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BenvenutoCellini


LAVITA DI BENVENUTO CELLINI FIORENTINO

scritta(per lui medesimo) in Firenze







Questamia Vita travagliata io scrivo

perringraziar lo Dio della natura

chemi diè l'alma e poi ne ha 'uto cura

altediverse 'mprese ho fatte e vivo.


Quelmio crudel Destind'offes'ha privo

vitaorgloria e virtú piú che misura

graziavalorbeltàcotal figura

chemolti io passoe chi mi passa arrivo.


Solmi duol grandemente or ch'io cognosco

quelcaro tempo in vanità perduto:

nostrifragil pensier senporta 'l vento.


Poiche 'lpentir non valstarò contento

salendoqual'io scesi il Benvenuto

nelfior di questo degno terren tosco.



Ioavevo cominciato a scrivere di mia mano questa mia Vitacome si puòvedere in certe carte rappiccatema considerando che io perdevotroppo tempo e parendomi una smisurata vanitàmi capitòinanzi un figliuolo di Michele di Goro dalla Pieve a Groppinefanciullino di età di anni XIII incirca ed eraammalatuccio. Io lo cominciai afare scrivere e in mentre che iolavoravogli dittavo la Vita mia; e perché ne pigliavoqualche piacerelavoravo molto piú assiduo e facevo assai piúopera. Cosí lasciai al ditto tal caricaquale spero dicontinuare tanto innanzi quanto mi ricorderò.




LIBROPRIMO


I.Tutti gli uomini d'ogni sorteche hanno fatto qualche cosa che siavirtuosao sí veramente che le virtú somiglidoverienoessendo veritieri e da benedi lor propia mano descriverela loro vita; ma non si doverrebbe cominciare una tal bella impresaprima che passato l'età de' quarant'anni. Avvedutomi d'una talcosaora che io cammino sopra la mia età de' cinquantottoanni finitie sendo in Fiorenze patria miasovvenendomi di molteperversità che avvengono a chi vive; essendo con manco di esseperversitàche io sia mai stato insino a questa etàanzi mi pare di essere con maggior mio contento d'animo e di sanitàdi corpo che io sia mai stato per lo addietro; e ricordandomi dialcuni piacevoli beni e di alcuni innistimabili malili qualivolgendomi in drietomi spaventano di maraviglia che io sia arrivatoinsino a questa età de' 58 annicon la quali tantofelicemente iomediante la grazia di Dio cammino innanzi.


II.Con tutto che quegli uomini che si sono affaticati con qualche pocodi sentore di virtú hanno dato cognizione di loro al mondoquella sola doverria bastarevedutosi essere uomo e conosciuto; maperché egli è di necessità vivere innel modo cheuno truova come gli altri vivonoperò in questo modo ci siinterviene un poco di boriosità di mondola quali ha piúdiversi capi. Il primo si è far sapere agli altriche l'uomoha la linea sua da persone virtuose e antichissime. Io son chiamatoBenvenuto Cellinifigliuolo di maestro Giovanni d'Andrea diCristofano Cellini; mia madre madonna Elisabetta di Stefano Granaccie l'uno e l'altra cittadini fiorentini. Troviamo scritto innellecroniche fatte dai nostri Fiorentini molto antichi e uomini di fedesecondo che scrive Giovanni Villanisí come si vede la cittàdi Fiorenze fatta a imitazione della bella città di Romae sivede alcuni vestigi del Collosseo e delle Terme. Queste cose sonopresso a Santa Croce; il Campitoglio era dove è oggi ilMercato Vecchio; la Rotonda è tutta in pièche fufatta per il tempio di Marte; oggi è per il nostro SanGiovanni. Che questo fussi cosíbenissimo si vede e non sipuò negare; ma sono ditte fabbriche molto minore di quelle diRoma. Quello che le fece fare dicono essere stato Iulio Cesare conalcuni gentili uomini romanichevinto e preso Fiesolein questoluogo edificorno una cittàe ciascuni di loro prese affareuno di questi notabili edifizii. Aveva Iulio Cesare un suo primo evaloroso capitanoil quali si domandava Fiorino da Cellinoche èun castello il quali è presso a Monte Fiasconi a dua miglia.Avendo questo Fiorino fatti i sua alloggiamenti sotto Fiesoledove èora Fiorenzeper esser vicini al fiume d'Arno per comoditàdello esercitotutti quelli soldati e altriche avevano affare delditto capitanodicevano:

-Andiamo a Fiorenze - sí perché il ditto capitano avevanome Fiorinoe perché innel luogo che lui aveva li ditti suaalloggiamentiper natura del luogo era abbundantissima quantitàdi fiori. Cosí innel dar principio alla cittàparendoa Iulio Cesarequestobellissimo nome e posto accasoe perchéi fiori apportano buono aurioquesto nome di Fiorenze pose nome alladitta città; e ancora per fare un tal favore al suo valorosocapitanoe tanto meglio gli volevaper averlo tratto di luogo moltoumilee per essere un tal virtuoso fatto dallui. Quel nome chedicono questi dotti immaginatori e investigatori di tal dipendenziedi nomidicono per essere fluente a l'Arno; questo non pare chepossi stareperché Roma è fluente al TeveroFerrara èfluente al PoLione è fluente alla SonnaParigi èfluente alla Senna; però hanno nomi diversi e venuti per altravia. Noi troviamo cosíe cosí crediamo dipendere dauomo virtuoso. Di poi troviamo essere de' nostri Cellini in Ravennapiú antica città di Italiae quivi è grangentili uomini; ancora n'è in Pisae ne ho trovati in moltiluoghi di Cristianità; e in questo Stato ancora n'èrestato qualche casatapur dediti all'arme; ché non sonomolti anni da oggi che un giovane chiamato Luca Cellinigiovanesenza barbacombatté con uno soldato pratico e valentissimouomoche altre volte aveva combattuto in isteccatochiamatoFrancesco da Vicorati. Questo Luca per propria virtú conl'arme in mano lo vinse e amazzò con tanto valore e virtúche fe' maravigliare il mondoche aspettava tutto il contrario: inmodo che io mi glorio d'avere lo ascendente mio da uomini virtuosi.Ora quanto io m'abbia acquistato qualche onore alla casa mialiquali a questo nostro vivere di oggi per le cause che si sannoe perl'arte miaquali non è materia da gran cose al suo luogo iole dirò; gloriandomi molto piú essendo nato umile eaver dato qualche onorato prencipio alla casa miache se io fussinato di gran lignaggioe colle mendacie qualità io l'avessimacchiata o stinta. Per tanto darò prencipio come a Diopiacque che io nascessi.


III.Si stavano innella Val d'Ambra li mia antichie quivi avevano moltaquantità di possessioni; e come signorottilàritiratisi per le parte vivevano: erano tutti uomini dediti all'armee bravissimi. In quel tempo un lor figliuoloil minoreche sichiamò Cristofanofece una gran quistione con certi lorvicini e amici: e perché l'una e l'altra parte dei capi dicasa vi avevano misso le manie veduto costoro essere il fuocoacceso di tanta importanzache e' portava pericolo che le duefamiglie si disfacessino affatto; considerato questo quelli piúvecchid'accordoli mia levorno via Cristofanoe cosíl'altra parte levò via l'altro giovane origine dellaquistione. Quelli mandorno il loro a Siena; li nostri mandornoCristofano a Firenzee quivi li comperorno una casetta in via Chiaradal monisterio di Sant'Orsolae al ponte a Rifredi li comperornoassai buone possessioni. Prese moglie il ditto Cristofano in Fiorenzeed ebbe figliuoli e figliuolee acconcie tutte le sue figliuoleilrestante si compartirno li figliuolidi poi la morte di lor padre.La casa di via Chiara con certe altre poche cose toccò a unode' detti figliuoliche ebbe nome Andrea. Questo ancora lui presemoglie ed ebbe quattro figliuoli masti. Il primo ebbe nome Girolamoil sicondo Bartolomeoil terzo Giovanniche poi fu mio padreilquarto Francesco. Questo Andrea Cellini intendeva assai del mododella architettura di quei tempiecome sua artedi essa viveva;Giovanniche fu mio padrepiú che nissuno degli altri vidette opera. E perchésí come dice Vitruioin fral'altre cosevolendo fare bene detta artebisogna avere alquanto dimusica e buon disegnoessendo Giovanni fattosi buon disegnatorecominciò a dare opera alla musicae insieme con essa imparòa sonare molto bene di viola e di flauto; ed essendo persona moltostudiosapoco usciva di casa. Avevano per vicino a muro uno che sichiamava Stefano Granacciil quale aveva parecchi figliuole tuttebellissime. Sí come piacque a DioGiovanni vidde una diqueste ditte fanciulle che aveva nome Elisabetta; e tanto li piacqueche lui la chiese per moglie: e perché l'uno e l'altro padrebenissimo per la stretta vicinità si conoscevanofu facile afare questo parentado; e a ciascuno di loro gli pareva d'avere moltobene acconcie le cose sue. In prima quei dua buon vecchioniconchiusono il parentadodi poi cominciorno a ragionare della dotaed essendo infra di loro qualche poco di amorevol disputa; perchéAndrea diceva a Stefano:

-Giovanni mio figliuolo è 'l piú valente giovane e diFirenze e di Italiae se io prima gli avessi voluto dar moglieareiaúte delle maggior dote che si dieno a Firenze a' nostri pari- e Stefano diceva:

-Tu hai mille ragionima io mi truovo cinque fanciullecon tantialtri figliuolichefatto il mio contoquesto è quanto iomi posso stendere -.



Giovanniera stato un pezzo a udire nascosto da loroe sopraggiuntoall'improvviso disse:

-O mio padrequella fanciulla ho desiderata e amatae none li lorodinari; tristo a coloro che si vogliono rifare in su la dota dellalor moglie. Sí benecome voi vi siate vantato che io sia cosísaccenteo non saprò io dare le spese alla mia moglieesattisfarla alli sua bisogni con qualche somma di dinari manco che 'lvoler vostro? Ora io vi fo intendere che la donna è la mia ela dota voglio che sia la vostra -.

Aquesto sdegnato alquanto Andrea Celliniil quale era un po'bizzarrettofra pochi giorni Giovanni menò la sua donnaenon chiese mai piú altra dota. Si goderno la lor giovinezza eil loro santo amore diciotto annipure con gran disiderio di averfigliuoli: di poi in diciotto anni la detta sua donna si sconciòdi dua figliuoli masticausa della poca intelligenza de' medici; dipoi di nuovo ingravidò e partorí una femminache gliposono nome Cosaper la madre di mio padre. Di poi dua anni di nuovoingravidò: e perché quei vizii che hanno le donnegravidemolto vi si pon curagli erano appunto come quegli delparto dinanzi; in modo che erano resoluti che la dovessi fare unafemmina come la primae gli avevono d'accordo posto nome Reparataper rifare la madre di mia madre. Avvenne che la partorí unanotte di tutti e' Santifinito il dí d'Ognisanti a quattroore e mezzo innel mille cinquecento a punto. Quella allevatricechesapeva che loro l'aspettavano femminapulito che l'ebbe la creaturainvolta in bellissimi panni bianchigiunse cheta cheta a Giovannimio padree disse:

-Io vi porto un bel presentequal voi non aspettavi -.

Miopadreche era vero filosafostava passeggiando e disse:

-Quello che Idio mi dàsempre m'è caro - e scoperto ipannicoll'occhio vidde lo inaspettato figliuolo mastio. Aggiuntoinsieme le vecchie palmecon esse alzò gli occhi a Dioedisse:

-Signoreio ti ringrazio con tutto 'l cuor mio; questo m'èmolto caroe sia il Benvenuto -.

Tuttequelle persone che erano quivilietamente lo domandavanocome e' sigli aveva a por nomeGiovanni mai rispose loro altro se nome:

-E' sia il Benvenuto -; e risoltisital nome mi diede il santoBattesimoe cosí mi vo vivendo con la grazia di Dio.



IV.Ancora viveva Andrea Cellini mio avoche io avevo già l'etàdi tre anni incircae lui passava li cento anni. Avevano un giornomutato un certo cannone d'uno acquaioe del detto n'era uscito ungrande scarpioneil quali loro non l'avevano vedutoed era delloacquaio sceso in terrae itosene sotto una panca: io lo vidiecorso alluigli missi le mani a dosso. Il detto era sígrandeche avendolo innella picciola manoda uno degli latiavanzava fuori la codae da l'altro avanzava tutt'a dua le bocche.Diconoche con gran festa io corsi al mio avodicendo; - Vedinonno mioil mio bel granchiolino! - Conosciuto il dittoche gliera uno scarpioneper il grande spavento e per la gelosia di mefuper cader morto; e me lo chiedeva con gran carezze: io tanto piúlo strignevo piagnendoché non lo volevo dare a persona. Miopadreche ancora egli era in casacorse a cotai gridae stupefattonon sapeva trovare rimedioche quel velenoso animale non miuccidessi. In questo gli venne veduto un paro di forbicine: cosílusingandomigli tagliò la coda e le bocche. Di poi che luifu sicuro del gran malelo prese per buono aurio.


Innellaetà di cinque anni in circaessendo mio padre in una nostracellettainnella quale si era fatto bucato ed era rimasto un buonfuoco di querciuoliGiovanni con una viola in braccio sonava ecantava soletto intorno a quel fuoco. Era molto freddo:


guardandoinnel fuocoaccaso vidde in mezzo a quelle piú ardente fiammeuno animaletto come una lucertolail quale si gioiva in quelle piúvigorose fiamme. Subito avedutosi di quel che gli erafece chiamarela mia sorella e mee mostratolo a noi bambinia me diede una granceffataper la quali io molto dirottamente mi missi a piagnere. Luipiacevolmente rachetatomimi disse cosí:

-Figliolin mio caroio non ti do per male che tu abbia fattoma soloperché tu ti ricordi che quella lucertola che tu vedi innelfuocosi è una salamandraquali non s'è veduta maipiú per altridi chi ci sia notizia vera - e cosí mibaciò e mi dette certi quattrini.


V.Cominciò mio padre a 'nsegnarmi sonare di flauto e cantare dimusica; e con tutto che l'età mia fussi tenerissimadove ipiccoli bambini sogliono pigliar piacere d'un zufolino e di similitrastulliio ne avevo dispiacere inistimabilema solo per ubbidiresonavo e cantavo. Mio padre faceva in quei tempi organi con canne dilegno maravigliosigravi cembolii migliori e piú belli cheallora si vedessinovioleliutiarpe bellissime edeccellentissime. Era ingegneree per fare strumenticome modi digittar pontimodi di gualchierealtre macchinelavoravamiracolosamente; d'avorio e' fu il primo che lavorassi bene. Maperché lui s'era innamorato di quella che seco mi fu di padreed ella madreforse per causa di quel flautettofrequentandoloassai piú che il doverefu chiesto dalliPifferi dellaSignoria di sonare insieme con esso loro. Cosí seguitando untempo per suo piacerelo sobillorno tanto che e' lo feciono de' lorcompagni pifferi. Lorenzo de Medicie Piero suo figlioloche glivolevano gran benevedevano di poi che lui si dava tutto al pifferoe lasciava in drieto il suo bello ingegno e la sua bella arte: lofeciono levare di quel luogo. Mio padre l'ebbe molto per malee gliparve che loro gli facessino un gran dispiacere. Subito si rimiseall'artee fece uno specchiodi diamitro di un braccio in circadiosso e avoriocon figure e fogliamicon gran pulizia e grandisegno. Lo specchio si era figurato una ruota: in mezzo era lospecchio; intorno era sette tondiinne' quali era intagliato ecommesso di avorio e osso nero le sette Virtú; e tutto lospecchioe cosí le ditte Virtú erano in un bilico; inmodo che voltando la ditta ruotatutte le virtú si movevano;e avevano un contrapeso ai piediche le teneva diritte. E perchélui aveva qualche cognizione della lingua latinaintorno a dittospecchio vi fece un verso latinoche diceva: "Per tutti ilversi che volta la ruota di Fortunala Virtú resta in piede":


Rotasum; semperquoquo me verto stat virtus


Ivia poco tempo gli fu restituito il suo luogo del piffero. Se benealcune di queste cose furno innanzi ch'io nascessiricordandomid'essenon l'ho volute lasciare indietro. In quel tempo quellisonatori si erano tutti onoratissimi artigianie v'era alcuni diloro che facevano l'arte maggiori di seta e lana; qual fu causa chemio padre non si sdegnò a fare questa tal professione. Elmaggior desiderio che lui aveva al mondocirca i casi miasi erache io divenissi un gran sonatore; e 'l maggior dispiacere che iopotessi avere al mondosi era quando lui me ne ragionavadicendomiche se io volevomi vedeva tanto atto a tal cosache io sarei ilprimo omo del mondo.


VI.Come ho dittomio padre era un gran servitore e amicissimo dellacasa de' Medicie quando Piero ne fu cacciatosi fidò di miopadre in moltissime cose molte importantissime. Di poivenuto ilmagnifico Piero Soderiniessendo mio padre al suo ufizio del sonaresaputo il Soderini il maraviglioso ingegno di mio padrese necominciò a servire in cose molte importantissime comeingegnere: e in mentre che 'l Soderino stette in Firenze volse tantobene a mio padrequanto immaginar si possi al mondo; e in questotempo ioche era di tenera etàmio padre mi faceva portarein colloe mi faceva sonare di flautoe facevo sovranoinsieme coni musici del palazzo innanzi alla Signoriae sonavo al libroe untavolaccino mi teneva in collo. Di poi il Gonfalonieriche era ildetto Soderinopigliava molto piacere di farmi cicalaree mi davade' confetti e diceva a mio padre:

-Maestro Giovanniinsegnali insieme con il sonare quelle altre tuebellissime arte - al cui mio padre rispondeva:

-Io non voglio che e' faccia altra arteche 'l sonare e comporre;perché in questa professione io spero fare il maggiore uomodel mondose Idio gli darà vita -.

Aqueste parole rispose alcuno di quei vecchi Signoridicendo amaestro Giovanni:

-Fa' quello che ti dice il Gonfaloniere; perché sarebbe eglimai altro che un buono sonatore?


-Cosí passò un tempoinsino che i Medici ritornorno.Subito ritornati i Mediciil cardinaleche fu poi papa Leonefecemolte carezze a mio padre. Quella armeche era al palazzo de'Medicimentre che loro erano stati fuoriera stato levato da essale pallee vi avevano fatto dipignere una gran croce rossaqualiera l'arme e insegna del Comune: in modo chesubito tornatisirastiò la croce rossae in detto scudo vi si comisse le suepalle rossee misso il campo d'orocon molta bellezza acconcie. Miopadreil quali aveva un poco di vena poetica naturale stiettaconalquanto di profeticache questo certo era divino in luisotto alladitta armesubito che la fu scopertafece questi quattro versi:dicevan cosí:


Quest'armeche sepulta è stato tanto sotto la santa croce mansuetamostr'or la faccia gloriosa e lietaaspettando di Pietro il sacroammanto.


Questoepigramma fu letto da tutto Firenze. Pochi giorni appresso morípapa Iulio secondo. Andato il cardinale de' Medici a Romacontra aogni credere del mondo fu fatto papache fu papa Leone Xliberale e magnanimo. Mio padre gli mandò li sua quattro versidi profezia. Il papa mandò a dirgli che andasse làchebuon per lui. Non volse andare: anziin cambio di remunerazioniglifu tolto il suo luogo del palazzo da Iacopo Salviatisubito che luifu fatto Gonfaloniere. Questo fu causa che io mi missi all'orafo; eparte imparavo tale arte e parte sonavomolto contro mia voglia.


VII.Dicendomi queste paroleio lo pregavo che mi lasciassi disegnaretante ore del giornoe tutto il resto io mi metterei a sonaresoloper contentarlo. A questo mi diceva:

-Addunque tu non hai piacere di sonare? - Al quale io dicevo che noperché mi pareva arte troppa vile a quello che io avevo inanimo. Il mio buon padredisperato di tal cosami mise a bottegacol padre del cavalieri Bandinelloil quale si domandavaMichelagnoloorefice da Pinzi di Monteed era molto valente in talearte; non aveva lume di nissuna casatama era figliuolo d'uncarbonaio: questo non è da biasimare il Bandinelloil qualiha dato principio alla casa suase da buona causa la fussi venuta.Quali lo sianon mi occorre dir nulla di lui. Stato che io fui làalquanti giornimio padre mi levò dal ditto Michelognolocome quello che non poteva vivere sanza vedermi di continuo. Cosímalcontento mi stetti a sonare insino alla età de' quindicianni. Se io volessi descrivere le gran cose che mi venne fatto insinoa questa etàe in gran pericoli della propria vitafareimaravigliare chi tal cosa leggessima per non essere tanto lungo eper avere da dire assaile lascierò indietro.


Giuntoall'età de' quindici annicontro al volere di mio padre mimissi abbottega all'orefice con uno che si chiamò Antonio diSandro orafoper soprannome Marcone orafo. Questo era un bonissimopraticonee molto uomo dabbenealtiero e libero in ogni cosa sua.Mio padre non volse che lui mi dessi salariocome si usa agli altrifattoriacciò cheda poi che volontaria io pigliavo a faretale arteio mi potessi cavar lo voglia di disegnare quanto mipiaceva. E io cosí facevo molto volentierie quel mio dabbenmaestro ne pigliava maraviglioso piacere. Aveva un suo unicofigliuolo naturaleal quali lui molte volte gli comandavaperrisparmiar me. Fu tanta la gran voglia o sí veramenteinclinazionee l'una e l'altrache in pochi mesi io raggiunsi diquei buonianzi i migliori giovani dell'artee cominciai a trarrefrutto delle mie fatiche. Per questo non mancavo alcune volte dicompiacere al mio buon padreor di flauto or di cornetto sonando; esempre gli facevo cadere le lacrime con gran sospiri ogni volta chelui mi sentiva; e bene spesso per pietà lo contentavomostrando che ancora io ne cavavo assai piacere.


VIII.In questo tempoavendo il mio fratello carnale minore di me duaannimolto ardito e fierissimoqual divenne dappoi de' gran soldatiche avessi la scuola del maraviglioso signor Giovannino de' Medicipadre del duca Cosimo: questo fanciullo aveva quattordici anni incircae io dua piú di lui. Era una domenica in su le 22 orein fra la porta a San Gallo e la porta a Pintie quivi si eradisfidato con un garzone di venti anni in circa con le spade in mano:tanto valorosamente lo serravache avendolo malamente feritoseguiva piú oltre. Alla presenza era moltissime personeinfrale quali v'era assai sua parenti uomini; e veduto la cosa andare perla mala viamessono mano a molte frombole e una di quelle colse nelcapo del povero giovinetto mio fratello:


subitocadde in terra svenuto come morto. Io che a caso mi ero trovato quivie senza amici e senza armequanto io potevo sgridavo il mio fratelloche si ritirassiche quello che gli aveva fatto bastava; intanto cheil caso occorse che lui a quel modo cadde come morto. Io subito corsie presi la sua spadae dinanzi a lui mi missie contra parecchispade e molti sassimai mi scostai dal mio fratelloinsino a che dala porta a San Gallo venne alquanti valorosi soldati e mi scampornoda quella gran furiamolto maravigliandosi che in tanta giovinezzafussi tanto gran valore. Cosí portai il mio fratello insino acasa come mortoe giunto a casa si risentí con gran fatica.Guaritogli Otto che di già avevano condennati li nostriavversarie confinatigli per anniancora noi confinorno per se'mesi fuori delle dieci miglia.


Iodissi al mio fratello:

-Vienne meco - e cosi ci partimmo dal povero padree in cambio didarci qualche somma di dinariperché non n'avevaci dette lasua benedizione. Io me n'andai a Siena a trovare un certo galanteuomo che si domandava maestro Francesco Castoro; e perchéun'altra volta ioessendomi fuggito da mio padreme n'andai daquesto uomo dabbene e stetti seco certi giorniinsino che mio padrerimandò per mepure lavorando dell'arte dell'orefice; ilditto Francescogiunto a luisubito mi ricognobbe e mi misse inopera. Cosí missomi a lavorareil ditto Francesco mi donòuna casa per tanto quanto io stavo in Siena; e quivi ridussi il miofratello e mee attesi a lavorare per molti mesi. Il mio fratelloaveva principio di lettere latinema era tanto giovinetto che nonaveva ancora gustato il sapore della virtúma si andavasvagando.


IX.In questo tempo il cardinal de' Mediciil qual fu poi papa Clementeci fece tornare a Firenze alli prieghi di mio padre. Un certodiscepolo di mio padremosso da propia cattivitàdisse alditto cardinale che mi mandassi a Bologna a 'mparare a sonare bene daun maestro che v'erail quali si domandava Antonioveramentevalente uomo in quella professione del sonare. Il Cardinale disse amio padre chese lui mi mandava làche mi faria lettere difavore e d'aiuto. Mio padreche di tal cosa se ne moriva di vogliami mandò: onde iovolonteroso di vedere il mondovolentieriandai. Giunto a Bolognaio mi missi allavorare con uno che sichiamava maestro Ercole del Pifferoe cominciai a guadagnare: eintanto andavo ogni giorno per la lezione del sonaree in brevesettimane feci molto gran frutto di questo maladetto sonare; ma moltomaggior frutto feci dell'arte dell'oreficeperchénon avendoaùto dal ditto cardinale nissuno aiutomi missi in casa diuno miniatore bologneseche si chiamava Scipione Cavalletti; stavanella strada di nostra Donna del Baraccan; e quivi attesi a disegnaree a lavorare per un che si chiamava Graziadiogiudeocon il quali ioguadagnai assai bene.


Incapo di sei mesi me ne tornai a Fiorenzedove quel Pierino pifferogià stato allievo di mio padrel'ebbe molto per male; e ioper compiacere a mio padrelo andavo a trovare a casa e sonavo dicornetto e di flauto insieme con un suo fratel carnale che aveva nomeGirolamoed era parecchi anni minore del ditto Pieroed era moltoda bene e buon giovanetutto il contrario del suo fratello. Ungiorno infra li altri venne mio padre alla casa di questo Pieroperudirci sonare; e pigliando grandissimo piacere di quel mio sonaredisse:

-Io farò pure un maraviglioso sonatorecontro la voglia di chimi ha voluto impedire -.

Aquesto rispose Pieroe disse il vero:

-Molto piú utile e onore trarrà il vostro Benvenutoselui attende a l'arte dell'orafoche a questa pifferata -.

Diqueste parole mio padre ne prese tanto isdegnoveduto che ancora ioavevo il medesimo oppenione di Pieroche con gran collora gli disse:

-Io sapevo bene che tu eri tu quello che mi impedivi questo mio tantodesiderato finee sei stato quello che m'hai fatto rimuovere del mioluogo del Palazzopagandomi di quella grande ingratitudine che siusa per ricompenso de' gran benefizii. Io a te lo feci daree tu ame l'hai fatto tôrre; io a te insegnai sonare con tutte l'arteche tu saie tu impedisci il mio figliuolo che non facci la vogliamia. Ma tieni a mente queste profetiche parole: e' non ci vanondico anni o mesima poche settimaneche per questa tua tantodisonesta ingratitudine tu profonderai -.

Aqueste parole rispose Pierino e disse:

-Maestro Giovannila piú parte degli uominiquandogl'invecchianoinsieme con essa vecchiaia impazzanocome avetefatto voi; e di questo non mi maraviglioperché voi avetedato liberalissimamente via tutta la vostra robanon consideratoch'e' vostri figliuoli ne avevano aver bisogno; dove io penso fartutto il contrario: di lasciar tanto a' mia figliuoliche potrannosovenire i vostri -.

Aquesto mio padre rispose:

-Nessuno albere cattivo mai fe' buon fruttocosí per ilcontrario; e piú ti dicoche tu sei cattivo e i tua figliuolisaranno pazzi e poverie verrano per la merzé a' mia virtuosie ricchi figliuoli -.

Cosísi partí di casa suabrontolando l'uno e l'altro di pazzeparole.


Ondeioche presi la parte del mio buon padreuscendo di quella casa conesso insiemegli dissi che volevo far vendette delle ingiurie chequel ribaldo li aveva fatto - con questo che voi mi lasciateattendere a l'arte del disegno -.

Miopadre disse:

-O caro flgliuol mioancora io sono stato buono disegnatore: e perrefrigerio di tal cosí maravigliose fatiche e per amor mioche son tuo padreche t'ho ingenerato e allevato e dato principio ditante onorate virtúa il riposo di quellenon mi prometti tuqualche volta pigliar quel flauto e quel lascivissimo cornettoecon qualche tuo dilettevole piaceredilettandoti d'essosonare?


-Io dissi che síe molto volentieri per suo amore. Allora ilbuon padre disse che quelle cotai virtú sarebbon la maggiorvendetta che delle ingiurie ricevute da' sua nimici io potessi fare.Da queste parole non arrivato il mese interoche quel detto Pierinofaccendo fare una volta a una sua casache lui aveva nella via delloStudioessendo un giorno ne la sua camera terrenasopra una voltache lui faceva farecon molti compagni; venuto in propositoragionava del suo maestroch'era stato mio padre; e replicando leparole che lui gli aveva detto del suo profondarenon sítosto detteche la cameradove lui eraper esser mal gittata lavoltao pur per vera virtú di Dio che non paga il sabatoprofondò; e di quei sassi della volta e mattoni cascandoinsieme secogli fiaccorno tutte a dua le gambe; e quelli ch'eranosecorestando in su li orlicci della volta non si feceno alcun malema ben restorno storditi e maravigliati; massime di quello che pocoinnanzi lui con ischerno aveva lor ditto. Saputo questo mio padrearmatolo andò a trovaree alla presenza del suo padrechesi chiamava Niccolaio da Volterratrombetto della Signoriadisse:

-O Pieromio caro discepoloassai mi incresce del tuo male; maseti ricorda beneegli è poco tempo che io te ne avverti'; ealtanto interverrà intra i figliuoli tua e i miaquanto io tidissi -.

Pocotempo appresso lo ingrato Piero di quella infirmità si morí.Lasciò la sua impudica moglie con un suo figliuoloil qualealquanti anni a presso venne a me per elemosina in Roma. Io gnenediedisí per esser mia natura il far delle elemosine; eappresso con lacrime mi ricordai il felice istato che Pierino avevaquando mio padre li disse tal parolecioè che i figliuoli delditto Pierino ancora andrebbono per la mercé ai figliuolivirtuosi sua. E di questo sia detto assaie nessuno non si facciamai beffe dei pronostichi di uno uomo da beneavendolo ingiustamenteingiuriatoperché non è lui quel che parlaanzi èla voce de Idio istessa.


X.Attendendo pure all'arte de l'oreficee con essa aiutavo il mio buonpadre. L'altro suo figliuolo e mio fratello chiamato Cecchinocomedi sopra dissiavendogli fatto dare principio di lettere latineperché desiderava fare memaggioregran sonatore e musicoeluiminoregran litterato legista; non potendo isforzare quel chela natura ci inclinavaqual fe' me applicato all'arte del disegno eil mio fratelloquali era di bella proporzione e graziatuttoinclinato a le arme; e per essere ancor lui molto giovinettopartitosi da una prima elezione della scuola del maravigliosissimosignor Giovannino de' Medici; giunto a casadove io non eraperesser lui manco bene guarnito di pannie trovando le sue e miesorelle chedi nascosto da mio padregli detteno cappa e saio miabelle e nuove: ché oltra a l'aiuto che io davo al mio padre ealle mie buone e oneste sorellede le avanzate mie fatiche quellionorati panni mi avevo fatti; trovatomi ingannato e toltomi i dettipanniné ritrovando il fratelloche torgnene volevodissi amio padre perché e' mi lasciassi fare un sí gran tortoveduto che cosí volontieri io mi affaticavo per aiutarlo. Aquesto mi risposeche io ero il suo figliuol buonoe che quelloaveva riguadagnatoqual perduto pensava avere: e che gli era dinecessitàanzi precetto de Idio istessoche chi aveva delbene ne dessi a chi non aveva: e che per suo amore io sopportassiquesta ingiuria; Idio m'accrescerebbe d'ogni bene. Iocome giovanesanza isperienzarisposi al povero afflitto padre; e preso certo miopovero resto di panni e quattrinime ne andai alla volta di unaporta della città: e non sapendo qual porta fosse quella chem'inviasse a Romami trovai a Luccae da Lucca a Pisa. E giunto aPisaquesta era l'età di sedici anni in circafermatomipresso al ponte di mezzodove e' dicono la pietra del Pescea unabottega d'un'oreficeriaguardando con attenzione quello che quelmaestro facevail detto maestro mi domandò chi ero e cheproffessione era la mia: al quale io dissi che lavoravo un poco diquella istessa arte che lui faceva. Questo uomo da bene mi disse cheio entrassi nella bottega suae subito mi dette inanzi da lavoraree disse queste parole:


-Il tuo buono aspetto mi fa credere che tu sia da bene e buono -.



Cosími dette innanzi oroargento e gioie; e la prima giornata fornitala sera mi menò alla casa suadove lui viveva onoratamentecon una sua bella moglie e figliuoli. Ioricordatomi del dolore chepoteva aver di me il mio buon padregli scrissi come io era in casadi uno uomo molto buono e da beneil quale si domandava maestroUlivieri della Chiostrae con esso lavoravo di molte opere belle egrande; e che stessi di buona vogliache io attendevo a imparareeche io speravo con esse virtú presto riportarne a lui utile eonore. Il mio buon padre subito alla lettera rispose dicendo cosí:

-Figliuol miol'amor ch'io ti porto è tanto chese non fussiil grande onorequale io sopra ogni cosa osservosubito mi sareimesso a venire per teperché certo mi pare essere senza illume degli occhi il non ti vedere ogni dícome far solevo. Ioattenderò a finire di condurre a virtuoso onore la casa miaetu attendi a imparar delle virtú; e solo voglio che tu ricordidi queste quattro semplici parole: e queste osservae mai non te ledimenticare:

Innella casa che tu vuoi starevivi onesto e non vi rubare.


XI.Capitò questa lettera alle mane di quel mio maestro Ulivieri edi nascosto da me la lesse; di poi mi si scoperse averla lettae midisse queste parole:

-GiàBenvenuto mionon mi ingannò il tuo buonoaspettoquanto mi afferma una letterache m'è venuta allemanedi tuo padrequale è forza che lui sia molto uomo buonoe da bene; cosí fa conto d'essere nella casa tua e come contuo padre -.

Standomiin Pisa andai a vedere il Campo Santoe quivi trovai molte belleanticaglie: ciò è cassoni di marmoe in molti altriluoghi di Pisa viddi molte altre cose anticheintorno alle qualitutti e' giorni che mi avanzavano del mio lavoro della bottegaassiduamente mi affaticavo; e perché il mio maestro con grandeamore veniva a vedermi alla mia camerucciache lui mi aveva datoveduto che io spendevo tutte l'ore mie virtuosamentemi aveva postouno amore come se padre mi fusse. Feci un gran frutto in uno anno cheio vi stettie lavorai d'oro e di argento cose importante e bellele quali mi detton grandissimo animo a 'ndar piú inanzi. Miopadre in questo mezzo mi scriveva molto pietosamente che io dovessitornare a luie per ogni lettera mi ricordava che io non dovessiperdere quel sonareche lui con tanta fatica mi aveva insegnato. Aquestosubito mi usciva la voglia di non mai tornare dove luitantoaveva in odio questo maledetto sonare; e mi parve veramente istare inparadiso un anno intero che io stetti in Pisadove io non sonai mai.Alla fine de l'anno Ulivieri mio maestro gli venne occasione divenire a Firenze a vendere certe spazzature d'oro e argento che luiaveva:


eperché in quella pessima aria m'era saltato a dosso un poco difebbrecon essa e col maestro mi ritornai a Firenze; dove mio padrefece grandissime carezze a quel mio maestroamorevolmentepregandolodi nascosto da meche fussi contento non mi rimenare aPisa. Restatomi ammalatoistetti circa dua mesie mio padre congrande amorevolezza mi fece medicare e guarirecontinuamentedicendomi che gli pareva mill'anni che io fossi guaritoper sentirmiun poco sonare; e in mentre ch'egli mi ragionava di questo sonaretenendomi le dita al polsoperché aveva qualche cognizionedella medicina e delle lettere latinesentiva in esso polsosubitoch'egli moveva a ragionar del sonaretanta grande alterazionechemolte volte isbigottito e con lacrime si partiva da me. In modo cheavedutomi di questo suo gran dispiaceredissi a una di quelle miasorelle che mi portassero un flauto; che se bene io continuo avevo lafebbreper esser lo strumento di pochissima faticanon mi davaalterazione il sonare; con tanta bella disposizione di mano e dilinguache giugnendomi mio padre all'improvistomi benedisse millevolte dicendomiche in quel tempo che io ero stato fuor di luiglipareva che io avessi fatto un grande acquistare; e mi pregòche io tirassi inanzi e non dovessi perdere una cosí bellavirtú.


XII.Guarito che io fuiritornai al mio Marconeuomo da beneorafoilquale mi dava da guadagnarecon il quale guadagno aiutavo mio padree la casa mia. In questo tempo venne a Firenze uno iscultore che sidomandava Piero Torrigianiil qual veniva di Inghilterradove egliera stato di molti anni; e perché egli era molto amico di quelmio maestroogni dí veniva da lui; e veduto mia disegni e mialavoridisse:

-Io son venuto a Firenze per levare piú giovani che io posso;chéavendo a fare una grande opera al mio Revoglioperaiutode' mia Fiorentini; e perché il tuo modo di lavorare ei tua disegni son piú da scultore che da oreficeavendo dafare grande opere di bronzoin un medesimo tempo io ti faròvalente e ricco -.

Eraquesto uomo di bellissima formaaldacissimoaveva piú ariadi gran soldato che di scultoremassimo a' sua mirabili gesti e allasua sonora vocecon uno agrottar di ciglia atto a spaventar ogniuomo da qual cosa; e ogni giorno ragionava delle sue bravurie conquelle bestie di quegli Inghilesi. In questo proposito cadde in sulragionar di Michelagnolo Buonaarroti; che ne fu causa un disegno cheio avevo fattoritratto da un cartone del divinissimo Michelagnolo.Questo cartone fu la prima bella opera che Michelagnolo mostròdelle maravigliose sue virtúe lo fece a gara con uno altroche lo faceva: con Lionardo da Vinci; che avevano a servire per lasala del Consiglio del palazzo della Signoria. Rappresentavano quandoPisa fu presa da' Fiorentini; e il mirabil Lionardo da Vinci avevapreso per elezione di mostrare una battaglia di cavagli con certapresura di bandieretanto divinamente fattiquanto imaginar sipossa. Michelagnolo Buonaarrotiinnel suo dimostrava una quantitàdi fanterie che per essere di state s'erano missi a bagnare in Arno;e in questo istante dimostra ch' e' si dia a l'armea quellefanterie ignude corrono a l'armee con tanti bei gestiche mai nédelli antichi né d'altri moderni non si vidde opera chearrivassi a cosí alto segno; e sí come io ho dettoquello del gran Lionardo era bellissimo e mirabile. Stetteno questidua cartoniuno innel palazzo de' Medicie uno alla sala del Papa.


Inmentre che gli stetteno in pièfurno la scuola del mondo. Sebene il divino Michelagnolo fece la gran cappella di papa Iulio dapoinon arrivò mai a questo segno alla metà; la suavirtú non aggiunse mai da poi alla forza di quei primi studii.


XIII.Ora torniamo a Piero Torrigianiche con quel mio disegno in manodisse cosí:

-Questo Buonaarroti e io andavamo a 'mparare da fanciulletti innellachiesa del Carminedalla cappella di Masaccio: e perché ilBuonaarroti aveva per usanza di ucellare tutti quelli chedisegnavanoun giorno in fra gli altri dandomi noia il dettomivenne assai piú stizza che 'l solitoe stretto la mana glidetti sí grande il pugno in sul nasoche io mi senti'fiaccare sotto il pugno quell'osso e tenerume del nasocome se fossestato un cialdone: e cosí segnato da me ne resteràinsin che vive -.

Questeparole generorono in me tanto odioperché vedevocontinuamente i fatti del divino Michelagnoloche non tanto ch'a mevenissi voglia di andarmene seco in Inchilterrama non potevo patiredi vederlo.


Attesicontinuamente in Firenze a imparare sotto la bella maniera diMichelagnoloe da quella mai mi sono ispiccato. In questo tempopresi pratica e amicizia istrettissima con uno gentil giovanetto dimia etàil quale ancora lui stava allo orefice.


Avevanome Francescofigliuolo di Filippo di fra Filippo eccellentissimopittore. Nel praticare insieme generò in noi un tanto amoreche mai né dí né notte stavamo l'uno senzal'atro: e perché ancora la casa sua era piena di quelli bellistudii che aveva fatto il suo valente padrei quali erano parecchilibri disegnati di sua manoritratti dalle belle anticaglie di Roma;la qual cosavedendoglimi innamororno assai; e dua anni in circapraticammo insieme. In questo tempo io feci una opera di ariento dibasso rilievogrande quanta è una mana di un fanciullopiccolo. Questa opera serviva per un serrame per una cintura da uomoche cosí grandi alora si usavono. Era intagliato in esso ungruppo di fogliame fatto all'anticacon molti puttini e altrebellissime maschere. Questa tale opera io la feci in bottega di unochiamato Francesco Salinbene. Vedendosi questa tale opera per l'artedegli oreficimi fu dato vanto del meglio giovane di quella arte. Eperché un certo Giovanbatistachiamato il Tassointagliatoredi legnamegiovane di mia età a puntomi cominciò adire chese io volevo andare a Romavolentieri insieme ne verrebbemeco - questo ragionamento che noi avemmo insieme fu poi il desinarea punto - e per essere per le medesime cause del sonare adiratomi conmio padredissi al Tasso:

-Tu sei persona da far delle parole e non de' fatti -.

Ilquale Tasso mi disse:

-Ancora io mi sono adirato con mia madree se io avessi tantiquattrini che mi conducessino a Romaio non tornerei indrieto aserrare quel poco della botteguccia che io tengo -.

Aqueste parole io aggiunsiche se per quello lui restavaio mitrovavo a canto tanti quattriniche bastavano a portarci a Romatutti a dua. Cosí ragionando insiemementre andavamocitrovammo alla porta a San Piero Gattolini disavedutamente. Al qualeio dissi:

-Tasso mioquesta è fattura d'Idio l'esser giunti a questaportache né tu né io aveduti ce ne siàno: orada poi che io son quimi pare aver fatto la metà del cammino-.

Cosíd'accordo lui e io dicevamomentre che seguivamo il viaggio:

-Oh che dirà i nostri vecchi stasera? - Cosí dicendofacemmo patti insieme di non gli ricordar piú insino a tantoche noi fussimo giunti a Roma. Cosí ci legammo i grembiuliindietroe quasi alla mutola ce ne andammo insino a Siena. Giuntiche fummo a Sienail Tasso disse che s'era fatto male ai piedichenon voleva venire piú innanzie mi richiese gli prestassidanari per tornarsene: al quale io dissi:

-A me non ne resterebbe per andare innanzi; però tu ci dovevipensare a muoverti di Firenze; e se per causa dei piedi tu resti dinon veniretroveremo un cavallo di ritorno per Romae allora nonarai scusa di non venire -.

Cosípreso il cavalloveduto che lui non mi rispondevainverso la portadi Roma presi il cammino.

Luivedutomi risolutonon restando di brontolareil meglio che potevazoppicando drieto assai ben discosto e tardo veniva.


Giuntoche io fui alla portapiatoso del mio compagninolo aspettai e lomissi in groppadicendogli:

-Che domin direbbono e' nostri amici di noiche partitici per andarea Romanon ci fussi bastato la vista di passare Siena? - Allora ilbuon Tasso disse che io dicevo il vero; e per esser persona lietacominciò a ridere e a cantare: e cosí sempre cantando eridendo ci conducemmo a Roma. Questo era a punto l'età mia didiciannove anniinsieme col millesimo. Giunti che noi fummo in Romasubito mi messi a bottega con uno maestroche si domandavaFirenzola. Questo aveva nome Giovanni e era da Firenzuola diLombardiaed era valentissimo uomo di lavorare di vasellami e cosegrosse.


Avendoglimostro un poco di quel modello di quel serrame che io avevo fatto inFirenze col Salinbenegli piacque maravigliosamentee disse questeparolevoltosi a uno garzone che lui tenevail quale era fiorentinoe si domandava Giannotto Giannottied era stato seco parecchi anni;disse cosí:

-Questo è di quelli Fiorentini che sannoe tu sei di quelliche non sanno - . Allora ioriconosciuto quel Giannottogli volsifare motto; perché inanzi che lui andassi a Romaspessoandavamo a disegnare insiemeed eravamo stati molto domesticicompagnuzzi. Prese tanto dispiacere di quelle parole che gli avevadetto il suo maestroche egli disse non mi cognoscere nésapere chi io mi fussi: onde io sdegnato a cotal parolegli dissi:

-O Giannottogià mio amico domesticoche ci siamo trovati intali e tali luoghie a disegnare e a mangiare e bere e dormire invilla tua; io non mi curo che tu faccia testimonianza di me a questouomo da bene tuo maestroperché io spero che le mane miasieno taliche sanza il tuo aiuto diranno quale io sia.


XIV.Finito queste paroleil Firenzuolache era persona arditissima ebravosi volse al detto Giannotto e li disse:

-O vile furfantenon ti vergogni tu a usare questi tali termini emodi a uno che t'è stato sí domestico compagno? -.

Enel medesimo ardire voltosi a medisse:

-Entra in bottega e fa come tu hai dettoche le tue mane dicano quelche tu sei -: e mi dette a fare un bellissimo lavoro di argento perun cardinale. Questo fu un cassonetto ritratto da quello di porfidoche è dinanzi alla porta della Retonda. Oltra quello che ioritrassidi mio arricchi'lo con tante belle mascheretteche ilmaestro mio s'andava vantando e mostrandolo per l'arteche dibottega sua usciva cosí ben fatta opera. Questo era digrandezza di un mezzo braccio in circa; ed era accomodato che servivaper una saliera da tenere in tavola.


Questofu il primo guadagno che io gustai in Roma; e una parte di essoguadagno ne mandai a soccorrere il mio buon padre: l'altra parteserbai per la vita mia; e con esso me ne andavo studiando intornoalle cose anticheinsino a tanto che e' danari mi mancornoche miconvenne tornare a bottega a lavorare. Quel Battista del Tasso miocompagno non istette troppo in Romache lui se ne tornò aFirenze. Ripreso nuove operemi venne vogliafinite che io le ebbidi cambiate maestroper esser sobbillato da un certo Milaneseilquale si domandava maestro Pagolo Arsago.


Quelmio Firenzuola primo ebbe a fare gran quistione con questo Arsagodicendogli in mia presenza alcune parole ingiurioseonde che ioripresi le parole in defensione del nuovo maestro. Dissi ch'io eranato liberoe cosí libero mi volevo viveree che di lui nonsi poteva dolere; manco di merestando aver dallui certi pochi scudid'accordo; e come lavorante libero volevo andare dove mi piacevaconosciuto non far torto a persona. Anche quel mio nuovo maestro usòparecchi paroledicendo che non mi aveva chiamatoe che io glifarei piacere a ritornare col Firenzuola. A questo io aggiunsi chenon cognoscendo in modo alcuno di farli tortoe avendo finitel'opere mia cominciatevolevo essere mio e non di altri; e chi mivoleva mi chiedessi a me. A questo disse il Firenzuola:

-Io non ti voglio piú chiedere a tee tu non capitare innanziper nulla piú a me -.

Iogli ricordai e' mia danari: lui sbeffandomi; a il quale io dissichecosí bene come io adoperavo e' ferri per quelle tale opereche lui aveva vistonon manco bene adoperrei la spada perrecuperazione delle fatiche mie. A queste parole a sorta si fermòun certo vecchioneil quale si domandava maestro Antonio da SanMarino. Questo era il primo piú eccellente orefice di Romaedera stato maestro di questo Firenzuola. Sentito le mia ragionequaleio dicevo di sorte che le si potevano benissimo intendetesubitopreso la mia protezionedisse al Firenzuola che mi pagassi. Ledispute furno grandeperché era questo Firenzuolamaraviglioso maneggiator di arme; assai piú che ne l'arte del'orefice; pur è la ragione che volse il suo luogoe io conlo istesso valore lo aiutaiin modo che io fui pagato; e con ispaziodi tempo il ditto Firenzuola e io fummo amicie gli battezzai unfigliuolorichiesto da lui.


XV.Seguitando di lavorare con questo maestro Pagolo Arsagoguadagnaiassaisempre mandando la maggior parte al mio buon padre. In capo didua annialle preghiere del buon padre me ne tornai a Firenzee mimessi di nuovo a lavorare con Francesco Salinbenecon il quale moltobene guadagnavoe molto mi affaticavo a 'mparare. Ripreso la praticacon quel Francesco di Filippocon tutto che io fussi molto dedito aqualche piacerecausa di quel maledetto sonaremai lasciavo certeore del giorno o della nottequale io davo alli studii. Feci inquesto tempo un chiavacuore di argentoil quale era in quei tempichiamato cosí.


Questosi era una cintura di tre dita largache alle spose novelle s'usavadi fareed era fatta di mezzo rilievo con qualche figuretta ancoratonda in fra esse. Fecesi a uno che si domandava Raffaello Lapaccini.Con tutto che io ne fussi malissimo pagatofu tanto l'onore che ione ritrassiche valse molto di piú che 'l premio chegiustamente trar ne potevo. Avendo in questo tempo lavorato con moltediverse persone in Firenzedove io avevo cognusciuto in fra gliorefici alcuni uomini da benecome fu quel Marcone mio primomaestroaltri che avevano nome di molto buoni uominiessendosobissato da loro innelle mie opere quanto e' potettono mi rubornogrossamente. Veduto questomi spiccai da loro e in concetto ditristi e ladri gli tenevo. Uno orafo in fra gli altrichiamatoGiovanbatista Soglianipiacevolmente mi accomodò di una partedella sua bottegaquale era in sul canto di Mercato Nuovoaccanto ail banco che era de' Landi. Quivi io feci molte belle operette eguadagnai assai: potevo molto bene aiutare la casa mia. Destossi lainvidia da quelli cattivi maestriche prima io avevo aútiiquali si chiamavano Salvadore e Michele Guasconti: erano ne l'artedegli orefici tre grosse botteghe di costoroe facevano di moltefaccende; in modo cheveduto che mi offendevanocon alcuno uomo dabene io mi dolsidicendo che ben doveva lor bastare le ruberie cheloro mi avevano usate sotto il mantello della lor falsa dimostratabontà. Tornando loro a orecchisi vantorno di farmi pentireassai di tal parole; onde io non conoscendo di che colore la paura sifussenulla o poco gli stimava.


XVI.Un giorno occorse cheessendo appoggiato alla bottega di uno diquestichiamato da luie parte mi riprendeva e parte mi bravava: alcui io risposiche se loro avessin fatto il dovere a meio areidetto di loro quel che si dice degli uomini buoni e da bene: cosíavendo fatto il contrariodolessinsi di loro e non di me. In mentreche io stavo ragionandoun di loroche si domanda GherardoGuascontilor cugineordinato forse da costoro insiemeappostòche passassi una soma. Questa fu una soma di mattoni.


Quandodetta soma fu al rincontro mioquesto Gherardo me la pinse talmenteaddosso che la mi fece gran male. Voltomi subito e veduto che lui sene risegli menai sí grande il pugno in una tempiachesvenuto cadde come morto; di poi voltomi ai sua cuginidissi:

-Cosí si trattano i ladri poltroni vostri pari -: e volendo lorfare alcuna dimostrazioneperché assai eranoioche mitrovavo infiammatomessi mano a un piccol coltello che io avevodicendo cosí:

-Chi di voi esca della sua bottegal'altro corra per il confessoroperché il medico non ci arà che fare -.

Furnole parole a loro di tanto spaventoche nessuno si mosse a l'aiutodel cugino. Subito che partito io mi fuicorsono i padri e ifigliuoli agli Ottoe quivi dissono che io con armata mano gli avevoassaliti in su le botteghe lorocosa che mai piú in Firenzes'era usata tale. E' signori Otto mi fecion chiamare; onde iocomparsi; e dandomi una grande riprensione e sgridatosí pervedermi in cappa e quelli in mantello e cappuccio alla civile; ancoraperché li avversari mia erano stati a parlare a casa a queiSignori a tutti in dispartee iocome non praticoa nessun diquelli Signori non avevo parlatofidandomi della mia gran ragioneche io tenevo; e dissiche a quella grande offesa e ingiuria cheGherardo mi aveva fattamosso da còllora grandissimae nongli dato altro che una ceffatanon mi pareva dovere di meritaretanta gagliarda riprensione. Appena che Prinzivalle della Stufailquale era degli Ottomi lasciassi finir di dire ceffatache disse:

-Un pugno e non ceffata gli desti -.

Sonatoil campanuzzo e mandatici tutti fuorain mia difesa dissePrinzivalle agli compagni:

-Consideratesignorila semplicità di questo povero giovaneil quale si accusa di aver dato ceffatapensando che sia mancoerrore che dare un pugno; perché d'una ceffata in MercatoNuovo la pena si è venticinque scudie d'un pugno poco ononnulla. Questo è giovane molto virtuosoe mantiene lapovera casa sua con le fatiche suamolto abundante; e volessi Idioche la città nostra di questa sorta ne avessi abundanziasícome la n'ha mancamento.


XVII.Era infra di loro alcuni arronzinati cappuccettiche mossi dallepreghiere e male informazioni delli mia avversariper esser diquella fazione di fra Girolamomi arebbon voluto metter prigione econdennarmi a misura di carboni: alla qual cosa il buon Prinzivalleattutto rimediò. Cosí mi fece una piccola condennagionedi quattro staia di farinale quali si dovessimo donare perelemosina al monasterio delle Murate. Subito richiamatoci drento micomandò che io non parlassi parola sotto pena della disgrazialoroe che io ubbidissi di quello che condennato io ero. Cosídandomi una gagliarda grida ci mandorno al cancelliere: io cheborbottando sempre dicevo "ceffata fu e non pugno"in modoche ridendo gli Otto si rimasono. Il cancelliere ci comandò daparte del magistrato che noi ci dessimo sicurtà l'un l'altroe me solo condennorno in quelle quattro staia della farina. A me cheparve essere assassinatonon tanto ch'io mandai per un mio cuginoil quale si domandava maestro Anniballe cerusicopadre di messerLibrodoro Librodorivolendo io che lui per me prommettessi. Il dittonon volse venire: per la qual cosa io sdegnatosoffiando diventaicome uno aspidoe feci disperato iudizio. Qui si cognosce quanto lestelle non tanto ci inclinanoma ci sforzano. Conosciuto quantogrande obrigo questo Anniballe aveva alla casa miam'accrebbe tantocòllora chetirato tutto al male e anche per natura alquantocollericomi stetti a 'spettare che il detto ufizio degli Otto fussiito a desinare: e restato quivi soloveduto che nessuno dellafamiglia degli Otto piú a me non guardavainfiammato dicòllorauscito del Palazzocorsi alla mia bottegadovetrovatovi un pugnalotto saltai in casa delli mia avversariche acasa e a bottega istavano. Trova'gli a tavolae quel giovaneGherardoche era stato capo della quistionemi si gettò adosso: al cui io menai una pugnalata al pettoche il saioilcolletto insino alla camicia a banda a banda io li passainon gliavendo tocco la carne o fattogli un male al mondo. Parendo a meperl'entrar della mana e quello rumor de' panniaver fatto grandissimomalee lui per ispavento caduto a terradissi:

-O traditorioggi è quel dí che io tutti vi ammazzo -.

Credendoil padrela madre e le sorelle che quel fusse il dí delGiudiziosubito gettatisi inginocchione per terramisericordia adalta voce con le bigoncie chiamavano: e veduto non fare alcuna difesacontro di mee quello disteso in terra come mortotroppo vil cosami parve a toccargli; ma furioso corsi giú per la scala: egiunto alla stradatrovai tutto il resto della casatali qualierano piú di dodici; chi di loro aveva una pala di ferroalcuni un grosso canale di ferroaltri martellaancudinealtribastoni. Giunto fra lorosí come un toro invelenitoquattroo cinque ne gittai in terrae con loro insieme caddisempre menandoil pugnale ora a questo ora a quello. Quelli che in piedi restatieranoquanto egli potevano sollecitavanodando a me a dua mane conmartellacon bastoni e con ancudine: e perché Idio alcunevolte piatoso si intermettefece che né loro a me e néio a loro non ci facemmo un male al mondo. Solo vi restò lamia berrettala quale assicuratisi e' mia avversari che discosto aquella si eron fuggitiugniuno di loro la percosse con le sua arme:di poi riguardato infra di loro de e' feriti e mortinessuno v'erache avessi male.


XVIII.Io me ne andai alla volta di santa Maria Novellae subito percossomiin frate Alesso Strozziil quale io non conoscevaa questo buonfrate io per l'amor de Dio mi raccomandaiche mi salvassi la vitaperché grande errore avevo fatto. Il buon frate mi disse cheio non avessi paura di nullachétutti e' mali del mondo cheio avessi fattiin quella cameruccia sua ero sicurissimo. In ispaziod'una ora a pressogli Ottoragunatisi fuora del loro ordinefecion mandare un de' piú spaventosi bandi contra di mechemai s'udissisotto pene grandissime a chi m'avessi o sapessinonriguardando né a luogo né a qualità che mitenessi. Il mio afflitto e povero buon padre entrando agli Ottoginocchioni si buttò in terrachiedendo misericordia delpovero giovane figliuolo: dove che un di quelli arrovellatiscotendola cresta dello arronzinato capucciorizzatosi in piedicon alcuneingiuriose parole disse al povero padre mio:

-Lièvati di costíe va' fuora subitochédomattina te lo manderemo in villa con i lanciotti -.

Ilmio povero padre pure ardito risposedicendo loro:

-Quel che Idio arà ordinatotanto faretee non piú là-.



Alcui quel medesimo rispose che per certo cosí aveva ordinatoIdio. E mio padre allui disse:

-Io mi confortoche voi certo non lo sapete - e partitosi dallorovenne a trovarmi insieme con un certo giovane di mia etàilquale si chiamava Piero di Giovanni Landi: ci volevamo bene piúche se fratelli fussimo stati. Questo giovane aveva sotto il mantellouna mirabile ispada e un bellissimo giaco di maglia: e giunti a meil mio animoso padre mi disse il casoe quel che gli avevan detto isignori Otto. Di poi mi baciò in fronte e tutti a dua gliocchi; mi benedisse di cuoredicendo cosí:

-La virtú de Dio sia quella che ti aiuti - e pòrtomi laspada e l'armecon le sue mane proprie me le aiutò vestire.Di poi disse:

-O figliuol mio buonocon queste in manoo tu vivi o tu muori -.

PierLandiche era quivi alla presenzanon cessava di lacrimareepòrtomi dieci scudi d'oroio dissi che mi levassi certipeletti della barbache prime caluggine erano. Frate Alesso mi vestíin modo di frate e un converso mi diede per compagnia. Uscitomi delconventouscito per la porta di Pratolungo le mura me ne andaiinsino alla piazza di San Gallo; e salito la costa di Montuiin unadi quelle prime case trovai un che si domandava il Grassucciofratelcarnale di misèr Benedetto da Monte Varchi. Subito mi sfrataie ritornato uomomontati in su dua cavalliche quivi erano per noila notte ce ne andammo a Siena. Rimandato indrieto il dettoGrassuccio a Firenzesalutò mio padre e gli disse che io erogiunto a salvamento. Mio padre rallegratosi assaigli parvemill'anni di ritrovar quello degli Otto che gli aveva detto ingiuria;e trovatolo disse cosí:

-Vedete voiAntonioch'egli era Idio quello che sapeva quel chedoveva essere del mio figliuoloe non voi? - Al cui rispose:

-Di' che ci càpiti un'altra volta -.

Miopadre allui:

-Io attenderò a ringraziare Idioche l'ha campato di questo.


XIX.Essendo a Sienaaspettai il procaccia di Romae con esso miaccompagnai. Quando fummo passati la Paglia scontrammo il corriereche portava le nuove del papa nuovoche fu papa Clemente. Giunto aRoma mi missi a lavorare in bottega di maestro Santi orefice: se beneil detto era mortoteneva la bottega un suo figliuolo.


Questonon lavoravama faceva fare le faccende di bottega tutte a unogiovane che si domandava Luca Agnolo da Iesi. Questo era contadinoeda piccol fanciulletto era venuto a lavorare con maestro Santi. Erapiccolo di staturama ben proporzionato.


Questogiovane lavorava meglio che uomo che io vedessi mai insino a queltempocon grandissima facilità e con molto disegno: lavoravasolamente di grosseriacioè vasi bellissimie bacinie cosetali. Mettendomi io a lavorar in tal bottega presi a fare certicandellieri per il vescovo Salamanca spagnuolo. Questi talicandellieri furno riccamente lavoratiper quanto si appartiene a talopera. Un descepol di Raffaello da Urbinochiamato Gianfrancescoper sopranome il Fattoreera pittore molto valente; e perchéegli era amico del detto vescovome gli misse molto in graziaatale che io ebbi moltissime opere da questo vescovoe guadagnavomolto bene. In questo tempo io andavo quando a disegnare in Capelladi Michelagnoloe quando alla casa di Agostino Chigi sanesenellaqual casa era molte opere bellissime di pittura di mano delloeccellentissimo Raffaello da Urbino; e questo si era il giorno dellafestaperché in detta casa abitava misser Gismondo Chigifratello del detto misser Agostino. Avevano molta boria quandovedevano delli giovani miei pari che andavano a 'mparare drento allecase loro. La moglie del detto misser Gismondovedutomi sovente inquesta sua casa - questa donna era gentile al possibile e oltramodobella - accostandosi un giorno a meguardando li mia disegnimidomandò se io ero scultore o pittore: alla cui donna io dissiche ero orefice. Disse leiche troppo ben disegnavo per orefice; efattosi portare da una sua cameriera un giglio di bellissimi diamantilegati in oromostrandomeglivolse che io gli stimassi. Io glistimai ottocento scudi. Allora lei disse che benissimo gli avevostimati. A presso mi domandò se mi bastava l'animo di legarglibene: io dissi che molto volentierie alla presenza di lei ne feciun pochetto di disegno; e tanto meglio lo feciquanto io pigliavopiacere di trattenermi con questa tale bellissima e piacevolissimagentildonna. Finito il disegnosopragiunse un'altra bellissimagentildonna romanala quale era di soprae scesa a basso dimandòla detta madonna Porzia quel che lei quivi faceva: la qualesorridendo disse:

-Io mi piglio piacere il vedere disegnare questo giovane da beneilquale è buono e bello -.

Iovenuto in un poco di baldanzapur mescolato un poco di onestavergognadivenni rosso e dissi:

-Quale io mi siasempremadonnaio sarò paratissimo aservirvi -.

Lagentildonnaanche lei arrossita alquantodisse:

-Ben sai che io voglio che tu mi serva - e pòrtomi il gigliodisse che io me ne lo portassi; e di piú mi diede venti scudid'oroche l'aveva nella tascae disse:

-Legamelo in questo modo che disegnato me l'haie salvami questo orovechio in che legato egli è ora -.

Lagentildonna romana allora disse:

-Se io fussi in quel giovanevolentieri io m'andrei con Dio -.

MadonnaPorzia agiunse che le virtú rare volte stanno con i vizii echese tal cosa io facessiforte ingannerei quel bello aspetto cheio dimostravo di uomo da bene - e voltasipreso per mano lagentildonna romanacon piacevolissimo riso mi disse:

-A DioBenvenuto -.

Soprastettialquanto intorno al mio disegno che facevoritraendo certa figura diIove di man di Raffaello da Urbino detto. Finita che l'ebbipartitomimi messi a fare un picolo modellino di ceramostrando peresso come doveva da poi tornar fatta l'opera; e portatolo a vedere amadonna Porzia dettaessendo alla presenza quella gentildonnaromanache prima dissil'una e l'altra grandemente satisfatte dellefatiche miemi feceno tanto favoreche mosso da qualche poco dibaldanzaio promissi loroche l'opera sarebbe meglio ancora la metàche il modello. Cosí messi manoe in dodici giorni fini' ildetto gioiello in forma di gigliocome ho detto di sopraadorno conmascheriniputtinianimali e benissimo smaltato; in modo che lidiamantidi che era il giglioerono migliorati piú dellametà.


XX.In mentre che io lavoravo questa operaquel valente uomo Lucagnoloche io dissi di sopramostrava di averlo molto per malepiúvolte dicendomi che io mi farei molto piú utile e piúonore ad aiutarlo lavorar vasi grandi di argentocome io avevocominciato. Al quale io dissiche io sarei attosempre che iovolessia lavorar vasi grandi di argento; ma che di quelle opere cheio facevonon ne veniva ogni giorno da fare; e che in esse operetali era non manco onore che ne' vasi grandi di argentoma síbene molto maggiore utile. Questo Lucagnolo mi derise dicendo:


-Tu lo vedraiBenvenuto; perché allora che tu arai finitacotesta operaio mi affretterò di aver finito questo vasoilquale cominciai quando tu il gioiello; e con la esperienza saraichiaro l'utile che io trarrò del mio vasoe quello che tutrarrai de il tuo gioiello -.

Alcui io risposiche volentieri avevo a piacere di fare con un sívalente uomoquale era luital pruovaperché alla fine ditale opere si vedrebbe chi di noi si ingannava. Cosí l'uno el'altro di noi alquantocon un poco di sdegnoso risoabbassati ilcapo fieramenteciascuno desideroso di dar fine alle cominciateopere; in modo che in termine di dieci giorni incirca ciascun di noiaveva con molta pulitezza e arte finita l'opera sua. Quella diLucagnolo detto si era un vaso assai ben grandeil qual serviva intavola di papa Clementedove buttava drentoin mentre che era amensaossicina di carne e buccie di diverse frutte; fatto piúpresto a pompa che a necessità. Era questo vaso ornato con duabei manichicon molte maschere picole e grandecon molti bellissimifogliamidi tanta bella grazia e disegnoquanto inmaginar si possa;al quale io dissiquello essere il piú bel vaso che mai ioveduto avessi. A questoLucagnoloparendogli avermi chiaritodisse:

-Non manco bella pare a me l'opera tuama presto vedremo ladifferenza de l'uno e de l'altro -.

Cosípreso il suo vasoportatolo al paparestò satisfattobenissimoe subito lo fece pagare secondo l'uso de l'arte di taigrossi lavori. In questo mentre io portai l'opera mia alla dittagentildonna madonna Porziala quali con molta maraviglia mi disseche di gran lunga io avevo trapassata la promessa fattagli; e poiaggiunsedicendomi che io domandassi delle fatiche mie tutto quelche mi piacevaperché gli pareva che io meritassi tantochedonandomi un castelloa pena gli parrebbe d'avermi sadisfatto; maperché lei questo non poteva fareridendo mi disseche iodomandassi quel che lei poteva fare. Alla cui io dissiche ilmaggior premio delle mie fatiche desideratosi era l'averesadisfatto Sua Signoria. Cosí anch'io ridendofattoglireverenzami parti'dicendo che io non voleva altro premio chequello. Allora madonna Porzia ditta si volse a quella gentildonnaromanae disse:

-Vedete voi che la compagnia di quelle virtú che noi giudicammoin luison questee non sono i vizii? - Maravigliatosi l'una el'altrapure disse madonna Porzia:

-Benvenuto mioha' tu mai sentito direche quando il povero dona ail riccoil diavol se ne ride? - Alla quale io dissi:

-E però di tanti sua dispiaceriquesta volta lo voglio vedereridere - e partitomilei disse che non voleva per questa voltafargli cotal grazia. Tornatomi alla mia bottegaLucagnolo aveva inun cartoccio li dinari avuti del suo vaso; e giunto mi disse:

-Accosta un poco qui a paragone il premio del tuo gioiello a canto alpremio del mio vaso -.

Alquale io dissi che lo salvassi in quel modo insino al seguentegiorno; perché io speravo che sí bene come l'opera miainnel suo genere non era stata manco bella della suacosíaspettavo di fargli vedere il premio di essa.


XXI.Venuto l'altro giornomadonna Porzia mandato alla mia bottega un suomaestro di casami chiamò fuorae pòrtomi in mano uncartoccio pieno di danari da parte di quella signorami dissechelei non voleva che il diavol se ne ridessi affatto; mostrando chequello che la mi mandava non era lo intero pagamento che meritavanole mie fatichecon molte altre cortese parole degne di cotalsignora. Lucagnoloche gli pareva mill'anni di accostare il suocartoccio al miosubito giunto in bottegapresente dodici lavorantie altri vicini fattisi innanziche desideravano veder la fine di talcontesaLucagnolo prese il suo cartoccio con ischerno ridendodicendo:

-Ou! ou - tre o quattro volteversato li dinari in sul banco con granrumore: i quali erano venticinque scudi di giulipensando che li miafussino quattro o cinque scudi di moneta: dove che iosoffocatodalle grida suedallo sguardo e risa de' circunstantiguardandocosí un poco dentro innel mio cartoccioveduto che era tuttooroda una banda del banco tenendo gli occhi bassisenza un romoreal mondocon tutt'a dua le mane forte in alto alzai il miocartoccioil quali facevo versare a modo di una tramoggia di mulino.Erano li mia danari la metà piú che li sua; in modo chetutti quegli occhiche mi s'erano affisati a dosso con qualcheischernosubito vòlti a luidissono:

-Lucagnoloquesti dinari di Benvenuto per essere oroe per essere lametà piúfanno molto piú bel vedere che li tua-.



Iocredetti certoche per la invidiainsieme con lo scorno che ebbequel Lucagnolosubito cascassi morto: e con tutto che di quelli miadanari allui ne venissi la terza parteper esser io lavorante - chécosí è il costume: dua terzi ne tocca a il lavorante el'altra terza parte alli maestri della bottega - potette piúla temeraria invidia che la avarizia in luiqual doveva operaretutto il contrarioper essere questo Lucagnolo nato d'un contadinoda Iesi. Maladisse l'arte sua e quelli che gnene avevano insegnatadicendo che da mò innanzi non voleva piú farequell'arte di grosseria; solo voleva attendere a fare di quellebordellerie piccoleda poi che le erano cosí ben pagate.


Nonmanco sdegnato io dissiche ogni uccello faceva il verso suo; chelui parlava sicondo le grotte di dove egli era uscitoma che io gliprotestavo beneche a me riuscirebbe benissimo il fare delle suecoglioneriee che a lui non mai riuscirebbe il far di quella sortebordellerie. Cosí partendomi adiratogli dissi che prestognene faria vedere. Quelli che erano alla presenza gli dettono a vivavoce il tortotenendo lui in concetto di villano come gli erae mein concetto di uomosí come io avevo mostro.


XXII.Il dí seguente andai a ringraziare madonna Porziae li dissiche Sua Signoria aveva fatto il contrario di quel che la disse: chevolendo io fare che 'l diavolo se ne ridessilei di nuovo l'avevafatto rinnegare Idio. Piacevolmente l'uno e l'altro ridemmoe midette da fare altre opere belle e buone. In questo mezzo io cercaiper via d'un discepolo di Raffaello da Urbino pittoreche il vescovoSalamanca mi dessi da fare un vaso grande da acquachiamatoun'acquerecciache per l'uso delle credenze che in sun esse sitengono per ornamento. E volendo il detto vescovo farne dua di equalgrandezzauno ne dette da fare al detto Lucagnoloe uno ne ebbi dafare io; e la modanatura delli detti vasici dette il disegno quelditto Gioanfrancesco pittore.


Cosímessi mano con maravigliosa voglia innel detto vasoe fui accomodatod'una particina di bottega da uno Milaneseche si chiamava maestroGiovanpiero della Tacca. Messomi in ordinefeci il mio conto dellidanari che mi potevano bisognare per alcuna mia affarie tutto ilresto ne mandai assoccorrere il mio povero buon padre; il qualementre che gli erano pagati in Firenzes'abbatté per sorte undi quelli arrabbiati che erano degli Otto a quel tempo che io feciquel poco del disordinee ch'egli svillaneggiandolo gli aveva dettodi mandarmi in villa con lanciotti a ogni modo. E perchéquello arrabbiato aveva certi cattivi figliolaccia proposito miopadre disse:

-A ogniuno piú può intervenire delle disgraziemassimoagli uomini collorosi quando egli hanno ragionecome intervenne almio figliuolo; ma veggasi poi del resto della vita suacome io l'hovirtuosamente saputo levare. Volesse Idio in vostro servizioche ivostri figliuoli non vi facessino né peggioné megliodi quel che fanno e mia a me; perchésí come Idio m'hafatto tale che io gli ho saputi allevarecosídove la virtúmia non ha potuto arrivareLui stesso me gli ha campaticontra ilvostro crederedalle vostre violente mane -.

Epartitositutto questo fatto mi scrissepregandomi per l'amor diDio che io sonassi qualche voltaacciò che io non perdessiquella bella virtúche lui con tante fatiche mi avevainsegnato. La lettera era piena delle piú amorevol parolepaterne che mai sentir si possa; in modo tale che le mi mossono apietose lacrimedesiderando prima che lui morissi di contentarlo inbuona partequanto al sonaresí come Idio ci compiace tuttele lecite grazie che noi fedelmente gli domandiamo.


XXIII.Mentre che io sollecitavo il bel vaso di Salamancae per aiuto avevosolo un fanciullettoche con grandissime preghiere d'amicimezzocontra la mia vogliaavevo preso per fattorino.


Questofanciullo era di età di quattordici anni incirca; aveva nomePaulino ed era figliuolo di un cittadino romanoil quale vivevadelle sue entrate. Era questo Paulino il meglio creatoil piúonesto e il piú bello figliuoloche mai io vedessi alla vitamia; e per i sua onesti atti e costumie per la sua infinitabellezzae per el grande amore che lui portava a meavenne che perqueste cause io gli posi tanto amorequanto in un petto di uno uomorinchiuder si possa. Questo sviscerato amore fu causache per vedereio piú sovente rasserenare quel maraviglioso visoche pernatura sua onesto e maninconico si dimostrava; purequando iopigliavo il mio cornettosubito moveva un riso tanto onesto e tantobelloche io non mi maraviglio punto di quelle pappolate chescrivono e' Greci degli dèi del cielo. Questo talvoltaessendo a quei tempigli arebbe fatti forse piú uscire de'gangheri. Aveva questo Paulino una sua sorelache aveva nomeFaustinaqual penso io che mai Faustina fussi sí belladichi gli antichi libri cicalan tanto. Menatomi alcune volte alla vignasuae per quel che io potevo giudicaremi pareva che questo uomo dabenepadre del detto Paulinomi arebbe voluto far suo genero.


Questacosa mi causava molto piú il sonareche io non facevo prima.Occorse in questo tempo che un certo Gianiacomo piffero da Cesenache stava col Papamolto mirabil sonatoremi fece intendere perLorenzo tronbone luccheseil quale è oggi al servizio delnostro Ducase io volevo aiutar loro per il Ferragosto del Papasonar di sobrano col mio cornetto quel giorno parecchi mottetticheloro bellissimi scelti avevano. Con tutto che io fussi nelgrandissimo desiderio di finire quel mio bel vaso cominciatoperessere la musica cosa mirabile in sé e per sattisfare in parteal mio vecchio padrefui contento far loro tal compagnia: e ottogiorni innanzi al Ferragostoogni dí dua ore facemmo insiemeconsertoin modo che il giorno d'agosto andammo in Belvederee inmentre che papa Clemente desinavasonammo quelli disciplinatimottetti in modoche il Papa ebbe a dire non aver mai sentito musicapiú suavemente e meglio unita sonare. Chiamato a séquello Gianiacomolo domandò di che luogo e in che modo luiaveva fatto a avere cosí buon cornetto per sobranoe lodomandò minutamente chi io ero. Gianiacomo ditto gli disse apunto il nome mio. A questo il Papa disse:

-Adunque questo è il figliuolo di maestro Giovanni? - Cosídisse che io ero. Il Papa disse che mi voleva al suo servizio in fragli altri musici. Gian Iacomo rispose:

-Beatissimo Padredi questo io non mi vanto che voi lo abbiateperché la sua professionea che lui attende continuamentesiè l'arte della oreficeriae in quella operamaravigliosamentee tirane molto miglior guadagno che lui nonfarebbe al sonare -.

Aquesto il Papa disse:

-Tanto meglio li voglioessendo cotesta virtú di piú inluiche io non aspettavo.


Fagliacconciare la medesima provvisione che a voi altri; e da mia partedigli che mi serva e che alla giornata ancora innell'altraprofessione ampliamente gli darò da fare - e stesa la managli donò in un fazzoletto cento scudi d'oro di Cameraedisse:

-Pàrtigli in modoche lui ne abbia la sua parte -.

Ilditto Gian Iacomo spiccato dal Papavenuto a noidisse puntatamentetutto quel che il Papa gli aveva detto; e partito li dinari infraotto compagni che noi eramodato a me la parte miami disse:

-Io ti vo a fare scrivere nel numero delli nostri compagni -.

Alquale io dissi:

-Lasciate passare oggie domani vi risponderò -.



Partitomida loroio andavo pensando se tal cosa io dovevo accettareconsiderato quanto la mi era per nuocere allo isviarmi dai bellistudi della arte mia. La notte seguente mi apparve mio padre insognoe con amorevolissime lacrime mi pregavache per l'amor di Dioe suo io fussi contento di pigliare quella tale impresa; a il qualimi pareva rispondereche in modo nessuno io non lo volevo fare.Subito mi parve che in forma orribile lui mi spaventassee disse:

-Non lo faccendo arai la paterna maladizionee faccendolo sia tubenedetto per sempre da me -.



Destatomiper paura corsi a farmi scrivere; di poi lo scrissi al mio vecchiopadreil quale per la soverchia allegrezza gli prese uno accidenteil quali lo condusse presso alla morte; e subito mi scrisse d'averesognato ancora lui quasi che il medesimo che avevo fatto io.


XXIV.E' mi parevaveduto di aver sadisfatto alla onesta voglia del miobuon padreche ogni cosa mi dovessi succedere a onorata e gloriosafine. Cosí mi messi con grandissima sollecitudine a finire ilvaso che cominciato avevo per il Salamanca. Questo vescovo era moltomirabile uomoricchissimoma difficile a contentare: mandava ognigiorno a vedere quel che io facevo; e quella volta che il suo mandatonon mi trovavail detto Salamanca veniva in grandissimo furoredicendo che mi voleva far tôrre la ditta operae darla adaltri a finire. Questo ne era causa il servire a quel maladettosonare. Pure con grandissima sollecitudine mi ero messo giorno enottetanto che conduttola a termine di poterla mostrare al dittovescovolo feci vedere: a il quali crebbe tanto desiderio di vederlofinitoche io mi penti' d'arvegnene mostro. In termine di tre mesiebbi finita la detta opera con tanti belli animalettifogliami emascherequante immaginar si possa. Subito la mandai per quel mioPaulino fattore a mostrare a quel valente uomo di Lucagnolo detto disopra; il qual Paulinocon quella sua infinita grazia e bellezzadisse cosí:

-Misser Lucagnolodice Benvenuto che vi manda a monstrare le suepromesse e vostre coglionerieaspettando da voi vedere le suebordellerie -.

Dittole paroleLucagniolo prese in mano il vasoe guardollo assai; dipoi disse a Paulino:

-O bello zittiellodi' al tuo padroneche egli è un granvalente uomoe che io lo priego che mi voglia per amicoe nons'entri in altro - . Lietissimamente mi fece la imbasciata quelloonesto e mirabil giovanetto. Portossi il ditto vaso al Salamancailquali volse che si facessi stimare. Innella detta istima siintervenne questo Lucagnoloil quali tanto onoratamente me lo stimòe lodò da gran lungadi quello che io mi pensava. Preso ilditto vasoil Salamanca spagnolescamente disse:

-Io giuro a Dioche tanto voglio stare a pagarloquanto lui hapenato a farlo -.

Intesoquestoio malissimo contento mi restaimaladicendo tutta la Spagnae chi li voleva bene. Era infra gli altri belli ornamenti un manicotutto di un pezzo a questo vasosottilissimamente lavoratoche pervirtú di una certa molla stava diritto sopra la bocca delvaso. Monstrando un giorno per boria monsignor ditto a certi suagentiluomini spagnuoli questo mio vasoavenne che un di questigentiluominipartito che fu il ditto monsignoretroppoindiscretamente maneggiando il bel manico del vasonon potendoresistere quella gentil molla alla sua villana forzain mano alditto si roppe; e parendoli di aver molto mal fattopregòquel credenzier che n'aveva curache presto lo portasse al maestroche lo aveva fattoil quali subito lo racconciassi e li prommettessitutto il premio che lui domandavapur che presto fusse acconcio.


Cosícapitandomi alle mani il vasopromessi acconciarlo prestissimoecosí feci. Il ditto vaso mi fu portato innanzi mangiare: aventidua ore venne quel che me lo aveva portatoil quale era tuttoin sudoreché per tutta la strada aveva corsoavvengachémonsignore ancora di nuovo lo aveva domandato per mostrarlo a certialtri signori. Però questo credenziere non mi lasciava parlarparoladicendo:

-Prestoprestoporta il vaso - . Onde iovolontoroso di fare adagioe non gnene daredissi che io non volevo fare presto. Venne ilservitore ditto in tanta furiacheaccennando di mettere mano allaspada con una manae con la altra fece dimostrazione e forza dientrare in bottega; la qual cosa io subito glie ne 'nterdissi conl'armeaccompagnate con molte ardite paroledicendogli:

-Io non te lo voglio dare; e vadi' a monsignore tuo padroneche iovoglio li dinari delle mie faticheprima che egli esca di questabottega -.

Vedutoquesto di non aver potuto ottenere per la via delle braveriesimesse a pregarmicome si priega la Crocedicendomiche se io gnenedavofarebbe per me tantoche io sarei pagato. Queste parole nientemi mossono del mio propositosempre dicendogli il medesimo. Allafine disperatosi della impresagiurò di venire con tantispagnuoliche mi arieno tagliati a pezzi; e partitosi correndoinquesto mezzo ioche ne credevo qualche parte di questiassassinamenti loromi promessi animosamente difendermi; e messo inordine un mio mirabile scoppiettoil quale mi serviva per andare acacciada me dicendo:

-Chi mi toglie la roba mia con le fatiche insiemeancora se gli puòconcedere la vita? - in questo contrastoche da me medesimo facevacomparse molti spagnuoli insieme con il loro maestro di casailquale a il lor temerario modo disse a quei tantiche entrassindrentoe che togliessino il vasoe me bastonassino. Alle qualparole io monstrai loro la bocca dello scoppietto in ordine col suofuocoe ad alta voce gridavo:

-Marranitraditoriassassinas'egli a questo modo le case e lebotteghe in una Roma? Tanti quanti di voiladris'appresseranno aquesto isportellotanti con questo mio istioppo ne farò cadermorti -.

Evolto la bocca d'esso istioppo al loro maestro di casaaccennando ditrarredissi:

-E tu ladroneche gli ammettivoglio che sia il primo a morire -.



Subitodette di piede a un giannettoin su che lui erae a tutta brigliasi misse a fuggire. A questo gran romore era uscito fuora tutti livicini; e di piú passando alcuni gentiluomini romanidissono:

-Ammazzalipur questi marraniperché sarai aiutato da noi -.

Questeparole furno di tanta forzache molto ispaventati da me si partirno;in modo chenecessitati dal casofurno forzati annarrare tutto ilcaso a monsignoril quale era superbissimoe tutti quei servitori eministri isgridòsí perché loro eran venuti afare un tale eccessoe perchéda poi cominciatoloro nonl'avevano finito. Abbattessi in questo quel pittore che s'eraintervenuto in tal cosaa il quale monsignore disse che mi venissi adire da sua parteche se io non gli portavo il vaso subitoche dime il maggior pezzo sarien gli orecchi; e se io lo portavochesubito mi darebbe il pagamento di esso. Questa cosa non mi messepunto di paurae gli feci intendere che io lo andrei a dire al Papasubito. Intantoa lui passato la stizza e a me la paurasotto lafede di certi gran gentiluomini romani che il detto non mioffenderebbee con buona sicurtà del pagamento delle miefatichemessomi in ordine con un gra' pugnale e il mio buon giacogiunsi in casa del detto monsignoreil quale aveva fatto mettere inordine tutta la sua famiglia. Entratoavevo il mio Paulino appressocon il vaso d'argento. Era né piú né manco comepassare per mezzo il Zodiacoché chi contrafaceva il leonequale lo scorpioaltri il cancro:


tantoche pur giugnemmo alla presenza di questo pretaccioil qualesparpagliò le piú pretesche spagnolissime parole cheinmaginar si possa. Onde io mai alzai la testa a guardarlonémai gli risposi parola. A il quale mostrava di crescere piú lastizza; e fattomi porgere da scriveremi disse che io scrivessi dimia manodicendo d'essere ben contento e pagato da lui. A questo ioalzai la testa e li dissi che molto volentieri lo farei se prima ioavessi li mia dinari. Crebbe còllora al vescovo; e le bravatee le dispute furno grande. Al fine prima ebbi li dinarida poiscrissie lieto e contento me ne andai.


XXV.Da poi lo intese papa Clementeil quale aveva veduto il vaso inprimama non gli fu mostro per di mia manone prese grandissimopiaceree mi dètte molte lodee in pubblico disse che mivoleva grandissimo bene; a tale che monsignore Salamanca molto sipentí d'avermi fatto quelle sue bravate: e per rappattumarmiper il medesimo pittore mi mandò a dire che mi voleva dar dafare molte grande opere; al quale io dissi che volentieri le fareima volevo prima il pagamento di esseche io le cominciassi. Ancoraqueste parole vènneno agli orecchi di papa Clementele qualelo mossono grandemente a risa. Era alla presenza il cardinale Ciboal quali il Papa contò tutta la diferenza che io avevo aùtocon questo vescovo; di poi si volse a un suo ministroe li comandòche continuamente mi dessi da fare per il palazzo. Il ditto cardinalCibo mandò per mee doppo molti piacevoli ragionamentimidette da fare un vaso grandemaggior che quello del Salamanca; cosíil cardinal Cornaro e molti altri di quei cardinalimassimamenteRidolfi e Salviati: da tutti avevo da farein modo che io guadagnavomolto bene. Madonna Porzia sopra ditta mi disse che io dovessi aprireuna bottega che fusse tutta mia: e io cosí fecie mai restavodi lavorare per quella gentile donna da benela quale mi davaassaissimo guadagnoe quasi per causa sua istessa m'ero mostro almondo uomo da qualcosa. Presi grande amicizia col signor GabbrielloCeserinoil quale era gonfaloniere di Roma: a questo signore io lifeci molte opere. Una infra le altre notabile: questa fu una medagliagrande d'oro da portare in un cappello: dentro isculpito in essamedaglia si era Leda col suo cigno; e sadisfattosi assai delle miefatichedisse che voleva farla istimare per pagarmela il giustoprezzo. E perché la medaglia era fatta con gran disciplinaquelli stimatori della arte la stimarono molto piú che lui nons'immaginava: cosí tenendosi la medaglia in manonulla neritraevo delle mie fatiche. Occorse il medesimo caso di essa medagliache quello del vaso del Salamanca. E perché queste cose non mitolgano il luogo da dire cose di maggiore importanzacosíbrevemente le passerò.


XXVI.Con tutto che io esca alquanto della mia professionevolendodescrivere la vita miami sforza qualcuna di queste cotal cose nongià minutamente descriverlema sí bene soccintamenteaccennarle. Essendo una mattina del nostro San Giovanni a desinareinsieme con molti della nazion nostradi diverse professionepittoriscultoriorefici; infra li altri notabili uomini ci era unodomandato il Rosso pittoree Gianfrancesco discepolo di Raffaello daUrbinoe molti altri. E perché in quel luogo io gli avevocondotti liberamentetutti ridevano e motteggiavanosecondo chepromette lo essere insieme quantità di uominirallegrandosidi una tanto maravigliosa festa. Passando a caso un giovaneisventatobravacciosoldato del signor Rienzo da Ceria questiromorisbeffando disse molte parole inoneste della nazionefiorentina. Ioche era guida di quelli tanti virtuosi e uomini dabeneparendomi essere lo offesochetamentesanza che nessuno mivedessiquesto tale sopragiunsiil quale era insieme con una suaputtanache per farla ridereancora seguitava di fare quellascornacchiata. Giunto a luilo domandai se egli era quello arditoche diceva male de' Fiorentini. Subito disse:

-Io son quello -.

Allequale parole io alzai la mana dandogli in sul visoe dissi:

-E io son questo -.

Subitomesso mano all'arme l'uno e l'altro arditamentema non sítosto cominciato tal brigache molti entrorno di mezzopiúpresto pigliando la parte mia che altrimentiessentito e veduto cheio avevo ragione. L'altro giorno a presso mi fu portato un cartellodi disfida per combattere secoil quale io accettai moltolietamentedicendo che questa mi pareva impresa da spedirla moltopiú presto che quelle di quella altra arte mia: e subito me neandai a parlare a un vechione chiamato il Bevilacquail quale avevanome d'essere stato la prima spada di Italiaperché s'eratrovato piú di venti volte ristretto in campo franco e semprene era uscito a onore.


Questouomo da bene era molto mio amicoe conosciutomi per virtúdella arte miae anche s'era intervenuto in certe terribil quistioneinfra me e altri. Per la qual cosa lui lietamente subito mi disse:

-Benvenuto miose tu avessi da fare con Marteio son certo che neusciresti a onoreperché di tanti anniquant'io ti conosconon t'ho mai veduto pigliare nessuna briga a torto -.


Cosíprese la mia impresae conduttoci in luogo con l'arme in manosanzainsanguinarsirestando dal mio avversariocon molto onore usci' ditale inpresa. Non dico altri particolari; che se bene sarebbonobellissimi da sentire in tal generevoglio riserbare queste parole aparlare de l'arte miaquale è quella che m'ha mosso a questotale iscrivere; e in essa arò da dire pur troppo. Se benemosso da una onesta invidiadesideroso di fare qualche altra operache aggiugnessi e passassi ancora quelle del ditto valente uomoLucagnoloper questo non mi scostavo mai da quella mia bella artedel gioiellare; in modo che infra l'una e l'altra mi recava moltoutile e maggiore onoree innell'una e nella altra continuamenteoperavo cose diverse dagli altri. Era in questo tempo a Roma unvalentissimo uomo perugino per nome Lautizioil quale lavorava solodi una professionee di quella era unico al mondo. Avenga che a Romaogni cardinale tiene un suggelloinnel quale è impresso ilsuo titoloquesti suggelli si fanno grandi quanti è tutta unamana di un piccol putto di dodici anni incirca: e sí come ioho detto di soprain essa si intaglia quel titolo del cardinalenelquale s'interviene moltissime figure: pagasi l'uno di questi suggelliben fatti cento e piú di cento scudi. Ancora a questo valenteuomo io portavo una onesta invidia; se bene questa arte èmolto appartata da l'altre arti che si intervengono nella oreficeria;perché questo Lautiziofaccendo questa arte de' suggellinonsapeva fare altro. Messomi a studiare ancora in essa artese benedifficilissima la trovavonon mai stanco per fatica che quella midessidi continuo attendevo a guadagnare e a imparare. Ancora era inRoma un altro eccellentissimo valente uomoil quale era milanese esi domandava per nome misser Caradosso. Questo uomo lavoravasolamente di medagliette cesellate fatte di piastrae molte altrecose; fece alcune Pace lavorate di mezzo rilievoe certi Cristi diun palmofatti di piastre sottilissime d'orotanto ben lavorateche io giudicavo questo essere il maggior maestro che mai di tal coseio avessi vistoe di lui piú che di nessuno altro avevoinvidia.


Ancorac'era altri maestriche lavoravano di medaglie intagliate inacciaiole quali son le madre e la vera guida a coloro che voglionosapere fare benissimo le monete. Attutte queste diverse professionicon grandissimo studio mi mettevo a impararle. Écci ancora labellissima arte dello smaltarequale io non viddi mai far bene adaltriche a un nostro fiorentino chiamato Amerigoquale io noncognobbima ben cognobbi le maravigliosissime opere sue; le quali inparte del mondoné da uomo mainon viddi chi s'appressassidi gran lunga a tal divinità. Ancor a questo esercizio moltodifficilissimo rispetto al fuocoche nelle finite gran fatiche perultimo si intervienee molte volte le guasta e manda in ruinaancora a questa diversa professione con tutto il mio potere mi messi;e se bene molto difficile io la trovavoera tanto il piacere che iopigliavoche le ditte gran difficultà mi pareva che mi fussinriposo: e questo veniva per uno espresso dono prestatomi dallo Idiodella natura d'una complessione tanto buona e ben proporzionatacheliberamente io mi prommettevo dispor di quella tutto quello che miveniva in animo di fare. Queste professione ditte sono assai e moltodiverse l'una dall'altra; in modo che chi fa bene una di essevolendo fare le altrequasi a nissuno non riesce come quella che fabene; dove che io ingegnatomi con tutto il mio potere di tutte questeprofessione equalmente operare; e al suo luogo mostrerrò talcosa aver fattasí come io dico.


XXVII.In questo tempoessendo io ancora giovane di ventitré anni incircasi risentí un morbo pestilenziale tanto inistimabileche in Roma ogni dí ne moriva molte migliaia. Di questoalquanto spaventatomi cominciai a pigliare certi piacericome midittava l'animopure causati da qualcosa che io dirò. Perchéio me ne andavo il giorno della festa volentieri alle anticaglieritraendo di quelle or con cera or con disegno; e perchéqueste ditte anticaglie sono tutte rovinee infra quelle ditte ruinecova assaissimi colombimi venne voglia di adoperare contra essi loscoppietto: in modo che per fuggire il commerziospaventato dallapestemettevo uno scoppietto in ispalla al mio Pagolinoe soli luie io ce ne andavamo alle ditte anticaglie. Il che ne seguiva chemoltissime volte ne tornavo carico di grassissimi colombi. Non mipiaceva di mettere innel mio scoppietto altro che una sola pallaecosí per vera virtú di quella arte facevo gran caccie.


Tenevouno scoppietto dirittodi mia mano; e drento e fuora non fu maispecchio da vedere tale. Ancora facevo di mia mano la finissimapolvere da trarreinnella quale io trovai i piú bei segretiche mai per insino a oggi da nessuno altro si sieno trovati; e diquestoper non mi ci stendere moltosolo darò un segno dafare maravigliare tutti quei che son periti in tal professione.Questo si erache con la quinta parte della palla il peso della miapolveredetta palla mi portava ducento passi andanti in puntobianco. Se bene il gran piacereche io traevo da questo mioscoppiettomostrava di sviarmi dalla arte e dagli studii miaancorache questo fussi la veritàin uno altro modo mi rendeva moltopiú di quel che tolto mi aveva: il perché si erachetutte le volte che io andavo a questa mia cacciamiglioravo la vitamia grandementeperché l'aria mi conferiva forte. Essendo ioper natura malinconicocome io mi trovavo a questi piacerisubitomi si rallegrava il cuoree venivami meglio operato e con piúvirtú assaiche quando io continuo stavo a' miei studii edesercizii; di modo che lo scoppietto alla fin del giuoco mi stava piúa guadagno che a perdita. Ancoramediante questo mio piacerem'avevo fatto amicizie di certi cercatorili quali stavano allevelette di certi villani lombardiche venivano al suo tempo a Roma azappare le vigne. Questi tali innel zappare la terra sempre trovavonomedaglie anticheagateprasmecorniuolecammei:


ancoratrovavano delle gioiecome s'è dire ismeraldizaffinidiamanti e rubini. Questi tali cercatori da quei tai villani avevanoalcuna volta per pochissimi danari di queste cose ditte; alle qualiio alcuna voltae bene spessosopragiunto i cercatoridavo lorotanti scudi d'oromolte volte di quello che loro appena avevanocompero tanti giuli. Questa cosanon istante il gran guadagno che ione cavavoche era per l'un dieci o piúancora mi facevobenivolo quasi attutti quei cardinali di Roma.


Solodirò di queste qualcuna di quelle cose notabile e piúrare.


Micapitò alle maneinfra tante le altreuna testa di undalfino grande quant'una fava da partito grossetta. Infra le altrenon istante che questa testa fusse bellissimala natura in questomolto sopra faceva la arte; perché questo smiraldo era ditanto buon coloreche quel tale che da me lo comperò a decinedi scudilo fece acconciare a uso di ordinaria pietra da portare inanello: cosí legato lo vendé centinaia.

Ancoraun altro genere di pietra: questo si fu una testa del piú beltopazioche mai fusse veduto al mondo: in questo l'arte adeguava lanatura. Questa era grande quant'una grossa nocciuolae la testa siera tanto ben fatta quanto inmaginar si possa: era fatta per Minerva.Ancora un'altra pietra diversa da queste: questo fu un cammeo: inesso intagliato uno Ercole che legava il trifauce Cerbero. Questo eradi tanta bellezza e di tanta virtú ben fattoche il nostrogran Michelagnolo ebbe a dire non aver mai veduto cosa tantomaravigliosa. Ancora infra molte medaglie di bronzouna me necapitònella quale era la testa di Iove. Questa medaglia erapiú grande che nessuna che veduto mai io ne avessi: la testaera tanto ben fattache medaglia mai si vidde tale. Aveva unbellissimo rovescio di alcune figurette simili allei fatte bene. Areisopra di questo da dire di molte gran cosema non mi voglio stendereper non essere troppo lungo.


XXVIII.Come di sopra dissiera cominciato la peste in Roma: se bene iovoglio ritornare un poco indietroper questo non uscirò delmio proposito. Capitò a Roma un grandissimo cerusicoil qualesi domandava maestro Iacomo da Carpi. Questo valente uomoinfra glialtri sua medicamentiprese certe disperate cure di mali franzesi. Eperché questi mali in Roma sono molto amici de' pretimassimedi quei piú ricchifattosi cognoscere questo valente uomoper virtú di certi profumi mostrava di sanaremaravigliosamente queste cotai infirmitàma voleva far pattoprima che cominciassi a curare; e' quali pattierano a centinaia enon a decine. Aveva questo valente uomo molta intelligenzia deldisegno. Passando un giorno a caso della mia bottegavidde a sortacerti disegni che io avevo innanziin fra' quali era parecchibizzarri vasettiche per mio piacere avevo disegnati.


Questitali vasi erano molto diversi e varii da tutti quelli che mai s'eranoveduti insino a quella età. Volse il ditto maestro Iacomo cheio gnene facessi d'argento; i quali io feci oltra modo volentieriper essere sicondo il mio capriccio. Con tutto che il ditto valenteuomo molto bene me gli pagassefu l'un cento maggiore l'onore che miapportorno; perché in nella arte di quei valenti uominiorefici dissono non aver mai veduto cosa piú bella némeglio condotta. Io non gli ebbi sí tosto fornitiche questouomo li mostrò al Papa; e l'altro dí dapoi s'andòcon Dio. Era molto litterato: maravigliosamente parlava dellamedicina. Il Papa volse che lui restassi al suo servizio; e questouomo disseche non voleva stare al servizio di persona del mondo; eche chi aveva bisogno di luigli andassi dietro. Egli era personamolto astutae saviamente fece a 'ndarsene di Roma; perchénon molti mesi apresso tutti quelli che egli aveva medicati sicondusson tanto maleche l'un cento eran peggio che prima: sarebbestato ammazzatose fermato si fussi. Mostrò li mia vasetti infra molti signori; in fra li altri allo eccellentissimo duca diFerrara; e disseche quelli lui li aveva aúti da un gransignore in Romadicendo a quellose lui voleva essere curato dellasua infirmitàvoleva quei dua vasetti; e che quel tal signoregli aveva dettoch'egli erano antichie che di grazia gli chiedesseogni altra cosaqual non gli parrebbe grave a dargnenepurchéquelli gnene lasciassi: disse aver fatto sembiante non volermedicarloe però gli ebbe. Questo me lo disse misser AlbertoBendedio in Ferrarae con gran sicumera me ne mostrò certiritratti di terra; al quali io mi risi; e non dicendo altromisserAlberto Bendedioche era uomo superboisdegnato mi disse:

-Tu te ne ridieh? e io ti dico che da mill'anni in qua non c'ènato uomo che gli sapessi solamente ritrarre -.

Eioper non tor loro quella riputazionestandomi chetostupefattogli ammiravo. Mi fu detto in Roma da molti signori di questa operache a lor pareva miracolosa e antica; alcuni di questiamici mia; eio baldanzoso di tal faccendaconfessai d'averli fatti io. Nonvolendo crederloond'io volendo restar veritiero a quei talin'ebbia dare testimonianza a farne nuovi disegni; ché quella nonbastavaavenga che li disegni vecchi il ditto maestro Iacomoastutamente portar se gli volse. In questa piccola operetta io ciacquistai assai.


XXIX.Seguitando apresso la peste molti mesiio mi ero scaramucciatoperché mi era morti di molti compagnied ero restato sano elibero. Accadde una sera in fra le altreun mio confederato compagnomenò in casa a cena una meretrice bologneseche si domandavaFaustina. Questa donna era bellissimama era di trenta anni incircae seco aveva una servicella di tredici in quattordici. Peressere la detta Faustina cosa del mio amicoper tutto l'oro delmondo io non l'arei tocca. Con tutto che la dicesse essere di meforte innamorataconstantemente osservavo la fede allo amico mio; mapoi che a letto furnoio rubai quella servicinala quali era nuovanuovaché guai allei se la sua padrona lo avessi saputo. Cosígodetti piacevolmente quella notte con molta piú miasadisfazioneche con la patrona Faustina fatto non arei.Apressandosi all'ora del desinareonde io stancoche molte migliaavevo camminatovolendo pigliare il cibomi prese un gran dolore ditestacon molte anguinaie nel braccio mancoscoprendomisi uncarbonchio nella nocella della mana mancadalla banda di fuora.Spaventato ugnuno in casalo amico miola vacca grossa e la minutatutte fuggiteonde io restato solo con un povero mio fattorinoilquale mai lasciar mi volsemi sentivo soffocare il cuoree miconoscevo certo esser morto. In questopassando per la strada ilpadre di questo mio fattorinoil quale era medico del cardinaleIacoacci e a sua provisione stavadisse il detto fattore al padre:

-Venitemio padrea veder Benvenutoil quale è con un pocodi indisposizione a letto -.

Nonconsiderando quel che la indisposizione potessi esseresubito vennea mee toccatomi il polsovide e sentí quel che lui volsutonon arebbe. Subito vòlto al figliuologli disse:

-O figliuolo traditoretu m'hai rovinato: come poss'io piúandare innanzi al cardinale? - A cui il figliuol disse:

-Molto piú valemio padrequesto mio maestroche quanticardinali ha Roma -.



Allorail medico a me si volsee disse:

-Da poi che io son quimedicare ti voglio. Solo di una cosa ti foavvertitoche avendo usato il coitose' mortale -.

Alquali io dissi:

-Hollo usato questa notte -.

Aquesto disse il medico:

-In che creaturae quanto? - E gli dissi:

-La notte passatae innella giovinissima fanciulletta -.

Alloraavvedutosi lui delle sciocche parole usatesubito mi disse:

-Sí per esser giovini a cotesto modole quali ancor nonputanoe per essere a buona ora il rimedionon aver tanta paurachi io spero per ogni modo guarirti -.

