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EmilioDe Marchi




ILSIGNOR DOTTORINO







Labella strada che costeggia il lato destro del lago di Comopochebraccia al di sopra delle acquesegue le sinuosità dellascoglieraora abbassandosi con dolce pendio fino al letto d'untorrenteche scavalcaora elevandosi a raggiungere l'altezza d'undosso ed ora nascondendosi fra le case di una borgatache discendonofino al ghiaieto. Le ville e i casini con nomi allegri o mestisecondo ricordano un voto compiuto od una sventurasfilano quasi incatena non interrottadipintisospesinascostirannicchiatiasolatíosu per le radici dei montiche ripidi e coperti dipoco verde s'inerpicano fino all’altezza delle nubi. Sull'oradel tramonto quando l'onda ha meno dell’azzurro del sole eacquista piú del ferrignoquando suonano campane invisibili edel sole non restano che le ultime pennellate sanguigne sulle cimedelle Alpiquando sembrano piú rumorosi i torrentipiúquerule le ondate che si frangono alla rivapiú melanconichele note d'un piano fuggenti da una finestra aperta ove si agitaun'ombra - sull'ora del tramonto qualche amico de' libri siede allasponda a far nulla. Osserva il cielo e l'acquail muschio e illichene dello scogliouna frotta di pesciolinie finalmente se hauna fanciulla lontana sente piú ardente che mai il desideriodi vederla in quell'oratra quel bisbiglio di suoni e quel miscugliodi tinte vaporosein quella penombra che facendosi man mano piúfissa versa tanta malinconia nell’anima.


Nonaffatto diversi erano i pensieri che passavano nella mente deldottorinomentre passeggiava sulla bassa ora d'un giorno disettembre lungo il tratto di strada che da Moltrasio va a Torriggia.

Dottorinoera chiamato dalla gente dei dintorni or sono molti anni un giovanemedico d'uno di que' paesistudioso e valentema ancor piústimato per la nobiltà del suo carattere e per l’affabilitàdel suo tratto.

Dadue anni esercitava l'arte sua in que' luoghi fortunatie ladolorosa via crucis della condotta era per lui piuttosto unaperpetua campagna; infatti il clima è mitissimoi malatipochie fra quei pochi de' ricchi stranieri venuti a mendicare aldolce far niente un po' di salute. Chi ha la fortuna d'una gioventùsana cerca alla bella natura o la consolazione d'un affannool'oblio d'una colpao la meditazione dei casi andatio le idee d'unlibroo lusinghe d'amore; il buon Larioco' tremolii riflessicolle calme profonde e col variare dei cento azzurri ha una parolaper tutti. Per il povero pescatore ha invece de' buoni agoni ede' lucci saporiti e tratto tratto qualche rabbiosa tempestachesprigionatasi dal Bisbinopiomba tra le gole a spezzare un remo e aduccidere un padre di famiglia. Ogni bella ha le sue stizze.

Ildottorino tornava verso casama fosse la sera che gli piacessecolle pallide luci e col molle spirare della brezzao fossero ipensieri che gli facessero ingombrosi appoggiò a unmuricciuolo che difendeva la strada in un punto solitario e fissòlo sguardo alla villa Plinianasulla riva oppostache spiccava comeuna macchia bianca di calce nel nero bigio del ceppo e nel verdonedei boschi. Ma egli non pensava a Plinio e nemmeno al fenomeno dellafontana intermittente e nemmeno alle fresche ombre e alle cascate chestillano piú che da mill'anni da que' classici tufi. Un altrogiorno forse si sarebbe smarrito alla contemplazione delle ninfe edelle naiadi che insieme alle belle di Roma avevano popolato ladeserta rivacare ai naviganti; ma quella sera tutta quanta lagentilezza dei pensieri si raccoglieva sull'immagine unica diSeverinache egli aveva veduto pochi istanti prima e della quale glititillava ancora nelle orecchie il dolcissimo “buona sera!”

Chiera Severina? - La figlia del barone Adriano Siloevenuto dallaToscana due mesi prima ad abitare un villino svizzerooggidídistrutto per cedere il posto a un massiccio albergoe che per latranquillità del sito veniva chiamato il Ritiro.

Ildottore sapeva che Severina aveva capelli castagni chiariocchi delcolore de' capellivolto delicatissimo soffuso d'una tintaleggermente accesauna testa fatta al pennello sottilesenzaeccessi di carne e di lucequanto bastava insomma perchéSeverina fosse creatura di questo mondo.

Ildottorino le sapeva queste cose per essere solito ogni giorno passarsotto il Ritiroa cavallotornando dalle sue cure efors'anche per segrete ricerche che aveva fatto. Ma perchéSeverina salutasse lui tutte le sere e sorridesse al suo passaggioperché ieri avesse scosso un fazzolettoperché oggiavesse lasciato cadere un garofano rosso dal davanzale sulla viaerano problemi che invano cercava risolvere a memoria fissandol'occhio nell'ombra.

Egliesitava a pronunziare un giudizio che fosse troppo acerboperchéque' sorrisi e quelle grazie gli eranodopo tuttocarissime; glipareva anzi che un po' di franca audacia non dicesse male a unabellezza cosí solitaria; oppure s'ingegnava di supporre in leiun'anima fanciullescamente inespertache sconoscendo le vecchieregole del decoro socialesi abbandonava senza rimorso alla liberamanifestazione d'un sentimento verginetal quale veniva da natura;oppure essa era la vittima di una ferrea disciplinacondannata forsedal rigore paterno a vita serrata fra le quattro paretitra i libriil pennello e il pianoma senza un'ora di follia giovanile su per ipratisenza un'ora di conversazione con un uomo di mondo.

Ilbarone Adrianogiudicato a vistaera uomo freddo e forse troppolontano per età e per indole dalla giovinezza per sentirequeste necessità e per provvedervi. Il dottorino Marco l'avevaincontrato qualche volta per viafosco in ceracurvo sotto il pesodi gravi riflessionisdegnoso di tutto quanto lo circondavasegnod'animo superbo e meschinosempre solo colla noiosa compagnia di séstesso. Non lo conosceva piú in làe meno di luiconosceva sua figlia; matornato a casastentò a trovare ilsonno e voltandosi nel letto andava sospirando come uomo còltoda scalmana.

Perquanto in seguito domandasse alle persone del paesenon gli vennedato di cucire altre notizieperché il barone non avevaamicisua figlia non usciva maie il vecchio servitore incaricatodelle provvigioni parlava un napoletano burberoma abbastanza chiaroper dar una lezione di prudenza ai curiosi.

Tuttele sere si rinnovavano le lusinghe: anzi una volta donna Severinaposata la punta delle dita alle labbralanciò al lago unbacioche fece arrossire e tremare il povero Marco; dopo il primosmarrimentoegli prese la corsa su per un viottolo alpestrenoncurando i triboli e i ciottolicacciato da una folla di fantasmischiamazzantifinché cadde sfinito sul sagrato d'untabernacolo montano; abbrancò l'erbala strappò dalleradicie stendendo le braccia al bigio villino che appariva di sottofra una corona di lauri e di magnolie gridò al cospetto delcielo e della terra: Divina! Divina!

Lavita gli diveniva ogni giorno piú nojosa: cogli infermi eraspiccio e trasognatocogli amici collericocoi libri adirato: amavala solitudineil languoree il giacere lunghe ore sotto un noce incima a un pascolocogli occhi fissi al vario movimento dellefrascheall'andare e venire dei pettirossi e dei merliallosvolazzare voluttuoso d'una farfalla felice piú di luiperchépoteva senza pericolo discender basso basso fino a quel davanzaledare una volta in quella cameretta destando accenti di amore e ditenerezza.

Inquella dormiveglia febbrile andava sognando cento espedienti che lopotessero avvicinare a Severina: tutto gli pareva abbastanza onestofoss'anche un assalto al suo balconeun malanno che lo facessecadere agonizzante sotto la finestra di leio un incendiodi cuiegli solo avesse il dominio.

Lanciarsitra le fiammesalire di volo la scala correre fino a lei sbigottitaafferrarladiscendere con essa per una scala sottile e cinta dallefiammedeporla sopra una zolla fioritadirle: Tu mi devi la vita! epoi fuggiree sparire per sempre dalla faccia della terra... ecco ledolcezze sognate nei deliri d'amore all’ombra d'un noce diduecent'anni.

Mada sé il buon dottorino non sarebbe venuto a capo di nulla; lacondizione del barone Adriano non gli permetteva neppure di sognaretanto scioccamente.

Ungiornoil vecchio servo entrò in farmacia tutt'affannatocercando del medico.

-Son qui - rispose Marcoe uscí come una saetta e corse senzaperder tempo e fiatofin alle ultime case del paese. Non osavadomandare notizieper lusingarsi alla speranza di poterle toccare ilpolso; camminò per un lungo tratto di via senza rompere ilfascino dell'ignoto e sol quando fu al cancello della villa si fermòad aspettare il vecchio che ansava e gli chiese:

-È malata?

-È il gondoliere di Sua Eccellenzaun veneto goloso diostricheche vuol morire di indigestione; Zeno dovrebbe sapere che ipesci grossi uccidono mangiando e i pesciolini lasciandosi mangiare.

Gliantichi diedero segno di somma sapienza quando figurarono amore in unfanciulloperché nessun altro sentimento è tantoirragionevole. Il dottorino desiderava che donna Severina fossemalatae si rattristò della burla.

Quandoattraversò il giardino alla volta d'una casa rusticaappartataudí la voce di Severina che cantava o megliotrillava sulle note altetoccando tratto tratto i tasti bassi delpianoforte.

-Non sa la signora che vi è un malato in casa?

-Saperlo o non saperloè lo stesso - rispose con nebulositàsibillina il vecchio burbero arrestando i gesti in aria come usanospesso i napolitani.

Ilgondoliere guaríe fatto il solito giuramento e le solitecroci contro le ostriche tornò al remoall'acqua e al vinospecialmente sotto il Grotto del Nino o alla riva di Lemna dove lo sivendeva buono. Ma il dottorino era malato gravementee sparsa lavoce d'una rabbiosa febbre intermittente scrisse al suo vicinocollegaraccomandandogli per quindici giorni i suoi infermi eoffrendogli il proprio cavallo; col permesso de' superiori avevaintenzione di andarsene lontanoe presa la via delle Alpipenetrarenella Svizzera tedescaspendere un migliaio di liresalire i gioghighiacciatilitigare coi vetturalicolle guidecogli osti e collepaffute montanare e ritornare finalmente piú poveropiústracciatopiú bisognosoma guarito da quell'amore cheminacciava la sua fortunae la dignità d'una famigliaillustre. Le intenzioni del signor Marco erano buone; preparata unapiccola valigia aspettava il piroscafo della seraquando il suodomestico gli consegnò un biglietto di visita dicendo: - Egliaspetta.

Ildottore lesse: Barone Commend. Adriano Siloe.



Ilbarone chinò la testa a un dignitoso saluto.

Egliforse non oltrepassava i cinquant'anni; vestiva elegantemente dinero; scarno era il viso ma di linee belle; alta la fronte con raricapellilentissimo il gestoprofonda la vocema che tratto trattosi faceva melodiosa quasi rispondesse a sentimenti improvvisamentepiú lieti.

-Riesco importunosignor dottore? - chiese fissando gli occhi alsuolo secondo il costume e arrestandosi immobile in mezzo allastanza.

-Ella mi onora - fu presto a rispondere il dottorinoche non sapevaspiegarsi questa visita inattesae aggiunse: - Se avessi saputosarei venuto io stesso.

-Graziema la prudenza mi consigliò di prevenirla. - Il tonodi voce naturale e conveniente a un uomo di tanto riguardoparve insulle prime misterioso e provocante al povero dottorinoondecominciò a temer forte che il noce della montagna non avessescosso dai rami qualche segreto.

Sedetteroentrambie il baronesenza torcere gli occhi dal suolo come se vileggesse quello che stava per direincominciò:

-Sento che ella gode bella fama non solo di medico provettoma anchedi uomo saggio e generosoondesebbene io disperi degli aiuti dellascienzatuttavia un barlume di speranza brilla ancora in me perquella scienza che hadirò cosíla baldanza dellagioventù. Inutilmente ho interrogato i piú sapientimedici d'Europa...

Aquesto preambolo recitato colla moderazione d'un uomo che pensa quelche dice e al modo migliore di dirloil dottorino spalancòtanto d'occhi ed entrò in maggiore curiosità; peròfatto un cenno d'umiltà innanzi a elogio síragguardevolesi atteggiò in modo da non perdere una sillabasola di quelle preziose parole. Il piccolo sospetto natogli inprincipiocioè che il barone avesse letto nel suo cuorel'amore per donna Severinasi sciolse da sé stessoe Marcoosservando il colore olivigno e quasi terreo di quel viso e ilcorrugarsi frequente di quella frontepensò di aver innanziun illustre infermo.

Mail barone l'imbarazzò alquanto allorché gli disse: -L'ammalata è mia figliadonna Severina. Essa èl’immagine viva di un’altra donna che nella mia giovinezzaamai e venerai in appresso per piú di vent'anni di matrimonio.Morta mia mogliemi restò Severina unico amoreunica ragionedella mia vita; la mia natura essendo inclinata a melanconiae lamia mente al dubbio d'ogni cosasoltanto Severina poté collasoavità delle sue parole e coll'eloquenza de' suoi sguardiindurmi a poco a poco a persuasioni piú santeo diròmeglio piú umane. Ma Severina da un anno è moltomalata.

Ilbarone corrugò la fronte in un modo strano e trasse un lungosospiro.

-Posso io... - mormorò premurosamente il dottorema anche lasua voce tremavae a stento gli riuscí nascondere ilturbamento che questa notizia aveva gettato nel suo cuore. Il baronecon un segno della mano graziosamente lo interruppe ed... - Ènecessario - disse - che io narri prima la cagione di questamalattiase lo permette...

-Si figuri.

-Severina fu già fidanzata a un nobile toscanoil conte Giulio- taccio per pietà il nome del casato. - Essa lo avevaconosciuto in una di quelle feste eleganti in cui le giovinettefrequenti volte incominciano fra la musicale danze e i fiori unastoria che finisce in pianti e in vergogne. Giovane di acuto ingegnobello di aspettodi parola facile e ornatadiscreto scrittoredonGiulio era ben accetto anche fra i crocchi nei quali oltre il vanocicaleccio ha pur qualche valore una parola seria e sincera. Lafanciulla rispose ai primi sguardi alle prime parolette con quellacommozione di tutti gli spiriticon que' rapidi rossori equell'immobilità pensosa degli occhionde per la prima voltasi manifesta l'amore. Essendo però fanciulla savia e schivadai sotterfugivenne subito da mee sedendocome soleva spessosulle mie ginocchiami disse: “Papàio amo.... Lafissai e mi accorsi che amava molto. Umide erano le cigliaaccesa lafrontetrepide le labbra e in tutte le membra irrequietacome se lescorresse l'elettrico entro i nervi.

“Intantoil conte Giulio passava due o tre volte al giorno a cavallo sotto ilterrazzo della nostra villa presso Fiesole; io non so negare che inqualche tramonto non gli rispondesse una voce modulata al cantoouno stormire insolito dei lauri sopra la cinta del giardinoo unsaluto indiscreto; mi spiaceva soltanto che il contino non uscisse daquelle incertezzeper verità sconvenienti e pericolose. Manon tardò molto. Suo padreil venerando conte Gian Andreailfratello del quale fu cardinale di Gregorio XVIvenne regolarmente ecome richiedevano le leggi d'onoreda me. Illustre era il casatosecondo i voti del mio cuoreose le piacesecondo pregiudizîdi vecchia datache io non intendo però né difenderené accusarema che per antica tradizione domestica hanno perme santità di legge. Tra le due famiglie si strinsero nodi diamicizia: inutile il dimostrare come i parenti esultasserocome lacittà ne parlassecome Severina corresse a imaginarel'avvenire d'oro. A dieciott'anni ognuno di noi suol ricrearsi unmondo di suo genioquasi correggendo l'opera di Dio; fatica vana perchi deve ben tosto distruggerlo colle proprie mani e inciampare eseppellirsi nelle sue rovine. Verso la fine del verno notai sullafronte di don Giulio una nube ostinatamente fissa e in tutto lui unlanguore insolitoinesplicabile in un giovane della sua etàdel suo ingegnoe che poteva col semplice specchiarsi in due pupilleconoscere quanto la sua esistenza fosse preziosa e cara. Amava ilunghi ragionari della politicapendeva precocemente al gravealtristee se pur talvolta sforzavasi richiamare gli antichi spiritinon gli veniva affatto di nascondere interamente l'artificio dellearguzie e dei sorrisi fatui.

“Ungiorno mi raccontò d'una certa causa presentata ai tribunaliper la rivendicazione di non so quali terre nelle Romagneper laquale gli era giuocoforza ritardare il matrimonio di qualchestagione; anzi per la composizione di questa causa interessante donGiulio doveva allontanarsi spesso da Firenzee privava in tal modoSeverina delle sue visite preziose.

“Com'eramio doverelo spiaie non fui il primo in Firenze a scoprire lavera causa di queste titubanze. Severina ne sapeva qualche cosa?prima di me aveva scoperta l'immensa noia che travagliava il suopovero amico e ne piangeva in segretoe veniva a chiedermispiegazioni con voce straziantepregandomi d'indicarle in che cosaella fosse mancata verso don Giulio. Ionaturalmentesperandosempre in un vicino ravvedimentoandava lusingandola con parolevaghele dimostrava come l'esito di quella causa fosse veramentetale da compromettere la felicità di don Giulio. Dovevo forsedirle: Asciuga gli occhipoverina: egli ama un'altra donna?”.

-Un'altra donna! - interruppe il dottore coll'esclamazione d'uomo chestenta a credere; difattosecondo il suo sentimentocome si potevaamare un'altra donna dopo aver conosciuto Severina?

Ilbarone confermò:

-Era costei- disse- una celebre cantante francese che in quellastagione aveva trionfato per bellezza e per arte al teatro dellaPergola; don Giulio aveva fatto a fidanza della propria virtùe sebbene non venisse a quest'altro amore per malannosebbenelottasse per onor delle armi co' propri scrupoliqual vantaggio perSeverina? La città intanto ne sussurrava colla solitacompiacenza.

“Nonda padre sdegnatoma da umile supplicante scrissi una lettera alvecchio conteche mi rispose cortesi promessema dalle qualitraspariva un amaro cordoglio. Don Giulioche non osava lasciar lamia casafidandosi nella nostra cecitàtornò convarie pretese sí indiscrete alle quali io non poteva cederesenza offendere Severina e l'integrità del mio nome.Evidentemente egli cercava un pretesto per rompere ogni promessaefra noi due si scambiarono parole asprissime. Severina n'ebbesentoresi meravigliò che don Giulio s'arrestasse innanzi aqualche articolo di contratto nuzialema non mi avvidi che ellaconoscesse ancora la dura verità. Perché non legiungesse sgarbatamente qualche voce della cronaca cittadina lacondussi meco a Livornoove abbiamo una vecchia parente. Ella miseguí docilmentee quando ci trovammo solilontani dailuoghi testimoni della prima felicitàella mi si abbandonòpiangendo al collo e mi disse: Padreperdonagli; cedi alla suainesperienza; io lo amo...

“Terribilemomento fu quellodottore; la parola crudele mi corse alla lingualitigò fra i dentima temendo che Severina non mi cadessemorta ai piedi o che smarrisse la chiara coscienza di quelle virtùper cui sua madre era tanto benedettapreferii comparire io stessocome il gran colpevole e promisi ravvedermi. Le narrai minutamente lastoria del nostro diverbio; le dissi comeimpaurito per l'esitofatale di quella sciagurata causaio secondava di malgrado quelmatrimoniomadal momento che ella ne soffrivaavrei fatto ampiescuse all'amico; insomma mentii per la prima volta in vita miamatrassi piú sicuro il respiro quando vidi tornare un sorriso disperanza sulle labbra di Severina. Ma perché l'aveva iotornata alla speranza? perché le andava promettendo che donGiulio sarebbe arrivato di giorno in giorno? io temeva dire laveritàma qual beneficio era mai il mio infingere? Lottavacome uomo che sta per affogare: ad altre mie lettere non si risposepiú da Firenze: Severina era angustiataseccanteinsistente.

“Unamattina essa sedeva al balconegli occhi fissi al maredonde ioavevo molte volte promesso che don Giulio sarebbe arrivato. Aveva trale mani una lettera d'una sua amicamaritata da un annola qualecol diritto dell'esperienza si faceva ardita di darle consolazione eavvertimenti non chiesti. Un poscritto diceva: "Egli èpartito per Parigi; sei benedetta da DioSeverina". Severinaguardava fisso il marecome se volesse scoprire lontano lontano lecoste di Francia; una povera camerieramessa alle stretteavevanarrato tutto”.

