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Emiliode Marchi

ARABELLA



PARTEPRIMA





1.IL TESTAMENTO RATTA

Milanola grande città del fracassodopo aver mandato a casal'ultimo ubbriacosi sprofondò nel silenzio grave dellepiccole ore di notte.

ASan Lorenzo sonarono due tocchi languidirotti dalla nevechecadeva a fiocchi larghi.

IlBerrettabuttato l'ultimo pezzo di legno nel caminettofregandosiin fretta i ginocchibrontolò in fondo alla gola:

"Bastafinirà anche questa".

Nellastanza vicinadove malamente ardeva una candeluccia benedettastavanel suo letto distesa la povera signora Rattamortavestita di unalogora gonnella di cotone color terra seccacon in capo la piùsgangherata delle sue cuffie famose e sulle gambe sottili un paio dicalze di filugello bigio.

Ilportinaio Berrettache aveva aiutato i becchini a collocare sulletto la povera cristianache le aveva legate non senza fatica lemani colla corona del rosarionon poteva ora togliersi dagli occhiil fantasma della morta benedettaquantunque l'uscio della stanzafosse chiuso con due bei giri di chiavettae luiimbacuccato nellapistagna d'un suo antico tabarro fin oltre gli orecchivoltasse lespalle all'uscioe cacciasse la testa tutta quanta nel vano delcaminetto.

Pernon irrigidire nella paurache è la più gran cosafatta di nienteil portinaioche non aveva ereditata da naturaun'anima di dragodue o tre volte si sforzò di ragionare sucose inconcludentidi appassionarsidi accalorarsi nei pensieridiripetere gli avvenimenti della faticosa giornata suscitando in sestesso dei rancori e delle smanieper aver un motivo di brontolare edi rompere quel tremendo silenzio di mortedestando degli stimolid'egoismo colla prospettiva d'una grossa manciao d'un lascitoo diqualche regalo. La vecchia Carolina Ratta nei dodici o tredici annidacché era venuta ad abitare in Carrobbio (prima stava inBorgo di San Gottardo)si era sempre servita di un Berretta come unaserva adoperaparlando con poco rispettouna scopa che ha sotto lamano. I portinai sono la scopa degli inquilini: "Berrettamifate un piacere?" gli pareva di sentirla negli orecchi la vocetremula e fessa della vecchia ottuagenaria. "Mi comprate iltabaccoBerretta? Badate che sia albania." E non dava mai unsoldol'avaracciasalvo il rispetto ai morti. "Berrettalamia gatta l'avete vista?" Anche questa: gli era toccato qualchevolta di girare mezza la casa dal solaio alla cantinain cerca dellagatta. Per cui se la sora Carolina gli avesse lasciato nel testamentocentoduecentotrecento lirette una volta per sempreproprioniente di male. Don Giosuè Pianelliil confessore dellapovera cristianagli aveva fatto capire che il suo nome era scrittosu un foglio di carta. Cento lirette le aveva guadagnate soltanto acorrere quel dì. Quando la Giuditta venne a dire che la soraCarolina pareva morta davvero nel suo seggiolone colla solita calzain manoin cui aveva litigato fino all'ultimo la sua grandevitalitàbisognò subito correre ad avvertire il sorTognino. Poi bisognò correre al Municipio per le formalitàe aspettare due ore che i signori impiegati si degnassero discrivere. Poi di nuovo bisognò correre alla Societàanonima a ordinare la carrozza da morto; poi correregambe inspallaa San Lorenzoa combinare coi preti. E tira e tiratra ipreti che volevano la polpetta grossa e il sor Tognino che odia ipretifu quasi una commedia in sagrestia. Poi correre ancoraauf! arecapitare una cinquantina di lettere coll'orlo nero ai quattro puntidi Milano... e quandofinalmentepareva che tutto fosse finito"NehBerretta" venne fuori a dire il sor Tognino frescocome un sorbetto "bisognerà che tu rimanga stanotte a farla guardia alla morta. Sul tardi verrò anch'io: ma intantobada a non lasciar passare nessuno. Se vengono i parenti con unpretesto o coll'altrotu di' che hai l'ordine di non lasciar passarenessunones... sunoneh!..."

"Hocapito subito che cosa voleva dire con quel dito in aria. Ci vuolpoco a capire che il signor Tognino ha paura dei parenti. La vecchialascia un carro di denaridei fondie un paio di case in Milano econvien sempre mettersi a tavola pei primi. Eredi legittimi non nehama c'è una nidiata di parenti pitocchie i corvi passanodove c'è odor di morto. Staremo a vedere anche questo. Chesugo però di obbligare un povero portinaiostanco mortoafar la sentinella a un altro morto!"

IlBerretta si sforzò di ridere sulla sua facezia; ma il piccolonitrito che uscì di sotto al bavero di vecchio pelorisonandonella canna del caminogli parve una tal voce che trasalì.

Lastanchezzala rottura degli occhi lo tiravano a dormire. La paura lotirava invece a immaginazioni stupidesenza sensoche lo riducevanofreddo e stecchito sulla sedia di paglia. Come tra due pettini diferro spasimava e invocava l'ora che codesto sor Tognino benedetto silasciasse vedere. Erano già le due; nevicava sempre.

"Chesugo" ripigliò sbarrando le pupille asciutte sullebraciche gli ammiccavano dalla cenere "i morti non scappanomica. Che seper una supposizionela sora Carolina avesse bisognodi bereio non sarei mai quel brav'uomo capace di portarle unbicchiere d'acqua. Uno può avere il coraggio di cento leoniper un'ipotesie non sentirsi quello di litigare coi morti. Non èpauraè una... sollecitudine così. Mi contava unmaresciallo dei carabinieri a cavalloil quale... col quale…"

Unoscricchiolio secco di un vecchio mobile spezzò a questo puntole riflessioni del portinaioche non trasalìperchéormai l'uomo e la sedia facevano un pezzo soloma la vita precipitòsul cuorecome se si distaccasse a pezzi e a croste. Torcere ilcollo non poteva più per una dolente rigidezza dell'osso chesi attacca alla spina dorsalecolla quale l'uomo sentivasi attaccatoalla sediae colla sedia e colle gambe attaccato alla pietra delcaminetto.

Eraun silenzio di tomba. Parevan morti tutti a Milanoil freddoscendeva dalla canna del camino e infilava l'uomo per i piedi e perla bocca dei calzoni. La candela di sego col lucignolo che faceva ilfungo nella fiammapareva anch'essa annoiata di far chiaro ai mobilidel salottoche appoggiati colle spalle alle paretimandavano ditempo in tempo dei gemiti di stanchezza dalle giunture.

"Èridicolo alla tua età aver paura dei morti" seguitòil Berretta con un burbero rimorso di coscienza. "Èridicolo: ma è pur vero che questo morire è una figurabirbona. Oggi sei sanovispo come un pesciolinoti piace il vinobianco e la buona compagnia e domani flichsei un brutto macaco nonbuono nemmeno per essere imbalsamato. Nemmeno buono a far legnasei:ma un essere che puzzasei; e ti casca il nasoti cascano gliorecchiDio spaventato!"

Lapredica mentale fu interrotta un'altra volta da un passo che venivasu per le scaleurtando coi piedi nei gradini. Il passo si avvicinòall'uscio e andò oltre. Non era il sor Tognino. Di sopraabitava il cuoco di casa Mainonache tornava spesso a casa collospirito santo in corpo. Vi abitava anche una cantanteche da unpezzo non cantava piùse pure aveva mai cantato qualche cosala bella e incipriata sora Olimpia. In certe ore vi andava un vecchiocolonnello... Una volta ci andava anche il sor Lorenzoquel carofigliuolo del sor Togninodetto il Bomba; e così mentre dauna parte il padre avaro sparagnava il centesimotirando la pelle incapo agli operaiil Bomba gettava i marenghi in questo pozzo. Apadre avaro figliuolo prodigoa padre furbo figliuolo bislacco. Èuna legge cosìè una tragedia cosìla vita. Disotto una vecchia di ottant'anni che fa la sua ultima smorfiasull'assacolle gambe in due calze lunghe di filugelloe di soprala bella Olimpia che canta e che non canta...

Ungran colpo di vento scosse le imposte della finestrala neve picchiònei vetriil turbine ululò in gola al caminetto. La fiammadella candela posta sul caminettocedendo al filo d'ariaallungòl'anima sullo stoppino. Il Berretta stava ancora brontolando: soffiascoppia... quando un altro urto di vento spalancò furiosamentele gelosie nella camera della morta.

Ibecchini non avevano che avvicinate le gelosie per lasciar corsoall'ariae ora la neveportata dentro da quel demonio di ventofioccava quasi addosso al cadavere.

"Saccorotto!" bestemmiò il portinaio "anche questa! Ma sela sora Carolina ha freddonon so proprio che cosa dire. Vada lei achiudere: per me non mi muovo. Fossi bestia! giànon piglieràla tosse lo stesso."

Epreso al fascino di questa nuova e strana fantasiacominciò adispetto della sua volontàa immaginare che la mortascendesse veramente dal suo letto di legnosi accostasse allafinestra a chiudere: poi tornasse indietro a prendere la candela interraaprisse l'uscio del salottocacciasse il capo nellospiraglioagitando l'enorme cuffia sfarfallatacolla bocca aperta eindurita a un oibò!... Era un fascino maledettoseducenteirresistibile e se lo creava lui quel tormento birbone per una speciedi voluttà poetica; ne soffriva orribilmente ma non potevasottrarsene.

"Seiqui?"

IlBerretta mandò fuori un ululo d'uomo strozzato...

Erail signor Tognino.

"Pazienzami ha fatta una..." e non ebbe la forza nemmeno di nominarla.

Ilpadrone era entrato così repentinamente nel mezzo delle sueideeche queste trabalzarono come i bicchierini sopra un vassoioacui un matto appioppi un pugno di sotto.

Atutta prima il portinaio stentò a riconoscere il suo padronedi casa. Invece del consueto paltò col bavero di castoro e delsolito cappello duro portava indosso in questa delicata escursionenotturna un mantello bigio a pieghe fitte e pesanti e in testa avevaun cappello molle di campagna a tese larghe. Mantello e cappelloerano pieni di neve.

"Finalmente!"ripeté il portinaiolevandosi col dolore d'uno che si schiodida un'assa. "Credevo che non venisse più stasera."

"Fadel fuocofa del fuoco" brontolò stizzito il padrone.

"Vadofuori a pigliare qualche fascinetta..."

IlBerretta accese l'altra candela che stava sul camino e uscìmentre il signor Togninoscrollata la neve dalle spalle e sbattutoil cappello contro la schiena della sediabuttava la roba sul tavoloe andava a sedersi davanti al caminetto per riattizzare un po' difiamma.

Eraun uomo di sessantatré annicon una testa piccolaquadraintelligentei capelli non bianchi del tuttoil viso secco ecoloritod'una magrezza solida e risoluta che tradiva dai lineamentisciupati il giovane galante d'altri tempi. Gli occhi piccini di ungrigio freddo e duro guardavan sempre dirittocome quelli di uncocchiere che ha nelle mani dei cavalli cattivi su per una stradacattiva. Due modesti baffi quasi bianchid'un pelo duro e regolatocoprivano una bocca sottile senza labbra.

Vestivacon la trascurata proprietà d'un uomo d'affariche puòspendere e vestirsi benema non ha tempo di spazzolarsi e di starsull'etichetta.

Togninoera primo cugino della defunta Carolina e da qualche tempo suoamministratoresuo factotum e suo braccio destro nei mille affarid'una grossa azienda domestica.

LaRattavedova d'un capo-mastro arricchitosi ai tempi dell'Austria congli appalti militaripossedeva una bella sostanza valutata sullequattrocentomila lireparte in caseparte in titoli bancaripartein fondi a San Donato presso Chiaravalle.

Lavecchia Carolina nei quarant'anni di vedovanza aveva fatto deirisparmisenza troppa faticalargheggiando in elemosinesostenendola causa del sommo Ponteficeincoraggiando dei giovani sacerdotiefavorendo colla sua pietà tutte quelle istituzioni che miranospecialmente a far guerra ai framassoni. Negli ultimi anni avevafinito col cadere in mano ai preti; ma furba la sua partecresciutacom'era in mezzo agli affariquando capì che i preti e ilfamoso avvocato Baruffatutta roba dei preti anche luimiravano atirare troppo l'acqua al loro molinoun bel dì mandò achiamare il cugino e gli disse:

"Guardaun po'Togninoio sono vecchia ma non voglio morire minchiona. Nonti pare che l'avvocato abusi della mia fiducia?"

Togninonon stentò a trovare capi d'accusasi fece autorizzare e apoco per volta tolse di mano al Baruffa tutta l'amministrazione; nonsoloma gli fece capire che sarebbe stato utile alla sua fama e allasua dignità di non opporsi alla volontà dei parenti: lomiseinsommadelicatamente alla porta.

Poisuscitando le speranze dei Maccagno e dei Rattadimostrando allavecchia cugina che frati e preti minacciavano di mangiarla vivaridestando in lei degli scrupoli per riguardo ai parenti piùbisognosich'era ingiustizia abbandonareriuscì ad avere inmano una procura legaleche l'abile affarista adoperò comeuna solida spada. Fece ai pretia don Giosuèa don Feliceun'aria poco respirabile; mandò via una certa Santinaunabigotta messa in casa a far la spiae prese al servizio una certaGiuditta di piena sua fiducia. Aprì la porta ai parenti piùmiserabilich'egli presentò alla decrepita cugina con paroleaffettuoseottenendo da lei oggi un sussidio per una povera donnapartorientedomani una limosina per un infermoo dei prestiti o deiriscatti di pegnoguadagnando la simpatia e la popolarità ditutti i Ratta più rosicchiati dalla miseria. Quando il figliod'un Giacomino Ratta celebrò la prima messa nell'oratoriodegli AngeliTognino volle assistere come padrino a nome dellavecchia benefattricequantunque da cinquant'anni non vedesse piùun Cristo in crocee seppe tanto fare che passò per un mezzosanto.

Trevolte la settimana menava in casa Aquilino Rattauno dei veteranidel quarantotto e ora vice-ricevitore in un banco del regio lottouomo pieno di rispettoe lasciava che il buon parente divertisse lavecchia ottuagenaria colle storie dell'assedio di Venezia e dellevarie combinazioni con cui si può vincere un terno. Alla seraAquilino e la Giuditta lo aiutavano a fare il quartetto a taroccoungioco vecchio e sempre nuovoin cui la Rattaquantunque le carte lesvolazzassero di mano da tutte le partiera una birbona matricolata.E mentre si giocavaTogninoch'era stato uomo di mondocontava oricordava molte storie del suo buon tempoquand'era di moda portarei calzoni bianchi e il panciotto di piquéquando c'erano ibei veglioni alla Scala e il risottino alla milanesedopo ilveglioneal famoso caffè della Cecchina.

Attingendoagli aneddoti dei "Cento Anni" del Rovaniil bravo cuginosapeva con brio suscitare nei morti sensi della vecchia bigotta l'ecodi reminiscenze che risalivano ai baccanali della Cisalpina e dellafamigerata compagnia della "Teppa". L'aneddoto lestoraccontato con spiritosenza mai urtare la religione cattolica e ilsommo Ponteficestrappava alle volte dal petto della paralitica uncachinno asmatico e strascicatorotto da colpetti di tosse chedavano il rimbombo d'un cembalino scordato e lasciavano nelleprofonde rughe della sua faccia accartocciata e morta unasgocciolatura di lagrime contente.

Erain questi istanti di serenitàspecie dopo certi pranzettiincui la Ratta aveva fatto onore al così detto latte dei vecchiche Tognino le dava a firmare delle notedei conterellidellequietanze. E così andarono avanti benissimo le cose quasi piùdi tre anni.

Solamentenegli ultimi tempi l'uomo aveva trascurato un poco la vecchia cuginae gli affarigrazie al matrimonio del figliuolo e a cento altrefaccende che assorbirono le sue giornate; poi si dette il caso cheverso la fine di dicembre dovette recarsi come giurato a Lodi in uninterminabile processo. Un gusto! Proprio in quei giorni la vecchiaRatta ebbe il primo urto della morte. Chiamato in fretta il canonicodon Giosuè Pianellisuo confessorericevette i santisacramenti.

Sulpunto di battere alla gran porta dell'eternitàtocca espaventata dalle parole del canonicole parve di aver diffidatotroppo dei vecchi amicidi aver creduto troppo alle parole diTogninodi aver tradito le pie istituzioni di beneficenza. Lìper lìsul tamburo della mortedon Giosuè suggerìun codicillo che in nome della santissima Trinità distruggevaquelle qualsiasi disposizioni che avesse potuto dettare osottoscrivere negli ultimi tre anni e richiamava in vigore untestamento del 1878già consegnato all'avvocato Baruffa. DonGiosuè scrisse la rettifica sopra un foglio di carta comune ecorse in cerca di un notaio. Ma nel frattempo arrivò da Loditutto trafelato il cuginoa cui la Giuditta aveva mandato tretelegrammi.

Credevadi trovare la cugina agonizzante e invece vide che stava meglio.Sicuro! la consolazione morale di ricevere i sacramenti e di compiereun atto di riparazione aveva fatto tanto bene alla malatache ilgiorno del santo Natale poté ancora assaggiare la sua fetta dipanettone nel vin bianco. La Giuditta mise a parte il padrone dellamanovra dei pretima non seppe dire se la vecchia avesse o nonavesse firmata la carta. La vigilia dell'Epifaniadopo un'agonia incui la morte ebbe a sudare tre camiciela buona cristiana incompagnia dei tre Re Magi andò a trovare il suo Ratta inparadisose pur ci vanno in paradiso gli appaltatori.

IlBerretta tornò con un fascetto di legnas'inginocchiòdavanti al caminettoe cominciò a soffiare nel fuocogonfiando le ganasce. Presto la fiamma si risvegliòriempìil camino e ravvivò la stanza.

"C'èstato nessuno?"

"Nessuno."

"Checosa voleva Aquilino?"

"CheAquilino?"

"Ilvice-ricevitore del lotto. L'ho visto sulla porta verso le cinque."

"Volevavedere la morta."

"Etuasinol'hai lasciato passare?"

"Nientepassare. Ho detto che non avevo le chiavi."

"Peròc'è stato don Giosuè."

"Quest'ogginon l'ho visto."

Ilsignor Togninocarezzando coll'ugna del pollice l'orlo dei baffi(era un suo movimento naturale nei momenti di riflessione)lasciòcadere lo sguardo sul portinaioche gli stava davanti inginocchiatonella luce viva della fiamma. Era un occhio abituato a pesare gliuominiche non sbagliava quasi maicome non sbaglia l'occhio d'unvecchio mediatore nel calcolare il peso di un fascio di legna.

"El'avvocato Baruffa non è venuto?"

"Mai..."

"Nonc'è stato nemmeno un tale dalle gambe lungheun giovinottosmortosenza barbacon un occhio biancopiù grossodell'altro?..."

"Gambalunga? Occhio bianco?" ripeté lentamente il Berrettacrollando il capo.

"Pareanche lui un mezzo preteo un mezzo avvocato."

"Uhmnon l'ho visto."

"Uncerto Mornigani; lo chiamano precisamente el mèzavvocat..."

"Nonlo conosco."

"Aquilinoche cosa ti ha detto?"

"Miha domandato l'ora dei funerali. Gli ho detto: domani alle nove emezza."

"Ela Santina che cosa è venuta a fare?"

"Cheuomo!" pensò in fretta prima di rispondere il portinaio"che diavolo d'uomo!" Poi soggiunse a voce alta: "LaSantina voleva ritirare alcune sue robe. Dice che la padrona le avevalasciato un anello con un diamante."

"Etubestial'hai lasciata passare?"

"Hafatto il diavolo sulle scalema io son stato agli ordini. Nixper passare."

Ilpadrone tornò a fissare gli occhi acuti e fini sulla nuca delBerretta e sul rovescio delle sue larghe orecchie trasparenti allaluce del fuoco. Vecchio strologo di uominicredeva di saper scopriredai movimenti della collottola gli sforzi di una coscienza.

Tennedietro un mezzo minuto di silenziodurante il quale i due uoministettero ad ascoltare il muggito e il crepitio della vampacheriempì la bocca del caminetto. Quindi il padrone uscì adire:

"Chiva adesso da Olimpia?"

"Gentene passa sempre. Cantantiimpresarigente da teatro."

Ilpadrone fissò gli occhi nel fuoco e lentamentecome searrischiasse una paroladomandò:

"Èvero che ci torna ancora qualche volta il mio Lorenzo? "

"Ionon l'ho visto più dopo che ha fatto giudizio."

"Guardache se gli tieni mano…"

"SorTogninoche cosa dice?" interruppe con fiera dignità ilportinaiofacendo un mezzo giro sui ginocchi.

"Benben... uomo avvisato!... Adessometti un altro pezzo di legna sulfuoco e apri bene gli orecchi che ho un'altra cosa a dirti."

IlBerretta obbedì e pensò intanto:

"Checosa avrà ancora questo demonio d'uomo?"

Ilpadronedopo essersi un poco fregate le gambepicchiò collamano due colpetti brevi sulla spalla del portinaioe riprese a dire:

"Dallacantina della mia povera cugina sono scomparse dal settembre a questaparte circa trenta bottiglie di vecchio barolo e mancano tre oquattro fasci di legna forte. Io ho le prove in mano che questa robafu rubata e che il ladro è in questa casa. Sentiamo un po' checosa ne sai tuil mio galantuomo..."

"Ioio non so niente" balbettò il Berrettaalzandosiappoggiando una mano alla pietra del caminograttando coll'altra ipochi capelli ruvidi. E aggiunse mentalmente questa riflessione:"Stavolta è la Giuditta che ha parlato".

"Allora"ripigliò l'altrosoffiando sulle parole una specie di sorrisoironico "allora se tu non sai nullaio sono piùfortunato di teperché so dove bottiglie e legna sono andatea finire. E siccome di ladri in casa mia non ne vogliocosìdomani farò la mia brava deposizione alla Questura."

"Ocaro signor Togninonon mi roviniper carità" proruppeil Berrettacongiungendo le mani in atto di supplica.

"Ahtu non sai nulla…"

"Peri miei poveri mortiper l'anima di quella povera donnadiròtuttopagherò tuttoma non mi facciaper amor di Dioquesta brutta figura. Servo da trent'anni e non ho mai toccato..."

"L'acquapiovana..."

"Possoquasi giurare..."

"Nonhai mai rubato un pilastrotu: ma il vino ti piace e se èbuono meglio."

"Semi lascia dire confesserò tutto. Sono un uomo onesto."

"Quandonon hai sete..." insistette il padrone colla crudeltà dichi piglia a tormentare con una lesina un topo preso vivo nellatrappola.

"Icasigliani possono far fede che non ho mai toccato un soldo anessuno."

"Unsoldo noma trenta bottiglie di vin vecchio a tre lire la bottigliafanno quanti soldi? E la legna è venuta da sé a farsibruciare?"

"Alloradica che vuol la mia morte e addio!" esclamò il Berrettaasciugandosi la fronte madida d'un sudor freddo. "Non sa che miammazzose mi fa questa figura? Io giuropresente cadaveremiammazzo."

"Nonhai pensatoo gola lungache quel vino poteva farti male? non haipensato che devi il buon esempio a tuo figlio?"

"Sorpadronesor padronemi senta; io son qui in ginocchio" e ilBerretta s'inginocchiò un'altra volta e alzò le duemani in atto di santo martire. "Servirò per nulla fin checampofin che non avrò pagato tre volte il mio debito: ma percaritànon dica nulla al mio Ferruccio. Non mi faccia questatremenda figura davanti a quel bravo ragazzo."

"Capiscoche ti deve dispiacere che Ferruccio sappia queste tue prodezze. Èun buon giovinotto che ha bisogno di farsi una posizione e non ècertamente una raccomandazione l'avere il papà al cellulare."

"OMadonna santissimanon lo dica nemmeno..." singhiozzò ilpovero Berretta.

"Iopotrei far del bene a questo tuo ragazzo. A Natale gli ho datosessanta lire e potrò dargliene di piùma non permerito tuobirbaccione."

"Sonostato così malato st'inverno e la povera animaa nominarlacome vivanon dava mai niente."

"Ehai voluto pagarti da mugnaio."

"Hofatto malenon dicoma per un po' di vino non si ammazza mica unuomoangeli custodi!"

"Bastanon voglio altro. Se tu mi darai una prova sicura..."

"Nonvede che piango come un ragazzo?"

"Letue lagrime non valgono il mio vino: ma se potrai darmi una provaseriacon giuramento..."

"Sonpronto a giurare sull'anima mia."

"Alloravachiudi bene l'uscio della scalatira innanzi una sediaeascoltami."

IlBerrettarianimato dal tono più dolce con cui gli parlavaquell'uomo tremendocorse e girò la chiave dell'uscioaccostò una sedia al caminosedetteappoggiò le manisui ginocchi e ancor tutto tremante stette a sentire.

Ilpadrone con voce fredda e precisasenza distaccar gli occhi dalfuococominciò:

"Oraio vado di là a cercare una carta che mi interessama tu devigiurarmi prima che non dirai a nessuno ch'io sono stato qui stanotte.Vedi questo foglio di carta?" e glielo mise sotto il naso. "Quiè scritta la denuncia del furto delle bottiglieeccetera. Unavvocato mi ha detto chetrattandosi di un furto qualificato di unvalore superiore a cento lirecon uso di chiave falsail reo nonpotrebbe cavarsela con meno di due anni di reclusione. VediBerretta? io posso buttare questo foglio sul fuoco..."

"Lobuttiin nome della benedetta Madonna!" pregò l'altroalzando le mani.

"Noquesta sarà la mia garanzia. Se tu ti lasci scappare unaparola di quel che vedi e senti stanottesai quel che ti spetta."

Eintascò la carta.

"Facciaconto che io sia un uomo morto."

"Perquante domande ti possa fare don Giosuèl'avvocato BaruffaAquilino Rattala Giudittail mio Lorenzoil tuo Ferruccioo ilmezzo avvocato... tutu non sai nientenon hai visto niente."

"Nienteniente" ripeté il Berrettachiudendo gli occhi espazzando l'aria colle mani davanti a sé.

"Cisarà della gente che ti offrirà del denaro per farticantare: ma tu sarai muto come questo sasso..."

Ilsignor Tognino toccò tre volte col dito il marmo delcaminetto.

"Comequesto sassolo giuro: ma non mi faccia una brutta figura. O poverimortidue anni di reclusione!"

"Bensta zitto e tien vivo il fuoco. Ora vo di là."

Ilsignor Tognino prese uno dei lumie girata la chiavetta nella toppaentrò nella camera della mortalasciando solo il portinaiodavanti al fuoco.

L'ombrasconnessa di quest'uomo rannicchiato sulla sediasbattuta dallafiamma sul soffittoe ballonzolante alle scosse del fuoco sui marmie sui mobilipoteva dare un'idea dello stato d'animo edell'agitazione di tutti i suoi pensieriche guizzavano senza ordinee senza contorno nel suo povero cervello. Egli conosceva il sorTogninoe sapeva che con quel carattere non c'era da scherzare.Aizzato negli interessiil vecchio signore diventava una tigre.L'aveva visto sulle furie il giorno che colse la povera Santina inatto di far la spia dietro l'uscio; misericordia! se non la pigliòa colpi di piedefu merito della donnache seppe infilar l'uscio ele scale. Ma dovette far fagotto e andarsene col salario in manodopo quasi quindici anni di servizio. Che cosa arresta l'uomo aizzatonel suo interesse? che cosa arresta il toro quando vede rosso? Comequandoaveva scoperta questa faccenda delle trenta bottiglie? e direche egli non s'era manco accorto di berne tante... Lo bevevano tuttiquel vinolo beveva anche la Giuditta: e veramente la vecchia Rattanon poteva portarselo via nella cassa: e quando un pover'uomo èmalatoe passa la sua vita in una tana scura e umidase cede a unatentazioneDio spaventatonon si dovrebbe parlare di furtoqualificato e di cellulare!... E ora che cosa andava a fareluinella stanza della morta?

L'altrorinchiuso colle spalle l'antiportosi fermò sulla soglia unmomentosollevò il lumecercò la sua morta.

Lavecchia Ratta giaceva supina sul lettocol volto sprofondato nellecrespe della cuffiacolla povera gonnella indossoda cui uscivanole gambe sottilicolle mani legate sul ventrefermafissa inquella rigidità quasi violenta che pigliano i corpi neimomenti che presentono l'ultima distruzione.

Ilsignor Togninoabituato a veder la vecchia cugina raggomitolatanella sua poltrona in preda a una tremolante convulsionenon potésottrarsi a un senso di stuporerivedendola a un tratto tantoingrandita sul suo letto di morte; e suo malgrado fu tratto ariflettere qualche cosa su questa stupida commedia della vitasenzaperò sprofondarsi troppo nella filosofiaciò che nonera nella sua naturaanzi sforzandosi d'infuriare dentro di sécontro gli imbecilli che non avevano ben chiuso e lasciavano che laneve entrasse dalla finestra.

Lanevefioccando nello spazio apertoaveva già coperto ilpavimento presso il candeliere in cui la candela benedettaridottaagli estremisbrodolava da tutte le parti. Collocato il lume soprauno stipoandò a chiudere in fretta i vetri e accostòcon una certa furia le due imposte di legnonon osservando nel venirvia che una di questerespinta dal contraccolpo e dall'elasticitàstessa del legnotornò a poco a poco a lasciare un vetroscopertoin modo che un curioso avrebbe potutosupponiamo il casoda una finestra del cortile spiare comodamente nella stanza.

Evitandoper un senso di rispettodi guardare in faccia alla mortatrasse ditasca un mazzo di piccole chiavi e cominciò ad aprire ilvecchio scrigno di moganodi un bello stile napoleonicoornato dimassiccie borchie di bronzo doratonel quale la cugina custodivagelosamente le gioie della sua giovinezza e le sue carte piùpreziose. Egli conosceva il mobile più che l'anima sua. Aprìfece scattare i segreticavò fuori i tiretticorrendo prestocoll'occhio prima ancora che arrivasse la luce della candela. Da uncassetto levò un grosso astuccio di cui seppe far saltare lamollaafferrò colla sinistra tutto il barbaglio d'oro e dibrillanti che riempiva il logoro damascointascò tutta stabella roba come avrebbe fatto con un moccichino; mormorandomentalmente:

"Abuon conto".

Postoil lume nel mezzo del mobilela mano continuò ad aprire echiudere. L'occhio entrava dappertuttoscivolandoinventariandoseguito da un pensiero non meno svelto dell'occhio cheinfilandoroba su robasommavacomputavaregistrava tutto in un certo libro.Ma non era venuto per la roba stasera. Era venuto per la cartaseveramente la vecchia aveva sottoscritta una cartacome dubitava laGiuditta. Visto e accertato che nello scrigno non c'era nullad'importantechiuse dappertuttotolse un'altra chiavetta e cominciòad aprire i tiretti d'un canterale pure di moganodel medesimo stiledello stipo.

Nelprimo tiretto trovò una sterminata quantità di calzeripiegatesciolteirrigidite dal bucatorattoppateda rattoppare.Entrò colle due mani in quel caos di calzesmossepalpòghermì quella che dette un tintinnìola rovesciòsul marmo del mobile... Con un rumorio squillante di gioia cento ocentocinquanta vecchie doppie di Genovad'un bell'oro giallouscirono dal pedule e si schierarono in filairritando Togninochecercava la cartachestizzitovotò tutto quel giallo neltirettochiuse respirando forte a denti stretti: aprì l'altrotiretto... Che gl'importava delle doppie e dei marenghi? per lui erapiù una questione di puntiglio.

Lacarta voleva!... E siccome aveva in testa che una carta ci dovevaesseresecondo ciò che aveva riferito la Giudittacosìcominciava a irritarsi di non trovarla subito. Aprì un altrocassettodove la padrona teneva la biancheria. Entrò con ledue mani in questa roba coll'aviditàcolla nervositàdi un gatto che graffia un canestro chiuso pieno di pesci.

Anchein mezzo alle camicie e ai corsetti non c'eran carte. Aprìallora il terzo cassettol'ultimoche depose sul pavimentoquindipiegato il ginocchiomentre colla sinistra faceva chiarocoll'altramano toccòpalpòagitòsconvolse la roba:giubboncini di lanacuffie di renza e di tullegonnelle di variestoffesottovestiuna quantità di vecchi guantiborsettemanichettescapolariboccette d'acque odorosemozziconi di candelabenedetta... tutta roba che la mano eccitata dalla passione scrollònell'ariaributtò con rabbiaper tornare di nuovo a toccarea palparea premere. Non c'era uno straccio di carta a pagarlo unmilione. Si fermò a riflettere. Che i preti avessero ritiratala carta per farla saltar fuori a tempo opportuno? ciò era incontraddizione con quanto aveva riferito la Giudittaalla qualepareva di aver visto a firmare una cartama da quel momento nessunoaveva accostato la vecchia padronatranne lei e il sor Tognino. O laGiuditta aveva fatto un sogno o la carta doveva essere in casa.

Intantoil Berrettacogli occhi addolorati dalle lagrimesempre fisso nelfuoco non poteva a suo dispetto non sentire il rimestare e iltabussare che faceva il padrone nella stanza della morta. Parlando alfuoco con l'aria di canzonaturadisse (tra sés'intende):"Ecco il galantuomo che vuol mandar me al cellulare per unadozzina di bottiglie... ah!" e allungò un muso che nonseppe più disfare.

Lanottecessato quasi subito il ventoricadde nel freddo silenzio diprima.

Unicorumore era il rimestarel'aprireil chiudere che faceva queldiavolo d'uomocon nessun rispetto al cadavereaccecato dallacupidigia della robapiù ladro lui cento volte in quelmomento che non possa esserlo in cento anni un poveraccio diportinaio che patisce la sete. Ma così va il mondo. O nonbisogna rubare o bisogna rubar bene. La discrezione èl'asinità dei ladri.

Rimessoa posto non senza qualche stento il cassettol'altro si alzòcol corpo indolenzitogirò gli occhi per la stanzali fissòsul lettosul corpo della cuginache giaceva colle mani legatenella sua impetuosa immobilitàsentì il freddo dellanotte cadergli addosso e col freddo un risentimento d'indignazioneche aveva bisogno di scatenarsi sopra qualcuno. Si mossetornòin salottoe stette un momento in mezzo alla stanza come perduto esconcertato ne' suoi pensieri.

"Tuhai ricevuto del denaro" uscì un tratto a dire con furiairragionevolecorrendo sopra il Berrettache trasalìvedendolo comparire così livido e stravolto. "Tu sai chec'è stato don Giosuè uno di questi giornima ti hannopagato a tacere. Giura un po' che non ci fu don Giosuèstasera."

"Carosor Tognino" rispose il Berretta colla voce del fanciullo chepiange "lei può dire che ho ammazzato quella poveradonna."

"Andiamonon farmi delle commedie" soggiunse il padrone piùrabbonito. "Non sai che mia cugina abbia sottoscritta unacarta?"

"Gesùcome posso saper io..."

"Vuoiguadagnare qualche cosa subito? devi aiutarmi a cercare una carta chemi preme. Si tratta forse di un intrigo e di un tradimento a dannodella povera gente e dei parenticapisci? Vieni di làimmagino dove è la cartama non posso cercarla da solo. Fammichiaro."

Allescosse violente il Berretta trascinato da quella forza ches'impadronì della sua volontàdopo aver girato gliocchi trasognatibarcollando come un ubbriacomosse i piedipreseil lume dalla mano del padroneandò dietro a quel demonioincarnato che lo tirava per la camiciache gli parlava quasi senzavoce col fiatocogli occhisi fermò sull'usciomentre gliorecchi fischiavano come il vapore. Una volta ancora si sentìtirato innanzispalancò gli occhi per veder fuori e scorse ilpadrone in ginocchio nella stretta del lettoche cacciava la manotra i materassidando certe scosse alla donna... Chiuse gli occhi.Era... era un'infamiaun sacrilegioper la robamanomettere ipoveri morti. NoGesù non si puònon si deve incoscienza benedetta!

"OSignorSignor..." sospirò stillando ad una ad una lesillabe con un brivido di raccapriccio.

L'altrogli rispose con un soffio di noia.

Nelcacciare le mani sotto il materasso aveva sentito qualche cosa dinascosto.

Bisognavamandar via il portinaioche scrollando la candela con scosse diparalitico buttava sego dappertutto e pareva sul punto di cadere interra sfasciato.

"Nonc'è nullatanto meglio così... Avevo sospettato untiro. A ogni modo non dire a nessuno che son venuto a cercare. Va aprender dell'ariaBerrettae in quanto alla denuncia sia per nondettoma guarda che io so tuttoche a me non la si fa. Va a dormireadesso. Resto io fino a domani. Ho piacere che non ci sia nulla; maavevo motivo di dubitare. Susunon hai ammazzato nessunoperbacco! Non dirò nulla della faccenda delle bottiglie al tuoFerruccio; ma segreto per segreto va bene? E se mai vedessi che ilmio Lorenzo ripiglia a passare di quimetto sulla tua coscienzal'obbligo d'avvertirmeneve'... O che ora non conosci nemmenol'uscio?"

Ilsor Tognino rise un poco freddamentementre apriva l'uscio di scalae spingeva fuori con una certa furia amorosa il più spaventatodegli uomini. Gli mise nelle mani il candelierechiuse l'antiportocolla chiave e venne di nuovo a sedersi al caminettoaprendo le manial fuococoi tratti del volto induriti e contraffatti a un amarosogghignofisso a una cosa solache nella rigidezza della mente nonsapeva esprimere che con una sola parola con penosa e irritantemonotonia: "la carta la carta la carta..." Questa nonpoteva essere che làtra un materasso e l'altro.

Rimastoa tu per tu colla mortanon avendo ora da fare che con leicon leisolasi accorse che anche i morti hanno della forza. In certi casine hanno forse più dei vivi. Un vivo lo puoi battere eammazzare: ma un morto no. Questo nella sua rassegnata impassibilitàti si stende davanti e ti sfida. Forse siamo noi che gli diamo laforza e che lo armiamo delle nostre paure; o è lui che cidisarma là dove la natura è più fortenell'orgoglio. Non era filosofo abbastanza per risolveree neancheper proporsi delle questioni di questo genere: ma se le sentivaaddossosotto la forma di un malessere che non si sa da dove vienema che tiene il corpo in brividi. Si pentì d'aver mandato viail Berrettache colle smorfie irritava gli spiriti e rendeva almenogrottesca la paura.

Palpandonei materassi gli era capitato di sentire sotto la mano il grosso eil liscio d'una certa borsa di setache la povera Carolina erasolita portare sul braccio e recare tutte le sere in lettocondentroinsieme al manuale di Filoteale più care e gelosememoriein mezzo ai gomitoli e alla calza. Gliel'aveva vista sulbraccio fino agli ultimi momentie là dentrosenza dubbiobisognava cercare il documentose Giuditta non aveva visto male. Lacuriosità non ammetteva indugio e titubanze.

Saltòin piedi di scattoprese di nuovo il lumetraversò lastanzapose il ginocchio in terraficcò la mano sottodoveaveva sentito prima il grossotirò...

Ilcorpo oscillò sul suo duro giaciglio e mentre Tognino sialzava colla candela in una manola preda nell'altral'ombra grandedella cuffia che il lume prima proiettava sul soffittosvolazzòabbassandosi sulla paretesi sciolse e lasciò vedere unenorme profilo umanoun fantasma che balzò al capo dell'uomoe l'avviluppò come l'ombra d'un uccellaccio. Fu un colpo dipietra al cuore: ma subito il vivo riprese vantaggio. Alzò illumesprofondò l'ombra sfiguratasi volse dall'altra partebuttò la borsa sul cassettonene sciolse i cordonilasventrò di tutte le anticaglie che conteneva e vide usciresantinicoroneocchialigomitoli; e finalmente una carta ancorfrescapiegata in quattroche Tognino ghermìsvolseportòsotto la fiamma.

Erauna scrittura grossasconnessatraballante che cominciavaprecisamente nel nome della santissima Trinità e sottodovecorse l'occhio saltando il testouno scarabocchio di firmailsolito "Carolina Ratta"che visto da lontano dava l'idead'uno scorpione schiacciatocolla sua bella data fresca vicinatutto in perfettissima regola. E lo scrittoforse copiato da unmodellodiceva… Provò a leggere qualche cosa di quellecinquanta righema alle prime parole gli occhi si fecero pieni disanguele lettere balzarono fuori dalla cartaun gruppo di biscielo morsero alla golamentre due piccole lagrime di veleno uscivano airritare le pupille. Con un secondo sforzo afferrò il sensoeil primo atto fu di voltarsi verso la mortae la guardò conocchi cattivi come se la provocasse. Che parole gli venissero allabocca non si può dire perché più che paroleerano frantumi d'immagini e di sensiimpastati tutti insieme sottoil peso d'una collera terribile. Finì col sorridere e ciòlo sollevò.

QuandoTognin Maccagno tornò il solito Tognin Maccagnoripiegòlentamente la carta in quattrose la cacciò in tasca accantoalla denuncia che doveva mandare il Berretta al cellulare. Raccolsecon calmafin con precisione i gomitoligli occhialii santinineriempì di nuovo il ventre della borsatirò i cordonil'attaccò alla maniglia dell'uscio e uscì mormorando infondo dell'anima una frase scomposta e indecisaqualche cosa chemirava ad augurare la buona sera... e tornò nel salotto.

"Sveltii pretoccoli!" fu la prima espressione che dal guazzabuglio ditante sensazioni uscì con una formula logica.

Buttòun'altra fascinetta sulla bracee nel crepitìo allegro dellafiamma coloritarallegròriscaldò gli spiritidissipò le ombre e il ribrezzo.

"Sveltii pretonzoli!" tornò a dire mentalmentecorrugando nellapiccola fronte un fascio di rughe.

Edunque un uomo furbo come lui aveva lavorato tre anni a salvare lasostanza Ratta dalle mani degli intriganti: un uomo abile come luiaveva ristaurato una ricchezza che dilagava come un vino prezioso dauna vecchia botte fessa; per tre anni egli aveva sopportato le piùstrambe fantasie d'una vecchia bisbeticadiviso con lei i suoipranzi di magro e i due soldi delle eterne partite a tarocco; si erafatto odiare e maledire per venire a questo bel costruttoche unpezzo di cartarichiamando in vigore il testamento del '78la davavinta all'avvocato Baruffa e lasciava il sor Tognin Maccagno contanto di naso. Oltre il dannosi vide davanti la bocca larga di donGiosuè Pianellie a questa idea della canzonaturalo spiritoselvatico si arruffò... Ma il più dannato era ilpensiero di dover rendere dei conti a questa gentedi dover forserestituire ciò che non si poteva più restituire...Carta per cartavalevan di più quelle che da sei mesi egliaveva consegnate al notaio Baltresca.

Lafiammadopo aver avviluppato il grosso della fascinettascoppiòin una vampa rossastra che vibrò e ruggì nella piccolagolariempiendo il salotto di vita e di caloreammaliando colle suelingue serpentine il vecchio affaristache data un'occhiata intornocacciò la mano nella tasca di sotto. Le due carte uscironoinsieme: confrontò alla luce del fuocone scelse unaeobbedendo a uno scatto nervosovide il bianco nel fuoco prima cheavesse deliberato di buttarvela. Le fiamme mordevano il cartocciodestando nell'uomo quasi un senso di meraviglia. il cuore d'acciaiopicchiò cinque o sei colpila bocca si storse a un sogghignosenza gioiale mani si apersero irrigidite e si aggrapparono alledue gambe anteriori della sediacome se cercassero un appoggio. Lacarta ripiegata in quattro resistette più che poté allelame taglientisi accartocciò sugli angolimostrònella brace purpurea i graffi della scritturama la santissimaTrinità non poté impedire che una sostanza di quasiquattrocento mila lirescritta in quel fogliodiventasse per chil'aveva scritta un pizzico di carbone.

TogninoMaccagno rimase a contemplare indurito in un senso di stupore quelpugnetto di carta nerache si ostinava a star compatta in bocca alfuocomostrando i segni rossastri della scrittura. Era un acrepiacere che lo inchiodava a contemplare gli avanzi di un tradimento.Tradimento di chi? non andò a cercare. Prese le molle e con uncolpo violento sfondò sparpagliòconfusescombuiandonella cenere e nel fuoco la carta che mandò molte piccoleanime nere su per la canna.



2.IL FUNERALE

Ilgiorno dopocon un tempo umido e freddoil porticol'anditolaportineriala scala furono fin dalle prime ore pieni di genteaccorsa a far onore alla povera signora Carolina.

Ilsignor Togninoper mettere un argine ai pitocchi veri e falsicheaccorrono ai grossi morti come i mosconi sullo zuccheroordinòche si chiudesse un battente della porta e vi piantò due belleguardie di Questura.

Lavecchia benefattrice era troppo conosciuta da quelle partiperchéla notizia della sua morte non avesse a tirar gente dalle piùlontane case del Borgo. Verso le dieci in Carrobbio si stentava apassare tanta era la folla.

Deiparenti non ne mancava unocosì dei Ratta come dei Maccagnooltre i parenti dei parentigli amicii curiosivenuti chi perinteressechi per pietàchi per doverechi per vedere.

IMaccagnogente benestantevestivano in nero e affettavano una certapreminenzaperché la morta era una Maccagno. Pareva quasi chese ne vantassero. I Ratta invece si comportavano piùdimessamente. Ce n'era d'ogni coloreportinaistampatorimastri dimuro (Gioacchino Ratta aveva cominciato anche lui col portar lasecchia della calce)piccoli bottegaivenditori girovaghiquasitutti con qualche segno del mestiere e della miseria indossochimale infagottato nei panni d'invernochi livido e fresco nei pochivestiti della festa.

Unpiccolotto nero colla faccia fasciata in un fazzoletto pretendeva dicacciar indietro Giovan dell'Orghenun poveraccio quasi senzascarpecol pretesto che non era un parentema Aquilino Rattadimostrò che i pitocchi son tutti fra loro fratelli nellasanta miseria.

Ilsor Togninobello e sbarbatoin abito nerocol cilindro fasciato aluttofaceva gli onori di casatra l'anticameral'uscio e ilpianerottolostringendo la mano ai parenti di riguardosalutandocolla mano in aria i più poverialzando le spalleritraendoil caposocchiudendo gli occhi a quell'espressione politica efilosoficache tradotta in parole verrebbe a dire: "Chedobbiamo farci?" La Sidonia Maccagnosorella di Togninomaritata all'impresario Mauro Borrolasotto un gran cappello alladon Carlosrichiamava ancora gli occhi della gente colla suabellezza teatraleche né i quarant'anni sonatiné leciprie del palcoscenico avevano potuto cancellare dalla sua faccialarga e matronale di Norma. Il cavaliere suo maritoglorioso avanzod'una mezza dozzina di fallimentidominava anche lui colle spalle ecolla voce baritonaled'un sonoro accento padovanocon cui in nomedell'ostia seguitava a brontolar contro la folla dei pitocchicomese avesse pagato il posto e il diritto di brontolare.

Vedendoche una nuvola di questa marmaglia sforzavasi d'invadere la scalaalzata una canna con grosso pomo d'argentosempre in nomedell'ostiaminacciò quella canaglia di far chiamare leguardie.

Ilpovero Berrettalivido come un panereccio e non ancora rimesso dallospavento della nottemovevasi col passo legato d'un sonnambulo inmezzo alla gentesollevando ora una mano ora l'altrasenza impedirnullasotto la persecuzione continua del cavalier Borrolachegonfiando le ganascesoffiando l'animalo minacciava dai primiscalini col bianco degli occhi. E il bello è che il portinaioné conosceva quel grasso signore dai baffi tirati in puntadipinto come una tavolozzané capiva quel che volesse da luicol suo bastone in aria e col suo fiol d'on can.

Arrivòa tempo Ferruccio con un fascio di candele che consegnò a suopadre perché fossero distribuite.

Entròa tempo anche la carrozza funebrechedescritto un bell'ovale nellaneve fresca della cortevenne a collocarsi sotto il porticotagliando in due parti la follai signori verso la scalalapoveraglia verso la cantina. Sui berretti mollisui cappelli acenciosui fazzoletti delle povere donne svolazzava il tricorno didon Giosuè Pianelliun vecchio prete sepolto nel bavero d'ungran tabarro allacciato con una grossa catena di ferro sotto ilmento.

Accantogli stava cogli occhi velati dai neri sopracigli l'avvocato Baruffadi cui la testa lucida e nuda splendeva in mezzo ai colori scuri comeun grosso uovo di struzzo.

AquilinoRattail vice-ricevitore del regio lottocercò d'accostareil prete e d'interrogarlo pulitamentecol dovuto rispetto allacircostanzasu quelle che dicevano le probabilità d'untestamentomediante il quale... per il quale... Don Giosuèscrollando il tabarro in furiabrontolò qualche cosa in fondoal baveroe cambiò posto. Fu avvicinato da questa parte daSalvatore Boffail fonditore di caratteri di stampa (l'uomo dallaganascia fasciata)chesoffiando le parole come gli permetteva laflussionetoccò ancora il tasto del testamento. Don Giosuèalzò gli occhi al cielo e parve sprofondare nel bavero come inuna botola.

Nell'angustopasso della portineria la Santinala donna di servizio che il sorTognino aveva messo rabbiosamente alla portasi profondeva inlagrime avvolta in uno scialle nero che le dava l'aspetto di unasanguisuga.

Contanta ressa di gente che ingombrava la scala e il portico la poveravecchia Ratta stentò a farsi stradaquando la portaronoabbasso nel suo ultimo vestito di legno bianco. Intanto laprocessione dei preti e dei chierici colla crocepreso in mezzoLorenzo Maccagnolo trascinòrimorchiandolo fin presso leruote del carrotenendolo imprigionato in un cerchio di candeleaccese. I preti cominciarono a brontolare orazioni. Lorenzochiusoin mezzo dalle cottecercò di salvare il cappello nuovo dallesgocciolaturee se ne servì come di scudo per difendersidagli occhi maliziosi della zia Sidoniache rideva dietro le spallemassiccie del cavalier marito. Nell'andar via cogli occhi da quellatentazionene incontrò un'altraa una finestra del secondopianodove la bella Olimpiaancora spettinatastava spiando nellospiraglio tra due gelosie.

Ilbrontolamento dei preti rimescolò subito le viscere delcavalier Borrolalibero pensatore e framasson padovanche non potétrattener anche lui il suo rosario contro il botteghin e il bottegoncontro una razza di mangiapanche vivono alle spalle deicredenzoni...

Ilbravo fallitogonfiando gli occhiesprimeva questi suoi sentimenticon una voce di moscone irritatomovendo la punta dei baffi come gliindici d'un grosso orologio. Un poco di più avrebbe fattonascere uno scandalose a un tratto la voce stizzosa e chiara delsor Tognino in cima alla scala e lo scalpitare dei cavallichemenavan via la mortanon avessero sviata l'attenzione dei dolentiper così chiamarli.

Unadonnacerta Angiolinaortolana di professioneparente anche leidella defuntaessendo venuta in cognizione che la vecchia Rattaaveva lasciato delle disposizioni a favore dei parenti poverisgusciando tra la folla in coda ai becchiniaveva colto il bravo sorTognino sulla soglia dell'appartamento e pretendeva avere da luiqualche notizia positiva. Il sor Tognino la fermò sull'uscio ecercò mostrarle che non era proprio il momento piùopportuno di parlar di affariper bacco! Le carte erano nelle manidel notaio Baltresca...

"Baltrescao Baltrosca..." ribatté la donnache dalle voci eraindotta a creder poco al bravo parente"vuol dire che ci saremoanche noi." E usando la metafora che in verziere è comeun manico d'avorio infilato sopra una lama ordinariaseguitòalzando la voce: "Badiamo a non fare il gattoperché noiai gatti che allungano troppo lo zampino tagliamo la coda e se nonbasta la coda tagliamo anche gli orecchi..."

Ilsor Tognino colse un buon momento e chiuse l'uscio sul muso allapettegola.

Ilcorteoinfilato l'androne della porta piegò a sinistra e sidistese come una vera biscia lungo il corso di Porta Ticineseversola parrocchiale di San Lorenzo. Ai cordoni si trovaronoun po' percasoun po' per accordi presiSidonia Maccagno maritata al cavalierBorrolaCelestina maritata a Michele Ratta lattivendoloPaolinaBianconi maritata a un Maccagnoorefice all'insegna dell'àncorae Arabella Pianellida tre mesi sposa a Lorenzo Maccagno. CasaMaccagno su tutta la linea.

Nelvia vai delle vetturedei carridei tramdella folla che brulicain quel popoloso quartiereil funerale si allungò nelpiacicchiccio sudicio della stradadove il fango affogava la nevepassando a sinistra delle antiche colonne romaneche sfidano nellaloro marmorea indifferenza l'indifferenza più che marmorea chei cinquemila bottegai della parrocchia dimostrano per la loroclassica antichità.

Lagente si arrestava a guardare un pocosbadatamentea questo fattocosì comune del morto che passache nelle grandi cittànon suscita più in chi vede se non il fastidio di aspettareche passi. Quindi la folla si rimescola e seguita a scorrere neldeclivio dolce e potente della vita.

Ilsor Tognino aspettò che tutti fossero usciti echiusol'appartamentotenne dietro al funerale col suo passetto corto estrisciatomentre andava infilando un paio di guanti di pelle.Raggiunto il corteo si accostò a Lorenzo e gli disse:

"Perchéhai permesso ad Arabella d'uscire con questo tempo? Non avete proprionessun giudizio".

"Setu sai persuadere le donne quando si fissano un'idea..." osservòsorridendo il giovine.

"Nelsuo stato è giusto prudenza uscir di casa e il cacciarsi nellafolla!"

"Bravodiglielo..."

Ilvecchio Maccagno aspettò il momento che la morta stava perentrare in chiesachiamò in disparte la nuorae le disse:

"Nonvoglio che lei resti a prender altro freddo. Dia ascolto a metornia casa..."

"Misento bene..."

"Oggisi sente bene e domani potrebbe sentirsi male. Venga con meabbiapazienza. Passa il tramtorni a casae si faccia dare unabell'acqua calda dall'Augusta. E cambi subito le scarpe. Nel suostato non deve esporsi agli strapazzi."

"Obbedirò..."disse Arabella con un leggiero sorriso.

"Bravavenga con me."

Ilsuocero tornò dieci passi indietrofece arrestare un tramaccompagnò la nuora fino al carrozzonene pagò ilpostoosservando che non fosse sulla corrente dell'ariae tornòa dire:

"Facciafermare davanti alla porta". E rivoltosi al conduttoresoggiunse: "Fermati in via Torinoalla porta del dentista..."

"Loso" disse il conduttoresalutando il signor Maccagno comepersona conosciuta.

Ilvecchietto seguitò cogli occhi un pezzo la carrozzaeindicando colla mano le scarperaccomandò ancora una voltaall'Arabella di cambiare le sue appena a casa. Quindi tornò inchiesamentre i preti intonavano il "Beati mortui"e andòa collocarsi vicino al Botolaun suo vecchio amico d'infanziacolquale cominciò un discorso molto vivo. Tre passi dietro di luil'ortolanaalzando la voce come se fosse in verziereripeteva alBoffa e ad Aquilino Ratta:

"Permese non vedo le cose chiarel'ho dichiarato a questo impostore:faccio un altro quarantotto".



3.NELL'AMMEZZATO

"Ioti regalerò questo paio di calzeFerruccioma tu devispiegarmi un misterocioècome ha fatto il signor Lorenzo asposare la signora Arabella."

Cosìprese a dire la zia Colombauna vecchietta forte e vivacementrescioglieva i gruppi di un grosso fagotto che teneva sui ginocchi.

Ferruccioarrossì un poco e prima ch'egli avesse tempo di risponderelazia Colomba riprese:

"Dimmiun po': non è essa la figliuola di quel povero sor Cesarinoche si è ammazzato per debiti otto o dieci anni fa? Deviricordarteneperché fu uno di quei casi che fannoimpressione. La sua mamma sposò in seconde nozze un buon uomodi campagnase non mi sbaglio".

"Ècosì."

"IPianelli abitavano in Carrobbioquando io servivo presso i Grissinie mi ricordo bene di quella cara biondinache aveva due occhi pienidi sentimento. Era una donnina fin d'allora. L'ho ben riconosciutal'altro dì al funerale della povera signora e ho visto che èdiventata una bell'asta di donnacon un faccino rosso e delicato.Come ha fatto a sposare questo disutile dal faccione grasso di fratesbarbato?"

Ferruccioalzando un dito davanti alla bocca l'avvertì di parlarpianino. Il sor Tognino poteva entrare da un momento all'altro.

"Quelsuo patrigno" seguitò poi sottovoce "fece dellecattive speculazionisi trovò in gravi imbarazzi e dovettecercare dei capitali al sor Togninocapitali che non fu piùin grado di restituire. Il matrimoniopareaccomodò moltiinteressi"

"Hocapito. Sempre così. Gli uomini fanno i cattivi affari e toccaalle povere donne d'aggiustarli. Voi stracciate e a noi toccarattopparebirboni..."

"Però"s'arrischiò a dire il ragazzo "in casa le voglion bene ela trattano con tutti i riguardi."

"Èverosì o noche questo babbeo di suo marito ha sempre fattauna vita allegra coi denari del papà e che fino a ieri hamandato in lusso una cantante?"

Ferrucciotornò ad arrossirecome se la zia Colomba gliene facessecarico a lui.

"Nonè un uomo cattivo nemmeno lui" disse dopo un istante."Non nego che abbia fatte le sue: è riccoha buoncuore."

"Dàlloai merli questo cuore!" ripigliò con una certa furia lazia Colombaagitando le cocche del bel fazzoletto di setache avevaposato sulla testa contro i rigori del freddo. "Tu sei un mezzochierico e non conosci il mondo; ma dacché sei entrato inquesta casaio non ho mai avuto il cuore tranquillo. Tutti i giornifaccio le mie indagini edico la veritàvedrei volentieriche tu cercassi qualche cosa di meglio. Tu non hai sposato nessunofortunatamentee puoi spolverare le scarpe quando vuoi e andartene.Non è il nostro genere. Gente senza legge e senza fedecheper un quattrino venderebbero l'anima a berlicche! Di religione nonsi parla; il padre peggiore del figlio e il figlio sulla strada didiventar peggiore del padre. A meripetodispiace immensamente chetu sia venuto a masticare questo pane; lo dicevo anche ieri alla ziaNunziadina. In questa tana non hai nulla di buono da imparare."

Ferruccioindicò col pollice un uscio dietro di lui e si portò dinuovo l'indice alla bocca.

Lazia Colomba alzò le spallecome se non gliene importassenulla che la sentisserotentennò un pezzo il capoeabbassando di nuovo la voce fin dove glielo permetteva il calore deldiscorsosoggiunse:

"Sìmi rincrescee vedrei volentieri che tu cercassi un altro sitoilmio bene".

Ferrucciofiglio di Pietro Berrettada un anno circadacchérinunciando alla vocazione era uscito dal Seminarioandava cercandola sua stradae solamente per non essere d'aggravio ai suois'eraadattato a scrivere nello studio del sor Tognino.

Nonavendo potuto trovar posto nella portineriaera andato a conviverecolla zia Colomba e colla zia Nunziadinasorelle di sua madreinuna casetta di via San Barnabaposta tra il convento dei barnabiti el'ospedaleun luogo segreto tra molti giardinidove l'erba si fastrada in mezzo ai ciottolidove qualche macchia di vecchie pianteresiste ancora agli urti della civiltà.

Lazia Nunziadinauna nanina che reggevasi su due piccole grucciealtaun braccio da terracon un faccino profilato e biancotutta cuor diGesùlavorava i pizzi da chiesamentre la Colombachepotevasi paragonare a un gruppo di rovereandava intorno coifagottial Monte di Pietà a comperare e per le case avendere.

Lapovera nanina non era meno attaccata a Ferruccio di quel che fosse lasorella.

Ancheleiche viveva in un guscioaveva seguito il figlio della poveraMarietta per tutti gli anni che il chierico rimase in Seminariomettendo in disparte i pizzi più belli e un cassettone di refeper le gambe del futuro ministro di Dio.

Queldì che per qualche contrasto il ragazzo dichiarò di nonvoler andar avantila zia Nunziadina non gli tolse il suo amore perquesto. Il refe non era ancor tinto. E questo amore diventòancora più teneroquando le due zitelloneconosciute nelquartiere col nome di "due beate"ebbero la fortuna ditirarsi il giovane in casa e di covarlo come si cova un uovo. La ziaNunziadina gli cedette subito il suo stanzino pieno di quadretti e dirosariche dava sul giardino di casa Merlianie lei si ridusse adormire nella stanza vicinainsieme alla Colomba. In mezzo non c'erache una cucinache serviva anche di salottocol telaio e ilseggiolone della sciancatella sotto la finestra vicino al ballatoio.Davanti apriva il suo grandioso ombrello un vecchio castano amarodalle braccia robusteche d'estate sbatteva nelle chiare stanzetteuna fresca e tremolante luce verdognola. Le "due beate"vivevano come in paradisoal di sopra degli stenticolla chiesasull'usciocolla vista dei giardinettirisparmiando ogni giornoqualche soldoche andava a ingrossare un libretto di risparmiochela zia Colomba consegnava per sicurezza al padre Barcail dottorosminianoautore di una "Cosmogonia mosaica" moltoriputata.

Ferruccioper non essere di aggravio alle zieprocurava di tornar utile incasaattingendo acquaportando legna e carboneuscendo e tornandocolla cesta della roba stirataaiutando la zia Nunziadina aincresparea incannettare le cotte e i camicia riscaldare i ferri:o correva al Montedurante la venditaper aiutare la zia Colomba atrasportare la mercanzia. Il suo sogno era di poter entrare presso unlibraio a far praticadove potesse adoperar meglio le cognizioni el'ingegnoe per un pezzo sperò colla raccomandazione delpadre Barca di essere assunto da un editore di operette religiose; masul più bello il libraio fece affari d'autore e fallì.Seguirono giorni di grande malinconia per il povero ragazzoche sivedeva lungo e inutile. Egli non poteva passar la vita a contemplarela zia Nunziadinache lavorava le sue dodici ore senza far rumoretra le tortorelle che passeggiavano in cucina a beccare nellescrepolature dei mattoni. In questi momenti tanta tristezzagl'invadeva il cuoreche se ne trovava il viso molle.

"Comesi fazia? i posti non si trovano mica sempre secondo i nostridesiderie io sono stufo di vivere alle vostre spallepovera genteanche voi. Del restoin cinque mesi che mi trovo a lavorare col sorTogninonon mi sono accorto ch'egli sia quel diavolo d'usuraio chedite voi. È un uomo d'ingegnolestoche lavora come ungiovinotto. Ora mi dà sessanta lire e capiteziache nel miocaso non è facile trovarle dappertutto sessanta lire."

Questidiscorsi avevano luogo in un basso ammezzato che serviva dianticamera allo studio del sor Tognino.

Unalarga finestrache occupava quasi tutta la paretericeveva luce dauna corte in cui l'aria colava con un color scialbo d'aria vecchia.In giro eran molte finestre che si guardavano in faccia.

Lacasa è un'alta e bella costruzione recenteposta quasi nelcuore della cittàcon molte botteghe verso la via Torinoconeleganti balconi al primo e secondo pianocon un portone signorilesu cui domina l'iscrizione cubitale d'un dentista tra due massiccidenti molari. Sugli stipiti sono molti cartelli e lamine scrittechedànno all'edificio il carattere d'un gran magazzino.

Dallaparte degli ammezzati invece una porta secondaria viene quasi adaddossarsi alle logore costruzioni della vecchia Milanoe serve disfogo ai retrobottega e agli appartamentia cui si accede per viad'una scaluccia sempre sporca e bagnata. Qui era lo studio delpadrone di casaossia di colui che i casigliani riconoscevano per ilpadrone di casaperché a lui pagavano due volte l'anno lapigione; ma in realtà il signor Maccagno non era cherappresentante o subaffittario interessato d'una Compagnia diassicurazione che aveva fatto poco buoni affari.

Dopoun po' di silenzio la Colombache per la prima volta poneva il piedein quella tanaprese a dire:

"Ionon voglioil mio beneimporti la mia volontà. Tu hairaggiunta l'età del giudizio e sai distinguere da te quel cheva fatto. Hai studiato anche il latinosicchéfiguriamoci!Ciò che importa a questo mondo è di non perdere iltimor di Dio. Anche di camicie stai malema spero rilevarne unamezza dozzina al Monte al prezzo di quattro lire l'unase quel dellatromba manterrà la parola. Son belle camicie nuovedi telaforestierache forse hanno appartenuto a qualche conte sbagliato.Son forseun po' larghema tu pensa a ingrassareanima mia... Equella chi è?"

L'improvvisadomanda fu accompagnata da un gesto verso una ragazza che scendeva lascala (di cui vedevasi un gomito dalla finestra) facendo cantare unsecchiello di rame.

"Èla cameriera della signora."

"Comesi chiama?"

"Augusta."

"Èun bel nomema ha certi occhi! Non sarebbe meglio che tu voltassi lespalle alla finestraquando scrivi?"

"Nonci si vedecara zia" rispose Ferruccioridendo con sicurezzacome chi ha l'animo tranquillo.

"Tuche hai studiato il latino sai come si dice: Oculos portapeccatorum."

Lavecchietta allegra e rubizza rideva ancora a sentirsi in bocca illatinoquando l'uscio si aprì bel bello ed entrarono AquilinoRattail vice-ricevitore del lottoSalvatore Boffa il fonditore dicaratteri e l'Angiolina l'ortolanavenuti in deputazione per parlareal sor Togninoloro mezzo parentesull'argomento del testamentoRatta.

Erail consiglio che aveva dato loro l'avvocato Baruffa.

"Nonc'è" disse Ferruccio "ma tornerà versomezzodì. Se possono aspettare cinque minuti..."

"Ame pare che dal momento che siamo venuti possiamo anche aspettare..."osservò il vice-ricevitore col tono di chi fa una propostaragionevole.

"Aspettiamopure" gorgheggiò con una cantilena tutta sua particolarel'ortolanachericonosciuta la Colombariprese a dire: "Come?anche la Colomba nella casa dei ladri?"

Ladonnache stava stringendo i gruppi di due grossi involtil'uno dipanno verde l'altro in un fazzoletto rosso di cotoneraccontòd'esser venuta a parlare a quel suo ragazzoche era figlio dellapovera sua sorella Marietta. Toccava a lei a fargli da mamma e arattoppargli i quattro stracciperché il figliuolodacchéera uscito dal Seminariosi trovava come perso nel mondo. A trovareun onesto boccone di panespavento! in giornata è diventatoun affar serio.

"Ingiornata la fortuna è dei ladri e dei Tognini" declamòl'Angiolina colla voce frescache usava in verziere al tempo delleprime fragole.

"Iodireipunto primodi non guastare la torta" osservòcolla naturale prudenza il vice-ricevitoreche amava in ogniquestione star sempre dalla parte della ragione.

Primadi fare degli scandali era bene parlare amichevolmente col loroparentesentir le due campane e ragionare. A ragionare ci s'intendee per ragionare non è necessario gridare...

SalvatoreBoffaquel piccolotto nero che aveva ancora la faccia rifasciata nelfazzolettoalzò il caposocchiuse gli occhidimenòle mani forse per dire: "Le donnefalle tacere le donne..."Ma non uscì che un sordo mugolìo.

"Tortoo tortaqualche cosa dovremo rompere del sicuro" seguitòcolla sua indomabile ostinazione la donnafacendo scorrere le manisulle manichecome se si preparasse a lavare. "La Colomba sabene anche lei di che cosa si tratta."

"Ionon so nullacaro il mio bene. Io sto laggiù a San Barnabafuori del mondo."

"Come?non sapete che Tognino Gattagno" (e accompagnò il nomecol gesto di chi gratta l'aria) "ha fatto scomparire untestamento di quattrocento mila lire?" "Scomparire..."osservò sorridendo Aquilinoche non amava le asserzioniavventate. "Punto primo..."

"Sissignori!un testamentoin cuidire a direè impegnato il sangue ditanta povera gente."

"Noinon sappiamo se l'ha fatto sparire o se non l'ha fatto..."

"Caroil mio regio impiegatosi vede proprio che il cilindro vi scalda latesta."

Angiolinavolle alludere al cappello che Aquilino aveva preso per lacircostanzaperché Tognino non dicesse in nessun modo che iparenti gli avevano mancato dei debiti riguardi.

"Nonsappiamo? è vero o non è vero che quella vecchia halasciato una sostanza di quattrocento mila lire? non l'ha detto ilnotaio? non l'ha detto l'avvocato? non l'ha detto don Giosuè?è vero o non è vero che questo birbone s'èpappato tutto?"

"Noisiamo venuti per discorreree per discorrere bisognapunto primodiscorrereè vero?"

Aquilinoche non si curava mai del punto secondo dei suoi ragionamentisivolse verso Ferruccio per avere una testimonianza in un giovinottoserioche sapeva scrivere.

Ancheil vice-ricevitoreper dir la veritàlusingato un po' tropponelle sue speranzedopo aver lasciato vincere alla vecchia parentedelle partite a taroccoch'era un peccato a strapazzarle a quelmodoanche lui era rimasto scosso e mortificato quando il notaioassicurò che Tognino aveva ereditato tutto. Un uomoperquanto prudente e ragionevolenon è di legno. Alla poveraCarolinaAquilino aveva fin strappato un denteed è sempreuna cosa ingrata dover sputar fuori una buona speranza.

Iltestamento faceva obbligo all'erede universale di assegnare aiparenti di secondo e terzo grado un regalouna mancia una voltatanto: ma Aquilino Ratta aveva dignitosamente rifiutato l'elemosina.Un Aquilino che si è battuto a Mestre e ha fatto ilquarantotto non riceve elemosine. Con tutto questo non potevaapprovare il sistema di violenza con cui i diseredati credevano difarsi rendere giustiziapunto primoperché la violenza hasempre torto...

"Nonconoscevo questa storia del testamento" disse la Colombacercando cogli occhi il figliuoloche stava lì come incantatoanche lui a sentire. "Possibile? una sostanza di quattrocentomila lire?"

"Tuttalui!" ripigliò l'Angiolinaagitando i dieci ditiraccolti in due pugnetti sotto il naso della Colomba. "E questocilindrone non vuole che io dica che Raffagno è degno dellagalera... E dire a dire che siamo una masnada di bisognosisenzacontare i morti di famecorpo d'una biscia! che stentano a stardiritti se tira vento. Infametutto per lui e per le suesgualdrine!"

Ladonna eccitata e sferzata dalla sua passione parlava cogli occhiinfiammaticolla faccia in sucoi pugni chiusi e puntellati sulgrosso dei fianchiassorbendo in sé tutta l'anima dellaColomba e dei tre uomini che le stavano intorno.

"Quattro...cento...milalire!" sillabò ancora una voltaparlando quasi coidentiverso la Colombache infilati i due fagotticongiunse lemani in un atto di pietosa commiserazione.

El'ortolanapostandosi sul piede destroavanzato l'altro come se sipreparasse a ballare il minuettocolle due braccia piegate sulleanchecome due solide anse d'un'olla di bronzostava per aggiungereuna lunga frangiaquandoproprio in quel puntol'uscio di scala sischiusespinto da una mano dolcee Arabella entrò col suopasso leggierodicendo:

"Scusisignor Ferruccio..." e vista dell'altra gentefece un inchinocolla testaripetendo: "Scusino..."

Eravestita d'un lungo soprabito di velluto con orli e risvolti dipellicciacon un cappello di mezzo lutto guarnito di nastriviolettiche scendevano a fasciarle le fattezze delicate del volto.Teneva le mani in un piccolo manicotto d'un pelo lungo e flosciochepremeva sul grembo. Entrò col respiro un po' affaticato (essaera già sui due mesi) portando in quell'aria ottenebrata epregna dell'acre odore della muffa e dell'inchiostro un delicatoprofumo di ireos...

Porseun foglio a Ferrucciodicendo:

"Leho portato il promemoria della povera Teresa Stella. Sono stata ieria vederla e fa veramente compassione. Ha il marito malatoall'Ospedale e tre figliuoletti senza pane. La stanza non puòpagarla assolutamente; non è mica un pretesto. Lo dica a miosuocero".

"Sissignoraglielo dirò."

"Senopagherò io per lei."

"Sissignora..."rispose di nuovo Ferrucciomovendo il capo come un arlecchinosnodato.

"Sele può perdonare il semestrefa un'opera di carità."

"Sissignora."

Ferrucciorosso più del fuoco corse ad aprir l'usciocome se avessebisogno di mandarla via subito. Tremava tutto.

"Lapermettela mia bella signorache io la riverisca?" disse lazia Colombafacendosi avanti con una riverenza e co' suoi duefagotti infilati sulle braccia. E mentre Arabella le fissava gliocchi in faccia: "Son la Colombache servivo i Grissinila ziadi questo figliuolosi ricorda?"

"Moltobene: e vi trovo tal e quale. Come stateColomba?"

"Siresiste. E la sua bella mammina sta bene? Come s'è fattagrande e bellaangeli custodi. Non è più quellamagrina bionda che trovavo sulle scalesi ricorda? Ho dovutodomandare a Ferruccio..."

"Brava!venite a trovarmi qualche volta."

"Certovolentieri: mi farà una grazia."

"Leisi ricorda..." riprese a dire Arabella rivolta verso il giovane."una carità..."

"Sissignora..."

Ferruccioaprì di nuovo l'uscio e si affrettò a chiuderglielodietro le spallecome se cercasse di tenerla fuori per sempre.

"Civuol altro che vestirsi di vellutobrutta smorfiosa" entròa dire l'Angiolina subito dopo. "Ci vuol altro che i cappellinie che il fare la carità col sangue della povera gentesgualdrinetta."

"Checolpa ne ha lei?..." osservò la Colomba.

"Lesolite esagerazioni..." soggiunse Aquilinocrollando il capo inaria di compatimento.

Ferrucciopallido e irritatostava cercando anche lui una parola di difesaquando la voce chiara e nervosa del sor Togninoche risonòsul pianerottolodiede una scossa ai pensieri dei tre delegati eagitò la zia Colombache avrebbe voluto essere giàlontana tre miglia.

"Nonvoglio assolutamente che lei passi di qui" diceva il vecchiosuocero ad Arabella. "Sta benesta benema può parlarecon me senza bisogno di tanti avvocati."

Eancora infiammato in viso aprì l'uscio e con gli occhisemichiusicome fanno oltre ai corti di vista coloro che nonvogliono vedereadocchiò gli illustri personaggi che stavanoaspettando l'udienza.

Aquilinovolendo prendere una rispettosa iniziativadondolò un pocosulle gambe a guisa di cannae agitando il suo cilindro prese adire:

"Sonoiocaro sor Togninoio Aquilino Rattasicuro: e questi son duenostri buoni parenticoi qualiper i quali siamo venutise lei hatempo un piccolo momentinoperché vorressimopunto primodiscorrere un poco in intuito di quel testamento di quella poveraCarolina nostra parenteper la quale..."

"Aaah!"cantarellò in tono nasale il vecchio affaristacome secascasse dalle nuvole. "Passate di qui…" ed entròper primo nello studio.

Aquilinosi rivolse all'Angiolina e alzato un dito diritto come una lancialeraccomandò ancora una volta la prudenza. "Parlo io!"disse con quel dito in ariae andò avanti. Il Boffa lo seguì.Ultima fu l'Angiolina chedata una scossa tremenda alla Colombavolle tirarsi un altro chiodo dallo stomaco:

"Ovediamo i soldiColombao si fa il quarantotto!"

Etrottolò dietro gli uomini.

"Ozia Colomba!" proruppe Ferrucciopallido in visocorrendopresso la donna. "Che storia è questa? avete sentito chebrutte parole? e che c'entra la signora Arabella?"

"Ionon so nienteil mio beneio sto a San Barnaba; ma non mimeraviglio di niente. Il denaro è peggiore del diavolo chel'ha inventato. Andrò in cerca di tuo padre e mi faròcontare la storia di questo testamento. Io ho detto subito che quellapovera creatura era in bocca ai cani..."

"Sarannole solite esagerazioni..."

"Nonmi meraviglio di nullae torno a direvedrei volentieri che tucercassi un pane migliore. Vieni a casa presto stasera e ne parleremoanche colla zia Nunziadina."

 

4.I PENSIERI DELLA ZIA COLOMBA

LaColomba tornò a casa un po' più tardi del solitoavendo voluto prima parlare con suo cognato Berrettacirca le vociche correvano su questa benedetta eredità.

Essatemeva che Ferruccio avesse a trovarsi implicato in qualche bruttointrigo e desiderava ancora più di prima chepotendocambiasse aria al più presto.

Trovòil Berretta più brutto del solito nel bugigattolo dellaportineriatutto occupato a far dei punti in una vecchia livrea dicasa Mainonaal lume di un moccoletto di segoche se rompeva ilbuio della stanzucciasfigurava davanti al chiaro della strada. ASant'Antonio il giorno si prolunga di un'ora buona: e in certegiornate serene il sole arriva quasi a tempo a vedere la minestra intavola.

"Hovisto Ferruccio" cominciò la Colombamettendosi a sederesenza tirar le braccia dai grossi fagottiche appoggiò suiginocchi "e mi ha detto che il suo principale gli ha aumentatoil mese. È una bella cosama non vorrei che con questi denariil povero figliuolo avesse a comperarsi dei fastidi e molto menodegli aggravi di coscienza. Che razza d'uomo è questo vostroprincipale? Io non l'ho visto che alla sfuggita e mi ha la figura diuna faina. È vero che ha fatto i denari in ogni maniera? che aMilano possiede certe case doveper esempionon vorrei cheFerruccio andasse a dire il rosario? e che storia è questa deltestamento rubatoche so io? di un'eredità di quattrocentomila lire; che il bravo uomosi diceavrebbe fatto scappare? Voiche cosa ne sapete? perché io ho sentito oggi parole di fuocoe quando la gente comincia a tirar sassi contro un cane rabbioso c'èpericolo che i sassi rompano qualche cosa e colpiscano la testa dellagente che passa. Ferruccio è un povero chierico che ha ancorala sua prima innocenza e non vorrei che si trovassesenzaaccorgersiimplicato in un affaraccio. Il gatto bianco che va adormire nel carbone bisogna che si svegli nero la mattina. Siamopovera gente a cui piace morire in pace; e il maleparlando con pocorispettoè come la rogna: chi l'ha l'attacca."

IlBerretta lasciò cadere il lavoro sui ginocchi eguardando lacognata attraverso i vetri grossi degli occhialiprese a dire con untono mezzo canzonatorio:

"Vedeteche io faccio il sarto"

"Ilfare il sarto non v'impedisce di vedere chi va e chi viene dallavostra portae non deve nemmeno impedirvi d'occuparvi del bene delvostro figliuolo."

"Egliaveva trovato un benefattore che lo faceva studiare."

"Lasciamostare questa storiache non c'entra adesso. Se il figliuolo non si èsentito di fare il preteha mostrato della forza d'animo e dellacoscienza a buttare il collarino nelle ortiche. Di preti senzavocazione il Signore non sa che cosa farne. Io parlo del Ferrucciod'oggianima benedetta!"

"Segli dànno sessanta lire al mese..." brontolòsvogliato il portinaioripigliando a far dei punti nella livrea.