Medicatomie partitosisubito comparse un mio carissimo amicochiamatoGiovanni Rigogliil qualiincrescendoli e del mio gran male edell'essere lasciato cosí solo da il compagno miodisse:

-Non ti dubitareBenvenuto mioche io mai non mi spiccherò dateper infin che guarito io non ti vegga -.

Iodissi a questo amicoche non si appressassi a meperchéspacciato ero. Solo lo pregavo che lui fussi contento di pigliare unacerta buona quantità di scudi che erano in una cassetta quivivicina al mio lettoe quellidi poi che Idio mi avessi tolto almondogli mandassi a donare al mio povero padrescrivendoglipiacevolmentecome ancora io avevo fatto sicondo l'usanza cheprommetteva quella arrabbiata istagione. Il mio caro amico mi dissenon si voler da me partir in modo alcunoe quello che da poioccorressi innell'uno o innell'altro modosapeva benissimo quel chesi conveniva fare per lo amico. E cosí passammo innanzi con loaiuto di Dio: e con i maravigliosi rimedi cominciato a pigliaregrandissimo miglioramentopresto a bene di quella grandissimainfirmitate campai. Ancora tenendo la piaga apertadentrovi la tastae un piastrello soprame ne andai in sun un mio cavallino salvaticoil quale io avevo. Questo aveva i peli lunghi piú di quattrodita; era a punto grande come un grande orsacchioe veramente unorso pareva. In sun esso me ne andai a trovare il Rosso pittoreilquale era fuor di Roma in verso Civitavecchiaa un luogo del contedell'Anguillaradetto Cerveterae trovato il mio Rossoil qualeoltra modo si rallegròonde io gli dissi:

-I' vengo a fare a voi quel che voi facesti a me tanti mesi sono -.

Cacciatosisubito a rideree abracciatomi e baciatomiappresso mi dissecheper amor del conte io stessi cheto. Cosí filicemente e lieticon buon vini e ottime vivandeaccarezzato dal ditto contein circaa un mese ivi mi stettie ogni giorno soletto me ne andavo in sullito del maree quivi smontavocaricandomi di piú diversisassolinichiocciolette e nicchi rari e bellissimi. L'ultimo giornoche poi piú non vi andaifui assaltato da molti uominiliqualitravestitisieran discesi d'una fusta di Mori; e pensandosid'avermi in modo ristretto a un certo passoil quali non parevapossibile a scampar loro delle manimontato subito in sul miocavallettoresolutomi al periglioso passo quivi d'essere o arosto olessoperché poca speranza vedevo di scappare di uno delliduoi modicome volse Idioil cavallettoche era qual di sopra iodissisaltò quello che è impossibile a credere; ondeio salvatomi ringraziai Idio. Lo dissi al conte: lui dette a l'arme:si vidde le fuste in mare. L'altro giorno apresso sano e lieto me neritornai in Roma.


XXX.Di già era quasi cessata la pestedi modo che quelli che siritrovavono vivi molto allegramente l'un l'altro si carezavano. Daquesto ne nacque una compagnia di pittoriscultorioreficilimeglio che fussino in Roma; e il fondatore di questa compagnia si fuuno scultore domandato Michelagnolo. Questo Michelagnolo era saneseed era molto valente uomotale che poteva comparire in fra ognialtri di questa professionema sopra tutto era questo uomo il piúpiacevole e il piú carnale che mai si cognoscessi al mondo. Diquesta detta compagnia lui era il piú vecchioma síbene il piú giovane alla valitudine del corpo. Noi ciritrovavomo spesso insieme; il manco si era due volte la settimana.Non mi voglio tacere che in questa nostra compagnia si era GiulioRomano pittore e Gian Francescodiscepoli maravigliosi del granRaffaello da Urbino. Essendoci trovati piú e piú volteinsiemeparve a quella nostra buona guida che la domenica seguentenoi ci ritrovassimo a cena in casa suae che ciascuno di noi fussiubbrigato a menare la sua cornacchiaché tal nome aveva lorposto il ditto Michelagnolo; e chi non la menassifussi ubbrigato apagare una cena attutta la compagnia. Chi di noi non aveva pratica dital donne di partitocon non poca sua spesa e disagio se n'ebbeapprovvedereper non restare a quella virtuosa cena svergognato. Ioche mi pensavo d'essere provisto bene per una giovane molto bellachiamata Pantassileala quali era grandemente innamorata di mefuiforzato a concederla a un mio carissimo amicochiamato il Bachiaccail quali era stato ed era ancora grandemente innamorato di lei. Inquesto caso si agitava un pochetto di amoroso isdegnoperchéveduto che alla prima parola io la concessi al Bachiaccaparve aquesta donna che io tenessi molto poco conto del grande amore che leimi portava; di che ne nacque una grandissima cosa in ispazio ditempovolendosi lei vendicare della ingiuria ricevuta da me; laqualcosa dirò poi al suo luogo. Avvenga che l'ora sicominciava a pressare di appresentarsi alla virtuosa compagniaciascuno con la sua cornacchiae io mi trovavo senza e pur troppo mipareva fare errore mancare di una sí pazza cosa; e quel chepiú mi teneva si era che io non volevo menarvi sotto il miolumein fra quelle virtú taliqualche spennacchiatacornacchiuccia; pensai a una piacevolezza per acrescere allalietitudine maggiore risa. Cosí risolutomichiamai ungiovinetto de età di sedici anniil quale stava accanto a me:era figliuolo di uno ottonaio spagnuolo.


Questogiovine attendeva alle lettere latine ed era molto istudioso. Aveanome Diego: era bello di personamaraviglioso di color di carne: lointaglio della testa sua era assai piú bello che quello anticodi Antino e molte volte lo avevo ritratto; di che ne aveva aùtomolto onore nelle opere mie. Questo non praticava con personadimodo che non era cognusciuto: vestiva molto male e accaso: solo erainnamorato dei suoi maravigliosi studi. Chiamato in casa mialopregai che mi si lasciassi addobbare di quelle veste femminile cheivi erano apparecchiare.


Luifu facile e presto si vestíe io con bellissimi modi diacconciature presto accresce' gran bellezze al suo bello viso:messigli dua anelletti agli orecchidentrovi dua grosse e belleperle - li detti anelli erano rotti; solo istrignevano gli orecchili quali parevano che bucati fussino -; da poi li messi al collocollane d'oro bellissime e ricchi gioielli: cosí acconciai lebelle mane di anella. Da poi piacevolmente presolo per un orecchiolo tirai davanti a un mio grande specchio. Il qual giovine vedutosicon tanta baldanza disse:

-Oimèè quelDiego? - Allora io dissi:

-Quello è Diegoil quale io non domandai mai di sorte alcunapiacere: solo ora priego quel Diegoche mi compiaccia di uno onestopiacere: e questo si èche in quel proprio abito - io volevoche venissi a cena con quella virtuosa compagniache piúvolte io gli avevo ragionato. Il giovane onestovirtuoso e saviolevato da sé quella baldanzavolto gli occhi a terrastettecosí alquanto senza dir nulla: di poi in un tratto alzato ilvisodisse:

-Con Benvenuto vengo; ora andiamo -.

Messoliin capo un grainde sciugatoioil quale si domanda in Roma un pannodi stategiunti al luogodi già era comparso ugniunoetutti fattimisi incontro: il ditto Michelagnolo era messo in mezzo daIulio e da Giovanfrancesco.


Levatolo sciugatoio di testa a quella mia bella figuraquel Michelagnolo -come altre volte ho dettoera il piú faceto e il piúpiacevole che inmaginar si possa - appiccatosi con tutte a dua lemaneuna a Iulio e una a Gianfrancescoquanto egli potette in queltiro li fece abbassaree lui con le ginocchia in terra gridavamisericordia e chiamava tutti e' populi dicendo:

-Miratemirate come son fatti gli Angeli del Paradiso! che con tuttoche si chiamino Angelimirate che v'è ancora delle Angiole -e gridando diceva:

OAngiol bellao Angiol degnatu mi salvae tu mi segna.


Aqueste parole la piacevol creatura ridendo alzò la manadestrae gli dette una benedizion papale con molte piacevol parole.


Allorarizzatosi Michelagnolodisse che al Papa si baciava i piedi e cheagli Angeli si baciava le gote: e cosí fattograndementearrossí il giovaneche per quella causa si accrebbe bellezzagrandissima. Cosí andati innanzila stanza era piena disonettiche ciascun di noi aveva fattie mandatigli a Michelagnolo.Questo giovine li cominciò a leggeree gli lesse tutti:accrebbe alle sue infinite bellezze tantoche saria inpossibile ildirlo. Di poi molti ragionamenti e maraviglieai quali io non mivoglio stendereche non son qui per questo: solo una parola misovvien direperché la disse quel maraviglioso Iulio pittoreil quale virtuosamente girato gli occhi a chiunque era ivi attornoma piú affisato le donne che altrivoltosi a Michelagnolocosí disse:

-Michelagnolo mio caroquel vostro nome di cornacchie oggi a costorosta benebenché le sieno qualche cosa manco belle checornacchie apresso a uno de' piú bei pagoni che immaginar sipossa -.

Essendopresto e in ordine le vivandevolendo metterci a tavolaIuliochiese di grazia di volere essere lui quel che a tavola ci mettessi.Essendogli tutto concessopreso per mano le donnetutte le accomodòper di dentro e la mia in mezzo; dipoi tutti gli uomini messe difuorie me in mezzodicendo che io meritavo ogni grande onore. Eraivi per ispalliera alle donne un tessuto di gelsumini naturali ebellissimiil quale faceva tanto bel campo a quelle donnemassimoalla miache impossibile saria il dirlo con parole. Cosíseguitammo ciascuno di bonissima voglia quella ricca cenala qualeera abundantissima a maraviglia. Di poi che avemmo cenatovenne unpoco di mirabil musica di voce insieme con istrumenti: e perchécantavano e sonavano con i libri inanzila mia bella figura chieseda cantare la sua parte; e perché quella della musica lui lafaceva quasi meglio che l'altredette tanto maravigliache liragionamenti che faceva Iulio e Michelagnolo non erano piú inquel modo di prima piacevolima erano tutti di parole gravesalde epiene di stupore. Apresso alla musicaun certo Aurelio Ascolanochemaravigliosamente diceva allo improvisocominciatosi a lodar ledonne con divine e belle parolein mentre che costui cantavaquelledue donneche avevano in mezzo quella mia figuranon mai restate dicicalare; che una di loro diceva innel modo che la fece a capitarmalel'altra domandava la mia figura in che modo lei aveva fattoechi erano li sua amicie quanto tempo egli era che l'era arrivata inRomae molte di queste cose tale. Egli è il vero che se iofacessi solo per descrivere cotai piacevolezzedirei molti accidentiche vi accaddonomossi da quella Pantassileala quale forte erainnamorata di me: ma per non essere innel mio propositobrevementeli passo. Oravenuto annoia questi ragionamenti di quelle bestiedonne alla mia figuraalla quali noi avevamo posto nome Pomonaladetta Pomonavolendosi spiccare da quelli sciocchi ragionamenti dicolorosi scontorceva ora in sun una banda ora in su l'altra. Fudomandata da quella femminache aveva menata Iuliose lei sisentiva qualche fastidio. Disse che síe che si pensavad'esser grossa di qualche mesee che si sentiva dar noia alla donnadel corpo. Subito le due donneche in mezzo l'avevanomossosi apietà di Pomonamettendogli le mane al corpotrovorno chel'era mastio. Tirando presto le mani a loro con ingiuriose parolequali si usano dire ai belli giovanettilevatosi da tavola subito legrida spartesi e con gran risa e con gran maravigliail fieroMichelagnolo chiese licenzia da tutti di poter darmi una penitenzia asuo modo. Avuto il sícon grandissime gride mi levò dipesodicendo:

-Viva il Signore: viva il Signore - e disseche quella era lacondannagione che io meritavoaver fatto un cosí bel tratto.Cosí finí la piacevolissima cena e la giornata; eugniun di noi ritornò alle case sue.


XXXI.Se io volessi descrivere precisamente quale e quante erano le molteopereche a diverse sorte di uomini io facevatroppo sarebbe lungoil mio dire. Non mi occorre per ora dire altrose none che ioattendevo con ogni sollecitudine e diligenzia a farmi pratico inquella diversità e differenzia di arteche di sopra hoparlato. Cosí continuamente di tutte lavoravo: e perchénon m'è venuto alla mente ancora occasione di descriverequalche mia opera notabileaspetterò di porle al suo luogo;che presto verranno. Il detto Michelagnolo sanese scultore in questotempo faceva la sepoltura de il morto papa Adriano. Iulio Romanopittore ditto se ne andò a servire il marchese di Mantova. Glialtri compagni si ritirorno chi in qua e chi in là a suefaccende: in modo che la ditta virtuosa compagnia quasi tutta sidisfece. In questo tempo mi capitò certi piccoli pugnalettiturcheschied era di ferro il manico sí come la lama delpugnale: ancora la guaina era di ferro similmente. Queste ditte coseerano intagliateper virtú di ferrimolti bellissimifogliami alla turchescae pulitissimamente commessi d'oro: la qualcosa mi incitò grandemente a desiderio di provarmi ancora aaffaticarmi in quella professione tanto diversa da l'altre: e vedutoch'ella benissimo mi riuscivane feci parecchi opere. Queste taliopere erano molto piú belle e molto piú istabile che leturchescheper piú diverse cause. L'una si era che in e' miaacciai io intagliavo molto profondamente a sotto squadro; che talcosa non si usava per i lavori turcheschi. L'altra si era che lifogliami turcheschi non sono altro che foglie di gichero con alcunifiorellini di clizia; se bene hanno qualche poco di graziala noncontinua di piacerecome fanno i nostri fogliami. Benchéinnell'Italia siamo diversi di modo di fare fogliami; perché iLombardi fanno bellissimi fogliami ritraendo foglie de elera e divitalba con bellissimi girarile quali fanno molto piacevol vedere;li Toscani e i Romani in questo genere presono molto miglioreelezioneperché contra fanno le foglie d'acantodetta brancaorsinacon i sua festuchi e fiorigirando in diversi modi; e in frai detti fogliami viene benissimo accomodato alcuni uccelletti ediversi animaliqual si vede chi ha buon gusto. Parte ne truovanaturalmente nei fiori salvaticicome è quelle che sichiamano bocche di lioneche cosí in alcuni fiori sidiscerneaccompagnate con altre belle inmaginazione di quellivalenti artefici: le qual cose son chiamateda quelli che non sannogrottesche. Queste grottesche hanno acquistato questo nome daimoderniper essersi trovate in certe caverne della terra in Romadagli studiosile quali caverne anticamente erano camerestufestudiisale e altre cotai cose. Questi studiosi trovandole in questiluoghi cavernosiper essere alzato dagli antichi in qua il terreno erestare quelle in bassoe perché il vocabolo chiama queiluoghi bassi in Romagrotte; da questo si acquistorno il nome digrottesche. Il qual non è il suo nome; perché síbenecome gli antichi si dilettavano di comporre de' mostri usandocon caprecon vacche e con cavallenascendo questi miscugli glidomandavono mostri; cosí quelli artefici facevano con i lorofogliami questa sorte di mostri: e mostri è 'l vero lor nome enon grottesche. Faccendo io di questa sorte fogliami commessi nelsopra ditto modoerano molto piú belli da vedere che liturcheschi. Accadde in questo tempo che in certi vasii quali eranournette antiche piene di cenerefra essa cenere si trovòcerte anella di ferro commessi d'oro insin dagli antichie in esseanella era legato un nicchiolino in ciascuno. Ricercando quei dottidissono che queste anella le portavono coloro che avevano caro distar saldi col pensiero in qualche stravagante accidente avvenutoloro cosí in bene come in male. A questo io mi mossiarequisizione di certi signori molto amici miei e feci alcune diqueste anellette; ma le facevo di acciaro ben purgato: di poibeneintagliate e commesse d'orofacevano bellissimo vedere; e futalvolta che di uno di questi anellettisolo delle mie fattureneebbi piú di quaranta scudi. Se usava in questo tempo alcunemedagliette d'oroche ogni signore e gentiluomo li piaceva farescolpire in esse un suo capriccio o impresa; e le portavano nellaberretta. Di queste opere io ne feci assaied erano molto difficilea fare. E perché il gran valente uomo ch'io dissichiamatoCaradossone fece alcunele quali come erano di piú di unafigura non voleva manco che cento scudi d'oro de l'una; la qual cosanon tanto per il premio quanto per la sua tarditàio fuiposto innanzi a certi signoriai quali infra l'altre feci unamedaglia a gara di questo gran valent'uomoinnella qual medaglia eraquattro figureintorno alle quali io mi ero molto affaticato.


Accaddeche li detti gentiluomini e signoriponendola accanto a quella delmaraviglioso Caradossodissono che la mia era assai meglio fatta epiú bellae che io domandassi quel che io volevo dellefatiche mie; perchéavendo io loro tanto ben satisfatticheloro me voleano satisfare altanto. Ai quali io dissiche il maggiorpremio alle fatiche mie e quello che io piú desideravasi eralo aggiugnere appresso alle opere di un cosí gran valent'uomoe chese allor Signorie cosí paressiio pagatissimo midomandavo. Cosí partitomi subitoquelli mi mandorno appressoun tanto liberalissimo presenteche io fui contentoe mi crebbetanto animo di far beneche fu causa di quello che per lo avveniresi sentirà.


XXXII.Se bene io mi discosterò alquanto dalla mia professionevolendo narrare alcuni fastidiosi accidenti intervenuti in questa miatravagliata vita; e perché avendo narrato per l'adrieto diquella virtuosa compagnia e delle piacevolezze accadute per conto diquella donna che io dissiPantassilea; la quale mi portava quelfalso e fastidioso amore; e isdegnata grandissimamente meco per contodi quella piacevolezzadove era intervenuto a quella cena Diegospagnuolo di già dittolei avendo giurato vendicarsi meconacque una occasioneche io descriveròdove corse la vitamia a ripentaglio grandissimo. E questo fu chevenendo a Roma ungiovanetto chiamato Luigi Pulcifigliuolo di uno de' Pulci al qualefu mozzato il capo per avere usato con la figliuola; questo dittogiovane aveva maravigliosissimo ingegno poetico e cognizione di buonelettere latine; iscriveva bene; era di grazia e di forma oltramodobello. Erasi partito da non so che vescovoed era tutto pieno di malfranzese. E perchéquando questo giovane era in Firenzelanotte di state in alcuni luoghi della città si faceva radottiinnelle proprie stradedove questo giovane in fra i migliori sitrovava a cantare allo inproviso; era tanto bello udire il suocheil divino Michelagnolo Buonaarotieccellentissimo scultore epittoresempre che sapeva dov'egli eracon grandissimo desiderio epiacere lo andava a udire; e un certochiamato il Pilotovalentissimo uomooreficee io gli facevomo campagnia. In questomodo accadde la cognizione infra Luigi Pulci e me; dovepassato dimolti anniin quel modo mal condotto mi si scoperse a Romapregandomi che io lo dovessi per l'amor de Dio aiutare. Mossomi acompassione per le gran virtú suaper amor della patriaeper essere il proprio della natura mialo presi in casa e lo fecimedicare in modoche per essere a quel modo giovanepresto siridusse alla sanità. In mentre che costui procacciava per essasanitàcontinuamente studiavae io lo avevo aiutatoprovveder di molti libri sicondo la mia possibilità; in modochecognosciuto questo Luigi il gran benifizio ricevuto da mepiúvolte con parole e con lacrime mi ringraziavadicendomi che se Idioli mettessi mai inanzi qualche venturami renderebbe il guidardonedi tal benifizio fattoli. Al quale io dissiche io non avevo fattoallui quello che io arei volutoma sí bene quel che iopotevoe che il dovere delle creature umane si era sovvenire l'unal'altra; solo gli ricordavo che questo benifizioche io gli avevofattolo rendessi a un altro che avessi bisogno di luisíbene come lui ebbe bisogno di me; e che mi volessi bene da amicoeper tale mi tenessi.


Cominciòquesto giovane a praticare la Corte di Romanella quale prestòtrovò ricapitoe acconciossi con un vescovouomo di ottantaannied era chiamato il vescovo Gurgensis. Questo vescovo aveva unnipoteche si domandava misser Giovanni: era gentiluomo veniziano.Questo ditto misser Giovanni dimostrava grandemente d'essereinnamorato delle virtú di questo Luigi Pulcie sotto nome diqueste sue virtú se l'aveva fatto tanto domesticocome sefussi lui stesso. Avendo il detto Luigi ragionato di me e del grandeobrigo che lui mi avevacon questo misser Giovannicausò che'l detto misser Giovanni mi volse conoscere. Nella qual cosa accaddeche avendo io una sera infra l'altre fatto un po' di pasto a quellagià ditta Pantassileaalla qual cena io avevo convitato moltivirtuosi amici miasopragiuntoci a punto ne l'andare a tavola ilditto misser Giovanni con il ditto Luigi Pulciapresso alcunacirimonia fattarestorno a cenare con esso noi. Veduto questaisfacciata meritrice il bel giovinesubito gli fece disegno addosso;per la qual cosafinito che fu la piacevole cenaio chiamai dacanto il detto Luigi Pulcidicendogliper quanto obrigo lui s'eravantato di averminon cercassi in modo alcuno la pratica di quellameretrice. Alle qual parole lui mi disse:

-OimèBenvenuto miovoi mi avete dunque per uno insensato? -Al quale io dissi:

-Non per insensatoma per giovine; e per Dio gli giurai che di lei ionon ho un pensiero al mondoma di voi mi dorrebbe beneche per leivoi rompessi il collo -.

Allequal parole lui giurò che pregava Idio chese mai e' leparlassisubito rompesse il collo. Dovette questo povero giovanefare tal giuro a Dio con tutto il cuoreperché e' roppe ilcollocome qui appresso si dirà. Il detto misser Giovanni siscoprí seco d'amore sporco e non virtuoso; perché sivedeva ogni giorno mutare veste di velluto e di seta al dittogiovanee si cognosceva ch'e' s'era dato in tutto alla scelleratezzae aveva dato bando alle sue belle mirabili virtúe facevavista di non mi vedere e di non mi cognoscereperché io loavevo ripresodicendogli che s'era dato in preda a brutti vizii iquali gli arien fatto rompere il collo come disse.


XXXIII.Gli aveva quel suo misser Giovanni compro un cavallo morellobellissimoin el quale aveva speso centocinquanta scudi.


Questocavallo si maneggiava mirabilissimamentein modo che questo Luigiandava ogni giorno a saltabeccar con questo cavallo intorno a questameretrice Pantassilea. Ioavedutomi di tal cosanon me ne curaipuntodicendo che ogni cosa faceva secondo la natura sua; e miattendevo a' mia studi. Accadde una domenica serache noi fummoinvitati da quello scultore Michelagnolo sanese a cena seco; ed eradi state. A questa cena ci era il Bachiacca già dittoe conesso aveva menato quella ditta Pantassileasua prima pratica. Cosíessendo a tavola a cenalei era a sedere in mezzo fra me e ilBachiacca ditto: in su il piú bello della cena lei si levòda tavoladicendo che voleva andare a alcune sue commoditàperché si sentiva dolor di corpoe che tornerebbe subito. Inmentre che noi piacevolissimamente ragionavàno e cenavamocostei era soprastata alquanto piú che il dovere. Accadde chestando in orecchimi parve sentire isghignazzare cosísommissamente nella strada. Io teneva un coltello in manoil qualeio adoperavo in mio servizio a tavola.


Erala finestra tanto appresso alla tavolache sollevatomi alquantoviddi nella strada quel ditto Luigi Pulci insieme con la dittaPantassileae senti' di loro Luigi che disse:

-Oh se quel diavolo di Benvenuto ci vedessiguai a noi! - E leidisse:

-Non abiate paura; sentite che romore e' fanno: pensano a ogni altracosa che a noi -.

Allequal parole ioche gli avevo conosciutimi gittai da terra lafinestrae presi Luigi per la cappa e col coltello che io avevo inmano certo lo ammazzavo; ma perché gli era in sun uncavalletto biancoal quale lui dette di spronelasciandomi la cappain mano per campar la vita. La Pantassilea si cacciò a fuggirein una chiesa quivi vicina. Quelli che erano a tavolasubitolevatisitutti vennono alla volta miapregandomi che io non volessidisturbate né me né loro a causa di una puttana; aiquali io dissiche per lei io non mi sarei mossoma sí beneper quello scellerato giovineil quale dimostrava di stimarmi sípoco: e cosí non mi lasciai piegare da nessuna di quelleparole di quei virtuosi uomini da bene; anzi presi la mia spada e dame solo me ne andai in Prati; perché la casa dove noi cenavamoera vicina alla porta di Castelloche andava in Prati.


Cosíandando alla volta di Pratinon istetti molto chetramontato ilsolea lento passo me ne ritornai in Roma. Era già fattonotte e buioe le porte di Roma non si serravano.

Avvicinatosia dua orepassai da casa di quella Pantassileacon animocheessendovi quel Luigi Pulcidi fare dispiacere a l'uno e l'altro.Veduto e sentito che altri non era in casa che una servaccia chiamatala Canidaandai a posare la cappa e il fodero della spadae cosíme ne venni alla ditta casala quali era drieto a Banchi in sulfiume del Tevero. Al dirimpetto a questa casa si era un giardino diuno osteche si domandava Romolo: questo giardino era chiuso da unafolta siepe di marmerucoleinnella quale cosí ritto minascosiaspettando che la ditta donna venissi a casa insieme conLuigi. Alquanto soprastatocapitò quivi quel mio amico dettoil Bachiaccail quale o sí veramente se l'era immaginatoogli era stato detto. Somissamente mi chiamò compare (che cosíci chiamavamo per burla); e mi pregò per l'amor di Diodicendo queste parole quasi che piangendo:

-Compar mioio vi priego che voi non facciate dispiacere a quellapoverinaperché lei non ha una colpa al mondo -.

Ail quale io dissi:

-Se a questa prima parola voi non mi vi levate dinanziio vi daròdi questa spada in sul capo -.

Spaventatoquesto mio povero comparesubito se li mosse il corpoe pocodiscosto possette andareche bisognò che gli ubbidissi. Gliera uno stellatoche faceva un chiarore grandissimo: in un tratto iosento un romore di piú cavagli e da l'un canto e dall'altrovenivano inanzi: questi si erano il ditto Luigi e la dittaPantassilea accompagnati da un certo misser Benvegnato peruginocameriere di papa Clementee con loro avevano quattro valorosissimicapitani peruginicon altri bravissimi giovani soldati: erano in fratutti piú che dodici spade. Quando io viddi questoconsiderato che io non sapevo per qual via mi fuggirem'attendevo aficcare in quella siepe; e perché quelle pungente marmerucolemi facevano malee mi aissavo come si fa il toroquasi risolutomidi fare un salto e fuggire; in questoLuigi aveva il braccio alcollo alla ditta Pantassileadicendo:

-Io ti bacerò pure un trattoal dispregio di quel traditore diBenvenuto -.

Aquestoessendo molestato dalle ditte marmerucole e sforzato dalleditte parole del giovinesaltato fuoraalzai la spadae con granvoce dissi:

-Tutti siate morti -.

Inquesto il colpo della spada cadde in su la spalla al detto Luigi: eperché questo povero giovine que' satiracci l'avevano tuttoinferrucciato di giachi e d'altre cose taliil colpo fu grandissimo;e voltasi la spadadette in sul naso e in su la bocca alla dittaPantassilea. Caduti tutti a dua in terrail Bachiacca con le calze amezza gamba gridava e fuggiva. Vòltomi agli altri arditamentecon la spadaquelli valorosi uominiper sentire un gran romore cheaveva mosso l'osteriapensando che quivi fossi l'esercito di centopersonese bene valorosamente avevano messo mano alle spadeduecavalletti infra gli altri ispaventati gli missono in tantodisordineche gittando dua di quei migliori sottosopragli altri simissono in fuga: e io veduto uscirne a benecon velocissimo corso eonore usci' di tale impresanon volendo tentare piú lafortuna che il dovere. In quel disordine tanto smisurato s'era feritocon le loro spade medesime alcun di quei soldati e capitanie misserBenvegnato dittocamerier del papaera stato urtato e calpesto daun suo muletto; e un servitore suoavendo messo man per la spadacadde con esso insiemee lo ferí in una mana malamente.Questo male causòche piú che tutti li altri quelmisser Benvegnato giurava in quel lor modo peruginodicendo:

-Per lo... di Dioche io voglio che Benvegnato insegni vivere aBenvenuto - e commesse a un di quei sua capitaniforse piúardito che gli altrima per esser giovane aveva manco discorso.Questo tale mi venne a trovare dove io mi ero ritiratoin casa ungran gentiluomo napoletanoil quale avendo inteso e veduto alcunecose della mia professioneapresso a quelle la disposizione del'animo e del corpo atta a militarela qual cosa era quella a che ilgentiluomo era inclinato; in modo chevedutomi carezzareetrovatomi ancora io nella propria beva miafeci una tal risposta aquel capitanoper la quale io credo che molto si pentissi di essermivenuto inanzi. Apresso a pochi giornirasciutto alquanto le ferite ea Luigi e alla puttana e a quelli altriquesto gran gentiluomonapoletano fu ricerco da quel misser Benvegnatoal cui era uscito ilfuroredi farmi far pace con quel giovane detto Luigie che quellivalorosi soldatili quali non avevano che far nulla con esso mecosolo mi volevano cognoscere. La qual cosa quel gentiluomo disseattuttiche mi merrebbe dove e' volevanoe che volontieri mifarebbe far pace; con questoche non si dovessi né dall'unaparte né dall'altra ricalcitrar paroleperché sarebbontroppo contra il loro onore; solo bastava far segno di bere ebaciarsie che le parole le voleva usar luicon le quale luivolontieri li salveria. Cosí fu fatto. Un giovedí serail detto gentiluomo mi menò in casa al ditto misserBenvegnatodove era tutti quei soldati che s'erano trovati a quellaisconfittaed erano ancora a tavola. Con il gentiluomo mio era piúdi trenta valorosi uominitutti ben armati; cosa che il ditto misserBenvegnato non aspettava. Giunti in sul salottoprima il dettogentiluomoe io apressodisse queste parole:

-Dio vi salvisignori: noi siamo giunti a voiBenvenuto e ioilquale io lo amo come carnal fratello; e siamo qui volentieri a fartutto quello che voi avete volontà di fare -.

MisèrBenvegnatoveduto empiersi la sala di tante personedisse:

-Noi vi richiedemo di pace e non d'altro -.

Cosímisèr Benvegnato promisseche la corte del governator di Romanon mi darebbe noia. Facemmo la pace: onde io subito mi ritornai allamia botteganon potendo stare una ora sanza quel gentiluomonapoletanoil quale o mi veniva a trovare o mandava per me. Inquesto mentre guarito il ditto Luigi Pulciogni giorno era in quelsuo cavallo morelloche tanto bene si maneggiava. Un giorno in fragli altriessendo piovegginatoe lui atteggiava il cavallo a puntoin su la porta di Pantassileaisdrucciolando caddee il cavalloaddòssogli; rottosi la gamba dritta in troncoin casa laditta Pantassilea ivi a pochi giorni moríe adempié ilgiuro che di cuore lui a Dio aveva fatto. Cosí si vede cheIdio tien conto de' buoni e de' tristie a ciascun dà il suomerito.


XXXIV.Era di già tutto il mondo in arme. Avendo papa Clementemandato a chiedere al signor Giovanni de' Medici certe bande disoldatii quali vennonoquesti facevano tante gran cose in Romache gli era male stare alle botteghe pubbliche. Fu causa che io miritirai in una buona casotta drieto a Banchi; e quivi lavoravo atutti quelli guadagnati mia amici. I mia lavori in questo tempo nonfurno cose di molta importanza; però non mi occorre ragionardi essi. Mi dilittai in questo tempo molto della musica e di talpiaceri simili a quella. Avendo papa Clementeper consiglio dimisser Iacopo Salviatilicenziato quelle cinque bande che gli avevamandato il signor Giovanniil quale di già era morto inLombardiaBorbonesaputo che a Roma non era soldatisollecitissimamente spinse l'esercito suo alla volta di Roma. Perquesta occasione tutta Roma prese l'arme; il perchéessendoio molto amico di Alessandrofigliuol di Piero del Benee perchéa tempo che i Colonnesi vennono in Roma mi richiese che io gliguardassi la casa sua: dove che a questa maggior occasione mi pregòche io facessi cinquanta compagni per guardia di detta casae che iofussi lor guidasí come avevo fatto a tempo de' Colonnesi;onde io feci cinquanta valorosissimi giovanie intrammo in casa suaben pagati e ben trattati. Comparso di già l'esercito diBorbone alle mura di Romail detto Alessandro del Bene mi pregòche io andassi seco a farli compagnia: cosí andammo un diquelli miglior compagni e io; e per la via con esso noi si accompagnòun giovanetto addomandato Cechino della Casa. Giugnemmo alle mura diCampo Santoe quivi vedemmo quel maraviglioso esercitoche di giàfaceva ogni suo sforzo per entrare. A quel luogo delle muradove noici accostammov'era molti giovani morti da quei di fuora: quivi sicombatteva a piú potere: era una nebbia folta quanto immaginarsi possa. Io mi vuolsi a Lessandro e li dissi:

-Ritiriamoci a casa il piú presto che sia possibileperchéqui non è un rimedio al mondo; voi vedetequelli montano equesti fuggono -.

Ilditto Lessandro spaventatodisse:

-Cosí volessi Idio che venuti noi non ci fussimo! - e cosívòltosi con grandissima furia per andarseneil quale ioripresidicendogli:

-Da poi che voi mi avete menato quigli è forza fare qualcheatto da uomo -.

Evòlto il mio archibusodove io vedevo un gruppo di battagliapiú folta e piú serrataposi la mira innel mezzoapunto a uno che io vedevo sollevato dagli altri; per la qual cosa lanebbia non mi lasciava discernere se questo era a cavallo o a piè.Vòltomi subito a Lessandro e a Cechinodissi loro chesparassino i loro archibusie insegnai loro il modoacciocchée' non toccassino una archibusata da que' di fuora. Cosí fattodua volte per unoio mi affacciai alle mura destramentee veduto infra di loro un tumulto istrasordinariofu che da questi nostri colpisi ammazzò Borbone; e fu quel primo che io vedevo rilevato dagli altriper quanto da poi s'intese. Levatici di quivice neandammo per Campo Santoed entrammo per San Piero; e usciti làdrieto alla chiesa di Santo Agnoloarrivammo al portone di Castellocon grandissime difficultàperché il signor Renzo daCeri e il signor Orazio Baglioni davano delle ferite e ammazzavonotutti quelli che si spiccavano dal combattere alle mura. Giunti aldetto portonedi già erano entrati una parte de' nimici inRomae gli avevamo alle spalle. Volendo il Castello far cadere lasaracinesca del portonesi fece un poco di spaziodi modo che noiquattro entrammo drento. Subito che io fui entratomi prese ilcapitan Pallone de' Mediciperchéessendo io della famigliadel Castellomi forzò che io lasciassi Lessandro; la qualcosa molto contra mia voglia feci. Cosí salitomi su al mastioinnel medesimo tempo era entrato papa Clemente per i corridori innelCastello; perché non s'era voluto partire prima del palazzo diSan Pieronon possendo credere che coloro entrassino. Da poi che iomi ritrovai drento a quel modoaccosta' mi a certe artiglierielequali aveva a guardia un bonbardiere chiamato Giuliano fiorentino.Questo Giuliano affacciatosi lí al merlo del castellovedevala sua povera casa saccheggiaree straziare la moglie e' figliuoli;in modo cheper non dare ai suoinon ardiva sparare le sueartiglierie; e gittato la miccia da dar fuoco per terracongrandissimo pianto si stracciava il viso; e 'l simile facevano certialtri bonbardieri. Per la qual cosa io presi una di quelle micciefaccendomi aiutare da certi ch'erano quivili quali non avevanocotai passione: volsi certi pezzi di sacri e falconetti dove iovedevo il bisognoe con essi ammazzai di molti uomini de' nemici;che se questo non eraquella parte che era intrata in Roma quellamattinase ne veniva diritta al Castello; ed era possibile chefacilmente ella entrassiperché l'artiglierie non davano lornoia. Io seguitavo di tirare; per la qual cosa alcun cardinali esignori mi benedivano e davonmi grandissimo animo. Il che iobaldanzosomi sforzavo di fare quello che io non potevo; basta cheio fu' causa di campare la mattina il Castelloe che quelli altribonbardieri si rimessono a fare i loro uffizii. Io seguitai tuttoquel giorno: venuto la serain mentre che l'esercito entrò inRoma per la parte di Tresteveriavendo papa Clemente fatto capo ditutti e' bonbardieri un gran gentiluomo romanoil quale si domandavamisser Antonio Santa Crocequesto gran gentiluomo la prima cosa sene venne a mefaccendomi carezze: mi pose con cinque mirabili pezzidi artiglieria innel piú eminente luogo del Castelloche sidomanda da l'Agnolo a punto: questo luogo circunda il Castello atornoatorno e vede inverso Prati e in verso Roma: cosí mi dettetanti sotto a di me a chi io potessi comandareper aiutarmi voltarele mie artiglierie; e fattomi dare una paga innanzimi consegnòdel pane e un po' di vinoe poi mi pregòche in quel modoche io avevo cominciato seguitassi. Ioche tal volta piú erainclinato a questa professione che a quella che io tenevo per mialafacevo tanto volentieriche la mi veniva fatta meglio che la ditta.Venuto la nottee i nimici entrati in Romanoi che eramo nelCastellomassimamente ioche sempre mi son dilettato veder cosenuoveistavo considerando questa inestimabile novità e'ncendio; la qual cosa quelli che erano in ogni altro luogo che inCastellonolla possettono né vedere né inmaginare. Pertanto io non mi voglio mettere a descrivere tal cosa; solo seguiteròdescrivere questa mia vita che io ho cominciatoe le cose che inessa a punto si appartengono.


XXXV.Seguitando di esercitar le mie artiglierie continuamenteper mezzodi esse in un mese intero che noi stemmo nel Castello assediatimioccorse molti grandissimi accidenti degni di raccontargli tutti; maper non voler essere tanto lungoné volermi dimostrare troppofuor della mia professionene lascierò la maggior partedicendone solo quelli che mi sforzanoli quali saranno i manco e ipiú notabili. E questo è il primo: che avendomi fattoquel ditto misser Antonio Santa Croce discender giú del'Agnoloperché io tirassi a certe case vicino al Castellodove si erano veduti entrare certi dell'inimici di fuorain mentreche io tiravoa me venne un colpo di artiglieriail qual dette inun canton di un merloe presene tantoche fu causa di non mi farmale: perché quella maggior quantità tutta insieme mipercosse il petto; efermatomi l'anelitoistavo in terra prostratocome mortoe sentivo tutto quello che i circustanti dicevano; in frai quali si doleva molto quel misser Antonio Santa Crocedicendo:

-Oimèche noi abiàn perso il migliore aiuto che noi ciavessimo -.

Sopragiuntoa questo rumore un certo mio compagnoche si domandavaGianfrancescopifferoquesto uomo era piú inclinato allamedicina che al pifferoe subito piangendo corse per una caraffinadi bonissimo vin greco: avendo fatto rovente una tegolain su laquale e' messe su una buona menata di assenziodi poi vi spruzzòsu di quel buon vin greco; essendo inbeuto bene il ditto assenziosubito me lo messe in sul pettodove evidente si vedeva la percossa.Fu tanto la virtú di quello assenzioche resemi subito quelleismarrite virtú. Volendo cominciare a parlarenon potevoperché certi sciocchi soldatelli mi avevano pieno la bocca diterraparendo loro con quella di avermi dato la comunionecon laquale loro piú presto mi avevano scomunicatoperchénon mi potevo riaveredandomi questa terra piú noia assai chela percossa. Pur di questa scampatotornai a que' furori delleartiglierieseguitandoli con tutta quella virtú esollecitudine migliore che inmaginar potevo. E perché papaClemente aveva mandato a chiedere soccorso al duca di Urbinoilquale era con lo esercito de' Venizianidicendo all'imbasciadoreche dicessi a Sua Eccellenziache tanto quanto il detto Castellodurava a fare ogni sera tre fuochi in cima di detto Castelloaccompagnati con tre colpi di artiglieria rinterzatiche insino chedurava questo segnodimostrava che il Castello non saria areso; ioebbi questa carica di far questi fuochi e tirare queste artiglierie:avvenga che sempre di giorno io le dirizzava in quei luoghi dove lepotevan fare qualche gran male; la qual cosa il Papa me ne voleva dimeglio assaiperché vedeva che io facevo l'arte con quellaavvertenza che a tal cose si promette. Il soccorso de il detto ducamai non venne; per la qual cosa ioche non son qui per questoaltronon descrivo.


XXXVI.In mentre che io mi stavo su a quel mio diabolico eserciziomiveniva a vedere alcuni di quelli cardinali che erano in Castellomapiú ispesso il cardinale Ravenna e il cardinal de' Gaddiaiquali io piú volte dissi ch'ei non mi capitassino innanziperché quelle lor berrettuccie rosse si scorgevano discosto;il che da que' palazzi vicinicom'era la Torre de' Biniloro e ioportavomo pericolo grandissimo; di modo che per utimo io gli feciserraree ne acquistai con loro assai nimicizia. Ancora mi capitavaspesso intorno il signor Orazio Baglioniil quale mi voleva moltobene. Essendo un giorno in fra gli altri ragionando mecolui viddecerta dimostrazione in una certa osteriala quale era fuor dellaporta di Castelloluogo chiamato Baccanello. Questa osteria avevaper insegna un sole dipinto immezzo dua finestredi color rosso.Essendo chiuse le finestregiudicò il detto signor Orazioche al dirimpetto drento di quel sole in fra quelle due finestrefussi una tavolata di soldati a far gozzoviglia; il perché midisse:

-Benvenutos'e' ti dessi il cuore di dar vicino a quel sole unbraccio con questo tuo mezzo cannoneio credo che tu faresti unabuona operaperché colà si sente un gran romoredovedebb'essere uomini di molta importanza -.

Alqual signor io dissi:

-A me basta la vista di dare in mezzo a quel sole - ma sí beneuna botte piena di sassich'era quivi vicina alla bocca di dettocannoneel furore del fuoco e di quel vento che faceva il cannonel'arebbe mandata atterra. Alla qual cosa il detto signore mi rispose:

-Non mettere tempo in mezzoBenvenuto: imprima non è possibilecheinnel modo che la stail vento de il cannone la faccia cadere;ma se pure ella cadessi e vi fussi sotto il Papasaria manco maleche tu non pensisicché tiratira -.

Ionon pensando piú làdetti in mezzo al solecome ioavevo promesso a punto. Cascò la bottecome io dissila qualdette a punto in mezzo in fra il cardinal Farnese e misser IacopoSalviatiche bene gli arebbe stiacciati tutti a dui: che di questofu causa che il ditto cardinal Farnese a punto aveva rimproveratoche il ditto misser Iacopo era causa del sacco di Roma; dovedicendosi ingiuria l'un l'altroper dar campo alle ingiurioseparolefu la causa che la mia botte non gli stiacciò tutt'adua. Sentito il gran rimore che in quella bassa corte si facevailbuon signor Orazio con gran prestezza se ne andò giú;onde io fattomi fuoradove era caduta la bottesenti' alcuni chedicevano:

-E' sarebbe bene ammazzare quel bonbardieri -; per la qual cosa iovolsi dua falconetti alla scala che montava sucon animo risolutoche il primo che montavadar fuoco a un de' falconetti. Dovettonque' servitori del cardinal Farnese aver commessione dal cardinale divenirmi a fare dispiacere; per la qual cosa io mi feci innanzieavevo il fuoco in mano. Conosciuto certi di lorodissi:

-O scannapanese voi non vi levate di costíe se gli ènessuno che ardisca entrar drento a queste scaleio ho qui duafalconetti paraticon e' quali io farò polvere di voi; eandate a dire al cardinaleche io ho fatto quello che dai miamaggiori mi è stato commessole qual cose si sono fatte efannosi per difension di lor pretie non per offenderli -.

Levatisie' dettiveniva su correndo il ditto signor Orazio Baglionialquale io dissi che stessi indrietose non che io l'ammazzereiperché io sapevo benissimo chi egli era.


Questosignore non sanza paura si fermò alquantoe mi disse:

-Benvenutoio son tuo amico -.

Alquale io dissi:

-Signoremontate pur soloe venite poi in tutti i modi che voivolete -.



Questosignorech'era superbissimosi fermò alquantoe con istizzami disse:

-Io ho voglia di non venire piú su e di far tutto il contrarioche io avevo pensato di far per te -.

Aquesto io gli risposiche sí bene come io ero messo in quellouffizio per difendere altruiche cosí ero atto a difendereancora me medesimo. Mi disse che veniva solo; e montato ch'e' fuessendo lui cambiato piú che 'l dovere nel visofu causa cheio tenevo la mana in su la spadae stavo in cagnesco seco. A questolui cominciò a rideree ritornatogli il colore nel visopiacevolissimamente mi disse:

-Benvenuto mioio ti voglio quanto bene io hoe quando saràtempo che a Dio piacciaio te lo mostretrò. Volessi Idio chetu gli avessi ammazzati que' dua ribaldiché uno ècausa di sí gran malee l'altro talvolta è per essercausa di peggio -.

Cosími disseche se io fussi domandato che io non dicessi che lui fussiquivi da me quando io detti fuoco a tale artiglieria; e del restanteche io non dubitassi. I romori furno grandissimie la cosa duròun gran pezzo. In questo io non mi voglio allungare piúinanzi: basta che io fu' per fare le vendette di mio padre con misserIacopo Salviatiil quale gli aveva fatto mille assassinamenti(secondo che detto mio padre se ne doleva). Pure disavedutamente glifeci una gran paura. Del Farnese non vo' dir nullaperché sisentirà al suo luogo quanto gli era bene che io l'avessiammazzato.


XXXVII.Io mi attendevo a tirare le mie artiglieriee con esse facevoognindí qualche cosa notabilissima; di modo che io avevoacquistato un credito e una grazia col papa inistimabile. Non passavamai giornoche io non ammazzassi qualcun degli inimici di fuora.Essendo un giorno in fra gli altriil Papa passeggiava per il mastioritondoe vedeva in Prati un colonello spagnuoloil quale lui loconosceva per alcuni contrassegniinteso che questo era stato giàal suo servizio; e in mentre che lo guardavaragionava di lui. Ioche ero di sopra a l'Agnoloe non sapevo nulla di questoma vedevouno uomo che stava là a fare aconciare trincee con unazagaglietta in manovestito tutto di rosatodisegnando quel che iopotessi fare contra di luipresi un mio gerifalco che io avevoquiviil qual pezzo si è maggiore e piú lungo di unsacroquasi come una mezza colubrina: questo pezzo io lo votaidipoi lo caricai con una buona parte di polvere fine mescolata con lagrossa; di poi lo dirizzai benissimo a questo uomo rossodandogli unarcata maravigliosaperché era tanto discostoche l'arte nonprometteva tirare cosí lontano artiglierie di quella sorta.Dèttigli fuoco e presi apunto nel mezzo quel uomo rossoilquali s'aveva messo la spada per saccenteria dinanziin un certo suomodo spagnolesco: che giunta la mia palla della artiglieriapercossoin quella spadasi vidde il ditto uomo diviso in dua pezzi. Il Papache tal cosa non aspettavane prese assai piacere e maravigliasíperché gli pareva inpossibile che una artiglieria potessigiugnere tanto lunge di mirae perché quello uomo esserdiviso in dua pezzinon si poteva accomodare e come questo caso starpotessi; e mandatomi a chiamaremi domandò. Per la qual cosaio gli dissi tutta la diligenza che io avevo osato al modo deltirare; ma per esser l'uomo in dua pezziné lui né ionon sapevamo la causa.


Inginocchiatomilo pregai che mi ribenedissi dell'omicidioe d'altri che io ne avevofatti in quel Castello in servizio della Chiesa. Alla qual cosa ilPapaalzato le mane e fattomi un patente crocione sopra la miafigurami disse che mi benedivae che mi perdonava tutti gliomicidii che io avevo mai fatti e tutti quelli che mai io farei inservizio della Chiesa appostolica.


Partitomime ne andai sue sollecitando non restavo mai di tirare; e quasi maiandava colpo vano. Il mio disegnare e i mia begli studii e la miabellezza di sonare di musicatutte erano in sonar di quelleartiglieriee s'i' avessi a dire particularmente le belle cose chein quella infernalità crudele io fecifarei maravigliare ilmondo; ma per non essere troppo lungo me le passo.


Solone dirò qualcuna di quelle piú notabilele quale misono di necessità; e questo si èche pensando iogiorno e notte quel che io potevo fare per la parte mia in defensionedella Chiesaconsiderato che i nimici cambiavano le guardie epassavano per il portone di Santo Spiritoil quale era tiroragionevolemaperché il tiro mi veniva in traversonon miveniva fatto quel gran male che io desiderava di fare; pure ognigiorno se ne ammazzava assai bene: in modo chevedutosi e' nimiciimpedito cotesto passomessono piú di trenta botti una nottein su una cima di un tettole quali mi impedivano cotesta veduta.Ioche pensai un po' meglio a cotesto caso che non avevo fattoprimavolsi tutti a cinque i mia pezzi di artiglieria dirizzandoglialle ditte botti; e aspettato le ventidua ore in sul bel di rimetterle guardie; e perché loropensandosi esser sicurivenivanopiú adagio e piú folti che 'l solito assaiil chedato fuoco ai mia soffioninon tanto gittai quelle botti per terrache m'inpedivanoma in quella soffiata sola ammazzai piú ditrenta uomini. Il perchéseguitando poi cosí dua altrevoltesi misse i soldati in tanto disordine cheinfra che gli eranpieni del latrocinio del gran saccodesiderosi alcuni di quelligodersi le lor fatichepiú volte si volsono abottinare perandarsene. Puretrattenuti da quel lor valoroso capitanoil qualesi domandava Gian di Urbinocon grandissimo lor disagio furnoforzati pigliare un altro passo per il rimettere delle lor guardie;il qual disagio importava piú di tre migliadove quel primonon era un mezzo.


Fattoquesta impresatutti quei signori ch'erano in Castello mi facevanofavori maravigliosi. Questo caso taleper esser di tanta importanzaseguitolo ho voluto contare per far fine a questoperchénon sono nella professione che mi muove a scrivere; che se di questecose tale io volessi far bello la vita miatroppe me ne avanzeria dadirle. èccene sola un'altra che al suo luogo io la dirò.


XXXVIII.Saltando innanzi un pezzodirò come papa Clementepersalvare i regni con tutta la quantità delle gran gioie dellaCamera apostolicami fece chiamaree rinchiusesi con il Cavalierinoe io in una stanza soli. Questo Cavalierino era già statoservitore della stalla di Filippo Strozzi: era franzesepersona natavilissima; e per essere gran servitorepapa Clemente lo aveva fattoricchissimoe se ne fidava come di sé stesso: in modo che ilPapa dettoe il Cavaliere e io rinchiusi nella detta stanzamimessono innanzi li detti regni con tutta quella gran quantitàdi gioie della Camera apostolica; e mi comisse che io le dovessisfasciare tutte dell'oroin che le erano legate. E io cosífeci; di poi le rinvolsi in poca carta ciascune e le cucimmo in certefarse adosso al Papa e al detto Cavalierino. Dipoi mi dettono tuttol'oroil quale era in circa dugento libbree mi dissono che io lofondessi quanto piú segretamente che io poteva.


Mene andai a l'Agnolodove era la stanza miala quale io potevaserrareche persona non mi dessi noia: e fattomi ivi un fornellettoa vento di mattoni e acconcio innel fondo di detto fornello unceneràcciolo grandotto a guisa di un piattellogittando l'orodi sopra in su' carbonia poco a poco cadeva in quel piatto. Inmentre che questo fornello lavoravaio continuamente vigilavo comeio potevo offendere gli inimici nostri; e perché noi avevamosotto le trincee degli inimici nostri a manco di un trar di manoiofacevo lor danno innelle dette trincee con certi passatoiacciantichiche erano parecchi catastegià munizione delCastello. Avendo preso un sacro e un falconettoi quali erano tuttia dui rotti un poco in boccaquesti io gli empievo di queipassatoiacci; e dando poi fuoco alle dette artiglierievolavano giàalla impazzata facendo alle dette trincee molti inaspettati mali: inmodo chetenendo questi continuamente in ordinein mentre che iofondevo il detto oroun poco innanzi all'ora del vespro veddi venirein su l'orlo della trincea uno a cavallo in sun un muletto.Velocissimamente andava il detto muletto: e costui parlava a quellidelle trincee. Io stetti avvertito di dar fuoco alla mia artiglieriainnanzi che egli giugnessi al mio diritto: cosí col buoniudizio dato fuocogiuntolo investi' con un di quelli passatoiinnel viso a punto:


quelresto dettono al mulettoil quale cadde morto: nella trinceasentissi un grandissimo tumulto: detti fuoco a l'altro pezzononsanza lor gran danno. Questo si era il principe d'Orangioche per didentro delle trincee fu portato a una certa osteria quivi vicinadove corse in breve tutta la nobilità dello esercito.


Intesopapa Clemente quello che io avevo fattosubito mandò achiamarmie dimandatomi del casoio gli contai il tuttoe di piúgli dissi che quello doveva essere uomo di grandissima importanzaperché in quella osteriadove e' l'avevano portatosubito vis'era ragunato tutti e' caporali di quello esercitoper quel chegiudicar si poteva. Il Papa di bonissimo ingegno fece chiamare misserAntonio Santa Croceil qual gentiluomo era capo e guida di tutti e'bombardiericome ho ditto: disse che comandassi a tutti noibombardieriche noi dovessimo dirizzare tutte le nostre artiglieriea quella detta casale quali erano un numero infinitoe che a uncolpo di archibuso ogniuno dessi fuoco; in modo che ammazzando queicapiquello esercitoche era quasi in puntellitutto si metteva inrotta; e che talvolta Idio arebbe udite le loro orazioneche cosífrequente e' facevanoe per quella via gli arebbe liberati da quelliimpii ribaldi. Messo noi in ordine le nostre artiglieriesicondo lacommissione del Santa Croce aspettando il segnoquesto lo intese ilcardinal Orsinoe cominciò a gridare con il Papadicendo cheper niente non si dovessi far tal cosaperché erano in sulconcludere l'accordoe se que' ci si ammazzavanoil campo sanzaguida sarebbe per forza entrato in Castelloe gli arebbe finiti dirovinare a fatto:


pertantonon volevano che tal cosa si facessi. Il povero Papa disperatovedutosi essere assassinato drento e fuoradisse che lasciava ilpensiero alloro. Cosílevatoci la commessioneio che nonpotevo stare alle mossequando io seppi che mi venivano a dareordine che io non tirassidetti fuoco a un mezzo cannone che ioavevoil qual percosse in un pilastro di un cortile di quella casadove io vedevo appoggiato moltissime persone. Questo colpo fece tantogran male ai nimiciche gli fu per fare abandonare la casa. Quelcardinale Orsino ditto mi voleva fare o impiccare o ammazzare in ognimodo; alla qual cosa il Papa arditamente mi difese. Le gran paroleche occorson fra lorose bene io le sonon facendo professione discrivere istorienon mi occorre dirle: solo attenderò alfatto mio.


XXXIX.Fonduto che io ebbi l'oroio lo portai al Papail quale molto miringraziò di quello che io fatto avevoe commesse alCavalierino che mi donasse venticinque scudiscusandosi meco che nonaveva piú da potermi dare. Ivi a pochi giorni si fecel'accordo. Io me ne andai col signor Orazio Baglioni insieme contrecento compagni alla volta di Perugia; e quivi il signor Orazio mivoleva consegnare la compagniala quale io per allora non volsidicendo che volevo andare a vedere mio padre in primae ricomperareil bando che io avevo di Firenze. Il detto signore mi disseche erafatto capitano de' Fiorentini; e quivi era ser Pier Maria di Lottomandato dai detti Fiorentinia il quale il detto signor Orazio moltomi raccomandò come suo uomo. Cosí me ne venni a Firenzecon parecchi altri compagni. Era la peste inistimabilegrande.Giunti a Firenzetrovai il mio buon padreil quale pensava o che iofussi morto in quel Saccoo che allui ignudo io tornassi. La qualcosa avenne tutto il contrario: ero vivoe con di molti danariconun servitoree bene a cavallo. Giunto al mio vecchiofu tantol'allegrezza che io gli viddiche certo pensaimentre che miabbracciava e baciavache per quella e' morissi subito. Raccòntoglitutte quelle diavolerie del Saccoe datogli una buona quantitàdi scudi in manoli quali soldatescamente io me avevo guadagnatiapresso fattoci le carezzeil buon padre e iosubito se ne andòagli Otto a ricomperarmi il bando; e s'abbatté per sorte aesser degli Otto un di quegli che me l'avevan datoed era quello cheindiscretamente aveva detto quella volt'a mio padreche mi volevamandare in villa co' lanciotti; per la qual cosa mio padre usòalcune accorte parole in atto di vendettacausate dai favori che miaveva fatto il signor Orazio Baglioni. Stando cosíio dissi amio padre come il signor Orazio mi aveva eletto per capitanoe chee' mi conveniva cominciare a pensare di fare la compagnia. A questeparole sturbatosi subito il povero padremi pregò per l'amordi Dioche io non dovessi attendere a tale impresacon tutto chelui cognoscessi che io saria atto a quella e a maggior cosa;dicendomi apressoche aveva l'altro figliuoloe mio fratellotantovalorosissimo alla guerrae che io dovessi attendere a quellamaravigliosa arteinnella quale tanti anni e con sí grandistudi io mi ero affaticato di poi. Se bene io gli promessi ubidirlopensò come persona saviache se veniva il signor Oraziosíper avergli io promesso e per altre causeio non potrei mai mancaredi non seguitare le cose della guerra; cosí con un bel modopensò levarmi di Firenzedicendo cosí:

-O caro mio figliuoloqui è la peste inistimabilegrandeemi par tuttavia di vederti tornare a casa con essa; io mi ricordoessendo giovaneche io me ne andai a Mantovanella qual patria iofui molto carezzatoe ivi stetti parecchi anni. Io ti priego ecomandoche per amor miopiú presto oggi che domanidi quiti lievi e là te ne vada.


XL.Perché sempre m'è dilettato di vedere il mondoe nonessendo mai stato a Mantovavolentieri andaipreso que' danari cheio avevo portati; e la maggior parte di essi ne lasciai al mio buonpadreprommettendogli di aiutarlo sempre dove io fussilasciando lamia sorella maggiore a guida del povero padre. Questa aveva nomeCosae non avendo mai voluto maritoera accettata monaca in SantaOrsolae cosí soprastava per aiuto e governo del vecchiopadre e per guida de l'altra mia sorella minorela quale eramaritata a un certo Bartolomeo scultore. Cosí partitomi con labenedizione del padrepresi il mio buon cavalloe con esso me neandai a Mantova. Troppe gran cose arei da direse minutamente iovolessi scrivere questo piccol viaggio. Per essere il mondointenebrato di peste e di guerracon grandissima difficultàio pur poi mi condussi alla ditta Mantova; innella quale giunto cheio fuicercai di cominciare a lavorare; dove io fui messo in operada un certo maestro Nicolò milaneseil quale era orefice delDuca di detta Mantova. Messo che io fui in operadi poi dua giorniappresso io me ne andai a visitare misser Iulio Romano pittoreeccellentissimogià dittomolto mio amicoil quale misserIulio mi fece carezze inestimabile ed ebbe molto per male che io nonero andato a scavalcare a casa sua; il quale vivea da signoreefaceva una opera pel Duca fuor della porta di Mantovaluogo detto aTe. Questa opera era grande e maravigliosacome forse ancora sivede. Subito il ditto misser Iulio con molte onorate parole parlòdi me al Duca; il quale mi commesse che io gli facessi un modello pertenere la reliquia del sangue di Cristoche gli hannoqual diconoessere stata portata quivi da Longino; di poi si volse al dittomisser Iuliodicendogli che mi facessi un disegno per dettoreliquiere. A questomisser Iulio disse:

-SignoreBenvenuto è un uomo che non ha bisogno delli disegnid'altruie questo Vostra Eccellenzia benissimo lo giudicheràquando la vedrà il suo modello -.

Messomano a far questo ditto modellofeci un disegno per il dittoreliquiere da potere benissimo collocare la ditta ampolla: di poifeci per di sopra un modelletto di cera. Questo si era un Cristoassedereche innella mana mancina levata in alto teneva la sua Crocegrandecon atto di appoggiarsi a essa; e con la mana diritta facevasegno con le dita di aprirsi la piaga del petto. Finito questomodellopiacque tanto al Ducache li favori furno inistimabiliemi fece intendereche mi terrebbe al suo servizio con tal pattocheio riccamente vi potrei stare. In questo mezzoavendo io fattoreverenzia al Cardinale suo fratelloil detto Cardinale pregòil Ducache fussi contento di lasciarmi fare il suggello pontificaledi Sua Signoria reverendissima; il quale io cominciai. In mentre chequesta tal opera io lavoravomi sopraprese la febbre quartana; laqual cosaquando questa febbre mi pigliavami cavava de'sentimenti; onde io maledivo Mantova e chi n'era padronee chivolentieri vi stava. Queste parole furono ridette al Duca da quel suoorefice milanese dittoil quale benissimo vedeva che 'l Duca sivoleva servir di me. Sentendo il detto Duca quelle mie infermeparolemalamente meco s 'adirò; ondeio essendo adirato conMantovadella stizza fummo pari. Finito il mio suggelloche fu untermine di quattro mesicon parecchi altre operette fatte al Ducasotto nome del Cardinaleda il ditto Cardinale io fui ben pagato; emi pregò che io me ne tornassi a Roma in quella mirabilpatriadove noi ci eramo conosciuti.


Partitomicon una buona somma di scudi di Mantovagiunsi a Governoluogo dovefu ammazzato quel valorosissimo signor Giovanni. Quivi mi prese unpiccol termine di febbrela quale non m'impedí punto il mioviaggioe restata innel ditto luogomai piú l'ebbi. Di poigiunto a Firenzepensando trovare il mio caro padrebussando laportasi fece alla finestra una certa gobba arrabbiatae mi cacciòvia con assai villaniadicendomi che io l'avevo fradicia. Alla qualgobba io dissi:

-Oh dimmigobba perversaècc'elli altro viso in questa casache 'l tuo? - Nocol tuo malanno -.

Allaqual io dissi forte:

-E questo non ci basti dua ore -.

Aquesto contrasto si fece fuori una vicinala qual mi disse che miopadre con tutti quelli della casa mia erano morti di peste: onde cheio parte me lo indovinavofu la cagione che il duolo fu minore. Dipoi mi disse che solo era restata viva quella mia sorella minorelaquale si chiamava Liperatache era istata raccolta da una santadonnala quale si domandava monna Andrea de' Bellacci. Io mi parti'di quivi per andarmene all'osteria. A caso rincontrai un mioamicissimo: questo si domandava Giovanni Rigogli. Iscavalcato a casasuace ne andammo in piazzadove io ebbi nuove che 'l mio fratelloera vivoil quale io andai a trovare a casa di un suo amicoche sidomandava Bertino Aldobrandi. Trovato il fratelloe fattoci carezzee accoglienze infiniteil perché si erache le furnoistrasordinarieche a lui di me e a me di lui era stato dato nuovedella morte di noi stessidi poi levato una grandissima risaconmaraviglia presomi per la manomi disse:

-Andiamofratelloche io ti meno in luogo il quale tu mai nonimmagineresti: questo si èche io ho rimaritata la Liperatanostra sorellala quale certissimo ti tiene per morto -.

Inmentre che a tal luogo andavamocontammo l'uno all'altro dibellissime cose avvenuteci; e giunti a casadov'era la sorellaglivenne tanta stravaganza per la novità inaspettata ch'ella micadde in braccio tramortita; e se e' non fossi stato alla presenza ilmio fratellol'atto fu tale sanza nessuna parolache il marito cosíal primo non pensava che io fossi il suo fratello. Parlando Cechinmio fratello e dando aiuto alla svenutapresto si riebbe; e piantoun poco il padrela sorellail maritoun suo figliuolinosi detteordine alla cena; e in quelle piacevol nozze in tutta la sera non siparlò piú di mortima sí bene ragionamenti danozze. Cosí lietamente e con grande piacere finimmo la cena.


XLI.Forzato dai prieghi del fratello e della sorellafurno causa che iomi fermai a Firenzeperché la voglia mia era volta atornarmene a Roma. Ancora quel mio caro amico - che io dissi prima inalcune mie angustie tanto aiutato da luiquesto si era Piero diGiovanni Landi - ancora questo Piero mi disse che io mi doverrei peralquanto fermare a Firenze; perché essendo i Medici cacciatidi Firenzecioè il signore Ipolito e signore Alessandroquali furno poi un Cardinale e l'altro Duca di Firenzequesto Pieroditto mi disseche io dovessi stare un poco a vedere quel che sifaceva. Cosí cominciai a lavorare in Mercato Nuovoe legavoassai quantità di gioie e guadagnavo bene. In questo tempocapitò a Fiorenza un sanese chiamato Girolamo Marretti: questosanese era stato assai tempo in Turchiaed era persona di vivaceingegno. Capitommi a bottegae mi dette a fare una medaglia d'oro daportare in un cappello; volse in questa medaglia che io facessi unoErcole che sbarrava la bocca a il lione. Cosí mi missi afarlo; e in mentre che io lo lavoravavenne Michelagnolo Buonaarrotipiú volte a vederlo; e perché io mi v'ero grandementeaffaticatol'atto della figura e la bravuria de l'animale moltodiversa da tutti quelli che per insino allora avevano fatto tal cosa;ancora per esser quel modo del lavorare totalmente incognito a queldivino Michelagnololodò tanto questa mia operache a mecrebbe tanto l'animo di far beneche fu cosa inistimabile. Ma perchéio non avevo altra cosa che fare se non legare gioieche se benequesto era il maggior guadagno che io potessi farenon micontentavoperché desideravo fare opere d'altra virtúche legar gioie; in questo accadde un certo Federigo Ginorigiovanedi molto elevato spirito. Questo giovane era stato a Napoli moltiannie perché gli era molto bello di corpo e di presenzaseera innamorato in Napoli di una principessa; cosívolendofare una medaglia innella quale fussi un Atalante col mondo addossorichiese il gran Michelagnoloche gne ne facessi un poco il disegno.Il quale disse al ditto Federigo:

-Andate a trovare un certo giovane oreficeche ha nome Benvenuto;quello vi servirà molto benee certo che non gli accade miodisegno; ma perché voi non pensiate che di tal piccola cosa iovoglia fuggire le fatichemolto volentieri vi farò un poco didisegno: intanto parlate col detto Benvenutoche ancora esso nefaccia un poco di modellino; di poi il meglio si metterà inopera -.

Mivenne a trovare questo Federigo Ginorie mi disse la sua voluntàappresso quanto quel maraviglioso Michelagnolo mi aveva lodato; e cheio ne dovessi fare ancora io un poco di modellino di cerain mentreche quel mirabile uomo gli aveva promesso di fargli un poco didisegno. Mi dette tanto animo quelle parole di quel grande uomocheio subito mi messi con grandissima sollecitudine a fare il dettomodello; e finito che io l'ebbiun certo dipintore molto amico diMichelagnolochiamato Giuliano Bugiardiniquesto mi portò ildisegno de l'Atalante. Innel medesimo tempo io mostrai al dittoGiuliano il mio modellino di cera: il quali era molto diverso da queldisegno di Michelagnolo; talmente che Federigo ditto e ancora ilBugiardino conclusono che io dovessi farlo sicondo il mio modello.Cosí lo cominciaie lo vidde lo eccellentissimo Michelagnoloe me lo lodò tantoche fu cosa inistimabile. Questo era unafiguracome io ho dettocesellata di piastra; aveva il cieloaddossofatto una palla di cristallointagliato in essa il suozodiacocon un campo di lapislazzuli: insieme con la ditta figurafaceva tanto bel vedereche era cosa inistimabile. Era sotto unmotto di letterele quali dicevano "Summa tulisse juvat".Sadisfattosi il ditto Federigome liberalissimamente pagò.Per essere in questo tempo misser Aluigi Alamanni a Firenzeeraamico de il detto Federigo Ginoriil quale molte volte lo condusse abottega miae per sua grazia mi si fece molto domestico amico.


XLII.Mosso la guerra papa Clemente alla città di Firenzee quellapreparatasi alla difesafatto la città per ogni quartiere gliordini delle milizie populareancora io fui comandato per la partemia. Riccamente mi messi in ordine: praticavo con la maggior nobiltàdi Firenzei quali molto d'accordo si vedevano voler militare a taldifesae fecesi quelle orazioni per ogni quartierequal si sanno.Di piú si trovavano i giovani piú che 'l solitoinsiemené mai si ragionava d'altra cosa che di questa.


Essendoun giorno in sul mezzodí in su la mia bottega una quantitàdi omaccioni e giovanie' primi della cittàmi fu portatouna lettera di Romala qual veniva da un certo chiamato in Romamaestro Iacopino della Barca. Questo si domandava Iacopo delloSciorinama della Barca in Romaperché teneva una barca chepassava il Tevero infra Ponte Sisto e Ponte Santo Agnolo. Questomaestro Iacopo era persona molto ingegnosae aveva piacevoli ebellissimi ragionamenti: era stato in Firenze già maestro dilevare opere a' tessitori di drappi. Questo uomo era molto amico dipapa Clementeil quale pigliava gran piacere di sentirlo ragionare.Essendo un giorno in questi cotali ragionamentisi cadde inproposito e del Sacco e dell'azione del Castello: per la qual cosa ilPaparicordatosi di mene disse tanto bene quanto immaginar sipossa; e aggiunseche se lui sapeva dove io fussiarebbe piacere diriavermi. Il detto maestro Iacopo disse che io ero a Firenze; per laqual cosa il Papa gli commesse che mi scrivessi che io tornassiallui. Questa ditta lettera conteneva che io dovessi tornare alservizio di Clementee che buon per me.


Quelligiovani che eran quivi alla presenzavolevano pur sapere quel chequella lettera conteneva; per la qual cosail meglio che io potettila nascosi: dipoi iscrissi al ditto maestro Iacopo pregandoloche néper bene né per male in modo nessuno lui non mi scrivessi. Ildittocresciutogli maggior vogliami scrisse un'altra letteralaquale usciva tanto de' terminiche se la si fussi vedutaio sareicapitato male. Questa diceva cheda parte del Papaio andassisubitoil quali mi voleva operare a cose di grandissima importanza;e chese io volevo far beneche io lasciassi ogni cosa subitoenon istessi a far contro a un papainsieme con quelli pazziarrabbiati. Vista la letterala mi misse tanta paurache io andai atrovare quel mio caro amicoche si domandava Pier Landi; il qualevedutomisubito mi domandò che cosa di nuovo io avevoche iodimostravo essere tanto travagliato. Dissi al mio amico chequel cheio avevo che mi dava quel gran travaglioin modo nessuno non glielpotevo dire; solo lo pregavo che pigliassi quelle tali chiave che iogli davoe che rendessi le gioie e l'oro al terzo e al quartochelui in sun un mio libruccio troverebbe scritto; di poi pigliassi laroba della mia casae ne tenessi un poco di conto con quella suasolita amorevolezzae che infra brevi giorni lui saprebbe dove iofussi.


Questosavio giovaneforse a un dipresso imaginatosi la cosami disse:

-Fratel miova' via prestodi poi scrivie delle cose tue non tidare un pensiero -.

Cosífeci. Questo fu il piú fedele amicoil piú savioilpiú da beneil piú discretoil piú amorevoleche mai io abbia conosciuto. Partitomi di Firenzeme ne andai aRomae di quivi scrissi.


XLIII.Subito che io giunsi in Romaritrovato parte delli mia amicidalliquali io fui molto ben veduto e carezzatoe subito mi messi alavorare opere tutte da guadagnare e non di nome da descrivere. Eraun certo vecchione oreficeil quale si domandava Raffaello del Moro.Questo era uomo di molta riputazione ne l'artee nel resto era moltouomo da bene. Mi pregò che io fussi contento andare a lavorarenella bottega suaperché aveva da fare alcune opered'importanzale quali erano di bonissimo guadagno:


cosíandai volentieri. Era passato piú di dieci giorniche io nonm'ero fatto vedere a quel detto maestro Iacopino della Barca; ilqualevedutomi a casomi fece grandissima accoglienzaedomandatomi quant'egli era che io ero giuntogli dissi che gli eracirca quindici giorni. Questo uomo l'ebbe molto per malee mi disseche io tenevo molto poco conto d'un papail quale con grandeistanzia di già gli aveva fatto scrivere tre volte per me: eioche l'avevo aùto molto piú per male di luinullagli risposi maianzi mi ingozzavo la stizza.Questo uomoch'eraabundantissimo di paroleentrò in sun una pesta e ne dissetanteche pur poiquando io lo viddi stracconon gli dissi altrose non che mi menassi dal Papa a sua posta; il qual risposechesempre era tempo; onde io gli dissi:

-E io ancora son sempre parato -.

Cominciatosia 'vviare verso il palazzoe io seco (questo fu il Giovedísanto)giunti alle camere del Papa lui che era conosciuto e ioaspettatosubito fummo messi drento. Era il Papa innel letto un pocoindisposto e seco era misser Iacopo Salviati e l'arcivescovo diCapua. Veduto che m'ebbe il Papamolto strasordinariamente sirallegrò; e iobaciatogli e' piedicon quanta modestia iopotevo me li accostavo appressomostrando volergli dire alcune cosed'importanza. Subito fatto cenno con la manail ditto missere Iacopoe l'arcivescovo si ritirorno molto discosto da noi. Subito cominciaidicendo:

-Beatissimo Padreda poi che fu il Sacco in quaio non mi son potutoné confessare né comunicareperché non mivogliono assolvere. Il caso è questoche quando io fonde'l'oro e feci quelle fatiche a scior quelle gioieVostra Santitàdette commessione al Cavalierino che donasse un certo poco premiodelle mie faticheil quale io non ebbi nullaanzi mi disse piúpresto villania. Andatomene sudove io avevo fonduto il detto orolevato le ceneri trovai in circa una libra e mezzo d'oro in tantegranellette come panico; e perché io non avevo tanti danari dapotermi condurre onorevolmente a casa miapensai servirmi di quellie rendergli da poi quando mi fusse venuto la comodità. Ora ioson qui a' piedi di Vostra Santitàla quali è 'l veroconfessoro: quella mi faccia tanto di grazia di darmi licenzia acciòche io mi possa confessare e comunicaree mediante la grazia diVostra Santitàio riabbia la grazia del mio signor Idio -.

Allorail Papa con un poco di modesto sospiroforse ricordandosi de' suaaffannidisse queste parole:

-Benvenutoio sono certissimo quel che tu di' il qualeti possoassolvere d'ogni inconveniente che tu avessi fattoe di piúvogliosí che liberissimamente e con buono animo di' su ognicosachése tu avessi aùto il valore di un di queiregni interiio son dispostissimo a perdonarti -.

Alloraio dissi:

-Altro non ebbibeatissimo Padreche quanto io ho detto; e questonon arrivò al valore di cento quaranta ducatiche tanto neebbi dalla zecca di Perugiae con essi n'andai a confortare il miopovero vecchio padre -.

Disseil Papa:

-Tuo padre è stato cosí virtuosobuono e dabbene uomoquanto nascessi maie tu punto non traligni: molto m'incresce che idanari furno pochi; però questiche tu di' che sonoio te nefo un presentee tutto ti perdono; fa di questo fede al confessorose altro non c'è che attenga a me; di poiconfessato ecomunicato che tu sialascerai' ti rivederee buon per te -.

Spiccatoche io mi fui dal Papaaccostatosi il ditto misser Iacopo el'arcivescovoil Papa disse tanto ben di mequanto d'altro uomo chesi possa dire al mondo; e disse che mi aveva confessato e assoluto;di poi aggiunsedicendo a l'arcivescovo di Capuache mandassi perme e che mi domandassi se sopra a quel caso bisognava altroche ditutto mi assolvessiche gnene dava intera autoritàe di piúmi facessi quante carezze quanto e' poteva. Mentre che io me neandavo con quel maestro Iacopinocuriosissimamente mi domandava cheserrati e lunghi ragionamenti erano stati quelli che io avevo aúticol Papa: la qualcosa come e' m'ebbe dimandato piú di duavoltegli dissi che non gnene volevo direperché non erancose che s'attenessino allui; però non me ne dimandassi piú.Andai a fare tutto quello che ero rimasto col Papa; di poipassatole due festelo andai a visitare: il qualefattomi piúcarezze che primami disse:

-Se tu venivi un poco prima a Romaio ti facevo rifare quella mia duaregniche noi guastammo in Castello; ma perché e' le soncosedalle gioie di fuoradi poca virtúio ti adopereròa una opera di grandissima importanzadove tu potrai mostrare quelche tu sai fare. E questo si è il bottone del peviale (ilquale si fa tondo a foggia di un taglieree grande quanto untaglierettodi un terzo di braccio): in questo io voglio che sifaccia un Dio Padre di mezzo rilievoe in mezzo al detto voglioaccomodare questa bella punta del diamante grande con molte altregioie di grandissima importanza. Già ne cominciò unoCaradossoe non lo finí mai; questo io voglio che si finiscaprestoperché me lo voglio ancora io godere qualche poco; síche va'e fa' un bel modellino -.

Emi fece mostrare tutte le gioie; onde io affusolato subito andai.


XLIV.In mentre che l'assedio era intorno a Firenzequel Federigo Ginoria chi io avevo fatto la medaglia de l'Atalantesi morí ditisicoe la ditta medaglia capitò alle mane di misser LuigiAlamanniil quale in ispazio di breve tempo la portò eglimedesimo a donare a re Francescore di Franciacon alcuni suabellissimi scritti. Piacendo oltramodo questa medaglia al Reilvirtuosissimo misser Luigi Alamanni parlò di me con Sua Maestàalcune parole di mia qualitàoltra l'artecon tanto favoreche il Re fece segno di aver voglia di conoscermi. Con tutta lasollecitudine che io potevo sollecitando quel detto modellettoilquale facevo della grandezza apunto che doveva essere l'operarisentitosi ne l'arte degli orefici molti di quelliche pareva loroessere atti a far tal cosa; e perché gli era venuto a Roma uncerto Michelettomolto valente uomo per intagliare corniuoleancoraera intelligentissimo gioielliereed era uomo vecchio e di moltariputazione: erasi intermesso alla cura de' dua regni del Papa:faccendo io questo detto modellomolto si maravigliò che ionon avevo fatto capo alluiessendo pure uomo intelligente e incredito assai del Papa. A l'ultimoveduto che io non andavo dalluilui venne da me domandandomi quello che io facevo:

-Quel che m'ha comisso il Papa - gli risposi. Allora e' disse:

-Il Papa m'ha comisso che io vegga tutte queste cose che per SuaSantità si fanno -.

Alquale io dissi che ne dimanderei prima il Papadi poi saprei quelche io gli avessi a rispondere. Mi disse che io me ne pentirei; epartitosi da me adiratosi trovò insieme con tutti quellidell'artee ragionando di questa cosadettono il carico al dettoMichele tutti; il qualecon quel suo buono ingegno fece fare dacerti valenti disegnatori piú di trenta disegni tutti variatil'uno dall'altrodi questa cotale impresa. E perché gli avevaa sua posta l'orecchio del Papaaccordatosi con un altrogioielliereil quale si chiamava Pompeomilanese (questo era moltofavorito dal Papaed era parente di misser Traiano primo camerieredel Papa)cominciorno questi duacioè Michele e Pompeoadire al Papa che avevano visto il mio modelloe che pareva loro cheio non fossi strumento atto a cosí mirabile impresa. A questoil Papa disse che l'aveva a vedere anche lui; di poinon essendo ioattosi cercherebbe chi fussi. Dissono tutt'a duache avevanoparecchi disegni mirabili sopra tal cosa: a questo il Papa disse chel'aveva caro assaima che non gli voleva vedere prima che io avessifinito il mio modello; di poi vedrebbe ogni cosa insieme. Infra pochigiorni io ebbi finito il mio modelloe portatolo una mattina su dalPapaquel misser Traiano mi fece aspettaree in questo mezzo mandòcon diligenzia per Micheletto e per Pompeodicendo loro cheportassino i disegni.


Giuntiche e' furnonoi fummo messi drento; per la qual cosa subito Michelee Pompeo cominciorno a squadernare i lor disegnie il Papa avedergli. E perché i disegnatori fuor de l'arte del gioiellarenon sanno la situazione delle gioiene manco coloro che eranogioiellieri non l'avevano insegnata loro: perché èforza a un gioiellierequando infra le sue gioie intervien figurech'egli sappia disegnarealtrimenti non gli vien fatto cosa buona;di modo che tutti que' disegni avevano fitto quel maravigliosodiamante nel mezzo del petto di quel Dio Padre. Il Papache pure eradi bonissimo ingegnoveduto questa cosa talenon gli finiva dipiacere; e quando e' n'ebbe veduto insino a diecigittato el restoin terradisse a meche mi stavo là da canto:

-Mostra un po' quaBenvenutoil tuo modelloacciò che iovegga se tu sei nel medesimo errore di costoro -.

Iofattomi innanzi e aperto una scatoletta tondaparve che unosplendore dessi proprio negli occhi del Papa; e disse con gran voce:

-Se tu mi fussi stato in corpotu non l'aresti fatto altrimenti comeio veggo: costoro non sapevano altro modo a vituperarsi -.


Accostatisimolti gran signoriil Papa mostrava la differenza che era dal miomodello a' lor disegni. Quando l'ebbe assai lodatoe colorospaventati e goffi alla presenzasi volse a me e disse; - Io cicognosco apunto un male che è d'importanza grandissima.


Benvenutomiola cera è facile da lavorare; il tutto è farlod'oro -.

Aqueste parole io arditamente risposi dicendo:

-Beatissimo Padrese io non lo fo meglio dieci volte di questo miomodellosia di patto che voi non me lo paghiate -.

Aqueste parole si levò un gran tomulto fra quei signoridicendo che io promettevo troppo. V'era un di questi signorigrandissimo filosofoil quale disse in mio favore:

-Di quella bella finnusumia e simitria di corpoche io veggo inquesto giovanemi prometto tutto quello che dicee da vantaggio -.

IlPapa disse:

-è per che io lo credo ancora io -.

Chiamatoquel suo cameriere misser Traianogli disse che portassi quivicinquecento ducati d'oro di Camera. In mentre che i danari siaspettavanoil Papa di nuovo piú adagio considerava in chebel modo io avevo accomodato il diamante con quel Dio Padre. Questodiamante l'avevo apunto messo in mezzo di questa operae soprad'esso diamante vi avevo accomodato a sedere il Dio Padre in un certobel modo svolto che dava bellissima accordanzae non occupava lagioia niente:


alzandola man diritta dava la benedizione. Sotto al detto diamante avevoaccomodato tre puttiniche co le braccia levate in alto sostenevanoil ditto diamante. Un di questi puttini di mezzo era di tuttorilievo; gli altri dui erano di mezzo. A l'intorno era assai quantitàdi puttini diversiaccomodati con l'altre belle gioie. Il resto deDio Padre aveva uno amanto che svolazzavadil quale usciva di moltiputtinicon molti altri belli ornamentili quali facevanobellissimo vedere. Era questa opera fatta di uno stucco bianco soprauna pietra negra. Giunto i danariil Papa di sua mano me gli dettee con grandissima piacevolezza mi pregòche io facessi disorte che lui l'avessi a' sua díe che buon per me.


XLV.Portatomi via i danari e il modellomi parve mill'anni di mettervile mane. Cominciato subito con gran sollecitudine a lavorarein capodi otto giorni il Papa mi mandò a dire per un suo camerieregrandissimo gentiluomo bologneseche io dovessi andar da luieportare quello che io avevo lavorato. Mentre che io andavoquestoditto cameriereche era la piú gentil persona che fussi inquella Cortemi diceva che non tanto il Papa volessi vederquell'operama me ne voleva dare un'altra di grandissima importanza;e questa si era le stampe delle monete della zecca di Roma; e che iomi armassi a poter rispondere a Sua Santità: che per questolui me ne aveva avvertito. Giunsi dal Papae squadernatogli quellapiastra d'orodove era già isculpito Idio Padre soloilquale cosí bozzato mostrava piú virtú che quelmodelletto di cera; di modo che il Papa stupefatto disse:

-Da ora innanzi tutto quello che tu diraiti voglio credere - efattomi molti sterminati favoridisse:

-Io ti voglio dare un'altra impresala quale mi sarebbe cara quant'èquesta e piúse ti dessi il cuor di farla -; e dittomi chearebbe caro di far le stampe delle sue monetee domandandomi se ion'avevo piú fattee se me ne dava il cuore di farleio dissiche benissimo me ne dava il cuoree che io avevo veduto come le sifacevano; ma che io no n'avevo mai fatte. Essendo alla presenza uncerto misser Tommaso da Pratoil quale era datario di sua Santitàper essere molto amico di quelli mia nimicidisse:

-Beatissimo Padregli favori che fa Vostra Santità a questogiovanee lui per natura arditissimoson causa che lui viprometterebbe un mondo di nuovo; perchéavendogli dato unagrande impresae ora aggiugnendognene una maggioresaranno causa didar l'una noia a l'altra -.

IlPapa adirato se gli volse e dissegli badassi all'uffizio suo; e ame impose che io facessi un modello d'un doppione largo d'oro innelquale voleva che fussi un Cristo ignudo con le mane legateconlettere che dicessino "Ecce Homo"; e un rovescio dove fussiun papa e uno imperatoreche dirizzassino d'accordo una crocelaquale mostrassi di caderecon lettere che dicessino "Unusspiritus et una fides erat in eis". Commessomi il Papa questabella monetasapragiunse il Bandinello scultoreil quale non eraancor fatto cavalieree con la sua solita prosunzione vestitad'ignoranzia disse:

-A questi orafidi queste cose belle bisogna lor fare e' disegni -.

Alquale io subito mi volsi e dissi che io non avevo bisogno di suadisegni per l'arte mia; ma che io speravo bene con qualche tempochecon i mia disegni io darei noia all'arte sua. Il Papa mostròaver tanto caro queste parolequanto immaginar si possae voltosi amedisse:

-Va'purBenvenuto mioe attendi animosamente a servirmie nonprestare orecchio alle parole di questi pazzi -.

Cosípartitomie con gran prestezza feci dua ferri; e stampato una monetain oroportato una domenica doppo desinare la moneta e' ferri alPapaquando la vidderestato maravigliato e contentonon tantodella bella opera che gli piaceva oltramodoancora piú lo fe'maravigliare la prestezza che io avevo usata. E per accrescere piúsatisfazione e maraviglia al Papaavevo meco portato tutte levecchie monete che s'erano fatte per l'adietro da quei valenti uominiche avevano servito papa Iulio e papa Lione; e veduto che le miemolto piú satisfacevanomi cavai di petto un moto proprio peril quale io domandavo quel detto uffizio del maestro delle stampedella zecca; il quale uffizio dava sei scudi d'oro di provisione ilmesesanza che i ferri poi erano pagati dal zecchiereche se nedava tre al ducato. Preso il Papa il mio moto proprio e voltosilodette in mano al datariodicendogli che subito me lo spedissi. Presoil datario il moto proprio e volendoselo mettere innella tascadisse:

-Beatissimo PadreVostra Santità non corra cosí afuria; queste son cose che meritano qualche considerazione -.

Allorail Papa disse:

-Io v'ho inteso; date qua quel moto proprio - e presolodi sua manosubito lo segnò; poi datolo allui disse:

-Ora non c'è piú replica; speditegne voi oraperchécosí voglioe val piú le scarpe di Benvenuto che gliocchi di tutti questi altri balordi -.

Ecosí ringraziato Sua Santitàlieto oltremodo me neandai a lavorare.


XLVI.Ancora lavoravo in bottega di quel Raffaello del Moro sopraditto.Questo uomo da bene aveva una sua bella figliolettaper la quale luimi aveva fatto disegno adosso; e ioessendomene in parte avvedutotal cosa desideravoma in mentre che io avevo questo desiderioionon lo dimostravo niente al mondo; anzi istavo tanto costumatochei' gli facevo maravigliare. Accaddeche a questa povera fanciullettagli venne una infermità innella mana rittala quale gli avevainfradiciato quelle dua ossicina che seguitano il dito mignolo el'altro accanto al mignolo. E perché la povera figliuola eramedicata per la inavvertenza del padre da un medicaccio ignoranteilquale disse che questa povera figliuola resterebbe storpiata di tuttoquel braccio rittonon gli avvenendo peggio; veduto io il poveropadre tanto sbigottitogli dissi che non credessi tutto quel chediceva quel medico ignorante. Per la qual cosa lui mi disse non avereamicizia di medici nissuno cerusicie che mi pregavache se io neconoscevo qualcunognene avviassi. Subito feci venire un certomaestro Iacomo perugino uomo molto eccellente nella cerusia; e vedutoche egli ebbe questa povera figliolettala quale era sbigottitaperché doveva avere presentito quello che aveva detto quelmedico ignorantedove questo intelligente disse che ella non arebbemal nessuno e che benissimo si servirebbe della sua man rittasebene quelle dua dita ultime fussino state un po' piú debolettede l'altreper questo non gli darebbe una noia al mondo. E messomano a medicarlain ispazio di pochi giorni volendo mangiare un pocodi quel fradicio di quelli ossiciniil padre mi chiamòcheio andassi anch'io a vedere un poco quel maleche a questa figliuolasi aveva a fare. Per la qual cosa preso il ditto maestro Iacopo certiferri grossie veduto che con quelli lui faceva poca opera egrandissimo male alla ditta figliuoladissi al maestro che sifermassi e che mi aspettassi uno ottavo d'ora. Corso in bottega feciun ferrolino d'acciaio finissimo e torto; e radeva.


Giuntoal maestrocominciò con tanta gentilezza a lavorareche leinon sentiva punto di doloree in breve di spazio ebbe finito.


Aquestooltra l'altre cosequesto uomo da bene mi pose tanto amorepiú che non aveva a dua figliuoli mastiie cosí attesea guarire la bella figlioletta. Avendo grandissima amicizia con uncerto misser Giovanni Gaddiil quale era cherico di camera; questomisser Giovanni si dilettava grandemente delle virtúcontutto che in lui nessuna non ne fussi. Istava seco un certo misserGiovannigrecograndissimo litterato; un misser Lodovico da Fanosimile a quellolitterato; messer Antonio Allegretti; allora misserAnnibal Caro giovane. Di fuora eramo misser Bastiano venizianoeccellentissimo pittoree io; e quasi ogni giorno una volta cirivedevamo col ditto misser Giovanni: dove che per questa amiciziaquell'uomo da bene di Raffaello orefice disse al ditto misserGiovanni:

-Misser Giovanni miovoi mi cognoscetee perché io vorreidare quella mia figlioletta a Benvenutonon trovando miglior mezzoche Vostra Signoriavi prego che me ne aiutatee voi medesimo dellemie facultà gli facciate quella dota che allei piace -.

Questouomo cervellino non lasciò a pena finir di dire quel poverouomo da beneche sanza un proposito al mondo gli disse:

-Non parlate piúRaffaellodi questo perché voi nesiete piú discosto che il gennaio dalle more -.

Ilpovero uomomolto isbattutopresto cercò di maritarla; emeco istavano la madre d'essa e tutti ingrognatie io non sapevo lacausa: e parendomi che mi pagassin di cattiva moneta di piúcortesieche io avevo usato lorocercai di aprire una bottegavicino a loro.


Ilditto misser Giovanni non disse nulla in sin che la ditta figliuolanon fu maritatala qual cosa fu in ispazio di parecchi mesi.Attendevo con gran sollecitudine a finire l'opera mia e servire lazeccaché di nuovo mi commisse il Papa una moneta di valoredi dua carliniinnella quale era il ritratto della testa di SuaSantitàe da rovescio un Cristo in sul mareil quale porgevala mana a San Pietrocon lettere intorno che dicevano:


"Quaredubitasti?". Piacque questa moneta tanto oltramodoche un certosegretario del Papauomo di grandissima virtúdomandato ilSangadisse:

-Vostra Santità si può gloriare d'avere una sorta dimonetela quale non si vede negli antichicon tutte le lor pompe -.

Aquesto il Papa rispose:

-Ancora Benvenuto si può gloriare di servire uno imperatore parmioche lo cognosca -.

Seguitandola grande opera d'oromostrandola spesso al Papala qual cosa luimi sollecitava di vederlae ogni giorno piú si maravigliava.


XLVII.Essendo un mio fratello in Roma al servizio del duca Lessandroalquale in questo tempo il Papa gli aveva procacciato il ducato diPenna; stava al servizio di questo Duca moltissimi soldatiuomini dabenevalorosidella scuola di quello grandissimo signor Giovannide' Medicie il mio fratello in fra di lorotenutone conto dalditto Duca quanto ciascuno di quelli altri piú valorosi. Eraquesto mio fratello un giorno doppo desinare in Banchi in bottegad'un certo Baccino della Crocedove tutti quei bravi si riparavano:erasi messo in su una sedia e dormiva. In questo tanto passava lacorte del bargellola quale ne menava prigione un certo capitanCistilombardoanche lui della scuola di quel gran signorGiovanninoma non istava già al servizio del Duca. Era ilcapitano Cattivanza degli Strozzi in su la bottega del detto Baccinodella Croce. Veduto il ditto capitan Cisti il capitan Cattivanzadegli Strozzi. gli disse:

-Io vi portavo quelli parecchi scudi che io v'ero debitore; se voi glivoletevenite per essi prima che meco ne vadino in prigione -.



Eraquesto capitano volentieri a mettere al puntonon si curandosperimentarsiper chetrovatosi quivi alla presenza certibravissimi giovani piú volonterosi che forti a sígrande impresadisse loro che si accostassino al capitan Cistieche si facessin dare quelli sua danarie chese la corte facevaresistenzaloro a lei facessin forzase a loro ne bastava la vista.Questi giovani erano quattro solamentetutti a quattro sbarbati; eil primo si chiamava Bertino Aldobrandil'altro Anguillotto dalLucca: degli altri non mi sovviene il nome. Questo Bertino era statoallevato e vero discepolo del mio fratelloe il mio fratello volevaallui tanto smisurato benequanto immaginar si possa. Eccoti iquattro bravi giovani accostatisi alla corte del bargelloi qualierano piú di cinquanta birri in fra picchearchibusi espadoni a dua mane. In breve parole si misse mano a l'armee queiquattro giovani tanto mirabilmente strignevano la corteche se ilcapitano Cattivanza solo si fussi mostro un pocosanza metter manoall'armequei giovani mettevano la corte in fuga; ma soprastatialquantoquel Bertino toccò certe ferite d'importanzalequale lo batterno per terra: ancora Anguillotto nel medesimo tempotoccò una ferita innel braccio drittoche non potendo piúsostener la spadasi ritirò il meglio che potette; gli altrifeciono il simile; Bertino Aldobrandi fu levato di terra malamenteferito.


XLVIII.In tanto che queste cose seguivanonoi eramo tutti a tavola. Perchéla mattina s'era desinato piú d'un'ora piú tardi che 'lsolito nostro. Sentendo questi romoriun di quei figliuoliilmaggioresi rizzò da tavola per andare a vedere questamistia. Questo si domandava Giovannial quale io dissi:

-Di grazia non andareperché a simili cose sempre si vede laperdita sicura sanza nullo di guadagno -: il simile gli diceva suopadre:

-Dehfigliuol mionon andare -.

Questogiovanesenza udir personacorse giú pella scala. Giunto inBanchidove era la gran mistiaveduto Bertino levar di terracorrendotornando adrietosi riscontrò in Cechino miofratelloil quali lo domandò che cosa quella era. EssendoGiovanni da alcuni accennato che tal cosa non dicessi al dittoCecchinodisse a la 'npazzata come gli era che Bertino Aldobrandiera stato ammazzato dalla corte. Il mio povero fratello misse sígrande il mugghioche dieci miglia si sarebbe sentito; di poi dissea Giovanni:

-Oimèsaprestimi tu dire chi di quelli me l'ha morto? - Ilditto Giovanni disse che síe che gli era un di quelli cheaveva uno spadone a dua manecon una penna azzurra nella berretta.Fattosi innanzi il mio povero fratello e conosciuto per quelcontrassegno lo omicidagittatosi con quella sua maravigliosaprestezza e bravuria in mezzo a tutta quella cortee sanza potervirimediare puntomesso una stoccata nella trippae passatodall'altra banda il dettocogli elsi della spada lo spinse in terravoltosi agli altri con tanta virtú e ardireche tutti luisolo metteva in fuga: se non chegiratosi per dare a unoarchibusiereil quale per propia necessità sparatol'archibusocolse il valoroso sventurato giovane sopra il ginocchiodella gamba dritta; e posto in terrala ditta corte mezza in fugasollecitava a 'ndarseneacciò che un altro simile a questosopraggiunto non fossi. Sentendo continuare quel tomultoancora iolevatomi da tavolae messomi la mia spada accantoche per ugniunoin quel tempo si portavagiunto al ponte Sant'Agnolo viddi unristretto di molti uomini: per la qual cosa fattomi innanziessendoda alcuni di quelli conosciutomi fu fatto largo e mostromi quel chemanco io arei voluto vederese bene mostravo grandissima curiositàdi vedere. In prima giunta nol cognobbiper essersi vestito di pannidiversi da quelli che poco innanzi io l'avevo veduto; di modo checonosciuto lui prima medisse:

-Fratello carissimonon ti sturbi il mio gran maleperchél'arte mia tal cosa mi prometteva; fammi levare di qui prestoperchépoche ore ci è di vita -.

Essendomiconto il caso in mentre che lui mi parlavacon quella brevitàche cotali accidenti promettonogli risposi:

-Fratelloquesto è il maggior dolore e il maggior dispiacereche intervenir mi possa in tutto il tempo della vita mia: ma istàdi buona vogliache innanzi che tu perda la vistadi chi t'ha fattomale vedrai le tua vendette fatte per le mia mane -.

Lesue parole e le mie furno di questa sustanziama brevissime.


XLIX.Era la corte discosto da noi cinquanta passiperché Maffioch'era lor bargellon'aveva fatto tornare una parte per levar viaquel caporale che il mio fratello aveva ammazzato; di modo cheavendo camminato prestissimo quei parecchi passi rinvolto e serratonella cappaero giunto a punto accanto a Maffioe certissimol'ammazzavoperché i populi erano assaie io m'erointermesso fra quelli. Di già con quanta prestezza immaginarsi possa avendo fuor mezza la spadami si gettò per di drietoalle braccia Berlinghier Berlinghierigiovane valorosissimo e miogrande amicoe seco era quattro altri giovani simili a luie' qualidissono a Maffio:

-Lévatiché questo solo t'ammazzava -.



DimandatoMaffio - chi è questo? - dissono:

-Questo è fratello di quel che tu vedi làcarnale -.

Nonvolendo intendere altrocon sollecitudine si ritirò in Torredi Nonae a me dissono:

-Benvenutoquesto impedimento che noi ti abbiamo dato contra tuavoglias'è fatto a fine di bene: ora andiamo a soccorrerequello che starà poco a morire -.

Cosívolticiandammo dal mio fratelloil quale io lo feci portare in unacasa. Fatto subito un consiglio di medicilo medicornonon sirisolvendo a spiccargli la gamba affattoche talvolta sarebbecampato. Subito che fu medicatocomparse quivi il duca Lessandroilquale faccendogli carezze (stava ancora il mio fratello in sé)disse al duca Lessandro:

-Signor miod'altro non mi dolgose none che Vostra Eccellenziaperde un servitoredel quale quella ne potria trovare forse de' piúvalenti di questa professionema non che con tanto amore e fede viservissinoquanto io faceva -.

IlDuca disse che s'ingegnasse di vivere; de' resto benissimo locognosceva per uomo da bene e valoroso. Poi si volse a certi suadicendo loro che di nulla si mancasse a quel valoroso giovane.Partito che fu il Ducal'abundanzia del sanguequal non si potevastagnarefu causa di cavarlo del cervello; in modo che la notteseguente tutta farneticòsalvo che volendogli dare lacomunionedisse:

-Voi facesti bene a confessarmi dianzi: ora questo sacramento divinonon è possibile che io lo possa ricevere in questo di giàguasto istrumento: solo contentatevi che io lo gusti con la divinitàdegli occhi per i quali sarà ricevuto dalla immortale animamia; e quella sola allui chiede misericordia e perdono -.

Finitequeste parolelevato il Sacramentosubito tornò allemedesime pazzie di primale quali erano composte dei maggiorifuroridelle piú orrende parole che mai potessimo immaginaregli uomini; né mai cessò in tutta notte insino algiorno. Come il sole fu fuora del nostro orizzonte si volse a me e midisse:

-Fratel mioio non voglio piú star quiperché costoromi farebbon fare qualche gran cosadi che e' s'arebbono a pentired'avermi dato noia -e scagliandosi con l'una e l'altra gambalaquale noi gli avevamo messo in una cassa molto ben gravela tramutòin modo di montare a cavallo: voltandosi a me col viso disse trevolte:

-Adioadio - e l'ultima parola se ne andò con quellabravosissima anima.


Venutol'ora debitache fu in sul tardi a ventidua oreio lo fecisotterrare con grandissimo onore innella chiesa de' Fiorentinie dipoi gli feci fare una bellissima lapida di marmoinnella quale vi sifece alcuni trofei e bandiere intagliate. Non voglio lasciare indrietoche domandandolo un di quei sua amicichi gli aveva datoquell'archibusatase egli lo ricognoscessidisse di síedettegli e' contrassegni; e' qualise bene il mio fratello s'eraguardato da me che tal cosa io non sentissibenissimo lo avevointesoe al suo luogo si dirà il seguito.


L.Tornando alla ditta lapidacerti maravigliosi litteraticheconoscevano il mio fratellomi dettono una epigramma dicendomi chequella meritava quel mirabil giovanela qual diceva cosí:


"FranciscoCellino Fiorentinoqui quod in teneris annis ad Ioannem Medicemducem plures victorias retulit et signifer fuitfacile documentumdedit quantae fortitudinis et consilii vir futurus eratni crudelisfati archibuso transfossus quinto aetatis lustro jaceretBenvenutusfrater posuit. Obiit die XXVII Maii MDXXIX".Eradell'età di venticinque anni; e perché domandato in frai soldati Cecchino del Pifferodove il nome suo proprio eraGiovanfrancesco Celliniio volsi fare quel nome propiodi che gliera conosciutosotto la nostra arme. Questo nome io l'avevo fattointagliare di bellissime lettere antiche; le quali avevo fatto faretutte rottesalvo che la prima e l'ultima lettera. Le quali lettererotteio fui domandato per quel che cosí avevo fatto daquelli litteratiche mi avevano fatto quel bello epigramma. Dissiloro quelle lettere esser rotteperché quello strumentomirabile del suo corpo era guasto e morto; e quelle dua lettereinterela prima e l'ultimasi eranola primamemoria di quel granguadagno di quel presente che ci dava Idiodi questa nostra animaaccesa dalla sua divinità: questa non si rompeva mai; quellaaltra ultima intera si era per la gloriosa fama delle sue valorosevirtú. Questo piacque assai e di poi qualcuno altro se n'èservito di questo modo. Appresso feci intagliare in detta lapidal'arme nostra de' Cellinila quale io l'alterai da quel che l'èpropia; perché si vede in Ravennache è cittàantichissimai nostri Cellini onoratissimi gentiluominie' qualihanno per arme un leone rampantedi color d'oro in campo azzurrocon un giglio rosso posto nella zampa dirittae sopra il rastrellocon tre piccoli gigli d'oro. Questa è la nostra vera arme de'Cellini. Mio padre me la mostròla quale era la zampa solacon tutto il restante delle ditte cose; ma a me piú piacerebbeche si osservassi quella dei Cellini di Ravenna sopra detta. Tornandoa quella che io feci nel sepulcro del mio fratelloera la branca dellionee in cambio del giglio gli feci una accetta in manocol campodi detta arme partito in quattro quarti; e quell'accetta che io fecifu solo perché non mi si scordassi di fare le sue vendette.