-Mio Dio! - esclamò sottovoce il dottore.

DonGiulio aveva seguito il corso della sua stella e andava incolpando med’intolleranza e d’avarizia.

-Il barone cosí dicendo sorrise amaramente.

-Posi una mano sulla testa della fanciullache levati gli occhimisorrise mestamente. Era bellagiovaneinnamoratasemplice ne' suoiaffetti come una bambina e non sapeva persuadersi di quanto leavevano narrato.

“Fissavail mare placidamente azzurroil colore de' suoi pensierie non siricordava che anche il mare ha le sue orribili tempeste nelle qualisi frangono le piú belle opere degli uomini. Ella non salivatanto alto nella considerazione del malema iocaro dottoreio cheteneva una mano sul di lei capoche nella vita ero passatoattraverso dure esperienzeche mi vedeva offeso e tradito nellaparte migliore di menon seppi raffrenare un urlo di rabbia ferocecome di belvaa cui ella si scosse e rispose con un grido...

“Ah!dottoreodio gli uomini; odierei anche Iddiose lo conoscessi!”.

Ilpovero dottorino chinava la testa mortificatocome se di quellastoria egli fosse un po' colpevole: osservò di sottecchil'aspetto del barone e n'ebbe tanta compassione che per poco nonruppe in singhiozzi.

Dopoun istantenel quale si udí persino il rumore del pendolo sulcaminoil barone ripigliò:

-Da quel giorno Severina è malata e la scienza mi rifiuta ogniconsolazione. Quel giorno che ella avesse chiusi gli occhi iotornerei alla mia libertàe...

-Non lo dicasignore...

-Non sono avvezzo a promettere senza mantenere: quel giorno miucciderei.

-Ringrazio Dio che il signor barone non sia tutt'affatto deluso dellascienza.

-Voglio morires'intendesenza l'ombra d'un rimorso. - Le rispostedel barone erano brevidecise e pronunciate a testa bassa.

-Se è vero che per volontà degli uomini avvengono spessodei miracoliio voglio tentarne uno - disse il dottore collasicurezza dello scienziato.

-Ella avrà piena libertà in casa mia.

Ildottorinopresonon so comeda un vago presentimento che inquell'incontro vi fosse la mano di Diosi fece animo e interrogòil barone sopra alcuni particolari della malattiadicendo:

-Forse donna Severina sentí il contraccolpo di quella sventuranel sistema nervosoo ne patirono i bronchio...

-Dottore - interruppe ruvidamente il barone - non ho ancora detto cheSeverina...

Ilpovero padre si coprí il volto colle manie ritornato a pocoa poco all'abituale sua freddezzaseguitò con voce calma equasi indifferente: - Non ho ancora detto che Severina èpazza?

Ildottorino balzò in piedi e gli parve che precipitasse lanotte.


Severinaera pazza! il povero padre non sapendo resistere alla pietà diquel raccontopiegò la testa sul petto e strinse i pugniquasi sfidasse il proprio destinomentre poche lagrime glisolcaronosuo malgradole guancie. Il dottorino invece mossequalche passo per la stanzaricordò rapidamente tutte legrazie di Severina e i suoi inesplicabili sorrisicrollò latesta sbalordita per quella notizia e stette alcun tempo incapace ditrovare parole che non tradissero i suoi segreti innanzi al barone.Finalmenteusando una vecchia fraseesclamò:

-Dio solamente può consolare questi dolori.

-Dio! - replicò con asprezza il barone - difatto non puòessere che un Dio quei che ce li manda.

-Sia pure! se vinceremo la provaquesto Dio sarà qualche cosameno di noi - osservò il nostro dottorino con parole piúgonfie e che nella loro misteriosa nebulosità velavano assaibene il vero stato dell'animo suo. Ma venendo all'argomento aggiunse:- Non senza trepidazioneconfessooso tentare anch'io unesperimento che ha già deluso i piú dotti; ma se miregge l'animo gli è perché qualche volta gli uominisono preziosi non per la loro speciale virtù e sapienzamaper la condizione speciale in cui si trovano rispetto agli altri. Laformica non gareggierà coll'elefantema nel caso diappiattarsi ognuno di noi vorrebbe essere formica.

-E quali sarebbero queste condizioni?

-Sono eventualiné io le conosco.

Ildottorino avrebbe voluto aggiungere: l'amore è maestrol'amore rende audaci e presuntuosi anche i piú timidi; matutti questi pensieri non si manifestarono che in un mesto sorrisoonde il barone che sentí tremar la mano di lui nella suagliela strinse cordialmente e disse: - Ella mi riconcilia quasi congli uomini. Quando verrà a veder Severina?

-Quando ella vuole.

-Per non darle sospetto venga domattina a colazione da noi; io lopresenterò come il figlio d'un mio vecchio amico.

-Benissimo.

Ecosí si lasciarono. Il dottorinorestato solocominciòda capo a passeggiare su e giùin lungo e in largo per lastanzatirato dal filo delle sue ideeinconsapevole di tutto ciòche avveniva fuori di luianzi in gran parte ignoto egli stesso aséfinché stanco e col capogiro sedette presso lafinestra. Sul ponte si raccoglievano già i crocchi di coloroche aspettavano il piroscafodei curiosie insieme molte bellefanciulle villeggianticon abiti freschi e leggierimolti stranieridai cappellacci pestisul ghiaieto e sulla piazzetta molti monelliscalzi che si rincorrevano alzando il chiasso.

Loscarlatto acceso degli scialletti di lanache riparavano le bellespalle dalle punte della brezzail bianco dei grembiuli e dellecuffie delle bambinaieil bigio e il verde dei parasolitocchiappena da un raggio roseole sciarpe e i veli azzurri dei cappellinie dei cappellaccile tende vergate delle gondolele bandieretricolori sulle prore risaltavano dal piano liscio dell'acquechesplendidamente azzurreman mano si allontanavano da questa rivamescevano allo zaffiro ombre sempre piú densefinchéfinivano all'altra rivasotto il riflesso dei macigniin ungrigiastro quasi nero.

Tuttiquesti colori si movevano sotto la luce fuggitiva del sole e allorchédalla punta di Torno squillò la campana si fece piúcaldo il bisbiglíoil correrel'urtarsi dei carri e deifacchiniil baciare e il baciucchiarsi delle donnesempre piúamorose quando si abbandonano: il piroscafo si avanzava a corsapoirallentò l'ansia e a poco a pococome cosa vivavenne docilee umile a bacío della sponda.

Selmoil domestico di Marcoentrò in fretta e in furiama ilpadrone gli disse:

-Non parto piú. - Marco stette colle braccia e il voltoappoggiati al davanzalecogli occhi fissima stupidamente fissi suque' colori e sul vivo agitarsi di tanti uomini e di tante cose. Inogni giovinetta gli pareva rivedere Severina; tutte le somigliavanonelle curve dei fianchinella dolcezza dei movimentinel candoredel voltonelle onde lusinghiere dei capelli; ma tutte questeavevano la coscienza della loro bellezzadei loro dieciott'annietrepidavano sotto quel raggio e allo spirare di quella brezza comearboscelli che sentono la primavera. Invece Severina era pazzapeggio che morta! vive erano ancora le sue guancieaccesi gli occhimagico il sorrisoma da quegli sguardi e da quelle labbra scattavaun pensiero scemovanesiodolorosamente buffo. - O perchédissipi tanti colori e tanta bellezzao natura? - esclamò amezza voce battendosi la fronte.

Ilsuo cuore si rimpiccioliva innanzi a questa veritàma eil'andava contemplando e ripetendo con quella voluttà distrazio che spinge il romito a battersi il petto con un ruvido sasso.

Chiusegli occhi e imaginò l'istante nel quale ei si sarebbeaccostato alla fanciullaa lei dalla quale avrebbe voluto primaesser lontano le cento miglia; egli avrebbe scrutato fondo in quellepupillee toccata quella testa con tutti i diritti che gli dava lascienza. Perché aveva accettato questo esperimento pericoloso?

-Ma alfine - disse direttamente a sé stesso - posso io amarlaancora? quelle grazie che mi fecero innamorare di lei erano funestisegni di folliae non per me soltanto. Persistere in un sentimentoche oggi ha radice soltanto in una materiale compiacenza mi sembraindegno d'uomo onesto. Nonosvegliamoci da questo sogno econtiamola fra le avventure di gioventù.

Quandoil dottore riaprí gli occhi il piroscafo era giàscomparso e scendeva piú fitta la sera. Gli parve riconoscerela voce del burbero napoletano che parlava sotto la sua finestra conun signorema mentre stava per tendere l'orecchiodue colpi secchiall'uscio lo fecero trasalire.

Erail dottor Celestinosuo collegache dietro suo invito veniva asostituirlo per quindici giorni. Costui aprí l'uscio con ungrosso bastone e gridò fermandosi sul limitare:

-Ohe! Selmoportami da bere.

Eraun giovinotto dell'età di Marco ma per robustezza di membra eper prosperità di salute ne valeva cento. Entròtrafelatosebbene l'ora non fosse cocenterosso cotto in visocolle scarpe impolverateun cappello molle e schiacciato sulla nucae una pipa lunga in bocca.

-Come mai? non sei tu partito? - domandò a Marco.

-Mi pare di no.

-Cosa mi hai scritto?

-L'uomo propone e Dio dispone.

-Dio ti benedicaanima mia.

-Tu non giungi importuno perché quindici giorni di riposo mifaranno bene.

-Difattomi hai una cera da candela benedetta. Cosa mi faiMarcuccio? sentiamo il polso: vediamo la lingua... Sporcasporca - eCelestino tentennava il capo. - Vuoi un mio parere?

-Sentiamolo.

-Prendi moglie.

-Credeva che mi ordinassi del reobarbaro - disse Marco ridendo.

-Questi libri ti assottigliano la vitaasinaccio.

Selmoportò del vino e dell'acqua che Celestino bevette d'un fiatocome un pesce che sfuggito dal carniere si rintuffa nel fiume. Poi sispogliò del ferraiuolodel panciotto e del colletto e coltono d'un prete che canti l'epistola ricominciò: - Questilibri ti assottigliano la vita. Cosa sperate dal vostro studiargiorno e notte? di scoprir l'arte di non morir piú? Belservizio renderestein mia fedeall'egra umanitàtogliendole quest'unico sfogo! ah! ah! ai tempi di Galeno si campavaforse piú vecchi.

Celestinocome si vedeprendeva la vita piú alla buona e si sarebbedettoguardandolo in visoch'egli avesse scoperto il segreto dicrepar di salute. Egli aveva un cuor d'oroed essendo per naturainclinevole alla bontàné sapendo d'altro latosopportare il fastidio della tenerezzala disperdeva in risatesonorein pugni sulle spalle degli amici e in prediche stravagantiche avevano però la virtù di mettere sete alpredicatore. Cosí anche il peggior vino gli sembrava discreto.

Marcoin confidenza narrò all'amico la storia del suo innamoramentoe della visita e dell'invito ricevuto e quando Celestino ebbe intesoil casetto strano non seppe trattenere le lagrime pel tanto ridereche ne fecee giurò di raccontare la panzana al dottorPellanie al sindaco di Vercurago e al curato di Moltrasio; ma ilnostro Marcocolto il momento che egli vuotava il bicchieregliraccomandò il piú scrupoloso silenzio.

-Come vuoi; - rispose Celestino - comunque sia puoi guadagnare de' beisoldi.

Marcotacque ma non poté nascondere un senso di dispiacere a questeparole egoistiche dell'amicoonde questi sdraiandosi sul divanoesoffiando larghi buffi di fumo esclamò:

-Ho capitosempre magnanimo il nostro dottorino.

Incompagnia cosí allegraMarco ritrovò il retto sensodella vitail quale spesse volte sfugge a chi col fantasticare vacreandosi un mondo che non esiste nella lista dei pianeti.

Almattino seguente il dottorino camminava verso il Ritiro.

Marcouscito allo spuntar del soletrovò le griglie e gli usci delvillino ancor chiusi e per ingannare il tempoche gli pareva lento enojososalí il sentiero che menava al tabernacolo alpestredove aveva molte volte pensato a Severina; e di là girògli occhi ai montial lago e al campo sereno del cielo. Credeva diesser guaritoma l'aspetto di quei luoghi ridestò nuovamenteil malanno de' suoi pensieriche gli erano brulicati in testadurante la notte. La malinconia lo sorprese e a stento frenòle lagrime al rivedere di sottofra il verde delle pianteiltranquillo villino dove forse a quell'ora essa dormiva e sognava.Molte volte questo abbandono dello spirito aveva funestato la vitadel nostro amicosia per una falsa coscienza della propria nullitàsia per un'inaspettata delusionesia per un desiderio immenso diamore e di verità; dalla lotta fra il volere e l'esserescaturivano giorni di amara tristezzadi languida nojaper la qualela vita gli si rimpiccioliva alle misure di un sognola natura gliappariva a colori scialbile speranze si facevano sceme e fatuee igrandi travagli della umanità gli stuzzicavano un sogghignocrudele. Scarsi erano questi giornima egli li assaporava ora perora in un ozioso dispettoquasi succhiasse il sugo di una vitainutilepenoso e troppo a sé stessoinvocando l'antica sortedelle fatelo scomparire.

Unaparola amicaun guardo benevolo avrebbero bastato a ritornarlo almigliore sentimento di quegli istanti in cui egli inorgoglivasi dellapropria virtùfissava il pensiero a tutte le glorie umanelasciava che il fascino etereo delle idee e della natura lo rapissene' suoi giri vorticosi. Allora egli sentiva questa naturache avevastudiato sui libripalpitare viva dentro di sé e fuggendo ilcicaleggio degli uomini soleva contemplare i vergini pascoli dellealpiove un popolo d'erbe e di bruchi ama e soffre; di làsentiva la divinità propagarsi e gli pareva d'esser vicino ascoprire il grido selvaggio dell'uomo nudoadoratore della madreterra. Ma Severina gli negava questa parola amica e i suoi sguardivitrei lo spingevano al furore.

Discesea rapidi passigiurando in cuor suo di essere uomo serio eobbediente al proprio dovere.

Quellamattina s'era messo l'abito nero e i guantiaveva tocca col rasojola barba che gli scendeva in due pizzi dal mento; i capellirovesciati sulla testa lasciavano aperta la fronte alta e senzarughe; era insomma il solito dottorino ma piú bello e piúgalante.

Ilbarone lo accolse in un salottino arredato splendidamenteglistrinse la mano e lo fe' sedere vicino. Severina s'era giàlevatasecondo il solitoda una mezz'ora e attendeva alla suatoletta:

-Severina - disse il barone - non ha per nulla cambiate le abitudinidella sua vitama colla mente ella sposta il tempo e lo arresta oraa un momento ora ad un altro del suo passato. Oggiper esempiomiparla di don Giulio come di persona incontrata poco prima alla festadella contessa Emma; domani mi racconta ch'egli è passato acavallo sotto la villa e che l'ha salutata: un altro giorno siedesulle mie ginocchia e mi confessa il suo amore con tanta vivacitàcon tanto rossore ch'io non reggo allo strazio. Quando io la condussisul lago di Como sperai che il quadro diverso della natura divergessel'ostinato corso delle sue idee; ma ella rivide nel lago il mareecrede d'essere a Livorno al tempo in cui si ruppero i buoni accordifra noi e don Giulio...

-Non chiede mai di don Giulio?

-Noperché va ingannandosi da sé stessa. Puòavvenire che lo aspetti per qualche orama subito dopo ne ragionacome di persona partita di recente. Soltanto verso sera o nei giornipiú nebulosi si raccoglie in brevi silenzîarcignafosca in viso come se cercasse penetrare le nebbie d'un mistero; mane esce spensierataallegrasiede al pianofortedisegnascrivemolte lettere a Giulio.

-Poverina! - disse sospirando il dottore.

-Io conservo queste lettere ed elladottorepotràleggendolescoprire la legge di questa ragione inferma; vedràcome raramente divaghi dal retto senso delle parole e del pensiero econversando con lei avrà qualche cosa a imparare.

-Dunquese don Giulio ritornasse...

-L'ho già pensato - interruppe rannuvolandosi il barone; - madon Giulio non lo sae quel giorno ch'io l'incontrassi sulla miastrada non gli chiederei certamente una grazia. Severina direbbech'io ho insultato la sua infelicità.

-Dubito che per altra via si possa giungere a miglior risultato.

-Ho parlato ieri sera di lei a Severina: fra poco essa scenderàa colazione.

-Mi manca il cuore... - disse con fil di voce il dottorinoche sipose a notare non so che sull'album delle sue memorie.

Dallafinestra del salotto vedevasi un largo tratto di lagodi cui la rivaopposta stendendosi in giropopolata di case e di alberiformavacome un lungo braccio di golfo; dagli stipiti delle finestresporgevano ramicelli di edera di cui era tappezzata la pareteesternae dal piede spuntavano le teste dei fiori. Mobili intarsiatie vasi d'erbe esotiche negli spigolispecchi e ritratti rendevanogeniale quel salottino silenzioso e profumato; le farfalle venivano eposavano sulle fogliee si sperperavano quasi scosse dal vento. Inquesto casino fresco e romitodove la natura si era lasciata educaredall'arteove non giungeva che il rumor dell'ondao il fruscíodegli alberi o il ronzare di qualche ape lavoratriceun uomo e unadonnagiovani e innamoratiavrebbero potuto dimenticare il cielo ela terra e tentare di nuovo la virtù degli angeli.

Cosíalmeno la pensava Marcorimasto solomentre il barone era presso lafigliola a ricevere e a dare il bacio del buon giorno. Un servol'invitò nella sala vicina ove era preparata la tavola dellacolazione: dal balcone scoperse la strada per la quale egli solevapassare a cavallocol cuore in tempesta e cogli occhi fissi a quelgruppo di oleandri. Staccò una fogliama la abbandonòall'aria. Così era svanita la sua felicità.

Fracinque minuti egli l'avrebbe rivedutane avrebbe udita la vocearmoniosae stretta la mano. Si sforzò di pensare alla sacramissione per cui era venutoai lobi del cervelloe agli autorialienistiche aveva sfogliatoconsultato quella notte; e fu síforte il suo proposito chequando riudí la voce del barone euno strascico d'un vestito di setastette ritto in piedi senzatremitisenza titubanzenella placidezza solenne d'un sacerdote.Forse da un primo sguardo egli poteva scoprire un sistemaodottenere il dono di un'ispirazione: perciò l'occhio dovevaessere limpidoserenoattento: la mente signora di tutte le sueforze; il cuore non valeva nulla questa volta.

Ilbarone diceva a Severina: - Tu non lo conoscima il figlio d'un mioamico ha diritto alle tue grazie. Caro dottorepresento miafiglia...

Ildottorino s'inchinò: avrebbe dato metà del suo sangueper una parola che lo togliesse subito d'imbarazzoma sebbenel'avesse pensata e preparataalla vista di Severina vestita tutta dibianco si smarrí.

Severinagettò un grido e lasciò il braccio del padre. Severinasorrisesi fregò la faccia come per togliersi una nebbiadagli occhi; e con vivace trasporto esclamò:

-È lui? è lui?.. Ah! papà bricconee cosíinganni la tua bambina? quando sei arrivatoGiulio...? vedibabbose io avevo ragione? O mio Dioquanta gioia!... Giulioamico mioanima mia!...

Severinacorse verso il dottoregli cinse il collo con ambo le braccia e posòla fronte alle di lui labbra.

Ildottorino perdette per un istante la coscienza di sé stessoma stette rigidamente ritto al suo postocome una colonna.

Comeognun vede Severina era vittima di un nuovo ingannoe il barone sene accorse subito nel riconoscere al portamento all'abitoeall'eleganza del dottore una non lontana rassomiglianza con donGiulio; ma per Severina questo inganno era già cominciato quelgiorno che il dottore passando a cavallo sotto il villinoavevarinnovatosenza saperlole usanze del bel contino innamorato.

Marcointerrogò d'uno sguardo il baroneche a testa bassa e convoce sommessa esclamò:

-Secondiamolaper pietà.

-Non mi dici niente? - interrogò la fanciulla. - Non mi daineppure un bacio sulla fronte? sei proprio adirato con noi?

-Perché dovrei essere adirato? - balbettò Marco e posòad occhi chiusi un bacio su quella candida fronte.

-Avete fatto la paceuomini seri? - esclamò Severina. - Papànon sperava piú di vedertima io gli andava dicendo: Verràverrà... e toh! eccolo qui... Dimmie questa causa eterna dirivendicazione...?

-È vinta - disse il barone soccorrendo il povero dottore.

