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GiovanniCena


Gliammonitori






ALLETTORE


Questolibro non è che l'autobiografia d'un povero tipografo. Ilmanoscritto mi fu affidato da una signorache lo trovò inuna soffitta dei sobborghi di Torino: ella aveva conosciuto ilgiovaneche viveva isolatoe di cui non avrebbe mai potutosospettare lo strano e disperato progetto. Da sue indagini risultala probabilità ch'egli sia perito nell'ultima inondazione delPodove più d'un coraggioso rimase vittima del proprioeroismo.

Loscrittoche ho tutt'intero copiato e talvolta interpretatoera sulrovescio d'un fascio di bozze. Evidentemente s'era molto indugiato sudi essoper abitudine professionale e per un istinto d'artistach'egli possedeva senza dubbio. Fece egli le due copie di cui parlanella prima pagina? Forse sìe può darsi che quellavoro lo distraesse alfine dal suo folle proposito: o fors'ancoegli portava indosso il suo memorialequandomentre vagavadisoccupato poco lungi dal villaggio natìogli si offerseun'opportunità d'azione più immediatapiùimperiosa e più umana.

Egliera uno dei tipi caratteristici del nostro periodouno di quegliorganismi di pura sensibilità e intelligenzache il casodella nascita espone ad essere inesorabilmente schiacciati dalmeccanismo ancora rudimentale della nostra società. La loroesistenza è un sintomo.

Perciòho pubblicato questo scrittoin cui non intervenni che per mutarqualche nome e aggiungere un titolo che mi pareva chiaramenteindicato dal contesto.






I.

Nacquia Gàssinonella valle del Po. Non ho conosciuto mia madre.Mio padre era fornaciaio: colle gambe nude nella fossatagliava lacreta giallal'impastavala metteva nella forma da mattoni: es'allineavano innumerevoli i mattoni sull'aia levigataparevanograndi paniinzuccherati di sabbia fina.

Paneinvece non ne guadagnava molto: ma i suoi ottanta centesimigiornalieri procuravano a lui e a me polenta il mezzogiorno eminestra la sera. L'inverno non si lavorava; quando i primi geli ciavevano coperte le mani di crepaccicessavamo: ci riparavamo alloranella stalla d'un vicino che aveva bestiamee quando non nevicavaandavamo a far legna nei boschi dei signoriraccogliendo soltantoil seccume e i ceppi putridi che vendevamo a un soldo il fascio:

standotutto il giorno nei boschi e portando sulla schiena fino al villaggiodue o tre fasciguadagnavamo sette od otto soldi.

Perciòl'inverno si mangiava menoquantunque avessi molta più fame:è vero che il pane di granoturcopesante e giallo come inostri mattonici faceva credere d'aver sempre lo stomaco pieno.

Afebbraiosull'aia! E anch'io nella mota gialla fin sopra ilginocchiocol sole che dava la febbre: per ciò mio padre eragiallo e io ho l'aria d'aver l'itterizia. Ma questo non monta.

Miopadre morì. Il sindaco ricorse per me a Torino e fui raccoltonella Pia Casa. Qui mi si insegnò qualche cosa: d'inverno alpaese ero andato a scuola e sapevo il catechismo e la storia sacra:qui mi fecero ripetere la storia sacra e il catechismo e un po' distoria romanaMuzio Scevola e Brutopiù i diritti e doveridel cittadino italiano.

Piùtardi mi posero come apprendista in una stamperia. Correvo tutto ilgiorno per città a portare commissioni e bozze e tornavoall'ospizio la sera. La domenica si passava gran parte in chiesa esolo il canto e l'organo me la facevano parere meno gravosa. Quandomi misero alla cassa di compositoreimparai rapidamente. Ebbi tostoun buon salario e potei uscire dalla Pia Casa.

Intantofrequentavo le scuole serali: studiai parecchio: imparai l'italiano eil francese e cosìda menella mia soffitta abitavo inBorgo San Secondo e mangiavo alla Cucina popolare volli ancheconoscere un po' la grammatica latinasenza di cui non si possonoapprofondire quelle lingue. Perché il mio scopo era didiventare correttore.

Adir il verosui diciott'anni mi domandai se non avessi delleattitudini a far parecchie altre cosea cantarea disegnareascrivere e perfino a far della filosofia... Mi ricordo vagamented'una primavera in cui affermai a me stesso con un certo turbamentoche la vita doveva essere assai bella: il cielola terrale cose ele personetutto era pieno d'una grande simpatia per me!

Ciòdurò poco. Sentendomi divenir malinconicomi riposi astudiare. Non avevo alcuna preoccupazione che mi frastornasseseriamente: ottenni presto un posto di correttore alla SocietàEditrice Scientifica; dapprima fui impiegato in lavori di pococonto; indiconosciutasi la mia buona volontàmi si poseattorno a lavori di maggiore importanzasopratutto a traduzioni diopere scientifiche.

Lamia professione mi dava molte compiacenze. Ero a contatto con gentedi scienza e talvolta cercavo mostrare a qualcunoche comprendevomolto di più che non desse a presumere la mia condizione: piùd'uno mi piantò gli occhi in faccia con stuporequando gliindicai certe contraddizioni nel corso d'un lavoro o gli suggeriiumilmente certe trasposizioni che avrebbero giovato all'ordineall'equilibrio non soltanto tipograficod'una trattazione.

Passaronocredocinque o sei anni. Nel gettar su carta questi ricordi non hotempo d'indugiarmi: ricordare è dolceanche i dolorima lavita incalza o piuttosto la morte...

Orson quattro anniandai ad abitare in Borgo San Donato. A questopunto incomincia la mia vita: Perché prima non avevo vissutovale a dire non avevo sentito nulla dentro di menon mi ero dettoneanche un momento: "To'sei quiMartino: c'è tantagente al mondo: tu vali quanto qualcheduno...".

Abitavonelle soffitte della casa n.** di via San Donato. C'erano 142 scaliniche facevo ogni sera a due per voltariducendoli così ametà. Allora non avevo il batticuore... Una seramontavoallungando il braccio alla ringhiera di ferroa testa china;rischiai di sfondare il ventre a uno che discendevail quale perl'urto sedette sugli scalini senza fiato. Ahilo stesso m'eraaccaduto qualche settimana prima con un giovinotto elegante che avevaalzato il bastone a percuotermima aveva colpito soltanto laringhieraperché io era già in alto...

Chiesiperdono con una grande vergogna al povero diavolo che avevo dinanzi.

Vidiun sorriso di fanciullo in una faccia pallida e patita: l'aiutai adalzarsi: era piccolodi membra gracilicon un viso fine dominato dauna fronte enorme. Egli riprese a discenderedopo avermi guardatocon due occhi acuti e dolciindimenticabili.

Ionon avevo mai badato di proposito agli inquilini delle soffitte.Uscivo la mattinaalle cinque d'estatealle sei d'invernoe nontornavo che la sera tardistanchissimo. Qualche bestemmia diubbriacoqualche urlo di donna percossaqualche strillo di bimbole martellate di un calzolaio mattochiamato Cimisinmi destavanotalvolta d'improvvisoma non mi davano inquietudine. A poco a pocosenza volerlovidi chi fosse l'ubriacone e la donna percossa chestavano entrambi nella soffitta attigua alla miae parecchi deglisquallidi abitanti di quel lunghissimo corridoio a ferro di cavallofiancheggiato d'una quarantina di cellette dall'uscio color caffèquasi sempre chiuse lungo il giorno e piene la notte di agitazioni edi sonni più pesanti che la morte.

Ilgiorno dopoera una domenica di ottobrerimasi in casa fino atardicosa che mi capitava ben di radoperché quelbugigattolo non m'invitava a trattenermi fuorché per dormireenato in campagnaamavo passarvi tutto il dì festivodavero vagabondo solitario... (Feci perfino una piccola collezione dipiante e d'insettiaiutandomi per la classificazione con le visiteal museo zoologico). La ragione era in questoche attendevo dalcalzolaio matto le mie scarpee quegli non se la sbrigava. Bel tipo!Egli zufolava come un flauto e sapeva a memoria tutto il Barbiereche eseguiva secondandolo colla battuta del martello o collebracciate dello spago:

zufolavadei fu fu interminabili o vocalizzava agilissimamente lalla lirolirolla! Un merlo in una gabbia gareggiava con luiripetendomigliaia di volte la prima battuta dell'Inno di Garibaldi. Cimisinaveva inventato una macchina per volare e diceva che senza iframassoni essa sarebbe già adottata dall'esercito italiano.

Dopoaverlo lasciato fischiettar Rossini parecchie oremi risolvetti adaffrontarlo nella sua tana. Aveva sempre l'uscio apertoanche lanotteperché temeva che i fabbri glielo scassinasseroifabbri erano altri suoi persecutoricome i framassoni soltantoteneva sempre dinanzi alla porta una tendaper la decenza.

Stavoper gridare: "Si può?"quando al fondo delcorridoio vedo uscir dall'ombra una figura di giovinettapallidissimacogli occhi stravolticome pazza. Io occupavo ilpassaggio: quando mi fu vicina si coprì la facciastrisciòlungo il muro e prese a scendere rapidamente. Appena scomparsa leidalla stessa parte un uomo si slancia. Era il giovane che avevourtato per le scale il giorno prima. Aveva la faccia come pesta egli occhi smarriti.


-Miasorella? singhiozzò rivolgendosi a me.


-E'scesadiss'io subito.

Siprecipitò anch'egli per la scala. Ed io dietro in ciabattechiedendogli con imbarazzo:


-Signorescusisignore!

Giunsianch'io sulla strada. Ma la portinaiache avea veduto scendere ilgiovanelo afferrò per un braccio e lo spinse nella suacamera. Là la sorellaaccosciata in terrasi torceva insinghiozzi convulsivi.

Eglidiede un gran sospirostrinse il braccio di lei per sollevarla: mail corpo non consentiva: l'alzò con forzacon ira. Pois'intenerì subito:


-PoveraLena! mormorò.

Lasua voce era profonda e vibrante d'una dolcezza repressa. Ad untratto strinse con ambo le mani la faccia di leifiggendole gliocchi negli occhipoi lasciò cader le braccia come esausto:


-VienisopraLena!

Ellachinò gli occhi e obbedì.

Scopriiun istante un volto biancodelle labbra pallidenon segnato che dadue grandi occhi dalle sopracciglia nere. Ricordai ad un trattoquelle sopraccigliail cui disegno puro mi s'era certo impressonegli occhi sfiorando lei chissà quante volte distrattamenteper le scale.

Chefare? Seguirli mi pareva sconveniente. Quando furono salitichiesialla portinaia:


-Cheavviene? Ne sapete qualcosa voi?


-Eh!non ne so niente... Ma lo dicevo io! I signori sono tutti uguali.

Isignori? Non si riferiva certo ai miei compagni delle soffitte.


-Chec'entrano i signori? dissi.


-Mah!Misteri! Del resto lo sanno tutti. Non ha osservato mai un belgiovinotto nei corridoi? Era lui. E adesso chi l'ha visto l'ha visto.Tutti compagni... Buon giornosignor Stanga!

Emi piantò in asso. Risalii. Appoggiato al davanzale della miafinestrache dava nel cortileascoltavo. Trattavasi forse delgiovinotto elegante da me urtato sulle scale giorni prima...? Lefinestre di fronte eran tutte apertefuorché una; dovevaesser quella... E un pianto lontanopianto di bambinonondiscernevo se di lei o del fratellosi mescolava ora al fischiettìoallegrissimo del mio calzolaio.


-La mia vitail lavorole lezioni serali all'UniversitàPopolaremi ripresero. Ma rincasando tardimentre sedevo asbrigare i miei còmpiti sotto la lampada a petroliodavo piùretta ora ai rumori della soffittaalla vita notturna di quellaspecie di chiostro aereo ove nessuno conosceva o vedeva forse mai ilvicino; esseri umani le cui sofferenzele cui gioie di un attimoicui riposi pesantidivisi soltanto da un sottil murogettavan neicorridoi rumori indistintivagitigemitironfibestemmie. Eallora sentivo qualcosa che entrava in mequalcosa di tutti quegliessericon un senso quasi di molestia: pareva che la lor vita gravepesasse sulla mia: non mi sentivo più libero di esser solo:non ero più solo: coloro m'imponevano qualcosa ch'io nonaccettavo se non con riluttanza. Forse s'io non avessi mai soffertonon avrei sentito questo: ora la sofferenza altrui ridestava quellamia anticasopita nelle mie fibre di fanciullo: e il pensiero chealtri ora dolorava com'io allorami dava l'illusione che deglialtri me stessodegli altri esseri come quel fanciullo giallo ch'iovedevo e vedo ancoracol ventre lacerato dalla fame e le gambenella motaraspassero eternamente nella terra infecondapercoricarvisi alla fine.

Intantoio che prima lavoravo ai libri di poca importanzapassai acorreggere opere di gran valore. Fu allora che lessi per mio ufficiovolumi di cui non capivo gran fattoma ovedopo cento pagine perme mutecerti periodi spandevano nella mia mente onde di splendore.Basti dire che corressi le opere tradotte di Darwindi HaecheldiSchopenhauerdi William Jamesdi Wundtdi Flammarion. Ogni seradinanzi alla mia lampada rileggevo quelle paginedi cui dalbozzista compiacentecon qualche pretestomi facevo tirare unabozza per me; e le pareti della mia soffitta si dilatavanoscomparivano: la mia lampada diventava un sole.

Talvoltail mio capo era talmente pieno di calorepercorso da fremiti eposseduto dalla febbreche aprivo la finestra e mi parevad'immergermi nelle stelle. Oh! gl'immensi mondinati ieri o giàdecrepitipieni di vita o bruciatiirradiati o spenti nelletenebre!

Esovente la finestra di fronte era illuminata: talvolta s'aprivaeuna mezza figura si curvava sul davanzalela gran fronte delfratello di Lena.


-Una sera (era gennaio: son già quasi due anni!) mi avviavoall'Università Popolaredopo cena: aveva nevicato tutto ilgiorno. In piazza Statuto lo spettacolo era stranissimo ed energico.Mucchi di neve venivano ammonticchiati qua e là da uomininerii cui volti erano illuminati fortemente da fumiganti torce aventopiantate in cima a quelli: carretti si caricavano etrascinavano fino alle botoleove il carico si sprofondava. Misoffermai a contemplare un istante. Ad un tratto fui colpito dastupore.

Unmingherlinoavvolto in un pastrano assai leggerocon due occhiardenti sotto un gran cappello a cenciosollevava a stento le suepalate di neve che gettava sul cumulo: lui! il fratello di Lena.

Miscorse e sorrise:


-Buonasera disse con la voce tenera e profonda.


-Anchelei qui? esclamai.


-Comevede! Bisogna lavorare!

Male sue mani erano gracili e lividee le braccia facevano fatica asollevar la pala.


-Nonè lavoro per leicredo!


-Quandonon c'è altro!... Ieri ho guadagnato due lire. E la sua facciamagra pareva raggiasse di gioia.

Unassistente s'avvicinava. Mi incamminai.

Almio ritorno egli era là ancora:


-Nonviene a casa? E' quasi mezzanotte.


-Sìa momenti.


-Alloral'attendo.

Eratrafelatocol cappello buttato indietro sulla nuca; e la sua granfronte splendeva alla luce sanguigna delle torce. Intorno a lui illavoro diveniva più lentoprossimo alla finemonotono etriste: pareva una fatica interminabile d'una bolgia dantesca.

S'avvicinòl'assistente. Era mezzanotte Aveva un foglio in mano e chiamavaciascuno. Io stavo attento; ad un nomeCràstino! egli si levòe s'avvicinò a colui.

Sichiamava Cràstino: il mio latino me ne diceva qualcosa: con unnome simile doveva essere un trovatello. Venne a me sfinito econtento:


-Trelire oggi!


-Maperché non cerca un'altra occupazione più adatta perlei? diss'io.

Dall'aspettoimmagino che abbia studiato.


-Appunto!Perciò sono un buono a nulla. Questo è un lavoro chenon richiede preparazione. Dovrei avere un buon mestiereecco.


-Nonpotrebbe trovar lavoro in qualche ufficiocome segretarioo in unatipografiao che so io?


-Hoprovato: non si trova nulla.

Iopensavo: avrei cercato io stessopoi sarei stato ben contento dioffrirgli un posto...


-Esua sorella? osai domandargli.

Eglisospirò profondamentema non rispose. Di lì a unmomento riprese:


-Trelire... Nevicherà di nuovonon è vero? E guardòil cielo brillante di stelle.


-Noncredo risposi. Domani è sole; d'altronde è domenica.


-E'vero. La domenica dev'esserci il soleper chi lavora tutta lasettimana.

Chisa quando lavorerò di nuovo! Dovrebbe nevicare domani notteno?


-Sele fa piacere! e risi anch'io.


-Cison di quelli che guadagnano uno scudo: l'assistente ti squadratipesa coll'occhioe ti fa la tara. Io peso poco.

Eravamogiunti al nostro palazzo. Aprimmo: dallo scalone coperto di tappetointiepidito dal caloriferoalla scaletta nuda del nostro lubbioneigradini erano sempre più alti: traversavamo così ognisera tutte le zone della società: caldotemperatofreddo:noi eravamo al polo.

Incima della scala io voltavo da una banda e lui dall'altra:


-Vieneun momento da me? Sono solo.

Ecome io esitavo:


-Domanilei non lavora... Chiacchieriamo. Viene?

Emi prese per un braccio. Traversato il corridoio pieno come di ronziiindistintientrammo. Era la mia soffitta tal e quale: la medesimadisposizione del lettocol capezzale verso la parete maggiore e ipiedi verso lo spioventepoiché la forma del tetto non necomporta altra. Un angolo era nascosto da una tenda.

E'solo lei ora? gli domandai.


-Solosì.

Emi guardò in modo che pareva mostrasse una intensa pietàdi me: e gli occhi gli si empierono di lacrime. Aggiunse:


-Leinon può dormire?


-Iodormo come un ghiro! Al mattino non mi leverei mai.


-Perchési mette alla finestra tardissimo?


-Ohun momentoper cacciare il puzzo del petroliodopo avere scritto oletto per ore intere.


-Ahstudia lei? Ha dei libri? E i suoi occhi s'illuminarono.


-Moltissimo.Ho una curiosa biblioteca. Sono correttore di bozze alla SocietàEditrice.


-Perdio!interruppe egli. Dunque lei può leggere SpencerNietzsche...


-Sicuro!Li posseggo quasi per interoe molti altri.


-Liha làin quella soffitta? e s'appressò alla finestracome per penetrare laggiù con lo sguardo.

Mail suo entusiasmo cedette subito S'abbandonò a sedere sullettoche fece un crepitìo di foglie pigiate: appoggiòil gomito al cuscino e la testa sulla manopoi riprese colla vocedolce e profonda:


-D'altrondeè inutile studiare. Io so già tutto. Ciascuno sa quelloche gli è necessario.

Lalucerna gli illuminava la fronte troppo ampiasotto cui le orbite siapprofondivano: gli zigomi prominenti e le mascelle forticontrastavano colla forma della bocca nettamente segnata sotto baffineri e radi e le labbra avevano increspamenti infantili con unaperenne piega dolorosa agli angoli.

Lasua affermazione lo fece sorridere col suo sorriso melanconico.Soggiunse:


-Elei non sente che il necessario a sapersi è molto poco?


-Nonsapreicaro signore risposi. Io ho studiato moltissimo e credo chenon cesserò mai di studiarefinché non senta disaperne abbastanzacioè fino a quando quel poco che conoscosarà unito e compatto. Ohso bene! Ogni ramo di scienzarichiede una vita intera. Io ero pazzo per l'entomologia: ebbenel'ho piantata perché sentivo che sarei andato al camposantosenza conoscerla interamente.


-Sela sarebbe fatta insegnare dai vermi!


-Noperché mi farò cremare.

Eglisi mise a ridere:


-Inutileamico. Ci sono i microbî che ci fanno vivere e quelli che cifanno morire. Questi ultimi la vinceranno... E ci sono altri microbîche spazzano anche le nostre spoglie per far posto ai nuoviarrivati.


-Questol'ho letto anch'io. E dunque vero?


-Verissimo.


-Già:noi siamo colonie. Ogni gruppo di microrganismi ha l'ufficio dimantenere un organo. Una volontà regge tutta questacollettività. Ecco l'uomo!

Rimasistupito della mia audacia: stupito e insieme felicecome se in quelmomento io primo avessi scoperto d'un balzo quella verità.

Eglimi guardò sorridendo di compiacenza:


-Questonon c'entra... Saremo amicinon è vero? E tosto si oscurò.Mi afferrò la manopoi la ritrasse subito e si stese sulletto:


-Lavita è un male.


-Nola vita è un bene protestai incoraggiato e quasi petulante.Ero così poco avvezzo a parlare con persone colte di cui nonavessi soggezioneche il trovar finalmente uno col quale parlare dapari a pari delle cose che erano divenute tutta la mia vita miriempiva di entusiasmo e di un'audacia che non sapevo contenere.


-E'il solo bene la vita! affermai con forza. Tutto il resto non esisteche nella nostra immaginazione: l'abbiamo farneticato perchénon sapevamo il valore della vita.


-Equesto che esiste nella nostra immaginazione vale molto piùche la realtà egli riprese. Io vedo un'altra vita e confidoin essa... Guardi un po' fuori della finestra. Perché non simette alla finestra come le altre sere?... Io sono troppo stanco!

Apersi:là dentro era freddo e senz'aria. La notte invece pareva quasitepida.

Itetti bianchi: una distesa interminata di tettisu cui i camini infila parevano armenti immobili e candidi. Un augusto misterosplendeva in cielo ove le stelle limpidissime tremolavano.

Egliaveva gli occhi chiusi. Disse:


-Ilcielo! Che bellezza! Quando spengo il lumela finestra par che siapra sull'immenso!

Poidopo un po':


-Salei che io ho fatto un libro di poesie? Non ha mai letto il mio nome?Io mi chiamo Vigile Cràstino: pare uno pseudonimo. Infattic'è chi nasce sotto uno pseudonimo... Chi sa qual anima dirivoluzionario mi dette questo nomeaffatto fuor di proposito!Perché io non sono né del domaniné dell'oggi.

Sonofuor della vita... Sa lei che significa?


-Sì;so un po' di latino. Ma io l'ho sentito chiamar Luigi...


-InfattiVigi era il mio nome da bimboe così mi chiama mia sorella.

Tacqueun istantepoi ripigliò:


-Maper me non c'è né ogginé domani. C'èl'eternitàcioè un puntoe tutto ècontemporaneo: il tempo e lo spazio non sono che apparenze: levariazioniil numerogli individui non sono che apparenze. Larealtà è l'unol'Essere.


-Cosicchélei non vivee neanch'io...


-Nonesistiamo. Ombre... Così non abbiamo colpa e merito di quelloche agitiamo nella nostra vitacome non l'abbiamo nel sonno. Lavita è un sonno.

Cisveglieremo. Allora io potrò anche abbracciare mia sorella ebaciarla in fronte...


-Emorta dunque? interruppi io pieno di stupore. E mi sorse nettamentenegli occhi il volto dalle grandi sopracciglia e dalle labbrapallide. Ne sentii come un disagio al cuore.


-No.E' nel sonno come noi. Ma il suo sonno è un incubo. Ellasoffre fisicamente e moralmentedolore e onta. Mia sorella!...

Nonpoté proseguirela voce divenne stridulasi spense. Indiriprese con un grande sforzo e con voce mutata:


-Miasorella è una disgraziata!

Parevache da un sogno di languore fosse piombato in una realtàdisgustosa.

Ionon seppi che soggiungere. Dopo un po' mi feci coraggioma non osaiinterrogarlo direttamente:


-Dunquepensa lei che non esiste la colpa o il merito. Esiste il perdono: no?


-Nono! Né colpané perdono. Quello che deve avvenireavverrà. Perché siam nati noi? Non sappiamoio e miasorellachi ci ha messi al mondo. Un burlone ci chiamòCràstinocome se ci affidasse una missione e forse unavendettadi che? e noi siamo perfettamente all'oscuro. Che dobbiamofare? Intanto mia sorella ha ripetuto quello che ha fattoprobabilmente mia madre... Ella è ricoverata allaMaternità...


-Qui?chiesi iovolgendomi verso di lui e sentendomi afferrare da una grancommozione. Lei va a trovarla? Domani è festa. Andiamo atrovarla? Posso accompagnarla?

Mistupii del mio ardire. Avevo quasi il senso di un'intrusione ch'iocompiessima mi ci sentivo spinto irresistibilmente.


-Dadue settimane non me le feci più vedere... Non so perché.Ho una immensa pietàma sento in fondo una specie dirancore. Che obbligo aveva ella verso di me? Io sìgrandissimoverso di lei. Ella guadagnava da vivere per entrambi.Io sono buono a nulla: non sono un uomo io. Non dovevo nascere:

perciòdesidero morire!

Tuffòla faccia nel cuscino e io udii come se il suo petto si rompesse. Chefare? Forse il meglio era ch'io lo lasciassi piangere. E avevo unnodo in golae i miei occhi dilatati verso la notte si riempivanodi lacrime.

Ripresedopo un momento:


-Nonaveva confidenza in me. Sono sempre stato fuori della vita. Erosempre astratto. Ella sentiva forse degl'impulsi prepotenti nel suocorpo robusto.

Chene so io? Uno studenteun commessoun seduttore di professioneunsignoredice la portinaia... doveva essere bello e ben vestitochene so io?

Ionon l'ho mai vedutonon ho sospettato nulla. Forse chi sa quantevolte ella fu in procinto di confidarsi: doveva pesarle ilsegreto... massime quando lui scomparve senza lasciarle una parolad'addio... Infine non ne poté più. Un giorno credettech'io le osservassi i fianchi: m'era caduto lo sguardo lì: nonsapevo nullaio!... E ruppe a piangere e mi svelò tutto...Tutto? Cioè nulla.

Ungiovane... Chi? Dove abita? Nulla. E non lo saprò mai... Oraavrà un figlio... di chi? Lo chiamerà Cràstinoanche quelloe così di generazione in generazioneprocrastinando...

Loscherzo orribile mi riscosse. La tirannia delle parole! Gli si eraimpostaed egli aveva dovuto eruttarla per liberarsene. N'ebbimaggior pietà. Mi gli appressai: aveva sulla faccia unasmorfia amara... Gli presi una mano e mi sedetti accanto:


-Seimio amicohai detto. Diamoci del tu: quassù non si fannocerimonie. Io non credo che la vita è un sogno. Prima e dopola vita non c'è nulla per noivale a dire per la nostracoscienza che è la nostra memoria e la nostra induzione dalpassato al futurodico bene? Perciò dobbiamo vivere la vita.

Tuasorella ha tentato di vivere... Bene o male? (Perché abbiamoanche quelle parole lì. Ma quelle parole lì non hannomica il significato che dà loro la portinaiaad esempio). Iodico: bene. Benese ella pensa che ha amatoche fu amata forse unistanteche una nuova vita nasce da leiaffidata alla sua lealtà.Voi non avete che da ricevere questo dono che vi fa la vitalealmenteed essere poi leali con essacon luicol nuovo esserequando acquisterà il diritto di sapere chi egli èdico giusto?

Eglitaceva: aveva gli occhi chiusipareva dormirema il suo respiro eratroppo silenzioso: ascoltava.


-Vedicontinuai. C'è qui sopra un centinaio di sofferenti e tuttisono estranei l'uno all'altro. Sembrano estraneie non sono. Iosento pesare su me le loro sofferenze: così essi devonosentir le miee nessuno cerca di togliersi di dosso questomalessere. Noiper esempioguardavamo le nostre finestreilluminateed ecco che un pensiero ci univaquesto solo pensiero:

"egliè là". E ci siamo avvicinati: ora la nostra mutuasofferenza non ci pesa più tantoperché la conosciamoe la dividiamo.

Egliaperse gli occhi:


-Etu... soffri?


-Ionoora. Ma ho sofferto moltissimo in una età in cui non cidovrebbe essere sofferenza. Ora soffro soltanto del dolore deglialtried ho tale desiderio di sollevarloche ciò mi diventaun tormentoe non posso scuotermelo se non coll'azione. Cosicchévo pensando ad un'azione ch'io debbo faree non la trovo.


-Dovrestiscrivere.


-Nonsono capace. Le mie idee sono confuse. Potrei scrivereper esempioquello che ho detto a te adessoma questo serve soltanto per il tuocaso. Iovediavrei bisogno di sistemarmi tutti questi pensieridi farne un organismo saldoe darlo agli uomini perchévedano chiaro...

Tacemmoun istante.


-No:sarebbe una cosa fredda. Gli uomini non vanno innanzi con la luce cheapparisce alla ragionema col sentimento... Questo non conclude cheio ti seguirei. Dovresti far delle conferenze. Ma io non ti credo.


-Conferenze?Ho paura... E poiun correttore di bozze! E' vero che adesso anchegli operai fanno delle conferenze... Socrate diceva: "So di nonsapere".

Oraio non posso dir questoma non posso neanche dire: "So disapere". Ho udito dei professori di Università i qualinon dicevano una sola cosa ch'io non sapessi giàma ladicevano in modocome se sapessero molto di piùanzicomenon esistessero più misteri per essi. Io non sono neanchesicuro di quello che so... O megliofinche non l'ho tirato fuorinon ne sono sicuro.

Maquando l'ho affermatoallora ne sono certo. Per esempioio credofermamente a tutto quello che t'ho detto questa notte.

Chiacchierammocosì ancora per un po' di tempoe io venni in tal modo araccontargli la mia povera storia e lui la sua. Poi andai a dormiredopo averlo fatto coricaree copertolo ben bene. Entrato in lettomi sentivo contentoe mi pareva anche di essere diventato qualchecosao almeno di aver riconosciuto una forza dentro di me che stavanascosta prima.


II.

Almattino mi svegliai tardissimo sotto l'impressione d'un sogno affattofuor di propositomasecondo memolto bellosì chepotrebbe fornire un ottimo argomento per un dramma. Io non sonocapace di concretar nullasebbene mi senta nato superiore a tantialtri. Ma è certo che se io fossi stato in condizioni disvolgermi secondo la mia forza interiore armonicamentee intornotutto non mi avesse compressocome un germoglio tra i sassi e glisterpi... Via! Purché arrivi il tempo in cui tutti i natidell'uomo siano eguali di fronte alla vitaaffinchédiventino quello che devonodi per sé stessi. Adesso intantosi nasce malamente: le nostre madri ci foggiano come possonodapovere affamate e sfinite che sono... Le nostre madri! Mia madre!...Basta. Ecco il sogno:

Dunquepiazza Statutoe la stessa scena della sera innanzi. Le piantecoperte di nevela piramide del Fréjus coll'angelo sospesonel cielo.

Cràstinoè làin mezzo al brulichio dei piccoli uominiincappucciati che le torce a vento arrossano di scorcioe la neve ètutta rosata. Da quanto tempo raspano il selciato e per quanto tempoancora? Ma il silenzio è stranissimo.

Laneve soffoca ogni rumore e tutti quei gesti e quell'agitazione senzastrepito dànno proprio l'impressione di un sogno senza tempo.

Cràstinoè fermoappoggiato al manico della pala: si prova a fare ungran respiro per sollevarsi il petto: quando una carrozza passa...Un giovinotto è lì dentro. E' lui! Chi? Adesso siricorda: l'aveva veduto per le scale e non l'aveva mai notato. E'lui certo. Un moto fulmineo: il giovane cade dalla carrozzastramazzacolpito alla testa da un colpo di pala...

Un'agitazioneenorme. Un fanciullo di sei o sette anni si lancia alle ginocchia diCràstinocome per proteggerlo contro la furia deicircostanti.

E'tutto stranamente silenzioso... Cràstino salta su un cumulo dineve e fa grandi gesti e apre la bocca come volendo gridare. Infattisi sentema fiochissimo: "Fratelliquell'uomo ha fatto moriremia sorella dopo averla resa madre... E' morta alla Maternità...morta di partoperché aveva troppo sofferto... Io e miasorella siamo trovatelli: suo figlioeccolonon ha conosciuto lamadre. Eccolo!". Lo prende sulle braccia e lo alza sul suo capo.

Allorasi leva un tumulto sterminato. La piazza è gremita d'un popoloimmensobimbidonnevecchi. Tutti gridano con grida altissime.

Inun momento Crastino è afferrato da due guardie nerescompare.

Mail tumulto non cessa. Tutta quella turba si stringealza i pugni:tutte le braccia sono levatetutte le voci vanno al cielo: e unuomo altissimo ha afferrato il fanciullo alla vita e lo sollevacolle due braccia al disopra del suo capo:


-Iltuo bimbopopolo!


-Destatomiil tumulto continuava nelle mie orecchie. Ma non era giàquello:

venivadal pianerottolodalla scaladal corridoio. Era un vocìo dibimbi e di mamme. C'era il sole. Aprii la finestra e guardai difronte. Quella di Crastino era chiusa ancora.

Ilpianerottoloin cui il sole scialbo gettava un largo sprazzoerabrulicante di bimbi. Alcuni avevano il grembialino pulito: i piùerano laceri e sporchi in viso. Una donna frugava nella selva ispidad'una testa riluttante. Un ragazzotutto bianco di gessoun biccmuratoreesponeva al sole i suoi piedi escoriati dalla calce e daigeloni. Un carbonaio rigirava la testa sotto il robinetto comunedell'acqua potabileinzuppandosi d'un sapone dall'odor nauseabondo.Un uomo stava seduto in terra appoggiato al murocon una facciaebete e gli occhi proprii degli ubriachi e dei mortisimili adacini d'uva mezzo crepati: cantava una nenia compassionevole:

Minca'n crousMinca 'n crous Le ninsole son pa nous E le nous son paninsole... Spuntò dal basso della scala un cappello colorcaffèdue spalle curvee un viso da bulldogg si alzònel sole a guardar la canaglia. Poi traversò senza badarmolto accuratamente dove mettesse i piedifra i cenci e le gambettedei bambinie cominciò a bussare all'uscio del n.1. Era ilsegretario della casa.

Tuttele domeniche egli faceva il suo giro a riscuotere i fitti del mese:

cominciavasorridendo e finiva ruggendo e bestemmiando: spessola sera delladomenicail pianerottolo era ingombro dei mobili di qualcheinquilino scacciato.

Dilì a poco sentii vociare e strillare nella soffitta attiguaalla mian.7.

Erala moglie dell'ubriaco: protestava al segretario che non aveva damangiarené da sfamare i suoi tre bimbi: unoil piùpiccinostrillava nelle sue braccia.

Sulpianerottolo un ragazzo patitodalla faccia pallida e intelligenteocchi inquietigran bocca ed orecchie ad ansainginocchiato su ungradinosporgendo la testa sul balconeguardava verso quellafinestra: doveva essere suo figlio. Una bambina ricciutacolleguancie flosce e le labbra mocciosetendeva una manuccia verso dilui e raggiuntolo lo tirava pel piedepiagnucolando: "NotuNotu!". Notu le diede un calcio e scappò lungo ilcorridoio.

Ilsegretario si acquietava con la moglie dell'ubriaco. Ciòcontinuava da mesi: il segretario finiva sempre con acquietarsiilche non avveniva con nessun altro inquilinofuorché con laSalamandrauna ragazza equivoca che era lo zimbello e insieme ilcastigo dei monelli.

Passatala mia soffitta (io pagavo anticipato al suo ufficioogni mese)bussò al n.9. Chi ci abitava? Nelle rare notti in cui nonpotevo dormire udivodopo mezzanottescricchiare la chiave nellatoppa e due passi pesanti avanzarsi di là dal muro e talvoltaun piccolo tonfocome d'un sacco. Nient'altro.

Nessunorispose alla picchiataed egli passò oltre. Quandodi lìa qualche tempomi parve d'intravederlo nella soffitta di Crastinorimasi un momento ansioso. Ma come si tratteneva più chenelle altremi risolvetti di intervenire. Traversai ilpianerottolo: "Ciaotipografo!"mi mormoròl'ubriaco. Le donne mi guardarono con indifferenza. Bussai allaporta:


-Sonio. Stanga.