LI.Attendevo con grandissima sollecitudine a finire quell'opera d'oro apapa Clementela quale il ditto Papa grandemente desideravae mifaceva chiamare dua e tre volte la settimanavolendo vedere dettaoperae sempre gli cresceva di piacere: e piú volte miriprese quasi sgridandomi della gran mestizia che io portavo diquesto mio fratello; e una volta in fra l'altrevedutomi sbattuto esquallido piú che 'l doveremi disse:

-Benvenutooh! i' non sapevo che tu fussi pazzo; non hai tu saputoprima che orache alla morte non è rimedio? Tu vai cercandodi andargli drieto -.

Partitomidal Papa seguitava l'opera e i ferri della zeccae per miainnamorata mi avevo preso il vagheggiare quello archibusiericheaveva dato al mio fratello. Questo tale era già stato soldatocavalleggieridi poi s'era messo per archibusieri nel numero de'caporali col bargello; e quello che piú mi fece crescere lastizzafu che lui s'era vantato in questo mododicendo:

-Se non ero ioche ammazzai quel bravo giovaneogni poco che sitardavache egli solo con nostro gran danno tutti ci metteva in fuga-.

Cognoscendoio che quella passione di vederlo tanto ispesso mi toglieva il sonnoe il cibo e mi conduceva per il mal camminonon mi curando di farcosí bassa impresa e non molto lodevoleuna sera mi disposi avolere uscire di tanto travaglio. Questo tale istava a casa vicino aun luogo chiamato Torre Sanguigna accanto a una casa dove stavaalloggiato una cortigiana delle piú favorite di Romala qualisi domandava la signora Antea. Essendo sonato di poco le ventiquattroorequesto archibusieri si stava in su l'uscio suo con la spada inmanoe aveva cenato. Io con gran destrezza me gli acostai con ungran pugnal pistolese e girandogli un marrovesciopensando levargliil collo di nettovoltosi anche egli prestissimoil colpo giunseinnella punta della spalla istanca; e fiaccato tutto l'ossolevatosisúlasciato la spada smarrito dal gran doloresi messe acorsa; dove che seguitandoloin quattro passi lo giunsie alzandoil pugnale sopra la sua testalui abassando forte il capoprese ilpugnale apunto l'osso del collo e mezza la collottolae innell'una enell'altra parte entrò tanto dentro il pugnaleche iose benfacevo gran forza di riaverlonon possetti; perché delladitta casa de l'Antea saltò fuora quattro soldati con le spadeinpugnate in manoa tale che io fui forzato a metter mano per la miaspada per difendermi da loro. Lasciato il pugnale mi levai di quivie per paura di non essere conosciuto me ne andai in casa il ducaLessandroche stava in fra piazza Navona e la Ritonda. Giunto che iofuifeci parlare al Ducail quale mi fece intendere chese io erosoloio mi stessi cheto e non dubitassi di nullae che io me neandassi a lavorare l'opera del Papache la desiderava tantoe perotto giorni io mi lavorassi drento; massimamente essendo sopraggiuntoquei soldati che mi avevano impeditoli quali avevano quel pugnalein manoe contavano la cosa come l'era itae la gran fatica cheegli avevano durato a cavare quel pugnale dell'osso del collo e delcapo di coluiil quale loro non sapevano chi quel si fussi.


Sopraggiuntoin questo Giovan Bandinidisse loro:

-Questo pugnale è il mioe l'avevo prestato a Benvenutoilquale voleva far le vendette del suo fratello -.

Iragionamenti di questi soldati furno assaidolendosi d'avermiimpeditose bene la vendetta s'era fatta a misura di carboni. Passòpiú di otto giorni: il Papa non mi mandò a chiamarecome e' soleva. Da poi mandatomi a chiamare per quel gentiluomobolognese suo cameriereche già dissiquesto con granmodestia mi accennò come il Papa sapeva ogni cosae che SuaSantità mi voleva un grandissimo benee che io attendessi alavorare e stessi cheto. Giunto al Papaguardatomi cosícoll'occhio del porcocon i soli sguardi mi fece una paventosabravata; di poi atteso a l'operacominciatosi a rasserenare il visomi lodò oltra mododicendomi che io avevo fatto un granlavorare in sí poco tempo; da poi guardatomi in visodisse:

-Or che tu se' guaritoBenvenutoattendi a vivere - e ioche lo'ntesidissi che cosí farei. Apersi una bottega subitobellissima in Banchial dirimpetto a quel Raffaelloe quivi fini'la detta opera in pochi mesi a presso.


LII.Mandatomi il Papa tutte le gioiedal diamante in fuorail quale peralcuni sua bisogni lo aveva impegnato a certi banchieri genovesitenevo tutte l'altre gioiee di questo diamante avevo solo la forma.Tenevo cinque bonissimi lavorantie fuora di questa opera facevo dimolte faccende; in modo che la bottega era carica di molto valored'opere e di gioied'oro e di argento.


Tenendoin casa un cane pelosograndissimo e belloil quale me lo avevadonato il duca Lessandrose bene questo cane era buono per lacacciaperché mi portava ogni sorta di uccelli e d'altrianimali che ammazzato io avessi con l'archibusoancora per guardiad'una casa questo era maravigliosissimo. Mi avenne in questo tempopromettendolo la stagione innella quale io mi trovavainnell'etàdi ventinove anniavendo preso per mia serva una giovane di moltabellissima forma e graziaquesta tale io me ne servivo per ritrarlaa proposito per l'arte mia: ancora mi compiaceva alla giovinezza miadel diletto carnale. Per la qual cosaavendo la mia camera moltoapartata da quelle dei mia lavorantie molto discosto alla bottegalegata con un bugigattolo d'una cameruccia di questa giovane serva; eperché molto ispesso io me la godevo; (e se bene io ho aùtoil piú legger sonno che mai altro uomo avessi al mondoinqueste tali occasioni de l'opere della carne egli alcune volte si fagravissimo e profondo); sí come avvenneche una notte in fral'altreessendo istato vigilato da un ladroil quale sott'ombra didire che era oreficeaocchiando quelle gioie disegnòrubarmeleper la qual cosa sconfittomi la bottegatrovòassai lavoretti d'oro e d'argento: e soprastando a sconficcare alcunecassette per ritrovare le gioie che gli aveva vedutequel cane dittose gli gettava a dossoe lui con una spada malamente da quello sidifendeva; di modo che piú volte il cane corse per la casaentrato innelle camere di quei lavorantiche erano aperte per esserdi state. Da poi che quel suo gran latrare quei non volevan sentiretirato lor le coperte da dossoancora non sentendopigliato per ibracci or l'uno or l'altroper forza gli svegliòe latrandocon quel suo orribil modomostrava loro il sentiero avviandosi loroinanzi. E' quali veduto che lor seguitare non lo volevanovenuto aquesti traditori a noiatirando al detto cane sassi e bastoni(equesto lo potevano fareperché era di mia commessione cheloro tutta la notte tenessimo il lume)per ultimo serrato molto benle camereil caneperso la speranza de l'aiuto di questi ribaldida per sé solo si messe all'impresa; e corso giúnontrovato il ladro in bottegalo raggiunse; e combattendo secogliaveva di già stracciata la cappa e tolta; e se non era che luichiamò l'aiuto di certi sartidicendo loro che per l'amor diDio l'aiutassimo difendere da un cane arrabiatoquesti credendo checosí fussi il verosaltati fuora iscacciorno il cane con granfatica. Venuto il giornoessendo iscesi in bottegala vidonosconfitta e apertae rotto tutte le cassette. Cominciorno ad altavoce a gridare - oimèoimè! - onde io resentitomiispaventato da quei romori mi feci fuora. Per la qual cosa fattimisiinnanzimi dissono:

-Oh sventurati a noiche siamo stati rubati da uno che ha rotto etolto ogni cosa! - Queste parole furno di tanta potenziache le nonmi lasciorno andare al mio cassone a vedere se v'era drento le gioiedel Papa: ma per quella cotal gelosia ismarrito quasi affatto il lumedegli occhidissi che loro medesimi aprissino il cassonevedendoquante vi mancava di quelle gioie del Papa. Questi giovani si eranotutti in camicia; e quando di poi aperto il cassone videro tutte legioie e l'opera d'oro insieme con esserallegrandosi mi dissono:

-E' non ci è mal nessunoda poi che l'opera e le gioie son quitutte; se bene questo ladro ci ha lasciati tutti in camiciacausache iersera per il gran caldo noi ci spogliammo tutti in bottega eivi lasciammo i nostri panni -.

Subitoritornatomi le virtú al suo luogoringraziato Idiodissi:

-Andate tutti a rivestirvi di nuovoe io ogni cosa pagheròintendendo piú per agio il caso come gli è passato -.

Quelloche piú mi dolevae che fu causa di farmi smarrire espaventare tanto fuor della natura miasi era che talvolta il mondonon avessi pensato che io avessi fatto quella finzione di quel ladrosol per rubare io le gioie; e perché a papa Clemente fu dettoda un suo fidatissimo e da altrie' quali furno Francesco del Neroil Zana de' Biliotti suo computistail vescovo di Vasona e moltialtri simili:

-Come fidate voibeatissimo Padretanto gran valor di gioie a ungiovineil quale è tutto fuocoed è piú nel'arme inmerso che ne l'artee non ha ancora trenta anni? - La qualcosa il Papa risposese nessun di loro sapeva che io avessi maifatto cose da dare loro tal sospetto. Francesco del Nerosuotesaurierepresto rispose dicendo. - Nobeatissimo Padreperchée' non ha aùto mai una tale occasione -.

Aquesto il Papa rispose:

-Io l'ho per intero uomo da benee se io vedessi un mal di luiionon lo crederrei -.

Questofu quello che mi dette il maggior travaglioe che subito mi venne amemoria. Dato che io ebbi ordine a' giovani che fussino rivestitipresi l'opera insieme con le gioieaccomodandole meglio che iopotevo a' luoghi loroe con esse me ne andai subito dal Papailquale da Francesco del Nero gli era stato detto parte di quei romoriche nella bottega mia s'era sentito; e subito messo sospetto al Papa.Il Papa piú presto immaginato male che altrofattomi unosguardo adosso terribiledisse con voce altiera:

-Che se' tu venuto a far qui? che c'è? - ècci tutte levostre gioie e l'oroe non manca nulla -.

Allorail Paparasserenato il visodisse:

-Cosí sia tu il benvenuto -.



Mostratoglil'operae in mentre che la vedevaio gli contavo tutti gliaccidenti del ladro e de' mia affannie quello che m'era di maggiordispiacere. Alle qual parole molte volte si volse a guardarmi in visofisoe alla presenza era quel Francesco del Neroper la qual cosapareva che avessi mezzo per male non si essere aposto. All'ultimo ilPapacacciatosi a ridere di quelle tante cose che io gli avevodettomi disse:

-Va'e attendi a essere uomo da benecome io mi sapevo.


LIII.Sollecitando la ditta opera e lavorando continuamente per la zeccasi cominciò a vedere per Roma alcune monete false istampatecon le mie proprie stampe. Subito furno portate dal Papa; e datoglisospetto di meil Papa disse a Iacopo Balducci zecchiere:


-Fa' diligenza grandissima di trovare il malfattoreperchésappiamo che Benvenuto è uomo da bene -.

Questozecchiere traditoreper esser mio nimicodisse:

-Idio vogliabeatissimo Padreche vi riesca cosí qual voidite; perché noi abbiamo qualche riscontro -.

Aquesto il Papa si volse al governatore di Romae disse che luifacessi un poco di diligenza di trovare questo malfattore. In questidí il Papa mandò per me; di poi con destri ragionamentientrò in su le monetee bene a proposito mi disse:

-Benvenutodarebbet'egli il cuore di far monete false? - Alla qualcosa io risposiche le crederrei far meglio che tutti quanti gliuominiche a tal vil cosa attendevano; perché quelli cheattendono a tal poltronerie non sono uomini che sappin guadagnarenésono uomini di grande ingegno; e se io col mio poco ingegnoguadagnavo tanto che mi avanzavaperché quando io mettevoferri per la zeccaogni mattina inanzi che io desinassi mi toccavaguadagnare tre scudi il manco; (che cosí era stato semprel'usanza del pagare i ferri delle monetee quello sciocco delzecchiere mi voleva maleperché e' gli arebbe voluti avere amiglior mercato); a me mi bastava assai questo che io guadagnavo conla grazia di Dio e del mondo; che a far monete false non mi sarebbetocco a guadagnar tanto. Il Papa attinse benissimo le parole; e dovegli aveva dato commessione che con destrezza avessin cura che io nonmi partissi di Romadisse loro che cercassino con diligenzae di menon tenessin curaperché non arebbe voluto isdegnarmiqualfussi causa di perdermi. A chi e' commesse caldamentefurno alcunide' chierici di Camerae' qualifatto quelle debite diligenzeperché a lor toccavasubito lo trovorno. Questo si era unoistampatore della propia zeccache si domandava per nome CéseriMacheronicittadin romano; e insieme seco fu preso uno ovolatore dizecca.


LIV.In questo dí medesimopassando io per piazza Naonaavendomeco quel mio bello can barbonequando io sono giunto dinanzi allaporta del bargelloil mio cane con grandissimo impito forte latrandosi getta dentro alla porta del bargello addosso a un giovaneilquale aveva fatto cosí un poco sostenere un certo Donninooreficeda Parma già discepol di Caradossaper aver aùtoindizio che colui l'avessi rubato. Questo mio cane faceva tanta forzadi volere sbranare quel giovanechemosso i birri a compassionemassimamente il giovane audace difendeva bene le sue ragionee quelDonnino non diceva tanto che bastassimaggiormente essendovi un diquei caporali de' birrich'era genovese e conosceva il padre diquesto giovane; in modo chefra il cane e quest'altre occasionefacevan di sorte che volevan lasciar andar via quel giovane a ognimodo. Accostato che io mi fuiil canenon cognoscendo paura nédi spada né di bastonidi nuovo gittatosi adosso a quelgiovanecoloro mi dissono che se io non rimediavo al mio caneme loammazzerebbono. Preso il cane il meglio che io potevoinnelritirarsi il giovane in su la cappagli cadde certe cartuzze dellacapperuccia; per la qual cosa quel Donnino ricognobbe esser cose sue.Ancora io vi ricognobbi un piccolo anellino; per la qual cosa subitoio dissi:

-Questo è il ladro che mi sconfisse e rubò la miabottega; però il mio cane lo ricognosce - e lasciato il canedi nuovo si gli gettò adosso; dove che il ladro mi siraccomandòdicendomi che mi renderebbe quello che aveva dimio. Ripreso il canecostui mi rese d'oro e di argento e dianelletti quel che gli aveva di mioe venticinque scudi davantaggio; di poi mi si raccomandò. Alle quali parole iodissiche si raccomandassi a Dioperché io non gli farei nében né male. E tornato alle mie faccendeivi a pochi giorniquel Céseri Macherone delle monete false fu impiccato inBanchi dinanzi alla porta della zecca; il compagno fu mandato ingalea; il ladro genovese fu impiccato in Campo di Fiore; e io mirestai in maggior concetto di uomo da bene che prima non ero.


LV.Avendo presso a fine l'opera miasopravenne quella grandissimainundazionela quale traboccò d'acqua tutta Roma.


Standomia vedere quel che tal cosa facevaessendo di già il giornologorosonava ventidua oree l'acque oltramodo crescevano. E perchéla mia casa e bottega el dinanzi era in Banchi e il di drieto salivaparecchi bracciaperché rispondeva in verso Monte Giordanodi modo chepensando prima alla salute della vita miadi poiall'onoremi missi tutte quelle gioie adosso e lasciai quell'operad'oro a quelli mia lavoranti in guardiae cosí scalzo discesiper le mie finestre di drietoe il meglio che io potessi passai perquelle acque tanto che io mi condussi a Monte Cavallodove io trovaimisser Giovanni Gaddi cherico di Camerae Bastiano Venizianopittore. Accostatomi a misser Giovannigli detti tutte le dittegioieche me le salvassi; il quale tenne conto di mecome sefratello gli fussi stato. Di poi a pochi giornipassati i furoridell'acquaritornai alla mia bottegae fini' la ditta opera contanta buona fortunamediante la grazia de Dio e delle mie granfaticheche ella fu tenuta la piú bella opera che mai fussivista a Roma; di modo cheportandola al Papaegli non si potevasaziare di lodarmela; e disse:

-Se io fussi uno imperatore riccoio donerei al mio Benvenuto tantoterrenoquanto il suo occhio scorressi; ma perché noi dal díd'oggi siamo poveri imperatori fallitima a ogni modo gli daremtanto paneche basterà alle sue piccole voglie -.

Lasciatoche io ebbi finire al Papa quella sua smania di parolegli chiesi unmazzieri ch'era vacato. Alle qual parole il Papa disse che mi volevadar cosa di molta maggiore importanza.


Risposia Sua Santitàche mi dessi quella piccolaintantoper arra.Cacciandosi a rideredisse che era contentoma che non voleva cheio servissie che io mi convenissi con li compagni mazzieri di nonserviredando loro qualche graziache già gli avevanodomandato al Papaqual era di potere con autorità riscuoterele loro entrate. Ciò fu fatto. Questo mazziere mi rendeva pocomanco di dugento scudi l'anno di entrata.


LVI.Seguitando appresso di servire il Papa or di un piccolo lavoro or diun altrom'impose che io gli facessi un disegno di un calicericchissimo; il quale io feci il ditto disegno e modello. Era questomodello di legno e di cera; in luogo del bottone del calice avevofatto tre figurette di buona grandezza tondele quale erano la Fedela Speranzae la Carità; innel piede poi avevo fatto aconrispondenza tre storie in tre tondi di basso rilievo: cheinnell'una era la natività di Cristoinnell'altra laresurressione di Cristoinnella terza si era San Pietro crocifisso acapo di sotto; che cosí mi fu commesso che io facessi. Tirandoinanzi questa ditta operail Papa molto ispesso la voleva vedere; inmodo cheavvedutomi che Sua Santità non s'era poi mai piúricordato di darmi nullaessendo vacato un frate del Piombounasera io gnene chiesi. Al buon Papa non sovvenendo piú diquella ismania che gli aveva usato in quella fine di quella altraoperami disse:

-L'ufizio del Piombo rende piú di ottocento scudidi modo chese io te lo dessitu ti attenderesti a grattare il corpoe quellabell'arte che tu hai alle mane si perderebbee io ne arei biasimo -.

Subitorisposi che le gatte di buona sorte meglio uccellano per grassezzache per fame:

-Cosí quella sorte degli uomini dabbene che sono inclinati allevirtúmolto meglio le mettono in opera quando egli hannoabundantissimamente da vivere; di modo che quei principi che tengonoabundantissimi questi cotali uominisappi Vostra Santità cheeglino annaffiano le virtú: cosí per il contrario levirtú nascono ismunte e rognose; e sappi Vostra Santitàche io non lo chiesi con intenzione di averlo. Pur beato che io ebbiqual povero mazziere! Di questo tanto m'immaginavo. Vostra Santitàfarà benenon l'avendo voluto dar a mea darla a qualchevirtuoso che lo meritie non a qualche ignorantone che si attenda agrattare il corpo come disse Vostra Santità. Pigliate esemplodalla buona memoria di papa Iulioche un tale ufizio dette aBramanteeccellentissimo architettore -.

Subitofattogli reverenza infuriato mi parti'. Fattosi innanzi BastianoVenizianopittoredisse:

-Beatissimo padreVostra Santità sia contenta di darlo aqualcuno che si affatica ne l'opere virtuose; e perchécomesa Vostra Santitàancora io volentieri mi affatico in essela priego che me ne faccia degno -.

Risposeil Papa:

-Questo diavolo di Benvenuto non ascolta le riprensioni. Io erodisposto a dargnenema e' none sta bene essere cosí superbocon un Papa; pertanto io non so quel che io mi farò -.

Subitofattosi innanzi il vescovo di Vasonapregò per il dittoBastianodicendo:

-Beatissimo padreBenvenuto è giovane e molto meglio gli stala spada accanto che la vesta da frati: Vostra Santità siacontenta di darlo a questo virtuoso uomo di Bastiano; e a Benvenutotalvolta potrete dare qualche cosa buonala quale forse saràpiú a proposito che questa -.

Allorail Papavoltosi a messer Bartolomeo Valorigli disse:

-Come voi scontrate Benvenutoditegli da mia parte che lui stesso hafatto avere il Piombo a Bastiano dipintore; e che stia avvertitochela prima cosa migliore che vacasarà la sua; e che intantoattenda a far benee finisca l'opere mie -.

L'altrasera seguente a dua ore di nottescontrandomi in messer BartolomeoValori in sul cantone della zecca: lui aveva due torcie innanzi eandava in furiadomandato dal Papa; faccendogli riverenzasi fermòe chiamommie mi disse con grandissima affezione tutto quello chegli aveva ditto il Papa che mi dicessi. Alle qual parole io risposiche con maggiore diligenzia e istudio finirei l'opera miachenessuna mai de l'altre; ma sí bene senza punto di speranzad'avere nulla mai dal Papa. Il detto misser Bartolomeo ripresemidicendomi che cosí non si doveva rispondere a le offerte d'unPapa. A cui io dissiche ponendo isperanza a tal parolesaputo cheio non l'arei a ogni modopazzo sarei a rispondere altrimenti; epartitomime ne andai a 'ttendere alle mie faccende. Il ditto messerBartolomeo dovette ridire al Papa le mie ardite parolee forse piúche io non dissidi modo che il Papa stette piú di dua mesi achiamarmie io in questo tempo non volsi mai andare al palazzo pernulla. Il Papache di tale opera si struggevacommesse a messerRuberto Pucci che attendessi un poco a quel che io facevo. Questoomaccion da bene ogni dí mi veniva a vederee sempre midiceva qualche amorevol parolae io allui. Appressandosi il Papa avoler partirsi per andare a Bolognaa l'ultimo poiveduto che daper me io non vi andavomi fece intendere dal ditto misser Robertoche io portassi sú l'opera miaperché voleva vederecome io l'avevo innanzi. Per la qual cosa io la portaimostrandodetta opera esser fatto tutta la importanzae lo pregavo che milasciassi cinquecento scudiparte a buon contoe parte mi mancavaassai bene de l'oro da poter finire detta opera. Il Papa mi disse:

-Attendiattendi a finirla -.

Risposipartendomiche io la finireise mi lasciava danari. Cosí mene andai.


LVII.Il Papa andato alla volta di Bologna lasciò il cardinaleSalviati legato di Romae lasciògli commessione che misollecitassi questa ditta operae li disse:

-Benvenuto è persona che stima poco la sua virtúemanco Noi; sí che vedete di sollecitarloin modo che io latruovi finita -.

QuestoCardinal bestia mandò per me in capo di otto dídicendomi che io portassi sú l'opera; a il quale io andaiallui senza l'opera. Giunto che io fuiquesto Cardinale subito midisse:

-Dov'è questa tua cipollata? ha' la tu finita? - Al quale iorisposi:

-O Monsignor reverendissimoio la mia cipollata non ho finitae nonla finiròse voi non mi date delle cipolle da finirla -.

Aqueste parole il ditto Cardinaleche aveva piú viso di asinoche di uomodivenne piú brutto la metà; e venuto alprimo a mezza spadadisse:

-Io ti metterò in una galeae poi arai di grazia di finirl'opera -.

Ancoraio con questa bestia entrai in bestiae gli dissi:

-Monsignorequando io farò peccati che meritino la galeaallora voi mi vi metterete: ma per questi peccati io non ho paura divostra galea: e di piú vi dicoa causa di Vostra Signoriaionon la voglio mai piú finire; e non mandate mai piú permeperché io non vi verrò mai piú inanzisegià voi non mi facessi venir co' birri -.

Ilbuon Cardinale provò alcune volte amorevolmente a farmiintendere che io doverrei lavorare e che i' gnene doverrei portare amostrare; in modo che a quei tali io dicevo:

-Dite a Monsignore che mi mandi delle cipollese vuol che io finiscala cipollata - né mai gli risposi altre parole; di sorte chelui si tolse da questa disperata cura.


LVIII.Tornò il Papa da Bolognae subito domandò di meperché quel Cardinale di già gli aveva scritto ilpeggio che poteva de' casi mia. Essendo il Papa innel maggior furoreche immaginar si possami fece intendere che io andassi con l'opera.Cosí feci. In questo tempo che il Papa stette a Bolognami siscoperse una scesa con tanto affanno agli occhiche per il dolore ionon potevo quasi viverein modo che questa fu la prima causa che ionon tirai innanzi l'opera: e fu sí grande il maleche iopensai certissimo rimaner cieco; di modo che io avevo fatto il miocontoquel che mi bastassi a vivere cieco. Mentre che io andavo alPapapensavo il modo che io avevo a tenere a far la mia scusa di nonaver potuto tirare innanzi l'opera. Pensavo che in quel mentre che ilPapa la vedeva e consideravapoterli dire i fatti: la qual cosa nonmi venne fattaperché giunto dalluisubito con parolevillane disse:

-Da' qua quell'opera; è ella finita? - Io la scopersi: subitocon maggior furore disse:

-In verità de Dio dico a teche fai professione di non tenerconto di personache se e' non fussi per onor di mondo io ti fareiinsieme con quell'opera gittar da terra quelle finestre -.

Perla qual cosaveduto io il Papa diventato cosí pessima bestiasollecitavo di levarmigli dinanzi. In mentre che lui continuava dibravaremessami l'opera sotto la cappaborbottando dissi:

-Tutto il mondo non farebbe che un cieco fussi tenuto a lavorare operecotali -.

Maggiormentealzato la voceil Papa disse:

-Vien qua; che di' tu? - Io stetti infra dua di cacciarmi a correregiú per quelle scale; di poi mi risolsie gettatomi inginocchionigridando forteperché lui non cessava digridaredissi:

-E se io sono per una infirmità divenuto ciecosono io tenutoa lavorare? - A questo e' disse:

-Tu hai pur veduto lume a venir quiné credo che sia veronessuna di queste cose che tu di'-.

Alquale io dissisentendogli alquanto abbassar la voce:

-Vostra Santità ne dimandi il suo medicoe troverrà ilvero -.

Disse:

-Piú all'agio intenderemo se la sta come tu di'-.

Alloravedutomi prestare audienzadissi:

-Io non credo che di questo mio gran male ne sia causa altri che ilcardinal Salviatiperché e' mandò per me subito cheVostra Santità fu partitoe giunto alluipose alla mia operanome una cipollatae mi disse che me la farebbe finire in una galea;e fu tanto la potenzia di quelle inoneste paroleche per la estremapassione subito mi senti' infiammare il visoe vennemi innegli occhiun calore tanto ismisuratoche io non trovavo la via a tornarmene acasa: di poi a pochi giorni mi cadde dua cataratti in su gli occhi;per la qual cosa io non vedevo punto di lumee da poi la partita diVostra Santità io non ho mai potuto lavorare nulla -.

Rizzatomidi ginocchionimi andai con Dio; e mi fu ridetto che il Papa disse:

-Se e' si dà gli ufizinon si può dare la discrezionecon essi. Io non dissi al Cardinale che mettessi tanta mazza: che segli è il vero che abbia male innegli occhiquale intenderòdal mio medicosarebbe da 'vergli qualche compassione -.

Eraquivi alla presenza un gran gentiluomo molto amico del Papa e moltovirtuosissimo. Domandatogli il Papa che persona io erodicendo:

-Beatissimo Padreio ve ne domandoperché m'è parsoche voi siete venuto in un tempo medesimo nella maggior còllorache io vedessi maie innella maggiore compassione; sí che perquesto io domando Vostra Santità chi egli è; che se èpersona che meriti essere aiutatoio gli insegnerei un segreto dafarlo guarire di quella infermità - a queste parole disse ilPapa:

-Quello è il maggiore uomo che nascessi mai della suaprofessione; e un giorno che noi siamo insieme vi farò vederedelle maravigliose opere suee lui con esse; e mi saràpiacere che si vegga se si gli può fare qualche benifizio -.

Dipoi tre giorni il Papa mandò per me un dí doppodesinareed eraci questo gentiluomo alla presenza. Subito che io fuigiuntoel Papa si fece portare quel mio bottone del piviale. Inquesto mezzo io avevo cavato fuora quel mio calice; per la qual cosaquel gentiluomo diceva di non aver mai visto un'opera tantomaravigliosa. Sopraggiunto il bottonegli accrebbe molto piúmaraviglia; guardatomi in viso disse:

-Gli è pur giovane a saper tantoancora molto atto a'cquistare -.

Dipoi me domandò del mio nome. Al quale io dissi:

-Benvenuto è il mio nome -.

Rispose:

-Benvenuto sarò io questa volta per te; piglia de' fioralisicon il gambocol fiore e con la barba tutto insiemedi poi gli fastillare con gentil fuocoe con quell'acqua ti bagna gli occhiparecchi volte il díe certissimamente guarrai di cotestainfirmità; ma fatti prima purgaree poi continua la dettaacqua - . Il Papa mi usò qualche amorevol parola: cosíme ne andai mezzo contento.


LIX.La infirmità gli era il vero che io l'avevoma credo che iol'avessi guadagnata mediante quella bella giovane serva che io tenevonel tempo che io fui rubato. Soprastette quel morbo gallico ascoprirmisi piú di quattro mesi interidi poi mi copersetutto tutto a un tratto: non era innel modo de l'altro che si vedema pareva che io fussi coperto di certe vescichettegrandi comequattrinirosse. I medici non mel volson mai battezzare malfranzese: e io pure dicevo le cause che credevo che fussi.


Continuavodi medicarmi a lor modoe nulla mi giovava; pur poi a l'ultimorisoltomi a pigliare il legno contra la voglia di quelli primi medicidi Romaquesto legno io lo pigliavo con tutta la disciplina eastinenzia che immaginar si possae in brevi giorni senti'grandissimo miglioramento; a tale che in capo a cinquanta giorni iofui guarito e sano come un pesce. Da poiper dare qualche ristoro aquella gran fatica che io avevo duratoentrando innel invernopresiper mio piacere la caccia dello scoppiettola quale mi induceva aandare a l'acqua e al ventoe star pe' pantani; a tale che in brevigiorni mi tornò l'un cento maggior male di quel che io avevoprima. Rimessomi nelle man de' medicicontinuamente medicandomisempre peggioravo. Saltatomi la febbre adossoio mi disposi diripigliare il legno: gli medici non volevanodicendomi che se io vientravo con la febbrein otto dí morrei. Io mi disposi di farcontro la voglia loro; e tenendo i medesimi ordini che all'altravolta fatto avevobeuto che io ebbi quattro giornate di questa santaacqua de il legnola febbre se ne andò afatto. Cominciai apigliare grandissimo miglioramentoe in questo che io pigliavo ildetto legno sempre tiravo inanzi i modelli di quella opera; e' qualiin cotesta astinenzia io feci le piú belle cose e le piúrare invenzione che mai facessi alla vita mia. In capo di cinquantagiorni io fui benissimo guaritoe di poi con grandissima diligenziaio mi attesi a 'ssicurare la sanità adosso. Di poi che io fuisortito di quel gran digiunomi trovai in modo netto dalle mieinfirmitàcome se rinato io fussi. Se bene io mi pigliavopiacere ne l'assicurare quella mia desiderata sanitànonmancavo ancora di lavorare; tanto che innell'opera detta e innellazeccaad ogniona di loro certissimo davo la parte del suo dovere.


LX.Abbattessi ad essere fatto legato di Parma quel ditto cardinaleSalviatiil quale aveva meco quel grande odio sopraditto. In Parmafu preso un certo orefice milanese falsatore di moneteil quali pernome si domandava Tobbia. Essendo giudicato alla forca e al fuoconefu parlato al ditto Legatomessogli innanzi per gran valente uomo.Il ditto Cardinale fece sopratenere la eseguizione della giustiziaescrisse a papa Clementedicendogli essergli capitato in nelle maneuno uomo il maggior del mondo della professione de l'oreficeriaeche di già gli era condennato alle forche e al fuocoperessere lui falsario di monete; ma che questo uomo era simplice ebuonoperché diceva averne chiesto parere da un suoconfessoroil qualedicevache gneneaveva dato licenzia che lepotessi fare. Di piú diceva:

-Se voi fate venire questo grande uomo a RomaVostra Santitàsarà causa di abbassare quella grande alterigia del vostroBenvenutoe sono certissimo che le opere di questo Tobbia vipiaceranno molto piú che quelle di Benvenuto -.

Dimodo che il Papa lo fece venire subito a Roma. E poi che fu venutochiamatici tutti a duaci fece fare un disegno per uno a un corno diliocorno il piú bello che mai fusse veduto: si era vendutodiciassette mila ducati di Camera. Volendolo il Papa donare a il reFrancescolo volse in prima guarnire riccamente d'oroe commesse atutti a dua noi che facessimo i detti disegni. Fatti che noi gliavemmociascun di noi il portò al Papa. Era il disegno diTubbia affoggia di un candeglieredovea guisa della candelasiimboccava quel bel cornoe del piede di questo ditto candeglierefaceva quattro testoline di liocorno con semplicissima invenzione:tanto che quando tal cosa io vidinon mi potetti tenere che in undestro modo io non sogghignassi. Il Papa s'avvide e subito disse:

-Mostra qua il tuo disegno- il quale era una sola testa di liocornoa conrispondenza di quel ditto corno. Avevo fatto la piú bellasorte di testa che veder si possa; il perché si erache ioavevo preso parte della fazione della testa del cavallo e parte diquella del cervioarricchita con la piú bella sorte di vellie altre galanterietale chesubito che la mia si videogniuno glidette il vanto. Ma perché alla presenza di questa disputa eracerti milanesi di grandissima autoritàquesti dissono:

-Beatissimo PadreVostra Santità manda a donare questo granpresente in Francia: sappiate che i Franciosi sono uomini grossienon cognosceranno l'eccellenzia di questa opera di Benvenuto; ma síbene piacerà loro questi ciboriili quali ancora sarannofatti piú presto; e Benvenuto vi attenderà a finire ilvostro calicee verravi fatto dua opere in un medesimo tempo; equesto povero uomoche voi avete fatto venireverrà ancoralui ad essere adoperato -.

IlPapadesideroso di avere il suo calicemolto volentieri s'appiccòal consiglio di quei milanesi: cosí l'altro giorno disposequella opera a Tubbia di quel corno di liocornoe a me feceintendere per il suo guardaroba che io dovessi finirgli il suocalice. Alle qual parole io risposiche non desideravo altro almondo che finire quella mia bella opera; ma che se la fossi d'altramateria che d'oroio facilissimamente da per me la potrei finire; maper essere a quel modo d'orobisognava che Sua Santità me nedessivolendo che io la potessi finire. A questo parole questocortigiano plebeo disse:

-Oimènon chiedere oro al Papache tu lo farai venire intanta còllorache guaiguai a te -.

Alquale io dissi:

-O misser voila Signoria vostrainsegnatemi un poco come sanzafarina si può fare il pane? cosí sanza oro mai sifinirà quell'opera -.

Questoguardaroba mi disseparendogli alquanto che io lo avessi uccellatoche tutto quello che io avevo ditto riferirebbe al Papa; e cosífece. Il Papaentrato in un bestial furoredisse che voleva stare avedere se io ero un cosí pazzo che io non la finissi. Cosísi stette dua mesi passati e se bene io avevo detto di non vi volerdar su colpoquesto non avevo fattoanzi continuamente io avevolavorato con grandissimo amore. Veduto che io non la portavomicominciò a disfavorire assaidicendo che mi gastigherebbe aogni modo. Era alla presenza di queste parole uno milanese suogioielliere. Questo si domandava Pompeoil quale era parente strettodi un certo misser Traianoil piú favorito servitore cheavessi papa Clemente. Questi dua d'accordo dissono al Papa:

-Se Vostra Santità gli togliessi la zeccaforse voi glifaresti venir voglia di finire il calice -.

Allorail Papa disse:

-Anzi sarebbon dua mali: l'unoche io sarei mal servito della zeccache m'importa tanto; e l'altroche certissimo io non arei mai ilcalice -.

Questidua detti milanesiveduto il Papa mal voIto inverso di meal'ultimo possetton tantoche pure mi tolse la zeccae la dette a uncerto giovane peruginoil quale si domandava Fagiuolo persoprannome. Venne quel Pompeo a dirmi da parte del Papacome SuaSantità mi aveva tolto la zeccae che se io non finivo ilcalice mi torrebbe de l'altre cose. A questo io risposi:

-Dite a Sua Santità che la zecca e' l'ha tolta a sé enon a mee quel medesimo gli verrebbe fatto di quell'altre cose; eche quando Sua Santità me la vorrà rendereio in modonessuno non la rivorrò -.

Questoisgraziato e sventurato gli parve mill'anni di giungere dal Papa perridirgli tutte queste cosee qualcosa vi messe di suo di bocca. Ivia otto giorni mandò il Papa per questo medesimo uomo dirmi chenon voleva piú che io gli finissi quel calicee che lorivoleva appunto in quel modo e a quel termine che io l'avevocondotto. A questo Pompeo io risposi:


-Questa non è come la zeccache me la possa tòrre; masí ben e' cinquecento scudiche io ebbisono di Sua Santitài quali subito gli renderò: e l'opera è miae ne faròquanto m'è di piacere -.

Tantocorse a riferir Pompeocon qualche altra mordace parolache a luistesso con giusta causa io avevo detto.


LXI.Dipoi tre giorni appressoun giovedívenne a me dua camerieridi Sua Santità favoritissimiche ancora oggi n'è vivouno di quellich'è vescovoil quale si domandava misser PierGiovannied era guardaroba di Sua Santità; l'altro si eraancora di maggior lignaggio di questoma non mi sovviene il nome.Giunti a me mi dissono cosí:

-Il Papa ci manda. Benvenuto: da poi che tu non l'hai voluta intendereper la via piú agevolediceo che tu ci dia l'opera suaoche noi ti meniamo prigione -.

Alloraio li guardai in viso lietissimamentedicendo:

-Signorise io dessi l'opera a Sua Santitàio darei l'operamia e non la sua; e poi tanto l'opera mia io non gnene vo' dare;perché avendola condotta molto innanzi con le mia granfatichenon voglio che la vada in mano di qualche bestia ignoranteche con poca fatica me la guasti -.

Eraalla presenzaquando io dicevo questoquell'orefice chiamato Tobbiaditto di soprail quale temerariamente mi chiedeva ancora i modellidi essa opera: le paroledegne di un tale sciagurato che io glidissiqui non accade riplicarle. E perché quelli signoricamerieri mi sollecitavano che io mi spedissi di quel che io volevofaredissi a loro che ero spedito:


presola cappae innanzi che io uscissi della mia bottegami volsi a unaimmagine di Cristo con gran riverenza e con la berretta in manoedissi:

-O benigno e immortalegiusto e santo Signor nostrotutte le coseche tu fai sono secondo la tua giustiziaquale è sanza pari:tu sai che appunto io arrivo all'età de' trenta anni dellavita miané mai insino a qui mi fu promesso carcere per cosaalcuna: da poi che ora tu ti contenti che io vadia al carcerecontutto il cuor mio te ne ringrazio -.



Dipoi vòltomi ai dua camerieridissi cosí con un certomio viso alquanto rabbuffato:

-Non meritava un par mio birri di manco valore che voi Signori; síche mettetemi in mezzoe come prigioniero mi menate dove voi volete-.

Quellidua gentilissimi uominicacciatisi a rideremi messono in mezzoesempre piacevolmente ragionando mi condussono dal Governatore diRomail quale era chiamato il Magalotto. Giunto alluiinsieme conesso si era il Procurator fiscaleli quali mi attendevanoquellisignor camerieri ridendo pure dissono al Governatore:

-Noi vi consegnamo questo prigionee tenetene buona cura. Ci siamorallegrati assaiche noi abbiamo tolto l'uffizio alli vostrisecutoriperché Benvenuto ci ha dettoche essendo questa laprima cattura suanon meritava birri di manco valore che noi cisiamo -.

Subitopartitisi giunsono al Papa; e dettogli precisamente ogni cosainprima fece segno di voler entrare in furiaappresso si sforzòdi ridereper essere alla presenza alcuni Signori e Cardinali amicimiali quali grandemente mi favorivano. Intanto il Governatore e ilFiscale parte mi bravavanoparte mi esortavanoparte miconsigliavanodicendomi che la ragione volevache uno che fa fareuna opera a un altrola può ripigliare a sua postae intutti i modi che allui piace. Alle quali cose io dissiche questonon lo prometteva la giustiziané un papa non lo poteva fare;perché e' non era un papa di quella sorte che sono certisignoretti tirannelliche fanno a' lor popoli il peggio che possononon osservando né legge né giustizia: però unVicario di Cristo non può far nessuna di queste cose. Allorail Governatore con certi sua birreschi atti e parole disse:

-BenvenutoBenvenutotu vai cercando che io ti faccia quel che tumeriti. - Voi mi farete onore e cortesiavolendomi fare quel che iomerito -.

Dinuovo disse:

-Manda per l'opera subitoe fa di non aspettar la siconda parola -.

Aquesto io dissi:

-Signorifatemi grazia che io dica ancora quattro parole sopra le mieragione -.



IlFiscaleche era molto piú discreto birro che non era ilGovernatoresi volse a il Governatoree disse:

-Monsignorefacciàngli grazia di cento parole; pur che dial'operaassai ci basta -.

Iodissi:

-Se e' fussi qualsivoglia sorte di uomo che facessi murare un palazzoo una casagiustamente potrebbe dire a il maestro che la murassi:"Io non voglio che tu lavori piú in su la mia casa o insu 'l mio palazzo": pagandogli le sue fatiche giustamente ne lopuò mandare. Ancora se fossi un signore che facessi legare unagioia di mille scudiveduto che il gioielliere non lo servissisicondo la voglia suapuò dire: "Dammi la mia gioiaperché io non voglio l'opera tua". Ma a questa cotal cosanon c'è nessuno di questi capi; perché la non èné una casané una gioia; altro non mi si puòdirese non che io renda e' cinquecento scudi che io ho aúti.Sí cheMonsignorifate tutto quel che voi potetechéaltro non arete da meche e' cinquecento scudi. Cosí direteal Papa. Le vostre minaccie non mi fanno una paura al mondo; perchéio sono uomo da benee non ho paura de' mia peccati -.

Rizzatosiil Governatore e il Fiscalemi dissono che andavano dal Papae chetornerebbono con commessioneche guai a me. Cosí restaiguardato. Mi passeggiavo per un salotto: e gli stettono presso a treore a tornare dal Papa. In questo mezzo mi venne a visitare tutta lanobiltà della nazion nostra di mercantipregandomistrettamente che io non la volessi stare a disputare con un Papaperché potrebbe essere la rovina mia. Ai quali io risposichem'ero risoluto benissimo di quel che io volevo fare.


LXII.Subito che il Governatore insieme col Fiscale furono tornati daPalazzofattomi chiamaredisse in questo tenore:

-Benvenutocertamente e' mi sa male d'esser tornato dal Papa con unacommessione talequale io ho; sí che o tu trova l'operasubitoo tu pensa a' fatti tua -.

Alloraio risposi cheda poi che io non avevo mai creduto insino aquell'ora che un santo Vicario di Cristo potessi fare un'ingiustizia- però io lo voglio vedere prima che io lo creda; síche fate quel che voi potete -.

Ancorail Governatore replicòdicendo:

-Io t'ho da dire dua altre parole da parte del Papadipoi seguiròla commessione datami. Il Papa dice che tu mi porti qui l'operaeche io la vegga mettere in una scatola e suggellare; di poi io l'hoapportare al Papail quale promette per la fede sua di non lamuovere dal suo suggello chiusae subito te la renderà; maquesto e' vuol che si faccia cosí per averci anch'egli laparte dell'onor suo -.

Aqueste parole io ridendo risposiche molto volentieri gli dareil'opera mia in quel modo che dicevaperché io volevo saperragionare come era fatta la fede di un Papa. E cosí mandatoper l'opera miasuggellata in quel modo che e' dissegliene detti.Ritornato il Governatore dal Papa con la ditta opera innel mododittopresa la scatola il Papasicondo che mi riferí ilGovernatore dittola volse parecchi volte; dipoi domandò ilGovernatorese l'aveva veduta; il qual disse che l'aveva veduta eche in sua presenza in quel modo s'era suggellata; di poi aggiunseche la gli era paruta cosa molto mirabile. Per la qual cosa il Papadisse:

-Direte a Benvenutoche i Papi hanno autorità di sciorre elegare molto maggior cosa di questa - e in mentre che diceva questeparolecon qualche poco di sdegno aperse la scatolalevando lecorde e il suggello con che l'era legata: di poi la guardòassaie per quanto io ritrassie' la mostrò a quel Tubbiaoreficeil quale molto la lodò. Allora il Papa lo domandòse gli bastava la vista di fare una opera a quel modo; il Papa glidisse che lui seguitassi quell'ordine apunto; di poi si volse alGovernatore e gli disse:

-Vedete se Benvenuto ce la vuol dare; che dandocela cosísegli paghi tutto quel che l'è stimata da valenti uomini; o síveramentevolendocela finir luipigli un termine: e se voi vedeteche la voglia faredíesigli quelle comodità che luidomanda giuste -.

Allorail Governatore disse:

-Beatissimo Padreio che cognosco la terribil qualità di quelgiovanedatemi autorità che io glie ne possa dare unasbarbazzata a mio modo -.

Aquesto il Papa disse che facessi quel che volessi con le parolebenché gli era certo che e' farebbe il peggio; di poi quandoe' vedessi di non poter fare altromi dicessi che io portassi li suacinquecento scudi a quel Pompeo suo gioielliere sopraditto.


Tornatoil Governatorefattomi chiamare in camera suae con un birrescosguardomi disse:

-E' papi hanno autorità di sciorre e legare tutto il mondoetanto subito si afferma in Cielo per ben fatto: eccoti là latua opera sciolta e veduta da Sua Santità -.



Allorasubito io alzai la voce e dissi:

-Io ringrazio Idioche io ora so ragionare com'è fatta la fedede' papi -.

Allorail Governatore mi disse e fece molte sbardellate braverie; e da poiveduto che lui dava in nunnullaaffatto disperatosi dalla impresariprese alquanto la maniera piú dolcee mi disse:

-Benvenutoassai m incresce che tu non vuoi intendere il tuo bene;però va'porta i cinquecento scudiquando tu vuoia Pompeosopra ditto -.

Presola mia operame ne andaie subito portai li cinquecento scudi aquel Pompeo. E perché talvolta il Papapensando che perincomodità o per qualche altra occasione io non dovessi cosípresto portare i dinaridesideroso di rattaccare il filo dellaservitú mia; quando e' vedde che Pompeo gli giunse innanzisorridendo con li dinari in manoil Papa gli disse villaniae sicondolse assai che tal cosa fussi seguita in quel modo: di poi glidisse:

-Va'truova Benvenuto a bottega suae fagli piú carezze chepuò la tua ignorante bestialità; e digliche se mivuol finire quell'opera per farne un reliquiere per portarvi drentoil Corpus Dominiquando io vo con esso a pricissioneche io glidarò le comodità che vorrà a finirlo; purchéegli lavori -.

VenutoPompeo a memi chiamò fuor di bottegae mi fece le piúisvenevole carezze d'asinodicendomi tutto quel che gli avevacommesso il Papa. Al quale io risposi subitoche il maggior tesoroche io potessi desiderare al mondosi era l'aver riauto la graziad'un cosí gran Papala quale si era smarrita da mee non permio difettoma sí bene per difetto della mia smisuratainfirmitàe per la cattività di quelli uominiinvidiosi che hanno piacere di commetter male; - e perché ilPapa ha 'bundanzia di servitorinon mi mandi piú intornoperla salute vostra; ché badate bene al fatto vostro. Io nonmancherò mai né dí né notte di pensare efare tutto quello che io potrò in servizio del Papa; ericordatevi beneche detto che voi avete questo al Papa di meinmodo nessuno non vi intervenire in nulla de' casi miaperchéio vi farò cognoscere gli errori vostri con la penitenzia chemeritano -.

Questouomo riferí ogni cosa al Papa in molto piú bestial modoche io non gli aveva porto. Cosí si stette la cosa un pezzoeio m'attendevo alla mia bottega e mie faccende.


LXIII.Quel Tubbia orefice sopra ditto attendeva a finire quella guarniturae ornamento a quel corno di liocorno; e di piú il Papa gliaveva detto che cominciassi il calice in su quel modo che gli avevaveduto il mio. E cominciatosi a farsi mostrare dal ditto Tubbia quelche lui facevatrovatosi mal sodisfattoassai si doleva di averrotto con esso mecoe biasimava l'opere di coluie chi gnene avevamesse inanzi; e parecchi volte mi venne a parlare Baccino della Croceda parte del Papache io dovessi fare quel reliquiere. Al quale iodicevoche io pregavo Sua Santitàche mi lasciassi riposaredella grande infirmità che io avevo aùtodella qualeio non ero ancor ben sicuro; ma che io mostrerrei a Sua Santitàdi quelle ore ch'io potevo operareche tutte le spenderei inservizio suo. Io m'ero messo a ritrarloe gli facevo una medagliasegretamente; e quelle stampe di acciaio per istampar detta medagliame le facevo in casa; e alla mia bottega tenevo un compagnoche erastato mio garzoneil qual si domandava Felice. In questo temposícome fanno i giovanim'ero innamorato d'una fanciulletta sicilianala quale era bellissima; e perché ancor lei dimostrava volermigran benela madre sua accortasi di tal cosasospettando di quelloche gli poteva intervenire (questo si era che io avevo ordinato perun anno fuggirmi con detta fanciulla a Firenzesegretissimamentedalla madre)accortasi lei di tal cosauna notte segretamente sipartí di Roma e andossene alla volta di Napoli; e dette nomed'esser ita da Civitavecchiae andò da Ostia. Io l'andaidrieto a Civitavecchiae feci pazzie inistimabile per ritrovarla.Sarebbon troppo lunghe a dir tal cose per l'apunto: basta che iostetti in procinto o d'impazzare o di morire. In capo di dua mesi leimi scrisse che si trovava in Sicilia molto mal contenta. In questotempo io avevo atteso a tutti i piaceri che immaginar si possaeavevo preso altro amoresolo per istigner quello.


LXIV.Mi accadde per certe diverse stravaganzeche io presi amicizia di uncerto prete sicilianoil quale era di elevatissimo ingegno e avevaassai buone lettere latine e grece. Venuto una volta in un propositod'un ragionamentoin el quale s'intervenne a parlare dell'arte dellanegromanzia; alla qual cosa io dissi:

-Grandissimo desiderio ho avuto tutto il tempo della vita mia divedere o sentire qualche cosa di quest'arte -.

Allequal parole il prete aggiunse:

-Forte animo e sicuro bisogna che sia di quel uomo che si mette a taleimpresa -.

Iorisposi che della fortezza e della sicurtà dell'animo me neavanzerebbepur che i' trovassi modo a far tal cosa. Allora risposeil prete:

-Se di cotesto ti basta la vistadi tutto il resto io te ne satollerò-.

Cosífummo d'acordo di dar principio a tale impresa. Il detto prete unasera in fra l'altre si messe in ordinee mi disse che io trovassi uncompagnoinsino in dua. Io chiamai Vincenzio Romoli mio amicissimoe lui menò seco un Pistoleseil quale attendeva ancora luialla negromanzia. Andaticene al Culiseoquivi paratosi il prete auso di negromantesi misse a disegnare i circuli in terra con le piúbelle cirimonie che immaginar si possa al mondo; e ci aveva fattoportare profummi preziosi e fuocoancora profummi cattivi. Come e'fu in ordinefece la porta al circulo; e presoci per manoa uno auno ci messe drento al circulo; di poi conpartí gli uffizii;dette il pintàculo in mano a quell'altro suo compagnonegromanteagli altri dette la cura del fuoco per e' profummi; poimesse mano agli scongiuri. Durò questa cosa piú d'unaora e mezzo; comparse parecchi legionedi modo che il Culiseo eratutto pieno. Io che attendevo ai profummi preziosiquando il pretecognobbe esservi tanta quantitàsi volse a me e disse:

-Benvenutodimanda lor qualcosa -.

Iodissi che facessino che io fussi con la mia Angelica siciliana. Perquella notte noi non avemmo risposta nessuna; ma io ebbi benegrandissima satisfazione di quel che io desideravo di tal cosa. Disseil negromante che bisognava che noi ci andassimo un'altra voltaeche io sarei satisfatto di tutto quello che io domandavoma chevoleva che io menassi meco un fanciulletto vergine. Presi un miofattorinoil quale era di dodici anni in circae meco di nuovochiamai quel ditto Vincenzio Romoli; eper essere nostro domesticocompagno un certo Agnolino Gaddiancora lui menammo a questafaccenda. Arrivati di nuovo a il luogo deputatofatto il negromantele sue medesime preparazione con quel medesimo e piú ancoramaraviglioso ordineci mise innel circuloqual di nuovo aveva fattocon piú mirabile arte e piú mirabil cerimonie; di poi aquel mio Vincenzio diede la cura de' profummi e del fuoco; insieme laprese il detto Agnolino Gaddi; di poi a me pose in mano il pintàculoqual mi disse che io lo voltassi sicondo e' luoghi dove luim'accennavae sotto il pintàculo tenevo quel fanciullino miofattore. Cominciato il negromante a fare quelle terrebilissimeinvocazionichiamato per nome una gran quantità di queidemonii capi di quelle legionie a quelli comandava per la virtúe potenzia di Dio increatovivente ed eternoin voce ebreeassaiancora greche e latine; in modo che in breve di spazio si empiétutto il Culiseo l'un cento piú di quello che avevan fattoquella prima volta. Vincenzio Romoli attendeva a fare fuoco insiemecon quell'Agnolino dettoe molta quantità di profummipreziosi. Io per consiglio del negromante di nuovo domandai potereessere con Angelica. Voltosi il negromante a memi disse:

-Senti che gli hanno detto? Che in ispazio di un mese tu sarai dovelei - e di nuovo aggiunseche mi pregava che io gli tenessi ilfermoperché le legioni eran l'un mille piú di quelche lui aveva domandatoe che l'erano le piú pericolose; epoi che gli avevano istabilito quel che io avevo domandatobisognavacarezzarglie pazientemente gli licenziare. Da l'altra banda ilfanciulloche era sotto il pintàculoispaventatissimo dicevache in quel luogo si era un milione di uomini bravissimie' qualitutti ci minacciavano: di piú disseche gli era comparsoquattro smisurati gigantie' quali erano armati e facevan segno divoler entrar da noi. In questo il negromanteche tremava di pauraattendeva con dolce e suave modo el meglio che poteva a licenziarli.Vincenzio Romoliche tremava a verga a vergaattendeva ai profummi.Ioche avevo tanta paura quant'e loromi ingegnavo di dimostrarlamancoe a tutti davo maravigliosissimo animo; ma certo io m'erofatto mortoper la paura che io vedevo nel negromante. Il fanciullos'era fitto il capo in fra le ginocchiadicendo:

-Io voglio morire a questo modoché morti siàno -.

Dinuovo io dissi al fanciullo:

-Queste creature son tutte sotto a di noie ciò che tu vedi siè fummo e ombra; sí che alza gli occhi -.

Alzatoche gli ebbe gli occhidi nuovo disse:

-Tutto il Culiseo ardee 'l fuoco viene adosso a noi - e missosi lemane al visodi nuovo disse che era mortoe che non voleva piúvedere. Il negromante mi si raccomandòpregandomi che io glitenessi il fermoe che io facessi fare profummi di zaffetica: cosívoltomi a Vincenzio Romolidissi che presto profumassi di zaffetica.In mentre che io cosí dicevaguardando Agnolino Gaddiilquale si era tanto ispaventato che le luce degli occhi aveva fuor delpuntoed era piú che mezzo mortoal quale io dissi:

-Agnoloin questi luoghi non bisogna aver paurama bisogna darsi dafare e aiutarsi; sí che mettete sú presto di quellazaffetica -.

Ilditto Agnoloin quello che lui si volse muoverefece unastrombazzata di coreggie con tanta abundanzia di merdala qualpotette piú che la zaffetica. Il fanciulloa quel gran puzzoe quel romore alzato un poco il visosentendomi ridere alquantoassicurato un poco la pauradisse che se ne cominciavano a 'ndare agran furia. Cosí soprastemmo in fino a tanto che e' cominciòa sonare i mattutini.


Dinuovo ci disse il fanciullo che ve n'era restati pochie discosto.Fatto che ebbe il negromante tutto il resto delle sue cerimoniespogliatosi e riposto un gran fardel di libriche gli aveva portatitutti d'accordo seco ci uscimmo del circuloficcandosi l'un sottol'altro; massimo il fanciulloche s'era messo in mezzoe avevapreso il negromante per la veste e me per la cappa; e continuamentein mentre che noi andavamo inverso le case nostre in Banchilui cidiceva che dua di quelliche gli aveva visti nel Culiseociandavano saltabeccando innanzior correndo su pe' tetti e or perterra. Il negromante dicevache di tante volte quante lui eraentrato innelli circulinon mai gli era intervenuto una cosígran cosae mi persuadeva che io fussi contento di volere esser secoa consacrare un libro; da il quale noi trarremmo infinita ricchezzaperché noi dimanderemmo li demonii che ci insegnassino dellitesorii quali n'è pien la terrae a quel modo noidiventeremmo ricchissimi; e che queste cose d'amore si erano vanitàe pazziele quale non rilevavano nulla. Io li dissiche se ioavessi lettere latineche molto volentieri farei una tal cosa. Purlui mi persuadevadicendomiche le lettere latine non mi servivanoa nullae che se lui avessi volutotrovava di molti con buonelettere latine; ma che non aveva mai trovato nessuno d'un saldo animocome ero ioe che io dovessi attenermi al suo consiglio. Con questiragionamenti noi arrivammo alle case nostree ciascun di noi tuttaquella notte sognammo diavoli.


LXV.Rivedendoci poi alla giornatail negromante mi strignevache iodovessi attendere a quella impresa; per la qual cosa io lo domandaiche tempo vi si metterebbe a far tal cosae dove noi avessimo a'ndare. A questo mi rispose che in manco d'un mese noi usciremmo diquella impresae che il luogo piú a proposito si era nellemontagne di Norcia; benché un suo maestro aveva consacratoquivi vicino al luogo detto alla Badia di Farfa; ma che vi aveva aùtoqualche difficultàle quali non si arebbono nelle montagne diNorcia; e che quelli villani norcini son persone di fedee hannoqualche pratica di questa cosaa tale che possan dare a un bisognomaravigliosi aiuti. Questo prete negromante certissimamente mi avevapersuaso tantoche io volentieri mi ero disposto a far tal cosamadicevo che volevo prima finire quelle medaglie che io facevo per ilPapae con il detto m'ero conferito e non con altripregandolo chelui me le tenessi segrete. Pure continuamente lo domandavo se luicredeva che a quel tempo io mi dovessi trovare con la mia Angelicasicilianae veduto che s'appressava molto al tempomi pareva moltagran cosa che di lei io non sentissi nulla. Il negromante mi dicevache certissimo io mi troverrei dove leiperché loro nonmancan maiquando e' promettono in quel modo come ferno allora; mache io stessi con gli occhi apertie mi guardassi da qualchescandoloche per quel caso mi potrebbe intervenire; e che io misforzassi di sopportare qualche cosa contra la mia naturaperchévi conosceva drento un grandissimo pericolo; e che buon per me se ioandavo seco a consacrare il libroche per quella via quel mio granpericolo si passerebbee sarei causa di far me e lui felicissimi.Ioche ne cominciavo avere piú voglia di luigli dissi cheper essere venuto in Roma un certo maestro Giovanni da CastelBolognesemolto valentuomo per far medaglie di quella sorte che iofacevoin acciaioe che non desideravo altro al mondo che di fare agara con questo valentomoe uscire al mondo adosso con una taleimpresaper la quale io speravo con tal virtúe non con laspadaammazzare quelli parecchi mia nimici. Questo uomo pure micontinuava dicendomi:

-Di graziaBenvenuto miovien meco e fuggi un gran pericolo che inte io scorgo -.

Essendomiio disposto in tutto e per tutto di voler prima finir la miamedagliadi già eramo vicini al fine del mese; al qualeperessere invaghito tanto innella medagliaio non mi ricordavo piúné di Angelica né di null'altra cotal cosama tuttoero intento a quella mia opera.


LXVI.Un giorno fra gli altrivicino a l'ora del vespromi venneoccasione di trasferirmi fuor delle mie ore da casa alla mia bottega;perché avevo la bottega in Banchie una casetta mi tenevodrieto a Banchie poche volte andavo a bottega; ché tutte lefaccende io le lasciavo fare a quel mio compagno che avea nomeFelice. Stato cosí un poco a bottegami ricordai che io avevoa 'ndare a parlare a Lessandro del Bene. Subito levatomi e arrivatoin Banchimi scontrai in un certo molto mio amicoil quale sidomandava per nome ser Benedetto. Questo era notaio e era nato aFirenzefigliuolo d'un cieco che diceva l'orazioneche era sanese.Questo ser Benedetto era stato a Napoli molt' e molt'anni; dipois'era ridotto in Romae negoziava per certi mercanti sanesi de'Chigi. E perché quel mio compagno piú e piúvolte gli aveva chiesto certi dinariche gli aveva aver dallui dialcune anellette che lui gli aveva fidatequesto giornoiscontrandosi in lui in Banchi li chiese li sua dinari in un poco diruvido modoil quale era l'usanza sua; ché il detto serBenedetto era con quelli sua padroniin modo chevedendosi farquella cosa cosí fattasgridorno grandemente quel serBenedettodicendogli che si volevano servir d'un altroper nonavere a sentir piú tal baiate. Questo ser Benedetto il meglioche e' poteva si andava con loro difendendoe diceva che quelloorefice lui l'aveva pagatoe che non era atto a affrenare il furorede' pazzi. Li detti sanesi presono quella parola in cattiva parte esubito lo cacciorno via.


Spiccatosidalloroaffusolato se ne andava alla mia bottegaforse per fardispiacere al detto Felice. Avvenneche appunto innel mezzo diBanchi noi ci incontrammo insieme: onde ioche non sapevo nullaalmio solito modo piacevolissimamente lo salutai; il quale con moltevillane parole mi rispose. Per la qual cosa mi sovvenne tutto quelloche mi aveva detto il negromante; in modo chetenendo la briglia ilpiú che io potevo a quello che con le sue parole il detto misforzava a faredicevo:

-Ser Benedetto fratellonon vi vogliate adirar mecoche non v'hofatto dispiaceree non so nulla di questi vostri casie tuttoquello che voi avete che fare con Feliceandate di grazia e finitelaseco; che lui sa benissimo quel che v'ha a rispondere; onde iochenone so nullavoi mi fate torto a mordermi di questa sortemaggiormente sapendo che io non sono uomo che sopporti ingiurie -.



Aquesto il detto disseche io sapevo ogni cosa e che era uomo atto afarmi portar maggior soma di quellae che Felice e io eramo dua granribaldi. Di già s'era ragunato molte persone a vedere questacontesa. Sforzato dalle brutte parolepresto mi chinai in terra epresi un mòzzo di fangoperché era piovutoe con essopresto gli menai a man salva per dargli in sul viso. Lui abbassòil capodi sorte che con esso gli detti in sul mezzo del capo. Inquesto fango era investito un sasso di pietra viva con molti acuticantie cogliendolo con un di quei canti in sul mezzo del capocadde come morto svenuto in terra; il chevedendo tanta abondanziadi sanguesi giudicò per tutti e' circostanti che lui fossimorto.


LXVII.In mentre che il detto era ancora in terrae che alcuni si davano dafare per portarlo viapassava quel Pompeo gioielliere giàditto di sopra. Questo il Papa aveva mandato per lui per alcune suefaccende di gioie. Vedendo quell'uomo mal condottodomandòchi gli aveva dato. Di che gli fu detto:

-Benvenuto gli ha datoperché questa bestia se l'ha cerche -.

Ildetto Pompeoprestamente giunto che fu al Papagli disse:

-Beatissimo padreBenvenuto adesso adesso ha ammazzato Tubbia; che iol'ho veduto con li mia occhi -.

Aquesto il Papa infuriato comesse al Governatoreche era quivi allapresenzache mi pigliassie che m'impiccassi subito innel luogodove si era fatto l'omicidioe che facessi ogni diligenzia a avermie non gli capitassi innanzi prima che lui mi avessi impiccato. Vedutoche io ebbi quello sventurato in terrasubito pensai a' fatti miaconsiderato alla potenzia de' mia nimicie quel che di tal cosapoteva partorire.


Partitomidi quivime ne ritirai a casa misser Giovanni Gaddi cherico diCamera; volendomi metter in ordine il piú presto che iopotevoper andarmi con Dio. Alla qual cosail detto misser Giovannimi consigliava che io non fussi cosí furioso a partirmichétal volta potria essere che 'l male non fussi tanto grande quanto e'mi parve: e fatto chiamare messer Anibal Caroil quale stava secogli disse che andassi a 'ntendere il caso. Mentre che di questa cosasi dava i sopraditti ordiniconparse un gentiluomo romano che stavacol cardinal de' Medici e da quello mandato.


Questogentiluomochiamato a parte misser Giovanni e meci disse che ilCardinale gli aveva detto quelle parole che gli aveva inteso dire alPapae che non aveva rimedio nessuno da potermi aiutaree che iofacessi tutto il mio potere di scampar questa prima furiae che ionon mi fidassi in nessuna casa di Roma.


Subitopartitosi il gentiluomoil ditto misèr Giovanni guardandomiin visofaceva segno di lacrimaree disse:

-Oimètristo a me! che io non ho rimedio nessuno a potertiaiutare! - Allora io dissi:

-Mediante Idioio mi aiuterò ben da me; solo vi richieggo chevoi mi serviate di un de' vostri cavalli -.

Eradi già messo in ordine un caval morello turcoil piúbello e il miglior di Roma. Montai in sun esso con uno archibuso aruota dinanzi a l'arcionestando in ordine per difendermi con esso.


Giuntoche io fui a ponte Sistovi trovai tutta la guardia del bargello acavallo e a piè; cosí faccendomi della necessitàvirtúarditamente spinto modestamente il cavallomerzédi Dio oscurato gli occhi lorolibero passaie con quanta piúfretta io potetti me ne andai a Palombaraluogo del signorGiovanbatista Savelloe di quivi rimandai il cavallo a misserGiovanniné manco volsi ch'egli sapessi dove io mi fussi. Ildetto signor Gianbatistacarezzato ch'egli m'ebbe dua giornatemiconsigliò che io mi dovessi levar di quivi e andarmene allavolta di Napoliper tanto che passassi questa furia; e datomicompagniami fece mettere in sulla strada di Napoliin su la qualeio trovai uno scultore mio amicoche se ne andava a San Germano afinire la seppoltura di Pier de' Medici a Monte Casini. Questo sichiamava per nome il Solosmeo: lui mi dette nuovecome quella seramedesima papa Clemente aveva mandato un suo cameriere a intenderecome stava Tubbia sopraditto; e trovatolo a lavoraree che in luinon era avvenuto cosa nissunané manco non sapeva nullareferito al Papail ditto si volse a Pompeo e gli disse:

-Tu sei uno sciaguratoma io ti protesto beneche tu hai stuzzicatoun serpenteche ti morderà e faratti il dovere -.

Dipoi si volse al cardinal de' Medicie gli commisse che tenessi unpoco di conto di meche per nulla lui non mi arebbe voluto perdere.Cosí il Solosmeo e io ce ne andavamo cantando alla volta diMonte Casiniper andarcene a Napoli insieme.


LXVIII.Riveduto che ebbe il Solosmeo le sue faccende a Monte Casiniinsiemece ne andammo alla volta di Napoli. Arrivati a un mezzo miglio pressoa Napolici si fece incontro uno oste il quale ci invitò allasua osteriae ci diceva che era stato in Firenze molt'anni con CarloGinori; e se noi andavamo alla sua osteriache ci arebbe fattomoltissime carezzeper esser noi Fiorentini. Al qual oste noi piúvolte dicemmoche seco noi non volevamo andare. Questo uomo pur cipassava inanzi e or ristava indrietosovente dicendoci le medesimecoseche ci arebbe voluti alla sua osteria. Il perchévenutomi a noiaio lo domandai se lui mi sapeva insegnare una certadonna sicilianache aveva nome Beatricela quale aveva una suabella figliuoletta che si chiamava Angelicaed erano cortigiane.Questo ostiereparutoli che io l'uccellassidisse:

-Idio dia il malanno alle cortigiane e chi vuol lor bene - e dato ilpiè al cavallofece segno di andarsene resoluto da noi.Parendomi essermi levato da dosso in un bel modo quella bestia diquell'ostecon tutto che di tal cosa io non estessi in capitaleperché mi era sovvenuto quel grande amore che io portavo aAngelicae ragionandone col ditto Solosmeo non senza qualche amorososospirovediamo con gran furia ritornare a noi l'ostiereil qualegiunto da noidisse:

-E' sono o dua over tre giorniche accanto alla mia osteria ètornato una donna e una fanciullettale quali hanno cotesto nome;non so se sono siciliane o d'altro paese -.

Alloraio dissi:

-Gli ha tanta forza in me quel nome di Angelicache io voglio venirealla tua osteria a ogni modo -.

Andammocened'accordo insieme coll'oste nella città di Napoliescavalcammo alla sua osteriae mi pareva mill'anni di dare assettoalle mie cosequal feci prestissimo; e entrato nella ditta casaaccanto a l'osteriaivi trovai la mia Angelicala quale mi fece lepiú smisurate carezze che inmaginar si possa al mondo. Cosími stetti seco da quell'ora delle ventidua ore in sino alla seguentemattina con tanto piacereche pari non ebbi mai. E in mentre che inquesto piacere io gioivami sovvenne che quel giorno apunto spiravail mese che mi fu promisso in el circolo di negromanzia dallidemonii. Sí che consideri ogni uomoche s'inpaccia con loroe' pericoli inistimabili che io ho passati.


LXIX.Io mi trovavo innella mia borsa a caso un diamanteil quale mi vennemostrato in fra gli orefici: e se bene io ero giovane ancorainNapoli io ero talmente conosciuto per uomo da qualcosache mi fufatto moltissime carezze. Infra gli altri un certo galantissimo uomogioielliereil quale aveva nome misser Domenico Fontana. Questo uomoda bene lasciò la bottega per tre giorni che io stetti inNapoliné mai si spiccò da memostrandomi moltebellissime anticaglie che erano in Napoli e fuor di Napoli; e di piúmi menò a fare reverenzia al Vicerè di Napoliil qualegli aveva fatto intendere che aveva vaghezza di vedermi. Giunto cheio fui da Sua Eccellenziami fece molte onorate accoglienze; e inmentre che cosí facevamodètte innegli occhi di SuaEccellenzia il sopra ditto diamante; e fattomiselo mostraredisseche se io ne avessi a privar menon cambiassi luidi grazia. Alquale ioripreso il diamantelo porsi di nuovo a Sua Eccellenziaea quella dissiche il diamante e io eramo al servizio di quella.


Allorae' disse che aveva ben caro il diamantema che molto piú caroli sarebbe che io restassi seco; che mi faria tal pattiche io miloderei di lui. Molte cortese parole ci usammo l'un l'altro; mavenuti poi ai meriti del diamantecomandatomi da Sua Eccellenzia cheio ne domandassi pregioqual mi paressia una sola parolaal qualeio dissi che dugento scudi era il suo pregio a punto. A questo SuaEccellenzia disse che gli pareva che io non fussi niente iscosto daldovere; ma per esser legato di mia manoconoscendomi per il primouomo del mondonon riuscirebbese un altro lo legassedi quellaeccellenzia che dimostrava. Allora io dissiche il diamante non eralegato di mia mano e che non era ben legato; e quello che eglifacevalo faceva per sua propria bontà; e che se io gnenerilegassilo migliorerei assai da quel che gli era. E messo l'ugnadel dito grosso ai filetti del diamantelo trassi del suo anelloenettolo alquanto lo porsi al Viceré; il quale satisfatto emaravigliatomi fece una polizache mi fussi pagato li dugentoscudi che io l'aveva domandato.


Tornatomeneal mio alloggiamentotrovai lettere che venivano dal cardinale de'Medicile quali mi dicevano che io ritornassi a Roma con grandiligenziae di colpo me ne andassi a scavalcare a casa Sua Signoriareverendissima. Letto alla mia Angelica la letteracon amorosettelacrime lei mi pregava che di grazia io mi fermassi in Napolio cheio ne la menassi meco. Alla quale io dissiche se lei ne volevavenir mecoche io gli darei in guardia quelli dugento ducati che ioavevo presi dal Viceré.


Vedutocila madre a questi serrati ragionamentisi accostò a noie midisse:

-Benvenutose tu ti vuoi menare la mia Angelica a Romalassami unquindici ducatiacciocché io possa partoriree poi me neverrò ancora io -.

Dissialla vecchia ribaldache trenta volentieri gnene lasciereise leisi contentava di darmi la mia Angelica. Cosí restatid'accordoAngelica mi pregò che io li comperassi una vesta divelluto neroperché in Napoli era buon mercato. Di tutto fuicontento; e mandato per il vellutofatto il mercato e tuttolavecchiache pensò che io fossi piú cotto che crudomichiese una vesta di panno fine per sée molt'altre spese persua figliuolie piú danari assai di quelli che io gli avevoofferti. Alla quale io piacevolmente mi volsi e le dissi:

-Beatrice mia carabastat'egli quello che io t'ho offerto? - Leidisse che no. Allora io dissiche quel che non bastava a leibasterebbe a me: e baciato la mia Angelicalei con lacrime e io conriso ci spiccammoe me ne tornai a Roma subito.


LXX.Partendomi di Napoli a notte con li dinari addossoper non essereappostato né assassinatocome è il costume di Napolitrovatomi alla Selciatacon grande astuzia e valore di corpo midifesi da piú cavagliche mi erano venuti per assassinare. Dipoi gli altri giorni appressoavendo lasciato il Solosmeo alle suefaccende di Monte Casinigiunto una mattina per desinare all'osteriadi Adagnani; essendo presso all'osteriatirai a certi uccelli colmio archibusoe quelli ammazzai; e un ferrettoche era nellaserratura del mio stioppomi aveva stracciato la man ritta. Se benenon era il male d'inportanzaappariva assaiper molta quantitàdi sangue che versava la mia mano. Entrato ne l'osteriamesso il miocavallo al suo luogosalito in sun un palcacciotrovai moltigentiluomini napoletaniche stavano per entrare a tavola; e con loroera una gentil donna giovanela piú bella che io vedessi mai.Giunto che io fuiappresso a me montava un bravissimo giovane mioservitore con un gran partigianone in mano: in modo che noil'arm'eil sanguemesse tanto terrore a quei poveri gentili uominimassimamente per esser quel luogo un nidio di assassini; rizzatisi datavolapregorno Idiocon grande spaventoche gli aiutassi. Aiquali io dissi ridendoche Idio gli aveva aiutatie che io ero uomoper difendergli da chi gli volesse offendere; e chiedendo a loroqualche poco di aiuto per fasciar la mia manaquella bellissimagentil donna prese un suo fazzoletto riccamente lavorato d'orovolendomi con esso fasciare:


ionon volsi: subito lei lo stracciò pel mezzoe con grandissimagentilezza di sua mano mi fasciò. Cosí assicuratisialquantodesinammo assai lietamente. Di poi il desinare montammo acavalloe di compagnia ce ne andavamo. Non era ancora assicurata lapaura; ché quelli gentili uomini astutamente mi facevanotrattenere a quella gentildonnarestando alquanto indietro: e io apari con essa me ne andavo in sun un mio bel cavallettoaccennato almio servitore che stessi un poco discosto da me; in modo che noiragionavamo di quelle cose che non vende lo speziale. Cosí micondussi a Roma col maggior piacere che io avessi mai.


Arrivatoche io fui a Romame ne andai a scavalcare al palazzo del cardinalede' Medici; e trovatovi Sua Signoria reverendissimagli feci mottoe lo ringraziai de l'avermi fatto tornare. Di poi pregai Sua Signoriareverendissimache mi facessi sicuro dal carceree se gli erapossibile ancora della pena pecuniaria. Il ditto Signore mi viddemolto volentieri; mi disse che io non dubitassi di nulla; di poi sivolse a un suo gentiluomoil quale si domandava misser PierantonioPeccisanesedicendogli che per sua parte dicessi al bargello chenon ardissi toccarmi. Appresso lo domandò come stava quello achi io avevo dato del sasso in sul capo. Il ditto messer Pierantoniodisse che lui stava malee che gli starebbe ancor peggio; il perchési era saputo che io tornavo a Romadiceva volersi morire per farmidispetto. Alle qual parole con gran risa il Cardinale disse:

-Costui non poteva fare altro modo che questoa volerci farecognoscere che gli era nato di sanesi -.

Dipoi voltosi a memi disse:

-Per onestà nostra e tuaabbi pazienzia quattro o cinquegiorniche tu non pratichi in Banchi; da questi in là va' poidove tu vuoie i pazzi muoiano a lor posta -.

Iome ne andai a casa miamettendomi a finire la medagliache di giàavevo cominciatadella testa di papa Clementela quale io facevocon un rovescio figurato una Pace.


Questasi era una femminetta vestita con panni sottilissimisoccintaconuna faccellina in manoche ardeva un monte di arme legate insieme aguisa di un trofeo; e ivi era figurato una parete di un tempioinnelquale era figurato il Furore con molte catene legatoe all'intornosi era un motto di lettereil quale diceva "Clauduntur belliportae". In mentre ch'io finivo la ditta medagliaquello che ioavevo percosso era guaritoe 'l Papa non cessava di domandar di me:e perché io fuggivo di andare intorno al cardinale de' Mediciavvenga che tutte le volte che io gli capitavo inanziSua Signoriami dava da fare qualche opera d'importanzaper la qual cosam'inpediva assai alla fine della mia medagliaavvenne che misserPier Carnesecchifavoritissimo del Papaprese la cura di tener contodi me: cosí in un destro modo mi disse quanto il Papadesiderava che io lo servissi. Al quale io dissi che in brevi giorniio mostrerrei a Sua Santitàche mai io non m'ero scostato dalservizio di quella.


LXXI.Pochi giorni appressoavendo finito la mia medagliala stampai inoro e in argento e in ottone. Mostratala a messer Pierosubitom'introdusse dal Papa. Era un giorno doppo desinare del mese diaprileed era un bel tempo: il Papa era in Belvedere.


Giuntoalla presenza di Sua Santitàli porsi in mano le medaglieinsieme con li conii di acciaio. Preselesubito cognosciuto la granforza di arte che era in esseguardato misser Piero in visodisse:

-Gli antichi non furno mai sí ben serviti di medaglie -.



Inmentre che lui e gli altri le consideravanoora i conii ora lemedaglieio modestissimamente cominciai a parlare e dissi:

-Se la potenzia delle mie perverse istelle non avessino aùtouna maggior potenziache alloro avessi impedito quello cheviolentemente in atto le mi dimostrornoVostra Santità senzasua causa e mia perdeva un suo fidele e amorevole servitore. Peròbeatissimo Padrenon è error nessuno in questi attidove sifa del restousar quel modo che dicono certi poveri semplici uominiusando direche si dee segnar sette e tagliar uno. Da poi che unamalvagia bugiarda lingua d'un mio pessimo avversarioche aveva cosífacilmente fatto adirare Vostra Santitàche ella venne intanto furorecommettendo al Governatore che subito presom'impiccassi; veduto da poi un tale inconvenientefaccendo un cosígran torto a sé medesima a privarsi di un suo servitorequalVostra Santità istessa dice che egli èpensocertissimo chequanto a Dio e quanto al mondoda poi Vostra Santitàn'arebbe aùto un non piccolo rimordimento. Però i buonie virtuosi padrisimilmente i padroni talisopra i loro figliuoli eservitori non debbono cosí precipitatamente lasciar lorocadere il braccio addosso; avvenga che lo increscerne lor da poi nonserva a nulla.


Dapoi che Idio ha impedito questo maligno corso di stellee salvatomia Vostra Santitàun'altra volta priego quellache non siacosí facile a l'adirarsi meco -.

IlPapafermato di guardare le medagliecon grande attenzione mi stavaa udire; e perché alla presenzia era molti Signori digrandissima importanzail Papaarrossito alquantofece segno divergognarsie non sapendo altro modo a uscir di quel viluppodisseche non si ricordava di aver mai dato una tal commessione. Alloraavvedutomi di questoentrai in altri ragionamentitanto che iodivertissi quella vergogna che lui aveva dimostrato. Ancora SuaSantità entrato in e' ragionamenti delle medagliemidimandava che modo io avevo tenuto a stamparle cosímirabilmenteessendo cosí grande; il che lui non aveva maiveduto degli antichimedaglie di tanta grandezza. Sopra quello siragionò un pezzoe luiche aveva paura che io non glifacessi un'altra orazioncina peggio di quellami disse che lemedaglie erano bellissime e che gli erano molto gratee che arebbevoluto fare un altro rovescio a sua fantasiase tal medaglie sipoteva istampare con dua rovesci. Io dissi che sí.


AlloraSua Santità mi commesse che io facessi la storia di Moisèquando e' percuote la pietrach'e' n'esce l'acquacon un mottosoprail qual dicessi "Ut bibat populus". E poi aggiunse:

-VaBenvenutoche tu non l'arai finita sí tosto che io aròpensato a casi tua -.

Partitoche io fuiil Papa si vantò alla presenza di tutti di darmitantoche io arei potuto riccamente viveresenza mai piúaffaticarmi con altri. Attesi sollecitamente a finire il rovescio delMoisè.


LXXII.In questo mezzo il Papa si ammalò; egiudicando i medici che'l male fussi pericolosoquel mio avversarioavendo paura di mecommise a certi soldati napoletani che facessino a me quello che luiaveva paura che io non facessi allui. Però ebbi molte fatichea difendere la mia povera vita. Seguitando fini' il rovescio afatto:portatolo su al Papalo trovai nel letto malissimo condizionato. Contutto questo egli mi fece gran carezzee volse veder le medaglie ee' conii; e faccendosi dare occhiali e lumiin modo alcuno noniscorgeva nulla. Si messe a brancolarle alquanto con le dita; di poifatto cosí un pocogittò un gran sospiro e disse acerti che gl'incresceva di mema che se Idio gli rendeva la sanitàacconcerebbe ogni cosa. Da poi tre giorni il Papa moríe iotrovatomi aver perso le mie fatichemi feci di buono animoe dissia me stesso che mediante quelle medaglie io m'ero fatto tantocognoscereche da ogni papache venissiio sarei adoperato forsecon miglior fortuna. Cosí da me medesimo mi missi animocancellando in tutto e per tutto le grande ingiurie che mi avevafatte Pompeo; e missomi l'arme indosso e accantome ne andai a SanPierobaciai li piedi al morto Papa non sanza lacrime; di poi miritornai in Banchi a considerare la gran confusione che avviene incotai occasione. E in mentre che io mi sedeva in Banchi con molti miaamicivenne a passare Pompeo in mezzo a dieci uomini benissimoarmati; e quando egli fu a punto a rincontro dove io erasi fermòalquanto in atto di voler quistione con esso meco. Quelli ch'eranomecogiovani bravi e volontoriosiaccennatomi che io dovessi mettermanoalla qual cosa subito consideraiche se io mettevo mano allaspadane sarebbe seguito qualche grandissimo danno in quelli che nonvi avevano una colpa al mondo; però giudicai che e' fussi ilmeglioche io solo mettessi a ripintaglio la vita mia. Soprastatoche Pompeo fu del dir dua Avemariecon ischerno rise inverso di me;e partitosiquelli sua anche risono scotendo il capo; e con similiatti facevano molte braverie: quelli mia compagni volson metter manoalla quistione; ai quali io adiratamente dissiche le mie brighe ioero uomo da per me a saperle finireche io non avevo bisogno dimaggior bravi di me; sí che ognun badassi al fatto suo.


Isdegnatiquelli mia amici si partirno da me brontolando. In fra questi era ilpiú caro mio amicoil quale aveva nome Albertaccio del Benefratel carnale di Alessandro e di Albizzoil quale è oggi inLione grandissimo ricco. Era questo Albertaccio il piú mirabilgiovane che io cognoscessi maie il piú animosoe a mevoleva bene quanto a sé medesimo; e perché lui sapevabene che quello atto di pazienzia non era stato per pusillitàd'animoma per aldacissima bravuriache benissimo mi conoscevaereplicato alle parolemi pregò che io gli facessi tantagrazia di chiamarlo meco a tutto quel che io avessi animo di fare. Alquale io dissi:


-Albertaccio miosopra tutti gli altri carissimo; ben verràtempo che voi mi potrete dare aiuto; ma in questo casose voi mivolete benenon guardate a mee badate al fatto vostroe levatevivia presto sí come hanno fatto gli altriperché questonon è tempo da perdere -.

Questeparole furno dette presto.


LXXIII.Intanto li nimici miadi Banchi a lento passo s'erano avviatiinverso la Chiavicaluogo detto cosíe arrivati in su unacrociata di strade le quali vanno in diversi luoghi; ma quella doveera la casa del mio nimico Pompeoera quella strada che dirittaporta a Campo di Fiore; e per alcune occasione de il detto Pompeoera entrato in quello ispeziale che stava in sul canto dellaChiavicae soprastato con ditto speziale alquanto per alcune suefaccende; benché a me fu ditto che lui si era millantato diquella bravata che allui pareva aver fattami: ma in tutti i modi lafu pur sua cattiva fortuna; perché arrivato che io fui a quelcantoapunto lui usciva dallo spezialee quei sua bravi si eranoapertie l'avevano di già ricevuto in mezzo. Messi mano a unpicol pungente pugnalettoe sforzato la fila de' sua bravili messile mane al petto con tanta prestezza e sicurtà d'animochenessuno delli detti rimediar non possettono.


Tiratogliper dare al visolo spavento che lui ebbe li fece volger la facciadove io lo punsi apunto sotto l'orecchio; e quivi raffermai dua colpisoliche al sicondo mi cadde morto di manoqual non fu mai miaintenzione; masí come si diceli colpi non si danno apatti. Ripreso il pugnale con la mano istancae con la ritta tiratofuora la spada per la difesa della vita miadove tutti quei bravicorsono al morto corpoe contro a me non feceno atto nessunocosísoletto mi ritirai per strada Iuliapensando dove io mi potessisalvare. Quando io fui trecento passimi raggiunse il Pilotooreficemio grandissimo amicoil quale mi disse:

-Fratelloda poi che 'l male è fattoveggiamo di salvarti -.

Alquale io dissi:

-Andiamo in casa di Albertaccio del Beneche poco inanzi gli avevodetto che presto verrebbe il tempo che io arei bisogno di lui -.

Giuntiche noi fummo a casa Albertacciole carezze furno inistimabileepresto comparse la nobiltà delli giovani di Banchi d'ogninazioneda' Milanesi in fuora; e tutti mi si offersono di mettete lavita loro per salvazione della vita mia. Ancora misser Luigi Rucellaimi mandò a offerire maravigliosamenteche io mi servissidelle cose suae molti altri di quelli omaccioni simili a lui;perché tutti d'accordo mi benedissono le maniparendo loroche colui mi avessi troppo assassinatoe maravigliandosi molto cheio avessi tanto soportato.


LXXIV.In questo istante il cardinal Cornarosaputo la cosada per sémandò trenta soldaticon tanti partigianonipicche earchibusili quali mi menassino in camera sua per ogni buonrispetto; e io accettai l'offertae con quelli me ne andaie piúdi altretanti di quelli ditti giovani mi feciono compagnia. In questomezzo saputolo quel misser Traiano suo parenteprimo cameriere delPapamandò al cardinal de' Medici un gran gentiluomomilaneseil qual dicessi al Cardinale il gran male che io avevofattoe che Sua Signoria reverendissima era ubbrigata a gastigarmi.Il Cardinale rispose subitoe disse:

-Gran male arebbe fatto a non fare questo minor male: ringraziatemesser Traiano da mia parteche m'ha fatto avvertito di quel che ionon sapeva - e subito voltosiin presenza del ditto gentiluomoalvescovo di Frullí suo gentiluomo e familiareli disse:

-Cercate con diligenzia il mio Benvenutoe menatemelo quiperchéio lo voglio aiutare e difendere; e chi farà contra di luifarà contra di me -.

Ilgentiluomo molto arrossito si partíe il vescovo di Frullími venne a trovare in casa il cardinal Cornaro; e trovato ilCardinaledisse come il cardinale de' Medici mandava per Benvenutoe che voleva esser lui quello che lo guardassi. Questo cardinalCornaroch'era bizzarro come un orsacchinomolto adirato rispose alvescovodicendogli che lui era cosí atto a guardarmi come ilcardinal de' Medici. A questo il vescovo disseche di grazia facessiche lui mi potessi parlare una parola fuor di quello affareperaltri negozi del cardinale. Il Cornaro li disse che per quel giornofacessi conto di avermi parlato. Il cardinal de' Medici era moltoisdegnato; ma pure io andai la notte seguente senza saputa delCornarobenissimo accompagnatoa visitarlo; dipoi lo pregai che mifacessi tanto di grazia di lasciarmi in casa del ditto Cornaroe lidissi la gran cortesia che Cornaro m'aveva usato; dove chese SuaSignoria reverendissima mi lasciava stare col ditto Cornaroioverrei ad avere un amico piú nelle mie necessitate; o pure chedisponessi di me tutto quello che piacessi a Sua Signoria. Il qualemi risposeche io facessi quanto mi pareva. Tornatomene a casa ilCornaroivi a pochi giorni fu fatto papa il cardinal Farnese: esubito dato ordine alle cose di piú importanzaapresso ilPapa domandò di medicendo che non voleva che altri facessile sue moneteche io. A queste parole rispose a Sua Santitàun certo gentiluomo suo domestichissimoil quale si chiamava messerLatino Iuvinale; disse che io stavo fuggiasco per uno omicidio fattoin persona di un Pompeo milanesee aggiunse tutte le mie ragionemolto favoritamente. Alle qual parole il Papa disse:

-Io non sapevo della morte di Pompeoma sí bene sapevo leragione di Benvenutosí che facciasigli subito un salvocondottocon il quale lui stia sicurissimo -.

Eraalla presenza un grande amico di quel Pompeo e molto domestico delPapail quale si chiamava misser Ambruogioed era milanesee disseal Papa:

-In e' primi dí del vostro papato non saria bene far grazie diquesta sorte -.

Alquale il Papa voltosigligli disse:

-Voi non la sapete bene sí come me.


Sappiateche gli uomini come Benvenutounici nella lor professionenon hannoda essere ubrigati alla legge: or maggiormente luiche so quantaragione e' gli ha -.

Efattomi fare il salvo condottosubito lo cominciai a servire congrandissimo favore.


LXXV.Mi venne a trovare quel Latino Iuvinale dettoe mi commesse che iofacessi le monete del Papa. Per la qual cosa si destò tuttiquei mia nimici: cominciorno a impedirmiche io non le facessi.


Allaqual cosa il Papaavvedutosi di tal cosagli sgridò tuttievolse che io le facessi. Cominciai a fare le stampe degli scudiinnelle quali io feci un mezzo San Pagolocon un motto di lettereche diceva "Vas electionis". Questa moneta piacque moltopiú che quelle di quelli che avevan fatto a mia concorrenza;di modo che il Papa disse che altri non gli parlassi piú dimoneteperché voleva che io fossi quello che le facessi e noaltri. Cosí francamente attendevo a lavorare; e quel messerLatino Iuvinale m'introduceva al Papaperché il Papa gliaveva dato questa cura.


Iodesideravo di riavere il moto proprio dell'uffizio dello stampatoredella zecca. A questo il Papa si lasciò consigliaredicendoche prima bisognava che avessi la grazia dell'omicidiola quale ioriarei per le Sante Marie di Agosto per ordine de' caporioni di Romache cosí si usa ogni anno per questa solenne festa donare aquesti caporioni dodici sbanditi; intanto mi si farebbe un altrosalvo condottoper il quale io potessi star sicuro per insino alditto tempo. Veduto questi mia nimici che non potevano ottenere pervia nessuna impedirmi la zeccapresono un altro espediente. Avendoil Pompeo morto lasciato tremila ducati di dota a una sua figliuolinabastardafeciono che un certo favorito del signor Pier Luigiflgliuol del Papala chiedessi per moglie per mezzo del dettoSignore: cosí fu fatto. Questo ditto favorito era unvillanetto allevato dal ditto Signoree per quel che si disse alluitoccò pochi di cotesti dinariperché il ditto Signorevi messe su le manee se ne volse servire. Ma perché piúvolte questo marito di questa fanciullettaper compiacere alla suamoglieaveva pregato il Signore ditto che mi facessi pigliareilquale Signore aveva promisso di farlo come ei vedessi abbassato unpoco il favore che io avevo col Papa; stando cosí in circa adua mesiperché quel suo servitore cercava di avere la suadotael Signore non gli rispondendo a propositoma faceva intenderealla moglie che farebbe le vendette del padre a ogni modo. Con tuttoche io ne sapevo qualche cosae appresentatomi piú volte alditto Signoreil quale mostrava di farmi grandissimi favori; dallaaltra banda aveva ordinato una delle due vieo di farmi ammazzare odi farmi pigliare dal bargello. Commesse a un certo diavoletto di unsuo soldato còrsoche la facessi piú netta che poteva:e quelli altri mia nimicimassimo messer Traianoaveva promesso difare un presente di cento scudi a questo corsetto; il quale disse chela farebbe cosí facile come bere uno vuovo fresco. Ioche talcosa intesiandavo con gli occhi aperti e con buona compagnia ebenissimo armato con giaco e con manicheche tanto avevo aùtolicenzia. Questo ditto corsetto per avarizia pensando guadagnarequelli dinari tutti a man salvacredette tale inpresa poterla fareda per se solo; in modo che un giornodoppo desinaremi fecionochiamare da parte del signor Pier Luigi; onde io subito andaiperchéil Signore mi aveva ragionato di voler fare parecchi vasi grandi diargento.


Partitomidi casa in frettapure con le mie solite armadureme ne andavopresto per istrada Iuliapensando di non trovar persona in suquell'ora. Quando io fui su alto di strada Iulia per voltare alpalazzo del Farneseessendo il mio uso di voltar largo ai cantividdi quel corsetto già dittolevarsi da sedere e arrivare almezzo della strada: di modo che io non mi sconciai di nullama stavoin ordine per difendermi; e allentato il passo alquantomi accostaial muro per dare larga istrada al ditto corsetto. Anche luiaccostatosi al muroe di già appressatici benecognosciutoispresso per le sue dimostrazione che lui aveva voluntà difarmi dispiaceree vedutomi solo a quel modopensò che lagli riuscissi; in modo che io cominciai a parlare e dissi:

-Valoroso soldatose e' fossi di nottevoi potresti dire di avermipreso in iscambio; ma perché gli è di giornobenissimocognoscete chi io sonoil quale non ebbi mai che fare con voie mainon vi feci dispiacere; ma io sarei bene atto a farvi piacere -.

Aqueste parole lui in atto bravonon mi si levando dinanzimi disseche non sapeva quello che io mi dicevo. Allora io dissi:

-Io so benissimo quello che voi voletee quel che voi dite; ma quellaimpresa che voi avete presa a fare è piú difficile epericolosache voi non pensatee tal volta potrebbe andare arovescio; e ricordatevi che voi avete a fare con uno uomo il quale sidifenderebbe da cento. E non è impresa onorata da valorosiuominiqual voi sietequesta -.

Intantoancora io stavo in cagnescocanbiato il colore l'uno e l'altro.Intanto era comparso populiche di già avevano conosciuto chele nostre parole erano di ferro; che non gli essendo bastato la vistaa manomettermidisse:

-Altra volta ci rivedremo -.

Alquale io dissi:

-Io sempre mi riveggo con gli uomini da benee con quelli che fannoritratto tale -.

Partitomiandai a casa il Signoreil quale non aveva mandato per me. Tornatomialla mia bottegail detto corsetto per un suo grandissimo amico emio mi fece intendereche io non mi guardassi piú da luichemi voleva essere buono fratello; ma che io mi guardassi bene daaltriperché io portavo grandissimo pericolo; chéuomini di molta importanza mi avevano giurato la morte adosso.Mandatolo a ringraziaremi guardavo il meglio che io potevo. Nonmolti giorni apresso mi fu detto da un mio grande amicoche 'lsignor Pier Luigi aveva dato espressa commessione che io fussi presola sera. Questo mi fu detto a venti ore; per la qual cosa io neparlai con alcuni mia amicie' quali mi confortorno che io subito mene andassi. E perché la commessione era data per a una ora dinottea ventitré ore io montai in su le postee me ne corsia Firenze: perché da poi che quel corsetto non gli era bastatol'animo di far la impresa che lui promesseil signor Pier Luigi disua propria autorità aveva dato ordine che io fussi presosolo per racchetare un poco quella figliuola di Pompeola qualevoleva sapere in che luogo era la sua dota. Non la potendo contentaredella vendetta in nissuno de' dua modi che lui aveva ordinatonepensò un altroil quale lo diremo al suo luogo.


LXXVI.Io giunsi a Firenzee feci motto al duca Lessandroil quale mi fecemaravigliose carezzee mi ricercò che io mi dovessi restarseco. E perché in Firenze era un certo scultore chiamato ilTribolinoed era mio compareper avergli io battezzato un suofigliuoloragionando secomi disse che uno Iacopo del Sansovinogià primo suo maestrolo aveva mandato a chiamare; e perchélui non aveva mai veduto Vineziae per il guadagno che ne aspettavaci andava molto volentieri; e domandando me se io avevo mai vedutoVineziadissi che no; onde egli mi pregò che io dovessi andarseco a spasso; al quale io promessi: però risposi al ducaLessandro che volevo prima andare insino a Vineziadi poi tornereivolentieri a servirlo; e cosí volse che io gli promettessiemi comandò che inanzi che io mi partissi io gli facessi motto.L'altro dí appressoessendomi messo in ordineandai perpigliare licenza dal Duca; il quale io trovai innel palazzo de'Pazziinnel tempo che ivi era alloggiato la moglie e le figliuoledel signor Lorenzo Cibo. Fatto intendere a Sua Eccellenzia come iovolevo andare a Vinezia con la sua buona graziatornò con larisposta Cosimino de' Medicioggi Duca di Firenzeil quale mi disseche io andassi a trovare Nicolò da Monte Agutoe lui midarebbe cinquanta scudi d'oroi quali danari mi donava laEccellenzia del Ducache io me gli godessi per suo amore; di poitornassi a servirlo. Ebbi li danari da Nicolòe andai a casaper il Triboloil quale era in ordine; e mi disse se io avevo legatola spada. Io li dissi che chi era a cavallo per andare in viaggio nondoveva legar le spade. Disse che in Firenze si usava cosíperché v'era un certo ser Maurizioche per ogni piccola cosaarebbe dato della corda a San Giovanbatista; però bisognavaportar le spade legate per insino fuor della porta.


Iome ne risie cosí ce ne andammo. Accompagnammoci con ilprocaccia di Vineziail quale si chiamava per sopra nome Lamentone:con esso andammo di compagniae passato Bologna una sera in fral'altre arrivammo a Ferrara; e quivi alloggiati a l'osteria diPiazzail detto Lamentone andò a trovare alcuno de' fuorauscitia portar loro lettere e imbasciate da parte della loromoglie: che cosí era di consentimento del Ducache solo ilprocaccio potessi parlar loroe altri nosotto pena della medesimacontumazia in che loro erano. In questo mezzoper essere poco piúdi ventidua orenoi ce ne andammoil Tribulo e ioa veder tornareil duca di Ferrarail quale era ito a Belfiore a veder giostrare.Innel suo ritorno noi scontrammo molti fuora uscitie' quali ciguardavano fisoquasi isforzandoci di parlar con esso loro. IlTriboloche era il piú pauroso uomo che io cognoscessi mainon cessava di dirmi:

-Non gli guardare e non parlare con lorose tu vuoi tornare a Firenze-.

Cosístemmo a veder tornare il Duca; di poi tornaticene a l'osteriaivitrovammo Lamentone. E fattosi vicina a un'ora di notteivi comparseNicolò Benintendi e Piero suo fratelloe un altro vecchionequal credo che fussi Iacopo Nardiinsieme con parecchi altrigiovani; e' quali subito giunti dimandavano il procacciaciascunodelle sue brigate di Firenze: il Tribolo e io stavamo làdiscostoper non parlar con loro. Di poi che gl'ebbono ragionato unpezzo con Lamentonequel Nicolò Benintendi disse:

-Io gli cognosco quei dua benissimo; perché fann'eglino tantemerde di non ci voler parlare? - Il Tribolo pur mi diceva che iostessi cheto.


Lamentonedisse loroche quella licenzia che era data alluinon era data anoi. Il Benintendi aggiunse e disse che l'era una asinitàmandandoci cancheri e mille belle cose. Allora io alzai la testa conpiú modestia che io potevo e sapevoe dissi:

-Cari gentiluominivoi ci potete nuocere assaie noi a voi nonpossiamo giovar nulla; e con tutto che voi ci abiate detto qualcheparola la quale non ci si convienené anche per questo nonvogliamo essere adirati con esso voi -.

Quelvecchione de' Nardi disse che io avevo parlato da un giovane da benecome io ero.


NicolòBenintendi allora disse:

-Io ho in culo loro e il Duca -.



Ioreplicaiche con noi egli aveva tortoche non avevàno chefar nulla de' casi sua. Quel vecchio de' Nardi la prese per noidicendo al Benintendi che gli aveva il torto; onde lui pur continuavadi dire parole ingiuriose. Per la qualcosa io li dissi che io lidirei e farei delle cose che gli dispiacerebbono; sí cheattendessi al fatto suoe lasciassici stare. Rispose che aveva inculo il Duca e noi di nuovoe che noi e lui eramo un monte di asini.Alle qual parole mentitolo per la golatirai fuora la spada; e 'lvecchioche volse essere il primo alla scalapochi scaglioni in giúcaddee loro tutti l'un sopra l'altro addòssogli. Per la qualcosaio saltato inanzimenavo la spada per le mura con grandissimofuroredicendo:

-Io vi ammazzerò tutti - e benissimo avevo riguardo a non farlor maleche troppo ne arei potuto fare. A questo romore l'ostegridava; Lamenton diceva - Non fate - alcuni di loro dicevano - Oimèil capo! - altri - Lasciami uscir di qui -.

Questaera una bussa inistimabile: parevano un branco di porci: l'oste vennecol lume; io mi ritirai sú e rimessi la spada. Lamentonediceva a Nicolò Benintendiche gli aveva mal fatto; l'ostedisse a Nicolò Benintendi:

-E' ne va la vita a metter mano per l'arme quie se il Duca sapessiqueste vostre insolenzievi farebbe appiccare per la gola; síche io non vi voglio fare quello che voi meriteresti; ma non mi cicapitate mai piú in questa osteriache guai a voi -.