-Dunque non c'è piú pericolo che per una questioncelladi dote e controdote mi vogliate morta.. Come sono cattivi gli uominid'affare...! ma tu cos'hai che non parli?

-Il signor barone... - mormorò! con voce moribonda il dottore.

-Ah! ho capitonon siete ancora assolti e benedetti: ebbene qua levostre mani e che tutto sia finito in nome di Dio e della mia poveramamma. - Il dottore e il barone si strinsero la manoma non osaronomirarsi in volto. Essi tremavano.

-Ora che i nostri feudi sono rivendicatipensiamo a far colazioneperché la vostra castellana sente il pizzico della fame.Signor cavaliere erranteè pregato...

Marcosedette ed era tempo perché sembrava accasciatoe supplicòdi nuovo il barone di toglierlo d'imbarazzo.

-Il nostro Giulio è alquanto turbato - disse il barone Adriano- perché ha lasciato a Firenze il suo povero padre gravementeinfermo.-.

-Davvero? oh poverino!...

-Anzi - fu presto ad aggiungere Marco - la mia dimora a Livorno nonsarà che di poche ore.

Severinatentennò il caposi accigliòraccolse la mentematratta da un'altra idea piú lieta domandò: - Hairicevuto tutte le mie lettere?

-Sí.

-Perché non mi hai risposto?

-Don Giulio aspettava da me il permesso di risponderti - osservòil barone.

-Ebbenese ora ti faccio una domanda hai il permesso di rispondermi?

-Credo di sí - disse il dottore.

Severinasi chinò quasi sulla spalla del dottore e scotendo con ariacivettuola il fascio de' suoi capelli domandò sottovoce: - Mivuoi proprio bene?

Ilbarone mormorò con voce cupa: - Il nostro Dio si diverte.



-Mi vuoi proprio bene? - ridomandò Severina.

-Perché lo dimandi? - chiese alla sua volta il dottore.

-Perché ho sognato brutte cose di te.

-Non credere a' sogniche sono l'ombra de' nostri pensieri - osservòil barone.

-Cos'hai sognato di me? - domandò il dottore che desideravascendere piú a fondo in quella fantasia.

-T'ho veduto passeggiare colla moglie di Putifarre. - Severina cosídicendo ruppe in un riso smodato e scemoche conturbò ilnostro dottorinonuovo a questi sbalzi e che sentiva quasi scivolarefuor di mano il filo logico di quella ragione.

-Don Giulio - riprese il barone tentennando il capo - vide ieri inostri amici di Firenze.

-E che si dice laggiù del nostro matrimonio?

-Tutti applaudiscono - rispose Marco - ma la gioia di tutti èoggi funestata dalla malattia del mio povero babbo.

-È proprio vero che il conte Gian Andrea sia malato?

-Perché dovrei mentire sul capo di mio padre? - risposeseriamente il dottorea cui premeva piú d'ogni altra cosapersuaderla di questo fatto e della necessità del suo ritornounico mezzoper vero diredi rompere quella rete magica nella qualeerano fatalmente caduti.

-Mi meraviglio - continuò in aria di rimprovero il dottore -che per te mio padre sia semplicemente il conte Gian Andrea e che ilsuo pericolo ti commuova sí pococome s'ei fosse uomoqualunque.

Severinaspalancò tanto d'occhisospesa tra la meraviglia e l'ilaritàe pareva chiedere una spiegazione a suo padreil qualecolta lapalla al balzoseguitò nell'istesso tono:

-Don Giulio ha ragione: una grave sventura minaccia la sua casa;rapidamente venne a Livorno per salutartiper piangere un po' con tee lo ricevi distrattanon prendi nessuna parte al suo dolorenon tiricordi che fra poco egli ritornerà presso il letto d'unmoribondo.

Questeparole passando nella testa e nel cuore della fanciulla vi destaronoun'insolita compassionecosicché le pupille le si empieronodi lagrime e brillando andavano chiedendo perdono ora dal padreoradal dottore; questi sentivasi struggere.

-Povero padre! - mormorò anch'essa giungendo le mani in atto dipreghiera e sprofondandosi in una difficile meditazione.

-Severina - disse il barone di lí a poco - vuoi preparare unmazzo di fiori come tu sai cosí bene? i fiori piacciono agliinfermi e il povero contesapendo che vengono dalle tue mani timanderà una benedizione.

Severinasi mosse; spiccò dalla parete un cappellino di paglia biancae un piccolo canestro di vimini. Non osava parlarema dallecontrazioni del mento e del collo vedevasi chiaramente come ellalottasse contro i singhiozzi; scese i gradini che conducevano algiardinocol grembiule agli occhi.

-Crudeli! - mormorò il dottore.

-Forse abbiamo buon filo in mano per uscir da questo labirinto -osservò il barone. - Severina oggi è inclinevole alasciarsi persuaderee una volta che elladottoresia partito inpacespero che non si ricorderà di lei come di persona nonvista mai.

Ildottore seguiva intanto cogli occhi il muoversi di quel biancocappellino di paglia che spiccava sotto il sole e sopra il colorvario delle aiuole: per quanto ei fosse venuto disposto ai miracolivedeva benissimo come l'opera suainsistendoanzichédistricare ingarbugliasse vieppiú la matassa.

-Elladottorepotrà incominciare da lontano una cura intesapiú a mitigare che non a sanare le aberrazioni di questamente.

Ildottore non udiva e gli sortí questa frase: - Sarei ben felicedi poter continuare questo pietoso inganno.

-Avventura da romanzocaro mio.

-Certamente impossibile - aggiunse alla sua volta il dottore che glipareva d'aver detto troppoma nel fondo del cuore gli spiacque cheil barone trovasse avventura da romanzo un tentativo che non glisarebbe spiaciuto provare. Forseoltre le cento ragioni che ognunvede da séil barone temeva questa comedia anche per quelsentimento aristocraticoche confondendosi spesso colla dignitàe col dovereerasi fatto in lui la legge suprema della vita. Forseanche il dottore la pensava cosí perché risposealquanto acre e imperioso: - Allorasignoreun uomo solo èqui necessario.

-Nodottore - rispose fieramente il barone - ho già espressala mia opinione a proposito di quello sciagurato... Basta! Poichéil mio destino è superiore a qualunque volontà e aqualunque scienzaio la ringraziodottoredella sua buonaintenzione. Non le resta che di trovar modo di licenziarsi daSeverina senza irritarlae da uomo che obbedisce suo malgrado a unasuprema necessità. Perdonipovero signore - e il barone glistendeva la mano - ella non è stato piú fortunato deglialtrianzi mi rincresce che per un'ora abbia rappresentato unabrutta parte.

-In veritàsono umiliato! - disse il dottore chinando latesta; il barone riprese il suo passeggiar lento e grave.

IntantoSeverina era venuta a sedersi sulla gradinata che dal salottoscendeva al giardino col canestro pieno di verbenedi fuchsiedibasilico e d'altre erbe e frasche odorosedi cui prese a formare unmazzo. Vedendo il dottore fisso in lei gli fe' cenno colla manod'accostarsie volle che sedesse sul medesimo gradinosotto unpergolato di non so quali arrampicanti americanitra il profumo deifiori e colla vista innanzi del lago e dei monti.

Lafanciulla era docilegraziosa e dolcissima; toccava al buondottorino cogliere il momento opportuno per tôrre congedo daleisenza urtoe in capo andava preparando un discorso eloquente;Sua Eccellenzaaccostandosi tratto tratto gli susurrava qualcheconsiglioma la parolala prima parola non gli voleva uscire comese fosse impiombata in cuore.

Ilsole facevasi varco fra i rami di quel pergolato che un vento sottiledi meriggio scuoteva a intervalli e che disegnava una scacchiera diluci e di ombre tenuissime e balzanti sulla balaustrasui gradinisul vestito e sul cappello di Severina; in quell'ora calda ilsilenzio era profondonon interrotto che da un fruscíopasseggiero di foglieo dal ronzare di un mosconeo da qualchesquillo lontano di cornettao da qualche scoppio di mina lontanolontano nelle vallate.

Marcocercò la manina bianca della fanciulla e fattosi coraggio innome del proprio dovere e in considerazione del momento solenneincominciò con voce calma e quasi armoniosa:

-PerdonamiSeverinase poco fadimenticando la tua età e latua naturale allegriausai teco parole troppo aspre; ma io sonopartito dal letto d'un infermo e sto per ritornare al letto d'unmoribondo; tu sai chi sia quel venerando vecchio! Questa sventuratocca sí da vicino anche la tua sortech'io vorrei vedertipiangere con me. - Il dottore si faceva a carezzare un nodo dicapelli che le scendeva sopra una spalla. - Il dovere e l'amorevogliono invece che io mi allontani subito da te; avrai tu ilcoraggio di restar sola? potrai dimostrarmi come una donna sappiasoffrire piú dignitosamente di questi poveri uomini seripasciuti di vanagloria? Saprai dirmi addio senza tremare?..

Mala voce del dottore incominciava a tremare; per quanto studiasse diresistere agli scherzi della fortuna e di consumare tutto intero ilsuo doverenon poteva non sentire le voci del cuore smarrito etocco. Il barone applaudí fra sé a quel lungo eartificioso discorsoche pronunciato veramente col calore dellapersuasione e della verità pareva s'insinuassesufficientemente nel cervello di Severina; costei infatti che inquelle parole e in quell'accento aveva scoperto non so quale nuovatenerezzafece puntello d'una mano alla testa e socchiusevoluttuosamente gli occhi.

-Sono cattivan'è vero? - disse abbandonandosifanciullescamente sulle spalle di Marco.

-Notu non sei cattivatu sei un angelo.

Ilbarone passeggiava grave e solenne nel salotto.

Impetiaffannosi provò il cuore del dottore sotto il fascino diquella tentazione esagerata per la virtú d'un uomo: cosaavrebbe fatto don Giulio al suo posto? non aveva egli diritto di farealtrettanto? l'ardore che uscí dalle sue labbra entrònelle vene di Severina che riarse negli occhiin viso e nelle mani.

Ildottorino balzò in piedi e disse freddamente: - Addio!

Severinastese una manosenza levar gli occhi e raccapricciò.

-Addiosignorina - ripeté quasi in atto di scusa il dottore.

-Tu parti?

-Sí.

-Quando ritornerai?

-Quando potrò.

L'infelicesi fregò la fronte bagnata di sudore e un lampo sinistrobrillò nel bianco della sua pupilla; il barone preso sottobraccio il dottore lo trascinò quasi fino in alto delterrazzo. Il canestrino dei fiori cadde dalle ginocchia di Severina erotolò spargendo poche foglie fino al basso della gradinata.

Adrianosusurrò a Marco: - Ella mi riconcilia cogli uomini - allequali parole il dottore sospirò coll'affanno di chi ha l'animaaggravata e non erano ancora a mezzo del salotto quando un acutissimogrido li fe' trasalire. Marco si sciolse dal braccio del baronechesi turò con ambo le mani le orecchie.

Aun secondo grido piú rantoloso il dottore precipitòfuor della stanza lasciando il suo ospite in una rigida immobilità.Scese i gradini e vide la fanciullache distesarovesciatafacevastrazio de' capellicome se volesse strapparli; l'occhio erasquallido; bieche le labbra e spaventoso il lamento; le imprigionòle mani nelle sue e gridò tre volte: - Severina! - ella collaforza d'un epilettico si svincolò dalle sue strette eafferrandolo per le spalle esclamò: - Assassino! So dove vai!tu ami un'altra donna... Uccidimi prima...

Ildottore sia che intendesse o no queste parolegirò le bracciaattraverso di lei e tentennando la portò sopra i pochigradinifissandola in viso come se volesse ammaliarlaeappoggiandoneper meglio sorreggerlala testa al suo petto.

Accorseroalle grida le donne di casa che tolta Severina in braccio laportarono pesa come corpo morto fino alla sua camera: all'ira erasucceduto uno sfinimento di tutte le forze e un pallore letale e unsudore freddo che grondava dal viso e le inumidiva le mani. Quando fucollocata nel suo letto il dottore notò che una crisipericolosa minacciava l'inferma e diede i primi ordini per acquetarneil sistema nervoso e per impedire che ella si facesse ancora violenzacolle proprie mani. Nel pericolo Marco sapeva sempre trovare lachiara coscienza di sée infatti assisté le donne e lerincoròscrisse una ricettamandò un servo allafarmaciaparlòconsigliòsi mosse insomma con quellasollecita prudenza che prevede il pericolo senza sgomentarsene.

Benpresto si avvide che il barone non li aveva seguiti e preso da unpauroso sospetto discese precipitosamente dabbasso dove lo trovòancor immobilecome lo aveva lasciatofitto al suolo l'occhionerissimosolcato da un'onda sanguigna e che brillava di luce tetranell'orbita livida e profonda.

Legrida e i rantoli di Severina avevano avuto per il povero padrequalche cosa di non mai udito e dubitò che quella esistenzamantenuta finora da un duro inganno non si fosse spezzata come unabolla di vetro compatto che il martello non rompema che un leggierocontatto spesse volte frantuma.

-È morta? - domandò quando vide il dottore.

-No.

-V'è speranza che muoia?

Ildottore osservò un guardo fuggitivo del barone verso la paretedonde pendeva una bella pistola cesellata e si ricordò lapromessa che il signore aveva fatto a sé stesso.

-Forse non morrà - rispose quasi con freddezza il dottore; -però se in questo doloroso istante le venisse meno laprotezione paterna sarei costretto a ricoverarla in un manicomio.

Ilbarone rabbrividí e Marco fu contento d'aver toccato una cordasensibileanzi aggiunse con accento vibrato e solenne: - La pazzia èsempre da preferirsi alla disperazione: quella ignora séstessaquesta...

-Questa fa dimenticare i propri doveri - seguitò il barone convoce profonda.

-Signoreella m'intende piú che io non mi spieghi: quantoavviene intorno a noi è straordinarioma non è quantodi piú terribile videro gli occhi miei nel breve corso dellamia vita. Vidi delle povere donne di campagna piangere per famecinte dai loro figliuoli e non perdere mai la speranza. Esse eranoforse superstiziosema sarebbe doloroso che la loro superstizionefosse dappiú della nostra sapienza.

Ilbarone si trascinò fin presso a una poltrona e sedette in mododi rivolgere le spalle al dottoreche nell'aspetto e nella voce gliaveva apparenza d'un giudice severo; posò la testa alla spondae coprendosi il viso con ambo le mani esclamò: - Si puòsoffrire piú di cosí? - uno scoppio di pianto dissequanto non è concesso a noi di imaginare.

Ildottore lasciò che quelle lagrime scendessero liberamente esedutosi appressodopo cinque minuti di silenzio ripigliòsenza esitazioni e come se leggesse in una pagina scritta:

-Signor baronevoglio manifestare una speranza che mi viene dallaconsiderazione di questi avvenimenti e da quel po' d'esperienza cheho acquistato in questi pochi anni. La mente di donna Severina non èsconvolta in modo da non lasciar nessun barlume di ragionemasolamente spostata e fissa a momenti imaginarî o a rimembranzepassate. Da un anno fu chiusa come in un anelloche oggi per laprima volta noisenza volerloabbiamo spezzato. Difatti non èla prima volta che si ricorda del tradimento del conte?

-Síè la prima volta.

-È la prima volta che al suo furore segue tanta prostrazione diforze?

-Sí.

-Ebbene da questo pericolo può scaturire la sua salvezza e vedacome io la ragioni: Severina ha perduto ogni sentimentola febbre lapercuoteil delirio l'inganna e anziché oppormi a questaguerra che le fa il maleaggiungerò le mie cure permaggiormente abbattere la natura e la fantasia vivacemente accesa.Ella fra qualche giorno uscirà dal lungo letargostupitafiaccadirei quasi distruttama disposta a lasciarsi ricreare; lareazione non avrà piú forza contro la mano medica esoltanto allora credo possibile dare alle sue facoltà mentaliquella piega dolceverae pietosa che si desidera. Insomma pervenire al caso praticosupponiamo che donna Severina si riscuotagiri gli occhi intornodomandi con un fil di voce dove si trovicheavvenga intorno a lei; non vedesignorecome sarà facilericonciliarla col suo passato? Le si dirà che ella èmolto malatache da tre mesi lotta fra la vita e la morte; chetrasportata a stento sul lago di Comocomincia appena a riaversi;che accanto al suo letto vegliò per tre mesi suo padreattento ad ogni suo delirioe non solo il padrema il fidanzato ele amiche... Tutti questi vengono ad uno ad uno presso al suo lettosi rallegrano con lei che incominci a sorridere e a guarire; alloratutto il passato si presenterà all'inferma colla leggerezzad'un sognoo d'un delirio... Don Giulio siede veramente vicino alsuo lettoe lo può toccare con manone ode la vocelacrimosane sente i baci sulla fronte. Forse avremo un minuto ditentennamento fra la verità e l'apparenzafra il passato e ilpresentema tocca alla nostra solerzia scacciare le nebbie de' suoisogni e porle questo presente e questa realtà. Mi par diudirla: “Dunque fu un sogno!” -. “Síinfelicefu un sogno di moribonda” le risponderei; “tutto quanto haisofferto non fu che un rodimento febbrile che noi colle vegliecollecurecolle preghiere abbiamo guarito; vieni e contempla com'èbella la natura; vedi quanto ha sofferto tuo padre e il tuo sposo....

-Signor barone - esclamò levandosi in piedi - m’ingannotroppo? non può avvenire quel che suppongo?

-Può avvenire.

-Perciò è nostro dovere di provare.

-Ma noi torniamo...

-Io ripeto per la terza volta una preghierache potrebbe essere ormaianche un comando. È necessaria la presenza del conte.

Ilbarone non risposema dal suo volto traspariva la lotta ch’eglicombatteva presso di sé fra la pietà e l'orgoglio. Ildottorino nell’entusiasmo della sua sacra missione avevadimenticato del tutto le sue piccole folliee in tutto ilragionamento tenuto al barone il cuore non aveva dato un sussultocome se la causa del cuore fosse innanzi all'interesse della scienza.Forse Marco poteva ingannarsima presentemente non vedeva altrorimedio che la presenza di Giuliotalché per vincere deltutto la ripugnanza del barone aggiunse: - Questo solo mi risultaesarei costretto a ritirarmi se mi fosse rifiutato quanto ho ildiritto di avere.

-Non ci abbandonidottore - rispose svegliandosi di sbalzo il barone;- non ha inteso quelle strida? non ha visto quegli sguardi? Dottoreio non mi rifiutoma penso al modo di obbedirla.

Seguíun momento di muta riflessione per entrambinel quale ciascuno siraccolse piú attentamente sui piú intimi affetti.

Ilbarone man mano che si persuadeva della bontà di quelconsiglioe si disponeva a seguirlosentiva l'anima rallegrarsicome se uscisse da una rete sottilissima di rimorsidi rammarichidi odi e di grettezza; il dottore invece a cui sorrideva la certezzad'un miracoloe che aveva tanto santamente adempiuto il propriodovereera meno disposto al compiacersi di sé stessoestarei per dire che nel fondo del suo cuore pullulasse una radiceamara.

-Si scriva dunque al conte - disse il baroneche sebbene fossedisposto a farloandava cercando quella via di mezzo che non conducegli uomini alla gloria. E continuò come se parlasse a séstesso:

-Quanto mi dicedottoreha tutta l'apparenza dell'utilità esarebbe colpa d'entrambi se non si tentassero anche i rimedi eroici;ma come scriverò a don Giulio? debbo pregare o minacciare? nonsarebbe piú opportuno che scrivesse per me qualche personaestranea all'offesa?

-Sia pure - disse il dottore che non vide di malanimo questo breveimbarazzo del barone.

-Se scrivere al conte fosse delle mie forze crede ella che io nonl'avrei già fatto?

-È una lettera difficilene convengo.

-Difficilissima per menon per una terza persona che senzapreoccupazioni la scrivesse come da uomo onesto a uomo onesto;supponga che il conte sia ancora un uomo onesto.

-Si cerchi un amico comune il quale s'incarichi di questo atto dicarità.

-Io vivo solo da un annoné conosco persona piú adattadi leidottore...

-Io? - disse il dottore con eccessiva sorpresa.

-Chi meglio di lei può narrare al conte la miseria di Severina?come medico e amico mio si presenta a don Giulionon in mio nomes'intendema in nome della scienza e della umanità.

-Ma iosconosciuto al conte... - balbettò il dottore.

-Un uomo che ha persuaso mesaprà persuadere anche don Giulioma voglio che la lettera abbia un carattere segretocome se io nonne sapessi nullaed ella mi tendesse una rete amorosa.

-Ebbenequando ella vuole...

Ildottorino che pareva alquanto umiliato alzò di subito lafronte e disse:

-ScusiEccellenzama chi sa dove il conte si trovi?

