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GiulioCesare Croce

Bertoldo


Nuovamentereviste e ristampate
con il suo testamento nell'ultimo
e altridetti sentenziosi che nel primo non erano



Proemio

Quinon ti narreròbenigno lettoreil giudicio di Parisnon ilratto di Elenanon l'incendio di Troianon il passaggio d'Enea inItalianon i longhi errori di Ulissenon le magiche operazioni diCircenon la distruzione di Cartaginenon l'esercito di Sersenonle prove di Alessandronon la fortezza di Pirronon i trionfi diMarionon le laute mense di Lucullonon i magni fatti di Scipionenon le vittorie di Cesarenon la fortuna di Ottavianopoichédi simil fatti le istorie ne danno a chi legge piena contezza; mabene t'appresento innanzi un villano brutto e mostruoso sìmaaccorto e astutoe di sottilissimo ingegno; a taleche paragonandola bruttezza del corpo con la bellezza dell'animosi può direch'ei sia proprio un sacco di grossa telafoderato di dentro di setae oro. Quivi udirai astuziemottisentenzearguzieproverbi estratagemme sottilissime e ingegnose da far trasecolare non chestupire. Leggi dunqueche di ciò trarrai grato e dolcetrattenimentoessendo l'opera piacevole e di molta dilettazione.



Lesottilissime astuzie di Bertoldo.

Neltempo che il Re AlboinoRe dei Longobardi si era insignorito quasidi tutta Italiatenendo il seggio reggale nella bella cittàdi Veronacapitò nella sua corte un villanochiamato pernome Bertoldoil qual era uomo difforme e di bruttissimo aspetto; madove mancava la formosità della personasuppliva la vivacitàdell'ingegno: onde era molto arguto e pronto nelle rispostee oltrel'acutezza dell'ingegnoanco era astutomalizioso e tristo dinatura. E la statura sua era talecome qui si descrive.

Fattezzedi Bertoldo.

Primaera costui picciolo di personail suo capo era grosso e tondo comeun pallonela fronte crespa e rugosagli occhi rossi come di fuocole ciglia lunghe e aspre come setole di porcol'orecchie asininelabocca grande e alquanto stortacon il labro di sotto pendente aguisa di cavallola barba folta sotto il mento e cadente come quelladel beccoil naso adunco e righignato all'insùcon le narilarghissime; i denti in fuori come il cinghialecon tre overoquattro gosci sotto la golai qualimentre che esso parlavaparevano tanti pignattoni che bollessero; aveva le gambe caprineaguisa di satiroi piedi lunghi e larghi e tutto il corpo peloso; lesue calze erano di grosso bigioe tutte rappezzate sulle ginocchiale scarpe alte e ornate di grossi tacconi. Insomma costui era tuttoil roverso di Narciso.

Audaciadi Bertoldo.

Passòdunque Bertoldo per mezzo a tutti quei signori e baronich'eranoinnanzi al Resenza cavarsi il cappello né fare atto alcunodi riverenza e andò di posta a sedere appresso il Reilqualecome quello che era benigno di natura e che ancora sidilettava di facezies'immaginò che costui fosse qualchestravagante umoreessendo che la natura suole spesse volte infonderein simili corpi mostruosi certe doti particolari che a tutti non ècosì larga donatrice; ondesenza punto alterarsilo cominciòpiacevolmente ad interrogaredicendo:

Ragionamentofra il Re e Bertoldo.

Re.Chi sei tuquando nascesti e di che parte sei?

Bertoldo.Io son uomonacqui quando mia madre mi fece e il mio paese èin questo mondo.

Re.Chi sono gli ascendenti e descendenti tuoi?

Bertoldo.I fagiuolii quali bollendo al fuoco vanno ascendendo e descendendosu e giù per la pignatta.

Re.Hai tu padremadrefratelli e sorelle?

Bertoldo.Ho padremadrefratelli e sorellema sono tutti morti.

Re.Come gli hai tuse sono tutti morti?

Bertoldo.Quando mi partii da casa io gli lasciai che tutti dormivano e perquesto io dico a te che tutti sono morti; perchéda uno chedorme ad uno che sia morto io faccio poca differenzaessendo che ilsonno si chiama fratello della morte.

Re.Qual è la più veloce cosa che sia?

Bertoldo.Il pensiero.

Re.Qual è il miglior vino che sia?

Bertoldo.Quello che si beve a casa d'altri.

Re.Qual è quel mare che non s'empie mai?

Bertoldo.L'ingordigia dell'uomo avaro.

Re.Qual è la più brutta cosa che sia in un giovane?

Bertoldo.La disubbidienza.

Re.Qual è la più brutta cosa che sia in un vecchio?

Bertoldo.La lascivia.

Re.Qual è la più brutta cosa che sia in un mercante?

Bertoldo.La bugia.

Re.Qual è quella gatta che dinanzi ti lecca e di dietro tisgraffa?

Bertoldo.La puttana.

Re.Qual è il più gran fuoco che sia in casa?

Bertoldo.La mala lingua del servitore.

Re.Qual è il più gran pazzo che sia?

Bertoldo.Colui che si tiene il più savio.

Re.Quali sono le infermità incurabili?

Bertoldo.La pazziail cancaro e i debiti.

Re.Qual è quel figlio ch'abbrugia la lingua a sua madre?

Bertoldo.Lo stuppino della lucerna.

Re.Come faresti a portarmi dell'acqua in un crivello e non la spandere?

Bertoldo.Aspettarei il tempo del ghiaccioe poi te la porterei.

Re.Quali sono quelle cose che l'uomo le cerca e non le vorria trovare?

Bertoldo.I pedocchi nella camiciai calcagni rotti e il necessario brutto.

Re.Come faresti a pigliar un lepre senza cane?

Bertoldo.Aspettarei che fosse cotto e poi lo pigliarei.

Re.Tu hai un buon cervellos'ei si vedesse.

Bertoldo.E tu saresti un bell'umorese non rangiasti.

Re.Orsùaddimandami ciò che vuoich'io son qui prontoper darti tutto quello che tu mi chiederai.

Bertoldo.Chi non ha del suo non può darne ad altri.

Re.Perché non ti poss'io dare tutto quello che tu brami?

Bertoldo.Io vado cercando felicitàe tu non l'hai; e però nonpuoi darla a me.

Re.Non son io dunque felicesedendo sopra questo alto seggiocome iofaccio?

Bertoldo.Colui che più in alto siedesta più in pericolo dicadere al basso e precipitarsi.

Re.Mira quanti signori e baroni mi stanno attorno per ubidirmi eonorarmi.

Bertoldo.Anco i formiconi stanno attorno al sorbo e gli rodono la scorza.

Re.Io splendo in questa corte come propriamente splende il sole fra leminute stelle.

Bertoldo.Tu dici la veritàma io ne veggio molte oscuratedall'adulazione.

Re.Orsùvuoi tu diventare uomo di corte?

Bertoldo.Non deve cercar di legarsi colui che si trova in libertà.

Re.Chi t'ha mosso dunque a venir qua?

Bertoldo.Il creder io che un re fosse più grande di statura degli altriuomini dieci o dodeci piedie che esso avanzasse sopra tutti comeavanzano i campanili sopra tutte le case; ma io veggio che tu sei unuomo ordinario come gli altrise ben sei re.

Re.Son ordinario di statura sìma di potenza e di ricchezzaavanzo sopra gli altrinon solo dieci piedi ma cento e millebraccia. Ma chi t'induce a fare questi ragionamenti?

Bertoldo.L'asino del tuo fattore.

Re.Che cosa ha da fare l'asino del mio fattore con la grandezza dellamia corte?

Bertoldo.Prima che fosti tuné manco la tua cortel'asino avevaraggiato quattro mill'anni innanzi.

Re.Ahahah! Oh sì che questa è da ridere.

Bertoldo.Le risa abbondano sempre nella bocca de' pazzi.

Re.Tu sei un malizioso villano.

Bertoldo.La mia natura dà così.

Re.Orsùio ti comando che or ora tu ti debbi partire dallapresenza miase non io ti farò cacciare via con tuo danno evergogna.

Bertoldo.Io anderòma avvertisci che le mosche hanno questa naturache se bene sono cacciate viaritornano ancora: però se tu mifarai cacciar viaio tornerò di nuovo ad insidiarti.

Re.Or va'; e se non torni a me come fanno le moscheio ti faròbattere via il capo.

Astuziadi Bertoldo.

Partissidunque Bertoldoe andatosene a casa e pigliato uno asino vecchioch'egli avevatutto scorticato sulla schiena e sui fianchi e mezomangiato dalle moschee montatovi sopratornò di nuovo allacorte del Re accompagnato da un milione di mosche e di tafani chetutti insieme facevano un nuvolo grandesì che a pena sivedevae gionto avanti al Redisse:

Bertoldo.Eccomio Retornato a te.

Re.Non ti diss'io chese tu non tornavi a me come moscach'io ti fareigettar via il capo dal busto?

Bertoldo.Le mosche non vanno elleno sopra le carogne?

Re.Sìvanno.

Bertoldo.Or eccomi tornato sopra una carogna scorticata e tutta carica dimoschecome tu vediche quasi l'hanno mangiata tutta e me insiemeancora: onde mi tengo aver servato quel tanto che io di far promisi.

Re.Tu sei un grand'uomo. Or vach'io ti perdonoe voi menatelo amangiare.

Bertoldo.Non mangia colui che ancora non ha finito l'opera.

Re.Perchéhai tu forse altro da dire?

Bertoldo.Io non ho ancora incominciato.

Re.Orsùmanda via quella carognae tu ritirati alquanto dabanda perché io veggio venire in qua due donne che devonoforse voler audienza da me; e come io le avrò ispeditetornaremo di nuovo a ragionare insieme.

Bertoldo.Io mi ritiroma guarda a dare la sentenza giusta.

Aurelia.SappiSignoreche costei ieri sera fu nella camera mia e mi rubbòquello specchio di cristallo ch'ella tiene in mano. Io gliel'hoaddimandato più volteed essa me lo nega e non me lo vuolrestituiree però io t'addimando giustizia.

Litedonnesca.

Vennerodunque due donne dinanzi al Ree una di quelle aveva rubato unospecchio di cristallo all'altrae quella di chi era lo specchio sichiamava Aureliae l'altra che l'aveva rubato si chiamava Lisalaquale aveva il detto specchio in mano. E Aurelia querelandosi innanzial redisse:

Lisa.Questa non è la veritàanzi sono più giornich'io lo comprai dei miei danari e non so come costei abbia tantoardire di chiedere quello che non è suo.

Aurelia.Dehgiustissimo Renon dar credito alle false parole di costeiperché ella è una ladra publica che non ha conscienzané fedee sappi tua Maestà che io non mi sarei mossa achiedere quello che non è mio per tutto l'oro del mondo.

Lisa.O che conscienza grossa! Sa ella mo' bene dare ad intendere di esserelei quella dalla ragionee chi ti credesseahsorellane saprestitrovare delle megliori? Ma noi siamo dinanzi a un giudice checonoscerà la mia innocenza e la tua falsità.

Aurelia.O terraperché non t'apri a inghiottire questa ribalda checon tanta sfacciataggine nega quello che è mioe di piùsi sforza dare ad intendere di esser lei quella dalla ragione e iodal torto? O Cieloscopri tu la verità di questo fatto.

Sentenzagiusta del Re.

Re.Orsùachettateviche or ora io vi consolarò. Pigliatequa voi questo specchio e spezzatelo minutamente e diassene tantipezzi all'una quanto all'altra e così tutte dua sarannocontente. Che ne dite voi?

Lisa.Io sì mi contentoperché così saràfinita la lite fra noiné gridaremo più insieme.

Aurelia.Nono. Diasi pur più tosto a lei che romperloperchéio non potrei mai soffrire di vedere che fosse spezzato cosìbello specchio; e chi sa che un giornorimorsa dalla conscienzaella non me lo renda. Portiselo dunque costei intiero a casa e siaqui finita la nostra tenzone.

Lisa.La sentenza del re mi piace; spezzisi pureche mai più nonavremo da rugare insieme. Suche si venghi al fatto.

Prudenzadel Re.

Re.Orsùio conosco veramente che lo specchio è di coleiche non vuole che si spezzi; perché al piantoalle lagrime eal supplicare ch'ella faquanto al giudicio miomostra segnochiarissimo ch'ella n'è patrona e che quest'altra gliel'hainvolato. Diasi adunque lo specchio a lei e mandisi via l'altravergognosamente.

Aurelia.Io ti ringrazio infinitamentebenignissimo Signorepoichéconoscendo con la tua prudenza la malizia di costeihai dato lasentenza rettacome giusto giudice; onde pregarò sempre ilcielo che ti conservi e ti dia tutte le prosperità chedesideri.

Re.Va' in pacee sforzati d'esser da bene. In vero si conosce che lospecchio è di costei perché al lagrimar ch'ella facevamostrava chiaro segno ch'ei fosse suo.

Bertoldoridendo di tal sentenzadice:

Bertoldo.Questa non è buona cognizioneo Re.

Re.Perché non è buona cognizione?

Bertoldo.Tu credi dunque alle lagrime delle donne?

Re.Perché non vuoi tu ch'io gli creda?

Bertoldo.Or non sai tu che il suo pianto è un inganno? e che ogni cosach'esse fanno o dicono è l'istessoperò ch'essepiangono con gli occhi e ridono con il cuore; ti sospirano dinanzipoi ti burlano di dietroparlano al contrario di quello ch'essepensanoe pensano al contrario di quello ch'esse parlano; peròil versare delle lagrime lorolo sbattersila mutazione dellafacciatutte sono fraudiinganni e tradimenti che gli scorrono perla mente per adempire i loro ingordi e insaziabili desiderii.

Lodidate dal Re alle donne.