L'ostevenne sú da mee volendomi io scusarenon mi lasciòdire nulladicendomi che sapeva che io avevo mille ragionie che iomi guardassi bene innel viaggio da loro.


LXXVII.Cenato che noi avemmocomparse sú un barcheruolo per levarciper Vinezia; io dimandai se lui mi voleva dare la barca libera: cosífu contentoe di tanto facemmo patto. La mattina a buonotta noipigliammo i cavagli per andare al portoquale è non so chepoche miglia lontano da Ferrara; e giunto che noi fummo al portovitrovammo il fratello di Nicolò Benintendi con tre altricompagnii quali aspettavano che io giugnessi: in fra loro era duapezzi di arme in astae io avevo compro un bel giannettone inFerrara. Essendo anche benissimo armatoio non mi sbigotti' puntocome fece il Tribolo che disse:

-Idio ci aiuti: costor son qui per ammazzarci -.

Lamentonesi volse a me e disse:

-Il meglio che tu possa fare si è tornartene a Ferraraperchéio veggo la cosa pericolosa. Di graziaBenvenuto miopassa la furiadi queste bestie arrabiate -.

Alloraio dissi:

-Andiàno inanziperché chi ha ragione Idio l'aiuta; evoi vedrete come mi aiuterò da me. Quella barca non èella caparrata per noi? - Sí- disse Lamentone. - E noi inquella staremo sanza loroper quanto potrà la virtúmia -.

Spinsiinanzi il cavalloe quando fu presso a cinquanta passiscavalcai earditamente col mio giannettone andavo innanzi. Il Tribolo s'erafermato indietro ed era rannicchiato in sul cavalloche pareva ilfreddo stesso; e Lamentone procaccio gonfiava e soffiava che parevaun vento; che cosí era il suo modo di fare; ma piú lofaceva allora che il solitostando acconsiderare che fine avessiavere quella diavoleria. Giunto alla barcail barcheruolo mi si feceinnanzi e mi disseche quelli parecchi gentiluomini fiorentinivolevano entrare di compagnia nella barcase io me ne contentavo. Alquale io dissi:

-La barca è caparrata per noie non per altrie m'incresceinsino al cuore di non poter essere con loro -.

Aqueste parole un bravo giovane de' Magalotti disse:

-Benvenutonoi faremo che tu potrai -.

Alloraio dissi:

-Se Idio e la ragione che io ho insieme con le forze mievorranno opotrannovoi non mi farete poter quel che voi dite -.

Econ le parole insieme saltai nella barca. Volto lor la puntadell'armedissi:

-Con questa vi mostrerrò che io non posso -.

Volutofare un poco di dimostrazionemesso mano all'arme e fattosi innanziquel de' Magalottiio saltai in su l'orlo della barcae tira'gli uncosí gran colpoche se non cadeva rovescio in terraio lopassavo a banda a banda. Gli altri compagniscambio di aiutarlosiritirorno indietro: e veduto che io l'arei potuto ammazzareincambio di dargliio li dissi:

-Levati sufratelloe piglia le tue arme e vattene; bene hai tuveduto che io non posso quel che io non voglioe quel che io potevofare non ho voluto -.

Dipoi chiamai drento il Tribolo e il barcheruolo e Lamentone; cosíce ne andammo alla volta di Vinezia. Quando noi fummo dieci migliaper il Poquelli giovani erano montati in su una fusoliera e ciraggiunsono; e quando a noi furno al dirimpettoquello isciocco diPier Benintendi mi disse:

-Vien pur viaBenvenutoché ci rivedremo in Vinezia. -Avviatevi che io vengo - dissi - e per tutto mi lascio rivedere -.

Cosíarrivammo a Vinezia. Io presi parere da un fratello del cardinalCornarodicendo che mi facessi favore che io potessi aver l'armequal mi disse che liberamente io la portassiche il peggio che me neandava si era perder la spada.


LXXVIII.Cosí portando l'armeandammo a visitare Iacopo del Sansovinoscultoreil quale aveva mandato per il Tribolo; e a me fece grancarezzee vuolseci dar desinaree seco restammo.


Parlandocol Tribologli disse che non se ne voleva servire per allorae chetornassi un'altra volta. A queste parole io mi cacciai a ridereepiacevolmente dissi al Sansovino:

-Gli è troppo discosto la casa vostra dalla suaavendo atornare un'altra volta -.

Ilpovero Tribolo sbigottito disse:

-Io ho qui la letterache voi mi avete scrittache io venga -.

Aquesto disse il Sansovinoche i sua pariuomini da bene e virtuosipotevan fare quello e maggior cosa. Il Tribolo si ristrinse nellespalle e disse - Pazienzia - parecchi volte. A questonon guardandoal desinare abundante che mi aveva dato il Sansovinopresi la partedel mio compagno Triboloche aveva ragione. E perché a quellamensa il Sansovino non aveva mai restato di cicalare delle sue granpruovedicendo mal di Michelagnolo e di tutti quelli che facevanotal artesolo lodando se istesso a maraviglia; questa cosa mi eravenuta tanto a noiache io non avevo mangiato boccon che mi fussipiaciutoe solo dissi queste dua parole:

-O messer Iacopoli uomini da bene fanno le cose da uomini da beneequelli virtuosiche fanno le belle opere e buonesi cognosconomolto meglio quando sono lodati da altriche a lodarsi cosísicuramente da per loro medesimi -.

Aqueste parole e lui e noi ci levammo da tavola bofonchiando. Quelgiorno medesimotrovandomi per Venezia presso al Rialtomi scontraiin Piero Benintendiil quale era con parecchi; e avedutomi che lorocercavano di farmi dispiaceremi ritirai inn'una bottega d'unospezialetanto che io lasciai passare quella furia. Dipoi io intesiche quel giovane de' Magalottia chi io avevo usato cortesiamoltogli aveva sgridati; e cosí si passò.


LXXIX.Da poi pochi giorni appresso ce ne ritornammo alla volta di Firenze;ed essendo alloggiati a un certo luogoil quale è di qua daChioggia in su la man manca venendo inverso Ferraral'oste volseessere pagato a suo modo innanzi che noi andassimo a dormire; edicendogli che innegli altri luoghi si usava di pagare la mattinacidisse:

-Io voglio esser pagato la serae a mio modo -.

Dissia quelle paroleche gli uomini che volevan fare a lor modobisognava che si facessino un mondo a lor modoperché inquesto non si usava cosí. L'oste rispose che io non gliaffastidissi il cervelloperché voleva fare a quel modo. IlTribolo tremava di paurae mi punzecchiava che io stessi chetoacciò che loro non ci facessino peggio: cosí lo pagammoa lor modo; poi ce ne andammo a dormire. Avemmo di buono bellissimilettinuovi ogni cosa e veramente puliti: con tutto questo io nondormi' maipensando tutta quella notte in che modo io avevo da farea vendicarmi. Una volta mi veniva in pensiero di ficcargli fuogo incasa; un'altra di scannargli quattro cavagli buoniche gli avevanella stalla; tutto vedevo che m'era facile il farloma non vedevogià l'esser facile il salvare me e il mio compagno.


Presiper ultimo spediente di mettere le robe e' compagni innella barcaecosí feci: e attaccato i cavalli all'alzanache tiravano labarcadissi che non movessino la barca in sino che io ritornassiperché avevo lasciato un paro di mia pianelle nel luogo doveio avevo dormito. Cosí tornato ne l'osteria domandai l'oste;il qual mi rispose che non aveva che far di noie che noi andassimoal bordello. Quivi era un suo fanciullaccio ragazzo di stallatuttosonnachiosoil quale mi disse:

-L'oste non si moverebbe per il Papaperché e' dorme seco unacerta poltroncella che lui ha bramato assai - e chiesemi la beneandata; onde io li detti parecchi di quelle piccole monete venizianee li dissi che trattenessi un poco quello che tirava l'alzanainsinché io cercassi delle mie pianelle e ivi tornassi.Andatomene supresi un coltelletto che radevae quattro letti chev'eratutti gli tritai con quel coltello; in modo che io cognobbiaver fatto un danno di piú di cinquanta scudi. E tornato allabarca con certi pezzuoli di quelle sarge nella mia saccocciaconfretta dissi al guidatore dell'alzana che prestamente parassi via.Scostatici un poco dalla osteriael mio compar Tribolo disse cheaveva lasciato certe coreggine che legavano la sua valigettae chevoleva tornare per esse a ogni modo. Alla qual cosa io dissi che nonla guardassi in dua coreggie piccineperché io gnene fareidelle grande quante egli vorrebbe. Lui mi disse io ero sempre in sula burlama che voleva tornare per le sue coreggie a ogni modo; efaccendo forza all'alzana che e' fermassie io dicevo che parassiinnanziin mentre gli dissi il gran danno che io avevo fatto al'oste: e mostratogli il saggio di certi pezzuoli di sarge e altrogli entrò un triemito addosso sí grandeche egli noncessava di dire all'alzana:

-Para viapara via presto - e mai si tenne sicuro di questo pericoloper insino che noi fummo ritornati alle porte di Firenze. Alle qualigiuntiil Tribolo disse:

-Leghiamo le spade per l'amor de Dioe non me ne fate piú; chésempre m'è parso avere le budella 'n un catino -.

Alquale io dissi:

-Compar mio Triboloa voi non accade legare la spadaperchévoi non l'avete mai isciolta- e questo io lo dissi accasoper nongli avere mai veduto fare segno di uomo in quel viaggio. Alla qualecosa lui guardatosi la spadadisse:

-Per Dio che voi dite il veroche la sta legata in quel modo che iol'acconciai innanzi che io uscissi di casa mia -.

Aquesto mio compare gli pareva che io gli avessi fatto una malacompagniaper essermi risentito e difeso contra quelli che ciavevano voluto fare dispiacere; e a me pareva che lui l'avessi fattamolto piú cattiva a mea non si mettere a 'iutarmi in cotaibisogni. Questo lo giudichi chi è da canto sanza passione.


LXXX.Scavalcato che io fuisubito andai a trovare il duca Lessandro emolto lo ringraziai del presente de' cinquanta scudidicendo a SuaEccellenzia che io ero paratissimo a tutto quello che io fussi buonoa servire Sua Eccellenzia. Il quale subito m'impose che io facessi lestampe delle sue monete: e la prima che io feci si fu una moneta diquaranta soldicon la testa di Sua Eccellenzia da una banda edall'altra un San Cosimo e un San Damiano. Queste furono moneted'argentoe piacquono tantoche il Duca ardiva di dire che quelleerano le piú belle monete di Cristianità. Cosídiceva tutto Firenzee ogniuno che le vedeva.


Perla qual cosa chiesi a Sua Eccellenzia che mi fermassi unaprovvisionee che mi facessi consegnare le stanze della zecca; ilquale mi disse che io attendessi a servirloe che lui mi darebbemolto piú di quello che io gli domandavo; e intanto mi disseche aveva dato commessione al maestro della zeccail quale era uncerto Carlo Acciaiuolie allui andassi per tutti li dinari che iovolevo: e cosí trovai esser vero: ma io levavo tantoassegnatamente li danariche sempre restavo a' vere qualche cosasicondo il mio conto. Di nuovo feci le stampe per il giulioqualeera un San Giovanni in profilo assedere con un libro in manoche ame non parve mai aver fatto opera cosí bella; e dall'altrabanda era l'arme del ditto duca Lessandro. A presso a questa io fecila stampa per i mezzi giuliinnella quale io vi feci una testa infaccia di un San Giovannino. Questa fu la prima moneta con la testain faccia in tanta sottigliezza di argentoche mai si facessi; equesta tale dificultà non appariscese none agli occhi diquelli che sono eccellenti in cotal professione. Appresso a questa iofeci le stampe per li scudi d'oro; innella quale era una croce da unabanda con certi piccoli cherubinie dall'altra banda si era l'armedi Sua Eccellenzia. Fatto che io ebbi queste quattro sorte di moneteio pregai Sua Eccellenzia che terminassi la mia provisionee miconsegnassi le sopraditte stanzese a quella piaceva il mioservizio: alle qual parole Sua Eccellenzia mi disse benignamente cheera molto contentae che darebbe cotai ordini.


Mentreche io gli parlavoSua Eccellenzia era innella sua guardaroba econsiderava un mirabile scoppiettoche gli era stato mandato dellaAlamagna: il quale bello strumentovedutomi che io con grandeattenzione lo guardavome lo porse in manodicendomi che sapevabenissimo quanto io di tal cosa mi dilettavoe che per arra diquello che lui mi aveva promessoio mi pigliassi della suaguardaroba uno archibuso a mio mododa quello in fuorache bensapeva che ivi n'era molti de' piú belli e cosí buoni.Alle qual parole io accettai e ringraziai; e vedutomi dare alla cercacon gli occhicommise al suo guardarobache era un certo Pretino daLuccache mi lasciassi pigliare tutto quello che io volevo. Epartitosi con piacevolissime paroleio mi restaie scelsi il piúbello e il migliore archibuso che io vedessi maie che io avessimaie questo me lo portai a casa. Dua giorni di poi io gli portaicerti disegnetti che Sua Eccellenzia mi aveva domandato per farealcune opere d'orole quali voleva mandare a donare alla sua moglieche per ancora era in Napoli. Di nuovo io gli domandai la medesimamia faccendache e' me la spedissi. Allora Sua Eccellenzia mi disseche voleva in prima che io gli facessi le stampe di un suo belritrattocome io aveva fatto a papa Clemente. Cominciai il dittoritratto di cera; per la qual cosa Sua Eccellenzia commissecheattutte l'ore che io andavo per ritrarlosempre fossi messo drento.Io che vedevo che questa mia faccenda andava in lungochiamai uncerto Pietro Pagolo da Monte Ritondodi quel di Romail quale erastato meco da piccol fanciulletto in Roma; e trovatolo che gli stavacon un certo Bernardonaccio orafoil quale non lo trattava moltobeneper la qual cosa io lo levai dalluie benissimo gl'insegnaimettere quei ferri per le monete; e intanto io ritraevo il Duca: emolte volte lo trovavo a dormicchiare doppo desinare con quel suoLorenzino che poi l'ammazzòe non altri; e io molto mimaravigliavo che un Duca di quella sorte cosí si fidassi.


LXXXI.Accadde che Ottaviano de' Mediciil quale pareva che governassi ognicosavolendo favorire contra la voglia del Duca il maestro vecchiodi zeccache si chiamava Bastiano Cenniniuomo all'anticaccia e dipoco sapereaveva fatto mescolare nelle stampe degli scudi quei suagoffi ferri con i mia; per la qual cosa io me ne dolsi col Duca; ilqualeveduto il verolo ebbe molto per malee mi disse:

-Vadillo a Ottaviano de' Medicie mostragnene -.

Ondeio subito andai; e mostratogli la ingiuria che era fatto alle miebelle monetelui mi disse asinescamente:

-Cosí ci piace di fare -.

Alquale io risposiche cosí non era il doveree non piaceva ame. Lui disse:

-E se cosí piacessi al Duca?- Io gli risposi:

-Non piacerebbe a me; ché non è giusto néragionevole una tal cosa -.

Disseche io me gli levassi dinanzie che a quel modo la mangereise iocrepassi. Ritornatomene dal Ducagli narrai tutto quello che noiavevamo dispiacevolmente discorsoOttaviano de' Medici e io; per laqual cosa io pregavo Sua Eccellenzia che non lasciassi far torto allebelle monete che io gli avevo fattoe a me dessi buona licenzia.Allora e' disse:


-Ottaviano ne vuol troppo; e tu arai ciò che tu vorrai; perchécotesta è una ingiuria che si fa a me -.

Questogiorno medesimoche era un giovedími venne di Roma unoamplio salvo condotto dal Papadicendomi che io andassi presto perla grazia delle Sante Marie di mezzo agostoacciò che iopotessi liberarmi di quel sospetto de l'omicidio fatto. Andatomenedal Ducalo trovai nel lettoperché dicevano che egli avevadisordinato; e finito in poco piú di dua ore quello che mibisognava alla sua medaglia di ceramostrandognene finitalipiacque assai. Allora io mostrai a Sua Eccellenzia il salvo condottoaùto per ordine del Papae come il Papa mi richiedeva che iogli facessi certe opere; per questo andrei a riguadagnare quellabella città di Romae intanto lo servirei della sua medaglia.A questo il Duca disse mezzo in còllora:

-Benvenutofa' a mio modonon ti partire; perché io tirisolverò la provvisionee ti darò le stanze in zeccacon molto piú di quello che tu non mi sapresti domandareperché tu mi domandi quello che è giusto e ragionevole:e chi vorrestú che mi mettessi le mia belle stampe che tum'hai fatte? - Allora io dissi:

-Signoree' s'è pensato a ogni cosaperché io ho quiun mio discepoloil quale è un giovane romanoa chi io hoinsegnatoche servirà benissimo la Eccellenzia Vostra perinsino che io ritorno con la sua medaglia finita a starmi poi secosempre. E perché io ho in Roma la mia bottega aperta conlavoranti e alcune faccendeaùto che io ho la grazialasseròtutta la divozione di Roma a un mio allevato che è làe di poi con la buona grazia di Vostra Eccellenzia me ne torneròa lei -.

Aqueste cose era presente quello Lorenzino sopraddetto de' Medici enon altri: il Duca parecchi volte l'accennò che ancora lui midovessi confortare a fermarmi; per la qual cosa il ditto Lorenzinonon disse mai altrose none:

-Benvenutotu faresti il tuo meglio a restare -.

Alquale io dissi che io volevo riguadagnare Roma a ogni modo. Costuinon disse altroe stava continuamente guardando il Duca con unmalissimo occhio. Ioavendo finito a mio modo la medaglia e avendolaserrata nel suo cassettinodissi al Duca:

-Signorestate di buona vogliache io vi farò molto piúbella medaglia che io non feci a papa Clemente: ché la ragionvuole che io faccia meglioessendo quella la prima che io facessimai; e messer Lorenzo qui mi darà qualche bellissimo rovesciocome persona dotta e di grandissimo ingegno -.

Aqueste parole il ditto Lorenzo subito rispose dicendo:

-Io non pensavo a altrose none a darti un rovescio che fussi degnodi Sua Eccellenzia -.

ElDuca sogghignòe guardato Lorenzodisse:

-Lorenzovoi gli darete il rovescioe lui lo farà quie nonsi partirà -.

Prestorispose Lorenzodicendo:

-Io lo farò il piú presto ch'io possoe spero far cosada far maravigliare il mondo -.

IlDucache lo teneva quando per pazzericcio e quando per poltronesivoltolò nel letto e si rise delle parole che gli aveva detto.Io mi parti' sanza altre cirimonie di licenziae gli lasciai insiemesoli. Il Ducache non credette che io me ne andassinon mi dissealtro. Quando e' seppe poi che io m'ero partitomi mandòdrieto un suo servitoreil quale mi raggiunse a Sienae mi dettecinquanta ducati d'oro da parte del Ducadicendomi che io me gligodessi per suo amoree tornassi piú presto che io potevo. -E da parte di messer Lorenzo ti dicoche lui ti mette in ordine unrovescio maraviglioso per quella medaglia che tu vuoi fare -.

Ioavevo lasciato tutto l'ordine a Pietropagolo romano sopraditto in chemodo egli avev'a mettere le stampe; ma perché l'era cosadifficilissimaegli non le misse mai troppo bene. Restai creditoredella zeccadi fatture di mie ferridi piú di settantascudi.


LXXXII.Me ne andai a Romae meco ne portai quel bellissimo archibuso aruota che mi aveva donato il Ducae con grandissimo mio piaceremolte volte lo adoperai per viafaccendo con esso pruoveinistimabile. Giunsi a Roma; e perché io tenevo una casetta inistrada Iuliala quale non essendo in ordineio andai a scavalcarea casa di messer Giovanni Gaddi cherico di Cameraal quale io avevolasciato in guardia al mio partir di Roma molte mie belle arme emolte altre cose che io avevo molte care. Però io non volsiscavalcare alla bottega mia; e mandai per quel Filice mio compagnoefècesi mettere in ordine subito quella mia casina benissimo.Dipoi l'altro giorno vi andai a dormir drentoper essermi molto benemesso in ordine di panni e di tutto quello che mi faceva mestierovolendo la mattina seguente andare a visitare il Papa perringraziarlo. Avevo dua servitori fanciullettie sotto alla casa miaci era una lavandarala quale pulitissimamente mi cucinava. Avendola sera dato cena a parecchi mia amicicon grandissimo piacerepassato quella cename ne andai a dormire; e non fu sí tostoapena passato la notteche la mattina piú d'un'ora avanti ilgiorno io senti' con grandissimo furore battere la porta della casamiaché l'un colpo non aspettava l'altro. Per la qual cosa iochiamai quel mio servitor maggioreche aveva nome Cencio: era quelloche io menai nel cerchio di negromanzia: dissi che andassi a vederechi era quel pazzo che a quell'ora cosí bestialmentepicchiava. In mentre che Cencio andavaio acceso un altro lumechecontinuamente uno sempre ne tengo la nottesubito mi missi adossosopra la camicia una mirabil camicia di magliae sopra essa un pocodi vestaccia a caso. Tornato Cenciodisse:

-Oimè! padrone mioegli è il bargello con tutta lacortee diceche se voi non fate prestoche getterà l'uscioin terra; e hanno torchi e mille cose con loro -.

Alquale io dissi:

-Di' loro che io mi metto un poco di vestaccia addossoe cosíin camicia ne vengo -.

Immaginatomiche e' fussi uno assassinamentosí come già fattomidal signor Pierluigicon la mano destra presi una mirabil daga cheio avevocon la sinistra il salvo condotto; di poi corsi allafinestra di drietoche rispondeva sopra certi ortie quivi viddipiú di trenta birri: per la qual cosa io cognobbi da quellabanda non poter fuggire. Messomi que' dua fanciulletti inanzidissiloroche aprissino la porta quando io lo direi loro apunto. Messomiin ordinela daga nella ritta e 'l salvo condotto nella mancainatto veramente di difesadissi a que' dua fanciulletti:

-Non abbiate pauraaprite -.

Saltatosubito Vittorio bargello con du' altri drentopensando facilmente dipoter mettermi le mani addossovedutomi in quel modo in ordinesiritirorno indrieto e dissono:

-Qui bisogna altro che baie -.

Alloraio dissigittato loro il salvo condotto:

-Leggete quello enon mi possendo pigliaremanco voglio che mitocchiate -.

Ilbargello allora disse a parecchi di quelliche mi pigliassimoe cheil salvo condotto si vedria da poi. A questoardito spinsi inanzil'arme e dissi:

-Idio sia per la ragione; o vivo fuggoo morto preso -.



Lastanza si era istretta: lor fecion segno di venire a me con forzaeio grande atto di difesa; per la qual cosa il bargello cognobbe dinon mi poter avere in altro modo che quel che io avevo detto.Chiamato il cancellierein mentre che faceva leggere il salvocondottofece segno dua o tre volte di farmi mettere le mani adosso;onde io non mi mossi mai da quella resoluzione fatta.


Toltosidalla impresami gittorno il salvo condotto in terrae senza me sene andarono.


LXXXIII.Tornatomi a riposaremi senti' forte travagliatoné maipossetti rappiccar sonno. Avevo fatto proposito checome gli eragiornodi farmi trar sangue; però ne presi consiglio damisser Giovanni Gaddie lui da un suo mediconzoloil quale midomandò se io avevo aùto paura. Or cognoscete voi chegiudizio di medico fu questoavendogli conto un caso sígrandee lui farmi una tal dimanda! Questo era un certo civettinoche rideva quasi continuamente e di nonnulla; e in quel modo ridendomi disse che io pigliassi un buon bicchier di vin grecoe che ioattendessi a stare allegro e non aver paura. Messer Giovanni purdiceva:

-Maestrochi fussi di bronzo o di marmo a questi casi tali arebbepaura; or maggiormente uno uomo -.

Aquesto quel mediconzolino disse:

-Monsignorenoi non siamo tutti fatti a un modo: questo non èuomo né di bronzo né di marmoma è di ferrostietto - e messomi le mane al polsocon quelle sua sproposite risadisse a messer Giovanni:

-Or toccate qui; questo non è polso di uomoma è d'unleone o d'un dragone - onde ioche avevo il polso forte alteratoforse fuor di quella misura che quel medico babbuasso non avevaimparata né da Ipocrate né da Galenosentivo ben io ilmio malema per non mi far piú paura né piúdanno di quello che aùto io avevomi dimostravo di buonoanimo. In questo tanto il ditto messer Giovanni fece mettere inordine da desinaree tutti di compagnia mangiammo: la quale erainsieme con il ditto messer Giovanniun certo misser Lodovico daFanomesser Antonio Allegrettimesser Giovanni Grecotutte personelitteratissimemesser Annibal Caroquale era molto giovane; némai si ragionò d'altro a quel desinareche di questa bravafaccenda. E piú la facevan contare a quel Cenciomioservitorinoil quale era oltramodo ingegnosoardito e bellissimo dicorpo: il che tutte le volte che lui contava questa mia arrabbiatafaccendafacendo l'attitudine che io facevae benissimo dicendo leparole ancora che io dette avevasempre mi sovveniva qualcosa dinuovo; e spesso loro lo domandavano se egli aveva aùto paura:alle qual parole lui rispondevache dimandassino me se io avevo aùtopaura; perché lui aveva aùto quel medesimo che avevoaùto io. Venutomi a noia questa pappolatae perché iomi sentivo alterato fortemi levai da tavoladicendo che io volevoandare a vestirmi di nuovo di panni e seta azzurrilui e io; chevolevo andare in processione ivi a quattro giorniche veniva leSante Mariee volevo il ditto Cencio mi portassi il torchio biancoacceso. Cosí partitomi andai a tagliare e' panni azzurri conuna bella vestetta di ermisino pure azzurro e un saietto del simile;e allui feci un saio e una vesta di taffettàpure azzurro.Tagliato che io ebbi le ditte coseio me ne andai dal Papa; il qualemi disse che io parlassi col suo messer Ambruogio; che aveva datoordine che io facessi una grande opera d'oro. Cosí andai atrovare misser Ambruogio; il quale era informato benissimo della cosadel bargelloe era stato lui d'accordo con i nimici mia per farmitornaree aveva isgridato il bargello che non mi aveva preso; ilqual si scusavache contra a uno salvo condotto a quel modo lui nonlo poteva fare. Il ditto messer Ambruogio mi cominciò aragionare della faccenda che gli aveva commesso il Papa; di poi midisse che io ne facessi i disegni e che si darebbe a ogni cosa.


Intantone venne il giorno delle Sante Marie; e perché l'usanza si èquelli che hanno queste cotai graziedi costituirsi in prigione; perla qual cosa io mi ritornai al Papa e dissi a Sua Santitàcheio non mi volevo mettere in prigione e che io pregavo quellache mifacessi tanto di graziache io non andassi prigione. Il Papa mirispose che cosí era l'usanzae cosí si facessi. Aquesto io m'inginocchiai di nuovoe lo ringraziai del salvo condottoche Sua Santità mi aveva fatto; e che con quello me neritornerei a servire il mio Duca di Firenzeche con tanto desideriomi aspettava. A queste parole il Papa si volse a un suo fidato edisse:

-Faccisi a Benvenuto la grazia senza il carcere; cosí se gliacconci il suo moto propioche stia bene -.

Fattosiacconciare il moto propioil Papa lo risegnò: fecesiregistrare al Campidoglio; di poiquel deputato giornoin mezzo adua gentiluomini molto onoratamente andai in processioneed ebbi laintera grazia.


LXXXIV.Dappoi quattro giorni appressomi prese una grandissima febbre confreddo inistimabile: e postomi a lettosubito mi giudicai mortale.Feci chiamare i primi medici di Romain fra i quali si era unmaestro Francesco da Norciamedico vecchissimo e di maggior creditoche avessi Roma. Contai alli detti medici quale io pensavo che fussistata la causa del mio gran malee che io mi sarei voluto trarsanguema io fui consigliato di no; e se io fussi a tempolipregavo che me ne traessino. Maestro Francesco risposeche il trarresangue ora non era benema allora síche non arei aùtoun male al mondo; ora bisognava medicarmi per un'altra via. Cosímessono mano a medicarmi con quanta diligenzia e' potevano e sapevanoal mondo; e io ogni dí peggioravo a furiain modo che in capodi otto giorni il mal crebbe tantoche li medici disperati dellaimpresa detton commessione che io fussi contento e mi fussi datotutto quello che io domandavo. Maestro Francesco disse:

-Insinché v'è fiatochiamatemi a tutte l'oreperchénon si può immaginare quel che la natura sa fare in un giovanedi questa sorte; peròavvenga che lui svenissifategliquesti cinque rimedi l'un dietro all'altroe mandate per meche ioverrò a ogni ora della notte; che piú grato mi sarebbedi campar costuiche qualsivoglia cardinal di Roma -.

Ognidí mi veniva a visitare dua o tre volte messer Giovanni Gaddie ogni voIta pigliava in mano di quei miei belli scoppietti e miemaglie e mie spadee continuamente diceva:

-Questa cosa è bellae quest'altra è piú bella -cosí di mia altri modelletti e coselline: di modo che io mel'avevo recato a noia. E con esso veniva un certo Mattio Franzesiilquale pareva che gli paressi mill'anni ancora allui io mi morissi;non perché allui avessi a toccar nulla del mioma pareva chelui desiderassi quel che misser Giovanni mostrava aver gran voglia.Io avevo quel Filice già detto mio compagnoil quale mi davail maggiore aiuto che mai al mondo potessi dare uno uomo a un altro.La natura era debilitata e avvilita a fatto; e non mi era restatotanta virtú cheuscito il fiatoio lo potessi ripigliare; masí bene la saldezza del cervello istava fortecome la facevaquando io non avevo male. Imperò stando cosí incervellomi veniva a trovare alletto un vecchio terribileil qualemi voleva istrascicare per forza drento in una sua barca grandissima;per la qual cosa io chiamavo quel mio Feliceche si accostassi a mee che cacciassi via quel vecchio ribaldo. Quel Feliceche mi eraamorevolissimocorreva piagnendo e diceva:

-Tira viavecchio traditoreche mi vuoi rubare ogni mio bene -.

MesserGiovanni Gaddi allorach'era quivi alla presenzadiceva; - Ilpoverino farneticae ce n'è per poche ore -.

Quell'altroMattio Franzesi diceva:

-Gli ha letto Dantee in questa grande infermità gli èvenuto quella vagillazione - e diceva cosí ridendo:

-Tira viavecchio ribaldoe non dare noia al nostro Benvenuto -.

Vedutomischernireio mi volsi a messer Giovanni Gaddi e allui dissi:

-Caro mio padronesappiate che io non farneticoe che gli èil vero di questo vecchioche mi dà questa gran noia. Ma voifaresti bene il meglio a levarmi dinanzi cotesto isciagurato diMattioche si ride del mio male: e da poi che Vostra Signoria mi fadegno che io la veggadoverresti venirci con messer AntonioAllegretti o con messer Annibal Caroo con di quelli altri vostrivirtuosii quali son persone d'altra discrezione e d'altro ingegnoche non è cotesta bestia -.

Alloramesser Giovanni disse per motteggio a quello Mattioche si glilevassi dinanzi per sempre; ma perché Mattio riseilmotteggio divenne da doveroperché mai piú messerGiovanni non lo volse vederee fece chiamare messer AntonioAllegrettie messer Lodovicoe messer Annibal Caro. Giunti chefurono questi uomini da beneio ne presi grandissimo confortoe conloro ragionai in cervello un pezzopur sollecitando Felice checacciassi via il vecchio. Misser Lodovico mi dimandava quel che mipareva vederee come gli era fatto. In mentre che io gnene disegnavocon le parole benequesto vecchio mi pigliava per un braccioe perforza mi tirava a sé; per la qual cosa io gridavo che miaiutassinoperché mi voleva gittar sotto coverta in quellasua spaventata barca. Ditto quest'ultima parolami venne unosfinimento grandissimoe a me parve che mi gettassi in quella barca.Dicono che allora in questo svenireche io mi scagliavo e che iodissi di male parole a messer Giovanni Gaddisí che venivaper rubarmi e non per carità nessuna; e molte altrebruttissime parolele quale fecion vergognare il ditto messerGiovanni. Di poi dissono che io mi fermai come morto; e soprastatipiú d'un'oraparendo loro che io mi freddassiper morto milasciorono. E ritornati a casa lorolo seppe quel Mattio Franzesiil quale scrisse a Firenze a messer Benedetto Varchi mio carissimoamicoche alle tante ore di notte lor mi avevano veduto morire. Perla qual cosa quel gran virtuoso di messer Benedetto e mio amicissimosopra la non vera ma sí ben creduta morte fece un mirabilsonettoil quale si metterà al suo luogo. Passò piúdi tre grande ore prima che io mi rinvenissi; e fatto tutti e' rimedidel sopraditto maestro Francescoveduto che io non mi risentivoFelice mio carissimo si cacciò a correre a casa maestroFrancesco da Norciae tanto picchiò che egli lo svegliòe fecelo levaree piagnendo lo pregava che venissi a casachepensava che io fossi morto. Al qualemaestro Francescoche eracollorosissimodisse:


-Figlioche pensi tu che io faccia a venirvi? se gli è mortoa me duol egli piú che a tte; pensi tu che con la miamedicinavenendoviio li possa soffiare in culo e rendertelo vivo?- Veduto che 'l povero giovane se ne andava piangendolo chiamòindietro e gli dette certo olio da ugnermi e' polsi e il cuoree chemi serrassino istrettissime le dita mignole dei piedi e delle mane; eche se io rinvenivoche subito lo mandassimo a chiamare.


PartitosiFelicefece quanto maestro Francesco gli aveva detto; e essendofatto quasi di chiaro e parendo loro d'esser privi di speranzadettono ordine a fare la vesta e a lavarmi. In un tratto io mirisenti'e chiamai Feliceche presto presto cacciassi via quelvecchio che mi dava noia. Il quale Felice volse mandare per maestroFrancescoe io dissi che non mandassi e che venissi quivi da meperché quel vecchio subito si partiva e aveva paura di lui.


AccostatosiFelice a meio lo toccavo e mi pareva che quel vecchio infuriato siscostassi; però lo pregavo che stessi sempre da me. Comparsomaestro Francescodisse che mi voleva campare a ogni modoe che nonaveva mai veduto maggior virtú in un giovanea' sua dídi quella; e dato mano allo scriveremi fece profumilavandeunzioniimpiastri e molte cose inistimabile. Intanto io mi risenti'con piú di venti mignatte al culoforatolegato e tuttomacinato. Essendo venuto molti mia amici a vedere il miracolo de ilresuscitato mortoera comparso uomini di grande importanza e assai;presente i quali io dissi che quel poco de l'oro e de' danariqualipotevano essere in circa ottocento scudi fra oroargentogioie edanariquesti volevo che fussino della mia povera sorella che era aFirenzequale aveva per nome monna Liperata; tutto il restante dellaroba miatanto arme quanto ogni altra cosavolevo fussino del miocarissimo Filicee cinquanta ducati d'oro piúacciòche lui si potessi vestire. A queste parole Filice mi si gittòal collodicendo che non voleva nullaaltro che mi voleva vivo.Allora io dissi:

-Se tu mi vuoi vivotoccami accotesto modoe sgrida a cotestovecchioche ha di te paura -.

Aqueste parole v'era di quelli che spaventavanoconosciuto che io nonfarneticavoma parlavo a proposito e in cervello. Cosí andòfaccendo il mio gran malee poco miglioravo. Maestro Francescoeccellentissimo veniva quattro volte o cinque il giorno: misserGiovanni Gaddiche s'era vergognatonon mi capitava piúinnanzi. Comparse il mio cognatomarito della ditta mia sorella:veniva di Fiorenze per la eredità:


eperché gli era molto uomo da benesi rallegrò assail'avermi trovato vivo; il quale a me dette un conforto inistimabileil vederloe subito mi fece carezze dicendo d'esser venuto solo pergovernarmi di sua mano propria; e cosí fece parecchi giorni.Di poi io ne lo mandaiavendo quasi sicura isperanza di salute.


Alloralui lasciò il sonetto di messer Benedetto Varchiquale èquesto:


INLA CREDUTA E NON VERA MORTE DI BENVENUTO CELLINI




Chine consoleràMattio? chi fia che ne vieti il morir piangendopoi che pur è verooimèche sanza noi cosí pertempo al Ciel salita sia quella chiara alma amicain cui fioriavirtú cotalche fino a' tempi suoi non vidde equalnévedràcredopoi il mondoonde i miglior si fuggon pria?


Spirtogentilse fuor del mortal velo S'amamira dal Ciel chi in terraamastipianger non già 'l tuo benma 'l proprio male.


Tuten sei gito a contemplar su 'n Cielo l'alto Fattoree vivo il vedior quale con le tue dotte man quaggiú il formasti.


LXXXV.Era la infirmità stata tanta inistimabileche non parevapossibile di venirne a fine; e quello uomo da bene di maestroFrancesco da Norcia ci durava piú fatica che maie ognigiorno mi portava nuovi rimediicercando di consolidare il poveroistemperato istrumentoe con tutte quelle inistimabil fatiche nonpareva che fussi possibile venire a capo di questa indegnazioneinmodo che tutti e' medici se ne erano quasi disperati e non sapevanopiú che fare. Ioche avevo una sete inistimabilee mi eroriguardatosí come loro mi avevano ordinatodi molti giorni:


equel Feliceche gli pareva aver fatto una bella impresa a camparminon si partiva mai da me; e quel vecchio non mi dava piú tantanoiama in sogno qualche volta mi visitava. Un giorno Felice eraandato fuorae a guardia mia era restato un mio fattorino e unaservache si chiamava Beatrice. Io dimandavo quel fattorino quel cheera stato di quel Cencio mio ragazzo e che voleva dire che io non loavevo mai veduto a' mia bisogni. Questo fattorino mi disse che Cencioaveva aùto assai maggior male di mee che gli stava in finedi morte. Felice aveva lor comandato che non me lo dicessino. Dettoche m'ebbe tal cosa io ne presi grandissimo dispiacere: di poichiamai quella serva detta Beatricepistolesee la pregai che miportassi pieno d'acqua chiara e fresca uno infrescatoio grande dicristalloche ivi era vicino. Questa donna corse subitoe me loportò pieno. Io li dissi che me lo appoggiassi alla bocca eche se la me ne lasciava bere una sorsata a mio modoio li donereiuna gammurra. Questa servache m'aveva rubato certe cosette diqualche inportanzaper paura che non si ritrovassi il furtoarebbeaùto molto a caro che io fussi morto; di modo che la mi lasciòbere di quell'acqua per dua riprese quant'io potettitanto chebuonamente io ne bevvi piú d'un fiasco: di poi mi copersi ecominciai a sudare e addormenta'mi. Tornato Felice di poi che iodovevo aver dormito in circa a un'oradimandò il fanciulloquel che io facevo. Il fanciullo gli disse:

-Io non lo so: la Beatrice gli ha portato pieno quello infrescatoiod'acquae l'ha quasi beuto tutto; io non so ora se s'è mortoo vivo -.

Diconoche questo povero giovane fu per cadere in terra per il grandispiacere che gli ebbe; di poi prese un mal bastonee con essodisperatamente bastonava quella servadicendo:

-Ohimètraditorache tu me l'hai morto! - In mentre cheFelice bastonava e lei gridavae io sognavo; e mi pareva che quelvecchio aveva delle corde in manoe volendo dare ordine di legarmiFelice l'aveva sopraggiunto e gli dava con una scurain modo chequesto vecchio fuggivadicendo:

-Lasciami andareche io non ci verrò di gran pezzo -.

Intantola Beatrice gridando forte era corsa in camera mia; per la qual cosasvegliatomidissi:

-Lasciala stareche forse per farmi male ella m'ha fatto tanto beneche tu non hai mai potutocon tutte le tue fatichefar nulla diquel che l'ha fatto ogni cosa:


attendetemia 'iutareche io son sudato; e fate presto -.

RipreseFilice animomi rasciugò e confortò: e ioche senti'grandissimo miglioramentomi promessi la salute. Comparso maestroFrancescoveduto il gran miglioramento e la serva piagneree 'lfattorino correre innanzi e 'ndrietoe Filice riderequestoscompiglio dette da credere al medico che vi fussi stato qualchestravagante casoper la qual cosa fussi stato causa di quel mio granmiglioramento. Intanto comparse quell'altro maestro Bernardinocheda principio non mi aveva voluto cavar sangue. Maestro Francescovalentissimo uomodisse:

-Oh potenzia della natura!


leisa e' bisogni suae i medici non sanno nulla -.

Subitorispose quel cervellino di maestro Bernardino e disse:

-Se e' ne beeva piú un fiascoe gli era subito guarito -.

MaestroFrancesco da Norciauomo vecchio e di grande autoritàdisse:

-Egli era il malan che Dio vi dia -.

Epoi si volse a mee mi domandò se io ne arei potuto ber piú;al quale io dissi che noperché io m'ero cavato la sete afatto. Allora lui si volse al ditto maestro Bernardino e disse:

-Vedete voi che la natura aveva preso a punto il suo bisognoe nonpiú e non manco? Cosí chiedev'ella il suo bisognoquando il povero giovane vi richiese di cavarsi sangue:


sevoi cognoscevi che la salute sua fussi stata ora innel bere duafiaschi d'acquaperché non l'aver detto prima? e voi nearesti aùto il vanto -.

Aqueste parole il mediconsolo ingrognato si partíe non vicapitò mai piú. Allora maestro Francesco disse che iofussi cavato di quella camerae che mi facessin portare inverso undi quei colli di Roma. Il cardinal Cornarointeso il miomiglioramentomi fece portare a un suo luogo che gli aveva in MonteCavallo: la sera medesima io fui portato con gran diligenza in suruna sedia ben coperto e saldo. Giunto che io fuicominciai avomitare; innel qual vomito mi uscí dello stomaco un vermepilosogrande un quarto di braccio: e' peli erano grandi e il vermeera bruttissimomacchiato di diversi coloriverdineri e rossi:serbossi al medico; il quale disse non aver mai veduto una tal cosae poi dissea Felice:

-Abbi or cura al tuo Benvenutoche è guaritoe non glilasciar far disordini; perché se ben quello l'ha campatounaltro disordine ora te lo amazzerebbe. Tu vedila infermità èstata sí grandeche portandogli l'olio santo noi non eramostati a tempo; ora io cognoscoche con un poco di pazienzia e ditempo e' farà ancora dell'altre belle opere -.

Poisi volse a mee disse:

-Benvenuto miosia savio e non fare disordini nessuno: e come tu se'guarito voglio che tu mi faccia una Nostra Donna di tua manoperchéla voglio adorar sempre per tuo amore -.

Alloraio gnene promessi; dipoi lo domandai se fussi bene che io mitrasferissi in sino a Firenze. Allora e' mi disse che io miassicurassi un po' meglio e che e' si vedessi quel che la naturafaceva.


LXXXVI.Passato che noi otto giorniil miglioramento era tanto pocochequasi io m'ero venuto a noia a me medesimo; perché io erostato piú di cinquanta giorni in quel gran travaglio; eresolutomi mi messi in ordine; e in un paio di ceste 'il mio caroFelice e io ce ne andammo alla volta di Firenze; e perché ionon avevo scritto nullagiunsi a Firenze in casa la mia sorelladove io fui pianto e riso a un colpo da essa sorella. Per quel dími venne a vedere molti mia amici; fra gli altri Pier Landich'erail maggior e il piú caro che io avessi mai al mondo; l'altrogiorno venne un certo Nicolò da Monte Agutoil quale era miograndissimo amico; e perché gli aveva sentito dire al Duca:

-Benvenuto faceva molto meglio a morirsiperché gli èvenuto qui a dare in una cavezzae non gnene perdonerò mai -venendo Nicolò a medisperatamente mi disse:

-OimèBenvenuto mio caro: che se' tu venuto a far qui? nonsapevi tu quel che tu hai fatto contro al Duca? che gli ho uditogiuraredicendo che tu sei venuto a dare in una cavezza a ogni modo-.

Alloraio dissi:

-Nicolòricordate a Sua Eccellenzia che altretanto giàmi volse fare papa Clementee a sí torto; che faccia tenerconto di me e mi lasci guarire; per che io mostrerrò a SuaEccellenziache io gli sono stato il piú fidel servitore chegli arà mai in tempo di sua vita; e perché qualche mionimico arà fatto per invidia questo cattivo uffizioaspettila mia sanitàche come io posso gli renderò tal contodi meche io lo farò maravigliare -.

Questocattivo uffizio l'aveva fatto Giorgetto Vassellario aretinodipintoreforse per remunerazione di tanti benifizii fatti a lui;che avendolo trattenuto in Roma e datogli le spesee lui messomiassoqquadro la casa; perché gli aveva una sua lebbrolinaseccala quale gli aveva usato le mane a grattar sempree dormendocon un buon garzone che io avevoche si domandava Mannopensando digrattar ségli aveva scorticato una gamba al detto Manno concerte sue sporche maninele quale non si tagliava mai l'ugna. Ilditto Manno prese da me licenzae lui lo voleva ammazzare a ognimodo:


iogli messi d'accordo; di poi acconciai il detto Giorgio col cardinaldei Medicie sempre lo aiutai. Questo è il merito che luiaveva detto al duca Lessandro ch'io avevo detto male di SuaEccellenziae che io m'ero vantato di volere essere il primo asaltare in su le mura di Firenzed'accordo con li nimici di SuaEccellenzia fuorasciti. Queste parolesicondo che io intesi poigliene faceva dire quel galantuomo di Ottaviano de' Medicivolendosivendicare della stizza che aveva aùto il Duca seco per contodelle monete e della mia partita di Firenze; ma ioch'ero innocentedi quel falso appostominon ebbi una paura al mondo: e il valentemaestro Francesco da Montevarchi grandissima virtú mimedicavae ve lo aveva condotto il mio carissimo amico Luca Martiniil quale la maggior parte del giorno si stava meco.


LXXXVII.Intanto io avevo rimandato a Roma il fidelissimo Filice alla curadelle faccende di là. Sollevato alquanto la testa dalprimaccioche fu in termine di quindici giornise bene io nonpotevo andare con i mia piedimi feci portare innel palazzo de'Medicisu dove è il terrazzino: cosí mi feci mettere asedere per aspettare il Duca che passassi. E facendomi motto moltimia amici di Cortemolto si maravigliavano che io avessi preso queldisagio a farmi portare in quel modoessendo dalla infirmitàsí mal condotto; dicendomi che io dovevo pure aspettar d'esserguaritoe dipoi visitare il Duca. Essendo assai insieme ragunatietutti mi guardavano per miracolo; non tanto l'avere inteso che io eromortoma piú pareva loro miracoloche come morto parevoloro.


Alloraio dissipresente tutticome gli era stato detto da qualchescellerato ribaldo al mio signor Ducache io mi ero vantato di voleressere il primo a salire in su le mura di Sua Eccellenziae cheappresso io avevo detto male di quella; per la qual cosa a me nonbastava la vistadi vivere né di morirese prima io non mipurgavo da questa infamiae conoscere chi fussi quel temerarioribaldo che avessi fatto quel falso rapporto. A queste parole s'eraragunato una gran quantità di que' gentiluomini; e mostrandoavere di me grandissima compassionee chi diceva una cosa e chiun'altra; io dissi che mai piú mi volevo partir di quiviinsin che io non sapevo chi era quello che mi aveva accusato. Aqueste parole s'accostò fra tutti que' gentiluomini maestroAgostinosarto del Ducae disse:

-Se tu non vuoi sapere altro che cotestoora ora lo saprai -.

Apunto passava Giorgio sopradittodipintore: allora maestro Agustinodisse:

-Ecco chi t'ha accusato: ora tu sai tu se gli è vero o no -.

Ioarditamentecosí come io non mi potevo muoveredimandaiGiorgio se tal cosa era vera. Il ditto Giorgio disse che noche nonera veroe che non aveva mai detto tal cosa. Maestro Austino disse:

-O impiccatonon sai tu che io lo so certissimo? - Subito Giorgio sipartíe disse che noche lui non era stato. Stette poco epassò 'l Duca; al quali io subito mi feci sostenere innanzi aSua Eccellenziae lui si fermò. Allora io dissi che io erovenuto quivi a quel modosolo per iustificarmi. Il Duca mi guardava esi maravigliava che io fussi vivo; di poi mi disse che io attendessia essere uomo dabbene e guarire. Tornatomi a casaNiccolò daMonte Aguto mi venne a trovaree mi disse che io avevo passato unadi quelle furie la maggiore del mondoquale lui non aveva maicreduto; perché vidde il male mio scritto d'uno immutabileinchiostro; e che io attendessi a guarire prestoe poi mi andassicon Dioperché la veniva d'un luogo e da uomoil quale miarebbe fatto male. E poi ditto - guarti - e' mi disse:

-Che dispiaceri ha' tu fatti a quel ribaldaccio di Ottaviano de'Medici? - Io gli dissi che mai io avevo fatto dispiacere alluimache lui ne aveva ben fatti a me: e contatogli tutto il caso dellazeccae' mi disse:

-Vatti con Dio il piú presto che tu puoie sta' di buonavogliache piú presto che tu non credi vedrai le tua vendette-.

Ioattesi a guarire: detti consiglio a Pietropagolone' casi dellestampe delle monete; dipoi m'andai con Dioritornandomi a Romasanza far motto al Duca o altro.


LXXXVIII.Giunto che io fui a Romarallegratomi assai con li mia amicicominciai la medaglia del Duca; e avevo di già fatto in pochigiorni la testa in acciaiola piú bella opera che mai ioavessi fatto in quel generee mi veniva a vedere ogni giorno unavolta almanco un certo iscioccone chiamato messer Francesco Soderini;e veduto quel che io facevopiú volte mi disse:

-Oimècrudelacciotu ci vuoi pure immortalare questoarrabbiato tiranno. E perché tu non facesti mai opera síbellaa questo si cognosce che tu sei sviscerato nimico nostro etanto amico loroche il Papa e lui t'hanno pur voluto fare impiccardua volte a torto: quel fu il padre e il figliuolo; guardati oradallo Spirito Santo -.

Percerto si teneva che il duca Lessandro fussi figliuolo di papaClemente. Ancora diceva il ditto messer Francesco e giuravaispressamentechese lui potevache m'arebbe rubato que ferri diquella medaglia. Al quale io dissi che gli aveva fatto bene adirmeloe che io gli guarderei di sorteche lui non gli vedrebbemai piú. Feci intendere a Firenze che dicessino a Lorenzinoche mi mandassi il rovescio della medaglia. Niccolò da MonteAgustoa chi io l'avevo scrittomi scrisse cosídicendomiche n'aveva domandato quel pazzo malinconico filosafo di Lorenzino;il quale gli aveva detto che giorno e notte non pensava ad altroeche egli lo farebbe piú presto ch'egli avessi possuto:


peròmi disseche io non ponessi speranza al suo rovescioe che io nefacessi uno da per medi mia pura invenzione; e che finito che iol'avessiliberamente lo portassi al Ducaché buon per me.


Avendofatto io un disegno d'un rovescioqual mi pareva a propositoe conpiú sollecitudine che io potevo lo tiravo inanzi; ma perchéio non ero ancora assicurato di quella ismisurata infirmitàmi pigliavo assai piaceri innell'andare a caccia col mio scoppiettoinsieme con quel mio caro Filiceil quale non sapeva far nulladell'arte miama perché di continuodí e nottenoieramo insiemeogniuno s'immaginava che lui fossi eccellentissimo nel'arte. Per la qual cosalui ch'era piacevolissimomille volte ciridemmo insieme di questo gran credito che lui si aveva acquistato; eperché egli si domandava Filice Guadagnidiceva motteggiandomeco:

-Io mi chiamerei Filice Guadagni - pocose non che voi mi avete fattoacquistare un tanto gran creditoche io mi posso domandare de'Guadagni - assai -.

Eio gli dicevoche e' sono dua modi di guadagnare: il primo èquello che si guadagna a séil sicondo si è quello chesi guadagna ad altri; di modo che io lodavo in lui molto piúquel sicondo modo che 'l primoavendomi egli guadagnato la vita.


Questiragionamenti noi gli avemmopiú e piú voltema in fral'altre un dí de l'Epifaniache noi eramo insieme presso allaMaglianae di già era quasi finito il giorno: il qual giornoio avevo ammazzato col mio scoppietto de l'anitre e de l'oche assaibene; e quasi resolutomi di non tirar piú il giornoce nevenivamo sollecitamente in verso Roma. Chiamando il mio caneilquale chiamavo per nome Barucconon me lo vedendo innanzimi volsie vidi che il ditto cane ammaestrato guardava certe oche che s'eranoappollaiate in un fossato. Per la qual cosa io subito iscesi; messoin ordine il mio buono scoppiettomolto lontano tirai loroe neinvesti' dua con la sola palla; ché mai non volsi tirare conaltro che con la sola pallacon la quale io tiravo dugento bracciae il piú delle volte investivo; che con quell'altri modi nonsi può far cosí; di modo cheavendo investito le duaocheuna quasi che morta e l'altra feritache cosí feritavolava malamentequesta la seguitò il mio cane e portommela;l'altraveduto che la si tuffava adrento innel fossatolisopraggiunsi adosso. Fidandomi de' mia stivali ch'erano assai altispignendo il piede innanzi mi si sfondò sotto il terreno: sebene io presi l'ocaavevo pieno lo stivale della gamba ritta tuttod'acqua. Alzato il piede all'aria votai l'acquae montato a cavalloci sollecitavàno di tornarcene a Roma; ma perché egliera gran freddoio mi sentivo di sorte diacciare la gambache iodissi a Filice:

-Qui bisogna soccorrer questa gambaperché io non cognosco piúmodo a poterla sopportare -.

Ilbuon Filice sanza dire altro scese del suo cavalloe preso cardi elegnuzzi e dato ordine di voler far fuocoin questo mentre che ioaspettavoavendo poste le mani in fra le piume del petto diquell'ochesenti' assai caldo; per la qual cosa io non lasciai farealtrimenti fuocoma empie' quel mio stivale di quelle piume diquell'ocae subito io sentii tanto confortoche mi dette la vita.


LXXXIX.Montai a cavallovenivamo sollecitamente alla volta di Roma.Arrivati che noi fummo in un certo poco di rialtoera di giàfatto notteguardando in verso Firenze tutti a dua d'accordo movemmogran voce di maravigliadicendo:

-Oh Dio del cieloche gran cosa è quella che si vede sopraFirenze? - Questo si era com'un gran trave di fuocoil qualescintillava e rendeva grandissimo splendore. Io dissi a Filice:

-Certo noi sentiremo domane qualche gran cosa sarà stata aFirenze -.

Cosívenuticene a Romaera un buio grandissimo: e quando noi fummoarrivati vicino a Banchi e vicino alla casa nostraio avevo uncavalletto sottoil quale andava di portante furiosissimodi modocheessendosi el dí fatto un monte di calcinacci e tegolirotti nel mezzo della stradaquel mio cavallo non vedendo il montené iocon quella furia lo salsedi poi allo scenderetraboccòin modo che fare un tombolo: si messe la testa infra le gambe; onde io per propria virtú de Dio non mi feci unmale al mondo. Cavato fuora e' lumi da' vicini a quel gran romoreioch'ero saltato in piècosísanza montarealtrimentime ne corsi a casa ridendoche avevo scampato unafortuna da rompere il collo. Giunto a casa miavi trovai certi miaamiciai qualiin mentre che noi cenavamo insiemecontavo loro leistrettezze della caccia e quella diavoleria del trave di fuoco chenoi avevamo veduto: e' quali dicevano:

-Che domin vorrà significar cotesto? - Io dissi:

-Qualche novità è forza che sia avvenuto a Firenze -.

Cosípassatoci la cena piacevolmentel'altro giorno al tardi venne lanuova a Roma della morte del duca Lessandro. Per la qual cosa moltimia conoscenti mi venivan dicendo:

-Tu dicesti beneche sopra Firenze saria accaduto qualche gran cosa-.

Inquesto veniva a saltacchione in sun una certa mulettaccia quel messerFrancesco Soderini: ridendo per la via forte alla 'npazzatadiceva:

-Quest'è il rovescio della medaglia di quello iscelleratotirannoche t'aveva promesso il tuo Lorenzino de' Medici - e di piúaggiugneva:

-Tu ci volevi immortalare e' duchi: noi non vogliàn piúduchi - e quivi mi faceva le baie come se io fussi stato un capo diquelle sette che fanno e' duchi. In questo e' sopraggiunse un certoBaccio Bettiniil quale aveva un capaccio come un corbelloe ancoralui mi dava la baia di questi duchidicendomi:


-Noi gli abbiamo isducatie non arem piú duchi; e tu ce glivolevi fare inmortali - con di molte di queste parole fastidiose.


Lequali venutemi troppo a noiaio dissi loro:

-O isciocconiio sono un povero oreficeil quale servo chi mi pagae voi mi fate le baie come se io fussi un capo di parte: ma io nonvoglio per questo rimproverare a voi le insaziabilitàpazziee dappocaggine de' vostri passati; ma io dico bene a coteste tanterisa isciocche che voi fateche innanzi che e' passi dua o tregiorni il piú lungovoi arete un altro ducaforse moltopeggiore di questo passato -.

L'altrogiorno appresso venne a bottega mia quello de' Bettinie mi disse:

-E' non accadrebbe lo ispendere dinari in corrieriperché tusai le cose inanzi che le si faccino: che spirito è quello chete le dice? - E mi disse come Cosimo de' Medicifigliuolo del signorGiovanniera fatto Duca: ma che egli era fatto con certe condizionile quali l'arebbono tenutoche lui non arebbe potuto isvolazzare asuo modo. Allora toccò a me a ridermi di loroe dissi:

-Cotesti uomini di Firenze hanno messo un giovane sopra unmaraviglioso cavallopoi gli hanno messo gli sproni e datogli labriglia in mano in sua libertàe messolo in sun un bellissimocampodove è fiori e frutti e moltissime delizie; poi glihanno detto che lui non passi certi contrassegnati termini: or ditemia me voichi è quello che tener lo possaquando lui passarli voglia? Le legge non si posson dare a chi è padron di esse-.

Cosími lasciorno stare e non mi davon noia.


XC.Avendo atteso alla mia bottegae seguitavo alcune mie faccendenongià di molto momentoperché mi attendevo allarestaurazione della sanitàe ancora non mi pareva essereassicurato dalla grande infirmità che io avevo passata. Inquesto mentre lo Imperadore tornava vittorioso dalla impresa diTunizie il Papa aveva mandato per me e meco si consigliava chesorte di onorato presente io lo consigliavo per donare alloImperatore. Al quale io dissiche il piú a proposito mipareva donare a Sua Maestà una croce d'oro con un Cristoalquale io avevo quasi fatto uno ornamentoil quale sarebbegrandemente a proposito e farebbe grandissimo onore a Sua Santitàe a me. Avendo già fatto tre figurette d'orotondedigrandezza di un palmo in circa:


questeditte figure furno quelle che io avevo cominciate per il calice dipapa Clemente; erano figurate per la Fedela Speranza e la Carità;onde io aggiunsi di cera tutto il restante del piè di dettacroce; e portatolo al Papa con il Cristo di cera e con moltibellissimi ornamentisadisfece grandemente al Papa; e innanzi che iomi partissi da Sua Santità rimanemmo conformi di tutto quelloche si aveva a faree appresso valutammo la fattura di detta opera.Questo fu una sera a quattro ore di notte: el Papa aveva datocommessione a messer Latino Iuvinale che mi facessi dar danari lamattina seguente. Parve al detto messer Latinoche aveva una granvena di pazzodi volere dar nuova invenzione al Papala qualvenissi dallui stietto; che egli disturbò tutto quello che siera ordinato; e la mattinaquando io pensai andare per li dinaridisse con quella sua bestiale prosunzione:

-A noi tocca a essere gl'inventorie a voi gli operatori. Innanzi cheio partissi la sera dal Papanoi pensammo una cosa molto migliore -.



Allequal prime parolenon lo lasciando andar piú innanziglidissi:

-Né voi né il Papa non può mai pensare cosamiglioreche quelle dove e' s'interviene Cristo; sí che diteora quante pappolate cortigianesche voi sapete -.

Sanzadir altro si partí da me in còllorae cercò didare la ditta opera a un altro orefice; ma il Papa non volseesubito mandò per me e mi disseche io avevo detto benemache si volevan servire di uno Uffiziuolo di Madonnail quale eraminiato maravigliosamentee ch'era costo al cardinal de' Medici afarlo miniare piú di dumila scudi: e questo sarebbe aproposito per fare un presente alla Imperatricee che alloImperadore farebbon poi quello che avevo ordinato ioche veramenteera presente degno di lui; ma questo si faceva per aver poco tempoperché lo Imperadore s'aspettava in Roma in fra un mese emezzo. Al ditto libro voleva fare una coperta d'oro massiccioriccamente lavoratae con molte gioie addorna. Le gioie valevano incirca sei mila scudi: di modo chedatomi le gioie e l'oromessimano alla ditta operae sollecitandola in brevi giorni io la fecicomparire di tanta bellezzache il Papa si maravigliava e mi facevagrandissimi favoricon patti che quella bestia de l'Iuvinale non mivenissi intorno. Avendo la ditta opera vicina alla finecomparse loImperatorea il quale s'era fatti molti mirabili archi trionfaliegiunto in Roma con maravigliosa pompaqual toccherà ascrivere ad altriperché non vo' trattare se non di quel chetocca a mealla sua giunta subito egli donò al Papa undiamanteil quale lui aveva compero dodicimila scudi. Questodiamante il Papa lo mandò per me e me lo detteche io glifacessi un anello alla misura del dito di Sua Santità; ma chevoleva che io portassi prima el libro al termine che gli era. Portatoche io ebbi el libro al Papagrandemente gli sodisfece: di poi siconsigliava meco che scusa e' si poteva trovare con lo Imperadoreche fussi validaper essere quella ditta opera imprefetta. Allora iodissi che la valida iscusa si erache io arei detto della miaindisposizionela quale Sua Maestà arebbe facilissimamentecredutavedendomi cosí macilente e scuro come io ero. Aquesto il Papa disse che molto gli piaceva; ma che io arrogessi daparte di Sua Santitàfaccendogli presente del librodifargli presente di me istesso: e mi disse tutto il modo che io avevoatteneredelle parole che io avevo a direle qual parole io ledissi al Papadomandandolo se gli piaceva che io dicessi cosí.Il quale mi disse:

-Troppo bene dicestise a te bastassi la vista di parlare in questomodo allo Imperadoreche tu parli a me -.

Alloraio dissiche con molta maggior sicurtà mi bastava la vista diparlate con lo Imperadore; avvenga che lo Imperadore andava vestitocome mi andavo ioe che a me saria parso parlare a uno uomo chefussi fatto come me; qual cosa non m'interveniva cosí parlandocon Sua Santitàinnella quale io vi vedevo molto maggiordeitàsí per gli ornamenti eclesiasticiquali mimostravano una certa diademainsieme con la bella vecchiaia di SuaSantità: tutte queste cose mi facevano piú temerechenon quelle dello Imperadore. A queste parole il Papa disse:

-VaBenvenuto mioche tu sei un valente uomo: facci onorechébuon per te.


XCI.Ordinò il Papa dua cavalli turchii quali erano istati dipapa Clementeed erono i piú belli che mai venissi inCristianità. Questi dua cavalli il Papa commesse a messerDurante suo cameriere che gli menassi giú ai corridoi delpalazzoe ivi li donassi allo Imperadoredicendo certe parole chelui gl'impose. Andammo giú d'accordo; e giunti alla presenzadello Imperadoreentrò que' dua cavalli con tanta maestàe con tanta virtú per quelle camereche lo Imperadore eogniuno si maravigliava. In questo si fece innanzi il ditto messerDurante con tanto isgraziato modo e con certe sue parole brescianeannodandosigli la lingua in boccache mai si vidde e sentípeggio: mosse lo Imperadore alquanto a risa. In questo io di giàavevo iscoperto la ditta opera mia; e avvedutomi che con gratissimomodo lo Imperadore aveva volto gli occhi inverso di mesubitofattomi innanzidissi:

-Sacra Maestàil santissimo nostro papa Paulo manda questolibro di Madonna a presentare a Vostra Maestàil quale si èscritto a mano e miniato per mano de il maggior uomo che mai facessital professione; e questa ricca coperta d'oro e di gioie ècosi imprefetta per causa della mia indisposizione: per la qualcosaSua Santità insieme con il ditto libro presenta me ancoraeche io venga apresso a Vostra Maestà a finirgli il suo libro;e di piú tutto quello che lei avessi in animo di farepertanto quanto io vivessilo servirei -.

Aquesto lo Imperadore disse:

-Il libro m'è grato e voi ancora; ma voglio che voi me lofiniate in Roma; e come gli è finito e voi guaritoportatemelo e venitemi a trovare -.

Dipoi innel ragionare mecomi chiamò per nomeper la qual cosaio mi maravigliai perché non c'era intervenuto parole doveaccadessi il mio nome; e mi disse aver veduto quel bottone delpiviale di papa Clementedove io avevo fatto tante mirabil figure.Cosí distendemmo ragionamenti di una mezz'ora interaparlandodi molte diverse cose tutte virtuose e piacevole: e perché ame pareva esserne uscito con molto maggiore onore di quello che iom'ero promessofatto un poco di cadenza a il ragionamentofecireverenzia e partimmi. Lo Imperadore fu sentito che disse:

-Dònisi a Benvenuto cinquecento scudi d'oro subito - di modoche quello che li portò sudimandò qual era l'uomo delPapa che aveva parlato allo Imperatore. Si fece innanzi messerDuranteil quale mi rubò li mia cinquecento scudi. Io me nedolsi col Papa; il quale disse che io non dubitassi; che sapeva ognicosaquant'io m'ero portato bene a parlare allo Imperadoree che diquei danari io ne arei la parte mia a ogni modo.


XCII.Tornato alla bottega miamessi mano con gran sollecitudine a finirel'anello del diamante; el quale mi fu mandato quattroi primigioiellieri di Roma; perché era stato detto al Papache queldiamante era legato per mano del primo gioiellier del mondo inVineziail quale si chiamava maestro Miliano Targhettae per esserquel diamante alquanto sottileera impresa troppo difficile a farlasanza gran consiglio. Io ebbi caro e' quattro uomini gioiellieriinfra i quali si era un milanese domandato Gaio.


Questoera la piú prosuntuosa bestia del mondoe quello che sapevamanco e gli pareva saper piú: gli altri erano modestissimi evalentissimi uomini. Questo Gaio innanzi a tutti cominciò aparlare e disse:

-Salvisi la tinta di Miliano e a quellaBenvenutotu farai diberretta; perché sí come 'l tignere un diamante èla piú bella e la piú difficil cosa che sia ne l'artedel gioiellareMiliano è il maggior gioielliere che fussi maial mondoe questo si è il piú difficil diamante -.

Alloraio dissiche tanto maggior gloria mi era il combattere con un cosívaloroso uomo d'una tanta professione; dipoi mi volsi agli altrigioiellieri e dissi:

-Ecco che io salvo la tinta di Miliano; e mi proverrò sefaccèndone io migliorassi quella; quando che nocon quellamedesima lo ritigneremo -.

Ilbestial Gaio disse chese io la facessi a quel modovolentieri lefarebbe di berretta. Al quale io dissi:

-Adunque faccendola megliolei merita due volte di berretta:

-Sí - disse; e io cosí cominciai a far le mie tinte.


Messomiintorno con grandissima diligenzia a fare le tintele quali al suoluogo insegnerò come le si fanno: certissimo che il dettodiamante era il piú difficile che mai né prima népoi mi sia venuto innanzie quella tinta di Miliano eravirtuosamente fatta; però la non mi sbigottí ancora.Ioauzzato i mia ferruzzi dello ingegnofeci tanto che io non tantoraggiugnerlama la passai assai bene. Dipoiconosciuto che io avevovinto luiandai cercando di vincer mee con nuovi modi feci unatinta che era meglio di quella che io avevo fattodi gran lunga.Dipoi mandai a chiamare i gioiellierie tinto con la tinta diMiliano il diamanteda poi ben nettolo ritinsi con la mia.Mòstrolo a' gioiellieriun primo valent'uomo di loroilquale si domandava Raffael del Moropreso il diamante in manodissea Gaio:

-Benvenuto ha passato la tinta di Miliano -.

Gaioche non lo voleva crederepreso il diamante in manoe' disse:

-Benvenutoquesto diamante è meglio dumila ducatiche con latinta di Miliano -.

Alloraio dissi:

-Da poi che io ho vinto Milianovediamo se io potessi vincer memedesimo - e pregatogli che mi aspettassino un pocoandai in sun unmio palchettoe fuor della presenza loro ritinsi il diamanteeportatolo a' gioiellieriGaio subito disse:

-Questa è la piú mirabil cosa che io vedessi mai intempo di mia vitaperché questo diamante val meglio didiciotto mila scudidove che appena noi lo stimavamo dodici -.



Glialtri gioiellieri voltisi a Gaiodissono:

-Benvenuto è la gloria dell'arte nostrae meritamente e allesue tinte e allui doviamo fare di berretta -.

Gaioallora disse:

-Io lo voglio andare a dire al Papae voglio che gli abbia millescudi d'oro di legatura di questo diamante -.

Ecorsosene al Papagli disse il tutto; per la qual cosa il Papa mandòtre volte quel dí a veder se l'anello era finito. Alleventitré ore poi io portai su l'anello:


eperché e' non mi era tenuto portaalzato cosídiscretamente la portieraviddi il Papa insieme col marchese delGuastoil quale lo doveva istrignere di quelle cose che lui nonvoleva faree senti' che disse al Marchese:

-Io vi dico di noperché a me si appartiene esser neutro e nonaltro -.

Ritiratomipresto indietroil Papa medesimo mi chiamò: onde io prestoentraie pòrtogli quel bel diamante in manoil Papa mi tiròcosí da cantoonde il Marchese si scostò. Il Papa inmentre che guardava il diamantemi disse:

-Benvenutoappicca meco ragionamento che paia d'importanzae nonrestar mai in sin che il Marchese istà qui in questa camera -.

Emosso a passeggiarela cosa che faceva per memi piacqueecominciai a ragionar col Papa del modo che io avevo fatto a tignereil diamante. Il Marchese istava ritto da cantoappoggiato a un pannod'arazzoe or si scontorceva in sun un piè e ora in sun unaltro. La tema di questo ragionamento era tanto d'importanzavolendodirla beneche si sarebbe ragionato tre ore intere. Il Papa nepigliava tanto gran piacereche trapassava il dispiacere che gliaveva del Marcheseche stessi quivi. Io che avevo mescolato inne'ragionamenti quella parte di filosofia che s'apparteneva in quellaprofessionedi modo che avendo ragionato cosí vicino aun'oravenuto a noia al Marchesemezzo in còllora si partí:allora il Papa mi fece le piú domestiche carezzecheimmaginar si possa al mondoe disse:

-AttendiBenvenuto mioche io ti darò altro premio alle tuevirtúche mille scudi che m'ha ditto Gaio che merita la tuafatica -.

Cosípartitomiil Papa mi lodava alla presenza di quei suoi domesticiinfra i quali era quel Latin Iuvenaleche dianzi io avevo parlato.Il qualeper essermi diventato nimicocercava con ogni studio difarmi dispiacere; e vedendo che il Papa parlava di me con tantaaffezione e virtúdisse:

-E' non è dubbio nessuno che Benvenuto è persona dimaraviglioso ingegno; ma se bene ogni uomo naturalmente ètenuto a voler bene piú a quelli della patria sua che aglialtriancora si doverrebbe bene considerare in che modo e' si deeparlare di un Papa. Egli ha avuto a direche papa Clemente era ilpiú bel principe che fussi maie altrettanto virtuosoma síbene con mala fortuna; e dice che Vostra Santità ètutta al contrarioe che quel regno vi piagne in testae che voiparete un covon di paglia vestitoe che in voi non è altroche buona fortuna -.

Questeparole furno di tanta forzadette da colui che benissimo le sapevadireche il Papa le credette: io non tanto non l'aver dettema inconsiderazion mia non venne mai tal cosa. Se il Papa avessi possutocon suo onoremi arebbe fatto dispiacere grandissimo; ma comepersona di grandissimo ingegnofece sembiante di ridersene: nientedi manco e' riservò in sé un tanto grand'odio in versodi meche era inistimabile; e io me ne cominciai a 'vvedereperchénon entravo innelle camere con quella facilità di primaanzicon grandissima difficultà. E perché io ero purmolt'anni pratico in queste cortee' m'immaginai che qualche unoavessi fatto cattivo uffizio contro a di me; e destramentericercandonemi fu detto il tuttoma non mi fu detto chi fussistato; e io non mi potevo inmaginare chi tal cosa avessi dettochesapendolo io ne arei fatto vendette a misura di carboni.


XCIII.Attesi a finire il mio libretto; e finito che io l'ebbilo portaidal Papail quale veramente non si potette tenere che egli non me lolodassi grandemente. Al quale io dissi che mi mandassi a portarlocome lui mi aveva promesso. Il Papa mi risposeche farebbe quantogli venissi bene di fare e che io avevo fatto quel che s'appartenevaa me. Cosí dette commessione che io fossi ben pagato. Dellequale opere in poco piú di dua mesi io mi avanzai cinquecentoscudi: il diamante mi fu pagato a ragion di cencinquanta scudi e nonpiú; tutto il restante mi fu dato per fattura di quellibrettola qual fattura ne meritava piú di milleper essereopera ricca di assai figure e fogliami e smalti e gioie. Io mi presiquel che io possetti averee feci disegno di andarmi con Dio diRoma. In questo il Papa mandò il detto libretto alloImperadore per un suo nipote domandato il signore Sforzail qualepresentando il libro allo Imperadorelo Imperatore l'ebbegratissimoe subito domandò di me. Il giovanetto signoreSforzaammaestratodisse che per essere io infermo non ero andato.Tutto mi fu ridetto.


Intantomessomi io in ordine per andare alla volta di Francia; e me ne volevoandare soletto; ma non possettiperché un giovanetto chestava mecoil quale si domandava Ascanio; questo giovane era di etàmolto tenera ed era il piú mirabil servitore che fossi mai almondo; e quando io lo presie' s'era partito da un suo maestrochesi domandava Francescoche era spagnolo e orefice.


Ioche non arei voluto pigliare questo giovanetto per non venire incontesa con il detto spaguolodissi a Ascanio:

-Non ti voglioper non fare dispiacere al tuo maestro -.

E'fece tanto che il maestro suo mi scrisse una polizzache liberamenteio lo pigliassi. Cosí era stato meco di molti mesi; e peressersi partito magro e spuntonoi lo domandavamo il Vecchino; e iopensavo che fossi un vecchinosí perché lui servivatanto bene; e perché gli era tanto saputonon pareva ragioneche innell'età di tredici anniche lui diceva di averevifussi tanto ingegno. Or per tornarecostui in quei pochi mesi messepersonae ristoratosi dallo istento divenne il piú belgiovane di Romae sí per essere quel buon servitor che io hodettoe perché gl'imparava l'arte maravigliosamenteio gliposi uno amore grandissimo come figliuoloe lo tenevo vestito comese figliuolo mi fussi stato. Vedutosi il giovane restauratoe' glipareva avere aùto una gran ventura a capitarmi alle mane.Andava ispesso a ringraziare il suo maestroche era stato causa delsuo gran bene; e perché questo suo maestro aveva una bellagiovane per moglielei diceva:

-Surgettoche hai tu fatto che tu sei diventato cosí bello? -e cosí lo chiamavano quando gli stava con esso loro. Ascaniorispose a lei:

-Madonna Francescaè stato lo mio maestro che mi ha fatto cosíbello e molto piú buono -.

Costeivelenosetta l'ebbe molto per male che Ascanio dicessi cosí: eperché lei aveva nome di non pudica donnaseppe fare a questogiovanetto qualche carezza forse piú là che l'uso del'onestà; per la qual cosa io mi avvedevo che molte voltequesto giovanetto andava piú che 'l solito suo a vedere la suamaestra. Accaddeche avendo un giorno dato malamente delle busse aun fattorino di bottegail qualegiunto che io fuiche venivo difuorail detto fanciullo piagnendo si dolevadicendomi che Ascaniogli aveva dato sanza ragion nessuna. Alle qual parole io dissi aAscanio:

-O con ragione o senza ragionenon ti venga mai piú dato anessun di casa miaperché tu sentirai in che modo io so dareio -.

Eglimi rispose: onde io subito mi gli gittai addossoe gli detti dipugna e calci le piú aspre busse che lui sentissi mai. Piútosto che lui mi possette uscir delle manesanza cappa e sanzaberretta fuggí fuorae per dua giorni io non seppi mai dovelui si fussiné manco ne cercavose none in capo di duagiorni mi venne a parlare un gentiluomo spagnuoloil quale sidomandava don Diego. Questo era il piú liberale uomo che ioconoscessi mai al mondo; io gli avevo fatte e facevo alcune operedimodo che gli era assai mio amico. Mi disse che Ascanio era tornatocol suo vecchio maestroe chese e' mi parevache io gli dessi lasua berretta e cappa che io gli avevo donata. A queste parole iodissi che Francesco si era portato malee che gli aveva fatto dapersona malcreata; perché se lui m'avessi detto subito cheAscanio fu andato dalluisí come lui era in casa suaiomolto volentieri gli arei dato licenzia; ma per averlo tenuto duagiornipoi né me lo fare intendereio non volevo che glistessi seco; e che facessi che io non io vedessi in modo alcuno incasa sua. Tanto riferí don Diego: per la qual cosa il dettoFrancesco se ne fece beffe.


L'altramattina seguente io vidi Ascanioche lavorava certe pappolate difilo accanto al ditto maestro. Passando ioil ditto Ascanio mi feceriverenziae il suo maestro quasi che mi derise.


Mandommia dire per quel gentiluomo don Diego chese a me parevache iorimandassi a Ascanio e' panni che io gli avevo donati; quando che nonon se ne curavae che a Ascanio non mancheria panni. A questeparole io mi volsi a don Diego e dissi:

-Signor don Diegoin tutte le cose vostre io non viddi mai néil piú liberale né il piú dabbene di voi; macotesto Francesco è tutto il contrario di quel che voi sieteperché gli è un disonorato marrano. Ditegli cosída mia parteche se innanzi che suoni vespro lui medesimo non m'harimenato Ascanio qui alla bottega miaio l'ammazzerò a ognimodo; e dite a Ascanioche se lui non si leva di quivi in quell'oraconsacrata al suo maestroche io farò a lui poco manco -.

Aqueste parole quel signor don Diego non mi rispose nienteanzi andòe messe in opera cotanto spavento al ditto Francescoche lui nonsapeva che farsi. Intanto Ascanio era ito a cercar di suo padreilquale era venuto a Roma da Tagliacozzidi donde gli era; e sentendoquesto scompiglioancora lui consigliava Francesco che dovessirimenare Ascanio a me. Francesco diceva a Ascanio:

-Vavvi da tee tuo padre verrà teco -.

DonDiego diceva:

-Francescoio veggo qualche grande scandolo: tu sai meglio di me chiè Benvenuto; rimènagnene sicuramentee io verròteco -.

Ioche m'ero messo in ordinepasseggiavo per bottega aspettando iltocco di vesprodispostomi di fare una delle piú rovinosecose che in tempo di mia vita mai fatta avessi. In questosopraggiunse don DiegoFrancesco e Ascanioe il padreche io nonconosceva. Entrato Ascanioio che gli guardavo tutti con l'occhiodella stizzaFrancesco di colore ismorto disse:

-Eccovi rimenato Ascanioil quale io tenevonon pensando farvidispiacere -.

Ascanioreverentemente disse:

-Maestro mioperdonatemi; io son qui per far tutto quello che voi micomanderete -.

Alloraio dissi:

-Se' tu venuto per finire il tempo che tu m'hai promesso? - Disse disíe per non si partir mai piú da me. Io mi volsiallora e dissi a quel fattorinoa chi lui aveva datoche gliporgessi quel fardello de' panni: e allui dissi:

-Eccoti tutti e' panni che io t'avevo donatie con essi abbi la tualibertà e va dove tu vuoi -.

DonDiego restato maravigliato di questoché ogni altra cosaaspettava. In questoAscanio insieme col padre mi pregava che io glidovessi perdonare e ripigliarlo. Domandato chi era quello che parlavaper luimi disse esser suo padre; al quale di poi molte preghieredissi:

-E per esser voi suo padreper amor vostro lo ripiglio.


XCIV.Essendomi risolutocome io dissi poco fadi andarmene alla volta diFranciasí per aver veduto che il Papa non mi aveva in quelconcetto di primaché per via delle male lingue m'era statointorbidato la mia gran servitúe per paura che quelli chepotevano non mi facessin peggio; però mi ero disposto dicercare altro paeseper veder se io trovavo miglior fortunaevolentieri mi andavo con Diosolo. Essendomi risoluto una sera perpartirmi la mattinadissi a quel fidel Feliceche si godessi tuttele cose mia insino al mio ritorno; e se avveniva che io nonritornassivolevo che ogni cosa fossi suo. E perché io avevoun garzone peruginoil quale mi aveva aiutato finir quelle opere delPapaa questo detti licenziaavendolo pagato delle sue fatiche.


Ilquale mi disseche mi pregava che io lo lasciassi venir mecoe chelui verrebbe a sue spese; che s'egli accadessi che io mi fermassi alavorare con il Re di Franciagli era pure il meglio che io avessimeco de li mia Italianie maggiormente di quelle persone che iocognoscevo che mi arebbon saputo aiutare. Costui seppe tantopregarmiche io fui contento di menarlo meco innel modo che luiaveva detto. Ascaniotrovandosi ancora lui alla presenza di questoragionamentodisse mezzo piangendo:

-Dipoi che voi mi ripigliastii' dissi di voler star con voi a vitae cosí ho in animo di fare -.

Iodissi al ditto che io non lo volevo per modo nessuno. Il poverogiovanetto si metteva in ordine per venirmi drieto a piede. Vedutofatto una tal resoluzionepresi un cavallo ancora per luiemessogli una mia valigetta in groppami caricai di molti piúornamenti che fatto io non arei; e partitomi di Roma ne venni aFirenzee da Firenze a Bolognae da Bologna a Vineziae da Vineziame ne andai a Padova: dove io fui levato d'in su l'osteria da quelmio caro amicoche si domandava Albertaccio del Bene. L'altro giornoa presso andai a baciar le mane a messer Pietro Bemboil quale nonera ancor cardinale. Il detto messer Pietro mi fece le piústerminate carezze che mai si possa fare a uomo del mondo; di poi sivolse ad Albertaccio e disse:

-Io voglio che Benvenuto resti qui con tutte le sue personese lui neavessi ben cento; sí che risolvetevivolendo anche voiBenvenutoa restar qui mecoaltrimenti io non ve lo voglio rendere- e cosí mi restai a godere con questo virtuosissimo Signore.Mi aveva messo in ordine una camerache sarebbe troppo onorevole aun cardinalee continuamente volse che io mangiassi accanto a SuaSignoria. Dipoi entrò con modestissimi ragionamentimostrandomi che arebbe aùto desiderio che io lo ritraessi; eioche non desideravo altro al mondofattomi certi stucchicandidissimi dentro in uno scatolinolo cominciai; e la primagiornata io lavorai dua ore continuee bozzai quella virtuosa testadi tanta buona graziache Sua Signoria ne restò istupefatta;e come quello che era grandissimo innelle sue lettere e innellapoesia in superlativo gradoma di questa mia professione SuaSignoria non entendeva nulla al mondo: il perché si èche allui parve che io l'avessi finita a quel tempoche io nonl'avevo a pena cominciata: di modo che io non potevo dargli adintendere che la voleva molto tempo a farsi bene. All'utimo io mirisolsi a farla il meglio che io sapevo col tempo che la meritava:


eperché egli portava la barba corta alla venizianami dette digran fatiche a fare una testa che mi sadisfacessi. Pure la fini' e miparve fare la piú bella opera che io facessi maiper quantosi aparteneva a l'arte mia. Per la qual cosa io lo viddi sbigottitoperché e' pensava che avendola io fatta di cera in dua ore iola dovessi fare in dieci d'acciaro. Veduto poi che io non l'avevopotuta fare in dugento ore di cerae dimandavo licenzia perandarmene alla volta di Franciail perché lui si sturbavamoltoe mi richiese che io gli facessi un rovescio a quella suamedagliaalmanco; e questo fu un caval Pegaseo in mezzo a unaghirlanda di mirto. Questo io lo feci in circa a tre ore di tempodandogli bonissima grazia; e essendo assai sadisfattodisse:

-Questo cavallo mi par pure maggior cosa l'un dieciche non èil fare una testolinadove voi avete penato tanto: io non son capacedi questa difficultà -.

Puremi diceva e mi pregavache io gnene dovessi fare in acciarodicendomi:

-Di grazia fatemelaperché voi me la farete ben prestose voivorrete -.

Iogli promessi che quivi io non la volevo fare; ma dove io mi fermassia lavorare gliene farei senza manco nessuno. In mentre che noitenevamo questo propositoio ero andato a mercatare tre cavalli perandarmene alla volta di Francia; e lui faceva tener conto di mesegretamenteperché aveva grandissima autorità inPadova; di modo che volendo pagare i cavallili quali avevomercatati cinquanta ducatiil padrone di essi cavalli mi disse:

-Virtuoso uomoio vi fo un presente delli tre cavalli -.

Alquale io risposi:

-Tu non sei tu che me gli presenti; e da quello che me gli presenta ionon gli voglioperché io non gli ho potuto dar nulla dellefatiche mie -.

Ilbuono uomo mi disse chenon pigliando quei cavagliio non cavereialtri cavagli di Padova e sarei necessitato a 'ndarmene a piede. Aquesto io me ne andai al magnifico messer Pietroil quale facevavista di non saper nullae pur mi carezzavadicendomi che iosoprastessi in Padova. Io che non ne volevo far nulla ed ero dispostoa 'ndarmene a ogni modomi fu forza accettare li tre cavalli; e conessi me ne andai.


XCV.Presi il cammino per terra di Grigioniperché altro camminonon era sicurorispetto alle guerre. Passammo le montagne dell'Albae della Berlina: era agli otto dí di maggio ed era la nevegrandissima. Con grandissimo pericolo della vita nostra passammoqueste due montagne. Passate che noi le avemmoci fermammo a unaterra la qualese ben mi ricordosi domanda Valdistà: quivialloggiammo. La notte vi capitò un corriere fiorentinoilquale si domandava il Busbacca. Questo corriere io l'avevo sentitoricordare per uomo di credito e valente nella sua professionee nonsapevo che gli era scadutoper le sue ribalderie. Quando e' mi veddeall'osterialui mi chiamò per nomee mi disse che andava percose d'inportanza a Lionee che di grazia io gli prestassi dinariper il viaggio. A questo io dissiche non avevo danari da potergliprestarema che volendo venir meco di compagnia io gli farei lespese insino a Lione.


Questoribaldo piagneva e facevami le belle lustre dicendomicome - per e'casi d'importanza della nazione essendo mancato danari a un poverocorrieriun par vostro è ubbrigato a 'iutarlo - e di piúmi disse che portava cose di grandissima importanza di messer FilippoStrozzi: e perché gli aveva una guaina d'un bicchiere copertadi cuoiomi disse innell'orecchioche in quella guaina era unbicchier d'argentoe che in quel bicchiere era gioie di valore dimolte migliaia di ducatie che e' v'era lettere di grandissimaimportanzale quali mandava messer Filippo Strozzi. A questo iodissi a luiche mi lasciassi rinchiuder le gioie a dosso a luimedesimole quali porterebbon manco pericolo che a portarle in quelbicchiere; e che quel bicchiere lasciassi a meil quale potevavalere dieci scudi incircae io lo servirei di venticinque. A questeparole il corrier disseche se ne verrebbe meconon potento faraltroperché lasciando quel bicchiere non gli sarebbe onore.Cosí la mozzammo; e la mattina partendoci arrivammo a un lagoche è in fra Valdistate e Vessa; questo lago è lungoquindici migliadove e s'arriva a Vessa. Veduto le barche di questolagoio ebbi paura; perché le dette barche son d'abetenonmolto grande e non molto grossee non son confittené mancoimpeciate; e se io non vedevo entrare in un'altra simile quattrogentiluomini tedeschi con i loro cavagliio non entravo mai inquesta; anzi mi sarei piú presto tornato addietro; ma io mipensaialle bestialità che io vedevo fare a colorochequelle acque tedesche non affogassinocome fanno le nostre dellaItalia.


Quellimia dua giovani mi dicevano pure:

-Benvenutoquesta è una pericolosa cosa a entrarci drento conquattro cavalli -.

Ae' quali io dicevo:

-Non considerate voipoltroniche quei quattro gentiluomini sonoentrati innanzi a noie vanno via ridendo? Se questo fussi vinocome l'è acquaio direi che lor vanno lieti per affogarvidrento; ma perché l'è acquaio so ben che e' non hannopiacere d'affogarvisí ben come noi -.

Questolago era lungo quindici miglia e largo tre in circa; da una banda eraun monte altissimo e cavernosodall'altra era piano e erboso. Quandonoi fummo drento in circa quattro migliail ditto lago cominciòa far fortunadi sorte che quelli che vogavano ci chiedevano aiutoche noi gli aiutassimo vogare; cosí facemmo un pezzo. Ioaccennavoe dicevo che ci gettassino a quella proda di là;lor dicevano non esser possibileperché non v'è acquache sostenessi la barcae che e' v'è certe seccheper lequale la barca subito si disfarebbe e annegheremmo tuttie pure cisollecitavano che noi aiutassimo loro. E' barcheriuoli si chiamavanol'un l'altrochiedendosi aiuto. Vedutogli io sbigottitiavendo uncaval savio gli acconciai la briglia al collo e presi una parte dellacavezza con la man mancina. Il cavallo che erasí come sonocon qualche intelligenzapareva che si fussi avveduto quel che iovolevo fareche avendogli volto il viso in verso quell'erba frescavolevo chenotandoancora me istrascicassi seco. In questo venneuna onda sí grande da quel lagoche la soprafece la barca.


Ascaniogridando:

-Misericordiapadre mioaiutatemi - mi si volse gittare addosso; ilperché io messi mano al mio pugnalettoe gli dissi chefacessino quel che io avevo insegnato loroperché i cavaglisalverebbon lor la vita sí benecom'io speravo camparlaancora io per quella via; e se piú e' mi si gittassi addossoio l'ammazzerei. Cosí andammo innanzi parecchi miglia conquesto mortal pericolo.


XCVI.Quando noi fummo a mezzo il lagonoi trovammo un po' di piano dapoterci riposaree in su questo piano viddi ismontato quei quattrogentiluomini tedeschi. Quando noi volemmo ismontareil barcherolonon voleva per niente. Allora io dissi a' mia giovani:

-Ora è tempo a far qualche pruova di noi: sí che mettetemano alle spadee facciàno che per forza e' ci mettino interra - . Cosí facemmo con gran difficultàperchélor fecion grandissima resistenza. Pure messi che noi fummo in terrabisognava salire due miglia su per quel monteil quale era piúdifficile che salire su per una scala a piuoli. Io ero tutto armatodi maglia con istivali grossi e con uno scoppietto in manoe piovevaquanto Idio ne sapeva mandare. Quei diavoli di quei gentiluominitedeschi con quei lor cavalletti a mano facevano miracoliil perchéi nostri cavagli non valevano per questo effettoe crepavamo difatica a farli salire quella difficil montagna. Quando noi fummo insu un pezzoil cavallo d'Ascanioche era un cavall'ungheromirabilissimoquesto era innanzi un pochetto al Busbacca corrieree'l ditto Ascanio gli aveva dato la sua zagagliache gliene aiutassiportare; avvenne che per e' cattivi passi quel cavallo isdrucciolòe andò tanto barcollonenon si potendo aiutareche percossein su la punta della zagaglia di quel ribaldo di quel corrierechenon l'aveva saputa iscansare; e passata al cavallo la gola a banda abandaquell'altro mio garzonevolendo aiutare ancora il suocavalloche era un caval morelloisdrucciolò inverso il lagoe s'attenne a un respoil qual era sottilissimo. In su questocavallo era un paio di bisaccenelle quali era drento tutti e' miadanari con ciò che io avevo di valore: dissi al giovane chesalvassi la sua vitae lasciassi andare il cavallo in malora: lacaduta si era piú d'un miglio e andava a sottosquadro e cadevanel lago. Sotto questo luogo a punto era fermato quelli nostribarcheruoli; a tale che se il cavallo cadevadava loro a puntoaddosso. Io era innanzi a tutti e stavamo a vedere tombolare ilcavalloil quale pareva che andassi al sicuro in perdizione. Inquesto io dicevo a' mia giovani:

-Non vi curate di nullasalvianci noi e ringraziamo Idio d'ogni cosa;a me mi sa solamente male di questo povero uomo del Busbaccache halegato il suo bicchiere e le sue gioieche son di valore di parecchimigliaia di ducatiall'arcione di quel cavallopensandoquell'essere piú sicuro: e mia son pochi cento di scudie nonho paura di nulla al mondopurché io abbia la grazia de Dio-.

IlBusbacca allora disse:

-E' non m'incresce de' miama e m'incresce ben de' vostri -.

Dissia lui:

-Perché t'incresc'egli de' mia pochie non t'incresce de' tuaassai? - Il Busbacca disse allora:

-Dirovelo in nel nome di Dio: in questi casi e ne' termini che noisiamobisogna dire il vero. Io so che i vostri sono iscudie son dadovero; ma quella mia vesta di bicchieredove io ho detto essertante gioie e tante bugieè tutta piena di caviale -.

Sentendoquesto io non possetti fare che io non ridessi: quei mia giovanirisono; lui piagneva. Quel cavallo si aiutòquando noil'avevamo fatto ispacciato. Cosí ridendo ripigliammo le forzee mettemmoci a seguitare il monte.


Quelliquattro gentiluomini tedeschich'erono giunti prima di noi in cimadi quella ripida montagnaci mandorno alcune personele quali ciaiutorno; tanto che noi giugnemmo a quel salvatichissimoalloggiamento: doveessendo noi molliistracchi e affamatifummopiacevolissimamente ricevuti; e ivi ci rasciugammoci riposammosodisfacemmo alla fame e con certe erbacce fu medicato il cavalloferito; e ci fu insegnato quella sorte d'erbele quali n'era pienola siepee ci fu dettoche tenendogli continuamente la piaga pienadi quell'erbeil cavallo non tanto guarirebbema ci servirebbe comese non avessi un male al mondo: tanto facemmo.


Ringraziatoi gentiluominie noi molto ben ristoratidi quivi ci partimmo epassammo innanziringraziando Idioche ci aveva salvati da quelgran pericolo.


XCVII.Arrivammo a una terra di là da Vessa: qui ci riposammo lanottedove noi sentimmo a tutte l'ore della notte una guardiachecantava in molto piacevol modo; e per essere tutte quelle case diquella città di legno di abetola guardia non diceva altracosase non che s'avessi cura al fuoco. Il Busbaccache eraspaventato della giornataa ogni ora che colui cantavael Busbaccagridava in sognodicendo:

-Ohimè Idioche io affogo! - e questo era lo spavento delpassato giorno; e arroto a quelloche s'era la sera inbriacatoperché volse fare a bere quella sera con tutti e' tedeschi chevi erano; e talvolta diceva:

-Io ardo - e talvolta:

-Io affogo -: gli pareva essere alcune volte innello 'nfernomarterizzato con quel caviale al collo. Questa notte fu tantopiacevoleche tutti e' nostri affanni si erano conversi in risa. Lamattina levatici con bellissimo tempoandammo a desinare a una lietaterra domandata Lacca. Quivi fummo mirabilmente trattati; di poipigliammo guidele quali erano di ritorno a una terra chiamataSurich. La guida che menavaandava su per un argine d'un lagoe nonv'era altra stradae questo argine ancora lui era coperto d'acquain modo che la bestial guida sdrucciolòe il cavallo e luiandorno sotto l'acqua. Ioche ero drieto alla guida a puntofermatoil mio cavalloistetti a veder la bestia sortir dell'acqua; e comese nulla non fossi statoricominciò a cantaree accennavamiche io andassi innanzi. Io mi gittai in su la man rittae roppicerte siepe; cosí guidavo i mia giovani e 'l Busbacca. Laguida gridavadicendomi in tedesco pure che se quei populi mivedevanomi arebbero ammazzato. Passammo innanzi e scampammoquell'altra furia. Arrivammo a Surichcittà maravigliosapulita quanto un gioiello. Quivi riposammo un giorno interodi poiuna mattina per tempo ci partimmo; capitammo a un'altra bella cittàchiamata Solutorno: di quivi capitammo a Usannada Usanna a Ginevrada Ginevra a Lionesempre cantando e ridendo. A Lione mi riposai perquattro giornate; molto mi rallegrai con alcuni mia amici; fui pagatodella spesa che io avevo fatta per il Busbacca; di poi in capo deiquattro giornipresi il cammino per la volta di Parigi. Questo fuviaggio piacevolesalvo che quando noi giugnemmo alla Palissaunabanda di venturieri ci volsono assassinaree non con poca virtúci salvammo. Di poi ce ne andammo insino a Parigi sanza un disturboal mondo: sempre cantando e ridendo giugnemmo a salvamento.


XCVIII.Riposatomi in Parigi alquantome ne andai a trovare il Rossodipintoreil quale stava al servizio del Re. Questo Rosso io pensavache lui fossi il maggiore amico che io avessi al mondoperchéio gli avevo fatto in Roma i maggior piaceri che possa fare un uomo aun altro uomo; e perché questi cotai piaceri si posson direcon brieve paroleio non voglio mancare di non gli diremostrandoquant'è sfacciata la ingratitudine. Per la sua mala linguaessendo lui in Romagli aveva detto tanto male de l'opere diRaffaello da Urbinoche i discepoli suoi lo volevano ammazzare aogni modo: da questo lo campaiguardandolo dí e notte congrandissime fatiche. Ancora per aver detto male di maestro Antonio daSan Gallomolto eccellente architettoregli fece torre un'opera chelui gli aveva fatto avere da messer Agnol de Cesi; dipoi cominciòtanto a far contro a di luiche egli l'aveva condotto a morirsi difame; per la qual cosa io gli prestai di molte decine di scudi pervivere. E non gli avendo ancora riautisapendo che gli era alservizio del Relo andaicome ho dettoa visitare: non tantopensavo che lui mi rendessi li mia dinarima pensavo che mi dessiaiuto e favore per mettermi al servizio di quel gran Re. Quandocostui mi veddesubito si turbò e mi disse:


-Benvenutotu se venuto con troppa spesa innun cosí granviaggiomassimo di questo tempoche s'attende alla guerra e non abaiuccole di nostre opere -.

Alloraio dissiche io avevo portato tanti dinari da potermene tornare aRoma in quel modo che io ero venuto a Parigi; e che questo non era ilcambio delle fatiche che io avevo durate per lui; e che io cominciavoa credere quel che mi aveva detto di lui maestro Antonio da SanGallo.


Volendosimetter tal cosa in burlaessendosi avveduto della suasciagurataggineio gli mostrai una lettera di cambio di cinquecentoscudi a Ricciardo del Bene. Questo sciagurato pur si vergognavaevolendomi tenere quasi per forzaio mi risi di luie me ne andaiinsieme con un pittoreche era quivi alla presenza.


Questosi domandava lo Sguazzella: ancora lui era fiorentino; anda'mene astare in casa sua con tre cavalli e tre servitori a tanto lasettimana. Lui benissimo mi trattavae io meglio lo pagavo. Di poicercai di parlare al Real quale m'introdusse un certo messerGiuliano Buonaccorsi suo tesauriere. A questo io soprastetti assaiperché io non sapevo che il Rosso operava ogni diligenzacheio non parlassi al Re. Poiché il ditto messer Giuliano se nefu avvedutosubito mi menò a Fontana Biliò e messemidrento inanzi al Reda il quale io ebbi un'ora intera di gratissimaaudienza. E perché il Re era in assetto per andare alla voltadi Lionedisse al ditto messer Giuliano che seco mi menassie cheper la strada si ragionerebbe di alcune belle opereche Sua Maestàaveva in animo di fare. Cosí me ne andavo insieme a presso altraino della Corte; e per la strada feci grandissima servitúcol cardinale di Ferrarail quale non aveva ancora il cappello. Eperché ogni sera io avevo grandissimi ragionamenti con ilditto Cardinalee Sua Signoria diceva che io mi dovessi restare inLione a una sua badiae quivi potrei godere in fine a tanto che ilRe tornassi dalla guerrache se ne andava alla volta di Granopoliealla sua badia in Lione io arei tutte le comodità. Giunti chenoi fummo a Lioneio mi ero ammalatoe quel mio giovane Ascanioaveva preso la quartana; di sorte che m'era venuto a noia i franciosie la lor Cortee mi parea mill'anni di ritornarmene a Roma. Vedutomidisposto il Cardinale a ritornare a Romami dette tanti dinaricheio gli facessi in Roma un bacino e un boccale d'ariento. Cosíce ne ritornammo alla volta di Roma in su bonissimi cavallievenendo per le montagne del Sanpione; e essendomi accompagnato concerti franzesicon li quali venimmo un pezzoAscanio con la suaquartanae io con una febbretta sordala quale pareva che non milasciassi punto; e avevo sdegnato lo stomaco di modoche io noncredo che mi toccassi a mangiare un pane intero la settimanae moltodesideravo di arrivare in Italiadesideroso di morire in Italia enon in Francia.


XCIX.Passato che noi avemmo li monti del Sanpione dettotrovammo un fiumepresso a un luogo domandato Indevedro. Questo fiume era molto largoassai profondoe sopra esso aveva un ponticello lungo e strettosanza sponde. Essendo la mattina una brinata molto grossagiunto alponteche mi trovavo innanzi a tuttie conosciutolo moltopericolosocomandai alli mia giovani e servitori che scavalcassinomenando li lor cavalli a mano. Cosí passai il detto pontemolto felicementee me ne venivo ragionando con un di quei duafranzesiil quale era un gentiluomo:


quell'altroera un notaroil quale era restato a dietro alquantoe dava la baiaa quel gentiluomo franzese e a meche per paura di nonnulla avevànovoluto quel disagio de l'andar a piede. Al quale io mi volsivedutolo in sul mezzo del pontee lo pregai che venissi pianamenteper che egli era in luogo molto pericoloso.


Questouomoche non potette mancare alla sua franciosa naturami disse infrancioso che io era uomo di poco animoe che quivi non era punto dipericolo. Mentre che diceva queste parolevolse pugnere un poco ilcavalloper la qual cosa subito il cavallo isdrucciolò fuordel pontee con le gambe inverso il cielo cadde a canto a un sassogrossissimo. E perché Idio molte volte è misericordiosode' pazziquesta bestia insieme con l'altra bestia e suo cavallodettono innun tonfano grandissimodove gli andorno sottoe lui e ilcavallo. Subito veduto questocon grandissima prestezza io micacciai a correree con gran difficoltà saltai in su quelsassoe spenzolandomi da essoaggiunsi un lembo d'una guarnacca cheaveva adosso quest'uomoe per quel lembo lo tirai suche ancorastava coperto dall'acqua; e perché gli aveva beuto assaiacquae poco stava che saria affogatoiovedutolo fuor delpericolomi rallegrai seco d'avergli campato la vita. Per la qualcosa costui mi rispose in franzese e mi disse che io non avevo fattonulla; che la importanza si era le sue scrittureche valevan dimolte dicine di scudi: e pareva che queste parole costui me ledicesse in còlloratutto molle e barbugliando. A questoiomi volsi a certe guide che noi avevamoe commissi che aiutassinoquella bestiae che io gli pagherei. Una di quelle guidevirtuosamente e con gran fatica si mise a 'iutarloe ripescòglile sue scritturetanto che lui non perse nulla; quell'altra guidamai non volse durar fatica nissuna a 'iutarlo.