"ScusatePietro: ci sono dei mestieriin cui si possono guadagnarecomodamente duecento e trecento lire al mese solamente ad aprirl'uscio al diavolo. Se voi mi servite per sessanta lire di chiodi inminestra e se io devo digerire la vostra generositàgraziedella vostra minestra: preferisco la polenta condita di fame. Ora irimorsi sono come un carico di chiodi per la coscienza."

Ilsarto chinò il capoaddentò il gruppo del filo e se lorosicchiòalzando le spallecome se il discorso non loriguardasse.

"Checosa c'è di vero dunque in questa storia dell'eredità?"tornò a domandare la Colombaappoggiando il viso al fagottorosso.

"Domandatea me?"

"Conchi parlo se non con voi?" scattò a dire la donnafacendosi rossa come il suo fagotto. "L'Angiolina l'ortolanaAquilino Rattase non isbaglioun ometto magro che parla bene..."

"Conoscoio questa gente?" ribatté il portinaioquasi contento dipoter rispondere alle domande con altre domande altrettanto noiose einconcludenti.

"Èimpossibile che non ne sappiate qualche cosa. La Ratta non èmorta qui?"

"Esono io il confessore delle vecchie che muoiono?"

"Sapretealmeno dire se il vostro padrone è un galantuomo e se quel chedicono di lui sono bugie?"

"Io?"tornò a domandare il Berrettaindicandosi colle grossecesoie. "Io faccio il sarto."

"Sapetealmeno quel che vi costa l'acquavite che bevete in un giorno e che virende stordito come una oca?" proruppe la Colomba alzandosicolle fiamme ai pomelli del visofiutando nell'aria il puzzo di cuiera impregnato lo stanzino. "Io sono venuta per il bene diFerruccio e non per sapere gli affari degli altrie molto meno ivostri. Voi fate il sarto e io compero la roba al Monte: stateallegro e diverrete grassoBerretta."

Ese ne andò dopo aver infilato l'uno dopo l'altro i due fagottinello stretto passaggio dell'invetriata.

IlBerretta buttò le cesoie sul tavolo con grande fracassosoffiando forte di dispetto e di disperazione. Che venivano a romperela testa a lui? potevano battere un morto con più profitto.Quando un uomo è sull'orlo di essere impiccatoègiusto a lui che si deve far la questione di che filo è fattala corda! Lui non conosceva nessunoné AquilinonéPasqualinoné Maddalenané Bartolomeo; lui faceva ilsarto. Chi sa dire fin dove un uomo è galantuomo e fin dove èbriccone? ma quando il sor Tognino avesse dato corso alla denuncianon c'era più un cane in Milano che avrebbe potuto salvare unpovero tristo dal cellulare. A quest'idea il povero Berrettarabbrividiva fin nel fondo degli ossi e non era che per cacciar quelfreddo dalla midolla chenon avendo più vinoraccomandavasiall'acquavite.

LaColombaco' suoi due fagotti infilati sulle bracciatraversòmezzo Milano nell'ora che già cominciavano a illuminarsi lebotteghe e a spuntare le fiammelle rossiccie dei lampioni a gaz nellalunghezza delle strade.

DalCarrobbio alla via di San Barnaba è una bella passeggiata mala buona donnache dalle undici batteva il selciato e aveva fattopiù di una scalanon sentì la faticase non quandopose il corpo a riposare sopra una sedia. Allora le gambe e i duepolsi indolenziti dal peso della roba cominciarono a protestare e silamentarono tutta la notte. Ma fin che fu in moto ella non si accorsedel peso degli anni e del corpocome se un pensiero più fortedi lei la tirasse dietro e la facesse camminare un dito sollevata daterra.

Quelbenedetto figliuolo le stava sul cuore.

DacchéFerruccio aveva lasciato il seminariovale a dire da quasi un annonon aveva mai potuto imbroccare una buona strada e c'era pericolo chedomani avesse a trovarsi da capoal sicut erat in principioperché non basta dire: questo è pane... ma bisognasapere di che cosa è fatto il pane che si mangia. OraquandoFerruccio avesse dovuto ingrassare il corpo a danno dell'animanéla Colombané la Nunziadina non avrebbero permessoebisognava tornar da capo a cercare un boccone meno duro.

Seguendole peripezie per cui era passato il ragazzo ne' suoi vent'anni divitadal dì che era venuto al mondodando la morte alla suamammail pensiero della Colomba tornava indietro e arrestavasi allastoria della povera Mariettache aveva sposato il Berrettama cheproprio un gran bene non l'aveva mai voluto a quel povero martoro disarto. La Marietta era stata una testa romantica e anche Ferruccioaveva una tendenza a scaldarsi l'immaginazione dietro alle idee. Eraun ragazzo da poter far bene una vita tranquillanella bottega d'unmercante o d'un libraioera più stoffa da maestro che pastad'uomo d'affarimolto meno affari confusi in cui il diavolo c'entrao coi corni o colla coda. Quel vederlo rintanato in una stanzucciaoscurain mezzo ai libri mastriobbligato a scrivere numeri tuttoil santo giornoa litigare col quattrinoa fare il tiranno collapovera gente (luicon quel cuore di piccione)a imparare le maliziedell'interessaccio sotto la guida di quella vecchia volpeera unacondizione che stringeva lo stomacoanche prescindendo dalle bellevoci che correvano.

Camminandoper dir cosìsu questi pensieri che non le lasciavano sentireil sassola Colomba arrivò a casasalì le scale edentròmentre la Nunziadina appoggiata alle gruccette mettevail formaggio nella pentola della minestra.

Lapiccola tavola era preparata nel mezzo della cucinacoi soliti trepostirischiarati da una lampadina a petrolio coperta da un verdeparalume di carta. La Nunziadinaquantunque non arrivasse collapunta del mento all'altezza della tavolasaltellando sulle gruccettecome un passerino sugli staggi della gabbiaaccudiva con agileabilità alle faccende di casacercando di render utile la suapiccola personaanche nei momenti che le sue mani preziose nonrammendavano il pizzo. La Colombaprima di uscire la mattina perandare al Montepreparava il riso e il lardo e il pentolinoall'altezza della naninache pensava ad accendere il fuoco e amettere la minestra in tavola per l'ora che la sorella e Ferrucciotornavano pieni di fame e di freddo.

"Tuhai tardato più del solito stasera e anche Ferruccio non èancora tornato. Cominciavo a pensar male. Vedi il sor Galimberti?"

"CaraMadonnanon l'avevo vistosor Galimberti: son così stanca"disse la Colombalasciandosi cadere sopra una sedia.

"Comeva la nostra Colomba?" chiese colla solita tenera tranquillitàe pazienza il delegatoche stava sorbendo una tazza di caffè."La nostra Nunziadina ha voluto favorirmi una goccia del nèttaredegli dèie io stavo dicendo che in Milano non ci siete chevoi che sapete fare un caffè buono. Dopo che hanno inventatotante macchinette e filtri e diavolerienon c'è piùquell'aroma che si sentiva ai nostri tempi: non è veroColomba?"

"Noiandiamo all'antica: lo facciamo nel briccorimestandolo con unlegnetto."

"Saràeffetto del legnetto allora" soggiunse il delegato con un risograsso in fondo alla gola "ma un caffè come il vostro nonlo si beve nemmeno al Cova. Quando sarò in punto di morte vifarò avvertireperché io credo che questo aiuti asalvar l'anima."

"Leivien giovane e grasso tutti i giorni e parla di morire. Lei non hafastidi" disse la Colombainginocchiandosi sulla pietra delcamino per ravvivare il fuoco sotto la pentola.

"Giovane?da quanto tempo mi conosceteColomba! Vostro padre aveva ancora lasostra di legnacarbone e carbonella in piazza della Rosaquando io vi conobbi la prima volta. Allora io non era che un modestosorvegliante urbano e so che la mia palandrana e il mio cappellone vifacevan tanto ridere; specialmente la Marietta ridevaquel diavolopieno di spiritodi cui ero innamorato come un gatto e che avreisposatose non fosse stata la vergogna di quella benedettapalandrana tanto disprezzata."

"Chisa? forse le cose sarebbero andate meglio"

"Nonsi sa mai la storia delle cose che non sono accadutema ècerto che io ho sofferto quando ho inteso che ne sposava un altro.Amenlasciamo stare i poveri nostri morti e datemi notizie dellavostra salute."

Ilsor Galimberti in memoria del tempo passato aveva conservato dellabenevolenza verso le due "beate"che veniva di tempo intempo a trovaresicuro di bere un buon caffè con moltozucchero in fondo alla chicchera.

Eraun buon omaccio al di là della cinquantinamorbido e pesantecon un tono di voce carezzevoleche la qualità del mestierenon aveva mai saputo inasprire. Dall'umile ufficio di sorveglianteurbano era passato per gradi al titolo di delegato di pubblicasicurezzaacquistandosi la stima dei superioriche riconoscevanonel Galimberti una specialità nel rintracciare i fili delmanutengolismo. In Verzierealla Vetra e al Mercato del ForoBonaparteil sor Galimberti era conosciuto e riverito da tutte lepiù vecchie ortolane e pescivendolealle quali compiacevasiancora di offrire delle pastiglie di poligaladi cui aveva sempreindosso una scatoletta contro i rantoli del catarro bronchiale.

Mentrela minestra dava gli ultimi bollori borbottandola Colombacheaveva sempre il suo figliuolo sul cuorecondotta dalle malinconichereminiscenze del delegato a ricordare la povera Mariettapensòdi chiedere al vecchio amico di casa quegli schiarimenti che nonaveva potuto ottenere dal Berretta.

"Leiche vive nel mondo e ha molte reti in manoconoscerà anche ilsignor Tognin Maccagno…"

"Notusin Judaea..." disse il delegatoaprendo la scatolettabianca delle sue pastiglie.

"Chevuol dire?"

"Chelo conosco da un pezzo…"

"Cheuomo è?"

"Comeuomo ha del talentoperché quando si arriva quasi dal nulla apossedere due o tre case in Milano bisogna riconoscere che il talentoc'è. Del restoè quel che si dice un uomo sveltosimpaticoche spenna le galline senza farle strillare. Io ho avutoqualche breve rapporto con lui e l'ho sempre trovato amabilissimo eniente affatto usuraio e tiranno. Sicuramentese voi mi domandate senella sua vita non ha mai prestato del denaro al cinquanta per centoio non ve lo so dire. Se mi domandate se non ha fatto mai qualchetorto alla sua legittima consortecaro Iddiocome posso mettere lamano nel fuoco? Ho conosciuto anche la riverita signora Maccagnounabrutta donna sempre malcontentache il nostro Tognino sposòinsieme a una casa del Borgo. Ma il bell'uomo aveva altri giri... ecredo che le belle donnette non gli dispiaccian anche adesso che èvecchiopiù vecchio di me forse una decina d'anni. E talispater tale qualis filiusda quel che sento... Del restochecosa pretendetecara la mia donna? che un uomo padron di casafaccia il suo interesse senza sequestrare il paiolo di una poverafamiglia e senza far piangere una vedova spettinata? Ehehconqueste idee quanti sono i galantuomini in Milano! Il mondocare lemie donnenon sta a guardare tanto pel sottilequando si trattadegli uomini fortunatili prende come sonoli giudica in bloccocol loro attivo e col loro passivo. Voi vivete in un guscio e nonpotete giudicare che cosa è la vita. Voiquando aveteascoltato la vostra messapagato il fittomangiato una minestra erecitato un rosarioandate in letto a dormire; ma il mondo èun campo di battaglia. E allora vi dirò che pochi uomini inMilano hanno saputo e sanno vedere un buon affareprocedere speditisenza mettere piede in fallogirare le posizioni difficilitirarl'acqua al loro molinocome sa fare il nostro riverito sor Togninopochi uomini sanno conoscere e far ballare uomini come sa farliballare quest'ometto mezzo miopecol suo passetto strisciatocollasua voce secca che non ammette replicheco' suoi ragionamenti tuttid'un pezzo che v'imbrogliano il codice. E non c'è pericolo cherasenti la leggeve': la conosce più lui la legge che tuttigli avvocati. E con tutto questo non credo che sia egoistatutt'altro. Questa gente sa essere avara e prodiga a seconda dellapassione che soffi. Se vi rovina un uomonon ha gusto di lasciarlomorire di fame sopra una stradama procurerà che sia almenoricoverato in un ospizio."

"Uominicome questi Dio li lascia giudicare al diavolo"proruppe laColombarimestando con una certa furia nella pentola. "Nonvoglio che Ferruccio resti un giorno di più a questa scuola."

"Ehvoi esagerate: oggi il sor Tognino è arrivato in porto e puòdarsi anche il lusso di fare il galantuomo e il generoso. Gli uominiabili come luiche hanno una gran pratica di mondosono i primi acredere all'esistenza e all'importanza dell'onestà: e sottoquesto rispetto potrà fare del bene al vostro Ferruccio. Soper esempioche fa dei sacrifici per suo figlio e che ha ricevutomolto bene in casa la nuoraa cui ha preparato unbell'appartamento... Quando si è vicini a toccare il mezzomilioneè una sciocchezza fare il birbante..."

Ilsor Galimberti tornò a ridere del suo riso grasso in cuicorrevano delle piccole note bronchiali.

"Noiabbiamo un altro catechismo: non voglio più ch'egli rimanga ungiorno in quella casa."

"Èquiè qui" venne a dire la Nunziadinae saltellandosulle grucceandò incontro al ragazzoche entrò colpasso barcollantetutto stravolto in viso: "Da dove vieni cosìscalmanatobenedetto figliuolo? si direbbe che tu abbia camminato inun fosso. Le zacchere ti vanno fin sopra la testa."

Ferruccioentrò con aria distrattae senza salutare nessunobuttòil cappello e il soprabito sopra una sedia.

"Questoè il figliuolo della povera Marietta" disse la Colombaindicandolo col mestolo al Galimberti.

"Unbel ragazzo grandeche somiglia tutto alla sua povera mamma..."osservò il delegatoche parve raccogliersi sopra una suaidea. Se avesse osato parlareil buon uomo avrebbe volutoaggiungere: "E dire che potrebbe essere mio figlio! e che ciònon è avvenuto per una spanna di palandrana".

Manon volle più oltre disturbare le due donne. Salutò epromise di tornar presto. Mentre la Nunziadina lo accompagnavaall'usciola Colomba tirò in disparte il ragazzo e gli disse:

"Perchései così scalmanato? che c'è di brutto? dove seistato?"

"Hodovuto correre fino alle Cascine."

"Afar che?"

"Achiamare in fretta la madre della signora Arabella."

"Cheè capitato?"

"Unacosa orribilezia... Io tremo ancora..." e il ragazzoscoppiando in un pianto dirottosi lasciò cadere sulla sedia.



5.I CATTIVI AFFARI DEL SIGNOR PAOLINO

Ilsignor Paolino Botta delle Cascine Boazze aveva sposata la vedova diCesarino Pianellimadre di tre figliuolicolle più oneste egenerose intenzioni del mondo; ma non andò molto che siaccorse di aver fatto uno sproposito. Ai figliuoli si aggiunseroaltri figliuolimentre i tempi si facevano più difficili peipoveri agricoltori.

Beatricecredettenel suo placido e incosciente egoismodi poter goderelautamente dell'abbondanza in cui l'aveva posta suo marito. E questid'altra parteera troppo buono e troppo innamoratoper nonaggravare con un sistema di continue debolezze la condizione giàcattiva dei tempi e delle cose.

Paolinonon più giovane e poco spiritosoera in una continuapreoccupazione di gelosia e di paura che il Paolino d'oggi potesseagli occhi della bella moglievaler meno del Paolino d'ieri: quindiun continuo sforzo in lui di sostenersi in dignità con spesemaggiori delle sue forzecon una continua e quasi febbrile ricercadi cose nuovedi dolci sorpresedi tenere improvvisatedi troppoviolenti trionfi personaliche a lungo andareper la legge naturaledelle cosefiniscono col logorare le ruote e il carro.

Fuquest'ambizionemista confusamente di scrupoli e di affezionechelo persuase a collocare i tre figliuoli della vedova in buonicollegii maschietti a Lodi presso i barnabitiArabella presso lemadri canossiane a Cremennoun paesello di montagnache respiral'aria del lagodove la ragazzina poté ricevere una completaeducazionerifacendo nel clima dolce e salubre la sua costituzionenon molto ricca di sangue e alcun poco logorata da precoci patimenti.

Arabellarimase presso le suore circa sei anni e imparò rapidamente ebene tutto ciò che le buone madri seppero insegnarleaggiungendo di suo quel che aveva patitocioè un sensomalinconico delle cose e della vita che la portava a nascondersi inDio. Il suo povero babbo si era ucciso nel fior degli anni persottrarsi alla vergogna d'un processoe l'idea di un'anima in penache espiava il suo male forse senza speranza di perdonoaveva ancorala forza dopo cinque o sei anni di risvegliarla di sbalzo in mezzoalla notte al minimo scricchiolìoal minimo soffio di ventoche paresse tra le fessure gemito o sospiro.

SuorMaria Benedettaquando la vedeva più pallidaindovinando ilsegreto dolore della poverinala segnava tre volte colla croce e lamenava in disparte nel semi-oscuro corettonel sacro tiepore chemanda l'olio delle lampadedoveinginocchiate l'una dietro l'altrala ragazzina davantiai piedi del Sacro Cuore pregavanopregavanoinebbriandosi insieme delle delizie dell'orazione mentale.

IntantoArabella crebbe altacon un corpo flessibile ed elegantepiùricco di grazia che di formeche sfuggiva alle stesse pieghe larghee goffe della divisa bigia del collegio. I suoi capelli d'un biondochiarol'ambizione del povero babboeran cresciuti e cascavano indue lunghe treccieche le buone madri cercavano d'allacciare e dinascondere.

AlleCascine Boazze la fanciulla non passava che pochi giorni dellevacanzein settembresforzandosi per un sentimento di riconoscenzae di delicatezza di farseli piacere quei prati lunghi e pianiquellerighe lunghe di salici smortiche si accompagnano ai fossatiqueicasolari tozzi sepolti nel fango o nella polvere delle strade calde.Il suo pensiero tornava sempre lassù a Cremennola sua patriaspirituale. Cremenno che suor Maria Cherubina chiamava l'anticameradel paradisolassù dove l'occhio scende nei burroni e nellevalli fiorentie corre sugli specchi azzurri del lago Maggioredoveinfine un'anima agile e pia ha meno strada per toccare il cielo. Alei il secondo matrimonio della mamma non era piaciuto fin dalprincipio. Ma poiché era dovere di accettare i fatti compiutisi era proposta fin dai primi tempi di fare in modo che la sua vitanon andasse a pesar troppo sulle spalle del patrigno. Già lepareva di aver troppo accettato; e poiché le suore erancontente di lei e le facevano la cortenon tardò a formulareil pensiero deciso della sua vocazione. Si sentiva naturalmenteattirata a entrare nella famiglia delle sue maestrea consacrare lasua esistenza all'istruzione nei collegi dell'ordine. Aiutava questavocazione la vista del disordine crescente che ritrovava alleCascineuna casa che reggevasi a forza di puntelli sopra un piùnascosto e più profondo disordine amministrativo.

Comeavesse potuto il signor Botta in pochi anni scendere e precipitarecosì bassoera un mistero per tuttiche la crisi agraria e itempi difficili non bastavano a spiegare. Certo la scomparsa dellabuona sorella Carolinache per molti anni aveva tenuto nelle mani ilgoverno dell'aziendae l'entrare in casa d'un'altra donnanon cosìpratica e avvedutaera stato il principio d'una decadenzache unavolta avviatanon ebbe più ragione di fermarsi. A questacondizione generale si aggiunsero alcune disgrazie.

Ilsignor Paolinonel primo entusiasmo della luna di mielesi lasciòprendere dalla febbre del fabbricare. La vecchia cascina non glipareva più sufficiente ai bisogni della cresciuta famiglia ealle idee della bella moglie. Si mise nelle mani d'un capomastro ecominciò a tirar su dei muri nuovi. Ma nel tracciare i nuoviedifizî non si osservarono con abbastanza scrupolo i confinid'un canale di scaricodov'era anche una testa di fontana che davaun qualche dito d'acqua ai fondi del vicino.

Questequattro goccie d'acqua tirarono addosso al signor Botta una causacoll'ordine perentorio di sospendere i lavori. La causacome sempreandò per le lunghe e costò un fiume di denari.Finalmentedopo quasi tre anni di rinviidi ricorsidi comparsedi sopraluoghidi perizieil signor Botta fu condannato a pagaresotto forma d'indennizzo una somma di lire quindici milauna voltatantoal signor Tognino Maccagnoquale amministratore erappresentante dei fondi di proprietà Ratta. A queste quindicimila lire bisogna aggiungere le spese di processogli avvocatilecarte bollate e i conti di fabbrica. La casa nuova rimase lìné rittané sedutacoi muri greggi che invocavano untettoma non c'eran più denari. Vi piovve e nevicòsopra fin che piacque al padrone dell'acqua e della nevefin chequei poveri muri pigliarono un aspetto di rovina prima ancora dinascere. Di contraccolpo ne soffrì la casa vecchia e ilpadroneche tra la rabbia e il doloreammalò di mal difegato con travaso d'itterizia.

Beatricecon tutti i figliuoli indosso (tre del primo lettotre del secondo)si contentava della sua partedava qualche comando alle personenonbadando che fosse eseguitogirava per la casa mal pettinatamalvestitatrascinando le fascie e la cesta del suo poppantesfogandosi con qualche vicina intorno ai suoi mali di stomacoche lefacevano sonare gli orecchi e le riempivano il capo di campanelli.

Eranaturale che Arabellatutte le volte che usciva dal suo collegiobianco e pulitosi trovasse male in quel vecchio e sgangheratocascinaletra quei pilastri di vecchio mattonenel lezzo acutodegli strami che fanno monte in mezzo alla corte.

AlleCascine c'era sempre una stanza riservata a leiche durante la suaassenza serviva di deposito alle patate ammonticchiate in uncantuccio. Dalla finestra l'occhio poteva scorrere sulla verdedistesa dei prati fino all'antica abbazia di Chiaravalleche uscivada un folto di pioppi e di salici cenericci con una severa e arditadignità; ma anche in quella stanza dalle pareti ruvide eruvidamente intonacate di calcedai grossi travi del soffitto malespiallatidai quadretti di vetro verdognolo sulle impannatedalpermanente odor di rinchiusoessa stentava troppo a ritrovare la suabenevolenzae l'energia di compariredi operaredi concorrerecogli altri al bene della sua famiglia. E mentre da una parte contavai giorni di andarsenenon poteva sfuggire dall'altra parte a unsenso quasi di rimorso di non saper restituire nulla a sua madre e alsuo benefattorein pagamento del bene che le avevano fattocoldarle una buona educazione e col metterla in grado di apprezzare ibeni superiori della coscienza e della religione. Se non ci fossestato un uomo tanto generoso da prendersi tutta una famiglia sullespalleche cosa avrebbe potuto essere una povera vedova con trefigliuoli piccini? Quale aiuto avrebbe dato il mondo alla figlia diun uomo che si era ucciso per isfuggire all'infamia di un processo?Queste ideecozzando colle altre che venivano da Cremennofacevanospesso un tal tumulto nel suo piccolo cuore che spesso non potevadormire la notte.

Unagiovinetta di diciott'annieducata a tutte le delicatezze spiritualidi un collegio di monacheche chiamano peccato ogni filo di polveredimenticato sui mobilinon poteva adattarsi senza ripugnanzaall'unto e al bisunto di cose e di abitudini grossolaneallamaterialità di una vita così rasente terraaglischiamazzial vociare continuoal fumo che i camini rimandano negliocchiall'untume delle minestre di lardoal puzzo delle stalleallinguaggio nudo e mal vestito dei villaniche parlano secondo naturavuoleandando alle cose per le parole più corte.

"Ilmio collegietto di Cremenno mi è sempre nel cuore"scriveva a suor Maria Benedetta "e in questo basso mondo stentoad abituarmi.

"Nonpuò immaginaremia buona madrequanta malinconia mi fa lavita dei pallidi astri e dei girasoliche fioriscono in questonostro umido orticellodove la notte vengono a cantare le rane. Miassale una specie di vertigine quando penso alle mille rose cheornavano la nostra Madonna l'ultimo giorno del mese di maggio. Pensoa loro così liete nella santa opera dell'educare e mi spaventoquasi della mia inerzia di spirito. Anch'io ho un gran debito dapagare a Dioe mi pare che ogni notte la povera anima venga abussare al mio uscio.

"Acasa mi tornano tutte le memorie del passato e mi par di soffrire perme e per conto di un assente che aspetta tutto da me. Quel giorno chepotrò consacrare il mio cuore e la mia giovinezzaall'esercizio del bene e alla preghiera perennesoltanto allora misembrerà di aver trovata la mia strada: soltanto allora potròdormire tutta una notte intera."

L'ultimavolta che venne alle Cascine tornò a scrivere con piùmalinconia:

"Acasa ho trovato nuove tristezze. Questo mio secondo padreal qualedevo pure della gratitudinemi ha raccontato molte sue disgraziedacui non ho afferrato bene che un pensierocioè che io son dipeso. E veramente che posso fare io per sollevare questo peso? Se èvero che gli affari dell'azienda vanno malequale rimedio posso ioopporre se non è una fervida preghiera a Colui che puòtutto? dove potrei pregar meglio che in codesto luogodove hoimparato a conoscere il tesoro dei beni spirituali? Ho fattodomandare a Lodi quel che ci vuole per ottenere la patente di maestrae nel prossimo ottobre potrei dare gli esami. Cosìse nonpotrònella mia miseriaportare alla Congregazione una dote(e lei sa che di mio non ho che dolorose memorie) cercherò diportarvi un titolo utile e una bella volontà di lavorare."

Questomalinconico desiderio di rinchiudersi e di sottrarsi alla tristezzadelle cose cresceva in lei fino al patimentonelle giornate bigie ein quelle piovosequando il lungo cascinale colle molte bocche deifienili aperte nella cortecoi porticati tozziingombri di travidi fascinedi attrezzicoi tetti neri e lucentisgocciolanti acquanelle tinozzepareva sprofondarsi nella nebbia e nella mota.

Inquella scolorita tetraggine com'era triste il vociare delle oche chestarnazzano nel pattume! e che indefinita voglia di non esseremetteva indosso il piagnucolare del fratellino in fascieche lamamma non sapeva consolareun piagnucolare dolenteche saliva dallacucina insieme al rotto frastuono delle faccende!

Trattotratto la giovinezza voleva la sua parte. Al tornareper esempiod'una bella giornata pigliava con sé qualche librol'albumil panierino di lavoro e correva colla furia d'una passera spaventataverso una chiesuola detta la Colorinaisolata in mezzo al verde deipratia mezza strada tra l'Abbazia e il Camposanto.

Piùche una chiesasi poteva dire una vecchia cappelletta votivarestaurata e ingrandita al tempo della pestenon arredata ora che daun povero altare di legno inverniciato con quattro figure smorte super le lesene sgretolate del muro. Serviva anche di deposito e dimagazzino al becchino che vi raccoglieva gli arnesi del mestiere. Làdentro l'aria e il sole entravano liberamente per le finestre nondifese che da logore impannate coi piombi scassinaticon ragnateleal posto dei vetri. Entravano nella chiesina le rondiniche avevanoi nidi sotto le cornici di gesso; entravano i bimbi e le galline perla porticina sempre aperta sui campinella quale nei quieti meriggidi estate soffiava l'aria calda e profumata del fieno agostanoch'essiccava sul prato.

Arabellasfuggendo alla sua malinconiasi rifugiava spesso alla Colorinacosteggiando un lungo canale d'acqua corrente e lucidachiuso tradue filari di salici. Entravae chiuso col saliscendi interno laporta sconnessasi trovava subito con Dio e colle ultime rondinidell'anno a riflettere sulla sua vocazionea meditare sui doloridella terra e sulle immense cose che riempiono il cieloa pregareper l'anima bisognosa del povero papà. Più che leggerenel libro di devozioneleggeva nella pagina azzurra del cielochedal suo banchetto vedeva attraverso a una larga finestra ovale: edera un assopimento leggero di tutti i sensi in una visione senzacontorninella quale sentiva diluire la sua piccola vita in un maredi gaudio.

Erala vigilia della Madonna di settembre. Arabella verso seraaffrettavasi a dare gli ultimi punti al bucato della quindicinadicui aveva davanti una cesta pienasotto la finestra della suacameraquando vide entrare papà Paolino più triste epiù malato del solito. Si mise a sedere con l'aria straccadell'uomo sfiduciatofinché in mezzo a dei grandi sospiriuscì a dire:

"Puoidarmi ascolto due minutiArabella?"

Perchénon doveva ascoltarlo? il disgraziato era solito sfogarsi con leiquando la passione gli mozzava il respiro. Anche questa volta eglicominciò molto da lontano. Lo avevano tradito perché siera fidato troppo degli uomini. Tutti rubavanotutti mangiavanoaddosso a luipovero uomoche aveva il sangue alla gola. Tornòa parlare di una certa ipoteca... parola che alla monachellaignorante suscitava l'idea d'una cosa antipatica e odiosaostinata avoler fare del male a papà Paolino...

Unpadre di famigliaseguitava luinon può fuggire erinchiudersi in un convento. Come un capitano di maredevenaufragare e abbruciare col suo bastimento. San Martino veniva avantia gran passiegli avrebbe dovuto rinnovare l'affitto coll'Ospedalepagare gli interessi al sor Tognino e non aveva i mezzi abbastanza.La causai cattivi raccoltila concorrenzale malattieifigliuolile spesel'avevano mezzo rovinato. Bisognava ricorrerealle cambialicioè farsi strozzare o liquidarevale a direrovinarsi prima del tempoperché una liquidazione agricolasignifica perdere le scortei foraggi e i frutti del capitaleversato sulla terra.

Epoi dove andare? che cosa fare? se si fosse lumache! ma quando unuomo ha perso il creditoè peggio d'un cavallo che ha legambe rotte...

Etante altre cose seguitò a tirar fuori dal petto quelbenedetto uomolasciando sgocciolate sulle gote rese fonde e scialbedal male quelle lagrimeche in presenza di mamma Beatrice sisforzava d'inghiottire in stranguglioni grossi e duri come noci.

Arabellal'ascoltò con attenzionecon pietàcon una commozionesincera e profondalontana le mille miglia dall'immaginare dovesarebbe andato a finire un discorso così pateticochesomigliava troppo a cento altriperché ella vi potessesupporre qualche cosa di nuovo. Cercò di mettere qua e làuna di quelle parole che hanno bisogno d'una gran fede nellaProvvidenza per far bene; ma papà Botta pareva disperare anchedella Provvidenza. Da tre domeniche non si lasciava vedere a messa.La sua vita e la sua morte erano nelle mani del sor Tognino.

Questonome di sor Togninoinsieme all'altro di ipotecapiù dicento volte era tornato nei discorsi di papà Bottacomequello di un genio cattivo della sua casa.

"Midicapapà" chiese con un moto di lenta curiosità"questo sor Tognino non è quello stesso che ha fatto lacausa di turbato possesso?"

"Luiprecisamente. È un uomo fortepieno di denariche mi puòfare del male e anche del bene."

"Comec'entra ancora?"

"C'entraperché io non l'ho pagato... cioè l'ho pagato parte condelle cambialiparte con delle ipoteche."

"Seio potessi capire queste benedette parole..."

"Bisognaperò esser giusti anche con lui e riconoscere che mi usòsempre della cortesia. Volle mostrarsi forte nel suo dirittoma nonposso dire che abbia abusato della sua forza. La gente vista davicino alle volte è migliore di quel che sembra da lontano. Iol'ho sempre trovato un uomo ragionevole. È appunto di lui cheson venuto a parlartila mia figliuola."

"Senon lo conosco..."

"Egliconosce te."

"Chevuole da me questo signore delle ipoteche?"

"Tiha incontrata due o tre volte sulla strada della Colorinaèun signore che passa in una carrozza copertacon un cavallo grigio…"

"Unuomo vecchiotto..."

"Maun vecchiotto in gambe. Possiede San Donatoo se non lo possiedeloamministrache è quasi lo stesso. L'ho trovato sabatoquindici a Melegnano e venne ad offrirmi del miglio. Poi mi domandòse quella signorinacosì e cosìche incontra spessosulla strada della Colorinaè mia figlia. Gli dissi: èmia figlia adottivama è più che mia figlia."

PapàBotta si commosse all'idea del bene che avrebbe voluto fare ai figlidi Cesarino Pianellie che il destino invece...

"Losolo so" fu pronta a dire Arabellaposando una mano sopra unginocchio del suo benefattore.

"Èuna bella e simpatica ragazza"seguitò il sor Togninoeha l'aria d'una donnina di talento. Come sarei contento (ripeto lesue parole) come sarei contento se mio figlio sposasse una ragazzacosì! E io: la nostra Arabella ha tutt'altre idee e non pensaa maritarsi."

"Infatti..."si affrettò a dire la fanciullasorridendo e arrossendo unpoco.

"Eci lasciammoe amen: non se ne parlò più. Comprai ilmiglio e questo discorso m'era già uscito dalla mentequandostamattina ricevoguardaricevo una letterato'..." e trassedi tasca un foglio "una lettera sorprendenteche non ho osatofar vedere a tua madreperché le donne si scaldano facilmentela fantasia e a me piacciono le cose misurate e ponderate. Sicuro! tuhai già fatto il tuo pensieroe il tuo pensiero dev'essereper noi inviolabile come il Santissimo sopra l'altare. Prima di tuttola voce del cuoree per quel che c'è di bello nel mondovorrei poter anch'io dare un bell'addio e ritirarmi sopra unamontagna. Ma un padre di famiglia è come un capitano di mare.Quando ho sposato tua madreArabellasperavo bene di fare la vostrafortuna e Gesù è testimonio che se si fosse trattatodel sangueavrei dato il sangue. Le cose sono andate a malepazienza! ma crepi io sotto la mia casa prima che domandi ilsacrificio di nessuno. Questa lettera nessuno l'ha vistasi puòleggere e si può abbruciare. Non te l'avrei nemmeno fattavederese non mi si dicesse d'interrogarti; né io possorisponderese non t'interrogo. Leggi e per tutta risposta dimmi unnoun sìuna parola che io scriverò tal e quale alsor Togninosenza..."

Unpiccolo singhiozzo ruppe a questo punto un discorsoche ilpover'uomo non aveva più la forza di sostenere.

Arabellafattasi più presso alla finestralesse nella corta luce deltramonto le seguenti parole:

"Miocaro signor Bottavuol interrogare la buona Arabella in propositodel discorso di sabato? Mio figlio non cerca dote e quando scegliesseuna moglie di suo gustosono disposto a far qualunque sacrificio. Èlibero il cuore della popòla? potrei dire per esempioal mio Lorenzo di passare qualche volta a caccia da queste parti? Lacosa resti tra noi; ma fin d'adesso assicuro il signor Botta che secombiniamo l'affare io giro a mia nuora tutti i diritti ipotecari cheposso vantare sulle Cascine. Tra buoni parenti non si guarderàal centesimo; anzi spero di fare un buon acquisto nell'esperienza delmio vicino per il buon andamento dei fondidi cui sono un meschino eincapace amministratore. Mi mandi una risposta presto e buona".

Arabellalesse due volte lentamente fin che le parole regolari e nette dellalettera scomparvero nell'ombra della sera. Sebbene còltaall'improvvisocoll'animo caldo d'altri pensieri e a tutta primal'idea del maritar le sembrasse un'assurdità da riderci sututtavianel punto di aprir boccasentì correre sul cuorequalche cosa come un dubbioo come un rimorsoche arrestò ladeliberazione e la trattenne in una penosa sospensione d'animo.

Nelvoltarsi a rendere la letterascorse il suo patrigno e benefattoreraggomitolato sulla sediaquasi nascosto dal buiocoi gomitipuntellati ai ginocchicolla testa chiusa tra le mani come in duemorsenell'attitudine stanca e paurosa di chi aspetta una sentenzafatale. A quella vista non ebbe coraggio di togliergli tutte lesperanze.

Lacampanella della Colorina prese a suonare i segni del rosario. Parevauna voce che parlasse da lontanoun avvertimento che uscisse dallatristezza infinita dell'ombra e della pianura.

Dalportico saliva il piangere del piccolo Bertino malatoaccompagnatoda una cantilena della "Bassa"in cui urtavano i ruvidicolpi della culla sballottata fuor di tempo.

Alpiangere del piccino mescolavansi altre voci di ragazze e di donneinsieme al cigolìo dei secchial rotolare delle carriole cherientravano cariche d'erbanell'ombra sempre crescente del casolarein cui serpeggiava quasi un senso di paura.

Rimaserotutt'e due un lungo tratto in silenziooccupatismarriti nellagrande quantità di pensieriche passarono in mezzo tra l'unoe l'altrache se avessero avuto figurasi sarebbero vistiintrecciarsicercarsi e sfuggirsi agitati da una stessa passione.

Ilbenefattore non voleva sacrificima perché aveva aperta laquestione? La speranza è sempre in ciò che non si haemolte volte in ciò che non si vuole. Questo buon uomocheaspettava una parola di vita o di morteaveva strappata una poveravedova con tre figliuoli dalla disperazione e dalla miseria e avevaprocurato a una fanciullasenza padre e senza protezionei mezzid'educarsid'essere qualche cosatogliendola ai cento pericoli checircondano un'orfanella povera e abbandonata.

QuelDioa cui Arabella era disposta a sacrificare la sua giovinezza e lasua vita in espiazionechi sa?parlava forse per la bocca medesimadi un uomo onesto e virtuosodel quale s'era servito per operare iprodigi della sua bontà e della sua carità.

Arabellasentì subito in quel primo e improvviso conflitto disensazioni e di pensieri che non basta essere santi a questo mondocioè comprese che è impossibile diventarlose non sicomincia coll'essere pietosi e buoni. Non volendo mostrarsi arida eintollerantesi accostò al pover'uomoche non osava alzareil capoe gli disse:

"Questaletteraveramenteio me l'aspettavo così pocoche non soche cosa rispondere. Bisogna a ogni modo che io riflettacheinterroghi me stessa. Ne parleremo anche colla mamma. Io non conoscoquesta gente: e son così lontana dall'idea di maritarmi…Ma intanto si faccia coraggiopapànon si avvilisca inquesta maniera. Ha visto che Dio ci ha sempre aiutati in cento altrecircostanze..."

Paolinosoffocato dalle lagrime e dalla commozione che suscitava in lui lavoce tenera e pietosa della figliuolaalzò un poco la testaprese la mano della ragazzase la strinse nelle suee voleva direancora ch'egli non cercava il sacrificio di nessunoche avevaparlato solo per iscrupolo di coscienzache qualunque fosse larispostail suo cuore non si sarebbe mutato per rispetto alla suacara Arabella; ma di tutto ciò non poté dir nulla. Sisentiva un uomo strozzato.

Lavoce della mamma in fondo della scala chiamò a cenae come sequel grido disturbasse due innamoratipapà Botta scappòvia. Arabella raccolse il bucato e chiuse la finestra.

Peccato!camminava così serena e sicura nella strada della suavocazione ed era già così vicina a toccare il portodella sua paceche la monachella si irritò non senza qualcheragione contro questo improvviso ostacolo e si meravigliò dinon trovare in sé il vigore e il rigore delle vere santechenon odono che una voce.

Ildir di no e seguitare la sua via sarebbe stato più naturale epiù semplice per lei e anche per la gente che si occupa deifatti altruiperchéinfinenulla di più ridicolod'una mezza monachella che sulla soglia del convento si volta asposare il primo che capita. Con tutto ciò al di sotto delleprime ragioni andava formandosi e crescendo un'altra convinzionefatta più di coscienza che di ragioniuna coscienza mista auno sgomento indeterminato delle conseguenzeche il suo decidersiqualunque fosseavrebbe trascinato con sé.

Sceseanche lei in cucinacome al solitoa cena. In casa Bottaseguitando gli usi antichiognuno pigliava un posto a una grantavoladov'erano distribuite molte scodelle in disordineservitesenza lusso di tovaglie e di tovaglioli. Un pentolone solo bagnava lezuppe dei padroni e dei castaldiche tolta la ciotola in manosedevano in giro sui sacchi e sui barili a sbrodolarsi lo stomaco.Un'unica lucerna a petrolio rischiarava il vasto cameroneingombropiù che arredato di vecchie tavoledi sedie spagliate ezoppedi botticelledi sacchi pendenti dal soffittodi molta robausatainutile o dimenticatache la pigrizia lasciava lì e ildisordine pigliava a calci.

Bertinoquella sera non fece che piangere tutto il tempo. Era arrivato anchel'attestato scolastico di Maria con delle note scadenti e una letterascoraggiante del padre rettore. Marioil maggiore dei due fratellidi Arabellaavrebbe dovuto corrispondere con più riconoscenzaagli sforzi e ai sacrifici di papà Botta. La mamma ne avevagli occhi rossima ordinò alla figliuola di non dir nulla aquel povero uomo. In quella casa si giocava a chi sapeva piùbene nascondere: e un maleche si poteva guarire a temposi coprivadi cenci finché fosse incancrenito.

Arabellavestita d'una divisa scura di collegioche davale giàl'aspetto di monacacogli occhi fissi in una scodella d'orzobollitosentì tutta la tristezza di quella gran casa indecadenzauna barca sdruscitatroppo piena di roba e di gentechefaceva acqua da tutte le partidove ogni sera venivano a radunarsi irancorile delusionile tristezze di giornate lunghepiene difatiche inutili.

Quelpovero Bertino non cessò mai dal piangere. Era malatosivedevad'un male che nessuno credeva necessario di curare e al qualeognuno dava un nome diverso. Sentendosi anche lei un gran peso allatestacolse un pretesto e si ritirò prima del solito nellasua stanzadove si chiuse al buioper bisogno di raccogliere i suoipensieri.

Perchéavrebbe dovuto maritarsi? Quando aveva ella pensato mai che cifossero degli uomini al mondo e che ad uno di questi uomini avrebbedovuto legare la vita e l'anima? La sua vitapiù ricca dipensieri che di passionitrattenuta anche dagli spontanei rigori diuna natura tenera e delicatissimapiù irrigidita che scaldatadall'educazione sistematica della scuola e della chiesaintimiditadalle apprensioni provate fin da bambinanon conosceva nessuno diquei ciechi fenomeni dell'istintoche turbano la giovinezza di altrefanciulle. Dell'amore ne sapeva quel poco che una collegiale puòcapire dai "Promessi Sposi" e dai proverbi della genteonestae andavatutt'al piùa immaginare una tenera eaffettuosa benevolenza tra uomo e donnache ha per misteriosaconseguenza un certo numero di figliuoli. E con questi scarsielementi della vita essa era chiamata a decidere della sua vita. Chiera questo bravo uomo a cui avrebbe dovuto consacrare la suabenevolenza? L'aveva mai incontrato una volta sulla sua strada?Credeva anche lui in Dio e nel bene? Come poteva dunque esitare arispondere una parola che la salvasse subito e per sempre da unaterribile responsabilità?

Presadalla voglia d'uscire al più presto da un'incertezza cosìpenosaaccese un lumelevò dal cassetto un foglio e cominciòa scrivere a papà Botta i motivi morali che non lepermettevano d'accettare l'offerta del signor Tognino. La sua vitascrivevaera già consacrata allo sposo celestee non era lavocazione d'un giornoma il pensiero dominante di tutta la suagiovinezza. Per questo voto aveva già ricevuti replicatiaffidamenti di graziatalché il venir meno alla promessasarebbe stato per lei un tradireun abbandonare sopra l'abissoun'anima bisognosal'anima del suo povero papà.

Inquesta convinzioneche le maestre e i confessori avevano piùvolte ribadita nel suo tenero cuorela fanciulla si sentìcosì dotta e agguerritache non le mancarono le parole caldee affettuose per convincere sé e gli altri; e dopo tre paginela sua mano leggera scriveva ancoracome se un angelo guidasse lapennaprovando essa stessa una soave emozione nel rileggere parole efrasi scaturite quasi miracolosamente dalla ricchezza del cuoreeche le inondavano il viso di lagrime.

Sonavanole nove nel gran silenzio. Alle Cascine eran scomparsi i lumi eparevan già tutti addormentati. Dalla campagna non veniva cheil rotolar sordo dei carri che battono la strada grossaqualcheabbaiare lontano di canidue o tre volte il fischio del vapore dellavicina stazione di Rogoredo. La notte era serena e scuracon uncielo gremito di stelle; per tutto un silenzio raccoltoentro ilquale bisbigliava lo zampillo d'una bocca d'acqua che dava a bere aiprati. Arabella stava per chiudere la letteraquando risonòimprovvisamente un gridoche fece trasalire il cuore giàgonfio e commosso.

Parevala voce della mamma. Noera ancora il piangere dolente di Bertino.Sente uno sbattere d'usci e gente che corre. Poi subito la voce dipapà Botta che chiama:

"Arabella!"

Saltain piedi:

"Chec'è?"

"Vieniio corro a cercare il dottore."

Esente di nuovo il passo di papà Botta scendere la scala ecorrere attraverso i campi.

"Checosa c'è mamma?"

Corseentrò nella stanza della mamma e la trovò col bambinoin braccio che si dibatteva in feroci convulsioni. La voce delpiccinodopo quel gran gridousciva soffocata come un rantolo dallagola e le manine annaspavano con violenza nell'ariacome se sisforzassero di togliere un lacciolì alla gola.

Lapovera mamma si era accorta da poco tempo che il suo Bertino moriva.Mezza svestitacoi capelli in disordinebianca come la nevenonsapeva dir altro che:

"GesùGesù!"

Arabellaprese lei il bambino in bracciospalancò la finestra e ve loportò in maniera che la respirazione fu subito meno affannosa.Cercò coi diti di schiudere la piccola bocca inchiavata dallaconvulsione; ma non poté. Finalmente venne il dottorechegiudicò un caso gravissimo di angina difterica.

Bertinoun grassottello roseocoi riccioli biondiera il coccolo di tuttialle Cascinee papà e mamma gli volevano bene anche perquest'ambizione. Ora papà pareva la morte in piedie lamammadopo aver brancolato un pezzo per la stanza senza conchiuderenullafinì col cadere svenuta in mezzo alle donne.

Ildottore non poté contare che sull'aiuto intelligente diArabellache tenne fermo il bimbomentre gli bruciavano in golasoffocando nelle sue braccia i guizzi tremendi del povero angeloresa forte del coraggio che la donna attinge alla pietàfattaavveduta e intelligente da quella buona maestrala naturache mettenel cuore della donna ciò che la scienza non fa che confonderenei libri.

Finitala crudele operazionela sorella sedette accanto al lettucciodettedelle ordinazionimandò via la gentecomandò che ilbimbo fosse suonotò i consigli del dottore e non si mossepiù per ventiquattro ore da quel suo postofinché duròla tremenda agoniafinché il piccino non ebbe dato l'ultimorespiro.

Erala prima volta ch'essa vedeva soffrire a quel modo un'innocentecreatura ed era il primo morto a cui chiudeva gli occhi; e le parveattraverso i patimentidi veder al di lànel vasto misterodelle cose.

Nellalunga veglianel faticoso sforzo dell'animo non sapeva a voltedistinguere tra sé e la povera mammache andava e veniva comeun fantasma. Era un patimento solo che stringeva due cuori; se nonche la giovinezza e la baldanza delle forze facevano sentire allafiglia anche una superiorità moraleche la piegava a un sensodi protezione verso la povera donna. Senza volerlo si sentìl'anima della casa. Si meravigliò di non aver conosciuto primaquel grande amore che la legava al fratellinoe contemplandolospiratoprovò lo strazio di chi si sente portar via il cuore.Qualche cosa d'irrigidito scioglievasi in lei. Non mai avevaabbracciato con tanta effusione d'affetto e di lagrime la sua poveramammache le ricordò nel suo sfasciamento la Madonnaaddolorata ai piedi della croce. E anche questa stessa pia tradizionedi dolori sacri e adorati prese nel suo cuore un significatonovissimo di veritàdi umanitàdi grandiosacomprensionecome se l'umanità saltasse fuori dalle venerateimmaginette simboliche della via crucis.

Neldolore immenso conobbe l'amoresi sentì madre anche lei inqualche maniera dei piccini e dei grandie quandodopo un sonnoprofondo di alcune oresi risvegliò nella sua stanza eritornò col pensiero alle cose di quale parve di aver fattoun lunghissimo viaggio.

Rileggendola lettera che aveva preparato per il suo patrignola trovòfredda e artificialee soffrì di non sentirla più comeprima. Forse vi sono al mondo per una donna due sorta di vocazionidi cui essa non aveva finora conosciuta che la più semplice.Nascose la lettera e rimandò la risoluzione del delicatoproblema a un altro momento.

Continuamenteora avevano bisogno di lei. La mamma non faceva che piangere sulcadaverino e in quanto a papà Paolino metteva paura a vederlo.Lungoscarnocol viso giallol'occhio ittericoi capelli irticome setole faceva e rifaceva quelle maledette scalerispondendo acaso alle domande dei famigliarialle consolazioni del curatodimentico degli altri grossi dispiaceriche per riguardo a questo sirassegnavano a tirarsi indietro. Arabella per mettere una nota diconsolazione volle che il funerale del piccino fosse bello e gaiocome si usa in campagna cogli angioletti. Fece sonare a festa e mandòa raccogliere quanti fiori trovò. Preparò essa stessala bara con molto verde e ordinò alle donne di condurre ibambinidi cui non c'è mai penuriaa ciascuno dei quali misein mano un ramoscello di mirto. Tutti sentirono la seduzione di queiconfortie quando il corteo si mosse sotto il sole d'una bellagiornata di settembre e cominciò a sfilare lungo il canale pelviale dei salici che mena alla chiesatutti avevan gli occhi soprala monachellaa cui dovevano l'edificazione commovente di quellospettacolo.

Ilfuneraleal pontes'incontrò in una carrozzache si tiròin disparte. Un vecchio signore e un elegante giovinotto saltaronodal legno e stettero col cappello in mano a veder sfilare laprocessione. Arabellache veniva in coda alle bambinecredette diriconoscere il cavallo e il legno del signor Tognino e immaginòchi poteva essere il giovane robusto che era con lui.

Ilcuoreche aveva interamente dimenticatobalzò come al toccod'uno spillo. Un profondo turbamento scosse il sangue. Il voltopallidissimostanco e sbattuto dalle lagrimesi acceseimprovvisamente d'una fiammache parve a chi la guardava dar fuocoai sottili capelli biondi.

Fuquella la prima volta che Lorenzo Maccagno vide la figlia di CesarinoPianelli.



6.RETI SOTTILI

Avevadetto bene la Colomba: "Gli uomini fanno i cattivi affari e poitocca alle donne d'aggiustarli!". Che lo spirito d'interesse el'abitudine di trovar in ogni cosa il lato solido avesse spinto ilsor Tognino ad accostarsi ai Botta delle Cascine sarebbe quasi unfargli torto a negarlo. In procinto d'ereditare il grosso fondo diSan Donatoegli aveva trovato non inutilenella sua perfettaignoranza di cose agricoled'appoggiarsi al signor Paolinoun uomoonesto a tutta provagià suo avversario e ora suo debitorealquanto avariato nel credito ma un praticone di valore e dapotervisi interamente fidare.

Siaggiunga che da un pezzo si parlava di dar moglie a Lorenzo. Il piùcaldo di questo proposito era lo zio Maurol'ex-impresariochevoleva ad ogni costo fargli sposare una sua protetta; ma il babbo nonsi fidava troppo di suo cognato impresario e della sorella cantanteche avevano sempre in giuoco qualche loro misterioso interesse: epoiché Lorenzo pareva proprio disposto a prender moglieilvecchio sarebbe stato contento di trovarla lui la donna fatta appostaper il suo balordo.

Lorenzoun giovane colossosano e rubicondodal volto roseo e liscio comequello d'un bamboccionea ventisette anni non aveva ancora trovatauna strada che conducesse a divertirsi senza far debiti. Questi eranoin parte conseguenza della sua leggerezzae in parte conseguenzadell'avarizia paternache lesinava l'elemosina a un poverofigliuolo: al punto che il buon zio Borrola aveva dovuto in varieriprese soccorrerlo del suo e aiutarlo a pagare i così dettidebiti d'onore.

Ragazzoun po' fatuoma non antipatico e non cattivo nel fondobuoncompagnonelargo di cuore e di manosotto l'apparenza dell'uomoforte e prepotente c'era in Lorenzo la bonaria spensieratezza delprodigo e l'incapacità morale di resistere alle tentazionitanto a quelle che vengono dal diavolo come a quelle che vengonodall'angelo custode. Una buona moglie poteva essere l'angelo custodee poiché papà Tognino sentiva di esercitare un fortedominio sul carattere fiacco del figliuolopigliò l'idea comesi piglia una mosca in ariachiuse il pugno e non la lasciòpiù scappare.

Funel corso di questi pensieriche frequentando per gli affaridell'amministrazione i dintorni di Chiaravallee di San Donatoilvecchio Maccagno incontrò in varie riprese la figurinasimpatica e non comune di Arabella Pianelliseppe chi eraindovinònell'aria modesta e seria della ragazza una donnina di valore e comese lo colpisse una ispirazione poeticaesclamò nel suo cuore:

"Perchéno? ci sarebbe anche un'altra convenienza. Ho nell'idea che unaragazza così aggiusterebbe la testa a quell'asino..."

Fula natura primitiva che la vinse sulle ragioni dell'interesse? Fu unaseduzione misteriosaa cui il vecchio spirito dell'affarista cedettealla vigilia del suo trionfo? Fu il desiderio che qualche cosa dibello e di gentile entrasse a popolare la casa di un uomo vicino aereditare quasi un mezzo milione? A non molto andarein seguitoall'eredità Rattache non poteva tardare un pezzo e di cuiteneva già in mano i frutti e la caparraegli veniva acoronare un grandioso edificiolavoro di vent'anni di pazienzae inquesto edificio bisognava collocare qualche cosa.

Fulo sgomento d'invecchiar solodopo aver lavorato senza uno scopotutta la vita e colla prospettiva di mantenere e d'ingrassare i vizid'un disutilaccio e l'avidità dei furbi che vi speculavanoaddosso? Da qualche temposebbene a sessantatré anni un uomodella sua tempra non potesse dirsi vecchiotuttavia non si sentivapiù giovane e l'idea d'aver una casa e una compagnias'impossessò dell'animo suo con tanta impazienzache da quelmomento non ebbe più requie.

Trovatoil signor Botta sul mercato di Melegnanoprovò a buttar fuoriuna prima parola; poi scrisse; poi tirò in disparte Lorenzo ecercò di farlo ragionare sul serio una mezz'ora; poi interessòil curato e non ebbe più pace finché non condusseLorenzo alle Cascine a vedere e a innamorarsi. Gli fece tutte leprediche che si fanno in questa circostanzadimostrandogli che nonbasta essere al mondoma che bisogna starci con giudizioche tuttidevono lavorare in proporzione del pane che mangiano; che il tempopassa anche per i giovanie molto più per i vecchi: sicchéegli poteva morire domani col dolore di lasciar la sua roba in manoai cani. Promise di pagargli i debitipurché fossero gliultimi e di trovargli un'occupazione in Borsatanto che potesseimparare anche lui a distinguere il diritto dal rovescio d'una cartada bollo e d'una obbligazione.

Lorenzoun po' per necessitàun po' per la sua debolezza dicarattereche non sapeva resistere alla mano di ferro dell'adiratopadreun po' per un confuso sentimento che il vecchio avesseragioneo anche per un desiderio di finirla con una vita noiosamesso tra i debiti e la mogliesi lasciò trascinare aconoscere questa fittavolinache il babbo aveva scoperto trai salici e gl'incastri delle Cascine Boazze.

S'immaginavadi vedere una delle solite ragazzone dalle ganasce tondedallespalle larghedalle mani grassoccie e cortinee si confuse neltrovarsi davanti a una figurina inglesed'un biondo fino e delicatocon due occhi intelligentiuna specie di contessina troppo disoggezione per lui. Ma il babbo non gli lasciò tempo diriflettere e nemmeno quello di dubitareSuperbo di averla scopertalui questa figurina ingleseappuntandogli un dito sullo stomacoglidisse:

"Tutu non sarai così asino da lasciarmela scappare. Bisognameritarselazucconefar giudizioessere un uomonon una giraffapensare che io non ho più vent'anni e che posso moriredomattina."

L'ideadi questo matrimoniouna volta saltatagli in corpodominò ilnostro affaristanon gli lasciò più treguacomequando sentivasi invasato dallo spirito della speculazione. Dove equale fosse il guadagnonon sapeva discernere bene nella confusionedelle prime impressioniperchécon tutte le arie signorilidella sua bella figurina inglesela figliuola di Cesarino Pianellinon aveva di suo un quattrino di dote; ma con tutto ciòvicino a tirar i remi in barcasentiva che nel suo riposo sarebbestato per lui un guadagno immensoincalcolabiled'aver un filod'amore e di benevolenza nella vita. La pratica degli uomini (dallaquale non erano escluse le donne) gli fece sentire che Arabellasarebbe stata capace di creargli d'attorno un'aria sana e un ambientesimpatico. E quando non fossero che illusioniera difficile che ilvecchio ostinato rinunciasse a una sua idea prima di vederne ilfondo.

Questospiega in qual modo la sua lettera cadesse sulle Cascine e nel cuoredi quella buona gente come un fulmine a ciel sereno; in qual modofacesse strabiliare non solamente Arabellama coloro stessi chericevevano quel fulmine sul collo come una benedizione del cielo. Sispiega come alla lettera seguissero le visitealle visite idiscorsie coi discorsi una smania quasi irragionevole diconchiudere e di far presto.

Arabellasi trovò presa in mezzo a una sottilissima rete di fili diseta tra i quali erano intrecciati degli invisibili fili di ferro.Prese tempo qualche giorno prima di risponderee quantunque il suopatrigno non osasse chiederle un sacrificioessa vedeva benissimoche il povero uomo viveva attaccato a questa sola speranza. La mammanon dubitava nemmeno che ella non avesse a dir di sì. Sarebbestata non solo una ingrata ostinatama una sciocca. Il giovine erabelloallegroe col tempo avrebbe ereditato qualche cosa come unmezzo milione. Era il Signore che voleva compensarla della morte delpovero Bertino: la vita è una bastonata e una carezzaunacarezza e una bastonata

Arabelladubitando di fare un sogno stranosperava sempre di risvegliarsi aCremenno. Stentava a persuadersi che Dio volesse chieder tanto daleiservirsi di lei per operare tanti prodigistrapparla di puntoin bianco al suo nulla per buttarla anima e corpo in mezzo agliuomini e alle cose: le mancava il cuorele tremavano i ginocchi...

Ilsignor Tognino non poteva mostrarsi verso di lei piùcavalierepiù remissivo. Lontano dal far sentire lasuperiorità del suo beneficioera in lui continuo lo sforzoper rimovere le ultime paure e le ultime diffidenze della fanciulla.

"Sappiamoche lei rinuncia alla sua vocazione" le diceva "cioèalla mano dello sposo celeste per sposare questo bel mobile; ma ilSignore non è geloso. E noi siamo tutti interessati a farlastar benecome se andasse in paradiso."

Equalche voltatirandola in dispartementre le carezzava la manolesussurrava con tono paterno:

"Leideve fare da mammina a questo figliuolo e vedrà che a poco apoco me lo ridurrà come un agnello. Lorenzo non è micacattivo; se ha un difettoè di essere troppo di pasta dolce;si lascia menar via dalle occasioni. Non ha quasi mai avuto una mammasi può direed è cresciuto un po' come le piante; malei deve ragionare anche la sua parte. Non per nulla sono venuto alleCascine a cercare una nuora a dispetto di chi mi offre le duecento ele trecento mila lire. Che importa a me il denaro? quel che voglio èuna donnina saviagiudiziosacon del criterioche metta casa anchea meche son vecchioe mi dia presto dei nipotini."

Inquesti discorsi il vecchio affarista stava a sentire la sua voce menoirritata del solitoe preso da una strana commozionesi lasciavaspesso intenerire e trascinare a confidenze e ad arguziechescoprivano il fondo d'una giovinezza sprofondata da un pezzoma nonscomparsasotto il mucchio degli anni e delle vicende. I preti nongli avevano ancora giocato dei tiri birboni: e senza accorgersieravittima anche lui di quel fascinoche piglia l'animo straccodell'uomo al volgere dell'ultima giornataquando sazio e seccatodelle cose che si conosconoil pensieroper un ritorno dellospiritoricomincia da capo a carezzare delle illusioni.

Arabellaesitò ancora un poco a dir di sìquantunque vedesseche i giorni non passavano inutilmente anche sul suo silenzio. In unmomento di calda ispirazione e quasi di visione celeste essa avevafatto voto della sua vita a pacificazione dell'anima inquieta del suopovero babboche in tutti i passi della sua giovinezza aveva sentitocome presente e che dal suo sacrificio perpetuo doveva ritrarre uninfinito beneficio di pace e di espiazione. "Ma i vivi hanno piùbisogno dei morti" le diceva il vecchio curatodissipando isuoi scrupoli "e tu non devi crederefigliuolache Dio nonsappia tener conto delle intenzioni e delle necessità. Badache sotto il nome di vocazione non si nasconda un falso desiderio diriposo e di tranquillitàperché alle volte il nostroegoismo si veste anche da frate e da monaca. Questo matrimonio èuna benedizione per la tua famiglia e le benedizionida qualunqueparte venganofanno sempre bene ai vivi e ai morti. Me ne parlavaanche ieri il povero sor Paolinoche vede venir innanzi con spaventoSan Martinoe che senza questa combinazione non saprebbe piùdove dare del capo. Pensa alla tua povera mammacarica di figliuoli;pensa a' tuoi fratelli che restano di peso a un uomo che non hal'obbligo di mantenerli. È subito detto: mi faccio monaca...Ma quando tu andrai a pranzo a suon di campanellonon potraila miafigliuolapensare senza rimorso a questi tuoi parenti che nonavranno forse da mangiare. Credi alla mia esperienza: quando una casacomincia a barcollare o la si rifà o ci si resta sotto... Epuoi credere di placare una povera anima tribolatache èsotto la misericordia di Diocol procurare il danno e ladisperazione di molte animeverso le quali tu hai dei doverimaggiori? Tu dici di non conoscere questa nuova gente che ti cerca.In primo luogoè gente conosciuta dai tuoi e devi anchefidarti di chi ti vuol bene; poiconosco anch'io il sor Tognino daun pezzoe ho qualche prova in mano che è un uomo non solod'ingegnoma di buoni propositi. Ti citerò un caso. Per moltianni aiutò a pagare la pensione d'un povero figliuolochestudiava in Seminarioper puro spirito di caritàe lo fecesegretamente per mezzo mioche ne parlo a te per la prima volta.Sicuro che gli uomini sono uomini e bisogna pigliarli coi lorodifetti: ma Dio ha creato apposta le donne per tirarli al bene.Procurino le donne di andare esse in paradiso e gli uomini andrannodietro. Del restoche cosa di più santodi più bellodi più spirituale che il mettere il fondamento a una buonafamiglia di cristiani? che il fondareper dir cosìil suoproprio convento nella regola delle affezioni domestiche? che ilveder crescere dei figliuoli nel santo timor di Dio? che il darinsomma delle anime a Dio?"

Qualchealtra voltatornando dalla chiesa in compagnia delle donne delleCascineera costretta a ricevere le congratulazioni di quella gentecome se fosse già sposina. A nessuna veniva in mente che essapotesse avere dei dubbi o delle ripugnanze.

"Questoera ben meglio che il farsi monacache il rinchiudersi in quattromuri a dir dei rosari. Questo era un dar la vita ai morti e nellostesso tempo un andare in paradiso in carrozza. E che bel giovane! eche partito! si calcolava che solamente San Donato valesse duecentomila lire e che il fittabile pagasse l'affitto col solo reddito dellatte. E San Donato era a due passi dalle Cascinesicchépoteva dire di maritarsi in casaquasi sui ginocchi della mamma..."

Questecose le donne gliele dicevano cogli occhi lagrimosie Arabella leconfermava tacendopiangendo anch'essacurvandosi sempre piùal suo destino di ragazza fortunata.

Anchei muri delle Cascine pareva che si riavessero di sotto al peso delleipoteche. I vecchi massaiche conoscevano lo stato segreto dellecosee che si vedevano sull'orlo di perdere da un giorno all'altroil padrone e di sfrattare il paesemostravano cogli occhi la lorocontentezzadicendo a onor del sor Paolinoche chi fa bene trovabene.



7.ANGELICA

Arabellanon aveva ancora detto di sì. Essa aspettava che parlasse inlei qualche altra ragionedopo quella degli altri. Lorenzo non eraun giovane antipaticoil partito era bellomagnificoil dir di nosarebbe stato per parte sua una crudele ostinazione; ma quandol'anima è abituata a trovare ne' suoi abbandoni spirituali iteneri calori della carità e della fede e la piacorrispondenza d'un amore senza confiniè naturale che titubipaurosa davanti a un bel matrimonio di convenienza. Avrebbe essapotuto amare suo marito? Ora provava qualche cosa di duro ed'irritato nel cuore che la metteva in sospetto. Anche nel matrimoniosi possono commettere dei sacrilegisi può perder l'animaquando manca la perfetta comunione degli spiriti; e ancora nonsentiva di voler bene abbastanza allo sconosciutoa cui dovevacedere tutta se stessa.

AlleCascine essa non aveva compagne della sua età e della suacondizionealle quali potesse chiedere un consiglioe delle sueamiche di collegio poche erano in grado di fornirle deglischiarimenti. Solamente Maria Arundelli era andata a stabilirsi aMilanomoglie a un professore di ginnasioma durante le vacanze nonstava mai in città.

Lamammapovera donnamezza disfatta per la morte del suo Bertinononvedeva e non ripeteva che una sola ideaanzi quasi non la ripetevapiùcome se non ce ne fosse più bisogno. Badava invecea persuadere Arabella a smettere i vestiti del collegioche lafacevano comparire goffa e senza corpo. L'unica persona a cui laragazza soleva chiedere qualche soccorso spirituale e qualche moraleconsolazione era la povera Angelicauna giovane contadina diventitré anni costretta a letto da una paralisi alle gambe ealla spina dorsale.

Abitavaun cascinale poco distante dalla Colorinacara alla sua poveragentequantunque così malatao forse perché cosìmalataper quel sentimento di simpatia che stringe i forti ai debolibisognosisentimento che la bontàla rassegnazionedell'inferma e la continuità delle cure rendevano ogni giornosempre più profondo e raffinato.

IMalgascia erano persuasi che le orazioni e i patimenti rassegnatidella loro Angelica facevano bene alla casacome se il Signoreavesse incaricato lei di soffrire per tutti. Se la gragnuola nonbatteva il loro campose il loro fieno era meno bruciatose ilfuoco non aveva mai toccata la loro pagliase le bestie stavan beneil merito era di quella povera anima del purgatorio chebella comeun angelonon si lamentava mainon si lamentava mai.

Ilmaleil lettoil vivere sempre rinchiusa avevano non solo educatala coscienzama ingentiliti anche i lineamenti della ragazzachedal suo guanciale sorrideva dolcemente con un raggio di piarassegnazione a chi entrava a salutarla e a portarle qualcheregaluccio. Le sue mani delicate e scarne lavoravano tutto il giornonella biancheria della casa e in qualche cuffietta o babbuccia dibambini; e spessoquando il sole batteva vivo sulle impannate dicartacome se si movesse in lei più forte il senso dellavitalasciavasi condurre a intonare le litanie con una voce che lasentivano dal mezzo della campagna.

Ladomenica accorrevano le ragazze dei dintorni a trovarla. Seduteintorno al letto messo pulitoin biancocome quello di una sposaciascuna contava la suao invocava un'orazione speciale per i suoimalati. Tutte poi se ne andavano coll'animo edificatocome quando sivede un castigo immeritato santificare un'anima.

AncheArabella veniva spesso a tener compagnia all'inferma. Poverailletteratachiusa nel breve circolo delle sue sensazionicasalingheAngelica s'incontrava coll'anima viva e penetrante diArabella in un terreno fuori del mondodove le anime parlano tuttelo stesso linguaggiodove la scienza non è che una illusioneperdutaper chi ha perduto il suo tempo ad acquistarladove idolori e i patimenti di quaggiù hanno una ragioneanzi lasola ragion d'essere.

Arabellaprima di dire l'ultima parolavolle consultare come un oracolol'infermache molte volte le aveva parlato con una chiaroveggenzameravigliosa. Dio si manifesta nelle anime che soffronopiùche nella luce del sole.

Peril viale dei salici giunse al cascinale un dopo pranzomentre lagente era sparsa sui lavori della campagna. Entròcomesolevasalì la scaluccia di legnospinse l'uscio dellacamera.

Angelicarivedendolabatté le due mani e gridò:

"Vivala sposa!..."

Allargòle braccianelle quali Arabella si gettò coll'abbandono diuna bambina smarrita che trova la mamma. E cominciò apiangere.

"Perchéperché?" chiese Angelicacarezzandola.

"Lasciamipiangere. A casa non posso mai… Ho bisogno di sollevarmi ilcuore. Tu mi compatiscinon è vero? Eccomi sento giàmeglio" soggiunseasciugandosi gli occhi e accostando la sediaal letto.

"Sentodire che questo matrimonio è una fortuna per tutti."

"Sìè una fortuna: ma anche le fortune fan paura e io ero cosìlontana da quest'ideatu lo sai. Io avevo promesso alla Madonna chele avrei regalato questi capelli per la pace del mio povero papà.Non si rinuncia senza dolore alla vocazione di tutta la suagiovinezzae tu devi aiutarmiAngelicaa vincere questaripugnanzaperché sento che ho torto e che devo restituire a'miei parenti il bene che mi hanno fatto. Anche il signor curato mi harimproverata e me ne ha fatto uno scrupolo. Guai se io dicessi di no!Sarebbe come se io volessi rovinare la casa sulla testa della miagente. Ma quiqui..." e colla mano segnava il cuore "quic'è qualche cosa di mortodi troppo freddodi troppo duroche non risponde alla chiamatache rabbrividisce all'idea delleresponsabilità che mi aspettano a Milano. Bisogna che tupreghi per meAngelicae interponga presso il Signore i meritidella tua pazienzaperché io possa amare l'uomo che devosposare e che domani sarà padrone di me. Ah Dio! Dio...!"

Arabellarespirando profondamentesi coprì il volto colle mani presada un brivido quasi di terrore che le traversò tutto il corpo;e cadde in ginocchio nella stretta del lettoappoggiando la testasulle mani della contadina.

Dalleimpannate socchiuse entravainsieme al riverbero verde e al tremoliodelle foglie del vicino pioppoil soffio caldo dell'aria chescorreva sui prati. Nell'aia deserta chiocciavano le gallinette. Lagran pace dei caldi meriggi di settembre cadeva sul casolare isolatonel verde e penetrava nella rustica stanza dell'inferma non addobbatache da piccoli quadrida corone e da immaginette attaccateall'uscio.

Angelicache per un'intuizione delicata del suo organismo sentiva piùin là di quel che dicessero le parolecommossa da un senso dimistica pietà capì e compatì la ripugnanza dellavergineapprezzò il suo sacrificioe parlando come solevanei momenti d'ispirazionecol tono elevato e profetico di chi esponepiù una dottrina che dei pensieri propriprese a dire senzalevar la mano dalla testa della sua compagna:

"Comprendoche tu abbia a rimpiangere la tua vocazionepovero giglio delgiardino della Madonna. Che cosa di più bello della santacastità? essa ci accosta agli angeli. Che cosa di piùcaro della nostra verginitàche ci fa tutte figlie di Maria?Essere così vicine al sacro tabernacolo e sentirsi strapparevia è un gran dolore. E tu avevi consacrata a un'animabisognosa questa tua vita di pensieri puri e immacolatima Dio nonvuolecioè Dio vuole da te qualche cosa di più grandedi più bello. Non tocca a noi scegliere la nostra strada nelmondo. Ohse così fossechi vorrebbe essere ammalatochivorrebbe veder morire i suoi figliuolichi stentare tutta la vitaper morire povero e solo in un ospedale? Se la strada del tuo dovereè diversa da quella che tu avevi sceltacara figlia dellaMadonnanon devi dire che Dio s'inganna o che vuol troppo da te. Nonè mai troppo il bene che si fa. Difficilmente il nostro dovereva d'accordo col piacer nostro. La croce è dappertutto e pertutti; e dappertutto tu sarai obbligata ad avere della pazienza.Tutti ne dobbiamo avere: tu che stai per entrare nel mondoio che daquindici anni non esco da questo lettotuo padre e tua madre chelavorano pei loro figliuolicolui che seminacolui che raccogliechi ha il campo bellochi lo vede battuto dalla tempesta. Dallapazienza viene il coraggio e dal coraggio viene l'amore che fapiacere i nostri dolori. Gesù sulla croce non sentiva ichiodiperché il suo dolore era immerso nell'amore: e tu nonsentirai le spine del tuo sacrificioperché nell'amore pertuo maritoper tuo padreper tua madreper i tuoi figliuolitroverai il pagamento di ciò che perdi. E l'anima tormentata acui volevi consacrare la tua vita ne guadagneràperchéciò che solleva le anime è il sacrificio. Apri ilcuorecara figlia della Madonna" continuò l'infermaalzando le due mani come se celebrasse un rito "e pensa che ciòche tu soffri in questo momento è ben poco in paragone delladisperazione e dell'abbattimento dei tuoi parentise tu rifiutassil'offerta della Provvidenza."

Unfreddo fremito di venerazione scosse Arabella nell'intendere paroleche parevano venire da un mondo remoto. L'occhio di Angelica erasplendente e serenola sua voce caldamisteriosamente eccitata edeloquentecome se veramente parlasse in lei uno spirito superiore.Forse era vero quel che dicevano i suoiche in certi momenti essaaveva l'ispirazione divina.

Arabellaalzò la testa e lasciò che Angelica accomodasse un pocoi suoi capelli scomposti dall'agitazione e per la prima volta vide lapossibilità di considerare se stessa e le cose della sua vitasotto un lato meno ristretto e meno personale. Mentre prima essasforzavasi a collocare se stessa in un piccolo dovere scelto da lei eaccomodato ai suoi istintiora sentì quel che vi puòessere di nobile e di santo nella rinuncia della volontà.

Lamonachella lasciavasi trascinare dall'ordine delle cose a compiere ildovere scelto da Dio.

Stringendole mani di Angelicacontemplando la miseria e la nudità diquella povera stanzadove l'infelice compieva pregandosorridendo ecantandoil suo lento sacrificiol'anima viva e impressionabiledella giovinetta provò un principio di quell'entusiasmochefaceva così felici gli altri all'idea del suo matrimonio.

Rimasein compagnia dell'ammalatain intimi e caldi discorsifinchéil sole non cominciò a nascondersi dietro i pioppie se nevenne via col cuore cambiato. Scese la scalucciae attraversatal'aiainfilò il vialesentendosi un gran calore al visocome se avesse attraversato una fiamma. Sul crocicchio delle duestradette s'incontrò in papà Paolino e gli si mise alfianco.

Ilbuon uomodal dì che aveva posta sul tappeto la questione delmatrimonionon più osava guardar in viso la figliuolaadottivaper paura che il suo sguardo avesse a pesar tropponell'anima della fanciulla.

Dadieci o dodici giorni egli viveva col cuore sospeso in croce. Il suodestino dipendeva da una parola di lei.

Camminaronoun tratto in silenzio lungo il canalerasentando la chiesuola dimattoniche si crogiolava nel raggio rubicondo del tramontoquandoArabella a un tratto si arrestò:

"Papà"disse con un leggiero tremito di voce "potrò rivedereancora una volta le mie buone suore di Cremenno?"

"Quando?"egli disse con uno sforzo di voce.

"Primadi andar laggiùa Milano" soggiunse sorridendo eindicando la punta del Duomoche usciva di tra le piante lontane.

PapàPaolinonon potendo resistere alla commozionecercò la manodella figliuolase la portò alla boccala baciòbagnandola delle sue grosse lagrimecrollando il capocome secercasse inutilmente di contraddire: e continuarono in silenzio lastrada fino a casa.

8.I GIOIELLI DELLA SPOSA

Accesala lucerna annerita dal fumo e dagli sciami di mosche che vi siposano la serail Pirellocon un ginocchio sulla pietra del caminoe una mano stretta al paiolostava rimestando una grossa polentadavanti a una fiamma spropositata. Mamma Beatricevicina aifornellisollecitava colla ventola un certo stufato del giornoaddietro a scaldarsi. Uomini e donne entravano e uscivanourtandosisulla sogliachi con un sacco di medica sulle spallechi con uncesto o con due secchi d'acqua che lasciavano sull'ammattonato unpattume di fango.

Lavasta cucina inondata da quella gran fiamma d'oropareva ancor piùdisordinata del solito coi suoi sacchi ammonticchiati alla paretecolle sedie scompagnate che perdevano la pagliacogli zoccoliglisgabellile scarpuccie dei bimbi seminate dappertuttoche nessunopensava di raccattare o almeno di portar via.

Erail sistema della casaaiutato dalla pigrizia di mamma Beatrice chela morte di Bertino aveva reso più indifferentedallasfiducia di papà Paolinoche vedeva le cose andare a rotolidall'abitudine che avevano tutti di comandarenessuno di obbedire.

Naldoil fratellino di Arabellaun ragazzo sugli undici annivivo come ilfuocopieno di famepicchiava una musica disperata sulla scodellavuotaseduto davanti alla tavola rusticadove diverse mani andavanopreparando le forchettei piatti e i cucchiai d'ottone per la cena.

Arabellaentrò con papà Paolinoe sedette presso al fratellinoper farlo tacere. Il diavolettoche aveva battuta la campagna tuttoil giorno in caccia di uccelli e di ranenon aveva un filo pulito.Le scarpe scalcagnatesporche di fangolasciavano uscir i diti deipiedimostrando delle calze color di fango; e il fango saliva alnasoagli orecchidappertuttodando a quel caro monello l'aspettod'un pezzente pescato in una gora. Ove mancavano i bottonis'eraaiutato da sé con lacci di corda e con spini di robinia.

Arabellache aveva il cuore apertosi sentì a un tratto moltocolpevole di quel disordinedi quell'abbandono. Naldo era suofratello giustoil ritratto in piccolo del suo povero papàgli stessi occhi nerila stessa carnagione bianca e delicata. Secresceva un monello e se portava intorno i segni della pezzenteriala colpa non era soltanto della povera mammastancaabbattuta sottoil peso di tante cose e di tante disgraziema ancora un poco di unacerta monachella che colla scusa di contemplare gli eterni misteridel paradisonon si curava dei bottoni e delle calze della suagente.

Domanicome una fata benefica delle leggendeessa avrebbe potuto con unaparola trasformare quella rovina in una casa ordinataricondurre lapacela speranzala volontà nel lavoro e nel bene; prendereessa l'autoritàl'iniziativail comandoche viene dallaforza e dai mezzicambiare il bianco in neroimpedire che la rovinamenasse la disperazionee che i suoi fratelli andassero per il mondocome veri vagabondi

"SentiAra" disse Naldoparlando sottovoce alla sorella "c'èstato due ore fa il sor Togninoche ha lasciato un magnificoastuccio per te. Vedessi! è pieno di perle e di diamanti."

"Dov'è?"

"Lamamma voleva che ti chiamassima papà Paolino non ha volutoperché dice che tu non hai ancor detto di sì.L'astuccio è di sopra nella tua stanza."

"Stazittovado a vedere."

