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Federicode Roberto



IVICERÉ






Parteprima


1


Giuseppedinanzi al portonetrastullava il suo bambinocullandolo sullebracciamostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell'arcola rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo doveai tempiantichii lanzi del principe appendevano le alabardequando s'udìe crebbe rapidamente il rumore d'una carrozza arrivante a tuttacarriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsiunlegnetto sul quale pareva fosse nevicatodalla tanta polveree ilcui cavallo era tutto spumante di sudoreentrò nella cortecon assordante fracasso. Dall'arco del secondo cortile affacciaronsiservi e famigli: Baldassarreil maestro di casaschiuse la vetratadella loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerraprecipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.

-"DonSalvatore?... Che c'è?... Che novità!..."

Maquegli fece col braccio un gesto disperato e salì le scale aquattro a quattro.

Giuseppecol bambino ancora in colloera rimasto intontitonon comprendendo;ma sua mogliela moglie di Baldassarrela lavandaiauna quantitàd'altri servi già circondavano la carrozzellasi segnavanoudendo il cocchiere narrareinterrottamente:

-"Laprincipessa... Morta d'un colpo... Stamattinamentre lavavo lacarrozza..."

-"Gesù!...Gesù!..."

-"Ordined'attaccare... il signor Marco che correva su e giù... ilVicario e i vicini... appena il tempo di far la via..."

-"Gesù!Gesù!... Ma come?... Se stava meglio? E il signor Marco?...Senza mandare avviso?"

-"Cheso io?... Io non ho visto niente; m'hanno chiamato... Iersera diceche stava bene..."

-"Esenza nessuno dei suoi figli!... In mano di estranei!... Malataeramalata; peròcosì a un tratto?"

Mauna vociatadall'alto dello scaloneinterruppe subitamente ilcicaleccio:

-"Pasquale!...Pasquale!..."

-"EhiBaldassarre?"

-"Uncavallo frescoin un salto!..."

-"Subitocorro..."

Intantoche cocchieri e famigli lavoravano a staccare il cavallo sudato eansimante e ad attaccarne un altrotutta la servitù s'eraraccolta nel cortilecommentava la notiziala comunicava agliscritturali dell'amministrazione che s'affacciavano dalle finestrelledel primo pianoo scendevano anch'essi giù addirittura.

-"Chedisgrazia!... Par di sognare!... Chi se l'aspettavacosì?..."

Especialmente le donne lamentavano:

-"Senzanessuno dei suoi figli!... Non aver tempo di chiamare i figli!..."

-"Ilportone?... Perché non chiudete il portone?"ingiunse Salemicon la penna ancora all'orecchio.

Mail portinaioche aveva finalmente affidato alla moglie il piccolinoe cominciava a capire qualcosaguardava in giro i compagni:

-"Hoda chiudere?... E don Baldassarre?"

-"Sst!...Sst!..."

-"Chec'è?"

Idiscorsi morirono ancora una voltae tutti s'impalarono cavandosi iberretti ed abbassando le pipeperché il principe in personatra Baldassarre e Salvatorescendeva le scale. Non aveva neppuremutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar piùpresto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come unfoglio di cartavolgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancoraprontiintanto che dava sottovoce ordini a Baldassarreil qualechinava il capo nudo e lucente ad ogni parola del padrone: -"Eccellenzasì! Eccellenza sì!"E il cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone saltònella carrozzacon Salvatore in serpe: Baldassarreafferrato allosportellostava sempre ad udire gli ordiniseguiva correndo illegnetto fin oltre il portone per acchiappare le ultimeraccomandazioni: -"Eccellenzasì! Eccellenza sì!"

-"Baldassarre!...Don Baldassarre!..."Tutti assediavano ora il maestro di casa; poichélasciata lacarrozza che scappava di corsaegli rientrava nel cortile: -"Baldassarreche è stato?... E ora che si fa?... Don Baldassarrechiudere?..."

Maegli aveva l'aria grave delle circostanze solennis'affrettava versole scaleliberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e un-"Vengo!..."spazientito.

Ilportone restava spalancato; tuttavia alcuni passantiscorto lostraordinario movimento nel cortiles'informavano col portinaiodell'accaduto; l'ebanistail fornaioil bettoliere e l'orologiaioche tenevano in affitto le botteghe di levantevenivano anch'essi adare una capatinaa sentir la notizia della gran disgraziaacommentare la repentina partenza del principe:

-"Epoi dicevano che il padrone non voleva bene alla madre!... ParevaCristo sceso dalla crocepovero figlio!..."

Ledonne pensavano alla signorina Lucreziaalla principessa nuora:sapevano nullao avevano loro nascosto la notizia?... E BaldassarreBaldassarre dove diamine aveva il capose non ordinava di chiudereogni cosa?... Don Gaspareil cocchiere maggioreverde in viso comeun agliosi stringeva nelle spalle:

-"Tuttoa rovescioqui dentro."

MaPasqualino Risoil secondo cocchieregli spiattellò chiaro etondo.

-"Nonavrete il disturbo di restarci un pezzo!"

El'altrodi rimando:

-"Tunoche hai fatto il ruffiano al tuo padrone!"

EPasqualinobotta e risposta:

-"Evoi che lo faceste al contino!..."

Tantoche Salemiil quale risaliva all'amministrazioneammonì:

-"Cheè questa vergogna?"

Madon Gasparea cui la certezza di perdere il posto toglieva il lumedegli occhicontinuava:

-"Qualevergogna?... Quella d'una casa dove madre e figli si soffrivano comeil fumo negli occhi?..."

Moltevoci finalmente ingiunsero:

-"Silenzioadesso!"

Peròquelli che s'eran messi troppo apertamente con la principessa avevanoil cuore piccino piccinosicuri di ricevere il benservito dalfiglio. Giuseppein quella confusionenon sapeva che fare: chiudereil portone per la morte della padrona era una cosain veritàche andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre nondava l'ordine? Senza l'ordine di don Baldassarre non si poteva farnulla. Del restoneppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile;e poiché il tempo passava senza che l'ordine venissequalcunocominciava ad accogliere un timore e una speranzanella corte: se lapadrona non fosse morta? -"Chiha detto che è morta?... Il cocchiere!... Ma non l'haveduta!... Può aver capito male!..."Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe nonsarebbe partito così a rotta di collose fosse mortaperchénon avrebbe avuto nulla da fare lassù... E il dubbiocominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci unmalintesola principessa era soltanto in agoniaquando finalmenteBaldassarre affacciossi dall'alto della loggia gridando:

-"Giuseppeil portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre dellastalla e delle scuderie... Dite che chiudano le botteghe. Chiudetetutto!"

-"Nonc'era fretta!"mormorò don Gaspare.

Ecomespinto da Giuseppeil portone girò finalmente suicardinii passanti cominciarono ad accrocchiarsi: -"Chiè morta?... La principessa?... Al Belvedere?..."Giuseppe si stringeva nelle spalleavendo perso del tutto la testa;ma domande e risposte s'incrociavano confusamente tra la folla: -"Erain campagna?... Ammalata da quasi un anno... Sola?... Senza nessunodei figli!..."I meglio informati spiegavano: -"Nonvoleva nessuno vicinofuorché l'amministratore... Non lipoteva soffrire..."Un vecchio dissescrollando il capo: -"Razzadi mattiquesti Francalanza!"

Ifamiglifrattantosbarravano le finestre delle scuderie e dellerimesse; il fornaioil bettolierel'ebanista e l'orologiaioaccostavano anch'essi i loro usci. Un altro crocchio di curiosiradunati dinanzi al portone di serviziorimasto ancora apertoguardavano dentro alla corte dove c'era un confuso andirivieni didomestici; mentre dall'alto della loggiacome un capitano dibastimentoBaldassarre impartiva ordini sopra ordini:

-"Pasqualinodalla signora marchesa e ai Benedettini… ma da' la notizia alsignor marchese e a Padre don Blascohai capito?... non alPriore!... A teFilippo: passa da donna Ferdinanda... DonnaVincenza? Dov'è donna Vincenza?... Prendete lo scialle eandate alla badia... parlate alla Madre Badessa perché preparila monaca alla notizia... Un momento! Salite prima dalla principessache ha da parlarvi... Salemi?... Giuseppeordine di lasciar passarei soli stretti parenti... È venuto Salemi?... Lasciate ognicosa; il principe e il signor Marco v'aspettano lassùche c'èbisogno d'aiuto. Nataletu andrai da donna Graziella e dalladuchessa. Agostinoquesti dispacci al telegrafo... e passa dalsarto..."

Secondoche ricevevano le commissionii servi uscivanoaprendosi la via inmezzo alla folla; passavano con l'aria affrettata di altrettantiaiutanti di campo tra i curiosi che annunziavano: -"Vannoad avvertire i parenti... i figlii cognatii nipotii cuginidella morta..."Tutta la nobiltà sarebbe stata in luttotutti i portoni deipalazzi signorilia quell'orasi chiudevano o si socchiudevanosecondo il grado della parentela. E l'ebanista la spiegava:

-"Settefigliuolipossiamo contarli: il principe Giacomo e la signorinaLucrezia che è in casa con lui: due; il Priore di San Nicola ela monaca di San Placido: quattro; donna Chiaramaritata colmarchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che staalla Pietra dell'Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha lafiglia del barone Palmi... Poi vengono i cognatii quattro cognati:il duca d'Oraguafratello del principe morto; Padre don Blascoanch'egli monaco benedettino; il cavaliere don Eugenio e donnaFerdinanda la zitellona..."

Ognivolta che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualcheservoi curiosi cercavano di guardare dentro il cortile; Giuseppespazientitoesclamava:

-"Viadi qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?"

Mala folla non si movevaguardava per aria le finestre ora chiusequasi aspettando l'apparizione della stampiglia coi numeri.

Ela notizia correva di bocca in bocca come quella d'un pubblicoavvenimento: -"Èmorta donna Teresa Uzeda..."i popolani pronunziavano Auzeda -"laprincipessa di Francalanza... È morta stamani all'alba...C'era il principe suo figlio... Noè partito da un'ora."L'ebanista frattantoin mezzo a un cerchio di gente attenta comealla storia dei Reali di Franciacontinuava a enumerare il restodella parentela: il duca don Mario Radalìil pazzoche avevadue figli maschiMichele e Giovanninoda donna Caterina Bonelloeapparteneva al ramo collaterale dei Radalì-Uzeda;la signora donna Graziellafiglia d'una defunta sorella dellaprincipessa e moglie del cavaliere Carvanocugina carnale perciòdi tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzerizio dellaprincipessa nuoracon tutta la parentela; e poi i parenti piùlontanigli affiniquasi tutta la nobiltà paesana: iCostantei Raimontii Cùrcumai Cugnò... A un trattos'interruppe per dire:

-"To'!Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!"


DonMariano Grispo e don Giacinto Costantino arrivavanocome ogni giornoall'ora della colazioneper far la corte al principee non sapevanoniente: scorgendo la folla ed il portone chiusosi fermarono dibotto:

-"Santafede!... Buon Dio d'amore!..."

Ea un tratto affrettarono il passoentrarono interrogando costernatiil portinaio che dava le prime notizie: -"Nonmi sembra vero!... Un fulmine a ciel sereno!..."Poi salirono per lo scalone con Baldassarre che risaliva anch'egli inquel punto dalla corte e faceva loro strada mormorando:

-"Poveraprincipessa!... Non poté superarla!... Il signor principe èsubito partito."

Traversandola fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude di mobilidon Giacinto esclamava a bassa vocecome in chiesa:

-"Èuna gran disgrazia!... Per questa famiglia è una disgrazia piùgrande che non sarebbe per ogni altra..."

Epiano anch'eglidon Mariano confermavascrollando il capo:

-"Latesta che guidava tuttiche aggiustò la pericolantebaracca!..."

Introdottinella Sala Giallasi fermarono dopo qualche passonon distinguendonulla pel buio; ma la voce della principessa Margherita li guidò:

-"DonMariano!... Don Giacinto!..."

-"Principessa!...Signora mia!... Com'è stato?... E Lucrezia?... Consalvo?... Labambina?..."

Ilprincipinoseduto sopra uno sgabellocon le gambe penzoloniledondolava ritmicamenteguardando per aria a bocca aperta; discostain un angolo di divanoLucrezia stava ingrottatacon gli occhiasciutti.

-"Macom'è avvenutocosì a un tratto?"insisteva don Mariano.

Ela principessaaprendo le braccia:

-"Nonso... non capisco... È arrivato Salvatore dal Belvedereconun biglietto del signor Marco... Lìsu quella tavolaguardate... Giacomino è partito subito."A bassa vocerivolta a don Marianointanto che l'altro leggeva ilbiglietto: -"Lucreziavoleva andare anche lei"aggiunse -"suofratello ha detto di no... Che ci avrebbe fatto?"

-"Confusionedi più!... Il principe ha avuto ragione..."

-"Niente!"annunziava frattanto don Giacintofinito di leggere il biglietto.-"Nonspiega niente!... E hanno avvertito gli altri... hannodispacciato?..."

-"Ionon so... Baldassarre..."

-"Morirecosìsola solasenza un figlioun parente!"esclamava don Marianonon potendo darsi pace; ma don Giacinto:

-"Lacolpa non è di questi quipoveretti!... Essi hanno lacoscienza tranquilla."

-"Seci avesse voluti..."cominciò la principessatimidamentepiù piano diprima; ma poiquasi impauritanon finì la frase.

DonMariano tirò un sospiro doloroso e andò a mettersivicino alla signorina.

-"PoveraLucrezia! Che disgrazia!... Avete ragione!... Ma fatevi animo!...Coraggio!..."

Ellache se ne stava a guardare per terrabattendo un piedelevòla testa con aria di stuporequasi non comprendendo. Macomeudivasi un frastuono di carrozze che entravano nel cortiledonMariano e don Giacinto tornarono ad esclamarea due:

-"Chesciagura irreparabile!"

Arrivavanola marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella:

-"Lucreziala mamma!... Sorella!... Cugina!..."

Subitodopo entrò la zia Ferdinandaa cui le donne baciarono lemanimormorando:

-"Eccellenza!...Ha sentito?..."

Lazitellonaasciutta asciuttascrollava il capo; Chiara abbracciavaLucrezia piangendo; il marchese salutava mestamente i lavapiatti; mala più commossa era donna Graziella: -"Nonmi par vero!... Non volevo crederci!... Che si muore così?...E il povero Giacomo? Dice che è corso subito lassù?...Povero cugino!... Se almeno avesse potuto arrivare a chiuderle gliocchi!... Che dolorenon aver tempo di rivederla!..."

UdendoChiara singhiozzare in seno alla sorella Lucreziaesclamò:-"Hairagionesfogatipoveretta! Mamma ce n'è una sola!..."

Ellapareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticareperfino che la morta era sorella della sua propria madre. Siprofferiva alla principessa; le dicevatraendola in disparte:

-"Haibisogno di nulla?... Vuoi che ti dia una mano?... Come sta la miafiglioccia?... Che ha lasciato detto il cugino?..."

-"Nonso... Ha ordinato a Baldassarre il da fare..."

Baldassarreinfattiandava su e giùmandando ancora messiricevendoquelli che tornavano dall'aver eseguito le ambasciate. Tutti iparentiormaierano avvertiti: soltanto il famiglio mandato aiBenedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivarema che Padre don Blasco non era nel convento.

-"Va'dalla Sigaraia... a quest'ora sarà da lei... Corridigli cheè morta sua cognata..."

DonLodovico arrivò con la carrozza di San Nicola; e nella SalaGialla tutti s'alzarono all'apparire del Priore. Chiara e Lucreziagli andarono incontrogli presero ciascuna una manoe la marchesacadendo in ginocchioproruppe:

-"Lodovico!...Lodovico!... La nostra povera mamma!"

Tacevanotuttiguardando quel gruppo: la cuginacon gli occhi rossimormorava:

-"Èuna cosa che strazia l'anima!"

IlPriorechinatosi sulla sorellala rialzò senza guardarla invisoe nel silenzio generalerotto da brevi singhiozzi repressidissealzando gli occhi asciutti al cielo:

-"IlSignore l'ha chiamata a sé... Chiniamo la fronte ai decretidella Provvidenza divina..."e poiché Chiara voleva baciargli la manoegli si schermì:-"Nonosorella mia..."e la strinse al pettobaciandola in fronte.

-"Perchési nasce!..."esclamò dolorosamente don Giacinto all'orecchio di donMariano; ma questiscrollando il caposi fece innanzi con pigliorisoluto:

-"Bastaadessosignori miei!... I morti son mortie il pianto non lirisuscita... Pensate alla vostra saluteadessoche èl'importante..."

-"Coraggiopoveretti!..."confermò la cugina Graziellaprendendo per mano le cuginecostringendole amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava suamoglie in frontele asciugava gli occhile parlava all'orecchioedonna Ferdinandapoco portata alle scene patetichesi metteva ilprincipino sulle ginocchia.

Ilbiglietto del signor Marco passava di mano in mano; il Prioremanifestava anch'egli l'intenzione di partire per il Belvederema ilavapiatti protestarono.

-"Perfar che cosa?... Angustiarsi per niente?... Se si potesse daraiuto..."

-"Partireiio!"soggiunse la cugina.

-"Aspettiamopiuttosto"propose il marchese. -"Giacomomanderà certo a dire qualcosa..."

L'arrivodi un'altra carrozza fece infatti supporre che venisse qualcuno dalBelvedere. Era invece la duchessa Radalì. Poiché ellaaveva il marito impazzato e non faceva visite a nessunoil suopronto accorrere intenerì più che mai la cuginache lachiamava ziaquantunque non ci fosse parentela tra loro; ma ilritorno di donna Vincenza da San Placido segnò il colmo dellacommozione. La cameriera non trovava parole per esprimere il doloredella monacagiungeva le mani dalla pietà:

-"Figliamia! Povera figlia!... Come una pazzafa come una pazza!... Echiama: "Sorellemie! Sorelle mie!...""

Lucreziapiangeva anch'ellaadesso; Chiara disse tra i singhiozzi:

-"Iovado alla badìa..."

-"VostraEccellenza farà un'opera santa... Anche la Madre Badessapiangeva: "Poveraprincipessa!... Degna serva di Dio!""

Lacugina s'offerse d'accompagnarla; ma poivisto che la principessanon sapeva dove dar del capo:

-"Restopiuttosto ad aiutar Margherita"disse a Chiara; e questa s'alzòmentre le raccomandavano:-"Bacialaper me... e per me... Dille che domani andrò a trovarla..."E don Giacinto chiamava: -"Marchesemarchese!... accompagnate vostra moglie..."

Inmezzo alla confusionementre la marchesa andava via col maritospuntò finalmente don Blascocol faccione sudato che luceva eil tricorno in capo. Entrò senza salutar nessunoesclamando:

-"L'avevodettoeh?... Doveva finire così!..."

Nongli risposero. Il Prioreanzichinò gli occhi a terra quasicercando qualcosa; donna Ferdinandaper suo contopareva nonessersi neppure accorta dell'arrivo del fratello. Il monaco si mise apasseggiare da un capo all'altro della salaasciugandosi il sudoredel collo e continuando a parlar solo:

-"Chetesta!... Che testa!... Fino all'ultimo!... Andare a crepare in manodi quell'imbroglione!... Io l'avevo profetatoah?... Dov'è?...Non è venuto?... È lui il padronequi dentro!"

Poichénessuno fiatavala cugina credé d'osservare:

-"Zioin questo momento..."

-"Chevuol direin questo momento?..."rispose il monacopiccato. -"ÈmortaDio l'abbia in gloria!... Ma che s'ha da dire? Che ha fattouna gran cosa?... E Giacomo?... È andato?... È andatosolo?... Perché non va nessun altro?... Ha proibito agli altridi andare?..."

-"NoEccellenza..."rispose timidamente la principessa. -"Èpartito appena saputa la notizia."

-"Iovolevo accompagnarlo..."disse Lucrezia; ma allora il Benedettino saltò su:

-"Tu?Per far che cosa? Sempre voialtre femmine tra i piedi? Vi pare chesappiate sole aggiustare il mondo?... Dov'è Ferdinando?... Nonè venuto ancora?"

Sopravvenivanoin quel momento il cavaliere don Eugenio e don Cono Canalàaltro dei lavapiatti. Don Cono entrò in punta di piediquasiper paura di schiacciar qualcosae fermatosi dinanzi allaprincipessa esclamògestendo col braccio:

-"Immensaiattura!... Catastrofe immensurabile!... La parola spira sullabbro..."mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco.

Frattantodon Blascogirando come un trottolonesoffermavasi dinanzi agliusciguardava in fondo alla sfilata delle stanzepareva fiutassel'ariaborbottava: -"Chefretta!... Che affezione!..."ed altre parole incomprensibili.

Nelcrocchio dei parenticiascuno adesso diceva la sua: il Prioreabassa voceaccanto alla duchessa ed alla zia Ferdinandaparlavadella -"dolorosaostinazione"della madre; ma tratto trattoquasi pavido di far male discutendoanche rispettosamente la volontà della mortas'interrompevachinava il capo; la cugina era inquieta per la mancanza di notiziedal Belvedere:

-"Giacomoavrebbe potuto mandar qualcuno!..."

Perquesto don Eugenio offrivasi di salir lassùse gli facevanoattaccare una carrozza; ma allora la principessaimbarazzataconfusanon sapendo che fareosservò all'orecchio dellacugina:

-"Nonso... forse può dispiacere a Giacomo..."

Edonna Graziella intervenne:

-"Aspettiamoun altro poco; forse il cugino tornerà egli stesso."

IlPriore e la duchessa tornarono a domandare:

-"Ferdinando?Non viene più?"

Ilavapiatti corsero a interrogar Baldassarre; il maestro di casarispose:

-"Nonho mandato nessuno dal cavaliereperché il signor principem'ha detto che passava lui a chiamarlo."

-"Saràandato anch'egli al Belvedere... Se no a quest'ora sarebbe qui."

Perarrivare dalla Pietra dell'Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; tornòinfatti prima dalla badìa la marchesaalla quale la sorellamonaca aveva consegnato un abitino della Madonna perché lomettessero indosso alla morta.

-"Toccantetratto di pietà filiale!"sussurrò don Cono a don Eugenio.

Nessunaltro parlavain quei momenti di commozione; solamente la cuginaasciugandosi gli occhi rossipropose all'orecchio della principessa:

-"Iovorrei profittare di questo momento per indurre lo zio Blasco a farpace con la zia Ferdinanda e con Lodovico. Che ne diciMargherita?"

-"Comecredi... se credi... fa' tu..."

Ela cugina andò in cerca del monaco. Non si trovavaerascomparso. Baldassarreincaricato di rintracciarlolo scoperse infondo alla casadinanzi all'uscio serrato che metteva nelle stanzedella morta. Udendo rumor di passiil monaco si voltò dibotto:

-"Chiè là?"

-"AspettanoVostra Paternità nella Sala Gialla."

IlBenedettino tornò indietrosoffiandoe come la cuginaandandogli incontro con aria di mistero:

-"Eccellenza"gli disse -"vengaad abbracciare sua sorella... Lodovico le bacerà la mano..."egli le voltò le spalleesclamando fortein modo che loudirono sino nella corte:

-"Nonfacciamo pulcinellate."

DonnaGraziella si strinse nelle spallecon un gesto di rassegnazionedolente.

Eil monacoscorto il marchese che era tornato con la moglie dallabadìal'andò ad afferrare per un braccio e lo trascinònella Galleria dei ritratti:

-"Chestai a far qui?... Perché non parti?... Quell'altro èscappato..."

-"Perfar che cosaEccellenza?"

-"Esarai sempre minchione?... Quell'altro è scappato! A quest'orafa scomparire ogni cosa!..."

-"Eccellenza!..."protestò il nipotescandalizzato.

DonBlasco lo guardò nel bianco degli occhiquasi volessemangiarselo. Macome passava in fretta e in furia Baldassarregiròsui tacchitonando:

-"Ahno? E andate un poco a farvi friggeretutti quanti!..."

Finitodi dar ordini alla servitùBaldassarre aveva adesso un altrogran da farepoiché cominciavano a venire ambasciate deiparenti più lontanidegli amicidei conoscenti che mandavanoad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti.Il maestro di casa riceveva nell'anticamera dell'amministrazione lepersone di riguardolasciando al portinaio i servitori; ma parecchifra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolcidiforme di marmellata o di cioccolatadi frutta canditedi pan diSpagnadi bottiglie di moscato o di rosolioe allora Baldassarre sifaceva in quattro per riporre quella robae annunziare i doni aipadronie ringraziare i donatorie dare udienza ai sopravvenienti.La cugina Graziellacon le chiavi delle credenze alla cintolafaceva da padrona di casaper risparmiare la principessa; ilcavaliere don Eugenio dava anch'egli una manoe quantunque ilavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: -"Lasciatefare a noi"egli vuotava i vassoi da restituiretrasportava la roba nella salada pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci.

Perla duchessa Radalì che era andata vianon potendo lasciare alungo il marito solodieci altre visite erano sopravvenute: ilbarone Vitail principe di Roccascianoi Gilifortei GrazzeridonCarlo Carvanomarito della cugina. Secondo che la giornatas'inoltravalettere e biglietti di condoglianza piovevano da tuttele parti: l'Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il luttod'una famiglia devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovoassociavasi al dolore dei suoi cari figli; dall'Orfanotrofio Uzedadall'Ospizio dei Vecchidagli altri istituti di beneficenza che iFrancalanza avevano fondato o sussidiatovenivano i rettoriicappellaniuna quantità di tonache nereoppure i poveriospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il lororammarico al portinaio o al sotto-cocchiere.Il comandante della guarnigioneil presidente della Gran Cortetutte le autoritàtutta la città si condoleva con lafamiglia. Gruppi di mendicanti aspettavanocon la speranza cheavrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano coninsistenza del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dalBelvederealcuni andavano via per tornare più tardi; altri simettevano a passeggiare su e giù dinanzi alla casaaspettandod'acchiapparlo al varcopazientemente.

Idue cortili parevano una fieradalle tante carrozze allineateall'ombra: i cavallicon le teste dentro le cofferuminavanoraspando tratto tratto il selciato con l'unghia. Ad uno ad unopoiché imbrunivaarrivavano i servitori dei parentiaspettando i padroni; e la conversazione della servitùanimatissimaaggiravasi intorno all'avvenimento ed alle sueconseguenze. Le donnevedendo quella gran confusionequell'andirivieni di gentequel succedersi d'ambasciate e diletterecompiangevano vivamente la principessa nuora: -"Poverasignora! A quest'ora dev'essere sulle spine!..."Infattiella soffriva d'una specie di malattia nervosa per la qualenon tollerava di star pigiata tra la gentedi toccar cose maneggiateda altri: fortunatamente la cugina era lì ad aiutarla. Ealcuni facevano riflessioni filosofiche: -"Seinvece d'oggi la madre del principe fosse morta sei anni addietrolacuginaadessoinvece di aiutar la padronasarebbe lei la padronaqui dentro."Non era stato permesso dalla principessa vecchiaquel matrimonioeil padrone aveva obbedito alla madresposando donna MargheritaGrazzeri; peròbisognava dire la veritàla cuginas'era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvanoerarimasta affezionatissima alla zia che non l'aveva voluta per nuoraeaveva trattato come una vera sorella la moglie dell'antico suoinnamorato. -"Eil principe? Forse che pare si rammenti d'averle voluto bene in uncerto modo?..."Per tantomolti lodavano l'opera della morta: ella aveva ben fattoad opporsi a quel matrimoniopoiché i due antichi innamoratis'eran messo il cuore in pace. -"Grandonnala principessa! Basti dire che rifece la casa giàfallita!"E tutti domandavano: -"Achi lascerà?..."Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessunoneppure coi figli?... -"Seci fosse stato il contino Raimondoperò!..."

Allorai partigiani del principesenza tanti riguardi: -"Laroba dovrebbe andare al padronese quella pazza non ne avràfatta un'altra delle sue!..."Infatti non aveva potuto soffrire il primogenitoprediligendo ilcontino Raimondo; e il continoquantunque chiamato e richiamatodalla madre che sentiva vicina la propria finenon s'era mosso daFirenze!...

All'arrivodi fra' Carmelospedito dall'Abate di San Nicola per aver notizie didon Lodovico e di don Blascoil discorso prese un'altra piega. Fra'Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci avevaaccompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servitù loconosceva e gli voleva benetant'era buonocon quel suo faccioneche pareva scoppiaregrasso fin sulla nuca.

-"Poveraprincipessa!... Che gran disgrazia!"

Eglilodava la morta e rammentava i tempi del noviziato di Padre Lodovicoquandoconducendo a casa il ragazzo in permessole portavaregalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare.

-"Allamano con tutti!... Affezionata con tutti!... Povero Padre Lodovico!Deve aver pianto!"

Ledonne esclamarono:

-"Figuriamoci!Un santo come lui!..."

Efra' Carmelo:

-"Unvero santo! Non c'è monaci che gli possano stare a paragone.Non per nulla l'han fatto Priore a trent'anni!"

-"Suozio don Blasco non gli somiglia?..."disse improvvisamente il cocchiere maggiorecon una strizzatinad'occhi.

-"Èun'altra cosa. Tutti gli uomini possono esser formati a un modo?...Ma bravo anche lui!... Signore anche lui!..."

Egiusto il discorso era a quel puntoquando un lontano rumore dicarrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppeguardandodallo sportellospalancò il portone: il carrozzino dellamattina entrò a rotta di collo e ne scesero il principe e ilsignor Marco che teneva una valigia in manomentre tutti siscoprivano e dalla loggia del piano nobile affacciavasi don Blasco.

Ilritorno del capo della famiglianella Sala Giallaprodusse unanuova commozione: sospirisinghiozzimute strette di mano. Ilprincipe era sempre pallido e parlava a stentocon gesti larghi disconforto:

-"Troppotardi!... Più nulla da fare!... Fino a iersera stavabenissimomangiò anzi con appetito due uova e bevve una tazzadi latte... All'alba di stamaniimprovvisamentechiamò e..."e tacquequasi non potendo proseguire.

Ilsignor Marcodeposta la valigiaconfermava:

-"Impossibileprevedere questa catastrofe... Nel primo momentosperavo fossesoltanto una sincope... ma purtroppo la triste verità..."Chiara e la cugina piangevano; il Priore deplorava specialmente chenessun sacerdote l'avesse assistita negli ultimi istanti; ma ilsignor Marco assicurò che ella erasi confessata due giorniinnanziche il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darlel'assoluzione; mentre il principe da canto suo riferiva:

-"Abbiamoimprovvisato una cappella ardente... tutti i fiori della villa... nehanno mandati da ogni parte..."

-"EFerdinando?"domandò Chiara

-"Nonè venuto?... Ah!"Egli si battè a un tratto la fronte. -"Dovevopassar io ad avvertirlo!... Me ne sono scordato!... Baldassarre!...Baldassarre!..."

Masul più bellodon Blascoil quale aveva tenuto d'occhio lavaligia quasi ci fosse dentro roba di contrabbandolo tiròper la manicadomandando: -"Eil testamento?"

Ilprincipecon un altro tono di vocenon più dolentemapremurosopieno di scrupoli:

-"Ilsignor Marco qui presente"rispose -"m'hacomunicato che le ultime volontà di nostra madre sonodepositate presso il notaio Rubino. Noi aspetteremose credetel'arrivo di Raimondo e dello zio duca... Frattantoabbiamosuggellato tutto quel che s'è trovatoper renderne strettocontoa suo tempoa chi di ragione... Il signor Marco possiede peròun documento che riguarda i funerali... Credo che di questo si debbadar subito lettura..."

Eil signor Marcotratto di tasca un fogliolesse in mezzo a unprofondo silenzio:

-"Inquesto giorno19 maggio 1855trovandomi sana di mente e non dicorpoio sottoscrittaTeresa Uzeda principessa di Francalanzaraccomando l'anima a Dio e dispongo quanto appresso. Il giorno chepiacerà al Signore chiamarmi con séordino che il miocorpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché siada essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito.Voglio che il funerale sia celebratocon quel decoro che competealla famiglianella chiesa dei detti Padri in segno della miadevozione alla Beata Ximenanostra gloriosa parentela cui salmanella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo che il miocorpo sarà imbalsamatovoglioordino e comando che esso siavestito della tonaca delle Religiose di San Placidoe che allacintura mi sia messa la corona del Santissimo Rosario donatami dallamia diletta figlia Suor Maria Crocifissa il giorno della suamonacazionee che sul petto mi sia posto il crocifisso d'avoriomemoria del mio amato consorte principe Consalvo di Francalanza. Insegno di particolare penitenza ed umiltàespressamenteimpongo che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nudategola: così voglio e non altrimenti. Per la necropoli deiCappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristallidentroalla quale sarà posto il mio corpo nel modo di cui sopra; essaavrà una serratura con tre chiavi delle quali una rimarràa mio figlio Raimondo conte di Lumerala secondain segno dispeciale benevolenza pei servigi prestatimial signor MarcoRoscitanomio procuratore e amministratore generalee la terza alreverendo Padre Guardiano di esso cenobio dei Cappuccini. Nel casoperò che il detto signor Roscitano dovesse lasciarel'amministrazione della mia casaordino che la chiave passiall'altro mio figlio LodovicoPriore nel monastero di San Nicoladell'Arena. Questa è la mia volontà e non altra.

TeresaUzeda"


Ilsignor Marcoche s'era rispettosamente inchinato al passaggiorelativo alla sua personaabbassò il foglio; il principedisse guardando in giro gli astanti:

-"Levolontà di nostra madre sono leggi per noi. Sarà fattosecondo ha prescritto."

-"Intutto e per tutto..."confermò il Priorechinando il capo.

DonBlascoche soffiava come un manticenon aspettò neppure chel'adunanza si sciogliesse. Afferrato il marchese per un bottone delsoprabitoesclamò:

-"Semprepulcinellate?... Fin all'ultimo?... Per far ridere la gente?..."

Eil signor Marco era appena salito al primo pianonelle stanzedell'amministrazione contigue al suo quartierinoper dare aidipendenti gli ordini opportuniche le persone venute a cercarlo sipresentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrirecera di prima qualitàlavorata all'uso di Veneziaa seitarì; il maestro Mascione portava una lettera dell'avvocatoSpedalottiil quale pregava il signor Marco di far eseguire la messadi requiem del giovane compositore; Brusail pittoresollecitaval'appalto della decorazione pel funerale solenne della principessa...

-"Comesapete che ci sarà un funerale solenne?"

-"Peruna signora come la principessa!"

-"Ripassatedomani..."

EBaldassarre chiamava:

-"SignorMarco! Signor Marco!... Il principe!..."

Manuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l'aveva ancor dettoma sisapeva che la principessa di Francalanza non poteva andare all'altromondo senza una gran cerimoniasenza un gran scialacquo diquattrinie ognuno sperava di guadagnarne. Racitiil primo violinodel Comunalevoleva offrire la messa funebre di suo figlio; saputoche Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalottiera corso asollecitare la raccomandazione più valevole del barone Vita;Santo Ferroche aveva la manutenzione del giardino pubblicosperavagli commettessero la camera ardentee poiché Baldassarredalcortiletornava a chiamare:

-"SignorMarco! Signor Marco!... Il principe!..."il signor Marco si sbarazzò bruscamente dei postulanti:

-"Maandate al diavolo!... Ho altro da fareadesso!"


Unformicaiola chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabatocheneppure il Giovedì Santo tanta gente traeva a visitarvi ilSepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono dimartellid'asce e di seghee le finestre erano state abbrunate findal giorno precedente. A buon'oradinanzi alla folla curiosa chegremiva la terrazza e le scalinateavevano inchiodato sulla portamaggiore il drappellone di velluto nero con frange d'argentosulquale leggevasi a caratteri d'oro:


PERL'ANIMA

DI

DONNATERESA UZEDA E RISÀ

PRINCIPESSADI FRANCALANZA

ESEQUIE


Versosedici oredon Carlo Canalàcol naso in ariasotto la portaspiegava al principe di Roccascianotra le gomitate di quelli cheentravano continuamente:

-"Veda:all'esterno non giudicai conveniente... dilungarmi del soverchio..Massima semplicità: per l'anima... esequie...Penso che nella sua concisione... per avventura..."

Magli urtile pestate di piedile esclamazioni dei curiosi non gliconsentivano di filare il discorso; la gente sbucava a torrenti datutte le partisospingevasi in chiesacalpestava i mendicantivenuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi.

-"Solesso il nome... onde i concettiper avventura..."

Allafinedon Cono si decise anch'egli ad entrare; maseparato dalcompagnofu travoltocome un chicco di caffè nel macininodal turbine umano che per il troppo angusto passaggio s'ingolfavanella chiesa.

Essaera buiapei veli delle finestrepei manti neri che rivestivano lepareti e pendevano dalle arcate delle cappelle e si stendevano lungoil cornicione. Sopra una piattaforma alta sei o sette gradini dalpavimento e girata da una triplice fila di cerisorgeva ilcatafalco: una piramide tronca le cui quattro faccetappezzated'ellera e di mortellaportavano nel mezzodisegnati a fiorifreschiquattro grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommodella piramidedue angeli d'argento inginocchiati da una sola gambaaspettavano di reggere il feretro. Ad ogni angolo inferiore delcatafalcosu tripodi d'argentoerano confitte quattro torce grossequanto le stanghecon uno scudo di cartone legato a mezz'asta; seivalletti con le livree del secolo XVIIIrossenere e dorateimpalati come statuecon le facce rase di frescoreggevano ciascunouna delle antiche bandiere d'alleanza; dopo i valletti dodiciprefichevestite di neri manticoi capelli scarmigliatistavanotutt'intorno al catafalco coi fazzoletti in manoper asciugarsi lelacrime. Ma bisognava lavorar di gomiticamminare sui piedi deivicinilasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare unacamicia prima d'arrivare a quell'apparatointorno al quale una follad'operaidi servidi donnicciuole stava estatica ad ammirareinattesa del corteoil finto marmo della piattaformale urne dicartone scaglionate sui gradinile lacrime di carta argentatagocciolanti dai veli neri: -"Unagalanteria!... Una cosa mai vista!... Per questo sono signoroni!...Lasciate fare a loro!... E dodici piangenti!... Neanche pelfunerale del papa!... Ma il cadavere è già posto alcolatoio per l'imbalsamazione."E Vito Rosail barbiere del principespiegava: -"Appenasceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli fecero girare gliappartamenti per l'ultima voltacome usano... Il cataletto eraportato a spallasenza stanghe... e tutta la parentela dietrolaservitù con le torce accesecome una processione!..."Le comari esclamavano: -"Euna tegola sotto il capo!... Che gli mancavano forse cuscini divelluto?... Anziquesto è per maggior penitenzacon latonaca di San Placido: non capite?"

Mala gente incalzava alle spalle e i discorsi s'interrompevanoi primiarrivati dovevano cedere il postose ne andavano sotto il palcodell'orchestraeretto a ridosso dell'organocon quattro ordini dipanche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal piùaltoma ancora vuoto; o giravano dalla parte oppostaverso lacappella della Beata Uzedatutta splendente di lampade votive; e sifermavanouna volta fuor della ressaa guardare l'altare scavatodove si vedevaattraverso un vetrola cassa antica rivestita dicuoioche racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavanotornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioniattaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come unmuro. Don Cono Canalàdata un'occhiata all'apparatoavevatentato tre o quattro volteper conto suod'avvicinarsi a qualcunodegli epitaffima non era riuscito a spingersi tanto innanzi daleggerli; e col capo rovesciatoil cappello ammaccato dai continuiurtonii piedi pestatila camicia in sudoretangheggiava come unabarca in mezzo alla tempesta. Con belle manieredicendo: -"Digrazia!... La prego!... Mi scusi!..."arrivò finalmente a tiro della prima tabelladove leggevasi:


SOTTOMULIEBRI SPOGLIE

CUOREGAGLIARDO PIETOSO

ANIMOELETTO MUNIFICO

SPIRITOSVEGLIATO FECONDO

ONNINAMENTEDEGNA

DELLAMAGNANIMA STIRPE

CHELA FE' SUA


-"Onninamente?...."disse il barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. -"Checosa significa?"

-"Importainteramenteo vogliam dire del tutto... Onninamentedegna della stirpe... Come le piace questo concetto?..."

-"Ehva bene; ma non capisco perché si divertano a pescar le paroledifficili!"

-"Veda..."spiegò allora don Conoinsinuante: -"lostile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del sostenuto...Io non potevo adoprare..."

-"Ahl'avete scritta voi?"

-"Sissignore...ma non soloveramente: di unita col cavaliere don Eugenio... Io hocurato sovra tutto la forma... Bramerei vedere le altre: temo nonabbian preso un qualche abbaglioin copiando..."

Mala chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passiogni quarto d'ora; e tutt'intorno la gente che non riusciva ad andarené avanti né indietro né a veder altro fuorchéla cima della piramideingannava l'impazienza dell'attesachiacchierandodicendo vitamorte e miracoli della principessa:-"Adessoi suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno diferro..."-"Isuoi figli: quali?..."-"Costrinsedon Lodovicoil secondogenitoa farsi monaco mentre gli toccava iltitolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!... Secampava ancora ci avrebbe messo anche l'altra!... MaritòChiara perché questa non voleva maritarsi!... Tutto per amord'un solodel contino Raimondo..."-"Mail padre?..."-"Ilpadreai suoi tempinon contava più del due di briscola; laprincipessa teneva in un pugno lui e il suocero!..."

Peròtutti riconoscevano chese non fosse stata leia quell'ora nonavrebbero avuto più niente. Ignorantesì; ma accortacalcolatrice!

-"Èvero che non sapeva leggere né scrivere?"

-"Sapevaleggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!"

Frattantodon Cono avvicinavasia passo di formicaalla seconda iscrizione:


ORBATA

DELTUO FIDO CONSORTE

NELMORTALE VIAGGIO

VECEFACESTI

ALTUOI FIGLI

DELPADRE LORO.


Primaancora di scorgere i caratteridon Cono che la sapeva a memoriarecitò l'epigrafe al baronefermandosi un poco a ciascunaparolapiù a lungo ad ogni capoversogestendo con la manocome se spruzzasse acqua benedettaper sottolineare i passaggisalienti:

-"Ignorose approvate questo concetto: orbata... vece facesti..."

Manuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno.Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurroperchéi rintocchi del mortorio annunziavano finalmente la partenza delcorteo dal palazzo.

Intornoalla casa Francalanza c'era sempre una fieraper le tante carrozzeaspettantipel tanto popolo fremente d'impazienza. Dal portonesocchiuso vedevasi un'altra folla ragunata nei due cortiliunosciame di servi con le livree nere che andavano e venivanoilmaestro di casa senza cappello che s'affannava a dar ordinilacarrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carrofunebre. Quando finalmente le due pesanti imposte girarono suicardinitutte le teste si voltaronotutte le persone s'alzaronosulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccinicon la crocepoi la carrozza funebredentro alla quale si vedeva ilferetro di velluto rossofiancheggiata da tutta la servitùcon le torce in mano; poi l'Ospizio Uzeda dei vecchi indigentituttia testa nuda; poi le ragazze dell'Orfanotrofio coi veli azzurripendenti fino a terra; poi tutte le carrozze di famiglia: altri duetiri a quattrocinque tiri a duee poi ancora un altro gruppo digente: una quarantina d'uominila più parte barbuticon legiubbe di velluto neroanch'essi coi ceri in mano.

-"Chisono?... Di dove spuntano?..."

Eranoi zolfai delle miniere dell'Oleastro chiamati apposta daCaltanissetta per l'accompagnamento della padrona: quest'ultimoaccessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non s'era vistauna cosa simile!... Ma gli equipaggi che s'avanzavano da ogni parteper mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro chevenivano a prendere i primi postitiri a due che rinculavanoscalpitando tra un fitto schioccar di fruste; e i curiosia rischiodi lasciarsi pestare sotto i piedi delle bestieli venivanoriconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri:

-"Ilduca Radalì... il principe di Roccasciano... il baroneGrazzeri... i Cùrcuma... i Costante... non manca nessuno!..."

Direpente tutti si volsero a un lontano vocìo:

-"Cheè?... Che cos'è stato?... La carrozza di Trigona!... Ilcocchiere non vuole andare in codagli altri non cedono il posto...Ha ragione!... Questi sono soprusi!..."

Ilcocchiere del marchese Trigonaappuntoquantunque guidasse untrespolo tirato da due ronzinantinon voleva mettersi in coda dovec'erano le carrozze dei non nobili più belle della sua. EBaldassarretutto in sudore per la fatica sostenuta nell'ordinare ilcorteonel far rispettare le precedenzes'avanzava per dar ragioneal cocchiereaprendosi a stento il varco tra la follaallungandoceffoni ai monelli che gli si mettevano fra i piediingiungendo:-"Largo!...largo!..."mentre una buona metà dell'accompagnamento s'era avviata.

Ilmortorio sonato da tutte le chiese della città chiamava genteda ogni parte sul suo passaggio; ma specialmente il campanone dellacattedrale sospingeva a frotte i curiosi. Sonava a morto solo peinobili e i dottorie il suo nton nton grave e solennecostava quattr'onze di moneta; talché la genteudendo la granvoce di bronzodiceva: -"Sen'è andato qualche pezzo grosso!"

Eancora buon numero di carrozzedopo quella di Trigonaaspettavanod'incamminarsiche già la testa del corteo fermavasi aiCappuccini.

Impossibileportare in chiesa la bara dalle scale. Non già che pesassemoltoché anzi era vuota; ma la ressasulle scalecrescevanessuno poteva andare né avanti né indietrosolo ilcannone avrebbe potuto far luogo. Bisognò girare lasituazioneaprire un varco fra la turma che gremiva la salita delSanto Carcere e di San Domenico e portare il feretro dal convento edalla sacrestia: trascorse quasi un'ora prima che fosse posto sulcatafalco.

Isonatori avevano già preso posto sul palco e sfoderato i lorostrumentii frati accendevano con le canne lunghe i ceri dell'altarmaggiore. E i curiosi stipati nella chiesacontinuando a parlardella mortasi rivolgevano insistentemente una domanda e siproponevano una quistione: -"Chisarà l'erede?.."Nobili e plebeiricchi e poveritutti volevano sapere che direbbeil testamentocome se la morta avesse potuto lasciar qualcosa atutti i suoi concittadini. Aspettavanoal palazzol'arrivo delcontino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le ultimevolontà della principessa; e le opinioninel pubblicoeranodiametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andatoal contino; maquantunque la defunta odiasse il primogenitoeraproprio possibile che lo diseredasse? -"Nossignore:tutto andrà al primogenito: è vero che non lo potevasoffrirema è il capo della casal'erede del principato!..."

Unnuovo pigia pigia troncò di botto ogni discorsoinfittìla folla in fondo alla chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuorecon le vesti verdi e gli scialletti bianchi; Baldassarretuttovestito di nerole dirigeva verso l'altar maggioreingiungendo:

-"Largolargosignori miei!..."

Unbambinomezzo soffocato tra la calcasi mise a strillare; unmendicanteriuscito ad entrareinciampò contro un gradinod'altare e cadde per terra.


BENEFICENTE

COIDERELITTI

L'OBOLODELLA CARITÀ

TIFIA RESO

CENTUPLICATO

CONL'ESPIATORIE PRECI


DonCono declamavaa bassa vocel'altra iscrizione al canonico Sortiniche aveva pescato tra la folla:

-"Conciliarl'invenzione del concetto con la venustà della forma:difficoltà precipua dello stile epigrafico... L'obolo...centuplicato... non so se mi appongo..."

Adessol'altar maggiore era tutto una fiammadai tanti ceri; il movimentodei frati e dei sagrestani cresceva; sul palco della musicaaccordavano gli strumentiun clarino sospiravagli archettistridevanoun contrabbasso borbottava; e Baldassarreaiutato daicamerieri di tutta la parentelavestiti di nero anch'essifacevadisporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedietenute alte sulla follaparevano navigare sul mar delle testeepoiché sempre nuova gente entrava a furiala ressa eraterribile. I fiatil'odor di moccolaiail caldo della giornatafacevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano giàsvenutein due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersiavanti e chi non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva adandarsene; e negli angolilungo i muriavanti agli altariicuriosigli scioperati rifacevano la storia della morta e dellafamigliane commentavano le stravaganze:

-"Lacassa con tre chiavi!... Sarà tanto più difficiletornare a questo mondo!... E la tonaca e il rosario!... Tantapenitenza con un funerale da regina!"

Avoce più bassa le male lingue aggiungevano:

-"Dopol'allegra vita!..."

Accantoalla pila dell'acqua santain mezzo a un crocchio di nobilastriinvidiosi e a corto di quattrinidon Casimiro Scaglisi annunziava:

-"Eil principe? Non sapete che ha fatto il principe? Quand'ebbe lanotizia della morte della madrescappò al Belvedere senza farchiudere il portoneper avere il tempo d'arrivar solo alla villaesenza avvertir Ferdinando alla Pietra dell'Ovo..."

Alcuniprotestarono: don Casimiro confermò:

-"Seve lo dico io!... Per aver tempo di maneggiarsidi far sparire cartee denari!"

Tutt'intornoscrollavano il capo: don Casimiro parlava così per astiogiacché fin a tre giorni addietro era stato lavapiatti di casaFrancalanzama fin da quando la principessa era andata in campagnail principe non l'aveva più ricevutocredendolo iettatore.

-"Delrestoscusate"gli facevano osservare -"chebisogno aveva mai il principe d'allontanare Ferdinando?"

-"Sissignorifa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell'Ovonon s'occupad'affari e in famiglia lo chiamano il Babbeocol soprannome messoglida sua madre. Ma che vuol dire? Babbeo o noil principe non volevanessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico che lo so di sicuro!"

Unaltro osservò:

-"Nonparlate male di Ferdinando; con le sue manìe non fa male anessuno; è il migliore di tutta la casata."

-"Tantoche non parrebbe dello stesso seme..."rispose don Casimiro.

-"Sstsst! Siamo in chiesa"gl'ingiunsero.

-"Passadon Cono."

DonCono adesso traversava la chiesa per leggere l'iscrizione posta sullapila dell'acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchiolofermarono:

-"DonCono!... Don Cono!... Voi che avete la vista lunga; come dice lassù?"

Edon Cono compitò:


INQUESTO TEMPIO

OVEIL FRALE SI ACCOGLIE

DELLABEATA UZEDA

CORROBORATE

FIENOLE PRECI

DALL'INTERCESSORAPARENTE


-"Bellissimo!Bravo!... Bene l'intercessora..."esclamarono in coro; ma un -"sst"prolungato passò di repente di bocca in bocca: il maestroMascioneappollaiato in cima al palco dell'orchestraavevapicchiato tre colpi sul leggìo; e le conversazioni morironotutte le teste si volsero verso i sonatori.

Inmezzo all'attenzione generale don Casimiro urtò a un trattocol gomito i viciniesclamando piano:

-"Guardate!Guardate!"

Entravain quel puntoprotetto contro la folla dal servitoreil vecchio donAlessandro Tagliavia: nonostante l'etàreggeva ancora dirittal'alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e roseadagli occhi chiari com'acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco.Non potendo avanzareguardava da lontano il catafalcoil palcodella musicale tabelle degli epitaffi; e intantonel silenziofattosi come per incantol'orchestra intonava il preludio: un lungogemitosuoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevanoper la chiesae le piangenti riprendevano a lacrimarementrei monacidinanzi all'altarecominciavano le genuflessioni. Molticapi si chinaronoal sordo vocìo sottentrò unraccoglimento profondo.

-"Guardate!..."ripeté don Casimironel gruppo accanto alla pila. -"Èvenuto a dirle l'ultimo addio!"

Tuttiavevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continuòinterrompendosi quando l'orchestra taceva:

-"Edio che me lo rammento piangere come un bambino... come undisperato... quando la morta lo lasciò per Felice Cùrcuma...dopo quello che c'era stato fra loro!...Adesso lei è a marcireal colatoio... Lui camperà vent'anni ancora: una salute diferro..."A voce più bassamentre le trombe tratto tratto squillavano ele voci cantavano Requiem aeternam dona eisaggiunse: -"Edha la sua brava ragazzain una villetta al Borgo... Tutte le sere lepassa con lei!..."

Ilvecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poichéprincipiata la messanessuno più si movevatornòindietro. Giunto sulla porta della chiesacolpendogli l'aria frescala frontesi calcò il cappello sulla testa che non era ancorfuori.

-"Sictransit gloria mundi!..."

Peròpassato il primo effetto della musicale conversazioni andavano quae là riappiccandosi; e Racitiil primo violino del Comunaleborbottava in mezzo agli sconosciuti: -"Bell'apparatonon c'è che dire; bella funzione!... La quistione è disapere chi pagherà!"

Erafurentedopo che il signor Marco aveva preferito la messa diMascione a quella di suo figlio; ma si consolava sparlando dellacasata: non c'era l'eguale per la stitichezza nel pagare; e TittaCarusoil bollettinaio del teatrone sapeva qualcosacostrettocom'era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima divedersi pagato l'appalto del palchetto: oggi non c'era il principedomani non c'era la principessaun'altra volta mancava il signorMarcopoi erano tutti in campagna...

-"Miofiglio Salvatore non voleva offrir loro la sua messa? Meglio sonarlagratis per le anime del Purgatorio; almeno se ne guadagna altrettantasalute all'anima!"

Evoltò le spallefuriosoper andarsenementre intonavano ilTuba mirum rubato al Palestrina!... Come luierano venuti inchiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire iloro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo lestorie d'avarizia e d'intima spilorceria di quella famiglia il cuilusso era solo apparente: la principessauna voltanon aveva fattocitare dinanzi al giudice il suo calzolaio perché lerestituisse il prezzo di un paio di scarpe non riuscite di suogradimento? E in cucinail cuoco non aveva l'ordine di scolar l'oliorimasto nella padella dopo la frittura per riconsegnarlo allapadrona?

-"Piùsono ricchicotesti porcipiù sono spilorci!..."

Un-"zitti!"imperioso troncò le chiacchiere: l'orchestra intonava il Chedirò io misero? e la gente che stava attenta alla musicanon voleva esser disturbata. Ma dopo un momento le conversazioni siriannodarono. In certi crocchi di liberalivantavano il patriottismodel duca Gasparesottovoceperòe guardandosi intorno perpaura che qualche spia non udisse.

-"Uncolpo al cerchio e un altro alla botte!"esclamava don Casimiro accanto alla pila. -"Inquesta casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; cosìsono certi di trovarsi benequalunque cosa avvenga! La ragazzaLucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di BenedettoGiulente?..."

Ilbarone Carcarettaunitosi ai maldicentiprotestò:

-"Nondaranno mai un'Uzeda a un Giulente!"

Edon Casimiro:

-"Perquesto io dico che il Giulente è uno sciocco..."

-"Silenzioeccoli lì."

Ilgiovanotto infatti entrava in quel momento insieme con suo zio donLorenzoil celebre liberale lavapiatti del duca.

-"Ecosì?"domandò don Casimiro -"quandola farete questa rivoluzione?"

-"Nonlo diremmo a voiin ogni caso"rispose Benedetto sorridendo. Allora l'altro si rivolse allo zio:

-"Eil vostro amicoil duca? Gli muore la cognatai suoi nipotil'aspettanoe non parte subito? Che sta macchinando?"

-"Avoi che importa?"

-"Ame? Un fico secco! Io non faccio il lavapiatti a nessuno!"

-"Ilavapiatti"rispose don Lorenzo -"dovetesapere che io li ho tenuti sempre in cucina..."

-"Silenzio!...Siamo in chiesa."

Lapreghiera ieratica diceva giustamente: -"Serbamiun posto nel gregge."Ma don Casimiro non voleva riconoscere che il dispiacere di non goderpiù dell'intimità degli Uzeda lo animava contro diloro.

-"Bestioni!"esclamòquando i due Giulente si allontanarono. -"Midiranno poi come finirà lorocon quei birbanti!"

Ilprincipe di Roccascianoche aveva girato per la chiesa sballottatodalla follafu sospinto in mezzo al gruppo; tutta la sua personacosì piccola e magra che pareva fatta in economiaesprimevauno straordinario stupore:

-"Signorimieiche funerale! che spesa!... Ci saranno per lo meno cent'onze dicera! E l'apparato! La messa cantata! Io vi so dire che per la felicememoria di mio padre spesi sessantotto onze e tredici tarìeche feci? Niente!... Qui vi dico che si sono spese cent'onze di soletorce..."

-"Sst...il Lux aeterna."

Adogni passaggio della messa operavasi un rimescolamento nella folla:alcuni tentavano uscirela più parte mutavan di postogiravano intorno al catafalcoandavano a leggere le iscrizioni.Restava a don Cono da verificar l'ultima; don Casimiro gli si posealle costoleseguito da parecchi della comitiva.


AHIDURA MORTE

ILPIANTO

D'UNAILLUSTRE PROSAPIA

D'UNPOPOLO INTERO

ADISARMARE IL TUO BRACCIO

NONVALSE


-"Benissimo!"fece don Casimiro. -"Laprosapia è illustre: discende difilato dall'anche d'Anchise.Il popolo piange: non vedete le lacrime?"e mostrava quelle d'argento che frangiavano l'addobbo funebre. -"Piangonoanche le ragazze dell'Orfanotrofio... pensando che andranno a finircameriere dell'illustre principe..."

-"Parmisconvenga..."obiettò don Cono.

-"Ev'accerto io che sono tutti disperati per bene che si vogliono incasa. Poh! Non possono stare un giorno senza abbracciarsi ebaciarsi..."

-"Parmisconvenga..."

-"Prudenzasignori miei... siamo in chiesa!"

Giustola ripresa del Dies irae assordava tutti; i frati erano scesiverso il catafalcobenedicendo; la musica intonava il Libera meriprendeva le frasi del principioimplorava il Requiem. -"Èfinito?... Se Dio vuole!"E un rimescolamento generale: chi era rimasto lontano dal catafalco edalle iscrizioni vi si dirigeva; molti che non reggevansi piùin piedi dalla stanchezzas'avvicinavano alle porte; ma lì laconfusione e la ressa ricominciavano più grandi; perchétutta la gente rimasta fuoricredendo chefinita la messafosseagevole entrares'affollava tumultuosamentecozzando contro quelliche volevano usciretravolgendo gli storpii ciechi e i mutilatiche arrischiavano nuovamente di tender la mano ai passanti. -"Adagio!...I piedi!... Che maniera!"e dominando quel vocìo veniva dalla piazza un incessantescalpitar di cavalli: le carrozze del corteo funebre che sfilavanouna dopo l'altra andandosene.

Ilprincipe di Roccascianoaffacciato dalla terrazzale venivanumerando:

-"Settetiri a quattrosessantatrè carrozze padronalidodici dirimessa"dissequando passò l'ultima. E fece il conto: -"Adodici tarì l'unatolte quelle di famigliasonotrentaquattr'onze!..."

Alloral'onda degli spettatori cominciò a disperdersi. I poveririmasti accoccolati lungo i muri poterono finalmente trascinarsi ailoro posti; ma oramai non passava più nessuno.




2.


Versoseramentre la servitù raccolta nel cortile commentava ancorala magnificenza del funeralearrivò dalla via di Messina ilconte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarreudendo iltintinnìo delle sonaglieresi precipitò giù perlo scalone e arrivò allo sportello della corriera giusto nelmomento che questa arrestavasi e che il padrone saltava giù.

-"Chic'è?"domandò il continotroncando con voce breve le cerimonie diBaldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte.

-"Visitepel signor principeEccellenza..."e subito il maestro di casa prese l'aspetto grave e tristeconveniente alla circostanza luttuosa.

Ilconte s'avviò per lo scalone senza curarsi della moglie nédel bagaglio. Baldassarrea capo chinoofferse il gomito allasignora contessama ella smontò senza appoggiarsi. -"Piùbella che mai!"giudicavan le donne che le si appressavano rispettosamente -"quantunqueun po' dimagratain verità..."La moglie del portinaio osservò anche: -"Parepiù afflitta lei del contino... E con che dolce voce pregavache portassero su le valige e i sacchi da nottee rispondeva al:"BenvenutaEccellenza!"dei serviinformandosi della loro salutedomandando a Giuseppe seil suo bambino stava bene e a donna Mena se la sua figliuola s'eramaritata!..."

Sunelle anticamereil principe e Lucrezia vennero incontro al fratelloed alla cognata. Raimondo si lasciò baciare dalla sorellaestretta la mano che Giacomo gli tendevaentrò nella SalaGiallazeppa di gente al pari della Rossapoichétolto ildivieto di lasciar salire i soli prossimi parentiora i cugini inquarto e in quinto gradogli affinigli amici venivano inprocessione a condolersi della gran disgrazia. Tuttiall'appariredella contessa Matildesi levaronoad eccezione di don Blasco e didonna Ferdinanda. Quest'ultimaquando la nipote le baciò lamanoborbottò un: -"Tisaluto"freddo freddo; quanto a don Blasconon le rispose neppure. Eglivociavagesticolando:

-"Voglionoil resto? Ahvogliono il resto? Se vogliono il restonon hanno dafar altro che chiederlo!..."

L'incontrodel Priore con Raimondo fu osservato da tutti: il Priore che stavaseduto accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi canoniciappena scorto il fratello s'alzò e gli aperse le braccia:Raimondo si lasciò abbracciare un'altra voltama quelledimostrazioni d'affetto lo seccavano visibilmente. Poi il principe locondusse viae tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti.

Inun gruppo di pezzi grossi dove c'eranofra gli altriil presidentedella Gran Corteil generale e alcuni senatori municipalidonBlasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e iquarantottisti che minacciavano d'alzar la coda. Non era bastata lorola famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebberostati immediatamente serviti!

-"Mala colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o diquel ladro di Cavour? È di quei ruffiani che per la loroposizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono coimorti di fame!"

Eglil'aveva principalmente col fratello duca che s'era fitto in capo difare il liberaloneluiil secondogenito del principe diFrancalanza! Il marchese di Villardita approvavachinando la testagiudicando però che i rivoluzionaricon o senza l'aiuto deisignorisarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: lacittà portava ancora i segni della terribile repressionedell'aprile Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce delfuoco e del saccheggioe mezza popolazione piangeva i mortiicondannati all'ergastologli esiliati.

IlPrioretornato a sedere accanto a Monsignorenel gruppo delletonache neredeplorava anch'eglia bassa vocel'iniquitàdei tempi per via della legge piemontese contro le corporazionireligiose; e don Blasconel crocchio opposto:

-"Adessofanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quelcelebre d'Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?..."

Dallaparte delle donne la principessa se ne stava in un angoloun po'alla largaper evitar contatti. Donna Ferdinandaseduta vicino alprincipe di Roccascianoparlava con lui d'affaridel raccoltodelprezzo delle derratementre la principessa di Roccasciano raccontavaalla baronessa Cùrcuma un suo sognola madre che le eraapparsa con tre numeri in mano: 639 e 70sui quali avea giocatododici tarì di nascosto del marito. Le ragazze Mortara eCostanteamiche di Lucreziaparlavano d'abiti a quest'ultimaperdivagarlaquantunque ella non desse loro ascolto e rispondesse aspropositocom'era sua abitudine; ma la cugina Graziella teneva dasola animata la conversazionerivolgendosi a tutti ed a ciascunopassando da una sala all'altra chiacchierando d'abitidi sartedella Crimeadel Piemontedella guerradel colera. Stanca delviaggiola contessa Matilde parlava pocoaspettando di ritirarsinelle sue camere; don Conovenuto a mettersele vicinole recitavatutte le epigrafi da lui composte pel funerale: -"M'èsovvenuto d'una variante; bramo il giudizio della contessa..."E il cavaliere don Eugenio giudicava povertà il lusso deimoderni funerali a paragone di quello di un tempo: -"Nel1692 fu perfino emanato un bandoin via di prammaticaper impedirel'eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!"

Tuttis'alzarono al sopravvenire di donna Isabella Fersa con suo marito donMario e con Padre Gerbini: il Benedettino reggeva galantemente sulbraccio un velo della dama. Questa baciò tutte le Uzedafuorché la principessala qualeschivandosipresentò:-"Miacognata Matilde..."

DonnaIsabella strinse forte la mano alla contessa e le si mise a sedere afiancosospirando:

-"Chegrande disgrazia! Ma bisogna fare la volontà di Dio!... Sietestati a Firenze?... Anche noi ci fummo l'anno scorso; ma voialtriallora eravate a Milazzo... Una sola bambina finora?... Il conteaspetta un maschiettonaturalmente. Felice voi che avete una figlia:v'invidiocontessasapete..."