Arrivatiche noi fummo poi a quel luogo sopra ditto - noi avevamo fatto unaborsala quale era tocca a spendere a me - desinato che noi avemmoio detti parecchi danari della borsa della compagnia a quella guidache aveva aiutato trar colui dell'acqua; per la qual cosa costui midicevache quei danari io gliene darei del mioche non intendeva didargli altro che quel che noi eramo d'accordod'aver fatto l'uffiziodella guida. A questoio gli dissi molte ingiuriose parole. Allorami si fece incontro l'altra guidaqual non aveva durato faticaevoleva pure che io pagassi anche lui; e perché io dissi:

-Ancora costui merita il premio per aver portato la croce- mirisposeche presto mi mostrerebbe una crocealla quale iopiagnerei. Allui dissi che io accenderei un moccolo a quella croceper il quale io speravo che allui toccherebbe il primo a piagnere. Eperché questo è luogo di confini infra i Veniziani eTedeschicostui corse per populie veniva con essi con un grandeispiede inanzi. Ioche ero in sul mio buon cavalloabbassai ilfucile in sul mio archibuso: voltomi a' compagnidissi:

-Al primo ammazzo colui; e voi altri fate il debito vostroperchéquelli sono assassini di stradae hanno preso questo pocodell'occasione solo per assassinarci -.



Quell'ostedove noi avevamo mangiatochiamò un di quei caporalich'eravecchionee lo pregò che rimediasse a tanto inconvenientedicendogli:

-Questo è un giovine bravissimoe se bene voi lo taglierete apezzie ne ammazzerà tanti di voi altrie forse potriascaparvi delle manida poi fatto il male che gli arà -.

Lacosa si quietòe quel vecchio capo di loro mi disse:

-Va in paceche tu non faresti una insalatase tu avessi ben centouomini teco -.

Ioche conoscevo che lui diceva la verità e mi ero risoluto digià e fattomi mortonon mi sentendo dire altre paroleingiuriosescotendo il capodissi:

-Io arei fatto tutto il mio poteremostrando essere animal vivo euomo - e preso il viaggiola sera al primo alloggiamentofacemmoconto della borsae mi divisi da quel francioso bestialerestandomolto amico di quell'altro che era gentiluomo; e con i mia trecavallisoli ce ne venimmo a Ferrara. Scavalcato che io fuime neandai in Corte del Duca per far reverenzia a Sua Eccellenziaperpotermi partir la mattina alla volta di Santa Maria dal Loreto. Avevoaspettato insino a dua ore di nottee allora comparse il Duca: iogli baciai le mane; mi fece grande accoglienzee commisse che mifussi dato l'acqua alle mane. Per la qual cosa io piacevolmentedissi:

-Eccellentissimo signoreegli è piú di quattro mesi cheio non ho mangiato tantoche sia da credere che con tanto poco siviva; peròcognosciutomi che io non mi potrei confortare de'reali cibi della sua tavolami starò cosí ragionandocon quellain mentre che Vostra Eccellenzia cenae lei e io a untratto medesimo aremo piú piacereche se io cenassi seco -.

Cosíappiccammo ragionamentoe passammo insino alle cinque ore. Allecinque ore poi io presi licenziae andatomene alla mia osteriatrovai apparecchiato maravigliosamenteperché il Duca miaveva mandato a presentare le regaglie del suo piatto con molto buonvino; e per esser a quel modo soprastato piú di dua ore fuordella mia ora del mangiaremangiai con grandissimo appetitoche fula prima volta che di poi e' quattro mesi io avevo potuto mangiare.


C.Partitomi la mattiname ne andai a Santa Maria dal Loretoe diquivifatto le mie orazionene andai a Roma; dove io trovai il miofidelissimo Feliceal quale io lasciai la bottega con tutte lemasserizie e ornamenti suae ne apersi un'altra a canto alSugherello profumieremolto piú grande e piú spaziosa;e mi pensavo che quel gran Re Francesco non si avessi a ricordar dime.


Perla qual cosa io presi molte opere da diversi signorie intantolavoravo quel boccale e bacino che io avevo preso da fare dalcardinal di Ferrara. Avevo di molti lavoranti e molte gran faccended'oro e di argento. Avevo pattuito con quel mio lavorante peruginoche da per sé s'era iscritto tutti i danari che per la partesua si erano ispesili quai danari s'erano ispesi in suo vestire ein molte altre cose; con le spese del viaggio erano in circa asettanta scudi: delli quali noi c'eramo accordati che lui nescontassi tre scudi il mese; ché piú di otto iscudi iogli facevo guadagnare. In capo di dua mesi questo ribaldo si andòcon Dio di bottega miae lasciommi impedito da molte faccendeedisse che non mi voleva dar altro. Per questa cagione io fuiconsigliato di prevalermene per la via della iustiziaperchém'ero messo in animo di tagliargli un braccio; e sicurissimamente lofacevoma li amici mia mi dicevano che non era bene che io facessiuna tal cosaavvenga che io perdevo li mia danari e forse un'altravolta Romaperché i colpi non si danno a patti; e che iopotevo con quella scrittache io avevo di sua manosubito farlopigliare. Io mi attenni al consiglioma volsi piú liberamenteagitare tal cosa. Mossi la lite all'auditore della Camera realmentee quella convinsi; e per virtú di essache v'andòparecchi mesiio da poi lo feci mettere in carcere. Mi trovavocarica la bottega di grandissime faccendee in fra l'altre tutti gliornamenti d'oro e di gioie della moglie del signor Gerolimo Orsinopadre del signor Paulo oggi genero del nostro duca Cosimo.


Questeopere erano molto vicine alla finee tuttavia me ne cresceva delleimportantissime. Avevo otto lavorantie con essi insiemee peronore e per utilelavoravo il giorno e la notte.


CI.In mentre che cosí vigorosamente io seguitavo le mie impresemi venne una lettera mandatami con diligenza dal Cardinale diFerrarala quale diceva in questo tenore: "Benvenuto caro amiconostro. Alli giorni passati questo gran Re Cristianissimo si ricordòdi tedicendo che desiderava averti al suo servizio. Al quale iorisposiche tu m'avevi promessoche ogni volta che io mandavo perte per servizio di Sua Maestàsubito tu verresti. A questeparole Sua Maestà disse:

-Io voglio che si gli mandi la comodità da poter veniresicondo che merita un suo pari - e subito comandò al suoAmiraglioche mi facessi pagare mille scudi d'oro da il tesaurierede' risparmi. Alla presenza di questo ragionamento si era ilcardinale de' Gaddiil quale subito si fece innanzi e disse a SuaMaestàche non accadeva che Sua Maestà dessi quellacommessioneperché lui disse averti mandato danari abastanzae che tu eri per il cammino. Ora se per caso egli èil contrariosí come io credodi quel che ha detto ilcardinal de' Gaddiaùto questa mia letterarispondi subitoperché io rappiccherò il filoe farotti dare lipromessi danari da questo magnanimo Re".


Oraavvertisca il mondo e chi vive in essoquanto possono le maligneistelle coll'avversa fortuna in noi umani! Io non avevo parlato duevolte a' mie' dí a questo pazzerellino di questo cardinalucciode' Gaddi; e questa sua saccenteria lui non la fece per farmi un maleal mondoma solo la fece per cervellinaggine e per dappocaggine suamostrandosi di avere ancora lui cura alle faccende degli uominivirtuosi che desiderava avere il Resí come faceva ilcardinal di Ferrara. Ma fu tanto iscimunito da poiche lui non miavvisò nulla; che certo io per non vituperare uno scioccofantoccinoper amor della patriaarei trovato qualche scusa perrattoppare quella sua sciocca saccenteria. Subito aùto lalettera del reverendissimo cardinale di Ferrararisposicome delcardinal de' Gaddi io non sapevo nulla al mondoe che se pure lui miavessi tentato di tal cosaio non mi sarei mosso di Italia senzasaputa di Sua Signoria reverendissimae maggiormente che io avevo inRoma una maggior quantità di faccende che mai per l'adietro ioavessi aute; ma che a un motto di Sua Maestà cristianissimadettomi da un tanto Signorecome era Sua Signoria reverendissimaiomi leverei subitogittando ogni altra cosa a traverso. Mandato lemie letterequel traditore del mio lavorante perugino pensò auna maliziala quale subito gli venne ben fatta rispetto allaavarizia di papa Pagolo da Farnesema piú del suo bastardofigliuoloallora chiamato duca di Castro. Questo ditto lavorantefece intendere a un di que' segretari del signor Pierluigi dittocheessendo stato meco per lavorante parecchi annisapeva tutte lemie faccende; per le quale lui faceva fede al ditto signor Pierluigiche io ero uomo di piú di ottanta mila ducati di valsenteeche questi dinari io gli avevo la maggior parte in gioie; le qualgioie erano della Chiesae che io l'avevo rubate nel tempo del saccodi Roma in castel Sant'Agnoloe che vedessino di farmi pigliaresubito e segretamente. Io avevouna mattina infra l'altrelavoratopiú di tre ore innanzi giorno in sull'opere della sopra dittaisposae in mentre che la mia bottega si apriva e spazzavaio m'eromesso la cappa addosso per dare un poco di volta; e preso il camminoper istrada Iuliaisboccai in sul canto della Chiavica; doveCrespino bargello con tutto la sua sbirreria mi si fece in controemi disse:

-Tu se' prigion del Papa -.

Alquale io dissi:

-Crespinotu m'hai preso in iscambio. - No - disse Crespino - tu se'il virtuoso Benvenutoe benissimo ti cognoscoe ti ho a menare incastel Sant'Agnolodove vanno li signori e li uomini virtuosi paritua -.

Eperché quattro di quelli caporali sua mi si gittorno addosso econ violenza mi volevan levare una daga che io avevo a canto e certeanella che io avevo in ditoil ditto Crespino a loro disse:

-Non sia nessun di voi che lo tocchi: basta bene che voi facciatel'uffizio vostroche egli non mi fugga -.

Dipoiaccostatomisicon cortese parole mi chiese l'arme. In mentre che iogli davo l'armemi venne considerato che in quel luogo appunto ioavevo ammazzato Pompeo. Di quivi mi menorno in Castelloe in unacamera su di soprainnel mastiomi serrorno prigione. Questa fu laprima volta che mai io gustai prigioneinsino a quella mia etàde' trentasette anni.


CII.Considerato il signor Pierluigifigliuol del Papala gran quantitàde' danariche era quella di che io era accusatosubito ne chiesegrazia a quel suo padre Papache di questa somma de' danari glienefacessi una donagione. Per la qual cosa il Papa volentieri glieneconcessee di piú gli disse che ancora gliene aiuterebberiscuotere: di modo chetenutomi prigione otto giorni interiincapo degli otto giorniper dar qualche termine a questa cosamimandorno a esaminare. Di che io fu' chiamato in una di quelle saleche sono in Castellodel Papaluogo molto onorato; e gliesaminatori erano il Governator di Romaqual si domandava messerBenedetto Conversini pistoleseche fu da poi vescovo de Iesi;l'altro si era il Proccurator fiscaleche del nome suo non miricordo; l'altroch'era il terzosi era il giudice de' malificiiqual si domandava messer Benedetto da Cagli. Questi tre uomini micominciorno a esaminareprima con amorevole paroleda poi conasprissime e paventose parolecausate perché io dissi loro:

-Signori miaegli è piú d'una mezz'orache voi nonrestate di domandarmi di favole e di coseche veramente si puòdire che voi cicalateo che voi favellate.


Mododi direcicalareche non ha tuonoo favellareche non vol dirnulla; sí che io vi priego che voi mi diciate quel che voivolete da mee che io senta uscir delle bocche vostre ragionamentie non favole e cicalerie -.

Aqueste mie parole il Governatorech'era pistoiesee non potendo piúpalliare la sua arrovellata natura mi disse:

-Tu parli molto sicuramenteanzi troppo altiero; di modo che cotestatua alterigia io te la farò diventare piú umile che uncanino a li ragionamenti che tu mi udirai dirti; e' quali non sarannoné cicalerie né favolecome tu di'ma saranno unaproposta di ragionamentiai quali e' bisognerà bene che tu cimetti del buono a dirci la ragione di essi -.

Ecosí cominciò:

-Noi sappiamo certissimo che tu eri in Roma al tempo del Saccoche fufatto in questa isfortunata città di Roma; e in questo tempotu ti trovasti in questo Castel Sant'Agnoloe ci fusti adoperato perbombardiere; e perché l'arte tua si è aurifice egioiellierepapa Clemente per averti conosciuto in primae per nonessere qui altri di cotai professioneti chiamò innel suosecreto e ti fece isciorre tutte le gioie dei sua regni e mitrie eanella; e di poi fidandosi di tevolse che tu gnene cucissi adosso:per la qual cosa tu ne serbasti per te di nascosto da Sua Santitàper il valore di ottanta mila scudi. Questo ce l'ha detto un tuolavorantecon il quale tu ti se' confidato e vantatone. Ora noi tidiciamo liberamente che tu truovi le gioie o il valore di esse gioie:di poi ti lasceremo andare in tua libertà.


CIII.Quando io senti' queste parole io non mi possetti tenere di non mimuovere a grandissime risa; di poi riso alquantoio dissi:


-Molto ringrazio Idioche per questa prima volta che gli èpiaciuto a Sua Maestà che io sia carceratopur beato che ionon son carcerato per qualche debol cosacome il piú dellevolte par che avvenga ai giovani. Se questo che voi dite fussi ilveroqui non c'è pericolo nissuno per me che io dovessiessere gastigato da pena corporaleavendo le legge in quel tempoperso tutte le sue autorità; dove che io mi potria scusaredicendoche come ministrocotesto tesoro io lo avessi guardato perla sacra e santa Chiesa appostolicaaspettando di rimetterlo a buonPapao sí veramente da quello che e' mi fussi richiestoquale ora saresti voise la stessi cosí -.

Aqueste parole quello arrabbiato Governatore pistoiese non mi lasciòfinir di dire le mie ragioneche lui furiosamente disse:

-Acconciala in quel modo che tu vuoiBenvenutoche annoi ci bastaavere ritrovato il nostro; e fa' pur prestose tu non vuoi che noifacciamo altro che con parole -.

Evolendosi rizzare e andarseneio dissi loro:


-Signoriio non son finito di esaminaresicché finite diesaminarmie poi andate dove a voi piace -.

Subitosi rimissono assedereassai bene in còlloraquasi mostrandodi non voler piú udire parola nissuna che io allor dicessiemezzo sollevatiparendo loro di aver trovato tutto quello che lorodesideravono di sapere. Per la qual cosa io cominciai in questotenore:

-SappiateSignoriche e' sono in circa a venti anni che io abitoRomae mai né qui né altrove fui carcerato -.

Aqueste parole quel birro di quel Governatore disse:

-Tu ci hai pure ammazzati degli uomini -.

Alloraio dissi:

-Voi lo ditee non io; ma se uno venissi per ammazzar voicosípretevoi vi difenderestie ammazzando lui le sante legge ve locomportano: sí che lasciatemi dire le mie ragionevolendopotere riferire al Papa e volendo giustamente potermi giudicare. Iodi nuovo vi dicoch'e' son vicino a venti anni che io abito questamaravigliosa Romae in essa ho fatto grandissime faccende della miaprofessione: e perché io so che questa è la sieda diCristoe' mi sarei promesso sicuramenteche se un principetemporale mi avessi voluto fare qualche assassinamentoio sareiricorso a questa santa Cattedra e a questo Vicario di Cristochedifendessi le mie ragione. Oimè!


doveho io a 'ndare adunque? e a chi principe che mi difenda da un tantoiscellerato assassinamento? Non dovevi voiprima che voi mipigliassiintendere dove io giravo questi ottanta mila ducati?


Ancoranon dovevi voi vedere la nota delle gioie che ha questa Cameraappostolica iscritte diligentemente da cinquecento anni in qua? Dipoi che voi avessi trovato mancamentoallora voi dovevi pigliaretutti i miei libriinsieme con esso meco. Io vi fo intendere che e'libridove sono iscritte tutte le gioie del Papa e de' regnisonotutti in pièe non troverrete manco nulla di quello che avevapapa Clementeche non sia iscritto diligentemente. Solo potriaessereche quando quel povero uomo di papa Clemente si volseaccordare con quei ladroni di quelli imperialiche gli avevanorubato Roma e vituperata la Chiesaveniva a negoziare questo accordouno che si domandava Cesare Iscatinarose ben mi ricordo; il qualeavendo quasi che concluso l'accordo con quello assassinato Papaperfargli un poco di carezzesi lasciò cadere di dito undiamanteche valeva in circa quattromila scudi: e perché ilditto Iscatinaro si chinò a ricorloil Papa gli disse che lotenessi per amor suo. Alla presenza di queste cose io mi trovai infatto: e se questo ditto diamante vi fussi mancoio vi dico dove gliè ito; ma io penso sicurissimamente che ancora questotroverrete iscritto. Di poi a vostra posta vi potrete vergognare diavere assassinato un par mioche ho fatto tante onorate imprese perquesta Sieda appostolica. Sappiate che se io non ero iola mattinache gli imperiali entrorno in Borgosanza impedimento nessunoentravano in Castello; e iosanza esser premiato per quel contomigittai vigorosamente alle artiglierieche i bombardieri e' soldatidi munizione avevano abbandonatoe messi animo a un mio compagnuzzoche si domandava Raffaello da Montelupoiscultoreche ancora luiabbandonato s'era messo innun canto tutto ispaventatoe non facendonulla: io lo risvegliai; e lui e io soli amazzammo tanti de' nemiciche i soldati presono altra via. Io fui quello che detti unaarchibusata allo Scatinaroper vederlo parlare con papa Clementesanza una reverenzama con ischerno bruttissimocome luteriano eimpio che gli era. Papa Clemente a questo fece cercare in Castellochi quel tale fussi stato per impiccarlo. Io fui quello che feríil principe d'Orangio d'una archibusata nella testaqui sotto letrincee del castello. Appresso ho fatto alla santa Chiesa tantiornamenti d'argentod'oro e di gioietante medaglie e monete síbelle e sí onorate. è questa adunche la temerariapretesca remunerazioneche si usa a uno uomo che vi ha con tantafede e con tanta virtú servito e amato? O andate a ridiretutto quanto io v'ho detto al Papadicendogliche le sue gioie e'l'ha tuttee che io non ebbi mai dalla Chiesa nulla altro che certeferite e sassate in cotesto tempo del Sacco; e che io non facevocapitale d'altro che di un poco di remunerazione da papa Pagoloquale lui mi aveva promesso. Ora io son chiaro e di Sua Santitàe di voi ministri -.

Mentreche io dicevo queste parole egli stavano attoniti a udirmi; eguardandosi in viso l'un l'altroin atto di maraviglia si partirnoda me. Andorno tutti a tre d'accordo a riferire al Papa tutto quelloche io avevo detto.


IlPapavergognandosicommesse con grandissima diligenza che sidovessi rivedere tutti e' conti delle gioie. Di poi che ebbon vedutoche nulla vi mancavami lasciavono stare in Castello senza diraltro: il signor Pierluigiancora allui parendogli aver mal fattocercavon con diligenza di farmi morire.


CIV.In questo poco de l'agitazion del tempo il re Francesco aveva di giàinteso minutamente come il Papa mi teneva prigione e a cosígran torto: avendo mandato per imbasciadore al Papa un certo suogentiluomoil quale si domandava monsignor di Morluciscrisse aquesto che mi domandasse al Papacome uomo di Sua Maestà. IlPapache era valentissimo e maraviglioso uomoma in questa cosa miasi portò come da poco e scioccoe' rispose al ditto nunziodel Reche Sua Maestà non si curasse di meperché ioero uomo molto fastidioso con l'armee per questo faceva avvertitoSua Maestà che mi lasciassi stareperché lui mi tenevaprigione per omicidii e per altre mie diavolerie cosí fatte.Il Re di nuovo risposeche innel suo regno si teneva bonissimaiustizia; e sí come Sua Maestà premiava e favorivamaravigliosamente gli uomini virtuosicosí per il contrariogastigava i fastidiosi; e perché Sua Santità mi avealasciato andarenon si curando del servizio di detto Benvenutoevedendolo innel suo regno volentieri l'aveva preso al suo servizio; ecome uomo suo lo domandava. Queste cose mi furno di grandissima noiae dannocon tutto che e' fussino e' piú onorati favori che sipossa desiderare per un mio pari. Il Papa era venuto in tanto furoreper la gelosia che gli aveva che io non andassi a dire quellaiscellerata ribalderia usatamiche e' pensava tutti e' modi chepoteva con suo onore di farmi morire.


IlCastellano di Castel Sant'Agnolo si era un nostro fiorentinoilquale si domandava messer Giorgio cavalieredegli Ugolini.


Questouomo da bene mi usò le maggior cortesie che si possa usare almondolasciandomi andare libero per il Castello a fede mia sola; eperché gl'intendeva il gran torto che m'era fattovolendogliio dare sicurtà per andarmi a spasso per il Castellolui midisse che non la poteva pigliareavvenga che il Papa istimava troppoquesta cosa mia; ma che si fiderebbe liberamente della fede miaperché da ugniuno intendeva quanto io ero uomo da bene: e iogli detti la fede miae cosí lui mi dette comodità cheio potessi lavoracchiare qualche cosa. A questopensando che questaindegnazione del Papasí per la mia innocenziaancora per ifavori del Resi dovessi terminaretenendo pure la mia bottegaapertaveniva Ascanio mio garzone in Castelloe portavami alcunecose da lavorare. Benché poco io potessi lavorarevedendomi aquel modo carcerato a cosí gran torto; pure facevo dellanecessità virtú: lietamente il meglio che io potevo micomportavo questa mia perversa fortuna. Avevomi fatto amicissimitutte quelle guardie e molti soldati del Castello. E perché ilPapa veniva qualche volta a cena in Castelloe in questo tempo chec'era il Papa il Castello non teneva guardiema stava liberamenteaperto come un palazzo ordinario; e perché in questo tempo cheil Papa stava cosítutti e' prigioni si usavono con maggiordiligenza riserrare; onde a me non era fatto nessuna di queste cotalcosema liberamente in tutti questi tempi io me ne andavo per ilCastello; e piú volte alcuni di quei soldati mi consigliavanoche io mi dovessi fuggiree che loro mi arieno fatte spalleconosciuto il gran torto che m'era fatto: ai quali io rispondevo cheio avevo dato la fede mia al Castellanoil quale era uomo tantodabbenee che mi aveva fatto cosí gran piaceri. Eraci unsoldato molto bravo e molto ingegnoso; e' mi diceva:

-Benvenuto miosappi che chi è prigione non è ubrigatoné si può ubrigare a osservar fedesí comenessuna altra cosa; fa' quel che io ti dico; fúggiti da questoribaldo di questo Papa e da questo bastardo suo figliuoloi quali titorranno la vita a ogni modo -.



Ioche m'ero proposto piú volentieri perder la vitache mancarea quello uomo da bene del Castellano della mia promessa fedemicomportavo questo inistimabil dispiacereinsieme con un frate dicasa Palavisina grandissimo predicatore.


CV.Questo era preso per luteriano: era bonissimo domestico compagnomaquanto a frate egli era il maggior ribaldo che fussi al mondoes'accomodava a tutte le sorte de' vizii. Le belle virtú sua iole ammiravoe' brutti vizii sua grandemente aborrivoe liberamentene lo riprendevo. Questo frate non faceva mai altro che ricordarmicome io non ero ubrigato a osservar fede al Castellanoper esser ioin prigione. Alla qual cosa io rispondevoche sí bene comefrate lui diceva il veroma come uomo e' non diceva il veroperchéun che fussi uomo e non frateaveva da osservare la fede sua in ognisorte d'accidentein che lui si fussi trovato: però io cheero uomo e non fratenon ero mai per mancare di quella mia simplicee virtuosa fede. Veduto il ditto frate che non potette ottenere ilconrompermi per via delle sue argutissime e virtuose ragioni tantomaravigliosamente dette dalluipensò tentarmi per un'altravia; e lasciato cosí passare di molti giorniin mentre mileggeva le prediche di fra Ierolimo Savonaroloe' dava loro uncomento tanto mirabileche era piú bello che esse prediche;per il quale io restavo invaghitoe non saria stata cosa al mondoche io non avessi fatta per luida mancare della fede mia in fuorasí come io ho detto. Vedutomi il frate istupito delle virtúsuepensò un'altra via; che con un bel modo mi cominciòa domandare che via io arei tenuto se e' mi fussi venuto vogliaquando loro mi avessino riserratoa aprire quelle prigione perfuggirmi. Ancora iovolendo mostrare qualche sottigliezza di mioingegno a questo virtuoso frategli dissiche ogni serraturadifficilissima io sicuramente aprirreie maggiormente quelle diquelle prigionele quale mi sarebbono state come mangiare un poco dicacio fresco. Il ditto frateper farmi dire il mio segretomisvilivadicendo che le son molte cose quelle che dicon gli uominiche son venuti in qualche credito di persone ingegnose; che se gliavessino poi a mettere in opera le cose di che loro si vantavanoperderebbon tanto di creditoche guai a loro: però sentivadire a me cose tanto discoste al veroche se io ne fossi ricercopenserebbe ch'io n'uscissi con poco onore. A questosentendomi iopugnere da questo diavolo di questo frategli dissi che io osavosempre prometter di me con parole molto manco di quello che io sapevofaree che cotesta cosache io avevo promessadelle chiaveera lapiú debole; e con breve parole io lo farei capacissimo chel'era sí come io dicevo; e inconsideratamentesí comeio dissigli mostrai con facilità tutto quel che io avevodetto. Il fratefacendo vista di non se ne curaresubito benissimoapprese ingegnosissimamente il tutto. E sí come di sopra io hodettoquello uomo da bene del Castellano mi lasciava andareliberamente per tutto il Castello; e manco la notte non mi serravasí come attutti gli altri e' faceva; ancora mi lasciavalavorare di tutto quello che io volevosí d'oro e d'argento edi cera; e se bene io avevo lavorato parecchi settimane in un certobacino che io facevo al cardinal di Ferraratrovandomi affastiditodalla prigionem'era venuto annoia il lavorare quelle tale opere; esolo mi lavoravoper manco dispiaceredi cera alcune mie figurette:la qual cera il detto frate me ne buscò un pezzoe con dettopezzo messe in opera quel modo delle chiaveche ioinconsideratamente gli avevo insegnato. Avevasi preso per compagno eper aiuto un cancelliere che stava col ditto Castellano. Questocancelliere si domandava Luigied era padovano. Volendo far fare leditte chiaveil magnano li scoperse; e perché il Castellanomi veniva alcune volte a vedere alla mia stanzae vedutomi che iolavoravo di quelle ceresubito ricognobbe la ditta cera e disse:

-Se bene a questo povero uomo di Benvenuto è fatto un de'maggior torti che si facessi maimeco non dovev'egli far queste taleoperazioneche gli facevo quel piacere che io non potevo fargli. Oraio lo terrò istrettissimo serrato e non gli farò maipiú un piacere al mondo - . Cosí mi fece riserrare conqualche dispiacevolezzamassimo di parole dittemi da certi suaaffezionati servitorie' quali mi volevano bene oltramodoe ora perora mi dicevano tutte le buone opere che faceva per me questo signorCastellano; talmente che in questo accidente mi chiamavano uomoingratovano e sanza fede. E perché un di quelli servitoripiú aldacemente che non si gli conveniva mi diceva questeingiurieonde io sentendomi innocentearditamente risposidicendoche mai io non mancai di fedee che tal parole io terrei a sostenerecon virtú della vita miae che se piú e' mi diceva olui o altri tale ingiuste paroleio direi che ogniuno che tal cosadicessise ne mentirebbe per la gola.


Nonpossendo sopportare la ingiuriacorse in camera del Castellano eportommi la cera con quel model fatto della chiave.


Subitoche io viddi la ceraio gli dissi che lui e io avevamo ragione; mache mi facessi parlare al signor Castellano perché io glidirei liberamente il caso come gli stavail quale era di molto piúimportanza che loro non pensavano. Subito il Castellano mi fecechiamaree io gli dissi tutto il seguito; per la qual cosa luiristrinse il frateil quale iscoperse quel cancelliereche fu peressere impiccato. Il detto Castellano quietò la cosala qualeera di già venuta agli orecchi del Papa; campò il suocancelliere dalle forchee me allargò innel medesimo modo cheio mi stavo in prima.


CVI.Quando io veddi seguire questa cosa con tanto rigorecominciai apensare ai fatti miadicendo:

-Se un'altra volta venissi un di questi furorie che questo uomo nonsi fidassi di meio non gli verrei a essere piú ubbrigatoevorrei adoperare un poco li mia ingegnili quali io sono certo chemi riuscirieno altrimenti che quei di quel frataccio - e cominciai afarmi portare delle lenzuola nuove e grossee le sudice io non lerimandavo. Li mia servitori chiedendomeleio dicevo loro che sistessin chetiperché io l'avevo donate a certi di quei poverisoldati; che se tal cosa si sapessiquelli poveretti portavanopericolo della galera: di modo che li mia giovani e servitorifidelissimamentemassimo Felicemi teneva tal cosa benissimosegretole ditte lenzuola. Io attendevo a votare un pagliericcioeardevo la pagliaperché nella mia prigione v'era un camminoda poter far fuoco. Cominciai di queste lenzuola e farne fascielarghe un terzo di braccio: quando io ebbi fatto quella quantitàche mi pareva che fussi a bastanza a discendere da quella grandealtura di quel mastio di castel Sant'Agnoloio dissi ai mieiservitoriche avevo donato quelle che io volevoe chem'attendessino a portare delle sottilee che sempre io renderei lorole sudice. Questa tal cosa si dimenticò. A quelli mialavoranti e servitori il cardinale Santiquattro e Cornaro mi fecionoserrare la bottegadicendomi liberamenteche il Papa non volevaintender nulla di lasciarmi andaree che quei gran favori del Re miavevano molto piú nociuto che giovato; perché l'ultimeparole che aveva dette monsignor di Morluc da parte del Resi eranoistate che monsigno' di Morluc disse al Papa che mi dovessi dare inmano a' giudici ordinari della corte; e chese io avevo erratomipoteva gastigarema non avendo erratola ragion voleva che lui milasciassi andare. Queste parole avevan dato tanto fastidio al Papache aveva voglia di non mi lasciare mai piú. Questo Castellanocertissimamente mi aiutava quanto e' poteva. Veduto in questo tempoquelli nimici mia che la mia bottega s'era serratacon ischernodicevano ogni dí qualche parola ingiuriosa a quelli miaservitori e amiciche mi venivano a visitare alla prigione. Accaddeun giorno in fra gli altri che Ascanioil quale ogni díveniva dua volte da memi richiese che io gli facessi una certavestetta per sé d'una mia vesta azzurra di rasola quale ionon portavo mai: solo mi aveva servito quella voltache con essaandai in processione: però io gli dissi che quelli non erantempiné io in luogo da portare cotai veste. Il giovane ebbetanto per male che io non gli detti questa meschina vestache lui midisse che se ne voleva andare a Tagliacozze a casa sua. Io tuttoappassionato gli dissiche mi faceva piacere e levarmisi dinanzi; elui giurò con grandissima passione di non mai piúcapitarmi innanzi. Quando noi dicevamo questonoi passeggiavamointorno al mastio del Castello. Avvenne che il Castellano ancora luipasseggiava: incontrandoci appunto in Sua Signoriae Ascanio disse:

-Io me ne voe addio per sempre -.

Aquesto io dissi:

-E per sempre voglio che siae cosí sia il vero: io commetteròalle guardie che mai piú ti lascin passare - e voltomi alCastellanocon tutto il cuore lo pregaiche commettessi alleguardie che non lasciassino mai piú passare Ascaniodicendo aSua Signoria:

-Questo villanello mi viene a crescere male al mio gran male; síche io vi priegoSignor mioche mai piú voi lasciate entrarcostui -.

IlCastellano li incresceva assaiperché lo conosceva dimaraviglioso ingegno: a presso a questo egli era di tanta bella formadi corpoche pareva che ogniunovedutolo una sol voltagli fossiespressamente affezionato. Il ditto giovane se ne andava lacrimandoe portavane una sua stortettache alcune volte lui segretamente siportava sotto. Uscendo del Castello e avendo il viso cosílacrimososi incontrò in dua di quei mia maggior nimicichel'uno era quel Ieronimo perugino sopra dittoe l'altro era un certoMicheleorefici tutt'a dua. Questo Micheleper essere amico di quelribaldo di quel Perugino e nimico d'Ascaniodisse:

-Che vuol dir che Ascanio piagne? Forse gli è morto il padre?dico quel padre di Castello -.

Ascaniodisse a questo:

-Lui è vivoma tu sarai or morto - e alzato la manaconquella sua istorta gli tirò dua colpiin sul capo tutt'a duache col primo lo misse in terrae col sicondo poi gli tagliòtre dita della man rittadandogli pure in sul capo. Quivi restòcome morto. Subito fu riferito al Papa; e il Papa in gran còlloradisse queste parole:

-Da poi che il Re vuole che sia giudicatoandategli a dare tre dídi tempo per difendere la sua ragione -.

Subitovennonoe feciono il detto uflizio che aveva lor commesso il Papa.Quello uomo da bene del Castellano subito andò dal Papaefecelo chiaro come io non ero consapevole di tal cosae che iol'avevo cacciato via. Tanto mirabilmente mi difeseche mi campòla vita da quel gran furore.


Ascaniose ne fuggí a Tagliacozze a casa suae di là miscrisse chiedendomi mille volte perdonanzache cognosceva avere autotorto a aggiugnermi dispiaceri ai mia gran mali; ma se Dio mi davagrazia che io uscissi di quel carcereche non mi vorrebbe mai piúabbandonare. Io gli feci intendere che attendessi a 'mpararee chese Dio mi dava libertàio lo chiamerei a ogni modo.


CVII.Questo Castellano aveva ogni anno certe infermità che lotraevano del cervello a fatto; e quando questa cosa gli cominciava aveniree' parlava assai: modo che cicalare; e questi umori sua eranoogni anno diversiperché una volta gli parve essere uno orcioda olio; un'altra volta gli parve essere un ranocchioe saltava comeil ranocchio; un'altra volta gli parve esser mortoe bisognòsotterrarlo: cosí ogni anno veniva in qualcun di questi cotaiumori diversi. Questa volta si cominciò a immaginare d'essereun pipistrello ein mentre che gli andava a spassoistridevaqualche volta cosí sordamente come fanno i pipistrelli; ancoradava un po' d'atto alle mane e al corpocome se volare avessivoluto. Li medici suache se ne erano avveduticosí li suaservitori vecchili davano tutti i piaceri che immaginar potevano: eperché e' pareva loro che pigliassi gran piacere di sentirmiragionarea ogni poco e' venivano per me e menavanmi da lui. Per laqual cosa questo povero uomo talvolta mi tenne quattro e cinque oreintereche mai avevo restato di ragionar seco. Mi teneva alla tavolasua a mangiare al dirimpetto a sée mai restava di ragionareo di farmi ragionare; ma io in quei ragionamenti mangiavo pure assaibene. Luipovero uomonon mangiava e non dormivadi modo che meaveva istraccoche io non potevo piú; e guardandolo alcunevolte in visovedevo che le luce degli occhi erano ispaventateperché una guardava innun versoe l'altra in un altro. Micominciò a domandare se io avevo mai aùto fantasia divolare: al quale io dissiche tutte quelle cose che piúdifficile agli uomini erano stateio piú volentieri avevocerco di fare e fatte; e questa del volareper avermi presentato loIdio della natura un corpo molto atto e disposto a correre e asaltare molto piú che ordinariocon quel poco dello ingegnopoiche manualmente io adoperereia me dava il cuore di volare alsicuro. Questo uomo mi cominciò a dimandare che modi ioterrei: al quale io dissi checonsiderato gli animali che volanovolendogl'imitare con l'arte quello che loro avevano dalla naturanon c'era nissuno che si potessi imitarese none il pipistrello.


Comequesto povero uomo sentí quel nome di pipistrelloche eral'umore in quel che peccava quel annomesse una voce grandissimadicendo:

-E' dice il veroe' dice il vero; questa è essaquesta èessa - e poi si volse a me e dissemi:

-Benvenutochi ti dessi le comoditàe' ti darebbe pure ilcuore di volare? - Al quale io dissiche se lui mi voleva darlibertà da poiche mi bastava la vista di volare insino inPratifaccendomi un paio d'alie di tela di rensa incerate. Allora e'disse:

-E anche a me ne basterebbe la vista; ma perché il Papa m'hacomandato che io tenga cura di te come degli occhi suoi; io cognoscoche tu sei un diavolo ingegnoso che ti fuggiresti; però io tivo' fare rinchiudere con cento chiaveacciò che tu non mifugga -.

Iomi messi a pregarloricordandogli che io m'ero potuto fuggire eperamor della fede che io gli avevo dataio non gli arei mai mancato;però lo pregavo per l'amor de Dioe per tanti piaceri quantimi aveva fattoche lui non volessi arrogere un maggior male al granmale che io avevo. In mentre che io gli dicevo queste paroleluicomandava espressamente che mi legassimoe che mi menassimo inprigione serrato bene. Quando io viddi che non v'era altro rimedioio gli dissipresenti tutti e' sua:

-Serratemi bene e guardatemi beneperché io mi fuggiròa ogni modo -.

Cosími menornoe chiusonmi con maravigliosa diligenza.


CVIII.Allora io cominciai a pensate il modo che io avevo a tenere afuggirmi. Subito che io mi veddi chiusoandai esaminando come stavala prigione dove io ero rinchiuso; e parendomi aver trovatosicuramente il modo di uscirnecominciai a pensare in che modo iodovevo iscendere da quella grande altezza di quel mastiochécosí si domandava quel alto torrione: e preso quelle mielenzuole nuoveche già dissi che io ne avevo fatte istrisce ebenissimo cuciteandai esaminando quanto vilume mi bastava a potereiscendere. Giudicato quello che mi potria serviree di tutto messomiin ordinetrovai un paio di tanaglieche io avevo tolto a unSavoino il quale era delle guardie del Castello. Questo aveva curaalle botte e alle citerne; ancora si dilettava di lavorare dilegname; e perché aveva parecchi paia di tanaglieinfraqueste ve n'era un paio molto grosse e grande: pensando che lefussino il fatto mioio gliene tolsi e le nascosi drento in quelpagliericcio. Venuto poi il tempo che io me ne volsi servireiocominciai con esse a tentare di quei chiodi che sostenevano lebandelle; e perché l'uscio era doppiola ribaditura dellidetti chiodi non si poteva vedere; di modo che provatomi a cavarneunodurai grandissima fatica; pure di poi alla fine mi riuscí.Cavato che io ebbi questo primo chiodoandai immaginando che modo iodovevo tenere che loro non se ne fussino avveduti. Subito miacconciai con un poco di rastiatura di ferro rugginoso un poco dicerala quale era del medesimo colore appunto di quelli cappellid'aguti che io avevo cavati; e con essa cera diligentemente cominciaia contrafare quei capei d'aguti in sulle lor bandelle: e di mano inmano tanti quanti io ne cavavotanti ne contrafacevo di cera.Lasciai le bandelle attaccate ciascuna da capo e da piè concerti delli medesimi aguti che io avevo cavatidi poi gli avevorimessi; ma erano tagliatidi poi rimessi leggermentetanto che e'mi tenevano le bandelle. Questa cosa io la feci con grandissimadifficultàperché il Castellano sognava ogni notte cheio m'ero fuggitoe però lui mandava a vedere di ora in ora laprigione; e quello che veniva a vederla aveva nome e fatti di birro.Questo si domandava il Bozzae sempre menava seco un altroche sidomandava Giovanniper sopranome Pedignone; questo era soldatoe 'lBozza era servitore. Questo Giovanni non veniva mai volta a quellamia prigioneche lui non mi dicessi qualche ingiuria. Costui era diquel di Prato ed era stato in Prato allo speziale: guardavadiligentemente ogni sera quelle bandelle e tutta la prigionee iogli dicevo:

-Guardatemi beneperché io mi voglio fuggire a ogni modo -.

Questeparole feciono generare una nimicizia grandissima infra lui e me; inmodo che io con grandissima diligenza tutti quei mia ferruzzicomese dire tanagliee un pugnale assai ben grande e altre coseappartenentediligentemente tutti riponevo innel mio pagliericcio;cosí quelle fascie che io avevo fatteancora queste tenevo inquesto pagliericcio; e come gli era giornosubito da me ispazzavo: ese bene per natura io mi diletto della pulitezzaallora io stavopulitissimo. Ispazzato che io avevoio rifacevo il mio letto tantogentilmente e con alcuni fioriche quasi ogni mattina io mi facevoportare da un certo Savoino. Questo Savoino teneva cura della citernae delle botte; e anche si dilettava di lavorar di legname; e a lui iorubai le tanagliecon che io sconficcai li chiodi di questebandelle.


CIX.Per tornare al mio lettoquando il Bozza e il Pedignione venivanomai dicevo loro altrose non che stessin discosto dal mio lettoacciò che e' non me lo inbrattassino e non me lo guastassino;dicendo loroper qualche occasione che pure per ischerno qualchevolta che cosí leggermente mi toccavano un poco il lettoperche io dicevo:

-Ah i sudici poltroni! io metterò mano a una di coteste vostrespadee farovvi tal dispiacereche io vi farò maravigliare.Parv'egli esser degni di toccare il letto d'un mio pari? A questo ionon arò rispetto alla vita miaperché io son certo cheio vi torrò la vostra; sí che lasciatemi stare collimia dispiaceri e colle mia tribulazionee non mi date piúaffanno di quello che io mi abbia; se non che io vi faròvedere che cosa sa fare un disperato -.

Questeparole costoro le ridissono al Castellanoil quale comandòloro ispressamente che mai non s'accostassino a quel mio lettoechequando e' venivano da mevenissino sanza spadee chem'avessino benissimo cura del resto. Essendomi io assicurato dellettomi parve aver fatto ogni cosa: perché quivi era laimportanza di tutta la mia faccenda. Una sera di festa in fral'altresentendosi il Castellano molto mal disposto e quelli suaomori cresciutinon dicendo mai altro se non che era pipistrelloeche se lor sentissino che Benvenuto fossi volato vialasciassinoandar luiche mi raggiugnerebbepoiché e' volerebbe di notteancora lui certamente piú forte di medicendo:

-Benvenuto è un pipistrello contrafattoe io sono unpipistrello dadovero; e perché e' m'è stato dato inguardialasciate pur fare a meche io lo giugnerò ben io -.

Essendostato piú notti in questo umoregli aveva stracco tutti i suaservitori; e io per diverse vie intendevo ogni cosamassimo da quelSavoino che mi voleva bene. Resolutomi questa sera di festa afuggirmi a ogni modoin prima divotissimamente a Dio feci orazionepregando Sua divina Maestàche mi dovessi difendere e aiutarein quella tanta pericolosa inpresa; di poi messi mano a tutte le coseche io volevo operaree lavorai tutta quella notte.


Comeio fu' a dua ore innanzi il giornoio cavai quelle bandelle congrandissima faticaperché il battente del legno della portae anche il chiavistello facevano un contrastoil perché ionon potevo aprire: ebbi a smozzicare il legno; pure alla fine ioapersie messomi adosso quelle fasciequale io avevo avvolte a mododi fusi di accia in su dua legnettiuscito fuorame ne andai dallidestri del mastio; e scoperto per di drento dua tegoli del tettosubito facilmente vi saltai sopra. Io mi trovavo in giubbone bianco eun paio di calze bianche e simile un paio di borzachiniinne' qualiavevo misso quel mio pugnalotto già ditto.


Dipoi presi un capo di quelle mie fascie e l'accomandai a un pezzo ditegola antica ch'era murata innel ditto mastio: a caso questa uscivafuori a pena quattro dita. Era la fascia acconcia a modo d'unastaffa. Appiccata che io l'ebbi a quel pezzo della tegolavoltomi aDiodissi:

-Signore Idioaiuta la mia ragioneperché io l'hocome tusaie perché io mi aiuto -.



Lasciatomiandare pian pianosostenendomi per forza di bracciaarrivai in sinoin terra. Non era lume di lunama era un bel chiarore. Quando io fuiin terraguardai la grande altezza che io avevo isceso cosíanimosamentee lieto me ne andai viapensando d'essere isciolto.Per la qual cosa non fu veroperché il Castellano da quellabanda aveva fatto fare dua muri assai bene altie se ne serviva peristalla e per pollaio: questo luogo era chiuso con grossichiavistelli per di fuora. Veduto che io non potevo uscir di quivimi dava grandissimo dispiacere. In mentre che io andavo innanzi eindietro pensando ai fatti miadetti dei piedi in una gran perticala quale era coperta dalla paglia.


Questacon gran difficultà dirizzai a quel muro; di poi a forza dibraccia la salsi insino in cima del muro. E perché quel muroera taglienteio non potevo aver forza da tirar sú la dittapertica; però mi risolsi a 'piccare un pezzo di quelle fascieche era l'altro fusoperché uno de' dua fusi io l'avevolasciato attaccato al mastio del Castello: cosí presi un pezzodi quest'altra fasciacome ho dettoe legatala a quel correnteiscesi questo muroil qual mi dette grandissima fatica e mi avevamolto istraccoe di piú avevo iscorticato le mane per didrentoche sanguinavano; per la qual cosa io m'ero messo a riposaree mi avevo bagnato le mane con la mia orina medesima. Stando cosíquando e' mi parve che le mie forze fussino ritornatesalsiall'ultimo procinto delle murache guarda in verso Prati; e avendoposato quel mio fuso di fasciecol quale io volevo abbracciare unmerloe in quel modo che io avevo fatto innella maggior altezzafare in questa minore; avendocome io dicoposato la mia fasciamisi scoperse adosso una di quelle sentinelle che facevano la guardia.Veduto impedito il mio disegnoe vedutomi in pericolo della vitamidisposi di affrontare quella guardia; la qualeveduto l'animo miodiliberato e che andavo alla volta sua con armata manosollecitavail passomostrando di scansarmi. Alquanto iscostatomi dalle miefascieprestissimo mi rivolsi indietro; e se bene io viddi un'altraguardiatal volta quella non volse veder me. Giunto alle mie fascielegatole al merlomi lasciai andare; per la qual cosao síveramente parendomi essere presso a terraavendo aperto le mane persaltareo pure erano le mane istracchenon possendo resistere aquella faticaio caddie in questo cader mio percossi la memoria estetti isvenuto piú d'un'ora e mezzoper quanto io possogiudicare. Di poivolendosi far chiaro il giornoquel poco delfresco che viene un'ora innanzi al solequello mi fece risentire; masí bene stavo ancora fuor della memoriaperché mipareva che mi fussi stato tagliato il capoe mi pareva d'essereinnel purgatorio. Stando cosía poco a poco mi ritornorno levirtú innell'esser loroe m'avviddi che io ero fuora delCastelloe subito mi ricordai di tutto quello che io avevo fatto. Eperché la percossa della memoria io la senti' prima che iom'avvedessi della rottura della gambamettendomi le mane al capo nele levai tutte sanguinose: di poi cercatomi benecognobbi e giudicaidi non aver male che d'importanza fussi; peròvolendomirizzare di terrami trovai tronca la mia gamba ritta sopra iltallone tre dita. Né anche questo mi sbigottí: cavai ilmio pugnalotto insieme con la guaina; che per avere questo un puntalecon una pallottola assai grossa in cima del puntalequesto era statola causa dell'avermi rotto la gamba; perché contrastandol'ossa con quella grossezza di quella pallottolanon possendo l'ossapiegarsifu causa che in quel luogo si roppe: di modo che io gittaivia il fodero del pugnalee con il pugnale tagliai un pezzo diquella fascia che m'era avanzatae il meglio che io possetti rimissila gamba insiemedi poi carpone con il detto pugnale in mano andavoinverso la porta. Per la qual cosa giunto alla portaio la trovaichiusa; e veduto una certa pietra sotto la porta a puntola qualegiudicando che la non fussi molto fortemi provai a scalzarla; dipoi vi messi le manee sentendola dimenarequella facilmente miubbidíe trassila fuora; e per quivi entrai.


CX.Era stato piú di cinquecento passi andanti da il luogo dove iocaddi alla porta dove io entrai. Entrato che io fui drento in Romacerti cani maschini mi si gittorno addosso e malamente mi morsono; aiqualirimettendosi piú volte a fragellarmiio tirai con quelmio pugnale e ne punsi uno tanto gagliardamenteche quello guaivafortedi modo che gli altri canicome è lor naturacorsonoa quel cane: e io sollecitai andandomene inverso la chiesa dellaTrespontina cosí carpone. Quando io fui arrivato alla boccadella strada che volta in verso Sant'Agnolodi quivi presi ilcammino per andarmene alla volta di San Pieroper modo chefaccendomisi dí chiaro addossoconsiderai che io portavopericolo; e scontrato uno acqueruolo che aveva carico il suo asino epieno le sue coppelle d'acquachiamatolo a melo pregai che lui milevassi di peso e mi portassi in su il rialto delle scalee di SanPierodicendogli:

-Io sono un povero giovaneche per casi d'amore sono voluto iscendereda una finestra; cosí son cadutoe rottomi una gamba. Eperché il luogo dove io sono uscito è di grandeimportanzae porterei pericolo di non essere tagliato a pezziperòti priego che tu mi lievi prestoe io ti donerò uno scudod'oro - e messi mano alla mia borsadove io ve ne avevo una buonaquantità. Subito costui mi presee volentieri me si misse adossoe portommi in sul ditto rialto delle scalee di San Piero; equivi mi feci lasciaree dissi che correndo ritornassi al suo asino.Subito presi il cammino cosí carponee me andavo in casa laDuchessamoglie del duca Ottavio e figliuola dello Imperadorenaturalenon legittimaistata moglie del duca Lessandroduca diFirenze; e perché io sapevo certissimo che appresso a questagran principessa c'era di molti mia amiciche con essa eran venutidi Firenze; ancora perché lei ne aveva fatto favore medianteil Castellano; che volendomi aiutare disse al Papaquando laDuchessa fece l'entrata in Romache io fu' causa di salvare per piúdi mille scudi di dannoche faceva loro una grossa pioggia:


perla qual cosa lui disse ch'era disperatoe che io gli messi cuoreedisse come io avevo acconcio parecchi pezzi grossi di artiglieriainverso quella parte dove i nugoli erano piú istrettie digià cominciati a piovere un'acqua grossissima; per la qualcosa cominciato a sparare queste artiglierie si fermò lapioggiae alle quattro volte si mostrò il sole; e che io erostato intera causa che quella festa era passata benissimo; per laqual cosaquando la Duchessa lo inteseaveva ditto:

-Quel Benvenuto è un di quei virtuosi che stavano con la buonamemoria del duca Lessandro mio maritoe sempre io ne terròconto di quei talivenendo la occasione di far loro piacere - eancora aveva parlato di me al duca Ottavio suo marito. Per questecause io me ne andavo diritto a casa di Sua Eccellenziala qualeistava in Borgo Vecchio in un bellissimo palazzo che v'è;quivi io sarei stato sicurissimo che il Papa non m'arebbe tocco; maperché la cosa che io avevo fatta insin quivi era istatatroppo maravigliosa a un corpo umanonon volendo Idio che ioentrassi in tanta vanagloriaper il mio meglio mi volse dare ancorauna maggior disciplinache non era istata la passata; e la causa sifuche in mentre che io me ne andavo cosí carpone su perquelle scaleemi ricognobbe subito un servitore che stava con ilcardinal Cornaro; il qual cardinale era alloggiato in Palazzo. Questoservitore corse alla camera del Cardinalee isvegliatolodisse:

-Monsignor reverendissimogli è giú il vostroBenvenutoil quale s'è fuggito di Castelloe vassene carponitutto sanguinoso: per quanto e' mostragli ha rotto una gambae nonsappiamo dove lui si vada -.

IlCardinale disse subito:

-Corretee portatemelo di peso qui in camera mia -.

Giuntoa luimi disse che io non dubitassi di nulla; e subito mandòper i primi medici di Roma; e da quelli io fui medicato: e questo fuun maestro Iacomo da Perugiamolto eccellentissimo cerusico. Questomirabilmente mi ricongiunse l'ossopoi fasciommie di sua mano micavò sangue; che essendomi gonfiato le vene molto piúche l'ordinarioancora perché lui volse fare la feritaalquanto apertauscí sí grande il furor di sanguechegli dette nel visoe di tanta abbundanzia lo coperseche lui non sipoteva prevalere a medicarmi: e avendo preso questa cosa per moltomale aúriocon gran difficoltà mi medicava; e piúvolte mi volse lasciarericordandosi che ancora a lui ne andava nonpoca pena a avermi medicato o pure finito di medicarmi. Il Cardinalemi fece mettere in una camera segretae subito andatosene a Palazzocon intenzione di chiedermi al Papa.


CXI.In questo mezzo s'era levato un romore grandissimo in Roma:


chedi già s'era vedute le fascie attaccate al gran torrione delmastio di Castelloe tutta Roma correva a vedere questa inistimabilcosa. Intanto il Castellano era venuto inne' sua maggiori umori dellapazziae voleva a forza di tutti e' sua servitori volare ancora luida quel mastiodicendo che nessuno mi poteva ripigliare se non luicon il volarmi drieto. In questo messer Roberto Puccipadre dimesser Pandolfoavendo inteso questa gran cosaandò inpersona per vederla; di poi se ne venne a Palazzodove si incontrònel cardinal Cornaroil quale disse tutto il seguítoe sícome io ero in una delle sue camere di già medicato. Questidua uomini da bene d'accordo si andorno a gittare inginocchionidinanzi al Papail qualeinnanzi che e' lasciassi lor dir nullalui disse:

-Io so tutto quel che voi volete da me -.

MesserRoberto Pucci disse:

-Beatissimo Padrenoi vi domandiamo per grazia quel povero uomocheper le virtú sue merita avergli qualche discrezioneeappresso a quellegli ha mostro una tanta bravuria insieme con tantoingegnoche non è parsa cosa umana. Noi non sappiamo per qualpeccati Vostra Santità l'ha tenuto tanto in prigione; peròse quei peccati fussino troppo disorbitantiVostra Santità èsanta e saviae facciane alto e basso la voluntà sua; ma sele son cose da potersi concederela preghiamo che a noi ne facciagrazia -.

IlPapa a questo vergognandosi disse che m'aveva tenuto in prigione ariquisizione di certi sua - per essere lui un poco troppo ardito; mache cognosciuto le virtú sue e volendocelo tenere appresso adi noiavevamo ordinato di dargli tanto beneche lui non avessiaùto causa di ritornare in Francia. Assai m'incresce del suogran male; ditegli che attenda a guarire; e de' sua affanniguaritoche e' sarànoi lo ristoreremo -.

Vennequesti dua omaccionie dettonmi questa buona nuova da parte delPapa. In questo mezzo mi venne a visitare la nobiltà di Romae giovani e vecchi e d'ogni sorte. Il Castellanocosí fuor disési fece portare al Papa; e quando fu dinanzi a Sua Santitàcominciò a gridare dicendoche se lui non me gli rendeva inprigioneche gli faceva un gran tortodicendo:

-E' m'è fuggito sotto la fede che m'aveva data; oimèche e' m'è volato viae mi promesse di non volar via! - IlPapa ridendo disse:

-Andateandateche io ve lo renderò a ogni modo -.

Aggiunseil Castellanodicendo al Papa:

-Mandate a lui il Governatoreil quale intenda chi l'ha aiutatofuggireperché se gli è de' mia uominiio lo voglioimpiccare per la gola a quel merlo dove Benvenuto è fuggito -.

Partitoil Castellanoil Papa chiamò il Governatore sorridendoedisse:

-Questo è un bravo uomoe questa è una maravigliosacosa; con tutto chequando io ero giovaneancora io iscesi di quelluogo proprio -.

Aquesto il Papa diceva il veroperché gli era stato prigionein Castello per avere falsificato un breveessendo lui abbreviatoredi Parco Maioris: papa Lessandro l'aveva tenuto prigione assai; dipoiper esser la cosa troppo bruttasi era risoluto tagliargli ilcapo; ma volendo passare le feste del Corpus Dominisapendo il tuttoil Farnesefece venire Pietro Chiavelluzzi con parecchi cavalliein Castello corroppe con danari certe di quelle guardie; di modo cheil giorno del Corpus Dominiin mentre che il Papa era inprocessioneFarnese fu messo in un corbello e con una corda fucollatoinsino a terra. Non era ancor fatto il procinto delle mura alCastelloma era solamente il torrionedi modo che lui non ebbequelle gran difficultà a fuggirnesí come ebbi io:ancoralui era preso a ragione e io a torto. Bastach'e' si volsevantare col Governatore d'essere istato ancora lui nella suagiovanezza animoso e bravoe non s'avvedde che gli scopriva le suegran ribalderie. Disse:

-Andate e ditegli liberamente vi dica chi gli ha aiutato: cosísie stato chi e' vuolebasta che allui è perdonatoeprometteteglielo liberamente voi.


CXII.Venne a me questo Governatoreil quale era stato fatto di dua giorniinnanzi vescovo de Iesi: giunto a memi disse:

-Benvenuto miose bene il mio uffizio è quello che spaventagli uominiio vengo a te per assicurarti; e cosí ho autoritàdi prometterti per commessione espressa di Sua Santitàilquale m'ha ditto che anche lui ne fuggíma che ebbe moltiaiuti e molta compagniaché altrimenti non l'aria potutofare. Io ti giuro per i Sacramenti che io ho addosso - che son fattoVescovo da dua dí in qua - che il Papa t'ha libero eperdonatoe gli rincresce assai del tuo gran male; ma attendi aguariree piglia ogni cosa per il meglioché questaprigioneche certamente innocentissima tu hai aùtola saràistata la salute tua per sempreperché tu calpesterai lapovertàe non ti accadrà ritornare in Franciaandandoa tribulare la vita tua in questa parte e in quella. Sí chedimmi liberamente il caso come gli è statoe chi t'ha datoaiuto; di poi confòrtati e ripòsati e guarisci -.

Iomi feci da un capo e gli contai tutta la cosa come l'era istataappuntoe gli detti grandissimi contrasegniinsino a dell'acqueroloche m'aveva portato a dosso. Sentito ch'ebbe il Governatore il tuttodisse:

-Veramente queste son troppe gran cose da uno uomo solo: le non sondegne d'altro uomo che di te -.

Cosífattomi cavar fuora la manadisse:

-Istà di buona voglia e confòrtatiche per questa manache io ti tocco tu se' libero evivendosarai felice -.



Partitosida meche aveva tenuto a disagio un monte di gran gentiluomini esignoriche mi venivano a visitaredicendo in fra loro:

-Andiamo a vedere quello uomo che fa miracoli - questi restorno meco;e chi di loro mi offeriva e chi mi presentava.


Intantoil Governatore giunto al Papacominciò a contar la cosa cheio gli avevo ditta; e appunto s'abbatté a esservi allapresenza il signor Pierluigi suo figliuolo; e tutti facevanograndissima maraviglia. Il Papa disse:

-Certamente questa è troppo gran cosa -.

Ilsignor Pierluigi allora aggiunse dicendo:

-Beatissimo Padrese voi lo liberateegli ve ne farà dellemaggioriperché questo è uno animo d'uomo troppoaldacissimo. Io ve ne voglio contare un'altrache voi non sapete.Avendo parole questo vostro Benvenutoinnanzi che lui fussiprigionecon un gentiluomo del cardinal Santa Fiore;le qual parolevennono da una piccola cosa che questo gentiluomo aveva detto aBenvenutodi modo che lui bravissimamente e con tanto ardirerisposeinsino a voler far segno di far quistione; il dettogentiluomo referito al cardinale Santa Fioreil qual disseche sevi metteva le mani luiche gli caverebbe il pazzo del capo;Benvenutointeso questoteneva un suo scoppietto in ordinecon ilquale lui dà continuamente in un quattrino: e un giornoaffacciandosi il Cardinale alla finestraper essere la bottega delditto Benvenuto sotto il palazzo del Cardinalepreso il suoscoppietto si era messo in ordine per tirare al Cardinale. E perchéil Cardinale ne fu avvertitosi levò subito. Benvenutoperché e' non si paressi tal cosatirò a un colomboterraiuolo che covava in una buca su alto del palazzoe dette alditto colombo innel capo: cosa impossibile da poterlo credere. OraVostra Santità faccia tutto quel che la vuole di lui; io nonvoglio mancare di non ve lo aver detto. E' gli potrebbe anche venirvogliaparendogli essere stato prigione a tortodi tirare una voltaa Vostra Santità. Questo è uno animo troppo afferato etroppo sicuro. Quando gli ammazzò Pompeogli dette duapugnalate innella gola in mezzo a dieci uomini che lo guardavanoepoi si salvòcon biasimo non piccolo di coloroli quali eranpure uomini da bene e di conto.


CXIII.Alla presenza di queste parole si era quel gentiluomo di Santa Fiorecon il quale io avevo aùto parolee affermò al Papatutto quel che il suo figliuolo aveva detto. Il Papa stava gonfiato enon parlava nulla. Io non voglio mancare che io non dica le mieragione giustamente e santamente. Questo gentiluomo di Santa Fiorevenne un giorno a me e mi porse un piccolo anellino d'oroil qualeera tutto imbrattato d'ariento vivodicendo:

-Isvivami questo anelluzzo e fa presto -.

Ioche avevo innanzi molte opere d'oro con gioie importantissimeeanche sentendomi cosí sicuramente comandare da uno a il qualeio non avevo mai né parlato né vedutogli dissi che ionon avevo per allora isvivatoioe che andassi a un altro. Costuisanza un proposito al mondomi disse che io ero uno asino. Alle qualparole io risposich'e' non diceva la veritàe che io erauno uomo in ogni conto da piú di lui; ma che se lui mistuzzicavaio gli darei ben calci piú forte che uno asino.Costui riferí al Cardinale e li dipinse uno inferno. Ivi a duagiorni io tirai drieto al palazzo in una buca altissima a un colombosalvaticoche covava in quella buca; e a quel medesimo colombo ioavevo visto tirare piú volte da uno orefice che si domandavaGiovan Francesco della Taccamilanesee mai l'aveva colto. Questogiorno che io tiraiil colombo mostrava appunto il capostando insospetto per l'altre volte che gli era stato tirato; e perchéquesto Giovan Francesco e io eravamo rivali alle caccie dellostioppoessendo certi gentiluomini e mia amici in su la mia bottegami mostrorno dicendo:

-Ecco lassú il colombo di Giovan Francesco della Taccaa ilquale gli ha tante volte tirato: or vediquel povero animale sta insospetto; a pena che e' mostri il capo -.

Alzandogli occhiio dissi:

-Quel poco del capo solo basterebbe a me a ammazzarlose m'aspettassisolo che io mi ponessi a viso il mio stioppo -.

Quelligentiluomini dissonoche e' non gli darebbe quello che fu inventoredello stioppo. Al quale io dissi:

-Vadine un boccale di grego di quel buono di Palombo ostee che sem'aspetta che io mi metta a viso il mio mirabile Broccardo (che cosíchiamavo il mio stioppo) io lo investirò in quel poco delcapolino che mi mostra -.

Subitopostomi a visoa bracciasenza appoggiare o altrofeci quantopromesso avevonon pensando né al Cardinale né apersona altri; anzi mi tenevo il Cardinale per molto mio patrone. Síche vegga il mondoquando la fortuna vuol torre a 'ssassinare unouomoquante diverse vie la piglia. Il Papa gonfiato e ingrognatostava considerando quel che gli aveva detto il suo figliuolo.


CXIV.Dua giorni apresso andò il cardinal Cornaro a dimandare unvescovado al Papa per un suo gentiluomoche si domandava messerAndrea Centano. Il Papa è vero che gli aveva promesso unvescovado: essendo cosí vacatoricordando il Cardinale alPapa sí come tal cosa lui gli aveva promessoil Papa affermòesser la verità e che cosí gliene voleva dare; ma chevoleva un piacere da Sua Signoria reverendissimae questo si era chevoleva che gli rendessi nelle mane Benvenuto. Allora il Cardinaledisse:

-Oh se Vostra Santità gli ha perdonato e datomelo liberochedirà il mondo e di Vostra Santità e di me? - Il Papareplicò:

-Io voglio Benvenutoe ogniun dica quel che vuolevolendo voi ilvescovado -.

Ilbuon Cardinale disse che Sua Santità gli dessi il vescovadoeche del resto pensassi da sé e facessi da poi tutto quel cheSua Santità e voleva e poteva. Disse il Papapure alquantovergognandosi della iscellerata già data fede sua:

-Io manderò per Benvenutoe per un poco di mia sadisfazione lometterò giú in quelle camere del giardino segretodovelui potrà attendere a guariree non si gli vieterà chetutti gli amici sua lo vadino a vederee anche li farò dar lespeseinsin che ci passi questo poco della fantasia -.

IlCardinale tornò a casa e mandommi subito a dire per quello cheaspettava il vescovadocome il Papa mi rivoleva nelle mane; ma chemi terrebbe in una camera bassa innel giardin segreto; dove io stareivisitato da ugniuno siccome io era in casa sua. Allora io pregaiquesto messer Andreache fussi contento di dire al Cardinale che nonmi dessi al Papa e che lasciassi fare a me; per che io mi fareirinvoltare in un materasso e mi farei porre fuor di Roma in luogosicuro; perché se lui mi dava al Papacertissimo mi dava allamorte. Il Cardinalequando e' le intesesi crede che lui l'arebbevolute farema quel messer Andreaa chi toccava il vescovadoscoperse la cosa.


Intantoil Papa mandò per me subito e fecemi metteresí comee' dissein una camera bassa innel suo giardin segreto. Il Cardinalemi mandò a dire che io non mangiassi nulla di quelle vivandeche mi mandava il Papae che lui mi manderebbe da mangiare; e chequello che gli aveva fatto non aveva potuto far di mancoe che iostessi di buona vogliache m'aiuterebbe tantoche io sarei libero.Standomi cosíero ogni dí visitato e offertomi damolti gran gentiluomini molte gran cose. Dal Papa veniva la vivandala quale io non toccavoanzi mi mangiavo quella che veniva dalcardinal Cornaroe cosí mi stavo. Io avevo in fra gli altrimia amici un giovane greco di età di venticinque anni: questoera gagliardissimo oltramodo e giucava di spada meglio che ogni altrouomo che fussi in Roma: era pusillo d'animoma era fidelissimo uomoda bene e molto facile al credere. Aveva sentito dire che il Papaaveva detto che mi voleva remunerare de' miei disagi. Questo era ilveroche il Papa aveva detto tal cose da principioma innell'ultimoda poi diceva altrimenti. Per la qual cosa io mi confidavo con questogiovane greco e gli dicevo:

-Fratello carissimocostoro mi vogliono assassinaresí cheora è tempo aiutarmi: che pensano che io non me ne avveggafacendomi questi favori istrasordinarigli quali son tutti fatti pertradirmi -.



Questogiovane da bene diceva:

-Benvenuto mioper Roma si dice che il Papa t'ha dato uno uffizio dicinquecento scudi di entrata; sí che io ti priego di graziache tu non faccia che questo tuo sospetto ti tolga un tanto bene -.

Eio pure lo pregavo con le braccia in croce che mi levassi di quiviperché io sapevo bene che un Papa simile a quello mi potevafare di molto benema che io sapevo certissimo che lui studiava infarmi segretamenteper suo onoredi molto male; però facessipresto e cercassi di camparmi la vita di costui: che se lui mi cavavadi quiviinnel modo che io gli arei dettoio sempre areiriconosciuta la vita mia dallui; venendo il bisognola ispenderei.Questo povero giovane piangendo mi diceva:

-O caro mio fratellotu ti vuoi pure rovinaree io non ti possomancare a quanto tu mi comandi; sí che dimmi il modo e io faròtutto quello che tu diraise bene e' fia contra mia voglia -.

Cosíeramo risoluti e io gli avevo dato tutto l'ordineche facilissimo ciriusciva. Credendomi che lui venissi per mettere in opera quanto iogli avevo ordinatomi venne a dire che per la salute mia mi volevadisubbidiree che sapeva bene quello che gli aveva inteso da uominiche stavano appresso a il Papa e che sapevano tutta la veritàde' casi mia. Io che non mi potevo aiutare in altro modone restaimalcontento e disperato. Questo fu il dí del Corpus Domini nelmille cinquecento trenta nove.


CXV.Passatomi tempo da poi questa disputatutto quel giorno sino allanottedalla cucina del Papa venne una abbundante vivanda:


ancoradalla cucina del cardinale Cornaro venne bonissima provvisione:abbattendosi a questo parecchi mia amicigli feci restare a cenameco; onde iotenendo la mia gamba isteccata innel lettofeci lietacera con esso loro; cosí soprastettono meco.


Passatoun'ora di notte di poi si partirno; e dua mia servitori m'assettornoda dormiredi poi si messono nell'anticamera. Io avevo un cane neroquant'una moradi questi pelosie mi serviva mirabilmente allacaccia dello stioppoe mai non istava lontan da me un passo. Lanotteessendomi sotto il lettoben tre volte chiamai il mioservitoreche me lo levassi di sotto il lettoperché e'mugliava paventosamente. Quando i servitori venivanoquesto cane sigittava loro adosso per mordergli. Gli erano ispaventati e avevanpaura che il cane non fossi arrabbiatoperché continuamenteurlava. Cosí passammo insino alle quattro ore di notte. Altocco delle quattro ore di notte entrò il bargello con moltafamiglia drento nella mia camera: allora il cane uscí fuora egittossi adosso a questi con tanto furorestracciando loro le cappee le calzee gli aveva missi in tanta paurache lor pensavano chefossi arrabbiato. Per la qual cosa il bargellocome persona praticadisse:

-La natura de' buoni cani è questache sempre s'indovinano epredicono il male che de' venire a' lor padroni: pigliate duabastoncelli e difendetevi dal canee gli altri leghino Benvenuto insu questa siedae menatelo dove voi sapete -.

Sícome io ho detto era il giorno passato del Corpus Dominied era incirca a quattro ore di notte. Questi mi portavano turato e copertoequattro di loro andavano innanzifaccendo iscansare quelli pochiuomini che ancora si ritrovavano per la strada. Cosí miportorno a Torre di Nonaluogo detto cosíe messomi innellaprigione della vitaposatomi in sun un poco di materasso e datomiuno di quelle guardieil quale tutta la notte si condoleva della miacattiva fortunadicendomi:

-Oimè! povero Benvenutoche hai tu fatto a costoro? - Onde iobenissimo mi avvisai quel che mi aveva a 'nterveniresí peressere il luogo cotal' e anche perché colui me lo avevaavvisato. Istetti un pezzo di quella notte col pensiero a tribularmiqual fussi la causa che a Dio piaceva darmi cotal penitenzia; eperché io non la ritrovavoforte mi dibattevo. Quella guardias'era messa poi il meglio che sapeva a confortarmi; per la qual cosaio lo scongiurai per l'amor de Dio che non mi dicessi nulla e non miparlassiavvenga che da me medesimo io farei piú presto emeglio una cotale resoluzione. Cosí mi promesse. Allora iovolsi tutto il cuore a Dio; e divotissimamente lo pregavoche glipiacessi di accettarmi innel suo regno; e che se bene io m'ero doltoparendomi questa tal partita in questo modo molto innocenteperquanto prommettevano gli ordini delle leggee se bene io avevo fattodegli omicidiquel suo Vicario mi aveva dalla patria mia chiamato eperdonato coll'autorità delle legge e sua; e quello che ioavevo fattotutto s'era fatto per difensione di questo corpo che SuaMaestà mi aveva prestato: di modo che io non conoscevosicondo gli ordini con che si vive innel mondodi meritare quellamorte; ma che a me mi pareva che m'intervenissi quello che avviene acerte isfortunate personele qualeandando per la stradacascaloro un sasso da qualche grande altezza in su la testa e gli ammazza:qual si vede ispresso esser potenzia delle stelle: non già chequelle sieno congiurate contro a di noi per farci bene o malemavien fatto innelle loro congionzionealle quale noi siamosottoposti; se bene io cognosco d'avere il libero albitrio:


ese la mia fede fussi santamente esercitataio sono certissimo chegli angeli del Cielo mi porterieno fuor di quel carcere e misalverieno sicuramente d'ogni mio affanno; ma perché e' non mipare d'esser fatto degno da Dio d'una tal cosaperò èforza che questi influssi celesti adempieno sopra di me la loromalignità. E con questo dibattutomi un pezzoda poi mirisolsi e subito appiccai sonno.


CXVI.Fattosi l'albala guardia mi destò e disse:

-O sventurato uomo da beneora non è piú tempo adormireperché gli è venuto quello che t'ha a dare unacattiva nuova -.

Alloraio dissi:

-Quanto piú presto io esca di questo carcer mondanopiúmi sarà gratomaggiormente essendo sicuro che l'anima mia èsalvae che io muoio attorto. Cristo glorioso e divino mi facompagno alli sua discepoli e amicii qualie Lui e lorofurnofatti morire attorto: cosí attorto son io fatto morireesantamente ne ringrazio Idio. Perché non viene innanzi coluiche m'ha da sentenziare? - Disse la guardia allora:

-Troppo gl'incresce di te e piange -.

Alloraio lo chiamai per nomeil quale aveva nome messer Benedetto daCagli. Dissi:

-Venite innanzimesser Benedetto mioora che io son benissimodisposto e resoluto; molto piú gloria mia è che iomuoia attortoche se io morissi a ragione: venite innanzivipriegoe datemi un sacerdoteche io possa ragionar con seco quattroparole; con tutto che non bisogniperché la mia santaconfessione io l'ho fatta col mio Signore Idio; ma solo per osservarequello che ci ha ordinato la santa madre Chiesa; che se bene e' la mifa questo iscellerato tortoio liberamente le perdono. Sí chevenitemesser Benedetto mioe speditemi prima che 'l senso micominciassi a offendere -.

Dittequeste parolequesto uomo da bene disse alla guardia che serrassi laportaperché sanza lui non si poteva far quello uffizio.


Andossenea casa della moglie del signor Pierluigila quale era insieme con laDuchessa sopraditta; e fattosi innanzi a loroquesto uomo disse:

-Illustrissima mia patronasiate contentavi priego per l'amor deDiodi mandare a dire al Papache mandi un altro a dar quellasentenzia a Benvenuto e fare questo mio uffizioperché io lorinunzio e mai piú lo voglio fare - e con grandissimocordoglio sospirando si partí. La Duchessache era líalla presenzatorcendo il viso disse:

-Questa è la bella iustizia che si tiene in Roma da il Vicariode Dio! il Duca già mio marito voleva un gran bene a questouomo per le sue bontà e per le sue virtúe non volevache lui ritornassi a Romatenendolo molto caro appresso a di sé- e andatasene in là borbottando con molte paroledispiacevole. La moglie del signor Pierluigisi chiamava la signoraIeronimase ne andò dal Papae gittandosi ginocchioni - eraalla presenza parecchi Cardinali - questa donna disse tante grancoseche la fece arrossire il Papail quale disse:

-Per vostro amore noi lo lascieremo istarese bene noi non avemmo maicattivo animo inverso di lui -.

Questeparole le disse il Papa per essere alla presenza di quei Cardinaliiquali avevano sentito le parole che aveva detto quella maravigliosa eardita donna. Io mi stetti con grandissimo disagiobattendomi ilcuore continuamente. Ancora stette a disagio tutti quelli uomini cheerano destinati a tale cattivo uffizioinsino che era tardi all'oradel desinare; alla quale ora ogni uomo andò ad altre suefaccendeper modo che a me fu portato da desinare: onde chemaravigliatoio dissi:

-Qui ha potuto piú la verità che la malignitàdegli influssi celesti; cosí priego Idioche se gli èin suo piaceremi scampi da questo furore -.



Cominciaia mangiaree sí bene come io avevo fatto prima la resoluzioneal mio gran maleancora la feci alla speranza del mio gran bene.Desinai di buona voglia. Cosí mi stetti sanza vedere o sentirealtri insino a una ora di notte. A quell'ora venne il bargello conbuona parte della sua famigliail quale mi rimesse in su quellasiedache la sera dinanzi lui m'aveva in quel luogo portatoe diquivi con molte amorevol parole a meche io non dubitassie a' suabirri comandò che avessin cura di non mi percuotere quellagamba che io avevo rottaquanto agli occhi sua.


Cosífacevanoe mi portorno in Castellodi donde io ero uscito; e quandonoi fummo su da alto innel mastiodov'è un cortilettoquivimi fermorno per alquanto.


CXVII.In questo mezzo il Castellano sopraditto si fece portare in quelluogo dove io eroe cosí ammalato e afflitto disse:

-Ve' che ti ripresi? - Sí - dissi io - ma ve' che io mi fuggi'come io ti dissi? e se io non fussi stato vendutosotto la fedepapaleun vescovado da un veniziano cardinale e un romano daFarnesee' quali l'uno e l'altro ha graffiato il viso alle sacresante leggetu mai non mi ripigliavi. Ma da poi che ora da loro s'èmessa questa male usanzafa' ancora tu il peggio che tu puoichédi nulla mi curo al mondo -.

Questopovero uomo cominciò molto forte a gridaredicendo:

-Oimè! oimè! costui non si cura né di vivere nédi morireed è piú ardito che quando egli era sano:mettetelo là sotto il giardinoe non mi parlate mai piúdi luiche costui è causa della morte mia -.

Iofui portato sotto un giardino in una stanza oscurissimadove eradell'acqua assaipiena di tarantole e di molti vermi velenosi. Fummigittato un materassuccio di capecchio in terrae per la sera non mifu dato da cenae fui serrato a quattro porte: cosí istettiinsino alle dicianove ore il giorno seguente. Allora mi fu portato damangiare: ai quali io domandai che mi dessino alcuni di quei mieilibri da leggere. Da nessuno di questi non mi fu parlatomariferirno a quel povero uomo del Castellanoil quale aveva domandatoquello che io dicevo. L'altra mattina poi mi fu portato un mio librodi Bibbia vulgaree un certo altro libro dove eran le Cronache diGiovan Villani. Chiedendo io certi altri mia librimi fu detto cheio non arei altro e che io avevo troppo di quelli. Cosíinfelicemente mi vivevo in su quel materasso tutto fradiciochéin tre giorni era acqua ogni cosa; onde io stavo continuamente senzapotermi muovereperché io avevo la gamba rotta; e volendoandare pur fuor del letto per la necessità de' mieiescrimentiandavo carpone con grandissimo affanno per non farelordure in quel luogo dove io dormiva. Avevo un'ora e mezzo del dídi un poco di riflesso di lume il quale m'entrava in quella infelicecaverna per una piccolissima buca; e solo di quel poco del tempoleggevoe 'l resto del giorno e della notte sempre stavo al buiopazientementenon mai fuor de' pensieri de Dio e di questa nostrafragilità umana; e mi pareva esser certo in brevi giorni diaver a finir quivi e in quel modo la mia sventurata vita. Pureilmeglio che io potevo da me istesso mi confortavoconsiderando quantomaggior dispiacere e' mi saria istato innel passare della vita miasentire quella inistimabil passione del coltellodove istando a quelmodo io la passavo con un sonniferoil quale mi s'era fatto moltopiú piacevole che quello di prima: e a poco a poco mi sentivospegnereinsino a tanto che la mia buona complessione si fuaccomodata a quel purgatorio. Di poi che io senti' essersi leiaccomodata e assuefattapresi animo di comportarmi quelloinistimabil dispiacere in sino a tanto quanto lei stessa me locomportava.


CXVIII.Cominciai da principio la Bibbiae divotamente la leggevo econsideravoed ero tanto invaghito in essache se io avessi potutonon arei mai fatto altro che leggere: macome e' mi mancava el lumesubito mi saltava addosso tutti i miei dispiaceri e davanmi tantotravaglioche piú volte io m'ero resoluto in qualche modo dispegnermi da me medesimo; ma perché e' non mi tenevonocoltelloio avevo male il modo a poter far tal cosa.


Peròuna volta infra l'altre avevo acconcio un grosso legno che vi era epuntellato in modo d'una stiaccia; e volevo farlo iscoccare sopra ilmio capo; il quale me lo arebbe istiacciato al primo: di modo cheacconcio che io ebbi tutto questo edifiziomovendomi risoluto periscoccarloquando io volsi dar drento colla manaio fui preso dacosa invisibile e gittato quattro braccia lontano da quel luogoetanto ispaventatoche io restai tramortito: e cosí mi stettida l'alba del giorno insino alle dicianove ore che e' mi portorno ilmio desinare. I quali vi dovettono venire piú volteche ionon gli avevo sentiti; perché quando io gli senti' entròdrento il capitan Sandrino Monaldie senti' che disse:

-Oh!


infeliceuomove' che fine ha aùto una cosí rara virtú!- Sentite queste parole apersi gli occhi: per la qual cosa viddipreti colle toghe indossoi quali dissono:

-O voidicesti che gli era morto! - Il Bozza disse:

-Morto lo trovaie però lo dissi -.



Subitomi levorno di quivi donde io eroe levato il materassoil quale eratutto fradicio diventato come maccheronilo gittorno fuori di quellastanza: e riditte queste tal cose al Castellanomi fece dare unaltro materasso. E cosí ricordatomi che cosa poteva esserestata quella che m'avessi stòlto da quella cotale inpresapensai che fussi stato cosa divina e mia difensitrice.


CXIX.Di poi la notte mi apparve in sogno una maravigliosa criatura informa d'un bellissimo giovanee a modo di sgridarmi diceva:

-Sa' tu chi è quello che t'ha prestato quel corpoche tuvolevi guastare innanzi al tempo suo? - Mi pareva rispondergli che iltutto riconoscevo dallo Idio della natura. - Addunche - mi disse - tudispregi l'opere suevolendole guastare? Làsciati guidare alui e non perdere la speranza della virtú sua - con moltealtre parole tanto mirabileche io non mi ricordo della millesimaparte. Cominciai a considerare che questa forma d'angelo mi avevaditto li vero; e gittato gli occhi per la prigioneviddi un poco dimattone fracido; cosí lo strofinai l'uno coll'altro e feci amodo che un poco di savore: di poi cosí carpone mi accostai aun taglio di quella porta della prigione e co' denti tanto fecicheio ne spiccai un poco di scheggiuzza; e fatto che io ebbi questoaspettai quella ora del lume che mi veniva alla prigionela qualeera dalle venti ore e mezzo insino alle ventuna e mezzo.


Alloracominciai a scrivere il meglio che io poteva in su certe carte cheavanzavano innel libro della Bibbia; e riprendevo gli spiriti miadello intellettoisdegnati di non voler piú istare in vita; iquali rispondevano a il corpo mioiscusandosi della loro disgrazia:e il corpo dava loro isperanza di bene: cosí in dialogoiscrissi:


-Afflitti spirti mieioimè crudeliche vi rincresce vita!


-Se contra il Ciel tu seichi fia per noi? chi ne porgeràaita?


Lassalassaci andare a miglior vita.


-Deh non partite ancorache piú felici e lieti promette ilCielche voi fussi già mai.


-Noi resterèn qualche orapurché del magno Idioconcesso sieti graziache non si torni a maggior guai.


Ripresodi nuovo il vigoreda poi che da per me medesimo io mi fuiconfortatoseguitando di legger la mia Bibbiae' mi ero di sorteassuefatto gli occhi in quella oscuritàche dove prima iosolevo leggere una ora e mezzoio ne leggevo tre intere. E tantomaravigliosamente consideravo la forza della virtú de Dio inquei semplicissimi uominiche con tanto fervore si credevanocheIdio compiaceva loro tutto quello che quei s'inmaginavano:


promettendomiancora io de l'aiuto de Diosí per la sua divinità emisericordiae ancora per la mia innocenzia; e continuamentequandocon orazione e quando con ragionamenti volti a Diosempre istavo inquesti alti pensieri in Dio; di modo che e' mi cominciò avenire una dilettazione tanto grande di questi pensieri in Diocheio non mi ricordavo piú di nessuno dispiacere che mai io perl'addietro avessi aùtoanzi cantavo tutto il giorno salmi emolte altre mie composizione tutte diritte a Dio. Solo mi dava grandeaffanno le ugna che mi crescevano; perché io non potevotoccarmi che con esse io non mi ferissi: non mi potevo vestireperché o le mi si arrovesciavano in drento o in fuoradandomiassai dolore.


Ancorami si moriva e' denti in bocca; e di questo io m'avvedevoperchésospinti i denti morti da quei ch'erano vivia poco a pocosofforavano le gengiee le punte delle barbe venivano a trapassareil fondo delle lor casse. Quando me ne avvedevo gli tiravocomecavargli d'una guainasanza altro dolore o sangue:


cosíme n'era usciti assai bene. Pure accordatomi anche con quest'altrinuovi dispiaceriquando cantavoquando oravoe quando scrivevo conquel matton pesto sopraditto; e cominciai un capitolo in lode dellaprigionee in esso dicevo tutti quelli accidenti che da quella ioavevo aúti; qual capitolo si scriverà poi al suo luogo.


CXX.Il buon Castellano mandava ispesso segretamente a sentire quello cheio facevo: e perché l'ultimo dí di luglio io mirallegrai da me medesimo assairicordandomi della gran festache siusa di fare in Roma in quel primo dí d'agostoda me dicevo:

-Tutti questi anni passati questa piacevol festa io l'ho fatta con lefragilità del mondo; questo anno io la farò oramai conla divinità de Dio - e da me dicevo:

-Oh quanto piú lieto sono io di questa che di quelle! - Quelliche mi udirno dire queste paroleil tutto riferirno al Castellano;il quale con maraviglioso dispiacere disse:

-Oh Dio! colui trionfa e vivein tanto male; e io istento in tantecomoditàe muoio solo per causa sua! Andate presto emettetelo in quella piú sotterrania cavernadove fu fattomorire il predicatore Foiano di fame: forse che vedendosi in tantacattivitàgli potria uscire il ruzzo del capo -.

Subitovenne dalla mia prigione il capitano Sandrino Monaldi con circa ventidi quei servitori del Castellano; e mi trovorno che io eroginocchionie non mi volgevo alloroanzi adoravo un Dio Padreaddorno di Angeli e un Cristo risuscitante vittoriosoche io miavevo disegnati innel muro con un poco di carboneche io avevotrovato ricoperto dalla terradi poi quattro mesi che io ero statorovescio innel letto con la mia gamba rotta; e tante volte sognai chegli Angeli mi venivano a medicarmelache di poi quattro mesi erodivenuto gagliardo come se mai rotta la non fussi stata. Peròvennono a me tanto armatiquasi che paurosi che io non fussi unvelenoso dragone. Il ditto capitano disse:

-Tu senti pure che noi siamo assaie che con gran romore noi vegniamoa te; e tu a noi non ti volgi -.

Aqueste paroleimmaginatomi benissimo quel peggio che mi potevainterveniree fattomi pratico e costante al maledissi loro:

-A questo Idio che mi porta a quello de' cieli ho volto l'anima mia ele mie contemplazione e tutti i mia spiriti vitali; e a voi ha voltoappunto quello che vi si appartieneperché quello che èdi buono in me voi non sete degni di guardarloné potetetoccarlo: sí che fatea quello che è vostrotuttoquello che voi potete -.

Questoduro capitanopaurosonon sapendo quello che io mi volessi faredisse a quattro di quelli piú gagliardi:

-Levatevi l'arme tutte da canto -.

Levateche se l'ebbonodisse:

-Presto presto saltategli a dosso e pigliatelo. Non fussi costui ildiavoloche tanti noi doviamo aver paura di lui? Tenetelo or forteche non vi scappi -.



Iosforzato e bistrattato da loroinmaginandomi molto peggio di quelloche poi m'intervennealzando gli occhi a Cristo dissi:

-O giusto Idiotu pagasti pure in su quello alto legno tutti e'debiti nostri: perché addunche ha a pagare la mia innocenzia idebiti di chi io non conosco? oh! pure sia fatta la tua voluntà-.



Intantocostoro mi portavano via con un torchiaccio acceso; pensavo io che mivolessino gittare innel trabocchetto del Sammalò: cosíchiamato un luogo paventosoil quale n'ha inghiottiti assai cosíviviperché vengono a cascare inne' fondamenti del Castellogiú innun pozzo. Questo non m'intervenne:


perla qual cosa me ne parve avere un bonissimo mercato; perchéloro mi posono in quella bruttissima caverna sopra dettadove eramorto il Foiano di famee ivi mi lasciorno istarenon mi faccendoaltro male. Lasciato che e' m'ebbonocominciai a cantare un Deprofundis clamavitun Misereree In te Domine speravi.


Tuttoquel giorno primo d'agosto festeggiai con Dioe sempre mi iubbilavail cuore di speranza e di fede. Il sicondo giorno mi trassono diquella buca e mi riportorno dove era quei miei primi disegni diquelle inmagini de Idio. Alle quali giunto che io fuialla presenzadi esse di dolcezza e di letizia io assai piansi. Da poi ilCastellano ogni dí voleva sapere quello che io facevo e quelloche io dicevo. Il Papache aveva inteso tutto il seguítoedi già li medici avevano isfidato a morte il ditto Castellanodisse:

-Innanzi che il mio Castellano muoiaio voglio che e' faccia morire asuo modo quel Benvenutoch'è causa della morte suaacciòche lui non muoia invendicato -.

Sentendoqueste parole il Castellano per bocca del duca Pierluigidisse alditto:

-Addunche il Papa mi dona Benvenutoe vuole che io ne faccia le mievendette? Non pensi addunque ad altro e lasci fare a me -.

Sícome il cuor del Papa fu cattivo inverso di mepessimo e doloroso fuinnel primo aspetto quello del Castellano; e in questo punto quelloInvisibileche mi aveva divertito dal volermi ammazzarevenne a mepure invisibilmente ma con voce chiare; e mi scosse e levommi daiacere e disse:

-Oimè! Benvenuto miopresto presto ricorri a Dio con le tuesolite orazionee grida forte forte -.



Subitospaventato mi posi inginocchionie dissi molte mie orazioni ad altavoce: di poi tutteun Qui habitat in ajutorium;di poi questoragionai con Idio un pezzo: e in uno istante la voce medesima apertae chiara mi disse:

-Vatti a riposae non aver piú paura -.

Equesto fu che il Castellanoavendo dato commessione bruttissima perla mia mortesubito la tolse e disse:

-Non è egli Benvenuto quello che io ho tanto difesoe quelloche io so certissimo che è innocentee che tutto questo malese gli è fatto attorto? O come Idio arà maimisericordia di me e dei mia peccatise io non perdono a quelli chem'hanno fatto grandissime offese? O perché ho io a offendereun uomo da beneinnocenteche m'ha fatto servizio e onore?


Vadiache in cambio di farlo morireio gli do vita e libertà; elascio per testamento che nissuno gli domandi nulla del debito dellagrossa ispesa che qui gli arebbe a pagare -.

Questointese il Papa e l'ebbe molto per male.


CXXI.Io istavo intanto colle mie solite orazione e scrivevo il mioCapitoloe cominciai a fare ogni notte i piú lieti e i piúpiacevoli sogni che mai immaginar si possa; e sempre mi pareva essereinsieme visibilmente con quello che invisibile avevo sentito esentivo bene ispessoa il quale io non domandavo altra grazia senone lo pregavoe strettamenteche mi menassi dove io potessivedere il soledicendogli che era quanto desiderio io avevo; e chese io una sola volta lo potessi vedereda poi io morrei contento. Ditutte le cose io avevo in questa prigione dispiacevolitutte mierano diventate amiche e compagnee nulla mi disturbava. Se benequei divoti del Castellanoche aspettavano che il Castellanom'impiccassi a quel merlo dove io ero scesosí come lui avevadettoveduto poi che il detto Castellano aveva fatta un'altraresoluzione tutta contraria da quella; costoroche non la potevanopatiresempre mi facevano qualche diversa pauraper la quale iodovessi pigliare spavento per la perdita della vita. Sí comeio dicoa tutte queste cose io m'ero tanto addimesticatoche dinulla io non avevo piú paura e nulla piú mi moveva;solo questo desiderioche il sognare di vedere la spera del sole. Dimodo che seguitando innanzi colle mie grandi orazionitutte voltecollo affetto a Cristosempre dicendo:

-O vero figliuol de Dioio ti priego per la tua nascitaper la tuamorte in croce e per la tua gloriosa resurressioneche tu mi faccidegno che io vegga il solese none altrimentialmanco in sogno; mase tu mi facessi degno che io lo vedessi con questi mia occhimortaliio ti prometto di venirti a visitare al tuo santo Sepulcro-.

Questaresoluzione e queste mie maggior preci a Dio le feci a' dí duad'ottobre nel mille cinquecento trentanove. Venuto poi la mattinaseguenteche fu a' dí tre di ottobre dettoio m'erorisentito alla punta del giornoinnanzi il levar del solequasiun'ora; e sollevatomi da quel mio infelice covilemi messi a dossoun poco di vestaccia che io avevoperché e' s'era cominciatoa far fresco: e stando cosí sollevatofacevo orazione piúdivote che mai io avessi fatte per il passato; ché in detteorazione dicevo con gran prieghi a Cristoche mi concedessi almancotanto di graziache io sapessi per ispirazion divina per qual miopeccato io facevo cosí gran penitenzia; e da poi che SuaMaestà divina non mi aveva voluto far degno della vista delsole almanco in sognolo pregavo per tutta la sua potenzia e virtúche mi facessi degno che io sapessi quale era la causa di quellapenitenzia.


CXXII.Dette queste paroleda quello Invisibilea modo che un vento io fuipreso e portato viae fui menato in una stanza dove quel mioInvisibile allora visibilmente mi si mostrava in forma umanain modod'un giovane di prima barba; con faccia maravigliosissimabellamaausteranon lasciva; e mi mostrava innella ditta stanzadicendomi:

-Quelli tanti uomini che tu vedisono tutti quei che insino a qui sonnati e poi son morti -.



Ilperché io lo domandavo per che causa lui mi menava quivi: ilqual mi disse:

-Vieni innanzi meco e presto lo vedrai -.

Mitrovavo in mano un pugnaletto e indosso un giaco di maglia; e cosími menava per quella grande stanzamostrandomi coloro che a infinitemigliaia or per un verso or per un altro camminavano.


Menatomiinnanziuscí innanzi a me per una piccola porticella in unluogo come in una strada istretta; e quando egli mi tiròdrieto a sé innella detta istradaall'uscire di quella stanzami trovai disarmatoed ero in camicia bianca sanza nulla in testaed ero a man ritta del ditto mio compagno. Vedutomi a modoio mimaravigliavoperché non ricognoscevo quella istrada; e alzatogli occhividdi che il chiarore del sole batteva in una pariete dimuromodo che una facciata di casasopra il mio capo. Allora iodissi:

-O amico miocome ho io da fareche io mi potessi alzare tanto cheio vedessi la propia spera del sole? - Lui mi mostrò parecchiscaglioni che erano quivi alla mia man rittae mi disse:


-Va quivi da te -.

Iospiccatomi un poco da luisalivo con le calcagna allo indietro super quei parecchi scaglionie cominciavo a poco a poco a scoprire lavicinità del sole.


M'affrettavodi salire; e tanto andai in su in quel modo ditto che io scopersitutta la spera del sole. E perché la forza de' suoi razzialsolito loromi fece chiudere gli occhiavvedutomi dell'error mioapersi gli occhi e guardando fiso il soledissi:


-O sole mioche t'ho tanto desideratoio voglio non mai piúvedere altra cosase bene i tuoi razzi mi acciecano -.

Cosími stavo con gli occhi fermi in lui; e stato che io fui un pochettoin quel modoviddi in un tratto tutta quella forza di quei granrazzi gittarsi in sulla banda manca del ditto sole; e restato il solenettosanza i suoi razzicon grandissimo piacere io lo vedevo; e mipareva cosa maravigliosa che quei razzi si fussino levati in quelmodo. Stavo a considerare che divina grazia era stata questache ioavevo quella mattina da Dioe dicevo forte:


-Oh mirabil tua potenzia! oh gloriosa tua virtú! Quanto maggiorgrazia mi fai tudi quello che io non m'aspettavo! - Mi parevaquesto sole sanza i razzi suané piú né mancoun bagno di purissimo oro istrutto. In mentre che io consideravoquesta gran cosaviddi in mezzo a detto sole cominciare a gonfiare;e crescere questa forma di questo gonfioe in un tratto si fece unCristo in croce della medesima cosa che era il sole; ed era di tantabella grazia in benignissimo aspettoquale ingegno umano non potriainmaginare una millesima parte; e in mentre che io consideravo talcosadicevo forte:

-Miracolimiracoli! O Idioo clemenzia tuao virtú tuainfinitadi che cosa mi fai tu degno questa mattina! - E in mentreche io consideravo e che io dicevo queste parolequesto Cristo simoveva inverso quella parte dove erano andati i suoi razzie innelmezzo del sole di nuovo gonfiavasí come aveva fatto prima; ecresciuto il gonfiosubito si convertí innuna forma d'unabellissima Madonnaqual mostrava di essere a sedere in modo moltoalto con il ditto figliuolo in braccio in atto piacevolissimoquasiridente; di qua e di là era messa in mezzo da duoi Angelibellissimi tanto quanto lo immaginare non arriva. Ancora vedevo inesso solealla mana rittauna figura vestita a modo di sacerdote:questa mi volgeva le stiene e 'l viso teneva vòlto inversoquella Madonna e quel Cristo. Tutte queste cose io vedevo verechiare e vivee continuamente ringraziavo la gloria di Dio congrandissima voce.


Quandoquesta mirabil cosa mi fu stata innanzi agli occhi poco piúd'uno ottavo d'orada me si partíe io fui riportato in quelmio covile. Subito cominciai a gridare fortead alta voce dicendo:

-La virtú de Dio m'ha fatto degno di mostrarmi tutta la gloriasuaquale non ha forse mai visto altro occhio mortale: onde perquesto io mi cognosco di essere libero e felice e in grazia a Dio; evoi ribaldiribaldi restereteinfelici e nella disgrazia de Dio.


Sappiateche io sono certissimoche il dí di tutti e Santiquale fuquello che io venni al mondo nel mille cinquecento a puntoil primodí di novembrela notte seguente a quattro orequel díche verràvoi sarete forzati a cavarmi di questo carceretenebroso; e non potrete far di mancoperché io l'ho vistocon gli occhi mia e in quel trono di Dio. Quel sacerdotequal eravòlto inverso Idio e che a me mostrava le stienequello erail santo Pietroil quale avocava per mevergognandosi che innellacasa sua si faccia ai cristiani cosí brutti torti. Síche ditelo a chi voleteche nissuno non ha potenzia di farmi piúmale; e dite al quel Signor che mi tien quiche se lui mi dào cera o cartae modo che io gli possa sprimere questa gloria deDioche mi s'è mostracertissimo io lo farò chiaro diquel che forse lui sta in dubbio.


CXXIII.Il Castellanocon tutto che i medici non avessino punto di speranzadella sua saluteancora era restato in lui spirito saldo e si erapartito quelli umori della pazziache gli solevano dar noia ognianno: e datosi in tutto e per tutto all'animala coscienza lorimordevae gli pareva pure che io avessi ricevuto e ricevessi ungrandissimo torto; e faccendo intendere al Papa quelle gran cose cheio dicevail Papa gli mandava a direcome quello che non credevanullané in Dio né in altridicendo che io eroimpazzatoe che attendessi il piú che lui poteva alla suasalute. Sentendo il Castellano queste rispostemi mandò aconfortare e mi mandò da scrivere e della cera e certifuscelletti fatti per lavorar di ceracon molte cortese parolecheme le disse un certo di quei sua servitori che mi voleva bene. Questotale era tutto contrario di quella setta di quegli altri ribaldichemi arebbon voluto veder morto. Io presi quelle carte e quelle cereecominciai a lavorare: e 'n mentre che io lavoravo scrissi questosonetto indiritto al Castellano:


S'i'potessiSignormostrarvi il vero del lume eternoin questa bassavitaqual'ho da Dioin voi vie piú gradita saria mia fedeche d'ogni alto impero.


Ahi!se 'l credessi il gran Pastor del chieroche Dio s'e mostro in suagloria infinitaqual mai vide almaprima che partita da questobasso regnoaspro e sincero; e porte di Iustizia sacre e santesbarrar vedrestie 'l tristo impio furore cader legatoe al cielmandar le voce.


S'i'avessi luceahi lassoalmen le piante sculpir del Ciel potessi ilgran valore!


Nonsaria il mio gran mal sí greve croce.


CXXIV.Venuto l'altro giorno a portarmi il mio mangiare quel servitore delCastellanoil quale mi voleva beneio gli detti questo sonettoiscritto; il qualesegretamente da quelli altri maligni servitoriche mi volevano malelo dette al Castellano:


ilquale volentieri m'arebbe lasciato andar viaperché glipareva che quel torto che m'era istato fattofossi gran causa dellamorte sua. Prese il sonettoe lettolo piú d'una voltadisse:

-Queste non sono né parole né concetti da pazzo; ma síbene d'uomo buono e da bene - e subito comandò a un suosecretario che lo portassi al Papae che lo dessi in propia manopregandolo che mi lasciassi andare. Mentre che il detto segretarioportò il sonetto al Papail Castellano mi mandò lumeper il dí e per la nottecon tutte le comodità che inquel luoco si poteva desiderare; per la qual cosa io cominciai amigliorare della indisposizione della mia vitaquale era divenutagrandissima. Il Papa lesse il sonetto piú volte; di poi mandòa dire al Castellanoche farebbe ben presto cosa che gli sarebbegrata. E certamente che il Papa m'arebbe poi volentieri lasciatoandare; ma il signor Pierluigi dittosuo figliuoloquasi contra lavoglia del Papaper forza mi vi teneva. Avvicinandosi la morte delCastellanoin mentre che io avevo disegnato e scolpito quelmaraviglioso miracolola mattina d'Ogni Santi mi mandò perPiero Ugolinisuo nipotea mostrare certe gioie; le quali quando iole viddisubito dissi:

-Questo è il contrasegno della mia liberazione -.

Alloraquesto giovaneche era persona di pochissimo discorsodisse:

-A cotesto non pensar tu maiBenvenuto -.

Alloraio dissi:

-Porta via le tue gioieperché io son condotto di sortecheio non veggo lume se none in questa caverna buiainnella quale nonsi può discernere la qualità delle gioie; ma quantoall'uscire di questo carceree' non finirà questo giornointeroche voi me ne verrete a cavare: e questo è forza checosí siae non potete far di manco. - Costui si partíe mi fece riserrare; e andatosenesoprastette piú di dua oredi oriuolo; di poi venne per me senza armaticon dua ragazzi che miaiutassino sosteneree cosí mi menò in quelle stanzelarghe che io avevo prima (questo fu 'l 1538)dandomi tutte lecomodità che io domandavo.