Arabellauscì senza dir altro. Il Pirello rosso e scalmanato agitòtre volte la polenta nel paioloriempiendo la cucina d'un buon fumocaldo. La famiglia era quasi tutta raccolta. La Pirella colsecchiello in mano e la tazza nell'altraversava il latte spumosonelle scodelle di terra allineate sulla tavola. Gli uominichelavoravano in casaprendevan posto sui sacchidove s'era messo inguardia anche Brillun cane ricciuto che non si ricordava piùdi essere stato bianco. Mariotornato da pochi giorni dal collegioentrò colle gabbie e colla civetta e cominciò a litigarforte con Naldocome al solito. Le donne che avevan fatto il bucatosedevan sotto il porticoal piccolo chiaro del crepuscolociascunacolla sua scodella in gremboe già tutti ormai avevanotrovato il loro postoil loro piattoil loro cucchiaioe le bocchecominciavano a essere occupatequando l'uscio che mette sulla scalasi spalancò e apparve Arabellacol lume in manocoperta ilcolloi polsiil pettoi capellidi perledi diamantidibraccialetti d'oro con grosse pietre di rubino e di smeraldounavera apparizione miracolosa della Madonna santissimache sulle primeincantò tutti gli occhipoi trasse un grido di meraviglia edi giubilo; tutti gridarono:

"Vivala sposa!"

MammaBeatricea cui il marito aveva sussurrata una parolina in dispartetocca nella parte più sensibile del suo orgoglio maternocorse verso la figliuolase la prese nelle bracciala baciòa lungo sui capellila condusse nel mezzo della cucinadove uominie donne e ragazzicolla scodella in manosi raccolsero ad ammirarequel non mai visto splendore di gemme. Accorsero altre ragazze dalcortileil portico si affollò e Arabella dovette farsi vedereanche a quelli di fuori.

"Osantase l'è mai bella!"

"L'èun splendor che scuriss la vista."

"Nonse ne vede..."

"L'èla Madonna de la SalèttaDelaida."

"Convun de quist" disse il Pirelloindicando colla punta delcucchiaio un grosso brillante dello spillone"se pòmung la vacca anca al scur..."

Tuttivollero dire qualche cosa. Le bambine scalze e spettinate a cuiArabella soleva far la dottrina in chiesaeccitate anch'esse daquell'apparizionele baciavano il vestito e le mani.

PapàPaolino scivolò via e si nascose nello stanzino della pesa albuio. Aveva bisogno di piangere forte e che nessuno lo sentisse.

 

9VITA NUOVA

Arabellaera entrata nella sua nuova casa accolta come una regina.

Ilsor Tognino non badò a spendere perché gli sposiavessero un bell'appartamento nella casa di via Torinosopra gliammezzaticon l'ingresso dalla porta e dalla scala principale etenne per sé due o tre stanze vicineuscio a usciosulmedesimo pianerottoloper essere pronto a ogni bisogno come un buoncane di guardia.

Arabellagli ricuperava un figliuolo ch'egli credeva perduto per sempree ilsentimento della paternitàtrionfando sopra tutti gli altriinteressiin un momento di espansione malinconicaaveva mutata ladurezza in amoredandogli una fresca e nuova energiachesoverchiava in lui la potenza delle abitudini.

Ognigiorno si faceva un onore e quasi un dovere di dividere cogli sposiil pranzo e un pezzetto di luna di miele: e fu atto d'uomo savio eavveduto per non lasciare Lorenzo abbandonato nei primi tempi allaforza delle abitudini.

Doveil figliuolo per ignoranza o per materialità mancava dispirito e di delicatezzasuppliva il babbo con una continua e gelosavigilanzausando tutti i riguardi perché la sposinamezzamonaca e mezza bimbanon avesse a soffrire di nullasi abituasse acapirea compatirea contentarsi del meno malein attesa del benee dell'ottimo.

Lorenzoaveva veramente bisogno di grande compatimento. Cresciuto a casonella compagnia di giovani allegricon un ingegno limitatochiuso atutte le sensazioni astratte e filosoficheportava in casa insiemeal puzzo del sigaro e del cognac le mosse del dilettante di cavallie le espressioni energicheche rinforzano all'osteria le cattivepartite di scopa.

Eranvizi e modi esterioriche lasciavan vedereper dir cosìcome attraverso gli strappi di una camiciauna carnagione sanaunfondo non pervertitoun vecchio ragazzo male avvezzatonon privo dibuone intenzioni e di sentimentoun bel matto allegrose anche sivuoleche nella sua pecorile ignoranza spingeva l'ingenuitàfino a lasciarsi corbellare credendo di corbellare.

Capitatoin mezzo a una compagnia di capi scarichitra cui Max Baratti e ilmarchesino di Briennefondatori del famoso Piccione clubsilasciò facilmente ubbriacare dalle adulazioni con cui queibravi signori avariati nel credito cercarono d'interessarlo in unasocietà per le corse di Senagoche non fece correre checambiali. Lorenzo pagò per sé e per gli altrifin chepiacque a papà Tognino di pagare; poi ricorse al giuoco e alfido di suo zio Borrola; e infine si trovò immerso fino aicapelli nei debiti.

Arabellagli ottenne il saldo: ma quantunque avesse rinunciato ai cavallialle donne e agli amicipeggiori delle donne e dei cavalliilsegretario del Piccione club non poteva di punto in biancotrasformarsi in un santo padreper quanto Arabella e papàTognino fossero egualmente interessati a salvare un'anima.

Nelleprime settimane del suo matrimonioquando si trovò nellapiena balìa di quell'uomo giovanerobustoimpetuosoArabella provò la paura dell'agnellino caduto nelle zampedell'orso. Man mano che imparava a conoscere suo marito e chescendeva a toccare la materialità di quella scorza vuotaunsenso di compassione indefinita si mescolava ai suoi timori efuggevolmente una voce del cuore domandava se essa avrebbe mai saputocompiere la santa opera di redenzione a cui Dio l'aveva chiamata. Neimomenti in cui era sicura di non esser vistadal suo cuore umiliatoe gonfio si sprigionavano delle lagrimeche ella sentiva affacciarsialle palpebre non richiestequasi non avvertite; ma poi un buonmomento di Lorenzo (che non mancava di brio naturale) o le buoneparole di suo suoceroche nutriva le stesse speranzericonducevanogiorni più sereni. Nelle sue fervide preghiere alla Madonnaessa poté illudersi di amare suo maritoverso il qualeslanciavasi qualche volta con impeti veramente generosiche nontrovavano che una sola corrispondenza... sempre quellala piùsemplicequella che l'avviliva di più.

Maverso la metà di novembre avvenne un caso che produsse nel suocuore il miracolo. La luce dissipò il freddo e le tenebreela vita che prima conduceva a casoa balzelloniper un terrenorottoseminato di sassisi trovò aperta una bella stradamaestra davanti. Il dottor Taruzzi assicurò che c'era unerede. Essa era madre!

L'avvenimentoprodusse un vivo piacere anche a Lorenzo che da qualche tempodominato senza avvedersene dalla dolcezza di Arabellasforzavasi difar l'uomo serio. Ma chi toccò il cielo col dito fu ilnonnetto.

Quelsentimento di paternità che l'aveva condotto alle Cascine acercare una moglie per il figliuoloprovò una scossaelettrica alla notizia che sua nuora gli preparava un erede.

Ipreti e gli avvocati non gli avevano ancora giocato dei tiri birbonie gli affari da qualche tempo eran passati in seconda linea. Era peril vecchio affarista un momento di treguaquasi di luna di mieleche preludiava serenamente ai giorni del suo riposo. A ragione gliamici del caffè Martinidove passava verso sera a leggere itelegrammi di Borsavedendolo così alacrecosìringalluzzito e contentogli domandavano se l'aveva presa lui lasposa.

Quantov'era in lui di meno vecchiodi meno logorodi meno stanco e dimeno ostinatoconveniva come a un banchetto a questa nuova festadella paternitàin cui insieme al sentimento naturale difamigliacosì vivo negli uomini sanisi confondevanoin unmisterioso amplesso di indulgenzail rispettola riverenzalacompassionela tenerezza per le due tenere creatureche eran venuteda poco tempo a popolare la sua casa.

Inattesa che una di queste si rivelasseconcentrava i suoi riguardiverso quella che ne aveva più bisogno.

Siccomela gravidanza si presentava con qualche malinconiacome capitaspesso alle creature un po' delicateil nonno fu tutto occhi e tuttoorecchi perché alla nuora non avesse a mancar nulla. Tolse incasa una cuocafece collocare una stufa americana in modo chenell'appartamento il caldo fosse diffuso uguale e mite in tutte lestanze; e al venire delle prime nebbiequando Lorenzo usciva la seraa fumare una pipa (il vecchio non aveva mai fumato in vita sua)veniva a tener compagnia alla sposinaattizzava il fuoco sulcaminetto; e mentre Arabella sedeva presso la lampada a lavorareall'uncinetto in una babbuccietta di lana rosail nonno davaun'occhiata al Corriere della Serasi faceva contare i casidella giornatacontava egli i suoiqualche volta pregava sua nuoradi mettersi al piano...

Unavoltaprima dei quarant'annianche lui aveva frequentato la Scalacon passione. Allora non era ancora inventata la musica difficile. Daorecchiante il suo Verdi lo gustava ancora. Arabella preferiva invecesonar della musica da collegiodel Mozartdel Beethovencosettegraziosein cui il vecchio abbonato della Scala sentiva un gustonuovocon in mezzo alle note quasi dei ragionamenti che lo facevanopensare. Stava a sentire in silenziopoi andava a dormire col capopieno di quella musicache ragionava a lungocon dolcezzain mezzoai sogni; e gli capitava di risvegliarsi di soprassaltomeravigliatoegli stessocome chi si desta a un tratto e vede la camerarischiarata dall'insolito chiarore di una festa che si celebra difuori. Di interessi e di affari non parlava mai colla nuora. A chepro? gli affari son maschi e le donne son femmine. Arabella nonsapeva nemmeno che ci fosse uno studio Maccagno nella casa: non ciavrebbe capito nulla lo stesso. Era contenta che il matrimonio avesseaccomodate molte partitema sforzavasi a tenersi fuori dagli affarianche per resistere alle insistenze della mammache faceva i contisopra una figliuola maritata come sopra una miniera.

Inquanto al vecchio affarista sentiva istintivamente che una cosa sonogli affaracci della strada e un'altra cosa è l'affezione difamiglia: proponevasi di tener nettamente separate le dueamministrazionise si può dire cosìquella dei numerie quella del cuore.

Quandola cugina Ratta avesse chiusi gli occhi per sempreera suaintenzione di realizzare il patrimoniodi dare un calcio a tutte lebrighe che aveva in Milanodi semplificare la vitadi ritirarsi asorvegliare i suoi fondie a fare il nonnetto di campagnabeatocome un papa; e non immaginava che gli affari son come le donnebrutte. Si attaccano di più quando temono d'essereabbandonate.



10IL RISULTATO D'UN COLLOQUIO

Lastanza dove il signor Tognino introdusse i tre delegati non era cheun altro ammezzato un po' meno buio dell'anticameracolla finestraverso la via pubblicaarredato di pochi e vecchi mobili pieni dicarte e di cartaccie alla rinfusa.

Inquesta stanza il principale era solito ricevere i capimastri e ifornitori che lavoravano per conto suo nelle fabbriche di Milanonuovoai quali anticipava capitaligarantendo il credito con buoneipoteche.

Unoscrittoioun libro mastroquattro sedieuno scaffaleun ritrattoaffumicato di Cavour attaccato fuori di simmetria formavano tuttol'arredo di quei quattro muri coperti di una carta color cioccolatache riceveva una luce di rimando e l'onda dei rumori e dei grididella viuzza vicina.

"Veniteavantisedetevi se trovate da sedere e cercate d'esser chiari ecortiperché il mio tempo è prezioso."

Cosìdisse con aria napoleonicamettendosi a sedere in una poltroncinalucida di pelle senza guardare in faccia a nessunoanzi mostrando dioccuparsi interamente d'un fascio di carte che aveva portato con sé.

"Chisiamoè inutile ch'io lo dicaperché il nostroparente mi conosce e questi sono altri parenti della povera Carolinaper la quale..." disse Aquilinoindicando col cappelloSalvatore che si stringeva il naso colla berrettae Angiolina checon un faccino morbido e sorridente seguitava a far inchini e afregarsi dolcemente i palmicome se affilasse due coltelli.

"Risparmiatepure le presentazioni" interruppe l'altrotuffando rapidamentela penna nel calamaio e scrivendo una fila di numeri sul rovesciod'una polizza"io vi conosco e non vi conosco e per meAquilinoAndreaGiosafatteTintimilia..."

"Angiolinanon TintimiliaAngiolinaAngiolinaAngiolina..."

L'ortolanaripeté tre volte il suo nome armonioso con una cantilenasempre più piena di grazia e di delicatezzaaccompagnandoogni volta la musica con una bella riverenzacome fanno le primedonne quando ringraziano il colto pubblico. Credeva così diobbedire agli ordini del vice-ricevitoreche andava raccomandando lebelle maniere. Ma Tognino le rispose con una occhiata cattivasaettata di sotto alla piccola tesa del cappello e tornò ascrivere i suoi numeri.

"Insommache cosa volete?"

"Checosa vogliamo?" riprese con una intonazione più elevataAquilinofacendo un passo avanti. "Il notaio Baltresca ci hadata la comunicazione e ci ha detto di venireperché non èpossibile che la buona Carolinasapendo d'avere molti parentipoveriabbia voluto sobbarcarsidirò cosìa unviaggio così lungolasciando a tutti in mano una... con pocorispetto parlandomentre don Giosuè Pianellimazzacronicodel Duomo..."

"Unbel prete sporco che il sor Tognino conosce benissimo..."aggiunse Angiolina sempre con delicatezza.

"Hale prove questo don Giosuè riverito?" chiese l'affaristaalzando il visoe fermandolo in faccia all'Aquilinocolla pennasospesa e stretta nella mano. "Se questo vostro prete ha dellacarta in mano la faccia cantare. Ci son fior di tribunali in Milanofior d'avvocati. Sapete dove sto di casa. Fatemi citare e soprattuttofuori le provele provele prove. A ciarle siamo tutti milionari.Fate una causa. Se avete bisogno di un avvocatoqui c'è laguida di Milano. Ce ne sono cinquecento a Milano di avvocatipeiquali non è mai troppo il numero dei minchioni."

"Sentisenti..." scoppiò a dire questa volta l'Angiolinadandofuoco alla prima bomba.

MaAquilino entrò in mezzo e col gesto d'un direttore d'orchestrache segna la battuta:

"Abbiatepazienza" disse alla donna "lasciate prima dire una parolaa me e poi parlerete voi"

"Sìè meglioperché se parlo ioè la rivoluzione"soggiunse l'ortolanacorrendo come se volesse andarsene.

Quandofu sulla sogliapiombò sopra una sedia ch'era lì eincrociò le due braccia solide e tonde sul pettoper quantopermetteva di farlo quel che c'era sottoe dondolando le gambe chestentavano a toccar terracomandò al vice-ricevitore diparlare per il primo. Il Boffache un resto di flussione faceva piùtaciturno del solitoalzò il mento e cominciò agrattarsi il collo.

Aquilinocol tono ragionevole d'un uomo che ama discorrere e ragionare bene lecoseagitando il cappello e raddolcendo le parole con un sorriso diceliariprese a dire:

"Mivien da ridere. So anch'io che non è mai troppo il numero deiminchioni a questo mondo. Il mio buon parente Tognino mi conosce daun pezzo e adesso è inutile rivangare il sangue. Ho fatto ilquarto a tarocco più di ventipiù di cento volte e hostrappato l'ultimo dente alla vecchia e venerata cugina. La poveraCarolina era una Maccagnoche ha sposato un RattaGioacchino Rattache ha fatto i denari cogli appaltiper cuia rigorese c'ègente che ha diritto all'eredità... cose da riderci su...siamo noi Rattatutta gente rovinata come la finanza. Questa era laintenzione della defunta".

"Laqual defuntacaro il mio Tognino..." venne a dire saltandodalla sedia e correndo verso la scrivania la donna; ma Aquilino fusveltola prese al volola fece girare sulle gambe e la ricondussea sederegridando anche lui:

"Adessoparlo iocorpo di Bismarckdopo parlerete anche voi".

Etornando verso Togninoche continuava a scrivere come se non cifosse nessunoseguitò:

"Noinon abbiamo in manoper modo di direla prova palpabileproprio ilpezzo di carta che dice così e così; ma abbiamo latestimonianza di molte personeveroSalvatore?"

IlBoffa alzò la barbamosse un bracciocome se tirasse unmantice per dar fiato all'organoma non mandò fuori che unsordo mugolìo.

Toccòancora all'Aquilino andare innanzi:

"Faròun paragone. Non abbiamo in mano la carta del salameper dire chequalcuno ha mangiato il salamema ne sentiamo l'odore. Il nostrobuon cugino Tognino sa bene i suoi conti e può insegnaremivien da ridereil calcolo sublime a tutti noi; ma io ho visto ilmondo. Sono stato in Calabriae socorpo di Bismarckche a questomondo un po' per uno fa male a nessuno. Un'occhiata anche a noidalla parte di Dio! Si lavora come bestiesiamo carichi difigliuolie qualche cosa bisogna pur che si mangi anche noi perpoter stare in piedi..."

"Adessoho capito. Prove non ne avete che io ho rubato un testamentocomedite voi; ma siete in trentasiete in quaranta e credete di farmipaura. Non potendo portarmi via l'ereditàperché lalegge mi dà la forza e io sono nel mio dirittovorreste collevostre prediche spillarmi dei quattriniquasi in forma ditacitazione per poter dire dopo: Vedete? Se ci ha dato questoèperché sa d'avere la coscienza sporca. Son più vecchiodi voi e conosco le trappole. Il notaio Baltresca sa quel che deve aciascuno. Per conto mio non dò un quattrino a nessuno."

Togninoparlò con voce seccagestendo con furia coll'indice magromagrocol tuono d'uomo irritato e offeso nel suo diritto.

L'Angiolinaprima ancora ch'egli avesse finito il suo ragionamentoappoggiati ipugni ai fianchi robusticamminando con passi piccoli e strisciaticome una ballerinaera venuta a piantarsi davanti al tavolinodondolando tutta in un pezzocol capo inclinato da una partel'occhio socchiusoquasi semispentocome se dormisse in piedi.

"Dunqueniente a nessuno..." declamò colla voce grave di chiintona un salmo.

Aquilinocercò col mettersele davanti di far paraventoma la donnascartò di fiancoe afferrato il volume panciuto della Guidadi Milanose lo cacciò sotto il braccio e tornò acantarema con tono più rialzato:

"Nientea nessunosor ladrone illustrissimo…"

"Pianocolle paroleo chiamo le guardie…" disse il signorTogninoalzandosi di scatto e battendo quasi il suo dito ossuto sulnaso della donna.

"Dobbiamoandare adagio colle guardiesor Tognino riverito! lasciamole starele guardie! c'è in Verziere della gente che non ha paura delleguardie..."

Ladonnasbarrando gli occhi pieni di quarantottopareva un cagnaccioin atto di scagliarsi su un gattoe a lei rispose l'uomo con unocchio da vero gattoun occhio quasi verdeavvelenatomentre collamano irritata faceva saltare sul legno un tagliacarte di bronzomassiccio che mandò un suono forte e squillante.

"Noinon abbiamo prove tu dicibrutta faccia di mezzo impiccato!"gridò colla sua bella voce spiegata l'ortolana. "Dunquenoi non siamo parenti come gli altri... Quel che dice don Giosuèè falso; quel che dice l'avvocato Baruffa è falso; quelche la vecchia aveva detto ad Aquilino è falso. È lacarta che tu vuoiMaccagno. Tu hai bisogno della cartaofurfantaccio. Non contento d'aver raggirata la vecchia balordadiaver cacciata via la sua camerieradi aver chiusa la porta in facciaai parentidi aver mangiato la casa e i fondi di quella bigotta cheti mantenevatu vuoi anche della cartao schifoso..."

Ferruccioche stava a sentire nell'altra stanzasi lasciò cadere soprauna sedia.

"Questonon è parlare..." gridò Aquilinovolgendosiirritato al Boffache mosse una gamba.

"Questoè parlar chiaroil mio regio impiegato; questa è lamessa cantata. E non hai schifo del pane che mangio Gattagnofattocol sangue della povera gente? Non hai schifo di mantenere le tuesgualdrine e quelle del tuo Bomba coi quattrini dei poveri padri difamiglia? Ci vuol altro che mandare in lusso la nuora smorfiosa..."

Ferruccioche ascoltava di fuorisi coprì gli orecchi colle mani.

Togninofece un certo segno ad Aquilinostrizzando l'occhio con un motoparticolare e parlanteche persuase il vice-ricevitore a discorrerecol Boffa. Costui entrò perfettamente nell'ideae come se gliscoppiasse a un tratto una bomba nel ventresaltò addossoalla donnala ghermì per un braccio e cominciò atirarla nella stessa maniera che si tira un mobile pesante o unabestia riottosa.

Ladonnanon potendo resistere a quella forza di ferrosi lasciòtrascinare: ma volle gettare in faccia a Tognino tutti i titolicavallereschi che si usano in verziere in queste occasioni. Vociòin anticameravociò sulle scale e non si persuase a smetterenemmeno quando fu in corte. Strillavano in lei diecimila ortolane.

"Ledonne non sono responsabili e io mi asciugo le mani di quest'acquasporca" disse Aquilino con tono amichevolefregando la mano cheaveva libera sulla manica dell'altro braccio come se l'asciugassedavvero. "Nemmeno quando si giuoca a tarocco mi piace digridareverocaro cugino? perché chi ingiuriapunto primoha sempre tortoe a me piace discorrere."

"Dunqueavete delle prove?" riprese il caro cugino con piglio bonarioripigliando la penna.

"Benedetto!non si vuol mica portar via il testamentoma se nel tagliare ilpanettoneper un esempiocascano delle briciole..."

"Ilnotaio Baltresca sa quel che deve fare."

"Daràcento lire a testa per elemosina. Cento lirecaro Togninosono inqueste condizioni un insulto."

"Eallora fate una causa."

"Leidice così perché sa che non siamo in grado di fare unacausa."

"Eallora lasciate stare..." seguitava a ripetere pazientementel'altrobagnando spesso la penna e scrivendoscrivendo e bagnando.

"Tantofa come dire: affogatevistrozzateviungetevi di lucelina e dateviil fuoco."

"Ohinsomma...! io non vi chiedo che una cosa sola..." proruppequesta volta con un gesto d'impazienza l'abile affaristaaprendo ledue mani come due ventagli.

"Quale?"ebbe ancora l'ingenuità di chiedere il vice-ricevitore.

"Leprove!"

Aquilinocapì che non istava più nella sua dignitàd'insistere. Il diavolo fa i birboni e poi li acceca. Si mise ilcappello in testae si cacciò le due mani nelle tasche sottole falde del suo stiffelio della festalasciando cadere uno sguardodi compatimento sopra un infelice cheper l'avidità dell'orocommetteva delle abbiette vigliaccherie. Aquilino aveva combattuto aMestre con Poerio e poteva bene dall'alto della sua poverama onestadignitàcommiserare un meschino che si avviliva nel fango.Queste cose disse o credette di esprimere colla lunga occhiata concui salutò il cuginomentre avviavasi verso la porta. Sullasoglia si fermòsi voltòsollevò un ditoall'altezza del cilindro e declamò la sentenza del Metastasio:

Sea ciascun l'interno affanno

sileggesse in fronte scritto...

Euscì tutto d'un pezzonon degnandosi nemmeno di finire.

Cipensò l'Angiolina a finire. Trascinata sulla strada dal Boffache tirava come un arganosi appoggiò al murotra la portadell'osteria e il tabaccaioin faccia alla finestra dell'ammezzatoe cominciòo per dir meglioseguitò a gridare:

"Maccagnobirbone! Maccagnaccio ladro! fatti vederefaccia d'impiccato".

C'eranoabbasso molti altri parenti interessati a far nascere scandalicheaizzavano l'ortolana a gridare più forteche suggerivano leparole delle litanie. La donnacoi pugni appoggiati alle ancheilviso in una fiammal'occhio grosso e lucentetirava un mezzo fiatocommentava alla genteche prese subito a radunarsichi era ilMaccagnaccio ladroche cosa aveva fattoche cosa aveva rubato: poisubito tornava da capo:

"GattoneBattista ScorlinoBoggia della povera gente!"

Ferrucciosentivasi venir malegli tremavano le gambe.

Aquesti insultiche salivano dalla pubblica stradail signorMaccagno non seppe più star fermo. Saltò in piedivenne a dare un'occhiata breve e tagliente attraverso i vetripolverosistringendo ancora il tagliacarte di bronzo come uncoltellomasticò senza inghiottirle delle parole amare eavvelenatetrovando nell'irritazione dell'oltraggio la forza che nongli veniva data dalla buona coscienza.

Nellivore dell'odio e della reazione selvaggial'egoismoingannando sestessoconfondeva il legittimo diritto della difesa col diritto delpiù forteche non è sempre il migliorecome pare allupo della favola. L'uomo arido e sprezzante ritrovava nellanecessità della battaglia quasi un senso di orgoglioche siaccompagna sempre al valorequalunque sia la causa per la quale sicombatte. E come si sal'orgoglio si confonde spessocoll'onorabilità e aiuta con questa a confondere le ideeoalmeno quelle che non desiderano troppo d'essere chiarite.

Eranonell'affarista quasi due creature in cozzo tra loro. L'unalaprimitivacapace di idee buone e generose; e una secondaquella delmestiereche non intendeva che una ragione solal'interesse. Questedue nature s'erano fatte quasi due abitazioni nella sua coscienzaecome due vicine in discordiacercavano sempre di non incontrarsi edi non farsi vedere insieme; si può dire che invecchiasseronella stessa casaquasi senza conoscersiodiandosirespingendosi avicendain una paurosa attesaquale di loro due sarebbe mortaprimae quale sarebbe rimasta padrona assoluta della casa.

"Gridasquàrciatistrega!" brontolòpensando che tuttii cenci di quei pidocchiosi miserabili non avrebbero mai potutomettere insieme il piccolo cencio di carta che le fiamme delcaminetto avevano divorato insieme alla malizia dei preti e degliavvocati. "Sgòlaticrepa! Una carta abbruciata non c'èDio che la risusciti."

Daquesta parte potevano assalirlo in cinquecentoma la prova che lavecchia avesse fatta una carta non l'aveva che luie nemmeno lui erapiù in grado di presentarla. Le ingiurie e le insolenzepubbliche non facevano che dargli qualche ragione di piùsenon si vuol dire che le sue ragioni cominciassero da queste. Uncagnolino debole ha bisogno d'essere aizzato per risolversi amordere. Bene! le ingiurie e le insolenze aiutavano a farlo comparirevittima perseguitata. Si aggiunga che un torto fin che dorme (e infondo sentiva d'aver torto in questa guerra) è come un lupoaddormentato che si lascia ammazzare stupidamente a colpi di bastone.Queste punture obbligavano la bestia a dormire con un occhio aperto ea mandare di tanto in tanto un sordo ruggito d'avvertimento airagazzacci e ai villani della contrada.

"Piglieròle mie notestupida creatura."

Tornòal tavolinoe tolto un foglio di cartanotò il giorno el'oracome se pigliasse gli appunti per un processo verbale.

"Togninoladro di testamenti" urlò la donna.

"Benissimo"e scrisse anche queste parole sulla carta.

"Assassinodella povera gente!"

"Bravadinne un'altrabrutta cagna."

"Schifoso!"

"C'èabbastanza per cacciarti in galera. Aspetta."

Simosse ancora dal suo posto e buttata nella viuzza un'altra rapidaocchiatanotò molta gente sulle botteghericonobbel'albergatoreil tabaccaioil lattivendoloqualche altrodeiquali volle scrivere i nomi nel verbaleper chiamarli tutti cometestimoni d'accusa nel terribile processo d'ingiuriaoltraggio ediffamazione ch'egli avrebbe domani intentato all'ortolana e a' suoicompari. Oh se li avrebbe fatti ballare!

"Ferruccio!"chiamò a mezza voceaprendo un poco l'uscio verso la scala.

Ilgiovinettocolle convulsioni nelle gambeera disceso in corte eandava cercando cogli occhi qualche sorvegliante o una guardia diquestura che facesse smettere la spiritata. Non pareva piùMilano. La strada in poco tempo fu piena di curiosi e di sfaccendatie anche di gente che aveva qualche cosa di meglio da farema che ilcaso nuovo e stuzzicante teneva lìfermi a guardare e apestar la premura coi piedi.

Chiridevachi canzonavachi eccitava la donnacredendola ubriacaadirne sempre delle più grosse. Intorno a lei si parlava (comesi può parlare tra gente male informata) della vecchia Rattache aveva lasciato un milione: del canonico Pianelli che avevad'accordo col Maccagnorubato il testamento e s'eran diviso mezzomilione ciascuno: dell'avvocato Baruffail quale aveva le prove inmano che la vecchia era stata avvelenata: e altre siffattefanfalucheche parevan vere a chi le dicevain proporzione delgusto che ci pigliava a dirle.

Esiccome questo gusto è sempre un po' meno di quello che provachi le ripetein poco tempo la storia del testamento e del veleno sisparpagliò in tutto il quartieree a furia d'esser data perveradivenne verosimile. Chi rideva come alla commediachipiùinteressato e quindi meno ragionevoleparlava d'impiccaredibastonaredi cavare il denaro dalle budella. E come di fuoricosìnel vano del cortile sporgevano teste di donneberretti di cuochi edi lavoranticorrevano voci da muro a muroda scala a scalamentredai retrobottega uscivano i commessi e i facchini di studio adomandarea sentirea vederea mettere il naso.

Ferruccioimpaurito dal crescente bisbigliovistosi quasi preso di mira daicuriosichiamato dalla voce dell'Augusta che strepitava in cima allescalerisalì le quattro scalette a corsae stava per entrarenell'ammezzatoquando nell'arco della porta risonò un gridoacutissimoun grido terribile di donna spaventata o feritaun gridoche fece balzare Tognino Maccagno dalla scrannae suscitò unimmenso susurro di voci adirate e scandalizzate. Tognino Maccagnostringendo sempre quel tagliacarte acuto e lucente come un coltellouscìafferrò Ferruccio che vacillava sul pianerottolose lo tirò dietro per un braccioscese a precipiziopassandourtandotra la gentelivido in facciae arrivònel momento appunto che Arabella stramazzava mezza morta ai piedidella scala.

Tornavadall'aver fatto una visita a Maria Arundelli che abitava verso leparti di Porta Genova. Giunta in via Torinoinvece d'entrare in casaper la porta principalesvoltò ancora nella viuzzaperripetere e per aggiungere una nuova raccomandazione a Ferruccio infavore della povera Stellae per incaricarlo di qualche sussidio.

Svoltatoappena l'angoloera stata ravvisata dall'Angiolinache a vederlafu presa da una nuova idea. Lasciato il postodove sbraitavaall'arial'ortolana andò incontro alla moglie di LorenzoMaccagnoche veniva rallentando il passocoll'animo sospeso allospettacolo della folla insolita che ingombrava la stradale piombòsubitamente addosso come un'aquila che ghermisce una tortoraepresala per un lembo del vestito cominciò a chiamarla ladramoglie di ladrinuora di ladrimanutengola...

Arabellacòlta all'improvvisotrasalìstentò a capiree per l'istinto prese a correre verso la porta. E l'altra dietro:

"Mettilogiù quel cappellinosmorfiosafiglia di ladri..."

Arabellavide come una gran fiamma rossaun fuoco agli occhiaffrettòdi nuovo il passomentre sentiva il sangue precipitare. E l'altrasempre dietroa incalzarlaa tormentarla fin sotto la portadoveallungò la mano al collo della giovineche inorridita gettòun gridoquel terribile gridosi rivoltòvacillòsiresse colle mani al muropoi vide scendere il buiosentì lamorte venire... e cadde sugli ultimi scalini.

Moltiuominidisgustati a quella scenapresa in mezzo l'ortolanalacacciarono viabistrattandola e battendola. Essa corse e sparìcome una grossa talpatirandosi dietro un nugolo di ragazzi.

"Èniente. State lontanonon toccatela... È nienteArabella. Unpo' d'acqua. È meglio portarla di sopra. Fate stare indietrola genteper bacco! Arabellaè nullami creda; è unosbaglio. PiglialaFerruccioche la portiamo su."

Erail signor Tognino Maccagno che parlava cosìche ordinavacheteneva lontano la gentesorreggendo il corpo della giovane svenutatrascinandola con uno sforzo verso la scalamentre Ferrucciocogliocchi velati da un fiume di lagrimela prendeva fasciandolemodestamente i piedi nel vestitoe aiutava a portarla su per lequattro scalette fino all'ammezzato. Pareva che portassero una morta.

Aquilinosi collocò ai piedi della scala e col tono irritato di chi nonama le vigliaccheriepersuase i parenti a non far scenech'era unavergogna. Pigliarsela colle donne è più che unavigliaccheriaè una sporchezza. Il veteranofremendocominciò egli stesso colle mani e col fazzoletto rosso dicotone a mandar via la ragazzagliache si caccia dappertutto come lemosche.

Quandofu tutto finitoarrivarono le guardie.

Arabellaposta a sedere sopra la poltroncina di pellecominciòleggermente a sospirare. Il suocero le sorresse colle mani la testacadentepremendosela sul pettomentre due o tre buone donneaccorrevano con dell'acquacon dell'acetocon del rum. Essa riaprìgli occhili girò mollemente intorno con aria trasognatasospiròsi ricordòstrinse la mano del parente perringraziarloe dopo aver mormorato delle parole chiuseuscìa dire:

"Nonc'è più quella donna?"

"Nossignoranon c'è più" disse in fretta Ferrucciochetremava sempre come una foglia.

"Nonc'è più nessuno. È stato un equivoco... Hacreduto che fosse chi sa chi... Come si sente? vuol andare di sopraArabella?"

Ilvecchio Maccagno parlava con una voce così alteratache eglistentò a riconoscerla per sua.

"Sequeste buone vicine mi accompagnano..."

Entranol'Augusta e la Giocondache si strinsero amorosamente intorno allapadroncina. Arabella si sforzò di alzarsima non potéreggersi. Sentiva la testa in fiamme e la vita fuggire. Le due donnepresero la poltrona e la sollevarono cosìmentre Ferrucciocorreva innanzi a spalancar gli usci. Il giovine gemevasenz'avvedersenecome quando si soffre in sogno. Fu portata su emessa subito a letto.

Unadelle vicinela moglie del mercantecapì che bisognava ildottore e ne avvertì subito il signor Tognino.

"Perchéperché?" domandò il vecchio sbarrando gli occhi.

"Hopaura che perdiamo le belle speranze."

TogninMaccagno si portò i pugni stretti e angolosi alla bocca; manon volendo mostrarsi avvilitovoltò le spalle e uscì.In anticamera trovò Ferrucciofermo in mezzocome un mobiledimenticato.

"Haivisto Lorenzo?"

Ilragazzo disse di no colla testa.

"Saidove sta il dottor Taruzzi?"

"Sìlo so."

"Vaa chiamarlo."

Ilgiovane s'avviava già per uscirequando il principale lorichiamò di nuovo:

"Sevedi Lorenzonon dirgli nulla com'è stato. Chiama il dottoree poi to'... son dieci lire..." Tognin Maccagno trasse con manotremante il portamonete e dette il denaro. "Vai a Porta Romanapigli il tram di Lodie se non c'èpigli una carrozza eavverti la sua mammasai? alle Cascine..."

"Sìsì" disse il ragazzonon accorgendosi che per la primavolta il principale gli dava del tu. E tornò a discendere lescale correndo.

"Ilsoggetto è per natura delicato" osservò il dottorTaruzzi sul pianerottolodopo aver visitata la malata"peròdopo l'accidenteil fenomeno è regolare e non presentapericolo. C'è bisogno di un'assoluta quiete per una ventina digiorni e raccomando una continua vigilanza. Poi farebbe bene l'ariadi campagna. Del restogli sposi son giovani e non sono i figliuoliche mancano a questo mondo. In quanto al nonnocaro signor Togninoabbia pazienza anche lui per questa volta."



11.LA VITTIMA

Ilcolpo fu così improvvisocosì imprevedutoche ilsignor Tognino non ebbe il tempo di impedire una dolorosa sventura. Isuoi nemici nell'assalir lui erano passati sul corpo della sua nuora.Il colpo era datoperdita irreparabile. E qual perdita! A farloapposta non avrebbero potuto ferirlo in una parte più viva epiù sensibile. In questa prima speranza di casa Maccagno ilvecchio cuore era balzato e risorto a una vita nuova: nuovi e grandiprogetti eran stati fondati su questa speranza; a un tratto tuttocadde e sparì. E la perdita fu ancor poco in paragone dellospaventoperché Arabella per cinque o sei giorni stette a unfilo di voltar via anche leiabbruciata da una febbre di quarantagradi; e rimase al di qua per miracoloestenuatasenza sanguecogli occhi ancora pieni di spaventocome se si vedesse sempre lemani della strega addossocome se una folla di gente intorno alletto seguitasse a urlare: ladrafiglia di ladrimetti giùquel cappellino!...

Lafebbre di quei giorni pericolosi non fu per lei senza fantasmi esenza visioni torbide e spaventose. Che il suo povero babbo si fosseucciso per debiti e per isfuggire al disonore di un processoera lastoriasi può diredi tutta la sua vita; sperava di averlaespiatae dopo otto anni lusingavasi quasi che la gente l'avessedimenticata: ma la gente ha buona memoria. Vedendola passare in granlussocol bel cappellinoquesta gente aveva voluto mortificarla.Glielo diceva in mezzo agli spauracchi del suo delirio una vocefiocache ragionava di sotto al tumulto delle altre vocicome se larimproverasse di non aver saputo proseguire fino alla fine l'operad'espiazionefacendosi monacadando a Dio anima per anima...

Eppureera stata così contenta di sentirsi madre! nel possesso di unacreatura erale sembrato di trovare la ragione e il compenso di moltetribolazioni. Una dolce pacificazione di spirito l'aveva invasa edominata in questi due mesi. La tenerezza maternache aveva scopertapresso il lettuccio del fratellino agonizzantes'era risvegliata disoprassalto al dolce mistero della maternità verale avevainondate le vene della gioia più pura e più completache sia dato godere a una donna.

All'usciredalla febbre e dal pericolo si ritrovò come isolatacon unsenso di paura e di stanchezza nell'animacolla disperazione cheprova il naviganteche da uno scoglio arido e deserto vede affondareil legno che l'ha portato e non ha davanti che un mare senza sponde.

MammaBeatrice rimase a Milano sei o sette giornifinché ci fumaggior bisogno e non la richiamarono alle Cascine. Nel suo buonsenso beato e rassegnato cercò di dimostrare alla figliuolachemorto un papase ne fa un altroche son cose che càpitanoa tutteche a lei era capitato di peggio la prima volta per colpad'un cane grosso che l'aveva assaltata in istrada.

"Nonsono i figliuoli che mancano a questo mondocara miseria! fan tuttecosì le sposine: prima piangono per avernepoi piangonoperché ne hanno troppi."

Ela buona donnarifiorente e bella ancora nel suo piccolo luttosfogavasi a raccontare le sue miserie e quelle del povero uomorimasto a casa. Il matrimonio aveva accomodate molte cosema non leaveva accomodate tutte. C'eran altre scadenzec'eran dei livelliec'eran quei benedetti figliuolia cui bisognava provvedere tutti isanti giorni.

"Imortialla finenon hanno bisogno di nullama i figliuoli bisognavestirlicalzarlimantenerliistruirlie papà Paolino neaveva fatto dei sacrifici pei figliuoli degli altri. Era giusto chepensasse anche ai suoi: e poiché il Signore aveva mandato lafortunaArabella doveva cercare nella sua posizione di aiutare labarca. Quasi collo scarto della roba di suo marito c'era da vestireMario e Naldo. Se avesse risparmiato ogni mese qualche cosucciasull'andamento della casasi metteva in grado di pagare per laPasqua quel benedetto livello. Non parlava per séche ormaisentivasi vecchia e stufaquantunque fosse una malinconia anche perlei l'aver dovuto contentarsi di un vestito di lanamezzorosicchiato dalle tarmeche la sarta non aveva voluto aggiustareunvestito che a Milano non porterebbero le donne di servizio."

Conquesti discorsimamma Beatrice cercava di richiamare Arabella allecose di questo mondo. La poesia è come i bombons: èbuona per chi ha mangiato il resto. E non volle andarsene a manivuote. Dopo aver fatta la corte un pezzo a un bel scialletto di setase lo fece dare insieme a un paio di buccolette di mosaicoche lozio Demetrio aveva mandato dalla Toscana in regalo alla sposa.Arabella l'accompagnò con un sorriso e con uno sguardo dicompatimento. Nel suo sfinimento fisico e morale non aveva nemmeno laforza di contraddire.

Avendola malata bisogno di quieteLorenzo trasportò i suoi larinella stanza che serviva di studio al signor agente di cambiodove anessuno faceva male l'odore della pipa; e per tutto il tempo cheArabella stette in lettocioè fino ai primi di febbraionongli dispiacque di ricuperare la libertà dei movimentiche ilmatrimoniola soggezione paterna e un senso d'obbligazione moralegli avevano tolta. Gli dispiacque il brutto casoche papàTognino raccontò e spiegò alla sua maniera: cercòdi consolare anche luialla sua manierala povera "Arabell'Ara"ripetendo la storiella chemorto un papase ne faun altro. Entrava la mattinasedeva il tempo di rotolare unasigarettadava qualche ordine superficiale all'Augustae dopo averballato un poco sulle gambese ne andava colla furia di chi si sentemancar l'aria respirabile.

Arabellaanche quando ricuperò la forza di comprendere e di parlarenon faceva nulla per trattenerlo.

Nellelunghe ore in cui rimaneva solacogli occhi fissi alle tende dipizzoil suo pensieroquasi infossato in una ruga della frontesiproponeva ancora la paurosa questione che l'aveva resa timida etitubante a dir di sì. Qualche cosa era venuta meno in leicolla perdita della sua prima speranza. Essa sentiva (ah! lo sentivatroppo ora nella languidezza del suo stato) che non avrebbe maipotuto amare un uomo senza idee e senz'anima. Ora non aveva piùaltro bene a cui rivolgere il suo pensiero; la paurail misteroloscoraggiamento morale la circondavano da tutte le parti. Non potevasperare nella sua mamma: egoisti tuttiegoisti tutti... E piangevaavvolgendosi nelle coltriquasi più di rimorso che di dolorementre la nebbia del lungo inverno scendeva a riempire il tristecortile e a togliere la poca vista del cielo.

Qualchevoltanella languida dolcezza della convalescenzal'occhio velavasiin un sonno leggiero e ristoratoredurante il quale la mente seguivain sogno più agili le memorie della fanciullezzain modospeciale quelle verdi e ridenti portate via da Cremennomemorie incui entravano viottolipratitorrenti luccicantichiesine coperted'ederapopolate di rondinilitanie e melodie d'armoniumpreludianti a visioni che suscitavano nel suo giovane cuore palpitidi amorose trepidazioni. Era la poesia della sua animachenell'abbandono delle forze e della coscienzausciva a carezzarla. Mala prosacioè la veritàl'aspettava al suorisvegliarsi. Sentiva che non l'avevano maritata perché fossefelice; ma perché col suo sacrificio placasse un cattivodestino che pesava da un pezzo sulla sua famiglia. Monaca o maritatavestita di sacco o di vellutoessa era sempre la vittimadell'espiazionela figlia del suicida raccattata per caritàmaritata per interessegirata di mano in mano come una cambiale. Cheore di tristezza passavano sul suo capomentre il sole di febbraioriposava languido sui vetrio la pioggerella mormorava monotona nelcanale sopra il rumore indistinto che veniva dalla strada!

Rimastasola nelle mani delle persone di servizioebbe troppo tempo dipensare a' casi suoi e di riflettere su una quantità dipiccole coseche i forti e i fortunati calpestano come si calpestanole formiche passandoma che nell'inerzia forzata e nell'impotenzamorale vi assalgono da tutte le partiirritandovi il cervello e ilcuore.

Dov'eracaduta? perché l'avevano maritata? che colpe era chiamata ascontare? e questa genteignota ieriche oggi essa doveva amare erispettareda dove venivache pretendeva da leichi era e perchétanto odio contro di leiun odio che sollevava un tumulto di genteirritata?

Suosuocerovolendo in qualche maniera giustificare il disgraziatoaccidente di cui era rimasta vittimaaggiustò una favolachespiegò con molte parolecome se l'Angiolina avesse volutovendicarsi di essere cacciata via. Ora egli aveva accomodata ognicosa: tutto era finito colla pace di tutti. Pensasse dunque a guariree a rimettersi in forzaper poter andare insieme a passare laprimavera in campagnain qualche bel sito quieto…

Questecose veniva spesso a raccontare alla malata colla preoccupazionenervosa che nasceoltre che dall'affezionedal desiderio di fardimenticare il male. Ma una volta fuori di stanzail vecchioirascibile tornava a' suoi pensieri di vendettaa' suoi progetti didifesa contro una ciurmagliache credeva d'impaurirlo coi gridi ecogli scandali. Se riusciva a mettere in salvo Arabella in qualcheluogo sicuro (e a questo scopo stava combinando col Botola diprendere in affitto una casa sul lago di Como)se otteneva d'aver lemani libere per lo spazio di un meseavrebbe dato ai prepotenti unalezione in piena regolatale da levare a chicchessia il gusto dilitigare con lui.

Arabellacredette o finse di credere a tutto ciò che le davano aintendere. Nella sua estenuazione fisica e morale non aveva la forzadi volerené quella di non voleree accettava tutte leragioni colla stessa malinconica rassegnazione con cui trangugiava idecotti e i beveroni che ordinava il dottor Taruzzi senza chiedereche roba fosse.

Chene sapeva essa della vitadegli uominidelle cose? Che gente eraquesta che essa doveva rispettare ed amare? Suo marito entrava semprepiù di rado a salutarlae pareva sulle spine quei pochicinque minuti; ciò era tristedoloroso; ma più tristee più doloroso era il sentimento quasi di tedioche essaprovava alle sue consolazioni e alle sue pesanti carezze.

LaMadonnache la guardava dal capo del lettonon doveva permettereche il suo cuore s'intiepidisse nel bene. Richiamando tutte le vocidell'anima sua devota e ferventecercava nella preghiera lunga eripetuta la speranza e la forza che l'avevano sostenuta in altretristezzesoprattutto la fede nella vita e la buona fede negliuominio almeno la fede della povera Angelica.



12.IL TIRANNO

Ungiornopoco prima dell'ora del pranzoil signor Togninoentrandolentamente e cautamente nella camera della malatala trovòaddormentatapiù seduta che stesa sul lettoavvolta in partein uno scialle di lanacolla bella testa sprofondata nel candore delcuscino e delle guarnizionila bocca dischiusa a un lieve respiroavviluppata dal candore niveo del lettocolle mani abbandonate sullibro delle preghiere.

Ilsuocero collocò delicatamente sul tavolino un fiaschetto divecchio Xeresche aveva acquistato appostasi avvicinò pianpiano al lettoposò leggermente la mano sulla fronte dellamalatala sentì umida e frescae si ritrasse leggermentemettendosi a sedere in un angolo oscurodietro la finestrada dovepoteva sorvegliarla senza essere veduto.

Partitala mammaera lui l'infermiere e il padrone di casa. Per essere piùpronto aveva portato da scrivere nella stanza vicina e vi rimanevatutte le ore che poteva rubare agli affari. Su Lorenzo non c'era dafare un gran conto; si vedevan di rado; si sarebbe detto che i dueuomini da qualche tempo si sfuggissero.

Qualchecosa di forte e di duro come un grosso martello da fabbro era cadutosul cuore del vecchio affaristache non batteva più colbattito lento e sommesso d'un cuore in regola col tempoma avevadegli scattidelle corse affannose e precipitosedelle straneimmaginazioniche riempivano la notte di fantasmiquando voltandosie rivoltandosi nel lettoil padrone cercava invano di riattaccare ilsonno.

Enon da ierima da un pezzose cercava indietroera cominciataquesta sua palpitazioneche gli ultimi avvenimentila rabbia e lospaventonon avevano fatto che incrudelire. L'uomo non era piùl'uomo di prima fin dal giorno che s'era parlato di dar moglie aLorenzoe cheandando verso le Cascines'era incontrato per casoo per destinoo per disgrazia — chi sa come si muove il mondo?— nella figliuola adottiva del signor Paolino. Era quella stessafigura elegantebionda e delicatache ora dormiva nel molleabbandono della stanchezzache una donnaccia aveva osato toccareche una masnada di pezzenti voleva trascinare nel fangoche lui peròavrebbe difesoringhiando e mordendose ciò era necessario.

Seil nostro affarista fosse stato un filosofocapace di frugare inmezzo ai ferravecchi della sua vecchia e ingombra coscienzaforseavrebbe trovato che in questo accanito furore di difesa era in giuocoanche un interesse nuovo e curiosopoco chiaro allo stessointeressatoma che dava alle sue ragioni una forza nuova epremurosa.

SalvareArabella voleva anche dire salvare quanto di meno disprezzabile erarimasto in lui e insieme quanto di veramente prezioso sentiva ancoradi possedere nell'affezione e nell'opinione di questa sua figliuola.Il castigo non poteva essere che questo: il resto... che cosagl'importava del resto? Ecco perché sospirava l'ora e ilmomento di vederla fuori dal lettocompletamente ristabilitanonsolo per sottrarla alle congiurealle pressionialle vessazioni digente cattivama per collocarla in qualche luogo lontano e sicurodove non potessero arrivare le voci dei volgari interessidovesoffrisse meno con lei qualcheduno o qualche cosa che viveva di lei.Più che vederla e intenderla questa necessitàegli lasentiva con un sollevamento d'animo tutte le volte che poneva ilpiede nella stanza della malatatutte le notti che si avvicinavasommessamente al suo letto e che procurava di consolarladirassicurarladi fornirle delle spiegazioni.

Curvorannuvolato in una oscura commozionein cui alla pietàmescolavasi un senso irritato d'odio e di vergognasollevava ditempo in tempo lo sguardo sulla persona dell'addormentatache nellaplacida e lenta quiete pareva morta.

Erauno sguardo perplessoche non osava piùcome una voltapenetrare e guardar fisso in faccia alle cosequalunque fosserosicuro di sostenerle; ma ritraevasi dal letto colla mortificata elenta tristezzacon cui l'occhio dell'analfabeta si toglie da unoscrittoche suscita in tutti gli altri una viva e potente commozionee non dice nulla a chi non sa leggere.

Forseera già troppo tardi per mettersi da capo a imparare a leggerequel che vi può essere di bello e di santo nel cuore d'unabuona creatura. Forse non gli avevano mai insegnato a decifrarequesto alfabeto: e se nella prima giovinezza aveva sentito aparlarnetroppo tempotroppe cose eran cadute in mezzo. Peggio perlui! ma peggio ancora se Arabella avesse letto nel suodi cuore!

Ognisuo sforzoogni sua ambizione doveva mirare a una cosa sola:impedire che Arabella diventasse il ludibrio di Milano. Qualcheavvertimento in questo senso gliel'aveva dato anche il notaioBaltrescache considerava la questione coll'occhio pratico delmestiere. Un processo è sempre uno scandalo; si sa dove sicomincianon dove si finisce. Pretimonache e avvocati vi potevanopescar dentro il loro interesse. E anche supposto che l'ortolanavenisse condannata a qualche mese di prigionechi poteva impedireper esempioche Arabella fosse chiamata in Tribunale a deporre inqualità di testimonioin mezzo a quella marmagliatrauscierisbirriscribi e fariseiper sentirsi ripetere sul visoinfamie di ogni colore?... Se ciò fosse accaduto — e lasola idea gli mozzava il respiro — da qual parte sarebbe statoil reo? e da qual parte il giudice più terribile? Chi avrebbeimpedito all'avvocato Baruffa di rifare a modo suo la storia? EArabella avrebbe dovuto assistere a una bega di questa sortabersaglio a Dio sa quali infamità? nono.

Questipensierisolamente col passaregli facevano corrugare la fronte egli tiravano il capo all'ingiù. Temeva quasi che avessero aturbare e a funestare il riposo dell'addormentata.

Labega era grossa e bisognava uscirne al più prestonel migliormodo possibile.

Dicosa in cosa si ricordò d'aver ricevuta una lettera nellaquale il Botola gli parlava di avvocatidi processodi Lorenzo.

ColBotola i Maccagno erano legati da un'amicizia che risaliva fino alquarantottofino ai tempi che il padre di Togninodetto ilValsassinacominciava a guadagnare i primi quattrini in unabotteguccia di liquori fuori di porta. Venute le grosse brighe dellarivoluzionementre gli "italianoni" facevano allebarricateBotola e Valsassina introducevano in città moltebrente di spirito di contrabbandomettendo in questo modo la basealla fortuna.

Nell'agostotornarono i castigamattima la gente aveva tutt'altro per la testache di verificare le bollette di dazio. Poi eran passate molte altrecose. Chi andò sulla forcachi emigròchi tornòa portare il baldacchino. Annegò chi non seppe nuotare. E perpoco non annegò anche il Botolatroppo corto d'ingegno ed'istruzioneper saper resistere ai tempi nuovibianchirossi everdi. Fallito un paio di volteil vecchio disgraziato vivacchiavameschinamentefacendo il pignoratario su piccoli prestiti.

Checosa gli scriveva il vecchio amico? Cercando nelle taschetrovòin mezzo a una manata di cartacce un cencio con su disegnati certiscarabocchi grossi e sgangheratiche volevan dire parolequantunquesomigliassero più ai pali di una vigna battuta dalla tempestache non ai segni inventati da Cadmo. Il pignoratario riferiva d'aversaputo che i parenti RattaMaccagnoBorrolacon altri diseredatiintendevano infirmare il testamento e intentare una causaperchéfosse tenuto valido il testamento anteriore del '78.

"Faccianpure la causa!" rispondeva mentalmente colla solita asprezza ilsignor Togninocome se qualcuno fosse lì a sentirlo. "Inquanto ai signori Borrolache vantano delle pretensionison curiosodi sapere su che cosa appoggiano le loro speranze. È tuttarabbiaè tutto velenoperché ho scoperto il lorogiochetto e ho strappato Lorenzo ai loro intrighi. Faccian puremanon si lascin trovare da me in un momento cattivo."

Arabellamormorò qualche parolina dolente e mosse leggermente la manosul libro aperto abbandonato sul letto.

Ilvecchio si scosse da' suoi pensiericome se quelle vocirispondessero in qualche modo a ragionamenti che egli faceva dentrodi sé e sentì chese gli bastava il cuore di sfidaremezzo mondopure di fronte a sua nuora avrebbe avuto tutte le paure.E come se istintivamente si mettesse sulle difesesocchiuse un pocouna imposta e si tirò meglio nell'angolo oscuro.

Lastanza s'immerse ancor di più nella penombrail fascio diluce che entrava dalla finestra socchiusa andava a stento fino arischiarare il guanciale e una parte del lettodove Arabelladisogno in sognodi imagine in imaginepercorreva la storia della suavita.

Neisogni le impressioni tornano spesso sfiguratesconnessepiùgrandi o più piccole della verità; ma non perdono maiil significato che le fa nascere. Avviene non di rado chenell'ingrandimento grottesco ed esagerato o nella riduzione chesopportanosi manifesti a chi sognaanalizzato o riassuntoilsignificato che inutilmente aveva cercato ad occhi aperti. Il senso èpiù libero a percepire ciò che la ragione o non osa onon sao non vuole intendere: e dai sogni qualche volta s'intende lavita come dal commento il poema.

Arabellaritornando sulle sue memorieritornava a soffrire e a godere piùvivamente d'impressioni non bene afferrate la prima voltacome se insogno germogliassero i piccoli semi caduti nei luoghi piùoscuri dello spirito.

Dicosa in cosa le parve di tornare ai primi giorni del suo matrimonio eprecisamente al suo primo entrare nella casa nuova. Suo suocero avevafatto degli inviti. La casa era come quella sera piena di gente nuovae sconosciuta che la salutavanosi congratulavanola soffocavano diparole e di baci non chiesti e non desiderati. Una specie di nauseadallo stomaco saliva al capoeffetto forse d'un forte vin "brulé"che alcuni servitori in guanti bianchi portavano intorno sui vassoi.

Parevaleche tutta quella gente fosse lì per saziarsi in qualchemaniera di leicoi bacicogli occhicoi commenticome fanno ibimbiche trovato un pezzo di zucchero in un cantucciose losucciano un po' per uno.

Lazia Sidoniain un vestito di raso rosso color bracescollata in unafoggia indecentese la stringeva sul seno morbido e caldochiamandola il suo bell'angiolinomentre lo zio Mauroseduto alpianofortetempestava sopra una canzonetta veneziana di suainvenzioneche faceva ridere tutte le bocche. Sìridevanotutte quelle faccie sconosciute di parentidi mezzi parentidiagenti di cambiodi amici di suo maritodi cui sentiva ripetere inomi senza afferrarli in mezzo al frastuono. Solamente papàPaolino colla schiena appoggiata allo stipite dell'uscio guardava insu per non farsi vedere a piangere. C'era la mammala piùbella donna in mezzo a molte signore bruttemagredal tipo volgareche ripetevano il colore terreo e le mandibole pronunciate dellafamigliache seguitavano a guardarla come se dicessero in cuor loro:

"Poveradiavoladove sei capitata!"

Estava in mezzo alla folla coll'animo addoloratoquando vide entrarecon un passo lesto senza suonoin abito nero anche luirigido esmorto come tutti i morti che camminanoil suo povero papà.

Comefosse vivocome venisse alla festache cosa le dicesse sottovocenon riusciva a capire. La rimproverava d'essere venuta meno al suovoto? era malcontento anche lui di vederla in questa casa? L'immaginedell'infelice rimasta impressa negli anni in cui la memoria èpiù vivamantenuta viva e presente per tutti gli annisuccessivi da un generoso desiderio di riparazione moraleera troppofamigliare ai pensieri della figliuola perché essa sisgomentasse di rivederla in mezzo a gente viva; anzi se lo strinsesul cuoreforteteneramentee cominciò a parlargli concalore per dimostrargli che tutto era proceduto secondo la volontàdi Dioche l'aveva fatto per amore e per compassione della suamamma; e nell'abbracciarlo sentiva una così profondacompassioneche cominciò a singhiozzare davvero...

Ilvecchio Maccagnoa sentire la malata singhiozzareuscì dalbuio e dalla tempesta de' suoi pensierisi accostò al letto.

Arabellaagitata da un piccolo fremitocorrugava la fronte collo sforzo dichi mira a liberarsi da una dolorosa oppressione. Egli alloraquasiper liberarla dall'incubole prese dolcemente la mano e se la tiròa sédolcementechinandosi sopra di lei per dimandarle checosa si sentisse: e in quella Arabella aprì gli occhi pieni dilagrimeli fissòcome chi stenta a orientarsiin faccia alsuo premuroso infermiere.

Losforzo che essa fece di sorridere al di sotto del velo di lagrime chele copriva gli occhi e l'abbandono inerte della sua persona nonabbastanza ridesta suscitarono nel vecchio uomo una violenza diaffettidi tenerezzadi sgomento e di selvaggi rancoriunatremenda paura di séuna così oscura oppressionecheper un istante non vide innanzi a sé che un gran biancoungran bianco...

"Perchépiange?"

"Nonsoun brutto sogno."

"Nonsi sente mica più male?"

"Nonmi pare."

"Devoaprire le imposte?"

"Sì:ho dormito un pezzo?"

"Forseun'ora."

"Lorenzodov'è?"

"Èstato qui: ha visto che dormiva..."

"Poveropapà!" uscì a dire Arabellanon ancora ben uscitadalla sua dolorosa visionecontinuandoper un meccanismo nervosoil discorso accaloratoche stava facendo in sogno al suo papàmorto.

Ilsuocero attribuì a sé la tenera espressione di un nomecosì affettuosoche egli non aveva mai osato chiedere per sée che sua nuora non era mai stata animata a concedere. Colto in unmomento di debolezzas'intenerì ancor di piùemettendosi con moti frequenti a carezzare i capelli della malatasiabbandonò anche luiper la prima voltaa darle del tu:

"Guarisciguarisci prestoe andremo in campagna. Vedrai che bel sito! Non seimai stata in Tremezzina? In primavera è il paese delle rose.Rose dappertutto... Anch'io ho bisogno d'andar fuori dei piedi dellagentesono un poco stanco e malato anch'io e non vedo l'ora dicollocarmi in campagna a coltivare le rape e le verze..."

Ecercò di ridere per combattere la molle malinconia chel'assaliva da tutte le parti. Questa malinconia montava come un'acquache scaturisce improvvisamente da una vena sconosciuta al rompersi diuna roccia. Da dove derivano queste acque fredde e limpide che ilpasseggero incontra sulla sua strada polverosa in mezzo a un paesebrulloriarso dal sole? La natura ha i suoi misteriosi serbatoi chemandano rigagnoli ai più lontani strati e non di rado spiccial'acqua pura anche al disotto del fango. Sentendo che insiemeall'onda refrigerante saliva qualche cosa di amaromesso in paura oin sospetto d'una mestizia che lo conduceva a cantare delle arie digioventù col falsetto del vecchiospaventato all'idea cheegli potesse dire una sciocchezza od una meschinitàaccomodòcon una certa furia distratta le pieghe del letto e soggiunsemutando tono:

"Hotrovato un vin vecchio sincero che le farà bene: lei ne devebere un bicchierino. Il dottore raccomanda il vin vecchio. Loassaggi. Questo è sangue."

Versòil vino nel calice e si accostò di nuovotenendo il bicchierecolle due maniper resistere a un tremito convulso che facevavibrare tutto il corpo.

Arabellasi sollevò un pococolla sinistra mandò indietro icapelli folti che scendevano scompostie coll'altra mano aggradìil calicein cui brillava un vino secco color dell'ambra.

"Bevaquesto è sangue..." ripeté il suocero con un tonomonotono d'uomo distrattosocchiudendo gli occhi.



13.PRIME SCARAMUCCE

Quandouscì dalla stanza provò il senso di chi cammina al buioper anditi sconosciuti. Egli doveva fare qualche cosa per mettereArabella al sicuro; era pronto anche a perdonare a' suoi nemiciseil perdonare poteva condurre più presto a una pacificazione:la primavera non era lontana e il dottore prometteva che per la finedi febbraio la malata avrebbe potuto senza pericolo intraprendere unviaggio. Como non è in capo al mondoe una volta sul lagonon si sente più di viaggiare.

Occorrevach'egli facesse una corsa a questa villadi cui da un poco gliparlava il Botolaposta in una bellissima posizionein pienomezzodìgià ammobiliatacon un giardino ombroso finoal lago; e avrebbe potuto andarci quando Arabella cominciasse aduscir dal letto. Egli non voleva trovare una casa in disordineesposta al ventoa rischio di esporre sua nuoragiàindebolitaa un colpo d'aria.

Scendevale scale senza veder i gradiniravvolto come in una nuvola in questipensieriquando arrivato sull'ultimo pianerottolos'incontròfaccia a faccia in Sidonial'amatissima sorella cantantechevestita come una Maria Stuardaandava su.

"Sipuò vedere Arabella?" domandò la buona zietta.

"Nossignora!"rispose il fratellosentendo ribollire il sangue.

"Nonè mica più aggravata..."

"Nienteaffattoma non riceve nessuno."

"Neanchei parenti?"

"Nonconosco per parente chi fa lega coi miei nemici" scattò adire il fratelloche nella sua guerra era sempre in timore dilasciarsi prendere la mano.

Sidoniaarrossì un poco sotto la cipria e il belletto; ma non abituataa far scene fuori delle scenerecitò con tono pacato:

"Credevodi far onore a tua nuora: anch'io non conosco per fratello chi mimanca di rispetto".

"Ah!voi volete il rispetto..." cominciava a strillare l'omettosanguignoagitando le sue mani magre sotto il viso di Sidonia.

"Tiprego" disse costeiarrestandosi con una solenne occhiata diNormasacerdotessa dei Druidi. "Io non sono abituata aipettegolezzi di Baltrescae non mi lascio insultare dai vagabondi.Se hai delle ragionic'è mio marito e sai dove sto di casa."

"Ciòche voglio è che non mi si venga tra i piedi."

"Ohs'immagini!"

"Nonvoglio spie in casa..."

"Iladri vedono spie dappertutto..."

Conquesti complimenti pronunciati in modo da non dar scandalocoll'intonazione quasi sorridente che usano gli amanti in colleraarrivati alla portai due fratelli si fecero un bell'inchino e sidiviseroandando ciascuno per la sua stradacarichi tutti e due dirabbia compressapronti a saltar in aria come due barili di polverealla minima scintilla. Giunta a casaSidoniatrovato il maritoglidimostrò tutta l'enormità dell'oltraggio ricevuto.Colei che l'imperatrice Eugenia aveva ricevuta alle Tuileries comeuna sorellache papà Rossini soleva chiamare sa chèrepetite Malibranera stata messa alla porta come una pezzente daun indegno fratello.

MauroBorrola gonfiò gli occhibestemmiò mezz'ora inpadovangirando per la casa in pantofole e in veste da camera:avrebbe voluto uscir subito a chiedere una soddisfazione d'onore asuo cognato o a Lorenzo; ma il nuovo Rosetter inglese haquesto difettoche alle prime pennellate dà alla barba unospiccato color violetto e la ricetta consiglia qualche giorno di chezsoifinché i bulbi non gli abbiano assorbito percapillarità il liquido ristoratore. Pensò di rimandarela cosa a un altro momento e di rifarsi in qualche altra maniera. Lasua prima visita fu per l'avvocato Baruffa. Gli elementi della causaerano raccolti. Presto si sarebbe tenuta un'adunanza di tuttigl'interessati per procedere d'accordo contro il signor Tognino.

Comeavvisaglia di guerraqualche giorno dopola Augusta consegnava ingran segretezza alla sua padrona la seguente lettera:

"IllustrissimaSignora

"Lemolte pie persone che mi parlano bene del suo cuore e della sua pietàmi fanno animo a rivolgermi a Leiillustrissima signoraper unaquestione in cui son persuaso Ella vorrà prendere la parte deideboli e dei sacrificati. Per quanto sia difficile giudicare sulleapparenze intorno alle umane cosepure voglio ritenere che il signorTognino suo suocero sia veramente nel suo pieno diritto quandotrattiene tutta per sé un'eredità di quattrocentomilalireche ogni segno faceva sperare sarebbe andata ripartita non soloin pie istituzioni di caritàma a sollievo eziandio di moltie bisognosi parenti che ne avevano ugual diritto.

"Mail sommo diritto bene spesso si riduce a ingiuriaa ingiustiziaeciò accade tutte le volte che al bene di un solo sisacrificano i bisogni di cento e cento poverelli sofferentitutte levolte che si suscitano ireodiimale passioniquerele cheamareggiano la stessa ricchezzaturbano le coscienzee caricano laresponsabilità nostra di gravissimi conti.

"Alloscrivere queste parole mi muove la persuasione che nulla ènoto ancora alla S. V. Illustrissima di tutto ciò che si diceintorno alla eredità Ratta; ma poiché mi risulta davarie parti che nelle querele e nelle amare recriminazioni deidiseredati è ripetuto spesso anche il suo nome come quello diuna complice dell'ingiustiziaa nome di antiche sue maestranzevenerabilissimevengosebbene a malincuorea interessarla in unaquestionein cui la sua non può essere che una parola digiustizia e di carità.

"Ionon so vedere quel che Ella potrà fare e dire a vantaggio deipoveri: ma fin d'ora mi lusingo di trovare in Lei una di quelle animezelanti del beneche non si acquietano nel dubbio e nell'incertezza.Parlando col suo signor marito e col suo signor suoceroElla potràmettersi in grado di ben giudicare se convenga per un eccessivo zelodel proprio diritto affrontare le conseguenze dell'odio e dellavendettaturbare le coscienze dei buoni cristianicrearsi un fastoche riposa sui dolori altrui. Io non posso giudicare quanto vi sia divero nelle voci che corronole quali accuserebbero il signorMaccagno di aver carpito quasi colla violenza un testamento cheavrebbe dovuto sonare ben diverso. Solo l'occhio di Dio puòscendere nell'oscurità e illuminarla. Ma posso quasi essercerto che la buona e pia allieva delle madri canossiane non vorrebbeaccettare un soldo che non fosse consacrato dalle ragioni dellagiustizia e che nella contingenza in cui si trovavorràprestare l'opera e l'autorità della sua posizione di consortee di figlia per avviare delle trattativele quali conducano a unapiù giusta soluzione e ripartizione dei beni.

"Possofin d'ora comunicarle che a quest'atto di conciliazione èvivamente interessato anche Sua Eminenza l'arcivescovo di Milanoquale supremo tutore di tutte le pie Case che da una siffatta ereditàcredono d'essere statenon che danneggiateingiustamente lese neiloro diritti: e l'autorità di un tal nome dev'essere perl'animo suo pio e cristiano arra di giustizia e quasi uno stimolo dipiù a zelare l'opera della giustizia e della conciliazionedalla quale essa non può ritrarre che benedizioni e frutti disanta edificazione.

"Tostoche la sua preziosa salute glielo permettaio riceverò dibuon grado una sua visita al mio domicilioove potrò fornirlequegli altri schiarimenti che sarebbe troppo lungo esprimere perlettera. Intanto le raccomando la massima discrezione su questa miaingerenza in una questione che non mi toccase non in quanto mitoccano tutte le questioni in cui è in giuoco il bene deipoveri e quello delle anime.

"Colpiù profondo rispetto mi sottoscrivo

pr.Felice Vittuonepr. parr.".



PARTESECONDA



1.UN UOMO CHE NON HA VISTO NULLA

Ilterzo venerdì di quaresimail Berretta fu avvertito che donFelice Vittuone aveva urgentissimo bisogno di parlargli: passaresubito in sagrestia.

Capitatoper caso Ferruccioil portinaio lo lasciò di guardia allaportasi spazzolò le spalleinfilò una giaccaapplicò tre o quattro buffetti alla cupola di un vecchiocappello di feltroche non usava che nelle grandi occasionie inquattro passi fu alla chiesa.

Ilprevosto lo faceva chiamare spesso per piccole commissioni dicucitura e di rammendatura; perciò il portinaiononsospettando una trappolaentrò difilato in sagrestia come incasa sua e domandò al Bossi se c'era don Felice.

"Eccoloqui" disse il sagrestano.

Loscricchiolio di un paio di scarpeche risalivano la navata dellachiesaprecedette il prevostoun buon vecchietto piccolo e bruttocon molti capelli bianchiun po' tremolanteun sant'uomo amato daipoveri per la sua carità e per la sua tolleranza. In questabenedetta faccenda del testamento Ratta egli rappresentava la partedella conciliazionema capiva che la sapienza non basta a conciliarel'acqua col fuocoil diavolo coll'acqua santa.

"SeituPietro? bravo bravo" e rivoltosi a un chiericotto dondolantesu due gambe storteche una vestaglia verdognola non riusciva anascondere agli occhi di Dio (che scruta le reni e i cuori)glidomandò qualche cosa sottovoce.

"Hadetto che vien subito. Sta confessando una donna."

"Allorapassiamo di quaBerretta."

IlBerretta seguì il prevosto per un lungo corridoio rivestitosulle due pareti da massicci armadifino a un gran stanzonedettola guardarobadov'è anche la penitenzeria degli uomini. Anchequesta stanza era rivestita su tre pareti da alti armadi antichi agrossi intagli. La quarta parete contro la porta aprivasi in duefinestreinnanzi alle quali scendevano le tende di un grosso telonegiallastroche in quella giornata semipiovosa davano all'ambienteun'aria proprio di quaresima. Tra l'una e l'altra finestra pendeva ungran crocifisso avvolto da un zendado polveroso. Il Cristo scendevacoi piedi a toccare lo schienale di una vecchia poltrona di vacchettapresso un inginocchiatoiodove più volte il portinaiodabuon cristianoaveva versato il fardello de' suoi peccati. Quelcamerone è riservato agli uomini nei momenti di moltoconcorso. Lungo il corridoiocol capo appoggiato agli armadisischierano i bottegai del quartiere che credono ancora alla santitàdel peso e delle misure e aspettano in fila la volta di gettarsi aipiedi del vecchio Cristoche in duecento o trecento anni che sta lìne ha sentite d'ogni colore eabbassando la testa impolverata in unatteggiamento di stanchezzapar che dica: "Che fare? ci vuolpazienza..."

IlBerretta nel rivedere il luogo e la croce risentì per unanaturale associazione d'impressioni un rimescolamento che aveva nelfondo un rimorsosimile a una piccola puntura di spillo. E stavaancora coll'animo sospeso quando da una porticina di fianco sbucòun altro preteche non aveva nulla a che fare colla nettezza e collabonomia di don Felice. Era invece un vecchio olivastrouna faccia dacontadinorugosa come una castagna secca: era insomma don GiosuèPianelli.

"Cisiamo!" disse in cor suo il portinaioche capì ocredette di capire all'ingrosso il motivo di questa chiamatae sipreparò a sostenere un processo.

"Tiho fatto chiamarecaro Pietroper qualche schiarimento. SedetedonGiosuè."

"Soncomodo" disse il canonicoraggruppandosi più che sedendosopra uno sgabello di legnomentre il prevosto andava a mettersinella poltrona di pellesotto la crocecome il Berretta era solitovederlo due volte all'anno. Il portinaio rimase in piedi tra i duepreti inquisitorisotto la soggezione di quel gran Signore in croce.

"Ionon ho bisogno di dirti che facciamo conto sulla tua sinceritàva beneBerretta? Conosci don Giosuè?"

"Ehse mi conoscealtro che!" prese a dire il canonicofacendo inmodo da poter osservare il portinaio nella luce obliqua che piovevadi sotto le tende.

"Dunquesapraiil mio Pietroche don Giosuè Pianelli è statoil confessore della povera sora Rattache fu per i poveri di questaparrocchia un vero angelo di carità. I sussidi sono scarsi ela miseria cresce ogni dì."

"Dimiseria non c'è mai miseria" aggiunge don Giosuèseguitando con un tono irritato: "Cresce la miseriacrescono ivizicrescono i birbonimentre cala la religione e la carità...Sono i begli effetti del massonismo trionfante."

"DonGiosuè non ha torto" riprese il buon vecchietto "madi cristiani ce ne sono ancora e il nostro Berretta è uno diquesti: non è vero? bravobravo."

Ilportinaio spalancò la boccaaprì le braccia a unmovimento d'ometto meccanico e rimase lì. Avrebbe pagato unocchio del capo a non esserci. Sentiva già da lontano che idue preti andavano tirando i fili d'una rete per pigliarlo in mezzo.Ma gli mancò la forza di scappareche in certi frangenticome dice la lepreè il miglior rimedio.

"Lasanta Pasqua è vicinae tu sainon è veroBerretta?tu sai tutta l'importanza dei sacramenti. Si tratta ora di compiereun'opera di giustiziache si riduce in fondo a un'opera di caritàsicuro! Si tratta del bene dei poverisicuro! Tu hai detto aqualcuno che il signor Antonio Maccagno..."

"TogninoTognino" corresse don Giosuèmettendo nella storpiaturadel nome un suo gusto particolare.

"Tuhai detto che il signor Maccagnotuo padroneha preso una carta..."

"Ioioio?" balbettò troppo in fretta il portinaiorispondendo prima d'essere interrogato.

DonGiosuè chiuse un occhio e guardò fisso coll'altro ilprevosto. Quell'occhio nero e lucentepieno di espressioneavrebbevoluto dire: "Capite?"

"Aspettalascia finire a don Felice. Parlerai dopoil mio galantuomo." Edon Giosuè fece sentire un'ironia che sonò maleall'orecchio del povero sarto.

"Dunqueè vero o è falso che la notte prima del funeralepresente cadaveretu hai aiutato il sor Antonino..."

"Tognino!"ribadì l'altroche preferiva avere il suo uomo storpiato.

"...a cercare una carta nella stanza della morta?"

"Ioho detto? quando ho detto questo? iouna carta? che carta? non so unbel nienteiodi carte... Io faccio il sarto..."

Cosìdisse il portinaiocon aria distrattamuovendo il capo ad ognifraseora a destraora a sinistra come un automa meccanico; ma ilcuore era un martellamento d'inferno. Capì subito che se silasciava pigliare a questa trappola egli era perduto. Divenne rossorossocome se il vino rubato alla vecchia Ratta gli andasse tutto inuna volta alla testa.

"Nonso niente iodi carte..."

"Hacoraggio di spergiurare sotto gli occhi di nostro Signore questo belgalantuomo" saltò su il canonico.

"Abbiatepazienzadon Giosuè. Intellige quae dico. Il Berrettapuò benissimo aver detto una cosa e la gente aver interesse acapirne un'altra: va bene?"

"Sissignoresor prevostoche Dio lo benedicadeve essere proprio così.C'è della gente che mi manderebbe volentieri in galeraedella gente che vorrebbe vedermi impiccato. Che ne so io di questipasticci? Io faccio il sartovedo e non vedosento e non sentopiglio da tutti e non m'intrigo nei pettegolezzi. Di che carte miparlano?"

"Sentiil mio bravo Pietronoi non facciamo nessun aggravio a te. Sappiamobene che sei un galantuomo e che anche tu devi obbedire al piùforte. Lasciamo stare quel che puoi aver detto o meno: e aiutaci adepurare la verità. L'hai sorvegliata tu la morta la notteavanti al funerale? Sì? bravobravo. Ed eri solo in camera?"

IlBerrettacoi dieci diti delle mani irrigiditi in ariafaceva ognisforzo per poter dir di noun bel noche l'avrebbe salvato dalrispondere altri sì; ma non seppe sputarlo fuori. La stradadel male non era la sua e il diavolo non aiuta che i suoi.

"Ein quella notte non è venuto il sor Antonino?"

"Vuoldire il sor Tognino" corresse per la terza volta il canonico.

"Di'la veritànon c'è nulla di male."

"Bisognache io mi ricordi" sillabòalzando gli occhi alla voltae portando alla bocca la punta d'una mano.

"Ehehguarda il balordo" sogghignò don Giosuèandando colle mani fin sotto il naso del suo galantuomo.

"Noinon dobbiamo far violenze alla coscienzacaro don Giosuè.Bisogna pure che il nostro Berretta si ricordi e verifichi il fattospiritu et veritate. Non gli vogliamo far del malesi sa; nélui è uomo capace di far del male al prossimomentre ci puòessere della gente interessata a far del male a lui."

"Leidice benesor prevosto: che Dio lo benedica per i suoi morti."

"Loconosco da un pezzo il babbuino: oggi gli giova di far l'indiano pernon pagare dazio. Volete che non se ne ricordi? prova un poco adalzare gli occhiaperti ve'a questo Signore in croce e torna aripetere: 'Non me ne ricordo'. Sostieni che il sor Tognino non èvenuto quella notteverso le due; dì': non è veroSignor Gesù Cristoche io ho fatto lume al padrone mentreegli cercava una carta... Ah! tu vorresti scappareadesso."

DonGiosuè afferrò il portinaio per un braccio e cominciòa scrollarlocome se cercasse di svegliare uno dei sette dormienti.

"Nonso nientedico..." gridò piagnucolando il poveretto convoce più scossa e indebolita.

