamento propostodel quale avetelasciato una parte che al principio nominasteche son le «burle»;e di ciò non è bono che questa compagnia siadefraudata da voi. Ma sí come circa le facezie ci aveteinsegnato molte belle cose e fattoci audaci nello usarleper esempiodi tanti singulari ingegni e grandi ominie príncipi e re epapicredo medesimamente che nelle burle ci darete tanto ardimentoche pigliaremo segurtà di metterne in opera qualcuna ancorcontra di voi -. Allor messer Bernardo ridendo- Voi non sarete-dissei primi; ma forse non vi verrà fattoperchéormai tante n'ho ricevuteche mi guardo da ogni cosacome i canichescottati dall'acqua caldahanno paura della fredda. Purpoiché di questo ancor volete ch'io dicapenso potermeneespedir con poche parole.



LXXVX.

E' parmi che la burla non sia altroche un inganno amichevole di cose che non offendanoo almen poco; esí come nelle facezie il dir contra l'aspettazionecosínelle burle il far contra l'aspettazione induce il riso. E questetanto piú piacciono e sono laudate quanto piú hannodello ingenioso e modesto; perché chi vol burlar senzarispetto spesso offende e poi ne nascono disordini e graviinimicizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle son quasi imedesimi delle facezie. Peròper non replicarglidicosolamente che di due sorti burle si trovanociascuna delle quali inpiú parti poi divider si poria. L'una èquandos'inganna ingeniosamente con bel modo e piacevolezza chi si sia;l'altraquando si tende quasi una rete e mostra un poco d'escatalché l'omo corre ad ingannarsi da se stesso. Il primo modo ètalequale fu la burla che a questi dí due gran signorech'io non voglio nominareebbero per mezzo d'un Spagnolo chiamatoCastiglio -. Allora la signora Duchessa- E perché- disse- non le volete voi nominare? - Rispose messer Bernardo: - Nonvorrei che lo avessero a male -. Replicò la signora Duchessaridendo: - Non si disconvien talor usare le burle ancor coi gransignori; ed io già ho udito molte esserne state fatte al ducaFedericoal re Alfonso d'Aragonaalla reina donna Isabella diSpagna ed a molti altri gran príncipi; ed essi non solamentenon lo aver avuto a malema aver premiato largamente i burlatori -.Rispose messer Bernardo: - Né ancor con questa speranza lenominarò io. - Dite come vi piace- suggiunse la signoraDuchessa. Allor seguitò messer Bernardo e disse: - Pochi dísono che nella corte di chi io intendo capitò un contadinbergamasco per servizio di un gentilom cortegianoil qual fu tantoben divisato di panni ed acconcio cosí attillatamente cheavvenga che fosse usato solamente a guardar buoiné sapessefar altro mestieroda chi non l'avesse sentito ragionare sariastato tenuto per un galante cavaliero; e cosí essendo detto aquelle due signore che quivi era capitato un Spagnolo servitore delcardinale Borgia che si chiamava Castiglioingeniosissimomusicodanzatoreballatore e piú accorto cortegiano che fosse intutta Spagnavennero in estremo desiderio di parlarglie súbitomandarono per esso; e dopo le onorevoli accoglienzelo fecerosedere e cominciarono a parlargli con grandissimo riguardo inpresenzia d'ognuno; e pochi eran di quelli che si trovavanopresentiche non sapessero che costui era un vaccaro bergamasco.Peròvedendosi che quelle signore l'intertenevano con tantorispetto e tanto l'onoravanofurono le risa grandissime; tanto piúche 'l bon omo sempre parlava del suo nativo parlare zaffibergamasco. Ma quei gentilomini che faceano la burla aveano primadetto a queste signore che costuitra l'altre coseera granburlatoree parlava eccellentemente tutte le linguee massimamentelombardo contadino; di sorte che sempre estimarono che fingesse; espesso si voltavano l'una all'altra con certe maraviglie e diceano:«Udite gran cosacome contrafà questa lingua!»In sommatanto durò questo ragionamentoche ad ognunodoleano gli fianchi per le risa; e fu forza che esso medesimo dessetanti contrasegni della sua nobilitàche pur in ultimoqueste signorema con gran faticacredettero che 'l fusse quelloche egli era.



LXXVXI.

Di questa sorte burle ogni díveggiamo; ma tra l'altre quelle son piacevoliche al principiospaventano e poi riescono in cosa sicuraperché il medesimoburlato si ride di se stessovedendosi aver avuto paura di niente.Come essendo io una notte alloggiato in Pagliaintervenne che nellamedesima ostaria ov'ero io erano ancor tre altri compagnidui daPistoial'altro da Pratoi quali dopo cena si miserocome spessosi faa giocare: cosí non v'andò molto che uno deidui Pistolesiperdendo il restorestò senza un quattrinodi modo che cominciò a desperarsi e maledire e biastemarefieramente; e cosí rinegando se n'andò a dormire. Glialtri duiavendo alquanto giocatodeliberarono fare una burla aquesto che era ito a letto.

Ondesentendo che esso giàdormivaspensero tutti i lumi e velarono il foco; poi si misero aparlar alto e far i maggiori romori del mondomostrando venire acontenzione del giocodicendo uno: «Tu hai tolto la carta disotto»; l'altro negandolocon dire: «E tu hai invitatosopra flusso; il gioco vadi a monte»; e cotai cosecon tantostrepitoche colui che dormiva si risvegliò; e sentendo checostoro giocavano e parlavano cosí come se vedessero lecarteun poco aperse gli occhie non vedendo lume alcuno incameradisse: «E che diavol farete voi tutta notte dicridare?» Poi súbito se rimise giúcome perdormire. I dui compagni non li diedero altrimenti rispostamaseguitarono l'ordine suo; di modo che costuimeglio risvegliatocominciò a maravigliarsie vedendo certo che ivi non era néfoco né splendor alcuno e che pur costoro giocavano econtendevanodisse: «E come potete voi veder le carte senzalume?» Rispose uno delli dui: «Tu dèi aver perdutola vista insieme con li danari; non vedi tuse qui abbiam duecandele?» Levossi quello che era in letto su le braccia equasi adirato disse: «O ch'io sono ebriaco o ciecoo voi ditele bugie». Li due levaronsi ed andarono a letto tentoniridendo e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro;ed esso pur replicava: «Io dico che non vi veggo». Inultimo li dui cominciarono a mostrare di maravigliarsi forte e l'unodisse all'altro: «Oimèparmi che 'l dica da dovero;da' qua quella candelae veggiamo se forse gli si fosse inturbidatala vista». Allor quel meschino tenne per fermo d'esserdiventato ciecoe piangendo dirottamente disse: «O fratellimeiio son cieco»; e súbito cominciò a chiamarla Nostra Donna di Loreto e pregarla che gli perdonasse le biastemmee le maledizioni che gli avea date per aver perduto i denari. I duicompagni pur lo confortavano e dicevano: «E' non èpossibile che tu non ci vegghi; egli è una fantasia che tut'hai posta in capo». «Oimè»replicaval'altro«che questa non è fantasiané vi veggoio altrimenti che se non avessi mai avuti occhi in testa». «Tuhai pur la vista chiara»rispondeano li dui e diceano l'unaltro: «Guarda come egli apre ben gli occhi e come gli habelli! e chi poria creder ch'ei non vedesse?» Il poverettotuttavia piangea piú forte e dimandava misericordia a Dio. Inultimo costoro gli dissero: «Fa' voto d'andare alla NostraDonna di Loreto devotamente scalzo ed ignudoché questo èil miglior rimedio che si possa avere; e noi fra tanto andaremo adAcqua Pendente e quest'altre terre vicine per veder di qualchemedicoe non ti mancaremo di cosa alcuna possibile».

Allora quel meschino súbitos'inginocchiò nel lettoe con infinite lacrime ed amarissimapenitenzia dello aver biastemato fece voto solenne d'andar ignudo aNostra Signora di Loreto ed offerirgli un paio d'occhi d'argento enon mangiar carne il mercorené ova il veneree digiunarpane ed acqua ogni sabbato ad onore di Nostra Signorase gliconcedeva grazia di ricuperar la vista. I dui compagnientrati inun'altra cameraaccesero un lume e se ne vennero con le maggiorrisa del mondo davanti a questo poveretto; il qualebenchéfosse libero di cosí grande affannocome potete pensarepurera tanto attonito della passata paurache non solamente non poteariderema né pur parlare; e li dui compagni non faceanoaltro che stimularlodicendo che era obligato a pagar tutti questivotiperché avea ottenuta la grazia domandata.



LXXVXII.

Dell'altra sorte di burlequandol'omo inganna se stessonon darò io altro esempiose nonquello che a me intervennenon è gran tempo: perché aquesto carneval passato Monsignor mio di San Pietro ad Vinculailqual sa come io mi piglio piacerquando son mascheradi burlarfratiavendo prima ben ordinato ciò che fare intendevavenne insieme un dí con Monsignor d'Aragona ed alcuni altricardinali a certe finestre in Banchimostrando voler star quivi aveder passar le mascherecome è usanza di Roma.

Ioessendo mascherapassaie vedendoun frate cosí da un canto che stava un poco suspesogiudicaiaver trovata la mia ventura e súbito gli corsi come unfamelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli eraedesso rispostomimostrai di conoscerlo e con molte parole cominciaiad indurlo a credere che 'l barigello l'andava cercando per alcunemale informazioni che di lui s'erano avutee confortarlo chevenisse meco insino alla cancelleriaché io quivi losalvarei. Il fratepauroso e tutto tremanteparea che non sapesseche si fare e dicea dubitarse si dilungava da San Celsod'esserpreso. Io pur facendogli bon animogli dissi tantoche mi montòdi groppaed allor a me parve d'aver a pien compíto il miodisegno; cosí súbito cominciai a rimettere il cavalloper Banchiil qual andava saltellando e traendo calci. Imaginate orvoi che bella vista facea un frate in groppa di una mascheracolvolare del mantello e scuotere il capo innanzi e 'ndietrochesempre parea che andasse per cadere. Con questo bel spettaculocominciarono que' signori a tirarci ova dalle finestrepoi tutti ibanchieri e quante persone v'erano; di modo che non con maggiorimpeto cadde dal cielo mai la grandinecome da quelle finestrecadeano l'ovale quali per la maggior parte sopra di me venivano;ed io per esser maschera non mi curavae pareami che quelle risafossero tutte per lo frate e non per me; e per questo piúvolte tornai innanzi e 'ndietro per Banchisempre con quella furiaalle spalle; benché il frate quasi piangendo mi pregava ch'iolo lassassi scenderee non facessi questa vergogna all'abito; poidi nascostoil ribaldo si facea dar ova ad alcuni staffieri postiquivi per questo effettoe mostrando tenermi stretto per non cadereme le schiacciava nel pettospesso in sul capoe talor in su lafronte medesima; tanto ch'io era tutto consumato. In ultimoquandoognuno era stanco e di ridere e di tirar ovami saltò digroppae callatosi indrieto lo scapularo mostrò una granzazzera e disse:

«Messer Bernardoio son unfamiglio di stalla di San Pietro ad Vincula e son quello che governail vostro muletto». Allor io non so qual maggiore avessi odolore o ira o vergogna; purper men malemi posi a fuggire versocasa e la mattina seguente non osava comparere; ma le risa di questaburla non solamente il dí seguentema quasi insino adessoson durate -.



LXXVXIII.

E cosí essendosi per loraccontarla alquanto rinovato il rideresuggiunse messer Bernardo:- E' ancor un modo di burlare assai piacevoleonde medesimamente sicavano faceziequando si mostra credere che l'omo voglia fare unacosache in vero non vol fare. Come essendo io in sul ponte diLeone una sera dopo cenae andando insieme con Cesare Beccadelloscherzandocominciammo l'un l'altro a pigliarsi alle bracciacomese lottare volessimo; e questo perché allor per sorte parcache in su quel ponte non fusse persona; e stando cosísopragiunsero dui Franzesi i qualivedendo questo nostro debattodimandarono che cosa era e fermaronsi per volerci spartireconopinion che noi facessimo questione da dovero. Allor io tosto«Aiutatemi»dissi«signoriché questopovero gentilomo a certi tempi di luna ha mancamento di cervello; edecco che adesso si vorria pur gittar dal ponte nel fiume».Allora quei dui corseroe meco presero Cesare e tenevanlostrettissimo; ed essosempre dicendomi ch'io era pazzomettea piúforza per svilupparsi loro dalle mani e costoro tanto piú lostringevano; di sorte che la brigata cominciò a vedere questotumulto ed ognun corse; e quanto piú il bon Cesare batteadelle mani e piediché già cominciava entrare incolleratanto piú gente sopragiungeva; e per la forza grandeche esso mettevaestimavano fermamente che volesse saltar nelfiumee per questo lo stringevan piú; di modo che una granbrigata d'omini lo portarono di peso all'osteriatutto scarmigliatoe senza berrettapallido dalla collera e dalla vergogna; chénon gli valse mai cosa che dicessetra perché quei Franzesinon lo intendevanotra perché io ancor conducendogliall'osteria sempre andava dolendomi della disavventura delpoverettoche fosse cosí impazzito.



LXXXIX.

Orcome avemo dettodelle burle siporia parlar largamente; ma basti il replicare che i lochi onde sicavano sono i medesimi delle facezie. Degli esempi poi n'avemoinfinitiché ogni dí ne veggiamo; e tra gli altrimolti piacevoli ne sono nelle novelle del Boccacciocome quelle chefaceano Bruno e Buffalmacco al suo Calandrino ed a maestro Simoneemolte altre di donneche veramente sono ingeniose e belle. Moltiomini piacevoli di questa sorte ricordomi ancor aver conosciuti a'mei díe tra gli altri in Padoa uno scolar sicilianochiamato Ponzio; il qual vedendo una volta un contadino che aveva unparo di grossi caponifingendo volergli comperare fece mercato conesso e disse che andasse a casa secochéoltre al prezzogli darebbe da far colazione; e cosí lo condusse in partedove era un campanileil quale è diviso dalla chiesatantoche andar vi si po d'intorno; e proprio ad una delle quattro faccedel campanile rispondeva una stradetta piccola. Quivi Ponzioavendoprima pensato ciò che far intendevadisse al contadino: «Ioho giocato questi caponi con un mio compagnoil qual dice chequesta torre circunda ben quaranta piedied io dico di no; e apunto allora quand'io ti trovai aveva comperato questo spago permisurarla; peròprima che andiamo a casavoglio chiarirmichi di noi abbia vinto»; e cosí dicendo trassesi dallamanica quel spago e diello da un capo in mano al contadino e disse:«Da' qua»; e tolse i caponi e prese il spago dall'altrocapo; ecome misurar volessecominciò a circundar la torreavendo prima fatto affermar il contadinoe tener il spago dallaparte che era opposta a quella faccia che rispondeva nellastradetta; alla quale come esso fu giuntocosí ficcòun chiodo nel muroa cui annodò il spago; e lasciatolo intal modocheto cheto se n'andò per quella stradetta coicaponi. Il contadino per bon spazio stette fermoaspettando pur checolui finisse di misurare; in ultimopoi che piú volte ebbedetto: «Che fate voi tanto?»volse vederee trovòche quello che tenea lo spago non era Ponzioma era un chiodo fittonel muroil qual solo gli restò per pagamento dei caponi. Diquesta sorte fece Ponzio infinite burle.

Molti altri sono ancora stati ominipiacevoli di tal maneracome il Gonellail Meliolo in que' tempied ora il nostro frate Mariano e frate Serafino quie molti chetutti conoscete. Ed in vero questo modo è lodevole in ominiche non facciano altra professione; ma le burle del cortegiano parche si debbano allontanar un poco piú dalla scurilità.Deesi ancora guardar che le burle non passino alla barraria comevedemo molti mali omini che vanno per lo mondo con diverse astuzieper guadagnar denarifingendo or una cosa ed or un'altra; e che nonsiano anco troppo acerbee sopra tutto aver rispetto e riverenziacosí in questo come in tutte l'altre cosealle donneemassimamente dove intervenga offesa della onestà -.



XC.

Allora il signor Gasparo- Percerto- disse- messer Bernardovoi sète pur troppoparziale a queste donne. E per ché volete voi che piúrispetto abbiano gli omini alle donneche le donne agli omini? Nondee a noi forse esser tanto caro l'onor nostroquanto ad esse illoro? A voi pare adunque che le donne debban pungere e con parole econ beffe gli omini in ogni cosa senza riservo alcunoe gli ominise ne stiano muti e le ringrazino da vantaggio?

- Rispose allor messer Bernardo: - Nondico io che le donne non debbano aver nelle facezie e nelle burlequei respetti agli omini che avemo già detti; dico ben cheesse possono con piú licenzia morder gli omini di poca onestàche non possono gli omini mordere esse; e questo perché noistessi avemo fatta una leggeche in noi non sia vicio némancamento né infamia alcuna la vita dissoluta e nelle donnesia tanto estremo obbrobrio e vergognache quella di chi una voltasi parla maleo falsa o vera che sia la calunnia che se le dàsia per sempre vituperata. Però essendo il parlar dell'onestàdelle donne tanto pericolosa cosa d'offenderle gravementedico chedovemo morderle in altro ed astenerci da questo; perchépungendo la facezia o la burla troppo acerbamenteesce del termineche già avemo detto convenirsi a gentilomo -.



XCI.

Quivifacendo un poco di pausamesser Bernardodisse il signor Ottavian Fregoso ridendo: - Ilsignor Gaspar potrebbe rispondervi che questa leggeche voiallegate che noi stessi avemo fattanon è forse cosífuor di ragione come a voi pare; perché essendo le donneanimali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispettodegli ominibisognavapoiché da sé non erano capacidi far atto alcun virtuosoche con la vergogna e timor d'infamia siponesse loro un frenoche quasi per forza in esse introducessequalche bona qualità; e parve che piú necessaria lorofosse la continenzia che alcuna altraper aver certezza deifiglioli; onde è stato forza con tutti gl'ingegni ed arti evie possibili far le donne continentie quasi conceder loro che intutte l'altre cose siano di poco valoree che sempre facdano ilcontrario di ciò che devriano. Però essendo lor licitofar tutti gli altri errori senza biasimose noi le vorremo morderedi quei diffetti i qualicome avemo dettotutti ad esse sonoconceduti e però a loro non sono disconvenientinéesse se ne curanonon moveremo mai il riso; perché giàvoi avete detto che 'l riso si move con alcune cose che sondisconvenienti -.



XCII.

Allor la signora Duchessa- Inquesto modo- dissesignor Ottavianoparlate delle donne; e poivi dolete che esse non v'amino? - Di questo non mi dolgo io-rispose il signor Ottaviano- anzi le ringraziopoiché conlo amarmi non m'obligano ad amar loro; né parlo di miaopinionema dico che 'l signor Gasparo potrebbe allegar questeragioni -. Disse messer Bernardo: - Gran guadagno in vero fariano ledonne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemiciquanto siete voi e 'l signor Gasparo. - Io non son lor nemico-rispose il signor Gasparo- ma voi sète ben nemico degliomini; ché se pur volete che le donne non siano mordute circaquesta onestàdovreste mettere una legge ad esse ancorchenon mordessero gli omini in quello che a noi cosi è vergognacome alle donne la incontinenzia. E perché non fu cosíconveniente ad Alonso Cariglio la risposta che diede alla signoraBoadiglia della speranza che avea di campar la vitaperchéessa lo pigliasse per maritocome a lei la proposta che ognun chelo conoscea pensava che 'l Re lo avesse da far impiccare? E perchénon fu cosí licito a Riciardo Minutoli gabbar la moglie diFilippello e farla venir a quel bagnocome a Beatrice far usciredel letto Egano suo marito e fargli dare delle bastonate da Anichinopoi che un gran pezzo con lui giacciuta si fu? E quell'altra che silegò lo spago al dito del piede e fece credere al maritoproprio non esser dessa?

Poiché voi dite che quelle burledi donne nel Giovan Boccaccio son cosí ingeniose e belle -.



XCIII.

Allora messer Bernardo ridendo-Signori- disseessendo stato la parte mia solamente disputardelle facezieio non intendo passar quel termine; e giàpenso aver detto perché a me non paia conveniente morder ledonne né in detti né in fatti circa l'onestàeancor ad esse aver posto regulache non pungan gli omini dove lordole. Dico ben che delle burle e motti che voisignor Gasparoallegatequello che disse Alonso alla signora Boadigliaavvegna chetocchi un poco la onestànon mi dispiaceperché ètirato assai da lontano ed è tanto occulto che si pointendere simplicementedi modo che esso potea dissimularlo edaffermare non l'aver detto a quel fine. Un altro ne disse al parermio disconveniente molto; e questo fuche passando la Regina davantila casa pur della signora Boadigliavide Alonso la porta tuttadipinta con carboni di quegli animali disonesti che si dipingono perl'osterie in tante forme; ed accostatosi alla Contessa diCastagnetodisse: «EccoviSignorale teste delle fiere cheogni giorno ammazza la signora Boadiglia alla caccia». Vedeteche questoavvegna che sia ingeniosa metaforae ben tolta daicacciatoriche hanno per gloria aver attaccate alle lor porte molteteste di fierepur è scurile e vergognoso; oltra che non furispostaché il rispondere ha molto piú del corteseperché par che l'omo sia provocato; e forza è che siaall'improviso. Ma tornando a proposito delle burle delle donnenondico io che faccian bene ad ingannare i maritima dico che alcunidi quegli inganni che recita Giovan Boccaccio delle donne son bellied ingeniosi assaie massimamente quelli che voi proprio avetedetti. Masecondo mela burla di Riciardo Minutoli passa iltermine ed è piú acerba assai che quella di Beatriceché molto piú tolse Riciardo Minutoli alla moglie diFilippelloche non tolse Beatrice ad Egano suo marito; perchéRiciardo con quello inganno sforzò colei e fecela far di sestessa quello che ella non voleva; e Beatrice ingannò suomarito per far essa di se stessa quello che le piaceva -.



XCIV.

Allor il signor Gasparo- Per niunaaltra causa- dissesi po escusar Beatrice eccetto che per amore;il che si deve cosí ammettere negli ominicome nelle donne-. Allora messer Bernardo- In vero- rispose- grandeescusazione d'ogni fallo portan seco le passioni d'amore;nientedimeno io per me giudico che un gentilomo di valore il qualeamidebbacosí in questo come in tutte l'altre coseessersincero e veridico; e se è vero che sia viltà emancamento tanto abominevole l'esser traditore ancora contra unnemicoconsiderate quanto piú si deve estimar grave talerrore contra persona che s'ami; ed io credo che ogni gentilinnamorato tolleri tante fatichetante vigiliesi sottoponga atanti pericolisparga tante lacrimeusi tanti modi e vie dicompiacere l'amata donnanon per acquistarne principalmente ilcorpoma per vincer la ròcca di quell'animospezzare queidurissimi diamantiscaldar que' freddi ghiacciche spesso ne'delicati petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero esodo piacere e 'l fine dove tende la intenzione d'un nobil core; ecerto io per me amerei meglioessendo innamoratoconoscerchiaramente che quella a cui io servissi mi redamasse di core em'avesse donato l'animosenza averne mai altra satisfazionechegoderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ché in talcaso a me pareria esser patrone d'un corpo morto. Però quelliche consegueno e suoi desidèri per mezzo di queste burlecheforse piú tosto tradimenti che burle chiamar si porianofanno ingiuria ad altri; né con tutto ciò han quellasatisfazione che in amor desiderar si devepossedendo il corposenza la voluntà. Il medesimo dico d'alcun'altriche inamore usano incantesinimalie e talor forzatalor sonniferi esimili cose; e sappiate che li doni ancora molto diminuiscono ipiaceri d'amoreperché l'omo po star in dubbio di non essereamatoma che quella donna faccia dimostrazion d'amarlo per trarneutilità. Però vedete gli amori di gran donne essereestimatiperché par che non possano proceder d'altra causache da proprio e vero amorené si dee credere che una gransignora mai dimostri amare un suo minorese non l'ama veramente -.



XCV.

Allor il signor Gaspar- Io nonnego- rispose- che la intenzionele fatiche e i periculi degliinnamorati non debbano aver principalmente il fin suo indrizzatoalla vittoria dell'animo piú che del corpo della donna amata;ma dico che questi inganniche voi negli omini chiamate tradimenti enelle donne burleson ottimi mezzi per giungere a questo fineperché sempre chi possede il corpo delle donne èancora signor dell'animo; e se ben vi ricordala moglie diFilippellodopo tanto ramarico per lo inganno fattoli da Riciardoconoscendo quanto piú saporiti fossero i basci dell'amante cheque' del maritovoltata la sua durezza in dolce amore versoRiciardotenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò.Eccovi che quello che non avea potuto far il sollicito frequentarei doni e tant'altri segni cosí lungamente dimostratiin pocod'ora fece lo star con lei. Or vedete che pur questa burlaotradimentocome vogliate direfu bona via per acquistar la ròccadi quell'animo -. Allora messer Bernardo- Voi- disse- fate unpresuposto falsissimoché se le donne dessero sempre l'animoa chi lor tiene il corponon se ne trovaria alcuna che non amasseil marito piú che altra persona del mondo; il che si vede incontrario. Ma Giovan Boccaccio eracome sète ancor voiagran torto nemico delle donne -.



XCVI.

Rispose il signor Gaspar: - Io nonson già lor nemico; ma ben pochi omini di valor si trovanoche generalmente tengan conto alcuno di donnese ben talor perqualche suo disegno mostrano il contrario -. Rispose allora messerBernardo: - Voi non solamente fate ingiuria alle donnema ancor atutti gli omini che l'hanno in riverenzia; nientedimeno iocome hodettonon voglio per ora uscir del mio primo proposito delle burleed entrar in impresa cosí difficilecome sarebbe ildiffender le donne contra voiche sète grandissimoguerriero; però darò fine a questo mio ragionamentoilqual forse è stato molto piú lungo che non bisognavama certo men piacevole che voi non aspettavate. E poich'io veggio ledonne starsi cosí chete e supportar le ingiurie da voi cosípazientemente come fannoestimarò da mo innanzi esser verauna parte di quello che ha detto el signor Ottavianocioè cheesse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosapurche non siano mordute di poca onestà -. Allora una gran partedi quelle donneben per averle la signora Duchessa fatto cosícennosi levarono in piedi e ridendo tutte corsero verso il signorGasparocome per dargli delle bussee farne come le Baccantid'Orfeotuttavia dicendo: - Ora vedretese ci curiamo che di noisi dica male -.



XCVII.

Cosítra per le risatra perlo levarsi ognun in piediparve che 'l sonnoil quale omaioccupava gli occhi e l'animo d'alcunisi partisse; ma il signorGasparo cominciò a dire: - Eccovi che per non aver ragionevoglion valersi della forza ed a questo modo finire il ragionamentodandocicome si sòl direuna licenzia braccesca -. Allor-Non vi verrà fatto- rispose la signora Emilia; - chépoiché avete veduto messer Bernardo stanco del lungoragionareavete cominciato a dir tanto mal delle donnecon opinionedi non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un cavalierpiú frescoche combatterà con voiacciò chel'error vostro non sia cosí lungamente impunito -. Cosírivoltandosi al Magnifico Iulianoil qual fin allora poco parlatoaveadisse: - Voi sète estimato protettor dell'onor delledonne; però adesso è tempo che dimostriate non averacquistato questo nome falsamente; e se per lo addietro di talprofessione avete mai avuto remunerazione alcunaora pensar dovetereprimendo cosí acerbo nemico nostrod'obligarvi molto piútutte le donnee tanto cheavvegna che mai non si faccia altro chepagarvipur l'obligo debba sempre restar vivoné mai sipossa finir di pagare -.



XCVIII.

Allora il Magnifico Iuliano-Signora mia- risposeparmi che voi facciate molto onore al vostronemico e pochissimo al vostro diffensore; perché certo insina qui niuna cosa ha detta il signor Gasparo contra le donnechemesser Bernardo non gli abbia ottimamente risposto; e credo cheognun di noi conosca che al cortegiano si convien aver grandissimariverenzia alle donnee che chi è discreto e cortese nondeve mai pungerle di poca onestàné scherzando néda dovero; però il disputar questa cosí palese veritàè quasi un metter dubbio nelle cose chiare. Parmi ben che 'lsignor Ottaviano sia un poco uscito de' terminidicendo che ledonne sono animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcunovirtuoso e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini; eperché spesso si dà fede a coloro che hanno moltaautorità se ben non dicono cosí compitamente il veroed ancor quando parlano da beffehassi il signor Gaspar lassatoindur dalle parole del signor Ottaviano a dire che gli omini savid'esse non tengon conto alcuno; il che è falsissimo; anzipochi omini di valore ho io mai conosciutiche non amino edosservino le donne; la virtú delle qualie conseguentementela dignitàestimo io che non sia punto inferior a quelladegli omini. Nientedimenose si avesse da venire a questacontenzionela causa delle donne averebbe grandissimo disfavore;perché questi signori hanno formato un cortegiano tantoeccellente e con tante divine condizioniche chi averà ilpensiero a considerarlo taleimaginerà i meriti delle donnenon poter aggiungere a quel termine. Mase la cosa avesse da esserparibisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquentequanto sono il conte Ludovico e messer Federicoformasse una donnadi palazzo con tutte le perfezioni appartenenti a donnacosícome essi hanno formato il cortegiano con le perfezioni appartenentiad omo; ed allor se quel che diffendesse la lor causa fossed'ingegno e d'eloquenzia mediocrepenso cheper esser aiutatodalla veritàdimostraria chiaramente che le donne son cosívirtuose come gli omini -. Rispose la signora Emilia: - Anzi moltopiú; e che cosí siavedete che la virtú èfemina e 'l vicio maschio -.



XCIX.

Rise allor il signor Gasparoevoltatosi a messer Nicolò Frigio- Che ne credete voiFrigio? - disse. Rispose il Frigio: - Io ho compassione al signorMagnificoil qualeingannato dalle promesse e lusinghe dellasignora Emiliaè incorso in errore di dir quello di che ioin suo servizio mi vergogno -.

Rispose la signora Emilia pur ridendo:- Ben vi vergognarete voi di voi stesso quando vedrete il signorGasparoconvintoconfessar il suo e 'l vostro errore e domandarquel perdonoche noi non gli vorremo concedere -. Allora la signoraDuchessa: - Per esser l'ora molto tarda voglio- disse- chedifferiamo il tutto a domani; tanto piú perché mi parben fatto pigliar il consiglio del signor Magnifico: cioècheprima che si venga a questa disputacosí si formi unadonna di palazzo con tutte le perfezionicome hanno formato questisignori il perfetto cortegiano. - Signora- disse allor la signoraEmilia- Dio voglia che noi non ci abbattiamo a dar questa impresa aqualche congiurato col signor Gasparoche ci formi una cortegianache non sappia far altro che la cucina e filare -. Disse il Frigio:- Ben è questo il suo proprio officio -. Allor la signoraDuchessa- Io voglio- disse- confidarmi del signor Magnificoil qualper esser di quello ingegno e giudicio che èsoncerta che imaginerà quella perfezion maggiore che desiderarsi po in donna ed esprimeralla ancor ben con le parole; e cosíaveremo che opporre alle false calunnie del signor Gasparo -.



C.

- Signora mia- rispose ilMagnifico- io non so come bon consiglio sia il vostro impormiimpresa di tanta importanziach'io in vero non mi vi sentosufficiente; né sono io come il Conte e messer Federicoiquali con la eloquenzia sua hanno formato un cortegiano che mai nonfu né forse po essere.

Purse a voi piace ch'io abbia questocaricosia almen con quei patti che hanno avuti quest'altrisignori: cioè che ognun possa dove gli pareràcontradirmich'io questo estimarò non contradizionemaaiuto; e forse col correggere gli errori meiscoprirassi quellaperfezion della donna di palazzoche si cerca. - Io spero-rispose la signora Duchessa- che 'l vostro ragionamento saràtaleche poco vi si potrà contradire. Sí che mettetePur l'animo a questo sol pensiero e formateci una tal donnachequesti nostri avversari si vergognino a dir ch'ella non sia pari divirtú al cortegiano; del quale ben sarà che messerFederico non ragioni piúché pur troppo l'haadornatoavendogli massimamente da esser dato paragone d'una donna.- A meSignora- disse allor messer Federico- ormai poco oniente avanza che dir sopra il cortegiano; e quello che pensatoavevaper le facezie di messer Bernardo m'è uscito di mente.- Se cosí è- disse la signora Duchessa- dimaniriducendoci insieme a bon'oraaremo tempo di satisfar all'una cosae l'altra -. E cosí detto si levarono tutti in piedi; e presariverentemente licenzia dalla signora Duchessaciascun si fu allastanzia sua.

Fine secondo libro.





Parte terza.



IL TERZO LIBRODEL CORTEGIANO.

DEL CONTE BALDESARCASTIGLIONE A MESSER ALFONSOARIOSTO.



I.

Leggesi che Pitagora sottilissimamentee con bel modo trovò la misura del corpo d'Ercule; e questoche sapendosi quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebravan igiochi Olimpici in Acaia presso Elide inanzi al tempio di IoveOlimpico esser stato misurato da Erculee fatto un stadio diseicento e vinticinque piedide' suoi proprii; e gli altri stadiche per tutta Grecia dai posteri poi furono instituitiessermedesimamente di seicento e vinticinque piedima con tutto ciòalquanto piú corti di quelloPitagora facilmente conobbe aquella proporzion quanto il piè d'Ercule fosse stato maggiordegli altri piedi umani; e cosíintesa la misura del piedeaquella comprese tutto 'l corpo d'Ercule tanto esser stato digrandezza superiore agli altri omini proporzionalmentequanto quelstadio agli altri stadi. Voi adunquemesser Alfonso mioper lamedesima ragioneda questa piccol parte di tutto 'l corpo potetechiaramente conoscer quanto la corte d'Urbino fosse a tutte l'altredella Italia superioreconsiderando quanto i giochili quali sonritrovati per recrear gli animi affaticati dalle facende piúarduefossero a quelli che s'usano nell'altre corti della Italiasuperiori. E se queste eran taliimaginate qualin eran poi l'altreoperazion virtuoseov'eran gli animi intenti e totalmente dediti; edi questo io confidentemente ardisco di parlare con speranza d'essercredutonon laudando cose tanto antiche che mi sia licito fingeree possendo approvar quant'io ragiono col testimonio de molti ominidegni di fede che vivono ancorae presenzialmente hanno veduto econosciuto la vita e i costumi che in quella casa fiorirono untempo; ed io mi tengo obligatoper quanto possodi sforzarmi conogni studio vendicar dalla mortal oblivione questa chiara memoria escrivendo farla vivere negli animi dei posteri. Onde forse perl'avvenire non mancherà chi per questo ancor porti invidia alsecol nostro; ché non è alcun che legga lemaravigliose cose degli antichiche nell'animo suo non formi unacerta maggior opinion di coloro di chi si scriveche non pare chepossano esprimer quei libriavvegna che divinamente siano scritti.

Cosí noi desideramo che tuttiquellinelle cui mani verrà questa nostra faticase pur maisarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorosedonne meriti esser vedutapresumano e per fermo tengano la corted'Urbino esser stata molto piú eccellente ed ornata d'ominisingulariche noi non potemo scrivendo esprimere; e se in noi fossetanta eloquenziaquanto in essi era valorenon aremmo bisognod'altro testimonio per far che alle parole nostre fosse da quelliche non l'hanno veduto dato piena fede.



II.

Essendosi adunque ridutta il seguentegiorno all'ora consueta la compagnia al solito loco e postasi consilenzio a sedererivolse ognun gli occhi a messer Federico ed alMagnifico Iulianoaspettando qual di lor desse principio aragionare. Onde la signora Duchessaessendo stata alquanto cheta-Signor Magnifico- disse- ognun desidera veder questa vostradonna ben ornata; e se non ce la mostrate di tal modo che le suebellezze tutte si vegganoestimaremo che ne siate geloso -. Risposeil Magnifico: - Signorase io la tenessi per bellala mostrareisenza altri ornamenti e di quel modo che volse veder Paris le tredee; ma se queste donneche pur lo san farenon m'aiutano adacconciarlaio dubito che non solamente il signor Gasparo e 'lFrigioma tutti quest'altri signori aranno giusta causa di dirnemale. Peròmentre che ella sta pur in qualche opinion dibellezzaforse sarà meglio tenerla occulta e veder quelloche avanza a messer Federico a dir del cortegianoche senza dubbioè molto piú bello che non po esser la mia donna.

- Quello ch'io mi avea posto in animo- rispose messer Federico- non è tanto appertenente alcortegianoche non si possa lassar senza danno alcuno; anzi èquasi diversa materia da quella che sin qui s'è ragionata. - Eche cosa è egli adunque? - disse la signora Duchessa. Risposemesser Federico:

- io m'era deliberatoper quantopotevadichiarir le cause de queste compagnie ed ordini decavalieri fatti da gran príncipi sotto diverse insegnecom'èquel di San Michele nella casa di Francia; quel del Gartierche èsotto il nome di San Georgionella casa d'Inghilterra; il Toisond'oro in quella di Borgogna; ed in che modo si diano queste dignitàe come se ne privino quelli che lo meritano; onde siano natechi nesian stati gli autori ed a che fine l'abbiano instituite; perchépur nelle gran corti son questi cavalieri sempre onorati. Pensavoancorse 'l tempo mi fosse bastatooltre alla diversità de'costumi che s'usano nelle corti de' príncipi cristiani nelservirglinel festeggiare e farsi vedere nei spettaculi publiciparlar medesimamente qualche cosa di quella del Gran Turcoma moltopiú particularmente di quella del Sofi re di Persia; chéavendo io inteso da mercatanti che lungamente son stati in quelpaesegli omini nobili di là esser molto valorosi e digentil costumi ed usar nel conversar l'un con l'altronel servirdonneed in tutte le sue azioni molta cortesia e molta discrezioneequando occorrenell'armenei giochi e nelle feste moltagrandezzamolta liberalità e leggiadriasonomi dilettato disaper quali siano in queste cose i modi di che essi piús'apprezzanoin che consisteno le lor pompe ed attillature d'abitie d'arme; in che siano da noi diversi ed in che conformi; che manerad'intertenimenti usino le lor donnee con quanta modestiafavoriscano chi le serve per amore. Ma invero non è oraconveniente entrar in questo ragionamentoessendovi massimamentealtro che diree molto piú al nostro proposito che questo -.



III.

- Anzi- disse il signor Gasparo-e questo e molte altre cose son piú al proposito che 'lformar questa donna di palazzoatteso che le medesime regule cheson date per lo cortegianoservono ancor alla donna; perchécosí deve ella aver rispetto ai tempi e lochi ed osservarper quanto comporta la sua imbecillitàtutti quegli altrimodi di che tanto s'è ragionatocome il cortegiano. E peròin loco di questo non sarebbe forse stato male insegnar qualcheparticularità di quelle che appartengono al servizio dellapersona del principeché pur al cortegian si convien saperleed aver grazia in farle; o veramente dir del modo che s'abbia atener negli esercizi del corpo e come cavalcaremaneggiar l'armelottare ed in che consiste la difficultà di queste operazioni-. Disse allor la signora Duchessa ridendo: - I signori non siservono alla persona di cosí eccellente cortegianocome èquesto: gli esercizi poi del corpo e forze e destrezze della personalassaremo che messer Pietro Monte nostro abbia cura d'insegnarquando gli parerà tempo piú commodo; perché orail Magnifico non ha da parlar d'altro che di questa donna della qualparmi che voi già cominciate aver paurae peròvorreste farci uscir di proposito -. Rispose il Frigio: - Certo èche impertinente e for di proposito è ora il parlar di donnerestando massimamente ancora che dire del cortegianoperchénon si devria mescolar una cosa con l'altra. - Voi sète ingrande errore- rispose messer Cesare Gonzaga; - perché comecorte alcunaper grande che ella sianon po aver ornamento osplendore in séné allegria senza donnenécortegiano alcun essere aggraziatopiacevole o arditoné farmai opera leggiadra di cavalleriase non mosso dalla pratica edall'amore e piacer di donnecosí ancora il ragionar delcortegiano è sempre imperfettissimose le donneinterponendovisinon dànno lor parte di quella graziaconla quale fanno perfetta ed adornano la cortegiania -. Rise il signorOttaviano e disse: Eccovi un poco di quell'esca che fa impazzir gliomini -.



IV.