CXXV.Ivi a pochi giorni il Castellanoche pensava che io fussi fuora eliberostretto dal suo gran male passò di questa presentevitae in cambio suo restò messer Antonio Ugolini suofratello il quale aveva dato ad intendere al Castellano passatosuofratelloche mi aveva lasciato andare. Questo messer Antonioperquanto io intesiebbe commessione dal Papa di lasciarmi stare inquella prigione largaper insino a tanto che lui gli direbbe quelche s'avessi a fare di me. Quel messer Durante bresciano giàsopra ditto si convenne con quel soldatospeziale pratesedi darmia mangiare qualche licore in fra i miei cibiche fussi mortiferomanon subito; facessi in termine di quattro o di cinque mesi.


Andornoinmaginando di mettere in fra il cibo del diamante pesto; il qualenon ha veleno in sé di sorte alcunama per la sua inistimabildurezza resta con i canti acutissimie non fa come l'altre pietre;ché quella sottilissima acutezza a tutte le pietrepestandolenon restaanzi restano come tonde; e il diamante soloresta con quella acutezza; di modo che entrando innello stomacoinsieme con gli altri cibiin quel girare che e' fanno e' cibi perfare la digestionequesto diamante s'appicca ai cartilaggini dellostomaco e delle budellae di mano in mano che 'l nuovo cibo vienepignendo sempre innanziquel diamante appiccato a esse con non moltoispazio di tempo le fora; e per tal causa si muore; dove che ognialtra sorte di pietre o vetri mescolata col cibo non ha forzad'appiccarsie cosí ne va col cibo. Però questo messerDurante sopraditto dette un diamante di qualche poco di valore a unadi queste guardie. Si disse che questa cura l'aveva aúta uncerto Lione aretino oreficemio gran nimico. Questo Lione ebbe ildiamante per pestarlo; e perché Lione era poverissimo e 'ldiamante poteva valere parecchi decine di scudicostui dette adintendere a quella guardiache quella polvere che lui gli dettefossi quel diamante pesto che s'era ordinato per darmi; e quellamattina che io l'ebbime lo messono in tutte le vivande; che fu unvenerdí: io l'ebbi in insalata e in intingoli e in minestra.Attesi di buona voglia a mangiareperché la sera io avevodigiunato. Questo giorno era di festa. è ben vero che io misentivo scrosciare la vivanda sotto i dentima non pensavo mai a talribalderie. Finito che io ebbi di desinareessendo restato un pocod'insalata innel piattellomi venne diritto gli occhi a certestiezze sottilissimele quali m'erano avanzate. Subito io le presie accostatomi al lume della finestrache era molto luminosaparteche io le guardavomi venne ricordato di quello iscrosciare chem'aveva fatto la mattina il cibo piú che il solito: ericonsideratole beneper quanto gli occhi potevan giudicaremicredetti resolutamente che quello fussi diamante pesto. Subito mifeci morto resolutissimamentee cosí cordoglioso corsidivotamente alle sante orazioni; e come resolutomi pareva essercerto di essere ispacciato e morto: e per una ora intera fecigrandissime orazione a Dioringraziandolo di quella cosípiacevol morte. Da poi che le mie stelle mi avevano cosídestinatomi pareva averne aùto un buon mercato a uscirne perquella agevol via; e mi ero contentoe avevo benedetto il mondo equel tempo che sopra di lui ero stato. Ora me ne tornavo a migliorregno con la grazia de Dioche me la pareva avere sicurissimamenteacquistata: e in quello che io stavo con questi pensieritenevo inmano certi sottilissimi granelluzzi di quello creduto diamantequaleper certissimo giudicavo esser tale. Oraperché la speranzamai non muoremi parve essere sobbillato da un poco di vanasperanza; qual fu causa che io presi un poco di coltellinoe presidi quelle ditte granellinee le missi in su 'n un ferro dellaprigione; dipoi appoggiatovi la punta del coltello per pianoagravando fortesenti' disfare la ditta pietra; e guardato bene congli occhividdi che cosí era il vero.


Subitomi vesti' di nuova isperanza e dissi:

-Questo non è il mio nimico messer Durantema è unapietraccia tenera la quale non è per farmi un male al mondo -.

Esí come io m'ero risoluto di starmi cheto e di morirmi in pacea quel modofeci nuovo propositoma in prima ringraziando Idio ebenedicendo la povertàche sí come molte volte èla causa della morte degli uominiquella volta ell'era stata causaistessa della vita mia; perché avendo dato quel messer Durantemio nimicoo chi fussi statoun diamante a Lioneche me lopestassidi valore di piú di cento scudicostui per povertàlo prese per sée a me pestò un berillo cetrino divalore di dua carlinipensando forseper essere ancora esso pietrache egli facesse el medesimo effetto del diamante.


CXXVI.In questo tempo il vescovo di Paviafratel del conte di San Sicondodomandato monsignor de' Rossi di Parmaquesto vescovo era prigionein Castello per certe brighe già fatte a Pavia; e per essermolto mio amicoio mi feci fuoraalla buca della mia prigionee lochiamai ad alta vocedicendogli che per uccidermi quei ladronim'avevan dato un diamante pesto: e gli feci mostrare da un suoservitore alcune di quelle polveruzze avanzatemi; ma io non gli dissiche io avevo conosciuto che quello non era diamante; ma gli dicevoche loro certissimo mi avevano avelenato da poi la morte diquell'uomo da bene del Castellano; e quel poco che io vivessilopregavo che mi dessi de' sua pani uno il díperché ionon volevo mai piú mangiare cosa nissuna che venissi da loro.Cosí mi promise mandarmi della sua vivanda. Quel messerAntonioche certo di tal cosa non era consapevolefece molto granromore e volse vedere quella pietra pestaancora lui pensando chediamante egli fussi; e pensando che tale impresa venissi dal Papasela passò cosí di leggiericonsiderato che gli ebbe ilcaso. Io m'attendevo a mangiare della vivanda che mi mandava ilVescovoe scrivevo continuamente quel mio Capitolo della prigionemettendovi giornalmente tutti quelli accidenti che di nuovo mivenivanodi punto in punto. Ancora il ditto messer Antonio mimandava da mangiare per un certo sopra ditto Giovanni spezialediquel di Pratoe quivi soldato. Questoche m'era nimicissimo e cheera istato lui quello che m'aveva portato quel diamante pestoio glidissi che nulla io volevo mangiare di quello che egli mi portavaseprima egli non me ne faceva la credenza: per la qual cosa lui midisse che a' Papi si fanno le credenze. Al quale io risposiche sícome i gentili uomini sono ubrigati a far la credenza al Papa; cosíluisoldatospezialvillan da Pratoera ubrigato a far lacredenza a un Fiorentino par mio. Questo disse di gran parolee ioallui. Quel messer Antoniovergognandosi alquantoe ancoradisegnato di farmi pagare quelle spese che il povero Castellano mortomi aveva donatetrovò un altro di quei sua servitoriilquale era mio amico; e mi mandava la mia vivandaalla qualepiacevolmente il sopra ditto mi faceva la credenza sanza altradisputa. Questo servitore mi diceva come il Papa era ogni dímolestato da quel monsignor di Morlucil quale da parte del Recontinuamente mi chiedeva; e che il Papa ci aveva poca fantasia arendermi; e che il cardinale Farnesegià tanto mio patrone eamicoaveva aùto a dire che io non disegnassi uscire diquella prigione di quel pezzo: al quale io dicevoche io n'uscirei adispetto di tutti.


Questogiovane dabbene mi pregava che io stessi chetoe che tal cosa io nonfussi sentito direperché molto mi nocerebbe; e che quellafidanzache io avevo in Diodovessi aspettare la grazia suastandomi cheto. A lui dicevo che le virtú de Dio non hannoaver paura delle malignità della ingiustizia.


CXXVII.Cosí passando pochi giorni innanzicomparse a Roma ilcardinale di Ferrara; il qualeandando a fare reverenzia al PapailPapa lo trattenne tantoche venne l'ora della cena. E perchéil Papa era valentissimo uomovolse avere assai agio a ragionare colCardinale di quelle francioserie. E perché innel pasteggiarevien detto di quelle coseche fuora di tale atto tal volta non sidirieno; per modo cheessendo quel gran re Francesco in ogni cosasua liberalissimoe il Cardinaleche sapeva bene il gusto del Reancora lui a pieno compiacque al Papa molto piú di quello cheil Papa non si immaginava; di modo che il Papa era venuto in tantaletiziasí per questo e ancora perché gli usava unavolta la settimana di fare una crapula assai gagliardaperchédappoi la gomitava. Quando il Cardinale vidde la disposizione delPapaatta a compiacer graziemi chiese da parte del Re con grandeistanziamostrando che il Re aveva gran desiderio di tal cosa.Allora il Papasentendosi appressare all'ora del suo vomitoeperché la troppa abbundanzia del vino ancora faceva l'uffiziosuodisse al Cardinale con gran risa:

-Ora ora voglio che ve lo meniate a casa - e date le ispressecommessionesi levò da tavola; e il Cardinale subito mandòper meprima che il signior Pierluigi lo sapessiperché nonm'arebbe lasciato in modo alcuno uscire di prigione. Venne il mandatodel Papa insieme con dua gran gentiluomini del ditto cardinale diFerrarae alle quattro ore di notte passate mi cavorno del dittocarcere e mi menorno dinanzi al Cardinale; il quale mi feceinnistimabile accoglienze; e quivi bene alloggiato mi restai agodere. Messer Antoniofratello del Castellano e in luogo suovolseche io gli pagassi tutte le spesecon tutti que' vantaggi che usanovolere e' bargelli e gente similené volse osservare nulla diquello che il Castellano passato aveva lasciato che per me sifacessi. Questa cosa mi costò di molte decine di scudieperché il Cardinale mi disse di poiche io stessi a buonaguardia s'i' volevo bene alla vita miae che se la sera lui non micavava di quel carcereio non ero mai per uscire; che di giàavevo inteso dire che il Papa si condoleva molto di avermi lasciato.


CXXVIII.M'è di necessità tornare un passo indietroperchéinnel mio capitolo s'interviene tutte queste cose che io dico. Quandoio stetti quei parecchi giorni in camera del Cardinale e di poi innelgiardin segreto del Papainfra gli altri mia cari amici mi venne atrovare un cassiere di messer Bindo Altovitiil quale per nome erachiamato Bernardo Galluzzi; a il quale io aveva fidato il valore diparecchi centinaia di scudi; e questo giovane innel giardin segretodel Papa mi venne a trovare e mi volse rendere ogni cosa; onde io glidissi che non sapevo dare la roba mia né a 'mico piúcaro né in luogo dove io avessi pensato che ella fussi piúsicura; il quale amico mio pareva che si scontorcessi di non lavoleree io quasi che per forza gnele feci serbare. Essendo l'ultimavolta uscito del Castellotrovai che quel povero giovane di questoBernardo Galluzzi detto si era rovinato; per la qualcosa io persi laroba mia. Ancora: nel tempo che io ero in carcereun terribil sognomi fu fattomodo che con un calamo iscrittomi innella fronte paroledi grandissima importanza; e quello che me le fece mi replicòben tre volteche io tacessi e non le riferissi ad altri. Quando iomi svegliaimi senti' la fronte contaminata. Però innel mioCapitolo della prigione s'interviene moltissime di queste cotal cose.Ancora: mi venne dettonon sapendo quello che io mi dicevotuttoquello che di poi intervenne al signor Pier Luigitanto chiare etanto appuntoche da me medesimo ho considerato che propio uno Angeldel Cielo me le dittassi. Ancora: non voglio lasciare indrieto unacosala maggiore che sia intervenuto a un altro uomo; qual èper iustificazione della divinità de Dio e dei segreti suaquale si degnò farmene degno: che d'allora in quache io talcosa vidimi restò uno isplendorecosa maravigliosa!soprail capo mio; il quale si è evidente a ogni sorta di uomo a chiio l'ho voluto mostrarequal sono stati pochissimi. Questo si vedesopra l'ombra mia la mattina innel levar del sole insino a dua ore disolee molto meglio si vede quando l'erbetta ha addosso quella mollerugiada; ancora si vede la sera al tramontar del sole. Io me neavveddi in Francia in Parigiperché l'aria in quella parte dilà è tanto piú netta dalle nebbieche làsi vedeva espressa molto meglio che in Italiaperché lenebbie ci sono molto piú frequente; ma non resta che a ognimodo io non la vegga; e la posso mostrare ad altrima non síbene come in quella parte ditta. Voglio descrivere il mio Capitolofatto in prigione e in lode di detta prigione; di poi seguiteròi beni e' mali accadutimi di tempo in tempoe quelli ancora che miaccadranno innella vita mia.






Questocapitolo scrivo a Luca Martini chiamandolo in esso come qui si sente.


Chivuol saper quant'è il valor de Dioe quant'un uomo a quel Bensi assomigliaconvien che stie 'n prigioneal parer mio; sie carcodi pensieri e di famigliae qualche doglia per la sua personaelunge esser venuto mille miglia.


Orse tu vuoi poter far cosa buonasie preso a tortoe poi istarviassaie non avere aiuto da persona; ancor ti rubin quel po' che tuhai:


pericoldella vita; ebbistrattatosenza speranza di salute mai.


Esforzinti gittare al disperatorompere il carcersaltare ilCastello:


poisie rimesso in piú cattivo lato.


AscoltaLucaor che ne viene il bello:


averrotto una gambaesser giuntatola prigion molle e non avermantello.


Némai da nissuno ti sie parlatoe ti porti il mangiar con trista nuovaun soldatospezialvillan da Prato.


Orsenti ben dove la gloria pruova:


nonv'esser da sederse non sul cesso; pur sempre desto a far qualcosanuova.


Alservitor comandamento spresso che non ti oda parlarné diètinulla; e la porta apra un picciol picciol fesso.


Orquest'è dove un bel cervel trastulla:


nécartapennainchiostroferro o fuocoe pien di bei pensier findalla culla.


Lagran pietàche se n'è detto pocoma per ogniunaimmàginane centoché a tutte ho riservato parte eloco.


Orper tornar al nostro primo ententoe dir lode che merta la prigione:


nonbasteria del Ciel chiunche v'è drento.


Quanon si mette mai buone personese non vien da ministrio malgovernoinvidieisdegno o per qualche quistione.


Perdir il ver di quel ch'io ne discernoqua si cognosce e sempre Idiosi chiamasentendo ognor le pene dello Inferno.


Sietristo unquant'e' può al mondoin famae stie 'n prigionein circa a dua mal'annie' n'esce santo e savioed ogniun l'ama.


Quas'affinisce l'almae 'l corpoe' panni; ed ogni omaccio grosso siassottigliae vedesi del Ciel fino agli scanni.


Tivo' contar una gran maraviglia:


venendomidi scrivere un capriccioche cose in un bisogno un uomo piglia.


Voper la stanzae' cigli e 'l capo arricciopoi mi drizzo a un tagliodella portae co' denti un pezzuol di legno spiccio; e presi unpezzo di matton per sortae rotto in polver ne ridussi un poco; poine feci un savor coll'acqua morta.


Alloraallor della poesia il fuoco m'entrò nel corpoe credo per lavia ond'esce il pan; ché non v'era altro loco.


Pertornare a mia prima fantasiaconvienchi vuol saper che cosa è'l beneprima che sappia il malche Dio gli dia.


D'ogn'artela prigion sa fare e tiene:


setu volessi ben dello spezialeti fa sudare il sangue per le vene.


Poil'ha in sé un certo naturaleti fa loquenteanimoso eaudacecarco di bei pensieri in bene e in male.


Buonper colui che lungo tempo iace 'n una scura prigione po' alfinn'esca:


saragionar di guerratriegua e pace.


Gliè forza che ogni cosa gli riesca; ché quella fal'uom sídi virtú pienoche 'l cervel non gli fapoi la moresca.


Tumi potresti dir:

-Quelli anni hai meno -:


E'non è 'l verché la t'insegna un modo ch'empier te nepuo' poi 'l petto e 'l seno.


Inquanto a meper quanto io sola lodo; ma vorrei ben ch'e' s'usassiuna legge:


chipiú la merta non andassi in frodo.


Ogniuomch'è dato in cura al pover greggeaddottorar vorries' inla prigioneperché sapria ben poi come si regge.


Fariale cose come le personee non s'uscirai mai del seminatonési vedria sí gran confusione.


Inquesto tempo ch'io ci sono statoio ci ho veduti fratipreti egentee starci men chi piú l'ha meritato.


Setu sapessi il gran duol che si sentese 'nanzi a te se ne va un diloro!


Quasiche d'esser nato l'uom si pente.


Nonvo' dir piú: son diventato d'oroqual non si spende cosífacilmentené se ne faria troppo buon lavoro.


E'm'è venuto un'altra cosa a mentech'io non t'ho dettoLuca:ov'io lo scrissifu in su'n un libro d'un nostro parenteche insulle margin per lo lungo missi questo gran duol che m'ha le membraistortee che il savor non correvati dissi; che a far un Obisognava tre volte 'ntigner lo stecco; che altro duol non stimo sianello Inferno fra l'anime avolte.


Orpoi che attorto qui no sono 'l primodi questo taccio; e torno allaprigionedove il cervel e 'l cuor pel duol mi limo.


Iopiú la lodo che l'altre persone; e volendo far dotto un chenon sasanza essa non si può far cose buone.


Ohfussecome io lessi poco faun che dicessi come alla Piscina:


-Piglia i tua panniBenvenutoe va'! - canteria 'l Credo e laSalvereginail Paternostroe poi daria la mancia a ciechipoverzoppi ogni mattina.


Ohquante volte m'han fatto la guancia pallida e smorta questi gigliatale ch'io non vo' piú né Firenze né Francia!


Ese m'avien ch'io vada allo spedalee dipinto vi sia la Nunziatafuggiròch'io parrò uno animale.


Nondico già per Leidegna e sagratané de' suoi gigliglorïosi e santiche hanno il cielo e la terra inluminata; maperché ognior ne veggo su pe' canti di quei che hanno le lorfoglie a unciniarò paur che non sien di quei tanti.


Ohquanti come me vanno tapiniqual natiqual serviti a questaimpresaspirti chiarileggiadrialti e divini!


Vidicader la mortifer'impresa dal ciel velocefra la gente vanapoinella pietra nuova lampa accesa; del Castel prima romper la campanache io n'uscissi; e me l'aveva detto Colui che in Cielo e in terra ilvero spiana; di brunoappresso a questoun cataletto di gigli rottiornato; pianti e crocee molti afflitti per dolor nel letto.


Viddicolei che l'alme affligge e cuoceche spaventava or questoor quel;poi disse:


-Portar ne vo' nel sen chiunche a te nuoce -.



QuelDegno poi nella mia fronte scrisse col calamo di Pietro a me parolee ch'io tacessi ben tre volte disse.


VidiColui che caccia e affrena il solevestito d'esso in mezzo alla suaCortequal occhio mortal mai veder non suole.


Cantavaun passer solitario forte sopra la ròcca; ond'io - Per certo -dissi- Quel mi predice vitae a voi morte -.



Ele mie gran ragion cantai e scrissichiedendo solo a Dio perdonsoccorsoché sentia spegner gli occhi a morte fissi.


Nonfu mai lupoleontigree orso piú setoso di queldelsangue umanoné vipra mai piú venenoso morso;quest'era un crudel ladro capitano'l maggior ribaldocon certialtri tristi; ma perché ogniun nol sappia il diròpiano.


Seavete birri affamati mai vistich'entrino appegnorar un poverettogittar per terra Nostredonne e Cristiil dí d'agosto vennonper dispetto a tramutarmi una piú trista tomba:


-Novembre: ciascun sperso e maladetto -.



Ave'agli orecchi una tal vera trombache 'l tutto mi dicevaed io alorosanza pensarperché 'l dolor si sgombra.


Equando privi di speranza foromi dettonper uccidermiun diamantepesto a mangiaree non legato in oro.


Chiesicredenza a quel villan furfanteche 'l cibo mi portava; e da medissi:


-Non fu quel già 'l nimico mio durante -.



Maprima i mie' pensieri a Dio remissipregandol perdonassi 'l miopeccato; e Miserere lacrimando dissi.


Delgran dolore alquanto un po' quietatorendendo volentieri a Dioquest'almacontento a miglior regno e d'altro statoscender dalCiel con gloriosa palma un Angel vidi; e poi con lieto volto promisseal viver mio piú lunga salmadicendo a me:

-Per Dioprima fie tolto ogni avversario tuo con aspra guerrarestando tu filicelieto e scioltoin grazia a Quel ch'èPadre in cielo e 'n terra.






LIBROSECONDO




I.Standomi innel palazzo del sopraditto cardinal di Ferraramolto benveduto universalmente da ogniunoe molto maggiormente visitato cheprima non ero fattomaravigliandosi ogni uomo piú delloessere uscito e vivuto infra tanti ismisurati affanni; in mentre cheio ripigliavo il fiatoingegnandomi di ricordarmi dell'arte miapresi grandissimo piacere di riscrivere questo soprascritto capitolo.Di poiper meglio ripigliar le forzepresi per partito di andarmi aspasso all'aria qualche giornoe con licenzia e cavagli del mio buonCardinaleinsieme con dua giovani romaniche uno era lavorantedell'arte mia; l'altro suo compagno non era de l'artema venne pertenermi compagnia. Uscito di Romame ne andai alla volta diTagliacozzepensando trovarvi Ascanioallevato mio sopraditto; egiunto in Tagliacozzetrovai Ascanio ditto insieme con suo padre efrategli e sorelle e matrigna. Dalloro per dua giorni fu' carezzatoche impossibile saria il dirlo: partimmi per alla volta di Romaemeco ne menai Ascanio. Per la strada cominciammo a ragionaredell'artedi modo che io mi struggevo di ritornare a Romaperricominciare le opere mie. Giunti che noi fummo a Romasubito miaccomodai da lavorare; e ritrovato un bacino d'argentoil qualeavevo cominciato per il Cardinale innanzi che io fussi carcerato:insieme col ditto bacino si era cominciato un bellissimo boccaletto:questo mi fu rubato con molta quantità di altre cose di moltovalore. Innel detto bacino facevo lavorare Pagolo sopraditto. Ancoraricominciai il boccaleil quale era composto di figurine tonde e dibasso rilievo; e similmente era composto di figure tonde e di pescidi basso rilievo il detto bacinotanto ricco e tanto beneaccomodatoche ogniuno che lo vedeva restava maravigliatosíper la forza del disegno e per la invenzione e per la pulizia cheusavono quei giovani in su dette opere. Veniva il Cardinale ognigiorno almanco dua volte a starsi mecoinsieme con messer LuigiAlamanni e con messer Gabbriel Cesanoe quivi per qualche ora sipassava lietamente tempo. Non istante che io avessi assai da fareancora mi abbundava di nuove opere; e mi dette a fare il suo suggellopontificaleil quale fu di grandezza quanto una mana d'un fanciullodi dodici anni; e in esso suggello intagliai dua istoriette in cavo;che l'una fu quando san Giovanni predicava nel disertol'altraquando sant'Ambruogio scacciava quelli Arianifigurato in su'n uncavallo con una sferza in manocon tanto ardire e buon disegnoetanto pulitamente lavoratoche ogniuno diceva che io avevo passatoquel gran Lautizio il quale faceva solo questa professione; e ilCardinale lo paragonava per propria boria con gli altri suggelli deicardinali di Romaquali erano quasi tutti di mano del sopradittoLautizio.


II.Ancora m'aggiunse il Cardinaleinsieme con quei dua sopra ditticheio gli dovessi fare un modello d'una saliera; ma che arebbe volutouscir dell'ordinario di quei che avean fatte saliere. Messer Luigisopra questoapproposito di questo saledisse molte mirabil cose;messer Gabbriello Cesano ancora lui in questo proposito disse cosebellissime. Il Cardinalemolto benigno ascoltatore e saddisfattooltramodo delli disegniche con parole aveano fatto questi dua granvirtuosivoltosi a me disse:


-Benvenuto mioil disegno di messer Luigi e quello di messerGabbriello mi piacciono tantoche io non saprei qual mi tòrrel'un de' dua; però a te rimettoche l'hai a mettere in opera-.



Alloraio dissi:

-VedeteSignoridi quanta importanza sono i figliuoli de' re e degliimperatorie quel maraviglioso splendore e divinità che inloro apparisce. Niente di manco se voi dimandate un povero umilepastorelloa chi gli ha piú amore e piú affezioneo aquei detti figliuoli o ai suaper cosa certa dirà d'avere piúamore ai sua figliuoli. Però ancora io ho grande amore ai mieifigliuoliche di questa mia professione partorisco: sí che 'lprimo che io vi mostrerròMonsignor reverendissimo miopatronesarà mia opera e mia invenzione; perché moltecose son belle da direche faccendole poi non s'accompagnano bene inopera -.

Evoltomi a que' dua gran virtuosidissi:

-Voi avete detto e io farò -.

MesserLuigi Alamanni allora ridendocon grandissima piacevolezzain miofavore aggiunse molte virtuose parole: e allui s'avvenivanoperchégli era bello d'aspetto e di proporzion di corpoe con suave voce.Messer Gabbriello Cesano era tutto il rovesciotanto brutto e tantodispiacevole; e cosí sicondo la sua forma parlò. Avevamesser Luigi con le parole disegnato che io facessi una Venere con unCupidoinsieme con molte galanterietutte a proposito; messerGabbriello aveva disegnato che io facessi una Amfitrite moglie diNettunnoinsieme con di quei Tritoni di Nettunno e molte altre coseassai belle da direma non da fare. Io feci una forma ovata digrandezza di piú d'un mezzo braccio assai benequasi duaterzie sopra detta formasicondo che mostra il Mare abbracciarsicon la Terrafeci dua figure grande piú d'un palmo assaibenele quale stavano a sedere entrando colle gambe l'unanell'altrasí come si vede certi rami di mare lunghi cheentran nella terra; e in mano al mastio Mare messi una navericchissimamente lavorata: innessa nave accomodatamente e bene stavadi molto sale; sotto al detto avevo accomodato quei quattro cavallimarittimi: innella destra del ditto Mare avevo messo il suo tridente.La Terra avevo fatta una femmina tanto di bella forma quanto io avevopotuto e saputobella e graziata; e in mano alla ditta avevo postoun tempio ricco e adornoposato in terra; e lei in sun essoappoggiava con la ditta mano; questo avevo fatto per tenere il pepe.Nell'altra mano posto un corno di doviziaaddorno con tutte lebellezze che io sapevo al mondo. Sotto questa Iddeae in quellaparte che si mostrava esser terraavevo accomodato tutti quei piúbei animali che produce la terra. Sotto la parte del Mare avevofigurato tutta la bella sorte di pesci e chioccioletteche comportarpoteva quel poco ispazio: quel resto de l'ovatonella grossezza suafeci molti ricchissimi ornamenti. Poi aspettato il Cardinalequalvenne con quelli dua virtuositrassi fuora questa mia opera di cera:alla quale con molto romore fu il primo messer Gabbriel Cesanoedisse:

-Questa è un'opera da non si finire innella vita di dieciuomini; e voiMonsignore reverendissimoche la vorrestia vitavostra non l'aresti mai; però Benvenuto v'ha voluto mostrarede' sua figliuolima non darecome facevàno noii qualidicevamo di quelle cose che si potevano fare; e lui v'ha mostro diquelle che non si posson fare -.

Aquestomesser Luigi Alamanni prese la parte mia. [Il Cardinaledisse] che non voleva entrare in sí grande inpresa. Allora iomi volsi a loroe dissi:


-Monsignore reverendissimoe a voi pien di virtúdicochequesta opera io spero di farla a chi l'arà averee ciascun divoi la vedrete finita piú ricca l'un cento che 'l modello; espero che ci avanzi ancora assai tempo da farne di quelle moltomaggiori di questa -.

IlCardinale disse isdegnato:

-Non la faccendo al Redove io ti menonon credo che ad altri lapossa fare - e mostratomi le letteredove il Re in un capitoloiscriveva che presto tornassi menando seco Benvenutoio alzai lemane al cielo dicendo:

-Oh quando verrà questo presto? - Il Cardinale disse che iodessi ordine e spedissi le faccende mieche io avevo in Romain fradieci giorni.


III.Venuto il tempo della partitami donò un cavallo bello ebuono; e lo domandava Tornonperché il cardinal Tornonl'aveva donato a lui. Ancora Pagolo e Ascaniomia allevatifurnoprovisti di cavalcature. Il Cardinale divise la sua Cortela qualeera grandissima: una parte piú nobile ne menò seco: conessa fece la via della Romagnaper andare a visitare la Madonna delLoretoe di quivi poi a Ferraracasa sua; l'altra parte dirizzòper la volta di Firenze. Questa era la maggior parte; ed era una granquantitàcon la bellezza della sua cavalleria. A me disse chese io volevo andar sicuroche io andassi seco: quando che noche ioportavo pericolo della vita. Io detti intenzione a Sua Signoriareverendissima di andarmene seco; e cosí come quel ch'èordinato dai Cieli convien che siapiacque a Dio che mi tornòin memoria la mia povera sorella carnalela quale aveva auto tantigran dispiaceri de' miei gran mali. Ancora mi tornò in memoriale mie sorelle cuginele quali erano a Viterbo monacheuna badessae l'altra camarlingatanto che l'eran governatrice di quel riccomonisterio; e avendo aùto per me tanti grevi affanni e per mefatto tante orazioneche io mi tenevo certissimo per le orazioni diquelle povere verginelle d'avere impetrato la grazia da Dio della miasalute. Però venutemi tutte queste cose in memoriami volsiper la volta di Firenze; e dove io sarei andato franco di spese o colCardinale o coll'altro suo trainoio me ne volsi andare da per me; em'accompagnai con un maestro di oriuoli eccellentissimoche sidomandava maestro Cherubinomolto mio amico. Trovandoci a casofacevamo quel viaggio molto piacevole insieme. Essendomi partito ellunedí santo di Romace ne venimmo soli noi tree aMonteruosi trovai la ditta compagnia; e perché io avevo datointenzione di andarmene col Cardinalenon pensavo che nissuno diquei miei nimici m'avessino aùto a vigilare altrimenti. Certoche io capitavo male a Monteruosiperché innanzi a noi eraistato mandato una frotta di uomini bene armatiper farmidispiacere; e volse Idio che in mentre che noi desinavamolorocheavevano aùto indizio che io me ne venivo sanza il traino delCardinaleerano messisi innordine per farmi male. In questo appuntosopraggiunse il detto traino del Cardinalee con esso lietamentesalvo me ne andai insino a Viterbo; ché da quivi in làio non vi conoscevo poi pericoloe maggiormente andavo innanzisempre parecchi miglia; e quegli uomini migliori che erano in queltrainotenevano molto conto di me. Arrivai lo Iddio grazia sano esalvo a Viterboe quivi mi fu fatto grandissime carezze da quellemie sorelle e da tutto il monisterio.


IV.Partitomi di Viterbo con i sopraddettivenimmo via cavalcandoquando innanzi e quando indietro al ditto traino del Cardinaledimodo che il giovedí santo a ventidua ore ci trovammo pressoSiena a una posta; e veduto io che v'era alcune cavalle di ritornoeche quei delle poste aspettavano di darle a qualche passeggiereperqualche poco guadagnoche alla posta di Siena le rimenassi; vedutoquestoio dismontai del mio cavallo Tornone messi in su quellacavalla il mio cucino e le staffee detti un giulio a un di queigarzoni delle poste. Lasciato il mio cavallo a' mie' giovani che melo conducessinosubito innanzi m'avviai per giugnere in Siena unamezz'ora primasí per vicitare alcuno mio amicoe per farequalche altra mia faccenda: peròse bene io venni prestoionon corsi la detta cavalla. Giunto che io fui in Sienapresi lecamere all'osteriabuone che ci faceva di bisogno per cinquepersonee per il garzon de l'oste rimandai la detta cavalla allapostache stava fuori della porta a Camollía; e in su dettacavalla m'avevo isdementicato le mie staffe e il mio cucino. Passammola sera del giovedí santo molto lietamente: la mattina poiche fu il venerdí santoio mi ricordai delle mie staffe e delmio cucino. Mandato per essoquel maestro delle poste disse che nonme lo voleva rendereperché io avevo corso la sua cavalla.Piú volte si mandò innanzi e indietro e il detto semprediceva di non me le voler renderecon molte ingiuriose einsopportabil parole; e l'ostedove io ero alloggiatomi disse:


-Voi n'andate bene se egli non vi fa altro che non vi rendere ilcucino e le staffe - e aggiunse dicendo:

-Sappiate che quello è il piú bestial uomo che avessimai questa città; e ha quivi duoi figliuoli uominisoldatibravissimipiú bestiali di lui; sí che ricomperatequel che vi bisognae passate via sanza dirgli niente -.

Ricomperaiun paio di staffepur pensando con amorevol parole di riavere il miobuon cucino: e perché io ero molto bene a cavalloe benearmato di giaco e manichee con un mirabile archibuso all'arcionenon mi faceva spavento quelle gran bestialità che colui dicevache aveva quella pazza bestia. Ancora avevo avezzo quei mia giovani aportare giaco e manichee molto mi fidavo di quel giovane romano chemi pareva che non se lo cavassi maimentre che noi stavamo in Roma.Ancora Ascanioch'era pur giovanettoancora lui lo portava: e peressere il venerdí santomi pensavo che la pazzia de' pazzidovesse pure avere qualche poco di feria. Giugnemmo alla ditta portaa Camollía; per la qual cosa io viddi e cognobbiper icontrasegni che m'eran datiper esser cieco de l'occhio mancoquesto maestro delle poste. Fattomigli incontroe lasciato da bandaquei mia giovani e quei compagnipiacevolmente dissi:

-Maestro delle postese io vi fo sicuro che io non ho corso la vostracavallaperché non sarete voi contento di rendermi il miocucino e le mie staffe? - A questo lui rispose veramente in quel modopazzobestiale che m'era stato detto. Per la qual cosa io gli dissi:

-Come non siate voi cristiano? O volete voi 'n un venerdí santoscandalizzare e voi e me? - Disse che non gli dava noia o venerdísanto o venerdí diavoloe chese io non mi gli levavod'inanzicon uno spuntone che gli aveva presomi traboccherebbe interra insieme con quell'archibuso che io avevo in mano. A questerigorose parole s'accostò un gentiluomo vecchiosanesevestito alla civileil qual tornava da far di quelle divozione chesi usano in un cotal giorno; e avendo sentito di lontano benissimotutte le mie ragionearditamente s'accostò a riprendere ildetto maestro delle postepigliando la parte miae garriva li suadua figliuoli perché e' non facevano il dovere ai forestieriche passavanoe che a quel modo e' facevano contro a Dioe davanobiasimo alla città di Siena. Quei dua giovani suoi figliuoliscrollato il capo sanza dir nullase ne andorno in làneldrento della lor casa. Lo arrabbiato padre invelenito dalle parole diquello onorato gentiluomosubito con vituperose bestemmie abbassòlo spuntonegiurando che con esso mi voleva ammazzare a ogni modo.Veduto questa bestial resoluzioneper tenerlo alquanto indietrofeci segno di mostrargli la bocca del mio archibuso.


Costuipiú furioso gittandomisi addossol'archibuso che io avevo inmanose bene in ordine per la mia difesanon l'avevo abbassatoancora tantoche fussi arrincontro di luianzi era colla boccaalta; e da per sé dette fuoco. La palla percosse nell'arcodella portae sbattuta indietrocolse nella canna della gola deldettoil quale cadde in terra morto. Corsono i dua figliuolivelocementee preso l'arme da un rastrello unol'altro prese lospuntone del padre; e gittatisi addosso a quei mia giovaniquelfigliuolo che aveva lo spuntone investí il primo Pagolo romanosopra la poppa manca; l'altro corse addosso a un milaneseche era innostra compagniail quale aveva viso di pazzo: e non valseraccomandarsi dicendo che non aveva che far mecoe difendendosidalla punta d'una partigiana con un bastoncello che gli aveva inmano: con il quale non possette tanto ischermire che fu investito unpoco nella bocca. Quel messer Cherubino era vestito da pretee sebene egli era maestro di oriuoli eccellentissimocome io dissiaveva aùto benefizii dal Papa con buone entrate. Ascaniosebene egli era armato benissimonon fece segno di fuggirecome avevafatto quel milanese; di modo che questi dua non furno tocchi. Iocheavevo dato di piè al cavallo e in mentre che lui galoppavaprestamente avevo rimesso in ordine e carico il mio archibuso etornavo arrovellatoindietroparendomi aver fatto da motteggiopervoler fare daddoveroe pensavo che quei mia giovani fussino statiammazzatiresoluto andavo per morire anch'io. Non molti passi corseil cavallo indietroche io riscontrai che inverso me venivanoaiquali io domandai se gli avevano male. Rispose Ascanioche Pagoloera ferito d'uno spuntone a morte. Allora io dissi:

-O Pagolo figliuol mio! Addunche lo spuntone ha sfondato il giaco? -No - disse - ché il giaco avevo messo nella bisaccia questamattina -.

Addunchee' giachi si portano per Roma per mostrarsi bello alle dame? e inne'luoghi pericolosidove fa mestiero averglisi tengono allabisaccia? Tutti e' mali che tu haiti stanno molto bene e se' causache io voglio andare a morire quivi anch'io or ora - e in mentre cheio dicevo queste parolesempre tornavo indietro gagliardamente.Ascanio e lui mi pregavono che io fussi contento per l'amor de Diosalvarmi e salvargliperché sicuro s'andava alla morte. Inquesto scontrai quel messer Cherubinoinsieme con quel milaneseferito: subito mi sgridòdicendo che nissuno non aveva malee che il colpo di Pagolo era ito tanto rittoche non era isfondato;e che quel vecchio delle poste era restato in terra mortoe che ifigliuolicon altre persone assais'erano messi in ordinee che alsicuro ci arebbon tagliati tutti a pezzi:

-SicchéBenvenutopoiché la fortuna ci ha salvati daquella prima furianon la tentar piúché la non cisalverebbe -.

Alloraio dissi:

-Da poi che voi sete contenti cosíancora io son contento - evoltomi a Pagolo e Ascaniodissi loro:

-Date di piè a' vostri cavallie galoppiamo insino a Staggiasanza mai fermarcie quivi saremo sicuri -.

Quelmilanese ferito disse:

-Che venga il canchero ai peccati! ché questo male che io hofu solo per il peccato d'un po' di minestra di carne che io mangiaiierinon avendo altro che desinare -.

Contutte queste gran tribulazioni che noi avevamofummo forzati a fareun poco di segno di ridere di quella bestia e di quelle scioccheparole che lui aveva detto. Demmo di piedi a' cavaglie lasciammomesser Cherubino e 'l milaneseche a loro agio se ne venissino.


V.Intanto e' figliuoli del morto corsono al Duca di Melfiche dessiloro parecchi cavagli leggieriper raggiugnerci e pigliarci. Ildetto Ducasaputo che noi eramo degli uomini del cardinale diFerraranon volse dare né cavagli né licenzia.


Intantonoi giugnemmo a Staggiadove ivi noi fummo sicuri. Giunti inIstaggiacercammo d'un medicoil meglio che in quel luogo si potevaavere: e fatto vedere il detto Pagolola ferita andava pelle pellee cognobbi che non arebbe male. Facemmo mettere in ordine dadesinare. Intanto comparse messer Cherubino e quel pazzo di quelmilaneseche continuamente mandava il canchero alle quistioneediceva d'essere iscomunicatoperché non aveva potuto dire inquella santa mattina un sol Paternostro. Per essere costui brutto divisoe la bocca aveva grande per natura; da poi per la ferita che inessa aveva auta gli era cresciuta la bocca piú di tre dita; econ quel suo giulío parlar milanesee con essa linguaiscioccaquelle parole che lui diceva ci davano tanta occasione diridereche in cambio di condolerci della fortunanon possevamo faredi non ridere a ogni parola che costui diceva.


Volendogliil medico cucire quella ferita della boccaavendo fitto di giàtre puntidisse al medico che sostenessi alquantoché nonarebbe voluto che per qualche nimicizia e' gliene avessi cucitatutta: e messe mano a un cucchiaioe diceva che voleva che lui gnenelasciassi tanto apertache quel cucchiaio v'entrassiacciòche potessi tornar vivo alle sue brigate. Queste parole che costuidiceva con certi scrollamenti di testadavano sí grandeoccasione di ridereche in cambio di condolerci della nostra malafortunanoi non restammo mai di ridere; e cosí sempre ridendoci conducemmo a Firenze. Andammo a scavalcare a casa della mia poverasorelladove noi fummo dal mio cognato e dallei moltomaravigliosamente carezzati. Quel messer Cherubino e 'l milaneseandorno ai fatti loro. Noi restammo in Firenze per quattro giorniinne' quali si guarí Pagolo; ma era ben gran cosachecontinuamente che e' si parlava di quella bestia del milanesecimoveva a tante risaquanto ci moveva a pianto l'altre disgrazieavvenute; di modo che continuamente in un tempo medesimo si rideva epiagneva. Facilmente guarí Pagolo: di poi ce ne andammo allavolta di Ferrarae il nostro Cardinale trovammo che ancora non eraarrivato a Ferrarae aveva inteso tutti e' nostri accidenti; econdolendosi disse:

-Io priego Idio che mi dia tanta grazia che io ti conduca vivo a quelRe che io t'ho promesso -.

Ilditto Cardinale mi consegnò in Ferrara un suo palazzoluogobellissimodimandato Belfiore: confina con le mura della città:quivi mi fece acconciare da lavorare. Di poi dette ordine di partirsisanza me alla volta di Francia; e veduto che io restavo molto malcontentomi disse:

-Benvenutotutto quello che io fo si è per la salute tua;perché innanzi che io ti levi della Italiaio voglio che tusappia benissimo in prima quel che tu vieni a fare in Francia: inquesto mezzo sollecita il piú che tu puoi questo mio bacino eboccaletto; e tutto quel che tu hai di bisogno lascerò ordinea un mio fattore che te lo dia -.

Epartitosiio rimasi molto mal contentoe piú volte ebbivoglia di andarmi con Dio: ma sol mi teneva quell'avermi libero dapapa Pagoloperché del resto io stavo mal contento e con miogran danno. Purevestitomi di quella gratitudine che meritava ilbenifizio ricevutomi disposi aver pazienzia e vedere che fine avevada 'vere questa faccenda; e messomi a lavorare con quei dua miagiovanitirai molto maravigliosamente innanzi quel boccale e quelbacino. Dove noi eramo alloggiati era l'aria cattivae per venireverso la statetutti ci ammalammo un poco. In queste nostreindisposizione andavamo guardando il luogo dove noi eramoil qualeera grandissimoe lasciato salvatico quasi un miglio di terrenoscopertoinnel quale era tanti pagoni nostraliche come ucceisalvatici ivi covavano. Avvedutomi di questoacconciai il mioscoppietto con certa polvere senza far romore; di poi appostavo diquei pagoni giovanie ogni dua giorni io ne ammazzavo unoil qualelarghissimamente ci nutrivama di tanta virtú che tutte lemalattie da noi si partirno: e attendemmo quei parecchi mesilietissimamente a lavoraree tirammo innanzi quel boccale e quelbacinoquale era opera che portava molto gran tempo.


VI.In questo tempo il Duca di Ferrara s'accordò con papa Pagoloromano certe lor differenze anticheche gli avevano di Modana e dicerte altre città; le qualiper averci ragione la ChiesailDuca fece questa pace col ditto Papa con forza di danari: la qualquantità fu grande: credo che la passassi piú ditrecento mila ducati di Camera. Aveva il Duca in questo tempo un suotesauriere vecchioallievo del duca Alfonso suo padreil quale sidomandava messer Girolamo Giliolo. Non poteva questo vecchiosopportare questa ingiuria di questi tanti danari che andavano alPapae andava gridando per le stradedicendo:

-Il Duca Alfonso suo padre con questi danari gli arebbe piúpresto con essi tolto Romache mostratigliele - e non v'era ordineche gli volessi pagare.


All'ultimopoi sforzato il Duca a fargnene pagarevenne a questo vecchio unflusso sí grande di corpoche lo condusse vicino alla morte.In questo mezzo che lui stava ammalatomi chiamò il dittoDuca e volse che io lo ritraessila qual cosa io feci innun tondo dipietra neragrande quanto un taglieretto da tavola. Piaceva al Ducaquelle mie fatiche insieme con molti piacevoli ragionamenti; le qualdua cose ispesso causavano che quattro e cinque ore il manco istavaattento a lasciarsi ritrarree alcune volte mi faceva cenare allasua tavola. In ispazio d'otto giorni io gli fini' questo ritrattodella sua testa: di poi mi comandò che io facessi il rovescio;il quale si era figurata per la Pace una femmina con una faccellinain manoche ardeva un trufeo d'arme:


laquale io feciquesta ditta femminain istatura lietacon pannisottilissimidi bellissima grazia; e sotto i piedi di lei figuraiafflitto e mestoe legato con molte cateneil disperato Furore.Questa opera io la feci con molto istudioe la detta mi fecegrandissimo onore. Il Duca non si poteva saziare di chiamarsisattisfattoe mi dette le lettere per la testa di Sua Eccellenzia eper il rovescio. Quelle del rovescio dicevano "Pretiosa inconspectu Domini". Mostrava che quella pace s'era venduta perprezzo di danari.


VII.In questo tempoche io messi a fare questo ditto rovescioilCardinale m'aveva scritto dicendomi che io mi mettessi in ordineperché il Re m'aveva domandato: e che alle prime lettere sues'arebbe l'ordine di tutto quello che lui m'aveva promesso. Io feciincassare il mio bacino e 'l mio boccale bene acconcio; e l'avevo digià mostro al Duca. Faceva le faccende del Cardinale ungentiluomo ferrareseil qual si chiamava per nome messer AlbertoBendedio. Questo uomo era stato in casa dodici anni sanza uscirnemaicausa d'una sua infirmità. Un giorno con grandissimaprestezza mandò per medicendomi che io dovessi montare inposte subito per andare a trovare il Reil quale con grand'istanziam'aveva domandatopensando che io fussi in Francia. Il Cardinale periscusa sua aveva detto che io ero restato a una sua badia in Lioneun poco ammalatoma che farebbe che io sarei presto da Sua Maestà;però faceva questa diligenza che io corressi in poste.


Questomesser Alberto era grande uomo da benema era superboe per lamalattia superbo insopportabile; e sí come io dicomi disseche io mi mettessi in ordine prestoper correre in poste.


Alquale io dissi che l'arte mia non si faceva in postee che se io viavevo da 'ndarevolevo andarvi a piacevol giornate e menar mecoAscanio e Pagolomia lavorantii quali avevo levati di Roma; e dipiú volevo un servitore con esso noi a cavalloper mioservizioe tanti danari che bastassino a condurmivi. Questo vecchioinfermo con superbissime parole mi risposeche in quel modo che iodicevoe non altrimentiandavano i figliuoli del Duca. Allui subitorisposi che i figliuoli de l'arte mia andavano in quel modo che ioavevo detto; e per non essere stato mai figliuol di ducaquelli nonsapevo come s'andassino; e che se gli usava meco quelle istratteparole ai mia orecchiche io non v'andrei in modo nessunosíper avermi mancato il Cardinale della fede sua earrotomi poi questevillane paroleio mi risolverei sicuramente di non mi volerimpacciare con ferraresi; e voltogli le stieneio brontolando e luibravandomi parti'. Andai a trovare il sopraditto Duca con la suamedaglia finita; il quale mi fece le piú onorate carezze chemai si facessino a uomo del mondo:


eaveva commesso a quel suo messer Girolamo Gilioloche per quelle miefatiche trovassi uno anello d'un diamante di valore di ducento scudie che lo dessi al Fiaschino suo cameriereil quale me lo dessi. Cosífu fatto. Il ditto Fiaschinola sera che il giorno gli avevo dato lamedagliaa un'ora di notte mi porse uno anello drentovi un diamanteil quale aveva gran mostra; e disse queste parole da parte del suoDuca: che quella unica virtuosa manoche tanto bene aveva operatoper memoria di Sua Eccellenzia con quel diamante si adornassi laditta mano. Venuto il giornoio guardai il ditto anelloil qualeera un diamantaccio sottileil valore d'un dieci scudi in circa. Eperché quelle tante meravigliose paroleche quel Duca m'avevafatto usareioche non volsi che le fussino vestite di un cosípoco premiopensando il Duca d'avermi ben sattisfatto; e io chem'immaginai che la venissi da quel suo furfante tesaurieredettil'anello a un mio amicoche lo rendessi al cameriere Fiaschinoinogni modo che egli poteva. Questo fu Bernardo Salitiche fece questouffizio mirabilmente. Il detto Fiaschino subito mi venne a trovarecon grandissime sclamazionidicendomi che se il Duca sapeva che iogli rimandassi un presente in quel modoche lui cosíbenignamente m'aveva donatoche egli l'arebbe molto per maleeforse me ne potrei pentire. Al ditto risposiche l'anello che SuaEccellenzia m'avea donatoera di valore d'un dieci scudi in circaeche l'opera che io avevo fatta a Sua Eccellenzia valeva piú diducento; ma per mostrare a Sua Eccellenzia che io stimavo l'attodella sua gentilezzache solo mi mandassi uno anello del granchiodi quelli che vengon d'Inghilterra che vagliono un carlino in circa;quello io lo terrei per memoria di Sua Eccellenzia in sin che iovivessiinsieme con quelle onorate parole che Sua Eccellenziam'aveva fatto porgere; perché io facevo conto che lo splendoredi Sua Eccellenzia avessi largamente pagato le mie fatichedovequella bassa gioia me le vituperava. Queste parole furno di tantodispiacere al Ducache egli chiamò quel suo detto tesaurieree gli disse villaniala maggiore che mai pel passato lui gli avessidetto; e a me fe' comandaresotto pena della disgrazia suache ionon partissi di Ferrara se lui non me lo faceva intendere; e al suotesauriere comandò che mi dessi un diamante che arrivassi atrecento scudi. L'avaro tesauriere ne trovò uno che passava dipoco sessanta scudie dette ad intendere che il ditto diamantevaleva molto piú di dugento.


VIII.Intanto il sopra ditto messer Alberto aveva ripreso la buona viaem'aveva provisto di tutto quello che io avevo domandato.


Eromiquel dí disposto di partirmi di Ferrara a ogni modo; ma queldiligente cameriere del Duca aveva ordinato col ditto messer Albertoche per quel dí io non avessi cavalli. Avevo carico un mulo dimolte mia bagagliee con esse avevo incassato quel bacino e quelboccale che fatto avevo per il Cardinale. In questo sopraggiunse ungentiluomo ferrareseil quale si domandava per nome messer Alfonsode' Trotti. Questo gentiluomo era molto vecchio e era personaaffettatissimae si dilettava delle virtú grandemente; ma erauna di quelle persone che sono difficilissime a contentare; e se peraventura elle s'abbattono mai a vedere qualche cosa che piaccia lorose la dipingono tanto eccellente nel cervelloche mai piúpensono di rivedere altra cosa che piaccia loro. Giunse questo messerAlfonso; per la qual cosa messer Alberto gli disse:

-A me sa male che voi sete venuto tardi: perché di giàs'è incassato e fermo quel boccale e quel bacino che noimandiamo al Cardinale di Francia -.

Questomesser Alfonso disse che non se ne curava; e accennato a un suoservitorelo mandò a casa sua: il quale portò unboccale di terra biancadi quelle terre di Faenzamoltodilicatamente lavorato.


Inmentre che il servitore andò e tornòquesto messerAlfonso diceva al ditto messer Alberto:

-Io vi voglio dire per quel che io non mi curo di vedere mai piúvasi: questo si è che una volta io ne vidi uno d'argentoanticotanto bello e tanto maravigliosoche la immaginazione umananon arriverebbe a pensare a tanta eccellenzia; e però io nonmi curo di vedere altra cosa taleacciò che la non mi guastiquella maravigliosa inmaginazione di quello. Questo si fu un grangentiluomo virtuosoche andò a Roma per alcune sue faccende esegretamente gli fu mostro questo vaso antico; il quale per vigored'una gran quantità di scudi corroppe quello che l'avevaeseco ne lo portò in queste nostre parti; ma lo tien bensegretoche 'l Duca non lo sappia; perché arebbe paura diperderlo a ogni modo -.

Questomesser Alfonsoin mentre che diceva queste sue lunghe novellateegli non si guardava da meche ero alla presenzaperché nonmi conosceva.


Intantocomparso questo benedetto modello di terraiscoperto con una tantaboriositàciurma e sicumerache veduto che io l'ebbivoltomi a messer Albertodissi:

-Pur beato che io l'ho veduto! - Messer Alfonso adiratocon qualcheparola ingiuriosadisse:

-O chi se' tuche non sai quel che tu di'? - A questo io dissi:

-Ora ascoltatemie poi vedrete chi di noi saprà meglio quelloche e' si dice -.

Voltomia messer Albertopersona molto grave e ingegnosadissi:

-Questo è un boccaletto d'argento di tanto pesoil quale io lofeci innel tal tempo a quel ciurmadore di maestro Iacopo cerusico daCarpiil quale venne a Roma e vi stette sei mesi; e con una suaunzione imbrattò di molte decine di signori e poverigentiluominida i quali lui trasse di molte migliara di ducati. Inquel tempo io gli feci questo vaso e un altro diverso da questo; elui me lo pagòl'uno e l'altromolto malee ora sono inRoma tutti quelli sventurati che gli unsestorpiati e malcondotti. Ame è gloria grandissima che l'opere mie sieno di tanto nomeappresso a voi altri Signori ricchi; ma io vi dico beneche da queitanti anni in qua io ho atteso quanto io ho potuto a 'mparare; dimodo che io mi pensoche quel vaso ch'io porto in Franciasiaaltrimenti degno del Cardinale e del Reche non fu quello di quelvostro mediconzolo -.

Ditteche io ebbi queste mie parolequel messer Alfonso pareva proprio chesi struggessi di desiderio di vedere quel bacino e boccaleil qualeio continuamente gli negavo. Quando un pezzo fummo stati in questodisse che se andrebbe al Duca e per mezzo di Sua Eccellenzia lovedrebbe. Allora messer Alberto Bendidio ch'eracome ho dettosuperbissimodisse:

-Innanzi che voi partiate di quimesser Alfonsovoi lo vedretesanza adoperare i favori del Duca -.

Aqueste parole io mi parti' e lasciai Ascanio e Pagolo che lomostrassi loro; qual disse poi che egli avean ditto cose grandissimein mia lode. Volse poi messer Alfonso che io mi addomesticassi secoonde a me parve mill'anni di uscir di Ferrara e levarmi lor dinanzi.Quanto io v'avevo aùto di buono si era stata la pratica delcardinal Salviati e quella del cardinal di Ravennae di qualcunoaltro di quelli virtuosi musicie non d'altri; perché iFerraresi son gente avarissime e piace loro la roba d'altrui in tuttie' modi che la possino avere; cosí son tutti. Comparse alleventidua ore il sopra ditto Fiaschinoe mi porse il ditto diamantedi valore di sessanta scudi in circa; dicendomi con facciamalinconica e con breve parole che io portassi quello per amore diSua Eccellenzia. Al quale io risposi:


-E io cosí farò -.

Mettendoi piedi innella staffa in sua presenzapresi il viaggio per andarmicon Dio. Notò l'atto e le parole; e riferito al Ducaincòllora ebbe voglia grandissima di farmi tornare indietro.


IX.Andai la sera innanzi piú di dieci migliasempre trottando; equando l'altro giorno io fu' fuora dal ferraresen'ebbi grandissimopiacereperché da quei pagoncelliche io vi mangiaicausadella mia sanitàin fuoraaltro non vi cognobbi di buono.


Facemmoil viaggio per il Monsanesenon toccando la città di Milanoper il sospetto sopraditto; in modo che sani e salvi arrivammo aLione. Insieme con Pagolo e Ascanio e un servitoreeramo in quattrocon quattro cavalcature assai buone. Giunti a Lione ci fermammoparecchi giorni per aspettare il mulattiereil quale aveva quelbacino e boccale d'argento insieme con le altre nostre bagaglie:fummo alloggiati in una badiache era del Cardinale. Giunto che fuil mulattieremettemmo tutte le nostre cose in una carretta el'avviammo alla volta di Parigi: cosí noi andammo in versoParigie avemmo per la strada qualche disturboma non fu moltonotabile. Trovammo la corte del Re a Fontana Beleò: facemmocivedere al Cardinaleil quale subito ci fece consegnarealloggiamentie per quella sera stemmo bene. L'altra giornatacomparse la carretta; e preso le nostre coseintesolo il Cardinalelo disse al Reil quale subito mi volse vedere. Andai da Sua Maestàcon il ditto bacino e boccalee giunto alla presenza suagli baciaiil ginocchio e lui gratissimamente mi raccolse. Intanto che ioringraziavo Sua Maestà dell'avermi libero del carceredicendoche gli era ubrigatoogni principe buono e unico al mondocome eraSua Maestàa liberare uomini buoni a qualcosae maggiormenteinnocenti come ero io; che quei benifizii eran prima iscritti in su'libri de Dioche ogni altro che far si potessi al mondo; questo buonRe mi stette a 'scoltare finché io dissicon tantagratitudine e con qualche parolasola degna di lui. Finito che ioebbiprese il vaso e il bacinoe poi disse:

-Veramente che tanto bel modo d'opera non credo mai che degli antichise ne vedessi: perché ben mi sovviene di aver veduto tutte lemiglior opere e dai miglior maestri fattedi tutta la Italia; ma ionon viddi mai cosa che mi movessi piú grandemente che questa-.

Questeparole il ditto Re le parlava in franzese al cardinale di Ferraracon molte altre maggior che queste. Di poi voltosi a me mi parlòin talianoe disse:

-Benvenutopassatevi tempo lietamente qualche giornoe confortateviil cuore e attendete a far buona cera; e intanto noi penseremo didarvi buone comodità al poterci far qualche bell'opera.


X.Il cardinal di Ferrara sopra ditto veduto che il Re aveva presograndissimo piacere del mio arrivo; ancora lui veduto che con quelpoco dell'opere il Re s'era promesso di potersi cavar la voglia difare certe grandissime opereche lui aveva in animo; però inquesto tempoche noi andavamo drieto alla Cortepuossi diretribulando (il perché si è che il traino del Re sistrascica continuamente drieto dodici mila cavalli; e questo èil manco:


perchéquando la Corte in e' tempi di pace è interae' sono diciottomiladi modo che sempre vengono da essere piú di dodici mila;per la qual cosa noi andavamo seguitando la ditta Corte in tailuoghialcuna voltadove non era dua case a pena; e sí comefanno i zinganisi faceva delle trabacche di telee molte volte sipativa assai): io pure sollecitavo il Cardinale che incitassi il Re amandarmi a lavorare; il Cardinale mi diceva che il meglio di questocaso si era d'aspettare che il Re da sé se ne ricordassi; eche io mi lasciassi alcuna volta vedere a Sua Maestàinmentre ch'egli mangiava. Cosí faccendouna mattina al suodesinare mi chiamò il Re: cominciò a parlar meco intalianoe disse che aveva animo di fare molte opere grandee chepresto mi darebbe ordine dove io avessi a lavorarecon provvedermidi tutto quello che mi faceva bisogno; con molti altri ragionamentidi piacevoli e diverse cose. Il cardinal di Ferrara era allapresenzaperché quasi di continuo mangiava la mattina altavolino del Re; e sentito tutti questi ragionamentilevatosi il Redalla mensail cardinal di Ferrara in mio favore disseper quantomi fu riferito:

-Sacra Maestàquesto Benvenuto ha molto gran voglia dilavorare; quasi che si potria dire l'esser peccato a far perder tempoa un simile virtuoso -.

IlRe aggiunse che gli aveva ben dettoe che meco istabilissi tuttoquello che io volevo per la mia provvisione. Il qual Cardinale lasera seguente che la mattina aveva aùto la commessionedipoila cena fattomi domandaremi disse da parte di Sua Maestàcome Sua Maestà s'era risoluta che io mettessi mano alavorare; ma prima voleva che io sapessi qual dovessi essere la miaprovvisione. A questo disse il Cardinale:

-A me pareche se Sua Maestà vi dà di provvisionetrecento scudi l'annoche voi benissimo vi possiate salvare;appresso vi dico che voi lasciate la cura a meperché ognigiornoviene occasione di poter far bene in questo gran regno e iosempre vi aiuterò mirabilmente -.

Alloraio dissi:

-Sanza che io ricercassi Vostra Signoria reverendissimaquando quellami lasciò in Ferrarami promise di non mi cavar mai diItaliase prima io non sapevo tutto il modo che con Sua Maestàio dovevo stare; Vostra Signoria reverendissimain cambio dimandarmi a dire il modo che io dovevo staremandò espressacommessione che io dovessi venire in postecome se tale arte inposte si facessi: che se voi mi avessi mandato a dire di trecentoscudicome voi mi dite oraio non mi sarei mosso per sei. Ma ditutto ringrazio Idio e Vostra Signoria reverendissima ancoraperchéIdio l'ha adoperata per istrumento a un sí gran benequale èstato la mia liberazione del carcere. Per tanto dico a VostraSignoriache tutti e' gran mali che ora io avessi da quellanonpossono aggiungere alla millesima parte del gran bene che da lei horicevutoe con tutto il cuore ne la ringrazioe mi piglio buonalicenziae dove io saròsempre infin che io vivapregheròIdio per lei -.

IlCardinale adirato disse in còllora:

-Va' dove tu vuoiperché a forza non si può far bene apersona -.

Certidi quei sua cortigiani scannapagnotte dicevano:

-A costui gli par essere qualche gran cosaperché e' rifiutatrecento ducati di entrata -.

Altridi quei virtuosidicevano:

-Il Re non troverrà mai un par di costui; e questo nostroCardinale lo vuole mercatarecome se ei fusse una soma di legne -.

Questofu messer Luigi Alamanniche cosí mi fu ridetto che luidisse. Questo fu innel Delfinatoa un castello che non mi sovvieneil nome: e fu l'ultimo dí d'ottobre.


XI.Partitomi dal Cardinaleme ne andai al mio alloggiamento tre miglialontano di quiviinsieme con un segretario del Cardinale che almedesimo alloggiamento ancora lui veniva. Tutto quel viaggio quelsegretario mai restò di domandarmi quel che io volevo far dimee quel che saria stato la mia fantasia di volere di provvisione.Io non gli risposi mai se none una paroladicendo:

-Tutto mi sapevo -.

Dipoi giunto allo alloggiamentotrovai Pagolo e Ascanio che quivi vistavano; e vedendomi turbatissimomi sforzorno a dir loro quello cheio aveva; e veduto isbigottiti i poveri giovanidissi loro:

-Domattina io vi darò tanti danari che largamente voi potretetornare alle case vostre; e io andrò a una mia faccendainportantissimasanza di voi; che gran pezzo è che io ho aùtoin animo di fare -.

Erala camera nostra a muro a muro accanto a quella del ditto segretarioe talvolta è possibile che lui lo scrivessi al Cardinale tuttoquello che io avevo in animo di fare; se bene io non ne seppi mainulla. Passossi la notte sanza mai dormire: a me pareva mill'anni chesi facessi giornoper seguitare la resoluzione che di me fattoavevo. Venuto l'alba del giornodato ordine ai cavagli e ioprestamente messomi in ordinedonai a quei dua giovani tutto quelloche io avevo portato mecoe di piú cinquanta ducati d'oro: ealtre tanta ne salvai per medi piú quel diamante che miaveva donato il Duca; solo due camicie ne portavo e certi non troppiboni panni da cavalcareche io avevo addosso. Non potevo ispiccarmidalli dua giovaniche se ne volevano venire con esso meco a ognimodo; per la qual cosa io molto gli svili' dicendo loro:

-Uno è di prima barba e l'altro a mano a mano comincia a'verlae avete da me imparato tanto di questa povera virtúche io v'ho potuto insegnareche voi siete oggi i primi giovani diItalia; e non vi vergognate che non vi basti l'animo a uscire delcarruccio del babboqual sempre vi porti? Questa è pure unavil cosa! O se vi lasciassi andare sanza danariche diresti voi? Oralevatevimi d'inanziche Dio vi benedica mille volte: a Dio -.

Volsiil cavalloe lascia' li piangendo. Presi la strada bellissima per unboscoper discostarmi quella giornata quaranta miglia il mancoinluogo piú incognito che pensar potevo. E di già m'erodiscostato incirca a dua miglia; e in quel poco viaggio io m'erorisoluto di non mai piú praticare in parte dove io fussiconosciutoné mai piú volevo lavorare altra operacheun Cristo grande di tre bracciaappressandomi piú che potevoa quella infinita bellezza che dallui stesso m'era stata mostra.Essendomi già resoluto affattome n'andavo alla volta delSepulcro.


Pensandoessermi tanto iscostato che nessuno piú trovar non mi potessiin questo io mi senti' correr dietro cavagli; e mi feciono alquantosospettoperché in quelle parte v'è una certa razza dibrigateli quali si domandan venturieriche volentieri assassinanoalla strada; e se bene ogni 'n dí assai se ne impiccaquasipare che non se ne curino. Appressatimisi piú costorocognobbi che gli erano un mandato del Reinsieme con quel miogiovane Ascanio; e giunto a me disse:

-Da parte del Re vi dico che prestamente voi vegniate a lui -.

Alquale uomo io dissi:

-Tu vieni da parte del Cardinale; per la qual cosa io non vogliovenire -.

L'uomodisse che da poi che io non volevo andare amorevolmenteavevaautorità di comandare a' populii quali mi merrebbono legatocome prigione. Ancora Ascanioquant'egli potevami pregavaricordandomi che quando il Re metteva un prigionestava dappoicinque anni per lo manco a risolversi di cavarlo. Questa parola dellaprigionesovvenendomi di quella di Romami porse tanto ispaventoche prestamente volsi il cavallo dove il mandato del Re mi disse. Ilqualesempre borbottando in franzesenon restò mai in tuttoquel viaggioinsinché m'ebbe condutto alla Corte: or mibravavaor mi diceva una cosaora un'altrada farmi rinnegare ilmondo.


XII.Quando noi fummo giunti agli alloggiamenti del Renoi passammodinanzi a quelli del cardinale di Ferrara. Essendo il Cardinale in sula portami chiamò a sé e disse:

-Il nostro Re Cristianissimo da per sé stesso v'ha fatto lamedesima provvisioneche sua Maestà dava a Lionardo da Vincipittore: qual sono settecento scudi l'anno; e di piú vi pagatutte l'opere che voi gli farete; ancora per la vostra venuta vi donacinquecento scudi d'oroi quali vuol che vi sien pagati prima chevoi vi partiate di qui -.

Finitoche ebbe di dire il Cardinaleio risposi che quelle erono offerte daquel Re che gli era. Quel mandato del Renon sapendo chi io mifussivedutomi fare quelle grande offerte da parte del Remi chiesemolte volte perdono.


Pagoloe Ascanio dissono:

-Idio ci ha aiutati ritornare in cosí onorato carruccio -.

Dipoi l'altro giorno io andai a ringraziare il Reil quale m'imposeche io gli facessi i modelli di dodici statue d'argentole qualivoleva che servissino per dodici candelieri intorno alla sua tavola:e voleva che fussi figurato sei Iddei e sei Iddeedella grandezzaappunto di Sua Maestàquale era poco cosa manco di quattrobraccia alto. Dato che egli m'ebbe questa commessionesi volse altesauriere de' risparmi e lo domandò se lui mi aveva pagato licinquecento scudi. Disse che non gli era stato detto nulla. El Rel'ebbe molto per maleché aveva commesso al Cardinale chegnene dicessi. Ancora mi disse che io andassi a Parigie cercassiche stanza fussi a proposito per far tale opereperché me lafarebbe dare. Io presi li cinquecento scudi d'oro e me ne andai aParigi in una stanza del cardinale di Ferrara; e quivi cominciaiinnel nome di Dio a lavoraree feci quattro modelli piccoli di duaterzi di braccio l'unodi cera:


GioveIunoneAppolloVulgano. In questo mezzo il Re venne a Parigi; perla qual cosa io subito lo andai a trovaree portai i detti modellicon esso mecoinsieme con quei mia dua giovanicioè Ascanioe Pagolo. Veduto che io ebbi che il Re era sadisfatto delli dettimodellie' m'impose per il primo che io gli facessi il Gioved'argento della ditta altezza. Mostrai a Sua Maestà che quellidua giovani ditti io gli avevo menati di Italia per servizio di SuaMaestà; e perché io me gli avevo allevatimolto meglioper questi principii avrei tratto aiuto da loroche da quelli dellacittà di Parigi. A questo il Re disseche io facessi alliditti dua giovani un salario qual mi paressi a meche fussirecipiente a potersi trattenere. Dissi che cento scudi d'oro perciascuno stava benee che io farei benissimo guadagnar loro talsalario. Cosí restammo d'accordo. Ancora dissiche io avevatrovato un luogo il quale mi pareva molto a proposito da fare in essotali opere; el ditto luogo si era di Sua Maestà particularedomandato il Piccol Nelloe che allora lo teneva il provosto diParigia chi Sua Maestà l'aveva dato; ma perché questoprovosto non se ne servivaSua Maestà poteva darlo a mechel'adoperrei per suo servizio. Il Re subito disse:

-Cotesto luogo è casa mia; e io so bene che quello a chi io lodetti non lo abitae non se ne serve; però ve ne serviretevoi per le faccende nostre - e subito comandò al suoluogotenenteche mi mettessi in detto Nello. Il quale fece alquantodi resistenzadicendo al Re che non lo poteva fare. A questo il Rerispose in còllora che voleva dar le cose sue a chi piacevaallui e a uomo che lo servissiperché di cotestui non siserviva niente: però non gli parlassi piú di tal cosa.Ancora aggiunse il luogotenenteche saria di necessità diusare un poco di forza. Al quale il Re disse:

-Andate adessoe se la piccola forza non è assaimettetevidella grande -.



Subitomi menò al luogo ed ebbe a usar forza a mettermi inpossessione: di poi mi disse che io m'avessi benissimo cura di nonv'essere ammazzato. Entrai drentoe subito presi de' servitoriecomperai parecchi gran pezzi d'arme in astee parecchi giorni mistetti con grandissimo dispiacere; perché questo era grangentiluomo paricianoe gli altri gentiluomini m'erano tutti nimicidi modo che mi facevano tanti insultiche io non potevo resistere.Non voglio lasciare indietroche in questo tempo che io m'acconciaicon Sua Maestà correva appunto il millesimo del 1540cheappunto era l'età mia de' quaranta anni.


XIII.Per questi grandi insulti io ritornai al Repregando Sua Maestàche mi accomodassi altrove: alle qual parole mi disse il Re:

-Chi siate voie come avete voi nome? - Io restai molto ismarrito enon sapevo quello che il Re si volessi dire; e standomi cosíchetoil Re replicò un'altra volta le medesime parole quasiadirato. Allora io risposi che aveva nome Benvenuto.


Disseil Re:

-Addunche se voi siete quel Benvenuto che io ho intesofate sicondoil costume vostroche io ve ne dò piena licenza -.

Dissia Sua Maestà che mi bastava solo mantenermi nella grazia suadel resto io non conoscevo cosa nessuna che mi potessi nuocere. IlReghignato un pochettodisse:

-Andate addunchee la grazia mia non vi mancherà mai -.

Subitomi ordinò un suo primo segretarioil quale si domandavamonsignor di Villuroische dessi ordine a farmi provvedere eacconciare per tutti i miei bisogni. Questo Villurois era moltogrande amico di quel gentiluomo chiamato il provostodi chi era ilditto luogo di Nello. Questo luogo era in forma triangulareed eraappiccato con le mura della città ed era castello anticomanon si teneva guardie: era di buona grandezza. Questo detto Monsignordi Villurois mi consigliava che io cercassi di qualche altra cosaeche io lo lasciassi a ogni modo; perché quello di che gli eraera uomo di grandissima possanzae che certissimo lui mi arebbefatto ammazzare. Al quale io risposiche ero andato di Italia inFrancia solo per servire quel maraviglioso Ree quanto al morireiosapevo certo che a morire avevo; che un poco prima o un poco dappoinon mi dava una noia al mondo. Questo Villurois era uomo digrandissimo ispiritoe mirabile in ogni cosa suagrandissimamentericco: non è al mondo cosa che lui non avessi fatto per farmidispiacerema non lo dimostrava niente; era persona gravedi belloaspettoparlava adagio. Commesse a un altro gentiluomoche sidomandava Monsignor di Marmagniaquale era tesauriere di Linguad'oca. Questo uomola prima cosa che e' fececercato le migliorestanze di quel luogole faceva acconciare per sé: al quale iodissi che quel luogo me lo aveva dato il Re perché io loservissie che quivi non volevo che abitassi altri che me e li miaservitori. Questo uomo era superboaldaceanimoso; e mi disse chevoleva fare quanto gli piacevae che io davo della testa nel muro avoler contrastare contro a di lui; e che tutto quel che lui facevane aveva aùto commessione da Villurois di poter farlo. Alloraio dissi che io avevo aùto commessione dal Reche nélui né Villurois tal cosa non potrebbe fare. Quando io dissiquesta parolaquesto superbo uomo mi disse in sua lingua franzesemolte brutte parolealle quali io risposi in lingua miache luimentiva. Mosso dall'irafece segni di metter mano a una suadaghetta; per la qual cosa io messi la mano in sun una mia dagagrandeche continuamente io portavo accanto per mia difesae lidissi:

-Se tu sei tanto ardito di sfoderar quell'armeio subito ti ammazzerò-.

Gliaveva seco dua servitorie io avevo li mia dua giovani: e in mentreche il ditto Marmagnia stava cosí sopra di sénonsapendo che farsipiú presto vòlto al malee' dicevaborbottando:

-Già mai non comporterò tal cosa -.

Iovedevo la cosa andar per la mala via; subito mi risolsi e dissi aPagolo e Ascanio:

-Come voi vedete che io sfodero la mia dagagittatevi addosso ai duaservitori e ammazzateglise voi potete: perché costui io loammazzerò al primo; poi ci andren con Dio d'accordo subito -.

SentitoMarmagnia questa resoluzionegli parve fare assai a uscir di quelluogo vivo. Tutte queste cosealquanto un poco piú modesteio le scrissi al cardinale di Ferrarail quale subito le disse alRe.


IlRe crucciato mi dette in custode a un altro di quei suoi ribaldiilquale si domandava monsignor lo iscontro d'Orbech.


Questouomo con tanta piacevolezzaquanto inmaginar si possami provveddedi tutti li mia bisogni.


XIV.Fatto ch'io ebbi tutti gli acconci della casa e della bottegaaccomodatissimi a poter serviree onoratissimamenteper li miaservizii della casasubito messi mano a far tre modellidellagrandezza appunto che gli avevano da essere d'argento:


questifurno Giove e Vulgano e Marte. Gli feci di terrabenissimo armati diferrodi poi me ne andai dal Reil quale mi fece darese ben miricordotrecento libbre d'argentoacciò che io cominciassi alavorare. In mentre che io davo ordine a queste cosesi finiva ilvasetto e il bacino ovatoi quali ne portorno parecchi mesi. Finitiche io gli ebbigli feci benissimo dorare.


Questaparve la piú bell'opera che mai si fosse veduta in Francia.


Subitolo portai al cardinal di Ferrarail quale mi ringraziò assai;di poi sanza me lo portò al Re e gnene fece un presente. Il Rel'ebbe molto caroe mi lodò piú smisuratamente che maisi lodassi uomo par mio; e per questo presente donò alcardinal di Ferrara una badia di sette mila scudi d'entrata; e a mevolse far presente. Per la qual cosa il Cardinale lo inpedídicendo a Sua Maestà che quella faceva troppo prestonon gliavendo ancora dato opera nessuna. E il Reche era liberalissimodisse:

-Però gli vo' io dar coraggio che me ne possa dare -.

IlCardinalea questo vergognatosidisse:

-Sireio vi priego che voi lasciate fare a me; perché io glifarò una pensione di trecento scudi il mancosubito che ioabbia preso il possesso della badia -.

Ionon gli ebbi maie troppo lungo sarebbe a voler dire la diavoleriadi questo Cardinale; ma mi voglio riserbare a' cose di maggioreimportanza.


XV.Mi tornai a Parigi. Con tanto favore fattomi dal Re io era ammiratoda ugniuno. Ebbi l'argentoe cominciai la ditta statua di Giove.Presi di molti lavorantie con grandissima sollecitudine giorno enotte non restavo mai di lavorare; di modo cheavendo finito diterra GioveVulcano e Martedi già cominciato d'argento atirare innanzi assai bene il Giovesi mostrava la bottega di giàmolto ricca. In questo conparse el Re a Parigi: io l'andai avisitare; e subito che Sua Maestà mi veddelietamente michiamò e mi domandava se alla mia magione era qualcosa damostrargli di belloperché verrebbe insin quivi. Al quale iocontai tutto quel che io avevo fatto. Subito gli venne voluntàgrandissima di venire; e di poi il suo desinaredette ordine conmadama de Tampescol cardinal di Lorenoe certi altri di queisignoriqual fu il re di Navarracognato del re Francescoe laReginasorella del ditto re Francesco; venne il Dalfino e laDalfina; tanto si èche quel dí venne tutta la nobiltàdella Corte. Io m'ero avviato a casae m'ero misso a lavorare.Quando il Re comparse alla porta del mio castellosentendo picchiarea parecchi martellacomandò a ugniuno che stessi cheto: incasa mia ogniuno era innopera; di modo che io mi trovai sopraggiuntodal Reche io non lo aspettavo. Entrò nel mio salone: e 'lprimo che veddevedde me con una gran piastra d'argento in manoqual serviva per il corpo del Giove: un altro faceva la testaunaltro le gambein modo che il romore era grandissimo. In mentre cheio lavoravoavendo un mio ragazzetto franzese intornoil qualem'aveva fatto non so che poco di dispiacereper la qual cosa io gliavevo menato un calcioe per mia buona sorteentrato col piènella inforcatura delle gambel'avevo spinto innanzi piú diquattro bracciadi modo che all'entrare del Re questo puttos'attenne addosso al Re: il perché il Re grandemente se nerisee io restai molto smarrito. Cominciò il Re a dimandarmiquello che io facevoe volse che io lavorassi; di poi mi disse cheio gli farei molto piú piacere a non mi affaticare maisíbene tòrre quanti uomini io volessie quelli far lavorare:perché voleva che io mi conservassi sano per poterlo servirpiú lungamente. Risposi a Sua Maestàche subito io miammalerei se io non lavorassiné manco l'opere non sarebbonodi quella sorte - che io desidero fare per Sua Maestà -.

Pensandoil Re che quello che io dicevo fussi detto per millantarsie nonperché cosí fussi la veritàme lo fece ridiredal cardinal de Lorenoal quali io mostrai tanto larghe le mieragione e aperteche lui ne restò capacissimo: peròconfortò il Re che mi lasciassi lavorare poco e assaisecondola mia voluntà.


XVI.Restato sadisfatto il Re delle opere miese ne tornò al suopalazzoe mi lasciò pieno di tanti favoriche saria lungo adirgli. L'altro giorno appressoal suo desinaremi mandò achiamare. V'era alla presenza il cardinal di Ferrarache desinavaseco. Quando io giunsiancora il Re era alla siconda vivanda:


accostatomia Sua Maestàsubito cominciò a ragionar mecodicendoche da poi che gli aveva cosí bel bacino e cosí belboccale di mia manoche per compagnia di quelle tal cose richiedevauna bella salierae che voleva che io gnene facessi un disegno; maben l'arebbe voluto veder presto. Allora io aggiunsi dicendo:

-Vostra Maestà vedrà molto piú presto un taldisegnoche la mi domanda; perché in mentre che io facevo ilbacino pensavo che per sua compagnia si gli dovessi far la saliera -e che tal cosa era di già fatta; e che se gli piacevaiogliene mostrerrei subito. El Re si risentí con molta baldanzae voltosi a quei Signoriqual era il re di Navarrael cardinal diLoreno e 'l cardinal di Ferrarae' disse:

-Questo veramente è un uomo da farsi amare e desiderare da ogniuomo che non lo cognosca -; di poi disse a meche volentierivedrebbe quel disegno che io avevo fatto sopra tal cosa. Messimi inviae prestamente andai e tornaiperché avevo solo a passarela fiumaracioè la Sena: portai meco un modello di cerailquale io avevo fatto già a richiesta del cardinal di Ferrarain Roma. Giunto che io fui dal Rescopertogli il modelloil Remaravigliatosi disse:

-Questa è cosa molto piú divina l'un centoche io nonarei mai pensato. Questa è gran cosa di quest'uomo! Egli nondebbe mai posarsi -.

Dipoi si volse a me con faccia molto lietae mi disse che quella eraun'opera che gli piaceva moltoe che desiderava che io glienefacessi d'oro. Il cardinal di Ferrarache era alla presenza miguardò in viso e mi accennòcome quello che laricognobbe che quello era il modello che io avevo fatto per lui inRoma. A questo io dissi che quell'opera già avevo detto che iola farei a chi l'aveva avere.


IlCardinalericordatosi di quelle medesime parolequasi cheisdegnatoparutogli che io mi fussi voluto vendicaredisse al Re:

-Sirequesta è una grandissima operae però io nonsospetterei d'altrose none che io non crederrei mai vederla finita;perché questi valenti uominiche hanno quei gran concetti diquest'artevolentieri danno lor principionon considerando benequando ell'hanno aver la fine. Per tantofaccendo fare di questecotale grande opereio vorrei sapere quando io l'avessi avere -.

Aquesto rispose il Re dicendo che chi cercassi cosí sottilmentela fine dell'operenon ne comincerebbe mai nessuna; e lo disse in uncerto modomostrando che quelle cotali opere non fussino materia dauomini di poco animo. Allora io dissi:

-Tutti e' principi che danno animo ai servitori loroin quel modo chefa e che dice Sua Maestàtutte le grande imprese si vengono afacificare; e poi che Dio m'ha dato un cosí maravigliosopadroneio spero di dargli finite di molte grande e meraviglioseopere. - E io lo credo - disse il Re; e levossi da tavola. Chiamomminella sua camera e mi domandò quanto oro bisognava per quellasaliera:

-Mille scudi- dissi io. Subito il Re chiamò un suotesauriereche si domandava Monsignor lo risconte di Orbechee glidomandò che allora allora mi provvedessi mille scudi vecchi dibuon pesod'oro. Partitici da Sua Maestàmandai a chiamarequelli dua notati che m'avevan fatto dare l'argento per il Giove emolte altre cosee passato la Senapresi una piccolissimasportellina che m'aveva donato una mia sorella cuginamonacainnelpassare per Firenzee per mia buona aúria tolsi quellasportellinae none un sacchetto: e pensando di spedire tal faccendadi giornoperché ancora era buon'ottae non volendo isviarei lavoranti; e manco non mi curai di menare servitore meco. Giunsi acasa il tesauriereil quale di già aveva innanzi li danariegli sceglieva sí come gli aveva detto il Re. Per quanto a meparve vederequel ladrone tesauriere fece con arte il tardare insinoa tre ore di notte a contarmi li detti dinari. Ioche non mancai didiligenzamandai a chiamare parecchi di quei mia lavorantichevenissino a farmi compagniaperché era cosa di moltaimportanza.


Vedutoche li detti non venivanoio domandai a quel mandatose gli avevafatto l'anbasciata mia. Un certo ladroncello servitore disse chel'aveva fattae che loro avevan detto non poter venire; ma che luidi buona voglia mi porterebbe quelli dinari: al quale io dissicheli dinari volevo portar da me. Intanto era spedito il contrattocontato li dinari e tutto. Messomili nella sportellina dittadi poimessi il braccio nelle dua manichi; e perché entrava molto perforzaerano ben chiusie con piú mia comodità gliportavo che se fussi stato un sacchetto. Ero bene armato di giaco emanichee con la mia spadetta e 'l pugnale accanto prestamente mimessi la via fra gambe.


XVII.In quello stante viddi certi servitorichebisbigliandoprestoancora loro si partirno di casamostrando andare per altra via chequella dove io andavo. Io che sollecitamente camminavopassato ilponte al Cambiovenivo su per un muricciuolo della fiumarail qualemi conduceva a casa mia a Nello. Quando io fui appunto dagli Austiniluogo pericolosissimo se ben vicino a casa mia cinquecento passi; peressere l'abitazione del castello a drento quasi che altretantononsi sarebbe sentito la vocese io mi fussi messo a chiamaremaresolutomi in un tratto che io mi veddi scoperto a dosso quattro conquattro spadeprestamente copersi quella sportellina con la cappaemesso mano in su la mia spadaveduto che costoro con sollecitudinemi serravanodissi:

-Dai soldati non si può guadagnare altro che la cappa e laspada; e questaprima che io ve la diaspero l'arete con pocovostro guadagno -.

Epugnando contro a di loro animosamentepiú volte m'apersiacciò chese e' fussino stati di quelli indettati da queiservitoriche m'avevan visto pigliare i danaricon qualche ragioneiudicassino che io non avevo tal somma di danari addosso.


Lapugna durò pocoperché a poco a poco si ritiravono; eda lor dicevano in lingua loro:

-Questo è un bravo italianoe certo non è quello chenoi cercavamo; o sí veramentese gli è luie' non hanulla addosso -.

Ioparlavo italianoe continuamente a colpi di stoccate e imbroccatetalvolta molto a presso gl'investi' alla vita; e perché io hobenissimo maneggiato l'armepiú giudicavono che io fussisoldato che altro; e ristrettisi insiemea poco a poco si scostavanoda mesempre borbottando sotto voce in lor lingua; e ancora iosempre dicevomodestamente pureche chi voleva la mia arme e la miacappanon l'arebbe senza fatica.


Cominciaia sollecitare il passoe lor sempre venivano a lento passo drietomi;per la qual cosa a me crebbe la paurapensando di non dare inqualche imboscata di parecchi altri similiche m'avessino messo inmezzo; di modo chequando io fui presso a cento passimi messi atutta corsa e ad alta voce gridavo:

-Arme armefuora fuoraché io sono assassinato -.

Subitocorse quattro giovani con quattro pezzi d'arme in aste: e volendoseguitar drieto a coloroche ancor gli vedevanogli fermaidicendopur forte:

-Quei quattro poltroni non hanno saputo farecontro a uno uomo soloun bottino di mille scudi d'oro in oroi quali m'hanno rotto unbraccio; sí che andiangli prima a riporree di poi io vi faròcompagnia col mio spadone a dua mane dove voi vorrete -.



Andammoa riporre li dinari; e quelli mia giovanicondolendosi molto delgran pericolo che io avevo portatomodo che isgridarmidicevano:

-Voi vi fidate troppo di voi stessoe una volta ci avete a farpiagner tutti -.

Iodissi di molte cose; e lor mi risposono anche; fuggirno gli aversarimia; e noi tutti allegri e lieti cenammoridendoci di quei granpressi che fa la fortunatanto in bene quanto in male; e noncogliendoè come se nulla non fussi stato. Gli è benvero che si dice: "Tu imparerai per un'altra volta". Questonon valeperché la vien sempre con modi diversi e non maiimmaginati.


XVIII.La mattina seguente subito detti principio alla gran salierae consollecitudine quella con l'altre opere facevo tirare innanzi. Di giàavevo preso di molti lavorantisí per l'arte della sculturacome per l'arte della oreficeria. Eranoquesti lavorantiitalianifranzesitodeschie talvolta n'avevo buona quantitàsicondoche io trovavo de' buoni; perché di giorno in giorno mutavopigliando di quelli che sapevano piúe quelli io glisollecitavo di sorte che per il continuo affaticarsi (vedendo fare ameche mi serviva un poco meglio la complessione che a lorononpossendo resistere alle gran fatichepensando ristorarsi col bere ecol mangiare assai)alcuni di quei todeschiche meglio sapevano chegli altrivolendo seguitarminon sopportò da loro la naturatale ingiurieche quegli ammazzò.


Inmentre che io tiravo innanzi il Giove d'argentovedutomi avanzareassai bene dell'argentomessi mano sanza saputa del Re a fare unvaso grande con dua manichidell'altezza d'un braccio e mezzo incirca. Ancora mi venne voglia di gittare di bronzo quel modellogrande che io avevo fatto per il Giove d'argento; messo mano a talnuova impresaquale io non avevo mai piú fattae conferitomicon certi vecchioni di quei maestri di Parigidissi loro tutti e'modi che noi nella Italia usavono fare tal impresa.


Questia me dissono che per quella via non erano mai camminatima se iolasciavo fare sicondo i lor modime lo darebbon fatto e gittatotanto netto e belloquant'era quello di terra. Io volsi faremercatodando quest'opera sopra di loro: e sopra la domanda che queim'avevan fattapromessi loro parecchi scudi di piú.


Messonmano a tale impresa; e veduto io che loro non pigliavono la buonaviaprestamente cominciai una testa di Iulio Cesarecol suo pettoarmatagrande molto piú del naturalequal ritraevo da unmodello piccolo che io m'avevo portato di Romaritratto da una testamaravigliosissima antica. Ancora messi mano in un'altra testa dellamedesima grandezzaquale io ritraevo da una bellissima fanciullache per mio diletto carnale a presso a me tenevo. A questa posi nomeFontana Beliòche era quel sito che aveva eletto il Re persua propria dilettazione. Fatto la fornacetta bellissima per fondereil bronzoe messo in ordine e cotto le nostre formequegli el Giovee io le mia dua testedissi a loro:

-Io non credo che il vostro Giove vengaperché voi non gliavete dati tanti spiriti da bassoche el vento possa girare; peròvoi perdete il tempo -.

Questidissono a meche quando la loro opera non fossi venutamirenderebbono tutti li dinari che io avevo dati loro a buon contoemi rifarebbono tutta la perduta ispesa; ma che io guardassi benechequelle mie belle testeche io volevo gittare al mio modo dellaItaliamai non mi verrebbono. A questa disputa fu presente queitesaurieri e altri gentiluominiche per commession del Re mivenivano a vedere; e tutto quello che si diceva e facevaogni cosariferivano al Re.


Fecionoquesti dua vecchioniche volevan gittare il Giovesoprastarealquanto il dare ordine del getto; perché dicevano che arebbonvoluto acconciare quelle dua forme delle mie teste; perchéquel modo che io facevonon era possibile che le venissimoed eragran peccato a perder cosí bell'opere. Fattolo intendere alRerispose Sua Maestà che gli attendessino a 'mparare e noncercassino di volere insegnare al maestro. Questi con gran risamessono in fossa l'opera loro; e io saldosanza nissunadimostrazione né di risa né di stizza - che l'avevo -messi con le mie dua forme in mezzo il Giove: e quando il nostrometallo fu benissimo fondutocon grandissimo piacere demmo la via alditto metalloe benissimo s'empié la forma del Giove; innelmedesimo tempo s'empié la forma delle mie due teste: di modoche loro erano lieti e io contento; perché avevo caro d'averdetto le bugie della loro operae loro mostravano d'aver molto carod'aver detto le bugie della mia. Domandorno pure alla franciosa congran letizia da bere: io molto volentieri feci far loro una riccacolezione. Da poi mi chiesono li dinari che gli avevano da avereequegli di piú che io avevo promessi loro. A questo io dissi:

-Voi vi siate risi di quelloche io ho ben paura che voi non abbiatea piangere; perché io ho considerato che in quella vostraforma è entrato molto piú roba che 'l suo dovere; peròio non vi voglio dare piú dinaridi quelli che voi aveteautiinsino a domattina -.

Cominciornoa considerare questi poveri uomini quello che io avevo detto loroesanza dir niente se ne andorno a casa. Venuti la mattinacheti cheticominciorno a cavare di fossa; e perché loro non potevanoiscoprire la loro gran formase prima egli non cavavano quelle miedue testele quali cavorno e stavono benissimoe le avevano messein piedeche benissimo si vedevano.


Cominciatoda poi a scoprire il Giovenon furno dua braccia in giúcheloro con quattro lor lavoranti messono sí grande il gridocheio li sentii. Pensando che fussi grido di letiziami cacciai acorrereche ero nella mia camera lontano piú di cinquecentopassi. Giunsi a loro e li trovai in quel modo che si figura quelliche guardavano il sepulcro di Cristoafflitti e spaventati. Percossigli occhi nelle mie due testee veduto che stavan beneaccomoda' miil piacere col dispiacere: e loro si scusavanodicendo:

-La nostra mala fortuna! - Alle qual parole io dissi:

-La vostra fortuna è stata bonissimama gli è benestato cattivo il vostro poco sapere. Se io avessi veduto metterviinnella forma l'animacon una sola parola io v'arei insegnato che lafigura sarebbe venuta benissimo; per la qual cosa a me ne risultavamolto grande onore e a voi molto utile: ma io del mio onore miscuseròma voi né de l'onore né de l'utile nonavete iscampo: però un'altra volta imparate a lavorare e nonimparate a uccellare -.

Purmi si raccomandavonodicendomi che io avevo ragionee che se io nongli aiutavoche avendo a pagare quella grossa spesa e quel dannoloro andrebbono accattando insieme con le lor famiglie. A questo iodissiche quando gli tesaurieri del Re volessin lor far pagarequello a che loro s'erano ubrigatiio prommettevo loro di pagarglidel mioperché io avevo veduto veramente che loro avevanfatto di buon cuore tutto quello che loro sapevano. Queste cosem'accrebbono tanta benivolenzia con quei tesaurieri e con queiministri del Reche fu inistimabile.


Tuttosi scrisse al Reil quale unico liberalissimocomandò che sifacessi tutto quello che io dicevo.


XIX.Era in questo giunto il maravigliosissimo bravo Piero Strozzi; ericordato al Re le sue lettere di naturalitàil Re subitocomandò che fussino fatte. - E insieme con esse - disse - fateancora quelle di Benvenutomon amie le portate subito da parte miaa sua magionee dategnene senza nessuna spesa -.

Quelledel gran Piero Strozzi gli costorno molte centinaia di ducati; le mieme le portò un di quei primi sua segretariil quale sidomandava messer Antonio Massone. Questo gentiluomo mi porse lelettere con maravigliosa dimostrazioneda parte di Sua Maestàdicendo: Di queste vi fa presente il Reacciò che con maggiorcoraggio voi lo possiate servire. Queste son lettere di naturalità- e contonmi come molto tempo e con molti favori l'aveva date arichiesta di Piero Istrozzi a essoe che queste da per séistesso me le mandava a presentare: che un tal favore non s'era maipiú fatto in quel regno. A queste parole io con grandimostrazione ringraziai il Re; di poi pregai il ditto segretarioche di grazia mi dicessi quel che voleva dire quelle "lettere dinaturalità".


Questosegretario era molto virtuoso e gentilee parlava benissimoitaliano: mossosi prima a gran risadi poi ripreso la gravitàmi disse innella lingua miacioè in italianoquello chevoleva dire "lettere di naturalità" quale era unadelle maggior degnità che si dessi a un forestiero; e disse:

-Questa è altra maggiore cosa che esser fatto gentiluomoveniziano -.

Partitosida metornato al Retutto riferí a Sua Maestàilquale rise un pezzodi poi disse:

-Or voglio che sappia per quel che io gli ho mandato lettere dinaturalità. Andatee fatelo signore del castello del PiccoloNello che lui abitail quale è mio di patrimonio. Questosaprà egli che cosa egli èmolto piú facilmenteche lui non ha saputo che cosa fussino le lettere di naturalità-.

Vennea me un mandato con il detto presenteper la qual cosa io volsiusargli cortesia: non volse accettar nulladicendo che cosíera commessione di Sua Maestà. Le ditte lettere di naturalitàinsieme con quelle del dono del castelloquando io venni in Italiale portai meco; e dovunque io vadae dove io finisca la vita miaquivi m'ingegnerò d'averle.


XX.Or sèguito innanzi il cominciato discorso della vita mia.


Avendoinfra le mane le sopra ditte operecioè il Giove d'argentogià cominciatola ditta saliera d'oroil gran vaso dittod'argentole due teste di bronzosollecitamente innesse opere silavorava. Ancora detti ordine a gittare la basa del ditto Giovequalfeci di bronzo ricchissimamentepiena di ornamentiinfra i qualiornamenti iscolpi' in basso rilievo il ratto di Ganimede; da l'altrabanda poi Leda e 'l cigno: questa gittai di bronzoe vennebenissimo. Ancora ne feci un'altra simile per porvi sopra la statuadi Iunoneaspettando di cominciare questa ancorase il Re mi daval'argento da poter fare tal cosa.


Lavorandosollecitamenteavevo messo di già insieme il Giove d'argento;ancora avevo misso insieme la saliera d'oro; il vaso era moltoinnanzi; le due teste di bronzo erano di già finite.


Ancoraavevo fatto parecchi operette al cardinale di Ferrara; di piúun vasetto d'argentoriccamente lavoratoavevo fatto per donarlo amadama de Tampes; a molti Signori italianicioè il signorPiero Strozziil conte dell'Anguillarail conte di Pitiglianoilconte della Mirandola e a molti altri avevo fatto di molte opere.Tornando al mio gran Resí come io ho dettoavendo tiratoinnanzi benissimo queste sue operein questo tempo lui ritornòa Parigie il terzo giorno venne a casa mia con molta quantitàdella maggior nobiltà della sua Cortee molto si maravigliòdelle tante opere che io avevo innanzi e a cosí buon portotirate; e perché e' v'era seco la sua madama di Tampescominciorno a ragionare di Fontana Beliò. Madama di Tampesdisse a Sua Maestà che egli doverrebbe farmi fare qualcosa dibello per ornamento della sua Fontana Beliò. Subito il Redisse:

-Gli è ben fatto quel che voi ditee adesso adesso mi vogliorisolvere che là si faccia qualcosa di bello - e voltosi a memi cominciò a domandare quello che mi pareva da fare perquella bella fonte. A questo io proposi alcune mie fantasie: ancoraSua Maestà disse il parer suo; dipoi mi disse che volevaandare a spasso per quindici o venti giornate a San Germano dell'Aiaquale era dodici leghe discosto di Parigi; e che in questo tanto iofacessi un modello per questa sua bella fonte con piú riccheinvenzione che io sapevoperché quel luogo era la maggiorrecreazione che lui avessi nel suo regno; però mi comandava epregavache mi sforzassi di fare qualcosa di bello: e io tanto glipromessi.


Vedutoil Re tante opere innanzidisse a madama de Tampes:

-Io non ho mai aùto uomo di questa professione che piúmi piacciané che meriti piú d'esser premiato diquesto; però bisogna pensare di fermarlo. Perché glispende assaied è buon compagnone e lavora assaiè dinecessità che da per noi ci ricordiamo di lui: il perchési èconsiderateMadamatante volte quante gli èvenuto da mee quanto io son venuto quinon ha mai domandatoniente: il cuor suo si vede essere tutto intento all'opere; e bisognafargli qualche bene prestoacciò che noi non lo perdiamo -.

Madamade Tampes disse:

-Io ve lo ricorderò -.

Partirnosi:io messi con gran sollecitudine intorno all'opere mie cominciateedi piú messi mano al modello della fonte e con sollecitudinelo tiravo innanzi.


XXI.In termine d'un mese e mezzo il Re ritornò a Parigi; e iocheavevo lavorato giorno e nottel'andai a trovaree portai meco ilmio modellodi tanta bella bozza che chiaramente s'intendeva. Di giàera cominciato a rinnovare le diavolerie della guerra in fra loImperadore e luidi modo che io lo trovai molto confuso; pure parlaicol cardinale di Ferraradicendogli che io avevo meco certi modellii quali m'aveva commesso Sua Maestà:


cosílo pregai che se e' vedeva tempo da commettere qualche parola percausa che questi modegli si potessin mostrare- io credo che il Rene piglierebbe molto piacere -.

Tantofece il Cardinale; propose al Re detti modelli; subito il Re vennedove io avevo i modelli. Imprima avevo fatto la porta del palazzo diFontana Beliò: per non alterare il manco che io potevol'ordine della porta che era fatta a ditto palazzoqual era grande enanadi quella lor mala maniera franciosa; la quale era l'apriturapoco piú d'un quadroe sopra esso quadro un mezzo tondoistiacciato a uso d'un manico di canestro: in questo mezzo tondo ilRe desiderava d'averci una figurache figurassi Fontana Beliò.Io detti bellissima proporzione al vano ditto; di poi posi sopra ilditto vano un mezzo tondo giusto; e dalle bande feci certi piacevolirisaltisotto i quali nella parte da bassoche veniva aconrispondenza di quella di sopraposi un zocco; e altanto di sopra;e in cambio di due colonneche mostrava che si richiedessi sicondole modanature fatte di sotto e di sopraavevo fatto un satiro inciascuno de' siti delle colonne. Questo era piú che di mezzorilievoe con un de' bracci mostrava di reggere quella parte chetocca alle colonne: innell'altro braccio aveva un grosso bastoneconla sua testa ardito e fieroqual mostrava spavento a' riguardanti.L'altra figura era simile di positurama era diversa e varia ditesta e d'alcune altre tali cose: aveva in mano una sferza con trepalle accomodate con certe catene. Se bene io dico satiriquesti nonavevano altro di satiro che certe piccole cornetta e la testacaprina; tutto il resto era umana forma. Innel mezzo tondo avevofatto una femmina in bella attitudine a diacere:


questateneva il braccio manco sopra al collo d'un cervioquale era una del'imprese del Re: da una banda avevo fatto di mezzo rilievocapriolettie certi porci cignali e altre salvaticine di piúbasso rilievo; da l'altra banda cani bracchi e livrieri di piúsorteperché cosí produce quel bellissimo boscodovenasce la fontana. Avevo di poi tutta quest'opera ristretta innunquadro oblungoe innegli anguli del quadro di soprain ciascunoavevo fatto una Vittoria in basso rilievocon quelle faccelline inmanocome hanno usato gli antichi. Di sopra al ditto quadro avevofatto la salamandrapropia impresa del Recon molti gratissimialtri ornamenti a proposito della ditta operaqual dimostrava diessere di ordine ionico.


XXII.Veduto il Re questo modellosubito lo fece rallegraree lo divertída quei ragionamenti fastidiosi in che gli era stato piú didua ore. Vedutolo io lieto a mio modogli scopersi l'altro modelloquale lui punto non aspettavaparendogli d'aver veduto assai operain quello. Questo modello era grande piú di due braccianelquale avevo fatto una fontana in forma d'un quadro perfettoconbellissime iscalee intornoquale s'intrasegavano l'una nell'altra:cosa che mai piú s'era vista in quelle partie rarissima inqueste. In mezzo a detta fontana avevo fatto un sodoil quale sidimostrava un poco piú alto che 'l ditto vaso della fontana:sopra questo sodo avevo fattoa conrispondenzauna figura ignuda dimolta bella grazia. Questa teneva una lancia rotta nella man destraelevata innaltoe la sinistra teneva in sul manico d'una sua stortafatta di bellissima forma: posava in sul piè manco e il rittoteneva in su un cimiere tanto riccamente lavoratoquanto immaginarsi possa; e in su e' quattro canti della fontana avevo fattoin suciascunouna figura assedere elevatacon molte sue vaghe impreseper ciascuna. Comincionmi a dimandare il Re che io gli dicessi chebella fantasia era quella che io avevo fattadicendomi che tuttoquello che io avevo fatto alla portasanza dimandarmi di nulla luil'aveva intesoma che questo della fontesebbene gli parevabellissimonulla non n'intendeva; e ben sapeva che io non avevofatto come gli altri sciocchiche se bene e' facevano cose conqualche poco di graziale facevano senza significato nissuno. Aquesto io mi messi in ordine; ché essendo piaciuto col farevolevo bene che altretanto piacessi il mio dire. - SappiatesacraMaestàche tutta quest'opera piccola è benissimomisurata a piedi piccoliqual mettendola poi in operaverràdi questa medesima grazia che voi vedete. Quella figura di mezzo si ècinquantaquattro piedi - (questa parola il Re fe' grandissimo segnodi maravigliarsi); - appressoè fatta figurando lo IdioMarte. Quest'altre quattro figure son fatte per le Virtúdiche si diletta e favorisce tanto Vostra Maestà: questa a mandestra è figurata per la scienza di tutte le Lettere: vedeteche l'ha i sua contra segniqual dimostra la Filosofia con tutte lesue virtú compagne. Quest'altra dimostra essere tutta l'Artedel disegnocioè SculturaPittura e Architettura.Quest'altra è figurata per la Musicaqual si conviene percompagnia a tutte queste iscienzie. Quest'altrache si dimostratanto grata e benignaè figurata per la Liberalità;che sanza lei non si può dimostrare nessuna di queste mirabilVirtú che Idio ci mostra. Questa istatua di mezzograndeèfigurata per Vostra Maestà istessaquale è un dioMarteche voi siete sol bravo al mondo; e questa bravuria voil'adoperate iustamente e santamente in difensione della gloria vostra-.