-Avanti!rispose la voce di Crastino.

Ilsegretario mi ricevette sorridendo in aria di condiscendenza. Salutail'amico:


-Haidormito?


-Sì.La faticavedi. Un mestiere... Faticare... non c'è di meglio.Appunto chiedevo al signor segretario se avesse qualcosa da farmifare...

Ilsegretario sorrideva tra il furbo e il fatuo. Che misterolabruttezza!

Coluiaveva un naso rintanato nella faccia come se tutta fosse statadissestata da un pugno; gli occhi sporgevanole labbra e i dentigrossi e gialli si protendevano. Aveva qualcosa di un batrace.Quando rideva era orribile. Un tic all'occhio sinistro lo facevaammiccare spesso fuor di proposito.


-Vedasignor Stanga cominciava con la sua pronunzia balbuziente. Io sonolietissimo di vederli amiciloro due. Il signor Crastino... non puòche avvantaggiarsi della compagnia d'un giovane ammodo e praticocome lei! Vedeio sono molto ben disposto verso il signor Crastino.E siccome so in che condizioni si trovae la disgrazia di suasorella... vorrei perdonargli la pigioneaffinché porti unregaletto a lei...

"Buoncuore?" pensavo diffidente. Ma l'amico gli porse il denaro conun gesto brusco.

L'altrolo intascò affettando noncuranza.


-Arivederlasignor Stanga. Lei è un giovane assestato. Ci houna bella camera per leial quarto pianose vuol discendere. Ahlei è un amico prezioso. Se il Crastino l'avesse conosciutoprima... sua sorella...


-Arivederla l'interruppiindovinando dove parava.


-Sìsìlei è un giovane... richiuse l'uscio dietro di sémormorando lungo il corridoio.


-L'haitrovato lìcolui che ti darà un impiego! esclamai aCrastino. Non accetterei neanche un bicchier d'acqua! Immagini chepossa rendere un servigio a qualcuno?


-E'veroma a chi vuoi tu che mi rivolga?

Oravedevo il segretario in un'altra soffitta: era seduto su un lettoimmobilele mani nelle tasche dei calzoni. Una donna giovanemacolla figura cadente e sciupatadimenava le braccia davanti a luicome per respingere qualcosa d'invisibile che le si stringesseintorno. Non udendo le voci traverso quei vetrimi pareva ch'eglifosse un ragno schifoso che guardasse con cupidigia una moscadibattersi nella sua tela.

"Trovarcinque lire mensili è dunque sì terribile?"riflettei.


-Quellaè la Salamandra disse Crastino: credo che paghi piùdegli altri per poter abitar qui.

"Treclassi della società? pensai. In realtà ce n'èun'altra: la classe di quelli che non mangianonon pagano pigionemuoiono continuamentefino allo strappo definitivo che li staccadalla vita...".

Econtinuai ad alta voce:


-Senti.Io guadagno quattro lire al giorno: non ho nulla che fare concostoroma ne sono sì vicinoche ne soffro come se fossidei loro. Orametà del mio salario può essereimpiegato a beneficio di quelli che non ne hanno alcuno.

Comefare?


-Nongiovacaro mio rispos'egli naturalmente come se avesse seguito daprincipio le mie riflessioni: il tuo danaro servirebbe forse aimpedire a un povero diavolo di sloggiareda un momento all'altrodalla soffitta e dal mondoma le cose rimarrebbero allo stessopunto. Soltanto lascerebbe a te l'illusione di aver fatto la tuapartedi crederti sdebitato verso gli altri...


-E'vero. Ma il danaro può far due cosequesta che tu dicipoiun'altra:

diffonderela veritàla scienzala scienza che dice: "Eccoturicconon sei felice: ti stordisci e chiami questo la gioia:pròvati a guardar in te stesso: ci troverai tanti cantucciinesploratitante fibre che ti dànno dolore: perché?Sono le fibre che ti legano agli altriagli altri che soffrono: edesse soffrono. Per farle tacereper sanarlebisogna sanare ildolore altrui". Allora si capirà che la felicitàconsiste nella giustiziacioè nella tua rinunzia libera aqualcosache è necessario per il tuo vicino.

L'equilibriol'armonia è la felicità...


-Faidelle conferenzeStanga! Tutto questo è buonoma èlungo! Sarà per il secolo venturo. Per oraecco... Sei nato?Colpa tua! Paga il fitto dell'esistenza. Né in terra néin aria c'è posto per le tue quattr'ossa. Paga!

Nonhai soldi? Ingègnati!... Ah! Sei un utopistacome mecaroamico.


-Hairagione. Ti annoio.


-Nono: al contrario. Come ti ammiro! Dovevi farti prete. Cioètusei uno dei preti nuovidella religione nuova...

Fuinterrotto da due colpi rapidi alla porta.


-Avanti!rispose egliavvicinandosi curioso all'uscio.

Rimanemmoentrambi interdetti. Era una signorina sorridenteroseacoicapelli liscia bandefino agli angoli degli occhi.


-Ohlei qui! disse ella appena mi scorse. Lei è il correttoredella Società Editrice...


-Sìsignorina. Io la conosco... Vediaggiunsi rivolgendomi premuroso aCrastinoe sentendo che arrossivo fino alle orecchie la signorinadottoressa...


-Nonimportam'interruppe ella con un gesto... E lei è il signorCrastino?

disseall'amico. Io conosco sua sorellale voglio molto bene. Oggi leidoveva venire a vederla?

Ilvolto di Crastino si oscurò:


-C'èqualche pericolo? Le fanno l'operazione? proruppe con ansia.


-Nonulla per ora. Ma il medico la tiene in osservazione: non vuol cheabbia nessun motivo di commuoversivuol che si riposiperchél'operazione è imminente. Sua sorella è moltoestenuata e... potrebbe esser grave...

Crastinosi sedette sul letto e si strinse la fronte tra le mani.

Cifu un momento di silenzio lungo.


-Leiva in tipografia domani? mi chiese la signorina. Io devo passarciaggiunse guardandomi con intenzione.

Ebbiun brivido.


-SignorCrastino! cominciò la dottoressa con la sua voce infantile.Tutta la sua persona era infantile. Pareva che non dovesse avercoscienza affatto della gravità di quel che mi aveva fattoindovinare. Signor Crastino! e gli pose la mano sugli occhiunamanina di bimba. Si faccia coraggio. Domani lei verrà avederla: ci sarò anch'io. Io voglio bene a leisignorCrastino. Ho letto le sue poesie e le ammiro. Lei può farmolto: è giovane: ha un bel dono che è dato a pochiedeve tenerne buon conto... Domani lei può venire verso le duedel pomeriggio. Verrà anche leisignore disse rivolgendosi ame.

Parlavain frettadi sèguitopremurosa di andarsene.

Iosentivo un tremore interno. Volevo raffigurarmi la sorella diCrastino fra le mura bianche d'un ospedale. Pareva invece che mi sidelineasse una figura tante volte vedutanon guardatalungo iripiani delle scalenegli sfondi dei corridoi. Il volto dallegrandi sopracciglia e dalle labbra pallide dominava ora unapersoncina smilza vestita di grigio. Tutta la figura emergeva oranella mia memoria.

Crastinos'era acquietato e la guardava con gli occhi atonicome attendessead altro: ella ne pareva preoccupata e lo esaminavamentreproseguivacome per rompere la dolorosa impressione ch'ella ciaveva portata:


-Ioconosco queste soffitte. Ho fatto una statistica sulle abitazionioperaiel'anno scorso: poi parecchi di questi bimbi vengono al Panequotidiano.


-Veramentequeste non sono abitazioni operaiesignorina aggiunsi ioprontamentearrossendo di nuovo e molestato dalla mia timidità.Sono nidi da gufi per gente che non lavora e non mangia. Su centoinquilini o poco menoventi soli lavorano: gli altri succhiano ilsangue di questi: le mogli e i figli. E le famiglie dove l'uomo nonlavora e si ubriacao è assenteo è mortomangianola neve dei tettiché non hanno altro... Solo io e Cimisinsiamo senza famiglia... e Crastino pel momento...

Questisi mosse udendo il suo nome: mi guardò con un profondoscoramentoe vòlto verso la signorinaforse per una speciedi rancorevedendola tutta un mite sorrisoun mite fiore digiardino al solemormorò fra i denti:


-Lavita è un cosa orribile.


-Sìdiss'ella semplicemente. Bisogna mutarla!


-Bisogna...

Ele braccia di lui si levarono rigide in atto di violenza... Ma sirilassarono subito. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.


-Bisognafinirla! Ed appoggiò un braccio al muro e vi premè latesta singhiozzando.


-Poverofanciullo! disse ella con voce commossa e cantantechinandosi aguardare dei libri logori su un cassettone. Povero fanciulloche ènato per cantare e per far della musica come gli usignuolinato pergodere il sole e gli alberi fioriti della primaveranato persentirsi padrone dell'aria e del giornoe rinchiuso qui colle alilegate. Povero fanciullo!

Lavoce era tenerissima e pareva cantare per non spezzarsi d'emozione; ele sue mani e i suoi occhi passavano da libro a librocome se nonsostenesse di guardare e di essere guardata. Anch'io sentivo unastrana soggezione. Sentivo qualcosa di vibrante sospeso nell'ariafra noi. E non mi pareva d'essere estraneo fra lor duefral'addolorato e la consolatriceche non mi sembravano più dueindividuima da una parte l'uomo che si crede re della vita e se nesente lo zimbelloe la donna dall'altrache vede la vita qual'èfrenando gli slanci imprudentisollevando gli abbattimentiimmaginedella vita stessache è buona.

Econ un tono di risoluzione:


-Suinfine... Non siate tanto debole. Domani verrete da vostra sorella.

Addio.Datemi la manosu...

Gliprese la mano e la strinsepoi si volse per partire.


-L'accompagnofin sulla strada? chiesi io in fretta.


-No.Ci sono avvezza. Resti... A rivederla aggiunse guardandomi.

Rinchiusil'uscio. Crastino s'era seduto sul letto e aveva la faccia nelcuscino. Io guardai dalla finestra. Sul pianerottolo un vocìo:"Signorina Lavrianosignorina Lavriano!". Il ragazzodalle orecchie ad ansa le correva dietro zoppicando.


-Aproposito. Sai chi è? dissi a Crastino. E la figlia del grandepsicologola dottoressa Eva Lavriano.

Eglinon si mossecome se non avesse inteso. Io ascoltai le voci scenderedietro la signorina. Comparve in bassotraversò il cortileseguìta da un nugolo di bimbi. Un fiore di sole. E pensai chela donna sanerà la società inferma.


III.

Ilgiorno doposeduto nel gabbiotto dei correttorilavoravo distratto.Nulla di peggio! I refusi passano davanti agli occhi lungo le lineefitte. Che tormento i refusi! Io li sogno di notte. Nel principiodell'assopimento i caratterinitidi sul biancomi scorronodinanzicon lo stesso moto irresistibile di un viale d'alberi od'una serie di solchi interminabili davanti allo sportello d'unvagoneche vi porta fatalmentesenza che la vostra volontàpossa farlo rallentare o sostare. Quando si scorrono bozzel'occhioe perfino la testa intorno al collo prendono un moto regolareautomatico: mentre infilzate un refuso sul margine biancol'occhio eil capo continuano il loro moto di pendolo e arrestarlo èquasi un dolore fisicoun urto al cervello.

Percorreggere bisogna essere tutt'occhio: la mente deve eclissarsi: sepensate al senso intimo del periodoi soldatini di piombo visfuggono affatto o vi nascondono una parte del loro uniforme vecchioo rotto o irregolare.

Talvoltaun soldato d'un altro corpo s'è intruso fra estraneiuncorazziere tra bersaglieri. (Immagini tolte al militarismo. Ne horimorso).

Bisognapassare in rassegna i caratteri come individui a sé. E certiesseri invisibili anche i vuoticioè. Bianchi tra nero enerosono entità di cui bisogna tener contopunti einterlinee. Ma io faccio un trattato...

Fattostanondimenoche i profani a stento riescono a capire da qualpesante lavoro materiale risulti il leggero foglio su cui gli occhiafferranocome a volole più delicate sfumature disentimenti e le idee eteree. Innumerevoli e minuscoli prismi dipiombo accostati ad uno ad uno formano le pagine: una pagina pesad'ordinario... da un chilo in su: un giumento non porterebbe sullagroppa un volumetto di vaporosi versi elzeviriani.

Iodiventai un pessimissimo correttore. Leggevo: cercavo inconsciamentedi capiree se il testo mi prendeva la manoandavo innanzideponevo la penna e lasciavo che gli errori facessero il comodolorofacessero gazzarrasfacciatamente: sicché mi toccavariprendere poi da capoafferrando ben bene la mia attenzionedividendola cioè in dueardua faccendauna partecostringendo a badar a' segni neril'altra facendo tacere il piùpossibile.

Quellamattina ero più distratto del solito. Guardavo spesso verso laportae chinando la testa sulle provevedevo ad ogni momentol'immagine della sorridentedi quel vivente sorrisoche entrava eguardava verso la gabbia nel cantoov'era scritto in grande:Correttori.

Edecco appuntodi lì a pocoentrare la signorinadire unaparola ad un ragazzo e guardare verso il nostro angolovolgendomiun salutomentre il ragazzo giungeva a me col messaggio.


-Lasignorina Lavriano la desidera un momento.

Mimossi col batticuore.

Icompositori avevano vòlto la testa dalle loro casse a riceverequel sorriso che raggiava dal vano della porta sotto la gran voltavetratafumicosa e buia. Era vietato di entrarema ella spesso conla sua imperturbabile tranquillità si affacciava all'uscio etalvolta traversava le corsìeandava fino alle macchine oalla legatoria per parlare con qualche ragazza. Il direttoresorrideva anch'eglinon senza un'occhiata di rimprovero versoquella gentil distrazione che attirava tutti gli sguardi per unmomento e li rallegrava.

Mitrasse nel gabinetto del direttore e mi dissecon un moto ditristezza subitanea che la fece somigliare ad una bimba che stesseper dare in pianto:

Lasignorina Crastinosa? è in condizioni disperate. Questionedi giorni.

Unafitta al cuore. Rimasi accasciato.


-Perciòè necessario riprese di preparare fin da oggi il fratelloeprima ancora che egli la vedaalla possibilità della suamorte. Perché la sorellache sa di morireè capacedi dirglielo d'un colpoe ciò gli potrebbe far molto male.Mio padre lo crede un po' debole di cervello e magari epilettico...Lei non conosce le poesie del francese Verlaine? C'è moltaaffinità fra i due temperamentisalvo i costumi el'incoerenza. Crastino è un debolecondannato probabilmentead una malattia progressiva di esaurimento.

Un'emozioneforte potrebbe essergli fatale.

Ioera fortemente colpito da quelle rivelazioni. Ella aveva ripreso lasua serenità. La miseriala malattiala morte eran divenuteil suo ambiente ordinariola sua atmosferaperché ella visi movesse con una tale calma?

Parlavatenendo le mani incrociate sul grembo come una bimba che voglia darsil'aria di donninama spesso le sue mani scappavano a toccare unoggetto sul tavoloa brandire un tagliacarteuna penna. Com'io laesaminavo con evidente curiositàmista d'ammirazioneellarestava qualche istante leggermente interdettapoi sorrideva.


-Edi lui che avverrà dopo la morte della sorella? ripresi io.Non si potrà già nascondergliela per molto tempo... Eil bambino? Non potremo mica affidare un bambino a questofanciullo...


-Ilbambino è morto interruppe ella fortunatamente. Un disgraziatodi meno.

Quantoa luici penseremo. Ne ho già parlato a mio padre: chi sanell'insegnamento o in un ufficio d'Opera pia...


-Forseè incapace d'una qualsiasi occupazione continuata. Conosce leila sua infanzia?

Ele raccontai in breve quello che avevo udito da lui qualche giornoprima.

DallaCasa dell'Infanzia Abbandonatala Ca' Grandai due orfani eranopassati ad un Orfanotrofiosempre tenuti con molto riguardo. Poi unadonna li aveva ritirati e aveva provveduto loro fino alla sua morteavvenuta due anni prima. Ella viveva agiatamentefaceva dar lezioniai bimbicreduti suoi figli; ma alla sua morte non aveva lasciatonulla affatto. Con la vendita dei mobiligli orfani avevano vissutoun anno. Poi la Lena s'era messa a lavorar di ricamo e di cucitoilche le rendeva qualcosa. Avevano continuato così altri dueanni.


-Quantoalla loro nascita non sanno nulla essi?


-Nullaaffatto: la donna pare avesse detto che il figlio doveva la vita adun alto personaggio morto or sono pochi anniche bazzicava soventein via San Donato. Favole!


-Ah!fece lei. Può darsi. Quel sobborgo era molto di modaannifa... E i suoi occhi ebbero una punta d'ira.

Tacqueun momentocome riflettendopoi depose il tagliacarte che avevastretto nervosamentee si levò con un piccolo scatto. In quelpunto il mezzogiorno era scoccato. Ella rimase tacita un istantecome ascoltando piena di stupore.

Iosorrisi. Allo scocco del mezzodì le macchine s'arrestano comeper incanto e il silenzio che ne segue reca un breve intontimentoanche ai più assuefatti.

Esubito nel corridoio un rimescolìo di voci e di passi. Donne euominigiovani in gran partevi si ingolfarono e ciascuno dava unaocchiata curiosa per la porta aperta.

Ellami porse la mano.


-Verràanche lei oggi? Vada a pigliarlo a casanon lo abbandoni in questigiorni.


-Nondubitisignorina.

Esi inoltrò nella folla.

Afferraile mie bozze e corsi verso casa.

Ingollandoprestamente un boccon di colazionenon riuscivo a fissar la mentesulle pagine che tenevo innanzisecondo il mio uso di intrattenermicon qualche libro o giornale durante l'antipatica faccenda dirifornire la macchina... Mi preoccupava il pensiero del poveroamicoe sopratutto l'immagine della sorella. Che cosa aveva pensatodi me quando l'avevo rasentatachi sa quante voltesalendo oscendendo le scale a salti come facevorincantucciata su unpianerottolo ad aspettar che passasse la valanga de' miei passigiganti? Dovevo sembrare uno strano animaleun di quei ragni magridel granturcod'autunno.

Fattoè che ora mi pareva di averla veduta durante anni ed anni: mipareva che anche alloraqualcosa fosse entrato in meforsesoltanto un alito della sua atmosfera. Non è così?Ognuno di noi ha intorno un'atmosfera propriacome le stelle...

Quandobussai al n.30Crastino attese un momento prima d'aprirminon senzacagionarmi ansietà: aveva la faccia stanchissima e pallida egli occhi rossi.

Glichiesi se aveva mangiato. Mi rispose:


-Credo.

Nonpotei far a meno di sorridere. Avevo portato meco due ova crude e lopregai di berleil che fece docilmente e con indifferenza.


-Andiamo?dissi.


-Comevuoi. E' già tempo?

Esi guardò in un pezzo di specchio sostenuto sul muro da trechiodi: si dette un colpo ai capelli colla mano:


-Comesono pallido! Sono mortuario...


-Perchénon sai farti coraggio. Bella faccia che porti dinanzi a tua sorella!

Afferraila spazzola e gli pulii il pastrano pieno di polvere: gli porsi ilcappello. Egli si rigirava intorno come se dovesse cercar molte coseda portar seco. Prese un libro e fece per uscire. Poi si rivolse ealzò la tenda:

c'eranoalcune sottane appese al muro e un lettino ripiegato: mise le mani inun piccolo baule: brancicò non so che:


-Nonavrà bisogno di qualcosa? Che devo portarle delle cose suequi?

Iolo afferrai per un braccio e lo spinsi fuori. I corridoi eranodeserti e silenziosi. A un tratto scoppiò un piantofortissimo di donna. Mi volsi indietro: tutti gli usci erano chiusi:doveva venir dal fondo.


-E'la Biondina del 40 disse Crastino. Le è morto il bambinoiersera: lei è a lettoassistita dalla moglie dell'ubriacoe il bimbo nella culletta: un'ora fa dormivano tutti e due; sìpareva che dormissero tutti e due. Va' a vederla.

Miricordai. Era l'inquilina dell'ultima soffittauna cantarina biondadi I7 annisarta; sul rullìo della macchina a cucire la suavoce instancabile finiva per dar noia a chi dovea sentirla a lungo:a me che ben di rado tornavo a casa durante la giornatafaceval'effetto d'uno sprazzo di sole. Un giorno la ragazza aveva messo almondo un bimbo: di chi? Nessuno lo sapeva. Lo portava in braccioseminudoper tutta la casacontinuamente: entrambi con una facciatondeggiantebianca e rosaella pareva la sorella maggiore del suobimbo. Una signora del piano inferioreche aveva avutopochi giornidopouna bambina troppo affamatala mandava sopra a finir dipasceree io avevo veduto una volta la ragazza con due batuffolirosei in bracciobaloccandosi: doveva divertirsi un mondo.


-Nonabbiamo tempo dissi a Crastino. Povera ragazza! Ma d'altra parte nonè meglio così? per lei noforsema per il bimbo...

Scendemmo.Il fischiettio di Cimisin trillava a tutt'andare al battito delmartello. Ai pianti di donna e alle bestemmie degli ubriachidatanti annil'allegria di quel pazzo innocuo si mescolava senzariposo.


-Non ricordo molto di quella visita. Ricordo un viso biancocapellineri umidi e appiccicati alle tempie: le fattezze parevano di marmo.A un certo momento sotto le grandi sopracciglia nerissime i grandiocchi s'aprirono e le labbra bianche sorrisero. Quegli occhi! Ioguardavo in essi per la prima voltama li avevo veduti e liricordavo. Essi m'avevano guardato certo ed erano entrati in me.Così li vidi sempre di poicosì mi sorgono ora dinanziin un volto d'alabastrocome trasparente per un lume nascosto.Disse qualche parolafiochissima; era così stanca! Ma gliocchi erano profondiintensivolevano significare quello che nonpotevano dire le labbra: passavano da Vigi a mecome se volesserointessere fra noi una misteriosa trama che ci unisse per sempre.

Intornoerano altri letti bianchialtre teste esanguialtri occhi che ciguardavano. E il sole era stranamente pallido e dolce in quell'ariaimmobile e tepida.

Ladottoressa venne per condurci via. Si sedette un momentoprese lamano dell'inferma e cominciò a parlarecome per cullarlacon parole carezzevolile parole dell'illusione per la moribonda eper il povero fratelloche non si sarebbero veduti mai più.

Poici guidò fino alla porta. In tutto quel tempo Crastino rimasestranamente calmo.


IV

Tornatodall'ospizio in tranviail tragitto fu silenzioso. Egli era moltoaccasciato. Giunti in piazza dello Statuto scendemmo. Io volevotrarlo lontano da casa. Entrammo nello stradale di Francia.


-Facciamodue passi? proposi. Io ho vacanza oggi.


-Comevuoi.

Camminammoun buon tratto in silenzio. I prati erano vellutati di bianco. Laneve prendeva una leggerissima tinta azzurra nella lontananza: glialberi neri non parevano scarnima aprivano contro il cielo deiventagli di piume. Quando fummo fuori dell'abitatole Alpi sipresentarono in tutta la loro enormitàdalle punte spiccantisul cielo morbidobianche e chiazzate qua e là di azzurrodensoalle basi che poggiavano sulla linea vaporosa della pianura...

Crastinoche camminava curvo col mento in senoalzò a poco a poco latestae i suoi occhi parevano rischiararsi. Vicino a un ponticellosi volse indietro come a misurar la distanza percorsa dopo le casepoi guardò dinanzi a sé:


-Imonti! Che bellezza!

Adun tratto la sua bocca si contrassegli occhi si empirono di lacrimeFece uno sforzo grande e riprese con voce naturale:


-Tidarò a leggere i miei versi. Ne ho dei nuovi anche. Ma da unpo' di tempo non posso più comporre. La poesia nasce adessoin me: quando sarò meno infeliceme ne ricorderò escriverò. Adessoeccose fossi solopiangerei.

Lanotteil solela neve mi fanno sempre piangere. Io sono sempresolo.

Siavviluppò nel pastrano e prese a camminare piùrapidamente.


-Hofreddo. Non hai freddo tu? Io patisco molto il freddo: per questol'estate è la mia stagione: proprio nel meriggiocammino perla campagna delle ore intere. Credo che morirò di freddo.


-Via!Fai conto di proseguire nella vita irregolare che hai tenuto finora?

Lavorerai:avrai un impiegoe nelle ore libere farai dei versi.


-Hairagione. Lavorerò e non farò più dei versi...Devo pensare a mia sorella adesso.

L'immaginedella morente mi si ripresentòdandomi una commozioneviolenta.

Unafigura umana tutta curva e affastellata sotto un gran cappello logorodalle tese pendenti veniva verso di noi. Quando fu a pochi passiscorgemmo un vecchio appoggiato a un bastone nodosocon tre giacchelogore indossate l'una sull'altra e il petto aperto rugoso e rosso:si fermò e ci guardò con due piccoli occhi azzurri:tra la bocca ispida e il cappellaccio non si scorgeva altro dellafaccia. Gli porsi una moneta.


-Grazie.Ora pro eis!

S'incamminòpoi si rivolse:


-Sentitegiovanotti: laggiù c'è il re: adesso passeràsulla macchina.

Proseguimmola passeggiata:


-Haisentito? diss'io. Laggiù c'è il re. Che sia andato aRivoli in automobile?


-Ilre!... C'era un rerispose con la sua aria di trasognato un re!...Ami le leggende? Io ne sapevo tante. Mia madre... mia ziavia!quella che ti ho detto che ci teneva con séne sapeva d'ognicolore. Ella parlava sempre di redi duchidi conti... Eraun'aristocratica!


-Anch'ione sapevo molte. Andavo nella stallad'inverno. Dopo il rosario e ipaternoster a tutti i santi che ci liberino dal feuda la losna edal trounmia nonna ne contava delle interminabili. Era del tempo diNapoleone:

piegatain due dalla sciaticasembrava una povera bestia supplichevole. Poisull'aia della fornacepiena di soleio cantavo coi bambini:

Andoumaa Rouma a coumpré una courouña'na courouñapar un Re.

Giurapapé.


-Volevo farlo rallegrare.

Ilsole cadeva dietro i monti e il cielo su di essi era divenuto roseo.Laggiù appuntodi là dai montiera forse il paesedelle leggende... Crastino disse:


-Eppuresono essele leggendeche ci fanno inabili a vivere. Ioperesempiopenso sempre a Nausicaalle sibilleai NibelunghiaBrutomagari:

epiù ancora alla Madonnaa Santa Teresaa San Francescod'Assisi... Tutto questo mi ha fatto dimenticare che mia sorellalavorava per meche un bel giovane può passare per la stradae farle delle propostee che l'amore conduce all'ospedale...

Sitirò su il bavero e affondò le mani nelle tasche:


-Iopenso alla Biondina del n. 40. Che diverrà? Mi pare perfinoche l'amerei.

Sciocco!Intanto non mi ha mai neanche guardato... Eppure qualche anno fa ledonne mi guardavano con certi occhi! Non hai mai amato tu?


-Iono. Non ci ho mai pensatoo quasi.


-Ionon lo so. Ma credo che non ho mai amato. Mi ha sempre disgustato. E'vero che non ho mai incontrato una donna sopra la mia condizione. Macredo che una donna viva non potrei amarla. Io amerei la principessadi Tripoliper esempioossia Elisabetta d'Austria...

Unaforma nera in mezzo alla stradalontanissimaingrossava rapidamenteavvicinandosi. L'automobile del re? In brevissimo tempo fu accanto anoi e passò. Due ciclisti lo seguivano. Mi pareva averescorto la fisionomia del regiovane e ardita. Guardammo indietroseguendolo coll'occhio.

Unapiccolissima figura nerail mendicanteera ferma in mezzo allastrada:

s'udìla tromba: il mendicante si scostò. Avevamo avuto un momentod'ansia.


-Sel'avesse travolto? disse Crastino.


-Orribile!


-Peril mendico è lo stesso... ma per luidopo; aggiunse egli dopoun silenzio.


-Infatti...risposie non proseguii.

Ec'immergemmo in un pensiero che ci dava i brividi.


-Tornammo che i fanali erano già accesi. Lo condussi alleCucinepresso casa; entrava per la prima volta in un ambientesimile. Sedemmo ad un posto libero.

Illuogo era pieno di strepito e d'un vapore nauseabondo. Io mangiaisecondo l'abitudinein gran fretta e macchinalmente: l'amico provòa trangugiare qualche bocconema la gola gli si chiudeva e gliocchi gli s'empievano di lacrime. Alla sua destra un grosso uomoappoggiava al tavolo due enormi braccia che sostenevano un testonebovino; egli metteva in moto due grandi ganasce. In faccia a questola Salamandra mangiava svogliataversandosi di frequente un vinonero e denso; gettandogli qualche parola e voltandosi a sorridereintorno con aria di civetteria.


-Nonsei mai venuto qui? domandai a Crastino.


-No.Mi fa nausea.


-Masi paga poco. D'altronde potresti mandar a prenderti da mangiare permezzo d'un ragazzo.

Volevocosì insegnargli a vivere da solo.

Loaccompagnai fino alla sua stanza e gli diedi la buona notte.

Sedutoal mio tavolosotto la lampada a petrolio che aveva assistito allemie veglie sui còmpiti di scuolaalle mie lotte contro irefusialle mie divagazioni fantastiche sopra i periodi che piùafferravano la mia intelligenzami provai a figgere gli occhi sulWundt che avevo portato dalla tipografia. E tosto l'immagine di Lenami si affacciò: mi guardava con gli occhi supplichevoliquasi imperativi: mi pareva che m'imponesse con una dolce forza ilpensiero costante che aveva animato la sua vita per quello stranofanciullo che da due giorni mi era divenuto fratello. Un passopesante nel corridoioaccompagnato da urti contro le pareti e daspergiuriinterruppe le mie riflessioni: l'ubriaco aveva fatto illunedì. Un uscio s'aperse; poi un tonfoe non sentii piùnulla: quella sera non avrebbe più avuto la forza dipicchiare la moglie...

Ripresia scorrere le mie bozze; inutilmente. Non potevo fermare la miaattenzione; forse d'ora innanzi queste cosel'ufficiola scuolailibrinon mi avrebbero mai più interessato come prima: alcunche di estraneo era subitamente penetrato in me e faceva sìch'io non mi sentissi più come prima affatto libero e solo.Ne avevo a tratti una punta di malessere che mi pareva fossepuramente immaginario; in fondo non avrei affatto desiderato che nonfosse avvenuto così. Ad un certo momento mi domandai: "Mache faccio io nella vita?" Fino a quel punto dunque io non miero ancora accorto di me stessoperché non guardavo che me enessun altro: non avevo termini di paragone. Che facevo io?Lavoravocioè vendevo la mia opera ad un padroneestraneil'uno all'altro. Fortunatamentenon amando il padrone o i padroniche non conoscevoné il salario se non come una necessitàamavo invece il mio lavoro e avevo un ideale di me stesso a cui ilmio lavoro poteva condurmi. E d'intorno a me? Correttoricompositorimacchinistientravanouscivanovendevano mente emano a ore e a tariffa fissa. Nessun amore al loro lavorocioèalla loro vitae nessun ideale.

Ciascunovedeva di continuo uscir dalle sue mani per sempre e anonima lafatica di un'oraun frammentoe nessuno poteva dir mai di qualchecosa:

"Quellol'ho fatto io!" Che cosa resterà loro alla fin della vitaa provare che hanno vissuto? Non hanno vissuto: questa è laverità.

Oforse in quella uniformità d'azioneestraneolontano dalmonotono affaticarsi che li esauriscequalcosa esistesorridesplende? Qualcuno ha un piccolo usignuolo che gli canta in cuorementre le sue mani s'insudiciano attorno alle ruote? E quiintornoin queste celle tra di prigione e di chiostroqualcuno di quelliche tornano ogni sera abbrutiti dallo sforzo della giornatasiassopisce in un sogno sereno e un ritornello di canzone suona alritmo del suo respiro?

Guardaiintorno la mia soffitta: non era più sì freddasìnuda. La lampada diffondeva in essa una luce calmadoratachepareva quasi sottilmente intepidire l'aria. O era il senso d'unapresenza invisibile? Appoggiai la testa su ambe le mani e chiusi gliocchi: traverso le palpebre la luce mi riempiva le pupille d'unosplendore marmoreo. Rimasi a lungo cosìquasi ascoltando ilbrusìo nelle mie vene d'un tepore nuovo e vibrante. Lafinestra dietro il paralume era tutta azzurra. La neve era azzurrail cielo quasi nero seminato di stelle. Apersi. Anche la finestra difronte era aperta e una figura v'era in mezzochina sui gomiti. Nonmi meravigliò: non mi pareva infatti testè quasid'essermi sentito chiamare?

Cheavveniva in quella gran sala biancalontano? Rabbrividii.

Maun'altra finestra laggiù nell'angolol'ultimaerailluminata: vi si vedevano due candelee un gemito uguale neuscivatranquillo come se perdurasse nel sonno. Un'ombra di donnaanche vi si movevaalcuno vegliava il morticinoforse la mogliedell'ubriaco... Il silenzio era infinito. Le stelle palpitavanoilcielo non pareva una vòlta cupama lo spazio senza limite incui stavano sospese nel loro moto impercettibile quelle viteluminose. In terra tutto era bianco: tetti senza finee in fondo ilprofilo delle Alpi:

esseparevano inerti e morte. La vita era quiintorno a mesu questealtezze tese verso il cielo: la vita e la morte.

Lungole scale un passo saliva e una luce si proiettò sulpianerottoloscomparve nel corridoio. Dopo un po'lo sentiitornarepiù pesante e cauto; vidi vacillare su la paretelungo la scala il profilo d'un uomo con in spalla un oggettooblungo: discendeva. Nella soffitta d'angolo le candele si mosserol'ombra della donna si disegnò un momento sui vetri; poi sispensero. Il gemito continuava uguale nel sonno.


-Crastino!chiesi verso la finestra dirimpettopianissimocome temendo disvegliare quel gemito. Egli si mosseaccennò con la mano allafinestra ora buia e si ritrasse.


-Tre giorni dopo fui chiamato nella sala d'ingresso della tipografia.Mi attendeva un signore altobiondoche avevo già vedutonel laboratorioil dottor Semmi. Infatti egli rivedeva delle bozze.Riconobbi il primo foglio di un'opera che passava ora sotto le miemani.


-Sentaincominciò egli guardandomi con due occhi azzurro chiari. Ladottoressa Lavriano m'incarica di informarla che la sorella del suoamico è morta iersera...

Quantunquefossi preparato alla notiziane rimasi costernato; egli lo vide e isuoi occhi tranquilli si velarono leggermente:


-Ladottoressa è andata stamani a trovare il suo amico: intantovuol ch'io avverta leiperché l'assista questa nottechepuò essere terribile per il giovaneun po' ammalatoaquanto mi si dice...

Ionon seppi rispondere parola. Egli proseguì:


-E'morta d'emorragia. Se fosse venuta all'ospizio subito... Invece hacreduto poter superare la crisi da sola. Quando ce l'ha portata ladottoressa Lavrianoera già tardi; aveva già deiguasti interni cui non si poté rimediare...

Diedeun'occhiata alle sue bozzepoi si decise a posar la penna evolgendosi tutto a memi chiese:


-Ilfratelloche tipo è?


-Ohun bravo giovine! m'affrettai a rispondere. Probabilmente non hasaputo nulla di nulla. E' un poeta. Ha scritto Tenebre...


-Larimproveravache lei sappia?


-Noncredo. Soltantoella doveva averne soggezioneda quel che possoimmaginarmi. Doveva poi temere enormemente di addolorarlo. Credo chegli facesse un po' da madre...


-Ahle parti s'erano invertite! Luicerto non sapeva proteggerla. Lìsta il male.


-Locrede colpevole?