PadreGerbini faceva intanto il giro delle signorediscorrendo a lungo conle più giovani e belledicendo loro cose galanti e proibite.Egli prendeva le morbide e bianche mani femminilile teneva un pocofra le sue egualmente bianche e inanellatepoi le baciava. Vedendorientrare il principe col fratellolasciò le dame percondurre Raimondo dinanzi alla Fersa.

-"Ilconte di Lumera... donn'Isabella Fersala più bella dama delregno..."

-"Nongli credadice a tutte così..."esclamò ella sorridendo. -"Sonodolente di conoscerla"ripresecon altro tono di voce e stringendogli la mano -"inquesta triste circostanza..."Sospirò un pocopoi ricominciò: -"Giustola contessa mi diceva che arrivate da Firenze..."

-"Direttamente.Ci siamo fermati appena a Messina."

-"Perlasciar la bambina a vostro suocero. Avete fatto bene! Com'èquesta Milazzo?"

-"Nonme ne parli."

Perfortunaegli ci stava il meno che potevasempre attirato a Firenzedove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di Toscanadonna Isabella chinava ripetutamente il capo in atto affermativo:-"IMorsinisicuro... i Realmonte..."

Lacontessa volgeva supplici sguardi al maritoquasi per dirgli: -"Portamivia..."ma Raimondo non cessava di parlare del suo tema favorito. Fersa glis'avvicinò un momento per stringergli la mano ed esprimergliil proprio rammarico.

-"Tuozio il duca arriva domani?"

-"Cosìm'ha detto Giacomo."

-"Edel testamento?"

-"Nonsi sa nulla."

Trai discorsi di politicadi modadi viaggiquella domanda curiosaera sussurrata qua e làe otteneva sempre la stessa risposta.Il presidente della Gran Cortetestimonio della consegna deltestamento segreto fatta dalla principessa al notaio l'anno innanzinon sapeva nulla intorno al contenuto della carta di cui avevafirmato la bustae i figli della morta erano al buio peggio degliestranei. Forsese Raimondo fosse venuto a tempoquando sua madrelo aveva insistentemente chiamatoegli avrebbe saputo qualcosa; mail contedivertendosi a Firenzeaveva fatto orecchio da mercantequasi non si trattasse dei suoi stessi interessi. Possibileallorache la principessa non si fosse confidata proprio a nessuno? aqualcuno dei cognati? a un uomo d'affarialmeno? Di botto donBlascolasciando in pace Cavour e la Russia:

-"Eallorache sugo ci sarebbe stato?"esclamò. -"Cosìfanno tutti coloro che ragionanoeh?... Ma in questa casa la logicaera un'altra!... Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare aloro capriccio; sempre chiusisempre misteriosicome se fabbricassero moneta falsa!"

Ilpresidente scrollava il capo con bonomiaper acquietare il monacofocoso; ma questi proseguiva:

-"Voletesapere che dirà il testamento? Domandatelo al confessore!Sissignori: al confessore!... Voi al confessore di che parlate? Deipeccatieh? delle cose di coscienza?... Degli affarinaturalmenteincaricate gli avvocatii notaii parentisì o no?... Quiinvece il confessore scriveva il testamento: forse il notaioimpartiva l'assoluzione!"

Alcunisorridevano a quelle sparatee le supposizioni avevano libero corso.Il presidente era sicurochecché si dicesse in contrariochel'erede sarebbe stato il principecon un forte legato al conte; e ilgenerale confermava: -"Sicuramentel'erede del nome!"ma il barone Grazzeri scrollava il capo: -"Senon andarono mai d'accordo?"Don Mario Fersainfattipiano al cavaliere Carvanomanifestava lasua opinionesecondo la quale l'erede sarebbe stato Raimondo. Forseil contegno di lui durante la malattia della madreil costanterifiuto di venire a vederlapotevano avergli un poco nociuto; ma lapredilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo era statatroppo grande perché in un momento ne andassero dispersi glieffetti. -"Nondimentichiamo"rammentava il cavaliere Pezzino -"chela felice memoria non volle mai chiedere l'istituzione del maiorascoappunto per esser libera di fare a modo suo."Dunque si sarebbe proprio visto questa enormità? Il capo dellacasa diseredato? erede Raimondo che non aveva figli maschi?diseredato il principe che aveva già nel piccolo Consalvo ilsuccessore?... I lavapiatticome familiari della defuntaeranorichiesti della loro opinionema essi che ne sapevano meno di tuttirispondevano evasivamenteper non far torto a nessuno. -"Egli altri figli? Ferdinando? Le donne?..."La curiositàbenché contenuta ed espressa sotto voceera vivissima. Il confessorequesto famoso Padre Camillonon avevaparlato? -"Nonc'èè a Roma da parecchi mesi; e anche ci fossenonparlerebbe: è volpe fina..."E tutti gli sguardi si volgevano naturalmente a Giacomo ed aRaimondo. Questi chiacchierava ancora con donna Isabellae parevache il testamento materno fosse l'ultimo dei suoi pensierianzi cheegli ignorasse perfino la morte della madre; il principe invece avevaun aspetto più grave del consuetoquale conveniva allatristezza di quei giorni; egli riceveva con espressioni digratitudine le reiterate condoglianze delle persone che sicongedavano. Alcune di queste però non riuscivano a trovarloandavano via senza poterlo salutare; e i familiari si guardavano conla coda dell'occhiocomprendendo. Egli aveva una folle paura dellaiettaturaattribuiva a una gran quantità d'individui ilfunesto potere; stava sulle spine in loro presenzaevitava disalutarlicon le mani in tasca. Ma il presidente della Gran Corteappena alzatosise lo vide vicino:

-"Selo zio arriverà domanipresidentefisseremo per posdomani lalettura?"

-"Quandocredeteprincipe mio! Sono agli ordini vostri!..."

-"Veramente..."aggiunseabbassando la voce -"ionon avrei tanta fretta... anzi mi parrebbe una sconvenienza verso lamemoria di nostra madre... Ma sapete come succede quando si èin molti... quando bisogna dar conto a tanti..."E poiché suo fratello il Priore se ne andava anche luiinsieme col Vescovoli avvertì entrambiessendo Monsignoreun altro dei testimoni.

-"Fatefate voialtri..."disse il Prioredisinteressato. -"Chebisogno avete di me?"

MaGiacomo protestò:

-"Nono; che vuol dire! Bisogna fare le cose in regolaper soddisfazionedi tutti..."

Siccomeannottavamolti andavano via. Padre Gerbiniquantunque il Prioreavesse dato l'esempiorestò ancora un poco a cicalare con lesignore; poi se n'andò anche lui. Restòsbraitandocontro i rivoluzionari e la cognata mortadon Blascoche rientravasempre l'ultimo al convento.

Adessoi servi accendevano le lampade; e con le finestre chiuseil calorediveniva intollerabile nella sala. La contessa si sentiva mancare enon vedeva più il marito che aveva seguito donna Isabellanella Sala Rossa a discorrere di Parigi. Ancora una volta avevaaccanto lo zio Eugenio e don Conoi quali continuavano a sviscerarele antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio fiorito robalatina.

-"Ifuneri di Carlo V furono celebrati a presenza del ViceréUzeda..."

-"Lareal cappella tolse luogo nel nostro Duomoove fu erettaun'altissima piramide ornata di busti e personaggifra i qualil'Italiala Spagnala Germania e l'India..."

-"Perlo appunto; anzi la epigrafe suonava così:


Indiamæsta sedet Caroli post funera Quinti..."


-"Eil disvenamento del corsier favorito?"

-"Peifunerali di nostro nonnoalla più corta! Quando morìil principe nostro nonnosi svenò il suo cavallo dicoscia..."

-"Usobarbarico anziché no. Il nobile corsiere rigava di sangue laviafinché cadeva spirando l'ultimo fia..."

Aun tratto don Cono esclamò:

-"Contessagran Dio!"

Tuttiaccorsero. Era pallida e freddacon gli occhi rovesciati e le labbradischiuse. Suo maritoaccorso anche lui con donna Isabelladisse:

-"Nonè nulla... la fatica del viaggio..."E pianoquasi tra sémentre la portavano via: -"Lesolite smorfie!..."


Giornidi continue novitàquelli! Il domanicome s'aspettavaarrivò il duca. Mancava da cinque annie nel primo momento laservitù e gli stessi parenti quasi non lo riconobbero:quand'era partito per Palermo aveva un bel collare di barba allaborbonicaadesso invece s'era lasciato crescere il pizzo che dava unaltro carattere alla sua fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono lamano; egli s'informò della disgrazia e si scusò per nonesser venuto più presto; si scusò anchepel disturboche gli davacol principeil quale gli aveva fatto preparare alterzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna prima dilasciarla. Ma il nipote protestò:

-"VostraEccellenza non mi disturbami aiuta... E in questo momento ho piùbisogno dei suoi consigli..."

-"Sainulla?"

-"Nulla!"

-"Tuamadre non avrà fattosperouna delle sue pazzie..."

-"Quelche ha fatto mia madre sarà ben fatto!"

Fucosì stabilita la lettura pel domania mezzogiornoe ilsignor Marco ebbe ordine d'avvertire il notaioil giudice e itestimoni perché si tenessero pronti. Intanto la notiziadell'arrivo del duca s'era subito diffusa per la cittàe leprime visite gli furono annunziate che egli non s'era neppur riposatodel viaggio. Venivano a cercarlo una quantità di persone chenon si sapeva chi fossero: donna Ferdinandaa udire i nomiannunziati da Baldassarre: RaspinatoZappaglionesgranava tantod'occhi; don Blascoda canto suosoffiava come un mantice; ma ilpeggio fu verso seraquando cominciò una vera processione-"ditutti i sanculotti morti di fame"gridava il monaco al marchese -"chehanno scroccato o vogliono scroccar quattrini a quell'animale di miofratello!"Mentre il duca dava udienza agli amicil'Intendente Ramondino vennea far la sua visita di condoglianza al principeil quale lo ricevénella Sala Rossainsieme col marchese di Villardita e don Blasco.Questidimenticando che a San Nicola stavano per serrare i portonifece una terribile sfuriata contro l'agitazione dei quarantottisti;ma il rappresentante del governostringendosi nelle spalleparevanon desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in veritàa Palermo avevano arrestato qualche facinoroso; maal frescoleteste calde si sarebbero subito calmate.

-"Perchénon fate venire altra truppa? Perché non date un esempio?...Il bastone ci vuole: sante nerbate!"

Ilmonaco pareva inferocito; ma il capo della provincia stringevasinelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione; non c'era pauradi niente! Del restopiù che sulle baionetteil governofaceva assegnamento sull'influenza morale dei benpensanti... L'elogioera diretto al principeche se lo prese; ma don Blasco girava gliocchi stralunati come seavendo un boccone di traversofacessesforzi violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo.

-"Eil testamento della felice memoria?"disse l'Intendentecurioso anche lui come tutta la città.

-"Saràaperto domani..."

Entròa un tratto il duca che strinse la mano all'Intendente e gli si misea sedere a fianco. Allora don Blasco s'alzò rumorosamente perandar via. E nell'anticameraal marchese che lo accompagnava:

-"Capisci?"gridò. -"Tuttoil giorno coi sanculotti e adesso si strofina all'autorità!Son cose che mi rivoltano lo stomaco!... In questa casa non metteròpiù piede!"

Anchedonna Ferdinandanella stanza di lavoro della principessadov'eraraccolto tutto il resto della famiglia e alcuni lavapiattifiottavacontro il fedifrago; ma quando Baldassarre annunziòsull'usciocredendo che il duca fosse lì:

-"DonLorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca…"

-"Nonse ne può più!"proruppe la zitellona arrossendo fin nel bianco degli occhi. -"Èuno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!"

DonMarianocon aria costernataesclamò:

-"Adessoanche il ragazzo!... È una cosa veramente dispiacevole!...Passi lo zioche è morto di fame; ma il nipote?..."

-"Ilnipote?"incalzò la zitellona. -"Voinon sapete che la volpequando non poté arrivare all'uvadisse che era acerba?"

Lucreziaimpalliditateneva gli occhi bassistrappando la frangia dellapoltrona; il principino Consalvoseduto vicino alla ziadomandò:

-"Perchél'uva?"

-"Perché?...Perché pretendevano il consenso reale all'istituzione delmaiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!...Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nelCodice civile che canta chiaro!"E sempre rivolta al ragazzoil quale la guardava con gli occhisgranatirecitògestendo con un dito e cantilenando: -"Potràdomandarsene l'istituzione (del maiorasco) da quegl'individui i dicui nomi trovansi inscritti sia nel Libro d'oro sia neglialtri registri di nobiltàda tutti coloro che sononell'attuale legittimo possesso di titoli per concessione inqualunque tempo avvenutae finalmente da quelle persone cheappartengono a famiglie di conosciuta no-bil-nel Regno delle Due Sicilie..."

-"Iocredo che i Giulente sono nobili"disse Lucreziaprima che la zia finisse e senza alzare gli occhi.

-"Iocredo invece che sono ignobili"ribattè secco donna Ferdinanda. -"Sepossedevano documenti da far valereavrebbero ottenutol'approvazione reale."

-"Nobilidi Siracusa..."cominciò don Mariano.

-"OSiracusa o Caropepese avevano i titoli non gli avrebbero negatal'iscrizione nel Libro rosso!"

-"IlLibro rosso è chiuso dal 1813"annunziò don Eugenio col tono di chi dà una notiziagrave.

Lucreziaera rimasta a capo chinoguardando per terra. Quando la zia potécredere d'averla ridotta al silenziola ragazza riprese:

-"IGiulente sono nobili di toga."

Unrisolino fine fine della zitellona le rispose:

-"Gliasini credono che la nobiltà di toga sia paragonabile a quelladi spada!... Che differenza passava tra i sei giudici del RealPatrimoniodon Mariano? I tre di cappacorta erano nobili... nobili!e i tre di cappalungagiurisperiti... giurisperiti!... Adessosapete com'è?... Tutti i mastri notai si credono altrettantiprincipi!... Un tempo c'erano i baroni da dieci scudioggi ci sonoquelli da dieci baiocchi..."

Allorala ragazza s'alzò e andò via. Donna Ferdinandacontinuava a sorridere finementeguardando la contessa Matilde.

Frattantoil signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei ritrattiper la lettura del testamento. Il principe era stato un poco esitantesulla scelta del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala Rossadiscretamente addobbatacapiva poca gente: il Salone dei lampadarivastissimonon aveva altri mobili fuorché le lampade antichependenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; laGalleriainvececonciliava la grandezza con la sontuositàperché era vasta come due saloni messi in filae arredata didivani e sgabelli e mensole e tripodi doratie finalmente piùdegnaper le generazioni d'avi pendenti in effige dai muridellasolennità che radunava i nipoti. Nel mezzo di quella specie digrande corridoiol'amministratore generale fece disporre una grantavola coperta da un antico tappeto e provveduta d'un monumentalecalamaio d'argento. Intorno alla tavola dodici seggioloni abracciuoli aspettavano i testimoni e gl'interessati: quello delprincipepiù altovolgeva la spalliera al grande ritrattocentrale del Viceré Lopez Ximenes de Uzedaa cavallo e inatto di frenare la bestia con la sinistra e d'appuntar l'indicedestro al suolo come dicendo: -"Quicomando io!..."Torno tornoin alto e in bassoquanto la parete era lungaquant'erano larghi i vani tra finestra e finestra nella parete dicontrouna moltitudine d'antenati: uomini e donnemonaci eguerrierivescovi e dottoridame e badesseambasciatori e vicerédi facciadi profilo e di tre quarti; vestiti d'acciaiodi vellutod'ermellino; col capo coronato d'alloroo chiuso negli elmiocoperto dai cappucci; con scettri e libri e bacoli e spade e fiori emazze e ventagli in mano.

Ilgiorno stabilitoprima del notaiodel giudice e dei testimoni ed'ogni altro parentespuntò don Blascorodendosi le unghie.Entrato che fusi mise a girare per la casa ficcando gli occhidappertuttocon le orecchie erte come un gattocon le narici apertequasi a fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda; e laservitùgiù nella corteosservava che i cognati dellamortapei quali il testamento non aveva nessun interesseerano piùimpazienti di conoscerlo che gli stessi figliuoli. Ma ormai lacuriosità di tutti era divenuta insofferente e quasi nervosa:i lavapiattisopraggiungendo per aiutare il principe al ricevimentoscambiavano esclamazioni: -"Oramaici siamo! Fra qualche mezz'ora!..."Il Priore venne con Monsignor Vescovoriprotestando che la propriapresenza era inutile; il principe ripeté che voleva tutti. Ilgiudice col notaio Rubino arrivò nello stesso tempo che ilmarchese con la moglie e don Eugenio. Poi il presidente della GranCorte col principe di Roccascianoaltri testimoni; poi la cuginaGraziella col maritopoi ancora la duchessa Radalìpoi iparenti più lontanii Grazzerii Costantepoi l'ultimotestimonioil marchese Motta: ma Ferdinando non si vedeva ancora. Edon Blascopigliando pel bottone del soprabito il marcheseglidiceva:

-"Scommettiamoche hanno dimenticato un'altra volta d'avvertirlo?"L'attesa fu penosa. Nessuno parlava più del testamentomatutti gli sguardi erano rivolti alla cartella del notaio. I piùindifferentituttaviaparevano il conte Raimondo che chiacchieravacon le signore e il principe che parlava col presidente d'una causarelativa alla dote della moglie. Mentre il fratello minoreperòsaltava da un discorso all'altro con grande disinvolturail principefaceva lunghe pausedurante le quali i suoi occhi si fissavanocorrugatie un pensiero molesto gli velava la fronte.

Quandofinalmente Ferdinando spuntòstralunatoassonnatocomecaduto dalle nuvolefu uno scandalo: mentre perfino la servitùera già vestita di neroegli portava ancora l'abito dicoloree a don Blasco il quale gli diceva: -"Chediavolo hai fatto?"rispondevabalbettando: -"Scusate...scusate... non ci pensavo più..."

All'invitodel principepassarono tutti nella Galleria: il principeil ducail conteil marcheseil cavaliereil signor Marcoil giudice colnotaio e i quattro testimoni presero posto alla tavola; gli altrisederono sui divani tutt'intorno: la principessa appartata in unangolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da unaparte; Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un'altra: ilPrioreseduto sopra uno sgabelloincrociò le mani in gremboe alzò gli sguardi al soffitto con moto di rassegnataindifferenza; don Blascoappoggiato in piedi allo stipite dellafinestra centraledominava l'adunanza come uno spettatore diffidentedinanzi a una prova di prestigio.

-"VostraEccellenza permette?"domandò il notaioe ad un gesto d'assenso del principe cavòdalla cartella un plico sul quale tutti gli occhi si fermarono.Accertata l'incolumità dei suggelliriscontrate le firmeegli aprì la busta e ne tolse un quadernetto di due o trefogli. Dopo un breve scambio di cerimonie col giudicequestiinmezzo a un religioso silenziocominciò finalmente la lettura:

-"IoTeresa Uzeda nata Risàprincipessa di Francalanza eMirabellavedova di Consalvo viiprincipe di Francalanza eMirabelladuca d'Oraguaconte della Venerata e di Lumerabaronedella Motta RealeGibilfemi ed Alcamurosignore delle terre diBugliarelloMalfermoMartorana e Caltasipalacameriere di S. M. ilRe (che Dio sempre feliciti).

Inquesto giorno 19 di marzo dell'anno di grazia 1854sentendomi sanadi mente ma non di corporaccomando l'anima mia a Nostro SignoreGesù Cristoalla Beata Vergine Maria ed a tutti i gloriosiSanti del Paradiso e dispongo quanto segue:

Imiei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casaFrancalanza ed assunsi l'amministrazione del patrimoniotali e tantepassività oberavano la sostanza del mio consorteche essapoteva considerarsianzi era effettivamente distrutta ed allavigilia di venire smembrata tra i molteplici suoi creditori. Spintapertanto dall'affetto materno che mi spronava a sacrificarmi pel benedei miei figli amatissimiio mi accinsi fin da quel giorno all'operadel riscattola quale è durata quanto tutta la mia vita.Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenticoadiuvatadall'opera intelligente del signor Marco Roscitanomioamministratore e procuratore generalecon l'aiuto della DivinaProvvidenza alla quale ne rendo tutte le grazie del mio cuoreiooggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta lasostanza della casa..."

Ilsignor Marcoal passaggio che lo riguardavaaveva chinatorispettosamente il capo. Don Blascosempre in piedimutòposto: lasciata la finestra si mise dietro al giudicein modo nonsolamente da udir meglio ma da verificare con l'occhio la fedeltàdella lettura. Il principe teneva le braccia incrociate sul petto eil capo un po' chino; Raimondo batteva un piedeguardando per ariaseccato.

-"Ditutta questa sostanza io sono l'unica e sola donna e padronasìper la parte che rappresenta la mia dote in essa investitasìperché il rimanente è frutto dei miei capitaliparafernali e dell'opera miacome ne fa ampia e piena fede iltestamento del benamato mio sposo Consalvo viiil quale dicecosì..."

Ilgiudice sostò un momento per osservare:

-"Credoche possiamo saltare questo passo..."

-"Infatti...È inutile"risposero parecchie voci.

Ilprincipe invecesciolte le bracciaprotestòguardando ingiro:

-"Nonoio desidero che le cose si facciano in piena regola... Leggetetuttodi grazia."

-"...ilquale dice così: "Sulpunto di rendere a Dio l'anima mianon avendo nulla da lasciare aimiei figliperchécome essi un giorno saprannoil nostropatrimonio avito fu distrutto in seguito a disgrazie di famiglialascio ad essi un prezioso consiglio: di obbedir sempre alla loromadre e mia diletta sposaTeresa Uzedaprincipessa di Francalanzala qualecome si è finora sempre ispirata al bene dellanostra casacosì continuerà per l'avvenire a non averealtra mira fuorché quella di assicurarecol lustro dellafamiglial'avvenire dei nostri figli benamati. Faccia il Signore cheella sia ad essi conservata per mille anni ancorae il giorno cheall'Onnipotente piacerà ridarmela compagna nella vitamiglioreseguano i miei figli fedelmente le sue volontà comequelle che non potranno esser dirette se non al loro bene ed allaloro fortuna."

-"Imiei cari figliadunque"continuava la testatrice -"nonpotranno dare miglior prova della loro affezione e rispetto verso lamemoria del padre loro e miase non scrupolosamente rispettando ledisposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimerò.

Ionomino pertanto..."tutti gli occhi si fermarono sul lettoredon Blasco chinossi ancoraun poco per meglio vedere lo scritto -"erediuniversali..."e le labbra del principe ebbero a un tratto un'impercettibilecontrazione -"ditutti i miei beniesclusi quelli che intendo siano distribuiti nelmodo qui appresso indicatoi miei due figli Giacomo xiv principe diFrancalanza e Raimondo conte di Lumera..."

Ilgiudice fece una breve pausadurante la quale il Vescovo e ilpresidente scrollarono il capoguardandosiin atto di stuporeapprovativo. Il principeincrociate di nuovo le bracciaavevaripreso l'atteggiamento da sfinge; soltanto era un poco pallido;Raimondo pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che glirivolgevano; donna Ferdinandacon le labbra cucitepassava arassegna i progenitori pendenti dalle pareti.

-"Intendoperò"riprese il lettore -"chenella divisione tra i due fratelli suddetti restino assegnati alprincipe Giacomo i feudi della famiglia Uzeda da me riscattatiespettino a Raimondo conte di Lumera le proprietà di casa Risàe quelle che in progresso di tempo furono da me acquistate. Ilpalazzo avito toccherà al primogenito; ma mio figlio Raimondoavrà l'usovita natural durantedel quartiere di mezzogiornoe annesso servizio di stalla e scuderia."

Conripetuti cenni del capoil presidente e Monsignore continuavano adesprimere la loro approvazione; si udì anche il marchesemormorare: -"Giustissimo."La cuginaammutolita pel quarto d'oragirava rapidamente glisguardi dall'uno all'altrocome non sapendo che pesci pigliare. Lalettura continuava:

-"Usandosuccessivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri mieifigli legittimarie volendo dare a ciascuno di essi una prova dellamia particolare affezioneassegno a ciascuno di essiin compensodei diritti di legittimaaltrettanti legati superiori alla quota cheloro spetterebbe per leggenel modo qui appresso descritto.

Eccettuoinnanzi tutto quelli entrati in religionepei quali richiamoconfermo e completo le disposizioni da me prese al tempo della loroprofessionee cioè:

Primo:in favore del mio diletto figlio Lodovicoin religione PadreBenedetto della Congregazione Cassinesedecano nel convento di SanNicola dell'Arena in Cataniala dotazione di onze 36 (dicotrentasei) annueassegnategli con atto del 12 novembre 1844.

Secondo:in favore di mia figlia primogenita Angiolinain religione SuorMaria Crocifissamonaca nella badìa di San Placido inCataniacome segno di particolare soddisfazione e gradimento perl'obbedienza osservata nel contentare il mio desiderio di vederlaabbracciare lo stato monasticocompleto la mia disposizione del 7marzo 1852ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma dionze 2000 (due mila)valore del fondo denominato la Timpaposto nelBosco etneocontrada Belvedereordinando che coi frutti di essoimmobile siano celebrate tre messe quotidiane dentro la chiesa dellapredetta badìa di San Placidoe precisamente nell'altare delCrocifissodovendo tale celebrazione aver principio in seguito allamorte della predetta mia figlia Suor Maria Crocifissae intendendoche durante vita della stessa i frutti si debbano da lei percepireatitolo di livellovitaliziamente. Cessando di vivere essa miafigliaordino che l'amministrazione resti affidata alla MadreBadessapro temporedella prefata badìaalla qualesuperiora intendo che resti conferita la facoltà di eleggere isacerdoti celebrantie non ad altri.

Venendopoi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimarialascio al mio benamato Ferdinando..."e Ferdinandoche era stato a seguire il volo delle moschesi voltòfinalmente verso il lettore -"lapiena ed assoluta proprietà del latifondo denominato leGhiandesituato in contrada Pietra dell'Ovoterritorio di Cataniaperché conosco l'affezione particolare che egli porta a questaterra da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. Eperché detto mio figlio abbia una prova speciale del mioaffetto maternointendo che gli siano condonaticome infatti glicondonotutti gli arretrati della rendita da lui dovutami su dettolatifondo in virtù dell'atto sopracitatoa qualunque sommaessi arretrati siano per ascendere al momento dell'apertasuccessione."

Testimonie lavapiatticon gesti e sguardi e sommesse paroleesprimevano unasempre crescente ammirazione.

-"Restanocosì le mie due care figlie Chiaramarchesa di VillarditaeLucrezia; a ciascuna delle qualiaffinché esse lascino laproprietà immobiliare ai loro fratelli e miei eredivoglioche sia pagatasempre a titolo di legittimala somma di 10.000(dico diecimila) onze..."quasi tutti adesso si voltarono verso le donne con espressione dicompiacimento -"treanni dopo l'aperta successione e con gli interessidal giornodell'aperturadel cinque per cento; restando naturalmente inteso chemia figlia Chiara debba conferire la sua dotazione di duecento onzeannuali di cui ai suoi capitoli matrimoniali. Inoltre come prova digradimento per le nozze da lei contratte con mio genero il marcheseFederico Riolo di Villarditale lascio tutte le gioie da me portatein casa Uzedache si troveranno a parte inventariate e descritte;intendo che quelle avite di casa Francalanzada me riscattate dallemani dei creditorirestinodurante vita della mia diletta figliaLucreziaa quest'ultima; ma poiché essa ben conosce che lostato maritale non è confacente né alla salute néal carattere di leivoglio che ella ne goda a titolo di semplicedepositariae che alla sua morte vengano divise in eguali porzionitra il principe Giacomo e il conte Raimondo miei eredi universalicome sopra.

Provvistoin tal modo all'avvenire dei miei figli amatissimipassoall'assegnazione delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi daimiei eredi summentovatie cioè:

AMonsignor Reverendissimo il Vescovo Pattionze cinquecentounavolta tantoperché le distribuisca ai poveri della cittào perché ne faccia celebrare altrettante messe a sacerdotibisognosi della diocesisecondo stimerà conveniente nella suaalta prudenza..."

Monsignoresi mise a scrollare il capoa dimostrazione di gratitudinediammirazionedi rimpiantodi modestia ad un tempo; ma soprattuttod'ammirazione secondo che il giudice leggeva le pietose disposizionidei paragrafi seguenti: -"Allacappella della Beata Ximena Uzedanella chiesa dei Cappuccini inCataniaonze cinquanta annualiper una lampada perpetua ed unamessa ebdomadaria da celebrarsi pel riposo dell'anima mia. Allachiesa dei Padri Domenicani in Cataniaonze venti annue perelemosina e celebrazione di altra messa ebdomadaria come sopra. Allachiesa di Santa Maria delle Grazie in Paternò onze venti comesopra. Ed alla chiesa del monastero di Santa Maria del Santo Lume alBelvedereonze venti come sopra.

Spetteràinoltre ai miei eredi osservare l'istituzione dei seguenti legatiinfavore dei creati che mi hanno fedelmente servita ed assistitadurante il corso delle mie infermitàe cioè:

Eccettuoinnanzi tutto il mio amministratore e procuratore generale signorMarco Roscitanoi cui eccellenti servigi non potendo essereparagonati a quelli d'un servonon sono da compensare con moneta."Il signor Marco era diventato rosso come un pomodoro: o per lelusinghiere paroleo perché non gli toccava altro che parole.-"Lascioa lui pertanto gli oggetti d'orole tabacchierespille ed orologipervenutimi dall'eredità di mio zio materno il cavaliere Risàil cui elenco si troverà fra le mie carte; e faccio obbligo dicoscienza ai miei eredi di continuare ad avvalersi dell'opera suanon potendo essi trovare persona che meglio di lui conosca lo statodel patrimonio e delle liti pendentie che possa spendere maggiorinteresse per il loro meglio."Il principe pareva sempre non udirecon le braccia conserte e losguardo cieco. -"Trai creatilascio al mio cameriere Salvatore Cerra due tarì algiornovitaliziamente; altrettanti alla mia cameriera Anna Lauro. Lasomma di onze cento si paghiuna volta tantoal mio maestro di casaBaldassarre Crimie di onze cinquanta al cocchiere maggiore GaspareGambinoe di onze trenta al cuoco Salvatore Briguccia.

Comepiccoli ricordi ai miei amici destino inoltre:

L'orologiogrande con miniature e brillanti del fu mio consorteal principeGiuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a donGiacinto Costantino; il bastone col pomo d'oro cesellato a don ConoCanalà; i tre anelli di smeraldo a ciascuno dei tre testimonidel presente testamento solenneescluso il principe di Roccascianosuddetto.

Indistintamentepoi a tutti i miei congiunti: cognatinipoticuginiecc.sipaghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto.

Fattoal Belvederescritto da persona di mia confidenza sotto la miadettaturada me lettoapprovato e firmato.


TeresaUzeda di Francalanza"


Giàqualche minuto prima che il giudice abbassasse il fogliodon Blascolasciando la spallieraaveva dato segno che la lettura stava perfinire; e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativilescrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appenala voce del lettore si spenseil silenzio fuper un istantecosìprofondo che si sarebbe sentito volare una mosca. A un tratto ilprincipespinta indietro la sua seggiola:

-"Graziea voisignori ed amici; grazie di cuore..."cominciòma non finì; ché i testimonialzatisianch'essilo circondaronostringendogli le manistringendo le mania Raimondorallegrandosi con tutti:

-"Nonc'era veramente bisogno della lettura!... Si sapeva bene che lafelice memoria non avrebbe... Un modello di testamento!... Chesaggezza! Che testa!..."

Monsignorespecialmenteapprovava:

-"Nonha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti..."

EFerdinandoChiaraLucreziatutti e tutte ricevevano la loro partedi congratulazioni mentre il notaio e il giudice compivano leformalità del verbale. Ma don Blascoche appena finita lalettura aveva ripreso a rodersi le unghie con più fame diprimagironzolando intorno intorno come un calabroneacchiappòFerdinando mentre il presidente gli stringeva la mano e lo trasse nelvano di una finestra:

-"Spogliati!Spogliati! Siete stati spogliati! Spogliati come in un bosco!...Rifiutate il testamentodomandate quel che vi tocca!"

-"Perché?"disse il giovaneattonito.

-"Perché?"proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhiquasi volessemangiarselo vivoquasi non potesse entrargli in mente l'idea di unasciocchezza come quella del nipoted'una ingenuità tantobalorda. -"Perquesto!"e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti;poivoltate le spalle a quel pezzo di babbeocorse dietro almarchese:

-"Rovinatispogliatimessi nel sacco!"gli spiattellavaficcandogli quasi le dita negli occhi. -"Divisionelegittimaria? E come fa i conti?... Se accettate cotesto testamentosiete gli ultimi..."e giù un'altra mala parola. -"Iconti ve li faccio ioin quattro e quattr'otto! E per te lacollazione dell'assegno che non avesti! E neppure una parola sullegato di Caltagirone! Dichiara che rifiutiseduta stante!"

Ilmarchesesbalordito da quella furiabalbettò:

-"Eccellenzaveramente..."

-"Cheveramente e falsamente mi vai...? O credi che a me ne entri qualchecosa?... Io dico pel vostro interessebestia che sei!"

-"Parleròa mia moglie..."rispose il marchese; ma allora il monacoguardatolo un momentofissolo mandò a carte quarantotto come quell'altrobabbaccioe si diresse verso la marchesa.

Questaera con tutte le altre signore che facevano cerchio a donnaFerdinanda: la zitellona non esprimeva il proprio parerenonrispondeva al cicaleccio degli astanti: -"Ilgiusto!... Tutti trattati bene!... Un modello di testamento..."E la cugina Graziella alla principessa: -"Lemale lingue volevano dire che la zia avesse diseredato tuo marito!Come se il bene che voleva a Raimondo potesse impedirle diriconoscere in Giacomo il capo della casal'erede del titolo!"La duchessa Radalìinvececon aria tra stupita e costernataconfessava a don Mariano: -"Nonl'avrei mai creduto! Eredi tutti e due? E allora la primogenituradove se ne va? Le case hanno proprio da finire?..."Ma la principessaimbarazzatissimanon osava risponderenonlasciava con gli occhi il principe. Questinel gruppo degli uominiche non cessavano di ripetere: -"Chesaggezza! Che previdenza!"dichiarava con voce grave: -"Ciòche ha fatto nostra madre è ben fatto..."mentre il Priore ripeteva a Monsignore: -"Lavolontà della felice memoria sarà certo legge pertutti..."e solo Raimondo pareva stufo dei rallegramentiinsofferente dellestrette di mano congratulatorie. Ma già Baldassarrespalancato l'uscio di fondoentrava seguito da due camerieri chereggevano due grandi vassoi di gramolate e di paste e di biscotti. Ilprincipe cominciò a servire i testimoni; il maestro di casa sidiresse dalla parte delle signore.

-"Rubatidel vostro! Spogliati! Ridotti in camicia!"diceva frattanto don Blasco alla nipote Chiara che era riuscito adagguantare. -"Perfavorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di venirla avedere prima che crepasse! E quell'altra villana ch'è venuta aficcarsi qui dentro!"Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. -"Vilascerete rubare così? Qui bisogna agire subitospiattellarechiaro e tondo che rifiutate il testamentoche chiedete quel che viviene..."

-"Ionon sozio..."

-"Comenon sai?"

-"Parleròa Federico..."Allora il monaco uscì fuori dei gangheri:

-"Eandate un poco a farvi più che benediretuFedericotuttiquanti sietecompreso iopiù bestia di tutti che me neprendo!... Qui!"ordinò a Baldassarre che andava a servire la contessae presauna gramolatala bevve d'un sorsoper temperar la bile che glisaliva alla gola.

Suofratello don Eugeniozitto zittosi ficcava a pugni nelle taschepaste e biscottine masticava a due palmentici beveva su bicchieridi Marsalanon acqua inzuccheratacome uno che non è certodi far colazione. Ciò nonostante badava ad approvare congrandi scrollate di capo Monsignor Vescovoil qualevedendo che ilPriore don Lodovico rifiutava di rinfrescarsi a motivo che eravigiliadichiarava al presidente: -"Unangelo! Tutto quel che è interesse mondano non l'ha maitoccato! Vivo esempio di virtù evangelica..."e il presidentecon la bocca piena: -"Famigliaesemplare!"confermava; -"dellostampo antico!... Dove mettete quell'eccellente principe?"E il principefinalmenteridottosi in un vano di finestra con lozio duca:

-"Haudito Vostra Eccellenza?"gli diceva con riso amaro.

-"Quelche pareva impossibile è vero!... La mia famiglia èrovinata!..."

-"Noncredevo neppur io!"esclamava il duca. -"Chegli avrebbe fatto una posizione privilegiata tra i legittimarisì;ma coerede?"

-"Eperfino il quartiere qui in casa!... per farmi un'onta! La casa deinostri maggiori ha da servire ai Palmi!..."

-"Dev'essercontenta la Palmi!"diceva ora la cugina Graziella alla duchessa. -"Suomarito coerede!... Il povero Giacomo costretto a dividere colfratello!... A me dispiace per quest'intrusache metteràancora un altro poco di superbia..."

Pesavanosulla contessa Matilde gli sguardi irosi o severi di don Blascodella cuginadel principe. Tutte le volte che Baldassarre s'eradiretto a lei per servirlaqualcuno aveva fatto cenno al maestro dicasa di servire un'altra o un altro. E adesso rimaneva lei soltanto;ma donna Ferdinandafatto venire il principino Consalvose lo misea sedere sulle ginocchia e chiamò:

-"QuiBaldassarre...



3.


Daquel giornodon Blasco non ebbe più pace. A lui come a luiche l'eredità andasse spartita in un modo piuttosto che in unaltroimportava meno d'un fico secco; ma fin da quando egli eraentrato al conventonon avendo più affari proprila suacostante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quelli deglialtri.

Ragazzoegli aveva visto i bei tempi di casa Uzedaquando suo padreilprincipe Giacomo xiiispendeva e spandeva regalmentecon venticavalli in istallauno sciame di servitori e un'intera corte dilavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e notte.Allorail futuro Cassinese non aveva udito altri discorsi fuorchéquelli delle straordinarie ricchezze di suo padredei grandi feudiche possedevadelle rendite che riscoteva da mezza Sicilia; eglien'era naturalmente venuta una smania di godimentiun'ingordigiadi piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso; quando un belgiorno fu messo al noviziato di San Nicola e poi costretto apronunziare i voti. Tutte quelle ricchezze erano del fratelloprimogenito: a lui non toccava altro che la dotazione di trentaseionze l'anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile badìa!...Si scialavaveramentea San Nicolaforse meglio che in casaFrancalanza. Il conventoimmensosontuosoera agguagliato aipalazzi realia segno che c'eran le catene distese dinanzi alportone; e le rendite di cui godevacirca settantamila onze l'annobastavano appena ad una cinquantina tra monacifratelli e novizi. Mail lauto trattamento e l'allegra vita e la quasi assoluta libertàdi fare quel che gli piacevanon dissiparono dal cuore del monaco ilcruccio per la violenza patita; tanto più che gli altrifratelli cadettiil secondogenito Gaspare duca d'Oragua e lo stessoEugeniorestavano al secolocon pochi quattriniin veritàma con la possibilità di procacciarsene; liberi del tuttoaogni modoe padroni di vestirsi secondo la modanon costretti aportar la tonaca che pesava a don Blasco più che a un servo lalivrea. L'acrimonia del Benedettinoil suo dolore per le perdutericchezzela sua invidia contro i fratelliil suo rancore contro ilpadresi sfogarono quindi con l'esercizio quotidiano d'una censuraacerba e inesorabile su tutta la parentela. Egli ebbe tanto piùcampo di sfogarsi quanto chevenuti i nodi al pettinedistrutta inpoco tempo la fortuna del padreil principino Consalvo vii fuammogliato a quella Teresa Risà che entrò a far dapadrona in casa Uzeda. Secondo le tradizioni di famigliapremendod'assicurare la continuazione del ramo primogenito e piùinquelle speciali circostanzedi ristorare le sconquassate finanze conuna grossa doteConsalvo fu accasato a diciannove anniquando donBlasco non aveva ancora pronunziato i voti; ma fin da quel momento ilnovizio concepì contro la cognata una particolare avversioneche cominciò a manifestarsi più tardiad ogni momentoper tutto ciò che ella fece e che non fece.

Ilbarone di Risà di Niscemipadre della sposaera venuto aCatania dall'interno dell'isola per dar marito alle due uniche suefigliuolealle qualida principiovoleva spartire egualmente lesue grandi ricchezze; ma quando la maggioreTeresafu proposta alprincipe di Mirabellafuturo principe di Francalanzagli Uzeda glifecero intendere chequantunque fallitiessi non avrebbero datoConsalvo vii alla figlia d'un semplice barone contadinose costeinon avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da undiscendente dei Viceré. Tanto il barone che la ragazzariconobbero che questo era giusto; peròdando il padrequattrocentomila onzecioè quasi tutto a Teresa e spogliandola minore Filomena che trovò poi per caso da maritarsi colcavaliere Vita e restò sempre in freddo con la sorellapretesed'accordo con la figliuolache il matrimonio fossecontratto col regime della comunione dei beni e che a lei toccassedirigere la baracca. Aveva quasi trent'annila promessa; dieci piùdi Consalvo viiessendo nata nel 1795e non avendo potuto trovareper molto tempo un partito conveniente; il suo caratteregiàfortes'era inasprito nella lunga attesa del matrimonioe dallagrande ricchezzadalla potenza quasi feudale esercitata dal padrenel paesetto nativo le veniva un bisogno di comandod'autoritàdi supremazia che ella volle esercitare nella sua nuova casa. Ilprincipe Giacomo xiii dovette piegarsi a quelle dure condizioni perevitare il fallimento e la liquidazione; e così tanto suofiglio quanto egli stesso furono costretti a lasciar le redini inmano alla moglie e nuora. Donna Teresa salvò infatti la casama vi esercitò un potere tirannico al quale si piegaronotuttidal primo all'ultimofuorché don Blasco. Senza paurané di Dio né del diavoloil monaco la fece costantebersaglio della sua più violenta opposizione. Se ellarestrinse certe spesela accusò di disonorar la famiglia conla sua tirchieria; se continuò a spendere in altre cose comeprimale rinfacciò di volerla portare all'ultima rovina;ascoltando gli altrui consigliella fu una bestia incapace dipensare col proprio cervello; se fece da sérestò piùbestia di primaaccoppiando la presunzione alla bestialità. Iquattrini che aveva portato in dote che erano? Una miseria! Quandoquella miseria puntellò e fortificò la pericolantebaraccadivenne il prezzo col quale ella comprò il titolo diprincipessa. La sua nobiltà era della quinta bussolanon soloincapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzedamaneppur degna d'uno dei loro lavapiattidi quei nobilucci morti difame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ellanon poté ordinare un abito alla sartané comprare uncappellino o un paio di guantisenza che il monaco criticassel'occasione della spesala qualità dell'oggetto e la sceltadel negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti;non il padreche aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso eraridotto a vivere dell'elemosina della nuoranon il fratello cheaveva lasciato portare i calzoni alla mogliementre egli portavainvece... -"Santaprudenza! santa prudenza! aiutami tu!..."esclamava alloratappandosi violentemente la boccadicendone piùcon quelle reticenze che non con un lungo discorsoconfermando intal modo le ciarle sparse sul conto della cognataspiattellando poiin tutte sillabe il nome che conveniva a costei quandomorti i dueprincipi padre e figlio nello stesso annola principessa restòsolae molto più libera di primache era stata liberissima.

Ellalo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire difare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blascosi dannava l'animavedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Ilprimogenitoin tutte le case di questo mondoè ilpredilettova bene? Lìinveceera odiato! Chi era ilpreferito? Il terzogenito! Da secoli e secoliil titolo di conte diLumera era appartenutocon tutti gli altrial capo della casa:adessoper puro capriccioper una pazzia furiosatoccava a quelRaimondo che era stato educato come un -"porco"!E il secondogenitoa cui neppure il Re avrebbe potuto togliere ilsuo titolo vitalizio di duca d'Oraguaera invece chiuso a SanNicola!...

Lastoria di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blascocon questa differenzatuttavia: che mentre don Blasco era cadettodel cadettoLodovico aveva dinanzi a sé soltanto il principee come duca d'Oragua avrebbe potuto sperarese non dalla madrealmeno da qualche zio i quattrini occorrenti a portar con decoro queltitolo. Poiché era inteso che un altro Uzedain questagenerazionedoveva entrare a San Nicolala ragione e la tradizionedesignavano il terzogenitoRaimondo; ma donna Teresaper farpassare la propria volontà su tutte le leggi umane e divineinvertì l'ordine naturalee avendo preso a proteggereRaimondo sopra gli altri fratellilo lasciò al secolofacendolo contee cominciò invece a lavorare perché ilduchino Lodovico sentisse la vocazione. Nessunoquindipotédare al ragazzoin presenza di leiil titolo che gli spettava; findalla puerizia egli fu vestito della nera tonaca benedettina; comebalocchi non ebbe altro che altarinipiccole pissidi e aspersori eogni altra sorta di oggetti sacri. Quando la mamma gli domandava:-"Tuche vuoi divenire?"il bambino fu avvezzo a rispondere: -"Monacodi San Nicola."A questa risposta gli toccavano carezze e promesse di carlinidisvaghidi passeggiate in carrozza; se talvolta egli osavarispondere: -"Nonso..."donna Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlopiangere finché gli strappava la risposta obbligata. Ilconfessore di leifrattantoil Domenicano Padre Camillolavorava aquel risultato educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericalemortificandone in ogni modo i sensi e la fantasiadandogli la pauradell'Infernofacendogli intravedere le letizie del Paradiso. Permeglio riuscire nell'intentola principessa non mise presto ilragazzo al noviziato: lo tenne in casa fino ai quindici anni. Erano itempi delle rigide economiedei creditori affollati nelle stanzedell'amministrazionedei debiti estinti a poco a poco; talchédove don Blasco aveva udito parlare continuamente dei tesori che inparte erano colati sotto i suoi propri occhiLodovico non intese senon querimonieminacce di gente che rivoleva il suol'eternoritornello della madre esagerante a bello studio quelle strettezze:-"Siamorovinati! Non c'è come fare! Non ci resterà piùnulla!"E mentre al palazzo Francalanza la principessa lavorava di lesina eprodigava le più efficaci dimostrazioni della miseria in cuierano ridottiraccogliendo fiammiferi spenti per riaccenderlidall'altro caporivendendo le sue vesti smesse prima di farsene unanuova; ella poi descriveva a Lodovico il monastero dei Benedettinicome un luogo di eterna deliziadove la vita passavasenza curedell'oggi e senza paure del domanitra lauti convitisontuosecerimoniegaie conversazioni e scampagnate gioconde. E quandofinalmente Lodovico entrò novizio a San Nicola potériconoscere che la madre aveva detto la veritàperchéil corno dell'abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sulmonastero e la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che uscivadalla ferrea tutela della principessa e del confessoreapprezzavapiù specialmente la libertàla quasi licenza chevedeva regnar nel convento; talché egli si persuase dellaconvenienzastillatagli fin da bambinodi entrare in quell'Ordine.Tuttaviaprima di pronunziare i votiesitò un momentocomprendendo sul punto di compierlo la gravezza del sacrificio chegl'imponevanofatto accorto da don Blasco dei raggiri materni; maoltre che egli non prestava molta fede al monacodel quale conosceval'implacabile criticaquella stessa terribile severità dellamadre alla quale egli era impaziente di sfuggire lo fece rinunziarespaventatoad ogni tentativo di aperta ribellione

Padredon Lodovico s'accorse del giuoco di cui era stato vittima troppotardiquando vide che le miserie lamentate dalla madre eranomentitee che il posto a cui lo avevano costretto a rinunziaretoccava al fratello Raimondo. Ma non era più tempo di tornareindietro: lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spallefino alla morte. La ribellionelo sdegno e l'odio scatenatisinell'animo suo furono tanto più violenti di quelli provatidallo zioquanto meno egli era capaceper il lungo abito dellafinzione e della mortificazionedi sfogarsi a parole come donBlasco. Nulla trapelò dei sentimenti che gli ribollivano incuore: egli restò dinanzi alla madre riverente e sommesso comeprimaprodigò dimostrazioni d'affetto veramente fraterno aquel Raimondo che godeva del posto usurpato; confermòcon unavita esemplarela vocazione per lo stato monastico. Mentre donBlascogrossolanoignoranteavido di godimenti materialigozzovigliava coi peggiori monacigiocava al lotto come un disperatoper arricchire e portava tanto di coltello sotto i panni; donLodovicopiù finepiù istruito e soprattutto piùaccortopiù padrone di séfu additato come raroesempio di virtù ascetichecome arca di dottrina teologica.Mentre lo zioper vendicarsi del perduto potere mondanopretendevaspadroneggiare nel conventovociando contro l'Abate e il Priore e iDecani e i Celleraribestemmiando San Nicola e San Benedetto e tuttii loro celesti compagniil nipote parve mettere ogni cura nel farsida partenon nutrire altra ambizione fuorché quella distudiare... In cuor suo egli smaniava di prender la rivincita. Poichési trovava per sempre chiuso là dentrovoleva arrivareprestoprima d'ogni altroai gradi supremi. Ai Benedettiniinfattic'era un regno da conquistare: l'Abate era una potenzaaveva non so quanti titoli feudaliun patrimonio favoloso daamministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano ildiritto di sedere tra i Pari del Regno! Don Lodovico volle pervenirea quel posto nel più breve tempo possibile; compresa qual erala via da tenerenon se ne discostò d'una linea: nessuno potémai rimproverargli il più piccolo trascorsonessuno lo potémai trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci:appartatoquasi sempre chiuso in bibliotecasi guadagnava simpatiecon l'umiltà del contegnocon l'obbedienza prestata aimaggiori ed anche agli egualicon la stretta osservanza dellaRegolacon la fama di dottrina in brev'ora acquistata. Cosìera stato eletto Decano a ventisette anni; maportato in palma dimano dall'Abate e da quasi tutti i monaciegli si attiròl'odio più acre e violento dello zio. Assetato di poteredonBlasco voleva anch'egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosail carattere violentol'ignoranza supina gli rendevanose nonimpossibileper lo meno difficilissimo l'appagamento diquell'ambizionetanto che non prima di quarant'anni era statoDecano; veder dunque a quel posto il nipote -"colguscio ancora in... capo"lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppiòalla morte del Priore Raimonei primi di quell'anno 1855. Che unodegli Uzedai cui antenati erano stati tanto benemeriti delconventodovesse occupare la carica vacanteera fuoricontestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignitànécredeva che quel -"gesuita"del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe chequel -"porco"gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo ziomancòpoco non gli pigliasse un accidente. Ciò che gli uscìdi bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupoladi San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti;il meno che gli disse fu -"ruffianodel Capitolovuotapitali dell'Abate e figlio di non so chi..."Don Lodovico lo lasciò direedificando l'intero monastero conl'umiltà opposta alla violenta aggressione dello zio. Eratroppo sicuro del fatto suo: l'elezione di don Blascoil quale avevaseminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattroganzefra cui la famosa Sigaraiaed era tanto ignorante eprepotentegiudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva ilsolo vantaggio dell'etàma questo non era tale da compensaretutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu elettodon Lodovico; da quel giorno don Blasco diventò una bestiacontro quel -"porcogesuita"e quella -"..."quella -"..."della principessaalla quale fece naturalmente una nuovapiùgraveimperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel -"gesuitaporco".

Négli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla mortaeccitandoli a rifiutare il testamentoavevano goduto mai le suebuone grazie. Bastava già che fossero figli di colei ch'egliconsiderava come sua personale nemica; ma poiai suoi occhiavevantorti particolari tutti quantia cominciar da Chiara e da suomarito.

Lagran colpa di quest'ultimo consisteva nell'esser stato scelto dallaprincipessa come genero e d'aver voluto bene a Chiara nonostantel'avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ciòdon Blasco ci aveva sguazzatopotendo scagliarsi a un tempo controdi lui che voleva -"ficcarsiper forza"in casa Uzedacontro la principessa che voleva -"violentare"la figlia e contro la nipote -"scioccae pazza tanto"da rifiutare un partito -"comequello!..."Resistendo alla madreChiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodie incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto cosìche quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per darglitorto. Il fidanzamento era stato perciò tutt'una guerraviolenta fra cognato e cognatatra zio e nipote ed anche tra madre efigliagiacché la principessa ne aveva fatto anche qui unadelle sue.

Perleicome per tutti i capi delle grandi famigliei figliuolidesiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femminenon sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte dellaroba di casase andavano a marito. Questa idea salicamolto benradicata nel suo cervelloammetteva veramente qualche eccezione —ella stessaper esempio — ma verso la prole era la sola che laguidasse. Fra gli stessi maschituttaviaella non ne avevaconsiderati due egualmente. In vitaaveva quasi odiato ilprimogenito e idolatrato Raimondo; ma l'odiato era l'erede deltitoloil futuro capo della casa; e il preferitononostante ilsacrificio di Lodovicoun semplice cadetto: pertanto ella avevamesso d'accordo il rispetto alla tradizione feudale e lasoddisfazione della sua personale volontà deliberandosenzadirne nulladi dividere le sue ricchezze ai due fratellicioèdefraudando il primogenitoche avrebbe dovuto aver tuttoefavorendo l'altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri dueLodovico era stato quasi soppresso per dar posto a RaimondomentreFerdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modosuo. Verso le donneinveceella aveva nutrito un piùprofondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzolavorando a impedire che -"rubassero"i fratelli. Angiolinala maggioreera stata condannata alla vitaclaustrale fin dalla nascitaper una colpa imperdonabile commessanel venire al mondo. Dopo un anno di matrimoniodonna Teresa eravicina a partorire: aspettava un maschioil primogenitoilprincipino di Mirabellail futuro principe di Francalanza: ella nonsolo l'aspettavama non ammetteva che non venisse. Nacque invece unafemmina: la madre non le perdonò più. Fin da quando latolse dalle fasce la vestì da monachella: la bambina nonparlava ancora che fu portata ogni giorno alla badìa di SanPlacido: a sei anni fu chiusa lì dentro -"pereducazione"a sedici la mite e semplice creaturaignara del mondosoggiogatadalla volontà materna e dagli stessi impenetrabili muri delmonasterosi sentì realmente chiamata a Dio: in tal modo morìAngiolina Uzeda e restò Suor Maria Crocifissa.

Chiaravenuta subito dopo e rimasta in casaaveva provato peggio il rigorematerno; né la principessa l'aveva lasciata al secolo perpaura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifiziodi due figliole; bensì per esercitare ella stessa sullaragazza una vigilanza e un'autorità più severa e piùforte di quella che la Badessa esercita in una badìa. -"Mada una pazza come mia cognata"soleva dire don Blasco -"eda una bestia come mio fratelloche cosa doveva venir fuori? Unabestiona arcipazzanaturalmente!"E che s'era vistoinfatti? S'era visto che fin a quando la madrel'aveva tenuta in un pugno di ferroquesta figliuola aveva semprechinato il caporispettosa e obbediente; il giorno poi che laprincipessatrovato quello stupido del marchese di Villardita ilquale s'offriva di sposare la giovane per nientes'era persuasa dimaritarlaella aveva detto di nodi nodi no: cose veramentedell'altro mondo!... Il marchesevista la ragazza di tanto in tantosotto lo sciallein chiesase n'era innamoratoe la principessarisolutissima a dargli la figliuolalo aveva ammesso in casa; mascoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse diChiarapersuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposarper forza chi non lo volevaegli si sarebbe ritirato in buon ordinese donna Teresache quando pigliava partito neppure il diavolo lafaceva andar indietronon gli avesse ingiunto di rimanere al suoposto. Cosìquand'egli rivedeva la ragazzaseduta in unangoloa capo chinocol fazzoletto in manoaveva voglia dimettersi a piangere anche lui -"quelvitello"diceva don Blasco -"tantotenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!"Chiarainfattinon era una bellezzae la madredapprima perdissuaderla dal matrimoniopoi per indurla ad accettare quelpartitole ripeteva tutti i santi giorni: -"Chenon ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi cheti pigli?..."ma Chiaradi rimando: -"Nessunotanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lascistare in casa!..."Di prima impressione come tutti gli UzedaChiara non aveva volutosentirne di quel promessoper l'unica e sola ragione che era un pocopingue; mauna volta preso quel partitola cocciutaggineereditaria negli Uzeda molto più che l'impressionabilitàera stata la più potente ragione della resistenza opposta allamadre: fino all'ultimo momentopertinaceostinatainflessibileaveva detto che maimaimai avrebbe sposato quella mezza botteeinutilmente i fratelligli ziiil Padre confessore le avevanospiegato chese non era magroil marchese possedeva un cuor d'oroe che la sposava senza dote pel bene che le volevae che in casa dilui sarebbe stata da regina perché era solo e strariccoe chese lasciavasi sfuggire quel partitola madre poteva tornare allaprima idea di non maritarladi lasciarla invecchiar zitellona: coipiedi al muroella aveva sempre risposto di nodi no e poi di no.La principessa dapprima le aveva tolto la parolapoi l'avevastrapazzata come una servapoi l'aveva chiusa a chiave in uncamerino buiosenza vesticon poco cibo; poi l'aveva cominciata apicchiare con le mani nocchiute che facevano malegiurando dilasciarla morir eticase non si piegava. E al marchese il qualepreso dagli scrupoliveniva a restituirle la sua parola: -"Nossignore"diceva: -"hada sposartiperché così voglio. Se lei è degliUzedaio sono dei Risà! E vedrai che cangerà!..."Ella sapeva com'eran fattitutti quegli Uzeda; quando s'incaponivanoin un'ideaneanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; eranodei Viceréla loro volontà doveva far legge! Ma da ungiorno all'altroquando uno meno se l'aspettavasenza perchécangiavano di botto; dove prima dicevano biancoaffermavano poinero; mentre prima volevano ammazzare una personaquesta diventavapoi il loro migliore amico... Fino all'ultimo momentoChiara nonaveva mutato: dinanzi all'altarecon due campieri a fiancodue facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterlespaventoera svenutae solo il prete di buona volontà avevaudito il -"";ma il domani delle nozzequando la famiglia andò a far visitaagli sposio non li trovarono abbracciati che si tenevano permano?... -"Coseda far trasecolare!"gridava don Blasco. La gente di servizioi famigliarigli amicischerzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese avevaadoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quelgiorno fu tutt'una cosa col maritofino al punto che egli non potétardare un quarto d'ora a rincasare senza che ella gli mandassedietro tutta la servitùfino ad essere gelosa dei suoipensieri. E non ebbe piùin tutte le circostanze piccole egrandialtra opinione che quella del marito; prima di dare unarispostase le domandavano qualcosalo interrogava cogli occhiquasi temendo di non dire ciò che egli stesso pensava; il suounico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da luidopo tre anni di matrimoniodopo avere annunziato quattro o cinquevolteper troppa frettala propria gravidanza; ma anche cosìdimostrava il bene che voleva al suo Federico.

Laprincipessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto leera natadopo i quattro maschiuna terza figliaquindi ella avevaragionato o -"sragionato"a giudizio di don Blascocosì: delle trela prima monacalaseconda a maritol'ultima in casa. Ora il marcheseinnamorato dellaragazzaprometteva non solo di prenderla senza dotema di prestarsianche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era chela sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmineil suoorgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che lagente vantasse la generosità del genero nel prendersi Chiarasenza un baioccoquasi togliendola all'ospizio delle trovatelle.Pertantonei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figliauna rendita di dugent'onze annue: così diceva l'attoregistrato dal notaio Rubino e così sapevano tutti; ma poi ilmarchese le aveva rilasciato un'àpocaaccusando ricevutadell'intero capitale di quattromila onzedelle quali non aveva vistoneppure tre denari!

Oradon Blascoil quale s'era già messo contro al marchese pelmatrimonio con Chiarae contro Chiara per la repentina conversionedall'odio all'amore verso il maritoaveva fatto un torto estremo adentrambi della finzione a cui s'eran prestati per obbedire a quellapazza da legare della cognata. Un altro torto più grossoforse imperdonabileessi avevano commesso non facendo valere i lorodiritti all'eredità paterna. Infattisecondo il Benedettinola casa Uzeda non era interamente distrutta quando c'era entratadonna Teresa; e ad ogni modosiccome le rendite delle proprietàerano state riscosse anche nei tempi peggioribisognava che laprincipessa le conteggiassepotendo dare a bere solo ai gonzi cheesse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevanoaiutatoinvecea pagare i debiti e a salvar le proprietà;erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritteall'attivo del principe Consalvo vii. Costuida quell'imbecille cheera sempre statoaveva potuto coronare la sua corta e stupida vitacon quel pulcinellesco testamentoimpostogli e dettatogli dallamogliecol quale dichiarando distrutto il suo patrimonio perdisgrazie di famiglia -"lagrazia delle disgrazie!"lasciava ai figli -"cosecose da far recere i cani!..."l'affetto della madre; i figliperòse non erano piùimbecilli del padredovevano chiedere i contifino all'ultimotornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ainipotifuorché a Raimondoal quale non rivolgeva la parolada anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino dellamadreincitandoli a farsi valere; ma nessunovivendo laprincipessaaveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorposcusatiattesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; maquel marchese che le era soltanto generoche non doveva quinditemerlache era stato giuntato una prima volta nell'affare deicapitolifu per don Blasco l'ultimo dei minchioni non risolvendosi aparlar forte; e perché poi? di graziaperché? Perchédichiarava d'aver sposato Chiara pel bene che le volevanon per iquattrini che potevano venirgli!... La collera del monaco fu tale daprocurargli uno stravaso di bile; macol tempoegli s'eraacchetatoaspettando la morte della cognata per riscendere in campo.Crepata costeifinalmentee aperto quel bestiale testamentoilfurioso Cassinese dimenticava adesso le bestialità di Federicoe di Chiara per dar loro un nuovo assaltoper deciderli a muoversi.La mortainvece di dichiarare -"onestamente"quant'era la parte del marito e dividerla -"equamente"a tutti i figlidisponeva invece dell'intero patrimonio come di cosapropria! Non contenta di ciòdefraudava i legittimarifingendo di assegnar loro una quota superiore alla legaledando loroin realtà -"quattrograni"!Chiaraspecialmenteera spogliata -"comein un bosco"giacché il testamento non diceva parola del legato delcanonico Risà. Questo era un altro pasticcio combinato tempoaddietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere laresistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marcheseella avevaricorso a quello dei quattrini eper non sciogliere i cordoni dellapropria borsatirato in ballo un suo zioil canonico Risà diCaltagironeil quale prometteva un legato di cinquemila onze afavore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese diVillardita. Nell'atto era intervenuta donna Teresa per garantirel'assegnoa condizione che la somma si trovasse realmente nelpatrimonio del canonicoil quale prometteva di lasciare ogni cosa alei. Invecedue anni avanti il canonico era mortodividendo la robatra una sua perpetua e la principessae costei s'era allorarifiutata di riconoscere il patto stabilito: né il marcheseper rispettoper disinteresseaveva pensato di chiedernel'esecuzione. Don Blascoadessopoiché neppure neltestamento la cognata s'era rammentata di quel suo obbligopoichéella aveva combinato -"conarte infernale"anche l'altra gherminella delle quattromila onze che Chiara non avevaricevute e che doveva intanto conferire come se le avesse preseandava tutti i giorni dal marchese per istigarlo contro la morta egli erediincitandolo a reclamare: 1. la divisione legale; 2.l'assegno matrimoniale con tutti gli interessi arretrati; 3. la parteche veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del canonico;dimostrandogli in quattro e quattr'otto che non le diecimila onzeassegnate nel testamentoma tre volte tante gliene venivano per lomeno. Il marchesepure ascoltandolochinando il capo a tutto quelche diceva il monacoperché con quel Benedettino benedetto ladiscussione era impossibileesprimeva alla moglie il desiderio dinon dar l'esempio di una lite in famigliad'aspettare quel cheavrebbero fatto gli altri; e Chiara consentiva in queste come intutte le altre opinioni del marito; in cuor suo dava peròragione allo ziovoleva che le attribuissero ciò che letoccavaperchégareggiando d'affetto con Federicole dolevache egli dovesse sostener da solo il peso della casa; ma il marcheseda canto suoprotestava: -"Iot'ho presa per te e non per i tuoi denari! Anche se tu non avessinullanon m'importerebbe... Del restonon vuol dire cherinunzieremo ai nostri diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e aFerdinando; io non voglio essere il primo a intentare una causa allatua famiglia..."

