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CarloDossi

(pseudonimodi Carlo Alberto Pisani Dossi)




AMORI





PRIMOCIELO


Ricciarda


Benpresto cominciÓi ad amare e ben alto posi s¨bito le miemire. La mia etÓ non esprimŔvasi ancora con due n¨merie giÓ mi trovavo innamorato di una regina. Era questa - nonsorrýder di mŔamica genialechŔ in amore viha cose assÓi pi¨ grottesche - la regina di cuoriunacioŔ delle quattro di un mazzo di tresette con cui mia nonna ei due reverendi pasciuti alla sua unta cucinasi disputÓvanoseralmente la lor cinquantina di centesimini. Quandoa mŔ -che solitamente assistevo al cartaceo tornŔo seduto ad unÓngolo del tavoliererosicchiando libri e cioccolata - quellaMaestÓ gentile apparve la prima volta sul verde prato di felpacol suo visoccio dalla paffuta bontÓ e col suo corrosseggiante presso l'orecchio sinistro quasi a dire agli altri inpettoa mŔ fu posto in fronte - casta Susanna in mezzo a'bramosi vecchioni - sentýi nel sangue quella vampa di caldoquella scottante puntura come tocco di acceso carboneche segn˛poi sempre in mŔ l'annunciazione di un amore. E allora pigliÓil'abit¨dine di mŔttermi a lato del giocatore cui lafortuna aveva concesso la mia regina e di lý rimanerefinch'egli non la abbandonasse sul verde tappeto e io non la vedessiraccolta e ammucchiettata con altre figure - figure indegne. Ohquanto io le auguravochedalle ditaccia negre e tozze - piedi maldissimulati - de' due sacerdotiella passasse tra le fine e bianchee trasparenti ditine di mia nonna! Una seranon mi fu possýbiledi resýstere alla tentazione e la rapýi. Ricordo ancorail cŔlere bÓttito del mio cuoricino (la regina giÓposava sovr'esso) e insieme l'imperturbabilitÓ del miosguardodinanzi alla commozione destÓtasiper l'improvvisascomparsa di Sua MaestÓnei tre giocatoricurvi coicandelieri in mano a cercarla fra le gambe del tÓvolo e leloro; ancora ricordo il gran sospiro di soddisfazione e di giojaquando nonnaesaurita ogni indÓgine ed ogni speranzachiam˛il domŔstico perchŔ le recasse un mazzo nuovo di carte.Fu quella la mia prima conquistauna conquista rispetto alla qualepoche altre mi dovŔvano poi inorgoglire altrettanto.

Quasicontemporaneamente alla reginao poco dopom'innamorÓi diun'altra dama - una dama ancora pi¨ eccelsaavuto almenoriguardo al suo domicilio - la Madonna. Pendeva al capezzale del miolettuccio un quadro litografato a coloriimÓgine piaempietÓpitt˛ricatutto Óngioli e santi col Padre eterno inlontananza. A seranon appena mi si avŔa insaccato nella miatoeletta notturnaossýa in un camicione lungo pi¨ dimŔla cameriera mi suggeriva in gran premura parecchiespropositate orazioniche io ripetevo sbadigliosamentestando inpie' sui guanciali col viso rivolto al quadro. Altre parole noncomprendevo di quella filastrocca che pÓnem n˛strum.Poi mi si diceva di baciaresul quadroil buon bambino Ges¨in braccio alla Madonna. Io sbagliavo scrupolosamente e baciavo laceleste signorauna bombolotta in veste rossa e turchina. Una voltami si volle per forza far appoggiare la bocca sulla barbamalpettinata del santo patriarca e soddisfatto marito. Pianti estrilli da parte miafinchŔ la camerieraimpietositanon sipersuase a lavarmicon un lembo bagnato dell'asciugamanila collada falegname di cui puzzÓvano - cosý gridavo - le mielabbra. Dal bacioinvecedella Madonna scendevasi diffondevaintutto il mio Ŕssereconsolazione. Mi brillava quel bacio ecircolava nel sangue. Io mi sdrucciolavomi tuffavo voluttuosamentenelle cÓndide onde delle lenzuolafantasiando di Ŕssercullato sovra nubi di paradisos˛ffici e profumate; io misentivo perfino la mano proteggitrice della Madonna posar sullafronte... nŔ quest'Ŕ illusione: era la mano della miamamma.

Manell'amor per le imÓginidovevo fare un passo pi¨innanzi. Un giorno mi si condusse a vedere una gallerýa distatue e quadri. Qual sensazione forte e nuovýssima! NellecŔllule del mio cervellosgombre ancor di mobigliaentr˛e si addens˛tumultuosauna turba d'ogni forma e colore:corpi che si abbracciÓvano con furia di sensualitÓ ecorpi che si torcŔvano tetanicamentefaccie chesghignazzÓvano e volti che piangŔvanopugni levati aminaccia e palme giunte a preghiera; negri marosi di galoppanticavalli e verdi chiome di selve; nubi in tempesta e cieli sereni -una confusioneuna soffocazione di cose e d'idŔe che io nonaveva conosciuto mai tra la folla vera.

Troppostrana e vivasifatta emozioneperchŔ la curiositÓnon mi sollecitasse a ritentarlae perchŔ la nuova prova nonmi invitasse ad altre. E allora le mie prime impressioni cominciÓronoa sgarbugliarsia coordinarsia modificarsi. Bast˛ unasettimana perchŔ io pi¨ non entrassi nella galleriadelle statue. La loro bianchezza mi dava noja alla vista e freddo alcuore. Sentivo penaquasi vedessi persone nude sotto la neve o genteimprovvisamente pietrificata come nella fiaba della Bellaaddormentata nel bosco.

Maanche nel campo del pensiero dipintocondensÓi in brevespazio le mie simpatýe. Le tele vaste e di figure assiepateche mi avŔvanosulle primemeravigliatomi si rid¨sseroa poco a poco all'ufficio di sfondodi tappezzerýa per letele pýccole. OdiÓi sempre la moltit¨dinepuressendo prontýssimo ad amare ogni uomo di cui Ŕcomposta e a innamorarmi di ogni donna.

╚dunque sulle tele pýccole e caste che io volsi la miaattenzionetrattenŔndola singolarmente su quelle che f˛rmanol'aristocrazýa della pittura - i ritratti. Per un'Ónimanulla Ŕ pi¨ interessante dello studio di un'Ónimao almeno del quadrante delle sue oreil volto. Ogni corpo somigliaappressapoco ad un altroein tutti i casiŔ quasi sempreeguale a sŔ stessoperlochŔ - fosse pur formosýssimo- finisce per diventare indifferentela qual cosa avverrebbe assÓipresto se gli Óbiti non lo dissimulÓssero e semercŔle lor variazioninon sembrasse variare. Raramente inveceduefaccie si p˛sson scambiare: dir˛ di pi¨; non c'Ŕviso che sia quotidianamente idŔntico a sŔ medŔsimo;dondela varietÓ che dýssipa la stanchezza e rinnovail piacere.

