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VincenzoCuoco


SAGGIOSTORICO

SULLA

RIVOLUZIONEDI NAPOLI

SECONDAEDIZIONE

CONAGGIUNTE DELL'AUTORE

1806




Caedocur vestram rempublicam tantam perdidistis tam cito?

POMPONIOATTICOpresso CICERONEDe senectute.




PREFAZIONEALLA SECONDA EDIZIONE


Quandoquesto Saggio fu pubblicato per la prima voltai giudizi pronunziatisul medesimo furon molti e diversisiccome suole inevitabilmenteavvenire ad ogni librodel quale l'autore ha professataimparzialitáma non sono imparziali i lettori. Il tempo peròed il maggior numero han resa giustizianon al mio ingegno néalla mia dottrina (ché né quello né questaabbondavano nel mio libro)ma alla imparzialitá ed allasinceritá colla quale io avea in esso narrati avvenimenti cheper me non eran stati al certo indifferenti.

Dellaprima edizione da lungo tempo non rimaneva piú un esemplare;ead onta delle molte richieste che ne aveaio avrei ancoradifferita per qualche altro tempo la secondase alcuniche hantentato ristamparla senza il mio assentimentonon mi avesserocostretto ad accelerarla.

Dopola prima edizioneho raccolti i giudizi che il pubblico hapronunziatied ho cercatoper quanto era in medi usarne perrendere il mio libro quanto piú si potesse migliore.

Alcuniavrebbero desiderato un numero maggiore di fatti. Ed in veritáio non nego che nella prima edizione alcuni fatti ho omessiperchéli ignorava; altri ho taciutiperché ho creduto prudente iltacerli; altri ho trasandatiperché li reputava pocoimportanti; altri finalmente ho appena accennati. Ho composto il miolibro senza aver altra guida che la mia memoria: era impossibilesaper tutti gl'infiniti accidenti di una rivoluzionee tuttirammentarli. Molti de' medesimi ho saputi posteriormenteedi essii piú importanti ho aggiunti a quelli che giá aveanarrati. Ad onta però di tutte le aggiunzioni fatteio ben miavveggo che coloroi quali desideravano maggior numero di fattinella prima edizionene desidereranno ancora in questa seconda. Mail mio disegno non è stato mai quello di scriver la storiadella rivoluzione di Napolimolto meno una leggenda. Gli avvenimentidi una rivoluzione sono infiniti di numero; e come nose in unarivoluzione agiscono contemporaneamente infiniti uomini? Maperquesta stessa ragioneè impossibile che tra tanti avvenimentinon vi sieno molti poco importanti e molti altri che si rassomigliantra loro. I primi li ho trascuratii secondi li ho riuniti sotto lerispettive loro classi. Piú che delle personemi sonooccupato delle cose e delle idee. Ciò è dispiaciuto amoltiche forse desideravano esser nominati; è piaciuto amoltissimiche amavano di non esserlo. I nomi nella storia servonpiú alla vanitá di chi è nominato cheall'istruzione di chi legge. Quanti pochi sono gli uomini che hansaputo vincere e dominare le cose? Il massimo numero è servodelle medesime; è talequale i tempile ideei costumigliaccidenti voglion che sia: quando avete ben descritti questia chegiova nominar gli uomini? Io sono fermamente convinto chese lamaggior parte delle storie si scrivesse in modo di sostituire ai nomipropri delle lettere dell'alfabetol'istruzioneche se neritrarrebbesarebbe la medesima. Finalmentenella considerazione enella narrazione degli avvenimentimi sono piú occupato deglieffetti e delle cagioni delle cose che di que' piccioli accidenti chenon sono né effetti né cagioni di nullae che piacciontanto al lettore ozioso sol perché gli forniscono il modo dipoter usare di quel tempo che non saprebbe impiegare a riflettere.

Dopotali osservazioniognun vede che i fatti che mi rimanevano adaggiugnere eran in minor numero di quello che si crede. Ragionandocon molti di coloro i quali avrebbero desiderati piú fattispesso mi sono avveduto che ciò che essi desideravano nel miolibro giá vi era: ma essi desideravano nomidettagliripetizioni; e queste non vi dovean essere. Per qual ragionedistrarrò io l'attenzione del lettore tra un numero infinitod'inezie e lo distoglierò da quello ch'io reputo vero scopo diogni istoriadalla osservazione del corso che hannonon gli uominiche brillano un momento soloma le idee e le coseche sono eterne?Si dirá che il mio libro non merita il nome di «storia»;ed io risponderò che non mi sono giammai proposto discriverne. Ma è forse indispensabile che un libroperchésia utilesia una storia?

Unacensura mi fu fattaappena uscí alla luce il primo volume.Siccome essa nasceva da un equivococredei mio dovere dileguarlo; elo feci con quell'avvertimento chenella prima edizioneleggesi alprincipio del secondo volumee che ora inserisco qui:


Tuttele volte che in quest'opera si parla di «nome»di«opinione»di «grado»s'intende sempre diquel gradodi quella opinionedi quel nome che influiscono sulpopoloche è il grandeil solo agente delle rivoluzioni edelle controrivoluzioni.

Taluniper non aver fatta questa riflessionehanno creduto chequando nelprimo tomopagina 34io parlo di coloro che furono perseguitatidall'inquisizione di Statoe li chiamo «giovinetti senza nomesenza gradosenza fortuna»abbia voluto dichiararli personedi niun meritoquasi della feccia del popoloche desideravano unarivoluzione per far una fortuna.

Questoera contrario a tutto il resto dell'operain cui mille volte siripete che in Napoli eran repubblicani tutti coloro che avevano benie fortuna; che niuna nazione conta tanti che bramassero una riformaper solo amor della patria; che in Napoli la repubblica ècaduta quasi per soverchia virtú de' repubblicani...Nell'istesso luogo si dice che i lumi della filosofia erano sparsi inNapoli piú che altrovee che i saggi travagliavano adiffonderlisperando che un giorno non rimarrebbero inutili.

Iprimi repubblicani furono tutti delle migliori famiglie dellacapitale e delle province: molti nobilitutti gentiluominiricchi epieni di lumi; cosicché l'eccesso istesso de' lumichesuperava l'esperienza dell'etáfaceva lor credere facile ciòche realmente era impossibile per lo stato in cui il popolaccio siritrovava. Essi desideravano il benema non potevano produrre senzail popolo una rivoluzione; e questo appunto è quello che rendeinescusabile la tirannica persecuzione destata contro di loro.

Chilegge con attenzione vede chiaramente che questo appunto ivi si vuoldire. Io altro non ho fatto che riferire quello che allora disse indifesa de' repubblicani il rispettabile presidente del ConsiglioCito; e Cito era molto lontano dall'ignorare le persone o dal volerleoffendere.

Sarebbestoltezza dire che le famiglie CarafaRiariSerraColonnaPignatelli... fossero povere; maper produrre una rivoluzione nellostato in cui allora era il popolo napoletanosi richiedevano almenotrenta milioni di ducatie questa somma si può dirsenza farloro alcun tortoche essi non l'aveano. La ricchezza èrelativa all'oggetto a cui taluno tende: un uomo che abbiatrecentomila scudi di rendita è un ricchissimo privatomasarebbe un miserabile sovrano.

Sipuò occupare nella societá un grado eminentissimoenon essere intanto atto a produrre una rivoluzione. Il presidente delConsiglio occupava la prima magistratura del Regnoe non poteafarlo: ad un reggente di Vicariamolto inferiore ad un presidentead un eletto del popolomoltissimo inferiore al reggenteera moltopiú facile sommovere il popolo.

Lostesso si dice del nome. Chi può dire che le famiglie SerraColonnaPignatelli... fossero famiglie oscure? Che PaganoCirilloConforti fossero uomini senza nome?... Ma essi aveano un nome tra isaggii quali a produr la rivoluzione sono inutilie non ne aveanotra il popoloche era necessarioed a cui intanto erano ignoti peresser troppo superiori. Paggiocapo de' lazzaroni del Mercatoèun uomo dispregevole per tutti i versi; ma intanto Paggioe nonPaganoera l'uomo del popoloil quale bestemmia sempre tutto ciòche ignora.

Credosuperfluo poi avvertire che i giudizi del popolo non sono i miei; maè necessario ricordare chein un'opera destinata alla veritáed all'istruzioneè necessario riferire tanto i giudizi mieiquanto quelli del popolo. Ciascuno sará al suo luogo: ènecessario saperli distinguere e riconoscere; e perciò ènecessario aver la pazienza di leggere l'opera interae nongiudicarne da tratti separati.


QuestoSaggio è stato tradotto in tedesco. Son molto grato al signorKellertil qualesenza che ne conoscesse l'autore credette il librodegno degli studi suoi: piú grato gli sonoperché loha tradotto in modo da farlo apparir degno dell'approvazione de'letterati di Germania; de' favorevoli giudizi de' quali io andreisuperbose non sapessi che si debbono in grandissima parte ai nuovipregi che al mio libro ha saputo dare l'elegante traduttore. Puretra gli elogi che il libro ha ottenutinon è mancata qualchecensuraed unatra le altrescritta collo stile di un cavaliererrante che unisce la ragione alla spadaleggesi nel giornale delsignor Archenholzintitolato: La Minerva. L'articolo èsottoscritto dal signor Dietriksteinche io non conoscoma che horagion di credere essere al tempo istesso valentissimo scrittore eguerrieropoiché si mostra pronto egualmente a sostenercontro di me colla penna e colla spada che il signor barone di Macksia un eccellente condottiero di armataad onta che nel mio libro ioavessi tentato di far credere il contrario. In veritáiodichiaro che valuto pochissimo i talenti militari del generale Mack.Quando io scriveva il mio Saggioavea presenti al mio pensiero lacampagna di Napoli e la seconda campagna delle Fiandreambeduedirette da Mack: vedeva nell'una e nell'altra gli stessi rovesci e lestesse cagioni di rovesci; e credei poter ragionevolmente conchiudereche la colpa fosse del generale. Ciò che è effetto disola fortuna non si ripete con tanta simiglianza due volte. Quandopoi pervenne in Milano l'articolo del signor Dietriksteinera giáaperta l'ultima campagna. L'amicoche mi comunicò l'articoloavrebbe desiderato che io avessi fatta qualche risposta. Maduegiorni appressoil cannone della piazza annunziò la vittoriadi Ulmaed io rimandai all'amico l'articoloe vi scrissi a' pièdella pagina: «La risposta è fatta».

Questomio libro non deve esser considerato come una storiama bensícome una raccolta di osservazioni sulla storia. Gli avvenimentiposteriori han dimostrato che io ho osservato con imparzialitáe non senza qualche acume. Gran parte delle cose che io avea previstesi sono avverate; l'esperimento delle cose posteriori ha confermati igiudizi che avea pronunziati sulle antecedenti. Mentre quasi tuttal'Europa teneva Mack in conto di gran generaleio soloio il primoho vendicato l'onor della mia nazioneed ho asserito che ledisgrazie da lui sofferte nelle sue campagne non eran tanto effettodi fortuna quanto d'ignoranza. Fin dal 1800 io ho indicato il viziofondamentale che vi era in tutte le leghe che si concertavano controla Franciae pel quale tutt'i tentativi de' collegati dovean sempreavere un esito infelicead onta di tutte le vittorie che avesseropotuto ottenere; e tutto ciò perché le vittorieconsumano le forze al pari o poco meno delle disfattee le forze siperdono inutilmente se son prive di consiglioné vi èconsiglio ove o non vi è scopo o lo scopo è tale chenon possa ottenersi.

Desideroche chiunque legge questo libro paragoni gli avvenimenti de' qualinel medesimo si parla a quelli che sono succeduti alla suapubblicazione. Troverá che spesso il giudizio da mepronunziato sopra quelli è stata una predizione di questieche l'esperienza posteriore ha confermate le antecedenti mieosservazioni. Il gabinetto di Napoli ha continuato negli stessierrori: sempre lo stesso incerto oscillar nella condottala stessaalternativa di speranze e di timoree quella sempre temerariaquesto sempre precipitoso; moltissima fiducia negli aiuti stranierinessuna fiducia e perciò nessuna cura delle forze proprie; nonmai un'operazione ben concertata; nella prima legail trattato diTolentino e la spedizione di Tolone conchiuso e fatta fuori di ogniragione e di ogni opportunitá; nella secondal'invasionedello Stato pontificio fatta prima che l'Austria pensasse a mover lesue armatele operazioni del picciolo corpo che Damas comandava inArezzo incominciate quando le forze austriache non esistevano piú;nella terza finalmenteun trattato segnato colla Franciamentreforse non era necessario poiché si pensava di infrangerlo; irussi e gl'inglesi chiamati quando giá la somma delle cose erastata decisa in Austerlitz; l'inutile macchia di traditoreel'inopportunitá del tradimentoe l'obbrobrio di vedere un reche comanda a sette milioni di uomini divenireper colpa de' suoiministriquasi il fattore degl'inglesi e cedere il comando delle sueproprie truppe entro il suo proprio regno ad un generale russo.Ricercate le cagioni di tutti questi avvenimentie trovate essersempre le stesse: un ministro che traeva gran parte del suo poteredall'Inghilterraove avea messe in serbo le sue ricchezze;l'ignoranza delle forze della propria nazionela nessuna cura dimigliorare la di lei sortedi ridestare negli animi degli abitantil'amor della patriadella milizia e della gloria; lo stato diviolenza che naturalmente dovea sorgere da quella specie di lottache era inevitabile tra un popolo naturalmente pieno di energia ed unministro straniero che volea tenerlo nella miseria enell'oppressione; la diffidenza che questo stesso ministro aveaispirata nell'animo de' sovrani contro la sua nazione; tutto insommaquello che io avea predettodicendo che la condotta di quelgabinetto avrebbe finalmente perduto un'altra voltaedirreparabilmenteil Regno.

Avreipotuto aggiugnere alla storia della rivoluzione anche quella degliavvenimenti posteriori fino ai nostri giorni. Riserbo questaoccupazione a' tempi ne' quali avrò piú ozio e maggiorfacilitá di istruirmene io stessoritornato che sarònella mia patria. Ne formerò un altro volume dello stessosestocarta e caratteri del presente. Intanto nulla ho volutocangiare al libro che avea pubblicato nel 1800. Quando io componevaquel libroil gran Napoleone era appena ritornato dall'Egitto;quando si stampavaegli avea appena prese le redini delle coseappena avea incominciata la magnanima impresa di ricomporre le idee egli ordini della Francia e dell'Europa. Ma io ho il vanto di averdesiderate non poche di quelle grandi cose che egli posteriormente hafatte; edin tempi ne' quali tutt'i princípi erano esageratiho il vanto di aver raccomandataper quanto era in mequellamoderazione che è compagna inseparabile della sapienza e dellagiustiziae che si può dire la massima direttrice di tutte leoperazioni che ha fatte l'uomo grandissimo. Egli ha verificatol'adagio greco per cui si dice che gl'iddii han data una forzainfinita alle mezze proporzionalicioè alle idee dimoderazionedi ordinedi giustizia. Le stesse lettereche io aveascritte al mio amico Russo sul progetto di costituzione compostodall'illustre e sventurato Paganosebbene oggi superfluepure le hoconservate e come un monumento di storia e come una dimostrazione chetutti quegli ordini che allora credevansi costituzionali non eran cheanarchici. La Francia non ha incominciato ad aver ordinel'Italianon ha incominciato ad aver vitase non dopo Napoleone; etra litanti benefíci che egli all'Italia ha fattinon èl'ultimo certamente quello di aver donato a Milano Eugenio ed allamia patria Giuseppe.




Letteradell'autore a N.Q.


Quandoio incominciai ad occuparmi della storia della rivoluzione di Napolinon ebbi altro scopo che quello di raddolcire l'ozio e la noiadell'emigrazione. È dolce cosa rammentar nel porto le tempestepassate. Io avea ottenuto il mio intento; né avrei pensato adaltrose tu e gli altri amiciai quali io lessi il manoscrittononaveste creduto che esso potesse esser utile a qualche altro oggetto.

Comeva il mondo! Il re di Napoli dichiara la guerra ai francesi ed èvinto; i francesi conquistano il di lui regno e poi l'abbandonano; ilre ritorna e dichiara delitto capitale l'aver amata la patria mentrenon apparteneva piú a lui. Tutto ciò è avvenutosenza che io vi avessi avuto la minima partesenza che neanche loavessi potuto prevedere: ma tutto ciò ha fatto sí cheio sia stato esiliatoche sia venuto in Milanodoveper certoseguendo il corso ordinario della mia vitanon era destinato aveniree che quiviper non aver altro che faresia diventatoautore. «Tutto è concatenato nel mondo»dicevaPanglos: possa tutto esserlo per lo meglio!

Inaltri tempi non avrei permesso certamente che l'opera mia vedesse laluce. Fino a ier l'altroinvece di princípinon abbiamoavuto che l'esaltazione de' princípi; cercavamo la libertáe non avevamo che sètte. Uomininon tanto amici della libertáquanto nemici dell'ordine inventavano una parola per fondare unasettae si proclamavan capi di una setta per aver diritto didistruggere chiunque seguisse una setta diversa. Quegli uominiaiquali l'Europa rimprovererá eternamente la morte di Vergniauddi Condorcetdi Lavoisier e di Bailly; quegli uominiche riunironoentro lo stesso tempio alle ceneri di Rousseau e di Voltaire quelledi Marat e ricusarono di raccogliervi quelle di Montesquieunonerano certamente gli uomini da' quali l'Europa sperar poteva la suafelicitá.

Unnuovo ordine di cose ci promette maggiori e piú durevoli beni.Ma credi tu che l'oscuro autore di un libro possa mai produrre lafelicitá umana? In qualunque ordine di cosele idee del verorimangono sempre sterili o generan solo qualche inutile desiderionegli animi degli uomini dabbenese accolte e protette non venganoda coloro ai quali è affidato il freno delle cose mortali.

Seio potessi parlare a colui a cui questo nuovo ordine si deveglidirei che l'obblio ed il disprezzo appunto di tali idee fece síche la nuova sorteche la sua mano e la sua mente avean dataall'Italiaquasi divenisse per costeinella di lui lontananzasorte di desolazionedi ruina e di mortese egli stesso nonritornava a salvarla.

-Un uomo - gli direi- che ha liberata due volte l'Italiache hafatto conoscere all'Egitto il nome francese e cheritornandoquasisulle ali de' ventisimile alla folgoreha dissipatidispersiatterriti coloro che eransi uniti a perdere quello Stato che egliavea creato ed illustrato colle sue vittoriemolto ha fatto per lasua gloria; ma molto altro ancora può e deve fare per il benedell'umanitá. Dopo aver infrante le catene all'Italiatirimane ancora a renderle la libertá cara e sicuraonde néper negligenza perda né per forza le sia rapito il tuo dono.Che se la mia patriacome piccolissima parte di quel grande insiemedi cui si occupano i tuoi pensieriè destino che debba purservire all'ordine generale delle cosee se è scritto ne'fati di non poter avere tutti quei beni che essa speraabbia almenoper te alleviamento a quei tanti mali onde ora è oppressa! Tuvedisotto il piú dolce cielo e nel piú fertile suolodell'Europala giustizia divenuta istrumento dell'ambizione di unministro scelleratoil dritto delle genti conculcatoil nomefrancese vilipesoun'orribile carneficina d'innocenti ch'espianocolla morte e tra tormenti le colpe non loro; enel momento istessoin cui ti parlodiecimila gemono ancora ed invocanose non unliberatorealmeno un intercessore potente.

Ungrande uomo dell'antichitá che tu eguagli per cuore e vinciper menteuno checome teprima vinse i nemici della patria eposcia riordinò quella patria per la quale avea vintoGeronedi Siracusaper prezzo della vittoria riportata sopra i cartaginesiimpose loro l'obbligo di non ammazzare piú i propri figli.Egli allora stipulò per lo genere umano.

Setu ti contenti della sola gloria di conquistatoremille altritroveraii quali han fattoal pari di tetacere la terra al lorocospetto; mase a questa gloria vorrai aggiungere anche quella difondatore di saggi governi e di ordinatore di popolialloral'umanitá riconoscente ti assegneránella memoria de'posteriun luogo nel quale avrai pochissimi rivali o nessuno.

L'adulazionerammenta ai potenti quelle virtú de' loro maggioriche essinon sanno piú imitare; la filosofia rammenta ai grandi uominile virtú proprieperché proseguano sempre piúcostanti nella magnanima loro impresa...


NB.Ogni volta che si parlerá di moneta di Napoliil contos'intenda sempre in ducati: ogni ducato corrisponde a quattro lire diFrancia.



I.INTRODUZIONE


Ioimprendo a scriver la storia di una rivoluzione che dovea formare lafelicitá di una nazionee che intanto ha prodotta la suaruina). Si vedrá in meno di un anno un gran regno rovesciatomentre minacciava conquistar tutta l'Italia; un'armata di ottantamilauomini battutadissipatadistrutta da un pugno di soldati; un redeboleconsigliato da ministri viliabbandonare i suoi Stati senzaverun pericolo; la libertá nascere e stabilirsi quando meno sisperava; il fato istesso combattere per la buona causae gli erroridegli uomini distruggere l'opera del fato e far risorgere dal senodella libertá un nuovo dispotismo e piú feroce.

Legrandi rivoluzioni politiche occupano nella storia dell'uomo quelluogo istesso che tengono i fenomeni straordinari nella storia dellanatura. Per molti secoli le generazioni si succedono tranquillamentecome i giorni dell'anno: esse non hanno che i nomi diversie chi neconosce una le conosce tutte. Un avvenimento straordinario sembra darloro una nuova vita; nuovi oggetti si presentano ai nostri sguardi;ed in mezzo a quel disordine generaleche sembra voler distruggereuna nazionesi scoprono il suo caratterei suoi costumi e le leggidi quell'ordinedel quale prima si vedevano solamente gli effetti.

Mauna catastrofe fisica èper l'ordinariopiúesattamente osservata e piú veracemente descritta di unacatastrofe politica. La mentein osservar questasegue sempre imoti irresistibili del cuore; e degli avvenimenti che piúinteressano il genere umanoinvece di aversene la storianon se neha per lo piú che l'elogio o la satira. Troppo vicini ai fattide' quali vogliam fare il raccontonoi siamo oppressi dal loronumero istesso; non ne vediamo l'insieme; ne ignoriamo le cagioni egli effetti; non possiamo distinguere gli utili dagl'inutiliifrivoli dagl'importantifinché il tempo non li abbia separatil'uno dall'altroefacendo cader nell'obblio ciò che nonmerita di esser conservatotrasmetta alla posteritá solo ciòche è degno della memoria ed utile all'istruzione di tutt'isecoli.

Laposteritáche ci deve giudicarescriverá la nostrastoria. Masiccome a noi spetta di prepararle il materiale de'fatticosí sia permesso di prevenirne il giudizio. Senzapretendere di scriver la storia della rivoluzione di Napolimi siapermesso trattenermi un momento sopra alcuni avvenimenti che in essami sembrano piú importantied indicare ciò che ne'medesimi vi sia da lodareciò che vi sia da biasimare. Laposteritáesente da passioninon è sempre libera dapregiudizi in favor di colui che rimane ultimo vincitore; e le nostreazioni potrebbero esser calunniate sol perché sono stateinfelici.

Dichiaroche non sono addetto ad alcun partitoa meno che la ragione el'umanitá non ne abbiano uno. Narro le vicende della miapatria; racconto avvenimenti che io stesso ho veduto e de' quali sonostato io stesso un giorno non ultima parte; scrivo pei mieiconcittadiniche non debboche non possoche non voglio ingannare.Coloro i qualicolle piú pure intenzioni e col piúardente zelo per la buona causaper mancanza di lumi o di coraggiol'han fatta rovinare; coloro i quali o son morti gloriosamente ogemono tuttavia vittime del buon partito oppressomi debbonoperdonare se nemmen per amicizia offendo quella veritá chedeve esser sempre cara a chiunque ama la patriae debbono esserlieti senon avendo potuto giovare ai posteri colle loro operazionipossano almeno esser utili cogli esempi de' loro errori e dellesventure loro.

Diqualunque partito io mi siadi qualunque partito sia il lettoresempre gioverá osservare come i falsi consiglii capricci delmomentol'ambizione de' privatila debolezza de' magistratil'ignoranza de' propri doveri e della propria nazionesienoegualmente funesti alle repubbliche ed ai regni; ed i nostri posteridagli esempi nostri vedranno che qualunque forza senza saviezza nonfa che distrugger se stessae che non vi è vera saviezzasenza quella virtú che tutto consacra al bene universale.



II.STATO DELL'EUROPA DOPO IL 1793


Maprima di trattar della nostra rivoluzioneconvien risalire un pocopiú alto e trattenersi un momento sugli avvenimenti che laprecedettero; veder qual era lo stato della nazionequali cagioni lainvolsero nella guerraquali mali soffrivaquali beni sperava: cosíil lettore sará in istato di meglio conoscere le sue cause egiudicar piú sanamente de' suoi effetti.

LaFranciafin dal 1789avea fatta la piú gran rivoluzione dicui ci parli la storia. Non vi era esempio di rivoluzionechevolendo tutto riformareavea tutto distrutto. Le altre aveanocombattuto e vinto un pregiudizio con un altro pregiudizioun'opinione con un'altra opinioneun costume con un altro costume:questa avea nel tempo istesso attaccato e rovesciato l'altareiltronoi diritti e le proprietá delle famigliee finanche inomi che nove secoli avean resi rispettabili agli occhi de' popoli.

Larivoluzione francesesebbene prevista da alcuni pochi saggiaiquali il volgo non suole prestar fedescoppiò improvvisa esbalordí tutta l'Europa. Tutti gli altri sovraniparte perparentela che li univa a Luigi decimosestoparte per propriointeressetemettero un esempio che potea divenir contagioso.

Sicredette facile impresa estinguere un incendio nascente. Si speròmolto sui torbidi interni che agitavano la Francianon tornando inmente ad alcuno che all'avvicinar dell'inimico esterno l'orgoglionazionale avrebbe riuniti tutt'i partiti divisi. Si speròmolto nella decadenza delle arti e del commercionella mancanzaassoluta di tuttoin cui era caduta la Francia; si sperò abuon conto vincerla per miseria e per famesenza ricordarsi che ilperiglio rende gli entusiasti guerrierie la fame rende i guerrierieroi. Una guerra esternamossa con eguale ingiustizia ed imprudenzaassodò una rivoluzionechesenza di essasarebbe degeneratain guerra civile.

L'Inghilterrameditava conquiste immense e vantaggi infiniti nel suo commerciosulla ruina di una nazione che sola allora era la sua rivale. Lacorte di Londrapiú che ogni altra corte di Europatemerdovea il contagio delle nuove opinioniche si potean dire quasi natenel seno dell'Inghilterra; eper renderle odiose al popolo inglesemezzo migliore non ritrovò che risvegliare l'antica rivalitánazionaleonde farle odiarese non come irragionevolialmen comefrancesi. Pitt vedeva che gli abitanti della Gran Brettagnaespecialmente gl'irlandesi e scozzesieran disposti a farealtrettanto: la rivoluzione sarebbe scoppiata in Inghilterrasegl'inglesi quasi non avessero sdegnato d'imitare i francesi).

L'Inghilterrasebbene non fosse stata la prima a dichiarar la guerrafu peròla prima a soffiare il fuoco della discordia. L'Austria seguíl'invito della sua antica e naturale alleata. Le corti di Europa nonconoscevano le repubbliche. Dalla perdita inevitabile della Franciasperavano un guadagno sicuro. La Prussia l'avea giá ottenutonel congresso di Pilnitz colla divisione della Polonia. L'Inghilterrae la Prussia mossero lo statolderil quale volea distrarre con unaguerra esterna gli animi non troppo tranquilli de' bataviresi dapoco suoi sudditied amava veder distrutti coloro che potevan essereun giorno non deboli protettori de' medesimi.

LaPrussia e l'Austria strascinarono i piccoli principi dell'imperoiqualipiú che dalla perdita di pochiincertiinutilidrittiche la rivoluzione di Francia avea lor tolti in Alsazia ed inLorenaerano mossi dall'oro degl'inglesiai quali da lungo tempoerano avvezzi a vendere il sangue de' propri sudditi. Il re diSardegna seguí le vie di sua antica politicaed avvezzo adingrandirsi tra le dissensioni della Francia e dell'Austriaallequali vendeva alternativamente i suoi soccorsitenne sulle prime ilpartito della legache gli parve il piú forte. Finalmenteanche la Spagna seguí l'impulso generale; e la guerra furisoluta.

Siaprí la campagna con grandissime vittorie degli alleati; maben presto furono seguite dai piú terribili rovesci. Ifrancesi seppero distaccar la Prussia dalla lega; la qualeottenutala sua porzione di Poloniacomprese chetra due potenze diprim'ordine che si laceravano e distruggevano a vicendasuo meglioera quello di rimaner neutrale.

Lacorte di Spagna s'ingelosí ben presto dell'Inghilterrachesola voleva ritrar profitto dalla guerra comune. La condottadegl'inglesi in Tolone fece scoppiare il malumore che da lungo tempocovava nel suo senoe Carlo quarto non volle piú impiegar lesue forze ad accrescere una nazione che egli dovea temere piúdella francese. Mentre i suoi eserciti erano battuti per terralesue flotte rimanevano inoperose per mare; mentre i francesiguadagnavano in Europaegli avrebbe potuto aver un compenso inAmerica e dar fine cosí alla guerra con una vicendevolerestituzionesenza quelle perdite che fu costretto a soffrire perottenere la pace. Il desiderio de' francesi era appunto quello chemolti lor dichiarassero la guerra e niuno la facesse con tutte le sueforze; cosí ogni nuovo nemico dava ai francesi una nuovavittoriae quella legache dovea abbassarliserviva adingrandirli.

Laguerra era ormai divenutacome nell'antica Romaindispensabile allaFranciatra perché teneva luogo di tutte le arti e di tuttoil commercioche prima formavano la sussistenza del popolotraperché un governo quasi sempre fazioso la considerava come unmezzo di occupare e distrarre gli animi troppo attivi degli abitantied allontanare i torbidi che soglion fermentar nella pace. Quindi sisviluppò quel sistema di democratizzazione universaledi cuii politici si servivan per interessea cui i filosofi applaudivanoper soverchia buona fede; sistema che alla forza delle armi riuniscequella dell'opinioneche suol produrree talora ha prodottiquegl'imperi che tanto somigliano ad una monarchia universale.




III.STATO D'ITALIA FINO ALLA PACE DI CAMPOFORMIO


Inbreve tempo li francesi si videro vincitori e padroni delle Fiandredell'Olandadella Savoia e di tutto l'immenso tratto ch'èlungo la sinistra sponda del Reno. Non ebbero però in Italiasí rapidi successi; e le loro armate stettero tre anni a'piedi delle Alpiche non potettero superaree che forse nonavrebbero superate giammaise il genio di Bonaparte non avessechiamata anche in questi luoghi la vittoria.

Quandol'impresa d'Italia fu affidata a Bonaparteera quasi che disperata.Egli si trovò alla testa di un'armata alla quale mancavatuttoma che era uscita dalla Francia nel momento del suo maggioreentusiasmo e che era da tre anni avvezza ai disagi ed alle fatiche;si trovò alla testa di coraggiosi avventurieririsoluti divincere o morire. Egli avea tutti i talentie quello specialmente difarsi amare dai soldatisenza del quale ogni altro talento non valnulla.

Sele campagne di Bonaparte in Italia si vogliono paragonare a quelleche i romani fecero in paesi stranierisi potranno dir simili solo aquelle colle quali conquistarono la Macedonia. Scipione ebbe acombattere un grandissimo capitano che non avea nazione; molti altrinon ebbero a fronte né generali né nazioni guerriere:solo nella Macedonia i romani trovarono potenza bene ordinatanazione agguerrita ed audace per freschi trionfie generali i qualise non aveano il geniosapevano almeno la pratica dell'arte.Bonaparte cangiò la tatticacangiò la praticadell'arte; e le pesanti evoluzioni de' tedeschi divennero inutilicome le falangi de' macedoni in faccia ai romani. Supera le Alpi epiomba nel Piemonte. Costringe il re di Sardegnastanco forsi da unaguerra di cinque anniprivato di buona porzione de' suoi dominiabbandonato dagli austriaciridotti a difendere il loro paeseasottoscrivere un armistizioforse necessarioma al certo nononorevoleed a cedere a titolo di deposito fino alla pace quellepiazze che ancora potea e che difender dovea fino alla morte. Dopociòla campagna non fu che una serie continua di vittorie.

L'Italiaera divisa in tanti piccoli Statii quali peròriunitipurpotevano opporre qualche resistenza. Bonaparte fu sí destro dadividere i loro interessi. Questa è la sortediceMachiavellidi quelle nazioni le quali han giá guadagnata lariputazione delle armi: ciascuno brama la loro amiciziaciascunoprocura distornare una guerra che teme. Cosí i romani hancombattuto sempre i loro nemici ad uno ad uno e li han vinti tutti.Il papa tentò di stringere una lega italica. Concorrevanovolentieri a questa alleanza le corti di Napoli e di Sardegnalaprima delle quali s'incaricò d'invitarvi anche la repubblicaveneta. Ma i «savi» di questa repubblica alleproposizioni del residente napolitano risposero che nel senato venetoera giá quasi un secolo che non parlavasi di alleanzache sisarebbe proposta inutilmente; ma chese mai la lega fosse statastretta tra gli altri principinon era difficile che la repubblicavi accedesse. Maquando il gabinetto di Vienna ebbe cognizione ditali trattativevi si oppose acremente e mostrò con parole econ fatti che piú della rivoluzione francese temeva l'unioneitaliana!

Allorasi vide quanto lo stato politico degl'italiani fosse infelicenonsolo perché divisi in tanti piccoli Stati (ché pure ladivisione non sarebbe stata il piú grave de' mali)ma perchéda duecento anni o conquistati oquel che è peggioprotettidagli stranieriall'ombra del sistema generale di Europasenza averguerra tra lorosenza temerne dagli esteritra la servitú ela protezioneavean perduto ogni amor di patria ed ogni virtúmilitare. Noiin questi ultimi tempinon solo non abbiam potutorinnovar gli esempi antichi de' nostri avi antichissimii qualiriuniticonquistarono tanta parte dell'universoma neanche queimeno illustri dei tempi a noi piú viciniquandodivisi tranoima indipendenti da tutto il rimanente dell'Europaeravamoitalianiliberi ed armati.

Gliaustriacirimasti solinon poterono sostener l'impeto nemico: tuttala Lombardia fu invasaMantova caddeed essi furono respinti finoal Tirolo. Bonaparte era giá poco lontano da Viennal'Europaaspettava da momento a momento azioni piú strepitose; quandosi vide la Francia condiscendere ad una pacecolla quale essaacquistava il possesso della sinistra sponda del Reno edell'importante piazza di Magonzae l'Austria riconosceval'indipendenza della repubblica cisalpinain compenso della quale lesi davano i domíni della repubblica veneta. Questacolrisolversi troppo tardi alla guerraaltro non avea fatto che dare aipiú potenti un plausibile motivo di accelerare la sua ruina.

Perqual forza di destino avrebbe potuto sussistere un governoil qualeda due secoli avea distrutta ogni virtú ed ogni valormilitareche avea ristretto tutto lo Stato nella sola capitaleeposcia avea concentrata la capitale in poche famigliele qualisentendosi deboli a tanto imperonon altra massima aveano che lagelosianon altra sicurezza che la debolezza de' sudditi epiúche ogni nemico esternotemer doveano la virtú de' proprisudditi? Non so che avverrá dell'Italia; ma il compimentodella profezia del segretario fiorentinola distruzione di quellavecchia imbecille oligarchia venetasará sempre per l'Italiaun gran bene. Ed io chetra i beni che posson ricevere i popoliilprimo luogo do a quelli della mentecioè al giudicar rettoonde vien poi l'oprar virtuoso e nobile; io credo esser giásommo vantaggio il veder tolto l'antico errore per cui i gentiluominiveneziani godevan nelle menti del volgo fama di sapienti reggitori diStato.

Iltrattato di Campoformio era vantaggioso a tutt'e due le potenzecontraenti. L'Austriasopra tuttovi avea guadagnato massimo; eserimaneva ancora qualche altro oggetto a determinarsiera facileprevedere che a spese de' piú piccoli principi di Germaniaessa avrebbe guadagnato anche dippiú. Ma era facile egualmenteprevedere che l'Inghilterraavendo sola tra gli alleati colla guerraguadagnato e dovendo sola restituireesser dovea lontana daipensieri di pace.

Ilgoverno che allora avea la Franciachecché molti credesseroaveaalmen per pocorinunciato al progetto di democratizzazioneuniversaleil qualeal modo come l'aveano i francesi immaginatoera solo eseguibile in un momento di entusiasmo. I romani mostravandi rendere ai popoli gli ordini che essi bramavanoma non avevan lasmania di portar dappertutto gli ordini di Roma. Quindi i romaniconservarono meglio e piú lungamente l'apparenza di liberatoride' popoli. Ma il governo francese riteneva tuttavia il primierolinguaggio per vendere a piú caro prezzo le sue promesse e lesue minacce: eravi sempre una contraddizione tra i proclami de'generali e le negoziazioni de' ministritra le parole date ai popolie quelle date ai re; etra queste continue contraddizionisifacevaora coi popoli ora coi reun traffico continuo di speranze edi timori.

Giáda questo ognuno prevedeva che il trattato di Campoformio avea solper poco sospesa la democratizzazione di tutta l'Italia. Il re diSardegna non era che il ministro della repubblica francese in Torino;il duca di Toscana ed il papa non erano nulla. Berthier finalmenteoccupò Roma; la distruzione di un vecchio governo teocraticonon costò che il volerla; tale è lo stato dell'Italiache chiunque vuole o salvarla o occuparla deve riunirlae non si puòriunire senza cangiare il governo di Roma. L'indifferenza colla qualel'Italia riguardò tale avvenimento mostrò bene qualprogresso le nuove opinioni avean fatto negli animi degl'italiani.




IV.NAPOLI - REGINA


Rimanevail regno di Napoli; e forsealmen per quel tempoi francesi nonaveano né interesse né forza né volontádi attaccarlo. Ma la parentela coi sovrani di Francial'influenzapreponderante del gabinetto ingleseil carattere della reginatuttocontribuiva a fomentare nella corte di Napoli l'odio che fin daprincipiopiú caldo che ogni altra corte di Europaaveaspiegato contro la rivoluzione francese. La reginanel viaggio cheavea fatto per la Germania e per l'Italia in occasione del matrimoniodelle sue figlieera stata la prima motrice di quella lega che poisi vide scoppiare contro la Francia. La forza costrinse la corte diNapoli a sottoscrivere una neutralitáquando Latouche vennecon una squadra in faccia alla stessa capitale. Forse allora temettepiú di quel che dovea: se avesse prolungate per due altrigiorni le trattativela stagione ed i venti avrebbero fatta vendettadi una flotta che troppo imprudentemente si era avventurata entro ungolfo pericoloso in una stagione pericolosissima.

Lapresa di Tolone fece rompere di nuovo la neutralitá. Al paridelle altre cortiquella di Napoli inviò delle truppe asostenere una sciagurata impresa piú mercantile che guerrierala qualenel modo in cui fu immaginata e direttapotea esser utilesolo agl'inglesi. Nella primavera seguente inviò due brigatedi cavalleria nella Cisalpina in soccorso dell'imperatore: esse sicondussero molto bene. Ma le vittorie di Bonaparte in Italia feceroricadere la corte ne' suoi timorie si affrettò a conchiudereuna pace nel tempo appunto in cui l'imperatore avea maggior bisognode' suoi aiuti; nel tempo in cuinon presa ancora Mantovanondistrutte ancora tutte le forze imperiali in Italiapotevafacendoavanzar le sue truppeprodurre un potente e forse pericolosodiversivo. Il governo francese ad una corte che non sapeva far laguerra seppe vendere quella paceche esso avrebbe dovuto e che forseera pronto a comprare.

Perchési ebbe tanta paura della flotta di Latouche? Perché sicredeva che in Napoli vi fossero cinquantamila pronti a prenderl'armi in di lui favore. Non vi era nessunonessuno... Qual fu nellatrattativa di questa pace il grande oggetto del quale si occupòla corte di Napoli? La liberazione di circa duecento scolaretticheteneva arrestati nelle sue fortezze. Che non si feceche non si pagòper far sí che il Direttorio non insistessecome allora eradi modaper la liberazione de' «rei di opinione»? Laregina non approvava quella pacee forse avea ragione; ma credetteaver ottenuto moltoavendo ottenuto il diritto di poter incrudelireinutilmente contro pochi giovinetti che conveniva disprezzare... Nonsi perdano mai di vista questi fatti. La corte di Napoli non sapevané che temere né che sperare: come si poteva pretendereche agisse saviamente?

Lacorte di Napoli era la corte delle irresoluzionidella viltáedin conseguenzadelle perfidie. La regina ed il re eran concordisolo nell'odiare i francesi; ma l'odio del re era indolentequellodella regina attivissimo: il primo si sarebbe contentato di tenerlilontanila seconda volea vederli distrutti. Ne' momenti di pericoloil re ascoltava i suoi timori epiú de' timorila suaindolenza; al primo favore di fortunaal primo raggio di nuove eliete speranzeper cagione della stessa indolenzaabbandonava dinuovo gli affari alla regina.

Actonfomentava nel re un'indolenza che accresceva l'imperio suo e dellaregina; e questaper desiderio di comandarenon si avvedeva cheActon turbava tutte le cose e spingeva ad inevitabile rovina il reil Regno e lei stessa. La regina era ambiziosa; ma l'ambizione èun vizio o una virtúsecondo le vie che scegliesecondo ilbene o il male che produce. Ella venne la prima volta da Germania coldisegno d'invadere il trononé si ristette finchépermezzo degl'intrighi e dell'ascendente che una colta educazione ledava sull'animo del maritonon giunse a cangiar tutt'i rapportiinterni ed esterni dello Stato.

Ilmarchese Tanucci previde le funeste conseguenze del genio novatoredella giovine reginae volle opporvisi fin da quel momento in cuipretese di aver entrata e voto nel Consiglio di Stato. Era questa unanovitá inudita nel regno di Napolie molto piú nellafamiglia di Borbonema la regina vinse e giurò vendicarsi diTanucci: né la sua etáné il suo meritonéli suoi lunghi e fedeli servizi poterono salvar questo vecchio amicodi Carlo terzo ed aioper cosí diredi suo figlio dallaumiliazione e dalla disgrazia.

Sottoun redebole inimico ed infedele amicotutti compresero non esservida temerenon da sperarese non dalla regina; e tutti furono a leivenduti. Ella creò anche al di fuori nuovi sostegniall'impero.

Tuttigl'interessi politici univano il regno di Napoli a quello di Franciae di Spagnae questi legami potevano formar la felicitá dellanazione coi vantaggi del commercio e della pace. Ma gl'interessidella nazione poteano bene essere quelli del renon mai peròquelli della regina: ella volea nuovi rapporti politiciche lasostenesserose bisognassecontro il re ese fosse possibileanche contro la nazione. Noi diventammo ligi dell'Austriapotenzalontanadalla quale la nazione nostra nulla potea sperare e tuttodovea temere; potenzala qualeinvolta in continue guerrecistrascinava ogni momento a prender parte negl'interessi altruisenzapoter mai sperare di veder difesi li nostri. La preponderanza chel'Austria andava acquistando sulle nostre coste offese la Spagna; mala reginalungi dal temere il suo sdegnolo fomentòlospinse agli estremionde togliere al re ogni via di ravvedimento.

Iministri del re doveano esser i favoriti della regina; ma questasacrificava sempre i suoi favoriti ai disegni suoi. L'ultimo èstato il piú fortunato di tuttinon perché avesse piúmeritoma perché avea piú audacia degli altriliquali non combattevano con lui ad armi egualiperché non sipermettevano tutto ciò ch'egli ardiva fare. Conservavanoancora costoro qualche vecchio sentimento di giustiziadi amiciziadi pubblico bene: come contrastare con uno che tutto sacrificava alladistruzione de' suoi nemici ed al favore della sua sovrana?).

GiovanniActon venne dalla Toscanacioè da uno Stato che non aveamarinaa crearne una in Napoli. Avea due titolioltre un terzo chegli attribuisce la famaa meritare il favore della regina: eratra'ministri del reil solo straniero e seppe prima degli altricomprendere che in Napoli la regina era tutto ed il re era un nulla.Giunse nel tempo in cui ardevano piú che mai i disgusti collacorte di Spagna. Sambucache allora era primo ministroprese ilpartito spagnuolo: fu male accorto e vile; perdette la grazia dellaregina e poco dipoicome era inevitabileanche quella del re. Sivide per poco suo successore Caracciolo: ma costuirotto dagli annie per natura portato all'indolenzain una corte ove non si voleva ilbene né si soffriva il veronon fu che l'ombra di un grannome e servísenza saperlo o almeno senza curarloa farrisplendere Actonche la regina voleva esaltarema che ancora nonpoteva vincere la riputazione de' piú vecchi. La morte diCaracciolo diede luogo finalmente ai suoi disegni: Acton fu postoalla testa degli affariil vecchio De Marco confinato ai minutidettagli di casa realetutti gli altri ministri non furono checreature di Acton. La sola parte d'ingegnoche Acton veramentepossedevaera quella di conoscer gli uomini. Non vi era alcuno chemeglio di lui sapesse definire il carattere morale de' suoi favoriti.Riputava Castelcicala vile e crudele nella sua viltá; Vannientusiastaambizioso e crudele per furore quanto lo era Castelcicalaper riflessione; Simonetti e Corradini ambedue uomini dabbenema ilprimo indolenteil secondo pedanteed incapaci ambedue di opporsi alui. Si serví di Castelcicala fin da che era ministro inLondra.



V.STATO DEL REGNO - AVVILIMENTO DELLA NAZIONE


Actone la regina quasi congiurarono insieme per perdere il Regno. Laregina spiegò il piú alto disprezzo per tutto ciòch'era nazionale. Si voleva un genio? Dovea darcisi dall'Arno. Sivoleva un uomo dabbene? Dovea venirci dall'Istro. Ci vedemmo inondatida una folla di stranierii quali occuparono tutte le caricheassorbirono tutte le rendite senz'avere verun talento e veruncostumeinsultarono coloro ai quali rapivano la sussistenza. Ilmerito nazionale fu obbliatofu depresso e poté credersifelice quando non fu perseguitato).

Quelnobile sentimento di orgoglioche solo ispira le grandi azionifacendocene credere capaci; quel sentimentoche solo ispira lospirito pubblico e l'amor della patria; quel sentimentoche in altritempi ci fece esser grandi e che oggi fa grandi tante altre nazionidi Europadelle quali fummo un tempo e maestri e signorierainteramente estinto presso di noi. Noi diventammo a vicenda orfrancesi or tedeschi ora inglesi; noi non eravamo piú nulla.Tante volte e sí altamente per venti anni ci era ripetuto chenoi non valevamo nullache quasi si era giunto a farcelo credere.

Lanazione napoletana sviluppò prima una frivola mania per lemode degli esteri. Questo produceva un male al nostro commercio edalle nostre manifatture: in Napoli un sartore non sapeva cucire unabitose il disegno non fosse venuto da Londra o da Parigi.Dall'imitazione delle vesti si passò a quella del costume edelle maniereindi all'imitazione delle lingue: si apprendeva ilfrancese e l'inglesementre era piú vergognoso il non saperel'italiano). L'imitazione delle lingue portò seco finalmentequella delle opinioni. La mania per le nazioni estere primaavvilisceindi ammiseriscefinalmente ruina una nazionespegnendoin lei ogni amore per le cose sue. La regina fu la prima ad aprir laporta a quelle novitáche ella stessa poi con tanto furore haperseguitate. Una nazioneche troppo ammira le cose straniereallecagioni di rivoluzione che porta seco il corso politico di ognipopolo aggiunge anche quelle degli altri popoli. Quanti tra noi eranodemocratici solo perché lo erano i francesi? Sopra cento testevoi dovete contarein ogni nazionecinquanta donne e quarantottouomini piú frivoli delle donne: essi non ragionano in altromodo che in questo: - In... si pettina megliosi veste megliosicucina megliosi parla meglio: la prova n'è che noi cipettiniamomangiamoci vestiamo com'essi fanno. Come èpossibile che quella nazione non pensi e non operi meglio di noi?).



VI.INQUISIZIONE DI STATO


Inostri affettipreso che abbiano un corsopiú non siarrestano. L'odio segue il disprezzoe dietro l'odio vengono ilsospetto ed il timore. La reginache non amava la nazionetemeva diesserne odiata; e questo affettosebbene penosoha bisognoal paridi ogni altrodi essere fomentato. Chiunque le parlò maledella nazione fu da lei ben accolto.

Lenovitá delle opinioni politiche accrebbero i suoi sospetti ediedero nuovi mezzi ai cortigiani per guadagnare il suo cuore. Actonnon mancò di servirsene per perder Medici e qualche altroillustre suo rivale. Quindi si sciolse il freno e si portò ladesolazione nel seno di tutte le famiglie.

Unesempio. I nostri giovinetti in quegli anni aveano per moda di fardelle corse a cavallo per Chiaia ed ai Bagnuoli. Si dette a crederead Actono piuttosto Acton volle dar a credere alla corteche essivolessero rinnovare le corse olimpiche. Qual rapporto tra le corsede' nostri giovani napolitani e quelle de' greci? Equando anchequelle fossero state un'imitazione di questequal male? qualpericolo? Acton intanto incaricò la polizia di vegliare suqueste corsecome se si fosse trattato della marcia di ventisquadroni nemici che piombassero sulla capitale.

Alcunigiovani entusiastiripieni la testa delle nuove teorieleggevanone' fogli periodici gli avvenimenti della rivoluzione francese e neparlavano tra di loro ociocché val molto menone parlavanoalle loro innamorate ad ai loro parrucchieri. Essi non aveano altrodelitto che questoné giovani senza gradosenza fortunasenza opinione potevano tentarne altro. Fu eretto un tribunale disangue col nome di «Giunta di Stato» per giudicarlicomese avessero giá ucciso il re e rovesciata la costituzione.