-Io lo so: da un anno lo seguo coll'occhio per tutta Europa e ciòprova che da un anno teneva in petto il desiderio di riaccostarmi alui. Fra poco le farò avere l'indirizzo.

-Va bene! - mormorò Marco col tono di chi dica: Pazienza!

-Ella è mio ospite e padrone della mia casa.

Ilbarone incrociate le braccia al petto si fece a considerare il voltodi Marcoche sorrise mestamente: - Dottore - disse - ella èun uomo generoso e forse in questa rara virtù sta il segretode' suoi miracoli. Accetta la mia amicizia?

-Come onore e come ricompensa.

Sistrinsero la mano commossi e mentre il baronetocco dalle parole delsuo giovane amicosentivasi inclinato perfino a perdonareildottorino non pareva troppo festoso di questi trionfie non potevaimpedire che un maligno demonio non gli soffiasse nell'orecchio unaparola strananon mai compresae di minaccia contro un uomolontanonon mai conosciuto e punto invidiabile. Egli doveva invitarequest'uomo in nome dell'umanità e della scienza alle dolcezzede' baci di Severina... Diciamolo: il dottorino incominciava aodiare.

Lastoria della fanciullezza di Severina somiglia a quella di moltefanciulle gentilicui la modestia cela agli occhi de' curiosi e piúa loro stesse. Le preghiere confidate alla mammai consigli maternila lettura sceltala compagnia onesta avevano fatto sí che aquella tenera età in cui la vita non è che un miscugliodell'anima col corpoesistessero già in lei uno spiritopadrone e un corpicino obbediente come un novizio.

Quattronociun paninouna mela e qualche confetto e acqua di fontesaziavano Severina a dodici annima gli occhi insaziabili giravanoirrequieti per la campagnaper il cielotra la varietà deifiorisui vari riflessi delle acque e si fissavano estatici suglisplendori delle notti d'estate. Il suono di una cantilenad'unacampana lontana l'arrestava su' due piedie se squillavano a mortopiangeva senza saperlo; altre volte rideva pazzamente colle suecompagnementre colle dita magre e lunghe andava tagliando fiori dicarta o ricamando merletti sottili come la nebbia. Ma le ginocchiasoffrivano del troppo star sul freddo sasso innanzi all'altaredoveella ritiravasi all'avemaria a pregarefissa nella vergine Mariaacui il bagliore rossigno d'una lampada dava risalto e movimento.

Comepiacciono a quest'età le finestre ad angolo acutoicastellacci nerile vetriate dipintele ombre lunghe che scappanovia dai capitelli su per le pareti d'una chiesa lombarda; si potrebbedire che ciascuno di noi passa nelle diverse età per queimedesimi sentimenti che il popolo provò nel succedersi deisecolie che a dodici anni si viva misticamente come san Francesco eil beato Jacopone.

AncheSeverina ebbe le sue estasi e le sue visioni di angeli custodi (chidi noi non ne vide alcuno?) dei quali anzi sentí piúvolte un batter d'aliche movendo l'aria intorno al suo collocircondava tutto il corpo di una voluttuosa frescura: ogni musicaaveva le cadenze dell'organo di chiesae nei sogni sfilavano letredicimila vergini di santa Chiara intorno al suo lettole qualicantando e con fiori in mano portavano a seppellire una bambinavestita di bianco e benedetta da un raggio bianco di luna. Chi era labambina? lei stessache si deliziava di quel giacere colle maniincrociate sul petto: e cosí via via cento altri similifantasmi o sognati o pensati o ricordati in questa età in cuisi sa come si muorenon come si nasce.

Maun giorno Severina si avvide che il suo abito era strettose nemeravigliò e pensò con pena al perché: nellostesso tempo le parve che crescesse il bisbiglio della gente sul suopassaggioe sebbene non osasse levare le palpebrepure sentivamolti sguardi fitti in leicome per delicatezza di nervi una ciecasente il colore delle cose. Certe mattinesvegliandosi avantil'albasedeva sul lettole mani in manoi capelli scioltigliocchi fissi alla punta de' piedi che sporgevano da un lembo dicoltresenza un pensiero determinatosenza una volontàcolsolo desiderio di piangerema pur sorridendo di queste sue sciocchemelanconie. Stava cosí lunga pezza stringendosi colle mani lespallee abbracciando sé stessa strettamente per immensobisogno di amare qualcuno. Cosí infatti cominciano ad amarcile fanciulleprima che ci conoscanoe quando ci presentiamo loro laprima voltaesse ci guardano come gente non affatto ignota epotrebbero dire a ciascuno di noi: È un pezzo che ti sentovenire.

QuandoSeverina conobbe don Giuliosenza ombra di peccato le si presentòl'amoreperché là dove pur le sembrava che morisse lagrazia della fanciullale dissero incominciare la santitàdella madre; così la virtù lega la donna d'una catenad'anelli diversiche essa porta come il suo piú bel monile.Ma la pazzia aveva frantumato questo monile. In Severina erano bensírimasti tutti i sogni e tutte le speranze della fanciulla e delladonnama orribilmente sconvolti; la natura cieca - e il dottorino sene accorse subito - continuava contro di lei una gara vigliaccapoiché il pensiero balzano non solo non difendevasimaingigantiva e sconciava i fantasmi della colpa. Cosìdell'antica severità non era rimasta che l'apparenzae dellevirtù una fredda abitudinementre l'occhio acceso esinistramente poeticole labbra semiaperte a bevere ogni soffio dibrezzai gridi improvvisi tradivano una povera natura che sirifaceva selvatica.

-Insensato! - disse Marco a sé stesso la nottequando fu solonella camera che gli ebbero assegnata. - Come si chiama questo mioamore? credo folliama follia indegna di ogni compassione.

Coluiche costringe la vita in una precoce serietà vi muoreracchiuso come una larva nel suo involucro. Severina puòintendere questi miei spasimi? quel barlume di intelligenza chesplende in leiquel po' d'anima che la fa piangere e sorridere nonsono per mema io rubo ciò che altri ha ispirato. Ecco ildestino di coloro che a vent'anni sono già virtuosi fossiliiquali per amore del giusto perdono sovente il senso del dolce edell'utile e finiscono miserandi o grotteschi.

Cosílamentavasi fra sé il povero dottorinogirando gli occhiintorno e rimirando i mobili di quercia e il ricco padiglione dipizzo che scendeva sopra il suo letto.

Dov'eraegli? perché era venuto in quel palazzo incantato? perchénon posava la testa sopra i grossi libri che ragionano dell'anatomiadel cuore umano? v'era anche una piaga del cuore?

Sulloscrittoio trovò un fascio di carte e un biglietto manoscritto;le une erano lettere scritte da Severina a varie persone nel corso diquell'anno fatalee l'altro l'indirizzo del conte GiulioHôtelSuisseGenève. Vi tenne gli occhi fissiincantatitemendoche se vi ponesse la mano sopra non isparisse tutta la magia di quelpalazzo e di quel sogno. Suonarono le undici e mezzo al paese vicinoed egliimmerso in una poltrona d'alto schienalee al lume di unalucerna d’argento meditava ancora sulla sua sortee ricamavaintorno a quell’indirizzo una storia capricciosa e galantemanon piú lieta della sua.

Lavecchia Marianna bussò dolcemente all'uscio e riferícome Severinacessato il delirio e lo spasimofosse caduta in unsonno piú tranquillo; Marco le raccomandò disorvegliarla tutta la notte e chiuse l'uscio con due giri di chiavecome se avesse bisogno di segregarsi e di venire dimenticato.

Lafinestra dava non sul lagoma sull'erto dosso dei monti a’piedi de' quali sorgeva il Ritiroun pendío piuttostoripidocoperto di folta e boscosa vegetazionea quell'ora toccolentamente dal raggio della lunasotto il quale spiccava qua unsentiero che s’inerpicavalà il bianchiccio d'unghiaietopiú su la figura d'un campanile ritto come ungendarme di guardia; si udivano tratto tratto susurri misteriosi diacque e di frondi secondo la direzione del ventorauco e sommessogiungeva in quella parte il batter dell’onda contro la riva elentoquasi paurosoil battere delle ore. Da una finestra a luinascosta usciva un raggio che si rifletteva nel verde lucido delboschetto di magnoliesul quale si disegnava l'ombra mobile d’unacuffia gigantesca; quel lume usciva dalla camera di Severina posta inun angolo della villa e il dottorino esclamò: - E se ellamorisse? - Ma non volle durare in queste melanconieonde tornatoallo scrittoio prese a sorte una di quelle lettere e lesse a caso:“Ti aspettoti aspetto! guardo il lembo ultimo del maresperando che tu spunti di là come una rondine; se tu venissisarei piú contenta del grillo che fa cri cri nell'angolo delfocolare e della cavalletta verde che salta sull'erba. Senza di tel'anima mia è vuotamentre vicina a te sento la voglia dicantare e di arrampicarmi sulle quercie come fanno i passerigliusignolii pettirossi e le allodole. Senza di te io sono zoppa;vienimio caro bastone. Se tu mi lasci sola voglio vivere sotterravestita di ragnatele”.

Ildottorino lasciò cadere il foglio e tornò alla finestraperché il disastro di tanti sentimenti e di tante idee loadirava; suonò in quel mentre la mezzanotte e ricorrendo colpensiero a casa sua si compiacque d'imaginare Celestino sdraiato nelsuo lettocolle coltri alla rinfusaimmerso in uno di queibeatissimi sonni che Dio concede soltanto a' suoi frati. Gli parvevedere gli abiti buttati come Dio vuole sopra una sediai coturnidistesi in mezzo alla camerala pipa sul tavolino da notte fra glizolfanellila borsa del tabaccole poesie di Guadagnoliilritratto d'un'osteria e una bottiglia coperta da un bicchiere. - Luifelice! - mormorò il dottorino. - Infelici coloro che nonvogliono essere quel che sono!

Frattantosenza avvedersi andava stropicciando fra le dita l'indirizzo delcontee quando si allontanò dalla finestra sentissi il colloinduritoe un brivido nelle spalle; era stanco di pensare e cercòdi impiegar meglio il tempo scrivendo la lettera al contecome avevapromesso.

Infattiprese un fogliobagnò la pennasi fregò la fronte ecominciò a pensare al principio che è sempre la metàd'ogni impresa; le lettere di Severina stavano sparpagliate dinanzie Marco quasi a suo dispetto invece di scrivere lesse a caso anchequesta pagina:


“Caracontessa Emma

“Finalmenteieri sera don Giulio si è presentato col suo venerandogenitore a mio padre. Quante belle cose mi disse sottovocementre idue babbi favellavanoe quante altre piú belle io gli tacqui!Mi serrò il mignolo col suo mignoloe sarei stata contenta seun anellino di ferro mi avesse in quel momento legata a lui persempre. Era il primo uomodopo mio padreche osasse toccarmi unditoe sentii un fluido venire da lui a mecome quando in collegiotutte in catena si provava la scossa elettrica. Davveron'ebbi lostesso fremito e quell'istessa convulsione che fa ridereche strappale lagrime e fa gridare: ahi! ahi! Cos'è l'amore? La nostramadre superiorate ne ricordi? soleva nelle commediole sostituire aquesta brutta parola o amiciziao stimao gratitudineo riverenzae cento altre parole consimili; mettine pur mille e sommatetutt'assieme e non avrai ancora il sinonimo d'amore. Questa èun'idea di Giulioveh!- se sentissicome ragiona!

“Ierisera presi la mia Celeste sulle ginocchia e mi sono seduta alla rivadel mare. La chiamai Celeste perché è il colore chepiace ai poetial Padre Eternoe a lui. Non l'hai mai vista la miabambina? è biondamagrinavispae sapiente! quando pongo lelabbra sulla pozzetta del suo collo mi sembra di succhiare tutte ledebolezze di cui è ripieno il paradiso. O cara Emmahobisogno di parlaredi gridaredi propagarmi come una divinitàanticae invidio la pioggia d'autunno che si riversae bagna tuttoe scorre da per tutto e si sprofonda in tutte le screpolature dellaterra...”.

"Senella mia vita" pensò il dottore"mi fosse datotrovare una donna che sentisse razionalmente come Severina; se ellastessa guaritavolesse dire a me quanto scrive d'un ingratopotreiio resistere all'oceano traboccante di questa felicità? misazierei di quest’onda? invecchierei ancora un giorno nella miavita? Quest’amore ha istinti immortali e se l'anima dell'uomospirasse in queste maestose imaginazioniporterebbe seco la gioiaper tutta l'eternità." Ma che penso io mai? non sono ideeda matto anche queste? perché vado aizzandomi? questo silenziomi sgomenta...".- Nono - gridò a voce alta lacerandocoi denti l'indirizzo del contealle quali parole rispose un gemitoe un fruscio di foglie nel giardino.

Ildottore già coi nervi irritato e la fantasia tesa si sgomentòcome innanzi a un grave pericolo e tese ancora l'orecchioma non udíche un suono di piccoli passi scricchiolanti sulla sabbia. "Chipasseggia a quest'ora?" pensò " chi sospira?".Prese la lucernetta e si accostò alla finestra: ma un buffoimprovviso di vento gliela spense: sparito era anche il lume dallacamera di Severina; buio e silenzioso il giardino. Scoccòun'ora. Il dottorino corse fino al letto e vi si buttò vestitocome uomo che per paura si rintani. - È questo l'amore? -domandò a sé stesso e quando a Dio piacque siaddormentò.


Appenadestocoll'alacrità che ispira l'aria fresca del mattino e laluce del solesedette allo scrittoio e scrisse d'un getto questalettera:


“Illustrissimosignor conte


“Nonsi meravigli se uno sconosciuto si rivolge a Lei coll’autoritàd'un superiorema io parlo in nome del dovere e della pietà.Chiamato dall’illustrissimo signor barone commendatore AdrianoSiloe per esercizio del mio ministero conobbi una donna infelicepazza da un annodella quale non oso pronunciare il nome innanzi alei sperando che sia ancor vivo nel suo cuore.

ForseDio vuol servirsi di meultimo uomo della scienzaper guarirequesta ragione che una grave sventura ha crudelmente ferito; ma ionon potrei far nulla senza la presenza di V. S.perciò vengasenza indugio a **** sul lago di Como e cerchi del dottoresottoscritto”.


Questalettera mostra evidentemente come Marco obbedisse di malanimo al suodovereperché non bisognavaio credousare uno stile troppoasciutto e rigido verso una persona che si doveva persuadere ecommovere. Ma il dottorino quando contemplò queste quattrorighe buttate là nel peggior modo e colla peggior penna sirallegrò come se avesse riportato un trionfo sopra séstesso o piuttosto per quel suo pregare ruvido che aveva l'aria d'unasfida.

Scrisseanche un biglietto a Celestinodandogli sue notiziema prima dichiudere le letterequasi gli piacesse d'indugiarevisitòl'inferma. Poca luce entrava nella camera di Severinae il dottorepoté avvicinarsi al suo letto quasi senza essere scorto dallapovera Marianna che sonnecchiava nella poltrona. La febbre tormentavaancora Severinama già le sue forze parevano piústremategli occhi piú languidie meno accese le guancie.L'inferma non sentí la mano che le toccò i polsi e lafrontee solo mormorò colle labbra aride paroleinintelligibili; il dottorino però interpretando il suodesiderio sollevò di una mano la testa della fanciulla e porseuna tazza d'acqua ghiacciata a quelle labbra sitibonde; poi ricomposele coltri fino al mentoraccomandò il silenzio e l'oscuritàe usci in punta di piedi. La malattia seguiva secondo i suoi desiderie se ne fregò le mani d'allegrezza: - Diavolo! il mondo neavrebbe parlato...

Unservo lo fermò nel corridoio e gli consegnò unbiglietto del barone che dopo aver vegliato gran parte della nottesi era buttato nel letto sul far della mattina. Il biglietto dicevabrevemente: “Spero che ella avrà spedita la lettera alconte colla posta della mattina; se non lo ha fattonon perda piútempo”

-A che ora parte la posta della mattina?

-Alle cinque.

-Sono le otto: vieni da me fra un quarto d'ora - e il dottorinoritornò nella sua camera molto indispettito con Sua Eccellenzache dopo un anno di perditempo diventava a un tratto scrupolosodell'ora e del minuto.


Dopolunghe ricerche ho finalmente scoperto che la celebre cantanteperla quale don Giulio erasi fatto cosí leggiermente spergiurochiamavasi Adriana Saintrosebellissima donnauna delle stellefisse dell'Opéra. Alla Pergolae specialmente dal primoordine di palchiera furiosamente applaudita tutte le sere e piúancora lo fuquando si seppe che fra i suoi antichi amanti erasiiscritto anche un alto personaggio della corte francese. Molti diquei signori dalla testa lucida si mantenevano dapprima in undignitoso riserbotemendo di aver tra le mani una prima donnacomune; ma dopo che il marchese Ercole portò da Parigi laperegrina notiziacessarono gli scrupolie l'entusiasmo lanciòvia il tappo. Il contino Leopoldo che allora faceva le prime armi nelbel mondo possedeva un guanto rapito ad Adrianamentre ella salivain carrozza; reliquiache se a uno spirito chiuso e alieno da questedelizie sembra poco meno che inutile tornava invece preziosa frapersone sensibilissime alle grazie della bellezza e dell'arte.

Adrianada parte suarispondeva con tanti bacibuttati a piene mani qua elà sull'amato pubblicoe questi baci pur troppo erano colpidi sasso per molti cuori di vetro; gli animiriscaldati da sguardisi erano a poco a poco accesi e si era giunti al punto che ognunocredeva follia la speranza di essere prediletto.

Sidisse che il conte Giulio dal suo palco di proscenio avesse giàottenuto qualche graziama era un'argomentazione di coloro i qualiconoscendo i gusti della Saintrosesapevano che il conte avevacinquanta mila lire di rendita all'anno

Peròlo si disse e lo si credettee ognuno sa che molte cose esistono incielo e in terraper l'unica ragione che si credono. Don Giuliodavecchio lupo di marene rise come d'una facezia e posando al seriorispondeva che aveva ben altre faccende per la testa; ma quando suocuginoil famoso marchese Ercolelo invitò a una serata digala in casa di Adrianatentennòpreso da un certo timidoimbarazzoche forse aveva radice in qualche sentimento piúintimo e segreto.

Ilbuon cuginobattendogli paternamente le guancie con due dita glidisse: - Poverinotu ardi.

-Di che?

-Di Adriana; lo dice tutto il mondo.

-Fai male a ripetere questa sciocchezzache potrebbe compromettermiin faccia al barone Siloe

-Certamente: Adriana da parte sua non è piú prudente dime

-Chi? la Saintrose?

-Sí: ella chiede sempre del bel contino.

-Baje!

-Te lo giuro epoiché io sono il suo primo confidentemi hafatto molte volte il tuo elogioe mi ha obbligato a trascinarti allafesta o vivo o morto.

-Se io non venissi?

-Faresti opera santa certamente - rispose il cugino sogghignando.

-Io so che voi ridereste crudelmente di me.

-Ohibò! tutti noi si direbbe: Gran uomo quel conte!

-Io vi conosco troppoe temo piú di tutti voi i sarcasmi diquesta donna olimpica. Sono uomo di spirito e non dubitate che questasera verrò a vostro dispetto.

Nonsolamente la paura di sembrare uomo dappoco e novizioma anche unamisteriosa spinta aveva persuaso don Giulio ad accettare un invitoobbligantissimo e innocente.

Nonera amorema forse una naturale compiacenzaperché Adrianaaveva chiesto di lui; era quasi un senso di riconoscenzaosopraogni cosaquella curiosità dell'ignoto che attrae gli uominicome i vortici del mare inghiottono i pesci. Dopo tutto non credevad'offendere la causa di Severinatroppo altatroppo santaperessere confusa con un capriccio di prima donnacon un fuocod'artifiziocolla commedia di una seracon un amore infine chesimile al vin spumantetraboccava tutto dall'orlolasciando seccoil bicchiere. Di quanti dolori è madre questa facile filosofiadelle distinzioni!

Ilmarchese Ercole presentò don Giulio ad Adriana dicendo:

-Sposo novello e fra poco marito fortunato.

-Possibile? - esclamò la bella donna spalancando in aria distupore i suoi grandi occhi di bove.

-Sissignora: amante e marito fortunato - rispose senza esitazione ilconte. - Da noi è un fenomeno ancor possibileper chis'intendeha meriti speciali.

Ilconte sapeva a memoria queste vecchie partiné si smarríinnanzi al sorriso sardonico che sfiorò le labbra di Adrianala qualestesagli la manodisse: - Lasciatevi complimentare.

-Credeva che diceste: lasciatevi copiare - rispose il conte con unoscoppio di risache toccò nel profondo del cuore la sdegnosadonna.