Orafra i ritratti di quella pinacotecaio mi presi specialmente deifemminilipreferendo quelliper cosý direfuor della stradamaestra.

Ein una sala remotane scopersi unodel cui autore non mi sovvienepi¨ il nome e neppure ricordo se mai lo seppie che era ilritratto a mezza figuragrande al verodi una giovinettaquattordicennebionda e ricciutavestita da paggio. La giovinettaavŔa sguardo melanc˛nico e buono. La Guida tacŔadi essa; nessun la copiavanessun la avvertiva; mi trovÓiquindiissofattospinto verso di lei da quel sentimento dicompassione che fu sempre la nota fondamentaleo quanto menoilprimo impulso ne' miŔi amori. E davveroquando m'imbatto inuna fanciulla petulante di beltÓ e salutesfavillante digioja e ricchezzacircondata da omaggi e sospiribenchŔ lefibre inobedienti p˛ssano in mŔ oscillare di desiderioil cuore non vi fÓ eco alcuna e io m'allontano pi¨presto da essa che non m'avvicini. ColŔi ha pi¨ diquanto le occorra; non ha bisogno di mŔ. Qual filo di lucepotrŔi aggi¨ngere io al trionfante suo sole? qualraggio si degnerebbe ella di scŔndereindivisosu mŔ?Foss'anche mianon sarebbe mai solamente mianŔdovrebb'Ŕsserlo. Bellezza Ŕ fatta per gli occhi ditutti: Ŕ una istituzione p¨bblica. Ma seinvecelafanciulla che incontro Ŕ di quelle creature týmide edelicate sulle cui guancieappassite dalla continua aspettazionesŔguonsi i solchi delle lÓgrime e il cui sguardosognante e mesto pare sospiri: chi indovinerÓ il cuore mio? -creaturedestinate alla poesýa ed alla infelicitÓperle quali fu scritto molti fiori son nati a fiorire non visti e apŔrder la loro fragranza nell'aria deserta - allora io sentoper essa un ýmpeto di simpatýauna tenerezza d'amoree vorrŔi Ŕssere il sole che scalda il suo pÓllidoviso e la rugiada che aderge il suo Ŕsile stelo e il bacio cheraccoglie il suo bacio. Solo da una sýmil fanciulla potrŔisperare amore: nessun'altrafuorchŔ leipotrebb'Ŕsseretutta mia.

Equesta gentile era pinta - stavo per direpensando a tŔpreveduta - nel ritratto chea specchio del mio amoreavevo scelto.A leiricciutelladiedi il nome di Ricciarda. Mi trattenevomezz'ore dinanzi a leiea forza di fisarlaprestÓndolequasi metÓ del mio sguardofinivo a crŔdermi guardatopure da essa. Le dicevonell'intimole parole pi¨ affettuosee me le sentivo da lei ripetute. Non so se tu abbia letto la storiadi quel gi˛vane prýncipe indiano delle Mille e unanotticherefrattario all'amore e pi¨ al matrimonioerastato rinchiuso dallo shah padreimpaziente di aver nipotiniin unatorreacciocchŔ mutasse opinionee che nella torreavendoscoperto in un antico stipetto la miniatura di una magnýficaprincipessase ne era pazzamente invaghito; che poiapprendendo dalpadre che quella bellýssima era vissuta mille e mille anniprimain una regione lontana lontanaavevasenza pŔrdersid'Ónimoimpugnato la sicura sua spada e inforcato l'ardenteginnetto e galoppato il mondo in traccia di lei - tant'era la suafiducia amorosa! - finchŔ non l'ebbe trovata. Ebbeneio apoco a pocom'imaginÓi trasformato in un quid-sýmileal prýncipe indiano. Non possedendo per˛ nŔcavallo nŔ brando nŔ tampoco soldi per qualsisýaviaggiomi contentÓi di scrývere alla mia principessauna lŔttera - lunga e straziante dichiarazione d'amore - sullacui busta posi alla bionda Ricciarda presso la regia pinacotecadi... e chemunita di un francobollo per la cittÓlasciÓicaderechiudendo gli occhinella buca postale. E poiper molti emolti dýquando il procaccino suonava al nostro uscioiocorreva ad aprirglie sottovocequasi temendo che altri cisorprendessegli domandavo se avesse qualchecosa per mŔ e loguardavo supplichevolmentecon un barlume di speme che mirispondesse di sý...

Mala lŔttera della mia benamata non Ŕa tutt'oggiancorgiunta.



SECONDOCIELO


Tilia


Ancorprima che il nostro amore prenda un nomeamiamo. Vi ha una etÓche in alcuno conf˛ndesi colla infantilein cui l'Ónimaanelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro levengadona parte di sŔ perfino ad oggetti della naturainorgÓnicai qualisotto il suo soffiosi fanno quasisensýbili: non potendo raddoppiarsisi divide. AdelÓideMarainidalla mano che sculpendo pensaha espresso plasticamentequesta etÓquesto sentimentoin un gruppo di marmo lapreghiera a VŔnere. Una giovinetta sedicennein cui ilsucchio vitale pulsa in tutte le vene e ne inturgidisce le mammelle ele labbraaccorresi aggrappa ad un'erma di arcÓicadivinitÓtagliata a rette ed a spýgoli. Nulla pi¨appassionato e carnale della fanciulla; nulla pi¨ indifferentee petrigno del simulacro che essa abbraccia: eppureil massoacontatto dell'amorediventa amoree assume le sembianze di VŔnere.Col vuoto dinanzi a noisenza scopiil nostro desiderio siperderebbe negli spazi: un veloun'ombraun sognoche esso trovisul suo camminobÓstano a trattenerne la dispersione e arŔndercelo come un'ecocome un riflesso.

Qualbimboepi¨ ancoraquale bambina non f¨ronoinnamorati del loro fantoccio o della loro pupazza e non sicoricÓrononon mangiÓrononon piÓnsero osorriser con essitanto pi¨ appassionati e sollŔcitiintorno al loro balocco quanto esso men riproduceva il vero e per˛pi¨ lasciava alla fantasia libero campo di migliorarlo e quasidi crearlo? GiÓ ti narrÓi - amica geniale - dellaregina di cuorimia prima fiamma. Di sýmili amorialtri ebbie non pochie benchŔper la lontananza degli anni e per gliocchi della memoria che vanno affievolŔndosiio oggi liscorga velati come da nebbiadistinguo ancora tra essi unamarionetta in vaporosa veste di ballerinastelleggiata di talcochepiroettandofisÓvami col verniciato suo sguardoaccesoroteante fiammiferoe una salutatrice magoghetta cinese che sýgraziosamente moveva la testolina dal lungo ago crinale... - cariamori di legnodi stoffadi porcellanache abitÓronoatrattiil cuor mio e ne ingannÓron la fame.