Re.Tanto hanno in esse bontà le donnesenno e prudenzaquantoalcuna di queste cose da te impostegli a torto; e se a sorte pur unapecca per fragilità è degna di scusaper esser ellapiù molle e più facile al cadere in questi difetti chenon è l'uomo. Ma dimmi un poconon si può dire che siamorto colui che sia separato da tal sesso? Primala donna ama il suomaritogenera i figliuolili allevali nodrisceli costuma e glimostra tutte le buone creanze. La donna regge la casamantien larobbacustodisce la famigliasollecita le serve e provede a tutti idisordini che possono avvenire in casaama con fedeltàèdolce da praticarenobile da conversareschietta nel contrattare ediscreta nel comandarepronta nell'ubidireonesta nel ragionaremodesta nel procederesobria nel mangiareparca nel beremansuetacon quelli di casa e trattabile con quelli di fuora. In sommaladonna apresso l'uomo si può dire ch'ella sia una gemmaorientalelegata in oro purissimo; e per unache caschi in qualchefrenesia o umore stravagantemille all'incontro ne sono onestissimee da bene; e però io tengo che la sentenza da me data siastata giusta.

Bertoldo.Veramente si vede che tu ami molto le donnee però hai fattosì bella spiegata di parole in lode loro. Ma che dirai tu seio ti farò tornare a dietro tutto quello che in suo favore haidettoprima che tu vadi a dormire doman di sera?

Re.Quando tu farai questoil quale tengo che sia impossibile che lofacciio dirò che tu sei il primo uomo del mondo; ma se tunon lo farai io ti farò impiccar subito.

Bertoldo.Orsùa rivederci domani.

Cosìessendo serail Re si ritirò nelle sue stanze e Bertoldodopo aver cenatoandò a dormire alla stalla per quella notteandando fantasticando fra sé di trovar strada acciò cheil Re cantasse alla roversa di quanto avea detto in lode delle donne;eavendo pensato una nuova astuziasi pose a dormireaspettando ilgiorno per porla in essecuzione.

Astuziadi Bertoldo.

Venutala mattinaBertoldo si levò dalla paglia e andò atrovare quella femina alla quale il Re aveva data la sentenza infavore e gli disse:

Bertoldo.Tu non sai quello che ha determinato il Re?

Aurelia.Io non so nulla se tu non me lo dici.

Bertoldo.Egli ha commesso che lo specchio sia spezzatocom'ei dissee datola metà a quell'altra perché ella si è appellatadella sentenza; onde il Reper non udire più querellevuolecol dividerlosodisfare all'una e all'altra.

Aurelia.Come che il Re ha determinato che il mio specchio sia spezzatose digià egli ha sentenziato ch'esso mi sia restituito sano eintiero? Ohche tu mi burliva' via!

Bertoldo.Io non ti burlocerto; che gliel'ho udito dire con la sua propriabocca.

Aurelia.Ohimèche è quello ch'io sento; forsi ei fa questo perdar sodisfazzione a quella maledetta femina. Oh che giuste sentenzeoh che nobili azioni d'un Reoh povera giustiziacome sei tu beneamministratapoiché adesso si crede più alla bugia chealla verità. Oh misera me! Pur converrà ch'io ti veggiarotto in mille pezzicaro il mio specchiouhuh!

Bertoldo.Il ciel volesse che non vi fusse di peggio.

Aurelia.E che cosa vi può essere di peggio per me che questo?

Bertoldo.Egli ha ordinato una legge che ogni uomo debba prendere sette mogli.Or mira un poco tu che ruina sarà per le case con tantefemine.

Aurelia.Comech'ei vuole che ogni uomo pigli sette mogli? Oh questo èben peggio che s'ei facesse rompere quanti specchi sono nella città.Ma che pazzia è questa che gli è saltata nel capo?

Bertoldo.Io non ti so dire altroe t'ho detto tutto quello che a lui ho uditodire; a voi donne sta il diffenderviprima che il male vada piùavanti.

Cosìavendogli cacciato questo pulce nell'orecchio si partì da leie se ne tornò alla corte aspettando di udire qualche grannovità avanti che fusse notte.

Tumultodi donne della città per questa baia.

PartitoBertoldoAurelia credendosi che ciò fusse la veritàsubito andò a trovare le sue vicine e gli fece palese queltanto che da Bertoldo aveva udito; le qualiudendo tal cosaentrarono in tanta smania e in tanta furia che gettavano fuoco pertutto; e in meno d'un'ora si sparse tal nuova per tutta la città;onde si raccolsero insieme più di due mila feminele qualiavendo discorso gran pezzo sopra tal fattosi risolsero alla fine diandar a trovar il Re e quivi alla sua presenza gridar tanto e fartanto romoreche essovinto dalla loro importunitàsirisolvesse a fare che la legge da lui nuovamente imposta non andassepiù avanti. E cosìtutte piene di rabbia e colme disdegnoandarono a corte e ivi gionte cominciarono a fare i piùgran strepiti e le maggior grida del mondoa tale che il Re eraquasi storditoné sapendo la cagione di così grantumultorestò tutto confuso e pieno di maraviglia; laonde nonpotendo più sopportar tanta insolenzatratto dalla colera edallo sdegnofu sforzato di ponere la pazienza da una bandanell'ultimo.

IlRe va in colera con le donne e Bertoldo gode.

Erivolto a quelle con faccia turbatadisse loro: "Che novitàè questa ch'io sento? E di dove procede questa sollevazione?Chi vi ha messo in tanta smania? Dove nasce tanto fracasso? Perchéfate tanta ruina? Sete voi forse spiritate? Che malanno avete? Diteloin mal orafemine del diavolo".

Donne.Che novità è la tuao Re? Che umore di pazzia ti èsaltato nel capo - rispose una delle più audaci e rabbiose -che frenesia ti è tocca a ordinare che ogn'uomo pigli settemogli? O che nobile considerazione di prudente re! Ma sappi certo cheella non ti anderà fatta.

Re.Che cosa dite voi sciocche? Parlate pianamentech'io v'intendae virisponderò.

Donne.Parlar pianamenteeh? Anzi bisognarebbe tirarti giù di quelseggio regaledove ora siedie cavarti ambidue gli occhi.

Re.Che ingiuriache dispiacere v'ho fatto io? Ditelo alla schiettaenon v'affocate tantocagne rabbiose che sete.

Donne.Non te l'abbiamo noi detto un'altra volta?

Re.Io non vi ho bene intesoperò tornatelo a dire.

Donne.Non è il peggior sordoquanto quello che non vuole udire. Noiti torniamo a dire che tu hai fatto un grande errore a ordinare perlegge che ogn'uomo pigli sette donne per mogliee che tu dovrestiattendere ai negozi tuoi e del tuo regno e non t'impacciare in quelloche a te non s'appartiene. Hai tu inteso adesso? Ma ben si vede chenon hai punto di cervello e che sei pazzo affatto.

IlRe scaccia le donne e biasma il sesso feminile.

Ahsesso ingrato e discortesequando feci io tal legge? Levatevi or oradalla presenza mia e andate alla maloraseme ribaldo e importunoche adesso io conosco chiaramente che donna non vuol dinotare altroche danno e femina semina zizanie e discordieche dalla casa ov'ellasi parte si tira dietro ciò che può col rastelloedove ella entra vi porta la fiamma e il fuoco; ella è unasentina d'inganni e di tradimentiun baratro infernale nel quale sisentono di continuo i pianti e i lamenti de' miseri mariti; elle sonola ruina de' padritormento delle madriflagello de' fratellivergogna de' parenticonsumamento delle casee in somma elle sonopena e afflizzione di tutto il genere umano. Andate via tutte nellamala perdizione e non mi tornate mai più innanzispiritiinfernali e bestie malvagie che voi siete. Oh che fracassooh cherovina hanno fatto queste pazze scatenate per niente! Ma s'io possosapere chi sia stato l'autore di questa novitàio sonrisoluto di riconoscerlo secondo ch'egli merita. Ecco che pur sonoandate via queste insolentiche poco vi è mancato ch'esse nonmi abbino cavati gli occhi con le dita.

Partitele donne e quietatosi alquanto il ReBertoldo ch'era stato indisparte ad ascoltar il tuttoessendogli riuscito il suo disegnosifeceridendoinnanzi al Re e gli disse:

Bertoldo.Che dicio Re? Non ti diss'io che prima che tu andasti a letto ilgiorno d'oggi tu leggeresti il libro alla roversa di questo che ieridicesti in lode delle donne? Or vedich'elle ti hanno chiarito.

Re.O che cervelli diabolici andar a trovare inventiva ch'io abbiaordinato che ogni uomo debba prendere sette moglicosa che mai nonm'imaginainé pure me la sognai. O che mal semeo che crudelrazza!

Bertoldo.Tu sai i patti che sono fra te e me.

Re.Tu hai molto ben ragione; però viensiedi meco su questoseggio regalepoiché tu l'hai meritato.

Bertoldo.Non ponno capire quattro natiche in un istesso seggio.

Re.Io ne farò fare un altro appresso di questo e vi sederai suedarai audienza come me.

Bertoldo.Né amorené signoria non vuol compagnia; perògoverna pur tuche sei Signore.

Re.Io dubito che tu sia stato l'auttore di questo fracasso.

Bertoldo.Tu l'hai indovinato alla prima e non mi puoi castigare altrimenteperch'io mi son ingegnato per adempire quanto avea promesso di fare.

Re.Orsùpoiché questa è stata tua invenzioneioti perdono; ma come hai tu ordita questa diavoleria?

Bertoldo.Io sono andato a trovar colei alla quale tu concedesti lo specchio egli ho dato ad intendere che tu volevi di nuovo farlo spezzare edarne la metà alla sua avversariae di più che tuavevi ordinato che ogn'uomo pigliasse sette mogli e perciòcostei aveva radunato così gran numero di femine insieme ehanno fatto lo schiamazzo che tu hai sentito.

IlRe si pente di aver detto male delle donneonde torna di nuovo alodarle.

Re.Tu sei stato un grand'inventorema però di maliziae tu haiquasi causato un gran disordine oggie hanno avuto mille raggioninon che unaa muoversi ad ira contro di me; e non potevo credere cheil sesso donnesco fusse così privo di cervello che si movessea far tanto rumore senza grandissima cagione; e qual maggioroccasione di questa gli potevi tu dare a farle irritare verso di me?E a me parimente hai dato occasione di dire contro di loro quelloch'io non vorrei aver detto per tutto l'oro del mondo; e ne sondolente e pentitoe torno a dire che la donna è un fonte divirtùun fiume di bontàun giardino di costumiunmonte di benignitàun prato di gentilezzaun campo dicortesiaun specchio di prudenzauna torre di magnanimitàun mare di pudiciziae un fermo scoglio di costanza e di fermezza.Però chi vuol essere mio amico non dica male delle donneperch'elle non offendono alcunonon portano arminon cercano rissema sono tutte mansueteplacidebenigne e quieteamabili e ornatedi tutte le creanzesi ché non incitar più l'ira miaverso di loro perché io ti farò dare condegno castigo.

Bertoldo.Io non toccherò più le corde di questa citteramaattenderemo ad altro e saremo amici.

Re.Sìperché dice il proverbio: sta' discosto all'acquacorrente e da can che mostra il dente.

Bertoldo.Ancoral'acqua cheta e l'uomo che tacenon mi piace.

LaRegina manda a domandar Bertoldo al Reperché lo vuol vedere.

Mentreragionavano così famigliarmente il Re e Bertoldogiunse unmesso da parte della Reginail qual disse al Re come la Reginadesiderava di vedere Bertoldopregando sua Maestà amandarglielo; e perché ella aveva inteso che costui sipigliava spasso di burlar le donneaveva fatto pensiero di farlobastonare ben bene; onde il Reudito la dimanda della Reginavoltoa Bertoldogli disse:

Re.La Regina ha mandato a domandarti. Ecco il messoil qual èvenuto a postach'ella brama di vederti.

Bertoldo.Tanto per malequanto per bene si portano le ambasciate.

Re.La conscienza sempre rimorde l'uomo tristo.

Bertoldo.Il riso della corte non si confà con quello della villa.

Re.L'innocente passa libero fra le bombarde.

Bertoldo.La donna iratala fiamma impicciata e la padella forata son di grandanno in casa.

Re.Spesso interviene all'uomo tristo quello ch'ei teme.

Bertoldo.Il gambaro spesse volte salta fuora della padella per salvarsie sitrova nelle bragie.

Re.Chi semina iniquità raccoglie de' mali.

Bertoldo.Sotto la scuffia bianca spesso vi sta la tigna ascosa.

Re.Chi ha intricato la tela la destriga.

Bertoldo.Mal si può destricarequando i capi sono avviluppati.

Re.Chi semina le spine non vada senza scarpe.

Bertoldo.Non si può combattere contra più forti di sé.

Re.Non temere che alcuno ti faccia oltraggio.

Bertoldo.Al buon confortatore non duole il capo.

Re.Temi tu forsi che la Regina ti facci dispiacere?

Bertoldo.Donna iracondamar senza sponda.

Re.La Regina è tutta piacevole e brama di vederti; peròva' via allegramentee non dubitare.

Bertoldo.In ultimo se ne diràe tal ride che piangerà.

Bertoldoè condotto dalla Regina.

CosìBertoldo fu condotto dalla Reginala quale avendo intesocome vidissila burla fatta a quelle donne il giorno innanziaveva fattopreparare alquanti bastoni e commesso alle sue donne cheserratoloin una cameragli sbattessero ben bene la polvere di sul mantello;esubito ch'essa lo videmirando quel mostruoso aspettotuttasdegnatadisse:

Regina.Mira che ceffo di babuino.

Bertoldo.Il laveggio grida dietro la padella.

Regina.Come t'addimandi tu?

Bertoldo.Io non domando nulla.

Regina.Come ti chiami?

Bertoldo.Chi mi chiamaio gli rispondo.

Regina.Dico come tu t'appelli.

Bertoldo.Io non mi sono mai pelatoch'io mi ricorda

Mentreche la Regina interrogava Bertoldouna delle serve portò dinascosto un vaso pieno d'acqua per fargli batter dentro il sederemail villano astutoaccortosi di ciòstava molto beneavvertitoe subito pensò una nuova astuziaseguitando pur laRegina il suo parlare.

Astuziadi Bertoldoperché non gli fusse bagnato il podice.

Regina.Come fai tu tante astuzieche tu pari un indovino?