Queldisinteressequel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzedaaccrescevano la devozione e l'ammirazione di Chiarala facevanouniformare ai suoi desideri con tanto maggior zeloquanto chegiusto in quei giornivotatasi per consiglio della Badessa di SanPlacido al miracoloso San Francesco di Paolaella aveva di nuovo lasperanza d'essere incinta. Cosìper difendere il marito daquella mosca cavallina di don Blascoteneva fronte lei stessa alloziogli diceva:

-"Sìva bene; Vostra Eccellenza ha ragioneparla per amor nostro; ma ilrispetto alla volontà di nostra madre..."

-"Tuamadre era una bestia"gridava il monaco -"piùdi te!... Qual è stata la volontà di tua madre? Quelladi rovinarvi tutti per amore di Raimondo e per odio di Giacomo! Pazzatu e lei! Manata di pazzi tutti quanti!..."E montando più in bestia per le moine che marito e moglie sifacevano tutto il giornospecialmente all'ora del desinarequandosi servivano reciprocamente come in piena luna di miele es'imbeccavano al pari di due colombiil monaco scoppiava: -"Ionon so veramente chi è più bestiafra voi due!.."

Tantoche una volta Chiarapresolo a parteprotestò:

-"VostraEccellenza mi dica quel che le piacema non tocchi Federico. Nontollero che se ne parli male"

-"Chetolleri e talleri mi vai contando?"proruppe il monaco di rimando. -"Ocredi che la gente abbia dimenticato che prima non lo volevi neancheper cacio bacato e minacciavi piuttosto di lasciarti morire chesposar quel cocomero?..."

Cosìla nipote voltò le spalle allo zio; questi mandò afarsi friggere la nipote e non mise più piede in casa di leidandosi ad altissima voce del triplice minchione per lo stupidointeresse portato verso quel paio di animali. Ma erano giuramenti damarinaio; egli non poteva rassegnarsi a star zittogli coceva troppoche la volontà della morta si compisse: e alloraaspettandoun'occasione per tornare alla carica contro quelle bestiecominciòa prendersela con Ferdinando.


Aqualunque ora andasse a cercarlolassùalla Pietra dell'Ovolo trovavasempre solocon la pialla o con la sega o con la zappain manointento a lavorar da stipettaio o da giardinierein manichedi camiciacome un operaio o un contadino. Da bambino era statocosìFerdinando: taciturnotimidomezzo selvaggio per lamala grazia con cui lo aveva trattato sua madrecostretto a svagarsida solocome meglio potevapoiché non gli toccava il regalodel più povero balocco. Era cresciuto quasi da séingegnandosi a procacciarsi quel che gli bisognavaa cavarsid'impiccio. Quando gli altri andavano a spassoegli restava in casaa sfasciar scatole di legno o di cartone per farne teatrini oaltarini o casucce che regalava poi a chi glieli chiedevaa Lucreziaspecialmenteper la qualecome per una compagna di destinosentivamolta affezione; e se talvolta lo cercavano perché c'eranvisiteperché qualche parente voleva vederloegli scappavasi rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarloo sirifugiava nella bottega dell'orologiaiosuo grande amicodal qualefacevasi insegnar l'arte. Un giornoper San Ferdinandodon ConoCanalà gli regalò il Robinson Crusoe; egli lodivorò da cima a fondo e restò sbalordito dalla letturacome da una rivelazione. Da quel momento la sua selvatichezzas'accrebbe; il suo unico e costante desiderio fu quello di naufragarein un'isola deserta e di provveder da sé al propriosostentamento. Cominciò allora a fare esperimenti di colturanel giardino e nella terrazza del palazzoe gli venne il gusto dellacampagnache la principessa assecondò. Gli aveva messo ilsoprannome di Babbeo per quelle sue sciocche manìe; macomprendendo che favorivano i propri piani gli abbandonòallaPietra dell'Ovoprima la brulla chiusa delle ginestre e deifichi d'Indiapoi col tempomaturando il suo piano della generalespogliazione a favore del primogenito e di Raimondotutto il poderestipulando però un contratto in piena regolacol quale ilfigliuolo obbligavasi di pagarle cinquecent'onze l'anno sui fruttidel fondorestando a lui tutto il di più. Il contratto perdonna Teresa fu un affare: innanzi tutto ella risparmiò letrentasei onze annue del fattoregiacché Ferdinando andòsubito subito a stabilirsi lì per coltivare da sél'isola che aveva acquistata; e poi assicurossi una rendita che ilpodere non dava. Il Babbeo faceva assegnamento sulle bonifiche perpagare le cinquecent'onze alla madre e restar padrone dell'avanzo;infattiappena entrato in possessocominciò a dissodareascavar pozzia strappar mandorli per piantar limonia sbarbicar lavigna per ripiantarci i mandorlia sbizzarrirsi in una parola comeaveva sognato. Il suo piacereveramentesarebbe stato piùgrande se avesse potuto far tutto da solo; ma costretto a chiamarzappatori e giardinieriegli stesso lavorava con loroa strapparerbaccea portar via corbelli di sassia rimondar alberifacendoanche da falegnameda muratore e da decoratoreperché unadelle sue prime occupazioni era stata quella d'ingrandire edabbellire la vecchia casa del fattore. Egli era felice facendo lavita dell'eroe che gli aveva acceso la fantasiacome se veramentefosse in un'isola desertaa mille miglia dal mondo. Dormiva soprauna specie di cuccetta da marinaiocostruiva da sé tavole eseggiolee la casa pareva un arsenale dalla tanta roba che v'erasparsa; seghepialletrapanipuleggezappepicconi; e poi unassortimento di assi e di travie sacchi di farina per fare il paneprovviste di polvereuna scansìa di libritutta la roba cheun naufrago può salvare dalla nave prima che questa si sfasci.

Findal primo annoperòegli non aveva potuto pagare interamentela rendita promessa alla madre; restò a dargliene una buonametà che la principessa notò regolarmente a suo debito.Poia furia di mutar colturedi porre in atto le novità dicui udiva parlare o che leggeva nei trattati d'agricoltura o chespeculava da séil frutto del podere gli si venne sempre piùassottigliando tra mano. Colpa dei mercenaridicevache noneseguivano bene i suoi ordinio dello scombussolamento dellestagioni; ma la madre lo canzonavaa postaper incaponirlo inquella sua manìae vi riesciva a meraviglia. E il fruttodelle Ghiande scemava sempre piùnon arrivava neppure allecent'onzenonostante che ad esclusione degli strumenti e di qualchelibro egli non spendesse nulla per sé e mangiasse frugalmentei prodotti dell'orto e della caccia e le rare volte che compariva alpalazzo scandalizzasse perfino i servitanto era stracciato e unto egoffo nei panni vecchi di anni ed anni. Ma la principessaderidendololo lasciava faree segnava una dopo l'altra nel librodell'avere tutte le somme che ogni anno egli le dava in meno. Esseformavano già un discreto capitale che il Babbeo non sapevadove prendere; il suo continuo timore era perciò che la madrestanca di non vedersi pagatagli togliesse di mano il podere; einfatti la principessa più d'una volta lo aveva minacciato diquesto. Il colpo maestro di costeinel testamentofu dunquel'assegnazione delle Ghiande a Ferdinando. Per lui quella proprietàvaleva più d'un feudo; a scambiarla per tutta l'ereditàdei fratelli maggiori temeva di rimetterci. Come se non bastassec'era anche il condono degli arretrati che sommavano ormai a mille ecinquecento onze; talchéal colmo della soddisfazioneeglisi credette trattato benissimooltre ogni speranzae a don Blascoil quale gli si metteva alle costole per indurlo a ribellarsi:

-"Come?"dicevacandidamentelasciando di piallare o di rimondare. -"Nonè abbastanza quello che ho avuto?"

-"Mati tocca il triploper lo meno! Sei stato truffato con tutti glialtri! Ti toccain rate eguali con tutti gli altrila parte di tuopadreche è il momento di rivendicare! E non sai che Giacomonon ti mandò neppure a chiamareil giorno della morte di tuamadre?"

-"Nonè possibile!"rispondeva Ferdinandoscandalizzato. -"Eperchépoi?"

-"Perfar sparire carte e valori! Scappò lassùsi mise arovistolare tutta la villa: le cose si risanno! E poi ha fatto lacommedia dei suggelli. Te ne accorgerai all'atto dell'inventarioanima vergine!"

Ilmonaco smaniava dall'impazienza per quest'inventario; ma il principeinvece pareva non avere fretta di conoscere quel che c'era in casanon parlava d'affari a nessuno dei fratelli e delle sorelleneppureal coerede Raimondoil quale da parte sua pensava a tuttofuorchéa chiedergliene conto. Nonostante il luttostava sempre fuori casaal Casino dei Nobilia ragionar di Firenze coi vecchi amicia farla sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano nell'ora delpasseggio. E don Blasco intronava le orecchie di Ferdinando diinvettive contro il fratello. Era -"unoscandalouna mancanza di rispetto alla morta calda ancora"la condotta di quello scapestrato che badava unicamente a spassarsiche non era venuto a -"chiudergli occhi alla madre"neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva dare brevimanu -"rubandoliagli altri!..."Ora il giorno checominciato finalmente l'inventariorisultòche in cassa c'erano soltanto cinque onze e due tarì dicontantie un titolo di rendita di cento ducatiil monaco corsealle Ghiande come impazzito.

-"Haivisto? Hai visto? Hai visto?... Che ti dicevo? Cinque onze! Tua madrenon ne teneva mai meno di mille! E la renditala rendita! Fino acinquemila ducati li sapevo io!... Capisci adesso! Hai visto comev'ha rubati il suo caro fratello? Quel ladro del signor Marco gli hatenuto il sacco! Rubati! Rubati! Se non gridatese non vi fatesentiresiete degni che vi sputino in viso."

Nonla finiva piùdimostrando al nipoteintontito dalle gridala nuova magagna. Perché maidunqueGiacomo lasciava al suoposto il signor Marcomentre aveva già cacciato via tutti iservi protetti dalla madreil cocchiere maggioreil cuocotutticoloro ai quali ella aveva lasciato qualcosa? Quel -"porco"del signor Marcol'-"animadannata"della defuntaavrebbe dovuto esser preso -"acalci nel preterito"appena la sua protettrice aveva chiuso gli occhi; invece perchémaidopo due mesiera ancora in servizio? Appunto perchéappena morta la padrona anticas'era buttato -"vigliaccamente"ai piedi del padrone nuovogli aveva consegnato ogni cosagli avevalasciato -"rubare"i valori che andavano -"atutti"o per lo meno -"alcoerede!..."

Equella bestia di Ferdinando che faceva l'ingenuoche non volevacredere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pelcondono delle mille e cinquecent'onze! Quasi che quello strozzatocontratto tra madre e figlio non fosse stato immoralequasi che laprincipessa non avesse a bella posta stabilito un canone superiore alfrutto del podere per meglio impaniar quell'allocco!... Tuttaviaafuria di predicargli che gli toccava di piùche avrebbepotuto essere ricco più del doppiopiù del triploilmonaco sarebbe forse riuscito a scuotere il nipote secome parlandomale del marito a Chiaranon avesse commesso anche con Ferdinandouna grave imprudenza. Rifiutando il testamentochiedendo ladivisione legaleFerdinando temeva che le Ghiande andassero in manoad altrio cheper lo menoegli dovesse spartirle coi fratelli;don Blascoche gli dimostrava la possibilità di tenerle tutteper séun giorno gli cantò:

-"Efinalmente se perderai questo fondone acquisterai in cambio unaltro che varrà centomila volte più!..."

-"Eccellenzano"rispose Ferdinando; -"comequesto non ce n'è altri in casa nostra..."

-"LeGhiande?"scoppiò allora il monaco. -"Unaterra che si chiamava le Ghiande? Buona veramente a buttarci unamandra di maiali? E che ci vengonofuorché le ghiande? Oraspecialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazionipazzesche?"

Ferdinandoa sentirsi così buttar giù la terra e l'opera propriaammutolì e arrossì come un pomodoro; poiricuperata lavocedichiarò:

-"Eccellenzasa come dice il proverbio? Ne sa più un pazzo in casa propriache un savio nell'altrui!"

Allorail monacoeruttata una buona quantità di male parole controquel malcreatonon rifece più la via del suo -"porcile"e si ridusse a porre l'assedio intorno a Lucrezia. L'aveva serbataper l'ultimapoichése nutriva un'antipatia istintiva controtutti i nipotiera specialmente furioso contro questa qui.

ComeChiara e FerdinandoLucrezia non ricordava una carezza della madre;ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco ilmerito relativo della resistenza opposta alla principessa nell'affaredel matrimonioe Ferdinando quello d'essere andato via di casalanipote più piccola non aveva altro che tortiuno piùcapitale dell'altro. Sotto la sferza di donna Teresatrattata conparticolare durezza per esser nata quando costei non aspettava piùaltri figliconsiderata come un'intrusa venuta a rubare parte dellaroba già destinata ai due maschiLucrezia era cresciuta come-"unamarmotta"diceva il Benedettino: tardataciturnaselvatica come Ferdinandoesempre così distratta che le sue risposte erano oggetto dirisa per tutti fuorché per lo zio Blasco che se la mangiavaviva.

Asservendoe maltrattando la figliala principessa non dimenticava tuttavia loscopo principale da raggiungere: cioè di lasciarla zitellonain casa. Perciò ella dimostrava assiduamentequotidianamentea Lucrezia che il matrimonio non era fatto per lei; prima di tuttoper la cattiva salute — e invece la ragazza stava benissimo; poiperché così voleva il bene della casa — e leadditava l'esempio di donna Ferdinanda; poi perchésenzaquattrininon avrebbe potuto mai trovare un partito conveniente —e l'eccezione del marchese Federico confermava la regola; efinalmente perchéquasi tutto questo non bastasseera anchebrutta — e qui diceva la verità. Quando la vedeva allospecchioo le rare volte che la ragazza assisteva alle visite chevenivano per la madrecostei esclamava: -"Macome sei bruttafiglia mia!... Che disgrazia avere una figlia cosìbruttaè vero?"L'argomento più persuasivo era nondimeno quello della povertà:la roba apparteneva -"aimaschi";quando i fattori le portavano sacchi di quattriniella diceva aLucrezia: -"Vediquesti? Sono tutti dei maschi..."e se la ragazza alzava gli occhi alle mappe dei feudi appese nelleanticamerela madre ripeteva: -"Cheguardi? Sono le proprietà dei maschi!"Quando il discorsopresente la figliacadeva sui matrimonidonnaTeresa ammoniva: -"Diche parlate dinanzi alle ragazze?"e a quattr'occhi le diceva che pensare al matrimonio era peccatomortaleda confessarsene: e il confessorePadre Camilloconfermavain queste idee Lucrezia; poi la principessa ricominciavafino allasazietà: -"Tudel resto non hai nientedevi restare in casa per forza: chi tivorrà sposare senza denari?"Quanto a Chiaraera stata un'altra cosa: si era trovato uno che laprendeva con la sola camiciaperché la sapeva saviatimoratadi Dioobbediente alla madre. E addolcendo la pillolalaprincipessa si lasciava scappare di tanto in tanto: -"Seanche tu sarai come tua sorellapoi ti compenseròaltrimenti."

Cosìera cresciuta Lucrezia: costantemente mortificata e umiliatasegregata dal mondo più che nella badìainvisa aifratelli maggiori ed agli stessi ziitiranneggiata un poco anche daChiara che per avere cinque anni più di lei faceva la grande;unicamente voluta bene e protetta da Ferdinandocol carattere delquale s'accordava molto il suo. Il Babbeo aveva già da badarea se stessonon godendo troppe grazie in famiglia; ma dimostravacome poteva a Lucrezia il bene che le voleva. Maggiore appena d'unannoegli giocò con leile diede i balocchi da lui stessocostruiti; più tardiquando egli ebbe qualche nozione diletterequando apprese da sé a disegnarea far minutilavoruccicomunicò la sua scienza alla sorella per la qualenon si faceva la spesa d'un maestro. Del resto la compagnia e laprotezione di Ferdinando non fu la sola di cui godé Lucrezia:ella ebbe anche quella di donna Vannauna delle cameriere; e laprincipessasempre all'ertanon vide il pericolo che correva daquesta parte.

Laservitùin casa Francalanzaera pagata poco e avvezza atremare dinanzi alla padrona; nondimeno raramente qualcuno andava viase non era congedatoperché tutti trovavano il mezzo dirifarsi moralmente e materialmente del cattivo trattamento. Il mezzoconsisteva nel parteggiare segretamente per qualcuno dei figli o deicognati contro la padronanel fomentare le ribellioninel far laspia: per questo v'erano altrettanti partitinel cortilequanteteste presumevanosu nel palazzodi fare a modo proprio. DonnaVanna era dunque del partito delle -"signorine":come dapprima aveva incoraggiato la disperata resistenza di Chiara almatrimonio impostolecosì più tardi venne narrando aLucrezia la storia della sorella per dimostrarle le durezze e lestrambità della madre; e le mise in testa che anche lei dovevamaritarsie le diede la coscienza dei suoi diritti e delle suequalità. Non era vero che ella fosse povera: la principessapoteva disporre solamente della metà della propria sostanza:l'altra metà andava egualmente divisa fra tutti i figli: -"S'hada fare così per forzaperché è scritto nellalegge: perciò questa parte si chiama legittima..."E Lucrezia l'ascoltava a bocca apertacercando di comprendere. Ellacomprendeva più facilmente le adulazioni della cameriera chetrovava recondite bellezze nella persona della padroncinaquando lavestiva o la pettinava: -"Com'èben formata Vostra Eccellenza!... Sembra una palma!... E questetrecce! Corde di bastimento!"Poi concludeva: -"Hada trovarsi uno che se la godrà!..."

Cosìaccadde chequando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto alpalazzo dei Francalanzadonna Vanna disse alla signorina: -"VostraEccellenza ha visto il signorino Benedetto? Guardi che bel ragazzo!"Ella si mise a osservarlo dalla finestrae fu del parere dellacameriera. -"VostraEccellenza non s'è accorta come la guarda?"Lucrezia si fece rossa più d'un papaveroe da quel giorno isuoi occhi andarono spesso al balcone del giovanotto. Peròfinché la principessa ebbe buona salutela cosa non uscìda questi termini e nessuno la sospettò. Un brutto giornodonna Teresagià malandatasi svegliò con undoloretto al fiancodel quale sulle prime non si curòma cheun anno dopo doveva condurla al sepolcro. Quando la malattia dellapadrona aggravossie specialmente quandoper mutar d'ariaella sene andò al Belvederesolagiacché Raimondoilbeniaminostava a Firenze e gli altri figliuoli erano qual piùqual meno tutti aborritiallorapiù liberadonna Vannafavorì meglio l'amore della signorina; parlò algiovanottoportò da una parte all'altra dapprima salutipoiambasciate e finalmente biglietti. In famiglia se ne accorseroetutti si scatenarono contro Lucrezia.

IGiulentevenuti circa un secolo addietro a Catania da Siracusaappartenevano a una casta equivocanon più -"mezzoceto"cioè borghesiama non ancora nobiltà vera e propria.Nobili si credevano e si vantavano; ma questa loro persuasione nonriuscivano a trasfondere negli altri. Da parecchie generazionis'erano venuti imparentando con famiglie della vera -"mastraantica"ma avevano dovuto scegliere quelle ridotte a corto di quattriniperché una ragazza nobile e ricca ad un tempo non avrebbe maisposato un Giulente. Per giocare a pari coi baroni autentici avevanoadottato tutti gli usi baronali: uno solo tra loroil primogenitopoteva prender moglie; gli altri dovevano restar scapoli.L'abolizione del fedecommesso li aveva rallegratipoiché incasa loro non c'era: istituito il maiorascoavevano tentato diottenerlosenza riuscirvi. Nondimeno tutto era andato egualmente alprimogenito: don Paoloil padre di Benedettoera ricchissimomentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questoforsetrescava coi rivoluzionari. Benedettoun po' per l'esempio dellozioun po' pel soffio dei nuovi tempifaceva anch'egli il liberale;teneva moltissimo alla sua nascitama combattendo la bigotteriadella nobiltà — quando la volpe non arriva all'uva!gridava la zitellona — e per questi suoi sentimentiquantunquetutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettarglistudiavaper prendere la laurea d'avvocato. Quindi l'ira di don Blasco controla nipote che s'arrischiava di fare all'amore senza chieder permessoa lui; e con chi? Con un Giulenteun liberaleun avvocato!

Oradopo la lettura del testamentodopo le difficoltà opposte daChiaradal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioniil monacosi rivolse a Lucrezia. Aveva maggiore speranza di riuscire con leipoichéper l'amore di Giulenteella aveva interesse aribellarsi alla famiglia; è vero che gli toccava pel momentosecondare o per lo meno fingere d'ignorare l'amoretto della nipote;ma pur di complottare e di metter zeppe e di farsi valeredon Blascopassava sopra a maggiori difficoltà. Egli cominciòdunque a dimostrare a Lucrezia il torto ricevutole ragioni daaddurreil furto di Giacomo appena morta la madre; e le rifece iconti e la stimolò a mettersi d'accordo con Ferdinandosull'animo del quale ella sola potevaper contrastar poiunitialfratello maggiore.

Lucreziache all'opposizione dei parenti s'era impennatacome ogni Uzedadinanzi alla contraddizioneed aveva giurato a donna Vanna cheavrebbe sposato Giulente a qualunque costo; udendo adesso il monacoparlarle dei suoi dirittidimostrarle che ella era più riccadi quanto credevaistigarla a far valere la propria volontàgli dava ascoltodiffidentetuttaviasospettosa di qualcheraggiro. La notte prendeva consigli dalla cameriera; e poichédonna Vanna la confortava a seguire il monacoella riconoscevasìche sua madre l'aveva messa in mezzocome tutti gli altriaprofitto di due solie chinava il capo agli argomenti che don Blascole ripeteva; ma sul punto d'impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomola paura l'arretrava. Era cresciuta con l'idea che egli fosse d'unapasta diversad'una natura più fine; mentre tutti i fratellie le sorelle si davano del tu fra loroal primogenito toccava delvoi; e il principe che l'aveva sempre tenuta a distanzaguardandolad'alto in bassoadessodopo la lettura del testamentomostravasiancora più chiuso con tuttima specialmente con lei.Preparata a sostener la lotta per amore di Giulenteella volevariserbare le sue forze pel momento buononon sciuparle per uno scopoche le pareva secondario. Benedetto le aveva fatto sapere cheappenalaureatovoleva dire fra un paio di anniavrebbe chiesto la suamano; e che il duca d'Oraguatanto amico di suo zio Lorenzoliavrebbe sicuramente sostenuti; ma che frattanto bisognava averpazienza e prudenzastudiare di non accrescere l'animositàdegli Uzeda. Consultato intorno alla quistione del testamentoegliconfermava il consiglio di non far nulla contro il principe; parteper le ragioni anticheparte per non parere ingordo della maggioredote di lei. -"VedeVostra Eccellenza?"commentava la camerieraudendo queste lettere che la padroncina lecomunicava. -"VedeVostra Eccellenza quant'è buono? Vuol bene a VostraEccellenzanon ai quattrini! Un altro che avesse uccellato alladoteche cosa avrebbe risposto? "Facciamola lite!""Egli era veramente un buon giovanestudiosoun po' esaltatoinfiammato dalle dottrine liberali dello ziobruciante d'amore perl'Italia: scrivendo alla ragazza le diceva che le sue passioni eranotre: leila madre e la patria che bisognava redimere.

Cosìanche Lucreziadopo aver dato ascolto alle istigazioni di donBlasconon faceva nulla di quel che voleva lo zio: anziuna voltache costui fu più insistenteella rispose:

-"Perchénon parla Vostra Eccellenza con Giacomo?"

Ilmonacoa quest'uscitadiventò paonazzo e parve sul punto disoffocare.

-"Hoda parlar ioahbestia? ahbestiona? Vi piacerebbebestioniprender la castagna con la zampa del gatto? Ahvolevate che parlassiio!... E che cavolo vi pare che me n'importiin fin dei contise vispogliase vi mangia tutti quantibrancata di pazzidi gesuiti ed'imbecillioh?..."


Parlarea Giacomoprendere le parti di quei nipoti contro quell'altroeraveramente impossibile a don Blasco. Egli si sarebbe cosìimpegnato definitivamenteavrebbe preso realmente un partitononavrebbe potuto più dar torto a chi prima aveva dato ragioneeviceversa; e questo era per lui un bisogno. Così per esempioil principesolo fra tutta la -"malarazza"(come il Benedettino chiamava i suoi nei momenti d'esasperazionecioè quasi sempre)gli era stato dinanzi obbediente esommessogli aveva dato ragione nella lotta contro la principessa;ora don Blascoin cambiogli rivoltava i fratelli e le sorelle. Mail monaco non credeva di far malecosì; scettico ediffidentesapeva che Giacomo s'era messo con lui non già peraffezione o per rispettoma per semplice tornaconto.

Ilprincipe Giacomoinfattiaveva obbedito a sue proprie ragioni.Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempoquand'ellal'aspettava e lo volevala principessa non aveva fatto festa alprimogenito dei maschiil quale aveva anche messo in pericolonascendola vita di lei. Invece di volergli tanto più benequanto più lo aveva desiderato e quanto più le costavadonna Teresa gliene aveva voluto tanto meno. Alla nascita di Lodovicoera rimasta ancora indifferente e crucciata; le sue viscere maternes'erano improvvisamente commosse per Raimondo. Cosìmentretutti gli altri parenti che non eran -"pazzi"come leio che eran pazzi altrimentiavevano dato a Giacomo l'ideache egli fosse da più di tutti come primogenitocome erededel titolola principessa aveva riposto tutto il suo affettounaffetto ciecoesclusivoirragionevolesopra Raimondo. E laprotezione della madre era molto più efficace di quella delpadre e degli zii; perchémentre costoro davano a Giacomoavido di quattriniingordo d'autoritàsoltanto vane paroleRaimondo era colmato di regaliotteneva ragione su tuttifacevalegge dei propri capricci. Così cominciarono le risse tra idue fratellie Raimondopiù piccolone toccò; maquando la principessa si vide dinanzi in lacrime il suo protettoGiacomo assaggiò le terribili mani di lei che lasciavano ilividi dove cadevano. Il ragazzo s'ostinò un pezzofino amutar la freddezza della madre in odio deciso; poiaccortosi disbagliar viamutò tatticadivenne infintofece da spia adon Blascogustò il piacere della vendetta nel vedereRaimondo picchiato dal monaco in odio alla cognata. Ma furonosoddisfazioni mediocri e di corta durata: con gli anni la principessachiuse a San Nicola il secondogenitodiede a Raimondo il titolo diconte; avaraanzi spilorcialargheggiò soltanto colbeniamino; Giacomo non ebbe mai un baioccoe i suoi abiti cadevano abrandelli quando l'altro pareva un figurino. Se Raimondo esprimevaun'opinionesubito era secondatoo per lo meno non deriso; Giacomonon potè disporre di nulla. Uno dei suoi più lunghidesideri era stato quello di far atto di padronein casariadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise dimuovere una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutarl'architettura dell'edificioil quale pareva composto di quattro ocinque diversi pezzi di fabbrica messi insiemepoiché ognunodegli antenati s'era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forarepiù là balconia innalzare piani da una parte persmantellarli dall'altraa mutarea pezzo a pezzola tintadell'intonaco e il disegno del cornicione. Dentroil disordine eramaggiore: porte muratescale che non portavano a nessuna partestanze divise in due da tramezzimuri buttati a terra per fare didue stanze una: i -"pazzi"come don Blasco chiamava anche i suoi maggioriavevano uno dopol'altro fatto e disfatto a modo loro. Il più granderimescolamento era stato quello operato da suo padreil principeGiacomo xiiiquando costui non sapeva come buttar via i quattrini; equella -"testadi zucca"di donna Teresainvece di pensare all'economianon s'era divertitaa sciuparne degli altri in altre bislacche novità?... Giacomovoleva anch'egli ritoccare la pianta della casama la madre non glilasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava inbestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariatoera tutto sua madre: autoritariocupidoduroalmanacchista comelei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva ilvalore del denarosperperava tutto quel che avevanon s'intendevad'affariamava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!... I duefratelliquantunque avessero la stess'aria di famiglianon sirassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era bellissimoGiacomopiù che brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevanoriscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c'eraquella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza delcontino; a poco a pococol passare dei secolii lineamenticominciavano ad alterarsii volti s'allungavanoi nasi sporgevanoil colorito diveniva più oscuro; un'estrema pinguedine comequella di don Blascoo un'estrema magrezza come quella di donEugeniodeturpava i personaggi. Fra le donne l'alterazione era piùmanifesta: Chiara e Lucreziaquantunque fresche e giovani entrambeerano disavvenentiquasi non parevano donne; la zia Ferdinandasotto panni mascolinisarebbe parsa qualcosa di mezzo tra l'usuraioe il sagrestano; ed altrettante figure maschilmente dure spiccavanofra i ritratti femminili di più fresca data; mentrenegliantichile strane acconciature e gli stravaganti costumiglistrozzanti collari alla fiamminga che mettevano le teste come sopraun bacinole vesti abbondanti che chiudevano il corpo come scagliedi testugginenon riuscivano a nascondere la sveltezza elegantedelle forme né ad alterare la purezza fine dei lineamenti.Tratto trattofra le generazioni più vicinein mezzo allefigure imbastarditese ne vedeva tuttavia qualcuna che rammentava leprimitive; cosìper una specie di reviviscenza delle vecchiecellule del nobile sangueRaimondo rassomigliava al più purotipo antico. Ridevano gli occhi alla principessaquando lo vedevagrazioso ed eleganteguidaremontare a cavallotirare di scherma;al primogenito invece dava altrettanti soprannomi quanti difettitrovava nella sua persona: l'Orso che ballaper lagoffaggine; Pulcinellaper il lungo naso; il Nanoperla corta statura.

Cosìl'astio di Giacomo contro la madre e il fratello si manteneva semprevivo; esso crebbe a dismisura quando donna Teresa colmò lostaiodando moglie a Raimondo. La tradizione di famigliamantenutafino al 1812 dall'istituzione del fedecommessostabiliva che nessunofuorché il primogenito prendesse moglie; e infattinellagenerazione precedentené il duca né don Eugenios'erano accasati; ma la principessacome sempres'infischiòdelle regole e pensò di trovare un partito a Raimondo primaancora che a Giacomo. Morendo lei e lasciando ad entrambi la suasostanzala condizione dei due fratelli sarebbe stata eguale; ma invitanon volendo ella spogliarsi di nullaGiacomoche dovevanecessariamente ammogliarsi per tramandare il principatosi sarebbearricchito con la dote della mogliementre Raimondorestandoscapolonon avrebbe avuto nulla. Persuasa quindi della necessitàdi dar moglie anche al beniaminoella esitò nondimeno moltotempo prima di attuare la sua risoluzionee non già perchésentisse scrupolo d'infrangere la tradizionedi creare nell'alberogenealogico degli Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenzaal diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane:all'idea che un'altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno afiancouna sorda gelosia la struggeva. Per questoil giorno chefinalmente si decisenon soffrì di dargli nessuna delleragazze della città e neppure della provincia; ma cominciòinvece a cercargli un partito a Messinaa Palermopiùlontano ancoranel continentecon certi suoi criteri particolariuno dei quali era che la sposa fosse orfana di madre. Cercòparecchi anni e nessuna la contentò. Alla fineper mezzo d'unmonaco benedettino compagno di don BlascoPadre Dilenna di Milazzofermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmicugina delCassinese. Tuttaviaparendo troppo a lei stessa che Raimondoprendesse moglie prima di Giacomoil quale a venticinque anni eraancora scapolocaso unico nella storia della famigliaprovvide adammogliare i due fratelli nello stesso tempoe destinò alprimogenito la figlia del marchese Grazzeri.

Leliti scoppiate in quell'occasione furono straordinarie. Se il rancoredi Giacomo per il matrimonio del fratello divenne più cocentevedendo egli prepararsi accanto alla propria un'altra progenie diUzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanzenon fu menogrande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violentoavido e aridocom'eraegli aveva amoreggiato colla cugina Graziellafiglia dellasorella della madree s'era messo in testa di sposarlaquantunquela dote di lei fosse infinitamente più scarsa di quella dellaGrazzeri; ma la principessaun poco appunto per questaconsiderazione della maggiore ricchezzaun poco perché nonera mai andata d'accordo con la sorellaanzi l'aveva sempre tenutalontana da sée soprattutto pel gusto di contrariarel'inclinazione del figliuololo sforzò invece a sposar laGrazzeri.

Giacomonon era più ragazzoda obbedire alla madre per paura dicastighi o di busse; ella aveva però un'arma piùpotente in manoessendo padrona dei quattrini e potendo minacciaredi diseredarlo. -"Neppureun grano!..."gli dicevafreddamentefacendo scattar l'unghia del pollice controi denti; -"nonavrai neppure un grano!..."e la poca simpatia dimostrata a quel figliuolo e la passione perRaimondo e il matrimonio imminente di quest'ultimo confermavano laminacciafacevano sospettare che ella l'avrebbe compiuta. Ilprincipeche fino a quel punto non era riuscito interamente adadottar la politica della finzionedopo quest'ultimo e violentocontrasto le s'inchinòrassegnato e devotole prestòuna obbedienza scrupolosa e cieca anche nelle cose inutili eridicolenon parlò più se non d'amor fraternod'unionedi rispetto ai maggiori. Dentrosi rodeva; ed aspettandodi cogliere il frutto di quella condottaesercitava il propriotirannico impero e faceva pesare il suo cruccio unicamente sullamoglie. Dal primo giorno del matrimonio questa fu trattata peggiod'una serva; non che volontànon poté esprimereneppure opinioni; il principe l'addestrò ad obbedirgli a unsemplice muover di sguardi; quando ella ebbe bisogno di comperare unamatassa di cotone o un palmo di nastrole convenne chiedere a lui ibaiocchi occorrenti — e in dote gli aveva portato centomilaonze. La sua missione fu quella di dare un erede al maritodiperpetuare la razza dei Viceré; compitalaella fu consideratacome una bocca inutilepeggio d'un lavapiatti; perché ilavapiatti facevano almeno la corte alla famigliaall'occorrenzadavano una mano al maestro di casa; mentre donna Margherita nonsapeva far nulla e non pensava ad altro fuorché ad evitarcontatti e vicinanzecon la manìa della nettezza e l'incubodei contagi. Era del resto una creatura mitesenza volontàcera molle che il principe plasmò a suo talento. In odio alfiglionon per amore che le portassela principessa suocera pigliòpiù d'una volta le sue difese; allora ella soffersemaggiormenteperché Giacomoarrendendosi in apparenzalefaceva poi scontare più duramente quella protezione.

Seil matrimonio del principe andò tanto malequello di Raimondoandò molto peggio. Giacomo non voleva la Grazzeriamando lacugina; Raimondo invece non voleva nessunaera deciso a nonammogliarsi. Le moine e le preferenze usategli dalla madre avevanodestato in lui appetiti insaziabili di piaceri e di libertà;ma la protezione della principessa pesava quasi quanto la suaavversionetanto ella era dispotica in tutto. Il suo protetto dovevafare quel che voleva leipagarle con una obbedienza piùrassegnata i privilegi che ella gli accordava; né questiprivilegistraordinari a paragone della soggezione in cui eranotenuti gli altri figlibastavano a Raimondo: svegliavano invece lesue voglie senza arrivare a soddisfarle. A lui soloper esempiotoccavano quattrini da buttar via a suo capriccio; ma la principessadonava per lambicco; e il giovane che spendeva continuamente per gliabitiper le donnee avea fra l'altre la passione del giuocosciupava in una notte quel che la madre gli dava in un anno. Solo aluiancheera stato consentito di arrivare sino a Firenzemaquella rapida corsa. mettendo in corpo al giovanotto la manìadei viaggidei lunghi soggiorni nei paesi più belli e piùricchinon poté esser seguìta da altre Quindibenchétrattati in modo tanto diversoentrambi i fratelli aspettavano coneguale impazienza la morte della madre: Giacomo per esercitare lapropria autorità di capo della casaper vendicarsi deimaltrattamenti soffertiper afferrare la roba; Raimondo per saldarei debiti nascostamente contrattiper buttar via i quattrini nellasoddisfazione delle proprie voglieper appagare il più grandedesiderio che lo struggeva: andar via dalla Siciliaveder Milano eTorinovivere a Firenze o a Parigi.

Alprimo annunzio del matrimonio egli si ribellò dunqueapertamente alla madrepoiché solo fra tutti poteva dirle infaccia: -"Nonvoglio!"Il matrimonio era la catena al collola schiavitùlarinunzia alla vita che egli sognava: a nessun patto potevaaccettarlo. Ma la principessache verso gli altri figli adoperava ipiù acri sarcasmile imposizioni più dure e le minacceestremetenne a lui il linguaggio della persuasione. Voleva eglidivertirsiaver molti quattrini da spenderefar quello che glipiaceva? La dote gli avrebbe subito permesso ogni cosa! Quella gelosache si adattava a dargli moglie per necessitàe non voleva lanuora del paese e gli andava invece a cercare un partito lontanononpoteva ammettere che suo figlio amasse quest'altra donnache lefosse fedeleche le si credesse legato sul serio. -"Stupidoche sei!"gli diceva dunque. -"Sposalaper adesso; poise ti seccala pianterai!"E solamente quel linguaggio e quegli argomenti indussero il giovane adir di sìpersuadendolo che a quel modo egli sarebbe statosubito ricco e si sarebbe nello stesso tempo sottratto all'opprimenteprotezione della madre.

DonBlascoal matrimonio di Giacomoaveva fatto cose dell'altro mondo evomitato gli ultimi vituperi sul nipote che s'era ficcato in testa disposare la cugina Graziellala figlia d'un'altra Risà! esulla cognata che gli dava invece -"perforza"una Grazzeri! Ma a coronare l'opera mancava proprio il matrimonio diRaimondo!... Ammogliare un altro figliuolo? Creare una secondafamiglia? Venir meno alle tradizioni della casa? C'era esempio d'unapazzia più furiosa?... Don Blasco non badava allacontraddizione fra quel rispetto che pretendeva portassero alletradizionied il proprio insaziabile rancore per esser statosacrificato alle tradizioni medesime: pur di fare l'opposizionepurdi sfogarsi in qualche modoegli saltava ostacoli molto piùgrandi. E quel che più specialmente l'offendevanelmatrimonio di Raimondoera la scelta della sposa. Fra tanti partitiche le erano offertiquale aveva preferito sua cognata? Quelloproposto da Padre Dilennanemico personale di don Blasco!

Lassùai Benedettinifra le molte fazioni in cui si dividevano i monacile più accanite eran le politiche: ora don Blasco eraborbonico sfegatato e Padre Dilennaal Quarantottoaveva fattogalloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando ii.L'anno dopodon Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna glifece più tardi mangiar l'aglio quandoin previsione dellavacanza del prioratosostenne Lodovico Uzedamentre don Blasco inpersona aspirava a quell'ufficio! Sceglier dunque per Raimondo lamoglie proposta dal Dilennaanzi la sua propria cuginaeraveramente un po' troppo. Tutte le cose che don Blasco fece e disseal palazzole seggiole che rovesciòi pugni che lasciòcadere sui mobilile male parole e le bestemmie che gli usciron diboccanon si potrebbero ridire; tanto che la principessamentreprima lo aveva lasciato gridareopponendogli una resistenza passivagli spiattellò finalmente sul muso chein casa propriaellaaveva sempre fatto quel che le era piaciuto; e che lo stesso suomarito non s'era mai arrischiato di dirle una parola più forted'un'altra: -"Sapetedunque che c'è? Fatemi il famosissimo piacere di non venircipiù!"Don Blascobotta e risposta: -"Midite voi di non venirci? E non sapete che io vi ho fatto un altissimoonore tutte le volte che sono entrato in questa bottega? E non sapeteche di voi e di tutti i vostri me ne importa meno di quattordici paiadi...? Ma andate un poco a farvi più che... tutti quantisietee maledetti siano i piedi d'asino e di porco che mi ciportarono!"Egli andò poi a dir cosecontro la cognatafra i monaciamicida far cascare il monasteroe non mise piede per piùdi un anno al palazzo struggendosi però di non poter piùgridarecadendone quasi ammalato; talchéalla nascita delprincipino Consalvo viiiquando Giacomotutto spirante pace edamorepropose alla madre ed ottenne che s'invitasse lo zio allafesta del battesimoil Cassinese riapparve in casa della cognataper ricominciaredopo un breve periodo di calma apparentea gridarpeggio di prima.


Laprincipessa aveva dunque sostenutoper accasar Raimondouna lottaora sordaora violenta non solo sul primogenito e con don Blascomacon lo stesso figlio di cui voleva assicurare l'avveniree perfinocon se stessa. Ella ebbe in quell'occasione un altro nemicoe nonmeno terribile: donna Ferdinanda.

Lazitellona contava allora trentotto annima ne dimostrava cinquanta;né in età più fresca aveva mai posseduto legrazie del suo sesso. Destinata a restar nubile per non portar vianulla del patrimonio riserbato al fratello principeella sarebbestata forse rinchiusaper precauzionein un monasterose la suabruttezza e più la naturale sincera avversione allo statomaritale non avessero assicurato i suoi parenti meglio della clausuracontro i pericoli della tentazione. Non era parsa mai donnanédi corpo né d'anima. Quandobambinale sue compagneparlavano di vesti e di svaghiella enumerava i feudi di casaFrancalanza; non comprendeva il valore delle stoffedei nastridegli oggetti di modama sapevacome un sensaleil prezzo deifrumentidei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tuttoil complicato sistema di misurazione dei solididei liquidi e dellemonete; sapeva quanti tarìquanti carlini e quanti granientrano in un'onza; in quanti tùmoli si divide una salma difrumento o di terrenoquanti rotoli e quanti coppi formano uncafisso d'olio... A quel modo chefisicamentegli Uzeda sidividevano in due grandi categorie di belli e di brutticosìal morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatoricome il principe Giacomo xiii e il contino Raimondo; o interessatiavarispilorcicapaci di vender l'anima per un baioccocome ilprincipe Giacomo xiv e donna Ferdinanda. Costei aveva avuto dal padreuna miseriail così detto piattocioè tanto daassicurare il vitto quotidianola magra provvisionedurante ilfedecommessodei cadetti e delle donne. Con quella miseriadonnaFerdinanda aveva giurato d'arrivare alla ricchezza. Tutti i suoipensieri d'ogni giorno e d'ogni notte furono diretti a tradurre inatto il suo sogno. Appena in possesso di quelle miserabilisessant'onze annualiella cominciò a negoziarlea darle inprestito contro pegno od ipotecasecondo la solvibilità deldebitorescontando effetti cambiarifacendo anticipazioni sopravalori o sopra merci: ogni sorta d'operazioni bancarie da ghettopoiché l'esiguità della sua rendita l'obbligava acontrattare con poveri diavoliminuti industrialimercantinicapimastririgattierivinai e perfino coi servi di casa. Ella nontoccava un baiocco del capitalearrischiava solo i frutticioèli raddoppiavali triplicavatanto genio degli affari avevanaturalmentetanto era accortae durainesorabile quando sitrattava di riavere i suoi quattrini e gli interessiche pretendevafin all'ultimo granosorda a preghiere ed a pianti di donne e difanciulli; e più espertapiù cavillosa d'unpatrocinatorese le toccava ricorrere alla giustizia. Tanto eraavaraanche; giacché non spendeva per sé piùdei due tarì al giorno che passava alla principessa in cambiodel vitto e del servizio che questa le assicurava: quantoall'alloggiole avevano lasciato la cameruccia al terzo pianosottoi tettiche aveva occupata da bambinae per vestirsi ricomprava lerobe smesse dalla cognata. Cosìa poco a pocoaveva estesola cerchia dei suoi affari e formato un gruzzoletto che circolava trapersone di maggior levaturanegozianti in grossospeculatoriragguardevoliproprietari in imbarazzo. Allorasecondo che la suasostanza venne crescendonacque una sorda gelosia nell'animo dellaprincipessa e di don Blasco contro la cognata e la sorella. Conmetodi diversidonna Ferdinanda lavorava al conseguimento d'unoscopo simile a quello di donna Teresa. Costei voleva salvare edaccrescere la fortuna degli Uzedaquella aveva l'ambizione dicrearne una di sana pianta. Orapartendo donna Ferdinanda dal nullala sua gloria sarebbe stata maggioreavrebbe offuscato quella didonna Teresa: di qui la sorda antipatia della principessai sarcasmicoi quali punzecchiava l'avarizia della cognata; giacché lapropria era naturalmente legittima ed ammirabile. Quanto a donBlascoil dolore da lui provato nel dover rinunziare al mondos'inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava famapotenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far quello che eglistesso avrebbe fattose fosse rimasto al secoloe riuscire oltreogni previsionerapidamenteil sangue gli ribollival'umore glis'inasprival'invidia lo avvelenava. Donna Ferdinanda parveinsensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e delfratello. Le convenivapel momentotaceregiacché era evoleva continuare ad esser ospite della principessafinché ipropri quattrini sarebbero stati tanti da permetterle di avere unacasa propria. Parenti e amici la consigliavano ogni giorno ditogliere quel suo peculio dalla circolazione troppo pericolosadiacquistarne piuttosto solidi immobili; ella scrollava il capoaffermava che i suoi denari non correvano rischio di sortaperchésolo -"chipresta senza pegno perde i denaril'amico e l'ingegno";in realtà ella aspettava d'aver tanto da poter fare una compraragguardevole. Nel '42dieci anni dopo d'essere entrata in possessodel suo magro piattostupì tutta la parentelaacquistando all'asta pubblica per cinquemila onze il fondo delCarrubobel pezzo di terra che ne valeva dieci; fortunatacioèaccorta anche in questo: nell'aver saputo cogliere la magnificaoccasione. Era noto a tutti che possedeva un capitalettonessunoimmaginava che in dieci anni avesse messo insieme una piccolasostanza. Cognata e fratello furono più mordenti di primaspecialmente vedendo che ella non spendeva per sé un carlinodi più: ella lasciò direcontinuando a speculare conle quattrocent'onze di rendita che adesso possedeva. Le facevafruttare quanto più potevanon ne perdeva un granoe quandole cambiali scadevanoil notaioil sensale o il patrocinatorevenivano a portarle il suo avere in tanti bei pezzi di colonnatilucenti e sonanti. Patrocinatorenotaio e sensale erano i suoiamici. Fra la gente che frequentava il palazzo Francalanza ellasceglievaper tirarseli a fiancoi più destrii piùprudentiquelli che avevano come lei l'intelligenza e la passionedegli affaridai quali poteva sperare informazioni e suggerimenti. Eil principe di Roccascianogran signore da quanto gli Uzedama conpochi quattrini che s'era proposto di moltiplicare e che moltiplicavainfattipazientementeprudentementesenza la spilorceria e ledurezze di leiera il suo consigliere preferito. Nel '49quandomeno l'aspettavale si presentò l'occasione di comprar lacasa. Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaroil cuifigliuolocomplicato nella rivoluzioneera stato costretto aprendere le vie dell'esilio. Il padrespogliatosi ed esaurito tuttoil suo credito per non fargli mancare nullanon potéallascadenzasoddisfare donna Ferdinanda. Costeifiutando il ventovolle esser pagata subito subitoe minacciò la espropriazionee lanciò la prima citazione. Il debitore venne a gettarlesi aipiedicon le mani in testaperché gli evitasse l'ultimarovinae le offrìtra le sue proprietàquella chepiù le piaceva. Donna Ferdinanda le buttò per terrapiene com'erano d'iscrizionicapaci di attirarle addosso un diluviodi carta bollatae poiché l'altro insistevae le offriva lacasa netta d'ipotechela zitellona torse il grifodicendo: -"Sene può parlare."Ma ella pretendeva di averla per le sue mille e cent'onzecapitaleinteresse e spesesenza metter fuori un carlino di piùmentre il proprietario la stimava duemila onzeper lo menoepretendeva il resto. La cosa andò a monte; donna Ferdinandaspinse avanti la procedura. L'altrocon l'acqua alla golaspremutodal figliuolo che da Torino chiedeva sempre quattrinivessato dalgoverno per motivo del giovane esiliatochinò finalmente ilcapo. -"Almenofaccia lei le spese dell'atto"le mandò a dire; ma donna Ferdinanda: -"Millee cent'onze: ho una parola sola!"Così ella ebbe la casa. Era piccolanaturalmenteper quelprezzo: due botteghe fiancheggianti il portonee un piano solosopracon un balcone grande e due piccolinella facciata; ma avevaun valore inestimabile agli occhi di donna Ferdinanda; era posta aiCrociferiche era il vecchio quartiere della nobiltàcittadinaed essa stessa era una casa nobileappartenendo da tempoai Calasarosignori della -"mastraantica".

Oltrequella dei quattrinila zitellona aveva infatti la passione dellavanità nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi dellamagnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne eraammalata. Quando ella parlava di -"donRamon de Uzeda y de Zuellosque fue señor de Esterel"e venne di Spagna col Re Pietro d'Aragona a -"fondarsi"in Sicilia; quando enumerava tutti i suoi antenati e discendenti -"promossiai sommi carichi del Regno":don Jaime i -"cheservì al Re don Ferdinandofiglio dell'imperator don Alfonsocontra ai mori di Cordova nel campo di Calatrava";Gagliardetto -"caballerode mucha qualitad";Attardo -"cavalierospiritosoed armigero";il grande Consalvo -"Vicariodella Reina Bianca";il grandissimo Lopez Ximenes -"Vicerédell'invitto Carlo v";allora i suoi occhietti lucevano più dei carlini di nuovoconiole sue guance magre e scialbe s'accendevano. Indifferente atutto fuorché ai suoi quattriniincapace di commoversi perqualunque avvenimento o lieto o tristeella s'appassionavaunicamente alle memorie dei fasti degli antenati. V'era in casaaitempi di suo nonnouna bella libreria; maquando il principeGiacomo xiii cominciò a navigare in cattive acquefu vendutaprima di tutto; ella salvò una copia del famoso MugnòsTeatro genologico di Siciliadove il capitolo -"dellafamiglia de Vzeda"era il più lungooccupando non meno di trenta grandi pagine.E quelle pagine secche e ingialliteesalanti il tanfo delle vecchiecartestampate con caratteri sgraziati ed oscuricon ortografiafantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnolasecentesca era la sua lettura predilettal'unico pascolo della suaimmaginazione; il suo romanzoil vangelo che le serviva ariconoscere gli eletti tra la turbai veri nobili tra la plebe degliignobili e la -"gramigna"dei nobili falsi. -"Chiaramenteper tutti gli Hifpani genologifti fi fcorgecoi suoi felici fucceffie con le occasioni debbiteqvale vna delle più antiche efublimi famiglie delli regni di Valenza e d'Aragona la famigliaVzedae per tvtto è uolgato effer ella fiffatamentecognominata dal nomedi vna fva terra detta la baronia di Vzedaqvale alcanzò da qvei Rein ricompenfo dei fvoi feruigi etindi coi Trionfi della militia nel Svpremo Cielo delle gloriemilitari peruenne."Questo stile era d'una suprema eleganzad'una straordinariamagnificenza per donna Ferdinandala quale leggeva letteralmenteuolgatoperuenne e faceva già troppopoichéessendo una -"porcheria"per le donne della sua castaal principio del secolosapere dilettereella aveva appreso a legger da sépei bisogni dellesue speculazioni.

Oracon questo infatuamento della zitellona per la propria eccelsaorigine e per l'istituzione della nobiltà in generalelaprincipessa pensò di dar per moglie a Raimondochi? Una Palmidi Milazzola figliuola d'un barone -"dadieci scudi"del quale il Mugnòs non faceva e non poteva fare la piùlontana menzione! Gloriavasiquesto -"barone"Palmidi certi privilegi di centocinquant'anni addietro; ma cheerano centocinquant'anni paragonati ai secoli di nobiltà degliUzeda? Senza contare che di questi privilegi non parlava neppure ilmarchese di Villabiancaautore fiorito nientemeno che un secolo dopoil Mugnòs!... La principessaa cui la nobiltà stava acuorese non quanto a donna Ferdinandacerto moltissimoavevagiudicato invece sufficienti e fors'anche soverchi queicentocinquant'anni dei Palmigiusto perchévolendo che lamoglie del suo Raimondo fosse sottomessa dinanzi al beniamino comeuna schiava dinanzi al padronee che egli potesse trattarla d'altoin basso e farne quel che gli piacevaaveva perfino pensato unmomento di sceglier per lui l'umile figliuola di qualche riccofattore... Il dissidio fu quindi violento. Già donnaFerdinandaacquistato lo stabile dei Calasaroera andata via dalpalazzo Francalanza e aveva messo casacontinuando a squartar lozero ma pagandosi il lusso della carrozza. I legni erano due vecchitrespoli comprati per pochi ducati ma decorati dello stemma di casaUzeda; i cavallidue magre bestie a cui ella dava in pasto un po' dipaglia del Carruboun pugno di crusca e la verdura marcita. Ilcocchiereoltre al servizio della stalla e della scuderiafaceva dacuoco e da staffiere. I sarcasmi della principessa eran divenutipertutto questonaturalmente più aspri; e adesso la zitellonateneva fronte alla cognata. Ricca com'era di quattrini e come sicredeva di sennodonna Ferdinanda pretendeva che le facessero lacorte e la tenessero da conto; mentre primastando insieme coiparentiera rimasta indifferente ai loro affarivoleva oralontanaficcare anche lei il naso in tutte le quistioni di famiglia.Invecela principessa non tollerava né protezione néimposizioni; quindi liti ogni giorno. Da un'altra parte don Blascoesasperato per la fortuna della sorellaperdette il lume degli occhivedendo costei fargli la concorrenza nella sua parte di criticominuto e di giudice infallibile; la zitellonaviceversagli disseil fatto suo per la vita scandalosa che conduceva; e un giornoaproposito d'una certa balia da prendere per il principinosiccome adonna Ferdinanda il latte di costei pareva sospettomentre donBlasco lo dichiarava di prima qualità — le male linguedicevano che aveva ragione di conoscerlo — fratello e sorellavennero quasi alle mani: chetàti a fatica dal nipote Giacomonon si parlarono mai più. Il più strano era chenonparlandosi maievitandosi come la pesteessi soliin quella casavedevano le cose a un modo e in tutto esprimevano eguali opinioni.Come don Blasco aveva gettato fuoco e fiamme contro il matrimonio diRaimondocosì donna Ferdinanda era divenuta una vipera. Nonsolamente quella bestia della cognata proteggeva il terzogenito inodio all'erede del titolonon solamente si metteva sotto i piedi la-"legge"che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava inmogliechiSignore Iddio? Una Palmi di Milazzo!... Palmi? DonnaFerdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palmaora Palmoe le diede come arma parlante ora la mezza cannache conta appunto quattro palmicon la quale i rivendugliolimisurano la cotonina; ora due palme di piediche tra quella gentedovevano esser villosida quei contadini che erano. Le due cognatea furia di sarcasmi e di litiper poco non si strapparono i capelli;come don Blascola zitellona non mise più piede in casaFrancalanza; macome il fratellonon soffrendo di starne a lungolontanaci tornò alla prima occasione.


Esolamente gli altri due cognatiil duca Gaspare e il cavaliere donEugenionon avevano dato tanti fastidi a donna Teresa.

IlCavaliere don Eugenioal tempo di quelle lottenon era in Sicilia.Destinato sulle prime ad entrare anche lui ai Benedettini come ilfratello don Blascos'era salvato adducendo la propria inclinazioneal mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disseper evitareil convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasisconosciuto in Siciliadovecome non c'era coscrizione e tra ipopolani correva il motto: -"meglioporco che soldato"così neppure la nobiltà si dava alla milizia. Ma donEugenio voleva anch'egli esser libero e guadagnarsi un posto nelmondo. Rimasto al Noviziato di San Nicola per educazione fin quasi adiciott'annise ne andò a Napoli all'uscir dal monasteroefu ascritto alla nobile compagnia delle Reali Guardie del Corpocerto di salir subito ai primi gradi. Dopo dieci anni era appenasotto-brigadiere.Infatuato come tutti gli Uzeda della sua nobiltàavevaguardato d'alto in basso i compagni ed anche un poco i superiorivantandooltre i sublimi natalisterminate ricchezze; invecealmomento di mostrarle coi fattii giovani signori napolitanimettevano fuori i quattrinimentre il vanaglorioso cadetto sicilianosi ritraeva opeggiofaceva debiti che poi non pagava. Trattato damillantatorefu posto quasi al bando dai compagni; e del resto eglistessoriconoscendo di non aver raggiunto lo scopoquantunque aiparenti scrivesse che il magro successo era da attribuire all'invidiaed all'ingiustiziarisolse un bel giorno di dar le dimissioni. Restòtuttavia a Napolidonde annunziava che le case più ricche enobili gli erano aperte come la sua propriae che il duca Tale ed ilprincipe Talaltro gli volevano dare in moglie le figliuole; nessunodi quei matrimonicontinuamente spacciati come certissimisicombinava mai. Frattantoabbruciato di quattriniegli aveva chiestoun impiego a Corte; e nonostante i precedenti poco promettentipureper ragioni politichepremendo ai Borboni di tenersi amiche legrandi famiglie sicilianeegli fu nominato Gentiluomo di Cameraconesercizio. Nel 1852inaspettato ospitetornò a casa. Dicevad'esser passato dal servizio attivo all'onorario perché ilclima di Napoli non gli conferiva; una certa voce sorda parlòinvece di cose poco pulite combinate con un fornitore di Casareale... Da Napolil'ex Guardia del Corpo e Gentiluomo di Cameratornò con una nuova vocazione: l'archeologiala numismatica el'arti belle. Portò con sé una quantità dirottami provenientidicevada Pompeida Ercolanoda Pestoerappresentanti un valore grandissimo; tante tele da farne la velaturad'un vascello -"tuttedei più famosi autori: RaffaelloTizianoTintoretto";ricolmò di quella roba il quartierino che aveva preso inaffitto — perché la principessa non volle saperne diriammetterlo in casa — e cominciò a far commerciod'antichità. Giacomo era ammogliato da due annied aveva giàl'aspettato primogenito; Raimondo stava a Firenze con la mogliedoveera loro nata una bambina.

Neppureil duca Gaspare s'era trovato in casaal tempo dei matrimoni; mabenché da lontanofu l'unico che approvasse l'opera dellacognataattirandosi naturalmente per quell'approvazionee piùper il motivo che gliela dettavai fulmini di donna Ferdinanda e didon Blasco. Questa ragione era d'indole tutta politica. Il baronePalmipadre di Matildeliberale d'antica dataaveva preso allarivoluzione del Quarantotto una parte così attiva chedopo larestaurazionecolpito da una condanna capitales'era rifugiato aMaltae senza specialissime protezioni e solenni impegni di noncominciar da capoquell'esilioinvece di pochi mesisarebbe duratoquanto la sua vita. Nondimenograziato ed ammonitoegli ricominciòa dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimentocontro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche equesta sua autorità nell'ancor vivo partito liberale furono leragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola dilui con Raimondo.

Finoal Quarantottoil ducacome tutti gli Uzedaera stato borbonicoper la pelle. Ma quantunquecome secondogenito e duca d'Oraguaavesse avuto qualcosa di più del magro piatto ed alcunizii materni avessero contribuito ad impinguare il suo appannaggiopure egli aveva un'invidia del primogenito e una smania d'arricchiree di farsi valere nel mondo più grande di quella dei fratelligiacché la sua dotazione svegliava ma non appagava i suoiappetiti. Mentre era durato il fedecommessoi cadetti avevanosopportato con discreta rassegnazione il loro stato miserabilenonpotendo dar di cozzo contro la legge; ora che i primogeniti eranopreferiti per un'idea che al soffio dei nuovi tempi parevapregiudiziol'invidia li rodeva. Per questo sentimento che avevafatto di don Blasco un energumenoe alimentato la cupidigia di donEugenioil duca aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionariai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante comeil duca d'Oraguasecondogenito del principe di Francalanza. Egli noncessò per altro dal far la consueta corte all'Intendenteafine di prepararsi un paracadute nel caso di possibili rovesci;associossi al Gabinetto di letturacovo dei liberalisenza lasciareil Casino dei Nobiliquartier generale dei purie insomma sidestreggiò in modo da navigar tra due acque. Al primo scoppiodella rivoluzionela paura fu più forte: dichiarando ai suoinuovi amici che il moto era impreparatoinopportunodestinatoimmancabilmente a fallirementre la gente s'armava e si batteva eglise la batté in campagnae fece sapere ai capi del partitoregio che aspettava la fine di quella -"carnevalata".Però la -"carnevalata"promise di durare; i soldati napolitani sgombrarono la Siciliaequantunque s'annunziasse ogni giorno il loro ritornonon se n'ebbepiù né nuova né vecchiae il governoprovvisorio si venne ordinando. Il ducavisto che non ne andava lapelletornò in cittàporse orecchio alle lusinghe delpartito trionfante cheper averlo dalla suagli prometteva tuttoquel che desiderava. Egli stette ancora a vederetirò inlungoconsigliò prudenzaallegò il bene del paeseleinsidiei possibili pericolidando così un colpo al cerchioe un altro alla botte. Corto di vista e presuntuoso per giuntaproprio mentre le cose volgevano fatalmente al peggiogiudicòdi potersi ormai gettare in braccio ai liberali. Stava già perabbruciare i suoi vascelli e già assaporava i primi frutti delfavor popolarequando un bel giorno il principe di Satriano sbarcòa Messina con dodicimila uomini per rimettere le cose al posto diprima. Il duca si stimò perdutoe la nuovapiù grandetremarella gli fece commettere uno sproposito di cui più tardiebbe a pentirsi: mentre la città s'apparecchiava allaresistenzaegli firmò con altri borbonici fedeli e liberalitraditori una carta in cui s'invocava la pronta restaurazione delpotere legittimo. Ai primi d'aprilele compagnie della miliziasiciliana che presidiavano Taormina sgombrarono all'apparire dei regie ritornarono a Catania; il 7 Satriano entrò in cittàdopo un sanguinoso combattimento. Tutti gli Uzeda erano scappati allaPianail duca s'era barricato alla Pietra dell'Ovo perché eraopinione generale che i napolitani si sarebbero presentati dallaparte oppostacioé dalla via di Messina. Inveceessispuntarono dalla strada del Bosco etneoprendendodopo brevi zuffei posti della Ravanusa e della Barriera. Oragiunto all'altezzadella Pietra dell'Ovoil generale borbonico entrò col suostato maggiore nel podere degli Uzedadove il duca lo accolse comeun padronecome un salvatorecome un Diomentre i cannonispazzavano la via Etneae le truppe regieassalite alla Porta d'Acidal disperato battaglione dei corsidecimate a colpi di coltellonell'ora triste del crepuscoloda quel manipolo che si sentivaperdutoinferocivano e distruggevano fin all'ultimo quei milleuomini e sfogavano l'ira sulla inerme città... Amico diSatrianoprotetto dalla firma posta a quell'atto di sottomissioneche tra i liberali andò infamato col nome di Libro neroprotetto ancora più dal suo proprio nomeperché eraimpossibile che un Uzeda avesse potuto dire sul serio mettendosi coirivoluzionariil duca non solo non soffrì molestie di sortanella reazionema fu anzi accarezzato. Inveceun sordo fermento sidestò contro di lui nel partito dei vinti. Gli apponevanoquella firma odiosama più le accoglienze fatte a Satrianoalla Pietra dell'Ovo. L'affare della firma era conosciuto da pochidai capi; la storia della Pietra dell'Ovo si diffuse tra i gregari ecorse in mezzo al popolo; ciascuno v'aggiunse un po' di frangiaarrivarono a narrare che mentre la città agonizzavail ducaguardava lo spettacolo col cannocchiale di Satriano; che all'entratadel conquistatore della città gli aveva cavalcato al fianco.Don Lorenzo Giulenterimastogli amicoebbe un bel difenderlosmentire le esagerazioniasserire che il ducasolo ed inermenonpoteva mandare indietro il generale seguito da un intero esercito:gli animi amareggiati dal disinganno chiedevano un capro espiatorio;e come Mieroslawskiil polacco comandante della poliziaera statoaccusato di tradimentocosì il rancore popolare si rovesciòsul ducaquantunque mille più di lui lo meritassero perchédi lui più colpevoli. In fin dei contiegli non aveva presoné gradiné stipendiné appalti dallarivoluzione: era stato a vedereaspettandone la riuscita; mentretanti altridopo aver fatto gazzarra e il mangia-mangiasi buttavano ai piedi dell'Intendente e salutavano col cappello finoa terra nominando Sua Maestà Ferdinando ii -"cheDio sempre feliciti!"Questo voleva dire il ducain propria difesa; questo dicevaGiulente; ma cantavano ai sordie il duca si vedeva segnato a ditobollato col nome di traditoreinsultato e fin minacciato da lettereanonime. Un giorno l'amico don Lorenzo gli consigliò dipartire: solo la lontananza e il tempo potevano avere virtù difar sbollire quell'odio. Il duca non se lo fece dire due volteeandò a Palermo. Lìil partito d'azionevintoegualmenteera tuttavia meno depresso: le speranze non erano morte ocominciavano a risorgere. Passata la paura che le ultime vicende gliavevano messa in corporinatagli in cuore l'ambizione inappagata emortificatail duca prestò di nuovo orecchio allesollecitazioni dei liberalianche per dimostrare ai suoi cariconcittadini che non meritava il loro disprezzo. E quantunque nons'allontanasse dalla consueta prudenzae andasse ai conciliabolirivoluzionari come ai ricevimenti del Luogotenente generale del Reetornasse insommacon più prudenzaal giuoco di primaarrivòtuttavia a Catania la voce che egli era nei comitati d'azione e incorrispondenza con gli emigratie che dava quattrini per la buonacausa e che soccorreva i patriotti perseguitati. Oltre la vocearrivarono anche i quattrini che egli mandava ai comitati localicomprendendo finalmente che quella era la buona via; che uno comeluisenza fede e senza coraggionon poteva far valere altri titolise non i denari sonanti. E frattanto gli animi placati vedevanomeglioriconoscevano i maggiori colpevolirivolgevano controcostoro l'odio col quale avevano prima perseguitato il duca. Infinevenne il matrimonio di Raimondo con la Palmi ad assicurargli nuovegrazie. Egli aveva conosciuto il barone a Palermoper mezzo degliagitatori che questi veniva a trovare da Milazzoin barba alleautorità e col pretesto degli affari. Quando il duca seppe delmatrimonio divisato dalla principessas'affrettò quindi nonsolamente ad approvarloma anche ad offrirsi come mediatorefacendovalere l'amicizia che lo legava al barone. Egli sentiva chequell'alleanza del proprio nipote con la figlia dell'antico liberalenon poteva se non favorirloaiutarlo a riacquistar credito presso laparte che aveva tradita. Quanto alla principessaborbonica cometutti gli Uzedail liberalismo dei Palmi piuttosto che un ostacolofu una ragione di più che le fece combinare quel matrimonio.Prima di tutto ella era borbonica d'istintoma non s'occupava dipolitica avendo altro da fare; poicome le era piaciuto che la sposanon potesse vantare una eccelsa nobiltàcosì vedevabene che la famiglia di lei fosse perseguitata dal governoaffinchéRaimondo potesse meglio imporsiin tutti i modialla famiglia edalla moglie.