Appenache gli ebbe tanta pazienza che mi lasciassi finir di direchelevato gran vocedisse:

-Veramente io ho trovato uno uomo sicondo il cuor mio - e chiamòli tesaurieri ordinatimie disse che mi provvedessino tutto quel chemi faceva di bisognoe fussi grande ispesa quanto si volessi: poi ame dette in su la spalla con la manadicendomi:

-Mon ami (che vuol dire "amico mio")io non so qual s'èmaggior piacereo quello d'un principe l'aver trovato un uomosicondo il suo cuoreo quello di quel virtuoso l'aver trovato unprincipe che gli dia tanta comoditàche lui possa esprimere isua gran virtuosi concetti -.

Iorisposiche se io ero quello che diceva Sua Maestàgli erastato molto maggior ventura la mia. Rispose ridendo:

-Diciamo che la sia eguale -.



Partimmicon grande allegrezzae tornai alle mie opere.


XXIII.Volse la mia mala fortuna che io non fui avvertito di fare altretantacommedia con madama de Tampesche saputo la sera tutte queste coseche erano corsedalla propia bocca del Regli generò tantarabbia velenosa innel petto che con isdegno la disse:


-Se Benvenuto m'avessi mostro le belle opere suem'arebbe dato causadi ricordarmi di lui al tempo -.

IlRe mi volse iscusaree nulla s'appiccò. Io che tal cosaintesiivi a quindici giorni - chégirato per la Normandia aRoano e a Diepadipoi eran ritornati a San Germano de l'Aia sopraditto - presi quel bel vasetto che io avevo fatto a riquisizionedella ditta madama di Tampespensando chedonandoglielodovereriguadagnare la sua grazia. Cosí lo portai meco; e fattogliintendere per una sua nutricee mòstrogli alla ditta il belvaso che io avevo fatto per la sua Signorae come io gliene volevodonarela ditta nutrice mi fece carezze ismisuratee mi disse chedirebbe una parola a Madamaqual non era ancor vestitae che subitodittoglienemi metterebbe drento. La nutrice disse il tutto aMadamala qual rispose isdegnosamente:

-Ditegli che aspetti -.

Iointeso questomi vesti' di pazienziala qual cosa mi èdifficilissima; pure ebbi pazienzia insin doppo il suo desinare: eveduto poi l'ora tardala fame mi causò tanta irache nonpotendo piú resisteremandatole divotamente il canchero nelcuoredi quivi mi parti' e me n'andai a trovare il cardinale diLorenoe li feci presente del ditto vasoraccomandatomi solo che mitenessi in buona grazia del Re. Disse che non bisognavae quandofussi bisognoche lo farebbe volentieri: di poi chiamato un suotesaurieregli parlò nello orecchio. Il ditto tesauriereaspettò che io mi partissi dalla presenza del Cardinale; dipoi mi disse:

-Benvenutovenite mecoche io vi darò da bere un bicchier dibuon vino - al quale io dissinon sapendo quel che lui si volessidire:

-Di graziaMonsignore tesaurierefatemi donare un sol bicchier divino e un boccon di paneperché veramente io mi vengo mancoperché sono stato da questa mattina a buon'otta insino aquest'orache voi vedetedigiunoalla porta di madama di Tampesper donargli quel bel vasetto d'argento doratoe tutto gli ho fattointenderee leiper istraziarmi semprem'ha fatto dire che ioaspettassi.


Oram'era sopraggiunto la famee mi sentivo mancare; esí comeIdio ha volutoho donato la roba e le fatiche mie a chi molto megliole meritavae non vi chieggo altro che un poco da bereche peressere alquanto troppo collerosomi offende il digiuno di sorte chemi faria cader in terra isvenuto -.

Tantoquanto io penai a dire queste paroleera comparso di mirabil vino ealtre piacevolezze di far colezionetanto che io mi recreai moltobene:


eriaúto gli spiriti vitalim'era uscita la stizza. Il buontesauriere mi porse cento scudi d'oro; ai quali io feci resistenzadi non gli volere in modo nissuno. Andollo a riferire al Cardinale;il qualedettogli una gran villaniagli comandò che me glifacessi pigliar per forzae che non gli andassi piú inanzialtrimenti. Il tesauriere venne a me crucciatodicendo che mai piúera stato gridato per l'addietro dal Cardinale; e volendomegli dareio che feci un poco di resistenzamolto crucciato mi disse che megli farebbe pigliar per forza. Io presi li dinari. Volendo andare aringraziare il Cardinalemi fece intendere per un suo segretarioche sempre che lui mi poteva far piacereche me ne farebbe di buoncuore: io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ognicosa. Dettono la baia a madama de Tampesqual fu causa di farlamaggiormente invelenire a far contro a di medove io portai granpericolo della vita miaqual si dirà al suo luogo.


XXIV.Se bene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amiciziadel piú virtuosodel piú amorevole e del piúdomestico uomo dabbene che mai io conoscessi al mondo: questo si fumesser Guido Guidieccellente medico e dottore e nobil cittadinfiorentino; per gli infiniti travagli postimi innanzi dalla perversafortunal'avevo alquanto lasciato un poco indietro.


Benchéquesto non importi moltoio mi pensavoper averlo di continuo innelcuoreche bastassi; ma avvedutomi poi che la mia Vita non istàbene senza luil'ho commesso infra questi mia maggior travagliacciò che sí come la e' m'era conforto e aiutoqui mifaccia memoria di quel bene. Capitò il ditto messer Guido inParigi; e avendolo cominciato a cognoscerelo menai al mio castelloe quivi gli detti una stanza libera da per sé; cosí cigodemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il vescovo diPaviacioè monsignor de' Rossifratello del conte di SanSicondo.


QuestoSignore io levai d'in su l'osteria e lo missi innel mio castellodando ancora a lui una istanza liberadove benissimo istetteaccomodato con sua servitori e cavalcature per di molti mesi. Ancoraaltra volta accomodai messer Luigi Alamanni con i figliuoli perqualche mese; pure mi dette grazia Idio che io potetti far qualchepiacereancora ioagli uomini e grandi e virtuosi. Con ilsopraditto messer Guido godemmo l'amicizia tanti anniquanto io làsoprastettigloriandoci spesso insieme che noi imparavamo qualchevirtú alle spese di quello cosí grande e maravigliosoprincipeogniun di noi innella sua professione. Io posso direveramente che quello che io siae quanto di buono e bello io m'abbiaoperatotutto è stato per causa di quel maraviglioso Re: peròrappicco il filo a ragionare di lui e delle mie grande operefattegli.


XXV.Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giucare allacordadel quale io traevo assai utile mentre che io lo facevoesercitare. Era in detto luogo alcune piccole stanzette dove abitavadiversa sorte di uominiin fra i quali era uno stampatore moltovalente di libri: questo teneva quasi tutta la sua bottega drentoinnel mio castelloe fu quello che stampò quel primo bellibro di medicina a messer Guido. Volendomi io servire di quellestanzelo mandai viapur con qualche difficultà non piccola.Vi stava ancora un maestro di salnitri; e perché io volevoservirmi di queste piccole istanzette per certi mia buoni lavorantitodeschiquesto ditto maestro di salnitri non voleva diloggiare; eio piacevolmente piú volte gli avevo detto che luim'accomodassi delle mie stanzeperché me ne volevo servireper abituro de' mia lavoranti per il servizio del Re. Quanto piúumile parlavoquesta bestia tanto piú superbo mi rispondeva:all'utimo poi io gli detti per termine tre giorni. Il quale se nerisee mi disse che in capo di tre anni comincierebbe a pensarvi. Ionon sapevo che costui era domestico servitore di madama di Tampes: ese e' non fussi stato che quella causa di madama di Tampes mi facevaun po' piú pensare alle coseche prima io non facevolo areisubito mandato via; ma volsi aver pazienzia quei tre giorni; i qualipassati che e' furnosanza dire altropresi todeschiitaliani efranciosicon l'arme in manoe molti manovali che io avevo; e inbreve tempo sfasciai tutta la casae le sue robe gittai fuor del miocastello. E questo atto alquanto rigoroso feciperché luiaveva dettomiche non conosceva possanza di italiano tanto arditache gli avessi mosso una maglia del suo luogo. Peròdi poi ilfattoquesto arrivò; al quale io dissi:

-Io sono il minimo italiano della Italiae non t'ho fatto nullaappetto a quello che mi basterebbe l'animo di fartie che io tifaròse tu parli un motto solo - con altre parole ingiurioseche io gli dissi. Quest'uomoattonito e spaventatodette ordinealle sue robe il meglio che potette; di poi corse a madama de Tampese dipinse uno inferno; e quella mia gran nimicatanto maggiorequanto lei era piú eloquente e piú d'assailo dipinseal Re; il quale due voltemi fu dettosi volse crucciar meco e daremale commessione contro a di me; ma perché Arrigo Dalfino suofigliuolooggi re di Franciaaveva ricevuto alcuni dispiaceri daquella troppo ardita donnainsieme con la regina di Navarrasorelladel re Francescocon tanta virtú mi favorirnoche il Reconvertí in riso ogni cosa: per la qual cosacon il veroaiuto de Dio io passai una gran fortuna.


XXVI.Ancora ebbi a fare il medesimo a un altro simile a questoma nonrovinai la casa; ben gli gittai tutte le sue robe fuori.


Perla quale cosa madama de Tampes ebbe ardire tantoche la disse al Re:

-Io credo che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi -.

Aqueste parole il Re adirato rispose a madama de Tampes dicendole cheio facevo troppo bene a difendermi da quella canagliache mivolevano inpedire il suo servizio. Cresceva ogniora maggior rabbia aquesta crudel donna: chiamò a sé un pittoreil qualeistava per istanza a Fontana Beliòdove il re stava quasi dicontinuo. Questo pittore era italiano e bolognesee per il Bolognaera conosciuto: per il nome suo proprio si chiamava FrancescoPrimaticcio. Madama di Tampes gli disseche lui doverrebbe domandarea il Re quell'opera della Fonteche Sua Maestà aveva resolutaa mee che lei con tutta la sua possanza ne lo aiuterebbe: cosírimasono d'accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza chegli avessi maie tal cosa si promesse sicuracon tutto che la nonfussi sua professione; ma perché gli aveva assai buon disegnoe era messo in ordine con certi lavorantii quali erano fattisisotto la disciplina de il Rossopittore nostro fiorentinoveramentemaravigliosissimo valentuomo:


eciò che costui faceva di buonol'aveva preso dalla mirabilmaniera del ditto Rossoil quale era di già morto. Potettonotanto quelle argute ragionecon il grande aiuto di madama di Tampese con il continuo martellare giorno e notteor Madamaora ilBolognaagli orecchi di quel gran Re. E quello che fu potente causaa farlo cedereche lei e il Bologna d'accordo dissono:

-Come è 'gli possibilesacra Maestàchevolendoquella che Benvenuto gli faccia dodici statue d'argentoper la qualcosa non n'ha ancora finito una? O se voi lo impiegate in una tantagrande impresaè di necessità che di queste altrechetanto voi desiderateper certo voi ve ne priviate; perchécento valentissimi uomini non potrebbono finire tante grande operequante questo valente uomo ha ordite. Si vede espresso che lui hagran voluntà di fare; la qual cosa sarà causa che a untratto Vostra Maestà perda e lui e l'opere -.

Questecon molt'altre simile paroletrovato il Re in temperacompiacquetutto quello che dimandato e' gli avevano: e per ancora non s'era maimostro né disegni né modegli di nulla di mano del dettoBologna.


XXVII.In questo medesimo tempo in Parigi s'era mosso contro a di me quelsicondo abitante che io avevo cacciato del mio castelloe avevamimosso una litedicendo che io gli avevo rubato gran quantitàdella sua robaquando l'avevo iscasato. Questa lite mi davagrandissimo affanno e toglievami tanto tempoche piú volte mivolsi mettere al disperato per andarmi con Dio. Hanno per usanza inFrancia di fare grandissimo capitale d'una lite che lor comincianocon un forestiero o con altra persona che 'e veggano che sia alquantoistraccurato allitigare; e subito che lor cominciano a vedersiqualche vantaggio innella ditta litetruovano da venderla; e alcunil'hanno data per dote a certiche fanno totalmente quest'arte dicomperar lite. Hanno un'altra brutta cosache gli uomini diNormandiaquasi la maggior partehanno per arte loro il fare iltestimonio falso; di modo che questi che comprano la litesubitoinstruiscono quattro di questi testimoni o seisicondo il bisognoeper via di questichi non è avvertitoa produrne tanti incontrarioun che non sappia l'usanzasubito ha la sentenzia contro.E a me intravenne questi ditti accidenti: e parendomi cosa moltodisonestacomparsi alla gran sala di Parigi per difender le mieragione; dove io viddi un giudiceluogotenente del Redel civileelevato in sun un gran tribunale. Questo uomo era grandegrosso egrassoe d'aspetto austerissimo: aveva all'intorno di sé dauna banda e da l'altra molti proccuratori e avvocatitutti messi perordine da destra e da sinistra: altri venivanoun per volta; eproponevano al ditto giudice una causa. Quelli avvocatiche erano dacantoio gli viddi talvolta parlar tutti a un tratto; dove io stettimaravigliato che quel mirabile uomovero aspetto di Plutoneconattitudine evidente porgeva l'orecchio ora a questo ora a quelloevirtuosamente a tutti rispondeva. E perché a me sempre èdilettato il vedere e gustare ogni sorte di virtúmi parvequesta tanto mirabileche io non arei voluto per gran cosa nonl'aver veduta. Accaddeper essere quella sala grandissima e piena digran quantità di genteancora usavano diligenza che quivi nonentrassi chi non v'aveva che faree tenevano la porta serrata e unaguardia a detta porta; la qual guardia alcune volteper farresistenza a chi lui non voleva ch'entrassiimpediva con quel granromore quel maraviglioso giudiceil quale adirato diceva villaniaalla ditta guardia. E io piú volte mi abbatte'e considerail'accidente; e le formate parolequale io senti'furno questechedisse il propio giudiceil quale iscòrse dua gentiluomini chevenivano per vedere; e faccendo questo portiere grandissimaresistenzail ditto giudice disse gridando ad alta voce:

-Sta' chetosta' chetoSatanassolevati di costíe sta'cheto -.

Questeparole innella lingua franzese suonano in questo modo: "Phe pheSatan phe phe Satan alè phe". Io che benissimo avevoimparata la lingua franzesesentendo questo mottomi venne inmemoria quel che Dante volse dire quando lui entrò conVergilio suo maestro drento alle porte dello Inferno. PerchéDante a tempo di Giotto dipintore furno insieme in Francia emaggiormente in Parigidove per le ditte cause si può direquel luogo dove si litiga essere uno Inferno: però ancoraDanteintendendo bene la lingua franzesesi serví di quelmotto; e m'è parso gran cosa che mai non sia stato inteso pertale; di modo che io dico e credo che questi comentatori gli fannodir cose le quale lui non pensò mai.


XXVIII.Ritornando ai fatti miaquando io mi viddi dar certe sentenzie permano di questi avvocatinon vedendo modo alcuno di potermi aiutarericorsi per mio aiuto a una gran daga che io avevoperchésempre mi son dilettato di tener belle armi; e il primo che iocominciai a intaccare si fu quel principale che m'aveva mosso laingiusta lite; e una sera gli detti tanti colpipur guardando di nonlo ammazzareinnelle gambe e innelle bracciache di tutt'a due legambe io lo privai. Di poi ritrovai quell'altro che aveva compro lalitee anche lui toccai di sorte che tal lite si fermò.Ringraziando di questo e d'ogni altra cosa sempre Idiopensando perallora di stare un pezzo sanza esser molestatodissi ai mia giovanidi casamassimo a l'italianiper amor de Dio ogniuno attendessealle faccende suae m'aiutassino qualche tempotanto che io potessifinire quell'opere cominciateperché presto le finirei; dipoi me volevo ritornare innItalianon mi potendo comportare con leribalderie di quei Franciosi; e che se quel buon Re s'adirava unavolta mecom'arebbe fatto capitar maleper avere io fatto per miadifesa di molte di quelle cotal cose. Questi italiani ditti si eranoil primo e 'l piú caroAscaniodel regno di Napoliluogoditto Tagliacozze; l'altro si era Pagoloromanopersona nata moltoumile e non si cognosceva suo padre: questi dua erano quelli che ioavevo menato di Romali quali in detta Roma stavano meco. Un altroromanoche era venuto ancora lui a trovarmi di Roma appostaancoraquesto si domandava per nome Pagolo ed era figliuolo d'un poverogentiluomo romano della casata de' Macaroni: questo giovane nonsapeva molto de l'artema era bravissimo con l'arme. Un altron'avevoil quale era ferraresee per nome Bartolomeo Chioccia.Ancora un altro n'avevo: questo era fiorentino e aveva nome PagoloMiccieri.


Eperché il suo fratelloch'era chiamato per sopra nome ilGattaquesto era valente in su le scritturema aveva speso troppoinnel maneggiare la roba di Tommaso Guadagni ricchissimo mercatantequesto Gatta mi dette ordine a certi libridove io tenevo i contidel gran Re Cristianissimo e d'altri; questo Pagolo Miccieriavendopreso il modo dal suo fratello di questi mia librilui me gliseguitavae io gli davo bonissima provvisione. E perché e' mipareva molto buon giovaneperché lo vedevo divotosentendolocontinuamente quando borbottar salmiquando con la corona in manoassai mi promettevodella sua finta bontà. Chiamato lui soloda partegli dissi:

-Pagolofratello carissimo; tu vedi come tu stai meco benee sai chetu non avevi nissuno avviamentoe di piú ancora tu se'fiorentino; per la qual cosa io mi fido piú di teper vedertimolto divoto con gli atti della religionequale è cosa chemolto mi piace. Io ti priego che tu mi aiutiperché io non mifido tanto di nessuno di quest'altri: pertanto ti priego che tum'abbia cura a queste due prime coseche molto mi darieno fastidio:l'una si è che tu guardi benissimo la roba miache la non misia toltae cosí tu non me la toccare; ancoratu vedi quellapovera fanciulletta della Caterinala quale io tengo principalmenteper servizio de l'arte miache senza non potrei fare: ancoraperchéio sono uomome ne son servito ai mia piaceri carnalie potriaessere che la mi farebbe un figliuolo; e perché io non vo' darle spese ai figliuoli d'altriné manco sopporterei che mifossi fatto una tale ingiuria. Se nissuno di questa casa fussi tantoardito di far tal cosae io me ne avvedessiper certo credo che ioammazzerei l'una e l'altro. Però ti priegocaro fratellochetu m'aiuti; e se tu vedi nullasubito dimmeloperché iomanderò alle forche lei e la madre e chi a tal cosaattendessi: però sia il primo a guardartene -.

Questoribaldo si fece un segno di croceche arrivò dal capo aipiedie disse:

-O Iesu benedetto! Dio me ne guardiche mai io pensassi a tal cosa!primaper non esser dedito a coteste cosaccie; di poinon credetevoi che io cognosca il gran bene che io ho da voi? - A queste parolevedutemele dire in atto simplice e amorevole in verso di mecredettiche la stessi appunto come lui diceva.


XXIX.Di poi dua giorni appressovenendo la festamesser Mattia delNazaroancora lui italiano e servitor del Redella medesimaprofessione valentissimo uomom'aveva invitato con quelli miagiovani a godere a un giardino. Per la qual cosa io mi messi inordinee dissi ancora a Pagolo che lui dovessi venire a spasso arallegrarsiparendomi d'avere alquanto quietato un poco quella dittafastidiosa lite. Questo giovane mi rispose dicendomi:

-Veramente che sarebbe grande errore a lasciare la casa cosísola:


vedetequant'oroargenti e gioie voi ci avete. Essendo a questo modo incittà di ladribisogna guardarsi di dí come di notte:io mi attenderò a dire certe mie orazioniin mentre che ioguarderò la casa; andate con l'animo posato a darvi piacere ebuon tempo:


un'altravolta farà un altro questo uflizio -.

Parendomidi andare con l'animo riposatoinsieme con PagoloAscanio e ilChioccia al ditto giardino andammo a goderee quella giornata granpezzo d'essa passammo lietamente. Cominciatosi a 'pressare piúinverso la serasopra il mezzo giorno mi toccò l'umoreecominciai a pensare a quelle parole che con finta semplicitàm'aveva detto quello isciagurato; montai in sul mio cavallo e con duamia servitori tornai al mio castello; dove io trovai Pagolo e quellaCaterinaccia quasi in sul peccato; perché giunto che io fuila franciosa ruffiana madre con gran voce disse:

-PagoloCaterinagli è qui il padrone -.

Vedutovenire l'uno e l'altro ispaventati e sopragiunti a me tuttiscompigliatinon sapendo né quello che lor si dicevanonécome istupididove loro andavanoevidentemente si cognobbe ilcommesso lor peccato. Per la qual cosa sopra fatta la ragionedall'iramessi mano alla spadaresolutomi per ammazzargli tutt'adua. Uno si fuggíl'altra si gittò in terraginocchionie gridava tutte le misericordie del cielo. Ioche areiprima voluto dare al mastionon lo potendo cosí giugnere alprimoquando da poi l'ebbi raggiunto intanto m'ero consigliato: ilmio meglio si era di cacciargli via tutt'a dua; perché contante altre cose fattesi vicine a questaio con difficultàarei campato la vita. Però dissi a Pagolo:

-Se gli occhi mia avessino veduto quello che turibaldomi faicredereio ti passerei dieci volte la trippa con questa spada: orlievamiti dinanziche se tu dicesti mai il Pater nostrosappi chegli è quel di san Giuliano -.

Dipoi cacciai via la madre e la figliuola a colpi di pintecalci epugna. Pensorno vendicarsi di questa ingiuriae conferito con unoavvocato normandoinsegnò loro che lei dicessi che io avessiusato seco al modo italiano; qual modo s'intendeva contro naturacioè in soddomia; dicendo:

-Per lo mancocome questo italiano sente questa tal cosae saputoquanto e' l'è di gran pericolosubito vi doneràparecchi centinaia di ducatiacciò che voi non ne parliateconsiderando la gran penitenzia che si fa in Francia di questo talpeccato -.



Cosírimasino d'accordo: mi posono l'accusae io fui richiesto.


XXX.Quanto piú cercavo di riposotanto piú mi si mostravale tribulazione. Offeso dalla fortuna ogni dí in diversi modicominciai a pensare qual cosa delle dua io dovevo fare; o andarmi conDio e lasciare la Francia nella sua malora; o sí veramentecombattere anche questa pugna e vedere a che fine m'aveva creatoIdio. Un gran pezzo m'ero tribolato sopra questa cosa; all'utimo poipreso per resoluzione d'andarmi con Dioper non voler tentare tantola mia perversa fortunache lei m'avessi fatto rompere il colloquando io fui disposto in tutto e per tuttoe mosso i passi per darpresto luogo a quelle robe che io non potevo portar mecoequell'altre sottileil meglio che io potevoaccomodarle a dosso ame e miei servitoripur con molto mio grave dispiacere faceva talpartita. Era rimasto solo innun mio studiolo; perché quei miagiovaniche m'avevano confortato che io mi dovessi andar con Diodissi loroche gli era bene che io mi consigliassi un poco da per memedesimo; con tutto ciò che io conoscevo bene che lorodicevano in gran parte il vero; perché da poi che io fussifuor di prigione e avessi dato un poco di luogo a questa furiamoltomeglio mi potrei scusare con il Redicendo con lettere questo taleassassinamento fattomi sol per invidia. E sí come ho dettom'ero risoluto a far cosí; e mossomifui preso per una spallae voltoe una voce che disse animosamente:

-Benvenutocome tu suoie non aver paura -.

Subitopresomi contrario consiglio da quel che avevo fattoi' dissi a queimia giovani taliani:

-Pigliate le buone arme e venite mecoe ubbidite a quanto io vi dicoe non pensate ad altroperché io voglio comparire. Se io mipartissivoi andresti l'altro dí tutti in fumo; sí cheubbidite e venite meco -.

Tuttid'accordo quelli giovani dissono:

-Da poi che noi siamo qui e viviamo del suonoi doviamo andar seco eaiutarlo insinché c'è vita a ciò che luiproporrà; perché gli ha detto piú il vero chenoi non pensavamo.


Subitoche e' fossi fuora di questo luogoe' nemici sua ci farebbon tuttimandar via. Consideriamo bene le grande opereche son quicominciatee di quanta grande inportanza le sono: a noi non cibasterebbe la vista di finirle sanza luie li nimici sua direbbonoche e' se ne fussi ito per non gli bastar la vista di fluire questecotale imprese -.

Dissonodi molte paroleoltre a quested'importanza. Quel giovane romanode' Macaroni fu il primo a metter animo agli altri: ancora chiamòparecchi di quei tedeschi e franciosi che mi volevan bene. Eramodieci infra tutti: io presi il cammino dispostomi resoluto di non milasciare carcerare vivo.


Giuntoalla presenza dei giudici cherminalitrovai la ditta Caterina e suamadre. Sopragiunsi loro addosso che le ridevano con un loro avvocato:entrai drento e animosamente domandai il giudiceche gonfiatogrosso e grassostava elevato sopra gli altri in su 'n un tribunale.Vedutomi quest'uomominaccioso con la testadisse con sommissavoce:

-Se bene tu hai nome Benvenutoquesta volta tu sarai il mal venuto -.

Iointesie replicai un'altra volta dicendo:

-Presto ispacciatemi: ditemi quel che io son venuto a far qui -.

Allorail ditto giudice si volse a Caterina e le disse:

-Caterinadi' tutto quel che t'è occorso d'avere a fare conBenvenuto -.

LaCaterina disse che io avevo usato seco al modo della Italia. Ilgiudice voltosi a medisse:

-Tu senti quel che la Caterina diceBenvenuto -.

Alloraio dissi:

-Se io avessi usato seco al modo italianol'arei fatto solo perdesiderio d'avere un figliuolosí come fate voi altri -.



Allorail giudice replicòdicendo:

-Ella vuol dire che tu hai usato seco fuora del vaso dove si fafigliuoli -.

Aquesto io dissi che quello non era il modo italiano; anzi che dovevaessere il modo franzeseda poi che lei lo sapeva e io no; e che iovolevo che lei dicessi a punto innel modo che io avevo aùto afar seco. Questa ribaldella puttana iscelleratamente disse iscopertoe chiaro il brutto modo che la voleva dire. Io gnene feci raffermaretre volte l'uno appresso a l'altro; e ditto che l'ebbeio dissi adalta voce:

-Signor giudiceluogotenente del Re Cristianissimoio vi domandogiustizia; perché io so che le legge del Cristianissimo Re atal peccato promettono il fuoco a l'agente e al paziente; peròcostei confessa il peccato: io non la cognosco in modo nessuno: laruffiana madre è qui che per l'un delitto e l'altro merita ilfuoco; io vi domando iustizia -.

Equeste parole replicavo tanto frequente e ad alta vocesemprechiedendo il fuoco per lei e per la madre: dicendo al giudiceche senon la metteva prigione alla presenza miache io correrei al Reedirei la ingiustizia che mi faceva un suo luogotenente cherminale.


Costoroa questo mio gran romore cominciorno a 'bassar le voci; allora iol'alzavo piú: la puttanella a piagnere insieme con la madreeio al giudice gridavo:

-Fuocofuoco -.

Quelpoltroncioneveduto che la cosa non era passata in quel modo che luiaveva disegnatocominciò con piú dolce parole aiscusare il debole sesso femminile. A questoio considerai che mipareva pure d'aver vinto una gran pugnae borbottando e minacciandovolentieri m'andai con Dio; che certo arei pagato cinquecento scudi anon v'esser mai comparso. Uscito di quel pelagocon tutto il cuoreringraziai Idioe lieto me ne tornai con i mia giovani al miocastello.


XXXI.Quando la perversa fortunao sí veramente vogliam dire quellanostra contraria istellatoglie a perseguitare uno uomonon glimanca mai modi nuovi da mettere in campo contro a di lui.


Parendomid'esser uscito di uno inistimabil pelagopensando pure che perqualche poco di tempo questa mia perversa istella mi dovessi lasciareistarenon avendo ancora ripreso il fiato da quello inistimabilpericoloche lei me ne dette dua a un tratto innanzi. In termine ditre giorni mi occorre dua casi; a ciascuno dei dua la vita mia èin sul bilico della bilancia. Questo si fu cheandando io a FontanaBeliò a ragionare con il Reche m'aveva iscritto una letteraper la quale lui voleva che io facessi le stampe delle monete ditutto il suo regnoe con essa lettera m'aveva mandato alcunidisegnetti per mostrarmi parte della voglia sua; ma ben mi davalicenzia che io facessi tutto quel che a me piaceva: io avevo fattonuovi disegnisicondo il mio parere e sicondo la bellezza de l'arte.Cosí giunto a Fontana Beliòuno di quei tesaurieriche avevano commessione dal Re di provvedermi- questo si chiamavamonsignor della Fa - il quale subito mi disse:


-Benvenutoil Bologna pittore ha aùto dal Re commessione difare il vostro gran colosso e tutte le commessione che 'l nostro Reci aveva dato per voitutte ce l'ha levatee datecele per lui. Anoi c'è saputo grandemente malee c'è parso che questovostro italiano molto temerariamente si sia portato inverso di voi;perché voi avevi di già aùto l'opera per virtúde' vostri modelli e delle vostre fatiche; costui ve la toglie soloper il favore di madama di Tampes: e sono oramai di molti mesichegli ha aùto tal commessionee ancora non s'è visto chedia ordine a nulla -.

Iomaravigliatodissi:

-Come è egli possibile che io non abbia mai saputo nulla diquesto? - Allora mi disse che costui l'aveva tenuta segretissimaeche l'aveva aúta con grandissima difficultàperchéil Re non gnene voleva dare; ma le sollecitudine di madama di Tampessolo gnene avevan fatto avere.


Iosentitomi a questo modo offeso e a cosí gran tortoe vedutotormi un'opera la quale io m'avevo guadagnata con le mia granfatichedispostomi di fare qualche gran cosa di momento con l'armedifilato me n'andai a trovare il Bologna. Trava'lo in camera suaeinne' sua studii: fecemi chiamare drentoe con certe suelombardesche raccoglienze mi disse qual buona faccenda mi avevacondotto quivi. Allora io dissi:

-Una faccenda bonissima e grande -.

Quest'uomocommesse ai sua servitori che portassino da beree disse:

-Prima che noi ragioniamo di nullavoglio che noi beviamo insieme;che cosí è il costume di Francia -.

Alloraio dissi:

-Misser Francescosappiate che quei ragionamenti che noi abbiamo dafare insieme non richieggono il bere imprima: forse dappoi si potriabere -.

Cominciaia ragionar seco dicendo:

-Tutti gli uomini che fanno professione di uomo dabbenefanno leopere loro che per quelle si cognosce quelli essere uomini dabbene; efaccendo il contrarionon hanno piú il nome di uomo da bene.Io so che voi sapevi che il Re m'aveva dato da fare quel grancolossodel quale s'era ragionato diciotto mesie né voi néaltri mai s'era fatto innanzi a dir nulla sopracciò; per laqual cosa con le mie gran fatiche io m'ero mostro al gran Reilqualepiaciutogli i mia modelliquesta grande opera aveva dato afare a me; e son tanti mesi che non ho sentito altro: solo questamattina ho inteso che voi l'avete aúta e toltola a me; laquale opera io me la guadagnai con i mia maravigliosi fattie voi mela togliete solo con le vostre vane parole.


XXXII.A questo il Bologna rispose e disse:

-O Benvenutoogniun cerca di fare il fatto suo in tutt'i modi che sipuò: se il Re vuol cosíche volete voi replicarealtro? ché getteresti via il tempoperché io l'ho aútaispeditaed è mia. Or dite voi ciò che voi voleteeio v'ascolterò -.

Dissicosí:

-Sappiatemesser Francescoche io v'arei da dire molte paroleperle quale con ragion mirabile e vera io vi farei confessare che talmodi non si usanoqual son cotesti che voi avete fatto e dittoinfra gli animali razionali; però verrò con breve parolepresto al punto della conclusione ma aprite gli orecchi e intendetemibeneperché la importa -.

Costuisi volse muovere da sedereperché mi vidde tinto in viso egrandemente cambiato: io dissi che non era ancor tempo a muoversi:che stessi a sedere e che m'ascoltassi. Allora io cominciaidicendocosí:

-Messer Francescovoi sapete che l'opera era prima miae chearagion di mondogli era passato il tempo che nessuno non ne dovevapiú parlare: ora io vi dicoche io mi contento che voifacciate un modelloe iooltra a quello che io ho fattone faròun altro; di poi cheti cheti lo porteremo al nostro gran Re; e chiguadagnerà per quella via il vanto d'avere operato meglioquello meritamente sarà degno del colosso; e se a voi toccheràa farloio diporrò tutta questa grande ingiuria che voim'avete fattoe benedirovvi le manecome piú degne delle miad'una tanta gloria. Sí che rimagnamo cosíe saremoamici; altrimenti noi saremo nimici; e Dio che aiuta sempre laragionee io che le fo la stradavi mostrerrei in quanto grandeerror voi fussi -.

Dissemesser Francesco:

-L'opera è miae da poi che la m'è stata dataio nonvoglio mettere il mio in compromesso -.

Acotesto io rispondo:

-Messer Francescoche da poi che voi non volete pigliare il buonversoquale è giusto e ragionevoleio vi mostrerròquest'altroil quale sarà come il vostroche è bruttoe dispiacevole. Vi dico cosíche se io sento mai in modonessuno che poi parliate di questa mia operaio subito vi ammazzeròcome un cane: e perché noi non siamo né in Romanéin Bolognané in Firenze - qua si vive in un altro modo - seio so mai che voi ne parliate al Re o ad altriio vi ammazzeròa ogni modo. Pensate qual via voi volete pigliare: o quella primabuonache io dissio questa ultima cattivache io dico -.

Quest'uomonon sapeva né che si direné che si faree io ero inordine per fare piú volentieri quello effetto allora chemettere altro tempo in mezzo. Non disse altre parole che questeilditto Bologna:

-Quando io farò le cose che debbe fare uno uomo da beneio nonarò una paura al mondo -.

Aquesto dissi:

-Bene avete detto; ma faccendo il contrario abbiate pauraperchéla v'importa - e subito mi parti' dalluie anda'mene dal Ree conSua Maestà disputai un gran pezzo la faccenda delle monete; laquale noi non fummo molto d'accordo; perché essendo quivi ilsuo Consigliolo persuadevano che le monete si dovessin fare inquella maniera di Franciasí come le s'eran fatte insino aquel tempo. Ai quali risposi che Sua Maestà m'aveva fattovenire della Italia perché io gli facessi dell'opere chestessin bene; e se Sua Maestà mi comandassi al contrarioa menon comporteria l'animo mai di farle. A questo si dette spazio perragionarne un'altra volta: subito io me ne tornai a Parigi.


XXXIII.Non fui sí tosto iscavalcatoche una buona personadi quelliche hanno piacere di vedere del malemi venne a dire che PagoloMiccieri aveva preso una casa per quella puttanella della Caterina eper sua madree che continuamente lui si tornava quivie cheparlando di mesempre con ischerno diceva:

-Benvenuto aveva dato a guardia la lattuga ai paperie pensava che ionon me la mangiassi; basta che ora e' va bravando e crede che ioabbia paura di lui: io mi son messo questa spada e questo pugnale acanto per dargli a divedere che anche la mia spada taglia e sonfiorentino come luide' Miccierimolto meglio casata che non sono isua Cellini -.

Questoribaldoche mi portò tale imbasciatame la disse con tantaefficaciaio mi senti' subito balzare la febbre addossodico lafebbre sanza dire per comparazione. E perché forse di talebestiale passione io mi sarei mortopresi per rimedio di darquell'esitoche m'aveva dato tale occasionesicondo il modo che inme sentivo. Dissi a quel mio lavorante ferrareseche si chiamava ilChiocciache venissi mecoe mi feci menar dietro dal servitore elmio cavallo; e giunto a casadove era questo isciaguratotrovato laporta socchiusaentrai dentro: viddilo che gli aveva accanto laspada e 'l pugnaleed era assedere in su 'n un cassonee teneva ilbraccio al collo a la Caterina: appunto arrivatosenti' che lui conla madre di lei motteggiava de' casi mia. Spinta la porta innunmedesimo tempo messo la mana alla spadagli posi la punta d'essaalla golanon gli avendo dato tempo a poter pensare che ancora luiaveva la spadadissi a un tratto:

-Vil poltroneraccomandati a Dioche tu se' morto -.

Costuifermodisse tre volte:

-O mamma miaaiutatemi -.

Ioche avevo voglia d'ammazzarlo a ogni modosentito che ebbi quelleparole tanto sciocchemi passò la metà della stizza.Intanto aveva detto a quel mio lavorante Chiocciache non lasciassiuscire né lei né la madreperché se io davoalluialtretanto male volevo fare a quelle dua puttane. Tenendocontinuamente la punta della spada alla golae alquanto un pochettolo pugnevosempre con paventose parole; veduto poi che lui nonfaceva una difesa al mondoe io non sapevo piú che mi fareequella bravata fatta non mi pareva che l'avessi fine nessunamivenne in fantasiaper il manco maledi fargnene isposarecondisegno di far da poi le mie vendette. Cosí resolutomidissi:

-Càvati quello anello che tu hai in ditopoltronee sposalaacciò che poi io possa fare le vendette che tu meriti -.

Costuisubito disse:

-Purché voi non mi ammazziateio farò ogni cosa. -Adunche - diss'io - mettigli l'anello -.

Scostatogliun poco la spada dalla golacostui le misse l'anello. Allora iodissi:

-Questo non bastaperché io voglio che si vadia per duanotariche tal cosa passi per contratto -.

Dittoal Chioccia che andassi per e' notarisubito mi volsi allei e allamadre. Parlando in franzese dissi:

-Qui verrà i notari e altri testimoni: la prima che io sento divoi che parli nulla di tal cosasubito l'ammazzeròev'ammazzerò tutt'a tre; sí che state in cervello -.

Alui dissi in italiano:

-Se tu replichi nulla a tutto quel che io proporròogni minimaparola che tu dicaio ti darò tante pugnalateche io ti farovotare ciò che tu hai nelle budella -.

Aquesto lui rispose:

-A me basta che voi non mi ammazziate; e io farò ciò chevoi volete -.

Giunsei notari e li testimonifecesi il contratto altentico emirabile!passommi la stizza e la febbre. Pagai li notarie anda' mene.


L'altrogiorno venne a Parigi il Bologna a postae mi fece chiamare daMattio del Nasaro: andai e trovai il detto Bolognail quale conlieta faccia mi si fece incontropregandomi che io lo volessi perbuon fratelloe che mai piú parlerebbe di tale operaperchéconosceva benissimo che io avevo ragione.


XXIV.Se io non dicessiin qualcuno di questi mia accidenticognoscered'aver fatto malequell'altridove io cognosco aver fatto benenonsarebbono passati per veri; però io cognosco d'aver fattoerrore a volermi vendicare tanto istranamente con Pagolo Miccieri.Benchése io avessi pensato che lui fussi stato uomo di tantadebolezzanon mai mi sarie venuta in animo una tanto vituperosavendettaqual io feci; ché non tanto mi bastòl'avergli fatto pigliar per moglie una cosí iscellerataputtanella; che ancora di poiper voler finire il restante della miavendettala facevo chiamaree la ritraevo: ognindí le davotrenta soldi; e faccendola stare ignudavoleva la prima cosa che ioli dessi li sua dinari innanzi; la siconda voleva molto bene da farcolezione; la terza io per vendetta usavo secorimproverando allei eal marito le diverse corna che io gli facevo; la quarta si era che iola facevo stare con gran disagio parecchi e parecchi ore; e stando inquesto disagio a lei veniva molto affastidiotanto quanto a medilettavaperché lei era di bellissima forma e mi facevagrandissimo onore. E perché e' non le pareva che io l'avessiquella discrezione che prima io avevo innanzi che lei fossi maritatavenendole grandemente a noiacominciava a brontolare; e in quel modosuo francioso con parole bravavaallegando il suo maritoil qualeera ito a stare col priore di Capuafratello di Piero Strozzi. E sícome i' ho dettola allegava questo suo marito; e come io sentivoparlar di luisubito mi veniva una stizza inistimabile; pure me lasopportavomal volentieriil meglio che io potevoconsiderando cheper l'arte mia io non potevo trovare cosa piú a proposito dicostei; e da me dicevo:

-Io fo qui dua diverse vendette: l'una per esser moglie: queste nonson corna vanecome eran le sua quando lei era a me puttana; peròse io fo questa vendetta sí rilevata inverso di lui e inversodi lei ancora tanta istranezzafaccendola stare qui con tantodisagioil qualeoltra al piaceremi resulta tanto onore e tantoutileche poss'io piú desiderare? - In mentre che io facevoquesto mio contoquesta ribalda moltipricava con quelle paroleingiurioseparlando pure del suo marito; e tanto faceva e dicevache lei mi cavava de' termini della ragione; e datomi in predaall'irala pigliavo pe' capegli e la strascicavo per la stanzadandogli tanti calci e tante pugna insino che io ero stracco. E quivinon poteva entrare persona al suo soccorso.


Avendolamolto ben pestalei giurava di non mai piú voler tornar dame; per la qual cosa la prima volta mi parve molto aver mal fattoperché mi pareva perdere una mirabile occasione al farmionore. Ancora vedevo lei esser tutta laceratalivida e enfiatapensando chese pure lei tornassiessere di necessità difarla medicare per quindici giorniinnanzi che io me ne potessiservire.


XXXV.Tornando alleimandavo una mia serva che l'aiutassi vestirela qualserva era una donna vecchia che si domandava Rubertaamorevolissima;e giunta a questa ribaldellale portava di nuovo da bere e damangiare; di poi l'ugneva con un poco di grasso di carneseccaarrostito quelle male percosse che io le avevo datee 'l resto delgrasso che avanzava se lo mangiavano insieme. Vestitapoi si partivabestemmiando e maladicendo tutti li taliani e il Re che ve gliteneva: cosí se ne andava piagnendo e borbottando insino acasa. Certo che a me questa prima volta parve molto aver mal fatto; ela mia Ruberta mi riprendevae pur mi diceva:

-Voi sete ben crudele a dare tanto aspramente a una cosí bellafiglietta -.

Volendomiscusare con questa mia Rubertadicendole le ribalderie che l'avevafattee lei e la madrequando la stava mecoa questo la Ruberta misgridavadicendo che quel non era nullaperché gli era ilcostume di Franciae che sapeva certo che in Francia non era maritoche non avessi le sue cornetta. A queste parole io mi movevo a risae poi dicevo alla Ruberta che andassi a vedere come la Caterinaistavaperché io arei aùto a piacere di poter finirequella mia operaservendomi di lei. La mia Ruberta mi riprendevadicendomi che io non sapevo vivere; perché - a pena saràegli giornoche lei verrà qui da per sédove chesevoi la mandassi a domandare o a visitarela farebbe il grande e nonci vorrebbe venire -.

Venutoil giorno seguentequesta ditta Caterina venne alla porta miae congran furore picchiava la ditta portadi modo cheper essere ioabbassocorsi a vedere se questo era pazzo o di casa. Aprendo laportaquesta bestia ridendo mi si gittò al colloabbracciommi e baciommie mi dimandò se io era piúcrucciato con essa. Io dissi che no. Lei disse:

-Datemi ben d'asciolvere addunche -.

Iole detti ben d'asciolveree con essa mangiai per segno di pace. Dipoi mi messi a ritrarlae in quel mezzo vi occorse le piacevolezzecarnalie di poi a quell'ora medesima del passato giornotanto leimi stuzzicòche io l'ebbi a dare le medesime busse; e cosídurammo parecchi giornifaccendo ogni dí tutte questemedesime cosecome che a stampa: poco variava dal piú almanco. Intanto ioche m'avevo fatto grandissimo onore e finito lamia figuradetti ordine di gittarla di bronzo; innella quale io ebbiqualche difficultàche sarebbe bellissimo per gli accidentidell'arte a narrare tal cosa; ma perché io me ne andrei troppoin lungame la passerò. Basta che la mia figura vennebenissimoe fu cosí bel getto come mai si facessi.


XXXVI.In mentre che questa opera si tirava innanziio compartivo certe oredel giorno e lavoravo in su la salierae quando in sul Giove. Peressere la saliera lavorata da molte piú persone che io nonavevo tanto di comodità per lavorare in sul Giovedi giàa questo tempo io l'avevo finita di tutto punto. Era ritornato il Rea Parigie io l'andai a trovareportandogli la ditta salierafinita; la qualesí come io ho detto di sopraera in formaovata ed era di grandezza di dua terzi di braccio in circatuttad'orolavorata per virtú di cesello. E sí come iodissi quando io ragionai del modelloavevo figurato il Mare e laTerra assedere l'uno e l'altroe s'intramettevano le gambesícome entra certi rami del mare infra la tetrae la terra infra deldetto mare:


cosípropiamente avevo dato loro quella grazia. A il Mare avevo posto inmano un tridente innella destra; e innella sinistra avevo posto unabarca sottilmente lavoratainnella quale si metteva la salina. Erasotto a questa detta figura i sua quattro cavalli marittimicheinsino al petto e le zampe dinanzi erano di cavallo; tutta la partedal mezzo indietro era di pesce: queste code di pesce con piacevolmodo s'intrecciavano insieme; in sul qual gruppo sedeva confierissima attitudine il detto Mare: aveva all'intorno molta sorte dipesci e altri animali marittimi.


L'acquaera figurata con le sue onde; di poi era benissimo smaltata del suopropio colore. Per la Terra avevo figurato una bellissima donnaconil corno della sua dovizia in manotutta ignuda come il mastioappunto; nell'altra sua sinistra mana avevo fatto un tempietto diordine ionicosottilissimamente lavorato; e in questo avevoaccomodato il pepe. Sotto a questa femina avevo fatto i piúbelli animali che produca la terra; e i sua scogli terrestri avevoparte ismaltati e parte lasciati d'oro. Avevo da poi posata questaditta opera e investita in una basa d'ebano nero: era di una certaaccomodata grossezzae aveva un poco di golettanella quale ioaveva cumpartito quattro figure d'orofatte di piú che mezzorilievo: questi si erano figurato la Notteil Giornoil Graprusco el'Aurora. Ancora v'era quattro altre figure della medesima grandezzafatte per i quattro venti principalicon tanta puletezza lavorate eparte ismaltatequanto immaginar si possa. Quando questa opera ioposi agli occhi del Remesse una voce di stuporee non si potevasaziare di guardarla:


dipoi mi disse che io la riportassi a casa miae che mi direbbe atempo quello che io ne dovessi fare. Porta'nela a casae subitoinvitai parecchi mia cari amicie con essi con grandissimalietitudine desinaimettendo la saliera in mezzo alla tavola; efummo i primi a 'doperarla. Di poi seguitavo di finire il Gioved'argentoe un gran vasogià dittolavorato tutto con moltiornamenti piacevolissimi e con assai figure.


XXXVII.In questo tempo il Bologna pittore sopra ditto dette ad intendere alReche gli era bene che Sua Maestà lo lasciassi andare insinoa Romae gli facessi lettere di favoriper le quali lui potessiformare di quelle prime belle anticagliecioè il LeocontelaCleopatrala Venereil Comodola Zingana e Appollo. Questeveramente sono le piú belle cose che sieno in Roma. E dicevaal Reche quando Sua Maestà avessi dappoi veduto quellemeravigliose opereallora saprebbe ragionare dell'arte del disegno;perché tutto quello che gli aveva veduto di noi moderni eramolto discosto dal ben fare di quelli antichi. Il Re fu contentoefecegli tutti i favori che lui domandò. Cosí andònella sua malora questa bestia. Non gli essendo bastato la vista difare con le sue mane a gara mecoprese quell'altro lombardescoispedientecercando di svilire l'opere mie facendosi formatore diantichi. E con tutto che lui benissimo l'avessi fatte formareglieneriuscí tutto contrario effetto da quello che lui eraimmaginato; qual cosa si dirà da poi al suo luogo. Avendo afatto cacciato via la ditta Caterinacciae quel povero giovaneisgraziato del marito andatosi con Dio di Parigivolendo finire dinettare la mia Fontana Beliòqual'era di già fatta dibronzoancora per fare bene quelle due Vittorieche andavano neglianguli da canto nel mezzo tondo della portapresi una poverafanciulletta de l'età di quindici anni in circa. Questa eramolto bella di forma di corpo ed era alquanto brunetta; e per esseresalvatichella e di pochissime paroleveloce nel suo andareaccigliata negli occhiqueste tali cose causorno ch'io le posi nomeScorzone: il nome suo proprio si era Gianna. Con questa dittafigliuola io fini' benissimo di bronzo la ditta Fontana Beliòe quelle due Vittorie ditte per la ditta porta. Questa giovanetta erapura e verginee io la 'ngravidai; la quale mi partorí unafigliuola a' dí sette di giugnoa ore tredici di giorno1544quale era il corso dell'età mia appunto de' 44 anni. Ladetta figliuola io le posi nome Constanza; e mi fu battezzata damesser Guido Guidimedico del Reamicissimo miosiccome di sopraho scritto. Fu lui solo compareperché in Francia cosíè il costume d'un solo compare e dua comareche una fu lasignora Maddalenamoglie di messer Luigi Alamannigentiluomofiorentino e poeta maraviglioso; l'altra comare si fu la moglie dimesser Ricciardo del Bene nostro cittadin fiorentino e là granmercante; lei gran gentildonna franzese. Questo fu il primo figliuoloche io avessi maiper quanto io mi ricordo. Consegnai alla dettafanciulla tanti dinari per dotaquanti si contentò una suaziaa chi io la resi; e mai piú da poi la cognobbi.


XXXVIII.Sollecitavo l'opere miee l'avevo molto tirate innanzi:


ilGiove era quasi che alla sua fineil vaso similmente; la portacominciava a mostrare le sue bellezze. In questo tempo capitòil Re a Parigi; e se bene io ho detto per la nascita della miafigliuola 1544noi non eramo ancora passati il 1543; ma perchém'è venuto in proposito il parlar di questa mia figliuola oraper non mi avere a impedire in quest'altre cose di piúimportanzanon ne dirò altro per insino al suo luogo. Venneil Re a Parigicome ho dettoe subito se ne venne a casa miaetrovato quelle tante opere innanzitale che gli occhi si potevanbenissimo sattisfare; sí come fecero quegli di quelmaraviglioso Real quale sattisfece tanto le ditte opere quantodesiderar possa uno che duri fatica come avevo fatto io; subito daper sé si ricordòche il sopra ditto cardinale diFerrara non m'aveva dato nullané pensione né altrodi quello che lui m'aveva promesso; e borbottando con il suoAmiragliadisse che il cardinale di Ferrara s'era portato molto malea non mi dar niente; ma che voleva rimediare a questo taleinconvenienteperché vedeva che io ero uomo da far pocheparole; eda vedere a non vedereuna volta io mi sarei ito con Diosanza dirgli altro. Andatisene a casadi poi il desinare di SuaMaestàdisse al Cardinaleche con la sua parola dicessi altesauriere de' risparmi che mi pagassi il piú presto chepoteva settemila scudi d'oroin tre o in quattro paghesecondo lacomodità che a lui venivapurché di questo nonmancassi; e piú gli replicòdicendo:

-Io vi detti Benvenuto in custodee voi ve l'avete dimenticato -.

IlCardinale disse che farebbe volentieri tutto quello che diceva SuaMaestà. Il ditto Cardinale per sua mala natura lasciòpassare a il Re questa voluntà. Intanto le guerre crescevano;e fu nel tempo che lo Imperadore con il suo grandissimo esercitoveniva alla volta di Parigi. Veduto il Cardinale che la Francia erain gran penuria di danarientrato un giorno in proposito a parlar dimedisse:

-Sacra Maestàper far meglioio non ho fatto dare danari aBenvenuto; l'una si è perché ora ce n'è troppobisogno; l'altra causa si è perché una cosígrossa partita di danari piú presto v'arebbe fatto perdereBenvenuto; perché parendogli esser riccolui se ne arebbecompro de' beni nella Italiae una volta che gli fussi tocco labizzariapiú volentieri si sarebbe partito da Voi; síche io ho considerato che il meglio sia che Vostra Maestà glidia qualcosa innel suo regnoavendo voluntà che lui resti perpiú lungo tempo al suo servizio -.

IlRe fece buone queste ragioniper essere in penuria di danari; nientedi mancocome animo nobilissimoveramente degno di quel Re che glieraconsiderò che il detto Cardinale aveva fatto cotesta cosapiú per gratificarsi che per necessitàche luiimmaginare avessi possuto tanto innanzi le necessità di un sígran regno.


XXXIX.E con tutto chesí come io ho dettoil Re dimostrassi diavergli fatte buone queste ditte ragioneinnel segreto suo lui nonla intendeva cosí; perchésí come io ho dettodi sopraegli rivenne a Parigie l'altro giornosenza che iol'andassi a incitateda per sé venne accasa mia: dovefattomigli incontrolo menai per diverse stanzedove erano diversesorte d'operee cominciando alle cose piú bassegli mostraimolta quantità d'opere di bronzole quali lui non avevavedute tante di gran pezzo. Di poi lo menai a vedere il Gioved'argentoe gnene mostrai come finitocon tutti i sua bellissimiornamenti: qual gli parve cosa molto piú mirabile che nonsaria parsa ad altro uomorispetto a una certa terribile occasioneche allui era avvenuta certi pochi anni innanzi: che passandodi poila presa di Tunizilo Imperadore per Parigi d'accordo con il suocognato re Francescoil detto Revolendo fare un presente degnod'un cosí grande Imperadoregli fece fare uno Ercoled'argentodella grandezza appunto che io avevo fatto il Giove; ilquale Ercole il Re confessava essere la piú brutta opera chelui mai avessi vista; e cosí avendola accusata per tale aquelli valenti uomini di Parigi i quali si pretendevano essere li piúvalenti uomini del mondo di tal professioneavendo dato ad intenderea il Re che quello era tutto quello che si poteva fare in argento enondimanco volsono dumila ducati di quel lor porco lavoro; per questacagione avendo veduto il Re quella mia operavidde in essa tantapulitezzaquale lui non arebbe mai creduto. Cosí fece buongiudizioe volse che la mia opera del Giove fossi valutata ancoraessa dumila ducatidicendo:

-A quelli io non davo salario nessuno: a questoche io do mille scudiincirca di salariocerto egli me la può fare per il prezzo didumila scudi d'oroavendo il ditto vantaggio del suo salario -.

Appressoio lo menai a vedere altre opere d'argento e d'oroe molti altrimodegli per inventare opere nuove. Di poi all'utimo della suapartitainnel mio prato del castello scopersi quel gran giganteail quale il Re fece una maggior maraviglia che mai gli avessi fatto anessuna altra cosa; e voltosi all'Amiraglioqual si chiamavaMonsignor Aniballedisse:

-Da poi che dal Cardinale costui di nulla è stato provistogliè forza che per essere ancor lui pigro a domandaresanza direaltro voglio che lui sia provisto: sí che questi uominichenon usano dimandar nullapar lor dovere che le fatiche lorodimandino assai: però provedetelo della prima badia che vacaqual sia insino al valore di dumila scudi d'entrata; e quando ellanon venga in una pezza solafate che la sia in dua e tre pezziperché a lui gli sarà il medesimo -.

Ioessendo alla presenzasenti' ogni cosa e subito lo ringraziaicomese aúta io l'avessidicendo a Sua Maestà che iovolevoquando questa cosa fossi venutalavorare per Sua Maestàsanza altro premio né di salario né d'altra valutad'opereinfino a tanto che costretto dalla vecchiaianon possendopiú lavorareio potessi in pace riposare la istanca vita miavivendo con essa entrata onoratamentericordandomi d'aver servito uncosí gran Requant'era Sua Maestà. A queste mie paroleil Re con molta baldanza lietissimo inverso di me disse:

-E cosí si facci - e contento Sua Maestà da me si partíe io restai.


XL.Madama di Tampessaputo queste mie faccendepiú grandementeinverso di me invelenivadicendo da per sé:

-Io governo oggi il mondoe un piccolo uomosimile a questonullami stima! - Si messe in tutto e per tutto a bottega per fare contradi me. E capitandogli uno certo uomo alle maniil quale era grandeistillatore - questo gli dette alcune acque odorifere e mirabilelequali gli facevan tirare la pellecosa per l'addietro non mai usatain Francia - lei lo misse innanzi al Re: il quale uomo propose alcunedi queste istillazionele quali molto dilettorno al Re; e in questipiaceri feceche lui domandò a Sua Maestà un giuoco dipalla che io avevo nel mio castellocon certe piccole istanzettelequale lui diceva che io non me ne servivo. Quel buon Rechecognosceva la cosa onde la venivanon dava risposta alcuna. Madamadi Tampes si messe a sollecitare per quelle vie che possono le donneinnegli uominitanto che facilmente gli riuscí questo suodisegnoche trovando il Re in una amorosa temperaalla quale luiera molto sottopostoconpiacque a Madama tanto quanto leidesiderava. Venne questo ditto uomo insieme con il tesauriereGroliergrandissimo gentiluomo di Francia; e perché questotesauriere parlava benissimo italianovenne al mio castelloe entròin esso alla presenza mia parlando meco in italianoin modo dimotteggiare. Quando e' vidde il bellodisse:


-Io metto in tenuta da parte del Re questo uomo qui di quel giuoco dipalla insieme con quelle casette che a il detto giuoco appartengono-.

Aquesto io dissi:

-Del sacro Re è ogni cosa; però piú liberamentevoi potevi entrare qua drento; perché in questo modofattoper via di notai e della cortemostra piú essere una viad'ingannoche una istietta commessione di un sí gran Re; e viprotesto che prima che io mi vadia a dolere al Reio mi difenderòin quel modo che Sua Maestà l'altr'ieri mi commisse che iofacessi; e vi sbalzerò quest'uomoche voi m'avete messo quiper le finestrese altra spressa commessione io non veggo per lapropia mana del Re -.

Aqueste mie parole il detto tesauriere se n'andò minacciando eborbottandoe io faccendo il simile mi restainé volsi perallora fare altra dimostrazione: di poi me n'andai a trovare quellinotariche avevano messo colui in possessione. Questi erano moltomia conoscentie mi dissono che quella era una cerimonia fatta benecon commessione del Rema che la non importava molto; e che se iogli avessi fatto qualche poco di resistenzalui non arebbe preso lapossessionecome egli fece; e che quelli erano atti e costumi dellacortei quali non toccavano punto l'ubbidienza del Re; di modo chequando a me venissi bene il cavarlo di possessione in quel modo chev'era entratosaria ben fattoe non ne saria altro. A me bastòessere accennatoche l'altro giorno cominciai a mettere manoall'arme; e se bene io ebbi qualche diflicultàme l'avevopresa per piacere.


Ognidí un tratto facevo uno assalto con sassicon piccheconarchibusipure sparando sanza palla; ma mettevo loro tantoispaventoche nissuno non voleva piú venire a 'iutarlo. Perla qual cosatrovando un giorno la sua battaglia deboleentrai perforza in casae lui ne cacciaigittandogli fuori tutto tutto quelloche lui v'aveva portato. Di poi ricorsi al Ree li dissi che ioavevo fatto tutto tutto che Sua Maestà m'aveva commissodifendendomi da tutti quelli che mi volevano inpedire il servizio diSua Maestà. A questo il Re se ne risee mi spedí nuovelettereper le quale io non avessi piú da esser molestato.


XLI.Intanto con gran sollecitudine io fini' il bel Giove d'argentoinsieme con la sua basa doratala quale io avevo posta sopra unozocco di legnoche appariva poco; e in detto zocco di legno avevocommesso quattro pallottole di legno fortele quali istavano piúche mezze nascoste nelle lor cassein foggia di noce di balestre.Eran queste cose tanto gentilmente ordinateche un piccol fanciullofacilmente per tutti i versi sanza una fatica al mondomandavainnanzi e indietro e volgeva la ditta statua di Giove. Avendolaassettata a mio modome ne andai con essa a Fontana Beliòdove era il Re. In questo tempo il sopra ditto Bologna aveva portatodi Roma le sopra ditte statuee l'aveva con gran sollecitudine fattegittare di bronzo. Io che non sapevo nulla di questosíperché lui aveva fatto questa sua faccenda molto segretamentee perché Fontana Beliò è discosto da Parigi piúdi quaranta miglia; però non avevo potuto sapere niente.


Faccendointendere al Re dove voleva che io ponessi il Gioveessendo allapresenza Madama di Tampesdisse al Re che non v'era luogo piúa proposito dove metterlo che nella sua bella galleria.


Questosi eracome noi diremmo in Toscanauna loggiao síveramente uno androne: piú presto androne si potria chiamareperché loggia noi chiamiamo quelle stanze che sono aperte dauna parte. Era questa stanza lunga molto piú di cento passiandantied era ornata e ricchissima di pitture di mano di quelmirabile Rossonostro fiorentino; e infra le pitture era accomodatomoltissime parte di sculturaalcune tondealtre di basso rilievo:era di larghezza di passi andanti dodici in circa. Il sopra dittoBologna aveva condotto in questa ditta galleria tutte le sopra ditteopere antichefatte di bronzo e benissimo condottee l'aveva postecon bellissimo ordineelevate in su le sue base; e sí come disopra ho dittoqueste erano le piú belle cose tratte daquelle antiche di Roma. In questa ditta istanza io condussi il mioGiove; e quando viddi quel grande apparecchiotutto fatto a arteioda per me dissi:

-Questo si è come passare in fra le picche. Ora Idio mi aiuti-.

Messoloal suo luogo equanto io potettibenissimo acconcioaspettai quelgran Re che venissi. Aveva il ditto Giove innella sua mano destraaccomodato il suo fúlgore in attitudine di volerlo trarreenella sinistra gli avevo accomodato il Mondo. Infra le fiamme avevocon molta destrezza commisso un pezzo d'una torcia bianca. E perchéMadama di Tampes aveva trattenuto il Re insino a notte per fare unode' duo malio che lui non venissi o sí veramente che l'operamiacausa della nottesi mostrassi manco bella; e come Idiopromette a quelle creature che hanno fede in luine avvenne tutto ilcontrario; perché veduto fattosi notteio accesi la dittatorcia che era in mano al Giove; e per essere alquanto elevata soprala testa del ditto Giovecadevano i lumi di sopra e facevano moltopiú bel vedereche di dí non arien fatto. Comparse ilditto Re insieme con la sua Madama di Tampescol Dalfino suofigliuolo e con la Dalfinaoggi recon il re di Navarra suocognatocon madama Margherita sua figliuolae parecchi altri gransignorii quali erano instruiti a posta da Madama di Tampes per direcontro a di me. Veduto entrare il Refeci ispignere innanzi da quelmio garzone già dittoAscanioche pianamente moveva il belGiove incontro al Re: e perché ancora io fatto con un pocod'artequel poco del moto che si dava alla ditta figuraper essereassai ben fattala faceva parer viva; e lasciatomi alquanto le dittefigure antiche indietrodetti prima gran piacereagli occhidellaopera mia. Subito disse il Re:

-Questa è molto piú bella cosa che mai per nessuno uomosi sia vedutae ioche pur me ne diletto e 'ntendonon n'areiimmaginato la centesima parte -.

QueiSignoriche avevano a dire contr'a di mepareva che non sipotessino saziare di lodare la ditta opera. Madama di Tampesarditamente disse:

-Ben pare che voi non abbiate occhi. Non vedete voi quante bellefigure di bronzo antiche son poste piú làinnellequali consiste la vera virtú di quest'artee non in questebaiate moderne? - Allora il Re si mossee gli altri seco; e dato unaocchiata alle ditte figuree quelleper esser lor porto i lumiinferiorinon si mostravano punto bene; a questo il Re disse:

-Chi ha voluto disfavorire questo uomogli ha fatto un gran favore;perché mediante queste mirabile figure si vede e cognoscequesta sua da gran lunga esser piú bella e piúmaravigliosa di quelle. Però è da fare un gran conto diBenvenutoche non tanto che l'opere sue restino al paragonedell'anticheancora quelle superano -.

Aquesto Madama di Tampes disse che vedendo di dí tale operalanon parrebbe l'un mille bella di quel che lei par di notte; ancorav'era da considerareche io avevo messo un velo addosso alla dittafiguraper coprire gli errori. Questo si era un velo sottilissimoche io avevo messo con bella grazia addosso al ditto Gioveperchégli accrescessi maestà: il quale a quelle parole io lo presialzandolo per di sottoscoprendo quei bei membri genitalie con unpoco di dimostrata istizza tutto lo stracciai. Lei pensò cheio gli avessi scoperto quella parte per proprio ischerno. Avvedutosiil Re di quello isdegno e io vinto dalla passionevolsi cominciare aparlare: subito il savio Re disse queste formate parole in sualingua:

-Benvenutoio ti taglio la parola; sí che sta chetoe araipiú tesoro che tu non desideril'un mille -.

Nonpossendo io parlarecon gran passione mi scontorcevo: causa che leipiú sdegnosa brontolava; e il Repiú presto assai diquel che gli arebbe fattosi partídicendo forteper darmianimoaver cavato di Italia il maggior uomo che nascessi maipienodi tante professione.


XLII.Lasciato il Giove quivivolendomi partire la mattinami fece daremille scudi d'oro: parte erano di mia salarie parte di conticheio mostravo avere speso di mio. Preso li dinarilieto e contento mene tornai a Parigi; e subito giuntorallegratomi in casadi poi ildesinare feci portare tutti li miei vestimentiquali erano moltaquantità di setadi finissime pelle e similmente di pannisottilissimi. Questi io feci a tutti quei mia lavoranti un presentedonandogli sicondo i meriti d'essi servitoriinsino alle serve e iragazzi di stalladando a tutti animo che m'aiutassino di buoncuore. Ripreso il vigorecon grandissimo istudio e sollecitudine mimissi intorno a finire quella grande statua del Martequale avevofatto di legni benissimo tessuti per armadura; e di soprala suacarne si era una crostagrossa uno ottavo di bracciofatta di gessoe diligentemente lavorata; dipoi avevo ordinato di formare di moltipezzi la ditta figurae commetterla da poi a coda di rondinesicome l'arte promette; che molto facilmente mi veniva fatto. Nonvoglio mancare di dare un contra segno di questa grande operacosaveramente degna di riso: perché io avevo comandato a tuttiquelli a chi io davo le speseche nella casa mia e innel miocastello non vi conducessino meretrice; e a questo io ne facevo moltadiligenza che tal cosa non vi venissi. Era quel mio giovane Ascanioinnamorato d'una bellissima giovinee lei di lui: per la qual cosafuggitasi questa ditta giovine da sua madreessendo venuta una nottea trovare Ascanionon se ne volendo poi andaree lui non sapendodove se la nascondereper utimo rimediocome persona ingegnosalamise drento nella figura del ditto Martee innella propia testa vel'accomodò da dormire; e quivi soprastetteassaie la nottelui chetamente alcune volte la cavava. Per avere lasciato quellatesta molto vicino alla sua finee per un poco di mia borialasciavo iscoperto la ditta testala quale si vedeva per la maggiorparte della città di Parigi: avevano cominciato quei piúvicini a salire su per i tettie andavavi assai popoli a posta pervederla. E perché era un nome per Parigiche in quel miocastello ab antico abitassi uno spiritodella qual cosa io ne vidialcuno contra segno da credere che cosí fussi il vero - ildetto spirito universalmente per la plebe di Parigi lo chiamavano pernome Lemmonio Boreò - e perché questa fanciullettacheabitava innella ditta testaalcune volte non poteva fare che non sivedessi per gli occhi un certo poco di muovere; dove alcuni di queisciocchi popoli dicevano che quel ditto spirito era entrato in quelcorpo di quella gran figurae che e' faceva muovere gli occhi aquella testae la boccacome se ella volessi parlare; e moltiispaventati si partivanoe alcuni astutivenuti a vedere e non sipotendo discredere di quel balenamento degli occhi che faceva laditta figuraancora loro affermavano che ivi fussi spiritononsapendo che v'era spirito e buona carne di piú.


XLIII.In quel mentre io m'attendevo a mettere insieme la mia bella portacon tutte le infrascritte cose. E perché io non mi vogliocurare di scrivere in questa mia Vita cose che s'appartengono aquelli che scrivono le cronacheperò ho lasciato indietro lavenuta dello Imperadore con il suo grande esercitoe il Re con tuttoil suo sforzo armato. E in questi tempi cercò del mioconsiglioper affortificare prestamente Parigi: venne a posta per mea casae menommi intorno a tutta la città di Parigi; esentito con che buona ragione io prestamente gli affortificavoParigimi dette ispressa commessioneche quanto io avevo dettosubitamente facessi; e comandò al suo Amiraglio che comandassia quei populi che mi ubbidissinosotto 'l poter della disgrazia sua.L'Amiraglioche era fatto tale per il favore di Madama di Tampes enon per le sue buone opereper essere uomo di poco ingegno e peressere il nome suo monsignore d'Anguebòse bene in nostralingua e' vol dire monsignor d'Aniballein quella loro lingua e'suona in modoche quei populi i piú lo chiamavano monsignoreAsino Bue; questa bestiaconferito il tutto a Madama di Tampesleigli comandò che prestamente egli facessi venire GirolimoBellarmato. Questo era uno ingegnere sanese ed era a Diepapoco piúd'una giornata discosto da Parigi. Venne subitoe messo in opera lapiú lunga via da forzificareio mi ritirai da tale impresa; ese lo Imperadore spigneva innanzicon gran facilità sipigliava Parigi. Ben si disse che in quello accordo fatto da poiMadama di Tampesche piú che altra persona vi s'eraintermessaaveva tradito il Re. Altro non mi occorre dire di questoperché non fa al mio proposito. Mi missi con gransollecitudine a mettere insieme la mia porta di bronzoe a finirequel gran vasoe du' altri mezzani fatti di mio argento. Dipoiqueste tribulazioni venne il buon Re a riposarsi alquanto a Parigi.Essendo nata questa maledetta donna quasi per la rovina del mondomipar pure esser da qualcosada poi che l'ebbe me per suo nimicocapitale. Caduta in proposito con quel buon Re de' casi miaglidisse tanto mal di meche quel buono uomo per compiacerlesi missea giurare che mai piú terrebbe un conto di me al mondocomese cognosciuto mai non mi avessi. Queste parole me le venne a dirsubito un paggio del cardinal di Ferrarache si chiamava il Villaemi disse lui medesimo averle udite della bocca del Re. Questa cosa mimesse in tanta còllorache gittato a traverso tutti i mieiferrie tutte l'opera ancorami missi in ordine per andarmi conDioe subito andai a trovare il Re. Dipoi il suo desinareentrai inuna camera dove era Sua Maestà con pochissime persone; equando e' mi vidde entrarefattogli io quella debita reverenza ches'appartiene a un Resubito con lieta faccia m'inchinò ilcapo. Per la qual cosa presi isperanzae a poco a poco accostatomi aSua Maestàperché si mostrava alcune cose della miaprofessionequando si fu ragionato un pezzetto sopra le ditte coseSua Maestà mi domandò se io avevo da mostrargli a casamia qualche cosa di bellodi poi disse quando io volevo che venissia vederle. Allora io dissi che io stavo in ordine da mostrargliqualcosase gli avessi ben volutoallora.


Subitodisse che io mi avviassi a casae che allora voleva venire.


XLIV.Io mi avviaiaspettando questo buon Reil quale era ito per torlicenza di Madama di Tampes. Volendo ella saper dove gli andavaperché disse che gli terrebbe compagniaquando il Re gli ebbeditto dove gli andavalei disse a Sua Maestà che non volevaandar secoe che lo pregava che gli facessi tanto di grazia per queldí di non andare manco lui. Ebbe a rimettersi piú didue voltevolendo svolgere il Re da quella impresa: per quel dínon venne a casa mia. L'altro giorno da poi tornai dal Re in suquella medesima ora: subito vedutomigiurò di voler venirsubito a casa mia. Andato al suo solito per licenzia dalla sua Madamadi Tampesveduto con tutto il suo potere di non aver potuto distorreil Resi misse con la sua mordace lingua a dir tanto male di mequanto dir si possa d'uno uomoche fussi nimico mortale di quelladegna Corona. A questo quel buon Re disseche voleva venire a casamiasolo per gridarmi di sorteche m'arebbe ispaventato; e cosídette la fede a Madama di Tampes di fare. E subito venne a casadoveio lo guidai in certe grande stanze bassenelle quale io avevo messoinsieme tutta quella mia gran porta; e giunto a essa il Re rimasetanto stupefattoche egli non ritrovava la via per dirmi quella granvillania che lui aveva promesso a Madama di Tampes. Né ancheper questo non volse mancare di non trovare l'occasione per dirmiquella promessa villaniae cominciò dicendo:

-Gli è pure grandissima cosaBenvenutoche voi altrise benevoi sete virtuosidoverresti cognoscere che quelle tal virtúda per voi non le potete mostrare; e solo vi dimostrate grandimediante le occasione che voi ricevete da noi. Ora voi doverrestiessere un poco piú ubbidientie non tanto superbi e di vostrocapo. Io mi ricordo avervi comandato espressamente che voi mi facessidodici statue d'argento; e quello era tutto il mio desiderio. Voi miavete voluta fare una salierae vasi e teste e portee tante altrecoseche io sono molto smarritoveduto lasciato indrieto tutti idesideri delle mie vogliee atteso a compiacere a tutte le voglievostre: sí che pensando di fare di questa sorteio vi daròpoi a divedere come io uso di farequando io voglio che si faccia amio modo. Pertanto vi dico: attendete a ubbidire a quanto v'èdettoperché stando ostinato a queste vostre fantasievoidarete del capo nel muro -.

Ein mentre che egli diceva queste paroletutti quei Signori stavanoattentiveduto che lui scoteva il capoaggrottava gli occhior conuna mana or con l'altra faceva cenni; talmente che tutti quelliuomini che erano quivi alla presenzatremavono di paura per meperché io m'ero risoluto di non avere una paura al mondo.


XLV.E subito finito che gli ebbe di farmi quella bravatache gli avevapromesso alla sua Madama di Tampesio missi un ginocchio in terraebaciatogli la vesta in sul suo ginocchiodissi:

-Sacra Maestàio affermo tutto quello che voi dite che siavero; solo dico a Quellache il mio cuore è statocontinuamente giorno e notte con tutti li mia vitali spiriti intentisolo per ubbidirla e per servirla; e tutto quello che a Vostra Maestàparessi che fussi in contrario da quel che io dicosappi VostraMaestà che quello non è stato Benvenutoma puòessere stato un mio cattivo fato o ria fortunala quale m'ha volutofare indegno di servire il piú maraviglioso principe cheavessi mai la terra: pertanto la priego che mi perdoni. Solo mi parveche Vostra Maestà mi dessi argento per una istatua sola: e nonavendo da meio none possetti fare piú che quella; e di quelpoco dello argento che della detta figura m'avanzòio ne feciquel vasoper mostrare a Vostra Maestà quella bella manieradegli antichi; qual forse prima lei di tal sorte non aveva vedute.Quanto alla salierami parvese ben mi ricordoche Vostra Maestàda per sé me ne richiedessi un giornoentrato in propositod'una che ve ne fu portata innanzi; per la qual cosa mostratogli unmodelloquale io avevo fatto già in Italiasolo a vostrarequisizione voi mi facesti dare subito mille ducati d'oroperchéio la facessidicendo che mi sapevi il buon grado di tal cosa: emaggiormente mi parve che molto mi ringraziassi quando io ve la dettifinita. Quanto alla portami parve cheragionandone a casoVostraMaestà dessi le commessione a monsignor di Villurois suo primosegretarioil quale commesse a monsignor di Marmagnia e monsignordella Fa che tale opera mi sollecitassinoe mi provvedessino; esanza queste commessioneda per me io non arei mai potuto tirareinnanzi cosí grande imprese.


Quantoalle teste di bronzo e la base del Giove e d'altrole teste io lefeci veramente da per meper isperimentare queste terre di Franciale quali iocome forestieropunto non conoscevo; e sanza faresperienza delle ditte terre io non mi sarei messo a gettare questegrande opere. Quanto alle baseio le feciparendomi che tal cosabenissimo si convenissi per compagnia di quelle tal figure; peròtutto quello che io ho fattoho pensato di fare il meglioe non maidiscostarmi dal volere di Vostra Maestà. Gli è bene ilveroche quel gran colosso io l'ho fatto tuttoinsino al termineche gli ècon le spese della mia borsa; solo parendomi chevoi sí gran Re e io quel poco artista che io sonodovessifare per vostra gloria e mia una statuaquale gli antichi non ebbonmai. Conosciuto ora che a Dio non è piaciuto di farmi degnod'un tanto onorato serviziola priego checambio di quello onoratopremio che vostra Maestà alle opere mie aveva destinatosolomi dia un poco della sua buona grazia e con essa buona licenzia;perché in questo puntofaccendomi degno di tal cosemipartirò tornandomi in Italiasempre ringraziando Idio eVostra Maestà di quell'ore felice che io sono stato al suoservizio.


XLVI.Mi prese con le sue manee levommi con gran piacevolezza diginocchioni; di poi mi disse che io dovessi contentarmi di servirloe che tutto quello che io avevo fatto era buonoe gli eragratissimo. E voltosi a quei Signori disse queste formate parole:

-Io credo certamente chese il Paradiso avessi d'aver porteche piúbella di questa già mai non l'arebbe -.

Quandoio viddi fermato un poco la baldanza di quelle parolequale eranotutte in mio favoredi nuovo con grandissima reverenza io loringraziaireplicando pure di volere licenza; perché a me nonera passata ancora la stizza. Quando quel gran Re s'avvidde che ionon aveva fatto quel capitale che meritavono quelle sue inusitate egran carezzemi comandò con una grande e paventosa voce cheio non parlassi piú parolaché guai a me; e poiaggiunse che mi affogherebbe nell'oroe che mi dava licenziachedipoi l'opere commessemi da Sua Maestàtutto quel che iofacevo in mezzo da per me era contentissimoe che non mai piúio arei diferenza secoperché m'aveva conosciuto; e cheancora io m'ingegnassi di cognoscere Sua Maestàsícome voleva il dovere. Io dissi che ringraziavo Idio e Sua Maestàdi tuttodi poi lo pregai che venissi a vedere la gran figuracomeio l'avevo tirata innanzi:


cosívenne appresso di me. Io la feci scoprire: la qual cosa gli dettetanta maravigliache immaginar mai si potria; e subito commesse a unsuo segretarioche incontinente mi rendessi tutti li danari che dimio io avevo spesie fussi che somma la volessibastando che io ladessi scritta di mia mano. Da poi si partíe mi disse:

-Addiomon ami -: qual gran parola a un re non si usa.


XLVII.Ritornato al suo palazzovenne a replicare le gran parole tantomaravigliosamente umile e tanto altamente superbeche io avevo usatocon Sua Maestàle qual parole l'avevano molto fattocrucciare; e contando alcuni de' particulari di tal parole allapresenza di Madama di Tampesdove era Monsignor di San Pologranbarone di Francia. Questo tale aveva fatto per il passato molta granprofessione d'essere amico mio; e certamente che a questa volta moltovirtuosamentealla franciosalui lo dimostrò.


Perchédipoi molti ragionamentiil Re si dolse del cardinal di Ferraracheavendomigli dato in custodenon aveva mai piú pensato a'fatti miae che non era mancato per causa sua che io non mi fussiandato con Dio del suo regnoe che veramente penserebbe di darmi incustode a qualche persona che mi conoscessi meglioche non avevafatto il cardinale di Ferraraperché non mi voleva dar piúoccasione di perdermi. A queste parole subito si offerse Monsignor diSan Polodicendo al Re che mi dessi in guardia alluie che farebbeben cosa che io non arei mai piú causa di partirmi del suoregno. A questo il Re disse che molto era contentose San Polo glivoleva dire il modo che voleva tenere perché io non mipartissi. Madamache era alla presenzastava molto ingrognataeSan Polo stava in su l'onorevolenon volendo dire al Re il modo chelui voleva tenere. Dimandatolo di nuovo il Ree luiper piacere aMadama di Tampesdisse:

-Io lo impiccherei per la golaquesto vostro Benvenuto; e a questomodo voi non lo perderesti del vostro regno -.

SubitoMadama di Tampes levò una gran risadicendo che io lomeritavo bene. A questo il Re per conpagnia si messe a ridereedisse che era molto contento che San Polo m'impiccassise prima luitrovava un altro par mio; chécon tutto che io non l'avessimai meritatagliene dava piena licenzia. Innel modo ditto fu finitaquesta giornatae io restai sano e salvo; che Dio ne sia laudato eringraziato.


XLVIII.Aveva in questo tempo il Re quietata la guerra con lo Imperadoremanon con gli Inghilesidi modo che questi diavoli ci tenevano inmolta tribulazione. Avendo il capo ad altro il Re che ai piaceriaveva commesso a Piero Strozzi che conducessi certe galee in queimari d'Inghilterra; qual fu cosa grandissima e difficile acondurvelepure a quel mirabil soldatounico ne' tempi sua in talprofessionee altanto unico disavventurato. Era passato parecchimesi che io non avevo aùto danari né ordine nessuno dilavorare; di modo che io avevo mandato via tutti i mia lavorantidaquei dua in fuora italianiai quali io feci lor fare dua vasotti dimio argentoperché loro non sapevan lavorare in sul bronzo.Finito che gli ebbono i dua vasiio con essi me n'andai a una cittàche era della regina di Navarra: questa si domanda Argentanaed èdiscosto da Parigi di molte giornate.


Giunsial ditto luogo e trovai il Re che era indisposto; el cardinal diFerrara disse a Sua Maestà come io ero arrivato in quel luogo.A questo il Re non rispose nullaqual fu causa che io ebbi a staredi molti giorni a disagio. E veramente che io non ebbi mai il maggiordispiacere: pure in capo di parecchi giorni io me gli feci una serainnanzie appresenta'gli agli occhi quei dua bei vasi: e' qualioltramodo gli piacquono. Quando io veddi benissimo disposto il Reiopregai Sua Maestà che fussi contento di farmi tanto di graziache io potessi andare a spasso infino in Italiae che io lasciereisette mesi di salario che io ero creditorei quali danari Sua Maestàsi degnerebbe farmegli da poi pagarese mi facessino di mestiero peril mio ritorno. Pregavo Sua Maestà che mi compiacessi questacotal graziaavvenga che allora era veramente tempo da militareenon da statuare ancoraperché Sua Maestà avevacompiaciuto tal cosa al suo Bologna pittoreperòdivotissimamente lo pregavo che fussi contento farne degno ancora me.Il Rementre che io gli dicevo queste paroleguardava congrandissima attenzione quei dua vasie alcune volte mi feriva con unsuo sguardo terribile; io pureil meglio che io potevo e sapevolopregavo che mi concedessi questa tal grazia. A un tratto lo viddiisdegnatoe rizzossi da sedere e a me disse in lingua italiana:

-Benvenutovoi sete un gran matto; portatene questi vasi a Parigiperché io gli voglio dorati - e non mi data altra rispostasipartí. Io mi accostai al Cardinal di Ferrarache era allapresenzae lo pregaiche da poi che m'aveva fatto tanto bene innelcavarmi del carcere di Romainsieme con tanti altri benifizi ancorami compiacessi questoche io potessi andare insino in Italia. Ilditto Cardinle mi disse che molto volentieri arebbe fatto tutto quelche potessi per farmi quel piaceree che liberamente io ne lasciassila cura a lui; e anchese io volevopotevo andare liberamenteperché lui mi tratterrebbe benissimo con il Re. Io dissi alditto Cardinalesí come io sapevo che Sua Maestàm'aveva dato in custode a Sua Signoria reverendissimae che sequella mi dava licenziaio volentieri mi partireiper tornare a unsol minimo cenno di Sua Signoria reverendissima.


Allorail Cardinale mi disseche io me n'andassi a Parigie quivi soprastessi otto giornie in questo tempo lui otterrebbe grazia dal Reche io potrei andare: e in caso che il Re non si contentassi che iopartissisanza manco nessuno me ne darebbe avviso; il perchénon mi scrivendo altrosaria segno che io potrei liberamente andare.


XLIX.Andatomene a Parigisí come m'aveva detto il Cardinalefecidi mirabil casse per quei tre vasi d'argento. Passato che fu ventigiornimi messi in ordinee li tre vasi messi in su 'n una soma dimuloil quale mi aveva prestato per insino in Lione il vescovo diPaviail quale io avevo alloggiato di nuovo innel mio castello.Partimmi innella mia malorainsieme col signore Ipolito Gonzagailqual signore stava al soldo del Re e trattenuto dal conte Galeottodella Mirandolae con certi altri gentiluomini del detto conte.Ancora s'accompagnò con esso noi Lionardo Tedaldi nostrofiorentino. Lasciai Ascanio e Pagolo in custode del mio castello e ditutta la mia robainfra la quale era certi vasetti cominciatiiquali io lasciavoperché quei dua giovani non si stessino.Ancora c'era molto mobile di casa di gran valoreperché iostavo molto onoratamente: era il valore di queste mie dette robe dipiú di mille cinquecento scudi. Dissi a Ascanioche siricordassi quanti gran benifizi lui aveva aúti da mee cheper insino allora lui era stato fanciullo di poco cervello: che gliera tempo omai d'aver cervello da uomo; però io gli volevolasciare in guardia tutta la mia robainsieme con tutto l'onor mio;che se lui sentiva piú una cosa che un'altra da quelle bestiedi quei Franciosisubito me l'avvisassiperché io montereiin poste e volerei d'onde io mi fussisí per il grande obrigoche io avevo a quel buon Ree sí per lo onor mio. Il dittoAscanio con finte e ladronesche lacrime mi disse:

-Io non cognobbi mai altro miglior padre di voie tutto quello chedebbe fare un buon figliuolo inverso del suo buon padreio sempre lofarò inverso di voi -.

Cosíd'accordo mi parti' con un servitore e con un piccolo ragazzettofranzese. Quando fu passato mezzo giornovenne al mio castello certidi quei tesaurierii quali non erano punto mia amici. Questacanaglia ribalda subito dissono che io m'ero partito con l'argentodel Ree dissono a messer Guido e al Vescovo di Pavia cherimandassimo prestamente per i vasi del Re; se non che loromanderebbon per essi drietomi con molto mio gran dispiacere.


IlVescovo e messer Guido ebbon molto piú paura che non facevamestieroe prestamente mi mandorno drieto in poste quel traditored'Ascanioil quale comparse in su la mezza notte. E io che nondormivoda per me stesso mi condolevodicendo:

-A chi lascio la roba miail mio castello? Oh che destino mio èquestoche mi sforza a far questo viaggio? Pur che il Cardinale nonsia d'accordo con Madama di Tampesla quale non desidera altra cosaal mondose non che io perda la grazia di quel buon Re!


L.In mentre che meco medesimo io facevo questo contrastomi senti'chiamare da Ascanio; e al primo mi sollevai dal lettoe li domandaise lui mi portava buone o triste nuove. Disse il ladrone:


-Buone nuove porto; ma sol bisogna che voi rimandiate indietro li trevasiperché quei ribaldi di quei tesaurieri gridanoaccorruomodi modo che il Vescovo e messer Guido dicono che voi glirimandiate a ogni modo: e del resto non vi dia noia nullae andate agodervi questo viaggio felicemente -.

Subitamenteio gli resi i vasiche ve n'era dua miacon l'argento e ogni cosa.Io gli portavo alla badia del Cardinale di Ferrara in Lione; perchése bene e' mi detton nome che io me ne gli volevo portare in Italiaquesto si sa bene per ugniuno che non si può cavare nédanariné oroné argentosanza gran licenzia. Or bensi debbe considerare se io potevo cavare quei tre gran vasii qualioccupavono con le loro casse un mulo. Bene è vero cheperessere quelli cosa molto bella e di gran valoreio sospettavo dellamorte del Reperché certamente io l'avevo lasciato moltoindisposto; e da me dicevo:

-Se tal cosa avenissiavendogli io in mano al Cardinaleio non gliposso perdere -.

Orain conclusioneio rimandai il detto mulo con i vasi e altre cosed'importanza; e con la ditta compagnia la mattina seguente attesi acamminare innanziné mai per tutto il viaggio mi potettidifendere di sospirare e piagnere. Pure alcune volte con Idio miconfortavodicendo:

-Signore Idiotu che sai la veritàcognosci che questa miagita è solo per portare una elimosina a sei povere meschineverginelle e alla madre loromia sorella carnale; che se bene quellehanno il lor padregli è tanto vecchio e l'arte sua nonguadagna nulla; che quelle facilmente potrieno andare per la malavia; dove faccendo io questo opera piaspero da Tua Maestàaiuto e consiglio -.

Questosi era quanta recreazione io mi pigliavo camminando innanzi.Trovandoci un giorno presso a Lione a una giornataera vicino alleventidua orecominciò il cielo a fare certi tuoni secchiel'aria era bianchissima: io ero innanzi una balestrata dalli miacompagni; doppo i tuoni faceva il cielo un romore tanto grande etanto paventosoche io da per me giudicavo che fussi il dídel Giudizio; e fermatomi alquantocominciò a cadere unagragnuola senza gocciola d'acqua. Questa era grossa piú chepallottole di cerbottanaedandomi addossomi faceva gran male: apoco a poco questa cominciò a ringrossare di modo che l'eracome pallottole d'una balestra. Veduto che 'l mio cavallo forteispaventavalo volsi addietro con grandissima furia a corsotantoche io ritrovai li mia compagnili quali per la medesima pauras'erano fermi drento in una pineta. La gragnuola ringrossava comegrossi limoni: io cantavo un Miserere; e in mentre che cosídicevo divotamente a Diovenne un di quei grani tanto grosso che gliscavezzò un ramo grossissimo di quel pinodove mi parevaesser salvo. Un'altra parte di quei grani dette in sul capo al miocavalloqual fe' segno di cadere in terra; a me ne colse unoma nonin pienaperché m'aria morto. Similmente ne colse uno a quelpovero vecchio di Lionardo Tedaldidi sorte che luiche stava comeme ginocchionigli fe' dare delle mane in terra. Allora ioprestamenteveduto che quel gran ramo non mi poteva piúdifendere e che col Miserere bisognava far qualche operacominciai araddoppiarmi e' panni in capo: e cosí dissi a Lionardocheaccorruomo gridava:

-GiesúGiesú - che quello lo aiuterebbe se lui siaiutava. Ebbi una gran fatica piú a campar lui che memedesimo. Questa cosa durò un pezzopur poi cessò enoich'eràmo tutti pestiil meglio che noi potemmo cirimettemmo a cavallo; e in mentre che noi andavamo inversol'alloggiamentomostrandoci l'un l'altro gli scalfitti e lepercossetrovammo un miglio innanzi tanta maggior mina della nostrache pare impossibile a dirlo. Erano tutti gli arbori mondi escavezzaticon tanto bestiame mortoquanto la n'aveva trovati; emolti pastori ancora morti: vedemmo quantità assai di quellegranella le quali non si sarebbon cinte con dua mani. Ce ne parveavere un buon mercatoe cognoscemmo allora che il chiamare Idio equei nostri Misereri ci avevano piú servito che da per noi nonaremmo potuto fare. Cosí ringraziando Idioce ne andammo inLione l'altra giornata appressoe quivi ci posammo per otto giorni.Passati gli otto giorniessendoci molto bene ricreatiripigliammoil viaggioe molto felicemente passammo i monti. Ivi io comperai unpiccol cavallinoperché certe poche bagaglie avevano alquantoistracco i mia cavalli.


LI.Di poi che noi fummo una giornata in Italiaci raggiunse il conteGaleotto della Mirandolail quale passava in postee fermatosi conesso noimi disse che io avevo fatto errore a partirmie che iodovessi non andare piú innanziperché le cose mietornando subitopasserebbono meglio che mai; ma se io andavoinnanziche io davo campo ai mia nimici e comodità di potermifar male; dove chese io tornavo subitoarei loro impedita la via aquello che avevano ordinato contro a di me; e quelli taliin chi ioavevo piú fedeerano quelli che m'ingannavano. Non mi volsedire altroche lui benissimo lo sapeva: e 'l cardinal di Ferrara eraaccordato con quei dua mia ribaldi che io avevo lasciato in guardiad'ogni cosa mia. Il ditto contino mi repricò piú volteche io dovessi tornare a ogni modo. Montato in su le poste passòinnanzie ioper la compagnia sopra dittaancora mi risolsi apassare innanzi. Avevo uno istruggimento al cuoreora di arrivareprestissimo a Firenzee ora di ritornarmene in Francia. Istavo intanta passionea quel modo inresolutoche io per utimo mi risolsivoler montare in poste per arrivare presto a Firenze. Non fu'd'accordo con la prima posta; per questo fermai il mio propositoassoluto di venire a tribulare in Firenze. Avendo lasciato lacompagnia del signore Ipolito Gonzagail quale aveva preso la viaper andare alla Mirandola e io quella di Parma e Piacenzaarrivatoche io fui a Piacenza iscontrai per una strada il duca Pierluigiilquale mi squadrò e mi cognobbe. E io che sapevo che tutto ilmale che io avevo aùto nel Castel Sant'Agnolo di Roman'erastato lui la intera causami dette passione assai il vederlo; e nonconoscendo nessun rimedio a uscirgli delle manemi risolsi diandarlo a visitare; e giunsi appunto che s'era levata la vivandaedera seco quelli uomini della casata de' Landiqual da poi furnoquelli che lo ammazzorno. Giunto a Sua Eccellenziaquesto uomo mifece le piú smisurate carezze che mai immaginar si possa: einfra esse carezze da sé cadde in propositodicendo a quellich'erano alla presenzache io era il primo uomo del mondo della miaprofessione e che io ero stato gran tempo in carcere in Roma. Evoltosi a me disse:

-Benvenuto mioquel che voi avestia me ne 'ncrebbe assai; e sapevoche voi eri innocentee non vi potetti aiutare altrimentiperchémio padre per soddisfare a certi vostri nimicii quali gli avevanoancora dato addintendere che voi avevi sparlato di lui: la qual cosaio so certissima che non fu mai vera; e a me ne increbbe assai delvostro - e con queste parole egli multipricò in tante altresimileche pareva quasi che mi chiedessi perdonanza. Appresso midomandò di tutte l'opere che io aveva fatte al ReCristianissimo; e dicendogliele ioistava attentodandomi la piúgrata audienza che sia possibile al mondo. Di poi mi ricercòse io lo volevo servire: a questo io risposi che con mio onore io nonlo potevo fare; che se io avessi lasciato finite quelle tantegrand'opere che io avevo cominciate per quel gran Reio lascereiogni gran signoresolo per servire Sua Eccellenzia. Or qui sicognosce quanto la gran virtú de Dio non lascia mai impunitodi qualsivoglia sorta di uominiche fanno torti e ingiustizie agliinnocenti. Questo uomo come perdonanza mi chiese alla presenza diquelliche poco da poi feciono le mie vendetteinsieme con quelledi molti altri ch'erano istati assassinati da lui; però nessunSignoreper grande che e' sianon si faccia beffe della giustiziade Diosí come fanno alcuni di quei che io cognoscoche síbruttamente m'hanno assassinatodove al suo luogo io lo dirò.E queste mie cose io non le scrivo per boria mondanama solo perringraziare Idioche m'ha campato da tanti gran travagli. Ancora diquelli che mi s'appresentano innanzi alla giornatadi tutti allui miquereloe per mio propio difensore chiamo e mi raccomando. E sempreoltra che io m'aiuti quanto io possoda poi avvilitomi dove ledebile forze mie non arrivanosubito mi si mostra quella granbravuria de Diola quale viene inaspettata a quelli che altruioffendono a tortoe a quelli che hanno poco cura della grande eonorata caricache Idio ha dato loro.


LII.Torna'mene all'osteria e trovai che il sopra detto Duca m'avevamandato abbundantissimamente presenti da mangiare e da beremoltoonorati: presi di buona voglia il mio cibo; da poimontato acavallome ne venni alla volta di Fiorenze; dove giunto che io fuitrovai la mia sorella carnale con sei figlioletteche una ve n'erada marito e una ancora a balia: trovai il marito suoil quale pervari accidenti della città non lavorava piú dell'artesua. Avevo mandato piú d'uno anno innanzi gioie e dorurefranzese per il valore di piú di dumila ducatie meco neavevo portate per li valore di circa mille scudi. Trovai chese beneio davo loro continuamente quattro scudi d'oro il meseancoracontinuamente pigliavano di gran danari di quelle mie dorure che allagiornata loro vendevano. Quel mio cognato era tanto uomo da bene cheper paura che io non mi avessi a sdegnar seconon gli bastando idinari che io gli mandavo per le sue provvisionedandogliene perlimosinaaveva inpegnato quasi ciò che gli aveva al mondolasciandosi mangiare dagli interessisolo per non toccare di quellidinari che non erano ordinati per lui. A questo io cognobbi che gliera molto uomo da bene e mi crebbe voglia di fargli piúlimosina: e prima che io partissi di Firenze volevo dare ordine atutte le sue figlioline.


LIII.Il nostro Duca di Firenze in questo tempoche eramo del mesed'agosto nel 1545essendo al Poggio a Caianoluogo dieci migliadiscosto di Firenzeio l'andai a trovaresolo per fare il debitomioper essere anch'io cittadino fiorentino e perché i miaantichi erano stati molto amici della casa de' Medicie io piúche nessuno di loro amavo questo duca Cosimo. Sí come io dicoandai al detto Poggio solo per fargli reverenza e non mai con nessunaintenzione di fermarmi secosí come Dioche fa bene ognicosaa lui piacque: ché veggendomi il detto Ducadipoifattomi molte infinite carezzee lui e la Duchessa mi dimandornodell'opere che io avevo fatte al Re; alla qual cosa volentierietutte per ordineio raccontai. Udito che egli m'ebbedisse chetanto aveva inteso che cosí era il vero; e da poi aggiunse inatto di compassionee disse:

-O poco premio a tante belle e gran fatiche! Benvenuto miose tu mivolessi fare qualche cosa a meio ti pagherei bene altrimenti chenon ha fatto quel tuo Redi chi per tua buona natura tanto ti lodi-.

Aqueste parole io aggiunsi li grandi obrighi che io avevo con SuaMaestàavendomi tratto d'un cosí ingiusto carceredipoi datomi l'occasione di fare le piú mirabile opere che adaltro artefice mio pari che nascessi mai. In mentre che io dicevocosí il mio Duca si scontorceva e pareva che non mi potessistare a udire. Da poi finito che io ebbimi disse:

-Se tu vuoi far qualcosa per meio ti farò carezze talicheforse tu resterai maravigliatopurché l'opere tue mipiacciano; della qual cosa io punto non dubito -.



Iopoverello isventuratodesideroso di mostrare in questa mirabileIscuolache di poi che io ero fuor d'essam'ero affaticato in altraprofessione di quello che la ditta iscuola non istimavarisposi almio Duca che volentierio di marmo o di bronzoio gli farei unastatua grande in su quella sua bella piazza. A questo mi risposechearebbe voluto da meper una prima operasolo un Perseo. Questo eraquanto lui aveva di già desiderato un pezzo; e mi pregòche io gnene facessi un modelletto. Volentieri mi messi a fate ildetto modelloe in breve settimane finito l'ebbidella altezzad'unbraccio in circa:


questoera di cera giallaassai accomodatamente finito: bene era fatto congrandissimo istudio e arte. Venne il Duca a Firenze e innanzi che iogli potessi mostrare questo ditto modellopassò parecchi dí;che propio pareva che lui non mi avessi mai veduto néconosciutodi modo che io feci un mal giudizio de' fatti mia con SuaEccellenzia. Pur da poiun dí doppo desinareavendolo iocondotto nella sua guardarobalo venne a vedere insieme con laDuchessa e con pochi altri Signori. Subito vedutolo gli piacque elodollo oltramodo: per la qual cosa mi dette un poco di speranza chelui alquanto se ne 'ntendessi. Da poi che l'ebbe considerato assaicrescendogli grandemente di piaceredisse queste parole:

-Se tu conducessiBenvenuto miocosí in opera grande questopiccol modellinoquesta sarebbe la piú bella opera di piazza-.



Alloraio dissi:

-Eccellentissimo mio Signorein piazza sono l'opere del granDonatello e del maraviglioso Michelagnoloqual sono istati dua limaggior uomini dagli antichi in qua. Per tanto Vostra Eccellenziaillustrissima dà un grand'animo al mio modelloperchéa me basta la vista di far meglio l'operache il modellopiúdi tre volte -.

Aquesto fu non piccola contesaperché il Duca sempre dicevache se ne intendeva benissimo e che sapeva appunto quello che sipoteva fare. A questo io gli dissi che l'opere mie deciderebbonoquella quistione e quel suo dubbioe che certissimo io atterrei aSua Eccellenzia molto piú di quel che io gli promettevoe chemi dessi pur le comodità che io potessi fare tal cosaperchésanza quelle comodità io non gli potrei attenere la gran cosache io gli promettevo. A questo Sua Eccellenzia mi disse che iofacessi una supplica di quanto io gli dimandavoe in essa contenessitutti i mia bisogniché a quella amplissimamente darebbeordine. Certamente che se io fussi stato astuto a legare percontratto tutto quello che io avevo di bisogno in queste mia opereio non arei aùto e' gran travagliche per mia causa mi sonvenuti: perché la voluntà sua si vedeva grandissima síin voler fare delle opere e sí nel dar buon ordine a esse.Però non conoscendo io che questo Signore aveva piúmodo di mercatante che di ducaliberalissimamente procedevo con SuaEccellenzia come duca e non come mercatante. Fecigli le supplichealle quale Sua Eccellenzia liberalissimamente rispose. Dove io dissi:

-Singularissimo mio patronele vere suppliche e i veri nostri pattinon consistono in queste parole né in questi scrittima síbene il tutto consiste che io riesca con l'opere mie a quanto io l'hopromesse; e riuscendoallora io mi prometto che Vostra Eccellenziaillustrissima benissimo si ricorderà di quanto la promette ame -.

Aqueste parole invaghito Sua Eccellenzia e del mio fare e del miodirelui e la Duchessa mi facevano i piú isterminati favoriche si possa immaginare al mondo.