Comediavolo il prete aveva saputo questi particolari? eran voci corsec'eran dei testimonioppure era una trappola per farlo cascare? Frai due giudici il più pericoloso non eracome si potrebbecrederequel che pareva il più terribilequello cioèche gridava di piùche lo minacciavache l'irritava collasua voce raucacol suo dito lungomagrocolor tabacco. La forzanon è sempre nella forza. Ciò che lo avvilivamaggiormenteche gli toglieva l'animo di resistere e di spergiurareche lo disarmava in quel contrastoera la presenza bonaria e paternadi don Felicela voce buonacarezzevole di questo buon vecchiotremolanteche mentre accaloravasi a proteggerlorimescolava tuttele forze morali della resistenza.

"Senticaro Pietro" riprese la voce paterna e insinuante del prevosto"capirai benissimo che qui non si tratta del nostro interessené di cattive intenzioni che si abbiano contro di tepoverodiavolo. Si tratta puramente e semplicemente d'un diritto digiustiziasicuro! Si tratta del pane di molta povera genteche sipresume danneggiata non da tepovero diavoloma da un uomoa cuiDio avrebbe tolto per un momento il lume della coscienza. O le vociche corrono son false e tuil mio buon Pietrohai il dovere didimostrare che son false e che quello che hai potuto dire a terzepersone è egualmente falso: o le voci son verecioèhanno fondamento nel veroanzi tu sei statotuo malgradotestimonio del veroe alloracaro figliuolopensa al carico dicoscienza che stai per assumere. Senza cattiva intenzione tu ti faicomplice d'un ladroneccioti copri di una responsabilità cheione' tuoi panninon vorrei per tutto l'oro del mondo portaredavanti al tribunale di Dio."

"Mase io non posso parlare" singhiozzò l'uomoalzando ledue mani sopra la testa e tenendole così aperte nell'aria. "Seci andasse di mezzo la vita?"

"Aht'hanno dunque minacciato" entrò a dire don Giosuè"benebenebene!..."

Efregandosi le manife' una giravolta nella stanza.

"Tihanno minacciato? e dubiti che questo Signore che ti sta sul capo siameno forte dei prepotenti che ti minacciano? e quando pur sapessi chec'è qualche pericolo a dir la veritàpuoi tu comperarela tua sicurezza a prezzo d'un tradimento? e credi che vi possaessere sicurezza nel campo della ingiustizia? e ti par bello dormiresul letto di spine de' tuoi rimorsiil mio Pietro? in balìaal genio delle tenebreil mio Pietro?"

Cosìbatteva sul cuore del portinaio la voce amorosa e terribile.

"Ionon ho rubato nulla a nessunoper la benedetta Madonna! Sono unpovero uomo che non fa male a nessuno; non ho detto niente a nessuno;non voglio andare in cellulare" provò ancora a ripeterecon monotoniaannaspando colle mani in ariabuttando gli occhi intutti i cantucci dov'era sicuro di non incontrare gli occhi de' suoigiudicichinando il capo per isfuggire al baglior bianco di quelSignore in croce. "Non voglio andare al cellulare: prima miammazzo."

"Nonè la strada più lunga per andare all'infernobabbuinol'ammazzarsi... Senti il parere di chi ti vuol beneasino! noncapisci che il tuo negare a noi non serve a nullaperché nesappiamo più di te?"

Aogni frase don Giosuè dava una ruvida scossa al suo uomo.

"Checosa hai detto al Mornigani? non sai che ti hanno visto col lume inmano a far chiaro al tuo ladronevoglio dire al tuo padrone?"

Ilportinaioscossosospinto da queste parole e dalla mano vigorosadel pretenon sapendo dove trovare un rifugioandò astramazzare ginocchione sulla predellacome un uomo veramentemazzolatostrinse la testa nelle mani e ruppe in tali singhiozziche don Felice ne sentì una profonda compassione. Voltatosiverso don Giosuènon volle più che seguitasse atormentarlo.

"Stabene" disse costui "badate però a non lasciarmeloscappare."

"Èun buon ambrosiano incapace a far del male."

"Fateglifare una buona confessione; io intanto corro ad avvertirnel'avvocato."

DonGiosuè uscì e ritornò sui suoi passi a prendereil tricornoche nella furia delle idee aveva dimenticato insagrestia. Si strinse nel mantelloritraversò la chiesacosìinvasato dal suo primo trionfoche non salutò nemmeno con unariverenza il padrone di casa. Uscì e prese la strada piùcorta verso Sant'Ambrogiodove abitava l'avvocatosenza sentirel'acquerugiola fredda che veniva dal cielo.



2.IN CASA DELLE DUE "BEATE"

Qualchegiorno dopo quest'incontroverso serala Colombala Nunziadina eFerruccio finivano di desinare nella scarsa luce del crepuscolo —eravamo ai primi di aprile — colle finestre aperte sulla bellapianta di castagno amaro e sui giardini vestiti del bel verde tenerodella primaveraquando a un tratto l'uscio sbatté e vennedentro il Berrettacolla faccia stravoltacogli occhi fuori dallatestapallido come la morte.

"Diobuonoche vi è capitato?" gridarono a una voce le duedonne. "A quest'ora? che voleteche c'è di brutto?"

Ilvecchio portinaio venne avantisi lasciò cadere sulla sediacome un uomo che si sfasciae disse:

"Sonoun uomo morto".

"Checosa diteadesso?" gridò la Colomba già eccitatada quell'improvvisa apparizione. E muovendosi per la stanzasoggiunse: "Aspettate che accendo la lucerna".

IlBerretta con una mano tremante di paralitico fe' segno a Ferruccio dichiudere l'uscio e le finestre. Mentre il ragazzo obbedivaalla ziaColomba non riusciva d'accendere lo zolfanello sulla pietra delcamino. La Nunziadina nel correre da una parte all'altra in predaalla convulsionefece sonare nel buio le gruccette sull'ammattonato.

Finalmentela fiamma rischiarò quei quattro visi intorno al tavolotredei quali si fissarono in uno come in un specchio.

"Miha denunciato."

"Chi?"

"Checosa dice questo benedetto uomo" tornò a trillare la ziaColombache sollevò un poco lo stoppino della lampadacomese sperasse con ciò di veder meglio le parole.

Laluce livida del petrolio fece parere ancor più livido ildisgraziatoche da sei o sette giorni non s'era toccata la barba.

Ferrucciogli sedette vicino e col tono d'un uomo che ragionachiese:

"Chivi ha denunciato? parlate chiaro; chi vi ha denunciato?"

"Cisono state le guardie a cercarmi. O povero me! io son morto."

"Leguardie?" tornarono a domandare in coro le tre voci.

Edopo un respiro seguitarono a vicenda incalzandosi:

"Leguardie? a cercar voi? ma che guardie?"

"Cisono state le guardie alla porta. O povero me. Io mi butto nelNavigliettoio mi annego."

"Quest'uomoa furia di bere quella schifosa acquavite non sa più quel chesi dicenon sa più" soggiunse con asprezza la Colomba.

Ferrucciosottovocecon pazienzacercò di strappare di bocca a suopadre una confessione.

Perchél'avevano denunciato? chi? il signor Tognino?

"Bisognadire che n'abbiate fatta una ben grossa se quel pezzo d'onestàvi denuncia" entrò a dire la Colombaincrociando lebraccia sul petto. "Sentiamo dunque..."

"Nonci sono le guardie? lìlì sulla scalaè chiusol'uscio?"

"Èchiuso" disse piagnucolando la Nunziadinafacendo cantare ilcatenaccio.

Cene volle della pazienza per tirare dalla bocca di quel mezzoinebetito una storia con un costrutto.

Ilvecchio Berretta non avrebbe voluto parlare in faccia al figliuoloma finalmente tira di quadàlli di làla faccendadelle trenta bottiglie rubate alla vecchia Ratta venne fuori. Venneroin seguito le minacce che il sor Tognino aveva fatto quella talnottese il Berretta parlava.

"Parlardi che?"

"Dellacarta."

"Diche carta?"

"Deltestamento."

"Testamentodi chi?"

"Dellavecchia."

OSignor benedetto! il sor Tognino era venuto a cercare una carta.Aveva un cappello molle in testa. Faceva freddo; lui stava vicino alfuoco. Lo chiamò a fargli lumema lui non voleva. Cercòanche nel lettoma lui non aveva viste carte. Se osava parlare lodenunciava. Ma i preti avevan saputo la cosa e lo tirarono sotto ilCrocifisso a giurare. C'era di mezzo il Morniganiil mezzo avvocatol'Olimpia e monsignor arcivescovo. Tutti lo volevano mortocominciando da don Giosuè Pianelli. Egli non aveva vistonienteaveva detto niente a nessunonemmeno ad Aquilino; ma il sorTognino aveva saputo tuttofece la deposizione e mandò leguardie a prenderlo per menarlo al cellulare. Aveva veduto le guardiedalla bottega della sora Palmiraverso le tre e mezzoe non tornòpiù a casa. Aveva fatto il giro di tutti i bastioni; alcellulare lui non voleva andarenono. Prima si gettava nelNaviglietto...

"Ohohoh!..." urlò cacciando le mani nei pochi capelligrigi. "Mi getto nel Naviglietto!"

Mentreil Berretta raccontava a spizzico e a salti la dolorosa istorialedonne e Ferruccio rimasero atterriti a sentirescattando di tempo intempo sui nerviuscendo in parole monche di doloredi meravigliadi spaventoguardandosi in faccia senza voce e senza respiro.

"Voiavete aiutato quell'uomo a cercare una carta?" domandòFerrucciodistendendo le mani sotto il viso di suo padre. "Checarta? era forse un testamento?"

"Ionoio ho fatto lumeperché ha voluto lui. Ho giurato e nonho visto niente."

"Male bottiglie le avete prese?"

"Leho prese perché la Ratta non mi pagava mai. Sono stato malato;è la Giuditta che ha parlatoo me pover'uomo."

"Èvenuto da voi il sor Tognino?"

"Ierisera e mi ha detto: 'So che hai parlato coi preti. Ti ho denunciatobrutta faccia di ladro'. Sono venute anche le guardiee io sonoscappato sui bastioni. Io non mangio piùnon bevo piùnon parlo più. Io mi annego nel Naviglietto..."

"ZiaColomba" proruppe Ferruccio con una intonazionequasi con ungrido di pianto. "Questo è bruttoquesto èorribile. O quest'uomo non sa quel che diceo noi siamo una gentedisgraziata e disonorata."

Eil ragazzo si prese la testa nelle manicome se con quel gestocercasse di tenerla ferma sulle spalle.

"Oracapisco quel che diceva l'Angiolina d'un testamento rubato. Èdi là il ladro" declamò la zia Colombaagitandoun pugno in aria. "Ma il ladro ha paura di avere in questopover'uomo un terribile testimonio e lo fa arrestare. È così?"

"Manoi non possiamo permettere che le guardie lo menino via. Èmio padrezia Colombaoh che vergognapensate!"

Eil giovanenon potendo più resistere alla violenza della suaemozionecominciò a singhiozzare e a contrastare coi suoisinghiozzi.

Lazia Nunziadinanon sapendo più stare a quella scenascappòvia saltellando e andò a nascondersi nello stanzino.

"Leguardie intanto non sanno ch'egli è qui" riprese laColomba "e qui non morirà di fame. Tu potrai vederedomattina il padrone e sentirai com'è questa faccenda dellebottigliese pure si tratta di bottiglie. Ma mi par di vedere in unospecchio che c'è qualche altra ragione e che il ladro èdi làe un ladro grossodi quelli che non si possonopigliare."

"Sicuroche è una cosa orribile e spaventosa" riprese a direFerrucciorimettendosi a passeggiare in fretta attraverso la cucinacome se recitasse una parte sul palcoscenico. "È ildisonore questocapitezia? ma voivoi..." e cosìdicendo correva verso quel pover'uomo mezzo stordito dalla paura edall'acquavite "voi non avete offerto di pagare? non avete dettoch'io avrei pagato? dovessi vendere anche le scarpedovessi vivere apane e acqua tutta la vitama bisogna ch'io salvi quest'uomo daldisonore. O me poverettoo la mia povera mammase guarda in terra!o ziache vergogna!..."

Enel nervoso parossismo il ragazzo si buttò sulla sediaappoggiò i gomiti sulla tavolastrinse le tempie nei pugniestette coll'occhio infocato a guardare fisso mentre il Berrettamovendo il capo ora a destra ora a mancapareva diventato scemodallo spavento.

LaColombasoffocata anche lei dalla passionecominciò colbaciare la testa a Ferrucciopoi lo scosselo tirò a séinghiottendo con fatica quel gruppo di dolori che aveva in golaglidisse a scatticol fare d'una donna pratica di mondo:

"Bisognache tu veda il sor Togninosubito: cercalo per mare e per terrafinché l'hai trovatoe digli che le bottiglie le paghiamonoi: ora ti darò quei pochi denari... Se non trovi lui cercala sora Arabella".

LaColomba abbassò gli occhimasentendo che Ferrucciocominciava a tremare come una foglialo prese più forte perle due spalle escrollandolosoggiunse con tono quasi dirimprovero:

"Ciòche importa è che quest'uomo non vada in prigione. Saràforse più la paura che il male; ma coi lupi non si scherza eil sor Tognino è un lupo. Se è vera la storia di questacartase è vero che il tuo padrone ha sporca la coscienzasai che son gli stracci che vanno all'aria. Cercalo subitoparlaglichiaro: adesso ti dò i denari... O cara Madonna benedettaanche questa mi era riservato di vedere."

Edopo aver smosse alcune robe per sbarazzare la strada andò incamera. La Nunziadina aveva acceso due lumini innanzi alla Madonnadella Salette.

"Piglioil libro della Cassa di risparmio."

"Loarresteranno?"

"Chearrestare? Si fa presto a dir certe cose... Lo faremo arrestar luiquel... quel... quel..."

Leparole stentavano a uscir dalla bocca della povera donnacome stentauscir l'acqua da una bottiglia capovolta. Tornò in cucinacacciò il libretto nella tasca di Ferruccioabbottonòla giaccamise in testa al figliuolo il cappello e accompagnandolofin sulla scala al buioseguitò a dirgli:

"Vada leidi' che sei nipote della Colombache serviva in casa deiGrissini. Avete fatto la prima comunione insieme. Contale la storiadelle bottigliedella cartadelle guardie e falle vedere che non sideve disonorare un povero giovane per un poco di vino. Torna subito.Non dire che tuo padre è qui. Recita un'avemaria alla Madonnae che la tua povera mammase puòinterceda per te".



3.UN'ANIMA IN PENA

Erasera fatta.

Ferruccioprese la via della Guastallaquasi deserta in quell'orae guidatodalla riga dei lampioniche mettevano un filo luminoso nel buio delsuo cervello sconvolto e annuvolatovenne al ponte di portaVittoriatraversò la piazza spopolata del Verziereprovandol'impressione di chi arriva per la prima volta in una cittàstranierao meglio ancora di un prigioniero che ignoti nemicitrascinano a una misteriosa destinazione.

Speròdi trovare il signor Tognino al caffè Martini in piazza dellaScaladove convengono la sera gli uomini d'affari a consultare gliultimi telegrammi di borsae incontrò per caso il Botolaunbrutto vecchio mal vestito che da qualche tempo veniva nello studio adiscorrere in gran segretezza col padrone. Il pignoratario lo chiamòe cominciò a fargli un gran discorso a proposito del Morniganie d'una villa sul lago di Como... ma Ferruccio non aveva il capo aqueste cose. Lo piantòtraversò di nuovo la piazzadella Scalae per la via di Santa Margherita venne verso la viaTorino.

Erail momento del maggior movimento. I cittadiniapprofittando delleprime giornate di primaverauscivano a passeggiare in mezzo allosplendore delle loro belle botteghesotto un cielo fatto chiaro ebianco dalla luna che lentamente si distrigava dai pizzi del Duomo.Passeggiavanoaffollavano i portici e la Galleriariempivano icaffè colla pace di chi ha guadagnato il suo riposo. Ferrucciotraversò la piazza del Duomo quasi a corsa. In tre minuti fuin via Torino a chiedere del principale.

"Luinon c'è" disse la portinaia "è andato incampagnacredo alle Cascine."

"C'èla signora?" domandò esitando.

"Leisìma non so se a quest'ora può ricevere. Provi."

Ilragazzo cominciò a montare le scale a due gradini per volta.

Arabellanon era una conoscenza nuova per il figliuolo del Berretta e anchelei avrebbe dovuto ricordarsi del Ferruccio del portinaio che l'avevaaccompagnata molte volte bambina alla scuola delle monachequandoveniva in casa sua in Carrobbio a portare il pane e il latte dellacolazione. Ma la signorache non poneva mai piede nell'ammezzatoseppe solamente molto tardi che ci fosse uno studio in casaericonobbe il giovinetto la prima voltaquando presso le feste diNatale venne a raccomandare la povera Stella. Incontratisiavevanorinnovata la conoscenza. Parlarono di vivi e di morti o per megliodire parlò leiperché in quanto a luipreso dallasoggezione e dal rispetto per la bella signoranon aveva saputo cherispondere sissignora e nossignora. La padroncina aveva promesso diraccomandarlo a suo suocero e forse Ferruccio dovette a lei se ilprincipale gli aumentò lo stipendio alla fine dell'anno.

Neiprimi mesi del matrimonio Ferruccio aveva fatto un gran discorrerecolle zie dei preparatividella bellezza e della bontà dellasposinapoi a un tratto cessò di parlarne e non la nominòpiù come se fosse morta.

Checosa era accaduto?

Perquanto egli guardasse dentro di sé non gli riusciva di vederneil motivo; ma tutte le volte che il discorso cadeva naturalmente oera condotto da altri a nominare la signora Arabellail ragazzo (e avent'anni egli si sentiva un vero ragazzo) procurava di uscirneprestoo di dargli un'altra piegaqualche volta le fiamme gliuscivano dal visoo socchiudeva gli occhicome fanno certi timoratidi Dioquando sono costretti a guardare in faccia a una bellacreatura.

Dasolo a solospecialmente di nottequando si svegliava in mezzo a unsogno lusinghierosi compiaceva di contemplarla nel buioa occhiaperti. Capiva che era una sciocchezzauna baiaun passatempopoeticoma nella sua povertà e nella sua miseria di spiritoquesta bella immagine signorile teneva il posto che una Madonnadipinta tiene sopra un povero altare di campagna: finché siabituò a riporre la bella visione tra le squallide idee dellasua vita di mortificazioni e di stenti con quella devozione con cuila Nunziadina teneva riguardata nelle logore pagine della sua Filoteauna splendida immagine di pizzo a fondo d'oroa cui dava ogni tantoun'occhiata per far belli gli occhi.

Perchél'avrebbe cacciata via questa dolce seduzione che lo proteggeva cosìbene contro le tentazioni e le disperazioni volgari? Altri giovanottidella sua etàche hanno denari da spenderee anche quelliche non ne hannotalvolta cercano goder la vita nella compagnia didonne senza onoree consumano la salute e i quattrini in vizi e inpassatempi vergognosi. Eglisenza credere con questo di far malecompiacevasi del suo segretose lo portava nel cuore misteriosamentecustoditogodeva insomma castamente di un beneche non rubava anessunoe che nessuno gli poteva rubareperché veniva tuttoda lui edirò cosìdai suoi risparmi morali e dallesue mortificazioni.

Questoprimo fuoco del giovine commesso si sarebbe spento a poco a poco dasédivorato da qualche altro fuoco più naturalese laguerra spietata mossa dai diseredati e dai parenti alla famigliaMaccagno non avesse trascinato anche lui a dividere le ansie e ipatimenti della poverina.

Gliignobili insulti che la donnaccia aveva lanciato contro la signorafurono per Ferruccio peggio che una manata di fango negli occhi. Inprincipio fu una fortuna ch'egli non avesse spirito di reagire. Forsesi sarebbe compromesso troppo. Ma la persecuzione non fece cheribadire e dare consistenza di patimento a un sentimentoa cui nonaveva ancora trovato un nome.

Fuquesto patimento chetraboccando a suo dispettogli trasse un fiumedi lagrime il giorno che aiutò a portare la povera signorasvenuta su per le scale.

Fuquesto patimento o spavento che lo spinse e lo fece correre fino alleCascine in cerca della signora Beatrice e che lo persuase a rimanerein una casadove ormai capiva di non aver più nulla daguadagnare.

Maimprovvisamenteeccosentivasi ghermito anche lui dal destino cheperseguitava buoni e cattivi. Una moneta d'oro può per qualchetempo coprire una piccola macchia d'olio: ma l'olio è piùforte dell'oro. Così il malecome la macchia d'oliodilatandosiusciva a deturpare le anime più innocenti.

Eraorribile il pensiero cheper salvare la fama e la ricchezza d'unprepotentesuo padre dovesse andare in prigione! Ed egli aveva finoa ieri mangiato il pane di questo prepotente! Non capiva ancora benetroppe furie uscivano in una volta dal suo cuore in tempestamasentiva dal suo stesso spavento che in questa orribile guerrad'interessi e di prepotenze era in giuoco la vita di qualcuno.

Ansantee strabuffato si attaccò al cordone del campanello e dette unaforte strappata.

Vennead aprire l'Augusta chevedendolo così slavato e stravoltodomandò subito che cosa fosse accaduto.

"Hobisogno di parlare alla signora Arabella."

"Unadisgrazia? venga avantivado a vedere se è ancora su. Disolito si ritira presto."

Ladonna condusse il giovane nel salotto da pranzocollocò unalampada a globo di vetro sul caminetto e andò ad avvertire lasignora.

Inpiedi cogli occhi fissi al globo luminosoFerruccio rimase soloancora ansante e affannato per la corsa fattatravolto da unavertigine di tutti i sensiin cui le molte e torbide sensazioniprecipitarono in un affanno solo profondo e strazianteche assorbìtutte le forze della sua vita.

Sipentiva d'essere venuto a confessare la sue vergogne alla signoracome se temesse di rompere colle sue mani un delicato e preziosoincanto coll'accusare séfiglio di un uomo cercato dallapolizia; ma nello stesso tempo sentiva che non si sarebbe mosso dilìprima d'aver parlato a leila sola in cui c'era a sperarequalche cosa di bene.

Estava così assortole mani in manofermo sulle gambeindolenziteassopito nella luce della lampadavagando in unaconfusione oscura d'idee e di affettiquando una voce lo scosse. Nonsi era neanche accorto di lei.



4.UN'ALTR'ANIMA IN PENA

Arabellada quindici giorni aveva lasciato il lettoma la cattiva stagionenon permetteva ancora di parlar di campagna.

Moltifatti nuovi e imprevisti erano intervenuti a mutare il suosentimentoa scuoterla da uno stato di abbattimento e d'inerziamoraleche non di rado è così comodo confonderecoll'umiltà e colla rassegnazione.

Lalettera di don Felice (persona degna d'ogni fede) era stata per leicome la chiave di molte cose misterioseche prima non sapevaspiegareuna fiaccola chese non rischiara tutti gli angoli di unbrutto sotterraneoè abbastanza per mostrare l'orrore delsito e per non invogliare a rimanervi di più.

Manmano che le forze fisiche tornavano e che essa ripigliava le sueabitudini nella bella casa fresca e nuovapresa da un senso diabbandonoquasi di squilibrio nel corpocresceva in lei il dubbiose poteva rimanere senza rimorso e senza vergogna a godere della suaagiatezzaacconciarsicome scriveva don Felicealla sua parte dicomplice inerte e soddisfatta dell'ingiustiziacontinuando a goderei frutti d'una ricchezzaper la quale aveva perduto il frutto piùcaro del suo sacrificioper la quale aveva quasi bussato all'usciodella morte.

SeDio non l'aveva voluta di làquesto era un segno che il suodovere non era ancora tutto compiuto. Ma il suo dovereogginonpoteva più esserecome ierisemplicemente d'obbedire etacere.

Ilsuo dovere era di combattereforse più per gli altri che persé. Segretamente scrisse a don Felice chiedendo qualcheschiarimento e dei consigli. L'Augusta portava e riportava lelettere. Non chiesta e non desiderataarrivò anche unalettera della zia Sidoniache scusavasi di non venire ad abbracciarela nipote come avrebbe desiderato il suo cuore. La compassionavamostrando di separare la causa di Arabella da quella di suo suocerouomo indegno del nome di fratelloche come aveva speculato sullabontà dei signori Bottacostringendo un povero angiolino asposare un uomo indegno del nome di maritocosì sperava dispeculare sulla dabbenaggine dei parenticonfiscando un'ereditàcarpita colla frode e col tradimento.

Ecome se queste scosse non bastasserosi aggiunsero altre noie daparte della mamma.

Questabenedetta donna si era fissa in mente che Arabella avesse i sacchidell'oro in casa e che il matrimonio era stato fatto principalmenteper aggiustare gli strappiper rabberciare i buchiper provvedere atutti i bisogni della famiglia. È vero che il signor Togninoaveva dato di frego a un grosso debitoma i bisogni erano piùgrossi. All'avvicinarsi della Pasqua scadeva una rata d'affittoe ifieni erano in ribassole bestie valevan nulla e il povero papàPaolinouomo in crocenon sapeva a che santo votarsi.

Lapromessa che aveva fatto il signor Tognino di interessarlonell'azienda di San Donato non aveva ancora portato a nullaperchéla guerra dei parenti e gli intrighi di una causa imprevista tenevanole cose sospese. Arabellaa sentir la mammaavrebbe potuto o dovutofare di più.

Suosuocero aveva della bontà per leinon le diceva mai di noese la ragazza avesse fatto presente lo stato della famiglia che cosaerano due o tre mila lire per un uomo quasi milionario?

Unavolta la buona donna disse tantoche persuase suo marito a venire aMilano a discorrere personalmente colla figliuola. PapàPaolino vennema trovò Arabella così pallidacosìmalinconicacon un'aria così poco feliceche dopo avergirato e rigirato un pezzo di cappello nelle mani e masticato deidiscorsi vaghise ne tornò via senza dir nullacon un velosugli occhi.

Lamamma pensò allora di ricorrere a qualche ambasciatore piùcoraggioso e più eloquente. Che cosa non avrebbe fatto lapovera donna per il bene della sua famiglia?

Lamalata cominciava a uscir dal letto. Suo suocerosempre attento epremurosoaveva pensato a farle regalare da Lorenzo una riccavestaglia di lanatutta biancacon dei risvolti di seta celeste ebadava attentamente che le stanze fossero ben riscaldate e che quellozoticone non portasse in casa il puzzo del tabacco e del cognac.

Piùvoltecombattuta tra il sì e il noessa fu sul puntod'approfittare di queste buone disposizioni di suo suocero perconsegnargli la lettera di don Felice; ma ebbe paura sempre di farpeggiod'irritare il vecchiodi chiudersi la via a comprendere ilresto.

Ungiornoin principio di quaresimasedeva nella sua poltrona davantial caminettoancor debole e svogliataquando l'Augusta venne adannunciare la visita di un uomo di campagna e d'un ragazzetto.

Entròil Pirello della Cascinecon un cesto sul braccioin compagnia diNaldoche aveva una lettera della mamma. Erano i soliti rimproveri.Nel suo stile blando e lagrimosola mamma finiva coll'accusarlad'ingratitudine e di cattivo cuore. Se non voleva procurare le duemila lireconsegnasse almeno duecento lire subito in mano delPirello: o preferiva esporre sua madre e il suo benefattore aldisonore di un sequestro?

Lefacce contrite del vecchio contadino e del ragazzetto facevano unmuto commento alla lettera.

Arabellacolta in un momento di malinconia nervosacontrastataoffesa nellesue intenzioni e ne' suoi pensieriaccasciata da un rancore che nontrovava in nessuna parte compatimentoinvece di interrogare queimuti ambasciatori di tristezzacominciò a piangere come forsenon piangeva da un pezzocome forse non piangeva più daigiorni della sua fanciullezza; era un pianto che da tre o quattromesi andava via via addensandosi nel suo cuore.

Naldoammaestrato dalla mammasi accostò alla sorellaecarezzandolale disse con una vocina di pitocchetto:

"Falloin memoria del nostro povero papàAra..."

IlPirellospremendo anche lui due lagrime di compassione collacantilena propria dei villani furbiche cercano d'intenerire unpadrone in buona fedeentrò a dire:

"Faproprio pietà ai sassipovero sor padrone! Domani deve pagareuna bestiae il mediatore ha detto che se non ha i denari sequestrail latte e il formaggio cosa cheoltre il dispiacereè unamalora in questa stagione. Se ci fosse il fieno altopazienzama laMerica seguita a mandar giù robache oggi come oggivale di piùcon poco rispetto parlandoquel che si mette sulpratoche non quel che si raccoglie. Povero padrone! con quel cuoreche darebbe via anche la camiciaè proprio tribolato."

Naldovestito di pochi panni mal lavaticol peggior paio delle sue scarpesui piediandava ripetendo colla nenia imparata:

"Falloper il nostro povero papàAra."

Arabellacon una piccola scossa di donna irritata lo fece tacere; ma pentitadel suo mal garbo se lo strinse subito al cuorelo baciòsulla frontegli accomodò il colletto e la cravattamentrecontemplava nei lineamenti delicati e signorili del povero ragazzouna sembianza che si allontanava sempre più dalla sua memoriaquasi ottenebrata da una nebbia di nuovi dolori.

"Daròquel che potrò" disse alzandosie passò nellacamera da letto.

Essanon aveva denariperché suo suocero amava tener lui i contidella casa; ma pensò che avrebbe potuto disporre liberamentesenza rimorsodi una bella fornitura di corallounico avanzosalvato e ricuperato dallo zio Demetrio dal naufragio di casaPianelli. Questo astuccio era la sola ricchezza che aveva ereditatada suo padrela sola dote che aveva portato andando sposa.

Diquesto piccolo tesoroche per la sua antichità e per illavoro artistico poteva valere un prezzocome si dicedi capriccioessa poteva liberarsene senza correre il pericolo di dar via roba nonsuae poiché l'accusavano d'ingratitudine e di cattivo cuorevoleva dimostrare a' suoi che dava quanto aveva di più caro edi più geloso.

Aprìil cassetto dove teneva le sue robe più finee tra i pizzi ele garze cercò il vecchio astuccio verde dagli orli consumati;ma non ve lo trovò più.

Turbatada quel senso di penosa meraviglia che ci assale in questi casiquando non si osa sospettare della gente che ne sta intorno e non cisi rassegna a credere agli occhi propririmandò le suericerche a più tardiraccolse invece due o tre anelli d'oroin uno scatolinoanche questi memorie del passatovi aggiunse lamedaglia d'argento degli esamie consegnò tutto a Naldoconun biglietto per la mamma.

"Credoche questi oggetti basteranno per ora a impedire un sequestro"disse al Pirello. "Domani manderò altre cosese sarànecessario..."

Equando furono partititornò col batticuore a cercare il suovecchio astuccio verde; aprì tutti i cassettibuttò inaria ogni cosa.

L'Augustauna buona ragazzona friulanache nei pochi mesi del suo servizioaveva imparato a voler bene alla padronala sorprese nel momentocheaffaticatacogli occhi riarsi dalle lagrime non asciugatetentava inutilmente di rimettere i cassetti a posto.

Arabellanon poté nascondere il motivo delle sue lagrime.

Oltreil bene che la padroncina sapeva acquistarsi colla sua bontàc'era per l'Augusta un'altra ragione fondamentale che la spingeva aproteggere la sua siora: ed era l'odio accanito che quel pezzodi friulana portava ai siori omeni. Questi dovevano averglienefatta una grossa al suo paeseda dove era quasi fuggitauna grossaa cui non accennava che con frasi e con pugni in ariama che nonavrebbe dimenticato piùcome non si dimentica più unmale irreparabile. Nei pochi mesi che serviva in casa Maccagno avevaavuto campo d'osservare che gli omini sono malignazibirboniegoisti anche a Milano come al suo paeseforse comedappertuttotranne forse quel povero putelo che scriveva nelmezàcon quegli ocioni neri e grandi comeparioli e con quei riccioloni che facevan vogia avederli.

L'Augustanon avrebbe voluto fare la spiaperché non era nata perquesto mestiere; ma la siora poteva sospettare di lei e laverità è sacrosanta come la messa cantata. Dopo avertentennato un pezzo la testacome se pesasse il pro e il controincrociate le braccia al pettodisse inchinandosi verso la padronache non cessava mai dal rimestare nei cassetti:

"Somi dove che 'l xe sto astucio".

"Parladunque."

"L'hovisto in te la camera del sior."

Avvertitada un pronto consiglio di prudenza e messa in guardia contro leinsidieArabella ebbe la virtù di reprimere un senso distupore e d'irritazionemostrando di prendere la cosa naturalmente.Mandò l'Augusta fuori di casa con un pretestoe corse a farnuove ricerche nella stanza di Lorenzo.

Erala prima voltadopo la grave malattiache osava porre il piedenello studio del signor agente di cambiotrasformato in poco tempoin una specie d'antro o di coviletanto era il disordine e loscompiglio della roba.

Ilcaminettoil tavolinoil lettoerano più che ingombrisepolti dalle cose più disparatemesse làbuttate làe dimenticate; stivalibottiglie di liquoriscatolettecartucciepistolemorsi di cavallopipe e giornali illustrati e il tuttocondito di quell'acredine speciale che manda il tabacco trinciato diseconda qualitàdelizia e ristoro dei cacciatori di forza.

Arabellasuperata l'afa e la ripugnanzacominciò a cercare confebbrile impazienza il suo astuccio verde. Che cosa l'aveva persuasaa credere così subito alle indicazioni di una donna diservizio? Non era in istato di risponderema sentiva quasi che laspiegazione data dall'Augusta non poteva essere più vera e piùnaturale.

Cominciòa cercare cogli occhi intornosui tavolini e sulle sediee nontrovando quel che le stava a cuore di trovareprovò ad aprirequalche cassetto della scrivaniacolla mano tremante di una doppiaemozionetra il desiderio di ritrovare un oggetto caro e il timoredi scoprire qualche cosa di più triste e di più penoso.

Durantela lunga malattia di sua moglieLorenzoabbandonato a se stessoprecipitò nelle vecchie abitudinida cui non era uscito senon come un soldato ubriacoche fa degli sforzi enormi per stardiritto innanzi al caporale.

Ognicosa intorno a lui parlava di un uomo incapace di un pensierod'ordine e di un'elevata aspirazione. Arabella si arrestò unminuto a contemplare quel gran disordine con un senso discoraggiamento. La vista di un vecchio mazzo di carteabbandonatosul caminorichiamò ciò che più volte si erapresentato al suo pensierovale a dire la possibilità cheLorenzo fosse tornato al vizio di prima. Il giuoco è unapassione terribileche non perdonasecondo essa aveva udito dire: eforse la sua bella fornitura di vecchio corallo era andata a pagareun nuovo debito...

Lamente correva ancora dietro a questi presentimenti quandoin uncassettino a destrala manofrugandocadde sull'astuccio. Fu unattimo di gioia; un attimo. L'astuccio era vuoto.

Vuoto!— Questa parola rimbombò nella testa per un istante erese ottusi i suoi sensi.

Laprima idea fu di parlarne a suo suoceroche rappresentava il giudicedella casa; ma un secondo riflesso fece presente quel che la gentediceva e scriveva anche di lui. Qual giudice? Essa era in mano ailadri...

Questavolgarità di parola scattòquasi con dispettodalfondo amareggiato della sua coscienzal'avvilìcome se perla prima volta sentisse e vedesse la volgarità della sua casainsudiciare la dignità di una donna onesta.

Erauna casa di ladri! Come pretendere che questi ladri restituissero laroba sua? che cosa scrivere allo zio Demetrioche a riscattare queltesoro di famiglia aveva consacrato tutti i risparmi di una vitasobria e solitaria? E un vagabondo gliel'aveva carpitoapprofittandod'un istante di delirio o di debolezzaforse penetrando di nottecome un ladro volgarenella sua camera... C'era ben motivo dipiangere; ma con suo stupore gli occhi non davan lagrime: qualchecosa di forte e di ribelle vi si opponeva.

Daicassettini uscirono dei vecchi ritratti di donne. Eran le antichesimpatie di suo maritoil suo generecome soleva esprimersi eglistessoparlando delle avventure galanti degli amici. Eran forse lememorie non distrutte di un passato allegroforse non dimenticatoforse rimpianto... chi sa? forse ricercato. Anche quelle carecreature dalle gonnelle cortedalle pose arrischiate avevano presocol tempo una forte tinta di tabacco. Le buttò via con schifo.Essa non poteva essere gelosa di questo passatoper quanto ripugni auna donna onesta di vedere attraverso a quali viottoli suo marito èarrivato fino a lei.

C'eraanche un libro in quel tritume di carta che rappresentava gli affaridel signor agente di cambioun logoro romanzo tradottodallacopertina giallache portava scritto in un angolo un nome di donna.

Edal libro uscì un ritrattolucido e frescoche pareva fattoieri. Era una donna non molto giovine ma di una bellezza maestosa eteatrale.

Mentrela moglie onesta sforzavasi di trovare dei sensi logici nella torbidaviolenza da cui fu assalitail suono di un passoe uno sbattere diusci nella stanza vicinala strappò repentinamente al suodolore. Richiuse i cassettidopo avere deposto il libroma nascosel'astuccio e il ritratto nell'ampia manica della vestaglia. Si sforzòdi alzarsima non potécome se a un tratto le venisse menola forza nelle gambe.

Coigomiti appoggiati alla scrivaniastrinse nelle mani la testa chemandava vampe di fuocomentre un brivido le corse per tutto ilcorpole parve che tornasse la febbre terribile dei primi giorni.

Lasciòpassare una lunga visione di malicome un ingenuo che giunto allariva di un gran fiume si ferma ad aspettare che l'acqua passi tuttaprima di tentare il guado. Quando la prima tempesta fu alquantosedatatrovò che in fondo al suo cuore non c'era soltanto deldolore...

Nonavrebbe osato sperare di trovarci tanto orgoglio!

Edera un orgoglio amaro ed asproche dava un vigore insolito alla suanaturacome certe medicine ripugnanti al palato che rinforzano lafibra.

Senon le fosse sembrato un assurdoavrebbe osato dire che dal mezzo diquesto suo dolore scaturiva una vena di acre piacereose piacere èdir troppodi soddisfazione selvaggiaqualche cosa insomma diancora indecifrabileche si sarebbe potuto paragonare al sentimentoche prova una schiava affranta dalle verghe quando vede il furore delsuo padrone scagliarsi su un altro corpo ignudo.

Quandoaveva essa amato codesto suo padroneperché dovesse farglil'onore d'essere gelosa?

Eperché avrebbe odiata a morte la donna cheframmettendosiqualche poco glielo contrastava?

Erasorpresa di sentirsi così calma e così ragionevoledavanti al testimonio della sua umiliazione; ma capì benpresto che da quell'uomo non poteva venire a lei nessuna umiliazioneche quella donna poteva aver nome anche liberazione.

L'enormemare di ribrezzoche l'anima e il corpo avevano assaporato a gocciaa goccia in quattro mesi di matrimoniosoverchiava già ilimiti della sua pazienza e del suo dovere. Qualcuno finalmentegettava una fune alla vittima vicina ad affogare.

Presecon sé il ritratto di Olimpia come un documentoe pensòdi chiedere alla zia Sidoniagià così disposta acompatirladelle spiegazioni che la buona zia era smaniosa di darecolla speranza di avere nella nipotina una forte alleata nella granguerra che i parenti e gli offesi facevano ai Maccagno.

Peralcuni giorni non si mostrò diversa in casa; anzi cercòdi essere lieta e disinvolta. Guardandosi nello specchio si trovòper la prima volta meno pallida. Anche la vocese doveva giudicareda ciò che ne sentivaaveva acquistato un tono piùvibrato e sicuro.

Qualchecosa di forte e d'individuale nasceva in lei. Forse la monachella diCremenno aveva finito di patire... Diola ragionela giustizial'opinione pubblica erano con lei e per lei. Ecco perchéquando l'Augusta venne ad annunciare in ora così insolita cheFerruccio desiderava parlarlecorse in salacol passo ardito di chisi muove al primo segnale della battaglia.



5.LA PRIMA BATTAGLIA

"Chec'è? una disgrazia?" chiese al giovine.

"Sìuna disgraziauna terribile disgrazia" esclamòFerruccioaprendo le braccia e socchiudendo gli occhi: "unacosa orribilese lei non ci aiutabuona signora."

"Checosa?" chiese Arabellaconducendo il giovine verso il canapèe invitandolo con un gesto a sedere.

Ferrucciocon voce contristata e riscaldata dal dolorecominciò araccontare il suo casosenza mai alzare gli occhi in viso allasignoradescrisse la disperazione del povero suo padrequando videle guardie sull'uscio venute per arrestarloe fece sentire tutto lostrazio di un cuore generoso ed onesto all'idea del disonore chesarebbe pesato su tutta la sua vita.

"Pensiche disgrazia anche per mese il signor Tognino fa questa figura aquel povero uomo. Pensiun vecchio di sessant'anni! un vecchio disessant'anni che viene condotto via come un malfattore. O DioDioDio..."

Ferrucciosi coprì la faccia colle due mani. L'animo intimidito escontrosoeccitato e scosso dalla sferza tagliente del doloresnodavasi e usciva di mezzo ai piccoli impacci dell'ignoranza e dellasoggezionetrovava la sua voce naturalee colla voce l'eloquenzache tocca e che persuade. Era forse la prima volta che l'animaromantica della povera Marietta parlava con tanto fervore nella vocedel figliuolo; quasi se ne accorse egli stessosoffermandosi unavolta in mezzo alla corsa sfrenata della sua disperazione adascoltare una voceche parlava forte e commovente al suo stessoorecchio.

"Leiche è tanto buonalei che è l'angelo di questa casaleicara signora Arabellanon deve permettere questo castigo. Pensiche è come condannare a morte un povero vecchio coi capellibianchi. È come dire a un povero giovine di vent'anni: vaseidisonorato per sempre... Nonoper amor della mia povera mamma nonci facciano questa tremenda figura. Io pagherò tuttoduevoltetre volte: servirò tutta la vita per nullama dica alsignor Tognino che per così poco non si uccidono due uomini. Alei vuol benea lei non dirà di noe il Signore l'ha messain questa casabuona signoraapposta per impedire molto male..."

"Quandoè accaduto tutto ciò?..." interruppe Arabellacommossa dalle parole e dalle ingenue dichiarazioni del giovine.

"Ècosa che risale a questo inverno. Il signor Tognino aveva quasiperdonatoma ora per un altro motivo vuol dar corso alla denuncia."

"Qualealtro motivo?"

"Miopadre avrebbe detto a qualcuno d'aver aiutato il signor Tognino acercare una carta."

"Soormai di che cosa si tratta e ho promesso già ad altri di farsentire anche la mia voce in questa dolorosa faccenda."

"Lazia Colomba mi ha dato questo libretto di risparmio e mi haraccomandato di consegnarlo a lei."

"Nonc'è bisogno di denaro... anzi ce n'è anche troppo.Metta via il suo libretto e lo riporti alla sua buona zia. Iocercherò di parlare domani mattina per tempo a mio suoceroesarà la volta che ci parleremo chiaro."

"Selei non ci salvaio non so quel che farò nella miadisperazione... Sento che è meglio morire..."

Arabellasentendo parlar di morireessa che era stata a un filo dalla mortes'immedesimò nella tristezza del giovinee dimenticòper un istantequasi affascinata dalla sua stessa malinconialecircostanze che lo avevano condotto a implorare il suo soccorso. Videche Ferrucciolottando con se stesso per non piangeredivorava lesue lagrimee celava gli occhi per paura di incontrarne altri dueche l'avrebbero avvilito. Avevan fatta la prima comunione insieme eper il ragazzetto essa era stata una specie di maestrao di sorellamaggiore.

"Capiscoil suo dolore e il suo spaventopovero Ferruccioe la ringrazio diessere venuto a parlarmene. Ciò mi persuaderà a uscireda un'inerzia morale della quale già mi sentivo colpevole.Siamo impigliati un po' tutti in quest'intrighie lei vede che io neho sofferto per la prima."

Ferrucciorivedeva la signora per la prima volta dopo il triste accidenteealzando gli occhi per commiserarlagli parve di rivedere unabellezza più radiante e più consacrata. Il visoattenuato dalla malattiala bianchezza quasi di marmogli occhigrandi e splendidii capelli che fluivano in un certo disordine suipizzi della vestaglia biancala voce che lo incoraggiava e loavviliva nello stesso tempotutto ciò ebbe la virtù diportare anche lui un istante al di fuori o al di sopra del suo stessopatimento.

"Vadaa casa a consolare la sua gente e dica pure che prendo la cosa sopradi me. Lasci all'Augusta il suo indirizzo e domani mattina manderòa portare io stessa la risposta. Ne farò una questione miapersonale. Un giorno o l'altro avrei dovuto cercare un pretesto perdichiarare anch'io la mia guerra. È necessario uscirnee alpiù presto. Vada e non dica più che gli manca la forzadi vivere: è negar la ProvvidenzaFerruccio."

"Osignora Arabella!..." singhiozzò il giovine.

Assalitoquasi travolto dalla violenza morale di quel dolce rimproveroilromantico figlio della povera Marietta piegò un ginocchiosopra uno sgabello ch'era ai loro piedie in atto di compunzione edi supplica baciò con riverenza e con umiltà popolanala mano della signoramormorando:

"Miscusigraziemi scusi".

Inquel punto l'uscio s'aprì con furiaed entrò il signorTognino in persona. Da un mese era in sospetto di tutti e di tutto.Proprio in quel giorno il Botola gli aveva dato per certo che donFelice aveva scritto segretamente alla nuora e che questa aveva giàavuto dei segreti colloqui col prevosto.

Tuttociò il Botola aveva saputo dal Mornigani che da qualche tempogli faceva la corte. Per questa stessa via era stato informato deltradimento del Berretta. Avvertito dalla portinaia che c'era di sopraFerruccio e sentito dall'Augusta che il giovine pareva un morto inpiedientrò nel salotto coll'ansietà di chi s'affrettaa scongiurare qualche altro pericolo. Ma nell'entrare si arrestòdi bottocome se urtasse contro una spranga di ferro.

"Eccoloproprio a tempo!..." esclamò Arabellaalzandosirepentinamente. La sua voce era ferma e tranquillama soffrìdi sentire una vampa di rossore scaldarle il viso. "Questopovero giovine è venuto ad implorare grazia per suo padre. Misi raccomandava in ginocchio colle lagrime agli occhi."

"Quelsignor povero giovine favorirà a prender l'uscio e dopol'uscio le scale e non metterà più piede in casa mia."

Ilsignor Tognino recitò queste parole con tono aspro e risolutoindicando col braccio teso l'uscio semiaperto. E in quella vocesinistrache Arabella non conosceva ancorascaturì per unistante il vecchio Valsassina del Borgo. Ritto nel mezzo dellastanzarimase un bel pezzo in quella posizionecome se stentasse auscire da una eccitazione malvagia che gl'induriva i muscoli.

"Sentasor Tognino..." provò a dire il ragazzocongiungendo lemani.

"Vavia!" gridò l'altropiegando una volta il braccio estendendolo di nuovo a indicare la porta. "Non ho nessunacompassione di chi fa lega coi birbanti e di chi mi insulta in casamia."

Evolgendosi ad Arabellache stava come impassibile a contemplare lascenasoggiunse con un risentimento che mirava ad ingrossare lecose:

"Alpadre di questo povero giovine ho già perdonato una volta; maora vedo che mi paga coll'ingratitudine e lo tratto da ladro".

"Miha mandato la zia Colomba..." provò a dire Ferrucciomostrando il libretto di risparmio.

"T'avessemandato Cristola denuncia è fatta. Volete la guerra e io vela faccio. E turipetopiglia quest'uscio o titi..."

Eil figlio del Valsassinapiegando i diti ad artiglio fece due passicontro il giovinecon un moto minaccioso di belva feritache ilcontegno modesto e umile del povero figliuolo non aveva provocato.

Arabellaentrò in mezzo e disse freddamente a Ferruccio:

"Vadaobbediscanon insista. Piglio la cosa sopra di me…"

Elo accompagnò ella stessa fin all'uscioche richiuse. Quindisi voltò per cercare la sua bestia feroce.

Ilsignor Tognino gettò sul canapè il cappello — quelmedesimo cappello molle a larghe teseche il Berretta gli avevavisto in testa la notte famosa — e cominciò a camminarecon passo adirato tra il caminetto e la parete opposta.

"Mifanno la guerra e io mi difendo. Quell'asino va a dire ai preti cheio ho rubata una carta e io dimostro al questoreperbacco! ch'eglimi ha rubato cinquanta bottiglie di vin vecchio e mezzo carro dilegna. Son nel dirittosì o norisponda?"

Ladomanda era rivolta in modo da far intendere che esigeva unarisposta.

Arabellain piedi presso il caminettocolle mani appoggiate alla pietrafinse di non aver capito.

Nelbagliore della lucernai suoi capelli irraggiavano una specie diaureola fosforescente intorno al volto delicato e coloritodall'animazione della battaglia interiore.

Ilvecchio fissò l'occhio semichiuso su quella splendida visionedi donnaeinteso a farsi dare ragione per forza e ad offuscarecolla violenza delle parole l'impressione che le parole di Ferruccioavevano potuto lasciare nell'animo di leiseguitò:

"Nonle pare nemmeno che le mie parole meritino una risposta?" e siarrestò su due piediincrociando le braccia sullo stomacofissando lo sguardo sopra la sua bella nuorache aveva un contegnoquasi provocante questa sera.

"Scusisignore" prese a dire Arabella freddamente "io non possogiudicare di fatti che non conosco. Ma so che i torti si fabbricanoanche a furia di ragioni."

"Leiperò dice di non conoscere i fatti..."

"Nonli conosco e non desidero nemmeno di conoscerli..." rispose conaccento più risentitofissando i suoi occhi lucenti in facciaal vecchioche un poco li sostennema poi abbassò i suoi eritornò a passeggiareil capo avantile mani dietro la vitacolle quali seguitava ad agitare con stizza nervosa un paio di guantisciupati.

"Iodico soltanto questosignor Maccagnoche non è segno diforza il mostrare di aver paura di un povero vecchio."

"Salei quel che si dice?" interrogò di nuovo il suocerofermandosi su due piedi e fissando negli occhi la nuora quasi perleggervi quel che vi era d'entro.

Giànon trovava più la dolce pecorella di prima. I preti giàl'avevano guastata. Gli occhi del vecchio Maccagno schizzavano fuoco.

"Forsenon sono ancora istupidita del tutto" continuò Arabellaridendo con un piglio ironicoche non era nell'indole sua.

Nellosforzo della passionela sua bellezza alquanto claustrale sirischiarò e prese in alcuni tratti il vigore di una donnaforte che accetta una sfida.

"Leinon conosce i fattidicema si permette di giudicarli..."

"Nossignore."

"Sissignora!"gridò il vecchiobattendo la mano secca e nodosa sullatavola. E colla furia di chi corre a difendere qualche cosa dipreziososeguitò: "Io non ho studiato sui libri comeleima so leggere più in fondo di lei. Non solo lei nonconosce i fattima li conosce maleil che è peggioe ligiudica come li conosce. Avrei molto piacere che lei si tenesse fuoridagli affari che non la riguardano. Scusi... Avrei voluto dirglieloprimama spero di dirglielo a tempo."

"Nonmi sono messa da me in questi affari che lei dice."

"Losolo soma ha fatto male a credere a ciò che dei maligniinteressati le hanno scritto..."

"Oraè lei che giudica male..."

"Maligniinteressatiche io chiamerò ad uno ad uno davanti algiudice..."

"Ellasi irrita inutilmente con me..."

"Noninutilmente con chi prende le parti de' miei nemici..."soggiunge il vecchioagitando furiosamente il suo paio di guanti.

"Diciò parleremo un'altra voltase le piacerà. Ora sitratta di quel povero vecchio..."

"Diquel povero vecchio..." ripeté con grossa ironiaridendosulle sue parole. "Giàgià: di quel poverovecchio... e anche un po' di quel povero giovine..." e nelsorriso sarcastico guizzò una passione oscuracheo eglichiamò a difesa de' suoi interessio essa tirò lui adir di più del giusto. Mal chiamata o mal trattenutaquestapassionequasi ignota al suo stesso padroneentrò in mezzo aspaventarli entrambi.

Arabellascattò dal suo posto e venne a piantarsi davanti al suoaccusatore. Che voleva dire il signor Maccagno? era a leio a unadelle solite donne di sua conoscenzache il vecchio Maccagno osavarivolgere una fraseche nella sua ironia lasciava trasparire unpensiero vileun'accusa villana?

Credettedi poter rispondere anche lei un mare di aspre parole: ma non potédirne una. Il viso divenne duroquasi superbo. Gli occhi siimpicciolirono in una luce fuggente di supremo disprezzoportòla mano alla bocca per chiudere la via a una volgarità che lasua dignità non le permise di dire. Non la dissema la fecevedere con un moto altero della testache riassumeva tacitamentetutta la ripugnanza che suscitava in lei l'oltraggio dell'umanavigliaccheria. Quando finalmente quel tumulto di sensazioni fualquanto sedatovolgendosi per usciregiunta sulla soglia si fermòe come se parlasse a due personeche sentiva associate neldisprezzoalzata la testadisse con voce lenta e irritata: "Ebbenesissignoreanche quel povero giovine mi preme..."

Euscìchiudendo dietro di sé i battenti.

Ilvecchio le corse dietro un trattogridando:

"Nonofigliuolami ascolti..." e rimase lìatterritodavanti all'uscio che Arabella gli chiuse sul viso.

Atterritoè la parola vera. Il suo demonioper chiamare con un vecchionome una passionaccia oscura e ingannatricel'aveva trascinato adire una brutta parola all'unica creatura ch'egli stimava e amavasulla terra.

Perchél'aveva dunque pronunciata? aveva bisogno di prove per credere cheArabella era un angelo di onestàdi sacrificiodi virtùun essere capace di sopportare le battaglie della vita per sée per gli altri? tutto ciò sapeva benissimo anche primaluiche da sei mesi vivevasi può diregiorno per giornooraper oradella vita e dei respiri di quella figliuola. Era lui che dasei mesi lottava da leone contro le maligne influenze dell'ambienteper mantenere intorno ad Arabella quasi un'oasi di purezzaper fareche una stilla di fango non cadesse a contaminare un lembo del suovestito. Ed ora il suo demonio l'aveva condotto a gettarle una manatadi quel fango in viso...

"ScusiArabella; sentifigliuola..."

Eistintivamente pose la mano alla serratura e cercò di sforzarei battenti.

Mapoiché Arabella non rispondevagli mancò la forzad'insistere. Si mosse come un uomo che ha smarrita la sua strada eritorna sui passipiù per la paura di perdersi maggiormenteche non per la speranza di trovare la strada buona. Uscìcoll'intenzione di cercare Lorenzomagiunto dabbassopassònell'altra cortesalì le scale dell'ammezzatotolse lachiavetta ed entrò nello studio.

Uh!il grand'uomo che avrebbe voluto far processi d'ingiuria a mezzomondoeccolo quipeggio degli altria supporre subito quasi unatresca tra la nuora e quel ragazzo... Perché questo era statoil suo primo pensiero contro cui urtò nell'entrarequando livide così vicini. Per questo pensiero aveva cacciato ilragazzo come si caccia un cane. Ebbeneaveva tortonon solo diimmaginare certe cosema d'ingerirsene... lui... vecchio...

Inquesti pensieri che luccicavanodirò cosìnel suocervello rabbuiato come i frantumi sparsi d'uno specchio rotto acolpi di sassisi rintanò nella piccola stanzadove entròsenza lumeguidato dalla scarsa luce che dalla viuzza sottopostasbattevano i fanali sulle finestre polverose dell'ammezzato.

Rannicchiatonelle braccia della sdruscita poltrona di pelletra le grandi ombredelle scansieappoggiò i gomiti ai cartocci che ingombravanola scrivaniastrinse la fronte nelle manitentò di mettereun poco d'ordine nella confusione delle molte sensazioni checozzavano per la prima volta a rompere l'armonia del suo cervellosano e pratico.

Ormainon c'era più dubbio: anche Arabella era contro di lui.Ferruccio doveva averle raccontato cose tremendeingrandendo appostaparole e fatti per destare più compassioneper tirareArabella dalla sua parte. I preti sulla testimonianza del Berrettasostenevano e credevano di poter dimostrare ch'egli aveva trafugatauna carta. Ora i Borrolasecondo ciò che gli aveva detto ilBotolaerano andati a scovare delle nuove testimonianze. Intrighisopra intrighiintrighi d'avvocatointrighi di sagrestiamentrel'ortolanail Boffa e gli altri malandrini gli minacciavano guerradi coltello. E Arabella osava parlare di pietà e dimisericordia!...

Eranriusciti ad aizzarla contro di luimentre egli stava già permetterla in salvo. E mentre da una parte l'odio e il rancoreeccitavano le solite furiesentiva in fondo all'animoin un luogobuio dove non arrivavano le voci dell'orgoglioche questa benedettafigliuola gli faceva paura. Essere male giudicato da lei parevagli uncastigo troppo duroche non poteva sopportare.

Mossodalla forza di questa pauradesideroso di gettare quasi un ponte tralui e sua nuoraaccese una candelatolse via alcune cartetiròavanti un foglio bianco e prese a scrivere lesto sotto la dettaturad'uno spirito che comandava:

"Miacara nuora

"Miperdoni quel che ho detto in un momento di cattivo umore. Nella fogadel discorso la parola ha detto ciò che non era nel miopensieroglielo giuro. E come potrei pensare cose meno che oneste emeno che buone di leicara mia figliuolala più onesta e lapiù buona creatura ch'io conosco? mi perdoni e non mi tolga ilsuo affetto e la sua benevolenza.

"Inquesto momento ho bisogno di un'amica che mi voglia bene e che miassista. Il mondo mi giudica malese pur non ho abusato anch'io nelgiudicare degli uomini. A ogni modo se qualche cosa di bene possofare anch'ionon può essere che coll'aiuto e colla stimadelle persone care e coraggiose come lei.

"Aprovarle che in me è sincero il pentimentole prometto chedomani andrò io stesso dal signor questore a ritirare laquerela contro il Berrettaquantunque preveda di trasformare unladro confesso in un pericoloso nemico. La guerra che mi fanno iparenti è senza fondamento. Può essere dispiaciuto aqualcuno di loro che la povera mia cugina abbia favorito me solonelle sue disposizioni e ciò spiega il loro odio accanitocontro di me e contro la mia famiglia; ma..."

Aquesto "ma" la penna si arrestòprovando unaresistenza a proseguirecome se nel meccanismo del ragionamentofosse caduto un corpo estraneo a incagliarne il movimento. Non s'eramai fermato davanti a siffatti sassolini. L'uomo che corre non puòarrestarsi a raccattarli. Nel caso suo aveva saltato ben altrimuriccioli... Se si fermòbisogna ritenere che sentisse in séil bisogno di rifare la storia dei fatti per evitare delle inutilicontraddizioni.

"..manon tocca a noi giudicare le intenzioni di chi non è più.Nella mia fortuna avrei potuto fare del bene a tuttispecialmente aiRatta poveri e bisognosise non che per invogliarmi a far del beneil peggiore sistema è la guerra sorda e palese che miminacciano. È il calunniarel'insolentire pubblicamentel'inveire contro me e contro la mia famigliail comperare falsetestimonianzeil corrompere i miei servitoriil fare insommaintorno al mio nome un osceno can-canche mi fa comparire come labestia feroce di Milano. Ella ha già più d'una prova seio sono una bestia così feroce. A questa guerra io sonrisoluto di opporre un'altra guerra; agli scandali altri scandaliaprocessi altri processi per tirar sul terreno della legalitàuna ciurma di affamati avvezzi a schiamazzare pel loro mestiere.

"Nonè dunque la paura di un povero vecchio che mi ha fattocomparire duro e intransigente questa sera: ècome vedeildovere naturale che ho verso di me e verso la società didifendermi colle armi stesse che mi offrono i miei nemici.

"Contutto questocara Arabellaper dimostrarle che sopra il mio stessodiritto apprezzo il suo affetto e la sua stimale prometto cheritirerò la querelaanzi autorizzo lei a mandare questanotizia a Ferruccioper dimostrarle come io stimi e voglia beneanche a questo buon giovane. E se tutto ciò non bastami dicae mi suggerisca quel che posso fare per dimostrarle il mio pentimentoe per riacquistarmi quell'affezione che spero d'aver meritato…"

Comese dalla fiamma della candela scoppiasse un piccolo razzoa questopunto vide guizzaretra le righe del suo nero inchiostrouna filadi minute scintillee le parole farsi livide e confuse. Passòla mano sugli occhi e cominciò a rileggere il suo fogliomeravigliandosi d'aver scritto tanto in così poco tempo.

Dallaparte degli ammezzati la viuzza era già quietissimaquantunque non fosse ancora molto tardi. Di tanto in tanto sonava unpasso sul lastricato e svoltava all'angolo; poi tutto ricadeva nelsilenzio.

Findove può un uomo ingannare se stesso? Rileggendo la difesach'egli aveva scritto di séil vecchio affarista era indottoa credere alle sue stesse parole da una strana e assorbentecommozioneche gli faceva gli occhi gonfi.

Quasisi compiaceva come una vittima dell'avarizia e dell'egoismo altrui. Ementre da un lato non riconosceva più se stessoprovavadall'altro un desiderio senza fine di umiliarsi al cospetto dellanuoradi mettersi incatenato in mano suadi lasciarsi guidare inquante opere di caritàd'indulgenzadi misericordia ellacredesse utile di suggerire.

Estava per chiudere la letteraquando nel silenzio del vicolo e nellaprofondità delle case risonò sguaiatamente una voceche fece trasalire nella sua poltrona il vecchio malinconico. Era lasolita voce:

"Maccagnobirbone! non dormi? quando ti farai impiccare?"

Soffiòspaventato sulla candela e si rannicchiò nel buio. Era laprima volta che l'Angiolina osava farsi sentire di notte. Avevaaspettato che Tognino la facesse arrestare; quando si accorse che coiprocessi l'ometto non osava venire avantiprese coraggio e vollecantargli una serenata.

"Nonti tira pei piedi la vecchia Ratta? corbaccio mercante di carneumana..."

Lavoce stridula e sguaiatarimbombando nella stretta fessura dellaviuzzafece aprire qualche finestra e arrestò qualche passo.Non era possibile chepassando nell'arco della portaquellemaledizioni non salissero fino ad Arabellaa rinnovare i brividi elo spavento dell'altra volta. Togninose avesse avuto un coltellose avesse potuto... Sepolto nelle tenebrealle ingiurie cosìgridate nell'aria rispondeva con grugniti di bestia feritaaggrappandosi colle mani irritate alle gambe della scrivania. Chepaceche perdonoche benevolenza! questo era velenopesteabbominio. Il lupo scosse la febbrearruffò le setoleebestemmiando i sette sacramentilacerò in cento pezzi laletterain cui parlava di indulgenza e di perdonoe giurò diandar dritto per la sua stradacheal punto in cui era arrivatonon poteva essere che una sola.

 



6.UN CATTIVO ROSARIO

Durantela corsa di Ferruccio in mezzo alle strade di Milanola Colombadopo aver fatto bere al Berretta una scodella di brodo e un bicchieredi vinodisse alla Nunziadina:

"Recitiamoil rosarioperché la Madonna addolorata abbia pietàdei nostri dolori".

Tiròdi tasca la coronamemoria della povera Mariettae cominciòdal mistero che contempla Gesù nell'orto.

IlBerrettaseduto sulla pietra del caminoe la Nunziadina immersanell'ombra d'un paralume di cartonerispondevano con un leggierobisbigliocon sospiri affannosi in cui stentavano a reggersi leavemarie. E avevan di grazia di poter tenere l'anima raccolta. A ognipasso su per la scalaa ogni gemito e scricchiolìodell'uscioil portinaio alzava la testaaguzzava l'udito nell'ariaper paura che fossero le guardie. La Nunziadina pareva ancora piùrimpicciolita sulle gruccette.

Lalucernacol lucignolo abbassato fin dove si può dire che laluce non guasta il buiolasciava la stanza in una mezza oscuritàdentro la quale le tre figure parevano sprofondare.

Nessunrosario fu più distrattopiù scucito. Il Berrettarispondeva or sì or nosia che i rumori e la paura lotenessero impennatosia che la stanchezza e i patimenti d'unagiornata di fuga e senza cibo lo tirassero a reclinare il capo e adormicchiare sopra i pensieri.

Chiandava più lontana a battere la campagnafuori d'ogni devotosentieroera la Colomba. Come se dalla corona si distaccasseroinsieme alle avemarieantiche reminiscenzeil suo cuore tornòindietro a ricordare un'altra notte di spaventoquella in cui eramorta la madre di Ferruccioun affare di vent'anni fa.

Delletre sorelle la Marietta era la più bellala più vivala più romantica com'erano tutte le sartine del suo tempo.Aveva sposato il Berrettanon già perché il cuore ledicesse qualche cosa per quel povero martoro di sartoma perchécosì avevan volutoo perché bisognava maritarla quellafigliuola. Nel dare alla luce Ferruccio (un certo nome che essa avevatrovato in uno dei suoi romanzi) tre giorni dopo fu assalita da unamaligna infezione e in ventiquattro ore moriva abbruciata dallafebbrecol ventre gonfiodelirando come una pazzaconfessandoanche ciò che avrebbe fatto bene a tacerepoverina.

"Haisentito?" entrò a chiedere la Nunziadinarompendo ilfilo dei pensieri che s'attorcigliavano al rosario.

"Checosa?"

"Mipar di sentire..."

"Èquest'uomo qui."

IlBerrettapuntellato ai ginocchidondolandoe balzando in piccolescossemandava dal naso un soffio pesante d'uomo che dorme.

Sientrò nel secondo mistero.

"Deliravala poverinachiamando per nome tutte le ragazze della scuolae igiovinetti che accompagnano le ragazze. A volte credeva di recitaresul teatrofaceva la tragedia e la commediasempre in mezzo a unafornace di febbresempre con quel ventre alto come una montagnamentre il bimbo strillava di fame in un cesto. Il Berretta perconsiglio del dottore era corsoa piedifino a Niguarda in cercad'una balia.

"Chegiornatache notte di purgatorio! Che cosa non usciva di bocca allamalata? a crederle c'era da ritenere la povera tosa peggiore d'unadonna perduta; o bisognava credere che il demonio approfittasse delmale per far ballare innanzi alla moribonda solamente le immaginicarnevalesche dei veglioni e delle festine da balloapposta perperdere un'anima.

"AcrederleFerruccio non sarebbe stato figlio di quel pover'uomochecol cuore in bocca correva a Niguarda a cercare la balia. Perfortunao per misericordiail delirio cessò al tornare delBerretta colla contadina. La Marietta entrò in agoniae nonparlò più... Storie di vent'anni fache uscivano ora afarsi vivesotto la scossa degli avvenimentimentre toccava alragazzo di correre per salvare la vita di suo padre..."

"Nonti pare ch'egli tardi troppo?"

"Setardaè perché non ha trovato subito. Non èmica un bimbo d'un anno" brontolò la Colomba.

"Siamsolee se venissero le guardie?"

"Cheguardie d'Egitto! non farmi la stupida anche te…"

Aqueste parole ruvidepronunciate con forti scosse di testalaNunziadina oscillò sulle gruccette e raggrinzò ilbianco faccino a un greppio duro di bimba che vuol piangere.

Ilportinaioappoggiata la mano alla tempia sinistracominciò arussare raggirando un piccolo rantolo in fondo alla gola.

"Versola mattina la povera Mariettacarbonizzata dal malecon due occhispiritati e gonficacciò le gambe dal letto per scappareecominciò a gridare: 'Il preteil prete; voglio confessarmiportatelo via'. Non si fu svelti abbastanzastramazzò e lariposero morta sul letto."

"OGesùGiuseppe e Maria..." aspirò la Colombaecon un sospiro mise giù la corona per non mescolare il benecol male.

Lereminiscenze del passato erano quasi più forti dei bisogni delpresente. Il Signore solo sa leggere i segreti della coscienzae seil male non ha fatto mentire una moribondaDio doveva averlagiudicata e compatita nella sua misericordia. E da vent'anni ormai lastessa Colomba s'era abituata a considerare le cose come oneste enaturaliallontanando sempre dal pensiero il sospettotutte levolte che le varie e le piccole circostanze della vita e l'indole diFerruccio venivano a ridestarlo. Ma a certe scosse di terremoto chefanno crepar la terraescono spaventati i più vecchi sorci: eDioche non paga al sabatopuò benissimo far scontare a unfigliuolo il peccato della mamma.

"Èquiè il suo passo" disse la Nunziadina.

Lazia Colomba alzò lo stoppino della lampadatolse il paralumee alla luce diffusa e bianca credette vedere entrare dall'uscio lafaccia profilata della povera sorellacom'era rimasta sul cuscinodopo l'ultimo respiro.

"Miha cacciato come un canenon mi ha lasciato parlaremi ha copertodi vituperi..."

Ferrucciogettò il cappello sulla sedia e fece un giro intorno altavolo.

"Opovero meio mi butto nel Naviglietto..." riprese a direpiagnucolando colla voce d'uomo che dorme il vecchio portinaio.

"Ahti ha cacciato via..." domandò la Colomba senza levar gliocchi d'addosso al figliuolo.

"Comeun cane; non mi ha lasciato parlare."

"Ela signora Arabella?"

"Iomi butto nel Naviglietto."

"Voifatevi coraggio" disse il ragazzo a suo padre "la signoraArabella ha promesso di occuparsi della vostra causa e domani mattinamanderà una risposta. Per fortuna c'è questa buonasignora..."

"Diola benedica..." esclamarono insieme le donnecongiungendo lemani.

"Essaha detto che ne avrebbe parlato al signor Togninoil quale allevolte esagera apposta... Se non avessi ancora questa speranzaio nonso quel che farei di me."

Stringendonei pugni i folti capellicome se volesse strapparseligirandoinquieto per la stanzaesclamò:

"Checosa ho fatto io di male a Dio e alla genteperché debbasoffrire a questo modo? e quella donna lassù non guardanonha un poco di compassione del suo Ferruccio?"

Lazia Colomba corse verso il figliuolo eabbracciandolocercòdi soffocare contro il suo petto le parole che invocavano cosìfuor di proposito i poveri morti.

Tuttala notte il Berretta rimase in cucina seduto in terra coi gomitinella cenere del camino. Fu il solo che bene o male trovasse lamaniera di dormire. Le donne provarono a mettersi a lettoma didormire non ci fu verso. Finché Arabella non avesse mandatauna risposta era come voler dormire sopra un letto di brace. Iquattro poveri martiri respirarono in questa speranza che la cara ebuona signora finisse col commuovere il sor Tognino e facesseritirare la denunzia. Ci sarebbe riuscita? a tutti pareva impossibileche si potesse negare una grazia a quella santa interceditrice.

Versoil mattino la Colombapisolandose la vide comparire a braccettodella povera Mariettache mostravasi tutt'allegra e contenta; ma fupiù l'ombra del suo pensiero che non un sogno vero.

Ferruccionon si levò manco le scarpema quasi tutta la notte passeggiòsulla ringhieranel raggio chiaro della lunache s'imbianchiva sulmuro e versava dalla gronda un'ombra lunga e quieta.

Contòle ore fino alle tre e mezzosbattuto dalle sue agitazioni come unpezzo di legno in preda alle onde di un mare in burrasca. Cercòinutilmente nella serenità poetica della nottenella pallidaluce delle stellenell'aria frizzante che gli giocava nei capelliun sollievouna distrazione a quel senso doloroso e cocenteche glipesava come una brace ardente sul cuore.

Ache pro' vivere onesti e buonicredere alle cose santemortificarela propria giovinezzachiedere all'ideale la virtù che tiporta in alto al di sopra di tutti gli altrise ogni monello dellavia avrà il diritto di chiamarti figlio di ladri? comeaffrontare lo sguardo delle persone onestese puoi temere che ti silegga in viso la tua vergogna? Molti ti compatiranno e diranno:

"Vedetequel povero giovane? ha il padre in prigione. Avrebbe potuto fare unabuona carrieraè un giovane che ha studiatoma non si puòraccomandarenaturalmenteuna persona che ha il padre alcellulare".

Ecomeallorapresentarsi a cercare un impiego con questa terribilepaura che ti leggano negli occhi il disonore? e poiché di unpane maledetto egli non ne voleva più mangiareeccoinsiemeal disonorela miseria e la fame.

Perpoche bottiglie di vino un uomo ricco e potente cacciava un vecchioin carcere e un giovane nella necessità di dover stendere lamano. E un delitto di questa natura si osava compiere in nome dellagiustizia. Giustizia questa? "MaSignorese è giustiziaquestaio preferisco credere all'iniquità del ladro che tiassalta sulla strada. Alloraforza per forzagiustizia pergiustiziavendetta per vendettaio stringerò il manico di uncoltellomi presenterò a quell'uomo che mi assassina l'animala fedele speranzetuttoe scriverò anch'io la miasentenza nel sangue di quest'uomo."

"Opovero me!" sospirava davanti a questi pensieripasseggiando sue giù per la ringhiera.

Tacevanoi giardini e gli orti nella luce smorta. Solo il vento usciva ognitanto con un bisbiglio tra i rami in fiore e fra le tenere foglie delcastagno. L'ora scoccava in quel silenzio chiaro dal vicinocampanilepreceduta dal rantolo delle ruote e dei pesiche scorronodentro la torre.

Aldisopra delle case chiuse e addormentateal disopra degli orticellie dei muricciuolial disopra delle ombre e di tutte le ciechesensazioni che l'arial'orala lucele ombre e le tristezze dellanotte versavano nell'animo travagliato del giovanes'innalzava unpensiero che a volte pigliava i contorni d'una figura umanaa voltemandava i bagliori di una fonteda cui stillasse a' suoi tormenti unsoave refrigerio. Una dolcezza misticache usciva di mezzo aipatimentiquale soltanto era dato ai martiri cristiani di provarenei deliri cocenti del suppliziolo invitava a benedire la mano chepercote. La sua disgrazia l'aveva avvicinato a quella donnas'erainginocchiato davanti a leiaveva pianto nelle sue mani; l'avevafatta piangere ed essa gli aveva posta una delle sue manine d'angeloaddosso.

Questeimmagini avevano la forza di eccitar l'entusiasmo della sventura. Nonsi poteva a un tempo soffrir di più e inebbriarsi di piùdel proprio martirio. Da lei sola stava per dipendere ora la libertàl'onorela vita di suo padrela vita e l'onore di un poverogiovane; e in questa totale dipendenza da leiFerruccio provava laspinta che ci trae ad abbandonarci nei momenti della disperazionenelle braccia aperte di una mamma.

Versola mattina piegò la testa anche lui sul letto e si addormentòdi un sonno chiuso e senza sogniquale prende un uomo sfinito dallungo cammino.

LaColomba raccomandò a Nunziadina di star quieta in lettocacciò le gambesi vestì in fretta e guidata dallaluce bianca del cielosi preparava ad uscir di casa per parlare alpadre Barcauomo influente e giudizioso. Volle prima dareun'occhiata al vecchio e al ragazzo: dormivano tutti e duel'unocolla schiena appoggiata al murol'altro raggomitolato sul letto.Fece il segno della croce e uscì dalla porta a vetri che mettesulla ringhiera. Ma si tirò indietro spaventata. Nel cortilec'erano due guardie di questura.

Siattaccò colle mani alle imposte per reggersie sentìcinque o sei colpi tremendi nello stomacocome se glielopicchiassero col martello. Chiuse la finestra e colle due mani sulleorecchie corse nello stanzino dove dormiva il ragazzo. Stette ancoraun minuto sospesacome se tardasse appostaper caritàadargli il terribile colpo; ma quando sentì che picchiavanoall'uscio della scalapose una mano sulle mani del nipotelo scossee disse:

"Ferruccio..."

"Chec'è? che c'è?"

"Cison le guardie."

"Dove?"

"Incorte... Senti che picchiano."

Ferrucciosollevò la testa e stette col viso stravoltoforse senzacapire.

"Checosa si fa? O cari angeliche cosa si fa?"

Difuori picchiarono più fortefinché anche il vecchio siscosse dal suo letargo.

Ferrucciosaltò dal lettosi abbottonò la giaccaficcòle mani nella folta selva dei capelli e disse:

"Nonapriteci penso io".

Andòin cucina intanto che suo padreirrigidito dal freddo e intorpiditodal sonno e dalla cattiva posizionecominciava a brancolare sulsuolo per tirarsi su.

Ferruccioripeté:

"Cipenso io..."

Eaprì il cassetto del tavolo di cucina per trarne un comunecoltello.

Lazia Colomba che gli teneva dietrolo afferrò ai polsi emettendogli il viso quasi sul visocon un'espressione risoluta glidisse tre volte di nocon tre rapide scosse della testa:

"Nofigliuoloil coltello no: no".

Ferrucciosi lasciò dolcemente disarmare.

Inquel punto una delle guardieche pareva il capocomparve sullaringhierasforzò senza molta fatica le vecchie e tarlateimposte della finestra lunga che metteva sul ballatoioentròe disse con tono d'uomo ragionevole che sa di parlare a personeragionevoli:

"Stianozittibuona genteche è il meglio che si possa fare. Siamovenuti di buon'ora apposta per non dare troppo disturbo. Siete voi ilPietro Berretta?"

"Sonoinnocenteo misericordia! NoFerrucciosalvamifammi scappare..."pregò il vecchio portinaioaggrappandosi alle braccia delfigliuolo. E senza aspettare che gli mettessero le mani addossocorse a rifugiarsi nello stanzinoaffrettandosi a chiuderel'antiporto dietro di sé.

Laguardia ch'era nella stanzavista la mossacorse per tagliargli lastrada; ma Ferruccioacciecato da un fiotto di sangue che gli montòal capourtò con tutta la forza nel tavolo di cucina e lorovesciò contro lo sbirroche sospinto da quella stranamacchinabarcollò sulle gambe e cadde mettendo i gomiti neivetri della finestra.

All'urtoal crepitìo dei vetri sull'ammattonatola Colomba mandòun grido e corse a rifugiarsi nella stanza di Nunziadinache alzòdal cuscino la piccola testa imbacuccataper chiedere il motivo diquel diavolo in casa.

Intantoil Berretta ebbe tempo di chiudere l'uscio per di dentro contro glisforzi di una seconda guardiacheentrata dalla porta principalecominciava un lavoro di leva. L'uscio nella sua fragile costituzionenon avrebbe resistito a lungose Ferruccioinferocito dalla guerravisto che il maggior pericolo era da questa partenon avesselasciato il primo sbirro intrigato nelle gambe del tavolo perscagliarsi sull'altro.

Loafferrò colle mani alla vitae puntando un piede al murocollo slancio e col vigore elastico de' suoi vent'anniriuscìa strappare la guardia dall'uscioinnanzi al quale si piantòluipallido come un cadavereansanteruggentenon armato chedella sua generosa sventatezza.

Lalotta stava per cominciare da capose la prima guardiauscita trala finestra e il tavolocol viso e colle mani tagliuzzate dal vetroper spirito brutale di vendetta non l'avesse assalito colla spadasguainatacorrendo a colpirlo col pomo di questa sul viso e sullatestaassalendolo di fianco e mandandolo ruzzolone col capo insangue in un canto della stanza.

Ledue guardie non ebbero difficoltà a levar dai gangheri l'uscioe a metter le mani sul vecchio imprudente.

Maintanto al diavolo si erano risvegliati i pochi casigliani e la gentecominciò a radunarsi sulla porta delle "due beate".Da un piccolo male Ferruccio ne aveva fatto nascere dieci grossioltre ai pettegolezzi e al disonore e allo spavento delle donne. Ma avent'anni non si sa ancora scegliere con giudizio in mezzo ai mali.