-Nonposso giudicarne. Ad ogni modotutti gli uomini sono colpevoli incomplessose non della morte dei neonati (quellipazienza!)certodella morte delle madri; non sono soltanto indirettamenteresponsabili... Ora lei legge il mio libro? La signorina mi dice chelei ha studiato molto di questioni sociali.


-Io?protestai confusosentendomi arrossire. Io non ho studiato che lebozze che vo correggendo da dieci anni.


-Bene!Mi dicono che dà dei punti agli autoriqualche volta. Esorrise della mia confusione: nei suoi occhi brillava un'ironìabenevola che non mi cagionava disagio. In quel momento il sole cheentrava dalla finestra l'aveva raggiunto sulla sedia e illuminava lasua bella testa biondadall'alta fronte calvadai baffi radispioventitraverso i quali i denti brillavano nel sorrisosimpatico. Aveva qualcosa del sognatore e dell'apostolo; e subitosentii per lui un segreto moto di simpatia.

Eglisi trasse indietro dal sole e riprese la pennama tosto la deposeper porgermi la mano. Io la strinsi e tornai al mio gabbiotto.

Ilseguito delle sue bozze che avevo dinanzi (L'allevamento dell'Uomo)diceva:

"Ildovere primo e assoluto d'una società civile è difavorire e sorvegliare le nascite. Tutti gli altri momenti dellavita umana sono secondari vicino a questoe in essi l'individuo puòin diverso grado provvedere a se stesso: qui due vite sono inpericolo e l'unala più indifesacomincia appenae guai secomincia male!

"Inveceoggi la nascita è lasciata al caso. La procreazionech'èin fondo il solo fine visibile della vitaviene dall'uomoconsiderata come la spiacevole conseguenza d'un atto di piacereegoisticodalla donna ora una sofferenza senza compensoora unacondannauna diminuzione del suo esseretutt'al più unafunzione semplicemente animale.

"Unagran parte di coloro che sentono in sé inquietudinesquilibrio fisicodifetti od eccessigermi di maledi pazziadidelittopossono rintracciarne la causa nella nascita. Chi ne ha lacolpa? Di rado la madrespesso il padresempre la società...".

Quandofui libero dal mio lavoro m'affrettai verso casa. Crastinonel suolettoaveva un febbrone. Delirava. Mincala moglie dell'ubriacoloassistevacolla sua faccia patita e la persona lunga e magra: gliumettava le labbra ardenti e cercava di farlo rimanere quieto ecoperto. Non mi riconobbee rimasi lunghe ore accanto al lettomezzo intorpidito e colla testa ondeggiante e vuota.


-La febbre durò sei giorni. Il medico era inquieto e ladottoressache venne più voltetemette seriamente che ilcervello gli si sconvolgesse. Era divenuto spaventosamente arido esecco. Un giorno scorsi così nitida la forma del teschiosotto la sua barba rada che n'ebbi un istantaneo ribrezzo.

Nondimenosi risollevò lentamente. Pareva che si fosse dimenticatod'ogni cosa e una dolce convalescenza mi fece apparire il mio poveroamico come un fanciullo nuovo e ingenuoignaro d'ogni doloreancheprivo d'ogni pensierocome una piantaun semplice essere di senso.

Poisi ricordòa sprazzidel passato; ma con lieve dolore.L'attività del suo cervello ridestatosi all'improvviso con unvigor nuovolo elevava subitodai singoli casialleconsiderazioni generali della vita: essendo stato sì vicinoalla mortediceva eglinon si contava più fra i vivi e isofferentipensava agli altri che soffrivano e immaginava comeavrebbero potuto non soffriretrovando ciòinfinemoltofaciletanto viveva nell'astratto.

Iolo vedevo due volte al giorno. Era debolissimotalché civolle più d'un meseprima ch'io potessi condurlo a farequalche passo all'aperto.

Amano a mano che la primavera coloriva la terra e l'ariavedevo ilvolto dell'amico animarsiilluminarsi.

Passammocosì alcuni mesi in una intimità ineffabile: io amaiquel ragazzo di genio come avrei amato una creatura miala miadonna o mio figlio. La bellezza di quell'essereche sorpassava lamia facoltà d'ammirazioneche mi riempiva spesso di stuporee di riverenzacome dinanzi a un mistero che si manifestasse inluimi affascinava. La figura divina ch'egli apparivaquando isuoi occhi contemplavano certi spettacoli eterni di natura od'umanitànon mi uscirà più dalla mente.

Micondusse a visitare le gallerieove mi colpì la sua dottrinae la sua ammirazione ragionata e istintiva dei capolavori. Loincantava il museo egizianoov'egli passava ore intere a sognare inpresenza delle mummie e dei resti così viventi e strani diquel popolo misterioso. Diceva che gli Egiziani dovevano somigliareai grandi uccelli e ai grandi fiori delle acquecreature sospese suuna linea d'orizzontee soprail cielo infinitoe sottolospecchio del cielo infinito: null'altro che cielo: perciòfurono astronomi e matematicie probabilmente musici...

Mala natura vivente aveva potere di trasfigurarlo. Dinanzi al paesaggiodilatava gli occhi che diventavano luminosi come se concentrasseroin sé quei colori e quella luce. Guardavamo cosìaltramontoil cielo grande che si continuava dentro lo specchio delPochiuso dalle masse dei pioppi. In principio gli sfuggiva qualchemonosillabo: ero ancora presente a lui. Poi mi dimenticava affatto:drizzava le sue spalle graciliergeva il petto come per levarsiun'oppressione e respirava a larghi sorsi: non tornava a me cheall'annerirsi delle formeper ripetermi con rare frasitirate fuoria stentole sue solite tristezzela sua inettitudine ad un'operagrandela morte che lo chiamava con voce sempre piùinsistente.

Lepiccole agitazioni degli uomini lo toccavano talvolta prontamente evivacemente. Egli gironzolava per la cittàruminando dicontinuo i suoi pensieri o "connettendo a musaico"com'egli dicevaqualche sonetto. I moti soliti dei passanti non lodistraevano punto: ma ogni più minuto incidente insolito lorichiamava; e come usciva da un mondo di sognila cosa prendeva unsenso profondo e gli dava subito cagione di risalire a idee generalio a visioni d'umanità che lo prendevano alla gola; usosempresciupandoloil suo modo d'esprimersi. Ricordo cheavendoloincontrato una domenica in corso Vittorio tutto in preda a' suoipensierinon mi peritai di distrarnelosalutandolo eaccompagnandomi con lui. Ma pareva ch'egli durasse fatica amantenersi meco nel mondo reale. Ad un tratto una fanfara sbocca daun angolo di via e parecchie squadre di ragazzi marciano dietro diessa.

Iprimi gonfiavano le gote rosse sulle loro trombe con un misto diletizia e di baldanza: gli altri marciavano seriima baldi e lietianch'essicome compresi della loro azioneche era di solidarietàe di armoniadi fiducia verso l'avvenire. Egli li guardòpassare con gli occhi lucidiattentissimoli seguì a lungocon lo sguardo: poi lo prese l'affannoaprì la bocca arespirar forte per non piangeresinghiozzò due o tre volteindi si acquetò.

Dilì a un momento: Vedi? Disse I nostri figli quelli... i nostrinipoti!...

Comesono bellisani! E gli altrii nostri fratelli! Làsu lesoffitte o nelle tane. I nostri fratelli! Ma il mondo camminacaroStangadomani camminerà cosìcome questi bimbi...quando noi saremo sotterra!

Unasera volle portarmi ad ogni costo a vedere il Faust. Fu per entrambiuna fonte di grande emozione. Egli pianse dal principio alla fine.Io gli tenevo una mano nella miapremendola ad ogni trattofortementequando temevo che scoppiasse in singhiozzi: ma il suopianto era piuttosto calmo. Eravamo in loggione: egli appoggiava latesta sul parapettosenza mai guardare il palco:

edio sentivo con angoscia inesprimibile ch'egli faceva unatrasposizione:

ascoltavala storia di sua sorella.

Maioche non conoscevo se non gli spettacoli delle chiese e la musicadegli organi e dei corifacevo amare riflessioni. Ecco: il pubblicoama questi quadri: dei burattini ridipinticaricature dell'uomocon gesti che tradiscono le cerniere nascoste nelle giunturefannograndi passisi voltano verso il pubblico quando devono parlarecoll'amante: nel duetto i due amanti fanno perfino un mezzo girol'uno intorno all'altrocome i gruppi dei musei che hanno un pernosotto il piedestallo...

Ilmio amico era pienamente afferrato dall'azioneo piuttosto dallamusica e dalla sua stessa fantasia. Io pensavo a quella Margherita.Ecco che cosa è la donna oggidì. Da una parte ildiavolo che la tira per la lunga trecciadall'altra Diochefinisce col salvarla per far piacere agli spettatori e con leil'altra allegra vittima del diavoloFaust. Margherita non esiste diper sé: soffreuccide la sua creatura... Che strazio e cheridicolo insieme in quella scena alla porta della chiesa! Accanto anoi c'erano delle ragazze che avevano veramente paura. E mis'affacciò irresistibile la domanda:

"Dov'èquesta religione consolatrice degli afflitti?".

Diofinisce col trionfarema che importa se il diavolo ha continuato atorturarmi durante quattro atti e mezzocioè quasi tutta lavita?

Piùtardi Vigi divenne sempre più instancabile e inquieto. La miacompagnia non gli bastava più. Egli mi dimenticava spessoquando l'accompagnavo: si concentrava e rimaneva mutononrispondeva; non udivaforseil più delle volte. Iol'annoiavoprobabilmentee ricordando gli sguardi supplichevoli disua sorellauna profonda angoscia mi prendeva. Mi sentivo impotentemeschinonullo: in certi momenti avrei voluto stendermi a' suoipiedifarmi calpestareperché s'accorgesse di me.

Talvoltapoiall'improvvisoparlava e le sue frasi erano una continuazionedi un discorso interno ch'io non riuscivo a ricostruire. E l'ideainsistente era l'amore. Che cos'era quest'amoreper cui sua sorellaaveva tanto sofferto in silenzio ed era morta con tanta serenità?

Lenaaveva certo amato. Amava ancora quando moriva? Perché mi fecitante volte questa domandae perché non osai farla giammai aCrastino? Quante volte essa insisteva nel mio cervello fino altormento mentre gli parlavo di cose indifferentima non riuscii maia superare la mia timidezza.

L'amore!Io non ci ho mai pensato. O per dir meglio: ho pensato moltissimoalla donnasenza che potessi neanche concepire di aver mai una donnamiauna famiglia mia. I miei coetaneii miei colleghi di lavorosono tutti ammogliati: ma si dibattono in tali difficoltàche il far saltare sulle ginocchia l'ultimo marmocchio e veder glialtri rotolarsi nei pratifuori portaseduti colla mogliettinasotto la pergola di qualche osteriaè loro troppo scarsocompenso. Altri non vogliono rampollie sono i più duri e ipiù chiusiquelli che sorridono di piùma di unsorriso scoraggiantemotteggiatore; tristissimi certoin fondo.Parlate di amore e di una famiglia in una società che dàla medesima razione di pane a chi è solo e a chi ha moglie ebimbi!

Matutto ciò non bastava a tenermi lontano dal matrimonio. Infondo io ho un'immensa nostalgia della carezza femminile che nonricordo d'aver sentita mai. Forseappena messo in lucemia mammapoté ancora stringermi al suo seno e baciarmi? Non lo so. Mami pare che una donna (ora sono vecchioho trent'anni)una donnache mi avesse amato come avevo bisogno di essere amatosarebbestata un pochino mia mammae avrei avuto bisognosìdipiangerequando l'avessi sentita miaquando avessi sentito chetutto il suo mondo ero ioio; di piangere nel suo seno tutte lelagrime che non ho pianto in trent'anni; di versare tutta la immensatristezza accumulata giorno per giornoda bimbo nelle giornatefredde e senza paneda ragazzo nella reclusione priva sempre delconforto d'una faccia femminileda giovanotto quando la seratrovavo sempre la mia soffitta buia e gelida. Avevo una forzaaccumulata in tanti anni di lotta contro un vero strato di terrapesante su di me: non sono uscito dalla mia tomba di creta come ungermoglio in mezzo a un sentiero battuto? Non avevo rinunziato aquello che molti altri hannoalla vita facileapparecchiatadinanzi a loro come una mensa imbandita:

rinunziatoperché ero riuscito a non desideraresebbene me ne sentissiun diritto uguale a quello di essi?

Eavevo una debolezza organicaportata in me sia dalle inconsciesofferenze e privazioni dell'infanziasia da quella rinunziaterribile. Una donna avrebbe soddisfatto a questo mio bisogno diproteggere e di essere protetto.

Nonvenne. L'attendevo e non la cercavo. Non osavo cercarla: erotimidissimo di fronte alla donnaperché conscio fin daragazzo del mio aspetto triste e deficiente. Io sono altomagrogiallocon un torso gracilegambe e braccia troppo lunghe: asedici anni mi ricordo d'aver avuto per un periodo di tempo una fameda cannibale: quando cessòio ero cresciuto di trentacentimetri! Da qualche anno non mi guardo più nelle vetrinee quando per caso l'occhio mi cade sul mio individuo riflessom'esilaro non poco: ma prima fui di una suscettibilitàmalaticcia. Avevo un orecchio prodigioso per sentir dietro di metutte le gaiezze ch'io suggerivo alle ragazze che mi passavanoaccantoe il mio occhioche pare un po' uguale e mutonon silasciava sfuggire i menomi moti che apparivano su le facce deipassanti. A qualche monello avrei ben volentieri non poche voltetirato le orecchie. Ma mi contenevo: chiudevo gelosamente tuttequeste ferite di spillo: credo che avevo una vera faccia didiplomaticotanto sapevo dissimulare. Ora dicono invece che ho unafaccia buona come il pan caldo. Gli è che vedo di quantepiccole cose soffrono gli uomini: e sono tanto indulgente verso ilme stesso d'allorache m'intenerisco stranamente all'aspetto ditutte le piccole sofferenze che gemono o tacciono intorno a me.

Nonavevo poi molto tempo da cercarla... Era necessario ch'io incontrassiper caso una donna che mi guardassemi trovasse simpaticomiparlasse e mi conoscesse: conosciutomimi avrebbe probabilmenteamatoperché mi pare impossibiledio buono!il contrario.Ciascuno di noi ha dentro di sé di che far felice un altroessere. Ma dov'è quest'altro? Ecco tutto. Lei era forse benlontana e io stavo là nel mio buco di correttore... O eraforse a due passi: forse m'ha guardatom'avrà ancheparlato... ma non m'ha conosciuto: e neppur io.

Dunqueio scrivo qui come su una pietra sepolcrale: IO NON HO AMATO.

Tuttequeste riflessioni e questi rimpianti furono sollevati in me dallaintimità con Crastino. Egli viveva così intensamentedentro di sé che le sue paroleda cui ricevevo dellemomentanee rivelazionicome dei lampidi quella vitamiriconducevano immediatamente alla mia e mi sentivo tuttorimescolato. Una volta uscivamo da una chiesaentrativi a udire icori dei vespri (la chiesale madonnela musica!... Se voletedell'artedel sentimentooggidìsiate ricchi! Solo lachiesa dispensa dell'arte ai diseredati!) e il sole era cosìbello! Crastino disse:


-Ionon ho mai creduto veramente a una vita mia oltre a questaad unavita individuale: non ci ho mai credutoma ho vissuto come se cicredessi: vale a dire chein vista di un'altra vitanon ho vissutoquesta...

"Vero"riflettei. E pensavo a me: io ho fatto lo stesso: anche nel miopiccolo avrei ottenuto qualche felicità se l'avessi voluta contutte le forze.

Credoche molti oggidì sono simili a me: non ci si rifà anuovo tanto facilmente. Ma vedo che nostri figli nascono giàdiversi: guardano il sole con maggior confidenza. Il sole èil nostro vero bene: per ora non ce n'è uno maggiore.Godetelofigli nostri!

Quellaosservazione di Crastino era forse dedotta da mie idee anteriori cheero venuto quasi costruendo e connettendo dinanzi a lui: a mano amano che le dicevosi organizzavano e diventavano piùpersuasivesolide anche dinanzi a me stesso. Io dunque ebbi unainfluenza sul suo pensiero: ho pauraahimèdi averla avutaanche sulla sua vitaodirò megliosulla sua morte! Ma nonho rimorsi.

Ilprofessor Lavriano gli aveva trovato un impiego nel dazio: loesortava a mantenercisi per un meseintanto ch'egli avrebbe cercatoqualcosa di più consentaneo alle sue attitudini. Crastino cisi mise di buona volontà. Tornava a casa parlandomi dei carripittoreschi che scendevano dalle Alpi ed entravano nella barriera diFranciadei sotterfugi curiosissimi a cui ricorrevano i carrettieriper nascondere qualche chilo di salame o qualche litro di vino. Maben presto il lavorìo dei calcoli e della contabilitàlo annoiòlo irritòepassato il mesese ne partìinsalutato ospite.

Allorail professore lo ammise nella redazione d'una rivista di sociologiaaffidandoglipoiché non aveva alcuna cognizione specialedella materiala compilazione dei fascicoli. Né ciògli piaceva gran che. Pure tirò innanzi qualche tempo.

Ungiornocadeva una pioggia fittaaccidiosaero venuto a casa nelmeriggiocontro il mio costumee stavo per tornare alla tipografiaquando sento altamente urlare fuori. Mi pareva la voce dellozoppettoNotu. Infatti lo scorgo sul tetto oppostoaggrapparsiagli spigoli delle ardesiecolle mani gonfie. Nella soffittaattigua alla mia l'ubriaco urlavasporgendosi dalla finestra eminacciando di tirargli una scarpa. Il ragazzo si voltava con unafaccia pavonazza: piangeva e insieme gli faceva le beffe. Che eraandato a fare lassù? La Biondina aveva aperto la sua finestrae lo chiamavalanciando degl'insulti all'ubriaco. Ora il ragazzo sitrovava sul crinaleall'altezza dell'abbaino di Crastino. D'untrattotorcendosi verso di noiperdette presa colla manoi piediscivolarono...

Deigridi di terrore seguirono... Il ragazzo era sceso bocconi coi piediinnanzi e le mani uncinate sulle ardesie. Il canale di scolo loarrestò.

Rimaseimmobile un secondo. Allora la finestra di Crastino s'aprì ela Biondina gli afferrò un braccio. Era salvo.

Respirai.Per un momento ebbi la visione di un mucchietto di cenci sparso sullastricato del cortile. Udii allora aprirsi l'uscio attiguo al mio eduscir l'ubriaco. Lo seguii. Egli andava senza dubbio a continuar lascenata nella stanza di Crastino... Ma giuntoviafferrò ilragazzo e se lo strinse al petto piangendo forte. Noi lo guardavamosdegnati e inteneriti.

Iodovetti correre all'ufficio. Fu allora che s'iniziò l'amiciziafra la Biondina e Crastinoche doveva presto mutarsi in amoreetogliermi per sempre quella dolce intimità che m'era divenutanecessaria.


VII.

Intantoera penetrata nel nostro convento una grande novità. Ungiovanottoun pittoreera venuto al n.27. Egli non vi dormivaspesso in principioavendo anche un'altra abitazione. Era unbellissimo tipoun modello d'umanità: altoproporzionatoelasticocon una testa dalle fattezze forse un po' troppo finemaresa maschia da due grossi baffi e da una gran barbache simescolavano a coprirgli tutta la parte inferiore del viso d'unaondulata seta color di bronzo; nonchè da una capigliaturafolta cui sormontava un piccolo cappello tondo. Un gran vocionedalle sonorità di rame dava tale eco nel suo largo pettochea qualche distanzaquando l'udivo nei corridoinon distinguevo piùle parolee pareva talvolta un bordone d'organo. E l'udivo spessoperché egliappena tornato dal lavoro (era disegnatore nellafonderia Nebiolo)interpellava tutti gl'inquilini delle soffitteprovocava le loro risa con facezie a freddosi traeva dietro tuttii bimbia cui gettava dei pomi e delle noci lungo il corridoioperfarli ruzzolare a mucchi e scompisciar dalle risa. Non so quandodormisseperché la sua soffitta era sempre illuminata elavorava moltissimo di nottetraendosi dentro i modelli; un dopol'altro tutti i piccoli scavezzacolli dell'aeropoli.

Aeropoliè il battesimo ch'egli aveva dato al nostro conventoche eraa suo avvisoil più numeroso e vasto di Torino: ed era iltitolo d'un album di acqueforti che voleva eseguire e mandare inFranciaad un suo amico pittore che là veniva molto valutatoe aveva promesso di farlo conoscere e chiamarvelo ben presto. Eglilavorava la notte e tutto il giorno di festa. Aveva fatto subitoconoscenza con tutti gli abitanti della nostra piccola città;fatto lo schizzo di tutti. Di Crastinodi me e della Biondina vollefare dei veri ritratti.

Nonho mai creduto d'aver una fisonomia interessante. Le mie fattezzeoggi mi sono perfettamente indifferenti. Ma Quibio (che nomestrano!)altrimenti detto Cribio! era un mago. Il ritratto diCrastino è meraviglioso e io non ho visto più bello ilmio amico ne' suoi momenti di trasfigurazione: quando gli saràresa giustizia e i suoi pochi versi saranno considerati come i piùsignificativi che abbia prodotto la poesia italiana in questi ultimivent'anniquesto ritratto costituirà un prezioso documento.Ora non è che uno dei tipi più suggestivi di unaeropoli!

Ilmio è molto strano e non credo di essermi mai veduto conquell'espressioneper quanto quelle siano certoad una ad unalemie fattezze. Tutto è alterato curiosamente; la pallidezzasopratutto colpisce e un senso di terrore che ho negli occhi. Forseciò proviene dal momento in cui egli eseguì ildisegnoun momento che non dimenticherò più.

Maandiamo per ordine.

Quibioaveva la più buona indole del mondosebbene la portinaiach'era moglie d'una guardia civicalo guardasse con diffidenza. Ilsegretario era evidentemente orgoglioso di tenere un simileinquilino e lo aveva consultato a proposito di certe oleografie chevoleva comprare per il padrone di casa il giorno delle sue nozzed'argentoal che Quibio gli aveva dato del filisteo e peggio. Ma laconsiderazione e la diffidenza della portinaia e del segretarioprovenivano da certe lettere profumate che gli pervenivanoe piùancora dal fatto straordinario che più d'una signora (o eraprobabilmente sempre la stessa) aveva fermato la carrozza davantialla casa ed era salita a veder lo studio.

Peralcuni mesiQuibio fu la mia compagnia nelle ore di libertàpoiché Vigi s'era evidentemente allontanato da me per passarquasi le intere giornate solo con la Biondinaverso la qualesentivo una specie di rancore. Vissuto per tanti anni solitario eignorato anche a me stessome ne rivalevocercando ad ogni costoquella compagnia che mi dimostrava che esistevoch'ero vivoe chein fondomeritavo anche di vivere.

Unadomenica Quibio bussò al mio uscio. Entrò tutto lieto.


-DuenotizieMartino cominciò col suo vocione: una: che ho vintoil concorso della Calcografia di Romal'altra... che gli abitantidi Marte fanno segnali verso la Terra.


-Tutt'edue dello stesso valore queste notizie? risposi io.


-Sìriprese. Ecco qui l'annunzio della Calcografia e il Popolo di stamanecol telegramma di Marte. Ora ti afferro con una manoe vado adafferrar Vigi coll'altrapoi partiamo per Valsalice a far festa.

Nonci fu modo di replicare. Mentre mi vestivoegli andò daCrastino a partecipargli la doppia notizia.

Ioavevo sentito d'un romanzo inglese molto strano in cui si supponevaun'invasione di Marziani sulla Terra. Ora l'annunzio del giornaleche alcuni punti luminosisupponenti una direzione intelligentefossero stati notati sul nostro pianeta più affinemi colpìfortemente. Il mio cervelloforse per mancanza d'un organismoscientifico complessoè prontissimo ad accettare di botto lecose più straordinarie. Questa concezione mi dava un singolaresenso quasi di smarrimentoquasi sentissi di essere veramente collaterra lanciato nello spazio. Io credo che quando codesti pensierisiano entrati profondamente in noipotremo sentir meglio lavertigine dell'isolamento nell'infinito.

Diconodi non so qual poeta franceseche avesse trovato un frisson nouveau.

Questopare invece a me il brivido nuovo.

Uscironodal corridoio e mi attesero un momento sul pianerottolo. Scendemmo.

Quibioera in preda alla sua allegria rumorosa e rideva con tutti i suoidenti brillanti in mezzo a quel barbone biondo. Crastino parevainvece un po' contrariato. Da qualche tempo non lo vedevo più:lasciato l'impiegos'era chiuso nella soffitta: lavorava? Eradiventato diafanocogli occhi cerchiati e ardentile naricimobilissime e la bocca nervosa. Io m'ero inquietato molto per la suasalute: il suo aspetto ora mi aumentava l'inquietudine.

Nonostantela gaiezza del pittore cui cercavo di tener dietroVigi tacevapurrimanendo in apparenza sereno e un po' assorto in se stesso. Quibioera tanto feliceche me ne sentivo anch'io contentissimo: parlandotalvolta la voce gli si alterava; la gioia lo prendeva alla gola.Ahche gusto di sentir ridere a quel modo! C'è chi nasceprepotentemente felice.

Valsaliceera piena di gente: tutte le cantine risonavano di organetti erigurgitavano di borghesi e di operai indomenicati. Quibio si piacevaenormemente dell'allegria popolare in campagna: e io pure me neconsolo tutto:

èsinceralargasana. Ci sedemmo sotto un pergolatoe il pittorefece portare un certo vinetto frizzanteche l'inuzzoliva tutto egli faceva schioccar la lingua. Crastino ne assaggiò un sorsoe fece una smorfia: io sono astemio.


-Ahmiei cari! fece Quibio. Che bella cosa se la terra producesse piùbarbèra e meno ferro da cannone. Che ne dite? La vigna èil segreto della pace universale. Guardate: appena due uomini sonobrillisubito si abbracciano.

Nonè veroMinca'n Crous? disse alzando la voce verso la padronagrossa e rubiconda che si affannava a portar bicchieri qua e là...Si era innamorato di quel nomee lo ripeteva a tutte le donne.

Unorganetto entrò nel cortile e cominciò a suonare. TostoQuibio si levò e afferrò la padrona per le braccia:questagirando pesantementerideva e oscillava tutta. La lasciòsubito quando vide entrare una ragazza con un gran cappello a piumedi gallo.


-Oh!esclamò. La principessa d'Aeropoli. Facciamo un giro?

Erala Salamandra. E senza lasciarla rifiatare la trascinò in unvalzer vertiginoso. Polvere e ciottoli sprizzavano dalle sue scarpechiodate. Quando non ne poté piùsi fermò etrasse la ragazza fino al nostro tavolo.

Ellasedetteguardandoci con atto tra d'interrogazione e di noncuranza;poi bevve d'un fiato il bicchiere che Quibio le porse.

Iosentivo un leggero batticuoreil senso che ho sempre di fronte a unadonnadi timidezza e insieme di dispetto contro la mia timidità.


-Ebbenecome va la saluteMinchin? chiese Quibio sorridendo.


-Semprebene la mia rispose la ragazza quasi offesa. Chiamami Olga intanto!


-Quantianni hai? Ventinon è vero?


-Ventuno.

Quibiorise fragorosamente: ella gli dié del ventaglio sul capo.Aveva i cappelli biondissimiradigli occhi allungati agli angolida una riga di bistrola pelle delle guancie disuguale e guasta: laboccaassai bellanelle mosse del discorso prendeva sempre delleinflessioni ignobili. Aveva forse quell'età e poteva ancheavere più di trent'anni.


-Chefarai quando sarai vecchia?


-Iovecchia? risee un'ombra d'inquietudine mi parve le passasse unmomento sul viso: Farò l'affittacamere per le ragazze comeme.


-Bene!Per vendicarti di chi ti fa fare questa vita? Tu ti ripagherai sulledisgraziate come te; la tua padrona fa lo stesso orae la catena nonfinirà più disse Quibio tra grave e ironico.

Ellavolgeva gli occhi sovente a osservare Crastino: d'improvviso chiese amesommessoma sì che lui sentisse:


-Suasorella dov'è?


-Mortarisposi subito sottovoce.

Crastinoci guardò entrambi con un rimprovero triste negli occhi. Elladiede un sospirocrollò il capopoi percosse il pittoreforte sulla spalla:


-Andiamoa ballarebiondo?


-Nograzie. Troppo liscio il pavimento e tu pesi troppocara Olga miaepoi... io non voglio essere un rivale per nessuno...

Eaccennò ad un giovanotto che sedeva davanti a un bicchier dibirra tutto solo e guardando fissamente il nostro gruppo. LaSalamandra lo adocchiò di sfuggita e arrossì:


-Quello...sapete chi è quello là? Guai se ve lo dicessi!


-Brr!fece Quíbio. E' il re dei gargagnanscommettiamo! e vedendopassare la padronaordinò un altro mezzo litro.


-Quelloè il contino Raffi: ha pochi soldi ma molta sfacciataggineemezzi i barabba delle Ca' neire gli fanno i servitori.

Sivolse a lui e lo guardò fisso atteggiando la faccia a undisprezzo indicibilepoi si levòcercò collo sguardotutt'intornoe si sedette di nuovo rassicurata.


-Vuolche facciamo un girettosignor Crastino? Io posso contarle dellebelle cose... E la Biondina non è venuta?

Crastinoarrossì e rise nervosamentepoi mise le labbra al bicchiere ebevve con una smorfia.


-Tiproibisco di sedurre il poeta! vociò Quibio. Lui ètutto scombussolato perché Marte fa dei segni a Veneresbaglioalla Terra... e non bisogna disturbarlo nelle suemeditazioni...


-Sìsìlasciamolo meditare. Che vuol dire aver la testa nellenuvole!

Poisi fece improvvisamente seria:


-Maè malato il vostro amiconon vedete?

Egliera difatti pallidissimoma protestò vivamente.

Lapadrona si avvicinava: depose il vino sul tavolo con una leggerasmorfia verso la ragazzache si levava dando un colpo di ventaglioa Quibio.


-Vediqui la donna onesta e spietata mi disse Quibio sommessoaccennandoalla padrona.


-E'vero rifletteimentre seguivo coll'occhio la Salamandra.

Subitoil giovane solo che dapprima ci osservava fece una mossa peravvicinarla. Ella gli lanciò un'occhiata che l'inchiodòsulla pancapoi s'appressò ad una tavolaove un ubriaco inmezzo a parecchi bevitori urlava con quanto fiato aveva nei polmoni:

CrucedelissiaCruce delissiaDelissia al cor !


-E si sedette nel gruppoaccanto a un giovanotto mingherlino. Quandoella gli accennò il continoi due si guardaronoe ilmingherlino ebbe un istante la faccia illuminata da un sorriso cosìmalignofino ed energicoch'io ne fui scosso. Aveva due occhiagilissimi e mutevoliche in certi momenti parevano quasi luccicarefuor d'una guaina e ringuainarsi sotto le palpebre subito. Io pensaiche il suo coltello doveva apparire e scomparire bene spesso a quelmodo.

Lasua fisionomia non m'era nuova. Quegli occhi dovevano aver fissato mepure altra volta...

C'èdunque una società sotterranea dove la soperchieriala lottala solidarietàsono praticate all'insaputa dell'altramacon la stessa intensità. Qualche sommovimento lancia ognitanto alla superficie un cadavere.

Etutto ciò viveva accanto a me: ne sentivo le pulsazioni quandorincasavo tardi la sera e udivo dei susurri o delle risse negliangiporti: qualche volta avevo inteso accanto a menell'ombradueparole che mi causavano un fremito di terrore e subito dopo mi avevacolto un moto di fiducia e quasi di compiacenza: "NoèStanga!" Mi conoscevano dunque: avevano una polizia anch'essi:io ero nella lista degl'innocui o degl'insignificanti... Tutto ciònelle tenebre. Alla luce del sole nient'altro che uno sguardod'odiodi provocazionedi vittoriacome quello che avevo vedutoluccicare un momento sulla faccia di quel mingherlino...

Intantoun'altra reminiscenza mi perseguitava. Avevo già visto io ilconte?

Imbruniva.Il cortile si riempiva sempre più. Entravano ora famiglieintere con marmocchi e sedevano alle tavole facendo preparare damangiare. Mangiavamo anche noi in mezzo al tumultoma tutti treeravamo taciturni; l'allegria del pittore era sparita.

Cilevammo e movemmo per uscire. Ad un tratto mi sentii toccare. Era ilmingherlino che mi sorrideva coi suoi occhi aguzzi:


-Unaparola.


-Dicafeci io imbarazzato.

Tacqueun momentopoi accennò dall'altra parteal contino.


-Lasorella del vostro amico... Eccolo là!... E ora lasciate farea me.

Nient'altro.Stia tranquillomonssù Stanga.

Esparì nella folla che ingombrava il portone. Noi ci avviammoverso la città.

Moltagente scendeva per lo stradone battuto e bianco. Le donnestanchesi sospendevano al braccio degli uominii bimbi ruzzolavano per lechine: su tutte le facce era la stanchezza e l'intontimento dellegiornate di sole passate all'aperto da gente che vive l'interasettimana nei laboratori e nelle case buie.

Aun certo punto Quibio prese per una via traversa:


-Allungheremoun pocoma saremo tranquilli.

Eraun sentiero fra le vigne: a quando a quando si cingeva ai lati disiepi o di muri a secco. Le vitivendemmiatecominciavano adarrossare.

Ilcielo era tutto popolato di nubi inegualifra cui il sole spargeva isuoi colori.


-Mipar che il paesaggio vada mutando incominciò Quibio o muto io?o mutiamo tutti? Io non so più come si può dipingereil cielo: è molto più difficile che una voltaperchébisogna far intravedere qualcosa di là.


-E'vero aggiunsi io. I pittori dipingono uno strato d'aria azzurra o unmovimento di nuvole. Ma ciò non è il cieloèsemplicemente l'atmosfera.


-Ohcerto! rispose Quibio ridendo. Non vorrai mica che dipingiamo fuoridell'atmosfera! Ma chi sa? Il mio amico Chedda mi mandò daParigi delle fotografie di un certo Redonda cui ho presentito quelche potrebbe fare uno che conoscesse il cielocome dici tuStanga...


-E'la letteratura che deve precedere esclamò Crastino che uscivaun momento dalla sua distrazione.


-E'vero confermai. Io conosco ben poca letteraturama quel poco che hosfogliato non mi interessa per nulla. Dopo d'aver parlato tanto di séstessol'uomo c'insiste ancora; eppure ne parla a vanveraperchévede poco di sé stesso; si vede poco perché non vedeper nulla tutto il restola terrail cielo. Dico l'uomoletterato... Infatti chi sa che cosa è l'uomo? L'uomo non èaltro che la realizzazione della coscienza della terraè laterra che sente se stessa... Che cos'è la terra? un punto. E'la figlia del soleun punto un po' più grande... Il solel'ha creata... Il sole scalda l'ariatrae l'atmosfera dai poliall'equatore e crea il vento; il sole crea le correnti del mareassorbe i vapori e li cristallizza sui monti in ghiacciai e ne fascendere i fiumi; il sole solleva il mare come un seno che respira.Il sole forse solleva il cuor della terrail nucleo plastico chefreme dentro la scorzae lo trae a sè e lo faràesplodere un giorno. Noi siamo figli del sole.


-Bravo!gridò Quibio. E tu sei figlio dei libri. Qual èl'ultimo libro che hai letto?


-E'vero: questo è una mia sintesi dell'ultimo libro che hocorrettola Geologia generalesemplicemente. E che perciò?La poesia sta tutta lì.


-Sìinterruppe Crastino colla gola stretta. Questa è la poesianuova!

Sentiinella sua voce le lacrime. Lo guardai: la luce del tramontoilluminava la pallidezza della sua fronte: aveva i pomelli accesicome per febbre.


-Chila farà? aggiunse.