Perle nozze del nipoteil duca tornò in patria. Erano passatiappena due anni dai fatti che gli avevano valso l'odio dei suoiconcittadini e già egli poté vedere gli effetti dellalontananza e della sua nuova politica e dell'amicizia col baronePalmi e dell'adesione al matrimonio di Raimondo. Mentre don Blasco edonna Ferdinandain guerra a morte con la principessase laprendevano anche con lui per l'appoggio prestato alla cognata e perla politica che gli dettava quel contegnoe al colmo della rabbia lovituperavano e per poco non lo denunziavano alle autorità pelsuo liberalismoe poi ne ridevano e quasi gli gettavano in faccia iltradimento del 1849la firma del Libro nerol'amicizia diSatriano; mentre suo fratello e sua sorella facevano ciòmolti di coloro che gli avevano tolto il saluto lo avvicinarono e glistrinsero la mano; altre paci furono facilmente suggellate per mezzodi Giulente; nessuno parve più rammentare le storie passate.Nondimenoil duca ripartìse ne tornò a Palermounpoco perché aveva preso gusto a starcima anche perconfermare quelle buone disposizioni.

Tornatoin patriaadessoper la morte della cognataegli era accolto quasiin trionfola gente traeva a lui in processione. Non solo nessunoparlava più dei fatti del 1849vecchi di sei anni; non soloegli era considerato come una delle speranze del partito; ma il lungosoggiorno alla capitalela frequentazione dei maggiori uominipalermitani gli conferivano improvvisamente fama di grande dottrina.Egli citava le opinioni di Tizio e di Filanocelebri patriotti -"amicimiei"— come don Eugenio aveva per amici i più gran signorinapolitani —; infarciva i suoi discorsi di citazioni erudite diseconda e di terza mano; riesponeva a modo suoquasi pensate da luile teorie economiche e politiche di cui aveva avuto qualche sentorenelle conversazioni di Palermo: e la gente gli stava dinanzi a boccaaperta. Il patriottaè veroriceveva visite dall'Intendentee le restituivae non aveva scrupolo di mostrarsi in compagnia deipiù ferventi borbonici; ma ciò non gli era posto piùa debito: bisognava fingere con l'autorità per non destarne isospettiper comprenderne il giuoco. Egli dava quattrininonlasciava andare a mani vuote chi gli chiedeva soccorsi. Don Blasco edonna Ferdinanda lo vituperavano pertantociascuno da canto suoconpiù grande violenza di prima; egli li lasciava cantareseguitava a giocare sulla carta della libertà come il monacosopra i numeri del lotto e la zitellona sul credito della gente.

Comein politica si teneva bene con tutticosì in casa nonparteggiava più per uno che per l'altro. Vedeva l'armeggio didon Blasco per sollevare i nipoti defraudatisapeva le ragioni chemilitavano per essi; ma vedeva ancora la ciera accigliata delprincipeudiva le sue amare lagnanze pel -"tradimento"che gli aveva fatto la madre: perciò stava al biviodavaragione un po' a tutti: al principe che gli offriva ospitalitàe lo trattava con deferenzaa Lucrezia che amando e sposando ilnipote del cospiratore Giulentelo avrebbe aiutato ad entrar meglionelle grazie dei liberali.




4.


-"Ogginon si mangia?"

Ilprincipino moriva di fame. Da un pezzo l'ora del desinare nonarrivava mai: un po' mancava il ducaun po' Raimondoun po' lostesso principe; quel giorno eran fuori tutti e trepiùLucrezia e Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta lacasa: correva su e giù dalla cucina alla scuderiadallestalle al giardinoinquietava la servitù vecchia e nuovaintenta al lavoro. Come don Blasco aveva annunziato al Babbeotuttii servi protetti dalla principessa erano stati mandati via daGiacomo; invece i diseredatiquelli che per aver favorito ilfigliuolo avevano meritato l'avversione della madreerano stati dacostui riconfermati nel loro posto. Due sole eccezioni aveva fatto ilprincipe: una a favore di Baldassarre e l'altra del signor Marco.Baldassarrefigliuolo d'una antica camerieraallevato al palazzo eassunto giovanissimo all'ufficio di maestro di casasapeva fin dabambino il debole della famigliale rivalitàle avversioni ele manìe; aveva perciò badato esclusivamente al proprioservizio lodando tutti i padroni checché facessero odicesserotenendo in riga i suoi dipendenti che osavano mormoraredell'uno o dell'altro. Pertanto madre e figlio l'avevano ben vistoentrambie il legato della principessa non gli procurava il congedodel principe. Quanto al signor Marcolancia spezzata della mortamolti si meravigliavano che il figlioda due mesi capo della casanon se ne fosse ancora sbarazzato. Veramentefin da quando laprincipessa era caduta infermal'amministratore aveva mutatotatticaprendendo con le buone il padrone nella previsione didoverlo presto servire; morta la madrese non gli aveva propriolasciato rubare il numerariocome diceva don Blascogli si umiliavacertamente in tutti modi. Del restoun procuratore come luicheconosceva la casa da quindici anniche sapeva le condizioni delleproprietà e lo stato delle litinon si poteva surrogare da unmomento all'altro.

-"Nonsi mangia più?... Che fate?... Voglio vedere!... Perchénon allestite?... A me!"

Incucinatolto di mano a Lucianoil credenziereun coltello chequesti stava nettandoil principino continuò egli stessol'operazione.

-"VostraEccellenzache fa mai!..."Il nuovo cuocomonsù Martinonon sapeva comeprenderlo. -"Sene vada di sopraci lasci lavorare."

-"Lèvatidi torno! Voglio far io!"

Bisognavalasciarlo fare. Se lo contrariavanodiventava una furia: digrignavai dentigridava come un ossessorovesciava quanto gli capitava frale mani. In verità il principe educava severamente ilfigliuolonon gliene passava nessuna liscia; mada un'altra partenon scherzava neppure con le persone di servizio se questemesse conle spalle al muro e perduta la pazienzarispondevano male alpadroncino. E giusto adessodopo la morte della principessailposto di cuocoin casa Francalanzaera divenuto piùimportante di prima. Giacomo dava punti alla madre quanto adiffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiavevoleva conto delle cose più miserabilidegli avanzidellecroste di pane; ma insomma la spesa giornalieranon contandol'aumento per gli ospitiera considerevole e il trattamento piùlauto: mangiavano adesso quattro piatti; mentre ai tempi della madrese ne facevano tre per lei e per don Raimondo: gli altri dovevanocontentarsinei giorni ordinarid'una minestra e d'un po' di carneo di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco della dote dellamogliela principessafacendosi dare dal figlio la sua parte dispesaaveva continuato a ordinare a modo suoe il principefedeleal proposito di mostrarlesi obbedienteera rimasto zitto. Cosìpure egli non aveva potuto eseguire nel palazzo le modificazioni dalungo tempo disegnate; morta donna Teresaprese finalmente le redinidella casametteva ora ogni cosa sossopra. S'udivano fino in cucinai colpi di piccone dei muratoriil cigolìo delle carrucolecon le quali issavano i materiali dalla corte al piano di sopra; e iguatterioccupati ad affettar patate e a sbatter uovascambiavanofra loro osservazioni su quei lavori:

-"Levanola scala dell'amministrazione per guadagnare spazio..."

-"Ionon avrei chiuso un pezzo della terrazza."

-"Ilpadrone però deve dar conto a suo fratelloessendo ereditutt'e due."

-"Mail palazzo è del principe! Il contino ha un solo quartiere..."

Ilprincipino adesso non perdeva una parola del discorso.

-"Ilcontino scapperà subito fuori via... Non è fatto perstar qui..."

Illavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Lucianocon unastrizzatina d'occhiodisse dopo un pezzo al compagno:

-"Ricominciaeh?"

-"Lascialofare! Quello è un vero signore!"

ELuciano chinò il capoin segno d'approvazione ammirativa.Erano tutti pel contein cucinacome nelle anticamerecome nellescuderie; perché il padrone giovane non rassomigliava almaggioretanto era dolce di comando e largo di mano.

-"Signoredavverodi modi e di pensieri. Non come l'amico..."

-"L'amicoè volpe vecchia... com'era l'amica..."

-"Chedite?"domandò il principino.

-"NienteEccellenza!"rispose il cuoco; e vòlto ai dipendenti: -"Lavorate!"ingiunse -"senzatante ciarle..."

-"Ahnon vuoi dirmelo?"

-"Mache cosaEccellenzase parlano cosìa vanvera?"

-"Ahnon vuoi dirmelo?"

Aun trattoudendo la carrozza che entrava nel cortileConsalvoscappò a vedere.

Tornavanofinalmente le zie Lucrezia e Matilde andate alla badìa di SanPlacido. Il ragazzodimenticati la cucina e il cuococorse araggiungerle di sopranella camera della madreper vedere se gliportavano nulla.

Lacontessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la ziaLucrezia neppure gli badòcon tanta animazione teneva undiscorso alla principessa:

-"Piangevacapisci!... Abbiamo voluto parlare con la Badessache ci haconfermato ogni cosa; è veroMatilde?... Che modo èquesto!... Le messe per nostra madre..."

-"Sst..."

Laprincipessa fece un segno alla cognata di tacereper riguardo delragazzo.

-"Mammaoggi non si mangia più?..."domandò costui.

-"Setuo padre non è ancora venuto!... Va'va' a vedere searriva."

Ilprincipino comprese che lo mandavano via. A sei anniera curioso piùdi don Blasco. I maneggi dello zio monacoil continuo complottareche si faceva in quella casaavevano destato di buon'ora la suaattenzione: dopo la morte della nonnas'accorgevadal contegno deiparentidai discorsi dei serviche l'avevano con suo padrechi peruna ragione e chi per un'altrama che nessuno ardiva prenderseladirettamente con lui. Egli comprendeva tante altre cose: che la ziaFerdinanda non poteva soffrire la zia Matilde; che tra questa e suomarito c'erano dissapori: comprendeva e tacevafingendo di nonaccorgersi di nullaper non incorrere nella collera di nessuno.Infattilo zio don Blasco dava solenni scappellottila zia Lucreziagiocava anche lei a pizzicargli il bracciospecialmente quando egliandava a rovistarle la camera; ma specialmente suo padresempreburberogliene davaalle voltedi quelle che radevano il pelo.Pertanto egli non se la diceva molto con luimentre invece nonpoteva stare lontano dalla mamma. Donna Ferdinandaveramentegliusava molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava idifetti del monello. Rabbrividendocadendo in convulsione sequalcuno le si metteva troppo dappressoella vinceva la manìadell'isolamento soltanto per amore dei figlisi stringeva al petto ebaciava furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era tropponettoe con tanto maggior impeto quando più si difendeva daogni altro contatto. Da un pezzonata la sorellina Teresalecarezze non erano tutte per lui; nondimenosolo la principessariusciva ad ottenere qualche cosa da Consalvo con le buoneperamore.

-"Va'va' a vedere se il babbo è tornato..."

Ilprincipe Giacomo rientrava in quel momento. Aveva una ciera piùaggrottata del solitoe neppure salutòentrando; Lucreziaammutolìalla sua vista. Egli domandò se il duca erarincasatoe udendo che nodiede ordine che servissero in tavolaappena giunto lo zio. Poi se ne andò a chiudersi nel suoscrittoio col signor Marco. Consalvo restò un poco senza saperche fareesitando tra il ritorno in cucina e una visita ai manovali.Invecevisto che la zia Lucrezia riprendeva a parlare con la mammasalì nella camera di lei. Gli aveva proibito di entrarciperché adesso studiava il disegno d'acquarello e non volevatoccate le sue cosespecialmente pel pericolo che scoprissero lelettere di Benedetto Giulente; invecei pezzi di colorei piattellida stemperarei pennellila gommafacevano gola al ragazzo. Enessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia; se reclamavale toccavano soprammercato i rimproveri del fratello diventatointrattabile dopo la lettura del testamento; talché ilmonelloquando carpiva l'occasionefaceva man bassa in camera dellazia. Salito dunque lassùa quell'ora che era sicuro di nonessere sorpresoil principino cominciò a rovistare sultavolinoin mezzo ai disegninella cartieranel comodino.Dov'erano nascoste le cose del disegno? Forse nelle cassette piùalte di quell'armadiodov'egli non arrivava. Intantodal cortiles'udì la campana che annunziava l'arrivo del duca. Eglicontinuò a guardarsi intornoa cercare febbrilmente sotto illettosotto l'armadionella specchiera. Questa era una piccolatavola ricoperta di tela ricamata: sollevatone un lemboapparve lacassetta. Lì dentroin mezzo ai vecchi pettinia scatolevuote di pasta di mandorlec'era un fascio di carte annodate con unnastro rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorinò le lettere.Improvvisamente Lucrezia apparve sull'uscio.

-"Ah!..."gridòe slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone fututt'uno.

Ilragazzo cacciò uno strillo così acutocome se lostessero scannando.

-"T'hodetto mille volte di non toccare le cose mie! Non è possibileserbare più nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza..."

AccorseVannala camerieraagli urli disperatima aveva appena cominciato:-"Signorina...lo lasci andare..."che apparve il principe.

-"Eper questo alzi le mani sul bambino?"

-"Senon posso essere ubbidita!... Se non sono padrona di serbare unospillo!..."

Eglisollevò Consalvo da terralo prese per mano e disselentamenteguardandola bene in viso:

-"Un'altravoltase t'arrischi di toccare mio figlioti piglio a schiaffi; haicapito?"

Ellarimase un momento come stordita. Visto uscire il fratellocorse a untratto alla portala chiuse sbattendola violentemente e non risposepiù a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare.Dové salire il duca a scongiurarla di aprirgli; alleraccomandazionialle ammonizioni dello ziofinalmente proruppe:

-"Eche pazienza! Sono due mesi che mi tratta così!... Perchél'ha con me? Pel testamento di nostra madre? Fa' così pergiocar di prima? Ha dunque ragione lo zio don Blasco?... Ha sentitoha sentito Vostra Eccellenzache ha fatto adesso?"

-"Cheha fatto?"

-"Nonvuol riconoscere il legato alla badìa di San Placido!...Abbiamo trovato Angiolina che piangeva e la Badessa che gettava fuocoe fiamme!... Vuol far lui tutte le cartee ci tratta poi cosìd'alto in bassoper avvilirci tutti quanti..."

-"Piano!...Bastaper ora..."il duca tornava a raccomandarsiper amor della pace. -"Basta!...Vieni a desinareper ora... Ti prometto che poi gli parleròio..."


Raimondonon era ancora rientrato quando tutta la famigliacon l'assistenzadi don Marianoprese posto a tavola. Lucrezia aveva gli occhi ancorarossiteneva il capo chinonon diceva una parola; ma il principefattosi improvvisamente sereno in vistarivolgeva cortesie allo zioduca. Tutti i giorni così: dopo lunghe ore di mutriadisilenzidi voltate di spalle al sopravvenire dei fratelli e dellesorelle e più della cognata Matildeegli smetteva a tavola laciera accigliataper corteggiar lo zio. Non era la prima volta cheil desinare cominciava senza Raimondoe al malumore di Lucreziafaceva riscontroquel giornoun pensiero molesto sulla fronte diMatilde.

Nonle facevano festain quella casa. Il principedonna FerdinandadonBlascoun po' anche la cugina Grazielladovevano trovare in leicolpe imperdonabilise la punzecchiavano assiduamentese latrattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardoe gli sgarbi fatti a lei; non soffriva quelli che toccavano a suomarito. Forse era questa la sua grande colpa: l'amore che portava aRaimondo!... Lo amava fin da quando lo aveva vistoda prima ancora;fin da quandofidanzata per lettera a quel conte di Lumera del qualesuo padresuperbo d'imparentarsi coi Viceréle faceva lodisenza fineella aveva lavorato con la fantasia a rappresentarlobellonobilegenerosocavalleresco come un eroe del Tasso odell'Ariosto. E la realtà aveva superato le sue stesseimmaginazioni; tanto era finelo sposo suoe leggiadroedelegantee splendido; ed ella che non aveva conosciuto da vicinoaltri uominiche s'era nutrita unicamente di sognidi poesiadifantasia alta e puragli aveva dato tutta l'animaper sempre; loaveva amato ancora nei suoi cari e idolatrato nella figlia nàtaleda lui. Ella non aveva altra idea della vita che quella espressadalla vita sua propriasemplice e pianatutta trascorsa in mezzoalla sorellina Carlottaalla mamma lorosoave ed amara ricordanzaed al padreuomo di passioni estremeamico o nemico fino alla mortedegli altri uominima cieco e folle d'amore per le sue figlie...Mentre ella adesso si voltava ogni tratto a guardar l'uscio dellasala con l'ansiosa aspettativa dell'arrivo di Raimondola scena cheaveva dinanzi le rammentavacon un effetto di vivo contrastoun'altra indelebilmente fitta nella sua memoria. La sua memoria lerappresentava il desco familiarenella grande stanza da pranzo dellacasa paternaa Milazzo: la mammala sorellaella stessa intenta airacconti del padresorridenti con luicon lui tristi o dolenti; ilpadre tutto lorocoi pensieri e con le opere; e un costante e quasisuperstizioso rispetto per le antiche abitudinie una pacepatriarcaleun amore reciprocouna confidenza assoluta. Se ella siguardava ora intornoche vedeva? La principessa timida e paurosadinanzi al maritoil ragazzo tremante a un'occhiata del padremasuperbo dell'umiliazione inflitta alla zia; Lucrezia e il fratelloancora freddi e sospettosi l'uno verso l'altra; il principeostentante il buon umore col duca dopo una giornata d'accigliatosilenzio... Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quellafamigliail giorno che vi era entrata come in un'altra famiglia suapropria: tanto più grande era stato il suo stuporeil suodolorenel vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavanocertoche fosse indegna di Raimondo perché a lui inferiore: enessuno quanto lei stessa lo poneva tanto alto; ma non le avevagiovato sentirsi e farsi umile dinanzi a lui e ad essi: l'astio nons'era placato. Allora ella aveva cominciato a comprendere leparticolari passioni cheoltre all'orgoglioanimavano ciascuno diquegli Uzeda duri e violenti... La madre di Raimondoper idolatriadel figlio era gelosa di lei: riuscita ad ammogliarloadassicurargli la doteaveva umiliato la nuorafacendole sentire findal primo giorno la sua mano di ferro perchépiùd'ogni altroella stessa sommessa dinanzi al beniamino; ma lasommessione idolatrail cieco affetto della sposatogliendole ognipretesto d'incrudelire su leimettendo nuova esca al fuoco dellasorda gelosia maternal'aveva resa implacabile. Il fratellomaggiorenon perdonando a Raimondo i suoi privileginon potendorassegnarsi alla concorrenza che la famiglia di lui faceva allapropriarovesciava il suo rancore sulla cognata. Tutti gli altrierano stati senza pietà per l'intrusao in odio allaprincipessa che l'aveva voluta in quella casa o in odio a Raimondoche la madre proteggeva. Così ella s'era vista bersaglio diquei parenti ai quali era venuta con animo confidente e cuoreaffezionato; e lo scoprire che il loro astio era tanto acre contro dilei quanto contro Raimondoinvece di attenuare aveva inacerbito lasua pena; poiché perduta d'amore pel maritoella soffriva egioiva in lui e per lui... In quello stesso momento che il principepareva non veder la cognata ose volgevasi dalla sua partesmessa aun tratto la ciera giocondale mostrava un viso contegnosamentechiusopeggio che se fosse una estraneaella non soffriva tanto diquell'ostentata freddezzaquanto della trascuranza da tuttidimostrata verso suo marito. Il desinare progrediva come se egli nondovesse venire piùnessuno chiedeva di lui. Lucrezia tenevaancora il capo chino sul descola principessa badava a suo figlioil principe parlava dello stato delle campagnedei prezzi dellederratedei pericoli del colera; il duca discuteva della guerrad'Oriente; e solamente un estraneodon Marianodiceva trattotratto:

-"ERaimondo?... Non si vede più!... Che gli è successo?"

Alloracome per virtù dell'ecoquella domanda si ripercoteva nelpensiero di lei: -"Nonsi vede più!... Che gli è successo?..."Perché mai tardava tanto? Perché la lasciava sola traquegli estranei indifferenti od ostili?

-"Irussi resistono ancora... un osso duro da rodere... Napoleone neseppe qualcosa..."

Dinuovo assorta in pensieri più gravi e molestiella udivabrani di frasiparole di cui non afferrava il senso. Da quanto tempola lasciava solaRaimondo! Da quantoda quanto!... Ella rammentavaassiduamente la prima pena che le aveva inflittatanto tempoaddietro. Buono con lei nei primi tempi del matrimoniodurante ilviaggio di nozze ed il soggiorno di Cataniaappena giunto a Milazzodove erano andati per affariper vedere il padre e la sorella dileiegli aveva dichiarato di non aver preso moglie per vivere inquella bicoccaper incappare nella tutela del suocero dopo essereuscito da quella della madre. Certoella non credeva che la vitanella sua cittadella natale potesse allettarlo molto; certoloavrebbe seguito dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimenoquel brusco giudizio intorno a cose e persone care al cuor suo leaveva procurato un senso d'angustia indimenticabile. Egli volevalasciare per sempre la Siciliaandarsene a vivere a Firenze; néla contraria volontà della madre gli era d'ostacolo; allamoglieche per non discostarsi troppo dai suoi gliela rammentavaesortandolo ad obbedirlarispondeva bruscamente: -"Lasciamifare a modo mio."Ed ellasìaveva riconosciuto le sue ragioni. La SicilialaToscanaqualunque parte del mondo dove sarebbero stati insiemefelicinon doveva esser tutt'uno per lei? Il dispotico divieto dellasuocera poteva avere maggior peso per lei del desiderio del marito? Equel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo non erachiamato a figurare in mezzo alla società più eletta diuna grande città? Giovani e ricchinon sarebbero statidovunque segno dell'invidia di tutti?... Ed ella non avevaperseverato nei tentativi di resistenza anche per un'altra ragionepiù grave. Raimondodel quale perdonavaanzi voleva ignorarei modi un po' bruschil'insofferenza della contraddizionetutti ipiccoli difetti di un figliuolo troppo vezzeggiatosi mostrava qualera anche col suocero. Il carattere di costui essendo pure moltoforteun dissenso poteva sorgere da un momento all'altro. Sulleprimeil barone aveva fatto una vera festa al generotrattandoloquasi come la principessasedotto anche lui dalla grazia fine delgiovaneinorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coiFrancalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelantia tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tuttoin quellacasaripeteva ogni quarto d'ora: -"Comesi fa a vivere qui?..."Il barone aveva da lui la procura per amministrare le proprietàdate alla figliae in questa amministrazione intendeva seguire icriteri e i sistemi antichidei quali sapeva la bontà;Raimondo inveceper occupar gli ozi di Milazzoquando non passavale intere giornate giocando al casino con gli scapati prestoconosciutisi faceva render conto dal suocero dei suoiprovvedimentiper biasimarliper suggerir quelli chea suogiudiziobisognava adottare. In questa materiaegli dimostravaun'assoluta ignoranza degli affariuna stravaganza di concetti moltosimile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne ridevaegli sel'aveva a male. Le parti s'invertivano quando il barone gli chiedevaconto dell'impiego dei capitali dotali: allora egli biasimava certeoperazioni bislacche del generoe questi dichiarava al suocero chenon ci capiva nulla. Spessoin quei dibattitialle uscite vivaci diRaimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersiper nondargli sulla voce; allora Matilde intervenivamutava soggetto aldiscorsocomponendo il lieve screzio coi sorrisi prodigatiegualmente alle due persone che più amava al mondo. Il suogrande dolore fu perciò nell'accorgersi chese voleva vederlein pacele conveniva evitare che stessero a lungo insieme. Decisacosì a secondare il desiderio del maritoella lo avevaseguito a Firenzema quest'ultima risoluzione di Raimondo era statacausa della più viva opposizione del barone che voleva vicinala figlia egiudicando troppo costosa la stabile dimora in unagrande cittàconsigliava piuttosto brevi viaggi. Raimondo gliaveva risposto seccamente che quel consiglio era stupidoperchéi viaggi appunto costano un occhio del capo; e lasciando in asso ilsuocero aveva dichiarato alla mogliecon brutte paroletroppo dureingiuste anchedi non voler più soffrire l'ingerenza di luinegli affari propri. Alloraper vincere l'opposizione del padreella aveva dovuto ricorrere all'espediente di cui s'era avvalsa tantevoltebambina: dirgli che il disegno di vivere un pezzo in Toscanaera caro a lei stessa e pregarlo di farla contenta!...

-"Quattrinie vite sprecate!... La guerra a tanta distanza..."

Mentreil duca continuava a sviscerare la questione d'Oriente ed a proporrecombinazioni diplomatichetutti si volsero verso l'uscio d'entrata.La contessa sussultòsperando che fosse suo marito;s'avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canalà: -"Siapro a ciascuno!... Ma non veggio il contino?..."Cosìcosì a Firenzein una città dovenon cheun parentenon aveva da principio neppure una conoscenzaella erarimasta lunghissime oretanti e tanti giorni ad aspettarlo invano.Lì aveva pianto le sue prime lacrimequando s'era vistatrascurata; lì s'era nascosta per piangeregiacchéegli o la derideva per quella -"stupida"affezioneo dichiarava di non voler essere -"seccato"...Avevano un modo radicalmente diverso d'intendere la vita: mentre ellametteva innanzi tutto l'affetto di suo marito e le gioie dellafamigliae non desiderava se non prolungare al fianco di Raimondosia pure in altri luoghil'ineffabile felicità domesticaprovata da fanciulla; il giovane viziato dalle preferenze della madree finalmente uscito dalla sua ferrea tutelaaspirava unicamente ailiberi piaceri mondani. E per questodicendo a se stessa che egliaveva il diritto di divertirsiche non faceva poi nulla di malechei gusti delle persone sono naturalmente diversiella aveva repressoil proprio doloresi era persuasa del proprio torto. Quasi premio diquesta sua rassegnazioneaveva finalmente provato le ineffabiligioie della maternitàe alloracome per incanto i tempifelici della luna di miele parve tornasserotra perchéRaimondo divenne veramente miglioretra perché ella stessaassorta in soavi pensieriin cure minutepose meno mente alla vitadi lui. Al padreche la raggiunse in quell'occasioneella potémostrare un viso raggiante di gioia; felice con leiil baronedimenticò interamente le piccole liti avute col generotornòa volergli bene come ai primi tempi... Tutti aspettavano un maschiotranne lei stessa chese avesse osato contrastare i desideri altruie far differenze tra i figliavrebbe preferita una bambina. Unabambina nacque infattie quando si trattò di battezzarlaquantunque ella e il padre avessero desiderato chiamarla come la lorocara perdutariconobbero tuttavia la convenienza di darle il nomedella principessa. Rammentava forse più la madre felice itrattamenti sgraziati della suocera e della parentela?Quell'angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa aRaimondoa dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielononparlava unicamente di pace e d'amore?... Ahimè! Piùpresto che non credesse ella s'era accorta del proprio inganno. Giàda quando erano venuti a Firenzela suocera non le aveva piùscrittoné risposto alle sue letterené accennato alei nelle lettere che mandava al figliuolo. Il silenzio continuòdurante la gravidanzae dopo il parto comprese anche la bambina.Quando Teresina fu svezzataRaimondo deliberò di fare unacorsa in Sicilia; e da quel viaggio ella ripromettevasi la finedell'incomprensibile rancore della principessa; inveceellaricominciò a piangere allora... Donna Teresa Uzedanonpotendo prendersela con Raimondo per il trasferimento nella remotaToscanane aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia eil suo odio si erano raddoppiatile facevano una colpa perfino dellanascita della bambina!... Come dimostrare a quella spietata il suotorto? Come persuaderla che suo figliocontro il piacere di tuttiaveva voluto a forza fare quel che si era proposto? Ingenuamenteilbarone non aveva detto che Raimondo era andato a Firenze per farpiacere a Matilde?... Ella aveva così apprestatosenzasaperlouna nuova arma alla suocera; per ottenere l'accordo fra ilmarito ed il padreaveva scatenato quella furia contro se stessa...

-"Lazia di Vostra Eccellenza!"

Annunziatadal maestro di casamentre il desinare stava per finireentravaadesso donna Ferdinanda. Tranne il ducatutti si levarono; lacontessa con gli altri; ma la zitellona salutò tutti fuorchéquest'ultima. Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per tuttosaluto disse: -"Ancoraa tavola?"e non parve neppure accorgersi di Matilde... Che era maipensavaellala ostentata trascuranza di costoroa paragone della guerramossaleanni addietrodalla principessa? Non era bastato farsi dapartenon esprimere mai volontàné desiderinéopinioni: l'odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Essoriversavasi ancora contro l'innocente bambina che aveva il doppiotorto d'appartenere al sesso disprezzato e d'esser nata da quellamadre; e poichérassegnata personalmente a quei trattamentila madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creaturalaprincipessa s'era messa a perseguitare con speciale accanimento lanipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nullal'abbandonava piùa lungo che a Firenzenon credendo di lasciarla sola poichéella restava -"infamiglia";e il tormento di quella vita era divenuto in breve così acutoche ella aveva sospirato il momento di tornarsene alla solitudinealmeno tranquilla della sua casa di Firenze...

-"Dov'èquell'altro?..."domandò di botto don Blascosbuffante alle elucubrazionipolitiche del fratello duca.

-"Quell'altro"doveva essere Raimondo; tutti lo compreserorispondendo che nons'era vistoche forse era rimasto a desinare da qualche amico.

-"Avrebbepotuto avvertire..."osservò il principe.

Equantunque quell'osservazione fatta con tono severosenza riguardoper lei che era sua moglieferisse Matildeun'altra voce ora lediceva: -"Èvero! Ha ragione!..."Ella stessatornata a Firenzein quell'asilo che le era parso dipace e di felicitànon aveva forse pensato cosìquando aspettando lungamentedi giorno e di notteil ritorno diRaimondo che la lasciava ormai quasi sempre solas'era sentitastruggere d'ambascia e di pauranon sapendo che cosa gli fosseaccadutotemendo semprecon l'inferma immaginazionepericoli edisgrazie? Suo maritoinvecenon voleva renderle conto dellapropria vitaquasi fosse ancora scapoloquasi ella non avessenessun diritto su luiquasi la loro bambina non esistesse! Quellafiglia che doveva ancora più stringerli insiemeche per lomeno doveva esserenel doloreil gran rifugio della madrenon solopareva non dir nulla al cuore di Raimondoma non bastava neppure aconfortare lei stessapoiché ella non poteva piùscusare come nei primi tempi la condotta sempre più sfrenatadel maritopoiché non ignorava più che egli latrascurava per altre donnee poiché questa scoperta le facevaa un tratto sentire il coltello della gelosia... Ancora una voltalepassate sofferenze le erano parse nullaparagonate a queste altre.Ella lo amava più che mai d'amoreper gli stessi difetti chegli aveva perdonatiper tutto quel che le costava; e le nuovepiùbruschepiù aperte dichiarazioni con le quali egli respingevale preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi unacolpa dell'amor suola stringevano a lui sempre più. Nosuafiglia non le bastavala creaturina non poteva consolarlanessunoal mondo poteva consolarlaella doveva perfino nascondere le proprietorture al padrescrivergli che era contenta e feliceperchéegli non venisse a chieder conto a Raimondo di quella condottaperché tra quei due uomini non scoppiasse la guerra!... Eancora una volta s'era messa a sperare nel ritorno in Sicilia; laterribile casa degli Uzeda le parve ancora una volta un'oasinonavendovi almeno conosciuto il sospetto roditore come un verme. Quandoda Catania scrissero a Raimondo di venir presto a casaquando lastessa madre moribonda lo chiamòella fece di tutto perindurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della morentesordoalle stesse ragioni dell'interesserestare a Firenzel'angoscia dilei s'era esacerbatatanto aveva dovuto credere potenti le ragionii legami che lo trattenevano... Giusto in quei giorni le sue viscereavevano avuto un nuovo fremito; ella era madre un'altra volta —freddacattiva madrese non tripudiava a quella scoperta; ma comeavrebbe potuto gioirnequando il padre della sua creatura lecagionava tanta tristezza; quandoall'annunzio della nuovapaternitàegli restava indifferente e quasi fastidito comeper una nuova molestia?... Repentinamentegiunto il dispaccio cheannunziava la morte della principessaerano partitied ella avevatratto liberamente il respirochiedendo perdono al Signore dellagioia che provava per causa d'una morte; ma l'implacata avversionedei parenti l'affliggeva ancora una volta come prova dellainsospettata malvagità umana; e adesso che Raimondosenzarispetto per la memoria della madrefaceva ciarlare tutta la cittàcon la sua vita sbrigliataella domandava tra sécon lungosconforto: -"Quandodove avrò pace?..."

Ildesinare era già finito e Lucreziala principessa e Consalvos'erano già levati di tavolaquando Raimondo rientrò.Mostrava di esser molto allegro e d'aver buon appetito. Alla domandadel ducarispose che gli amici lo avevano trattenutoche non s'eraaccorto dell'ora tarda.

-"Delrestoqui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non siva a tavola prima dell'ave!"

Ilprincipe non rispose. Alzandosi da tavola mentre il fratello divoravala minestra serbata in caldodisse al duca:

-"Ziovuol venire un momento con me?"e lo condusse nel suo scrittoio.

Stavadi nuovo sull'intonatocome se dovesse stipulare un trattato. Chiusoa chiave l'uscio della stanza precedenteofferta una poltrona allozioegli stesso in piedicominciò:

-"VostraEccellenza mi scusi se la disturbo dopo tavolama dovendo parlare diaffari importanti e non volendo portarle via il suo tempo..."

-"Mache!..."fece il ducainterrompendo il preambolo. -"Tunon mi disturbi affatto... Parlaparla pure..."e accese un sigaro.

-"VostraEccellenza può vedere ogni giorno"riprese il principe -"chevita fa Raimondoe comeinvece di darmi una mano a sistemar gliaffari della successionepensi a divertirsi lasciando tutto sullemie spalle. Parlargli d'interessi è inutile: o non mi dàrettao non capisce... o finge di non capire."

Ilduca approvava con un cenno del capo. Tra ségiudicavaveramente un po' strane quelle lagnanze del nipoteche non avrebbedovuto esser poi tanto scontento se il fratello non s'impacciavanelle quistioni dell'eredità e lo lasciava libero di fare asua posta. E se Raimondo mostrava poca premura di partecipare agliaffariil fratello maggiore non ne aveva mostrata pochissima direnderne conto al coerede ed ai legatari? Non era forse quella laprima volta che egli teneva a qualcuno della famiglia un discorso diquel genere?

-"Ora"continuava frattanto Giacomo -"iocredo prima di tutto convenientenell'interesse comuneche ladivisione si faccia al più presto; in secondo luogo bisognache tutti sappiano ciò che ho saputo in questi giorni iostesso..."

-"Checosa?"

-"Unabella cosa!"esclamòcon un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausaquasi a preparar l'animo dello zio alla dolorosa notizia: -"L'ereditàdi nostra madre è piena di debiti..."

Ilduca si cavò il sigaro di bocca dallo stupore.

-"VostraEccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile?Dopo che abbiamo sentito tanto lodareda tuttiil modo ammirabiletenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa?Invecec'è un baratro!... Fin all'altr'ierinon sospettavoancora nulla. È vero che nei primi giorni dopo la disgraziaebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madreipossessori dei qualidurante la malattiaavevano pazientato oltrela scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime sommediquei debitucci che tuttiin certi momentianche i piùfacoltosihanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invecesono migliaia e migliaia d'onzee che ogni giorno spunta un nuovocreditoree che se continua di questo passoil meglio dell'ereditàse n'andrà in fumo?..."

-"Mail signor Marco..."

-"Ilsignor Marco"riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l'obiezione-"nesapeva meno di me ed è più sbalordito di VostraEccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felicememoriae come facesse in tutto di suo capoe si nascondesse nonsolamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidentima da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia... Il signorMarco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte dellesomme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sienosotto. S'immagini che esistono effetti scaduti da treda quattroannie anche da cinque!... Le confesserò chesul principioho temuto d'esser vittimacome tutti gli altrid'una truffaspaventevoled'aver a fare con un'associazione di falsari. Ho dovutoricredermi: le firme sono lìautentiche. Debbo dunquesupporre che il sistema di ricorrere al creditodi cui la felicememoria faceva una colpa tanto grave a nostro nonnonon ledispiacesse poi troppo... E il peggio è di non poter saperefin dove si estende il marcio! E questa è la famosaamministrazione di cui abbiamo sentito tante lodi... Ma dice che deimorti non si deve parlare... e basta!... Ora io ho voluto informareVostra Eccellenzaprima di tutto perché era questo il miodovere; secondariamente perché Vostra Eccellenza ne tengaparola a Raimondo. Se questi debiti hanno da pagarsie purtroppo c'època speranza del contrarioa ciascuno bisogna imputarne la suaparte. Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di avvisare glialtriperché sappiano che i loro legati saranno anch'essigravati in proporzione..."

Ilduca ricominciò a scrollare il capoma con espressionediversa. I legatari lagnavansi d'aver avuto troppo poco; adessobisognava dir loro che avevano anche meno!

-"Perchénon parli loro tu stesso?"suggerì al nipote.

-"Perché?"rispose il principecol leggiero fastidio di chi ode rivolgersi unadomanda oziosa. -"Enon sa Vostra Eccellenza come sonoqui in casa? Chiusisospettosidiffidenti? Crede Vostra Eccellenza che io non mi sia accorto dicerti maneggiche non abbia udito certe accuse sorde sorde?... Pareche l'abbiano tutti con mespecialmente quella testa pazza diLucrezia!... Anche oggi non ha fatto una scena?..."

-"Nono..."interruppe il duca; -"alcontrariot'assicuro. Si lagnava anzi del contrarioche tu l'abbiacon leiche non le parli mai..."

-"Io?E perché dovrei averla con lei?... Non ho parlato molto inquesti giorniè vero: ma come vuole Vostra Eccellenza cheavessi voglia di parlarecon queste belle notizie? Perchédovrei averla con leio con altri? Io ho pensato sempre ed ho dettoche la cosa principalenelle famiglieè la pacel'unionel'accordo!... È colpa mia se questo non fu possibile finchévisse nostra madre? Vostra Eccellenza sa come fui trattato... megliomolto meglio non parlarne!... Adessoquantunque io sia statospogliatomi hanno udito esprimere una sola lagnanza? Ho detto primodi tutti: la volontà di nostra madre sarà legge!Inveceche cosa s'è visto? Mutrie a destra e a sinistraRaimondo che non vuole occuparsi d'affari quasi per punirmi d'averglipreso mezza eredità..."

-"Noper spassarsi..."corresse il duca.

-"Lozio don Blasco"proseguì il principequasi non udendo l'osservazione -"cheho sempre trattato con rispetto e deferenzacome tutti gli altriistigare contro di me i legatari..."

-"Quelloè un pazzo!..."

-"Ogli altridica Vostra Eccellenzasono forse savi? Che voglionochepretendono? Di che m'accusano? Perché non vengono a dire leloro ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza;sentiamo: che ha detto?..."

Quantunquedeciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora prima allanipoteil ducacostretto dalla domandarisposecon un sorrisettoper temperare quel che vi poteva essere di poco gradito nelle sueparole:

-"Tuti lagni d'esser stato spogliato; e invece spogliati si credonoessi..."

Ilprincipe risposecon un sorriso più amaro del primo:

-"Proprioeh?... E comeperché?"

-"Perchéavrebbero avuto meno di quel che gli spetta... perché c'èla parte di vostro padre..."

Giacomos'accigliò un momentopoi proruppecon mal contenutaviolenza:

-"Alloraperché accettano il testamento? Perché non chiedono iconti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!"

-"Tantomeglioallora..."

-"Checosa credono che sia l'eredità di nostra madre? Facciamo icontisissignore; facciamoli domanifacciamoli oggi! Anziperchénon si rivolgono ai magistrati?..."

-"Chec'entra questo?"

-"M'intentinouna lite! Facciamo ciarlare il paesediamo questo bell'esempiod'amor fraterno! Raimondo s'unisca a loro; mi accusino di avercarpito il testamentoah! ah! ah!... Sono capaci di pensarlo!Conosco i miei pollinon dubiti! Questo è il fruttodell'educazione impartita qui dentrodegli esempi che hanno datodella diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema..."

Eraveramente concitatoparlava violentementeaveva perduto la solennecompostezza dell'esordio. Il ducabuttato via il sigaro spentoriprendeva a scrollare il capoquasi riconoscendo che alla fine finenon poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Peròlevatosi dalla poltronamessa una mano sulla spalla del nipote:

-"Càlmatiandiamo!"esclamò. -"Nonesageriamo né da una parte né dall'altra. La roba èlì..."

-"Nessunola tocca!"

-"Essivogliono fare i contitu sei pronto a darli..."

-"Oraall'istante!..."

-"Edunque l'accordo è immancabile. Farete questi contivedretese la divisione di vostra madre è giusta o no; accomoderetetutto con le buone."

-"Oraall'istante!"ripeteva il principe seguendo lo zio che s'avviava. -"Perchénon hanno parlato prima? Non sono già lo Spirito Santo perpotere indovinare ciò che mulinano nelle teste bislacche!"

-"C'ètempo! c'è tempo!..."ripeteva il ducaconciliantesenza far notare al nipote lacontraddizione in cui cadevaavendo prima asserito di saper deicomplotti. -"Nonla pigliare così calda! Parlerò con Raimondopoi congli altri; la roba è lì; vedrete che non ci sarannoquistioni... A proposito"esclamògiunto all'uscio e voltandosi indietro -"checosa è l'affare della badìa?"

-"Qualaffare?..."rispose il principestupito.

-"Illegato delle messe... Le mille onze che non vuoi dare adAngiolina..."

-"Lemille onze? Io non voglio darle?..."esclamò allora Giacomo. -"Manon vede Vostra Eccellenza come sono tutti d'una razzafalsi ebugiardi? Io non le voglio dare? mentre invece il legato di nostramadre è nulloperché importa l'istituzione d'unbeneficioe le istituzioni di beneficio non reggono quando mancal'approvazione sovrana?..."

NellaSala Gialla don Blasco rodevasi le unghiesapendo quella bestia delfratello in confabulazione col nipote e non potendo udire i lorodiscorsi. Dalla contrarietàstronfiavaspasseggiava in lungoe in largonon udiva neppure quel che dicevano intorno a lui.

Eraarrivata la cugina Graziellala quale cicalava con la principessacon Lucrezia e con donna Ferdinanda; meno con Matildeper mostrar dipartecipare ai sentimenti degli Uzeda verso l'intrusa. Aveva credutodi poter entrare anche lei in casa Francalanzala cugina; diprendersi anzi il primo postocome moglie del principe Giacomomal'opposizione della zia Teresa aveva trionfato di lei e del giovane.Invece che -"principessa"s'era chiamata semplicemente -"signoraCarvano"ma quantunque il cuginopresa la moglie che la madre gli destinavasi fosse posto il cuore in pace e paresse perfino aver dimenticatoche fra loro due c'erano state un tempo parole tenereella avevacontinuato a fare all'amorese non con luicon la sua casa. C'eravenuta assiduamenteaveva stretto amicizia con la principessaMargherita e indotto il marito a fare anche lui la corte agli Uzedae tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e in tutte leoccasioni che le antiche fallite speranze non potevano intepidire inlei l'affezione verso tutti i cugini. Durante la malattia e dopo lamorte di donna Teresaspecialmentedonna Graziella era quasidiventata una persona della famiglia; tutti i giorni e tutte le serea prender notiziea prodigar confortia suggerir consigliarendersi utile con le parole e con le opere. La principessa non solonon aveva ragione di esserne gelosapoiché Giacomo dimostravatanta indifferenza verso la cugina che certe volte neppure lerivolgeva la parola esmesso il tule dava del freddo voi; ma eraperfino incapace di provare gelosia o qualunque altro sentimento perlei come per ogni personatanto la naturale indolenza e il bisognod'isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito la rendevanoindifferente a tutto ed a tutti fuorché ai propri figli.

Quelpomeriggio appuntodopo tavolala balia era venuta a dirle che labambina tossicchiava un poco; cosa da nullacerto; ma ella se n'erainquietatae la cuginatrovata quella dispiacevole novitàfaceva sfoggio della sua scienza medicaconsigliando lasomministrazione di polveri e di decotti alla figliocciaassicurandoperò che il male non era gravesgridando nondimeno la baliache aveva dovuto lasciare il balcone aperto.

Raimondoche d'ordinario scappava via appena finito di prendere un bocconepareva volesse restare in casaper suo piacere; e Matildetuttariconfortatadimenticata a un tratto la tristezza di un'ora innanzilo seguiva con lo sguardo ridente. Era così fatta che unaparolaun nulla la turbavano e la rassicuravano: e chiedeva tantopoco per essere felice! Se egli fosse stato sempre cosìseavesse dedicato una parte del suo tempo alla famigliase avesseprodigato alla sua bambina le carezze che quella sera faceva alprincipino!... Questinel gruppo degli uominiripeteva ledeclinazioni al cavaliere don Eugenioil quale s'era costituito suomaestrotra gli applausi dei lavapiatti ad ogni risposta azzeccata;ma cominciando a confondersiad imbrogliarsi:

-"Enon lo tormentare piùpovero bambino!"esclamò donna Ferdinanda. -"Quicon la zia! Ti rompono la testa con tutte queste storieeh? Rispondiloro: "Debboforse fare il mastro di penna?""

DonEugenioudendo disprezzare le belle lettererispose:

-"Bisognastudiareinvece!... L'uomo tanto più vale quanto piùsa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoiantenati c'è don Ferrante Uzedagloria siciliana!"

-"DonFerrante?"esclamò la zitellona. -"Chefece don Ferrante?"

-"Comeche fece? Tradusse Ovidio dal latinocommentò Plutarcoillustrò le antichità patrie: templimonetemedaglie..."

-"Aaah!...Aaah!..."Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva piùche si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliererimase a bocca apertadon Cono non sapeva che viso fare.

-"Aaah!...Aaah!..."continuava a ridere donna Ferdinanda. -"DonFerrante! Aaah!... Don Ferrante sai che fece?..."spiegò finalmenterivolta al nipotino. -"Tenevaquattro mastri di pennapagati a ragione di due tarì ilgiornoi quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto ilibridon Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!... Aaah!Che sapesse leggereci ho i miei bravi dubbi!..."

Alloras'impegnò una gran discussione. Don Cono e il cavalieresostenevanoa vicendache se l'antenato non aveva scrittomaterialmente le sue operene aveva però dettato ilcontenuto; tanto è vero che le accademie di PalermoNapoli eRoma lo avevano annoverato tra i loro soci; ma la zitellonainterrompeva: -"Fatemiil piacere!..."intanto che la cuginascrollando il capoaffermava cheveramentegli studi non erano stati il forte dell'antica nobiltà.

-"Ilforte?"esclamava la zitellona. -"Mafino ai miei tempi era vergogna imparare a leggere e scrivere!Studiava chi doveva farsi prete! Nostra madre non sapeva fare lapropria firma..."

-"Eraforse una bella cosa?"obiettò don Eugenio.

-"Nonmi parlare anche tu del progresso!"saltò su donna Ferdinanda. -"Ilprogresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libricome un mastro notaio! Ai miei tempii giovanotti imparavano laschermaandavano a cavallo e a cacciacome avevano fatto i loropadri e i loro nonni!..."

Ementre don Mariano approvavacon un cenno del capola zitellona simise a tesser l'elogio di suo nonnoil principe Consalvo viil piùcompito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una così grandepassione pei cavalliched'invernoogni annosi faceva costruireun passaggio coperto in mezzo alla pubblica viaaffinché isuoi nobili animali restassero sempre all'asciutto.

-"Ele altre persone potevano passarci?"domandò il principino.

-"Potevanopassarci quando non era l'ora della passeggiata del principe"rispose donna Ferdinanda. -"Seusciva luitutti si tiravano da parte!... Una volta che il capitanodi giustizia con la carrozza propria ardì passar innanzi allasuasai che fece mio nonno? Lo aspettò al ritornoordinòal cocchiere di buttargli addosso i cavalligli fracassò illegno e gli pestò le costole!... Si facevano rispettare isignoria quei tempi... non come orache dànno ragione agliscalzacani!..."

Labotta era tirata al duca che rientrava in quel momento nella SalaGialla insieme col principe. Don Blascointerrotta finalmente la suacorsapiantò gli occhi addosso al fratello e al nipote.

-"Chediavolo hai fatto?"disse al principe.

-"Nulla...avevo certe notizie da domandare allo zio..."

Sopravvenneroin quel momento Chiara e il marchese. Lucreziaancora imbronciatasalutò freddamente la sorella; ma costei non s'accorgeva dinullanervosa com'eratutta piena d'una secreta idea.

-"Margherita"sussurrò alla cognatain confidenza -"questavolta credo sia per davvero!..."Erano quelli i sintomi? Poteva ingannarsi? Tante volte aveva speratod'apporsi e festeggiato invano l'avvenimentoche adesso non ardivapiù annunziare apertamente la gravidanza se non prima lavedeva confermata. Poilasciata la principessaprese a parteMatilde e ricominciò a dirle: -"Lalevatrice n'è certa! Tu che cosa provi?... Come ti seiaccorta?..."

Matildenon l'udiva. Adesso che don Blasco non misurava più la sala daun'estremità all'altraRaimondo aveva ricominciato l'armeggiodello zio monaconon stava fermo un momentochiedeva continuamenteche ora fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella erainquieta della sua inquietudine... Frattanto arrivavano nuove visite:la duchessa Radalì e il principe di RoccascianodonnaIsabella Fersa col marito. L'entrata di quest'ultima mise sottosoprala società: il principeche ordinariamente non era moltogalante con le signorele andò incontro fino nell'anticamera;Raimondo anche lui l'ossequiò tra i primi. Ella portavacomesempreun abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava ora con lacoda dell'occhioe la principessaChiaratutte le altregiudicavano a una voce elegantissimo.

-"Manifatturadi Firenzeè verodonn'Isabella?"domandò Raimondo.

-"Sivede che vostro marito se ne intendecontessa!"rispose ella indirettamentevolgendosi a Matilde.

DonMariano parlava della parata della Reginadi cui quel giorno era ilnatalizio; Fersa del coleradella quarantena di dieci giornidecretata allora allora contro le provenienze da Maltadella fieradi Noto rimandatadel pericolo che correva un'altra volta laSicilia; e il vocione di don Blasco rispondeva:

-"Questaè l'impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesicapite?"

Ilducaquasi non comprendesse che l'allusione era diretta a luiripigliava il discorso della guerra interrotto a tavoladiceva cheCavour l'aveva sbagliata. La via era un'altraraccogliersirestarsene tranquillicurare le piaghe del '48. Con lo statoindebitato fin agli occhicome poteva pensare a fare nuovi debiti?-"Èun principio d'economia politica..."e quicol tono d'autorità portato da Palermoun discorsoneche faceva inghiottire botti di veleno a don Blascolardellatocom'era di citazioni giornalistiche e parlamentariinfettato dateorie liberalesche. Il principeudendo Fersa esprimere ancora unagrande paura del colerascrollava il capo:

-"Sea Napoli hanno ordinato di spargerlo un'altra volta..."

Comecredeva alla iettaturaera incrollabile nell'opinione che il colerafosse un malefizioun espediente di governo inteso a sfollare lepopolazionia incutere un salutare timore nei superstiti. Dinanziallo zio ducasapendolo dell'opinione contrariapiù -"progressista"cioè che la peste venisse per correnti atmosferichetacevaprudentemente; ma con Fersa si sbottonavaderideva le quarantene etutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi.

-"Nondate retta a queste malinconie!"diceva frattanto Raimondo a donn'Isabellaa fianco della quale s'eraseduto. -"Andretealla serata di gala?"

-"Sìconte; abbiamo il palco."

-"Cherappresentano?"domandò la principessa.

-"L'Elviradi Holbein e Un'eredità in Corsica di Dumanoir. Peccatoche voi non possiate sentire Domeniconiprincipessa. Che artista! Eche compagnia!"

Anchedon Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunaleper farsapere chein qualità di Gentiluomo di Cameraera statoinvitato nei palchi dell'Intendente. Ma egli aveva da concludere unaffarequella sera: la vendita di certe terrecotte -"importantissime"sulle quali avrebbe fatto un bel guadagno: aspettava anzi per questoil principe di Roccascianoanche egli intenditore ed amatore di robaantica.

-"S'haun bel direquindicimila uomini"perorava il duca da canto suo. -"Ese la guerra dura un altro anno? Altri duealtri tre anni? Bisogneràmandar nuove truppefar nuove speseaccrescere il deficit..."

-"AMessina aspettano l'arciduca Massimiliano."

-"Verràanche da noi?"

Raimondoa quella domanda di don Marianosaltò su come morso da unavespa:

-"Eche volete che venga a fare? Per vedere l'elefante di piazza delDuomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una cittàe non volete capire che invece è un miserabile paesuccioignorato nel resto del mondo. Donn'Isabelladite voi: quando mail'avete udito nominarefuori?..."

-"Èveroè vero!..."

Ellaagitava con moto graziosamente indolente il ventaglio di madreperla emerlettidando ragione a Raimondo contro il paese nativo; e lacontessa Matilde non sapeva perché la vista di quella donnale sue parolei suoi gestile ispirassero una secreta antipatia.Forse perché l'udiva approvare il sentimento di Raimondo cheella perdonava al marito ma biasimava negli altri? Forse perchéscorgeva in tutta la persona di leinella ricchezza immodesta degliabitinell'eleganza degli atteggiamentiqualcosa di studiato ed'infinto? Forse perché tutti gli uomini le si mettevanointornoperché ella li guardava in un certo modotroppoarditoquasi provocante? O perchéuna volta al suo fiancoRaimondo non si moveva piùpareva non volesse piùandar fuorinon aspettar più nessuno?...

Ingolfatonel suo tema predilettoegli parlava adesso a vaporeenumerandotutti i vantaggi della vita nelle grandi cittàinterrompendosi tratto tratto per domandare a donn'Isabella: -"Èvero o no?"oppure: -"Parlatevoi che ci siete stata!..."ripigliando a descrivere la grande societàgli spettacolisontuosii piaceri ricchi e signorili. E donna Isabella a chinare ilcapoad aggiungere argomenti:

-"Quandovedremoper esempiole corse fra noi?"

Giustoin quel momentodon Giacinto entrò nella sala. Era cosìturbato in viso e si capiva così chiaramente che portava unacattiva notiziache ognuno tacque.

-"Nonsapete?"

-"Checosa?... Parlate!..."

-"Ilcolera è scoppiato a Siracusa!..."

Tuttilo circondarono:

-"Come!Chi ve l'ha detto?"

-"Mezz'orafaalla farmacia Dimenza... Notizia sicuravienedall'Intendenza!... Colera di quello buono: fulminante!..."

Subitocome se l'annunziatore lo portasse addossola conversazione sisciolse in mezzo ai commenti spaventatialle esclamazioni dolenti:Raimondo accompagnò giù alla carrozza donna Isabelladandole il braccio; don Blasco vociavain mezzo alla scalasotto ilnaso del duca che andava a verificar la cosa:

-"Ilregalo dei fratelli!... AhRadetzkydove sei?... Ahunaltro Quarantanove!..."



5.


Ognialtro interesse cedé come per incanto dinanzi all'universaleinquietudine per la salute pubblicagiacché della notiziaportata da don Giacintosulle prime smentitapoi confermatanon fupossibile più dubitare quandodi lì a qualche giornonon si parlò più di casi sospetti a Siracusama deldivampare del morbo a Noto. Il ducadeliberato di tornarsene aPalermo prima che le cose incalzassero e la via fosse chiusaresistéostinatamente agli inviti del principeil quale s'apparecchiava apartire pel Belvedere all'annunzio del primo caso in città.L'anno innanzicome nel '37gli Uzeda erano scappati alla lorovilla sulle pendici della montagnae poiché il colera nonarrivava mai lassùerano certi di liberarsene. Il principesmessa a un tratto l'acredineriparlava d'accordo e di unionevoleva tutti con lui al sicurotutti gli ziitutti i fratelli.Quantunque non fosse tempo di trattar d'affarinondimenoperdimostrare al nipote d'aver preso a cuore i suoi interessiil ducaprima di partireriferì a Raimondo il discorso delle cambialie lo esortò a mettersi d'accordo col fratello. Raimondo loascoltò distrattamentee gli rispose quasi infastidito:

-"Vabeneva bene; poi se ne parlerà..."

Anch'eglis'era mutatoma al contrario di Giacomoin peggio; era diventatonervosoirascibileverboso e di buon umore solo quando donnaIsabella veniva al palazzo. I Fersa non sapevano ancora dove fuggireil colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto unacasa al Belvedereper esser vicini; e a donna Isabella sorridevamolto quel partitobenché sua suocera preferisse rifugiarsi aLeonforte come l'altr'anno.

-"Voidove andrete?"domandava a Raimondo; e il giovane che le si trovava sempre a fianco:

-"Doveandrete voi stessa!"

Ellachinava gli occhicon una severa espressione di biasimoquasioffesa.

-"Evostra moglie? Vostra figlia?"

-"Parliamod'altro!"

Nonostantel'allarme cagionato dalla pestilenzal'intrinsichezza delle duefamiglie si strinse ancora più in quei giorni. Fersache erastato sempre lieto e superbo di venire al palazzo Francalanzaadessogodeva nell'esservi ricevuto con segni di particolare gradimento; nonsolo Raimondoma anche e forse più Giacomo dimostrava moltopiacere in compagnia di lui e di donna Isabella: quando sua moglieandò fuori la prima voltadopo il luttoegli volle chefacesse loro una visita; la contessaper desiderio del maritoaccompagnò la cognata.

DasolaMatilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Nonvoleva chiamare gelosia il sentimento che le ispirava: se Raimondogalante con tuttestava attorno a costei che tutti gli uominiaccerchiavanonon era già meraviglia; ella stessa non nericeveva continue proteste di calda amicizia?... Puretutte le volteche donna Isabella l'abbracciava e la baciavaella doveva farsiforza per non sottrarsi a quella dimostrazione d'affetto. Non sapevabene rendersi conto della repulsione quasi istintiva che provava ognigiorno più forte; quando tentava di spiegarla a se stessal'attribuiva più che ad altro alla radicale diversitàdel loro carattere; alla leggerezzaall'affettazionealla mancanzadi schiettezza che le pareva scorgere in lei. Non l'aveva anch'ellaudita lagnarsia mezze parolecon allusioni velatedei parenti delmarito e dello stesso marito; mentre ella vedeva benequasiinvidiandolala devozione portatale da Fersae udiva ripetere chela suocera la trattava meglio d'una figliuola? Andata a farle visitain compagnia della principessanon poté accertarsene coipropri occhi?

DonnaMara Fersa era una donna un po' all'anticasenza ombra d'istruzionepoco fine d'educazione anche; ma molto accortae semplicealla manocome una buona massaia. Aveva sperato d'ammogliare il figliuolo amodo suo; ma questiandato una volta a Palermo e vista l'IsabellaPintoorfana di padre e di madrel'aveva chiesta su due piediinnamoratissimoallo zio materno dal quale era stata educata.Nobilissimala Pinto; ma senza dote; aveva però ricevutoun'educazione oltremodo signorile in casa dello zio facoltoso. IFersainvecebenché ammessi tra i signorinascevanomediocremente; donna Ferdinandaestimatrice ed amica di donnaIsabellali chiamava Farsa — farsa tutta da ridere —;ma possedevano gran quantità di quattrini. Donna Marasulleprimeaveva tentato di opporsi a quel matrimonio; ma poichésuo figlio era cotto dell'Isabellae questa pareva più cottadi luiaveva finalmente consentito. Così la nuorapalermitanaeleganteistruita e nobilevenne a mettere nella suacasa una rivoluzioneche ella sopportò con molta buonagraziaper amore del figliocomprendendo di non potersi opporre aigusti ed anche alle fantasie dei giovani. Donna Isabellachiamandola-"mamma"dimostrandole il rispetto che le dovevapareva scontenta di leivergognosa della sua ignoranza e della sua semplicità. Era unacosa tanto sottileche Matilde quasi incolpavasi di cattiverianotandola: una specie di condiscendente compatimento verso leopinioni della suocera come per quelle di un bambino o d'uninferiore; una impercettibile esagerazione d'obbedienzaunacert'aria di sacrifizio che pareva volesse ispirare l'altruicompiantoma che riusciva molto antipatica alla contessa.

Peraltroquesta era sicura di non dover sopportare troppo a lungo lacompagnia di lei. La necessità di sistemare gl'interessipoteva solo trattenere Raimondo in Siciliama forse egli avrebbeaffrettata la partenza per fuggire il colera. Già alle primevoci di pestilenzainquieta per la lontananza del padre e dellabambinaella gli aveva domandato che volesse fare; ma suo marito nonsi era ancora deciso. L'anno innanziin Toscanaudendo le notiziedelle stragi di Siciliadel pazzo terrore che regnava nell'isoladello scioglimento d'ogni civile consorzioaveva espresso la propriasoddisfazione per essere lontano dalla -"selvaggia"terra nataledovedicevanon lo avrebbero sicuramente capitato intempo d'epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero prestopassati nel continenteprendendo con loro la bambina per via.Raimondo invece pareva esitante; se la pigliavasìcon lacattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza nellatrappola isolanama diceva di non potersi mettere in viaggio adessoche il male era scoppiatoanche per riguardo della gravidanza dilei. Frattanto il barone le scriveva da Milazzo di raggiungerlolassùpoiché il colera veniva dal Mezzogiornoe difar presto a lasciar Cataniadi non dar tempo alla gente spaventatadi sbarrar tutte le strade. Cosìsecondo che le notizieincalzavanoche le lettere del padre le facevano maggior premurache il pericolo di restar divisa dalla sua bambina diveniva piùgraveil cuore di lei si chiudevadal terroredall'ambasciaquasiella fosse sul punto di perdere per sempre i suoi cari; alloraesortava più caldamente Raimondo a prendere una decisionequalunquead andar subito via:

-"Andiamovia!... Andiamo per adesso a casa mia! Non voglio lasciar solaTeresina... Saremo anche più lontani dal focolaio dellapeste..."