Pochimagistratitra coloro che componevano la Giuntaamanti veracementedel re e della patriavedendo che il primoil veroil solo delittodi Stato era quello di seminar diffidenze tra il sovrano e lanazioneardirono prendere la difesa dell'innocenza e proporre al reche la pena de' rei di Stato mal si applicava a pochi giovaniinespertii quali non di altro delitto eran rei che di aver parlatodi ciò che era meglio taceredi aver approvato ciò cheera meglio esaminare; delitto di giovanii quali si sarebberocorretti coll'etá e coll'esperienzache avrebbe smentite lebrillanti ma fallaci teorie onde erano le loro menti invasate. I malidi opinione si guariscono col disprezzo e coll'obblio: il popolo nonintenderánon seguirá mai i filosofi. Mase voiperseguitate le opinioniallora esse diventano sentimenti; ilsentimento produce l'entusiasmo; l'entusiasmo si comunica; viinimicate chi soffre la persecuzionevi inimicate chi la temeviinimicate anche l'uomo indifferente che la condanna; e finalmentel'opinione perseguitata diventa generale e trionfa.

Maove si tratta di delitto di Statole piú evidenti ragionirimangono inefficaci. Imperciocché di rado un tal delittoesistee di rado avviene che un uomo attenti con atto non equivocoalla costituzione o al sovrano di una nazione: il piú dellevolte si tratta di parole che vaglion meno delle minacceo dipensieri che vagliono anche meno delle parole. Tali cose vaglionoquanto le fa valere il timore di chi regna). Guai a chi ha ascoltatouna volta le voci del timore! Quanto piú ha temutopiúdovrá temere. Molto temeva la regina di Napolied Actonvoleva che temesse di piú. Le frequenti impressioni disospetti e di timoriche aveva sofferteavevano quasi alterato ildi lei fisico e turbata interamente la serie e l'associazione dellesue idee. Persone degne di fede mi narrano che non senza pericolo didispiacerle taluno le attestava la fedeltá de' sudditi suoi.

Sivolle del sanguee se n'ebbe. Furono condannati a morte treinfelicitra' quali il virtuoso Emmanuele de Deoa cui si feceoffrire la vita purché rivelasse i suoi complicie che infaccia all'istessa morte seppe preferirla all'infamia.

Eccoun esempio di ciò che possa e che produca il timore neglianimiuna volta turbati. Nel giorno dell'esecuzione della sentenzasi presero quelle precauzioni che altre volte si erano trascurate eche anche allora erano superflue. Si temeva che il popolo volessesalvare tre sciaguratiche appena conosceva; si temeva una sedizionedi circa cinquantamila rivoluzionariche per lo meno si diceva doveresser in Napoli. Intantole truppe che quasi assediavano la cittágli ordini minaccevoli del governotutto allarmava la fantasia delpopolo; qualunque moto piú leggieroche in altri tempisarebbe stato indifferentedoveva turbarlo; temeva i sollevatoritemeva gli ordini del governotemeva tutto; ed il minimo timoredovea produrrecome difatti produssein una gran massa di popoloun'agitazione tumultuosa. Cosí i sospetti del governo rendonopiú sospettoso il popolo. Da quell'epoca il popolo napolitanoche prima quasi si conteneva da se stesso senza veruna poliziafupiú difficile a maneggiarsi; tutte le pubbliche feste furonofatte con maggiori precauzionima non furono perciò piútranquille.

Sisciolse la prima Giunta. Si sperava poter respirare finalmente datanti orrori; mapochi mesi doposi vide in campo una nuovacongiura ed una Giunta piú terribile della prima. Si volleroallontanati tutti que' magistrati che conservavano ancora qualchesentimento di giustizia e di umanitá. Si mostrò divolere i scelleratied i scellerati corsero in folla. CastelcicalaVanniGuidobaldi si misero alla loro testa. La nazione fu assediatada un numero infinito di spie e di delatoriche contavano i passiregistravano le parolenotavano il colore del voltoosservavanofinanche i sospiri. Non vi fu piú sicurezza. Gli odii privatitrovarono una strada sicura per ottener la vendettae coloro che nonavevano nemici furono oppressi dagli amici loro medesimiche la setedell'oro e l'ambizione aveva venduti ad Acton ed a Vanni. Che si puòdifatti conservare di buono in una nazionedove chi regna non dále ricchezzele carichegli onori se non ai delatori? dovese sipresenta un uomo onesto a chiedere il premio delle sue fatiche odelle sue virtúgli si risponde che «si faccia primadel merito»? Per «farsi del merito» s'intendevadivenir delatorecioè formar la ruina almeno di dieci personeoneste. Questo merito aveano tantii nomi de' quali la giustavendetta della posteritá non deve permettere che cadanonell'obblio. La reginaindispettita contro un sentimento di virtúche la massima parte della nazione ancora conservavadicevapubblicamente che «ella sarebbe un giorno giunta a distruggerequell'antico pregiudizio per cui si reputava infame il mestiere didelatore». Tutte queste e molte altre simili cose si narravano:forsesiccome sempre suole avvenirein picciola parte verepelmaggior numero false e finte per odio. Ma queste coseo vere o falseche sienosono sempre dannose quando e si dicono da molti e da moltisi credonoperché rendono piú audaci gli scellerati epiú timidi i buoni. Che se esse son falsemeritanodoppiamente la pubblica esecrazione que' ministri i quali colla lorocondotta dánno occasione a dirle e ragione a crederle. Percagioni intanto di queste vociuna parte della nazione si armòcontro l'altra; non vi furono piú che spie ed uomini onestiechi era onesto era in conseguenza un «giacobino». Vanniavea detto mille volte alla regina che il Regno era pieno digiacobini: Vanni volle apparir veridicoe colla sua condotta licreò.

Tutt'icastellitutte le carceri furono ripiene d'infelici. Si gittarono inorribili prigioniprivi di luce e di tutto ciò ch'eranecessario alla vitae vi languirono per annisenza poter ottenerené la loro assoluzione né la loro condannasenzaneanche poter sapere la cagione della loro disgrazia. Quasi tuttidopo quattro anniuscirono libericome innocenti; e sarebberousciti tuttise non si fossero loro tolti i legittimi mezzi didifesa. Vanniche era allor il direttor supremo di tali affarinonsi curava piú di chi era giá in carcere; non pensavache a carcerarne degli altri: ardí dire che «almenodovevano arrestarsene ventimila». Se il fratellose il figliose il padrese la moglie di qualche infelice ricorreva a costui persollecitare la decisione della di lui sorteun tal atto di umanitási ascriveva a delitto. Se si ricorreva al re e che il re qualchevolta ne chiedeva conto a Vanniciò anche era inutileperchéper Vanni rispondeva la reginala quale credeva che Vanni operassebene. Vanni diceva sempre che vi erano altre fila della congiura dascoprirealtri rei da arrestare; e la regina tutto approvavaperchétemeva sempre altri rei ed altre congiure.

Vanniil quale meglio di ogni altro sapeva con quali arti si era orditaun'inquisizionediretta piú a fomentare i timori della reginache a calmarlitremava ogni volta che gli si parlava di esame e disentenza. Ei volea trovare il reoe temea che si fosse ricercata laveritá).

Sembreráa molti inverisimile tutto ciò che io narro di Vanni. Edifatti il carattere morale di quell'uomo era singolare. Egli riunivaun'estrema ambizione ad una crudeltá estrema eper colmodelle sciagure dell'umanitáera un entusiasta. Ogni affareche gli si addossava era grandissimo; ma egli voleva sempre apparirpiú grande di tutti gli affari. Uomini tali sono semprefunestiperchénon potendo o non sapendo soddisfarel'ambizione loro con azioni veramente grandisi sforzano di fareapparir tali tutte quelle che possono e che sanno faree lecorrompono.

Vanniincominciò ad acquistar fama di giudice integro e severissimocolla condotta che tenne col principe di Tarsiail quale era statoper qualche anno direttore della fabbrica di seterie che il re aveastabilita in San Leucio. Il primo errore forse lo commise il reaffidando tale impresa al principe di Tarsia anziché ad unfabbricante; il secondo lo fu di Tarsiail qualenon essendofabbricantenon dovea accettar tale commissione. Ne avvenne quelloche ne dovea avvenire. Tarsia era un onestissimo cavalierecioèun onestissimo spensieratoincapace di malversare un soldomaincapace al tempo istesso d'impedir che gli altri malversassero. Sitrovò ne' conti una mancanza di circa cinquantamila scudi. Fudata a Vanni la commissione di liquidare i conti. Non eravi affarepiú sempliceperché Tarsia era un uomo che poteva evoleva pagare. Pure Vanni prolungò l'affare non so per quantianni: cadde il tronoe l'affare di Tarsia ancora pendeva indeciso;ed intanto non eravi genere di vessazioni e d'insulti ai quali nonsottoponesse la famiglia di Tarsiaperchédicesitale eral'intenzione di Acton. Gli uomini di buon sensoalcuni dicevano: -Che imbecille! - altri: - Che impostore! - Ma nella corte si facevadire: - Che giudice integro! Con quanto zelocon quanta fermezzaaffronta il principe di Tarsiaun grande di Spagnaun grandeofficiale del palazzo! - Come se l'ingiustizia che si commette controi grandi non possa derivar dalle stesse cagioni ed essere egualmentevile che quella che si commette contro i piccioli.

Siavea bisogno d'un inquisitor di Statoe si scelse Vanni per laragione istessa per la quale non si avrebbe dovuto scegliere. Laprima volta che Vanni entrò nell'assemblea de' magistrati chedovean giudicaresi mostrò tutto affannatocogli occhi mezzostralunatieraccomandando ai giudici la giustiziasoggiunse: -Son due mesi da che io non dormovedendo i pericoli che ha corsi ilmio re. - «Il mio re»: questo era il modo col quale egliusava chiamarlo dopo che gli fu affidata l'inquisizione di Stato. -Il vostro re! - gli disse un giorno il presidente del ConsiglioCitouomo rispettabile e per la carica e per cento anni di vitairreprensibile - il vostro re! Che volete intender mai con questaparolachesotto apparenza di zelonasconde tanta superbia? Eperché non dite «il nostro re»? Egli è redi tutti noie tutti l'amiamo egualmente. - Queste poche parolebastano per far giudicare di due uomini; main un governo debolecolui che pronunzia piú alto «il mio re» suolevincere chi si contenta di dire «il nostro re».

Losguardo di Vanni era sempre riconcentrato in se stesso; il colore delvolto pallido-cinereocome suole essere il colore degli uominiatroci; il suo passo irregolare e quasi a saltiil passo insommadella tigre: tutte le sue azioni tendevano a sbalordire ed atterriregli altri; tutt'i suoi affetti atterrivano e sbalordivano lui stesso.Non ha potuto abitar di piú di un anno in una stessa casaedin ogni casa abitava al modo che narrasi de' signorotti di Fera e diAgrigento. Ecco l'uomo che dovea salvare il Regno!

Mala macchina di quattro anni dovea finalmente sciogliersi.Gl'interessati fremevano; gli uomini di buon senso ridevano di unanuova specie di delitto di Stato che in quattro anni d'inquisizionenon si era ancora scoperto; nel popolaccio istesso andavaraffreddandosi quel caldo che nei primi tempi avea mostrato contro ireie quasi incominciava a sentir pietá di tanti infeliciiquali non vedendo condannatiincominciava a credere innocenti.Actonche da principio era stato il principal autoredell'inquisizionedopo averne usato quanto bastava ai suoi disegnivedendola innoltrar piú di quel che conveniva e non volendo enon potendo arrestarlaavea ceduto il suo luogo a Castelcicala.Costuiil piú vile degli uominiavea bisognoper guadagnareil favore della reginadi quel mezzo che Acton avea adoperato soloper atterrare i suoi rivalied in conseguenza dovea spingernel'abuso piú oltree lo spinse. Fece di tutto perché lacabala non si scoprisse: giunse ad imputare a delitto la religiositádi coloro che diedero il voto per la veritá; giunse aminacciare un castigo agli avvocati da lui stesso destinatiperchédifendevano i rei con zelo. Ma la nazione era oppressa e noncorrottaese diede grandi esempi di pazienzane diede anchemoltissimied egualmente splendididi virtú. Nulla potettesmuovere la costanza de' giudici e lo zelo degli avvocati. Quando sivide la veritá trionfareed uscir liberi quei che si volevanomortiCastelcicalaper giustificarsi agli occhi del pubblico e delreil quale finalmente si era occupato di un tal affareimmolòVannie tutta la colpa ricadde sopra costui.

Vanniavea accusati al re tutti i giudiciil presidente del ConsiglioMazzocchiFerreriChinigògli uomini forse i piúrispettabili che Napoli avesse e per dottrina e per integritáe per attaccamento al proprio sovrano; e un momento forse si dubitòse dovessero esser puniti questi tali o Vanni. Se Vanni rimanevavincitoreavrebbe compíta l'opera della perdita del Regno edella rovina del trono. Per buona sorte era giunto all'estremoerovinò se stesso per aver voluto troppo. Maprima che ciòavvenissedi quanti altri uomini utili avrebbe privato lo Statoequanti fedeli servitori avrebbe tolti al re? Quando anche il rovesciodel trono di Napoli non fosse avvenuto per effetto della guerraVanni sarebbe bastato solo a cagionarloe lo avrebbe fatto.

Vannifu deposto ed esiliato dalla capitale: si tentò di raddolcirein segreto il suo esilioma invano. L'anima ambiziosa di Vanni caddein un furore melanconicoil quale finalmente lo spinse a darsi da sestesso una mortecheper soddisfazione della giustizia e per benedell'umanitáavrebbe meritato da altra mano e molto tempoprima. La sua morte precedette di poco l'entrata de' francesi inNapoli. Egli li temeaavea chiesta alla corte un asilo in Siciliaegli era stato negato. Prima di uccidersi scrisse un bigliettoin cuidiceva: «L'ingratitudine di una corte perfidal'avvicinamentodi un nemico terribilela mancanza di asilo mi han determinato atogliermi una vita che ormai mi è di peso. Non s'incolpinessuno della mia morte; ed il mio esempio serva a render saggi glialtri inquisitori di Stato». Ma gli altri inquisitori di Statorisero della sua mortene rise Castelcicala; e l'inquisizionecontinuò collo stesso furorefinché i francesi nonfurono a Capua.



VII.CAGIONI ED EFFETTI DELLA PERSECUZIONE


Iomi arresto; la mia mente inorridisce alla memoria di tanti orrori. Madonde mai è nato tanto furore negli animi de' sovrani d'Europacontro la rivoluzione francese? Molte altre nazioni aveano cangiataforma di governo; non vi è quasi secolo che non conti uncangiamento: ma né quei cangiamenti aveano mai interessatialtri che le corti direttamente offesené aveano prodottonelle altre nazioni alcun sospetto ed alcuna persecuzione. Pochi anniprimai saggi americani avean fatta una rivoluzione poco diversadalla francesee la corte di Napoli vi avea pubblicamenteapplaudito: nessuno avea temuto allora che i napolitani volesseroimitare i rivoluzionari della Virginia. Il pericolo de' sovrani èforse cresciuto in proporzione de' loro timori?

Ifrancesi illusero loro stessi sulla natura della loro rivoluzioneecredettero effetto della filosofia quello che era effetto dellecircostanze politiche nelle quali trovavasi la loro nazione.

QuellaFranciache ci si presentava come un modello di governo monarchicoera una monarchia che conteneva piú abusipiúcontraddizioni: la rivoluzione non aspettava che una causaoccasionale per iscoppiare. Grandi cause occasionali furono ladebolezza del rel'alterigiaor prepotente or debole anch'essadella regina e di Artoisl'ambizione dello scellerato ed inettoOrléansil debito delle finanzeNeckerl'Assemblea de'notabili emolto piúgli Stati generali. Maprima chequeste cagioni esistesseroeravi giá antica infinita materiadi rivoluzione accumulata da molti secoli: la Francia riposava soprauna cenere fallaceche copriva un incendio devastatore.

Tratanti che hanno scritta la storia della rivoluzione franceseècredibile che niuno ci abbia esposte le cagioni di tale avvenimentoricercandolenon giá ne' fatti degli uominii quali possonomodificare solo le apparenzema nel corso eterno delle cose istessein quel corso che solo ne determina la natura? La leggenda dellemosse popolaridegli eccididelle ruinedelle varie opinionide'vari partitiforma la storia di tutte le rivoluzionie non giádi quella di Franciaperché nulla ci dice di quello per cuila rivoluzione di Francia differisce da tutte le altre. Nessuno ci hadescritto una monarchia assolutacreata da Richelieu e rinforzata daLuigi decimoquarto in un momento; una monarchia surtaal pari ditutte le altre di Europadall'anarchia feudalesenza peròaverla distruttatalchémentre tutti gli altri sovrani sierano elevati proteggendo i popoli contro i baroniquello di Franciaavea nel tempo istesso nemici ed i feudatariivi piú potentiche altroveed il popolo ancora oppresso; le tante diversecostituzioni che ogni provincia avea; la guerra sorda ma continua trai diversi ceti del regno; una nobiltá singolarela qualesenza esser meno oppressiva di quella delle altre nazioniera piúnumerosaed a cui apparteneva chiunque volevatalché ogniuomoappena che fosse riccodiventava nobileed il popolo perdeacosí financo la ricchezza; un cleroche si credeva essereindipendente dal papa e che non credeva dipendere dal reonde era incontinua lotta e col re e col papa; i gradi militari di privativa de'nobilii civili venali ed ereditariin modo che all'uomo non nobilee non ricco nulla rimaneva a sperare; le dispute che tutti questicontrasti facevano nascere; la smania di scrivereche indi nasceva eche era divenuta in Francia un mezzo di sussistenza per coloro iquali non ne avevano altroe che erano moltissimi; la discussionedelle opinioni a cui le dispute davan luogo ed il pericolo che dallestesse opinioni nascevapoiché su di esse eran fondatigl'interessi reali de' ceti; quindi la massima persecuzione e lamassima intolleranza per parte del clero e della cortenell'atto chesi predicava la massima tolleranza dai filosofi; quindi la massimacontraddizione tra il governo e le leggitra le leggi e le ideetrale idee e li costumitra una parte della nazione ed un'altra;contraddizione che dovea produrre l'urto vicendevole di tutte lepartiuno stato di violenza nella nazione interaed in séguitoo il languore della distruzione o lo scoppio di una rivoluzione.Questa sarebbe stata la storia degna di Polibio).

LaFrancia avea nel tempo istesso infiniti abusi da riformare. Quantomaggiore è il numero degli abusitanto piú astrattidebbono essere i princípi della riforma ai quali si deverimontarecome quelli che debbono comprendere maggior numero di ideespeciali. I francesi furono costretti a dedurre i princípiloro dalla piú astrusa metafisicae caddero nell'errore nelqual cadono per l'ordinario gli uomini che seguono ideesoverchiamente astratteche è quello di confonder le proprieidee colle leggi della natura. Tutto ciò che avean fatto ovolean fare credettero esser dovere e diritto di tutti gli uomini.

Chiparagona la Dichiarazione de' diritti dell'uomo fatta in America aquella fatta in Franciatroverá che la prima parla ai sensila seconda vuol parlare alla ragione: la francese è la formolaalgebraica dell'americana. Forse quell'altra Dichiarazione che aveaprogettata Lafayette era molto migliore.

Ideetanto astratte portano seco loro due inconvenienti: sono piúfacili ad eludersi dai scelleratisono piú facili adadattarsi a tutt'i capricci de' potenti; i turbolenti e faziosi vitrovano sempre di che sostenere le loro pretensioni le piústranee gli uomini dabbene non ne ricevono veruna protezione. Chiguarda il corso della rivoluzione francese ne sará convinto.

Isovrani credetterocome i francesiche la loro rivoluzione fosse unaffare di opinioneun'opera di ragionee la perseguitarono.Ignorarono le cagioni vere della rivoluzione francese e ne temetterogli effetti per quello stesso motivo per il quale non avrebberodovuto temerli. Quando e dove mai la ragione ha avuto una setta?Quanto piú astratte sono le idee della riformaquanto piúrimote dalla fantasia e da' sensitanto meno sono atte a muovere unpopolo. Non l'abbiamo noi veduto in Italiain Francia istessa? Nelmodo in cui i francesi aveano esposti i santi princípidell'umanitátanto era sperabile che gli altri popoli sirivoluzionasseroquanto sarebbe credibile che le nostre pitture diruote di carozze si perfezionino per i princípi di prospettivadimostrati col calcolo differenziale ed integrale.

Seil re di Napoli avesse conosciuto lo stato della sua nazioneavrebbecapito che non mai avrebbe essa né potuto né volutoimitar gli esempi della Francia. La rivoluzione di Francias'intendeva da pochida pochissimi si approvavaquasi nessuno ladesiderava; ese vi era taluno che la desiderassela desideravainvanoperché una rivoluzione non si può fare senza ilpopoloed il popolo non si move per raziocinioma per bisogno. Ibisogni della nazione napolitana eran diversi da quelli dellafrancese: i raziocini de' rivoluzionari eran divenuti tanto astrusi etanto furentiche non li potea piú comprendere. Questo pelpopolo. Per quella classe poi che era superiore al popoloio credoe fermamente credoche il maggior numero de' medesimi non avrebbemai approvate le teorie dei rivoluzionari di Francia. La scuola dellescienze morali e politiche italiane seguiva altri princípi.Chiunque avea ripiena la sua mente delle idee di MachiavellidiGravinadi Viconon poteva né prestar fede alle promesse néapplaudire alle operazioni de' rivoluzionari di Franciatostochéabbandonarono le idee della monarchia costituzionale. Allo stessomodo la scuola antica di Franciaquella per esempio di Montesquieunon avrebbe applaudito mai alla rivoluzione. Essa rassomigliavaall'italianaperché ambedue rassomigliavan molto alla greca elatina.

Inuna rivoluzione è necessitá distinguere le operazionidalle massime. Quelle sono figlie delle circostanzele quali nonsono mai simili presso due popoli; queste sono sempre piúdiverse di quelleperché il numero delle idee è sempremolto maggiore di quello delle operazioni edin conseguenzapiúfacile la diversitápiú difficile la rassomiglianza.Non vi è popolo il quale non conti nella sua storia molterivoluzioni: quando se ne paragonano le operazioniesse si trovansomiglianti: paragonate le idee e le massimesi trovano semprediversissime.

Chiunquevede una rivoluzione in uno Stato vicino deve temere o delleoperazioni o delle idee. I mezzi per opporsi alle operazioni sonotutti militari: qualunque sieno le idee che due popoli seguonovincerá quello che saprá meglio far la guerra; e quellola fará meglioche avrá migliori ordinipiúamor di patriapiú valore e piú disciplina. Il mezzoper opporsi al contagio delle idee (lo dirò io?) non èche un solo: lasciarle conoscere e discutere quanto piú siapossibile. La discussione fará nascere le idee contrarie: èeffetto dell'amor proprio: due uomini sono sempre piú concordial principio della discussione che alla fine. Nate una volta questemassime contrarieprenderanno il carattere di massime nazionali;accresceranno l'amor della patriaperché quelle nazioni piúne hanno che piú differiscono dalle altre: accrescerannol'odio contro le nazioni stranierela fiducia nelle proprie forzel'energia nazionale; non solamente si eviterá il contagiodelle opinionima si riparerá anche alla forza delleoperazioni. Mi si dice che il marchese del Galloquando ebbe lettol'elenco di coloro che trovavansi arrestati per cospiratoriridendone al pari di tutti i buonipropose al re di mandarliviaggiando. - Se son giacobini - egli diceva- mandateli in Francia:ne ritorneranno realisti.- Questo consiglio è pieno di ragionee di buon sensoe fa onore al cuore ed alla mente del marchese delGallo. Vince una rivoluzione colui che meno la teme. I sovrani collapersecuzione fanno diventar sentimenti le ideeed i sentimenti sicangiano in sètte: il loro timore li tradiscee cadono taloravittime delle stesse loro precauzioni eccessive. Si proibirono inNapoli tutti i fogli periodici: si voleva che il popolo non avesseneanche novella de' francesi. Cosí un oggettocheosservatoda vicinoavrebbe destato pietá o risofu come il fascio disarmenti di Esopoche dall'alto mare sembrava un vascello.Un'indomabile curiositá ne spinge a voler conoscere ciòche ci si nascondee l'uomo suppone sempre piú belle e piúbuone quelle cose che sono coperte da un velo.

Maio immagino talorainvece de' nostri renelle crisi attualidell'EuropaFilippo di Macedonia. La Grecia a' di lui tempi eradivisa tra i spartani ed ateniesii quali facevano la guerra peropinioni di governo ed uniti ai filosofiche in quell'epocadiscutevano le costituzioni grechecome appunto oggi li nostrifilosofi discutono le nostrestancavano i greci con guerresanguinose e con cavillose dottrine. Cosí sempre suoleavvenire: tra le varie rivoluzioni si obbliano le antiche ideesiperdono i costumi eridotte una volta le cose a tale statogliintrigantitra' quali i potenti tengono il primo luogoguadagnanosempreperché alla fine i popoli si riducono a seguir quelliche loro offrono maggiori beni sul momento; e cosí il massimoamore della libertáproducendo l'esaltazione de' princípine accelera la distruzione e rimena una piú dura servitú.Filippo con tali mezzi acquistò l'impero della Grecia.

Èuna disgrazia pel genere umano quando la guerra porta seco ilcambiamento o della forma di governo o della religione: allora perdeil suo oggetto veroche è la difesa di una nazioneed aimali della guerra esterna si aggiungono i mali anche piúterribili dell'interna. Allora lo spirito di partito rende lapersecuzione necessariae la persecuzione fomenta nuovo spirito dipartito; allora sono que' tempi crudeli anche nella pace. L'altaItalia ci ha rinnovati gli stessi esempi di Sparta ed Atenequandole sue repubblicheinvece di restringersi a difender la lorocostituzionesotto il nome or di guelfi or di ghibellinivolleroriformare l'altrui; e gli stessi errori ebbero nell'Italia gli stessieffetti. ScalaViscontiBaglioniecc.rinnovarono gli esempi diFilippo.

Taliepoche politiche sono meno contrarie di quello che si crede aisovrani che sanno regnare. Ma in tali epoche vince sempre il piúumanoed io oso dire il piú giusto. Oggi i repubblicani sonopiú generosi e perdonano ai realisti; i re con una stoltacrudeltá non dánno veruna tregua ai repubblicani:questo fará sí che essi avranno in breve freddi amicied accaniti nemici. Quando l'armata del pretendente scese inInghilterrafaceva impiccare tutt'i prigionieri di Hannover; Giorgioliberava tutt'i prigionieri del pretendente: questo solo fattodicemolto bene Voltairebasta a far decidere della giustizia de' duepartitipronosticare la loro sorte futura.



VIII.AMMINISTRAZIONE


Mentreda una parte con tali arti si avviliva e si opprimeva la nazionedall'altra si ammiseriva col disordine in tutt'i rami diamministrazione pubblica. La nazione napolitana dalla venuta di Carloterzo incominciava a respirare dai mali incredibili che per duesecoli di governo viceregnale avea sofferti. Fu abbassata l'autoritáde' baroniche prima non lasciava agli abitanti né proprietáreale né personale. Si resero certe le imposizioni ordinariecon un nuovo catastoil qualese non era il migliore che si potesseavereera però il migliore che fino a quel tempo si fosseavutoe si abolí l'uso delle imposizioni straordinarie chesotto il nome di «donativi»avean tolte somme immensealla nazionepassate senza ritorno nella Spagna. Libera la nazionedalle oppressioni de' baronidalle avanie del fiscodalla perenneestrazione di denaroincominciò a sviluppare la sua attivitá:si vide risorgere l'agricolturaanimarsi il commercio; lasussistenza divenne piú agiatai spiriti piú coltigli animi piú dolci. L'esserci noi separati dalla Spagnael'essersi la Spagna tolta alla famiglia di Austria e data a quella diBorboneed il patto di famiglia avean reso alla nostra nazionequella pace di cui avevamo bisogno per ristorarci dai mali sofferti;e la neutralitáche ci fu permessa di serbare nell'ultimaguerra tra la Spagnala Francia e l'Inghilterra per le colonieamericaneprodotto avea nella nostra nazione un aumentoconsiderabile di ricchezze. In cinquant'anni avevamo fatti progressirapidissimie vi era ragione di sperare di doverne fare anche dipiú.

Lanostra nazione passavaper cosí diredalla fanciullezza allasua gioventú. Ma questo stato di adolescenza politica èappunto lo stato piú pericoloso e quello da cui piúfacilmente si ricade nel languore e nella desolazione. Le nazioniescono dalla barbarie accrescendo le loro forze e rendendo cosíla sussistenza sicura: non passano alla coltura se non accrescendo iloro bisogni. Ma i bisogni si sviluppano piú rapidamente delleforzetra perché essi dipendono dalle sole nostre ideetraperché le altre nazionisenza comunicarci le loro forzecicomunicano volontieri le ideei loro costumigli ordini ed i viziloroil che per noi diventa sorgente di nuovi bisogni; ese alloracrescendo questinon si pensa anche ad accrescer le nostre forzenoi non avremo mai quell'equilibrio di forze e di bisogninel chesolo consiste la sanitá degl'individui e la prosperitádelle nazioni: i passi che faremo verso la coltura non faranno cherenderci servi degli stranieried una coltura precoce e sterilediventerá per noi piú nociva della barbarie. Uno Statoche non fa tutto ciò che può fare è ammalato.Tale era lo stato di tutta l'Italia; e questo stato era piúpericoloso per Napoliperché piú risorse avea dallanatura e piú estesa era la sfera della sua attivitá.

Mail governo di Napoli avea perduto gran parte delle sue forzesopprimendo lo sviluppo delle facoltá individualicoll'avvilimento dello spirito pubblico: tutto rimaneva a fare algovernoed il governo non sapea far nullané potea fartutto.

Lenazioni ancora barbare amano di essere sgravate dai tributiperchénon hanno desidèri superflui; le nazioni colte si contentanodi pagar moltopurché quest'aumento di tributo accresca laforza e migliori la sussistenza nazionale. Il segreto di una buonaamministrazione è di far crescere la riproduzione inproporzione dell'esazione: non è tanto la somma de' tributiquanto l'uso de' medesimi per rapporto alla nazionequello chedetermina lo stato delle sue finanze.

Ungoverno savio ed attivo avrebbe corretti gli antichi abusi diamministrazioneavrebbe sviluppata l'energia nazionaleci avrebbeesentati dai vettigali che pagavamo agli esteri per le loromanifattureavrebbe protette le nostre artimigliorate le nostreproduzioniesteso il nostro commercio: il governo sarebbe divenutopiú ricco e piú potentee la nazione piúfelice. Questo era appunto quello che la nazione bramava. L'epoca incui giunse Acton era l'epoca degli utili progetti: qual «progettista»egli si spacciò e qual «progettista» fu accolto;ma i suoi progettiineseguibili o non eseguiti o eseguiti maledivennero cagioni di nuove ruineperché cagioni di nuoveinutili spese.

Actonci voleva dare una marina. La natura avea formata la nazione per lamarinama non aveva formato Acton per la nazione. La marina doveaprima di tutto proteggere quel commercio che allora avevamoilqualeessendo di derrate e quasi tutte privative del Regnoo poca oniuna gelosia dar potea alle altre nazionile quali per lo piúun commercio aveano di manifatture. I nostri nemici erano ibarbareschicontro i quali non valeva tanto la marina grande quantola piccola marina corsarache Acton distrusse. La marina armatadovea crescere in proporzione della marina mercantile e delcommerciosenza di cui la marina guerriera è inutile e non sipuò sostenere. Actoninvece di estendere il nostro commerciolo restrinse coi suoi errori diplomaticicol suo genio dispoticocolla sua mala fedecolla viltá con cui sposògl'interessi degli stranieri in pregiudizio de' nostri. Acton nonconosceva né la nazione né le cose. Voleva la marinaed intanto non avevamo portisenza de' quali non vi è marina:non seppe nemmeno riattare quei di Baia e di Brindisiche la naturaistessa avea formatiche un tempo erano stati celebri e che poteanodivenirlo di nuovo con piccolissima spesaseinvece di seguire ilpiano delle creature di Actonsifosse seguíto il piano deiromaniche era quello della natura.

Lamarinacome Acton l'avea immaginataera un gigante coi piedi dicreta. Era troppo piccola per farci del benetroppo grande per farcidel male: eccitava la rivalitá delle grandi potenzesenzadarci la forza necessarianon dico per vincerema almeno per poterresistere. Senza marinasaremmo rimasti in una pace profonda: conuna marina grandeavremmo potuto vincere; macon una marinapiccoladovevamoo presto o tardisiccome poi è avvenutoesser trascinati nel vortice delle grandi potenzesoffrendo tutt'imali della guerrasenza poter mai sperare i vantaggi della vittoria.

Lostesso piano Acton seguí nella riforma delle truppe di terra.Carlo terzo ne avea fissato il numero a circa trentamila uomini; macome sempre suole avvenire nei piccoli Statii quali godonolunghissima pacegli ordini di guerra si erano rilasciatie ditruppe effettive non esistevano piú di quindicimila uomini.Noi mancavamo assolutamente di artiglieria. Questa fu organizzata inmodo da non lasciarci nulla da invidiare agli esteri. Ma il numerodelle altre truppe fu accresciuto solo in apparenzaper ricoprireun'alta malversazione ed una profusione la quale non avea néleggi né limiti. Acton piú degli altri ministri vi siera prestato; e questa non fu l'ultima delle ragioni per cui meritòtanta protezione sí potente e sí lunga.

Dallamorte di Iaci incominciarono le riforme di abiti e di tattica. Venivaogni anno dalla Spagnadalla Franciadalla Germaniadalla Svizzeraun nuovo generaleil quale ora rialzava di due pollici il cappelloora raccorciava di due dita l'uniformeora... Il soldato fremevavedendosi sottoposto a tante novitáche un anno dopo sapevadoversi dichiarare inutili.

Questigenerali conducevan sempre seco loro degli stranierii qualioccupavano i primi gradi della truppa. Gli altri erano accordati agliallievi del collegio militaredove la gioventú era inverobene istruita nelle cognizioni militarima non acquistava certamentené quel coraggio né quella sofferenza delle faticheche si acquista solo coll'etá e coi lunghi servigi. Il genio ele cognizioni debbono formare i generali: ma il coraggio e l'amordella fatica formano gli uffiziali. Il gran principio: che in tempodi pace l'anzianitá debba esser la norma delle promozioninonera confacente al genio di Actonil qualequando non avesse avutoil dispotismo nel cuorel'avea nella testa. Si videro vecchicapitaniabbandonati alla loro miseriadover ubbidire a giovanettiinesperti e debolii quali non sapevano altro che la teoriaed amolti altri (poichétolta una volta la norma sensibile delgiustosi apre il campo al favore ed all'intrigo)i quali nonsapevano neanche la teoriama chea forza di danarodi spionaggioe di qualche titolo anche piú infame dello spionaggioeranostati elevati a quel grado. I gradiche non si potevano occupare dacostororimasero vuotie si videro de' reggimenti interi mancaredella metá degli officialimentre coloro che dovevan esserpromossi domandavano invano il premio delle loro fatiche. Actonrispondeva a costoro che «aspettassero la pubblicazione delloro piano»; piano ammirabileche costò ad Acton ventianni di meditazione e chesenza esser mai stato pubblicatohadisorganizzata la truppadisgustata la nazionedissipato l'erariodello Stato!

Tuttonel regno di Napoli era malversazione o progetti chimerici piúnocivi della malversazione; ed intanto ciò che era necessarionon si faceva. Noi avevamo bisogno di strade: il marchese dellaSambuca ne vide la necessitáfu posta una imposizione dicirca trecentomila ducati all'anno: l'opera fu incominciatase nefecero taluni spezzoni; ma poco di poi l'opera fu sospesa e lacontribuzione convertita ad un altro uso. Province intere chiesero ilpermesso di costruirsi le strade a loro spesepromettendo intanto dicontinuare a pagare alla cortesebbene giá convertita adaltro usol'imposizione che era addetta alle strade; promettendopagarla per sempreancorchéquando s'imposesi fossepromesso di dover finire colla costruzione delle strade. Sicrederebbe che questo progetto fosse stato rifiutato? Si puòimmaginare nazione piú ragionevole e piú buona eministero piú stolidamente scellerato? Vi erano nel regno diNapoli alcuni errori nelle massime ed alcuni vizinell'organizzazionei quali impedivano i progressi della pubblicafelicitá. Avean data origine ai medesimi altri tempi ed altrecircostanze: le circostanze e i tempi eransi cangiatima gli erroried i vizi sussistevano ancora.

Similea tutt'i governi i quali hanno un impero superiore alle proprieforzeil governo di Spagnane' tempi della dinastia austriacaaveaprocurato di distruggere ciò che non poteva conservare. Si eraestinto ogni valor militare. A contenere una nobiltá generosae potenteil primo de' viceré spagnuoliPietro di Toledocredette opportuno invilupparla tra i lacci di una giurisprudenzacavillosa la qualenel tempo istesso che offriva facili edabbondanti ricchezze a coloro che non ne avevanospogliava quegliche ne abbondavano e moltiplicava oltre il dovere una classe dipersone pericolose in ogni Statoperché potevano divenirricche senza esser industriose ociò che val lo stessosenzache la loro industria producesse nulla. Tutti gli affari del Regno sidiscussero nel fòroe nel fòro si disputò sopratutti gli affari. Derivaron da ciò molti mali. Tutto ciòche non era materia di disputa forense fu trascurato: agricolturaarticommercioscienze utilitutto ciò fu consideratopiuttosto come oggetto di sterile o voluttuosa curiositá checome studi utili alla prosperitá pubblica e privata. Si èletto per qualche secolo sulla porta delle nostre scuole un disticolatinonel quale la goffaggine dello stile eguagliava la stoltezzadel pensieroe che diceva: «Galeno dá le ricchezzeGiustiniano dá gli onori; tutti gli altri non dánno chepaglia». Ese mai talunoad onta della mancanza diistruzioneconcepiva qualche idea di pubblica utilitánonpoteva eseguirla senza prima soggettarsi ad un esameil qualeperché fatto innanzi a giudici e con tutte le formolegiudiziariediventava litigio. Si voleva fare un ponte? si dovealitigare. Si voleva fare una strada? si dovea litigare. Ciascuno delpopolo ha in Napoli il diritto di opporsi al bene che voi voletefare.

Carloterzo fece grandissimi beni al Regno: egli riordinòl'amministrazione della giustiziatolse gli abusi dellagiurisdizione ecclesiasticafrenò quelli della feudaleprotesse le arti e l'industria; e piú bene avrebbe fattoseil suo regno fosse stato piú lungo e se molti de' ministriche lo servivanonon avessero ancora seguite in gran parte lemassime dell'antica politica spagnuola. Tanucciper esempioil dilui amicoquello tra' suoi ministri a cui piú deve il Regnoerrava credendo che il regno di Napoli non dovesse esser mai un regnomilitare. È nota la risposta che egli soleva dare a chiunquegli parlava di guerra: - Principoniarmate e cannoni; principiniville e casini. - La sua massima era falsaperché néil re di Napoli poteva chiamarsi «principino»néi principini sono dispensati della cura della propria difesa.Tanuccipiú diplomatico che militareconfidava piúne' trattati che nella propria forza; ignorava che la sola forza èquella che fa ottener vantaggiosi trattati; ignorava la forza delRegno che amministrava edinvece di un'esistenza propria e sicuragliene dava una dipendente dall'arbitrio altrui ed incerta.

ContinuòTanucci a confondere il potere amministrativo ed il giudiziarioedil fòro continuò ad esser il centro di tutti gliaffari. Il potere giudiziario tendeper sua intrinseca naturaaconservar le cose nello stato nel quale si trovano; l'amministrativotende a sempre cangiarleperché tende sempre a migliorarle:il primo pronunzia sempre sentenze irrevocabili; il secondo non fache tentativii quali si possono e talora si debbono cangiare ognigiorno. Se questi due poteriper loro natura tanto diversiliriunitecorrompete l'uno e l'altro.

Tuttoin Napoli si dovea fare dai giudici e per vie giudiziarie; e daquesto ne veniva che tutte le operazioni amministrative eran lente eriuscivan male. Il governo era tanto lontano dalle vere idee diamministrazioneche i vari oggetti della medesima o non eranoaffidati a nessuno o erano commessi agli stessi giudici; quindil'utile amministrazione o non avea chi la promovesse o era promossalanguidissimamente da coloro che avean tante altre cose da fare.

L'altrodifettoche vi era nell'organizzazione del governo di Napoliera lamancanza di un centro comuneal qualecome tanti raggiandassero afinir tutti i rami dell'amministrazione. Questo centro avrebbe dovutoessere il Consiglio di Stato. Ma Consiglio di Stato in Napoli non viera se non di nome. Ciascun ministro era indipendente. I regolamentigeneralii quali avrebbero dovuto essere il risultato delladeliberazione comune di tutt'i ministriciascun ministro li facevada sé: in conseguenzaciascun ministro li faceva a suo modo;i regolamenti di un ministro eran contrari a quelli di un altroperché la principal cura di ogni ministro era sempre quella diusurpar quanto piú poteva l'autoritá de' suoi colleghie distruggere le operazioni del suo antecessore. Cosí non viera nelle operazioni del governo né unitá nécostanza: il ministro della guerra distruggeva ciò che facevail ministro delle finanzee quello delle finanze distruggeva ciòche faceva il ministro della guerra. Tra tanti ministri eravi sempre(e questo era inevitabile) uno piú innanzi di tutti gli altrinel favor del sovranoe questo ministro era quegli che davacomesuol dirsiil «tono» ed il «carattere» atutti gli affari; tono e carattere che un momento di poi cangiavaperché cangiava il favore. Né valevaad assicurar ladurata di un regolamento o di una leggela ragionevolezza dellamedesima. Vi fu mai legge piú giusta di quella che obbligava igiudici a ragionar le loro sentenzeonde esse fossero veramentesentenze e non capricci? Tanucci avea imposta questa obbligazione aigiudici: Simonetti ne li sciolse. Si può credere che Simonettipensasse di buona fede che i giudici non fossero obbligati aragionare e ad ubbidire alla legge? Simonetti dunque tradí lasua propria coscienzatradí il reperché la leggeche egli abolínon era opera suama bensí di Tanucci.

Gliesempi di simili cose sarebbero infiniti di numeroma io mi sonlimitato a questo soloperchésiccome esso urtaevidentemente il senso comunebasta a dimostrare che i difetti diorganizzazione de' quali parliamo erano spinti tanto innanzida nonrispettar piú neanche il senso comune. Si aggiunga a ciòche tutt'i ministri erano ministri di giustiziaimperciocchél'amministrazione della giustizia non era ordinata in modo cheseguisse la natura delle cose o delle azionima seguiva ancoracomeavveniva presso i barbari del Settentrionenostri antenatilanatura delle persone: la giustizia era diversa pel militarepelpreteper l'uomo che possedeva una greggiaper l'uomo che non nepossedevaecc. ecc. Si eran moltiplicate in Napoli le cortigiudicatrici piú che non furono moltiplicati in Roma gl'iddiiai tempi di Ciceroneper cui questo grand'uomo si doleva di nonpotersi fare un passo senza timore di urtare qualche divinitá;enel contrasto continuo tra tanti tribunalispesso era bendifficile sapere da qual di essi uno dovesse esser giudicato. Io hodegli esempi di «quistioni di tribunale»le quali handurato diciotto anni.

Nuovidisordinie maggiori. In una monarchiaquello che nellagiurisprudenza romana chiamavasi «rescritto del principe»deve avere vigore di legge; ma i principi saggi fanno pochissimirescritti e non mai per altro che per alcuni casi particolarionde èche in tutte le monarchie trovasiper legge quasi fondamentale delloStatostabilito che il rescritto non debba mai trasportarsi da uncaso all'altro. Nel regno di Napoli i rescritti eransi moltiplicatiall'infinito: ciascun ministro ne facevae ciascun ministro facevarescritti invece di leggi. Come sempre suole avvenirei rescrittieran l'opera de' commessie vi è stato tra essi taluno ilquale per molti anni è stato il veroil solo legislatore ditutto il Regno.

Iomi trattengo molto sopra queste che sembran picciole coseperchéda esse dipendono le grandi. Cambiate le primeed imaginate cheTanucci avesse compresa tutta la potenza del Regno e vi avessestabiliti ordini ed educazione militare; che il potere amministrativofosse stato diviso dal giudiziarioe divenuto quello piúattivoquesto piú regolare; che tutte le partidell'amministrazione avessero avuto un centro comuneun Consigliopermanentealla testa del quale fosse stato il re; e che i ministrinon piú indipendenti l'uno dall'altro e tutti rivalifosserostati costretti ad operare dietro un piano uniforme e costante;imaginateinsommache il reinvece di lasciar preponderare orquesto or quell'altro ministroavesse voluto esser veramente re; etutto allora sarebbe cambiato. Imperciocché io son persuasochenello stato presente delle idee e de' costumi dell'Europararissimo e forse impossibile a trovarsi sia un re il quale nonvoglia il bene del suo regno: ma questo bene non si fa produrreperché deve farsi dai ministrii quali amano piú ilposto che il regno e piú la persona propria che il posto. Ènecessitá dunque costringerveli colla forza degli ordinipubbliciil vero fine de' qualiper chi intendenon è altroche garantire il re contro la negligenza e la mala volontá de'ministri. Con picciolissime riforme voi producete un grandissimobenee tutte le riforme di uno Stato tendono ad un sol finecioèche il re sia veramente re. Maper questa ragionea tali riforme iministri si oppongono sempre; onde poi i mali diventano maggioriedinevitabili quelle grandissime crisiper le quali spesso s'immolanodieci generazioni per rendere forse felice l'undecima. Veritáfunesta e per i principi e per i popoli! Le rovine di quelli e diquesti per l'ordinario sono l'effetto de' ministri e di coloro che simillantano amici dei re.



IX.FINANZE


Chiparagona la somma de' tributi che noi pagavamo con quella chepagavano le altre nazioni di Europacrederá che noi noneravamo i piú oppressi. Chi paragona la somma delleimposizioni che noi pagavamo ai tempi di Carlo terzo con quella cheposcia pagammo ai tempi di Ferdinandovedrá forse che ladifferenza tra quella e questa non era grandissima. Ma intanto ibisogni della nazione eran cresciutierano cresciuti i bisogni dellacorte: quella veniva a pagare piúperché in realtáavea meno superfluo; questa veniva ad esiger meno. Il poco cheesigeva era malversato; non si pensava a restituire alla nazioneciocché da lei si prendeva; era facile il prevedere che trapoco le rendite non erano bastantied il bisogno delle nuoveimposizioni sarebbe stato tanto maggiore nella corte quanto maggioresarebbe stata nel popolo l'impotenza di pagarle.

S'incominciòdal cangiare per specolazione taluni dazi indirettii qualisembravano gravosi (tali eranoper esempioquelli sul tabacco esulla manna)e furono commutati in dazi direttiche rendevano quasiil doppio. S'impose un dazio sulla cacciache fino a quell'epoca erastata libera; ma non si pensò a regolarlaperché ildazio interessava la corte ed il regolamento interessava la nazione.S'impose un dazio sull'estrazione de' nostri generimentre se nedoveva imporre uno sull'introduzione de' generi esteri. Si ricorsefinanche alla risorsa della «crociata»di cui non credoche vi possa essere risorsa piú vileo che il governo creda oche non creda esser dell'onore della divinitá de' cattoliciche in taluni giorni dell'anno si mangino solo alcuni cattivi cibiche ci vendono gli eretici.

Siricercarono per tutto il Regno i fondi che duetrequattrodiecisecoli prima erano stati posseduti dal fiscoe si aprí unapersecuzione contro le cose non meno crudele di quella contro lepersone. Finché questa persecuzione fu contro i soli feudataried ecclesiasticifu tollerabile; ma gli agenti del fiscodopo cheebbero assicurato il dominiocome essi dicevanodel reannullaronospietatamente tutt'i contratti ebeffandosi di ogni buona fedeturbarono il povero colonoil quale fu costretto a ricomprarsi conuna lite o col danaro quel terreno che era stato innaffiato dalsudore de' suoi maggiori e che formar dovea l'unica sussistenza de'figli suoi.

Forseun giorno non si crederá che il furore delle revindiche eragiunto a segno che i cavalieri dell'ordine costantinianoimmaginandonon so qual parentela tra Ferdinando quartogran maestrodell'ordinee sant'Antonio abatediedero a credere al re che tutt'ibenii quali nel Regno fossero sotto l'invocazione di questo santosi appartenessero a lui; ed egliin ricompensa del consiglio e dellecure che mettevano i cavalieri in ricercare tali beni ovunquefosserocredette utile allo Statoed in conseguenza giustotogliertali beni a coloro che utilmente li coltivavanoe darli ad altriiqualiessendo cavalieri costantinianiavevano il diritto di vivereoziosi.

Lemunicipalitá presso di noi avevano molti fondi pubblicichele stesse popolazioni amministravanola rendita de' quali serviva apagare i pubblici pesi. Molti altri ve n'eranosotto nome di «luoghipii»addetti alla pubblica beneficenzafin da que' tempi ne'quali la sola religionesotto nome di «caritá»potea indurre gli uomini a far un'opera utile a' loro simili ed ilsolo nome di un santo potea raffrenar gli europei ancora barbaridall'usurparli. Mille abusi ivi eranoe nell'oggetto enell'amministrazione di tali fondi; ma essi intanto formavano partedella ricchezza nazionaleed il privarne la nazionesenza chealtronde avesse avuto niun accrescimento di arti e di commercio ondesupplirviera lo stesso che impoverirla. Il tempoche tutt'i maliriforma meglio dell'uomoavrebbe corretto anche questo.

Unaparte di questi fondi pubblici fu occupata dalla cortee questo nonfu il maggior male; l'altrasotto pretesto di essere maleamministrata dalle popolazionifu fatta amministrare dalla Camerade' conti e da un tribunale chiamato «misto»ma chenella miscela de' suoi subalternitutt'altro avea che gente onesta.L'amministrazione dalle mani delle comuni passò in quelle de'commessi di questi tribunalii quali continuarono a rubareimpunementee tutto il vantaggioche dalle nuove riforme siritrassefu che si rubò da pochidove prima si rubava damolti; si rubò dagli oziosidove prima si rubavadagl'industriosi; il danaro fu dissipato tra i vizi ed il lusso dellacapitaledove che prima s'impiegava nelle province; la nazionedivenne piú poverae lo Stato non divenne piú ricco.