Tacque.Il cielo si chiudeva: le nuvole s'erano assiepateavvicinando i lornuclei bigi fra cui brillavano delle lagune d'argento.


-Ilgiornale ripresi io stima che la notizia dei segnali di Marte sia unafantasia di un astronomo poeta. Può darsi. Che importa? Nonne sappiamo nullama intanto l'ipotesi che il cielo tutto siavivente non ci stupisce più. Com'è ciò? Forsetra i mondi esiste qualche mezzo di comunicazione che gli psicologidirebbero subcosciente: forse domani questo sarà coscienza.Avete notato come le scoperte più strabilianti si accettinocon un'estrema facilità?

Mami accorsi che i miei compagni non mi seguivano più. Essierano entrambi assorti in se stessinella lor vita particolare. Neebbi la sensazione quando Crastino concluse quasi un suoragionamento interioreche pareva anche chiudere il mio discorso.


-Edopo tutto si muore.


-Noprotestai con veemenza. La vita ha forse un fine rispettoall'eternità.

Pernoiche siamo un attimonon ha né principio né fine.Muore chi non ha vissutochi non ha creato. Bisogna creareunacellulaun'ideaun moto... e non si muore!


-Simuoresi muore!... insistè egli quasi con angoscia.


-Purtroppocaro Stanga! appoggiò Quibio. E ciò non impedisce chenon me n'importi un fico secco! Io e Crastino abbiamo la stessa ideadella vitaintendo della nostra particolare; ma lui pensa allafineio penso... a prima della fineal momento. Ecco ladifferenza. Tu poi vivi nelle nuvole e nei libri ose vuoidi làdalle nuvole... Sei un uomo felice!

Essipensavano infatti alla lor vita particolare. Il crepuscolo liinteneriva mentre contemplavano in se stessi un'immagine d'amore.Per un momento io sentii acutamente la nostalgia di questaaccompagnatrice esistenza femminile che la natura assegna comecomplemento a tutti gli uomini.

Alloram'accorsi d'una puntura internacome d'una di quelle ferite tropporapide e dirette che non si avvertono subito e si rivelano albruciore lentamente.

"Lasorella del vostro amico... Eccolo là" Avevo compreso?M'era rimasto nell'orecchio... Ora percepivo la cosa in tutto il suoorrore e in tutta la sua profonda miseria.

Anelaidi esser solo per interrogarmi e sentirmi. Giunto a casami coricaie spensi il lume e m'immersi in me stesso.

Fuprima un tumulto confuso e doloroso che mi riempiva il capo e ilpettouna ridondanza di amarezza e di calore da soffocarmi. Poidivenni straordinariamente lucido e calmocome se il mio sangue sifosse sedato e tacessee sola l'intelligenza splendesse come unaluce a illuminare il mio passato e la mia miseria e la miseria ditutti i miei simili.

Amareamareamare! Sentirsi vivo e complesso e perfetto nell'amoredell'altra creatura necessariasentirsi una perfetta unitàche tende a una comunitàa una umanità piùricca e piena. L'ideale mi appariva semplice e lucidoe per melontanopassatomorto forse con quella povera morta che m'avevasorriso nell'agonia. Ella era una povera creatura: aveva seguitoinnocentemente il suo istinto di felicità: la perfidia e lamorte l'avevano ghermita.

El'acre gioia e l'angoscia datami dalla scoperta dell'infame chel'aveva traditasi dissiparono. Potevo io vendicarmi di colui? Chiera egli? Forse nulla: forse un essere non ancora apparso allasuperficie ove respirano gli esseri coscienti. Aveva seguito il suoistinto pervertito dall'eredità di generazioni oppressive emalefiche. Creature che nascono senza doveriricche di tutti idirittiche possono fare se non approfittarne?

Reagiresu di esse! Reagire colla luce!

Mai malvagi si sopprimono fra loro. Quello era in buone mani e avreivoluto potergli desiderare che la punizione non fosse fataledaimpedirgli un ritorno alla sua vera natura umana.

Masono uomo e figlio d'uomo.

Iovorrei credere ad una legge inflessibile: chi ha fatto soffriresoffra!

Erisolsi di non dirne nulla a Vigi. A che pro'?


VII.

Devoall'amico Quibio i pochi momenti d'espansione e di buon umore cheebbi in questi ultimi anni. Mi fu anche causa di qualche piccolasoddisfazione d'amor proprio: dapprima non mostrava curarsi di me etalvolta mi lasciava intravedere un po' di sprezzocome per uningenuo un po' scemo; poi mutò concettofinché andòanche all'eccesso opposto.

Egliaveva una tale esuberanza di temperamentoche doveva continuamentedarle sfogo colla più varia attivitàquasi semprespesa a benefizio altruisenza compensosebbene affermasse chegl'importava poco del prossimo.

Trale altre coses'era offerto un giorno di dipingere la sala deiconcerti d'una Società corale. Mi volle condurreall'inaugurazione.

Iocredo che un grande elemento di pacificazione e di elevazione sia lamusica e sopratutto il canto: questa preghiera fuggitiva e continuaè la cosa più commovente che l'umanità possadare di sè nella sua aspirazione oltre la terra.

Ricordoil primo giorno che entrai nella Pia Casa. Mezzo rincantucciato infondo al cortilerimanevo cuposelvaggiosentendomi disperatamenteimprigionato per tutta la vita. Il fiumeil verdeil cielocom'erano lontani! spariti per sempre. D'un tratto una voce si leva.Cantava delle parole incomprensibili: re sol la si... Un'altra sispicca e la raggiungepoi altree si fondevanoprocedevano unitesi svolgevanos'annodavanosostavanoriprendevano... e semprequelle stesse parole discordi su un canto concorde. Il mio cuores'ammollivail mio singhiozzo si diradavai miei occhi lasciavanocadere lagrime tranquille. Tutti i giorninell'ora dellaricreazioneio mi rincantucciavoascoltavo la preghiera del Mosè.

Piùtardi fui arruolato nel piccolo coro. Possedevo una vocina di sopranoche si guastò presto con una serie di raffreddori.

LaSocietà corale aveva la sua sede fuori di porta. Da quel latoi circoli da ballo s'alternano coi ricreatori infantilile osteriecoi monasteri. Il vento d'autunno mulinava le foglie rugginosemail freddo non s'era ancora fatto sentire. Chiacchieravamo come alsolitoessendo io divenuto un ostinato parlatorementr'egli bensapeva tenermi bordone. Mi pareva che si facesse anch'egliaccessibile alla emozione delle idee. Io poi me ne inebriavo comed'un vino. Con lui vincevo la mia faticosa lentezza d'espressione;diventavo eloquente e inesauribile. Confesso che mi ci preparavo unpoco...

Miricordo che una discussione fervida s'impegnò a proposito diquanto ci si offrì un momento allo sguardo. Erano i ragazzid'un Collegio clericale che marciavano col fucile a spalla dietrouna piccola banda di trombe e di tamburi. Il pretino che seguivatentava di aggiustare il suo sui piccoli passi.


-Eccola musica che tu ami incominciò Quibio.


-Appuntorispos'io prontamente. Perché no? Io non amo la musica per sestessa e neanche la pitturase ti piace. Amo l'arte tutt'interanon come un abbellimento delle cosema come la loro misurala lorobattuta in cadenza...

Sonosicuro che mi piacerà la tua pittura perché saràadatta alla sala e allo scopo di essa... Ebbenei fanciulli chevanno a passo di musica mi entusiasmano; essi imparano a camminareinsiemeti par poco? a misurare il loro respiroil giuoco dei loromuscoliil loro movimento simultaneo verso una meta comune.


-L'artedunqueo mio dottrinarioè il maestro di cappella che metted'accordo e in battuta le cose...


-Esattamente.


-Ei fuciliribattè egli subito dovrebbero anche spararsi abattuta?


-Ifucili saranno dei giocattolidomanisperiamo... come oggi lealabarde nelle processioni. Soltanto costeranno menoe quanto piùsaranno vecchitanto più riusciranno venerabili.


-Quantoa me non so che dirmene soggiunse Quibio ridendo. Saiun giorno unmio amicouno studente di medicinaquando ero al reclusorio mioffrì di essere complice con lui in una allegra impresa. Sitrattavaappena uscitidi spandere alcuni tubi di bacilli delcolera nella conduttura dell'acqua potabile d'una grande città.Io rifiutai soltanto perché pensavo cheuna volta aperto ilvaso di Pandorala poteva essere spacciata non solo per mema pertutta l'umanitàe allora... addio speranza di svignarcela daquesta terra che si raffredda e scappare in un altro pianeta come tupredici!

Stavamoper abbandonare la strada provinciale ed entrare in una valletta. Adun tratto compare poco lontano un'enorme automobiledisotto al qualepareva si vomitassero dei nuvoloni bianchi. Appena il tempo digettarci nel fosso.


-Vicaschino i piedi! urlò Quibiomentre io chiudevo gli occhi etossivo soffocato.

Avevoavuto il tempo di vedere due uomini e due donneirriconoscibilisotto un baldacchino che scuotevasi come un sinistro uccellaccio.


-Parlamidi paceora! disse il pittore fremendo. Quando gli aristocraticicercano di nascondere le unghie per non esasperartiecco qui iborghesi parvenus che vengono a schiaffeggiarti a casa tua. Sìperché la strada provinciale è del contadinoèdel povero! Vedi! Io prenderei uno per pugno quei duemostricciattoli e li sbatterei insieme in presenza di quelle altredue smorfiose occhialute in waterproof!

Perdieci minuti il polverone rimase sospeso sulla strada. Noi infilammotosto la valletta e c'immergemmo nel verde e nell'aria pura.

Ricordaila passeggiata d'un mese primacon Crastino. Né Quibio néio avevamo più potuto vederlo. Doveva rimanere delle giornateintere nella sua soffitta.

Lavorava?


-Credoche lavori disse Quibio. Ma dubito anche che si esaurisca in tutti imodi. E' di quelle nature nervose che reggono a lungopoi sispezzano d'un colpo. Quel ragazzo lì m'inquieta assai.

Ioricordavo come Crastino m'avesse confidato le sue aspirazioniamoroserivolte a semplici figure di leggenda. Era dunque moltomutato. E riflettei che la vita si gioca spesso delle nostre piùaccarezzate fantasie.

Eravamogiunti a un bivio. Guardammo lungo le viottole serpeggianti. A destrascendeva una serie di grossi fusti d'abete che doveva servire peruna conduttura di forza elettrica. A sinistra scorgemmo poco lontanouna bandiera sui tetti d'una vecchia cascina.


-E'là fece Quibio.


-Vedilì accanto accennai al pittore mentre salivamo una forza cheservirà domani ad ammazzare in un modo spedito... Per contomio ci tengo assolutamente a che gli uomini non s'ammazzino piùfra di loro.


-Qualcunoti accuserebbe di pusillanimità.


-Avrebbetorto soggiunsi piccatocogliendo una sua rapida occhiata alla miapersona. Io credo che desiderare la pace non significhi viltàma elevazione nel tipo umano. Il pugno massiccio èdell'antropopiteco...

Eravamogiunti presso una vecchia cascina circondata da orti e da giardinipieni di crisantemi che spandevano i lor ciuffi variopinti. Un murola cingevamezzo coperto di rovicoi mattoni sgretolati e scavatidai passerisu cui le lucertole correvano come razzi. Quibio sifermò davanti al cancello.


-Eccoparliamoci chiaro fece egliancora un po' vibrante dell'impazienzache gli era entrata in corpo poco prima. Tu vorresti fare di me untuo proselite.

E'inutile che tu protesti; con tutta l'aria di lasciar liberi glialtritu imponi le tue idee. Veniamo al sodo: in fondotu vuoich'io rinunci a qualche cosaa molte cosea favore degli altri...


-Manon tul'interruppi non tupovero diavolo come me!


-Sìio! ribattè con volto infiammato e in un tono d'inusataviolenza. Anch'io voglio conquistare tutta intera la vita. Se bado anon far male agli altri (e questi altri che ho in menteson deifurfanti) io rinunzio a troppoa tutto quel che mi ènecessario e che ora è in mano di questi altri... Perchédevo dunque rinunziare? Per l'onore? per la patria? per la razza?Lascia parlar di razza coloro che ebbero degli avi. Noi non neabbiamoa parte la pietà verso quei poveri esseri a cuitoccò di darci la vita; non ne abbiamo più che non neabbiano le galline o le raganelle o queste lucertole qui...

Cosìdicendo sferrò una bastonata a un mucchio d'ortiched'ondesorse un gran fruscìo.


-Perfettamentedissi richiamando alla calma il buon gigante. Ma credi ch'iom'opponga a che tu conquisti la tua vita? Io non so quello che ti ènecessario e che appartiene ad altri. Gli è che probabilmentenon appartiene a nessuno...


-Hairagione concluse pensosoe tirò con forza il campanello.Perché non scrivi tutto questo? Tu dici delle cose che non homai udite...

Unuomo comparve ad un uscio in fondo al cortilepoi si volse versol'interno. Subito una moltitudine ne apparì. Gli abiti chiaridelle donne vi spiccavano.


-Prestogridò un giovane bruno e smilzo avanzandosi di corsa nonmancavi che tu.

Quibiomi presentò e mi fece il suo nomePicaday. Io lo guardai trail curioso e rispettoso: era il terribile caricaturista delPasquino. Non l'avevo mai incontratosebbene egli fosse noto atutta Torinodalle sartine al sindaco Di Nole.

Ilmaestro era dietro di lui e abbracciò il pittoretrascinandolofra il cicaleccio delle signorenella sala. Iorimasi tagliato fuori e mi ci rassegnai. M'intimidivano tutte quellegonne.

Lasala era piena zeppa. Per fortuna la mia statura mi permetteva divedere.

Unfruscìo di carte e un silenzio subitaneo: indi il coro attaccòIl riso di padre Martiniche mi fece sussultare di piacere: datanti anni non avevo più sentito quella gaia musica. Ohl'infanziacosì bella... perché lontana!

Poisaltò su Picadayche lanciò una bizzarraimprovvisazionein un linguaggio semi giandujesco i cui spunti mitornano spesso a mente come una musica stranissima.

Secondoluila prima volta che l'uomo sentì la propria vocedovevaesserne rimasto spaventatonon potendo immaginare che uscisse dalsuo petto; immaginar lo stupore d'un contrabbasso che tutto ad untratto si ascoltasse!

Poise ne diverti e se ne giovò... Io non fo qui che spogliardelle immagini brillanti e delle sfaccettature iridatei concettiche esprimeva il caricaturista dal viso arguto di satiretto.

Chefa la campagnola nel meriggio e nel crepuscoloquando il pieno soleo l'ombra calante la riempiono di sgomento? Canta. Ella èpiccolasmarritama la sua vocela sua inquietudinela suabaldanza invadono tutta la campagna.

L'umanitàdentro il cielo troppo grandefa appunto come la piccolavillanella. Canta.

"Equando la voce più non bastavengono gli strumenti. E lapolifonia si chiude in un tempio ed ecco infine il piùmaraviglioso degli strumentila cupola!".

Sipuò avereaggiungeva egliun modello più attraente diuna società ideale che nel coro? C'è un piùrigoroso e insieme libero legame fra uominiche nello svolgersid'un canto di Palestrina? In un alternarsi di sentimenti in tutte legradazionitutte le parti in perfetto accordo conservano la loropersonalitàche or si nascondeora emerge... E il maestronon forma che una volontàun segno d'unitàuncentro. A un certo punto non è più lui che guidanonè più il coro che consente a lui; ma ne risulta untuttoin cui il maestro non è più che il gesto delritmo... Anche la personalità del maestrocioè chirappresenta la normala leggetace. Perché la legge èentrata in tuttila legge è il movimento stesso della vitala legge è il flussoin tutti i pettidel medesimo sangueumano.

"Equesta legge intima non è che la pulsazione del piccolopianeta di cui siamo materiatirispondente alla pulsazione deimondidell'Essere. Quando questa legge agirà liberamente innoinon ci sarà più bisogno di codiciné digoverni".

Dopoil discorsoaltri corali seguirono. Io guardavoascoltandolevolute decorative del soffitto dipinto da Quibioche mi parevanosvolgersi con una stessa armonia. Le arti non sono manifestazioni diuno stesso desideriod'uno stesso moto continuo dell'uomo versol'infinito?

Pochiprobabilmente degli assistenti avevano compreso il discorso deldisegnatorenon cogliendone che i motti e i paragoni inattesi. Eraquello un singolare miscuglio di persone. Fra operai e commessi dinegozio stavano artistiprofessori d'Universitàun grandescultore e un libraio tedesco; la musica fondeva tutta insiemequesta gentela cui vita svolgevasi distante e diversae anchenegli intervalli la medesima cordialità creava nell'atmosferacome un teporeun sorriso.

Uscimmoche declinava il sole. La valle era tutta fiorita e mossa d'abitichiari e d'ombrelli variopinticome se l'inverno imminente nonsoffiasse nell'aria. Picaday a braccetto con Quibio andava innanzied io dietrosentendomi un po' isolatoma con un gran desiderio dinon essere un estraneo nella folla che ora si riversava lungo laviuzza sinuosa. Un gruppofra cui predominavano le donneraggiunsei duefacendo loro ala: i due si erano fermati a guardare il lavorosospeso lungo il ciglione. Era la trasmissione elettrica. La cittàappariva in distanza velata di nebbia; più pressoil Po trai pioppi; a pochi passila strada bianca e polverosa di Moncalieri.

Picadayparlava del telegrafo Marconi.


-Nullava perduto diceva egli. Gli esseri che sono intornodalle cose allepersoneagiscono su noionde noi siamo ricevitoricondensatoritrasmettitori... Forse anche le cose che diciamo mortesono piùvive di quando vennero all'esistenza. Le casele stanzei mobilisi può dire che sono vivi soltanto quando c'è mortodentro qualcunoe forse accumulano un'energia di vite passate chesi scarica su noi ad ogni contatto. Onde e pulsazionituttol'universo non è altrodal nostro cuore al sole!

Iomi raffiguravo infatti un'incisione che avevo veduta nei giornali.Delle antennenient'altro. L'uomo ha trovato le sue antennecomegli insetti: esse palpano l'aria. E così la terra vieneavviluppata dall'anima umana. Oltre l'atmosferaoltre i pianetioltreoltre!

EPicaday continuava tormentandosi la barbetta e sorridendo:


-Chisa dirmi perché l'uomo cammina in piedicioè paralleloal raggio della terra e del sole? Perché egli è unvero raggio della terraegli la irradia nell'infinito.

Iorimanevo come trasognato. Quelle erano le idee che io ruminavo daanni e il solo sentire che un altro le esprimeva mi faceva uneffetto stranocome d'una provainfineche esse esistevano. Equegli pareva estrarle dalla confusione della mia mentepronte elucidecome dell'oro dalla ganga.

Lasera scendeva. Le donne ridevano. Che belle fantasie! dicevano aldisegnatore.

Infattisiamo ancor ben lontani da tutto ciò. Fantasie! E mi sentiisolosolocome quandobambinocorrevo troppo innanzi neisentierie non udivo più dietro me il passo zoppicante dimio padre.

Stavamoper sboccare nella strada provinciale. A un tratto alcuni ciclistipassarono. Un piccolo automobile scivolò tranquillo dinanzi anoi: altri ciclisti seguivano.


-Ilre! dissero alcuni.

Passòa distanza di pochi passi.

Ed'un colpo la confusadispersainforme mole della società mis'affacciòmi circondòmi assorbì. Cheironia! Che caduta dal sogno armonioso di Picaday! Ma non basterebbevolere? No: prima bisogna saperee prima di saperevivere...


-Chestai almanaccandoMartino? mi domandò Quibiotoccandomi laspalla.

Ilmio pensiero correva dietro il veicolo già lontano.


-Siamosempre allo stesso puntoamico mio! Bisogna che tutti abbiano primadi che vivere...


-Robavecchia!


-Sìma nessuno incomincianessuno opera: ciascuno pensa per sè enessuno pensa a tutti...

Un'idearepentina aveva lampeggiato nella mia mente.


-Giunto a casascrissi sulla fronte d'un quaderno:

ILPIANTO DEL POPOLO.

Poirimasi lungo tempo con la penna in aria fissando la lucerna. Lacommozione mi gonfiava il pettocome se mi accingessi ad un'operagrandiosa in cui sarei rimasto certo inferiore al còmpitomaavrei infuso tanta intensità di fede da rimovere unamontagna. Rimasi a lungo senza raccapezzarmi: non già che mimancassero le idee: esse tumultuavano come un fiume che non trovassesbocco.

Inbreve il mio capo s'appesantì e gli occhi s'intorbidirono.Dovetti coricarmi.

Sedatoil primo tumultocominciai a vedere e discernere ne' miei pensieri.

Eranecessaria molta brevitàmolta chiarezzae una granpassione. Non si racconta di certi Santiche avevano una taleefficacia di persuasione da guadagnare il cuore degli stessitiranni? Ci voleva un esordio rivelatoreuna trattazione beneequilibrata e particolareggiatae una perorazione che bruciassecome la fiamma. La prima e l'ultima parte potevano improvvisarsidopo aver bene allestito la mediana che era la più ardua.

Scelsie respinsi successivamente molti progetti. Dipingere il male dellediverse classi e propugnare la necessità della loro fusione?Ma io non ne conosco che una... Ripigliar il programma non maiattuato: Libertàeguaglianzafraternità? Paroleandate fuori d'uso... Classificar le materie secondo i diversiministeri del Regno?

Emi sentii d'un tratto umiliatostupidonullo! Per quindici annim'ero tuffato in tutte le correnti del saperema da egoistapersoddisfare soltanto la mia sete enorme. Da tutta la mole dicognizioni che mi gravava dentroio non sapevo estrarre unasemplice regola di vitané per mené per glialtri... E desiderai subito di addormentarmidi isolarmidisottrarmi a tutte queste pressioni intornoche mi imponevanoqualcosa ch'io non vedevo né sapevoqualche còmpitotroppo faticoso... Ahpoter dormire! C'era tanta genteche nonavrebbe dovuto dormire! Io ero solosolosenza un cane! Io nondovevo nulla a nessuno!

Manon mi addormentavo.

Unacosa soltanto ero sicuro di poter ben fare. Dipingere la gente chesoffre e che muore. Molte cose muoiono insieme ad essa: l'amorelafiducia nella giustizia presentela fede nella giustizia avvenire.Per molti non resta che la disperazionee in essa non sono piùneanche sostenuti dal pensiero d'una condanna comune. Ognuno morendosa che ha diritto di viveree che ne avrebbe il poterese l'altrouomose una coalizione d'uomini non glielo rubasse...

Lacritica della società presente mi sarebbe dunque stata facile;e questo era la prima parte del mio programma. La secondaconsisterebbe nel ricostruire.

Dellediverse sorta di socialismo avevo poca conoscenzama sopratutto miscontentava in esse l'importanza eccessiva accordata al danaroatutto quello che forma bensì la condizione sine qua nondell'esistenzama che di per sè è troppo poco.

Finalmentemi attenni a un progetto che mi parve men preciso nella suacomposizionema che dava maggior riposo al mio spirito. Mi alzai elo buttai su carta subito. Ecco. Un reche contempla una societàin uno stadio più altovuol condurvi con un metodo digoverno i suoi sudditicol proposito anche di abdicare quando lisentirà veramente liberi. Suo strumento principale: i Medicie i Maestri. Da una parte libertàdall'altra azione.

Libertàanche all'errorema tutto il favore e l'aiuto efficace alla luce.

Tendenzaall'abolizione di tutti i legamida quelli materiali per idelinquenti e i pazzia quelli morali per tutti gli uomini; dallemanette ai codici. Abolizione graduale della proprietàereditaria: dato il sufficiente ad ogni nato d'uomoricada tutto ilsuo acquistoalla sua mortenel fondo comune. Personalitàgiuridica della donnauguaglianza dei sessi di fronte allaconquista della personalitàdella libertàdellafelicità. Libero sforzo di ciascuno verso la propria vitaverso il proprio amore. Protezione della nascita e dell'allevamentodell'uomo. Riposo assicurato ai vecchi.

Sorveglianzacontinua sulla salute pubblica fino alla eliminazione dellamalattia. Massimo favore alle industrieal commercioalle scienzeincoraggiando l'uomo alla conquista di se stessodella terradelcielo. Fede nel progresso dell'umanitàcome se non fosseenon èdestinata a morire colla Terra. Culto della vita...

Emi addormentai intenerito da una grande speranza.


VIII.

Eradi marzo. Fuori un gran vento: dentro la soffitta di Quibio una pacetranquilla sotto la grossa lampada che spandeva una gran luce biancae uguale.

Iovoltavo le spalle alla finestra: egli avea voluto quello sfondoperché le sponde dell'abbaino mi facevano da cornice.Disegnava rapidamente: la mossa della sua faccia e del suo sguardodalla carta a memi davano un po' d'inquietudine. Egli mi disse:


-Pensaa qualche cosa e cerca di star immobile. Per esempiopensa aqualcosa di astratto; Non hai un problema di geometria da risolvere?o di astronomia?

Tusei astronomonon è vero?... E se parlonon rispondermi.Fissati su qualche pensiero e non rispondermi.

Cercavodi fissarmicom'ei dicevama non ci riuscivo. Pensai al mioMemoriale che avevo ricominciato più volte. Eran passatiquattro mesi dacché l'avevo ideato. Io che sapevo a mente lastoria delle nebulose e della terra e degli organismiignoravo lasemplice storia del primatedell'homo sapiens.

Prendendolaa studiare trovai che nelle parabole delle civiltàtuttoquello che immaginavo come società idealeera già inqualche modo esistito L'ascesa di un popolo sarebbe in avvenirel'ascesa dell'umanità interanient'altro. E dopo? Dopo ilbenesserela decadenza. La nazione godenon si propagai barbarila sopprimono. Quando tutta l'umanità sarà feliceeccofinita l'umanità... In fondo poi importa qualcosa? Tutta lastoriaun punto sul quadrante dell'immensità.


-Haiuna faccia stanca disse Quibio... Così non va. Ripòsatiun momento.

Mialzaimentre egli appiccicava il suo orlo di cera a una piccolalastra cui avrebbe dato l'acido la dimani ch'era festa. Eglidisegnava tutta la settimana e lavorava la lastra alla domenica.

Diediun'occhiata in giro per la stanza. Egli mutava spesso la posizionedegli oggettinumerosi e bizzarriche teneva sui mobili e appesial muro. In mezzo alla parete scorsi una figurinauna signoravestita di biancoil cui volto fino era disegnato di profilo su unfondo d'alberi: la figurina si moveva con grazia indicibile.

Quibiomi guardò e sorrise:


-Chene dici?


-Bellissima.


-Leiè più bella...

Eglitacquesorridendo internamente.


-Checos'è quell'arpa? chiesiosservando una stranissimacaricatura appiccata alla parete.

Eraun uomo lunghissimodi profiloil cui bustole cui gambe e unbraccio allungato fino a toccare i piedi colla punta delle ditaformavano un triangolo o un'arpa: l'altra mano pizzicava le cordetese che gli legavano busto e gambe.


-Nonvedi? rispose egli tutto esilarato. E' il sindaco Di Nole che ricevei sovranicaricatura musicale di Picaday. Come ti piace Picaday?


-Simpaticissimo!


-E'un terribile mangiatore di libricome te. Credo che v'intendereste.Ti racconterò una storiella che ti prego di tener segreta. E'stato mio compagno alla scuola d'arti e mestieri. Poi non l'avevopiù visto. Cinque anni fa m'imbatto in lui a Strassbourgcioè a Porta Palazzo. Stava contemplandosi in una vetrinaenon era affatto bellote l'assicuro. Io me gli metto accanto esaluto la sua figura barbina tra i cappelli di signora inalberati dilà dal vetro. "CiaoPica" CiaoQuibio!"Uscito dal mio abbraccio un po' vigorosolo vedo vacillare eimpallidire. "Cos'haiPica" Non ho mangiato da tregiorni!" Lo condussi in una trattoria e mangiai anch'io con luiper cerimonia; erano le due. Quando ebbe finitomi caricòd'insulti e se n'andò.

Solol'anno scorso l'ho rivedutorifatto a nuovoecaro mios'èbuttato a piangere nelle mie braccia come un fanciullo.

Egliaveva terminata la sua bisogna: mi disse di rimettermi in posailche feci. Poi ricominciò:


-Saila novità?


-Che?


-Nonvedi là il ritratto di Cimisin? Non l'avevo mai potutocogliere. Ora finalmente... povero diavolo! Già tu non saimai niente: vivi nelle nuvole!...

Gliè capitata bella! Dicono che in dieci anni che è quinon ha mai chiuso l'uscio per paura che un fabbro framassone loscassini. L'altra mattina lo si vide chiuso. Puoi immaginarti... Ec'era un pezzo di carta appiccicato su:

Chiusoper decesso dell'inquilino! Ce l'aveva scritto lui. Allora venne ilsegretario e mandò per la Questura. Fu aperto e si trovòil povero vecchio disteso sul letto colla febbre. Accantoperterrac'era un bracierenon consumato però. Il poverodiavolo s'era ubbriacato per aver del coraggio: nota che non bevevamai... poi s'era buttato sul letto. Ma il vino gli aveva fatto malee l'aveva vomitato mezzo sul braciere...


-Chedestino! esclamai. Credevo che almeno quello lì fosse felice!


-Unparticolare. La gabbia era vuota. Probabilmente aveva dato la libertàal merlo dell'Inno...

Rimaseun po' in silenzioindi ripresequasi per intrattenermi; mi sentivodivenir tristissimo:


-Haivisto lo sciopero di Loani? Quattro contadini morti. Gridavano: Vivail re! dopo avere dato fuoco al municipio... Come siamo indietro!

E'ancora il concetto di mio nonnodi Sciolzecheessendo in lite conun consigliere comunalevoleva andar dal re a farsi renderegiustizia.


-Macredi tu gli opposi che un re non potrebbe mutar la faccia d'unpaesetanto più sentendo questo appoggio nell'anima dellarazza?


-Tusei un reazionariocaro mio! rispose egli ridendo. Sta' in guardia!

Abbiamouna costituzione e un parlamento: supponi pure che entrambi sianocattivima è il popolo sovrano che li ha voluti. Nonindaghiamo qual sia stato il popolo sovrano di allora: non eradiverso da quello d'adesso... Sotto ce n'era un altro? Questo non havoce in capitolocaro mio: egli non vede nessun soccorso vicinoperché gli sta sopra quell'altro popolo: perciòdomanda aiuto molto lontanoalla provvidenzache è per luirappresentata in terra dal re . Questo ti spiega i plichi chegettano nell'aula della Camera.

Ah!Bellissimo! e Quibio si esilarava sempre più. Ma l'uomo delplico ha già un'anima borghese... Il popolo vero invece vadirettamente dal re... Perché non ci vai tu? Gli fai undiscorso...

Loscherzo mi colpì d'uno stupore improvvisocome se ad untratto fossi stato scoperto in un pensiero indegno o molto sciocco.Reagii intimamente e tacqui.


-Haivisto Crastino in questi giorni? fece egli cambiando tonoquasi perfarsi perdonare.


-L'hovisto domenica scorsa. Tornava dal lato della Barriera di Francia.

Sembravastanchissimo: lei l'aveva a braccetto e pareva che lo sostenesse...


-Quelragazzo è finito! sentenziò Quìbio.

Miparve d'esser colpito al cuore. N'ebbi un brivido di paura. Io non homai veduto un'agonia. Ero forse presente quando morì miopadrema una vicina mi trascinò fuor della camera e io nonlo vidi più. D'altronde non posso più concepire lamortese non come un passaggiouna crisi. Oltreche c'è?Non so. Ma la mortela finenon esiste.


-Checosa sei tu in politica? continuava Quibiointento a disegnare. Iosono stato anarchicoma anarchico amorfistaintendiamoci bene: tumi sembri un di quegli anarchici utopisti che erano per noi il fumonegli occhiReclusBakounineTolstoiIbsen... "Uominisiete nati buoni: perché non v'abbracciate?" Ma alloravediavevo fame e tenevo una moglie tisica...

perchéio sono vedovonon lo sai? Sentivo un piede che mi calpestava emordevo... cioè: mi facevo mordereperchécosìcome mi vedisenz'aver mai fatto male a una moscaper semplicesospettofui portato in un astuccio da Piacenza a Caprialreclusorioe ci stetti un anno. E mia moglienota benemi aspettòtanto da poter morirmi nelle braccia. Aveva venti anni.

Tacque.Le sue mascelle scricchiolarono.

Silevò sul bustodiede un respironepoi si chinò sullatavoletta:


-Tunon hai fatto il servizio militare?


-No:ero inabiletroppo lungo e smilzo...


-Quantianni mi dài? proseguì. Trenta almeno! Ne hoventicinque... Che cosa sono in politica? Sono un bon enfant chevuol vivere facendo dei forti quadri della vita che mi fremedintornonient'altro. Ma voglio aver libertà di pensaredilavoraredi amare... Ci sono dei paesi dove ciò non ètanto impedito: di questi il più affascinante èParigi. Non è vero? Ah la libertàl'artela vita!

S'interruppeun momento e strizzando gli occhi verso di me:


-Cosìva bene. Abbi pazienza un minuto e ti lascio...

Es'immerse nel suo lavoro. Io non l'ascoltavo già più.Pensavo. Conosco un uomo privatoun amico del mio direttoreunfilantropoche senza una religione cui potesse far appellohaallevato centinaia di fanciullisfamato e vestito gran numero dipezzentisollevato innumerevoli miserie ignote.

Supponiamoche un tale apostolo fosse deputatofosse ministro... Io sonoignorante di politica...

"Lorovescierebbero!" Ma perché? Quando evidentemente fa ungran bene? Ma costui dovrebbe vivere con un solo pensierocon unsolo desiderioe questo desiderio dovrebbe essere la sostanza dellasua vita. Supponiamo che costui avesse il potere più estesoche un uomo possa avere in una nazione.

Invecese un uomo investito di questo potere non fa nessun atto perchécessi uno stato di cose intollerabile... Evidentemente bisognaconcluderne che non lo conosce. Perché io sento che in talcaso farei miracoli: e quando non riuscissi a nullaeh! che so ioche cosa sareiinfelicissimo!... Dunque egli non sa. C'è chigli fa ressa intorno perché non veda; c'è chi gliprepara ai lati due siepi di facce prosperoseperché nonpossa sospettare la miseriala fame. la morte...

Trovarechi sappia chiamarlocondurlo per mano nel sottosuolo maledetto!

Ilpittore mi guardava e affrettava il suo lavoro con una specie difebbre. Io mi sentivo rimuovere dentro con una lenta inquietudinecome se qualcosa stesse per schiudersi nel mio cervelloun'ideamaluce.

Maun gemito anche mi pareva sentire dentro di me; un gemito venuto chisa da qual profondità del mio esseree l'inquietudinecrescevae un senso d'affanno crescevami riempiva a poco a pocomi montava alla gola: una specie di terrore mi afferravamidilatava il capo. E un silenzio...!

Ilgesto del pittore mi pareva mutostrano e pauroso: a un certo puntoi suoi occhi mi divennero intollerabili. Ad un tratto un gridoacutissimo mi colpì:

parevastrapparsi dal fondo delle mie viscere.

Ilpittore scattò in piedi. Aperse la finestra; guardò nelbuio:


-E'là! La soffitta di Crastino...

Cislanciammo entrambi nel corridoio. L'uscio di Crastino s'aprivaallora e un rettangolo di luce si gettava nel muro oppostoeun'ombra in mezzo. Prima che si richiudesse affattogiungemmo edentrammo senza picchiare. Era la moglie dell'ubriaco ch'era entratae la Biondinadiscintacoi capelli sciolti e la faccia scompostache le aveva apertosi buttò traverso il letto con un gemitoprofondo di bestia ferita. Sul cuscino la testa di Crastino immotarigidapareva sorridere.


-Morto!disse il pittoremettendogli la mano sul petto.

Iomi lanciai verso il povero amicogli afferrai la testa fra le mani.Lo chiamai sommessoma con tutta l'intensità del miodesiderio. Pesantepesanteinerte.