-"Hoda chiudermi in un paesuccio di marein tempo di colera? Per creparecome un cane? Bisognerebbe che fossi impazzito! Scrivi piuttosto atuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina."

Ilbarone invece tempestòdi rispostache per niente avrebbecommesso quella sciocchezzagiacché il colera era alle portedi Cataniae ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche dilasciar solo Raimondo se costui rifiutavasi di accompagnarla...Allora ella non seppe più che fare né chi ascoltaresmaniando all'idea di restar divisa dalla figlia e dal padrenontollerando neppure d'abbandonare Raimondopoiché non potevavivere lontana né dall'uno né dagli altriin quellatriste stagione. Il giorno che il ducafatte le valigepartìper Palermoella si vide perduta...

Finoall'ultimo momento il principe aveva insistito presso lo zio affinchévenisse con lui al Belvedere; il duca aveva continuato a rifiutareadducendo gli affari che lo chiamavano alla capitalela maggiorsicurezza che c'era lì.

-"Nonpensate a me"disse ai nipoti; -"ionon correrò pericolomettetevi piuttosto in sicurovoialtri..."

-"VostraEccellenza stia tranquillo anche per me; ho tutto pronto per andarvia al primo allarme"rispose Giacomo. Rivolto al fratelloal quale aveva già fattoun primo invitoripetéin presenza di Matilde:

-"Sevolete venire anche voimi farete piacere."

Raimondonon rispose. Voleva dunque davvero restar diviso da sua figlia?Poteva così tranquillamente viverne lontanonei terribiligiorni che si preparavano? Matilde piangevascongiurandolo di nonfar questa cosa; egli le risposeseccato:

-"Nonso ancora ciò che farò. A Milazzo non vado di sicuro."

-"Lasceremodunque sola quella creatura? Se impediranno il transitose nonpotremo più vederla?"

-"Primadi tutto tua figlia non è abbandonata in mezzo a una viamasta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padrem'avesse ascoltatoa quest'ora l'avrebbe portata quie saremmopronti ad andarcene tutti insieme al Belvederedove non c'èneppure l'ombra del pericolo... Insomma a Milazzo non vengo; giàsi parla di casi sospetti a Messina. Vattene solase vuoi."

Etutti gli Uzedaquasi godendo dell'ambascia di leiquasi per nonlasciarla scappare dalle loro unghieapprovavanodicevano cheoramai ciascuno doveva restar dov'era. E suo padre la rimproveravaacremente di ostinazione e d'egoismomentre ella credevad'impazziresognando tutte le notti sogni spaventosi di lenteagoniedi separazioni senza ritornodi spietate torture; piangendocome morta la sua bambinal'altra creatura che s'agitava nelle sueviscere; vedendo suo padre e Raimondo avventarsi l'uno control'altro... E un giorno terribile come una notte d'incubo il principevenne a dire che il primo caso s'era manifestato in cittàchele strade si chiudevanoche bisognava subito partire pel Belvederedove anche i Fersa sarebbero venuti…


Lavilla Francalanzaal Belvedereera tuttavia nello stato in cuitrovavasi tre mesi addietroal momento della morte dellaprincipessa. Là si riunironocon la rispettiva servitùla famiglia del principe ed i suoi ospiticioè Chiara e ilmarchesedonna Ferdinandail cavaliere don EugenioRaimondo e suamoglie. Ferdinando non aveva voluto sentirne di lasciar le Ghiande:c'era rimasto pel colera dell'altr'annovoleva restarci anche perquest'altrodichiarando che nessun luogo offriva maggiori garanzied'immunità. Don Blasco e il Priore don Lodovico erano giàscappaticon tutti i monaci di San Nicolaa Nicolosi.

Lavilla degli Uzeda era tanto grande da capire un reggimento disoldatinon che gl'invitati del principe; ma come il palazzo incittàa furia di modificazioni e di successivi riadattamentipareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio:non c'erano due finestre dello stesso disegno né due facciatedello stesso colore; la distribuzione interna pareva l'opera d'unpazzotante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fattodell'annesso podere. Un temposotto il principe Giacomo xiiiquestoera quasi tutto un giardino veramente signorile; amante dei fioriilprincipe aveva sostenuto per essi una delle tante spese folli cheerano state causa della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo pertrovare l'acquaa traverso le secolari lave del Mongibellofinoalla profondità di cento canne; lavoro tutto di bracciadicolpi di picconedurato qualcosa come tre anni. Trovata finalmentel'acquache un bindolo tirava suegli giudicò che la colturadella vigna poteva vantaggiosamente esser sostituita da quella degliagrumi: quindi sradicòin quel tratto del podere non ancoratrasformato in giardinotutte quante le viti per piantare aranci elimoni. Così le spese sostenute da suo nonno per costruire ilpalmento e la cantina andarono perdute. Mavenuta donna Teresaognicosa fu messa nuovamente sossopra. I fiori essendo -"robeche non si mangia"rose e gelsomini furono diveltii pilastri ridotti a mattonilaserra trasformata in istalla pei muli; e il vino avendo maggiorprezzo degli agrumii bei piedi d'aranci e di limonitirati su contanta faticafurono sacrificati alle viti. Restò appenaquattro palmi di giardinotra il cancello e la casae tanti piedid'agrumi quanti bastavano a far la limonata d'estate. Cosìtutte le somme buttate nel pozzo furon buttate nel pozzo davvero.

Oraappena giuntoil principe ricominciava anche qui l'opera innovatriceiniziata al palazzo. Per veritàegli non toccava il poderegiudicandocome la madreche le rose tisicuzze arrampicatesull'inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento dellavista e dell'olfattoe che i cavolile lattughe e le cipollestessero molto meglio nelle antiche aiuole fiorite: machiamati imanovaliordinò che buttassero giù muri e dividesserostanze e condannassero porte e forassero nuove finestre. Erad'eccellente umore e trattava benissimo i suoi ospiti; faceva unacorte devota alla zia Ferdinandausava molte cortesie al fratello edalle sorelleal cognato marchese ed alla stessa cognata Matilde;naturalmenteconsiderata la stagionenessuno parlava d'affari.Molto più contenta di lui era Lucreziapoiché iGiulente che in città non avevano casa propriapossedevanouna delle più graziose ville del Belvederee venuto lassùcon la famiglia alle prime voci del coleraBenedetto passava espassava ad ogni ora del giorno dinanzi al cancello dei Francalanza.Contentone era anche il marchesee Chiara non capiva nella pellepoiché i sintomi della gravidanza si confermavano; marito emoglie s'angustiavano soltanto per non poter preparare il corredo delnascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava piùaccostabileaddomesticata dall'ospitalità che il principe leaccordavacontenta di poter risparmiare la spesa dell'affitto d'unvillinonon quella del vittoperché ciascuno degli ospiti cistava a suo costo. Ma il più contento di tutti era ilprincipino; mattina e sera nella vignanel giardinettoa zappareatrasportar terraa costruire case di creta; poiquand'era stanco diqueste occupazionisu a cavallo d'un asino o d'una mula ascorrazzare di qua e di làe se il cameriereo il fattore ole altre sue guide non lo lasciavano andare dove gli talentavadavaall'uomo le frustate che sarebbero toccate alla bestia. Solamente lavista del padre l'infrenavaperché il principe lo avevaeducato a tremare a un'occhiata; ma tutti gli altri parenti lolasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la ziaFerdinanda contribuiva anche a viziarlocome erede del principato;ma don Eugenio lo contristavaadessopeggio che in città conle sue lezioni. Il ragazzoquando stava attentocomprendeva tuttoperò il difficile era appunto che stesse tranquillo. -"Studiaadessose no tuo padre ti metterà in collegio!"ammoniva lo zio; e infatti il principe aveva più d'una voltaespresso l'intenzione di mandar via di casa il figliuolodi metterloo al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà -"all'usodi Spagna"oppure al Noviziato dei Benedettinidove i giovani che non volevanopronunziare i voti ricevevano un'educazione non meno nobile. Consalvonon voleva andare né all'uno né all'altro postoe laminaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature e arecitare le declinazioni; in premiodon Eugenio lo conduceva con séper le campagne di Mompileridovepochi giorni dopo il suo arrivoal Belvedereaveva cominciato a fare certe gite misteriose.

Circadue secoli primanel 1669le lave dell'Etna avevano copertodaquelle partiun villaggetto chiamato Massa Annunziata del qualepiùtardis'eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugeniochedal commercio dei cocci non ricavava molti guadagniaveva concepitopensando sempre a un gran colpo capace di arricchirloil disegnod'iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e aPompeiper discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con lemonete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secretoera necessarioaffinché altri non gli portasse via l'idea;perciòsolo o accompagnato dal ragazzoche andava per contosuo a caccia di lucertole e di farfalleil cavaliere gironzava neicampi di ginestre e di fichi d'India sotto Mompilericon antichilibri in manoorientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e diTorre del Grifostudiando la posizionepigliando misurea rischiodi farsi accoppare come untore dai mulattieri e dai pecorai che loscorgevano in quelle attitudini sospette. Ma non bastava mantenere ilsecreto sull'idea; bisognava anche spender molti quattrini pertradurla in atto. Un giorno perciò don Eugenio chiamòil principe in disparte e gli comunicò con gran mistero il suodisegnochiedendogli di anticipargli le spese degli scavi.

-"VostraEccellenza scherzao dice davvero? Scavar la montagnaper trovarche cosa? Scodelle dell'altr'ieri e qualche pezzo di rame?Bisognerebbe esser matti!..."

Indirettamenteil principe dava del matto a lui stesso con quella risposta che nonsi sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna Ferdinanda. Madon Eugenioin famigliagodeva poca considerazione per lestramberie commesse a Napoli e soprattutto per l'assoluta mancanza diquattrini... Il cavaliere non riparlò più della suaidea. Mutata viadeliberò di scrivere al governo perchéfacesse gli scavi a spese dell'erario e con la speranza cheaffidassero a lui la direzione. Il principino respiròliberamenteperché le lezioni furono interrotte: appenafinito di desinaredon Eugenio si chiudeva in camera suaa lavorarealla memoriae non si vedeva più per tutta la seramentregli altri chiacchieravano o giocavano. A poco a poco una societànumerosa s'era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti isignori rifugiati al Belvederetutti i personaggi ragguardevoli delluogo venivano alla villa Francalanzadovecon un trattamentod'acqua e aniceil principe si faceva fare la corte. C'era mezzaCataniaal Belvederee gli Uzedache in città erano moltoseverifacevano adesso larghe concessioniatteso il luogo e lastagionericevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobiltàtutti coloro che donna Ferdinanda derideva o disprezzavadei qualistorpiava i nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gliSciloccache chiamava -"Siloca";i Maurigno che si facevano dare del -"cavaliere"e che la zitellona chiamava -"cavalieria piedi";i Mongiolino chediscendendo da fornaciai arricchitidovevanoportare nello scudo tegoli e mattoni. Solo i Giulentedi quellacasta dubbianon venivano alla villaper via del figliuolo; ma ilprincipequando incontrava Benedettoo suo padreo suo zioalcasino pubblicorivolgeva loro la parola molto affabilmente; e ilgiovaneche non aveva interrotto la corrispondenza con Lucrezialeriferiva tutto contento quelle amabili dimostrazioni. Ma la gioiainvece di scemare accresceva l'abituale distrazione della ragazza:ella chiedeva notizie ai vedovi della salute delle mogli defuntescambiava le personenon rammentava nulla; una sera fece rideretutta la società domandando allo speziale del Belvedere cheaveva una sorella in convento: -"Evostra sorella monaca con chi è maritata?..."

Iltema obbligato di tutti i discorsi erano naturalmente le notiziedella città dove il colera si diffondevalentamente peròsenza divampare con la forza spaventosa dell'anno innanzi. Poiciascuno dava notizie dei parenti e degli amici rifugiati qua e làpel Bosco etneo: la cugina Graziellache era alla Zafferanamandavabiglietti o ambasciate coi carrettieri quasi tutti i giornipersapere come stavano i cuginie dir loro come stava ella stessa e ilmaritoe salutarli caramentee mandar regali di frutta e di vino;la duchessa Radalì Uzedadalla Tardarianon scrivevaperchéil ducanel trambusto dell'improvvisa scappataera diventatofurioso. La pazzianel ramo dei Radalìera una malattia difamiglia; il duca aveva dato nelle prime smanie tre anni innanzialla nascita del suo secondo figlio Giovannino. E la duchessafin daquel tempovistosi cadere sulle spalle il peso della casaavevarinunziato al mondo per tener luogo di padre ai figliuoli. Li volevabene entrambima le sue preferenze erano pel duchino Michele: noncontenta dell'istituzione del maiorascolavorava a migliorare leproprietàfaceva una vita di economie e di sacrifizi perlasciarlo ancora più ricco. Ella non dava ombra a nessunodegli Uzeda; la stessa donna Ferdinandache si credeva la sola testafortel'approvava. Al Belvederenonostante il colerala zitellonas'occupava d'affariappartandosi con gli uomini che se neintendevanoparlando di mutuid'ipotechedi crediti da poteraccordaredi fallimenti da temere; e mentre il principe diRoccasciano esponeva alla speculatrice i piani laboriosi coi qualicostruiva pazientemente e lentamente l'edifizio della propriafortunala principessa sua mogliedi nascosto da luisi giocavacon Raimondo e con altri appassionati delle carte tutto quel cheaveva in tasca. Il principe Giacomo vedeva qualche volta giocaresenza metter fuori un baioccoma il più del tempo discorrevacon quelli del paese. Venivano a fargli la corte il medicolospezialei possidenti più grossila gente la cui ciera gliandava a versoperché quanti tra i familiari della madre gliparevano iettatori erano stati da lui messi fuori. Non mancavano ilvicarioil canonicotutte le sottane nere del villaggio. Come incittàla casa Uzeda era qui frequentata da tutto il cleroregolare e secolareper la sua fama di devozionepel bene semprefatto alla Chiesa. Il rifiuto del principe di riconoscere il legatoalla badìa di San Placido non lo pregiudicava presso i Padrispirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per séla più parte della roba; così pure aveva fatto suamadre; morendoavrebbe poi largheggiato con la Chiesa perassicurarsi la salute dell'anima. Come capo della casaegli avevadel resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti intutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati; lìal Belvederespecialmentece n'era uno molto pinguequello delSacro Lume. Un Silvio Uzedadolce di salevissuto un secolo e mezzoaddietroera stato sempre attorniato da preti e frati: i monaci delconvento di Santa Maria del Sacro Lume l'avevano persuaso che laMadonna voleva sposarsi con lui. Ed egli non era entrato nei pannidal contento. La tradizione narrava che avevano compito la cerimoniacon tutte le formalità: lo sposodopo essersi confessato ecomunicatoera stato condottoin abito di galadinanzi alla statuadi Maria Santissimae il sacerdote gli aveva regolarmente domandatose era contento di sposarla. -"Sì!..."aveva risposto l'Uzeda; poi la stessa domanda era stata fatta allaRegina del cielo; e per bocca del guardiano del conventoanche Ellaaveva risposto sì. Poi s'erano scambiati gli anelli: la statuaportava ancora al dito quello dello sposoil quale avevanaturalmente lasciato alla consorte tutti i suoi beni. Una lunga litene era seguitanon avendo voluto gli eredi naturali riconoscere iltestamento del matto; finalmenteper via di transaziones'eraistituita nel conventocon metà dei beniuna cappellanialaicalesulla quale gli Uzeda avevano esercitato il giuspatronato.Così tutti i monaci venivano la sera a fare la corte alprincipediscutevano con lui gli affari del monastero. Tra tuttaquella gente egli papeggiavasputava tondoascoltato come un Dio;dimenticava il resto della societàle signore e le signorineche giocavano a tombolao a spiegar sciaradeo combinavanoescursioni per la montagnae passavano il tempo cosìallegramente chesenza le notizie del colera e i paesani armati pertener lontani i tardi fuggiaschinessuno avrebbe pensato che quellifossero tempi di pestilenza.

Solola contessa Matildefra le comuni distrazioninon riusciva anascondere il proprio dolore. Ella era venuta via dalla cittàquasi fuori di sentimentotanto forte era stata la prova a cuil'avevano messa. Con l'animo pieno di spavento e di rimorsosulpunto di partire per la campagnaaveva riconosciuto che la pena menosopportabile non le veniva più dalla lontananza della suabambinama dal tradimento di Raimondo. Come poteva piùmetterlo in dubbio? La verità non le si era improvvisamentesvelataall'annunzio che egli andava al Belvederedove andava laFersa? Perché maitanto insofferente di vivere in Sicilias'era rifiutato a partire pel continentese non perché volevarestare vicino a colei? E aveva finto di non sapersi decidereperaspettare che si decidesse quell'altra; ed aveva mendicato pretestie accusato il suoceroe così bene temporeggiato che alloscoppio della pestilenza aveva fatto a modo suo!... Né inquelle finzioniin quelle menzogneella vedeva più laconferma dei brutti lati del suo carattere; esse non l'accoravanoperché egli ne era stato capace: solo il pensiero che le avevaadoperate per amor di quell'altra era il suo cruccio. Che non amassela figliache fosse ingiusto verso il suocero e prepotentecapricciososgraziatonon le faceva nulla: ella non voleva chefosse d'altri! A Firenzela gelosia di lei non aveva avuto oggettodeterminatoo aveva continuamente mutato d'oggettopoichéegli faceva la corte a quante donne vedeva; ella stessa poi s'erafino ad un certo punto assicuratagiacchégalante a parolecon le signorela mutabilità e l'impazienza dei suoi desiderigli facevano preferire quell'altrele donne che si pagano... Chevergognoso dolore era stato il suo nel vedersi ridotta al punto didoversene rallegrare! Eppureella invidiava ora le sofferenzepassategiudicando intollerabile l'idea di saperlo così pienod'un'altra da abbandonar la figlia in quei terribili giorni perstarle vicino! Poi il suo cruccio crescevamisurando la rapiditàcon la quale egli progrediva nella via del tradimento. A Firenzeaveva messo un certo pudore nelle sue tresche; s'era quasi studiatoa momentidi farsele perdonaretornando ad ora ad ora buono conlei; adesso sfrenavasi fino a costringerla d'essere spettatricedell'infamia. Questosoprattuttola feriva: che potessero esserecosì tristi da darsi un simile convegnosotto gli occhi dileimentre i cuori umani tremavano al pensiero della morte!... Chegiornoquello della fuga al Belvedereper le vie arroventate dalsolein mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante! Ella era nellastessa carrozza con ChiaraLucrezia e il marchesee la vista dellecure che questi prodigava alla moglie faceva più acuto il suodolore. Raimondo non s'era voluto metter con leil'aveva lasciatasola in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava ognipersona ed ogni veicolocontrastando il passo; ma comprendeva ellanulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedevacongli occhi della menteRaimondo sorridente e felice a fianco diquella donnacome l'aveva visto in realtà tante volte senzache la sua nativa fiducia la insospettisse! Ora però tutte lecose che non aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: lelunghe uscite di Raimondole sue attese impazientiil piacere chegli si leggeva negli occhi appena entrava coleilo stesso misteriosoistinto di repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dalprimo momento... Come doveva esser falsa e malvagiase le dava iltenero nome d'amica e l'abbracciava e la baciava mentre le portavavia il marito? Egli stesso non era falso altrettanto? Quantemenzogne! Aveva anch'addotto la gravidanza di lei per non lasciar laSiciliae non s'accorgeva d'attentare in quel modo alla vita dellacreatura che ella portava in grembo!... Che giorno terribile! Nellacarrozza scottante come un fornoal cui sportello s'affacciavanovisi sospettosi di contadini brutalipiena del nauseante odore dellacanfora che Chiara e Lucrezia tenevavano alle narici contro lamefiteella sentiva mancarsi il respiro. Non sapeva dov'eradoveandava; voleva gridare al cocchierealle compagne di viaggio: -"Tornateindietro!... Non voglio venire!";affrontar suo maritobuttargli in faccia il tradimentoscongiurarlodi non condurla vicino a quella donnadi non farla moriredisalvare la creatura che s'agitava nelle sue visceredi ridar la paceal suo cuorel'aria al suo petto. Aveva perduto i sensiinfattiprima d'arrivare al Belvederenon rammentava più come equando fosse entrata alla villa...

Lìera cominciata per lei una vita di trepidazione continua. Ad ogniistante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte levolte che Raimondo era andato fuoriaveva pensato: -"Adessoè con lei..."e il non vederlail non udirne parlareaccresceva il suo spaventolo rendeva più oscurole procurava non sapeva ella stessaquali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a suo danno.Aveva trovatosìla forza incredibile di nascondere i suoisentimenti per non insospettire il maritoper non dare buon giuocoai nemici; ma il silenzio imposto a se stessarendendo piùacuto il suo tormentole aveva tolto il mezzo di saper nulla. Perchénessuno nominava quella donna? Perché non veniva alla villacon tutti gli altri visitatori del principe? Dov'era andata a star dicasa?... E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose chel'inquieta fantasia le suggerivaella dimenticava il coleraquasinon pensava alla figlia lontanaquasi non s'accorgeva del silenziodi suo padre. Questi doveva volerglienecredere che avesseabbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non leera accaduto sempre cosìche tutto quanto aveva fatto controvoglia per obbedire agli altrile era poi stato addebitatodatutticome capriccio e come colpa? Non era ella una di quellecreature disgraziate che non riuscivano a nulla di benedestinate aspiacere ad ognuno? Però non piangeva: non pianse neppurequandoinvece del padrele scrisse la sorella Carlottaper dirleche Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non piansemasi sentì vinta da una cupa tristezza che non riuscì anascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domandò:

-"Chescrive tua sorella?"

-"Nulla...che stanno tutti beneche non corrono pericolo..."

-"Haivisto?... Quando io ti dicevo?..."e le voltò le spalle.

Eranopassate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva uditoparlare della Fersa. La sera di quel giornoappena cominciò avenir genteella andò a chiudersi nella sua camera. Stavamalenon solo di spiritoma anche fisicamente; la lunga agitazionetravagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sullettocon gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni delpassatonelle paurose previsioni dell'avvenirequando fu picchiatoall'uscio.

-"Cognata?..."era la voce del principe. -"Chefate? Perché non venite giù? C'è molta gentestasera... si giuoca..."

Ellalevossis'acconciò con mano tremante i capelli scomposti ediscese. Certoquell'altra era finalmente venuta! CertissimamenteRaimondo le stava al fianco! La chiamavano per farla assistere aquello spettacolo e per goderne!... Guardò rapidamente nelsalone zeppo: non c'era. Peròaveva appena preso postoaccanto alle cognateche la udì nominare: qualcuno diceva:

-"...lavilletta affittata a donna Isabella..."

-"Unguscio di noce!"rispose un altro. -"IMongiolino ci stanno come le acciughe in un barile."

Ellanon comprendeva.

-"Mai Fersa dove se ne sono andati?"

Eraproprio Raimondo che faceva questa domanda? Non sapeva dunque dov'eracolei?

-"Nellacampagna di Leonforte; donna Mara ha preferito…."

Ellacomprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata viasenza dir nullatraversò la casa con gli occhi gonfi e ilcuore tumultuante; giunta nella sua cameracadde ai piedidell'imagine della Verginescoppiando in pianto dirotto; pianto digioiadi gratitudine di rimorso anche: poiché ella avevasospettato degli innocenti...

Leparve di tornare da morte a vita; coi sospetticessarono i doloridell'anima e quelli del corpo; partecipò alla vita dellafamigliaassaporò finalmente la dolcezza del riposo. Anche lenotizie del colera non le davano timore pei cari lontani; dopo lestragi dell'anno innanzi la pestilenza pareva non trovasse piùdove apprendersiserpeggiava qua e là senza forza.

Allavilla Francalanza continuava la vita allegra; tutte le sereconversazione e giuoco. Raimondo era adesso il più assiduoalla tavola verde; quand'egli prendeva le cartele posteaumentavanoil rischio cresceva. Molti s'alzavanointendendosvagarsi e non lasciarvi la borsa; la principessa di Roccascianoinvecenon chiedeva di megliomolte volte restava sola col conte afar la bazzica da dodici tarì. Si nascondeva dal maritoilqualecome tutti i parsimoniosibiasimava ogni specie di giuoco:amici compiacenti stavano alle vedette per farle un segno appena eglis'avvicinava; allora ella e il suo complice facevano sparire igettoniinterrompevano la partita e si lasciavano sorprendereintenti a una scopa innocente. Raimondo ci si spassavaincitava laprincipessa al giuoco fortela tirava in una stanza fuori mano doverestavano più a lungo a contendersi i quattrinimettendo poiin mezzocon l'aiuto di tutta la societàil principesospettoso. Matildesorridendo anche lei di quelle scene dacommediagiudicava tuttavia che suo marito facesse male a fomentarecosì il vizio della principessa; ma non le bastava il cuore dirimproverarlotanto la rinata fiducia la faceva indulgente. Purchéegli non la tradisseche le importava del resto? Tra le signore chevenivano alla villaRaimondo pareva non apprezzarne alcuna; stavapoco in loro compagniasi dava tutto al giuoco: il giorno al casinola sera in casa. Non che biasimarlopertantoella avrebbe quasivoluto spingerlo in quella via che lo distoglieva da un'altrainfinitamente più dolorosa. Il cuor suo lo avrebbe volutosenza nessun viziosolo amante di leidella famigliadella casa;ma lo prendeva com'eraanzi come lo avevano fattogiacchéella addebitava quel che trovava in lui di men bello alla soverchiaindulgenzaal cieco amore della madre.

Lontanodalle carteRaimondo s'annoiava. Se non poteva combinare una buonapartitasmaniava contro la noia di quel villaggiocontro laconversazione dei villanicontro gli stupidi divertimenti dellatombola e delle gite sugli asini. Ella poteva dirgli: -"Conchi te ne lagni? Non volesti venirci tu stesso?"Però tacevaaffinché egli non prendesse quelle parolecome un rimprovero. Invecevedendolo di cattivo umoregli domandavadolcemente che avesse.

-"Hoche mi secconon lo sai?"le rispondeva.

-"Chevuoi farci!... Quando il colera cesserà torneremo a Firenze…Perché non vai al casino?"

Eglinon se lo faceva ripetere. A poco a pocoil giuoco divenivaindiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaiad'onze. Nessunoin casadiceva nulla a Raimondo; il principegiàpiù alla mano con tuttipareva studiarsi di non pesare pernulla sul fratello. Un giorno questipoiché da Milazzopervia del coleratardavano a mandargli denarigli chiesein contodelle rendite ereditatequalche centinaio d'onze: il principe misela propria cassa a sua disposizione; egli tornò ad attingervia più riprese. Naturalmentese il colera non finivanon sipoteva far nulla per la sistemazione dell'eredità; nondimenoil principe ne parlava adesso direttamente al coeredegli comunicavai propri disegni. Avevano dato a intendere ai legatari che eranostati trattati male dalla madrema la dimostrazione del contrariosarebbe stata facile e pronta. Giàné Ferdinando néChiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbesubito convinta del proprio torto. Quindiper amore della pacepermettere in chiaro ogni cosaquantunque avessero ancora tanto tempo apagar le sorellenon era meglio togliersi al più presto quelpeso di su le spalle? Avrebbero fatto un poco di economia perraccogliere le sedicimila onze occorrentigiacché se Lucreziadoveva averne diecimilaa Chiara ne toccavano soltanto seidovendosi sottrarre le quattro da lei -"avute"nel maritarsi. Primaperòbisognava pagare i creditorimetter tutto in pulito. Frattantoper guadagnar tempopotevanointendersi loro duecirca la divisione. E a nessuno di queiragionamenti del fratelloRaimondo trovava nulla da obiettare. -"Vabeneva bene"era la sua risposta.

Inmezzo a questa pacepiombò un bel giorno don Blasco daNicolosia cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappatocon tutto il conventoil monaco non aveva messo fuori neppure ilnasonelle prime settimaneper paura di prendere il colera conl'aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavanouomini e bestierassicuratosi sul pericolo del contagiouditofinalmente che al Belvedere facevano baldorianon stette piùalle mosse. Arrivò lìfra colazione e desinareannunziandosi con grandi vociate perché nessuno gli apriva ilcancello; visto poi il principino che gli veniva incontro con unabacchetta in mano la quale spaventava la cavalcaturagridò alragazzocome se volesse mangiarselo: -"Vuoistar fermoche il diavolo ti porti?"e entrò finalmente nella villa esclamando: -"Nonc'è nessunoqui dentro?... Che stillate?..."Al principe che voleva baciargli la manospiattellò: -"Lasciastare queste smorfie..."e senza salutar nessunolo prese pel bottone dell'abitolo trassein disparte e gli domandò a bruciapelo:

-"Èvero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha indosso? Com'èche puoi permettere una cosa simile?"

-"VostraEccellenza non conosce Raimondo?"rispose il principestringendosi nelle spalle. -"Chipuò dirgli nulla? Provi Vostra Eccellenza a dissuaderlo..."

-"Io?Ahio? A me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri! Questoè il frutto dell'educazione che gli hanno data! E quell'altrabuona a nulla di sua moglie? Tutto il giorno a grattarsi la panciapiena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?..."

Nonrisparmiò nessuno: i discorsi di Chiara e del marcheserelativi al corredo del nascituro gli fecero montare la mosca alnasole notizie dei Giulente lo imbestialirono; ma quel che gli feceperdere il lume degli occhi fu la lettura del Giornale diCatania portato dal principe di Roccasciano nel pomeriggioquando cominciarono a venire le prime visite. Subito dopo ilbollettino del colera si leggeva in quel foglio: -"Lagenerosità dei nostri cospicui patrizi non poteva mancareintempi tanto calamitosidi venire in soccorso della sventura.L'Illustrissimo don Gaspare Uzeda duca d'Oraguabenchélontano dai suoi concittadinipure ha fatto tenere al nostro Senatola somma di ducati cento da distribuirsi in soccorso dei piùbisognosi..."Cento ducati buttati viaper soccorrere i bisognosi? Dite piuttostoper fregola di popolarità! Cento ducati buttati a marequasiche quella bestia avesse molto da scialare? A furia di largizioni unbel giorno avrebbe battuto il... capo sul lastronecome meritava lasua sciocchezza: bestiabestionetre volte bestionaccio!... Ilmonaco era talmente fuori della grazia di Dioche quando Roccascianogli chiese notizie di suo nipote don Lodovicosi voltò comeuna furia:

-"Diche nipote m'andate nipotando?... Non li conosco!... Li rinnego tuttiquanti!..."E preso anche quest'altro pel bottone della giaccagli gridòall'orecchio: -"Vedeteun po' quel che fanno?... Non sono tre mesi che han perduta la madree intanto se la spassanosenza un riguardo al mondo!..."

Qualchegiorno dopo ci fu la visita del Priore. Arrivò in carrozzariposato e sereno: salutò ed abbracciò tuttivolleentrare nella camera dov'era spirata la principessaparlòdella pestilenza attribuendola al corruccio del Signore per lenequizie dei tempi. Tutti lagnavansi dell'ostinata siccitàperché in tre mesi di torrida estate non era caduta una gocciad'acqua: egli riferì d'aver disposto un triduoa Nicolosieuna processione per impetrare la pioggia; altrettanto consigliòche facessero al Belvedere.

-"Nonbisogna stancarsi di pregare l'Altissimo. Solo la preghiera e lapenitenza potranno indurre la Divina Clemenza a perdonare ipeccatori."

Poiannunziò che la cugina Radalì gli aveva scritto peravvertirlo cheappena cessato il coleravoleva mettere ilsecondogenito Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poichécol marito in quello statola povera duchessa non poteva badareall'educazione di entrambi i figliuoli. Il principe disse cheanch'egli forse avrebbe fatto altrettanto per Consalvo. Laprincipessa chinò gli sguardi a terranon osando replicarema non potendo soffrire di esser divisa dal suo bambino.

Cosìzio e nipote tornarono a veniresoliin giorni diversiincapaci distare insiemecome cani e gatti. Però tutti riconoscevano chela colpa era di don Blasco: don Lodovicocon la sua natura veramenteangelicanon avrebbe chiesto di meglio che far la pace; quell'altroinvece non gli perdonava ancora l'assunzione al priorato. Comunquela scissura era dispiacevole: gli amici di casai frequentatori delconvento ne parlavano con dolore. Non ne parlava affatto fra'Carmeloil quale venne anch'egli a far visita alla principessa ed aportarle le prime nocciuole e le prime castagne. Non voleva parlaredella nimistà tra zio e nipote per amore della buona fama delconventoper rispetto ai Padri chea suo giudizioerano tuttibuoni e bravi egualmente; ma in modo particolare per la venerazioneche portava ai due Uzeda. Quei suoi sentimenti comprendevano tutta laparentela. Quando la principessain cambio della frutta che eglirecavagli faceva apprestare uno spuntinoil fratesparecchiandorapidamenteesaltava la nobile casatacasata di signoroni come cen'eran pochi. E la principessa gli voleva bene pel bene che eglidimostrava al piccolo Consalvoper le carezze che gli facevapergli speciali regalucci che gli portavasingolarmente perchénarrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blascoglidiceva:

-"Cen'è stati tanti degli Uzedaa San Nicola! Ma VostraEccellenza non l'avremo! Vostra Eccellenza è figliuolo unicoe non lo metteranno certamente al monastero!..."

Tuttii parentiinvecetranne Chiarache se avesse avuto un figliuolo selo sarebbe cucito alla gonnaerano dell'opinione del principecheper l'educazione e l'istruzione del ragazzo convenisse mandarlo fuoridi casa. Don Blasco specialmentealle monellate del pronipoteall'indulgenza della principessavociava: -"Macome crescecotesto squassaforche!... Che educazione è questaqui!..."Donna Ferdinandaquantunque giudicasse soverchia ogni istruzionepure riconosceva anche lei che mettere il ragazzo in un nobileistituto sarebbe stato secondo le tradizioni della casa: tanto ilcollegio Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto moltidi quegli antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino lastoria. Quando Consalvo era stanco di molestare le persone e lebestiese ne veniva infatti dalla zitellona e le diceva:

-"Ziavediamo gli stemmi?"

Glistemmi erano l'opera del Mugnòsillustrata con le armi dellefamiglie di cui il testo ragionava; e donna Ferdinanda passava interegiornate leggendola e commentandola al nipotino.

Gliaveva già fatto un piccolo corso di grammatica araldicaspiegandogli che cosa volesse dire scudo partito e divisoinquartato e soprattutto; mettendo il dito adunco sulrame che rappresentava quello di casa Uzeda gliene faceva ogni voltala descrizione perché la mandasse a memoria:

-"Inquartatoal primo e al quarto partitod'oro all'aquila neralinguata earmata di rossoe fusato d'azzurro e d'argento; al secondo e alterzo divisod'azzurro alla cometa d'argento e di nero al capriolod'oro; sopra il tutto d'oro con quattro pali rossi che èd'Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d'alleanza."

Poigliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza difama e di gloria; il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere.Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi; gliUzeda lo avevano ottenuto a poco a poconon tutto in una volta: ilprimo palo al tempo di don Blasco ii.

-"Seruendoegli"la zitellona leggeva nel suo testo -"all'inuittoRe don Giaime nella gverra ch'hebbe col conte Vguetto di Narbona ecoi Mori nell'acquifto di Maiorcanon n'hebbe remvneratione uervnaperilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne andò coi fvoi alfuo Statoet iui uedendo che il Re mandaua vna groffa fomma didenari alla Reinacon dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celatopaffo fi pvofeet agvatando i real carriaggi gli tolse i denari equanto di fopra portauanomandando a dire al Re ch'era lvi obbligatodi pagar prima i feruiggi perfonalie doppo fodiffar gli appetitidella Reina: ma fdegnatofi di qvefte attioni il Re moffe contra diBlafco graue gverrache per l'interpofitione di molti baronipiaceuolmente fi disftaccòet ottenne la baronia di Almeiranonché poteftà di poter imporre alle fve Arme vn paloroffo d'Aragona."La zitellona gongolavaleggendo quella storiae dopo averla lettala ripeteva al nipotino con linguaggio meno fiorito perchéegli ne intendesse meglio il senso: -"BelRequelloeh? che si faceva servire dai suoi baroni e poi nonvoleva dar loro niente! Ma la pensata di don Blasco Uzeda non fu piùbella? "Ahnon date niente a me che ho combattuto per voie pensate invece amandar regali alla Regina? Aspettate che vi accomodo io!...""La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia dellarapinae i suoi occhi furaci come quelli dell'antenatos'infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razzaspagnuoladei Viceré che avevano spogliato la Sicilia.

-"Egli altri pali?"domandava il principinoche pendeva dalle labbra della zia meglioche se gli raccontasse le fiabe di Betta Pelosa e della MammaDraga.

Lazitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava sul passaggiocercato.

-"Acagion di ciò auuenne ch'il predetto Gonzalo de Vzedaeffendoeccellente cacciatorefv inuitato dal Re Carlo di andare a caccianei bofchi fvoiil qvale inuito fv dal Gonzalo accettatoe mentreognvno fi procacciaua e'l Re medefmo di fegvire i DainiCinghialieLepriandò folo il Re appreffo vn groffo cinghialeil qualeaftvtamente fi trattenne nel corfoma perché il cauallo delRe fvriofamente di fopra gli correuanel paffar impedito da quellocafcò con tvtto il Re in vn fafcio per terrail qvale reftòcon vna gamba di fotto di cauallouedendo ciò il cinghialef'auuentò fopra il Re per vcciderloil qvale per non hauerfipotvto difbrigare fi difendeua folamente con vn pvgnalee ne reftauafenz'altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge Gonzalo del pericolodel fuo Recorfe per soccorrerloet al primo incontro vccife ilcinghialee scendendo poi da cauallol'aivtò poi a forgeree'l fè montar fopra il fuo caualloe tvtta via il Reringratiandolo e lodandolo il chiamò: "Bonfiglio!"perilche fvrono poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai RegiSiciliani col titolo di confangvineie portarono fovra l'arme l'ArmeRegia di Aragona con tutti i fuoi potericome in effetto al prefentefpieganodicendo anche il cronista madrileno: "Losferuicios de los Vzedas fveron tantosy tan buenos que por merced delos Reyes de Aragona hazian la mefmas armas que ellos...""

Chipoteva più arrestare donna Ferdinandauna volta cominciato?Ella non aveva un uditore più attento del ragazzogli volevabene appunto per questogiacché gli altri parenti leprestavano un orecchio distrattobadavano alle loro -"sciocchezze"o lavoravano ad offuscar lo splendore della casacome quel volponedel duca amoreggiante coi repubblicanicome quella pazza da legaredi Lucrezia che non voleva smetterla d'aspettare al balcone ilpassaggio del Giulente!...

Solofra tutti don Eugenioquando non lavorava alla memoria perdisseppellire la nuova Pompeiassisteva alla lettura del Mugnòscitava altri storici della famiglia. Allora fratello e sorellapassavano a rassegna il lungo ordine di avirecitavano la cronacadelle loro gestail secolare sforzo per afferrare e mantener lafortuna; i tradimentile ribellionile prepotenzele liti continueche gli scrittori narravano velatamentee che essi magnificavano.Artale di Uzeda -"giornalmentedal suo castello con i suoi armigeri uscendosignoreggiava tutto ilpaese";Giacomovissuto al tempo del Re Lodovico -"dominòNicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti dazi che impose";don Ferrante -"cognominatoSconzache nel siculo idioma suona il medesimo che Guasta"perdé tutti i suoi feudi -"mercél'inobbedienza che usò col suo Re; ne ottenne quindi ilperdonoma non per questo dimorò nella fedeltàpoichéper sue cagioni si discostò di bel nuovo della Regiaobbedienzae preso e condannato a morte ebbe per Grazia Sovranasalva la testa"don Filippo fu celebrato -"pelvalore che mostrò in favor del suo Re don Ferdinando contro alRe di Portogallodi manierach'essendo bandito della Corte percagion d'omicidiofu liberato e venne in Grazia del suo Re";Giacomo v -"perchéaveva venduto suoi feudi a Errico di Chiaramontepretese poiricuperargli dal poter di quelloe gli tentò lite";Don Livio -"sidelettò di vendicarsi acerbamente degli oltraggi che glifurono fatti";ecc. ecc. Questi eranoper donna Ferdinandaatti di valore e proved'accortezza. Né gli Uzeda avevano litigato coi sovrani e coirivali soltantoma anche tra loro stessi: don Giuseppenel 1684-"sicasò con donna Aldonza Alcarossocolla quale procreò adon Giovanni e a don Erricoche per la morte dei loro padri innanzil'avo pretesero succedergli negli Stati di quello e litigarono lungonumero d'anni innanzi la Regia Corte";don Paolo ebbe -"lunghee criminose contese con suo padregno";Consalvoconte della Venerata -"perla morte del padre fu spogliato dal suo zioe per aver repudiatol'infertile moglie combatté alcuni anni con suo cognato";Giacomo vi -"cognominatoSciarrache Rissa nel tosco idioma diremmonon puoche differenzeebbe col padre".Consalvo iii -"cognominatoTesta di San Giovanni Battistadolorò la fellonia dei figliche seguirono Federico conte di Lunabastardo del Re Martino";ma il più terribile di tutti fu il primo Viceréilgrande Lopez Ximenes -"cheperdette l'animo dei suoi soggettiper i vizi d'un figliuol naturalemolto prepotente e di sciolti costumi: onde il padreavendolotrovato reo et incorreggibilecon somma severità lo condannòa mortesentenzia che si sarebbe eseguitase il Re don Ferdinandoche ritrovavasi in Sicilianon avesse ordinato che non sieffettuisse..."Don Eugeniodi tanto in tantoper edificazione del ragazzogiudicava conveniente fare qualche dissertazione morale; donnaFerdinanda invece lodava tuttoammirava tutto. Col tempoconl'esercizio del poterela razza battagliera erasi infiacchita: ilsecondo Vicerésfidato a duello da un barone ribelle -"nonpuose prudentemente orecchio all'invito che questo sconsigliatogiovane avevagli fatto";la condotta dell'imbelle antenatoper la zitellonaera altrettantolodevole quanto quella degli altri che avevano attaccato lite contutti per niente. Ed a proposito di duellidove lasciare il famosodecreto di Lopez Ximenes?

-"Avevamandato bandi sopra bandi"narrava la zitellona al nipotino -"perproibire le sfide; ma a chi dicevaal muro? Non gli davano retta!Ahno? Allora fece una pensata; aspettò il primo duellochefu tra Arrigo Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte diGolisanoe confiscò tutti i loro beni: glieli tolsehaicapito?"

-"Echi se li prese?"

-"Tornavanoal Re"spiegò don Eugenio; -"mapoi la faccenda s'accomodò: Ventimiglia se ne andòfuori Regnoe Cardona regalò al Viceré il suo castellodella Roccellaper ottener perdono..."

Afuria di simili pensateil Viceré venne però inuggia a tutto il mondotanto che il Parlamento mandòdeputazioni in Spagna perché il sovrano lo rimovesse dalposto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio dellazitellona —ma lui più fino di loroche fece? Offrìal Re un dono di trentamila scudie così restò al suoposto; per pocoperò. Era naturale che non lo potesserosoffriregiacché nessun altro aveva tanta potenzatantaricchezza e tanta nobiltà. C'erano stati prima molti altrigovernatori della Sicilia che tenevano il luogo del Rema sichiamavano Presidenti del Regnoo Viceré non proprietariedovevano consultare Sua Maestà prima di eleggere qualcuno allecariche di Mastro Giustiziered'Ammiragliodi Gran Siniscalcoecc.; e non potevano dare feudi o burgensatici cheoltrepassassero la rendita di onze duecento castiglianenésomme di denaro superiori a duemila fiorini di Firenze; era loroegualmente proibito di nominare i castellani di PalermoCataniaMoziaMaltaecc.ecc.mentre l'Uzeda esercitava lo stesso precisopotere del Repotendocome diceva il rescritto: -"emanarleggi durature a suo piacerecondonare la pena di morteconferire dignitàfar tutto ciò che avrebbe fattolo stesso Reesercitare tutti gli atti riserbati alla supremaregalìa ed alla regia dignitàancorchéavessero ricercato un mandato speciale o specialissimo..."Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare allefamiglie più nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavanoperfino d'una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secolie mezzo addietro; maritata dal padreper forzaal conteGuagliardettoterribile nemico di Dio e degli uominiaveva ottenutola conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita edopo morte: il suo corpoportentosamente salvato dalla corruzioneconservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!... E comesfogliando il volume per vedere gli altri stemmiquelli dei Radalìdei Torrianiil ragazzo domandava alla zia perché non c'eraquello della zia Palmila zitellona rispondevasecco secco: -"Lostampatore dimenticò di mettercelo; ma è così:suo padre checon una zappa in manopianta un piede di palma..."


Versola fine di settembre il colera crebbe d'intensità; il 25 ilbollettino segnò trenta mortima si diceva che fossero piùe che gl'infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparsoinquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; lavigilanza al Belvedere era continua perché non entrassero ifuggiti da luoghi sospetti: contadini e cittadiniarmati dischioppicarabine e pistolefacevano la guardia in tutte le vie chemettevano capo al paeselloesercitando una specie di poliziaarbitraria e inappellabile; e poichéad ogni passaggio difuggiaschiavvenivano scene tra comiche e tragicheRaimondo pervincer la noia — essendo il giuoco interrotto per quel nuovospavento — gironzava spesso per i posti di guardia. Un giornosaputosi che a Màscali c'era gente ammalata di colerai carrie le carrozze provenienti di lì non furon lasciati passare.Mentre quelli del Belvedere intimavano il dietro-frontcon gli schioppi spianatie gli emigranti facevano valere le lororagionimostrando certificatipregandominacciandogridandoRaimondo che se la godeva s'udì a un tratto chiamare: -"DonRaimondo!... Contino! Contino!..."e guardatosi intorno vide due donne che dallo sportello d'unapolverosa carrozza gli facevano cenni disperati.

-"DonnaClorinda!... Voi qui?..."

DonnaClorinda era la vedova del notaio Limarrafamosa per l'allegriadimostrata in gioventù ed oranella maturità prossimaal disfacimentoper la bellezza della figliuola Agatinala qualeseguendo le orme della madreaveva civettatoragazzacon tutti igiovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata piùtardi col patrocinatore Galanogli procurava clienti d'ogni genere.Donna Clorindacon un debole pei giovanotti nobiliera statapiùdi dieci anni addietrola prima conquista di Raimondo; lasciata lamadreegli aveva poi ruzzato con la figliuolama senza moltoprofittoin veritàperché costei uccellava al marito;ammogliato egli stesso e andato via di Siciliale aveva perdute divista. Adesso le due donneed anche il marito che se ne stavarannicchiato più morto che vivo in fondo alla carrozzasimettevano sotto la sua protezione per ottenere un rifugio alBelvedere. Grazie a lui le lasciarono entrare; ma le difficoltàricominciarono subito dopogiacchéavendo i fuggiaschiinvaso ogni buconon c'erano in paese altro che le stalle dove potermettere nuova gente. Nondimenoper donna Clorinda e l'Agatinacheincontravano un nuovo amico ad ogni piè sospintotutto ilBelvedere si mise in motofinché trovarono loro due cameretteterreneun poco fuori manoma con un piccolo giardinetto. Appenastabiliteridussero una di quelle scatole a salottino da ricevereecominciò subito l'andirivieni di tutta la colonia cittadinamessa in rivoluzione da quell'arrivo. Donna Clorindache nons'arrendeva ancoradava udienza a tutti; ma il posto accanto allafigliuola fu serbato a Raimondo. Per la libertà che regnava inquella casapel buon umore delle due donneanche i rimasti a boccaasciutta ci venivano a passare la sera meglio che al casinogiocandociarlandocantando. E Raimondosmessa la noiasmessa lamutrianon rincasava piùsi faceva ancora una voltaaspettare lunghe e lunghe ore dalla moglie triste ed inquieta pelrinnovato pericolo della pestilenzapei sospetti che quel repentinocambiamento rievocavaaccorata più tardi dalle allusioni conle quali donna Ferdinandail principele stesse persone di serviziole rivelavano gli antichi amori del marito. Poteva ella credere allanuova tresca con la figlia dell'antica amante? Non era questo unpeccato mortaleuna mostruosità che la mente di leirifiutavasi di concepire? Non doveva ella crederepiuttostochel'astio dei parenti contro Raimondo e lei stessa ordisse l'accusamaligna?...

Bruscamenteritolta alla paceella tornava a struggersia lottare contro sestessacontro i sospetti che la riassalivano non appena scacciatiapassar le lunghe notti autunnali tremando nell'attesa del ritorno diluia piangere per gli sgarbi coi quali egli rispondeva alle sueinquietudini.

-"Perchéresti fuori così tardi? Ho paura per la tua salute..."

-"Nonsono più libero di restar fuori quanto mi piace?"

-"Seiliberosì… Ma non andare in quella casatra quellagente che tuo fratello si vergogna di ricevere..."

-"Dovevado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?"

Noella gli credevavoleva e doveva credergli. Ma perchépesavano su lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta lafamiglia e della servitù? Perché il discorso moriva inbocca alle persone alle quali ella s'avvicinava?... Una nottedopoquattro mesi di siccitàscoppiò un terribiletemporale; il cielo scuro fu solcato da saette lucenti come spadelestrade si mutarono improvvisamente in fiumane limacciosela grandinestrosciò sulle vetrate e sui tetti. Ella che aveva sperato diveder tornare Raimondo ai primi accenni dell'uraganoaspettavaancora tremante di paura. Non una vocenon un rumore di passi. Iltemporale cessò dopo un'oraRaimondo non tornava ancora...Non gli altri malignima egli stesso era bugiardo e incestuoso:poteva più dubitarne? Quella spudorata non l'aveva anche leiguardata arditamente in visoin atto di sfidaquasi dicendole: -"Sonopiù bella di teperciò egli mi preferisce?..."Ed era vero: la sua gelosia era tanto più umiliataquanto piùella riconosceva di non piacere a suo maritoora specialmente che lagravidanza inoltrata la disformava. Ma aveva egli veramente giuratodi attentare alla vita dell'essere che ella portava in gremboinfliggendole torture sopra torturelasciandola cosìnellanotte oscura e tempestosacon quello spasimo del peccato orribiledel nuovo tradimentocon l'anima piena di dolore e di vergogna e dispavento?... Egli rincasò a mezzanottefradicio intintocongli abiti talmente fangosi come se si fosse rotolato nella mota.

-"MariaSantissima!..."esclamò ellagiungendo le mani. -"Cometi sei conciato così?"

-"Pioveva;sei sorda? Non hai sentito l'acqua?"

-"Mala pioggia è finita da un pezzo..."

-"Mison inzuppato prima!..."gridò quasi egli. -"Hoda sentire anche teadesso?"

Improvvisamenteella ebbe conferma dei propri sospetti: rispondeva cosìquand'era colto in falloreplicava con le violenze alla ragione;troncava la discussione coi gridi... Appoggiata la fronte a un vetrosul quale la nuova pioggia fine fine tirava umide righeella si misea piangere silenziosamente. Il bene che gli voleval'obbedienza chegli prestavala devozione sommessa di cui gli dava prova ogni giornonon bastavanodunque: tutto era inutileegli la sfuggivalatradivaper chi?... E l'aveva costretta ad abbandonare la suabambina e l'aveva esposta ai rimproveri di suo padreper questoperquesto!... Un dolore sopra l'altrosempresempreanche adesso cheella avrebbe dovuto esser sacra per luiperché i doloripotevano uccidere la creatura che stava per nascere!...

Lavoce di Raimondoraucache chiamava il camerierela strappòall'alba di lì. S'era messo a lettoil ribrezzo della febbregli faceva battere i denti. Allora ella asciugò le lacrimecorse ad assisterlo. Per tre giorni non lasciò un momento ilsuo capezzalegli fece da infermiera e da camerieradimenticando lapropria ambascia pel terrore che quel male degenerasse nellapestilenza influenterestando sola presso di lui quandoinsospettitinessuno della famiglia volle più entrarci.Tremavano all'idea del contagioavevano tutti paura di prenderlo.Raimondo più di tuttinonostante le risate confortative deldottorenonostante le assicurazioni di lei.

Guaritodell'infreddaturaegli non ebbe più nulla; però nonera ancora del tutto ristabilito che pretese andar fuori.

-"Fàlloper noi!"scongiurò Matildea mani giunte; -"pernostra figlia! Non t'esporre a un altro malanno!..."

Nongli aveva detto nulla dei suoi sospettiper non irritarlo mentr'erainfermoma ora gli buttava le braccia al collogli dicevaguardandolo negli occhipassandogli una mano sui capelli:

-"Dovevuoi andare? Perché mi lasci? Resta con me!"

-"Vogliofar due passi; mi sento bene..."risposesolleticato da quelle carezzeda quella sommessione di canefedele.

-"Lifaremo insieme nella vigna. Non c'è bisogno di andar fuoriseè vero che mi vuoi bene... me sola!... e che non pensi adaltri..."

-"Achi dovrei pensare?..."esclamò Raimondocon un sorriso fatuo di compiacimento.

-"Anessuna?... A nessuna?... A colei?"

-"Maa chi?"

-"AllaGalano?..."quel nome le bruciava le labbra.

-"Io?"rispose con tono di protesta. -"Maneanche per sogno!... Vorrei un po' sapere chi ti mette in capoqueste cose!"

-"Nessuno!Le temo ioperché ti voglio beneperché sonogelosa..."

Eglirideva di tutto cuorerassicurandola.

-"Mano! Che ti salta in capo!... E poil'Agatina!... Una che è dituttidi chi la vuole!..."

-"Èvero? È vero?... Alloraperché ci vai?"

-"Civado perché mi divertoperché è come andare alcaffèal circolo..."

-"Allorala sera che prendesti l'infreddatura..."

-"M'inzuppaiperché l'acqua mi colse alla Ravanusa; puoi domandarnese nonmi credi!"

Sìella gli avrebbe credutose la dolcezza con cui la trattava nonfosse stata nuovainnegabile prova che aveva qualcosa da farsiperdonare... Ebbeneche le importavase era per questo? Qualunquefosse il sentimento che gli dettava quelle paroleesse erano buonela toglievanoalmeno per pocoal suo cordoglio. E con l'anima cheriaprivasi alla speranzaella lo udiva proporle:

-"Delrestoora che il colera sta per finireandremo via tutti. Quandoavrò sistemato gli affari della divisione con Giacomoce netorneremo a Firenze. Ma per orase vuoifaremo una corsa a Milazzo.Partorirai a casa tua; ti piace?"

6.


-"Abbas!...Abbas!..."disse il fratello portinaioinchinandosi.

-"Chesignifica?"domandòallo zio PrioreConsalvo che il padre conduceva permano.

-"Vuoldire che l'Abate è in convento"spiegò Sua Paternità.

Super lo scalone realetutto di marmoil ragazzo guardava le paretidecorate di grandi quadri a mezzo rilievo di stucco bianco soprafondo azzurrognolo: San Nicola da Bariil martirio di San Placidoil battesimo del Redentorecon sciami d'angeli in girocoronefestoni e rami di palme sulla vòlta. Lo scalone sbucava nelcorridoio di levantedinanzi alla grande finestra che metteva nellaterrazza del primo chiostro.

-"Èlà"disse il Prioreinchinandosi verso un'ombra nera che passava dietroi vetri.

L'Abatedall'esternoattaccò il viso al finestrone e riconosciuti ivisitatori esclamògestendo:

-"ApriapriLudovì..."

IlPriore fece girare la spagnoletta e presa la mano del superiore labaciò rispettosamente; il principe e il principino seguironol'esempio.

-"Benedettifigliuolibenedetti!... Questo è dunque il nostro monachino?Ohche bel monachino ne vogliamo fare!... Consalvoeh?"domandò rivolto al principe; poial ragazzo: -"Consalvotu sei contento di stare con noiche?..."

-"Rispondi!...Rispondi a Sua Paternità..."

Ilragazzo disseguardandolo in viso:

-"Sì."

-"Bravo!...Che bel ragazzo!... Che occhi!... Tu starai qui con lo ziocresceraibuono e santo come luiche?..."e mise affabilmente una mano sulla spalla del Prioreil qualemormoròarrossendo:

-"PadreAbate!..."

Questis'avviòappoggiandosi al bastone. Il Priore gli stava alladestrail principe alla sinistra: Consalvo era andato ad affacciarsiall'inferriataguardava giù nel chiostro contornato da unportico che reggeva la terrazza superiorepieno di statuedi vaschedove l'acqua cantavadi sedili distribuiti fra le aiuolesimmetrichecon un padiglione in centrodi stile goticoa quattroarchila cui vòlta di lastre lucide faceva specchietto alsole. Il ragazzo curiosava ancora quando suo padre lo chiamò:la comitiva dirigevasi al quartiere dell'Abateposto accanto aquello del Renel corridoio di mezzogiornodove ogni uscio erasormontato da grandi quadri rappresentanti le vite dei santi. Giuntodinanzi alla sua portal'Abate diede qualche ordine al camerierepoi tutti si diressero al Noviziatopel corridoio dell'Orologiolungo più di cento canneil cui finestrone di fondo parevapiccolodall'opposta estremitàcome un occhio di bue.Passarono dapprima accanto al secondo chiostroil quale aveva ilportico al primo piano e la terrazza al piano superiore come l'altro;anch'esso coltivato: tutt'un boschetto di aranci e di cedri dalfogliame scuro che i frutti d'oro punteggiavano. Poi si lasciaronodietro il Coro di notte dove sbucava un'altra scalapoi l'orologio;né il corridoio finiva ancora. L'Abatetra il principe e ilPriorechiacchierava con una volubilità straordinariaseminando il discorso di -"che?..."aspirati ai quali non lasciava dare risposta. I fratelli cheincontravano lungo il loro cammino si fermavano tre passi innanzialla comitivachinavano il capo giungendo le mani sul petto alpassaggio dei superiori. E sulla porta del Noviziato stava fra'Carmeloche scorto il ragazzo gli aprì le braccia con ariafestosaesclamando:

-"C'èvenuto!... C'è venuto!..."

PadreRaffaele Cùrcumail maestro dei novizivenne incontroall'Abatee gli fece strada fino alla sala delle lezioni dov'eranoriuniti tutti i fanciulliGiovannino Radalì fra gli altridasei mesi a San Nicola.

-"Questoè il nostro nuovo monachino"spiegava Sua Paternità. -"Abbracciail cuginetto!... La tua camera è prontaor ora ci andremo.Adesso tu lascerai il tuo nome; ti chiamerai Serafino. Il tuocuginetto si chiama Angelicoche?... Questo qui è Placidoquesto Luigi..."

Eranofrattanto arrivati due camerieri con vassoi pieni di dolciai qualii novizi facevano festa.

-"Vedraiche è belloqui"diceva il maestro al nuovo arrivatoaccarezzandolo. -"Tidivertiraicon tanti compagni..."

Consalvochinava il capolasciava che dicessero. La curiosità delprimo momento gli era passatasentiva adesso una gran voglia dipiangere; nondimeno guardava tutti in visoquasi in atto di sfidaper non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto ficcarlolì dentro. E fra' Carmelo era stupito della sua franchezza:tutti gli altri ragazziil primo giornoavevano gli occhi rossidicevano che non volevano starcipiangevano immancabilmente quandoil barbiere recideva le loro chiomequando lasciavano gli abitisecolari per vestire la nera tonacella. Invece il principinoandatovia suo padre dopo l'ultimo predicozzoli lasciava farevedevacadere i capelli sotto le cesoie senza dir nullaindossava il saiocome se l'avesse portato fin dalla nascita.

-"Bravo!...Sempre così contento ha da starci!... Vedrà poi quantigiuochiquanti spassi..."

Ilragazzo risposeduramente:

-"Iosono il principe di Francalanza; non sempre ci starò."

-"Sempre?...Chi l'ha detto?... Ci starà qualche annofinchéimparerà... Sempre ci stanno i suoi zii... Adessoadessoandremo da Padre don Blasco..."

Epresolo per manogli fece rifare la via tenuta al venirefino allacamera del Decanoche era nel corridoio di mezzogiornocol quadrodi San Giovanni Boccadoro sull'uscio.

-"Deogratias?..."

-"Chiè?"rispose il vocione del monaco.

L'uscios'aperse un pocoed egli comparvein pantaloni e maniche dicamiciacon la pipa in boccain mezzo alla camera sottosopra comeun campo lavorato.

-"Quic'è il nipotino di Vostra Paternitàche viene a baciarla mano alla Paternità Vostra."

-"Ahsei qui?"esclamò il monaconettandosi le labbra col rovescio d'unamano. -"Vabenetanto piacere!"aggiunse senza fargli neppure una carezza; poirivolgendosi alfratello: -"Conduceteloa spasso nella Flora."

Dopotante grida contro l'ignoranza e la mala educazione del pronipoteilmonaco era montato in bestia quando il principe aveva deciso dimetterlo a San Nicola. Ce lo mettevano per educazione? Voleva direche non erano buoni di educarlo in casa! Allora aveva ragione luiquando diceva che davano al ragazzo di begli esempi? Ma Giacomovoleva mettere il figlio a San Nicola anche per gli studi: come segli Uzeda avessero mai saputo fare di più della loro firma! Epoi ci voleva molto a dargli qualche maestrose avevano la fregoladi farne un letterato? I maestriperòpoco o moltobisognava pagarlie questo era il solo e vero motivo delladeliberazione: risparmiare i baiocchi; perché ai Benedettininon solamente non si pagava nullama le stesse famiglie degliscolari ci guadagnavano qualcosa!...

Lecamere del Noviziato aprivano tutte in un giardino destinatounicamente al diporto dei ragazzi; non c'erano soltanto fiorimaalberi fruttiferiarancilimonimandarinialbicocchinespoli delGiapponee la mattina un pigolìo assordante di passerisvegliava i novizi prima ancora che fra' Carmelo venisse a chiamarliper le divozioni che andavano a dire nella cappella. Finito dipregare tornavano tutti nelle loro camerefacevano una colazionefrugale perché il pranzo era a mezzogiornoe ripassavano lelezioni per trovarsi pronti all'arrivo dei lettori che insegnavanloro l'italianoil latino e l'aritmeticapiù la calligrafiae il canto coralele domeniche. A terzadopo le lezionic'era lamessache scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande diSiciliatutta marmo e stuccobianca e luminosacon la cupola chesfondava il cielo e l'organo di Donato del Piano costato tredici annidi lavoro e diecimila onze di denari. Subito dopo la messai noviziandavano al refettoriocerte volte in quello grande insieme coiPadricerte altre da solinel piccolosecondo prescriveva laRegola; ma lo spasso cominciava più tardidopo il desinarequando si sparpagliavano per il giardinodove si mettevano a giocarea rimpiattinoalle bocceai castellettioppure zappavano ocoltivavano ciascuno i propri alberioppure mandavano per ariaaquilotti e palloni. Oltre il muro di cinta distendevasi un terrenoincoltotutto lava e sterpifino alla Flora — il giardinogrande destinato al diporto dei monacidove i ragazzi andavano ditanto in tantoa rincorrersi pei grandi viali — e il principinoche aveva subito preso le abitudini del convento ed era il piùdiavolo di tuttispesso arrampicavasi su quel murotentava discavalcarlo e andarsene nella sciara; ma allora il Padre maestro efra' Carmelo ammonivano: -"Dilà non si passa!... Non t'arrischiare da quella parte che cibazzicano gli spiriti: se t'afferrano ti portano via con loro..."

-"Lihai visti tucotesti spiriti?"domandò una volta Consalvo a Giovannino Radalì.

-"Iono; ci vanno la nottedicono."

Ela notte non potevano guardarci perchédopo la passeggiatavespertina che facevano giù in cittàe dopo la cenarientravano per lo studio e per le preghiere della sera.

Fra'Carmelo teneva loro compagniabadava che non mancassero di nullaequando non c'era da fareli svagava parlando dei novizi d'un tempoche adesso erano monaci o alle case loronarrando le storie anticheil famoso furto della cera nella notte del Santo Chiodo; larivoluzione del Quarantottoquando San Nicola era servito diquartier generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e dellaRegina nel 1834; ma diffondendosi più che altro intorno allevicende del monastero.