Allor il signor Magnificovoltatosialla signora Duchessa- Signora- disse- poiché pur cosía voi piaceio dirò quello che m'occorrema con grandissimodubbio di non satisfare; e certo molto minor fatica mi saria formaruna signora che meritasse esser regina del mondoche una perfettacortegianaperché di questa non so io da chi pigliarne loesempio; ma della regina non mi bisogneria andar troppo lontano esolamente basteriami imaginar le divine condizioni d'una Signorach'io conosco equelle contemplandoindrizzar tutti i pensier meiad esprimer chiaramente con le parole quello che molti veggon congli occhi; e quando altro non potessilei nominando solamente areisatisfatto all'obligo mio -. Disse allora la signora Duchessa:

- Non uscite dei terminisignorMagnificoma attendete all'ordine dato e formate la donna dipalazzoacciò che questa cosí nobil signora abbia chipossa degnamente servirla -. Seguitò il Magnifico: - IoadunqueSignoraacciò che si vegga che i comandamentivostri possono indurmi a provar di far quello ancora ch'io non sofaredirò di questa donna eccellente come io la vorrei; eformata ch'io l'averò a modo mionon potendo poi avernealtraterrolla come mia a guisa di Pigmalione. E perché ilsignor Gaspar ha detto che le medesime regule che son date per locortegiano serveno ancor alla donnaio son di diversa opinione;chébenché alcune qualità siano communi e cosínecessarie all'omo come alla donnasono poi alcun'altre che piúsi convengono alla donna che all'omoed alcune convenienti all'omodalle quali essa deve in tutto esser aliena. Il medesimo dico degliesercizi del corpo; ma sopra tutto parmi che nei modimaniereparolegesti e portamenti suoidebba la donna essere moltodissimile dall'omo; perché come ad esso conviene mostrar unacerta virilità soda e fermacosí alla donna sta benaver una tenerezza molle e delicatacon maniera in ogni suomovimento di dolcezza feminileche nell'andar e stare e dir ciòche si voglia sempre la faccia parer donnasenza similitudinealcuna d'omo. Aggiungendo adunque questa avvertenzia alle regule chequesti signori hanno insegnato al cortegianopenso ben che di moltedi quelle ella debba potersi servire ed ornarsi d'ottime condizionicome dice il signor Gaspar; perché molte virtúdell'animo estimo io che siano alla donna necessarie cosícome all'omo; medesimamente la nobilitàil fuggirel'affettazionel'esser aggraziata da natura in tutte l'operazionsuel'esser di boni costumiingeniosaprudentenon superbanoninvidiosanon malèdicanon vananon contenziosanoninettasapersi guadagnar e conservar la grazia della sua signora ede tutti gli altrifar bene ed aggraziatamente gli esercizi che siconvengono alle donne. Parmi ben che in lei sia poi piúnecessaria la bellezza che nel cortegianoperché in veromolto manca a quella donna a cui manca la bellezza. Deve ancor esserpiú circunspetta ed aver piú riguardo di non daroccasion che di sé si dica malee far di modo che nonsolamente non sia macchiata di colpama né anco disuspizioneperché la donna non ha tante vie da diffendersidalle false calunniecome ha l'omo. Ma perché il conteLudovico ha esplicato molto minutamente la principal profession delcortegiano ed ha voluto ch'ella sia quella dell'armeparmi ancoraconveniente dirsecondo il mio giudicioqual sia quella delladonna di palazzo; alla qual cosa quando io averò satisfattopensaromi d'esser uscito della maggior parte del mio debito.



V.

Lassando adunque quelle virtúdell'animo che le hanno da esser communi col cortegianocome laprudenziala magnanimitàla continenzia e molte altre; emedesimamente quelle condizioni che si convengono a tutte le donnecome l'esser bona e discretail saper governar le facultà delmarito e la casa sua e i figlioli quando è maritatae tuttequelle parti che si richieggono ad una bona madre di famigliadicoche a quella che vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altracosa una certa affabiità piacevoleper la quale sappiagentilmente intertenere ogni sorte d'omo con ragionamenti grati edonestied accommodati al tempo e loco ed alla qualità diquella persona con cui parleràaccompagnando coi costumiplacidi e modesti e con quella onestà che sempre ha dacomponer tutte le sue azioni una pronta vivacità d'ingegnodonde si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera dibontàche si faccia estimar non men pudicaprudente edumanache piacevolearguta e discreta; e però le bisognatener una certa mediocrità difficile e quasi composta di cosecontrariee giunger a certi termini a puntoma non passargli. Nondeve adunque questa donnaper volersi far estimar bona ed onestaesser tanto ritrosa e mostrar tanto d'aborrire e le compagnie e iragionamenti ancor un poco lasciviche ritrovandovisi se ne levi;perché facilmente si poria pensar ch'ella fingesse d'essertanto austera per nascondere di sé quello ch'ella dubitasseche altri potesse risapere; e i costumi cosí selvatichi sonsempre odiosi. Non deve tampocoper mostrar d'esser libera epiacevoledir parole disonestené usar una certadomestichezza intemperata e senza freno e modi da far creder di séquello che forse non è; ma ritrovandosi a tai ragionamentideve ascoltargli con un poco di rossore e vergogna. Medesimamentefuggir un errorenel quale io ho veduto incorrer molte; che èil dire ed ascoltare volentieri chi dice mal d'altre donne; perchéquelle cheudendo narrare modi disonesti d'altre donnese neturbano e mostrano non credereed estimar quasi un mostro che unadonna sia impudicadànno argumento cheparendo lor queldiffetto tanto enormeesse non lo commettano; ma quelle che vansempre investigando gli amori dell'altre e gli narrano cosíminutamente e con tanta festapar che lor n'abbiano invidia e chedesiderino che ognun lo sappiaacciò che il medesimo ad essenon sia ascritto per errore; e cosí vengon in certi risiconcerti modiche fanno testimonio che allor senton sommo piacere. Edi qui nasce che gli ominibenché paia che le ascoltinovoluntieriper lo piú delle volte le tengono in malaopinione ed hanno lor pochissimo riguardoe par loro che da essecon que' modi siano invitati a passar piú avantie spesso poiscorrono a termini che dàn loro meritamente infamia ed inultimo le estimano cosí pocoche non curano il lorcommercioanzi le hanno in fastidio; eper contrarionon èomo tanto procace ed insolenteche non abbia riverenzia a quelle chesono estimate bone ed oneste; perché quella gravitàtemperata di sapere e bontà è quasi un scudo contra lainsolenzia e bestialità dei prosuntuosi; onde si vede che unaparolaun risoun atto di benivolenziaper minimo ch'egli siad'una donna onestaè piú apprezzato da ognunochetutte le demostrazioni e carezze di quelle che cosí senzariservo mostran poca vergogna; e se non sono impudichecon que'risi dissoluticon la loquacitàinsolenzia e tai costumiscurili fanno segno d'essere.



VI.

E perché le parole sotto lequali non è subietto di qualche importanzia son vane epuerilibisogna che la donna di palazzooltre al giudicio diconoscere la qualità di colui con cui parlaper intertenerlogentilmenteabbia notizia di molte cose; e sappia parlando eleggerquelle che sono a proposito della condizion di colui con cui parla esia cauta in non dir talor non volendo parole che lo offendano. Siguardilaudando se stessa indiscretamenteo vero con l'essertroppo prolissanon gli generar fastidio.

Non vada mescolando nei ragionamentipiacevoli e da ridere cose di gravitàné meno neigravi facezie e burle. Non mostri inettamente di saper quello chenon sama con modestia cerchi d'onorarsi di quello che safuggendocome s'è dettol'affettazione in ogni cosa. In questo modosarà ella ornata de boni costumi e gli esercizi del corpoconvenienti a donna farà con suprema grazia e i ragionamentisoi saranno copiosi e pieni di prudenziaonestà epiacevolezza; e cosí sarà essa non solamente amatamareverita da tutto 'l mondo e forse degna d'esser agguagliata aquesto gran cortegianocosí delle condizioni dell'animo comedi quelle del corpo -.



VII.

Avendo insin qui dettoil Magnificosi tacque e stette sopra di séquasi come avesse posto fineal suo ragionamento. Disse allor il signor Gasparo: - Voi aveteveramentesignor Magnificomolto adornata questa donna e fattoladi eccellente condizione; nientedimeno parmi che vi siate tenutoassai al generale e nominato in lei alcune cose tanto grandichecredo vi siate vergognato di chiarirle; e piú presto le avetedesideratea guisa di quelli che bramano talor cose impossibili esopranaturaliche insegnate. Però vorrei che ci dichiaristeun poco meglio quai siano gli esercizi del corpo convenienti a donnadi palazzoe di che modo ella debba interteneree quai sian questemolte cose di che voi dite che le si conviene aver notizia; e se laprudenziala magnanimitàla continenzia e quelle molte altrevirtú che avete dettointendete che abbiano ad aiutarlasolamente circa il governo della casadei figlioli e della famiglia(il che però voi non volete che sia la sua primaprofessione)o veramente allo intertenere e far aggraziatamentequesti esercizi del corpo; e per vostra fé guardate a nonmettere queste povere virtú a cosí vile officiocheabbiano da vergognarsene -. Rise il Magnifico e disse: - Pur nonpotete farsignor Gasparoche non mostriate mal animo verso ledonne; ma in vero a me pareva aver detto assaie massimamentepresso a tali auditori; ché non penso già che sia alcunqui che non conosca checirca gli esercizi del corpoalla donnanon si convien armeggiarecavalcaregiocare alla pallalottare emolte altre cose che si convengono agli omini -. Disse alloral'Unico Aretino: - Appresso gli antichi s'usava che le donnelottavano nude con gli omini; ma noi avemo perduta questa bona usanzainsieme con molt'altre -. Suggiunse messer Cesare Gonzaga: - Ed ioa' mei dí ho veduto donne giocare alla pallamaneggiarl'armecavalcareandar a caccia e far quasi tutti gli esercizi chepossa fare un cavaliero -.



VIII.

Rispose il Magnifico: - Poich'ioposso formar questa donna a modo mionon solamente non voglioch'ella usi questi esercizi virili cosí robusti ed asperimavoglio che quegli ancora che son convenienti a donna faccia conriguardoe con quella molle delicatura che avemo detto convenirsele;e però nel danzar non vorrei vederla usar movimenti troppogagliardi e sforzatiné meno nel cantar o sonar quellediminuzioni forti e replicateche mostrano piú arte chedolcezza; medesimamente gli instrumenti di musica che ella usasecondo medebbono esser conformi a questa intenzione. Imaginatevicome disgraziata cosa saria veder una donna sonare tamburripiffario trombeo altri tali instrumenti; e questo perché la loroasprezza nasconde e leva quella soave mansuetudineche tanto adornaogni atto che faccia la donna.

Però quando ella viene a danzaro a far musica di che sorte si siadeve indurvisi con lassarsenealquanto pregare e con una certa timiditàche mostri quellanobile vergogna che è contraria della impudenzia. Deve ancoraccommodar gli abiti a questa intenzione e vestirsi di sorteche nonpaia vana e leggera. Ma perché alle donne è licito edebito aver piú cura della bellezza che agli omini e diversesorti sono di bellezzadeve questa donna aver iudicio di conoscerquai sono quegli abiti che le accrescon grazia e piúaccommodati a quelli esercizi ch'ella intende di fare in quel puntoe di quelli servirsi; e conoscendo in sé una bellezza vaga edallegradeve aiutarla coi movimenticon le parole e con gli abitiche tutti tendano allo allegro; cosí come un'altrache sisenta aver maniera mansueta e gravedeve ancor accompagnarla conmodi di quella sorteper accrescer quello che è dono dellanatura. Cosíessendo un poco piú grassa o piúmagra del ragionevoleo bianca o brunaaiutarsi con gli abitimadissimulatamente piú che sia possibile; e tenendosi delicatae politamostrar sempre di non mettervi studio o diligenzia alcuna.



IX.

E perché il signor Gasparodimanda ancor quai siano queste molte cose di che ella deve avernotiziae di che modo interteneree se le virtú deonoservire a questo intertenimentodico che voglio che ella abbiacognizion de ciò che questi signori hanno voluto che sappiail cortegiano; e de quelli esercizi che avemo detto che a lei non siconvengonovoglio che ella n'abbia almen quel giudicio che possonoaver delle cose coloro che non le oprano; e questo per saper laudareed apprezzar i cavalieri piú e menosecondo i meriti. E perreplicar in parte con poche parole quello che già s'èdettovoglio che questa donna abbia notizie di letteredi musicadi pittura e sappia danzar e festeggiare; accompagnando con quelladiscreta modestia e col dar bona opinion di sé ancora lealtre avvertenze che son state insegnate al cortegiano. E cosísarà nel conversarenel riderenel giocarenelmotteggiarein somma in ogni cosa graziatissima; ed interteneràaccommodatamente e con motti e facezie convenienti a lei ognipersona che le occorrerà. E benché la continenzialamagnanimitàla temperanziala fortezza d'animolaprudenzia e le altre virtú paia che non importino allointertenereio voglio che di tutte sia ornatanon tanto per lointertenerebenché però ancor a questo possonoservirequanto per esser virtuosa ed acciò che queste virtúla faccian taleche meriti esser onorata e che ogni sua operazionsia di quelle composta -.



X.

- Maravigliomi pur- disse alloraridendo il signor Gaspar- che poiché date alle donne e lelettere e la continenzia e la magnanimità e la temperanziache non vogliate ancor che esse governino le città e faccianle leggi e conducano gli eserciti; e gli omini si stiano in cucina oa filare -. Rispose il Magnificopur ridendo: - Forse che questoancora non sarebbe male; - poi suggiunse: - Non sapete voi chePlatoneil quale in vero non era molto amico delle donnedàloro la custodia della città e tutti gli altri offici marzialidà agli omini? Non credete voi che molte se ne trovasseroche saprebbon cosí ben governar le città e glieserciticome si faccian gli omini? Ma io non ho lor dati questiofficiperché formo una donna di palazzonon una regina.Conosco ben che voi vorreste tacitamente rinovar quella falsacalunniache ieri diede il signor Ottaviano alle donne: cioèche siano animali imperfettissimi e non capaci di far atto alcunvirtuosoe di pochissimo valore e di niuna dignità arispetto degli omini; ma in vero ed esso e voi sareste ingrandissimo errorese pensaste questo -.



XI.

Disse allora il signor Gaspar: - Ionon voglio rinovar le cose già dettema voi ben vorresteindurmi a dir qualche parola che offendesse l'animo di questesignoreper farmele nemichecosí come voi col lusingarlefalsamente volete guadagnar la loro grazia. Ma esse sono tantodiscrete sopra le altreche amano piú la veritàancora che non sia tanto in suo favoreche le laudi false; néhanno a maleche altri dica che gli omini siano di maggior dignitàe confessaranno che voi avete detto gran miraculi ed attribuito alladonna di palazzo alcune impossibilità ridicule e tante virtúche Socrate e Catone e tutti i filosofi del mondo vi sono perniente; chéa dir pur il veromaravigliomi che non abbiateavuto vergogna a passar i termini di tanto. Ché ben bastar vidovea far questa donna di palazzo belladiscretaonestaaffabilee che sapesse intertenere senza incorrere in infamia con danzemusichegiochirisimotti e l'altre cose che ogni dí vedemoche s'usano in corte; ma il volerle dar cognizion di tutte le cosedel mondo ed attribuirle quelle virtú che cosí rarevolte si son vedute negli ominiancora nei seculi passatièuna cosa che né supportare né a pena ascoltare si po.Che le donne siano mo animali imperfetti e per conseguente di minordignità che gli omini e non capaci di quelle virtú chesono essinon voglio io altrimenti affirmareperché ilvalor di queste signore bastaria a farmi mentire; dico ben che ominisapientissimi hanno lassato scritto che la naturaperciò chesempre intende e disegna far le cose piú perfettesepotesseproduria continuamente omini; e quando nasce una donnaèdiffetto o error della natura e contra quello che essa vorrebbefare. Come si vede ancor d'uno che nasce ciecozoppoo con qualchealtro mancamento e negli arbori molti frutti che non maturano maicosí la donna si po dire animal produtto a sorte e per caso; eche questo siavedete l'operazion dell'omo e della donna e daquelle pigliate argumento della perfezion dell'uno e dell'altro.Nientedimeno essendo questi diffetti delle donne colpa di natura chel'ha produtte talinon devemo per questo odiarlené mancardi aver loro quel rispetto che vi si conviene; ma estimarle da piúdi quello che elle si sianoparmi error manifesto -.



XII.

Aspettava il Magnifico Iuliano che 'lsignor Gasparo seguitasse piú oltre; ma vedendo che giàtaceadisse: - Della imperfezion delle donne parmi che abbiateaddutto una freddissima ragione; alla qualebenché non siconvenga forse ora entrar in queste suttilitàrispondosecondo il parere di chi sa e secondo la verità che lasustanzia in qualsivoglia cosa non po in sé ricevere il piúo il meno; chécome niun sasso po esser piúperfettamente sasso che un altro quanto alla essenzia del sassonéun legno piú perfettamente legno che l'altrocosí unomo non po essere piú perfettamente omo che l'altroeconseguentemente non sarà il maschio piú perfetto chela feminaquanto alla sustanzia sua formaleperché l'uno el'altro si comprende sotto la specie dell'omo e quello in che l'unodall'altro son differenti è cosa accidentale e nonessenziale. Se mi direte adunque che l'omo sia piú perfettoche la donnase non quanto alla essenziaalmen quanto agliaccidentirispondo che questi accidenti bisogna che consistano onel corpo o nell'animo; se nel corpoper esser l'omo piúrobustopiú agilepiú leggeroo piútollerante di fatichedico che questo è argumento dipochissima perfezioneperché tra gli omini medesimi quelliche hanno queste qualità piú che gli altri non son perquelle piú estimati; e nelle guerredove son la maggior partedelle opere laboriose e di forzai piú gagliardi non sonperò i piú pregiati; se nell'animodico che tutte lecose che possono intender gli ominile medesime possono intendereanche le donne; e dove penetra l'intelletto dell'unopo penetrareeziandio quello dell'altra -.



XIII.

Quivi avendo il Magnifico Iulianofatto un poco di pausasuggiunse ridendo: - Non sapete voi che infilosofia si tiene questa proposizioneche quelli che sono molli dicarne sono atti della mente? perciò non è dubbio che ledonneper esser piú molli di carnesono ancor piúatte della mente e de ingegno piú accommodato allespeculazioni che gli omini -. Poi seguitò: - Ma lassandoquestoperché voi diceste ch'io pigliassi argumento dellaperfezion dell'un e dell'altro dalle operedicose voi considerategli effetti della naturatrovarete ch'ella produce le donne talicome sononon a casoma accommodate al fine necessario; chébenché le faccia del corpo non gagliarde e di animo placidocon molte altre qualità contrarie a quelle degli ominipur lecondizioni dell'uno e dell'altro tendono ad un sol fine concernentealla medesima utilità. Ché secondo che per quelladebole fievolezza le donne son men animoseper la medesima sonoancor poi piú caute; però le madri nutriscono ifigliolii padri gli ammaestrano e con la fortezza acquistano difori quelloche esse con la sedulità conservano in casachenon è minor laude. Se considerarete poi l'istorie antiche(benché gli omini sempre siano stati parcissimi nelloscrivere le laudi delle donne) e le modernetrovarete checontinuamente la virtú è stata tra le donne cosícome tra gli omini; e che ancor sonosi trovate di quelle che hannomosso delle guerre e conseguitone gloriose vittorie; governato iregni con somma prudenzia e giustizia e fatto tutto quello ches'abbian fatto gli omini. Circa le scienzienon vi ricorda averletto di tante che hanno saputo filosofia? altre che sono stateeccellentissime in poesia? altre che han trattato le cause edaccusato e diffeso inanti ai giudici eloquentissimamente? Dell'operemanuali saria lungo narrarené di ciò bisogna fartestimonio. Se adunque nella sustanzia essenziale l'omo non èpiú perfetto della donnané meno negli accidenti (e diquestooltre la ragioneveggonsi gli effetti)non so in checonsista questa sua perfezione.



XIV.

E perché voi diceste cheintento della natura è sempre di produr le cose piúperfette e peròs'ella potessesempre produria l'omoe cheil produr la donna è piú presto errore o diffettodella natura che intenzionerispondo che questo totalmente si nega;né so come possiate dire che la natura non intenda produr ledonnesenza le quali la specie umana conservar non si podi chepiú che d'ogni altra cosa è desiderosa essa natura.Perciò col mezzo di questa compagnia di maschio e di feminaproduce i figliolii quali rendono i benefici ricevuti in pueriziaai padri già vecchiperché gli nutrisconopoi glirinovano col generar essi ancor altri figliolidai quali aspettanoin vecchiezza ricever quelloche essendo giovani ai padri hannoprestato; onde la naturaquasi tornando in circuloadempie laeternità ed in tal modo dona la immortalità aimortali. Essendo adunque a questo tanto necessaria la donna quantol'omonon vedo per qual causa l'una sia fatta a caso piú chel'altro. E' ben vero che la natura intende sempre produr le cose piúperfette e però intende produr l'omo in specie suama nonpiú maschio che femina; anzise sempre producesse maschiofaria una imperfezione; perché come del corpo e dell'animarisulta un composito piú nobile che le sue partiche èl'omocosí della compagnia di maschio e di femina risulta uncomposito conservativo della specie umariasenza il quale le partisi destruiriano.

E però maschio e femina danatura son sempre insiemené po esser l'un senza l'altro;cosí quello non si dee chiamar maschio che non ha la feminasecondo la diffinizione dell'uno e dell'altro; né feminaquella che non ha maschio. E perché un sesso solo dimostraimperfezioneattribuiscono gli antichi teologi l'uno e l'altro aDio: onde Orfeo disse che Iove era maschio e femina; e leggesi nellaSacra Scrittura che Dio formò gli omini maschio e femina a suasimilitudinee spesso i poetiparlando dei dèiconfondonoil sesso -.

VX.

Allora il signor Gasparo- Io nonvorrei- disse- che noi entrassimo in tali suttilitàperché queste donne non c'intenderanno; e benché io virisponda con ottime ragioniesse crederannoo almen mostraranno dicrederech'io abbia il tortoe súbito daranno la sentenziaa suo modo. Purpoiché noi vi siamo entratidiròquesto solo checome sapete essere opinion d'omini sapientissimil'omo s'assimiglia alla formala donna alla materia; e peròcosí come la forma è piú perfetta che lamateriaanzi le dà l'esserecosí l'omo è piúperfetto assai che la donna. E ricordomi aver già udito che ungran filosofo in certi suoi Problemi dice: «Onde è chenaturalmente la donna ama sempre quell'omo che è stato ilprimo a ricever da lei amorosi piaceri? e per contrario l'omo ha inodio quella donna che è stata la prima a congiungersi in talmodo con lui?» e suggiungendo la causa affermaquesto essereperché in tal atto la donna riceve dall'omo perfezione e l'omodalla donna imperfezione; e però ognun ama naturalmentequella cosa che lo fa perfetto ed odia quella che lo fa imperfetto.Ed oltre a ciò grande argumento della perfezion dell'omo edella imperfezion della donna è che universalmente ogni donnadesidera esser omoper un certo instinto di naturache le insegnadesiderar la sua perfezione -.



VXI.

Rispose súbito il MagnificoIuliano: - Le meschine non desiderano l'esser omo per farsi piúperfettema per aver libertà e fuggir quel dominio che gliomini si hanno vendicato sopra esse per sua propria autorità.E la similitudine che voi date della materia e forma non si confàin ogni cosa; perché non cosí è fatta perfettala donna dall'omocome la materia dalla forma; perché lamateria riceve l'essere dalla forma e senza essa star non poanziquanto piú di materia hanno le formetanto piú hannod'imperfezionee separate da essa son perfettissime; ma la donnanon riceve lo essere dall'omoanzi cosí come essa èfatta perfetta da luiessa ancor fa perfetto lui; onde l'una el'altro insieme vengono a generarela qual cosa far non possonoalcun di loro per se stessi. La causa poi dell'amor perpetuo delladonna verso 'l primo con cui sia stata e dell'odio dell'omo verso laprima donnanon darò io già a quello che dà ilvostro filosofo ne' suoi Problemima alla fermezza e stabilitàdella donna ed alla instabilità dell'omo; né senzaragion naturaleperché essendo il maschio calidonaturalmente da quella qualità piglia la leggerezzail motoe la instabilità; eper contrariola donna dalla frigiditàla quiete e gravità ferma e piú fisse impressioni -.



VXII.

Allora la signora Emilia rivolta alsignor Magnifico- Per amor di Dio- disse- uscite una volta diqueste vostre «materie» e «forme» e maschi efemine e parlate di modo che siate inteso; perché noi avemoudito e molto ben inteso il male che di noi ha detto el signorOttaviano e 'l signor Gasparoma or non intendemo già in chemodo voi ci diffendiate; però questo mi par un uscir diproposito e lassar nell'animo d'ognuno quella mala impressionechedi noi hanno data questi nostri nemici. - Non ci date questo nomeSignora- rispose il signor Gaspar- ché piú prestosi conviene al signor Magnificoil qual col dar laudi false alledonnemostra che per esse non ne sian di vere -. Suggiunse ilMagnifico Iuliano: - Non dubitateSignorache al tutto sirisponderà; ma io non voglio dir villania agli omini cosísenza ragionecome hanno fatto essi alle donne; e se per sorte quifusse alcuno che scrivesse i nostri ragionamentinon vorrei che poiin loco dove fossero intese queste «materie» e «forme»si vedessero senza risposta gli argomenti e le ragioni che 'l signorGaspar contra di voi adduce. - Non sosignor Magnifico- disseallora il signor Gasparo- come in questo negar potrete che l'omoper le qualità naturali non sia piú perfetto che ladonnala quale è frigida di sua complessionee l'omocalido; e molto piú nobile e piú perfetto è ilcaldo che 'l freddoper essere attivo e produttivo; ecome sapetei cieli qua giú tra noi infondono il caldo solamente e non ilfreddoil quale non entra nelle opere della natura; e peròlo esser le donne frigide di complessione credo che sia causa dellaviltà e timidità loro.



VXIII.

- Ancor volete- rispose ilMagnifico Iuliano- pur entrare nelle sottilità; ma vedereteche ogni volta peggio ve n'avverrà: e che cosí siaudite. Io vi confesso che la calidità in sé èpiú perfetta che la frigidità; ma questo non séguitanelle cose miste e composite perchése cosí fussequel corpo che piú caldo fussequel saria piúperfetto; il che è falsoperché i corpi temperatisono perfettissimi. Dicovi ancora che la donna è dicomplession frigida in comparazion dell'omoil quale per troppocaldo è distante dal temperamento; maquanto in séètemperatao almen piú propinqua al temperamento che non èl'omoperché ha in sé quell'umido proporzionato alcalor naturale che nell'uomo per la troppa siccità piúpresto se risolve e si consuma. Ha ancor una tal frigiditàche resiste e conforta il calor naturale e lo fa piú vicinoal temperamento; e nell'omo il superfluo caldo presto riduce ilcalor naturale all'ultimo gradoil qualemancandoli il nutrimentopur si risolve; e peròperché gli omini nel generar sidiseccano piú che le donnespesso interviene che son menovivaci che esse; onde questa perfezione ancor si po attribuire alledonne chevivendo piú lungamente che gli ominieseguisconopiú quello che è intento della naturache gli omini.Del calore che infundono i cieli sopra noi non si parla oraperchéè equivoco a quello di che ragioniamo; ché essendoconservativo di tutte le cose che son sotto 'l globo della lunacosí calde come freddenon po esser contrario al freddo. Mala timidità nelle donneavvegna che dimostri qualcheimperfezionenasce però da laudabil causache è lasottilità e prontezza dei spiritii quali rappresentanotosto le specie allo intelletto e però si perturbanofacilmente per le cose estrinseche.

Vederete ben molte volte alcunichenon hanno paura né di morte né d'altroné contutto ciò si possono chiamare arditiperché nonconoscono il periculo e vanno come insensati dove vedeno la strada enon pensano piú; e questo procede da una certa grossezza dispiriti ottusi; però non si po dire che un pazzo sia animosoma la vera magnanimità viene da una propria deliberazione edeterminata voluntà di far cosí e da estimare piúl'onore e 'l debito che tutti i pericoli del mondo; e benchési conosca la morte manifestaesser di core e d'animo tanto saldoche i sentimenti non restino impediti né si spaventinomafaccian l'officio loro circa il discorrere e pensarecosícome se fossero quietissimi. Di questa sorte avemo veduto ed intesoesser molti grandi omini; medesimamente molte donnele quali enegli antichi seculi e nei presenti hanno mostrato grandezza d'animoe fatto al mondo effetti degni d'infinita laudenon men ches'abbian fatto gli omini -.



XIX.

Allor il Frigio- Quelli effetti-disse- cominciarono quando la prima donna errando fece altruierrar contra Dio e per eredità lassò all'umanagenerazion la mortegli affanni e i dolori e tutte le miserie ecalamitàche oggidí al mondo si sentono -. Rispose ilMagnifico Iuliano: - Poiché nella sacrestia ancor vi giovad'entrarenon sapete voi che quello error medesimamente fu correttoda una Donnache ci apportò molto maggior utilità chequella non v'avea fatto dannodi modo che la colpa che fu pagata contai meriti si chiama felicissima? Ma io non voglio or dirvi quantodi dignità tutte le creature umane siano inferiori allaVergine Nostra Signoraper non mescolar le cose divine in questinostri folli ragionamenti; né raccontar quante donne coninfinita constanzia s'abbiano lassato crudelmente ammazzare daitiranni per lo nome di Cristoné quelle che con scienziadisputando hanno confuso tanti idolatri: e se mi diceste che questoera miracolo e grazia dello Spirito Santodico che niuna virtúmerita piú laudeche quella che è approvata pertestimonio de Dio. Molte altre ancordelle quali tanto non siragionada voi stesso potete vederemassimamente legendo sanIeronimoche alcune de' suoi tempi celebra con tante maraviglioselaudiche ben poriano bastar a qualsivoglia santissimo omo.



XX.

Pensate poi quante altre ci sonostate delle quali non si fa menzione alcunaperché lemeschine stanno chiuse senza quella pomposa superbia di cercareappresso il vulgo nome di santitàcome fanno oggidímolt'omini ippocriti maledettii qualiscordati o piúpresto facendo poco caso della dottrina di Cristoche vole chequando l'om digiuna se unga la faccia perché non paia chedegiuni e comanda che le orazionile elemosine e l'altre bone operesi facciano non in piazzané in sinagogema in secretotanto che la man sinistra non sappia della destraaffermano nonesser maggior bene al mondo che 'l dar bon esempio; e cosícol collo torto e gli occhi bassispargendo fama di non volerparlare a donnené mangiar altro che erbe crudeaffumaticon le toniche squarciategàbbano i semplici; che non siguardan poi da falsar testamentimettere inimicizie mortali tramarito e moglie e talor venenousar malieincanti ed ogni sorte deribalderia; e poi allegano una certa autorità di suo capo chedice «Si non castetamen caute»; e par loro con questamedicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non èben cauto che tutti i peccatiper gravi che sianofacilmenteperdona Idiopurché stiano secreti e non ne nasca il malesempio. Cosícon un velo di santità e con questasecretezzaspesso tutti i lor pensieri volgono a contaminare ilcasto animo di qualche donna; spesso a seminare odii tra fratelliagovernar statiestollere l'uno e deprimer l'altrofar decapitareincarcerare e proscrivere ominiesser ministri delle sceleritàe quasi depositari delle rubbarie che fanno molti príncipi.Altri senza vergogna si dilettano d'apparer morbidi e freschiconla cotica ben rasa e ben vestiti; ed alzano nel passeggiar la tonicaper mostrar le calze tirate e la disposizion della persona nel farle riverenzie. Altri usano certi sguardi e movimenti ancor nelcelebrar la messaper i quali presumeno essere aggraziati e farsimirare. Malvagi e scelerati ominialienissimi non solamente dallareligionema d'ogni bon costume; e quando la lor vita dissoluta èlor rimproveratasi fanno beffe e ridonsi di chi lor ne parla equasi si ascrivono i vicii a laude -. Allora la signora Emilia: -Tanto piacer- disse- avete di dir mal de' fratiche for d'ogniproposito siete entrato in questo ragionamento. Ma voi fategrandissimo male a mormorar dei religiosi e senza utilitàalcuna vi caricate la coscienzia; chése non fossero quelliche pregan Dio per noi altriaremmo ancor molto maggior flagelliche non avemo -.

Rise allora il Magnifico Iuliano edisse: - Come avete voiSignoracosí ben indovinato ch'ioparlava de' fratinon avendo io loro fatto il nome? ma in vero ilmio non si chiama mormorareanzi parlo io ben aperto e chiaramente;né dico dei bonima dei malvagi e reide' quali ancor nonparlo la millesima parte di ciò ch'io so. - Or non parlatede' frati- rispose la signora Emilia; - ch'io per me estimo gravepeccato l'ascoltarvi e però ioper non ascoltarvilevarommidi qui -.



XXI.

Son contento - disse il MagnificoIuliano- non parlar piú di questo; ma tornando alle laudidelle donnedico che 'l signor Gasparo non mi troverà omoalcun singularech'io non vi trovi la moglieo figliolao sorelladi merito eguale e talor superiore; oltra che molte son state causad'infiniti beni ai loro omini e talor hanno corretto di molti loroerrori. Però essendocome avemo dimostratole donnenaturalmente capaci di quelle medesime virtú che son gliominied essendosene piú volte veduto gli effettinon soperchédando loro io quello che è possibile cheabbiano e spesso hanno aúto e tuttavia hannodebba esserestimato dir miracolicome m'ha apposto il signor Gasparo; attesoche sempre sono state al mondoed ora ancor sonodonne cosívicine alla donna di palazzo che ho formata iocome omini viciniall'omo che hanno formato questi signori -. Disse allora il signorGasparo: - Quelle ragioni che hanno la esperienzia in contrario nonmi paion bone; e certo s'io vi addimandassi quali sianoo sianostate queste gran donne tanto degne di laudequanto gli ominigrandi ai quali son state mogliesorelle o figlioleo che sianoloro state causa di bene alcunoo quelle che abbiano corretto iloro erroripenso che restareste impedito -.



XXII.

- Veramente- rispose il MagnificoIuliano- niuna altra cosa poria farmi restar impeditoeccetto lamoltitudine; e se 'l tempo mi bastassevi contarei a questoproposito la istoria d'Ottaviamoglie di Marc'Antonio e sorellad'Augusto; quella di Porciafigliola di Catone e moglie di Bruto;quella di Gaia Ceciliamoglie di Tarquino Prisco; quella diCorneliafigliola di Scipione; e d'infinite altre che sononotissime; e non solamente delle nostrema ancor delle barbare:come di quella Alessandramoglie pur d'Alessandro re de' Giudeilaquale dopo la morte del maritovedendo i populi accesi di furore egià corsi all'arme per ammazzare doi figlioli che di lui leerano restatiper vendetta della crudele e dura servitú nellaquale il padre sempre gli avea tenutifu taleche súbitomitigò quel giusto sdegno e con prudenzia in un punto fecebenivoli ai figlioli quegli animiche 'l padre con infiniteingiurie in molti anni avea fatti loro inimicissimi. - Dite almen-rispose la signora Emilia- come ella fece -. Disse il Magnifico: -Questavedendo i figlioli in tanto pericoloincontinente fecegittare il corpo d'Alessandro in mezzo della piazza; poichiamatisii cittadinidisse che sapea gli animi loro esser accesi digiustissimo sdegno contra suo maritoperché le crudeliingiurie che esso iniquamente gli avea fatte lo meritavano; e checome mentre era vivo avrebbe sempre voluto poterlo far rimanere datal scelerata vitacosí adesso era apparecchiata a farnefedee loro aiutar a castigarnelo cosí mortoper quanto sipotea; e però si pigliassero quel corpo e lo facessinomangiar ai cani e lo straziassero con que' modi piú crudeliche imaginar sapeano; ma ben gli pregava che avessero compassione aquegli innocenti fanciullii quali non potevano non che aver colpama pur esser consapevoli delle male opere del padre. Di tantaefficacia furono queste paroleche 'l fiero sdegno giàconceputo negli animi di tutto quel populo súbito fumitigatoe converso in cosí piatoso affettoche nonsolamente di concordia elessero quei figlioli per loro signorimaancor al corpo del morto diedero onoratissima sepoltura -. Quivifece il Magnifico un poco di pausa; poi suggiunse: - Non sapete voiche la moglie e le sorelle di Mitridate mostrarono molto minor pauradella morte che Mitridate? e la moglie d'Asdrubale che Asdrubale?Non sapete ch'Armoniafigliola di leron siracusanovolse morirenell'incendio della patria sua? - Allor il Frigio- Dove vadaostinazione certo è- disse- che talor si trovano alcunedonne che mai non mutariano proposito; come quella che non potendopiú dir al marito «forbeci»con le mani gli nefacea segno -.



XXIII.

Rise il Magnifico Iuliano e disse: -La ostinazione che tende a fine virtuoso si dee chiamar constanzia;come fu di quella Epicarilibertina romanache essendo consapevoled'una gran congiura contra di Neronefu di tanta constanzia chestraziata con tutti i piú asperi tormenti che imaginar sipossanomai non palesò alcuno delli complici; e nel medesimopericolo molti nobili cavalieri e senatori timidamente accusaronofratelliamici e le piú care ed intime persone che avesseroal mondo. Che direte voi di quell'altra che si chiamava Leona? inonor della quale gli Ateniesi dedicorono innanzi alla porta dellaròcca una leona di bronzo senza linguaper dimostrar in leila constante virtú della taciturnità; perchéessendo essa medesimamente consapevole d'una congiura contra itiranninon si spaventò per la morte di dui grandi ominisuoi amicie benché con infiniti e crudelissimi tormentifusse laceratamai non palesò alcuno dei congiurati -. Disseallor madonna Margherita Gonzaga: - Parmi che voi narriate troppobrevemente queste opere virtuose fatte da donne; ché se benquesti nostri nemici l'hanno udite e lettemostrano non saperle evorriano che se ne perdesse la memoria: ma se fate che noi altre leintendiamoalmen ce ne faremo onore -.



XXIV.

Allor il Magnifico Iuliano-Piacemi- rispose. - Or io voglio dirvi d'unala qual fece quelloche io credo che 'l signor Gasparo medesimo confessarà chefanno pochissimi omini; - e cominciò: - In Massilia fu giàuna consuetudinela quale s'estima che di Grecia fusse traportatala quale era che publicamente si servava veneno temperato con cicutae concedevasi il pigliarlo a chi approvava al senato doversi levarla vitaper qualche incommodo che in essa sentisseo ver per altragiusta causaacciò che chi troppo avversa fortuna patitoavea o troppo prospera gustatoin quella non perseverasse o questanon mutasse. Ritrovandosi adunque Sesto Pompeo... - Quivi il Frigionon aspettando che 'l Magnifico Iuliano passasse piú avantiQuesto mi par- disse- il principio d'una qualche lunga fabula -.Allora il Magnifico Iulianovoltatosi ridendo a madonna Margherita- Eccovi- disse- che 'l Frigio non mi lascia parlare. Io volevaor contarvi d'una donnala qualeavendo dimostrato al senato cheragionevolmente dovea morireallegra e senza timor alcuno tolse inpresenzia di Sesto Pompeo il venenocon tanta constanzia d'animo ecosí prudenti ed amorevoli ricordi ai suoiche Pompeo etutti gli altri che videro in una donna tanto sapere e sicurezza neltremendo passo della morterestarono non senza lacrime confusi dimolta maraviglia -.



XVX.

Allora il signor Gasparo ridendo-Io ancora mi ricordo- disse- aver letto una orazionenellaquale un infelice marito dimanda licenzia al senato di morire edapprova averne giusta cagioneper non poter tollerare il continuofastidio del cianciare di sua moglie e piú presto vol berequel venenoche voi dite che si servava publicamente per talieffettiche le parole della moglie -. Rispose il Magnifico Iuliano:- Quante meschine donne aríano giusta causa di dimandarlicenzia di morirper non poter tollerarenon dirò le maleparolema i malissimi fatti dei mariti! ch'io alcune ne conoscoche in questo mondo patiscono le pene che si dicono essernell'inferno. - Non credete voi- rispose il signor Gasparo- chemolti mariti ancor siano che dalle mogli hanno tal tormentocheogni ora desiderino la morte? - E che dispiacere- disse ilMagnifico- possono far le mogli ai maritiche sia cosísenza rimedio come son quelli che fanno i mariti alle mogli? lequalise non per amorealmen per timor sono ossequenti ai mariti.

- Certo è- disse il signorGaspar- che quel poco che talor fanno di bene procede da timoreperché poche ne sono al mondo che nel secreto dell'animo suonon abbiano in odio il marito. - Anzi in contrario- rispose ilMagnifico; - e se ben vi ricorda quanto avete lettoin tutte leistorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i mariti piúche essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un maritofacesse verso la moglie un tal segno d'amorequale fece quellaCamma verso suo marito? - Io non so- rispose il signor Gaspar-chi si fosse costeiné che segno la si facesse. - Néio- disse il Frigio. Rispose il Magnifico: - Uditelo; e voimadonna Margheritamettete cura di tenerlo a memoria.



XVXI.

Questa Camma fu una bellissimagiovaneornata di tanta modestia e gentil costumiche non men perquesto che per la bellezza era maravigliosa; e sopra l'altre cosecon tutto il core amava suo maritoil quale si chiamava Sinatto.