Laragazza stava supina traverso le ginocchia del mortocon le manificcate nelle coltriemettendo il suo gemito che non aveva piùd'umanoquasi tutta coperta dei suoi capelli. Minca la scossecercò sollevarla: ella si volse con impetomostrandoci unviso terribile. Senza dubbio ella voleva tutto per sè quelsuo bimbo doloroso anche nella morte.


-Quibisogna far qualcosa disse Quibio.


-Sìdiss'io. Intanto un medico!


-Einutile. Ma si può provare. Si potesse almeno saper qualcosada costei!


-Laragazza è qui da un'ora e mezza disse Minca. L'ho chiamata io.Passandoavevo udito il lamento del giovanotto e gli avevodomandato se desiderasse qualcosa. Allora lei è venutatuttaaffannatae li ho lasciati soli.

Iomi precipitai a cercare il medico del quartiere.

Abitavaa poca distanza. Venne subito.


-Si appressò al lettopalpòascoltòcrollòil capo. Allora ci domandò spiegazioni: gli indicammo laragazzache si era levata conservando la sua faccia chiusa eterribile.


-Com'èavvenuto? le chiese in tono perentorio.

Ilsuo volto si decompose: ella scoppiò in singulti.


-Nonso cominciò singhiozzando. Pareva tranquillo: credevo diaverlo addormentato. Tutto ad un tratto mi serrò le bracciacolle mani tanto da farmi male... Balzò su a sederediede unrantolo e cadde rovescio.

Ilmedico strinse le labbra:


-E'così. Doveva accadere... Ora pensiamo ai vivi. Voi sieteuomini aggiunse volgendosi a noi. Quel povero giovane era tisico eaffetto da mal di cuore.

Pensateci...E intanto portatemi via queste donne. Non c'è altro a fare.Buona notte! E se n'andò.

Laragazza ricompose adagio le coltri sul petto e sulle spalle delmortorimboccò il lenzuolo. La bella testa affondava nelguanciale: ella rilevò i capelli su la gran fronte pura.Nessuna ruga su quel viso: la morte aveva disteso nel riposo queimuscoli che gli davano espressioni mutevoli e intense:

legrandi orbitele palpebre immote erano sigillate per sempre: unatesta marmoreache soltanto la piega indecisa della bocca rendeaviva d'un lontano ricordo di vita; un ricordo indefinibiletriste edolceche non poteva contemplarsi senza un acuto intenerimentotanto appariva lontano e pur presentemanifesto ai vivima conun'impronta d'eternità.

Lostesso senso di augusto mistero doveva penetrare il pittore e Mincaperchésenza staccar gli occhi dal mortosentivo ch'essi locontemplavanoe non respiravanoper ascoltare il silenzio eternoche sospendeva sul nostro capo e intorno a noi per un istante iltempo e la vita.

Quantorimasi cosìfuor di me stesso? Allor che mi riscossiavvertendo un gran freddo ai piedi e alla schiena che appoggiavo almuronon c'era più nella stanza che la ragazzasedutaaccosto al lettocon la testa immersa nelle coltriimmobile.Dormiva? La lampada impallidivaperché il cielo imbiancavatraverso i vetri nudie l'aria intorno mi pareva mortalmentegelidacome se la morte emanasse da quello ch'era stato il miopovero amico e m'entrasse tenacemente nelle membra.


-Il giorno dopo era bellissimo. Il sole riempiva il cortile discintillii. Le finestre del palazzo si aprirono di buon'oraledonne uscirono sui ballatoi sottostantiassonnate e sorridenti neiloro accappatoi chiari. La notizia che c'era un morto nelle soffittenon scemò l'animazione delle gallerie interneove i ragazzisi rincorrevano o si chiamavano tra' cancelli. Solo le soffitterestavano silenziose e tetreessendo cessato anche il vocalizzo e ilmartello di Cimisin. Di buon'ora tutti gli inquilinicompresi ifanciullisfilarono nella soffitta di Crastinopoi si rinchiuseroo abbandonarono le tristi celle per scendere nelle vie. Piùvolte all'anno così Aeropoli portava il lutto.

Ioandai al Municipiopoi combinai i funerali per il mattino seguente.Avevo trovato un modo di smagrire un po' il mio gruzzolo. Scrissialla dottoressa per informarnela: scrissi all'editoresebbenesentissi con ira che questa morte gli avrebbe profittato non poco:forse avrebbe giovato anche alla memoria del poeta.

Tornaia mezzodì: la ragazza era sola presso il morto: con la donnagli aveva fatto l'ultima teletta: ora egli poteva partire. Invanovolli indurla a prender qualche cibo: cupa e risolutapareva maltollerare che gli altri si occupassero di lei e del suo poveroamico: nondimeno certi sguardi talora sembravano domandarmi perdono.

Lanotte il pittore venne con la sua tavoletta e il carbone. La ragazzadiede in smanie a vederlo: poi s'acquetò stanca com'era. Duecandelel'una presso il capol'altra lontanadoravano la testamarmorea d'una luce molle e tranquilla. Ma lo strisciar delcarboncino sulla carta mi dava fastidio.

Sebbenecomprendessi l'impulso invincibile dell'artistanon riuscivo a tòrmiil senso d'una profanazione. Ma quanti atti che la consuetudine nonci fa più avvertirehanno della profanazione di fronte allamorte! E i funerali stessi che io avevo combinato con un impresario?Ah miseria nostra! Forse quello del buon artista era il tributo piùsincero e di maggior valore che il povero poeta avrebbe avuto mai.

Cosìpensavouscito fuori nei corridoi e appoggiato sulla ringhiera delbalcone che dà nella corte. In basso qualche finestra erailluminata: che avveniva là dentro? Visioni rapide e vaghe dipassionedi maternità mi passarono negli occhi. Poi guardaiil cielo. Nerocuposenza una stella.

Dov'eranoi mondi in cui immaginiamo vite fraternee che la mortel'inconcepibile distacco d'un essere ideale dalla creta corruttibileci rende più prossimi e imminenti? Lìoltre quellacortina di nubi nere. Quello che fummo e quello che saremo oltre ilpiccolo spazio che abbiamo occupato quiesiste forse in una diquelle luci che ci guardano come occhi d'un essere caro...Custodisco io forse in fondo agli occhi miei lo sguardo di mia madre?

Lavitaun respiro: una bolla nasce in fondo all'acquasalesifrange.

Muoionogli esseri e ci lasciano il loro sguardo... Io vorrei lasciare unsorriso.


-Al mattino comprai un giornale. Portava un breve necrologio diCrastinoopera certo dell'editore. Egli si presentò difattialla soffittasorvegliò il lavoro dei becchini cheinchiodarono la cassa: la fece scendere in portineria:

tuttociò con un'aria quasi di padronanza.

Erapiccoloobesocon un testone giallo e calvo; faccia imbozzacchitatra due fedine color di stoppia. I suoi occhi frugavanotutt'intornonel cassetto del tavolo e sugli scaffali sbilenchi:era evidentemente imbarazzato dalla mia presenza. Poco dopo giunsela dottoressainfantilmente serena come sempre: la malattia e lamorte erano spettacoli consueti per lei: diede un'occhiata in giroper la soffitta:


-Tuttoquesto dove andrà? disse.


-E'veronon ci ho pensato risposi. Chi vuol che prenda questa roba?

D'altrondepochi librialcuni panni: un letto di ferro...


-Senessuno l'esigela prendo io aggiunse ella. Il letto mi serve. Sonocerta che il povero Crastino mi approverebbe. Che ne dice?


-Credoanch'io risposiammirando la sua praticità di massaia deipoveri. Però converrebbe parlarne alla Biondina.

Poitrasse due giornali:


-Certonon avete veduto l'articolo di mio papà sul Popolo. C'èanche qui una Cronaca letteraria della Stampa che lo riguarda.Leggerete poi. Quanto alle sue cartecredo meglio che le prendiatevoi subito. Vedremo sul da farsi. Ma non lasciate che sen'impadronisca l'editore.

Questirisaliva appuntodopo aver fatto disporre la bara nella portineria.

Salutòossequiosamente la dottoressa:


-Dappertuttola fata! disse con voce nasale.


-Sìma arriviamo sempre troppo tardi noinon è vero? rispose ellasemplicemente.

S'inchinòe uscì.

Ilvecchio mi scrutava con una certa preoccupazione:


-Voieravate suo amiconon è vero?


-Suoparentesignore risposi.

Avevopensato al modo di contrastare l'ingordigia del vecchio.


-Ahmi congratulo. Lei aveva un cugino veramente geniale. Se avessesaputo aiutarsi un poco... Intanto la prego di ricordarsi di me. Leisa se avesse qualcosa di compiuto? Conosce i suoi manoscritti?

Eguardava intornoove nulla era rimasto in evidenzacontro tutte leabitudini del mio amicola qual circostanza cominciava apreoccuparmi.

Egliuscì dandomi una lunga stretta di mano.

Unpensiero mi traversò la mente Non avrebbe egli potuto stamparil mio Memoriale? Mi diedi dello sciocco. Un correttore di bozzevia! Eppoicome sarebbe pervenuto alla sua destinazione? Chiusil'uscio Apersi il tavolino:

nulla.Frugai nella scansiasfogliai alcuni libri. Evidentemente tutti imanoscritti erano stati messi in salvo da Crastino stesso e affidatia qualcuno. Forse alla Biondina? Ma ella era coricata come intorporesul suo lettotrattenuta nei momenti di rinvenimentosubitaneo dalla donna dell'ubriaco.

Eranle otto. Scesi. Molta gente era adunata ai lati del portonegiovanistudenti forse. Una bella corona di rose era sulla bara: guardai ladottoressacome a interrogarla. Ella sorrise:


-Amavatanto i fiori!

Quibioentrò:


-Vaa vedereMartino. Il nostro morto non ci appartiene più.Tutta la strada è piena di gente.

Un'altragrossa corona fu portata da due giovani: aveva un nastro rossofiammantesu cui era scritto: Avvenire.

Poialtre quattro successivamente: l'ultima enorme. Una era dell'editorele altre anonime; unafittissimatutta di viole. Questa portava unverso del poeta:

Fiormoribondi sopra un morto cuore.

Giunseil carro modesto ch'io avevo comandato. L'editore si precipitòin portineria con un registro ch'era andato a comprare sul momentoseguito subito da tre o quattroche apposero la loro firma dietrola sua. Io e il pittore ci guardammo indignati. Quibio fece un motoper lanciarsi sul libro:

loarrestò lo sguardo della dottoressache sorrise:


-Chefa? Ciò non impedirà che questo sia un funerale bennuovo. Vedrete.

Infattiil portone e la strada erano talmente ingombriche le guardiedovettero intervenire per far largo alla bara e poi al carro ches'avviava. E una vera folla circondò il carro e s'incamminòdietro ad esso. Stormi di giovanimolti con fiore rossoall'occhiello; qua e là alcune barbe biancheteste disoldati d'un tempooggi sognatori della terra promessa; una carrozzanera ove intravedevasi una figura di donna; giovanettestudentesseforsedal viso alto e tranquillo; e in fondo la lamentevole schieradegli abitanti di Aeropolii veri compagni del mortoche sentivanocon lui la fatale solidarietà che li aveva uniti in vita e liportava ora dietro la sua baratutti.

Eccettoquest'ultima schieranon avevatutta questa follauna fisionomiadi circostanza: un brusìo ne uscivacome di molte vocisommesse: riflessionerisoluzione e speranza facevan sereni queivisi e quegli occhiintesi più ai barlumi annunziatori deldomani che non alla chiarezza del bel giorno di fin di marzo. Siparlavanos'informavano: un compianto comune avvinceva subito iprossimi e li innalzava a comuni pensieri e aspirazioni. Un avviso digiornale e l'appello di un uomo di cuore avevano adunato dietro ilferetro d'un derelitto tutti i cuori insofferenti della miseria edell'ingiustizia.


-PoveroCrastino! mormorò Quibio. Osservai ch'egli gettava qualcheocchiata rapida alla carrozza nerache s'era avviata dietro ilcorteoa distanza.


-E'ben triste! risposi io. Ma il cuore mi palpitava fortee pensavo alui con un senso di tenerezzacome quando mi avviene di essereassalito da un presentimento vago di un bene segreto a persona chemi è cara.

Poiil pensiero del mio memoriale mi assorbì.

L'umanitàun attimo! Come ero avvezzo a queste astrazioni! Ma ecco che larealtà mi riprendeva: il solei volti umaniil dolorelamorte. E lo sgomento mi assaliva. Perché mi sciupavo ilcervello su uno schema di Società astrattafissamentretutta l'umanità intorno a me ondeggiava come un mare?

Eccoquida un latoaeropolii condannati il determinismo sociologico!

Dall'altrol'idealismo quelli che vivono nell'utopia. Da una parte glioppressidall'altra i martiri: rifiuti gli uni e gli altri... Eintorno intorno al piccolo nucleoil vuoto: il vuoto ostile... cioèla follala folla amorfail formicaio enorme in cui dei piccoliesseri s'aggòmitanosi mordonosi schiaccianosiasfissiano in una innumerabile e disordinata ascesa verso la vitala lucela felicità.

Ela volontà individualela mia volontà che puòfare? Indurre un soffio di folliasollevare le pietre del selciatoschizzare del sangue umano sulle faccie d'una massa ebete; questoforse... Ma confortareguarireilluminarefar felici?...

Ilcorteoingrossatosi a mano a mano lungo i viali e a Porta Palazzotraendo seco nuovi seguaci e curiosi per la singolarità dellagente che lo componevagiunse al Cimitero. Nel campo dei poverifra le croci basse e rugginosela bara fu deposta sull'orlo dellafossa.

Unmormorio corse nella folla. Si attendeva. I becchini calarono lacassa.

Fiorisi spiccarono dalle corone e caddero sul legno nudo. La signorina Evasalì su un mucchio di terra accumulata sul ciglioalzòun mazzetto di rose che teneva in mano e parlò. Riporto leparoleche furono stampate sul Popolo:

"Hannoportato qui una corona che reca un verso di Crastino:

Fiormoribondi sopra un morto cuore"Di chi è la corona? Nonimporta saperlo. E' il tributo dei fratelli a colui che hainterpretato la loro inquietudine e il loro dolorela loro lotta ela loro speranzala loro aspirazione verso la serenità el'armonia. Era un usignuolonato per godere la libertà dellaterra e del cielo. La macchina mostruosa che è la societàmoderna gli ruppe le ali e lo uccise. Egli era la libertàera la bellezzaera la felicità che vi canta in cuoreofratellio suoi fratelli: era l'amore. Noi gli poseremo sul pettoquesti fiori moribondisul povero petto consuntosul cuore mortod'inanizione. Ma noi che non crediamo alla mortegli getteremoanche a piene mani i nostri fiori più vivile nostresperanzeil nostro lavoro di preparazione per un domani miglioreofratellila felicità e la riconoscenza degli uominiavvenire!".


IX

Egliera assolutamente fuori di posto nella società presente. Dalsuo volume di versi che aveva raggiunto due edizioninon avevaricavato che seicento liree la metà l'aveva lasciatadall'editore comprando continuamente libri.

Avrebbeavuto bisogno d'un editore quale ho letto che ce ne furono in Franciaal tempo del Parnasse e più tardiche anticipavano denaro aipoeti od assegnavano loro una somma mensile. Sono convinto cheottanta o cento lire al mese l'avrebbero fatto felice e gliavrebbero permesso di gustare senza difficoltà nérimorsi le due tazze di caffè giornaliere chea suo direglierano necessarie come l'aria. Ma anche l'ariapovero diavologlisi concedeva scarsa e di pessima qualità.

Miparlò molto di poesia e avrei voluto raccogliere tutte leconsiderazioni preziose che mi veniva sgranando di continuo ad ognioccasionese non fossi disgraziatamente affatto ignaro perfinodella prosodia.

Egliera anche un profondo musicista. Ma la musica di cui egli parlavamaggiormente e di cui si diceva nato cultore era l'armoniadell'universoera il cielol'innumerevole unità del cielo:soltantoegli l'amava troppoe si dimenticava di viverediesseresu una minima stellauna minima nota di quest'immensaarmonia. Rinunziava a viveread amare (amare l'amorecioè lapropria integrazionese stesso) per pensare; si uccideva nel corpoper vivere della menterompendo in sé quella musica cheadorava nell'universo.

E'vero che il suo corpo non lo induceva ad amar l'esistenza. Esso nongli si faceva sentire altrimenti che come un peso o una sofferenza:la miseria e la lenta inanizionepeggiore della fameperchépoco si avverte e non provoca reazioneinfiacchendo sempre piùgli organi del senso animale ed acuendo le sensazioni superioriloavevano reso indifferente alle esigenze del corpo:

nonle sentiva più. E alla fine una febbreuna specie di ebrietàcontinua che lo teneva in una strana illusione di felicitàdi gioialo estenuarono affatto.

Ilgiorno dopo tutti i giornali dell'Alta Italiariferendo la morte delgiovane poeta e facendone grandi elogirintracciavano nei suoistessi versi le querele su la noia di vivere e le invocazioni allamortecome sintomi e presentimenti. Uno proponeva l'erezione d'unasilo per i pensatori e gli artistilamentando le tristi condizionid'una società ove gli uomini d'alto intelletto sono costrettia dedicare la maggior parte della loro attività alla bisognadel pane e ad esercitar la loro massima forza che li costituisce redell'umanitàquasi di straforodi furtose non voglionomorir di privazioni.

Ioricordavo quel ch'egli m'aveva raccontato un giorno: aveva inviatodei versi a parecchie riviste sociali e la risposta era stata: chela poesia è inutile alla società e trastullo de'scioperati.


-Vedimi diceva ho la disgrazia di non poter leggere che giornalisocialisti.

Glialtri hanno maggior colturaeleganza e varietàma ne usanoper difendere e ornare le cause egoistiche ed abbiette. Sono isofisti d'Atene. Quelli socialisti sono i soli in cui non trovidegli insulti personali contro di me e di te e di tutti quelli checi sono più vicinii poveri diavoli. Ma essi non mivoglionosenza dubbio per cecitàperché non miriconoscono: non sanno ch'io sono loro amico e necessario. Miamerannotroppo tardinaturalmente...

Borghesidunque e socialisti non lo volevanola società modernainsommain cui era nato per sua disgrazia. Una volta aveva mandatotre sonetti alla Domenica Italiana domandandone un dieci lire. Eranostati subito pubblicatima i danari non vennero!

Lasocietà moderna non vuole l'arte: vuole una certa arte: quelladel prestigiatoredell'illusionistadel lusingatore.

Ungiorno gli dissi: Perché non scrivi tutte queste cose? Nelnostro momento sociale molte vite sono un segno e un ammonimento.Affinché muti al più presto questa intollerabilegalera ch'è la vita per gran parte degli uominialcuneautobiografie piene di verità e di passione desteranno isentimenti di giustizia negli unidi rivolta negli altri...

Maegli stimava inutile tutto ciò: Soffrono? Perchévivono? Si lascino morire!

Edè scomparso. Inutilmente dunque una simile apparizione èpassata sulla terra?

No.Una vita intensa si prolunga lontano. Uomini e cose intorno avrannoqualcosa di quella vita senza saperlo...

Epensavo che soltanto la vita mia era priva d'insegnamento: io nonavevo fatto nulla e nulla mai mi era accaduto... Nondimenocominciavo a presentire che pure a me il destino qualche cosariserbava. E me ne cresceva il desiderio.

Inquel tempo io mi immersi tutto nel mio Memoriale. M'animavaun'energia strana. La mia intelligenza era divenuta talmente liberache nei momenti più inopportunilavorando e persinomangiandoessa si lanciava nello spaziodandomi spessoalrichiamo della realtàquasi una scossa al cervelloimpercettibilema singolareche mi teneva un attimo nel timor dellafollìa.

Scrissiin quel tempo precipitosamente molte pagineche più tardicercai invano di ordinare e alcune perfino mi riuscironoindecifrabili. E' quello che avvenivadiconoal Nietzschea partel'immodestia. L'ebbrezza delle idee dà un delirio che sioblia facilmente.


Dalnaufragio del mio Memoriale (dirò poi perché loabbandonai) ne salvo qui alcune.


*E' un destino che ci tormentiamo continuamente a far delle leggisapendo che i nostri figli dovranno sudar sangue nello spezzarle?Noi tramandiamocentuplicataun'eredità di dolore.

Leggoche la vita umana si allunga. La notizia non è fatta perconsolare colui che considera come l'uomo facciafino allavirilitàquattro passie torni indietro di treprima dimorire. Le idee camminanola scienza corre a precipizio: l'uomoanimale abitudinariova lentissimocosicché noi siamo ingran parte dei barbari che usano del telefono e del radiotelegrafo.

Bisognerebbeche la vita umana fosse composta di parecchie diverse vite e chepotessimo non solo mutar ideema organismi d'idee.

Ciònon sarebbe poi troppo difficilese la nostra educazione non fossestranamente imbecille. I nostri padri e maestri ci dànnoun'educazione evoluzionistica a rovescio! Mi spiego: essi credononecessarioinvece di farci partire dal punto a cui essi sonoarrivatifarci rintracciare non solo il loro camminoma quello deiproavie direi perfino tutta la scala animale inversa. Tutti glierrori per cui è passata l'umanitàessi ce li fannocrederedall'adorazione dei feticci ad una religione di terroredalla rinuncia alla propria ragione a una fede ultraterrena nelpremio e nel castigo. A vent'annii giovani trovano che hannocreduto ad un'illusioneindi abbandonano questa per un'altra e perun'altra ancora. Allora poi si ripete loro: "Cercatestudiate". Come faranno a gettar quel carico? Le nostalgiedell'infanzia e della gioventù accompagnano degli errori:

gettandolibisogna spogliarsi anche di quelle nostalgiedi tutta la poesiadell'età fervente.

Eora: "Credete!..." Hanno essi ancora forza di credere?

Glierrori dell'umanità vanno insegnati solo in rapporto collaverità d'oggi.


*I Medici e i Maestri: questi riprendono l'opera di quelli. Tutte leazioni vitali si connettono e si integrano: l'igiene presta allamorale dei solidi appoggi e delle terribili sanzioni e il colpevolesi punisce in se stesso e nei suoi figli. La malattiala miseriasono errori individuali e sociali di cui portano la pena tutti iresponsabilipoiché la tubercolosila contaminazioneladelinquenza afferrano quasi con predilezione i fini rampolli deglioppressori e degli sfruttatori.


*Mi si dice un ideologoun visionarioun monomane. Quest'ultimoepiteto mi fu largito da un compagno che mi vede sempre leggere suigiornali i fatti gravissimi e mortali dovuti alla rivolta contro lamiseria o alla fuga di essa fuor della vita. Sìtemo perfinod'esser crudele. I fatti di cronacai suicidii sopratuttom'attirano: li leggo avidamente per scorgere in essi un continuoammonimento. I giornali illustrati dovrebbero scegliere piuttostotra i fattacciquelli che eccitano alla bontàallariflessione sulle miserie socialial desiderio di rimediarvi. Ilsangue è sempre fecondo: è forse il solo reagente chescuota la società inerte e curante soltanto d'un benesserecorporale. Esso nuoce alla digestionee chi vuol ben digerire devecercar un rimedio. Sono gli strappi della catena che molti nonsentono al piedefoderati come sono d'ovatta e di velluto... Siamtutti legati gli uni agli altri; così volle la natura. Adogni forte strappo qualche lieve ammaccatura si produce anche neipiù grassi e prosperosi.

Ahse tutti nascessero nudiinvece che imbottitie sentissero tutti ilroder del ferro! Allora si cercherebbe insieme che la catena simutasse in ghirlanda...


*Oh la lotta colla parola! Non riuscirò dunque mai aconcretare l'essenza del mio pensiero?

Sonoio socialista o individualista? Non lo so. Sono io. Ecco un'umileaffermazione che non intende punto esagerare il mio postonell'umanità e nell'universo.

Ilnucleo del mio pensiero è questo.

L'umanitàsi sviluppa nel senso della sociabilità. L'individuo tanto piùaccresce la sua persona quanto più partecipa dell'altrui. Chiè circoscritto dalla sua epidermide ha una vita meschina epovera: chi invece sente i suoi nervi innestarsi nei nervile suearterie penetrare nelle arterie di una prossima e lontana umanitàchi irradiafruisce di tanto maggior vitaquanto è capacedi comprenderne. Chi più dà di sépiùriceve. Per questa comunicazionecompenetrazionesi fondonogl'individui in famigliegli Stati in Unioni. Soltanto quandol'umanità sarà unapotrà provvedere a se stessae guardare là dove ora guardano soltanto gli astronomi...


*Su La Stampa del 15 gennaio 19**. Una ragazza madrenon trovando diche sfamar la sua creaturala depone in una chiesapoi corre allaQuestura a denunziarsi come colpevole d'averla abbandonata. La seraprima era stata trovata per istrada col bambino e ricoverata inQuestura. Era forse qualche pietoso questurino che le avevainsegnato il solo modo col quale la società moderna avrebbepermesso alla sua creatura di vivere? Il bimbo fu portatoall'Ospizio. Maquel ch'è miserabilmente comicola donna fucondannata e messa in carcere.

Unordinamento sociale ov'è possibile una tal contraddizione nonmerita più d'essere puntellato dalle coscienze nuove.


*S'io potessi ammettere ch'esiste un uomo responsabile di tuttoquestoe lo scoprissi... sarei un infame se non l'uccidessi a costodella vita. Ma io so che non esiste. Ed è questo che complicala cosapiù che non pensino gli anarchici. Esistono invecepiccole e grandi dosi di maleche ciascuno di noi fa subireosubisceed esistono uomini che possono procurare altrui secondo leloro forze un bene minimo o grandissimo...


*Nota al Memoriale. Sovente ho nell'orecchio un ritornello: "Chiha fatto soffriresoffra". Donde viene? E' atavismo? Istintodi padri selvaggi? Mi assale nei momenti cattivispecie quando homal di denti. Parecchie di queste pagine furono scritte durante unterribile mal di denti.

V'haun male più stupido? Tutto ciò per l'antipaticaoperazione di rifornire la macchina! Oh i piaceri della tavolapertutti i mangiatori di granturco che marciscono nelle basse del Po!

Unmicrobio s'introduce nelle vostre ganasce e rosicaimpercettibilmente. La mascellale tempietutto il cranio sono incongestione: è una tortura senza tempofissa comeun'ossessioneche fa pensare al suicidio!... E tanto supina emiserabile che non ha mai avuto l'onore della letteratura. Mi ricordouna caricatura d'un leone con le mascelle fasciate d'unapezzuola!...

Ancheun de' miei ricordi più atroci v'è connesso. Io hoanche immagini di mio padre nella memoria: lo vedo il piùdelle volte zappare nella creta con la testa nuda e le gambenell'acqua. Ma talvolta lo vedo in un'attitudine spaventosa. Egli èinginocchiato sul pagliericcio ov'io mi distendevo tutte le sereaccanto a lui: ha gli occhi stralunati e si preme le guance collemani e apre la bocca con gemiti strozzati che interrompe soltantoqualche requemeterna! Requemeterna!... e io mi rannicchio contro lesue ginocchia piangendo di terrore...


*Nella compagine del più duro metallo i fisici dicono che lemolecole hanno dei movimenti proprii estesissimi. Così noiuomini c'incontriamoci incrociamoci allontaniamoma invanocerchiamo di sottrarci alla compagine dell'umanità.

Ela libertà consiste nell'essere consci di questo veronelsecondarloin luogo di contrastarlo inutilmente...

Ilmondo morale di Dantepensava Crastinoera più ricco delnostro... E' vero? Certo un mondo di cui l'uomo costituisce ilcentrocomponendo a sua immagine terra e cielodemonio e Dioriesce grandioso. Ma l'uomo d'allorache informava di sé unmondo irrealeera schiavo delle creature uscite dalla suaimmaginazione: ora egli è libero e re in questo piccolo angolod'universo che ha riconosciuto suo.


*Alcuni concepiscono la società a somiglianza di certi enormicasoni d'affitto modernidalle innumerevoli camere; dalleinnumerevoli finestre ugualiun monotono parallelepipedo a traforo.Invece dovrebbe essere l'arditacomplessanervosa cattedraledairobusti contrafforti e dalle nervature agiliove ogni capitello èuna personalità e tutto è una armonia e di sullecupole brilla verso il cielo il genio. Oggi che cos'è? Unamassiccia piramide ove le pietre brute durano da secoli nello sforzodi sostenere le superiori e l'ultimasenza proprii impulsisenzaslancioschiave d'una sola leggeil pesol'oppressione...


*Ci sono altri mondi. Quelli del nostro sistema solare hanno qualcheaffinità con la Terra? La vita vi ha manifestazioniparagonabili? Giovead esempioè in formazione: forse leprime cellule vi nascono ora nel primo sedarsi della lotta tra glielementi. Dovrà in esso la vita superiorequella che potrebbedirsi l'umanità di Giovepercorrere la stessa sanguinosaevoluzione che la nostrasenza che le nostre esperienze dolorosepossano servirle in nulla?

Lamia fede nel migliorismo mi risponde risolutamente di no. Io non neso nulla; ma in questa universale tendenza all'armoniacorrentiignoteche forse non ci saranno più un mistero nel futurodevono collegare continuamente le vite planetarie. Ad esempiopossiamo noi spiegarci con elementi attinti in noi e attorno a noil'idea? No: esse furono perfino credute immanenti di per sé:non sarebbero esse il legame fra le vite intelligenti del mondosiderale?

L'idealeè in noi e nello stesso tempo viene di fuoricioè èl'essenza di noi stessi che fa parte con quella di altri esseriignoti alla nostra coscienzama sentiti oscuramente dall'istinto.

Ionon so se alcuno abbia già enunciata questa verità: puòessere un ricordo rimastomi delle mie bozzesenza ch'io loavvertissi. Ma in vero mi pare che i professori non parlino punto diqueste cose. Essi sono troppo timidi nelle sintesi. Per esempio: iovorrei vedere in un quadro rapido disegnata questa evoluzioneinteriore dell'umanità. Una grafica quasi astrattaesclusiassolutamente AlessandroMuzio ScevolaCarlo VMarat e tuttiquesti individui che se non guastarono nell'evoluzione dell'umanitàguastano certamente nella storia scritta dai professori.

Iqualise leggeranno questo mio scrittosentiranno pietà dime e mi classificheranno fra gl'imprudenti pei quali la scienza èuna lampada che brucia le ali. Ma la mia scienza abborracciata allamegliodirò piuttosto rubata o spigolata come faceva miamadre il grano nei campi dei padronimi servea me: mi ènutrimentomi è sangue del cuore. Per essi è anchenutrimentosì...

Abbassoi saggii veggenti che tengono le mani nelle taschementre i lorfratelli per errore si sgozzano a vicenda!

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Unastriscia di sole sul mio lettodalle imposte socchiuse. Come misento vivolucidoagileallo apparir del sole!

Ein quel piccolo raggio miriadi di pulviscoli. All'ombra non sivedonoper noi non esistono: ed eccoil sole ce li rivelailluminandoli. Così il cielo è pieno di mondinell'ombra o illuminati: pulviscoli. Tutto si somiglianell'universodate le proporzioni: nella mia stanza e nello spazioimmenso polverenull'altro. La Chiesa dice: "Ricordati chepolvere sei e polvere tornerai..." Ha ragione: ma l'errore èqui: la polvere non è la morte: nella mia soffitta e nellospazio immenso vive.

Ungiorno un di questi pulviscoli si staccò un attimo da ungranello più grandeper tornarvi dopo quell'attimo.

Edurante quell'attimoeccoil pulviscolola Terracome un figlioche cessa d'appartenere al grembo maternoacquista una vita sua: siconsolida la sua ossatura; si sviluppano gli organii cristallilepiantegli animali; e il cervello infinecioè l'uomoplasmato d'infinito... Tutto il resto è l'organismo specialedella Terra: l'intelligenza è ciò che la unisce aglialtri organismi giganti dello spazio. Perché l'intelligenza silancia fuor della Terra.

Ementre il granello move nello spazioecco che quest'intelligenza siagita sulla sua corteccia. Da prima a prender coscienza di sé.Fatto concreto nell'uomolo spirito della terra spunta nell'Orientee nell'Occidente. Varie di climi e di razzale civiltàgermoglianos'innestanosi diffondonopossiedono l'estensionedella Terra.

Edecco quest'intelligenza penetrar nella terraleggervi dentrotraverso gli strati delle civiltàtraverso gli stratiaccumulati nell'infanzia della vitafino al nucleo ardentech'èla sostanza del sole.

Ela Terra si conosceorae prende possesso di se stessa. Di pois'irradierà nell'infinito.

Leepoche primordialila storia umanail ritorno nel grembo del solepadreun attimo. E il turbinio della polvere di stelle nello spazioimmenso non sarà mutato d'un punto.

Questoha pensatoun mattino di soleil correttore di bozze che non sentìmai umiliazione d'essere minuscolod'essere polvere.


X.

Com'èch'io sento tanta compiacenza nel redigere queste note? Quanto piùprocedopiù m'indugio e quasiin qualche momentomiscompare dalla vista la conclusionel'atto che deve dare ad esse ilvalore ed il suggello. Ma io non ho più nessuna esitazioneinteriore: ho risoluto. E questo stesso indugio sulla mia breve vitadi due anni mi pare talvolta il ricordo d'un sogno.

Questascena che racconterò è rimasta nella mia visionestranamente intera e viva in tutti i suoi particolari. Essa mi poseper un momento a contatto con l'anima profonda di esseriche avevosempre veduti dissimulati sotto la comune e uniforme inquietudinedella lotta quotidiana e mi diede chiaro e inesorabile il sensodella loro condanna e del loro inevitabile naufragio.

Ilpiù fiero sole d'agosto era sceso dietro le Alpi. Io sedevosulla finestra di Quibio con un libro in manomentre egli lavorava.Le gallerie interne della casa cominciavano ad animarsi di bambini edi donnementre lungo la giornata dal vuoto del cortile profondoparevano venir su fino alle soffitte e disperdersi nell'atmosferadei faticosi respiri d'un grande organismo oppresso d'asfissia. Orasui ballatoi dei piani superiori vociavano i bimbile donnetraevano esclamazioni di sollievole braccia nudemolli nellevestaglie chiarerimandandosi l'una all'altra delle frasi pigre.

Lamagrissima gatta della Salamandra mi guardava pietosamente di sulletto di Quibio. Questi l'aveva attirata altra volta nella suasoffitta per disegnarlainsieme al gattone bianco e soffice di unasignora dei piani inferioried ora entrambi si contemplavano inperpetuo in un'acquaforte color ruggine. Il gatto borghese erapresto scomparsoreclamatocon insolenzadalla sua biliosapadronail chevenuto all'orecchio della Salamandraavevacagionato da parte di costei molte considerazioni astiose eallusioni ad alta voce su la fortuna dei gatti e degli uominio piùprecisamente delle donneperché fra leiaffermavae lasignora del piano di sotto non era differenza che di fortuna.

Ildisegno di Quibio d'altronde portava alla medesima conclusione. Orala gatta dai peli grigi ritti e radi aveva posto amore a Quibio es'insinuava nella sua stanza ogni volta che la vedeva socchiusaguardandolo con due occhi strazianti e troppo grandi nel testoneangoloso.


-Nonleggi più? mi domandò Quibio forbendo la sua lastra. Amomenti è qui Picaday.

Entròdi fatti poco dopo il caricaturistaportandosi dietro Notu. Questirideva fino alle orecchieche si drizzavano come quelle della gatta.Aveva fra le mani un grosso corvo.

Cisalutammo. Io avevo incontrato più di una volta Picaday ederavamo diventati amici d'un tratto. Era simpaticissimosebbened'una chiaroveggenza che mi dava soggezione. S'era subitointeressato a mequantunque forse troppo da curioso. Egli mi avevaspiegato qual fosse la differenza tra me e Quibio...