Bertoldo.Ogni volta che mi vien adacquato il sedereio indovino ogni cosaeso se una donna fa l'amore e se ella ha mai fatto errore con alcunoe s'ella è casta overo impudica; e in somma io indovino ognicosae se vi fusse chi mi volesse bagnar di dietro io vi saprei dirogni cosa adessoadesso.

Bertoldoscampa la furia dell'acqua.

Alloraquella serva che aveva portato il secchio con l'acqua per bagnarloudendo tal parolalo portò via pian pianoper sospetto dinon essere scoperta di qualche macchia; né ve ne fu alcuna cheardisse di fargli scherzo alcunoperché tutte avevanocomesi suol direqualche straccio in bucato. Ma la Reginache ardeva disdegno contro di costuiimpose che esse pigliassero un bastone perciascheduna in mano e lo bastonassero ben bene; ond'esse se gliavventarono addosso con maggior impeto che non fecero le furioseBaccanti addosso al misero Orfeo. Ondevedendosi il povero Bertoldoin così gran pericoloricorse di nuovo all'usata astuziaerivolto a loro così disse:

Nuovaastuzia di Bertoldo per non esser bastonato.

Bertoldo.Quella di voi che ha trattato di avvelenar il Re alla mensaquellasia la prima a pigliare il legno e percuotermich'io mi contento.

Alloratutte s'incominciarono a guardare l'una con l'altradicendo: "Ionon ho mai pensato di far questo"; "Né io"rispondeva l'altrae così di mano in mano risposero tutte eper sino la Reginaa tale ch'esse tornarono i bastoni al suo luogo eil sagacissimo e buon Bertoldo restò illeso da quelle asprepercosse per allora.

LaRegina brama che Bertoldo sia bastonato per ogni modo.

LaReginache tuttavia ardeva di sdegno contra Bertoldoe volendo perogni modo ch'ei fosse bastonatomandò a dire alle sue guardieche nell'uscir fuora lo bastonassero senza remissione alcuna e lofece accompagnare a quattro dei suoi servii quali poi gliportassero la nuova di tutto quello ch'era successo.

Astuziasottilissima di Bertoldoper non essere percosso dalle guardie.

QuandoBertoldo vidde che in modo alcuno non la poteva fuggirericorseall'usato giudicio evolto alla Regina disse: "Poi ch'io veggiochiaramente che pur tu vuoi ch'io sia bastonatofammi questa grazia:ti prego in cortesiache la domanda è onesta e la puoi farein ogni modo a te non importa pur ch'io sia bastonatodi' a questituoi che mi vengono accompagnareche dicano alle guardie che portinorispetto al capo e che elle menino poi il resto alla peggio".

LaReginanon intendendo la metaforacomandò a coloro chedicessero alle guardie che portassero rispetto al capo e che poimenassero il resto alla peggio che sapevano; e così costorocon Bertoldo innanzis'inviarono verso le guardiele quali aveanodi già i legni in mano per servirlo della buona fatta; ondeBertoldo incominciò a caminare innanzi agli altri di buonpassosì che era discosto da loro un buon tratto di mano.Quando coloro che l'accompagnavano viddero le guardie all'ordine perfar il fatto ed essendo omai Bertoldo arrivato da quellecominciarono da discosto a gridare che portassero rispetto al capo eche poi menassero il resto alla peggioche così avevaordinato la Regina.

Iservi sono bastonati in cambio di Bertoldo.

Leguardievedendo Bertoldo innanzi agli altripensando che esso fusseil capo di tuttilo lasciarono passare senza fargli offesa alcunaequando giunsero i servi gli cominciarono a tempestare di maniera conquei bastoni che gli ruppero le braccia e la testae in somma non vifu membro né osso che non avesse la sua ricercata di bastone.sì tutti pesti e fracassati tornarono alla Reginala qualeavendo udito che Bertoldo con tale astuzia s'era salvato e avevafatto bastonare i servi in suo luocoarse verso di lui di doppiosdegno e giurò di volersene vendicarema per allora celòlo sdegno che ella aveaaspettando nuova occasione; facendo in tantomedicare i servii qualicome vi dissierano stati acconci per lefestecome si suol dire.

Bertoldotorna dal Ree fa una burla a un parasito.

Venutol'altro giornola sala regale s'incominciò a empire dicavalieri e baronisecondo il solitoe Bertoldo non mancò dicomparire al modo usato; laonde vedutolo il Relo chiamò a sée disse:

Re.E benecome passò il negozio fra te e la Regina?

Bertoldo.Dall'orlo alla scarpa vi fu poco vantaggio.

Re.Il mare era molto turbato.

Bertoldo.Chi sa ben veleggiare passa ogni golfo sicuramente.

Re.Il cielo minacciava gran tempesta.

Bertoldo.La tempesta s'è scaricata sopra d'altri.

Re.Credi tu che sia tornato sereno?

Bertoldo.Io lasciai il cielo molto turbato.

Insolenzad'un parasito.

Alloraun parasito che stava appresso il Reil quale serviva ancora per farridere e si chiamava Fagotto per essere egli uomo grossopicciolo distaturacon il capo calvodisse al Re: "Di graziaSignorefammi grazia ch'io ragioni un poco con questo villanoch'io lovoglio chiarire". Disse il Re a lui: "Fa' quello che tipare; ma guarda a non fare come fece Benvenutoil quale andòper radere e fu raduto". "Nono - rispose Fagotto - io nonho paura di lui"e volto verso Bertoldo con un ceffostravagante le disse:

Fagotto.Che dici tu barbagianni caduto del nido?

Bertoldo.Con chi parli tuallocco spennacchiato?

Fagotto.Quante miglia sono dal far della luna ai Bagni di Lucca?

Bertoldo.Quanto fai tu dal caldaron della broda alla stalla?

Fagotto.Per che causa fa la gallina negra l'ova bianche?

Bertoldo.Per che causa il staffile del Re fa venire nere a te le chiappe diFabriano?

Fagotto.Chi sono piùi Turchi o gli Ebrei?

Bertoldo.Chi sono piùquelli che tu hai nella camicia o nella barba?

Fagotto.Il villano e l'asino nacquero tutti due a un parto istesso?.

Bertoldo.Il gnattone e il porco mangiano tutti due ad un'istessa conca?

Fagotto.Quant'è che tu non hai mangiato rape?

Bertoldo.Quant'è che non t'è stato dato la coperta?

Fagotto.Sei tu un bufalo o una pecora?

Bertoldo.Non mettere in ballo i tuoi parenti.

Fagotto.Sin quando starai tu a lasciar da parte le tue astuzie?

Bertoldo.Quando tu lascierai stare di leccare i piatti di cucina.

Fagotto.Al villano non gli dar bacchetta in mano.

Bertoldo.Al porco e alla rana non gli levare il fango.

Fagotto.Il corvo mai non portò nuova buona.

Bertoldo.Il nibbio e l'avoltore vanno sempre dietro le carogne.

Fagotto.Io sono uomo da bene e ben creato.

Bertoldo.Chi si loda s'imbroda.

Fagotto.Il villano è un mal animale.

Bertoldo.E l'adulatore è un brutto mostro.

Fagotto.Non fu mai villano senza malizia.

Bertoldo.Non fu mai gallo senza crestané parassito senza adulazione.

Fagotto.Le tue scarpe hanno aperta la bocca.

Bertoldo.Le ridono di teche sei una bestia.

Fagotto.Le tue calze sono tutte rappezzate.

Bertoldo.Meglio è avere rappezzato le calze che il mostaccio come haitu.

Aveacostui molti segni sulla faccia che gli erano stati dati per suobenemerito; dove chesentendosi toccare sul vivoné sapendoche si risponderevenne rosso in viso come il fuoco per vergognatanto più che tutta la corte cominciò a ridere diquesto mottoonde cominciossi ad acchettare; e volontieri si sariapartito se quei cavalieri non l'avessero trattenuto.

MaBertoldoche per aver ragionato assai aveva la bocca piena disalivané sapendo dove sputareessendo ornata la sala tuttae le pareti di panni di seta e d'orodisse al Re: "Dove vuoi tuch'io sputi?" Disse il Re: "Vasputa in piazza".Allora Bertoldo voltossi verso Fagottoqual era tutto calvocomegià vi dissigli sputò in mezo della testaondecostui alterato si querelò innanzi al Re dell'ingiuria fatta.Disse Bertoldo: "Il Re mi ha dato licenza ch'io sputi in piazza;e qual è la più bella piazza quanto la tua testa? Nonsi dice per proverbiotesta calvapiazza da pedocchi? Ecco dunquech'io non ho fatto errore alcunoe che io ho sputato in piazzasecondo la commissione del Re".

Tuttala corte diede ragione a Bertoldoe Fagotto spazzandosi la zuccaconvenne aver pazienza; e avrebbe voluto esser digiuno di essersi maiimpacciato con lui; e tutti n'ebbero gran piacere perchécostui faceva professione di bellissimo ingegno e dava delle canzonia tutti; e ora non ardiva a pena di alzare più gli occhi pervergognae fu quasi per andarsi a impiccare per il dispiacere.

Eperché era serail Re accomiatò tutti i suoi baroni edisse a Bertoldo che tornasse da lui il dì seguentema chenon fusse né nudo né vestito.

Astuziagalante di Bertoldo nel tornare innanzi al Re nel modo ch'ei gliaveva detto.

Venutala mattinaBertoldo comparve alla presenza del Re involto in unarete da pescaree il Revedutolo a quella manieragli disse:

Re.Perché sei tu comparso così alla presenza mia?

Bertoldo.Non dicesti tu ch'io tornassi a te questa mane e che io non fosse nénudo né vestito?

Re.Sìdissi.

Bertoldo.Ed eccomi involto in questa retecon la quale parte copro dellemembrae parte restano scoperte.

Re.Dove sei stato fino ad ora?

Bertoldo.Dove son stato più non sonoe dove son ora non vi puòstare altri che me.

Re.Che cosa fa tuo padretua madretuo fratello e tua sorella?

Bertoldo.Mio padre d'un danno ne fa due; mia madre fa alla sua vicina quelloche non gli farà mai più; mio fratello quanti ne trovatanti ne ammazza; e mia sorella piange di quello ch'ella ha risotutto quest'anno.

Re.Dichiarami questo imbroglio.

Bertoldo.Mio padrenel campo desiderando di chiudere un sentierovi pone deispini; onde quei che solevano passare per detto sentieropassano ordi qua or di là dai detti spinia tale che d'un solosentieroche vi erane viene a far due. Mia madre serra gli occhi auna sua vicina che muorecosa che non gli farà mai più.Mio fratellostando al soleammazza quanti pedocchi trova nellacamicia. Mia sorella tutto quest'anno s'è data trastullo conil suo maritoe ora piange nel letto i dolori del parto.

Re.Qual è il più lungo giorno che sia?

Bertoldo.Quello che si sta senza mangiare.

Re.Qual è la più gran pazzia dell'uomo?

Bertoldo.Il riputarsi savio.

Re.Per che causa vien più presto canuta la testa che la barba?

Bertoldo.Perché i capelli son nati prima della barba.

Re.Qual è quel figlio che pela la barba a sua madre?

Bertoldo.Il fuso.

Re.Qual è quell'erba che fin i ciechi la conoscono?

Bertoldo.L'ortica.

Re.Qual è quella femina che balla sempre nell'acqua e mai non silava i piedi?

Bertoldo.La barca.

Re.Qual è colui che si serra in prigione da sua posta?

Bertoldo.Il bigattoo cavaliero da seta.

Re.Qual è il più tristo fiore che sia?

Bertoldo.Quello ch'esce della botte quando si finisce il vino.

Re.Qual è la più sfacciata cosa che sia?

Bertoldo.Il ventoche si caccia fin sotto i panni delle donne.

Re.Qual è colei che nessun non la vuole in casa?

Bertoldo.La colpa.

Re.Qual è quel storto che taglia le gambe a tutti i dritti?

Bertoldo.Il ferroovero falce da mietere il grano.

Re.Qual è la più gramma femina che sia?

Bertoldo.La gramma da fare il pane.

Re.Quanti anni hai tu?

Bertoldo.Chi numera gli anni fa conto con la morte.

Re.Qual è la più bianca cosa che sia?

Bertoldo.Il giorno.

Re.Più del latte?

Bertoldo.Più del latte e della neve ancora.

Re.Se tu non mi fai vedere questoio ti voglio far battere duramente.

Bertoldo.Oh infelicità e miseria delle corti.

Astuziaingegnosa di Bertoldoper non aver delle busse.

Andòdunque Bertoldo e prese un secchio di latte e secretamente lo portònella camera del Re e serrò tutte le finestreed eramezogiorno ed entrando il Re nella camera venne a urtare nel dettosecchio di latte e lo roversò tuttoe poco vi mancòch'ei non cadesse con la faccia per terra; onde tutto irato feceaprire i balconi evedendo quel latte sparso per terra ed esso avereurtato in quel secchiocominciò a gridaredicendo:

Re.Chi è stato colui che ha posto quel secchio di latte nellacamera mia e ha serrato le finestre acciò ch'io v'urti dentro?

Bertoldo.Sono stato quell'ioper provarti che il giorno è piùbianco e più chiaro del latteperché se il latte fossestato più bianco del giorno egli t'avria fatto lume per lacamera e non averesti urtato nel secchiocome hai fatto.

Re.Tu sei un astuto villano e a ogni cesto trovi il suo manico. Ma chi èquesto che viene in qua? Costui è un messo della Reginacertoe ha una lettera in mano. Tirati un poco da bandach'iointenda quello che dice costui.

Bertoldo.Io mi ritiro e il Ciel voglia ch'ella non sia trista nuova per me.

Umorfantastico saltato nel capo alle donne della città.