Lostesso era avvenuto per i fondi allodiali e gesuitici. Tutto nelregno di Napoli tendeva alla concentrazione di tutt'i rami diamministrazione in una sola mano. Ma questa manonon potendo tuttofare da sédovea per necessitá servirsi di agenti nonfedelie la nazione allora cade in quel deplorabile statoin cuidagl'impieghi sperasi non tanto l'onore di servir la patria quanto ildiritto di spogliarla. Allora la nazione è inondata da quelle«vespe» giudicatriciche tanto ci fanno ridere sullescene di Aristofane.

Lanostra capitale incominciava ad essere affollata da quest'insettiiqualicolla speranza di un miserabile impiego subalternotrascuranoogni fatica: intanto i vizi ed i capricci crescono coll'ozioedilmiserabile soldo che hanno non crescendo in proporzionesonocostretti a tenere nell'esercizio del loro impiego una condotta laquale accresca la loro fortuna a spese della fortuna dello Stato edel costume della nazione. Io giudico della corruzione di un governodal numero di coloro che domandano un impiego per vivere: l'onestocittadino non dovrebbe pensare a servir la patria se non dopo diavere giá onde sussistere. Romanell'antica santitáde' suoi costuminon concedeva ad altri quest'onore. Cosí ildisordine dell'amministrazione è la piú grande cagionedi pubblica corruzione.

Sulprincipio il disordine nelle finanze attaccò i piúricchi; masiccome la loro classe formava anche la classedegl'industriosie da questi il rimanente del popolo vivevacosíil disordine attaccò l'anima dello Statoe tra poco tutte lemembra doveano risentirsene egualmente.

Nullabastava alla corte di Napoli. Non bastò il danaro ritrattodallo spoglio delle Calabrie; si rimisero in uso i «donativi»;non passò anno senza che ve ne fosse uno. Finalmente neanche i«donativi» furono sufficientied incominciaron leoperazioni de' banchi.

Ibanchi di Napoli erano depositi di danaro di privatiai quali ilgoverno non prestava altro che la sua protezione. Erano sette corpimoraliche tutti insieme possedevano circa tredici milioni di ducatied ai quali la nazione ne avea affidati ventiquattro. Le loro cartegodevano il massimo creditotra perché ipotecate sopra fondiimmensitra perché un corpo morale si crede superiore aquegli accidenti a cui talora va soggetto un privatotra perchétenevano sempre i banchi il danaro di cui si dichiaravano perdepositari e che non potevano convertire in altro uso. Fino al 1793essi furono riputati sacri.

Laregina pensò da banchi privati farli diventar banchi di corte.Il primo uso che ne fece fu di gravarli di qualche pensione inbeneficio di qualche favorito; il secondo fu di costringerli a fardegl'imprestiti a qualche altro favorito meno vile o piúintrigante; il terzodi far contribuire grosse somme per i progettidi Actonche si chiamavano «bisogni dello Stato»quasiche il danaro dei banchi non fosse danaro di quegl'istessi privatich'erano stati giá tassati. Indi incominciarono le operazionisegrete. Si fecero estrazioni immense di danaro: quando non vi fu piúdanarosi fecero fabbricar carteonde venderle come danaro. Lecarte circolanti giungevano a circa trentacinque milioni di ducatide' quali non esisteva un soldo.

Alloraincominciò un agio fino a quel tempo ignoto alla nazioneeche in breve crebbe a segno di assorbire due terzi del valore dellacarta. La cortelungi dal riparare al male allorché era sulnascerel'accrebbecontinuando tutto giorno a metter fuori dellecarte vuote e facendole convertire in contanti per mezzo de' suoiagenti a qualunque agio ne venisse richiesto. Si vide lo stessosovrano divenir agiotatore: se avesse voluto far fallire una nazionenemicanon potea fare altrimenti.

L'agioera tanto piú pesante quanto che non si trattava di bigliettidi azionenon di biglietti di cortela sorte de' quali avesseinteressati soli pochi renditieri; si trattava di attaccare in uncolpo solo tutto il numerario e di rovesciar tutte le proprietátutto il commerciotutta la circolazione di una nazione agricolalaquale di sua natura ha sempre la circolazione piú languidadelle altre. La corte si scosse quando il male era irreparabile.Diede i suoi allodiali per ipoteca delle carte vuote; ma néque' fondi potean ritrovare cosí facilmente compratorinévendutiriparato avrebbero alla mala fede. Conveniva persuadere alpopolo che di carte vuote non se ne sarebbero piú fattecioèconveniva persuadere o che la corte non avrebbe avuto piúbisogno o cheavendo bisognonon avrebbe adoperato l'espediente difar nuove carte. Lo stato delle cose avrebbe fatto temere il bisognola condotta della corte faceva dubitar della sua fede. Come fidarsidi una cortela qualeavendo giá incominciata la vendita de'beni ecclesiasticiinvece di lacerar due milioni e mezzo di carteritratte dalla venditali rimise di nuovo in circolazione? Cosíquesta porzione di debito pubblico venne a duplicarsipoichérimasero a peso della nazione le carte e si alienòl'equivalente de' fondi.

Nonmanca talunoil quale ha creduto la vendita de' beni ecclesiasticiessere stata effettonon giá di cura che si avesse diriempire il vuoto de' banchima bensí di timore che essiservissero di pretesto e di stimolo ad una rivoluzione. Quanto menovi sará da guadagnaredicevasitanto minore sará ilnumero di coloro che desiderano una rivoluzione. L'uomo che si diceautor di questo consiglio conosceva egli la rivoluzionegli uominila sua patria?



X.COMMERCIO


Ildisordine de' banchiquindici anni primaforse o non vi sarebbestato o sarebbe stato piú tollerabileperché lanazione avea allora un erario sufficiente a riempire il vuoto che ne'banchi si facevao almeno a mantenervi sempre tanto danaro quantoera necessario per la circolazione. È una veritáriconosciuta da tuttiche ne' pubblici depositi può mancareuna porzione del contante senza che perciò la carta perda ilsuo credito; ma conviene che la circolazione sia in piena attivitáe chementre una parte della nazione restituisce le sue carteun'altra depositi nuovi effetti. Orain Napoli da alcuni anni eracessata del tutto l'introduzione delle nuove speciepoichéestinta era ogni industria nazionalee quei rapporti di commercioche soli ci eran rimasti colle altre nazioni erano tutti passivi. Itremuoti del 1783 epiú de' tremuotil'economia distruttivadella corte avean desolate le Calabrie; due delle piú fertiliprovince eran divenute deserte. Il disseccamento delle paludi Pontinee la coltura che Pio sesto vi aveva introdotta ci avean tolto oalmeno diminuito un ramo utilissimo di esportazione de' nostri grani.Noi avevamo altre volte un commercio lucrosissimo colla Franciaequello che sulla Francia guadagnavamo compensava ciò cheperdevamo cogli inglesicogli olandesi e coi tedeschi. Larivoluzione di Franciadistruggendo le manifatture di Marsiglia e diLionefece decadere il nostro commercio d'olio e di sete. Convenivadare maggiore attivitá alle nostre manifatture di seta edistituir delle fabbriche di sapone: esse sarebbero divenute quasiprivative per noied avremmo ritratto almeno questo vantaggio dallarivoluzione francese. Ma quest'oggetto non importava ad Acton.Conveniva serbare un'esatta neutralitála qualene' primianni della rivoluzione franceseavrebbe dato un immenso smercio de'nostri grani. Ma Acton e la regina credevano poter far morire ifrancesi di fame. Intanto i francesi destarono i ragusei ed ilevantinidai quali ebbero il granoe non morirono di fame: noiperdemmo allora tutto il lucro che potevamo ragionevolmente sperareed oggi ci troviamo di aver acquistati in questo ramo di commerciode' concorrentitanto piú pericolosi in quanto che abitano unsuolo egualmente fertile e sono piú poveri di noi. Ci sipermise il solo commercio cogl'inglesipoiché il commercio diOlanda era anche nelle mani dell'Inghilterracioè ci sipermise quel solo commercio che ci si avrebbe dovuto vietare: anzisiccome l'opinione della corte era venduta agl'inglesicosíl'opinione della nazione lo fu egualmente; e non mai le brillantibagatelle del Tamigi hanno avuta tanta voga sul Sebetonon mai noisiamo stati di tanto debitori agl'inglesiquanto nel tempo appuntoin cui meno potevamo pagare. Questo disquilibrio di commercio hatolto in otto o nove anni alla nazione napolitana quasi dieci milionidi suo danaro effettivooltre tantoe forse anche piúcheavrebbe dovuto e che avrebbe potuto guadagnarese il vero interessedella nazione si fosse preferito al capriccio di chi la governava.

Atutti questi mali erasi aggiunto quello di una guerra immaginata econdotta in modo che distruggeva il Regnosenza poterci far speraregiammai né la vittoria né la pace. Si manteneva daquattro anni un esercito di sessantamila uomini ozioso nellefrontiereed il suo mantenimento costava quanto quello di qualunqueesercito attivo in campagna. Per conservarcome si diceala pacedel Regnola quale si dovea fondar solo sulla buona fede del resirichiesero nuovi soccorsi al popolo; e si ottennero. Si richiese nonsolo l'argento delle chiesema anche quello de' privatidando loroin prezzo delle carte che non avevano alcun valore; e si ottenne.S'impose una decima su tutti i fondi del Regnola quale producevaquasi il quarto di tutti gli altri tributi che giá sipagavano. Ma tutte queste risorseche non furono piccolesidissiparonosi perdetteropassando per mani negligenti o infedeli.

Sispogliarono le campagne di cavallidi mulidi boviche partemorirono per mancanza di ciboparte si rivendettero da quegl'istessiche ne avean fatta la requisizione.

Sitolsero nella prima leva le migliori braccia all'agricolturaalloStato la piú utile gioventúchestrappata dal senodelle loro famigliefu condotta a morire in San GermanoSessa eTeano: l'aria pestilenziale di que' luoghi e la mancanza di tutte lecose necessarie alla vitain una sola estatene distrussero piúdi trentamila. Una disfatta non ne avrebbe fatto perdere tanti.

Allorasi vide quanto la nazione napolitana era ragionevoleamante dellasua patriama nel tempo istesso nemica di opressioni ed'ingiustizie. Erano due anni da che si era ordinata una leva disedicimila uominima questa levacommessa ad agenti venalinon erastata eseguita: la nazione vi aveva opposti tanti ostacolichepochissime popolazioni appena aveano inviato il contingente delleloro reclute. Gli abitanti delle province del regno di Napoli nonamavano di fare il soldato mercenarioservo de' capricci di ungenerale tedescoche non conosce altra ordinanza che il suo bastone.La corte vide il male; la nuova leva fu commessa alle municipalitáo sia alle stesse popolazionied i nuovi coscritti furon dichiarati«volontari»da dover servire alla difesa della patriafino alla pace. Al nome di «patria»al nome di«volontari»tutti corseroe si ebbe in pochissimigiorni quasi il doppio del numero ordinato colla leva. Ma questistessiun anno dopodisgustati dai cattivi trattamenti della cortee piú dalla sua mala fedeper la maggior parte disertarono.Essi erano volontari da servir fino alla pace; la pace si eraconchiusaed essi chiesero il loro congedo. Un governo saviol'avrebbe volentieri accordatosicuro di riaverli al nuovo bisogno;ma il governo di Napoli non conosceva il potere della buona fede edella giustizia: anziché esserne amatocredeva piúsicuro esser temuto dai suoi popolie ne fu odiato. Tanti disertoriper evitare il rigore delle persecuzionisi dispersero per lecampagne: il Regno fu pieno di ladri e le frontiere rimasero prive disoldati.

Icortigiani diedero torto ai soldatiperché volevano adular lacorte; gli esteri diedero torto ai soldatiperché volevanoavvilir la nazione; e molti tra' nostriche pure hanno fama dipensatoridiedero torto ai soldatiperché non conoscevano lanazione ed adulavano gli esteri. Questi piccoli tratti caratterizzanole nazionigli uomini che le governano e quelli che le giudicano.



XI.GUERRA


Taleera lo stato del Regno sul cadere dell'estate del 1798quando lavittoria di Nelson ne' mari di Alessandrialo scarso numero dellatruppa francese in Italiale promesse venali di qualche franceselanuova alleanza colla Russia epiú di tuttogl'intrighi delgabinetto inglesefecero credere al re di Napoli esser venuto ilmomento opportuno a ristabilire le cose d'Italia.

Dauna partela repubblica romanateatro delle prime operazionimilitaripiú che di uno Statopresentava l'apparenza di undesertoi pochi uomini abitatori del qualeinvece di opporsiall'invasoredovean ricevere chiunque loro portasse del pane.Dall'altral'imperatore di Germania rivolgeva di nuovo pensieri diguerra: né egli né il Direttorio volevan piú lapace; e si osservava chementre i plenipotenziari delle due potenzestavano inutilmente in Rastadti francesi occupavano la Svizzera edi russi marciavano verso il Reno.

Ilre di Napoliper completare il suo esercitoordinò una levadi quarantamila uominila quale fu eseguita in tutto il Regno in ungiorno solo. In tal modo sulle frontiereal cader di ottobretrovaronsi riuniti circa settantamila uomini.

Mancavaa queste truppe un generaleecredendosi che non si potesse trovarein Napolisi chiese alla Germania. Mack giunse come un geniotutelare del Regno.

Ilpiano della guerra era che il re di Napoli avrebbe fatto avanzar lesue truppe nel tempo stesso che l'imperatore avrebbe aperta lacampagna dalla sua parte. Il duca di Toscana ed il re di Sardegnadoveano avere anch'essi parte nell'operazioneed a tale oggettofacevano delle leve segrete ne' loro Stati; e si erano inviati dallacorte di Napoli settemila uomini sotto il comando del generalNaselliil quale occupò Livorno ed a tempo opportuno dovevainsieme colle truppe toscanemarciar sopra Bologna e riunirsi allagrande armata. Si era creduto necessariosotto apparenza di difesaoccupare militarmente la Toscanaperché quel governo eratratutti i governi italianiil piú sinceramente alieno daipensieri di guerra; e questo avea reso il ministero toscano tantoodioso al governo di Napoliche poco mancò che non sivedessero dei corpi di truppa spedirsi da Napoli in Livorno a solofine di obbligare il granduca a deporre Manfredini. In tal modo ifrancesicircondati ed attaccati in tutti i puntidovevano sloggiardall'Italia.

Mal'imperatore intanto non si moveatra perché forse opportunanon era ancora la stagionetra perché aspettava i russi chenon erano giunti ancora. Il Consiglio di Vienna avea risoluto di nonaprir la campagna prima del mese di aprile. Non si sa comesiottennero lettere piú autorevoli delle risoluzioni delConsigliole quali permettevano all'esercito napolitano di muoversiprima; e queste lettere erano state chieste ed ottenute con tantasegretezzache il ministero istesso di Vienna non le seppe se nonnello stesso giorno nel quale seppe e la marcia delle truppe e ladisfatta. Amarissimi rimproveri ne ebbe chi allora risedeva in Viennaper la corte di Napoli. Il ministro Thugut diceva che questa corteavea tradita la causa di tutta l'Europa e che meritava di esserabbandonata al suo destino. La protezione dell'imperatore Paoloprimopresso il quale principal mediatrice fu la granduchessa ElenaPaolownaallora arciduchessa palatinasalvò la corte daglieffetti di questa minaccia. L'ambasciatore napolitano si giustificòmostrando ordini in faccia ai quali quelli del Consiglio doveantacere. Ma rimase e rimarrá sempre incerto e disputabileperché maicontro gli stessi propri interessida Napoli sichiedevano e da Vienna si davano ordini segreticontrari al pianopubblicamente risolutoda tutti accettatoda tutti riconosciuto perpiú vantaggioso. Intendevasicon ciòingannarl'inimico o se stesso?

Èprobabile che la corte di Napoli ardesse di soverchia impazienza didiscacciar i francesi dall'Italia. È probabile ancora chetanta impazienza non nascesse da solo odioma anche da desiderio ditrarre da una vittoriala quale credevasi sicuraun profittocheforse l'Austria non avrebbe volentieri concedutomatrovandolo giápresolo avrebbe tollerato. Siccome nelle leghe non si dá maipiú di quello che uno si prendecosí de' collegaticiascuno si affretta a prendere quanto piú può e quantopiú presto è possibile; la vicendevole gelosia generala comune mala fede ementre ciascuno pensa a sési obblianogl'interessi di tutti. Main tale ipotesiperché mail'Austria acconsentí alla dimanda di Napoli? Non èneanche inverosimile che Macksempre fertile in progetticredessefacile discacciar i francesi; esicuro de' primi successi (e chi nonl'avrebbe credutoquando Mack non si conosceva ancora?)amava piúd'invitare l'imperatore a goderne i frutti che dividerne la gloria.

Sopraogni altra congettura però è verosimile che la corte diNapoli operasse spesso senza l'intelligenza dell'imperatore diGermaniaperchémentre da una parte prestava il suo nomealla lega che si era stretta nel Nord e della quale era il centroprincipale in Viennadall'altra manteneva un suo ambasciatore inParigiil qualequando la pace fu giá rottapotetteottenere dal Direttorio ordini tali al generale in capo dell'armatad'Italiache gl'impedivano d'invadere il regno di Napoli elimitavano le sue operazioni militari a respingere solamentel'aggressione. Il corriere che portava tali ordini funon si sa beneper quale accidenteassassinato nel Piemonte. Oraordini di talenaturaquando anche s'ignorino le trattative precedentiècerto che non si possono ottenere senza supporre o che il Direttorioignorasse interamente i disegni ed i movimenti del gabinetto diNapoliil che è incredibileo che avesse risolutod'abbandonar l'Italiatalché la corte di Napolipiúche sugli aiuti degli alleatifondasse le speranze de' suoi vantaggisull'abbandono del governo francesee volesse perciòprocurarseli da sé solaonde non esser costretta a dividerlicogli altri. È certo che la guerra con Napoli fu fatta controgli ordini del Direttorio; che Championnet non ebbe altri che loautorizzasse a farla se non il generale in capo Jouberte che infaccia al Direttorio dovette scusarsi colla ragione di quellanecessitáche spesso spinge un generale oltre i limiti delleistruzioni superiori; e fu assolutoperché facilmente sigiustifica ogni audacia che abbia ottenuto prospero successo.

Matutte queste cose agitavansi nel segreto del gabinettoné atutti i ministri del re erano confidate. Miserabile condizione ditempine' quali la sorte de' popoli dipende piú dall'intrigoche dal valor veroe vedesi un governoil quale poteva tuttoragionevolmente sperare dalle forze proprie e dall'opportunitádelle circostanzeavvilirsi a cercar la vittoria dai capricci edalle promesse degli uominimeno stabili della stessa fortuna! Se lacorte di Napoliconsultando le proprie forze e la propria ragioneanziché la guerral'avesse guerreggiatane avrebbe ottenutisuccessi o piú felici o meno disastrosi. Difatti il maggiornumero de' consiglieri del resia che ignorassero le segrete ragionisulle quali si fondavano tutte le speranze del buon successosia chenon vi mettessero molta federimasero fermi nel parere della pace.Ma Acton ebbe cura di allontanarli. Quando si decise la guerranonintervennero molti degli antichi consiglieri. Il marchese De Marcoil generale Pignatelliil marchese del Gallo eran per la pace. Perla pace furono il maresciallo Parisi ed il general Collichiamati inConsigliosebbene non consiglieri. Ma la reginaMackActonCastelcicala formarono la pluralitá e strascinarono l'animodel re.

-Che vi pare di questa guerra giá risoluta? - domandòmolti giorni dipoi la regina ad Ariolache era ministro di guerra eche intanto non ne sapeva ancor nulla. Ariolache avrebbe volutotacerespronato a parlarele disse che da tal guerra vi era piúda temere che da sperare.

-Il re potrebbe - disse Ariola - sostener con vantaggio una guerradifensivama tutto gli manca per l'offensiva. Egli non combatte adarmi eguali. I francesipochi di numeroson tutti soldati avvezzialla guerra ed alla fatica; l'esercito nostro è per metácomposto di reclute strappate appena da un mese dal seno delle lorofamiglieed il loro numero maggiore non servirá che adimbarazzare i buoni veterani che son tra loroed a rendere piúsensibile la mancanza in cui siamo di buoni officialiil numero de'quali non abbiam potuto raddoppiare in un momentocome abbiamraddoppiato quello della truppa. Perché non si aspetta chequeste truppe si disciplinino? Perché non si aspetta chel'imperatore si muova il primo? Tanta fretta si ha dunque di vincereche non si ha cura neanche di render sicura la vittoria? Tanto certoè della vittoria Mackche si avvia senza neanche pensare allapossibilitá di un rovescio? Si apre una guerra nellefrontiereè necessario che uno de' due Stati immediatamentesia invaso; ed intanto niuna cura egli si ha preso della difesadell'interno del Regnoche tutto è apertoedal primorovescio che noi avremoil nemico sará nel cuore de' nostriStati. A noi non sará molto facilesoli e senza il soccorsodell'imperatorediscacciar l'inimico dall'Italiaefinchéciò non si ottenganulla si potrá dir fatto. Moltevittorie bisognano a noi: una sola basta all'inimico. Quanto piúl'inimico si avanzerátanto piú facile troverála strada alla vittoria; ma quando piú ci avanzeremo noitanto maggiori e piú numerosi ostacoli incontraremo: la sortedell'inimico si decide in un momento; la nostrasebbene prosperaavrá bisogno di molto tempo. Intanto Mackquasi potesseterminar la guerra in pochi giornisi avvia verso un paese desolatoove è penuria di tuttosenza aver prima pensato aprovvedersied in una stagione in cui difficili sono i trasporti edi generi non abbondanti. Egli si avvia a conquistare il territorioaltrui e forse a perdere il proprio. -

Qualefu l'effetto di questo discorso? Mack ed Acton se ne offeseroActonminacciò AriolaAriola se ne dolse col re ementre il re glidava ragioneActon in sua presenza gli tolse il portafoglio. Pochigiorni dipoil'esperimento confermò la veracitá de'suoi pronostici. Il refuggito da Romagiunse a Caserta: si ricordadi Ariola e lo invoca come l'unico suo liberatore. Ariola parte pelcampo onde concertare con Mack i mezzi di difendere il Regno daun'invasione. Trova lo stato maggiore in Terracinama Mack non vierané alcuno sapeva indicare ove mai si trovasse. Intantovede ritornar l'esercito tutto disperso. Crede necessario tornare inCaserta e non perder tempo. Poche ore dopo la di lui partenzaMackarriva. Scrive al re che il ministro della guerra era un vileilquale avea abbandonato il suo posto. Ed Ariola è arrestato. Néè improbabile che a questa disgrazia di Ariola abbia prestatala sua mano anche Actonse è vero ciò che talunidiconocheaccusato egli di aver mal diretti alcuni preparativimilitariabbia voluto farne creder colpevole Ariola ed abbiaafferrata potentemente l'occasione di poter far sequestrare le di luicarteonde non si venisse mai in chiaro del vero autore. Credevaegli con un delitto di cortigiano conservar la fama di generale?



XII.Continuazione.


Laguerra fu risoluta. Si pubblica un proclamacol quale il re diNapolicon equivoche paroledichiara che egli voleva conservarl'amicizia che aveva colla repubblica francesema che si credevaoltraggiato per l'occupazione di Maltaisola che apparteneva alregno di Siciliae non poteva soffrire che fossero invase le terredel papache amava come suo antico alleato e rispettava come capodella Chiesa; che avrebbe fatto marciare il suo esercito perrestituire il territorio romano al legittimo sovrano (si lascia indubbio se questo sovrano fosse o no il papa); ed invita qualunqueforza armata a ritirarsi dal territorio romanoperchéinaltro casose le sarebbe dichiarata la guerra. Simile proclama nonsi era veduto in nessun secolo della diplomaziaa meno che i romaninon ne avessero formato unoallorché ordinarono agli altrigreci di non molestar gli acarnaniiperché tra i popoli dellaGrecia erano stati i soli che non avevano inviate truppe all'assediodi Troia.

Questoproclama fu pubblicato a' 21 novembre. A' 22 tutto l'esercito partíediviso in sette colonneper sette punti diversi entrò nelterritorio romano. Le colonne che mossero da San Germano e da Gaetasi avanzarono rapidissimamente. Né la stagione dirottamentepiovosané i fiumi che s'incontrarono pel camminonéla difficoltá de' trasporti di artiglieria e viveri in camminiimpraticabili per profondissimo fangofecero arrestar gli ordini diMack. Egli non faceva che correre: si lasciava indietrol'artiglieriacominciavano a mancare i viveriil soldato era privodi tuttoavea bisogno di riposo; e Mack correva. Le colonne diMicheroux e di Sanfilippo erano state giá battute negliApruzzi. La voce pubblica di questo rovescio incolpò igenerali; ma è certo che posteriormente la condotta diMicheroux è stata esaminata da un Consiglio di guerra ed èstata trovata irreprensibile. Di Sanfilippo non sappiamo nulla. Ma lavoce pubblica in questi casi non merita mai intera fedeperchéil popolo giudica per l'ordinario dall'esito e spesso dá piúlode e piú biasimo di quello che taluno merita. Mackil qualenon avea pensato mai a stabilire una ferma comunicazione tra idiversi corpi del suo esercito ed un concerto tra le varie lorooperazioninon seppe se non tardi un avvenimento il quale doveacangiar tutto il suo pianoed intanto continuava a correre. Giunsea' 27 di novembre in Roma. S'impiegarono cinque giorni in un camminoche ne avrebbe richiesto quindici. Non si concessero che cinque oredi riposo sotto le armi alla truppae fu costretta di nuovo acorrere a Civita Castellana. Per la strada i viveri mancarono deltutto: i provvisionieri dell'esercito chiedevano invano a Mack ovedovessero inviarli; gli ordini del generale erano tanto rapidichementre si eseguiva il primosi era giá dato il secondoilterzoil quartoil quinto; i viveri si perdevano inutili per lestradeed i soldati e i cavalli intanto morivano di fame. Quandogiunsero a Civita Castellanai nostri da tre giorni non avean vedutopane. Essi erano nell'assoluta impossibilitá di poter reggerea fronte di un nemico frescoche conosceva il luogo e che distrusseil nostro esercitoraggirandolo qua e lá per siti ove ilmaggior numero era inutile.

Macknon seppe ispirar coraggio ad una truppa nuovaesercitandola conpiccole scaramucce contro i piccoli corpi nemici che incontròda Terracina a Roma e chemessi per insensato consiglio in libertáprodussero due mali gravissimi: il primo de' quali fu quello di nonavvezzare le truppe sue alla vittoria quando questa era facile esicura; il secondodi accrescer il numero de' nemici nel momentodelle grandi e pericolose azioni. Non seppe Mack far battere duecolonne nello stesso tempo: furon tutte disfatte in dettaglio. Mackignorava i luoghi dove si trovava esull'orlo del precipiziocredeva e faceva credere al re che le cose andavano prospere. Per laresistenza che i francesi avean fatta all'esercito del re delle DueSiciliecostui dichiarò loro la guerra a' 7 dicembrecioèquando la guerra per le disfatte ricevute era giá terminataedovea pensarsi alla pace. Dopo due altri giornitutto l'esercito fuin rottae Mack non trovò altra risorsa che correre indietrocome prima avea corso in avanti. In meno di un meseFerdinandopartícorsearrivòconquistò il regno altruiperdette uno de' suoi epoco sicuro dell'altrofu quasi sul puntodi fuggire fino al terzo suo regno di Gerusalemme per ritrovare unasilo.

Ionon sono un uomo di guerra: gli altri leggeranno la storia di taliavvenimenti nelle Memorie di Bonamy ed in quelle del nostroPignatelliche vide i fatti e che era capace di giudicarne. Mack hapubblicato anch'egli la sua Memoria. Egli calunnia la nazione el'esercito. Ma l'esercitoalla testa del quale fu battutonon eraquello stesso esercito col qualementre taluno lo consigliava aprocedere piú adagioegli avea detto di voler conquistarel'Italia in quindici giorni?.

Quest'uomoche un momento prima sfidava tutte le potenze della terraal primorovescio perdette tutto il suo genio. Sebbene battutopureconservava tuttavia forze infinitamente superiori; ese non potevavincerepoteva almeno resistere: cogli avanzi del suo esercitopoteva fermarsi a Velletri oppure al Gariglianoove potea per lungotempo contendere il passo: potea salvar Gaeta e salvare il Regno. Maegliche nella sua fortuna non avea fatto altro che correrenelladisgrazia non seppe far altro che fuggire; né si fermòse non giunse a Capuadove pensava difendersi e dove non sitrattenne che un momento.

Capuasi poteva facilmente difendere e di lá forse si potea conmigliori auspíci ritentar di nuovo la sorte delle armi. Ad unproclama che si pubblicò per la leva in massatutto il Regnofu sulle armi. Gli apruzzesi si opposero alla divisione di Rusca ese non riuscirono ad impedirgli il passofecero però síche gli costasse molto caro. Tra le montagne impraticabili dellaprovincia dell'Aquila non si pervenne mai ad estinguere l'insorgenzae la stessa capitale della provincia non fu che per pochi giorni inpoter de' francesiridotti a doversi difendere entro il castello.L'altra divisioneche venne per Terracina e Gaetasi avanzòfino a Capuama non potette impedire l'insorgenzache era scoppiataad Itri e Castelforte; e gl'insorgentiche cedettero per poco lepianuresi rifuggirono nelle loro montagnedonde tornarono pocodopo ad infestare la coda dell'esercito franceseche vide rotta ognicomunicazione coll'alta Italia. Un corpo di truppe difendeva convalore e con felice successo il passo di Caiazzo. Capua avea quasidodicimila uomini di guarnigione. Tutti gli abitanti delle contradedi Nola e di Caserta eransi levati in massaed eravi ancora un corpodi truppe intatto comandato da Gams.

Iodirò cosa che ai posteri sembrerá inverosimilema cheintanto mi è stata giurata da quasi tutt'i capuani. Se Capuanon fu presa per sorpresa non fu merito di Mackma di un semplicetamburo o cannoniere che fosse statoil quale di proprio movimentodie' fuoco ad un cannone de' posti avanzati verso San Giuseppe e fecesí che i francesi si arrestassero. Mack certamente non aveadata alcuna disposizione di difesa.

Iolo ripeto: non sono uomo di guerrané imprendo ad esaminar aduna ad una le operazioni e gli accidenti della campagna. Ma io credoche gli accidenti debbano mettersi a calcolo e che la somma finaledell'esito dipenda meno dagli accidenti che dal piano generale. Mackpeccò naturalmente nell'estender troppo la linea delle sueoperazionitalché il minimo urto dell'inimico gliela ruppe.Ebbe piú cura dell'inimico che gli stava a fronte che diquello che gli stava sui fianchimentre forse questo era sempre piúterribile di quello; quindi è che egli si avanzò semprerapidissimamentee questa stessa rapiditáche alcuni chiamanvittoriafu la cagione principale delle sue inopinate irreparabilidisfatte. Battuto in un puntoMack fu battuto in tutta la lineaperché tutta la linea gli fu rotta. Quando Mack preparava unpiano tanto vasto per combattere un inimico debolissimomoltidissero che Mack era un gran generaleperché molti sonoquelli che misurano la grandezza di una mente dalla grandezza delleforze che move: io dissi che era poco savioperché lasaviezza consiste nel produrre il massimo effetto col minimo delleforze. Mack è un generale da brillare in un gabinettoperchéin un gabinetto appuntoe prima dell'azionepredomina nelle mentidel maggior numero l'errore di confonder la grandezza della macchinacolla grandezza dell'artefice. Non manca Mack di quelle cognizioniteoretiche della scienza militare che impongono tanto facilmente almaggior numero. È sicuro di ottenere in suo favore lapluralitá de' voti un generale il quale vi parli sempre dimatematicageografiastoriache vi rammenta i nomi antichi ditutt'i scitivi enumera tutte le grandi battaglie che gli hannoillustrati eda confermar ogni evoluzione che gli vien fattad'immaginarevi adduce l'esempio di Eugeniodi MontecuccolidiCesaredi Annibale e di Scipione. Il buon senso per altro pare checi dovrebbe indurre a diffidare dei piani di campagna troppo eruditi:essi per necessitá son troppo noti anche all'inimicoed inconseguenza inutili. Tutto il vero segreto della guerradiceMacchiavelliconsiste in due cose: fare tutto ciò chel'inimico non può sospettar che tu faccialasciargli faretutto ciò che tu hai previsto che egli voglia fare: col primoprecetto renderai inutile ogni sua difesacol secondo ogni offesa.Questi capitani soverchiamente sistematici hanno anche un altrodifettoed è quello di dar un nessouna concatenazionetroppo stretta alle loro idee: si mandano il loro piano a memoria ese avviene che una volta la fortuna della guerra lo tocchirassomigliano i fanciulli che han perduto il filo della loro lezionee son costretti ad arrestarsi. Vuoi conoscere a segni infallibili unodi questi capitani? Soffre pochissimo la contraddizione ed i consiglialtrui: il criterio della veritá è per luinon giála concordanza tra le sue idee e le cosema bensí tra le sueidee medesime. Prima dell'azione sono audacissimitimidissimi dopol'azione: audacissimiperché non pensano che le cose possanesser diverse dalle idee loro; timidissimiperchénon avendoprevista questa diversitánon vi si trovan preparati.Affettano ne' loro discorsi estrema esattezza; ma questa èinesattissimaperché trascurano tutte le differenze cheesistono nella natura. Numerano gli uomini e non li valutano: piúche nell'uomo confidan nell'esercitopiú che nella virtúdell'animo confidano in quella del corpo e piú che nel valoreconfidan nella tattica. Questi duci piú potenti in parole chein opere prevalgon sempreper disgrazia delle nazionio quando gliordini militari di uno Stato sono tali che tutta l'esecuzione di unaguerra dipenda da un'assemblea e da un Consiglioo quando coloro chereggono la somma delle cose non sono esenti da ogni spirito dipartito; e questo non è certamente il minore de' mali che lospirito di partito e gli ordini mal congegnati soglion produrre.



XIII.FUGA DEL RE


Igoverni son simili agli uomini: tutte le passioni sono utili alsaggio e forman la rovina dello stolto. Il timore che la corte diNapoli ebbe de' francesiinvece d'ispirarle una prudente cautelafucagione di rovinosa viltá. A forza di temerlili rese piúterribili di quello che erano.

Unapersona di corte mi dicevapochi giorni prima di dichiararsi laguerraesser prudente consiglio non far sapere al soldato che egliandava a battersi contro i francesi econ tale ideal'essersiimaginato quel gergo equivoco col quale fu scritto il proclama e colquale si ottenne di tener celato fino al momento dell'attacco il verooggetto della spedizione. - Ebbene! - dissero i soldati quando loseppero - ci si era detto che noi non avevamo guerra coi francesi! -Questa non è stata una delle ultime cagioni per cui in Napolihanno mostrato piú coraggio le leve in massa che le trupperegolaried il coraggioinvece di scemar colle disfatteèandato crescendo. E sarebbe cresciuto anche dippiúse ilgenerale non fosse stato Mack. Vi è della differenza tral'avvezzare un popolo a disprezzare il nemico ed il fargli credereche non ne abbia: il primo produce il coraggioil secondo laspensieratezzacui nel pericolo succede lo sbalordimento. Cesare isuoi soldatispaventati talora dalla fama delle forze nemichenonconfortava col diminuirlama coll'accrescerla. Una volta che sitemeva vicino l'arrivo di Iubaragunati a concione i soldati: -Sappiate - loro disse - che tra pochi giorni sará qui il recon dieci legionitrentamila cavallicentomila armati alla leggierae trecento elefanti. Cessate quindi di piú vaneggiare persaper quali sieno le sue forze. - Cesare accrebbe il pericolo realechesebben grandeha però un limiteper toglier quellodella fantasiache non ha limite alcuno. Cosí voglion essergovernati tutt'i popoli.

Lostesso timoreche la corte ebbe ne' primi rovescile ispiròil consiglio di una leva in massa. Si pubblicò un proclamacol quale s'invitarono i popoli ad armarsi e difendere controgl'invasori i loro benile loro famigliela religione de' padriloro: fu la prima volta che fu udito rammentare ai nostri popolich'essi erano sanniticampanilucani e greci. Fu commesso ai pretidi risvegliare tali sentimenti in nome di Dio. Queste operazioni nonmancano mai di produrre grandi effetti. Il fermento maggiore fu inNapolidove un popolaccio immensosenza verun mestiere everun'educazionenon vive che a spese de' disordini del governo ede' pregiudizi della religione.

Maquesto istesso fermentoche doveva e che potea conservare il Regnodivenneper colpa di Acton e per timore della cortela cagioneprincipale della sua rovina. Il popolo corse in folla al palazzoreale ad offerirsi per la difesa del Regno. Un reche avesse avutomente e cuorenon aveva a far altro che montare a cavallo eprofittare del momento di entusiasmo: egli sarebbe andato a sicuravittoria. Acton lo ritenne. Il popolo voleva vederlo. Egli non sivolle mostrareed in sua vece fece uscire il generale Pignatelli edil conte dell'Acerra. Tra le tante parole che in tale occasioneciascuno può immaginare essersi detteuno del popolo disse: imali del Regno esser nati tutti dagli esteri che erano venuti a farda ministri; prima godersi profonda pace e generale abbondanzadaquindeci anni in qua tutto esser cangiato; gli esteri esser tuttitraditori: quindio per un sentimento di patriottismodi cui ilpopolo napolitano non è privoo per ispirito di adulazioneverso due cavalieri popolarisoggiunse: - Perché il re non faprimo ministro il general Pignatelli e ministro di guerra il contedell'Acerra? - Queste paroleraccolte da' satelliti di Acton eriferite a luimossero il di lui animo sospettoso ad accelerare lapartenza. Da che mai dipende la salute di un regno!

Fufacile trarre a questo partito la regina. A trarvi anche il resifece crescere l'insurrezione del popolo. Gli agenti di Acton lospinsero la mattina seguente ad arrestare Alessandro Ferrericorriere di gabinettoil quale portava un plico a Nelson: moltissimihanno ragioni di credere che costui fosse una vittima giá dalungo tempo designataperché conscio del segreto dellelettere di Vienna alterate in occasione della guerra. Io non osoaffermar nulla. Sia casosia effetto della politica del ministro odella vendetta di qualche suo inimico privatofu arrestato sul molonel punto in cui s'imbarcava per passare sul legno di Nelsonfuuccisoed il cadavere sanguinoso fu strascinato fin sotto il palazzoreale e mostrato al re in mezzo alle grida di «Morano itraditori!»«Viva la santa fede!»«Viva ilre!». Il re era alla finestra; vide l'imponente forza delpopolo ediffidando di poterla reggereincominciò a temerla.Allora la partenza fu risoluta.

Furonoimbarcati sui legni inglesi e portoghesi i mobili piú prezioside' palazzi di Caserta e di Napoli e le raritá piúpregevoli de' musei di Portici e Capodimontele gioie della corona eventi milioni e forse piú di moneta e metalli preziosi nonancora coniatispoglio di una nazione che rimaneva nella miseria. Lacorte di Napoli avea tanti tesori inutilied intanto avea ruinata lanazione con un disordine generale nell'amministrazionecon un vuotonelle finanze e ne' banchi; avea ruinata la nazionementre poteaaccrescer la sua potenzarendendola piú felice: la corte diNapoli dunque avea sempre pensato piú a fuggire che a restare!S'imbarcò di nottecome se fuggisse il nemico giá alleporte; e la mattina seguente 1 dicembre) si lesse per Napoli unavvisocol quale si faceva sapere al popolo napolitano che il reandava per poco in Sicilia per ritornare con potentissimi soccorsied intanto lasciava il general Pignatelli suo vicario generale finoal suo ritorno.

Ilpopolo mostrò quella tacita costernazionela quale vien menodal timore che dalla sorpresa di un avvenimento non previsto. Ne'primi giorni che il re per tempo contrario si trattenne in radatutti corsero a vederlo ed a pregarlo perché si restasse; magl'inglesii quali giá lo consideravano come lor prigioniereallontanavano tutti come vili e traditori. Il re non volle o non glifu mai permesso di mostrarsi. Questi duri e non meritati disprezzila memoria delle cose passatela perdita di tante ricchezzenazionalii mali presentipassati e futuri diedero luogo allariflessione e scemarono la pietá. Il popolo lo vide partire a'23 dicembre senza dispiacere e senza gioia.



XIV.ANARCHIA DI NAPOLI ED ENTRATA DE' FRANCESI


Nellastoria dell'Italiagli avvenimenti della fine del secolo decimottavosomiglian quelli della fine del secolo decimoquinto. In ambedue leepoche gli stessi avvenimenti furon prodotti dalle stesse cagioni eseguíti dai medesimi effetti. In amendue le epoche il Regno fuperduto per opera di picciolissime forze inimiche: nel decimoquintosecoloi partiti che dividevano il Regno vi attirarono la guerra;nel decimottavola guerra e la disfatta vi suscitarono i partiti: inquelloil re avea tentato tutt'i mezzi per evitar la guerra; inquestotutti li avea messi in opera per suscitarla: loscoraggiamentodopo la disfattaeguale e nel re aragonese e nelborbonico; ma prima della guerra questi ha dimostrato coraggiomaggiore di quello. In ambedue le epoche però il Regno fuperduto quando il fatto posteriore ha dimostrato che era facile ilconservarlopoiché è impossibile credere che non siavesse potuto facilmente conservare quel Regnocheanche dopo laperdita fattanesi è potuto tanto facilmente ricuperare. Inambedue le epoche ha preceduta la perdita del Regno una vicendevole efunesta diffidenza tra il re ed i popolinon irragionevolenell'epoca degli Aragonesipriva però di ogni ragione ne'tempi nostri. Ferdinando di Aragona avea trattati crudelmente ibaronii quali avean tramata una congiura e guerreggiata una guerracivile; Vanni avea punita una congiura che ancora non si era tramataed il pensiero di una ribellione che non si poteva eseguire. Inamendue le epoche alla difesa del Regno è mancata l'energiapiuttosto ne' consigli del re che nelle azioni de' popoli. Finalmentein ambedue le epoche il Regno è stato abbandonato daivincitoriperché costretti a ritirar le loro forzenell'Italia superiore.

Iovorrei cheogni qual volta succede un simile avvenimentosirileggesse la seguentenon saprei dir se dottrina o profezia diMacchiavelli: «Credevano - dice egli - i nostri principiitalianiprima che essi assaggiassero i colpi delle oltramontaneguerreche ai principi bastasse sapere negli scritti pensare unacauta rispostascrivere una bella letteramostrare ne' detti enelle parole arguzia e prontezzasaper tessere una fraudeornarsidi gemme e di orodormire e mangiare con maggior splendore che glialtritenere assai lascivie intornogovernarsi coi sudditiavaramentesuperbamentemarcirsi nell'oziodare i gradi dellamilizia per graziadisprezzare se alcuno avesse dimostrato loroalcuna lodevole viavolere che le parole loro fossero responsi dioracoli; né si accorgevano i meschini che si preparavano adesser preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero nel 1494 igrandi spaventile subite fughe e le miracolose perdite; e cosítre potentissimi Statiche erano in Italiasono stati piúvolte saccheggiati e guasti». Non è meraviglia che glistessi errori abbiano avuti nel 1798 gli stessi effetti e che unpotentissimo regno sia rovinato nel tempo stessoin cuicon ordinipiú savitale era lo stato politico di Europadoveaingrandirsi. «La meraviglia è - continua Macchiavelli -che quelli che restano» anzi quegli stessi che han sofferto ilmale«stanno nello stesso erroree vivono nello stessodisordine».

LaCittá avea assunto il governo municipale di Napoli: erasiformata una milizia nazionale per mantenere il buon ordine. Il popolone' primi giorni riconosceva l'autoritá della Cittá;tutto in apparenza era tranquillo: ma il fuoco ardeva sotto le cenerifallaci. Pignatelli avrebbe dovuto avvedersi che il pericoloso onorea cui era stato destinatoera forse l'ultimo tratto del suo rivaleActon per perderlo. Egli avrebbe potuto vendicarsi del suo rivalerender al suo re uno di quei servigi segnalati e straordinariper iquali un uomo acquista quasi il nome ed i diritti di fondator di unadinastiarenderne un altro egualmente grande alla patria; avrebbepotuto o vincere la guerra o finirlarisparmiando l'anarchia e tuttii mali dell'anarchia: le circostanze nelle quali trovavasi eranostraordinariema egli non seppe concepire che pensieri ordinari.

Sidisse che la reginapartendogli avesse lasciate istruzioni segretedi sollevare il popolodi consegnargli le armidi produrrel'anarchiadi far incendiare Napolidi non farvi rimanere animavivente «da notaro in sopra»... Sia che queste vocifossero veresia che fossero state immaginatequasi inevitabiliconseguenze dell'insurrezione che la reginapartendoorganizzavaècerto però che queste voci furono da tutti ripetuteda tutticredute; enell'osservare le vicende di una rivoluzionemeritanoeguale attenzione le voci vere e le falseperchéessendoadifferenza de' tempi tranquillil'opinione del popolo grandissimacagione di tutti gli avvenimentidiviene egualmente importante e ciòche è vero e ciò che si crede tale.

Pochigiorni dopo si videro i primi funesti effetti degli ordini dellaregina nell'incendio de' vascelli e delle barche cannoniereche noneransi potuteper la troppo precipitevole fugatrasportare inSicilia. Poche ore bastarono a consumare ciò che tanti anni etanti tesori costavano alla nostra nazione. Il conte Thurn da unlegno portoghese dirigea e mirava tranquillamente l'incendio; ed allosplendore ferale di quelle fiamme parve che il popolo napolitanovedesse al tempo stesso e tutti gli errori del governo e tutte lemiserie del suo destino.

Ilpopolo non amava piú il renon volea neanche udirlo nominare;maripiena la mente delle impressioni di tanti anniamava ancora lasua religioneamava la patria e odiava i francesi. Da queste suedisposizioni si avrebbe potuto trarre un utile partito. Insurserodelle gare tra la Cittá ed il vicario generale. Questi voleausurparsi dritti che non aveaquasi che allora non fosse stato piúutile ed anche piú glorioso cedere tutti quelli che avea:quella si ricordava che tra' suoi privilegi eravi anche quello di nondover mai esser governata dai viceré. La Cittá alloraspiegò molta energia. Perché dunque allora non surse larepubblica? Il popolo avrebbe senza dubbio seguíto il partitodella Cittá. Matra coloro che la reggevanoalcuni pendevanoper una oligarchiala quale non avrebbe potuto sostenersi a frontedelle provincedove l'odio contro i baroni era la caratteristicacomune di tutte le popolazioni; enello stato in cui trovavansi glianimi e le cosevolendo stabilirsi un'oligarchiasarebbe statonecessario rinunciare alla feudalitá. Altri non osavano; e vifu anche chi propose di doversi offrire il Regno ad un figlio diSpagnaquasi che questo progetto fosse alloranon dico lodevolemaeseguibile. Ne' momenti di grandissima trepidazionequando discordisono le idee e molti i partitidifficile è sempre ritrovar lavia di mezzo epiú che altroveera difficilissimo in Napolidove il maggior numero credeva i francesi indispensabili a fondarerepubbliche.

IntantoCapua si difendeva ed il popolo applaudiva alla sua difesa. Si eraanche lusingato di maggiori vantaggipoiché facile èsempre il popolo a sperare e non mai manca chi fomenti le suesperanze. Ai 12 però di gennaio lesse affisso per Napolil'armistizio conchiuso tra il generale francese ed il vicarioPignatelliper lo quale i francesi venivano ad acquistare tutto queltratto del Regno che giace a settentrione di una linea tirata daGaeta per Capua fino all'imboccatura dell'Ofanto; ed inoltreperottener due mesi di armistizioil vicario si obbligava pagar trapochi giorni la somma di due milioni e mezzo di franchi.

Nonmai vicario alcuno di un re conchiuse un simile armistizio. La gloriagli consigliava a contrastare sulle mura di Capua il passo aifrancesi ed a morirvi; la prudenza gli consigliava a cedere tutto esalvar la sua patria da nuove inutili sciagure. Che poteva sperarsida un breve armistizio di due mesi? Non vi era neanche ragione dipoter sperare un trattato. Il funesto consiglio per cui il re erasimesso in mano degl'inglesilo metteva nella dura necessitá diperdere o il Regno di Napoli o quello di Sicilia. Avea il re commessolo stesso errore pel quale erasi perduto l'ultimo dei re delladinastia aragonesequello cioè di mettersi in braccio di unode' due che si disputavano il di lui Regno; quell'errore dal quale ilsavio Guicciardini ripete l'ultima rovina di quella famigliapoichéper esso le fu impedito di profittar delle occasioni che ne' tempiposteriori la fortuna le offrí a ricuperare il trono. Perchédunque il vicario volle frappor del tempo tra la cessione ed ilpossessoe lasciar libero lo sfogo all'odio che il popolaccio aveacontro i francesiquando questi erano abbastanza vicini per destarloe non ancora tanto da poterlo frenare? Volea la guerra civilel'anarchia? Tali erano gli ordini della regina?

Ilpopolo si credette tradito dal vicariodalla Cittádaigeneralidai soldatida tutti. La venuta de' commissari francesispediti ad esigere le somme promesseaccrebbe i suoi sospetti ed ilsuo furore. Il giorno seguentecorse ai castelli a prender le armi;i castelli furono apertila truppa non si opposeperché nonavea ordine di opporsi. Il vicario fuggí come era fuggito ilre; il popolaccio corse a Caivano per deporre Mackil qualesebbenealla testa delle truppenon seppe far altro che fuggire. Ognivincolo sociale fu rotto. Orde forsennate di popolaccio armatoscorrevano minaccianti tutte le strade della cittágridando«Viva la santa fede!»«Viva il popolonapolitano!». Si scelsero per loro capi Moliterni eRoccaromanagiovani cavalieri che allora erano gl'idoli del popoloperché avean mostrato del valore a Capua ed a Caiazzo contro ifrancesi. Riuscirono costoro a frenar per poco i trascorsi popolarima la calma non durò che due giorni. I francesi erano giáquasi alle porte di Napoli.

S'inviòal loro quartier generale una deputazione composta da' principalidemagoghiperché rinunciassero al pensiero di entrare inNapoliofferendo loro e quello che era stato promesso coi pattidell'armistizio e qualche somma di piú. La risposta de'francesi fu negativaqual si dovea prevederema non qual doveaessere: qualche nostro emigratomentre moltissimi convenivano dellaragionevolezza della dimandaaggiunse alla negativa le minacce el'insulto; e ciò finí d'inferocire il popolo.

Nonmancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovi furorinonmancava quello spirito di rapina che caratterizza tutt'i popoli dellaterranon mancavano preti e monaci fanaticii qualibenedicendo learmi di un popolo superstizioso in nome del Dio degli esercitiaccrescevano colla speranza l'audacia e coll'audacia il furore. LaCittáche sino a quel giorno avea tenute delle sessionipiúnon ne tenne. Il popolo si credette abbandonato da tuttie fecetutto da sé. La cittá intera non offrí che unvasto spettacolo di saccheggid'incendidi luttodi orrori e direplicate immagini di morte. Tra le vittime del furore popolaremeritano di non essere obbliati il duca della Torre e ClementeFilomarinosuo fratellorispettabili per i loro talenti e le lorovirtú e vittime miserabili della perfidia di un domesticoscellerato.

Alcunirepubblicanied allora erano repubblicani in Napoli tutti coloro cheavevan beni e costumeimpedirono mali maggioririmescolandosi colpopolo e fingendo gli stessi sentimenti per dirigerlo. Altricollacooperazione di Moliterni e di Roccaromanas'introdussero nel forteSant'Elmosotto vari pretesti e finti nomie riuscirono adiscacciarne i lazzaroni che ne erano i padroni. Championnet aveadesiderato cheprima ch'ei si movesse verso Napolifosse statosicuro di questo castelloche domina tutta la cittá. Moltialtri corsero ad unirsi coi francesi e ritornarono combattendo colleloro colonne.

Tutt'ibuoni desideravano l'arrivo de' francesi. Essi erano giá alleporte. Ma il popoloostinato a difendersisebbene male armato esenza capo alcunomostrò tanto coraggioche si fece conoscerdegno di una causa migliore. In una cittá aperta trattenne perdue giorni l'entrata del nemico vincitorene contrastò apalmo a palmo il terreno: quando poi si accorse che Sant'Elmo non erapiú suoquando si avvide che da tutt'i punti di Napoli irepubblicani facevan fuoco alle sue spallevinto anzichéscoraggitosi ritiròmeno avvilito dai vincitori cheindispettito contro coloro ch'esso credeva traditori.



XV.PERCHÉ NAPOLI DOPO LA FUGA DEL RE NON SI ORGANIZZÒ AREPUBBLICA?


Ilre era partitoil popolo non lo desiderava piú. Egli aveaspinto fino al furore l'amor d'indipendenza nazionaleche altricredeva attaccamento all'antica schiavitú. Quando il popolonapolitano spedí la deputazione a Championnetnon volle diraltro che questo: - La repubblica francese avea guerra col re diNapolied ecco che il re è partito; la nazione francese nonavea guerra colla nazione napolitanaed intanto perché mai isoldati francesi voglion vincere coloro che offrono volontari la loroamicizia? - Questo linguaggio era saggioed i napolitanisenzasaperne il nomeerano meno di quel che si crede lontani dallarepubblica.

Masiccome in ogni operazione umana vi si richiede la forza e l'ideacosí per produrre una rivoluzione è necessario ilnumero e sono necessari i conduttorii quali presentino al popoloquelle ideeche egli talora travede quasi per istintoche moltevolte segue con entusiasmoma che di rado sa da se stesso formarsi.Piú facili sono le rivoluzioni in un popolo che da poco abbiaperduta una forma di governoperché allora le idee del popoloson tratte facilmente dall'abolito governodi cui tuttavia frescaconserva la memoria. Perciò «ogni rivoluzione - al dirdi Macchiavelli - lascia l'addentellato per un'altra». Quantopiú lunga è stata l'oppressione da cui si risorgequanto maggiore è la diversitá tra la forma del governodistrutto e quella che si vuole stabiliretanto piú incertepiú instabili sono le idee del popoloe tanto piúdifficile è ridurlo all'uniformitáonde avere econcerto ed effetto nelle sue operazioni. Questa è la ragioneper cui e piú sollecito e piú felice fine hanno avutole rivoluzioni di quei popoline' quali o vi era ancor frescamemoria di governo miglioreo i rivoluzionari attaccati si sono adalcuni dritti (come la Gran cartache è stata la bussola ditutte le rivoluzioni inglesi) o a talune magistrature e taluni usi(come fecero gli olandesi)che essi aveano conservati quasi a frontedel dispotismo usurpatore.

Leidee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto esser popolariovesi avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte dauna costituzione stranieraerano lontanissime dalla nostra; fondatesopra massime troppo astratteerano lontanissime da' sensiequelch'è piúsi aggiungevano ad essecome leggituttigli usitutt'i capricci e talora tutt'i difetti di un altro popololontanissimi dai nostri difettida' nostri capriccidagli usinostri. Le contrarietá ed i dispareri si moltiplicavano inragione del numero delle cose superflueche non doveano entrar nelpiano dell'operazionee che intanto vi entrarono.

Quantomaggiore è questa varietátanto maggiore è ladifficoltá di riunire il popolo e tanto maggior forza ci vuoleper vincerla. Se le idee fossero uniformipotrebbero tutti agiresenza concertoperché tutti agirebbero concordemente alleloro idee; maquando sono difformiè necessario che agiscauno solo. Di rado avviene che una rivoluzione si possa condurre afine se non da una persona sola: la stessa libertá non si puòfondare che per mezzo del dispotismo. Il popolo ondeggia lungo tempoin partiti: diresti quasi che la nazione vada a distruggersine vedigiá scorrere il sangue; finché una persona si elevaacquista dell'ascendente sul popolofissa le ideene riunisce leforze: col tempoo costui forma la felicitá della patria ose vuole opprimerlatalora ne rimane oppresso. Ma egli ha giáindicata la stradaed allora il popolo può agire da sé.

Quest'uomonon si trova se non dopo replicati infelici esperimentidopo lungoondeggiar di vicendequando i suoi fatti medesimi lo abbianosvelato: le guerre civili mettono ciascuno nel posto che gliconviene. Se taluno si voglia far conoscere e seguire dal popolo ne'primi moti di una rivoluzionea meno che la rivoluzione siareligiosanon basta che abbia egli gran mente e gran cuore: convienche abbia gran nome; e questo nome ben spesso si ha per tutt'altroche pel merito.

Ilmodo piú certo e piú efficace per guadagnar la pubblicaopinione è una regolaritá di giurisdizioneche talunoancora conservi nel passar dagli ordini antichi ai nuovi. La Cittáera nelle circostanze di poter farsi seguire da tutto il popolo; dopola Cittápoteva Moliterni: ma né Moliterni ebbe ideadi far nullané la Cittáondeggiando tra tante ideequasi tutte chimericheseppe determinarsi a quelle che il temporichiedeva.

Parveche in Napoli niuno si fosse preparato a questo avvenimento; equando si videro in mezzo al vorticetutti si abbandonarono in balíadelle onde. Non è molto onorevole a dirsi per lo genere umanoma pure è vero: quasi tutte le nazioninelle loro crisipoliticheallora sono giunte piú facilmente al loro terminequando si è trovato tra loro un uomo profondamente ambiziosoil qualeprevedendo da lontano gli avvenimentivi si sia preparatoeriunendo tutte le forze a proprio vantaggioabbia prodotto poi ilvantaggio della nazione: poichéo è stato saggio evirtuosoed ha fondata la sua grandezza sulla felicitá dellapatria; o è stato uno stoltouno scelleratoed ècaduto vittima de' suoi progetti. Ma alloralo ripetoegli avea giáinsegnata la strada.

InNapoli Pignatellivicerénon ebbe neanche il pensiero di farnulla; la Cittá non seppe risolversi; Moliterni non ardí;niun altro si mostrò; tra' repubblicani moltiche menavan piúrumoreerano piú francesi che repubblicanied ai verirepubblicani allora una folla infinita si era rimescolata dimercatanti di rivoluzioneche desideravano per calcolo uncangiamento. Era giá passato il primo momento: troppo innanziera trascorso il popolo; gli stessi saggi disperavano di poterlo piúfrenaregli stessi buoni desideravano una forza esterna che locontenesse.

Forsei francesi istessi eran giá troppo vicini. Quell'operazioneche avrebbe potuto riuscire a' 25 di dicembreallorché laCittá la fece da refacendo aprir di suo ordine le cacce delsovrano giá partitodifficilmente potea eseguirsi allorchéi francesi erano a Capua. Per quanto disinteressata fosse stata laCittá nelle sue operazioni e lontana dalle sue idee dioligarchiavolendo però formar la felicitá dellanazionenon potea né dovea allontanarsi dalle idee nazionali;e troppo queste idee sarebbero state lontane dall'idee di moltialtri. Ora i piú leggeri dispareri si conciliano condifficoltáquando vi sia una forza esterna pronta a sostenereun partito. I partiti non cedono se non per diseguaglianza di forza oper vicendevole stanchezza di combattere: molte offese si tolleranoetollerandomolti mali si evitanosol perché non possiamosul momento farne vendetta; e la concordia tra gli uomini èmeno effetto di saviezza che di necessitá. Le potenze esterepronte in tutt'i tempi a prender parteprima nelle gare tra fazionee fazione di una medesima cittáindi nelle dispute tra unoStato e l'altrohanno distrutta prima la libertá e poscial'indipendenza dell'Italia. Niuna nazione piú della napolitanane ha provati gl'infelici effetti. Tra le tante potenze estere chevantavano un titolo su quel regnoogni gara che sorgeva tra'cittadinivi era un estero che vi prendeva parte: talora gli esteristessi fomentavano le gare; i cittadiniper essere piú fortiunivano i loro disegni a quelli dell'esterosimili al cavallo cheper vendicarsi del cervosi donò ad un padrone; e cosíquel regno è stato per cinque secoli (quanti se ne contanodall'estinzione della dinastia de' Normanni fino allo stabilimento diquella dei Borboni) l'infelice teatro d'infinite guerre civilisenzache una di esse abbia potuto giammai produrre un bene alla patria.

Ioforse non faccio che pascermi di dolci illusioni. Mase mai larepubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzionediretta dalle idee eterne della giustiziasi fosse fondata suibisogni e sugli usi del popolo; se un'autoritáche il popolocredeva legittima e nazionaleinvece di parlargli un astrusolinguaggio che esso non intendevagli avesse procurato de' benireali e liberato lo avesse da que' mali che soffriva; forse allora ilpopolonon allarmato all'aspetto di novitá contro delle qualiavea inteso dir tanto malevedendo difese le sue idee ed i suoicostumisenza soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioniche seco porta la guerra; forse... chi sa?... noi non piangeremmo orasui miseri avanzi di una patria desolata degna di una sorte migliore.



XVI.STATO DELLA NAZIONE NAPOLITANA


L'armatafrancese entrò in Napoli a' 22 di gennaio. La prima cura diChampionnet fu quella d'«istallare» un governoprovvisorioil qualenel tempo stesso che provvedeva ai bisognimomentanei della nazionedoveva preparar la costituzione permanentedello Stato. Una cura tanto importante fu affidata a venticinquepersonele qualidivise in sei «comitati»sioccupavano de' dettagli dell'amministrazione ed esercitavano quelloche chiamasi «potere esecutivo»; riunite insiemeformavano l'assemblea legislativa.

Isei comitati erano: 1° centrale2° dell'interno3° diguerra4° di finanza5° di giustizia e di polizia6°di legislazione. Le persone elette al governo furono: AbamontiAlbaneseBaffiBassal franceseBiscegliaBrunoCestariCiaiaDe GennaroDe FilippisDe RensisDoriaFalcigniFasuloForgesLaubertLogotetaManthonéPaganoParibelliPignatelli-VaglioPortaRiariRotondo.

Mal'immaginare un progetto di costituzione repubblicana non è lostesso che fondare una repubblica. In un governo in cui la volontápubblicao sia la leggenon ha e non dee avere altro sostegnoaltro garantealtro esecutore che la volontá privatanon sistabilisce la libertá se non formando uomini liberi. Primad'innalzare sul territorio napolitano l'edificio della libertávi eranonelle antiche costituzioninegl'invecchiati costumi epregiudizinegl'interessi attuali degli abitantimille ostacoliche conveniva conoscereche era necessario rimuovere. Ferdinandoguardava bieco la nostra nascente libertá e da Palermo movevatutte le macchine per riacquistare il regno perduto. Egli avea de'potenti alleatii quali erano per noi nemici terribilispecialmentegl'inglesipadroni del mare edin conseguenzadel commercio diSicilia e di Pugliasenza di cui una capitale immensaqual èNapolinon potea che difficilmente sussistere.

Dall'epocade' romani in quala sorte dell'Italia meridionale dipende in granparte da quella della Sicilia. I romani ridussero l'Italia agiardinoil quale ben presto si cangiò in deserto. Dopo legrandi conquiste de' romanis'incominciò ad udire per laprima volta che la Sicilia era il granaio dell'Italia; detto quantoglorioso per la prima tanto ingiurioso per la seconda. Non si sarebbeciò detto prima del quinto secolo di Romaquando l'Italiabastava sola ad alimentare trenta milioni di uomini industriosi eguerrieridi costumi semplici e magnanimi. Ne' secoli di mezzochiunque fu padrone della Sicilia turbò a suo talentol'Italia. Dalla Sicilia Belisario distrusse il regno de' goti; dallaSicilia i saraceni la infestarono per tre secolifinché inormanni la riunirono di nuovo al regno di Napolial quale rimaseunita fino all'epoca di Carlo primo d'Angiò. E chi potrebbenegare che quella separazione non abbia influito a ritardare nelregno di Napoli il progresso di quella civiltála qualeprima che in ogni regione d'Italiavi avevan destata il granFederico di Svevia e la sventurata sua progenie? I due regni furonriuniti sotto la lunga dominazione della casa Austriaca di Spagna. Inque' tempi appunto Napoli incominciò ad ingrandirsied èdivenuta una capitale immensala quale per sussistere ha bisogno delformento e piú dell'olio delle province lontane che bagnal'Adriaticoed il commercio delle quali non si puòcomodamente esercitarené la capitale potrebbe comodamentesussisteresenza il libero passaggio per lo stretto di Messina. E siaggiunga che di quello stretto il vero padrone è colui chepossiede la Siciliapoiché egli vi tiene in Messina ampio ecomodo portomentre dalla parte delle Calabrie non vi sono chepicciole e mal sicure rade.

Aveail re nel Regno stesso non pochi partigianii quali amavano l'anticogoverno in preferenza del nuovo; ed in qual rivoluzione non sitrovano tali uomini? Vi erano molte popolazioni in apertacontrorivoluzioneperché non ancora avean deposte quelle armiche avean preseinvitate e spinte da' proclami del re; altre prontea prenderetostochérinvenute una volta dallo stupore cheloro ispirava una conquista sí rapida ed accorte delladebolezza della forza franceseavessero ritrovato un intrigante percapo ed un'ingiustiziaanche apparentedel nuovo governo perpretesto di una sollevazione.

Ilnumero di coloro che eran decisi per la rivoluzionea fronte dellamassa intera della popolazioneera molto scarso; etosto chel'affare si fosse commesso alla decisione delle armiera per essiinevitabile soccombere. Eccone un esempio nella provincia di Leccedove la sollevazione fu prodotta da un accidente cheper la suasingolaritámerita d'esser ricordato.

Trovavansiin Taranto sette emigrati còrsiche si erano coláportati a causa di procurarsi un imbarco per la Sicilia. I continuiventi di sciroccoche impediscono colá l'uscita dal portoimpedirono la partenza de' còrsii quali loro malgrado furonopresenti allorché fu in Taranto proclamata la repubblica. Edubitando di poter essere arrestati e cader nelle mani dei francesisen partirono la notte degli 8 febbraio 1799 e si diressero perBrindisisperando di trovar un imbarco per Corfú o perTrieste. Dopo varie miglia di viaggio a piedisi fermarono ad unvillaggio chiamato Monteasi: qui furono alloggiati da una vecchiadonnaalla qualeper esser ben servitidissero che vi era tra essiloro il principe ereditario. Ciò bastò perché ladonna uscisse e corresse da un suo parente chiamato Bonafede Girundacapo contadino del villaggio. Costui si recò immediatamentedai còrsisi inginocchiò al piú giovane e gliprotestò tutti gli atti di riverenza e di vassallaggio. Icòrsi rimasero sorpresiedubitando di maggiori guaiappenapartito il Girundasenz'aspettare il giornose ne scapparonoimmediatamente. Avvertito il Girunda dalla vecchia istessa dellapartenza del supposto principe ereditariomontò tosto acavallo per raggiungerlo; ma tenne una strada diversa. Enonavendolo incontratodomandando a tutti se visto avessero il principeereditario col suo séguitosparse una voceche tosto sidiffusee bastò per far mettere in armi tutti i paesi perdove passò e per far correre le popolazioni ad incontrarlo. Ilsupposto principe fu raggiunto a Mesagne e fu obbligato dallecircostanze del momento a sostener la parte comica incominciata; manon credendosi sicuro in Mesagnesi ritirò sollecitamente inBrindisi. Quirinchiusosi nel fortecominciò a spedire degliordini. Uno dei dispacci conteneva chedovendo egli partire per laSicilia a raggiungere il suo augusto genitorelasciava suoi vicarinel Regno due suoi generali in capoche il popolo dipoi credédue altri principi del sangue. Questi due impostoriuno cognominatoBoccheciampe e l'altro De Cesaresi misero tosto alla testadegl'insurretti. Il primo restò nella provincia di Lecce ed ilsecondo si diresse per quella di Bariconducendo seco il Girundache dichiarò generale di divisione.

Conquesta truppache fu fatta composta di birridegli uomini d'armidei baronidei galeotti e carcerati fuggiti dalle case di forza edai tribunalie di tutti i facinorosi delle due provinceriuscíloro facile l'impadronirsi di tutti i paesi che proclamata avevano larepubblica e di sottomettere con un assedio Martina ed Acquavivalequali cittá giurato avevano piuttosto morire che riconoscergl'impostori. Audaci per i buoni successi avutitentarono diprovarsi coi francesii quali erano giá padroni di una buonaporzione della provincia di Bari; maincontratisi con un piccolodistaccamento francese nel bosco di Casamassimafurono essiintieramente disfatti e sen fuggironoil Boccheciampe in Brindisi edil De Cesare in Francavilla. Il primo però cadde nelle manidei francesi; ma il secondopiú astutose ne scappòdopo la nuova della prigionia del suo compagnoin Torre di marel'antico Metapontoe andiede ad unirsi al cardinal Ruffo nellevicinanze di Matera.

Lanostra rivoluzione essendo una rivoluzione passival'unico mezzo dicondurla a buon fine era quello di guadagnare l'opinione del popolo.Ma le vedute de' patrioti e quelle del popolo non erano le stesse:essi aveano diverse ideediversi costumi e finanche due linguediverse. Quella stessa ammirazione per gli stranieriche avearitardata la nostra coltura ne' tempi del requell'istessa formònel principio della nostra repubblicail piú grande ostacoloallo stabilimento della libertá. La nazione napolitana sipotea considerare come divisa in due popolidiversi per due secolidi tempo e per due gradi di clima. Siccome la parte colta si eraformata sopra modelli straniericosí la sua coltura eradiversa da quella di cui abbisognava la nazione interae che poteasperarsi solamente dallo sviluppo delle nostre facoltá. Alcunierano divenuti francesialtri inglesi; e coloro che erano rimastinapolitani e che componevano il massimo numeroerano ancora incolti.Cosí la coltura di pochi non avea giovato alla nazione intera;e questaa vicendaquasi disprezzava una coltura che non l'erautile e che non intendeva.

Ledisgrazie de' popoli sono spesso le piú evidenti dimostrazionidelle piú utili veritá. Non si può mai giovarealla patria se non si amae non si può mai amare la patria senon si stima la nazione. Non può mai esser libero quel popoloin cui la parte che per la superioritá della sua ragione èdestinata dalla natura a governarlosia coll'autoritá siacogli esempiha venduta la sua opinione ad una nazione straniera:tutta la nazione ha perduta allora la metá della suaindipendenza. Il maggior numero rimane senza massime da seguiregliambiziosi ne profittanola rivoluzione degenera in guerra civileedallora tanto gli ambiziosi che cedono sempre con guadagnoquanto isavi che scelgono sempre i minori tra' malie gl'indifferenti iquali non calcolano che sul bisogno del momentosi riuniscono aricever la legge da una potenza esternala quale non manca mai diprofittare di simili torbidi o per se stessa o per ristabilire il rediscacciato.

Quell'amoredi patriache nasce dalla pubblica educazione e che general'orgoglio nazionale è quello che solo ha fatto reggere laFranciaad onta di tutt'i mali che per la sua rivoluzione hasoffertiad onta di tutta l'Europa collegata contro di lei: millefrancesi si avrebbero di nuovo eletto un rema non vi ènessuno che lo abbia voluto ricevere dalla mano de' tedeschi odegl'inglesi. Niuno piú di Pitt dagli esempi domestici neavrebbe dovuto esser convintose mai la vendetta dei dirittiborbonici fosse stata la cagione e non giá il pretesto dellalegache una tal guerracol pretesto di rimettere un reerainutile.

Lanazione napolitanalungi dall'avere questa unitá nazionalesi potea considerar come divisa in tante diverse nazioni. La naturapare che abbia voluto riunire in una picciola estensione di terrenotutte le varietá: diverso è in ogni provincia il cielodiverso è il suolo; le avanie del fiscoche ha sempre seguitetali varietá per ritrovar ragioni di nuove imposizioni ovunqueritrovasse nuovi benefíci della naturaed il sistema feudaleche ne' secoli scorsitra l'anarchia e la barbarieera semprediverso secondo i diversi luoghi e le diverse circostanzerendevanoda per tutto diverse le proprietá edin conseguenzadiversii costumi degli uominiche seguon sempre la proprietá ed imezzi di sussistenza.

Convenivatra tante contrarietáritrovare un interesse comunechechiamare e riunir potesse tutti gli uomini alla rivoluzione. Quandola nazione si fosse una volta riunitainvano tutte le potenze dellaterra si sarebbero collegate contro di noi. Se lo stato della nostranazione presentava grandi ostacolioffrivadall'altra partegrandirisorse per menare avanti la nostra rivoluzone.

Siavea una popolazionela qualesebbene non avrebbe mai fatta larivoluzione da séera però docile a riceverla daun'altra mano. I partiti decisi erano ambedue scarsi: la massimaparte della nazione era indifferente. Che altro vuol dir questo senon che essa non era mossa da verun partitonon era animata daveruna passione? Giudice imparziale e perciò giusto de' duepretendentiavrebbe seguíto quello che maggiori vantaggi leavesse offerto. Un tal popolo s'illude difficilmentema facilmentesi governa.

Essonon ancora comprendeva i suoi dirittima sentiva però il suobene. Credeva un sacrilegio attentare al suo sovranoma credeva cheun altro sovrano potesse farlousando di quello stesso diritto pelquale agli Austriaci eran succeduti i Borboni; equando questo nuovosovrano gli avesse restituiti i suoi dirittiesso ne avrebbe benaccettato il dono.

Leinsorgenze ardevano solamente in pochi luoghii qualiperchéerano stati il teatro della guerraerano ancora animati dai proclamidel redalla guerra istessachea forza di farci finger odiociporta finalmente alla necessitá di odiare da veroe dallacondotta di taluni officiali francesii qualiarmati e vincitorinon sempre si ricordavano del giusto. La gran massa della nazioneintese tranquillamente la rivoluzione e stette al suo luogo: leinsorgenze non iscoppiarono che molto tempo dopo.

Vifurono anche molte popolazionile quali spinsero tanto avantil'entusiasmo della libertáche prevennero l'arrivo de'francesi nella capitale e si sostennero colle sole loro forze controtutte le armi mosse dal reanche dopo che la capitale si era resa.Tutte queste forze riunite insieme avrebbero potuto formare una forzaimponentese si avesse saputo trarne profitto.

Lapopolazione immensa della capitale era piú istupidita cheattiva. Essa guardava ancora con ammirazione un cangiamentochequasi avea creduto impossibile. In generaledir si poteva che ilpopolo della capitale era piú lontano dalla rivoluzione diquello delle provinceperché meno oppresso da' tributi e piúvezzeggiato da una corte che lo temeva. Il dispotismo si fonda per lopiú sulla feccia del popolochesenza cura veruna nédi bene né di malesi vende a colui che meglio soddisfa ilsuo ventre. Rare volte un governo cade che non sia pianto daipessimi; ma deve esser cura del nuovo di far sí che non siadesiderato anche dai buoni. Ma forse il soverchio timoreche siconcepí di quella popolazionefece sí che si prendessetroppo cura di lei e si trascurassero le provincedalle qualisolamente si doveva temeree dalle quali si ebbe infatti lacontrorivoluzione.



XVII.IDEE DE' PATRIOTI


Qualidunque esser doveano le operazioni da farsi per spingere avanti larivoluzione del regno di Napoli?

Ilprimo passo era quello di far sí che tutti i patrioti fosseroconvenuti nelle loro ideeo almeno che per essi vi fosse convenutoil governo.

Trai nostri patrioti (ci si permetta un'espressione che conviene a tuttele rivoluzioni e che non offende i buoni) moltissimi aveano larepubblica sulle labbramoltissimi l'aveano nella testapochissiminel cuore. Per molti la rivoluzione era un affare di modaed eranorepubblicani sol perché lo erano i francesi; alcuni lo eranoper vaghezza di spirito; altri per irreligionequasi che peresentarsi dalla superstizione vi bisognasse un brevetto di governo;taluno confondeva la libertá colla licenzae credevaacquistar colla rivoluzione il diritto d'insultare impunemente ipubblici costumi; per molti finalmente la rivoluzione era un affaredi calcolo. Ciascuno era mosso da quel disordine che piú loaveva colpito nell'antico governo. Non intendo con ciòoffendere la mia nazione: questo è un carattere di tutte lerivoluzioni; maal contrarioqual altra puòal pari dellanostrapresentare un numero maggiore o anche eguale di persone chesolo amavano l'ordine e la patria?

Siprendeva peròcome suol avvenireper oggetto principaledella riforma ciò che non era che un accessorioedall'accessorio si sagrificava il principale. Seguendo le idee de'patriotinon si sapeva né donde incominciare né dovearrestarsi.

Checosa è mai una rivoluzione in un popolo? Tu vedrai milletestedelle quali ciascuna ha pensieriinteressidisegni diversidelle altre. Se a costoro si presenta un capo che li voglia riunirela riunione non seguirá giammai. Mase avviene che tuttiabbiano un interesse comuneallora seguirá la rivoluzione edandrá avanti solo per quell'oggetto che è comune atutti. Gli altri oggetti rimarranno forse trascurati? No; ma ciascunoadatterá il suo interesse privato al pubblicola volontáparticolare seguirá la generalele riforme degli accessoriisi faranno insensibilmente dal tempoe tutto camminerá inordine.

Nonvi è governo il quale non abbia un disordine che producemoltissimi malcontenti; ma non vi è governo il quale non offraa molti molti beni e non abbia molti partigiani. Quando colui chedirige una rivoluzione vuol tutto riformarecioè vuol tuttodistruggereallora ne avviene che quelli istessii quali braman larivoluzione per una ragionel'aborrono per un'altra: passato ilprimo momento dell'entusiasmo ed ottenuto l'oggetto principaleilqualeperché comune a tuttiè sempre per necessitácon piú veemenza desiderato e prima degli altri conseguitoincomincia a sentirsi il dolore di tutti gli altri sacrifici che larivoluzione esige. Ciascuno dice prima a se stesso e poi anche aglialtri: - Ma per ora potrebbe bastare... Il di piúche si vuolfareè inutile...è dannoso. - Comincia ad ascoltarsil'interesse privato; ciascuno vorrebbe ottener ciò chedesidera al minor prezzo che sia possibile; esiccome le sensazionidel dolore sono in noi piú forti di quelle del piacereciascuno valuta piú quello che ha perduto che quello che haguadagnato. Le volontá individuali si cangianoincominciano adiscordar tra loro; in un governoin cui la volontá generalenon deve o non può avere altro garante ed altro esecutore chela volontá individualele leggi rimangono senza forzaincontraddizione coi pubblici costumii poteri caderanno nel languore;il languore o menerá all'anarchiaoper evitar l'anarchiasará necessitá affidare l'esecuzione delle leggi ad unaforza estraneache non è piú quella del popolo libero;e voi non avrete piú repubblica.

Eccotutto il segreto delle rivoluzioni: conoscere ciò che tutto ilpopolo vuolee farlo; egli allora vi seguirá: distinguere ciòche vuole il popolo da ciò che vorreste voied arrestarvitosto che il popolo piú non vuole; egli allora viabbandonerebbe. Brutoallorché discacciò i Tarquini daRomapensò a provvedere il popolo di un re sagrificatore:conobbe che i romanistanchi di avere un re sul tronolo credevanoperò ancor necessario nell'altare.

Lamania di voler tutto riformare porta seco la controrivoluzione: ilpopolo allora non si rivolta contro la leggeperché nonattacca la volontá generalema la volontá individuale.Sapete allora perché si segue un usurpatore? Perchérallenta il rigore delle leggi; perché non si occupa che dipochi oggettiche li sottopone alla volontá suala qualeprende il luogo ed il nome di «volontá generale»e lascia tutti gli altri alla volontá individuale del popolo.«Idque apud imperitos 'humanitas' vocabaturcum parsservitutis esset». Strano carattere di tutti i popoli dellaterra! Il desiderio di dar loro soverchia libertá risveglia inessi l'amore della libertá contro gli stessi loro liberatori.



XVIII.RIVOLUZIONE FRANCESE


Iocredeva di far delle riflessioni sulla rivoluzione di Napoliescriveva intanto la storia della rivoluzione di tutt'i popoli dellaterrae specialmente della rivoluzione francese. Le false idee che inostri aveano concepite di questa non han poco contribuito ai nostrimali.

Hannovoluto imitare tutto ciò che vi era in essa: vi era molto dibene e molto di maledi cui i francesi stessi si sarebbero un giornoavveduti; ma non hanno i nostri voluto aspettare i giudizi del temponé han saputo indovinarli. Si è creduto che larivoluzione francese fosse l'opera della filosofiamentre lafilosofia aveva fatto poco men che guastarla. Ne giudicavano sullostato attualesenza ricordarsi qual era stata e senza preveder qualesarebbe un giorno divenuta.

Larivoluzione francese aveva un'origine quasi legaleche mancava allanostra. Il suo primo scopo fu quello di rimediare ai mali dellanazionesui quali eran concordi egualmente il popolo ed il re; ed ilpopolo riconobbe la legittima autoritá degli Stati generali eposcia delle assembleenon altrimenti che venerava quella del reper di cui comandoo almeno col di cui consentimentotanto gliStati generali quanto le assemblee erano state convocate.

Quellostesso stato politico della Franciache faceva preveder ai saggi datanto tempo inevitabile una rivoluzioneprodusse la disunione degliStati generali; si formò l'Assemblea nazionaleed il re fudalla parte dell'Assemblea. Che vi sia stato solo in apparenza ecostretto dal timoreciò importa poco: fin qui non vi èancora rivoluzione.

Essaincominciò allorché il re si separòdall'Assemblea: allora incominciò la guerra civileed ilpartito dell'Assemblea seppe guadagnare il popolo coll'idea dellagiustizia.

Efin qui il popolo francese fece sempre operazioni al livellodiciamocosídelle sue idee. I Stati generali gli sembravano giustitra perché la Francia conservava ancor fresca la memoria dialtri Stati generalitra perché erano convocati dall'autoritádel reche egli credeva legittima. Il re stesso autorizzòl'Assemblea nazionale; il re contrattò con la medesimaallorché divenne re costituzionale; quando fu condannatolofu pel pretesto di aver mancato al proprio pattoa cui il popolointero era stato spettatore. E quale era questo patto? Quello con cuiavea egli stesso riconosciuta la sovranitá della nazione edaveva giurata la sua felicitá. Il popoloseguendo il partitodell'Assembleacredette seguire il partito della giustizia e del suointeresse. Quando io paragono la rivoluzione inglese del 1649 allafrancese del 1789le trovo piú simili che non si pensa:s'incomincia la riforma in nome del re; il re è arrestatoègiudicatoè condannato quasi dal re istesso; il popolo passaper gradi dalle antiche idee alle nuovee sempre le nuove sonoappoggiate alle antiche.

Leoperazioni de' popoli van soggette ad un metodonon altrimenti chele idee degli uomini. Se invertitese turbate l'ordine e la seriedelle medesimese volete esporre nell'Ottantanove le idee delNovantadueil popolo non le comprenderá; ed invece di vederrovesciato un tronovedrete esiliato un mezzo sapiente o venaledeclamatore. Al pari che l'uomo lo è nelle ideeun popolo ènelle sue operazioni servo delle forme esterne onde son rivestite;l'esattezza esterna di un sillogismo ne fa beversenza avvederseneun errore; l'esterna solennitá delle formole sostieneun'operazione manifestamente ingiusta. Incominciate per inavvertenzao per malizia da un leggerissimo errore: quanto piú viinoltreretetanto piú vi discosterete da quella retta nellaquale sta il vero; e vi inoltrerete tantoche talora conosceretel'errorema ignorerete la strada di ritornare indietro. Allora pochiambiziosi dichiareranno giustizia e pubblica necessitá quelloche non è se non capriccio ed ambizione loro; ed il delitto siconsumerá non perché il popolo lo approvima perchéignora le vie di poterlo legittimamente impedire. Quando l'errorevien da un metodo fallaceil ricredersene è piúdifficileperché è necessitá ritornar indietrofino al puntospesso lontanoin cui la linea delle fallacie sisepara da quella della veritá; maricreduti una volta glianimiper cagion di un solo errore distruggeranno tutto il sistema.La Convenzione nazionale condannò Luigi decimosesto controtutte quelle leggi che essa istessa avea proclamate. I faziosiragionarono allora come avea ragionato Virginio quando Appioappellava al popolo; ed è cosa «di cattivissimo esempioin una repubblica - dice Macchiavelli - fare una legge e non laosservaree tanto piú quando la non è osservata da chil'ha fatta». Tutto il bene che poteva produrre la rivoluzionedi Francia fu distrutto colla stessa sentenza che condannòl'infelice Luigi decimosesto.

Nell'epocaistessa in cui la Francia credette acquistar piena libertáincominciarono anche quelle riforme che noi chiamiam superflue. Qualeffetto produssero queste riforme? Vi fu una continua lotta trapartiti e partiti; finalmente i partiti non si intendevano piútra loroed il popolo non ne intendeva nessuno. Si correva dietrouna parolache indicava una persona piú che una cosaetalora non indicava né una cosa né una persona; e lecontroversieche non potevano decidersi colla ragionesi deciserocolla forza. Robespierre surse; ebbe una forza maggiore e contennetutte le altre col timore.

Robespierreritenne le parole per perdere i suoi rivalima attaccò aqueste parole delle cose sensibilisebbene tutte diverseperguadagnar il popolo. Il popolo non intendeva né Robespierre néBrissot; ma sapeva che Robespierre gli accordava piú licenzadegli altrie scannava tutti quelli che Robespierre voleva scannati.Robespierre non poteva durar molto tempoper la ragione che i suoifatti non avean verun rapporto colle sue idee e si potevano conservarle cose senza conservar le idee. Che volle significare infatti quellaparola di «oltre rivoluzionario»che i suoi rivaliinventarono per caratterizzarlo e perderlo?

Robespierresalvò la Franciafacendo rivoltare tutt'i partiti contro dilui edin conseguenzariunendoli; ma Robespierre non salvòné potea salvare la sua personale sue ideela costituzionesua.

Leidee erano giunte all'estremo e doveano retrocedere. Si era riformatopiú di quello che il popolo volea; esiccome queste riformesuperflue non aveano in favor loro il pubblico costumecosíconveniva farle osservare col terrore e colla forza: le leggi sonosempre tanto piú crudeli quanto piú son capricciose. Ilsistema de' moderati rimenava le cose al loro stato naturale e nondava loro altra importanza che quella che il popolo istesso lor dava;cosí il suo rigore e la sua dolcezza erano il rigore e ladolcezza del popolo.

L'uomoè di tale naturache tutte le sue idee si cangianotutt'isuoi affettigiunti all'estremos'indeboliscono e si estinguono: aforza di voler troppo esser liberol'uomo si stanca dello stessosentimento di libertá. «Nec totam libertatemnec totamservitutem pati possumus»disse Tacito del popolo romano: a mepare che si possa dire di tutt'i popoli della terra. Or che altroavea fatto Robespierrespingendo all'estremo il senso della libertáse non che accelerarne il cambiamento?

Lavita e le vicende de' popoli si possono misurare e calcolare dalleloro idee. Vi è tra l'estrema servitú e la libertáestrema uno stadio che tutt'i popoli corronoe si può direche in questo corso appunto consiste la vita di tutt'i popoli. Laplebe romana era serva addetta alle glebe di pochi patrizinon avevaproprietá di beni né di persona. Incominciò dalreclamar leggi certe; ottenne la sicurezza delle persone e de' benima rimaneva ancora senza nozzesenza auspícisenzamagistrature; chiese ed ottenne la partecipazione a tutte questecosema le chiese con temperanzale furon concesse con moderazione;e ciò non solo prolungò la vita della repubblicama lareseper la vicendevole emulazione delle parti che la componevanopiú energica e piú gloriosa. Pervenute le cose a quellache chiamar si potrebbe «eguaglianza di diritto»itribuni pretesero anche l'eguaglianza di fatto: s'incominciò aparlar di leggi agrariee la repubblica perí. Si era giunto aquell'estremo oltre del quale era impossibile progredire. Nel primoanno della rivoluzione francesenon si pensava che a stabilirequella eguaglianza di dirittoalla quale tendevano irresistibilmentegli ordini pubblici di tutta l'Europa; nel terzo però sipretendeva l'eguaglianza di fatto: in tre anni voi passate dall'etádi Menenio Agrippa a quella de' Gracchi. Che dico io mai? Nell'etáde' Gracchimentre si pretendeva eguagliare i benisi riconoscevala legittimitá del dominio civile. Il rispettoche il popoloancora serbava per la legge delle dotilo trattenne dall'eseguire ladivisione de' beni. In Francia le idee eran corse molto piúinnanzi: erasi messa in dubbio la legittimitá delle dotiquella de' testamentil'istessa legge fondamentale del dominiosenza la quale non vi è proprietá. Le idee dellarivoluzione francese erano un secolo piú innanzi di quelle de'Gracchi: ed ecco perchécontando da quest'epocalarepubblica francese ha avuto un secolo meno di vita della romana.

Quandole pretensioni di eguaglianza si spingono oltre il confine deldirittola causa della libertá diventa la causa degliscellerati. La leggediceva Ciceronenon distingue piú ipatrizi dai plebei: perché dunque vi sono ancora dissensionitra i plebei ed i patrizi? Perché vi sono ancora e vi sarannosempre i pochi e i molti: pochi ricchi e molti poveripochiindustriosi e moltissimi scioperatipochissimi savi e moltissimistolti.

Leidee di Robespierre non potevano star insieme né colle altreidee della nazione francese né con quelle delle altre nazionidi Europa. Togliendose però era possibilealla sua nazionele artiil commercio e la marinaavrebbe fatti de' francesi tantiGalli: li avrebbe resi piú guerrierima meno capaci disostener la guerra; avrebbe potuto in un momento invadere tutta laterrama a capo di qualche tempo la terra tutta si sarebbe vendicatae la nazione francese sarebbe stata distrutta. Di un antico si dicevache o doveva esser Cesare o pazzo; di Robespierre si avrebbe potutodire che o doveva essere il dittatore del mondo o pazzo.

Hocercato nella storia un uomo a cui Robespierre si potesseassomigliare. Alcuni de' suoi amici ed anche de' suoi nemici lo hanparagonato a Silla; ma convien dire che i primi non conoscesseroRobespierre ed i secondi non conoscessero Silla. Robespierre ha moltasomiglianza con Appio. Differivano nelle massime che predicavano; nonso se differissero nello scopo che si avean prefissoperchéper me è ben lontano dall'esser evidente che Robespierrepredicando libertánon tendesse al dispotismo; ma ambedueegualmente ambiziosi enella loro ambizioneegualmente crudeliegualmente imbecilli. Ambedue volevano stabilir colle leggi queldispotismoil quale non è altro che la forza distruttricedella legge. Ambedue ebbero quell'autoritáche Macchiavellichiama «pericolosissima»libera nel poterelimitata neltempoonde nell'uomo nasce brama di perpetuarlané glimancano i mezzi; ma questinon essendosi dati dalle leggi a quelfine al quale egli li indirizzadebbono per necessitá divenirtirannici. Né l'uno né l'altro comprese la massima o dinon offender nessunoo di fare le offese ad un tratto e dipoirassicurare gli uomini e dar loro cagioni di quietare e fermarel'animo; ma rinfrescavano ogni giorno ne' cittadinicon nuovecrudeltánuovi timorie rendevan feroce quel popolo chevolevan dominare. Ambedue volevan stabilire l'impero col terrore; noneran militariné soffrivano la milizia della quale temevanoma aveano alla medesima sostituita l'inquisizione ed unaprostituzione di giudiziche è piú crudele di ognimiliziaperché è costretta a punire i delitti chequesta previene ed accresce i sospetti che questa minora. Questaspecie di tirannideche chiamar si potrebbe «decemvirale»è la piú terribile di tuttema per buona sorte èla meno durevole.

Pergli uomini che riflettevanoil «moderantismo» non erache uno stato intermedioil quale ne dovea produrre un altro. Lanazione respirava dopo la lotta che avea sostenuta con Robespierrema non ancora avea scelto il punto del suo riposo. Un eccesso dienergia ne dovea produrre un altro di rilasciatezza. La guerra controRobespierre era stata desiderata dalla nazione; ma era stata fatta daun partitoil quale poicome suol avvenireavea affidata la sommadelle cose a mani perfide e sciagurate. La nazione sotto Robespierrefu costretta a salvar la sua libertá: sotto il Direttorio lasua indipendenza.

Questoè il corso ordinario di tutte le rivoluzioni. Per lungo tempoil popolo si agita senza saper ove fermarsi: corre sempre agliestremi e non sa che la felicitá è nel mezzo. Guai secome avvenne altre volte al popolo fiorentinoesso non ritrova maiquesto punto!



XIX.QUANTE ERANO LE IDEE DELLA NAZIONE?


Ilmaleche producono le idee troppo astratte di libertáèquello di toglierla mentre la vogliono stabilire. La libertá èun beneperché produce molti altri beniquali sono lasicurezzal'agiata sussistenzala popolazionela moderazione deitributil'accrescimento dell'industria e tanti altri beni sensibili;ed il popoloperché ama tali beniviene poi ad amare lalibertá. Un uomoil qualesenza procurare ad un popolo talivantaggivenisse a comandargli di amare la libertárassomiglierebbe l'Alcibiade di Marmontelil quale voleva esseramato «per se stesso».

Lanazione napolitana bramava veder riordinate le finanzepiúincomode per la cattiva distribuzione che per la gravezza de'tributi; terminate le dissensioni che nascevan dalla feudalitádissensioni che tenevano la nazione in uno stato di guerra civile;divise piú equamente le immense terre che trovavansiaccumulate nelle mani degli ecclesiastici e del fisco. Questo era ilvoto di tutti: quest'uso fecero della loro libertá quellepopolazioniche da per loro stesse si democratizzaronoe dove o nonpervennero o sol pervennero tardi gli agenti del governo e de'francesi.

Moltepopolazioni si divisero i terreniche prima appartenevano alle«cacce regie». Molti si revindicarono le terre litigiosedel feudo. Ma io non ho cognizione di tutti gli avvenimentinéimporterebbe ripeterliessendo tutti gli stessi. In Picernoappenail popolo intese l'arrivo de' francesicorseseguendo il suoparocoalla chiesa a render grazie al «Dio d'Israeleche aveavisitato e redento il suo popolo». Dalla chiesa passò adunirsi in parlamentoed il primo atto della sua libertá fuquello di chieder conto dell'uso che per sei anni si era fatto delpubblico danaro. Non tumultinon massacrinon violenzeaccompagnarono la revindica de' suoi diritti: chi fu presente aquell'adunanza udí con piacere ed ammirazione rispondersi dalmaggior numero a talunoche proponeva mezzi violenti: - Non convienea noiche ci lagniamo dell'ingiustizia degli altriil darnel'esempio. - Il secondo uso della libertá fu di rivendicare leusurpazioni del feudatario. E quale fu il terzo? Quello di farprodigi per la libertá istessaquello di battersi fino a cheebbero munizioniequando non ebbero piú munizioniper averdel piomborisolvettero in parlamento di fondersi tutti gli organidelle chiese... - I nostri santi - si disse - non ne hanno bisogno. -Si liquefecero tutti gli utensili domesticifinanche gl'istrumentipiú necessari della medicina; le femminetravestite da uominionde imporre al nemicosi batterono in modo da ingannarlo piúcol loro valore che colle vesti loro.

Nonson questi gli estremi dell'amore della libertá? Ed a questostesso segno molte altre popolazioni pervennero; e pervenute visarebbero tuttepoiché tutte aveano le stesse ideei bisognimedesimi ed i medesimi desidèri.

Mamentre tutti avean tali desidèrimoltissimi desideravanoanche delle utili riformeche avessero risvegliata l'attivitádella nazioneche avessero tolto l'ozio de' fratil'incertezzadelle proprietáche avessero assicurata e protettal'agricolturail commercio; e questi formavano quella classe chepresso di tutte le nazioni è intermedia tra il popolo e lanobiltá. Questa classese non è potente quanto lanobiltá e numerosa quanto il popoloè peròdappertutto sempre la piú sensata. La libertá delleopinionil'abolizione de' cultil'esenzione dai pregiudizi erachiesta da pochissimiperché a pochissimi interessava.Quest'ultima riforma dovea seguire la libertá giástabilita; maper fondarlasi richiedeva la forzae questa non sipotea ottenere se non seguendo le idee del maggior numero. Ma sirovesciò l'ordinee si volle guadagnar gli animi di moltipresentando loro quelle idee che erano idee di pochi.

Chesperare da quel linguaggio che si teneva in tutt'i proclami direttial nostro popolo? «Finalmente siete liberi»... Il popolonon sapeva ancora cosa fosse libertá: essa è unsentimento e non un'idea; si fa provare coi fattinon si dimostracolle parole. «Il vostro Claudio è fuggitoMessalinatrema»... Era obbligato il popolo a saper la storia romana perconoscere la sua felicitá? «L'uomo riacquista tutt'isuoi diritti»... E quali? «Avrete un governo libero egiustofondato sopra i princípi dell'uguaglianza; gl'impieghinon saranno il patrimonio esclusivo de' nobili e de' ricchima laricompensa de' talenti e della virtú»... Potente motivoper il popoloil quale non si picca né di virtú nédi talentivuol esser ben governatoe non ambisce cariche! «Unsanto entusiasmo si manifesti in tutt'i luoghile bandiere tricoloris'innalzinogli alberi si piantinole municipalitáleguardie civiche si organizzino»... Qual gruppo d'idee che ilpopolo o non intende o non cura! «I destini d'Italia debbonoadempirsi». «Scilicet id populo cordi est: ea curaquietos sollicitat animos». «I pregiudizila religionei costumi»... Piano! mio caro declamatore; finora sei statosolamente inutileora potresti esser anche dannoso.

Ilcorso delle idee è quello che deve dirigere il corso delleoperazioni e determinare il grado di forza negli effetti. Le primeidee che si debbono far valere sono le idee di tutti; quindi le ideedi molti; in ultimo luogo le idee di pochi. Esiccome coloro chedirigono una rivoluzione sono sempre pochi di numero ed hanno piúidee degli altriperché veggono piú mali e comprendonopiú benicosí molte volte è necessario che irepubblicani per istabilir la repubblica si scordino di loro stessi.Molti mali soffrí per lungo tempo Brutomoltissimi neprevidemafinché fu solo a soffrire ed a prevederetacque;molti ne soffrirono i patrizi prima che si lagnasse il popolo;finalmente il fatto di Lucrezia fece ricordare ad ognuno che eramarito: allora Bruto parlò prima al popolo e lo mosseposciaparlò al senatoequando la rivoluzione fu compítaascoltò se stesso. Tutto si può fare: la difficoltáè sola nel modo. Noi possiamo giugnere col tempo a quelle ideealle quali sarebbe follia voler giugner oggi: impresso una volta ilmotosi passa da un avvenimento all'altroe l'uomo diventa unessere meramente passivo. Tutto il segreto consiste in saper donde sidebba incominciare.

Nonsi può mai produrre una rivoluzionea meno che non sia unarivoluzione religiosaseguendo idee troppo generalinéseguendo un piano unico. Mille ostacoli tu incontrerai ad ogni passoche non si erano preveduti; mille contraddizioni d'interessichenon potendosi distruggereè necessitá conciliare. Ilpopolo è un fanciulloe vi fa spesso delle difficoltáalle quali non siete preparato. Molte nostre popolazioni non amavanol'albero perché non ne intendevano l'oggettoe taluneches'indispettivano per non intenderlolo biasimavano come magico;molteinvece dell'alberoavrebbero voluto un altro emblema. Èindifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altroma ènecessario che abbia quello che il popolo intende e vuole.

Inmolte popolazioni eravi un male da riparareun bene da procurare perpoter allettare il popolo: le stesse risorse non vi erano in altrepopolazioni; né potevano la legge o il governo occuparsi ditali oggetti se non dopo che la rivoluzione era giá compiuta.Le rivoluzioni attive sono sempre piú efficaciperchéil popolo si dirige subito da se stesso a ciò che piúda vicino l'interessa. In una rivoluzione passiva conviene chel'agente del governo indovini l'animo del popolo e gli presenti ciòche desidera e che da se stesso non saprebbe procacciarsi.

Talorail bene generale è in collisione cogl'interessi de' potenti.L'abolizione de' feudiper esempioreca un danno notabile alfeudatario; mapiú del feudatariosono da temersi coloro chevivono sul feudo. Il popolo trae ordinariamente la sussistenza dacostoro; comprende chedopo un annosenza il feudatario vivrebbemeglioma senza di lui non può vivere un anno: il bisogno delmomento gli fa trascurare il bene futuroquantunque maggiore. Iltalento del riformatore è allora quello di rompere i laccidella dipendenzadi conoscer le persone egualmente che le cosedifar parlare il rispettol'amicizial'ascendente che talunoo beneo malegode talora su di una popolazione.