6.NELLO STUDIO DELL'AVVOCATO

Nellostudio dell'avvocato Baruffain piazza di Sant'Ambrogiola secondafesta di Pasqua si dettero convegno i diseredati per concordareun'azione comune contro il signor Tognino.

Ilprimo a comparireverso le duefu Aquilino Rattache per sistemapreferiva aspettare al farsi aspettare. Quando uno è stato unavolta soldato sa che cosa vuol dire la precisione.

Avevaun bel redingotto di panno color cannella sopra un panciotto chiaro afiorellini celestipreludio di primaveraroba che una volta era digran moda anche tra gli eleganti. Per la circostanza si era preso consé anche un paio di guanti di pelle tra il nero e lostracciatopronto a metterseli quando vedesse la convenienza difarlo. In ogni circostanza Aquilino amava stare colla maggioranzacantare col clero e bevere coi sonatori.

Alconvegno eran stati invitati ricchi e poveri; e Aquilino non volevacomparire né ineducato coi fortiné superbo coideboli.

IBoffa e una confraternita di poveri straccioni avevano combinato dientrare nell'azione comunepagando la loro piccola parte a ratemensili. Don Giosuè era incaricato di raccogliere le firmelecontribuzionie di guidare la mandra. Le monache del Buon Pastore sifecero rappresentare da don Felice Vittuone. La famiglia Borrola etre o quattro Maccagno ricchi si dichiararono pronti a sostenerel'avvocato. Costuioltre al puntiglio suo personale e alla voglia ditormentare un intrigante che l'aveva messo pulitamente alla portaprovava un gustoper dir cosìprofessionale. Un processoper quanto magropuò sempre diventare un processo lungoealle volte il miglior brodo è quello che si spreme dagli ossi.

"Sonoil primo?" domandò Aquilinofermandosi sulla soglia.

IlMorniganiquello stesso che chiamavano el mèzz avvocatalzò la grossa testa dalla tavoladove stava scrivendoeindicando colla cannuccia una cassapanca antica rasente il murosotto il ritratto a stampa di Pio IXdisse:

"Sedeteviè presto ancora".

"Horicevuto una lettera di convocazione per le due..."

"Sonosoltanto le due... Sedetevi e ditemi il vostro nomegalantuomo."

Aquilinoa sentirsi trattato col voicome un fattore di campagnafu perrispondere all'illustrissimo signor scrivano che non gli pareva diaver succiato con lui a balia; ma preferì compatire al farsicompatire. Sedette e cominciò a carezzare col dito il peloscarso di un cilindro sufficientemente rispettabile.

"Ilmio nome è Aquilino Rattadel fu Vincenzoimpiegato al RegioLottoBanco numero 94" disse in un tono freddoin cui sisentiva una certa fierezza burocratica.

"Sieteparente della vecchia Ratta testè defunta?" disse dinuovo il mezzo avvocatoalzando il capo in modo che pareva volesseguardare colle narici.

"Sissignorelo siamo" ribatté con un fare cerimonioso e caricod'ironia. "La povera signora Carolina Ratta era una nostra primacugina."

"Conoscetegli interessati?"

"IRatta quasi tuttiper servirla."

"Potrestefornire delle provegalantuomoche la vecchia defunta avesseintenzione di favorire in modo speciale i parenti poveri? l'avvocatomi ha incaricato per far presto di raccogliere quante piùnotizie possono giovare all'istruttoria della causa."

Aquilinoquesta volta arrossì e socchiuse gli occhi. Era disposto acomparirema chi dava a uno sgangherato scrivano il diritto dichiamarlo galantuomo? Galantuomini dobbiamo essere tuttima appuntoper questo non c'è bisogno che altri venga a dirtelo. Aquilinonon avrebbe mai detto a una persona rispettabile: "Si accomodisignor rispettabile cavaliere". Ma chi ha educazionechi non neha. E anche questa voltaguardando in fondo al cilindrosi limitòa rispondere:

"Eccoprovediremo cosìpalpabilinon ne abbiamo. Possediamodelle allusioni".

"Degliindizi volete diredelle prove indirette..."

"Leiha studiata la legge e troverà la parola giusta" ribeccòcon più fiera ironiaindicando un libro stracciato sultavoloche aveva tutto l'aspetto di un vocabolario. "Per contomio so che andavo tutte le sere a fare una partita a tarocco e so chela buona parente voleva sempre me per compagno. Alla madonna d'agostom'invitò a mangiare un'anatrae dopo pranzopresente la soraSantina..."

"Chiè questa Santina?"

"Lasora Santina era la donzella di casa Rattaquella stessa che ilsignor Tognino mise alla porta."

"Ladonna di serviziovolete dire."

"Tuttidicevano donzellae io sto col clero."

"Lagovernantela fantescasìsìla conosciamo."

"Comevuol leisorr..." rispose Aquilinotirando in lungo le erreper far capire che uno può avere della superbia ed essere unbel niente. "Presente la sora Santina la buona parente mi disse:'Aquilinoquando sarò morta sarete contenti tutti'. 'Che cosadicesignora cugina? tutt'altro! lei deve campare più dinoi.' 'Non sarebbe giusto' dice lei; 'più che vecchi non sicampa. Io mi ricorderò dei parenti del mio poveroGioacchino'."

"Chiè questo Gioacchino?" domandò lo scrivanocheandava pigliando degli appunti sopra un foglio.

"Gioacchinoadesso non è più nienteperché è morto:ma da vivo era il marito della povera defunta. Più tardiilgiorno di San Carloche è ai quattro di novembre…"

"Sappiamlo..."interruppe il Morniganigonfiando le narici.

"Andaiper farle i miei auguri e l'ho trovata seduta nella sua poltronaaccanto alla finestra. 'Sei Aquilino?' domandò."

Ilvice-ricevitore cercò di riprodurre il tono asmaticodell'ottuagenaria.

"'Sissignorasono iosora cugina' rispondo.

'SeibuonoAquilinodi levarmi un dente che mi dà fastidio?'

'Proverò'dico io. Era un dentone a sinistra già tutto sconnessolungocome una lesinache gli dava penapoverina. E io con un poco difilotracglielo levai netto come un corno."

IlMorniganiche nel suo interno godeva più che alle marionetteimitò il gesto con cui il vice-ricevitore accompagnò ilsuo trace fingendo di tener preziosa nota della disposizionescrisse in frettaripetendo sottovoce "dente... corno...anatra..."

Aquilinoche non tollerava d'esser preso a zimbelloalzò un ditoall'altezza dell'occhio e osservò:

"Noncredo necessario che ciò sia scritto a verbale; ma ho volutosoltanto citare il fatto per dimostraredirò cosìl'intimità e il sanfason con cui essa ci trattava.Punto primo una signora non si lascia mettere le mani in bocca dalprimo che capita".

"Equesto dente lo conservate ancora?"

Aquilinotuffò due dita nelle tasche del panciotto e trasse unscatolino bianco di farmacistal'aprì e mostrò alMornigani un bel dentesano come un corallotuffato in mezzo adella bambagia.

Ilmezzo avvocatosoffocando nelle gote la gran voglia di ridereesimulando un serio interessamentosi alzò un pocoes'inchinò a osservare attraverso una grossa lente col manicoche tolse dal tavoloil prezioso documento. E vide anche lui un beldente sanobiancoingrandito dalla lente nella misura di unachicchera da caffè.

"Soanch'io che un dente non può parlare" osservò atempo Aquilinoprima che la gente corresse a giudicarlo unignorante. "Non lo conservo se non come una prova diconfidenza."

"Iocredo qualche cosa di più. Si sono viste delle ragioniappoggiate a documenti meno solidi" seguitò gonfiando legrosse narici il furbo scrivanoche si preparava a fondare su queldente una allegra storiella da far ridere tutti i preti dellasagrestia. Non volendo guastare il suo uomoprese un tono serioeripigliando la penna in manodomandò:

"Conosceteun certo Berretta?"

"Berretta?ne conosco due. Uno era tamburino della mia compagniama questo èmorto a Mestrenel '49a due passi dal bravo Poerio. Avràsentito nominare Poerio..."

"Unfabbricante di cioccolata?"

Oratoccò ad Aquilino ridere di gusto nel fondo del suo interno.

Tantasuperbia e non saper nemmeno il nome dei fondatori della patria! Manon credette della sua dignità di perdere il fiato con unfrustapenne. Crollò il capo e seguitò:

"Nossignorela cioccolata non c'entra".

Esorrise amorosamentementre coi due diti stringeva e rotolava ilpiccolo pizzo di barba che riempiva la fossetta del mento.

"L'altroBerretta che conosco è il portinaio."

"Sapeteche fu arrestato?"

"Arrestato?"esclamò Aquilino tutto sorpreso. "Arrestato dalleguardie?"

"Dalleguardiesissignoree tradotto al cellulare."

"Ioresto di carta. Ma perché?"

"Ilsor Tognino ha scoperto che tutte le notti il Berretta metteva incantina una bottiglia di barolo: quando la cantina fu troppo pienal'ha fatto menar via..."

Ilmezzo avvocato alzò un poco il viso dalla carta e rise coibuchi del nasoche all'Aquilino faceva l'effetto d'una trappola.

"Iocasco dalle nuvole. Don Giosuè assicurava che il Berrettasarebbe stato un buon testimonio nella nostra causa."

"Perquesto il sor Tognino l'ha fatto legare."

"Mapunto primoper far legare un uomo ci vuole un motivo."

"Lasetela setela setegalantuomo."

Aquilinorimase così colpito da questa notiziache non dette piùpeso al titolo di galantuomoche per la terza volta il frustapennegli buttava sul viso. Raccolse la mente etentennando il capoparlòcon se stessoosservando che con Tognino non era facile scherzare. Ipreti fanno tutto facile e credono che il diavolo abbia ancora pauradell'asperges; ma il diavolo è vecchio più deipretie l'acqua santain giornatanon fa paura nemmeno ai caniidrofobi. Credevano di pigliar Tognino nel trappolino come untopolino; e Tognino cominciava col far legare il Berrettaeun dopol'altroc'era da aspettarsi che facesse legare l'Angiolina perinsulti e calunniee poi forse anche il Boffache gli avevamostrato un pugnoeguerra per guerranon è la corda chemanca a Milano: basta! A buon conto egli aveva la coscienza di esseresempre rimasto nei limiti del rispetto: e quando un uomo opera coltestimonio della coscienzanon deve aver paura del suo diritto. Contutto ciò era prudente andar col piede di piombo. Si fa prestoa fare un buco nell'acqua.

"Diteun po'Aquilino" riprese dopo un istante lo scrivano "nonconoscereste per caso una certa Olimpia?"

Inun altro momento il reduce delle patrie battaglie avrebbe potuto farosservare chese Aquilino era il suo nome di battesimonon credevaper questo d'aver mangiato un sacco di sale col sor avvocato dallegambe lunghe. Ma ora gli stava a cuore di schiarire le circostanze erispose che non conosceva affatto la signora Olimpia.

"Èuna cantantema di quelle che cantano poco."

"Nonconosco gente di teatro."

"Sidice che sia l'amante del sor Maccagno iunior."

"Iunior?uno svizzero?"

"Eccoil nostro don Giosuè!" sorse a dire con intonazionevivace il Morniganiandando incontro al canonicoe fregandosi unamano sul palmo dell'altracome se si lavasse con un pezzo di sapone.

Aquilinoosservò che il mezzo avvocato vestito di nero con falde lunghee penzolanti pareva un pretementre il canonicosalvo sempre ildovuto rispettopareva un cavallante. La religione cattolica sarebbeforse meno perseguitatase i ministri di Dio avessero meno pauradell'acqua del pozzo.

IlMorniganiridendo col rumore d'una carrucoladopo aver abbracciatodon Giosuè colla confidenza che chiericigiornalisti ecantanti hanno col loro riverito prossimoesclamò:

"Ohche diavolo d'un don Giosuè! Sappiamo che lei ci ha fatto unavisita".

"Stazittogambero" brontolò il vecchio preteurtando ilpettegolo nel gomito.

"Chemale infine? per salvare una pecorella smarrita nostro Signore..."

"Vaviamammalucco!" brontolò di nuovo il pretefacendo lafaccia del ranocchio.

"Ihihih..." tornò a ridere il Morniganisbattendo sottolo zimarrone nero le due gambelunghe e sottili come quelle d'uncavalletto da pittore. "L'avvocato ha moglie e figli ed èuomo troppo rigoroso per esporsi ai pericoli della carne. Se èvero che Olimpia ha visto qualche cosanon bisogna lasciarlascappare."

"Cantaancora questa...?" si arrischiò a domandare il prete.

"Solloio? o canta o fa cantare i merli..."

Eil gamba lunga tornò a dare una fregatina sulla mano.

Aquilinoper quanto cercasse di non occuparsi dei discorsi altruinon potéa meno d'osservare che è poca creanza parlare a voce alta inpubblico luogo di cose a doppio fondoe ridere e corbellare con unprete così. C'è della gente che l'educazione non saneanche dove stia di casa. Sentendo un'altra volta nominare la bellaOlimpiala bella cantantefu a un pelo di domandare se questa bravasignora entrava anche lei nella causa dell'eredità.

Mail suo desiderio fu troncato a mezzo dalla voce chiara e limpidad'una donnache entrò senza aspettare il permesso.

L'Angiolinainvece del solito vestito di cotone e del solito scialle colorfrittatache l'allacciava come una mortadella di Bolognaaveva unbel vestito di seta verdognolacon fosforescenza d'ale di farfallacon una catena al collocon anelli sui grossi diticon buccolemassiccie negli orecchid'un oro giallo come il risottochelitigava col pomodoro del suo faccione ancora fresco.

Conlei entrò la Santinala donzella di casa Ratta. Questa poveracristiana malaticciacon due occhi che parevan pieni di cenerevenne avanti avviluppata fin sopra ai capelli in uno sciallo scuroche dava alla sua persona magra e prolissa la figura di unasanguisuga.

"Èqui che l'avvocato tiene la circonferenza? Madonna della Salettanonpoteva pigliar casa un po' più vicino? È come andare inSiberia. To' Aquilino. Sempre puntuale come un orologioAquilino.Bravo e coi guanti! e anche il cilindro... Conoscete la Santina? Èmezza malata e senza voce e non voleva venire! ma io l'ho condottaper forza. Ci dobbiamo essere tutti a questo quarantotto. L'avvocatomi deve sentire. Ho mangiato apposta tre acciughe stamattina permettermi in forza di cantaree se l'avvocato non ha gli orecchifoderati di stagnosentirà una bella campana. Intanto TogninGattagno non ha osato fare dei processi all'Angiolina; e invece sivede questoche un'Angiolina fa dei processi a Tognin Raffagno. Dovesi paga? qui? pago subito..."

L'ortolanasi accostò al banco dove il Mornigani prese nota del nome edelle generalità. Intanto don Giosuè moveva incontro adon Felice Vittuoneche entrava in quella e lo fermò sullostipite. Il buon vecchiettotirato in quella bega da un sentimentodi dovere e di giustiziaavrebbe voluto far trionfare delle idee diconciliazione. Una causa non giova che agli avvocatimentresecondoil suo discreto modo di vederesarebbe stato più utilecercare di ottenere una transazione amichevole e finirla colla pacedi Dio.

"Voiconoscete benissimo san Tomasocaro don Felicema non conosceteaffatto chi sia il nostro Tognino" osservò don Giosuècon una certa furiamettendo le sue mani giallognole sopra il magrostomaco del vecchiettoche sorrideva con indulgenza. "Sono ideebuone per una predicacaro voi. Non vi dà l'ombra di un soldosto malandrinose cominciate a parlare di conciliazione e ditransazione."

"Collarendita di un anno può contentare una parte..."

"Cimanderà tanta corda per impiccarci. Transazione vorrebbe direriconoscere in qualche maniera i nostri dirittie Tognino èbirbonema non bestia."

"Aquesto mondo bisogna guardarsi anche dal guadagnar troppo..."osservò evangelicamente il prevosto; ma don Giosuèinfuriandosicercò dimostrare che gli asini non piacciononemmeno al Signore.

"Eppureè a cavallo d'un asino che ha voluto trionfare in Gerusalemme"notò l'altro celiando con bonomia.

"Perquesto l'hanno messo in croce."

Sospintidal battente dell'uscioi due preti dovettero cedere il posto elasciar passare la elegante e venusta Sidonia Borrolache entròa braccetto del cavalier Massimiliano Maccagnocapitanod'artiglieriavenuto apposta a Milano dal suo distretto diAlessandria per assistere all'adunanza.

MauroBorrolache aveva la pancia a portareentrò un momento dopoansante e sudato. Visto i due preticominciò a gonfiare leganascie e a brontolare il suo rosario contro i pipistrelli. Ma donGiosuè non gli lasciò il tempo d'andare in collera.Fattogli un segno con un dito curvo come un uncinolo tirònel vano della finestra per metterlo a parte d'un segretoin cuientrava ancora la bella Olimpiala cantantela quale...

Aogni frase del vecchio prete il faccione di Mauro Borrola prendevaun'espressione di meraviglia e di maggior benevolenzacome unsipario che dal buio viene a poco a poco rischiarato dai lumi dellaribalta. Si voltò a cercare Sidoniaper comunicarle laimportante notizia; ma il Mornigani aveva già introdotta lasignora e stava introducendo gli altri nello studio.

Eralo studio dell'avvocato una sala lunga con tre finestreche davanosopra i piccoli giardini verso il canale di San Gerolamocon travi estipiti dipinti a rabeschi rococòlogorati dal tempomaconservanti ancora al disotto delle rinzaffature qualche tracciadell'oro e del fasto d'una volta.

Trauna finestra e l'altra erano appese in semplici cornici di legno lestampe dei famosi quadri del Duomorappresentanti molti episodidella vita di san Carlo Borromeo e di sotto ai quadri in ovali digesso i ritratti dei sommi pontefici.

Nelfondo era la libreria colla scrivania del famoso avvocato consulentezeppa di cartedi cartelledi librie nel mezzo apriva le bracciaun mite crocifisso addossato a un fondo di panno rosso ricamatod'oro.

Davantialla scrivania il Mornigani aveva disposto tre o quattro file disedie di pelledove di volta in volta fece sedere gl'invitatipigliando il nome di ciascuno sopra una lista di cartae procurandodi avvicinare le persone più pulite sul davanti e lapoveraglia in fondo.

L'Angiolinanon contenta del suo postomosse una sedia e andò acollocarsi nel bel mezzo della prima filadi fianco alla bella esuperba cantanteche si degnò di guardar la sua vicina conocchiate lunghe piene di compatimento.

"Oggicanto anch'iomadama; sentirà che voce!" disse appostaper far rabbia a una smorfiosa infarinata come il pan francese.

MadamaSidonia si compiacque di sorridere d'un sorriso che non uscìdalla pelle. Si tirò susi impettìe fece capire chenon aveva gusto di parlare con persone sconosciute. Venendo in quelmomento a capitarle davanti Maurosi mosse d'un posto e mise tra leie l'ortolana il ventre del marito.

Intantosu per le scaleraccolti e guidati dal Boffache per la circostanzanon s'era nemmen lavata la facciavenivano altri parenticugini diterzo gradoche di Ratta non avevano che il nomemessi insieme perforzaper fare il numero grosso e per incutere paura a Tognino.C'erano in mezzo a quei poco ben vestiti faccie scialbe di portinaiche respirano l'aria dei sottoscala senza lucefaccie scure dimagnani e di ciabattinifaccie lunghe e livide di sarti e dicucitricifaccie istupidite di contadini che non avevano conosciutamai questa loro parente milionariache non capivan nulla: gente chedon Giosuè era andato a scovare fin dai cascinali dellaValsassina (i Maccagno venivano di là) e del basso Milaneseaiutandosi sui registri parrocchiali e servendosi a questo scopodell'aiuto della curia arcivescovile.

IlMorniganiaiutato dalle mani legnose di don Giosuèriuscìa spingere a poco a poco quella torma di scarpe grossepesanti comeil piomboe a distribuirla in fondo sull'ultima fila di sedie: preseancora qualche nome sulla listanotò la professionel'abitazioneil grado accademicoi titoli cavallereschiequandogli parve che ci fossero tuttiandò ad avvertire l'avvocato.

Trafabbrimagnaniagricoltoriportinaiortolanipretiimpresariregi impiegatimeccanicicantanti e cavalierierano in tutti unatrentinasenza contare le procure e quelli che avevan data cartabianca in mano all'avvocato patrocinatore.

Tuttaquesta gente raccolta nella sala sotto la soggezione dei sommiponteficimantenne sul principio un contegno freddo e mortificatotra la paura e la diffidenza. Rotta a poco a poco la soggezionecheteneva l'un l'altro in rispetto e quasi in sospettocominciòun ronzìoun bisbiglio come una pentola che sente il calore.Le parole si mescolaronole mani si toccaronosi rinnovaronoconoscenzeproducendo in fine un frastuono che il Mornigani fecesubito cessare con un batter secco delle sue mani lunghe e piattecome pantofole.

Sisentì squillare a lungo un campanello elettrico. Una portaadestra della scrivaniasi aprì e comparve un giovanottobiondo biondocogli occhiali lucidicon un fascio di carte sullemanicolla cannuccia in boccasi pose a sedere a un tavolino indispartedove collocò gli attidove si dièun'energica fregatina di mani. Quindi cominciò la puliziadegli occhiali.

Qualcunoriconobbe nel giovanottino biondo biondo un bravo avvocatinoun belpartito per una ragazza educata nei savi principii. Da un anno facevala pratica nello studio Baruffa.

Unaltro squillo nervoso di campanello. La porta si apre di nuovoepreceduto da un moderato scricchiolìo di scarpeecco entrarel'avvocato in personainchinarsi tre volte all'assembleache sialzò per rispettovenire a stringere la manostrisciando lesuole sul mosaicoa Sidoniaal capitanoall'Angiolinache allungòla sua col mezzo guanto di refeall'Aquilino che arrossì unpoco dell'onore (non si è mai veterani abbastanza nella vita):salutò con un cenno amichevole tutti gli altri piùlontani che riassunse con una morbida occhiata e andò amettersi nella poltrona di damascosvolse un rotolosi piegòverso il giovine biondo per chiedere una spiegazionechiamòcol dito il Morniganiche corse a prendere altre carte.

Intantola gente ebbe comodità di osservare che l'avvocato GerolamoBaruffacavaliere di San Gregorioera ancora un bell'uomo frescopoco in là della cinquantinacolla fronte alta e spaziosache andava a finire in un cranio lucido come una bigliacosteggiatoda capelli ancora neri. Due basette regolate e leggermente toccate daun pennello facevano comparire più candida la carnagionemorbida e ben nutrita. Gli occhi grandi si nascondevano spesso sottodue folti sopraccigli e non uscivan dal loro nascondigliose nonquando avevan bisogno di perlustrarediremo cosìi dintornid'una posizione. L'Angiolina notò due cose: che aveva duemanine da signora e che una volta il sant'uomo adocchiò conuna certa compiacenza la bella cantante.

Quandoil Mornigani tornò colle cartel'avvocatodata una scossa alcampanellosi alzòsi passò la mano sul labbro e contono sommessoquasi di confidenzain mezzo a un religioso silenzioprese a dire:

"Signori..."

Aquilinosocchiuse gli occhi e per sentir meglio aprì la bocca.

"Nonho bisognoo signoridi spiegare il motivo per il quale noi siamooggi qui raccoltiné di manifestare il grado d'interessech'io porto a questanon dirò causa vostrao causa miama abuon diritto causa nostra; imperocché nel beneficiodell'eredità Ratta io devo essere interessato non meno di voisia pei dritti miei acquisiti in molti anni di non interrottafiduciacome pei dritti di pie istituzioni che ho più chel'onore — il dovere — di rappresentare."

Questoesordiodetto con voce solida e chiarache rispondeva a meravigliaa un pensiero chiaro e solidofece una buona impressione sull'animodegli uditoriche con una leggera scossa si accomodarono megliotesero i colliaprirono occhi e orecchi.

L'avvocatodopo aver contemplato un poco la punta delle unghieseguitò:

"Lelinee fondamentali della causa son presto segnate. Noi siamo qui nongià per impugnare la validità di un testamentoche lasagacia d'un uomoche per ora mi limiterò a chiamare avvedutoe scaltroha saputo preparare in tempo opportunomunito di tutti irequisiti che la legge domanda in documenti di simil natura. Io horiscontrato il testamento depositato in mano del notaio Baltresca eho trovato che per la forma puossi considerare come un testamento diferroinespugnabile. È tutto di mano della defuntadebitamente firmatocon data che risale all'agosto dell'anno scorsoed è in questo testamento di ferroo signoriche d'unasostanza di quasi quattrocento mila lire vien nominato eredeuniversale il signor Tognino Maccagnoprimo cugino della defuntatestatricecoll'obbligo a lui di assegnare vari piccoli legati odonazioni ai parenti più bisognosi".

"Ilbirbonaccio!" scappò detto all'Angiolinache non potevapiù star ferma sulla scranna.

Laparola non fece ridere nessunoperché ognuno era sotto lagreve impressione di quel testamento di ferro. L'avvocato chetòla donna con un gesto della manina e seguitò:

"Noiripetonon possiamo impugnare l'autenticità di quel documentochirografico e io sarei non unama due volte mentecattose volessicontrapporre a questo un altro testamento del '78da me in parteispirato e alle mie mani affidato dalla stessa defunta signoraCarolinadue anni prima che si facessero sentire e operassero sopradi lei delle influenzeche mi limiterò a chiamare per orapoco leali e poco corrette. Di queste disposizioni del '78 faròdar lettura a voi tra pocoaffinché possiate conoscere se leispirazioni del vostro avvocato erano in quel tempocome s'èvoluto far credere da maligni interessatisubdole e rapaci".

Esollevando a un tratto il tono della vocecon un severoaggrottamento dei sopracciglisoggiunse:

"Signori!ciò che noi vogliamo e speriamo massimamente di dimostrare coimezzi che la legge mette a disposizione nostra si è che iltestamento Baltrescaper così chiamarlonon èl'ultimo dei testamenti segnati dalla defunta Carolina: ma che dopodi questo ve ne deve essere un altro del dicembre dell'anno testéspirato. Dimostreremo quindi cheo questo testamento esiste in maniche mi limiterò a chiamare per ora avare e stretteo cheviceversa il testamento fu distrutto. Dell'esistenza di questoimportante documento abbiamoo signoridue qualità di provele une diretteindirette le altre. Le dirette sono: — Primo:una copia di esso in carta semplice e non firmatafatta da donGiosuè Pianelliqui presenteconfessore della defuntaCarolinauomo superiore a ogni sospetto. Di questa copia faròdare lettura a tempo opportunoperché ciascuno di voi possafarsi un'idea dell'entità della causadella sua importanzamorale e materiale e della presunzione nostra. — Secondo: latestimonianza dello stesso reverendo canonico don Giosuèpronto a giurare che veramente la defunta ha scritta una carta. Senon che la diffidenza da cui era tormentata la debole vegliardalatrattenne dal rilasciare a persona di fiducia nostra il preziosodocumento. Ciò fu ragion sufficiente perché altre maniche mi limiterò a chiamar agilise ne impadronisseroquindiogni traccia di questo nuovo attoche doveva essere per la piasignora un atto di resipiscenza e di riparazionesparì; unavolontà più forte della suaquella volontà cheda molto tempo la dominava spaventandolarese frustraneo ognitentativo di ribellione: la coercizione spense il libero arbitrio: laviolenzail diritto..."

L'avvocatoBaruffa batté colle nocche sul tavolocome se schiacciassegli ossi a questo povero diritto così spesso conculcatoealzò la testa con un moto leonino. Un fitto bisbigliol'applaudì. Ripreso il discorsoalzò le due mani eavviò un'altra argomentazionedicendo con voce piùchiara:

"Oravoi direte: se il prezioso documentose quello che dovrebbe essereper noi il testamento d'oro è scomparsoe non ci resta chebattere il capo sul testamento di ferrosu che cosa andiamo noi afabbricare le nostre speranze? — rispondo: sulle proveindirettecioè: — Primo: noi sappiamo che intenzionedella defunta non fu mai di negare ai parenti anche più poveriil beneficio della sua eredità... (e di ciò molti divoi saranno chiamati a testimoniare)".

"C'èla Santinac'è Aquilino..." saltò su di nuovol'Angiolina.

"Abbiatepazienzabuona donna. Ora parlo iopoi sentiremo anche voi."

"Doposor avvocatosentirà la messa cantata."

Unagrossa ilarità salutò queste parole. L'avvocatocheera rimasto attaccato con un dito al pollice dell'altra manoportòil dito sull'indice e contò:

"Secondo!La pietà della buona defunta non poteva suggerirle didefraudare della sua carità le istituzioni di beneficenza. Einfatti nel testamento del '78 è fatta gran parte a questeistituzioni. Come si spiega il cambiamento nel testamento Baltresca?Aveva la pia signora perduta ogni fede nella religione e nellacarità? — Terza prova indiretta (e alzò il medio):la confessione del portinaio Pietro Berrettail quale ha dichiaratocome veramentela notte dopo la morteil signor Tognino Maccagnopresente cadavereentrasse a cercare una carta nella stanza delladefunta".

"Ahahah…" esclamarono diverse boccheed erano i pochi a cuiquesta circostanza arrivava nuova.

Glialtricome se non potessero resistere al fascino di quei tre ditiche l'avvocato teneva alti sulle loro testesi mossero e ballaronosulle sedie.

"Quarto!La confessione del Berretta fece tanto paura al nominato TogninoMaccagnoche egli cercò subito di infirmarlae non potendosottrarre un uomo come si sottrae una cartaprocurò didiminuirne la credulità coll'accusare un povero uomo di furtoqualificato e facendolo tradurre come un malfattore in carcere. Ilsignor Maccagno vuol dimostrare con ciò che il testimonio èbugiardoperché è ladro: noi andremo più infondoo signorie sapremo dimostrare che il signor Maccagno èladroperché è bugiardo..."

"Bravobene..." scoppiò da varie parti.

L'ambientesi riscaldava. Tutti si guardavano in viso con occhiate piene dicaloreche sommate produssero una corrente di simpatia verso ilvalentuomoil quale con animata eloquenza e ferrea dialettica sapevacosì bene interpretare ciò che ognuno sentiva nel cuorecome un gruppo ingarbugliato. La solidarietà dell'impresafaceva scomparire le differenze sociali e nel comune interesse tuttisi sentirono alleati e fratelli. Fu per qualche tempo un agitatomuoversi di braccia e di gambe; chi lodava l'argomentazionedell'avvocatochi l'avvedutezza di don Giosuèchi si fecerosso per il gusto e per la speranzachi per poco non si sentìil testamento in saccoccia. E l'avvocatotenendo sempre elevati ediritti i suoi quattro ditilasciò passare con un sorriso dicompiacenza il piccolo subbuglio; poiaggiungendo ai quattro ditigrossi anche il mignologridò in tono di vittoria:

"Quinto!"

Ilsilenzio divenne di nuovo perfetto. Si sarebbe sentito volare unamosca.

L'Angiolinache non poteva più stare nei vestitisi alzòsi voltòverso la platea e sollevata anche lei la sua mano grossa e apertacome un ventagliogridò anche lei:

"Quinto!"

"Nuovae preziosa testimonianza abbiamo in personache il segretoprofessionale m'impedisce ora di nominarela quale è in gradodi provare che il signor Maccagno entrò veramente nella stanzadella defuntamise sottosopra roba e carte... cercò neicassettoni... frugò nello stipo... nel letto medesimo dove lamorta giaceva. A che scopo? A cercar che?"

Ementre l'avvocato lasciava cadere queste gravi parolecomealtrettante gocce d'oro colatoera a vedersi la diversa espressionedelle facciecerti occhi imbambolaticerti cordoni del collo tesicerte bocche semiaperte a gustare tutto il sapore di quelle grandicose. I cuori s'eran fatti duri e strettinon respiravasi piùper non disturbare. L'oratorecontinuando in un tono domesticocometra parentesiconchiuse:

"Quinon posso dir tuttoma ciò che dirò in tribunale saràabbastanza pel signor Maccagno. A ogni modo voi vedete che sel'eredità fatta dal suddetto signore è splendidanonsi può con egual sicurezza dimostrare che essa sia solida einvidiabile! Oh! noi non andremo a impugnare i testamenti di ferro;ma inviteremo il fortunato erede a confutare i nostri testimoni e adimostrare al giudice e al pubblico ch'egli è un uomo onesto edelicato. Noi non potremo negare l'esistenza di un atto che nominaunico erede di una sostanza di quattrocento mila lire un cugino quasiignoto fino a ieri alla stessa testatrice; ma noi — e quandodico noi intendo tutti voi — obbligheremo l'abile signorMaccagno a dimostrare che coercizione morale non ci fuquando sividero allontanati dalla casa della ricca benefattrice i piùvecchi e fedeli amiciche da quindiciventiventicinque annil'avevano assistita col consiglio disinteressato e prudente; quandosi videro da leipiissima credenterespinti gli stessi sacerdoti acui aveva chiesto più volte il conforto dei beni spirituali;quando si vide allontanata dalla testatrice la fantesca SantinaRovattiche essa s'era tratta in casa fanciulla e del cui fedeleservizio s'era per vent'anni lodata..."

"Sì!sì!..." proruppe singhiozzando la povera donzella di casaRattaa cui l'avvocato inacerbiva una piaga.

Emolti le furono intorno a compassionarlaa compatirlamentrel'avvocatoche sentiva d'avere il suo uditorio in pugnoincalzavapiù forte:

"Qualmeraviglia se una vecchia di ottantacinque anni cedesse e cadessevittima di questo sistema di ingiustizia e di violenzaripudiassequel che aveva già ordinato e scrittoscrivesse quel che lefacevano scrivereandando contro nella debolezza senile della suaragione ai sentimenti più naturali del suo cuore?... Qualmeraviglia che un giornovicina a battere alla porta del supremogiudicequando pare che nel morente riviva la fiamma dellacoscienzachiamasse il suo antico confessore eapprofittando d'unmomento in cui si sentiva meno sorvegliatadistruggessein pocherighedisposizioni estorte per ritornare con un atto di naturalerinsavimento alle primiere disposizioni più consone alla suabenevolenza e alla sua coscienza? E ciò ha potuto avvenire inquel momento appunto perché Tognino Maccagno non era là.E ciò avvenne perché la stessa Giuditta Canzila donnaspia che le avevano messo al fianconon ha potuto negarlo. Ciòera naturaledicoconsono a' suoi sentimentiperché... (enel calore del dire la testa dell'avvocato s'era fatta rossa come unpomo) perché non unama cento prove abbiamo che la testatricefu sempre benevola verso i parenti poveri. Agli uni faceva perveniresegrete limosineagli altri dava sussidio di consigli ed appoggimolti invitava alla sua mensa enon richiestasi abbandonava alusinghiere promesse. Aquilino Rattaqui presenteeroe delle patriebattaglieonesto impiegatosoldato non avvezzo a mentireverràa testimoniare fin dove arrivasse la confidenza della venerandasignora verso i parenti di umile condizione."

Aquilinonon resistendo alla seduzione di quella voce armoniosa e caldachecarezzava così bene il suo amor propriomentre arrossivacolla timidezza di una fanciullatuffò la mano nel taschinodel panciottone tirò fuori lo scatolinolo scoperchiòe mostrò ai vicini il bellissimo denteche prese a girare dimano in mano come una reliquia.

"Eccoecco il terreno" continuava intanto a tonare la vocedell'avvocato "ecco il terrenosul quale cercheremo di tirareil nostro fortunato avversario. Se noi staremo uniti e compattisenon ci spaventeremo dei primi sacrificivi prometto che gli faremoun tal lettoche quello di Procuste in paragone dovràsembrare un letto di rose."

"Bravomolto bene!" sorse a dire col suo vocione di baritono ilcavalier Borrolaagitando la mazza col pomo d'avorioacceso anchelui dall'entusiasmoa cui non sfugge mai un'anima d'artista davantiall'eloquenza vera.

Pigliandola parola per sé e per gli altrirecitò anche lui undiscorsoin cui si fece interprete dei sentimenti conculcatideidiritti vilipesidei...

Mal'assemblea non era più in grado d'ascoltare dei discorsi. Ipianti della donzella di casa Rattale saette dell'Angiolinail dente di Aquilinole rivelazionii sottintesi dell'avvocatoleillusioni suscitatefomentateingranditeil desiderio di farequalche cosa in odio a Tognino Maccagnoil fascino luminoso dellequattrocentomila lireche stendevasi di sopra coi bagliori di unimmenso soleriscaldò siffattamente gli animiche a faticapoté farsi sentirein mezzo allo schiamazzo delle vocilavoce del campanello.

Ognunoaveva idee proprie da suggerireargomenti da portareuna prova dametter fuoriuna testimonianzaun ricordo da aggiungere perfrangia. Aquilinopreso in mezzo in un cerchiocercava di spiegarea tre o quattro poveracci stracciati come ladri il meccanismo dellacausache Battistino Oreficeil pittore di sceneseguitava adefinire un buco nell'acqua.

L'Angiolinache il diavolo non poteva più teneres'era messa a sederedavanti al tavolo dell'avvocato e predicandocoi pomelli rossiandava mettendo sottosopra le carte. Il brav'uomo non arrivava atempo a togliergliele di mano. Finalmente un'altra scampanellatarinforzata dai colpi sonori di due mani larghe come pantofolerimisel'ordine.

"Silenzio!...Come ho dettofarò dar lettura del primo testamento del '78al quale si riferivano le disposizioni che la testatrice qualchegiorno prima di morire dettò a don Giosuè Pianelli.Anzi comincerò a dar conoscenza di queste disposizioni nellacopia che don Giosuè tenne con sé e che si trovaallegata agli atti del presente processo. Silenziolaggiùsedobbiamo intenderci. Ecco dunque la forma del documento che il nostrobuon amico Maccagno avrebbe avuto l'agilità... di farscomparire: 'In nome della Santissima TrinitàiosottoscrittaCarolina Maccagno vedova di Gioacchino Rattaancorsana di menteancorché debole di corpo e prossima apresentarmi al tribunale del supremo Giudicememore dell'affetto chemi lega a tutti i membri della mia famiglia e di quella del miocompianto consortedichiaro annullate quelle qualunque disposizionitestamentarie che posso aver segnate nella mia debolezza e nonriconosco per mia ultima e sincera e libera volontàconformeagli obblighi della mia coscienzache il testamento del 20 agosto1878 da me dettato e consegnato al signor avvocato cav. GerolamoBaruffaabitante nella piazza di Sant'Ambrogio in Milanoal civiconumero 24e nomino di nuovo detto avvocato Baruffa mio esecutoretestamentarioincaricandolo di dividere la mia sostanza nei modi chein detto testamento sono indicati a beneficioparte de' bisognosimiei parenti e di pie istituzioni di caritàparte agli altriparentinon che a suffragio dell'anima mia. In fede...' E qui mancala firma. Ma che l'atto autentico sia stato scritto e firmato dallamorentec'è qui don Giosuèil quale potràriferire."

Tuttisi voltarono verso il preteche rosso e caldo in viso quanto sipoteva vedere al disotto del suo colorito di vecchia pipaagitandole mani legnose e parlando coi soliti gusci in boccaraccontòa chi ne aveva bisogno come veramente la signora Carolina avessescrittafirmata e poi trattenuta la carta; comeprima di morireavesse fatto segno di aver firmatoma in quel momento entròil sor Togninoreduce da Lodidov'era stato chiamato tra i giuratis'impadronì delle chiavie addio. Firmata o non firmataunacarta ci doveva essereladdove invece...

"Laddoveinvece" seguitò l'Angiolinapicchiando un pugno sullecarte dell'avvocato e voltandosi verso l'adunanza a predicare"laddove invece s'è trovata una bella..."

L'avvocatola fece sedere per forza eagitando il campanello sul nasodell'ortolanagridò:

"Aveteinteso? facciamo silenzio? adessose state zittifarò darlettura del testamento del '78o meglioper accorciare la sedutaessendo il documento abbastanza particolareggiato e prolissolometterò a disposizione di quelli di voi che vorrannoconsultarlotutti i giorni dalle undici al tocco. Di tutti i parentifino al terzo grado è unita una lista che io sto compilandocolla più scrupolosa diligenzae ciascuno di voi èinteressato a portare alla causa comune quegli schiarimenti chevalgano a far trionfare la giustizia".

Ilrumorel'acciottolìole ciarle non cessarono se non quandola gente incominciò a infilar la porta. Tutti sapevano ormaichi fosse Tognino Maccagno e di quanto fossero suoi creditori. Tuttiimprecavano contro di luiladrousurpatoreciascuno in misura deldanno che credeva d'aver sofferto. Sulla scala continuarono lediscussioni: si trascinarono fin sulla piazza. Don Giosuè cheera l'anima nera di quella congiura prese noteindirizzie col suoscartafaccio sotto l'ascella traversò di corsa la piazza pernon arrivare tardi al vespero in Duomo.

AquilinoRatta rimase un pezzo sotto le piante a spiegare il meccanismo dellacausa a Michele Ratta e al Boffache parevano inebetiti dallasperanza. Aquilinouomo sereno e non avidopoteva dire di dominarela questione meglio di ogni altro. Tra chi vedeva tutto azzurro e giàsi sentiva i denari in tascae chi parlava di un buco nell'acquaAquilino stava in una via di mezzoné troppo azzurronétroppo buco. Probabilità buone c'erano e non c'erano:l'avvocato era bravoma neanche Tognino era grullo. Aquilino era diquesto parereche non bisogna insegnare ai gatti la manierad'arrampicar sulle piante. I gatti furono sempre gatti e lo sarannosempre. Una cosa sola per parte sua capiva pocoovvero avevapenetrato poco bene; là dove l'avvocato tirò in scenail letto di Procuste. Capiva che era un'allusione alla storia romanama anche supponendo che Procuste fosse statoper modo di direunfilosofo famoso dei tempi antichinon vedeva come c'entrasse illetto; a meno che il filosofo usasse dormire sulla nuda terra.

"Equell'altra parolachiro... chirografico?" chiese illattivendolo.

"Quellaè chiara. È un modo fino per dire che Tognino èchiro...grafico...!"

EAquilino allungò la parolaaccompagnandola con un giro dellamanoche spiegò come un ventaglio e chiuse in fretta come sepigliasse una mosca a volo.





PARTETERZA



1.AVVOCATO CONTRO AVVOCATO

Gliaffarigli intrighiil bisogno di preparare una difesa e forsepiùd'ogni altro motivola vergogna di ricomparire innanzi a sua nuorasenza una buona giustificazionetennero il signor Togninooccupatissimo per cinque o sei giorni. Intanto la questura per contosuo arrestava il Berretta. Era un primo esempio e ne sarebbero venutidegli altri.

Piùvolte ebbe lunghe conferenze col notaio Baltresca.

Costuiche da lontano spiava i passi del nemico e che forse era interessatoanche per la parte sua a vincereandava suggerendo al cliente di nonlasciarsi cogliere alla sprovvistama di opporre avvocato adavvocatoprimaper risparmio di seccature e di amarezzee insecondo luogoperché tutte le più belle ragioni delmondo contano un bel nulla davanti a una sentenza che ti capita tracapo e collo.

Perguarire da un avvocato non c'è che un rimedio: pigliare unaltro avvocato forte come luisimilia cum similibus.

Peril buon Baltresca non c'era che un uomo al mondo capace di far pauraanche al Codice; e mise innanzi il nome d'un onorevole deputato dellamaggioranza parlamentaresuo vecchio camerata di collegionativoanche lui di Vigevanoun liberale di vecchia datauomo di grandecapacitàdi grande influenzache gli amici chiamano ilGambetta di Vigevanonon solamente per la naturale e focosaeloquenzama anche per una certa somiglianza fisica che il buonPeppino aveva col grande democratico francesespecialmente nellabarba.

Ilsignor Tognino non ebbe fatica ad afferrare il valore prezioso diquesto consiglioma tentennò un pezzo il capo ripugnandoglidi aver a che fare con avvocati. I suoi interessi li aveva semprecurati da sésenza bisogno d'intermediari: e ora l'inasprival'idea di dover mettere nelle mani d'un leguleio i suoi pensierilasua coscienzacome si dàper un paragoneil fazzolettosporco alla lavandaia. Ma visto e considerato che se un avvocato tipianta un chiodo in testanon c'è che un altro della suarazza capace di tirartelo fuori; visto e considerato che tra duebestie feroci è meglio star dalla parte della piùringhiosapersuaso anche lui che la giustizia di questo mondo èprecisamente come la ragnatela descritta dal Porta in una canzonettadopo più matura riflessionesi lasciò persuadere aincontrarsi con questo signor avvocato.

Ilcaso volle che l'onorevole di Vigevano fosse chiamato a Como comearbitro legale in una intricatissima questione tra la Süd-Bahne le nostre strade ferrateuna faccenduzza in cui era in giuocoqualche milione. Il nostro affarista colse quest'occasione per andarecol Botola sul lago a veder la villasempre colla speranza che alprimo raggio di bel tempo potesse persuadere Arabella a lasciareMilano.

Andòcoll'amico fino a Tremezzovide la casa e il sito; gli piacquerocombinarono il prezzo e se ne tornò solo a Comodove la mezzaeccellenza democraticaa cui il Baltresca aveva scritto inprevenzionegli aveva dato convegno al Grand Hôtel Voltasulla piazza del lago.

Versole quattro si presentò e si fece annunziare. Fu prima un grancorrere di camerieriun gran sonar di campanelli elettriciun granvia vai di personaggi barbuti e grassidi banchieri e di pezzigrossi dell'amministrazione ferroviaria; e finalmentequando piacquealla mezza eccellenzavenne chiamato anche lui.

Trovòun grassotto non troppo altocon la barba alla Gambettache glivenne incontro in aria confidenzialeche gli prese la manoche lofece sedere in un gran seggioloneemostrando d'avere i minuticontatientrò subito in argomentoriassumendo quel che avevascritto il vecchio amico Baltresca...

"Arigore non potrei assumere altri impegnicaro signoreperchédevo presto tornare a Roma per la importantissima discussione sulleOpere Piedella quale Sua Eccellenza il Ministro di Grazia eGiustizia" (tutte queste maiuscole si sentivano nel respiropesante del grand'uomoche colle mani sotto la giubba sforzavasi disfibbiare il panciotto) "s'è compiaciuto di affidarmi larelazione. Una bella briga! Adesso ho sulle spalle anche questafaccenda colla Süd-Bahne prevedo che non ne usciremo néin un anno né in due. Però... però... se ilsignor Maccagnodi cui l'amico Baltresca mi parla così benesi trova nella necessitànoi avvocati siamo come i medici:non possiamo rifiutarcie nel caso potrò fare una scappata aMilanodove ho dei vecchi amici e dei commilitoni. È un pezzoche non vedo Milanoquel Milano birbone che vuol resistere a Crispicome ha saputo resistere al Barbarossa. Ma vedretevedrete;romperemo la crosta! Forse il signor Maccagno è una colonnadella Costituzionalema non fa nulla: noi saremo lo stesso buoniamici. Solamente io ho bisogno di saper bene le cose come stannoanche se stanno maleperché non si va in cerca d'unconsulente specialista né per un raffreddorené per unpiccolo mal di denti... Mi spiego? Tra noi ci dobbiamo intenderesubito come due amantinon aver segreti l'un per l'altrocarocavaliere..."

Eil bravo Gambetta di Vigevano batté dolcemente colla mano trecolpetti sul ginocchio del cliente. Poiabbandonatosi nelle bracciadella poltronaportò l'occhialino al nasoe scorrendo lalettera del Baltrescariepilogò:

"L'affareè grosso: quattrocentomila lire! il Baruffa è unavecchia volpe; preti e frati non badano a spendere e hanno ancora lamano lunga. Ci sono interessate delle pie istituzionilato debole edelicato! c'è un testamento del '78che si puòdisprezzarema si può anche non disprezzare. Queste benedettecause di successione fanno degli scherzi improvvisisono capricciosee traditore come le belle donne. Non bisogna mai fidarsene.L'interesse ci soffia dentro da tutte le partie ciò che ieripareva una vescicadomani può diventare una bomba. Se poi visi mescola il fanatismoil paolottismoil beghinismola tonaca ela corona del rosariosi può avere gli occhi d'Argo e non siarriva mai a veder tutto. L'insidia è nell'indole dei nostriavversarii quali non furono mai così potenti come in questitempi così detti di liberalismo. Lo so io che ho tra le maniquella poca matassa delle Opere pie!" l'onorevole di Vigevanotornò a sfibbiare qualche altra cosa sotto la giubba."Vedessecaro signoreche pressioni! che ingerenze! cheintimidazioni! e non da una parte sola: da tutte le partiespecialmente dall'altosicurodall'altoda molto in alto! e mi siviene a parlare di laicizzare le istituzioni!" L'avvocato risedi gran cuorepigliandosi in mano un piede ben calzato in unascarpetta di panno a due file di bottoni d'osso. "Ma comunquesiane ho vinto delle più difficilialla garibaldinas'intendepampam! e vinceremo anche questa. Spenderemo forse unpo' di denaroma vedo che c'è del margineun bel margineefaremo presto. Vedràsei mesiun anno al più. Se nonsarà in prima istanza andremo in appellodove conto dei fortiappoggi dappertuttopurché i miei colleghi non mi facciano iltiro di mandarmi alla Consultanel qual caso passerei le carte a unalter egoche farà ancor meglio di me."

Lacampana della table d'hôte interruppe a tempo undiscorso che minacciava di non finir più. L'onorevolecompetenza si alzòpromise di scrivere per combinare unaseconda sedutastrinse nelle sue la mano magra e dura del bravosignor Maccagno e lo accompagnò gentilmente all'uscio.

Ilvecchio affaristasangue dei Valsassinanon abituato allecirconlocuzioni parlamentariuscì da quel colloquio col visorossol'anima gonfia di bilei denti stretti e con una vogliaindosso di strozzar qualcheduno. Quando fu nel mezzo della piazzapresso la famosa fontana asciuttaquel malumore concentrato nelfegato scoppiò in una parola sonorache riassumeva nella suaconcisione tutto un trattato di filosofia politica:

"Buffoni!"

Nongli riuscì di dir altro fino alla stazionedove cercòdi far passare il dispetto con un buon pranzo e con una bellabottiglia di vin di Valtellina.

"Chebuffoni!"

Lavilla di Tremezzo gli aveva fatto una buona impressione. Non troppoalla rivasi appoggiava da una parte a un declivio molle e boscosodall'altra aprivasi con un terrazzo sul meraviglioso bacino diBellagiopassando oltre colla vista sino a Varenna e più insu: un pezzo di cielo in terra. Era il luogo fatto apposta per suanuora. Col lago di mezzo non c'era più pericolo che unamasnada di mummie venissero a tormentarla. Quanti fiori in quellavilla! Sua nuora era così innamorata dei fiori!... Si pentìdi non averne portato via un mazzo; ma voleva scrivere al Botola chene mandasse un cesto a Milano.

"Cherazza di buffoni!"

Scrisseuna cartolinala buttò egli stesso nella bucae rinforzatoda un buon pranzettodato un bell'addio alla mezza eccellenzasirincantucciò nell'angolo del vagone. Cominciava a imbrunire.Il sole colorava ancor le cime più altema verso occidenteandavano spandendosi per il cielo delle lunghe nuvole cenericcie estracciate che il vento portava in sugonfiandole come se cisoffiasse dentro.

Dopoqualche tempo la grossa nuvolaglia si raccolse in un nuvolone sololivido e grossonel quale il lampo cominciò a dibattersi colmoto nervoso di un sopracciglio irritatomentre nella riga piùbassa dell'orizzonte il crepuscolo ardeva come un immenso braciere.

Ilnostro vecchiettoleggermente eccitato dal vino di Valtellinafissògli occhi su quel grande e magnifico spettacolo del cieloche sfuggea chi vive da talpa nei muri d'una grande città ecome se unpensiero tirasse l'altrotornò a rivedere la bella casa diTremezzoposta in un boschetto di lauri e di magnolieun angoloverde che valeva da sé tutto Milano col Duomo per giunta. Seegli avesse potuto dare un calcio a tutte le brighe e ritirarsi lassùo almeno persuadere Arabella a partir subito la settimana prossima...Intorno alla causa e ai pettegolezzi e alla guerra dei parentiunavolta che Arabella fosse al sicuroavrebbe forse potuto anchetransigere... Chi sa?

Allevoltea tirare troppola corda si rompe. In quanto a opporreavvocato contro avvocatone aveva già assaggiato abbastanza.

"Buffoni!e quel buon uomo di Baltresca crede che io possa credere a questefamose pancie democratichecome i gonzi credono alle meravigliosevirtù di Dulcamara! e io darò a mangiare il mio o milascerò dar del cavaliere da codesti nuovi frati della santaretoricache spennano chi ci crede in nome dei grandi principii!Preferisco i pretiche almeno son più furbi! E come ha saputotoccare il tasto del liberalismo!... 'Giàdovremo spendere unpo' di denarima abbiam del margine. Se non basterà la primaistanzaandremo in appellose non basterò iochiameremo inaiuto un'altra pancia: abbiamo degli appoggi... Siamo noi chefacciamo la pioggia e il bel tempo; alla garibaldinapampam'.Buffoni! non darò a rosicchiare a questi liberaloni il mioformaggio... Fossi bestia! Vedocome in uno specchioche se milasciassi pigliarenon me la caverei più in trent'anni. Ditribunale in tribunaledi rinvio in rinviodopo avermi fattospendere un capitale in carta bollata e in ricorsiavrei la graziadi salvarmi un paio di scarpe. Faccian pure la causase hanno gustogli altri; io non mi muovo. Io non ho nulla a dimostrare ai giudici.Son essi che devono dimostrare che il mio testamento non è untestamento. Intanto il Berretta è a posto."

Iltreno lo portava nella crescente oscurità della sera verso lapianura e verso quel gran cittadoneche gli diventava ogni giornopiù antipatico. Nella penombragli passavano davanti icasolari oscuri e raggruppati dei villaggi e dei cascinalida cuiusciva il fumo lento delle povere cene. Trasparivano i piccoli lumidelle stalle e i fuochi vivi dagli usci aperti. Qualche suonod'avemaria mescolavasi al rombo del trenoe nei pochi minuti disosta alle stazioni vedeva dappertutto della gente feliceseduta interra a fumar la pipao dei gruppi di ragazze che tornavano a casadalla filandacantando come se avessero mangiato la felicitàcolla polenta. Quattro spanne di terraquattro fagiuoliunascodella di latte e questa gente è padrona del mondo. Piùfurba questa gente in fondo (se lo sapesse) di chi logora anima escarpe dietro il quattrino o dietro la gloriao a cavallo di unpuntiglioo in una continua e rabbiosa diffidenzaper nonraccogliere in fine che odio e maledizioni.

Qualchecosa come una maledizione sentiva che gli pesava addosso da qualchegiornoper quanto egli si sforzasse di non pensarci e di dissiparsiin cento faccende. Egli aveva bisogno di essere perdonato... Erapartito bruscamente senza rivederladopo averla maltrattatainsultata. Aveva ruvidamente respinta la sua preghieraper nonascoltare che le voci del suo risentimento e della sua vendetta.

Perquanto la passione o quel misto di puntigliodi rabbia e di paurach'egli chiamava un diritto di legittima difesa parlasse ancor fortein luituttavia sentivanon senza sgomentol'animo avviluppato daun sentimento che un altro uomo avrebbe riconosciuto ed accettatocome un rimorsoma che nella sua quasi ignoranza del bene e del maleostinavasi a tener indietro come un primo sintomo di debolezza e disenilità.

Chebisogno aveva egli d'esser perdonato da una monachina? qualisoddisfazioni le doveva? tra loro due chi più in debito digratitudine? Bastava che egli la mettesse al sicuro d'ogni altrooltraggioquesto sì: e a tal fine non aveva risparmiato passie denari. Ma in quanto al resto non è stabilito che le donnenon c'entrano negli affari degli uomini? Esse hanno la loro casalaloro musicale loro calzei loro figliuoli; gli uomini hanno labancal'industriail commerciola politicala guerrale botte...Anche le bottesì: la vita è una battaglia e vince chipesta di più. Son come due amministrazioni con due librimastri diversi che non hanno nulla a che fare l'un coll'altro; e diquesto avrebbe dovuto capacitarsi quella benedetta ragazza.

Ementre un pensiero sofistico andava persuadendolo di queste veritàcosì vecchieun sentimento non meno ragionevole e forte glifaceva capire che bisognava far la pace subitoad ogni pattoconArabella. Non poteva star in collerae non poteva vivere nel dubbiodi non essere amato e stimato da lei come prima. Poesia o noquestabenedetta figliuoladal dì ch'era entrata in casae forseanche primaaveva ringiovanita una vita sterilesenz'affettoavevarinnovate e rinfrescate delle sensazioni che parevano morte esepolte; gli aveva fatto del bene...

Perquanto procurasse e si sforzasse di richiamare le furie piùscapigliate della sua natura e di affilare spade e coltelli in unaguerra di dirittonon poteva sottrarsi a quel dolore vivo cheprendeva nel venire innanzi la mesta figura di lei. E questa pallidae dolente figuracome lo spettro d'un morto offesonon sirassegnava a partire. Al contrariose la sentiva presente anche neimomenti in cui l'ira strillava di più e la mente sbandavasi dipiùcome una coscienza nuova fuori di leiche esaminassegiudicasse... aspettasse qualche cosa.

Nonavrebbe osato dirloma cominciava ad accorgersiistintivamentechese Arabella non fosse mai venuta in casala sua strada sarebbe statamolto più facile e dirittasempre quella che aveva battutadal quarantotto in giùla strada dei mezzi semplici e deipronti risultati.

Avevavoluto deviareindugiarefare della poesiaassaggiare prima dimorire il sapore del bene e questo dolce ora facevagli male allostomaco. Non si è mai abbastanza al riparo dalle tentazioniequelle che vengono dal bene non sono le meno pericolose. Che diavolo!colui che nelle cose del mondo aveva un piglio così lesto esommarioche fin dall'adolescenza s'era abituato a stimar buono ciòche serve a qualche cosae ciarle inutili tutto il resto; colui chea pretia fratiad avvocatia parentia deputati rideva tanto digusto in visonon era stranoinesplicabile che dovesse sgomentarsiall'idea d'una monaca a cui non doveva nullama che s'era tirata incasa quasi per compassione? poesiaromanticismo! Ma non potevacacciarla via. Una soddisfazioneuna parolina di scusa dovevadirgliela. L'aveva offesadunque chi fa il male faccia la penitenza.Fra una mezz'ora sarebbe stato a Milanol'avrebbe vistale avrebbeparlato: forse avrebbe concesso oggi quel che non aveva osatopromettere prima. Sìsìpovero angiolobisognava chela vedesse prima di andare a dormire.

Ebattendo le palpebrecercò di reprimere una improvvisacommozione di pietàche riempì e sconvolse tutta lavita. Qualche cosa di forte e di misterioso si mosse al disotto di unoscuro risentimentoche lo afferrava da tutte le parti come un amicotre volte più grandeche lo disarmava. Sporgendo il capodallo sportello nell'aria freddacercò un refrigeriosisforzò di riprendere un coraggio che fuggivae ritrovòfinalmente gli spiriti nell'energia di una parola che tornò ainframettersi alle sue malinconiee ch'egli pronunciò collafaccia rivolta verso i monti:

"Buffoni!"

Inmezzo a questi contrasti arrivò a Monza ch'era giàbuioe buio prima dell'ora per quel diavolo di temporale.

Iltreno aveva viaggiato verso il cattivo tempoe ora si trovava nelfitto della bufera.

Nonpioveva ancorama il temporale secco scatenavasi in un turbine divento polverosoin lampi spessi e taglienti come lamee in tuonicontinuiringhiosibrontoloni.

Lastazione e i vagoni non erano ancora rischiaratiperchél'amministrazione non tien conto dei temporali. Ci si vedeva sìe nopiù coll'aiuto dei lampi chesto per direcon quellodegli occhi.

Mentreil nostro viaggiatore stava appoggiato allo sportellointento astrologare la tettoia di vetro che mandava bagliori e fosforescenze aogni guizzoun reverendo sacerdoteper quanto si poteva vedereentrò dall'altra parte del vagone e si rincantucciò inun angolo.

"Chedemonio di temporale!" esclamò il reverendoche ansavaancora per la corsa fattamostrando la voglia d'avere un compagno inquel breve viaggio al buio.

"Eppureio credo che va a finire in nulla... Oggi è stata una giornatacalda: son lampi di caldo..."

Primache il treno si rimettesse in motoanche un giovane e sveltoufficiale di cavalleria saltò sul vagone e sedette in mezzo aidue viaggiatoriche occupavano i due angoli obliquamente opposti.

L'ufficialechiese il permesso di fumare.

"Facciapure" dissero insieme le due voci.

L'ufficialeaccese un zolfanello di cera e lo tenne vivo il tempo d'accendere unsigarorischiarando il vagonementre il convoglioalquanto inritardoripigliava la sua corsa.

Ciòpermise al signor Tognino di riconoscere nel reverendosedutonell'angolola cara e simpatica persona di don GiosuèPianelli e a costui nel suo compagno di viaggio quel bel gioiello disor Tognino.

Perfortuna di tutti e due il buio del vagone li coprì e linascose di nuovo l'uno all'altro e la presenza del regio esercitoimpedì che si guastasse strada facendouna conversazione chepareva così bene avviata. Ma i due vecchi bisbeticidopoessersi fiutati come due cani in colleracontinuarono a ringhiare ea guardarsi nell'oscurità.

Tuttele volte che l'ufficiale accendeva il sigaro (e un fumatore italianopuò immaginarsi quante) quei quattro occhiattratti da unaforza che aveva nulla a che fare coll' "affinitàaffettiva" di cui parla il Goethes'incontravano nella lineadiagonale sul fuoco del fumatoreche mandando globi di fumo in altoritornava forse lieto da un lieto incontro. L'odio e l'amore sonfatti per non conoscersima spesso viaggiano insieme.

Queidue sguardi si guardavano fissi incrociandosi come due fiorettiilineamenti delle faccie s'indurivanole mani diventavano pugnipoitutto ritornava nero come i loro pensieri. Nel buio continuavano idue cuori ad azzuffarsi.

Ilprete odiava nell'affarista il traditoreil ladro empio e bugiardoil sacrilego miscredente che coll'aiuto del diavolo aveva rubato allachiesa e ai poveri un'eredità di quattrocentomila lire.

L'affaristaesecrava nel prete l'intriganteil gesuital'impostorela causaprima degli scandalil'eccitatore interessato d'una masnada distraccioni.

Sele idee che passano negli animi degli uomini avessero la virtùd'accendersi secondo la forza elettrica che contengonoi due vecchibisbetici avrebbero mandato fuori lampi più sinistri di quelliche andavano guizzando e irritandosi laggiù sopra Milanodoveil treno li portava a precipiziorumoreggiandofischiando sotto iprimi goccioloni del temporale.

Civolle tutta la caritàdi cui è pieno il libro delbreviario che gli faceva gonfia la veste sul pettoperché donGiosuè si trattenesse dal gridare sul muso del vecchioaffarista: "Ladro maledettoti porterà via Belzebù!"

"Civuol altro" pensava infuriando con se stesso il canonico "civuol altro che predicare paceconciliazionemisericordiacomeseguita a ripetere quell'anima di polentina di don Felice. In questitempi di affarismodi ebraismodi massonismo trionfantebastoni diferro bisogna! l'acqua santa non spegne più nemmeno la polveredelle strade. A furia di piagnistei e di fiducia nella provvidenza havisto il Papa quel che gli è toccato. Bastoni di ferro!trentamila cani còrsi ci vorrebbero... a... a... Animali!"

Dall'altrocantuccio scoppiavano idee non meno velenose contro gl'intrigantiche speculano sui rintocchi delle agoniesulle goccie di cerapipistrelli dell'oscurantismomummie tenute su dall'ignoranza deigonzi...

L'ufficialettosognavacol sigaro morto in bocca.

Iltreno entrò in stazione. Il giovinotto fu il primo a scapparvia. Gli tenne dietro il signor Tognino checolla mano attaccataallo sportellos'indugiò un istante come se aspettasse ilprete: e quando questi gli fu pressol'affarista sputò sulpredellino.

"C'èdel marcio..." ringhiò don Giosuè.

Lafolla li travolse e li separòmentre l'acquazzonerovesciavasicrescendosulla volta di vetro.

Ilsor Tognino prese una vettura e prima di andare a casa volle vedereil notaiocol quale rimase fin verso le nove.

Giuntoa casa un po' più tarditrovò sulla porta l'Augusta incompagnia della portinaia e di qualche altra vicinache a vederlogli vennero incontroesclamando in coro:

"Ela signora?"

"Chesignora?"

"Lasiora Arabella..." ripeté l'Augusta con un tonosmarrito.

"Checosa la siora?" tornò a chiedere il padrone conimpazienza.

"Nonl'ha trovata? non è con lei? È uscita in principio disera e non s'è più vista."

"Uscita?"dimandòprecedendo le donne fino in portineria. "Con chiuscita?"

"Èuscita sola."

"Afare? che cosa ha detto?"

"Nonha detto nulla. È uscita di punto in bianco e non si èpiù vista. E c'è questo tempo in ariapovareta!"

"Noncapisco nulla... venite di sopra..." brontolò il padronecontinuando la sua strada verso le scale.



2.ARABELLA ROMPE LA SUA CATENA

Dopoil vivo colloquio con suo suoceroArabella si trovò nel fittod'una battagliaprima ancora che avesse risoluto di gettarvisi. Giàquella stessa notte i gridi dell'Angiolina sotto la finestrarisuonando nel silenzio dell'oraebbero la forza di farla trasaliredi spaventocome se ridestassero nelle sue viscere il terroredell'altra volta. Anche dopo molti giornianche a dispetto dellaragionei suoi nervi non ragionavano più su questaimpressione. Il grido d'un rivenditoreuno strepito improvvisolosbattere improvviso d'una portail cadere d'una sedia bastava afarle battere le vene del capoe a riempirle il cuore d'un subitospavento; impallidivasudava freddoafferravasi all'Augustatremando come una colomba scossa dal rimbombo d'un fucile...

Lamattina seguentequando preparavasi a uscire coll'intenzione diparlare a don Felice in favore del povero Berrettas'incontròsulle scale nella Colombapiù morta che vivache veniva aimplorare misericordia. L'avevano arrestato e menato via quel poverouomo come un cane rabbioso. Avevano disonorata una famigliamaltrattatoquasi ammazzato un giovine onesto. Ferruccioferito daun tremendo colpo alla testadopo aver perduto un catino di sangueera in letto con una febbre da cavalloin deliriopiù di làche di qua.

Arabellaallibì. Chiese di veder suo suoceroma la portinaia dissech'era già uscito la mattina; e non fu possibile trovarlo pertutto il giorno.

Andaronoinsieme dal prevostoche ascoltò il racconto con un senso disincera pietàcrollando la testae ripetendo:

"Quelbenedetto don Giosuè colla sua furia..."

Ilbuon vecchio era del parere che colle dolci si sarebbe potuto evitaremolti dispiaceri. Consolò la Colombafece animo alla signoraArabella e promise di parlar lui al signor Tognino.

Trovandosisulla via quasi smarritaun cattivo pensiero la persuase a fare unavisita alla zia Sidonia e vi andò collo spirito conturbato dichi corre a cercare aiuto e protezione non tanto a un amico sinceroquanto a un fiero nemico del suo nemico.

Ritornòa casa convintarisoluta a cogliere la prima occasione o il primopretesto per rompere la sua catena.

"Dovedeve essere andata con questo tempo?" domandò di nuovo ilsignor Togninovolgendosi in tono di rimprovero all'Augusta.

"Giusto!e non la g'à manco l'ombrela."

"Chic'è in casa?"

"C'èla Gioconda."

"S'eranbisticciati a tavola?"

"Chi?"

"Chichi...? i 'siori'."

"Minon so. Mi non stago a scoltar..."

"Ascoltar col naso" rimbeccò il padroneparlando anchelui in veneto per far dispetto alla pettegola. "È forsepossibile che una donna di servizio non stia a sentir ciò chedicono i padroni?"

"Ionon ho visto che si siano bisticciati."

"Avrannocombinato d'andare insieme a teatro."

"Senzadir nulla?"

"C'èforse bisogno di dir tutto alle illustrissime?"

Entraronoin casa. Egli buttò il cappello su una sediapassò nelsalottorischiarato dalla lucerna posta sopra la tavolachiamò:

"GiocondaGioconda!"

Lacuocache sonnecchiava in cucinavenne fuori. Confermò anchelei che la signoracinque minuti dopo che il signore era uscitofattasi portare il mantelloera uscita anche lei dicendo: "Tornosubito".

"Ache ora torna a casa di solito il signorela sera?"

Ledue donne si guardarono in visocome se l'una aspettasse cheparlasse l'altra.

"Nonha ora precisa..." disse la Gioconda.

"Portateun lume."

Esenza aspettare che l'Augusta tornasse colla candelaspinse ibattentitraversò il corridoiocacciò la testa nellacamera da letto perfettamente buia.

"Arabella"chiamò con voce sommessache morì in un tremitopauroso.

Nonc'era nessuno. Quando venne l'Augusta col lumeentraronodetteroun'occhiata intorno. Vista una lettera apertaquasi buttata làsulla tavolettaegli la ghermìvi gettò sopral'occhioriconobbe la scrittura. Era firmata "S". Intascòla lettera e tornò nel salotto da pranzo. E poiché ledonne stavan lì in piediincantatecolle mani in manoperdette la pazienza e le mandò via:

"Andatea vedere e mandatemi Giuseppe".

Ledonne non erano ancora uscite che fattosi sotto la lampadascorse ledue righe del biglietto. Questo diceva:

"L'indirizzoè quello che ti ho indicato. Stasera c'è ballo nuovo alDal Verme. So che ci andranno. — S."

"Laviperala vipera!" e strinse il profumato biglietto nel pugnocome se spremesse una spugna.

Perdetteun momento la vista sotto il furore della rabbia.

"Lavipera!"

Colpugno strettocoi denti irritati da una fiera convulsionegiròdue volte intorno alla tavolacome un leone in preda alla febbredella fame. Vedeva l'intrigo. La buona ziettaper vendicarsidopoaver fatto il bel mestiere della spiatirava a sé Arabellal'invitava a casa sua per condurla in teatro ad assistere allospettacolo d'un tradimento. Non potendo ferir lui capace di morderei Borrola allungavano la mano a colpire la povera figliuola.

"Viperevipere!"

Unacarrozza si fermò davanti alla porta.

Ilsignor Tognino aprìandò sul balcone a vedere se maifosse lei di ritorno.

Aigoccioloni era successo l'acquazzone solito con l'accompagnamento diun tuono grave e noiosoche andava rotolando nella volta oscura delcielo; e ora cadeva una pioggia minuta e spessabalestrata acapriccio dal vento.

L'ampiastradaper tutto il tratto che si stende dalla rotonda di SanSebastiano fino alla piazza del Duomoluccicava di pozze livide enerein cui specchiavansi i lumi dei lampioni.

Lacarrozzache s'era fermata davanti alla casa dirimpettopartìsubito a corsa mandando dalla vernice bagnata smorti bagliori. Nonun'anima viva sotto quel maledetto tempo.

Tornòa chiudere con impetotornò a leggere le poche righe in cuiSidonia aveva stillato il suo veleno: stette a sentir delle oresonare. Eran le dieci e mezzo.

Perchéuscir sola? Eran d'accordo di sorprendere Lorenzo in teatro incompagnia di Olimpia? "La vipera!" Non gli usciva altraparola dall'ugola soffocata da una emozione e da una rabbiache glimordeva il cuore: e in questa parola concentravariassumendoquasitutto il costrutto e il veleno dei discorsi e delle supposizioni chela sua mente andava facendo senza ascoltarsi.

Chesi fosse rifugiata presso i suoi alle Cascine?

Cercònel cassetto un orario e riscontrò le corse del tram di Lodiche passa rasentando le Cascine. L'ultima corsa era alle sette. Sialzòtoccò il bottone d'un campanellotenendovi soprail ditofinché ricomparve l'Augustacol lume in manocheentrò tutta rossa e affannata per una corsa fatta sulle scale.("Birboni d'omeniel ghe pareva el dì delgiudissio".)

"Ache ora è uscita la siora?"

"Hannopranzato alle seie ho portato il caffè alle sette. Il siorè andato a far toelettaha acceso il sigaro e ha detto allasiora che doveva andare alla Camera dei deputati."

"AllaCamera di commercio..."

"Chem'intendo io? già son tutte bugie lo stesso."

"Epoi?"

"Lasiora è rimasta cinque o sei minuti col giornale inmano; poi ha sonatos'è fatta portare le robe e la xescapada fora come una luserta."

"Allesette e mezzo?"

"Piùtardi sior: poco prima che cominciasse a tuonare."

"Haitrovato Giuseppe?"

"Adessoha detto che viene."

DunqueArabella non poteva essere partita col tram. Né erapresumibile che avesse presa la strada ferrata fino a Rogoredoperché da questa stazione alle Cascinecorrono quasi duemiglia in mezzo ai campi. Forse aveva cercato un rifugio dalla suaamica.

"Comesi chiama quella signoramoglie d'un professore?"

"Lasignora Arundelli."

"Saidove sta di casa?"

"Siorsì."

"Alloramanda Giuseppe a prendere una carrozza e fatti accompagnare fino allacasa di questa signora. Se non la trovicolla stessa carrozza vainei Fiori Chiarida mia sorella Sidonia. Non dire che t'ho mandatoio. Parla in segretezza colla donna di servizio e procura di saperese la tua signora c'è stata oggi e se c'è ancora."

"Vabenevado subito…"

Egliandò dietro alla ragazza fin sull'uscio. Qui rimase in forsese uscire anche luise dare una capatina in teatrose mandare untelegramma ai Botta. Ma rifletté che nel frattempo potevatornare o lei o luie non conveniva spaventare senza una ragioneplausibile i parenti delle Cascinetirarsi in casa una mezzarivoluzione. Era evidente che Arabellamessa in sospetto e guidatada Sidoniaaveva spiato suo marito. Ma poi? perché nontornava? Che sorpresa dal temporale si fosse ricoverata in un caffè?in un caffèuna donna solain ora così tardacon untempo simile?

"Certos'è rifugiata presso gli Arundelli che stanno anch'essi daquelle parti. L'Augusta mi porterà presto qualche notizia. Inquanto a luia quell'animaleaggiusterà i conti con me... Ilpeggio sarebbe che avesse cercato asilo presso la signora Sidonia.Diodovessi portarla via col revolver in manoma in quella casa nondeve rimanere. Le vipere! penseremo anche alle vipere. Penseremoanche alla sora Olimpia. Ma resta a vedersi se Arabella dopo questascena vorrà tornare in casa. Mi si parlerà diseparazione. Questi caratterini delicati messi al cimento son piùforti degli altri. È buona e religiosaha paura degliscandalima se tutti pigliano a tormentarlaa irritarlaapungerlaa spaventarlaprima l'Angiolinapoi la sora Sidoniapoil'Olimpia poi questo... poi quello..." e si ricordòd'averla maltrattata anche lui per causa di quel povero vecchio e diquel povero giovane.

Perfuggire alla persecuzione di questi pensieritirò innanzicartapenna e calamaio e gli parve ch'egli potesse e dovessescrivere a qualcheduno. Scrivere a chi? non a leinon a Sidonianonall'avvocato... Era tanto conturbatoche per quanto fissasse gliocchi sul bianco dell'orologionon gli riuscì di decifrarl'ora.

Laluce viva d'un lampo riempì la stanzae poco dopo s'intese ilrumore lontano del tuonoaccompagnato da nuovi scrosci d'acqua.

Erangià le undici.

L'Augustatardava a tornare. Gli sembrò d'essere abbandonato da tuttieche il tuonoil lampola pioggia congiurassero con tutti gli uominiper fargli la guerra.

Riprendendoil filo delle supposizioniprovò di nuovo a immaginare cheArabella avesse veramente sorpresi gli amanti o in un caffèoin un teatroo per viache fosse nata una scenache Lorenzol'avesse maltrattatacacciata viache le fosse venuto male —era così debole ancora! — che la gente si fosseimpadronita di leiper buttarla domani in bocca alla cronaca dellegazzette.

"Ahse l'ha maltrattata! guai se l'ha toccata!" e tutto contorto neimuscolicoi pugni strettifino a conficcar l'unghie nelle carnicolse se stesso in un atteggiamento quasi ferocein atto discagliarsi contro qualcuno... Contro suo figlio!

Ilrumore d'una carrozzache risalendo dal Carrobbio venne per tutta lavia Torino ad arrestarsi sotto la casalo strappò all'asprabattaglia ch'egli combatteva colle ombre e con se stesso.

Forseera lei; o forse l'Augusta tornava con qualche notizia.

Andòincontro alla donna fino sulla scale.

L'Augustae il portinaio venivan su cicalandoed egli cercòd'indovinare dal tono delle loro voci se portavano qualche buonanotizia. A un certo punto provò un tal senso di paurache sinascose nel vestibolo dell'uscio.

"Dallasiora Arundelli non c'è" disse l'Augusta con vocerotta da una mesta compassione "e non c'è nemmeno daisiori Borrola."

"Conchi hai parlato?"

"Hoparlato con la signora Sidonia che venne ad aprir la porta. Non l'havista né oggi né ieri. Rimase incantata anche lei asentire che non la si trovava più. Non fidandomi del tuttohofatto chiamare in portineria la Carmela che non ha segreti per me.Siamo dello stesso paese. E anche la cameriera mi ha giurato che nons'è mai vista. In quanto alla signora Arundelli ècascata dalle nuvole. E intanto la vien che Dio la manda."

L'Augustanon seppe trattenere due piccole lagrimeche fece scomparirecoll'angolo del grembialetto bianco.

Essavoleva bene alla sua siora e vedeva troppo da vicino come lafacevano soffrire. Ma non era più un mistero per lei che gliomeni sono tutti traditoriche non si contentano di unamale voglion tutte. In qualche altra maniera era passata anche leiattraverso a questi tradimentie non le mancava il cor decompatir e de maledir.

Ilvecchio Maccagno si ritirò nelle sue stanzevi si chiusedentroma non si spogliònon toccò il letto.

Unatremenda inquietudineuna convulsa irritazione di tutti i nerviundolore nuovo e acuto che gli forava il cuoreun avvilimento di tutteforze che lo trascinava verso la disperazionenon che permetterglidi dormirenon gli lasciarono nemmeno la quiete e la facoltàdi esaminare e di ragionare sugli avvenimenti.

Centopensiericozzando tra lorofiniscono col rompere il filo delraziocinio.

Stancoe come fiaccato nella testa e nelle gambecadde sopra una sediaerimase tutta la nottecosì appoggiatocoll'occhio aperto efermo nel buioin agguato se mai sentisse venir su un passo. Essanon tornò più. Non tornò nemmeno luinemmenoluil'assassino.

Itristi avevano avvelenata l'unica fonte non amara della sua vita. Itristi…

Arabellali aveva giudicati tutti.

Ecogli occhi spalancati nel buioquanto fu lunga quell'eterna notteil vecchio affaristamezzo febbricitantepercorse a galoppo lastoria della sua vitaparlando affrettato con se stessocome chivuole persuadere un ostinato o ingannare un diffidenteattonitointimorito davanti a una coscienza nuovache sorgeva a rimproverarloe ch'egli cercava di spaventare come si caccia via un uccellaccionotturno.