[Chilo direbbe? Tra gli oggetti de' miei innamoramentic'Ŕ ancheun orologio. Pur nella solit¨dine ebbi istanti ancora pi¨solitari. Anche il deserto contiene stese di maggiore desolazionedove traccia non scorgi di carovana e di belveorme ed ossa.Studente in una cittÓnella quale non conoscevo persona e nonosavo con˛scernepassavo intere giornate senza uscire dicÓmerasenza staccarmi dal tÓvolo. Per vederequalcunoper avere una parola altr¨i dovevo farmi malato emandare pel mŔdico. Bisognoso allora di un cuore che al mio siaccompagnasse nŔ decidŔndosi esso a venire a mŔdalla cappa del fumo o dal buco della serraturalo trovÓinell'orologio a pŔndolo del caminettoun orologio napole˛nicodal vibrato tic-tac. E il mon˛tono monosillÓbicobÓttito prese tosto modulazioni di lingua. Era una voce che midiceva continuamente quanto io bramava di udire ti amoti amo. Eda quell'ora non fui pi¨ solo.]

Cosýpei m˛bili grandi e piccolivissuti con mŔ o con imiŔi genitori o coi padriper quanto lontanide' padri miŔiio ebbi ed ho profonde affezioni. PerocchŔ mi sembra che partedell'anteriore mia vita e di quella di chi mi die' sangue e nomesiain essi materialmente indugiata. Quel pýccolo crocifissoincrostato di madreperla incisache posa sul mio scrittojoio nonlo possonella mia mentedistaccar dalle manianch'esse in croce eperlaceedi Anna Camillam˛naca bionda e da trecent'anni miaziacons¨ntasi giovanýssima tra gli incendi divini e irimorsi della castitÓ: quel ventaglio dalle stecche d'avoriodorato e dalla pittura di rosei grassocci amorini messi all'asta fradame in guardinfante e cicisbŔi in parruccami svŔntolaancora in viso le risate mondane e il profumo di muschio e peccatodella incipriata quadrisÓvola miaMatilde: quel fazzolettodagli stemmi tarmatimi sembraquando lo spiegoevaporare acrilÓgrime delle infinite piovute dai negri ed alteri occhi dimia trisÓvola Marýa Lucýapiangente il fulvomarito trafitto sull'ucciso cavallo ne' campi di Slesiala corazzalucente ai raggiinvano pietosidella luna.

Equando libo in quel cÓlice cristallino di Boemiaintagliato acacce di irsuti cinghiali e di pi¨ ýspidi cacciatorisento come avvicinarsi e congi¨ngersi alle mie le labbra dimia bisnonnala tonda e butirosa Marýa Rosalýaed Ŕun bacio attraverso un sŔcolo: quando guardo quella machinosapoltrona di damasco verde smontatola veggo ancora occupata dallaaddormentata mia nonna nella sua veste eternamente nera - la buonanonna Luigiasý bella pure in vecchiajasorridente nelsonnoringiovanita nei sogni. Che pi¨? io m'imÓginoavolteseduto su' no sgabellino a' su˛i piedi ed ascoltoinsaziatolei che novella della rivoluzione francese e batto le manidi giojaudendo della sua fugaentro una gerladal monastero e daParigi; e singhiozzo al racconto della mano della sua compagnaIsolinamano bianchýssimainanellata di gemmerecisa egettata dalla repubblicana bordaglia tra le spaventate educande. Unpasso pi¨ innanzi sulla via delle allucinazionie riŔccomicullato dalla canterellante mia mamma in quella cuna di giunchi cheattende inutilmente un mio bimbo.

Ohletti in cui tanti parenti miŔi sono nati e son mortitÓvoliche li riuniste a banchetti di festasedie che li stringeste acommemorazioni di duoloscritt˛i che ne componeste le irespecchi che ne rifletteste gli aspettiio vi amoe benchŔtarlati e fessi e cadentivi amer˛ sempre. Vecchi servifedeli di casa miapartŔcipi delle gioje nostre e dei nostridolorinon vi metter˛ mai - state certi - alla porta.

Matra i m˛bilii libri Ŕbbero sempre le miepredilezioni. NŔ quý parlo dell'Ónimo diciascuno di essima della sola esterna lor forma. AmÓi ilibri ancor prima che li sapessi lŔggere e mi ricordo dellacommozione riverenziale con cui li guardavo allineati nelle vastebiblioteche - reggimenti d'ingegno pronti a mu˛ver battagliaalla ignoranzacolla differenzarispetto agli altri soldatichemostrÓvano il dorso prima del combattimentonon dopo. E oggipurein cui lo studio mi ha quasi al punto tornato donde partýicioŔ alla tÓbula rasaapro talvolta la mia min¨scolalibrerýa e li percorro con li occhidisopra le rilegature.Parmi di avere dinanzi una folla di amici - amici che non tradýscono.E io li palpo carezzevolmente sul dorso come generosi destrieri e libacio ancheesedŔndomiqualche voltasullo sporto dellalibrerýaappoggio la mia testa contr'essi e lý rimangobeatocome sulla spalla di una donna caraquasi assorbendo -feconda pioggia - il lor genioquasi sentendo il mio ferroalcontatto della loro magnetefarsi magnete.

SenonchŔun'altra e pi¨ possente voce d'amore a sŔ mi lusinga em'attrÓe. ╚ la voce della terrala gran genitricedegli u˛mini e degli Deicome la dýssero i nostriantichi; la grande amantecome ioin aggiuntala chiamerŔi.

L'uomonon capit˛ sulla terracome Crist˛foro Colombo nelleIndie occidentaliquasi venuto d'altro pianeta e in atto di gloriosopredone; ma si trov˛lentamentedalla medŔsima terraformato e modificato; prende quindi da essa le ragioni della suaesistenzail movente de' su˛i sentimentigli indirizzi dellesue azionicosicchŔ l'uomodi faccia alla terrasi dovrebbechiamarenon un conquistatore ma un conquistato. Dir˛ meglioper˛: l'uomo e la terracome FilŔmone e BÓucisotto un ¨nico tettosi comÓndano e sŔrvonoreciprocamente e sempre corre tra loro uno scambionon di materiasoltantoma di pensieri e d'affettisue vibrazioni. Montesquieu hafondato su ci˛ la sua teorýa del clima e Buckle la suateorýa geogrÓficaed Ŕ pure per ci˛ chenell'uomo e specialmente in col¨inel quale il sentimentooriginario non Ŕ affievolito o distrattosi sommovesirisvegliain presenza di questo o di quel brano di paesaggiounfondo d'insospettate memorieun sensoquasi dirŔbbesidiparentela preumana.