Fracinque o sei che formavano un crocchio intorno alla regina dellafestas'incrociò un fuoco di fila contro il povero conteecontro la sua precoce serietà; don Giulio sentí lepunte di quella satira finee ricorse alla protezione della padronadi casache con aria grave e solenne troncò le ciarledicendo: - Il signor conte ha ragione: il miglior amante per unadonna dev'essere il marito.

-D'un'altra... - continuò la voce rumorosa del marchese Ercolee don Giuliopensando a Severina e a sé stessoprovòun senso di rimorso non senza dispetto.

-Voi siete caduto fra i piraticonte - gli disse Adriana prendendoloper una mano e indicandogli una sedia vicina. - Vi rincrescepoverinod'essere rapitoeh?..

DonGiulio sedeva per la prima volta vicino a quella donna favolosacheera solito vedere cinta del mitico fascino delle lucidelle gemmefalse e delle armonie; questa donnache odiava gli sciocchi d'odioselvaggioaveva cercato luie ora lo dominava colla pupilla mobileeloquente e supplichevole; la voce di Adrianaera nel discorsomelodiosa come nel cantoanzi aveva certi sbalzi improvvisicertistrascichi sottovocecerti sorrisi granulati che davano i brividiall'anima.

-Rispondeteamico - replicò quando furono lasciati in disparte- Vi rincresce d'essere rapito?

-Come posso saperlo? - rispose con un leggier tremito di voce ilconte. - Io non conosco quel che valgo; sono io merce preziosa o dicontrabbando?

-Uomo di poca fede e di pochissima carità. - Adrianas’impensierílesse a lungo i rabeschi del tappetoebalzò rapidamente a servire il the.

DonGiulio sentiva un fruscio nelle orecchie e una vertigine al capocome uomo che giunto all'orlo d'una cascata gira e precipita.

Laconversazione di quella sera tumultuosa non concesse ad Adriana lavittoriama le ispirò un immenso desiderio di vincereilconteschermendosi a tutt'uomonon aveva perduto un palmo diterrenoma non poteva fuggire senza vergogna e senza pericolo.

Difermo proposito la sera appresso stette a lungo nel palco del baroneseduto vicin vicino a Severinaquasi per ritemprarsi nellacontemplazione di quella bellezza gentile e casta. Ma la Saintrose fupiú d'ogni altra sera prepotenteaffascinante e strappòle lacrime ai vecchi abbonati. Don Giulioche vedeva molticannocchiali diretti verso di lui e Severina; che udiva costeitessere gli elogi di Adriana e chepur tropponon era senza esca alcuoresi domandò imperiosamente: “Che faccio?”. Perle galleriesulle scale venivano a congratularsi con luicome senel trionfo di Adriana egli avesse gran parte; qualche giovinettovedendolo passarelo seguiva d’uno sguardo lungo e pienod'invidiaonde il conte stizzitomalcontento di sé e dituttipensò di lasciare il teatroche gli pareva una fornaceardente. Prese onestamente licenza da Severina e dal baronemanell'atrio gli fu consegnata una letterache alla scritturariconobbe del suo buon cugino il marchese. Eccola in tutta la suasemplicità:



“CaroConte


“Scrivosotto dettatura di una persona la quale ti prega di concederle permezz'ora la tua carrozza dopo l'opera; prima della fine del ballo lacarrozza sarà a' tuoi ordini. Il y a anguille sous roche.

ERCOLE”


Epiú sotto in piccolo carattere: “Adriana”.

DonGiulio corrugò la fronte e si carezzò tre volte ibafficome soleva nei gravi istanti della vita. Maledisse il cuginoche per suo piacere andava tendendogli queste trappolema subitodopo riconobbe che l'intervento di Ercole era forse un'astuzia diAdriana. La preghiera era onesta e discreta e il conte non potevasenza vergognaesporsi a un duro rifiutoche il buon segretarioavrebbe reso noto al mondo con qual scandaloDio lo sa!

Diedeperciò gli opportuni ordini al cocchiereraccomandandogli diessere di ritorno avanti la fine dello spettacoloquindi tornòal suo palco di prosceniomentre incominciavano le prime note delballo; vi si rannicchiò all'ombra per paura che il barone eSeverina non lo ravvisassero. Sebbene giuocato dal caso e dagliamicituttavia questo nascondersiquesta paura d'essere vedutotornarono agre e noiose a don Giuliocheumiliatose la prendevacon Adrianacol cuginocoi cicalonicon sé stesso. Amavaegli Adriana? poteva negare d'aver tremato innanzi a lei? non avevastentatamente trovate parole per Severinaegli che vantavasi belparlatore ed esperto nell'arte del commuovere?

Sfilaronoschiere di ballerineapparvero sulla scena mari e montima il contenel fondo del suo palco fissava gli occhi sotto la sediacolla testastretta fra le mani; vedeva una carrozza correre per le vie diFirenzearrestarsi in via Tornabuoni; una donna scendevadava unagrossa mancia al cocchieree insieme una letteraun invito perdomaniun colloquio insomma... Ed ecco i servi della casa a partedel segreto; tutti i servi della città e tutti i padroni diquesti servi parlavano di lui e della Saintrosee cosí loscandalo andava allargandosi come una macchia d'olio sopra unpannolino. Non era questa appunto l'intenzione di Adriana? per ciògli aveva chiesta la carrozza quasi volesse allearsi tutta la cittàper combattere lui soloinermepauroso del ridicolovanagloriosoe che a venticinque anni vantava il coraggio di prender moglie.

Avevabisogno di respirare l'aria della notte e uscí a mezzo ilballo: la testa gli ardeva e il cuorefatto piccinosoffriva comed'un doloroso presentimento. Incontrò non so quale deputatosuo amicoche gli presentò un alto personaggio russo; ilconte balbettò una delle solite frasi e stava per andarsenequando una voce argentinanel piú armonico francesefecerivolgere perfino l'alto personaggio.

Tuttis'inchinarono e fra sei o sette curiosi accorsi si apri una viagloriosaper la quale passò Adrianavestita come lo sa fareun'artista da palco scenicoche ha frettacioè il riccoabito di raso dell'ultimo attoun peplo mezzo greco e mezzo pariginointorno alle spalle e una nube di garza bianca intorno alla testa.Don Giulio impallidí ma essa venne senza esitazioni a luiglistese la mano e distintamente: - Vi ringrazioconteche mi offriatela vostra carrozza; accettoperché il carrozzone del teatro èun attentato contro l' arte...

Ilconte diede la mano ad Adriana; gli occhi dei curiosidei portieridei gendarmidei pompieridei servi schierati innanzi alla porta siconficcarono su questi felici mortalie don Giulio ne sentíveramente il bruciore come se cento lenti infuocate lo pigliassero dimira.

Ilconte non poteva chiuder sola Adriana nella carrozzané ellaglielo permise: sedette vicino a lei e i cavalli scalpitaronogettando scintillesul difficile selciato. Trentasette cannocchiali(il marchese Ercole li contò) si fissavano in quell'istanteverso Severina.




Inuna valle degli Appennini il conte Gian Andrea possedeva un anticocastelloquasi sempre disabitato e che per il lungo disusominacciava rovina. Ne restavano ancora intatte dieci o dodici saletappezzate dai ritratti di famiglia e ingombrepiú cheadornedi mobili massicci di nocecon vecchie stoffe doratee dauna dozzina di panoplie e di alabarde.

Inuna di quelle saleseduta in una vasta poltrona cardinaliziatroviamo Adrianastanca d'un lungo viaggiopercorso fra le due e lesei del mattino. Come vi sia giunta lo potrebbe dire meglio di me donGiulioche siede a lei di fronteimmerso in gravi pensieri ecoll'abito di velluto alla cacciatora coperto di polvere. Ilcarnevale è finito a mezzanotte e siamo alla prima mattina diquaresima: l’alba rischiara dai larghi finestroni le cornicid'orogli schienali delle sediedà al pallore dei due amantiun'espressione abbastanza medioevale.

-Messere - esclama Adriana sorridendo - siete già pentito?

-Ora che vi amo.? - risponde il cavaliereprendendole ambo le mani.

Imisteri vogliono poche parolee quando abbiam detto che un nuovoamore ha cacciato il vecchionon ci resta altro a spiegare per chid'amore s'intende; gli altri credano al misteropiú comodo espiccio d'ogni dimostrazione.

-Mi piacciono queste vertigini - esclama accendendosi alquanto in visoAdriana. - Cos'è la vita senza le commozioni? a mezzanotte erain teatro; quattro ore di fuga attraverso boscaglie ed eccoci almattino in pieno medioevo. Non avete liutoconte?

-Voi avrete bisogno di riposo.

-Voglio dormire in questa sedia patriarcale. Credete voi che nessunoconosca il nostro nascondiglio?

-No: ho fatto credere a una certa causa di rivendicazione di terreper la quale è necessaria la mia presenza. Adrianaditealmeno che credete all'amor mio: non vi pare che abbia fatto qualchecosa per voi?

-Sísívedo quanto vi costo.

-Non dico questo.

-Vi costo una dote di due milionise non mi sbaglioe una fanciullaingenuache è quanto di piú raro esistadopo imilioni.

-Ese ciò fossenon merito la vostra fiducia? - Adrianavoim'insegnate veramente cos'è l'amore.

Ilcavaliere veduto da lontano sarebbe sembrato inginocchiato pressoAdrianarapito in quegli occhiche avevano tutte le variazioniazzurrine dell'aria. Durante quell'estasil'intelligenza di donGiulio non aveva la virtù di oltrepassare il breve circolo diquelle paretiin cui stringeva tutto il suo universoe ogni leggedi onoreogni suo dovereogni rimorsodileguavano come cera allafornaceo gli sembravano leggi necessarie per il bene di tuttimafatali a ciascuno. Severinanel caldo immaginare di quegli istantigli appariva come una di quelle sbiadite figure a guazzomingherlinee grettementre Adriana brillava di tutti i colori ardenti diTiziano.

DonGiulio tornò due o tre volte a Firenzee credette operagenerosa confessare al padre le sue intenzioni; il conte Gian Andreavedendolo tanto risolutoaggrottò le ciglia e gli voltòle spalleesclamando: - Fate voima è un'indegnità. -In questo tempo Severina cominciò a notare la freddezza delcontee nacquero i primi disaccordi col baronedisaccordi cheportaronocome sappiamoa un fiero contrasto fra i due gentiluominie che affrettò la partenza del conte per Parigi.

Aquest'uomo aveva scritto il dottore la lettera che conosciamoma lapenna gli diventava di piomboquando egli si accingeva a porvi ilfatale indirizzo. Si imaginava già presente il conte edistrutte le care illusioniche da un mese lo facevano tanto felice.Perché non ritardava di qualche giorno il compimento di questosacrificio? aveva diritto il barone di comandare a luiarbitro dellasalute e della felicità di Severina?

Ilservo entrò.

-Cosa volete? - gli chiese il dottorino.

-Non aveva una lettera da consegnarmi?

-Vi ha mandato qui Sua Eccellenza?

-Nossignorema ella stessa non mi ha pregato poco fa…

-Sísí... Eccola.

Ildottorino sillabò nello scriverle queste parole: GenèveHôtel Suissementre un agro sorriso gli sfiorava le labbra.

-Sua Eccellenza - disse il servo - mi disse di affrancarla

-Fate puregalantuomo...

Ilservopresa la letteraandò diffilato alla posta.

Marcosi coprí il voltostrinse i pugni ed esclamò: - Ahiodivento perverso... Non importail conte almeno non verrà.

Ilbuon dottorino era colpevole d'un gran peccatoma non è ilcaso di confessarsi ora per lui.



Secondoil consiglio del dottorinoil barone scrisse alla contessa Ippolitauna delle piú care amiche di Severinae alla marchesaErmannala vecchia ziapregandole di venire in suo soccorsoedesse accorsero sollecite al letto dell'infermache giàcominciava a uscire del lungo assopimento e a dar segno diconoscenza.

Erail sesto dí che Marco dimorava al Ritiro e la malattiaprecisamente come egli aveva pronosticato volgeva a buon fine: ilconte Giuliodietro le congetture del baronedoveva aver ricevutogià da tre dí la lettera del dottore e forse fraun'oraforse fra due poteva arrivare chi sa con quale aspetto! chisa con qual animo! Alle vaghe interrogazioni di Sua Eccellenzaildottorino rispondeva con parole monchesforzandosi di mettereinnanzi non so quali dubbi sul carattere di don Giuliouomosecondoluidi nessun valore e inabile a ogni buon'azione. Adrianooccupatonel pensiero di Severinadesideroso e nello stesso tempo paurosod'incontrarsi in quell’uomo fataleprestava orecchio distrattoalle parole dell'amicoaccorgendosi né poco né tantodel suo sguardo timidodel suo frequente smarrirsi e del coloreinsolitamente pallido. Sua Eccellenzaper quel resto d'orgoglio cheogni uomo porta con sé anche nel sepolcro procurava nasconderel'ansietà che lo dominavané i serviné altrimeno la vecchia ziasapevano del ritorno del conte; il baronesoffriva una nuova penal'aspettarema il suo contegno era sempregravesolenne e di una immobilità marmorea

Inveceuna gran tempesta rumoreggiava nel cuore di Marcoil quale eracertissimo che don Giulio non sarebbe giunto maise non permiracolo. Nessuno meglio di Marco sapeva quel che era scritto soprala lettera mandata a Ginevrae il buon dottorino che non si eraancora pentito del crudele scherzo giuocato a due uomini illustristavacovando rimorsiad aspettare gli eventi. A questi rimorsi nonera abbastanza compenso l'amore di Severina? egli solo finalmentedominava il campo e don Giulio non era forse tal uomo da meritarsianche di peggio?

Severinasebbene sfinitaaveva riconosciuto la zia e l'amicama destandosi esmarrendosi a vicendastentava a raccapezzarsi del luogo e deltempo: girava gli occhi incantatie ad una ad una andavarisuscitando le memorie piú note e piú lontanesenzamai chiedere di don Giuliocome s'ei fosse scomparso dalla memoria.

Lasera si avanzava. Il barone passeggiando sul terrazzospingeval'occhio nella lontananza del lago già involto dall'ombra;passò l'ultimo piroscafoné don Giulio comparve. Cheavrebbe detto a Severinase per caso domattinanelle ore piúserenechiedeva del suo fidanzato? Come ingannarla ancora senzamettere a estremo pericolo questa fragile intelligenza?

Intantoil dottorevenuto al letto della malatavide che gli occhi estaticidi lei si fissavano per la prima volta ne' suoi e che un leggierorossorecome un raggio passeggiero di solecolorava le sue guance esalivasmarrendosifino alla fronte. Se non gridò per lagiojafu per non sembrare scemo o crudelema sentí ch'eirinasceva nel pensiero della fanciulla proprio secondo il suodesiderioe gli parve di essere lí a contendere quella bellacreatura a un branco di avidi ladroni. La luce che usciva dalle suepupille in quel momento aveva un non so che del falchetto edell'aquila.

-Don Giulio? - domandò sottovoce la vecchia marchesacheseduta in una grande poltrona a' piedi del lettodiceva corone.

-Non è arrivato - rispose Marco.

-Noi forse lo cerchiamo invano sulla terrae questa povera bambina...- I singhiozzi l'interrupperoma poi seguitò: - Puòdarsi che anche tornando a ragione continui l'inganno di prima e chevoidottoresuo fidanzato...

-Io? - esclamò tremando il dottorino.

-Se ella vi amassee se ciò fosse la sua vita?

-Maio povero uomo...

-Il conte aveva un milione e mezzo: io ve ne darei duedottoreperamore di questa bambina...

-Sua Eccellenza non acconsentirebbe mai.

-Adriano ama sua figlia... e sopra la necessità non vi èche Dio.

Ildottorino a queste parolepronunciate da una voce tremula elagrimosasorrise fantasticamente e si appoggiòper noncader ginocchionialla sponda del letto. E qui torna opportunoanche a giustificazione intera del nostro buon amicoosservare comeda un mese egli vivesse in un mondo meravigliosonel quale i suoipensieri erano messi alla tortura e i suoi affetti esposti alle piúnude tentazioni onde non dobbiamo far gli occhiacci se qualche voltalo troviamo in colpa e in falsi giudizi. Un dí vede unasolitaria bellezza fra le piante sorridere a lui e se ne accende comeè ben naturale in un animo gentile; ma questa fanciulla èricca ed è pazza ed egli cerca di fuggire; noil destino lospinge verso di leiche l’abbracciache gli dichiara unimmenso amoreche cade come morta a' suoi piedi: da una settimanaveglia per lei a consultare gli oracoli della scienza ne spia ognirespiroogni batter di palpebre; la gelosia gli entra in cuore queldí che egli si sente degno di Severina; qual meraviglia setutti questi casi hanno dato al suo carattere un accento esasperatofreneticofanatico e se le sue idee non si svolgono secondo il corsoordinario?

Eglistesso se ne accorse alcun pocoe quando venne questa stessa notte achiudersi nella sua cameraandava chiedendosi se per avventura eglinon avesse fumato dell'oppioo passeggiato a capo nudo sotto ilsole. Severina aveva arrossito onestamente innanzi a lui; sia cheella l'amasse come contesia che l'amasse come dottorenessunopoteva negare che tornando miracolosamente alla vita e alla ragionela fanciulla non si attaccasse a luicome a un caro salvatore. -Domattina sarebbe ritornato a quel letto e alla luce chiara del díSeverina lo avrebbe riconosciuto: “Sei tu?” (il dottorinoimmaginava per suo conto anche il dialogo). “Sei tucaroGiulio?- oppurechi siete voi?” “Io son uno che vi amoSeverina!”. “Ah! Dunque fu tutto un sogno quel che iosoffrii...?”. “Voi avete veduta la morte ma io ho tantovegliato presso di voi...”. “Ah! graziemio caro”“Chi oserà porsi fra noi?”.

Quest'ultimafrase Marco la declamòdestando perfino il rimbombo sotto lavolta della cameraed egli stesso n'ebbe vergogna e paura.

“Diavolo!”pensò “che la sua pazzia mi entri addosso?”.

Altripensieri nol lasciavano requiareperché la voce misteriosadella vecchia marchesa ronzava ostinatamente al suo orecchio: “Iovi darei due milioni...!!...”. Questo era il mondo della favola!che dovesse svegliarsi un bel mattino ricco sfondato? Egli avevasempre pensato da stoico sul valore dei beni di quaggiù; ma ildiavolo non aveva mai fatto tintinnare tanto da vicino il sacchettodell'orocome quel díe il suon del metalloognun lo safavoltare anche il sordo. Essere ricco e amato! - gli pareva la sommadi una filosofia nuovissimache abbracciava in poche parole tuttol'universoanima e corpola vita e la morte e andava domandandosise egli poteva senza scrupolo stendere la mano a quel mucchietto estringere in pugno il proprio avvenire; ma le risposte venivanofacili e in folladal punto che tutto era per la salute di Severina.

Comesi vedequesto rimuginare gli doveva mettere le fiamme al viso e losbalordimento al cervello; gli parve che la sua camera divenissetroppo angusta per quelle idee magnificheonde uscito bel bellovenne a una scaletta che metteva al giardinosforzòdolcemente la molla d'un cancello di ferrouscí all'ariaapertache gli era tempo. - Non era ancor suonata mezzanottematutti dormivano in casa; nessun cane vegliava a custodiacosicchéil dottore poté passin passino attraversare il largo delgiardinetto alla volta del bosco di magnolie. - Viaggiavano nel cielocerte nubi distese in figure grottesche e come agglomerate intorno aun piccolo cerchio di luna squallida squallida; l'aria sentiva ancoradel fresco e dell'umido di una pioggia cessata da pocoe che avevasí immollato il terreno che il piede vi sfondava mezzo; pocolontano risonavano i fiotti del lagogrosso in quella nottecherompendosi contro il solido granito delle fondamenta mandava il suonodi una pasta molle sbattuta da un furioso. Qua e làneglispazi di terra luccicavano sotto quel pigro lume le pozze d'acquainogni forma e misuracome i frantumi d'uno specchio.

Ildottoreche stringevacome dicemmoil suo destino nel pugno tornòall'idea fissa della pazziané gli parve improbabile questopericolo per un uomo che si trovava al cospetto d'un domani símeraviglioso e fantastico. Gli vennero in mente le favole di certiromanzi letti da lui in quella età che gli altri li fanno etrovò non esser falsi del tutto quei personaggifabbricati aParigipieni di peccati e di milioniche passeggiano la notte ameditare astuzie e trappoleche compiono le piú fierevendetteuccidono rivaliavvelenano vecchie avarerubanotestamenti... - Ma che diavolo! - mormorava e si batteva la testa colpugno. - Son io che penso cosí?