Efinalmente il giornocolla sua luce chiara ese si può dircosìragionevolevenne a por fine a un tormento inutile.

Simosse più risolutoeuscito sul pianerottolotrovòl'uscio ancora apertol'appartamento vuotosilenziosomorto. Lalampada del salotto mandava gli ultimi guizzi contro i raggi d'orodel sole che battevano sulla finestra. Il temporale della nottelasciava dietro una giornata splendida.

Simosse per le stanze desertespinse le portine della stanza da lettovi entròcome se sperasse di ritrovarla a una piùdiligente ricerca. Il letto nella sua fresca copertura di drappo eraintatto. Egli vi posò una mano e coll'altra si fregòfortemente gli occhi per rimuoverne la nebbia della notte e ne portòvia un umor pungente.

Nonsapeva piangere e se ne sentiva un acre bisogno.

Siricordò che fanciulletto di cinque o sei anni si era buttatosul cadavere di una sorellina a piangere e a strillare perchénon gliela portassero via.

Seavesse potuto far lo stesso!

Arabellanel correr dietro a suo marito non aveva che un'idearaccogliere unaprova di piùvederetoccare con mano fin dove era tradita eavvilitadi questo documento farsene una forza per uscire condirittogiustificata e compatitada un'abbietta schiavitùlegale; romperla insomma con una gente a cui l'ignoranza e l'egoismoincosciente de' suoi l'avevano venduta e che faceva scontare al suocorpo e all'anima sua le conseguenze di colpe e d'abitudiniirrimediabili.

Avevabisogno di vedere e d'essere veduta per poter dire domani: basta! quicomincia la mia dignità...

S'illudevadella sua stessa forza come tutte le anime sempliciche non ne hannoche unaquella del dolore.

Riguardoa suo marito inutilmente esso aveva eccitate le piùscapigliate furie che la gelosia manda fuori e mette nel cuore dellepovere donne tradite e ingannate: il cuore non le diceva nulla controdi lui. Il cuoreanche luinon cercava che un documento di piùper la sua liberazione.

Gliavvenimenti si erano inseguiti e incalzati con tanta rapiditàche essa non ebbe quasi il tempo di riflettere sulle conseguenze delsuo passo. Sentiva in un modo duro e violento che in qualunquemaniera l'opera sua in quella casa era finitache non avrebbe potutopiù mangiarne il pane senza rimorso e senza nausea; che ilbene non può in nessuna maniera derivare dal malecome laluce non può derivare dalle tenebre. A codesta gente essaaveva ormai sacrificato più di quel che avesse ricevuto opotuto ricevere. I denari si possono trovare e restituirema nessunoti renderà mai la fede che t'ha rubata e messa sotto i piedi.

Diosolo onniveggente e misericordioso avrebbe potuto dire a qual prezzoessa aveva pagata la beneficenza fatta da questa gente alla suafamiglia; la coppa della pazienza era esaurita o non dava che fiele.

Uscìdunque non tanto per respirare l'oltraggioquanto per sentire findove una donna può essere oltraggiatacome il malato desiderache gli portino uno specchio per la curiosità di vedersilivido e consumato dal suo male.

Erala prima volta che usciva sola di sera: e al primo trovarsi in mezzoalla gentesotto le luci vive delle botteghesi sentì cometravolta da un vortice pauroso. Nell'esaltazione del suo sentimentoessa non capiva se avesse ceduto all'impeto d'una passione oall'insidia di una tentazione.

Duevolte una voce interna le comandò di tornare indietro e diprovvedere in altro modo alla sua difesa; ma una folla di oscuresmaniedi cieche furiedi non so quali forze maligne seguitava aincalzarla in una direzioneed essa vi cedeva come a un istinto.

Volevavederesolamente vedere... Dopo sarebbe tornata a casa piùconvinta e più rassegnata: non osava dire piùsoddisfattama il cuore sperava anche questo. Anche il cuore ha ilsuo egoismo. Per quanto ci possa recare dolore e disgusto sorprenderechi ci rubacon la roba rubata in manol'orgoglio vuol la suapartee gode quando il ladro colto in flagrante è un nostroacerbo creditoreun nostro persecutore e nemico.

Eccoperché voleva vedere. Oh! non avrebbe fatto scene... nono:né tragediené commedie. Le bastava d'aver tanto inmano per poter dire a' suoi padroni: il conto è pagato: me nevado: non abbiamo più nulla in comune tra noi: datemi la mialibertà e io vi lascio la vostra responsabilità innanzia Dio e innanzi agli uomini. I vostri peccati vi hanno tradito: ivostri peccati vi puniranno. Vi perdono il male e la nausea che miavete fatto.

Camminandocolla fretta di chi vuol sfuggire agli occhi dei curiosisotto lasferza di questi pensieriraggiunse in pochi minuti Lorenzopocopiù in là di San Giorgiomentre egli stava per entrarea comperar delle sigarette in una bottega.

Semprecedendo a quella forza d'istinto che la guidavaessa traversòtutta la strada per non mettersi sopra i suoi passi e si fermòin attesadavanti alla vetrina di un piccolo oreficela quale servìdi specchio. Dietro i gioielli e gli orologi disseminati nellabachecala via grande e popolosa coi lumi e colle botteghe apertedisegnavasi nello sfondocome un'altra cittànon mai vistadove andava vagando una signora coperta d'un dolman bigio con intesta un tòcco d'astrakanuna signora pallida e smarrita...Quando Lorenzo uscì dalla bottega coll'elegante astuccio dellesigarettela signora dal dolman bigio stette un poco a osservare isuoi passi. Egli traversò il crocicchio del Carrobbio escomparve precisamente nella porta indicata. Il cuore di Arabelladette tre colpi duri e dolorosi. Aveva visto abbastanza. Potevatornar indietro...

Erauna casa maledettadove il suo povero papà aveva cercata lamorte. C'è una mano cattiva che conduce e rimescola le cose.In quella casasuo maritodopo aver cicalato una mezz'ora in unapoltronaaccanto a sua moglienell'obesità della digestioneveniva a distrarsi con un'altra donna.

Voltòper tornare indietrocon un velo di lagrime steso sugli occhinell'umiliazione; ma poi le parve che al suo interesse non bastasseil vederebisognava essere vedutae carpire una prova di piùcontro i sofismi della bugia. Sciocca e indegna del nome di creaturaumanase non osava rivendicare i diritti della sua dignità didonna onesta! La naturala leggel'opinione pubblicala religioneerano dalla sua parte. Dove manca uno scopo al martirionon puòessere santo il prosternarsi nel fango e il permettere che altri tipassi coi piedi sul corpo...

Diquesti concetti non rilevava che le ombre gettate rapidamente sulfondo dell'animacome le immagini sfigurate d'una lanterna magicain mano a un ragazzo inquietobalzano sul muro.

Ipiedi obbedirono all'istinto e la portarono alla casa. Entròeprima che avesse tempo di pentirsenesi trovò nelbugigattolo del portinaio.

IlBerretta non c'era. Il signor Tognino gli aveva trovato un altroposto.

Sultavolo fumigava in mezzo ai frastagli alle pezze e alle filaccie unameschina lampadina a petrolioche riempiva del suo puzzo e della sualuce rossastra il piccolo covo disabitato.

Lafiamma non bastava a rischiarare che una porzione del portico e iprimi gradini della scala. Nel resto il buio fitto involgeva la cortee gli anditi segreti di quella vecchia casadove Lorenzo veniva acercare un compenso all'ineffabile noia della sua casa frescapulitailluminata e impregnata d'una soverchia quantità divirtù casalinghe.

Arabellaaspirando con fremito nervoso l'odore acuto del petrolionon sentìpaura di trovarsi solain quell'orain quel luogoinquell'avventuracome se le tenebre e il triste silenzio della tanasuscitassero in lei delle seduzioni meno buonedelle vertiginidall'alto in giù; ma la voce di Lorenzo e il suo passo pesanteche tornava indietro l'invasero di un subito spavento. Non potendofuggiresi ritirò dietro un pezzo di paravento logorochenascondeva la cucina del portinaio.

Lorenzoscese di corsasoffiando. Chiamò due o tre volte:

"Carlino!"

Manon vedendo uscir nessunoandò nella strada brontolando.

"C'è'sta carrozza?" domandò dal mezzo della scala una bellavoce di contraltoche fece scattare Arabella dallo sgabello su cuis'era accovacciata.



3.UN'ALTRA BATTAGLIA

Unfruscio di vesti annunciò la comparsa della bella Olimpiacheavvolta in una candida sciarpa di setache le faceva come uncappucciosi fermò sull'ultimo scalino ad allacciare ibottoni dei lunghissimi guanti di Svezia. Battendo i piedi per lastizzacantarellò a mezza voce:

"Chestupidi tutti e due!"

Arabellafece un passo avanti. Stando sempre dietro la torbida impannata divetroebbe la comodità di contemplare la famosa cantante intutto lo splendore della sua viva e scenica bellezza.

Eraveramente una bella creaturauna bella femmina. La guardò conocchio freddoquasi come si guarda una stranieracercando nelleesagerazioni dell'orgoglio tutte le ragioni che potevano sottrarla adei paragoni umilianti.

Lacantante aveva occhi grandiresi più profondi da qualchebreve pennellatura. Il viso aveva tondo d'una bianchezza molledelicataincipriata. La sua persona larga e maestosa pareva sfidarenella tranquillità delle mosse e nella sicura imperturbabilitàdel temperamento gaio e superbole burrasche e le cattive stagionidi questa povera vita.

Labella creaturaagli occhi freddi e giusti di Arabellaparveriassumere quasi una massimache ha le sue basi nella vanitàdelle cose e che si formula di solito in una domanda semplice eterribile: "Che cosa è la vita senza il piacere?"

Arabelladal suo postosi saziò nei due o tre minuti che la carrozzatardò a venire nell'esame spassionato di una donna cosìdiversa da leicontro la quale non sentiva quasi di nutrir odioperché costei nulla aveva rubato che fosse più caro alei che ad altriperché in fondo la donna onesta sentiva chequalche cosa di comune la legava a quella leggiadra civetta neldisprezzo di uno scempio.

Olimpiaquando ebbe allacciato l'ultimo bottonescese dallo scalino esempre canticchiando di stizzavenne verso la portineriaalzògli occhiche arrestò con curiosità su questi altridue occhi freddi che la guardavano. E quasi ammaliate l'unadall'altra stettero poche battute a guardarsi cosìainterrogarsi coi sopracciglifinché parve a Olimpia discorgere in quell'occhio fisso una forza irritante che la turbò:dubitò un istante che la bella signora magra l'avesse con lei.

Inquel mentre una carrozza si fermò davanti alla porta.

Arabellasuo malgradoaprì l'uscio forse per andarsenevenne fuoriesi trovò in mezzo tra suo marito e la donna.

Lorenzotrasalì. Fu la scena muta di un minuto secondodurante ilquale Arabella ebbe agio di riconoscere la sua bella fornitura dicorallo al collo della preferita. Non aprì boccaalzòla mano e la lasciò cadere di peso in uno schiaffo nervoso esonoro sulla gota molle e incipriata di Olimpia.

Ilgrido che questa gettòarretrandosiscosse Arabella dallafascinazione in cui l'avevano condotta gli occhi grandi e immobilidella civetta.

Sisvegliò di soprassaltospaventandosi di ciò chefacevacercò un'uscitascivolòfuggì tra laporta e la carrozzatraversò il Carrobbioinfilò unastrada semioscurache la menò lontano dal luogo delloscandalosostenuta dalla violenza convulsa dei nervil'animafiammante d'una emozione nuovanon mai immaginatae nemmenolontanamente sospettata primauna emozione di forzadi orgoglioche non dava dispiacere al cuoreanzi rinvigoriva il coraggioaizzava al combattere. Perché l'aveva percossa? chi l'avevatrascinata? non era forse un sogno?

Nonera venuta per far scene e per avvilirsi in una ignobile avventura dipalcoscenico. Doveva dunque credere che un'altra donna avesse a uncerto punto schiamazzato e operato in lei. Come non provava alcunrimorso di ciò che aveva fatto? Sentivasi anzi piùbenepiù liberapiù sollevataquasi piùappagata nel suo diritto e nella sua vanità. Aveva battuto;aveva schiaffeggiato; la bandiera della insurrezione era sollevata;nessunoné la leggené gli uomininé ledonnetranne forse le buone monachepotevano darle torto. Ma chesanno le buone monache di tutte queste meschine faccende?

Camminòper fuggire prestoper vie che s'infilano l'una nell'altra senzascegliere la sua stradasenza guardare ai nomi e alla metapurchéandasse lontano da quell'antro maledetto. Temeva che Olimpiachiamasse gente e la facesse inseguire. Perché l'avevabattuta? Oh se avesse potuto risvegliarsi da questo brutto sogno!

Perle vie di San Sistodei Morigidi Brisavecchie strade che sicontorcono sulla pianta del vecchio Milanosi trovò in unpiazzaletto più largoconfluente di cinque o sei strademaggioritra più spesse botteghein un luogo ignoto dove lavista di un orologio elettrico la richiamò al senso del tempoe delle cose di quaggiù.

Oveandava? per di là la strada menava nelle vasta oscuritàdi piazza Castello.

Dacinque minuti ad alcuni goccioloni di preavviso seguitavano i primiscrosci di un temporale che pesava da un'ora come una cappa di piombosui tetti di Milano. A man drittaverso il centro della cittàguizzava il lampo in una nuvola nera senza contorni.

Oveandare? a casa nonoper il suo dirittoper la sua dignitàper la sua liberazione!

Alprimo scroscio traversò correndo il largo del crocicchio ecorse a raggiungere la casa dall'altra partecercando rifugio sottola grondadove l'acqua batteva meno sviata dal ventorasentòun gran caffè pieno di ufficiali; e qui la colse un senso diraccapricciodi scoraggiamentodi una paura grandeche somigliavaai terrori della morte. Che cosa aveva fatto? dove andare?

Diovolle che dalla piazza Castello venisse a gran corsa una vettura.Alzò il braccioagitò il guanto che stringeva ancoracome l'impugnatura d'una spada e la carrozza (mandata dal suo angelocustode) venne ad arrestarsi davanti. Pronunciò il nome di unavia con un numero e vi si rifugiò. Il cavallo spronatodall'acqua e dalla frusta corse a saltelloni davanti a case e inmezzo a viuzze interminabilitrascinando il legnofacendolotrabalzare agli svolti e sopra le rotaie di ferro. Arrivòfinalmente dopo un quarto d'oratrafelatoirritato anche luiin unpiazzaletto deserto presso una chiesa e si fermò davanti a unaporticina.

Ilfermarsi improvviso che fece la carrozza scosse Arabella da quellostato di assopimento in cui s'era abbandonata nell'appoggiare latesta alla parete del legnonel chiudere gli occhinel lasciarsicullare e stordire dal rumoreggiare delle ruote.

Saltòin terramise nelle mani del cocchiere il prezzo della corsaesenza dire una parolasparve nell'andito oscuro della porticinaeal buiocercando a tastoni una scalucciagiunse sopra un ballatoioche dava verso il cortile.

Unsogno non avrebbe potuto essere più sogno di questa lugubrerealtà di trovarsi a nove ore di sera sopra il ballatoio diuna povera casain luogo sconosciutoesposta al vento e allapioggiache strepitava in un cieco cortiledove certe piantone neresi agitavano e stormivano nell'ombra.

Lacasa pareva deserta. Solamente un quadretto di lucesfuggendo da unafinestraandava a sbattere sul fondo verdone di un castagno amaroche riempiva de' suoi rami l'angolo del cortile.

Arabellacamminando rasente il murolungo il ballatoio per non essere battutadalla pioggiapicchiò leggermente nella finestra illuminata.

LaColombacol capo ravvolto in un fazzoletto di cotonedall'orlo delquale uscivano alcuni pizzi di capelli bianchicogli occhiali sulvisoaprì la finestrae sollevando la lampadina a petrolioche impallidì al soffio dell'ariadomandò:

"Chiè?"

"SonoioColomba."

"Chi?"chiese un'altra volta la donnamettendo fuori il capo.

"Sonol'Arabella."

"Osanta Maria Maddalena!"

"Apritel'uscio."

"Passidi là. Vengo subito. O santa Madonna del Rosario!"

Ecorse ad aprire la finestra ad uscioche dava direttamente sulballatoio.

"Lei?ma è proprio lei? con questo tempo? cari angelici portaqualche buona notizia?"

"Lasciatemisedere."

"Caravita miaè tutta un'acqua. Da dove viene? Aspetti che orafaccio un po' di fuoco. Si sente male?"

"Noabbiate pazienza. Lasciatemi tranquilla un momento. Ora vi diròtutto."

"Qualchealtra disgrazia? si seggariposi: giànon mi aspetto piùnulla di bene."

"Ferruccio?"

"Hannovoluto quasi ammazzarlo. L'hanno buttato in terrapercosso allatestapeggio degli assassini di strada. Poi dette fuori la febbreil deliriola congestione che ha tenuto sospeso il dottore fino astamattina. Oggi s'è un poco risvegliato; ma pareva diventatomatto quando la febbre me lo bruciava vivo. Se non divento mattaanch'ioè perché il Signore vuole che io rimanga asoffrire per me e per gli altriper i vivi e per i morti. Siasciughi i piedi. Da dove viene con questo tempo?"

"Sonvenuta a cercarvi una carità. Lasciatemi qui fino adomattina."

"Iousare una carità a lei?"

"Vengoqui dopo aver schiaffeggiata una donna. Sentitetremo tutta."

"Osanta pazienzache cosa mi dite?"

"Nonvi ha mai detto Ferruccio che mio marito manteneva un'amante?"

"Opoverinacapisco che abbia a tremare. Come l'ha saputo? e ha avutoil coraggio? oh quanti mali ci sono nel mondoveropover'anima?Adesso si calmi; tacciariposi. Le farò scaldare una gocciadi caffè. L'ha presa a schiaffi? capiscoci son certe cose...Non parli adesso. Lasci quietare il cuore. Vado un momento a vederquel figliuolo... Intanto prenda. Questa è una coronabenedetta al santuario di Caravaggio. Se anche non si sente dipregarese la tenga nelle mani. In certi momenti le nostre forze nonbastano e bisogna attaccarsi a qualche cosa di più forte. Delrestoviva la sua faccia! se l'ha presa a schiaffi..."

Inqueste parole la Colomba gironzava per la cucinamettendo le manisulle cose senza concluder nulla. Finalmente si ricordò d'averpromessa una goccia di caffè e accostò un bricco nero eaffumicato al fuoco. Poi andò nello stanzino a vedereFerruccioche giaceva assopito colla testa avvolta in pezzeghiacciate. La zia Nunziadinaseduta ai piedi del letto nell'ombraoscura del paralumefaceva la calza.

Dopola benedizione che la povera nanina aveva fatta dare a sue spese aSan BarnabaFerruccio cominciò subito a migliorare: perciòil cuore della zia aveva qualche ragione d'essere più contentoe di sperare.

"Chiè venuto?" chiese sottovoce alla Colomba.

"Èla sora Arabellama non disturbarla: va in letto a riposarecheresto io."

"Haaperto due volte gli occhi."

"Hacercato da bere?"

"Gliho dato due cucchiai di acqua e zucchero."

Ilvento e l'acqua infuriavano sui tetti.

"Parla fine del mondo" mormorò la zia Colomba.

Arabellacogli occhi fissi alla lingua di fuoco che serpeggiava nel vano nerodel caminettosi abbandonò col pensiero e si lasciòassorbire nella sua stanchezza dai bagliori della fiamma.

Sidimenticòpesando col corpo sulla povera scranna di pagliacome chi sta per addormentarsi dopo un lungo e faticoso cammino.Anima e corpo sospiravano un minuto di riposodopo la gran corsaattraverso alle strade e alle persecuzioni umane.

Ilvoltofatto più acceso dall'affanno e dai riverberi delfuocosplendeva d'una bellezza più asciutta e piùvigorosain cui gli occhi neriforti e risolutimandavano deilampi insoliti. Il piccolo berretto o tòcco di astrakanchele copriva a stento la cornice dei capellidava alla fuggitiva uncarattere ardito di viaggiatriceun'aria straniera al suo carattereun non so che di avventurosoche sarebbe molto dispiaciuto allebuone madri canossiane.

"Èun tempo indiavolato!" disse la Colombarientrando e mettendosiin ginocchio davanti al fuoco. Le due donne rimasero così unpo' di tempo in silenziomentre il bricco cominciava a fremere nellabrace e a mandar bollicine dal becchetto. Ravviato il fuocolaColomba tolse dalla dispensa una bella chicchera dall'orlo rosso eservì il caffè.

"Siscaldi lo stomacopoveretta: il caffè rianima. Io non vorròniente altro in punto di morte. Possiamo farci compagniamentre quelpovero ragazzo è quieto. Lei dunque ha saputoe ha dato unpaio di schiaffi a quella... E ora non vuol tornare a casa?"

"No."

"Andràa casadalla sua mamma?"

"Nonso."

"Nonsacara pazienza? Se io avessi un palazzo a mia disposizionesareicosì contenta di offrirglielo."

"PoveraColomba…"

"Poverasìpoverain tutti i sensiil mio bene. Eran più divent'anni che vivevo tranquillacome se il Signore mi avesse perdutadi vista. Non si fa male a nessunoveramente: e quel poco di beneche si può fare non ci rincresce. Bastò una parola perrenderci i più disgraziati del mondo: l'uno è inprigionel'altro in punto di morteNunziadina è convulsa perlo spaventoe io non so se sono di questo o di quell'altro mondo.Vede dunque che tutti abbiamo le nostre tribolazioni e forse le piùgrosse non sono ancora quelle che si possono contare."

Lapioggia verso mezzanotte cominciò a calaree prese piùfiato il vento che scendeva a mugolare nella canna del camino. Le duedonne rimasero un pezzo in segreti discorsi nella luce del fuoco.Arabella contò le sue passionicolla confidenza che ispiranole anime sempliciprovando nel togliere i pesi dal cuore un primosollievo.

"Vorreiscrivere una lettera a mio zio Demetrio."

"Sullascrivania di Ferruccio c'è carta e penna. Venga con me."

Passaronoinsieme nello stanzino sulla punta dei piedie si accostarono alletto. Arabella pose una mano sulla mano dell'infermo assopito estette un minuto ad ascoltare il battito dei polsi. Ferruccio aperseun pochino gli occhi. Siccome veniva fuori da una selva di sognifittidi vaneggiamenti e di stravaganti deliristentò aritrovarsia ricordarea distinguere il vero dalle ombre. Nelpesante sopore in cui più d'una volta vide suo padreaccapigliarsi col sor Togninogli era parso di udire la voce dellazia Colomba mescolata ad altri rumori che lo menavano lontanoaigiorni della sua fanciullezzatra i compagni di stamperiatra ichierici del seminariotra le più remote e abbandonatesensazioni della sua vita oscura o modesta.

"Hosete" balbettò sbarrando gli occhi.

Nonben desto gli parve di vedere la signora Arabella attingeredell'acqua a una fontana che scaturiva lì pressonella luceabbagliante d'una lucernae curvarsi verso di lui a refrigerargli labocca e la fronte abbruciata. Capì ch'eran sogni di febbre evoltò il capo con espressione dolentechiudendo di nuovo gliocchi.

"Èmeno arso di stamattina" disse sottovoce la donna.

"L'occhiolo trovo limpido."

"Oranon delira piùma ieri faceva pietà. Ha nominato anchelei."

"Poverogiovane!"

"Vuolscrivere? sul tavolino c'è tutto. Non guardi il disordine.Sono i libri di questo figliuolo chequando puòama leggeree scrivere. Fa qualche volta anche dei sonetti che il padre Barcatrova mica male. Io mi accomodo nella stretta e appoggio un poco latesta ai piedi del letto."

LaColomba collocò la lucernetta sulla scrivaniatiròdavanti un vecchio paravento per togliere la luce dagli occhi delmalato e andò a sedersi su un cuscino in terra per poterappoggiare la testa piena di sonno e di dolori al materasso.

Arabellasegregata tra le finestra e il murosi tolse il mantello dallespallecollocò il berretto sul tavolinoe scelto un fogliotra quelli ch'erano sparsi tra i libricominciò a scrivered'impeto:

"Carozio Demetriola sua povera Arabelladopo aver inutilmente speratonell'aiuto di Dionon ha altri a chi ricorrere che al suo buon zioche fu sempre per lei come un padre. Immagini in quale abisso io soncaduta da queste parole: ho abbandonata stasera la casa di miomaritodisposta a morir di fame piuttosto che ritornarvi. Hoschiaffeggiata una donna... O mio caro ziolei conosce quasi giornoper giorno la mia vitai miei sentimentila mia religionela miaforza di resistenza al male e all'ingiustizia: quindi non ho bisognodi dimostrarle che se ho potuto venire a questa risoluzioneèproprio perché non ne posso piùnon ne posso più.Avrei a scrivere troppo se soltanto accennassi alle vicende doloroseche mi hanno condotta a poco a poco a questo passo. Mi hannostrappato alla mia vocazionehanno fatto di me una specie dicambiale che doveva riparare a un disastro di famiglia: mi hannocircondata di un fasto senza amore; e quando cominciavo a vivere de'miei affetti di madrehanno insultato me e la mia creatura per odioal nome che porto; ora che mi pareva di aver tutto perdonato miinsultano nella più sacra mia dignità di donnamescolandomi ad avventure di trivio...

"Iomi domando se non ho insultato anch'io al mio doverecredendo che ildovere di una donna onesta possa arrivare fin qui. Questa non èvitaè una condanna che sento di non meritare. Dovessilavorare venti ore al giornologorarmi gli occhi e le mani per unboccon di panesarà sempre una condizione più degna diquesta quiescenza e quasi complicità a un sistema di cose cheviola ogni legge di onestàdi delicatezzadi rispetto.

"Immaginoil suo stuporepovero zionel leggere queste parole. Ella chiederàse io impazzisca; non crederà possibile che la sua Arabellaosi scrivere a questo modo. Si meraviglierà anche perchéio non le ho scritto mai nulla di questo stato di cose e che aspettia gridare aiuto quando l'acqua mi arriva alla gola. Sìèvero: non ho osato prima di quest'oggi dolermi con nessuno e invocarel'aiuto di nessunoperché ho sempre creduto che avrei vintada sola l'iniquità della mia sorte; perché non volevocoi miei lamenti accusare la buona fede di nessuno; perchésperavo ancora nell'aiuto di Dio esuperba come sonosperavo nellaforza del bene. Dio forse mi punisceo almeno mi abbandona. Il maleè più forte del bene nel mondodoveper un cuore chesi sacrifica in olocausto sull'altare della virtùcentoegoismi vigliacchi e potenti trionfano incoronati della lorosfrontatezza. Il bene è un sole luminoso ma troppo in altomentre di male è seminata la terra che non dà altrofrutto e di questo bisogna mangiare per vivere. Mentre scrivo collafebbre indossomi pare che anche l'inchiostro abbia color di fango.Zioo io sono per impazzire o sono molto malata. Non frappongaindugio: venganon mi lasci naufragare in quest'oceano diamarezze... intendo di chiedere la separazione legalesubitosenzaesitazionisenza restrizioni. Intendo restituire a quella gentetutto ciò che potrò restituire e di partirmene piùpovera di prima. Nessuno compenserà il male che questa gentemi ha fattoma io perdonerò tuttose ciò puòmuovere la misericordia di Dio ad aver compassione di me. La fede nonbastalei forse lo sache ha sofferto anche lei la sua parte nelmondo. Sopraggiungono pensieri che per poco non spingono alladisperazione. Venga subito a Milanomio buon zioe faccia valereper partir subitola ragione che una sua povera nipote èsull'orlo del sepolcro. Più malata di me non si puòessere e la morte dev'essere una cosa ben terribilese per morire sideve soffrire di più. Mi telegrafi il suo arrivo qui a Milanoin casa..."

Lamano fu arrestata nella ricerca d'un indirizzo. Arabella alzòla testacome se si svegliasse da un lungo sonnosi guardòintorno con occhio smarritoimpaurendosi di trovarsi a un trattosolain casa altruidi notteospite di gente quasi sconosciuta.Che cosa era venuta a fare in questa casa non sua?

LaColombarotta dalla faticas'era addormentata col capo appoggiatoal letto. Il suo respiro lungo e oppresso era l'unico rumore cherompesse il gelido silenzio della stanzamentre di fuori la furiad'un vento primaverile faceva stormir la pianta. Qualche stellascintillava sul nero sfondo dei vetri. Sentì sonare alcune oreche il vento portò via senza lasciarle contare. Coi gomitiappoggiati al tavolinoreggendo la testa coi palmirabbrividendo aisoffi freddi che entravan per le fessureArabella si abbandonòalla vertigine de' suoi pensieriche la travolsero di ombra in ombrafino all'orlo di un assopimento che ha del sonno tutti i fantasmi manon l'oblio. E poiché tutti i dolori si conoscono tra loroilsuo patimento presente la menò a risentire le angoscie provateal letto del povero Bertinoa confondere nel rilassamento dellesensazioni se stessa col povero piccino agonizzantea compassionarese stessa in luia combattere confusamente contro la mortechevoleva portarsi via il caro biondino.

Rividelo squallore delle Cascinelo smarrimento della sua povera mammadivenuta vecchia vecchia. E allora cercava di dimostrarle che ilmalato non era il bimboma un'altra creaturache perdeva la vitacol sangue negli spasimi mortali di un aborto: finchésopraggiungeva anche lo zio Demetrio a fare un discorso lungo econfuso sul conto del signor Tognino...

Sirisvegliò a una voce che chiamava lì presso. Inprincipio credette che fosse ancora lo zio Demetrioma quandoriconobbe il luogola scrivaniala lettera rimasta troncacapìche aveva fatto un sogno.

"Hosete..." ripeté ancora la voce di poco prima

LaColomba dormiva pesantemente sdraiata sul tappetino. Arabellariconosciuta la voce del malatosi alzòpose la lucernettasul cassettone e si mosse a dargli da bere. Ferruccio s'era un pocolevato sul cuscino per togliersi il sacchetto del ghiaccioche gliscivolava dietro il collo. Vedendo venire verso di lui la signoraArabellasocchiuse gli occhi e dondolò un poco la testacomechi si accorge di vaneggiare sempre e mostra di compiangere sestesso.

Arabellaversò dell'acqua nella tazza e l'accostò alla bocca delmalatoche riaprì gli occhi e bevette quasi fino al fondo.

"Comesi sente?"

Ilgiovine fissò gli occhi in faccia alla sua visione e interrogòancora una volta colla pupilla immobile:

"Èproprio lei?" balbettò.

"Vuolbere ancora?"

"Nono..." disse Ferrucciosenza mai distaccare gli occhi dalla suavisione.

"Vuolancora il ghiaccio sulla testa?"

"Nono..." e allungò la mano per prendere quella del suofantasma.

Sentìveramente una mano viva e calda. Ecome se da quel calore irradiassela vitala faccia dell'infermo arrossìla pupilla siilluminòe dopo aver chiusi gli occhi per sottrarsi a unacuto tormentoli riaprì velati di lagrime.

"Perchéè qui?" interrogò sommessamente.

"Losaprà: ora stia tranquillo e lasci riposare la povera zia."

Ferrucciosi tirò sotto obbediente. Non era ben sicuro che non fosse unsogno.

Cominciòad albeggiare. Il cielo prese a schiarirsi dietro i ricami delcastagno amaroin cui svegliavasi il bisbiglio degli uccelli. Lalucernetta non avendo più olioArabella la portò incucina e la spense: poi ritornò nello stanzinocoprìle spalle col dolmansi rannicchiò di nuovo davanti allascrivaniala faccia nelle manitutta raccapricciante nei brividimattutinimezza istupidita dal sonno e dalle emozioni. A San Barnabasuonò l'avemariae ad ogni rintocco della campanella il cieloseguitò a schiarirsicome se obbedisse ad un comandofinchéuna pennellata di carminio venne ad illuminare i comignoli e legronde dei tetti. Il ventospazzate le nuvoleaveva preparata unasplendida giornata alle miserie umane. Ferruccio raccolse l'armoniadi quel risveglio e cercò inutilmente intorno a sé ladolce immagineche era venuta a porgere ristoro alle sue fauciinfocate. Vide invece la zia Colombacheriscossa dal suono dellacampanasaltava in piedi tutta agitata.

"Haidormito?"

"Sì."

"Tusei più frescomio cuore. Ho dormito anch'io un pezzo."

Ferrucciosi persuase ch'egli aveva proprio sognata la dolce consolatrice esospirò. La zia Colomba nel suo dormire fitto e pesante avevadimenticata interamente la povera creatura che era venuta a cercareospitalità in casa sua e fu per trasalire di pauraquandovide un corpo mezzo abbandonato sul tavolino nella luce crepuscolare.Si accostòposò la mano sulla testina freddae presada quell'impeto di carità umanache nel cuore della poveragente non è ancora guasto dalle definizionisi abbassòsu quel corpo irrigiditostrinse la testina nelle manivi accostòil viso per riscaldarla e seguendo i suggerimenti della buona madrenaturaprese a dire sommessamente:

"Ola mia povera figliuolao il mio caro angeloche ho abbandonato quisolo a patire. O il mio povero faccino freddole mie poveremanine... Il sonno ha tradito anche me..."

Aquesta voce che la compassionavacome se in lei si spezzasse unedificio di ghiaccio che l'aveva sorretta nella sua rigida lottacontro gli uomininella debolezza in cui è sempre lacoscienza mescolata alle ombre dei sogniArabella fu presa da un taldelirio di piantoche una bambina schiacciata dalle ruote di uncarro non avrebbe potuto gridare di più.

Quelgran mucchio di maliche da otto mesi era andato accumulandosi afuscellinidivampava in una fiammata. Oh avete un bel dire che ladonna è nata pel sacrificioche può colla grazia ecolla sua forza morale vincere e abbellire la tristezza d'ognidestinoassurgere al disopra del fango che la circondacompiereanche in mezzo alle abbiezioni la sua missione d'amore e di pazienza!Avete un bel dire che a lei la fede è sostegno incrollabile:non è vero. La donna ha bisogno d'amare e d'essere amatacomeil fiore ha bisogno d'aria e di luce. Quando la violenza delle cosela debolezza dei giustila tirannia dei tristi costringono unadebole creatura a respirare aria corrottae voi non date a unapovera donna che amarezzeoltraggi e fangonull'altro che fangolasciate almeno che essa gridi del male che le fate...

Coipugni dentro i capelli scarmigliati dalla vegliaArabella Pianelligridava veramente in un pianto lamentoso senza lagrimedilaniatadalla coscienza del suo statoavvilita dopo una notte di falsa emorbosa resistenzaassiderata dal freddo della febbre e della notte.

"Noncosìnon così la mia creatura...." prese a dirleall'orecchio la Colombaserrandola alla vita colle braccia e posandola sua testa grigia sui capelli morbidi e biondi della tribolata."Non cosìper amor di Dio. Ciò può farmale anche a questo figliuolo malato. Crede che non ci sia un Signoreanche per noi? Io capisco e compatiscoangeli custodima nonbisogna mai disperare della Provvidenza. Questo è un piangereche rompe il cuore e del nostro cuore dobbiamo rendere conto come diun vasetto d'oro che Dio ci ha dato in custodia. Ti hannomaltrattatail mio angelo; ti hanno vendutoavvilitoinsultato neltuo sentimento di sposa e di madree so che certi mali fan perderela testa. Tu non hai meritato questi castighiè vero; masappiamo noi se non soffriamo per il bene di qualcuno? Nostro Signoreaveva meritata la sua passione? E tante povere mamme che non han dadare da mangiare ai loro figliuolimeritano di soffrir tanto? Noinon sappiamo nulla dei misteri del mondocara Arabella; ma dobbiamotener dacconto il nostro cuoreperché gli è come iltabernacolo del Santissimo. Se non ci vorranno bene gli uominicivorranno bene gli angelima noi dobbiamo aver sempre pronto il cuorea ricevere il bene che ci vorranno dare o presto o tardi. Su dunquealza la testamio caro angioloe vieni fuori con meun momento.C'è qui la chiesa vicina: noi abbiamo bisogno di essereaiutate a patire..."

LaColomba ricondusse la figliuola di nuovo nell'altra stanza. Le ravviòun poco le vesti; fece un po' di fuoco ancora e versò quelresto di caffè che era rimasto in fondo al bricco. La persuasea non mandare per ora la lettera allo zio Demetrio e a cercar invecedi quella sua amica di collegiol'Arundellia cui poteva confidareil suo segreto. Meglio di tutto poi sarebbe stato di andare alleCascine in cerca della mamma. La mamma è il miglior dottoreper certi mali...



4.UN UOMO TRA DUE DONNE

Olimpiasul primo momentosorpresa e sbalordita dalla violenza del colposirifugiòsenza capiresotto il portico Quando rinvenne dalsuo intontimento e sentì la gota arderecominciò acapire d'essere stata percossa da una donna gelosada quella stessadonna che l'aveva fissata così freddamente negli occhi.

Unvulcano di sdegno vomitò lava e fuoco nel suo cuore di belladonna superba e leggiera. Tale e tanta fu la furia che l'assalìchestrozzata dall'emozionenon poté metter fuori unaparola. Stretti i dentida cui non usciva che un fischio sordomontò a corsa le quattro lunghe scalesi attaccòfuriosamente al cordone del campanelloriempì la casa delfrastuonoentrò nella stanza dove ardevano ancora i doppierisi tolseo meglio si strappò di dosso la mantellinala buttòsul lettoe ne uscì bellissimaterribilenel suo vestito diteatrod'un rosso metallico fosforescentecolle solide spalleignudecolle braccia ignude fino ai guanti.

Lorenzoche l'aveva seguita ansanteentrò anche luiripetendo:

"Sentisenti…"

"Ètua moglie?" domandòandandogli fin sotto gli occhicolle mani.

"Sentidunque."

"Ètua moglie?" ripeté con un tonocon uno sguardo che nonammettevano indugio.

"Sìma..."

"Alloralo restituisco a te..." e cavandosi con uno strappo lungo eviolento l'alto guanto di Sveziacollo sforzo irritato eraccapricciante di chi leva la pelle a una biscia vivalasciòcadere la mano con un colpo forte sul viso largo del Bombachebarcollòsi appoggiò all'uscioe mormoròchinando la testa:

"Olimpiache cosa fai?"

"Aggiustatevitra voi. Già sapevo che tu sei un imbecille."

"Scusa..."

"Vammifuori dei piedi..." e gli scaraventò addosso una boccettad'acqua odorosa. Buon per lui che il colpo andò perduto.

Olimpiasi strappò i braccialetti e la collana e pezzo per pezzo libuttò ai piedi di quel grosso imbecilleche stava appoggiatoal murocome un uomo sotto una gronda in attesa che si sfoghi untemporale.

Quandonel guardarsi nello specchio essa scorse sulla gota destra il segno equasi il solco dell'oltraggio ricevutonon avendo altro modo divendicarsiinvestì nuovamente Lorenzolo coprì divituperi e di trivialità rimestate nel crudo linguaggio delpalcoscenico e della bottega paterna. (Suo padre era uno zoccolaio diPavia.)

"Tumi darai una soddisfazione…" soggiunsequando fu un pocosedato il terribile uragano delle sue passioni turbolente.

"Ioti chiedo scusaOlimpia: io non potevo prevedere."

"Domanimi accompagnerai."

"Dove?"

"ANizza..."

"Cioè…"

"Sìa Nizza. Poiché quella donna fa la gelosami mette inpuntiglio. Devi venire via con me. Voglio divertirmi. Ti vorròbene ancoraforsema tu devi darmi questa soddisfazione."

"Benne discorreremo. Adesso tu sei agitata..."

"Termineventiquattro ore: o tu mi accompagni a Nizzao io dimostreròa tutti che sei figlio di un ladro..."

"Olimpia!"esclamò Lorenzo con qualche risentimento "tu non faraiquesta brutta parte."

"Termineventiquattro oreo con me o contro di me…"

Olimpiachiamò la servetta e fece accompagnare alla porta il signorLorenzo Maccagnoche se ne venne via come un cane scottato. Stradafacendogli sonò nella testa più volte il dilemma: "Ocon me o contro di me..." Di solito le furie di Olimpia duravanocome le emicranie di una bella signorae si poteva prevedere chepassate le ventiquattro orenon avesse a parlar più di Nizzae di soddisfazioni. Ma il caso non era dei solitie quando ellaavesse proprio voluto giocare di puntiglio e pigliarsi unasoddisfazionenon le mancavano i mezzi di tormentare luisuo padresua moglie. C'era di mezzo un brutto intrigoche in mano di furbipoteva diventare un pericoloso riscatto. Ma il guaio piùgrosso lo aspettava a casa. Chi avrebbe potuto immaginare cheArabella... Era proprio lei? chi le aveva dato questo coraggio? chil'aveva così bene informata? dov'era venuta a nascondersi peruscire improvvisamentecome una donna qualunquea menar le mani?Arabella? La madonnina infilzatala monachella di Cremennochespiasorprendeschiaffeggia una Olimpiagli pareva un caso cosìpoco naturalecosì contrario all'indole di sua moglie chestrada facendoandò a supporre in questa faccenda lo zampinodi qualche interessato.

"Dichi?" si domandavaarrestandosi tratto tratto sulla sogliadelle porte al coperto dell'acquazzone che cominciava a battere ilselciato. E proseguendo rasente i muriseguitava ruminando: "Nonc'è che lui che ha l'interesse di mettermi in cattiva vistad'Arabella: non c'è che lui che sa queste mie relazioni e cheda un pezzo mira a romperla con me. È lui che istiga miamoglieche mi mette in cattiva parte. Ora avrà gusto divedermi nelle peste. È lui che vuole lo scandalo. Si parleràdi una separazione e ciò lo libererà dall'obbligo dimantenermi e di pagare i miei debiti. Non mi darà piùun soldocontentone di sostenere le parti di mia moglie contro dime. Io dovrei mostrarmi più forte in questa faccendapiùgeloso de' miei diritti... Non devo accettare una separazionemaposso promettere a mia moglie dei nuovi patti. Voglio la miaindipendenza: il marito sono ioe in casa mia voglio aver il dirittodi comandar io".

Inquesti strani e rotti pensieritra cui non osava formularsiinteramente la languida e posticcia gelosia che lo istigavaLorenzopiù stordito che umiliatovenne sotto la pioggia di via inviuzza fino al crocicchio che la via dei Ratti fao facevaconquella degli Armorari. Ve lo aveva condotto in mezzo all'oscuritàe all'incertezza della volontà un pensiero meno buio deglialtriche si confondeva quasi coll'istinto di una vecchia abitudine.

Quandofu sulla piazzettainfilò una porticinamezza nascosta da unassito di fabbricasalì al lume d'uno zolfanello di cera unasconnessa scalucciadagli scalini rosicchiati dal tempopicchiòcol pomo del bastoncino in un usciosul primo pianerottoloe mentreil buio lo avviluppava da ogni partestette e sentire se qualcunorispondeva dal di dentro. Dopo un poco di tempo rispose un sordobrontolìo accompagnato da uno strascico di pianelle fruste. Disotto alla fessura dell'uscio scaturì un filo di lucerossicciache si dilatò nel guazzo del sucido pianerottolomentre una voce che aveva dello spaventatodimandava di dentro:

"Chiè?"

"Sonoio."

"Iochi?"

"Lorenzo."

"CheLorenzo?"

"IlBomba."

"Aquest'ora?" esclamò il Botolaaprendo e introducendo ilfigliuolo del suo miglior amico.

Ilvecchio pignoratario s'era già messo in arnese di confidenzacon una zimarrona indossoa fiorami giallifilettata di nastrorosso e in testa un fazzoletto di nessun coloreraggirato come unturbantesotto il quale la sua faccia piena d'infossature e sparsad'una peluria dura di argentoluccicava come un vetro al riverberodella lucernetta ch'egli teneva in mano.

"Aquest'oracon questo tempo? tu devi averne fatta una delle tue. Haigiocato eh? hai giocato dalla zietta e hai perduto ancoramalandrino. Capisco dagli occhi che hai perduto. Quel tuo poveropadre ha un bel risparmiare il quattrino e un bel mangiarsi ilfegatoma la testa non te l'aggiusta più. Iose di una cosami contentoè d'essere solo al mondo come un vecchio canepiuttosto che d'aver dei figliuoli che mi mangiano il sugo degliossi."

"Quandoavrai finitoBotolaraccomanda l'elemosina."

"Vienisiediti. Sai che io ti ho sempre dato dei buoni pareri. Con tuo padresiamo vecchi amici. Abbiamo cominciato a far degli affari insieme sulmercato di Porta Ticinesequalche anno prima del quarantotto. Tuononnoche chiamavano il Valsassinaaveva un botteghino di liquorilaggiùpresso Sant'Eustorgioe mentre gli italianonifacevano alle barricate di fuori e di dentronoi abbiamo quietamenteintrodotto qualche dozzina di brente di spirito senza pagare ildazio. C'era altro a pensare in quelle giornate che a curare chifrodava. Gli altri gridavano: Viva l'Italia! Viva Pio Nono! (con quelbel costrutto che s'è visto)e noi intanto si facevano inostri bravi interessi. Quello fu il principio della fortuna di tuopadre chebisogna riconoscerlonon ha mai fatto i corni allafortunacome tuanimaleli fai alla tua legittima consorte. Lasorte gli ha soffiato di dietroe oggi il sor Maccagno puòaspirare a esser cavaliere come ogni altro italianonementre io sonrimasto un povero canecostretto nella mia vecchiezza a far dapignoratario alla miseria altrui."

IlBotola indicò cogli occhi la roba che riempiva lungo lequattro pareti la stanzanon molto ampiacol soffitto a travetti.Sopra alcune mensole confitte nel muroerano appesi dei rotolideisacchidegli involti gonfiimmersi in una misteriosa oscuritàdai quali emanava un lungo odore di muffa e di vecchiezza. Robad'ogni foggia e senza foggia era ammucchiata negli angoliin terra esopra le seggioleaccatastata al murocome se aspettasse d'esserportata via.

Soprauna gran tavola zoppad'uno stile quasi rococòstavano deiregistri a matricola con dei fasci polverosi di quitanze schiacciateda grosse chiaviin mezzo a una raccolta di oggetti di apparenzarara e preziosacome a dire orologi a panciacornicette sagomatestatuette di legno e di bronzotondini pieni di antiche monete e diminute rarità d'antiquarioreliquiari e perfino libri dipreghiereroba infine scossa e buttata dalla miseria e dall'ondadella vita a depositarsi a poco a poco e a incrostare il banchettod'un uomo paziente e preciso.

Perquanto l'apparenza del Botola fosse di pover'uomo (tutti lochiamavano Botolama c'era chi credeva di sapere che il suo veronome fosse Domenico Guerrini)tuttavia non gli mancava mai in casaun centinaio di lirette straccie per salvare un buon figliuolo difamiglia dal fare una cattiva figurae più volte ne avevaprestate in segretezza anche al figliuolo del suo miglior amicolimitandosi a un meschino interesse per riguardo a una vecchiaamicizia che risaliva fino al quarantotto.

Dopoil suo matrimonioLorenzo non si era lasciato più vedere dalvecchio pignoratarioe ciò spiega la meraviglia che ilcompare mostrò nel trovarselo davanti a quell'oracon quelbrutto tempocon quell'aria malinconica.

"Edunque? è in casa dalla tua cara zietta che hai perdute questeduecento lire?"

"Cheduecento lire? chi ti ha detto che ho perduto?"

"Melo dicono i tuoi occhi di pollo morto. Son forse cinquecento? Io ticredevo canonizzato per santolo giuro. Arrivi in un cattivomomentoanima miase pensi che io possa aiutarti. Non è nébello né morale che un uomo tradisca il suo miglior amicoguastandogli il migliore de' suoi figli."

"Semi lasci parlare..."

"Sìparlaparla."

Lorenzoin quattro parole mise a parte il miglior amico di suo padre di ciòche era accaduto in Carrobbio e concluse:

"Olimpiaè in collera e mi ha cacciato viama di lei non me neimporta. Penso invece che a casa non posso andare: le sfuriate non mipiacciono e tu sai che egli va presto fuori dei gangheri. Mi dispiaceper Arabella... Se tu potessi aiutarmi..."

"Comeposso aiutarti?"

"Cercandodi placare Olimpiache ha per te un po' di deferenza. Ella sa che tumi hai fatto del bene molte volte e che puoi far del bene anche a leiin una circostanza..."

Lorenzostette a osservare l'effetto che queste parole facevano sul vecchiopignoratario e gli parve di scorgere in fondo agli occhietti bigi efurbi un raggio di tenera compiacenza. Quindi soggiunse:

"Poidevi vedere subito mio padre e tenergli un serio discorso. Io so chein questa faccenda egli non rappresenta una bella parteno: pare checi trovi del gusto a compromettermia farmi fare delle cattivefigure..."

"Lomeriti..."

"Inlui parla un sentimento d'avariziae lo sai. Più volte mi haripetuta la minaccia di diseredarmi e di trattarmi malenon come unfigliuoloma come si tratta un ingrato."

"L'hadetto anche a me."

"Tuvedi che rovina! Se Arabella domanda una separazioneio sonoletteralmente sopra una strada."

"Hadetto anche a me che avrebbe lasciato il suo all'Ospedalepiuttostoche buttarlo in bocca ai creditori di suo figlio. Ma che interessepuò avere?"

Lorenzonon rispose e stette cogli occhi fissirivolti a un angolo buiodella stanzadove cercò nascondere una sua vergognosa idea.Agitò il bastoncinopicchiò sulla punta delle scarpeetraendo un grave sospiroseguitò:

"Oranon posso dir tutto; ma tu devi vedere mio padre domani e parlarglichiaro".

"Cioè?che cosa gli devo dire?"

"Lasua volontà di ferro è la volontà di tuttianche di Arabellaperché in fondo ci domina tutti.Dimostrargli che è del comune interesse. Per parte miaprometto che farò di tuttoper essere..."

"Menoindegno della sua eredità" suggerì il Botolasogghignando.

"Anchequesto..." Lorenzo tagliò l'aria con tre o quattromovimenti di scherma. "Anche questoBotolae perché no?Digli che non gli conviene pigliar di fronte Olimpiausarle delledurezzeperché Olimpia potrebbe diventare un nemicopericoloso. Essa pretende d'aver visto mio padre entrare a prenderedelle carte nella stanza della morta Carolina... Conosci questastoria?"

"Laconoscola conoscoOlimpia me ne aveva già parlato unavolta. È una testimonianza che conta un bel nulla."

"Tuttaviai parenti ci fanno su un certo calcolo; Olimpia chiamata a giuraresull'onor suo..."

"Chenon ha."

"Osulla sua coscienza..."

"Cheil diavolo ha portato a conciare."

"Comevuoi; ma è una donna che fa del chiasso: e non vorrei che persmania di vendetta tirasse la questione su questo terreno."

"Iodirò tutto questo a tuo padre e sarò ben contento dimettere la pace in una onorata famiglia..." Il Botola strinsenelle rughe un sogghignetto ironico e picchiando sul ginocchio diLorenzo riprese: "Quando si tratta di una certa ereditàdi quattrocentomila liretrovo che si può fare anche qualchesacrificio. La miglior maniera per placare Olimpia sarebbe dianticiparle i quartali di una buona stagione".

"Tupotrai suggerire anche questo... Se tu mi aiutiBotola non avrai apentirti di me. Altrimenti io dovrò fare altri debiti enonpotendo pagarlifinirò coll'ammazzarmi."

"Nondire queste brutte cose..." sogghignò il vecchietto.

"Soncosì stufo..." disse soffiando il Bomba.

"L'ammazzarsinon paga nessuno. Voialtri giovinotti scapestrati credete di fardello spirito con questo vostro ammazzarsiche lascia i creditorinegli impicci. Il vero spirito…"

"Èquello che si froda al dazio..." fu pronto a ribattere con lietasoddisfazione Lorenzoche tratto tratto aveva lampi d'ingegno.

L'acquache gorgogliava nel canale richiamò per un istantel'attenzione dei due amici sul tempaccio che infieriva di fuori.

"Doveintendi di andare con questo tempo?" chiese il padrone di casa.

"Sonouscito coll'intenzione di accompagnare Olimpia a teatro e l'abbiamofatto noi il teatro. Ora è troppo tardi per chiedereospitalità alla mia buona zia Sidoniache sta fin laggiùnei Fiori. E poi dovrei dare delle spiegazioni che mi seccano."

"Civa molta gente in casa di questi tuoi parenti?"

"Daun pezzo non ci vado più."

"Èvero che tuo zio Borrola vince... troppo?"

"Chevuoi ch'io sappia? tu credi a tutte le voci."

"Hosentito anche il marchesino di Brienne lamentarsi di questa faccenda.Un padrone di casa deve saper perdere qualche voltase non altroper cortesia. Del resto son cose difficili a giudicare e ognuno èpadrone di far quello che vuole in casa sua. Così io intendola libertàla libertà veranon quella che gridavanogli italianoni nel quarantotto."

"Sentila casa del diavolo!" esclamò Lorenzo a un colpo tremendodi tuonoche scosse la casa e i vetri.

"Setu vuoi restare nella povera casa d'un vecchio amicoio possooffrirti questo divano e una coperta di lanain cui potrai passarela notteche è detta la madre dei consigli."

"Accettovolentieri se non ti disturbo."

"Nonè la prima volta che offro la mia casa a dei bravi giovani.Quest'inverno ci ha dormito anche il marchesino e non si ètrovato male. Giàintesi: io non posso offrire di piùche una coperta."

"Nessunopensa male delle tue intenzioni..."

"Unabuona coperta non manca mai..."

Ilvecchio pignoratariostrascinando le pianelleandò collampadino in mano verso un angolo della stanzasi abbassòsciolse la bocca d'un saccoriempiendo coll'ombra del suo corporicurvo il soffitto e le paretitirò dal sacco una coperta dilanafacendosi rosso per lo sforzoe tornò verso il giovinetrascinandosela dietro come un manto reale.

"Questaè roba della nobile e antichissima famiglia Rescalli. Quadentro hanno dormito delle famose bellezze. Ci si sente ancora undelicato profumino di peccati mortali. Ora stento a difenderla daitopi."

Ilvecchio pignoratario rallegrò il suo visoangoloso e ruvidocome un pezzo di tufocon un sorriso di indulgenza. Buttò lacoperta sul divanoeaccusando un gran sonnoaccese un moccolettodi sego e se ne andò a dormire in un buco vicino augurando labuona notte. La casupola in cui abitava era di sua proprietàacquistata a poco a poco con lenti risparmi. Varie scaluccie giravanoin quel labirinto di muri cadentiche una martellata del progressoha di recente fatto scomparire come un castello di sudice carte dagiuoco.

Intornoera una trama di vecchissime casealcune delle quali con dei segnistorici in frontel'una appoggiata all'altra per non caderecon unarete di anditi e di corridoi e di cortiletti e di buchi da far venirein mente i meandri d'un formaggio lodigiano male assortito.

Lorenzostese le gambe sul divano e accese un sigaro per abbandonarsi meglioal corso dei suoi pensieri.

Ilmal tempo rumoreggiava e fiammeggiava sopra i tetti neri delle casevicine e sopra i tettucci logori d'un cortiletto chiuso come il fondod'una torrein cui tre o quattro canalacci di ferro versavano ildiluvio universale con un frastuono d'inferno.

L'acquapassando tra le fessure d'una finestra lunga e mal chiusacominciòa versare un rigagnolo che si distese a poco a poco in una tortuosabiscia nel mezzo della stanza. La lampadinaa cui il padronelesinava il petrolioben presto cominciò a crocchiareamandare dei guizzidiffondendo ombre e puzzoombre in cui gliinvolti appesi ai ganci parevano i corpi degli strozzati di casa.

IlBotola sotto quella casa del diavolo aveva coraggio di dormire comeun bambino. Il vecchio batteva il selciato dalla mattina alla serasempre sulla traccia d'un piccolo buon affaree al primo stendere legambe nel canile l'accoglieva il sonno del giusto. Il suo russarepareva il verso d'un cane malato: e due volte Lorenzo gli dette sullavoce. Il vecchio si voltò sul fianco e ripigliò lamusica in nota di contrabasso.

Apoco a poco Lorenzo poté mettere un ordine ne' suoi pensieri.Il pensare non era il suo fortema questa volta capì chestava per giocare una carta seria. Si arrabbiava dentro di séall'idea che Arabella avesse scoperto l'intrigoprima per ildispiacere che essa ne doveva sentire e poi per la serie di pasticciche ne dovevano derivare. Le donne non ammettono certe distinzionima se egli avesse potuto persuaderla avrebbe parlato presso a pococosì: SentiArabell'Aratu sei sempre mia moglieio ti voglio bene; io anzi son superbo di tee mi dispiace che tupossa essere gelosa di una cantante d'operette. Il cuore non c'entra.Tu sei stata così malata in questi mesi..." Ma capìche era tempo perso a seguitare su questa viaperché néegli avrebbe fatto un tal discorso a sua moglie né Arabellaavrebbe avuta la pazienza di ascoltarlo.

Comemai costei aveva trovato il coraggio di far quel che aveva fatto?Dunque non c'era in lei soltanto la devota cristiana e la madre dellarassegnazionema anche un diavolo geloso che menava le manimaledettamente. Va a capire le donne! ti si cambiano nelle mani comele carte di prestigio. La donna di fiori ti diventa la donna dipicche e viceversa. Il bello si è cheparagonando Olimpial'Olimpia dagli occhi pitturati e dalle carni floscie a questadonnina nervosaa questa bionda dagli occhi intelligenti che col suobel tòcco d'astrakan in testa si apposta dietro un usciosbuca fuori e batte senza parlare una sciocca rivale —confrontando le due donne come donne — il bello si ècheegli veniva a poco a poco a innamorarsi di sua moglie. E di nuovotornava nel pensiero di prima: che Arabella non avrebbe mai saputonullase non ci fosse stato di mezzo l'interessato a metter maleaseminare la zizzania tra marito e moglieper raggiungere chi saquali sue idee.

QuandoLorenzo si scosse una prima volta da queste confuse riflessioni chegli riempivano la testa di nebbie e di dolorisi accorse di essereal buio. L'acqua batteva rabbiosa contro il telaio della finestra esgocciolava dai travicelli. Il Botola faceva di là il versodella morte. Cercò i zolfanelli e s'indispettì di nontrovarseli più indosso. Nel mettersi a sedere sul divanoposòi piedi in terra e sentì che l'acqua del rigagnolo era giàarrivata fino a lui come una lunga biscia e faceva un lago. Che nottebirbona! Un senso non so se di odioo di stizzao di paurao didispettoo di noiao di tutt'insieme l'assalìl'avvilìgli fece provare il tedio immenso della vita. Capì come sipossa in certi istanti mettere la mano sopra una pistola caricapuntarla alla testa e finirla con una vita stupida.

Finìcoll'addormentarsi anche lui.



5.LA SCHIAVA È RIPRESA

Arabellaringraziò la Colomba e mentre questa avviavasi in cerca delsignor Tognino per parlargli del vecchio Berrettae commuoverlosullo stato del figliuoloessa andò a chiedere un asilo aMaria Arundelli.

AttraversòMilano chiaro e splendido nella bella giornata serena e nellafrescura lieta del mattinocome una sonnambula che cammina sognando.C'era a meravigliarsi ch'essa sapesse ritrovare le strade; ma lasostennela portòla guidò la medesima forzad'irritazione e di sdegno che l'aveva condotta fuori di casaunaforza che metteva radice in una profonda speranza: la liberazione...Per quanti mali avessero a succederenessun male poteva essere piùtriste del tornar nel dominio brutale e assoluto di un uomo chenonmai come orasentiva di non aver mai amato.

MariaArundellimoglie a un modesto professore di ginnasioabitava unquartierino di poche stanze al quarto piano d'una casa nuova sulpiazzale di porta Genova. Era una buona ragazzonafiglia d'unnegoziante di cartadi temperamento allegrodi cuore irragionevolee sempre spettinata. La casagli allattamentiil piccolo stipendioi crucci e la tribolazione delle serve non riuscivano a toglierle lavoglia di ridere e di voler bene alla vitache natura le aveva datoabbondantesana e pacifica.

MariaArundelli aveva seguito con interesse il matrimonio della suacompagna di collegiolieta di ritrovare nell'Arabella Pianellichea Cremenno chiamavano la maestrinauna buona relazione e un'amicache non avrebbe badato troppo all'etichetta delle visite e deiricevimenti. Capì subito che la poveretta non era moltofelice. Quando seppe del brutto accidente capitatole sulla pubblicastradacorse a trovarla e raccolse delle confessioni che lestrinsero il cuore. La visita improvvisa dell'Augusta a sera tarda ele mille parole che in tre minuti la veneta pronunciò sullasoglia dell'usciol'avevano messa sossopra. Non poté dormirela notte e già si preparava a uscir di casa per aver dellenotiziequando Arabellabianca come una mortale comparve davanti.

Ledue compagne di scuola si abbracciarono senza parlaresenzapiangere.

"Vienila mia povera tosa: contami questa storia."

"Sareivenuta fin da ierima ho avuto paura. Ti disturbo?"

"NienteaffattoGiorgio ha approfittato del giovedì e della bellagiornata per condurre la bambina dalla nonna in campagnanon cisiamo che io e Napo; anzi se permetti sento che piangevado aprenderloperché è la sua ora."

Marialasciò Arabella nel piccolo salotto e tornò col suograsso bambinoche usciva dalle fascie come una castagna matura dalriccio. Siccome il bimbonon abituato a sentire che i suoi bisogninon cessava dallo strillarela mammaper farlo taceresbottonòin fretta il giubboncello di lana e gli porse la poppasedendovicino alla compagna che pareva irrigidita dal freddo e dalpatimento.

"Èvero quel che mi ha detto ieri sera la tua cameriera?"

Arabellaraccontò in poche parole fredde e senza lagrime la scena dellasera.

"Eora che intendi di fare? separarti da tuo marito?"

"Sì."

"Propriodavvero? pensaci. È sempre una disgrazia. Hai giàscritto a tua madre?"

"Nonancora. Vorrei sentire prima il tuo consiglio. Per meogginon c'èche un consiglio buono."

"PoveraArabella! chi te l'avrebbe detto a Cremenno? Una separazionestabene; ma poidimmivuoi tornare nella tua famiglia? lo puoi?"

"Noin famiglia no. Non voglio essere più di peso a nessuno."

"Haitu abbastanza da vivere?"

"Nullasai bene."

"Èvero che tuo maritoin ogni modoha l'obbligo di concorrere..."

"Nonvoglio nulla da quella gente. Piuttosto la fame."

"Caroil mio angeloanche la fame è una brutta cosa."

"Nonè la peggiore..."

"Tusei giustamente irritata e parli come sente il cuore; ma il cuore nonè soltanto lui il padrone di casa. Vediamo un po' di ragionaresul caso tuo. Tu non vuoi tornare in famiglianon vuoi accettarenulla da tuo maritonon puoi bussare alla porta delle monache..."

Aquesto punto fu picchiato all'uscio. Mariainterrompendo la dolorosaargomentazionesoggiunse:

"Scusadev'essere la mia nuova donna di servizio. Me l'hanno mandata ieri daPallanza e non distingue il dritto dal rovescio d'un padellino. Civuole una pazienza!... Mi tieni un istante il piccino?"

Mariacollocò il bamboccio roseo e trasudato come se lo distaccòdal seno sui ginocchi di Arabellaetrottolando coi grossi fianchicorse a vedere quella benedetta ragazza.

Arabellasollevò il bimbo mal fasciato che sgambettavaguardandolacoll'occhio largo e beato dell'uomo soddisfattostrabuzzando laboccuccia sotto gli sforzi della digestione. Quando ebbe digeritofece un sorrisetto che illuminò la sua faccia di galantuomosenza dentima non trovò nessuna corrispondenza da partedella bella signora.

Sisarebbe dettoal modo con cui Arabella stava a guardarlocoll'occhio fisso e metallicoche le fosse antipatico o che provassedel dispetto a stare con lui.

"Tunon puoi bussare all'uscio delle monache" riprese Mariaritornando "e non puoi andare a fare la serva."

"Tupuoi aiutarmi".

"Comeposso aiutarti?"

"Tuasorella Clementina è ancora direttrice dell'Ospedaledell'Annunciata a Genova."

"Nonè più direttriceperché l'hanno nominata madresuperiore; ma l'Ospedale dipende ancora da lei. Dopo l'arcivescovo èla prima autorità ecclesiastica della città; la chiamanla papessa. Ma tu non hai voglia di riderepovero cuore. Ebbene chepossiamo fare per te?"

"Quellebuone monache non hanno in Genova una casa di rifugio?"

"Hannoinfatti un rifugio per i vecchi e per le miserie che nessuno riceve."

"Dunquetroverò anch'io un rifugio."

"Chepensiche cosa dici? va viaandiamo..." esclamò in tonodi rimprovero Maria Arundellistringendosi al petto il suomarmocchio.

"Mariase anche tu mi abbandoni..."

"Ionon ti abbandonoma tu adesso sei alterata dal dolore e parli asproposito. Ti aiuterò certamentema non mi pare il caso diavvilirsi a questo modo e di disperare della Provvidenza."

"Nonnominare la Provvidenza. SapessiMariaquante volte fui sul puntodi negare questa Provvidenza che ci hanno insegnato a invocare nellenostre necessità. Che cosa ha fatto Dio per me dal giorno chesono venuta al mondo? quando ho avuto un giorno di gioia serena eintera? Da bambina ho sofferto spaventi e strazi di cuoreche mispaventano ancora e mi fanno trasalire la notte quando mi addormentomale. Tu la sai la mia storia. Ho fin patito la fame... Ho chiesto aDio di poter abbandonare il mondoe mi hanno risposto che il dovereera di restarci. Ebbeneche cosa ho guadagnato dal mio sacrificartuttovocazionesimpatie e fin la mia creatura? e chi ha guadagnatoalmeno per conto mio? nessuno. Io non ho cambiato nullanon homigliorato nullail fango è rimasto fangoanzi il fango ècresciuto intorno a me e invece d'amorevedinon ho raccolto cheoltraggiodiotradimento. NoMariano: non ne posso più.Non ho più forza per resistere all'onda di questi mali. Sefinora ho vissuto inutilmente per gli altriè tempo ch'iocominci a vivere non inutilmente per meperché" (eArabella nel dir queste parole alzò il capo con qualchefierezza) "con questo veleno nel cuore io non posso piacere aDio e non è con questa disperazioneche mi soffoca anima erespiroch'io potrò meritarmi il suo perdono. Se io restoancora un giorno nella compagnia di questa gentela disperazioneMariapotrebbe montare dal cuore alla testa e allora c'è lapazziamia carac'è qualche cosa di peggio..."

Lafiglia del povero Cesarino Pianelli si attaccò con una forzanervosa al braccio dell'amicacome per sostenersi contro un pericolonei dibattiti convulsi del suo dolore. Chinò la testa: daaccesa divenne di nuovo pallidissima e mormorò come separlasse a se stessa:

"Nonho mai compatito tanto il mio povero papà come in questigiorni..."

"OMadonnatu le perdona perché non sa quel che dice"interruppe vivamente la buona e devota Mariacoprendo colle bracciail bambinoperché non sentisse le brutte parole.

"Provassi!ci son dei momenti in cui pare così necessario e cosìbello il morire..."

"Tusei malatala mia figliuola" gridò la povera Maria: "tunon pensitu non le senti le cose che dici. Scriverò subito amia sorellase ciò può farti un po' di bene."

"Dilleche son disposta a tutto: a far scuolaa servire malatiarattoppare dei cencia tuttopurché sia in un luogo dovepossa dimenticare quella che sono stata."

"Iofarò quello che vuoima promettimi che non dirai piùcose spaventose. Tu mi hai fatto piangere anche Napo... Non piangerecosìNapo..." prese a cantarellare al bimbo chestrillava per conto suo "non ha detto sul serio la zia Arabella.Adesso l'hanno fatta soffrire ed è molto malata. Quandodiverrai grande capirai anche tuNapoche cosa voglia diresoffrire. Anche tu ti troverai in mezzo a un mondo di tormentatori edi tormentatima non ti piacerà far piangere la genteveroNapo?"

Sentendoche essa stessa non sapeva più resistere alla commozionelabuona Maria si portò il suo bimbo alla boccain atto didivorarloe soffocò i singhiozziasciugando alle carni mollile grosse lagrimeripetendo la cantilena dell'Arabell'Aramentre Arabella stringevasi e contorcevasi come una foglia secca nelgelo della sua tristezza.

"Promettimiche non farai piangere nessuno" seguitò la mamma cullandoil bambino stretto sulla faccia "e se gli altri faranno piangeretevieni sempre dalla tua mammave'Napo: io ti beverò lelagrimeio mi piglierò i tuoi dolorima non maledire mai ilgiorno in cui ti ho messo al mondola mia creatura; non far questotorto alla povera tua mammache t'ha messo al mondo con tanti dolorie con tanta gioia. Tu non hai sentito quel che ha detto la zia Ara:non credere alle sue parole. Essa è troppo buona e troppointelligente per ammettere che i cattivi all'ultimo abbiano avincerla sui buoni. Essa non vede che il male in questo momentoenon ricorda tutto il bene che ha ricevuto nella sua vita e queltesoro di beni che la facevano a scuola un modello di virtùdi buon esempiodi talentodi graziail tesorino delle maestreladelizia delle sue compagne. Essa non ricorda il bene che ha ricevutodal suo benefattore e il bene che gli ha fattosalvandolo dallarovina e dalla disperazione. Essa non fa nessun conto del bene che levogliamo noiio e teNapoper esempioe parla di voler morirecosìcome se non le importasse nulla di chi le vuol bene..."

Arabellacadde in ginocchio e si appoggiò all'amica per chiederleperdono: ma non poté pronunciare una parola. I suoi occhi nondavan lagrime e portavano dentro una forte risoluzione. Essa chiedevaperdono all'amicama lasciava capire che avrebbe combattuto per ladifesa della sua dignità.

L'uscioin quel momento si aprì e dietro alla ragazza di serviziocomparve la Colomba. Questa alla sua voltavolgendosifece l'attodi presentare qualcuno che le teneva dietro dicendo:

"Guardichi ho condotto con me."

Esubito dopoArabella vide entrare la sua mamma.

Ilsignor Tognino aveva mandato a pigliarla fin dalle prime ore dellamattina. In casa Maccagno essa s'era incontrata colla Colombacheveniva a implorare misericordia per il Berrettaper Ferruccioperséper i vivi e per i morti. Questa poté dire ove sitrovava Arabellae si offrì di accompagnarla.

Arabellale andò incontro con un sorriso addoloratissimoestringendole le mani nelle manicon uno stiramento convulso deimuscolinon seppe balbettare che il nome di... mamma.

MammaBeatriceansante per le scale fatte in fretta e per l'emozionesilasciò cadere sul divanoe facendo sedere la figliuolaaspettò che questa parlasse per la prima.

LaColomba e Maria sedettero sulle poltroncine davanti. Nessuna osavarompere il silenzio e tutte avevan gli occhi su Arabella. Parevanodonne convenute nella casa d'un morto a piangere.

Fula Colomba la prima a rompere il silenzio. Raccontò la suameravigliaquando s'era vista comparire la sora Arabella in casa conun tempo disperato: raccontò la visita fatta al sor Tognino ecome costui l'avesse ricevuta benee avesse dichiarato di esserdisposto a ritirare la denuncia contro il BerrettapurchéArabella tornasse a casa e si perdonasse un poco da tutte le parti.Così stando le cosealla Colomba non pareva il caso per ilmomento di irritare il sor Togninoconsiderando che c'erano in luidelle buone disposizionie per conto suo veniva a pregare la buonasora Arabella ad aver dell'indulgenza anche lei per riguardo a unpovero vecchioche marciva in una prigioneper pietà di unpovero giovine malato. Non c'era tempo da perdere: si fa presto amorire. La sora Arabella aveva visto in che stato giaceva ilfigliuolo: orbene essa aveva già dato a Ferruccio dellelusinghegli aveva detto cioè che il sor Tognino non avrebbeinsistito più nel processo. Ma se il sor Tognino si metteva agiocare di puntigliochi salvava da una catastrofe?

"Nessunopiù di me sa capire e compatire" seguitò la buonadonna coll'eloquenza che vien dal cuore e dal proprio interesse "mase questo primo passo verso la conciliazione può portar subitodel beneio non vedo perché dal bene abbia in seguito aderivare del male. I conti si aggiusteranno strada facendo; maintanto il sor Tognino ha detto: 'Arabella torni a casa e faròquel che vorrà; ma prima torni a casa'. Io parlocara la miacreaturaper la vita e per l'anima della mia gente: la sua mamma ledirà il resto."

"Eil resto è molto semplice ed esplicito" soggiunse mammaBeatrice con un tono fra l'accorato e il sostenuto. "Tuo suoceronon ti dà tortoma disapprova il modo con cui hai creduto diottenere ragione per forza. Egli è nemico degli scandali edelle pubblicità e pare che quella donna che tu hai offeso..."

"Io?..."scoppiò a dire con una risata ironica Arabella.

"Abbipazienzatu potrai aver cento ragionima non ti deve piacere dimettere i tuoi dolori in piazza. Il sor Tognino è disgustatoappunto per la scenata di ieri serache servirà ai suoinemici per muovergli guerra. Vedraine parleranno anche igiornali... Oh! a te non te ne importa; ma devi pure ricordare che ilsor Tognino ha fatto del bene alla tua famiglia."

"Sì?..."interrogò con una punta di canzonatura Arabella.

"Sìsìne ha fatto del benea tuo padre e a tua madre. Ad ognimodo è uomo chedisgustato oggipotrebbe domani rifarsi delbene che ha fattoe allora? credi che papà Botta non devatutto a luise oggi non è con cinque figliuoli sopra unastrada? tu non guardi che alla tua passioneal tuo interesse e dalgiorno che ti sei maritata hai sempre affettata una specied'indifferenza per la tua famiglia. Ma se ti fossi occupata dileggere anche negli interessi di casaavresti visto che papàBotta oggi sta in piedi solamente perché il sor Tognino losorregge col suo credito: e che se domani si dovesse venire a unaliquidazionenon è certo il sor Tognino che deve del denaro atuo padre e a tua madre. È subito detta una divisione! ma unadivisione coniugale oggi vuol dire una liquidazione di conti. Oh ilsor Tognino su questo punto stamattina mi ha parlato chiaro. OArabella torna in casa e si rimette alla nostra discrezione o io nonconosco più casa Botta. Grazie del complimento! Ciòvuol dire in poche parole una rovina peggiore della prima. Ora io nonso se i tuoi dirittise il tuo vantaggiose il tuo puntigliovalgono proprio la disperazione di una famigliae se potrai esserecontenta il giorno che per odio a quella donnaccia saprai d'avermesso su una strada il tuo benefattore e la tua povera mamma..."

MammaBeatrice si portò il fazzoletto agli occhi.

Arabellafece un gesto colle mani per togliersi dagli occhi un velo di nebbiache le nascondeva la vista delle cose.

"Credapurecara figliuola" entrò ancora a dire la Colombaribadendo il chiodo caldo"creda pure che il diavolo visto davicino è meno brutto di quel che dicono. Lei è giovinee fa bene ad avere della poesia e anch'iosane' suoi panniavreimenato non unama tutte e due le mani. Ma creda a me che son la piùvecchia. Negli uomini non è sempre questione di cuore. Si saanche nostro Signore ha detto che la carne è fragile e ungiovinotto non può tutt'a un tratto farsi eremita. L'esempiogli sarà servitoma a tirar troppo si rompe la cordamentrel'esperienza insegna che piglia più mosche una goccia di mieleche un barile d'aceto. Io non so se mi spiegoma vorrei dire insommache in queste cose non bisogna dar troppa importanza alle primeimpressioni. Io ho visto in cento altre occasioni dei mariti senzaconclusione stufarsi sinceramentetornare alla famigliadiventaremariti modellopadri di famiglia eccellentitutto per merito di unabrava donninache aveva saputo perdonare a tempo. Questo in tesigenerale. Nel caso suo specialeil mio angeloci penserei diecivolte prima di assumermi una responsabilitàperchécome ha sentitoc'è in gioco il benela vita e la morte dimolt'altra povera gente."

Arabellache aveva fin qui ascoltato con pazienza e docilitàalzòil capo e sbarrò gli occhicome se cominciasse a dubitare chesi trattasse veramente di lei.

MariaArundelli pensò a non lasciar cadere in terra il discorso:

"Unamoglie che si divide dal marito" disse "ha sempre un pocodi torto. Una divisione è sempre uno scandalo o è unrimedio che non ripara nullae che non fa che allargare il malecreando due spostatici dà in pascolo alle ciarle e allemaldicenze della genteche non è sempre disposta a compatire.La gente non ammette mai che il torto sia tutto da una parte: va asupporre che dall'altra parte ci sia stata almeno della freddezzadella poca buona volontàdella indifferenza di cuoreefortunata la donna di cui non si pensa che questo! Una donna divisadal marito è un oggetto di malsana curiosità per ibuoni e per i cattivi. I primi pensano che abbia fatto troppo pocoper andar d'accordo; i secondi che abbia fatto troppo per non andard'accordo. Gli uni diranno che pretendevi troppo; gli altri che seirigidaintransigentebigotta... escusa ve'o che avevi unamante."

"Ah...!"fece Arabellaschiudendo la bocca a una esclamazione distupefazione. Parlavan proprio di lei?

"Nonoffenderti. Tu hai troppo buon cuore e troppo buon senso per nontener conto del bene che puoi fare e del male che puoi risparmiare.Qui si tratta di scegliere tra due mali il minore per te e tra duebeni il maggiore per gli altri. Un bel partito sarebbe di dare unaddio a queste tribolazioni e di rifugiarsi in una grotta a meditaresulla vanità e sull'afflizione delle cose di quaggiù.Ma dove non arriva la voce e il rumore del mondoarriva sempre lavoce della coscienzail dubbiolo scrupolo di aver comperata lapropria pace a prezzo d'indifferenzadi aver sacrificato troppoall'amor proprio. Quando Arabella sentisseper esempioche il suosecondo padre e benefattore è stretto nei bisogniche la suapovera mamma non trova pane pe' suoi figlioli..."

"Cheun povero vecchio muore in una prigionementre si poteva..."

"Mentresi poteva guadagnare la benevolenza e le benedizioni di tutti..."

"Mentresi poteva evitare degli scandali."

Arabellasi alzò. Le labbra si mossero coll'intenzione di dire:andiamo... ma non ne scaturì che un fremito. Fece qualchepasso come se cercasse di svincolarsi da tutte quelle mani amoroseche la tenevano prigionierada quelle paroleda quelle tenerezzeche l'avviluppavano da tutte le parti.

MammaBeatrice avvertì questo primo momento di debolezzaetirandola in disparte nel vano della finestrale strinse il voltonelle mani e proseguì sottovoce:

"Saiche cosa mi ha detto tuo suocero? che se tu ti fidi di lui e torni acasabuona buona e obbediente come primanon solo faràcacciar via quella donna e obbligherà Lorenzo a volerti benema mette a tua disposizione una sommaperché tu possadisporne per le tue opere di carità. Egli voleva ad ogni costomettermi in mano duemila liresapendo in che imbarazzi si naviga; maio gli ho detto: 'Nosor Togninoio non posso riceverli che dallemani di Arabella. Quando Arabella sarà tornata a casa sua eavrà dato segno d'aver perdonato e dimenticatoallorasoltanto potremo accettare senza rimorso qualche sussidio: prima no'.Duemila lire in questi momenti sono per noi più che una bellagiornata di maggio; ma tu non soffriresti mai che noi accettassimo lacarità da gente che non conosci e peggio da gente a cui vuoimale. Mentre se tu ritornipuoi mettere dei patti nuovi e puoidomandare anche un risarcimentonon ti pareArabella? Vienifidatidi tua madreche ne ha passate di peggiori e che ha sempre messo indisparte il puntiglio e la vanitàquando si trattava del benedei suoi figliuoli. Lorenzo capirà i suoi tortitorneràa volerti benee tu potrai vivere da signora come prima; mentre ioquando il tuo povero papà mi ha lasciato sola a quel modo chesainon avevo nemmeno da mangiare. E che spavento! e che disonore...Eppure gli ho perdonato e tornerei a volergli bene ancora secomparisse..."