Ioera una di quelle piante pensili che si nutrono d'aria e sidissolvono nell'aria. Quibio era invece una quercia ben radicatache germogliava in altre quercie: "Tu non hai conosciuto tuamadre e non hai una donna tua.

Quandonon c'è una donnanella vita d'un uomoval quanto dire cheegli non ha carne né sangue. Sei troppo staccato dalla vita:non sei neanche riuscito ad a adottare qualcunocome fanno i buonibottegai che hanno l'istinto della propagazione. C'è quitanti miserabiligrandi e piccinie tu hai un bel dirti che sonotuoi fratellima non li senti. Io d'altronde faccio lo stesso.

Noiamiamo l'umanitàcioè un'astrazione: i nostri fratellinon li amiamo..." Era forse vero? Ciò mi aveva moltoimpensierito.


-Unanovità cominciò Picadaycarezzando la gatta che erasubito scesa a supplicarlo della sua attenzione. I tipografi dellaNazionale hanno votato lo sciopero per domani.


-Benfatto! approvò Quibio.


-No.Non otterranno nulla e sarà peggio. Lo sciopero se non sivince è un disastro. E guai se le altre tipografieaccetteranno di appoggiarlo. Questo inverno digiuneranno tutti.


-Mase hanno ragione! interruppi.


-Nonbasta. Ci vuole la forza. Non vedi? Il governo garantisce la libertà.

Vivala libertà! Sappiamo tutti cos'è la libertà. Ioti dico: Stangasei libero! Ma il suolo dove posi i piedi èmiol'aria che respiri è miavale a dire che tu sei mio. Ilgoverno garantisce la libertà di quelli che ti possiedonocome una cosa!

Deisoffiipoi dei miagolii uscirono di sotto il letto. Era Notu chelanciava sulla povera gatta il corvoil quale apriva le due valvedel becco come per ingoiarla.


-Animale!fece Quibio afferrando il ragazzo per la collottola. Siediti qui esta quieto e fa ben attenzione a quello che dicono i grandi. Perchéhai preso il corvo?


-Cimisinl'ha lasciato scappare. Adesso glielo porto.

Ilcorvo era un nuovo compagno del vecchio matto. Anch'esso era moltovecchio:

avevail becco enorme e tutto spelato alla radicedove le piume parevanocanute. Saltava agitando le ali e la coda monche. Poi abbassava ilcapo nelle spalle e s'appisolava. Quibio l'aveva giàregistrato nella sua Aero poli.

Comunqueriprese Picadayquesto impedirà di fare più tardi unosciopero in regola. I proprietari approfitteranno dell'avvisaglia esi prepareranno a sconfiggerli. Gli operai sono troppo confidentinella loro nuova potenza...

Udimmopicchiare all'uscio. Netu balzò alla manigliae comparìla testa della Salamandra.


-Lamia Ninì?


-Eccoladisse Quibio indicando la gatta.


-Equell'impertinente! fece ella allungando le mani verso le orecchie diNotu.


-Nonle ha fatto nullaè uno scherzo! interruppe Quibioproteggendo il monello e invitando la ragazza. Entranon averpaura. Ti presento Picaday.


-Ah!Una cittadina di Aeropoli disse questi sorridendo alla donna. Vi hogià ammirata...


-Miha fatta troppo brutta! protestò ellaaccennando ad uscire.

Quibiola fece sedere su una scranna.


-Seattendi qualche minutobeveremo un gotto. Oggi è ilferragosto. Va a chiamar tua mamma aggiunse volgendosi a Notu.

Ilmonello s'illuminò ed uscì come un razzo.


-Vogliomolto bene a quel monello. Farà qualchecosa. Vedessi comedisegna!

Etrasse di fra le carte un foglio che porse a Picaday.

LaSalamandra aveva spessoquando m'incontrava per le scaleun sorrisosardonico che m'irritava segretamente: ella mi volse una simileocchiata anche questa volta ed io alzai le spalle...


-Bello!esclamò Picaday meravigliatodopo aver osservato lo schizzo.Ma è un disegnatore consumato. Chi lo avrebbe detto? Nefaremo un caricaturista di prim'ordine!

Erauno sgorbio a penna. Un fanciullo che pareva un signorino sbucciavauna melacon dignità accondiscendente; in faccia a lui unaltro assai più piccoloseminudotraeva la lunga buccia aspiraleper mangiarsela contento.

Cosìme l'aveva interpretato Quibio.


-Eche ironia incosciente! continuò Picaday. Bisogna scrivercisotto:

Eguaglianza.Ecco un altro microbiodi quei che ti dicevo... soggiunserivolgendosi a me. Vedrete che bel dissolvente sarà quelmonello! Bisogna educarlo!

M'avevaspiegato infatti Picadaych'egli stesso non era se non un microbiodi quelli che si mangiano le cose corrotteper far piazza pulita.Tutti sanno d'altronde a chi si devono certi bozzetti sarcasticicolla firma stafilococcus o bacillo virgola. Egli affettava anzi unacrudeltà inesorabile colle sue vittimeeppure era di cuortenero come una fanciulla. Temeva sempre di mettere del rancorepersonale nelle sue caricature: è certo che alcuni grossipersonaggi te li aveva conciati talmenteche tutta la cittadinanzanon li vedeva più se non a quel modo. Ma aveva soffertotantoche comprendevo anche un pochino di crudeltà da partesua. Egli aveva fatto tutti i mestieri possibilidal lustrascarpeal venditore di bibbieaveva mangiato delle radici e dei rimasuglidi stradae quattro inverni di seguito li aveva passatiall'ospedale. Ora era contento di tutto ciò come d'unasuperiorità.

Dicevache conosceva tutta la gamma della vitatoute la lyre. E la gustavacome un dono squisitoperché tuttoanche il pane quotidianogli faceva l'effetto d'una ricchezzad'un lusso.


-Allorasi fa il ferragosto! esclamò la Salamandra.


-Ecco!E per tutta risposta Quibio trasse di sotto il tavolo due bottiglie.

Sciorinòuna tovagliaaprì due pacchi e ne dispose il contenuto inalcuni piatti. Accese una grossa lampada a petrolio armata d'unlargo paralume rosso.


-Eadessoallegri! concluse.

Entròla moglie dell'ubriaco e Notu con la sorellina scema.


-Nonci manca che Cimisin fece Quibio.

Mala Salamandra inquieta:


-Allorame ne vado io!


-Perché?Oltre il rogo non vive ira nemica asserì Quibio. Cimisin èrisuscitato ed è molto più innocuo di prima. Adessoprovo a chiamarlo...


-Mene vado iome ne vado io! protestò ella. Chiamerai anche laBiondinanon è vero?


-Eh!venisse! Ma non provo neanche a invitarlapovera ragazza! Siedi lìintanto concluseobbligandola a restare.

LaMinca si era rincantucciatafacendosi più piccola che potevacon la sua bimba e trattenendo invano il monelloche ormai lafaceva da padrone.


-Eil bimboMinca? disse la Salamandra.


-Coricato.


-Edov'è l'ubriaco? insinuò la ragazza con un sorrisopungente.

Mincarispose supplichevole:


-Nonlo so... Non parlarmene! Ormai non va più a bottega. Spessonon torna più a casa neanche la nottee quando torna dormedue giorni di seguito.


-Chenon torni più! fece la Salamandra rabbonita. Dove piglia isoldi per ubriacarsi? Quell'uomo ti fa delle brutte coseMinca.

S'udìcome un litigio nel corridoio. Era Cimisinche guardò nellastanzapoi si ritrasse diffidente. Quibio lo spinse dentro:


-Diavolo!Non vi mangeranno mica! E rivolgendosi a Picaday con un gestosolenne: Ho l'onore di presentarti al signor Verruadetto Cimisindalla plebe ignorante...

Ilvecchio salutò il disegnatore come se già loconoscesse. Conosceva infatti molte persone in tutta la cittàgiovani specialmenteche si divertivano alle sue spalle lodando lesue invenzioni aeronautichee da vero grand'uomo vedeva in tutte lefacce sorridenti un ammiratoree un nemico in tutti gliindifferenti.

Sedettepresso il tavolo e aspettò che parlassero di lui. Incominciòsubito il monellodicendogli che il suo corvo stava pensandoanch'esso inutilmente al modo di volare... Il corvo in due salti fusulle ginocchia del vecchio.


-Sietefautore del "più pesante dell'aria?" gli domandòdi botto Picaday.


-Piùpesante dell'aria; ma certo!... Non c'è un insetto che voliche non sia più pesante dell'aria. E afferrato l'uccello siimpegnò subito in un complicato discorsostirandone l'ali ela coda spennate. Parlava con grandi gestiagitando la blusa ampiadi cotone che indossava sempred'estate e d'invernoe tendendospesso in alto il braccio sinistro come a proteggersi la fronte daun nemico. Teneva sempre l'avambraccio fasciato e armatosotto lamanicad'un bracciale di lattaper servirsene a mo' di scudo controgli assalitoriche potevano portarlocome già un'altravoltaal Manicomio.


-Orsùfiniamola fece Quibio. E cominciò ad affettare un coteghino:poi trasse un prosciutto e infine sviluppò da una cassetta unrosario di salamini che attaccò ad un chiodo.


-Tuttoquesto è dovuto al bulinoo signori. Viva l'arte sociale!

Erail compenso di un menu che aveva eseguito per un albergatore. Aquella vista la gatta pareva diventata ubriaca. La bimba scemagrugniva e la Salamandra affettava le nausee:


-Tropposalume! fece ella con una smorfia.

AlloraQuibio scoperse una scatola di paste e di frutta canditaorlata dipizzo. Gli occhi della ragazza si placarono.

Levettovaglie sparivano come per incanto. Lo spettacolo che dava lapovera Minca era commovente: ella divorava e sorrideva e aveva gliocchi pieni di lagrime. Ella sentiva di dover attenuare col sorrisol'espressione bestiale che la fame doveva dare a tutta la suafaccianell'ansia di soddisfarsimentre la bimba mangiava contutta l'applicazionecome la gatta per cui quell'occupazione eral'intento di tutte le ore. Il corvogià saziorubava e sinascondeva a riporre i rimasugli.

Ioconsideravo tutto ciò con una tristezza profondaperchéil senso che ne avevo non era di simpatiadi pietàma dirancore. Era la mia umanitàera l'idea di me stesso chevedevo umiliatacalpestata. E pensando che la fame degli unideimoltil'ignobile sofferenza del ventreè la conseguenzadell'ingordigia di pochimi sentivo invadere da un impeto diviolenza disperata.


-Epensare che quando abbiamo preso Romae io c'erocredevamo che cisarebbe da mangiare per tutti d'or innanzi!


-Sietevoi che avete preso Roma! gridò la Salamandra. Chi ci crede!


-Invececontinuò Cimisin senza raccogliere l'interruzione e guardandola Minca si sono messi d'accordo col Papa. Per mesonocostituzionalenon c'è che direma eccolasciarci prendereTunisi... è stata grossa! Potevano mandarci tutta quellagente! aggiunse accennando agli affamati.


-Andatecivoi strillò la ragazza buttandogli un racimolo d'uvacui eglioppose pronto il braccio blindato.


-Cavoure Vittorio! sospirò rannuvolandosi il vecchio. Poi piùnientepiù niente...


-Basta.All'avvenire dell'aeronautica! esclamò Quibio offrendo unbicchiere a Cimisin.


-Sonoastemio dichiarò questi con dignità.

Picadaybevette alla salute degli aeropolitani. Ma anch'egli continuava aguardare la Minca con curiosità triste. Io alzai il miobicchiere d'acqua:


-Algiorno del pane per tutti!


-Nonci saremo piùallora! soggiunse la Salamandra comebeffandomi.

D'altrondee il vino? Il vino anche è necessario. Sentiteamici...sentiQuibio! Se non ci fosse il vinoio mi butterei dalla tuafinestraadessosubito!

Sialzò con la faccia brillantepoi ricadde accasciata sullascranna.


-C'èpiù d'uno quiriprese poi con una smorfia sarcastica c'èpiù d'uno qui che vorrebbe finirlain una maniera daaccorgersene il meno possibilenon è veroCimisin? E anchetuMincanon è vero?... Cimisin vuole volare. Tuttivogliamo volarenon è veroStanga?

Lasua voce diveniva raucail suo occhio fisso e opaco: ne sentivo undisagio crescente.


-Tusei feliceQuibioio lo so! Io vorrei esserti sempre vicino perdifenderti colle unghiecome quel corvo lìcome la miagattae che tu non mi vedessi... Ma io non sono sempre stata laSalamandra. La mia compagnia non vi fa onore e voi siete troppobuoni. Voi siete fortisiete uomini e fate la vostra strada. Ma sefoste delle donneebbeneve lo giuro che voi non sareste uscitifuorinon sareste diventati qualche cosave lo giuro...


-Vadoa dormire! interruppe Cimisin afferrando il suo corvo. La Salamandraha il vino malinconico.

Levoci nel cortile si erano spente. Un gran silenzio regnava nel cieloin cui la luna diffondeva un chiarore calmotingendo il tettoopposto e i monti lontani come d'un velo azzurro.


-Viannoioeh? continuò la donna.


Quibioprotestò:


-No!Tu sei una creatura umana come noinon c'è differenza almondo.


-Ehsìamico mio! Adesso che ci ripensole trovo le differenze.Vedi lì...

LaMinca muor di fame. Io mi dico bene che quando saremo morte saràla stessa cosa per tutte e due. Ma adesso noche volete! Mi pare diessere come l'Ubriaco. Lui non torna più indietro. Nonbisognava camminare... Bisognava morire alloraquando il primovigliacco vi offerse la prima cena non guadagnata con le ditabucate... Io non ho nessuna scusa. Potevo morire come la Minca emorirò come la Salamandra... il più tardi possibileperò...

Allegrovecchio mio!

Feceper afferrare Cimisin che uscivama questi le sfuggìmentreella rideva tenendosi i fianchi e finì in uno scoppio ditosse.


-Voinon ne sapete niented'altronde continuò facendosi cupa. Almio paeselaggiù... era proprio in questo mesee avevodiciott'anni... il parroco fece la predica su lo scandalo del paesee io ero in chiesae tutti mi guardavano così che volevosprofondare... Ebbeneperché non era lui lo scandalolostudente nipote suo che m'aveva ridotta in quello stato? Allora erouna brava ragazza. Chi se ne ricorda!...

Eun altro scoppio di tosse la interruppe. La Minca si levò e lesi avvicinò premurosa.

Unpasso pesante s'udì sul pianerottolo.


-E'papà! fece Notucolle orecchie dritte.

Labimba che dormicchiava spalancò gli occhi pieni di terrore:una viva inquietudine apparve sul viso della madre. Ella si mosseattrasse la bimba e scivolò via senza rumore.


-Poveragente! fece Picaday tristissimo. La batterà?

LaSalamandra s'appressò al tavolotese la mano verso unbicchiere pienoma la ritrasse subito.


-TiringrazioQuibio! E diede in singhiozzi. Non sono ubriaca... Me nericorderò per sempre. Vi ringrazio tutti!

Mifece un cenno di saluto... Picaday le tese la mano. Ella uscìsenza prenderla.

Alloranoi ci lasciammo. Quibio tentava di sorridere e di rasserenarcimanon trovava le parole e mi strinse la mano fino a schiacciarmela.Volli accompagnare Picaday sino alla stradama anche noi nontrovammo una parola.

Risalendole scale nel buio sentii come una vertigine che mi spingeva a cadernel vuoto. Giunsi nella mia soffitta e mi ficcai sotto le coltri conun gran gelo nelle membra. E non dormii.

Ilgiorno dopo in tipografia c'era un certo fermento mal celato. Ma losciopero della Nazionale finì presto e malamente. Da quelgiorno nondimeno si cominciò a parlare d'uno sciopero ditutti gli operai tipografi della città come d'una cosapossibile e da considerare sul serio.

Edecco introdursi poche settimane dopo nel nostro stabilimento unanovità inquietante. Una linotype. Era in un gabinettoriservato e difficilmente si era ammessi a vederla. Come ci riusciinon ricordoma potei contemplarla a mio agio. Era uno strumentocomplicatissimosu cui una signorinanella sua calma esoticapareva combinare coi tasti delle armonie non udibili... Mentre lasignorina move le ditale fini pulegge girano interminabilmenteunapioggerella di stellette cade come attirata in una bocca d'insetto.Pare veramente una bocca d'insetto colle complicate mandibole e ipalpi minutiattivissimi. Di quando in quando un braccio forte enervoso si abbassa a raccogliere come nel pugno qualcosa che unamanina gli porge; se ne spicca tornando in altodonde la piccolapioggia e il lavorìo ridiscendesi riproduce all'infinito...

Inbreve le macchine furono quattro. Poi ne venne una quintad'altrogenerela monotypeun altro organismo nero e lucentealtra speciedi gigantesco insetto dagli innumerevoli artiche attraeavvincelo sguardonel giro delle sue piccole ruotenel rimenìodelle piccole mascelle e delle braccia nervosecon un fascinoirresistibile.

Egli operai osservavano preoccupati e tristicome se qualcosa dellaloro vita si inghiottissesparisse lì dentro.


XI.

E'forse l'assenza della donna nella mia vitamadresorella o moglieche mi permette di considerarla oggettivamentecome un essere ilcui destino è estraneo al mio destino? Io ho sempre vistoquello che nessuno vedeil sacrifizio ora inconscioora volontarioe sempre misconosciuto di questa porzione dell'umanitàdiquest'elemento femminile che l'origine dice equivalente all'uomo eche l'uomo sa soltanto adorare o calpestare.

Unpomeriggioattendendo alla seconda edizione de L'Allevamentodell'Uomo (la prima s'era smaltita in pochi mesi)mentre lamacchina era pronta per un nuovo fogliom'imbatteirivedendo leaggiuntein un passaggio che mi riusciva inesplicabile. Non c'erain quel momento un messo disponibile: lo dissi al direttore em'incamminai io stesso alla volta della Maternità.

Cipassavo accanto ogni giornomentre mi recavo al lavoro: per tantianni non avevo guardato l'edificio con occhio diverso da quello concui vedevo tutti gli altri palazzi splendenti di vetrine: quel pezzodi via mi pareva soltanto più monotononient'altro. Ma dopola morte della povera Lena ne avevo sentito un crescente fascino.

Entrai:mi si fece attendere un momento. Il cuore mi batteva forte.

L'usciodella sala ove aspettavo era apertoe ci passavano dinanzi leinfermiere vestite di bianco e qualche suora. Di lì a pocoapparì in fondo al corridoio il dottor Semmi in un biancocamicionesu cui la lunga testa bionda s'alzava nobilmente. Gliesposi il passo controversoch'egli chiarì subito.

Nonmi restava che andarmene: le macchine attendevano:


-Leinon ha tempo da perderenon è verodottore? arrischiai.


-Iono davvero... Mai!... Perché?

Esitaiun istantepoi mi feci coraggio:


-Sipotrebbe vedere una sala della Maternità?


-Nos'affrettò a rispondere. E' impossibile. Fuorché percasi eccezionali. Mi duole...

Mas'interruppe tostomi guardò e sorrise:


-Attendaun momento e torno subito.

Tornòdi lì a un minuto e mi disse semplicemente:


-Venga.Io stesso voglio fare un giro. Da più giorni arrivo allaclinica e me ne scappo subito. C'è tanta miseria fuori!...

Avevoun gran batticuore. Traversammo il lungo corridoio ed entrammo nellaprima sala.

C'eranoalcuni letti: non si scorgevano su di essi che le teste delleinferme.

Unavisione lontana mi si presentò violentementequasi da farmisvenire.

Ildottore s'avvicinò ad un letto:


-Comeva? E il bimbo? Non l'hai più? Dove l'hai? chiese con vocecarezzevole.

L'altratacque.


-Tel'han portato viaeh? I tuoi?... A balia?... All'ospizio!

Ellasi voltò dall'altra partela faccia terrea le si contrasse:si coprì con le coltri fino ai capelli.

Lavicina era brunafloridacon due grand'occhi curiosi:


-Vabeneeh? le domandò il dottore tastandole il polso. E ilbimbo?

Quellasorrise:


-E'all'ospizioma poi lo manderò a balia. Non ho latte...


-Haimarito? Quanti anni hai?


-Diciotto...Mi sposerà.

Un'altraaccanto la guardava con invidia:


-Etunon l'hai il bimbo?


-Iosìche l'ho... Ho sofferto tanto!


-Haimarito?


-No...


-Tisposerà?


-Ma?Si sa benegli uomini!... Mio padre è impiegato al municipio:io l'ho disonorato... Ah il castigo vien sempre! Abbiam fattoall'amore un annopoi mi son lasciata... Mio padre è venutostamani.


-Nonlo vuole il bimbo in casa?


-No!Ma io andrò a lavorare da sola e me lo terrò; hosofferto tanto!...

Voleteche lo butti via! Ho sofferto tanto per lui...

Uscimmo.Nel corridoio il dottore aggiunse:


-Creda:l'egoismo e l'incoscienza dell'uomo sono mostruosi. La donna èdi molto superiore moralmente all'uomo.

Ioavevo il petto chiuso come entro una morsa.

Aprìun altro uscio. Un'altra salaaltre sofferenze.

Infaccia alla portaun letto portava in mezzo come un tumuloeavvicinandomi scorsidietroaffondata nei cusciniuna testalividacogli occhi fuor delle orbite: n'usciva un gemito rabbioso.Due mani ghermivano i ferri della testata e si torcevano. Unainfermiera si avvicinò al dottore.


-Aquando? fece questi.


-Stassera.

Unaltro lettodi frontesimile a quello. La donna era calmaunabruna magradi età indefinibile. Il dottore le disse non soche parolepoi trasse in giù le coltri... Ho tutto ciònegli occhi!

Chemistero tremendomostruosoinesplicabile!

Uscimmoper entrare in un'altra sala. Due ammalate stavan sedute in mezzo diessa. Il dottore s'appressò e si rivolse alla piùgiovaneuna ragazza bellissima:


-Comestai? Non ti sei ancora coricata?


-E'muta intervenne l'altra. Venuta stamattina...


-Muta?riprese quegli accigliato. E rivolgendosi a me: Vedenon èancora sviluppata del tutto... Avrà sedici anni? Indifesa!...Indifesa!

Laragazza ci guardava con due grandi occhi e un sorriso ingenuo.Comprendeva qualcosa di quel che le accadeva? Pareva affatto ignara.


-Chedice? domandò il dottore alla vicina. Che fa?


-E'a servizio. L'ha portata la sua padrona.


-Ela riprenderà?


-Sìpare che la riprenderà.


-Eil bimbo?... All'ospizio... concluse egli senza attendere risposta.

Alloravidi dirimpetto una donna alzarsi sul letto a sederescoprirsi ilseno e avvicinarvi un batuffolo bianco: una testina rossagrandecome un pugnovi affondava tutta la faccia. Una maninaimpercettibile brancicava il seno roseo.

Ladonna non era bellauna campagnuola robusta e sanama aveva sulviso qualcosa d'inesprimibile che infondeva riverenza e tenerezza.Il dottore s'appressò sorridendo:


-Questoè il primo?

Ellarise:


-Ilquinto: tutti vivi.


-Haisofferto molto? Perché sei venuta qui?


-Sonoa servizio.

Un'altrasi levò e s'accostò il bimbo al petto:


-Etu le chiese il dottore che fai?


-Lavandaia.Mio marito è falegname.


-Com'ègrosso! Tu ti senti bene?


-Neho duefece ellaed alzò le coltri. Un altro batuffolo moltopiù piccolo: stringeva le palpebre aprendo la boccuccia.


-Perchénon dài a mangiare a quella lì che ne ha piùbisogno? E' una femminaeh? Prepotenti sempre i maschi... aggiunserivolgendosi a me.


-Questovivrà disse la donna. Io le dò bene da mangiare aquella lìma questo mi divora tutta...

Duealtre guardavano le felici; entrambe erano tristissime. L'una assaibellaaveva vent'anni. Il bimbomandato all'ospizio. Perché?Perchéluiera un militare.


-Tisposerà? chiese il dottore.


-Miscrive ancora... e nei suoi occhi vagava un'incertezza sconsolata.

Ciallontanammo per uscire. Nel corridoio il dottore m'indicò unascala.


-Lìsopra disse ci sono quelle che vogliono rimanere incognite. Ce n'èuna trentina! Io ci sono addettoe discendo di rado. Qui abbasso èben più terribile! La signorina Lavriano è proprioquello che si dice la provvidenza per queste creature!

Miparve che la sua voce s'intenerisse un momento. Lo guardai: eglidivenne pensieroso.


-Credaaggiunse dopo un istante è una gran piaga. Sopratutto cresconodi numero le fanciulle madri. L'uomo volgareil soldatospecialmentenon ha più il freno della religione che loallontani dal delitto (ché è un vero delitto!) e trovaimpossibile o troppo difficile il matrimonio. E la ragazza vienqui...

Comeha vedutosono troppo numerosetroppo fitte. Se vedesse poi glialtri ospedali! La questione degli ospedali è una questionedi vita e di morte per la società.

Eglimi guardava. Riflettevo che forse stimava inutile dire a me tuttociò; ma ci era tanto avvezzo e n'era tanto convinto cheripeterloanche a un povero invalido sociale com'io sonoglicostituiva uno sfogo.

Ohpensavoavere la forzail potere: essere un legislatoreunbenefattore!


-Enon c'è nessun rimedio per ora continuò. I deputatihanno altro da pensare che agli ospedali! I lasciti non ci vengonoche rarissimidopo che gli ospedali sono laici; e crescono ledomande di ricoveroa causa dell'accentramento nelle cittàa causa del buon trattamento che ha vinto le prevenzioni del popolo.L'ospedalevededovrebbe essere la casa dell'uomo nel momento ches'acuisce la lotta fra lui e gli elementi di dissoluzione. La cittàdev'essere costituita in modo che tutti i cittadini possano venir apassare quella che direi la loro purificazione in un ambientepropizio e immune.

Riconoscevoqui le idee da lui propugnate con tanta foga nel suo libro. Egli sifermò d'un tratto e mi domandò:


-Midica la verità. Una visita simile turba moltoeh? Ebbenepensinel momento che lei ha passato quiquanti bambini sono natiin Italiae quanti sarebbe meglio che morissero subito! Novivrannosoffriranno e daranno la vita ad altri miserabili...

Iomi sentivo la mente confusa. Dopo la prima salain cui ero statoafferrato da una commozione violentami ero sentito divenir ottusoe quasi insensibile.

Mene rimproveravo e me ne sgomentavo; soltanto osservavo con aviditàquasi ripetendomi interiormente: "Vedi tuttoafferraricorderai poi e sentirai..." E pensavo al mio Memoriale cheandava svolgendosi fantasticamente nelle nuvole!


-E'un'impressione enorme risposi al dottore che mi guardava con unsorriso indagatore. Ne sono interamente disorientato.

Mipareva che qualcosa si rimovesse in fondo a me stesso come un pesoinforme.

Pensaremi diventava una fatica: eppure presentivo che quando sarei riuscitoa svellere il mio pensiero da quell'ammasso di sensazionine avreitratto una conseguenza capace di dirigere una vita.

Eravamonel cortile. Dalla porta opposta a quella ond'eravamo usciti cominciòa sfollare uno stuolo di giovinette. Immaginai che fossero leallieve levatrici: poche erano bellein gran parte di fattezzegrossolane (era forse un'impressione momentanea)e nessuna parevacompresa del mistero terribile che gravava dentro quelle mura. Unvecchio curvodal volto burberole seguiva. Al vederloil dottorSemmi si volse a me con precipitazione:


-Ildirettore... La salutoa rivederci! mi disse col suo sorriso etendendomi la mano. Poi si appressò al vecchio.

Quandofui nella stradaguardai intorno e tutto mi parve nuovo. C'era unapiazzettadegli alberipoi due file di case ai lati. La strada eradesertama un vecchio apparì da una via traversapoi uncarretto di lattivendoloe dal lato opposto una donna con unafanciulla.

Ohl'angoscia che mi diede la vista di queste due creature! Poiandandoinnanzi vidi altre donnee nessuna pareva preoccupata: alcune eranobelle e chiacchieravano e ridevano. Mi riusciva dolorosamente stranoche potessero pensare ad altro.

Eper alcuni giorniattraverso le mie occupazioni usualiil miocervello pareva ondeggiasse pieno di una visione formidabilein cuil'umanità ad ogni minutoassiduamentementr'io leggevocamminavorespiravopullulava fuori dalle profondità dellavita inferiorepassavapassavaper aver foce nel maredell'essere.

Soltantodopo qualche settimana riuscii a ristabilire il mio pensiero nellecorrenti normali.

Emi s'affacciarono queste domande:

Lavita umana merita che si soffra tanto allo scopo di prolungarla sullaterra?

Sel'amore non fossecome si diceciecol'uomo (e sopratutto ladonna) accetterebbe il compito della procreazione?

Tantaparte dell'umanitàle nostre madrile nostre sorelledurante il miglior periodo della lor vitasono in un'alternazionedi minuscole malattie che preparano altri malori terribili. Lanascita è una malattiaun lungogravetalora mortaleguasto dell'organismo materno. V'ha un mistero più augustoun pensiero che possa far tremare il nostro cuore più diquesto?

Lavita ha dunque un valore immenso se poveri esseriper cui lamaternità vuol dire il disonorela miseriala morteamanoil bimbo nato da loro.

"M'hacostato tanto dolorevolete che non l'ami?" Oral'amore nondev'essere cieco!

L'amorefatto coscientel'afflussola tensionel'espansione suprema evolontaria della propria vitalitàl'attimo dell'unione fradue esseri reso concreto in un nuovo esseredeve apparire ben piùaugusto che non l'istantaneo e imprevidente spasimo egoistico.

Amoree morte? Ecco una formola poetica che fu bella quando l'amore volevasignificare soltanto il soddisfacimento di due desideri. "Doponoi il diluvio!" Ma amore e vitase esso è la veraintegrazione.

Edecco che il pensiero della morte perde tutto il suo valore e il suosignificato a petto del pensiero della nascita.

LaChiesa porta i suoi fedeli dinanzi al letto di morte e dice: Tremate!La religione nuova deve condurre i neofiti al letto dove nascel'uomo.

Edecco la differenza fra la vecchia età e la nuova. Oggidìil vecchio muore e non vuol morirenon vuol finire individualmente:vuol vivere al di là con lo spiritoe prolungarsimaterialmente al di qua nel figlio: perciò con la vita gli hadato tutto il suo lavoro e la ricchezza ch'egli ha accumulato per sétogliendo ai suoi fratelli quanto più poteva.

Cosìl'eredità favorisce l'individuoil prolungamento limitatodell'individuo e l'egoismo.

Invececoncentriamo la nostra attenzione non sulla mortema sulla nascita.

Allorasentiremo la necessità che ciascuno nasca nelle condizioni piùfavorevolie circonderemo di benesseredi rispetto e d'amore l'etàin cui l'individuo diviene. L'individuo si svilupperà poisifonderà con la famigliaaccrescendo la sua vita con tuttoquello che lo attorniafino al suo declino; ma i suoi figli nascanoe si nutrano nella comunitàper individualizzarsi poi a lorovoltacom'egli feceun istante.

L'uomoè come quell'insetto che insinua il suo ovulo nel gemmulariod'un fioreperché la sua larva trovi a pascere la polpa delfrutto fino a quando abbia l'ali per possedere il cielo e la terra.Possano tutte le madri trovar un calice di fiore per le loro larve!E' così vasto il mondo!

Maquella vista! Io non mi raffiguro più la faccia spasimante suquel letto...

Unsenso violento di rivolta m'invadecome per una sopraffazionemostruosa della natura sulla povera umanità.

Eppureho sentito d'allora chenei peggiori momenti in cui i miei istintiavrebber potuto prendere il sopravvento sui miei idealiil richiamarquella visione mi sarebbe stato salutare.

Eforse avrei invocato quel ricordo quando mi fossi trovato di frontead un'impresa terribile o ad un sacrificio mortale.


XII.

L'ultimapasseggiatal'ultimo pomeriggio passato con Quibiol'ultima ora disole. La vita conta proprio soltanto per le ore in cui ci siamosentiti vivi!

Ioho vissuto alcune giornate. Il resto hocome direi? tiratoinnanzi... come il giumento che gira sempre attorno alla stessamacina ruminando la stessa cattiva biada.

Eral'ultima domenica di settembre. Quibio irruppe nella mia stanza. Iostavo scrivendo.


-Oggisi va fuori gridò. Con una giornata simile star tappato incasa! E non spalanchi neanche la finestra! Ma tu ammuffisci: nonvedi il solenon senti l'appello del verdedella campagna! Non seiun provinciale tusei un meschinissimo e limitatissimo cittadino!

Eglici teneva ad essere provinciale: tutti i grandi uominisecondo luinascono in campagna.

Spalancòla finestraspalancò l'uscio: dal corridoio sbucò unacorrente che mi scompigliò i fogli sul tavolo e mi fecerientrar la testa nelle spalle.


-Miserabileserbatoio di reumatismitu avrai l'asma a quarant'anni. Hai pauradell'aria che ti fa vivere!

Simise a ridere fragorosamente. I marmocchi scalzi e col petto scopertoche ballavano sul balcone gli fecero eco. Dal corridoio lo zufolìodi Cimisin di nuovo giocherellava come uno zampillo. Tutto parevagaio e rinnovato. Dal fondo del cortile salì d'improvviso ilsuono d'un organetto. Le donne si posero a guardare mezzo accecatedal sole.

Cercammoentrambi la finestra della Biondina: era spalancata anch'essa e ipasseri vi saltellavano intorno come al solitoma il suo capo non sichinò fuor del davanzalecome faceva una volta ad ognimusica che venisse dalla corte.


-Haipiù saputo nulla? mi chiese eglimentre scendevamo.


-Nulla.Non ho più potuto parlarle.


-Credoche abbia fatto amicizia colla dottoressa Lavriano; o per lo menoquesta l'ha cercata più volte.


-Mipar diventata mutaselvaggia. La sola che può entrare da leiè Minca.

Credoche la signorina Lavriano potrebbe ammansarla.


-Saidove andiamo? chiese il pittore.


-Nienteaffatto.


-AlTeatro Nazionale per decidere su lo sciopero di tutte le tipografie.

N'avevosentito parlare vagamente:


-Sciopereremo!


-Montiamosu quella tranvia?


-Vabenissimo!

Dissimulavola mia tristezza. Ero tanto stanco! Il mio lavoro d'ufficio miriusciva ora gravissimo: il mio Memoriale non avanzava d'un punto ele pagine che andavo rileggendo e logorando a forza di ritoccarle misembravano mutescolorite. Mi pareva che qualcosa avesse distruttola coesione di tutte le parti del mio essere.

PiazzaStatutoVia Garibaldi erano piene di gente: i portici di Porigurgitavano: erano le buone famiglie che vanno alla messa a S.Francesco da Paola e a San Filippo e n'escono a mezzogiorno per fardue passi e ostentare le ragazze da marito.


-Nonvai a quella passeggiata mai? Io ci vado: ci sono dei fior diragazze.


-Manon mi hai detto che sei innamorato?


-Perdio!E come! Ma ciò non m'impedisce di guardare le belle donne.Giuro che non mi passa in cuore neppur l'ombra d'un desiderio: èpuramente un godimento degli occhi. Ma tu non sei artista.

Infattiio non comprendevo ciò. D'altronde io non m'intendo affatto dibellezza: quando m'è accaduto di indicar a Quibio una donnache io dicevo bellame lo vedevo ridere sul muso:


-Haigli occhi che guardano in dentro.

Eglivoleva dire con ciò ch'io non vedevonon udivonon vivevocoi sensima solamente col pensiero. Forse aveva ragione. Certounbel paesaggio mi allarga il respiroma egli mi diceva che anche unapalude è un bel paesaggio; una bella donna mi eleva e mirasserena gli spiritima egli sosteneva che è bella ancheuna donna perduta: egli trovava belli i pezzentii cenciosiimorenti di fame... No! no!