Ildottorino sognava ad occhi aperti e del suo fantasticare avevanocolpanon solo gli avvenimentima anche quel cielo a ragnatelequelle goccie diacciateche grondavano dalle lucide foglie dellemagnoliequel brivido che gli serpeggiava sotto pellequel non sochefra la speranza ed il dubbioche fa tentennare i piúsaldiquella fede in un amplesso vicinoin un bacio síardente che avrebbe fatto di una pazza una savia donna e di un uomoragionevole forse...

Udípoco lontano il suono d'un passo e un fruscío di foglie.Ristette su due piedima il cuore accelerò i suoi battitifino allo strazio - Tende l'orecchiotraguarda fra ramo e ramo esente un vero scricchiolío di sabbiaonde paurosonon pernaturama per le circostanze in cui si trovavasi rannicchiònei rami sporgenti e aguzzò verso il tempietto del fauno chesorgeva in fondo a quel viale. Di là spuntò un'ombrache forse era un uomo.

Forseanche l'ombra notò un agguato sul suo camminoperchéristette fermasenza fiatarespiando senza dubbio nelle fittetenebre dove stormivano le foglie. Il dottore andava almanaccando trasé chi poteva essere l'ignoto vivoche a quell'orapasseggiava in un giardino chiusonon certamente il barone che eraalla statura piú piccolo d'una spannanon uno dei servinéun ladruncolo perché al portamentoal nero cupo dell'abito ea certi rivolti candidi al collo e alle manichegli pareva un uomomolto ben vestito.

Siricordònel tempo di un amend'aver già udito altravolta dalla finestra un suono di passi nel giardino e dei gemitisommessi e subitaneacome il lampogli balenò un'ideaunabrutta idea per la verità: - Che fosse il conte?

L'ombrarassicuratasi avanzò di buon passo direttamente e verso ildottoreche avrebbe voluto sprofondarsi sotterra.

-Chi siete? - domandò con voce strozzata Marco.

-Lode a Dio! temeva d'incontrarmi nel barone Adriano.

-Ma voi?

-Ella è forse il signor dottore? - disse sottovoce losconosciuto.

-Lo sonoma vorrei cortesia per cortesia - rispose alquanto stizzito.

-Sono il conte Giulio - e nominò quel cognome che noi nonpossiamo trascrivere pei dovuti riguardi.

-Come sta la poveretta? - chiese di nuovo il conte; ma il dottorinoche sentiva un'ambascia insolita e come goccie d'acqua diacciatastillargli sul cuorenon rispose che con un mugolío sordo dimeraviglia e di rabbia. Finalmente trovò modo di domandarealla sua volta.

-Avete forse ricevuto la mia lettera?

-Quale lettera? - disse il conte non badando al modo famigliare e durodel suo vicino.

-Vi ho scritto saranno tre díma non so...

-Da quindici giorni mi trovo sul lago e da una settimana penetro tuttele notti in questo giardinocome un ladro di campagna; ella sapràche io ho tanti rimorsi da scontare...

-Lo so.

-E che cosa mi si scriveva?

Ildottore pensò un istante e franco rispose: - che ogni speranzaper Severina era perduta; che non veniste piú da queste partiperché Sua Eccellenza ha giurato di uccidervi. - Il dottorenel pronunciare queste parole andava tendendo i nervi e stringendo ipugni come se volesse soffocare alcuno.

-È la grazia che cerco - disse lentamente e chinando la testal'infelice.

Ildottore lo adocchiòe non poté impedire che questoaccento disperato non vibrasse in modo strano dentro di lui.

-Vorrei parlarle con sicurezza - disse per il primo il dottore dopo unlungo silenzio. - Dove potrò trovarlasignor conte?

-Alla riva di Molinanon lontano dall'Orridoal di là dellago. Domandi a qualcuno ove abiti l'Inglese e glielo diranno.

-Ella traversa il lago tutte le notti?

-Verrà una notte che mi fermerò a metà.

-Ah! - esclamò Marcocon un grande respirosollevando gliocchi al punto piú alto del cieloe quel grido pareva volessesignificare: Io sono ben tristo!

-Non dirà d'avermi incontratodottore?

-No!

-Resto qualche ora a contemplare il lume di una finestra; finchéquel lume risplenderà... - ma alzando le spalle il contes'interruppe dicendo: - Buona nottedottore. - E gli stese la mano:poi sparí per il lungo viale.


Marcoera legato alla terrané sapeva formolare un pensiero cheavesse un colore e una proporzione; tentennava la testasorrideva afior di labbro e all'improvviso cantare d'un gallo si scosse paurosogirò gli occhi intornouscí dal suo nascondigliocorse in punta di piedi fino al cancellosalí al buio lascalettaprecipitò nella sua camera e cadde colla testa sulguanciale.

Lapeggior tempesta rumoreggiava in quella povera testa: non aveva peravventura travedutosognatodelirato? Noil conte era vicino a duepassi da Severinaa due passi da lui. Come poteva egliindifferentemente rinunciare alla felicità per cedere il postoa questo ladrone notturno? Il conte non temeva il baronee il baronelo aspettava ansiosamente; questi due uomini non si odiavano piú.

Chitravolgeva le piú semplici leggi della natura e del cuoreumano per tormentar luiche aveva tanto fatto per Severina? Questomiracolo non avveniva per volontà di Dioperché ilbarone non credeva in Dio: uno spirito maligno faceva strazio del suocuoree moveva gli avvenimenti come in un giuoco di scacchi. - Ohmia povera Severina! - disse sospirando - ch'io abbia a fuggire da tenel momento cheriaprendo gli occhimi avresti beato del tuosguardo dolcissimo? Prima che spunti il soleella potrebbesvegliarsi piú serenapiú docilepiúragionevole: “Don Giulio non è con voi?”domanderebbe alla zia e all'amica. “Dov'è don Giulio?Chiamatelo” Il momento è solenne! - Il dottore ritto inpiedi nel mezzo della camera e nell'ombra accompagnava coi gestiquesti pensieri tumultuosi. “Il momento è solenne! ioentro... Sei tu?..E dopo? se quell'uomo si uccide? se l'inganno nondurasse piú d'un giorno? che diverrei io in mezzo a questomondo fantasticofalso di nomefra abitudini non miefra gente chemi compatirebbeo riderebbe di me.? Troppi gruppi in una voltamioDio!...

Epensò finché un tremendo riflesso di luce non disegnòi contorni del monte Bisbinoche sovrastava; il cielo s’erafatto lucido e netto e brillavano ancora molte stelle. Fissògli occhi in quell’azzurro e in quelle lucie l'arcana poesiade' suoi quindici anni risuonò a lui d'intorno quasi portatadall'aria mattutinabisbigliata dalle foglie scosse. Qualchepettirosso provava la vocema la sua vicina aveva ancora tropposonno per rispondergli. Rumori incertisusurrifruscii parevanoaccennar ai primi moti d'una natura che si svegliaela calma delmattino era succeduta ai tenebrosi schiamazzialla pioggia e alvento della notte.

-Addio! - mormorò il dottorinonon sapendo bene egli stesso achi fosse rivolto questo saluto.

-Addiosí; ma prima voglio vederti.

Sivede che la risoluzione era presa; una fuga.

Eraben tempo di fuggiree troppo grave era stato il castigo di tantoindugio. Fuggire con una dolce imagine nel pensieroe l'orgoglio incuore di aver compiuto una nobile azione pareva bello a chi non avevamai pensato che un uomo possa uccidersi.

L'aspettavanoancora le Alpii vetturaligli osti e le montanine della Svizzera;al di là si vendeva birra eccellente a buon mercato e allapeggio la birra istupidisce. Dopo un mese sarebbe tornato allegrocome Celestinocon una lunga pipacoperto d'una buona crosta diesperienzache salva l’anima dalle malattie croniche.

Eglisarebbe partito al primo raggio di solelasciando al barone unbiglietto coll'indirizzo del signor Inglese e tanti saluti in casa.Era risoluto come un gendarmema prima voleva rivederla una voltail tempo d'un minutod'un batter d'occhio.

Pensòche a quell'ora tutti dormivano nella casaperché la vecchiazia ritiravasi a mezzanottee Marianna sul far del mattinoneltempo che ogni infermo suol essere piú tranquillogodevasi unsonnellino.

Uncorridoio e una scala di pochi gradini lo separavano da quellacameretta. che avea incominciato a venerare; l'andarvi in quell'ora esolo sarebbe sembrato altre volte alquanto indiscretoma eglifuggendo per sempremoriva per Severina e a chi muore si usa pietà.

Uscí;né tremavané titubava. La sua ragione era tornata aisodi principialla verità delle coseai propositi schietti eluminosie se concedeva un'ultima lusinga al cuoreera per megliorabbonirlo. Giunse e stette innanzi all'uscio; era il medico e potevaentrare.

Entrò.

Mariannasonnecchiava in una poltrona accanto al caminettosul quale ardevauna lucerna accesa appena appena da non essere spenta. Si accostòal letto dell'inferma come aveva fatto cento volte in quei giornienon meno francoe non meno onesto. Sedette sopra la sedia vicina eascoltò il dolce respiro della dormiente. - Dorme! - disse asé stesso per il bisogno di occuparsi in qualche argomento. Mail misurato respiro della fanciulla a poco a poco prese il suono d'unragionamento susurrato all'orecchioe il dottorino si chinava perudir meglio; ma non sentiva che un alito sul viso. Il dottorino sistrinse le tempia fra le due manie la pazzia dell'amoredellavoluttàdell'odio svolazzò e lo toccò; ilpianto che da due ore ruggiva chiuso nel pettominacciòrompere il suo silenzioe il dottorino lottava atleticamente con unaltro sé stesso piú selvaggiopiú irriverente.Entrambi erano fortima il selvaggio conosceva certi impeti maligniche avrebbero ucciso un uomoe perfino svegliata Severina.

-Ah mia bella.... - soffiò il malignoe svincolavasi dallestrette; ma l'angelo buono lo buttava ginocchioni a piè diquel lettofrementema devotoriverenteadoratore di quelladivina bellezza assopita.

Mentreil dottorinocaduto a piedi del lettosmemorato di ogni cosa andavadi fantasia in fantasiauna mano freddama dura come ferrolotoccò. Levò gli occhi. Era il barone.

-Usciamo - disse freddamente il barone e si avviò verso laportané si arrestò che nella propria cameraseguitoin silenzio dal dottorinoche senza imbarazzosenza preoccupazionima rispettoso e severostette innanzi a Sua Eccellenzagli occhifissi nel suo viso.

Ilbaronechinando le palpebre come soleva fare nei grandi momentidomandò: - Ama ella mia figlia?

Ladomanda era inaspettatasebbene il dottore avesse già fiutatonell'aria la tempestaonde balbettòma non rispose.

-Ella non mi risponde.

-Sono colpevole? - domandò alla sua volta il dottore perlasciare il fastidio della risposta al barone.

-Io non giudicoesamino. Quali sono le sue intenzionisignore?

-Fuggire da questa casa.

-Grazie: almeno è onestose non...

-Se non ricco! - continuò con amarezza il dottore.

-Ciò che non posso concederleo signoreè il dirittodi offendermi.

-È giusto! - mormorò il dottorechinando umilmente latesta.

Ilbarone prese a passeggiare innanzi al dottoreche sentiva rimbombarenel cuore ciascuno di quei passi solennie pesandogli il silenzioancor piú dei rimproverisi fece forza a dire:

-Vostra Eccellenza non vorrà essere troppo severo nelgiudicarmi; io non cercai il pericoloe innanzi al pericolo fuggo.

-Il conte è qui - esclamò Adriano alzando la voce.

-Come sa?

-Ella l'ha incontrato questa notte nel mio giardino.

-Ero sorvegliato?

-L'amore toglie il sonno agli amanti...

-Ella ci ha spiati...

-Il conte è qui forse da molto tempoperché venne alconvegno notturnocome uomo che conosce bene la sua strada. Perchéella non me l'ha detto?

-Perché... - il dottorino arrossí sebbene avrebbe potutorispondere d'ignorarlo; ma non affatto innocentecome sappiamoebbepaura che il barone gli leggesse in viso il tranello della letterafalsama gli occhi di Sua Eccellenza notarono quelle vampe.

-Bastasignor dottore; le risparmio la pena di una menzogna.

-Ma!...

-Ella ha interesse che il conte non ritorni...

-Cioèinteresse... - La vista del dottore cominciava aoffuscarsi.

-Povera Severinaperdette un amante e ne ritrova due: da bravicomel'aggiusterannomesseri? è ai dadi o all'armi che sigiuocherà questo cencio di dote?

Eratroppo; e il dottoresotto lo spasimo di questo sarcasmoche glipassava il cuoreevocò quell'antica fierezza di carattere chealtrimenti si potrebbe dire coscienza della propria virtù.

Nonera piú la condizione casuale di un uomoche lotti contro unsentimento ampioindefinitofatalema era lotta sincera di un uomogiusto contro un uomo ingiustoe il conforto della propria innocenzagli ispirò una risposta vivace: - Quel che mi dice VostraEccellenza non mi offendeperché non mi tocca; ella non puòcompatire un minuto di viltà in un uomo onestoné iomi meravigliosapendo come non a tutti gli uomini è datod'essere generosi...

Gliocchi del barone si animarono e nell'arrestarsi a un tratto SuaEccellenza non seppe celare un insolito impeto d'ira; ma trovòuna fronte alta e due occhiche non temevano i suoi.

-Chi non sa perdonare- continuò il dottore - non intende eper verità lodo Dio che a non tutti abbia largito i tesori diun'anima capace d'intendere e di perdonar tutto. Amai donna Severinanon lo negoe l'amava già prima di metter piede in questacasa; mapoiché ellasignoreha spiato i miei passiavràscoperto come non mi giovassi delle occasioniche un beffardodestino mi offrivaquanto trepidassi alla vicinanza di questacreaturache si dava tutta a mecome ad un amicocome ad unfratello; tentennai un giornonon lo negoma fu sotto il fascino dialcune domande che feci a me stesso: Non sono io degno di lei? Nonl'ho io ricreata? - Oggi rispondo calmosereno che noe fuggo. Separesse al signor commendatore ch'io fossi troppo pigro ad andarmenepuò licenziarmi: una pena la merito e son pronto a scontarla.

Ilbarone andava squadrando questo giovanotto con occhio stupitoe gliimpeti di un sacro orgoglio offeso salirono piú volte asuggerirgli una parola acerbae che fosse l'ultima di un dialogo giàtroppo lungo e umiliante; ma la parola non vennee invece gli parvedi cedere al peso di un'eloquenza seduttriceche gli mescolava igiudizi nel capoe confondeva le verità piú lucenti.Non rispose subitoperché si avvide che le parole vecchie nonvalevanoe a trovar le convenientiche sciogliessero il nodo e chefossero nello stesso tempo aristocratiche e giustenon aveva lacalma necessaria..

Ildottore stanco d'aspettare quest'ultima parolache egli stesso avevainvocatourbanamente disse: - Se il signor barone mi crede indegnodi questa parolaio ubbidirò anche a un gesto...

Alfremitoche corse per tutto il corpo del baronesi sarebbe dettoch'ei fosse adirato di quella non mai finita umiliazioneo cheavesse dispetto di quell'uomotanto pieno di giustizia.

-Cedo il posto- seguitò Marco - a persona piú degna epiú rispettabile...

-Non è vero! - gridò infuriando Sua Eccellenza. - Questielogi non richiesti sono per me una nuova offesa: è una garadi generositàche mi adira.

-Il conte ha dei dirittiose meglio le piacedei doveri.

-Chi intende queste contraddizioni?

-Mi sforzo d'intenderle. Amolo confessoma il mio posto non èqui.

-Sa il conte d'essere aspettato fra noi?

-Lo saprà avanti mezzodí.

-Non precipitiamo gli avvenimenti.

-Donna Severina potrebbe dimandare di lui.

-Di lui! di lui! - ripete Adriano. - Il mio sangue si ribella ancora aquesto nome.

-Ancora? Non intendo...

-Ah! non intendete alla vostra volta: voi siete un uomo benstravagante. Perdonate la confidenza colla quale vi parlo.

Ildottorino strabiliava e sentendo la voce piú conciliante e ilmodo col quale il barone gli parlavapiú modesto eamichevolefissò uno sguardo curioso in quel volto pallido.

-Il conte non merita questa felicitàn'è vero?

-Non voglio giudicare...

-Severina forse... - Il barone esitò e poi alzando a un trattola voce esclamò - Vi rincrescerebbedottores'io diventassigeneroso? è invidiosa la vostra virtù?

-Ciò vuol dire?..

-Vuol dire che ogni minuto della vita c'insegna una verità:dottoreè finita la provae vi ritrovoqual vi pensaigrande e degno d'una regina...

-Io?

-Voisívoi. Da molto tempo vado spiando i vostri passilevostre vegliee quando penso che per opera vostra Severina m'èridonatae che ella ha imparato ad amarvie che voi l'amatecomeposso io preferire un uomoche l'ha traditae che versò ilpianto de’ suoi rimorsi nel seno d’altre donne?

-Ma il conte l'ama...

-Ami! è questa la mia vendetta.

-Ciò è impossibile. -

Lanobile e dignitosa condotta del dottorinouna speciale simpatia perluila gratitudine naturale per il tanto bene da lui modestamentecompiuto avevano risvegliato nell'animo del barone non so qualiantiche memorie di tempi giovaniliallorchélevando la testadai grossi libri della filosofiaegli discorreva fra gli uomini acercare le orme d'una virtùche dicevasi passata sul mondo.In quei dínella vivacità dei vent'annisorvolando aifatti comuni della vita accidentalee alle frequenti viltàil barone soleva fermarsi piuttosto a contemplare in sé stessogli elementi di una filosofia umana capace di fatti grandiosi; perciòal tornare di quelle memoriecredeva ritrovare nel dottorino quel séstessoche la disperazione aveva da molto tempo ucciso. In questabassa landa dei vividove l'esercizio di una semplice bontà ètenuto a vilee dove si preferiscono le grandi massime cheintontiscono alle povere opere che guarisconodove gli uomini sifanno ogni giorno piú noiosi che utiliil barone compiacevasidi aver trovato una rupe solitariache aveva ancora del vecchiomacigno. Se prima non se n'era accortola ragione si è cheviveva lontano dalla gente e questi rari avanzi giacciono nascostinella moltitudine e non li trova se non chi li desidera.

Ilbarone strinse la mano dell'amico e gli domandò:

-Avete capito?

-Se non è un sognoè questa un'offerta ch'io non possoaccettare...

-Temete l'ira del conte?

-Il conte è un infelice.

-Lode al vostro Dio.

-Eccellenza- rispose con voce commossa il dottorino - vi fu unistante che io sognai questa lusinga e questa fortunama cattivoconsigliero è il cuore innamorato e il piú delle voltetrionfa a danno della sana ragione. Quale sarebbe il mio destino s'ionon fuggissi? lo dica una parola: Sarei un uomo spostato. Innanziagli altri cesserei d'essere quel che sonoper diventare che cosa?..un amanteun maritoun ricco fortunato e caro al cielo. Signoreper tutto ciò può pur meglio di me bastare il conteelasci che io torniove sono desideratofra quella gente a cui hopromesso il mio aiutodove il conte è inutile. - Amiamol'equilibrio delle cose che regge il mondo. Chi mi assicura oltre aciò che Severina non si ravveda dell'inganno? Abbiamoincominciato questa storia pietosa come una novella per le donnegentilima è tempo (e ne sento il bisogno) di tornare algiusto senso delle cosedi ristabilire l'ordineanche a dispettodel cuore... Lasciamo i vecchi romanzi e facciamo della vita. - Ilconte ama donna Severinae da molte notti entra in giardino persedersi sotto una finestra illuminata; anche quisignorec'èdell'infermitàe un'offesa fatta a un uomo disperato potrebbeeccitare una vendettain qualunque modo spaventosa sia che il contecastighi mee sé stessoo tutte quante le donne che gliparleranno d'amore.- Invece s'io torno al mio paeselloCelestinosarà contentoil conte tornerà giustificato dairimorsiellaEccellenzaavrà la consolazione di ricordareun uomo... non affatto indegno di vivere...

Lavoce gli mancò e non potè arrestare una mezza lagrimache spuntò sotto le palpebre; il baroneche stava riflettendoalle cose uditesorreggeva il volto colla palma e tentennava latesta sforzandosi di rassegnarsi.

-Non è meglio cosí? - riprese con voce piú chiarail dottorino come se ora parlasse per conto altrui. - Il cuore non èostinato e si lascia a poco a poco persuaderese la ragione saparlar come va.

-Questo signore... tornerà? - mormorò Adriano. - Non soimaginare il modo migliore di riceverlo.

-Gli scriva due linee d'invitoche io porterò; cosíavrò la coscienza di aver compiuto tutto il mio dovereesconterò qualche peccatuccio... - Il dottore sorrise.