Nelprimo principio non si sapeva bene chi lo avesse fondatoma il 1136certi santi Padri Benedettini s'eran ritiratiper meditare e farpenitenzanei boschi dell'Etnae lìcoll'aiuto del conteErricoavevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era unodei tanti crateri spenti del Mongibellotutto coperto di boschi esei mesi dell'anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adattaal santo scopo. In inverno la tramontana turbinava intorno al poveroe rustico fabbricatotagliava la facciascottava le manigelavaogni cosa: tanto che molti dei monaci s'eran buscate gravi malattienon resistendo all'intemperie. Pertanto avevano ottenuto di potermandare gl'infermi più giùin un ospizio fabbricatonel bosco di San Nicola; e lìcome ci si stava meno adisagiocominciarono ad andare anche parte dei monaci sani. A SanLeointantooltre il freddo c'era un altro spaventoquando lamontagna s'aprivavomitando fuoco e cenere ardente: i terremotisconquassavano la fabbricala lava distruggeva gli alberi edisseccava le cisternela cenere infocata bruciava ogni verdura.-"Potevanosopportare tanti guaii poveri Padri?"La meditazione stava benema se il suolo mettevasi a ballar latarantellachi poteva più riconcentrarsi e pregare? Lapenitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare chea furiadi mortificazionii penitenti non se ne andassero difilato all'altromondo prima d'aver purgato i loro falli. Per conseguenzaimpetraronoed ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicolaintorno alquale venne crescendo un paesetto chedal Santosi chiamòNicolosi per l'appunto. Lìil convento fu costruito conqualche comodopiù grande dell'anticoe i monaci virestarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso:la nevese non per sei mesivi cadeva copiosa in invernoe ilfreddo era ancora troppo pizzicante; tanto che gli ammalati bisognòmandarli in un altro ospizio fabbricato apposta più giùalle porte di Catania; senza dire che i ladri infestavano quellecampagne. Veramente i monaciche avevano fatto voto di povertànon avrebbero dovuto temerli; perché -"centoladri"come dice il proverbio -"nonpossono spogliare un nudo";ma ReRegineViceré e baroni avevano cominciato a donar robaal convento; e a furia di raccoglier legati i Padri si trovavanopossessori di un gran patrimonio. Orachi doveva godersi quellericchezze? i topi? Perciò nel 1550i Benedettini pensarono divenirsene definitivamente in cittàmettendo la prima pietrad'un magnifico edifizio alla presenza del Viceré Medinaceli.Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perchéi suoi figli avevano lasciato i boschi e s'erano accasati da signoriin città: menzogna patentepoichéfinito che fu ilconventoil glorioso fondatore dell'Ordine lo preservò dalfuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossidiscesa fino a Cataniapreciso in direzione del conventogiunta dinanzi ad esso giròdalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza farglialcun danno. È vero che nel 1693 il terremoto rovinòl'edificio dalle fondamenta; però il castigose mainon fuinflitto ai soli Padrima a mezza Sicilia che se ne cascòcome un castello di carte. E allora finalmente cominciarono lacostruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto grandioso chenon si poté eseguir tutto: per portarne a compimento una metài lavori durarono fino al 1735. La ricchezza dei Padri era pervenutaal sommo: settantamila onze l'annoe certi feudi erano cosìvastiche nessuno ne aveva fatto il giro!

Quandoparlava di queste cosefra' Carmelo non ismetteva piùperchéegli aveva passato più di cinquant'anni fra quelle muraevoleva bene a' Padriai novizialle immagini della chiesa ed aglialberi della Floracome se tutti fossero parte della sua famiglia.Conosceva i feudile tenute e i poderi meglio di tutti i Celleraridi campagnaciascuno dei quali era preposto al governo d'una solaproprietà; e quando bisognava rammentar qualcosala data d'unavvenimento molto lontanola misura d'un antico raccoltotuttiricorrevano a lui.

Ilprincipino era adesso la sua più grande affezione: egli se loteneva vicino più che potevagli regalava dolci e balocchilo vantava all'Abateal maestro dei noviziagli zii ed a tutti. Ilragazzoveramenteera troppo vivacefaceva il prepotenteattaccava lite coi compagni; fra' Carmelopaziente ed indulgentesapeva scusarlo presso il maestrose commetteva qualche monellataeraccomandava prudenza agli altri fratelli se di queste monellate essiscontavan la pena.

-"Bisognalasciarli farei ragazzi; e poi sono signorie a noi toccaobbedirli."

Ifratelliinfattierano addetti alle grosse bisogneservivano iPadri al refettoriomangiavano alla seconda tavola; e quando imonaci dicevano l'uffizio in Coroessi recitavano in un cantone ilsolo rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava essernobilie fra' Carmelofanatico di quelle cose quanto donnaFerdinandacelebrava la nobiltà riunita a San Nicola. Vi sitrovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglienon solodella Val di Notoma di tutta la Siciliaperché in tutta laSicilia c'era solo un altro convento di Cassinesia Palermoe cosìinferiore in grandezzaricchezza ed importanzache mandavano lìda Catania i monaci stravagantiper punizione. L'Abate era un gransignore napolitanoil secondogenito del duca di Cosenzano; da MonteCassino era venuto anche il Padre Borgiaromanodi quella famigliache aveva dato un Papa alla cristianità; e poi c'erano gliisolanii Gerbiniche discendevano da Re Manfredi per via di donne;i Salvovenuti in Sicilia con gli Svevi; i Toledoi RequenseiMelinai Currera spagnoli come gli Uzedai Cùrcuma e iSagontidi nobiltà longobarda; i Grazzeridiscesi diGermania; i Corvitinifiamminghi; i Carvanoi Costantefrancesi;gli Emanueleappartenenti ad un ramo de' Paleologhiimperatorid'Oriente.

-"Bastaessere ai Benedettinio monaco o novizioper significare che uno èsignore"spiegava fra' Carmelo al principino. -"Quientrano soltanto quelli delle prime casecome Vostra Paternità."

Airagazzi toccava il -"VostroPaternità"e il -"don"come ai monacie tutte le volte che un Padre o un novizio passavadinanzi ai fratelli questi dovevano inchinarsipiegandosi in dueincrociando le braccia sul petto; e se erano sedutialzarsi in piediper salutare. C'era uno di questi fratellifra' Liberatovecchissimoquasi centenarionon più buono a nullail qualeusciva dalla sua camera per tremare al sole sopra una sedia abracciuoli; un giorno il principino gli passò dinanzi e ilvecchio non s'alzò. Allora il ragazzo riferì la cosa almaestroil quale fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi.

-"Èistoliditopoveretto"disse fra' Carmeloscusandolo. -"Quandoci facciamo vecchitorniamo peggio di quand'eravamo bambini!"

Consalvoriceveva così le stesse lezioni che gli aveva fatte donnaFerdinandale digeriva meglio che non l'altre del latino edell'aritmetica. Esse gli davano un'idea straordinaria di quel chevalevama gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagnispecialmente dai maggiori d'etàpel disprezzo col quale litrattava. Michele Rocca si gloriava d'avere anche lui un Vicerétra gli antenati; ma Consalvo correggeva: -"Viceré?Presidente del Regno!..."E l'altro: -"NoViceré..."E Consalvo: -"NoPresidente..."finché Michelinoinfuriatogli si slanciava addosso. Allorapiuttosto che venire alle maniegli gridava al soccorso e a fra'Carmelo toccava comporre la lite. Ma ricominciava con gli altriattaccava brighe sopra brighe.

Quasitutte quelle famiglie baronali avevano un nomignolo spesso ingiuriosoo avvilitivocol quale erano conosciute in città piùche col vero nome. I Fiammona si chiamavano i Caratelliperché corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piangele faveallusione alla miseria in cui erano ridotti; iCurrera Tignosi perché tutti con le teste calve comepalle da bigliardo; i Salvo Mangia Salivaaltri peggioancora. Il principinoa corto di argomentigridava ai compagni:-"Ohdei Pancia-di-crusca!...Ohdei Cute-di-porco!..."e quellinon potendogli rendere pane per focacciagiacché ilnomignolo degli Uzedai Vicerédiceva la loro anticapotenzase lo mettevano sottoquando riuscivano ad agguantarloelo pestavano bene. Fra' Carmelo accorrevacon le mani in testaperliberare il suo protetto e predicar la pacel'amore reciprocol'attenzione allo studio.

Durantele lezioniquando si dava la pena di stare attentoConsalvo capivatutto e raccoglieva lodi e premi; ma del resto non c'erano castighiché i maestri lettoritutti preti di bassa estrazionenonosavano neppure dar dell'asino agli scolari. Il Priorein segno disoddisfazione pei buoni rapporti del maestroveniva a trovarequalche volta il nipote al Noviziatoportandogli regali di dolci edi libri sacri; don Blascoal refettoriogli dava qualchescappellottoa modo di carezze; ma la prima volta che fra' Carmelolo condusse al palazzoin permessoper mezza giornatatutta lafamigliariunita per la circostanzagli fece gran festa.

-"Chebel monachino!... Che bel monachino!..."

Laprincipessadolente di non averlo più con sémarassegnata come sempre ai voleri del maritose lo mangiava dai bacil'abbracciava stretto stretto con tanta maggior forza quanto maggiorerepulsione le ispiravano gli altri; donna Ferdinanda anche leivenuta apposta al palazzogli prodigò molte carezze;Lucreziaplacatasi ormai che non correva più pericolo divederselo in cameragli diede confetti e biscotti; il principesenza smettere l'abituale severitàlodò i figliobbedienti. Don Eugenio fece una predica intorno ai benefizidell'istruzione; perfino lo zio Ferdinando scese dalle Ghiande perassistere a quella visita. Mancavano però la zia Chiara e ilmarchese: sicuri d'avere il tanto aspettato e desiderato figliuoloun triste giorno la gravidanza era andata in fumo; essi portavano daquel momento il lutto della speranza perduta. C'era invece unabambina di sei anni che guardava il monachino con grandi occhicuriosi e una balia che teneva in braccio un lattante.

-"Letue cuginefiglie dello zio Raimondo"spiegò la principessa.

-"Ela zia Matilde?"

-"Stapoco bene..."

Madonna Ferdinanda troncò quegli stupidi discorsie prese ainterrogare il nipotino intorno ai compagnialla vita del monasteroall'impiego della giornataintanto che fra' Carmelo tesseva l'elogiodel ragazzo alla madre.

-"Tifaresti monaco?"gli domandò il principeper chiasso. -"Cistaresti sempreal convento?"

-""rispose egliper non dargliela vinta. -"Èbello stare a San Nicola!..."

Imonaci infatti facevano l'arte di Michelasso: mangiarebere e andarea spasso. Levatisila mattinascendevano a dire ciascuno la suamessagiù nella chiesaspesso a porte chiuseper non esserdisturbati dai fedeli; poi se ne andavano in cameraa prenderequalcosain attesa del pranzoa cui lavoravanonelle cucinespaziose come una casermanon meno di otto cuochioltre glisguatteri. Ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattrocarichi di carbone di querciaper tenere i fornelli sempre accesiesolo per la frittura il Cellerario di cucina consegnava loroognigiornoquattro vesciche di struttodi due rotoli ciascunae duecafissi d'olio: roba che in casa del principe bastava per sei mesi. Icalderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bolliretutta una coscia di vitella e arrostire un pesce spada sano sano;sulla grattugiadue sguatteriagguantata ciascuno mezza ruota diformaggiostavano un'ora a spiallarvela; il ceppo era un tronco diquercia che due uomini non arrivavano ad abbracciareed ognisettimana un falegnameche riceveva quattro tarì e mezzobarile di vino per questo serviziodoveva segarne due ditaperchési riduceva inservibiledal tanto trituzzare. In cittàlacucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo dimaccheroni con la crosta di pasta frollale arancine di riso grosseciascuna come un mellonele olive imbottitei crespelli melatierano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e pei gelatiper lo spumoneper la cassata gelatai Padri avevano chiamatoapposta da Napoli don Tinoil giovane del caffè di Benvenuto.Di tutta quella roba se ne faceva poi tantache ne mandavano inregalo alle famiglie dei Padri e dei novizie i camerieririvendendo gli avanzici ripigliavano giornalmente quando quattro equando sei tarì ciascuno.

Essirifacevano le camere ai monaciportavano le loro ambasciate incittàli accompagnavano al Coro reggendo loro le cocolleeli servivano in camera se le LL. PP. si sentivano maleo siseccavano di scendere al refettorio. Lì il servizio toccava aifratelli: a mezzogiornoquando tutti erano raccolti nell'immensosalone dalla vòlta dipinta a frescorischiarato daventiquattro finestre grandi come portoniil Lettore settimanariosaliva sul pulpito e alla prima forchettata di maccheronidopo ilBenedicitesi metteva a biascicare. Il giro della letturacominciava dai più piccoli novizi fino ai monaci piùvecchiper ordine d'età; ma una volta arrivato ai Padri difresca nominaricominciava per evitare quel fastidio ai grandiiquali se ne stavano comodamente seduti dinanzi alle tavole dispostelungo i murisopra una specie di largo marciapiedi; l'Abatenelcentro del gran ferro di cavalloaveva una tavola per sé. Ifratelli portavano intanto attorno i piattia otto per voltasopraun'asse chiamata -"portiera"che reggevano a spalla. Distinguevansi i pranzi e i pranzettiquesticomposti di cinque portatequelli di settenelle solennità;e mentre dalle mense levavasi un confuso rumore fattodell'acciottolio delle stoviglie e del gorgoglio delle bevandemesciute e del tintinnio delle argenterieil Lettore biascicavadall'alto del pulpitola Regola di San Benedetto: -"...34° comandamento: non esser superbo; 35°: non dedito al vino;36°: non gran mangiatore; 37°: non dormiglione; 38°: nonpigro..."

LaRegolaveramenteandava letta in latino; ma al principino e aglialtri noviziaspettando che la potessero comprendere in quellalinguala spiegavano nella traduzione italianauna volta il mese.San Benedettoal capitolo della Misura dei cibiavevaordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare duevivande cotte e una libbra di pane; -"sehanno poi da cenareil Cellerario serbi la terza parte di dettalibbra per darla loro a cena";ma questa era una delle tante -"antichità"— come le chiamava fra' Carmelo — della Regola. Potevanoforse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il paneera della seconda infornatacaldo fumante come quello della mattina.La Regola diceva pure: -"Ognunopoi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedieccetto glideboli et infermi";ma tutti i giorni compravano mezza vitellaoltre il pollamelesalsiccei salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuocoincettavaappena sbarcatoe prima ancora che arrivasse allapescheriail miglior pesce. Molte altre -"antichità"c'erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padrinobili e fratelli plebeivoleva che tutti facessero qualche lavoromanualecomminava penitenzescomuniche ed anche battiture ai monacied ai novizi che non adempissero il dover lorodiceva insommaun'altra quantità di coglioneriecome le chiamava piùprecisamente don Blasco. Articolo vinoil fondatore dell'Ordineprescriveva che un'emina al giorno dovesse bastare; -"maquelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersenesappianod'averne a ricevere propria e particolare mercede".Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglioreputatee se i monaci trincavano largamenteavevano ragioneperché il vino delle vigne del Cavalieredi Bordonarodellatenuta di San Basileera capace di risuscitare i morti. PadreCurrerasegnatamenteuna delle più valenti forchettesilevava di tavola ogni giorno mezzo cottoe quando tornava in cameradimenando il pancione gravidocon gli occhietti lucenti dietro gliocchiali d'oro posati sul naso fioritodava altri baci al fiasco cheteneva giorno e notte sotto il lettoal posto del pitale. Gli altrimonacisubito dopo tavolase ne uscivano dal conventosisparpagliavano pel quartiere popolato di famiglieciascuna dellequali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbinila cui camera erapiena di ventagli e d'ombrellini che le signore gli davano adaccomodarecominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se neandava dalla baronessa LisiPadre Broggi dalla Caldaraaltri daaltre signore ed amiche. Tornavano all'aveper entrare in chiesamaquelli che venivano un poco più tardio a cui doleva il capose ne salivano direttamente in camera; e non già per dormireché la serafino a tre ore di nottequando si serravano iportonic'erano visite di parenti e d'amicisi tenevaconversazionemolti Padri facevano la loro partita. Un tempoanziper colpa di Padre Agatino Rendagiocatore indiavolatoc'era statoun giuoco d'inferno: in una sola sera Raimondo Uzeda aveva perdutocinquecent'onzee più d'un padre di famiglia s'era rovinato;tanto che i superiori dell'Ordinedopo aver chiuso un occhio sumolte marachelleavevano dovuto finalmente prendere qualcheprovvedimento. Era appunto allora venuto da Monte Cassinoin qualitàdi AbatePadre Francesco Cosenzanoe per un po' di tempoconl'autorità della fresca nominaaiutato dai buoni monacichenon ne mancavanoquel bravo vecchietto era riuscito a infrenare ipeggiori; mapoicoll'andare del tempozitti zittia poco a pocoquesti erano tornati alle abitudini di prima: giuocogozzoviglieilquartiere popolato di ganzei bastardi ficcati nel convento inqualità di fratelli — dei Padri — nuovo genere diparentela! E i timidi tentativi di resistenza dell'Abate gli avevanoscatenato contro un'opposizione violenta. Don Blasco fu dei piùterribili. Egli aveva tre ganzenel quartiere di San Nicola: donnaConcettadonna Rosa e donna Lucia la Sigaraiacon una mezza dozzinadi figliuoli: e l'Abate lasciava correresebbene fosse uno scandaloche tutte quelle mogli e quei figliuoli della mano mancaanzi dinessuna manovenissero a udir la santa messa recitata dallo stessomonaco. Poitutte le mattineegli scendeva in cucinaordinando chemandassero i migliori bocconi alle sue amichee i giorni di magro simetteva sul portone per aspettar l'arrivo dei cuochi col pesceinmezzo al quale faceva la sua sceltaordinando: -"Tagliaun rotolo di questa cernia e portalo a donna Lucia!"E l'Abate lasciava correre. Ma un giorno finalmente i nodi vennero alpettineper causa di costei. Il convento possedeva una buona metàdel quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre palazzotti dellapiazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantità dicase terrene tutt'intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava unamagra renditaperché parte erano affittate a prezzi di favorea vecchi fornitori o sagrestani ritiratiparte erano addiritturaconcesse come elemosina a povera gentea famiglie nobili cadute inbassa fortuna. Ora don Blascocon una particolare affezione perdonna Lucia Garinola Sigaraiale aveva fatto concedere un belquartierino di abitazione nel palazzotto di mezzogiorno e una bottegasottoposta dove suo marito teneva il negozio dei tabacchi. L'Abatevisto che questa donna Lucia non era né indigente nénobile decaduta e che non vantava altro titoloper godersi la casafuorché l'amicizia scandalosa di don Blascomentre poi tantie tanti poveri diavoli non sapevano dove dar del capopensòdi ordinarle che o pagasse regolarmente l'affitto del quartiere edella bottegaoppure che sgomberasse. Don Blascoa cui giàil fare da moralista del nuovo Abate aveva dato ai nervitanto chenon aspettava se non l'occasione per aprire il fuocoa questaintimazione riferitagli dall'amica piangente diventò unabestiasalvo il santo battesimoe fece cose dell'altro mondogridando pei corridoi del conventosotto il muso dei Decani e dietrol'uscio dell'Abateche se qualcuno avesse osato dar lo sfratto opretendere un baiocco dalla Sigaraial'avrebbe avuto a far con lui.E disciplinata l'opposizione ancora incerta e tentennanteraccoltointorno a sé la schiuma del conventoi monaci che nonpotevano digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine delgiuoco e di tutti gli scandalise prima era stato lo spavento delCapitoloda quel giorno divenne un diavolo scatenato. Per amor dellapaceil povero Abate dové rimangiarsi il suo provvedimentoma l'Uzeda senior non si placò per questochédove poté trovare argomento da suscitare mormorazioni e litinon diede tregua al suo -"nemico".Giustol'Abateammirato dei severi costumi e della scienza di donLodovicos'era messo a proteggerlofino a sostenerne poi l'elezioneal priorato; perciò don Blascoil quale voleva aver egli quelpostoaccomunò il nipote e il superiore nell'odio feroce einestinguibile.

C'eranostati sempre numerosi partitia San Nicola; perchétrattandosi d'amministrare un patrimonio grandissimoe di maneggiaregrossi sacchi di denaroe di distribuire larghe elemosinee di darlavoro a tanta gentee d'accordar case gratuite e posti non menogratuiti al Noviziatoe d'esercitare insomma una notevole influenzain città e nei feudiciascuno ingegnavasi di tirar l'acqua alsuo mulino; maal tempo dell'ammissione del principinoi contrastierano quotidiani e violenti. L'Abate avevaprima di tuttoi suoipartigiani; ma non tutti i buoni monaci erano per luinon garbando aqualcuno che il supremo potere fosse in mano d'un forestiere.Don Blasco col suo codazzo cercava d'attirar costorogridando chebisognava mandare a casa sua quel -"napolitanomangiamaccheroni";mabenché d'accordo su ciòl'opposizione si dividevapoi novamentequando aveva da scegliere il successore. Non mancavail partito di quelli che dichiaravano non aver partito; e donLodovicomodello del generetenendosi da partenavigandosott'acquaera riuscito ad agguantare il priorato. Parecchisostenevano anzi chein fin dei contiegli era il solo meritevoled'aspirare alla dignità abaziale; ma allora suo zioperevitare che quel -"gianfottere"si ponesse in capo la mitraquasi sosteneva l'Abate Cosenzano. Nélo stesso don Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione:se qualcuno gliela predicevaprotestava:

-"L'Abateper ora è Sua Paternità ed a me tocca obbedirlo primad'ogni altro."

L'Abatein personastanco di quella galeragli confidava di volersiritirare per cedergli il posto: quando pure non avesse pensato amettersi da cantopresto o tardi la morte non ci avrebbe pensato perlui? E il Priore:

-"VostraPaternità non parli di queste cose!... Sono cose checontristano il cuore d'un figlio devotoPadre Reverendissimo."

Ilvecchio lo prendeva allora a suo confidentesi lagnava del pocorispetto dei monacidello scandalo che molti continuavano a dare conla loro vita libertina. Il Priore scrollava il capoin atto dolente:

-"Ilglorioso nostro fondatorePadre dei monacici insegna qual èil rimedio contro gli errori dei traviati: l'orazione dei buoniacciocché il Signoreche tutto puòdia salute agliinfermi fratelli..."

Pertantoegli non riprendeva nessunonon dava corso ai richiami che spessovenivano a farglilasciava che ognuno cocesse nel proprio brodo. Fraquella trentina di cristiani non c'era mai un momento di pace e diaccordo. Se la quistione delle persone divideva il convento in uncerto modoi partiti erano poi scompigliati dalla politica cheraggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V'erano i liberaliquelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorioe ospitato la rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v'erano iborboniciche i liberali chiamavano sorci. Don Blasco capitanavaquesti ultimiin mezzo ai quali stavano molti amici del Priore; iliberaliche nelle quistioni d'ordine interno erano quasi tutti conl'Abate effettivoborbonicissimoobbedivano politicamente all'Abateonorario Ramiraquello del Quarantotto. Quindise spesso s'udivanole voci dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e mandavano aquel paese i camerierigli strepiti salivano al cielo appenacominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubbliciall'ombra deiportici o dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivanoalle mania proposito della fine della guerra di CrimeadelCongresso di Parigidella parte che vi sosteneva il Piemonte. DonBlasco era violento contro quel -"piemontesemangiapolenta"di Cavour e lo colmava d'improperirammentando la storia della ranae del bueprofetando che sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi comeuna vescica. Era più terribile ancora contro il sistemacostituzionale di cui i liberali avevano l'uzzolo: esclamava che ilmiglior atto compiuto da Ferdinando ii era stato il 15 maggioquandoaveva fatto prendere a baionettate -"ibuffoni e i ruffiani"di palazzo Gravina. E se i liberali dicevano che avrebbero dato ilben servito al Re un'altra voltagridava:

-"Lomanderete via voi altrise mai; ché ve ne basta l'animoconquei pancioni!"

Equando sentiva esaltare la bontà del giovane Re di Sardegnaalzava le braccia sul caposcotendo le mani come alacce dipipistrellocon un gesto d'orrore disperato: -"PassaSavoia!... Passa Savoia!..."Nel 1713 quando Vittorio Amedeoassunto al trono di Siciliaeravenuto nell'isolain pompatraversandola da un capo all'altroilpassaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata comeda un pezzo non si rammentava l'eguale; e nelle popolazionispaventate ed ammiserite era rimasto in proverbio quel detto: -"PassaSavoia! Passa Savoia!..."come il sintomo d'una sciagurad'un castigo di Dio.

-"Evolevano un altro dei loroal Quarantottocome se non fosse bastatoil primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di fameche spoglia i conventi!..."

Anchetra i novizi v'erano partiti politici: i liberalirivoluzionaripiemontesi; e i borbonicinapolitanisorci; ma se fra imonaci i due campi disponevano di forze quasi egualiqui i liberalierano in maggioranza.

-"Sonotutti i morti di fame"spiegava don Blasco al principino; -"quelliche a casa loro non hanno di che mangiaree qui disprezzano il bendi Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell'e condite!"

Questonon era vero del tuttoperché capitanava i novizi liberaliGiovannino Radalì Uzedail quale apparteneva ad una famigliache per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli Uzeda delramo diritto: quantunque secondogenitose fosse rimasto al secologli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principinoseguiva egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donnaFerdinanda: amico e compagno di giuoco del cuginoera suo avversarioin politica; e quando i rivoluzionari parlavano fra di loroquandocomplottavano per sollevare il convento e scendere in piazza con unabandiera di carta tricoloreegli stava alle vedette e interrogava ipiù ingenuie poi andava a ripetere le notizie allo zioperché li denunziasse all'Abate; tanto che don Blasco ebbepresto in tutt'altra considerazione il pronipote.

-"Questogianfottere non è poi tanto minchione quanto pare... Sìsì"approvavalodando lo spionaggio di Consalvo; -"ascoltaquel che dicono e poi vieni a riferirmelo."

Anchetra i fratelli la politica metteva dissidi e nimistà; i piùfurbiveramentenon s'impicciavano né di Cavour né diDel Carrettoe badavano a ingrassare le loro famiglie con leracimolature del monasteroma parecchi parteggiavano o pel governo oper la rivoluzione. Uno specialmentefra' Colacapo rivoluzionarioparlava sempre di ricominciar la giocata del Quarantotto; i noviziliberali gli facevano raccontare la storia di quel tempo; e quandoegli li servivaa tavolaquando versava in giro l'acqua od il vinodal gran boccale di cristallo che reggeva con la destrafaceva dinascostocon l'indice e il medio della sinistrail segno d'unaforbice che taglia. Il principino domandò un giorno aGiovannino Radalì che volesse dire; il cugino rispose:

-"Vuoldire che ai sorci bisogna tagliargli le code."

Consalvoriferì la cosa allo zioe fra' Colain punizionefu mandatoalla casa di Licodiain mezzo alla malaria. Fra' Carmelopertantonon s'occupava mai di politica e quando gli domandavano se eraliberale o borbonicofaceva il segno della santa croce:

-"Viscongiuro per parte di Dio! So molto di queste cose! Queste sonoopere del Nemico!"

Perlui non c'era altro mondo fuori di San Nicolané altrapotestà fuor di quella dell'Abatedel Priore e dei Decani.Bisognava sentirloquando enumerava tutti i diciotto titolidell'Abatequando nominava i Rele Reginei Principi realiiViceréi baroni che avevano dotato il convento. Ognidomenicain Capitolol'Abate leggeva la litania di quei reali oprincipeschi donatoriin suffragio delle cui anime andavano dettealtrettante messe quotidiane; ma spesso ne recitavano una solaall'intenzione di tutti quanti: il ristoro dei morti era lo stessoei vivi non stavano a perdere tanto tempo.

Ingeneralei Padri avevano fretta di sbrigarsie intendevano fare ilcomodo loro. Per non scendere giù in chiesaa mattutinoquando faceva freschettoessi avevano ordinatomolti anni addietrola costruzione di un altro Corochiamato Coro di nottein mezzo alconvento; ed anzi era costato parecchie migliaia d'onzetutto dinoce scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar lìa due passi; restavano a covar le lenzuola fin a giorno chiaroe ilmattutino lo facevano recitare per loro conto ai Cappuccinidietropagamento. Viceversa poinelle grandi solennità religioseaNatalea Pasquaper la festa del Santo Chiodotutti prendevanoparte alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città.


Leprime a cui assistette il principino furono quelle della SettimanaSanta. Durante un mese la chiesa fu sossopraper la costruzione delSepolcroin fondo alla navata di sinistra: chiusa da un grandeimpalcatocon le finestre sbarratetutta adorna di candelabri dicristallo splendenti come blocchi di diamantie di vasi col granolasciato crescere al buio perché non prendesse coloreepopolata di statue rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoliera veramente irriconoscibile. Il giovedìa terzatutto ilmonastero scese in chiesapel Pontificalecon l'Abate alla testaacui i novizi portavano il bacolola mitra e l'anello e i caudatarireggevano lo strascico. L'apparato era quello della Regina Biancatutto di drappo rosso ricamato d'oroe sull'organo maestoso diDonato del Pianotenoribassi e baritoni scritturati a postacantavano il Passio che la folla pigiata stava a sentire come alteatro. Dirimpetto al soglio dell'Abatenei posti miglioric'eranotutti gli Uzeda: il principe e il conte con le moglidonnaFerdinandaLucreziaChiara col marito; i qualiscorto Consalvogli facevano segno col caposua madre e la zitellona specialmenteammirando la sua cotta candida e insaldata a mille piegolinelavorospeciale delle Suore di San Giuliano. S'udiva per tutta la chiesaquando la voce potente dell'organo tacevaun ronzìo comed'alveareun urtarsi di seggiolelo stropiccìo dei passi;luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti dinanzi alletre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processionepiùtardi. Intanto dodici poverirappresentanti i dodici Apostolieranoentrati nel Coro; l'Abateinginocchiatolavava loro i piedi —seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestiaaffinché Sua Paternità per lavar quei piedi nons'insudiciasse le mani.

Unmormorìo venne in quel momento dal fondo della chiesa;Consalvodall'altare maggioresi voltò e vide che lo zioRaimondolasciato il suo postosi faceva largo tra la folladirigendosi verso una signora. Era donna Isabella Fersa. Come tuttele altre dameper la tristezza della Passionevestiva di nero; mail suo abito era così riccotanto guarnito di gale e dimerlettida parere un abito da ballo. Arrivata tardinon trovava unbuon posto; Raimondoraggiuntalale diede il braccio e la condussein mezzo a una doppia ala di curiosialla propria seggiolaaccantoa quella di sua moglie. La contessa Matildeche usciva quel giornola prima volta dopo l'infermitàera tutta bianca in visoel'abito di lana nera contribuiva a farla parere ancora piùpallida. Poigiusto in quel punto Gesù moriva: la chiesaoscuravasi repentinamentei fratelli rovesciavano i candelieri suglialtaritoglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano conquelle violaceeavvolgevano d'un velo la croce; e i monacianch'essilasciati i paramenti di festaindossavano quelli delcorrotto. Nella penombrai ceri risplendevano con fiamma piùvivae il Santo Sepolcro era una raggieradalle tante torcedalletante lampadedai tanti riflessi dei cristalli e degli ori. DonnaIsabella guardava con l'occhialetto lo spettacolomentre il contechino su leile nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi.

-"Quellolì non è il vostro nipotino?... Che bel chierichettocontessa!..."

Matildefece col capo un gesto ambiguo. L'organo intonava il Misereree il canto doloroso era pieno di sospiri profondidi lunghi lamentiche facevano echeggiare ogni angolo della chiesa scuradi schiantiterribili per cui l'aria tremavadi gemiti lunghi come quelli delvento invernale. Pareva che il mondo dovesse finireche non vi fossesperanza più per nessuno; Gesù era mortoera morto ilSalvatore del mondo; e i monacia due a duecon l'Abate a caposcendevano dall'absidegiravano per l'immensa chiesa tra due file disoldati che contenevano la folla e presentavano le armi capovolte;poi l'Abate deponeva l'Ostia al Sepolcro. Inginocchiata col caposulla seggiola e il viso nascosto dal fazzolettola contessasinghiozzava pianamente; donna Isabella esclamava:

-"Cheeffetto produce questa funzione!..."

Avevaanch'ella gli occhi un po' arrossatima quando il conte le ridiedeil braccio per condurla in sagrestia s'appoggiò a luilanguidamente.

-"Perleggenon potrei venire..."protestava. -"Sonoammesse le sole famiglie..."

-"Mache!... Siete con noi! Diremo che siamo cugini..."

Nellasagrestia ai parenti dei monaci e dei novizi era offerto un lautorinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolata fumanteconle gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvoin mezzo allamamma e a donna Isabellariceveva carezze e complimenti pel modoesemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre Gerbinisenza avere ancora lasciato i paramenti mortuarisalutava lesignorele invitava per la cerimonia del domani.

Eil venerdì gli Uzeda arrivarono coi Fersa; il conte dava ilbraccio a donna Isabellache portava un altro abito neropiùgalante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessipostifacendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma isoldati la frenavano e quando l'organo accompagnava il canto lugubredelle Tre Ore d'agoniail silenzio era profondo; solo Raimondoseduto accanto a donna Isabellale diceva all'orecchio cose che lafacevano sorridere. Intanto l'Abate eseguiva la cerimonia dellaDeposizione della Croce: preso il Crocifisso velatolo deponeva perterrasopra uno dei gradini dell'altaredove un cuscino di vellutotutto trapunto d'oroera preparato apposta. I monaci se ne andavanoviail Sepolcro restava un momento vuoto; a un trattomentrel'organo riprendeva più triste le sue lamentazionituttiriuscivano dalla sagrestiain processionea due a duecolSuperiore alla testa; erano senza scarpecoi piedi nelle calze diseta neraper l'Adorazione della Croce. Inginocchiandosi a ognipassoin mezzo alla siepe dei soldatiscendevano fino alla portamaggiorerisalivano fino all'altarelì ad uno ad uno sibuttavano per terra dinanzi al cuscino del Cristo morto e lobaciavano. La folla saliva sulle seggioleper godersi meglio tuttala vistadonna Isabella e Raimondo si passavano il cannocchialeintanto che la contessagenuflessapregava piangendo. Alla finedella cerimoniaaltro rinfresco in sagrestia; il principinovezzeggiato da tuttifece servire prima i suoi parenti: don Eugeniobeveva cioccolata come fosse acquasi ficcava in tasca i dolci chenon poteva mangiare; ma la zia Matilde non prese nulla.

IlSabato Santoper la funzione della ResurrezioneConsalvo non lavide; lo zio Raimondo dava sempre il braccio alla signora Fersa.




7.


Ogniseraal capezzale della bambinatenendola per la manuccia fredda ebianca come di cerasenza fare alcun moto col braccio irrigidito pernon destare la piccola dormientela contessa vegliava fino a tardi.A notte alta serravano i portoni e nella casa addormentata nons'udiva più alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo venivail lieve russare della balia accanto al letticciuolo di Teresina.Raimondo non rientrava. Sul comodino stavano schierate le bottigliedei medicamentii vasetti di pomatatutta la farmacia prescrittadal dottore per la povera malatuccia. Era erpete quell'infermitàdicevano; cattivo umore che si sfogava con eruzioni cutaneeconingorghi di glandole: tutti sintomi rassicurantipoichévolevan dire che l'organismo espelleva il principio morboso.

Ellas'era votata alla Madonna delle Graziele aveva promesso di vestireil suo abito fino alla guarigione di Lauretta; in cuor suo avevachiesto un'altra grazia alla Madonna: di illuminare Raimondodiridestare il suo affetto di marito e di padre.

Finda quando erano andati a Milazzosecondo la promessa fattale alBelvedere dopo il coleraegli aveva ricominciato a smaniareamostrarsi infastidito e crucciatoa dichiarare che non potevarestare a lungo lontano da casa sua per gli affari della divisione.Ed ella s'era appena sgravatastava ancora tra vita e morte dopo unparto difficilissimoquandoaddotta una chiamata del fratelloeglise ne partì. Rimase lontano pochi giornima era la primavolta che l'abbandonava giusto nel momento che la compagnia el'assistenza di lui le erano più necessarie. La nuovatristezza non giovò certamente a darle forza per vincer prestoil male; ma un dolore più grande l'aspettava e i suoi presagidovevano tutti avverarsipoiché la creatura che ella avevaportata in grembo mentre il suo cuore agonizzava era venuta al mondocosì debole e stremata e cagionevole che pareva da un momentoall'altro dovesse mancare. Lunghi e lunghi mesi erano cosìpassatiquasi un anno interosenza che ella potesse lasciar la casapaterna e il capezzale della bambina: durante quell'anno Raimondo eraandato e venutopartito e ritornato parecchie volteed ella aveva apoco a poco fatta l'abitudine a quelle assenzenon potendo seguirloné opporsi alle ragioni d'affari che le adduceva. Quando imedici ordinarono il mutamento di aria alla creatura convalescenteegli volle condurre tutti a Catania. Anche il barone lasciavaMilazzoandava a Palermo con l'altra figlia Carlotta; perciòTeresinanon potendo restar solavenne col babbo. Non era parsovero a Matilde di vedere Raimondo premuroso per le figlieed ellaaveva quasi benedetto le sue sofferenzese per esse godeva di quellatregua; ma appena arrivata in casa degli Uzedaaveva visto ricaderela sua figliuolina e Raimondo trascurarlalasciarla sola in mezzo aquei -"parenti"che la guardavano come prima di traverso ecosa più dura alsuo cuore di madrela ferivano nelle sue bambine. Della piùpiccola deridevano le sofferenze e predicevano la morte; ma lemaggiori ostilità erano contro Teresina. La bambinavivacecuriosainquietacommetteva spesso qualche monelleriaguastavaqualche cosa nei suoi giuochigridava allegramente correndo per lestanze; allora la rimproveravanola mandavano via; il principediceva d'aver messo Consalvo ai Benedettini giusto per startranquillo in casae invece gli disordinavano tuttogli toccavaudire strilli peggio di prima... Egli era più indulgente perla propria figlial'altra Teresinae tutta la famiglia e gli stessiservi trattavano diversamente le due cuginettedando il primo postoalla principessina. La stessa principessa Margheritasola buona edolcenon poteva nascondere la preferenza per la figliuola; eMatildebenché riconoscesse che avevano ragionesoffriva diquesta disparità di trattamento.

Teresinasuaa sei anniera vana come una donnina: si guardava a lungo allospecchioassisteva all'acconciarsi della mamma sgranando tantod'occhiandava matta pei nastriper gli spilloniper le pezzevecchie; e la zitellona se la prendeva con la civetteria di suamadrescoteva la testa predicendo male dell'avvenirefacevapiangere la contessa a quella specie di malìa operata control'innocente. Incrudelivano su lei per un'altra ragioneadesso;perché il viaggio del barone a Palermo aveva lo scopo dicombinare il matrimonio dell'altra figlia Carlotta. Pretendevano chequesta non si maritasseche ella s'opponesse ai disegni del padrealla felicità della sorellaaffinché tutta la sostanzapaterna restasse un giorno a lei! E poiché simili calcoli noncapivano nella sua mentela guardavano in cagnescola martoriavanonelle sue bambinequasi ella avesse loro portato via qualcosa...

Raimondoin veritànon mostravasi per nulla crucciato dei disegni dimatrimonio; ma ricominciava a trascurarlascappava via subito dopocolazionetornava al finire del desinare per andar fuori un'altravolta fino a notte tarda. A veder maltrattare le sue figlieMatildesentiva le lacrime salirle agli occhi; si chiudeva in camera conTeresinala scongiurava di star buonasi studiava di trattenerlaquanto più a lungo era possibile perché non tornasse dilà; né quando Raimondo rincasava ella accusava iparenti di luiper evitargli un dispiacereperché nondicessero che veniva a seminar zizzania in famiglia: lo pregavasoltanto di non lasciarla sempre sola... L'ostilità degliUzeda verso di leii rimproveri e gli scherni rivolti alle suecreaturinetutto le sarebbe parso nullase la gelosia non fossetornata a roderla. Egli aveva ripreso a corteggiare la Fersaandavaa trovarla in casatutte le domeniche in chiesa s'incontravano allastessa messa: ed ella non poteva più pregarevedendosidinanzi costeicomprendendo che egli non l'aveva dimenticatacheera di nuovo sedotto dalla sua eleganzadalla languidezza dei suoiatteggiamentidai gesti studiatamente graziosi coi quali portavasiil fazzoletto profumato alle labbrao agitava il ventaglio di piumeguardandosi attornoo chinava il capo sul libro delle preghieresenza voltarne mai una pagina!... In chiesa! Nella casa di Dio!...Ella non poteva comprendere quella commediale pareva un continuoenorme sacrilegio. E a San Nicolaper le cerimonie della Passioneera venuta con abiti di galacome ad un allegro spettacolofacendovoltar la gente con la sconvenienza del suo contegno!... Perchédunque Raimondo doveva metterle vicino costeifar notare anche luialla gente un'assiduità che già dava argomento amormorazioni?... Il giorno di Pasquapiangendo di dolore e ditenerezzaella s'era confessata con suo maritoal capezzale diquell'innocente: -"Perquesto giorno solenneper amore di questa innocentegiurami che nonmi farai più soffrire..."Ed egli le aveva domandato: -"Cheti faccio? Di che mi accusi?..."-"Milascitrascuri le tue figlienon pensi a noinon ci vuoi piùbene..."Scrollando il capoRaimondo aveva esclamato: -"Letue solite fissazionile tue solite fantasie!... Ti trascuro? Cometi trascuro? Quandoperchéper chi ti dovrei trascurare?..."Per chi?... Per chi?... E con più calore egli aveva ripreso:-"Sicuroper chi? Ricomincicolla tua sciocca gelosia? Ti sei messa qualchealtra fisima in testa?... Per donn'Isabellaeh?..."L'aveva nominata lui! -"Hocapito! Perché le ho ceduto la mia sediaperché l'hoinvitata con noi!... Ma questecara miasono regole di buonacreanza. Bisognava venire in questa bicocca miserabile per sentirsirimproverare una cosa simile!..."

Ein quell'estate del '57 fu visto più assiduo coi Fersa; alteatrodove andava tutte le serenella barcacciasaliva spesso nelloro palco quand'era la loro volta d'abbonamento; li incontrava anchedalla zia Ferdinandadalla quale donna Isabella andava spessissimo;al Casino dei Nobili giocava quasi sempre col maritodal quale silasciava vincere ogni giorno. Quantunque potesse servirsi dellacarrozza del fratelloaveva comperato una magnifica pariglia dipurosangue e un phaeton nuovo fiammante col quale andavadietro alla carrozza dei Fersa: alla Marinaquando c'era musicascendevalasciando le redini al cocchiereper mettersi al lorosportello e chiacchierare con donna Isabellacon la suocera e colmarito. Vestiva con maggiore ricercatezza del solitonon stava maiin casa se noncome per una coincidenza tutta fortuitaquando essivenivano a far visita alla principessa. Il tema del suo discorso eracontinuamente Firenzela vita delle grandi cittàl'eleganzae la ricchezza degli altri paesi; egli si metteva vicino a donnaIsabellaesclamando: -"Voisola mi capite!"quando se la prendeva con la sorte che l'aveva fatto nascere inquella bicocca e ve l'inchiodavamentre non avrebbe voluto mettercii piedimai più: -"Mache proprio ho da lasciar qui l'ossa? Non credo! Non èpossibile!..."E udendolo parlare a quel modoMatilde chiedeva a se stessa perchédunqueegli non andava via e non manteneva l'altra parte dellapromessa fattale un anno e mezzo addietroquella di tornare allaloro casa fiorentina. Per gli affariforse? Ma quantunque Raimondonon le tenesse discorso di queste coseella sapeva che delladivisione non si parlava ancora e non si sarebbe parlato per unpezzo.

Primail colerapoi lo strascico d'inquietudini che la pestilenza avevalasciatopoi la partenza del fratelloerano state ragioni per lequali il principe non aveva parlato della divisione. Adesso quelnuovo lusso costava a Raimondo; egli chiedeva continuamente a Giacomosomministrazioni in denaroe questi non gli faceva ripetere lerichiestedimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere allasistemazione definitiva dell'eredità; ma a Raimondo tornavacomodo prendere i quattrini senza stare a far contia citare ipagatori morosio ad impacciarsi in tutte le noie grosse e piccoledell'amministrazione. Quando il fratello gli esponeva un dubbioochiedeva il suo parere intorno alla proroga d'un affittoallaconclusione d'una venditaegli rispondeva: -"Fa'tufa' come credi..."L'importanteper luiera aver denari; alle volterichiedendone controppa frequenzail principe gli diceva: -"Veramentei fattori non hanno ancora pagato; abbiamo avuto molte spese: peròse vuoiposso anticiparti quel che ti bisogna..."ed egli prendeva i quattrini a titolo d'anticipo o di prestito. Nons'occupava insomma di nulla fuorché di spenderecon una ciecafiducia nel fratellola quale faceva andare in bestia don Blasco.Già il monacosaputo l'affare delle cambialiaveva gettatofuoco e fiamme contro il principedichiarandolo capace di averfalsificato la firma della madreperché -"quellabestia di mia cognata era una testa di cavolosìma non alpunto di piantar debiti da una parte e di serbar quattrinidall'altra".E aveva ricominciato ad aizzare gli altri nipoti contro -"quell'imbroglione"spingendoli ad impugnare la validità di quegli effetti chechiamava -"cavallidi ritorno"perchése non erano falsi del tuttodovevano essere vecchiecambiali ritirate dalla principessatrovate da Giacomo tra le cartee rimesse a nuovo per la circostanza! Ma poiché quell'altrebestie di Chiaradel marchesedi Ferdinandodi Lucrezia facevanoorecchio da mercante — come non si trattasse dei loro propriinteressi! —il monaco quasi quasi era stato sul punto didimenticare l'antica avversione per Raimondo e di andare a svelarglile magagne del coerede e fratelloa gridargli: -"Aprigli occhise no ti metterà nel sacco e ti mangerà!..."Vedendo ora che erano tutt'una cosasi rodeva il fegato notte egiornoe un ultimo fatto l'aveva inviperito e indotto a strepitarecontro quei -"pazzie birbanti"al conventonelle farmacieanche per le pubbliche strade con laprima persona capitata. Alla zolfara dell'Oleastro gli Uzedascavando scavandoavevano oltrepassatosotterrail confine dellaproprietà superficiale: i proprietari limitrofi iniziavanoquindi una lite. Raimondoa cui l'apposizione d'una semplice firmain coda alle ricevute ed ai contratti già pesavamostròin quell'occasione al signor Marcoche veniva per fargli leggere gliatti della liteil proprio fastidio per tutte quelle continue -"seccature";allora il signor Marco gli propose: -"VostraEccellenza perché non fa una procura al signor principe? Cosìrisparmierà tante noie e le cose anderanno anche piùspeditefin a quandopagate le sorelle di Vostra Eccellenzasiprocederà alla divisione..."Raimondo non se lo fece dire due volte e firmò subito l'attocol quale il principe ebbe mandato d'amministrare l'eredità innome anche del coerede.

OraMatildeconosciuto l'accordoaveva domandato a se stessa perchémai Raimondo restava ancora in Sicilia? Se non s'occupava piùdegli affariqual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ellaricominciava a struggersi di gelosiavedendolo ancora una voltaaccanto a quella donnanon potendo soffrire di vederla trattare daamica mentre una voce interiore l'avvertiva di non fidarsene.Ammalata di cuore e d'imaginazionecon la sensibilitàeccitata dai dolori continuiella adesso credeva ai funestipresentimentitemeva e sospettava di tutto. Nella felice ingenuitàdi altri tempiavrebbe mai accolto il sospetto che il principelasciasse libero Raimondo di fare quel che più gli piaceva equasi secondasse i suoi vizie lo incitasse a giocare e gliprocurasse le occasioni di veder quella donnaper distorglierlodagli affari ed averne solo il maneggio? Un sospetto cosìtristo non le sarebbe neppure passato pel capo quando ella credevatutti buoni e sinceri; adessospaventata degli altri e di se stessanon riusciva a combatterlo... Come respingerlose il principe parevamettere ogni impegno perché quella donna Isabella venisse alpalazzo Francalanzamentre la suocera di leidonna Mara Fersacominciava a mostrare una specie di diffidenza per quelle relazionidivenute troppo intime?...

DonnaMara Fersa aveva tollerato molte cose alla nuora palermitana; larivoluzione mèssale in casail mal nascosto compatimento colquale la trattavai gusti costosi e le opinioni ardite; ma chiusitutt'e due gli occhi quando ne soffriva lei stessanon intendevachiuderne neppure uno se era in giuoco suo figlio. L'amicizia degliUzedasissignorestava benissimo e le faceva anche tanto piacere:ma che Raimondo stesse sempre alle costole dell'Isabellain casapropria o in quella di leiin chiesain teatro ed al passeggioforse usava a Firenze ed era una cosa elegantedi quelle che leieducata al vecchio modonon comprendeva; ma non le piacevanient'affatto e non intendeva che continuasse. Senza addurne laragione per non mettere il carro avanti ai buoiaveva fatto capireal figlio ed alla nuora chetrattando da buoni amici gli Uzedanonc'era poi bisogno che si spartissero il sonno. Ella predicava aiturchi: Mario Fersa era più che mai infatuato del principe edel contedonna Isabella sempre insieme con la principessaconLucrezia e con donna Ferdinanda. Alloravedendo inutili le proprieesortazionipoco sofferente di sapersi disobbedita e inascoltata inuna cosa che la nuora doveva intendere alla primadonna Mara s'eramostrataincapace di nascondere quel che aveva in corpoinusitatamente acre ed ironica verso di leie nello stesso tempoaveva dichiarato al figliuolo il motivo delle proprie inquietudini.Tuttaviaper non precisar troppos'era mantenuta sulle generalidicendo che quella vita in comune era pericolosache in casa Uzedaoltre ai tanti uomini che vi bazzicavanosi trovavano due giovanicome il principe e il conte accanto ai quali non istava bene chel'Isabella si lasciasse vedere continuamente... Suo figlioperònon l'aveva lasciata finire: -"Ilprincipe? Raimondo? I miei migliori amici?..."E dall'indignazione passando al riso: -"Sospettardi loro? Di due buoni padri di famiglia?..."Né le ragionate insistenze della madre ebbero altra risposta.Frattanto donna Isabellaal piglio severoai modi bruschisolitamente adottati dalla suocerase prima aveva mostrato di starein quella casa con una specie di prudente ma dolorosa rassegnazioneprendeva adesso decisamente l'attitudine d'una vera vittima. ConRaimondoquando costui le diceva la noial'infelicità dellavita di provinciaella scrollava il capoapprovavama soggiungendoche si poteva star bene anche in una campagna o in un desertoapatto di sentirsi circondati di premure e d'affetto... di vedersiintorno persone care... capaci di comprendervi e d'apprezzarvi... Edonna Mara gonfiavagonfiavavedendo che niente riuscivacercandoun mezzo più energico per metter fine a quella -"commedia".Fersaper conto suocontinuava a non accorgersi di nullaperchéavrebbe negato la luce del giorno prima di sospettar della moglie edi Raimondocol quale faceva vita insieme e stava tutto il giorno etutte le sere a chiacchierare o a giocare al casino o nella barcacciadel Comunale. Egli era più che mai orgoglioso dell'amiciziache gli dimostrava il principedei lunghi discorsi che questi glitenevamentre Raimondo e donna Isabella discorrevano in un angolo; ecascava poi dalle nuvole quando la madre gli veniva a direbruscamente: -"Andiamoviache è tardi!..."

Oraun bel giorno Raimondoandato a far visita in casa Fersae dopoaver visto donna Isabella dietro le vetrates'udì risponderedalla cameriera che non c'era nessuno. Lì per lìeglirimase; a un tratto fu per dare uno spintone alla porta ed entrare aviva forza; ma riuscito a stento a contenersiscese le scale ed uscìnella via rosso in viso come per un colpo di sole. Subito avevacapito donde veniva la bottaessendosi già accorto dellafreddezza di donna Mara; e all'idea della contrarietà edell'ostacoloil sangue gli ribolliva nelle venegli saliva allatestagli faceva veder fosco... Fin a quel momentoegli avevacercato la compagnia di donna Isabella perché gli pareva unadelle poche signore con le quali poter discorrereperché glirammentava la società di fuori viaperché gli piacevadi personaanchema non moltonon tanto da voltar l'animo alla suaconquista. Non l'idea di cagionare la rovina di leinon l'amiciziadel marito lo avevano distolto da questo proponimento; Fersa anzicon la sua adorazione per la moglie e la cieca fiducia che dimostravaa lei ed a luigli pareva destinato alla solita disgrazia; e donnaIsabellacon quel suo contegno da vittimacon l'istinto dellacivetteria che la dominavacon i suoi eterni discorsi sulle animefatte per comprendersidoveva provare troppa voglia d'essercompresa. Egli aveva sempre riso dell'amoredella passioneedappunto perciò sua moglie lo seccavaperciò non avevaperseguito mai altro che il piacere comodopronto e sicuro; perciòla previsione delle noie che l'avventura con la Fersa avrebbe potutocagionargli l'aveva indotto a non spingere troppo avanti le cose. AlBelvederepel coleradove donna Isabella doveva venire e non erapoi venutaegli s'era quasi rallegrato del mancato ritrovodivertendosi con l'Agatina Galanoquasi interamente dimenticando lalontana. Rivedutalala tentazione era risortae allora i piagnisteidi sua moglie l'avevano resa più forte; poi l'opposizione didonna Mara aveva messo nuova esca al fuoco. Era così fattoche gli ostacoli lo eccitavanolo rendevano smanioso e restìocome un puledro che senta il morso. Tuttavia s'era contenuto ancorapensando all'avvenireai fastidi sicuriai pericoli possibili; oradi repentela consegna che gli vietava il passo in casa di lei glimetteva addosso una gran voglia di sfondare quell'uscio e di portarvia quella donna. L'istinto sanguinario dei vecchi Uzeda predonil'arrovellava; se avesse potutoavrebbe fatto un eccesso comequell'avo che s'era buttato coi cavalli addosso al capitan digiustizia. Adessonon tanto i tempi quanto le circostanze eranodiverse; egli non poteva fare uno scandalogli conveniva piuttostodissimularericorrere alla politica ed all'astuzia... Appenaarrivato a casascrisse all'amica per dirle che aveva compreso -"gl'ingiustisospetti"dei suoi parentiper lagnarsi che -"inquell'odioso paese"non fosse possibile stringere e mantenere -"lerelazioni d'amicizia".La lettera fu recapitata per mezzo di Pasqualino Risococchiere delprincipeil quale la diede al cocchiere di donna Isabellache gliera compare. Donna Isabella rispose immediatamenteper la stessaviaquerelandosi della -"schiavitù"in cui era tenutadella sospettosa -"cattiveria"esercitata su leiringraziandolo frattanto dei suoi -"delicati"sentimentidell'-"amicizia"di cui le dava prova e che ella ricambiava -"ditutto cuore";scongiurandolo però di -"rinunziarea rivederla"per non urtare la suscettibilità di -"certepersone".Era lo stesso che dirgli: -"Fatedi tutto per trionfare della loro opposizione..."I due cocchieri compari tornarono a vedersi tutti i giorniariferire ambasciate verbali: Pasqualinodi piantone all'angolo dicasa Fersacorreva al Casino dei Nobili ad avvertire il padronecheaveva messo lì il suo quartier generaledelle uscite di donnaIsabella: così egli la seguiva egualmente da per tutto. Delrestol'avvicinava ancora alla carrozza e le faceva visita al teatrole rare volte che non c'era la suocera; perchésordo agliammonimenti maternidolente degli ingiusti sospettiil marito eracon lui come primaanzi gli faceva maggiori dimostrazioni diamiciziaquasi a scusarsi della condotta della madree venivaassiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva si fossero data lavoce per proteggere e secondare quei due. Mentre essi parlavano fraloroin un angoloil principe o donna Ferdinanda stavano achiacchierare con Fersalo conducevano in un'altra stanza; lazitellona andava attorno con donna Isabella e quando incontrava ilnipote si fermava per dargli l'agio di stare con l'amica; megliolainvitava più spesso a casa e Raimondo non tardava asopravvenire. Si vedevano anche dagli altri parenti dei Francalanzadalla duchessa Radalìdai Grazzeripiù spesso dallacugina Graziella che era divenuta grande amica di donna Isabella.Tutti poi cospiravano per non lasciare accorgere di nulla lacontessa; peròavvertita da una specie di senso divinatoreMatilde comprendeva che suo marito le sfuggiva; e dal dolore sistruggeva in pianto. Ora che la sua bambina stava meglioche ellaavrebbe potuto respirare tranquillaquel pensiero non le dava piùpace. Ella sapeva chea contrariarloRaimondo s'incaponiva peggionei suoi capricci; chese v'era un mezzo di ridurloquestoconsisteva nel lasciarlo fare di suo capoma come rassegnarsi asaperlo pieno di un'altraa sentirsi un'altra volta guardata conocchio tra curioso e compassionevole da Lucreziadalla marchesadagli estraneidai servi? E gli si stringeva al fianco timida esupplicegli diceva la sua gelosialo scongiurava di non farlasoffrire se era vero che non pensava a quella donna.

-"Maledettopaese!"esclamava con voce concitata suo marito. -"Chiè che inventa simili infamie? Sei stata tu stessa? Hai messoin piazza i tuoi sciocchi sospettidi' la verità?"

-"Io?...Io?..."

-"Vuoirovinarlavuoi farmi ammazzare da suo marito?"

Eallora un altro terrore l'aveva agghiacciata: se anche Fersa si fosseaccorto di qualche cosa? Se avesse voluto vendicarsi?... A un trattoella vedeva suo marito freddato in mezzo a una stradacon una pallain frontecon un colpo di pugnale al fianco: tutte le volte che eglitardava a rincasaregiungeva le manisi premeva il cuorequasiudendo le grida delle persone di servizio atterrite all'improvvisoarrivo del corpo esanime; e accarezzando le sue bambine piangeva comese già fossero orfanelle. Le coceva sopra ogni cosa di nonpotersi sfogare con nessunodi non aver qualcuno che la confortassealmeno di una buona parola. Al padre non poteva dir nullae gliUzeda tenevano il sacco a quell'altra; chi non spingeva fino a tantoil rancore contro l'intrusarestava neutralenon s'accorgevaneppure di lei.


DonEugenio aveva già finito e spedito a Napoli la memoria suMassa Annunziata. Portava per titolo: -"Intornola convenienza — di essere intrapreso il discavo — dellaSicola Pompei — ossivero Massa Annunziata —vetusta terramongibellese — sepolta nell'anno di grazia 1669 — dalleignivome lave di quell'incendio vulcanico — con tutte le suericchezze che conteneva — memoria sommessa al Real Governo delleDue Sicilie — da don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella —Gentiluomo di Camera di Sua Maestà (con esercizio)."La seraegli leggeva alla società la sua prosasulla bruttacopia. C'erano espressioni di questo genere: -"Quandocchesianel 1669 tra le più terribili eruzioni la nostra vi cadendoannoverata... Dopoché appiacevolirono alquanto i tremuoti... Aquale opera tuttosì in Pompei intentando si viene... Non mis'impunti in superbia alle conghietture azzardarmi..."Erano il frutto di riforme grammaticali da lui studiate. Perchéapostrofare soltanto gli articolii pronomi e le particelle? Egliscriveva: -"Ilflagell' accuorav' i naturali... La lav' avanzavas' incontr' a quelborgo..."Per dar più scioltezza al discorso diceva: -"necontinuando"invece di -"continuandone"ed anche -"gliproporre"invece di -"proporgli..."Don Cono soltanto gli dava rettadiscutendo se solennedovesse scriversi con una o con due elle; tutti gli altrivoltavano le spalle a quella bestia chedopo aver perduto per la suabestialità due impieghiaspettava d'esser nominato direttoredegli scavi! Don Blasco e donna Ferdinandafra gli altrimaciascuno per suo contoglielo spiattellavano sul musosenzariguardi: cantavano ai sordi peròché il cavaliere erasicuro questa volta d'aver afferrato la fortuna pel ciuffo. Ilmarchese e Chiaravenendo tutti i giorni al palazzoera precisocome se non ci fossero; perchémentre la gente parlava d'unacosa e d'un'altraessi ad altro non pensavano che alla prole. Ognimesein un certo periodoChiara pareva proprio nelle nuvole: nonrispondeva alle domande che le facevanoo rispondeva a vanvera; poitraeva in disparte tutte le signoreuna dopo l'altrae sottoponevaloro all'orecchio certi suoi quesiti. Pertantoquando don Blascoandava a casa di leiaizzandola nuovamente contro il principe eRaimondonon gli dava rettacon la testa scombussolata dallacontinua ed intensa aspettazione. Ferdinandoda canto suolasciavapiù che mai cantare lo zio monaco. Felice d'essere assolutopadrone delle Ghiandevi s'era sbizzarrito a modo suo; a poco a pocoperò il podere era caduto in rovinaed egli se n'era accorto.Tutte le cose lette nei libri d'agricoltura aveva voluto provare:appuratoper esempioche in ogni albero i rami possono fare daradici e le radici da ramiaveva preso a sperimentar la veritàschiantando gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli capovolti:ad uno ad uno tutti gli alberi erano morti. Nondimeno egli non sisarebbe deciso a smettere quelle sue speculazionise non ne avessepensate altre di diverso genere. Fra i molti libri che compravaglien'erano capitati alle mani alcuni di meccanica; allorarammentati gli antichi amori con l'orologiaioaveva preso un fattoreper lasciargli in balia il poderee s'era messo a fabbricare ruoteed ingranaggi. Perché mai l'acqua nelle pompe aspiranti nonandava mai più su di cinque canne? Per la pressioneatmosferica. Non c'era mezzo di controbilanciarla? Ed aveva costruitoun suo trabiccolo doveper lavorar di manubriol'acquanon che acinque cannenon saliva neppure ad un pollice. La colpa fu tuttadegli operai che non avevano capito i suoi ordini: egli si miseintorno ad un problema molto più vasto: il moto perpetuo... Diquel che avveniva in casain quel che operavano gli altri nons'impacciavadiradava sempre più le sue visite al palazzo; senon fosse stato per Lucrezianon ci sarebbe andato mai. Sua sorellaperòse era occupata a far segnali a Benedetto Giulentenonscendeva giù in sala. L'amoreggiamento continuava piùforte di primain ogni sua lettera il giovane le diceva che il tempodella domanda si veniva sempre approssimandoche fra un anno il lorovoto si sarebbe compiuto. Lucreziaquantunque non ci fosse piùquel diavolo di Consalvopureperché non le frugassero inmezzo alle sue cosechiudeva a chiave la sua camera quando scendevaal piano di sottoné il principe diceva nulla pel disordineche ne derivava.

Cosìnessuno dei legatari s'occupava della divisione; e quanto a Raimondoegli era più che mai intento alla bella vita e ad inseguiredonna Isabella in terrain cielo e in ogni luogo. Pasqualino Risonon faceva quasi più serviziooccupato com'era a spiar lemosse della signoraa portar lettere ed ambasciate. Gli altri servine erano perfino gelosi: il sottococchierespecialmentea cuitoccava tutta la faticae Matteo il cameriere. Essi parlavano adenti stretti della fortuna capitata al compagnonon capivano comeil principe continuasse a pagarlo precisamente come primalasciandolo a disposizione del fratello; e dal dispiacere quasivoltavano casaccaperchémentre prima erano contrari allacontessaadesso la compiangevanodicevano che non meritava queltradimento e quel trattamento...

L'acredinedegli Uzeda contro la Palmi diveniva veramente troppo vivaesercitavasi specialmente sulle figlieperché i mali trattiusati ad esse addoloravano la contessa più che quelli direttipersonalmente a lei. V'erano giorni terribiliquando donnaFerdinanda alzava la mano su Teresinache ella passava a piangerecome una bambinaa bere le sue lacrime perché non cadesserosulle lettere che scriveva al padre per nascondergli il propriodoloreper dargli a intendere che era felice...