Vennedunque il messo inanzie fatto la debita riverenza al Regli porsela carta in manoil cui contenuto era questoche le matrone diquella cittàcioè le più nobilibramavanoanzi pur dimandavano liberamente al Re di potere esse ancora entrarené consigli e reggimento della cittàcome erano i loromaritie metter fave e balottaree udire le querele e sentenziaree in conclusione di fare anch'esse tutto quello che facevano quellidel Senato e primati della cittàallegando che ve n'eranostate dell'altre che avevano retto imperii e regni con tantaprudenzae più tal ora che non avevano fatto molti re eimperatori passatie che molte erano uscite alla campagna armate eavevano diffesi i loro stati e regni valorosamentee che perciòil Re non doveva rifiutarle ma accettarle e far partecipe ancor lorodi quanto addimandavanoperché pur loro pareva strana cosache gli uomini avessero il dominio d'ogni cosa e che esse fosserotenute per nulla; alludendo nel fine che tanto esse sariano secretenelle cose d'importanza quanto gli uomini e forse piùe diciò la Regina faceva molta instanzaraccomandandoglicaldamente tal negozio. Letto il Re la letterae inteso la pazzadomanda di queste feminenon sapeva che risoluzione si dovesseprendere; onde volto a Bertoldo gli narrò tutto il fattoilquale prese fortemente a ridereonde il Re alterato alquanto glidisse:

Re.Tu ridimanigoldo?

Bertoldo.Io rido per certoe chi non ridesse adesso meritarebbe che glifussero cavati tutti i denti.

Re.Perché?

Bertoldo.Perché queste donne ti hanno scorto per un babuino e non perAlboinoe per questo elle ti hanno fatto questa pazza domanda.

Re.A loro sta il domandarea me il servirle.

Bertoldo.Tristo quel cane che si lascia prendere la coda in mano.

Re.Parlach'io t'intenda.

Bertoldo.Triste quelle case che le galline cantano e il gallo tace.

Re.Tu sei come il sole di marzoche commove e non risolve.

Bertoldo.A buono intenditore poche parole bastano.

Re.Cavamela fuori del sacco una volta.

Bertoldo.Chi vuol tener la casa mondanon tenghi polli né colomba.

Re.A propositochiodo da carrovieni alla conclusione.

Bertoldo.Ch'intendechi non intendee chi non vuol intendere.

Re.Chi s'impaccia con fraschela minestra sa di fumo.

Bertoldo.Che cosa vuoi tu da meinsomma?

Re.Io voglio il tuo consiglio in questa occasione.

Bertoldo.La formica chiede del pane alla cicalaadesso.

Re.So che tu hai ingegno e che sei copioso d'invenzionie peròio voglio dare a te l'assunto di tutto questo negozio.

Bertoldo.Se a me dai l'assonto di questonon ti dubitare che presto te lecaverò da torno; lassa pur far a meche s'elle ti parlano maipiù di questo fattoio sono un cane.

Re.Orsùingègnati di espedirle quanto prima.

Bertoldo.Lassa pur fare a me.

Astuziadi Bertoldo per cavare questo capriccio del capo alle dette femine.

Andòdunque Bertoldo in piazza e comprò un uccellettoe lo pose inuna scatola e portollo al Re dicendo che mandasse quella scatola cosìserrata alla Regina e che essa la mandasse a quelle donne e che glicommettesse espressamente che non l'aprissero e che la mattinaseguente tornassero e che portassero la scatola così serratache il Re gli farebbe loro la grazia di quanto chiedevano. Il messoprese la scatola e la portò alla Reginala quale la consegnòalle dette matrone che in camera di lei stavano aspettare larispostacommettendole espressamente da parte del Re che nondovessero in modo alcuno aprir la detta scatola e che tornassero ildì seguentech'elle avriano ottenuto tutto quello ch'essedesideravano dal Re. E così si partirono tutte consolate dallaRegina.

Curiositàdi cervelli donneschi.

Partiteche furono le dette femine dalla Reginagli venne gran desiderio divedere quello ch'era in detta scatola e cominciarono l'una conl'altra a dire: "Vogliamo noi veder quello che si rinchiude quidentro?" Altre dicevano: "Non facciamoperchéabbiamo espressa commissione di non aprirlaperché forsi v'èdentro qualche cosa importante per il Re". "Che cosa vi puòegli essere? - dicevano le più curiose - e poi se noil'apriamo non sapremo ancora serrarla com'ella sta? Sìsìapriamola pure e siaci dentro quello che si voglia".

Risoluzionedi donne.

Alfinedopo molti bisbigli fatti fra di lorosi risolsero di aprirlané così tosto ebbero levato il coperchioche l'uccelloche v'era dentro spiegò l'ali e si levò in aere e volòvia; onde ne restarono tutte confuse e di mala vogliae tanto piùpoiché esse non poterono vedere che uccello si fusse quelloperché con tanta velocità se gli levò di vistache non poterono discernere s'egli era o passero o rosignuoloperchése l'avessero veduto avrebbono forsi fatto instanza di averne unosimile a quelloe la mattina che seguiva avriano portato la scatolacome l'avevano avuta e non vi saria stato male alcuno.

Doloredelle dette donne per essergli scampato via l'uccello.

Stavanodunque tutte dolenti e malenconiche queste povere madonne per averperso il detto uccelloe riprendendo la sua curiositàdicevano: "Meschine noicome avremo più faccia ditornare innanzi al Repoiché non abbiamo osservato il suocomandamentoné abbiamo solo potuto tener stretto l'uccelloper una notte. Misere e sconsolate noiche animoche ardire saràil nostro domattina?" Così passarono tutta quella nottecon dolore e angustiané si sapevano risolvere se dovevanotornare il dì seguente innanzi al Reo pur starsene a casa.

Risoluzionedi donne animose.

Passatala notte e tornato il giorno chiarole dette donne si levarono e siridussero insiemee come disperate non sapevano che partito sidovessero pigliare circa il tornare più alla presenza del Reper l'errore commesso; e parimente stavano in dubbio se dovevanotornare dalla Reginao sì o no; chi diceva a un modo e chi aun altrochi persuadeva di andarechi di restare. Al finedopomolti parlamentisi fece innanzi una di loro che aveva un poco piùgagliardo il cervello di tutte l'altre e disse: "A che perderepiù tempo in far tante chiacchiere fra noi? L'errore ègià fattoné si può coprirené mancoemendare se non con chiedere perdono al Re e confessare liberamenteil fatto com'egli sta. Imperocché esso è di naturabenigno e massime con le donnefacilmente ci perdonerà; e iosarò la prima andare inanzi. Sufate buon animo e seguitatemipoiché questa all'ultimo non è morte d'uomo; sarebbemai egli più che un uccelletto da quattro quattrini il quale èvolato via? Venite meco e non temete punto". Altre dicevano cheil Re averebbe più a sdegno l'atto della disobedienzache seesse gli avessero fatto scampar via quanti fagiani e pernici egli sitrovava avere ne' suoi boschetti e giardini. Al finevolta erivoltasi risolsero d'appresentarsi alla Regina e narrargli ilfattoe così fecero.

Ledonne vanno dalla Regina ed essa le conduce innanzi al Re.

Udendola Regina simil cosarestò molto travagliata nell'animo e nonsapeva che si direné che si faretemendo di qualche grandisordine; pur fece buon cuore e andò dal Re con tutta questacomitiva di donnele quali dovevano essere sino a trecento e tuttequante venivano col capo basso e tutte vergognose. Giunto che fu laRegina nella gran salasalutò il Re ed esso rese a lei ilsaluto allegramente; poi la fece sedere appresso di sé e gliaddimandò che buona nuova la conduceva a lui con tantacompagnia di donne.

LaRegina racconta al Re la fuga dell'uccelletto.

Dissela Regina: "Sappia tua Maestà ch'io son venuta quidinanzi alla tua Corona con queste nobilissime madonne per larisposta della domanda fatta a te per via d'entrare ancor esse ne'negozi e offici istessi che hanno quei del Senato; alle quali avendotua Maestà mandato quella scatola con espressa commissionech'elle non l'aprissero in modo alcuno e tornarla a lei nel modoch'ella gli era stata dataora una più curiosa dell'altreavendo desiderio di vedere quello che vi si rinchiudeva dentrol'aperse non pensando più oltre; e l'uccello subito scampòvia; onde elle sono restate tanto addolorate di simil fatto ch'ellenon ardivano di levar più la testané mirarti in visoper la gran vergogna ch'elle hanno per aver trasgredito il precettoregale. Tu dunqueche sempre fosti benigno e clemente verso tuttiperdona loropregotitale erroreche non per disubbidire a tuaMaestàma per un loro curioso desiderio hanno fatto similfallo. Eccole qui pentite e dolenti innanzi a tech'elle ti chiedonoumilmente perdono".

IlRe si mostra turbato forte e riprende le donne di tal fattopoi gliperdona e le manda a casa.

Allorail Re mostrando avere a sdegno simil fattovolto a loro con un visoturbatodisse: "Voi vi siete dunque lasciato scampare l'uccellofuori della scatola? Ahifemine sciocche e di poco cervello! e poiavete ardimento di voler entrare ne' consigli segreti della miacorte? Or come potresteditemi voitenere un secretodove andassel'interesse dello stato mio e della vita degli uominise un'oraintiera non avete potuto tener serrato una scatolala quale io horaccommandata con tanta instanza? Tornate dunque ai vostri esercizi ead aver cura delle vostre famiglie e governare le case vostrecome èsolito vostroe lasciate il governo della città agli uomini.Io so che le cose andrebbono per i loro piedis'elle avessero apassare per le vostre mani: non vi sarebbe cosa tanto secreta eocculta che non si sapesse in un'ora per tutta la città. Orsùlevatevi such'io vi perdonoe andate alle case vostre e nonentrate mai più in simil frenetico".

Poilicenziò similmente la Reginafacendola accompagnare sinoalle sue stanze da molti cavalieri. Così si partirono quellepovere donne tutte di mala vogliané mai più parlaronodi entrare in consiglioné di balottare o mettere faveessendo elle state balottate per sempre dal Re per opera peròdell'astuto Bertoldoal quale il Re rivoltoridendodisse:

Re.Questa è stata una bellissima invenzioneed è riuscitamolto bene.

Bertoldo.Ben vada la capra zoppafin che nel lupo ella s'intoppa.

Re.Perché dici tu questo?

Bertoldo.Perché donnaacqua e fuoco per tutto si fan dar luoco.

Re.Chi ha il seder nell'orticaspesse volte gli formica.

Bertoldo.Chi sputa contra il vento si sputa nel mostaccio.

Re.Chi piscia sotto la neve forza è che si discopra.

Bertoldo.Chi lava il capo all'asino perde la fatica e il sapone.

Re.Parli tu forsi così per me?

Bertoldo.Per te parlo apunto e non per altri.

Re.Di che cosa ti puoi tu doler di me?

Bertoldo.Di che poss'io lodarmi?

Re.Dimmi in che cosa tu ti senti aggravato da me.

Bertoldo.Io ti sono stato coadiutore in cosa di tanta importanza e tu incambio di assicurarmi della vita mi dai la burla.

Re.Io non son tanto ingrato ch'io non conosca i tuoi meriti.

Bertoldo.Il conoscerli è pocoil tutto è il riconoscerli.

Re.Tacich'io ti voglio rimunerare in guisa ch'io voglio che tu stiasempre a piè pari.

Bertoldo.Anco quelli che sono appiccati stanno a piè pari.

Re.Tu interpreti ogni cosa alla roversa.

Bertoldo.Chi dice così l'indovina quasi sempre.

Re.Tu dici male e fai male ancora.

Bertoldo.Che male faccio io nella tua corte?

Re.Tu non hai punto di civiltà né di creanza.

Bertoldo.Ch'importa a te s'io son ben creato o scostumato?

Re.M'importa assaiperché troppo villanescamente ti porti meco.

Bertoldo.La causa?

Re.Perché quando tu vieni alla presenza mia mai non ti cavi ilcappello e non t'inchini.

Bertoldo.L'uomo non deve inchinarsi all'altr'uomo.

Re.Secondo le qualità degli uomini si devono usare le creanze ele riverenze.

Bertoldo.Tutti siamo di terratu di terraio di terrae tutti torneremo interra; e però la terra non deve inchinarsi alla terra.

Re.Tu dici il veroche tutti siamo di terra; ma la differenza qual èfra te e me non è altro se non chesì comed'un'istessa terra si fanno varii vasiparte che in essi tengonoliquori preciosi e odoriferi e altri che servono a esercizi vili enegletticosì io sono uno di quelli che rinchiudono in sébalsaminardi e altri liquori preciosie tu uno di quelli nei qualis'orina e vi si fa peggio ancora: e pure tutti sono fabricati da unamano istessa e d'un'istessa terra.

Bertoldo.Questo non ti negoma ben ti dico che tanto sono fragili l'unoquanto l'altroe quando ambo son rotti i pezzi si gettano làper le strade e dall'uno all'altro non si fa differenza alcuna.

Re.Orsùsia come si vogliaio voglio che tu t'inchini a me.

Bertoldo.Io non posso far questoabbi pazienza.

Re.Perché non puoi?

Bertoldo.Perché io ho mangiato delle pertiche di salice e perònon vorrei scavezzarle nel piegarmi.

Re.Ahvillan tristoio voglio al tuo dispetto che tu t'inchinicometu torni alla presenza mia.

Bertoldo.Ogni cosa può esserema duro gran fatica a crederlo.

Re.Domattina si vedrà l'effetto; va' pur a casa per questa sera.

IlRe fa abbassar l'uscio della sua camera acciòBertoldo
convenga in chinarsi nell'entrar dentro la mattina.

PartissiBertoldoe il Re fece abbassar l'uscio della sua camera tanto chechi voleva entrare in essabisognava per forza inchinarsi con ilcapo; e ciò fece acciò che Bertoldo alla tornata ch'eifaceva si dovesse inchinare nell'entrare e così venisse afargli riverenza al suo dispetto. E così stava aspettando ilgiorno per vedere il successo della cosa.

Astuziadi Bertoldo per non inchinarsi al Re.

Lamattina l'astuto Bertoldo tornò alla cortecome era suosolitoe veduto l'uscio abbassato in quella maniera penso subitoalla malizia e conobbe che il Re aveva fatto far questo solamenteperché esso nell'entrare a lui se le inchinasse; onde incambio di chinare il capo e abbassarlo nell'entrare dentrovoltòla schiena ed entrò all'indietro a tal chein cambio di farriverenza al Regli voltò il podice e l'onorò con lenatiche. Allora il Re conobbe che costui era astuto sopra gli altriastuti ed ebbe caro simil piacevolezza; purmostrando d'esserealquanto alteratogli disse:

Re.Chi t'ha insegnatovillan ribaldod'entrar nelle case a questafoggia?