-Mandiamo un servo.

-No. È necessaria una persona che narri la storia di questamalattiae che dimostri la necessità d'un pronto ritornosenoil conte potrebbe pensare a un tranello.

-Per parte mia?

-So quel che mi dicoEccellenzaquando parlo de' miei peccati: dueamantiche s'incontrarono sotto la medesima finestrasi scambiaronodelle spiegazionima può darsi che qualcuno abbia accusatoanche Vostra Eccellenza di un delitto premeditato. - Il dottorinosorrise allegramentee sforzò al ridere anche la pateticafaccia di Sua Eccellenza.

Acolazione la vecchia zia narrò come Severina allo svegliarsiavesse dimandato di don Giulio e il dottore permise che le siparlasse del prossimo arrivo del conte. - Ma Severina non siaccontentò di vaghe promesse e il dottore le fece dire dallacontessa Gemma come prima di sera don Giulio sarebbe di ritorno. - Lamalata in questa dolce aspettazione si acquetò.

-Tutto va bene- disse il dottore fregandosi le mani - e faròstampare questa guarigione sul bollettino medico. Chi sa che non mifaccia una gloria europea. Ho bisogno di un po' di gloria…

Ilbarone scrisse un breve invito per il conte e sul far del mezzodíil dottore scendeva i gradini di una scala che metteva nel lagooveera pronta una piccola gondola. Adriano lo accompagnò finoall’ultimo gradinomutomalinconicocome se partisse l'amicodella sua infanziae a stento seppe balbettare: - Passerò treore di febbre.



Ildottorino entrò nell'elegante gondoletta e in tre colpi diremo si allontanò solo solo da quella malaugurata costa.Quando fu nel mezzo del lagotirò i remi in barca elasciando che l’acqua leggermente commossa dal vento lo cullassea suo capricciocercò di occuparsi in idee comuni perdistrarsiora guardando il cielo coperto di nuvoleora i monti e iloro contorcimentiora le coste interrotte dai rapidi ghiaieti.

Cosíoziando e tratto tratto movendo i remi colla noncuranza d'un pesceche scuote le pinnevenne senza accorgersene quasi a contattod'un'altra barcaguidata da un vecchio rematoreche a' giorni suoinon aveva mai tratto a riva un carico tanto irrequieto.

Eranodieci sartinevenute da Milano a far festa sul lagopigiate suiloro sedili di legnocon abiti quali li sa fare chi veste síbene le altrele une biondele altre brunequalcuna nébionda né brunatutte con occhi ladridelicatie scosse inquella vecchia barcaccia dagli urtiche dava la vivacitàloscherzo e la paura.

-Legna verde! - disse il vecchietto al dottoreaccennando a quelcomplotto vivaceche faceva un cicalío da cento passere soprauna pianta; e il dottore fu sorpreso dalla varietà degliscialletti rossi e azzurridalle piume confitte in gusci di noceocappellinilegati sopra una piramide di capellicomealla lorvoltale fanciulle destate dallo scherzo del barcaiuolosi fecero acontemplare la bella gondoletta e il bel pedagogo che andavadicevanoa pesca d'anguillenon risparmiando le pueriliesclamazioniné le risa sempliciche scoppiavano a lorodispetto dai fazzolettini bianchi e profumati. - Marcosebbeneavesse l'animo penosamente occupatopure fu in procinto di seguirela bella comitiva fino alla villa Plinianadov'erano dirette:passare un'ora fra quelle passerellespiegar loro l'iscrizionelatina che vi è coi soliti commenti che un giovane di spiritosa cavare da una pagina di bel latinosarebbe stata senza dubbio laconsolazione di tutti i suoi mali. Qualcuna aveva sul viso unaespressione profondamente erudita e avrebbe saputo cavar nuovicommenti dalla lezionesupponiamocarezzare la barba del bravopedagogo pescatore d'anguille; ma il braccioseguendo l'impulso d'unpensiero piú profondo girò a poco a poco il remo espinse la gondoletta piú in là verso la riva di Molinadove già apparivano poche case e piú in sua mezzo ilmontetre paesetti con ville eleganti e tra le pieghe del monteombre e verdi cupi e su su le nude rotonde delle cime e sopra tuttoil panorama una tinta di sole acquaiuolo. Che malinconia! Che vogliadi piangere!

Mail fantasticare era inutile dal momento che la barcatoccata rivanon poteva andare piú oltre (egli avrebbe cosí vagolatoper sempre)onde sbarcòchiese al primo uomoche gli venneincontrodel signor Ingleseedietro le indicazionivennefrettolosamente a un'osteria modestama di bell'apparenza.

Intesecomesecondo il solito di tutti i dímilord fosse andato alvicino Orrido di Molinadove passava qualche ora a dipingereesenza perder tempo il dottorino prese la strada dell'Orridoche benconoscevaannoiato di questi indugi che prolungavano il suomartirio. Sassosa era la strada ed essendosi messo un ventostraordinarioei camminava con penapresso a poco come chi sogna dicorrere e che sente le gambe intralciate.

Ilcielo facevasi sempre piú spesso di nuvole e andavaoffuscandosi specialmente per un cumulo gigantescoche montavadietro il montagnone - la cuffia del Bisbino; la punta di Torriggiaappannavasi sotto un velo di nebbia e le case al di làfracui il Ritiro sfumavano come vecchie pitture sopra un muroumidiccio; stormivano gli alberisi turbavano i ciuffi d'erba chespuntano dai crepaccie volavano folate di polvereonde il dottoresi fermò a considerare come cosa non mai vedutala superficiedel lago senza riflessi e qua e là qualche barca pescherecciache guadagnava la rivale ondeche venivano attorcigliate comecannoncini e che finivano a squagliarsi fra i ciottoli in spumebianchiccie e morbide come la panna.

Qualcheuccellaccio del mal augurio strapiombava da una catena all'altra deimontisopra le ali lunghe e immobilie nell'aria tutta sentivasi untempo diavolone. Per conto suo il dottore non era malcontento che lanatura prendesse il colore de' suoi pensieri e stette fermo acontemplarlafinché le prime goccie non lo scossero.

Ilconte vestito di un abito di flanella bigiasuccinto e stretto allavita da una cintura di cuoiocon un berretto alla staffiera orlatodi nastro scozzesevenivacon una cassettina sotto il braccioallavolta del dottorino chetiratosi sotto il montepareva unmasnadiere in attesa.

-Signor conte - disse.

-Chi mi chiama? -

-Sua Eccellenza il barone Adriano Siloe mi manda; eccole un suobiglietto.

-Che? Sua Eccellenza ha scoperto...

-Ha saputo che don Giulio è da quindici giorni sul luogo.

-Da chi lo ha saputo?

-Io glielo dissi. Non si ricordacontedi avermi incontrato questanotte?

-Ella è il dottore? È questo l'avviso d'un'ultimadisgrazia? Dica schiettovi sono da lungo tempo preparato. - Cosídisse il contema contro sua voglia impallidí.

-Ho bisogno di parlarle a lungoné qui mi pare luogoopportuno.



Comesi vede il dottore pigliava tempo a rispondere e il conteconfusamente commossocorrendo col pensiero a indovinarebalbettando rotti monosillabiprecedette il compagno verso l'osteriae sentiva dentro di sé chese la fanciulla era mortaeternasarebbe stata per lui la disperazione d'averla uccisa.

Cosínel primo momentoma poi riebbe il sopravento quell'orgogliosocinismoche da qualche tempo si era fatto in lui un'abitudinemoltopiú che agli uomini in genere spiace sempre mostrarsi adaltrui vinti dalla propria coscienza; talché la disperazionedell'animoche stava per rompere in furoresi sciolse in un amarosogghigno e in un tentennamento del capo e in un levar di spallebeffardocome chi dicesse: - Tutto è finito.

Entrarononell'osteriadov'erano raccolti alcuni barcaiuoli e pescatori equasi milord temesse che quella buona gente leggesse nel suo volto ilgran delittosi fece a ciarlare con loroguastando l'italiano dabravo inglesee cercò del fuoco alla pipa di Anselmol'ostee comandò del vinetto bianco per sé e per il dottore.Costui andava considerandolo con meravigliama piú occupatodi séseguí il conte su per una scaletta fino a uncameronedisposto a studio di pitturacon un cavalletto e sopra unquadro copertopresso la finestrauna tavola piena di manoscrittidi giornalidi musica e uno sparpagliamento di disegnidi schizzi edi stampe su per le pareti e per il pavimento. La bella Luisina entròcon un fiasco di una vernaccia favorita da milorde bisogna dire cheil conte si fosse dato a tristi abitudini a giudicaredall'esagerazione del fiasco. Infatti don Giulio non esitò atracannare d'un fiato il suo bicchiere ecome se ad un trattouscisse in una sfidagridò: - Lo dica dunqueè morta.

-No.

-È moribonda? Sia spiccio.

-No. Donna Severina è guarita.

-La pazza?

-Non è piú pazza.

-Lo sono io? beva dottore e parlerà piú chiaro.

-Benissimo! - gridò alla sua volta il dottorinoriempiendo ilbicchiere.

-Beviamoperché il racconto è allegro e bello.

Ilconte non bevve piú durante il racconto del dottoreche sifece a narrare con tranquillità tutta la storia di Severinadal giorno che egli l'aveva conosciuta e l'invito ricevuto dal baronee l'incontro colla fanciulla e i nuovi inganniin cui era caduta e ibaci e gli abbracci che eglisenza suo meritoaveva toccati e lacrisi del male risolta e la sicura guarigione. Tacque affatto del suoamore e fece bene; però per acquistar lena e per rischiararele ideeil buon dottorinoche pareva il piú allegro uomo delmondoempí non so quante voltedopo la primail suobicchierenon per deliberato proposito di ubbriacarsimasbadatamente.

Quandodon Giulio intese com'egli fosse aspettatoil suo volto s'infiammòper un precipitoso afflusso del sanguetentennò la testa pertirarla al giusto apprendimento di quella notizia e balbettò:

-È vero?

-To'! - gridò ridendo pazzamente il dottorino - ch'io siavenuto a contar fandonie? - e picchiava troppo forte il bicchieresulla tavola.

-Severina? - esclamò il conte balzando in piedi e fregandosi lafronte e gli occhi. - Ma non è un sogno questo? mi sveglidottorese questo è un sogno.

Ildottorino ghignava allegramente.

Ilconte pareva fuor di sé e girava per la cameraridendoesclamandoscarmigliandosi i capellifrugandosi nelle taschecomeuomo che cerchi qualche cosa e che non sappia ove riesca.

Iltempo frattanto si era fatto buio e le vetriate tremavano per i fortibuffiche venivano dal bacino di Argegno; una pioggia a sbalzipicchiava rabbiosamente sui vetri e lampi rapidissimi si disegnavanofacendo aureola fiammeggiante al montagnone di contro e taloranicchiando come la pupilla d'un selvaggio incatenato.

Ildottorino stentò a levarsi dalla sedia e non senza faticavenne fino alla finestrada cui grondavano rigagnoli lunghi egiallognoli e serpeggianticome vermiciattolifino a mezzo dellastanza. Appoggiò la fronteche bruciavaal vetro gelido eforse per effetto di quella vernacciabevuta in mal puntodopo unlungo digiuno e un viaggio malauguratovide sul piano plumbeo dellago sorgere boschetti e cespi e un villino e macchie di fiorifra iquali movevasi un bianco cappello di paglia.

Peròil contegià troppo egoista per naturanon si avvide nédei fuminé dei barcollamentida cui era preso il dottore.

-Bisogna partir subito.

-Subito - rispose il dottore.

-Non permetto che ella mi segua con questo tempo

-Si figuri - rispondeva l'altrotanto per rispondere.

Manessuno di que' barcaiuoli volle prendere il remo e sfidare il temponeppure per qualunque offertasegno che della vita quei filosofiavevano un concetto piú largo d'una moneta d'oro. Il contecominciò a bestemmiare fra i denti e domandò aldottorese sentivasi cuore d'accompagnarlo.

-Anzi è il dover mio - rispose il dottoretanto perrispondere.

Maquesta volta milord aveva fatto i conti senza l'ostinala bellaLuisinacheall'intendere quella disperata risoluzionefu percader morta o poco menodallo spavento; venne innanzi albell'inglesinoe alzò la voce e le bracciae lo cinse alcollo e lo bagnò di lagrimechiamandolo con tali nomipietosiche tradivano in lei quella cara amiciziache va perdendosinel mondo.

Spiacquea don Giulio questo contrattemposebbene non gli riuscisserotutt'affatto nuove queste cerimonie della bella ostinaonde conviolenza aspra e ferina si sciolse da leiche cadde davveroginocchioni al suolo; il conte urtò nel gomito il dottore equasi lo sospinse fino alla gondolettamaledicendo a mezza voce leostinechequando amanoamano davvero.

-È giusto che mi ricordi di tema domani... Prestodottoreapoppa. Il tempo è molto bruttoma ella conosceràmeglio di me questi venti...

Ildottore obbediva. Arrancarono i remie aiutati da pochi pescatoriaccorsipresero il largoma l'onda li risospinse ancora a rivafinché accordatisi colla vocesi curvarono entrambi suiquattro remi gagliardamentepiú con rabbia che con arteciascunoper ragioni sue particolari e alla sua manieraorgogliosodi sfidare la morte. La gondoletta prese l'aire come vollero ipadroniequando fu a cento colpi di remo dalla spondacominciòa galoppareprecisamente come un poledro balzano e il conte andavagridando con voce chiara ed eroica: - Attento! l'onda è qui:su! - e la gondola montava in groppa a un'ondache veniva perschiacciarla; il vento si portò i cappelli dei remigantilapioggia fitta li batteva ostinatamente nel viso e negli occhi.

Siera già al tramontoche in quel dí aveva precipitatala corsa e al giungere della sera meschiavansinon saprei direquali nuovi venti alla battagliacosicché l'onde squallide sigonfiavano e si sbattevano affannosamente le une contro le altredestando rombi e gemiti misteriosi. La gondola una volta diédi cozzo nella curva di un'onda e da tutte per un terzo giròsopra un fiancoschiaffeggiata le parti da fiottiche sormontaronoe che cercarono tirarla giú coi loro uncini di spumama i duerematori con un grido se l'inteseroe con un po' di tabusso e discialacquo si drizzarono. Toccavano già il mezzo del bacinosudatigrondanti d'acquacoi capelli strabuffatiarsi in voltocoi denti strettie mandavano ad ogni colpo una specie di ruggitoche alla sua maniera sfidava le furie delle acque e dei venti.

-Severina merita questo viaggion'è verodottore?

Cosídomandò il conte in un istante di tregua e seguitò: -Da bravopunti a destra. Io vedo già nelle tenebre il mioparadiso...

Ildottorino man mano che entrava nell'animo del contescopriva comel'orgoglio e l'egoismo ispirassero tutte le sue passioni come quelriaccendersi dell'amore avesse in se piú del furore che dellacompassione e infatti don Giulio sentivasi spinto verso Severina dauna disperazionecheradunata per tanto tempo fra le straneavventureassopita qualche volta ma non spenta maiaveva minacciatorompere in follia. Questa disperazionequando riprese nome di amorepiú che amore si poteva chiamare bufera voluttuosa cheeccitava gli spiriti fieri del patrizio e l'avidità ciecadell’uomo. Ecco perché il contesenza accorgerseneriusciva crudele contro il dottore. Questi aveva già l'esca alcuore; la vernaccia gli dava le vertiginil'ondeggiamento dellagondola gli metteva in corpo la nauseala pioggia e il vento gelatodestando in lui i brividi della febbrecongiuravano contro la suaragione e contro i propositi gravi che aveva promesso di mantenere:passavano degli intervalli fra queste tenebrenei quali il dottoresmarriva del tutto la coscienza di sé ecome se la testaabitasse in qualche pianeta lontanoragionava síma noncolle idee di tutti i díesagerandolemescolandoleaddormentandosi talora in una dolorosa estasiche non era altro senon smemoramento. Perciò alle parole del conte sentíribollire i vecchi spiriti domati fin quieperduto il sentimentodel giusto e dell’utile da ubriacoinfuriò contro l'uomoche l'oltraggiava contro la sorte che l'aveva stretto fra le assed'una gondolae si sarebbe volentieri rovesciato nei fluttinon pervolontà di morirema per scatenarsi contro un nemicoqualunque.

Fuin questo rapido delirio ch'egli dié quattro o cinque colpi diremo a contrattempoin risposta all'offesa del conteil quale nonimmaginando quello scherzo e colto all'improvvisofu imbarazzato nelremeggiotalché un'onda subdolache incalzavaurtòla navicella di traversola spinse e la portò con una lamad'acquaper buon trattoall'indietro contro un'altrache piombòsopra la prua dov'era il conte: questiche sentí cederel'assitotentennòsi protese col corpo piú che potésopra il remo sinistroerinversandosi energicamente sullecalcagnatrasse la gondola da un pericoloso avallamentosebbenefosse già stortata sul fianco e assediata da nodose spire. Unlampo rossignoche balenòilluminò il valorosolottatorebello nel suo abito bigioe coi capelli ricciutichecolle scosse cavalline del capotoglieva dagli occhi; anche ildottorino lo vide e gli parve sublime.

-Conte - gridò - pare che l'inferno sia ben vicino al vostroparadiso.

-Avantiil vento è gagliardoma per Severina scenderei anchenegli abissi.

-Povero Orfeo! ahi! mi si è spezzato un remo.

-Maledetto! - urlò il conteche sentí un sinistroscricchiolio e un nuovo urto alla gondola.

-Che è questoche è questo? - ripeté.

Unaspaventosa idea venne in mente al contea cui il contegno deldottore cominciava a parer ben stravagante.

-Conte - seguitò il dottorino con voce sguaiata - fermiamocialla prima osteria? Luisina ci porterà della vernaccia.

Questecelieche scaturivano quasi dal buiofra pericoli di mortesuonarono male all'orecchio del conteche cominciò a dubitared'un inganno.

Ilracconto udito poco prima gli parve a un tratto inverosimilee corsecol pensiero al barone; pensò che Severina fosse veramentemorta e che questa fosse una trappola e una vendetta. Vendetta dichi? non d'altri che di quest'uomo venuto a sfidarlo síbizzarramente fra la tempestacorrendo egli stesso pericolo dimorte. Non aveva detto il dottore di baci e di abbracci ricevutisenza meritarli? non aveva vegliato molte notti al letto di Severina?ch'ei l'amasse? non aveva costui contemplato a suo agio tantabellezza? ah certi suoi sorrisi maliardi! senza dubbio il dottore eraun rivale disperato.

Questeidee si accumularono nella testa del conte nel tempo che brilla unlampoe la gelosia feroce e la vergogna dell'ontae la paura dellamorte e dell'ignoto destino piombaronocome tanti nembinell'animae gli oscurarono la vista.

Ildottore taceva; era forse scomparso? il conte lavorava di braccialapupilla fissa innanzi a scrutare il pericolol'orecchio attento aipiú deboli fiati di ventopresentendo quasi coi nervi ilvenire di un'ondafiutando nell'aria la via giustaduroostinatopronto a contendere quella spanna di assito alle furie e all'iradegli uomini.

PoveroMarco! era ubbriaco e se ne accorse egli stesso allo scombuiamentoche nacque nel suo cervelloa certi vacillamenti delle gambeallaspossatezza degli spiriti tuttial tremolío della vista; lesue parole gli risonavano ancora nelle orecchie fastidiosamentecomeavviene a chi si accorge d'aver detto uno sproposito e che avvilito evergognoso non ha scuse pronte. Quel che avesse detto non sapevaraccapezzaree di questo solo aveva un barlumed'essere cioèun miserabile senza lealtàsenza coraggioche aveva assalitoun nemico incapace di difendersi. - Perché era dunque venutoin traccia del conte? perché aveva ingannato il barone? qualelotta orribile e grottesca si era preparatadopo tante prove? -Aspettava seduto sulla punta della barca che il conteabbandonati iremisi slanciasse contro di lui a chiedergli parole piúchiarea scongiurargli il suo amore per Severina e Dio sa latragedia che la gelosia e l’ubbriachezza avrebbero potutorappresentare su quella scena di fluttinel disordine della bufera.

Sisarebbero afferrati pel corpo? avrebbero lavorato di ugne e di morsifinché nel nome di Severina non fossero entrambi precipitati afinir la lotta nel fondo?

Ilconteche nell'affanno del remare non aveva fiato per una parolaapoco a pocoripigliato l'andamento dell’ondacominciò acercare del dottoreche rannicchiato a poppanon dava segno divita.