Ungiorno però gli ho chiesto se avrebbe trovato meno bella laterra quando non ci fossero più paludi né malariamendicanti né donne perduteed egli rimase pensoso.


-Ehvia! Muterà anche il nostro gusto.

Eravamoin fondo ai Portici. Egli accennò alla collina.


-Elo sciopero? feci.


-Hoaltro a pensare in questo momento rispose egli alzando le spalle checompromettermi collo sciopero! Andiamo fuoriin campagnaall'arialibera...

Arrivammocosì sul Monte dei Cappuccini. Il cielo era d'una tersitàdi cristallo: il Po limpido e piano come uno specchio: una pianuradi tetti rosso cupi e di ardesie si stendeva all'infinito e sembravagiungere da una parte ai pie' del Monviso che parea vicinissimodall'altra a Superga splendente. La Mole Antonelliana appuntava ilsuo ago nel cielo: sottole vie diritte incrociantesi parevanodelle fosse nere e strettissime.


-Guardail Monviso! disse Quibio indicandomi la cuspide a latoverso laFrancia.

Ilglorioso arco delle Alpi si stendeva in giroemergendo per interofuor della nebbia azzurro cupa che stagnavadagli ultimi lembidella cittàdal campanile acutissimo di Santa Zitafinoalle prime valli.


-Questaè la bellezza che comprendo dissi a Quibionon senza unsubitaneo sentimento d'orgoglio.


-Capiscoche ti basti mi rispose egli sommesso.

Miveniva da quello spettacolo un gran senso di forza e di serenità.La neveche riempiva tutti gli angoli e le insenatureaccusavafortemente le fisionomie di quei gruppi giganticui tutto quelbiancore vestiva di freschezzadi sincerità e di gioconditàaustera. Dissi la mia impressione al pittore.


-Eil bianco che fa questo.


-Siaquel che si vuole: che ne sai tu col tuo bianco?

Eglicercava così gli elementi di tutti i grandi spettacolie liimpiccoliva.


-Tunon sei un artistaStanga: sei un poeta! un poeta che non guasta ilsuo sentimento cercandone le cause per riprodurlo. Io sono unpittore: e questocaro mioè proprio il bianco.

Eriprese a ridere:


-Eora in gambe! Fra mezz'ora sederemo a tavola.

Loseguiinon senza un certo impeto di vigorìaentratomiaddosso coll'aria dell'altura.

Tornandoal bassola seralo prese la malinconia. Scendevamo dalla collinadi San Vito: ad ogni trattoa sinistragli alberi della stradamancavano ed appariva il cielo affocato del tramonto dietro lacuspide nera del Monviso; e il Povastoin bassochiudeva unaltro lembo di cielo sommerso. Così da bimbo io sognavo discenderecon tutta la mia cullanel cielo: cielo sopra e sotto eintorno e io navigante in esso come una piuma: così la terradeve sentirsi andare andarese si sente.

Quibioaccennò da quella parte:


-Saiche oggi sono stato a rischio di darti l'addio. LàlaFrancia! Chi sase ci giungerò mai? Quando una cosa èvicinaquando un gran sogno è presso a concretarsialloranon par che ti manchi la terra sotto i piedi? Non par che questipochi giorni siano insuperabili? Penso perfino che potrei morire!


-Ehvia! Tu sei tanto coraggioso!


-Hairagione. Affermò egli. Io ho una fede in me e nel mio avvenireche stupisce me stesso; è certo presunzione! Ma loscoramentoquando viene è più profondo. Eh caro mio!Se si trattasse di me solo! Non so quandodicevi:

Vivereciascuno come se fossimo nella società che sogniamo! Hai unbel dire tu che sei solo. Supponi invece che il destino ti abbiaunito ad un'altra creatura. Tu ami una donna: ella ti ama e non èlibera...

Eallora mi raccontò. L'aveva incontrata in una esposizione: poivi si erano riveduti. Lettere strane avevano seguìtoin cuiella sfoggiava uno scetticismo a fior di pelle e una falsaesperienza amorosa presa nei romanzi di Bourget. In fatto era unapovera donna. Sposata a sedici anni con un banchierefin dai primimesi s'era accorta che non aveva nulla di comune con suo marito:questi l'obbligava a frequentare assiduamente la società esebbene entrambi indifferenti alla religionead andare in chiesa epraticareperché ciò conciliava clienti.


-Dovevafar da insegna alla dittacapisci!

Edera vissuta con lui dieci anni. Ma quante cose in tutto questo tempo!Ella aveva letto molti romanzivisitato molti musei: s'era annoiatamortalmente.

Avevatentato distrarsi colla vita mondana: aveva tentato di amare ed erastata disgustata fin dai primi flirts. Aveva fatto dellabeneficenza...

Eglis'era manifestato a lei come un uomo che sa quello che vuole. "Sevi ameròle aveva scritto cioè se vi farete amareviproporrò di abbandonare la vostra casa e venir con me".E si erano amati. Egli aveva giurato di non darle un bacio se nonquando fosse affatto sua. Poi era stato vinto dalla foga dell'amoredi lei e dal proprio desiderio. Si erano incontrati. Ella eraperfino venuta a trovarlo fugacemente in soffitta: era la figurinavestita di nero che io avevo intravista una volta nel corridoio.


-Haiveduto la Diana del Louvre? Io ne ho una fotografia. E' leisveltarisolutalottatrice. La mia vera compagna. E che anima! L'ho trattaio dalla scorza di scetticismo e di frivolezza che le si eraappiccata intorno!

Un'intelligenzapiù libera della miainfinitamente più diritta elogica.

Stranocom'è sana questa donnache venne fuori da una famigliaborghesefiglia d'un professore di latinoe stette dieci anni inun ambiente come quello!

Egli occhi di Quibio luccicavano. Parlava sommessofacendo un grandesforzo per contenere la felicità che lo riempivamas'interrompeva ad ogni tratto come se gli mancasse il respiro e ilcuore gli saltasse in gola.


-Ebbeneproruppe oscurandosi d'improvviso sai che cosa mi aspetto? Ella ètroppo franca orae troppo audace: farà una grossaimprudenza e nascerà uno scandalo. Io le ho proposto dipartire subitoe stasera dovevamo passar la frontiera. Ella chiedealcuni giorni di tempo. Perché? Ahle donne sono troppointente ai particolarialla pratica: son sicuro che si preoccupa deimezzi di sussistenza e vuol portare qualcosa della sua doteo cheso io!

Tempoperduto e adito ai sospetti!


-Checosa ti potrebbe accadere se si sapesse? chiesi io.


-Ame nullaper ora. Ma a lei? E se ci cogliessero insiemeunprocessola prigione... che a me non fa niente. Ma a lei?


-Crediche un uomo simile provocherebbe uno scandalo?

Eravamogiunti al ponte Isabella. Il Poneroimmobilemoltiplicava nellesue acquecome interminabili collane di perlei globi elettricisospesi sulle rive.

Latranvia affollata ci portava rapidamente verso il centro della città.Un po' di nebbia che smorzava la luce delle vie rendeva piùintensa quella del carrozzoneche pareva una sala procedente rapidain mezzo a un deserto. Tutta quella genteseduti uno in faccia aglialtrisi guardavano in viso alternativamente: celava forse ciascunola sua pena o la sua felicità? Quibio s'era rasserenatoattratto subito dalle fisionomiech'egli esaminava senza volerlo;poi chiuse gli occhi come assorto in se stesso.

Inborgo San Donato la luce era più rara e la nebbia piùfitta. Io aprii la porta di casa e salimmo adagio. Accendevamo unzolfanello dopo l'altro. Sul primo pianerottolo un uomo si schermìappoggiandosi ad una statua ficcata in una nicchia. Lo guardammocuriosi. Al secondosostammo come per lasciarlo passare. Alloraegli chiesecon una cortesia ironicachi di noi fosse il signorQuibio.


-Iodisse il pittore con un tremito.


-Salgaaggiunse l'uomo c'è gente lassù che l'aspetta.

Quibiostrinse i pugnipoi riprese a salire rapidamente.


-Chipuò essere? dissi: e pensavo a lei.


-Ohno diss'egli indovinando. E' un tranello! Avevi ragione testé!E io non ci pensavo! Vedi come ci si sbarazza facilmente d'un uomo!

Davantialla porta della sua soffitta un altro uomo attendeva: aprì lagiacca e mostrò la sciarpa:


-Veniamoper una perquisizione...

Quibioapersesi gettò sul lettotuffò la faccia nei cuscinie pianse come un bambino.

Misi mandò fuori. Rimasi sul balcone ad attendere. Non ebbimolto da aspettare: di lì a poco sentii dei passi nelcorridoio. Uno portava la candela. Seguiva Quibioche mi abbracciòcon un singhiozzo repressoe discese lentamente con essi.

Ioentrai nella mia soffittami spogliai: presi il mio manoscrittomelo posi sul petto sotto la flanellae mi buttai sul lettoavvilitoindolenzito come se mi avessero battuto.


XIII.

Cisono veramente degli uomini cattivi? Molti opprimono direttamente illoro prossimo per il proprio interessema non senza rimorso.Esistono veramente coloro che fanno il male per il maletorturanoun miserabile con una vera voluttà? Io non so. Ma seesistononon possono essere che un fenomeno artificialeunacorruzione dell'uomo operata dall'uomo stesso. Esistono sopra tuttoin una categoria di persone che è autorizzata ad essere omostrarsi malvagia.

Lagiustizia della legge è una cosa teorica. ora l'uomo opera noncome una forza considerata geometricamentemi spiego? ma come unessere di sentimento.

Iopotrei immaginarecon molta buona volontàin un giudiceun'imparzialità di bilancia di precisionema negli esecutorino. La giustizia e la vendetta per i cervelli grossi sono la stessacosa.

Questeconsiderazioni mi sorgevano nel cervello dopo una visita ormaiinaspettata che mi destò l'indomani. Un delegato e unquesturinobussato gentilmenteentrarono e mi chiesero il permessodi fare una perquisizione. In tutta la notte avrei potuto trafugareun carro di documentie la mia premura a indossare un pastrano nondiede loro alcun sospetto. Sulla faccia del questurino non era cheuna goffa aria di autorità e di presunzionesu quella deldelegatofina e dalle labbra sottilissimeuna ostentazione digentilezza affatto maligna. Né l'uno né l'altro eranol'effigie nivea della giustizia.

Misequestraronoindovinate che cosa! Il pane altrui di TurghenieffLanuova Repubblica di Wellse una gran quantità di bozzesebbene fosse stampato su ogni pacco Società Ed. Scientifica.Poi se ne andaronopersuasi forse d'avermi nel sacco.

Infattiproseguiva il mio pensieromentre mi palpavo sul petto ilmanoscritto salvato degli uomini profondamente malvagi esistono:essi divengono tali perché il sentimento generale a lororiguardo è appunto questoche debbano mostrarsi terribilicastigatori dei birbanti. Orasupponiamo che in un dato luogo nonesistessero più birbanti: il desiderio di costoro li farebbenascere. Non sento io che il desiderio del bene fa nascereintornoalle persone che veramente ispirano il beneuna quantità dibuone azioni? Esiste una reciproca suggestione. Sognate azionimalvagie e ne vedrete sorgere intorno a voi. Chiamate uno ladro eruberàdice il proverbio. E talvolta basta un bruscolo perfar cadere un disgraziato in una contravvenzioneche porta unarecidivache suggerisce un delittoe via di seguito.

Intantoecco il caso mio. Comunqueio sarò notato fra gli individuisospetti:

suppostoche il delegato sia convinto dai superiori sulla mia innocuitànessuno si curerà di convincerne il questurino. Per luidunque io sono un individuo pericoloso: lo sarò domani per ilsuo compagno e posdomani per tutti i questurini del Borgo SanDonato. Ogni mio atto sarà spiatoseguitointerpretatosempre in un senso. Un giorno avviene una dimostrazioneunosciopero: io torno a casa dalla tipografia e m'incontro con gliscioperanti:

mis'agguantase non mi si è già messo al sicuro prima.Alcuni giorni di prigione mi esasperano: le mie idee diventanosentimentipoi discorsipoi azioni..

Maquel buon amico mio! Nessun mezzo gli restava per cancellar lamacchia che la Questura vedeva in luifuorché farsi prete ofrate. Invece egli s'era innamorato d'una donna d'altri. Ed erabastata una vaga denunzia per farlo richiudere in prigione. Certogli acidi del suo mestiere potevano venire scambiati per miscuglitonanti!

Duegiorni dopo ricevetti una lettera di lui: la inserisco tra questifogli:


-Caro Martino"Ti affido i miei lavoriche pregoti far teneredisegnilastre e fogli tiratia Mr Carlo Cheddaartiste peintre67rue LépicParis XVIII. Spero uscir presto: éstato qui il deputato del Borgo: affidiamoci alle autorità unavolta tanto: egli è socialista... ministeriale. Ricordaquello che t'ho raccontato di lei e tienmi informato di tutto ciòche potrai sapere.

"Tiabbraccio con tutta l'anima. QUIBIO".

"Indirizzo:On. Fabio Ansaldipresso Il Popolo".


-Eccomi d'improvviso mescolato a un drammapensai non senza pauraeforse ad un processo. Non essendo mai stato presoneanche cometestimonionegli ingranaggi intimi della macchina socialeperfinola conoscenza d'un rappresentante del popolo mi dava soggezionefiguriamoci poi d'un magistrato!

Unicobene reale della relativa libertà in cui viviamo èpermio contodi poter essere solo e ignorato perfino all'agente delletasse.

Lasera una donna mi attendeva all'uscio della soffitta. Ella mi porseun biglietto:


-Sonvenuta oggimi disse alle quattro. Ma non l'ho trovata. Facciasubito quello che è detto lì dentroperché iltreno parte alle undici.

Apersicon un tremito nelle mani. Calligrafia di donna: ecco:


-Gentilissimo Signore"Che dirà del mio ardire? Ma io hoin Lei la stessa fiducia che ha posta il mio amico Quibioora cosìcrudelmente colpito. Mi aiuti a fare ogni possibile per lui. Lapregointantodi raccogliere tutti gli oggetti ai quali egliteneva di piùche la mia domestica porterà subito allastazione. Io partirò per Parigi stassera alle 1130. La pregopure di trovarsi a quell'ora presso il treno. Prima che si movas'avvicini alla donna vestita di nero che Le porgerà unlibro. Occorrerebbe ch'Ella lo consegnasse per Quibio al deputatoAnsaldi.

"Miperdoni: è un gran servigio che imploro da Lei in nomedell'amico suo. E La ringrazio".

Qualierano le cose a cui egli teneva di più? Riempii la sua valigiadei rami già toccatidei disegnidi tutte le carte chepotei scoprire: non bastandoriempii la valigia mia. Scesi con ladonnala feci salire con esse su una vettura.

Eranole otto. Andai a mangiare un bocconepoi uscii. Avevo la febbre.

Sentivoinsieme ad un turbamento puerileuna specie d'orgoglio e dicontentezza d'esser mescolato ad un romanzoio che avevo passato unavita così grigia! In due anni quanti drammi intorno a me! Eio tiravo innanzi la mia vita uguale e monotona. Ma qualcosa sarebbeaccaduto a me purequalcosa di non comune: io mi sentivo chiamatoverso qualche atto di vita o di mortesolitario forsema noninfecondo. Quando mi sarebbe venuto incontro il dramma? Stasserastessaforse? Comunqueio mi sentivo eccitatoesaltatocome sefossi stato un personaggio di questo romanzo d'amore e si trattassedella vitao d'una persona che mi fosse più cara della vita.Passeggiai alquantopoi entrai a prendere un caffè.

Irresistibilmentem'incamminai verso la stazione. Entrai al caffè Ligure epresi un'altra tazza. Afferrai alcuni giornali un dopo l'altro: nonc'era nulla: suicidiiassassiniicronacaappendice... Anch'iofinalmente penetravo in un mondo fantasticoin una atmosfera chespira e s'agita dentro l'atmosfera eguale della vita di tutti igiorni: ma in quella vive soltanto la passioneil sacrificio e lamorte.

Emi posi a scorrere la Stampa della sera. Vedevo torbido: mi colpivanogli occhi qua e là i titoli delle rubriche: I volontari dellamorte!... Sìe perché?... E questo giornalista che hatrovato un sì bel titolo di rubrica da poter collocare làaccanto al listino della borsa! La vita è in ribasso...

L'importazionedegl'italiani al Capo... L'importazione!... bellissimo. Un attentatocontro lo Scià di Persia... ecco un altro volontario... Poverofolle! AhL'attentato è smentito... "Nella calca unindividuo poveramente vestito si spinse verso la carrozzama futravolto dai cavalli... Lo Scià fu molto impressionato...L'individuo portava in mano una supplica...".

Levaigli occhi dal giornale. Una commozione violenta m'aveva invaso:

m'asciugaigli occhi senza farmi scorgere e appoggiai la fronte sulle mani.

Erocome stordito: le tempia mi facevano un rumore di un torrente o di untreno in motoe tutte le mie membra s'appesantivanocon questospaventevole tumulto nel cervello. Ad un tratto sentii come unoschianto. Un'immagine passò come un lampo in fondo ai mieiocchi. Ero io là in quella calca... mi avventavo...

Ecominciai a guardare le persone intorno a metemendo anche miosservassero:

moltesorbivano il loro caffè e leggevano la loro Stampa conbeatitudine o noia: ma certe altrecon fisionomie incisiveconocchi oscuri sotto la luce piovente dall'altodovevano covarequalcosa in petto! E subito le paretila sala del Ligure mi parverodiverseo forse non le avevo mai esaminate. Con tante lampade gliangoli erano oscuri o si oscuravano quando vi guardavoe le portes'aprivano sulle tenebre... Uscii.

Sullapiazza della stazione le tranvie piene di luce s'incrociavanosuscitando scintille lungo i fili e lungo le rotaie nell'aria umida:sotto i portici una folla passava in un via vai interminabile.L'orologio della gran facciata segnava le 9 e mezzo.

Allorami posi a camminare forte verso il Po. Gli alberi parevano chinarsisotto l'umiditàche pioveva dal cielo e m'immollava i panni.Sul ponte di ferro un po' di nebbia era sospesa lungo le acque. Duelumi erravano proprio nel mezzo del fiume: dovevano essere duebarche invisibiliche or s'approssimavanoor s'allontanavano.Anche nel seno gelido del Po quante disperazioni s'erano rifugiate!

Checosa cercavano quei due lumi?

Tornailentamente. M'avvicinai alla stazione. Molte carrozze giungevano.

Guardaida lontano sotto la tettoia dei Depositi e non ci vidi nessuno. Presiun biglietto d'entrata e mi ficcai tra la folla. Non osai mostrarmipresso il treno di Modanefinché non sentii i primi gridi:Partenza! Allora m'avvicinai e attesi che chiudessero gli sportelliMi tenevo accanto al primo carrozzone e guardavo indietro. Unafigurina vestita di nerocon gran feltro in caposi sporse da unfinestrino di secondaparve guardarmipoi si ritrasse tosto. Misentivo battere il cuore come se stesse per rompersima giravointorno lo sguardo e la personacon noncuranzatenendo d'occhioquel carrozzone. La macchina fischiòle catene si tesero conforti scosse. Allora la figurina si sporse di nuovo e guardòme direttamente: io mi avvicinai e presi un oggetto che ella miporse:


-Buonapermanenzasignor Stanga!

Iomi volsigià lontano: ella mi tendeva la manoma non osaitornare indietro. Feci una grande scappellatae uscii prima che iltreno fosse fuor della tettoia.

Checosa aveva pensato la signora della mia goffaggine? Le avevostrappato il libro come un ladro. Avevo intraveduto nel carrozzonela domestica che m'aveva portato il biglietto perché nonaveva fatto porgere il libro da lei?

Evidentementeaveva voluto darmi un segno di gentilezza e di gratitudine. E io nonle avevo neanche detto: "Buon viaggio!".

Senzadubbio la mia parte nel romanzo era mancata.

Giuntoa casavolli aprire il volumetto che era legato da nastro nero. Masoltanto la copertina si apriva: la massa interna era un cofanettochiuso.

Debbodire che ebbi un senso di delusione? Mi parve d'essere piombato inpieno romanticismo. Forse là dentro non c'era nullad'importantequalche ricordo d'amoredei fiori... Ma un pensieroopposto m'assalì subito. Del danaro forse. Ebbeneperchéno? Ma quel danaro e la cura di tutte le piccole cose erano statecausa della rovina di Quibio...

Ilgiorno dopo mi recai di buon ora alla tipografianon senza unsospetto che lo scioperoche serpeggiava negli stabilimenti dellacittàfosse stato esteso anche a noi e proclamato la seraprecedente.

Infattiero ancora lontano d'un isolatoche mi s'appressa un compagnocorrettorecon aspetto ostile:


-Ogginon si lavora... Spero che non vorrai tradirci!


-Tutt'altrorisposi tostomentre m'accorgevo che altri puresparsi qua e làmi osservavano astiosamente. E anch'io sentii subito che le mie manim'imbarazzavano e le nascosi nelle taschecom'essi. Una guardia cipassò accanto squadrandoci: sulla porta della tipografia ungruppo di guardie custodiva l'ingresso.


-Oggic'è un comizio al teatro Nazionale. Non si entra senzabiglietto.

Eccolo.

Presiil foglio che il compagno mi offriva e gli voltai le spalle. Mi erascortese perché lo aiutavo sovente a correggere le parolelatine? Mi accorgevo che il mio timido isolamento mi avevaaccumulato addosso del rancore. Eppure io mi sentivo attratto versola loro miseria troppo inquieta: evidentemente la mia simpatia nonera mai riuscita a manifestarsi...

Avevomeco il cofanetto che intendevo portarenell'ora liberaall'on.Ansaldi. Ci andai subito. E' un uomo simpaticoaltoricciutocogli occhi scintillanti. Guardò il cofanetto edebbe un sorriso ironico:


-Tuttimisteriosi questi anarchici! Anche lei è anarchico?


-Iono: e neanche Quibio.


-Sulserio? fece egli incredulo.


-Sulserio.


-Be'questo non monta: alla questura è segnalato come talesebbenenon pericoloso aggiunse. Ad ogni modo lo lasceranno espatriare allaprima occasione senz'alcuna difficoltà. E' cosa certa. E'questo che lui vuolenon è vero? aggiunse con un finesorriso.


-Credodiss'io serio. Vorrebbe andar a Parigi da certi suoi amici artisti.

Emi congedai un po' rassicurato sulla sorte del mio amico.

Mail mio pessimismo riguardo alla polizia è atavistico. Tutti iproverbi del mio villaggio dicono che dalle grinfe della giustizianon si esce vivo. Ho tortoma è un istinto.

Ela sua piccola Diana? Laggiùnella gran Babiloniaattendeattende... La raggiungerà egli? Lo spero. Entrambi avevanouna sì gran fiducia nella loro stellada veri fatalisti!Forse chi vuol essere feliceha grandi probabilità dipervenirvi...

Aveaveramente un viso bellissimo e fiero la sua Diana lottatrice! Ma c'èlotta possibile contro tutticontro i malvagi e i deboli egl'inerti che formano la societàpiccola Diana?

Nelpomeriggio volli andare al comizio. Oltre a un migliaio di tipografiv'assistevano molti lavoratori d'altre industriefra i quali inostri si distinguevano facilmente per una maggior colturaesteriore. I rappresentanti dissero ad alta voce molte cose cheavevo udite e riudite dai compagni sulla lotta di classesu laconquista del panesul miglioramento delle nostre condizioni...Tutto ciò non aveva più potere di commovermi. Ciascunodi quelli che s'alzavano a parlare mi pareva che diventasse meschinoe nullo quand'usciva dalla folla.

Mala folla mi riempiva d'un senso nuovo . Io sentivo ripercuotersi inme le sue emozioni come se ne facessi parte: ne facevo parte: eracome se io diventassi permeabilepenetratoattraversato dalle ondedi un'iradi un'aspirazioned'una passione comuneenormein cuil'individuo pareva ad istanti naufragaree ad istanti si esaltavala sua potenza. Sentivo tendersi il mio toracestringersi i mieipugni sino ad infiggermi le unghie nelle palme... Si levasse su quelpalcoscenico un uomo possentee tutta quella tensione si sarebberisolta in una forza da sollevare un mondo!

Ilpopolo ha bisogno d'uomini grandi e la sua sostanzasempre sincera esempre rinnovataè ricca di germi di grandezza. Ma i falsigrandi non li lasciano sorgere.

Ricevettiqualche settimana dopo da Quibio un biglietto di ringraziamento.

Eglisi mostrava sereno e pieno di speranza. Il fatto di aver contribuitoin qualche modo a dargli quella contentezzami commosse fino allelacrime. Poi non seppi più nulla di lui. Questo mio scrittoservirà a qualcosa in suo favore?


XIV.

Losciopero era cessato il giorno dopo. Quando ci presentammo allatipografiaparecchi operai erano congedatied io fra essi.

Cinquesignorine sedevano allineate dinanzi a cinque nuove macchine: parevasi gingillassero colle dita sui tasti...

Rimasisconvolto. Uscii e trassi un gran respiro. Ero dunque libero? Ma lamia libertà improvvisa m'imbarazzava assaisebbenepossedessi di che sopportare senza danno una disoccupazione diqualche mese. Dopo alcuni giorni mi sentii come un pesce fuord'acqua: mi pareva che ogni passante mi rimproverassemidisprezzasse...

Unabreve diversione mi distolse dalla cupa tristezza che cominciava aimpadronirsi di me. Una sera la Biondina mi fermò nelcorridoio e mi pregò di seguirla nella sua soffitta.

Unalito di gentilezza spirava dai mille oggettini raccolti in quelpiccolo spazio. Un lettuccio in un angolosotto il piovente deltetto: a lato presso la finestrauna gabbiettaove due canariniaddormentati si stringevano l'un contro l'altro su un piuolo. Negliangolimensolette con statuine di gesso e sulla testata del lettouna Santa Cecilia di Donatello. Sotto la finestra una macchina dacucire. Ella mi porse una sediapoi si volse a frugare nel suotavolino da lavoro e ne trasse un quaderno legato con un nastrinorosso:


-Questoè il manoscritto di Crastino disseporgendomelo con un gestocome toccasse una cosa sacra.


-Ah!non potei a meno di esclamare. Immaginavo che doveva essere in salvo:

soltantonon pensavo...


-Ea chi doveva affidarlo egli? disse guardandomi con rimprovero.


-E'vero! risposiriflettendo a quello ch'ella era stata per lui. Alcunimesi erano bastati per una donna ad acquistar tutti i diritti;perché nessuno nella vita doveva avergli dato quanto lei inquel breve tempo.

Osservavola ragazza: era dimagrita assaiil che le scopriva marcatamente laforma del viso ch'era d'una gran purezza: la lucerna le disegnavafortemente la fronte e gli zigomimettendole molta ombra negliocchiche ardevano come per febbre ed acquistavano una profonditàd'espressione quale non si poteva immaginare nella bimba espansiva eincurante che appariva prima.


-Leisa certamente quanto può costare la stampa di questo libro;dev'essere bellos'intende: come questo qui.

Emi trasse da una piccola scansia dietro le mie spalle il primo librodi Crastino. Era in compagnia dei Miserabilidell'Odisseadell'Eneidedella Gerusalemme.


-Questime li ha dati lui dissevedendomi esaminare i libri nella loromodesta ma pulita legatura; li ho letti: qualche volta me ne leggevalui dei canti interi. Ahche musica! Lui mi buttò via tuttii miei romanzi e mi lasciò soltanto i Miserabili. Questo quicome mi ha commossa! Quelle storie aggiunse indicando i poemi sonomolto belle e divertentima non fanno piangere... Adesso perònon posso aprirli senza sentirmi un gruppo al cuoreperchésento la sua voceche legge in un modo tanto stanco e dolce... Ma midica dunquequanto può costare?


-Datre a quattrocento lire.

Ellami guardò spaventatapoi le si riempirono gli occhi dilagrime:


-Ionon avrò mai trecento lire.

Nonpotei far a meno di sorridere:


-Manon poteva lei consigliarsi con qualche amicoparlarne coll'editore?


-Sì?Lui mi ha detto tante cose di lei! Le voleva molto bene: non miparlava che di lei: diceva che era un filosofo. Voleva che miconsigliassi con lei e con la dottoressa che venne qui di poi. Ma ioavrei voluto farlo tutto da me:

fargliquesto regalo dopo morto. Ah se fosse miotutto mio! Per questo hoaspettato tanto prima di parlargliene...


-Benediss'iocommosso io sono a sua disposizione per un anticipo allostampatorese lei accetta... Ma pensi un po': l'editorese leiglielo portalo stamperà senza costo di spesaanzi dandoleun tanto per cento sul guadagnoche sarà importantepoichéCrastino adesso ha una fama: avrà un posto nella poesiaitaliana.

Ellami guardò tra offesa e intimorita:


-Vendereguadagnare! Ma come può lei parlare così? Ma c'èil suo sanguequila sua vitaed anche la mia! Ah! Lei non puòcapire! Lo leggalo legga... Io lo sentirò fino alla morte.E' tutto quello che mi ha contato dei suoi doloritutto l'amore persua sorella: e poi... mio povero amorepovero amore!

Esi pose a piangere disperatamente.

Iola lasciai sfogarsi un momento. Tutta la sua personasmagritaerascossa dai singhiozzi. I capelliscioltisile inondavano lafaccia: notai che la gran capigliatura bionda era tagliata poco piùsotto le spalle.


-Ascoltiun momentola prego feci io. Ci penseremo meglio. Possiamo benissimostamparlo a nostre spese: quello che si ricava andrà per unatomba conveniente al nostro povero amico. Io leggerò subitoil libro: domattina glielo riporto.

Ellasi volse a me tutta racconsolata. Le strinsi la mano commosso euscii.


-Quello che soffersi e piansi quella notte è indicibile.

Checosa orrenda la vitase un essere può soffrire come hasofferto quel povero fanciullo: che cosa terribile l'artechecondanna un uomo a frugarerivoltarelavorare questo dolore comese fosse una creta da cui deve uscire la statua! Che orribile donola poesia! Per questi esseri è una maledizioneuno strumentoche intensifica la sofferenza. Io non ho mai sofferto de' mieidolori più roventide' miei desiderii d'amore frustratiquanto ho sofferto per la visione di questa esistenza disumanamenteinfelice...

Eppureio l'avevo sentito esclamare con voce costernata: "Viverevivere!...

Troppotardi! Troppo tardi!" Dunque aveva desiderato la vitaci s'eraaggrappato alla fine con tutte le forze.

Effettodelle mie teorie? No.

Bastòche in una vita d'inferno entrasse uno sguardo di donna! Questo hapotuto fare quella semplice creaturasolo perché era unadonna: egli si è sentito per un momento saldofortecompletouomo: ha cantato il suo breve inno alla vitapoi èsparito.

Unpoemetto racconta il rapido dramma della sorella: meditazioni sullanascita e sulla mortel'aspettazione d'una vita novella uscita daun seme ignotoch'egli carezzerebbe con un'interrogazione inutilenegli occhi e un timore nell'animail timore dello sconosciuto ches'era intruso e ingrandirebbe fra sua sorella e lui. Il poemettofiniva lì. La morte di lei non ha lasciato che vaghi e cupiechi in alcune poesie di solitudine e di morteove il senso delmistero ha risonanze di terrore.

Unacollana di sonetti densi e per me alquanto oscuri racchiude in brevisintesi i concetti moderni della vita umana: espansione liberadell'infanziarivelazione scientifica della vital'iniziazionedell'amorela fusione di due esserila propagazione dellaesistenza nello spazio e nel tempoai contemporanei e ai posteri:idee astratterese sensibili con parole viventipiù che conimmagini. Qui egli mostra veramente la via della poesia di domani:

èun precursore.

Poiuna parte s'inizia con un'esplosione di gioia. E' come se un solepresente che si sentiva dietro una cortina di nubi invadasubitamente una landadissecchi le pozzanghere e tragga dalla terraun trionfo di vegetazione.

Seguonoalate poesie d'amoreove una figura viva si disegnasi colora esorridesempliceincolta e profondacolla freschezza d'un fiore dimonte.

L'incontronella miserabile cornice delle soffittemutate nelle cupole e nelleguglie d'una cattedrale: due vite canoreaereee l'una gorgheggia el'altra piange. Io non rilessi il libroma l'impressione èprofondissima in mela visione vivissima. Io vedo quel piccolocorpo di bimbastretto intorno alle membra scarse di calore del miopovero amicocome per infondergli la gioiae nulla ho mai vedutoné immaginato più bello di quel gruppo. Egli parlaegli affascina la piccola cingallegracolla sua musica che lecanterà in cuore fino alla morteed ella ascolta e adora:adora l'ignoto che splende per lei in quel corpo che abbracciapallido e ardente.

Almattinoappena vidi la Biondina aprir la finestrametter fuori lagabbietta e i piccoli vasiserena e seria come se la fonte del risofosse in lei esauritabussai alla sua porta. Dovevo aver in viso lariverenza e l'ammirazione che sentivo dentroperché ellasorrise quasi di gratitudine.

Accantoa leiseduto su una coperta di lana stesa sul pavimentoera unbimbo di due annicon una scodella fra le gambettevuotain cuirigirava un cucchiaio che portava alle labbra inutilmente.


-Vedeche ho un bambino anch'io disse sorridendo.


-E'della Minca? chiesi.


-Sì:gli voglio tanto bene. Non è vero che è bello?

Loconsiderai un momento: bello non era affatto: aveva le gote molli epallidedue grandi orecchie e una bocca enorme dalle labbra dimulatto: ma gli occhi brillavanofissi su mecome due carbonchi.


-Sìè bellino risposi.


-Hopensato tutta la notte a quel che lei m'ha detto iersera. Gli faremoun bel monumento come quello di Silvio Pelliconel camposantonuovo. So iochi glielo farà: io andrò dal signorLeonardi e gli darò il libroe dirò che sono io...


-Conosceil Leonardi? Quello sì che può farloun bel monumentoanche con un piccolo marmo!


-Sì:avevo un'amica che è stata sua modella. Poi si èmaritata. Una volta è andata da lui a dirgli che il suo bimboera morto: egli ha fatto il ritratto e gliel'ha regalato...


-Illibro servirà a comprar il marmo! Vuol andar lei dall'editore?E' necessario parlarne anche alla signorina Lavriano.

Ioero tormentato da un'interrogazione. Le domandai:


-Senta...dove sono i suoi capelli?


-Liho venduti rispose subitoturbatama con un lievissimo sorriso.


-Nonci credo!

Ellascoppiò a piangerema con in faccia uno strano miscuglio dipudore e di gioia:


-Nonlo sa nessuno confessò. Quanto crede mi avrebbero dato?Settanta lire m'ha offerto una volta il parrucchiere qui abbasso.Erano bellinon e vero? E lui li amava tanto!... Prima che glichiudessero la cassa... La Minca non se n'accorse affatto.

Eracontenta come una bimba. Io mi raffigurai i bei capelli sul petto delpovero morto.

Ilbimbo rotolandosi sulla coperta aveva valicato l'orlo e cosìcon le cosce nude sull'ammattonatola scodella rovesciata tra ipiedimi guardava ridendo.


-Subatuffolo! esclama lei togliendogli la scodella e ponendolo a sederesul suo letto; e rivolta a me:


-Hadue anni suonati e non cammina ancora. A propositosa che l'Ubriacoè in prigione? Lei che ha dei mezzi dovrebbe aiutare laMinca. Finirà male: ho paura che impazzisca o ne faccia unacattiva.


-Perchél'hanno messo in prigione?