Spessevolte ho visto che una popolazione ama una riforma anzichéun'altra. Molte popolazioni desideravano la soppressione de'monasterimolte non la volevano ancora: piucché lasuperstizioneinfluiva sul loro spirito il maggiore o minor bisognoin cui erano de' terreni. Non urtate la pubblica opinione; crescerácol nuovo ordine di cose il bisognoe voi sarete sollecitato adistruggere ciò che un momento prima si voleva conservare.

Bastadar avviamento alle cose; di molte non si comprende oggi la necessitáo l'utilee si comprenderá domani: cosí avrete ilvantaggio che farete far dal popolo quello che vorreste far voi.

Nonvi curate degli accessoriiquando avete ottenuto il principale. Ioche ho voluto esaminar la rivoluzione piú nelle idee de'popoli che in quelle de' rivoluzionariho visto che il piúdelle volte il malcontento nasceva dal volersi fare talune operazionisenza talune apparenze e senza talune solennitá che il popolocredeva necessarie. Avviene nelle rivoluzioni come avviene nellafilosofiadove tutte le controversie nascono meno dalle idee chedalle parole. I riformatori chiamano «forza di spirito»l'audacia colla quale attaccano le solennitá antiche; io lachiamo «imbecillitá» di uno spirito che non saconciliarle colle cose nuove.

Ilgran talento del riformatore è quello di menare il popolo inmodo che faccia da sé quello che vorresti far tu. Ho vistomolte popolazioni fare da per loro stesse ciò chefatto dalgovernoavrebbero condannato. «Volendo - dice Macchiavelli -che un errore non sia favorito da un popologran rimedio èfare che il popolo istesso lo abbia a giudicare». Ma a questogrande oggetto non si perviene se non da chi ha giá vintotanto la vanitá de' fanciulli di preferir le apparenze allecose realiquanto la vanitá anche di quegli uominidoppiamente fanciulliche non conoscono la vera gloria e che lafanno consistere nel far tutto da loro stessi.

Siccomenelle rivoluzioni passive il gran pericolo è quello dioltrepassare il segno in cui il popolo vuole fermarsi e dopo delquale vi abbandonerebbecosí il miglior partitoil piúdelle volteè di restarsene al di qua. Il governo aveaordinata la soppressione istantanea di molti monasteri; e questacommessa a persone non sempre fedelinon avea prodotto que' vantaggiche se ne speravano. Si poteano i conventi far rimanerema collalegge di non ricever piú nuovi monaci; i loro fondicon altraleggesi dichiaravano censiti a coloro che ne erano affittualicolla libertá di acquistarne la proprietá; e cosísi otteneva la ripartizione de' terrenil'abolizione del monistero acapo di pochi annie frattanto ai monaci si avrebbe potuto venderanche caro questo prolungamento di esistenza. Il voler far in unmomento tutto ciò che si può fare non è sempresenza pericoloperché non è senza pericolo che ilpopolo non abbia piú né che temere né chesperare da voi.

Ilpopolo è ordinariamente piú saggio e piú giustodi quello che si crede. Talora le sue disgrazie istesse lo correggonode' suoi errori. Ho veduto delle popolazioni diventar repubblicane edarmarsiperché nella loro indifferenza erano statesaccheggiate dagl'insorgenti. In Caiazzo taluni della piú vilefeccia del popolo insursero ed attaccarono le autoritácostituite; tutti gli altri erano spettatori indolenti: gl'insorgentisoli furono i piú fortivollero rapinaree questo ruppe illetargo degli altri. Allora gl'insorgenti non furono piú soli:tutta la popolazione difese le autoritá costituite; edistruita dal pericoloCaiazzo divenne la popolazione piúattaccata alla repubblica.

Datutto si può trar profitto: tutto può esser utile ad ungoverno attivoche conosca la nazione e non abbia sistemi. Tutt'ipopoli si rassomigliano; ma gli effetti delle loro rivoluzioni sonodiversiperché diversi sono coloro che le dirigono. Moltiavvenimenti io potrei narrare in prova di ciò che ho detto; masi potrebbe dir tutto senza una noia mortale? Agli esteri bastano irisultati; i nazionaliquando voglianopossono applicare a ciascunodi essi i fatti ed i nomi che giá sanno.



XX.PROGETTO DI GOVERNO PROVVISORIO


Nellostato in cui era la nazione napolitanala scelta delle persone cheformar doveano il governo provvisorio era piú importante chenon si pensa. Noi riferiremo a questo proposito ciò che talunopropose a Championnet ed a coloro che consigliavano Championnet.

«Ilprimo passo in una rivoluzione passiva è quello di guadagnarl'opinione del popolo; il secondo è quello d'interessare nellarivoluzione il maggior numero delle persone che sia possibile. Questedue operazionisebbene in apparenza diversenon sono però inrealtá che una sola; poiché quello istesso cheinteressa nella rivoluzione il maggior numero delle persone vi faguadagnare l'opinione del popoloil qualenon potendo giudicar maidi una rivoluzione e di un governo per princípi e per teorienon potendo ne' primi giorni giudicarne dagli effettideve pernecessitá giudicarne dalle personeed approvare quel governoche vede commesso a persone che egli è avvezzo a rispettare.

«Tragl'impiegati del re di Napoli molti ve ne sonoi quali non hannogiammai fatta la guerra alla rivoluzione; amici della patria perchéamanti del beneed attaccati al governo del re sol perchéquel governo dava loro un mezzo onesto di sussistenza. Molti dicostoro meritano di esser impiegati per i loro talenti e possonoguadagnare alla rivoluzione l'opinione di molte classi del popolo.

«Ilfòro ne somministra moltissimi; e la classe del fòrouna volta guadagnatastrascina seco il quinto della popolazione.Moltissimi ne somministra la classe degli ecclesiasticie vi èda sperare altrettanto di bene: il resto si avrebbe dalla nobiltá(uso per l'ultima volta questa parola per indicare un ceto che piúnon deve esisterema che ha esistito finora) e dalla classe de'negozianti. I nobili si crederanno meno offesiquando si vedrannonon del tutto obbliati; ed i negoziantifinora disprezzati da'nobilisaranno superbi di un onore che li eguaglia ai loro rivaliepuò la nazione sperar da loro aiuti grandissimi ne' suoibisogni. In Napoli questa è la classe amica del popolopoichéda questa classe dipende e vive quanto in Napoli vi sono pescatorimarinaifacchini e di altri taliche formano quella numerosa esempre mobile parte del popolo che chiamansi 'lazzaroni'. Utili anchesarebbero molti ricchi proprietari delle provincei quali possonocolá ciò che possono i negozianti in Napolie potrannodare al governo quei lumi che non ha e che non può averealtrimenti sulle medesime.

«Pereffetto della nostra mal diretta educazione pubblicala cognizionedelle nostre cose si trova riunita al potere ed alla ricchezza:coloro che hanno per loro porzione il sapereper lo piútutto sanno fuorché ciò che saper si dee. Allevaticolla lettura de' libri inglesi e francesisapranno le manifatturedi Birmingham e di Manchestere non quelle del nostro Arpino; viparleranno dell'agricoltura della Provenzae non sapranno quelladella Puglia; non vi è tra loro chi non sappia come si eleggaun re di Polonia o un imperatore dei romanie pochi sapranno come sieleggono gli amministratori di una nostra municipalitá; tuttivi diranno il grado di longitudine e di latitudine d'Othaiti: sedomandate il grado di Napolinessuno saprá dirlo. Un tempo inostri si occuparono di tali coseed ebbimo scrittori di questioggetti prima che le altre nazioni di Europa ancora vi pensassero.Oggi ciascuno sdegna di occuparsenevago di una gloria stranieraquasi che si potesse meritare maggior stima dagli altri popoliripetendo loro male ciò che essi sanno beneche dicendo lorociò che ancora non sanno. Queste cognizioni intanto sononecessarieeper averleo convien ricorrere ai libri senza ordinee senza gusto scritti due secoli fao convien dipendere da coloro iqualiper avere maneggiati gli affari del Regno e viste diversenostre regioniconoscono e gli uomini e lo stato degli uomini. Perdifetto della nostra educazionela scienza che noi abbiamo èinutilee siam costretti a mendicare le utili dagli altri.

«Maaffinché le cognizioni delle cose patrie non siano scompagnatedai lumi della filosofia universale di Europaed affinchécoloro de' quali abbiam bisogno per opinione non diventino i nostripadroni per necessitáaffinché gli antichi interessi(se pure costoro avessero interesse per l'antico governo) nonopprimano i nuovia costoro si unirá un doppio numero di savie virtuosi patrioti: cosí avremo il vantaggio del patriotismonelle decisionied il patriotismo avrá il vantaggio dellecognizioni patrie nell'esame e dell'opinione pubblicanell'esecuzione.

«Invecedi fare l'assembleache chiamar si potrebbe 'costituente'diventicinque personefar si potrebbe di ottantae combinare in talmodo insieme tutti questi vantaggi. Un'assemblea provvisoria diottanta non è troppo grande per una nazione che dee averne unacostituzionale piú che doppia: all'incontro una di venticinquepuò sembrare troppo piccolaspecialmente non essendosi ancorapubblicata la costituzione. Il popolo potrá credere che sivoglia prender giuoco di lui e che si pensi ad escluderlo da tutto.Un generale esteroche venisse egli solo a darci la leggesitollererebbe come un re conquistatoree l'oppressionein cuiciascuno vedrebbe gli altri tuttigli renderebbe tollerabile lapropria; masubito che chiamate a parte della sovranitá lanazioneconviene che usiate piú riguardi: o conviene dar atutti o a nessuno; i consigli di mezzo non tolgono l'oppressione e viaggiungono l'invidia».

Sipassava ad indicarein tutte le classide' veri patriotii qualisenza esser ascritti a verun clubamavano la patria ed avrebberosaputo renderla felice... Ma i nomi di costoro sarebbe ora colpevoleimprudenza rivelare.



XXI.MASSIME CHE SI SEGUIRONO


Ioprego tutti coloro i quali leggeranno questo paragrafo a non credereche io intenda scrivere la satira de' patrioti. Se il patriota èl'uomo che ama la patrianon sono io stesso un patriota? Come potreicondannare un nome che onora tanti amicide' quali or piango lalontananza o la perdita? Noi possiamo esser superbi che in Napoli laclasse de' patrioti sia stata la classe migliore: ivie forse ivisolamentela rivoluzione non è stata fatta da coloro che ladesideravano sol perché non avevano che perdere. Ma in unagrande agitazione politica è impossibile che i scellerati nonsi rimescolino ai buonicome appuntoagitando un vasoèimpossibile che la feccia non si rimescoli col fluido. Il grandeoggetto delle leggi e del governo è di far sí cheadonta de' nomi comuni de' quali si vogliono ricopriresi possanosempre distinguere i buoni dai cattivie che si riconosca perpatriota solo colui che è degno di esserlo. Allora i cattivinon corromperanno l'opera de' buoni. Allora il governo de' patriotisará il migliore de' governiperché sará ilgoverno di coloro che amano la patria. Ma tale è la duranecessitá delle cose umaneche spesso le maggiori avvertenzeche si prendono per far prevalere i buoninon fanno che allontanarlie verificare l'antico adagio: che nelle rivoluzioni trionfano semprei pessimi.

Nellealtre rivoluzioni i rivoluzionari non buoni han fatto sorgereprincípi pessimi. In quella di Napoli princípi nonnostri e non buoni fecero perdere gli uomini buoni. Nulla di miglioredegl'individui che avevamoperché i princípi loroindividuali erano retti: se le operazioni politiche non corrisposeroalle loro ideeciò avvenne perché i princípipubblici non erano di essi ed erano fallaci. Questi princípipolitici per necessitá doveano corromper tutto.

Alcunifalsi patrioti o maligni speculatoriai quali né la classede' buoni né un solo del governo aderí maidicevanoche tutti gli aristocraticiche tutt'i vescovitutt'i pretitutt'iricchi dovevano essere distrutti. Non erano contenti che fosseroeguagliati agli altri. La repubblica fiorentina operava una voltacogli stessi principi; e la repubblica fiorentina fu perciò inuna continua guerra civileche finalmente produsse la sua morte.Questo avviene inevitabilmente tutte le volte che la repubblica non èfondata sopra la giustizia; e non lo è mai ogni qual voltadopo aver distrutta la classecontinua a perseguitar l'individuonon perché ami le distinzioni della classe giá estintama solo perché le apparteneva un giorno. I romani sicontentarono di far che i plebei potessero ascendere a tutte lecariche: questo era il giusto e formava la libertá; se essiavessero voluto escluderne i patrizi sol perché erano patrizisarebbe stato lo stesso che voler rimettere il patriziato dopo averlodistrutto e voler far nascere la guerra civile.

Pretendevanonon doversi impiegar nessuno di coloro che aveano ben servito il re.Era giusto che non s'impiegassero colorose mai ve ne eranoche loaveano servito nei suoi capriccinelle sue dissolutezzenelle suetirannie; che doveano l'onore di servire all'infamia onde si eranricoperti. Ma moltiservendo il reavean servita la patria; e moltialtrial contrarionon aveano potuto servire il reperchénon meritavano servir la patria: l'escluder quellil'ammetterquestisol perché quelli aveano servito il re e questi nongiánon era lo stesso che tradire la patria e farla servireda coloro che non sapeano servirla?

Chidunque dovea impiegarsi? Coloro solamente che erano patrioti. Larepubblica napolitana fu considerata come una predala di cuidivisione spettar dovea a pochissimi; e questo fu il segnalenépoteva esserlo diversamentedella guerra civile tra la partenumerosa della nazione e la parte debole.

Questofece mancare tutt'i buoni agenti della repubblica: se un uomo digenio e da bene è raro in tutto il genere umanocome mai puòritrovarsi poi facilmente in una classe poco numerosa? È veroche i clamori della folla né esprimevano il voto de' buoni néeran di norma al governo; main circostanze precipitose ed incertequando la curiositá pubblica è grandissima ed ignotesono ancora le massime di un governo nuovoné vi ètempo e modo da paragonare le voci ai fattii clamorisebben falsiproducono un male realeperché il popolo li crede massime delgoverno e se ne offende. Il piú difficilein tali tempièil far sorgere una opinione che dir si possa pubblica; fare che neltempo istesso e parlassero moltiperché le voci riuniteproducono effetto maggioree le parole fossero concordiondel'effettoper contrasto delle medesimenon venisse distrutto.Questoper altroera in Napoli piú difficile ad ottenersiche altrove; tra perché la rivoluzione non era attivamapassivané vi erain conseguenzaun'opinione predominantema si imitavano quelle di Franciale quali erano state molte ediverseonde è che vi erano alcuni «terroristi»altri «moderati»ecc.; tra perché le opinioni noneran liberee spesso prevaleva per effetto di forza quella che nonera la piú comune; tra perché finalmente il tempo fubrevissimoe l'opinione pubblicaovunque non vi è forza chepossa dirigerlaha bisogno di tempo lunghissimo.

Èun'osservazione costante che il popolo non s'inganna mai ne'particolari; ma una fazione s'ingannae molto piú una fazionela quale riduce le virtú ed i talenti tutti ad un solo nomedi cui usa egualmente e Catilina e Catone. Il vero «patriotismo»è l'amor della patriaed ama la patria chi vuole il suo beneed ha i talenti per procurarlo. Se lo separate da queste ideesensibiliallora formate del patriotismo una parola chimericalaquale apre il campo alla calunnia ed impedisce all'uomo da benechenon è faziosodi accostarsi al governo; allora si sostituisceal merito reale un merito di opinione che ciascuno puòfingereed il merito reale rimane sempre dietro a quello deiciarlatani.

Conquesti mezzi abbiam veduti allontanati dal corpo legislativo ilvirtuoso Vincenzio Russo ed alcuni altritra' quali uno cheinquelle circostanzeavrebbe potuto esser utile alla patria.

Sela nostra rivoluzione fosse stata attivai nostri patrioti sisarebbero conosciuti nell'azione precedenteil che non avrebbelasciato luogo alla imposturae si sarebbero conosciuti per quelloche ciascun valea. Si è detto realmente che le guerre civilifanno sviluppare i geni di una nazionenon perché li faccianonascerema perché li fanno conoscere; perché ciascunonell'azione si mette al posto che il suo genio gli assegnae lascelta per lo piú suole riuscir buonaperché sigiudica dell'uomo dai suoi fatti.

Pressodi noi l'uomo era riputato patriota da che apparteneva ad un club.Maquando anche questa invenzione inglese di club fosse stata atta aprodurre un giorno una rivoluzionepurenon avendola prodottanonpotea far giudicare degli uomini se non dalle parole. I nostri clubsnon avean ancora superata la prima prova delle congiureche èquella di conservare il segreto tra il numero: composti sulle primeda pochi individuiallorché incominciò lapersecuzionesi sciolsero. Quando venne la rivoluzionesi trovaronomoltissimii quali non aveano fatto altro che dare il loro nomenegli ultimi tempiuomini che non si conoscevano neanche tra loroetra costoro fu facile a qualunque audace rimescolarsi e dichiararsipatriota.

Cosíla patria fu in pericolo di esser vittima dell'ambizione de' privatipoiché non si trattava di soddisfar questa con servigi resialla patria medesimama bensí con quelli che taluno forsivoleva renderle; non si esaminava chi sapevachi poteama sicercava chi voleva; ed in tale gara il piú audace mentitoreil piú sfacciato millantatore doveano vincere il merito e lavirtú sempre modesta.



XXII.ACCUSA DI ROTONDO - COMMISSIONE CENSORIA


S'incominciòdai primi giorni della repubblica a fare una guerra a tuttigl'impiegati: accuse sopra accusedeputazioni sopra deputazioni: chiambiva una carica non dovea far altro che mettersi alla testa di uncerto numero di patrioti e far dello strepito. Siccome tutto siaggirava su parole vaghe che niuno intendevacosí la ragionenon poteva aver luogo e dovean vincere il numero e lo strepitoprimaforza che gli uomini usano nelle gare civilifinché passinoad usarne un'altra piú efficace e piú crudele. All'uomoragionevole e dabbene non rimaneva che involgersi nel suo mantello etacere.

ProsdocimoRotondoeletto rappresentanteoffese l'invidia di qualche suonemico. Si mosse Nicola Palomba ad accusarlo: Nicola Palombache nonconosceva Rotondomaentusiasta ed in conseguenza poco saggiocredea che ei fosse indegno della caricasol perché qualchesuo amico lo credeva tale. Un'accusa di tale natura non avrebbedovuto ammettersipoiché l'indegnitá di taluno potráfar sí che il sovrano non lo elegga; maeletto che l'abbiaperché sia deposto prima del tempo stabilito dalla leggevi èbisogno di un delitto. Ammessa però una volta l'accusaconveniva esaminarla: nella repubblica deve esser libera l'accusamapunita la calunnia. Io non so se Rotondo fosse reo: so peròch'egli insisteva perché fosse giudicato; so chedimessodalla caricapubblicò il conto della sua amministrazioneetutti tacquero. Il presidente allora del comitato centrale vedea inquesto affarein apparenza privatoquanto importasse conservarsi ilrispetto alla leggesenza di cui non vi è governoedintendeva bene che una folla di patrioti poteva diventar fazionesubito che non fosse piú nazione. Mapoco di poialcunidisperando di farsi amare e rendersi forti colla nazionevolleroadular la fazionee non si permise che dell'affare di Rotondo piúsi parlasse. Palomba partí pel dipartimento del quale erastato nominato commissario. Gli fu dataè verola facoltádi proseguir l'accusa anche per mezzo de' suoi procuratori: ma non sitrattava di dargli una facoltá; era necessario imporgliun'obbligazione. Palomba non avrebbe dovuto partirese prima nonadempiva al dovere che gl'imponeva l'accusa. In un governo giustol'accusatore è nel tempo istesso accusato; ementre sidisputava se Rotondo era degno o no di seder tra i legislatoriPalomba non avea diritto di esser nominato commissario. Dispiacque aRotondo ed a tutt'i buoni un silenzio che sacrificava il governo allafazione e la fazione all'individuo.

Ilsegretouna sola volta svelatotolse ogni freno all'intrigo. Napolisi vide piena di adunanze patrioticheche incominciarono a censurarele operazioni e le persone del governo. Ma non si contentavano dimettere cosí un freno alla condotta di coloro che potevanoabusare della somma delle coseottimo effetto che la libertáde' partiti produce nella repubblica; non si contentavano diosservarsi a vicenda: voleano combattersivoleano vincersi; le lorocensure voleano che avessero la forza di accusee cosí lostudio delle parti dovea degenerare in guerra civile.

Nonvi fu piú uno il quale non fosse accusato; masiccome leaccuse non erano dirette dall'amore della patriacosí nonerano fondate sulla ragione: motivi personali le facevano nasceregli stessi motivi le facevano abbandonare. Si aggiugneva a ciòcheil piú delle voltele contese decidevansi per autoritádegli esteri. Sebbene le loro decisioni talora fossero giustenonpotevano però mai esser legaliperchéanche quando sieseguiva la leggeparlava l'uomo. Cosí gli uomini non siavvezzavano mai a credere che a soddisfare i loro desidèri nonvi fosse altra via che quella della legge; esenza questa intima eprofonda persuasionenon vi è repubblica. Il costume pubblicosi corrompe; le sètte non servono piú la patriamabensí l'uomo che esse credono superiore alla leggeequest'uomo fomenta in segreto una divisione che assoda il suoimperio. I partiti corrompono l'uomoe l'uomo corrompe la nazione.Gl'intriganti prendono le loro misurei buoni si vedono senza alcunadifesai faziosi (importa poco di qual partito essi siano: èfazioso chiunque non è del partito della patria) trionfano; esiccome l'unico mezzo di acquetarli è quello di dar loro unacaricacosí si vedono elevati molti che la nazione non vuolee che ruinano poi la nazione.

Malefunestonon ultima causa della nostra ruinae che i buoni nondebbono giammai obbliareonde esser piú cauti ad accordare laloro confidenza ai pessimiche la forza della rivoluzione spingesempre in alto! Essi divengono assai piú terribili in unarivoluzione di opinionenella quale un sentimento che non si vedeun nome che si può fingeretengono spesso il luogo delle verevirtú e del merito reale; in una rivoluzione prodotta da armistranierein cui è inevitabile la sconsigliata profusionedelle cariche: tra il conquistatoreil quale spesso non sa ciòche dona né a chi donama sa solo che ciò che dona nonè suo; e tra i primi da lui impiegatii quali rammentano piúi bisogni di un amico che quelli di uno Stato che odiavanoepieniancora dell'impazienza di obbediredi rado sanno temperarsi nell'usodi comandare.

Ilgovernoper acquetare un poco i rumoriistituí unacommissione di cinque persone per esaminare coloro che doveanoimpiegarsi: non erano impiegati se non quei tali che dallacommissione venissero approvati; chi era riprovato veniva escluso persempre.

Questaistituzione fu effetto delle circostanze. Le accusei reclami eranoinfiniti; il tempo era breve; il bisogno di ben conoscere le personeurgente. La commissione della quale parliamofu imaginata a fine dibene; le furon date istruzioni limitatissimequasi private: ma essadivennecontro la mente del governouna magistratura che avea edesercitava giurisdizione regolaremanteneva un officioricevevapetizionifaceva decreti. L'istituzione cangiò naturaequesto avvien sempre in tutte le istituzioni simili. Seinvece diistituire una commissionesi fosse obbligato Palomba a proseguirel'accusa; se fosse stato condannatocome era di giustiziao Palombao Rotondoquattro quinti de' clamori sarebbero cessatied ilgoverno avrebbe conosciuto meglio le persone e le cose. Accaduto unavolta un disordinespecialmente ne' primi giorni di un governonuovodi rado il popolo conosce la vera cagione del medesimoetutto attribuisce al governo: male inevitabile e gravissimoil qualedeve persuaderci che non tutto ciò di cui il popolo si dolevaera sempre cagionato dal governo; che le intenzioni eran sempre purema non eran sempre buone le istituzioni; e queste non eran semprebuoneperché li princípidalli quali dipendevanoeran fallaci; e finalmente che in un governo nuovo è necessitáfar quanto meno si possa d'istituzioni tali che possino divenirarbitrarie. Tutto deve esser potentemente afferrato dalla mano di chigoverna.



XXIII.LEGGI - FEDECOMMESSI


Ioseguo il corso delle mie idee anziché quello de' tempi. Tantiavvenimenti si sono accumulati e quasi addensati in sí brevetempoche essiinvece di succedersis'incrocicchiano tra loronése ne può giudicar bene se non osservandone i loro rapporti.

Ilmomento della rivoluzione in un popolo è come un momento ditumulto in un'assemblea: i dispareriil calore della disputadestano tanti e sí vari rumoriche impossibile riesce farascoltare la voce della ragione. Se allora un uomo rispettabile perla sua prudenza e pel suo costume si mostragli animi si acchetanotutti l'ascoltano: il suo nome gli guadagna l'attenzione di tuttiegli può far udire la voce della ragione. Nel primo momentol'opinione è necessaria per dar luogo alla ragione; ma nelsecondo conviene che la ragione sostenga e confermi l'opinione.

Que'fatti che finora abbiam riferiti aveano per iscopo il guadagnare laconfidenza del popolo prima che il governo avesse agito; ma ilgoverno dovea finalmente agire e dovea colle opere meritarsi quellaconfidenza che avea giá guadagnata... Esso si occupòdell'abolizione de' fedecommessi e della feudalitácheformavano presso di noi i piú grandi ostacoli all'eguaglianzaed al governo repubblicano.

L'istituzionede' fedecommessi porta seco lo spirito di conservar i beni nellefamigliespirito non compatibile coll'eguaglianza nelle repubblicheben ordinate. Forsecosí in Roma come in Spartal'amordell'eguaglianza avea fatto nascere lo spirito della conservazionede' beni. Ma i nostri fedecommessi non aveano di romano altro che ilnome e le formole esterne di ciò che chiamasi «sostituzione»:queste antiche istituzioniunite alle idee di nobiltáereditaria e di successione feudaleavean prodotto presso di noi unmostrodi cui a torto incolperemmo i romani. Nel regno di Napoliove tutte le ricchezze sono territorialisi erano i fedecommessimoltiplicati all'estremoe moltiplicato avevano ancora il numero de'celibidegli ozioside' poveride' litigantiecc.

Lariforma fu semplice e ragionevole. Non si distrusse la volontáde' testatori che fino a quel tempo aveano ordinato de' fedecommessitra perché una legge nuova non deve mai annullare i fattiprecedentitra perché la riforma della proprietá nondeve distruggerne il fondamentoil quale altro non è che ilpossesso autorizzato dal costume pubblico. Ma i beni de' fedecommessirimanendo liberi in mano de' possessori e la legge proibendo diordinarne de' nuoviuna sola generazione sarebbe stata sufficiente aprodurre quella divisione che si desideravama cheordinata dallapubblica autoritási sarebbe mal volentieri accettata.

A'secondogeniti ed a' legatari fu disposto darsi il capitale di quellaparte del fedecommesso di cui godevano la rendita: cosí ebberoanche essi una proprietá da trasmettere ai loro figli. Ilcalcolo de' capitali fu ordinato farsi sulla rendita alla ragione deltre per cento; e cosíin una nazione ove i fondi sono incommercio alla ragione non minore del cinque e del sei per centoleporzioni de' legatari venivano indirettamente a duplicarsie sicorreggevasenza violenzaquella disuguaglianza che lo spirito diprimogenitura avea introdotta nelle porzioni de' figli di uno stessopadre.

Questalegge fu saggia e ben accetta a tutti: i possessori stessi de'fedecommessi non perdevano tanto colla cessione ai legatariquantoguadagnavano coll'acquistar la libera proprietá de' loro beniin una nazione che incominciava a sviluppare qualche attivitá.I legami de' fedecommessi erano giá mal tolleratie da'dissipatori che volean abusare dei loro benie da' saggi i qualivoleano usarne in bene.

Forsesarebbe stato giusto aggiugnere alla legge la condizione aggiuntavidall'imperatore Leopoldoallorché fece la riforma deifedecommessi di Toscana. Giudicando questo ottimo sovrano che mancaalla giustizia chiunque priva del diritto alla successione un uomonato e nodrito con essoriserbò la capacitá disuccedere ai fedecommessi non solo ai possessorima anche aichiamati giá nati o da nascere da matrimoni contratti primadella leggemolti de' quali eransi fatti colla speranza di unasuccessione fedecommessaria.

Rimanevanoancora alcuni altri oggetti da determinarsi: rimaneva a prendersidelle misure sui tanti e sí ricchi monti di maritaggi che visono in Napoli e che altro in realtá poi non sono chefedecommessi di famiglia e di gente... Ma tali oggetti dipendevanodalla legge testamentariadallo stato della nazione e da tante altreconsiderazioniche era meglio aspettare tempo piú opportuno.Di rado nella rivoluzione francese ed in quelle che sono scoppiate inconseguenzadi rado si è peccato per soverchia lentezza infar le leggi: spessissimo per soverchia precipitanza.


XXIV.LEGGE FEUDALE


Lalegge feudale richiedeva piú lungo esame e presentavainteressi piú difficili a conciliarsi. Quella dei fedecommessitoglieva poco ai possessori dei medesimie quel poco davalo ai figlied ai fratelli loro: la legge dei feudi toglieva ai feudatarimoltissimoe questo passava agli estraneiche talvolta erano i loronemici. Intantol'abolizione dei feudi era il voto generale dellanazione. Gli abitanti delle province ardevano di tanta impazienzache aveano quasiché strascinato il re a dare alla feudalitáde' colpii quali sentivano piú di democrazia che dimonarchia. Io dico ciò per un modo di direma non son certoche la feudalitá convenga piú all'una che all'altra diqueste due forme di governo. La forma di governo a cui la feudalitámeglio conviene è l'aristocrazia: aristocratici erano igoverni di tutta l'Europa nell'epoca in cui la feudalitáprevaleva. Le monarchie presenti dell'Europa eransi elevate sullerovine della medesima: ove essa era rimasta intattail governo erarimasto aristocraticosiccome in Polonia; ove era stata temperatama non distruttaera surto una specie di governo mistocome inInghilterra e nella Svezia: ove era stata interamente distruttaerasurto un governo aristocraticocome in una grandissima partedell'Europae specialmente in quella parte che altre volte componeval'immensa monarchia di Spagnaessa era rimasta in uno statosingolaredoveavendo perduti tutt'i diritti che rappresentava infaccia al sovranoavea conservati tutti quelli che una volta aveasul popolo. Prendendo per punto di paragone un vassallodegl'imperatori sveviun pari della Gran Bretagna gli somiglia moltopiú che un napolitano quando è nel parlamentoilnapolitano gli somiglia molto piú dell'inglese quando ènelle sue terre.

Mai primi diritti sono gloriosi al feudatario e posson esser utilissimied al sovrano ed allo Stato; i secondi sono al feudatario vergognosiperché non è mai glorioso tutto ciò che èoppressivo e nocivo allo Statoal sovranoagli stessi baroniperché tendono a distruggere l'industriadalla qualesolamente dipende la vera prosperitá di una nazione. Questidiritti sono i diritti dei popoli barbari. Ovunque si sviluppal'industriaessi vanno a cadere in obblioed è interessedegli stessi feudatari che ciò succeda. In Russia gli stessigrandi possessori di terra hanno incominciato a dar libertá eproprietá agli uomini che le abitano: con questa solaoperazionehan quasi triplicato il valore delle terre loro.

Ifeudatari prevedevano che la rivoluzione li avrebbe obbligati a nuovisacrificie bramavano che fossero i minori possibili. Talunirepubblicani troppo ardenti avrebbero voluto loro toglier tutto. Traquesti due estremi il mezzo era difficile a rinvenirsi. Non vi eraneanche un esempio da seguire: la Franciaove i grandi feudatarieran rimasti distrutti dalla guerra civilenon ebbe bisogno di leggidopo l'opera delle armi. Giuseppe secondo nella Lombardia avea dalungo tempo eguagliata la condizione de' beni.

Moltepopolazioni incominciarono dal fattoprendendo il possesso di tuttii beni de' baroni: se tutte avessero fatto lo stessola leggesarebbe stata men difficile a concepirsi. La forza autorizza moltecose che la ragione non deve ordinareed il popolo stesso ama diveder approvati molti trascorsi che fremerebbe vedendo comandati.

Ladiscussione del progetto di legge fu interessante. Le due particontendenti seguivano opinioni diversesecondo i loro diversiinteressi; i princípi erano oppostiecome suole avvenireallorché si va agli estreminé sempre veri nésempre atti alla quistione.

Ifeudatari credevano che la conquista potesse essere un diritto; irepubblicani la credevano sempre una forzaequando anche avessepotuto diventar dirittodicevano chese un tempo i baroni aveanoconquistata la nazioneora la nazione avea conquistati i baroni: unanuova conquista potea spogliare gli usurpatori nel modo stesso ecollo stesso diritto con cui essi spogliato aveano altri usurpatoripiú antichi.

Ifeudatari credevano legittimi tutti i titoli che dipendevanodall'antico governoche essi riputavano del pari legittimo: ipatrioti credevano illegittimo tutto ciò che non era statofatto da una repubblica. Se si udivano i feudataritutto doveaconservarsi; se si udivano i patriotitutto dovea distruggersipoichédichiarato una volta illegittimo un governonon viera ragione per cui parte dei suoi atti si dovesse abolire e parteconservare.

Questoera lo stesso che far la causa degli usurpatori e dei governi e nondell'umanitá e della nazioneche eran tradite per soverchiozelo dai loro stessi difensori. Oggi si dice: - Un re non potea farquesto; - domani un re avrebbe detto: - Questo non si potea far dauna repubblica. - Quando prenderemo noi per principio la salute delpopolo ed esamineremonon ciò che un governo poteama solociò che dovea fare?

Volerricercare un titolo di proprietá nella natura è lostesso che voler distruggere la proprietá: la natura nonriconosce altro che il possessoil quale non diventa proprietáse non per consenso degli uomini. Questo consenso è sempre ilrisultato delle circostanze e dei bisogni nei quali il popolo sitrova. Tutto ciò che la salute pubblica imperiosamente nonrichiedenon può senza tirannia esser sottomesso a riformaperché gli uominidopo i loro bisogninulla hanno e nulladebbono aver di piú sacro che i costumi dei loro maggiori. Sesi riforma ciò che non è necessario riformarelarivoluzione avrá molti nemici e pochissimi amici.

Lafeudalitá presso di noi presentava una massa immensa dipossessidi proprietádi esazionidi preminenzedidirittiacquistatiricevutiusurpati da diverse mani ed in tempidiversi. I feudatari non furono in origine che semplici possessori difondi coll'obbligo della fedeltáecolla legge delladevoluzioneessi non differivano dagli altri proprietari se non peraver ricevute dalla mano di un uomo quelle terre che altri ricevuteavea dalla sorte. Ma i grandi feudatari erano nel tempo istessograndi officiali della coronaedin tempi di anarchia o didebolezzaquei rappresentanti della sovranitápotenti edinamovibilifecero obbliar la sovranitá che rappresentavano:quei dirittiche essi esercitavano come officiali della coronadivennero prima diritti del feudatarioindi della sua famigliafinalmente del feudo. In tempi di continue guerre civilii pochiuomini liberi che eran rimasti nelle nostre regioninon avendo nésicurezza né proprietáchiesero la protezione deipotenti e l'ottennero a prezzo di libertá.

Grandierano certamente questi abusi; ma tale era l'infelicitá deitempitale la condizione degli uominitale la desolazione dellenostre contradeche essi dovettero sembrar tollerabili effettietaloragiunti all'estremoprodussero il ritorno del bene. Gliuomini moltiplicati dovettero estendere la loro industria ereclamarono la loro libertá civile: è questo il primopasso che le nazioni fanno verso la coltura. Un re di spiritogenerosoche voleva elevarsisi rese forte col favore del popoloche egli difese contro gli altri tiranni minorie le monarchie diEuropa sorsero dalle rovine dell'aristocrazia feudale. Noi vediamonella nostra storia tutti i passi dati dal popolole opposizioni de'baronil'ondeggiar perpetuo de' sovrani a seconda che temevano o de'baroni o de' popolie la rapacitá del fiscoeterno traditorede' baronide' popoli e dei re. La storia indica la strada daseguire uniforme alle idee de' popoli; le stesse leggi feudaliindicano la riforma della feudalitá; quella riformache ipopoli bramanoche i baroni non possono impugnare.

Nonbastava una legge che dichiarasse abolita la feudalitá: questalegge sarebbe stata piú pomposa che utile. Poco rimanevapresso di noi che avesse l'apparenza feudale: il difficile erariconoscer la feudalitá anche dove parea che non vi fosse. Ifeudatari aveano de' diritti acquistati come officiali della corona ecome protettori de' popoli: tali diritti non doveano piúesistere in una forma di governoin cui la sovranitá venivarestituita al popolo ed il cittadino non dovea aver altro protettoreche la legge. I baroni possedevano delle terre: non bastava chequeste fossero eguagliate alla condizione delle altre. Se la riformafosse rimasta a questi terminii baronisgravati dall'adoa e dalladevoluzionedivenuti proprietari di terre libereavrebberoguadagnato molto piú di quello che loro dava l'esazione de'diritti incertivacillanti ed odiosi: il popolo non avrebbeguadagnato nulla. In una nazionein cui l'industria è attivasará vantaggio del feudatario far coltivare le sue terredall'uomo liberoanziché dallo schiavo. Una nazione oziosa epovera chiede esser sgravata dai tributi: una nazione ricca edindustriosa è contenta di pagarepurché abbia mezzi diaccrescer la sua industria. Nell'immensa estensione di terreni che ibaroni possedevanonon vi erano che pochi i quali appartenessero alfeudo: negli altri voi vedevate un cumulo di diritti diversiaccatastati l'uno sopra l'altro ed appartenenti a persone diversetra le quali era facile il riconoscere che il piú potentedovea esser l'usurpatore. Quindi veniva restituita alle popolazionigran parte di quella massa di terreni feudalichiamati «demanialide' feudi» e che ne formavano la maggior parte; i boschidoveano per necessitá divenire oggetti di pubblica ispezione;ai feudatari veniva a rimaner pure tanto di terreno da esser ricchiquando all'ozio avessero sostituita l'industria; e la nazionesenzalegge agrariaavrebbe avutase non la perfetta eguaglianzaalmenoquella moderazione di beniche in una gran nazione è piúutilemeno pericolosa e piú vicina alla vera eguaglianza.

Nonmai si vide piú chiaramente quanto il freddo e costante esamesia piú pericoloso agli usurpatori che il caldo e momentaneoentusiasmo. I baroni avrebbero mille volte amato ritornare aiprincípi della «conquista» e della «legittimitá»chesebbene in apparenza piú distruttivierano piúfacili a combattersipiú facili ad eludersi nell'esecuzione.Ma come combattere princípi evidentiche essi stessi aveanoriconosciuti anche nell'abolito governo?

Adonta di tutto ciòil progetto non passò senza grandidispareri: la spirante feudalitá avea tuttavia moltidifensori. Talun legislatore credeva nulla potersi decidere sullafeudalitáperché nulla avea deciso la Francia:invincibile argomento per un rappresentante di una nazione libera edindipendente! Pagano credeva non esser giunto ancora il tempo didecidere la controversia: egli riconosceva necessarie e giuste leabolizioni de' dirittima voleva che non si toccassero i terreniquasi che un popolo non dovesse esser oppressoma potesse esserelegittimamente misero. Taluno volea che l'affare si fosse commesso adun tribunaleche si sarebbe di ciò incaricato; mase leleggi sono fatte pel popoloi giudizi sono fatti per i potentiiqualicol possessocoi cavilli e talora colla prevaricazioneriacquistano coi giudizi tutto ciò che il popolo aveaguadagnato colle leggi.

Tantoimporta che le idee del legislatore sieno a livello con quelle dellanazione e che i progetti di legge contengano quelle idee mediechetutti gli uomini sentono ed a cui tutti convengono! Se si fosserimasto agli estremila legge non si sarebbe avuta o avrebbeprodotta una guerra civile; essa avrebbe portata con sél'apparenza dell'ingiustizia. Fondata su princípi che nessunopoteva negaregli stessi baroni piú avversi alla rivoluzionel'avrebbero soffertase non con indifferenza (poiché chipotrebbe pretendere che taluno resti indifferente alla perdita ditante ricchezze?)almeno con decoro.

Manel tempo appunto in cui il governo era occupato della discussionedel progetto di questa leggeChampionnet fu richiamatoe Magdonaldche a lui successefu ben lontano dal voler sanzionare ciòche il governo avea fatto. Si dovette aspettare Abrialil quale furagionevole e giusto. Ma intanto il tempo era scorsoed il timore didisgustar diecimila potenti fece perdere ai francesi ed allarepubblica l'occasione di guadagnar gli animi di cinque milioni.

Èdegna di osservazione la differenza che passa tra la discussione chesulla feudalitá vi fu in Francia e quella che vi èstata tra noi. Parlando della primaAnquetil dice che la discussionedell'Assemblea incominciò da una proposizione fatta per rendersicura l'esazione delle rendite a coloro che ne possedevano idirittiepassando da idea in ideasi finí coll'abolizionedi tutti i diritti. In Francia s'incominciò dalle massimemoderate e si passò alle esagerate; in Napoli da queste siritornò a quelle. Ed era ciò nell'ordine della naturaperché noi riprendevamo le idee dal punto istesso nel quale leavean lasciate i francesi. Quindi è che tra noi furono piúesagerate le opinioni de' privati che le idee del governo. Il governoseguí la massima che le leggi sulle proprietá hanno unagiustizia propriala quale consiste nel far sí che ciascunoperda il meno che sia possibile; enel caso della riforma feudalesi può far in modo che guadagnino ambedue i partiti. Io per meson sicuro che i feudatari potrebbero guadagnar piú con unalegge nuova che colle antiche. I diritti feudali si sostengono pelsolo uso del fòro. Da che fu imposto tra noi l'obbligo aigiudici di dettar le loro sentenze sul testo espresso della leggeidiritti feudali sono stati di giorno in giorno abolitie col tempolo saranno tutti. Ma una legge nuova dovea considerarsi piuttostocome una transazione che come un decreto; ed il lunghissimo possessopoteva per essa acquistar forza di titolo. La nuova legge feudale nondovea aver per iscopo né chimerica eguaglianza di beni nérevindica di domínima solamente di liberare il popolo datutto ciò che turbava l'esercizio dell'autoritápubblicacomprimeva e distruggeva l'industria ed impediva la liberacircolazione delle proprietá.



XXV.RELIGIONE


Oggile idee de' popoli di Europa sono giunte a tale statoche non èpossibile quasi una rivoluzione politica senza che strascini secoun'altra rivoluzione religiosadoveché prima la rivoluzionereligiosa era quella che per lo piú produceva la politica. Daciò forse nasce che le rivoluzioni moderne abbiano meno duratadelle antiche?.

InFrancia la parte della rivoluzione religiosa dovette esser violentaperché violento era lo stato della nazione a questo riguardo.Si riunivano in Francia tutti gli estremi. Essa avea innalzata inEuropa l'autoritá papale; essa era stata la prima a scuoterneil giogoma scuotendolo non l'avea rotto come si era fatto inInghilterrama le antiche idee erano rimaste per materia di eternedispute su degli oggetti che conviene solamente credere. Il clero eracontinuamente alle prese con Roma; i parlamenti lo erano col clero;la corte ondeggiava tra il cleroi parlamenti e Roma. La nazione nonsi potea arrestare ai primi passiuna volta dati: l'incredulitávenne dietro all'esame; manata in mezzo ai partitirisvegliardovette la gelosia dei potentie si vide in Francia la massimatolleranza ne' filosofi e la massima intolleranza nel governo e nellanazione. Poche nazioni di Europa possonoin questo pregio di barbaraintolleranzacontendere coi colti ed umani francesi.

Lanazione napolitana trovavasi in uno stato meno violento. La religioneera un affare individuale; esiccome esso non interessava néil governo né la nazionecosí le ingiurie fatte aglidèi si lasciavano agli dèi istessi. Il popolonapolitano amava la sua religionema la religione del popolo non erache una festaepurché la festa se gli fosse lasciatanonsi curava di altro. In Napoli non vi era da temere nessuno de' maliche l'abuso della religione ha persuasi a tanti popoli della terra.

Ilfondo della religione è unoma veste nelle varie regioniforme diverse a seconda della diversa indole dei popoli. Essarassomiglia molto alla favella di ciascuno di essi. In Franciaperesempioal pari della linguaè piú didascalica che inItalia; in Italia è piú poeticacioè piúliturgicache in Francia. In Francia la religione interessa piúlo spirito che il cuore ed i sensi; in Napolipiú i sensi edil cuore che lo spirito.

Qualaltra nazione di Europa si può vantare di non aver maiprodotta una setta di eresia e di essersi sempre ribellata ogni voltache le si è parlato di Sant'officio e d'Inquisizione? Lanazione che ha eretto un tribunale nazionale indipendente dal recontro questa barbara istituzioneche tutte le altre nazioni diEuropa hanno almen per qualche tempo riconosciuta e tolleratadeveessere la piú umana di tutte.

InNapoli era facile far delle riforme sulle ricchezze del clero tantosecolare quanto regolare. Una gran parte della nazione era in litecol medesimo per ispogliarlo delle sue renditené il rispettoper la religione e per i suoi ministri l'arrestava. Perchédunquequando queste riforme si vollero tentare dalla repubblicafurono odiate? Perché i nostri repubblicaniseguendo sempreidee troppo esageratevoleano far due passi nel tempo in cui nedoveano far uno: l'altro avrebbe dovuto venir da sée sarebbevenuto. Ma essimentre voleano spogliare i pretivolean distruggeregli dèi; si uní l'interesse dei primi e dei secondiesi rese piú forte la causa dei primi. Ritorniamo sempre allostesso principio: si volea fare piú di quello che il popolovoleae conveniva retrocedere; si potea giugnere alla mètama se ne ignorava la strada.

Conforticredeva che una religione non si possa riformare se non per mezzo diun'altra religione. La religione cristiana ridotta a poco a poco allasemplicitá del Vangelo; riformate nel clero le soverchiericchezze di pochi e la quasi indecente miseria di molti; diminuitoil numero dei vescovati e dei benefici oziosi; tolte quelle cause cheoggi separan troppo gli ecclesiastici dal governo e li rendono quasiindipendentisempre indifferenti e spesso anche nemiciecc. ecc.: èla religione che meglio di ogni altra si adatta ad una forma digoverno moderato e liberale. Nessun'altra religione tra le conosciutefomenta tanto lo spirito di libertá. La pagana avea per suodogma fondamentale la forza: produceva degli schiavi indocili e deipadroni tirannici. La religion cristiana ha per base la giustiziauniversale: impone dei doveri ai popoli egualmente che ai ree rendequelli piú dociliquesti meno oppressori. La religionecristiana è stata la prima che abbia detto agli uomini cheIddio non approva la schiavitú: per effetto della religionecristianaabbiamo nell'Europa moderna una specie di libertádiversa dall'antica; ed è probabile che i primi cristianinella loro originealtro non fossero che persone le quali volevanoin tempi corrottissimiridurre la piú superstiziosa idolatriaalla semplicitá della pura ed eterna ragioneed il piúorribile dispotismo che mai abbia oppresso la cervice del genereumano (tale era quello di Roma) alle norme della giustizia.

Magli uomini (diceva Conforti) corrono sempre agli estremi. Lafilosofiadopo aver predicata la tolleranzaè diventataintollerantesenza ricordarsi chese non è degno dellareligione il forzar la religionenon è degno neanche dellafilosofia. Non è ancora dimostrato che un popolo possa rimanersenza religione: se voi non gliela datese ne formerá una dase stesso. Maquando voi gliela dateallora formate una religioneanaloga al governoed ambedue concorreranno al bene della nazione:se il popolo se la forma da séallora la religione saráindifferente al governo e talora nemica. Cosí tutti gli abusidella religione cristiana sono nati da quegli stessi mezzi che sivoglion prendere oggi per ripararli.

Conforticredeva che la Francia istessa si sarebbe un giorno ricreduta de'suoi princípie chequando si credeva di aver distrutti ipretialtro non avea fatto che accrescerne il desiderioe cheavrebbe dovuto renderli di nuovocontentandosi il governo di potersirestringere a quelle riforme alle quali si sarebbe dovuto arrestare.

Magli altri erano lontani dall'avere le idee di Confortinéseppero mai determinarsi a prendere su tale oggetto un espedientegenerale. Ondeggiando tra lo stato della nazione e gli esempi dellarivoluzion di Franciaabbandonarono quest'oggetto importante allacondotta degli agenti subalterni; e questo fu il peggior partito acui si potessero appigliare. Un atto di forza avrebbe fatto odiare etemere il governo: questa indolenza lo fece odiare e disprezzare neltempo istesso.

Ilpopolo si stancò tra le tante opinioni contrarie degli agentidel governoe provò tanto maggior odio contro i repubblicaniquanto che vedeva le loro operazioni essere effetti della sola lorovolontá individuale. L'odio contro gl'individui che governanoodio che poco può in un governo anticoèpericolosissimo in un governo nuovo; perchésiccome ilgoverno nuovo è tale quale lo formano gl'individui che locompongonoil popolo contro gl'individui niun soccorso aspetta da ungoverno che conoscee l'odio contro di quelli diventa odio contro diquesto.

Èun carattere indelebile dell'uomo quello di sostener con piúcalore le opinioni proprie che le altruipiú le opinioni checrede nuove e particolari che le antiche e comuni. Io credoefermamente credochese le operazioni che taluni agenti sipermisero contro i preti fossero state ordinate dal governoil lorozelo sarebbe stato minore. La legge nulla determinava: il suosilenzio proteggeva le persone ed i beni degli ecclesiastici; quindiquei pochi agenti del governoche voleano dare sfogo alle loro ideepropriesi doveano restringere agl'insulti. Or gl'insulti ricadonopiú direttamente contro gli dèie le operazioni controgli uomini. La condotta di molti repubblicani era tanto piúpericolosa quanto che si restringeva alle sole parole: mentre siminacciavano i pretisi lasciavano; ed essi ripetevano al popolo chegli agenti del governo l'aveano piú colla religione che coireligiosiperchémentre si lasciavano i benisi attaccavanole opinioni. Si avrebbe dovuto far precisamente il contrarioedallora tutto sarebbe stato nell'ordine.

Ilgoverno si avvidema tardidell'errore: volle emendarsi e fecepeggio. Il popolo comprese che il governo operava piú pertimore che per interna persuasione; equando ciò si ècompresotutto è perduto.