Intervenne che un altro gentilomoilquale era di molto maggior stato che Sinatto e quasi tiranno diquella città dove abitavanos'innamorò di questagiovane; e dopo l'aver lungamente tentato per ogni via e modod'acquistarlae tutto in vanopersuadendosi che lo amor che essaportava al marito fosse la sola cagione che ostasse a' suoidesidèrifece ammazzar questo Sinatto. Cosí poisollicitando continuamentenon ne poté mai trar altro fruttoche quello che prima avea fatto; ondecrescendo ogni dí piúquesto amoredeliberò tôrla per mogliebenchéessa di stato gli fosse molto inferiore. Cosí richiesti liparenti di lei da Sinorige (ché cosí si chiamava loinnamorato)cominciarono a persuaderla a contentarsi di questomostrandole il consentir essere utile assai e 'l negarlo pericolosoper lei e per tutti loro. Essapoi che loro ebbe alquantocontradettorispose in ultimo esser contenta. I parenti fecerointendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procuròche súbito si celebrassero le nozze. Venuto adunque l'uno el'altro a questo effetto solennemente nel tempio di DianaCammafece portar una certa bevanda dolcela quale essa avea composta; ecosí davanti al simulacro di Diana in presenzia di Sinorigene bevé la metà; poi di sua manoperché questonelle nozze s'usava di farediede il rimanente allo sposo; il qualtutto lo bevé. Cammacome vide il disegno suo riuscitotutta lieta a piè della imagine di Diana s'inginochiòe disse: «O Deatu che conosci lo intrinseco del cor miosiami bon testimoniocome difficilmente dopo che 'l mio caroconsorte morícontenuta mi sia di non mi dar la morte e conquanta fatica abbia sofferto il dolore di star in questa amara vitanella quale non ho sentito alcuno altro bene o piacerefuor che lasperanza di quella vendetta che or mi trovo aver conseguita; peròallegra e contenta vado a trovar la dolce compagnia di quella animache in vita ed in morte piú che me stessa ho sempre amata. Etusceleratoche pensasti esser mio maritoin iscambio del lettonuziale dà ordine che apparecchiato ti sia il sepulcroch'iodi te fo sacrificio all'ombra di Sinatto». Sbigottito Sinorigedi queste parole e già sentendo la virtú de veneno chelo perturbavacercò molti rimedi; ma non valsero; ed ebbeCamma di tanto la fortuna favorevoleo altro che si fossecheinnanzi che essa morisse seppe che Sinorige era morto. La qual cosaintendendocontentissima si pose a letto con gli occhi al cielochiamando sempre il nome di Sinatto e dicendo: «O dolcissimoconsorteor ch'io ho dato per gli ultimi doni alla tua morte elacrime e vendettané veggio che piú altra cosa qui afar per te mi restifuggo il mondo e questa senza te crudel vitalaquale per te solo già mi fu cara. Viemmi adunque incontrasignor mioed accogli cosí voluntieri questa animacomeessa voluntieri a te ne viene»: e di questo modo parlandoecon le braccia apertequasi che in quel punto abbracciar lovolessese ne morí. Or diteFrigioche vi par di questa? -Rispose il Frigio: - Parmi che voi vorreste far piangere questedonne. Ma poniamo che questo ancor fosse veroio vi dico che taidonne non si trovano piú al mondo -.



XVXII.

Disse il Magnifico: - Si trovan sí;e che sia veroudite. A' dí mei fu in Pisa un gentilomoilcui nome era messer Tomaso; non mi ricordo di qual famigliaancorache da mio padreche fu suo gran amicosentissi piú voltericordarla. Questo messer Tomaso adunquepassando un dí sopraun piccolo legnetto da Pisa in Sicilia per sue bisognefusoprapreso d'alcune fuste de' Moriche gli furono addosso cosíall'improvisoche quelli che governavano il legnetto non sen'accorsero; e benché gli omini che dentro v'erano sidiffendessino assaipurper esser essi pochie i nimici moltiillegnetto con quanti v'eran sopra rimase nel poter dei Morichiferito e chi sanosecondo la sortee con essi messer Tomasoilqual s'era portato valorosamente ed avea morto di sua mano unfratello d'un dei capitani di quelle fuste. Della qual cosa ilcapitano sdegnatocome possete pensaredella perdita del fratellovolse costui per suo prigioniero; e battendolo e straziandolo ognigiornolo condusse in Barbariadove in gran miseria avevadeliberato tenerlo in vita sua cattivo e con gran pena. Gli altrituttichi per una e chi per un'altra viafurono in capo d'un tempoliberi e ritornarono a casa; e riportarono alla moglieche madonnaArgentina avea nomeed ai figlioli la dura vita e 'l gran affannoin che messer Tomaso viveva ed era continuamente per vivere senzasperanzase Dio miraculosamente non l'aiutava. Della qual cosa poiche essa e loro furono chiarititentati alcun altri modi diliberarloe dove esso medesimo già s'era acquetato dimorireintervenne che una solerte pietà svegliò tantol'ingegno e l'ardir d'un suo figlioloche si chiamava Paulochenon ebbe riguardo a niuna sorte di pericolo e deliberò omorir o liberar il padre; la qual cosa gli venne fattadi modo chelo condusse cosí cautamenteche prima fu in Ligornoche sirisapesse in Barberia ch'e' fusse di là partito. Di quivimesser Tomaso sicuro scrisse alla moglie e le fece intendere laliberazion suae dove erae come il dí seguente sperava divederla. La bona e gentil donnasopragiunta da tanta e non pensataallegrezza di dover cosí prestoe per pietà e pervirtú del figliolovedere il maritoil quale amava tanto egià credea fermamente non dover mai piú vederelettala letteraalzò gli occhi al cielo echiamato il nome delmaritocadde morta in terra; né mai con rimedi che se lefacesserola fuggita anima piú ritornò nel corpo.Crudel spettaculoe bastante a temperar le voluntà umane eritrarle dal desiderar troppo efficacemente le soverchie allegrezze!



XVXIII.

Disse allora ridendo il Frigio: - Chesapete voi ch'ella non morisse di dispiacereintendendo che 'lmarito tornava a casa? - Rispose il Magnifico: - Perché ilresto della vita sua non si accordava con questo; anzi penso chequell'animanon potendo tollerare lo indugio di vederlo con gliocchi del corpoquello abbandonassee tratta dal desiderio volassesúbito doveleggendo quella letteraera volato il pensiero-. Disse il signor Gasparo: - Po esser che questa donna fosse troppoamorevoleperché le donne in ogni cosa sempre s'attaccanoallo estremoche è male; e vedete che per essere troppoamorevole fece male a se stessa ed al marito ed ai figlioliai qualiconverse in amaritudine il piacere di quella pericolosa e desiderataliberazione. Però non dovete già allegar questa peruna di quelle donneche sono state causa di tanti beni -. Risposeil Magnifico: - Io la allego per una di quelle che fanno testimonioche si trovino mogli che amino i mariti; ché di quelle chesiano state causa de molti beni al mondo potrei dirvi un numeroinfinitoe narrarvi delle tanto antiche che quasi paion fabule; edi quelle che appresso agli omini sono state inventrici di tai coseche hanno meritato esser estimate deecome PalladeCerere; e delleSibilleper bocca delle quali Dio tante volte ha parlato e rivelatoal mondo le cose che aveano a venire; e di quelle che hannoinsegnato a grandissimi ominicome Aspasia e Diotimala qualeancora con sacrifici prolungò dieci anni il tempo d'una pesteche aveva da venire in Atene. Potrei dirvi di Nicostratamadred'Evandrola quale mostrò le lettere ai Latini; e d'un'altradonna ancor che fu maestra di Pindaro lirico; e di Corinna e diSaffoche furono eccellentissime in poesia: ma io non voglio cercarle cose tanto lontane. Dicovi benlassando il restoche dellagrandezza di Roma furono forse non minor causa le donne che gliomini. - Questo- disse il signor Gasparo- sarebbe bello daintendere -.



XXIX.

Rispose il Magnifico: - Or uditelo.Dopo la espugnazion di Troia molti Troianiche a tanta ruinaavanzaronofuggirono chi ad una viachi ad un'altra; dei quali unaparteche da molte procelle forno battutivennero in Italianellacontrata ove il Tevere entra in mare. Cosí discesi in terraper cercar de' bisogni lorocominciarono a scorrere il paese; ledonneche erano restate nelle navipensarono tra sé unutile consiglioil qual ponesse fine al periculoso e lungo errormaritimo ed in loco della perduta patria una nova loro nerecuperasse; econsultate insiemeessendo assenti gli ominiabbrusciarono le navi; e la prima che tal opera cominciò sichiamava Roma. Purtemendo la iracundia degli omini i qualiritornavanoandarono contra essi; ed alcune i maritialcune i soicongiunti di sangue abbracciando e basciando con segno dibenivolenziamitigarono quel primo impeto; poi manifestarono loroquietamente la causa del lor prudente pensiero. Onde i Troianisiper la necessitàsí per esser benignamente accettatidai paesanifurono contentissimi di ciò che le donne aveanofatto e quivi abitarono con i Latininel loco dove poi fu Roma; eda questo processe il costume antico appresso i Romaniche le donneincontrando basciavano i parenti. Or vedete quanto queste donnegiovassero a dar principio a Roma.



XXX.

Né meno giovarono alloaugumento di quella le donne sabineche si facessero le troiane alprincipio; ché avendosi Romulo concitato generale inimiciziade tutti i suoi vicini per la rapina che fece delle lor donnefutravagliato di guerre da ogni banda; delle qualiper esser omovalorosotosto si espedí con vittoriaeccetto di quella de'Sabiniche fu grandissimaperché Tito Taciore de' Sabiniera valentissimo e savio; ondeessendo stato fatto uno acerbo fattod'arme tra Romani e Sabini con gravissimo danno dell'una edell'altra parteed apparecchiandosi nova e crudel battaglialedonne sabinevestite di neroco' capelli sparsi e laceratipiangendomestesenza timore dell'arme che già erano perferir mossevennero nel mezzo tra i padri e i maritipregandogliche non volessero macchiarsi le mani del sangue de' soceri e deigeneri; e se pur erano mal contenti di tal parentatovoltasserol'arme contra esseché molto meglio loro era il morire chevivere vedoveo senza padri e fratellie ricordarsi che i suoifiglioli fossero nati di chi loro avesse morti i lor padrio cheesse fossero nate de chi lor avesse morti i lor mariti. Con questigemiti piangendomolte di loro nelle braccia portavano i suoipiccoli figliolinide' quali già alcuni cominciavano asnodar la lingua e parea che chiamar volessero e far festa agliavoli loro; ai quali le donne mostrando i nepoti e piangendo«Ecco»diceano«il sangue vostroil quale voicon tanto impeto e furor cercate di sparger con le vostre mani».Tanta forza ebbe in questo caso la pietà e la prudenzia delledonneche non solamente tra li dui re nemici fu fatta indissolubileamicizia e confederazionemache piú maravigliosa cosa fuvennero i Sabini ad abitare in Romae dei dui popoli fu fatto unsolo; e cosí molto accrebbe questa concordia le forze di Romamercè delle sagge e magnanime donne; le quali in tanto daRomulo furono remunerate chedividendo il populo in trenta curieaquelle pose i nomi delle donne sabine -.



XXXI.

Quivi essendosi un poco il MagnificoIuliano fermato vedendo che 'l signor Gasparo non parlava- Non vipardisse- che queste donne fussero causa di bene agli loro ominie giovassero alla grandezza di Roma? - Rispose il signor Gasparo: -In vero queste furono degne di molta laude; ma se voi cosívoleste dir gli errori delle donne come le bone operenon arestetacciuto che in questa guerra di Tito Tacio una donna tradìRoma ed insegnò la strada ai nemici d'occupar il Capitolioonde poco mancò che i Romani tutti non fussero destrutti -.Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi mi fate menzion d'una sola donnamala ed io a voi d'infinite bone; ed oltre le già dette iopotrei addurvi al mio proposito mille altri esempi delle utilitàfatte a Roma dalle donne e dirvi perché già fusseedificato un tempio a Venere Armata ed un altro a Venere Calvaecome ordinata la festa delle Ancille a Iunoneperché leancille già liberarono Roma dalle insidie de' nemici. Malassando tutte queste cosequel magnanimo fatto d'aver scoperto lacongiurazion di Catilinadi che tanto si lauda Ciceronenon ebbeegli principalmente origine da una vil femina? la quale per questosi poria dir che fosse stata causa di tutto 'l bene che si vantaCicerone aver fatto alla republica romana. E se 'l tempo mibastassevi mostrarei forse ancor le donne spesso aver corretto dimolti errori degli omini; ma temo che questo mio ragionamento ormaisia troppo lungo e fastidioso; perché avendosecondo ilpoter miosatisfatto al carico datomi da queste signorepenso didar loco a chi dica cose piú degne d'esser uditeche nonposso dir io -.



XXXII.

Allor la signora Emilia- Nondefraudate- disse- le donne di quelle vere laudi che loro sonodebite; e ricordatevi che se 'l signor Gasparo ed ancor forse ilsignor Ottaviano vi odono con fastidionoi e tutti quest'altrisignori ve udiamo con piacere -. Il Magnifico pur volea por finematutte le donne cominciarono a pregarlo che dicesse; onde egliridendo- Per non mi provocar- disse- per nemico il signorGaspar piú di quello che egli si siadirò brevemented'alcune che mi occorreno alla memorialassandone molte ch'iopotrei dire; - poi suggiunse: - Essendo Filippo di Demetrio intornoalla città di Chio ed avendola assediatamandò unbandoche a tutti i servi che della città fuggivano ed a sévenissero prometteva la libertà e le mogli dei lor patroni.Fu tanto lo sdegno delle donne per cosí ignominioso bandoche con l'arme vennero alle mura e tanto ferocemente combatteronoche in poco tempo scacciarono Filippo con vergogna e danno; il chenon aveano potuto far gli omini. Queste medesime donneessendo coilor maritipadri e fratelliche andavano in esiliopervenute inLeuconiafecero un atto non men glorioso di questo; ché gliEritreiche ivi erano co' suoi confederatimossero guerra a questiChii; li quali non potendo contrastaretolsero patto col giupponsolo e la camiscia uscir della città. Intendendo le donne cosívituperoso accordosi dolserorimproverandogli chelassandol'armeuscissero come ignudi tra' nemici; e rispondendo essi giàaver stabilito il pattodissero che portassero lo scudo e la lanzae lassassero i pannie rispondessero ai nemici questo essere illoro abito. E cosí facendo essi per consiglio delle lor donnericopersero in gran parte la vergognache in tutto fuggir nonpoteano. Avendo ancor Ciro in un fatto d'arme rotto un esercito diPersianiessi in fugacorrendo verso la città incontraronole lor donne fuor della portale quali fattosi loro incontradissero: «Dove fuggite voivili omini? volete voi forsinascondervi in noionde sète usciti?» Queste ed altretai parole udendo gli omini e conoscendo quanto d'animo eranoinferiori alle lor donnesi vergognarono di se stessie ritornandoverso i nemicidi novo con essi combatterono e gli ruppero -.



XXXIII.

Avendo insin qui dettoil MagnificoIuliano fermossi e rivolto alla signora Duchessa disse: - OrSignorami darete licenzia di tacere -. Rispose il signor Gasparo:- Bisogneravi pur tacerepoiché non sapete piú che vidire -.

Disse il Magnifico ridendo: - Voi mistimulate di modo che vi mettete a pericolo di bisognar tutta notteudir laudi di donne; ed intendere di molte spartaneche hanno avutacara la morte gloriosa dei figlioli; e di quelle che gli hannorifutatio morti esse medesimequando gli hanno veduti usar viltà.Poicome le donne saguntine nella ruina della patria loroprendessero l'arme contra le genti d'Annibale; e come essendo loesercito de' Tedeschi superato da Mariole lor donnenon potendoottener grazia di viver libere in Roma al servizio delle verginivestalitutte s'ammazzassero insieme coi lor piccoli figliolini; edi mille altredelle quali tutte le istorie antiche son piene -.Allor il signor Gasparo- Dehsignor Magnifico- disse- Dio sacome passarono quelle cose; perché que' secoli son tanto danoi lontaniche molte bugie si posson dire e non v'è chi leriprovi -.



XXXIV.

Disse il Magnifico: - Se in ognitempo vorrete misurare il valor delle donne con quel degli ominitrovarete che elle non son mai state né ancor sono adesso devirtú punto inferiori agli omini; chélassando queitanto antichise venite al tempo che i Goti regnarono in Italiatrovarete tra loro essere stata una regina Amalasuntache governòlungamente con maravigliosa prudenzia; poi Teodelindaregina de'Longobardidi singular virtú; Teodoragreca imperatrice; edin Italia fra molte altre fu singularissima signora la contessaMatildadelle laudi della quale lasserò parlare al conteLudovicoperché fu della casa sua. - Anzi- disse il Conte- a voi toccaperché sapete ben che non conviene che l'omolaudi le cose sue proprie -. Suggiunse il Magnifico: - E quantedonne famose ne' tempi passati trovate voi di questa nobilissimacasa di Montefeltro! quante della casa da Gonzagada Estede' Pii!Se de' tempi presenti poi parlare vorremonon ci bisogna cercaresempi troppo di lontanoché gli avemo in casa. Ma io nonvoglio aiutarmi di quelli che in presenzia vedemoacciò chevoi non mostriate consentirmi per cortesia quello che in alcun modonegar non mi potete. E per uscir di Italiaricordatevi che a' dínostri avemo veduto Anna regina di Franzagrandissima signora nonmeno di virtú che di stato; ché se di giustizia eclemenzialiberalità e santità di vitacomparare lavorrete alli re Carlo e Ludovicodell'uno e dell'altro de' quali fumoglienon la trovarete punto inferiore d'essi. Vedete madonnaMargheritafigliola di Massimiliano imperatorela quale con sommaprudenzia e giustizia insino a qui ha governato e tuttora governa ilstato suo.



XXVX.

- Ma lassando a parte tutte l'altreditemisignor Gasparqual re o qual principe è stato a'nostri dí ed ancor molt'anni prima in Cristianitàchemeriti esser comparato alla regina Isabella di Spagna? - Rispose ilsignor Gasparo: - Il re Ferrando suo marito -. Suggiunse ilMagnifico: - Questo non negherò io; chépoichéla Regina lo giudicò degno d'esser suo marito e tanto lo amòed osservònon si po dire che 'l non meritasse d'esserlecomparato: ben credo che la riputazion ch'egli ebbe da lei fusse dotenon minor che 'l regno di Castiglia. - Anzirispose il signorGaspar- penso io che di molte opere del re Ferrando fusse laudatala regina Isabella -. Allor il Magnifico- Se i populi di Spagna-disse- i signorii privatigli omini e le donnepoveri ericchinon si son tutti accordati a voler mentire in laude di leinon è stato a' tempi nostri al mondo piú chiaro esempiodi vera bontàdi grandezza d'animodi prudenziadireligioned'onestàdi cortesiadi liberalitàinsomma d'ogni virtúche la regina Isabella; e benchéla fama di quella signora in ogni loco e presso ad ogni nazione siagrandissimaquelli che con lei vissero e furono presenti alle sueazioni tutti affermano questa fama esser nata dalla virtú emeriti di lei. E chi vorrà considerare l'opere suefacilmente conoscerà esser cosí il vero; chélassando infinite cose che fanno fede di questo e potrebbonsi direse fusse nostro propositoognun sa che quando essa venne a regnaretrovò la maggior parte di Castiglia occupata dai grandi;nientedimeno il tutto ricuperò cosí giustificatamentee con tal modoche i medesimi che ne furono privati le restaronoaffezionatissimie contenti di lassar quello che possedevano.

Notissima cosa è ancora conquanto animo e prudenzia sempre diffendesse i regni suoi dapotentissimi inimici; e medesimamente a lei sola si po dar l'onoredel glorioso acquisto del regno di Granata; ché in cosílunga e difficil guerra contra nimici ostinatiche combattevano perle facultàper la vitaper la legge sua eal parer loroper Diomostrò sempre col consiglio e con la persona propriatanta virtúche forse a' tempi nostri pochi príncipihanno avuto ardire non che di imitarlama pur d'averle invidia.Oltre a ciòaffermano tutti quegli che la conobberoesserstato in lei tanto divina maniera di governareche parea quasi chesolamente la voluntà sua bastasseperché senza altrostrepito ognuno facesse quello che doveva; tal che a pena osavanogli omini in casa sua propria e secretamente far cosa che pensassinoche a lei avesse da dispiacere; e di questo in gran parte fu causail maraviglioso giudicio ch'ella ebbe in conoscere ed elegere iministri atti a quelli offici nei quali intendeva d'adoperargli; ecosí ben seppe congiungere il rigor della giustizia con lamansuetudine della clemenzia e la liberalitàche alcun bonoa' suoi dí non fu che si dolesse d'esser poco remuneratonéalcun malo d'esser troppo castigato. Onde nei populi verso di leinacque una somma riverenziacomposta d'amore e timore; la qualenegli animi di tutti ancor sta cosí stabilitache par quasiche aspettino che essa dal cielo i miri e di là su debbadargli laude o biasmo; e perciò col nome suo e con i modi dalei ordinati si governano ancor que' regnidi maniera chebenchéla vita sia mancatavive l'autoritàcome rota chelungamente con impeto voltatagira ancor per bon spacio da sébenché altri piú non la mova. Considerate oltre diquestosignor Gasparoche a' nostri tempi quasi tutti gli ominigrandi di Spagna e famosi in qualsivoglia cosasono stati creatidalla regina Isabella; e Gonsalvo FerrandoGran Capitanomolto piúdi questo si preziavache di tutte le sue famose vittoriee diquelle egregie e virtuose opereche in pace ed in guerra fattol'hanno cosí chiaro ed illustreche se la fama non èingratissimasempre al mondo publicherà le immortali suelodee farà fede che alla età nostra pochi re o granpríncipi avemo aútii quali stati non siano da lui dimagnanimitàsapere e d'ogni virtú superati.



XXVXI.

Ritornando adunque in Italiadicoche ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoliavemo due singular regine; e poco fa pur in Napoli moríl'altra regina d'Ongaríatanto eccellente signora quanto voisapete e bastante di far paragone allo invitto e glorioso re MatiaCorvino suo marito. Medesimamente la duchessa Isabella d'Aragonadegna sorella del re Ferrando di Napoli; la qualecome oro nelfococosí nelle procelle di fortuna ha mostrata la virtúe 'l valor suo. Se nella Lombardia verretev'occorrerà lasignora Isabella marchesa di Mantua; alle eccellentissime virtúdella quale ingiuria si faria parlando cosí sobriamentecomesaria forza in questo loco a chi pur volesse parlarne. Pesami ancorache tutti non abbiate conosciuta la duchessa Beatrice di Milano suasorellaper non aver mai piú a maravigliarvi di ingegno didonna. E la duchessa Eleonora d'Aragonaduchessa di Ferrara e madredell'una e l'altra di queste due signore ch'io v'ho nominatefutale che le eccellentissime sue virtú faceano bon testimonioa tutto 'l mondoche essa non solamente era degna figliola di Rema che meritava esser regina di molto maggior stato che non aveanoposseduto tutti i suoi antecessori. E per dirvi d'un'altraquantiomini conoscete voi al mondoche avessero tollerato gli acerbi colpidella fortuna cosí moderatamentecome ha fatto la reginaIsabella di Napoli?

la qualedopo la perdita del regnoloesilio e morte del re Federico suo marito e di duo figlioli e lapregionia del Duca di Calabria suo primogenitopur ancor sidimostra esser regina e di tal modo supporta i calamitosi incommodidella misera povertàche ad ognuno fa fede cheancor cheella abbia mutato fortunanon ha mutato condizione. Lasso di nominarinfinite altre signoreed ancor donne di basso grado; come moltepisaneche alla diffesa della lor patria contra' Fiorentini hannomostrato quell'ardire generososenza timore alcuno di mortechemostrar potessero i piú invitti animi che mai fossero almondo; onde da molti nobili poeti sono state alcune di lorcelebrate. Potrei dirvi d'alcune eccellentissime in lettereinmusicain pitturain scultura; ma non voglio andarmi piúrivolgendo tra questi esempiche a voi tutti sono notissimi. Bastachese nell'animo vostro pensate alle donne che voi stessoconoscetenon vi fia difficile comprendere che esse per il piúnon sono di valore o meriti inferiori ai padrifratelli e maritiloro; e che molte sono state causa di bene agli omini e spesso hannocorretto di molti loro errori; e se adesso non si trovano al mondoquelle gran regineche vadano a subiugare paesi lontani e faccianomagni edificipiramidi e cittàcome quella Tomirisreginadi SciziaArtemisiaZenobiaSemiramìso Cleopatranon cison ancor omini come CesareAlessandroScipioneLucullo e queglialtri imperatori romani


XXVXII.

- Non dite cosí- risposeallora ridendo il Frigio- ché adesso piú che mai sitrovan donne come Cleopatra o Semiramis; e se già non hannotanti statiforze e ricchezzeloro non manca però la bonavoluntà di imitarle almen nel darsi piacere e satisfare piúche possano a tutti i suoi appetiti -. Disse il Magnifico Iuliano: -Voi volete purFrigiouscire de' termini: ma se si trovano alcuneCleopatrenon mancano infiniti Sardanapali; che è assaipeggio. - Non fate- disse allor il signor Gasparo- questecomparazioniné crediate già che gli omini siano piúincontinenti che le donne; e quando ancor fosseronon sarebbepeggioperché dalla incontinenzia delle donne nasconoinfiniti maliche non nascono da quella degli omini; e peròcome ieri fu dettoèssi prudentemente ordinato che ad essesia licito senza biasimo mancar in tutte l'altre coseacciòche possano metter ogni lor forza per mantenerse in questa solavirtú della castitàsenza la quale i figlioli sarianoincertie quello legame che stringe tutto 'l mondo per lo sangueeper amar naturalmente ciascun quello che ha produttosidiscioglieria: però alle donne piú si disdice la vitadissoluta che agli ominii quali non portano nove mesi ìfiglioli in corpo -.



XXVXIII.

Allora il Magnifico- Questi-rispose- veramente sono belli argumenti che voi fate e non soPerché non gli mettiate in scritto. Ma ditemi per qual causanon s'è ordinato che negli omini cosí sia vituperosacosa la vita dissoluta come nelle donneatteso che se essi sono danatura piú virtuosi e di maggior valorepiúfacilmente ancora poriano mantenersi in questa virtú dellacontinenzia e i figlioli né piú né meno saríanocerti; ché se ben le donne fossero lascivepurché gliomini fossero continenti e non consentissero alla lascivia delledonneesse da sé a sé e senza altro aiuto giànon porian generare. Ma se volete dir il verovoi ancor conosceteche noi di nostra autorità ci avemo vendicato una licenziaper la quale volemo che i medesimi peccati in noi siano leggerissimie talor meritino laudee nelle donne non possano a bastanza essercastigati se non con una vituperosa morteo almen perpetua infamia.Peròpoiché questa opinion è invalsaparmi checonveniente cosa sia castigar ancor acerbamente quelli che con bugiedànno infamia alle donne; ed estimo ch'ogni nobil cavalierosia obligato a diffender sempre con l'armedove bisognala veritàe massimamente quando conosce qualche donna esser falsamentecalunniata di poca onestà -.



XXXIX.

- Ed io- rispose ridendo il signorGasparo- non solamente affermo esser debito d'ogni nobil cavalieroquello che voi ditema estimo gran cortesia e gentilezza coprirqualche erroreove per disgraziao troppo amoreuna donna siaincorsa; e cosí veder potete ch'io tengo piú alla partedelle donnedove la ragion me lo comportache non fate voi. Nonnego già che gli omini non si abbiano preso un poco dilibertà; e questo perché sanno che per la opinionuniversale ad essi la vita dissoluta non porta cosí infamiacome alle donne; le qualiper la imbecillità del sessosonomolto piú inclinate agli appetiti che gli ominie se talorsi astengono dal satisfare ai suoi desidèrilo fanno pervergognanon perché la voluntà non sia loroprontissima; e però gli omini hanno posto loro il timord'infamia per un freno che le tenga quasi per forza in questa virtúsenza la qualeper dir il verosariano poco d'apprezzare; perchéil mondo non ha utilità dalle donnese non per lo generaredei figlioli. Ma ciò non intervien degli ominii qualigovernano le cittàgli eserciti e fanno tante altre cosed'importanzia: il chepoiché voi volete cosínonvoglio disputar come sapessero far le donne; basta che non lo fanno;e quando è occorso agli omini far paragon della continenziacosí hanno superato le donne in questa virtú comeancora nell'altrebenché voi non lo consentiate. Ed io circaquesto non voglio recitarvi tante istorie o fabule quante avetefatto voie rimettovi alla continenzia solamente di dui grandissimisignori giovanie su la vittoriala quale suol far insolentiancora gli omini bassissimi; e dell'uno è quella d'AlessandroMagno verso le donne bellissime di Darionemico e vinto; l'altra diScipionea cuiessendo di ventiquattro anni ed avendo in Ispagnavinto per forza una cittàfu condutta una bellissima enobilissima giovanepresa tra molt'altre; e intendendo Scipionequesta esser sposa d'un signor del paesenon solamente s'astenne daogni atto disonesto verso di leima immaculata la rese al maritofacendole di sopra un ricco dono. Potrei dirvi di Senocrateilquale fu tanto continenteche una bellissima donnaessendoseglicolcata accanto ignuda e facendogli tutte le carezze ed usando tuttii modi che sapeadelle quai cose era bonissima maestranon ebbeforza mai di far che mostrasse pur un minimo segno d'impudiciziaavvenga che ella in questo dispensasse tutta una notte; e diPericleche udendo solamente uno che laudava con troppo efficaciala bellezza d'un fanciullolo riprese agramente; e di molt'altricontinentissimi di lor propria voluntàe non per vergogna opaura di castigoda che sono indutte la maggior parte di quelledonne che in tal virtú si mantengono; le quali peròancor con tutto questo meritano esser laudate assaie chifalsamente dà loro infamia d'impudicizia è degnocomeavete dettodi gravissima punizione -.



XL.

Allora messer Cesareil qual per bonspacio tacciuto avea- Pensate- disse- di che modo parla ilsignor Gasparo a biasimo delle donnequando queste son quelle cosech'ei dice in laude loro. Ma se 'l signor Magnifico mi concede ch'iopossa in loco suo respondergli alcune poche cose circa quanto eglial parer miofalsamente ha detto contra le donnesarà beneper l'uno e per l'altro: perché esso si riposerà unpoco e meglio poi potrà seguitare in dir qualche altraeccellenzia della donna di palazzo; ed io mi terrò per moltagrazia l'aver occasione di far insieme con lui questo officio di boncavalierocioè diffender la verità. - Anzi ve nepriego- rispose il signor Magnifico; - ché già a meparea aver satisfattosecondo le forze miea quanto io doveva eche questo ragionamento fosse ormai fuor del proposito mio -.Suggiunse messer Cesare: - Non voglio già parlare dellautilità che ha il mondo dalle donneoltre al generar ifiglioliperché a bastanza s'è dimostrato quanto essesiano necessarie non solamente all'esser ma ancor al ben essernostro; ma dicosignor Gasparche se esse sonocome voi ditepiúinclinate agli appetiti che gli ominie con tutto questo se neastengano piú che gli ominiil che voi stesso consentitesono tanto piú degne di laudequanto il sesso loro èmen forte per resistere agli appetiti naturali; e se dite che lofanno per vergognaparmi che in loco d'una virtú sola nediate lor due; ché se in esse piú po la vergogna chel'appetito e perciò i astengono dalle cose mal fatteestimoche questa vergognache in fine non è altro che timord'infamiasia una rarissima virtú e da pochissimi ominiposseduta. E s'io potessi senza infinito vituperio degli omini direcome molti d'essi siano immersi nella impudenziache è ilvicio contrario a questa virtúcontaminarei queste santeorecchie che m'ascoltano: e per il piú questi tali ingiuriosia Dio ed alla natura sono omini già vecchii quali fanprofessione chi di sacerdoziochi di filosofiachi delle santeleggi; e governano le republiche con quella severitàcatoniana nel visoche promette tutta la integrità delmondo; e sempre allegano il sesso feminile esser incontinentissimo;né mai essi d'altro si dolgon piúche del mancar loroil vigor naturale per poter satisfare ai loro abominevoli desidèrii quali restano ancor nell'animoquando già la natura linega al corpo; e però spesso trovano modi dove le forze nonsono necessarie.



XLI.

Ma io non voglio dir piúavanti e bastami che mi consentiate che le donne si astengano piúdalla vita impudica che gli omini; e certo è che d'altro frenonon sono ritenuteche da quello che esse stesse si mettono; e chesia verola piú parte di quelle che son custodite con troppastretta guardiao battute dai mariti o padrisono men pudiche chequelle che hanno qualche libertà. Ma gran freno ègeneralmente alle donne l'amor della vera virtú e 'l desideriod'onoredel qual molteche io a' miei dí ho conosciutefanno piú stima che della vita propria; e se volete dir ilveroognun di noi ha veduto giovani nobilissimidiscretisavivalenti e belliaver dispensato molt'anni amandosenza lassareadrieto cosa alcuna di sollicitudinedi donidi preghidilacrimein somma di ciò che imaginar si po; e tutto in vano.E se a me non si potesse dire che le qualità mie nonmeritarono mai ch'io fossi amatoallegherei il testimonio di mestessoche piú d'una volta per la immutabile e troppo severaonestà d'una donna fui vicino alla morte -. Rispose il signorGasparo: - Non vi maravigliate di questoperché le donne cheson pregate sempre negano di compiacer chi le prega e quelle che nonson pregate pregano altrui -.



XLII.

Disse messer Cesare: - Io non ho maiconosciuti questiche siano dalle donne pregati; ma sí benmoltili qualivedendosi aver in vano tentato e speso il temposcioccamentericorrono a questa nobil vendetta e dicono aver avutoabondanzia di quello che solamente s'hanno imaginato; e par loro cheil dir male e trovare invenzioniacciò che di qualche nobildonna per lo vulgo si levino fabule vituperosesia una sorte dicortegiania. Ma questi taliche di qualche donna di prezzovillanamente si dànno vantoo vero o falsomeritano castigoe supplicio gravissimo; e se talor loro vien datonon si po dirquanto siano da laudar quelli che tale officio fanno. Ché sedicon bugiequal scelerità po esser maggioreche privar coninganno una valorosa donna di quello che essa piú che la vitaestima? e non per altra causache per quella che la devria fared'infinite laudi celebrata? Se ancora dicon veroqual pena poriabastare a chi è cosí perfidoche renda tantaingratitudine per premio ad una donnala qualvinta dalle falselusinghedalle lacrime fintedai preghi continuidai lamentidalle artiinsidie e periuris'ha lassato indurre ad amar troppo;poisenza riservos'è data incautamente in preda a cosímaligno spirto? Ma per respondervi ancor a questa inauditacontinenzia d'Alessandro e di Scipioneche avete allegatadicoch'io non voglio negare che e l'uno e l'altro non facesse atto degnodi molta laude; nientedimenoacciò che non possiate dire cheper raccontarvi cose antiche io vi narri fabulevoglio allegarviuna donna de' nostri tempi di bassa condizionela quale mostròmolto maggior continenzia che questi cui grand'omini.



XLIII.

Dico adunque che io giàconobbi una bella e delicata giovaneil nome della quale non vidico per non dar materia di dir male a molti ignorantii qualisúbito che intendono una donna esser innamoratane fan malconcetto. Questa adunqueessendo lungamente amata da un nobile eben condicionato giovanesi volse con tutto l'animo e cor suo adamar lui; e di questo non solamente ioal quale essa di sua voluntàogni cosa confidentemente diceanon altrimenti che s'io non diròfratelloma una sua intima sorella fussi statoma tutti quelli chela vedeano in presenzia dell'amato giovane erano ben chiari dellasua passione. Cosíamando essa ferventissimamente quanto amarpossa un amorevolissimo animodurò dui anni in tantacontinenziache mai non fece segno alcuno a questo giovaned'amarlose non quelli che nasconder non potea; né maiparlare gli volsené da lui accettar letterenépresentiche dell'uno e dell'altro non passava mai giorno che nonfosse sollicitata; e quanto lo desiderasseio ben lo so; chése talor nascostamente potea aver cosa che del giovane fosse statala tenea in tante delizieche parea che da quella le nascesse lavita ed ogni suo bene; né pur mai in tanto tempo d'altrocompiacer gli volse che di vederlo e di lassarsi vederee qualchevolta intervenendo alle feste publiche ballar con luicome con glialtri. E perché le condicioni dell'uno e dell'altra eranoassai convenientiessa e 'l giovane desideravano che un tanto amorterminasse felicemente ed esser insieme marito e moglie. Il medesimodesideravano tutti gli altri omini e donne di quella cittàeccetto il crudel padre di leiil qual per una perversa e stranaopinion volse maritarla ad un altro piú ricco; ed in ciòdalla infelice fanciulla non fu con altro contradettoche conamarissime lacrime. Ed essendo successo cosí mal avventuratomatrimonio con molta compassion di quel populo e desperazion deipoveri amantinon bastò però questa percossa difortuna per estirpare cosí fundato amor dei cori nédell'uno né dell'altra; che dopo ancor per spacio di tre anniduròavvegna che essa prudentissimamente lo dissimulasse eper ogni via cercasse di troncar que' desidèriche ormaierano senza speranza. Ed in questo tempo seguitò sempre lasua ostinata voluntà della continenzia; e vedendo cheonestamente aver non potea colui che essa adorava al mondoelessenon volerlo a modo alcuno e seguitar il suo costume di non accettareambasciatené doniné pur sguardi suoi; e con questaterminata voluntà la meschinavinta dal crudelissimo affannoe divenuta per la lunga passione estenuatissimain capo di tre annise ne morí; e prima volse rifutare i contenti e piacer suoitanto desideratiin ultimo la vita propriache la onestà.Né le mancavan modi e vie da satisfarsi secretissimamente esenza pericolo d'infamia o d'altra perdita alcuna; e pur s'astenneda quello che tanto da sé desiderava e di che tanto eracontinuamente stimulata da quella personache sola al mondodesiderava di compiacere; né a ciò si mosse per paurao per alcun altro rispettoche per lo solo amore della vera virtú.Che direte voi d'un'altrala quale in sei mesi quasi ogni nottegiacque con un suo carissimo innamorato; nientedimenoin ungiardino copioso di dolcissimi fruttiinvitata dall'ardentissimo suoproprio desiderio e da' preghi e lacrime di chi piú che lapropria vita le era caros'astenne dal gustarli; e benchéfosse presa e legata ignuda nella stretta catena di quelle amatebraccianon si rese mai per vintama conservò immaculato ilfior della onestà sua?



XLIV.

Parvisignor Gasparoche questisian atti di continenzia equali a quella d'Alessandro? il qualeardentissimamente innamorato non delle donne di Darioma di quellafama e grandezza che lo spronava coi stimuli della gloria a patirfatiche e pericoli per farsi immortalenon che le altre cose ma lapropria vita sprezzava per acquistar nome sopra tutti gli omini; enoi ci maravigliamo che con tai pensieri nel core s'astenesse da unacosa la qual molto non desiderava? Chéper non aver mai piúvedute quelle donnenon è possibile che in un puntol'amassema ben forse l'aborrivaper rispetto di Dario suo nemico;ed in tal caso ogni suo atto lascivo verso di di quelle saria statoiniuria e non amore; e però non è gran cosa cheAlessandroil quale non meno con la magnanimità che conl'arme vinse il mondos'astenesse da far ingiuria a femine. Lacontinenzia ancor di Scipione è veramente da laudar assai;nientedimenose ben consideratenon è da agguagliare aquella di queste due donne; perché esso ancora medesimamentes'astenne da cosa non desiderataessendo in paese nemicocapitanonovonel principio d'una impresa importantissima; avendo nellapatria lassato tanta aspettazion di sé ed avendo ancor arendere cunto a giudici severissimii quali spesso castigavano nonsolamente i grandi ma i piccolissimi errori; e tra essi sapea avernede' nemici; conoscendo ancor ches'altramente avesse fattoperesser quella donna nobilissima e ad un nobilissimo signor maritatapotea concitarsi tanti nemici e talmenteche molto gli arianprolungata e forse in tutto tolta la vittoria. Cosí per tantecause e di tanta importanzia s'astenne da un leggero e dannosoappetitomostrando continenzia ed una liberale integrità; laqualecome si scrivegli diede tutti gli animi di que' populi e glivalse un altro esercito ad espugnar con benivolenzia i coricheforse per forza d'arme sariano stati inespugnabili; sicchéquesto piú tosto un stratogema militare dir si poriachepura continenzia: avvegna ancora che la fama di questo non sia moltosinceraperché alcuni scrittori d'autorità affermanoquesta giovane esser stata da Scipion goduta in amorose delizie; madi quello che vi dico iodubbio alcuno non è -.



XLV.