Bertoldo.Il gambaro.

Re.Perché il gambaro? Tu hai avuto un buon pedantecerto.

Favoladel gambaro e della granzella narrata da Bertoldo.

Bertoldo.Tu dei sapere che il mio padre aveva fin a dieci figliuoli ed erapovero come ancora son ioe perché spesse volte non vi erapane da cenaegliin iscambio di cibarci e mandarci pasciuti alettoci soleva contare qualche favola a buon conto per farciaddormentaree così la solevamo passare fino alla mattina;onde fra l'altre ch'io gli udì raccontarequesta mi restònella mentee se tu hai pazienza di darmi un poco di udienzaudiraicosa che non ti spiacerà e torna a punto al proposito nostro.

Re.Di' pur suche ciò mi sarà di sommo piacere.

Bertoldo.Diceva il mio padre che quando le bestie parlavano e che le civettecacavano mantelliche il gambaro e la granzellaamici carissimisidisposero d'andare un poco per lo mondo a vedere come si viveva neglialtri paesi (e il gambaro allora caminava all'innanzi come fa l'altrobestiamee similmente la Granzella non andava per traversocomefanno al presente). Ora costoro partironsi dalle paterne caseandarono molto tempo girando il mondo e furono nel regno dellecavallette; poi passarono su quello delle lucerteche confina conquello del Re de' parpaglionie così circondarono gran partedella terra e videro vari riti e vari costumi fra quelle bestiole;alla fine capitarono nel paese de' schiratoli ed era sera; e perchéfra gli schiratoli e le donnole era grandissima guerra per esserconfinanti insieme e per una nuova sospizione di tradimento si stavain arme dall'una e dall'altra partearrivati questi due compagni insimil luocofurono dalle guardie scoperti e tolti per due spioni; esubito presi e legati furono condotti innanzi al loro capitanoilqualefattogli essaminare minutamente non trovò in essi altrose non chedesiderosi di veder del mondoerano giunti in quelleparti e che come forastieri non erano informati di cosa alcunae chebramavano di esser posti in libertà e tornarsene alle patrieloro; o purese volevano trattenergli per soldatigli dessero ilsoldo come agli altrich'essi gli averiano serviti in quella guerrafidelissimamente. Inteso ciò dal capitanosubito gli feceslegaree parendogli essere bestie da fazzioneper avere tantipiedi e tante bracciagli accettò e subito gli fece passar lapanca. Ora avvenne cheessendo mandato il gambaro a spiare quelloche si faceva nel campo de' nemicicome quello ch'era nuovopersonaggio in quel paese e che caminava con grandissimo silenzio espesso si copriva tutto sotto la codanon sarebbe conosciuto cosìfacilmente; esso andò animosamente nel campo nemico etrovando le guardie che dormivanopassò avanti e andòfino al padiglione del Donnolottopensando ch'ivi ancora sidormisse; ma il meschino ebbe la mala fortuna perché ivi sistava svegliato e giocavano a massa e topaonde nel porre ch'ei feceil capo dentrosubito fu visto da uno di quei soldatiil qualecheto cheto si levò da giocareche il povero gambaro non sen'aviddee preso uno stanghetto gli tirò così fattocolpo sul capoche lo stordì di maniera ch'ei parea mortoese egli non si fusse trovato indosso le sue solite armeil cervellogli andava a spasso.

Coluiche lo percossenon sapendo ch'ei fosse una spiama credendosi chequivi fosse capitato a casonon avendo mostaccio a proposito da spiae credendolo mortolo prese per le corna e lo gettò in unfossoe senza altro sospetto tornò a giocare. Oraritornatoil misero in se stesso e non potendo appena levare il capo per lagran percossa ricevutagiurò di mai più non volerentrare con il capo inanti in luoco alcunoma caminare con la codaacciò se più gli veniva dato delle busseche piùtosto gli fusse dato sulla schiena che sulla testa. Cosìtornato al campofece la relazione di quanto gli era intravenutoecome le guardie dormivano ma che nel padiglione si veghiava; onde ilcapitano fece armare chetamente le sue schieree andò adassaltare il nemico e prese il padiglione e uccise tutti quelli chevi erano dentroe fecero le vendette del bastonato gambaro. Ilqualeper non giunger più a simil passodisse allagranzella: "Andiamoci con Dioperché la guerra non faper noi". "Ma come fuggiremo - disse la granzella - che nonsiano vedute le nostre pedate?" "Tu caminerai per traverso- disse il gambaro - e io all'indietroe così ci torremo disotto". Piacque la proposta alla granzellae subito si levòin punta di piedi e gentilmente cominciò a caminare di gallonee con tanta destrezza che il gambaro a pena poteva tenergli dietro; ecosì si partirono dal campo e mai non potero coloro saperedove fossero andati per lo stravagante caminare che facevano. Cosìgiunsero alle case loro eper i pericoli ne' quali erano statilasciarono per testamento che tutti i descendenti loro dovessero perl'avenire caminare sempre come avevano fatto essi nel tornare allecase loro; e fin ora si vede che il gambaro camina all'indietro e lagranzella per fianco. E perché il gambaro ebbe quellabacchettata sul capo nel cacciarsi nel padiglioneio me lo sonsempre tenuto a mentee per questo nel cacciarmi nella tua camerasono entrato alla roversaperché meglio è che ilsedere sia percosso che il capo. Or che ne dici? Non è bellaquesta favola

Re.Sìcertoe sei stato un grand'uomo. Orsù vattene acasa e torna domani da me e fa' ch'io ti vegga e non ti veggaeportami l'ortola stalla e il molino.

Bertoldo.Indovinala tuGrillo. Orsùio vadoe m'ingegnarò difare quel ch'io saprò.

Astuziadi Bertoldo per comparire innanzi al Re nel modo sopradetto.

Ilgiorno seguente Bertoldo fece fare una torta a sua madre di bietoleben unta con butirocasio e ricotta in abbondanzae poipreso uncrivello da formentose lo pose sopra la frontesì chependeva giù al petto e al ventre; e così con esso e conla torta tornò dal Reil qualevedendolo comparire in guisataleridendo disse:

Re.Che cosa vuol dire quel crivello che tu hai dinanzi al viso?

Bertoldo.Non mi commettesti tu ch'io tornassi a te in modo tale che tu mivedessi e non mi vedessi?

Re.Sìti commisi.

Bertoldo.Eccomi dunque doppo i buchi di questo crivellodove tu mi puoivedere e non mi puoi vedere.

Re.Tu sei un grand'uomo e ingegnoso; ma dove l'ortola stalla e ilmolino ch'io ti dissi che tu portassi?

Bertoldo.Ecco qui questa tortanella quale vi sono infuse tutte tre le dettecosecioè la bietolala quale dinota l'ortoil casioilbutiro e la ricottache significa la stallae la spoglia dellafarinache altro non vuol dimostrare che il molino.

Re.Io non ho mai veduto né pratticato il più vivointelletto del tuo; però serviti della mia corte in ogni tuaoccorrenza.

Piacevolezzadi Bertoldo.

Aqueste parole Bertoldoscostatosi alquanto dal Re e ritiratosi nellacortesi calò le brachemostrando di voler fare un suoservigio corporale; laondeveduto il Re tal attogridandodisse:

Re.Che cosa vuoi tu fare manigoldo?

Bertoldo.Non dici tu ch'io mi serva della tua corte in ogni mia occorrenza?

Re.Sìho detto; ma che atto è questo?

Bertoldo.Io me ne voglio servire adunque a scaricare il peso della naturailquale tanto m'aggrava ch'io non posso più tenerlo.

Allorauno di quelli della guardia del Realzato un bastonevolsepercuoterlodicendogli: "Brutto poltroneva' alla stalla dovevanno gli asini pari tuoie non fare queste indignità innanzial Rese non vuoi ch'io t'assaggi le coste con questo legno". Acui Bertoldo rivoltodisse:

Bertoldo.Va' destrofratelloné voler tu fare il sofficienteperchéle mosche che volano sulla testa ai tignosi vanno sulla mensa regaleancora e cacano nella propria scodella del Re e pure esso mangiaquella minestra; e io dunque non potrò fare i miei servigi interrache è cosa necessaria? E tanto più che il Re hadetto ch'io mi serva della sua corte in ogni mio bisogno? E qualmaggior bisogno per servirmene poteva venirmi che in questo fatto?

Inteseil Re la metafora di Bertoldo e si cavò di deto un ricco eprecioso anello evolto a luidisse:

Re.Piglia questo anelloch'io te lo dono; e tutesorierova'portaqui mille scudi ch'io gliene voglio far un presente or ora.

Bertoldo.Io non voglio che tu m'interrompa il sonno.

Re.Perché interrompere il sonno?

Bertoldo.Perché quand'io avessi quell'anello e tanti danari io nonposerei maima mi andarei lambiccando il cervello di continuonémai più potrei trovar pace né quiete. E poi si suoldire: chi l'altrui prendese stesso vende. Natura mi fece liberoelibero voglio conservarmi.

Re.Che cosa poss'io dunque fare per gratificarti?

Bertoldo.Assai pagachi conosce il beneficio.

Re.Non basta conoscerlo solamentema riconoscerlo ancora con qualchegratitudine.

Bertoldo.Il buon animo è compìto pagamento all'uomo modesto.

Re.Non deve il maggiore cedere al minore di cortesia.

Bertoldo.Né deve il minore accettar cosa che sia maggiore del suomerito.

LaRegina manda di nuovo a chieder Bertoldo al Re.

Mentreessi andavano così ragionando insiemegiunse un altro messoda parte della Reginacon una lettera la quale conteneva che il Regli mandasse Bertoldo per ogni modochésentendosi ella unpoco indispostavoleva passare il tempo alquanto con le piacevolezzedi lui. Ma ciò era al contrarioanzi ch'ella aveva fattopensiero di farlo privar di vitaavendo inteso che per opera suaquelle matrone avevano ricevuto quello affronto dal Reper lo qualeerano in tanta rabbia che se l'avessero potuto aver nelle manil'averiano lapidato. Il Reletta la letteraprestando fede alleparole della Reginavolto a Bertoldodisse:

Re.La Regina di nuovo mi t'ha mandato a domandare e dice ch'essendoalquanto indisposta vorrebbe che tu l'andasti un poco a trattenere efargli passar l'umore con le tue piacevolezze.

Bertoldo.Anco la volpe talora si finge inferma per trapolar i polastri.

Re.A che proposito dici tu questo?

Bertoldo.Perché né tigrené femina fu mai senzavendetta.

Re.Leggi quise tu sai leggere.

Bertoldo.La prattica mi serve per libro.

Re.Sdegno di donna nobile tosto passa via.

Bertoldo.Le cernici coperte tengono un pezzo calda la cenere.

Re.Non odi tu le buone parole ch'ella ti manda a dire?

Bertoldo.Buone parole e tristi fatti ingannano i savi e i matti.

Re.Orsùchi ha d'andar vadache l'acqua non è spada.

Bertoldo.Chi è scottato dalla minestra calda soffia sulla fredda.

Re.Da corsaro a corsaro non si perde altro che i barili vuoti.

Bertoldo.Una cosa pensa il ghiottol'altra il tavernaro.

Re.Il far servizio mai non si perde.

Bertoldo.Servizio con dannoDio ti dia il mal anno.

Re.Non aver paura di nulla nella mia corte.

Bertoldo.Meglio è esser uccello di campagna che di gabbia.

Re.Orsùnon ti far bramar più; va' viaperchécosa tanto pregata poco è poi grata.

Bertoldo.Tristo colui che dà essempio ad altrui.

Re.Chi sta piùvorrebbe star più.

Bertoldo.Chi spinge la nave in mare sta sulla riva.

Re.Orsùva' dove ti mandoe non temere.

Bertoldo.Quando il bue va alla mazzasuda dinanzi e trema di dietro.

Re.Fa' un animo di leone e va' via arditamente.

Bertoldo.Non può far animo di leone chi ha il cuore di pecora.

Re.Va' via sicuramenteche la Regina non ha più odio tecomas'è passata quella burla in riso.

Bertoldo.Riso di signoresereno di vernocappello di mattotrotto di mulavecchiafanno una primiera di pochi punti.

Re.Non ti far più aspettare perché ogni tardanza èpoi noiosa.

Bertoldo.Orsùio vadopoiché tu me lo comandi; vada come sivuolein ogni modoo per l'uscio o per la porta bisogna entrarvi.

Bertoldocon una bellissima astuzia si ripara dal primo empito della Regina.

CosìBertoldo s'inviò per andare dalla Reginae avendo inteso comeella aveva commesso ai suoi cagnateri che subito ch'egli giongevanella sua corte essi gli lasciassero andare tutti i cani incontroacciò da quelli fusse crudelmente stracciato (tanto eraincrudelita verso di lui)nel passare ch'ei fece per piazza viddeper buona sorte un villano il quale aveva una lepre vivaecomperollamettendosela sotto il mantello; e quando fu gionto nelladetta corte gli furono lasciati i canii quali venivano verso luicorrendo quasi come affamatie l'averiano morto e stracciato con ifieri denti. Ma essovedendo il gran pericolo nel quale ei sitrovavasubito lasciò gir la lepre che egli avea sottolaquale non sì tosto fu veduta dai caniche lasciarono stare dimorder Bertoldo e si posero a correr dietro alla leprecom'èlor naturaa tale ch'esso restò salvo e illeso dai crudimorsi di quei fieri canie così si ridusse innanzi allaReginala quale tutta ammirativacredendolo morto da quei canitutta piena di disdegno e ira gli disse:

Regina.Tu sei quabrutto assassino?

Bertoldo.Così non ci fussi come ci sono.

Regina.Come sei scampato dai denti de' miei fieri cani?

Bertoldo.La natura ha provisto all'accidente.

Regina.La moglie del ladro non rise sempre.