XXVI.TRUPPA


Ungoverno nuovo ha piú bisogno di forza che un governo anticoperché l'esecuzione della leggeper quanto sia giustanonpuò esser mai con sicurezza affidata al pubblico costume: gliscelleratiche non mancano giammaihanno campo maggiore dicalunniarla e di eluderla; ed i deboli sono piú facilmentesedotti o trascinati nell'ondeggiar dubbioso tra le antiche opinionie le nuove.

Ifrancesi impedirono però ogni organizzazione di forza nellarepubblica napolitana. Il primo loro errore fu quello di temer troppola capitale; il secondodi non temere abbastanza le province. Essinon aveano truppa per inviarvenee di ciò non poteano essercondannati; ma essi non permisero che si organizzasse truppanazionale che vi potesse andare in loro vecee di ciò nonpossono esser scusati.

Dagliavanzi dell'esercito del re di Napoli si potea formare sul momento uncorpo di trentamila uominidi persone che altro non chiedevano chevivere. Essi formavano il fiore dell'esercito del repoichéerano quelli appunto che erano stati gli ultimi a deporre le armi.Tra questiper il loro coraggiosi distinsero i «camisciotti»:contesero a palmo a palmo il terreno fino al castello del Carmine.Ciò dovea farli stimaree li fece odiare. Furono fatti tuttiprigionieri: conveniva o assoldarli per la repubblica o mandarli via.Si lasciarono liberi per Napolie furono stipendiati da coloro chein segreto macchinavano la rivoluzione. Si tennero cosí icontrorivoluzionari nel seno istesso della capitale.

S'incominciòa raccogliere i soldati del re in Capuaindi un'altra volta inPortici. La repubblica napolitana era in istato di mantenerli; essiavrebbero potuto salvar la patriasalvar l'Italia: maappena sivide incominciare l'operazioneche fu proibita. A quei pochissimisoldati che si permise di ritenere non si accordarono se non a stentole armiche erano tutte nei castelli in potere dei francesi.

Intantosi volea disarmare la popolazione. Come farlo senza forze? Ma ifrancesi temeano egualmente le popolazioni ed i patrioti; e questoloro soverchio timore fece dipoi che le popolazioni si trovasseroarmate per offenderlied i patrioti per difendersi disarmati. Siordinava il disarmoed intanto i custodi francesi delle arminonconoscendo gli uomini e le cose in un paese per essi nuovolevendevano; e ne compravano egualmente tanto il governo repubblicanoa cui era giusto restituirle senza pagaquanto i traditoria cuiera ingiusto darle anche con paga. I mercenariche avrebbero potutodiventar nostri amicinon avendo onde viverepassarono a raddoppiarla forza dei nemici nostri.

Oltredi una truppa di lineasi avrebbe potuto sollecitamente organizzareuna gendarmeria: allora quando ordinossi a tutt'i baroni dilicenziare le loro genti d'armicostoro sarebbero passati volentierial servizio della repubblica; essi non sapevano far altro mestiere:abbandonati dalla repubblicasi riunirono agl'insorgenti. Essiavrebbero potuto formare un corpo di cinque in seimila uominietutti valorosi.

Siordinò congedarsi gli armigeri baronalie non si pensòalla loro sussistenza; si soppressero i tribunali provincialie nonsi pensò alla sussistenza di tanti individui che componevanole loro forze e che ascendevano ad un numero anche maggiore degliarmigeri... - Essi sono dei scellerati - diceva talunoil qualevoleva anche i gendarmi eroi. Ma questi scellerati continuarono adesisterepoiché era impossibile ed inumano il distruggerlied esistettero a danno della repubblica. Erasi obbliato il granprincipio che «bisogna che tutto il mondo viva».

L'aveadel tutto obbliato De Rensisallorché pubblicò quelproclama con cui diceva agli uffiziali del re che «a chiunqueavesse servito il tiranno nulla a sperar rimanea da un governorepubblicano». Questo linguaggioin bocca di un ministro diguerradir volea a mille e cinquecento famiglieche aveano qualchenome e molte aderenze nella capitale: - Se volete viverefate cheritorni il vostro re. - Questo proclama segnò l'epoca dellacongiura degli uffiziali. Il proclama fu corretto dal governo colfattopoiché molti uffiziali del re furono dalla repubblicaimpiegati. Ben si vide dalle persone che avean senno esser stato essopiuttosto feroce nelle parole che nelle ideeeffetto di quellaspecie di eloquenza che allora predominavae per la quale la parolala piú energica si preferiva sempre alla piú esatta;maio lo ripetonelle rivoluzioni passivequando le opinioni sonovarie ed ancora incertele parole poco misurate posson produrregravissimi mali. Le eccezionile quali si reputan sempre figlie delfavorenon distruggevano le impressioni prodotte una volta dallalegge generale: molti rimasero ancora ondeggianti; moltissimi sitrovavano giá aver dati passi irretrattabili contro un governoche credevano ingiusto. La durata della nostra repubblica non fu chedi cinque mesi: nei primi gli uffiziali non poterono ottener gradi;negli ultimi non vollero accettarne.

Sivuole dippiú? Degli stessi insorgenti si avrebbero potutoformare tanti amici. Essi seguivano un capoil quale per lo piúnon era che un ambizioso: questo capoquando non avesse potutoestinguersisi poteva guadagnaree le sue forze si sarebberorivolte a difendere quella repubblicache mostrava di volerdistruggere.



XXVII.GUARDIA NAZIONALE


Ilnostro governo erasi ridotto a fondar tutte le speranze della patriasulla guardia nazionale. Ma la guardia nazionale dev'essere la forzadel popoloe non mai quella del governo.

Tuttofu ruinato in Franciaquando il governo credette non dover averealtra forza: la Vandea non fu mai ridottagli assassini ingombraronotutte le stradenon vi fu piú sicurezza pubblica ed invecedella tranquillitá si ebbero le sedizioni. Il primo difetto diogni guardia nazionale è l'esser piú attaall'entusiasmo che alla fatica; il secondo è chequando nondifende la nazione interaquando a buon conto una parte dellanazione è armata contro dell'altraè impossibileevitare che ciascun partito non abbia tra le forze dell'altro deiseguacidegli amicii quali impediscano o almeno ritardino leoperazioni.

Lavera forza della guardia nazionale risulta dall'uniformitádell'opinione: ove non siasi giunto ancora a tale uniformitáconvien usare molta scelta nella sua formazione. Non si debbonoammettere se non quelli i quali si presentino per volontarioattaccamento alla causao che abbiano nella loro educazione princípidi onestá e nel loro stato civile una cautela diresponsabilitá. Quei tali che Aristotile direbbe formare inogni cittá la classe degli ottimise non sono entusiastidirado almeno saranno traditori.

Ioparlo sempre de' princípi di una rivoluzione passiva. Neiprimi giorni della nostra repubblica infiniti furono quelli chediedero il loro nome alla milizia nazionale: rispettabili magistrationestissimi cittadinii principali tra i nobiliquanto insomma viera di meglio nella cittádisperando dell'abolito governovoleva farsi un merito col nuovo. Conveniva ammetterli: si sarebbeottenuto il doppio intento di compromettere molta gente e diguadagnare l'opinione del popolo: in ogni evento infeliceil libroche conteneva i loro nomi avrebbe forse potuto formar la salute dimolti. Ma si volle spinger la parzialitá anche nellaformazione della guardia nazionale: allora il maggior numero siritiròe non si ebbe l'avvertenza neanche di conservare illibro che conteneva i loro nomi.

Siformarono quattro compagnie di patrioti: essi erano tutti entusiastitutti bravi. Ma quattro compagnie erano poche. Si dovette ritornareal punto donde si era partitoed ammettere coloro che si eranoesclusi. Ma essi non ritornavano piú. Si ordinò chenessuno potesse essere ammesso a cariche civili e militarise primanon avesse prestato il servizio nella guardia nazionale. Ciòera giusto e dovea bastare. Ma si volle ordinare che tutti siascrivesseroe nel tempo stesso si ordinò un'imposizione percoloro che volessero essere esentati: dico «volessero»perché i motivi di esenzione erano taliche ciascuno poteafingerliciascuno potea ammetterlisenza timore di poter esseresmentito se li fingevao rimproverato se gli ammetteva. Che neavvenne? Coloro che poteano esser mossi dal desiderio delle caricheerano senza dubbio i migliori del paesema essi per lo piúerano ricchie comprarono l'esenzione: furono costretti adascriversi coloro che non aveano né patriottismo néonestá né benie cosí la legge fece passar learmi nelle mani dei nostri nemici.

Sivolle sforzar la nazioneche solo si dovea invitare. L'imposizioneriuscí gravosissima per le province. Il governo era passato daun estremo all'altro: prima non volea nessunopoi voleva tutti. Eraperò da riflettersi che questa misura fu presa quando giáincominciava a vedersi lo stato intero delle cose volgersi adinevitabile rovina. Allorasiccome in chi opera non vi èluogo a calcolocosí in chi giudica non deve predominar ilsistema. Il governo allora giuocavacome suol dirsitutto pertutto. Trista condizione di tempinei quali talunoper non averpotuto far ciò che volevaè poi costretto a volere ciòche non può! Altre massimealtra direzione nelle primeoperazioni avrebbero fatta evitar la necessitá di doverfondare tutte le speranze della patria nella guardia nazionale; eforse la patria sarebbesi salvata.

Sela guardia nazionale in Francia erasi sperimentata inutilein Napolidovea prevedersi inevitabilmente nocivaperchéessendo larivoluzione passivala massima parte della nazione dovea supporsialmeno indifferente ed inerte. Avendo io osservato le guardienazionali in molti luoghi delle provinceho sempre trovata piúdiligente ed energica quella dove o erasi sofferto o temevasi dannodalle insorgenze. L'amor di sé ridestava l'amor della patria.Puread onta di tutto ciòla guardia nazionale non produssein noi alcuno sconcertoe nella capitale fu piú numerosa epiú attiva di quello che si avrebbe potuto sperare. Insommané il governo mancava di rette intenzioniné il popolodi buona volontá: l'errore era tutto nelle massime e nellaprima direzione data agli affari. A misura che ci avviciniamo altermine di questo Saggiovediamo i mali moltiplicarsi: son cometanti fiumie tutti diversima che intanto derivano dalla stessasorgente; ed il maggior utileche trar si possa dalla osservazionedi questi avvenimentiio credo che sia appunto quello di vederequanti generi di mali posson derivare da un solo errore. Gli uominidiventeranno piú saggiquando conosceranno tutte leconseguenze che un picciolo avvenimento può produrre.



XXVIII.IMPOSIZIONI


Championnetentrando coll'armata vittoriosa in Napoliimpose una contribuzionedi due milioni e mezzo di ducati da pagarsi tra due mesi. Taleimposizione era assolutamente esorbitante per una sola cittágiá desolata dalle immense depredazioni che il passato governovi avea fatte. Championnet avrebbe potuto esigere il doppio a poco apocoin piú lungo spazio di tempo. Quando Championnet se neavvidesi pentí e mostrò pentirsi del fattoma non loritrattò; anzi stabilí quindici milioni per leprovincea suo tempo.

Machi potrebbe esporre il modoquasi direi capricciosocol qualeun'imposizione per se stessa smoderata fu ripartita? Nulla era piúfacile che seguire il piano della decima che giá esigeva ilree proporzionare cosí la nuova imposizione alla quantitádei beni che nell'officio della decima trovavasi giáliquidata. Si videro famiglie milionarie tassate in pochi ducatietassate in somme esorbitantissime quelle che nulla possedeano: hovisto la stessa tassa imposta a chi avea sessantamila ducati all'annodi renditaa chi ne avea diecia chi ne avea mille. Le famiglie deipatrioti si vollero esentarementre forse era piú giusto chedassero le prime l'esempio di contribuire con generositá aibisogni della patria. Si cangiarono tutte le idee: ciò che eraimposizione fu considerato come una penae non si calcolarono tantoi beni quanto i gradi di aristocrazia che taluno avea nel cuore. -Noi tassiamo l'opinione - risposero i tassatori ad una donna che silagnava della tassa imposta a suo maritoil qualenon avendo altroche il soldo di uffizialefuggendo il reavea perduto tutto. Sitenne da coloro ai quali il governo avea commesso l'affare unamassima che appena si sarebbe tollerata in un generale di un'armatavittoriosa e nemica. Una tassa imposta sul pensiero apriva tutto ilcampo all'arbitrio. Questo è il male che producono leimposizioni male immaginate e mal dirette; quando anche evitatel'ingiustizianon potete evitare il sospetto che producono sulpopolo gli effetti medesimi dell'ingiustizia.

Difattinon vi era in Napoli tanto danaro da pagar l'imposizione. Fu permessodi pagarla in metalli preziosi ed in gioie. Chi era incaricato ariceverle ne fu nel tempo istesso il tesoriereil ricevitorel'apprezzatore; ed il popolo credette che tutto fosse trafficato noncolla bilancia dell'equitáma con quella dell'interessedell'esattore. Io non intendo affermare ciò che il popolocredeva. Il governoper dar fine ai tanti reclaminominò unacommissione composta di persone superiori ad ogni sospetto.

Mentrein Napoli si esigeva una tale imposizionele province erano vessateper un ordine del nuovo governocon cui si obbligavano lepopolazioni a pagar anche l'attrasso di ciò che doveanoall'antico. Quest'ordine fatale dovette esser segnato in qualchemomento d'inconsideratezza e per ragion di pratica. Si seguíl'antico stilelo stile di tutt'i governi: difatti fu un solo deimembri componenti il governo quegli che sottoscrisse il decretoedio so per cosa certa che non lo credette di tanta importanza dameritare una discussione cogli altri suoi compagni. Non avvertíche quello stile non conveniva ad una rivoluzione. Poco tempo primail governo avea abolito un terzo della decimaed avea fatta sperarel'abolizione intera. La decima interessava piú la capitale chele provincee di quella piú che di questeper eternafatalitási occupò sempre il nostro governo. Ma leprovince si doveano aspettar mai questo linguaggio da un governonuovoche avea bisogno di guadagnar la loro affezione?

InOstuni Giuseppe Ayroldiuno de' principali della cittá e checonosceva gli uominisi oppose alla pubblicazione ed all'esecuzionedell'ordine. Egli ne prevedeva le funeste conseguenze. Il governo nonsi rimosse; e quale ne fu l'effetto? Ostuni si rivoltòedAyroldi fu la prima vittima del furore popolare.

Essenel tempo stesso erano tormentate dalle requisizioni arbitrarie ditaluni commissari e generali. Mali inevitabili in ogni guerramamaggiori sempre quando la nazione vincitrice non ha quell'energia digovernoche tutto attira a sé e fa sí che le passionidei privati non turbino l'unitá delle pubbliche operazioni.L'esercito di una repubblicase non è composto dei piúvirtuosi degli uominicagionerá sempre maggiori malidell'esercito di un re. Questi mali portano sempre seco loro ildisgusto de' popoli verso colui che ha vintoe impongono alvincitore verso l'umanitá l'obbligo di un compenso infinitoche solo può assicurare la conquista e quasi render legittimala forza.



XXIX.FAIPOULT


Finalmentevenne Faipoult. Egli con un edittoin cui si ripeteva un decreto delDirettorio esecutivodichiarò tutto ciò che laconquista avea dato alla nazione francese. Si parlava di conquistadopo che si era tante volte promessa la libertá; eperconciliar la promessa e l'edittosi chiamava «frutto dellaconquista» tutto ciò che apparteneva al fuggito re.

Maquali erano i beni del reche non fossero della nazione? Si chiamava«fondo del re» la reggiache suo padre non avea al certocondotto da Spagna; si chiamavano «beni del re» i fondidell'ordine di Malta e dell'ordine costantinianoi quali eranocertamente de' privati; i monasteriche erano de' monaci e cheovenon vi fossero piú monacinon perciò diventavano benidel re; gli allodialide' quali il re non era che amministratore; esi spinse la cosa fino al segno di dichiarar beni del re i banchideposito del danaro de' privatila fabbrica della porcellana e gliavanzi di Pompeinascosti ancora nelle viscere della terra. Il reistessone' momenti della maggior ebbrezza del suo poterenon aveagiammai tenuto un simile linguaggioe forse in bocca di un resarebbe stato meno dannoso alla nazione e meno strano: meno dannosoperchéper quanto ei si prendessetutto rimaneva allanazionetra la quale egli stesso restava; meno stranoperchéegli era realmente il capo di quel governoe non vi era nei suoidetti la contraddizione che si osservava nell'editto di Faipoult.

Taleeditto potea far rivoltar la nazione: Championnet lo previde e losoppresse; Faipoult si opposee Championnet discacciòFaipoult.

OChampionnettu ora piú non esisti; ma la tua memoria ricevagli omaggi dovuti alla fermezza ed alla giustizia tua. Che importache il Direttorio abbia voluto opprimerti? Egli non ti ha peròavvilito. Tu diventasti allora l'idolo della nazione nostra.

Ilrichiamo di Championnet fu un male per la repubblica napolitana. Ionon voglio decidere del suo merito militare: ma egli era amato dalpopolo di Napoli; e questo era un merito ben grande.



XXX.PROVINCE - FORMAZIONE DI DIPARTIMENTI


Maquale intanto era lo stato delle province? Esse finalmente doveanorichiamar l'attenzione del governoforsefino a quel puntotroppooccupato della sola capitale. Il miglior partito sarebbe stato difarvi le minori novitá possibili; macome sempre suoleavvenires'incominciò dal farsene le piú grandi e lemeno necessarie. Il maggior numero delle rivoluzioni ha avuto unesito infelice per la soverchia premura di cangiare i nomi dellecose.

S'incominciòdalla riforma dei dipartimenti. Volle incaricarsi di quest'operaBassalfranceseche era venuto in compagnia di Championnet. Qualmania è mai quella di molti di voler far tutto da loro!Quest'uomoil quale non avea veruna cognizione del nostroterritoriofece una divisione ineseguibileridicola. Unviaggiatoreche dalla cima di un monte disegni di notte le vallisottoposte che egli non abbia giammai vedutenon può faropera piú inetta.

Lanatura ha diviso essa istessa il territorio del regno di Napoli: unacatena non interrotta di monti lo divide da Occidente ad Orientedagli Apruzzi fino all'estremitá delle Calabrie; i fiumicheda questi monti scorrono ai due mari che bagnano il nostro territorioa settentrione ed a mezzogiornoformano le suddivisioni minori. Lanatura dunque indicava i dipartimenti: la popolazionei rapportifisici ed economici di ciascuna cittá o terra doveano indicarele centrali ed i cantoni. Invece di ciòsi viderodipartimenti che s'incrociavanoche si tagliavano a vicenda; unaterrache era poche miglia discosta dalla centrale di undipartimentoapparteneva ad un'altra da cui era lontana centomiglia; le popolazioni della Puglia si videro appartenere agliApruzzi; le centrali non furono al centroma alle circonferenze;alcuni cantoni non aveano popolazionementre moltissimi ne aveanosoverchiaperché sulla carta si vedevano notati i nomi deipaesi e non le loro qualitá. Si vuol di piú? Moltecentrali di cantoni non erano terre abitatema o monti o valli ochiese ruraliecc. ecc.che aveano un nome sulle carte; molteterreavendo un doppio nomesi videro appartenere a due cantonidiversi.

Dopoun meseil governoche non avea potuto impedire l'opera delcittadino Bassalla dovette solennemente aboliree fu necessitáricorrere a quel metodo col quale avrebbe dovuto incominciarecioèd'incaricare di un'opera geografica i geografi nostri. Frattanto sicomandò che si conservasse l'antica divisione delle provincela qualesebbene difettosaera però tollerabile. Ma intantosi crede forsi picciolo male che il governo (poiché il popolonon conosceva né era obbligato a conoscere Bassal)con ordinimale immaginatiineseguibilistraniperda nell'animo dellapopolazione quella opinione di saviezza che sola può ispirarela confidenza?



XXXI.ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE


Forseil miglior metodo per organizzare le province era quello di far usodelle autoritá costituite che giá vi erano. Tutte leprovince aveano di giá riconosciuto il nuovo governo: leantiche autoritá o conveniva distruggerle tutteo tutteconservarle. Non so quale di questi due mezzi sarebbe stato ilmigliore: so che non si seguí né l'uno nél'altroed i consigli mezzani non tolsero i nemici néaccrebbero gli amici.

Conun proclama del nuovo governo si ordinò a tutte le anticheautoritá costituite delle province che rimanessero in attivitáfino a nuova disposizione. Intanto s'inviarono da per tutto dei«democratizzatori»i quali urtavano ad ogni momento lagiurisdizione delle autoritá antiche; esiccome queste eranoancora in attivitárivolsero tutto il loro potere acontrariar le operazioni dei democratizzatori novelli. In tal modo sipermise loro di conservar il potereper rivolgerlo contro larepubblicaquando ne fossero disgustati; e s'inviarono idemocratizzatoriperché avessero un'occasione di disgustarsi.

Qualestrana idea era quella dei democratizzatori? Io non ho mai compresoil significato di questa parola. S'intendea forse parlar di coloroche andavano ad organizzar un governo in una provincia? Ma di questinon ve ne abbisognava al certo uno per terra. S'intendeva di coluiche andavaper cosí diread organizzare i popoli e rendergli animi repubblicani? Ma questa operazione né si poteasperare in breve tempo né richiedeva un commissario delgoverno. Le buone leggii vantaggi sensibili che un nuovo governogiusto ed umano procura ai popolile parole di pochi e saggicittadinichevivendo senz'ambizione nel seno delle loro famiglierendonsi per le loro virtú degni dell'amore e della confidenzadei loro similiavrebbero fatto quello che il governo da séné dovea tentare né potea sperare.

Quandovoi volete produrre una rivoluzioneavete bisogno di partigiani; maquando volete sostenere o menare avanti una rivoluzione giáfattaavete bisogno di guadagnare i nemici e gl'indifferenti. Perprodurre la rivoluzioneavete bisogno della guerrache sol collesètte si produce; per sostenerlaavete bisogno della paceche nasce dall'estinzione di ogni studio di parti. A persuadere ilpopolo sono meno attiperché piú sospettiipartigiani che gl'indifferenti. Quindi è chein unarivoluzione passivavoi dovete far piú conto di coloro chenon sono dalla vostra che di quelli che giá ci sono; esiccome fu un errore e l'istituzione della commissione censoria e laprima pratica seguíta per la formazione della guardianazionaleperché tendevano a ristringer le cose tra colorosoli che eran dichiarati per la buona causacosí fu anche unerroree fu frequente presso di noil'impiegare colui chevolontariamente si offerivain preferenza di colui che volea esserrichiestoed il servirsi dell'opera dei giovani anziché diquella degli uomini maturi. Non quelli che con facilitámabensí che con difficoltá guadagnar si possonosonocoloro che piú vagliono sugli animi del popolo. I giovani nonvi mancano mai nella rivoluzione; Russo li credeva perciò piúatti alla medesima: se egli con ciò volea intendere che eranopiú atti a produrlaavea ragione; se poi credeva che fosseroperciò piú atti a sostenerlas'ingannava. I giovanipossono molto ove vi è bisogno di motonon dove vi èbisogno di opinione.

Giovanettiinespertiche non aveano veruna pratica del mondoinondarono leprovince con una «carta di democratizzazione»cheBiscegliaallora membro del comitato centraleconcedeva a chiunquela dimandava. Essi non erano accompagnati da verun nome; fortunatiquando non erano preceduti da uno poco decoroso! Non aveano verunaistruzione del governo: ciascuno operava nel suo paese secondo leproprie idee; ciascuno credette che la riforma dovesse esser quellache egli desiderava: chi fece la guerra ai pregiudizichi aisemplici e severi costumi dei provincialiche chiamò«rozzezze»: s'incominciò dal disprezzare quellastessa nazione che si dovea elevare all'energia repubblicanaparlandole troppo altamente di una nazione stranierache non ancoraconosceva se non perché era stata vincitrice; si urtòtutto ciò che i popoli hanno di piú sacroi loro dèii loro costumiil loro nome. Non mancò qualche malversazionenon mancò qualche abuso di novella autoritácherisvegliava gli spiriti di partitonon mai estinguibili tra lefamiglie principali dei piccioli paesi. Gli animi s'inasprirono. Ilsecondo governo vide il male che nasceva dall'errore del primo:Abamonti specialmente richiamò quanti ne potette di questitali democratizzatori. Ma il male era giá troppo inoltrato; ilvincolo sociale dei dipartimenti erasi giá rottopoichési era giá tolta l'uniformitá della legge e la riunionedelle forze: non mancava che un passo per la guerra civileedinfatti poco tardò a scoppiare.

Comeno? Una popolazione scosse il giogo del giovanetto; le altre laseguirono: le popolazioni che eran repubblicanecioè cheaveano avuta la fortuna di non aver democratizzatori o di averliavuti savi si armarono contro le insorgenti. Ma queste aveano ideecomunipoiché quelle dell'antico governo eran comuni a tutte;s'intendevano tra loro; le loro operazioni erano concertate. Nessunodi questi vantaggi avevano le popolazioni repubblicane. Le anticheautoritá costituiteche conservavano tuttavia molto potereeranoalmeno in segretoper le prime. Qual meraviglia sedopoqualche tempole popolazioni insorgentisebbene sulle prime minoridi numero e di forzeoppressero le repubblicane?

Sivolle tenere una strada opposta a quella della natura. Questa formale sue operazioni in gettoed il disegno del tutto precede semprel'esecuzione delle parti: da noi si vollero fare le parti prima chesi fosse fatto il disegno.



XXXII.SPEDIZIONE CONTRO GL'INSORGENTI DI PUGLIA


Lanazione napolitana non era piú una: il suo territorio si poteadividere in democratico ed insorgente. Ardeva l'insorgenza negliApruzzi e comunicava con quella di Sora e di Castelforte. Questeinsorgenze si doveano in gran parte all'inavvertenza ed al picciolnumero dei francesii qualispingendo sempre innanzi le loroconquiste né avendo truppa sufficiente da lasciarne dietronon pensarono ad organizzarvi un governo. Che vi lasciarono dunque?L'anarchia. Questa non è possibile che duri piú dicinque giorni. Che ne dovea avvenire? Dopo qualche giornodoveasorgere un ordine di coseil quale si accostasse piúall'antico governoche i popoli sapeanopiuttosto che al nuovocheessi ignoravano; e l'idea dei nuovi conquistatori dovea associarsinegli animi loro alla memoria di tutti i mali che avea prodottil'anarchia.

Ilcardinal Ruffoil quale ai primi giorni di febbraio avea occupata laCalabria dalla parte di Siciliaspingeva un'altra insorgenza versoil settentrione e veniva a riunirsi alle altre insorgenze in Matera.Il governo troppo tardi avea spedito nelle Calabrie due commissaritali appunto quali gli abitanti non gli voleano: per chesenzaforzeerano stati costretti a fuggiree fu fortunato chi salvòla vita. Monteleonericca e popolata cittáripiena dispirito repubblicanoavea opposta una resistenza ostinata a Ruffo;masolasenza comunicazioneera stata costretta a cedere. E nellostesso modo cedettero tutte le altre popolazioni di Calabria.

Tuttele popolazioni repubblicane delle altre provinceisolatecircondatepremute da per tutto dagl'insorgentisi vedevanominacciate dello stesso destino. Si aggiungeva a ciò che lepopolazioni insorgenti saccheggiavanomanomettevano tutto; lepopolazioni repubblicane erano virtuose. Maquandoper effetto deipartitigli scellerati non si possono tenere a frenoessi si dánnoa quel partito i di cui princípi sono piú conformi ailoro proprie forzanoper cosí diregli dèi a nonessere per quella causa che approva Catone.

Sivollero distruggere le insorgenze della Puglia e della Calabria comele piú pericolosecome le piú lontane e le piúdifficili a vincereperché le piú vicine alla Sicilia.Partirono da Napoli due picciole colonneuna franceseche prese ilcammino di Puglial'altra di napolitanicomandata da Schipanicheprese quello di Calabria per Salerno. Ma la colonna di Puglia doveaanch'essa per l'Adriatico ed il Ionio passar nella Calabria eriunirsi alla colonna di Schipani.

Ilcomandante della colonna franceseaiutato dai patrioti e soldati checonduceva Ettore Carafa e dai patrioti di Foggiadistrusse laformidabile insorgenza di Sansevero; indispingendosi piúoltreprese Andria e poi Tranie fu egli che distrusse l'armata deicòrsi nelle vicinanze di Casamassima. Ma egli abusòdella sua forza. Prese settemila ducati che trasportava il corrierepubblicoe che avrebbero dovuti esser sagri; equando gliene fuchiesto contonon potette dimostrare che essi erano degl'insorgenti.Il troppo zelo di punir questi forsi lo ingannò! Non seppedistinguere gli amici dagl'inimiciedove si trattavad'imposizionila condizione dei primi non fu migliore di quella deisecondi. Bariin una provincia tutta insortaavea fatti prodigi perdifendersi. Quando egli vi giunsedovette liberarla da un assediostrettissimoche sosteneva da quarantacinque giorni: vi entra ecome se fosse una cittá nemicale impone una contribuzione diquarantamila ducati. La stessa condotta tenne in Conversanocuiadonta di esser stata assediata dagl'insorgentiimpose lacontribuzione di ottomila ducati. Nella provincia di Bari non virestò un paio di fibbie d'argento. Tutto fu dato per pagar lecontribuzioni imposte.

Leprime armi di una rivoluzione virtuosa doveano esser la prudenza e lagiustizia; ed i nostri traviati fratelli meritavano piú diesser corretti che distrutti. Facendo altrimentisi credevano vintimentre non erano che fugati. Trani fu saccheggiata; questa bellapopolosa e ricca cittá fu distrutta; ma gl'insorgenti di Tranirimanevano ancora: essiall'avvicinarsi dei francesisi eranotutt'imbarcatipronti a ritornare piú ferocitosto che ifrancesi avessero abbandonate le loro case.

Lodirò io? Le tante vittorie ottenute contro gl'insorgenti hannodistrutti piú uomini da bene che scellerati. Questiconscidel loro delittopensano sempre per tempo alla loro salvezza. L'uomodabbene è còlto all'improvviso ed inerme: la sua casa èsaccheggiata del pari e forse anche prima di quella dell'insorgenteperché l'uomo dabbene è quasi sempre il piúriccoequando l'insorgente ritornalo ritrova disgustato di coluida cui ha sofferto il saccheggio.

Unbuon governo vuole esser forte ma non crudelesevero ma nonterrorista. Le insorgenze di Napoli si poteano ridurre a calcolo.Pochi erano i punti centrali delle medesimee chiunque conosceva iluoghi vedeva essere quegl'istessi che nell'antico governo eranoripieni di uomini i piú oziosi e piú corrotti epertal ragionepiú miserabili e piú facinorosi. Neiluoghi dove in tempo del re vi eran piú ladricontrabbandieried altra simile geniain tempo della repubblica vi furono piúinsorgenti. Erano luoghi d'insorgenza AtinaIserniaLonganolecolonie albanesi del SannioSanseveroecc. Nei luoghi ove la genteera industriosa edin conseguenzaagiata e ben costumatasi poteascommettere cento contro uno che vi sarebbe stata una eternatranquillitá.

Iprimi motori dell'insorgenza furon coloro che avean tutto perdutocolla ruina dell'antico governoe che nulla speravano dal nuovo: sequesti furon moltigran parte della colpa ne fu del governo istessoche non seppe far loro nulla speraree che fece temere che ilgoverno repubblicano fosse una fazione. Eppure la repubblica aveatanto da dareche era pericolosa follia credere di poter sempre dareai repubblicani!

Grandistrumenti di controrivoluzione furono tutte le milizie dei tribunaliprovincialitutti gli armigeri dei baronitutt'i soldati veteraniche il nuovo ordine di cose avea lasciati senza panetutti gliassassini che correvano con trasporto dietro un'insorgenzala qualedava loro occasione di poter continuare i loro furti e quasi dinobilitarli. Luoghi di grande insorgenza furono perciò quasitutte le centrali delle provincecome LecceMateraAquilaTranidove la residenza delle autoritá provincialidelle loro forzee di quanto nelle province eravi di scelleratiche ivi si trovavanoin carcere e chenell'anarchia che accompagnò il cangiamentodel governofurono tutti scapolatiriuniva piú malcontenti epiú facinorosi. Costoro strascinarono tutti gli altri esseripacifici e meramente passiviintimoriti egualmente dall'audacia deibriganti e dalla debolezza del governo nuovo.

Controtali insorgenze non vale tanto una spedizione militare che distruggaquanto una forza sedentaria che conservi: gl'insorgenti fuggivanoalla vista di un esercito: tostoché l'esercito era passatouna picciola forzama permanenteloro avrebbe impedito di riunirsie di agire. Il soldato non soffre le stazioni: brama la guerra ed amache il nemico si renda forte a segno di meritare una spedizioneondeaver l'occasione di misurarsila gloria di vincerlo ed il piacere dispogliarlo.

Ilcomandante francese padrone di Trani fu chiamato da Palombacommissario del dipartimento della Lucaniaperché marciassesopra Matera ad impedire che vi si formasse un'insorgenzache poteadivenir pericolosa per quel dipartimento. MaMatera non essendoancora rivoltatanon vi andòperché non avrebbepotuto farla saccheggiare. Equandopremurato dalle reiterateistanze di Palombas'incaminò con tutte le forze che avevafu richiamato in Napoli. L'insorgenzache in Matera era tutta prontae solo compressa dal timore della vicinanza delle forze superioriquando queste furono lontanescoppiò e si riuní aquella della Calabria.

Maperché non marciò Palomba istesso colle sue forze sopraMatera? Perché Palombacome commissarionon avea saputotrovare i mezzi di riunirle e di sostenerle; perché il suogenerale Mastrangiolo tutt'altro era che generale. Caldi ambidue delpiú puro zelo repubblicanocolle piú pure intenzionima privi di quella pubblica opinioneche sola riunisce le forzealtrui alle nostree di quel consigliosenza di cui non vaglionomai nulla né le forze nostre né le altruitutti e duenon sapeano far altro che gridare «Viva la repubblica!»ed intanto aspettare che i francesi la fondasserocome se fossepossibile fondare una repubblica colle forze di un'altra nazione! Neldipartimento il piú democratico della terracolle forzeimponenti di Altamuradi Aviglianodi Potenzadi Murodi TitoPicernoSantofeleecc. ecc.Mastrangiolo perdette il suo temponell'indolenza. I bravi uffizialiche aveva attornolo avvertironoinvano del pericolo che lo premeva: l'insorgenza crebbe e locostrinse a fuggire.



XXXIII.SPEDIZIONE DI SCHIPANI


Schipanirassomiglia Cleone di Atene e Santerre di Parigi. Ripieno del piúcaldo zelo per la rivoluzioneattissimo a far sulle scene ilprotagonista in una tragedia di Brutofu eletto comandante di unaspedizione destinata a passar nelle Calabriecioè nelle dueprovince le piú difficili a ridursi ed a governarsi perl'asprezza dei siti e per il carattere degli abitanti. Non avea secoche ottocento uominima essi erano tutti valorosi e di pocoinferiori di numero alla forza nemica.

Schipanimarcia: prende Rocca di Aspideprende Sicignano. A Castellucciatrova della gente riunita e fortificata in una terra posta sulla cimadi un monte di difficilissimo accesso.

Vierano però mille strade per ridurla. Castelluccia era unapicciola terrache potea senza pericolo lasciarsi dietro. Egli doveamarciare diritto alle Calabrieove eranvi diecimila patrioti che loattendevano; ove Ruffo non era ancora molto forteed andava tentandoappena una controrivoluzionedi cui forse egli stesso disperava; ediscacciato una volta Ruffotutte le insorgenze della partemeridionale della nostra regione andavano a cedere. Ma Schipani nonseppe conoscere il nemico che dovea combatterené seppecomeScipionetrascurare Annibale per vincere Cartagine.

Tutt'iluoghi intorno a Castelluccia erano ripieni di amici dellarivoluzione. CampagnaAlbanellaContronePostiglioneCapaccioecc.potevano dare piú di tremila uomini agguerriti: ilcommissario del Cilento ne avea giá pronti altri quattrocentoed anche di piúse avesse volutone avrebbe potuto riunire.Se Schipani avesse avuto piú moderato desiderio di combatteree di vinceree se prima di distruggere i nemici avesse pensato arendersi sicuro degli amiciche gli offerivano i loro soccorsiavrebbe potuto facilmente formare una forza infinitamente superiore aquella che dovea combattere.

Avrebbepotuto ridurre Castelluccia per famepoiché non aveaprovvisioni che per pochi giorni: avrebbe potuto prenderlacircondandola e battendola dalla cima di un monte che la domina; equesto consiglio gli fu suggerito dai cittadini di Albanella e dellaRoccache si offrirono volontari a tale impresa. Qual disgrazia chetal consiglio non sia nato da se stesso nella mente di Schipani! Egliavea un'idea romanzesca della gloriae riputava viltá ilseguire un consiglio che non fosse suo.

Questosuo carattere fece sí che ricusasse l'offerta deicastelluccesii quali volean rendersia condizione però chela truppa non fosse entrata nella terra; e l'altraoffertagli daSciarpacapo di tutta quella insorgenzadi voler unire le suetruppe alle truppe della repubblicapurché gli si fosse datoun compenso. Schipani rispose come Goffredo:


Guerreggioin Asiae non vi cambio o merco.


Questostesso carattere gli fece immaginare un piano d'assalto dellaCastelluccia da quel lato appunto per lo quale il prenderla eraimpossibile. I nostri fecero prodigi di valore. Il nemicoforte perla sua situazionedistrusse la nostra truppa colle pietre. Schipanifu costretto a ritirarsi; ecadendo in un momento dall'audacia nelladisperazionela sua ritirata fu quasi una fuga.

Laspedizione diretta da Schipani dovea esser comandata dal valorosoPignatelli di Strongoli. È stata una disgrazia per la nostrarepubblica che Pignatelliper malattia sopravvenutaglinon potéallora prestarsi agli ordini del governo ed al desiderio dei buoni.

Dopoquesta operazioneSchipani fu inviato contro gl'insorgenti di Sarno.Giunse a Palmaincendiò due ritratti del re e della reginache per caso vi si ritrovaronoarringò al popolo e se neritornò indietro. Vi andarono i francesisaccheggiarono edincendiarono Laurodonde tutti gli abitanti erano fuggitie nonuccisero un solo insorgente. Cosí gl'insorgenti di Lauro e diSarnonon vintima solo irritatisi unirono a quelli diCastelluccia e delle contrade di Salernogiá vincitori.



XXXIV.CONTINUAZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE


Intale stato erano le cosequando le autoritá dipartimentaligiá inviate ne' dipartimentiincominciarono l'opera dellaorganizzazione delle municipalitá.

Peruna rivoluzione non vi è oggetto piú importante dellascelta de' munícipi. Dipende da essi che la forza del governosia applicata convenientemente in tutt'i punti; dipende da essi difar amare o far odiare il governo. Il popolo non conosce che ilmunicipee giudica da lui di coloro che non conosce.

Pereleggere i munícipi in una nazionela quale giá anchenell'antica costituzione avea un governo municipalesi volle seguireil metodo di un'altra che non conosceva municipalitá primadella rivoluzione; e cosímentre si promettevano nuovidiritti al popolose gli toglievano gli antichi. Era quasi fatalitáseguire le ideesebbene indifferentide' nostri liberatori!

L'elezionede' munícipi fu affidata ad un collegio di elettorichefurono scelti dal governo. - Qual è dunque questa libertáe questa sovranitá che ci promettete? - dicevano lepopolazioni. - Prima i munícipi erano eletti da noi; abbiamtanto sofferto e tanto conteso per conservarci questo diritto controi baroni e contro il fisco! Oggi non lo abbiamo piú. Prima imunícipi rendevano conto a noi stessi delle loro operazioni;oggi lo rendono al governo. Noi dunque colla rivoluzioneanzichéguadagnareabbiam perduto? - Si volea spiegar loro il sistemaelettorale; si volea far comprendere come continuavano a dirsi elettida loro quelli che erano eletti dai suoi elettori: ma le popolazioninon credevano né erano obbligate a credere ad una costituzioneche ancora non si era pubblicata. Si diceva che gli elettoridovessero un giorno esser eletti dal popolo; ma intanto il popolovedeva che erano eletti dal governo: il fatto era contrario allapromessa. Quando anche la costituzione fosse stata giápubblicatai popoli credevan sempre superfluo formar un corpoelettorale per eleggere coloro che prima in modo piú popolareeleggevano essi stessie riputavano sempre perdita il passare daldiritto dell'elezione immediata a quello di una semplice elezionemediata.

Hoosservato in quella occasione che le scelte de' munícipi fattedal popolo furono meno cattive di quelle fatte dai collegielettoralinon perché i collegi fossero intenzionati a far ilmalema perché erano nell'impossibilitá di fare ilbeneperché non conoscevano le persone che eleggevano eperché spesso eleggevano persone che il popolo non conosceva.Io ripeto sempre lo stesso: nella nostra rivoluzione gli uomini eranbuonima gli ordini eran cattivi. Io comprendo l'utilitá diun collegio elettorale dipartimentaleche elegga o proponga que'magistrati che soprastano alla repubblica intera; ma un collegiodipartimentale che discenda ad eleggere i magistrati municipali misembra un'istituzione antilogicaper la quale dalle idee dellespecieinvece di risalire a quella del generesi voglia discenderea quella degl'individuiche debbon precedere l'idea della specie. Èvero che in taluni momenti si richieggono negli uomini pubblici moltequalitá che il popolo o non conosce o non apprezza; ma voiche avete il governo della nazionesapete molto pocoquando nonsapete far sí che l'elezione cada sulle persone degne dellavostra confidenzasenza alterare l'apparenza della libertá.

Chene avvenne? I collegi elettorali distrussero le elezioni fatte dalpopolodisgustarono il popolo e gli uomini popolari che il popoloavea eletto. Se il collegio elettorale chiedeva degli uomini probiquesti erano piú noti al popolocoi quali convivevanoche asei persone inviate da Napolile quali non conoscevano il popolo néerano conosciute dal medesimo; se chiedeva degli uomini utili allarivoluzionequali potevano esser mai questi se non quegl'istessi cheil popolo amava e che il popolo rispettava?

Questaparola «popolo»in tutt'i luoghi ed in tutt'i tempialtro non dinota che quattrotredue e talvolta una sola personacheper le sue virtúpe' suoi talentiper le sue manieredispone degli animi di una popolazione intera: se non si guadagnanocostoroinvano si pretende guadagnare il popoloe non senzapericolo talora uno si lusinga di averlo guadagnato.

Dopoqualche tempo i collegi elettorali furono aboliti; ma non si restituíl'antico diritto alle popolazioni. Si credette male degli uomini ilmale che nasceva dalle cose. S'inviarono de' commissariorganizzatoricui si diedero tutte le facoltá del corpoelettorale; si commise ad un solo quel diritto che prima almenoesercitavano sei; econ ciòl'eserciziosebbene fosse piúgiustoparve piú tirannico e piú capriccioso. Diversosarebbe stato il giudizio del popolose questi commissari fosserostati inviati prima. La loro istituzione era piú conforme allanaturaalle antiche idee de' popoliai bisogni della rivoluzione.



XXXV.MANCANZA DI COMUNICAZIONE


Mail governomentre si occupava della organizzazione apparentetrascurava oper dir meglioera costretto a trascurarela partepiú essenziale dell'organizzazione verache consiste nelmantener libera la comunicazione tra le diverse parti di una nazione.Sarebbe stato inescusabile il governose questa trascuratezza fossestata volontaria; ma essa era una conseguenza inevitabile dellascarsezza e della non buona direzione delle forze. Se poca forzabenripartitala quale avesse agito continuamente sopra tutt'i puntioalmeno sopra i punti principalisarebbe stata bastante a preveniread impedirea togliere ogni male; moltache agiva per masse e permomenti in un punto solonon potea produrre che un debole effetto epasseggiero.

Leprovince ignoravano ciò che si ordinava nella capitale; lacapitale ignorava ciò che avveniva nelle province. Sicrederebbe? Non si pubblicavano neanche le leggi. Due mesi dopo lapubblicazione in Napoli della legge feudalenon fu questa pubblicatain tutto il dipartimento del Volturnovale a dire nel dipartimentopiú vicino; e la legge feudale era tutto nella nostrarivoluzione.

Questaleggeche dovea esser nota ai popoli ai quali giovavafu nota aisoli baroni che offendevaperché questi soli erano nellacapitale. Questa sola circostanza avrebbe di molto accelerata lacontrorivoluzionese una parte non piccola della primaria nobiltánon fosse stata per sentimento di virtú attaccata allarepubblicaad onta de' non piccoli sacrifici che le costava.

Intantocircolavano per i dipartimenti tutte le carte che potevano denigrareil nuovo ordine di cosee passavano per le mani de' realistiiquali accrescevano colle loro insidiose interpretazioni i sospettiche ogni popolo ha per le novitá.

Questamancanza di comunicazione fu quella che favorí l'impostura deicòrsi Boccheciampe e De Cesare nella provincia di Lecce; e diquesta profittarono il cardinal Ruffo e tutti gli altri capisollevatorie riuscí loro facile il far credere che in Napoliera ritornato il re e che il governo repubblicano erasi sciolto. Essierano credutiperché il governo nelle province era mutonépiú si udiva la sua voce. Ruffo dava a credere alle provinceche fosse estinta la repubblica: il Monitore repubblicanoalcontrariodava a credere alla capitale che fosse morto Ruffo. Mal'errore di Ruffo spingeva gli uomini all'azionee quello de'repubblicani gli addormentava nell'indolenza; ed a Ruffo giovavanoegualmente e l'errore de' realisti e quello de' repubblicani.



XXXVI.POLIZIA


Irealisti aveano piú libera e piú estesa comunicazionepel nostro territorio che lo stesso governo repubblicano. Le Calabrieerano loro aperte; aperto era tutto il littorale del Mediterraneo daCastelvolturno fino a Mondragonecosicché gl'insorgenti diquei luoghi erano confortati ed aveano armi e munizioni dagl'inglesipadroni de' mari; aperto avea il mare anche Proniche comandaval'insorgenza degli Apruzzi. Tutte queste insorgenze si andavanostringendo intorno Napolied in Napoli stessa aveano dellecorrispondenze segreteche loro davano nuove sicure dell'internadebolezza.

Nullafu tanto trascurato quanto la polizia nella capitale. In primo luogonon si pensò a guadagnar quelle persone che sole potevanomantenerla. La poliziaal pari di ogni altra funzione civilerichiede i suoi agenti opportunipoiché non tutti conosconoil paese e sanno le vieper lo piú tortuose ed oscurechecalcano gl'intriganti e gli scellerati. Felice quella nazione ove leidee ed i costumi sono tanto uniformi agli ordini pubbliciche nonvi sia bisogno di polizia. Madovunque essa vi ènon èe non deve esser altro che il segreto di saper render utili pochiscelleratiimpiegandoli ad osservare e contenere i molti. Ma inNapoli gli scellerati e gl'intriganti furono odiatiperseguitatiabbandonati. I nuovi agenti della polizia repubblicana erano tutticoloro che aveano educazione e moraleperché essi eranoquelli che soli amavano la repubblica. Or le congiure si tramavanotra il popolaccio e tra quelli che non aveano né costume néeducazioneperché questi soli avea potuto comprar l'oro diSicilia e d'Inghilterra. Quindi le congiure si tramavano quasi in unpaese diversodi cui gli agenti della polizia non conoscevano négli abitanti né la lingua; e la morale de' repubblicanitroppo superiore a quella del popoloè stata una dellecagioni della nostra ruina.

Laseconda cagione fu che il gran numero de' repubblicani si separòsoverchio dal popolo; onde ne avvenne che il popolo ebbe sempre datisicuri per saper da chi guardarsi. Questo fece sí che fosseben esercitata quella parte della polizia che si occupa dellatranquillitáperché per essa bastava il timore; malesercitata fu l'altra che invigila sulla sicurezzaperché peressa è necessaria la confidenza. Il popolotemendoeratranquillo; madiffidandonon parlava: cosí si sapeva ciòche esso faceva e s'ignorava ciò che esso macchinava.

Ifrancesi forse temettero piú del dovere un popolo sempre vivosempre ciarliero; credettero pericoloso che questo popolopernecessitá di clima e per abitudine di educazioneprolungassei suoi divertimenti fino alle ore piú avanzate della notte. Ilpopolo si vide attraversato nei suoi piaceriche credeva e che eranoinnocenti; cadde nella malinconia (stato sempre pericoloso inqualunque popolo e precursore della disperazione; e non vi furono piúquei luoghi dovetra l'allegrezza e tra il vinoil piú dellevolte si scoprono le congiure. Il carattere e le intenzioni deipopoli non si possono conoscere se non se quando essi sono a loragio: in un popolo oppresso le congiure sono piú frequenti amacchinarsi e piú difficili a scoprirsi.

Èindubitato che in Napoli erasi ordita una gran congiurauno deigrandi agenti della quale fu un certo Baccher. Baccher fu arrestatoin buon punto: le fila dei congiurati non furono scoperte; ma intantola congiura rimase priva di effetto.



XXXVII.PROCIDA - SPEDIZIONE DI CUMA - MARINA


Ilprimo progetto dei congiurati era quello che gl'inglesi dovesserooccupar Ischia e Procidacome difatti l'occuparonoonde avermaggior comoditá di mantenere una corrispondenza in Napoli edi prestare a tempo opportuno la mano alle altre operazioni. Questoinconveniente fu previsto; ma il governo non avea forze sufficientiper custodir Procida: i francesi non compresero il pericolo diperderla.

Gl'inglesipadroni di Procidatentarono uno sbarco nel littorale opposto diCuma e Miseno. Un distaccamento di pochi nostriche occupò illittoralelo impedí; e la corte di Sicilia dovette piúdi una volta fremere per le disfatte dei suoi superbi alleati.

Forsesarebbe riuscito anche di discacciarli dall'isola. Ma la nostramarina era stata distrutta dagli ultimi ordini del re; e nei primigiorni della nostra repubblica le spese sempre esorbitantiche secoporta un nuovo ordine di coseavean tolto ogni modo di poter farcostruire anche una sola barca cannoniera. I pochi e miseri avanzidella marina antica furono per indolenza di amministrazione militaredissipati; e si vide vendere pubblicamente il legnole corde efinanche i chiodi dell'arsenale.