Ohquali rapimenti d'amore ci sopracc˛lgono sulla spiaggiaalchiaro di lunaquando il mare ru˛tolasi e striscia a pie'nostricome tappeto di diamanti e di perle che copra movŔntisiforme di donne! quali pugnaci entusiasmi ci assÓlgono sotto uncielo in tempestamentre il mare sferza - negro toro furioso - lacoda suacontro lo scoglio che ci sorreggesibilandomuggendotormentosamentecome il cuor nostro! E olýmpici orgogli cisalýronoquale fumo d'incensoalla frontequandoin cimadi un montenon ad altro vassalloe in una ebbrezza di puro Óereguardammo in gi¨ le bassure del mondo e la miseria degliu˛minie tenerezze improvvise ci rattŔnnero il passo ec'inumidýrono il ciglio presso lembi di terra verdi e ripostinei quali avremmo sý volentieri giaciuto sovra le zolle ¨midee intatteopi¨ancorasott'esse.

NŔla sovrana natura ci d˛mina solo con gli ampli su˛iabbracciamenti ma anche con i pi¨ tenui sorrisi e le pi¨fuggŔvoli occhiate. L'agucchiatrice che sul davanzale delsolitario abbainodonde non vede che tŔgole e gatticoltivapochi vasi di fiorisente per essi qualche cosa di pi¨ diun'affezione botÓnica: il prigioniero che avvertel'arrampicarsi di un filo di Ŕdera verso la sbarra della mutasua cellane segue con trepidanza la faticosa ascesa ostinata e loattendenon come ramicello di piantama qual vivo Ŕssere chevenga a recargli i conforti dell'amicizia e l'odore della libertÓ.

Edio pureper l'umanitÓ verdesentýitra non pocheamicizieuna vera passione. Nel giardino della mia nonnasorgeva -¨nico Ólbero - una Tilia grandýflora. A mŔpiccinosembrava immensafors'anche perchŔ il giardino eramýnimo (un prato come una sala) che essa tutto copriva dellasua ombra. Nella frondeggiante chioma convenývan dý enotte i pÓsseri del vicinato ai loro pettegolezzi e ai lorsposaliziequando fiorivavi aliÓvano Óurei sciamidi api. Sotto di lei io portavonella buona stagionedozzine dilibrie disteso sull'erbaappoggiavo contro il liscio e molle suotronco - dalla corteccia cara agli amori e alle lŔttere - ilcapocome Amleto sul grembo di Ofelia. PispigliÓvano ipÓsseri sovra di mŔ e si baciucchiÓvanorombÓvan le apidi miele grÓvidetra le radicicelesti; un olezzo intensýssimo si spandeva d'intorno e dalligneo tronco quasi emanava una respirazione. E allora aprivo i miŔilibried essala buona piantali leggeva con mŔ.

SenonchŔdopo la verde e la rossaveniva la gialla stagione. Le cuoriformibarbate foglie della mia pianta cominciÓvano ad ingiallireadaccartocciarsia cadere. Oh quale provavo doloreveggŔndolal'amata miaobbligata a svestirsiproprio quando la nonna indossavaa mŔ il primo giubboncino di lana! qual mi stringeva timoreche non avesse pi¨ a rinfogliarsi! come assistevo con penadietro i vetri delle nostre calde stanzetteal fioccar della neveche facŔa incanutire anzi tempo e piegare que' spogli ramiimploranti il sole! ImÓgina dunque con quanta ansietÓal rintepidirsi dell'ariaio spiassi lo sgelo del verde sangue dellamia Tiliae come gioissi scoprendo il suo primo germoglio!

Mauna primaverala vaga pianta rest˛ assopita nel risvegliodell'anno. Tutto giÓ rinverdiva e metteva fiore intorno a lei.Essa sola continuava a protŔndere nudi rami egiÓ sýpresta a saldare le sue feritemostrava ora nel m˛rbido legnopiaghe irrimarginÓbili. Si consult˛ il giardiniere diuna villa vicina. Come una mŔdica celebritÓchiamataal letto di un mortoil giardiniere pronunci˛ solennementequella sentenza che chiunquesalvo un amanteavrebbe anticipata.Tuttavýaper contentare mia nonnao piuttosto i gonfi occhidel suo nipotinoegli si arrese a tentare una amputazione senzarisparmio e senza speranza. P˛vera Tilia! Decapitatacon duemoncherini scheltriti per ariarimase lý in mezzo al pratoin s¨pplice attocome il San JŔmolo della LegendaÓurea. Ma invano! Anche lo stormo de' neri pÓsseril'avŔa abbandonatae giÓ la nonna e la cuocaconfabulÓvano collo spaccalegna. Io solone' miŔiaffetti ostinatogiravocoll'inaffiatojointorno alla insensýbilepianta e le versavo continuamente al piede aqua e lÓgrimeesospiravo aspettando che la sua vita e l'amoremercŔ miarigermogliÓsser per mŔ.



TERZOCIELO


Amelia


Maio doveva salirene' miŔi amoripi¨ alto - sempre pi¨alto. Dal campo della linea esternatracciata dalla natura sia collanuda mano sia colla maga verghetta dell'artepresto passÓi aquello della linea internapassÓi dalle pinacoteche (e mettoanche tra esse le collezioni di paesaggi di vivo verde ed azzurro)alle biblioteche.

Quituttavýami trovÓi innanzi due vie. M'incoraggiavaverso la prima un professore di lingue clÓssiche. Sbadigliavoioallorail mio primo anno di licŔo. Quel professoregiÓnell'Óbito preteaveva mutato il plumbeo latino de' santipadri con l'Óureo dei padri profani Agli ist˛riciaigramÓticiai fil˛sofiegliper˛preferiva ipoetie tra questi i pi¨ donnajuolicommentÓndoci atutto spiano e Catullo ed Orazio e Properzio ed Ovidio.

Ohcomeleggendo egli di amoritra una folla di visicome allora inostrifreschi e femmineiorto vero di rosei su˛i occhirospini diventÓvano l¨cidioh come la voce di luifacŔvasi capreggiantequandoai passi pi¨ sdr¨cciolisostava per illustrare e farci gustare bellezzech'egli chiamavafilol˛giche!