Untorrente di lagrime impedì a mamma Beatrice di continuare undiscorsoogni parola del quale cadeva come una pietra acuta sulcuore di Arabella. Non ci voleva che l'evocazione di una tristememoria e di un fantasma non ancor morto del tuttoper debellarel'ultima sua fortezzaper annientare quel rimasuglio d'orgogliochela faceva ribelle e ripugnante al suo destino.

Lacondanna del suicida non era ancora scontata del tutto; e bisognavach'ella mostrasse almeno di perdonare a' suoi persecutorise volevache gli altri perdonassero a una povera anima in pena. Non avevapromesso a Dio di consacrare la vita in espiazione? Ebbenequestaera la espiazione. Ai martiri non si concede la scelta del martirio.

Comese si svegliasse da uno strano sognole parve di ritrovare in sestessa la buona e docile Arabella di Cremennoarrossì un pocodi vergognacome una bambina colta a commettere un piccolo furtocampestre fuori del suo orticello; strinse la mano della mammabaciòl'Arundelli sul visosorrise a tutto ciò che la Colombaridendo e corbellandole raccontò nel discendere le scalesilasciò condurre per tutto il lungo del corso Genovafino a uncaffè del Carrobbiodove la mamma la persuase a prendere unabevanda calda o a bagnare un biscotto nel vermouth... Esse avevanobisogno di scaldarsi e di rinforzarsi lo stomaco.

Accettòil vermouth e il biscotto; disse sempre di sì col capo a tuttele questioni della mamma; sorrise due o tre volte anche a leimostrando tutte le buone disposizioni di perdonare. Ma non pronunciòuna parola tutto il tempocome se la voce fosse morta nel petto. Gliocchi fissi alla vetrina innanzi alla quale si agitava il turbiníodi un popoloso quartiere nella piena luce d'una bella giornatad'aprileessapiù indifferente che turbatapreparavasi asoffrire fino alla fine... o fin quando era necessario.



6.TRE UOMINI

IlBotola non tardò a trovare il vecchio amico e lo condusse acasa sua. Strada facendocercò di persuaderlo a trattare conindulgenza un figliuolo che mostravasi pentito dal fondo del cuore.Citò perfino nostro Signoreil quale ha detto che saràmolto perdonato a chi avrà molto amato. Suscitò deiricordi giovanili per dimostrare a Tognino che il mondo èsempre stato mondo e lo sarà sempre finché ci sarannouomini e belle donnette.

Quandofu sui primi gradini della scalavedendo che il vecchio amico loascoltava pocolo prese per il bottone del vestito e toccò iltasto di Olimpia.

"Speroche tu non vorrai infierire contro questa incipriata creatura: essafa il suo mestierecanta come può. Il mio parere sarebbe chetu l'avessi a pigliare colle molle d'argentocome si fa collozucchero. Essada quel che sopotrebbe farti del male."

"Ame?" esclamò il signor Togninosogghignando.

"Oalmeno so che i tuoi riveriti parenti fanno un gran conto sulla suatestimonianza."

"Testimonianzadi che?"

"Contoquel che mi hanno contato. Il Mornigani avrebbe detto in sagrestia diSant'Ambrogio che Olimpia t'ha visto..."

"Checosa ha visto?"

"T'avrebbevisto entrare nella stanza della Ratta a cercare una carta..."

"Ahsì!..." cantò in tono nasale il vecchio affaristache non si aspettava questa novità. "Ahmi ha visto? obellao bella!" e ridendo confusamente cercò dinascondere all'occhio fino e indagatore del pignoratario unimprovviso turbamento di animo.

Erauna testimonianza inconcludentea rigoree di nessun valore morale;ma la notte non dormital'agitazione dell'animolo scoraggiamentoda cui sentivasi presoavvilirono un istante il vecchio naviganteche stentò a vedere i gradini della scala.

Quandofurono davanti all'uscioil Botola lo trattenne ancora due minutiper dargli un altro suggerimento:

"Sonpersuaso che è una trappola montata dai parenti edall'avvocatoma ad ogni modo sai che queste donne son sempre prontea cantare il falso. E in una causa Olimpia non ha nulla da perdere einvece ha tutto da guadagnarese giura sui santi Vangeli che t'havisto a cercare una carta. La sua finestra dà precisamentesulla stanza della defuntae sai che queste donne patiscono lainsonnia qualche volta... E poi io prevedo un garbuglio. Olimpiatirerebbe in giudizio Lorenzoil padre contro il figlio..."

"Tiha... ti ha forse parlato lui di questa faccenda?..." balbettòil vecchio. impallidendo un poco.

"Mene parlava ieri seraanzi fu lui che mi fece notare questopericolo."

Ilvecchio affarista si abbrancò colla mano all'appoggiatoio diferro dell'oscuro pianerottolo e fece sentire un secco sogghignochesomigliava piuttosto a un rantolo.

IlBotola aprì l'uscioe nell'indicare uno scalino per cui siscendeva nella stanzasi curvò verso l'uscio e susurrò:

"Zuccheroe miele."

Lorenzoche stava aspettando in casa del pignoratario l'esito delletrattativestentò sulle prime a riconoscere suo padreunpoco per il gran cappello di campagna che gli ombreggiava la facciaun poco per l'andatura floscia e legata con cui entrò nellastanza.

Mentresi aspettava un uragano di rimproverivide con sua meraviglial'adirato genitore entrare e mettersi a sedere senza parlarecoll'abbandono di chi stenta a reggersi sulle gambe.

Siache la notte agitatao l'emozioneo lo strapazzo gli facesseromale; sia che la imprevista ingerenza di Olimpia entrasse a turbarel'equilibrio morale del vecchio; risultò a Lorenzo che ilbabbo non era in vena di far scandali e rumori.

"Iosono felice e orgogliosocari amicidi offrire la mia povera casa aquestodiremo cosìcongresso della pace." Cosìcominciò il Botola col tono scherzevole per raddolcire l'ariae per avviare un discorso utile per tutti. "Vi prego di nonguardare al disordine e alla polvere di questa mia povera casa; iosono uno straccivendolo e si sa... TuLorenzosiediti qua alla miasinistrae io mi metterò in mezzo a fare il presidente. Nonmanca nemmeno il campanello..."

Ilvecchietto toccò e fece squillare un coso di bronzoch'erasulla tavolae ne trasse un suono fesso che si accompagnò alsuo ridere che aveva pure del fesso. Sedette in mezzo ai due Maccagnoe stirandosi le manivoltosi a Lorenzo:

"Dunque"soggiunse "dicevo poco fa a tuo padre che tu sei pentito edolentissimo di ciò che è accaduto ieri sera; che purdi aggiustare la cosa senza scandalipur di far pace con tua mogliesei disposto a promettere e a giurare..."

"Chesuo padre è un ladro...!" interruppe fieramente il babbocome se si svegliasse bruscamente da un lungo letargo; e alzòil suo dito magro e lungo con cui era solito infilzare uomini e cose."Che cosa non è pronto a giurare quest'imbecillemangiapane?"

"Adessotu stammi zitto e lascia parlare a me. Siamo uomini o donne?"Così il Botola con una certa furia; e voltosi a Lorenzoseguitò: "Intanto abbiamo buone notizie della signoraArabella. È venuta a Milano sua madre e tutti siamointeressati a mettere acqua sul fuocoacquaacquaTogninoe nonolio."

"Benissimo"disse Lorenzo arrossendo come un ragazzo scapestratoma non cattivoche sente ricordare il nome della mamma morta.

"Bravoma non basta dir benissimosor Lorenzo riverito" soggiunse ilBotola col piglio amoroso e severo d'un buon zio interessato. "Tudevi dimostrare col fatto a questo uomo quie a tua moglie che seiveramente un uomonon una banderuola. Hai la fortuna di possedereuna donnetta bellagraziosaeducataun rosino da far golaal principe Triulzio e vai a perderti come una bestia con Olimpia.Sii buon maritonon un burattino; sii buon padre di famiglianon unlibertino..."

Iltono predicatorio del Botolail sussiego con cui esponeva questebelle massime dalla sua seggiola zoppanell'aria morta di quelcamerone pieno di muffa e di straccinon poté che muovere unpoco la naturale allegria del Bombache sbuffonchiando rispose:

"Inquanto al buon padre di famigliail mio dovere l'ho fatto a suotempo e non è colpa mia se l'ortolana..."

"Fallotacere quel tanghero..." supplicò il padreinfiammandosisollevando le due mani aperte verso il Botola "fallotacere..."

"Noncominciate a irritarvie a rivangare le ragioni e i torti. Delpassato non si deve parlar più in vitam aeternamamen.Sei tu dispostoLorenzoa far veramente giudizio? Se sìquesto tuo padre quiche in fondo ti vuol beneuserà tuttala sua autorità per persuadere la buona sora Arabella amettere un piede sul passato. Non solo: ma visto e considerato chein seguito alla vostra recente ereditàle condizioni sonomutatetuo padredi cui credo d'interpretare il sentimentovorràassegnarti da ora innanzi un reddito maggiorepiù convenienteal tuo statovorrà pagare qualche tuo vecchio debituccio..."

"Nienteaffatto!..." protestò il vecchio Maccagno.

"Tumio caro illustrissimo e severissimo genitoredevi mettere questofigliuolo nelle condizioni di poter far onore a' suoi impegni. Inquanto a Olimpiase vi fidate di meci penso io. Con pochissimosacrificio leviamo di mezzo la pietra dello scandalo. Va bene? datecarta bianca a me?"

"Ioper me ti lascio carta bianca fin che vuoi" disse Lorenzo conaccento d'uomo che parla sul serio. "Ripeto che di questo statodi cose sono io responsabile; maamennon se ne parli più.Solo mi permetto di proporre al mio signor padre una piccolacondizione..."

Lorenzonon aveva in vita sua pronunciato quattro parole più gravi esolenni; al punto che il vecchio Maccagno sollevò la faccia erimase in curiosità di quel che il sapientone stava perdirgli. Anche il Botola rimase lì colla sua faccia dibertuccia incantata.

"Unapiccola condizione che ho quasi il diritto di imporre" seguitòil giovane Maccagnoin preda a un convulsoche gli faceva battereil bastoncino sulla punta della scarpa. "Desiderocioèche mia moglie venga con me; e stia con me; vogliocioèessere io il padrone...comandar io in casa miavisto che il maritosono io."

Dainfiammata la faccia del vecchio Maccagno si fece livida. L'occhio siimpicciolì a un'espressione di gatto selvaticoil corpo sicurvò sui ginocchile mani si strinsero in due pugni nervosiuno dei quali si sollevò lentamente e ricadde come un magliopesante sul ginocchio. Voleva gridare: "Tu? tu metti alla portatuo padre?" ma non gli venne fuori che un mugghio d'uomostrozzato.

"Sissignorivoglio così..." ripeté Lorenzoalzandosi con unvisibile sforzo e piantandosi ritto davanti a suo padrecollebraccia sul pettocome Napoleonesoffiando la sua straordinariaemozioneche sollevava e scompaginava la pigra e sonnolenta volontà.

Ancheil vecchio si alzòfe' un giro intorno alla sediavi siappoggiòe sogghignando colla bocca umida di saliva: "Tuvuoi mettere alla porta tuo padre?" uscì a dire con amarosarcasmo. "Bene! e io metterò te al posto che meriti..."

"Ilmarito sono io..."

"Checheche..." balbettò il Botolacacciando in mezzo lasua faccia pallida e rugosacoll'aria di un uomo che stenta a capireo finge di non capire. "Voi non mi farete una brutta scenaadesso. Siete in casa mia: non ve lo permetto. Vergogna!"

Idue Maccagno si guardavan coll'occhio fissoinvelenitoin atto disfidal'uno col capo curvo e irrigiditoappoggiato colle due maniallo schienale della sedia; l'altroil giovaneritto e impettitonella sua spavalda vigoria d'uomo forte e ignorante.

Avevaun bel predicare l'amico conciliatoredi dietro al tavolo zoppodelle sue anticaglie: quei quattro occhi cattivi non si torcevanomacontinuavano a dirsi delle cose cattive.

"Daquando si è vista una scena simile? tra padre e figliuolo?vergogna! E c'è di mezzo una brava e buona signora che meritarispetto..."

Cosìil Botola: ma predicava ai sordi. Quei due uomini avevano dell'odionegli occhi e nel cuore...

"Tumetti tuo padre alla porta..." riprese a dire finalmente convoce sconnessa e indebolita dall'ira il vecchioalzando una mano finsotto il viso del ragazzo. "Tu fai lega co' suoi nemici; tu lotratti come un ladro; tu gli avveleni la vitala vecchiezza; tuporti la vergogna e lo scandalo nella sua casa; tu gli rinfacci tuttociò che ha fatto per il tuo benetu gli butti sul viso uninsulto infame... non figlioma assassino di tuo padre..."

Ecome se a un tratto balzasse infuriando l'irache un resto dicoscienza teneva incatenatail vecchio Maccagno saltò colledue mani al viso di Lorenzolo investìlo sospinse fincontro la paretedove egli si lasciò spingerecedendospaventatoavvilitofacendosi scudo della faccia col bastoncinoche stringeva nella manorespingendo coll'altra l'assalto senzaoffenderemormorando con un profondo gemito:

"Nontoccarmi..."

Ilpignoratario si cacciò in mezzo. Era una brutta scenaforsenon ne aveva mai viste di più brutte. Gli rincrescevaprincipalmente che la faccenda avesse presa una piega cattivacherendeva più difficile l'opera sua d'intermediario tra Olimpiae un vecchio amico denaroso.

Epoiché Lorenzoquasi affascinato dagli occhi piccini di suopadreinsisteva a rispondergli cogli occhi insolentiin atto disfidail pignoratario lo rivoltò colle sue mani ossute discheletrolo cacciò verso l'uscioripetendo:

"Vaviava via!"

Ilgiovane si lasciò spingere un poco e quando fu sulla sogliacome se volesse confermare ciò che aveva dettosi voltòancora verso il babbo e alzò il bastoncino come una spada.

"Vavia!" e lo chiuse fuori sui pianerottolo con tanto dicatenaccioche sonò come quello di una prigione.

TogninMaccagno rimase attaccato alla sedia per non cadere. Il suo corpotremava tutto. Un pensiero buio e malvagio gli divorava la vita.Delle cento parole che il Botola gli disse in quel momentonon neafferrò unacome se l'avessero colpito con una mazza sullatesta.



7.TIRANNI E VITTIME

MammaBeatrice accompagnò la figliuola fino a casa e ricordandosi diavere qualche spesuccia da farela lasciò promettendo ditornare più tardi a salutarla.

Arabellarimontò adagio le scaleprovando ad ogni gradino la fatica ela pena di chi sente crescere a poco a poco un pesoche altri vadalentamente caricando sulle spalle. Non incontrò nessunoo nonvide nessuno.

Spintol'uscioentrò in casache ritrovò piena di sole e diallegria. Era la sua casa o la sua prigione? non distingueva piùné aveva più bisogno di distinguere. La sua vita nonaveva che un significato: "Espiazione!"

Attraversòil salotto e si rifugiò nella camera da letto.

Nelrivedere il letto liscio e compostouna idea più chiara e piùmobile delle altre venne avantima ella non vi si fermò. Inquel letto due mesi prima avrebbe potuto morire.

Sitolse il mantello e il berretto e si guardò nello specchiogrande. Com'era pallida! i capelli parevano una selva. Nel riporre lerobe nell'armadiole venne alle mani una piccola babbuccia di lanarosa rimasta dimenticata sui ferri. La buttò via. Sentìil pianto salire fino alla golama con un crudele sforzo lo respinsee ricompose l'animo a una tranquilla e marmorea indifferenza.

Mentrestava collocando in una scatola alcuni pizziche avrebbero dovutoservire per un battesimosi sentì chiudere tra due bracciaepoi sentì un volto caldo e lagrimoso sul suoche la baciavateneramente sulle gote e sui capelli.

"Poverala mia siora! credevo che facessero patire soltanto lepovarete; ma vedo che siamo dappertutto le stesse. Pazienza!Se si buttasse un pochettino sul letto?"

"Forsehai ragione. Sono stanca..."

"Vengacon mebenedetta"

L'Augustache aveva bisogno di abbracciare qualche cosa di carosenza diraltrosi tolse in braccio la sua povera padroncinala collocòsul lettole sciolse le scarpela coprì col piuminoe dopoaverla baciata ancora una volta sui capellichiuse le imposte.

Arabellasi addormentò come una bambina stanca.

Nonfu che verso l'ora del pranzo che il signor Tognino chiese di parlarea sua nuora.

Uscitodalla casa del Botola col cuore avvelenato e rottosi trascinòa casasi rinchiuse un pezzo nell'ammezzato a scrivereconsegnòalcune carte al notaio Baltrescae mandò due volte laportinaia a domandare a sua nuora se voleva riceverlo. La prima voltal'Augusta fece rispondere che la sua signora dormiva: piùtardicirca verso le quattroraccolto lo spirito a idee piùtranquilleil vecchio prese a salire le scalefaticosamenteforseper la stanchezzaforse per una soggezione nuova che intricavagliper dir cosìla volontà e le gambe.

Unreo di qualche enorme delitto non avrebbe provata una impressionediversa sul punto di essere chiamato la prima volta davanti algiudice. Non era rimorsonon era paura; non era nemmeno vergogna omortificazione per la cattiva condotta di Lorenzo; o forse in quelsuo sentimento di stanchezza e di avvilimento entrava un poco ditutto ciòmisto a una tenerezzaa un desiderio di rivederladi parlarledi domandarle perdonod'ascoltare la sua voceditrattare con lei un sistema nuovo di vita per l'avvenire... prima chesuo figlio lo mettesse alla porta.

"C'è?"chiese all'Augustasoltanto per provare la voce.

"Sissignore."

"Dov'è?"

"Ingabinetto. Ha riposato bene tre ore."

"C'èanche sua madre?"

"Nossignorenon è ancora tornata."

"E...il signore s'è visto?"

"Nonsi è visto."

"Vaa dirle che son qui."

Mentrel'Augusta eseguiva l'ambasciatail signor Tognino rimase mezzominuto in piedi colle mani appoggiate alla tavola da pranzocolcuore stretto e angustiatoin preda a dolorose vertigini che sisforzavano di tirarlo in terra. Vide un gran rosso sulla tavolachecercò di rimuovere: non era che l'orario delle corse rimastolì dalla sera prima.

"Sevuol passare..."

"Nonsi sente mica male..."

"Noha riposato. Non me la facciano più patire."

Ilvecchio non intese le ultime parole della ragazza. Pose il cappellosopra una sedia esollevata la tenda pesante che separava il salottodal gabinettodomandò ributtando con uno sforzo supremo lasua puerile trepidazione:

"Permette?"

"Avanti"disse la voce di dentroche sembrò un'altra voce all'orecchioottuso del vecchio malinconico.

Allaprima occhiata lo colpì la pallidezza quasi spettrale in cuiArabella pareva dimagrita e quasi invecchiata. Davanti alla pietosaapparizione sentì tutte le amarezzetutti i rancoritutte leviolenzeche da tre mesi andava accumulando in difesa del cuoreprecipitare in una rovina desolata. "Ecco che cosa avete fattod'una povera creatura!" avrebbe detto il cuorese avesse potutoparlare o pensare.

Ilsignor Tognino socchiuse un istante gli occhi.

Arabellastava seduta davanti al tavolino da lavorosotto la finestranellaluce attenuata dalle doppie cortine di seta celestecolle manioccupate in apparenza in un piccolo merlettoche aveva cominciatocon un delizioso pensiero nei primi giorni della gravidanza.All'entrare di suo suocero non si mosse. Il suo contegnosenzaessere né sgarbato né umilerimase d'una freddezzaimpassibile. Pareva dire nel suo silenzio freddo e sdegnoso: "Eccola vostra schiavache ha creduto per un momento di poter fuggire.Punitela". Arabella non dissené pensò questecose; ma il vecchio suocero gliele lesse sul viso.

"Laringrazio d'essere tornata" disseappoggiandosi al tavolinocolle bracciaper resistere a un tremito nervoso che lo indebolivaguardando dall'alto sui capelli di sua nuora accuratamentericomposti. E come si appoggiava al tavolino per non caderecosìcercò colla voce di appoggiarsi sulle sillabe delle parole pernon tradire la debolezza della sua commozione. "È sempreuna bella cosa aggiustare i nostri guai in famiglia. Ha parlato collasua buona mamma?"

Arabellaaccennò di sì col capo. Rimase chiusa e raccoltaintorno al suo dolore il tempo di vincere la ripugnanza al parlare edopo aver inghiottito qualche cosa di duro che minacciòsoffocarlasollevò penosamente le palpebreallargògli occhi serenipieni di una timida sommissionein faccia a suosuocero e balbettò con un leggiero movimento della bocca:

"Ledomando scusa..."

Egliche non si aspettava quest'atto di eccessiva umiliazionerimaseancora più sconcertato. Mosse un poco una mano in aria evoltando la faccia verso la finestrabalbettò:

"Nontoccaveramentenon tocca a lei chiedere scusa. Dicevo soltanto chenon bisogna dar occasione di parlare alla gente... La gente ècattiva."

Arabellanon disse nullama si raccolse con tutte le forza della sua vita sullavoruccio che teneva nelle mani come se vi si aggrappasse per nonprecipitare in un abisso senza fondo. La sua testa prese unaimmobilità di pietra.

"L'avvertoche fin da stamattina ho ritirato la querela contro il Beretta. Ilquestore lo metterà in libertà oggi o domani. Vede cheho tenuto conto della raccomandazione... Verrà aringraziarla…"

"Aringraziar me?"

"Sìperché deve soltanto a leise ho potuto dimenticare quel cheha fatto e quel che ha detto contro di me."

"Laringrazio..." rispose Arabella freddissimamente.

"Eoramia caraparliamo un poco degli affari nostri mentre siamosoli..."

Tiròvicino una sedia e vi si posesedendo sullo spigolomentre essaritraendo un poco la testa nelle spalleparve dire: "Sono qui".

Eglisi tolse lentamente i guantili distese sui ginocchi accomodandolil'uno sull'altro come se cercasse di farli combaciareementreandava così stirandoli e carezzandoliseguitòsottovocelentamenteparlando quasi a se stesso:

"Sentacara Arabellaio non sono qui per difendere Lorenzo; anzi... Nonvoglio nemmeno sapere quanto di vero ci sia in ciò che lagente racconta della scena di ieri sera. Non andrò a dare untitoloil titolo che si meritaall'azione malvagia di certe personeche hanno voluto sotto apparenza di zelo e di benevolenza avvelenareil suo cuore. Lei sa se io soffro meno di lei di questo stato dicose; lei sa tutti gli sforzi che ho fatto perché Lorenzolasciasse le vecchie abitudini: anzi la mia speranza nel dargli inmoglie una donnina savia e giudiziosa fu appunto d'avere in lei unaiuto... non è così? Sfortunatamente una fila disciagurate circostanze hanno guastato i nostri progetti. Un tristeequivocoun sinistro accidenteuna lunga malattiauna carasperanza perduta e più di tutto l'invidia e la cattiveriadella gente hanno concorso a sviare Lorenzo dalla sua casa. So chi siè presa la bella parte di spiaso chi ha tutto l'interesseche Lorenzo torni alla vita dissipata; io non lo difendotutt'altro;ma forse egli non è il colpevole maggiore. Amen! nonamareggiamoci per ciò che non si è potuto ottenerefigliuolae vediamo di ripararedi lavorare per l'avvenire. Lei haavuto la bontà di tornare in questa casa ed è giàun bel passo... In quanto a quella donna ho già pensato aporvi rimedio. Tolta l'occasionetolto il peccato..."

"Eresta la nausea" scappò detto alla poverinache pureaveva promesso di non parlare.

"Sìper un pocoè naturalee io non pretendo che lei abbia adimenticare e a perdonare così subito. Il cuore è cuoree quel signore deve capire che non si offende una donna onestasaviaamorosasenza soffrirne le conseguenze. Io non sono venuto aparlare di perdono. Il perdono se lo deve meritare monsú.Io sono venuto per rimettere sul tappeto la questione della campagna.Tutto è già pronto. Domani lei può venir via conme e ritirarsi in un bel sito quietoche ho scelto appostasullagodove potrà rimanere tutta l'estatelontana daipettegolezzi e dall'insidie della gentefinché avràtrovata la forza di perdonare del tutto. Conduca con sél'Augustaconduca pure la sua buona mamma se vuol veniree lascifare a me tutto il resto. Sul lago troverà una bella casaungran riposomolti fiori: ese mi permetteràverrò atrovarla. O se non vorrà veder nessunofaremo tutto ciòche piacerà a lei. Se invece preferisce andare qualche mesealle Cascinedisponga pure. Avevo pensato chequando si trattassedella salute dell'anima e del corpofin le sue buone suore diCremenno le darebbero ospizio per qualche tempo. Io non mettocondizioni. Ciò che importa è che lei lasci subitoMilanodove son troppo vive le impressionidove c'è troppagente interessata a turbare la sua pace e a farle del male. In quantoa Lorenzo tra un mesetra due deciderà lei quel che simerita."

"Ionon devo né posso avere una volontà" riprese adire malinconicamente Arabella; "andiamo pure in campagna orestiamo quaper me è lo stesso. Rientrando in questa casaio ho lasciato alla porta ogni mia volontà. Dia pure gliordini che crede..."

Echinando il capo e accostando sempre più il ricamo agli occhicome se con quel movimento volesse opporre un argine a un torrente dilagrime chesuo malgradole gonfiava gli occhisi chiuse di nuovonel suo doloroso silenzio.

"Nonsono ordini…" sillabò timidamente il suoceroguardandosi la punta della manoreagendo anche lui a un piccolosinghiozzoche urtava lo stomaco.

"Delresto..." essa riprese senza alzare gli occhi "sento chenon potrà durar molto."

Questeparoledette senza rancore e senza amarezzaavvilirono del tutto ilsuocero affezionatoche osservando la pallidezza mortale di leiilprofilo assottigliatol'occhio languido e paurosola respirazioneaffannosail tremito della persona che pareva in preda a una febbrenervosanon seppe respingere un lugubre presentimento. Sentìingrossare la passionealzò una mano lentamentecon untremito: la posò sulla testa di leine carezzòleggermente i capellicome se mostrasse di raccomodarli sullafronteevincendo una mortale debolezzamormorò con voced'uomo che parla in sogno:

"Leinon deve parlare cosìArabella; noi le vogliamo bene."

Arabellamosse il capo con due piccole scosse di ribellioneche parvero dire:"Grazie del vostro bene..."

Ilvecchio intese il significato di quella mossae scendendo collastessa mano a stringere una mano di leigliela posò sultavolinotenendola sepolta e stretta nella suamentre la sua testapiccina e espressiva s'infiammava d'una vampa improvvisa.

"Sìle vogliamo bene... È forse una brutta maniera di voler benee lei meritava meglio; ma può dire che abbiamo operato concattive intenzioni? Io non difendo Lorenzoe anch'io mi sento moltocolpevole; ma si guardi intorno e dica se chi pensò aprepararle questa casa merita veramente il titolo di avarodiaffaristadi speculatoredi ladrodi svergognato che tutti glidànno. Ne' miei affari la prima regola è l'aritmetica:è naturale. Ma può mia nuorascusipuò lafamiglia Botta dimostrare che io ho fatto i conti sempre a miovantaggio? Se io fossi proprio quell'usuraio che diconoil signorPaolino non avrebbe scritto otto giorni fa una lettera in cui mipregava di un soccorso: e l'ho fatto volentieri. Anzi voglio che essaabbia la prova che non invento..." Così dicendo levòil grosso portafoglio da cui trasse alcune carte.

"Losolo so" si affrettò a dire Arabellasocchiudendo gliocchi.

"Nonolei deve vedere e toccare con mano" insistette luimettendosul tavolino delle lettere e delle cambiali. "Ho diritto diessere giudicato sulla base dei fattipoiché lei ha credutoalle voci della gente e alle calunnie dei miei parenti. Chi mandavain prigione per poche bottiglie di vino il Berrettarinnovava alsignor Botta dei titoli che rappresentano un valore diventicinquemila lire. Mi sarebbe stato così facile passare perun tiranno col signor Botta; ma non l'ho fatto perché ripetoil mio abaco non è soltanto pieno di numeri."

"Scusi"disse Arabella alzandosi. "Non so perché lei mi fa questodiscorso ch'io non sono in grado di capire. Me ne ha dette abbastanzala mamma e vede che sono tornata."

"Iovolevo dimostrarle che non è soltanto l'interesse che ci faparlare..." soggiunse sottovoce il vecchio suocero. "Nonvoglio nemmeno che lei si consideri come una nostra schiava...Guardi. Consegno a lei questo mio creditoqueste mie carte. Lefaccia vedere a una persona praticadi sua fiducia: ne discorra colsuo padrinocolla sua mammacon chi vuol leie faccia di questecarte quel che vuol leile straccile abbruci..."

Arabellarifiutò di ricevere le tre o quattro cambialiche il suoceroad ogni costo voleva farle accettaree ciò finìcoll'irritarlo. In preda a un tremito convulsoil vecchio aprìil cassetto del tavolino da lavorovi cacciò le carte dentrorichiuse con furiarosso in visosi alzòcercò ilcappello einchinandosi in atto di licenziarsibalbettòmozzicando le parole:

"Facciacome credesignorae perdoni se non abbiamo saputo renderlafelice."

"Sentasignore..." interruppe Arabellaraccogliendosi da quello statodi neghittosa rassegnazionein cui si era ridotta per sua difesa.

"Leiè libera. Se credepuò andare oggi stesso con suamadre."

"Ioson tornata…" provò a soggiungere la giovane.

"Leiè tornata come torna una schiavae io voglio dimostrarle chea questi patti non accetto il suo sacrificio. Vada e dica pure chel'abbiamo trattata maledica pure che in casa nostra non ha mangiatoche pane e velenodica pure che siamo egoisti legati all'interessema non ci obblighi a mantenerla come una schiava."

"Sentasignore..." interruppe Arabellaraccogliendo il fascetto dellecambiali e avvicinandosi al vecchio offeso con un contegno tra ilrispettoso e il mortificatonon perché avesse qualche cosa daopporrema per una nuova paura che ne derivassero più gravi epiù oscure complicazioni. Un malato non teme tanto i mali chehaquanto quelli che ne possono derivare.

Infondo al suo risentimentola coscienza onesta e chiara non rifuggivadal riconoscere cheper quanti torti avesse ricevuto in casaMaccagnosuo suocero s'era mostrato verso di lei generoso e buonoeche l'offenderlo e il licenziarsi da lui con una dura parolaoltreal non riparare nullametteva lei nella condizione di negare lagiustizia.

Perquesto si mosse a trattenerloe fu questo stesso senso di giustiziache la persuase a mostrarsi più indulgente:

"Sentapapà... abbia compassione di me. Vede che io non so quasiparlare..."

"Tumi domandi della compassione; macara figliuola miasei tu che deviavere un po' di compassione di questo povero vecchio che tuttiprendono a perseguitare…" Così proruppe con unimprovviso mutamento di voce il signor Togninotornando in mezzo alsalottopassando in fretta le mani sugli occhi per dissipare unanebbiaumida di lagrimesegno di debolezza e di stanchezza moralecurvando il capo e la persona alla presenza di una donna che eglicollocava molto in alto ne' suoi pensieri. E stretta la mano diArabellacondusse questa a sedere sul piccolo canapèdovecercò di continuare un discorso difficile e pesantedal qualegli sfuggivano idee e parole. Lottò un pezzo colla suaincapacitàchiudendo la bocca al singhiozzopremendo ilfazzoletto sulle pupille oscure e densecrollando rapido la testacome se compatisse sé stesso.

Finalmentedopo aver portata due volte la mano delicata di Arabella alle labbramormorò:

"Abbipazienza..."

"Sisente male?"

"Ohsìmoltoqui..." dissebattendo colla mano il petto.

"Seio ho potuto dire qualche cosa di spiacevole..." balbettòArabellafissando lo sguardo sul viso pallido del vecchio.

"Nonopovera figliuola."

Arabellasi raccolse in una penosa concentrazione davanti all'improvvisotrasfigurarsi di un uomo che due minuti prima aveva visto nel pienovigore del suo carattere ardente e tenace. Una di quelle vociimprovviseche nel cuore dei buoni sono annunci di ignote veritàsorse a domandarlesuscitando nell'animo suo un senso quasi distuporeda qual parte fosse il maggior dolore e a chi tra lor duetoccasse d'aver più carità e più compassione. Unocchio malato stenta a vedere il male degli altri.

Laragione umanache per giustificare i nostri patimenti ha bisogno dicercare un tiranno ed è quasi sempre fortunata di trovarne od'inventarne uno che bastasi turba e non osa credere quando vede levittime farsi male tra loro.

Arabellainnanzi alle sofferenze e alle lagrime di un uomo che la fortunaaveva abituato a vinceresi domandòconfusamente erapidamente (come sono tutti i colloqui che facciamo con noi stessi)se per caso essa non aveva abusato della sua debolezza. La punturavelenosa d'un'ape moribonda può uccidere un leone. Forse avevadetto delle inutili asprezze a suo suoceroche verso di lei si eramostrato sempre buono e amoroso. Forse aveva ragione la povera mamma.Essa non vedeva che sé...

Alvenir meno dell'orgoglioche l'aveva sostenuta in questa fierabattagliasi spaventò a un tratto come un assalito che nelfurore della mischia si trova di aver oltrepassato i limiti delladifesa e d'aver infierito crudelmente e inutilmente su degliinnocenti. Sentì che ora toccava a lei dir qualche cosa dimeno amarodi condurre il discorso a una buona conclusione. Dalmomento che aveva accettato di tornare in casanon doveva starvirinchiusa come una fiera irritataoh Dio!... essa non aveva il cuoredi una fiera. Chi l'aveva resa superba e cattiva?

"Sele pare che la campagna possa far bene a tutti" prese a diresottovoce "dal momento che ho accettato di rientrare in questacasa... gli obblighi di riconoscenza che ho verso di leimiobenefattore... Se c'è speranza ch'io possa fare ancora delbene a qualcuno... insomma io non mi oppongodisponga lei come credemeglio."

"Chetu sia benedetta!" ripigliò con più calore ilvecchiofacendosi più acceso in volto. "So che tu seibuonaArabellae se non fosse per la tua bontàio nonvorrei soffrire quel che soffro. Tutti son cattivi con metutti! Èuna congiura di tutti contro uno solo. E anche lui s'è unitoa' miei nemicianche lui mette alla porta suo padre. M'ha feritoquicon un coltello. E domani mi trascineranno davanti ai tribunalimostrandomi come una belva feroce dentro una gabbia. È unintrigo mostruoso di pretidi avvocatidi lazzaronidi parentidiamicidi nemicidi donnaccietutti contro un povero vecchio... eanche lui ci sarà a gridare: dàllidàlli alladro!"

Uncupo e profondo sospiro interruppe la violenza di questo discorsoche Arabella cominciava ad ascoltare con mesta attenzione.

"Nonha egli alzata la mano sopra suo padre?" continuò ilvecchio parlando con foga accorata. "Andate via tuttilasciatemi qui solo a vivere come un canesolo contro tutta lacanaglia di Milanoe così avrò lavorato tutta la miavita per non raccogliere che odioimproperimaledizioniingratitudinee per essere messo alla porta da quelli che amo..."

"Papà..."interruppe Arabella con un moto di terrorevedendo il volto delvecchio infiammarsi di nuovo; ma come se egli parlasse a una turbach'egli solo vedeva:

"Andatestampate sui muri che io sono un ladroche ho rubatoche hoavvelenatoche ho bevuto il sangue dei poveriaizzatemi contro icani di Milanofatemi maledire dai miei figli".

"Mano..." tornò a esclamare Arabella con un sinceroabbandono di pietàcercando di sviare il povero vecchio dauna corrente che lo trascinava alla disperazione; ma l'orgasmo fu piùforte:

"Soche mi avete maledetto" egli disse "so che non mi voletepiù; furono i preti che v'istigarono a odiarmi. Pigliatevi imiei denaributtatemi su una strada. Alla gente io rido in facciama non posso far senza della benevolenza de' miei figliuoli... Questami è necessaria più del pane..."

Eil vecchio affaristatrascinato ormai dalla sua stessa energianonseppe più opporsi al torrente dei mali che da tre mesi andavaurtando contro la sua vitabattendone e scassinandone gli argini digranito. Come per una breccia apertal'onda si riversòtravolgendo le spondee si dilagò in un mare di dolore.

Arabellanon aveva mai visto un bambino piangere e contorcersi nel suo dolorecome vide a un tratto un vecchio di sessantatré annicurvoquasi rannicchiato sopra se stessocolle mani nei pochi capellibianchi e il volto nascosto contro lo schienale del divano. Tale fula sorpresaper non dire la paurache non seppe resisteresimossesi chinò verso il povero afflittocercò nelfondo più buono della sua natura una parola buona.

"Nondicapapàche noi le vogliamo male. Tutti possiamo sbagliarenella nostra vita: e non credo che Lorenzo abbia potuto dire colcuore una parola cattiva. In quanto a mese le pare che abbiagiudicato troppo severamenteson pronta a farne ammenda. Siamogiovanici manca l'esperienza... Ma ella troverà sempre ne'suoi figliuoli amore e indulgenza."

Checosa disse di più? parlava come per incantocedendo a unamisteriosa suggestione di benevolenzanon accorgendosi (ed èanche questo un vantaggio dei buoni) che nella sua caritàabbracciava nel vecchio addolorato anche la causa che lo facevasoffrire.

"Soche tu sei buonafigliuolae che non hai coraggio di maledire unpovero vecchio. S'io fossi anche cento volte più colpevoletroverei sempre un po' di compatimento nella mia buona Arabella.Sento che fu Dio che ti ha mandata sulla mia strada. Me ne sonoaccorto fin dalle prime volte che ti ho incontrata sulla strada delleCascine. Una voce qua dentro mi disse subito che tu saresti stata laluce della mia vita e della mia casa. Mi parve d'allora di avertrovata per la prima volta la ragione della mia esistenza. Soltantod'allora cominciai a vivere per qualchedunoper qualche cosa. Tu haivisto che a questa ragione ho sacrificato molti interessi e moltidiritti. Io non fui più io. E ieri seraquando sono tornato eche non ti ho trovata piùsentendomi quasi giudicato edesecrato da teho provato un tal dolore al cuore che ho creduto dimorire. Il pensiero che la gente possa farti del male per cagion mianon mi lascia più dormire la notte: è una vita troppodi tormento che mi farà morire. E pazienza! ma non dirmi chemi vuoi maleche mi disprezzi..."

"Io?"uscì fuori a dire con voce esaltata Arabellaritraendosi unpoco colla persona.

Egliafferrò le mani di lei e tenendola così prigioniera:

"Tuttosi spezza nelle mie mani"continuò "tutto si spezzadentro di me. Son più che un uomo malatosono un uomo che sisfascia. Sentiho la febbre. Non ho più forza. Vedo oscuroson vecchioson stancoson cattivo... Ho paura di morir solocomeun cane..."

Arabellacol volto afflitto da una penosa incertezzacercò una parolad'incoraggiamento; ma le parve di capire che il viso poco prima cosìinfocato del vecchio si coprisse d'un pallore lividoin cui ilineamenti s'indurivano in una rigidezza quasi mortale.

"Soncattivoso che son cattivo..." seguitò con lentisospiriparlando quasi nelle mani di sua nuora. "Ma tu seibuona e potrai insegnarmi come si fa a vivere bene. Farò tuttociò che mi dirai di fare. Andremo viain campagnalontanidal mondola mia volontà sarà la tua volontà.Se dirai: 'Cediamo tutto' io cederò tuttocontento didividere con te un boccone di pane..."

Arabellanon afferrava ancor bene il valore di queste strane parolechesomigliavano a una confessione. Sentendone le mani ardentivedendoil pallore mortaleandava a pensare che il vecchio delirasse.

Quelnon so che di religioso e di maternoch'era nel fondo dell'indolesuafu tuttavia profondamente toccato dal pianto e dai sospiri delpovero vecchioche invocava pietà e misericordia. Èvero: tutti lo respingevano; tutti si ergevano suoi giudici e suoipersecutori. Lo vedeva ora così malatocosìabbattuto...

"Viasi faccia animopapàe disponga pure di me fin dove possoessere utile. Non c'è male per quanto grandea cui Dio nontrovi un rimedio ancor più grande. Lei è propriomalatovedo bene. Ha bisogno di riposodi tranquillitàd'animo. Ha la febbresento. Anche il suo aspetto mi dice che non sisente bene. Devo chiamare l'Augusta?"

Ilvecchio fece segno di no.

"Leisi sente male..."

Arabellacominciò a tremaree cercò svincolarsi per correre achiamar gente; ma lui la trattenne forte per un lembo del vestito: emormorando parole grosse e confusele fece capire che volevascrivere.

"Scrivere"e indicò col dito un calamaio sul tavolino da lavoro.

Arabellaaccostò il tavolinoaprì il calamaiostese un fogliomise la penna in mano al vecchioobbedendo in preda a una convulsaagitazione ai cenni di quel povero uomoche la tratteneva sempre peril lembo del vestito.

"Passapassa..." mormorò con voce di fiera malinconia il vecchiocome se si riavesse da una momentanea vertigine.

Appoggiòla testa alla mano sinistrastrappando con l'altra il vestito dellagiovaneche s'inginocchiòcedendo quasi all'invito d'uncomando interiore.

"Hoda chiamare qualcuno?"

"Nosto bene. Sta qui."

Edopo aver arzigogolato un poco colla pennail vecchio malatocominciò a scrivere in righe oblique mostrando nellacontrazione dolorosa del viso duro e pallidissimo lo sforzo dellafuggente volontà

Arabellache sentivasi molle il viso di lagrimevide che a un certo punto lamano del vecchio s'irrigidì. Fu per gettare un grido diavviso; ma egli se ne accorse. Svegliandosila guardòteneramentemosse le labbra a un sorriso mortoe allungando la manoa riprendere quella di Arabelladopo un lungo sforzo per formularela paroladisse:

"Prega..."

Arabellaaprì le braccia e sorresse il corpo cadentementre cogliocchi pareva chiedere soccorso intorno a sé. Quando si accorseche il malato veniva menonon trovando in se stessa la forza nédi gridarené di sollevarsiallungò la mano fino atoccare il bottone del campanello elettricoe riempì la casad'uno squillo lungo e spaventato. Sentì correre gente. Entròl'Augustache visto il viso irrigidito del vecchio e gli occhispaventati della signora corse fuori a chiamar la Gioconda.

Ledue donne prestarono i primi soccorsi: finché qualche vicinoavvertì il portinaio e si mandò per il dottore.



8.LA VITA È UNA TRAPPOLA

DonGiosuè stava cenando tutto solo in canonica con un boccone dimerluzzo e un'unghia di formaggioquando entrarono a dirgli che ilsignor Tognino era in punto di morte e desiderava parlargli.

"Parlarea me? in punto di morte? il sor Tognino?"

Nonvolle crederefinché non gli fu mostrato un bigliettod'Arabellafiglia di parenti che egli non aveva mai volutoriconoscerema della quale il prevosto gli diceva un mondo di bene.

Lasciòil merluzzoprese cappa e cappello e uscì dietro all'uomo delbigliettomentre già incominciava a imbrunire.

Stradafacendosentì che trattavasi di un mezzo colpo apoplettico.

"Anchelui! ma non aveva fatto un patto col diavolo?"

"Lavita è una trappola" finì col conchiudereriassumendo in un'immagine chiara e succinta tutta l'essenzaantropologica della poca filosofia imparata in Seminario. Dio nonpaga il sabatoma il sor Tognino non aveva visto nemmeno il lunedìse questo avviso non era uno scherzo. La roba rubata gli era rimastalìal pomo di Adamo. E se si doveva credere che avevadesiderato di vedere un pretee tra i preti proprio luidon Giosuèanche questo poteva essere un segno di resipiscenzaeffetto del ditodi Diodi quel tal dito lungo che arriva dappertutto...

Giuntoin via Torinofu accompagnato di sopradove si trovò inmezzo ai parenti raccolti in una stanza semibuiain un sommessocomplotto. C'erano i Borrolac'era il notaio Baltrescac'eranodelle signoremolta gente nell'ombrasu per le scaleinanticamera. Il malato era stato per il momento collocato nel lettodegli sposiperché il caso grave non permetteva ditrasportarlo nelle sue stanze. A nome dei parenti l'impresariocavalier Borrola tirò in disparte il prete e gli fece capireche bisognava far fare al moribondo qualche dichiarazione: e perquesto i parenti desideravano che il malato fosse assistito da unsacerdote di confidenza che sapesse le cose: e stava per dire ilmestiere. Ma il momento era troppo solenne perché il liberopensatore cavalier Mauro Borrola osasse fare dell'intransigenza.Quando è in giuoco quasi un mezzo milionec'è postoper la bottega di tutti.

Ilpovero signor Tognino giaceva nel letto degli sposi (chigliel'avrebbe detto?) col capo fasciato di ghiacciocolla testarossa e congestionatacolla pelle del viso tesa e lucidal'occhiospentoil respiro corto e pesanteil muso sporgente in unaespressione di dispetto.

Ilcanonicoabituato a strologare sui malaticapì subito che ilbrav'uomo aveva bell'e goduta la sua eredità. La farina deldiavolo... Ma si affrettò a suscitare contro le insidiosesuggestioni dell'orgoglio e dell'interesse mondano un senso cristianodi carità e di mansuetudineche non mancava nell'animo delvecchio prete burbero e arruffatoma ci stava come un vecchioorologio guastoche da quarant'anni non segnava le ore.

Siaccostò al lettoprovò a prendere e a stringere lamano dell'infermo: si chinò sul cuscinoe ammorbidendo lavoce a un tono di tenerezzaa un belato di vecchia pecorache a luistesso parve una canzonaturaprovò a chiamare: "SorTognino..."

Ilmalato aprì stentatamente gli occhili tenne fissi un pezzocol barlume confuso del moribondo nella faccia rugosa e intrigata delcanonicodiè segno di ravvisare e di capire: e li richiusecon una languida espressione di dolore e d'impotenza. La linguaingrossata non poté articolare sillaba.

Ancheil prete nel mezzo minuto che stette a guardare negli occhi il suodannato avversariosentì qualche cosa d'insolito muoversi didentrosotto il peso dei giudizi fatti: e il malinconico paragonedella trappola tornò a balenargli nella fantasia. Il vecchioorologio guasto mandò dei rantoli.

"Ilcaso è gravesenza dubbio..." disse nell'uscire aiparenti che lo circondarono.

"Ènecessario ch'egli metta in ordine i suoi interessi" tornòa insistere il cavalier Borrola.

"Sicurotutti più o meno ci siamo implicati" entrò a direil Botolacheproprio quella mattinafacendo uso della cartabianca concessagli dal Maccagnoaveva anticipato dei denari aOlimpia.

"DonGiosuè" riprese l'impresario "coll'autoritàmorale del ministro di Dio veda di raccogliere qualche preziosaconfessione o dichiarazione o assentimento a proposito dell'ereditàRatta."

"Ionon sono della parrocchia e non posso ingerirmi. Si potrebbeavvertire subito don Feliceil prevostoo l'avvocato."

"Alloranon perdiamo tempo" disse l'impresario: "lei vada a parlarcoll'avvocato; io corro a chiamare il confessore."

Sullaporta era raccolto un mucchietto di genteche tempestavano didomande la portinaia. Vedendo uscir don Giosuègli furonointorno come mosconi.

"Unatrappolauna trappola" seguitò un pezzo a ripetere incuor suo il canonicocamminando tutto ricurvonel suo vecchiomantellosenza veder la gente che gli veniva incontro. "Collamorte non si scherzafigliuoli. È la gran ragioniera cheaccomoda i conti con un bel colpo di falcezactracche non guardain faccia a nessunoné al grasso né al magronéal poveroné al ricconé al luponé allapecorané al cristianoné all'ebreo. È lagrande liquidazioneil gran ribassoe per molti il fallimento conbancarotta. Non si capisce come ci sia della gente attaccata allarobaalla vanitàalla carnequando dietro l'uscio c'èsempre la gran Secca che aspetta col falcetto in mano. Ma siam tutticosìl'orgoglio ci inasinisce tutti a una maniera. Statue difango su piedestalli di superbia!..."

Ecome se una misteriosa mano facesse scattare una svegliache daquarant'anni non suonava più nel vecchio orologiodon GiosuèPianellicoll'immagine del sor Tognino sotto gli occhistentòa dormire quella notte. "Una trappola!"

IlBotolapreoccupato anche lui di piccoli affari mondaninon potendofar parlare il padreandò in cerca del figlio.

Lorenzodopo la brutta scena con suo padreavvilitoamareggiatoconturbatola prima volta in vita sua da un dispetto vero e profondosentendosidebole e incapace di continuare in una lotta disuguale contro un uomopiù forte di luidisgustato fortemente anche per compassionedi Arabellach'egli giudicava strumento e vittima in mano di suopadrenon sapendo dove andare e che cosa fare della sua vitaindebitatasenza babbo e senza mogliesi lasciò trascinaredall'abitudine al Piccione Clubdove trovò Maxche locondusse a far colazione al Cova. Mangiarono dell'orsoaffogandolonel medoc. Dal Covacol di Brienne e con Maxfece una visita alleattrici del teatro Pezzanaun baraccone di legnoimpeciato espalmato di peccati mortali. Tornò al clubcacciò ilcapo nella sala di schermasoffermandosi prima dal Campari aingoiare un assenzio; per antipasto vinse una dozzina di lire a Maxin una serie di piccole partite a scopafinché venne l'ora diandare a pranzo.

Noleggiatauna vettura si fecero trascinare alla Cagnoladove il falso barolo eil falso marsala finirono coll'affogare un'anatra che l'oste servìper selvatica.

IlBotoladopo averlo cercato inutilmente al clubal caffèdaOlimpiadal Campari e perfino in Borsafu abbastanza fortunato ditrovarlo verso le dieci e mezzo solodavanti a un bicchierino dicognacseduto a un tavolino del caffè Biffiquasi nel mezzodella Galleriaraccolto come un filosofo pessimista a meditare sullacaducità delle cose umane.

Nonfu troppo agevole per il vecchio pignoratario di fargli intendere labrutta notizia. Il medicoil marsala il cognacl'orso e l'anatradella Cagnola combattevano una strana battaglia contro lo stomacomandando aliti e fumi e vertigini al povero cervello.

Pienoe indurito come una bottedella gran lotta della vita non glirestava che un senso o per dir meglio una reminiscenza dolorosa infondo a quel resto di memoria che sornotava al vino e al cognacsimile al dolore d'un dente strappato maleche lascia in boccal'impressione di un'immensa caverna.

Attraversandocon rapide vertigini le scene della sera primadella notte in casadel pignoratariodel suo incontro con papàdelle male paroledette e uditeuscivano come da un miscuglio oscuro di sensazioni leimmagini più vive e chiare di Olimpia e di Arabellale vedevacozzar tra loroalzava una mano per separarlemormorando parole chearrestavano i passantifinché crollando il caporideva ancheluifacendo ridere la gente col ritornello dell' "Arabell'Ara discesa Cornara..." una fanfaluca fanciullescachegli tornava sulla bocca per un travaso di sensazioni lontane erecondite.

"Sonodue ore che ti cerco per mare e per terra" disse il Botola"vienituo padre sta male a morire."

"Ilpadrone sono io..." declamò tragicamente l'ubbriacotirando un filo delle sue scompigliate reminiscenze.

"Fossialmeno padrone delle tue gambe. È una disgrazia che tu nonintenda la ragione in questo momento. Tuo padre è agonizzantemuorehai capito? vieni a casa."

Ilvecchio cercò con forti scrolli di fargli entrare quest'ideache come un lume attraverso le fessure d'una porta chiusamentremetteva l'ubbriaco in sospetto e in pensiero di qualche cosa distrano al di fuorinon bastava a dargli l'idea della cosa e la forzad'aprire.

"Ilpadrone sono..."

"Sìsìdomani sarai padrone di tutto. Adesso vieni a casa."

Ecercò di sollevarlo e di condurlo via. Lorenzo non feceresistenzae continuando a ripetere la gran ragione che il padroneera luisi lasciò tirare fino a una vettura e trasportare acasa. Ai piedi delle scale parve al Botola di scorgere negli occhimolli dello schiamazzone un barlume di malinconiaquasi unatristezza paurosa e scontrosa e colse il momento per dirgli di nuovoche suo padre era in punto di morte. E vide allora da quegli occhiannebbiati sgorgare lentamente e scorrere sulla pelle infocata duepiccole lagrimeanch'esse del colore del cognac.

Dalpianerottolo per un breve ballatoio aperto si passava alle scale diservizio. Il Botola condusse al buio Lorenzo per di lìloattaccò colle mani alla inferriata e gli disse:

"Nonmuoverti".

Elo lasciò a meditare al frescoal lume delle stelle. Quandogli parve il momentolo menò nella stanza del moribondo. Eraquasi mezzanotte. Una piccola lucerna nascosta da un paraventorompeva a mala pena le tenebre. Nella strettaaccoccolata sultappetostava Arabella. L'infermo respirava affannosamente confrequenti urti di rantoli.

Aggrappatoalla sponda del lettoLorenzoa cui l'aria della notte avevadissipato alquanto i fumi del vino e dell'indigestionecon unsupremo sforzo di volontàcercò di farsi un concettodella veritàche gli si presentava coi torbidi contorni di unsogno grave e fastidioso; e come se a poco a poco si accostasse atoccare la triste realtàassalito da un violentissimo colpodi disperazionedi rimorso e di sgomentocominciò a gemerea singhiozzarerisvegliando Arabellache s'era abbandonata unistante a un lento torpore.

Datre giorni anch'essa vivevasi può diredi un sogno torbidoe senza fine. Nei brevi intervalliin cui le era concesso diritrovare se stessacome perduta e rimpicciolita in una gran scenad'uomini e di coseun sentimento nuovovagoindefinitol'assalivaun sentimento che non sapeva trovare la forma d'un doloreo di una paura positivama che produceva anche in lei l'effetto diuna ubbriachezza strana.

Suosuocero nelle poche righe scritte coll'agonia e colla morte allespallesenza confessare esplicitamente i suoi tortipregava lanuora a trovare coi parenti e coll'avvocato un componimentoamichevole: e ciò per la pace dei vivi e dei morti.

Ognicosa che vien dai morenti è uno stimolo di caritàspecialmente se chi muore ci lascia nelle mani il suo pentimento.Nulla fa tanto bene a chi va al di là come una buona speranza.E perciò Arabella spiava e aspettava il momento che ilmoribondo si risvegliasse dal suo torpore per dargli un affidamentoche la pace sarebbe stata fatta. La raccomandazioneche il vecchiopeccatore aveva scritto e affidato alla sua clemenzase la sentivaquasi ardere nel cuore. In quest'attesain questo zelo pio edisinteressato di un bene supremo e urgenteogni altra questioneogni altro male più remoto diventava oscuro e secondario. Essadimenticava se stessail suo stato di donna avvilita e traditaquelche era stato ieriquel che avrebbe dovuto essere domani.

Seigiorni durò l'agoniadurante la quale la fibra forte eresistente contrastò a oncia a oncia il terreno alla morte.

L'infermonon risvegliavasi che a brevi e rapidi intervalli di conoscenza: eallora l'occhio estinto girava lentamente intorno in cerca di qualchecosasoffrendo di non trovarla; e solamente quando incontravasi nelvolto pallido di Arabellaquell'occhio pareva rischiararsi di unaluce più serenaapprofondirsi in un pensieroparlaresorridere...

Durantequei lunghi giorni e quell'eterne nottiArabella non si tolse ivestiti d'addosso. Quando il corpo rotto e indolenzito dalle faticheinvocava il riposoandava a buttarsi sul divanetto del salottino esubito il sonno la sottraeva alle pene della realtà. Era unsonno senza visionichiusodal quale usciva ristorata per dare ilcambio all'Augustache con lei vegliava l'infermo.

Lorenzosi moveva intorno a leila rasentavaarrestavasi dietro di lei inun silenzio quasi supplichevole; ma essa sforzavasi di non vederlo; onon ascoltava le sue parolese non come si ascolta uno sconosciutomal vestitoche ci siede vicino durante un viaggio noioso.

Genteandava e veniva per la casa ad ogni oradi giorno e di notte. MammaBeatrice rimase colla figliuola. La zia Sidoniamesso in disparte ilrisentimentotrovò modo di collocarsi nello studio diLorenzoe rimase anche lei in attesa d'una catastrofechescompigliava le irele furiei progettile speranzei propositinel cuore di molta gente interessata e già legata in un'azionecomune. Un treno in moto e spinto a grande velocità non urtacontro un muro senza dare una scossa a chi viaggia. Cosìavviene delle idee che urtano in una contraddizione.

L'avvocatodon Giosuèi Borrolai Rattae gli altri tuttiche avevanoun interesse nella causa contro un uomo vivonon sapevano rifaresopra un uomo morto una procedura e un'azione che contentasse tutti igusti; al punto chese molti risero e trionfarono di vedere un ladroe un birbone punito dalla mano di Diomolti altrie tra questil'Angiolinarimasero sulle prime scornati e dispiacentiquasi cheTogninocol morire tutto a un trattoavesse voluto giocare unultimo tiro da furbo ai diseredati.

Leprobabilità eran molte: o aveva fatto testamento o non avevafatto testamento; o aveva nominato Lorenzo erede universaleo avevalasciato delle disposizioni capricciosechiamando a parte dellasostanza Ratta qualche pia istituzioneper esempiola Congregazionedi carità; e in questo caso invece di un avversario avrebberodovuto lottare con duecon treforse con diecipiù grandi epiù formidabili. Né don Giosuèné donFelice avevan potuto cavare da quella bocca chiusainchiodata dalmale una parolaun segno di ravvedimentouna buona disposizione afavore dei parenti poveri. Finalmente si seppe che Arabella aveva inmano una carta e cheparlando in segreto con don Feliceaveva datoa capire che si sarebbe venuti a una conciliazione; insomma cisarebbe stato qualche cosa per tutti...

Lanotizia uscita di bocca a don Giosuèmentre da una partegonfiò le speranze dei parenti più prossimi (cioèdi quelli più vicini al morto) mise in sospetto e in paura ein diffidenza tutti gli altriche fiutarono un nuovo intrigo deiBorrola e dei Maccagno contro i poveri Ratta.

Sequesta circostanza d'una nuova carta aveva un valorec'era a temereche i parenti ricchi e forti facessero la parte del leone a scapitodei parenti più poveri. Aquilino fu preso in mezzo eincaricato dai Ratta di parlarne pulitamente colla buona signoraperinteressarla a impedire qualche nuovo ladroneggio. E in mezzo aquesti oscuri e sommessi intrighiper tutto il tempo che TogninMaccagno litigò colla mortefu un continuo correre di gentepresso il notaiopresso l'avvocatopresso i pretiun grandiscorrere nelle osterienelle anticameresui pianerottoliunsegreto congiurare di furbi che facevan gli ingenui e di ingenui chesi lusingavano d'essere più avveduti dei furbi.

Arabellaassistette con fredda mestizia e con amaro disprezzo a questa nuovacontraddanza di interessi intorno a un letto di morte: e mentreveniva meno nel suo cuore la stima verso gli uominiparevale cheinmezzo a tante maschereil morente fosse il più semplice e ilpiù naturale. La mortese non altroè sincera.

L'ultimanotte l'infermo dormiva di quel sonno chiuso e pesanteche non èancora la mortema già non è più il patimentoquando a un tratto parve ad Arabellache vegliava sola accanto allettoimbacuccata in un suo sciallenell'ombra densa dei mobiliche il malato alzasse una mano e chiamasse.

Simossesi accostòabbassò la testa e nominando Gesùe Mariapronunciò qualche frase di consolazione. Egli mossecon un supremo sforzo la testae afferrata la mano della nuoralastrinse con un fuggevole vigoremandando fuori delle parolesconnesse che parevano gemiti.

Cercandod'interpretare i monosillabi di quel confuso discorsoessa suggerìdelle questionia ciascuna delle quali l'infermo rispose con unaleggiera stretta di mano. "Voleva che i parenti gliperdonassero? era pentito? era rassegnato alla volontà diDio?" e altre di quelle frasi che si prestano volentieri aimorenti negli estremi dibattitiquando la nostra ragione èchiamata a pensare per una ragione che fugge.

Ilsignor Tognino rispose sempre di sì; ma una parola piùforte delle altre insisteva a ritornare e a sornotare in quel suosconnesso monologoche Arabella non sapeva ricomporre einterpretare. Una volta uscì il nome di Ferruccio.

"Melo raccomanda? non lo abbandoneremo..."

L'occhiodell'infermo rispose con un lungo raggio di benevolenza. Poi a untratto la fronte si oscurò come sotto a un nuvolo ditristezza. Con un ultimo sforzo nominò la Marietta... MaArabella non afferrò il senso di quelle ultime voci fioche esinghiozzanti. Era l'agonia.

Ilsignor Tognino Maccagno morì tranquillamente nelle prime ored'una bella mattina d'aprile.



9I FIORI DEL BENE

Unmodesto cartello sulla porta della chiesa raccomandò allamisericordia di Dio l'anima d'un uomo "morto beneficandonell'ancor verde età di anni 63".

Alfunerale accorsero quasi tutti i parenti e le persone che avevanoavuto col defunto qualche rapporto di buona o cattiva amicizia. DonFelice e don Giosuè persuasero gli animi più irritati adeporre davanti a un cataletto i vecchi rancori e a sperare in unamichevole aggiustamentodel quale fu per desiderio della signoraArabella incaricato lo stesso avvocato Baruffa.

Provepositive che il defunto avesse carpito un testamento nessuno lepossedeva. Il continuare in una causa senza fondamento pareva ai piùuna faccenda arrischiata. L'idea della conciliazione e di unaggiustamento persuase di più. Si diceva che a Lorenzo ilvecchio padre sdegnato non avesse lasciata che la parte legittimadella sostanza Maccagno; e che il restocomprese le case e i fondidi provenienza Rattaandasse tutto alla nuora.

Cosìil testatorein alcune carte consegnate negli ultimi momenti alnotaio Baltrescaaveva creduto di castigare un figlio ingrato edirriverente e di dare un'ultima testimonianza d'affetto a unacreatura che avrebbe continuato a volergli bene.

Quandoil feretro stava per uscire dalla casaarrivò un gran panieredi fiori. Il giardiniere della villa di Tremezzoobbedendo agliordinimandava le più belle rose di primavera. Questi fioriche un morto offriva alla sua infermieraArabella fece spargeresulla cassa e sul carro.

Sfinitada una settimana di veglie e di commozionimentre portavano ilpover'uomo a seppellireraccolse alcune cosuccie e si preparòa partire per le Cascine. Papà Botta si offrì diaccompagnarla. Essa non aveva la testa per intendere altri discorsi esi limitò a scrivere poche righe all'avvocato e al prevostopregandoli di avviare quelle pratiche che potessero piùfacilmente affrettare una conciliazione.

DiLorenzo non una parola.

Lasciòla casa in custodia delle donne e venne via col sentimento dicommiserazioneche ci accompagna all'uscire dal teatrodopo averassistito a un dramma morale che ci ha fatto piangeree che al calardella tela non lascia dietro di sé che il senso delle lagrimee la verità di un insegnamento.

Forsenon sarebbe più tornata ad abitare in quella casa funestatadalla morte; o se anche avesse dovuto riporvi il piedenon visarebbe tornata più giovine. L'esperienzafiglia del tempoinvecchia più presto di suo padre.

Aipiedi delle scale s'incontrò in Ferruccio. Da due o tre giorniil giovine cominciava a uscir dal lettoe ancor debole e abbattutosi era rannicchiato in portineria ad aspettare la signora. Suo padreera stato messo in libertà ed egli doveva ringraziarladell'opera e della carità usata in questa circostanza. Volevadimostrarle che sapeva perdonare anche lui a chi gli aveva fatto delmale e che non gli mancava la buona volontà di cooperare aquel molto di bene che si poteva fare. Infine voleva rivederlasalutarla...

Vestitadi nerocoi capelli che cascavano quasi stanchi anch'essi sul colloe sulle spallenel disordine che segue alle notti mal dormitecogliocchi abbruciati dalla vegliala signora gli parve ingrandita erischiarata d'una bellezza più pura e ideale. L'apertura delvestito lasciava scoperto un poco il collo d'una candidezza d'avoriocome d'avorio in quel nero parevano le mani.

Rivedendonella sua dolente realtà colei che gli era apparsatrasfigurata e raggiante nella poesia del deliriosentìd'essere meno straniero verso la poverina. Avevano sofferto insieme.

Lazia Colomba lo aveva messo a parte di tutti i particolari per cui lasignora era venuta a chiedere l'ospitalità in casa sua. Sultavolino erano rimasti molti fogli di una letterascritta da lei nelfurore d'uno spasimo mortalee da quei frammenti il giovane avevaimparato a conoscere a quali gridi si abbandoni un'anima che insorgee che ricade accasciata sotto il peso delle cose.

Lastoria di questi dolori era scritta anche sul volto appassitonellabellezza attenuatanel disordine della personanello sguardointimidito e assente: e parlava nella voceuna voce che avrestedetto venire da una donna sopravissuta a una tremenda catastrofe.

"OFerrucciocome sta? meglio?"

"Sissignorasto bene."

"Èpallidino ancora..."

"Sonovenuto a ringraziarla."

"Suopadre?"

"Sonvenuto anche a nome suo..."

"Dimentichiamo..."

"Oh!ne abbiamo bisogno..."

"Pensia guarir bene e si lasci veder presto alle Cascine."

"Leiparte…"

"Ènecessario: ho troppo bisogno di riposare. Venga e parleremo diquesti interessi."

"Verròsissignora."

"Leinon ci abbandonerà..." dissestendendogli lentamente lamano.

"Ohno!... se lei comanda..."

"Dobbiamofar del bene insieme."

Eglinon poté più cucire due sillabe.

"Salutila buona zia Colomba: verrò presto a ringraziarla."

Eserrando la mano del giovine nella suaseguì papàPaolinoche aspettava presso una vettura.

Ferrucciostette appoggiato al murocogli occhi incantati sulla carrozzachesi allontanava e si impiccioliva in mezzo al via vai e al frastuonodella città. Sognava ancora a occhi aperti.





PARTEQUARTA



1.LIETO MAGGIO

Ilmese di maggio venne avanti col suo bel verde.

Unaserie di giornate calde e ventilate aiutò la campagna afiorire. Gli alberi erano già foltii viali ombrosi e lesiepi mandavano il buon odore della robinia.

Arabellache da quindici giorni trovavasi alle Cascine in casa de' suoi arifare le forzenon cercava altroper il momentose non che lalasciassero tranquilla.

Tuttiparlavano intorno a lei di perdonodi pacedi conciliazione.Parentiavvocatisacerdoti si dimostravano disposti ad accettareuna transazioneche mentre divideva in tre parti la sostanza Ratta eassegnava ad Arabella il fondo di San Donatooffriva alleistituzioni di carità e ai parenti poveriin base altestamento del '78dei compensi che valevano di più d'ognigrassa causa.

L'ostinarsia pretendere di più sarebbe stato per i parenti uncompromettere una buona condizioneo fare quel tal buco nell'acqua.Comunque fossela pace e la conciliazione non potevano fermarsi qui:e a rigore di coscienza essa non avrebbe potuto accettare nemmenoquesta parte dell'ereditàse non avesse stesa la mano aLorenzoche da quindici giorni aspettava una parola di perdono. Suosuocero l'aveva beneficata per rimunerarla d'essere tornata in casa.I benefici fatti alla famiglia Botta dal defunto (benefici cheLorenzo irritato poteva trasformare in altrettanti crediti)presupponevano un buon accordo fra i coniugi. Il non accettare lapace con suo maritodopo essere tornata in casaquando questa eravoluta e desiderata da tutti e in essa soltanto era il bene di tuttisarebbe stata per parte sua una condotta illogica e crudele. E Dionon l'aveva fatta crudelese anche la sua testa stentava a capire ea ragionare.

Orainvocava un po' di quiete. La lasciassero stare. Facessero edisponessero pure degli interessi suoi come meglio credevanoma percarità concedessero al suo cervello e al suo spirito il tempodi raccogliersi. E a poco a poco andava abituandosi a quel dolce farniente. Dalla finestra della sua cameretta di fanciulla stavavolentieri collo sguardo ozioso a contemplare la stesa verde deipratiriscaldati dal sole di maggioil tremolare allegro che fannole frasche dei pioppi scossi dall'ariail rimescolarsi veloce dellerondini sul far della sera intorno alla bruna guglia dell'abbaziaocolle mani inerti sopra un lavoruccioo colle mani morte in grembocome una persona che aspetta un avviso per riprendere di nuovo unviaggio non lieto per un paese lontanoche si rivede mal volentieri.

"Tuhai ben diritto di riposare" le diceva qualche volta la mammache meglio di lei era in grado di giudicare del valore delle cose"basta per ora che dimostri della buona volontà. Intantoti conviene accettarenon mostrarti contraria ai nostri progetti.Anche Lorenzo ora è molto occupato e non pretende nemmeno chetu l'abbia ad aiutare. Poiché a Milano non si puòandareci vuol tempo per mettere in ordine San Donato e per cercareun'altra casa. Hai tempo fino al Corpus Domini di riposare edi vedere che il diavolo non è poi così brutto come lodipingono. Accettando però quel che ti dicono di accettaretimetti in posizione di far del bene a tuttie specialmente a noia'tuoi fratellial tuo benefattore. Tu diventi nostra creditriceenon vorrai farci gli attinon è vero? Se invece irriti edisgusti Lorenzoo supponiamo il caso che tuo padre e tua madredovessero rifondergli un capitale che non hannonessuno approverebbela tua ostinazione. Del restoduecentomila lirecara tevalgono unbel perdono. Non sai che San Donato diventa tuo? Son ottocentopertiche milanesiquasi tutti pratioltre la casa e le bestiechesolamente in latte mettono in grado il padrone di pagare l'affitto.Coi soli interessi di un anno puoi far tanto bene ai poveridaguadagnarti non unama tre sedie d'oro in paradiso… E non devimica" proseguì la mamma "aver certi scrupoliperchése il sor Tognino ha fatto una sostanzaè pur vero che pochiuomini hanno lavorato come lui. E quando uomini onesti come unavvocato Baruffaun mezzo santo che porta il baldacchino aSant'Ambrogioquando lo zio don Giosuè e il prevostoVittuoneun ladro del paradisoti dicono che tu puoi accettare contutta coscienza questa ereditàio non capirei la ragione de'tuoi scrupoli. In quanto a Lorenzocredi che è pentito estrapentito. Mi ha parlato un pezzo. La morte di suo padre gli hafatto senso. In fondo non è mica un animo cattivove'... E tivuol benel'ha detto a mee quasi piangeva nel dirmelo. È ungiovane un po'diremo cosìvolagee suo padre forsecoll'idea di volerlo dominare faceva peggio. Egli mi ha detto nonsolo che ti vuol bene e che è pentitoe che non pensa piùa quella donna e che vuol far giudizioecceteraeccetera; mi hadetto ancora chese non ti dispiace la sua ideaegli lasciaaddirittura Milanoe viene a stabilirsi a San Donato a farel'affittaiolo de' suoi fondisotto la guida di papà Bottache per agricoltura bisogna dargli la patente. È sempre statoil suo ideale questolo sai anche tu: e io ho sempre visto che gliuomini son buoni o cattivisecondo che sono a posto o fuori diposto. Un buon prete è un cattivo soldato e viceversa. E c'èancora un altro vantaggiocioè che tu potresti prendere conte Marioche di studiare non ha molta vogliae invece fa benequalunque mestiere di campagna. Mi sarebbe un bel sollievo e miavvieresti un poco questo figliuoloche somiglia tanto al tuo poveropapà..." gli occhi di mamma Beatrice si inumidirono aquesta memoria. "Cosìla mia figliuolatu sollevi unpoco anche la tua povera mamma dalle fatiche e dai pensieri di questibenedetti figliuoliche mi stancano ve'... Non sono piùgiovinee comincio anche io a sentire il bisogno di una mano che miaiuti. San Donato è a due passici potremo vedere spessotuaiuti meio aiuto te. Se ho un bambino malato posso fare un contosopra qualcunova bene? In quanto a papà Bottanon diconulla. Oltre al vantaggio pecuniariotu gli puoidiremo cosìrestaurare il morale. Da una settimana è già diventatopiù grasso. Ma ne abbiamo passate di notti dolorosela miafigliuola! Tu non volevi credere alle mie letterequando ti scrivevoche quasi non si aveva più denaro da comperare la tela di unacamicia. A te non mancava nulla laggiùe quando si ènell'abbondanzanon si sanno nemmeno immaginare certe angustie ecerte mancanze. Amentutto questo è passatoe Dio ciha voluto bene. Adesso riposa un pocola mia figliuolanon pensarea tante cosepiglia qualche cucchiaino di magnesiache fa beneinquanto il corpo aiuta l'anima. Un giorno andremo insieme a San Donatoa vedere quel che c'è da fare... e il Signore benedica te equel povero uomo che ti ha fatto del bene."

PapàBotta a parole non diceva nullama si vedeva dagli occhisi vedevadal modo in cui moveva le braccia e le gambe che in lui camminava unmorto risuscitato. Ora le Cascine e San Donato avrebbero fatto unacosa sola; il mio è tuoil tuo è mio. Una mano dibiglietti da mille è sempre il miglior concime per i fondidella Bassa... La sua casa era salvai suoi figliuoli eran salviel'avveniregrazie ai meriti e alla virtù di quella poverafigliuolapoteva dirsi assicurato. Quando la ricondusse alle Cascinenel suo vestito di luttoa papà Botta parve di tirarsi dietroun angelo fatto prigioniero. Pensò a mettere in ordine lastanzasbarazzandola dei centomila attrezziche il disordine e lamalavoglia avevano ammucchiato in mezzo alla polvere e alleragnatele.

Sefosse venuta in casa la Madonnapapà Botta non avrebbe potutousare un maggior riguardo. Essa aveva bisogno di riposo e di quiete?dunque non si doveva né strillarené far rumorenécicalare sotto la sua finestra. Mandò lontano le oche e legalline e per alcuni giorni fece condurre le bestie a un'altrastalla. Intanto egli stesso colla scopa in mano eccitava gli uomini afar nettoraccontando a tutti quel che Arabella veniva a ereditaredal defunto signor Tognino.

"Seho un piacere e una soddisfazione a questo mondo" soggiungevaindicando le gelosie verdi della finestra "è che io le hovoluto bene anche primaquand'era una bambina alta cosìquando di suo non aveva che il vestito e un paio di scarpestracciate. È giusta la legge che bene fa bene; ma il Signorem'è testimonio chese mi fosse tornata in casa logora e senzascarpeio non le avrei voluto meno bene."

Etutti gli credetteroessendo uno dei molti privilegi dei buonid'essere creduti degni anche del bene che non fanno.

Arabellanella quiete delle belle giornate caldenella cura e nellabenevolenza de' suoiepiù ancora di tuttonellapersuasione che la sua vita non potesse essere diversaa poco a pocosi avviò a perdonare e a dimenticare. La giovinezza vuolvivere. In queste condizionianziché ribellarsi a un destinomaggiore alle nostre forzeè meglio condurre queste asmuovere e ad aiutare il nostro destino. Le acque grosse che romponoi pontiben incanalatemuovono molini e gualchiere. Un coscrittomalcontento non ha che un rimedio contro la sua disgraziaed èdi prendere il servizio con quel coraggio affaccendato eirragionevoleche da un coscritto cava spesso un eroe.

Ritrovavadei momenti di intero riposo e di smemoratezza quando potevacomeuna voltarinchiudersi a disegnare e a ricamare nella frescachiesuola della Colorina. Vi si rifugiava colla foga della bimba cheha portato via e nascosta in tasca una piccola merendao unaghiottoneria dolceche vuol gustare e assaporare un pezzoda solasenz'essere vista. Vi si rifugiava meno a pregare che a sentire lasua vita scorrere lentamentein attesa di qualche cosa di chiaroche tardava ad accendersi in lei e senza di cui sarebbe stato troppopericoloso continuare per una strada buia.

Essapoteva perdonare e dimenticare; ma non basta. Per vivere bisognaamare. Ora il pensiero che tra quindici o venti giorni essa avrebbedovuto cadere nel dominio del suo vecchio padronenon era per leicosì semplice e giocondo come pareva alla mamma. Qualche cosadella vecchia monachella soffriva ancora nel suo spirito. Nei suoilunghi e pensosi silenzimentre la mano copiava un gruppo d'alberi oun pezzo di casa in rovinala voce della monachella sorgeva apredicarenon tanto a leiper cui le parole erano inutiliquanto atutte le buone ragazzeche si affidano alla vita colla lieta poesiadei diciott'anni: "Non credete alle lusinghe della vita: fatevimonache. Il mondosotto uno strato di rosevi prepara dei dolorosiletti di spine: fatevi monache. E se Dio vi chiama a sé primadel tempobenedite il Signore che vi vuol bene. Meglio morte aquindici anni sotto una coperta d'erba fresca e di fiori di pratoche sentirsi sepolte vive nel fango del mondo vecchio e corrotto".

Perisfuggire alla seduzione di queste malinconieusciva a correrequalche volta in mezzo ai pratiunivasi alle donne che sotto ilraggio caldo del sole agitavano e ammucchiavano il fieno maggengodava di mano a un rastrelloe mentre le ragazze intonavano un'ariadi soldatinel bagliore della luce apertacercava anche lei diattaccarsi alla vita e alla terra collo sforzo di un lavoroaffaticante.

Traun ritornello e l'altro della canzone sonava dal casolare vicino lavoce argentina della povera Angelicache dal suo letto salutava lecompagne colle litanie della Madonna.

Arabellaponevasi a sedere nel fieno e colle mani abbandonate sui ginocchiora incantavasi a contemplare la schiera delle ragazzesplendentisotto la luce viva nei chiari vestiti rossie cosìtenacemente attaccate alla terra e agli affetti della terra: ora ilpensiero volava ad Angelica così lieta negli affetti delcielo. Essa non sapeva cantare. Anche in chiesa la sua voceavvilitanon aveva più la forza di seguire le litanie.Soffriva non più per non saper rinunciarema come chi harinunciato troppoe muore di rincrescimento in un'inedia morale.