Caraccioloritornato dalla Sicilia e restituito alla patriaci rese le nostresperanze. Caracciolo valeva una flotta. Con pochimal atti e malserviti barconiCaracciolo osò affrontar gl'inglesi:l'officialitá di marinatutta la marineria era degna disecondar Caracciolo. Si attaccasi dura in un combattimento inegualeper molte ore; la vittoria si era dichiarata finalmente per noichepure eravamo i piú deboli: ma il vento viene a strapparceladalle mani nel punto della decisione; e Caracciolo è costrettoa ritirarsilasciando gl'inglesi malconcie si potrebbe dire anchevintise l'unico scopo della vittoria non fosse stato quello diguadagnar Procida. Un altro momentoe Procida forse sarebbe stataoccupata. Quante grandi battaglieche sugl'immensi campi del marehan deciso della sorte degl'imperinon si possono paragonare aquesta picciola azione per l'intelligenza e pel coraggio de'combattenti!

Ilventoche impedí la riconquista di Procidafu un vero maleper noiperché tratanto i pericoli della patria siaccrebbero. Le disgrazie diluviavano: dopo due o tre giornisiebbero altri mali a riparare piú urgenti di Procida; e lanostra non divisibile marina fu costretta a difendere il crateredella capitale.



XXXVIII.IDEE DI TERRORISMO


Lastoria di una rivoluzione non è tanto storia dei fatti quantodelle idee. Non essendo altro una rivoluzione che l'effetto delleidee comuni di un popolocolui può dirsi di aver tratto tuttoil profitto dalla storiache a forza di replicate osservazioni siagiunto a saper conoscer il corso delle medesime. Nell'individuo lastoria dei fatti è la stessa che la storia delle idee sueperché egli non può esser in contraddizione con sestesso. Maquando le nazioni operano in massa (e questo è ilvero caso della rivoluzione)allora vi sono contraddizioni eduniformitásimiglianze e dissimiglianze; e da esse appuntodipende il tardo o sollecitol'infelice o felice evento delleoperazioni.

Lacongiura di Baccherl'occupazione di Procidai rapidi progressidell'insorgenza aveano scossi i patriotienella notte profonda incui fino a quel punto avean riposati tranquilli sulle parole deigenerali francesi e del governovidero finalmente tutto il pericoloonde erano minacciati. Il primo sentimento di un uomo che sia o chetema di esser offeso è sempre quello della vendettala qualese diventa massima di governoproduce il terrorismo.

Ilgoverno napolitanoquantunque composto di persone che tanto aveansofferto per l'ingiusta persecuzione sotto la monarchiacredetteviltá vendicarsiallorchéavendo il sommo poterenelle maniuna vendetta non costava che il volerla. Pagano aveasempre in bocca la bella lettera che Dione scrisse ai suoi nemiciallorché rese la libertá a Siracusaed il divinotratto di Vespasianoquandoelevato all'imperomandò a diread un suo nemico che egli ormai non avea piú che temere dalui. Noi incontriamo sempre i nostri governantiallorchéricerchiamo la morale individuale.

Mamolti patrioti accusarono il governo di un «moderantismo»troppo rilasciatoa cui si attribuivano tutt'i mali dellarepubblica. Siccome in Francia al «terrorismo» erasucceduta una rilasciatezza letargica e fatale di tutt'i princípicosí il terrorismo era rimasto quasi in appannaggio alle animepiú ardentemente patriotiche. Forse ciò avvenne ancheperché il cuore umano mette l'idea di una certa nobiltánel sostenere un partito oppressoper vendicarsi cosí delpartito trionfante che invidia: forse in Napoli si eran vedute salvetalune personeche la giustiziala pubblica opinionela salutepubblica voleano distrutte o almeno allontanate.

Mavi era un mezzo saggio tra i due estremi. Il terrorismo è ilsistema di quegli uomini che vogliono dispensarsi dall'esserdiligenti e severi; chenon sapendo prevenire i delittiamanopunirli; chenon sapendo render gli uomini migliorisi tolgonol'imbarazzo che dánno i cattividistruggendo indistintamentecattivi e buoni. Il terrorismo lusinga l'orgoglioperché èpiú vicino all'impero; lusinga la pigrizia naturale degliuominiperché è molto facile. Ma richiede sempre laforza con sé: ove questa non vi siavoi non farete cheaccelerare la vostra ruina. Tale era lo stato di Napoli.

InNapoli le prime leggi marziali de' generali in capo eranoterroristicheperché tali son sempre e tali forse debbonoessere le leggi di guerra: esse non poteano produrre e non produsseroalcuno effettoimperocché come eseguite voi la leggecomel'applicatequando tutta la nazione è congiurata anascondervi i fatti e salvare i rei? Robespierre avea la nazioneintera esecutrice del terrorismo suo. Quando le pene non sonolivellate alle idee de' popolil'eccesso stesso della pena ne rendepiú difficile l'esecuzione eper renderle piúefficaciconvien renderle piú miti.

Negliultimi tempi si eresse in Napoli un «tribunale rivoluzionario»il quale procedeva cogli stessi princípi e colla stessatessitura di processo del terribile comitato di Robespierre. Forsequando si eresse era troppo tardied altro non fece che tingersiinutilmente del sangue degli scellerati Baccher nell'ultimo giornodella nostra esistenza civilequando la prudenza consigliava unperdonoche non potea esser piú dannoso. Maquand'anche untal tribunale si fosse eretto primala legge stessacolla quale sene ordinava l'erezionesarebbe stato un avviso alla nazione perchési fosse posta in guardia contro il tribunale eretto.

Ilterrorismo cogl'insorgenti si provò sempre inutile. «Eche? - scrivea la saggia e sventurata Pimentel - quando un metodo dicura non riescenon se ne saprá tentare un altro?».

Difattisi accordò un'amnistia agl'insorgenti: non a tuttiperchésarebbe stata inutile; ma a coloro che il governo ne avesse credutidegnionde cosí ciascuno si fosse affrettato a meritarlaequesto desiderio avesse fatto nascere il sospetto e la divisione tratutti. Ma tale perdono dovea farsi valere per mezzo di persone saggeed energichele quali avessero potuto penetrare ed eseguire gliordini del governo in tutt'i punti del nostro territorio. Io loripeto: la mancanza delle comunicazioni tra le diverse parti delloStato e la mancanza delle forze diffuse in molti punti per mantenertale comunicazionela mancanza a buon conto della diligenza e dellaseveritá erano l'origine di tutti i nostri mali e facevancredere necessario ad alcuni un terrorismoil quale non avrebbefatto altro che accrescerli.



XXXIX.NUOVO GOVERNO COSTITUZIONALE


Forsecon piú ragione domandavano i patrioti la riforma del governo.Tralasciando i motivi privatiche spingevano taluni a declamare piúdi quello che convenivaera sicuro però che si voleva unariforma. Abrial finalmente giunse commissario organizzatore delnostro Statoe si accinse a farla.

Mavi erano nell'antico governo molti che godevano la pubblicaconfidenzao perché la meritasseroo perchél'avessero usurpata; e questi secondi (pochissimi per altro dinumero) eranocome sempre suole avvenirepiú accettipiúillustri de' primiperché le lodi che loro si davano nonrimanevano senza premio. - Questi sono i primi che io toglierei -diceva acutamentema invanoin una societá patriotica ilcittadino Mazziotti. Un governo formato da un'assemblea si riduce acinque o sei testele quali dispongono delle altre: se questerimangonovoi inutilmente cangiate tutta l'assemblea.

Leintenzioni di Abrial erano rette: Abrial fu quello che piúsinceramente amava la nostra felicitá e quello di cui piúla nazione è rimasta contenta. Le sue scelte furono moltomigliori delle prime; ese non furono tutte ottimenon fu certo suacolpapoiché né poteva conoscere il paese in unmomentoné vi dimorò tanto tempo quanto era necessarioa conoscerlo.

Abrialdivise i poteri che Championnet avea riuniti. Il governo da luiformato fu il seguente: nella commissione esecutivaAbamonti;Agnesenapolitanoma che aveva dimorato da trent'anni in Franciaove avea i beni e famiglia; Albanese; Ciaia; Delficoil quale nonpotette per le insorgenze di Apruzzo mai venire in Napoli. I ministrifurono: 1° dell'internoDe Filippis; 2° di giustizia epoliziaPigliacelli; 3° di guerramarina ed affari esteriManthoné; 4° di finanzeMacedonio. Tra i membri dellacommissione legislativa vi furono sempre PaganoCirilloGalantiSignorelliScottiDe TommasiColangeloColettiMaglianiGambaleMarchetti... Gli altri si cambiarono spessoe noi non liriferiremo; tanto piú chenello stato in cui era allora lanostra nazionepoco potea il potere legislativoe tutto il bene etutto il male dipendeva dall'esecutivo.

Conciò Abrial volle darci la forma della costituzione prima diavere una costituzionee con ciò rese i poteri inattiviediscordi i poteri dei cittadini. Questo involontario errore fucagione di non piccoli maliperché la divisione de' poteri cidiede la debolezza nelle operazioni in un tempo appunto in cuiavevamo bisogno dell'unitá e dell'energia di un dittatore;ch'egli per altro non poteva darciperchéincaricato dieseguire le istruzioni del Direttorio franceseavrebbe ben potutomodificare in parte gli ordini che si trovavano in Francia stabilitima non mai cangiarli intieramente. Talché tutti i fatti ciconducono sempre all'ideala quale dir si può fondamentale diquesto Saggio: cioè che la prima norma fu sbagliataed imigliori architetti non potevano innalzar edifizio che fossedurevole.



XL.SALE PATRIOTICHE


Talunicredevano che col mezzo delle sale patriotiche si potesse «attivare»la rivoluzione; e furono perciò stabilite. Ma come mai ciòsi potea sperare? Io non veggo altro modo di attivare una rivoluzioneche quello d'indurci il popolo: se la rivoluzione è attivailpopolo si unisce ai rivoluzionari; se è passivaconvien che irivoluzionari si uniscano al popoloeper unirvisiconvien che sidistinguano il meno che sia possibile. Le sale patrioticheenell'uno e nell'altro casodebbono essere le piazze.

Qualbene hanno mai esse prodotto in Francia? Hannodirebbe Macchiavellifatto degenerare in sètte lo spirito di partitoche sempre viè nelle repubblicheecome sempre suole avvenirehannospinto i princípi agli estremihanno fatto cangiar tre voltela costituzionehanno a buon conto ritardata l'opera dellarivoluzione e forse l'hanno distrutta. Senza societápatriotichele altre nazioni di Europa aveano dirette le lororivoluzioni con princípi piú saggi ad un fine piúfelice.

Mal'abuso delle sale per attivare la rivoluzione dipendeva da unprincipio anche piú lontano. L'oggetto della democrazia èl'eguaglianza; esiccome in ogni societá vi è unadisuguaglianza sensibilissima tra le varie classi che la compongonocosí si giunge al governo regolare o abbassando gli ottimatial popoloo innalzando il popolo agli ottimati. Masiccome gliottimatiinsieme coi diritti e colle ricchezzehanno ancoraprincípi e costumicosíquando le cose si spingonoall'estremonon solo si sforzano a cedere i loro diritti e dividerle loro ricchezze (il che sarebbe giusto)ma anche a rinunciare ailoro costumi.

Sivolea fraternizzare col popoloe per «fraternizzare»s'intendeva prendere i vizi del popolaccioprender le sue maniere edi suoi costumi; mezzi che possono talora riuscire in una rivoluzioneattivain cui il popoloin grazia dello spirito di partitoperdonal'indecenzama non mai in una rivoluzione passivain cui il popololibero da passioni tumultuoseè piú retto giudice delbuono e dell'onesto. Doveasi perciò disprezzare il popolo? Noma bastava amarlo per esserne amatodistruggere i gradi per nondisprezzarloe conservar l'educazione per esserne stimato e perpoter fargli del bene.

Ammirabilee fortunata è stata per questo la repubblica romanain cui ipatrizimentre cedevano ai loro dirittiforzavano il popolo adamarli ed a rispettarli pei loro talenti e per le loro virtú:il popolo cosí divenne libero e migliore. Nella repubblicafiorentina tutte le rivoluzioni erano dirette da quella«fraternizzazione»che s'intendeva in Firenze comes'intese un tratto in Francia; e perciò la repubblicafiorentina ondeggiò tra perpetue rivoluzionisempre agitata enon mai felice: il popoloo presto o tardisi annoiava deiconduttoriche non aveano ottenuto il suo favore se non perchési erano avvilitiedannoiato dei suoi capisi annoiava delgovernoch'esso di rado conosce per altro che per l'idea che ha dicoloro che governano.

Sicondussero taluni lazzaroni del Mercato nelle sale; ma questi eranoper lo piú comperati ecome è facile ad intendersinon servivano che a discreditare maggiormente la rivoluzione. Nonsempreanzi quasi mail'uomo del popolo è l'uomo popolare.

Lesale patriotiche attivavano la rivoluzioneattirando una folla dioziosiche vi correva a consumar cosí quella vita di cui nonsapeva far uso. I giovani sopra tutti corrono sempre ove èmotoe ripetono semplici tutto ciò che loro si fa dire.Intanto pochi abili ambiziosi si prevalgono del nome di conduttori edi moderatori di sale per acquistarsi un merito; e questo meritoappuntoperché troppo facileperché inutile allanazioneun governo saggio non deve permettere o (ciò che vallo stesso) non deve curare: senza di ciòi faziosi se neprevaleranno per oscurareper avvilireper opprimere il meritoreale. Taluni buonii quali vedevano l'abuso che delle sale si poteafarecredettero bene di opporre una sala all'altra ese fosse statopossibileriunirle tutte a quella ove lo spirito fosse piúpuro ed i princípi fossero piú retti; ed il desideriodella medicina fu tantoche si credette poter aver la salute dallostesso male. Ma io lo ripeto: quando l'istituzione è cattivarende inutili gli uomini buoniperché o li corrompe o li faservireillusi dall'apparenza del beneai disegni dei cattivi.

«Ivostri maggiori - diceva il console Postumio al popolo di Roma -vollero chefuori del caso che il vessillo elevato sul Tarpeiov'invitasse alla coscrizione di un esercitoo i tribuni indicesseroun concilio alla plebeo talun altro dei magistrati convocasse tuttoil popolo alla concionevoi non vi dobbiate riunir cosí allaventura ed a capriccio: essi credevano chedovunque vi fossemoltitudineivi esser vi dovesse un legittimo rettore dellamedesima». In Francia le societá popolariresecostituzionali da Robespierreche avea quasi voluto rendercostituzionale l'anarchiao non produssero sulle prime molti malioi mali che produssero non si avvertironoperchéquando unanazione soffre moltissimi malispesso un male serve di rimedioall'altro. In Napolidoveper la natura della rivoluzionele saleerano meno necessariesi corruppero piú sollecitamente.

Chiè veramente patriota non perde il suo tempo a ciarlare nellesale; ma vola a battersi in faccia all'inimicoadempie ai doveri dimagistratoprocura rendersi utile alla patria coltivando il suospirito ed il suo cuore: voi lo ritrovate ov'è il bisognodella patrianon dove la folla lo chiama; equando non ha verundovere di cittadino da adempireha quelli di uomodi padredimaritodi figliodi amico. Il governo non lo vede; ma guai a lui senon sa riconoscerlo e ritrovarlo! Il solo governo buono èquello agli occhi del quale ogni altro uomo non si puòconfondere con questoné può usurpare la stima che segli devese non facendo lo stesso; per cui la prima parte di unottimo governo è quella di far sí che non vi sienoaltre classialtre divisioni che quelle della virtúedevitare a quest'oggetto tutte le istituzioni che potrebbero riunire ivirtuosi a coloro che non lo sonotutti i nomi finanche chepotessero confonderli.

Ionon confondo colle sale patriotiche quei «circolid'istruzione»ove la gioventú va ad istruirsiaprepararsi al maneggio negli affariad ascoltare le parole deivecchi ed accendersi di emulazione ai loro esempia rendersi utileai loro simili ed acquistare dai suoi coetanei quella stima che ungiorno meriterá dalla patria e dal governo. In Napoli se neera aperto unoe con felici auspíci: il suo spirito eraquello di proporre varie opere di beneficenza che si esercitavano infavore del popolo: si soccorsero indigentisi prestarono senzamercede all'infima classe del popolo i soccorsi della medicina edell'ostetricia. Questa era l'istituzione che avrebbe dovutoperfezionarsi e moltiplicarsi.



XLI.COSTITUZIONE - ALTRE LEGGI


Talierano le idee del popolo. Le cure della repubblica erano ormai diviseda che si eran divisi i poteri; e la commissione legislativasgravata dalle cure del governosi era tutta occupata dellacostituzioneil di cui progettoformato dal nostro Paganoera giácompíto. Ma di questo si dará giudizio altrovecome dicosa chenon essendosi né pubblicata né eseguitaniuna parte occupa negli avvenimenti della nostra repubblica.

Altribisogni piú urgenti richiamavano l'attenzione dellacommissione legislativa.

Volleoccuparsi a riparare al disordine dei banchi. Fin dai primi giornidella rivoluzionela prima cura del governo fu di rassicurare lanazioneincerta ed agitata per la sorte del debito dei banchidacui pendeva la sorte di un terzo della nazione. Un tal debito fudichiarato debito nazionale. Tale operazione fu da taluni lodatadaaltri biasimatasecondo che si riguardava piú il vantaggio ola difficoltá dell'impresa: tutti però convenivano cheuna semplice promessa potea tutt'al piú calmare per un momentola nazionema che essa sarebbe poi divenuta doppiamente pericolosaquando non si fossero ritrovati i mezzi di adempirla. Allora tutta lavergogna e l'odiositá di un fallimento sarebbe ricaduta sulnuovo governoe si sarebbe intanto perduto il solo momentofavorevolequale era quello di una rivoluzionein cui la colpa el'odio del male si avrebbe potuto rivolgere contro il re fuggitoegli uomini l'avrebbero piú pazientemente tolleratocome unodi quegli avvenimenti inseparabili dal rovescio di un imperoeffettopiú del corso irresistibile delle cose che della scelleragginede' governanti. Cosí il governo non fece allora che unapromessae rimaneva ancora a far la legge.

Maquando volle occuparsi della leggenon era forse il tempo opportuno.La nazione era oppressa da mille malile opinioni erano vacillantitutto era inquietezza ed agitazione. In tale stato di cose il fardelle leggi utili e forti è ottimo consiglio: sgravasi cosíla somma de' mali che opprimono il popolo e si scema il motivo delmalcontento; il farne delle inutili e delle inefficaci èpericolosoperché al malcontentoche giá si soffreper il malel'inutilitá del rimedio aggiunge la disperazione.Se non potete fare il benenon fate nulla: il popolo si lagnerádel male e non del medico.

Lacommissione legislativa altro non fece (eper dire il veroallorache potea far di piú?) che rinnovare per i benich'erandivenuti nazionaliquella ipoteca che giá il re aveaaccordata sugli stessi beniquando erano regi. Gli esempi passatipoteano far comprendere che questa operazione sola era inutile.Questi beni non poteano mai esser in commercioperché riunitiin masse immense in pochi punti del territorio napolitano; ed ipossessori delle carte monetate erano moltidivisi in tutt'i punti enon voleano fare acquisti immensi e lontani. Quando furono esposti invenditain tempo del rei fondi ecclesiasticii quali non aveanoquesto inconvenientesi ritrovarono piú facilmente icompratori. Si aggiungeva a ciò l'incertezza della duratadella repubblicala quale alienava maggiormente gli animi deicompratori; l'incertezza della sorte dei beni che davansi in ipotecaquasi contesi tra la nazione ed il francese: per eseguir le venditein tanti pericoliconveniva offerire ai compratori vantaggi immensie cosí tutt'i fondi nazionali non sarebbero stati sufficientia soddisfare una picciola parte del debito pubblico.

Ildebito nazionale in Napoli non era tale che non si avesse potutosoddisfare. Era piú incomodo che gravoso. Conveniva una piúregolata amministrazionee questa vi fu: infattiin cinque mesi direpubblicail governocolle rendite di sole due provincetolsedalla circolazione un milione e mezzo di carte. Con tanta moralitánel governosi potea far quasi a meno della legge per un male che siavrebbe potuto forsi guarire col solo fattoe che si sarebbe guaritosenza dubbiose le circostanze interne ed esterne della nazionefossero state meno infelici. Ma convenivanel tempo istessochetutta la nazione avesse soddisfatto il debito nazionale; convenivache questo debito avesse toccato la nazione in tutt'i punti; edoveprima gravitava solo sulla circolazionesi fosse sofferto in partedall'agricoltura e dalla proprietá: cosí il debitodiviso in tantidiveniva leggiero a ciascuno.

Lanazione napolitana è una nazione agricola. In tali nazioni lacircolazione è sempre piú languida che nelle nazionimanifatturiere o commercianti; ed il danaroo presto o tardiva acolaresenza ritornonelle mani dei possessori dei fondi. Difattiin Napolie specialmente nelle provincenon mancava il danaro: maquesto danaro era accumulato in poche manimentreché per lacircolazione non vi erano che carte. Conveniva attivare tutta lanazioneed offerire ai proprietari di fondi delle occasioni dispendere quel danaro che tenevano inutilmente accumulato.Conveniva... Ma io non iscrivo un trattato di finanze: scrivo solociò che può far conoscere la mia nazione.



XLII.ABOLIZIONE DEL TESTATICODELLA GABELLA DELLA FARINA E DEL PESCE


Pergiudicare rettamente di un legislatoreconviene che ei siaindipendente; per far che le sue leggi abbiano tutto l'effettoconviene che egli sia libero. Quando o altri uomini o le cose tendonoa frenare i suoi pensieri e le sue maniquando la sovranitá èdivisapretenderete invano veder quel legislatorenelle di cui maniè il cuore delle nazioni: i consigli son timidile misuremezzane; tra l'imperiosa necessitá e l'occasione precipitosaspesso il miglior consiglio non è quello che si puòseguireo solo si segue quando l'occasione è giápassatae di tutte le operazioni voi altro non potete rilevare chela puritá del cuore e la rettitudine dei suoi pensieri.

Cosínon altrimenti che la legge sui banchiriuscirono inutili quasitutte le altre leggi immaginate per isgravare i popoli dai pesi chenell'antico governo sofferiva. Io non ne eccettuo che la sola leggecolla quale si abolí la gabella del pesce; legge che produsseun effetto immediatoe trasse alla repubblica gli animi di quasitutti i marinai ed i pescatori della capitale.

Quandosi abolí la gabella sulla farinanon si ottenne l'intento difar ribassare il prezzo de' grani in Napolidoveper le insorgenzeche aveano giá chiuse tutte le strade delle provincenonpotevano ivi piú entrar grani nuovie quei che esistevanoerano pochi ed avean giá pagato il dazio. Il popolo napolitanodisse allora: che «la gabella si era tolta quando non vi erapiú farina».

Dal1764 era in Napoli molto cresciuto il prezzo del grano; esebbenequesto aumento fosse in parte effetto della maggior ricchezza dellanazionenon si poteva però mettere in controversia chel'aumento del prezzo degli altri generi non era proporzionatoall'aumento di quello del grano. Questo non era alteratoquando siparagonava al prezzo del grano nelle altre nazioni di Europa; ma eraalteratissimoallorché si paragonava al prezzo degli altrigeneri presso la stessa nazione napolitana. Tutto il male nasceva dache l'industriaed in conseguenza la ricchezzanon si erarisvegliata e diffusa equabilmente sopra tutt'i generi ed in tutte lepersone. Il male era tollerabile nelle provincema insoffribilenella capitalenon perché il grano mancassenon perchéil prezzo ne fosse molto piú caro che nelle province; maperché Napoli conteneva un numero immenso di renditieridioziosi o di persone chesenza essere oziosenulla producevano e chenon partecipavano dell'aumento dell'industria e della ricchezzanazionale. Per rendere il popolo napolitano contento sull'articolodel paneo conveniva migliorarlo e renderlo cosí piúattivo e piú riccoo conveniva render piú misere leprovince: la prima operazione avrebbe reso il popolo napolitanocontento dei nuovi prezzi; la seconda avrebbe fatto ritornar gliantichi. La sola abolizione della gabella era nella capitaleun'operazione piú pomposa che utile.

Guardiamolanelle province. Essa dovette esser inutile in quei luoghi nei qualinon si pagavae questi formavano il numero maggiore; in quelli neiquali si pagavadovette riuscire piuttosto dannosa. Il ritrattodella gabella serviva a pagare le pubbliche imposizioni: proibirquella e pretender queste era un contradditorio; rinunciare a questeera impossibile tra i tanti urgentissimi bisogni dai quali era allorail governo premuto; obbligare le popolazioni a sostituire all'anticometodo un nuovoed obbligarle a sostituirlo di loro autoritá(giacché colla legge non si era preveduto questo caso)erapericoloso in un tempo in cui lo spirito di partito né faconoscere il giusto né lo fa amare. Un dio solo avrebbe potutopersuadere alle popolazioni che una novitá non fosse stataallora una ingiustizia patriotica. Infatti molte popolazioniche perla vicinanza alla capitale erano nello stato di portar i loro reclamial governochiesero che la gabella sulla farina si ristabilisse.

Nellacostituzione antica del regno di Napoliove si trattavad'imposizioni diretteil sovrano quasi altro non faceva che imporreil tributo: la ripartizione era determinata da una legge quasi chefondamentale dello Statoed il modo di esigerlo era in arbitrio diciascuna popolazione. Non si esigeva dappertutto nello stesso modo:una popolazione avea una gabellaun'altra ne avea un'altra; chi nonavea gabelle e pagava la decima sul raccolto del granochi pagavasui fondichi in un modochi in un altrosecondo le suecircostanzei suoi prodottii suoi bisognii suoi costumi e talorai pregiudizi suoi. Questo metodo di amministrazione avea i suoiinconvenienti; ma questi inconvenienti si potean correggereeconservare un metodoil qualese non toglieva il malelo rendevaperò meno sensibile.

Questostato della nazione fece sí che inutile riuscisse anche lalegge sull'abolizione del testatico. «Nessun testaticonessunaimposizione personale avrá luogo nella nazione napolitana».Questo stessoe colle stesse paroleera stato detto quasi tresecoli prima: quella legge era tuttavia in vigore nel Regno; edintantoad onta della medesimasi pagava l'imposizione personale.In pochi luoghi si esigeva ancora sotto il nome di «testatico»;in molti si pagava ricoperta del nome d'«industria»; inmoltissimi si pagava pagando un dazio indiretto sui generi di primanecessitáche si consumano egualmente da chi possiede e dachi non possiede: ove in un modoove in un altroil testatico sipagava dappertutto e non era in verun luogo nominato. La leggeesisteva; ma l'abusocangiando le parolefaceva una frode allalegge.

Primadi riformare l'antico sistema delle nostre finanzeconvenivaconoscerlo: la riforma dovea essere simultanea ed intera. Tutte leparti di un sistema di finanze hanno stretti rapporti tra loro ecollo stato intero della nazione. Ma la maggior parte degli Stati diEuropa erano natinon dalle unioni spontaneema dalla conquista: ilsignore di un piccolo Stato avea oppressi gli altri con diversi mezzied in diversi tempi; per lo piú si erano transatti collepopolazioniche avean conservati i loro usii dazi loroi lorocostumi. Una gran nazione non fu che l'aggregato di tante piccolenazioniche si consideravano come estranee tra loro; ed il sovranosi considerava estraneo a tutte. Invece di leggisi chiedevano«privilegi»; il sistema delle finanze non era cheun'unione di diversi pezzi fatti da mani e in tempi diversi; ibisogni del momentonon essendo mai quelli della nazionefacevanosí cheinvece di correggersi gli antichi abusise neaggiugnessero dei nuovi; e tutto ciò produceva quell'orribilecaos di finanzein cuial dir di Vaubanera grande quell'uomo chesapesse immaginar nuovi nomi per poter imporre un nuovo tributo senzaalterare gli antichi.

Eravenuta l'epoca fortunata della riforma; ma questa riforma nédovea esser fatta con leggi particolarile quali o presto o tardi sisarebbero contraddettené in un momento. Era l'opera di moltotempo. Sulle primeper contentare il popoloil quale fra le novitáè sempre impaziente di veder segni sensibili di utilebastavadire che si pagassero solo due terzi delle antiche imposizioni.Questa diminuzione di un terzo di tutt'i tributi avrebbe attiratoalla rivoluzione maggior numero di persone; mentre colla solaabolizione del testatico e della gabella della farina non si giovavache ai poveri. In séguitoquando il favore dei ricchi non erapiú tanto necessario e l'odio loro tanto pericolosoi poverisi sarebbero del tutto sgravati. Un governo stabilito deve essergiusto; un governo nuovo deve farsi amare: quello deve dare aciascuno ciò che è suo; questo deve dare a tutti. Unacommissione a quest'oggetto stabilita avrebbe fatto in séguitoconoscere le antiche finanzei nuovi bisogni dello Statoe sisarebbe formato un sistema generale e durevolesu di cui si sarebbepotuta fondare la felicitá della nazione.



XLIII.RICHIAMO DE' FRANCESI


Maeccoci alfine ai giorni infelici della nostra repubblica: i mali datanto tempo trascuratiormai ingigantitici soverchiano eminacciano di opprimerci. Le Calabrie si erano interamente perduteegl'insorgenti delle Calabrie comunicavano di giácogl'insorgenti di Salerno e di Cetara e si stendevano fino aCastellamare. Questa stessa cittá fu occupata dagl'inglesiesi vide la bandiera dei superbi britanni sventolar vincitrice infaccia della stessa capitale.

Ifrancesi ripresero Castellamare e Salerno; Cetara fu distrutta. Mapochi giorni dopoi francesi furon costretti ad abbandonare ilterritorio napolitanorichiamati nell'Italia superiore; esebbenetentassero colorire con pomposi proclami la loro ritiratagl'insorgenti ben ne compresero il motivo e ne trassero audaciamaggiore. Salerno fu di nuovo occupata: a Castellamare s'inviòda Napoli una forte guarnigionela quale però fu ridotta adover difendere la sola cittáquasi assediata dalleinsorgenze che la circondavano.

Magdonaldpartendolasciò una guarnigione di settecento uomini inSant'Elmo; circa duemila rimasero a difender Capuae quasi altrisettecento in Gaeta. Egli avea promesso lasciar una forte colonnamobile; ma questa poi in effetti altro non fu che una debole colonnadi quattrocento uominii qualidistaccati dalla guernigione diCapuavenivano a Sant'Elmodonde altri quattrocento uominipartivano alternativamente per Capua.

Questaforza sarebbe stata superflua presso di noise da principio ci fossestato permesso di organizzar la forza nazionale. Poiché il farquesto ci era stato toltola forza rimasta era insufficiente.

Irovesci d'Italia mostravano giá lo stato di languorein cuila rilassatezza del governo direttoriale avea gittata la Francia. LaFrancia diminuiva di forze in proporzione che cresceva di volume; lenuove repubbliche organizzate in Italiache avrebbero dovuto esserele sue alleatefurono le sue province; invece di esserne amatiifrancesi ne furono odiatiperché essiinvece di amarleletemettero.

Iromanidi cui i francesi volevano esser imitatoriritraevano forzadagli alleati. Gli spagnuoli tennero una condotta diversaedavvilirono quelle nazioni che doveano esser loro amiche. Ma ciòche potea ben riuscire per qualche tempo agli spagnuoliper lo statoin cui allora si ritrovava l'Europanon poteva riuscire alDirettorioche avea da per tutto governi regolari e potenti ai loroconfini.

Quandoin séguito di una conquistasi vuole organizzare unarepubblical'operazione è sempre piú difficile chequando conquista un re. Un re deve avvezzare i popoli ad ubbidireperché egli non deve far altro che schiavi; un conquistatoreche far voglia dei cittadinideve avvezzarli ad ubbidire e acomandare. Ma non si avvezzano i popoli a comandare senza dar lorol'indipendenzala quale richiede un sacrifizioper lo piúdolorosodi autoritá per parte di colui che conquista. Equindi è che quasi sempre vana riesce la libertá che siriceve in dono dagli altri popoliperchénon essendovi chisappia comandarenon vi sará nemmeno chi sappia ubbidireedinvece di saggi ordini di governonon si hanno che le volontámomentanee di coloro che comandano la forza straniera; volontáche sono tanto piú ruinose quanto il comando è piúvacillante e poco o nulla vale a prolungarlo il merito della buonacondotta. La libertá invidia e la legge toglie gl'impieghianche agli ottimi.

Questicangiamenti ne produssero degli altri ugualmente rapidi nel governodelle nuove repubbliche. Quasi ogni mese si cangiavano i governantinella repubblica romana. Come sperare quella stabilitá diprincípiquella costanza di operazioniche solo puòrendere le repubbliche ferme e vigorose?

Taloraoltre dei governantisi violentava anche la costituzione; e quellostesso Direttorioche avea violata la costituzione franceserovesciò anche la cisalpina. Si trovarono delle anime eroicheche seppero resistere agl'intrighi ed alla forzae preferirono lalibertá del loro giuramento al favore del conquistatore. InNapoliquando si temeva che le idee del Direttorio potessero nonesser quelle dell'indipendenza e felicitá della nazionetutt'i governanti giurarono di deporre la carica. Non vi fu uno cheesitò un momento. Ma possiamo noi contare sopra un popolo dieroi? Il maggior numero è sempre debole; ed il popolo interocome può amar una costituzione che non si abbia scelta da sestesso e che non possa conservare né distruggere se non pervolere altrui?

Siaggiunga a ciò che il principio fondamentale dellerepubblicheche è il rispetto e l'amore pe' suoi cittadinimentre rende un governo repubblicano attentissimo ad ogni ingiustiziache si commetta tra' suoilo rende negligente sulla sorte degliesteri: un proconsolo era giudicato in Roma da coloro che erano suoieguali e che temevano piú di lui che delle province desolate.Le repubbliche italiane segnavano l'etá con sempre nuovolanguore invece di rassettarsi cogli anniquanto piú vivevanopiú si accostavano alla morte; e le altre repubbliched'Italiadopo quattro anni di libertási trovarono tantodeboli quanto la nostra lo era al principio della sua politicarivoluzione.

Sei francesi avessero permesso alla repubblica cisalpina di organizzareuna forza regolarese lo avessero permesso alla repubblica romanaavrebbero potuto piú lungo tempo contrastare in Italia controle forze austro-russe: se non impedivano l'organizzazione delle forzenapolitanequeste avrebbero assicurata la vittoria al partitorepubblicano. Ma il voler difendere la repubblica cisalpinalaromanala napolitana colle sole proprie forze; il voler temereegualmente il nemico e gli amiciera la massima di un governo chevuol crescer il numero dei soggetti senza aumentar la forza.

Siparla tanto del tradimento di Scherer: Scherer tradí ilgovernoma la condotta di quel governo avea di giá traditauna gran nazione.

Larivoluzione di Napoli potea solo assicurar l'indipendenza d'Italiael'indipendenza d'Italia potea solo assicurar la Francia. L'equilibriotanto vantato di Europa non può esser affidato se nonall'indipendenza italiana; a quell'indipendenzache tutte lepotenzequando seguissero piú il loro vero interesse che illoro capricciodovrebbero tutte procurare. Chiunque sa riflettereconverrá meco chenella gran lotta politica che oggi agital'Europaquello dei due partiti rimarrá vincitore che piúsinceramente favorirá l'indipendenza italiana.

Ildestino avea finalmente fatto pervenire i momenti; ma il governo cheallora avea la Francia non fu buono per eseguire gli ordini deldestinoed i prodirettoriali governi d'Italia non sepperocomprenderne le intenzioni.

Duranecessitá ci costrinse a trascurare tutti gli esterni rapportiche avrebbero potuto salvar la nostra esistenza politica. Noiignoravamo ciò che si faceva nel rimanente dell'Europael'Europa non sapeva la nostra rivoluzione se non per bocca dei nostrinemici. Dalla stessa Cisalpinadalla stessa armata francese nonavevamo che gazzette o rapporti piú frivoli di una gazzetta epiú mendaci. I generali francesi ci scrivean sempre vittorieperché questo loro imponeva la ragion della guerra: ma ilnostro interesse era di saper anche le disfatte; e l'ignoranza in cuirimase il governo e le false lusinghe che gli furon date di prossimosoccorso accelerarono la perditase non della repubblicaalmeno deirepubblicani. Napoli avrebbe potuto salvar l'Italia; ma l'Italiacaddeed involse anche Napoli nella sua ruina.



XLIV.RICHIAMO DI ETTORE CARAFA DALLA PUGLIA


Ifrancesi dovettero aprirsi la ritirata colle armi alla manoedall'isola di Sora e nelle gole di Castelforte perdettero non pocagente. Appena essi partirononuove insorgenze scoppiarono in moltiluoghi.

Roccaromanasuscitò l'insorgenza nelle sue terre alle mura di Capua. Eglidivenne l'istrumento piú grande della nobiltáa cuiappartenevae del popolotra cui avea un nome. Il governo lo aveadisgustatolo avea degradato forsi per sospetti troppo anticipati;ma non seppe osservarloritrovarlo reo e perderlo: offendendononseppe metterlo nella impossibilitá di far male. Luigi de Gamsorganizzò nello stesso tempo una insorgenza in Caserta. Questeinsorgenzeunite a quelle di Castelforte e di Teanoruppero ognicomunicazione tra Capua e Gaeta e tra il governo napolitano ed ilresto dell'Italia.

Laritirata dei francesi dalla provincia di Bari fece insorgere di nuovoquella provincia di Lecce. In Puglia eravi ancora Ettore Carafa collasua legioneedoltre la legioneavea un nome e molti seguaci; masia imprudenzasiacome taluni voglionogelosia del governoCarafa fu richiamato da una provincia dove poteva esser utile edinviato a guernire la fortezza di Pescara. La ritirata di Carafa fuun vero male per quelle province e per la repubblica intera. A questomale si sarebbe in parte riparatose riusciva a Federici dipenetrare in Puglia ed a Belpulsi nel contado di Molise; ma lespedizioni di questi dueritardate soverchionon furono intrapresese non dopo la partenza delle truppe francesiquando cioè eraimpossibile eseguirle.

Cosísopra tutta la superficie del territorio napolitano rimanevano appenadei punti democratici. Ma questi punti contenevano degli eroi. Nelfondo della Campania era Venafroche sola avea resistito per lungotempo a Mammonecomandante dell'insorgenza di Sora: con poco piúdi forzaavrebbe potuto prendere la parte offensiva. I paesi dellaLucania fecero prodigi di valoreopponendosi all'unione di Ruffo conSciarpa; ese il fato non faceva perire i virtuosi e bravi fratelliVaccarose il governo avesse inviati loro non piú che centouomini di truppa di lineaqualche uffiziale e le munizioni da guerrache loro mancavanoforse la causa della libertá non sarebbeperita. Gli stessi esempi di valore davano le popolazionirepubblicane del Cilentole quali per lungo tempo impedirono chel'insorgenza delle Calabrie non si riunisse a quella di Salerno.Foggia finalmente era una cittá piena di democratici: essaavea una guardia nazionale di duemila persone; era una cittácheper lo stato politico ed economico della provinciapotea trarsidietro la provincia intera; e da Foggia una linea quasi noninterrotta prendeva pel settentrione verso gli Apruzzidove sicontavano SerracapriolaCasacalendaAgnoneLanciano... Dall'altraparteper Cirignola e MelfiFoggia comunicava colle tantepopolazioni democratiche della provincia di Bari e della Lucania. Noivorremmo poter nominare tutte le popolazioni e tutti gl'individui; mané tutto distintamente sappiamoné tutto senzaimprudenza apertamente si può dire: un tempo forse si sapráe si potrá loro rendere giustizia.

Mache fare? A tutte queste forze mancava la mentemancava la riunionetra tutti questi puntimancava un piano comune per le lorooperazioni. Non si crederáma intanto è vero: unadelle cagioniche piú hanno contribuito a rovesciar la nostrarepubblicaè stata quella di non aver avute nelle provincedelle persone che riunissero e dirigessero tutte le operazioni:gl'insorgenti aveano tutti questi vantaggi.



XLV.CARDINAL RUFFO


Ruffointanto trionfava in Calabria. Dalla Siciliaove era fuggitoseguendo la corteera ritornato quasiché solo nella Calabria;ma le terre nelle quali si era fermato erano appunto le terre di suafamiglia. Quivi il suo nome gli diede qualche seguace: a questi siaggiunsero tutti quelli che si trovavan condannati nelle isole dellaSiciliaai quali fu promesso il perdono; tutt'i scellerati banditifuorusciti delle Calabrieai quali fu promessa l'impunitá. ARuffo si unirono il preside della provinciaWinspearee l'uditoreFiore. L'impunitála rapinail saccheggiole promessefaciliil fanatismo superstizioso; tutto concorse ad accrescergliseguaci. Incominciò con picciole operazionipiú pertentare gli animi e le cose che per invadere. Mavinte una volta leforze repubblicane perché divise e mal direttesuperataMonteleoneattaccò e prese Catanzarocapitale della Calabriaulterioreepassando quindi alla citerioreattaccò e preseCosenzasede di antico ed ardente repubblicanismo. Cosenza caddevittima degli errori del governoperché disgustò ilbasso popolo coll'ordine di doversi pagare anche gli arretrati delleimposizioni dovute al reperché vi costituí comandantedella guardia nazionale il tenente De Chiaraprofondo scellerato edattaccato all'antico governo. Quando Ruffo era giá vicino aCosenzaDe Chiara era alla testa di sette in ottomila patriotirisoluti di vincere o di morire. Ruffo aveva appena diecimila uomini.Quando queste truppe furono a vistaDe Chiara ordinò laritirata; intanto ad un segno concertato scoppiò lasollevazione dentro Cosenza: cosicché i repubblicani sitrovarono tra due fuochi; maciò non ostanteriguadagnano lacittá e si difendono tre giorni. Labonia e Vanni corrono aradunar gente nelle loro patrie. Maquando il soccorso giunseCosenza era giá caduta. Essi si ridussero a dover fare prodigidi valore nella difesa di Rossano. Ma Rossanorimasta solacaddeanch'essa: cadde Paolauna delle piú belle cittá diCalabriaincendiata dal barbaro vincitoreindispettito da un valoreche avrebbe dovuto ammirare. La fama del successo ed il terrore cheispirava lo resero padrone di tutte le Calabrie fino a Materadoveincontrò il còrso De Cesaredi cui parlammo nelparagrafo decimosesto.

Ildisegno di Ruffo era di penetrar nella Puglia. Altamura formava unostacolo a questo disegno. Ruffo l'assedia; Altamura si difende. Perritrovare esempi di difesa piú ostinatabisogna ricorrere aitempi della storia antica. Ma Altamura non avea munizioni bastanti: adifendersi impiegarono i suoi abitanti i ferri delle loro caselepietrefinanche la moneta convertirono in uso di mitraglia; mafinalmente dovettero cedere. Ruffo prese Altamura di assaltogiacchégli abitanti ricusarono sempre di capitolare; edove prima nellealtre sue vittorie avea usato apparente moderazionein Altamurasicuro giá da tutte le partistanco di guadagnar gli animiche potea ormai vincerevolle dare un esempio di terrore. Il saccodi Altamura era stato promesso ai suoi soldati: la cittá fuabbandonata al loro furore; non fu perdonato né al sesso néall'etá. Accresceva il furore dei soldati la nobileostinazione degli abitantii qualiin faccia ad un nemicovincitorecol coltello alla golagridavano tuttavia: - Viva larepubblica! - Altamura non fu che un mucchio di ceneri e di cadaveriintrisi di sangue.

Dopola caduta di AltamuraSciarpa soggiogò i bravi abitanti diAviglianoPotenzaMuroPicernoSantofeleTitoecc. ecc.iquali si erano uniti per la difesa comune. La stessa mancanza diprovvisioni di guerrache avea fatta perdere Altamurali costrinsea cedere a Sciarpa; maanche cedendo al vincitoreconservaronotanto di quell'ascendente che il valore dá sul numerochefecero una capitolazione onorevolecolla qualericonoscendo dinuovo il rele loro persone e le cose rimaner dovessero salve. Benpoche nazioni possono gloriarsi di simili esempi di valore.

IntantoMicheroux fece nell'Adriatico uno sbarco di russiche occuparonoFoggia. L'occupazionesia casosia arteavvenne ne' giorni in cuila fiera richiamava colá gli abitanti di tutte le altreprovince del Regno; e cosí la nuova dell'invasionesparsasollecitamenteportò negli altri luoghi il terrore ancheprima delle armi.

Chinon sarebbesi rivoltato allora contro il governo repubblicanodopo ifunesti esempi di coloro che eran rimasti vittima del suo partitovedendo dappertutto il nemico vincitore e niuna difesa rimaner asperarsi dagli amici? Si era giá nel caso che i repubblicaniridotti a picciolissimo numerosembravano essi esser gl'insorgenti.Eppure l'amore per la repubblica era cosí grandeche facevaancora amare il governoe tutt'i repubblicani morirono con lui.

Unpoco di truppa francese e patriotica che era in Campobasso fucostretta ad abbandonarla. Si perdette anche il contado di Molise.Non si era pensato a guadagnar le posizioni di MonteforteBeneventoCerreto ed Iserniaonde impedire le comunicazioni di questeinsorgenze tra loro. Ribollí l'insorgenza di Nolacomunicandocon quella di Puglia; e Napoli fu quasi che assediata.



XLVI.MINISTRO DELLA GUERRA


Siera esposto mille volte al ministro della guerra tutto il pericoloche si correva per le insorgenze troppo trascurate; ma egli credevaed avea fatto credere al governo non esser ciò altro che vocidi allarmisti. Si giunse a promulgare una legge severissima contro imedesimi; ma la legge dovea farsi perché gli allarmisti noningannassero il popoloe non giá perché il governofosse ingannato dagli adulatori.

Ilgoverno era su questo oggetto molto mal servito da' suoi agenti tantointerni che esternipoiché per lo piú eransi affidatigli affari a coloro i quali altro non aveano che l'entusiasmo; edessi piú del pericolo temevano la fatica di doverlo prevedere.

Ipopoli non erano creduti. Si chiesero de' soccorsi al governo perfrenare l'insorgenza scoppiata nel Cilento. Si proponeva al ministroche s'inviassero i francesi. - I francesi - si rispondeva - non sonobuoni a frenare l'insorgenza; - e si diceva il vero. - Vi anderannodunque i patrioti? - I patrioti faranno peggio. - Ma intanto ilpessimo di tutt'i partiti fu quello di non prenderne alcuno; ed ilpiú funesto degli errori fu quello di credere che il tempoavesse potuto giovare a distruggere l'insorgenza.

Ilministro della guerra diceva sempre al governo che egli si occupava aformare un pianoche avrebbe riparato a tutto. Prima parte peròdi ogni piano avrebbe dovuto esser quella di far presto.

Sidisse al ministro che avesse occupata Arianoe non curò difarlo; se gli disse che avesse occupata Montefortee non curòdi farlo. Manthoné credeva che il nemico non fosse da temersi.Fino agli ultimi momenti ei lusingò se stesso ed il governo:credeva che i russii quali erano sbarcati in Puglianon fosseroveramente russima galeoti che il re di Napoli avea speditiabbigliati alla russa. Gl'insorgenti erano giá alla Torrelostesso Ruffo co' suoi calabresi era in NolaMicheroux co' russi eraal CardinaleAversa era insorta ed aveva rotta ogni comunicazionetra Napoli e Capua; ed il ministro della guerraa cui tutto ciòsi riferivarispondeva non esser altro che pochi brigantii qualinon avrebbero ardito di attaccar la capitale. Quale stranezza! Unacentrale immensaaperta da tutt'i latiil di cui popolo vi ènemicoa cui dopo un giorno si toglie l'acqua e dopo due giorni ilpane!...



XLVII.DISFATTA DI MARIGLIANO


Machi potea smuovere il ministro della guerra dall'idea di difendere larepubblica nella centrale? Egli volle anche difenderla in un modotutto suo. Non impiegò se non picciolissime forzele qualise prima sarebbero state bastanti ad impedire che l'insorgenzanascessenon erano poi sufficienti a combatterla.

Egliavea fatto credere al governo ed alla nazione che potea disporre diottomila uomini di truppe di linea; ma questa colonnacolla quale siavrebbe potuto formare un campo per difendere Napolinon si vide maiintera. Molti credettero che si avrebbe potuto riunire gran numero dipatriotise si dichiarasse la patria in pericolo; masia timoresia soverchia confidenzaquesto linguaggio franco non si volle maiadottare dal governoe solo si ridusse ad ordinare che ad un tirodesignato di cannone tutti della milizia nazionale dovessero condursiai loro postie gli altri del popolo ritirarsi nelle loro casenéuscirnesotto pena della vitaprima del nuovo segno. Misura piúallarmante di qualunque dichiarazione di pericolopoichénondichiarandololasciava libero il capo alla fantasia alteratad'immaginarlo piú grande di quello che era; misura che nondovea usarsi se non negli estremi casi e cheessendosi usataimprudentemente la prima voltaquando bisogno non vi erafece síche si fosse usata quasi che inutilmentequando poi vi fu bisogno.

Intantole infinitesimali colonne spedite da Manthoné furono ad una aduna distrutte. Quella comandata da Spanò fu battuta aMonteforte; l'altracomandata da Belpulsiche dovea esser per lomeno di mille e duecento uominivanguardia di un corpo piúnumerosoe che poi si trovò essere in tutto diduecentocinquantafu costretta a retrocedere da Mariglianoove nonpotea piú reggere in faccia a tutta la forza di Ruffo. La solacolonna di Schipani resse nella Torre dell'Annunziataperchéera composta di numero maggioreperché non poteva essercircondata se prima non si guadagnava Marigliano e perchéfinalmente era sotto la protezione delle barche cannonierele qualiallontanavano l'inimico dalla strada che va lungo il mare. La nostramarina continuò a ben meritare della patria efinchévi rimase il minimo legnotenne sempre lontani gl'inglesi. E chi maidemeritò della patriaall'infuori di coloro che alla patrianon appartenevano?

Mafinalmente Ruffopadrone di Nola e di Mariglianosi avanzòda quella via verso Porticitagliando cosí la ritirata allacolonna di Schipani e togliendole ogni comunicazione con Napoli. TraPortici e Napoli vi era il picciol forte di Viglienadifeso da pochipatrioti; ead onta delle forze infinitamente superiori di Ruffosostennero oltre ogni credere il forte: quando furono ridotti allanecessitá di cederlorisolverono di farlo saltar per aria.L'autore di questa ardita risoluzione fu Martelli.