Disse il Frigio: - Dovete averlotrovato negli Evangeli. - Io stesso l'ho veduto- rispose messerCesare- e però n'ho molto maggior certezza che non poteteaver né voi né altriche Alcibiade si levasse dalletto di Socrate non altrimenti che si facciano i figioli dal lettodei padri; ché pur strano loco e tempo era il letto e lanotte per contemplar quella pura bellezzala qual si dice che amavaSocrate senza alcun desiderio disonesto; massimamente amando piúla bellezza dell'animo che del corpoma nei fanciulli e no neivecchiancor che siano piú savi. E certo non si potea giàtrovar miglior esempio per laudar la continenzia degli omini chequello di Senocrate; che essendo versato negli studiastretto edobligato dalla profession suache è la filosofiala qualeconsiste nei boni costumi e non nelle parolevecchioesausto delvigor naturalenon potendo né mostrando segno di poteres'astenne da una femina publicala quale per questo nome solo poteavenirgli a fastidio. Piú crederci che fosse stato continentese qualche segno de risentirsi avesse dimostratoed in tal termineusato la continenzia; o vero astenutosi da quello che i vecchi piúdesiderano che le battaglie di Venerecioè dal vino; ma percomprobar ben la continenzia senilescrivesi che di questo era pienoe grave. E qual cosa dir si po piú aliena dalla continenziad'un vecchioche la ebrietà? e se lo astenerse dalle coseveneree in quella pigra e fredda età merita tanta laudequanta ne deve meritar in una tenera giovanecome quelle due di chidianzi v'ho detto? delle quali l'una imponendo durissime leggi atutti i sensi suoinon solamente agli occhi negava la sua lucematoglieva al core quei pensieriche soli lungamente erano statidulcissimo cibo per tenerlo in vita; l'altraardente inamorataritrovandosi tante volte sola nelle braccia di quello che piúassai che tutto 'l resto del mondo amavacontra se stessa e contracolui che piú che se stessa le era caro combattendovinceaquello ardente desiderio che spesso ha vinto e vince tanti saviomini.

Non vi pare orasignor Gasparochedovessino i scrittori vergognarsi di far memoria di Senocrate inquesto caso e chiamarlo per continente? ché chi potessesapereio metterei pegno che esso tutta quella notte sino al giornoseguente ad ora di desinare dormí come mortosepulto nelvino; né maiper stropicciar che gli facesse quella feminapoté aprir gli occhicome se fusse stato allopiato -.



XLVI.

Quivi risero tutti gli omini e donne;e la signora Emiliapur ridendo- Veramente- disse- signorGasparose vi pensate un poco megliocredo che trovarete ancorqualche altro bello esempio di continenzia simile a questo -.

Rispose messer Cesare: - Non vi pareSignorache bello esempio di continenzia sia quello altro che egliha allegato di Pericle? Maravigliomi ben che 'l non abbia ancorricordato la continenzia e quel bel detto che si scrive di coluiachi una donna domandò troppo gran prezzo per una notte ed essole rispose che non comprava cosí caro il pentirsi -. Rideasituttavia; e messer Cesareavendo alquanto tacciuto- SignorGasparo- disse- perdonatime s'io dico il veroperché insomma queste sono le miraculose continenzie che di se stessiscrivono gli ominiaccusando per incontinenti le donnenelle qualiogni dí si veggono infiniti segni di continenzia; chécertose ben consideratenon è ròcca tantoinespugnabile né cosí ben diffesache essendocombattuta con la millesima parte delle machine ed insidieche perespugnar il constante animo d'una donna s'adopranonon si rendesseal primo assalto. Quanti creati da signorie da essi fatti ricchi eposti in grandissima estimazioneavendo nelle mani le lor fortezze eròccheonde dependeva tutto 'l stato e la vita ed ogni benlorosenza vergogna o cura d'esser chiamati traditorile hannoperfidamente per avarizia date a chi non doveano? e Dio volesse chea' dí nostri di questi tali fosse tanta carestiache nonavessimo molto maggior fatica a ritrovar qualcuno che in tal casoabbia fatto quello che doveache nominar quelli che hanno mancato.Non vedemo noi tant'altri che vanno ogni dí ammazzando ominiper le selve e scorrendo per maresolamente per rubar denari?Quanti prelati vendono le cose della chiesa di Dio? quantiiurisconsulti falsificano testamenti? quanti periuri fanno? quantifalsi testimonisolamente per aver denari? quanti medici avvelenanogl'infermi per tal causa? quanti poi per paura della morte fannocose vilissime? E pur a tutte queste cosí efficaci e durebattaglie spesso resiste una tenera e delicata giovane; chémolte sonosi trovatele quali hanno eletto la morte piúpresto che perder l'onestà -.



XLVII.

Allora il signor Gasparo- Queste-disse- messer Cesarecredo che non siano al mondo oggidí-. Rispose messer Cesare: - Io non voglio ora allegarvi le antiche;dicovi ben questoche molte si trovariano e trovansiche in talcaso non si curan di morire. Ed or m'occorre nell'animo che quandoCapua fu saccheggiata dai Franzesiche ancora non è tantotempo che voi nol possiate molto bene avere a memoriauna bellagiovane gentildonna capuanaessendo condotta fuor di casa suadoveera stata presa da una compagnia di Guasconiquando giunse al fiumeche passa per Capua finse volersi attaccare una scarpa tanto checolui che la menava un poco la lassòed essa súbitosi gittò nel fiume. Che direte voi d'una contadinellache nonmolti mesi faa Gazuolo in Mantoanaessendo ita con una suasorella a raccórre spiche ne' campivinta dalla sete entròin una casa per bere dell'acqua; dove il patron della casachegiovane eravedendola assai bella e solapresala in braccioprimacon bone parolepoi con minaccecercò d'indurla a far isuoi piaceri; e contrastando essa sempre piú ostinatamentein ultimo con molte battiture e per forza la vinse. Essa cosíscapigliata e piangendo ritornò nel campo alla sorellanémaiper molto ch'ella le facesse instanziadir volse chedispiacere avesse ricevuto in quella casa; ma tuttaviacaminandoverso l'albergo e mostrando di racchetarsi a poco a poco e parlarsenza perturbazione alcunale diede certe commissioni; poigiuntache fu sopra Oglioche è il fiume che passa accanto Gazuoloallontanatasi un poco dalla sorellala quale non sapea néimaginava ciò ch'ella si volesse faresúbito vi sigittò dentro. La sorella dolente e piangendo l'andavasecondando quanto piú potea lungo la riva del fiumecheassai velocemente la portava all'ingiú; ed ogni volta che lameschina risurgeva sopra l'acquala sorella le gittava una cordache seco avea recata per legar le spiche; e benché la cordapiú d'una volta le pervenisse alle maniperché purera ancor vicina alla ripala costante e deliberata fanciullasempre la rifiutava e dilungava da sé; e cosí fuggendoogni soccorso che dar le potea vitain poco spacio ebbe la morte;né fu questa mossa dalla nobilità di sanguenéda paura di piú crudel morte o d'infamiama solamente daldolore della perduta virginità. Or di qui potete comprenderequante altre donne facciano atti dignissimi di memoria che non sisannopoiché avendo questatre dí sonosi po dirfatto un tanto testimonio della sua virtúnon si parla dileiné pur se ne sa il nome. Ma se non sopragiungea in queltempo la morte del vescovo di Mantuazio della signora Duchessanostraben saria adesso quella ripa d'Oglionel loco onde ella segittòornata d'un bellissimo sepulcro per memoria di cosígloriosa animache meritava tanto piú chiara fama dopo lamortequanto in men nobil corpo vivendo era abitata -.



XLVIIL


Quivi fece messer Cesare un poco dipausa; poi suggiunse: - A' mei dí ancora in Roma intervenneun simil caso; e fu che una bella e nobil giovane romanaessendolungamente seguitata da uno che molto mostrava amarlanon volse mainon che d'altroma d'un sguardo solo compiacergli; di modo checostui per forza di denari corruppe una sua fante; la qualedesiderosa di satisfarlo per toccarne piú denaripersuasealla patrona che un certo giorno non molto celebrato andasse avisitar la chiesa di san Sebastiano; ed avendo il tutto fattointendere allo amante e mostratogli ciò che far doveacondusse la giovane in una di quelle grotte oscure che soglionvisitar quasi tutti quei che vanno a san Sebastiano; ed in questatacitamente s'era nascosto prima il giovaneil qualeritrovandosisolo con quella che amava tantocominciò con tutti i modi apregarla piú dolcemente che seppe che volesse averglicompassione e mutar la sua passata durezza in amore; ma poi che videtutti i prieghi esser vanisi volse alle minacce; non giovandoancora questecominciò a batterla fieramente; in ultimoessendo in ferma disposizion d'ottener lo intento suose nonaltrimentiper forzaed in ciò operando il soccorso dellamalvagia femina che quivi l'aveva condottamai non potè tantofare che essa consentisse; anzi e con parole e con fattibenchépoche forze avessela meschina giovane si diffendeva quanto le erapossibile; di modo che tra per lo sdegno conceputovedendosi nonpoter ottener quello che voleatra per la paura che non forse iparenti di leise risapeano la cosagli ne facessino portar lapenaquesto sceleratoaiutato dalla fantela quale del medesimodubitavaaffogò la mal avventurata giovane e quivi la lassò;e fuggitosiprocurò di non esser trovato. La fantedalloerror suo medesimo acciecatanon seppe fuggiree presa per alcuniindici confessò ogni cosa; onde ne fu come meritavacastigata. Il corpo della costante e nobil donna con grandissimoonore fu levato di quella grotta e portato alla sepultura in Romacon una corona in testa di lauroaccompagnato da un numero infinitod'omini e di donnetra' quali non fu alcuno che a casa riportassegli occhi senza lacrime; e cosí universalmente da tutto 'lpopulo fu quella rara anima non men pianta che laudata.



XLIX.

Ma per parlarvi di quelle che voistesso conoscetenon vi ricorda aver inteso che andando la signoraFelice dalla Rovere a Saonae dubitando che alcune vele che s'eranoscoperte fossero legni di papa Alessandro che la seguitasseros'apparecchiò con ferma deliberazionese si accostavanoeche rimedio non vi fusse di fugadi gittarsi nel mare; e questo nonsi po già credere che lo facesse per leggerezzaperchévoi cosí come alcun altro conoscete ben di quanto ingegno eprudenzia sia accompagnata la singular bellezza di quella signora.Non posso pur tacere una parola della signora Duchessa nostralaqualeessendo vivuta quindeci anni in compagnia del marito comeviduanon solamente è stata costante di non palesar maiquesto a persona del mondoma essendo dai suoi proprii stimulata aduscir di questa viduitàelesse piú presto patiresiliopovertà ed ogn'altra sorte d'infelicitàcheaccettar quello che a tutti gli altri parea gran grazia e prosperitàdi fortuna; - e seguitando pur messer Cesare circa questodisse lasignora Duchessa: - Parlate d'altro e non intrate piú in talpropositoché assai dell'altre cose avete che dire -.Suggiunse messer Cesare: - So pur che questo non mi negheretesignor Gasparoné voiFrigio. - Non già- risposeil Frigio; - ma una non fa numero -.



L.

Disse allora messer Cesare: - Vero èche questi cosí grandi effetti occorrono in poche donne; purancora quelle che resistono alle battaglie d'amoretutte sonomiracolose; e quelle che talor restano vinte sono degne di moltacompassione; ché certo i stimuli degli amantile arti cheusanoi lacci che tendono son tanti e cosí continuichetroppa maraviglia è che una tenera fanciulla fuggir glipossa. Qual giornoqual ora passa maiche quella combattutagiovane non sia dallo amante sollicitata con denaricon presenti econ tutte quelle cose che imaginar sa che le abbiano a piacere? Aqual tempo affacciar mai si po alla finestrache sempre non vedapassar l'ostinato amante con silenzio di parole ma con gli occhi cheparlanocol viso afflitto e languidocon quegli accesi sospirispesso con abundantissime lacrime?

Quando mai si parte di casa per andar achiesa o ad altro locoche questo sempre non le sia innanzi e adogni voltar di contrata non se le affronti con quella trista passiondipinta negli occhiche par che allor allora aspetti la morte?Lasso tante attillatureinvenzionimottiimpresefesteballigiochimascheregiostretorniamentile quai cose essa conoscetutte esser fatte per sé. La notte poi mai risvegliarsi nonsache non oda musicao almen quello inquieto spirito intorno allemura della casa gittar sospiri e voci lamentevoli. Se per avventuraparlar vole con una delle sue fantiquellagià corrotta perdenarisúbito ha apparecchiato un presentuzzouna letteraun sonettoo tal cosada darle per parte dello amante; e quivientrando a propositole fa intendere quanto arde questo meschinocome non cura la propria vita per servirla; e come da lei niuna cosaricerca men che onesta e che solamente desidera parlarle. Quivi atutte le difficultà si trovano rimedichiavi contrafattescale di cordesonniferi; la cosa si dipinge di poco momento;dànnosi esempi di molt'altre che fanno assai peggio; di modoche ogni cosa tanto si fa facileche essa niuna altra fatica ha chedi dire: «Io son contenta»; e se pur la poverella per untempo resistetanti stimuli le aggiungonotanti modi trovanochecol continuo battere rompeno ciò che le osta. E molti sonochevedendo le blandicie non giovarglisi voltano alle minacce edicono volerle publicar per quelle che non sono ai lor mariti. Altripatteggiano arditamente coi padri e spesso con i maritii quali perdenari o per aver favori dànno le proprie figliole e mogli inpreda contra la lor voglia. Altri cercano con incanti e malie tôrloro quella libertà che Dio all'anime ha concessa; di che sivedono mirabili effetti. Ma io non saprei ridire in mill'anni tuttele insidie che opran gli omini per indur le donne alle lor voglieche sono infinite; ed oltre a quelle che ciascun per se stessoritrova non è ancora mancato chi abbia ingeniosamentecomposto librie postovi ogni studio per insegnar di che modo inquesto s'abbiano ad ingannar le donne. Or pensate come da tante retipossano esser sicure queste semplici colombeda cosí dolceesca invitate. E che gran cosa è adunque se una donnaveggendosi tanto amata ed adorata molt'anni da un bellonobile edaccostumato giovaneil quale mille volte il giorno si mette apericolo della morte per servirlené mai pensa altro che dicompiacerlecon quel continuo battereche fa che l'acqua spezza idurissimi marmis'induce finalmente ad amarloe vinta da questapassione lo contenta di quello che voi dite che essaper laimbecillità del sessonaturalmente molto piú desiderache l'amante? Parvi che questo error sia tanto graveche quellameschinache con tante lusinghe è stata presanon meritialmen quel perdonoche spesso agli omicidiai ladriassassini etraditori si concede?

Vorrete voi che questo sia vicio tantoenorme cheper trovarsi che qualche donna in esso incorreil sessodelle donne debba esser sprezzato in tutto e tenuto universalmenteprivo di continenzianon avendo rispetto che molte se ne trovanoinvittissimeche ai continui stimuli d'amore sono adamantine esalde nella lor infinita constanzia piú che i scogli all'ondedel mare?



LI.

Allora il signor Gasparoessendosifermato messer Cesare di parlarecominciava per rispondere; ma ilsignor Ottaviano ridendo- Dehper amor di Dio- disse-datigliela vintach io conosco che voi farete poco frutto; e parmivedere che v'acquistarete non solamente tutte queste donne perinimichema ancora la maggior parte degli omini -. Rise il signorGasparo e disse: - Anzi ben gran causa hanno le donne diringraziarmi; perché s'io non avessi contradetto al signorMagnifico ed a messer Cesarenon si sariano intese tante laudi cheessi hanno loro date -. Allora messer Cesare- Le laudi- disse-che il signor Magnifico ed io avemo date alle donne ed ancora moltealtre erano notissimeperò sono state superflue. Chi non sache senza le donne sentir non si po contento o satisfazione alcunain tutta questa nostra vitala quale senza esse saria rustica epriva d'ogni dolcezza e piú aspera che quella dell'alpestrefiere? Chi non sa che le donne sole levano de' nostri cori tutti livili e bassi pensierigli affannile miserie e quelle turbidetristezze che cosí spesso loro sono compagne? E se vorremo benconsiderar il veroconosceremo ancora checirca la cognizion dellecose grandinon desviano gli ingegnianzi gli svegliano; ed allaguerra fanno gli omini senza paura ed arditi sopra modo. E certoimpossibil è che nel cor d'omonel qual sia entrato unavolta fiamma d'amoreregni mai piú viltà; perchéchi ama desidera sempre farsi amabile piú che poe temesempre non gli intervenga qualche vergogna che lo possa far estimarpoco da chi esso desidera esser estimato assai; né curad'andare mille volte il giorno alla morteper mostrar d'esser degnodi quell'amore; però chi potesse far un esercito d'innamoratili quali combattessero in presenzia delle donne da loro amatevinceria tutto 'l mondosalvo se contra questo in opposito nonfosse un altro esercito medesimamente innamorato. E crediate dicerto che l'aver contrastato Troia dieci anni a tutta Grecia nonprocedette d'altro che d'alcuni innamoratili qualiquando eranoper uscir a combatteres'armavano in presenzia delle lor donneespesso esse medesime gli aiutavano e nel partir diceano lor qualcheparola che gli infiammava e gli facea piú che omini; poi nelcombattere sapeano esser dalle lor donne mirati dalle mura e dalletorri; onde loro parea che ogni ardir che mostravanoogni prova chefaceanoda esse riportasse laude; il che loro era il maggior premioche aver potessero al mondo. Sono molti che estimano la vittoria delre di Spagna Ferrando ed Isabella contra il re di Granata esserproceduta gran parte dalle donne; ché il piú dellevolte quando usciva lo esercito di Spagna per affrontar gli inimiciusciva ancora la regina Isabella con tutte le sue damigelle e quivisi ritrovavano molti nobili cavalieri innamorati; li quali finchégiongeano al loco di veder gli nemicisempre andavano parlando conle lor donne; poipigliando licenzia ciascun dalla suainpresenzia loro andavano ad incontrar gli nimici con quell'animoferoce che dava loro amoree 'l desiderio di far conoscere alle suesignore che erano servite da omini valorosi; onde molte voltetrovaronsi pochissimi cavalieri spagnoli mettere in fuga ed allamorte infinito numero di Morimercè delle gentili ed amatedonne. Però non sosignor Gasparoqual perverso giudiciov'abbia indutto a biasimar le donne.



LII.

Non vedete voi che di tutti gliesercizi graziosi e che piaceno al mondo a niun altro s'ha daattribuire la causase alle donne no? Chi studia di danzare eballar leggiadramente per altroche per compiacere a donne? Chiintende nella dolcezza della musica per altra causache per questa?Chi a compor versialmen nella lingua vulgarese non per esprimerequegli affetti che dalle donne sono causati? Pensate di quantinobilissimi poemi saremmo privie nella lingua greca e nellalatinase le donne fossero state da' poeti poco estimate. Malassando tutti gli altrinon saria grandissima perdita se messerFrancesco Petrarcail qual cosí divinamente scrisse inquesta nostra lingua gli amor suoiavesse volto l'animo solamentealle cose latinecome aría fatto se l'amor di madonna Laurada ciò non l'avesse talor desviato? Non vi nomino i chiariingegni che sono ora al mondo e qui presentiche ogni díparturiscono qualche nobil frutto e pur pigliano subietto solamentedalle bellezze e virtú delle donne. Vedete che Salomonevolendo scrivere misticamente cose altissime e divineper coprirled'un grazioso velo finse un ardente ed affettuoso dialogo d'unoinnamorato con la sua donnaparendogli non poter trovar qua giútra noi similitudine alcuna piú conveniente e conforme allecose divineche l'amor verso le donne; ed in tal modo volse darciun poco d'odor di quella divinitàche esso e per scienzia eper grazia piú che gli altri conoscea. Però nonbisognavasignor Gasparodisputar di questoo almen con tanteparole; ma voi col contradire alla verità avete impedito chenon si siano intese mill'altre cose belle ed importanti circa laperfezion della donna di palazzo -. Rispose il signor Gasparo: - Iocredo che altro non vi si possa dire; pur se a voi pare che ilsignor Magnifico non l'abbia adornata a bastanza di bone condicioniil diffetto non è stato il suoma di chi ha fatto che piúvirtú non siano al mondoperché esso le ha date tuttequelle che vi sono -. Disse la signora Duchessa ridendo: - Orvedrete che 'l signor Magnifico pur ancor ne ritroveràqualche altra -. Rispose il Magnifico: - In veroSignoraa me pard'aver detto assai equanto per mecontentomi di questa mia donna;e se questi signori non la voglion cosí fattalassinla a me-.



LIII.

Quivi tacendo ognunodisse messerFederico: - Signor Magnificoper stimularvi a dir qualche altracosavoglio pur farvi una domanda circa quello che avete voluto chesia la principal professione della donna di palazzoed èquesta; ch'io desidero intendere come ella debba intertenersi circauna particularità che mi pare importantissima; chébenché le eccellenti condicioni da voi attribuitele includinoingegnosaperegiudiciodesteritàmodestia e tant'altrevirtúper le quali ella dee ragionevolmente saperintertenere ogni persona e ad ogni propositoestimo io peròche piú che alcuna altra cosa le bisogni saper quello cheappartiene ai ragionamenti d'amore; perchésecondo che ognigentil cavaliero usa per instrumento d'acquistar grazia di donnequei nobili eserciziattillature e bei costumi che avemo nominatia questo effetto adopra medesimamente le parole; e non solo quando èastretto da passionema ancora spesso per far onore a quella donnacon cui parlaparendogli che 'l mostrar d'amarla sia un testimonioche ella ne sia degna e che la bellezza e meriti suoi sian tantiche sforzino ognuno a servirla. Però vorrei sapere come debbaquesta donna circa tal proposito intertenersi discretamente e comerispondere a chi l'ama veramente e come a chi ne fa dimostrazionfalsa; e se dee dissimular d'intendereo corrispondereerifiutaree come governarsi -.



LIV.

Allor il signor Magnifico-Bisogneria prima- disseinsegnarle a conoscer quelli che simuland'amare e quelli che amano veramente; poidel corrispondere inamore o nocredo che non si debba governar per voglia d'altruichedi se stessa -. Disse messer Federico: - Insegnatele adunque quaisiano i piú certi e sicuri segni per discernere l'amor falsodal veroe di qual testimonio ella se debba contentar per esser benchiara dell'amore mostratole -. Rispose ridendo il Magnifico: - Ionon lo so perché gli omini oggidí sono tanto astutiche fanno infinite dimostrazion false e talor piangono quando hannoben gran voglia di ridere; però bisogneria mandargliall'Isola Fermasotto l'arco dei leali innamorati. Ma acciòche questa mia donnadella quale a me convien aver particularprotezione per esser mia creaturanon incorra in quegli errorich'io ho veduto incorrere molt'altreio direi ch'ella non fossefacile a creder d'esser amata; né facesse come alcunechenon solamente non mostrano di non intendere chi lor parla d'amoreancora che copertamentema alla prima parola accettano tutte lelaudi che lor son dateo ver le negano d'un certo modoche èpiú presto un invitare d'amore quelli coi quali parlanocheritrarsi. Però la maniera dell'intertenersi nei ragionamentid'amorech'io voglio che usi la mia donna di palazzosaràil rifiutar di creder sempre che chi le parla d'amorel'ami però;e se quel gentilomo saràcome pur molti se ne trovanoprosuntuoso e che le parli con poco rispettoessa gli daràtal rispostache 'l conoscerà chiaramente che le fadispiacere; se ancora sarà discreto ed usarà terminimodesti e parole d'amore copertamentecon quel gentil modo che iocredo che faria il cortegiano formato da questi signorila donnamostrerà non l'intendere e tirarà le parole ad altrosignificatocercando sempre modestamentecon quello ingegno eprudenzia che già s'è detto convenirseleuscir diquel proposito. Se ancor il ragionamento sarà taleche ellanon possa simular di non intenderepigliarà il tutto comeper burlamostrando di conoscere che ciò se le dica piúpresto per onorarla che perché cosí siaestenuando imeriti suoi ed attribuendo a cortesia di quel gentilomo le laudi cheesso le darà; ed in tal modo si farà tener perdiscretae sarà piú sicura dagli inganni. Di questomodo parmi che debba intertenersi la donna di palazzo circa iragionamenti d'amore -.



LV.

Allora messer Federico- SignorMagnifico- disse- voi ragionate di questa cosacome che sianecessario che tutti quelli che parlano d'amore con donne dicano lebugie e cerchino d'ingannarle; il che se cosí fossedirei chei vostri documenti fossero boni; ma se questo cavalier cheintertiene ama veramente e sente quella passion che tanto affliggetalor i cori umaninon considerate voi in qual penain qualcalamità e morte lo ponetevolendo che la donna non glicreda mai cosa che dica a questo proposito? Dunque i scongiurilelacrime e tant'altri segni non debbono aver forza alcuna?

Guardatesignor Magnificoche non siestimi cheoltre alla naturale crudeltà che hanno in sémolte di queste donnevoi ne insegnate loro ancora di piú -.Rispose il Magnifico: - Io ho detto non di chi amama di chiintertiene con ragionamenti amorosinella qual cosa una delle piúnecessarie condicioni è che mai non manchino parole; e gliinnamorati vericome hanno il core ardentecosí hanno lalingua freddacol parlar rotto e súbito silenzio; peròforsi non saria falsa proposizione il dire: chi ama assai parla poco.Pur di questo credo che non si possa dar certa regulaper ladiversità dei costumi degli omini; né altro dirsapreise non che la donna sia ben cautae sempre abbia a memoriache con molto minor periculo posson gli omini mostrar d'amarechele donne -.



LVI.

Disse il signor Gasparo ridendo: -Non volete voisignor Magnificoche questa vostra cosíeccellente donna essa ancora amialmen quando conosce veramenteesser amata? Atteso che se 'l cortegiano non fosse redamatonon ègià credibile che continuasse in amare lei; e cosí lemancheriano molte graziee massimamente quella servitú eriverenziacon la quale osservano e quasi adorano gli amanti lavirtú delle donne amate. Di questo- rispose il Magnifico-non la voglio consigliare io; dico ben che lo amar come voi oraintendete estimo che convenga solamente alle donne non maritate;perché quando questo amore non po terminare in matrimonioèforza che la donna n'abbia sempre quel remorso e stimulo che s'hadelle cose illicitee si metta a periculo di macular quella famad'onestà che tanto l'importa -. Rispose allora messerFederico ridendo: - Questa vostra opinionsignor Magnificomi parmolto austerae penso che l'abbiate imparata da qualche predicatordi quelli che riprendon le donne innamorate de' seculari per averneessi miglior parte; e parmi che imponiate troppo dure leggi allemaritateperché molte se ne trovanoalle quali i maritisenza causa portano grandissimo odio e le offendono gravementetalor amando altre donnetalor facendo loro tutti i dispiaceri chesanno imaginare; alcune sono dai padri maritate per forza a vecchiinfermischifi e stomacosiche le fan vivere in continua miseria.

E se a queste tali fosse licito fare ildivorzio e separarsi da quelli co' quali sono mal congiuntenonsaria forse da comportar loro che amassero altri che 'l marito; maquandoo per le stelle nemicheo per la diversità dellecomplessionio per qualche altro accidenteoccorre che nel lettoche dovrebbe esser nido di concordia e d'amoresparge la maledettafuria infernale il seme del suo venenoche poi produce lo sdegnoil suspetto e le pungenti spine dell'odio che tormenta quelleinfelici animelegate crudelmente nella indissolubil catena insinoalla morteperché non volete voi che a quella donna sialicito cercar qualche refrigerio a cosí duro flagello e darad altri quello che dal marito è non solamente sprezzatomaaborrito?

Penso ben che quelle che hanno i mariticonvenienti e da essi sono amatenon debbano fargli ingiuria; mal'altrenon amando chi ama lorofanno ingiuria a se stesse. - Anzia se stesse fanno ingiuria amando altri che il marito- rispose ilMagnifico. - Purperché molte volte il non amare non èin arbitrio nostrose alla donna di palazzo occorrerà questoinfortunio che l'odio del marito o l'amor d'altri la induca adamarevoglio che ella niuna altra cosa allo amante conceda eccettoche l'animo; né mai gli faccia dimostrazion alcuna certad'amorené con parolené con gestiné peraltro modotal che esso possa esserne sicuro -.



LVII.

Allora messer Roberto da Baripurridendo- Io- disse- signor Magnificomi appello di questavostra sentenzia e penso che averò molti compagni; ma poichépur volete insegnar questa rusticitàper dir cosíalle maritatevolete voi che le non maritate siano esse ancora cosícrudeli e discortesi e che non compiacciano almen in qualche cosa iloro amanti? Se la mia donna di palazzo- rispose il signorMagnificonon sarà maritataavendo d'amare voglio che ellaami uno col quale possa maritarsi; né reputarò giàerrore che ella gli faccia qualche segno d'amore; della qual cosavoglio insegnarle una regula universale con poche paroleacciòche ella possa ancora con poca fatica tenerla a memoria: e questa èche ella faccia tutte le demostrazioni d'amore a chi l'amaeccettoquelle che potessero indur nell'animo dell'amante speranza diconseguir da lei cosa alcuna disonesta. Ed a questo bisogna moltoavvertireperché è uno errore dove incorrono infinitedonnele quali per l'ordinario niun'altra cosa desiderano piúche l'esser belle; e perché lo avere molti innamorati ad essepar testimonio della lor bellezzamettono ogni studio perguadagnarne piú che possono; però scorrono spesso incostumi poco moderatie lassando quella modesia temperata che tantolor si convieneusano certi sguardi procacicon parole scurili edatti pieni di impudenziaparendo lor che per questo siano vedute edudite voluntierie che con tai modi si facciano amare; il che èfalsoperché le demostrazioni che si fan loro nascono da unappetito mosso da opinion di facilitànon d'amore. Peròvoglio che la mia donna di palazzo non con modi disonesti paia quasiche s'offerisca a chi la vole ed uccelli piú che po gli occhie la voluntà di chi la mirama con i meriti e virtuosicostumi suoicon la venustàcon la grazia induca nell'animodi chi la vede quello amor vero che si deve a tutte le cose amabilie quel rispetto che leva sempre la speranza di chi pensa a cosadisonesta. Colui adunque che sarà da tal donna amatoragionevolmente devrà contentarsi d'ogni minimademostrazioneed apprezzar piú da lei un sol sguardo conaffetto d'amoreche l'essere in tutto signor d'ogni altra; ed io acosí fatta donna non saprei aggiunger cosa alcunase non cheella fosse amata da cosí eccellente cortegiano come hannoformato questi signorie che essa ancor amasse luiacciòche e l'uno e l'altra avesse totalmente la sua perfezione -.



LVIII.

Avendo insin qui dettoil signorMagnifico taceasiquando il signor Gasparo ridendo- Or- disse- non potrete già dolervi che 'l signor Magnifico non abbiaformato la donna di palazzo eccellentissima e da mose una tal se netrovaio dico ben che ella merita esser estimata eguale alcortegiano -.

Rispose la signora Emilia: - Iom'obligo trovarlasempre che voi trovarete il cortegiano -.Suggiunse messer Roberto: Veramente negar non si po che la donnaformata dal signor Magnifico non sia perfettissima; nientedimeno inqueste ultime condicioni appartenenti allo amore parmi pur che essol'abbia fatta un poco troppo austeramassimamente volendo che conle parolegesti e modi suoi ella levi in tutto la speranza alloamante e lo confermi piú che ella po nella disperazione; chécome ognun sali desidèri umani non si estendono a quellecosedelle quali non s'ha qualche speranza. E benché giàsi siano trovate alcune donne le qualiforse superbe per labellezza e valor lorola prima parola che hanno detta a chi lor haparlato d'amore è stata che non pensino aver mai da lor cosache voglianopur con lo aspetto e con le accoglienze sono lor poistate un poco piú graziosedi modo che con gli atti benignihanno temperato in parte le parole superbe; ma se questa donna e congli atti e con le parole e coi modi leva in tutto la speranzacredoche 'l nostro cortegianose egli sarà savionon l'ameràmaie cosí essa averà questa imperfezion di trovarsisenza amante -.



LIX.

Allor il signor Magnifico- Nonvoglio- disse- che la mia donna di palazzo levi la speranzad'ogni cosama delle cose disonestele qualise 'l cortegianosarà tanto cortese e discreto come l'hanno formato questisignorinon solamente non le speraràma pur non ledesiderarà; perché se la bellezzai costumil'ingegnola bontàil saperela modestia e tante altrevirtuose condicioni che alla donna avemo datesaranno la causadell'amor del cortegiano verso leinecessariamente il fin ancora diquesto amore sarà virtuoso; e se la nobilitàil valornell'armenelle letterenella musicala gentilezzal'esser nelparlarnel conversar pien di tante graziesaranno i mezzi con iquali il cortegiano acquistarà l'amor della donnabisogneràche 'l fin di quello amore sia della qualità che sono i mezziper li quali ad esso si perviene; oltra chesecondo che al mondo sitrovano diverse maniere di bellezzecosí si trovano ancoradiversi desidèri d'omini; e però intervien che moltivedendo una donna di quella bellezza graveche andandostandomotteggiandoscherzando e facendo ciò che si vogliatemperasempre talmente tutti i modi suoiche induce una certa riverenzia achi la mirasi spaventanoné osano servirle; e piúprestotratti dalla speranzaamano quelle vaghe e lusenghevolitanto delicate e tenereche nelle parolenegli atti e nel mirarmostrano una certa passion languidettache promette poterfacilmente incorrere e convertirsi in amore. Alcuniper esser sicuridegli inganniamano certe altre tanto libere e degli occhi e delleparole e dei movimentiche fan ciò che prima lor viene inanimo con una certa simplicità che non nasconde i pensiersuoi. Non mancano ancor molti altri animi generosii qualiparendoloro che la virtú consista circa la difficultà e chetroppo dolce vittoria sia il vincer quello che ad altri pareinespugnabilesi voltano facilmente ad amar le bellezze di quelledonneche negli occhinelle parole e nei modi mostrano piúaustera severità che l'altreper far testimonio che 'l valorloro po sforzare un animo ostinato e indur ad amar ancor le voglieritrose e rubelle d'amore. Però questi tanto confidenti di sestessiperché si tengono securi di non lassarsi ingannareamano ancor volentieri certe donneche con sagacità ed artepare che nella bellezza coprano mille astuzie; o veramentealcun'altreche hanno congiunta con la bellezza una manerasdegnosetta di poche parolepochi risicon modo quasi d'apprezzarpoco qualunque le mira o le serva. Trovansi poi certi altriche nondegnano amar se non donne che nell'aspettonel parlare ed in tutti imovimenti suoi portino tutta la leggiadriatutti i gentil costumitutto 'l sapere e tutte le grazie unitamente cumulatecome un solfior composto di tutte le eccellenzie del mondo. Sí che se lamia donna di palazzo averà carestia di quegli amori mossi damala speranzanon per questo restarà senza amante; perchénon le mancheran quei che saranno mossi e dai meriti di lei e dallaconfidenzia del valor di se stessiper lo quale si conosceran degnid'essere da lei amati -.



LX.

Messer Roberto pur contradiceama lasignora Duchessa gli diede il tortoconfirmando la ragion delsignor Magnifico; poi suggiunse: - Noi non abbiam causa di dolersidel signor Magnificoperché in vero estimo che la donna dipalazzo da lui formata possa star al paragon del cortegiano ed ancorcon qualche vantaggio; perché le ha insegnato ad amareilche non han fatto questi signori al suo cortegiano -. Allora l'UnicoAretino- Ben è conveniente- disse- insegnar alle donnelo amareperché rare volte ho io veduto alcuna che far losappia; ché quasi sempre tutte accompagnano la lor bellezzacon la crudeltà ed ingratitudine verso quelli che piúfidelmente le serveno e che per nobilitàgentilezza e virtùmeritariano premio de' loro amori; e spesso poi si dànno inpreda ad omini sciocchissimi e vili e da pocoe che non solamentenon le amanoma le odiano. Peròper schifar questi cosíenormi erroriforsi era ben insegnare loro prima il far elezione dichi meritasse essere amatoe poi lo amarlo; il che degli omini nonè necessarioché pur troppo per se stessi lo sanno;ed io ne posso esser bon testimonioperché lo amare a me nonfu mai insegnatose non dalla divina bellezza e divinissimi costumid'una Signoratalmente che nell'arbitrio mio non è stato ilnon adorarlanon che ch'io in ciò abbia avuto bisogno d'arteo maestro alcuno; e credo che 'l medesimo intervenga a tutti quelliche amano veramente; però piú tosto si converriainsegnar al cortegiano il farsi amare che lo amare


LXI.

Allora la signora Emilia- Or diquesto adunque ragionate- disse- signor Unico -. Risposel'Unico: - Parmi che la ragion vorrebbe che col servire e compiacerle donne s'acquistasse la lor grazia; ma quello di che esse sitengon servite e compiacciutecredo che bisogni impararlo dallemedesime donnele quali spesso desideran cose tanto straneche nonè omo che le imaginassee talor esse medesime non sanno ciòche si desiderino; perciò è bene che voiSignorachesète donna e ragionevolmente dovete sapere quello che piacealle donnepigliate questa fatica per far al mondo una tantautilità -. Allor disse la signora Emilia: - Lo esser voigratissimo universalmente alle donne è bono argumento chesappiate tutti e modi per li quali s'acquista la lor grazia; peròè pur conveniente che voi l'insegnate. - Signora- risposel'Unicoio non saprei dar ricordo piú utile ad uno amanteche 'l procurar che voi non aveste autorità con quella donnala grazia della quale esso cercasse; perché qualche bonacondicioneche pur è paruto al mondo talor che in me siacol piú sincero amore che fosse mainon hanno avuto tantaforza di far ch'io fussi amatoquanta voi di far che fussi odiato-.



LXII.

Rispose allor la signora Emilia: -Signor Unicoguardimi Dio pur di pensarnon che operar mai cosaperché foste odiato; ché oltre ch'io farei quello chenon debbosarei estimata di poco giudiciotentando lo impossibile;ma iopoiché voi mi stimulate con questo modo a parlare diquello che piace alle donneparlerò; e se vi dispiaceràdatene la colpa a voi stesso. Estimo io adunque che chi ha da esseramato debba amare ed esser amabile e che queste due cose bastino peracquistar la grazia delle donne. Oraper rispondere a quello di chevoi m'accusatedico che ognun sa e vede che voi siete amabilissimo;ma che amiate cosí sinceramente come dite sto io assaidubbiosae forse ancora gli altri; perché l'esser voi troppoamabile ha causato che siete stato amato da molte donneed i granfiumi divisi in piú parti divengono piccoli rivi; cosíancora l'amor diviso in piú che in un obiettoha poca forza;ma questi vostri continui lamenti ed accusare in quelle donne cheavete servite la ingratitudinela qual non è verisimileatteso tanti vostri meritiè una certa sorte di secretezzaper nasconder le graziei contenti e i piaceri da voi conseguiti inamoreed assicurar quelle donne che v'amano e che vi si son date inpredache non le publichiate; e però esse ancora sicontentano che voi cosí apertamente con altre mostriate amorifalsi per coprire i lor veri; onde se quelle donneche voi oramostrate d'amarenon son cosí facili a crederlo comevorresteinterviene perché questa vostra arte in amorecomincia ad esser conosciutanon perch'io vi faccia odiare -.



LXIII.

Allor il signor Unico- Io- disse- non voglio altrimenti tentar di confutar le parole vostreperchéormai parmi cosí fatale il non esser creduto a me la veritàcome l'esser creduto a voi la bugia. - Dite pursignor Unico-rispose la signora Emilia- che voi non amate cosí comevorreste che fosse creduto; ché se amastetutti i desidèrivostri sariano di compiacer la donna amata e voler quel medesimo cheessa voleché questa è la legge d'amore; ma il vostrotanto dolervi di lei denota qualche ingannocome ho dettooveramente fa testimonio che voi volete quello che essa non vole. -Anzidisse il signor Unico- voglio io ben quello che essa voleche è argumento ch'io l'amo; ma dolgomi perché essanon vol quello che voglio ioche è segno che non mi amasecondo la medesima legge che voi avete allegata -. Rispose lasignora Emilia: - Quello che comincia ad amare deve ancora cominciarea compiacere ed accommodarsi totalmente alle voglie della cosa amatae con quelle governar le sue; e far che i proprii desidèrisiano servi e che l'anima sua istessa sia come obediente ancellanépensi mai ad altro che a transformarsise possibil fossein quelladella cosa amatae questo reputar per sua somma felicità;perché cosí fan quelli che amano veramente. - A puntola mia somma felicità- disse il signor Unicosarebbe se unavoglia sola governasse la sua e la mia anima. - A voi sta di farlo- rispose la signora Emilia.



LXIV.

Allora messer Bernardointerrompendo- Certo è- disse- che chi ama veramentetutti i suoi pensierisenza che d'altri gli sia mostratoindrizzaa servire e compiacere la donna amata; ma perché talor questeamorevoli servitú non son ben conosciutecredo che oltreallo amare e servire sia necessario fare ancor qualche altradimostrazione di questo amore tanto chiarache la donna non possadissimular di conoscere d'essere amata; ma con tanta modestia peròche non paia che se le abbia poca riverenzia. E perciò voiSignorache avete cominciato a dir come l'anima dello amante deeessere obediente ancella alla amatainsegnate ancordi graziaquesto secretoil quale mi pare importantissimo -. Rise messerCesare e disse: - Se lo amante è tanto modesto che abbiavergogna di dirglienescrivaglielo -.