Pocodoveva durare questo suo riposo. Passati diecidodiciquindicigiornila gente avrebbe cominciato a meravigliarsi una seconda voltadi trovare in lei della resistenzal'avrebbe accusata una voltaancora di egoismo e di freddezza di cuoreperché dovetrattavasi di una fortuna grande e cara a tuttiessa ostinavasi anon vedere che il suo orgoglioso sacrificio. Respingere l'ereditànon poteva senza mostrarsi ingrataincoerenteirragionevolepernon dire pazza del tutto: e non poteva accettarla senza stendere lamano a suo marito. E se questi era veramente pentitose promettevadi diventare un uomo onesto e laboriosose aveva bisogno d'un eredeper restaurare la sua casase tutti facevano voti per questabenedetta assoluzionedi cui essa aveva il merito maggioreperchéostinarsi a non credere alla virtù di questa misericordia?perché rinchiudersi in una reazione arcigna e sterile? perchénon innovare un dolce sistema di moglie pazientedi massaiacasalingadi donna come ce ne son milleche ingrassano lentamentenella pratica delle modeste virtùtra la casala messa e ilpollaio? Questo miracolo doveva essere compiuto per il CorpusDomini. Papà Paolinodopo vari abboccamenti coll'avvocatoe con Lorenzod'accordo colla mamma e colla figliuolaavevastabilito per quel giorno solenne un gran pranzo alle Cascinealquale sarebbero intervenuti oltre agli zii Borrola e a Lorenzol'avvocatoil notaiolo zio canonico: e si sarebbe messa una pietrasul passato. Il Pirello prometteva per quel giorno una panna degnadel paradiso.

Perquel tempo sarebbe stata pronta ed abitabile la casa padronale di SanDonatoun avanzo viscontescoche sotto le rappezzature e lecorrosioni conservava ancora la forte ossatura del suo buon tempo. Laparte centrale di quel vecchio caseggiato di robusta costituzionearchitettonica conteneva ancora qualche ampia salaqualche segno divecchi dipintimolte guardarobe e mobili rococò guastidall'umidodal tempo e dalla trascuratezza degli ultimi padronichevi avevano abitato nei primi anni del secolo.

Mentreil tempo era bellopapà Bottacoll'aiuto di Ferrucciofecevenire imbiancatori e tappezzierimandò a Milano un carro aprendere il mobilioperché di tornare in via Torinodopo itristi avvenimentinon si parlava nemmeno.

Ferruccioin questo tramestìoebbe il suo da fare. Il signor Lorenzodovette in molte faccende fidarsi di lui che divenne un personaggioimportanteil confidente e il segretario di tutti gli interessatinella conciliazione. Rianimato quasi da una nuova energia attese altrasporto dei mobiliche accompagnò a San Donatofacendo erifacendo la strada da Milano alle Cascine due tre volte lasettimana. Portò molte carte a firmare alla signorasecondole indicazioni del notaioe cercò di spiegarle lo stato degliaffaricome eran rimasti sul tavolo del povero signor Tognino:raccolse gelosamente la corrispondenzai valori e le cartelle direnditache scaturivan quasi per incanto dai cassetti e dai mobilidell'ammezzato.



2.I CONTI DI FERRUCCIO

Sead Arabella il denaro avesse potuto portare una consolazionec'erada ringraziarne la Provvidenza; ma questa sovrabbondanza di fortuna edi ricchezza la rendeva annoiatastancadisgustatae solamente pernon parer cattiva rassegnavasi a leggere e a passare dei mucchi dicartee a stendere coll'aiuto di papà Paolino dei prospetti edei bilanci meravigliosi. Quanti denari aveva lasciato dietro di séil vecchio! che se avessero potuto parlare... ma Arabellasocchiudendo gli occhicercava di cacciare questi pensieri come sicaccia lontano una tentazione. A che pro' indagare l'origine dellecose che non cangiano? a che pro' logorarsi la coscienza in unafilosofia che non serve a nulla? non erano tutti contenti esoddisfatti?

Laprima volta che Ferruccio venne alle Cascineessa lo tirò indisparteeconsegnatogli un biglietto di cento liregli disse:

"Provvedaai primi bisogni di suo padree mi porti un prospetto di quel cheposso fare per i poveri della parrocchiaper la povera Stellae insuffragio del defunto. Poiché abbiamo sofferto tanto per colpadi questo denaro non tardiamo a cavarne quel bene che si può.Lei pure avrà avuto delle spese in questi giorni. Ho bisognod'essere istruita e di nessuno mi fido più che di lei. Se puòstendermi un minuto rapporto di tutta l'azienda col reddito e cogliobblighi relativicercherò di entrare anch'io in questa selvadi numeriper quel poco di bene che posso fare. Ne parli anche conmio marito. Spero che lei vorrà restare con noifinchéne avremo bisognoo almeno finché non abbia trovato dacollocarsi meglio..."

"Nonsovedremo..." balbettò il giovane facendosi rosso inviso.

"Nonsi cacciano via i galantuomini" soggiunse la signora sorridendo.

Edopo un momento di riflessione riprese a dire:

"Noiabbiamo patito insieme..."

"Ohsìe devo a lei se non ho commesso del male..." continuòFerruccio con sincero entusiasmo.

"Ilmale non fa mai benecome ha visto. Ne abbiamo sofferto tutticolpevoli e innocentie chi sa se avremo finito! Il male è unnumero sbagliatoche rende falsi tutti gli altri numeri e falsa lasomma totale. Uso un paragone d'aritmetica per farle vedere checomincio anch'io a far pratica coi numeri e cogli affari."

Ferrucciose ne partiva sempredopo questi discorsicolla mente turbataansioso di tornare a Milano come chisognando una colpevolecompiacenzaè tratto dal naturale rimorso a svegliarsi e acercare la luce. Ma una volta a Milanoi ciottoli della cittàdiventavano per lui carboni accesigli pareva di vivere colla testama senza cuore. Il cuore era làalle Cascineche sanguinavache lo chiamava.

Nongli era mai sembrata così serenamente bellacosì incolorecosì calma e padrona di sécosì fortedi una fortezza dolce e terribile. I pretesti per tornare alleCascine non gli mancavano. E nell'attesa lusingava e faceva tacere lamorbosa inquietudinelavorando faticosamente a redigere il rapportodella situazione finanziaria della casaun'azienda chese eraordinata e scritta nella testa del signor Tognino come in un librooffriva molte lacune e molti gruppi non facili a essere sciolti.Nella selva del bilancio e delle cifreFerruccio penetrò conuna specie di voluttàcome chi sfonda arbusti spinosi eortiche per arrivare a cogliere un mesto ciclamino sull'orlo di unaroccia.

Aquesto turbamento doloroso non osava più dare un nome. Ha lalingua umana le parole per questi misteri così profondi? vipuò essere una definizione dell'infinito? Possono gli occhileggere ciò che una mano misteriosa scrive nel buio?

Qualchevolta usciva di casa la mattina per portare delle carte all'avvocatoo per recarsi allo studio; e mentre il pensiero seguiva l'oggetto ola praticacome si suol dire nel gergo del mestiereil tram di Lodilo trasportava alle Cascinecome una forza che lo sottraesse e lorapisse a un còmpito noiosoper avvicinarlo a un dolcespettacolo.

Capivaperò che questo giuoco non poteva durar molto. Era necessarioch'egli se ne ritraesse prima che diventasse crudelecome ogni belgiuoco tirato in lungo. E siccome sentiva parlare del CorpusDomini come di un giorno stabilito per mettere una gran pietrasul passatostabilì anche lui e si abituò aconsiderare quel giorno come l'estremo termine di una gioconda"ferie" giovanilecome la chiusa d'un fantastico poemach'egli aveva scritto solamente per sé. Che cosa sarebbe statodi lui dopo quel giorno non andava a cercare. A che pro? Chi puòessere indovino del domani? Ma ad ogni modo egli doveva ritrarsi dauna strada erta e pericolosadove molti più forti e piùtemerari di lui lasciano spesso la vita e l'onore. Non osava guardarein faccia ai pazzi pensieri che gli passavano pel capo. C'era dafarsi compatireda farsi fischiare da tutto Milano. C'era da morirdalla vergognase lei avesse potuto leggergli nel cuore.

Ilragazzo che non aveva saputo trovar la sua strada nel mondoilfiglio del portinaioil mezzo chiericoil commesso a sessanta lirein certi sogni esaltati correva a immaginare ch'egli potesse salvareo almeno difendere la buona signora dagli oltraggi della genterapirlafuggire con lei in un paese lontanoal di là deimaricontrastarla alla violenza e all'egoismocome gli antichicavalieri dell'Ariostoche contro cento mostri combattevano da solivestiti d'armi lucenti e incantate.

Maeran sogni: forse era meglio voltare le spalle alla tentazione. Daqualche tempo il padre Barca andava discorrendo di un posto dicompilatore e redattore di un giornaletto cattolicoche una piaassociazione di Genova voleva impiantare coll'aiuto di una dittalibraria di là. E insisteva presso la Colomba perchépersuadesse il nipote ad accettare. Da cosa nasce cosa: il giornalepoteva condurre la bottegae colla buona volontàcogli studifatticon buoni appoggiFerruccio era sicuro di farsi una posizionenobile e indipendente.

Bisognavaaver del coraggio e decidersi: ma non osava dirlo a lei. Tutte levolte che il discorso rasentava questo argomentoegli affrettavasi aconfondere le paroleper paura di dir troppo.

Ungiorno il signor Lorenzo lo incaricò di consegnarle unalettera che aveva messo insieme coll'aiuto letterario e filosoficodella zia Sidonia. Chiedeva perdonosi dichiarava pentitoprometteva una vita nuova; la morte di suo padre era stato untremendo castigo per lui; sentiva il bisogno di rifugiarsi incampagnadi mettersi a lavoraredi fare il contadinoe pregavaArabella di scrivergli una parola di perdono prima del CorpusDominitanto che egli avesse coraggio a presentarsi e potesseaccettare l'invito della mamma.

Ferruccioaveva finita la lunga e bella relazione finanziariaa cui aggiunseun prospetto riassuntivoscritto con due inchiostri e con molti beifregi e svolazzi calligrafici: un capolavoro. Intendeva con questobilancio di chiedere il suo congedo... e di non lasciarsi piùvedere. Dalle parole del signor Lorenzo aveva capito che egli eramandato ambasciatore di pace: e anche lui aveva bisogno di pace.

Arrivòalle Cascine che non aveva ancora messe insieme le quattro parolenecessarie per dare alla signora le sue dimissioni: e si affrettòa cambiar idea. Le avrebbe scritto da Genova. Quel suo fuggireimprovvisonon giustificatoo confusamente giustificatoavrebbedovuto far sensoed era appunto in questo non so che di strano e diviolento che essa avrebbe cercato delle ragioni; e forse tra le molteavrebbe trovata quell'unache egli non poteva dire; e l'avrebbecompatito... sorridendo; ma l'avrebbe compatitopovero ragazzo!

"Èuscita" disse il Pirello. "Se vuol parlarlela troveràpresso la Colorina a pitturare."

Ferruccioprese la stradicciuola che costeggiando il canalemena allachiesetta in mezzo ai campi. Le siepi mandavano un acuto profumo dirobinia fiorita. La strada molle ancora per un'allegra pioggerellanotturnasentendo il caldo del soleesalava anch'essa il buon odoredella terra umidacorrendo tortuosa tra il canale e un'alta siepefino al ponticello dei mattonicoperto da un bel gruppo di piante.Seduta sopra una delle basse sponde del ponteArabella stavaschizzando sull'albo quella parte dell'abbaziache uscivanell'apertura della stradicciuolatra due pioppi che facevano dacornice sopra lo sfondo sereno del cielo.

Essanon si accorse del giovinese non quando questi le fu vicino; e perun istante egli rimase dietro di lei in silenzionon vedendo innanzia sé che il bagliore della luce diluita nel verde dei prati.

"Oh..."esclamò per la primae non poté nascondere unimprovviso turbamento. "Mi ha fatta una paura..."

"Sonocosì terribile?" si sforzò di aggiungere pertenere il discorso allegro e indifferente.

"Chenovità a Milano? non posso dirle di accomodarsima se simette làsul muricciuolofinisco questo disegno..."

"Nonsapevo che ella fosse così brava..." riprese il giovinemeravigliandosi con se stesso di sentirsi così coraggiosostamattina.

Erail coraggio di chi perde gli ultimi quattrini in un giocodisgraziatoe chesapendo di non poter più pagarearrischiaanche quello che non ha.

"Sofar di meglioper sua regola..." rispose Arabella ridendosenza togliere mai gli occhi dal disegno.

Vestitadi un abito scuro di luttocon in testa un cappelluccio tondo dipaglia scurail collo e l'ovale del viso spiccavano d'una bianchezzadi smalto. Qualche fiamma di solepassando attraverso le fogliedegli alberi che facevan testa al ponteaccendeva di tenerosplendore i capelli accomodati colla massima semplicità. A unsoffio d'aria cento fiammelle d'oro l'investivano dando alla suagentile persona una bellezza spirituale. Questa almeno ful'impressione che Ferruccioseduto in faccia sull'altro muricciuolorosicchiato del pontene ricevettementre ardiva contemplarlaquasi senza pauraper tutto il tempo che rimasero soli sulla stradadesertanel dolce silenzio dei campi. L'acqua molle e verdognola delcanale passava silenziosa sotto i loro piediscendendo a dare a bereai prati. Tratto tratto un frullo d'ale. Un passero scendeva asaltellare sulla strada come se non ci fosse nessunoe volava via.

"Houna lettera del signor Lorenzo per lei."

"Lovede spesso?"

"Quasitutti i giorni."

Arabellasollevò gli occhi sull'abbazia e parve dimenticarsi.

"Leisa come sono stata offesa."

"Losopoverina. Son cose che non si capiscono."

"Eppuredicono che è una storia così comune. I romanzi nonparlano che di tradimenti e di vittime. Legge lei dei romanzi?"

"Nonne ho mai letti. Finché studiavo da prete era proibito; e poiho dovuto pensare alle mie tragedie."

"Oraè guarito..."

"Sìper grazia di Dio; ma per poco quel cane di uno sbirro non mi rompevala testa. Vede ancora il segno?" Ferruccio indicò unalunga cicatrice sulla frontealla radice dei capelli tagliati corti."Ma credo che il maggior male non sia la ferita: la morte viensempre dal cuore. Per fortuna ci sono delle anime buone a questomondo..."

"Cisono?" provò a chiedere Arabellacon un leggerissimotono di scetticismo.

"Sìci sono. Guai a noi se non ci fossero. Che conforto avrebbero leanime che soffrono? Crede che nessuno abbia avuto compassione di lei?Quel giorno che ho aiutato a portarla in casapensando che fossemortaho pianto; quasi ho pregato che fosse morta davvero."

"Perché?"

"Nonso spiegarmi. Mi pareva allora che a una morta si potesse voler benepiù che a una viva."

Arabellatornò a fissare gli occhi lontanoe mormoròrispondendo quasi a una lunga questione che ella facesse dentro disé:

"Puòessere."

Ferrucciocolpito dalla gravità delle parole che gli erano uscite diboccaquasi venisse meno a un tratto l'esaltazione dolente chel'aveva fatto parlaresi curvò sul murettoe fissògli occhi nell'acquaprovando la vertigine d'essere anche luitrascinato lentamente col ponticello e colle piante verso i prati.Chi aveva parlato per lui? La Colomba avrebbe potuto dire che avevaparlato in lui la sua mamma. Ma a Ferruccio era sconosciuta questaleggeper la quale lo spirito dei morti parla nei vivi. Si sentìa un tratto meschino e colpevole. Non osava più sollevare gliocchi in faccia a leichechiusa in un freddo silenziocontinuavaa giudicarloe a castigarlotacendo. Essa gli pareva lontanalontana: non la vedeva quasi più.

"Nonso se mio marito abbia pensato anche all'Augusta. Gli faccia memoria.Se l'Augusta vuol rimanere ancora con noipotremo combinarci. Ditornare a Milano non si parlaper orané io lo desidero. Miha preparata la relazione?"

Furonoqueste parole così fredde e precisedi una importanza cosìpraticapronunciate con grave lentezzache richiamarono Ferruccioalla realtà della sua sorte e gli dimostrarono quel ch'egliera di fronte alla signora. Arrossì come il fuoco: si mossebalbettò qualche parola sconnessaepresentando la lettera ela relazionedisse:

"Selei mi comanda..."

Arabellagli stese la manoch'egli strinse nelle suee portò allelabbra come l'altra voltamentre grosse lagrime di dolore e dipentimento gli solcavano le gote



3.AMORE?

"Diosolo sa quel che è bene e quel che è male"scriveva Arabella qualche giorno dopo a Maria Arundelli "e tuttele volte che entriamo a giudicare delle cose di questo mondo siamtratte a sbagliare o dalla paura o dall'orgoglio. Al Corpus Dominiritornerò con mio maritoin una casa nuovacon animo nuovoin campagna. Appena sia messa in ordine questa nostra casacelebreremo le nozze d'oro del perdono. Dio provvederà alresto. La morte di mio suocero ha precipitato gli avvenimenti e rendeutili e necessarie delle risoluzioni che prima mi parevano assurde.Non vi può essere che del bene in ciò che si fa concoraggio e con fede. Risponderò domani con una lunga lettera amio marito e questa estate spero che verrai a trovarmi nella nuovacasa di San Donatouna fattoria sul genere di quelle che troviamodescritte nei romanzi della Bremer. Se avrò altri figliuolispero di ritrovare anche quel resto di vita che m'è sfuggita ed'intessere ancora il mio idillio casalingo in un vecchio avanzo dicastello viscontescoin mezzo al chiocciare delle galline e al buonodore del fieno.

"Lamamma è felicissima e va ripetendo a tutti che io avròcavalli e carrozze e una proprietà di non so quante pertichemilanesi: e pare che potrò godermi questa abbondanza senzarimorso al mondoperché lo stesso monsignor arcivescovo haapprovato e benedetto i nuovi accordi. Le figlie di Maria furono cosìsoddisfatte del modo in cui è stata risolta o saràrisolta la intrigata questione dell'eredità Rattacheattribuendomi un merito che non homi hanno regalata una copia dellaMadonna in tronodel Morelli.

"Vuoisentirne un'altra? Mio zio Borrolache era solito mangiare unchierico a colazione e un prete a pranzomi scrive tutto commossodel modo con cui fu ricevuto da monsignore e vuole ad ogni costoavere il piacere e l'onore di presentarmi al venerando prelato.

"OMariaio non so perché piangamentre ti scrivo queste cosecosì liete e così belle. Ci sono forse delle fortuneche come le fiamme c'inseguono perché fuggiamo?"

Sedurante il giornotra il molto scrivere e il dare udienza e ilrispondere e il comandareArabella poteva illudersi d'averricuperata la paceo almeno la forza d'accettarlanon era cosìverso seraquando pare che la malinconia esca dalla terra oscura;non era così di nottequando si trovava sola sola co' suoipensieri e col suo cuore.

Ilcuore di notte si sente di piùcome senti battere piùforte l'orologio che hai deposto vicino al capezzale. Ora le capitavadi non poter dormire maiquantunque non avesse che a rallegrarsi disé e della sua coscienza.

Rimanevale lunghe ore cogli occhi spalancatipieni di un mite incantesimofissi al biancore della finestracolle mani sotto la testanonprovando che un caldo peso sul cuore.

Nonera un doloreo lo era quel poco che basta a mantenere nel corpo unadolce eccitazione morbosauna febbrile sofferenza non ingrataenella fantasia un immaginare continuo di cose diverseremotissimedalla realtànelle quali la mente poteva navigare mollementesenza urtare negli scogli.

Nelsuo casto rigore il pensiero non osava dare alle immagini forme econtorni troppo determinati. Non osava nemmeno rispondere allequestioni che insorgono così curiose e tumultuose durante imomenti di maggior ribellione. Le lasciava gridareconservando unassoluto dominio sopra se stessa. Era possibile? no: era forse unamomentanea ebrezzaun'indulgenza concessa a se stessain compensodel suo lungo soffrire: noessa non potevanon doveva lasciarsiamare da quel ragazzo. Tutto sarebbe passatoal primo rientrare nelsacro tabernacolo del doverenon lasciando che una leggiera strisciadi dolore al capocome fa ogni gioia che passa.

Aquel ragazzo non poteva non volere un po' di bene. Anche lacompassione ha i suoi doveri. Eran cresciuti un pezzo insiemeluipoverolei disgraziata. S'eran ritrovati dopo molti annilui piùpoverolei più disgraziata. In mezzo alla gente che avevacongiurato a' suoi dannianche tra quelli che le volevano piùbeneegli solo aveva sentito per lei una pietà pura edisinteressata. Quel povero Ferruccio non si era mosso dalla suatimida e scontrosa mediocritàse non per soffrire atrocementedell'ingiustizia umana. E se non aveva perduta la fede nellaProvvidenza e nella vitalo doveva a leiche aveva lasciato caderea tempo una dolce parola nel suo cuore.

Cresciutoanche lui insieme a' suoi fratellinon era per lei che il piùgrande e il più disgraziato de' suoi fratelliun ragazzo dipoco spiritoun buon giovine cristianoche la corruzione e loscetticismo non avevano ancora corrotto. Toccava a lei salvare questapreziosa giovinezza dal contagio plebeo delle passionidai cattiviesempisostenere il coraggio nelle battaglie della vitacome giàgli aveva insegnato il catechismo quando era piccinacome l'avevapreparato alla prima comunione da giovinetta.

Nonc'è nessuno che si lasci persuadere più facilmente comeun cuore che ha bisogno d'essere persuaso. Acchetata con questedimostrazioni la coscienzaessa poteva chiudere gli occhi e dormire;ma le lunghe dimostrazioni stancavano le sue vegliesentivasisoffocare nella chiusa stanzabalzava dal lettoespalancata lafinestrastava a contemplare estatica nel tepore della notte chiarala fila nera dei pioppi ondeggianti in fondo ai pratisu cuibrillavano le sparse stelle del Carroo cercava in capo alla stradal'ombra densa dell'abbaziache raccoglievasi anch'essa in una speciedi sonno profondomentre i grilli mandano l'acuto fischio dalle tanee il vento porta qua e làstrappandolo a cascinaliil buonodore del fieno

Leparole di un discorso umano son troppo rigide e pesanti a confrontodi quelle con cui essa cercava di giustificarsi e usarsi indulgenza.Il cuore parla a colpi come fanno i prigionieri.

Lepareva che potesse concedersi questa momentanea ebrezzamentreancora durava la sua libertàcome la mamma anche piùrigorosa concede alle sue ragazze un festino la sera prima d'entrarein collegio.

Eraamore questo bene?

Essalo aveva trattato forse troppo rigidamente l'ultima voltanonrispondendo nulla a una tenera confessioneche era traboccata dalsuo cuore come sgorga l'acqua limpida e pura da una fontanaabbondante.

Lapaura l'aveva resa superba. Eppure quanta bontàquantapoesiaquanta freschezza d'animo nelle sue parole!

"Mipareva che a una morta si potesse voler bene più che a unaviva..." Chi aveva insegnato a questo povero figlio del popolo adir parole così belle e così commoventi? Non certamenteil poco latino studiato in Seminario. Noera un'anima giovine cheparlava; e le anime giovani sono ancora piene di cielo: e quandoparlano fanno provare emozioni che sembrano reminiscenze di un altromondo. Tutti veniamo da un luogo che non è questo e tuttiaspiriamo a tornarvi. E il cuore batte ed esulta tutte le volte cheascolta una voce che gli parla della patria...

Eransogni di questa natura ch'essa ricamava intorno a una stellaripetendo una nenia funebre sopra se stessa.

"Auna morta si può voler bene..."

Efra pochi giorni invece essa avrebbe dovuto essere più viva diprima.

Lamattinaappena una riga di luce bianca venata di carminio rompevadietro i tronchi la lunga oscurità della nottevestivasi infretta e scendevaquando cominciano le gallinette a muoversiprimaancora che sonasse l'Ave Maria alla chiesa.

Ècosì bello uscire all'alba e mettersi per un viale di piantenella frescura mattutinasotto il cielo bianco che si specchia nelleacque oscure! Le vaste campagne sono ancora desertenon ancorsveglie di sotto alle coltri di nebbia: o non escono dai viottoli chele prime ombre dei lavoratoricolle vecchierelle che vanno allamessachiuse nello scialle neronella pia tranquillità delcorpo che ha riposato e dell'animo che non desidera più nulla.

Essainvece trascinata dall'inquietudine giovanileche desidera anche ciòche non conosceandava a rifugiarsi in un angolo oscuro dellachiesasotto la vòlta goticasi prostrava sul marmo freddod'un altare e assisteva alla messapregando or sì or nodimenticandosi o guardando come straniera di un'altra fede la gentele immaginii lumi dell'altare. Come chiedere a Dio ciò chenon è giusto desiderare? come chiedere ch'egli ti spenga nelcuore l'unica fiamma che lo scalda? perché invocare che altriti calchi sulla fronte la corona di spine che ti è toccato insorte di portare?

Dopola messa usciva colle donnicciuole e colle altre spose della sua etàcon alcuna delle quali soffermavasi a discorrere di bambini e dellepiccole peripezie che riempionocome le ragnatelela casa dellapovera gente. Parlavano di malannidi stentidi malattie cronichedi pellagra e di morticolla placidezza lenta e rassegnata deicontadini che riferiscono tutto a quel lassùsul quale lafede dei poveri scaricainsieme alla responsabilitàtrequarti dei propri fastidi.

Ele parevasentendole parlareche appartenessero a un altro mondo oun'altra razza. L'inquietudine sua la portava a camminare un pezzoper le strade di campagnafinché sentiva il sole caldo sullatesta. Andava un pezzo a razzolare nel verdea cogliere fiori disiepea cercare le ultime mammolette della stagione rimpiattate neiluoghi più oscuriqualche volta fin verso la stazione diRegoredoo fin dove il canale si affossa e si allarga in un laghettodi acque sorgive.

Ilcielo lucidoche si riflette nell'acqua di un color di acciaiodàagli occhi l'illusione di due lucidi infiniti che si baciano.Arabella fissavasi nel limpido specchio fino all'incanto e lasciavasitrasportare a naufragare deliziosamente in una vertiginosaaccondiscendenza.

Forseil suo povero papà era passato di lì.

Qualchevolta spingevasi fino al passaggio della strada ferrata presso lastazioneche rompeva con una tinta rosea il verde delle messi edelle piantagioni.

Ibambini del cantoniere impararono presto a conoscerlaperchéessa non vi andava mai colle tasche vuote. La loro madreuna donnapienotta e sanala intratteneva di cose comunidi suo maritodisédei suoi figli. Dopo sette anni di matrimoniovissuti unpo' dappertutto nei quattro muri d'un caselloessa era per mettereal mondo il suo quinto figliuolo e nascevano tutti saniingordiconnessuna voglia di morire. Tratta a discorrere di questa faccendaladonna nel linguaggio più naturale dimostrava come ciòpossa accadere ai poverettiche non hanno il teatro della Scala. Leparole della cantoniera suscitavano nel segreto dolore di Arabellaimprovvisi turbamenti.

Vedendolaarrossirela donna allungava il discorso alle solite celiecercandodi dimostrarle che in tre cose i poveri sono eguali ai ricchinelnascerenel morire e nel fare all'amoreuna parola quest'ultima chein bocca alla bassa genteè più chiara che neidialoghi di Platone.

Unamattina — due giorni prima del Corpus Domini —mentre ciarlavano di queste coseil suono della cornetta interruppea tempo certe confidenzenelle quali la più giovine di quelledue donne provava una specie di malsana seduzione: subito dopos'intese il rombo del treno proveniente da Milano.

Arabellacamminando lungo la siepeaspettò che il trenodopo la brevesosta alla stazioneripigliasse la sua corsa. Il convoglio qualchemomento dopo venne ansandorombandoe passò al di làdella siepe colla veloce imponenza che ha sempre un treno in viaggio.Essa lo seguì cogli occhirapita da uno spettacolo che noninvecchia mai e del quale non abbiamo ereditata l'abitudine.

Nell'uscirdalla sua contemplazionesi trovò davanti Ferruccio pallidocome un cadavere.

"Leia quest'ora? che cosa c'è?"

"Sonvenuto a consegnarle le ultime carteperché... perché...scusinon posso parlare. Mi è capitata una cosao DioDio!"

Ilgiovine si tolse il cappello e si asciugò la fronte madida disudore.

"Checosa?"

"Sonochiamato in Questura... cioèpeggio... domani posso esserearrestato anch'io."

"Mano: per qual motivo?"

"Perribellione alla forza pubblica."

"Lei?quando? o Gesù..."

"Èstato ieri sera da noi il signor Galimbertiun delegato che conosceda un pezzo le mie zie e ha detto che c'è ordine d'arrestocontro di me. Le guardie hanno deposto ch'io mi son ribellato: diconoche io le ho ferite. Il signor Galimberti vorrebbe che io mipresentassi spontaneamente."

"Ciòè impossibile."

"Ionon so d'aver ferito. La zia Colomba giura che non ero armato. Unadelle due guardie mostra una mano slogata. Il signor Galimberti hapromesso d'interessarsi in mio favorema non garantisce nullaperché gli ordini sono rigorosi..."

Ilgiovane disse tutto ciò con una grande freddezzacome se nonsi trattasse di lui.

"EvoiSignorepermettete anche questo?..." scoppiò adirecon disperazioneArabellaparlando irritata cogli occhi alcielo.

"Semi presento da me" riprese Ferrucciocercando di rassicurarela sua voce"il signor Galimberti ha detto che potranno usarmidell'indulgenzaaltrimenti... Quale indulgenza? se è vero cheho battuto le guardiese è vero che ho slogata una manodovrò scontarla per forza con cinque o sei mesi di carcerecon tutta l'indulgenza del mondo..."

Eglifinì con un sorriso ironico e amaro.

"Cheche..." esclamò essa duramentecon accento soffocato.

"Ameno che non ne faccia una più grossa" balbettòcoi lineamenti irrigiditiportando le nocche della mano alla boccacome se volesse mordere.

"Fuggire?che cosa puoi farepovero ragazzo? tu non devi andare in prigione.Tu non hai fatto nulla di malenon sei un ladrotu non haiammazzato nessuno. Hai difeso tuo padre e non si condanna un poverofigliuolo per questa colpa. Ora vengo io a Milano. Andremo insiemedai giudici; parleremo a questo signor Galimberti. Capisci che sequesta è giustizia noi potremmoin nome della giustiziadarfuoco alle case. Nono: non è possibile. Ahmi diceva ilcuore che non avevamo finito di patire. Era qui dentro ilpresentimento. Io porto la maledizione... Ora vengo a Milano. Tu nondevi andare in prigione..."

Parlavaquasi inconsciamenteper abbandonotrattando Ferruccio come un verofigliuolo affidato alle sue curesconvolta improvvisamente da unaribellione di spiritoche rompeva argini e dighenon sostenuta cheda una irritazione fieraciecaaudaceche aveva la forza di nonlasciarla piangere. Accesa nel visofremendo in tutte le potenze piùsegrete dell'animapassò sopra al suo stesso patimento e nonsi accorse che in mezzo ai dolori trionfava un sentimento piùforte di tutti e due.

Lastradicciola per la quale scendevano era perfettamente desertaaffondataperduta tra due cigli altinella grande solitudine deicampie permetteva ai due infelici di parlar fortedi gridare e dipiangere senza soggezione sulla loro disgrazia.

Andavanoa piccoli passisoffermandosi spessoincerti dove menasse lastradaoccupati dal doloroso caso.

"Iocredo chese parliamo a qualche persona autorevolepossiamo evitarequesta disgrazia. Sto pensando a chi potrei rivolgermi. Andiamo aMilano. Intanto il dottore potrà testimoniare che tu eriesaltatoche ti sentivi male. Anche tu sei stato ferito. Eccocihai ancora il segno..." così dicendorimosse i capellidel giovine. "Offriremo un bel compenso alle guardie. Denaro nonmanca. La zia Colomba potrà condurmi da questo signordelegato. Dimostrerò da chi è derivata la cosae chenon è giusto che si seguiti a soffrir tutti per colpa di unmorto. Parleremo anche all'avvocato; faremo scriverese occorredamonsignor arcivescovo; e se ciò non basterà ancora tidarò i mezzi di andar viaFerruccio; ma tu non ti lasceraimettere le mani addossonon è vero?"

"Nono..."

"Nonlo voglio..."

"Ocara signorase lei mi salva da questa vergogna..."

"Sìsìvedrai che ti salveremo. Orafatti coraggio; caccia ipensieri cattivi. Credi che fai dispiacere a me a pensar certe cose."

"Vedessela povera zia Colombafa pietà ai sassi..."

Ferruccios'intenerì all'idea della povera donna e singhiozzòper quanto un impeto furioso di sdegno cercasse di soffocare lelagrime. Arabellatocca da quella voce così piena dicorrucciogli pose le due mani sulle spalle. Un fitto velo dilagrime li nascose l'uno all'altra.

"Èla Madonna che mi ha messo in cuore di venire da lei..."

"Cheessa ci benedica..." e lo segnò colla croce.

Gliaccomodò la cravattae ripigliando il tono normale di vocecome se il grave pericolo fosse scongiuratosoggiunse:

"Perdonase ti ho dato del tu. Mi sei tornato davanti così bisognoso ecosì spaventatoche non ho visto in te che il povero ragazzodi una volta. Ora senti. Piglia questo viottolo e in dieci passi seial camposanto. Va ad aspettarmi laggiù e intanto puoi fare unpo' di bene. Una mamma in paradiso l'hai anche tu... Intanto io tornoalle Cascine; non dico nulla per non propalare la cosa. Piglio un po'di denaro e con un pretesto parto subito. Credo che fra un'ora passiil treno di Genovaper mezzodì siamo a Milano. Prima di seraavremo aggiustata anche questa: e per il Corpus Domini verraianche tu a fare un brindisi... Dio ascolta i voti".

Parlavaancora e già i piedi la portavano verso le Cascinedi cuivedevansi i tetti neri e disuguali uscir di mezzo al verde.

"Dioascolta i voti" tornò a ripetere a se stessacamminandofrettolosamente senza sentire la strada.

Eripeté con chiarezza quel che aveva confusamente promesso nelsuo cuore. Avrebbe perdonato sinceramentese Dio salvava il poverofigliuolo dal disonore. E come se avesse già ricevuto unaffidamento di graziaasciugò gli occhientrò in casanon vistaandò a preparare il denaro che papà Paolinoaveva messo in disparte per leisalì in camerascrisse duerighe alla mammascusandosi con un pretesto di dover andareimprovvisamente a Milanoe consegnò la lettera al Pirello. Lamamma fin dalle prime ore del giorno era occupata a San Donato e nontornava che a sera. Papà Paolino il martedì andavasempre a Melegnano.

Uscìcol mantello piegato sul bracciocol velo in manoe andò araggiungere Ferruccio.

Questis'era lasciato cadere sul praticello davanti al camposanto come se legambe gli mancassero sotto. E rimase alcun tempo colla testa nellemaniaccoccolato nella piena solitudinesotto gli occhi dei morti agemerea soffrirea languirecome se perdesse il suo il giovanesangue da una ferita aperta.

Sulsuo capo cinguettavano i passeri tra i rami di un vecchio noce. Conrapidi frulli d'ale stormi di uccelli scendevano e uscivano dalrecintoposandosi sulle povere croci avviluppate d'erbaquasiinghiottite dalla terrain una pace dolce e profonda che abbiamotorto di temere.

Apoche miglia da quelle croci lo aspettavano i più ferocidoloriuna condannala reclusioneuna macchiala vergogna pertutta la vita. E il dolore delle due povere donne? Allo strazio simescolavano non meno feroci impeti di sdegno. Nonon l'avrebberopreso. Si sarebbe ammazzato prima.

Aquesti gridi della maggior disperazione sottentravaquasi chiamatal'immagine di lei. Come una così dolce figura potesse muoversiin mezzo a così grandi torture moralinon arrivava a capire;ma sentiva per istinto che la libertà e la salvazionedell'anima erano nelle mani di lei.

Nonera più amoreil quale non deriva che da qualche idea che unoha di sé; ed egli era nullapeggio di nulla. Era laprosternazione di un uomo umiliato davanti a una divina e infinitamisericordia.

"Omammao la mia povera mamma!" andava ripetendoe non gliusciva altro di bocca.



4. IN QUESTURA

Siscosse al rumore di un passo. Essa con voce rinfrancata e autorevolegli disse:

"Andiamonon abbiamo molto tempo".

Elo precedettecamminando verso la stazione.

Nonebbero molto da aspettate. Essa acquistò i biglietti e loprecedette ancoraentrando in uno scompartimento affollatodove lapresenza di altri viaggiatori impedì loro di parlare. Insilenzio arrivarono a Milano. Salirono in una vettura che liaccompagnò a casain via San Barnaba.

Nonscambiarono quattro parole lungo il viaggio. Arabellachiusa in unduro risentimentose lo tirava dietro come un ragazzo che ellaavesse ritrovato perduto in mezzo a una strada.

Lazia Colombache stava in sentinellascese un pezzo di scalaabbracciò la signora e le sussurrò prima di entrare:

"Nunziadinanon sa nulla. È un po' malata e l'ho persuasa a rimanere aletto. In ogni caso le diremo che Ferruccio ha dovuto partire."

"Miha detto questo figliuolo che voi conoscete un delegato."

"Sìè stato lui... Signore!... è stato lui che ci haavvertiti."

"Accompagnatemisubito da lui. Sentiremo."

"Sentiremo"ripeté macchinalmente la povera donnache tremava tutta e nonsapeva quel che dicesse e facesse in questo mondo. Prese lo scialle eraccomandata Nunziadina a Ferruccioscese le scaleripetendo:

"Sentiremo."

"AllaQuestura!" ordinò Arabella al cocchiere che aspettavaabbasso.

Ferruccioandò a sedersi sulla seggioletta della zia Nunziadinadavantial telaio sul quale era steso un gran pizzo. E rimase incontemplazione dei ricami tutto il tempomeravigliandosi di nonsentir nullacome se non si trattasse più di lui.

Ledue donne scesero davanti la Questura e chiesero a una guardia dipoter parlare al delegato Galimberti. Fu loro indicato un lungocorridoiomezzo ciecoche metteva ai piedi di una scaletta umida esporca.

Salironoa un portico superioredov'erano molti usci con delle scritte soprache Arabella non ebbe gli occhi per decifrare.

Sentivae vedevacome in sognoquasi per una visione interna.

Sullasoglia d'una di quelle porticine molta gente mal vestitadallefaccie slavatetra cui molte donne piangentisi addossava perspiare quel che si faceva di dentromentre altre guardiepasseggiavano lentamente in suin giùper il lungo delportico.

Unuscierea cui la Colomba si rivolse timidamente a chiedere di nuovodel signor Galimbertirispose con voce seccata: "Dabbasso"e scomparvesbattendo furiosamente un usciolino.

Sirassegnarono a tornar giù. Allo svolto del pianerottolo furonoquasi brutalmente urtate e respinte da un corteo di guardiechetenevano in mezzo un ragazzaccio a sbrendolicolle mani legateunafigura smilza e imbozzacchita dai vizi e dalle prigionicheall'incontrare una signora sulla soglia di casa suatese il collosgranò gli occhie urlò con voce rauca e sguaiata:

"Vival'Italiabella bionda!"

LaColombavedendo la signora diventar smorta e tremarele fece scudocol corpoma tremava anche lei come un coniglio. Rimasero duerespiri in silenzioincapaci di muoversisostenendosi a vicendacogli occhisforzandosi di sottrarsi al pensiero che la vista delragazzotto arrestato veniva naturalmente a suggerire.

"SeDio tien conto di quel che lei fa..." balbettò laColomba.

Arabellafe' segno di tacerestringendole forte la manoe scesero insiemegli ultimi scalini quasi correndo. Un vecchio portiereche veniva suportando con fatica un secchiolino d'acquaindicò lorol'ufficio del delegato Galimbertia man sinistrasotto il porticoe stette sulle gambe arrembate a contemplare la bella figurina. Necàpitano molte in Questuradi brutte e di bionde.

IlGalimbertiriconosciuta la Colombacapì di che si trattava ele fece passare in uno stanzino contiguo alla sala d'ufficiodovec'era un gran puzzo di sigarosbarazzò due sedie dalle cartele invitò a sedere chiudendo per precauzione la porta.

LaColomba colla foga della passione cominciò a dire che lasignora era pronta a dare delle testimonianze per Ferruccio.

"Lasignora è forse una parente?"

"Èla padrona di Ferruccio" rispose la vecchiache lì perlì non seppe trovare una parola migliore.

"Hocapito" disse il delegatofissando uno sguardo paterno suArabellamentre andava a pescare in una scatoletta di cartone unapastiglietta di poligala. "È la nuora di quel poverosignor Tognino? povero uomomorto giovine anche lui. Ma...! nidofatto gazza morta..."

"Equesto nostro figliuolo?" chiese la Colomba.

"Letestimonianze non fanno malee non fanno male nemmeno leraccomandazioni delle buone signore. Mamaho di nuovo esaminato ilcasola mia donnae non so come potremo cavarcela. È unadisgraziacapiscoil ragazzo non è cattivoètutt'altro che un socialista e un anarchico: ma i tempi son cattivisotto questo rispettoe gli ordini superiori son chiari. C'èstata ribellione alla pubblica forza... L'avrà fatto perimprudenzaper buon cuorema la legge è leggecara la miadonnae non guarda in faccia a nessuno. La ribellione èdiventata quasi un tratto di spirito per questi giovinotti dellagiornatache credonochi sa?di cambiare il mondo come si cambiaun paio di scarpe vecchie. E naturalmente l'autorità stringe ifreni e manda delle istruzioni categorichepreciseche nonscherzano. Si sa che chi va di mezzo siam sempre noi poveri agenti.Se si fa troppogridano che si fa troppo; se si fa poco gridano chenon si fa nulla. I giornali ci mordono ai polpaccila Prefettura cipicchia sulla testail Ministro ci traslocaci destituiscetalchési può dire che i nostri migliori amici sono ancora ibirbanti... Questo per darvi un'idea che anche noi abbiamo le maniincatenate. Nel caso nostro poi c'è un aggravante serioserioserio…" Il delegato socchiuse gli occhi e tentennòun poco la testa. "Oltre alla ribellione c'è ladeposizione di una guardiache è stata sbattuta in terra e hadovuto rimanere dieci giorni fuori di servizio per una slogatura allamano. Caso grave! Una mano per una guardia di questura è comel'archetto per un suonatore di violino. C'è stato deldanno..."

"Lasignora è pronta a dare un indennizzo."

"Ancheil denaro è un bel rimedio che guarisce molte slogature.Protezionialte testimonianzedenaropotranno esser tant'olio perfar correre le ruote e per non lasciarle stridere; ma voila miaColombadomandate troppo. Mi par già di essere compromessoper quel che ho fattoavvisandovi del pericolo e offrendo al ragazzoi modi di accomodare i suoi cenci in famiglia. Mi rincresce anche perquesta buona signoraalla quale non vorrei proprio dir di no; ma c'èuna deposizioneDio benedetto! c'è la legge."

Arabellache stava ad ascoltare colla faccia impassibilemosse due o trevolte le palpebre per asciugare un leggero velo di lagrime. Ildelegato se ne accorsee fece qualche passo nella stanza. Non potevaveder piangere le donne. Era il suo debole. Dopo uno sforzo riprese adire:

"Hogià parlato col ragazzo e gli ho fatto capire che gli convienefidarsi di me. Mi sta a cuore anche a mepovero figliuoloperchého conosciuta la sua mamma e con queste donne siamo amici vecchi. Cisono delle circostanze attenuantiche non gli fanno disonore...Quindi gli conviene mettersi nelle mie mani".

"Opovero martire!" scoppiò a dire lagrimando la Colomba.

"Nonesagerate il malebenedette! Anzi fategli coraggio e persuadetelo aseguire il mio consiglio. Credete forse che lo si abbia a caricare dicatene e a far marcire in un tetro carcere come si diceva una volta?Saranno due o tre mesial piùdi ritirouna specie diesercizi spiritualiche a un giovane un po' vivo non faranno male."

"Osignore..." balbettò la Colomba. "Quel ragazzo mimuore."

Arabellaaggrottò la fronte in un pensiero doloroso.

"Benedettagente!" riprese dopo un istante il povero Galimbertiche nonaveva il cuore di sasso. "Tutto quello che io posso fare èdi tirar in lungo la praticaper lasciargli il tempova bene?dipreparare terreno. Così nessuno si accorge nemmeno ch'egli siascomparso. Dà ad intendere d'aver trovato un postoche so io?a Bergamoa Comoa Melegnano... va bene? e tra quindiciventigiorniuna mattinadietro un mio bigliettoviene da mequietoquietonoi lo esaminiamo in camera caritatislo trattiamocon indulgenza. Se poi si comporta beneio lo farò accettarenegli uffici d'amministrazionedovetranne il catenaccioècome esser qui. Vedete dunque che in realtà si riduce a unacommediamentre se invece vuol suscitare rumoriscandaliopretende che la legge si abbia a cangiare pe' suoi begli occhiallora si taglia la strada sotto i piedilega le mani a noicicompromette e da un maluccio fa nascere un malaccio."

"Possoquasi assicurare che il giovane non sopporterà il suodisonore" prese a dire Arabella con accento che aveva in séqualche cosa di tagliente e di sprezzante. "A ogni modo nonpossiamo sopportarlo noinon è veroColomba?"

IlGalimberti aprì le due braccia come se volesse dire: "Nonc'è rimedio..." e voltò la faccia verso il muroper non saper che cosa rispondere.

"Ilsignor delegato che dice di voler bene a queste povere donne vorràcome ha promessotirar le cose in lungo."

"Ètutto quello che posso farecara la mia signora: e lo faròvolentieriperché non solo voglio bene a queste povere donnema il figliuolo mi ricorda la sua povera mamma. La Colomba sa che...che... che..."

Econ una scossa del capo si sforzò d'inghiottire un grossostranguglione di reminiscenze.

Arabellasi alzòe trasse in un angolo vicino alla finestra ildelegatomentre la Colomba pareva diventata sulla sedia un sacco distracci. Prese famigliarmente le mani del pacifico tiranno e glimosse una serie di questionialle quali egli rispose benevolmentefissando con crescente meraviglia gli occhi negli occhi di questacara donninache gli parlava con tanto calore e con tanta seduzione.Il mestiere non gli aveva ancora fasciato il cuore d'una corazza dibronzo; e posto in mezzo tra una povera vecchia che gli risuscitavail passatoe una simpatica bellezza che lo pregava cogli occhibagnatisi lasciò trascinare a prometterenon solo cheavrebbe cercato di mandar la pratica in lungoma che avrebbe ancherilasciato un foglio di via per Ferrucciouna patente netta... Alresto avrebbero pensato le donne.

"Ledonnele donnele donne…" seguitò un gran pezzo aripetere il povero uomoquando rimase solorotto e sfasciato anchelui sotto l'emozione e sotto il peso della responsabilità chegli addossavano.

Quantunquevedesse di non far nulla di male a tirar la pratica in lungoquantunque una dichiarazione di buona condotta la potesse semprerilasciare a un giovane non ancora giudicatotuttavia nella suacoscienza di onesto impiegato sentiva di servir male la sua padronaquesta volta. Il giovinotto avrebbe preso il volo... Oh le donne;vive e morteson sempre le più forti...



5.PREPARATIVI PER LA PARTENZA

Arabellapromise alla Colomba che si sarebbe lasciata vedere più tardie andò a fare una visita allo zio Borrola per chiedergli unconsiglio.

Glizii l'accolsero colla gioia con cui avrebbero ricevuta la reginaMargherita. Sidonia l'abbracciò un gran pezzo e se la scaldòsul senomentre lo zio Mauro faceva mettere una posata di piùin tavola. La ziadopo averla carezzata come un micinosicongratulò di trovarla bene in salutele parlò delpovero Lorenzo che faceva pietàsi rallegrò con leiche tutto fosse finito colla pace di tutti. Arabella aveva fatto ungran benema poteva farne dell'altro. I buoni zii erano disposti atransigeree a contentarsi di poco; ma Arabella avrebbe dovutopersuadere Lorenzo a tener conto che la zia Sidonia non aveva ancorricevuto l'ultimo residuo della sua dotecausa di vecchi rancori tralei e suo fratello Togninoil quale era morto senza aver regolata laposizione. Poiché da tutte le parti si parlava diconciliazione e di amichevoli accomodamentila zia sarebbe statacontenta di aggiustare anche questo arretrato (un'inezia di dieci ododici mila lire)una cosa subito fattaquando Arabella suggerisseuna parolina all'avvocato.

Essarispose tre volte di sì senza afferrare una sola parola ditutto questo grande discorso. Lo zio Mauro si offrì dipresentarla all'arcivescovoun venerando prelato che... ma Arabellagli troncò le parole in bocca per raccontargli il caso diFerruccio. Bisognava fare in modo che quel povero ragazzo potesselasciare il paese. Era un dovere di tutti i parenti di proteggere ungiovine onestoche scontava le conseguenze di colpe non sue. Aimezzi avrebbe provveduto essa stessama bisognava indirizzarlo...

"Èil caso nostro" esclamò lo zio Borrola. "Vado subitoa parlarne all'amico Vicentelliche sta per inviare in America tuttoil materiale della Forza del destino. Se siamo ancora intemponon saprei trovare una più bella occasione per ungiovine che vuol cambiar aria e tentare la sua fortuna."

Anchela zia Sidonia prese vivo interesse a questo caso dolorosoin cuivedeva coll'anima dell'artista un non so che di drammatico e diavventuroso. La ribellione all'autoritàcostituita giànell'indole suaera cresciuta il giorno che a Parigi alcuni gardiensde la paix avevano battuto e maltrattato un caro suo cagnolinoterriermentre l'imperatrice Eugenia passava in carrozzasulla piazza Vendôme.

Arabellauscì collo zio Mauroe non si dette riposo finché nonebbe parlato col signor Vicentelli. C'era ancora l'occasionema nonbisognava perder tempo. Il piroscafo doveva lasciar Genova aiquindici del mese e bisognava trovarsi sul posto qualche giornoprima. Il giovane avrebbe viaggiato col direttore della compagniauomo pratico che aveva fatto più volte la traversatadell'Oceano. Una volta a Buenos Airesavrebbe giudicato lui stessodella convenienza o di restare colla compagnia in qualità dicontabileo di cercarsi un altro posto. Chi ha qualche soldo intasca è sempre padrone del mondo.

Arabellaverso sera tornò a veder Ferruccio e la Colomba in via SanBarnaba. Sedettero nell'apertura della finestradopo aver socchiusol'uscio della stanza per non farsi sentire dalla Nunziadina malata.

"Ciòche importa maggiormente adesso è che lei salvi il suo onore"cominciò a dire la signoravolgendosi al giovineeparlandogli col tono rispettosoche aveva sempre usato con luicomese passato il pericolociascuno ricuperasse il suo posto. "Perquante giustificazioni noi potremo dare a noi stessi e alla genteèinutilenon potremo impedire che il suo nome resti su quei registrie che la giustizia umana faccia di lei un brutto arnese. Non ècosìColomba?"

"Megliomorire che andar là dentro" soggiunse la vecchia.

"Ferruccionon deve nemmeno morire. Egli è giovaneè buonoèonestoveroFerruccio? sa meglio di noi che nell'onore è ilcoraggioè la vita: sa che noi gli vogliamo bene."

Essagli prese una mano e lo guardò negli occhi.

"Checosa devo fare?" sillabò il giovane a testa bassa.

"Partire.C'è una buona occasione. Guardi." Essa presentòuna lettera con un piccolo manifesto stampato. "Mio zio assicurache Vicentelli è un galantuomo e che il direttore èpersona prudente. Ella non avrà che d'aiutarlo a tenere iconti della compagniae intanto si vedrà quel che si potràfare. Ma bisogna partir subito sabato..."

"Dopodomani?"chiese la Colombasbarrando gli occhi e alzando le due mani in aria."Ed è lontana questa città... come si dice?"

"Èun poco lontanama noi gli procureremo delle raccomandazioni. Le miemonache vi devono avere una casa. Gli daremo del denaro abbastanzaperché non abbia a soffrire. Ferruccio ha del coraggio e sapràfare laggiù quella fortuna che non gli lasciano fare a casasua. Non c'è più nulla di buono da raccogliere inquesto vecchio paese. Il signor delegato ha promesso di aiutarci efarà avere stasera un buon attestato. Niente lo lega al suopaese. Vorrei esser libera come lui! veder del mondoveder dellagente nuova..."

Epoiché la Colomba chinava la testa avvilitaArabella si chinòverso di lei e le disse piano:

"Nonaspetterete che ve lo maltrattinocome avete visto fare a quelragazzaccio..."

Ea Ferruccioche la contemplava con occhio fisso e brillantedisse:

"Leinon si lascerà mettere le mani addosso".

Ilgiovine scattò dalla sedia e mosse alcuni passi sul ballatoiocolla testa bassacolla mano dentro i capelli. Quando tornònel vano della finestra esclamò:

"Vabeneson pronto".

"Tutu non lo dirai a quella povera donna" singhiozzò la ziaColombaindicando l'uscio della malata. "Basterebbe a farmelamoriree allora resterei qui sola come un cane. A lei e a tuo padrediremo che hai accettato il posto che ti ha offerto il padre Barcache parti per qualche tempo per Genova."

Lapovera donnaportatosi il grembiule agli occhicercò disoffocarvi dentro il gran pianto e la passione che rompevale lostomaco. Ferruccio le circondò la testa col braccio e vi posòle labbra un pezzo senza piangere.

Toccavaall'Arabella di far cuore a tutti e due. In quanto alle spese non vidovevano pensare: essa lasciò subito del denaro per i primibisogni. Non occorrevano grandi preparativi. Bastava una valigiacolle cose più necessarie; perché Buenos Aires èpaese civile e ci si trova tutto. Per non dar sospetto alla ziaNunziadina era bene che Ferruccio preparasse le sue quattro robenell'ammezzatodove all'indomani essa avrebbe portato il denaro delviaggio. In quanto alle donne e a suo padreFerruccio non dovevaaver pensieri. Casa Maccagno era in obbligo di dare una riparazionee non per nulla essa aveva perdonato il male che le avevano fatto.

Inquesti discorsi venne la sera. Prima che fosse buio del tuttoArabella si alzòe accompagnata dal giovineandò acercare ospitalità in casa dell'Arundelliche per farle postodovette mandare il marito a casa della nonna.

Ledue compagne di Cremenno passarono tutta la notte a discorrere diquesti grandi avvenimentiche tenevano la Pianelli in uno stato difebbrile orgasmo. Si vedeva dalla sua inquietudine e dalle sue paroleeccitate e nervose che aveva nel cuore una grande ribellionequalchecosa che non vi doveva essere. La buona e pia Arabella non soloparlava male della giustizia umanama parlava troppo di quelbenedetto giovine. Temeva che il delegato non avesse a mantenere lapromessa: che lo avessero ad arrestare a tradimento: che avesse acommettere un atto di disperazione. E in queste spine si voltòcento volte nel lettosospirandorompendo il sonno della compagnaritornando cento volte su delle discussioni che finironocoll'impensierire l'Arundelli.

Appenagiorno fu subito in piedi.

Sivestìuscì con un pretestopromettendo di tornarecorse a San Barnaba per accertarsi che non lo avevano arrestato.Lasciò detto alla Colomba che verso mezzodì li avrebberaggiunti in via Torinonello studioe appena le parve un'oraconvenientesi recò in piazza di Sant'Ambrogio in cercadell'avvocato. Questi l'accolse cortesemente e non esitò aconsegnarle tremila liredi cui essa lasciò una ricevuta; estava per andarsenequando il Mornigani venne ad annunciare ilsignor Lorenzo.

"Bravonon avrebbe potuto arrivare più a tempo" esclamòl'avvocato; "e poiché domani dobbiamo trovarci tuttiinsieme alle Cascine a benedire col vino bianco questa bellaconciliazionepermettacara signorache io ne pregusti leprimizie. Bravaeccolo qua..."

Lorenzonel rivedere sua moglieabbassò la testa e si fermòsulla sogliacome un ragazzo timido e pentito che aspetta il perdonodella mamma.

"Avantie stringiamoci la manocari figliuoli" declamòl'avvocato con un tono paterno e religioso. "Cosìbravi!e non si parli più di quel che è stato."

Arabellaprese la mano che Lorenzocommosso fino alle lagrimele steseeparlando a monosillabiaccettòacconsentì a tuttoquello che l'avvocato credette utile di aggiungerecome se in fondonon si trattasse di lei. E le parve di intendere che Lorenzo sisarebbe recato alle Cascine quel giorno stessocol tram dellequattroper accondiscendere all'invito della mammache avevapreparata una dolce congiura.

Avrebberopotuto tornare insieme e fare ai parenti una bella improvvisata.

Mentreun'Arabella rassegnata e indulgente diceva di sì e rimettevasialla volontà degli altriun'Arabella più nervosamenobuonaquasi straniera alla primausciva da lei a combattere unabattaglia in cui aveva bisogno di restar vinta.

Lasciòsuo marito ai grandi affari e se ne venne via col desiderio ditrovarsi ancora collo zio Borrolache aveva delle conoscenze inAmerica e poteva dare delle buone lettere di presentazione perFerruccio.

Passandodalla chiesa di San Giuseppeun bisogno del cuore la condusse apregare un istante ai piedi di un altare. S'inginocchiòfissògli occhi sopra un quadro in cui era dipinto il Transito del santo inmezzo a due schiere d'angelie pregò un pezzo cogli occhicome se non avesse più la forza di formulare col pensieroun'aspirazione.

Lachiesa raccoltagelidaimmersa in una luce squallidale miseindosso dei brividi di freddo. Si scossevenne viatraversòla piazza della Scala e le strade popolatepensando a nullacedendopiù che obbedendoalla necessità che lariconduceva a rivedere la sua casa. Non pioveva ancorama c'erano inaria dei brutti segni. Era una giornata bigiamalinconicasvogliatacol cielo chiuso.

Domandòalla portinaia la chiave degli ammezzati e per la scala di servizioentrò nello studio di suo suoceroancora ingombro di carte edi mobiliche si rimpiattavano nell'uggia e nell'oscurità diquella giornata semipiovosa.

Passònella seconda stanza e vi trovò della roba sparsa sulle sedie.C'eran dei libridella biancheria. Ferruccio non aveva perduto tempoe stava preparando gli effetti di viaggio fuori dagli occhi della ziaNunziadina.

Unavaligia nuova era aperta sul canapè. Il giovane era uscito perpresentarsi al signor Vicentelli; ma aveva detto alla portinaia chesarebbe stato subito di ritorno.

Arabellaraccolse alcune cosucce e cominciò a collocarle nella valigiacome aveva fatto molte volte pe' suoi fratelli alla vigilia del loroentrare in collegio.

Irumori della città viva e grande che agitavasi intornovenivano dalla viuzza a urtare contro la polverosa finestra diquell'antro offuscatoin cui l'odor di chiuso s'inasprivanell'acredine del vecchio inchiostro. Un cappello molle di campagnadimenticato sull'attaccapannirichiamò la memoria di un uomoche aveva finito di combattere le sue battaglie. Dio puòperdonare al peccatorema i frutti del male devono di necessitàrigermogliare sulla terra.

Isolatanel suo dolore essa non viveva che di questocome se ogni altrosentimento l'avesse abbandonata; e nel suo sentimento cercòd'immergersisperando di trovarvi l'attutimento dei sensi. Piangevain silenziod'un pianto internosu chi partiva e su chi restavamentre le mani rimestavano macchinalmente nella sacca.

Trale carte sparse sulla scrivania riconobbe dei foglietti scritti disua mano. Erano alcune pagine della letterache in un momento dieloquente disperazione essa aveva scritta in casa della Colomba allozio Demetrio e che non era stata mandata a destinazione. Ferrucciovoleva portarsela con sé come una reliquia.

Arabellarilesse alcuni periodi colla dolente curiosità di chi rivedeil proprio ritratto d'altri tempie si ritrova diversopurriconoscendo se stesso. Ora non avrebbe saputo scrivere così.Il suo cuore era più rassegnato: chi sa? forse piùmorto.

Sulrovescio d'una di quelle paginetteobbedendo a una pietosaispirazionescrisse queste sentenze:

"Ilpatimento avvicina e redime le animeci colloca in alto sul divinoCalvarioda dove si domina la valle dei bassi egoismi.

"Viè qualche cosa di più triste che l'esser soli: èil non poterlo essere quando lo si sospira.

"Morirsoli è triste. Ma più triste è dare spettacolodella propria agonia in una fiera.

"Nonvive inutilmente chi sa ispirare una vita onesta e generosa."

Scrivevaqueste idee non sue come per reminiscenza o per incantamento senzaaccorgersi che Ferruccioentrato poco primaaspettava timidamentesulla soglia.

Datre giorni la vita del giovane Berretta non era più che unseguito di movimenti automaticidi corsedi sgomenti improvvisidioccupazioni frettolose e materialich'egli eseguiva in seguito aspinte più forti di lui.

Quandoessa si accorse ch'egli era presentegli disse senza turbarsi:

"Leggeràè un mio ricordo. Le ho portato il denaro per il viaggio. Sontremila lire che potrà far cambiare in oro a Genova. Questodenaro è mioe intendo che lei lo abbia a ricevere comeun'indennità ai danni morali e materiali che abbiamo recato alei e a suo padre…"

"Lei?..."balbettò il giovanequasi protestando.

"Sìnoi tutti... via! non stia a distinguere. Spero che il signorGalimberti avrà mandato l'attestato promesso. Vada concoraggio: suo padre riavrà il suo posto e non mancheràdi nulla. Queste son due lettere per un'agenzia teatrale diMontevideo: e se si ferma qualche giorno ancora a Genovaavròtempo di farle pervenire qualche altra commendatizia per i padriCappuccini di laggiù. Sono raccomandazioni che litigano unpoco tra loro" soggiunse ridendoper rompere la malinconia diquel discorso "ma in un paese lontano si può aver bisognodi tutti. Lei saprà distingueredel resto. Ha parlato conVicentelli?"

"Sissignorapare che fino a lunedì non si possa partire."

"Avreipiacere che potesse partire più presto. Per fortuna abbiamo unbuon angelo nel delegato: possiamo stare coll'animo tranquillo. Hoqualche obbligazione anche verso la buona zia Colomba. Se potessivederla prima di andar via..."

"Verràqui a momenti."

"Senon la vedola preghi di accettare questa spilla in memoria dellacarità che mi ha fatto..."

Sitolse dal petto una spilla d'oro e la consegnò al giovinechemormorò qualche parola di ringraziamento.

"Mimandi qualche volta le sue notizie. Intanto io non tralasceròdal far le praticheperché le sia levata anche questa piccolacondanna. Farò parlare e andrò io stessadall'arcivescovoche dice di aver verso di me qualche obbligazione.Monsignore è in buoni rapporti colla Corte e so che in certeoccasioni quando non si tratta di delitti comuni si concedonoamnistie speciali. Intanto non è male vedere dei paesi nuovi."

Ferruccioappoggiato colle spalle allo stipite dell'usciotrasse un sospirocoperto come se patisse in sogno. Cogli occhi bassipareva tuttooccupato a decifrare i disegni di un fazzoletto che teneva stretto eteso in uno sforzo nervoso colle due mani.

Arabellasi mosse e toccò qualche libro di quelli che erano sparsi sultavolo e sulle sedie.

"Questoè latino: bravo. Un Virgilio... Fa bene a tenersi inesercizio. Badi a non diventarmi un cappuccino anche lei..."

Esi volse a ridere ancora per invogliare il giovine a uscire da unatristezzache li avviliva entrambi schiacciandoli. Vedendo ch'eglinon osava alzare gli occhi dopo aver accomodate alcune cosuccie nellavaligiala signora si aggiustò un lembo del velo sul capo esulle spalleguardò a lungo l'orologio per fissare l'animo ela volontà in uno sforzo supremo sopra un oggetto che lasostenessee quasi correndo verso di lui gli tese la mano con pigliosoldatescoesclamando:

"Dunqueaddio!"

Ferrucciovacillòappoggiò le braccia al muroalle bracciaappoggiò la testa per nascondere e per soffocare un piantoche non era più capace di dominare.

Arabellasi passò lievemente la sinistra sul volto per rimuoverne unanuvola oscura che l'avvolsesocchiuse gli occhi con un abbandonod'infinita stanchezzasi avvicinògli posò le manisulle spallevi si appoggiòe parlandogli nell'orecchioebbe ancora la forza di aggiungere:

"Sentianch'io ho bisogno di coraggio. Il tuo piangere mi avvilisce. Anch'iodevo partire tra pochi minuti. Mi aspettano... Se è veroFerruccioche tu mi vuoi un poco di benenon devi farmi soffrirecosì."

Ilfiglio della povera Marietta a quella voce che spasimava si rivolsesi drizzò sulla personae premendo il fazzoletto sugli occhicercò anche lui di essere forte: ma non poté dire chequeste due parole:

"Madonnaaiutatemi..."

Eraaccecato dalle lagrime e dal dolore. Sarebbe forse stramazzato interrase le due braccia della signora non l'avessero stretto esostenuto. Sentì il calore d'un viso ardente sul suo: sentìsulla fronte e sui capelli una furia di baci ardentisentìdue mani gelide che gli serravano la testa: ma non osònonpoté aprire gli occhi.

Lasua vita precipitava in un abisso vuotooscurosenza fondo.

LaColombache entrata non vistaassisteva da mezzo minuto a quellascenacercò di separarli.

"Certoche voi morirete e ci farete morire anche noi. O Madonnadell'afflizioneabbiate misericordia!"

Estrappando Ferruccio per un bracciogli disse con accento sconvoltomisto di pietà e di rimprovero:

"Bastail patimentoFerruccio. Basta per amore della tua mamma. E tufigliuola vieni con me. Non sta bene. È una tortura per tutti:insieme al cuore si perde l'aiuto di Dio."

Conqueste parole riuscì alla donnainframmettendosidisepararli. Ferruccio cadde su una sedia. Presa Arabella come unaprigionieranon senza qualche violenza toccò ancora allaColomba di metterla fuorinell'altra stanzadovecarezzandola epersuadendola:

"Andiamo"le disse "non si faccia vedere così: non sta bene."

Chiusel'uscio dietro a séle trasse di tasca il fazzolettoconquesto le asciugò gli occhile ravviò colle mani icapellile ricompose il velole pieghela rimproveròlacompatì cogli occhi.

"Nonsta bene neanche per l'anima. Offra al Signore quest'altro patimento.Vada dalla sua mamma. Pensi a quel che soffriamo anche noi. Pensialla notte che dovrò passarequando sarà partito quelragazzo. Dio la benedica per il bene che gli vuolema vada viavadavia."

Ebel bello la spinse fin sull'uscio della scala. Sul punto di mettereil piede sul pianerottoloArabella con moto sdegnoso cercò diresistere ancora un pocoattaccandosi al battente dell'uscio.Sentendo uscire quasi un gemito dall'altra stanzafece l'atto digettarsi ancora verso la porta; ma la Colomba le si avviticchiòalla persona:

"Nolascialo starelascialo piangere..."

Arabellascese a precipizio le scalementre la Colomba serrava dietro di leila porta con un giro di chiave.



6.LA MORTE È BUONA

Uscìsospinta da una forza maggiore della sua volontànellafiducia che l'aria aperta avrebbe dissipata la fiamma che divoravalela testa.

Iltempoche per chi soffre è il miglior elemento della vitasenza ch'ella se ne avvedesseera volato durante quella giornatapiovigginosa nelle varie corse attraverso alla città; talchéquando scese le scaleeran quasi le quattro.

Passòdi nuovo in mezzo alla gente col passo rotto di chi non sa dove vacol cuore in tempestacolla mente intorbidita da una violentaemozionecacciata avanti dal pensiero che qualcuno l'aspettava allastazione del tram di Lodie che alle Cascineda dove era partitacosì improvvisamentedovevano essere inquieti di non vederlaritornare. La mamma aveva preparata una dolce congiurae domanianzi staseraessa doveva essere là al suo postoad una festadi perdono e di conciliazione. Il suo dovere era là: tutto ilresto non era che passione inutile.

Questaidea a poco a poco divenne così netta e precisain mezzo allemille altre che l'assalivanoche come una fiamma accesa in fondo auna landa oscuraaiutò a guidarla in mezzo alle varie stradedella città e a condurla verso Porta Romana.

Giuntasul piazzalefuori di portadov'era una brutta stazione di legnochiese ad alcuni uomini l'ora della prima partenza. Sentì chemancava una buona mezz'ora. Indecisase tornare indietro o serifugiarsi nella baraccaparendole che il tempo fosse sicuro e chegli uomini la guardassero con sfacciata insistenzaspinta forseanche dal bisogno di rompere con una forte fatica e di domare uncattivo spirito che l'aizzavaprese a camminare avantiverso leultime case del sobborgo dove il tram fa di solito una breve sostaprima d'infilare la stradale. La tratta non è lungal'ariaumida e fresca faceva benee più bene ancora il piacere diessere sola.

Passatigli ultimi casolariche si distaccano dal corpo massiccio dellacittà come rari e sparsi scogli alla punta di un promontoriosi trovò presto nella campagna apertasenza un'anima vivaintornoperché le frequenti pioggerelle del giorno avevanospopolato i campi.

Credettedi sentirsi meglioquando fu sola e che le parve d'essereabbandonata. Se avesse ceduto alla tentazione del cuoreavrebbelasciata anche la strada maestra per mettersi attraverso i campi eperdersi nei prati che affondano nel guazzo e nella nebbia.

"Ache pro Dio le aveva fatto conoscere questo affettose anche questodoveva diventare nel suo cuore uno strumento di tortura? non era piùsicura nella sua ignoranza? Ora comprendevae troppo tardiche cosasia per una donna amare. Ora solamente e inutilmente entrava nellospirito delle parole grandi e divine che amore ha ispirato in tutti itempi. Se fino a ieriper non dire fino a poche ore faessa nonaveva amato che come una sorellacome una madrecome un'anima buonae pietosaun poco per dovereun poco per naturale compassioneunpoco per incapacità ad amare diversamente; ora sentivad'essere non più una collegialema una donna. Il suo cuoreardeva... A che pro? chi l'aveva trascinata in questo fuoco? Perchéinvece di rifugiarsi alle Cascinenon tornava indietro a dividerecon quel povero giovine i pericoli dell'esilio? Viverelavorarepatire insieme a luiin una remota parte del mondoamarsi sopra unoscogliomorire con lui..."

Ah!non era lei che pensava queste cose. Era la febbreera la gran seteche la faceva delirare.

Legore che stagnavano all'orlo della stradal'attiravano con malsaniluccicamenti a gettarsi nell'acqua nerastra e lividatanta eral'arsura.

"Perchédoveva nutrire della sua vita fatta a brani il pacifico egoismo ditutti gli altri? perché vietare a sé stessa un'ora difollia? che cosa poteva fare per avere un'ora di felicità? checosa aveva commesso nella sua vitaperché non potesse esserecontenta maimaimai?"

Lesue idee a un tratto si rischiararono. Si ricordò che avevaconsacrata la sua esistenza a Dio in espiazione dell'anima di suopadre suicida. Dio l'aveva accettata: ma aveva scelto lui l'altare ela forma del sacrificio.

Nonera lei che parlavama parlava la febbre che le abbruciava gliocchiche le faceva veder rossa la strada e color del sangue lepozze d'acqua dentro le carreggiate.

Perquanto le repugnasse di tornare nelle braccia d'un uomo che nonamava: per quanto il mentire fosse contrario alla sua naturacontutto questo non poteva dire a' suoi parenti: "Pensate quel chevolete voima ogni conciliazione è impossibile. Io non restopiù. Vado viavado a morire in un paese lontanotra altribarbari meno feroci di voi". Come dire queste orribili cose asua madrea suo maritoal suo benefattore? Son gridi che unaesaltazione febbrile può strappare dal cuore: ma fin che restain mezzo al male un filo di coscienza e di ragionec'è semprequalcuno dentro di noi che si ostina a ripetere: "Impossibileimpossibile!". Essa stessa andava avvertendo nel suo modo diragionare un non so che di spezzatod'intermittentecome se in leidialogassero due personecome se tutto il suo essere si sdoppiassecome se due donne corressero di pari lungo i regoli del binario allaluce d'una vampa. La febbre suscitava in lei una nervosa energia dipensiero. La seteil caldomandavano al cervello grosse e deformile ombre fantastichecongiuravano a rendere gigantesco e spaventosoil suo patimentoa sconvolgere il senso delle cose.

Quandodal cuore i mali salgono al capoquando da ventiquattro ore ti pesauna brace sul pettoquando la sete ti divora le viscerela vitadiventa un sognoi sogni ridiventano la vita: il vero e l'ombra simescolano: non sai fin dove vaneggi e fin dove soffri davvero. Forseti pare di correre sopra uno stradale lungointerminabilemelmosoin una bigiainterminabile giornata: e tutto ciò non èche lo sforzo impotente che tu fai nel tuo letto per rompere unvaneggiamento febbrileper uscire da un fastidioso delirio.

Aun certo punto lo schioccare d'una frusta la richiamò al sensodella realtà. Essa aveva già oltrepassato il palo chesegna la fermata. Le parve che un uomo dietro di lei le gridassequalche cosa di seccantedi inafferrabilee affrettò ilpassopersuasa che il suo dovere fosse di correre sempre avanti perarrivare più presto alle Cascineper salvarsi da unatentazioneper gettarsi a' piedi de' suoi a chiedere perdono.

Piùcamminava però e più sentiva le gambe farsi pesanti ele vesti intralciarsi al passo e avviticchiarsi come drappi umidi: eil piede sprofondare in un pantano di materialità ributtante egrossolanain cui spiccicavano delle idee non meno ributtanti egrossolane.

Ilrimorsoritrovandola così debole e sconvoltatornava ariprendere d'assalto la debole coscienza della monachella e diceva:"Vergognati! hai lasciata la tua casahai abbracciato e baciatovergognosamente un povero giovinettohai sgomentato la sua verginecoscienzatorna a casaespiaespia..."

Nonera meglio morire? non incalzava dietro di lei qualche cosa di fatalee di tremendo? Se invece di correre troppo presto verso la suacondannaavesse rallentato il passosi fosse sdraiata in terra...?Anche il povero papà era passato per queste spineper questastrada melmosain cui l'anima affoga nel fango. E se non era luivivoera il suo fantasma inquietoche camminava dall'altra partelungo il regolo del binarioe che le diceva: "A che giova iltuo sacrificio? tu non lo compi con rassegnazionee il bene che sifa con rancore non giova né ai vivi né ai morti. Tumordi la tua catena e imprechi contro di me: così siamo dueanime perdute. Va a casaArabellaabbraccia la tua povera mamma edomanda perdonoperdona tu per la prima... corricorri: non vediche piove? corrivien la macchina..."

Iltram a vaporelasciate le ultime caseveniva veramente per lastrada grossa con una crescente velocitàsbuffando e rompendola nebbia grigia coi due fanali d'un rosso sanguigno.

Arabellanel suo delirio ne aveva più che il presentimentolo sentivalo temeva: ma non sapeva distinguere quanto di vero entrasse nelsognoecome chi sognanon sapeva risolversi. Ma il desideriodella vita la prese. Incapace di uscire dalle due guidech'essavedeva alte come due muri di ferrocominciò a correrequantopoteva permettere la strada molleingombrata dalle traversine.

Perchénon avrebbe lasciato venire la morte? Molti terrori s'illuminarononel buio del suo pensiero delirante e vide dentro a un baratro difuoco gli eterni spaventi del morire disperata. Perché nonusciva dunque dal binario?

Lamacchina già poco lontana fischiavala campanella sonava astormo. Essa fece il segno della croce per resistere alla tentazionedi sdraiarsi sul terreno. Era affrantaresa ottusa da un sonno dipiombo. La sua fede ripugnava con energica resistenza al suicidio."Oh no Madonnanomorire a questo modo." Perchédunque non andava fuori di un passo? non poteva. C'eran quei due muridi ferro. Una volta incespicòcadde sopra un ginocchiosirizzò subitoprese a correrea strillare; GesùMariache sogno!

Dietrodi lei molte voci gridavanoinfuriavano. Pareva un popolo insortoche l'inseguisse per farla a brani. C'era in quella folla l'Angiolinaortolana. Ne sentiva la voce inviperita. E le parve ancora una voltache papà cercasse di strapparla dal pericolotirandola pellembo del vestitoche si sfilacciava in mano al fantasma. Poiqualcuno nero e duro la prendeva alla vitala sollevavala buttavanel fango della strada.

Lamacchina col treno si fermò a due passi di distanza.

Daun pezzo il macchinista aveva notato la donna che si ostinava acamminare sul binarioe col fischiocolla campanaaveva dato tuttii segnali. Una volta gli parve che la maledetta donna avesse capitoperché la vide uscire dalle guidema subito dopo tornòdentro col passo d'una ubbriaca. Dette il controvaporestrinse ifreni. La gentemettendo la testa dalle finestrecominciò aurlare. Un giovine fochista balzò a terrastrabalzandoepresa la donna attraverso la vitaarrivò a tempo per un peloa gettarla in disparte come un sacco di cenci. Molti discesero daivagoni (c'era anche Lorenzoche l'aveva cercata inutilmente allastazione)circondarono la donnala raccolsero. Venne a passare uncarro delle Cascineve l'adagiaronola portarono a casa piùmorta che viva.

Chiamatoin fretta il dottoregiudicò un tifogravissimoforse senzasperanza.

Arabellaper tre o quattro giorni non fece che delirare e chiamare con altigridi Ferrucciola Colombail suo papà mortolo zioDemetriosuor Maria Benedetta. La voce arrivava fino alla stanza diAngelicaoltre la Colorina. Nell'arsura infernale d'una febbre diquaranta gradibalzava dal letto e guai se Lorenzo non era presto adabbracciarlaa riporvelaa tenervela! Scarmigliatacogli occhidistrutti e infossatiessa era più forte di luigligraffiava il visolo copriva di oltraggi volgarifinchérotta e sfinita in tutte le ossaricadeva in un profondoabbattimento.

Lorenzoposando la testa sul suo guancialepiangeva come un bambino.

Glialtri in casa non eran più gente. Eran morti in piedi.

Sichiamò con telegramma lo zio Demetrioche aspettava d'essereinvitato a battesimo.

Durantequei tre o quattro giorni la poverina rivisse in sogno delirando oracoi viviora coi mortifinché le rimase un'oncia di forza.

Rividela sua bella mamma ancor giovane andare alle feste con un vestitoceleste orlato di un pizzo doré. Vide se stessa ancorfanciulletta in mezzo a' suoi fratellinimentre frullava ilsabaglione in una piccola cazzeruola lucente. MarioNaldo e ilpiccolo Bertinobello e biondo come un angeloridevano a veder laspuma gialla e profumata traboccare dall'orlo; e la malata ridevaanche lei d'una gioia intera e traboccanteimmaginando che quellaspuma gialla e profonda montasse a ondate ad avvolgerla. Quindiusciva la sensazione della prima comunionecolla vista della chiesalungachiaratutta fiori e pizzi bianchi; ma non capiva perchéFerruccio fosse andato a porsi in mezzo alle ragazze. Che c'entravalui colle ragazze? e perché tutti lo carezzavano con tantatenerezza. Essa ne provava un'invidia amaracorreva a strapparloviagridava: "È mio". Se non che altri fantasmi laconducevano a visitare le cameruccie sotto i tettidove abitava unavolta lo zio Demetrioun uomo buono come un santoche aveva moltegabbie di canariniche cantavano a stordiresvolazzando liberiintorno. Entrando nelle stanzucciene vide più di centovolarle addossobellivispibianchi e gialli posarsi sulle spallesulla testasul braccio. Se la pigliavano in mezzola portavanoviain alto in altoin un volo deliziosoverso il campanile diCremennoche si disegnava sullo sfondo azzurro del cielo...

Ein questa felicità la poverina finiva di patire.