Aiprimi di settembreavvicinandosi la villeggiaturail barone giunseda Milazzo per vedere le nipotine e condurre tutti con sénelle sue campagnedov'era venuto anche il promesso di Carlotta: ilmatrimonio si sarebbe celebrato fra un anno. Il principe lo volleospite al palazzoanche gli altri che erano tanto duri per la figlialo accolsero con un certo garboquasi per non lasciargli sospettarela mala grazia usata con lei... Né egli le lesse in viso ilunghi patimenti: superbo di quella parenteladella nobiltàdi quella casas'affermava nell'idea d'aver assicurato la felicitàdi Matilde. Questaall'arrivo del padreall'annunzio che egliveniva per condurli via tuttiricominciò a tremare perun'altra ragione: per l'antica paura che tra il padre e il maritoscoppiasse la guerra. Raimondo non si sarebbe rifiutato di seguire ilsuocero?... Inveceimprovvisamenteun raggio di sole brillònella sua lunga tristezza: all'invito del barone Raimondo risposeordinando i preparativi del viaggio. Era nientequel consenso; nonpoteva rassicurarlagiacché in città nessuno sarebberimastoin quella stagionee la Fersa andava come gli altri anni aLeonforte; purenell'angustia a cui era ridottal'idea di andar viadalla casa degli Uzedadi tornar da suo padreper consenso e incompagnia di Raimondole faceva trarre liberamente il respiro.

Ilprincipe invitò tutti al Belvedere. Lì però lecose non andavano molto liscee i primi a provocare i dissidi furonoChiara e il marchese Federico. Cominciando a perdere la speranza diquel figlio tanto aspettatoquasi vergognosi di aver annunziato ognimomento una gravidanza che non si confermava maimarito e moglieerano ormai pieni d'una malinconia che a poco a poco diventava unaspecie d'irritabilitàd'izza latente e senza oggettodeterminato. La marchesaper suo conto particolarenon potevarassegnarsi alla mancata maternitàse n'accusava come d'unacolpae per farsi perdonare dal maritose prima aspettava ogni suaparola come quella d'un oracoloadesso preveniva i suoi giudiziintuiva le sue volontà. Egli non aveva il tempo di voltarsiper esempioal soffio molesto spirante da una finestra apertacheChiara già gridava alle persone di servizio di chiudere ognicosaminacciando di cacciar via tutti al rinnovarsi dellatrascuraggine; in conversazionequando qualcuno raccontava un fattoo manifestava un'ideaella leggeva negli occhi al marito se la cosanon gli andava a versoe allora ribatteva vivacemente prima che egliavesse ancora aperto bocca. Federicoper non esser da menosimostrava dello stesso umore di leie così tutte le liti cheevitavano tra loro le attaccavano invece con gli altri. Ora l'iniziodella guerra col principedel quale erano ospitifu l'affare dellegato alla badìa di San Placido. Ostinandosi Giacomo aconsiderarlo nullo per la mancanza dell'approvazione regiala MadreBadessa aveva chiamato gli avvocati del monasteroi quali ad unavoce dichiararono che le ragioni del principe non valevano un ficosecco; che la principessabuon'animanon aveva niente affattoistituito un benefizioma lasciata un'eredità cum oneremissarum; quindi che mancava assolutamente la necessitàdell'approvazione regiaquindi che il principe doveva metter fuorile duemila onze; questi invece si incaponiva nell'altrainterpretazionee la povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina.In un momento di malumoreviste inutili le trattative amichevolilaBadessa aveva confidato al marchese ed a Chiara un'altra birbonatadel principe: donna Teresafelice memoriaprima di partire pelBelvederedonde non doveva più tornarele aveva affidatoperché la custodisse nel tesoro della badìa e laconsegnasse al signor Marcoil quale doveva poi darla a Raimondouna cassetta piena di monete d'oro e d'oggetti preziosi: appenaspirata la madreGiacomo s'era presentato per ritirare il deposito;e poiché ella aveva opposto qualche difficoltàeratornato col signor Marcoal quale non aveva potuto rifiutarlo...

Maritoe moglie restarono un poco scandalizzatima non si sarebbero smossise la Badessaper tirarli dalla suanon avesse loro detto che ilglorioso San Francesco di Paola non aveva più reso fecondo illoro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo perchéessi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa.Con questa pulce nell'orecchiosi rivoltarono tutt'e due contro ilprincipema specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonatedel fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della mogliee a poco a poco dalla fondazione delle messe e dal carpito depositovenivano alle altre quistioni dell'eredità: alla divisionearbitrariaal numerario sottrattoai conti rifiutatialla pretesache la finta epoca dell'assegno facesse fede dell'avvenuto pagamentoa tutte le ragioni di don Blascoil quale scendeva apposta daNicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebberocompiuti i tre anni dalla morte della madre dopo i quali le donnedovevano riscuotere la loro parteche il principequantunque avessepromesso di pagare anticipatamenteteneva ancora per sé;bisognava dunque mettere presto in chiaro tutte quelle cosestabilire ciò che veramente toccava loro. Ma reciprocamentepersuasi chese non reclamavanoGiacomo li avrebbe messi in mezzoné la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamentecol fratello e cognatotanto era forte l'istinto del rispetto versoil capo della casa. Chiara però volendo dimostrare il propriozelosi mise ad istigare Lucreziaperché poi questa cercassedi trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera conla sorellao la tirava in un angoloper dirle tutte le ragionidello zio monacoaggiungendo che leiLucreziaera la piùsacrificata di tuttipoichécontinuando la politica dellamadreGiacomo non l'avrebbe maritatao l'avrebbe maritata il piùtardi possibileper restar padrone d'amministrar la dote. Lucrezianon comprendendo nulla degli affarila lasciava direrispondeva:-"Lavedremo!... Ho da dire anch'io la mia!..."Non confidava alla sorella di voler bene a Benedetto Giulentenéavrebbe dato retta alle istigazioni di leicome non ne aveva dato aquelle dello zio monacose il principeaccortosi di quei secreticonciliabolidi quei tentativi di congiura fatti nella sua propriacasamentre godevano della sua ospitalitànon avessetrattato più freddamente le sorelle e tolto il saluto aGiulente. Lucreziarisaputolo e consultatasi con la camerieralaquale disse che era tempo di farsi sentire se il principe si portavamale anche col -"signorino"aprì l'orecchio alle ragioni di Chiara. La sorda ostilitàtra fratello e sorelle s'inasprì al ritorno dal Belvederequando Lucrezia cominciò a lagnarsi con Ferdinandoper farloentrare nella lega. Allora entrò in scena Padre Camilloilconfessore.

Tornatoda Roma dopo la morte della principessail Domenicano era rimastocon stupore di tutticonfessore del principe come ai tempi dellamadre. Giacomo non solamente s'accostava al sacramentoma chiamavain casa il padre spiritualeprendeva consiglio da lui come avevafatto donna Teresae don Blasco fiottava contro -"questocollotorto Gesuita"chedopo aver fatto da spia alla madrefaceva da spia al figliuoloragione per cui -"quelladro"di Giacomo non lo aveva preso -"acalci nel preterito".Ma Padre Camillotutto Gesù e Madonnaneppure udiva lediatribe del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezialecominciò un lungo discorso per dirle che dichiararsimalcontenta del testamento materno era un peccato eguale a quello didisobbedire alla madre morta. La principessada madre saggia egiustaaveva ripartita la sua sostanza -"conla bilancia"perché al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere-"egualmentecari".Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata;ma erano appunto il principecioè il capo della casal'erededel titoloe il contecioè quell'altro dei figli maschi cheaveva una famiglia da mantenere con lustro. Per gli altrilasant'anima aveva fatto le parti eguali -"finoall'ultimo baiocco".Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terreinvece dimoneta? Egli citò l'antichitài testamenti dei defuntiprincipi di Francalanzal'istituzione fedecommissaria e la leggesalicaportando ad esempio quel che era avvenuto nella generazioneprecedente. Donna Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili? Adessosìne possedevama perchédotata di quello spiritodi accorta prudenza che era tradizionale nella famigliaavevamoltiplicato il capitale lasciatole dal padreinvestendolosuccessivamente in case e poderi. C'era anzi di più: chi avevapreso mogliefra tutti quei figli? Nessuno! Don Blascoconvocazione -"esemplare"aveva rinunziato agli adescamenti del mondo per professarsi. Laprimogenita si era chiusa a San Placidoné il duca e donEugenio avevano preso mogliené donna Ferdinanda marito.Perché? Perché essi si consideravano come semplicidepositari della loro parte di sostanza! Nella presente generazionela regola aveva avuto due eccezioni: il conte che aveva sposato donnaMatildeChiara che era diventata marchesa di Villardita. Ma quirifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non tutte lepersone son fatte ad un modociò che ad uno pare soverchio odinutile è ad altri conveniente; chi si contenta di uno stato echi ne soffre. La buon'anima aveva compreso che per la felicitàdi Raimondo il matrimonio era necessarioquindi gli aveva datomogliesenza badare a sacrifizi. Per Chiarauna propizia occasioneerasi presentataed a fine d'assicurare la felicità di quellafiglia la principessa le aveva perfino forzato la mano: adesso iltempo dimostrava da qual parte fosse stata la ragionevolezza! Quantoa leiLucreziaDio aveva permesso che sua madre morisse prima deltempo in cui avrebbe dovuto pensare all'avvenire di lei; masequesta era stata una gran disgrazianon voleva poi dire chel'avvenire di lei non stesse a cuore al fratello maggiore. Era stranoparlare a una ragazza di certe cosema la necessità lostringeva. Certo il desiderio della santa memoriadesiderioragionatissimofondato sopra argomenti positivi e non sopracapricciera che ella restasse in casama setutt'al contrarioella avesse creduto pel proprio meglio di fare altrimentile davanoforse a intendere chevolendo ella maritarsiil principe le sisarebbe opposto? Quando si fosse presentata l'occasione di accasarlabenecol decoro conveniente al suo nomeil principe non l'avrebbelasciata sfuggire. Ma bisognava aver fiducia in luiesser sicura cheegli non poteva desiderare altro che il bene della sorellaconsiderandosi investito d'una specie di tutela morale. E non darel'esempio d'un dissidio funestoche sarebbe stato di scandalo inquesto mondoe d'infinita amarezza alla sant'anima nel mondo di là.

Mentreil confessore teneva questo discorso a Lucreziail principe neteneva un altro un poco diverso a donna Ferdinanda. La zitellonapure vituperando i Giulentes'era col tempo rassicurata sulle loropretese; quella bestia del duca non essendo più lì asecondarleella credeva che l'amoreggiamento fosse finito del tutto.Invece un giorno che si parlava della responsabilità dei capidi famiglia quando in casa vi sono ragazze da maritoGiacomo dissealla zia che anche Lucrezia avrebbe dovuto un giorno o l'altroaccasarsiche da parte sua l'avrebbe lasciata libera di prendersichi meglio le piacevatanto più che una scelta ella dovevaaverla già fatta... La zitellona si rivoltò come unaspide:

-"Hascelto? Ha scelto? E chi è che ha scelto?"

-"Chi?Il solito Giulente..."

Elladiventò rossa in viso quasi fosse sul punto di soffocare.

-"Ahsì... Ancora?... E tu l'hai lasciata fare?"

-"VostraEccellenza sa bene come siamo tutti di casa"rispose il principesorridendo. -"Quandoci mettiamo qualcosa in capoè difficile ridurci a mutarsentimento..."

-"Ahè difficile? Le farò veder io se è difficile o èfacile!..."

Daquel momento la zitellona diventò una vipera con la nipote: lesgridateper una ragione o per un pretesto qualunques'udivano fingiù nelle scuderie; le allusioni ironiche ai romanzettifioccavano acri e pungentigl'insulti contro i Giulente si seguivanoe non si rassomigliavano. Diceva cose enormi dei vicinili accusavad'ogni porcheria e perfino di crimini. Non si contentava piùdi dire che erano ignobiliaffermava che il nonno del vecchioGiulente aveva accumulato i primi quattrini facendo il bottinaio aSiracusasuo figlio aveva rubato il Municipiosuo nipote ilgovernotutte le donne erano state altrettante baldracche...Lucrezia la lasciava dire. Non capivano che più s'accanivanocontro Giulente più ella pensava a luiche ogni discorsodiretto a distoglierla dal suo proposito glielo ribadiva in capo piùsaldo. -"SposeròBenedettoo nessuno"diceva alla camerieradopo quelle sfuriate. -"Hannovoglia di gridare; quando sarà l'oralo sposerò."Il principe intantodopo averle sciolto contro quel canelatrattava meno duramente. Un giorno che la donna portava una letteradi Giulente alla padroncinaegli le tolse la carta di manone lessel'indirizzoe gliela restituì. Donna Vanna corse dallasignorina per dirleansante: -"VostraEccellenza stia di buon animo! Vuol dire che ci ha piacerechefinalmente s'è persuaso..."Egli aveva anche raggiunto lo scopo di rompere la lega tramata controdi luiperché il marchese Federicofanatico della nobiltàquanto gli Uzedaudendo che la cognatina incaponivasi nel volersposare Giulenteaveva dimostrato il proprio dispiacere per quelpartito; allora sua moglie s'era schierata con la zia contro lasorelladandole della stravaganteaccusandola di pazzia. Lucreziainvecesfogandosi con Vannarammentava le smaniei piantiglisvenimenti di Chiara quando l'avevano costretta a sposare ilmarchese: -"Eadesso si mette con quelli che vogliono costringere me! Non m'importadella sua opposizione! Una pazza di quella fatta! Una bandiera alvento! Ora è tutt'una cosa col marito che prima non potevasentir nominare; domani cambierà un'altra volta: vedrai!..."


Inmezzo a quella guerratornò Raimondo da Milazzosenza lafamiglia. Non s'occupò neppure un quarto d'ora della casa edei parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualinoil domani fuvisto seguire in chiesa la Fersa; le mormorazioni dei servideicuriosidegli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono. Avevadetto a sua moglie che sarebbe rimasto lontano una settimanaperaffarima dopo due mesi non le annunziava ancora il ritorno. Allelettere di lei rispondeva chiedendo tempoo non rispondeva affatto;in carnevaleMatilde lo raggiunseaccompagnata dal padre. Eglil'accolse con tre parolepronunziate freddissimamente:

-"Perchései venuta?"

Avevacombinato una serie di divertimenti con gli amici che gli davanomano; il giovedì grassoin un carro rappresentante unvascello dove tutti erano mascherati da marinaipassò eripassò sotto la casa di donna Isabellascagliando fiori econfetti per un quarto d'ora ogni volta contro i suoi balconi; ilsabatoa una festa a contribuzione nelle sale del Palazzo Comunaleballò tutta la sera con lei; il lunedì ricominciòal veglione del Comunale. E Matildelasciata sola dal padre che eraandato a raggiungere le bambineripeteva tra sé quelladomandale sole parole che egli aveva trovato per rispondere allapremura di lei: -"Perchésono venuta?"Per assistere a questo!... Egli dunque continuava a fingereamentiread ingannarla; anzineppure se n'era data la pena! Appenaarrivato a Milazzoaveva smaniato come un pazzo contro la vita diquella speloncal'aveva torturata con lagnanzecon rimprovericonun malcontento quotidianocon un malumore di tutti i momentifinchénon era riuscito a scappare. Ma ingiustiziesgarbiviolenzegliavrebbe perdonato ogni cosatanto gli voleva ancora bene; gliperdonava perfino l'indifferenza con la quale trattava le sue figliele innocenti creature che erano sangue suo! Ma vederselo sfuggiremasaperlo tutto d'un'altrama ritrovare sulla persona di lui ilprofumo degli abitidelle manidei capelli di quell'altra; questonoella non poteva soffrirlo!

-"Ahricominci? Sei dunque venuta per rompermi di nuovo la testa?"rispondeva egli ai suoi tentativi di rimostranzeai suoi timidirimproveri. -"Perchénon te ne sei rimasta con tuo padredunque?"

-"Perchéio debbo stare con teperché il mio posto è al tuofiancoe perché nemmeno tu devi lasciarmi!"

-"Echi ti lascia? Se volessi lasciartiti pare che sarebbe troppodifficile? A quest'ora avrei già fatto fagottoe me ne sareiandato a Firenzea Parigio a casa del..."

-"Andiamovia insieme! Perché non torniamo a Firenze? Abbiamo làla nostra casa..."

-"Perchéin questo momento ho qui da fare!"

-"Sehai dato la procura a tuo fratello..."

-"Hodato la procura per gli affari ordinari dell'amministrazione; orabisogna venire alla divisione e pagare le mie sorelleperchécompiscono tre anni dall'aperta successione: hai capito? O vuoi fattoil conto? Mia madre è morta nel maggio del '55 e siamo nelmarzo del '58... Sono tre annisì o no? Vuoi saper altro?"

-"Perchémi parli così? Che t'ho detto di male?"

-"Nulla!Nulla! Nulla! Soltantoti pare che sia un bel gusto sentirsi rottoil capo ad ogni poco con questi sospetti continui?"

-"Nono; non lo farò più... non ti dirò piùniente..."

Sarebbestato capace di porre in atto la sua minacciadi abbandonarladiabbandonar le sue figlie!... Gli nascondeva quindi il proprio dolorevedendo che egli continuava peggio di primacome se ogni rimostranzafosse stata invece un incitamento. Adesso dicevasi che anche Fersaaveva finalmente dato ascolto alla madreaprendo gli occhifacendocapire al conte che quelle assiduità non gli piacevano; einfatti non conduceva più sua moglie dagli Uzedané sivedeva più Raimondo avvicinare donna Isabella in pubblico;viceversa egli seguiva la carrozza dei Fersa con la propria da pertuttoquasi inseguendoli; e in chiesaal teatrole si piantavadirimpettosenza più lasciarla con gli occhi.

Ungiorno la cugina Graziellavenuta al palazzo a chieder del principesi chiuse con lui per dirgli:

-"Cuginodebbo tenervi un discorso molto grave..."Da molti annida quando Giacomo aveva preso mogliesi davano delvoi. -"DonnaMara Fersa mi ha fatto parlare da un'amica... per questa storia diRaimondo!"

-"Qualestoria?"domandò il principequasi non comprendendo.

-"Nonsapete quel che si dice?... Raimondo s'è messo in testad'inquietare donna Isabella... e se ne accorge ognunoper dire ilfatto della verità..."

-"Ionon mi sono accorto di niente."

-"Nonimportacugino; ve lo dico io!... Ed è una cosa che non stabene e che mi dispiace... Un tempos'incontravano spesso in casamiaed io li ricevevo a braccia aperte. Potevo sospettar niente dimale? Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile! Raimondo èpadre di famigliadonna Isabella ha marito anche lei: che voglionofare?... In casa Fersa c'è guerra scatenata tra suocera enuora: bisognerebbe persuadere il cugino a farla finitauna buonavolta."

-"Eperché lo dite a me?"rispose Giacomostringendosi nelle spalle.

-"Perché?Perché io non ho molta confidenza con Raimondo... e poisarebbe meglio che gli parlaste voiche siete il capo della casaepotete..."

-"Sbagliate.Io non posso nulla: qui ciascuno fa a modo suo. Altro che capo!Persuadetevi che per poco non sono la coda!..."

Lacugina tornava a invocare l'autorità del cuginoil principe alagnarsi della mancanza d'accordo che c'era in quella famigliamentr'egli invece avrebbe voluto che tutti fossero unitiaffezionatil'uno con l'altrodisposti ad aiutarsia consigliarsivicendevolmente.

-"Voleteche io parli a mio fratello? È capace di rispondermi: "Diche cosa ti mescoli?"E non sarebbe la prima risposta di questo genere... Cara cuginavoisapete che teste quadre sono le nostre!... Nonocredete a me:sarebbe inutilese non peggio."

Lacuginaa cui non pareva vero di poter mettere le mani in pastaricominciò quel discorso con la principessa.

-"Dicidavvero?..."esclamò donna Margheritala quale non si era avvista mai diniente.

-"PoveraMatilde!... Non meritava questo trattamento!"

-"Èquel che dico io! Con una moglie tanto graziosanon si capisceperché Raimondo cerchi distrazioni fuori casa... Ma la testadegli uomini: chi sa leggere in questo libro?... Mi dispiace quantol'anima! Due famiglie disturbatementre avrebbero potuto vivere inpace ed armonia!... Bastail cugino dovrebbe adesso persuadersi dilasciar quieta donna Isabella. Per menon avrei difficoltà didirglielo a viso aperto: non ho già paura che mi mangi! Ma saibene: è vero che siamo cugini; ma che si potrebbe direche iocerco di mettere il naso negli affari altrui? che cerco di seminarzizzania? mentre sa Dio se mi dispiacequanto l'anima!..."

Laprincipessa scrollava il caposinceramente addoloratatanto piùche non poteva far nulla. Suo marito non le aveva ingiunto di badareai casi proprisotto pena di averla a far con lui?... E la cuginaGraziella cominciò ad armeggiare intorno a Matildedeliberatadi dire ogni cosa a lei stessa. Non era la moglie? Chi più dilei poteva aver diritto di parlare a Raimondo e interesse adistoglierlo da quella tresca?... Riuscita una sera a capitarla solanella Sala Rossacominciò a chiederle notizie del baroneedel matrimonio della sorellae della salute delle bambine.

-"Verrannoquio andrete voi a raggiungerle?"

-"Nonso"rispose Matildeimbarazzata. -"Nonso che deciderà Raimondo."

-"Capisco!"rispose la cuginasospirando. -"Gliuomini vogliono far di loro capo... oggi una cosadomani un'altra...Voinaturalmentevorreste andare al paese vostroinsieme convostro padre. S'ha un bel direla famiglia del maritosìsìsìma la propria non si dimentica mai! Anche ilcugino dovrebbe persuadersi ad andar via di qui... sarebbe moltomeglio... anche per lui..."

Matildechinava il capoevitando di guardarlastringendo una mano conl'altra. La cugina continuò:

-"Ancheper lui... si leverebbe dalle tentazioni... penserebbe soltanto allasua famiglia!... Avete ragione d'essere inquietacapiscopoveretta... Non meritavate un simile trattamento... Ma voi dovrestedirglielo!.. Siete sua moglieinsommala madre dei suoi figli...Potete parlar alto... obbligarlo a finirlauna buona volta!..."

Contutto il sangue alla frontela contessa aveva chiuso gli occhi; pois'era sentita agghiacciare; a un tratto portò le mani al visoe ruppe in singhiozzi.

-"OhSignore!... Cugina!... Che avete?... Santo Dio!... Cuginanon fatecosì!…"

-"Io!...Io!..."balbettava Matildecon le labbra amaramente contorte dall'ambascia.-"Ioche piango da due anni... Io che non ho più figlie... Io chel'ho pregato come si prega Gesù!..."

-"Bontàdivina!... Avete ragione!... Ma zittanon piangete così...Cugina miafatevi animo... Solo alla morte non c'èrimedio!... Del resto io non credo che ci sia stato nulla di male!...Chiacchiere della mala gente!... Raimondo è un po' scapato;maquesto? Non posso credere! La colpacom'è vero Dioèdi quell'altra... Le piace farsi corteggiare un pocoma dal conte diLumerafiguriamoci! Pura vanitàstatene certa e sicura! Manon piangete!... Queste cosesanto Diomi fanno male... Unafamiglia così belladove avrebbe potuto esserci la pace degliangelicon due veri angioletti che sembrano scesi dal Paradiso!...Ma vostro marito deve saperlo; vedrete che capirà... Perchénon chiamate vostro padre? Tocca a lui aiutarvi..."

Ilbaroneinvecele scriveva rimproverandole l'abbandono delle figlieaccusandola di voler più bene al marito che a quelle creaturechiamandola a casa per assistere al matrimonio della sorella. Ellatentò ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su leilatortura a cui la poneva con quelle accuse; ma nell'autunno egli vennea trovarlaimprovvisamentesolo.

-"Checosa succede? Sei ammalata? Che cos'ha tuo marito? Perché nonm'hai scritto? Perché non sei venuta?"

Ellaprotestò che non accadeva nullache s'era sentita poco beneche appunto per questo non aveva potuto andar da lui. L'imminenzad'una spiegazione tra suo padre e Raimondo l'atterriva; conoscendo ilcarattere prepotentei modi sprezzanti di suo maritoe gli scattid'ira di cui suo padre era capaceella viveva con l'animo sospesodimenticava i suoi dolori per evitare uno scoppiotanto piùche il barone pareva non aver creduto alle sue protestemostrava unviso accigliato in quella casa che prima era stato superbo d'abitare.Adesso stava molto fuoritornava con ciera più rannuvolatanon rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera si chiuse in camera conlei e le disse:

-"Mivuoi dire finalmente quando la smetterai? Non negareèinutile; so tutto..."

Ellatremava in tutta la personabalbettando:

-"Chesai? Io non capisco... non so nulla..."

-"Soche tuo marito fa una bella vitati dimostra un grande amore"esclamò il barone con voce gravida di sorde minacce. -"Horicevuto una lettera anonima; sono venuto per questo... La buonagente non manca!... Ma poiché tu non parli... poichénon ti confidi a tuo padre!... Adesso bisogna mettere le carte intavolahai capito?"e picchiò forte con una mano contro l'altra.

-"Sìsìnon t'inquietare..."

Nonsapeva adesso donde le venisse quella calma sovrumanaquella forzadi negare la cagione del suo lungo cordoglio:

-"Nont'inquietarebabbo mio caro... non vedi come sono tranquilla?... Telo giuronon so nulla... Saranno calunnie... c'è tantacattiva gente!... Un anonimo!... Prendi sul serio quel che scrive unanonimo?"

Ilbarone passeggiava per la camera facendo scoppiare l'indice contro ilpollicevolgendo intorno accigliando gli sguardi.

-"Tantomeglio!... Tanto meglio!... Ma qui bisogna finirla con questoandirivieni continuo! Bisogna decidersi a stare in un postoqualunquema stabilmentea casa propriacoi figlicome tutti glialtri cristiani..."

-"Èquello che diciamo anche noi... Credi forse che non ne siamopersuasi?... Raimondo vuol tornare a Firenze; ci saremmo giàse non fossero gli affari della divisioneil pagamento delle miecognate..."E sorridendo soggiunse: -"Tipesano forsele bambine?"

-"Nonfar la stupida. Con mesainon ci riesci."

Ellasentiva in ogni parola del padrein quell'impeto a stento frenatoche egli aveva acquistato la certezza del tradimento di Raimondodiqualche cosa di più grave ancora; e il cuore le si chiudevale si chiudevacome in una morsae le forze l'abbandonavanoe unbrivido ricominciava a correrle per tutta la persona. Trasalìa un tratto udendo Raimondo che picchiava all'usciochiamandoli.

-"Chefate?"domandò loro entrandoguardandoli curiosamente.

-"Nulla..."

-"Nulla"ripeté il barone. -"Siparlava della decisione che dovete prendere... Vuoi continuare a starsenza casaa pagar quella di Firenze per tenerla chiusa?"

-"Io?"rispose Raimondocon tono stupitocome cascando dalle nuvole. -"Iose potessi"proruppe -"aquest'ora sarei scappato anche a piedi da questo fetido paese. Ahvipare forse che ci stia per mio gustoin mezzo a questi sciocchipresuntuosiignorantipezzentiinvidiosimaleducati?..."

Nessunolo tenevamai s'era scagliato con tanta violenza contro i propriconcittadini; gestendo vivacementequasi gli contraddicesserosfilava la litania delle recriminazionicomprendeva nel propriodisgusto tutta la Siciliatutto il Napolitanol'intera razzameridionale.

-"Alloraquando hai deciso di partire?"interruppe secco il barone.

-"Quando?..."ripeté Raimondoguardandolo un momento. -"Nonsapete che sono incatenato dagli affari?"

-"Gliaffarivolendosi sbrigano in otto giorni."

Raimondotacque un poco; poi esclamòstringendosi nelle spalle: -"Sbrigatelivoise potete."

Ilbarone fece per replicarema la parola vivace gli rimase in gola.Raimondomagrograziosoelegantedominava con gli sguardisprezzanticon l'espressione sottilmente ironica del viso bianco edelicatola persona forte e vigorosa del suocerodalle spallequadratedai polsi nodosidalla faccia abbronzata. Si guardarono unistantementre Matildeimpalliditabatteva i denticome perfebbre; poi il barone guardò sua figliavide lo sguardosmarrito che gli volgevae allora chinato il capomormorò:

-"Vabene... va bene... Procura soltanto di far presto... Fra giorni simarita mia figlia; vi aspetto..."

Ripartìil domani. Sul punto di andar viadisse a Matilde di tenersi prontarisoluto com'era a condurla con séanche solapercostringere il genero a raggiungerla. Ella chinò il capoconsentendogettandogli le braccia al collo dalla gratitudinepoiché comprendeva che s'era padroneggiato per amore di leiper risparmiarle il dolore d'una triste scena. Ma il barone eraappena partito che Raimondo le disse:

-"Saiche è curiosotuo padre? Crede forse che tutti debbano fare amodo suo? O che io abbia sposato lui?... Agli affari di casa miavoglio pensare da mecapisci; e andare dove mi pare e piacequandomi pare e piace!..."

Ellagli diede ragionesoggiogata come sempre dalla volontà diluiallegando appena come scusa dell'assente il bene che voleva adentrambi.

Andaronoa Milazzo pel matrimonio di Carlotta; poipartiti gli sposi e ilbarone per Palermotornarono a Cataniaanzi al Belvederedov'eranotutti gli Uzeda. Lì ella ebbe qualche mese di tregua: i Fersanon c'eranogli Uzeda parevano di nuovo rabboniti. Suo padrescriveva un po' da Palermoun po' da Milazzoun po' da Messina;andò poi anche a Napoli; finalmente tornò nell'aprileinsieme col duca d'Oragua. Questi diceva d'esser venuto per affarid'aver affrettata la partenza per viaggiare insieme col baronemaparlava molto degli avvenimenti pubblicidella guerra di Lombardiadella malattia di Ferdinando ii. Il barone pareva un altroincompagnia del duca; l'intimità che s'era stretta fra loro duedurante il viaggio l'aveva placato. Nondimeno ripeté allafiglia l'offerta di condurla via con sé; ma poichéRaimondo le aveva dichiarato che non poteva muoversi ancoraellarispose:

-"Nobabbo... verremo tutti... prestofra giorni."




8.


Inpiedicon le braccia levaterosso come un pomodorodon Blascopareva volesse mangiarsi vivi i suoi contraddittori:

-"Equesto si chiama vincereah? Con l'aiuto dei più grossiah?Perché hanno chiamato aiutoallora? Perché non si sonobattuti da solise gli bastava l'animo? E questa la chiamatevittoria? In due contro uno?"

-"Nossignore!"protestò Padre Rocca. -"Eranoventimila di meno..."-"Centosessantamilaaustriaci contro centoquarantamila alleati"soggiunse Padre Dilenna.

-"Ei piemontesi si sono battuti da soli!..."affermò Padre Grazzeri.

-"Come?Dove? Quando?"urlò don Blasco. -"Checosa m'andate battendo?..."

-"Leggetei giornalise non sapete!"fecero gli altria coro. Allora egli impallidì come perun'ingiuria mortale.

-"Leggerei giornali?... Leggere i vostri giornali?"Balbettavapareva cercasse le parole. -"Madei vostri giornali io mi netto il fondamento!... Ahno? non voletecapire?... Me ne netto il fondamentocosì..."e fece il gesto.

Ilfratello portinaio mise il capo dietro il muro della scala; dallaterrazza affacciossi Padre Pedantoni per guardare giù nelportico dove s'accendeva la lite.

-"Questonon si chiama rispondere!... A voidunquechi dà lenotizie?... Avete un servizio d'informazioni particolarese nonleggete i giornali?"

-"Così!..."continuava a gestire don Blascofuori della grazia di Dio.

-"Ame parlate della vostra carta sporca? A me che vi farei legare tuttiquantivoi e chi l'introduce qui dentro?"

-"Andatea denunziarci!... Ne sarete capace!..."

-"Fareiil mio dovere!"

-"Farestela spia!"

-"Ame?..."

PadreMasseiche se la godeva seduto sopra un sedileesclamò a untrattovedendo il gesto con cui don Blasco sfibbiava la sua cintoladi cuoio:

-"Sst!...Sst!... Viene l'Abate..."ma don Blasco tonò. -"Men'infondo dell'Abatedel Priore e del Capitolo! Avantichi si senteda più! A me spiamanetta di carognuoli?..."

Vedendoche diceva sul serioPadre Dilenna gli si fece incontrorabbuiatoin viso. Allora Pedantoni fu costretto a mettersi in mezzoperdividerli:

-"Andiamosmettetela. È questo il modo?..."

Daun pezzo le discussioni finivano cosìcon le gridagliinsulti e le minacce. Don Blasco era diventato un energumeno dopo chei liberali rizzavano la cresta per via degli avvenimenti diLombardiadella cacciata del Granduca da Firenzedell'agitazioneche propagavasi per tutta l'Italia. -"Questavolta è per davvero! Son sonate le ventiquattro!..."dicevanoed egli prima si scagliava contro Napoleone iiicontroquel -"figliodi non so chi"al quale non bastava la propria tigna e veniva a grattare quelladegli altri: poi tonava che Francesco ii li avrebbe costretti ad arardritto: -"Perchéè ragazzo? Perché non c'è più suopadre?... Vi farà legare dal primo all'ultimo! La vedremo!..."Ma il suo più grande furore scoppiava quando i liberalidopoaver profetato imminenti novità in Siciliadopo aver parlatodi moti rivoluzionari già belli e prontigli adducevano inprova il ritorno di suo fratellodel duca di Oraguada Palermo.-"Quellolì in galeralegato mani e piedi; quell'imbecillepazzobrigante e traditore!..."Poiridendo di se stessolo vituperava altrimenti: -"Luipericoloso? Quel pezzo di coniglio? Lui congiurare? È tornatoper la squacquerella che ha addosso!... Palermo è buona perbagordarvima in tempo di trambusti è meglio il propriopaesetapparsi in casa propriaficcarsi dentro un forno!... Setutti i sanculotti sono come luiFrancesco regnerà altricent'anni."

Egliripeteva quei discorsi fuori del conventodinanzi agli estranei;dalla Sigaraia specialmentedove andava tutti i giorniuscendo dalrefettorio. Donna Luciaall'ora canonicaserrava la bottega e simetteva alla finestra per vederlo uscire dal portone del convento einfilare quello del palazzotto; allora gli andava incontrofino amezza scalacon le figlie e il marito. Le ragazzeche adessoavevano da dieci a dodici annierano tal e quale don Blasco: grassee grosse come mezze botti; e gli baciavano la mano e gli davano delVostra Eccellenza al pari di Garinoche si sbracciava per servirloper avanzargli la poltrona più comoda ed offrirgli i biscottie il rosolio regalati dal monaco a spese di San Nicola. Quella era lavisita pubblica che don Blasco faceva all'amicaperché poi cen'era una secondaquando Garino portava a spasso le ragazzee i duerestavano soli. Certe volte ce n'era una terzanella tabaccheria.Oltre che il tabaccaioGarino faceva il caffettiere e teneva duetavolini con sei chicchere per ciascunoad uso degli avventoriiquali erano la più parte spie e sbirri e sorci di poliziagiacché egli esercitava una terza professionequelladell'orecchiante. Cosìin mezzo a quel pubblico di fedelidon Blasco si nettava la bocca contro i sanculotti in generale e ilfratello in particolaree apprendeva notizie di prima mano intornoai movimenti dei traditori. VeramenteGarino protestava un granrispetto pel duca d'Oraguazio del principe di Francalanzaappartenente ad una delle prime famiglie del Regno; e a sentire ivituperi di don Blasco scrollava un poco il capo; mavoltandopaginaSua Paternità aveva poi tutti i torti? Il duca facevamale a frequentar troppo don Lorenzo Giulenteil quale era unliberale arrabbiato — naturalmentenon essendo signore! —e per mezzo del console inglese — la polizia sapeva ogni cosa! —faceva venire giornaliproclami e altra roba proibita; a donLorenzoanziavean fatto una visita domiciliare; ma dal duca nonandavanopel rispetto dovuto alla famiglia Uzeda... Questo appuntodon Blasco non poteva soffrire: che egli godesse dell'immunitàche si parlasse di lui come d'un capo rivoluzionario senza checorresse rischi di sorta; voleva che lo trattassero come gli altriche lo legassero più stretto degli altri. -"Sonotutti cani arrabbiati! ci vuole il bastone! Ci vuole la museruola!"Garino scrollava il capo: l'Intendente Fitalia non avrebbe potutopermettere che si molestasse il duca d'Oraguafinchébenintesoegli non si arrischiava troppo; ma questo era certo esicuro: che un gran signore come lui aveva tutto da perdere e nienteda guadagnare mettendosi coi -"malpensanti"e gli arruffapopolo: il signor Intendente gliel'aveva detto a facciaa faccia!... Alloraudendo che suo fratello andava dalrappresentante del governodon Blasco sfogava a un altro modo:

-"Volpone!Camaleonte! Giubba rivolta!... Come possono fidarsene? È delpartito di chi vince! Li giuoca tutti! Tradirebbe suo padre che locreò!..."

Eandando via dalla Sigaraia ripeteva quei discorsi in pubbliconellafarmacia di Timpache era il quartier generale dei fedelimentre inquella di Cardarella si davan convegno i rivoluzionari. Se qualcunoscandalizzato dalla violenza del monacogli faceva osservare che nonstava bene parlare in tal modoagli estraneidel proprio fratello:

-"Fratello?"protestava egli. -"Ionon ho fratelli! Non ho parenti! Non ho nessuno: com'ho dacantarvelo?..."

Sidava al diavoloperché niente andava a modo suoal palazzo.L'anno innanzial momento della scadenza del termine stabilito dallaprincipessa pel pagamento alle figlieChiara e Lucrezia non eranoandate d'accordo; il marchesebiasimando l'amore della ragazza perGiulentes'era riavvicinato al principeil quale gli aveva fatto lacortetrattandolo con le molle d'oroper propiziarselo. Ferdinandointento a mettere insieme un museo di storia naturale alle Ghiandenon si era neppure informato di quel che avveniva; cosìnonsolamente i legatari non avevano chiesto i contima il principeadducendo la mancanza di quattriniaveva ottenuto dal marchese dipoter ritardare il pagamento fino all'altr'anno. La scadenza eraarrivatae Giacomo non pagava ancorascusandosi con le inquietudinipubblichecol ristagno degli affaricon la scarsità delraccolto e l'impossibilità di venderlo. E don Blasco non sidava pace udendo che i nipotidimenticate le loro ragioniaccettavano perfino i continui ritardii pretesti furbeschi delprincipe. Quelle bestie di Federico e di sua mogliespecialmentenon davano più retta a nessunoal settimo cielo per lasperanza d'un figliuolo — come se dalla pancia di Chiara dovessevenir fuori il Messia! — e quel babbeo di Ferdinando riduceva ilgiardino un pestilente carnaiopreso a un tratto dalla smaniad'imbalsamare animali — senza accorgersi che il piùanimale di tutti era lui stesso! Quell'altra sciagurata di Lucreziapoiviveva nelle nuvolepiù stravagante di primaeimpallidiva quando nominavasi Giulentelo sbarbatello petulante cheanche lui discorreva di costituzione e di libertà! Finalmentec'era la quistione impegnata tra Raimondoche non voleva muoversiesua moglie che voleva andar via: in odio all'intrusa don Blasco sischierava a favore del nipote aborrito.

-"Partire?Per andare dove? A Firenze c'è il terremoto! Questi non sonotempi da lasciare il proprio paese!"

Raimondoadduceva la stessa ragionee gli altri la ripetevano: Matildesentiva ordirsi intorno un'altra congiura sempre più stretta;doveva adesso contentarsi di andare e venire da Milazzo ogni mese perveder le bambinenon potendo più reggere ai mali tratti cheusavano loro quei parenti. Suo padre non l'aveva più conRaimondogirava per la Sicilia col pretesto degli affarima perlavorare invece contro il governo: e don Blasco e donna Ferdinanda sidivertivano a predire che un giorno o l'altro l'avrebbero buttato ingalerapoiché quella predizione faceva piangere l'intrusa.Il ducainveceparlava molto bene del barones'intratteneva alungo con lui quando passava da Catania: adesso esaltava il genio diCavouri trionfi della sua politica; se gli rimproveravano leantiche critiche alla spedizione di Crimeanegava d'averne maifatte; e giudicava che la via per la quale s'era posto Francesco iifosse sbagliata: l'alleanza bisognava farla col Piemontenon conl'Austriae concedere la costituzionenon inquietare i patriottiperché Napoleone aveva parlato chiaro: l'Italia doveva esserlibera dall'Alpi all'Adriatico...

Adon Blasco veniva di vomitareudendo queste cosee s'arrovellavanon potendo prendersela direttamente col fratello maggiore; ma ilgiorno che arrivò la notizia della pace di Villafrancaperpoco non gli prese un accidentedall'esultanza. Lungo i corridoi diSan Nicoladinanzi ai monaci dell'altro partito che tenevanomogimogila coda fra le gambevociavatrionfante:

-"Ahil gran Cavour? Ahil gran Piemonte? Dove sono adesso? Perchénon continuano la guerra da soli? Dov'è andato l'Adriatico?Dov'è andato il Mar Tirreno? E quella bestia che sputavasentenzaempiendosi la bocca di nabboleone! Napoleone avevaconfidato proprio a lui quel che voleva fare! Credevano d'esserseloposto in tascaNapoleone!..."

-"Onon l'avevate con lui perché non si grattava la sua tigna?"

-"Come?Quando? So molto io!... La baldoria è finita!... Ma che ReFrancesco ii? Ma che Re? Degno figlio di suo padre!..."

Seavessero fatto lui Renon avrebbe messo più borianonavrebbe guardato la gente da tant'alto. E si sgolava anche alpalazzovedendo che il fratello scrollava il capoudendoglisentenziare che l'ultima parola non era detta.

-"Cheultima e che prima! Il gran cavurre ha fatto fagotto! I principilegittimi tornano tutti quanti! L'avete schiacciata malenon voletecapirlo?"

Ognigiorno s'informava se il duca aveva ordinato i preparativi dellapartenza: quel fratello gli pesava come un sasso sullo stomacononvedeva l'ora che se ne tornasse a Palermoquasi in città nonpotesse regnar pace se colui non se n'andava. Al conventoinsultavaquelli che osavano ancora contraddirglile discussioni minacciavanodi finir male; lo stesso Abate aveva dovuto pregare i Padri Dilenna eRocca di lasciarlo dire per evitare un guaio. Il Prioreinvecenons'occupava di tutte queste cose: nessuno sapeva in qual modo egli lapensasse. Se gli parlavano di politicastava a udirescrollava ilcaporispondeva: -"Nonsono affari che mi riguardano... Date a Cesare quel che è diCesare..."Al Noviziato la lotta fra i due partiti s'era attizzata; ilprincipinoa cui don Blasco dava l'imbeccataprendeva anche luil'aria di un trionfatoredileggiava Giovannino Radalìcapodei rivoluzionaridandogli del -"baronesenza baronia"e del -"figliodel pazzo".Il duca Radalìinfattiera morto in un accesso di deliriofurioso; la duchessa vedova aveva quindi stabilito che Giovanninocome secondogenitopronunziasse i voti. E questo era un altroargomento col quale Consalvo schiacciava il cugino: -"Ioandrò viae tu resterai sempre qui!..."Giovanninoche nonostante le diverse idee politiche gli voleva benesopportava un poco i suoi dileggi; maa volteinfuriava in malomodo: il sangue gli montava alla testagli occhi gli s'accendevano;scagliatosi sul cuginose lo metteva sottomalmenandolofinchéfra' Carmelo accorrevacon le mani in testa:

-"Perl'amor di Dio!... Che modo è questo?... Non potete star cheti?Pensate a divertirvi!"

Compostele litii ragazzi si divertivanoinfatti. I due cugini morivanodalla voglia di fumare; Giovannino aveva ottenuto da fra' Colaingran segretopoca semente di tabaccoe l'aveva piantata in unangolo del giardino; cresceva rigogliosae presto ne avrebbe fattosigari. Frattanto giocavano da mattina a seracon pochi momenti distudio svogliatocon qualche ora di funzioni religiose.

Perla festa di Sant'Agatain agostoandarono a spasso tutti i giorniassistettero alla processione del carroall'oratorio cantato inpiazza degli Studie con più piacere alle corse dei barberiche Raimondo chiamava barbarie. Le facevano lungo la via delCorsotra due siepi vive di curiosisui quali spesso i cavalli sigettavanosparando calci ed ammaccando costole. I cavalli vincitoriripercorrevano poi la via al passo guidati dai palafrenieri chelanciavano tratto tratto un grido ai balconi:


Affacciateviprincipi e baroni

Chesta passando il re degli animali!


Ela folla: -"Olé..."Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco di quelle feste: ilSenato della cittànella berlina di gala grande quanto unacasapreceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani chesonavano i tamburiandava a prendere l'Intendenteil quale dovevafarsi trovare sul portone: al senatore più giovane toccavamettere il piede sulla predellain atto di scendere; ma allora ilrappresentante del governo doveva avanzarsi con le braccia disteseper impedirgli di toccar terra. Erano le prerogative della città.Il Senato aveva avuto lunghe contese con le altre autoritàcirca il posto da occupare nella cattedraledurante le grandifunzioni: per evitare liti ulterioris'era tracciata per terra unariga di marmo che nessuno poteva varcare.

Finitala festa di Sant'Agataa San Nicola novizi e fratelli prepararonoquella del Santo Chiodoper cui ogni anno c'era grande aspettativa.


IlRe Martinoche la portava sempre al colloaveva regalato quellareliquia ai monacinel 1393: era uno dei chiodi con un pezzetto dellegno della croce sulla quale avevano suppliziato Gesù. Il 14settembre la spera d'oro tutta gemmata dove serbavasi la sacraspoglia fu esposta all'adorazione dei fedelimentre l'Abatecircondato da tutti i Padri con la cocollacelebravaaccompagnatodal grand'organoil pontificale. Ma la vera festa fu quella dellaseraquando la vasta piazza di San Nicola parve trasformata in unsalonedalle tante faci accese per ogni dovedalle tante seggioledisposte per le signore che arrivavano in carrozza dalla Trinitàe dai Crociferie venivano ad assistere alla processione. Questauscivaa suon di banda e di campanetra due file di soldatidallaporta maestra della chiesa che pareva tutta una fiamma: l'Abatereggeva la speraseguito da un lungo corteo che rientrava dopocompìto il giro della piazza: allora cominciavano i giuochi difuocoi razzile ruotele fontane luminosela gran macchinafinale che mutava quattro volte di disegno e di colori e finiva colcrepitare assordante d'un fuoco di fila mentre centinaia di serpentiluminosi si snodavano nell'aria scura... Il principinoaccanto aisuoi parentinon aveva tempo di dar retta a tuttifacendo gli onoridi casagiacché nella piazza e in tutto il quartiere la genteera ospite dei Benedettini. Tutta la città s'era riversatalassù: le signore con gli abiti estivi che portavano l'ultimavoltasegnando quella solennità la fine della stagione. DonnaMara Fersacon la nuora e i parenti di costei venuti da Palermostavano dalla parte opposta degli Uzeda; don Mario era in campagna.Adesso appena si salutavanoper l'occhio del mondo; a donna Isabellaera stato proibito di andare più in casa di donna Ferdinanda odi altri parenti del conte; la gentea poco a pocoaveva finito dichiacchierare su quel soggetto. Lo stesso Raimondo pareva essersirassegnato; non lo vedevano più correre dietro alla signorané costei litigava più con la suoceranés'atteggiava a vittima come un tempo. Quella sera aveva un abitoveramente sfarzosoe tante gioie addossoche tutti gli occhi sivolgevano su lei. Quando la folla cominciò a diradarsiPadreGerbinisempre galantel'accompagnò alla carrozza; e comegiusto per combinazioneil cocchiere dei Fersa e quello del principeFrancalanza avevano messo accanto i loro legniRaimondo e ilprincipenell'andar viafecero una scappellata alle signoreallaquale risposero solo donna Isabella e lo zio palermitano.

Orail domani di quella festauna notizia straordinariasbalorditivaincredibilecorse di bocca in bocca per la città: donna MaraFersa aveva cacciato di casa la nuora!... Era vero?... Non erapossibile!... Se la sera innanzi erano state insieme a San Nicola?...E come? Perché? Quando tutto pareva finito?... Ma i beneinformati dicevano che non era finito nientee che la bomba erascoppiata giusto quella notte per l'assenza di don Mario. Donna Maradopo avere accompagnato i parenti della nuora all'albergo ed esseretornata a casa ed aver preso sonnoaveva udito rumore nella cameradi donna Isabella: entrata da leil'aveva trovata mezzo nudacon lafinestra aperta e il cappello d'un uomo rotolato per terra. Se avessefatto un momento più prestoli avrebbe colti sul fatto; madal balcone che dava sui tetti della scuderiaegli era scappato inun lampo. Senza bisogno di nominarlotutti comprendevano che egliera il conte... Bisognava vedereaggiungevasidonna Isabellapallida come una mortaquando la suoceracon voce strozzataleaveva gridato: -"Escidi casa mia!..."Lì per lìsenza darle neanche tempo d'infilarsi unpaio di scarpein pantofole come si trovava! Ella se n'era andatacon la cameriera che le teneva il saccoall'albergo dove si trovavaquel suo zio provvidenzialmente piovuto da Palermo. -"Ese non c'era? Dove l'avrebbe mandata? E don Marioil marito?..."

DonMario arrivò all'albaa rotta di collomandato a chiamarecon un espresso: il piangere che faceva! come un bambino!... Ne aveavoluto del bene alla moglie! E allo stesso conte! Questo era stato losbaglio! Sua madreno: l'amicizia degli Uzeda non le aveva dato allatesta; fin dal principio s'era accorta della piega che prendevano lecose. Se non fosse stata leiil pasticcio sarebbe successo moltoprimaRaimondo non avrebbe dovuto prender tante precauzioni. Eglirischiava infatti la vitaogni volta. Quando Fersa andava incampagnail conte entrava in casa di donna Isabellaavendocomperato tutte le persone di servizio: ma dal portone della stallache il cocchiere gli aprivadoveva salir sul tetto delle scuderiescavalcarne la balconata e di lì entrare in cameradell'amica... Era stato un vero miracolose per tanto tempo nonl'avevano sorpreso!... L'ultima nottescappato senza cappelloglisbirri di ronda l'avevano incontrato e stavano per arrestarlo; maconosciuto che era il conte Uzedal'avevano lasciato andare...

Gl'incredulii curiosifecero capo alla poliziama lì furono mandati aspasso. E quel giorno stesso tutti videro il contino Raimondo alCasino dei Nobili dove giocò e chiacchierò del piùe del menocome di consueto. Possibile che sfidasse fino a questopunto l'opinione pubblica? O non era piuttosto da dubitare dellastoria che si narrava?.. Già correvano le versioni favorevolia donna Isabella. Era levataa mezzanotte? Non aveva sonno! Lafinestra aperta? Per il gran caldo. Il cappello per terra? Un vecchiocappello del cocchiereil quale s'era divertitonel pomeriggioabuttarlo per aria!... Se tutte queste cose non s'erano messe inchiaro sul momentobisognava incolpare quella furia di donna Mara.Non poteva soffrire la nuoratutti sapevano come l'avevamaltrattata! Chi parlava del conte? Che c'entrava il conte? Chil'aveva visto? Era a casa suasi era raccolto subito dopo laprocessione del Santo Chiodo: il principela principessatutta lafamigliatutti i servi potevano attestarlo! Forse perchéaveva fatto qualche visitatempo addietroalla Fersa? Ma s'eraallontanato subitovisto che prendevano in mala parte un'amiciziainnocente! Aveva dunque ragione di non voler stare in quel paesediribellarsi contro la malignità dei propri concittadini!... E apoco a poco quelle voci acquistavano credito: dicevasi perfino cheFersa l'avesse con la madreper non aver dato tempo all'accusata diprovarsi innocente... Tutta la città discutevacommentavagiudicava ogni notizia relativa al fattoappassionandosi piùche per una caduta di Regno. Chi parteggiava pel conteprotestandoche un padre di famiglia come lui non si sarebbe messo a disturbareun'altra famiglia; chi lo giudicava capace di questo e d'altropersoddisfare un capriccio. Scapolonon aveva fatto una vitaccia?Ammogliatonon aveva fatto tanto soffrire la povera moglie? Inquella circostanzaper buona sorteella era in casa di suo padreaMilazzo.

Giustotre giorni dopoi difensori di Raimondo trionfarono: egli partivaper Milazzoraggiungeva la moglie e le figlie. Donna Isabelladacanto suoera partita per Palermo con lo zio. Chi ardiva ancoraaffermare che ci fosse stato niente di male fra loro? Quellasconsigliata di donna Mara Fersa aveva fatta la frittata!...Gl'increduli andarono al palazzo Francalanza e all'albergopervedere se quelle partenze eran vere. Erano verissime: donna Isabellae Raimondo erano partitil'uno per Milazzo e l'altra per Palermo; ilprincipe si apparecchiava ad andarsene al Belvedere; Fersa con lamadre era già a Leonforte.


Durantela villeggiatura quei fatti furono il tema di ogni discorso.

ANicolositra i Padri Benedettinise ne fece un gran parlare: PadreGerbinifra gli altrisostenne a spada tratta l'innocenza di donnaIsabellaforte del fatto che Raimondoda Milazzoera partitodefinitivamente per Firenzedove tornava a domiciliarsi con lafamiglia. Don Blasco però non aprì bocca su questosoggetto. Egli pareva avesse dimenticato tutti gli affari dellaparentelaoccupato come era ad eruttar bestemmie all'annunzio dellenovità pubblichedei voti delle Romagne e dell'Emilia perl'annessione al Piemontedella dittatura di Farinispecialmente deltrattato di Zurigo che gli dié materia da sbraitare durantetutto l'autunno e tutto l'inverno. Coi Padri del partito liberaleimpegnava novamente discussioni tempestose che minacciavano di nonfinir benea proposito del ritorno di Cavour al ministerodeiplebisciti dell'Italia centraledi tutti i sintomi d'un mutamentoradicale. Ma alla cessione di Nizza e della Savoia alla Franciagongolò come se le avessero date a lui; dopo l'abortitotentativo di sommossa del 4 aprile a Palermocantò vittoriagridando:

-"Ahnon vogliono capirlaah! Fermi con le mani! Giuoco di manogiuocovillano! Parlategridatesbraitate finché vi parema senzarompere nulla! Chi rompe pagae neppure i cocci sono suoi!"

-"Sietevoi che non volete capirla! Non vedete che adesso non è piùcome al Quarantotto?"

-"Eh?Ah? Oh? Non più? Di graziache c'è di nuovo?"

-"C'èdi nuovo che il Piemonte è forte... che la Francia sottomanol'aiuta... che l'Inghilterra... che Garibaldi…"

-"Chi?...Quando?... La Francia? Bel servizio! Bell'aiuto!... Garibaldi? Chi èGaribaldi? Non lo conosco!..."

Imparòa conoscerlo il 13 maggioquando scoppiò come una bomba lanotizia dello sbarco di Marsala. Macontro al suo solitoegli nongridònon disse male parole: alzò le spalle affermandoche al primo colpo di fucile dei napolitani i -"filibustieri"si sarebbero dispersi: i Murati Bandierai Pisacane informavano.

-"Lasonata è un'altra!"gli disse sul muso Padre Roccadopo lo scontro di Calatafimi.

Alloraegli scoppiò:

-"Marazza di mangia a ufo che sietedovete dirmi un poco perchéfregate le mani? Avete vinto un terno al lotto? O credete cheGaribaldi venga a crearvi Papi tutti quanti? Non capiteteste dicornoche avete tutto da perdere e niente da buscare?"

Nonsapeva darsi pace; l'avanzarsi vittorioso dei garibaldini loesasperava; la formazione di squadre di ribelliil fermento cheregnava in città e nelle campagne lo mettevano fuori di sé.Ma il suo furore rovesciavasi particolarmente sul ducache prendevadecisamente posto coi rivoluzionarifiutando già il cadavere.Il monaco diceva contro il fratello parole tali da far arrossire unlancieredava del traditore a tutte le autorità perchéinvece di reprimere il movimentoaspettavano di vederegrattandosila panciase Garibaldi sarebbe entrato o no a Palermo.

-"APalermo? Lanza lo schiaccerà! C'è ventimila uomini aPalermo! Ma bisogna dare esempi! Rizzar la forca in piazza delFortino!"

Invecele squadre dei rivoltosi si riunivano tutt'intorno alla cittài liberali parlavano a voce altagli sbirri fingevano di non udirei -"benpensanti"erano costretti a nascondersi! E quella bestia del generale Clarycon tremila uomini sotto i suoi ordininon usciva dal castelloUrsinonon faceva piazza pulitalasciava che il panico dei -"benpensanti"crescesse. La notte del 27in mezzo al malcelato tripudio deirivoluzionariarrivò la notizia dell'entrata di Garibaldi aPalermo; le squadre minacciavano di scendere in città perattaccare le truppe di Clary. Il duca invece raccomandava la calmaassicurava che i napolitani sarebbero andati via senza tirare uncolpo. Quantunque egli assumesse un'aria importante e protettrice infamigliaquasi potesse far la pioggia e il bel tempoGiacomo adogni buon fine prese le disposizioni per mettersi al sicuro alBelvedere. Lucreziavedendo quei preparativi di partenzasmaniavaall'idea di lasciare Giulenteil quale le scriveva: -"L'oradel cimento sta per sonare; io correrò al posto dove il doveremi chiamacol nome d'Italia ed il tuo sulle labbra!"Ma all'annunzio cherotto ogni indugiole squadre stavano perscendere in cittàil principe andò a San Nicola perraccomandare il bambino all'Abateal Priore e a don Blasco efatteattaccar le carrozzepartì con tutti i suoida Ferdinando infuoriil quale né per pestilenze né per rivoluzionilasciava le sue Ghiande. Allora il ducaper non restar solo nelpalazzo desertose ne venne al conventodove il nipote Priore glidette una camera della foresteria. Don Blascovistolo lìdentroparve uno spiritato; sulle prime non poté articolarparola; poicorso fra i Padri della sua camarillavociferò:

-"L'eroe!L'eroe! L'eroe! Quel grande eroe!... Quel fulmine di guerra!... S'èficcato qui per la paura! Finta che a casa non c'è piùnessuno! Gli treman le chiappeinvece!..."

Ilconvento infatti cominciava a popolarsi di paurosidi pretifuggiaschidi spie borbonichedi gente invisa ai liberali; lostesso castello non era giudicato altrettanto sicuro. Pei noviziquantunque alcuni di essi fossero stati portati via dai parentiinquietiera una festa: tante facce nuoveun incessanteandirivienila continua aspettativa di non si sapeva che cosa. Iragazzi liberali avean formato anch'essi la loro squadraasimilitudine di quelle accampate fuori la città: GiovanninoRadalì la capitanavamaturando il piano di sollevare ilconventodi scendere in piazza e di unirsi ai rivoltosi grandi.Mancavano però di bandieree col pretesto di apparare unaltarino mandarono il cameriere a comprar carta variamente colorata.Il camerierecon la bianca e la rossane portò dell'azzurrainvece della verde; quello sbaglio fu causa che si perdesse ungiorno. Il principinoal quale naturalmentenella sua qualitàdi sorcioi rivoluzionari non avevano detto nientesubodorata nondimeno qualche cosa per ariaaveva deliberato discoprir paese. Una circostanza straordinaria lo aiutò. Iltabacco piantato insieme col cugino era maturo; le fogliestrappateposte da qualche giorno al solecominciavano già adaccartocciarsi; gli bastò arrotolarle con le mani perottenerne tre o quattro sigari che Giovannino giudicò prontiad esser fumati. Alloranascosti insieme in un angolo del giardinoperchétolta la politicaerano amicidettero fuoco aifiammiferi e cominciarono a tirare le prime boccate. Usciva un fumoacreamaropestiferoche bruciava gli occhi e la gola; Giovanninopallidissimorespirava a stentoma continuava a tirare poichéConsalvo dichiarava:

-"Sonoeccellenti!... Tutti tabacco vero!... Non ti piace?"

-"Sì.Un bicchier d'acqua... Mi gira il capo..."

Improvvisamentesi fece bianco come la cartagli si rovesciarono gli occhi ecominciò a vaneggiare:

-"Ilmaestro... acqua... le bandiere..."

Consalvosul quale il veleno agiva più lentamentedomandò:

-"Qualibandiere?... Dove sono?..."

-"Sottoil letto... la rivoluzione... Malannaggia!... Mi viene divomitare..."

Ilprincipino buttò il suo sigaro e rientrò. Sentiva unprincipio di nauseaaveva il piè malfermola vista un po'annebbiata; ma si trascinò fino dal maestro:

-"Hanfatto le bandiere... per la rivoluzione... sotto il letto..."

-"Chi?"

-"Quelli...Giovannino... il complotto..."

Lanausea salivasalivagli stringeva la gola; le mani gli sidiacciavanoogni cosa gli girava intorno vorticosamente.

-"Madi che complotto parli?... Che hai?"

-"Giovan...la ri..."

Stesele mani e cadde per terra come morto. Quando riacquistò isensi si trovò a lettocon fra' Carmelo che lo vegliava. Laluce era fiocanon si capiva se fosse l'alba oppure il tramonto; néuna voce né un rumor di passi nel convento; solo il cinguettìodei passeri sugli aranci in fiore.

-"Comesi sente?"domandò il fratellopremurosamente.

-"Bene...Che è successo? Che ora è?"

-"Spuntaadesso il sole!... Ci ha fatto una bella paura!... Non sirammenta?..."

Alloraconfusamenteegli ripensò ai sigarialla nauseaalladenunzia. Era dunque passata tutta una notte?... E Giovannino?

-"Anchelui!... Adesso sta meglio... Il maestro ha frugato in tutte lecameresotto i letti... ha trovato tante bandiere... Sua Paternitàse l'è presa con me... So moltoiodi queste diavolerie!..."

Icongiurativistisi scopertierano disperatinon comprendendo dondevenisse il colpo. Ma Giovanninoristabilito anche luis'alzava inquel momento e passava tra i compagni costernati:

-"Com'èstato?... Sei stato tu?..."

-"Io?...Ahquel giuda di mio cugino!..."E il sangue gli montò al viso con un impeto selvaggio dicollerada vero -"figliodel pazzo".-"Aspetta!Aspetta!"

Appostatiin attesa che Consalvo uscisselo circondarono nel giardino;Giovannino gli si fece incontrodomandandogli:

-"Seistato tupezzo di sbirroche hai detto al maestro?..."

Consalvocapì. Pallido e tremantecominciò a protestare...

-"MariaSantissima!... Il maestro... Non sono stato..."

Mail cerchio gli si strinse intorno:

-"Negaloanche?... Hai coraggio solo per mentiresbirro schifoso? pezzo diboia?"

-"Vigiuro..."

-"Ahspia fetente!..."e il primo pugno gli piovve sulle spalle. Tutti gli furono addossoed egli cominciò a gridare; ma nessuno poteva udir le suegridaperchéa un trattoa quell'ora insolitatutte lecampane di San Nicola si misero a stormeggiare formando un concertocosì stranoche i ragazzi smisero di picchiare il delatoreguardandosi turbati. A un tratto Giovannino esclamò:

-"Larivoluzione!..."e rientrò di corsa.

Lesquadre erano finalmente scese in cittàper dar l'attacco ainapolitani. Tutti i monaci erano tappati dentro; l'Abate aveva fattoserrare i portoni dopo che tutta una popolazione spaventata s'eravenuta a rifugiare nel convento. Solo il campanile era rimasto apertoai rivoltosii quali continuavano a sonare a stormo mentre s'udivail rombo delle prime cannonate del castello Ursino.

DonBlascononostante il coltello che portava sotto la tonacaverdedalla bile e dalla pauraera venuto a rifugiarsiinsieme coiborbonici più sospettatial Noviziatocome in un cantone piùsicurodoveper via dei bambininessuno sarebbe entrato; nondimenodiceva ira di Dio di quel vigliacco di suo fratello che era rimastodentro col pretesto dei portoni chiusima complottando ancora conquell'altro -"porco"di don Lorenzo Giulente.

-"Perchénon scende in piazza? Perché non va a battersi? Gli apro iostessose vuole!... Carogna! Traditore!..."

Ilducain confabulazione con l'Abate e col nipote Prioredisapprovavainvece l'attaccoriferiva il savio e prudente ultimatum del generaleClary:

-"Clarymi disse ieri: "Aspettiamoquel che fa Garibaldi: se resta a Palermom'imbarco coi miei soldatie me ne vado; se noavrete pazienza voialtri: resterò io."Mi pare che dicesse bene! Che bisogno c'era d'attaccarlo?... Le sortidella Sicilia non si decidono qui!... Ma non vogliono ascoltarmi! Cheposso farci? Io me ne lavo le mani..."

-"Nonvogliono ascoltarlo?"tempestava don Blasco. -"Dopoche li ha scatenati?... E adesso fa il Gesuita? Per restar bene colClaryse la ciurmaglia ha la peggio?..."