LIV.Avendo io grandissimo desiderio di cominciare a lavoraredissi a SuaEccellenzia che io avevo bisogno d'una casala quale fussi tale cheio mi vi potessi accomodare con le mie fornaciettee da lavorarvil'opere di terra e di bronzoe poiappartatamented'oro ed'argento; perché io so che lui sapeva quanto io ero bene attoa servirlo di queste tale professione; e mi bisognava stanze comodeda poter far tal cosa. E perché Sua Eccellenzia vedessi quantoio avevo voglia di servirladi già io avevo trovato la casala quale era a mio propositoed era in luogo che molto mi piaceva. Eperché io non volevo prima intaccare Sua Eccellenzia a danario nullache egli vedessi l'opere mieavevo portato di Francia duagioiellicoi quali io pregavo Sua Eccellenzia che mi comperassi laditta casae quelli salvassi insino attanto che con l'opere e con lemie fatiche io me la guadagnassi. Gli detti gioielli erano benissimolavorati di mano di mia lavorantisotto i mia disegni. Guardati chegli ebbe assaidisse queste animose parolele quali mi vestirno difalsa isperanza:

-ToglitiBenvenutoi tua gioielliperché io voglio te e nonloro; e tu abbi la casa tua libera -.

Appressoa questo me ne fece uno rescritto sotto una mia supplicala quale hosempre tenuta. Il detto rescritto diceva cosí: "Veggasila detta casae a chi sta a venderlae il pregio che se ne domanda;perché ne vogliamo compiacere Benvenuto". Parendomi perquesto rescritto esser sicuro della casa; perché sicuramenteio mi promettevo che le opere mie sarebbono molto piú piaciutedi quello che io avevo promesso; appresso a questo Sua Eccellenziaaveva dato espressa commessione a un certo suo maiordomo il quale sidomandava ser Pier Francesco Riccio. Era da Pratoed era statopedantuzzo del ditto Duca. Io parlai a questa bestiae dissiglitutte le cose di quello che io avevo di bisognoperché doveera orto in detta casa io volevo fare una bottega. Subito questo uomodette la commessione a un certo pagatore secco e sottileil quale sichiamava Lattanzio Gorini. Questo omiciattolo con certe sue manine diragnatelo e con una vociolina di zanzarapresto come una lumacuzzapure in malora mi fe' condurre a casa sassirena e calcina tantoche arebbe servito per fare un chiusino da colombi malvolentieri.Veduto andar le cose tanto malamente freddeio mi cominciai asbigottire; o pure da me dicevo:

-I piccoli principii alcune volte hanno gran fine - e anche mi davaqualche poco di speranza di vedere quante migliaia di ducati il Ducaaveva gittato via in certe brutte operaccie di sculturafatte dimano di quel bestial Buaccio Bandinello. Fattomi da per me medesimoanimosoffiavo in culo a quel Lattanzio Gurini per farlo muovere;gridavo a certi asini zoppi e a uno cecolino che gli guidava; e conqueste difficultàpoi con mia danariavevo segnato il sitodella bottegae sbarbato alberi e vite: pureal mio solitoarditamentecon qualche poco di furoreandavo faccendo. D'altrabandaero alle man del Tasso legnaiuoloamicissimo mioe alluifacevo fare certe armadure di legno per cominciare il Perseo grande.Questo Tasso era eccellentissimo valente uomocredo il maggiore chefussi mai di sua professione: dall'altra banda era piacevole e lietoe ogni volta che io andavo dalluimi si faceva incontro ridendoconun canzoncino in quílio. E ioche ero di già piúche mezzo disperatosí perché cominciavo a sentire lecose di Francia che andavano malee di queste mi promettevo poco perla loro freddezzami sforzava a farmi udire sempre la metàper lo manco di quel suo canzoncino: pure all'utimo alquanto mirallegravo secosforzandomi di smarrire quel piú che iopotevoquattro di quei mia disperati pensieri.


LV.Avendo dato ordine a tutte le sopra ditte cosee cominciando atirare innanzi per apparecchiarmi piú presto a questa sopraditta impresa - di già era spento parte della calcina - innuntratto io fui chiamato dal sopra ditto maiodomo; e ioandando a luilo trovai dopo il desinare di Sua Eccellenzia in sulla sala dettadell'Oriuolo; e fattomigli innanziio allui con grandissimariverenzae lui a me con grandissima rigiditàmi domandòchi era quello che m'aveva messo in quella casae con che autoritàio v'avevo cominciato drento a murare; e che molto si maravigliava dimeche io fussi cosí ardito prosuntuoso. A questo io risposiche innella casa m'aveva misso Sua Eccellenziae in nome di SuaEccellenzia Sua Signoriala quale aveva dato le commessione aLattanzio Gurini; e il detto Lattanzio aveva condotto pietrarenacalcinae dato ordine alle cose che io avevo domandato - e di tantodiceva avere aùto commessione da Vostra Signoria -.

Dittoqueste parolequella ditta bestia mi si volse con maggiore agrezzache primae mi disse che né io né nessuno di quelliche io avevo allegatonon dicevano la verità. Allora io mirisenti' e gli dissi:

-O maiordomoinsino a tanto che Vostra Signoria parleràsicondo quel nobilissimo grado in che quella è involtaio lariverirò e parlerò allei con quella sommissione che iofo al Duca; ma faccendo altrimentiio le parlerò come a unser Pier Francesco Riccio. -.

Questouomo venne in tanta còllorache io credetti che volesseimpazzare alloraper avanzar tempo da quello che i cieli determinatogli aveano; e mi disseinsieme con alcune ingiuriose paroleche simaravigliava molto di avermi fatto degno che io parlassi a un suopari. A queste parole io mi mossi e dissi:

-Ora ascoltatemiser Pier Francesco Riccioche io vi dirò chisono i mia parie chi sono i pari vostrimaestri d'insegnar leggerea' fanciulli -.

Dittoqueste parolequest'uomo con arroncigliato viso alzò la vocereplicando piú temerariamente quelle medesime parole. Allequali ancora io acconciomi con 'l viso de l'armemi vesti' per causasua d'un poco di presunzionee dissi che li pari mia eran degni diparlare a papi e a imperatori e a gran re; e che delli pari mian'andava forse un per mondoma delli sua pari n'andava dieci peruscio. Quando e' sentí queste parolesalí in su 'nmuricciuolo di finestrache è in su quella sala; da poi midisse che io replicassi un'altra volta le parole che io gli avevodette; le quale piú arditamente che fatto non avevo replicaie di piú dissi che io non mi curavo piú di servire ilDucae che io me ne tornerei nella Franciadove io liberamentepotevo ritornare. Questa bestia restò istupido e di color diterrae io arrovellato mi parti' con intenzione di andarmi con Dio;che volessi Idio che io l'avessi eseguita.


Dovettel'Eccellenzia del Duca non saper cosí al primo questadiavoleria occorsaperché io mi stetti certi pochi giorniavendo dimesso tutti i pensieri di Firenzesalvo che quelli dellamia sorella e delle mie nipotinei quali io andavo accomodando; chécon quel poco che io avevo portato le volevo lasciare acconcie ilmeglio che io potevoe quanto piú presto da poi mi volevoritornare in Franciaper non mai piú curarmi di rivedere laItalia. Essendomi resoluto di spedirmi il piú presto che iopotevoe andarmene sanza licenzia del Duca o d'altrouna mattinaquel sopra ditto maiordomo da per se medesimo molto umilmente michiamòe messe mano a una certa sua pedantesca orazioneinnella quale io non vi senti' mai né modo né graziané virtúné principioné fine: solov'intesi che disse che faceva professione di buon cristianoe chenon voleva tenere odio con personae mi domandava da parte del Ducache salario io volevo per mio trattenimento. A questo io stetti unpoco sopra di me e non rispondevocon pura intenzione di non mivoler fermare. Vedendomi soprastare sanza rispostaebbe pur tantavirtú che egli disse:

-O Benvenutoai duchi si risponde; e quello che io ti dico te lo dicoda parte di Sua Eccellenzia -.

Alloraio dissi che dicendomelo da parte di Sua Eccellenziamoltovolentieri io volevo rispondere; e gli dissi che dicessi a SuaEccellenzia come io non volevo esser fatto secondo a nessuno diquelli che lui teneva della mia professione. Disse il maiordomo:

-Al Bandinello si dà dugento scudi per suo trattenimentosicchése tu ti contenti di questoil tuo salario èfatto -.

Risposiche ero contentoe che quel che io meritassi di piúmi fussidato da poi vedute l'opere miee rimesso tutto nel buon giudizio diSua Eccellenzia illustrissima: cosí contra mia vogliarappiccai il filo e mi messi a lavorarefaccendomi di continuo ilDuca i piú smisurati favori che si potessi al mondoimmaginare.


LVI.Avevo aùto molto ispesso lettere di Francia da quel miofidelissimo amico messer Guido Guidi: queste lettere per ancora nonmi dicevano se non bene; quel mio Ascanio ancora lui m'avvisavadicendomi che io attendessi a darmi buon tempoe chese nullaoccorressime l'arebbe avvisato. Fu riferito al Re come io m'eromesso a lavorare per il duca di Firenze; e perché questo uomoera il miglior del mondomolte volte disse:

-Perché non torna Benvenuto? - E dimandatone particularmentequelli mia giovanitutti a dua gli dissono che io scrivevo loro chestavo cosí benee che pensavano che io non avessi piúvoglia di tornare a servire Sua Maestà. Trovato il Re incòllorae sentendo queste temerarie parolele quale nonvennono mai da medisse:

-Da poi che s'è partito da noi sanza causa nessunaio non lodimanderò mai piú; sí che stiesi dove gli è-.

Questiladroni assassini avendo condutta la cosa a quel termine che lorodesideravonoperché ogni volta che io fossi ritornato inFrancia loro si ritornavano lavoranti sotto a di me come gli erano inprimaper il chenon ritornandoloro restavano liberi e in mioscambioper questo e' facevano tutto il loro sforzo perché ionon ritornassi.


LVII.In mentre che io facevo murare la bottega per cominciarvi drento ilPerseoio lavoravo in una camera terrenainnella quale io facevo ilPerseo di gessodella grandezza che gli aveva da essereconpensiero di formarlo da quel di gesso. Quando io viddi che il farloper questa via mi riusciva un po' lungopresi un altro espedienteperché di già era posto súdi mattone sopramattoneun poco di bottegacciafatta con tanta miseriache troppomi offende il ricordarmene. Cominciai la figura della Medusae feciuna ossatura di ferro; di poi la cominciai a far di terrae fattache io l'ebbi di terraio la cossi. Ero solo con certi fattoruzziinfra i quali ce ne era uno molto bello: questo si era figliuolod'una meretricechiamata la Gambetta. Servivomi di questo fanciulloper ritrarloperché noi non abbiamo altri libri [che ciinsegnin l'artealtro che il naturale]. Cercavo di pigliar de'lavoranti per ispedir presto questa mia operae non ne potevotrovaree da per me solo io non potevo fare ogni cosa.


Eracenequalcuno in Firenze che volentieri sarebbe venutoma il Bandinellosubito m'impediva che non venissino; e faccendomi stentare cosíun pezzodiceva al Duca che io andavo cercando dei sua lavorantiperché da per me non era mai possibile che io sapessi mettereinsieme una figura grande. Io mi dolsi col Duca della gran noia chemi dava questa bestiae lo pregai che mi facessi avere qualcun diquei lavoranti dell'Opera. Queste mie parole furno causa di farcredere al Duca quello che gli diceva il Bandinello. Avvedutomi diquestoio mi disposi di far da me quanto io potevo. E messomi giúcon le piú estreme fatiche che immaginar si possain questoche io giorno e notte m'affaticavosi ammalò il marito dellamia sorellae in brevi giorni si morí.


Lasciòmila mia sorellagiovanecon sei figliuole fra piccole e grande:questo fu il primo gran travaglio che io ebbi in Firenze:


restarpadre e guida d'una tale isconfitta.


LVIII.Desideroso pure che nulla non andassi maleessendo carico il mioorto di molte brutturechiamai due manovalie' quali mi furnomenati dal Ponte Vecchio: di questi ce n'era uno vecchio disessant'annil'altro si era giovane di diciotto. Avendogli tenuticirca tre giornatequel giovane mi disse che quel vecchio non volevalavorare e che io facevo meglio a mandarlo viaperché nontanto che lui non voleva lavorareimpediva il giovane che nonlavorassi: e mi disse che quel poco che v'era da farelui se lopoteva fare da sésanza gittar via e' denari in altrepersone:


questoaveva nome Bernardino Manellini di Mugello. Vedendolo io tantovolentieri affaticarsilo domandai se lui si voleva acconciar mecoper servidore: al primo noi fummo d'accordo. Questo giovane migovernava un cavallolavorava l'ortodi poi s'ingegnava d'aiutarmiin bottegatanto che a poco a poco e' cominciò a 'npararel'arte con tanta gentilezza che io non ebbi mai migliore aiuto diquello. E risolvendomi di far con costui ogni cosacominciai amostrare al Duca che 'l Bandinello direbbe le bugiee che io fareibenissimo sanza i lavoranti del Bandinello. Vennemi in questo tempoun poco di male alle rene; e perché io non potevo lavorarevolentieri mi stavo in guardaroba del Duca con certi giovani oreficiche si domandavano Gianpagolo e Domenico Pogginiai quali io facevofare uno vasetto d'orotutto lavorato di basso rilievocon figure ealtri belli ornamenti: questo era per la Duchessail quale SuaEccellenzia faceva fare per bere dell'acqua. Ancora mi richiese cheio le facesse una cintura d'oro; e anche quest'operaricchissimamentecon gioie e con molte piacevole invenzione dimascherette e d'altro: questa se le fece. Veniva a ogni poco il Ducain questa guardarobae pigliavasi piacere grandissimo di vederlavoraree di ragionare con esso meco. Cominciato un poco amigliorare delle mie renemi feci portar della terrae in mentreche 'l Duca si stava quivi a passar tempoio lo ritrassifaccendouna testa assai maggiore del vivo. Di questa opera Sua Eccellenzia neprese grandissimo piacere e mi pose tanto amoreche lui mi disse chegli sarebbe stato grandissimo appiacere che io mi fussi accomodato alavorare in Palazzocercandomi in esso palazzo di stanze capacelequale io mi dovessi fare acconciare con le fornacie e con ciòche io avessi di bisogno; perché pigliava piacere di tal cosegrandissimo. A questo io dissi a Sua Eccellenziache non erapossibileperché io non arei finito l'opere mia in centoanni.


LIX.La Duchessa mi faceva favori inistimabilie arebbe voluto che ioavessi atteso a lavorare per leie non mi fussi curato né diPerseo né di altro. Ioche mi vedevo in questi vani favorisapevo certo che la mia perversa e mordace fortuna non potevasoprastare a farmi qualche nuovo assassinamento; perchéogniora mi s'appresentava innanzi el gran male che io avevo fattocercando di fare un sí gran bene: dico quanto alle cose diFrancia. Il Re non poteva inghiottire quel gran dispiacere che gliaveva della mia partitae pure arebbe voluto che io fussi ritornatoma con ispresso suo onore: a me pareva avere molte gran ragioneenon mi volevo dichinare; perché pensavose io mi fussidichinato a scrivere umilmentequelli uomini alla franciosa arebbonodetto che io fussi stato peccatore e che e' fussi stato il vero certemagagneche a torto m'erano aposte. Per questo io stavo in sul'onorevoleecome uomo che ha ragioneiscrivevo rigorosamentequale era il maggior piacere che potevano avere quei dua traditorimia allevati: perché io mi vantavoscrivendo lorodelle grancarezze che m'era fatte nella patria mia da un Signore e da unaSignoraassoluti patroni della città di Firenzemia patria.Come eglino avevano una di queste cotal lettereandavano dal Re estrignevano Sua Maestà a dar loro il mio castelloin quelmodo che l'aveva dato a me. Il Requal era persona buona e mirabilemai volse acconsentire alle temerarie dimande di questi granladroncelliperché si era cominciato a 'vedere a quel cheloro malignamente espiravano: e per dar loro un poco di speranza e ame occasione di tornar subitomi fece iscrivere alquanto in còllorada un suo tesauriereche si dimandava messer Giuliano Buonaccorsicittadino fiorentino. La lettera conteneva questo:


chese io volevo mantenere quel nome de l'uomo da bene che io v'avevoportatoda poi che io me n'ero partito sanza nessuna causaeroveramente ubrigato a render conto di tutto quello che io avevomaneggiato e fatto per Sua Maestà. Quando io ebbi questaletterami dette tanto piacereche a chiedere a linguaio non areidomandato né piú né manco. Messomi a scrivereempie' nove fogli di carta ordinaria; e in quegli narrai tritamentetutte l'opere che io avevo fatte e tutti gli accidenti che io avevoaúti in essee tutta la quantità de' denari ches'erano ispesi in dette operei quali tutti s'erano dati per mano didua notari e d'un suo tesaurieree sottoscritti da tutti quelliproprii uomini che gli avevano aútii quali alcuno aveva datodelle robe sue e gli altri le sue fatiche; e che di essi danari ionon m'ero messo un sol quattrino in borsae che delle opere miefinite io non avevo aùto nulla al mondo; solo me ne avevoportato in Italia alcuni favori e promesse realissimedegneveramente di Sua Maestà. E se bene io non mi potevo vantared'aver tratto nulla altro delle mie opereche certi salariordinatimi da Sua Maestà per mio trattenimentoe di quellianche restavo d'avere piú di settecento scudi d'oroi qualiapposta io lasciaiperché mi fussino mandati per il mio buonritorno; - peròconosciuto che alcuni maligni per propiainvidia hanno fatto qualche malo uffiziola verità ha a starsempre di sopra: io mi glorio di Sua Maestà cristianissimaenon mi muove l'avarizia. Se bene io cognosco d'avere attenuto moltopiú a Sua Maestà di quello che io mi offersi di fare: ese bene a me non è conseguito il cambio promissomid'altronon mi curo al mondose non di restarenel concetto di Sua Maestàuomo da bene e nettotal quale io fui sempre. E se nessun dubbio diquesto fussi in Vostra Maestàa un minimo cenno verròvolando a render conto di mecon la propia vita: ma vedendo tenercosí poco conto di menon son voluto tornare a offerirmisaputo che a me sempre avanzerà del pane dovunche io vada: equando io sia chiamatosempre risponderò -.



Erain detta lettera molti altri particulari degni di quel maravigliosoRe e della salvazione dell'onor mio. Questa letterainnanzi che iola mandassila portai al mio Ducail quale ebbe molto piacere divederla; di poi subito la mandai in Franciadiritta al cardinal diFerrara.


LX.In questo tempo Bernardone Baldinisensale di gioie di SuaEccellenziaaveva portato di Vinezia un diamante grandedi piúdi trentacinque carati di peso: eraci Antonio di Vittorio Landiancora lui interessato per farlo comperare al Duca. Questo diamanteera stato già una puntama perché e' non riusciva conquella limpidità fulgenteche a tal gioia si dovevadesiderareli padroni di esso diamante avevano ischericato questaditta puntala quale veramente non faceva bene né per tavolané per punta. Il nostro Ducache si dilettava grandemente digioiema però non se ne intendevadette sicura isperanza aquesto ribaldone di Bernardaccio di volere comperare questo dittodiamante. E perché questo Bernardo cercava di averne l'onorelui solodi questo inganno che voleva fare al Duca di Firenzemainon conferiva nulla con il suo compagnoil ditto Antonio Landi.


Questoditto Antonio era molto mio amico per insino da pueriziae perchélui vedeva che io ero tanto domestico con il mio Ducaun giornoinfra gli altri mi chiamò da canto - era presso a mezzodíe fu in sul canto di Mercato Nuovo - e mi disse cosí:

-Benvenutoio son certo che 'l Duca vi mostrerrà un diamanteil quale e' dimostra aver voglia di comperarlo: voi vedrete un grandiamante.


Aiutatela vendita; e io vi dico che io lo posso dare per diciasette milascudi: io son certo che il Duca vorrà il vostro consiglio; sevoi lo vedete inclinato bene al volerloe' si farà cosa chelo potrà pigliare -.

QuestoAntonio mostrava di avere una gran sicurtà nel poter farpartito di questa gioia. Io li promessi cheessendomi mostra e dipoi domandato del mio parereio arei detto tutto quello che iointendessisenza danneggiare la gioia.


Sícome io ho detto di soprail Duca veniva ogni giorno in quellaoreficeria per parecchi ore; e dal dí che m'aveva parlatoAntonio Landi piú di otto giorni dappoiil Duca mi mostròun giorno doppo desinare questo ditto diamanteil quale ioricognobbi per quei contra segni che m'aveva detto Antonio Landi edella forma e del peso. E perché questo ditto diamante erad'un'acquasí come io dissi di sopratorbidiccia e perquella causa avevano ischericato quella puntavedendolo io di quellasortecerto l'arei isconsigliato a far tale ispesa; peròquando e' me lo mostròio domandai Sua Eccellenzia quello chequella voleva che io dicessiperché gli era divario a'gioiellieri a il pregiare una gioiadi poi che un Signore l'avevacomperao al porgli pregio perché quello la comperassi.Allora Sua Eccellenzia mi disse che l'aveva compro e che io dicessisolo il mio parere. Io non volsi mancare di non gli accennaremodestamente quel poco che di quella gioia io intendevo. Mi disse cheio considerassi la bellezza di quei gran filetti che l'aveva. Alloraio dissi che quella non era quella gran bellezza che Sua Eccellenzias'immaginava e che quella era una punta ischericata. A queste paroleil mio Signoreche s'avvedde che io dicevo il verofece un malgrugno e mi disse che io attendessi a stimar la gioia e giudicarequello che mi pareva che la valessi. Io che pensavo cheavendomeloAntonio Landi offerto per diciasette mila scudimi credevo che ilDuca l'avessi aùto per quindici mila il piúe perquesto ioche vedevo che lui aveva per male che io gli dicessi ilveropensai di mantenerlo nella sua falsa oppinionee pòrtogliil diamantedissi:

-Diciotto mila scudi avete ispeso -.

Aqueste parole il Duca levò un rumorefaccendo uno O piúgrande che una bocca di pozzoe disse:

-Or cred'io che tu non te ne intendi -.

Dissiallui:

-CertoSignor mioche voi credete male: attendete a tenere la vostragioia in riputazione e io attenderò a intendermene. Ditemialmanco quello che voi vi avete speso drentoacciò che ioimpari a intendermene sicondo i modi di Vostra Eccellenzia -.

Rizzatosiil Duca con un poco di sdegnoso ghignodisse:

-Venticinque mila iscudi e da vantaggioBenvenutomi costa - e andatovia. A queste parole era alla presenza Gianpagolo e Domenico Pogginiorefici; e il Bachiacca ricamatoreancora luiche lavorava in unastanza vicina alla nostracorse a quel rimore; dove io dissi:

-Io non l'arei mai consigliato che egli lo comperassi; ma se pure eglin'avessi aùto vogliaAntonio Landi otto giorni fa me loofferse per diciasette mila scudi; io credo che io l'arei aùtoper quindici o manco. Ma il Duca vuol tenere la sua gioia inriputazione; perché avendomela offerta Antonio Landi per uncotal prezzodiavol che Bernardone avessi fatto al Duca una cosívituperosa giunteria! - E non credendo mai che tal cosa fussi veracome l'eraridendo ci passammo quella simplicità del Duca.


LXI.Avendo di già condotto la figura della gran Medusasícome io dissiavevo fatto la sua ossatura di ferro: di poi fattaladi terracome di notomiae magretta un mezzo ditoio la cossibenissimo; di poi vi messi sopra la cera e fini'la innel modo che iovolevo che la stessi. Il Ducache piú volte l'era venuta avedereaveva tanta gelosia che la non mi venissi di bronzoche egliarebbe voluto che io avessi chiamato qualche maestro che me lagittassi. E perché Sua Eccellenzia parlava continuamente e congrandissimo favore delle mie saccenterieil suo maiordomochecontinuamente cercava di qualche lacciuolo per farmi rompere ilcolloe perché gli aveva l'autorità di comandare a'bargelli e a tutti gli uffizi della povera isventurata cittàdi Firenzeche un pratesenimico nostrofigliuol d'un bottaioignorantissimoper essere stato pedante fradicio di Cosimo de'Medici innanzi che fussi ducafussi venuto in tanta grande autoritàsí come ho dettostando vigilante quanto egli poteva perfarmi maleveduto che per verso nessuno lui non mi poteva appiccareferro addossopensò un modo di far qualcosa. E andato atrovare la madre di quel mio fattorinoche aveva nome Cencioe leila Gambettadettono uno ordinequel briccon pedante e quellafurfante puttanadi farmi uno spaventoacciò che per quelloio mi fussi andato con Dio. La Gambettatirando all'arte suauscídi commessione di quel pazzo ribaldo pedante maiordomo: e perchégli avevano ancora indettato il bargelloil quale era un certobologneseche per far di queste cose il Duca lo cacciò poivia; venendo un sabato seraalle tre ore di notte mi venne a trovarela ditta Gambetta con il suo figliuoloe mi disse che ella l'avevatenuto parecchi dí rinchiuso per la salute mia. Alla quale iorisposi che per mio conto lei non lo tenessi rinchiuso: e ridendomidella sua puttanesca artemi volsi al figliuolo in sua presenza egli dissi:

-Tu lo saiCenciose io ho peccato teco - il qual piagnendo disseche no. Allora la madrescotendo il capodisse al figliuolo:

-Ahi ribaldelloforse che io non so come si fa? - poi si volse a medicendomi che io lo tenessi nascosto in casaperché ilbargello ne cercavae che l'arebbe preso ad ogni modo fuor di casamia; ma che in casa mia non l'arebbon tocco. A questo io le dissi chein casa mia io aveva la sorella vedova con sei sante figliolineeche io non volevoin casa miapersona.


Alloralei disse che 'l maiordomo aveva dato le commessione al bargello eche io sarei preso a ogni modo; ma poiché io non volevopigliare il figliuolo in casase io le davo cento scudi potevo nondubitar piú di nullaperché essendo il maiordomo tantograndissimo suo amicoio potevo star sicuro che lei gli arebbe fattofare tutto quel che allei piacevapurché io le dessi li centoscudi. Io ero venuto in tanto furorecol quale io le dissi:


-Levamiti d'innanzivituperosa puttanache se non fussi per onor dimondo e per la innocenzia di quello infelice figliuolo che tu haiquiviio ti arei di già iscannata con questo pugnalettochedua o tre volte ci ho messo su le mane -.

Econ queste parolecon molte villane urtatelei e 'l figliuolo pinsifuor di casa.


LXII.Considerato poi da me la ribalderia e possanza di quel mal pedantegiudicai che il mio meglio fussi di dare un poco di luogo a quelladiavoleriae la mattina di buon'oraconsegnato alla mia sorellagioie e cose per vicino a dumila scudimontai a cavallo e me neandai alla volta di Vineziae menai meco quel mio Bernardino diMugello. E giunto che io fui a Ferraraio scrissi alla Eccellenziadel Duca che se bene io me n'ero ito sanza esserne mandatoioritornerei sanza esser chiamato. Di poigiunto a Vineziaconsiderato con quanti diversi modi la mia crudel fortuna mistraziavaniente di manco trovandomi sano e gagliardo mi risolsi dischermigliar con essa al mio solito. E in mentre andavo cosípensando a' fatti mieipassandomi tempo per quella bella ericchissima cittàavendo salutato quel maraviglioso Tizianopittore e Iacopo del Sansovinovalente scultore e architetto nostrofiorentino molto ben trattenuto dalla Signoria di Veneziae peresserci conosciuti nella giovanezza in Roma e in Firenze come nostrofiorentinoquesti duoi virtuosi mi feciono molte carezze. L'altrogiorno a presso io mi scontrai in messer Lorenzo de' Mediciil qualesubito mi prese per mano con la maggior raccoglienzia che si possaveder al mondoperché ci eràmo cognosciuti in Firenzequando io facevo le monete al duca Lessandroe di poi in Parigiquando io ero al servizio del Re.


Eglisi tratteneva in casa di messer Giuliano Buonacorsie per non averdove andarsi a passar tempo altrove sanza grandissimo suo pericoloegli si stava piú del tempo in casa miavedendomi lavorarequelle grand'opere. E sí come io dicoper questa passtataconoscenziaegli mi prese per mano e menòmi a casa suadov'era il signor Priore delli Strozzifratello del signor Pietroerallegrandosimi domandorno quanto io volevo soprastare in Veneziacredendosi che io me ne volessi ritornare in Francia.


A'quali Signori io dissi che io mi ero partito di Fiorenze per una taleoccasione sopra dettae che fra dua o tre giorni io mi volevoritornare a Fiorenze a servire il mio gran Duca. Quando io dissiqueste paroleil signor Priore e messer Lorenzo mi si volsono contanta rigiditàche io ebbi paura grandissimae mi dissono:

-Tu faresti il meglio a tornartene in Franciadove tu sei ricco econosciuto; che se tu torni a Firenzetu perderai tutto quello cheavevi guadagnato in Franciae di Firenze non trarrai altro chedispiaceri -.

Ionon risposi alle parole loroe partitomi l'altro giorno piúsecretamente che io possettime ne tornai alla volta di Fiorenzeeintanto era maturato le diavolerieperché io avevo scritto almio gran Duca tutta l'occasione che mi aveva traportato a Venezia. Econ la sua solita prudenzia e severitàio lo visitai senzaalcuna cerimonia; stato alquanto con la detta severitàdi poipiacevolmente mi si volse e mi domandò dove io ero stato. Alquale io risposi che il cuor mio mai non si era scostato un dito daSua Eccellenzia illustrissimase bene per qualche giuste occasionie' mi era stato di necessità di menare un poco il mio corpo azonzo. Allora faccendosi piú piacevolemi cominciò adomandar di Vinezia e cosí ragionammo un pezzo; poiultimamente mi disse che io attendessi a lavorare e che io glifinissi il suo Perseo. Cosí mi tornai a casa lieto e allegroe rallegrai la mia famigliacioè la mia sorella con le suesei figliuolee ripreso l'opere miecon quanta sollecitudine iopotevo le tiravo innanzi.


LXIII.E la prima opera che io gittai di bronzo fu quella testa granderitratto di Sua Eccellenziache io avevo fatta di terranell'oreficeriementre che io avevo male alle stiene. Questa fuun'opera che piacque e io non la feci per altra causa se non per faresperienzia delle terre da gittare il bronzo. E se bene io vedevo chequel mirabil Donatello aveva fatto le sue opere di bronzoqualeaveva gittate con la terra di Firenzee' mi pareva che l'avessicondutte con grandissima difficultà; e pensando che venissidal difetto della terrainnanzi che io mi mettessi a gittare il mioPerseoio volsi fare queste prime diligenzie; per le quali trovaiesser buona la terrase bene non era stata bene intesa da quelmirabil Donatelloperché con grandissima difficultàvedevo condotte le sue opere. Cosícome io dico di soprapervirtú d'arte io composi la terrala quale mi servíbenissimo; esí come io dicocon essa gittai la detta testa;ma perché io non avevo ancora fatto la fornacemi servi'della fornace di maestro Zanobi di Pagnocampanaio. E veduto che latesta era ben venuta nettasubito mi messi a fare una fornacettanella bottega che mi aveva fatta il Ducacon mio ordine e disegnonella propria casa che mi aveva donata; e subito fatto la fornacecon quanta piú sollecitudine io potevomi messi in ordine pergittare la statua della Medusala quale si è quella femminascontorta che è sotto i piedi del Perseo. E per essere questogetto cosa difficilissimaio non volsi mancare di tutte quellediligenzie che avevo imparatoacciò che non mi venissi fattoqualche errore; e cosí il primo getto ch'io feci in detta miafornacina venne bene superlativo gradoed era tanto netto ch'e' nonpareva alli amici mia il dovere che io altrimenti la dovessirinettare; la qualcosa hanno trovato certi Todeschi e Franciosiquali dicono e si vantano di bellissimi secreti di gittare i bronzisenza rinettare; cosa veramente da pazzi; perché il bronzodipoi che gli è gittatobisogna riserarlo con i martelli e coni cesellisí come i maravigliosissimi antichie come hannoancor fatto i modernidico quei moderni ch'hanno saputo lavorare ilbronzo. Questo getto piacque assai a Sua Eccellenzia illustrissimache piú volte lo venne a vedere sino a casa miadandomigrandissimo animo al ben fare. Ma possette tanto quella rabbiosainvidia del Bandinellochecon tanta sollecitudine intorno alliorecchi di Sua Eccellenzia illustrissimache gli fece pensarechese bene io gittavo qualcuna di queste statueche mai io non lemetterei insiemeperché l'era in me arte nuova; e che SuaEccellenzia doveva ben guardare a non gittare via i sua denari.Possetton tanto queste parole in quei gloriosi orecchiche mi fuallentato alcuna spesa di lavoranti; di modo che io fui necessitato arisentirmi arditamente con Sua Eccellenzia: dove una mattinaaspettando quella nella via de' Servile dissi:

-Signor mioio non son soccorso d'i miei bisognidi modo che iosospetto che Vostra Eccellenzia non diffidi di me; il perchédi nuovo le dico che a me basta la vista di condur tre volte meglioquest'operache non fu il modellosí come io vi ho promesso.


LXIV.Avendo detto queste parole a Sua Eccellenziae conosciuto che le nonfacevan frutto nissunoperché non ne ritraevo rispostasubito mi crebbe una stizzainsieme con una passione intollerabilee di nuovo cominciai a riparlare al Duca e gli dissi:

-Signor mioquesta città veramente è stata sempre lascuola delle maggior virtute; ma cognosciuto che uno s'èavendo imparato qualche cosavolendo accrescer gloria alla sua cittàe al suo glorioso Principegli è bene andare a operarealtrove. E che questoSignor miosia il veroio so chel'Eccellenzia Vostra ha saputo chi fu Donatelloe chi fu il granLeonardo da Vincie chi è ora il mirabil MichelagnolBuonarroti. Questi accrescono la gloria per le lor virtúall'Eccellenzia Vostra; per la qualcosa io ancora spero di far laparte mia; sí cheSignor miolasciatemi andare. Ma VostraEccellenzia avvertisca bene a non lasciare andare il Bandinelloanzidateli sempre piú che lui non vi domanda; perché secostui va fuoragli è tanto la ignoranzia sua prosuntuosache gli è atto a vituperare questa nobilissima Scuola. Ordàtimi licenziaSignorené domando altro delle miefatiche sino a qui che la grazia di Vostra Eccellenzia illustrissima-.

VedutomiSua Eccellenzia a quel modo resolutocon un poco di sdegno mi sivolsedicendo:

-Benvenutose tu hai voglia di finir l'operae' non si mancheràdi nulla -.

Alloraio lo ringraziaie dissi che altro desiderio non era il miose nondi mostrare a quelli invidiosi che a me bastava la vista di condurrel'opera promessa. Cosí spiccatomi da Sua Eccellenziami fudato qualche poco di aiuto; per la qual cosa fui necessitato a mettermano alla borsa miavolendo che la mia opera andassi un poco piúche di passo. E perché la sera io sempre me ne andavo a veglianella guardaroba di Sua Eccellenziadove era Domenico e GianpavoloPogginisuo fratelloquali lavoravano un vaso di oroche addietros'è dettoper la Duchessa e una cintura d'oro; ancora SuaEccellenzia m'aveva fatto fare un modellino d'un pendentedoveandava legato dentro quel diamante grande che li aveva fattocomperare Bernardone e Antonio Landi. E con tutto che io fuggissi dinon voler far tal cosail Duca con tante belle piacevolezze mi vifaceva lavorare ogni sera in sino alle quattro ore. Ancora mistrigneva con piacevolissimi modi a far che io vi lavorassi ancora digiorno; alla qual cosa non volsi mai acconsentire; e per questo iocredetti per cosa certa che Sua Eccellenzia si adirassi meco. E unasera in fra le altreessendo giunto alquanto piú tardi che almio solitoil Duca mi disse:

-Tu sia il malvenuto -.

Allequali parole io dissi:

-Signor miocotesto non è il mio nomeperché io honome Benvenuto; e perché io penso che l'Eccellenzia Vostramotteggi mecoio non entrerò in altro -.

Aquesto il Duca disse che diceva da maledetto senno e non motteggiavae che io avvertissi bene quel che io facevoperché gli eravenuto alli orecchi cheprevalendomi del suo favoreio facevo fareor questo or quello. A queste parole io pregai Sua Eccellenziaillustrissima di farmi degno di dirmi solo un omo che io avevo maifatto fare al mondo. Subito mi si volse in collera e mi disse:

-Va' e rendi quello che tu hai di Bernardone:


eccoteneuno -.

Aquesto io dissi:

-Signor mioio vi ringrazioe vi priego mi facciate degnod'ascoltarmi quattro parole: egli è il vero che e' mi prestòun paio di bilance vecchie e dua ancudine e tre martelletti piccolile qual masserizie oggi son passati quindici giorni che io dissi alsuo Giorgio da Cortona che mandassi per esse; il perché ildetto Giorgio venne per esse lui stesso; e se mai Vostra Eccellenziaillustrissima truovache dal di' che io nacqui in quaio abbia mainulla di quello di persona in cotesto modose bene in Roma o inFranciafaccia intender da quelli che li hanno riferite quelle coseo da altri; e trovando il veromi castighi a misura di carboni -.

Vedutomiil Duca in grandissima passionecome Signor discretissimo eamorevole mi si volse e disse:

-E' non si dice a quelli che non fanno li errori; sí chesel'è come tu di'io ti vedrò sempre volentiericome hofatto per il passato -.

Aquesto io dissi:

-Sappi l'Eccellenzia Vostra che le ribalderie di Bernardone misforzano a domandarla e pregarlache quella mi dica quel che laspese nel diamante grandepunta schericata: perché io speromostrarle perché questo male omaccio cerca mettermivi indisgrazia -.

AlloraSua Eccellenzia mi disse:

-Il diamante mi costò 25 mila ducati:


perchéme ne domandi tu? - PerchéSignor mioil tal díalletal'orein sul canto di Mercato nuovoAntonio di Vettorio Landi midisse che io cercassi di far mercato con Vostra Eccellenziaillustrissimae di prima domanda ne chiese sedici mila ducati:


oraVostra Eccellenzia sa quel che la l'ha comperato. E che questo sia ilverodomandate ser Domenico Poggini e Giampavolo suo fratellocheson qui; che io lo dissi loro subitoe da poi non ho mai piúparlatoperché l'Eccellenzia Vostra disse che io non me neintendevo; onde io pensavo che quella lo volessi tenere inriputazione. SappiateSignor mioche io me ne intendo; e quantoall'altra parte fo professione d'esser uomo da bene quanto altro chesia nato al mondoe sia chi vuole. Io non cercherò di rubarviotto o dieci mila ducati per voltaanzi mi ingegneròguadagnarli con le mie fatiche: e mi fermai a servir VostraEccellenzia per iscultoreorefice e maestro di monete; e diriferirle delle cose d'altruimai. E questa che io le dico adessola dico per difesa miae non ne voglio il quarto: e gnene dicopresente tanti uomini dabbene che son quiacciò VostraEccellenzia illustrissima non creda a Bernardone ciò che dice-.

Subitoil Duca si levò in collera e mandò per Bernardoneilqual fu necessitato a correre sino a Vinezialui e Antonio Landi;quale Antonio mi diceva che non aveva volsuto dir quel diamante. Gliandorno e tornorno da Vineziae io trovai il Ducae dissi:

-Signorequel che io vi dissi è veroe quel vi disse dellemasserizie Bernardone non fu vero; e faresti bene a farne la pruovae io mi avviarò al bargello -.

Aqueste parole il Duca mi si volsedicendomi:

-Benvenutoattendi a esser omo da benecome hai fatto per ilpassatoe non dubitar mai di nulla -.

Lacosa andò in fumo e io non ne senti' mai piú parlare.Attesi a finire il suo gioiello; e portatolo un giorno finito allaDuchessalei stessa mi disse che stimava tanto la mia fattura quantoil diamanteche li aveva fatto comperar Bernardaccioe volse che iognene appiccassi al petto di mia manoe mi dette uno spillettogrossetto in manoe con quello gnene appiccaie mi parti' con moltasua buona grazia.


Dapoi io intesi che e' l'avevano fatto rilegare a un tedesco o altroforestierosalvo 'l veroperché il detto Bernardone disseche 'l detto diamante mostrerrebbe meglio legato con manco opera.


LXV.Domenico e Giovanpagolo Pogginiorefici e frateglilavoravanosícome io credo d'aver dettoin guardaroba di Sua Eccellenziaillustrissima cone i miei disegnicerti vasetti d'oro cesellaticonistorie di figurine di basso rilievo e altre cose di moltainportanza. E perché io dissi piú volte al Duca:

-Signor miose Vostra Eccellenzia illustrissima mi pagassi parecchilavorantiio vi farei le monete della vostra zecca e le medagliecolla testa di Vostra Eccellenzia illustrissimale qual farei a garacon gli antichi e arei speranza di superargli: perché dappoiin qua che io feci le medaglie di papa Clemente io ho imparato tantoche io farei molto meglio di quelle: e cosí farei meglio dellemonete che io feci al duca Alessandrole quale sono ancora tenutebelle; e cosí vi farei de' vasi grandi d'oro e d'argentosícome io ne ho fatti tanti a quel mirabil re Francesco di Franciasolo per le gran comodità che ei m'ha datené mai s'èperso tempo ai gran colossi né all'altre statue -.

Aqueste mie parole il Duca mi diceva:

-Fa'e io vedrò - né mai mi dette comodità néaiuto nessuno. Un giorno Sua Eccellenzia illustrissima mi fece dareparecchi libbre d'argento e mi disse:

-Questo è dello argento delle mie cavefammi un bel vaso -.

Eperché io non volevo lasciare in dietro il mio Perseo e ancoraavevo gran volontà di servirloio lo detti da farecon imiei disegni e modelletti di ceraa un certo ribaldo che si chiamaPiero di Martinoorafo: il quale lo cominciò male e anche nonvi lavoravadi modo che io vi persi piú tempo che se io loavessi fatto tutto di mia mano. Cosí avendomi straziatoparecchi mesie veduto che il detto Piero non vi lavoravanémanco vi faceva lavorareio me lo feci renderee durai una granfatica a riaverecon el corpo del vaso mal cominciatocome iodissiil resto dell'argento che io gli avevo dato. Il Duca cheintese qualcosa di questi romorimandò per il vaso e per imodelli e mai piú mi disse né perché néper come; basta che con certi mia disegni e' ne fece fare a diversepersone e a Venezia e in altri luoghie fu malissimo servito. LaDuchessa mi diceva spesso che io lavorassi per lei di oreficerie:alla quale io piú volte dissiche 'l mondo benissimo sapevae tutta la Italiache io ero buono orefice; ma che la Italia nonaveva mai veduto opere di mia mano di scultura:

-e per l'arte certi scultori arrabbiatiridendosi di memi chiamanolo scultor nuovo; ai quali io spero di mostrare d'esser scultorvecchiose Idio mi darà tanta grazia che io possa mostrarfinito 'l mio Perseo in quella onorata piazza di Sua Eccellenziaillustrissima -.

Eritiratomi a casaattendevo a lavorare il giorno e la nottee nonmi lasciavo vedere in Palazzo. E pensando pure di mantenermi nellabuona grazia della Duchessaio gli feci fare certi piccoli vasettigrandi come un pentolino di dua quattrinid'argentocon bellemascherine in foggia rarissimaall'antica; e portatole li dettivasettilei mi fece la piú grata accoglienza che immaginar sipossa al mondo e mi pagò 'l mio argento e oro che io vi avevomesso. E io pure mi raccomandavo a Sua Eccellenzia illustrissimapregandola che la dicessi al Ducache io avevo poco aiuto a cosígrande operae che Sua Eccellenzia illustrissima doverrebbe dire alDucache ei non volessi tanto credere a quella mala lingua delBandinellocon la quale e' m'impediva al finire il mio Perseo. Aqueste mie lacrimose parole la Duchessa si ristrinse nelle spalle epur mi disse:

-Per certo che 'l Duca lo doverria pur conoscereche questo suoBandinello non val niente.


LXVI.Io mi stavo in casae di rado mi appresentavo al Palazzoe con gransollecitudine lavoravoper finire la mia opera; e mi convenivapagare i lavoranti de il mio; perchéavendomi fatto pagarecerti lavoranti il Duca da Lattanzio Gorini in circa a diciotto mesied essendogli venuto annoiami fece levare le commessioneper laqual cosa io domandai il detto Lattanzioperché e' non mipagava. E' mi risposemenando certe sue manuzze di ragnateloconuna vocerellina di zanzara:

-Perché non finisci questa tua opera? E' si crede che tu nollafinirai mai -.

Iosubito gli risposi adirato e dissi:

-Cosí vi venga il canchero e a voi e attutti quegli che noncredono che io nolla finisca -.

Ecosí disperato mi ritornai accasa al mio mal fortunato Perseoe non senza lacrimeperché mi tornava in memoria il mio bellostato che io avevo lasciato in Parigi sotto 'l servizio di quelmaraviglioso re Francescocon el quale mi avanzava ogni cosae quimi mancava ogni cosa. E parecchi volte mi disposi di gittarmi aldisperato: e una volta infra l'altre io montai in su un mio belcavallettoe mi missi cento scudi accantoe me n'andai a Fiesole avedere un mio figliuolino naturaleil quale tenevo abbalia con unamia comaremoglie di un mio lavorante. E giunto al mio figliolino lotrovai di buono esseree io cosí malcontento lo baciai; evolendomi partiree' non mi lasciavaperché mi teneva fortecolle manine e con un furore di pianto e stridache in quell'etàdi due anni in circa era cosa piú che maravigliosa. E perchéio m'ero resoluto chese io trovavo 'l Bandinelloil quale solevaandare ogni sera a quel suo podere sopra San Domenicocome disperatolo volevo gittare in terracosí mi spiccai dal mio bambinolasciandolo con quel suo dirotto pianto.


Evenendomene inverso Firenzequando io arrivai alla piazza di SanDomenicoappunto il Bandinello entrava dall'altro lato in su lapiazza. Subito resolutomi di fare quella sanguinosa operagiunsialluie alzato gli occhilo vidi senza armein su un muluccio comeuno asino e aveva seco un fanciullino dell'età di dieci anni;e subito che lui mi viddedivenne di color di mortoe tremava dalcapo ai piedi. Ioconosciuto la vilissima operadissi:

-Non aver pauravil poltroneche io non ti vo' far degno delle miebusse -.

Eglimi guardò rimesso e non disse nulla.


Alloraio ripresi la virtúe ringrazia' Iddio che per sua veravirtute non aveva voluto che io facessi un tal disordine. Cosíliberatomi da quel diabolico furoremi accrebbe animo e mecomedesimo dicevo:

-Se Iddio mi dà tanto di grazia che io finisca la mia operaspero con quella di ammazzare tutti i mia ribaldi nimici; dove iofarò molte maggiori e piú gloriose le mie vendettechese io mi fussi sfogato con un solo - e con questa buona resoluzionemi tornai a casa. In capo di tre giorni io intesi come quella miacomare mi aveva affogato il mio unico figliolino; il quale mi dettetanto dolore che mai non senti' il maggiore. Imperò miinginocchiai in terrae non senza lacrime al mio solito ringraziaiil mio Iddiodicendo:

-Signor miotu me lo destie or tu me t'hai toltoe di tutto io contutto 'l cuor mio ti ringrazio -.

Econ tutto che 'l gran dolore mi aveva quasi smarritopureal miosolitofatto della necessità virtúil meglio che iopotevo mi andavo accomodando.


LXVII.E' s'era partito un giovane in questo tempo dal Bandinelloil qualeaveva nome Francescofigliuolo di Matteo fabbro. Questo dettogiovane mi fece domandare se io gli volevo dare da lavorare; e io fuicontentoe lo missi a rinettare la figura della Medusache era digià gittata. Questo giovanedipoi quindici giornimi disseche aveva parlato con el suo maestrocioè il Bandinelloeche lui mi diceva da sua parte chese io volevo fare una figura dimarmoche ei mi mandava a offerire di donarmi un bel pezzo di marmo.Subito io dissi:

-Digli che io l'accetto; e potria essere il mal marmo per luiperchéei mi va stuzzicandoe non si ricorda il gran pericolo che lui avevapassato meco in su la piazza di San Domenico: or digli che io lovoglio a ogni modo. Io non parlo mai di lui e sempre questa bestia midà noia: e mi credo che tu sia venuto a lavorare meco mandatodalluisolo per spiare i fatti mia. O vae digli che io vorròil marmo a suo malgrado; e ritòrnatene seco.


LXVIII.Essendo stato di molti giorni che io non m'ero lasciato rivedere inPalazzov'andai una mattinache mi venne quel capriccioe il Ducaaveva quasi finito di desinareeper quel che io intesiSuaEccellenzia aveva la mattina ragionato e ditto molto bene di meeinfra l'altre cose ei mi aveva molto lodato in legar gioie; e perquestocome la Duchessa mi videla mi fece chiamare da messerSforza; e appressatomi a Sua Eccellenzia illustrissimalei mi pregòche io le legassi un diamantino in punta innuno anelloe mi disseche lo voleva portare sempre nel suo dito; e mi dette la misura e 'ldiamanteil quale valeva in circa a cento scudie mi pregòche io lo facessi presto. Subito 'l Duca cominciò a ragionarecon la Duchessa e le disse:

-Certo che Benvenuto fu in cotesta arte senza pari; ma ora che luil'ha dimessaio credo che 'l fare uno anellino come voi vorrestie'gli sarebbe troppa gran fatica: sí che io vi priego che voinollo affatichiate in questa piccola cosala quale allui sariagrandeper essersi disuso -.

Aqueste parole io ringraziai el Ducae poi lo pregai che mi lasciassifare questo poco del servizio alla signora Duchessa: e subito messovile maniin pochi giorni lo ebbi finito. L'anello si era per il ditopiccolo della mano: cosí feci quattro puttini tondi conquattro mascherinele qual cose facevano il detto anellino: e anchevi accomodai alcune frutte e legaturine smaltate; di modo che lagioia e l'anello si mostravano molto bene insieme. E subito lo portaialla Duchessa: la quale con benigne parole mi disse che io gli avevofatto un lavoro bellissimoe che si ricorderebbe di me. Il dettoanellino la lo mandò a donare al re Filippoe dappoi semprela mi comandava qualche cosama tanto amorevolmenteche io sempremi sforzavo di servirlacon tutto che io vedessi pochi dinari; eIddio sa se io ne avevo gran bisognoperché disideravo difinire 'l mio Perseoe avevo trovati certi giovani che mi aiutavanoi quali io pagavo del mio; e di nuovo cominciai a lasciarmi vederepiú spesso che io non avevo fatto per il passato.


LXIX.Un giorno di festa in fra gli altri me n'andai in Palazzo dopo 'ldesinaree giunto in su la sala dell'Orioloviddi aperto l'usciodella guardarobae appressatomi un pocoil Duca mi chiamòecon piacevole accoglienza mi disse:

-Tu sia 'l benvenuto: guarda quella cassettache m'ha mandato adonare 'l signore Stefano di Pilestina; aprila e guardiamo che cosal'è -.



Subitoapertoladissi al Duca:

-Signor mioquesta è una figura di marmo greco ed ècosa maravigliosa: dico che per un fanciulletto io non mi ricordo diavere mai veduto fra le anticaglie una cosí bella operanédi cosí bella maniera; di modo che io mi offerisco a VostraEccellenzia illustrissima di restaurarvela e la testa e le bracciaipiedi. E gli farò una aquilaacciò che e' siabattezzato per un Ganimede. E se bene e' non si conviene a mme ilrattoppare le statueperché ell'è arte da certiciabattinii quali la fanno assai malamente; imperòl'eccellenzia di questo gran maestro mi chiama asservirlo -.



Piacqueal Duca assai che la statua fussi cosí bellae mi domandòdi assai cosedicendomi:

-DimmiBenvenuto miodistintamente in che consiste tanta virtúdi questo maestrola quale ti dà tanta maraviglia -.

Alloraio mostrai a Sua Eccellenzia illustrissima con el meglio modo che ioseppidi farlo capace di cotal bellezza e di virtú diintelligenziae di rara maniera; sopra le qual cose io avevadiscorso assaie molto piú volentieri lo facevoconosciutoche Sua Eccellenzia ne pigliava grandissimo piacere.


LXX.In mentre che io cosí piacevolmente trattenevo 'l Ducaavvenne che un paggio uscí fuori della guardaroba e chenell'uscire il dettoentrò il Bandinello. Vedutolo 'l Ducamezzo si conturbòe con cera austera gli disse:

-Che andate voi faccendo? - Il detto Bandinellosanza risponderealtrosubito gittò gli occhi a quella cassettadove era ladetta statua scopertae con un suo mal ghignaccioscotendo 'l capodisse volgendosi inverso 'l Duca:

-Signorequeste sono di quelle cose che io ho tante volte dette aVostra Eccellenzia illustrissima.


Sappiateche questi antichi non intendevano niente la notomiae per questo leopere loro sono tutte piene di errori -.

Iomi stavo cheto e non attendevo a nulla di quello che egli dicevaanzi gli avevo volte le rene. Subito che questa bestia ebbe finita lasua dispiacevol cicalatail Duca disse:

-O Benvenutoquesto si è tutto 'l contrario di quello che contante belle ragioni tu m'hai pure ora sí ben dimostro: síche difendila un poco -.

Aqueste ducal paroleportemi con tanta piacevolezzasubito iorisposi e dissi:

-Signor miovostra Eccellenzia Illustrissima ha da sapere che BaccioBandinelli si è composto tutto di malee cosí ei èstato sempre; di modo che ciocché lui guardasubito a' suadispiacevoli occhise bene le cose sono in sopralativo grado tuttobenesubito le si convertono innun pessimo male. Ma ioche solo sontirato al beneveggo piú santamente 'l vero; di modo chequello che io ho detto di questa bellissima statua a VostraEccellenzia illustrissima si è tutto il puro veroe quelloche n'ha ditto 'l Bandinello si è tutto quel male solodiquel che lui è composto -.

IlDuca mi stette a udire con molto piaceree in mentre che io dicevoqueste coseil Bandinello si scontorceva e faceva i piúbrutti visi del suo visoche era bruttissimoche immaginar si possaal mondo. Subito 'l Duca si mosseavviandosi per certe stanze bassee il detto Bandinello lo seguitava. I camerieri mi presono per lacappa e me gli avviorno dietro e cosí seguitammo il Ducatanto che Sua Eccellenzia illustrissimagiunto innuna stanzae' simisse assederee il Bandinello e io stavamo un da destra e un dasinistra di Sua Eccellenzia illustrissima. Io stavo chetoe quei cheerano all'intornoparecchi servitori di Sua Eccellenziatuttiguardavano fiso 'l Bandinelloalquanto soghignando l'un coll'altrodi quelle parole che io gli avevo detto in quella stanza di sopra.Cosí il detto Bandinello cominciò a favellare e disse:

-Signorequando io scopersi il mio Ercole e Caccocerto che io credoche piú di cento sonettacci ei mi fu fattii quali dicevanoil peggio che immaginar si possa al mondo da questo popolaccio -.

Ioallora risposi e dissi:

-Signorequando il nostro Michelagnolo Buonaroti scoperse la suaSacrestiadove ei si vidde tante belle figurequesta mirabile evirtuosa Scuolaamica della verità e del benegli fece piúdi cento sonettia gara l'un l'altro a chi ne poteva dir meglio: ecosí come quella del Bandinello meritava quel tanto male chelui dice che della sua si dissecosí meritava quel tanto benequella del Buonarotiche di lei si disse -.

Aqueste mie parole il Bandinello venne in tanta rabbiache eicrepavae mi si volse e disse:

-E tu che le sapresti apporre? - Io te lo dirò se tu arai tantapazienza di sapermi ascoltare -.



Diss'ei:

-Or di' su -.

IlDuca e gli altriche erano quivitutti stavano attenti. Iocominciai e in prima dissi:

-Sappi ch'ei m 'incresce di averti a dire e' difetti di quella tuaoperama none io ti dirò tal coseanzi ti dirò tuttoquello che dice questa virtuosissima Scuola -.

Eperché questo uomaccio or diceva qualcosa dispiacevole e orfaceva con le mani e con i piediei mi fece venire in tanta còllorache io cominciai in molto piú dispiacevol modo chefaccendoei altrimentiio nonnarei fatto:

-Questa virtuosa Scuola dice che se e' si tosassi i capegli a Ercoleche e' non vi resterebbe zucca che fussi tanta per riporvi ilcervello; e che quella sua faccia e' non si conosce se l'è diomo o se l'è di lionbue; e che la non bada a quel che la faeche l'è male appiccata in sul collocon tanta poca arte e contanta mala graziache e' non si vedde mai peggio; e che quelle suespallacce somigliano due arcioni d'un basto d'un asino; e che le suepoppe e il resto di quei muscoli non son ritratti da un omoma sonoritratti da un saccaccio pieno di poponiche diritto sia messoappoggiato al muro. Cosí le stiene paiono ritratte da un saccopieno di zucche lunghe; le due gambe e non si conosce in che modo lesi sieno appiccate a quel torsaccio; perché e' non si conoscein su qual gamba e' posa o in su quale e' fa qualche dimostrazione diforza; né manco si vede che ei posi in su tutt'a duasícome e' s'è usato alcune volte di fare da quei maestri chesanno qualche cosa; ben si vede che la cade innanzi piú d'unterzo di braccio: che questo solo si è 'l maggiore e il piúincomportabile errore che faccino quei maestracci di dozzina plebe'.Delle braccia dicono che le son tutt'a dua giú distese senzanessuna graziané vi si vede artecome se mai voi non avessivisto degl'ignudi vivie che la gamba dritta d'Ercole e quella diCacco fanno ammezzo delle polpe delle gambe loro; che se un de' duasi scostassi dall'altronon tanto l'uno di loroanzi tutt'a duaresterebbono senza polpe da quella parte che ei si toccano; e diconoche uno dei piedi di Ercole si è sotterratoe che l'altropare che gli abbia il fuoco sotto.


LXXI.Questo uomo non potette stare alle mosse d'aver pazienza che iodicessi ancora i gran difetti di Cacco; l'una si era che io dicevo 'lverol'altra si era che io lo facevo conoscere chiaramente al Duca eagli altri che erano alla presenzia nostrache facevano i piúgran segni e atti di dimostrazione di maravigliarsi e alloraconoscere che io dicevo il verissimo. A un tratto quest'uomacciodisse:

-Ahi cattiva linguacciao dove lasci tu 'l mio disegno? - Io dissiche chi disegnava bene e' non poteva operar mai male - imperòio crederrò che 'l tuo disegno sia come sono le opere -.

Orveduto quei visi ducali e gli altriche con gli sguardi e con gliatti lo laceravanoegli si lasciò vincere troppo dalla suainsolenziae voltomisi con quel suo bruttissimo visaccioa untratto mi disse:

-Oh sta' chetosoddomitaccio -.

IlDuca a quella parola serrò le ciglia malamente inverso di luie gli altri serrato le bocche e aggrottato gli occhi inverso di lui.Ioche mi senti' cosí scelleratamente offenderesforzato dalfuroree a un trattocorsi al rimedio e dissi:

-O pazzotu esci dei termini: ma Iddio 'l volessi che io sapessi fareuna cosí nobile arteperché e' si legge ch'e' l'usòGiove con Ganimede in paradisoe qui in terra e' la usano i maggioriimperatori e i piú gran re del mondo. Io sono un basso e umileomicciattoloil quale né potrei né saprei impacciarmid'una cosí mirabil cosa -.

Aquesto nessuno non potette esser tanto continente che 'l Duca e glialtri levorno un rumore delle maggior risa che immaginar si possa almondo. E con tutto che io mi dimostrassi tanto piacevolesappiatebenigni lettoriche dentro mi scoppiava 'l cuoreconsiderato cheuno'l piú sporco scellerato che mai nascessi al mondofussitanto arditoin presenza di un cosí gran principea dirmiuna tanta e tale ingiuria; ma sappiate che egli ingiuriò 'lDuca e non me; perchése io fussi stato fuor di cosígran presenzaio l'arei fatto cader morto. Veduto questo sporcoribaldo goffo che le risa di quei Signori non cessavanoei cominciòper divertirgli da tanta sua beffea entrare innun nuovo propositodicendo:

-Questo Benvenuto si va vantando che io gli ho promesso un marmo -.

Aqueste parole io subito dissi:

-Come! non m'hai tu mandato a dire per Francesco di Matteo fabbrotuogarzoneche se io voglio lavorar di marmoche tu mi vuoi donare unmarmo? E io l'ho accettatoe vo' lo -.

Alloraei disse:

-Oh fa' conto di noll'aver mai -.

Subitoioche ero ripieno di rabbia per le ingiuste ingiurie dettemi inprimasmarrito dalla ragione e accecato della presenza del Ducacongran furore dissi:

-Io ti dico espresso che se tu non mi mandi il marmo insino accasacèrcati di un altro mondoperché in questo io tisgonfierò a ogni modo -.

Subitoavvedutomi che io ero alla presenza d'un sí gran Ducaumilmente mi volsi a Sua Eccellenziae dissi:

-Signor mioun pazzo ne fa cento; le pazzie di questo omo mi avevanofatto smarrire la gloria di Vostra Eccellenzia illustrissima e mestesso; sí che perdonatemi -.

Allorail Duca disse al Bandinello:


-è egli 'l vero che tu gli abbia promesso 'l marmo? - Il dettoBandinello disse che gli era il vero. Il Duca mi disse:

-Va all'Operae to'tene uno a tuo modo -.

Iodissi che ei me l'aveva promesso di mandarmelo a casa. Le parolefurno terribile; e io innaltro modo nollo volevo. La mattina seguentee' mi fu portato un marmo accasa; il quale io dimandai chi me lomandava: e' dissono che e' me lo mandava 'l Bandinelloe che quellosi era 'l marmo che lui mi aveva promesso.


LXXII.Subito io me lo feci portare in bottega e cominciai a scarpellarlo; ein mentre che io lavoravoio facevo il modello: e gli era tanta lavoglia che io avevo di lavorare di marmoche io non potevo aspettaredi risolvermi a fare un modello con quel giudizio che si aspettaatale arte. E perché io lo sentivo tutto crocchiareio mipenti' piú volte di averlo mai cominciato allavorare: pure necavai quel che io potettiche è l'Appollo e Iacintocheancora si vede imprefetto in bottega mia. E in mentre che io lolavoravoil Duca veniva a casa miae molte volte mi disse:

-Lascia stare un poco 'l bronzo e lavora un poco di marmoche io tivegga -.

Subitoio pigliavo i ferri da marmoe lavoravo via sicuramente. Il Duca midomandava del modello che io avevo fatto per il detto marmo; al qualeio dissi:

-Signorequesto marmo si è tutto rottoma assuo dispetto ione caverò qualcosa; imperò io non mi sono potutorisolvere al modelloma io andrò cosí faccendo 'lmeglio che io potrò -.

Conmolta prestezza mi fece venire 'l Duca un pezzo di marmo grecodiRomaacciò che io restaurassi il suo Ganimede anticoqual fucausa della ditta quistione connil Bandinello. Venuto che fu 'l marmogrecoio considerai che gli era peccato a farne pezzi per farne latesta e le braccia ell'altre cose per il Ganimede; e mi providdid'altro marmoe a quel pezzo di marmo greco feci un piccol modellinodi ceraal quale posi nome Narciso. E perché questo marmoaveva dua buchi che andavano affondo piú di un quarto dibraccio e larghi dua buone ditaper questo feci l'attitudine che sivedeper difendermi da quei buchidi modo che io gli avevo cavatidella mia figura. Ma quelle tante decine d'anni che v'era piovuto súperché e' restava sempre quei buchi pieni d'acquala dettaaveva penetrato tanto che il detto marmo si era debilitato; e comemarcio in quella parte del buco di sopra; e si dimostrò dappoiche e' venne quella gran piena d'acqua d'Arnola quale alzòin bottega mia piú d'un braccio e mezzo. E perché ildetto Narciso era posato in su un quadro di legnola detta acqua glifece dar la voltaper la quale e' si roppe in su le poppee io lorappiccai; e perché e non si vedessi quel fesso dellaappiccaturaio gli feci quella grillanda de' fiori che si vede chegli ha in sul petto; e me l'andavo finendo accerte ore innanzi dío sí veramente il giorno delle festesolo per non perderetempo dalla mia opera del Perseo. E perché una mattina in fral'altre io mi acconciavo certi scarpelletti per lavorarloed e' mischizzò una verza d'acciaio sottilissima nell'occhio dritto;ed era tanto entrata dentro nella pupillache in modo nessuno la nonsi poteva cavare. Io pensavo per certo di perdere la luce diquell'occhio.


Iochiamai in capo di parecchi giorni maestro Raffaello de' Pillicerusicoil quale prese dua pipioni vivie faccendomi starerovescio in su una tavolaprese i detti pipioni e con un coltellinoforò loro una venuzza che gli hanno nell'aliedi modo chequel sangue mi colava dentro innel mio occhio; per il qual sanguesubito mi senti' confortare e in ispazio di dua giorni uscí laverza d'acciaio e io restai libero e migliorato della vista. Evenendo la festa di Santa Lusciaalla quale eravamo presso a tregiorniio feci uno occhio d'oro di uno scudo franzesee gnele fecipresentare a una delle sei mie nipotinefigliuole della Liperata miasorellala quale era dell'età di dieci anni in circae conessa io ringraziai Iddio e Santa Luscia; e per un pezzo non volsilavorare in sul detto Narcisoma tiravo innanzi il Perseo collesopra ditte difficultàe m'ero disposto di finirlo e andarmicon Dio.


LXXIII.Avendo gittata la Medusaed era venuta benecon grande speranzatiravo il mio Perseo a fineche lo avevo di cerae mi promettevoche cosí bene e' mi verrebbe di bronzosí come avevafatto la detta Medusa. E perché vedendolo di cera ben finitoei si mostrava tanto belloche (vedendolo il Duca aqquel modo eparendogli bello; o che e' fussi stato qualche uno che avessi dato acredere al Duca che ei non poteva venire cosí di bronzoo cheil Duca da per sé se lo immaginassi; e venendo piúspesso a casa che ei non soleva) una volta infra l'altre e' mi disse:

-Benvenutoquesta figura non ti può venire di bronzoperchél'arte non te lo promette -.

Aqueste parole di Sua Eccellenzia io mi risenti' grandementedicendo:

-Signoreio conosco che Vostra Eccellenzia illustrissima m'ha questamolta poca fede: e questo io credo che venga perché VostraEccellenzia illustrissima crede troppo a quei che le dicono tanto maldi meo sí veramente lei non se ne intende -.

Einon mi lasciò finire appena le parole che disse:

-Io fo professione di intendermenee me ne intendo benissimo -.

Iosubito risposi e dissi:

-Sícome Signoree non come artista; perché se VostraEccellenzia illustrissima se ne intendessi innel modo che lei crededi intendersenelei mi crederrebbe mediante la bella testa di bronzoche io l'ho fattocosí granderitratto di Vostra Eccellenziaillustrissima che s'è mandato all'Elbae mediante l'avererestauratole il bel Ganimede di marmo con tanta strema difficultàdove io ho durato molta maggior fatica che se io lo avessi fattotutto di nuovo; e ancora per avere gittata la Medusache pur si vedequi alla presenza di Vostra Eccellenzia: un getto tanto difficiledove io ho fatto quello che mai nessuno altro uomo ha fatto innanzi amedi questa indiavolata arte. VedeteSignor mio: io ho fatto lafornace di nuovoa un modo diverso dagli altri; perché iooltre a molte altre diversità e virtuose iscienze che innessasi vedeio l'ho fatto dua uscite per il bronzoperché questadifficile e storta figura innaltro modo nonnera possibile che mai lavenissi: e sol per queste mie intelligenzie l'è cosíben venutala qual cosa non credette mai nessuno di questi praticidi questa arte. E sappiateSignor mioper certissimoche tutte legrandi e difficilissime opere che io ho fatte in Francia sotto quelmaravigliosissimo re Francescotutte mi sono benissimo riuscitesolo per il grande animo che sempre quel buon Re mi dava con quellegran provvisionee nel compiacermi di tanti lavoranti quanto iodomandavo; che gli era talvolta che io mi servivo di piú diquaranta lavorantitutti a mia scelta; e per queste cagioni io vifeci tanta quantità di opere in cosí breve tempo. OrSignor miocredetemi e soccorretemi degli aiuti che mi fanno dibisognoperché io spero di condurre a fine una opera che vipiacerà; dove chese Vostra Eccellenzia illustrissima miavvilisce d'animo e non mi dà gli aiuti che mi fanno dibisognogli è impossibile che né io néqualsivoglia uomo mai al mondo possa fare cosa che bene stia.


LXXIV.Con gran difficultà stette il Duca a udire queste mie ragioneche or si volgeva innun verso e or innun altro; e io disperatopoverelloche mi ero ricordato del mio bello stato che io avevo inFranciacosí mi affliggevo. Subito il Duca disse:

-Or dimmiBenvenutocome è egli possibile che quella bellatesta di Medusache è lassú innalto in quella mano delPerseomai possa venire? - Subito io dissi:

-Or vedeteSignor mioche se Vostra Eccellenzia illustrissima avessiquella cognizione dell'arteche lei dice di averela non arebbepaura di quella bella testa che lei diceche la non venissi; ma síbene arebbe ad aver paura di questo piè dirittoil quale si èquaggiú tanto discosto -.

Aqueste mie parole il Duca mezzo adirato subito si volse a certiSignori che erano con Sua Eccellenzia illustrissima e disse:

-Io credo che questo Benvenuto lo faccia per saccenteria ilcontraporsi a ogni cosa - e subito voltomisi con mezzo schernodovetutti quei che erano alla presenza facevano il similee' cominciòa dire:

-Io voglio aver teco tanta pazienza di ascoltare che ragione tu tisaprai immaginare di darmiche io la creda -.



Alloraio dissi:

-Io vi darò una tanto vera ragione che Vostra Eccellenzia nesarà capacissima - e cominciai:

-SappiateSignoreche la natura del fuoco si è di ireall'insúe per questo le prometto che quella testa di Medusaverrà benissimo; ma perché la natura del fuoco nonn'èl'andare all'ingiúe per avervelo a spignere sei bracciaingiú per forza d'arteper questa viva ragione io dico aVostra Eccellenzia illustrissima che gli è impossibile chequel piede venga; ma ei mi sarà facile a rifarlo - . Disse 'lDuca:

-O perché non pensavi tu che quel piede venissi innel modo chetu di' che verrà la testa? - Io dissi:

-E' bisognava fare molto maggiore la fornacedove io arei potuto fareun ramo di gittogrosso quanto io ho la gambae con quella gravezzadi metallo caldo per forza ve l'arei fatto andaredove il mio ramoche va insino a' piedi quelle sei braccia che io dicononn'ègrosso piú che dua dita. Imperò e' non portava 'lpregio; ché facilmente si racconcerà. Ma quando la miaforma sarà piú che mezza pienasí come iosperoda quel mezzo in suil fuoco che monta sicondo la natura suaquesta testa di Perseo e quella della Medusa verranno benissimo: síche statene certissimo -.

Dettoche io gli ebbi queste mie belle ragioni con molte altre infiniteche per nonnessere troppo lungo io non ne scrivoil Ducascotendoil caposi andò con Dio.


LXXV.Fattomi da per me stesso sicurtà di buono animoe scacciatotutti quei pensieri che di ora innora mi si rappresentavano innanzi(i quali mi facevano spesso amaramente piangere con el pentirmi dellapartita mia di Franciaper essere venuto afFirenzepatria miadolcesolo per fare una lemosina alle ditte sei mia nipotinee percosí fatto bene vedevo che mi mostrava prencipio di tantomale)con tutto questo io certamente mi promettevo chefinendo lamia cominciata opera del Perseoche tutti i mia travagli sidoverriano convertire in sommo piacere e glorioso bene. E cosíripreso 'l vigorecon tutte le mie forzee del corpo e della borsacon tutto che pochi dinari e' mi fussi restaticominciai aprocacciarmi di parecchi cataste di legni di pinole quali ebbidalla pineta de' Seristorivicino a Monte Lupo; e in mentre che iol'aspettavoio vestivo il mio Perseo di quelle terre che io avevoacconce parecchi mesi in primaacciò che l'avessino la lorostagione. E fatto che io ebbi la sua tonaca di terrache tonaca sidimanda innell'artee benissimo armatola e ricinta con grandiligenzia di ferramenticominciai con lente fuoco a trarne la cerala quali usciva per molti sfiatatoi che io avevo fattiche quantipiú se ne fatanto meglio si empie le forme. E finito che ioebbi di cavar la ceraio feci una manica intorno al mio Perseocioèalla detta formadi mattonitessendo l'uno sopra l'altroelasciavo di molti spazidove 'l fuoco potessi meglio esalare: dipoivi cominciai a mettere delle legne cosí pianamentee gli fecifuoco dua giorni e dua notte continuamente; tanto checavatone tuttala cerae dappoi s'era benissimo cotta la detta formasubitocominciai a votar la fossa per sotterrarvi la mia formacon tuttiquei bei modi che la bella arte ci comanda. Quand'io ebbi finito divotar la detta fossaallora io presi la mia formae con virtúd'argani e di buoni canapi diligentemente la dirizzai; e sospesala unbraccio sopra 'l piano della mia fornaceavendola benissimodirizzata di sorte che la si spenzolava appunto nel mezzo della suafossapian piano la feci discendere in sino nel fondo della fornacee si posò con tutte quelle diligenzie che immaginar si possanoal mondo. E fatto che io ebbi questa bella faticacominciai aincalzarla con la medesima terra che io ne avevo cavata; e di mano inmano che io vi alzavo la terravi mettevo i sua sfiatatoii qualierano cannoncini di terra cotta che si adoperano per gli acquai ealtre simil cose. Come che io vidi d'averla benissimo ferma e chequel modo di incalzarla con el metter quei doccioni bene ai sualuoghie che quei mia lavoranti avevano bene inteso il modo mioilquale si era molto diverso da tutti gli altri maestri di talprofessione; assicuratomi che io mi potevo fidare di loroio mivolsi alla mia fornacela quale avevo fatta empiere di moltimasselli di rame e altri pezzi di bronzi; e accomodatigli l'uno sopral'altro in quel modo che l'arte ci mostracioè sollevatifaccendo la via alle fiamme del fuocoperché piúpresto il detto metallo piglia il suo calore e con quello si fonde eriducesi in bagnocosí animosamente dissi che dessino fuocoalla detta fornace. E mettendo di quelle legne di pinole quali perquella untuosità della ragia che fa 'l pinoe per esseretanto ben fatta la mia fornacettaella lavorava tanto beneche iofui necessitato assoccorrere ora da una parte e ora da un'altra contanta faticache la m'era insopportabile; e pure io mi sforzavo.


Edi piú mi sopragiunse ch' e' s'appiccò fuoco nellabottegae avevamo paura che 'l tetto non ci cadessi addosso;dall'altra parte di verso l'orto il cielo mi spigneva tant'acqua eventoche e' mi freddava la fornace. Cosí combattendo conquesti perversi accidenti parecchi oresforzandomi la fatica tantodi piú che la mia forte valitudine di complessione non potetteresisteredi sorte che e' mi saltò una febbre efimeraaddossola maggiore che immaginar si possa al mondoper la qualcosa io fui sforzato andarmi a gittare nel letto. E cosí moltomal contentobisognandomi per forza andaremi volsi a tutti quegliche mi aiutavanoi quali erano in circa a dieci o piúinframaestri di fonder bronzo e manovali e contadini e mia lavorantiparticulari di bottega; infra e' quali si era un BernardinoMannellini di Mugelloche io m'avevo allevato parecchi anni; e aldetto dissidappoi che mi ero raccomandato a tutti:

-VediBernardino mio caroosserva l'ordine che io ti ho mostroe fapresto quanto tu puoiperché il metallo sarà presto inordino: tu non puoi erraree questi altri uomini dabbene farannopresto i canalie sicuramente potrete con questi dua mandriani darenelle due spinee io son certo che la mia forma si empieràbenissimo. Io mi sento 'l maggior male che io mi sentissi mai da poiche io venni al mondoe credo certo che in poche ore questo granmale m'arà morto -.

Cosímolto mal contento mi parti' da loroe me n'andai alletto.


LXXVI.Messo che io mi fui nel lettocomandai alle mie serve che portassinoin bottega da mangiare e dabbere attutti; e dicevo loro:

-Io non sarò mai vivo domattina -.

Loromi davano pure animodicendomi che 'l mio gran male si passerebbeeche e' mi era venuto per la troppa fatica. Cosí soprastato duaore con questo gran combattimento di febbre; e di continuo io me lasentivo crescetee sempre dicendo - Io mi sento morire - la miaservache governava tutta la casache aveva nome monna Fiore diCastel del Rio: questa donna era la piú valente che nascessimai e altanto la piú amorevolee di continuo mi sgridavacheio mi ero sbigottitoe dall'altra banda mi faceva le maggioreamorevolezze di servitú che mai far si possa al mondo. Imperòvedendomi con cosí smisurato male e tanto sbigottitocontutto il suo bravo cuore lei non si poteva tenere che qualchequantità di lacrime non gli cadessi dagli occhi; e pure leiquanto poteva si riguardava che io non le vedessi. Stando in questesmisurate tribulazioneio mi veggo entrare in camera un certo omoil quale nella sua persona ei mostrava d'essere storto come una essemaiuscola; e cominciò a dire con un certo suon di voce mestoafflittocome coloro che danno il commandamento dell'anima a queiche hanno a 'ndare a giostiziae disse:

-O Benvenuto! la vostra opera si è guastae non ci èpiú un rimedio al mondo -.

Subitoche io senti' le parole di quello sciaguratomessi un grido tantosmisuratoche si sarebbe sentito dal cielo del fuoco; e sollevatomidel letto presi li mia panni e mi cominciai a vestire; e le serve e'l mio ragazzo e ognuno che mi si accostava per aiutarmiattutti iodavo o calci o pugnae mi lamentavo dicendo:

-Ahi traditoriinvidiosi! Questo si è un tradimento fatto aarte; ma io giuro per Dio che benissimo i' lo conoscerò einnanzi che io muoia lascerò di me un tal saggio al mondochepiú d'uno ne resterà maravigliato -.

Essendomifinito di vestiremi avviai con cattivo animo inverso bottegadoveio viddi tutte quelle genteche con tanta baldanza avevo lasciatetutti stavano attoniti e sbigottiti. Cominciaie dissi:

-Orsú intendetemie dappoi che voi non avete o saputo o volutoubbidire al modo che io v'insegnaiubbiditemi ora che io sono convoi alla presenza dell'opera mia; e non sia nessuno che mi sicontrapongaperché questi cotai casi hanno bisogno di aiuto enon consiglio -.

Aqueste mie parole e' mi rispose un certo maestro AlessandroLastricati e disse:

-VedeteBenvenutovoi vi volete mettere a fare una impresala qualemai nollo promette l'artené si può fare in modonissuno -.

Aqueste parole io mi volsi con tanto furore e resoluto al maleche eie tutti gli altritutti a una voce dissono:

-Súcomandateche tutti vi aiuteremo tanto quanto voi cipotrete comandarein quanto si potrà resistere con la vita -.

Equeste amorevol parole io mi penso che ei le dicessino pensando cheio dovessi poco soprastare a cascar morto. Subito andai a vedere lafornacee viddi tutto rappreso il metallola qual cosa si domandal'essersi fatto un migliaccio. Io dissi a dua manovaliche andassinoal dirimpettoin casa 'l Capretta beccaioper una catasta di legnedi quercioli giovaniche erano secchi di piú di uno annolequali legne madonna Ginevramoglie del detto Caprettame l'avevaofferte; e venute che furno le prime bracciatecominciai a impierela braciaiuola. E perché la quercia di quella sorte fa 'l piúvigoroso fuoco che tutte l'altre sorte di legneavvenga che e' siadopera legne di ontano o di pino per fondere per l'artiglierieperché è fuoco dolce; oh quando quel migliacciocominciò a sentire quel terribil fuocoei si cominciòa schiariree lampeggiava. Dall'altra banda sollecitavo i canaliealtri avevo mandato sul tetto arriparare al fuocoil quale per lamaggior forza di quel fuoco si era maggiormente appiccato; e di versol'orto avevo fatto rizzare certe tavole e altri tappeti e pannacciche mi riparavano all'acqua.


LXXVII.Di poi che io ebbi dato il rimedio attutti questi gran furoriconvoce grandissima dicevo ora a questo e ora a quello:

-Porta qualeva là - di modo cheveduto che 'l dettomigliaccio si cominciava a liquefaretutta quella brigata con tantavoglia mi ubbidiva che ogniuno faceva per tre. Allora io fecipigliare un mezzo pane di stagnoil quale pesava in circa a 6olibbree lo gittai in sul migliaccio dentro alla fornaceil qualecone gli altri aiuti e di legne e di stuzzicare or co' ferri e orcone stanghein poco spazio di tempo e' divenne liquido. Or vedutodi avere risuscitato un mortocontro al credere di tutti quegliignorantie' mi tornò tanto vigore che io non mi avvedevo seio avevo piú febbre o piú paura di morte. Innun trattoei si sente un romore con un lampo di fuoco grandissimoche parvepropio che una saetta si fussi creata quivi alla presenza nostra; perla quale insolita spaventosa paura ogniuno s'era sbigottitoe io piúdegli altri. Passato che fu quel grande romore e splendorenoi cicominciammo a rivedere in viso l'un l'altro; e veduto che 'lcoperchio della fornace si era scoppiato e si era sollevato di modoche 'l bronzo si versavasubito feci aprire le bocche della miaforma e nel medesimo tempo feci dare alle due spine. E veduto che 'lmetallo non correva con quella prestezza ch'ei soleva fareconosciuto che la causa forse era per essersi consumata la lega pervirtú di quel terribil fuocoio feci pigliare tutti i miapiatti e scodelle e tondi di stagnoi quali erano in circa adugentoe a uno a uno io gli mettevo dinanzi ai mia canalie partene feci gittare drento nella fornace; di modo cheveduto ogniuno che'l mio bronzo s'era benissimo fatto liquidoe che la mia forma siempievatutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e ioor qua e or là comandavoaiutavo e dicevo:

-O Dioche con le tue immense virtú risuscitasti da e' mortie glorioso te ne salisti al cielo! - di modo che innun tratto e's'empié la mia forma; per la qual cosa io m'inginochiai e contutto 'l cuore ne ringraziai Iddio; dipoi mi volsi a un piattod'insalata che era quivi in sur un banchettaccioe con grandeappetito mangiai e bevvi insieme con tutta quella brigata; dipoi men'andai nel letto sano ellietoperché gli era due ore innanziil giorno; e come se mai io non avessi aùto un male al mondocosí dolcemente mi riposavo. Quella mia buona servasenza cheio le dicessi nullami aveva provvisto d'un grasso capponcello; dimodo chequando io mi levai del lettoche era vicino all'ora deldesinarela mi si fece incontro lietamentedicendo:

-Ohè questo uomo quello che si sentiva morire? Io credo chequelle pugna e calci che voi davi annoi stanotte passataquando voieri cosí infuriatoche con quel diabolico furore che voimostravi d'averequella vostra tanto smisurata febbreforsespaventata che voi non dessi ancora alleisi cacciò a fuggire-.

Ecosí tutta la mia povera famigliuolarimossa da tantospavento e da tante smisurate faticheinnun tratto si mandò aricomperarein cambio di quei piatti e scodelle di stagnotantestoviglie di terrae tutti lietamente desinammoche mai non miricordo in tempo di mia vita né desinare con maggior letiziané con migliore appetito. Dopo 'l desinare mi vennono atrovare tutti quegli che mi avevano aiutatoi quali lietamente sirallegravanoringraziando Iddio di tutto quel che era occorsoedicevano che avevano imparato e veduto fare cosele quali era daglialtri maestri tenute impossibili. Ancora ioalquanto baldanzosoparendomi d'essere un poco saccenteme ne gloriavo; e messomi manoalla mia borsatutti pagai e contentai. Quel mal uomonimico miomortaledi messer Pierfrancesco Riccimaiordomo del Ducacon grandiligenzia cercava di intendere come la cosa si era passata; di modoche quei duadi chi io avevo aùto sospetto che mi avessinofatto fare quel migliacciogli dissono che io nonnero uno uomoanziero uno spresso gran diavoloperché io avevo fatto quello chel'arte nollo poteva fare; con tante altre gran cosele quali sarienostate troppe a un diavolo. Sí come lor dicevano molto piúdi quello che era seguitoforse per loro scusail detto maiordomolo scrisse subito al Ducail quale era a Pisaancora piúterribilmente e piene di maggior maraviglie che coloro non gliavevano detto.


LXXVIII.Lasciato che io ebbi dua giorni freddare la mia gittata operacominciai a scoprirla pian piano; e trovaila prima cosala testadella Medusache era venuta benissimo per virtú deglisfiatatoisí come io dissi al Duca che la natura del fuoco siera l'andare all'insú; di poi seguitai di scoprire il restoetrovai l'altra testacioè quella del Perseoche era venutasimilmente benissimo; e questa mi dette molto piú dimeravigliaperché sí come e' si vedel'è piúbassa assai bene di quella della Medusa.


Eperché le bocche di detta opera si erano poste nel disopradella testa del Perseo e per le spalleio trovai che alla fine delladetta testa del Perseo si era appunto finito tutto 'l bronzo che eranella mia fornace. E fu cosa maravigliosache e' non avanzòpunto di bocca di gettoné manco non mancò nulla; chequesto mi dette tanta maravigliache e' parve propio che la fussicosa miracolosaveramente guidata e maneggiata da Iddio. Tiravofelicemente innanzi di finire di scoprirlae sempre trovavo ognicosa venuto benissimoin sino a tanto che e s'arivò al piededella gamba diritta che posadove io trovai venuto il calcagno; eandando innanzivedevol essere tutto pienodi modo che io da unabanda molto mi ralegravo e da un'altra parte mezzo e' m'era discarosolo perché io avevo detto al Ducache e' non poteva venire.Di modo che finendolo di scopriretrovai che le dita non eranovenutedi detto piedee non tanto le ditama e' mancava sopra ledita un pochettoattale che gli era quasi manco mezzo; e se bene e'mi crebbe quel poco di faticaio l'ebbi molto carosolo permostrare al Duca che io intendevo quello che io facevo. E se bene gliera venuto molto piú di quel piede che io non credevoe'n'era stato causa che per i detti tanti diversi accidenti il metallosi era piú caldoche non promette l'ordine dell'arte; eancora per averlo aùto assoccorrerlo con la lega in quel modoche s'è dettocon quei piatti di stagnocosa che mai peraltri non s'è usata. Or veduta l'opera mia tanto bene venutasubito me n'andai a Pisa a trovare il mio Duca; il quale mi fece unatanto gratissima accoglienzaquanto immaginar si possa al mondo; eil simile mi fece la Duchessa; e se bene quel lor maiordomo gli avevaavvisati del tuttoei parve alloro Eccellenzie altra cosa piústupenda e piú meravigliosa il sentirla contare a mme in voce;e quando io venni a quel piede del Perseoche non era venutosícome io ne avevo avvisato in prima Sua Eccellenzia illustrissimaiolo viddi empiere di meravigliae lo contava alla Duchessasi comeio gnel' avevo detto innanzi. Ora veduto quei mia Signori tantopiacevoli inverso di meallora io pregai il Ducache mi lasciassiandare insino a Roma. Cosí benignamente mi dette licenziaemi disse che io tornassi presto affinire 'l suo Perseoe mi fecelettere di favore al suo imbasciadoreil quale era AverardoSerristori: ed erano li primi anni di papa Iulio de' Monti.


LXXIX.Innanzi che io mi partissidetti ordine ai mia lavoranti cheseguitassino sicondo 'l modo che io avevo lor mostro. E la cagioneperché io andai si fu che avendo fatto a Bindo d'AntonioAltoviti un ritratto della sua testagrande quanto 'l propio vivodi bronzoe gnel'avevo mandato insino a Romaquesto suo ritrattoegli l'aveva messo innun suo scrittoioil quale era molto riccamenteornato di anticaglie e altre belle cose; ma il detto scrittoiononnera fatto per sculturené manco per pittureperchéle finestre venivano sotto le dette belle operedi sorte cheperavere quelle sculture e pitture i lumi al contrariole nonmostravano benein quel modo che le arebbono fatto se le avessinoaùto i loro ragionevoli lumi. Un giorno si abbatté 'ldetto Bindo a essere in su la sua portae passando MichelagnoloBuonarotiscultoreei lo pregò che si degnassi di entrare incasa sua a vedere un suo scrittoio; e cosí lo menò.Subito entratoe vedutodisse:

-Chi è stato questo maestro che v'ha ritratto cosí benee con sí bella maniera? E sappiate che quella testa mi piacecomee meglio qualcosa che si faccino quelle antiche; e pur le sonodelle buone che di loro si veggono; e se queste finestre fussino lordi sopracome le son lor di sottole mostrerrieno tanto megliochequel vostro ritratto infra queste tante belle opere si farebbe ungrande onore -.

Subitopartito che 'l detto Michelagnolo si fu di casa 'l detto Bindoei miscrisse una piacevolissima lettera la quale diceva cosí:"Benvenutomioio v'ho conosciuto tanti anni per il maggiore orefice che mai cisia stato notizia; e ora vi conoscerò per scultore simile.Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testadel suo ritrattodi bronzoe mi disse che l'era di vostra mano; ion'ebbi molto piacere; ma e' mi seppe molto male che l'era messa acattivo lumeche se l'avessi il suo ragionevol lumela simostrerrebbe quella bella opera che l'è". Questa letterasi era piena delle piú amorevol parole e delle piúfavorevole inverso di me: che innanzi che io mi partissi per andare aRomal'avevo mostrata al Ducail quale la lesse con moltaaffezionee mi disse:

-Benvenutose tu gli scrivi e faccendogli venir voglia di tornarsenea Firenzeio lo farei de' Quarantotto -.

Cosíio gli scrissi una lettera tanta amorevolee innessa gli dicevo daparte del Duca piú l'un cento di quello che io avevo aùtola commessione; e per non voler fare errorela mostrai al Duca inprima che io la suggellassie dissi a Sua Eccellenzia illustrissima:

-Signoreio ho forse promessogli troppo -.

Eirispose e disse:

-E' merita piú di quello che tu gli hai promessoe io glieleatterrò da vantaggio -.

Aquella mia lettera Michelagnolo non fece mai rispostaper la qualcosa il Duca mi si mostrò molto sdegnato seco.


LXXX.Oragiunto che io fui a Romaandai alloggiare in casa del dettoBindo Altoviti: ei subito mi disse come gli aveva mostro 'l suoritratto di bronzo a Michelagnoloe che ei lo aveva tanto lodato;cosí di questo noi ragionammo molto allungo. Ma perchégli aveva in mano di mio mille dugento scudi d'oro innoroi quali ildetto Bindo me gli aveva tenuti insieme di cinque mila similichelui ne aveva prestati al Ducache quattro mila ve n'era de' sua e innome suo v'era li miae' me ne dava quel utile della parte mia chee' mi si preveniva; qual fu la causa che io mi messi a fargli ildetto ritratto. E perché quando 'l detto Bindo lo vide diceraei mi mandò a donare 50scudi d'oro per un suo serGiuliano Paccalli notai'che stava secoi quali dinari io non glivolsi pigliare e per il medesimo gliele rimandaie di poi dissi aldetto Bindo:

-A me basta che quei mia dinari voi me gli tegniate vivi; e che e' miguadagnino qualche cosa - io mi avvidi che gli aveva cattivo animoperché in cambio di farmi carezzecome gli era solito difarmiegli mi si mostrò rigido; e con tutto che ei mi tenessiin casamai non mi si mostrò chiaroanzi stava ingrognato.Pure con poche parole la risolvemmo: io mi persi la mia fattura diquel suo ritratto e il bronzo ancorae ci convenimmo che quei miadinari e' gli tenessi a 15 per cento a vita mia durante naturale.


LXXXI.In prima ero ito a baciare i piedi al Papa; e in mentre che ioragionavo col Papasopra giunse messer Averardo Serristoriil qualeera imbasciadore del nostro Duca; e perché io avevo mossicerti ragionamenti con el Papacon e' quali io credo che facilmentemi sarei convenuto seco e volentieri mi sarei tornato a Roma per legran difficultà che io avevo a Firenze; ma 'l dettoimbasciatore io mi avvidi che egli aveva operato in contrario.


Andaia trovare Michelagnolo Buonaroti e gli replicai quella lettera che diFirenze io gli avevo scritto da parte del Duca.


Eglimi rispose che era impiegato nella fabbrica di San Pieroe che percotal causa ei non si poteva partire. Allora io gli dissiche da poiche e' s'era resoluto al modello di detta fabbricache ei potevalasciare il suo Urbinoil quale ubbidirebbe benissimo quando lui gliordinassi; e aggiunsi molte altre parole di promesse; dicendoglieledapparte del Duca. Egli subito mi guardò fisoe sogghignandodisse:

-E voi come state contento seco? - Se bene io dissi che stavocontentissimoe che io ero molto ben trattoei mostrò disapere la maggior parte dei mia dispiaceri; e cosí mi risposech'egli sarebbe difficile il potersi partire.


Alloraio aggiunsi che ci farebbe 'l meglio a tornare alla sua patrialaquale era governata da un Signore giustissimo e il piú amatoredelle virtute che mai altro Signore che mai nascessi al mondo. Sícome di sopra ho dettogli aveva seco un suo garzoneche era daUrbinoil quale era stato seco di molti anni e lo aveva servito piúdi ragazzo e di serva che d'altro: e il perché si vedevache'l detto non aveva imparato nulla dell'arte; e perché io avevostretto Michelagnolo con tante buone ragioneche e' non sapeva chedirsi subitoei si volse al suo Urbino con un modo di domandarloquel che gnele pareva. Questo suo Urbino subitocon un suovillanesco modoco' molta gran voce cosí disse:

-Io non mi voglio mai spiccare dal mio messer Michelagnoloinsino oche io scorticherò lui o che lui scorticherà me -.

Aqueste sciocche parole io fui sforzato a rideree senza dirgliaddiocolle spalle basse mi volsie parti' mi.


LXXXII.Da poi che cosí male io avevo fatto la mia faccenda con BindoAltoviticol perdere la mia testa di bronzo e 'l dargli li miadanari a vita miaio fui chiaro di che sorte si è la fede deimercatantie cosí malcontento me ne ritornai a Firenze.Subito andai a Palazzo per visitare il Duca; e Sua Eccellenziaillustrissima si era a Castellosopra 'l Ponte a Rifredi. Trovai inPalazzo messer Pierfrancesco Riccimaiordomoe volendomi accostareal detto per fare le usate cerimoniesubito con una smisuratamaraviglia disse:

-Oh tu sei tornato! - e colla medesima maravigliabattendo le manidisse:

-Il Duca è a Castello - e voltomi le spalle si partí. Ionon potevo né sapere né immaginare il perchéquella bestia si aveva fatto quei cotai atti. Subito me n'andai aCastelloed entrato nel giardinodove era 'l Ducaio lo vidi didiscostoche quando ei mi videfece segno di meravigliarsie mifece intendere che io me n'andassi.


Ioche mi ero promesso che Sua Eccellenzia mi facessi le medesimecarezze e maggiore ancora che ei mi fece quando io andaior vedendouna tanta stravaganzamolto malcontento mi ritornai a Firenze; eriprese le mie faccendesollicitando di tirare a fine la mia operanon mi potevo immaginare un tale accidente da quello che e' sipotessi procedere: se non che osservando in che modo mi guardavamesser Sforza e certi altri di quei piú stretti al Ducae' mivenne voglia di domandare messer Sforza che cosa voleva dire questo;il quale cosí sorridendodisse:

-Benvenutoattendete a essere uomo dabbenee non vi curate d'altro-.

Pochigiorni appresso mi fu dato comodità che io parlai al Ducaedei mi fece certe carezze torbide e mi domandò quello che sifaceva a Roma:


cosí'l meglio che io seppi appiccai ragionamentoe gli dissi della testache io avevo fatta di bronzo a Bindo Altoviticon tutto quel che eraseguito. Io mi avvidi che gli stava a 'scoltarmi con grandeattenzione: e gli dissi similmente di Michelagnolo Buonaroti iltutto. Il quale mostrò alquanto sdegno; e delle parole del suoUrbinodi quello 'scorticamento che gli aveva dettoforte se nerise; poi disse:

-Suo danno - e io mi parti'. Certo che quel ser Pierfrancescomaiordomodoveva aver fatto qualche male uffizio contra di me coneil Ducail quale non gli riuscí: che Iddio amatore dellaverità mi difesesí come sempre insino a questa miaetà di tanti smisurati pericoli e' m'ha scampatoe spero chemi scamperà insino al fine di questa miase bene travagliatavita; pure vo innanzisol per sua virtúanimosamentenémi spaventa nissun furore di fortuna o di perverse stelle: sol mimantenga Iddio nella sua grazia.


LXXXIII.Or senti un terribile accidentepiacevolissimo lettore.


Conquanta sollicitudine io sapevo e potevoattendevo a dar fine allamia operae la sera me n'andavo a veglia nella guardaroba del Ducaaiutando a quegli orefici che vi lavoravano per Sua Eccellenziaillustrissima; ché la maggior parte di quelle opere che lorfacevano si erano sotto i mia disegni: e perché io vedevo che'l Duca ne pigliava molto piaceresí del vedere lavorare comedel confabulare mecoancora e' mi veniva a proposito lo andarvialcune volte di giorno. Essendo un giorno in fra gli altri nelladetta guardarobail Duca venne al suo solito e piú volentieriassaisaputo Sua Eccellenzia illustrissima che io v'ero; e subitogiunto cominciò arragionar meco di molte diverse epiacevolissime cosee io gli rispondevo appropositoe lo avevo dimodo invaghitoche ei mi si mostrò piú piacevole chemai ei mi si fussi mostro per il passato. Innun tratto e' comparve undei sua segretariiil quale parlando all'orecchio di Sua Eccellenziaper esser forse cosa di molta importanzasubito il Duca si rizzòe andossene innun'altra stanza con el detto segretario. E perchéla Duchessa aveva mandato a vedere quel che faceva Sua Eccellenziaillustrissimadisse il paggio alla Duchessa:

-Il Duca ragiona e ride con Benvenutoed è tutto in buona -.

Intesoquestola Duchessa subito venne in guardaroba e non vi trovando 'lDucasi messe a sedere appresso a noi; e veduto che la ci ebbe unpezzo lavorarecon gran piacevolezza si volse a me e mi mostròun vezzo di perle grossee veramente rarissimee domandandomiquello che e' me ne parevaio le dissi che gli era cosa molto bella.Allora Sua Eccellenzia illustrissima mi disse:

-Io voglio che il Duca me lo comperi; sí cheBenvenuto miolodalo al Duca quanto tu sai e puoi al mondo -.

Aqueste parole iocon quanta reverenzia seppimi scopersi allaDuchessae dissi:

-Signora miaio mi pensavo che questo vezzo di perle fussi di VostraEccellenzia illustrissima; e perché la ragione non vuole chee' si dica mai nessuna di quelle cose che saputo el nonnessere diVostra Eccellenzia illustrissima ei mi occorre direanzi e' m'èdi necessità il dirle; sappi Vostra Eccellenzia illustrissimacheper essere molto mia professioneio conosco in queste perle dimoltissimi difettiper i quali già mai vi consiglierei cheVostra Eccellenzia lo comperassi -.

Aqueste mie parole lei disse:

-Il mercatante me lo dà per sei mila scudi: che se e' nonavessi qualcuno di quei difettuzzie' ne varrebbe piú didodici mila -.



Alloraio dissiche quando quel vezzo fussi di tutta infinita bontàche io non consiglierei mai persona che aggiugnessi a cinque milascudi; perché le perle non sono gioie; le perle sono un ossodi pesce e in ispazio di tempo le vengono manco; ma i diamantie irubini e gli smeraldi nonninvecchianoe i zaffiri:


questequattro son gioiee di queste si vuol comperare. A queste mieparolealquanto sdegnosetta la Duchessa mi disse:

-Io ho voglia or di queste perlee però ti priego che tu leporti al Ducae lodale quanto tu puoi e sai al mondo; e se bene e'ti par dire qualche poco di bugiedille per far servizio a me; chébuon per te -.

Ioche son sempre stato amicissimo della verità e nimico dellebugieed essendomi di necessitàvolendo non perdere lagrazia di una tanto gran principessacosí malcontento presiquelle maledette perlee andai con esse in quell'altra stanzadoves'era ritirato 'l Duca. Il quale subito che e' mi videdisse:

-O Benvenutoche vai tu faccendo? - Scoperto quelle perledissi:

-Signor mioio vi vengo a mostrare un bellissimo vezzo di perlerarissimo e veramente degno di Vostra Eccellenzia illustrissima; eper ottanta perleio non credo che mai e' se ne mettessi tanteinsiemeche meglio si mostrassino innun vezzo; sí checomperateleSignoreche le sono miracolose -.

Subito'l Duca disse:

-Io nolle voglio comperareperché le non sono quelle perle nédi quella bontà che tu di'e le ho vistee non mi piacciono-.

Alloraio dissi:

-PerdonatemiSignoreche queste perle avanzano di infinita bellezzatutte le perle che per vezzo mai fussino ordinate -.

LaDuchessa si era rittae stava dietro a una porta e sentiva tuttoquello che io dicevo; di modo chequando io ebbi detto piú dimille cose piú di quel che io scrivoil Duca mi si volse conbenigno aspettoe mi disse:

-O Benvenuto mioio so che tu te ne 'ntendi benissimo: e se cotesteperle fussino con quelle virtú tante rare che tu apponi loroa mme non parrebbe fatica il comperarlesí per piacere allaDuchessae sí per averle; perché queste tal cose misono di necessitànon tanto per la Duchessaquanto perl'altre mia faccende di mia figliuoli e figliuole -.

Eio a queste sue paroledappoi che io avevo cominciato a dir lebugieancora con maggior aldacia seguitavo di dirnedando loro ilmaggior colore di veritàacciò che 'l Duca me lecredessifidandomi della Duchessache attempo ella mi dovessiaiutare. E perché ei mi si preveniva piú di dugentoscudifaccendo un cotal mercatoe la Duchessa me n'aveva accennatoio m'ero resoluto e disposto di non voler pigliare un soldosolo permio scampoacciò che 'l Duca mai nonnavessi pensato che io lofacessi per avarizia. Di nuovo 'l Duca con piacevolissime parolemosse addirmi:

-Io so che tu te ne intendi benissimo: imperò se tu se'quell'uomo dabbeneche io mi son sempre pensato che tu siaor dimmi'l vero -.

Alloraarrossiti li mia occhi e alquanto divenuti umidi di lacrimedissi:

-Signor miose io dico 'l vero a Vostra Eccellenzia illustrissimalaDuchessa mi diventa mortalissima inimicaper la qual cosa io sarònecessitato andarmi con Dioe l'onor del mio Perseoil quale io hopromesso a questa nobilissima Scuola di Vostra Eccellenziaillustrissimasubito li inimici miei mi vitupereranno; sí cheio mi raccomando a Vostra Eccellenzia illustrissima.


LXXXIV.Il Ducaavendo conosciuto che tutto quello che io avevo detto e'm'era stato fatto dire come per forzadisse:

-Se tu hai fede in menon ti dubitare di nulla al mondo -.

Dinuovo io dissi:

-OimèSignor miocome potrà egli essere che laDuchessa nullo sappia? - A queste mie parole 'l Duca alzò lafede e disse:


-Fa conto di averle sepolte innuna cassettina di diamanti -.

Aqueste onorate parolesubito io dissi il vero di quanto io intendevadi quelle perlee che le non valevano troppo piú di dumilascudi. Avendoc