Bertoldo.Chi va al molinobisogna che s'infarini.

Regina.Chi ha le prime non va senza.

Bertoldo.A chi tocca leva.

Regina.A te toccarà a questa volta.

Bertoldo.Non viene ingannato se non chi si fida.

Regina.Promettere e non darevien per matto confortare.

Bertoldo.Chi manco puòpaga il bo'.

Regina.Chi non gli gioca mal li spende.

Bertoldo.A chi la va benepar savio.

Regina.Andar bestia e tornar bestia è tutt'uno.

Bertoldo.Non bisognava entrarcidisse la volpe al lupo.

Regina.Pur ci sei venuto tuche fai l'astuto e il malicioso.

Bertoldo.Pazienzadisse il lupo all'asino: tal va al sposalizio che non va atavola.

Regina.Ogni tempo vienea chi può aspettarlo.

Bertoldo.Venturapur che poco senno basta.

Regina.Dietro il tuono suol venire la tempesta.

Bertoldo.Il pesce grosso mangia il picciolo.

Regina.Ogni gallo non conosce fava.

Bertoldo.Ogni serpe ha il veleno nella codama la femina irata lo tiene pertutta la vita.

Regina.Tu non camperai del certo questa voltausa pure quanta malizia tupuoi e saich'io non voglio che tu ti vanti di fare piùstratagemme contra le donne.

Bertoldo.Chi non va a una fornata va all'altrae chi va più prestoinganna il compagno; però sbrigarmi in un tratto. In ognimodocome disse la volpe al villanose noi campassimo mille anninoi non ci guardaremo mai più di buon occhioné saràbuon stomaco fra di noi.

LaRegina fa mettere Bertoldo in un sacco.

Allorala Regina tutta adirata lo fece pigliare e legar strettopoi lo fececondurre in una camera appresso a quella dove lei dormiva; eperch'ella non si fidava ch'esso non scampassecome aveva fattoaltre volte con le sue astuzielo fece mettere in un sacco e glipose per guardia un sbirro il quale lo guardasse sino alla mattinacon animo poi di mandarlo a gettare nel fiume o fargli altra cosach'ei non potesse fargli più burle. E così il miseroBertoldo restò serrato nel sacconé mai ebbe timoredella morte se non in quella volta; pure si pensò una nuovaastuzia per uscir del saccoe gli riuscì mirabilissimamentee fu questa.

Astuzianobilissima di Bertoldo per uscir fuori del sacco

Restòdunque il povero Bertoldo serrato nel saccocon la guardia di quellosbirro; e avendosi imaginato una nuova astuziamostrando di parlarefra se stessoincominciò querelandosi a dire: "O fortunamaledettacome ti pigli tu spasso di travagliare tanto i ricchiquanto i poveri! Oh robba iniquadove m'hai tu condotto? Megliosaria stato per me se il padre mio m'avesse lasciato mendicoche oraio non sarei a così tristo passo congiunto. Che cosa hagiovato a me il vestirmi di questi rozzi e ruvidi panni per mostraredi esser poveros'io sono stato scoperto per riccocome io sono?Onde questi tiranni per l'avidità della robba mia si voglionoimparentar meco; ma vada come si vogliaio non consentirò maidi prenderlaché io son uomo contrafatto e so ch'ella nonsarebbe tutta miae se la Regina vorrà ch'io la pigli al miodispettoqualche cosa sarà".

Losbirro comincia a impaniarsi.

Alloralo sbirro udendo queste parole ed essendo curioso di sapere dovederivava simil ragionamentoed essendo alquanto compassionevole dinaturadisse:

Sbirro.Che ragionamento è questo che tu fai? Perché sei tustato messo in questo saccopoveraccio?

Bertoldo.Ehfratelloa te non importa saper le mie miserieperòlasciami lamentare e tu attendi a far l'ufficio al quale sei statomesso.

Sbirro.Se ben faccio lo sbirroper questo son uomo anch'io e ho compassionedelle calamità de' compagnie se io non potrò dartiaiuto con le forze mie in questo tuo travaglioti darò almenoqualche consolazione di parole.

Bertoldo.Poca consolazione puoi darmiperché il termine è brevedi quanto s'ha da fare.

Sbirro.Ti vogliono forsi far frustare?

Bertoldo.Peggio.

Sbirro.Dar della fune?

Bertoldo.Peggio.

Sbirro.Mandar in galera?

Bertoldo.Peggio.

Sbirro.Far impiccare?

Bertoldo.Peggio.

Sbirro.Far squartare?

Bertoldo.Peggio ancora.

Sbirro.Abbruggiare?

Bertoldo.Mille volte peggio.

Sbirro.Che diavolo ti possono far (peggio) di queste sei cose?

Bertoldo.Mi vogliono dar moglie.

Sbirro.E questo è peggio che esser frustatoaver della funeandarin galeraesser impiccatosquartato e abbruggiato? O bestia cheseiio mi credea che questo fusse un gran fastidio. Oh sì chequesta è da cantare nella chitarra!

Bertoldo.Non che il prender moglie sia peggio (di quello) ch'io ho detto; mail modo che vogliono tenere in darmela mi dà piùtravaglio che se mi fessero tutte queste cose che m'hai detto.

Sbirro.E che modo vogliono essi tenere? Parla chiaro.

Bertoldo.È lì nissun altro che te? Perché io non vorreiessere udito da qualchedun altroperch'io sarei poi rovinatoaffatto.

Sbirro.Non v'è altri che me; parla pure sicurissimamente.

Bertoldo.Di graziache non mi facci poi la spia.

Sbirro.Non dubitar di questoch'io non ho mai fatto simil professionenémanco voglio incominciare adesso.

Bertoldo.Orsùio mi voglio fidar di teperché al parlare chetu fai tu mi pari galantuomo; e poi vada com'ella si vogliaquelloche deve essere non può mancare.

Sbirro.Orsù cominciami a narrare il negozioch'io ti ascolterò.

Bertoldo.Tu dei dunque sapere che trovandomi io ricco de' beni di fortunamadifforme e mostruoso di vistaconfinando con i miei poderi con ungentiluomo il quale ha una figliuola bellissimacostuiavendo vistole ricchezze mies'è pensato (benché io sia villanobruttocome ti dico) di voler darmi questa sua figliuola per mogliee più volte me n'ha fatto parlarenon già perchégli piaccia il mio aspettoma per la gran robba ch'io mi trovochein quanto della vita mia non credo ch'ei se ne curi un aglioanzicredo che egli mi vorrebbe piuttosto vedere sulle forche.

Sbirro.Tu sei dunque ricco?

Bertoldo.Ricchissimo d'armentidi greggidi possessioni e d'ogni cosa.

Sbirro.Quanto puoi tu aver d'entrata?

Bertoldo.Io mi trovo avere un anno per l'altro sei mila scudi e più.

Sbirro.Cancaro! Vi sono dei signori che non hanno tanto. E questo gentiluomoè riccolui?

Bertoldo.Egli si trova stare assai commodoma appresso di me èpoverissimo.

Sbirro.Quanto può aver egli d'entrata?

Bertoldo.Da mille scudi in circa.

Sbirro.Ei non è però così povero come tu dici. Èpoi nobile di famiglia?

Bertoldo.Nobilissimo.

Sbirro.Non ti vuole egli dar nulla in dote?

Bertoldo.Sìvuole; ma io ti dirò il tuttopoiché siamoqua. Ma io non posso parlare in questo sacco se tu non gli sleghi laboccatanto ch'io possa metter fuori la testache poi tornarai aserrarlocome avrai inteso il fatto intieramente.

Sbirro.Volentierieccola slegataragiona via allegramente. Ma tu hai unbrutto mostaccio. Se il resto corrisponde al visotu dei essere unbrutto manigoldo.

Bertoldo.Cavami del tutto fuori e vedrai la mia bella disposizione.

Sbirro.Sìma bisogna che vi torni poi dentrocome hai finito diragionaree ch'io ti serri come stavi prima.

Bertoldo.Siamo d'accordo in questonon ti dubitare.

Losbirro cava Bertoldo fuori del sacco.

Sbirro.Orsùvien fuori.

Bertoldo.Eccomi. Che ti pare di questa bella vitina?

Sbirro.A féche tu sei un garbato cavaliero. O può far ilCielo! Io non ho mai visto la più brutta bestia di te. T'hamai visto la sposa?

Bertoldo.Ella mai non m'ha vedutoe perché ella non mi vegga m'hannofatto cacciare in questo sacco e vogliono condurla in questa stanza efare ch'io la sposi senza lume e quando poi l'averò sposata miscopriranno e bisognerà ch'ella si contenti al suo dispettoche così è stabilitoe a me subito saràsborsato due mila doble di Spagna le quali gli dona la Reginaacciònon gli scappi così buona ventura.

Sbirro.Una buona venturacerto. O che bambino grazioso da tener in braccio!O robba mal nataquanti poveri uomini e povere donne affuoghi tu?Miradi graziacostuiche pare un mostro infernale; e perchéesso ha delle facoltài gentiluomini nobili hanno di graziadi fare parentato con esso lui. Or bene dice vero il proverbiochela robba fa stare il tignoso al balcone. A me che son povero e chegià non sono mostruoso come questo diavolonon intraverrebbesimil ventura; ma la robba malvaggia è causa di questo.Pazienza.

Bertoldo.Se tu fossi galant'uomo io ti farei ricco questa notte; perchéio mi sono rissoluto di non voler costei in modo alcunoperchéintendo ch'ella è bella come un soleperò mi vadopensando ch'ella non sarebbe tutta mia. L'altra poivedendomi sìcontrafattomi potrebbe dar forse il boccone e farmi tirare lecalcie. Peròse tu vuoi entrare in questo sacco in miocambioio ti rinonciarò questa gran ventura.

Sbirro.Qualche buffalaccio farebbe tal pazziachecome mi scoprissero poie ch'io non fussi temi facessero tirare il guindo· e farmifare il saltarello del groppo.

Bertoldo.Non dubitare di questoperché subito che tu averai sposata lasposa e che ti scoprirannotu che sei un giovane garbato e nonorrendo come meella vedendoti non dirà altrimente che non tivogliae quello che sarà fatto non potrà piùtornare a dietro e beccarai via le due mila doble ed entrarai inpossesso di quella robbaperché il padre è vecchio epoco più può stare andare a fare dell'erba al cavallodel Gonnella; sì che tu potrai per l'avvenire vivereonoratamente senza essercitare più questo tuo mestiero cosìvituperoso e infame.

Sbirro.Tu la fai molto facile la cosa; ma io non voglio però pormi aquesto rischio: entra pur tu nel sacco.

Bertoldo.Oh poveraccio che tu seinon sai tu che il si dice che all'uomoaudace giova il tentar la fortuna? Che cosa di male ti puòintravenire in questo negozio? Vuoi tu che il padre di lei ti facciadispiacerecome l'avrai sposata? Vuoi tu che leich'è tuttamodestadica che non ti voglia? Vuoi tu che la Reginala quale ètanto larga e liberalenon voglia sborsare i danari per parereavara? Tutti si rimetteranno a quello che vuole il Cielo e lapassaranno sotto silenzioe tu andarai in casa della sposa e con iltempo sarai erede del tutto e sarai onorato da tutti come gentiluomo.

Sappisappi conoscere così gran venturae pensa che ogni dìnon s'appresentano simili occasioni. Sudunqueentra nel sacco enon vi pensar piùperché se vi fusse qualche pericoloper te io non te lo direiche io sono un uomo schiettonésaprei dire una bugiae inanzi che sia domani ora di desinaret'accorgerai s'io ti voglio bene.

Losbirro comincia a cascare alla rete.

Sbirro.Tu me la dipingi tanto garbatamenteche quasi quasi mi hai fattovenir voglia d'entrare in questa impresa. Io ho sempre udito dire chechi non s'arrischia non guadagna. Chi sa che il Cielo non abbipreparato per me questa ventura?

Bertoldomostra di non volere più che lo sbirro entri nel saccoperfargliene venir più desiderio.

Bertoldo.Io non ti so dire tante chiacchiere. Colui che non conosce la fortunaquando gli viene in manola va poi cercando indarno. Se il Cielovuol farti questo donoperché lo vuoi tu ricusare? Ma io sobene che se tu conoscessi la mia sinceritàtu non farestitante repulse. Orsùfratellofa' quello che ti pare. Io nonvoglio più starmi affaticare in farti tanti prologhi; eccoch'io entro nel saccovienmi pure a serrarech'io non ti direi piùnulla per tutto l'oro del mondo.

Sbirro.Fermati ancora un pocoche v'è ben del tempo da entrarvidentro.

Bertoldo.Chi ha tempo non aspetti tempo. Io veggo che tu non sai conoscer tuaventurae però non voglio più star a intuonarti ilcapoperché pazzo è colui che vuol far del bene a suodispetto.

Losbirro si risolve d'entrar nel sacco.

Sbirro.Orsùio conosco veramente che queste tue parole vengono da unpuro zelo d'amore che tu mi portie veggo che tu ti scommodi moltoper me; però io non voglio abusare simil cortesia. Eccomi quirisoluto per entrare nel sacco e fare quel tanto che tu hai dettoperché quando averò sposata costeibisogneràben poi ch'ella sia mia e che tutti abbino pazienza al suo dispetto.

Bertoldo.Orsùvien purserra il saccoch'io entro dentro.

Sbirro.Aspettanon v'entrareperché io sono risoluto d'entrarvi.

Bertoldo.Io non voglio più farne altro; vien purlega la bocca alsacco.

Sbirro.Di graziacaro fratellonon mi vietare simil venturach'io te ladomando per cortesia.

Bertoldo.Orsùio non voglio mancare di farti questo beneficiose benetu m'hai fatto alterare alquanto. Entra dunque dentro e non stare aparlar piùma sta' aspettar quello che ha da venirechedomattina vedrai che opera io avrò fatta per te.

Sbirro.S'io non t'avessi per galant'uomo e per uomo schiettoio non milasciarei ridurre a serrarmi in questo saccoma si vede che seil'istessa bontà.