Nonminor valore dimostrò la colonna di Schipani: si apríper sei miglia la strada in mezzo ai nemiciprese de' cannonigiunse a Portici. Le nuove che si aveano di Napolila quale sicredeva giá presaindussero alcuni vili a gridar «vivail re» e costrinsero gli altri a rendersi prigionieri diguerra.



XLVIII.CAPITOLAZIONE


MaNapoli non era presa ancora. I nostri si eran battuti con sorteinfelice nel dí 13 giugno al ponte della Maddalenae furonocostretti a ritirarsi nei castelli. Il governo si era giáritirato nel Castello nuovo. Il solo castello del Carmineil qualealtro non è che una batteria di mare e che per la via di terranon si può difendereera caduto nelle mani degl'insorgenti.

Equale castello di Napoliall'infuori di Sant'Elmo si puòdifendere? Il partito migliore sarebbe stato quello di abbandonar lacittáefatta una colonna di patriotiche allora forse perla necessitá sarebbe divenuta numerosissimaguadagnar Capuaper la via di Aversa o di Pozzuoli. Questo era stato il progetto diGirardonche comandava in Capua le poche forze francesi rimaste nelterritorio della repubblica napolitana. Se questo progetto fossestato eseguitoNapoli non sarebbe divenutacome addivenneteatrodi stragid'incendidi scelleraggini e di crudeltá; ed oranon piangeremmo la perdita di tanti cittadini.

Durantel'assedio dei castelli il popolo napolitanounito agl'insorgenticommise delle barbarie che fan fremere: incrudelí financocontro le donnealzò nelle pubbliche piazze dei roghiove sicuocevano le membra degl'infeliciparte gittati vivi e partemoribondi. Tutte queste scelleraggini furono eseguite sotto gli occhidi Ruffo ed alla presenza degl'inglesi.

Idue castelli Nuovo e dell'Uovodifesi dai patriotifecero intantoper qualche giorno la piú vigorosa resistenza. Se i patriotiavessero avuto un poco piú di forzaavrebbero potutoriguadagnar Napoli: ma essi non erano che appena cinquecento uominiatti alle armi; e Mégeantche comandava in Sant'Elmononpermise piú ai suoi francesi di unirsi ai nostri.

Sisono tanto ammirati i trecento delle Termopiliperché sepperomorire; i nostri fecero anche dippiú: seppero capitolarecoll'inimico e salvarsi; seppero almeno una volta far riconoscere larepubblica napolitana.

Lacapitolazione fu sottoscritta nella fine di giugno. Si promisel'amnistia; si diede a ciascuno la libertá di partire o direstarecome piú gli piaceva; e tanto a coloro che partisseroquanto a coloro che restassero si promise la sicurezza delle personee degli averi. La capitolazione fu sottoscritta da Ruffovicariogenerale del re di Napoli; da Micherouxgenerale delle sue armi;dall'ammiraglio russo; dal comandante delle forze turche; da Foodcomandante i legni inglesi che si trovarono all'azione; e da Mégeantil qualein nome della repubblica franceseentrò garantedella napolitana. Furon dati per parte di Ruffo degli ostaggi per lasicurezza dell'esecuzione del trattatoe questi furon consegnati aMégeant.

Pereseguire il trattato fu stabilito un armistizioma nell'armistiziosi preparò il tradimento. Appena che la regina seppel'occupazione di Napoliinviò da Palermo milady Hamilton araggiungere Nelson. - Voglio prima perdere - avea detto la regina adHamilton - tutti e due i regni che avvilirmi a capitolar coi ribelli.- Che Hamilton si prestasse a servir la reginaera cosa noninsolita; essa finalmente non disponeva che dell'onor suo: ma cheNelsonil quale avea trovata la capitolazione giásottoscrittaprostituisse ad Hamilton l'onor suol'onor delle suearmil'onor della sua nazione; questo è ciò che ilmondo non aspettavae che il governo e la nazione inglese non doveasoffrire.

Nelsoncol resto della sua flotta giunse nella rada di Napoli durantel'armistizioe dichiarò che un trattato fatto senza di luiche era ammiraglio in caponon dovea esser valido; quasi chel'onorato e valoroso Foodche era persona legittima a ricevere icastellinon lo fosse poi ad osservare le condizioni della resa;quasi che una capitolazione potesse esser legittima per una parte edillegittima per l'altraenon volendo mantener le promesse fattealla repubblica napolitananon fosse necessario restituire ai suoiagenti tutto ciò che per tali promesse aveano giáconsegnato. Acton diceva e faceva dire al reche era a bordo deivascelli inglesicircondato però dalle creature di Carolina:che «un re non capitola mai coi suoi ribelli». Egliinfatti era padrone di non capitolare; ma si poteva domandare se maiquando un re abbia capitolatodebba o no mantenere la sua parola!

Intantoi patrioti per Napoli erano arrestati; la partenza di quei che eransiimbarcati si differiva; Mégeant che avea gli ostaggi nelle suemaniMégeant che avea ancora forza per resistereche potevae doveva essere il garante della capitolazioneMégeantdormiva. Nel tempo dell'armistizio permise che i nemici erigessero lebatterie sotto il suo forte. Fu attaccatofu battutonon fece unasortitaappena sparò un cannonefu vintosi rese.

Segnòuna capitolazione vergognosissima al nome francese. Quando dovearimaner solo per ricoprirsi di obbrobrioperché non capitolòinsieme cogli altri forti? Restituí gli ostaggiad onta chevedesse i patrioti non ancora partiti e ad onta che resistesse ancoraCapuaove gli ostaggi si poteano conservare. Promise di consegnare ipatrioti che erano in Sant'Elmoe li consegnò. Fu vistoscorrere tra le file dei suoi soldatie riconoscere ed indicarequalche infelice che si era nascosto alle ricerchetravestito traquei bravi francesicoi quali avea sparso il suo sangue. NeancheMateraantico ufficiale francesefu risparmiatoad onta dell'onornazionale che dovea salvarlo e del diritto di tutte le genti. Fuimbarcato colla sua truppapartí solo colla sua truppae nondomandò neanche dei napolitani.

Evi è taluno il quale ardisce di mettere in dubbio che Mégeantsia un traditore? E quest'uomo intanto ancora «disonoraportandolol'uniforme francese»che è l'uniforme dellagloria e dell'onore?. Bravi ed onorati militari destinati agiudicarloavvertite: il giudizioche voi pronuncerete sopra diluisará il giudizio che cinque milioni di uominipronunzieranno sopra di voi!



XLIX.PERSECUZIONE DE' REPUBBLICANI


Dopola partenza di Mégeantsi spiegò tutto l'orrore deldestino che minacciava i repubblicani.

Fueretta una delle solite Giunte di Stato nella capitale; ma giáda due mesi un certo Spezialespedito espressamente da Siciliaaveaaperto un macello di carne umana in Procidaove condannò amorte un sartore perché avea cuciti gli abiti repubblicani aimunícipied anche un notaroil quale in tutto il tempo delladurata della repubblica non avea mai fatto nulla e si era rimastonella perfetta indifferenza. - Egli è un furbo - dicevaSpeziale: - è bene che muoia. - Per suo ordine morirono SpanòSchipaniBattistessa. Quest'ultimo non era morto sulla forca; dopoesservi stato sospeso per ventiquattro oreallorché si portòin chiesa per seppellirlofu osservato che dava ancora qualchelanguido segno di vita. Si domandò a Speziale che mai si doveafare di lui: - Scannatelo - egli rispose.

Mala Giunta che si era eretta in Napoli si trovò per accidentecomposta di uomini dabbeneche amavano la giustizia ed odiavano ilsangue. Ardirono dire al re esser giusto e ragionevole che lacapitolazione si osservasse: giustoperchése prima dellacapitolazione si poteva non capitolaredopo aver capitolato nonrimaneva altro che eseguire; ragionevoleperché non èmai utile che i popoli si avvezzino a diffidare della parola di unree perché si deturpa cosí la causa di ogni altrosovrano e si toglie ogni mezzo di calmare le rivoluzioni.

Allorafu che Acton disse chese non avea luogo la capitolazionepotevaaverlo la clemenza del re. Ma qual clemenzaqual generositásperare da chi non osservava un trattato? La prima caratteristicadegli uomini vili è quella di mostrarsi superiori al giusto edi voler dare per capriccio ciò che debbono per legge: cosísotto l'apparenza del capriccio nascondono la viltáepromettono piú di quel che debbono per non osservare quelloche hanno promesso. Rendasi giustizia a Paolo primo. Egli conobbequando importasse che i popoli prestassero fede alle parole deisovranied il di lui gabinetto fu sempre per la capitolazione. Ilmaggior numero degli officiali della flotta inglese compresero quantainfamia si sarebbe rovesciata sulla loro nazionegiacché illoro ammiraglio era il verol'unico autore di tanta violazione deldiritto delle genti; e si misero in aperta sedizione.

LaGiunta intanto rammentava al governo le leggi della giustizia; edinvitata a formare una classificazione di trentamila personearrestate (poiché non meno di tante ve ne erano in tutte lecarceri del Regno)disse che doveano esser posti in libertácome innocentitutti coloro i quali non fossero accusati di altroche di un fatto avvenuto dopo l'arrivo dei francesi. La rivoluzionein Napoli non potea chiamarsi «ribellione»irepubblicani non eran ribellied il re non potea imputare a delittoazioni commesse dopo che egli non era piú re di Napolidopoche per un diritto tanto legittimo quanto quello della conquistacioè quanto lo stesso diritto di suo padre e suoaveano ifrancesi occupato il di lui regno. Che se i repubblicani aveanprofessate massime le quali parevan distruttrici della monarchiaciòneanche era da imputarsi loro a delittoperché eran lemassime del vincitorea cui era dovere ubbidire. Essi aveanprofessata democraziaperché democrazia professavano ivincitori: se i vincitori si fossero governati con ordini monarchicii vinti avrebbero seguite idee diverse. L'opinione dunque non doveacalcolarsiperché non solamente non era volontariama eranecessaria e giustaperché era giusto ubbidire al vincitore.Il voler stabilire la massima contrariail pretendere che un popolodopo la legittima conquista ritenghi ancora le antiche affezioni e leantiche ideeè lo stesso che voler fomentarel'insubordinazionee coll'insubordinazione voler eternare la guerracivilela mutua diffidenza tra i governi ed i popolila distruzionedi ogni morale pubblica e privatala distruzione di tutta l'Europa.Al ministero di Napoli ciò dispiacevaperché nellaguerra era rimasto perdente; mase fosse stato vincitorese invecedi perderlo avesse conquistato un regnogli sarebbe piaciuto che inuovi suoi sudditi avessero conservato troppo tenacemente e fino allacaparbietá l'affezione alle antiche massime ed agli ordiniantichi? Non avrebbe punito come ribelle chiunque avesse troppomanifestamente desiderato l'antico sovrano? La vera morale deiprincipi deve tendere a render facile la vittoriae non giáfemminilmente dispettosa la disfatta.

Iprincípi della Giunta eran quelli della ragionee non giádella corte. In questa i partiti eran divisi. Dicesi che la reginanon volesse la capitolazionema chefatta una voltane volessel'osservanza: difatti era inutile coprirsi di obbrobrio per perderedue o trecento infelici. Ruffoautor della capitolazionevoleva lostessoe divenne perciò inviso ed alla reginache nonavrebbe voluta la capitolazioneed agli altriai quali nondispiaceva che si fosse fattama non volevano che si osservasse. Leistruzioniche furon date alla Giuntada persone degne di fede siassicura che furono scritte da Castelcicala. In esse stabilivasicome massima fondamentaleesser rei di morte tutti coloro i qualiavean seguíta la repubblica: bastava che taluno avesse portatala coccarda nazionale. Per avere una causa di vendettaammetteva cheil re era partito; maper averne una ragioneasseriva chead ontadella partenzaera rimasto sempre presente in Napoli. Il Regno sidichiarava un regno di conquistaquando si trattava di distruggeretutt'i privilegi della Cittá e del Regnoi quali si chiamanoquasi in tutta l'Europa «privilegi»mentre dovrebberoesser dirittiperché fondati sulle promesse dei re; maquando si trattava di dover punire i repubblicaniil Regno non eramai stato perduto. Tale fu la logica di Caligolaquando condannava amorte egualmente e chi piangeva e chi gioiva per la morte diDrusilla.

Nelsonunico autore dell'infrazione del trattatoquell'istesso Nelson cheavea condotto il re in Sicilialo ricondusse in Napolima sempresuo prigioniero; né maipartendo o ritornandoebbe mai laminima cura dell'onor di lui: giacchépartendolo tenne inmostra al popolo quasi uom che disprezzasse ogni segno di affezioneche questo gli dava; tornandoquasi insultasse ai mali che soffriva.Egli vide dal suo legno i massacri e i saccheggi della capitale. Pocodi poi con suo rescritto avvisò i magistrati che egli aveaperdonato ai lazzaroni il saccheggio del proprio palazzoe speravache gli altri suoi sudditidietro il di lui esempioperdonasseroegualmente i danni che avean sofferti! Tutti gl'infelici che ilpopolo arrestava eran condotti e presentati a luitutti pestiintrisi di polvere e di sanguespirando quasi l'ultimo respiro. Nons'intese mai da lui una sola parola di pietá. Era quello iltempoil luogo ed il modo in cui un re dovea mostrarsi al popolosuo? Egli era in mezzo ai legni pieni d'infelici arrestatichemorivano sotto i suoi occhi per la strettezza del sitoper lamancanza di cibi e dell'acquaper gl'insettisotto la piúardente canicolanell'ardente clima di Napoli. Egli aveadegl'infelici ai ferri finanche nel suo legno.

Contali princípila corte dovea stancarsie si stancòben prestodelle noiose cure che la Giunta si prendeva per la salutedell'umanitá. Gli uomini dabbeneche la componevanofuronoallontanati: non rimase altro che Fioreil quale da piccioliprincípi era pervenuto alla carica di uditore provinciale inCatanzarodondefuggiasco pel taglione in tempo della repubblicaera ritornato in Napolicome Mario in Romaspirando stragi evendette. Ritornò Guidobaldiseco menandocome in trionfola coorte delle spie e dei delatoriche erano fuggiti con lui. Aquesti due furono aggiunti Antonio La Rossa e tre siciliani: DamianiSambuti edil piú scellerato di tuttiSpeziale.

Laprima operazione di Guidobaldi fu quella di transigersi con uncarnefice. Al numero immenso di coloro che egli volea impiccatigliparve che fosse esorbitante la mercede di sei ducati per ciascunaoperazioneche per antico stabilimento il carnefice esigeva dalfisco; credette poter procurare un gran risparmiosostituendo aquella mercede una pensione mensuale. Egli credeva che almeno perdieci o dodici mesi dovesse il carnefice esser ogni giorno occupato.

Lastoria ci offre mille esempi di regni perduti e poscia colle armiricuperati: in nessuno però si ritrovano eguali esempi di talestolta ferocia. Silla fece morire centomila romani non per altro cheper la sua volontá: Augusto depose la sua ferocia colle armi.

Unaltro re di NapoliFerdinando primo di Aragonacapitolòegualmente coi suoi sudditie poscia sotto specie di amicizia lifece tutti assassinare. Mamentre commetteva il piú orribiletradimento di cui ci parli la storiamostrò almeno dirispettare l'apparenza della santitá dei trattati. Mostraronoalmeno gli alleatiche li avean garantitidi reclamarnel'esecuzione. Il nostro storico Camillo Porzio attribuisce a questascelleraggine le calamitáche poco dopo oppressero efinalmente distrussero la famiglia aragonese in Napoli.

Lavera gloria di un vincitore è quella di esser clemente: ilvoler distruggere i suoi nemici per la sola ragione di esser piúforte è facilee nulla ha con sé che il piúvile degli uomini non possa imitare. Una vendetta rapida e forte èsimile ad un fulmine che sbalordisce; ma porta seco qualche caratteredi nobiltá. Il deliziarsi nel sangueil gustare a sorsi tuttoil calice della vendettail prolungarla al di lá del pericoloe dell'ira del momentoche sola può renderlase nonlodevolealmeno scusabileil vincer la ferocia del popolo e lostesso terrore dei vintie far tutto ciò prostituendo leformole piú sacre della giustizia; ecco ciò che non èné utile né giusto né nobile. La storia ha datoun luogo distinto tra i tiranni ai geni cupi e lentamente crudeli diTiberio e di Filippo secondoai fatti dei quali la posteritáaggiungerá gli orrori commessi in Napoli.

Siconobbe finalmente la legge di maestáche dovea esser dinorma alla Giunta nei suoi giudizi; legge terribileemanata dopo ilfatto e da cui neanche gl'innocenti si potevan salvare. Eccone liprincipali articoliquali si sono potuti raccogliere dalle voci piúconcordi tra loro e piú consone alle sentenze pronunziatedalla Giuntapoiché è da sapersi che questa leggecolla quale si sono giudicati quasi trentamila individuinon èstata pubblicata giammai.

«Sonodichiarati rei di lesa maestá in primo capo (e perciòdegni di morte) tutti coloro che hanno occupato i primari impieghidella sedicente repubblica». Per «primari impieghi»s'intendevano le cariche della rappresentanza nazionaledeldirettorio esecutivodei generalidell'alta commissione militaredel tribunale rivoluzionario. Egualmente erano rei «tutticoloro che fossero cospiratori prima della venuta dei francesi».Sotto questo nome andavano compresi tutti coloro che aveano occupatoSant'Elmo e tutti coloro che erano andati ad incontrare i francesi inCapua ed in Caserta; ad onta che la cessione di Capua fosse statafatta da autoritá legittima; ad onta che tra i privilegi dellacittá di Napoliriconosciuti dal revi fosse quello chegiunto il nemico a Capuala cittá di Napoli potessesenzataccia di ribellioneprendere quegli espedienti che volesseedinvitare anche il nemico; ad onta cheessendo legittima la cessionedi Capua e di tutte le province del Regno a settentrione della lineadi demarcazioneun numero infinito di personeche dimoravano nellacapitalema che intanto aveano la cittadinanza in quelle provincefossero divenuti legittimamente cittadini francesi; ad ontafinalmente chedopo la resa di Capuain Napoli fosse cessata ogniautoritá legittima: niun reniun vicario regioniungeneralenessuna forza pubblica; tutto era nell'anarchia ed aciascuno nell'anarchia era permesso di salvar come meglio poteva lapropria vita.

Intantoad onta di tutto ciòfuron dichiarati rei «tutti coloroche nelle due anarchie avessero fatto fuoco sul popolo dallefinestre»; cioè tutti coloro i quali non avesserosofferto che la piú scellerata feccia del popolo tra lalicenza dell'anarchia li assassinasse.

«Tutticoloro che avevano continuato a battersi in faccia alle armi del recomandate dal cardinal Ruffoo a vista del reche stava a bordodegl'inglesi». Questo articolo avrebbe portate alla morte perlo meno ventimila personetra le quali eranvi tutti coloro che sitrovavan rifugiati a Sant'Elmoi qualineanche volendopoteano piúsepararsi dai francesi.

«Tutticoloro che avessero assistito all'innalzamento dell'albero nellapiazza dello Spirito santo (perché in quell'occasione siatterrò la statua di Carlo terzo) o alla festa nazionale incui si lacerarono le bandiere reali ed inglesipreseagl'insorgenti».

«Tutticoloro che durante il tempo della repubblica aveanoo predicando oscrivendooffeso il re o l'augusta sua famiglia». La legge delRegno esentava dalla pena di morte chiunque non avea fatto altro cheparlare. La legge diceva: «Se è stato mosso daleggerezzanol curiamo; se da follialo compiangiamo; se daragionegli siam grati; ese da malizialo perdoniamoa meno chedalle parole non ne possa nascere un attentato piú grave».Una legge posteriore a questa condannò a morte tutti coloro iquali avean parlato o scritto in un'epocanella quale forse nessunopoteva render ragione di ciò che avea fatto. Si vide allorache non bastava non aver offese le leggi per esser sicuro.

«Finalmentetutti coloro i quali in modo deciso avessero dimostrata la loroempietá verso la sedicente caduta repubblica».Quest'ultimo comprendeva tutti.

Perquesto articolo infatti fu condannata a morte la sventurataSanfelice. Essa non avea altro delitto che quello di aver rivelato algoverno la congiura di Baccherquando era sul punto di scoppiare.Niuna parte avea avuta né nella rivoluzione né nelgoverno. Questa operazione le fu ispirata dalla piú puravirtú. Non poté reggere all'idea del massacrodell'incendio e della ruina totale di Napoliche i congiurati aveanprogettata. Questa generosa umanitáindipendente da ogniopinione di governo e da ogni spirito di partitole costò lavita; e fu spinta la ferocia al segno di farla entrare tre volte in«cappella»ad onta della consuetudine del Regnolaquale ragionevolmente volea che chi avesse una volta sofferta la«cappella» aver dovesse la grazia della vita. Non hasofferta infatti la pena della morte colui che per ventiquattr'orel'ha veduta inevitabile ed imminente? Eppurerompendosi ogni leggedi pietáogni consuetudine del Regnola sventurataSanfelicedopo un annofu decollata senza delitto!

«Coloroche erano ascritti alla sala patrioticabenché colle loromani istesse avessero segnata la loro sentenza di morte (non sicomprende perché: un'adunanza patriotica è un delittoin una monarchiaperché è rivoluzionaria; in ungoverno democraticoè un'azione indifferente)pure SuaMaestáper la sua innata clemenzali condanna all'esilio invita colla perdita de' benise abbiano prestato il giuramento;quelli che non l'hanno prestatosono condannati a quindici anni diesilio».

«Finalmentecoloroi quali avessero avute cariche subalterne e non avesseroaltri delittisaranno riserbati all'indulto che Sua Maestáconcederá». Questo indulto fu immaginato per dueoggetti: il primo era quello di far languire un anno nelle carcericoloro che non aveano alcun delitto. - Mio figlio è innocente- diceva una sventurata madre a Speziale. - Ebbene - rispondevacostui- se è innocenteavrá l'onore di uscirl'ultimo. - Il secondo oggetto era quello di condannare almenonell'opinione pubblicacon un perdonoanche coloro che per la loroinnocenza doveano essere assoluti.

Nonavea forse ragione la reginaquandose è vero ciò chesi dicesi opponeva a questa prostituzione di giudizi?

Iovorrei che si esaminassero li giudizi della Giunta e di coloro chedirigevan la Giuntanon colle massime della ragione e dellagiustizia naturalenon colle massime della stessa giustizia civilepoiché neanche con queste si troverebbe ragion di condannarcome ribelli coloro i quali non avean fatto altro che ubbidire ad unaforza legittima e superiorealla quale era stato costretto a cederelo stesso re; ma colle massime dell'interesse del re. Io non diròche la giustizia è il primo interesse di un re: ammetto anziche l'interesse del re è la norma della giustizia. Ed ancheallorachi potrebbe assolver molti (io dico «molti»esono ben lontano dal dir «tutti»: sono ben lontano dalcredere tutt'i membri della Giunta simili a Spezialee forse talunonon ha altra colpa che quella di non esser stato abbastanza fortecontro i tempi); chi potrebbedicoassolver molti di aver non soloconculcata la giustiziama anche tradito il re?

QuandoSilla fece scannare seimila sannitidisse al senatoallarmato da'gemiti e dalle grida di quest'infelici: - Ponete mente agli affari:son pochi sediziosetti che si correggono per ordine mio. - Silla erapiú grande e forse anche men crudele.

Secoloro che consigliavano il re gli avessero parlato il linguaggiodella saviezza e gli avessero fatto scrivere un edittoin cui sifosse ai popoli parlato cosí: «Coloro i quali hanseguíto il partito della repubblicaora che questo partito ècadutohan pensato di aver bisogno di una capitolazione per la lorosalvezza. Se essi avessero conosciuto il mio cuoreavrebberocompreso che questa capitolazione era superflua. Questo errore èstato la causa di tutt'i loro traviamenti. Obblio tutto. Possanocessare tutt'i partiti e riunirsi a me per il vero bene della patria!Possa questa generositá far loro comprendere il mio cuore erendermi degno del loro amore! Possano le tante vicende e le tantesventure sofferte renderli piú saggi! Sead onta di tuttociòvi è taluno a cui il nuovo ordine di cose nonpiacciasiagli permesso partire. Mao che parta o che restii suoibenila sua personala sua famiglia saranno intatteed in me nontroverá che un padre»; in quel momento... momento forsidi disinganno... un proclama di questa natura avrebbe riuniti tuttigli animi. La nazione non sarebbe stata distrutta da una guerracivile;... l'amor del popolo avrebbe prodotta la sicurezza del re ela forza del Regno...

Seoggi il regno di Napoli si trova divisodesolatopieno di odiiintestiniquasi sul punto di sciogliersiperché il re nondice ai suoi ministri e suoi consiglieri: - Voi siete stati tantitraditori! voi colpate alla mia rovina! -?

L'esecuzionedi questa legge spaventò finanche gli stessi carnefici dellaGiunta. Essa avrebbe fatto certamente rivoltare il popolo. La stessacrudeltá rese indispensabile la moderazione. Vennero daPalermo le note de' proscritti; ma rimase la leggeaffinchési potesse loro apporre un delitto.

Lesentenze erano fatte prima del giudizio. Chi era destinato alla mortedovea morireancorché il preteso reo fosse minore.

Tuttili mezzi si adoperavano per ritrovare il delitto; nessuno se neammetteva per difendere l'innocenza. Il nome del re dispensò atutte le formole del processoquasi che si potesse dispensare allaformola senza dispensare alla giustizia. Ventiquattro ore di tempo siaccordavano alla difesa: i testimoni non si ammettevanosiallontanavanosi minacciavanosi sbigottivanotalora anche siarrestavano; il tempo intanto scorrevae l'infelice rimaneva senzadifesa. Non confronto tra i testimoninon ripulse di sospettinonricognizione di scritture si ammettevano; non debolezza di sessononimbecillitá di anni potevan salvare dalla morte. Si son veduticondannati a morte giovinetti di sedici anni; giudicatiesiliatifanciulli di dodici. Non solo tutt'i mezzi della difesa erano toltima erano spenti tutt'i sensi di umanitá.

Sela Giuntaper invincibile evidenza d'innocenzaè statatalora quasi costretta ad assolvere suo malgrado un infelicesi èveduto da Palermo rimproverarsi di un tal atto di giustiziaecondannarsi per arbitrio chi era stato o assoluto o condannato a penamolto minore. Dal processo di Muscari nulla si rilevava che potessefarlo condannare; ma troppo zelo avea mostrato Muscari per larepubblicae si voleva morto. La Giuntadicesiebbe ordine disospender la sentenza assolutoria e di non decidere la causa finchénon si fosse ritrovata una causa di morte. A capo di due mesi èfacile indovinare che questa causa si trovò. Pirelliuno deimigliori uomini che avesse la patriauno dei migliori magistrati cheavesse lo Statoanche in tempo del refu dalla Giunta assoluto: itrenta di Atene quasi arrossirono di condannare Focione. Pirelli eraperò segnato tra le vittimee da Palermo fu condannato ad unesilio perpetuo. Michelangiolo Novi era stato condannato all'esilio;la sentenza era stata giá eseguitasi era giáimbarcatoil legno era per far vela: giunge un ordine da Palermoefu condannato al carcere perpetuo nella Favignana. Gregorio Manciniera stato giá giudicatoera stato giá condannato aquindici anni di esilio; di giá prendeva commiato dalla mogliee dai figli: un ordine di Speziale lo chiamae lo conduce...dove?... alla morte. Altre volte si era detto che le leggicondannavano ed i re facevano le grazie: in Napoli si assolveva innome della legge e si condannava in nome del re.

IntantoSpezialea cui venivano particolarmente commesse le persone che sivolevan perdutenulla risparmiava né di minacce né disuggestioni né d'inganni per servire alla vendetta dellacorte. Nicola Fiani era suo antico amico; Nicola Fiani era destinatoalla mortema non era né convinto né confesso.Speziale si ricorda della sua antica amicizia: dal fondo di unafossaove il povero Fiani languiva tra' ferrilo manda a chiamare;lo fa condurre scioltonon giá nel luogo delle sedute dellaGiuntama nelle sue stanze. Nel vederlo gli scorrono le lagrime; loabbraccia: - Povero amico! a quale stato ti veggo io ridotto! Io sonostanco di piú fare la figura di boia. Voglio salvarti. Tu nonparli ora al tuo giudice; sei coll'amico tuo. Maper salvarticonvien che tu mi dica ciò che hai fatto. Queste sono leaccuse contro di te. In Giunta fosti saggio a negare; ma ciòche dirai a me non lo saprá la Giunta... - Fiani presta fedealle parole dell'amicizia; Fiani confessa... - Bisogna scriverlo;servirá per memoria... - Fiani scrive. È inviato al suocarceree dopo due giorni va alla morte.

Spezialeinterrogò Conforti. Dopo avergli domandato il suo nome e lacarica che nella repubblica avea ottenutolo fa sedere. Gli fasperare la clemenza del re; gli dice che egli non avea altro delittoche la caricama che una carica eminente era segno di «patriotismo»e perciò delitto in coloro che erano statisenza merito esenza nomeelevati per solo favore di fazione rivoluzionaria.Conforti era taleche ogni governo sarebbe stato onorato da lui.Indi gli parla delle pretensioni che la corte avea sullo Statoromano. - Tu conosci - gli dice - profondamente tali interessi. - Lacorte ha molte memorie mie - risponde Conforti. - Síma larivoluzione ha fatto perdere tutto. Non saresti in grado dioccupartici di nuovo? - Ecosí dicendogli fa quasi sperarein premio la vita. Conforti vi si occupa; Speziale riceve il lavorodel rispettabile vecchio; equando ne ebbe ottenuto l'intentolomandò a morire.

Qualmostro era mai questo Speziale! Non mai la sua anima atroce haconosciuto altro piacere che quello di insultar gl'infelici. Sidilettava passar quasi ogni giorno per le prigioni a tormentareopprimere colla sua presenza coloro che non poteva uccidere ancora.Se avea il rapporto di qualche infelice morto di disagio od'infezioneinevitabile in carceri orribilidove gli arrestatierano quasiché accatastatiquesto rapporto era per luil'annunzio di «un incomodo di meno». Un soldatoinsorgente uccise un povero vecchioche per poco si era avvicinatoad una finestra della sua carcere a respirare un'aria meno infetta:gli altri della Giunta volean chieder conto di questo fatto: - Chefate voi? - disse Speziale; - costui non ha fatto altro che togliercil'incomodo di fare una sentenza. - La moglie di Baffa gli raccomandail suo marito... - Vostro marito non morrá - gli dicevaSpeziale; - siate di buon animo: egli non avrá che l'esilio. -Ma quando? - Al piú presto. - Intanto scorsero molti giorni:non si avea nuova della causa di Baffa. La moglie ritorna daSpezialeil quale si scusa che non ancora aveaper altreoccupazionipotuto disbrigar la causa del marito; e la congedaconfermandole le stesse speranze che altra volta le avea date. - Maperché insultare questa povera infelice? - gli disse allorauno che era presente al discorso... Baffa era stato giácondannato a morte; ma la sentenza s'ignorava dalla moglie. Chi puòdescrivere la disperazionei lamentile gridai rimproveri diquella moglie infelice? Speziale con un freddo sorriso le dice: - Cheaffettuosa moglie! Ignora finanche il destino di suo marito. Questoappunto io voleva vedere. Ho capito: sei bellasei giovinevaicercando un altro marito. Addio. -

Sottola direzione di un tale uomociascuno può comprendere qualesia stata la maniera con cui sieno stati tenuti i carcerati. Quantevolte quegli infelici hanno desiderata ed invocata la morte!... Ma lamia mente è stanca di piú occuparsi de' malidell'umanitá... Il mio cuore giá freme!



L.TALUNI PATRIOTI


Dopola caduta della repubblicaNapoli non presentò che l'immaginedello squallore. Tutto ciò che vi era di buonodi granded'industriosofu distrutto; ed appena pochi avanzi de' suoi uominiillustri si possono contarescampati quasi per miracolo dalnaufragioerrantisenza famiglia e senza patriasull'immensasuperficie della terra.

Sipuò valutare a piú di ottanta milioni di ducati laperdita che la nazione ha fatto in industrie; quasi altrettanto haperduto in mobiliin argentiin beni confiscati: il prodotto diquattro secoli è stato distrutto in un momento. Si son vedutide' monopolisti inglesi mercanteggiare i nostri capi d'opera dipitturache il saccheggio avea fatti passare dagli antichiproprietari nelle mani del popolaccioil quale non ne conosceva néil merito né il prezzo.

Larovina della parte attiva della nazione ha strascinata seco la rovinadella nazione intera: tutto il popolo restò senza sussistenzaperché estinti furono o dispersi coloro che ne mantenevano oche ne animavano l'industria; e gli stessi controrivoluzionaripiangono ora la perdita di coloro che essi stessi hanno spinti amorte.

Aggiungetea questi danni la perdita di tutt'i princípila corruzione diogni costumefuneste ed inevitabili conseguenze delle vicende di unarivoluzione; una corte che da oggi in avanti riguarda la nazione comeestranea e crede ritrovar nella di lei miseria e nella di leiignoranza la sicurezza sua; e l'uomo che pensa vedrá condolore una gran nazione respinta nel suo corso politico allo statoinfelice in cui era due secoli fa.

Salviamoda tanta rovina taluni esempi di virtú: la memoria di coloroche abbiamo perduti è l'unico bene che ci restaèl'unico bene che possiamo trasmettere alla posteritá. Vivonoancora le grandi anime di coloro che Speziale ha tentato invano didistruggere; e vedranno con gioia i loro nomitrasmessi da noi aquella posteritá che essi tanto amavanoservir di sproneall'emulazione di quella virtú che era l'unico oggetto de'loro voti.

Noiabbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anche grandissimiesempi di virtú. La giusta posteritá obblierágli errori checome uominihan potuto commettere coloro a cui larepubblica era affidata: tra essi però ricercheráinvano un vileun traditore. Ecco ciò che si deve aspettaredall'uomoed ecco ciò che forma la loro gloria.

Infaccia alla morte nessuno ha dato un segno di viltá. Tuttil'han guardata con quell'istessa fronte con cui avrebbero condannatii giudici del loro destino. Manthonéinterrogato da Spezialedi ciò che avesse fatto nella repubblicanon rispose altroche: - Ho capitolato. - Ad ogni interrogazione non dava altrarisposta. Gli fu detto che preparasse la sua difesa: - Se non bastala capitolazionearrossirei di ogni altra. -

Cirillointerrogato qual fosse la sua professione in tempo del rerispose: -Medico. - Nella repubblica? - Rappresentante del popolo. - Ma infaccia a me che sei? - riprese Spezialeche pensava cosíavvilirlo. - In faccia a te? Un eroe. -

Quandofu annunziata a Vitagliani la sua sentenzaegli suonava la chitarra;continuò a suonarla ed a cantare finché venne l'ora diavviarsi al suo destino. Uscendo dalle carceridisse al custode: -Ti raccomando i miei compagni: essi sono uominie tu potresti esserinfelice un giorno al pari di loro. -

Carlomagnomontato giá sulla scala del patibolosi rivolse al popolo egli disse: - Popolo stupido! tu godi adesso della mia morte. Verráun giornoe tu mi piangerai: il mio sangue giá si rovesciasul vostro capo ese voi avrete la fortuna di non esser vivisulcapo de' vostri figli. -

Granalèdall'istesso luogo guardò la folla spettatrice: - Vi ciriconosco - disse - molti miei amici: vendicatemi! -

NicolaPalomba era giá sotto al patibolo: il commesso del fisco glidice che ancora era a tempo di rivelare de' complici. - Vile schiavo!- risponde Palomba - io non ho saputo comprar mai la vitacoll'infamia. -

-Io ti manderò a morte - diceva Speziale a Velasco. - Tu?... Iomoriròma tu non mi ci manderai. - Cosí dicendomisura coll'occhio l'altezza di una finestra che era nella stanza delgiudicevi si slancia sotto i suoi occhie lascia lo scelleratosbalordito alla vista di tanto coraggio ed indispettito per averperduto la vittima sua.

Mase vi vuole del coraggio per darsi la mortenon se ne richiede unominore per non darselaquando si è certo di averla da altri.A Baffagiá certo del suo destinofu offerto dell'oppio.Egli lo ricusò; emorendodimostrò che non l'avearicusato per viltá. Era eglial pari di Socratepersuaso chel'uomo sia posto in questo mondo come un soldato in fazione e che siadelitto l'abbandonar la vitanon altrimenti che lo sarebbel'abbandonare il posto.

Questosangue freddotanto superiore allo stesso coraggiogiunseall'estremo nella persona di Grimaldi. Era giá condannato amorte; era stato trattenuto dopo la condanna piú di un mesetra' ferri; finalmente l'ora fatale arriva: di notteuna compagniadi russi ed un'altra di soldati napolitani lo trasportano dallacustodia al luogo dell'esecuzione. Egli ha il coraggio di svincolarsidalle guardie; si difende da tutti i soldatisi liberasi salva. Latruppa lo insiegue invano per quasi un miglio; né lo avrebbeal certo raggiuntoseinvece di fuggirenon avesse creduto migliorconsiglio nascondersi in una casadi cui trovò la portaaperta. La notte era oscura e tempestosa; un lampo lo tradí elo scoperse ad un soldatoche l'inseguiva da lontano. Fu raggiunto.Disarmò due soldatisi difesené lo potetteroprendere se non quandoper tante feriteera giá cadutosemivivo.

Quanteperdite dovrá piangeree per lungo tempola nostra nazione!Io vorrei poter rendere ai nomi di tutti quell'onore che meritanoespargere sul loro cenere quei fiori che forse chi sa se essi avrannogiammai! Ma chi potrebbe rammentarli tutti?

Ionon posso render a tutti quella giustizia che meritanotra perchénon ho potuto sapere tutto ciò ch'è avvenuto ne'diversi luoghi del Regnotra perché nella mia emigrazione nonho avuta altra guida che la mia memoriala quale non ha potuto tuttoritenere. Mi sia perciò permesso trattenermi un momento soprataluni piú noti.

CaraccioloFrancesco. Erasenza contraddizioneuno de' primi geni che avessel'Europa. La nazione lo stimavail re lo amava; ma che poteva il re?Egli fu invidiato da Actonodiato dalla reginae perciòsempre perseguitato. Non vi fu alcuna specie di mortificazione a cuiActon non lo avesse assoggettato; si vide ogni giorno posposto...Caracciolo era uno di quei pochi che al piú gran genio riunivala piú pura virtú. Chi piú di lui amava lapatria? Che non avrebbe fatto per lei? Diceva che la nazionenapolitana era fatta dalla natura per avere una gran marinae chequesta si avrebbe potuto far sorgere in pochissimo tempo; avea ingrandissima stima i nostri marinari. Egli morí vittimadell'antica gelosia di Thurn e della viltá di Nelson... Quandogli fu annunziata la morteegli passeggiava sul casseroragionandodella costruzione di un legno inglese che era dirimpettoe proseguítranquillamente il suo ragionamento. Intanto un marinaro avea avutol'ordine di preparargli il capestro: la pietá glieloimpediva... Egli piangeva sulla sorte di quel generalesotto i dicui ordini aveva tante volte militato. - Sbrigati - gli disseCaracciolo: - è ben grazioso chementre io debbo moriretudebbi piangere. - Si vide Caracciolo sospeso come un infameall'antenna della fregata «Minerva»; il suo cadavere fugittato in mare. Il re era ad Ischiae venne nel giorno susseguentestabilendo la sua dimora nel vascello dell'ammiraglio Nelson. Dopodue giorni il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascellosottogli occhi del re... Fu raccolto dai marinariche tanto l'amavanoegli furono resi gli ultimi offici nella chiesa di Santa Luciacheera prossima alla sua abitazione; offici tanto piú pomposiquantoché senza fasto veruno e quasi a dispetto di chi allorapoteva tuttofurono accompagnati dalle lagrime sincere di tutt'ipoveri abitanti di quel quartiereche lo riguardavano come il loroamico ed il loro padre.

Similea Caracciolo era Ettore Carafa. Quest'eroeunitamente al suo bravoaiutante Ginevrasostenne Pescara anche dopo le capitolazioni diCapuaGaeta e Sant'Elmo. Caduto nelle mani di Spezialemostrògliqual fosse il suo coraggioed andò a morte con intrepidezza edisinvoltura.

CirilloDomenico. Era uno de' primi tra i medici di una cittá ove lamedicina era benissimo intesa e coltivata; ma la medicina formava laminor parte delle sue cognizionie le sue cognizioni formavano laminor parte del suo merito. Chi può lodare abbastanza la suamorale? Dotato di molti beni di fortunacon un nome superioreall'invidiaamico della tranquillitá e della pacesenzaveruna ambizioneCirillo è uno di quei pochipochi semprepochi in ogni luogoche in mezzo ad una rivoluzione non amano che ilbene pubblico. Non è questo il piú sublime elogio chesi possa formare di un cittadino e di un uomo? Io era seco lui nellecarceri; Hamilton e lo stesso Nelsona' quali avea piú volteprestato i soccorsi della sua scienzavolevano salvarlo. Egli ricusòuna grazia che gli sarebbe costata una viltá.

ConfortiFrancesco. Si è giá detto il tratto di perfidia che gliusò Speziale. A questo si aggiunga che Conforti in tutto ilcorso della sua vita avea reso de' servigi importanti alla corte;avea difesi i diritti della sovranitá contro le pretensioni diRoma; avea fissati i nuovi princípi per i beni ecclesiasticiprincípi che riportavano la ricchezza nello Stato e lafelicitá nella nazione; molte utili riforme erano nate per suoconsiglio; la corte per sua opera avea rivendicati piú dicinquanta milioni di ducati in fondi... Conforti era il Giannoneerail Sarpi della nostra etá; ma avea fatto piú di essiistruendo dalla cattedra e formandoper cosí direunagioventú nuova. Pochi sono i napolitani che sanno leggerechenon lo abbiano avuto a maestro. E quest'uomosenza verun delittosimandò a morire! Egli riuniva eminentemente tutto ciòche formava l'uomo di lettere e l'uomo di Stato.

PaganoFrancesco Mario. Il suo nome vale un elogio. Il suo Processocriminale è tradotto in tutte le lingueed è ancorauno delli migliori libri che si abbia su tale oggetto. Nella carrierasublime della storia eterna del genere umano voi non rinvenite chel'orme di Paganoche vi possano servir di guida per raggiugnere ivoli di Vico.

PimentelEleonora Fonseca. «Audet viris concurrere virgo». Ma essasi spinse nella rivoluzionecome Camilla nella guerraper solo amordella patria. Giovinetta ancoraquesta donna avea meritatal'approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formavauna piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano. Nell'epocadella repubblica scrisse il Monitore napolitanoda cui spira il piúpuro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costòla vitaed essa affrontò la morte con un'indifferenza egualeal suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolovolle bevere ilcaffèe le sue parole furono: - «Forsan haec olimmeminisse iuvabit». -

RussoVincenzio. È impossibile spinger piú avanti di quelloche egli lo spinse l'amore della patria e della virtú. La suaopera de' Pensieri politici è una delle piú forti chesi possano leggere. Egli ne preparava una seconda edizioneel'avrebbe resa anche migliorerendendola piú moderata. La suaeloquenza popolare era sublimestraordinaria... Egli tuonavafulminava: nulla poteva resistere alla forza delle sue parole...Sarebbe stato utile che si fossero raccolte delle memorie sulla suacondotta nel carcere. Egli fu sempre un eroe. Giunto al luogo delsupplizioparlò lungamente con un tuono di voce e con uncalore di sentimentoil quale ben mostrava che la morte poteadistruggerlonon mai però il suo aspetto poteva avvilirlo.Quasi cinque mesi dopoho inteso raccontarmi il suo discorso dagliuffiziali che vi assistevanocon quella forte impressione che glispiriti sublimi lascian perpetua in noie con quella specie didispetto con cui gli spiriti vili risentono le irresistibiliimpressioni degli spiriti troppo sublimi... Oh! se la tua ombra siaggira ancora intorno a coloro che ti furono caririmira mefindalla piú tenera nostra adolescenza tuo amicoche piangononte (a te che servirebbe il pianto?)ma la patria per cui inutilmentetu sei morto.

FedericiFrancesco. Era maresciallo in tempo del re; fu generale in tempodella repubblica. Il ministro di guerra lo rese inutilementreavrebbe potuto esser utilissimo. La stessa ragione lo avea resoinutile in tempo del re. Egli sapeva profondamente l'arte dellaguerra; ma insieme coll'arte della guerra egli sapeva mille altrecoseche per lo piú ignorano coloro che sanno l'arte dellaguerra. Il suo coraggio nel punto della morte fu sorprendente.

ScottiMarcello. È difficile immaginare un cuore piúevangelico. Egli era l'autore del Catechismo nauticoopera destinataall'istruzione de' marinai dell'isola di Procidasua patriachemeriterebbe di esser universale. Nella disputa sulla «chinea»scrissesebben senza suo nomel'opera della Monarchia papaledicui non si era veduta l'eguale dopo Sarpi e Giannone. Nellarepubblica fu rappresentante. Morí vittima dell'invidia ditaluni suoi compatrioti.

Parlandodi Scottila mia memoria mi rammenta il virtuoso vescovo di Vicoilrispettabile prelato Troisee chi no? Figli della patria! La vostramemoria è caraperché è la memoria della virtú.Verrásperoquel giorno in cuinel luogo istesso nobilitatodal vostro martiriola posteritápiú giustavi potrádare quelle lodi che ora sono costretto a chiudere nel profondo delcuore epiú felicevi potrá elevare un monumento piúdurevole della debole mia voce.



LI.CONCLUSIONE


Ilrestrascinato da' falsi consigliprodusse la rovina della nazione.I suoi ministri o non amavano o non curavano la nazione: dovea perciòperdersie si perdette. I repubblicanicolle piú pureintenzionicol piú caldo amor della patrianon mancando dicoraggioperdettero loro stessi e la repubblicae caddero collapatriavittime di quell'ordine di cosea cui tentarono diresisterema a cui nulla piú si poteva fare che cedere.

Unarivoluzione ritardata o respinta è un male gravissimoda cuil'umanitá non si libera se non quando le sue idee tornano dinuovo al livello coi governi suoi; e quindi i governi diventano piúumaniperché piú sicuri; l'umanitá piúliberaperché piú tranquilla; piú industriosa epiú feliceperché non deve consumar le sue forze alottare contro il governo. Ma talora passano de' secoli e si soffrela barbarieprima che questi tempi ritornino; ed il genere umano nonpassa ad un nuovo ordine di beni se non a traverso degli estremi de'mali.

Qualesará il destino di Napolidell'Italiadell'Europa? Io non loso: una notte profonda circonda e ricopre tutto di un'ombraimpenetrabile. Sembra che il destino non sia ancora propizio per lalibertá italiana; ma sembra dall'altra parte che eglicolnuovo miglior ordine di cosenon ne tolga ancora le speranzee fache gli stessi re travaglino a preparar quell'opera che con infelicesuccesso hanno tentata i repubblicani. Forse la corte di Napolispingendo le cose all'estremoper desiderio smoderato di conservareil Regnolo perderá di nuovo; e noicome della prima èavvenutodovremo alla corte anche la seconda rivoluzionela qualesará piú feliceperché desiderata e conseguítadalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono.

Questecose io scriveva sul cader del 1799e gli avvenimenti posteriori lehanno confermate. La corte di Napoli ha prodotto un nuovo cangiamentopolitico; e questodiretto da altre massimepuò produrre nelRegno quella felicitá che si sperò invano dal primo.

Dal1800 fino al 1806 abbiamo veduto la corte di Napoli seguir semprequelle stesse massime dalle quali tanti mali eran nati; la Franciaal contrariocangiar quegli ordinida' qualisiccome da ordiniirregolarissiminessun bene e nessuna durevolezza di bene potevasperarsi; e si può dire che alla nuova felicitáche ilgran Napoleone ora ci ha dataabbiano egualmente contribuito el'ostinazione della corte di Napoli ed il cangiamento avvenuto nellaFrancia.

Pereffetto della prima gli stessi errori han confermata ed accresciutala debolezza del Regno: nell'interno lo stesso languor diamministrazionela stessa negligenza nella miliziala stessainconseguenza ne' pianidiffidenza tra il governo e la nazioneanimositáspirito di partito piú che ragione;nell'esterno la stessa debolezzala stessa audacia nelle speranze etimiditá nelle impresela stessa malafede: non si èsaputo né evitar la guerra né condurla; si èsuscitatae si è rimasto perdente.

Pereffetto del secondonella Francia gli ordini pubblici sono divenutipiú regolari: i diversi poteri piú concordi tra loro:il massimo tra essi piú stabilepiú sicuro; perciòmeno intento a vincer gli altri che a dirigerli tutti al bene dellapatria: le idee si sono messe al livello con quelle di tutte le altrenazioni dell'Europa; perciò minore esagerazione nellepromesseanimositá minore ne' partitifacilitámaggiore dopo la vittoria di stabilire presso gli altri popoli unnuovo ordine di cose: il potere piú concentrato; onde menodisordine e piú concerto nelle operazioni de' comandantimilitariabuso minore nell'esercizio de' poteri inferiorimaggioreprudenzaperché comune a tutti e dipendente dalla stessanatura comune degli ordini e non dalla natura particolaredegl'individui: al sistema di democratizzazione sostituito quello difederazioneil quale assicura la paceche è sempre per ipopoli il maggiore de' beni; e che finalmente ha procurati all'Italiatutti que' vantaggi che non poteva avere col sistema precedentesecondo il quale si voleva amica e si temeva rivale; ondenonformando mai in essa uno Stato forte ed indipendenteandava adistruggersi interamente: e finalmenteoltre tutti questi beniildono grandissimo di un re che tutta l'Europa venerava per la suamente e pel suo cuore.

Mefelicese la lettura di questo libro potrá convincere un solode' miei lettori che lo spirito di partito nel cittadino è undelittonel governo una stoltezza; che la sorte degli Stati dipendeda leggi certeimmutabilieternee che queste leggi impongono aicittadini l'amor della patriaai governi la giustizia e l'attivitánell'amministrazione internail valorela prudenzala fedenell'esterna; che alla felicitá de' popoli sono piúnecessari gli ordini che gli uomini; e che noidopo replicatevicendesiamo giunti ad avere al tempo istesso ordini buoni ed unottimo re; e che la memoria del passato deve esser per ogni uomochenon odia la patria e se stessoil piú forte stimolo per amareil presente.