Suggiunse la signora Emilia: - Anziseè tanto discreto come convieneprima che lo faccia intenderealla donna devesi assecurar di non offenderla -. Disse allor ilsignor Gasparo: - A tutte le donne piace l'esser pregate d'amoreancor che avessero intenzione di negar quello che loro si domanda -.Rispose il Magnifico Iuliano: - Voi v'ingannate molto; né ioconsigliarei il cortegiano che usasse mai questo terminese nonfusse ben certo di non aver repulsa


LVX.

- E che cosa deve egli adunque fare?- disse il signor Gasparo. Suggiunse il Magnifico: - Se pur volescrivere o parlarefarlo con tanta modestia e cosícautamenteche le parole prime tentino l'animo e tocchino tantoambiguamente la Voluntà di leiche le lassino modo ed unocerto esito di poter simulare di non conoscereche que'ragionamenti importino amoreacciò che se trova difficultàpossa ritrarsee mostrar d'aver parlato o scritto ad altro fineper goder quelle domestiche carezze ed accoglienzie con sicurtàche spesso le donne concedono a chi par loro che le pigli peramicizia; poi le neganosúbito che s'accorgono che sianoricevute per dimostrazion d'amore. Onde quelli che son troppoprecipiti e si avventurano cosí prosuntuosamente con certefurie ed ostinazionispesso le pèrdonoe meritamente;perché ad ogni nobil donna pare sempre di essere poco estimatada chi senza rispetto la ricerca d'amore prima che l'abbia servita.



LVXI.

Peròsecondo mequella viache deve pigliar il cortegiano per far noto l'amor suo alla donnaparmi che sia il mostrargliele coi modi piú presto che con leparole; ché veramente talor piú affetto d'amor siconosce in un suspiroin un rispettoin un timoreche in milleparole; poi far che gli occhi siano que' fidi messaggericheportino l'ambasciate del core; perché spesso con maggiorefficacia mostran quello che dentro vi è di passioneche lalingua propria o lettere o altri messidi modo che non solamentescoprono i pensierima spesso accendono amore nel cor della personaamata; perché que' vivi spirti che escono per gli occhiperesser generati presso al coreentrando ancor negli occhidove sonoindrizzati come saetta al segnonaturalmente penetrano al core comea sua stanza ed ivi si confondono con quegli altri spirti econquella sottilissima natura di sangue che hanno secoinfettano ilsangue vicino al coredove son pervenutie lo riscaldano e fannoloa sé simile ed atto a ricevere la impression di quellaimagine che seco hanno portata; onde a poco a poco andando eritornando questi messaggeri la via per gli occhi al core eriportando l'esca e 'l focile di bellezza e di graziaaccendono colvento del desiderio quel foco che tanto arde e mai non finisce diconsumareperché sempre gli apportano materia di speranzaper nutrirlo. Però ben dir si po che gli occhi siano guida inamoremassimamente se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara edolce negrezzao vero azzurri; allegri e ridenti e cosígrati e penetranti nel mirarcome alcuninei quali par che quellevie che dànno esito ai spiriti siano tanto profondeche peresse si vegga insino al core. Gli occhi adunque stanno nascosi comealla guerra soldati insidiatori in agguato; e se la forma di tutto'l corpo è bella e ben compostatira a sé ed allettachi da lontan la mirafin a tanto che s'accosti; e súbitoche è vicinogli occhi saettano ed affaturano come venefíci;e massimamente quando per dritta linea mandano i raggi suoi negliocchi della cosa amata in tempo che essi facciano il medesimo;perché i spiriti s'incontrano ed in quel dolce intoppo l'unpiglia la qualità dell'altrocome si vede d'un occhioinfermoche guardando fisamente in un sano gli dà la suainfirmità; sí che a me pare che 'l nostro cortegianopossa di questo modo manifestare in gran parte l'amor alla suadonna. Vero è che gli occhise non son governati con artemolte volte scoprono piú gli amorosi desidèri a cuil'om men vorriaperché fuor per essi quasi visibilmentetraluceno quelle ardenti passionile quali volendo l'amante palesarsolamente alla cosa amataspesso palesa ancor a cui piúdesiderarebbe nasconderle. Però chi non ha perduto il frendella ragione si governa cautamente ed osserva i tempii lochi equando bisogna s'astien da quel cosí intento mirareancorache sia dolcissimo cibo; perché troppo dura cosa è unamor publico -.



LVXII.

Rispose il conte Ludovico: - Talorancora l'essere publico non nòce perché in tal casogli omini spesso estimano che quegli amori non tendano al fine cheogni amante desideravedendo che poca cura si ponga per coprirlinési faccia caso che si sappiano o no; e però col non negar sivendica l'om una certa libertà di poter publicamente parlaree star senza suspetto con la cosa amata; il che non avviene a quelliche cercano d'esser secretiperché pare che sperino e sianovicini a qualche gran premioil quale non voriano che altririsapesse. Ho io ancor veduto nascere ardentissimo amore nel cored'una donna verso unoa cui per prima non avea pur una minimaaffezionesolamente per intendere che opinione di molti fusse ches'amassero insieme; e la causa di questo credo io che fossechequel giudicio cosí universale le parea bastante testimonioper farle credere che colui fosse degno dell'amor suoe parea quasiche la fama le portasse l'ambasciate per parte dell'amante molto piúvere e piú degne d'esser creduteche non aría potutofar esso medesimo con lettere o con paroleo vero altra persona perlui. Però questa voce publica non solamente talor non nòcema giova -. Rispose il Magnifico: - Gli amori de' quali la fama èministrason assai pericolosi di far che l'omo sia mostrato a dito;e però chi ha da caminar per questa strada cautamentebisogna che dimostri aver nell'animo molto minor foco che non haecontentarsi di quello che gli par poco e dissimular i desidèrile gelosiegli affanni e i piacer suoi e rider spesso con la boccaquando il cor piangee mostrar d'esser prodigo di quello di che èavarissimo; e queste cose son tanto difficili da fareche quasisono impossibili. Però se 'l nostro cortegian volesse usardel mio consiglioio lo confortarei a tener secreti gli amori suoi-.



LVXIII.

Allora messer Bernardo- Bisogna-disse- adunque che voi questo gli insegnatee parmi che non siadi piccola importanzia; perché oltre ai cenniche taloralcuni cosí copertamente fannoche quasi senza movimentoalcuno quella persona che essi desidrano nel volto e negli occhi lorlegge ciò che hanno nel coreho io talor udito tra duiinnamorati un lungo e libero ragionamento d'amore del quale nonpoteano però i circonstanti intender chiaramenteparticularitate alcunané certificarsi che fosse d'amore; equesto per la discrezione ed avvertenzia di chi ragionava; perchésenza far dimostrazione alcuna d'aver dispiacere d'essere ascoltatidicevano secretamente quelle sole parole che importavano edaltamente tutte l'altreche si poteano accommodare a diversipropositi -. Allor messer Federico- Il parlar- disse- cosíminutamente di queste avvertenzie di secretezzasarebbe uno andardrieto all'infinito; però io vorrei più tosto che siragionasse un poco come debba lo amante mantenersi la grazia dellasua donnail che mi par molto piú necessario -.



LXIX.

Rispose il Magnifico: - Credo cheque' mezzi che vagliono per acquistarlavagliano ancor permantenerla; e tutto questo consiste in compiacer la donna amatasenza offenderla mai; però saria difficile darne regula ferma;perché per infiniti modi chi non è ben discreto faerrori talora che paion piccolinientedimeno offendeno gravementel'animo della donna; e questo intervien piú che agli altri aquei che sono astretti dalla passionecome alcuniche sempre chehanno modo di parlare a quella donna che amanosi lamentano edolgono cosí acerbamente e voglion spesso cose tantoimpossibiliche per quella importunità vengon a fastidio.Altrise son punti da qualche gelosiasi lassan di tal modotrasportar dal doloreche senza risguardo scorrono in dir mal diquello di chi hanno suspettoe talor senza colpa di colui ed ancordella donnae non vogliono ch'ella gli parlio pur volga gli occhia quella parte ove egli è; e spesso con questi modi nonsolamente offendon quella donnama son causa ch'ella s'induca adamarlo; perché 'l timore che mostra talor d'avere uno amanteche la sua donna non lassi lui per quell'altrodimostra che esso siconosce inferior di meriti e di valor a coluie con questa opinionela donna si move ad amarloed accorgendosi che per mettergliele indisgrazia se ne dica maleancor che sia vero non lo credeetuttavia l'ama piú -.



LXX.

Allora messer Cesare ridendo- lo-disse- confesso non esser tanto savioche potessi astenermi didir male d'un mio rivalesalvo se voi non m'insegnaste qualchealtro miglior modo da ruinarlo -. Rispose ridendo il signorMagnifico: Dicesi in proverbio che quando il nemico ènell'acqua insino alla cinturase gli deve porger la mano e levarlodel pericolo; ma quando v'è insino al mentomettergli ilpiede in sul capo e summergerlo tosto. Però sono alcuni chequesto fanno co' suoi rivalie fin che non hanno modo ben sicuro diruinarglivan dissimulando e piú tosto si mostran loro amiciche altrimenti; poise la occasion s'offerisce lor talecheconoscan poter precipitargli con certa ruínadicendone tuttii malio veri o falsi che sianolo fanno senza riservocon arteinganni e con tutte le vie che sanno imaginare. Ma perché ame non piaceria mai che 'l nostro cortegiano usasse inganno alcunovorrei che levasse la grazia dell'amica al suo rivale non con altraarte che con l'amarecol servire e con l'essere virtuosovalentediscreto e modesto; in somma col meritar piú di lui e conl'esser in ogni cosa avvertito e prudenteguardandosi da alcunesciocchezze inette nelle quali spesso incorrono molti ignorantieper diverse vie; ché già ho io conosciuti alcuni chescrivendo e parlando a donneusan sempre parole di Polifilo e tantostanno in su la sottilità della retoricache quelle sidiffidano di se stesse e si tengon per ignorantissimee par loroun'ora mill'anni finir quel ragionamento e levarsegli davanti; altrisi vantano senza modo; altri dicono spesso cose che tornano abiasimo e danno di se stessicome alcunidei quali io soglioridermiche fan profession di innamorati e talor dicono inpresenzia di donne: «Io non trovai mai donna che m'amasse»;e non s'accorgono che quelle che gli odono súbito fangiudicio che questo non possa nascere d'altra causase non perchénon meritino né esser amatiné pur l'acqua chebevonoe gli tengon per omini da poconé gli amerebbono pertutto l'oro del mondo; parendo loro che se gli amasserosarebbono dameno che tutte l'altre che non gli hanno amati. Altriper concitarodio a qualche suo rivaleson tanto sciocchiche pur in presenziadi donne dicono: «Il tale è il piú fortunato omdel mondo; che già non è belloné discretonévalentené sa fare o dire piú che gli altrie purtutte le donne l'amano e gli corron drieto»; e cosímostrando avergli invidia di questa felicitàancora che coluiné in aspetto né in opere si mostri essere amabilefanno credere che egli abbia in sé qualche cosa secretaperla quale meriti l'amor di tante donne; onde quelle che di lui sentonragionare di tal modoesse ancora per questa credenza si movonomolto piú ad amarlo -.



LXXI.

Rise allor il conte Ludovico e disse:- Io vi prometto che queste grosserie non userà mai ilcortegiano discreto per acquistar grazia con donne -. Rispose messerCesare Gonzaga: Né men quell'altra che a' mei dí usòun gentilomo di molta estimazioneil qual io non voglio nominareper onore degli omini -.

Rispose la signora Duchessa: - Ditealmen ciò che egli fece -. Suggiunse messer Cesare: - Costuiessendo amato da una gran signorarichiesto da lei vennesecretamente in quella terra ove essa era; e poi che la ebbe veduta efu stato seco a ragionare quanto essa e 'l tempo comportaronopartendosi con molte amare lacrime e sospiriper testimoniodell'estremo dolor ch'egli sentiva di tal partitale supplicòch'ella tenesse continua memoria di lui; e poi suggiunse che glifacesse pagar l'osteria perchéessendo stato richiesto daleigli parea ragione che della sua venuta non vi sentisse spesaalcuna -.

Allora tutte le donne cominciarono aridere e dir che costui era indignissimo d'esser chiamato gentilomo;e molti si vergognavano per quella vergogna che esso meritamentearía sentitase mai per tempo alcuno avesse preso tantod'intellettoche avesse potuto conoscere un suo cosívituperoso fallo.

Voltossi allor il signor Gaspar amesser Cesare e disse: - Era meglio restar di narrar questa cosa peronor delle donne che di nominar colui per onor degli omini; che benpotete imaginare che bon giudicio avea quella gran signoraamandoun animale cosí irrazionalee forse ancora che di molti chela servivano aveva eletto questo per lo piú discretolassando adrieto e dando disfavore a chi costui non saria statodegno famiglio -. Rise il conte Ludovico e disse: - Chi sa chequesto non fusse discreto nell'altre cose e peccasse solamente inosterie? Ma molte volte per soverchio amore gli omini fanno gransciocchezze; e se volete dir il veroforse che a voi talor èoccorso farne piú d'una -.



LXXII.

Rispose ridendo messer Cesare: - Pervostra fénon scopriamo i nostri errori.

- Pur bisogna scoprirli- rispose ilsignor Gasparo- per sapergli correggere; - poi suggiunse: - Voisignor Magnificoor che 'l cortegian si sa guadagnare e mantener lagrazia della sua signora e tórla al suo rivalesètedebitor de insegnarli a tener secreti gli amori suoi -. Rispose ilMagnifico: - A me par d'aver detto assai: però fate mo che unaltro parli di questa secretezza -. Allora messer Bernardo e tuttigli altri cominciarono di novo a fargli instanzia; e 'l Magnificoridendo- Voi- disse- volete tentarmi; troppo sète tuttiammaestrati in amore; purse desiderate saperne piúandatee sí vi leggete Ovidio. - E come- disse messer Bernardo-debb'io sperare che e suoi precetti vagliano in amore? poichéconforta e dice esser bonissimo che l'uom in presenzia dellainnamorata finga d'essere imbriaco (vedete che bella manerad'acquistar grazia)ed allega per un bel modo di far intenderestando a convitoad una donna d'esserne innamoratolo intingere undito nel vino e scriverlo in su la tavola -. Rispose il Magnificoridendo: - In que' tempi non era vicio. - E però- dissemesser Bernardo- non dispiacendo agli omini di que' tempi questacosa tanto sordidaè da credere che non avessero cosígentil maniera di servir donne in amore come abbiam noi; ma nonlassiamo il proposito nostro primo d'insegnar a tenere l'amorsecreto -.



LXXIII.

Allor il Magnifico- Secondo me-disse- per tener l'amor secreto bisogna fuggir le cause che lopublicanole quali sono moltema una principaleche è ilvoler esser troppo secreto e non fidarsi di persona alcunaperchéogni amante desidera far conoscer le sue passioni alla amataedessendo solo è sforzato a far molte piú dimostrazionie piú efficaciche se da qualche amorevole e fidele amicofosse aiutato; perché le dimostrazioni che lo amante istessofa dànno molto maggior suspettoche quelle che fa perinternunci; e perché gli animi umani sono naturalmentecuriosi di saperesúbito che uno alieno comincia asospettaremette tanta diligenziache conosce il veroeconosciutolo non ha rispetto di publicarloanzi talor gli piace; ilche non interviene dell'amico il qualoltre che aiuti di favore edi consigliospesso rimedia a quegli errori che fa il ciecoinnamoratoe sempre procura la secretezza e provede a molte cosealle quali esso proveder non po; oltre che grandissimo refrigerio sisente dicendo le passioni e sfocandole con amico cordialeemedesimamente accresce molto i piaceri il poter comunicargli.



LXXIV.

Disse allor il signor Gasparo: -Un'altra causa publica molto piú di amori che questa. - Equale? - rispose il Magnifico. Suggiunse il signor Gaspar: - La vanaambizione congiunta con pazzia e crudeltà delle donnelequali come voi stesso avete dettoprocurano quanto piúpossono d'aver gran numero d'innamorati e tuttise possibil fossevorriano che ardessero efatti ceneredopo morte tornassero viviper morir un'altra volta; e benché esse ancor aminopurgodeno del tormento degli amantiperché estimano che 'ldolorele afflizioni e 'l chiamar ognor la mortesia il verotestimonio che esse siano amatee possano con la loro bellezza fargli omini miseri e beati e dargli morte e vita come lor piace; ondedi questo solo cibo se pascono e tanto avide ne sonoche acciòche non manchi loronon contentano né disperano mai gliamanti del tutto; ma per mantenergli continuamente nelli affanni enel desiderio usano una certa imperiosa austerità di minaccemescolate con speranzae vogliono che una loro parolauno sguardoun cenno sia da essi riputato per somma felicità; e per farsitener pudiche e caste non solamente dagli amantima ancor da tuttigli altriprocurano che questi loro modi asperi e discortesi sianopublichi acciò che ognun pensi chepoiché cosímaltrattano quelli che son degni d'essere amatimolto peggio debbanotrattar gl'indegni; e spesso sotto questa credenza pensandosi esseresicure con tal arte dall'infamiasi giaceno tutte le notti conomini vilissimi e da esse a pena conosciutidi modo che per goderedelle calamità e continui lamenti di qualche nobil cavalieroe da esse amatonegano a se stesse que' piaceri che forse conqualche escusazione potrebbono conseguire; e sono causa che 'lpovero amante per vera disperazion è sforzato usar modi dondesi publica quelloche con ogni industria s'averia a tenersecretissimo. Alcun'altre sono le qualise con inganni possonoindurre molti a credere d'essere da loro amatinutriscono tra essile gelosie col far carezze e favore all'uno in presenzia dell'altro;e quando veggon che quello ancor che esse piú amano giàsi confida d'esser amato per le demostrazioni fatteglispesso conparole ambigue e sdegni simulati lo suspendeno e gli trafiggono ilcoremostrando non curarlo e volersi in tutto donare all'altro;onde nascon odiiinimicizie ed infiniti scandali e ruine manifesteperché forza è mostrar l'estrema passion che in talcaso l'uom senteancor che alla donna ne resulti biasimo edinfamia. Altre non contente di questo solo tormento della gelosiadopo che l'amante ha fatto tutti i testimonii d'amore e di fidelservitúed esse ricevuti l'hanno con qualche segno dicorrespondere in benivolenziasenza proposito e quando mens'aspetta cominciano a star sopra di sé' e mostrano dicredere che egli sia intepiditoe fingendo novi suspetti di nonessere amate accennano volersi in ogni modo alienar da lui; onde perquesti inconvenienti il meschino per vera forza è necessitatoa ritornare da capo e far le demostrazionicome se alloracominciasse a servire; e tutto dí passeggiar per la contradae quando la donna si parte di casa accompagnarla alla chiesa ed inogni loco ove ella vadanon voltar mai gli occhi in altra parte; equivi si ritorna ai piantiai suspiriallo star di mala voglia; equando se le po parlareai scongiurialle biastemealledisperazioni ed a tutti quei furoria che gli infelici innamoratison condotti da queste fiereche hanno piú sete di sangueche le tigri.



LXVX.

Queste tai dolorose dimostrazioni sontroppo vedute e conosciutee spesso piú dagli altri che dachi le causa; ed in tal modo in pochi dí son tanto publicheche non si po far un passo né un minimo segnoche non sia damille occhi notato. Intervien poi che molto prima che siano tra essii piaceri d'amoresono creduti e giudicati da tutto 'l mondoperché essequando pur veggono che l'amante giàvicino alla mortevinto dalla crudeltà e dai straziusatiglidelibera determinatamente e da dovero di ritirarsialloracominciano a dimostrar d'amarlo di core e fargli tutti i piaceri edonarsegliacciò cheessendogli mancato quell'ardentedesiderioil frutto d'amor gli sia ancor men grato e ad esse abbiaminor obligazioneper far ben ogni cosa al contrario. Ed essendogià tal amore notissimosono ancor in que' tempi poinotissimi tutti gli effetti che da quel procedono; cosírestano esse disonoratee lo amante si trova aver perduto il tempoe le fatiche ed abbreviatosi la vita negli affanni senza frutto opiacere alcunoper aver conseguito i suoi desidèrinonquando gli seriano stati tanto grati che l'arian fatto felicissimoma quando poco o niente gli apprezzavaper esser il cor giàtanto da quelle amare passioni mortificatoche non tenea sentimentopiú per gustar diletto o contentezza che se gli offerisse -.



LXVXI.

Allor il signor Ottaviano ridendo-Voi- disse- siete stato cheto un pezzo e retirato dal dir maldelle donne; poi le avete cosí ben toccheche par cheabbiate aspettato per ripigliar forzacome quei che si tirano adrieto per dar maggior incontro; e veramente avete torto ed oramaidovreste esser mitigato -. Rise la signora Emilia e rivolta allasignora Duchessa- Eccovi- disse- Signorache i nostriavversari cominciano a rompersi e dissentir l'un dall'altro. - Nonmi date questo nome- rispose il signor Ottaviano- perch'io nonson vostro avversario; èmmi ben dispiaciuta questacontenzionenon perché m'increscesse vederne la vittoria infavor delle donnema perché ha indutto il signor Gasparo acalunniarle piú che non doveae 'l signor Magnifico e messerCesare a laudarle forse un poco piú che 'l debito; oltre cheper la lunghezza del ragionamento avemo perduto d'intendermolt'altre belle coseche restavano a dirsi del cortegiano. -Eccovidisse la signora Emilia- che pur siete nostro avversario;e perciò vi dispiace il ragionamento passatonévorreste che si fosse formato questa cosí eccellente donna dipalazzo; non perché vi fosse altro che dire sopra ilcortegianoperché già questi signori han detto quantosapeanoné voicredoné altri potrebbe aggiungervipiú cosa alcuna; ma per la invidia che avete all'onor delledonne -.



LXVXII.

- Certo è- rispose il signorOttaviano- che oltre alle cose dette sopra il cortegiano io nedesiderarei molte altre; purpoiché ognun si contenta ch'eisia taleio ancora me ne contentoné in altra cosa lomutareise non in farlo un poco piú amico delle donne chenon è il signor Gasparma forse non tanto quanto èalcuno di questi altri signori -. Allora la signora Duchessa-Bisogna- disse- in ogni modo che noi veggiamo se l'ingegno vostroè tanto che basti a dar maggior perfezione al cortegianochenon han dato questi signori. Però siate contento di dir ciòche n'avete in animo; altrimenti noi pensaremo che né voiancora sappiate aggiungergli piú di quello che s'èdettoma che abbiate voluto detraere alle laudi della donna dipalazzoparendovi ch'ella sia eguale al cortegianoil quale perciòvoi vorreste che si credesse che potesse esser molto piúperfettoche quello che hanno formato questi signori -. Rise ilsignor Ottaviano e disse: - Le laudi e biasimi dati alle donne piúdel debito hanno tanto piene l'orecchie e l'animo di chi odechenon han lassato loco che altra cosa star vi possa; oltra di questosecondo mel'ora è molto tarda. Adunque- disse la signoraDuchessa- aspettando insino a domani aremo piú tempo; equelle laudi e biasimi che voi dite esser stati dati alle donnedall'una parte e l'altra troppo eccessivamentefra tanto uscirannodell'animo di questi signoridi modo che pur saranno capaci diquella verità che voi direte -. Cosí parlando lasignora Duchessa levossi in piedie cortesemente donando licenzia atutti si ritrasse nella stanza sua più secreta; e ognuno sifu a dormire.

Fine terzo libro.







Parte quarta.


IL QUARTO LIBRODEL CORTEGIANO.

DEL CONTE BALDESARCASTIGLIONE A MESSER ALFONSOARIOSTO.



I.

Pensando io di scrivere i ragionamentiche la quarta sera dopo le narrate nei precedenti libri s'ebberosento tra varii discorsi uno amaro pensiero che nell'animo mipercuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevolemi fa; e come spesso la fortuna a mezzo il corsotalor presso alfine rompa i nostri fragili e vani disegnitalor li summerga primache pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoriache non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono privòmorte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilominiquandodi prospera età e speranza d'onore piú fiorivano. E diquesti il primo fu il signor Gaspar Pallavicinoil qualeessendostato da una acuta infirmità combattuto e piú che unavolta ridutto all'estremobenché l'animo fosse di tantovigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispettodi mortepur in età molto immatura forní il suonatural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra edagli amici e parenti suoima alla patria ed a tutta la Lombardia.Non molto appresso morí messer Cesare Gonzaga il quale atutti coloro che aveano di lui notizia lasciò acerba edolorosa memoria della sua morte; perchéproducendo lanatura cosí rare voltecome fatali ominipareva purconveniente che di questo cosí tosto non ci privasse; chécerto dir si po che messer Cesare ci fosse a punto ritolto quandocominciava a mostrar di sé piú che la speranzaedesser estimato quanto meritavano le sue ottime qualità;perché già con molte virtuose fatiche avea fatto bontestimonio del suo valoreil quale risplendevaoltre alla nobilitàdel sanguedell'ornamento ancora delle lettere e d'arme e d'ognilaudabil costume; tal cheper la bontàper l'ingegnoperl'animo e per lo saper suo non era cosa tanto grandeche di luiaspettar non si potesse. Non passò molto che messer Robertoda Bari esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa;perché ragionevole pareva che ognun si dolesse della morted'un giovane di boni costumipiacevolee di bellezza d'aspetto edisposizion della persona rarissimoin complession tanto prosperosae gagliarda quanto desiderar si potesse.



II.

Questi adunque se vivuti fosseropenso che sariano giunti a gradoche ariano ad ognuno checonosciuti gli avesse potuto dimostrar chiaro argumentoquanto lacorte d'Urbino fosse degna di laude e come di nobili cavalieriornata; il che fatto hanno quasi tutti gli altriche in essa creatisi sono; ché veramente del caval troiano non uscirono tantisignori e capitaniquanti di questa casa usciti sono omini pervirtú singulari e da ognuno sommamente pregiati. Chécome sapetemesser Federico Fregoso fu fatto arcivescovo diSalerno; il conte Ludovicovescovo di Baious; il signor Ottavianoduce di Genova; messer Bernardo Bibienacardinale di Santa Maria inPortico; messer Pietro Bembosecretario di papa Leone; il signorMagnifico al ducato di Nemours ed a quella grandezza ascese dove orsi trova; il signor Francesco Maria Ruvereprefetto di Romafuesso ancora fatto duca d'Urbino; benché molto maggior laudeattribuir si possa alla casa dove nutrito fuche in essa siariuscito cosí raro ed eccellente signore in ogni qualitàdi virtúcome or si vedeche dello esser pervenuto al ducatod'Urbino; né credo che di ciò piccol causa sia statala nobile compagniadove in continua conversazione sempre ha vedutoed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causao siaper ventura o per favore delle stelleche ha cosí lungamenteconcesso ottimi signori ad Urbinopur ancora duri e produca imedesimi effetti; e però sperar si po che ancor la bonafortuna debba secondar tanto queste opere virtuoseche la felicitàdella casa e dello stato non solamente non sia per mancarema piúpresto di giorno in giorno per accrescersi; e già se neconoscono molti chiari segnitra i quali estimo il precipuol'esserci stata concessa dal cielo una tal signoracom'è lasignora Eleonora GonzagaDuchessa nova; ché se mai furono inun corpo solo congiunti saperegraziabellezzaingegnomanereaccorteumanità ed ogni altro gentil costumein questatanto sono unitiche ne risulta una catenache ogni suo movimentodi tutte queste condizioni insieme compone ed adorna.

Seguitiamo adunque i ragionamenti delnostro cortegianocon speranza che dopo noi non debbano mancare diquelli che piglino chiari ed onorati esempi di virtú dallacorte presente d'Urbinocosí come or noi facciamo dallapassata.



III.

Parve adunquesecondo che 'l signorGasparo Pallavicino raccontar solevache 'l seguente giornodopo iragionamenti contenuti nel precedente libroil signor Ottavianofosse poco veduto; per che molti estimarono che egli fosse retiratoper poter senza impedimento pensar bene a ciò che dire avesse.Peròessendo all'ora consueta ridottasi la compagnia allasignora Duchessabisognò con diligenzia far cercar il signorOttavianoil quale non comparse per bon spacio; di modo che molticavalieri e damigelle della corte cominciarono a danzare edattendere ad altri piacericon opinion che per quella sera piúnon s'avesse a ragionar del cortegiano. E già tutti eranooccupati chi in una cosa chi in un'altraquando il signor Ottavianogiunse quasi piú non aspettato; e vedendo che messer CesareGonzaga e 'l signor Gaspar danzavanoavendo fatto riverenzia versola signora Duchessadisse ridendo: - Io aspettava pur d'udir ancorquesta sera il signor Gaspar dir qualche mal delle donne; mavedendolo danzar con unapenso ch'egli abbia fatto la pace contutte; e piacemi che la lite oper dir meglioil ragionamento delcortegiano sia terminato cosí. - Terminato non è già- rispose la signora Duchessa; - perch'io non son cosí nemicadegli ominicome voi siete delle donne; e perciò non voglioche 'l cortegiano sia defraudato del suo debito onoree di quelliornamenti che voistesso iersera gli prometteste; - e cosíparlando ordinò che tuttifinita quella danzasi mettesseroa sedere al modo usato: il che fu fatto; e stando ognuno con moltaattenzionedisse il signor Ottaviano: - Signorapoichél'aver io desiderato molt'altre bone qualità nel cortegianosi batteggia per promessa ch'io le abbia a direson contentoparlarnenon già con opinion di dir tutto quello che dir visi poriama solamente tanto che basti per levar dell'animo vostroquello che ierisera opposto mi fucioè ch'io abbia cosídetto piú tosto per detraere alle laudi della donna dipalazzocon far credere falsamente che altre eccellenzie si possanoattribuire al cortegianoe con tal arte fargliele superiorecheperché cosí sia; peròper accommodarmi ancorall'orache è piú tarda che non sòle quando sidà principio al ragionaresarò breve.



IV.

Cosícontinuando ilragionamento di questi signoriil quale in tutto approvo econfermodico che delle cose che noi chiamiamo bone sono alcune chesimplicemente e per se stesse sempre son bonecome la temperanziala fortezzala sanità e tutte le virtú chepartoriscono tranquillità agli animi; altreche per diversirispetti e per lo fine al quale s'indrizzano son bonecome leleggila liberalitàle ricchezze ed altre simili. Estimo ioadunque che 'l cortegiano perfettodi quel modo che descrittol'hanno il conte Ludovico e messer Federicopossa esser veramentebona cosa e degna di laude; non però simplicemente néper séma per rispetto del fine al quale po essereindrizzato; ché in vero se con l'esser nobileaggraziato epiacevole ed esperto in tanti esercizi il cortegiano non producessealtro frutto che l'esser tale per se stessonon estimarei che perconseguir questa perfezion di cortegiania dovesse l'omoragionevolmente mettervi tanto studio e faticaquanto ènecessario a chi la vole acquistare; anzi direi che molte di quellecondicioni che se gli sono attribuitecome il danzarfesteggiarcantar e giocarefossero leggerezze e vanitàed in un omo digrado piú tosto degne di biasimo che di laude; perchéqueste attillatureimpresemotti ed altre tai cose cheappartengono ad intertenimenti di donne e d'amoriancora che forsea molti altri paia il contrariospesso non fanno altro cheeffeminar gli animicorrumper la gioventú e ridurla a vitalascivissima; onde nascono poi questi effetti che 'l nome italiano èridutto in obbrobrioné si ritrovano se non pochi che osinonon dirò morirema pur entrare in uno pericolo. E certoinfinite altre cose sono le qualimettendovisi industria e studiopartuririano molto maggior utilità e nella pace e nellaguerrache questa tal cortegiania per sé sola; ma se leoperazioni del cortegiano sono indrizzate a quel bon fine chedebbono e ch'io intendoparmi ben che non solamente non sianodannose o vanema utilissime e degne d'infinita laude.



V.

Il fin adunque del perfettocortegianodel quale insino a qui non s'è parlatoestimo ioche sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli daquesti signori talmente la benivolenzia e l'animo di quel principe acui serveche possa dirgli e sempre gli dica la verità d'ognicosa che ad esso convenga saperesenza timor o periculo didespiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosanon convenienteardisca di contradirglie con gentil modo valersidella grazia acquistata con le sue bone qualità per rimoverloda ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della virtú; ecosí avendo il cortegiano in sé la bontàcomegli hanno attribuita questi signoriaccompagnata con la prontezzad'ingegno e piacevolezza e con la prudenzia e notizia di lettere edi tante altre cosesaprà in ogni proposito destramente farvedere al suo principe quanto onore ed utile nasca a lui ed allisuoi dalla giustiziadalla liberalitàdalla magnanimitàdalla mansuetudine e dall'altre virtú che si convengono a bonprincipe; eper contrarioquanta infamia e danno proceda dai viciioppositi a queste. Però io estimo che come la musicalefestei giochi e l'altre condicioni piacevoli son quasi il fiorecosí lo indurre o aiutare il suo principe al bene espaventarlo dal malesia il vero frutto della cortegiania.

E perché la laude del ben farconsiste precipuamente in due cosedelle quai l'una è loeleggersi un fine dove tenda la intenzion nostrache sia veramentebonol'altra il saper ritrovar mezzi opportuni ed atti per condursia questo bon fine desegnatocerto è che l'animo di coluiche pensa di far che 'l suo principe non sia d'alcuno ingannatonéascolti gli adulatoriné i malèdici e bugiardieconosca il bene e 'l male ed all'uno porti amoreall'altro odiotende ad ottimo fine.



VI.

Parmi ancora che le condicioniattribuite al cortegiano da questi signori possano esser bon mezzoda pervenirvi; e questo perché dei molti errori ch'oggidíveggiamo in molti dei nostri príncipii maggiori sono laignoranzia e la persuasion di se stessi; e la radice di questi duimali non è altro che la bugia; il qual vicio meritamente èodioso a Dio ed agli omini e piú nocivo ai principi che adalcun altro; perché essi piú che d'ogni altra cosahanno carestia di quello di che piú che d'ogni altracosa sariabisogno che avessero abundanziacioè di chi dica loro ilvero e ricordi il bene; perché gli inimici non son stimulatidall'amore a far questi officianzi han piacere che vivanosceleratamente né mai si correggano; dall'altro cantononosano calunniargli publicamente per timor d'esser castigati; degliamici poipochi sono che abbiano libero adito ad essie quellipochi han riguardo a riprendergli dei loro errori cosíliberamente come riprendono i privatie spessoper guadagnargrazia e favorenon attendono ad altro che a propor cose chedilettino e dian piacere all'animo loroancora che siano male edisoneste; di modo che d'amici divengono adulatori eper trarreutilità da quel stretto commercioparlano ed oprano sempre acomplacenzia e per lo piú fannosi la strada con le bugielequali nell'animo del principe partoriscono la ignoranzia nonsolamente delle cose estrinsechema ancor di se stesso; e questadir si po la maggior e la piú enorme bugia di tutte l'altreperché l'animo ignorante inganna se stesso e mentisce dentro ase medesimo.



VII.

Da questo interviene che i signorioltre al non intendere mai il vero di cosa alcunainebbriati daquella licenziosa libertà che porta seco il dominio e dallaabundanzia delle deliziesommersi nei piaceritanto s'ingannano etanto hanno l'animo corrottoveggendosi sempre obediti e quasiadorati con tanta riverenzia e laudesenza mai non che riprensionema pur contradizioneche da questa ignoranzia passano ad unaestrema persuasion di se stessitalmente che poi non ammettonoconsiglio né parer d'altri; e perché credono che 'lsaper regnare sia facilissima cosa e per conseguirla non bisognialtr'arte o disciplina che la sola forzavoltan l'animo e tutti isuoi pensieri a mantener quella potenzia che hannoestimando che lavera felicità sia il poter ciò che si vole. Peròalcuni hanno in odio la ragione e la giustiziaparendo loro cheella sia un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre inservitú e diminuir loro quel bene e satisfazione che hanno diregnarese volessero servarla; e che il loro dominio non fosseperfetto né integrose essi fossero constretti ad obedire aldebito ed all'onestoperché pensano che chi obedisce non siaveramente signore. Però andando drieto a questi princípie lassandosi trapportar dalla persuasione di se stessi divengonsuperbie col volto imperioso e costumi austericon veste pomposeoro e gemmee col non lassarsi quasi mai vedere in publicocredonoacquistar autorità tra gli omini ed esser quasi tenuti dèi;e questi sonoal parer miocome i colossi che l'anno passato furfatti a Roma il dí della festa in piazza d'Agoneche di forimostravano similitudine di grandi omini e cavalli triunfanti edentro erano pieni di stoppa e di strazzi. Ma i príncipi diquesta sorte sono tanto peggioriquanto che i colossi per la loromedesima gravità ponderosa si sostengon ritti; ed essiperché dentro sono mal contrapesatie senza misura postisopra basi inequaliper la propria gravità ruinano da sestessi e da un errore incorrono in infiniti; perché laignoranzia loro accompagnata da quella falsa opinion di non potererraree che la potenzia che hanno proceda dal lor sapereinduceloro per ogni viagiusta o ingiustaad occupar stati audacementepur che possano.



VIII.

Ma se deliberassero di sapere e difar quello che debbonocosí contrastariano per non regnarecome contrastano per regnare; perché conosceriano quantoenorme e perniciosa cosa sia che i sudditiche ban da essergovernatisiano piú savi che i príncipiche hanno dagovernare. Eccovi che la ignoranzia della musicadel danzaredelcavalcare non nòce ad alcuno; nientedimenochi non èmusico si vergogna né osa cantare in presenzia d'altruiodanzar chi non sae chi non si tien ben a cavallodi cavalcare; madal non sapere governare i populi nascon tanti malimortidestruzioniincendiruineche si po dir la piú mortalpeste che si trovi sopra la terra; e pur alcuni príncipiignorantissimi dei governi non si vergognano di mettersi a governarnon dirò in presenzia di quattro o di sei ominima alconspetto di tutto 'l mondo; perché il grado loro èposto tanto in altoche tutti gli occhi ad essi miranoe perònon che i grandi ma i piccolissimi lor diffetti sempre sono notati;come si scrive che Cimone era calunniato che amava il vinoScipioneil sonnoLucullo i convivii. Ma piacesse a Dio che i príncipide questi nostri tempi accompagnassero i peccati loro con tantevirtúcon quante accompagnavano quegli antichi; i qualiseben in qualche cosa erravanonon fugivano però i ricordi edocumenti di chi loro parea bastante a correggere quegli errorianzi cercavano con ogni instanzia di componer la vita sua sotto lanorma d'omini singulari; come Epaminunda di Lisia PitagoricoAgesilao di SenofonteScipione di Panezioed infiniti altri. Ma sead alcuni de' nostri príncipi venisse innanti un severofilosofoo chi si siail qual apertamente e senza arte alcunavolesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virtú edinsegnar loro i boni costumi e qual vita debba esser quella d'un bonprincipeson certo che al primo aspetto lo aborririano come unaspideo veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima.



IX.

Dico adunque chepoichéoggidí i príncipi son tanto corrotti dalle maleconsuetudini e dalla ignoranzia e falsa persuasione di se stessieche tanto è difficile il dar loro notizia della veritàed indurgli alla virtúe che gli omini con le bugie edadulazioni e con cosí viciosi modi cercano d'entrar loro ingraziail cortegianoper mezzo di quelle gentil qualità chedate gli hanno il conte Ludovico e messer Federicopo facilmente edeve procurar d'acquistarsi la benivolenzia ed adescar tanto l'animodel suo principeche si faccia adito libero e sicuro di parlarglid'ogni cosa senza esser molesto; e se egli sarà tale come s'èdettocon poca fatica gli verrà fattoe cosí potràaprirgli sempre la verità di tutte le cose con destrezza;oltra di questoa poco a poco infundergli nell'animo la bontàed insegnarli la continenziala fortezzala giustizialatemperanziafacendogli gustar quanta dolcezza sia coperta da quellapoca amaritudineche al primo aspetto s'offerisce a chi contrastaai vicii; li quali sempre sono dannosidispiacevoli ed accompagnatidalla infamia e biasimocosí come le virtú sonoutiligiocunde e piene di laude; ed a queste eccitarlo con l'esempiodei celebrati capitani e d'altri omini eccellentiai quali gliantichi usavano di far statue di bronzo e di marmo e talor d'oro; ecollocarle ne' lochi publicicosí per onor di queglicomeper lo stimulo degli altriche per una onesta invidia avessero dasforzarsi di giungere essi ancor a quella gloria.



X.

In questo modo per la austera stradadella virtú potrà condurloquasi adornandola difrondi ombrose e spargendola di vaghi fioriper temperar la noiadel faticoso camino a chi è di forze debile; ed or con musicaor con arme e cavallior con versior con ragionamenti d'amore econ tutti que' modi che hanno detti questi signoritenercontinuamente quell'animo occupato in piacere onestoimprimendogliperò ancora semprecome ho dettoin compagnia di questeillecebrequalche costume virtuoso ed ingannandolo con ingannosalutifero; come i cauti medicili quali spessovolendo dar a'fanciulli infermi e troppo delicati medicina di sapore amarocircondano l'orificio del vaso di qualche dolce liquore. Adoperandoadunque a tal effetto il cortegiano questo velo di piacerein ognitempoin ogni loco ed in ogni esercizio conseguirà il suofinee meriterà molto maggior laude e premio che perqualsivoglia altra bona opera che far potesse al mondo; perchénon è bene alcuno che cosí universalmente giovi comeil bon principené male che cosí universalmentenoccia come al mal principe; però non è ancora penatanto atroce e crudeleche fosse bastante castigo a quei sceleraticortegianiche dei modi gentili e piacevoli e delle bone condicionisi vagliono a mal finee per mezzo di quelle cercan la grazia deiloro príncipi per corrumpergli e disviarli dalla via dellavirtú ed indurgli al vicio; ché questi tali dir si poche non un vaso dove un solo abbia a berema il fonte publico delquale usi tutto 'l populoinfettano di mortal veneno -.