Edall'onda de' versi armoniosisembrÓvano emŔrgere eposare nell'Óula semicircolarecome modelle in una scuola didisegnole formose matrone e fanciulle di Roma antica - patrizie evestaliliberte e schiavecanŔfore e citarededanzatrici edittŔridi. E sorgeva Glicera dalle membra bianche e splendentiqual marmo pario e LÓlage che sorrideva parole e TindÓrideancor pi¨ bella della bellýssima madre; sorgŔvanoNŔmesi e Deliale spossatrici del delicato Tibulloed Acmein grembo del suo Settimiello e Lesbia catulliana dagli innumerŔvolibacicol pÓssero suo. Epresso lorola gladiatoria Filenedall'amor sÓffico e la mentita Licisca dal colmo seno e dagliindorati capŔzzolied Ipsitilla fida e Neera spergiuraeppursý caraNeera il cui volto e pi¨ l'ira piacŔvanotanto a Properzio. Quindisdrajata asiaticamente sui cusciniporpurei di una lettiga dorata e gemmatache nel sole parŔaun solepassavarecÓndosi al mare d'Anziola giun˛nicaCinzia dalla fulva chioma e dalla mano affilata: otto schiavi etiopireggŔvano sulle spalle ebanine la lettigaad essa legati datintinnanti catene d'argento: due mastinidai collari aspri dipuntela accompagnÓvanoringhiosa scorta. Poi la notte siaddensava nell'Óere e Diana mostrava la sua pÓllidafaccia: le tŔnere vŔrginiin cerchiotenŔndosia manocantÓvano con voce argentina le lÓudi dellafredda castitÓ della deamentre gli amanti appendŔvanoalle immiti portecorone di rose bagnate dalla rugiada del pianto.Ma un rombo di applÓusi e una m˛bile striscia di fuocorompŔvano in lontananza la calma e le tŔnebre:piŔ-veloci fanciullefra due siepi di Óvidi gi˛vaniacclamanticorrŔvano nude e pudicheimpugnando e scuotendofiÓccole. Il rumore aumentavavi si aggiungeva il fracasso dicýmbali furiosamente picchiati e di scossi sistri concitatori:la sacra orgia avŔa invaso la immensa cittÓebaccantiin mezzo a luperci dal fecondatore flagello e satirettidalle coscie villosela percorrŔvano tumultuosamentelechiome sparseagitando tirsiebbre di vino e d'amore.

Eraquesto un latino a capirsi ben fÓcile anche senza commentietanto pi¨ fÓcile che il professore avŔanellospiegÓrcelovere alzate d'ingegno; mettevaper cosýdirele alipur restando un majale. NŔ io vi potrŔicerto giurare che la mia pelle fosse pi¨ impervia alle carezzedella sensualitÓ di quelle de' miŔi compagni e che nonmi trovassi tanto quanto commosso a sifatta esposizione di bionde enere capigliature che toccÓvano il suolodi occhi cherubÓvano al mare il colore e alle stelle il fulgoredi labbrat¨mide e ardentidi spalle trionfalidi seni t¨rgidie erettidi fianchi voluttuosidi rosati ginocchi e piŔinavvertýbili... - a tutta questa filatadinanzi a noisultanuccidi non smorfiose ragazzespiranti ellŔnicagraziaodor di mela cotognascollate fino al mallŔolo.

Tuttavýala mia Ónima ne uscý illesa. L'ostÓcolo che giÓsi era frapposto tra essa e le creazioni della plÓstica - lamancanza di affettuositÓ - rialzava quý il capo.Quell'amor greco o latinocosý ricco di polpem'avevaincomplessoun viso insulso. Nell'amorecome in pitturacome inletteraturacome in tuttogli antichi non possedŔvano lemezze tintequelle delicate espressioni di sentimento che pŔnetranoassÓi pi¨ addentro in un cuore delle forti. Dai cielidell'amor plat˛nicodai pinÓcoli dell'amor trÓgicoprecipitÓvano addirittura nello stabbio della priapografýa.Era forse il loro un amor pi¨ sinceroperchŔ pi¨bestialedel nostro; era forse pi¨ adatto a mŔttereassieme robusti gaglioffima non conduceva che a nozze di carneele p˛vere Ónime sospirÓvano escluse dal tÓlamo.

Moltedonne dell'antichitÓ ammirÓinon ne ho amata alcuna.╚rano grandinon affettuose: Ŕrano bellenon gentili.Non conoscŔvano il pudore del vizionon la modestia dellavirt¨. Boriose semprela loro casa poteva dirsi una varietÓdella piazza. Capaci di pronunciare una sentenza sublimeignorÓvanoil commosso m¨rmure dell'amore; pronte ad uccýdersiteatralmente sul corpo dei loro amatinon sapŔvano piÓngerlicon celate lÓgrime e morir di cordoglio. Tisbe che si lasciacadere sul ferro ancora tepente del sangue di Pýramo suoDidone tradita che spegne la fiamma amorosa tra le fiamme di un rogoLeandro che affoganel mar burrascososotto la torre e gli occhiansii di Eroaltri ed altri amori infelicifiniti nel laccio di uncÓnapeda un'alta rupesovra una spadanell'aquanelfuocoinvitÓvano certo a pietÓma la pietÓcedeva in mŔ presto alla indifferenza. Per tanti funerali nonavevo pi¨ lutto. Anche per Ariannaabbandonata in Nassodall'ingrato TesŔola commiserazione mi si mut˛ inilaritÓquando la vidi sý facilmente consolarsi conBacco - la dive bouteille. Di tutte le innamorate della antichitÓuna sola conquist˛ le mie simpatýe e fu BÓcchidela gi˛vine e dolce eterarejetta da IpŔridela qualea coloro cheparlÓndole dell'amante di un tempoora inbraccio d'altra donnale chiedŔvano: e tu che fai? -rispondeva: l'attendo. -

SenonchŔa casaio dimenticava fortunatamente la scuolae la campanadell'Ónima mia tornava a librarsi e a squillaresenza alcunoche le tirasse la cordanell'aerea sua torre.

Miero allora assoggettato ad una nutrizionespinta alle dosi pi¨altedi romanzi modernie debbo Ŕssermene certo cacciati incorpo pi¨ che non ne potessi assimilareperocchŔ ogginon riuscirŔi a fÓrcene stare uno di pi¨compresi i miŔi. Oggi il capo dello scrittore paralizz˛lo st˛maco del lettore.

AbbandonÓndomidunque alla sdrucciolina del romanzo - sola menzogna onesta elodŔvole - cominciÓi allora a pigliareper le eroineche vi campeggiÓvanoil pi¨ vivo interessecaddi anzidi taluna di esse sifattamente innamorato da sentir gelosýaper gli amanti che l'autore aveva lor destinatoda irritarmi persinocon essiquando parŔvami che trattÓssero le loro damemen bene di quanto le avrŔi io trattate. NŔ unapassionecol mutar di romanzosostituývasi all'altra. De'su˛i amoriMargherita di Navarra dicŔa che l'¨ltimole rinfrescava sempre la memoria del primoe altrettanto potrŔidir io de' miŔi. Ogni nuovo amoreper mŔera ed Ŕun fiore che aggi¨ngesi al mazzo dei precedenti e ne aumentail profumo. A questo mazzo imposi per˛ un nome ¨nicoquasi sŔrico nastro che collegasse i vari fioriAmeliacreatura ideale tra la n¨vola e l'ombrain cui impersonavomano a manole virt¨ e bellezze delle mie eroine e che tutteinsieme me le rappresentavacome nel nome di donna italianasplŔndono fuse la formositÓ delle romane e l'eleganzadelle lombardelo spýrito delle vŔnete e il calordelle sýcule.