Bertoldo.Il Ciel ti fa parlare adesso. Orsùcaccia ben dentroquell'altro braccio e abbassa un poco giù la testaperchétu sei un poco più alto di mee non potrei legar la bocca.

Sbirro.Ohimèio mi stroppio il collo. Orsùlega pureinogni modo non ponno star arrivare i parentisecondo che tu haidetto.

Bertoldo.Fra due o tre ore al più sarai espedito. Orsùio t'holegatosta' cheto e non dir più nullaacciò la cosavada com'ha d'andare.

Sbirro.Io non parlerò piùma appoggiami al muroperchémi stancherei a star ritto tanto.

Bertoldo.Eccoti appoggiato. Stai tu bene?

Sbirro.Benissimo.

Bertoldo.Orsùcito e senza lingua; e sappiti reggereche il bisogna.

Sbirro.Io non parlo più e sta' pur cheto ancor tue lascia chevenghi la sposa.

Bertoldocompra il porchetto e lascia lo sbirro nelle peste.

Postoch'ebbe Bertoldo lo sciocco sbirro nel saccofece pensiero di subitoscampar via e non aspettare altrimente la tempesta che gli era percadere adosso la mattina che succedeva; ebisognando passare per lestanze della Reginaaccostò più volte l'orecchio seudiva nessuno; né sentendo anima nata per quelle camere(perché erano tutti nel primo sonno)aperse l'uscio pianpiano della camera dov'egli era ed entrò nella sala e di quinella camera dove dormiva la Reginae appressandosi al letto di leicheto cheto trovò ch'essa dormiva come un tassoonde pensòdi fargli una beffaepreso una delle sue vestise la pose indossoe così vestito da donna passò per tutte le altre stanzedove dormivano le dame; eavendo trovato le chiavi di tutte le portedal capo del letto della nutriceaperse destrissimamente tutti gliusci e uscì fuori del palazzo. Ed essendo nevato la notteaveva paura che le sue pedate non lo scoprissero; ondecome astutosi pose le scarpe in piedi alla roversaa tale chein cambiod'andare in làpareva ch'ei venisse in qua. Cosìtanto andò di qua e di làche alfinecapitò adun forno dietro le mura della città e si ficcò dentro.

LaRegina non trovando la veste dà la colpa allo sbirro chel'abbia rubbatae
credendo parlar con Bertoldo parla con losbirro ch'era nel sacco.

Venutala mattinaentrarono le damigelle per vestir la Reginanétrovando la veste ch'esse gli avevano cavato la serarestarono tutteammirate e stupefatte. Alfinela Reginafattosi portare altra vestesi levò tutta furiosa e subito andò alla camera doveaveva lasciato Bertoldo nel sacconé vedendo la guardiach'ella aveva messo alla custodia suadubitò che lo sbirrofosse stato quello che gli avesse rubbata la veste e che si fossegito con Dio; e giuròse lo poteva aver nelle manidi farlosubito impiccare. Poiaccostatasi al saccodisse: "E benegalant'uomosei tu più dell'umor di prima?"

Sbirro.Signora noanzi son qui per pigliarla quanto prima.

Regina.Che cosa vuoi tu pigliareuna medicina?

Sbirro.L'avete voi posta all'ordine?

Regina.La faremo metter all'ordine or ora.

Sbirro.Quanto più presto sarò ispeditol'avrò piùcaro.

Regina.Non passerà molto tempoche tu sarai consolato.

Sbirro.Non vedo l'ora d'aver quest'allegrezza. Sufate ch'ella sia condottaor ora.

Regina.Dico che fra poco ti condurremo da leista' pur allegro.

Sbirro.Se i nostri patti sono ch'ella venghi in questa camera e ch'io lasposi incognitamente e ch'io tiri le due mila doble poi come l'avròsposataa che voler farmi andar da lei? Fate ch'ella sia condottaqua e farò quel tanto ch'io ho da fare.

Regina.Che parla questo villano di sposa e di doble? Cavatelo un poco fuoridi quel saccoch'io lo veggia in viso.

Losbirro esce fuori del sacco in cambio di Bertoldoe la Regina tuttastupefatta dice:

Regina.Chi t'ha posto in quel saccosciagurato?

Sbirro.Colui ch'aveva da essere lo sposoil qualenon volendo colei chegli volete dareha rinunciato a me questa ventura. Però fatevenir la sposa e le doblech'io son qui per far quel tanto che vafatto.

Regina.Che sposa? che doble dici tu? Parla più chiaroch'iot'intenda.

Sbirro.La sposa che volevate dare a quel villano con quelle due mila doble.

Regina.T'ha forsi dato colui a intendere questa pappolata?

Sbirro.Dico ch'egli ha detto del miglior senno ch'egli hae m'ha posto inquesto sacco a posta ed ei se n'è fuggito via; peròvenghisi all'espedizionefin ch'io son di vena di fare la ricevuta.

Losbirro vien bastonato; poitornato nel saccomandato a gettarnell'Adice.

Regina.Adessoadesso farò venir le doble; intanto preparati alriceverech'io voglio che il contratto sia fatto a tue spalle.

Sbirro.Io sono qui per questo e un'ora mi pare mille anni di contarle; maavvertite ch'io le voglio di peso e trabocchenti.

Regina.Tu le conterai prima; poise non saranno di pesoio te le faròcambiare. In questo mezo comincia a contaree quelle che ti paionoleggieredillo.

Ilche poi dettosubito fece comparire quattro de' suoi serventi con unbuon bastone per unoi quali tosto cominciarono a bastonare ilpovero sbirroil qualesentendosi tempestare con tanta rovinaincominciò a gridare e raccomandarsi; ma nulla gli giovòperché coloro lo lasciarono in terra come mortonébastò di questoché la Regina lo fece tornar nel saccoe portarlo a gettar nel fiumee così quel povero disgraziatotirò le doble di pesomal per luie in cambio di prendermoglie s'ammogliò nell'Adice del tutto.

Bertoldosta nel forno e la Regina il fa cercar per tutto.

Dopoche l'infelice sbirro fu mandato a beresi fece gran diligenza pertrovar Bertoldoma per le pedate volte alla roversa non poteva(si)comprendere ch'ei fosse uscito fuori di cortee la Regina lo fececercar per tutto con animo risoluto di farlo impiccareparendoglipur grave la beffa della veste e dello sbirro.

Bertoldoviene scoperto nel forno da una vecchiae si divulga per tutto laRegina esser nel forno.

Stavadunque il misero Bertoldo in quel forno e udiva il tutto e cominciòa temere molto della morte e si pentì d'esser mai andato inquella corte e non ardiva d'uscire fuori per non essere presosapendo che la Regina gli aveva mal animo adosso; e ora tanto piùavendogli fatto la burla dello sbirro e della vestedubitava ch'ellanon lo facesse impiccare. Ma avendo indosso quella vestech'eralungané avendola tirata ben dentro del forno tuttaessendone restata fuori un lembovolse la sua mala sorte ch'ivivenne a passare una vecchia appresso al detto fornoe conosciutol'orlo della vesteche pendeva fuoriche quella era una delle vestidella Reginasi pensò che la Regina fusse rinchiusa nel dettoforno; onde andò in un tratto da una sua vicina e gli disseche la Regina era in quel forno. Andò colei seco eguardandonel fornovidde la detta vesteeconoscendolalo disse adun'altraquell'altra ad un'altra e così di mano in mano atale che non fu meza mattina che per tutta la città andòla nuova che la Regina era in un forno dietro le mura della città.

IlRe dubita che Bertoldo non abbi portato la Regina in quel fornoe vaa chiarirsi del fatto.

Udendoil Re simil fattodubitò che Bertoldo avesse portato laRegina in quel fornoperché lo conosceva tanto tristo checredeva ch'ei potesse fare ogni cosae le strattagemme del passatomaggiormente gli crescevano il sospetto; onde subito andò allacamera della Regina e la trovò ch'ella era tutta arrabbiata; einteso da lei la beffa della vestesi fece condurre a quel forno eguardando in esso vidde costui nel detto avviluppato nella vestedella Reginae tosto lo fece tirar fuoriminacciandolo della morte;e così fu spogliato della veste il povero villano e restòcon gli suoi strazzi intorno; e tra che esso era brutto di natura eavendosi tutto tinto il mostaccio nel detto fornopareva proprio undiavolo infernale.

Bertoldoè tirato fuori del forno e il Re sdegnato dice:

Re.Pur ti ci ho coltovillan ribaldoma a questa volta non scamperaidel certose non sei il gran diavolo.

Bertoldo.Chi non vi è non vi entrie chi v'è non si penti.

Re.Chi fa quello che non devegli avviene quello che non crede.

Bertoldo.Chi non vi va non vi cascae chi vi casca non si leva netto.

Re.Chi ride il venerepiange la domenica.

Bertoldo.Dispicca l'appiccatoegli appiccherà poi te.

Re.Fra carne e unghianissun non vi pungia.

Bertoldo.Chi è in difettoè in sospetto.

Re.La lingua non ha osso e fa rompere il dosso.

Bertoldo.La verità vuol star di sopra.

Re.Ancor del ver si tace qualche volta.

Bertoldo.Non bisogna farechi non vuol che si dica.

Re.Chi si veste di quel d'altripresto si spoglia.

Bertoldo.Meglio è dar la lanache la pecora.

Re.Peccato vecchiopenitenza nuova.

Bertoldo.Pissa chiaroindorme al medico.

Re.Il menar delle mani dispiace fino ai pedocchi.

Bertoldo.E il menar de' piedi dispiace a chi è tratto giù dalleforche.

Re.Fra un poco tu sarai uno di quelli.

Bertoldo.Inanzi orboche indovino.

Re.Orsùlasciamo andare le dispute da un lato. Olàcavaliero di giustiziae voi altri ministripigliate costui emenatelo or ora a impendere a un arborené si dia orecchiealle sue parole perché costui è un villano tristo escelerato che ha il diavolo nell'ampolla e un giorno sarebbe buonoper rovinare il mio stato. Suprestoconducetelo viané sitardi più.

Bertoldo.Cosa fatta in fretta non fu mai buona.

Re.Troppo grave è stato l'oltraggio che tu hai fatto alla Regina.

Bertoldo.Chi ha manco ragionegrida più forte. Lasciami almeno dire ilfatto mio.

Re.Alle tre si fa cavallo e tu glien'hai fatte più di quattroche gli sono state di troppo affronto. Va' pur via.

Bertoldo.Per aver detto la verità ho da patir la morte? Dehnon essercosì crudele contra di meti prego.

Re.Tu sai bene quello che dice il proverbio: odivedi e tacese vuoivivere in pace; echi vuol bene a madonnavuol bene a messere. Perònon mi star più a intuonar l'orecchieperché quantopiù preghipiù gitti indarno le parole e pesti acquain mortaio.

Esclamazionedi Bertoldo per la sentenza data dal Re contra di lui.

Bertoldo.Orsù pureil proverbio dice il vero: o servi come servoofuggi come cervoperché corvi con corvi non si cavano mai gliocchie i parenti si vedono condurre alla forcama fra loro non siappiccano; però tutto quello che luce non è oroma chinon fa non falla; parola detta e pietra tratta non può tornara dietroe un torso di verze è cagione talora della morte dimille mosche; ma tal mi ride in bocca che ha il rasoio sottoondemeglio è un'oncia di libertàche dieci libre d'oroperché alla fine lupo non mangia di lupoe però percantare il corvo perse il formaggiocome ho fatto iocheper avercanzonato in amaro son ridotto al buco del gattoné miscamperiano le ali di Dedaloché il Re ha già dato lasentenza e la sua parola non può tornare a dietroancorchési dica che chi può fare può anco disfare.

Astuziaultima di Bertoldo per campar la vitaseguitando il suo dire.

Bertoldo.Orsù pur Bertoldoqui ti bisogna far un animo di leone emostrar la tua generosità a questo passopoiché tantodura il dolore quanto tarda il moriree quello che non si puòvenderesi deve donare. Eccomi dunque prontoo Rea essequirequanto hai ordinato. Maprima ch'io muoiaio bramo una grazia da tee sarà l'ultima che mi farai più.

Re.Eccomi pronto per fare quello che domandima di' prestochém'hai fastidito con quel tuo longo cianciume.

Bertoldo.Comandati pregoa questi tuoi ministriche non mi appicchino sintanto che io non trovo una pianta o arbore che mi piacciache poimorirò contento.

Re.Questa grazia ti sia concessa. Suconducetelo viané losospenderete se non a una pianta che gli piacciasotto pena dellamia disgrazia. Vuoi altro da me?

Bertoldo.Altro non ti chieggioe ti rendo grazie infinite.

Re.Orsùa Dio Bertoldoabbi pazienza per questa volta.

Bertoldonon trova arbore né pianta che gli piacciaonde i ministriinfastiditi lo lasciano andare.

Noncomprese il Re la metafora di Bertoldoonde costoro lo menarono inun bosco pieno di varie pianteequivi non ve n'essendo nissuna chegli piacesselo condussero per tutti i boschi d'Italianémai poterono trovare piantaarbore né tronco che glipiacesse; ondefastiditi dal lungo viaggio e ancora avendoconosciuto la sua grande astuzialo slegarono e lo posero inlibertàe ritornati al Re gli narrarono il tutto. Il qualeoltra modo si stupì del gran giudicio e sottile ingegno dicostuitenendolo per uno de' più accorti cervelli che fosseroal mondo.

IlRe manda di nuovo a cercar Bertoldo e trovatolo va in persona
dovesta e con preghi e gran promesse lo fa tornare alla corte.

Passatolo sdegno al Remandò di nuovo a cercar Bertoldo etrovatololo fece pregare a tornare in corteche il tutto gli erastato perdonato; ed esso gli mandò a dire che cavoliriscaldati né amore ritornato non fu mai buonoe che nonv'era tesoro che pagasse la libertà. Onde il Re vi andòin persona e lo pregò e supplicò tanto chealfine(benché contra sua voglia) lo condusse in corte e glifece perdonare alla Reginae volse ch'ei stesse sempre appressodella sua coronané faceva cosa alcuna senza il consiglio dilui. E mentre ch'ei stette in quella corteogni cosa andò dibene in meglio; ma essendo egli usato a mangiar cibi grossi e fruttiselvatichitosto ch'esso incominciò a gustar di quellevivande gentili e delicate s'infermò gravemente a mortecongrandissimo dispiacere del Re e della Reginai quali dopo la suamorte vissero poi sempre sotto una vita trista e infelice.