XI.

Taceasi il signor Ottavianocome sepiú avanti parlar non avesse voluto; ma il signor Gasparo-A me non parsignor Ottaviano- disse- che questa bontàd'animo e la continenzia e l'altre virtúche voi volete che'l cortegiano mostri al suo signoreimparar se possano; ma pensoche agli omini che l'hanno siano date dalla natura e da Dio. E checosí siavedete che non è alcun tanto scelerato e dimala sorte al mondoné cosí intemperante ed ingiustoche essendone dimandato confessi d'esser tale; anzi ognunopermalvagio che siaha piacer d'esser tenuto giustocontinente e bono;il che non interverrebbese queste virtú imparar sipotesseroperché non è vergogna il non saper quelloin che non s'ha posto studioma bene par biasimo non aver quello diche da natura devemo esser ornati. Però ognuno si sforza dinascondere i deffetti naturalicosí dell'animo come ancoradel corpo; il che si vede dei ciechizoppitorti ed altristroppiati o brutti; chébenché questi mancamenti sipossano imputare alla naturapur ad ognuno dispiace sentirgli in sestessoperché pare che per testimonio della medesima natural'uomo abbia quel diffettoquasi per un sigillo e segno della suamalicia. Conferma ancor la mia opinion quella fabula che si diced'Epimeteoil qual seppe cosí mal distribuir le doti dellanatura agli ominiche gli lassò molto piú bisognosid'ogni cosa che tutti gli altri animali; onde Prometeo rubòquella artificiosa sapienzia da Minerva e da Vulcanoper la qualegli omini trovavano il vivere; ma non aveano però la sapienziacivile di congregarsi insieme nelle città e saper viveremoralmenteper esser questa nella ròcca di Iove guardata dacustodi sagacissimii quali tanto spaventavano Prometeoche nonosava loro accostarsi; onde Ioveavendo compassione alla miseriadegli ominii qualinon potendo star uniti per mancamento dellavirtú civileerano lacerati dalle fieremandòMercurio in terra a portar la giustizia e la vergognaacciòche queste due cose ornassero le città e colligassero insiemee cittadini; e volse che a quegli fosser date non come l'altre artinelle quali un perito basta per molti ignoranticome è lamedicinama che in ciascun fossero impresse; e ordinò unalegge che tutti quelliche erano senza giustizia e vergognafosserocome pestiferi alle cittàesterminati e morti.Eccovi adunquesignor Ottavianoche queste virtú sono daDio concesse agli omini e non s'imparanoma sono naturali-.



XII.

Allor il signor Ottavianoquasiridendo- Voi adunquesignor Gasparo- disse- volete che gliomini sian cosí infelici e di cosí perverso giudicioche abbiano con la industria trovato arte per far mansueti gliingegni delle fiereorsilupileonie possano con quellainsegnare ad un vago augeflo volar ad arbitrio dell'omo e tornardalle selve e dalla sua natural libertà voluntariamente ailacci ed alla servitúe con la medesima industria nonpossano o non vogliano trovar articon le quai giovino a se stessi econ diligenzia e studio facciano l'animo suo megliore? Questoalparer miosarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenziad'avere solamente l'arte da sanare il mal dell'unghie e lo lattumedei fanciulli e lassassero la cura delle febridella pleuresia edell'altre infirmità gravi: il che quanto fosse for diragioneognun po considerare. Estimo io adunque che le virtúmorali in noi non siano totalmente da naturaperché niunacosa si po mai assuefare a quello che le è naturalmentecontrariocome si vede d'un sassoil qual se ben diecemilia voltefosse gittato all'insúmai non s'assuefaria andarvi da sé;però se a noi le virtú fossero cosí naturalicome la gravità al sassonon ci assuefaremmo mai al vicio. Némeno sono i vicii naturali di questo modoperché nonpotremmo esser mai virtuosi; e troppo iniquità e sciocchezzasaria castigar gli omini di que' diffettiche procedessero danatura senza nostra colpa; e questo error commetteriano le leggilequali non dànno supplicio ai malfattori per lo error passatoperché non si può far che quelloche è fattonon sia fattoma hanno rispetto allo avvenireacciò che chiha errato non erri piúo vero col mal esempio non dia causaad altrui d'errare; e cosí pur estimano che le virtúimparar si possano; il che è verissimoperché noisiamo nati atti a riceverlee medesimamente i vicii; e peròdell'uno e l'altro in noi si fa l'abito con la consuetudinedi modoche prima operiamo le virtú o i viciipoi siam virtuosi oviciosi. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dallanaturaché prima avemo la potenzia d'operarepoi operiamo;come è nei sensiché prima potemo vedereudiretoccarepoi vedemoudiamo e tocchiamo; benché peròancora molte di queste operazioni s'adornan con la disciplina.

Onde i boni pedagoghi non solamenteinsegnano lettere ai fanciullima ancora boni modi ed onesti nelmangiarebereparlareandare con certi gesti accommodati.



XIII.

Peròcome nell'altre articosí ancora nelle virtú è necessario avermaestroil qual con dottrina e boni ricordi susciti e risvegli innoi quelle virtú moralidelle quai avemo il seme incluso esepulto nell'animae come bono agricultore le cultivi e loro aprala vialevandoci d'intorno le spine e 'l loglio degli appetitiiquali spesso tanto adombrano e suffocan gli animi nostriche fiorirnon gli lassanoné produr quei felici fruttiche soli sidovriano desiderar che nascessero nei cori umani. Di questo modoadunque è natural in ciascun di noi la giustizia e lavergognala qual voi dite che Iove mandò in terra a tuttigli omini; ma sí come un corpo senza occhiper robusto chesiase si move ad un qualche termine spesso fallacosí laradice di queste virtú potenzialmente ingenite negli animinostrise non è aiutata dalla disciplinaspesso si risolvein nulla; perché se si deve ridurre in atto ed all'abito suoperfettonon si contentacome s'è dettodella natura solama ha bisogno della artificiosa consuetudine e della ragionelaquale purifichi e dilucidi quell'animalevandole il tenebroso velodella ignoranziadalla qual quasi tutti gli errori degli ominiprocedono; ché se il bene e 'l male fossero ben conosciuti edintesiognuno sempre eleggeria il bene e fuggiria il male. Peròla virtú si po quasi dir una prudenzia ed un sapere eleggereil benee 'l vicio una imprudenzia ed ignoranzia che induce agiudicar falsamente; perché non eleggono mai gli omini il malecon opinion che sia malema s'ingannano per una certa similitudinedi bene -.



XIV.

Rispose allor il signor Gasparo: -Son però moltii quali conoscono chiaramente che fanno malee pur lo fanno; e questo perché estimano piú il piacerpresente che sentonoche 'l castigo che dubitan che gli ne abbia davenire; come i ladrigli omicidi ed altri tali -. Disse il signorOttaviano:

- Il vero piacere è sempre bonoe 'l vero dolor malo; però questi s'ingannano togliendo ilpiacer falso per lo vero e 'l vero dolor per lo falso; onde spessoper i falsi piaceri incorrono nei veri dispiaceri.

Quell'arte adunque che insegna adiscerner questa verità dal falsopur si po imparare; e lavirtúper la quale elegemo quello che è veramentebenenon quello che falsamente esser apparesi po chiamar verascienzia e piú giovevole alla vita umana che alcun'altraperché leva la ignoranziadalla qualecome ho dettonascono tutti i mali -.



VX.

Allora messer Pietro Bembo- Non so- disse- signor Ottavianocome consentir vi debba il signorGasparoche dalla ignoranzia nascano tutti i mali; e che non sianomoltii quali peccando sanno veramente che peccanoné seingannano punto nel vero piacerené ancor nel vero dolore;perché certo è che quei che sono incontinenti giudicancon ragione e drittamentee sanno che quello a che dalle cupiditàsono stimulati contra il dovere è malee peròresistono ed oppongon la ragione all'appetitoonde ne nasce labattaglia del piacere e del dolore contra il giudicio; in ultimo laragionvinta dall'appetito troppo possentes'abbandonacome naveche per un spacio di tempo si diffende dalle procelle di marealfinpercossa da troppo furioso impeto de' ventispezzate l'ancoree sartesi lassa trasportar ad arbitrio di fortunasenza operartimone o magisterio alcuno di calamita per salvarsi. L'incontinentiadunque commetton gli errori con un certo ambiguo rimorso e quasi alor dispetto; il che non farianose non sapessero che quel chefanno è malema senza contrasto di ragione andarianototalmente profusi drieto all'appetito ed allor non incontinentimaintemperati sariano; il che è molto peggio; però laincontinenzia si dice esser vicio diminuto perché ha in séparte di ragione; e medesimamente la continenziavirtúimperfettaperché ha in sé parte d'affetto; perciòin questo parmi che non si possa dir che gli errori degliincontinenti procedano da ignoranziao che essi s'ingannino e chenon pecchinosapendo che veramente peccano -.



VXI.

Rispose il signor Ottaviano: - Inveromesser Pietrol'argumento vostro è bono; nientedimenosecondo meè piú apparente che vero perchébenché gli incontinenti pecchino con quella ambiguitàe che la ragione nell'animo loro contrasti con l'appetito e lor paiache quel che è male sia malepur non ne hanno perfettacognizionené lo sanno cosí intieramente come sariabisogno; però in essi di questo è piú prestouna debile opinione che certa scienziaonde consentono che laragion sia vinta dallo affetto; ma se ne avessero vera scienzianonè dubbio che non errariano; perché sempre quella cosaper la quale l'appetito vince la ragione è ignoranzianépo mai la vera scienzia esser superata dallo affettoil quale dalcorpo e non dall'animo deriva; e se dalla ragione è ben rettoe governatodiventa virtúe se altrimenti diventa vicio; matanta forza ha la ragioneche sempre si fa obedire al sensoe conmaravigliosi modi e vie penetrapur che la ignoranzia non occupiquello che essa aver dovria; di modo chebenché i spiriti ei nervi e l'ossa non abbiano ragione in sépur quando nascein noi quel movimento dell'animoquasi che 'l pensiero sproni escuota la briglia ai spirititutte le membra s'apparecchianoipiedi al corsole mani a pigliare o a fare ciò che l'animopensa; e questo ancora si conosce manifestamente in molti li qualinon sapendotalora mangiano qualche cibo stomacoso e schifoma cosíben acconcioche al gusto lor pare delicatissimo; poi risapendo checosa eranon solamente hanno dolore e fastidio nell'animoma 'lcorpoaccordandosi col giudicio della menteper forza vomita quelcibo -.



VXII.

Seguitava ancor il signor Ottavianoil suo ragionamento; ma il Magnifico Iuliano interrompendolo-Signor Ottaviano- disse- se bene ho intesovoi avete detto chela continenzia è virtú imperfettaperché ha insé parte d'affetto; ed a me pare che quella virtú laqualeessendo nell'animo nostro discordia tra la ragione el'appetitocombatte e dà la vittoria alla ragionesi debbaestimar piú perfetta che quella che vince non avendo cupiditàné affetto alcuno che le contrasti; perché pare chequell'animo non si astenga dal male per virtúma resti difarlo perché non ne abbia voluntà -. Allor il signorOttavianoQual- disse- estimareste voi capitano di piúvaloreo quello che combattendo apertamente si mette a pericoloepur vince gli nemicio quello che per virtú e saper suo lortoglie le forzeriducendogli a termine che non possano combatteree cosí senza battaglia o pericolo alcuno gli vince? - Quello- disse il Magnifico Iuliano- che piú sicuramente vincesenza dubbio è piú da lodarepur che questa vittoriacosí certa non proceda dalla dapocagine degl'inimici -.Rispose il signor Ottaviano: - Ben avete giudicato; e peròdicovi che la continenzia comparare si po ad un capitano checombatte virilmente ebenché gli nimici sian forti e potentipur gli vincenon però senza gran difficultà epericolo; ma la temperanzia libera da ogni perturbazione èsimile a quel capitanoche senza contrasto vince e regnaed avendoin quell'animo dove si ritrova non solamente sedatoma in tuttoestinto il foco della cupiditàcome bon principe in guerraciviledistrugge i sediziosi nemici intrinsechi e dona lo scettro edominio intiero alla ragione. Cosí questa virtú nonsforzando l'animoma infundendogli per vie placidissime unaveemente persuasione che lo inclina alla onestàlo rendequieto e pien di riposoin tutto equale e ben misuratoe da ognicanto composto d'una certa concordia con se stessoche lo adorna dicosí serena tranquillità che mai non si turbaed intutto diviene obedientissimo alla ragionee pronto di volgere adessa ogni suo movimento e seguirla ovunque condur lo vogliasenzarepugnanzia alcuna; come tenero agnelloche corresta e va semprepresso alla madre e solamente secondo quella si move. Questa virtúadunque è perfettissima e conviensi massimamente ai príncipiperché da lei ne nascono molte altre -.



VXIII.

Allora messer Cesare Gonzaga- Nonso- disse- quai virtú convenienti a signore possanonascere da questa temperanziaessendo quella che leva gli affettidell'animocome voi dite: il che forse si converria a qualche monacoo eremita; ma non so già come ad un principe magnanimoliberale e valente nell'arme si convenisse il non aver maiper cosache se gli facessené ira né odio nébenivolenzia né sdegno né cupidità néaffetto alcunoe come senza questo aver potesse autoritàtra' populi o tra' soldati -. Rispose il signor Ottaviano: - Io nonho detto che la temperanzia levi totalmente e svella degli animiumani gli affettiné ben saria il farloperché negliaffetti ancora sono alcune parti bone; ma quello che negli affetti èperverso e renitente allo onesto riduce ad obedire alla ragione.Però non è convenienteper levar le perturbazioniestirpar gli affetti in tutto; ché questo saria come se perfuggir la ebrietà si facesse un editto che niuno bevessevinoo perché talor correndo l'omo cadese interdicesse adognuno il correre. Eccovi che quelli che domano i cavalli non glivietano il correre e saltarema voglion che lo facciano a tempo ead obedienzia del cavaliero. Gli affetti adunquemodificati dallatemperanziasono favorevoli alla virtúcome l'ira che aiutala fortezzal'odio contra i scelerati aiuta la giustiziaemedesimamente l'altre virtú son aiutate dagli affetti; liquali se fossero in tutto levatilassariano la ragione debilissimae languidadi modo che poco operar potrebbecome governator dinave abbandonato da' venti in gran calma. Non vi maravigliateadunquemesser Cesares'io ho detto che dalla temperanzia nasconomolte altre virtú; ché quando un animo èconcorde di questa armoniaper mezzo della ragione poi facilmentericeve la vera fortezzala quale lo fa intrepido e sicuro da ognipericolo e quasi sopra le passioni umane; non meno la giustiziavergine incorrottaamica della modestia e del beneregina di tuttel'altre virtúperché insegna a far quello che si deefare e fuggir quello che si dee fuggire; e però èperfettissimaperché per essa si fan l'opere dell'altrevirtúed è giovevole a chi la possede e per se stessoe per gli altri; senza la qualecome si diceIove istesso nonporia ben governare il regno suo. La magnanimità ancorasuccede a queste e tutte le fa maggiori; ma essa sola star non poperché chi non ha altra virtú non po esser magnanimo.Di queste è poi guida la prudenziala qual consiste in uncerto giudicio d'elegger bene.

Ed in tal felice catena ancora sonocolligate la liberalitàla magnificenziala cupiditàd'onorela mansuetudinela piacevolezzala affabilità emolte altre che or non è tempo di dire. Ma se 'l nostrocortegiano farà quello che avemo dettotutte le ritroverànell'animo del suo principeed ogni dí ne vedrànascer tanti vaghi fiori e fruttiquanti non hanno tutti i deliciosigiardini del mondo; e tra se stesso sentirà grandissimocontentoricordandosi avergli donato non quello che donano isciocchiche è oro o argentovasiveste e tai cosedellequali chi le dona n'ha grandissima carestia e chi le ricevegrandissima abundanziama quella virtú che forse tra tutte lecose umane è la maggiore e la piú raracioè lamanera e 'l modo di governar e di regnare come si dee; il che solobasteria per far gli omini felici e ridur un'altra volta al mondoquella età d'oroche si scrive esser stata quando giàSaturno regnava -.



XIX.

Quivi avendo fatto il signorOttaviano un poco di pausa come per riposarsidisse il signorGaspare: - Qual estimate voisignor Ottavianopiú felicedominio e piú bastante a ridur al mondo quella etàd'oro di che avete fatto menzioneo 'l regno d'un cosí bonprincipeo 'l governo d'una bona republica? - Rispose il signorOttaviano: - lo preporrei sempre il regno del bon principeperchéè dominio piú secondo la natura ese è licitocomparar le cose piccole alle infinitepiú simile a quello diDioil qual uno e solo governa l'universo. Ma lassando questovedete che in ciò che si fa con arte umanacome gliesercitii gran navigigli edifici ed altre cose similiil tuttosi referisce ad un soloche a modo suo governa; medesimamente nelcorpo nostro tutte le membra s'affaticano e adopransi ad arbitriodel core. Oltre di questopar conveniente che i populi siano cosígovernati da un principecome ancora molti animaliai quali lanatura insegna questa obedienzia come cosa saluberrima. Eccovi che icervile grue e molti altri uccelliquando fanno passaggiosempresi prepongono un principeil qual segueno ed obedisconoe le apiquasi con discorso di ragione e con tanta riverenzia osservano illoro recon quanta i piú osservanti populi del mondo; e peròtutto questo è grandissimo argumento che 'l dominio deipríncipi sia piú secondo la natura che quello dellerepubliche -.



XX.

Allora messer Pietro Bembo- Ed a mepar- disse- che essendoci la libertà data da Dio persupremo dononon sia ragionevole che ella ci sia levatanéche un omo piú dell'altro ne sia participe; il che intervienesotto il dominio de' príncipili quali tengono per il piúli sudditi in strettissima servitú.

Ma nelle republiche bene instituite siserva pur questa libertà; oltra che e nei giudici e nelledeliberazioni piú spesso interviene che 'l parer d'un solosia falsoche quel di molti; perché le perturbazioneo perira o per sdegno o per cupiditàpiú facilmente entranell'animo d'un solo che della moltitudinela qualequasi come unagran quantità d'acquameno è subietta alla corruzioneche la piccola. Dico ancora che lo esempio degli animali non mi parche si confaccia; perché e li cervi e le grue e gli altri nonsempre si prepongono a seguitare ed obidir un medesimoanzi mutanoe varianodando questo dominio or ad uno or ad un altroed in talmodo viene ad esser piú presto forma di republica che diregno; e questa si po chiamare vera ed equale libertàquandoquelli che talor comandanoobediscono poi ancora. L'esempiomedesimamente delle api non mi par simileperché quel loro renon è della loro medesima specie; e però chi volessedar agli omini un veramente degno signorebisognaria trovarlod'un'altra specie e di piú eccellente natura che umanasegli omini ragionevolmente l'avessero da obedirecome gli armentiche obediscono non ad uno animale suo similema ad un pastoreilquale è omo e d'una specie piú degna che la loro. Perqueste cose estimo iosignor Ottavianoche 'l governo dellarepublica sia piú desiderabile che quello del re -.



XXI.

Allor il signor Ottaviano- Contrala opinione vostramesser Metro- disse- voglio solamenteaddurre una ragione; la quale è che dei modi di governar benei populi tre sorti solamente si ritrovano: l'una è il regno;l'altra il governo dei boniche chiamavano gli antichi ottimati;l'altra l'amministrazione populare; e la transgressione e viciocontrarioper dir cosídove ciascuno di questi governiincorre guastandosi e corrumpendosiè quando il regnodiventa tirannidee quando il governo dei boni si muta in quello dipochi potenti e non bonie quando l'amministrazion populare èoccupata dalla plebecheconfondendo gli ordinipermette ilgoverno del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tregoverni mali certo è che la tirannide è il pessimo ditutticome per molte ragioni si poria provare; resta adunque chedei tre boni il regno sia l'ottimoperché è contrarioal pessimo; chécome sapetegli effetti delle causecontrarie sono essi ancor tra sé contrari. Oracirca quelloche avete detto della libertàrispondo che la vera libertànon si deve dire che sia il vivere come l'omo volema il viveresecondo le bone leggi; né meno naturale ed utile e necessarioè l'obedireche si sia il commandare; ed alcune cose sononatee cosí distinte ed ordinate da natura al commandarecome alcune altre all'obedire. Vero è che sono due modi disignoreggiare: l'uno imperioso e violentocome quello dei patroniai schiavie di questo commanda l'anima al corpo; l'altro piúmite e placidocome quello dei boni príncipi per via delleleggi ai cittadinie di questo commanda la ragione allo appetito; el'uno e l'altro di questi due modi è utileperché ilcorpo è nato da natura atto ad obedire all'animae cosíl'appetito alla ragione. Sono ancora molti ominil'operazion de'quali versano solamente circa l'uso del corpo; e questi tali tantoson differenti dai virtuosiquanto l'anima dal corpo e purperessere animali razionalitanto participano della ragionequanto chesolamente la conosconoma non la posseggono né fruiscono.Questi adunque sono naturalmente servi e meglio è ad essi epiú utile l'obedire che 'l commandare -.

XXII.

Disse allor il signor Gaspar: - Aidiscreti e virtuosi e che non sono da natura servidi che modo siha adunque a commandare? - Rispose il signor Ottaviano: - Di quelplacido commandamento regio e civile; ed a tali è ben fattodar talor l'amministrazione di que' magistrati di che sono capaciacciò che possano essi ancora commandare e governare i mensavi di sédi modo però che 'l principal governodependa tutto dal supremo principe. E perché avete detto chepiú facil cosa è che la mente d'un solo si corrompa chequella di moltidico che è ancora piú facil cosatrovar un bono e savio che molti; e bono e savio si deve estimareche possa esser un re di nobil stirpeinclinato alle virtúdal suo natural instinto e dalla famosa memoria dei suoi antecessoried instituito di boni costumi; e se non sarà d'un'altra speciepiú che umanacome voi avete detto di quello delle apiessendo aiutato dagli ammaestramenti e dalla educazione ed arte delcortegianoformato da questi signori tanto prudente e bonosaràgiustissimocontinentissimotemperatissimofortissimo esapientissimopien di liberalitàmagnificenziareligione eclemenzia; in somma sarà gloriosissimo e carissimo agli ominied a Dioper la cui grazia acquisterà quella virtúeroicache lo farà eccedere i termini della umanità edir si potrà piú presto semideo che uoni mortale;perché Dio si diletta ed è protettor di que' príncipiche vogliono imitarlo non col mostrare gran potenzia e farsi adoraredagli ominima di quelli che oltre alla potenzia per la qualepossonosi sforzano di farsigli simili ancora con la bontà esapienziaper la quale vogliano e sappiano far bene ed esser suoiministridistribuendo a salute dei mortali i beni e i doni che essida lui riceveno. Peròcosí come nel cielo il sole e laluna e le altre stelle mostrano al mondoquasi come in specchiouna certa similitudine di Diocosí in terra molto piúsimile imagine di Dio son que' bon príncipi che l'amano ereverisconoe mostrano ai populi la splendida luce della suagiustiziaaccompagnata da una ombra di quella ragione ed intellettodivino; e Dio con questi tali participa della onestàequitàgiustizia e bontà suae di quegli altri felici beni ch'ionominar non soli quali rappresentano al mondo molto piúchiaro testimonio di divinità che la luce del soleo ilcontinuo volger del cielo col vario corso delle stelle.



XXIII.

Son adunque li populi da Dio commessisotto la custodia de' príncipili quali per questo debbonoaverne diligente curaper rendergline ragione come boni vicari alsuo signoreed amargli ed estimar lor proprio ogni bene e male chegli intervengae procurar sopra ogni altra cosa la felicitàloro. Però deve il principe non solamente esser bonomaancora far boni gli altri; come quel squadro che adoprano gliarchitettiche non solamente in sé è dritto e giustoma ancor indrizza e fa giuste tutte le cose a che viene accostato. Egrandissimo argumento è che 'l principe sia bono quando ipopuli son boni perché la vita del principe è legge emaestra dei cittadinie forza è che dai costumi di quellodipendan tutti gli altri; né si conviene a chi èignorante insegnarené a chi è inordinato ordinarenéa chi cade rilevare altrui. Però se 'l principe ha da far benquesti officibisogna ch'egli ponga ogni studio e diligenzia persapere; poi formi dentro a se stesso ed osservi immutabilmente inogni cosa la legge della ragionenon scritta in carte o in metalloma sculpita nell'animo suo proprio; acciò che gli sia semprenon che familiare ma intrinsicae con esso viva come parte di lui;perché giorno e notte in ogni loco e tempo lo ammonisca e gliparli dentro al corelevandogli quelle perturbazioni che sentonogli animi intemperati li quali per esser oppressi da un canto quasidal profundissimo sonno della ignoranziae dall'altro dal travaglioche riceveno dei loro perversi e ciechi desidèrisonoagitati da furore inquietocome talor chi dorme da strane edorribili visioni.



XXIV.

Aggiungendosi poi maggior potenzia almal volerese v'aggiunge ancora maggior molestia; e quando ilprincipe po ciò che voleallor è gran pericolo che nonvoglia quello che non deve. Però ben disse Biante che imagistrati dimostrano quali sian gli omini; ché come i vasimentre son vòtibenché abbiano qualche fissuramalsi possono conoscerema se liquore dentro vi si mettesúbitomostrano da qual banda sia il vicio; cosí gli animi corrotti eguasti rare volte scoprono i loro diffettise non quando s'empionod'autorità; perché allor non bastano per supportare ilgrave peso della potenziae perciò s'abbandonano e versanoda ogni canto le cupiditàla superbiala iracundialainsolenzia e quei costumi tirannici che hanno dentro; onde senzarisguardo persegueno i boni e i savi ed esaltano i malinécomportano che nelle città siano amiciziecompagnienéintelligenzie fra i cittadinima nutriscono gli esploratoriaccusatoriomicidialiacciò che spaventino e faccianodivenir gli omini pusillanimi e spargano discordie per tenerglidisgiunti e debili; e da questi modi procedeno poi infiniti danni eruine ai miseri populie spesso crudel morte o almen timor continuoai medesimi tiranni; perché i boni príncipi temono nonper séma per quelli a' quali comandanoe li tiranni temenoquelli medesimi a' quali commandano; peròquanto a maggiornumero di gente commandano e son piú potentitanto piútemono ed hanno piú nemici. Come credete voi che sispaventasse e stesse con l'animo sospeso quel Clearcotiranno diPontoogni volta che andava nella piazza o nel teatroo a qualcheconvito o altro loco publicochécome si scrivedormivachiuso in una cassa? o vero quell'altro Aristodemo Argivoil qual ase stesso del letto avea fatta quasi una prigioneche nel palazzosuo tenea una piccola stanza sospesa in aria ed alta tanto che conscala andar vi bisognavae quivi con una sua femina dormivalamadre della quale la notte ne levava la scalala mattina ve larimetteva? Contraria vita in tutto a questa deve adunque esserquella del bon principelibera e sicurae tanto cara ai cittadiniquanto la lor propriaed ordinata di modo che participi dellaattiva e della contemplativaquanto si conviene per beneficio deipopuli -.



XVX.

Allor il signor Gaspar- E qual-disse- di queste due vitesignor Ottavianoparvi che piús'appartenga al principe? - Rispose il signor Ottaviano ridendo: -Voi forse pensate ch'io mi persuada esser quello eccellentecortegiano che deve saper tante cose e servirsene a quel bon finech'io ho detto; ma ricordatevi che questi signori l'hanno formato conmolte condicioni che non sono in me: però procuriamo prima ditrovarloché io a lui mi rimetto e di questo e di tuttel'altre cose che s'appartengono a bon principe -. Allor il signorGaspar- Penso- disse- che se delle condicioni attribuite alcortegiano alcune a voi mancanosia piú presto la musica e'l danzar e l'altre di poca importanziache quelle che appertengonoalla instituzione del principe ed a questo fine della cortegiania -.Rispose il signor Ottaviano: - Non sono di poca importanzia tuttequelle che giovano al guadagnar la grazia del principeil che ènecessariocome avemo dettoprima che 'l cortegiano se avventuri avolergli insegnar la virtú; la quale stimo avervi mostratoche imparar si po e che tanto giovaquanto nòce laignoranziadalla quale nascono tutti i peccatie massimamentequella falsa persuasion che l'uom piglia di se stesso; peròparmi d'aver detto a bastanza e forse piú che io non avevapromesso -. Allora la signora Duchessa- Noi saremo- dissetantopiú tenuti alla cortesia vostraquanto la satisfazioneavanzerà la promessa; però non v'incresca dir quelloche vi pare sopra la dimanda del signor Gaspar; e per vostra féditeci ancora tutto quello che voi insegnareste al vostro principese egli avesse bisogno d'ammaestramentie presupponetevi d'averviacquistato compitamente la grazia suatanto che vi sia licitodirgli liberamente ciò che vi viene in animo -.



XVXI.

Rise il signor Ottaviano e disse: -S'io avessi la grazia di qualche principe ch'io conosco e glidicessi liberamente il parer miodubito che presto la perderei;oltra che per insegnarli bisogneria ch'io prima imparassi. Purpoiché a voi piace ch'io risponda ancora circa questo alsignor Gaspardico che a me pare che i príncipi debbanoattendere all'una e l'altra delle due vitema piú peròalla contemplativaperché questa in essi è divisa indue parti: delle quali l'una consiste nel conoscer bene e giudicare;l'altra nel commandare drittamente e con quei modi che siconvengonoe cose ragionevolie quelle di che hanno autoritàe commandarle a chi ragionevolmente ha da obediree nei lochi etempi appartenenti; e di questo parlava il duca Federico quandodiceva che chi sa commandare è sempre obedito; e 'l commandarè sempre il principal officio de' príncipili qualidebbono però ancor spesso veder con gli occhi ed esserpresenti alle esecuzionie secondo i tempi e i bisogni ancora taloroperar essi stessi; e tutto questo pur participa della azione; ma ilfine della vita attiva deve esser la contemplativacome dellaguerra la paceil riposo delle fatiche.



XVXII.

Però è ancor officiodel bon principe instituire talmente i populi suoie con tai leggied ordiniche possano vivere nell'ccio e nella pace senza periculoe con dignità e godere laudevolmente questo fine delle sueazioni che deve esser la quiete; perché sonosi trovate spessomolte republiche e príncipili quali nella guerra sempresono stati fiorentissimi e grandie súbito che hanno aútala pace sono iti in ruina e hanno perduto la grandezza e 'lsplendorecome il ferro non esercitato. E questo non per altro èintervenutoche per non aver bona instituzion di vivere nella pacené saper fruire il bene dell'ocio; e lo star sempre inguerrasenza cercar di pervenire al fine della pacenon èlicitobenché estimano alcuni príncipi il loro intentodover esser principalmente il dominare ai suoi vicinie perònutriscono i populi in una bellicosa ferità di rapined'omicidi e tai cose e lor dànno premi per provocarla e lachiamano virtú. Onde fu già costume fra i Sciti chechi non avesse morto un suo nemico non potesse bere nei convitisolenni alla tazza che si portava intorno alli compagni. In altrilochi s'usava indrizzare intorno il sepulcro tanti obelisciquantinemici avea morti quello che era sepulto; e tutte queste cose edaltre simili si faceano per far gli omini bellicosisolamente perdominare alli altri; il che era quasi impossibileper esser impresainfinitainsino a tanto che non s'avesse subiugato tutto 'l mondo;e poco ragionevolesecondo la legge della naturala qual non voleche negli altri a noi piaccia quello che in noi stessi ci dispiace.Però debbono i príncipi far i populi bellicosi non percupidità di dominarema per poter diffendere se stessi e limedesimi populi da chi volesse ridurgli in servitúo verfargli ingiuria in parte alcuna; o vero per discacciar i tiranni egovernar bene quei populi che fossero mal trattatio vero perridurre in servitú quelli che fossero tali da naturachemeritassero esser fatti servicon intenzione di governargli bene edar loro l'ocio e 'l riposo e la pace; ed a questo fine ancoradeveno essere indrizzate le leggi e tutti gli ordini dellagiustiziacol punir i malinon per odioma perché nonsiano mali ed acciò che non impediscano la tranquillitàdei boni; perché in vero è cosa enorme e degna dibiasimonella guerrache in sé è malamostrarsi gliomini valorosi e savi; e nella pace e queteche è bonamostrarsi ignoranti e tanto da pocoche non sappiano godere il bene.Come adunque nella guerra debbono intender i populi nelle virtúutili e necessarie per conseguirne il fineche è la pacecosí nella paceper conseguirne ancor il suo fineche èla tranquillitàdebbono intendere nelle onestele qualisono il fine delle utili; ed in tal modo li sudditi saranno bonie'l principe arà molto piú da laudare e premiare che dacastigare; e 'l dominio per li sudditi e per lo principe saràfelicissimonon imperiosocome di patrone al servoma dolce eplacidocome di bon padre a bon figliolo-.



XVXIII.

Allor il signor Gaspar- Volentieri- disse- saprei quali sono queste virtú utili e necessarienella guerra; e quali le oneste nella pace -. Rispose il signorOttaviano: - Tutte son bone e giovevoliperché tendono a bonfine; pur nella guerra precipuamente val quella vera fortezzachefa l'animo esento dalle passionitalmente che non solo non teme lipericolima pur non li cura; medesimamente la constanzia e quellapazienzia tollerantecon l'animo saldo ed imperturbato a tutte lepercosse di fortuna. Conviensi ancora nella guerra e sempre avertutte le virtú che tendono all'onestocome la giustizialacontinenziala temperanzia; ma molto piú nella pace enell'ocioperché spesso gli omini posti nella prosperitàe nell'ocioquando la fortuna seconda loro arridedivengonoingiustiintemperati e lassansi corrumpere dai piaceri; peròquelli che sono in tale stato hanno grandissimo bisogno di questevirtúperché l'ccio troppo facilmente induce malicostumi negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbioche ai servi non si debbe dar ocio; e credesi che le piramided'Egitto fossero fatte per tenere i populi in esercizioperchéad ognuno lo essere assueto a tollerar fatiche è utilissimo.Sono ancor molte altre virtú tutte giovevolima basti per orl'aver detto insin qui; ché s'io sapessi insegnar al mioprincipe ed instituirlo di tale e cosí virtuosa educazionecome avemo disegnatafacendolosenza piú mi crederei assaibene aver conseguito il fine del bon cortegiano -.



XXIX.

Allor il signor Gaspar- SignorOttaviano- disse- perché molto avete laudato la bonaeducazione e mostrato quasi di credere che questa sia principalcausa di far l'omo virtuoso e bonovorrei sapere se quellainstituzione che ha da far il cortegiano nel suo principe deve essercominciata dalla consuetudine e quasi dai costumi cottidianiliqualisenza che esso se ne avveggalo assuefacciano al ben fareose pur se gli deve dar principio col mostrargli con ragione laqualità del bene e del male e con fargli conoscere prima chesi metta in camino qual sia la bona via e da seguitaree quale lamala e da fuggire: in sommase in quell'animo si deve primaintrodurre e fondar le virtú con la ragione ed intelligenziao vero con la consuetudine -. Disse il signor Ottaviano: - Voi mimettete in troppo lungo ragionamento; puracciò che non vipaia ch'io manchi per non voler rispondere alle dimande vostredicoche secondo che l'anima e 'l corpo in noi sono due cosecosíancora l'anima è divisa in due partidelle quali l'una ha insé la ragionel'altra l'appetito. Come adunque nellagenerazione il corpo precede l'animacosí la parteirrazionale dell'anima precede la razionale; il che si comprendechiaramente nei fanciulline' quali quasi súbito che sonnati si vedeno l'ira e la concupiscenziama poi con spacio di tempoappare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpoche dell'animapoi prima dell'appefito che della ragione; ma lacura del corpo per rispetto dell'animae dell'appetito per rispettodella ragione; ché secondo che la virtú intellettivasi fa perfetta con la dottrinacosí la morale si fa con laconsuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con laconsuetudinela qual po governare gli appetiti non ancora capaci diragione e con quel bon uso indrizzargli al bene; poi stabilirli conla intelligenziala qualebenché piú tardi mostri ilsuo lumepur dà modo di fruir piú perfettamente levirtú a chi ha bene instituito l'animo dai costuminei qualial parer mioconsiste il tutto -.



XXX.

Disse il signor Gaspar: - Prima chepassiate piú avanti vorrei saper che cura si deve aver delcorpoperché avete detto che prima devemo averla di quelloche dell'anima. - Dimandatene- rispose il signor Ottaviano ridendo- a questiche lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che 'lmiocome vedetenon è troppo ben curato. Pur ancora diquesto si poria dir largamentecome del tempo conveniente delmaritarsiacciò che i figlioli non fossero troppo vicini nétroppo lontani alla età paterna; degli esercizi e dellaeducazione súbito che sono nati e nel resto della etàper fargli ben dispostiprosperosi e gagliardi -. Rispose il signorGaspar: - Quello che piú piaceria alle donne per far ifiglioli ben disposti e bellisecondo mesaria quella comunitàche d'esse vol Platone nella sua Republica e di quel modo -.

Allor la signora Emilia ridendoNon ène' patti- disse- che ritorniate a dir mal delle donne. - Io-rispose il signor Gaspar- mi presumo dar lor gran laudedicendoche desidrano che si introduca un costume approvato da un tanto omo-. Disse ridendo messer Cesare Gonzaga: - Veggiamo se tra lidocumenti del signor Ottavianoche non so se per ancora gli abbiadetti tuttiquesto potesse aver loco e se ben fosse che 'l principene facesse una legge. - Quelli pochi ch'io ho detti- rispose ilsignor Ottaviano- forse porian bastare per far un principe bonocome possono esser quelli che si usano oggidí; benchéchi volesse veder la cosa piú minutamenteaveria ancoramolto piú che dire -. Suggiunse la signora Duchessa: - Poichénon ci costa altro che paroledichiarateci per vostra fétutto quello che v'occorreria in animo da insegnare al vostroprincipe -.



XXXI.

Rispose il signor Ottaviano: - Moltealtre coseSignoragli insegnareipur ch'io le sapessi; e tral'altreche dei suoi sudditi eleggesse un numero di gentilomini edei piú nobili e savicon i quali consultasse ogni cosa eloro desse autorità e libera licenziache del tutto senzarisguardo dir gli potessero il parer loro; e con essi tenesse talmanerache tutti s'accorgessero che d'ogni cosa saper volesse laverità ed avesse in odio ogni bugia; ed oltre a questoconsiglio de' nobiliricordarei che fossero eletti tra 'l populoaltri di minor gradodei quali si facesse un consiglio populareche communicasse col consiglio de' nobili le occorrenzie della cittàappertinenti al publico ed al privato; ed in tal modo si facesse delprincipecome di capoe dei nobili e dei popularicome de'membriun corpo solo unito insiemeil governo del quale nascesseprincipalmente dal principenientedimeno participasse ancora deglialtri; e cosí aría questo stato forma dei tre governiboniche è il regnogli ottimati e 'l populo.



XXXII.

Appresso gli mostrarei che delle cureche al principe s'appartengono la piú importante èquella della giustizia; per la conservazion della quale si debbonoeleggere nei magistrati i savi e gli approvati' ominila prudenziade' quali sia vera prudenzia accompagnata dalla bontàperchéaltrimenti non è prudenzia ma astuzia; e quando questa bontàmancasempre l'arte e suttilità dei causidici non èaltro che ruina e calamità delle leggi e dei iudicie lacolpa d'ogni loro errore si ha da dare a chi gli ha posti in officio.Direi come dalla giustizia ancora depende quella pietà versoIdioche è debita a tuttie massimamente ai príncipili quali debbon amarlo sopra ogn'altra cosa ed a lui come al verofine indrizzar tutte le sue azioni; ecome dicea Senofonteonorarlo ed amarlo semprema molto piú quando sono inprosperitàper aver poi piú ragionevolmenteconfidenzia di dimandargli grazia quando sono in qualche avversità;perché impossibile è governar bene né se stessoné altrui senza aiuto di Dioil quale ai boni alcuna voltamanda la seconda fortuna per ministra suache gli rilievi da' gravipericoli; talor la avversaper non gli lassar addormentare nelleprosperità tanto che si scordino di luio della prudenziaumanala quale corregge spesso la mala fortunacome bon giocatorei tratti mali de' dadi col menar ben le tavole. Non lassarei ancoradi ricordare al principe che fosse veramente religiosononsuperstiziosoné dato alle vanità d'incanti evaticini; perchéaggiungendo alla prudenzia umana la pietàdivina e la vera religioneavrebbe ancor la bona fortuna e Dioprotettoreil qual sempre gli accrescerebbe prosperità inpace ed in guerra.