Maa costituire questa amante romÓnticacomplessiva o mediacome si chiamerebbe in statýsticaduolmi dover confessare chei romanzi italiani - accenno a quelli di una trentina di anni fÓed escludo i Cento Anni - non Ŕbbero parte. Le donne di taliromanzi rimÓsero semprea' miŔi occhipiatteimpiombate nelle lor pÓgine. Non parlo di quelle damemedioevalilosche e sbilencheche sembrÓvano stratagliatedai figurini di un vestiarista teatrale o da una tela di HÓyez.Le latine e le grechepazienza!non avŔvano cuoresentimentale: queste lo avŔvanoma di pezza rossa e cucitosovra il corsettocome su un piastrone di scherma. E debbo purconfessare - e mi picchio il petto - che neanche la protagonista delromanzo pi¨ celebratoe meritamentedell'Italia odiernaLucýa Mondellaseppe co' su˛i occhioni bassi e lalusinga delle sue ritrosýepormi terzo fra Renzo e DonRodrigo. La tosasicuramentepossedeva un cuor non dipintomatramandava anche - almeno al sospettoso mio olfato - ilcaratterýstico odore di cotonina e stallÓtico dellevillane lombarde. Con essa avrŔi forse potuto fare all'amorein tempi d'infreddatura. Disgraziatamentea quell'Ŕpocanonero infreddato.

Leeroine da mŔ preferitef¨rono invecepressochŔtuttestraniere e specialmente inglesi e tedesche - fanciulle cheavŔvano nei capelli il sole e nella pupilla il sereno mancantial lor cieloe nelle carni trasparenze d'alabastro e d'opalefanciulle in cui non si sapeva discŔrnere dove il sognofinisse e cominciasse la realtÓ. S'impadronýrono essedei centri sessuali del mio cervello dando sguardi e parola e movenzealla letteraria mia Amelia. E verso mŔcangiatoprovvisoriamente nel gi˛vane WÓltervedevo acc˛rreree rifugiarsi Fiorenzala mite figlia del duro Dombeyo trasportavotra le mie bracciadal giardino alla sua stanzucciala p˛veraDora Copperfield che diventava di giorno in giorno pi¨ lieveoa mano di Agnesescendevo dal tempiodove ci eravamo sposativerso una vita felice. Epp˛iseduto con Saint-Preux ascoltavoi saggi consigli di Giuliama pi¨ mi piacŔvan lelabbra donde venývanoe mi sollazzavo con Lilý e lesue colombellela ridente Lilý ignara d'amore benchŔgiÓ innamorata. E ancora: reggevo colla buona Cordelia iltitubante passo dell'allucinato rŔ Learo sepelivoconsilenziosa ambasciaAtala nella solitaria grottaod incontrÓtomiin qualche angioletta di Kl˛pstock smarrýtasi in terraci abbracciavamo tuttotremanti di gioja.

Mamolto pi¨ che a quelle dei romanzifui e sono devoto alleeroine dei loro autori. Parlo delle ýnclite donneche amÓronoi sommi scrittori o ne f¨rono amatee le chiamopur'esseeroine - specialmente le prime - perocchŔ non ama davvero ungran cuore se non colŔi che ha un cuor grande. Quasi semprel'uomo destinato alla gloriaappare solo nel mondo ed Ŕ daquesto per lungo tempo sfuggitocalunniato anzi e deriso comeincompreso da coloro sý fÓcili ad Ŕsser capitigli stolti. SenonchŔla donna magnÓnima lo ha scortolo ha indovinatoeprŔsaga del futurosdegnosa dellamoltit¨dinegenerosa a lui ed a sŔaccorre al suofianco.

Talidonne han diritto alla perenne riconoscenza dell'ammirante posteritÓ.Le pi¨ splŔndide rose dell'ingegno fiorýrono alsole dell'amore. Dare un uomop˛ssono quasi tutte; ungrand'uomopochýssime. Sonoquestele vere muse invocatedalla poesýale vestali conservatrici del sacro fuoco delgenio. DirŔiricordÓndoleche nella generazioneintellettuale avviene come nell'altranulla si pu˛ produrresenza il concorso di fŔmmina. Acceso dallo sguardo di Biceilsangue di Dante si slancia ai c¨lmini del pensiero e tocca ilcielo. Senza LÓuraPetrarca compone la morta Africa; conLÓurail canzoniere immortale. Ed ecco Margherita di Scoziabacia la bocca di Alano Chartieril deforme poetaquella boccadond'Ŕrano usciti tanti motti arguti e virtuose sentenzeeVittoria Colonna corona di casto amore l'altera gloria diMichelÓngioloe Luisa d'Albanýa debella col suosorriso il cipiglio d'Alfierie la Dama gentile teneramente consolacolle letterenon potendo colle carezzel'Ŕsule F˛scolo.Ed ecco ancoraCarolina MÓierla timida giovinettafatta dis¨bito ardita alla vista di Jean-Paulsi china a lui e glibacia appassionatamentetra gli scandolezzati parentila manoquella mano che sarÓ suae Federica BriongiÓ felicee sempre altera dell'amplesso del letterario Giove della Germaniarespinge ogni offerta pi¨ seducente di nozzee muor soladicendoche donna amata da Goethe non poteva Ŕsser d'altrinemmeno di un rŔ.

Benedettevoi tutteinsigni donnedi ogni tempo e paeseche foste madri agliu˛mini eccelsiassÓi pi¨ di quelle che li hannoportatispesso indegneper pochi mesi nel grembo; che di essiascoltaste il silenzio e vedeste il cuore; che loro versaste nellevene l'agitante liquor dell'amoree foste patria a chi l'avevaperduta e gloria a cui era contesa; voinelle cui braccia fedeliilgenio obli˛ la sventura e nella cui voce sentýl'oricalco incitante a nuove pugne e vittorie. Non vi ha gagliardointellettoche non rimanga talvolta sorpreso da smarrimenti esgomenti: guÓi allorase solo ei si trovi; se la gemellaÓnima confortatrice gli manchi! Beato invece col¨i chepu˛ riposare lo sguardo afflitto in una femminile pupilla chesplenda fede incrollÓbile. Lo odiilo persŔguiti ilmondo; a lui basta che ella sorrida. Si addensi pure la nottel'uragano imperversistrida il gelo; allacciato con leiegli Ŕnella lucenel caldonella sicurezza. Benedetteripetotutte voio elettýssime! Il premio che vi concede la storia Ŕ benmeritato. Nell'aurŔola che circonda la fronte dei vostriamanti od amativoi pur risplendete - voiattraverso i sŔcoli¨nicheindissol¨bili loro spose.