Mortedi Bertoldo e sua sepoltura.

Imedici non conoscendo la sua complessionegli facevano i rimedi chesi fanno alli gentiluomini e cavalieri di corte; ma essocheconosceva la sua naturateneva domandato a quelli che gli portasserouna pentola di fagiuoli con la cipolla dentro e delle rape cottesotto la cenereperché sapeva lui che con tal cibi sariaguarito; ma i detti medici mai non lo volsero contentare. Cosìfinì sua vita con questa volontàcolui ch'era tenutoun altro Esopo da tuttianzi un oracoloe fu pianto da tutta lacortee il Re lo fece sepelire con grandissimo onoree quei medicisi pentirono di non gli aver dato quant'esso gli addimandavanell'ultimoe conobbero che egli era morto per non l'aver essicontentato. E il Rea perpetua memoria di questo grand'uomofecescolpire nella sua sepoltura in lettere d'oro i seguenti versi informa d'epitafiofacendo vestire di nero tutta la sua cortecome sefosse morto uno dei primati di quella.

Epitafiodi Bertoldo.

Inquesta tomba tenebrosa e scura
Giace un villan di sìdifforme aspetto
Che più d'orso che d'uomo avea figura;
Madi tant'alto e nobile intelletto
Che stupir fece il mondo e lanatura.
Mentr'egli visse e fu Bertoldo detto
Fu grato al Re;morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.

Dettisentenziosi di Bertoldo innanzi la sua morte.

Chiè uso alle rape non vada ai pasticci.
Chi è uso allazappa non pigli la lancia.
Chi è uso al campo non vada allacorte.
Chi vincerà il suo appetito sarà un grancapitano.
Chi non mangia da tutte due le bandenon è buonasimia.
Chi guarda fisso nel sole e non strenutaguàrdatida quello.
Chi ogni dì si veste di nuovogrida ognor conil sartore.
Chi lascia stare i fatti suoi per far quelli d'altriha poco senno.
Chi vuol salutare ognuno frusta presto laberretta.
Chi batte la moglie dà da mormorare aivicini.
Chi misura il suo stato non sarà mai mendico.
Chigratta la rogna d'altri la sua rinfresca.
Chi promette nel boscodeve osservare la parola nella città.
Chi ha paura degliuccelli non semini il miglio.
Chi farà come il riccio staràsempre sicuro in casa.
Chi va in viaggio porti il pane in seno eil bastone in mano.
Chi crede ai sogni fonda i suoi pensieri nellanebbia.
Chi pone la sua speranza in terrasi discosta dalcielo.
Chi è pigro delle mani non vada a tinello.
Chi ticonsiglia in cambio d'aiutartinon è buon amico.
Chicastiga la cagnail cane sta discosto.
Chi imita la formical'estatenon va per pane in presto il verno.
Chi tira il sasso inaltogli torna a dare sul capo.
Chi va alla festa e ballar nonsaingombra il loco e altro non fa.
Chi tuol moglie per robbalaborsa va a marito.
Chi dà il maneggio di casa alle donneha sempre le filiere all'uscio.
Chi non può portar la suapelle è una trista pecora.
Chi usa la robba in mala partealla morte vede le sue partite.
Chi loda uno innanzi che l'abbiapraticatospesso si dà delle mentite da se stesso.
Chi dàdel pane ai cani d'altrispesso vien latrato dai suoi.
Chi non dàla sua mercede all'operaio non ha dell'uomo giusto.
Chi mangia agusto d'altrui non mangia mai cosa che gli faccia pro.
Chi sipretende di saper nullaquello è più sapiente deglialtri.
Chi vuol correggere altridiasi buon essempio a semedesimo.
Chi fugge le volontà terrenemangia frutticelesti.
Chi si trova senza amici è come corpo senzaanima.
Chi manda la lingua avanti del pensiero non ha delsaggio.
Chi all'uscir di casa pensa quello che ha da farequandotorna ha finito l'opera.
Chi dà presto quello che promettedà due volte.
Chi peccae fa peccar altruiha da far duepenitenze in una volta.
Chi a se stesso non è buonomancopuò esser buono per altri.
Chi vuol seguir la virtùbisogna scacciare il vizio.
Chi domanda quello che non sperad'averea se stesso nega la grazia.
Chi ha buon vino in casahasempre i fiaschi alla porta.
Chi elegge l'armi vuol combattere convantaggio.
Chi navica nel mar delle sensualità si sbarca alporto delle miserie.
Chi del ben d'altri si attristaaltri ridedel suo male.
Chi ti lecca dinanziti morde di dietro.
Chi stain sospettovada a buon'ora a letto.
Chi ha la virtù perguida va sicuro al suo viaggio.

Testamentodi Bertoldo trovato sotto al capezzale del suo lettodopo la suamorte.

Questesentenze tutte fece il Re imprimere in lettere d'oroe quelle ponersopra la porta della sala regiaacciò ognuno le potessevederené si poteva consolare della perdita di cosìgrand'uomo. E quelli i quali erano restati custodi della camera deldetto Bertoldonell'accommodare il letto dove esso dormir soleatrovorno sotto il matarazzo un fagotto di strazzi e di scritturedove senz'altro indugio portarono il detto stramazzo inanzi al Reilqualefacendolo subito sciorretrovò tra quelle tattare iltestamento che il detto aveva fatto molti giorni innanzi ch'eimorissené mai l'aveva palesato a nissuno; la causaforseacciò che nissuno non sapesse di che stirpe né di cheparte egli si fusseessendo un uomo così stravagante. Or siacome si vogliacommandò il Re adunque che subito si andasseper il notaro che l'avea fattoacciò glielo leggesse allapresenza sua; e così il detto notaro comparve in un tratto efatto la debita riverenza al Redisse:

Notaro.EccomiSacra Coronaper essequire quel tanto che da lei mi saràcomandato.

Re.Avete voi fatto il testamento di Bertoldo?

Notaro.SìSacra Maestàch'io l'ho fatto.

Re.E quanto è che l'avete fatto?

Notaro.Può essere da tre mesi in circa.

Re.Or eccoloprendetelo e leggetelo voiché questa letteranotaresca non capisco troppoper le stravaganti zifere che vi soletefare per dentro.

Notaro.AnziSignorech'io non so scrivere se non volgareperchémai non potei passare il Donato con tutto ciò ch'io andassialla scuola ventidue annie però non attendo ad altro chealle differenze de' villani.

Re.Qual è il vostro nome?

Notaro.Io mi addimando Cerfoglio de' Viluppiper servirla sempre.

Re.Bel nome avete certo e anche il cognome può passare; ma vistarebbe meglio al parer mio nome Sier Imbrogliopoichéimbrogliate così bene il mondo. OrsùleggeteallegramenteSier Cerfoglioe dite forteadagio e chiaroch'iov'intenda.

SierCerfoglio legge il testamento.

Alnome del buon cominciamentoe sia in bene; vedendo e conoscendo ioBertoldo figliuolo del quondamBertolazzodel già Bertuzzodi Bertindi Bertolin da Bertagnanachetutti noi mortali siamo proprio come tante vessiche gonfie che ognipicciola pontura le manda a spassoe che come l'uomo giunge aglisettant'annicome oramai io mi ritrovosi può dire che siasulle ventitre ore e che non possa stare a battere le ventiquattroepoi buona notte. Però fin ch'io mi trovo un poco di sale nellazucca voglio accomodare alquanto i fatti miei con fare un poco ditestamento sì per mia sodisfazionecome anco per sodisfare a'miei parenti e amici ai quali io mi trovo esser obligato; e cosìvoiSier Cerfogliosarete pregato di rogarvi di questo miotestamento e mia ultima volontà e prima.

Lassoa mastro Bartolo ciavattino le mie scarpe da quattro suolee ottosoldi di moneta corrente per essermi stato sempre amorevole e avermipiù volte prestato la lesina da trappongere i tacconi e fattoaltri servigietc.

Itema mastro Ambrogio spacciator di corte soldi diece per avermi piùvolte portato il braghiero a far conciare e fatto altri servigietc.

Itema barba Sambuco ortolano il mio cappello di paglia per avermi taloradato un mazzo di porri la mattina a buona ora per fare buon stomaco eaguzzarmi l'appetito.

Itema mastro Allegretto canevaro la mia correggia larga e ilscarsellottoper avermi empito il bottrigo ogni volta che io ne aveabisognoe fatti altri servigietc.

Itema mastro Martino cuoco il mio coltello e la mia guaina per avermialcune volte cotto delle rape sotto le cernici e fatto della minestrade fagiuoli con della cipollacibo conferente alla mia natura piùassai che le tortorele pernici e i pastizzietc.

Itemalla zia Pandora bugattara il mio pagliarizzo dove dormo suso e duescarannedesligate e tre brazza di tela da farsi due grembialiequesto per avermi più volte lavato i scalfarotti e tenutonette le mie massarizieetc.

Itemil resto de' strazzitattare e ciangatole ch'io mi trovo nellacamerarinuncio e lascio a mastro Braghetton solfanaroper avermitalora portato a donare un castagnaccio e altre cosette uguali al miogustoetc.

Itemlasso a Fichetto ragazzo di corte stafillate numero venticinque conun buon stafile per avermi forato l'orinale e fattomi pisciare nelletto e attaccatomi un chiocchetto overo zaganella di dietro eorinato in una scarpa e fattomi molte altre burle; e questo bramo siaessequito quanto prima etc.perché egli è un grantristoetc.

Re.Di questo non si mancherà etc. Seguitate pur innanziSierCerfoglio.

Notaro.Itemperchéquando venni qua giùche ne foss'io digiunoio lasciai laMarcolfa mia moglie con un figlio chiamato Bertoldino che deve averda diece anni in circané però mi lasciai intenderedov'io mi gissi acciò non mi tenessero dietronon avendomostacci da comparire in questi luochiparendo più tostobabuini che altroe trovandomi aver un podere e certe pochebestiolelascio la Marcolfa donna e madonna d'ogni cosa fin che ilfigliuolo abbi venticinque anniche poi allora voglio sia padroneassoluto d'ogni cosacon patto che se esso piglia moglie cerchi dinon impazzarsi con gente da più di sé.

Chenon si domestichi con i suoi maggiori.
Che non dia danno ai suoivicini.
Che mangi quando n'hae che lavori quando può.
Chenon pigli consigli da gente che sia andata a male.
Che non silasci medicar a medico amalato.
Che non si lasci cavar sangue abarbiero che gli tremi la mano.
Che dia suo dovere a tutti.
Chesia vigilante ne' suoi negozi.
Che non s'impacci in quello che nongl'importa.
Che non facci mercanzia di quello che non s'intende.

Esopra il tutto ch'ei si contenti del suo statoné brami dipiùe consideri che molte volte l'agnello va innanzi lapecoracioè che la morte ha la balestra in mano per tiraretanto a' giovani quanto a' vecchi; che se pensarà a tuttequeste cosenon inciamperà mai in cosa che gli possa dardannoe farà felice ed ottimo fine.

Itemnon mi trovando altropoiché non ho voluto accettar mai nulladal mio Reil quale non ha mancato di persuadermi a prendere da luianelligioiedanarivestecavalli e altri ricchi presentiperchéforse con simili ricchezze non avrei mai posato e forse ancora avreifatto mille insolenzee fattomi odioso a tutticome alcuni chedibassi e vili che sonoascendono per fortuna a gradi alti e subliminé però con tante dignità non escono fuora delfango del quale sono impastati; io mi contento di morir povero esapere ch'io non ho mai usato adulazione al mio Rema sempreconsigliatolo fedelmente in ogni occasione ch'egli mi ha chiamatoparlando liberamente secondo che io l'ho intesoe non altrimente. Eper mostrargli parimente in quest'ultimo fine l'affetto ch'io gliportogli lascio questi pochi di documentii quali non si sdegnaràaccettare e osservare insiemeancor ch'essi eschino fuor della boccadi un rustico villanoe sono questicioè:

Ditenere la bilancia giustatanto per il poveroquanto pel ricco.
Difar veder minutamente i processiinanzi che si venghi all'atto delcondennare.
Di non sentenziare mai nessuno in colera.
Di farsibenevoli i suoi popoli.
Di premiare i buoni e i virtuosi.
Dicastigare i rei.
Di scacciar gli adulatorii gnattoni e le linguemal dicenti che mettono fuoco per le corti.
Di non aggravare isuoi sudditi.
Di tenere la protezzione delle vedove e pupilliedifendere le loro cause.
Di espedire le litiné lasciarestracciar i poveri litigantiné farli correre in su e giùper le scale del foro tutto il giorno.
Che osservando questi pochiricordi viverà lieto e contentoe sarà tenuto da tuttiper ottimo e giusto Signoree qui finisco.

Uditoil Re il prefato testamento e gli ottimi ricordi a lui lasciatinonpuoté fare che non mandasse le lagrime fuor degli occhiconsiderando alla gran prudenza che rognava in costui e l'amor e lafedeltà che esso gli avea portato in vita e dopo la morte. Ecosìfatto donare a Sier Cerfoglio cinquanta ducatilolicenziò; poisecondo che il Magno Alessandro conservòfra le più care e preciose gioie l'Iliade d'Omerocosìesso fece riporre il detto testamento fra le sue più ricche epregiate gemme; poi cominciò a fare instanza che si trovassedove fosse il suo figliuolo Bertoldino e la Marcolfa sua madre e chesi conducessero alla cittàche per ogni modo gli volevaappresso di luiper memoria del detto Bertoldo; e così espedìalquanti cavalieri che l'andassero a cercare per quei monti e boschivicini e che non tornassero a lui se non gli avevano con essi.

Cosìsi partirono i detti cavalierie tanto andarono girando attorno cheli trovarono. Ma di quello che ne seguìs'udirà in unaltro volumee prestoche questo non passa più oltre peroralasciandovi intanto il buon giorno. Addio.