XXXIII.

Appresso li direi come dovesse amarla patria e i populi suoitenendogli non in troppo servitúper non si far loro odioso; dalla qual cosa nascono le sedizionilecongiure e mille altri mali; né meno in troppo libertàper non esser vilipeso; da che procede la vita licenziosa edissoluta dei populile rapinei furtigli omicidiisenza timoralcuno delle leggi; spesso la ruina ed esizio totale delle cittàe dei regni. Appressocome dovesse amare i propinqui di grado ingradoservando tra tutti in certe cose una pare equalitàcome nella giustizia e nella libertà; ed in alcune altre unaragionevole inequalitàcome nell'esser liberalenelremunerarenel distribuir gli onori e dignità secondo lainequalità dei meritili quali sempre debbono non avanzarema esser avanzati dalle remunerazioni; e che in tal modo sarebbe nonché amato ma quasi adorato dai sudditi; né bisogneriache esso per custodia della vita sua si commettesse a forestierichéi suoi per utilità di se stessi con la propria lacustodirianoed ognun voluntieri obediria alle leggiquandovedessero che esso medesimo obedisse e fosse quasi custode edesecutore incorruttibile di quelle; ed in tal modocirca questodarebbe cosí ferma impression di séche se ben taloroccorresse contrafarle in qualche cosaognun conosceria che sifacesse a bon fine e 'l medesimo rispetto e riverenzia s'aríaal voler suoche alle proprie leggi; e cosí sarian gli animidei cittadini talmente temperatiche i boni non cercariano aver piúdel bisogno e i mali non poriano; perché molte volte leeccessive ricchezze son causa di gran ruina; come nella poveraItaliala quale è stata e tuttavia è preda esposta agenti stranesí per lo mal governocome per le moltericchezze di che è piena. Però ben saria che lamaggior parte dei cittadini fossero né molto ricchi némolto poveriperché i troppo ricchi spesso divengon superbie temerari; i poverivili e fraudolenti; ma li mediocri non fannoinsidie agli altri e vivono securi di non essere insidiati; edessendo questi mediocri maggior numerosono ancora piúpotenti; e però né i poveri né i ricchi possonoconspirar contro il principeo vero contra gli altriné farsedizioni; onde per schifar questo male è saluberrima cosamantenere universalmente la mediocrità.



XXXIV.

Direi adunque che usar dovesse questie molti altri rimedi opportuniperché nella mente deisudditi non nascesse desiderio di cose nove e di mutazione di stato;il che per il piú delle volte fannoo per guadagnooveramente per onore che speranoo per dannoo veramente pervergogna che temano; e questi movimenti negli animi loro songenerati talor dall'odio e sdegno che gli disperaper le ingiurie econtumelie che son lor fatte per avariziasuperbia e crudeltào libidine dei superiori; talor dal vilipendio che vi nasce per lanegligenzia e viltà e dapocagine de' príncipi; ed aquesti dui errori devesi occorrere con l'acquistar dai populil'amore e l'autorità; il che si fa col beneficare ed onorarei boni e rimediare prudentementee talor con severitàche imali e sediciosi non diventino potenti; la qual cosa è piúfacile da vietar prima che siano divenutiche levar loro le forzepoi che le hanno acquistate; e direi che per vietar che i populi nonincorrano in questi errorinon è miglior via che guardarglidalle male consuetudinie massimamente da quelle che si mettono inuso a poco a poco; perché sono pestilenzie secretechecorrompono le città prima che altri non che rimediarema puraccorger se ne possa. Con tai modi ricorderei che 'l principeprocurasse di conservare i suoi sudditi in stato tranquillo e darloro i beni dell'animo e del corpo e della fortuna; ma quelli delcorpo e della fortuna per poter esercitar quelli dell'animoi qualiquanto son maggiori e piú eccessivitanto son piúutili; il che non interviene di quelli del corpo né dellafortuna. Se adunque i sudditi fossero boni e valorosi e benindrizzati al fin della felicitàsaria quel principegrandissimo signore; perché quello è vero e grandominiosotto 'l quale i sudditi son boni e ben governati e bencomandati -.



XXVX.

Allor il signor Gaspar- Penso io-disse- che piccol signor saria quello sotto 'l quale tutti isudditi fossero boniperché in ogni loco son pochi li boni-. Rispose il signor Ottaviano: - Se una qualche Circe mutasse infiere tutti i sudditi del re di Francianon vi parrebbe che piccolsignor fossese ben signoreggiasse tante migliaia d'animali? e percontrariose gli armenti che vanno pascendo solamente su per questinostri monti divenissero omini savi e valorosi cavalierinonestimareste voi che quei pastori che gli governassero e da essifossero obeditifossero de' pastori divenuti gran signori? Vedeteadunque che non la moltitudine dei sudditima il valor fa grandi lipríncipi -.



XXVXI.

Erano stati per bon spacioattentissimi al ragionamento del signor Ottaviano la signoraDuchessa e la signora Emilia e tutti gli altri; ma avendo quivi essofatto un poco di pausacome d'aver dato fine al suo ragionamentodisse messer Cesare Gonzaga: - Veramentesignor Ottavianonon si podire che i documenti vostri non sian boni ed utili; nientedimeno iocredereiche se voi formaste con quelli il vostro principepiúpresto meritareste nome di bon maestro di scola che di boncortegianoed esso piú presto di bon governatore che di granprincipe. Non dico già che cura dei signori non debba essereche i populi siano ben retti con giustizia e bone consuetudini;nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere boni ministri peresequir queste tai cose e che 'l vero officio loro sia poi moltomaggiore. Però s'io mi sentissi esser quell'eccellentecortegiano che hanno formato questi signori ed aver la grazia delmio principecerto è ch'io non lo indurrei mai a cosa alcunaviciosa; maper conseguir quel bon fine che voi dite ed io confermodover esser il frutto delle fatiche ed azioni del cortegianocercherei d'imprimergli nell'animo una certa grandezzacon quelsplendor regale e con una prontezza d'animo e valore invittonell'armeche lo facesse amare e reverir da ognuno di tal sortecheper questo principalmente fusse famoso e chiaro al mondo. Direiancor che compagnar dovesse con la grandezza una domesticamansuetudinecon quella umanità dolce ed amabile e bonamaniera d'accarezzare e i sudditi e i stranieri discretamentepiúe menosecondo i meritiservando però sempre la maestàconveniente al grado suoche non gli lassasse in parte alcunadiminuire l'autorità per troppo bassezzané meno gliconcitasse odio per troppo austera severità; dovesse essereliberalissimo e splendido e donar ad ognuno senza riservoperchéDiocome si diceè tesauriero dei príncipi liberali;far conviti magnificifestegiochispettacoli publici; aver grannumero di cavalli eccellentiper utilità nella guerra e perdiletto nella pace; falconicani e tutte l'altre cose ches'appartengono ai piaceri de' gran signori e dei populi; come a'nostri dí avemo veduto fare il signor Francesco Gonzagamarchese di Mantuail quale a queste cose par piú presto red'Italia che signor d'una città. Cercherei ancor d'indurlo afar magni edificie per onor vivendo e per dar di sé memoriaai posteri; come fece il duca Federico in questo nobil palazzoedor fa papa Iulio nel tempio di san Pietroe quella strada che va daPalazzo al diporto di Belvedere e molti altri edificicome faceanoancora gli antichi Romani; di che si vedeno tante reliquie a RomaaNapolia Pozzoloa Baiea Cività Vecchiaa Porto ed ancorfuor d'Italiae tanti altri lochi che son gran testimonio del valordi quegli animi divini. Cosí ancor fece Alessandro Magnoilqualnon contento della fama che per aver domato il mondo con l'armeavea meritamente acquistataedificò Alessandria in Egittoin India Bucefalia ed altre città in altri paesi; e pensòdi ridurre in forma d'omo il monte Athose nella man sinistraedificargli una amplissima città e nella destra una grancoppanella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quelloderivano e di quindi traboccassero nel mare: pensier veramente grandee degno d'Alessandro Magno! Queste cose estimo iosignor Ottavianoche si convengano ad un nobile e vero principe e lo facciano nellapace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avvertire a tanteminuzie e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare evincer quei che meritano esser dominatio per far utilità aisudditio per levare il governo a quelli che governan male; chése i RomaniAlessandroAnnibale e gli altri avessero avuto questirisguardinon sarebbon stati nel colmo di quella gloria che furono


XXVXII.

Rispose allor il signor Ottavianoridendo: - Quelli che non ebbero questi risguardiarebbono fattomeglio avendoglibenchése consideratetrovarete che moltigli ebberoe massimamente que' primi antichicome Teseo ed Ercule:

né crediate che altri fosseroProcuste e ScironeCaccoDiomedeAnteoGerioneche tirannicrudeli ed impiicontra i quali aveano perpetua e mortal guerraquesti magnanimi eroi; e però per aver liberato il mondo dacosí intollerabili mostri (ché altramente non sidebbon nominare i tiranni)ad Ercule furon fatti i tempii e isacrifici e dati gli onori divini; perché il beneficio diestirpare i tiranni è tanto giovevole al mondoche chi lo famerita molto maggior premioche tutto quello che si conviene ad unmortale. E di coloro che voi avete nominatinon vi par cheAlessandro giovasse con le sue vittorie ai vintiavendo instituitedi tanti boni costumi quelle barbare genti che superòche difiere gli fece omini? edificò tante belle città inpaesi mal abitatiintroducendovi il viver morale; e quasicongiungendo l'Asia e l'Europa col vinculo dell'amicizia e dellesante leggidi modo che piú felici furno i vinti da luichegli altri; perché ad alcuni mostrò i matrimoniadaltri l'agricolturaad altri la religionead altri il nonucciderema il nutrir i padri già vecchiad altri loastenersi dal congiungersi con le madri e mille altre cose che siporian dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le suevittorie.



XXVXIII.

Ma lassando gli antichiqual piúnobile e gloriosa impresa e piú giovevole potrebbe essereche se i Cristiani voltasser le forze loro a subiugare gli infideli?non vi parrebbe che questa guerrasuccedendo prosperamente edessendo causa di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume dellaverità cristiana tante migliaia di ominifosse per giovarecosí ai vinti come ai vincitori? E veramentecome giàTemistocle' essendo discacciato dalla patria sua e raccolto dal redi Persia e da lui accarezzato ed onorato con infiniti e ricchissimidoniai suoi disse: «Amiciruinati eravamo noise nonruinavamo»; cosí bene poriano allor con ragion dire ilmedesimo ancora i Turchi e i Moriperché nella perdita lorosaria la lor salute. Questa felicità adunque spero che ancorvedremose da Dio ne fia conceduto il viver tantoche alla coronadi Francia pervenga Monsignore d'Angolemil quale tanta speranzamostra di séquanta mo quarta sera disse il signorMagnifico; ed a quella d'Inghilterra il signor don Enricoprincipedi Vuagliache or cresce sotto il magno padre in ogni sorte divirtúcome tenero rampollo sotto l'ombra d'arbore eccellentee carico di fruttiper rinovarlo molto piú bello e piúfecundo quando fia tempo; chécome di là scrive ilnostro Castiglione e piú largamente promette di dire al suoritornopare che la natura in questo signore abbia voluto far provadi se stessacollocando in un corpo solo tante eccellenziequantebasteriano per adornarne infiniti -. Disse allora messer BernardoBibiena: - Grandissima speranza ancor di sé promette donCarloprincipe di Spagnail qualenon essendo ancor giunto aldecimo anno della sua etàdimostra già tanto ingegnoe cosí certi indici di bontàdi prudenziadimodestiadi magnanimità e d'ogni virtúche sel'imperio di Cristianità saràcome s'estimanellesue manicreder si po che debba oscurare il nome di molti imperatoriantichi ed agguagliarsi di fama ai piú famosi che mai sianostati al mondo.



XXXIX.

Suggiunse il signor Ottaviano: -Credo adunque che tali e cosí divini príncipi siano daDio mandati in terra e da lui fatti simili della etàgioveniledella potenzia dell'armedel statodella bellezza edisposizion del corpoaffin che siano ancor a questo bon volerconcordi; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essisia solamente in voler ciascuno esser il primo e piú ferventeed animato a cosí gloriosa impresa. Ma lassiamo questoragionamento e torniamo al nostro. Dico adunquemesser Cesarechele cose che voi volete che faccia il principe son grandissime edegne di molta laude; ma dovete intendereche se esso non sa quelloch'io ho detto che ha da saperee non ha formato l'animo di quelmodo ed indrizzato al camino della virtúdifficilmente sapràesser magnanimoliberalegiustoanimosoprudenteo avere alcunaaltra qualità di quelle che se gli aspettano; né peraltro vorrei che fosse taleche per saper esercitar questecondizioni; ché sí come quegli che edificano non sontutti boni architetticosí quegli che donano non son tuttiliberali; perché la virtú non nòce mai ad alcunoe molti sono che robbano per donare e cosí son liberali dellarobba d'altri; alcuni dànno a cui non debbono e lassano incalamità e miseria quegli a' quali sono obligati; altri dànnocon una certa mala grazia e quasi dispettotal che si conosce chelo fan per forza; altri non solamente non son secretima chiamano itestimonii e quasi fanno bandire le sue liberalità; altripazzamente vuotano in un tratto quel fonte della liberalitàtanto che poi non si po usar piú.



XL.

Però in questocomenell'altre cosebisogna sapere e governarsi con quella prudenziache è necessaria compagna a tutte le virtú; le qualiper esser mediocritàsono vicine alli cui estremiche sonovicii; onde chi non sa facilmente incorre in essi; perchécosí come è difficile nel circulo trovare il punto delcentroche è il mezzocosí è difficile trovareil punto della virtú posta nel mezzo delli cui estremiviciosi l'uno per lo troppol'altro per lo pocoed a questi siamoor all'uno or all'altro inclinati; e ciò si conosce per lopiacere e per lo dispiacere che in noi si sente; ché per l'unofacciamo quello che non devemoper l'altro lasciamo di far quelloche deveremmo; benché il piacere è molto piúpericolosoperché facilmente il giudicio nostro da quello silascia corrompere. Ma perché il conoscere quanto sia l'uomlontano dal centro della virtú è cosa difficiledevemoritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quelloestremo al quale ne conoscemo esser inclinaticome fan quelli cheindrizzano i legni distorti; ché in tal modo s'accostaremoalla virtúla qualecome ho dettoconsiste in quel puntodella mediocrità; onde interviene che noi per molti modierriamo e per un solo facciamo l'officio e debito nostro; cosícome gli arcieriche per una via sola dànno nella brocca eper molte fallano il segno. Però spesso un principepervoler esser umano ed affabilefa infinite cose fuor del decoro e siavvilisce tanto che è disprezzato; alcun altroper servarquella maestà grave con autorità convenientedivieneaustero ed intollerabile; alcunper esser tenuto eloquenteentrain mille strane maniere e lunghi circuiti di parole affettateascoltando se stessotanto che gli altri per fastidio ascoltar nonlo possono.



XLI.

Sí che non chiamatemesserCesareper minuzia cosa alcuna che possa migliorare un principe inqualsivoglia parteper minima che ella sia; né pensate giàch'io estimi che voi biasmiate i miei documentidicendo che conquelli piú tosto si formaria un bon governatore che un bonprincipe; ché non si po forse dare maggior laude népiú conveniente ad un principeche chiamarlo bongovernatore. Peròse a me toccasse instituirlovorrei cheegli avesse cura non solamente di governar le cose già dettema le molto minoried intendesse tutte le particularitàappartenenti ai suoi populi quanto fosse possibilené maicredesse tantoné tanto si confidasse d'alcun suo ministroche a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio ditutto 'l governo; perché non è alcuno che siaattissimo a tutte le cosee molto maggior danno procede dallacredulità de' signori che dalla incredulitàla qualnon solamente talor non nòcema spesso summamente giova; purin questo è necessario il bon giudicio del principeperconoscer chi merita esser creduto e chi no. Vorrei che avesse curad'intendere le azioni ed esser censore de' suoi ministri; di levareed abbreviar le liti tra i sudditi; di far far pace tra essielegargli insieme di parentati; di far che la città fossetutta unita e concorde in amiciziacome una casa privata; populosanon poveraquietapiena di boni artífici; di favorir imercatanti ed aiutarli ancora con denari; d'esser liberale edonorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso ireligiosi; di temperar tutte le superfluità; perchéspesso per gli errori che si fanno in queste cosebenchépaiano piccolile città vanno in ruina; però èragionevole che 'l principe ponga mèta ai troppo suntuosiedifici dei privatiai conviviialle doti eccessive delle donneal lussoalle pompe nelle gioie e vestimentiche non èaltro che uno augumento della lor pazzia; chéoltre chespessoper quella ambizione ed invidia che si portano l'unaall'altradissipano le facultà e la sustanzia dei marititalor per una gioietta o qualche altra frascheria tale vendono lapudicizia loro a chi la vol comperare -.



XLII.

Allora messer Bernardo Bibienaridendo- Signor Ottaviano- disse- voi entrate nella parte delsignor Gaspare e del Frigio -. Rispose il signor Ottaviano purridendo: - La lite è finitaed io non voglio giàrinovarla; però non dirò piú delle donnemaritornerò al mio principe -. Rispose il Frigio: - Ben poteteoramai lassarlo e contentarvi che egli sia tale come l'aveteformato; ché senza dubbio piú facil cosa sarebbetrovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnificocheun principe con le condizioni dette da voi; però dubito chesia come la republica di Platone e che non siamo per vederne mai untalese non forse in cielo -. Rispose il signor Ottaviano: - Lecose possibilibenché siano difficilipur si po sperar cheabbiano da essere; perciò forse vedremolo ancor a' nostritempi in terra; chébenché i cieli siano tanto avariin produr principi eccellentiche a pena in molti seculi se ne vedeunopotrebbe questa bona fortuna toccare a noi -.

Disse allor il conte Ludovico: - Io nesto con assai bona speranza; perchéoltra quelli tre grandiche avemo nominatide' quali sperar si po ciò che s'èdetto convenirsi al supremo grado di perfetto principeancora inItalia se ritrovano oggidí alcuni figlioli de signoriliqualibenché non siano per aver tanta potenziaforsesuppliranno con la virtú; e quello che tra tutti si mostra dimeglior indole e di sé promette maggior speranza che alcundegli altriparmi che sia il signor Federico Gonzagaprimogenitodel marchese di Mantua nepote della signora Duchessa nostra qui;chéoltra la gentilezza de' costumi e la discrezione che incosí tenera età dimostracoloro che lo governano dilui dicono cose di maraviglia circa l'essere ingeniosocupidod'onoremagnanimocorteseliberaleamico della giusticia; di modoche di cosí bon principio non si po se non aspettar ottimofine -. Allor il Frigio- Or non piú- disse- pregaremoDio di vedere adempita questa vostra speranza -.



XLIII.

Quivi il signor Ottavianorivoltoalla signora Duchessa con maniera d'aver dato fine al suoragionamento- EccoviSignora- disse- quello che a dirm'occorre del fin del cortegiano; nella qual cosa s'io non aròsatisfatto in tuttobasterammi almen aver dimostrato che qualcheperfezion ancora dar si gli potea oltra le cose dette da questisignori; li quali io estimo che abbiano pretermesso e questo e tuttoquello ch'io potrei direnon perché non lo sapessero megliodi mema per fuggir fatica; però lasserò che essivadano continuandose a dir gli avanza cosa alcuna -. Allora dissela signora Duchessa: - Oltra che l'ora è tanto tardachetosto sarà tempo di dar fine per questa seraa me non parche noi debbiam mescolare altro ragionamento con questo; nel qualevoi avete raccolto tante varie e belle coseche circa il fine dellacortegiania si po dir che non solamente siate quel perfettocortegiano che noi cerchiamoe bastante per instituir bene il vostroprincipemase la fortuna vi sarà propiziache debbiateancor essere ottimo principeil che saria con molta utilitàdella patria vostra -. Rise il signor Ottaviano e disse: - ForseSignoras'io fussi in tal gradoa me ancor interverria quello chesòle intervenire a molti altrili quali san meglio dire chefare -.



XLIV.

Quivi essendosi replicato un poco diragionamento tra tutta la compagnia confusamentecon alcunecontradizionipur a laude di quello che s'era parlatoe dettosiche ancor non era l'ora d'andar a dormiredisse ridendo ilMagnifico Iuliano: Signoraio son tanto nemico degli ingannichem'è forza contradir al signor Ottavianoil qual per essercome io dubitocongiurato secretamente col signor Gaspar contra ledonneè incorso in dul errorisecondo megrandissimi: deiquali l'uno èche per preporre questo cortegiano alla donnadi palazzo e farlo eccedere quei termini a che essa po giungerel'ha preposto ancor al principeil che è inconvenientissimo;l'altroche gli ha dato un tal fineche sempre è difficilee talor impossibile che lo conseguiscae quando pur lo conseguenon si deve nominar per cortegiano. - Io non intendo- disse lasignora Emilia- come sia cosí difficile o impossibile che'l cortegiano conseguisca questo suo finené meno come ilsignor Ottaviano lo abbia preposto al principe. - Non gli consentitequeste cose- rispose il signor Ottaviano- perch'io non hopreposto il cortegiano al principe; e circa il fine dellacortegiania non mi presumo esser incorso in errore alcuno -. Risposeallor il Magnifico Iuliano: - Dir non potetesignor Ottavianochesempre la causa per la quale lo effetto è tale come egli ènon sia piú tale che non è quello effetto; peròbisogna che 'l cortegianoper la instituzion del quale il principeha da esser di tanta eccellenziasia piú eccellente che quelprincipe; ed in questo modo sarà ancora di piú dignitàche 'l principe istessoil che è inconvenientissimo. Circail fine poi della cortegianiaquello che voi avete detto poseguitare quando l'età del principe è poco differenteda quella del cortegianoma non però senza difficultàperché dove è poca differenzia d'etàragionevolè che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se 'l principe èvecchio e 'l cortegian giovaneconveniente è che 'l principevecchio sappia piú che 'l cortegian giovanee se questo nonintervien sempreintervien qualche volta; ed allor il fine che voiavete attribuito al cortegiano è impossibile. Se ancora ilprincipe è giovane e 'l cortegian vecchiodifficilmente ilcortegian po guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioniche voi gli avete attribuite; chéper dir il verol'armeggiare e gli altri esercizi della persona s'appartengono a'giovani e non riescono ne' vecchie la musica e le danze e feste egiochi e gli amori in quella età son cose ridicule; e parmiche ad uno institutor della vita e costumi del principeil qualdeve esser persona tanto grave e d'autoritàmaturo neglianni e nella esperienzia ese possibil fossebon filosofoboncapitanoe quasi saper ogni cosasiano disconvenienfissime. Peròchi instituisce il principe estimo io che non s'abbia da chiamarcortegianoma meriti molto maggiore e piú onorato nome. Síchesignor Ottavianoperdonatemi s'io ho scoperto questa vostrafallaciaché mi par esser tenuto a far cosí perl'onor della mia donna; la qual voi pur vorreste che fosse di minordignità che questo vostro cortegianoed io nol vogliocomportare -.



XLV.

Rise il signor Ottaviano e disse: -Signor Magnificopiú laude della donna di palazzo sarebbe loesaltarla tanto ch'ella fosse pari al cortegianoche abbassar ilcortegian tanto che 'l sia pari alla donna di palazzo; ché giànon saria proibito alla donna ancora instituir la sua signora etender con essa a quel fine della cortegianiach'io ho dettoconvenirsi al cortegian col suo principe; ma voi cercate piúdi biasmare il cortegianoche di laudar la donna di palazzo; peròa me ancor sarà licito tener la ragione del cortegiano.

Per rispondere adunque alle vostreobiezionidico ch'io non ho detto che la instituzione delcortegiano debba esser la sola causa per la quale il principe siatale; perché se esso non fosse inclinato da natura ed atto apoter essereogni cura e ricordo del cortegiano sarebbe indarno;come ancor indarno s'affaticaria ogni bono agricultore che simettesse a cultivare e seminare d'ottimi grani l'arena sterile delmareperché quella tal sterilità in quel loco ènaturale; ma quando al bon seme in terren fertilecon la temperiedell'aria e piogge convenienti alle stagionis'aggiunge ancora ladiligenzia della cultura umanasi vedon sempre largamente nascereabundantissimi frutti; né però è che loagricultor solo sia la causa di quellibenché senza essopoco o niente giovassero tutte le altre cose. Sono adunque moltipríncipi che sarian bonise gli animi loro fossero bencultivati; e di questi parlo ionon di quelli che sono come ilpaese sterile e tanto da natura alieni dai boni costumiche nonbasta disciplina alcuna per indur l'animo loro al diritto camino.



XLVI.

E perchécome giàavemo dettotali si fanno gli abiti in noi quali sono le nostreoperazionie nell'operar consiste la virtúnon èimpossibil né maraviglia che 'l cortegiano indrizzi ilprincipe a molte virtúcome la giustiziala liberalitàla magnanimitàle operazion delle quali esso per lagrandezza sua facilmente po mettere in uso e farne abito; il che nonpo il cortegianoper non aver modo d'operarle; e cosí ilprincipeindutto alla virtú dal cortegianopo divenir piúvirtuoso che 'l cortegiano. Oltra che dovete saper che la cote chenon taglia puntopur fa acuto il ferro; però parmi cheancora che 'l cortegiano instituisca il principenon per questos'abbia a dir che egli sia di piú dignità che 'lprincipe. Che 'l fin di questa cortegiania sia difficile e talorimpossibilee che quando pur il cortegian lo consegue non si debbanominar per cortegianoma meriti maggior nomedico ch'io non negoquesta difficultàperché non meno è difficiletrovar un cosí eccellente cortegianoche conseguir un talfine; parmi ben che la impossibilità non sia né ancoin quel caso che voi avete allegatoperché se 'l cortegian ètanto giovaneche non sappia quello che s'è detto che egliha da saperenon accade parlarneperché non è quelcortegiano che noi presuponemoné possibil è che chiha da saper tante cose sia molto giovane. E se pur occorreràche 'l principe sia cosí savio e bono da se stessoche nonabbia bisogno di ricordi né consigli d'altri (benchéquesto è tanto difficile quanto ognun sa)al cortegianbasterà esser tale chese 'l principe n'avesse bisognopotesse farlo virtuoso; e con lo effetto poi potrà satisfare aquell'altra partedi non lassarlo ingannare e di far che sempresappia la verità d'ogni cosae d'opporsi agli adulatoriaimalèdici ed a tutti coloro che machinassero di corromperl'animo di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguiràpur il suo fine in gran parteancora che non lo metta totalmente inopera; il che non sarà ragion d'imputargli per diffettorestando di farlo per cosí bona causa; ché se unoeccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli omini fosserosaninon per questo si devria dir che quel medicose ben nonsanasse gli infermimancasse del suo fine; peròsícome del medico deve essere intenzione la sanità degli ominicosí del cortegiano la virtú del suo principe; edall'uno e l'altro basta aver questo fine intrinseco in potenziaquando il non produrlo estrinsicamente in atto procede dal subiettoal quale è indrizzato questo fine. Ma se 'l cortegian fossetanto vecchioche non se gli convenissi esercitar la musicalefestei giochil'arme e l'altre prodezze della personanon si poperò ancor dire che impossibile gli sia per quella viaentrare in grazia al suo principe; perché se la etàleva l'operar quelle cosenon leva l'intenderleed avendoleoperate in gioventúlo fa averne tanto piú perfettogiudicio e piú perfettamente saperle insegnar al suoprincipequanto piú notizia d'ogni cosa portan seco gli annie la esperienzia; ed in questo modo il cortegian vecchioancora chenon eserciti le condicioni attribuitegliconseguirà pur ilsuo fine d'instituir bene il principe.



XLVII.

E se non vorrete chiamarlocortegianonon mi dà noia; perché la natura non haposto tal termine alle dignità umaneche non si possaascendere dall'una all'altra; però spesso i soldati simplicidivengon capitanigli omini privati ree i sacerdoti papi e idiscipoli maestrie cosí insieme con la dignitàacquistano ancor il nome; onde forse si poria dir che 'l divenirinstitutor del principe fosse il fin del cortegiano. Benchénon so chi abbia da rifiutar questo nome di perfetto cortegianoilqualesecondo meè degno di grandissima laude; e parmi cheOmerosecondo che formò dui omini eccellentissimi peresempio della vita umanal'uno nelle azioniche fu Achillel'altro nelle passioni e tolleranzieche fu Ulissecosívolesse ancora formar un perfetto cortegianoche fu quel Feniceilqualdopo l'aver narrato i suoi amori e molte altre cose giovenilidice esser stato mandato ad Achille da Pelleo suo padre per stargliin compagnia e insegnargli a dire e fare: il che non è altroche 'l fin che noi avemo disegnato al nostro cortegiano. Népenso che Aristotile e Platone si fossero sdegnati del nome diperfetto cortegianoperché si vede chiaramente che fecerol'opere della cortegiania ed attesero a questo finel'un conAlessandro Magnol'altro con i re di Sicilia. E perchéofficio è di bon cortegiano conoscer la natura del principe el'inclinazion sue e cosísecondo i bisogni e le opportunitàcon destrezza entrar loro in graziacome avemo dettoper quellevie che prestano l'adito securoe poi indurlo alla virtúAristotile cosí ben conobbe la natura d'Alessandro e condestrezza cosí ben la secondòche da lui fu amato edonorato piú che padreondetra molti altri segni cheAlessandro in testimonio della sua benivolenzia gli fecevolse cheStagira sua patriagià disfattafosse reedificata; edAristotileoltre allo indrizzar lui a quel fin gloriosissimochefu il voler fare che 'l mondo fosse come una sol patria universalee tutti gli omini come un sol populoche vivesse in amicizia econcordia tra sé sotto un sol governo ed una sola leggecherisplendesse communemente a tutti come la luce del solelo formònelle scienzie naturali e nelle virtú dell'animo talmenteche lo fece sapientissimofortissimocontinentissimo e verofilosofo moralenon solamente nelle parole ma negli effetti; chénon si po imaginare piú nobil filosofiache indur al vivercivile i populi tanto efferati come quelli che abitano Battra eCaucasola Indiala Scizia ed insegnar loro i matrimonil'agricultural'onorar i padriastenersi dalle rapine e dagliomicidii e dagli altri mal costumilo edificare tante cittànobilissime in paesi lontanidi modo che infiniti omini per quelleleggi furono ridutti dalla vita ferina alla umana; e di queste cosein Alessandro fu autore Aristotileusando i modi di bon cortegiano;il che non seppe far Calisteneancorché Aristotile glielomostrasse; chéper voler esser puro filosofo e cosíaustero ministro della nuda veritàsenza mescolarvi lacortegianiaperdé la vita e non giovòanzi diedeinfamia ad Alessandro. Per lo medesimo modo della cortegianiaPlatone formò Dione Siracusano; ed avendo poi trovato quelDionisio tiranno come un libro tutto pieno di mende e d'errori e piúpresto bisognoso d'una universal litura che di mutazione ocorrezione alcunaper non esser possibile levargli quella tinturadella tirannidedella qual tanto tempo già era macchiatonon volse operarvi i modi della cortegianiaparendogli chedovessero esser tutti indarno. Il che ancora deve fare il nostrocortegianose per sorte si ritrova a servizio di principe di cosímala naturache sia inveterato nei viciicome li ftisici nellainfirmità; perché in tal caso deve levarsi da quellaservitúper non portar biasimo delle male opere del suosignoree per non sentir quella noia che senton tutti i boni cheservono ai mali -.



XLVIII.

Quivi essendosi fermato il signorOttaviano di parlaredisse il signor Gaspar: - Io non aspettava giàche 'l nostro cortegiano avesse tanto d'onore; ma poichéAristotile e Platone son suoi compagnipenso che niun piúdebba sdegnarsi di questo nome. Non so già però s'iomi creda che Aristotile e Platone mai danzassero o fossero musici insua vitao facessero altre opere di cavalleria -. Rispose il signorOttaviano: - Non è quasi licito imaginar che questi duispiriti divini non sapessero ogni cosae però creder si poche operassero ciò che s'appartiene alla cortegianiaperchédove lor occorre ne scrivono di tal modoche gli artifici medesimidelle cose da loro scritte conoscono che le intendevano insino allamedulle ed alle piú intime radici. Onde non è da dirche al cortegiano o institutor del principecome lo vogliatechiamareil qual tenda a quel bon fine che avemo dettonon siconvengan tutte le condicioni attribuitegli da questi signoriancorache fosse severissimo filosofo e di costumi santissimoperchénon repugnano alla bontàalla discrezioneal saperealvalorein ogni età ed in ogni tempo e loco -.



XLIX.

Allora il signor Gaspar- Ricordomi- disse- che questi signori ierseraragionando delle condicionidel cortegianovolsero ch'egli fusse inamorato; e perchéreassumendo quello che s'è detto insin quisi poria cavar unaconclusione che 'l cortegianoil quale col valore ed autoritàsua ha da indur il principe alla virtúquasi necessariamentebisogna che sia vecchioperché rarissime volte il saperviene innanzi agli annie massimamente in quelle cose che siimparano con la esperienzianon so comeessendo di etàprovettose gli convenga l'essere inamorato; atteso checomequesta sera s'è dettol'amor ne' vecchi non riesce e quellecose che ne' giovani sono delicie e cortesieattillature tantograte alle donnein essi sono pazzie ed inezie ridicule ed a chi leusa parturiscono odio dalle donne e beffe dagli altri.

Però se questo vostroAristotilecortegian vecchiofosse inamorato e facesse quelle coseche fanno i giovani inamoraticome alcuni che n'avemo veduti a' dínostridubito che si scorderia d'insegnar al suo principee forse ifanciulli gli farebbon drieto la baia e le donne ne trarebbon pocoaltro piacere che di burlarlo -. Allora il signor Ottaviano-Poiché tutte l'altre condicioni- disse- attribuite alcortegiano se gli confanno ancora che egli sia vecchionon mi pargià che debbiamo privarlo di questa felicità d'amare.- Anzidisse il signor Gaspar- levargli questo amare è unaperfezion di piú ed un farlo vivere felicemente fuor dimiseria e calamità -.



L.

Disse messer Pietro Bembo: - Non viricordasignor Gasparche 'l signor Ottavianoancora che egli siamale esperto in amorepur l'altra sera mostrò nel suo giocodi saper che alcuni inamorati sonoli quali chiamano per dolci lisdegni e l'ire e le guerre e i tormenti che hanno dalle lor donne;onde domandò che insegnato gli fosse la causa di questadolcezza? Però se il nostro cortegianoancora che vecchios'accendesse di quegli amori che son dolci senza amaritudinenon nesentirebbe calamità o miseria alcuna; ed essendo saviocomenoi presuponiamonon s'ingannaria pensando che a lui si convenissetutto quello che si convien ai giovani; maamandoameria forsed'un modoche non solamente non gli portaria biasimo alcunomamolta laude e somma felicità non compagnata da fastidioalcunoil che rare volte e quasi non mai interviene ai giovani; ecosí non lasseria d'insegnare al suo principenéfarebbe cosa che meritasse la baia da' fanciulli -. Allor la signoraDuchessa- Piacemi- disse- messer Pietroche voi questa seraabbiate avuto poca fatica nei nostri ragionamentiperché oracon più securtà v'imporremo il carico di parlare edinsegnar al cortegiano questo cosí felice amoreche non haseco né biasimo né dispiacere alcuno; ché forsesarà una delle piú importanti ed utili condicioni cheper ancora gli siano attribuite.

Però diteper vostra fétutto quello che ne sapete -. Rise messer Pietro e disse: - Io nonvorreiSignorache 'l mio dir che ai vecchi sia licito lo amarefosse cagion di farmi tener per vecchio da queste donne; peròdate pur questa impresa ad un altro -. Rispose la signora Duchessa:- Non dovete fuggir d'esser riputato vecchio di saperese ben fostegiovane d'anni; però dite e non v'escusate piú -.Disse messer Pietro: - VeramenteSignoraavendo io da parlar diquesta materiabisognariami andar a domandar consiglio allo Eremitadel mio Lavinello -. Allor la signora Emiliaquasi turbata-Messer Pietro- disse- non è alcuno nella compagnia che siapiú disobidiente di voi; però sarà ben che lasignora Duchessa vi dia qualche castigo -. Disse messer Pietro purridendo: - Non vi adirate mecoSignoraper amor di Dio; chéio dirò ciò che vorrete. - Or dite adunque- risposela signora Emilia.



LI.

Allora messer Pietroavendo primaalquanto tacciutopoi rasettatosi un pococome per parlar di cosaimportantecosí disse: - Signoriper dimostrar che i vecchipossano non solamente amar senza biasimoma talor piúfelicemente che i giovanisarammi necessario far un poco didiscorsoper dichiarir che cosa è amore ed in che consistela felicità che possono avere gl'inamorati; peròpregovi ad ascoltarmi con attenzioneperché spero farvivedere che qui non è omo a cui si disconvenga l'esserinamoratoancor che egli avesse quindici o venti anni piúche 'l signor Morello E quivi essendosi alquanto risosuggiunsemesser Pietro: Dico adunque chesecondo che dagli antichi savi èdiffinitoamor non è altro che un certo desiderio di fruirla bellezza; e perché il desiderio non appetisce se non lecose conosciutebisogna sempre che la cognizion preceda ildesiderio; il quale per sua natura vuole il benema da sé ècieco e non lo conosce. Però ha cosí ordinato la naturache ad ogni virtú conoscente sia congiunta una virtúappetitiva; e perché nell'anima nostra son tre modi diconoscerecioè per lo sensoper la ragione e perl'intellettodal senso nasce l'appetitoil qual a noi ècommune con gli animali bruti; dalla ragione nasce la elezionecheè propria dell'omo; dall'intellettoper lo quale l'uom pocommunicar con gli angelinasce la voluntà. Cosíadunque come il senso non conosce se non cose sensibilil'appetitole medesime solamente desidera; e cosí come l'intelletto non èvòlto ad altro che alla contemplazion di cose intelligibiliquella voluntà solamente si nutrisce di beni spirituali.L'omodi natura razionaleposto come mezzo fra questi dui estremipo per sua elezioneinclinandosi al senso o vero elevandosi allointellettoaccostarsi ai desidèri or dell'una or dell'altraparte. Di questi modi adunque si po desiderar la bellezza; il nomeuniversal della quale si conviene a tutte le cose o naturali oartificiali che son composte con bona proporzione e debitotemperamentoquanto comporta la lor natura.



LII.

Ma parlando della bellezza che noiintendemoche è quella solamente che appar nei corpi emassimamente nei volti umani e move questo ardente desiderio che noichiamiamo amorediremo che è un influsso della bontàdivinail qualebenché si spanda sopra tutte le cose createcome il lume del solepur quando trova un volto ben misurato ecomposto con una certa gioconda concordia di colori distinti edaiutati dai lumi e dall'ombre e da una ordinata distanzia e terminidi lineevi s'infonde e si dimostra bellissimoe quel subietto overiluce adorna ed illumina d'una grazia e splendor mirabilea guisadi raggio di sole che percuota in un bel vaso d'oro terso e variatodi preciose gemme; onde piacevolmente tira a sé gli occhiumani e per quelli penetrando s'imprime nell'animae con una novasuavità tutta la commove e dilettaed accendendola da leidesiderar si fa. Essendo adunque l'anima presa dal desiderio difruir questa bellezza come cosa bonase guidar si lassa dalgiudicio del senso incorre in gravissimi errori e giudica che 'lcorponel qual si vede la bellezzasia la causa principal diquellaonde per fruirla estima essere necessario l'unirsiintimamente piú che po con quel corpo; il che è falso;e però chi pensapossedendo il corpofruir la bellezzas'inganna e vien mosso non da vera cognizione per elezion di ragionema da falsa opinion per l'appetito del senso; onde il piacer che nesegue esso ancora necessariamente è falso e mendoso. E peròin un de' dui mali incorrono tutti quegli amantiche adempiono lelor non oneste voglie con quelle donne che amano; che o verosúbitoche son giunti al fin desideratonon solamente senton sazietàe fastidioma piglian odio alla cosa amataquasi che l'appetito siripenta dell'error suo e riconosca l'inganno fattogli dal falsogiudicio del sensoper lo quale ha creduto che 'l mal sia bene; overo restano nel medesimo desiderio ed aviditàcome quelliche non son giunti veramente al fine che cercavano; e benchéper la cieca opinionenella quale inebriati si sonopaia loro chein quel punto sentano piacerecome talor gl'infermi che sognano diber a qualche chiaro fontenientedimeno non si contentanonés'acquetano. E perché dal possedere il ben desiderato nascesempre quiete e satisfazione nell'animo del possessorese quellofosse il vero e bon fine del loro desideriopossedendolo restarianoquieti e satisfattiil che non fanno; anziingannati da quellasimilitudinesúbito ritornano al sfrenato desiderio e con lamedesima molestia che prima sentivano si ritrovano nella furiosa edardentissima sete di quelloche in vano sperano di possederperfettamente. Questi tali inamorati adunque amanoinfelicissimamenteperché o vero non conseguono mai lidesidèri loroil che è grande infelicità; overse gli conseguenosi trovano aver conseguito il suo male efinìscono le miserie con altre maggior miserie; perchéancora nel principio e nel mezzo di questo amore altro non si sentegià mai che affannitormentidoloristentifatiche; dimodo che l'esser pallidoafflittoin continue lacrime e sospiriil star mestoil tacer sempre o lamentarsiil desiderar di morirein somma l'esser infelicissimoson le condicioni che si diconoconvenir agli inamorati.