QUARTOCIELO


Elvira


Nelsommo del cielo letterario Ŕ la soglia del musicaleed io suquesta sostÓi. Non l'ho varcatamaa giudicare dall'emozioneche m'investý solo tendendo l'orecchio verso l'abisso dimelodiosi bagliori innanzi a mŔ spalancatodico e credo chese il paradiso ha un'anticÓmeraŔ questa. Qualchepasso pi¨ in lÓ e il mio Ŕssere si sarebbe divoluttÓ liquefattorarefattoin uno spýrito puro.

GiordanoBrunoin quelle sue pÓgine sý geniosamente malscrittechiamava la divinitÓ Ónima dell'Ónima.Con egual frase io definirŔi la m¨sica; quella deisuoniintendiÓmocinon quella dei rumori. Essa infatti ha unnonsochŔ di divinoea differenza delle altre artinon sÓesprýmere ottimamente che la bontÓ. I colorigliodorile forme hanno occulti e stretti rapporti con essae verrÓtempo in cui si canteranno e suoneranno dal vero un mazzo di fioriun vassojo di dolciuna statuaun edificiocome oggi un foglio diromanza od uno spartito di melodrammaaperti sul leggio. PoichŔdue lingue universali ci andiamo preparando noi u˛minimentresi tende a riaffratellarci travolgendo governi e frontiere - una dicifreuna di note - e se diverremo completamente malvagiintŔpretedelle nostre idŔe sarÓ la prima; se torneremo buonil'altra.

Oraio ebbi un amore interamente musicale. Della mia vitanumeravo inquel tempo diciottanni di meno. Una notteverso le diecistavo nelmio studiuolocolla finestra aperta. La finestra guardava sopra unaserie di giardinetti ben pettinatiche dall'alto sembrÓvanofazzoletti a colorie da essicol tepore del maggiosalivano a mŔle mille fragranze e i mille silenzi della verde addormentata natura.StÓvomi nell'oscuritÓsdrajato in una poltronafisoal cielo stellatoin un vaneggio di pensieri.

Aun tratto oscill˛ nel silenzio un sospiro di violinolungolamentŔvole. Il mio cuore drizz˛ palpitando l'orecchio.Al sospiro tenne dietro un motivo bizzarro e insieme soaveuna trinadi suoni dal capriccioso disegno su un fondo di malinconia. Ioascoltavo e tremavo. Quando il violino si taquem'accorsi di averele guance bagnate e gli occhi pieni di lÓgrime.

Indifferentementesi pu˛ udireimpunemente si pu˛ suonare il pianofortenon il violino. Nel pianoforte il fabbricatore mette quel tanto disentimento che il prezzo concede e alla mano non resta che dievocarlo meccanicamente - si tiraper cosý direal cane lacoda e il cane guaisce - nŔ pi¨ del vino che Ŕin botte si cava. I cembalisti p˛ssono tutti arrivare ad unsegno; i cembalisti si fÓbbricano come i loro strumenti. NelviolinoinveceŔ l'Ónima di chi suona chealleÓndosialle vocali minugietrova una lingua. Tante Ónimetantiviolinisti. Nel pianoforte senti sempre la materia inorgÓnicametallo e legno; nel violino odi la mesta eco di una vita che fu. Unosuonal'altro canta. LÓ Ŕ lo strumento la principalpartequi chi l'adopra. LÓ non ti stanchi se non le dita epu˛i mŔttere pancia: qui soffri e ti si affilan legote.

Lanotte appressoall'ora medŔsimala musicale voce ricominci˛il suo innamorato lamentoe cosý l'altra ancora e cosýla seguente. Io non sapevonŔ mi curavo saperedondevenisseio non cercavo d'indovinare se sulla sua cuna di abete fossechinato un volto di mamma o di babbo: solo sentivo di Ŕssereperdutamente innamorato di lei. E tutto il giorno durava in mŔla vibrazione di quella voce e ansioso desideravo che la nottefunerea coltresi adagiasse sulla bara terrestreper andarmi arinchi¨dere - perocchŔ nulla Ŕ pi¨ dolcedell'amore furtivo - nello studiuoloe lÓ attŔndere lamia invisibile amica fatta di suoni.

Nedessa mancava mai al convegno. Al primo rinsenso della conosciutavocecorreva per tutto il mio frÓgile Ŕssere untrŔmito. Come ipnotizzato da leiio gioiva o soffriva ognisorta di sensazione che le piacesse d'impormi.

Misembrava talvoltada lei guidatodi trovarmi fra alte disabitatemontagne in riva ad un lago senza velesenz'ondesull'aqua delquale scivolasse un raggio lunare e nel raggio una tÓcitafrotta di cÓndidi cigni; talaltradi Ŕssere in unaimmota atmosfera di luce elŔttricain mezzo a un paesei cuimonti Ŕran cristallo di rocca e le piante vitrificazioni acolorivitrifatto pure io: talaltra ancoradi scŔnderescŔndere per caverne rutilanti d'oro e scintillanti di gemmefinchŔ - restringŔndosi intorno a mŔ le paretidella spelonca e sul punto di rimanere asfissiato - si squarciavadicolpola terrae io mi sentivo attirato all'ins¨ qual bollad'aria e trasportato (oh la serenaoh la fresca mattina diprimavera!) in una selva odorosa di castagno e di timo egorgheggiante d'augellidove mi smarrivo estasiato - come il m˛nacosanto della leggenda - per sŔcoli.

Mapoidalle mÓgiche corde balzÓvano cozzo d'armi efanfare guerresche. SenonchŔla nota della mestiziariaquistava s¨bito il sopravvento. Pareva allora di udire duevecchi valorosi raccontarsi la loro ¨ltima avversa battaglia.All'urto infuriato de' cavalli nemicisi aprivano i reggimenti de'granatieri e cadevano le Óquile sotto i cadÓveri deiloro alfieri. Solo un uomodal cappellino sugli occhi aggrondati edalla destra nella bottoniera del bigio soprÓbitostavaeretto ed imm˛bile nella sventurae il suo profŔticosguardo imperiale vedŔa la gloria - all'inno dellaMarsigliese - coronare i vinti.

Altrevoltel'addolorata Ónima del mio violino sembravarammaricarsi teneramente coll'amato e dirgli: perchŔsvegliasti il mio cuore se non gli volevi accompagnare il tuo? perchŔtante promessecollo sguardom'hai fatto se pensavi tradirle?perchŔ lasciasti lagrimare quest'occhi che chiamavi sýbelli e impallidir questa guancia che tanto desideravi?Maimpietositol'amato parŔa azzittisse la dolce querelasullabocca di leicon un bacioed era allora un duello di bacitemendoognuno di darne meno dell'altro. Tutto finiva in un rugugliar dicolombiin un sospiro di felicitÓ.