Ilcannone tonava di rado; gente arrivata dalla Botte dell'Acquacercando rifugiodiceva che la mischia più forte eraimpegnata ai Quattro Cantonima che del resto i ribelli tiravanosulle truppe alla spicciolatanascosti dietro gli angoli delle caseo dalle terrazze. Le spie borbonichepallideesterrefatteandavanoficcandosi nelle celle dei fratelli; Garinovenuto dei primi achiudersi a San Nicolas'attaccava alla tonaca di don Blasco epareva più di là che di qua. Anche il principino stavaal fianco dello zionon osando neppure lagnarsi delle bussericevutementre Giovannino Radalì e gli altri ragazziliberaliattorniato fra' Carmelogli dicevano:

-"Adessoarriva Garibaldi!... Andremo tutti via!... Non ci torneremo più!..."

Primadi sera cessò lo scampanìo e il cannoneggiamento; donBlascoandato a interrogare i passanti dai muri della Floratornòagitando le braccia e smascellandosi dalle risa:

-"Lagran rivoluzione è finita!... Sono usciti i lancierihannonettato le strade!... Evviva!... Evviva!..."

Lanotizia venne confermata da tutte le partima il ducaprudentementerestò dentro pel momento. La gioia di donBlasco fu però di corta durata: il domaniavuti gli ordini daNapoliClary si preparò alla partenza econsegnata la cittàa una Giunta provvisorias'imbarcò il giorno appresso contutti i suoi soldati.


DonLorenzo Giulente col nipotesaliti a San Nicolainvitarono il ducaal Municipiodove i migliori cittadini attendevano a disciplinare larivoluzione. Giàpartita la truppanella prima ebbrezzadella liberazionenel primo impeto della vendettatorme di popolaniavevano dato la caccia ad uno dei più tristi e odiati sorcidi poliziae uccisolo ne avevano portato in giro la testa. Tremavail cuore al ducaall'idea di lasciare il sicuro asilo del monasteroe di scendere nella città in fermento; ma i due Giulente loassicurarono che adesso tutto era cheto e che gli amici loaspettavano. Così traversarono insieme le vie deserte peggioche in tempo di pestecon tutte le botteghe e le finestre sbarrate eun silenzio pauroso. Don Gaspare Uzedaa dispetto delleassicurazioni dei Giulentenonostante la prova della popolaritàacquistata tra i liberalitemeva che qualcuno non gli rimproverasseil suo rimpiattamento a San Nicolanel giorno dell'azione; che irivoluzionari del Quarantotto non gli rammentassero le storieantiche; le gambepertantogli vagellavano nell'entrare alMunicipionel traversar la corte piena di gentenel salir su dovedeliberavano; ma a poco a poco il sorriso gli spuntava sulle labbrapallide e chiuseil sangue tornava a circolargli liberamente nellevenepoiché da tutte le parti lo salutavano rispettosamente ocordialmente: i popolani s'inchinavanogli amici stringevangli lamanoesclamando: -"Finalmente!...Ci siamo!... Non abbiamo più padroni!... Adesso finalmente ipadroni siamo noi!..."La cosa più urgente era l'ordinamento d'una qualunque forzapubblicad'una milizia civica che prestasse servizio sino allaformazione della Guardia nazionale. Occorrevano quattrini perl'armamento della milizia e della Guardia: aperta una sottoscrizioneper raccogliere i primi fondiil duca offerse trecent'onze. Nessunoaveva dato tantola cifra produsse grande effetto; quando lariunione si sciolseparecchie dozzine di persone riaccompagnaronodon Gaspare a San Nicola.

Ildomani mattina egli aggiunse altre cent'onze per l'acquisto dellemunizioni. Il favore universale gli crebbe intorno. Mancava lavoropoiché la città era tuttavia un deserto: egli nonlasciò andare a mani vuote nessuno di quelli che gli sirivolsero per sussidio. Preso coraggioandò tutti i giorni alGabinetto di letturadove i liberali commentavano con tripudio lenotizie dei progressi della rivoluzione; si mise a capo delledimostrazioni che andavano a prendere la musica dell'Ospizio diBeneficenza e al suono dell'inno garibaldino giravano per la città.A poco a pocosempre più rassicuratoquasi domiciliossi alMunicipiodove chiedevano i suoi consigli. Mentre tutti parlavano dilibertà e d'eguaglianzanessuno pensava a prendere unprovvedimento che dimostrasse al popolo come i tempi fossero cangiatie i privilegi distrutti e tutti i cittadini veramente edassolutamente uguali. Egli propose e fece decretare l'abolizione delpane sopraffino. Allora diventò un grand'uomo.

DonBlascorimpiattato al conventoschiumava: non tantoforseper larovina del suo partito e pel trionfo dell'eresiaquanto per saperesuo fratello considerato a un tratto come uno degli eroi dellalibertà: il Governatore non faceva nulla senza del ducalometteva in tutte le commissioniun codazzo d'ammiratori loaccompagnava al palazzo Francalanzache egli aveva fatto riaprire eriabitava perché la chiusura non s'imputasse al borbonismodella famiglia: e la gente minutagli operaitutti quelli che nonsapevano che cosa sarebbe successoconvertivansi al nuovo partitoudendo che un gran signore come il duca d'Oraguauno deiFrancalanzane faceva parte: le dimostrazioni patriottichedigiorno e di nottecon musiche e fiaccole e bandiere si succedevanosotto il palazzo come sotto le case dei vecchi liberalidi quelliche erano stati in galera o tornavano dall'esilio. Adesso tuttiparlavano in piazzadai balconiper eccitare il popoloo perdiscutere il da fare nei circoli che si venivano costituendo; ma ilducaincapace di dire due parole di seguito in pubblicoatterritodall'idea di dover parlare dinanzi alla follascendeva giù aincontrarla al portonese la cavava gridando con essa: -"VivaGaribaldi! Viva Vittorio Emanuele! Viva la libertà!..."conducendo al caffè i volontari garibaldinipagando lorogelatisigari e liquori. Formata la Guardia nazionalelo feceromaggiore: tutti i giorni egli mandava ai corpi di guardia bottiglionidi vinofocaccepacchi di sigariregali di ogni genere. E la suafama crescevacresceva; nelle dimostrazioni il grido di -"VivaOracqua"— come pronunziavano i più — era altrettantofrequente quanto -"VivaGaribaldi"o -"VittorioEmanuele!..."Queste enormità ridussero don Blasco a un cupo silenziopiùterribile delle grida; il monaco non era però alla fine delleprove. I foruscitii briganti che s'arrolavano per seguirel'anticristo dove furono alloggiati? A San Nicola!...

All'annunzioche la colonna di Nino Bixio e di Menotti Garibaldi sarebbe giunta aCataniail Governatore aveva mandato un ufficio all'Abatecomunicandogli di aver disposto che i soldati della libertàfossero ospitati nel convento dei Padri Benedettini. L'Abateborbonico fino alle cigliavoleva fare qualche difficoltà; mail Priore don Lodovico lo persuase che non era il caso di opporsi. Il27 luglio la Guardia nazionale andò incontrofuori le portealla colonna che entrò in città fra un uraganod'applausi; e i volontari s'acquartierarono a San Nicolaneicorridoi del primo piano e in quello dell'Orologio: la paglia sparsaper terrale rastrellierei fucilile gibernele baionettelecanne di pipa ridussero il convento un assedio. Per andare alrefettoriodon Blasco doveva traversare due volte il giornoquell'inferno; egli passava mutopallidofrementementre i soldatigridavano evviva al Priore don Lodovico che faceva distribuire vino efocacce! Tutto il giornogiù nei cortili esterniessieseguivano esercizi; Bixio stava a invigilare con un frustino inmanoaccarezzando tratto tratto le spalle dei più restii.-"Innome della libertà! In odio all'antica tirannide!.."facevano osservare i Padri sorci a don Blasco; ma questineanche rispondevapareva non interessarsi più a nullacomealla vigilia del finimondo.

Bixioe Menotti erano alloggiati alla foresteria; l'Abate li evitavama ilPrioreper prudenza — diceva — usava agli ospiti tutti iriguardis'informava premurosamente se avevano bisogno di nullametteva la Flora a disposizione del figlio dell'anticristochepassava i suoi momenti d'ozio coltivando rose. Un giornotra inovizi che erano scemati di numero perché molte famiglieavevano ritirato i loro ragazzi in quel trambustovi fu grandeaspettativa: Menotti veniva da loro. Giovannino RadalìPedantonitutti i liberali lo guardarono con gli occhi spalancaticome uno piovuto dalla lunasenza saper dire una parolamentre eglili accarezzava. Manel giardinoGiovannino corse a cogliere la piùbella rosa e gliel'offersechiamandolo: -"Generale!..."Consalvo se ne stette in disparteaggrottato come lo zio don Blascocon la coda tra le gambe.

-"Adessonon fai più il sorcio?"gli dissero i compagni quando Menotti andò via. -"Haipaura che ti taglino la coda?"

Eglinon rispose. Suo padrerassicurato sull'andamento della cosapubblicascese un giorno a trovarlo.

-"Nonci voglio più stare"gli disse il ragazzo; -"tantise ne sono andati..."

-"Voglio?..."rispose il principecon voce dura. -"Chit'ha insegnato a dire voglio?... Per ora hai da star qui!"

Eil duca non solo approvò quella decisionema indusse ilnipote a tornarsene definitivamente con la famiglia in cittàgiacché non c'era pericolo di sortae quell'ostinatalontananzaquelle dimostrazioni di paura potevano esser prese inmala parte dal popolo. Arrivarono tutti dopo qualche giornoilmarchese e la marchesa soli e gongolanti nella loro carrozza cheandava al passoper riguardo della gravidanza di Chiara finalmenteconfermata ed arrivata al sesto mese; Lucrezia che metteva il capoogni minuto allo sportello quando i posti di guardia facevano sostarela vetturaparendole di riconoscere Giulente in ogni soldato.

MaBenedetto non era più in Sicilia. Nei primi giorni avevaaiutato lo zio Lorenzo e il duca a ordinare la rivoluzionearringando il popoloparlando nei circoli con una eloquenza chetutti ammiravanoscrivendo articoli nell'Italia risortafondata dallo zio per propugnare l'annessione al Piemonte; poinonostante l'opposizione del padre e della madres'era ingaggiatogaribaldinonel reggimento delle Guideed era partito pelcontinente. Arrivando in cittàLucrezia trovò unalettera del giovaneil quale le annunziava che andava a raggiungereGaribaldi per compiere il proprio dovere verso la patria e leraccomandava di non piangerlo se gli fosse toccata la grande sorte dimorire per l'Italia. Ella cominciò a leggere tutti i giornalie tutti i bollettini per sapere che cosa avveniva di luima ne capìmeno di primaincapace di farsi un'idea intorno alle mossedell'esercito meridionale. Don Blascoall'arrivo dei parentieruttòfinalmente la bile accumulata in tre mesi. Ogni giornovenendo alpalazzovomitava improperi contro il fratellocolmava di maleparole lo stesso principe perché permetteva che dal balcone dicentro sventolasse l'aborrito tricoloreche mettessero fuori i lumiper festeggiare le vittorie dei -"briganti".Il principe si faceva tutto umilegli dava ragioneesclamava: -"Cheposso farci? È mio zio! Posso mandarlo via?"Ma si guardava bene di fare rimostranze al ducatroppo lieto che lapopolarità del gran patriotta garantisse anche luila suapersona e la sua casa. Però dava un colpo al cerchio e unoalla botte; parlava contro il duca a don Blascocontro don Blasco alducasicuro di non essere scopertopoiché quei dues'evitavano come la peste. Gli toccava poi tenere a bada anche donnaFerdinandala quale era diventata una versieradopo la caduta delgoverno legittimoe ne invocava il ritorno e andava fino apromettere una lampada a Santa Barbara perché questa saettassetutti i suoi fulmini contro i traditori. Chiedeva che il principinofosse tolto dal convento infestato dai rivoluzionari; ingiungeva alnipotinoquando costui veniva a casa in permesso: -"Nont'arrischiar di parlare con quei nemici di Dio o non ti guarderòpiù in faccia!"Consalvo le rispondeva: -"Eccellenzasì!"come al duca quando costuitutt'al contrariogli diceva -"Chebei soldatii garibaldini?..."Dolevano ancora le spalle al ragazzodalle busse toccate per lospionaggio; e adesso egli faceva come vedeva fare allo zio Prioreche godeva la fiducia dell'Abate borbonico di tre cottee intantoera portato in palma di mano dai rivoluzionari... Che importava alprincipino di borbonici e di savoiardi? Egli voleva andar via dalNoviziato; perciò serbava un segreto rancore contro il padreche non l'aveva contentato. Del restocon tutta la rivoluzione e lalibertà e Vittorio Emanuele e l'abolizione del panesopraffinoa San Nicola non si scherzavaarticolo privilegi. Giustoin quei giorni i Giulente avevano raccomandato all'Abate ungiovanettoloro lontano parenterimasto orfano a Siracusa e venutoa Catania per farsi Benedettino. Era tutto il contrario del cuginoBenedettoquesto Luigi; non solo avversava la rivoluzione; ma avevacol timor di Diouna grande vocazione per lo stato monastico. El'Abateritenendo provata la nobiltà della famiglial'avevapreso a proteggere e fatto entrare al Noviziato. Lìi nobilicompagnisenza distinzione di partitose ne prendevano giuocolobeffavanogliene facevano di tutti i colorigiudicandolo indegno distare fra loro; e tra i monaci gli stessi liberali torcevano il muso:Vittorio Emanuele andava bene; l'annessione e la costituzione meglioancora; ma rinunziare ai loro privilegifare d'ogni erba un fascioquesto era un po' troppo!...


Laquistione dell'annessionedel miglior modo di votarlaappassionavain quel momento la pubblica opinione: alcuni volevano affidarne ilmandato ad un'assemblea da eleggerealtri predicavano il suffragiodiretto. Ogni giornocol Governatore della cittàe con donLorenzo Giulente e i capi liberaliil duca sosteneva il plebiscito:-"Ilpopolo dev'essere lasciato libero di pronunziarsi. Si tratta dellesue sorti! Vedete come han fatto nel resto d'Italia!..."Questo consigliomentre accresceva a mille doppi la sua popolaritàgli scatenava addosso più violento l'odio di don Blasco e didonna Ferdinandala critica dello stesso don Eugenio. Il cavaliereadessoperduta la speranza degli scavi di Massa Annunziataavevaconcepito un nuovo disegno: farsi nominare professore all'Università.Non v'erano stati parecchi signori pubblici lettori? L'impiego eradecoroso e nobile; la cattedra di storiaspecialmentegli facevagola. Le sue conoscenze archeologichel'opuscolo sulla PompeiSicolaerano buoni titoli: per averne ancora di miglioriegliscriveva una Istoria cronologica dei Viceré Uzedaluogotenenti dei Regi Aragonesi nella Trinacria. Come Gentiluomodi Cameranon si lasciava molto vedere; ma certo che la rivoluzionesarebbe stata schiacciata da un momento all'altroanche lui se laprendeva col duca.

-"Chiparla di popolo! Se tornassero i Viceré dall'altro mondo! Sesentissero di queste eresiese vedessero un loro pronipote unirsialla ciurmaglia!..."

DonConodon Giacintodon Marianotutti i lavapiatti scrollavano ilcapoaddolorati anch'essi da quel tralignamento; peròtentavano placare il giusto sdegno dei purigiudicando illiberalismo del duca un liberalismo di paratauna necessitàpolitica del momento; era impossibile chein cuor suoil figlio delprincipe di Francalanzauno di quegli Uzeda che dovevano tutto allelegittime dinastiepotesse godere dell'anarchia e dell'usurpazione!

-"Tantopeggio!"urlava don Blasco. -"Capireiun fedifrago risolutoche avesse il coraggio del tradimento! Ma setornano i napolitanicolui andrà a baciar loro ilpreterito!... Vedretequando torneranno!..."

Manon tornavano. Arrivavano inveceuna dopo l'altrale notizie dellapartenza di Francesco ii da Napolidell'ingresso trionfale diGaribaldidell'avanzarsi dei piemontesi incontro ai volontari. AlBelvederedove il principe tornò alla fine di settembreperla villeggiaturaLucrezia lesse i bollettini della battaglia delVolturno che portavano Benedetto Giulente tra i feriti. Ella nonpiansema si chiuse in camera rifiutando il cibosorda ai confortidi Vanna la quale le prometteva che avrebbe cercato di aver notiziedalla famiglia di lui. Il Governatore però s'era giàrivolto ai comandantial direttore dell'ospedale militare di Napoli;e la rispostaprima che sui bollettinifu resa di pubblica ragionein un manifesto affissato al Municipio. Il volontario Giulente eraferito d'arma bianca alla coscia destra e si trovava nell'ospedale diCaserta; il suo stato era soddisfacente e la guarigione assicurata.

Egliarrivò quindici giorni dopola vigilia del plebiscitoconaltri volontari siciliani reduci dal Volturno: lo zio Lorenzoilduca di Oraguail Governatore e la Guardia nazionale andarono loroincontro. Il giovane s'appoggiava a un bastone e sventolava ilfazzoletto con la sinistrarispondeva agli evviva della folla. Suopadre e sua madre piangevanodalla commozione: il ducafacendo lorodolce violenzaprese il ferito nella propria carrozza che s'avviòal Municipio fra un'onda di popolo acclamante. Dal balcone delpalazzo di cittàgremito di guardie nazionalidi reducidipatriottidi cittadini ragguardevoliBenedetto girò unosguardo sulla piazza dove non sarebbe cascato un grano di migliopoilevò la sinistra. La sua fama d'oratore era giàstabilita; tacquero a quel gesto.

-"Cittadini!"cominciò con voce chiara e ferma. -"Noinon possiamo e non dobbiamo ringraziarvi di questa trionfaleaccoglienzasapendo come i vostri applausi non siano diretti allenostre personema all'idea generosa e sublime che guidò ilDittatore da Quarto a Marsala."Scoppiò un uragano d'applausi in mezzo al quale la vocedell'oratore si perdé. -"...sognodi Dante e Machiavellisospiro di Petrarca e Leopardipalpito diventi secoli... ad essaalla gran patria comune... alla nazionerisorta... all'Italia una... gli evvivagli applausiil trionfo..."Ad ogni periodoun gran clamore veniva su dalla piazza; la gentepigiata nel balcone sventolava i fazzolettiil duca esclamavaall'orecchio dei vicini: -"Comeparla bene!... Che giovane d'ingegno!..."

-"Noiabbiamo fatto il dover nostro"continuava l'oratore -"comevoi il vostro. Non poche gocce di sanguema la vita stessa avremmovoluto immolare alla gran causa... degni d'invidianon di rimpiantosono quelli che poteron dire morendo: "Almaterra natiala vita che mi desti ecco ti rendo..."Onore ai forti che caddero!... A voi toccò ufficio non menosuperbo: dare all'Europa ammirata l'esempio d'un popolo chespezzatele sue catenelasciato in balìa di se stessogiàmostrasi degno di quelle libere istituzioni che furono suo secolareretaggio... che un potere aborrito e spergiuro osòcancellare... ma che splenderanno di più vivido raggio!...Cittadini! Applaudite voi stessi... applaudite i vostri reggitori...applaudite questi guerrieri fratelli chedolenti di non poterpugnare con noitutelarono i vostri focolari... applaudite questoinsigne patrizio che alle glorie dell'avito blasone accoppia quelledel patriottismo più puro..."Egli additava alla folla il duca maestoso e marziale nella divisa dimaggiore. Ma questiall'idea di dover risponderesi sentì aun tratto serrar la golavide a un tratto la piazza trasformata inun mare terribilevorticoso e ululantele cui ondate saettavanosguardi; e lo spasimo della paura fu tale ch'egli dovette afferrarsialla balaustrata. Però Giulente riprendevanella strettafinaletra applausi assordanti: -"Cittadini!Prodigioso è il cammino da noi fatto in cinque mesi; ma unultimo passo ci resta... L'entusiasmo dal quale vi veggo animati midà guanto che sarà fatto... Il sole di domani saluti laSicilia unita per sempre alla monarchia costituzionale di VittorioEmanuele!"


Giài colossali erano tracciati sui murisugli usciper terra; al portone del palazzo il duca ne aveva fatto scrivere unogigantescocol gesso; e il domaniin cittànelle campagnefrotte di persone li portavano al cappellostampati su cartellini diogni grandezza e d'ogni colore. Donna Ferdinandaal Belvederescorgendo i contadini cheper non saper leggereavevano messo leschede sottosopraesclamava:

-"Is!Is!"e pronunziando chischische è la voce con laquale si mandan via i gatticommentava: -"Manon dicono dicono ischischis!Fuorichis!..."

Lucreziagonfiavaeccitata dalle notizie del trionfo di Giulenteimpazientedi tornare in città per rivederloirritata dagli sconvenientimotteggi della zia.

Ilprincipe aveva fatto tracciare anche lui un gran sulmuro della villaper precauzionee la folla dei contadiniscioperatigiù in istradabatteva le manigridava: -"Vivail principe di Francalanza!..."mentredentrodon Eugenio dimostravacon la storia alla manochela Sicilia era una nazione e l'Italia un'altra; e donna Ferdinandasgolavasi:

-"Ahse torna Francesco!"

-"Zianon tornerà..."esclamò alla fine Lucrezia.

Allorala zitellona parve volesse mangiarsela viva.

-"Anchetuscioccona e bestiaccia? Sentite chi parla adesso! E non lo sai ilnome che portipazza bestiona? Credi anche tu agli eroismi di questirifiuti di galera? o dei bardassa sguaiati e ciarloni?"

Labotta era tirata a Giulente; Lucrezia s'alzò e andò viasbattendo gli usci. Ma il furore di donna Ferdinanda passò ilsegno quandofattasi alla finestra ad uno scoppio più nutritodi applausivide passare i novizi Benedettiniche venivano daNicolosi a cavallo agli asinitutti con gran aitricorni. Cominciò a gridare così forte contro quelvituperioche il principe accorse:

-"Ziaper caritàvuol farci ammazzare?"

-"Èstato quel Gesuita di Lodovico!..."fiottava la zitellonacoi denti strettiquasi per mordere. -"Anchei ragazzi! Anche Consalvo!"E come il principino salì un momento a salutare i suoiellagli strappò quel cartellino e lo fece in mille pezzi: -"Così!..."




9.


-"Bello!...Bello!... E questi bavaglisono graziosi!... Le calzettinelescarpette: avete pensato a tutto!"

Lacugina Graziella esaminavacapo per caposotto gli occhi di Chiarae del marcheseil corredo del nascituro: sei grandi ceste piene ditanta roba da bastare a un intero ospizio di lattanti; e trovavaparole d'ammirazione per tutte le fasceper tutte le cuffiepertutti i corpettini: ma ogni tanto si fermavatirando forte ilrespiropassandosi la lingua sulle labbragravida anche lei diqualche cosa che voleva direma che né il marchese néChiara si decidevano a domandarle.

-"Ele vesticciuolenon l'avete viste ancora? Guardateguardate!"

-"Ohche bella cosa!... Dove hai trovato questi merletti?... Belle tuttebelle!... Ma più la bianca coi nastri celesti! Un amore!...Lucrezia ci ha lavorato?"

-"Nonessuno: ho voluto far tutto con le mie mani."

-"Cen'è spesi quattrinieh?... Il Signore possa benedirveli!...Avete aspettato un bel pezzoora la vostra felicità èassicurata!... Vi volete tanto bene!... Per memi gode l'animoquando vedo le famiglie tanto affiatate!... Così vorrei cheanche Lucrezia fosse contenta... Voialtri non sapete?"

-"Checosa?"

Ellaabbassò un poco la voce per direcon aria di mistero:

-"Giulentel'ha chiesta allo zio duca!"

MaChiara continuò a piegare la biancheria sulle ginocchiaquasinon avesse udito o non avesse compreso che si parlava di sua sorella:e solo il marchese domandòdistrattamenteriponendo conbell'ordine la roba nelle ceste:

-"Chive l'ha detto?"

Allorala cugina sfilò la corona:

-"Mel'ha detto mio maritoiersera: certo e sicuro com'è certo chesiamo qui! La domanda è stata fatta da don Lorenzoamichevolmente. Il duca vuol esser deputatoe il giovanotto sostienela sua elezione scrivendo nell'Italia risortae discorrendoogni sera al Circolo Nazionale in favore di luiperché ha giàpreso la laurea d'avvocato. Quelli della Nazione Italiana glioppongono l'avvocato Bernardelliperché è stato ingalera; non par veroa che siamo ridotti!... Ma Giulente si battecome un leone... pel futuro zio... mi capite?... Lucrezia non entranei pannidalla contentezza; però gli zii don BlascodonnaFerdinanda e don Eugenio le daranno da fare... e il cugino Giacomoanche... Un Giulente sposare un'Uzeda? Ci voleva la rivoluzioneilmondo sottosopraperché si vedesse una cosa simile! Lo zioducami dispiaceha perduta la testadacché s'èmesso nella politica; hanno ragione i suoi fratelli!... Voi che cosane dite?"

Chiaracontinuava a maneggiare la bella robabiancafine e odorosadelnascituro; e il marchesetemendo che quei movimentia lungo andarepotessero affaticarlale disse:

-"Bastaadesso... lascia fare a me... Che cosa ne dicocugina? Non diconiente: sono cose che non mi riguardano. Mio cognato è padronedi dare sua sorella a chi gli pare... Io non mi mescolo negli affarialtrui."

-"SeLucrezia lo vuole"rincarò Chiara -"selo prenda! In fin dei contidobbiamo sposarlo noi?"domandò ridendo a Federico.

-"Sicuro!...Iocara cuginasapete se ho sempre rispettato la famiglia di miamoglie. Se essi dicono di sìe Lucrezia è contenta!Per conto mioringrazio il Signore che finalmente mi sta concedendouna gran consolazione; del restofacciano quel che vogliono..."

Ela cugina restò con tanto di nasoavendo fatto assegnamentosopra uno scoppio d'indignazione; matorta la bocca quasi peringhiottire un boccone amaroesclamò:

-"Certamente!Sono cose che riguardano la sua coscienza!... E anche Lucrezia!Contenta lei!... È quel che dico anch'io!..."

Daquei due non c'era da cavar nient'altrofuori del mondo com'eranoper via della nascita del figliuolo ormai prossima: la cuginacheper trascorrer di tempo non dimenticava di mostrare il suo interesseper gli Uzedacorse difilato in casa del principe. Sul portoneunacomitiva di dieci o dodici individuifra i quali c'erano i dueGiulentezio e nipotecercavano del duca. Ella si fermòsorridendo a don Lorenzo e a Benedettofacendo loro segno con lamano per chiamarli.

-"Cheorditein tanti rivoluzionari? Volete dar fuoco al palazzo?"

-"Veniamoad offrire la candidatura al signor duca"rispose don Lorenzo -"innome delle società patriottiche."

-"Bravo!Mi rallegro della scelta!..."

Ela commissione stava per salire dal grande scalone quandoBaldassarrespuntato dal secondo cortilee fatta strada a donnaGraziellaavvertì: -"Nossignori!...Favoriscano da questa parte..."

Ilprincipeinfattiapprovando il liberalismo dello zio e godendo deivantaggi della sua popolaritànon aveva potuto permettere chetutti gli scalzacani dai quali era circondato entrassero nel nobilequartiere della Sala Rossa e Gialla: aveva quindi destinato duestanze dell'amministrazionea destra dell'entrataperché ilduca vi ricevesse anche i lustrastivalise così gli era agrado. Mentre i delegati giravano dunque dalla parte delle stalledonna Graziella saliva pomposamente il sontuoso scalone ed eraintrodotta presso la principessa. Il principein compagnia dellamogliegridava qualche cosaquandoall'apparir della cuginatacque subitamente.

-"Nonsapete che ci sono visite?"disse costeientrando. -"Lacommissione delle società... per offrire la candidatura alduca... Una bella commediagiacché tutto fu combinatoprima... E solo i Giulentedi persone conosciute; tutto il restocerte facce!..."

-"Miozio è padrone di ricevere chi vuole"rispose il principe. -"Adessoi tempi sono mutatie non si posson fare tante difficoltà...È quel che dicevo anche a mia moglie..."E voltati i tacchistava per andarsenequando la voce di donnaFerdinandache sopravvenivalo fece fermare. La zitellonapiùgialla del solitosudava fielecon una ciera arcigna e dura damettere spavento.

-"Dunqueè vero?"domandò a denti strettisenza neppure accorgersi di donnaGraziella.

-"Mel'ha detto lui stesso"rispose il principe. -"Dinanzialla cugina possiamo parlare... Gli pare una cosa bellissimaunpartito vantaggiosoun terno al lotto..."

-"Etu non gli hai detto nullatu?"

-"Io?Gli ho detto che dovrebbe tornare nostra madre dall'altro mondopersentire una cosa simile! Per vedere ciò che succede in questacasa! in qual modo si rispettano le sue volontà!... Questo gliho detto; ma è lo stesso che dirlo al muro... VostraEccellenza sa come siamo fattiin famiglia... Ma la colpa non èdello zio... Se Lucrezia non avesse dato retta a quel bardassacredeVostra Eccellenza che le cose sarebbero arrivate a tanto? I Giulentesono stati sempre presuntuosihanno avuto sempre la smania digiocare a pari con tutti; ma un'idea simile non sarebbe loro passatapel caposenza la stramberia di mia sorella..."

Laprincipessa non fiatavadonna Graziella non parlava neppur leimaguardando ora il principe ora donna Ferdinanda scrollava il capocome per dire che era cosìproprio così. La zitellonasi mordicchiava le labbra sottilitorcendo il grifofiutando l'ariacon le narici dischiuse.

-"Semia sorella non fosse stravagante"continuava il principe -"nonpenserebbe a maritarsicon quella salute; non darebbe retta a quelrompicollo che le dice di volerle bene per vanitàfacendo ilrepubblicano; e rispetterebbe invece i consigli di nostra madrenondarebbe motivo di dispiacere a noinon si preparerebbe tanti guai...Perchésperiamo pure che si ravveda e lo zio muti opinione;ma se questo matrimonio dovesse farsila prima sacrificata sarebbelei!... Crede di trovare in casa di quella gente quel che ha nellapropria? Crede che potranno andare d'accordocon tanta diversitàd'educazione e di..."

Aun tratto comparve Lucrezia. Il principe tacque come per incanto; laprincipessa si fece ancora più piccola sulla sua poltronalacugina spalancò meglio gli occhi e l'orecchie.

-"Buongiornozia..."cominciò la ragazza; ma donna Ferdinandalevatasi da sedere epresala per manole disse brevemente: -"Vienicon me."

Passòdi là e chiuse l'uscio. La cuginache le aveva accompagnatecon gli occhiquando si voltò vide che il principe erascomparso da un'altra parte. Allorarimasta sola con la principessacominciò a dimenarsi sulla sua seggiola. Sarebbe andata adorigliarese avesse potutose avesse osato farne proposta; invecele toccava contenersi e chiacchierarementre udivasi tratto trattola voce di donna Ferdinanda alzarsi tanto che le parole arrivavanointere: -"Voglio?Voglio?... Prima creperai!... L'avvocato?... Crepapiuttosto!..."

-"SantoDiomi dispiace!... È una cosacugina..."

-"Lavedremoti dico!..."gridava donna Ferdinanda; subito dopo la voce si spense; la cuginariprese:

-"Lucreziadovrebbe pensare... dare ascolto a chi parla pel suo..."

-"Nonvuoi sentirlabestiaccia?..."Queste parole furono gridate così forteche la cugina e laprincipessa tesero tutt'e due le orecchie. Passò qualcheminuto di silenzio profondo; di bottos'udì il rumore d'unaseggiola rovesciata e subito dopo quello secco e brusco di unviolento ceffone. La principessa levossi in piedigiungendo le mani;la cugina corse all'uscio ad origliare. Più nulla: névociné pianto. Donna Ferdinanda ricomparve sola e venne asedersi tranquillamente vicino alla nipotestirandosi la palma dellamano arrossata. Parlò del più e del menovolle sapereche cosa avevano a desinare e domandò notizie di Teresinachegiusto quel giorno era a San Placidodalla zia Crocifissa. Poi sialzò per andarsene; la cugina l'accompagnò.

Intantogiù nell'amministrazione i delegati delle societàammessi in presenza del ducaerano stati da costui invitati asedersi in giro; Giulente nipoteprendendo a parlare in qualitàd'oratorediceva:

-"Signorducain nome dei sodalizi patriottici il Circolo NazionaleL'UnioneCivicala Lega Operaiail Riscatto Italianoi Figli della Nazionedei quali le presento le rappresentanze... veniamo a compiere ilmandato affidatocidi pregarla affinché ella accetti lacandidatura al Parlamento italiano. Il paese ben conosce di chiederleun sacrifizioe un sacrifizio non lieve; ma il patriottismo di cuiella ha dato tante e sì splendide prove ci dà guantoche anche una volta vorrà rispondere all'appello del paese..."

Itre o quattro popolani tenevano il cappello con tutt'e due le manistretto come se qualcuno volesse portarlo loro via; Giulente zioguardava per terra. Il ducafinito il discorsetto del giovanerisposecercando le parole una dopo l'altracon voce strozzata:

-"Cittadinison confuso... e vi ringrazioveramente... Sono stato felice...orgoglioso anzi direi... di aver potuto contribuirecome ho potutoal riscatto nazionale... e alla grand'opera dell'unificazione dellanazione... Maveramenteciò che voi mi domandate... èsuperiore alle mie povere forze... È un mandato...Permettete!..."soggiunse con altro tono di vocevedendo far gesti di diniego -"chenon saprei come disimpegnarlo... al quale è d'uopo attitudinispeciali che io non possiedo... E non vi mancheranno patriotti cheassai meglio di me... potranno rispondere agli interessi... dellatutela degli interessi... del nostro paese!"

-"Perdoni!"riprese il giovanotto. -"Noiapprezziamo il delicato sentimento che le fa dire così: la suamodestia non le poteva dettare diversa risposta. Ma della capacitàdi lei dev'essere giudiceperdoni!lo stesso paese. Se ella avessealtre ragioni per rifiutareragioni private o di affarinoic'inchineremmonon potendo permettere che il suo sacrificio vadatroppo oltre. Ma se l'unica obiezione consiste nella sua incapacitàci permetta di dirle che non tocca a lei riconoscere se ècapace o pur no!"

TacendoGiulenteil sarto Belliadei Figli della Nazionedisse:

-"Ducal'operaio vuole a Vostra Eccellenza... Ci sono tanti che brigano ilvotoma non ci abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriotta e unsignore come Vostra Eccellenza..."

Allorarivolto ai compagniGiulente zio dissecon tono di bonarietàscherzosaaccarezzandosi la barba:

-"Nonabbiate paura: il duca vuol farsi pregare..."

-"Farmipregare?"esclamò il candidatoridendo. -"Miprendete forse per un dilettante di pianoforte?"

Tuttisorrisero e il ghiaccio si ruppe. Smessi la dignità grave e illinguaggio fiorito dell'ambasceriaognuno disse la suain dialettoalla buonaper indurre il duca ad accettare. Sul nome di lui sisarebbero messi d'accordo; in caso di rifiutoi voti si sarebberosperperati sopra tre o quattro persone; e poiché era quella laprima elezione alla quale chiamavasi il paesebisognava che essariuscisse l'affermazione unanime della volontà del collegio.Questo risultato non poteva ottenersi se non per mezzodell'accettazione del duca; dinanzi a lui tutti gli altri sisarebbero ritirati; il suo rifiuto avrebbe fatto pullulare altreambizioncelle di patriotti dell'ultim'ora. A quell'insistenzailduca esclamava:

-"Signorimiei... mi confondete!... Siete troppo buoni... Non so cherispondere!..."

-"Rispondasì... accetti! Ci vuol tanto?... Se lo vogliamo!"

-"Maio non sono adatto... Sento tutta la responsabilità delmandato... Non si scherza! Altro è dare qualche consiglio inMunicipioconfortato da tutti voi; altro è sedere tra irappresentanti del Parlamento!"

-"Signorimiei"fece a un tratto Giulente ziomettendo fine al cortese contrasto.-"Sapeteche vi dico? La nostra commissione è compita: il duca sa qualè il desiderio di tutti; per ora egli non ci dice né sìné no; lasciamo che ci dorma sopra: domanidopo domaniquando avrà ben ponderatoquando si sarà consigliatocon i suoi amicici darà una rispostae speriamo che saràla desiderata..."

-"Ecco!Graziecosì..."rispose il duca. -"Benissimo;vi prometto che ci penseròche farò il possibile... Maintanto grazie a tutti! Ringraziate per me le società; verròpoi io stesso a fare il mio dovere!..."

Eglili trattenne ancoradiscorrendo delle notizie del giornointeressandosi alla cosa pubblicatoccando di sfuggita iprovvedimenti che bisognava reclamare dal governo di Torino pel benedel paeseper il migliore assestamento del nuovo regime. Prese da uncassetto della scrivania una scatola di sigari: sigari d'Avanacolord'orodolci e profumatie ne fece larga distribuzionestringendola mano a tuttima più forte ai due Giulente. Il domanil'Italia risorta portava un articolo di fondo di Benedettosulle imminenti elezioninel quale era detto: -"Duesoltanto i criteri ai quali possono ispirarsi i votanti: l'intemeratopatriottismo che sia arra dell'italianità dell'eletto e lacospicuità sociale che gli permetta di svolgere la propriamissione con l'indipendenza che dà guanto di disinteresse e disincerità. Ora allorquando il paese ha la fortuna di possedereun Uomo che risponde al nome di duca gaspare uzeda d'oraguanoicrediamo che ogni discussione si riduca un fuor d'operae che tuttii voti dei cittadinigiustamente gelosi del bene pubblicodebbanoconcentrarsi sul nome dell'illustre patrizio!"

Lagran maggioranza del collegio era per lui e nel coro degli adepti levoci discordi rimanevano soffocate. I più infervorati erano ipopolanigli operaila Guardia nazionalela gente spicciola chenon godeva del votoma trascinava con sé i votanti. Sequalcuno tentava addurre argomenti contro quella candidaturaerasubito ridotto al silenzio. Gli Uzeda erano tutti borbonici fin soprai capelli? Tanto maggior merito da parte del duca nell'averabbracciato a dispetto della parentela la fede liberale! AlQuarantotto egli non aveva preso un partito? Ma non aveva traditocome tant'altri!... Però quelle voci parevano ridotte alsilenzioe risorgevano a un tratto più insistenti. Findall'estatefin da quando i napolitani erano andati viadi tanto intanto si trovavano attaccati alle cantonate o circolavano pei caffèe le farmacie certi fogli anonimi dove si leggevano brutte notiziegiudizi inquietantioscure minacce; questa roba era divenuta piùrarama adesso ricominciava a circolare e contenevaoltre chefunesti pronostici sull'avvenire della rivoluzioneallusioni malignecontro le persone più in vedutae specialmente contro ilduca. Erano poche parolein forma dubitativa o interrogativamatrovavasi sempre qualcuno che le spiegava. Che cosa aveva fatto ilPatriotta nella giornata del 31 maggio? S'era nascosto a San Nicoladiceva il commento. E il cannocchiale del Quarantotto? Quello colquale s'era goduto l'attacco e l'incendioattorniato dai soldati diFerdinando ii! E le visite all'Intendente? Per trovarsi dalla partedel manicose alla rivoluzione toccavano colpi di granata...

Ilducaa cui i Giulente avevano tenuti nascosti quegli attacchiordinando perfino alle guardie nazionali di non presentare almaggiore quei manifesti quando li spiccicavano dai muricominciòa chiederne notizieinsistette per leggerli. Impallidì unpoco vedendo il suo nomepercorrendo rapidamente le frasi in cui siparlava di lui; ma non disse nulla.

-"Enon poter sapere da qual mano vengono!"esclamava Benedetto. -"Nonpoter dare una buona lezione a questi vigliacchi!"

-"Chepossiamo farci!"rispose allora l'offeso. -"Sonoi piccoli inconvenienti delle rivoluzioni e della libertà. Mala libertà corregge se stessa... Non ve ne date pensiero..."

Peròappena quei due se ne furono andatiegli si mise il cappello in capoe salì difilato a San Nicoladove chiese del Priore donLodovico.

-"Guardache tuo zio"gli disse tranquillamente -"giuocaa un brutto giuoco. I cartelli anonimi vengono da lui e dalla suacomarca. Che egli se la prenda con menon m'importa; mi giovaanziprocurandomi maggiori simpatie; ma se continua a prendersela contuttia sparger sospetti e notizie bugiardepotrà toccargliqualche dispiacere. Te l'avvertoperché tu che gli staivicino glielo faccia sapere. A lungo andare tutto si scopre... Badi!"

Ilpriore non ne fiatò con don Blascoma riferì ogni cosaall'Abate perché questi ne tenesse parola con qualcuno degliamici del monaco. Padre Galvagno fu incaricato della commissione;all'udire quel discorsodon Blasco mutò di colore.

-"Ditea me?"esclamò. -"Sieteimpazzitivoi e chi vi manda. Dovete sapere che se io ho da dire ciòche sentolo dico sul muso a chi si siaoccorrendo anche aFrancesco iiche Dio sempre feliciti!"e fece un inchino profondo. -"Figurateviun po' se ho paura di questa manetta di briganti e carognuoli e..."e qui ricominciò a sfilare una litania più terribiledelle solite.

Mai cartelli anonimi divennero da quel giorno più rarie a pocoa poco cessarono. Il monacoa cui la bile quasi schizzava dagliocchisfogavasi in casa del principe — quando il duca non c'era— dicendo cose enormi contro il fratelloinsultandoloinfamandolorovesciandogli addosso epiteti di novissimo conioapetto ai quali quelli scambiati tra facchini e donne di mal affareerano complimenti e zuccherini. E la sua rabbia aveva un bersagliopiù vicino e più diretto nella nipote Lucrezia. Questavipera osava ancora pensare a quella carogna! L'avevano allevataperché li mordesse tutti quantiinsozzando il nome degliUzedafacendone ludibriosposando quella carogna!

-"Ahrazza putrida e schifosa! Ahporco Viceré che la creasti!...Meglio sarebbe stato..."(mettere al mondo soltanto bastardiera l'idea espressa dalle turpiparole) -"piuttostoche generare questo nipotame sozzo e puzzolente!..."


Furonoquelli i giorni più tremendi per Lucrezia. Erano tuttiscatenati contro di lei: o non le rivolgevano la parolao lacolmavano d'improperi; donna Ferdinanda l'afferrava pel bracciodandole pizzicotti che portavano via la pelle; don Blasco un giornoper miracolo non se la messe sotto. Pallida e mutaella lasciavapassare la tempestachinava gli occhinon piangevanon si lagnavanon si confidava a nessunonon chiedeva aiuto allo zio duca chesapeva amico di Benedetto e fautore del matrimonionon diceva unaparola dei suoi tormenti a Ferdinando che veniva al palazzounicamente per leilasciando in asso le sue bestie imbalsamate e daimbalsamare. Soltanto quando si chiudeva in camera con Vannaperavere le lettere del giovanele dicevacon un sorriso freddoafior di labbro: -"Èinutile! Lo sposerò!..."

Eglifrattantocontinuava a propugnare l'elezione del ducacon la parolain mezzo ai circolicon gli scritti nell'Italia risorta enelle stampe volanti intitolate: Chi è il ducad'OraguaUn patrizio patriottae via discorrendo. -"Findal 1848 l'insigne gentiluomo schierossi contro il governo del ReBombatanto maggiore il suo merito in quanto egli non aveva darimproverargli torti fatti a lui o ai suoima al popolo intero...Nel lungo periodo di preparazione noi lo vediamo a Palermointrinseco dei più chiari patriotti portare il contributodella sua attività e delle sue sostanze alla causa nazionale.Ai primordi del movimento liberatorecorre in patriapoichéegli vuol parte dei dolori e delle gioie dei suoi amati concittadini.Qui è largo del suo prezioso ausilio ai liberalie fa sentireai rappresentanti dell'esecrato borbone la voce che ormai locondanna. Egli versa il suo contributo per la formazione dellesquadre volontariesussidia quanti liberali perseguitati soffrononell'indigenza. Ritirati gli sgherri di Francescoaccorre tra iprimi a regolare il governo della cittàsi ascrive tra lefile della nazionale miliziapalladio di libertà; acquistaper essa divisemunizioni e non pochi brandi. Apre la sua casa avitaa Bixio ed a Menottirende ai liberatori gli onori della città.Sollecitato a rappresentare il primo collegio al Parlamentomodestamente declina l'offertavolendo esser primo ai sacrificiultimo agli onori. Ma il paese lo vuole. La sorella Palermo ce loinvidia. E chi porta il nome di duca d'oragua non puòsottrarsi alla volontà del paese. Egli sarà il nostrodeputato!"

Ilducada canto suoriparlava al principe del matrimonio di Lucreziatesseva l'elogio del giovaneasseriva che era un partito da nonlasciar sfuggireperché i Giulente avevano quel solofigliuolo al quale sarebbero andate tutte le loro sostanze.

-"Convieneanche per un'altra ragione"spiegava al nipote -"chenon baderanno alla dote..."

-"Checi badino o noche cosa m'importa?"rispondeva il principe. -"Lucreziaha quello che ha; Vostra Eccellenza crede che io glielo voglianegare?"

-"Chiha detto questo? Dico che si contentano di quello che ha..."

-"Sonoaffari che non mi riguardano. Sarebbe curioso che io impedissi a miasorella di fare quel che le aggradaalla sua età! La volontàdi nostra madre forse poteva essere che restasse in casa; ma nostramadre è all'altro mondo; e quando pure vivesse..."

Egliinsisteva spesso su questo tonoripeteva che sua sorella era liberadi prendersi Giulentema le parole gli cascavano di boccatroncavaa mezzo il discorsocome se avesse dell'altro da diree tacesse poiper prudenzaper convenienzaper non parere ostinato. Tanto che ilduca un giorno gli domandò:

-"Maparla chiaro! Sei contrario a questo matrimonio?"

-"Io?...Quando è approvato da Vostra Eccellenza!..."

-"Giulentenon ti piace?"

-"Hada piacere a me?... È un buon giovane; basta saperlo amico diVostra Eccellenza... Discretamente agiatoanche... Io non ho ipregiudizi della zia Ferdinanda e di don Blasco; i tempi oggi sonomutati... Vostra Eccellenza si persuada pure che se Lucrezia crede dipoter essere felice con luiio non mi opporrò... Peròè giusto che neppur lei mi cerchi lite!"

-"Perchédovrebbe cercartela?..."

-"Perché?...Perché?... Vostra Eccellenza non sa nullaera a Palermo inquel tempo!..."E allora gli confidò i dispiaceri che la sorella gli avevadaticomplottando con Chiaracol marchesecon Ferdinandoaccampando dirittiinterpretando a modo suo la leggeaccusandoloperfino di volerla spogliare con tutti gli altri. -"Adessose va a maritobisognerà finirla con tutta questa storia... EVostra Eccellenza vedrà che cominceranno da capo!"

-"Nossignore!"rispose il ducafermamente. -"Ilmatrimonio si faràma prendo impegno che tu non saraimolestato."

GiàPadre Camillo aveva tenuto un simile discorso alla ragazza. Avevacominciato a dirle che quell'unione era avversata da tuttiinfamiglianon perché presumevano che restasse zitella —quantunque!... benché!... — ma per la ragione che non eraun partito conveniente. La considerazione della nascita aveva certola sua importanza; non tanto per se stessa quanto per quella dellaeducazionedei principi morali e religiosi che implicava. Giulenteera forse un buon giovane — non voleva infamarlosenzaconoscerlo — ma professava dottrine pericoloseparteggiava peinemici dell'ordine socialedel potere legittimodella Santa Chiesa;e non si contentava di far ciò a parolema veniva agli atti.E una Uzedauna nipote della Beata Ximenauna figlia del principedi Francalanzaavrebbe sposato costui? Come era possibile ches'intendessero? L'amorel'accordo poteva regnare fra loro? E poilasciamo star questoma Giulentebenché facoltosol'avrebbemantenuta con quel lusso al quale era stata avvezza? Aveva idee edabitudini signorili?... Dunquela famiglia non si opponeva per purocapriccioma per ragioni valide e gravi. Peròdiceellastessa doveva esser miglior giudice di tutto questo: poteva forsesentirsi animata da tanto amore da andare incontro anche ai disagimateriali dell'esistenzada sperare di poter convertire il giovane.Opera meritoriazelo encomiabile; ma la quistione principaleunicaera che senza l'approvazioneil beneplacitola benedizione diquelli che rappresentavano le felici memorie di suo padre e di suamadre non poteva sperar pace e prosperità.

Lucrezianon aveva risposto una sillaba.

-"Checosa vogliono"dissequando il confessore tacque -"perlasciarmelo sposare? Dicano ciò che vogliono; farò comevorranno."

-"Neero sicuro!"esclamò il Domenicano con accento di gioioso trionfo. -"Erocerto che una buona ragazza come te non avrebbe risposto altrimenti.E il principeche ti vuol beneti sosterrà! Mettetevid'accordosiate sempre uniti: questo è il vostro interessereciproco e la consolazione di chi vi guarda di lassù."

Cosìquando il ducache non aveva ancora parlato con la nipote delladomanda di Giulentegliela partecipò e le disse nel tempostesso che Giacomo desideravaprima che gli si desse una rispostasistemare le quistioni d'interesseLucrezia si dichiaròpronta. Il principeche aveva tenuto molte conferenze col signorMarco ed era stato molti giorni chiuso nello scrittoiovenne fuori achiedereanche a nome del fratello coeredeche fosse presa comebase la divisione fatta dalla madredimostrandone con gran lusso didocumenti e di cifre la giustezza; dimostrando altresì che laparte del padre non era mai esistita fuorché nella fantasiadello zio don Blasco. Esistevano però le cambiali che egliaveva pagato; sua sorella doveva dunque sostenere la sua parte inproporzione del legato: a conti fattinon le toccavan più diottomila onze. Lucrezia accettò questa somma. Il testamentomaterno prescriveva poi che il principe dovesse pagarle gli interessial cinque per cento; ma nei cinque anni trascorsi dalla morte dellamadre non aveva egli mantenuto la sorelladi tutto puntodandolecasavittoservizioabitiuso della carrozzaecc.ecc.? Dovevaegli sostenere del proprio queste spese? Se sua sorella fosse statain bisognocerto egli l'avrebbe raccolta in casa per l'affetto chele portavaricordandosi che era dello stesso sangue. Ma ella avevala sua roba: non era dunque giusto né ella stessa potevaaccettare che per cinque anni il fratello l'avesse mantenuta. Rifattoil contogli interessi delle ottomila onze rappresentavano appuntole spese del mantenimento; dunque non le toccava altro che ilcapitale. Lucrezia disse ancora di sì. Tutto parve cosìstabilitoma all'ultimo momento il principe mise allo zio duca unanuova condizione:

-"Iovoglio regolare anche la situazione degli altri legittimari. Avevanotutti ragioneo hanno torto tutti: non pare a Vostra Eccellenzalogico e giusto? Giacché dobbiamo metter mano alla cartabollatabisogna uscirne in una sola volta. Ne parli VostraEccellenza agli altri e li metta d'accordo."

Chiarae il marchese non avevano le stesse ragioni per chinare il capo aipatti del principema il momento era propizio per tentar d'indurreanche questi altri ad una transazionegiacché non vivevano senon dell'attesa del figlioe la gioia di cui l'imminenzadell'avvenimento li colmava era tale che li disponeva a passar sopraad ogni altro interesse. Perciò quando il duca riferìloro che Lucrezia si maritava ed aveva concluso la transazioneapprovaronogiudicando soltanto che l'affare degli interessitrattenuti come compenso delle spese di mantenimento faceva pocoonore al principe. Contenta leidel restocontenti tutti.

-"Adessodovete aggiustarvi anche voialtri!..."aggiunse il ducacol tono d'affettuosa imposizione consentitogli nontanto dalla qualità di zioquanto dall'avere accettato ditenere al fonte battesimale il nascituro.

Ilmarchesescambiata un'occhiata con la moglierispose:

-"SeVostra Eccellenza vuole così..."

-"Ilconto di Chiara è naturalmente lo stesso di quello diLucrezia; ma per lei non c'è la quistione degli interessieGiacomo li pagherà fino all'ultimo."

-"Ioho preso la mia cara Chiara pel bene che le voglioe non peiquattrini..."echinatosi sulla moglieFederico la baciò in fronte.

-"Mail legato dello zio canonico? L'assegno matrimoniale?"rammentò ellaper non lasciar sopraffare il generoso marito.

-"Giacomonon intende riconoscerlie non so se ha ragione o torto... Ma ormaibisogna uscirne! A voiper oraqualche migliaio d'onze non faniente; io le compenseròa suo tempoal mio figlioccio!..."

Cosìfu conclusocon giubilo immenso del marito e della moglie. RestavaFerdinandodal quale il principe voleva le duemila onze della quotadi debiti. Sull'animo del Babbeo Lucrezia sola poteva; ella peròinvece di parlare col fratellosi mise a lettorifiutando di vederegenteaccusando sofferenze misteriose. Il Babbeosaputa la malattiadella sorellavenne a trovarlatutti i giorni; ma Lucrezia pareval'avesse specialmente con lui. La cameriera le aveva detto ed ellastessa s'era accorta che Giacomo la strozzava; maper vincerlacontro i parentisarebbe passata sopra a ben altro. Adesso ellasentiva il male che preparava al fratello minoreil solo che levolesse beneinducendolo a spogliarsi d'un poco della magra ereditàla più magra di tutte le porzioni; ma nella sua testa le partis'invertivano: il torto era di Ferdinando che non s'interessava aleiche non le domandava che cosa avesseche non rimoveva l'ultimoostacolo alla conclusione del matrimonio. Ferdinando invece nonsapeva nulla di nullae restò a bocca aperta quando il ducaper cavare una buona volta i piedi da quel pecorecciogli riferìogni cosa.

-"Èvenuto un buon partito a tua sorella... Benedetto Giulentesaiquelgiovane tanto intelligenteche si è fatto tanto onore..."

-"Ahsì? Va beneci ho piacere..."

-"Manaturalmente Giacomo vuol prima sistemare gl'interessiconcludere ladivisione rimasta per aria. Lucrezia s'è accordataChiaraanche lei; però tuo fratello vuol definire la pendenza con teuna volta che è la stessa quistione... Questa è lamalattia di Lucrezia..."

-"Eperché non me n'ha parlato prima?"

Egliaccorse al capezzale dell'infermaper dirle:

-"Stupida!T'affliggi per questo? Lo zio mi ha narrato ogni cosa... Se t'accorditunon ho ragione di accordarmi anch'io? Bisognava dirlo subito! Seicontenta così?..."


Ilgiorno dell'elezione era vicino; i due Giulentema piùspecialmente Benedettoavevano scovato gli elettoricompiuto tuttele formalità dell'iscrizione; mattina e sera veniva gente atrovare il duca per dichiarargli che avrebbero votato per lui: iGiulente non mancavano mai. La vigilia della votazionementreappunto il candidato dava udienza ai suoi fautoriil cameriere delmarchese venne di corsa a chiamare il principe e la principessaperché Chiara era sul punto di partorire. Quando Giacomo eMargherita arrivarono in casa di leitrovarono Federico che smaniavacome un pazzodall'ansietànon potendo assistere lasofferentechiamando però a ogni tratto la camerieralacugina Graziella o una delle tre levatrici che si davano il cambio alletto della partoriente. Il principe restò con lui e laprincipessa entrò nella camera di Chiara. Nonostante iltravaglio del partocostei aveva un'aria beatasorrideva tra duecontorcimentiraccomandava che rassicurassero suo marito.

-"Ditegliche non soffro... Va' tu stessaMargherita... Ah!... Poveretto... èsulle spine..."

Ilsuo desiderio di tanti anniil suo voto più ardenteeradunque sul punto d'esser conseguito! I dolori s'attutivanoaquest'idea; ella non soffriva quasi più pensando all'ambasciadel marito... Quando la principessa tornò in cameralalevatrice esclamava:

-"Cisiamo!... Ci siamo!..."

-"Presentala testa?"domandò la cuginache reggeva per le ascelle la marchesa inpreda all'ultima crisi.

-"Nonso... Coraggiosignora marchesa... Che è?..."

Aun tratto le levatrici impallidironovedendo disperse le speranze diricchi regali: dall'alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di carneinformeuna cosa innominabileun pesce col beccoun uccellospiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solotre specie dizampeed era ancor vivo.

-"Gesù!Gesù! Gesù!"

Chiaraper fortunaaveva perduto i sensi appena liberatala principessache s'era aggirata per la camera senza toccar nullaincapace di dareaiuto alla partorientevoltava adesso il capodal disgustoprodottole da quella vista; e le levatricila cuginala camerierasi guardavano costernateesclamando:

-"Echi vuol dare la notizia al marito!"

Giustoil marchesenon udendo più nullachiamava:

-"Cugina!...Donn'Agata!... Come va?... Cugina!... Non viene nessuno?"

Fudonna Graziella quella che dovette andargli incontro a prepararlo albrutto colpo:

-"Cuginodi buon animo!... Chiara è liberata..."

-"Èmaschio?... È femmina?... Cugina!... Perché nonparlate?"

-"Fatevianimo!... Il Signore non ha voluto... Chiara sta bene; questo èl'importante..."

Ilprincipeentrato a vedere l'aborto il cui unico occhio erasi spentotentò d'impedire al cognato smaniante l'entrata nella cameradella moglie; ma non vi riuscì. Dinanzi al mostro che lelevatrici costernate avevano deposto sopra un mucchio di panniilmarchese restò di sassoportando le mani ai capelli.Frattanto sua moglie tornava in sensiguardava in giro gli astanti.-"Federico!...È maschio?..."furon le prime parole che spiccicò.

-"Stiazitta!"ingiunsero a una voce le donnemettendosi dinanzi all'aborto perimpedire che lo scorgesse. -"Nonle dite nulla per ora..."

-"Federico!"chiamava ancora la puerpera.

-"Chiara!...Come stai?"esclamò il marcheseaccorrendo. -"Haisofferto molto? Soffri ancora?"

-"Nonulla... Nostro figlio?"

-"Chiaraconfortati! È una femminetta..."annunziò la cuginaaccorrendo. -"Cheimporta!... È tanto bellina!"

-"Peccato!..."sospirò ella. -"Seidolente per questo?"domandò poi al maritovedendone la ciera buia.

-"Manono!... Tutti i figliuoli sono cari lo stesso..."

-"Edov'è?... Portatela qui..."fece ellacon un nuovo sospiro.

Inquello stesso punto la camerieradietro ordine della principessaportava via il feto avvolto in un pannocercando di non farsiscorgere.

-"Èlì!..."esclamò Chiara. -"Vogliovederla..."

Allorauna grande confusione ammutolì tutti quanti. Federicoaccarezzandole le manibaciandola in frontele disse

-"Coraggiofiglia mia!... Fàtti coraggio... Vedi che anch'io mi rassegno!Il Signore non volle..."

-"Èmorta?"domandò ellaimpallidendo.

-"No...è nata morta... Coraggiopoveretta!... Purché tu stiabene... il resto è nulla: sia fatta la volontà di Dio."

-"Vogliovederla."

Tuttila circondaronoinsistendo per dissuaderla da quel proposito:giacché era morta! Perché angustiarsi a quella vista!Bisognava che ella s'avesse riguardo; l'importante adesso era lasalute di lei!

-"Vogliovederla"ripeté seccamente.

Bisognòcontentarla. Non piansenon provò raccapriccio nell'esaminarequell'abominio; disse al marito:

-"Eratuo figlio!..."

Eordinò che non lo portassero viapel momento. Arrivaronofrattanto gli altri parentidon Eugeniodonna Ferdinandaladuchessa Radalìi cugini del marchese; tutti si condolevanoma auguravano miglior fortuna per la prossima volta. Arrivòanche il ducaverso seraa fare i suoi convenevoli; ma restòpocopoichè i Giulente lo aspettavano giùperriferirgli le ultime notizie intorno alle disposizioni del collegio:Benedetto pareva Garibaldi quando disse a Bixio: -"Ninodomani a Palermo!..."

Ildomani infatti egli corse su e giù per le sezioniper le casedei votantisollecitando la formazione dei seggiinterpretando lalegge che riusciva nuova a tuttiincitando la gente a deporrenell'urna il nome d'Oragua. Frattanto in casa di Chiaraquasi insegno di protesta contro quell'ultima pazzia del ducas'eranoriuniti tutti gli Uzeda borboniciad eccezione di don Blasco ilqualedopo la transazione dei nipotila conclusione del matrimoniodi Lucrezia e la candidatura del fratellopareva veramenteimpazzito. La marchesa stava discretamente in salute e sopportavaanche con sufficiente rassegnazione la sua disgrazia; il marchese nonlasciava il capezzale della puerpera e si chinava a parlarleall'orecchio: nessuno dei due ascoltava i motti feroci di donnaFerdinanda contro il fratelloi ragionamenti storico-criticiche il cavaliere teneva al principinovenuto anche lui a far visitaalla zia col Priore e fra' Carmelo. Chiara aveva mandato a chiamareFerdinandoe lo aspettava con viva impazienza: quando egli apparvese lo fece venire accanto e gli parlò pianolungamente. Poichiamò la cameriera ecavato di sotto al guanciale un mazzodi chiaviglielo diedeordinandole in mezzo al frastuono dellaconversazione:

-"Saila boccia dello struttonel riposto?... la grande?... Prendilavuotala e nettala bene... Ma bene mi raccomando! Se c'è acquacalda è meglio."

Prontache fu la bocciaFerdinando andò a vederla.

-"Vabene"disse; -"adessooccorre lo spirito."

Lamarchesa ordinò che andassero a comprarlo; e allora in mezzoal cerchio dei parenti stupefattifu recato il fetogiallo come dicerache Ferdinando lavòasciugò e introdusse poinella boccia dove versò lo spirito e adattò il tappo.

-"C'èun po' di sego?... di creta?..."

-"Hoil mio cerottose ti serve..."disse il marchese.

Edel cerotto che appestava la camera Ferdinando spalmòl'incastratura del tappoperché non entrasse aria nelrecipiente. La marchesa seguiva attentamente l'operazione; Consalvocon gli occhi spalancatiguardava quel pezzo di grasso diguazzantenello spirito; a un tratto disse a don Lodovico:

-"Zionon pare la capra del museo?"

Almuseo dei Benedettini c'era infatti un altro aborto animalescounotricciuolo con le zampeuna vescica sconciamente membrificata; mail parto di Chiara era più orribile. Don Lodovico non rispose;fatta una breve visita alla sorellaandò via. Anche gli altria poco a poco se ne andaronolasciando Chiara sola col marito aguardar soddisfatta quel pezzo anatomicoil prodotto piùfresco della razza dei Viceré. Premeva al principe di tornaredallo zio duca eper fargli cosa grataprese con sé ilfigliuoloquantunque fosse l'ora che il ragazzo doveva tornare alconvento. La famiglia era appena arrivata al palazzoche s'udironodi lontano suoni confusi: battimanigridasquilli di tromba e colpidi gran cassa. Una dimostrazione di cittadini d'ogni classe conbandiere e musicacapitanata dai Giulenteveniva ad acclamare ilprimo deputato del collegiol'insigne patriotta. Il portinaiovedendo arrivare quella turba vociferantefece per chiudere ilportone; ma Baldassarremandato giù dal ducagli ingiunse dilasciarlo spalancato. La folla gridava: -"Vivail duca di Oragua! Viva il nostro deputato!"mentre la banda sonava l'inno di Garibaldi e alcuni monellianimatidalla musicafacevano capriole. I Giulenteil sindacoaltri otto odieci cittadini più ragguardevoli parlamentavano conBaldassarrevolendo salire a complimentare l'eletto del popolo;poiché il duca si trovava su nella Sala Giallail maestro dicasa ve li accompagnò: Benedetto Giulenteappena entratovide Lucrezia accanto alla principessaancora col cappellino incapo. Il ducafattosi incontro ai cittadinistrinse la mano atuttiprodigando ringraziamentimentre dalla via veniva ilfrastuono delle grida e degli applausie il principevisto nelcrocchio un iettatore impallidiva mormorando: -"Salutea noi! Salute a noi!"Fu il nuovo elettopertantoquello che presentò Giulentealle nipoti. Il giovane s'inchinòesclamando raggiante:

-"Signoraprincipessasignorinasono felice e superbo di presentar loro laprima volta i miei omaggi in questo fausto giorno che è difesta per la loro casa come per tutto il paese..."