-L'hannopreso per un manutengolo: era sull'angolo di via Bonzanigo mentre iladri scassinavano il negozio del gioielliere: forse li conosceva:qui siamo costretti a conoscere anche i ladri e le donnedisgraziate... O non li conosceva affatto. Quella povera donna! Lemonache di Santa Zita le portano qualcosae poi i ragazzi vanno alPane Quotidiano tutti i giorni. Lei non mangia più: bisognametterle il boccone in bocca. Io voglio occuparmi del piccinoma egli altri due? Notu ha nove annil'altrauna bimbetta mezzo scemane ha sei. Adesso lei guadagnasapete quanto? sei lire al meseafar la camera d'un impiegato del lotto al quarto piano. Qualche mesefa aveva molte camere da fare e riusciva a metter insieme fino atrenta soldi al giorno. Quando le hanno messo in prigione il maritonessuno ha più voluto saperneeccetto quel giovine del lottoche forse non lo sa ancora o che sarà un socialista...Figuriamoci: moglie d'un ubriaconepazienzama di un ladro!

Nonè veroGip? seguitòbaciando il bimbo. Adesso ledomando io se questo innocente deve saperne qualcosalui!

Adun tratto sbarrò gli occhi guardando fuorisul tetto. Mivolsi da quella parte: un piccolo spazzacamino era sbucato da unabbainos'era piantato cogli scarponi su la crestapoco lontanodalla mia soffittae girava lo sguardo sicuro tutt'intorno.


-Perquello là non c'è da aver paura osservò laragazza. Si ricorda del Notu?

Chespavento!

Lospazzacamino si scioglieva la corda dai fianchideponeva la raspaindiinerpicatosi su un comignolovi faceva scendere la suaspazzola di ferropoi ne la ritraeva con tutta forza. Il cielo eracosparso di nuvole argentee investite dal ventoe mentre essemovevano compattepareva che la piccola figura nera e il comignoloe il tetto navigassero in un moto lento che dava la vertigine.


-Equel povero bimbo lì! Chi sa dove ha la mamma: dicono che cisono delle mamme che li vendonoli dànno a nolo per tre oquattr'anni... Che orrore! E la giustizia lascia fare tutto questo?


-Lagiustizia? Chi è la giustiziabuona figliola? Insomma lei èuna piccola socialistaeh?


-Io?rispose ella guardandomi curiosamente. Crede lei? Vorrei bene esserequalche cosama non sono niente. Vigi diceva bene che ero... non sopiù che cosa... Ha letto? Che belle coseeh? Io eroumiliataprimadavanti a lui:

malui mi diceva soltanto che fossi bella e che sorridessie che glibastava.

Micontemplava delle ore intere ed io m'inquietavo per paura che non mitrovasse come mi volevama poi lo vedevo così felice! Io sonosicura che non mi guardava mema che guardandomi gli venivano chisa quante belle memorie e quante belle idee... Voleva sempre chesorridessie io ho sorriso fino alla finecon che penamentre lovedevo morire!

Abbracciòstrettamente il bimboche si ritrasse un po' stupito; poi siasciugò gli occhi:


-Ementre sorridevo senza parlarenon parlavo mai! lui pensava alleroseai paesaggi ed alle stelle e diceva ch'io ero della stessafamiglia e anche lui... Quante volte m'indicava le stelle!Guardavamo fuori della finestrasulle creste dei tettinel cieloneroe lui mi diceva che sono tutte vive o che lo sarannoe chelui andrebbe presto in una di quelle... Difatti io sono sicurach'egli è ancora vivo. Ho visto morire il mio bambinoe hopianto tanto! Ma dopo mi faceva l'effetto d'un canarino che mi èmorto: era proprio finito tuttofinito! Ma lui... non puòessere! Ha parlato fino alla fine e mi ha detto delle cose che nonposso ricordare... oh quanto mi affatico per ricordarlema nonposso! Eppure io mi sento un'altra donna dopo quelle paroleevoglio viveresebbene desiderassi di morire con lui: sento che devovivereperché devo fare qualche cosa. Non so che cosaeaspetto...

Ioconsideravo quella ragazza semplice e la vedevo penetrata d'una forzamisteriosacome se una volontà energica le si fossetrasfusa. Sorrise come per dissipare l'impressione delle parolegravi che le erano uscite dal cuore quasi inconsciamente: ma sottoil sorriso e nell'occhio pensoso vedevo che esse dovevano formarormai il fondo della sua sostanza. L'amore aveva fatto questomiracolo e una acuta malinconia m'assalìcome sempredavantia quello che era e che deve restare per me un ignoto ineffabile.

Intantola lettura della vita di Crastino m'aveva confermato un'idea che eragermogliata nella mia mente già quando l'avevo sentita narrareda lui e la confrontavo colla mia. Il mio Memorialecolle suedivisioni scolastichepure imprecisecol suo sforzo di esattezzache lo rendeva aridocolla sua dottrina incerta ed affastellatacom'era inefficacedi fronte alla semplice narrazione personaled'una esistenza! La stessa parte che descriveva la miseria presenteriusciva monca e imperfetta. Forseripetei a me stessoil nudoracconto della mia vita può essere più rappresentativopiù suggestivo che non una trattazioneper la quale mi mancauna disciplina d'anni. E quanto alla formas'io non ho la potenzad'arte di Crastinoho la passioneho una volontà diafferrare il mondo nelle mie mani e di torcerlo e di foggiarlo comela creta in cui sono natouna volontà talmente intensa che nesoffro e mi consumo.

Pochigiorni dopo incominciai questa narrazione. Quanto al modo di ottenerudienzaero sicurocomunquedi pervenirvi...

xv.

Nondimenofeci più d'un tentativo per tornare alla mia tipografia.Richiesi infine delle spiegazioni. E allora compresi. Un nuovodirettore era entratoun mese prima dello scioperonellostabilimento: il precedente usava forse molta indulgenza con me? Loimmaginoperché i rimproveri e le multeche mi assegnava ilnuovoerano quasi sempre giustificati. Dovevo esserepermanentemente assorto nei casi che avvenivano intorno a me eturbatoperché gravi errori mi sfuggivano sovente. Un granmutamento doveva pur essere avvenuto nel mio contegnoperchéil contegno dei miei colleghi correttori con cui stavosu unostesso bancogomito a gomitointere giornateera affatto mutatoverso di me. Forse non udivo qualche loro domanda e non rispondevoogettavo là qualche frase distratta e impaziente. Non so: soche ho visto su pochi visi un po' di rincrescimento perchénon rientravo.

L'ultimavolta contemplai a lungo con una infinita tristezza quella vastatettoia vetrata dove avevo passato quasi dieci anni!

Diecianni! Le file dei compositori nel loro camicione grigio stavanointente alle casse: nelle corsie ad ogni tratto passavano dueuominil'un dietro l'altroportando una "forma" su unatavolail foglio pronto per le macchinecome portassero unabarella o un feretro. Dirimpetto i cilindri giravano con fragoreifogli si rovesciavano l'un sull'altro: le donne nel loro grembialonedi prigioniere ripetevano il gesto monotono di collocare i fogli sulcilindro o di raccoglierli in mucchio. Su due ballatoi laterali lelegatrici si agitavano continuamente. Un centinaio di donne e uncentinaio d'uomini. Immaginare che potesse stabilirsi qualcherapporto fra quegli esseri fatti per integrarsi a vicendaqualcherapporto diverso da quello che esiste fra l'uno e l'altro pezzod'una macchinaè impossibile. Eppure nell'ininterrottoaffaccendarsi di tutti quegl'individuiridotti a essere come identi d'un ingranaggionascevanosi annodavanotraverso il minutolavorìo della composizione e il fragore delle piattaformevolantisorrisidesideriamorie quando la campana del mezzodìliberava d'un subito tutti quegli esserilegatiirrigiditi per oree ore in un immenso organismo meccanicoe la folla si riversavafitta traverso i corridoi e fuor della porta nella stradasoleggiatache gioia vederli tornar vivitornar esseri umanisorridersiparlarsiinterpellarsisalutarsi dividendosio andardi conserva come amici o stringersi a braccetto come amanti!

Fraquelle ragazze cheuniformemente vestite sfoggiavano tutta la lorobellezza nell'acconciatura dei capelliqualcuna forse mi guardònon affatto sprezzante o indifferente? Ho in fondo agli occhiqualche leggero sorrisoqualche sguardo di simpatiae non so piùa qual figura assegnarli. Forse là era una donna che avreiamata?

Diecianni!

Erodunque infine libero. Per la prima volta mi sentivo indipendentesenza padrone. Nella Pia Casa ero soggettolungo le ore di lavoroal padrone presso cui mi mandavano e nel resto del tempo agliassistenti dell'Istituto; poi passai di padrone in padronecolsenso perenne della soggezionesì che alla festa non potevomai liberarmi dal peso della schiavitù del domani e dellesettimane prossime. Forse che mi sento io ora pienamente libero? No:ho in fondo una timidezza irragionevole che costituisce unainferiorità reale:

s'iovolessi fare un atto d'indipendenzacertamente sarebbe esagerato erasenterebbe la ribellione: credo che ciò sia avvenuto infattinei miei rapporti col direttore della tipografia.

Eper godere intera la sensazione almeno della libertà fisicami diedi a grandi corse traverso le colline di Torino: che respiriche bagni d'aria e di sole in mezzo agli effluvii dell'autunnochestupori dinanzi alla scoperta improvvisa degli orizzonti luminosi esconfinati! Io non mi ero mai sentito vivere con tale espansione.Ahquando dicevo a Crastino che la vita è buona!

Sì:basta essere sani di corpo e di mente: la felicità èforse una cosa molto semplice e molto facile. Essere vivi: molti sene contentanoe questa non è ancora la felicità.Senza dubbio la felicità è sentirsi vivi. A misura chela vita è complessalargaintensa in un uomocresce la suafelicitàe coloro che contengono maggior quantità divita sono coloro che più son capaci di felicità. E'questo ch'io avevo pensato semprecosì semplice e per cosìinintelligibile per la maggior parte. Ma il giorno che questo verocosì luminoso e vittorioso apparirà a tuttinon saràmutata la vita sociale?

Ungiorno nelle mie gambate traverso i colli mi trovai vicino a Gassino.Ci entrai. Riconobbi qualche casetta screpolatama nessunafisionomia mi richiamò qualche immagine d'un passato tantoremoto. Non mi sentii vincolato più a quei poveri contadiniche vedevo moversi tra i seminatiche all'altro povero e ciecogenere umano. Purepresso le fornaciaffatto trasformate eirriconoscibilila vista della terra gialla in cui io e mio padre ei miei nonniintere generazioni forseavevamo frugato rintanaticome talpesvegliò un vago miscuglio di sensazioni doloroseinsieme e dolci in fondo al mio essere.

Uscendodal paesevedoseduto al soledi fronte al Po e al piano immensoun vecchiorotto in due dalla sciatica: faccia raggrumataocchiettiumidi e morti. Così sarebbe stato mio padre se fosse vissuto:così avrei finito io pure. La terra in cui hanno frugatotutta la vitali ghermisce pel colloli curvali soffoca nel suoseno.

Citornai. Una seraimbrunivala campana del villaggiola sola vocefestiva della mia infanziaera di sabatosonava a concertoannunziando la festa. E un ritornello... me lo trovai lìnella memorianell'orecchiosulle labbra:

d'ondeveniva? E io camminavocamminavoverso la cittàsolo nellastrada provinciale. E cominciai a cantare e a piangerea piangere ea cantare...

Cantécantéfijetecanté touzour!

...cosìostinatocosì dolorosocosì aspramentelungamentepenetrante... da impazzire! E saltai nel seminatomi affondai neisolchi recentibocconificcando le mani tra le radicimordendosuggendo le erbe. O terramia terraumile e cara sola madre mia!Chi mi ha divelto dal tuo senosì prestoch'io avevodimenticato perfino il tuo sapore?

Manon tardaidopo aver vagato per due settimanea sentir troppo graveil peso della mia solitudine scioperata. Ah poter agire! Farequalcosa di grandedi immensamente benefico!

Emeditavo. Avrei potuto forse dedicarmi ad un'opera pazientecontinuaserenacome quella buona dottoressa Lavrianoil cuisorriso e il tocco della mano gentile dovevano aver sollevato oguarito chi sa quanti mali? Sentivo una strana impazienza: ciòera troppo minuto e troppo lungoe io non avevo tempo.

Daparecchi mesi sentivo in tutti i miei atti l'impulso ad affrettarmiperché il tempo davanti a me s'accorciava; e che cosas'avvicinava con esso? Una sventura? Una malattia?

Forsenel corpo sociale ci sono delle molecole che devono scomparire persalvare l'organismo. Io sento in certi momenti l'esaltazione e lavoluttà di prodigarmi. Sono anch'io un tipo patologico? Cisarebbe a stupire che non lo fossi. Ci sono dei tipi normaliammirabilicome la Lavriano. La sua azione è molteplicediffusapiena d'insuccessi e di qualche successolentissimamenteprogressiva. Coglieannodacompone innumerevoli fili; par che tessaun arazzo di cui ella non compierà che una minima parte e cheabbia ereditata l'opera da una generazione per affidarla adun'altra. Ebbeneio non posso darmi a piccole dosi: iom'impazientomi irrito. Cercavo qualcosa di prontodi fulmineo enon trovavonon trovavo... fuorché la distruzione?

Duevisioni s'erano impadronite del mio spirito con ugual forzasebbenel'una realel'altra fantastica.

Nell'unaCrastino ed io ci volgevamo indietro in un gran viale fiancheggiatoai lati da grossi cumuli di neve: un punto lontano ingrandivarapidamente avvicinandosi: il veicolo tozzo e fulmineo passavalasciandoci appena indovinare una figura su di esso Lo seguivocoll'occhio: un piccolo mucchio nero là innanzi stava fermoin mezzo alla strada e l'automobile si lanciava..

Lavisione si spegneva d'un tratto lasciandomi un gelo nella schiena.

Nell'altrauna carrozza pesante correva in una strada di città assiepatadi gente: un uomo si gettava verso di essa e veniva fracassato daizoccoli d'un cavallo. E mi pareva di sentir un colpo al cervello...

Ecominciai un mattino a svegliarmi con l'idea d'una cosa che dovevofareoggi? domani? E tutte le mattine avevo la stessa sensazione diaspettativa insieme e di obbligocome d'una promessa che dovessiadempiere e differissi di giorno in giorno per cause non del tuttodipendenti dalla mia volontà.

Lacosa che dovevo fare era affatto intimaera semplicemente diaccettare un atto ancora oscuro che mi s'imponeva lentamente conforza e ostinazioneperché di poi è cessata affattol'inquietudine che m'invadeva ogni mattina e che diminuiva soltantola sera mentre dicevo a me stesso: Domani!...

coll'intenzioneimplicita di considerare e infine di accettare; quasi per far tacereuna voce insistente e irritante che mi ripeteva sempre lo stesso: "E'necessario!".

Edecco il fatto che mi determinò.

Quelmattino avevo aperto gli occhi colla immagine vaga d'un sogno o d'unaallucinazione che svaniva. Ero in presenza d'un uomo: avvicinarlo miera parso una gran faticacome un'ascensione gravosae ilrimanervi un pericolo mortale. Ora egli mi guardava. Io avevo dadirgli una gran parolama non mi usciva dalle labbra: sentivo chele mie labbra si movevanoche la mia faccia si contraevache forseemettevo un suono inarticolato... ed egli mi guardava e noncomprendeva e i suoi occhi diventavano iratiterribili... E avreivoluto uccidermi a' suoi piedi perché mi comprendesse!

Levatomil'impressione svanìo mi parve. Fatto è che corsisubito alla Biblioteca Civica per immergermi nei libricome facevogià da parecchi giorniper imprigionare la mia attenzione esedare l'inquietudine che mi tormentava. Ero divenuto d'una taleinstabilità nervosache nella strada una voce improvvisailrullìo d'una carrozzauna scampanellata di tranviamitiravanodal lato da cui venivanodei tuffi di sangue.

Uscitodalla Biblioteca Civica ove avevo finito la Risurrezione di Tolstoicominciata giorni primame ne tornavo colla testa tuttascombussolata. Vi ero rimasto sei ore: il sole tramontava: il cielolontanodietro l'angolo del monumento al Fréjusdiscendevaleggerissimo sulle creste bianche ed azzurre delle Alpi. Respiravo apieni polmonianche per sollevarmi l'oppressione morale. Il romanzomi aveva lasciato un enorme senso di sgomento: esso descrive con talpotenza la massa dell'iniquità socialeche i personaggipieni di buona volontà e i precetti di vita che dàl'autore diventano sproporzionatiinefficacistrani. E pensavoch'io ero forsecome codesti russiun'anima ingenua che vede tuttala mostruosità degli organismi sociali e crede poterliatterrare con una spallata. Forse val meglio scomporli vite perviteruota per ruotacome farebbe un esperto meccanico. Ma comepersuadere questi capi macchina ad esaminareriformarerinnovare ilor vecchi strumentitraverso cui l'uomo moderno esce falsatodeformatotalvolta stritolato?

Erogiunto in piazza Statuto.

Hol'abitudine di soffermarmi presso ai chioschi dei giornalai. Miavvicinai ad uno per guardare su un giornale in che giorno eravamo.Era la Gazzetta di Torinouscita allorae mi colpì subitola scritta: Il dramma di Via San Donato. Simultaneamente avverto ilgridìo che alcuni venditori facevano per le stradecollestesse parole. Un tremore inesplicabile m'assalsecomprai ilgiornale: era un'intera colonna: il cronista faceva un lungo elacrimoso preambolo: "La donna può averequarant'anni...: marito in prigione... Ella aveva mandato i trefigli... il maggiore teneva l'ultimo in braccio e l'altro permano... al Pane Quotidiano... La donna stava inginocchiata contro laparete in un angolo della soffitta... Un braciere...".

Misentii toccare sulla spalla: mi volsi. Era la dottoressa Eva: eramolto turbata:


-Hofatto fermare la tranviavedendo lei qui. Che cosa orribile! disseaccennandomi il giornale.


-E'la Mincanon è vero?


-Sì.Lei non sa ancora nulla? Venga con me. Io l'ho vista: ora ho portatoi due ragazzi a casa miapoi vedrò... E' morta versomezzogiornosembra.

Stamattinaaveva mandato i bambini da noi. Pareva che lo sapesseil poveroNotu; non ha voluto mangiare: è stato tutto il giornoammusonitocupo. Che cosa crede che diventerà quel ragazzolì?

Ioero come stordito.


-Avevachiuso le imposte e turato il caminetto... continuò lasignorina. Ha preso tutte le precauzioni più minute: tutte lefessure dell'uscio e della finestra erano tappate. Ha fatto prestol'ossido di carbonio a raggiungerlacosì inginocchiata aterra... Aveva ingannato anche la Biondinache ha bussato soltantoquando sono tornati i ragazzialle dueed essi dovevano starefuori fino a sera... Notu pareva che lo sapesse. E' lui che si èmesso a piangere davanti all'usciopicchiandoe gli altri dueanche essi... Così il marito della portinaia ha sospettato eha forzato l'uscio. Me lo raccontava la Biondina...

Eravamogiuntiquasi correndoalla casa. Sotto il portone le donnechiacchieravanocoi visi curiosi e inquieti. Salimmo. L'uscio erachiuso e due guardie passeggiavano lungo il corridoio. Avrei volutovedere un momento la povera mortama le due faccie arcigne me nedistolsero.

Daparecchi giorni era entrato in me un vago timore delle guardie: misentivo fissatonelle stradecon insistenzacon diffidenza. Forseil mio aspetto s'era fatto più tristo: mi sentivo inquieto eumiliato nella mia disoccupazione...

Andammofino in fondonella camera della Biondina .

LaBiondina colla faccia piangente teneva stretto in collo un bimboilbimbo della mortache mordeva un tozzo di mela senza stupirsi degliabbracci e delle lacrime di lei. Quando ella ci videparveacquietarsiguardò la dottoressa che conservava la suamirabile calma.


-Nonsi ha mai la mente a tutto diceva costei. Le cose vanno innanzilentamente! Io pensavo anche a questa disgraziatama èinutile: noi non possiamo mai aver il senso immediato dell'urgenzadell'imminenzadella necessità! Il mio aiuto sarebbe giuntofra un meseo più: e chi può misurare le forze diresistenza d'una creatura? Pare forte oggi. Domani è sfasciataa terra come un cencio!

Tuttoquesto dramma mi pareva una continuazioneuno svolgimento di quelloche un genio possente mi aveva edificato davanti agli occhi: ma conqual semplicità spaventevole il destino mi gettava dinanziuna realtà così enorme!

Unasemplicità che mi incuteva il terrore del mistero. Ecco: unacreatura aveva voluto morire. Era mortaniente di piùfacile. Così facile... e irreparabile!

Mala dottoressa pensava al maritoai figli. Ella non si tratteneva maisull'irreparabile e andava innanzi. Ogni triste avvenimento lastimolava ad agire sempre più prontamente: tutto le eraoccasione di complicare sempre più le fila delle sueoperazionicome un generale che approfitta d'ogni menomo vantaggiocontro un nemico formidabile. Così ogni crisi le erafavorevole per condurre i suoi conoscenti verso le sue idee o versola sua opera: ogni morte le lasciava un'eredità.


-Sapeteche ho fatto una conquista? aggiunse dopo un pocoindicando laragazza. Ho una recluta nuova che mi può esser preziosasapete perché? Perché è bella: io avevo estremobisogno d'una donna bella e che sapesse sorridere bene. I mieibambini se la disputeranno.

Evedendo le tacite proteste e le denegazioni di leicome per vincereun'ultima riluttanza:


-E'troppo modesta. Crede di non esser buona a nulla... e infatti èproprio necessario esser buone a qualcosa? C'è del pane dadistribuirec'è da accogliere dei poveri affamati mezzonudi: che cosa è più facile che aver pietà? Checosa è più desiderabile che aver delle ceste di panedei pentolini di minestra da distribuire?

Econtinuava col suo fluido eloquio di propagandista:


-Vedereogni giorno tanti miserabili non è punto allegrolo soanch'io! E' un malessereun disagio che ci prende... Ma ilmalessere che ci viene dalla vista della sofferenzaè subitosollevato dal fatto di poterla far cessareper un momento almenoesenza fatica... Lei è una buona sarta: faremo tantivestitini: avremo della stoffa... Ci sono due opere dove la nostraBiondina può far tanto bene. La Cassa per la Maternità...Lei è della stessa classe.

Nonho ragioneStanga? Va a trovar le madri di famigliale persuade apagar due soldi al mesedue soldicapisceper aver di che viverea casa e curarsi nel tempo della gravidanza... E poi il PaneQuotidianodove non sono che vecchi e bambinibambini e vecchiche hanno bisogno della gioventù e dell'allegria. E allora larivedremo fiorirela nostra bella carache vuol lasciarsiammalarelasciarsi morire...

Econ una mossa tenerissima s'era avvicinata: le carezzò icapellil'abbracciò e la baciò in fronte. Il visodella ragazza parve irradiarsi.


-Sonodue settimane che la catechizzo mi diss'ella. Ora il libro del poveroCrastino è in corso di stampa: uscirà presto: abbiamotrovato un buon editorel'editore di mio papà. Leonardi faràil monumento e lei andrà a posare per un bel bassorilievo dicui ho già visto il disegnobellissimo. Dopoche le resteràda fare?


-E'verodisse la ragazza costernata la mia vita è finita lì.


-Perciòinsistè la signorinafatta improvvisamente grave bisognamutar vita:

queigiorni devono restar puri. Tu devi considerarti sua per semprenon èvero? E' lui che t'ha detto di viveree ha desiderato che tuvivessi in modo che potesse sempre volerti benenon è verocara?

L'altraalzò la testa guardandola con due occhi fermi e luminosi:


-Verròquando lei vorrà.


-Alloradomani! Non perdiamo tempo. Verrò a prenderti.

Labaciò sulla guanciapoi si volse verso di me:


-Elei che fa ora?

Iomi sentii leggermente turbato come per un celato rimprovero:


-Nonso. Mi preparo... Credo che troverò qualche cosa.


-Vuolche trovi io qualche cosa anche per lei? Vuol che domandi al dottorSemmiche dice tanto bene di lei? Vuol essere reclutatonell'esercito del bene? Ci penserò e voglio un po' vedere seoserà rifiutare!

Manel corridoio si fece un gran rumore di passi pesanti. Vedemmo unacassa entrare nell'uscio. La ragazza scoppiò in un piantodisperatocui seguì per riflesso il bimbo.

Ricordavaella un'altra cassanello stesso corridoioe il suo morto amore?

Ladottoressa la richiuse nella sua soffittapoi avviandosi disse a meche l'accompagnavo:


-Nonsi lasci prendere il sopravvento dalla tristezzadalla tristezzasterile. Ora vò un momento dalla Salamandra. E' ammalatalosa?...

Estringendomi forte la mano:


-Bisognaagiresi ricordi!

Dietrodi lei mi parve che la mia poca forza di vivere se n'andasse persempre.


-"Bisogna agire...".

Apersiil giornale che avevo comprato. Come potevano i lettori veder altroin quelle colonnealtro che il dramma spaventoso? Come avevanopotuto i redattori occuparsi d'altro? "La Banca sconto... Larendita al 4 per cento...

L'Eritrea...L'unione delle forze costituzionali!". Ah miseria!

Eioche avevo fatto per quella povera donna? Forse io avrei potutoimpedire quel suicidio? Le avevo dato qualche denaroed ecco tutto.Era soltanto questo il mio dovere? Ed ecco un'altra cagione dimalessere per me... Son io che devo provvedere a che la gente nons'ammazzi? Eppure io ho una parte di colpa. E tutti abbiamo unaparte di colpa. E' intollerabile!

Eil senso dell'impotenza mi abbattè. Aver tanta energiatantapassionetanto furoree sentirmi oppresso come dalle pareti d'unmonte!...

Maio sono come un germoglio di quercia in un vecchio muroe quanti diquesti germogli intorno a me! Così si sgretolasi spacca ilvecchio muro!

Ionon posso dunque che distruggere: non posso edificarenon possoimpiegare la mia forza in nulla. Nessuno vuole la mia vera forza.Tanto non varrebbe buttarla come un cencio ai piedi di chi può?

Forseavrei avuto mezzo di portare qualche meschino aiuto ai miseri che mimorirono d'intorno: potrei forse contare al mio attivo molte piccoleazionimolte consolazionimolte parolemolte lagrime spese a prodi essi... Ma era necessario ch'io vedessi costoro soltantoch'iofossi miopech'io non lanciassi la mia menteil mio cuore adabbracciare tutte le miserie della terrach'io non ne formassi unamole che mi annienta... E io avevo ben altro da dareposseggo benaltro! Ecco perché non posso pensare che ad un'azionesinteticagrandiosafeconda.

Quellasera (come mi par già lontana!) errai per Torino in giriinterminabili.

Siaccesero i fanalisi riempirono i recinti all'aria aperta dei caffè:poi i teatri riversarono fuori le loro follele strade sisgombraronosi decimarono le lampade e la città prese il suoaspetto notturnotriste e deserto.

Allorarimase viva soltanto la gente oscura: le donne aspettanti negliangoli delle stradecon la testa scoperta e le mani sotto ilgrembialei ciccaioli col lumicino rasente il selciatocome canirandagii cerinai che corrono zoppicando dall'uno all'altro dei dueo tre caffè aperti tutta la notte... La sensazione era per menuova e aveva il suo fascino d'incubo. Volli entrare in uno.

Unavecchia calva dalla faccia ignobile mi aperse la portaalzandomi infaccia un paniere di cerini e d'altri oggetti. Nell'aria fumosasedevano fittiintorno ai tavolinigiovanotti dalla faccia divecchio e ragazze dai vestiti e dai cappelli fronzuti e irrequieti:esse parevano alberi nani agitati da un vento continuo. Alcunigiocavano fumando e bevendo birra. Io pensavo alle osterie dicampagna in cui ero andato qualche volta la domenicae alleubriacature che prendeva alcuno dei miei compagni. Quanto meglio chenon tutto questo!

Uscitodalla birreria Dreher errai ancoraquasi senza rendermene contoavendo affatto perduto la nozione del tempo. A un certo punto miparve di essere seguito: mi volsi e non vidi nessuno. Affrettai ilpassopoi lo rallentai per paura di farmi notare. Mi trovai sulponte della Gran Madresalii sul Monte dei Cappuccini e coi gomitisul parapetto della terrazza contemplai a lungo la massa nera dellacittà e il fiume tranquillo e cupo in cui si sospendevano ifanali coi loro riflessi come una duplice collana di stellee nescesi col cuore stretto e col senso vago di qualcosa ch'io stessiabbandonando giorno per giornominuto per minutocome se a tutte lecoseuna per unach'io vedevodovessi dare un addio per sempre.

Peril Corso Vittorio un sonno invincibile mi presee una stanchezzamortale.

Entrainel caffè della Stazione e bevvi un latte caldo. Non vi rimasiche pochi istanti. Che spettacolo! Vi parevano accolti tutti imostri della notteatroci scherzi d'umanitànanisciancatigobbirattrappitimonchicoi loro oggetti di venditache parevano fare parte della loro deformitàe nessunodestava pietàma soltanto ripugnanza e sdegno. Pareva chetutti questi infelicissimi si sforzassero e riuscissero stranamentea simulare le infermità da cui erano affetticome odiosecaricature di veri infelici. E le celie ed i lazzi che ad essirivolgevano certe donne dalle occhiaie pavonazzedalle boccherugose e sbilenche mi destavano dei fremiti d'irritazione e mispingevano degl'insulti alle labbra.

Appenafuoril'aria frizzante mi diede una scossa salutare. Mi sirinfrescarono le idee e le mie visioni d'incubo svanirono. Erano lequattro e tutta la città era d'un curioso colore azzurrosotto il cielo che albeggiava.

Mipareva d'aver sognato. Mi posi a camminare verso casa rapidamente. Misentivo le membra pesanti e indolenzite: una pàtina amara inbocca mi dava la nausea.

Inpiazza Castello alcuni operai alla luce d'un fanale a naftaluminosissimocollocavano delle rotaiee i gran colpi di martelloriscotendomiparevano dare alle mie idee un tono salubre e saldo.Il loro lavorotra il sonno della gran città e il piccoloagitarsi di quegli esseri di vizio e d'avvilimento donde uscivomicommoveva. Non era in essi la verità e la giustizia? Ebbi unmomento l'impulso di dirlo a uno. Io sono forse un retore o forse unartista:

male cose che immagino con una estrema vivacità e forza e chespesso formulo inconsciamentenon passano mai dal pensieroall'atto. Forse ero nato oratoreo scrittore?

Mentreosservavodue guardie mi si avvicinarono. Trasalii intimamentemarimasi e non mi mossi finché non le sentii oltrepassate.Allora riflettei ancheessere assolutamente necessario ch'io nonfossi sospettato per nullase mi proponevo in qualsiasi modod'agire. Ma come avrei voluto persuadere coloro ch'io non sarei mainocivo... se non a me stesso?

Quellafu la sola notte ch'io passai interamente fuori di casa (il tempo elo spazio come si sconnettono nel mio cervello!)e mi feceun'impressione enorme. Esisteva dunque una popolazione sotterraneache sbucava la notte fuor dalle cloacheal par degli idrofili neriche si sbattono contro i globi perlacei della luce elettrica: unapopolazione che vive sulla viltàsulla bassezzasul viziodegli altridegli altri che dormono al mattino dei sonni senzarimorsi? Che cos'era dunque l'umanitàquest'amalgama disacrificio e di oppressionedi purezza e di infamia? Per taliesseri poteva trovarsi una salvezza?

Bisognaattendere le generazioni degli uomini sani e buoni e la prole dellaloro prole! Com'è lontano tutto ciò!

Adun certo puntonon so comescorsi distintamente nella mia fantasiadue figureche non avevo mai dapprima associateuna testa serenad'apostolo e una faccina di bimbail dottor Semmi e la signorinaEva.

Chegioia n'ebbiun momentoche gioia!

Giuntoa casauna gran calma era entrata in me. Avevo accettato. E miaddormentai d'un sonno tranquillo e profondo.


-E così la mia vita è passata. C'è forse dellagente liberache viaggiache osserva paesi e costumied altra chegodemangiarideva alle corseai bagniaccanto a quella chemuoremuore continuamente... Io non fui tra nessuno di costoro. Iopassai accanto alla vitama non ne toccai che un lato e un istantesolo; intravidi appena il mare enorme e l'onda inesauribile:

qualcheessere emersefino a venire scorto da' miei occhi. Ora il mare sirichiude sopra il mio capo per sempre.


-E ho scritto... A mano a mano mi pareva di liberarmi da me stessodalla mia vitadalla mia miseriaper entrare nudo e puro nellagrande vita.


-E' venuta la dottoressa Evatutta affaccendata a trasportar laSalamandra all'ospedale. Altri occuperà la sua soffitta. Allenote finestre visi d'ignoti si affacciano e mi guardano senza uscirdalle loro preoccupazioni miserevoli.

Nonrimane se non il fischiettìo di Cimisin che il gusto delveleno non ha troppo amareggiato. Dacché egli abita quiquanti sono affondati nel vortice!

Esull'ombra che si richiude il vecchio pazzo zufola...


-Eccoin fondo al cortile la signorina Eva. Scompare... Addiovisione di sole! Possa io averti negli occhi morendo! Mi ha fattocenno di saluto da lontano...

Comeera bello il sole!...


XVI.

Edeccomi solooradefinitivamentedinanzi a me stesso.

Temoio forse? No. Mi vedo. Un punto nero appare lontano lontano;ingrossaavanzas'avventa. Ecco: balzo in mezzo alla stradachiudo gli occhi immotorigido... Ah!

Daquell'attimoda quell'urto incomincerà per Qualcuno una nuovavita...

forseper molti.

Sitraviserà la cosa? Scriveranno i giornali d'un poveropazzo...? Per qualche orapoi si farà la luce.

Unodi questi giornitutto sarà finito; forse domani.

Nonho nessuna ragione che mi trattenga. Io credo aver trovato il sensodella vita generale. L'individuo non può esser felice per sestessoperché in fondo a tutto ciò è la morte.Il segreto dunque della felicità anche per l'individuomortale è di sentirsi immortaledi sentirsi cioèvivere dentro gli altridentro l'umanitàdentro l'Essereuniversale. La morte dunque non m'importa:

ripugnaa tutta la compagine che forma il mio essereripugna alla vagacoscienza che hanno tutte le mie molecoletutte le unitàelementari che formano di me una colonia; esse anzi mi farannosentire tutta la loro forza coesiva al momento dell'atto: ma nonripugna alla mia coscienza superiore.

Vivereè per me troppo doloroso: ogni sofferenza altrui si ripercuoteora in me con troppa violenza. Io potrei essere il piùsfortunato dei miei simili e non soffrirei un millesimo di quelloche soffro orache mi sento penetratoinebriato da tutta lasofferenza degli uomini. Fuggire l'agglomeramentola cittàil contatto dei miei simili e rifugiarmi nei campiisolarmi in mezzoalla natura sana e serena? Ma ora anche le landeove gli eremiti siseppellivanosono proprietà d'alcuno e in nessuna parte tacel'eco della miseria... D'altronde è troppo tardi.

Hotrovato per gli altri la ragione di vivere e per me la ragione dimorire.

Ilsuicidio è viltà quando significa fuga. Io non fuggo.Io m'immergo nella vita: io dò certamentecolla mia mortecomunque fruttifichie il sacrifizio non è mai senza fruttoun maggior senso di libertà e di solidarietà ai mieisimili. Io dico a chiunque viva oggidìposto dalla societàin qualsiasi condizione: "Bisogna operare e amare. Bisognalimitare il proprio volerecongiungerlo in armonia col volere deinostri simili. Umile o precipua parte nel coro socialeespandi intutta la sua potenza l'anima che ti diede il destinoabbraccial'umanità e la naturacompenetrati e fortificati di esse:

operaed ama!".

Lascossa ch'io dò a quest'onda repentina d'umanità che vafaticosamente orientandosi nell'armoniasarà come l'urto chesconquassa un organamento viziosoliberandone gli elementiacciocché trovino la lor via e il loro posto. La mia mortevolontaria dunque è una testimonianza in favore della vita.

Stanottedormirò? Fra qualche giorno tutto sarà finito. Non temodi me stesso:

solosoffrirò in questo tempo molte impazienze e inquietudiniaspettando l'attimo.

Poi...dormirò.


FINE