LIII.

La causa adunque di questa calamitànegli animi umani è principalmente il sensoil quale nellaetà giovenile è potentissimoperché 'l vigordella carne e del sangue in quella stagione gli dà tanto diforzaquanta ne scema alla ragione e però facilmente inducel'anima a seguitar l'appetito; perché ritrovandosi essasummersa nella pregion terrena eper esser applicata al ministeriodi governar il corpopriva della contemplazion spiritualenon poda sé intender chiaramente la verità; ondeper avercognizion delle cosebisogna che vada mendicandone il principio daisensie però loro crede e loro si inchina e da loro guidarsi lassamassimamente quando hanno tanto vigore che quasi lasforzano; e perché essi son fallacila empiono d'errori efalse opinioni. Onde quasi sempre occorre che i giovani sono avvoltiin questo amor sensuale in tutto rubello dalla ragionee peròsi fanno indegni di fruire le grazie e i beni che dona amor ai suoiveri suggetti; né in amor sentono piaceri fuor che i medesimiche sentono gli animali irracionalima gli affanni molto piúgravi. Stando adunque questo presupositoil quale èverissimodico che 'l contrario interviene a quelli che sono nellaetà piú matura; ché se questi taliquando giàl'anima non è tanto oppressa dal peso corporeo e quando ilfervor naturale comincia ad intepidirsis'accendono della bellezzae verso quella volgono il desiderio guidato da razional elezionenon restano ingannati e posseggono perfettamente la bellezza; e peròdal possederla nasce lor sempre beneperché la bellezza èbona econseguentementeil vero amor di quella è bonissimoe santissimo e sempre produce effetti boni nell'anime di quellichecol fren della ragion correggono la nequicia del senso; il che moltopiú facilmente i vecchi far possono che i giovani.



LIV.

Non è adunque fuor di ragioneil dire ancorch'e vecchi amar possano senza biasimo e piúfelicemente che i giovani; pigliando però questo nome divecchio non per decrepitoné quando già gli organidel corpo son tanto debiliche l'anima per quelli non po operar lesue virtúma quando il saper in noi sta nel suo vero vigore.Non tacerò ancora questo; che è ch'io estimo chebenché l'amor sensuale in ogni età sia malopur ne'giovani meriti escusazionee forse in qualche modo sia licito; chése ben dà loro affannipericolifatiche e quelle infelicitàche s'è dettoson però molti che per guadagnar lagrazia delle donne amate fan cose virtuosele quali benchénon siano indrizzate a bon finepur in sé son bone; e cosídi quel molto amaro cavano un poco di dolcee per le avversitàche supportano in ultimo riconoscon l'error suo. Come adunque estimoche quei giovani che sforzan gli appetiti ed amano con la ragionesian divinicosí escuso quelli che vincer si lassanodall'amor sensualeal qual tanto per la imbecillità umanasono inclinati; purché in esso mostrino gentilezzacortesia evalore e le altre nobil condicioni che hanno dette questi signori; equando non son piú nella età giovenilein tuttol'abbandoninoallontanandosi da questo sensual desideriocome dalpiú basso grado della scala per la qual si po ascendere alvero amore. Ma se ancorpoi che son vecchinel freddo coreconservano il foco degli appetiti e sottopongon la ragion gagliardaal senso debilenon si po dir quanto siano da biasmare; chécome insensatimeritano con perpetua infamia esser connumerati tragli animali irracionaliperché i pensieri e i modi dell'amorsensuale son troppo disconvenienti alla età matura -.



LV.

Quivi fece il Bembo un poco di pausaquasi come per riposarsi; e stando ognun chetodisse il signorMorello da Ortona: - E se si trovasse un vecchio piú dispostoe gagliardo e di meglior aspetto che molti giovaniperché nonvorreste voi che a questo fosse licito amar di quello amore cheamano i giovani? - Rise la signora Duchessa e disse: - Se l'amor deigiovani è cosí infeliceperché volete voisignor Morelloche i vecchi essi ancor amino con quella infelicità?ma se voi foste vecchiocome dicon costoronon procurareste cosíil mal dei vecchi -. Rispose il signor Morello: - Il mal dei vecchiparmi che procuri messer Pietro Bemboil qual vole che amino d'uncerto modoch'io per me non l'intendo; e parmi che 'l possederequesta bellezzache esso tanto laudasenza 'l corposia un sogno.- Credete voisignor Morello- disse allor il conte Ludovico-che la bellezza sia sempre cosí bona come dice messer PietroBembo? - Io non già- rispose il signor Morello; - anziricordomi aver vedute molte belle donne malissimecrudeli e dispettose; e par che quasi sempre cosí intervengaperchéla bellezza le fa superbee la superbia crudeli -. Disse il conteLudovico ridendo: - A voi forse paiono crudeli perché non vicompiacciono di quello che vorreste; ma fatevi insegnar da messerPietro Bembo di che modo debban desiderar la bellezza i vecchi e checosa ricercar dalle donne e di che contentarsi; e non uscendo voi dique' terminivederete che non saranno né superbe nécrudeli e vi compiaceranno di ciò che vorrete -. Parve allorche 'l signor Morello si turbasse un pocoe disse: - Io non vogliosaper quello che non mi tocca; ma fatevi insegnar voi come debbanodesiderar questa bellezza i giovani peggio disposti e men gagliardiche i vecchi -.



LVI.

Quivi messer Federicoper acquetaril signor Morello e divertir il ragionamentonon lassòrispondere il conte Ludovicoma interrompendolo disse: - Forse che'l signor Morello non ha in tutto torto a dir che la bellezza nonsia sempre bonaperché spesso le bellezze di donne son causache al mondo intervengan infiniti maliinimicizieguerremorti edistruzioni; di che po far bon testimonio la ruina di Troia; e lebelle donne per lo piú sono o ver superbe e crudelio verocome s'è dettoimpudiche; ma questo al signor Morello nonparrebbe diffetto. Sono ancor molti omini sceleratiche hannograzia di bello aspettoe par che la natura gli abbia fatti taliacciò che siano piú atti ad ingannaree che quellavista graziosa sia come l'esca nascosa sotto l'amo -. Allora messerPietro Bembo- Non crediate- disse- che la bellezza non siasempre bona -. Quivi il conte Ludovicoper ritornar esso ancor alprimo propositointerruppe e disse: - Poiché 'l signorMorello non si cura di saper quello che tanto gl'importainsegnatelo a me e mostratemi come acquistino i vecchi questafelicità d'amoreché non mi curerò io di farmitener vecchiopur che mi giovi -.



LVII.

Rise messer Pietro e disse: - Iovoglio prima levar dell'animo di questi signori l'error loro; poi avoi ancora satisfarò -. Cosí ricominciando- Signori- disse- io non vorrei che col dir mal della bellezzache ècosa sacrafosse alcun di noi che come profano e sacrilegoincorresse nell'ira di Dio; peròacciò che 'l signorMorello e messer Federico siano ammoniti e non perdanocomeStesicorola vistache è pena convenientissima a chidisprezza la bellezzadico che da Dio nasce la bellezza ed ècome circulo di cui la bontà è il centro; e peròcome non po essere circulo senza centronon po esser bellezza senzabontà; onde rare volte mala anima abita bel corpo e perciòla bellezza estrinseca è vero segno della bontàintrinseca e nei corpi è impressa quella grazia piú emeno quasi per un carattere dell'animaper lo quale essaestrinsecamente è conosciutacome negli alberine' quali labellezza de' fiori fa testimonio della bontà dei frutti; equesto medesimo interviene nei corpicome si vede che i fisionomial volto conoscono spesso i costumi e talora i pensieri degli omini;eche è piúnelle bestie si comprende ancor alloaspetto la qualità dell'animoil quale nel corpo esprime sestesso piú che po. Pensate come chiaramente nella faccia delleonedel cavallodell'aquila si conosce l'irala ferocitàe la superbia; negli agnelli e nelle colombe una pura e simpliceinnocenzia; la malicia astuta nelle volpi e nei lupie cosíquasi di tutti gli altri animali.



LVIII.

I brutti adunque per lo piúsono ancor mali e li belli boni; e dir si po che la bellezza sia lafaccia piacevoleallegragrata e desiderabile del bene; e labruttezza la faccia oscuramolestadispiacevole e trista del male;e se considerate tutte le cosetrovarete che sempre quelle che sonbone ed utili hanno ancor grazia di bellezza. Eccovi il stato diquesta gran machina del mondola qualper salute e conservaziond'ogni cosa creata è stata da Dio fabricata. Il ciel rotondoornato di tanti divini lumie nel centro la terra circundata daglielementi e dal suo peso istesso sostenuta; il soleche girandoillumina il tutto e nel verno s'accosta al piú basso segnopoi a poco a poco ascende all'altra parte; la lunache da quellopiglia la sua lucesecondo che se le appropinqua o se le allontana;e l'altre cinque stelle che diversamente fan quel medesimo corso.Queste cose tra sé han tanta forza per la connession d'unordine composto cosí necessariamenteche mutandole per unpuntonon poriano star insieme e ruinarebbe il mondo; hanno ancoratanta bellezza e graziache non posson gl'ingegni umani imaginarcosa piú bella. Pensate or della figura dell'omoche si podir piccol mondo; nel quale vedesi ogni parte del corpo essercomposta necessariamente per arte e non a casoe poi tutta la formainsieme esser bellissima; tal che difficilmente si poria giudicarqual piú o utilità o grazia diano al volto umano ed alresto del corpo tutte le membracome gli occhiil nasola boccal'orecchiele bracciail petto e cosí l'altre parti; ilmedesimo si po dir di tutti gli animali. Eccovi le penne negliuccellile foglie e rami negli alberiche dati gli sono da naturaper conservar l'esser loro e pur hanno ancor grandissima vaghezza.Lassate la natura e venite all'arte. Qual cosa tanto ènecessaria nelle naviquanto la prorai latile antennel'alberole veleil timonei remil'ancore e le sarte? tuttequeste cose però hanno tanto di venustàche par a chile mira che cosí siano trovate per piacerecome per utilità.Sostengon le colonne e gli architravi le alte logge e palazzinéperò son meno piacevoli agli occhi di chi le mirache utiliagli edifici. Quando prima cominciarono gli omini a edificareposero nei tempii e nelle case quel colmo di mezzonon perchéavessero gli edifici piú di graziama acciò chedall'una parte e l'altra commodamente potessero discorrer l'acque;nientedimeno all'utile súbito fu congiunta la venustàtalché se sotto a quel cielo ove non cade grandine o pioggiasi fabricasse un tempionon parrebbe che senza il colmo averpotesse dignità o bellezza alcuna.



LIX.

Dassi adunque molta laudenon che adaltroal mondo dicendo che gli è bello; laudasi dicendo: belcielo. bella terrabel marebei fiumibei paesibelle selvealberigiardini; belle cittàbei tempiicaseeserciti. Insommaad ogni cosa dà supremo ornamento questa graziosa esacra bellezza; e dir si po che 'l bono e 'l bello a qualche modosiano una medesima cosae massimamente nei corpi umani; dellabellezza de' quali la piú propinqua causa estimo io che siala bellezza dell'anima checome participe di quella vera bellezzadivinaillustra e fa bello ciò che ella toccaespecialmente se quel corpo ov'ella abita non è di cosívil materiache ella non possa imprimergli la sua qualità;però la bellezza è il vero trofeo della vittoriadell'animaquando essa con la virtú divina signoreggia lanatura materiale e col suo lume vince le tenebre del corpo. Non èadunque da dir che la bellezza faccia le donne superbe o crudelibenché cosí paia al signor Morello; né ancor sidebbeno imputare alle donne belle quelle inimiciziemortidistrucionidi che son causa gli appetiti immoderati degli omini.Non negherò già che al mondo non sia possibile trovarancor delle belle donne impudichema non è già che labellezza le incline alla impudicizia; anzi le rimove e le induce allavia dei costumi virtuosiper la connession che ha la bellezza conla bontà; ma talor la mala educazionei continui stimulidegli amantii donila povertàla speranzagli inganniil timore e mille altre causevincono la constanzia ancora dellebelle e bone donnee per queste o simili cause possono ancoradivenir scelerati gli omini belli -.



LX.

Allora messer Cesare- Se èvero- disse- quello che ieri allegò el signor Gasparnonè dubbio che le belle sono più caste che le brutte. - Eche cosa allegai? - disse el signor Gaspar. Rispose messer Cesare: -Se ben mi ricordovoi diceste che le donne che son pregatesemprenegano di satisfare a chi le prega; e quelle che non son pregatepregano altrui. Certo è che le belle son sempre piúpregate e sollicitate d'amorche le brutte; dunque le belle sempreneganoe conseguentemente son piú caste che le bruttelequali non essendo pregate pregano altrui -. Rise il Bembo e disse: -A questo argumento risponder non si po -. Poi suggiunse: -Interviene ancor spesso checome gli altri nostri sensicosíla vista s'inganna e giudica per bello un volto che in vero non èbello; e perché negli occhi ed in tutto l'aspetto d'alcunedonne si vede talor una certa lascivia dipinta con blandiciedisonestemoltiai quali tal maniera piace perché lorpromette facilità di conseguire ciò che desideranolachiamano bellezza; ma in vero è una impudenzia fucataindegna di cosí onorato e santo nome -. Tacevasi messer PietroBembo e quei signori pur lo stimulavano a dir piú oltre diquesto amore e del modo di fruire veramente la bellezza; ed esso inultimo- A me par- disse- assai chiaramente aver dimostrato chepiú felicemente possan amar i vecchiche i giovani; il chefu mio presuposto; però non mi si conviene entrar piúavanti -. Rispose il conte Ludovico: - Meglio avete dimostrato lainfelicità de' giovani che la felicità de' vecchiaiquali per ancor non avete insegnato che camin abbian da seguitare inquesto loro amorema solamente detto che si lassin guidare allaragione; e da molti è riputato impossibile che amor stia conla ragione -.



LXI.

Il Bembo pur cercava di por fine alragionamentoma la signora Duchessa lo pregò che dicesse; edesso cosí rincominciò: - Troppo infelice sarebbe lanatura umanase l'anima nostranella qual facilmente po nascerequesto cosí ardente desideriofosse sforzata a nutrirlo soldi quello che le è commune con le bestiee non potessevolgerlo a quella altra nobil parte che a lei è propria;peròpoiché a voi pur cosí piacenon vogliofuggir di ragionar di questo nobil suggetto. E perché miconosco indegno di parlar dei santissimi misterii d'Amoreprego luiche mova il pensiero e la lingua miatanto ch'io possa mostrar aquesto eccellente cortegiano amar fuor della consuetudine delprofano vulgo; e cosí com'io insin da puerizia tutta la miavita gli ho dedicatasiano or ancor le mie parole conformi a questaintenzione ed a laude di lui. Dico adunque chepoiché lanatura umana nella età giovenile tanto è inclinata alsensoconceder si po al cortegianomentre che è giovanel'amar sensualmente; ma se poi ancor negli anni piú maturiper sorte s'accende di questo amoroso desideriodeve esser bencauto e guardarsi di non ingannar se stessolassandosi indur inquelle calamità che ne' giovani meritano piúcompassione che biasimoe per contrario ne' vecchi piú biasmoche compassione.



LXII.

Però quando qualche graziosoaspetto di bella donna lor s'appresentacompagnato da leggiadricostumi e gentil manieretale che essocome esperto in amoreconosca il sangue suo aver conformità con quellosúbitoche s'accorge che gli occhi suoi rapiscano quella imagine e laportano al coreè che l'anima comincia con piacer acontemplarla e sentir in sé quello influsso che la commove eda poco a poco la riscaldae che quei vivi spiriti che scintillanfor per gli occhi tuttavia aggiungon nova esca al focodeve inquesto principio provedere di presto rimedioe risvegliar la ragionee di quella armar la ròcca del cor suo; e talmente chiuder ipassi al senso ed agli appetitiche né per forza néper inganno entrar vi possano. Cosíse la fiamma s'estingueestinguesi ancor il pericolo; ma s'ella persevera o crescedeveallor il cortegianosentendosi presodeliberarsi totalmente difuggire ogni bruttezza dell'amor vulgare e cosí entrar nelladivina strada amorosa con la guida della ragionee prima considerarche 'l corpoove quella bellezza risplendenon è il fonteond'ella nasceanzi che la bellezzaper esser cosa incorporea ecome avemo dettoun raggio divinoperde molto della sua dignitàtrovandosi congiunta con quel subietto vile e corruttibile; perchétanto piú è perfetta quanto men di lui participa e daquello in tutto separata è perfettissima; e che cosícome udir non si po col palatoné odorar con l'orecchienonsi po ancor in modo alcuno fruir la bellezza né satisfar aldesiderio ch'ella eccita negli animi nostri col tattoma con quelsenso del quale essa bellezza è vero obiettoche è lavirtú visiva. Rimovasi adunque dal cieco giudicio del senso egodasi con gli occhi quel splendorequella graziaquelle favilleamorosei risii modi e tutti gli altri piacevoli ornamentibellezza; medesimamente con l'audito la suavità della voceil concento delle parolel'armonia della musica (se musica èla donna amata); e cosí pascerà di dolcissimo cibol'anima per la via di questi dui sensii quali tengon poco delcorporeo e son ministri della ragionesenza passar col desiderioverso il corpo ad appetito alcuno men che onesto.

Appresso osservicompiaccia ed onoricon ogni riverenzia la sua donna e piú che se stesso la tengacarae tutti i commodi e piaceri suoi preponga ai propriied inlei ami non meno la bellezza dell'animo che quella del corpo; peròtenga cura di non lassarla incorrere in error alcunoma con leammonizioni e boni ricordi cerchi sempre d'indurla alla modestiaalla temperanziaalla vera onestà e faccia che in lei nonabbian mai loco se non pensieri candidi ed alieni da ogni bruttezzadi vicii; e cosí seminando virtú nel giardin di quelbell'animoraccorrà ancora frutti di bellissimi costumi egustaragli con mirabil diletto; e questo sarà il vero generareed esprimere la bellezza nella bellezzail che da alcuni si diceesser il fin d'amore. In tal modo sarà il nostro cortegianogratissimo alla sua donna ed essa sempre se gli mostreràossequentedolce ed affabilee cosí desiderosa dicompiacerglicome d'esser da lui amata; e le voglie dell'un edell'altro saranno onestissime e concordi ed essi conseguentementesaranno felicissimi -.



LXIII.

Quivi il signor Morello- Ilgenerar- disse- la bellezza nella bellezza con effetto sarebbeil generar un bel figliolo in una bella donna; ed a me pareria moltopiú chiaro segno ch'ella amasse l'amante compiacendolo diquestoche di quella affabilità che voi dite -. Rise il Bemboe disse: - Non bisognasignor Morellouscir de' termini; népiccoli segni d'amar fa la donnaquando all'amante dona labellezzache è cosí preciosa cosae per le vie cheson adito all'animacioè la vista e lo auditomanda isguardi degli occhi suoila imagine del voltola vocele paroleche penetran dentro al core dell'amante e gli fan testimoniodell'amor suo -. Disse il signor Morello: - I sguardi e le parolepossono essere e spesso son testimonii falsi; però chi non hameglior pegno d'amoreal mio giudicioè mal sicuro; everamente io aspettava pur che voi faceste questa vostra donna unpoco più cortese e liberale verso il cortegianoche non hafatto il signor Magnifico la sua; ma parmi che tutti dui siate allacondizione di quei giudiciche dànno la sentenzia contra isuoi per parer savi -.



LXIV.

Disse il Bembo: - Ben voglio io cheassai piú cortese sia questa donna al mio cortegiano nongiovaneche non è quella del signor Magnifico al giovane; eragionevolmenteperché il mio non desidera se non coseonestee però po la donna concedergliele tutte senzabiasimo; ma la donna del signor Magnificoche non è cosísicura della modestia del giovanedeve concedergli solamente leoneste e negargli le disoneste; però piú felice èil mioa cui si concede ciò ch'ei dimandache l'altroacui parte si concede e parte si nega. Ed acciò che ancormeglio conosciate che l'amor razionale è piú felice che'l sensualedico che le medesime cose nel sensuale si debbeno talornegare e nel razionale concedereperché in questo sondisonesteed in quello oneste; però la donnaper compiaceril suo amante bonooltre il concedergli i risi piacevoliiragionamenti domestici e secretiil motteggiarescherzaretoccarla manopo venir ancor ragionevolmente senza biasimo insin albascioil che nell'amor sensualesecondo le regule del signorMagnificonon è licito; perchéper esser il basciocongiungimento e del corpo e dell'animapericolo è chel'amante sensuale non inclini piú alla parte del corpo che aquella dell'animama l'amante razionale conosce cheancora che labocca sia parte del corponientedimeno per quella si dàesito alle parole che sono interpreti dell'animaed a quellointrinseco anelito che si chiama pur esso ancor anima; e perciòsi diletta d'unir la sua bocca con quella della donna amata colbascionon per moversi a desiderio alcuno disonestoma perchésente che quello legame è un aprir l'adito alle animechetratte dal desiderio l'una dell'altra si transfundano alternamenteancor l'una nel corpo dell'altra e talmente si mescolino insieme cheognun di loro abbia due animeed una sola di quelle due cosícomposta regga quasi dui corpi; onde il bascio si po piúpresto dir congiungimento d'anima che di corpoperché inquella ha tanta forza che la tira a sé e quasi la separa dalcorpo; per questo tutti gli inamorati casti desiderano il basciocome congiungimento d'anima; e però il divinamente inamoratoPlatone dice che basciando vennegli l'anima ai labri per uscir delcorpo. E perché il separarsi l'anima dalle cose sensibili etotalmente unirsi alle intelligibilisi po denotar per lo basciodice Salomone nel suo divino libro della Cantica «Bascimi colbascio della sua bocca»per dimostrar desiderio che l'animasua sia rapita dall'amor divino alla contemplazion della bellezzaceleste di tal modoche unendosi intimamente a quella abbandoni ilcorpo -.



LVX.

Stavano tutti attentissimi alragionamento del Bembo; ed essoavendo fatto un poco di pausa evedendo che altri non parlavadisse: - Poiché m'avete fattocominciare a mostrar l'amore felice al nostro cortegiano non giovanevoglio pur condurlo un poco piú avanti; perché star inquesto termine è pericoloso assaiatteso checome piúvolte s'è dettol'anima è inclinatissima ai sensi; ebenché la ragion col discorso elegga bene e conosca quellabellezza non nascer dal corpo e però ponga freno ai desidèrinon onestipur il contemplarla sempre in quel corpo spesso preverteil vero giudicio; e quando altro male non ne avvenisseil starassente dalla cosa amata porta seco molta passioneperché loinflusso di quella bellezzaquando è presentedona mirabildiletto all'amante e riscaldandogli il core risveglia e liquefàalcune virtú sopite e congelate nell'animale quali nutritedal calore amoroso si diffundeno e van pullulando intorno al coreemandano fuor per gli occhi quei spirtiche son vapori sottilissimifatti della piú pura e lucida parte del sanguei qualiricevono la imagine della bellezza e la formano con mille variiornamenti; onde l'anima si diletta e con una certa maraviglia sispaventa e pur gode equasi stupefattainsieme col piacere sentequel timore e riverenzia che alle cose sacre aver si sòle eparle d'esser nel suo paradiso.



LVXI.

L'amante adunque che considera labellezza solamente nel corpoperde questo bene e questa felicitàsúbito che la donna amataassentandosilassa gli occhisenza il suo splendore econseguentementel'anima viduata del suobene; perchéessendo la bellezza lontanaquell'influssoamoroso non riscalda il core come faceva in presenziaonde i meatirestano àrridi e secchie pur la memoria della bellezza moveun poco quelle virtù dell'animatalmente che cercano didiffundere i spirti; ed essitrovando le vie otturatenon hannoesitoe pur cercano d'usciree cosí con quei stimulirinchiusi pungon l'anima e dànnole passione acerbissimacomea' fanciulli quando dalle tenere gingive cominciano a nascere identi. E di qua procedono le lacrimei sospirigli affanni e itormenti degli amanti; perché l'anima sempre s'affligge etravaglia e quasi diventa furiosafin che quella cara bellezza sele appresenta un'altra volta; ed allor súbito s'acqueta erespira ed a quella tutta intenta si nutrisce di cibo dulcissimonémai da cosí suave spettacolo partir vorria. Per fuggiradunque il tormento di questa assenzia e goder la bellezza senzapassionebisogna che 'l cortegiano con l'aiuto della ragionerevochi in tutto il desiderio dal corpo alla bellezza sola equantopiú pola contempli in se stessa simplice e pura e dentronella imaginazione la formi astratta da ogni materia; e cosíla faccia amica e cara all'anima suaed ivi la goda e seco l'abbiagiorno e nottein ogni tempo e locosenza dubbio di perderla mai;tornandosi sempre a memoria che 'l corpo è cosa diversissimadalla bellezzae non solamente non le accrescema le diminuisce lasua perfezione. Di questo modo sarà il nostro cortegiano nongiovane fuor di tutte le amaritudini e calamità che sentonquasi sempre i giovanicome le gelosiei sospettili sdegnil'irele disperazioni e certi furor pieni di rabbia dai qualispesso son indutti a tanto errorche alcuni non solamente battonquelle donne che amanoma levano la vita a se stessi; non faràingiuria a maritopadrefratelli o parenti della donna amata; nondarà infamia a lei; non sarà sforzato di raffrenartalor con tanta difficultà gli occhi e la lingua per nonscoprir i suoi desidèri ad altri; non di tollerar le passionidelle partitené delle assenzie; ché chiuso nel coresi porterà sempre seco il suo precioso tesoro ed ancora pervirtú della imaginazione si formerà dentro in sestesso quella bellezza molto piú bella che in effetto nonsarà.



LVXII.

Ma tra questi beni troveranne loamante un altro ancor assai maggiorese egli vorrà servirsidi questo amore come d'un grado per ascendere ad un altro molto piúsublime: il che gli succederàse tra sé anderàconsiderando come stretto legame sia il star sempre impedito nelcontemplar la bellezza d'un corpo solo; e peròper uscire diquesto cosí angusto termineaggiungerà nel pensiersuo a poco a poco tanti ornamentiche cumulando insieme tutte lebellezze farà un concetto universale e ridurrà lamoltitudine d'esse alla unità di quella sola che generalmentesopra la umana natura si spande; e cosí non piú labellezza particular d'una donnama quella universaleche tutti icorpi adornacontemplarà; onde offuscato da questo maggiorlumenon curerà il minoreed ardendo in piúeccellente fiammapoco estimarà quello che prima avea tantoapprezzato. Questo grado d'amorebenché sia molto nobile etale che pochi vi giungononon però ancor si po chiamarperfettoperché per essere la imaginazione potenzia organicae non aver cognizione se non per quei principi che le sonsumministrati dai sensinon è in tutto purgata delle tenebremateriali; e peròbenché consideri quella bellezzauniversale astratta ed in sé solapur non la discerne benchiaramentené senza qualche ambiguità per laconvenienzia che hanno i fantasmi col corpoonde quelli chepervengono a questo amore sono come i teneri augelli che comincianoa vestirsi di piumechebenché con l'ale debili si levino unpoco a volopur non osano allontanarsi molto dal nidonécommettersi a' venti ed al ciel aperto.



LVXIII.

Quando adunque il nostro cortegianosarà giunto a questo terminebenché assai feliceamante dir si possa a rispetto di quelli che son summersi nellamiseria dell'amor sensualenon però voglio che se contentima arditamente passi più avantiseguendo per la sublimestrada drieto alla guida che lo conduce al termine della verafelicità; e cosí in loco d'uscir di se stesso colpensierocome bisogna che faccia chi vol considerar la bellezzacorporalesi rivolga in se stesso per contemplar quella che si vedecon gli occhi della menteli quali allor cominciano ad esser acutie perspicaciquando quelli del corpo perdono il fior della lorovaghezza; però l'animaaliena dai viciipurgata dai studidella vera filosofiaversata nella vita spirituale ed esercitatanelle cose dell'intellettorivolgendosi alla contemplazion dellasua propria sustanziaquasi da profundissimo sonno risvegliataaprequegli occhi che tutti hanno e pochi adopranoe vede in se stessaun raggio di quel lume che è la vera imagine della bellezzaangelica a lei communicatadella quale essa poi communica al corpouna debil umbra; peròdivenuta cieca alle cose terrenesifa oculatissima alle celesti; e talorquando le virtú motivedel corpo si trovano dalla assidua contemplazione astratteo verodal sonno legatenon essendo da quelle impeditasente un certo odornascoso della vera bellezza angelicae rapita dal splendor diquella luce comincia ad infiammarsi e tanto avidamente la seguechequasi diviene ebria e fuor di se stessaper desiderio d'unirsi conquellaparendole aver trovato l'orma di Dionella contemplaziondei qualecome nel suo beato finecerca di riposarsi; e peròardendo in questa felicissima fiammasi leva alla sua piúnobil parteche è l'intelletto; e quivinon piúadombrata dalla oscura notte delle cose terrenevede la bellezzadivina; ma non però ancor in tutto la gode perfettamenteperché la contempla solo nel suo particular intellettoilqual non po esser capace della immensa bellezza universale. Ondenonben contento di questo beneficioamore dona all'anima maggiorfelicità; chésecondo che dalla bellezza particulard'un corpo la guida alla bellezza universal di tutti i corpicosíin ultimo grado di perfezione dallo intelletto particular la guidaallo intelletto universale. Quindi l'animaaccesa nel santissimofoco del vero amor divinovola ad unirsi con la natura angelica enon solamente in tutto abbandona il sensoma piú non habisogno del discorso della ragione; chétransformata inangelointende tutte le cose intelligibilie senza velo o nubealcuna vede l'amplo mare della pura bellezza divina ed in sélo ricevee gode quella suprema felicità che dai sensi èincomprensibile.



LXIX.

Se adunque le bellezzeche tutto dícon questi nostri tenebrosi occhi veggiamo nei corpi corruttibiliche non son però altro che sogni ed umbre tenuissime dibellezzaci paion tanto belle e grazioseche in noi spessoaccenden foco ardentissimo e con tanto dilettoche riputiamo niunafelicità potersi agguagliar a quella che talor sentimo per unsol sguardo che ci venga dall'amata vista d'una donnache felicemaravigliache beato stupore pensiamo noi che sia quellocheoccupa le anime che pervengono alla visione della bellezza divina!che dolce fiammache incendio suave creder si dee che sia quelloche nasce dal fonte della suprema e vera bellezza! che èprincipio d'ogni altra bellezzache mai non cresce né scema;sempre bella e per se medesimatanto in una partequantonell'altrasimplicissima; a se stessa solamente similee di niunaaltra participe; ma talmente bellache tutte le altre cose belleson belle perché da lei participan la sua bellezza. Questa èquella bellezza indistinta dalla somma bontàche con la sualuce chiama e tira a sé tutte le cose; e non solamente alleintellettuali dona l'intellettoalle razionali la ragioneallesensuali il senso e l'appetito di viverema alle piante ancora edai sassi communicacome un vestigio di se stessail moto e quelloinstinto naturale delle lor proprietà. Tanto adunque èmaggiore e piú felice questo amor degli altriquanto lacausa che lo move è più eccellente; e peròcome il foco materiale affina l'orocosí questo focosantissimo nelle anime distrugge e consuma ciò che v'èdi mortale e vivifica e fa bella quella parte celesteche in esseprima era dal senso mortificata e sepulta. Questo è il rogonel quale scrivono i poeti esser arso Ercule nella summitàdel monte Oeta e per tal incendio dopo morte esser restato divino edimmortale'; questo è lo ardente rubo di Mosèle linguedispartite di focol'infiammato carro di Eliail quale raddoppiala grazia e felicità nell'anime di coloro che son degni divederloquando da questa terrestre bassezza partendo se ne volaverso il cielo. Indriciamo adunque tutti i pensieri e le forzedell'anima nostra a questo santissimo lumeche ci mostra la via cheal ciel conduce; e drieto a quellospogliandoci gli affetti che neldescendere ci eravamo vestitiper la scala che nell'infimo gradotiene l'ombra di bellezza sensuale ascendiamo alla sublime stanziaove abita la celesteamabile e vera bellezzache nei secretipenetrali di Dio sta nascostaacciò che gli occhi profaniveder non la possano; e quivi trovaremo felicissimo termine ainostri desidèrivero riposo nelle fatichecerto rimedionelle miseriemedicina saluberrima nelle infirmitàportosicurissimo nelle turbide procelle del tempestoso mar di questa vita.



LXX.

Qual sarà adunqueo Amorsantissimolingua mortal che degnamente laudar ti possa? Tubellissimobonissimosapientissimodalla unione della bellezza ebontà e sapienzia divina derivi ed in quella staied a quellaper quella come in circulo ritorni. Tu dulcissimo vinculo del mondomezzo tra le cose celesti e le terrenecon benigno temperamentoinclini le virtú superne al governo delle inferiori erivolgendo le menti de' mortali al suo principiocon quello lecongiungi. Tu di concordia unisci gli elementimovi la natura aprodurre e ciò che nasce alla succession della vita. Tu lecose separate adunialle imperfette dài la perfezionealledissimili la similitudinealle inimiche la amiciziaalla terra ifruttial mar la tranquillitàal cielo il lume vitale. Tupadre sei de' veri piaceridelle graziedella pacedellamansuetudine e benivolenziainimico della rustica feritàdella ignaviain somma principio e fine d'ogni bene. E perchéabitar ti diletti il fior dei bei corpi e belle anime e di làtalor mostrarti un poco agli occhi ed alle menti di quelli che degnison di vedertipenso che or qui fra noi sia la tua stanzia. PeròdégnatiSignord'udir i nostri prieghiinfundi te stessonei nostri cori e col splendor del tuo santissimo foco illumina lenostre tenebre e come fidata guida in questo cieco labirintomostraci il vero camino. Correggi tu la falsità dei sensi edopo 'l lungo vaneggiare donaci il vero e sodo bene; facci sentirquegli odori spirituali che vivifican le virtúdell'intellettoed udir l'armonia celeste talmente concordantechein noi non abbia loco piú alcuna discordia di passione;inebriaci tu a quel fonte inesausto di contentezza che sempre dilettae mai non saziaed a chi bee delle sue vive e limpide acque dàgusto di vera beatitudine; purga tu coi raggi della tua luce gliocchi nostri dalla caliginosa ignoranziaacciò che piúnon apprezzino bellezza mortale e conoscano che le cose che primaveder loro pareanon sonoe quelle che non vedeano veramente sono;accetta l'anime nostreche a te s'offeriscono in sacrificio;abbrusciale in quella viva fiamma che consuma ogni bruttezzamaterialeacciò che in tutto separate dal corpocon perpetuoe dolcissimo legame s'uniscano con la bellezza divinae noi da noistessi alienaticome veri amantinello amato possiamtransformarsie levandone da terra esser ammessi al convivio degliangelidovepasciuti d'ambrosia e nèttare immortaleinultimo moriamo di felicissima e vital mortecome già morironoquegli antichi Padril'anime dei quali tu con ardentissima virtúdi contemplazione rapisti dal corpo e congiungesti con Dio -.



LXXI.

Avendo il Bembo insin qui parlato contanta veemenziache quasi pareva astratto e fuor di séstavasi cheto e immobiletenendo gli occhi verso il cielocomestupido; quando la signora Emiliala quale insieme con gli altriera stata sempre attentissima ascoltando il ragionamentolo preseper la falda della robba e scuotendolo un poco disse: - Guardatemesser Pietroche con questi pensieri a voi ancora non si separil'anima dal corpo. - Signora- rispose messer Pietro- non sariaquesto il primo miraculoche amor abbia in me operato -. Allora lasignora Duchessa e tutti gli altri cominciarono di novo a farinstanzia al Bembo che seguitasse il ragionamentoe ad ognuno pareaquasi sentirsi nell'animo una certa scintilla di quell'amor divinoche lo stimulassee tutti desideravano d'udir piú oltre; mail Bembo- Signori- suggiunse- io ho detto quello che 'l sacrofuror amoroso improvvisamente m'ha dettato; ora che par che piúnon m'aspirinon saprei che dire; e penso che amor non voglia chepiú avanti siano scoperti i suoi secretiné che ilcortegiano passi quel grado che ad esso è piacciuto ch'io glimostri; e perciò non è forse licito parlar piúdi questa materia -.



LXXII.

- Veramente- disse la signoraDuchessa- se 'l cortegiano non giovane sarà tale cheseguitar possa il camino che voi gli avete mostratoragionevolmentedovrà contentarsi di tanta felicità e non avere invidiaal giovane -. Allora messer Cesare Gonzaga- La strada- disse-che a questa felicità conduceparmi tanto ertache a granpena credo che andar vi si possa -. Suggiunse il signor Gaspar: -L'andarvi credo che agli omini sia difficilema alle donneimpossibile -. Rise la signora Emilia e disse: - Signor Gasparsetante volte ritornate al farci ingiuriavi prometto che non vi siperdonerà piú -.

Rispose il signor Gaspar: - Ingiurianon vi si fadicendo che l'anime delle donne non sono tanto purgatedalle passioni come quelle degli omininé versate nellecontemplazionicome ha detto messer Pietro che è necessarioche sian quelle che hanno da gustar l'amor divino. Però nonsi legge che donna alcuna abbia avuta questa graziama símolti omini come PlatoneSocrate e Plotino e molt'altri; e de'nostri tanti santi Padri come san Francescoa cui un ardentespirito amoroso impresse il sacratissimo sigillo delle cinquepiaghe; né altro che virtú d'amor poteva rapire sanPaulo apostolo alla visione di quei secreti di che non èlicito all'uom parlare; né mostrar a san Stefano i cieliaperti -. Quivi rispose il Magnifico Iuliano: - Non saranno inquesto le donne punto superate dagli ominiperché Socrateistesso confessatutti i misterii amorosi che egli sapevaesserglistati rivelati da una donnache fu quella Diotima; e l'angelo checol foco d'amor impiagò san Francescodel medesimo carattereha fatto ancor degne alcune donne alla età nostra. Doveteancor ricordarvi che a santa Maria Magdalena furono rimessi moltipeccati perché ella amò moltoe forse non con minorgrazia che san Paulo fu ella molte volte rapita dall'amor angelicoal terzo cielo; e di tante altrele qualicome ieri piúdiffusamente narraiper amor del nome di Cristo non hanno curato lavitané temuto i straziné alcuna maniera di morteper orribile e crudele che ella fosse; e non eranocome vole messerPietro che sia il suo cortegianovecchiema fanciulle tenere edelicateed in quella età nella quale esso dice che si devecomportar agli omini l'amor sensuale -.



LXXIII.

Il signor Gaspar cominciava aprepararsi per rispondere; ma la signora Duchessa- Di questo-disse- sia giudice messer Pietro Bembo e stiasi alla suasentenziase le donne sono cosí capaci dell'amor divino comegli ominio no. Ma perché la lite tra voi potrebbe essertroppo lungasarà ben a differirla insino a domani. - Anzi aquesta sera- disse messer Cesare Gonzaga. - E come a questa sera?- disse la signora Duchessa. Rispose messer Cesare: - Perchégià è di giorno; - e mostrolle la luce che incominciavaad entrar per le fissure delle finestre. Allora ognuno si levòin piedi con molta maravigliaperché non pareva che iragionamenti fossero durati piú del consuetoma perl'essersi incominciati molto piú tardi e per la loropiacevolezza aveano ingannato quei signori tantoche non s'eranoaccorti del fuggir dell'ore; né era alcuno che negli occhisentisse gravezza di sonnoil che quasi sempre intervienequandol'ora consueta del dormire si passa in vigilia. Aperte adunque lefinestre da quella banda del palazzo che riguarda l'alta cima delmonte di Catrividero già esser nata in oriente una bellaaurora di color di rose e tutte le stelle sparitefuor che la dolcegovernatrice del ciel di Venereche della notte e del giorno tiene iconfini; dalla qual parea che spirasse un'aura soaveche dimordente fresco empiendo l'ariacominciava tra le mormoranti selvede' colli vicini a risvegliar dolci concenti dei vaghi augelli. Ondetuttiavendo con riverenzia preso commiato dalla signora Duchessas'inviarono verso le lor stanzie senza lume di torchibastando lorquello del giorno; e quando già erano per uscir dalla cameravoltossi il signor Prefetto alla signora Duchessa e disse: -Signoraper terminar la lite tra 'l signor Gaspar e 'l signorMagnificoveniremo col giudice questa sera piú per tempo chenon si fece ieri -. Rispose la signora Emilia: - Con patto che se 'lsignor Gaspar vorrà accusar le donne e dar lorocome èsuo costumequalche falsa calunniaesso ancora dia sicurtàdi star a ragioneperch'io lo allego suspetto fuggitivo -.


FINE