-Dottore! - chiamò; e sospettò ch'ei fossenelloscompiglio della tempestacaduto nel lago; ma un singhiozzo lo fecetrasalireal quale seguí un altro e finalmente un piantolamentosocome di bimbo istizzitocon parole mozzicatedelle qualiil conte non intese se non: - Scusisono ubbriaco.

Ildottorino infatti aveva sentita tanta compassione di séchepiangeva per non saper far di meglioné desiderava altro chedi poter svanire come un buffo di fumo. Il conte piú attonitoche irritato si ricordò della vernaccia tracannataingordamente dal dottorino all'osteriaepensando che nella fogadel remare gli fosse andata al capocompatí quello scioccoubbriaconeche pieno di vino osava sfidare tant'acqua.

-Si sente maledottore? si consoli che il vento cala e che siamosotto costa. Non si muovaperché Bacco e Nettuno non sel'intendono troppo bene. Ne faremo un quadrettodottorinoper imorti miracolosi di Torno. - Il conte rideva.

Questecelie giungevano al dottore come il suono d'un lontano fruscio difoglieperché il suo cranio era girato e raggirato fra certianelliche si dilatavano e si stringevano a vicendarapidamentesíche talora gli sembrava di scender basso basso fino a toccare fondo edi balzarne su elasticamente come un sugherofino al pelodell'acqua. Il conte ridevama alla vista di lanterne a ventochemovevansi innanzi a un casino e al mormorio di voci non troppolontaneil cuore tornò a picchiar fortecome al tempo deipiú ingenui amori; guidò la gondoletta a una notascoglieraove soleva sbarcare nelle altre sue visite notturnee fusolo all'urto della punta contro i sassi che il dottor si svegliòdi soprasaltogirò gli occhirammentòcompresedov'erasi mosse quasi per istintoe caddepiú che nonsaltassedalla gondola all'asciutto. Il conte gli diede manoperchénon tuffassema vedendo che il malanno era pocoe che il dottoretornato in sé dopo un sonnellino di cinque minutibalbettavascuse stracchelo affidò alle cure della Provvidenza e presela corsa verso il Ritiro. Il dottorino restò immobilealcun tempo cogli occhi fissi al suolo e sorrise mestamente di séstesso; lasciata la gondola ben assicurata colla catena a un macignomontò fino all'orlo della strada e chiamò il conte; mail conte non c'era piú.

Cercòqua e làcome meglio poteva nell'oscurità cupa diquella stradama si trovò solotroppo solo. Stette pensandoal cammino che doveva prenderese verso il paese o verso il Ritiroe sentí proprio come due forze egualmente tenaci che lotiravano dalle due parti.

DonGiulio venne di corsa fino al Ritiroche distava cento passidallo sbarcoe i serviavvisati del suo arrivogli furono incontroe lo riconobbero.

-Mi attende? - disse con ansietà.

-Da due ore e colla piú grande inquietudine - rispose ilvecchio napoletano.

-Dov'è?

-Di qui; a destra per la scala.

Ilconte precedeva il servoche non correva abbastanza; agli ultimigradini gli mancò il respiroe calmò il battimento delcuore premendovi ambo le mani. - Come il dottore aveva consigliatosi era tenuto discorso a Severina del prossimo arrivo di don Giulioche si fingeva chiamato da Milano: ma al giungere di quel tempaccionacque in tutti la paura che il dottore e il conte fossero statisorpresi per via. Il barone passeggiò per il tratto di duemiglia nella camera di Severinachetendendo l'orecchio ad ognisoffio d'aria andava dicendo: - È qui?..

Ilbaroneche correva col pensiero a imaginare qualche nuova disgraziafatto piú lividopiú cupo stringeva le mani tanto datagliarsi coll'unghie. Quando intese un suono di passi nel giardino ericonobbe la voce del conteun grido che gli muggiva sordamente nelpetto venne fino alla strozzama la superbialo sdegno di padre edi patrizio ve lo soffocò. Quale vergogna! sarebbe stato ungrido di gioia. La vecchia zia entròsbattendo furiosamentele porticine eagitando le braccia sopra la testadisse piúche non parlasse. Severina balzò a sedere sul lettospingendoinnanzi il capospalancando i grandi occhi spiritaticolle chiomeche si sparpagliavanoper immensa trepidazione. La contessa chel'aveva assistita in que' giornicommossacadde mutasospesaaccesa in volto a piè del letto; il barone si rintanònel vano d'una finestrae dueforse tre minuti secondi passaronosilenziosamente e parvero lunghi come quei dell'agoniafinchésuonò un passo nel corridoio. La fanciullaridendo scosse latestadilatò le pupilleportò le mani ai capellieguizzandosarebbe balzata dalle coltrise prima non si fosseprecipitato verso di lei un uomo.

Ungrido acutissimo s'udíche non pareva umanoe sparíla pazzia. Chi non avrebbe pianto?

Adrianoposò la testa allo spigolo della finestra e guatòsdegnosamente l'ombra della notte; nessuno si accorse delle suelagrime. Severinadopo molte risa convulse e selvaggieruppe inlagrime e posò la testa sul guancialecome persona stanca.Don Giulio piegò un ginocchio epresa una mano di leivipose le labbra e chiesetremando ed esaltatoil conforto di unabenedizioneche ottenne di poi.


Marcoche veniva gesticolando verso il Ritiroassorto in penoseinvestigazionidelle quali non conosceva bene egli stesso laragioneintese quel grido acutissimoin cui pareva trasfusa tuttaun'anima umanal'amorela gioiae la pazzia. Si arrestò dibottoe quasi si svegliasse da un sognosi orizzontòritrovò sé stessocapí che la bella storia erafinitasorrise in atto di chi si rassegnie mosse gli ultimi passiverso il cancello del Ritiro. Lo trovò chiusoperchéi servioccupati altrovenon si sognavano punto di lui; sforzòcolle mani le sbarre e le sentí rigidedureresistenti e nelloro tintinnio alquanto canzonatorie; alzò gli occhi allefinestre e vide un muoversi di lumi e un disegnarsi di ombre su perle ampie cortine; tutto era silenzio là dentroma era facileimmaginare perché ciascuno tacesse. Immaginò alla suamaniera quella scena di aspettazionedi piantodi slanciindomabilidi frenesie voluttuosesebbene mestee non seppetrattenersi dal dare una scossa a quell'inferriata.

Piovigginavaancoraesebbene nessuno avesse voluto di proposito escluderlotuttavia parve al dottore che il conte o altri si fosse vendicatodell'audacia d'un povero dottorinoche aveva fermati gli occhi e ildesiderio sopra una baronessa. - Era la prima volta ch'egli siaccorgeva che la figlia d'un barone è una baronessa.

Piovigginavaed eglicome un pezzentenon sapeva staccarsi da quella illustreportae andava cercando nell'ombra l'immagine dilettaper la qualetanto soffriva; ah poveretto! aveva fatto a fidanza sulla virtùrazionale del suo ingegno e sulla fierezza stoica del suo caratterespregiando in malo modo le esigenze del cuore. Il cuore avevasofferto e taciuto fin líma ora punto dall'ira e dallagelosiasorse a spaventosa ribellione; l'amore per la bellabaronessa dagli occhi mollidalle membra delicateche egli avevacontemplata bellissima nel sonnopiú bella nel sorriderequasi ammaliatrice nell'abbracciare nella follia e nell’abbracciareun amico- quest'amore compressotrascuratoreietto tornòcon tutte le lusinghe delle memoriecon tutta la poesia delleimaginicon tutte l'armi di chidesiderando vuol contrastare adaltrui un benee infuriò sotto la pioggiail ventoilfreddo...

-Ah l'indegno! - disse con un rantolío alla golapuntando latesta al cancello. - Ah l'indegno! - urlò lanciandosi a corsaper quella strada buiae piena di fangoscendendo alla ventura peri sassi della rivafinché tornò alla gondolettalasciolsevi entrò e colla punta del piede la spinse in làfra le ondenon per voglia di morirema perché in tantoscompiglio della ragione e del sentimento gli pareva quella una viabuona ed unica.

Visi distese come un morto nel catalettoposò la facciastretta fra le palmesull'assito e poichéfra il rumoredell'onda e dei ventiil suo pianto non sarebbe giunto a orecchioumanoe le sue imprecazioni non a Diogemette e imprecò adalta voce contro séil contegli uomini tutti meno Severinache si figurava invece di sorprendere in quel vano tenebroso nellanottefra l'accendersi dei lampie il rigoglio dei flutti.

Gliultimi fumi della vernaccia davano alle imagini della fantasia e allecose vere contorni nebulosiin modo da confonderle tutte quante inun via-vai da labirinto in quadri placidi dissolventisi ad ognitratto per trasformarsi. Poiché Severina era perduta persempreaccese l'immaginazione a determinare il valore del beneperdutoriproducendola in tutta la sua bellezza co' suoi capelliondeggiantiche tentava toccarecon quei tremiti di labbracheaveva tante volte sorpresoa cui credeva accostarsi e ne prelibavaquasi la dolcezza... finché un urto piú forte allabarca gli ricordò dove fosse. La bufera stava per finiree nefu il segnale un fulmine che si scaricò al di sopra di Nesso:Marco balzò a sedere e vide corruscarsi tutto il lago inrapide scintille d'oroe ripiombare poi piú tetre e spesse letenebre.

Doveandava? la tempesta non era sdegnosa abbastanza per travolgerlo;l'ubbriachezza cessavae sentivasi trascinato dal sonno. Parveridicolo a sé stesso e se ne adirò. Non voleva essereeroenon voleva morire. Giudicava il morire azione da vilee forseaveva paura. Pensò che il genio buffoil quale sorveglia ogniuomo seriogli mormorasse: “Lí sotto non troveraiSeverina e domani ti pescheranno come un luccio” Il dottorinoera lombardoe sentiva tornare a poco a poco quell'antichissimo buonsensoche vola da queste parti e che proibisce a molti buoni didiventare eroi inutili.

Cominciòad arrabbiarsie finí col ridere- era l’ultimaconclusione - e rider forte di questo povero dottorinocullato dalleonde come Mosèe che molle d'acqua e di vino avrebbe volutocombattere una battaglia contro una rovina di sassi e afferrare lesaette per mettersele in saccoccia. Gli parve udire la voce grossa diCelestinoche ridevaonde brancicò per cercare i remi; maquei del conte erano rimasti sulla riva e i suoi come trovarli? Giròdunque gli occhi oziosamente all'intornoe li fissò alla rivanon troppo lontanadove campeggiava l'ombra del campanile del suopaese e vide errare dei lumie lo ferirono voci indistintechevenivano di là. Ma a un tratto trasalí per una voce nontanto discostache gridava: - Tonio! Tonio! - e piú lospaventò un tabusso come d’uomo che annaspi nell'acqua;guardò e vide a tre passi un cencio nero che si voltavanell'acqua e piú in là il lume d'una barca mentre lamedesima voce ripeteva: - Tonio! - Si curvò sulla sponda dellagondola e scrutò fra le tenebre; gli ultimi abbarbagli dellampo non erano troppo accesi per rischiarare la scenama un rantolod’uomo che si anneghigli manifestò troppo chiaramenteche Tonio non poteva rispondere. Non era tempo di vani pensieri:trasse le scarpee la giubbae si rovesciò sopra un fiancodella gondolache si capovolse.

Nuotòverso il corpocoperto tratto tratto dall'onda non ancoratranquilla; la spuma dei fiotti gli entrava negli occhima guidatoda un buon istintovenne sotto al corpolo sollevò con unamanolo trasse per un lungo spazio alla cieca finchéscrollando il capopoté orientarsi sulla giusta direzione. Labarca gli era sfuggita e pensò meglio fatto dirigersi allariva. Lottava con un braccio contro le resistenze dell'acquachefaceva gorgo intorno la sua testa non furiosamentema colla tremendamorbidezza di cuscini che si ammucchiano. Dietro di lui risuonòun tuffo di remie la medesima voce di prima: - Di quadi qua!

Latesta di Tonio ballonzava pesa sulla sua spalla e tratto tratto ilcadavere tirava in giù il vivo; dico cadavere sebbene Tonioviva ancora a contarlama allora perduti i sensipieno d’acquacome una botterigido e stecchito pareva che avesse giurato ditrascinare il dottorino alla casa dei pesci.

Andòancora un poco come a Dio piacquefinché sentísferzarsi il viso da una scuriadache lo acciecò e per poconon gli sfuggí di mano la preda; l'afferrò con aviditàrituffandosi piú d'una spannae ritornò a gallaansantesbuffantee alquanto disgustato di quell'acqua che non eravernaccia. E già la destra sentiva i pizzichi del granchioegli abiti molli e saturi pesavano come cappe di piombo e glisovrastava minacciosa la noiosa legge che tira i pesi al centroquando una nuova frustata attraverso il collo gli fe' gettare ungrido di dolore; sentí serrarsi fra le orbite di un serpentecioè di una cordache gli lanciavano per la seconda voltadalla barca cheavendo a lottar colle tenebrecol vento e coll'ondanon osava avanzarsi troppo per paura di schiacciare i naufraghi.

-L'ha abboccata: forzaragazzi. - Cosí predicava la medesimavocee il dottorinoche aveva abbrancata la funesi sentí aun tratto tirato in rimorchio; l'acqua tagliata dalla barca veniva agorgogliare all'orecchio di Marcoche per quel fregamento provava intutti i nervi un voluttuoso solletico. Era tempo. Lo trassero a rivain tale stato che Tonio poteva sfidarlo alla corsa. Mentre loportavano in un casolare vicino rinvenne alquantoe parlava ancorad'una miriade di lumivisti in quella dormivegliadi voci cheschiamazzavanocome se i lanzichenecchi fossero alla canonicae diun amalgama di ciclo e di acqua che lo chiuse in una notte profonda.

Ilfatto si può contar presto. Toniouno dei pescatori di quelpaeses'era indugiato sul lagopigliando a gabbo certi fischichegli avevano zufolato: - Va' via! - onde fu colto dalla tempestaproprio nel momento che non avrebbe voluto esservi. Le sue donne acasa chiamavano già tutti i santi per nomee i suoi amiciche l'avevano veduto un'ora prima presso Tornoavevano sfidatocoraggiosamente il pericolo per venirgli incontro. Oggi a medomania te - dice la povera gentee per fare una buon'azione non pensanomai a formare un comitato: perciò in dieci minuti furono nellepeste in cerca di Tonio; ma questiche da mezz'ora nuotava incattive acquecolla barca crepa e il timone rottoaveva credutomigliore buttarsi a nuotoed eradopo un'altra mezz'ora di lottabestialeai rantoli; quando gli furono addosso il dottorinoe inseguito gli amici.

Allorchériconobbero il sor dottorino nel miracoloso salvatore di Toniotuttoil paese fu in rumorecome se si avesse detto l'imperatore; la vocesi sparse per tutte le case e prima di mattina lo sapeva ilsagrestano del duomo di Comoche la contava ai pretie via via finoall'imperial regio commissario. Ai nostri giorni l'avrebbero fattocavalierema a quei tempi avari si contentarono di parlarnecoll'istesso calore che d'un omicidio e dello scandalo d'una bellasignora.

Tonioguarí e dei due non saprei dire quale salvasse l'altroperchéquando Marco aperse gli occhidopo una notte difebbre in casa suasentí una dolce consolazione e un granpiacere di essere al mondoonde sono per credere che l'uomosoltantoil quale abbia l'idea della sua dignitàèveramente vivo e incomincia a morire il dí che diventainutile. Al suo fianco sedeva Celestinoche lo risvegliò deltutto dicendogli: - Raccontami qualche cosa del regno delle sirene; èvero che finiscono in coda di pesce?..che peccato! - Celestino glisomministrò un cordiale di risa sí sgangherate dariscuotere una mummia. La febbre durò tre giornima Celestinoassicurò che era tanta salute e non volle che si levasse daletto; dopo il quinto dípoiché l'infermo aveva avutogiudizioil dottore permise un bicchiere di contravelenocioèdi quel vino che strappava le lagrime di riconoscenza verso la DivinaProvvidenzache dopo aver creato l'uomolo vuole allegro. Sul fardella sera si bussò all'uscio.

-Chi è? - domandò Celestino.

-Sono io - rispose una voce.

-Chi è l'io?

-Sono il morto.

EntròTonioun po' pallidoma in gambe e lo seguiva la donna con un bimboal colloe ultima veniva la vecchia madre appoggiata alle spalle diuna bambinache di pulito aveva soltanto gli occhi. Tonio teneva perla coda un grosso lucciouno di quelli che l’avevano aspettatoa cena quella brutta notte.

-Che diavolo! - gridò Celestino. - Non è la festa dellerogazioni.

-Scusisor dottorino... La Ghita ha voluto venire per ringraziarlodell'incomodoche si è preso per me l'altra sera.

-Dov'è? è qui? - domandò la vecchia madrecheera cieca

-È qui - le rispose la fanciulla.

-Ne ho benedetti molti e sono stati fortunati.

Marcostese la mano commosso a Tonioche gli offrí il pesce d'unalibbra e tre quartiassicurando che cotto nell'aceto doveva essereun cappone.

-Graziebuon amico - rispose il dottorino.

Celestinovoltò le spalle e andò a suonare il tamburo sui vetri:certe cose gli rimescolavano il sangue.

Lavecchierella venne fino al letto e posata una mano tremante sullatesta del giovane:

-Benedetto te - esclamò - benedetti i tuoi figli e la tuasposaquando l'avraiperché hai salvato un padre difamiglia.

-Sicuro - disse Tonio; - se non c'era leila era finita per questicome si dicono? Di' anche tu qualche cosaGhitaci vuol altro chepiangere...

Ancheil dottorino ebbe una benedizione ecome se tutta quella felicitàgli venisse da Severina. socchiuse gli occhi per rivolgere a lei unultimo pensieroche fu il piú venerabile e il piúdelizioso. L’amore diventava religione.

Questascena di pietà sarebbe durata a lungose Celestino non avesselevata la voce a sgridare Tonioperché aveva lasciato illetto troppo prestoa sgridare la vecchia perché uscita dicasa con tanti malanni in corpo e il bimbo perché aveva ilnaso sporco e la fanciulletta perché non si lavava la faccia.Se non si aiutava con questa sfuriataCelestino (non state aripeterlo) era un uomo da commettere uno spropositonon dicopiangerema commuoversi.

Venneil giorno che i due amici dovevano lasciarsi. Marco accompagnòCelestino per un buon tratto di viaeman mano che si andavainnanzile parole si facevano piú scarsefinchéstettero a guardarsi in facciatenendosi per manosorridendomanon allegramente. Celestino aveva lasciato spegnersi la pipa.

Marcogli aveva narrata la dolorosa istoria del suo amoree Celestino perassicurarsi che era veramente guarito gli disse: - Il baroneSeverina e l'altro sono partiti ieri sera.

-Buon viaggio - rispose il dottorema la voce gli si affievolí.

-Troverai nel tuo scrittoio una lettera di Sua Eccellenzache horicevuto ierima che tenni nascosta per riguardo alla tuaconvalescenza. A proposito di lettere eccotene un'altra che mi hascritto un uomo bizzarro pochi giorni or sonoe fa di leggerlamentre ritorni a casaperché la strada è deserta epotrai riderne a crepapelle.

Celestinodiede la letteraaccese la pipatoccò vezzeggiando ilganascino all'amico e gli disse: - Stammi benemio bel filosofoeguardati dai colpi di sole. - Poi se ne andò fischiando.

Ildottorino ritornò verso casa eaperta la lettera rise dicuore nel riconoscere la propria scrittura e nel rileggere questerighe:


“Illustrissimosignor Conte


“Nonsi meravigli se uno sconosciuto si rivolge a Lei coll' autoritàd'un superiore....



Laletterarespinta da Ginevra per difetto di indicazionedopo lungogiroera venuta nelle mani di Celestinoal quale era diretta.

Lalettera del barone diceva semplicemente: “Il vostro Diomeriterebbe d'esistere”e chiudeva due biglietti da lire mille.

-M'hanno pagato! - borbottò il dottorino e fu per stracciarequei preziosi cenci di cartama pensò che venivano daSeverina e che molte spose del suo paese non avevano un soldo didote.

Passaronomolti anni da quel giorno; la baronessa divenne contessa e dispero diritrovarla fra i vivi; il conte ingrassò ed era nel suo pienodirittoil barone si chiuse in bibliotecache fu la sua primatombal'epicureo Celestinomorto di colerafu sepoltocomedesideratocolla sua pipa.

Labenedizione fruttò al dottorino di campar lunghi anni sano erubizzoesebben vecchiovive ancora contento di vivere. A chi glidomanda il segreto di questa beatitudine mostra una ricetta inlatinotrovata fra le carte del suo povero amicola quale puòchiudere a guisa di moralequeste pagine non immortali. Recipevinum bonum et pippam longame io la consiglio alle animesensibili.