Mala voce del dolore erompeva di nuovo ed il suo flutto coprivainghiottiva il sottil velabro di gioia. Solenne era il lamento. Unagrand'Ónimaalto-appesa in cospetto del mondobramavainutilmente di stringere tra le sue braccia l'umanitÓ chegliele aveva divise e inchiodate. PerchÚ - sembrava essadire - sar˛ io la solachenon riamataeternamente ama?Il cielo nereggiava di nubie le sue výscere rumoreggiÓvantempesta. Dalla croce fuggývanoin ogni partebattendospaventati le alii paffutelli amorini pagani. Grosse lÓgrimecadŔvano dalla grande Ónima abbandonatamutÓndosisulla terra in roseed ella elevÓvasi lentamente a Dio ed inlui si aquietava.

Iorimanevointantocome incantato. assorbendo la misteriosa musicasentŔndoneper cosý direil contattoabbracciÓndolaquasifinchŔ l'arco non si fosse staccato dal fecondo suocongiungimento con le corde canoregocciante ancora di note.

Allorasolo potevo alzarmi ed uscire dalla stanzucciagonfio di bontÓ.Oh quanto mi sarŔi riputato felice di avere allora un nemicochŔ sarŔi corso a domandargli perdono! Ed Ŕ aquesto perýodo della mia vita che io debbopressochŔtutteattribuire le poche buone ˛pere che mi fu fatto dic˛mpiere e le molte d'imaginare.

Mauna notte - dopo due mesi di amore - la musicale mia amante nonapparve al convegno. E inutilmente duetrequattro dýl'aspettÓi. Non pi¨ melodýenon pi¨sospiri amorositremolanti per l'Óere. Dai cespugliosigiardiniavvolti nell'ombranon mi arrivava che il mon˛tonogrido dei grilli e il singulto del c¨colo.

Unastrana inquiet¨dine mi sorpreseun'angoscia mutacome ilpresentimento di una sventura. Che era avvenuto di lei? A nessunoosavo chiŔderne: trattÓvasi di un segreto d'amore e nonpotevo tradirlo. Giravo dunquegiravo da solo e come smarritointorno all'isolato di case dov'era pure la mia e che rinserravaconsý gran n¨mero di pigionantiquell'Óngiolo¨nico di violinospiando a ogni portaad ogni finestracercando con le pupille di traversar tanta spessezza di muri e difronti.

CosýpassÓrono quindici giorni - giorni di strazio - quasiassistessi alla lenta agonýa di una persona cara. Finalmenteun mattinouscendovididinanzi al portone di una casa vicinauncarro mortuario. StÓvano sulla soglia e sul marciapiedeparecchie fanciulle abbigliate e velate di neroe disotto i veliapparivan visetti dagli occhi rossi e dalle labbra aggreppatevisiche ricordavo di aver qualche volta incontrati nella pr˛ssimavia del Conservatorio di m¨sica. Una bara fu trasportata fuordal portone - ed era breve e parŔa leggera - e collocata sulcarro e coperta da una coltre bianca ed argenteasulla quale e sulpadiglione del carro f¨ron posate corone di cÓndiderose dai lunghi nastri pendenti e dalla scritta Ad Elviralecoallieve. Lentamente il carro si mosse. Le gentili compagne gli siraggrupparono intornoseguŔndolocol fazzoletto sugli occhi.

PortÓvanoa sepelirmi la M¨sica. E la cortina del quarto mio cielopesantemente cadde.



INTERRA


Estere Lisa


MiritrovÓi dunque in terra. Non era la prima voltanŔdoveva Ŕsser l'¨ltimache io fossi riafferrato dallarealtÓma le mie catture tra le mani di questa f¨ronosempre brevi. Toccavo terra ma a modo di augelloche ne' su˛ivoli posa a tratti su'n ramo d'Ólberosu'no scogliosu'nfumajoloper riapprovvigionarsi - mýnimo AntŔo pennuto- di forze e slanciarsi dalla cocca terrestre a mete pi¨eccelse. Se lo specchio de' miŔi amori ideali rest˛talora annebbiato dal fumo dell'umana paludel'appannamento benpresto si dissolvevalasciando lo specchio pi¨ lucente diprima.

Uncuore fin quý vedestio amica genialecheanelÓndonee invano cercÓndone un altrofoggia quest'¨ltimo conparte di sŔ: ora il cuore stÓ in presenza di un suopossýbil compagnoe benchŔ l'amore ch'ei ne risentesia ancor fatto pi¨ di su˛i pÓlpiti ched'altr¨iprende almenoda questicalore.

Siamoal capýtolo dov'io vorrŔi ricordarecon fervore digratit¨dinetutti gli sguardi che risp˛sero ai miŔitutte le strette parlanti di mano e le dolci parole e i sorrisi -udýbili e visýbili baci - e gli innocenti rossori percolpe non commettende e i s¨biti imbarazzi e persino le iruzzee i dispettucci adorÓbiligŔmiti d'amor repressotuttein una parolale caste concessioni di cui donne e fanciullemi beneficÓrono. ╚ sulla terra che noi quýcamminiamoma Ŕ terra vestita di muschio e sparsa di gigli.

NŔdal mio atto di grazia io intendo quelle di escl¨dere - e sonole pi¨ - che pur non sentendo amore per mŔme neispirÓrono vivo per esse. InnamorarlaŔ giÓfare ad un'Ónima dono divino. Come la voluttÓ di oprareil benequella di volerneŔper sŔ solatalecheanche priva di contraccambiobasta. Esýger di pi¨Ŕusura.

Certamentel'uomo il cui midollo sentimentale Ŕ difeso da una pelleippopotaminal'uomo pel quale nessuna donna satis nuda jacetcapirÓnulla affatto di questi ch'egli potrebbe chiamare prime aste odarpeggi scolÓsticiesÓturo di grassa concupiscenza odi soddisfatta sensualitÓsi burlerÓ delle giojecheio vantodel desiderio puro e del tÓcito innamoramento. Ma amŔ poco importa. Io non scrivo per lui. I miŔi lettoried io con essipossessori di fibre men spessesappiamo per provache i mýnimi presentimenti d'amore bÓstano a suscitarein noi emozioni che appena si accennerŔbberonei contatti pi¨ýntimi della carnein que' grossolani cu˛icosicchŔla donna che a noi Ŕ cortese di un sorriso o di una occhiatadi simpatýadi un sospiro desideroso o pietosodÓassÓi pi¨ che non diaconcedŔndosi tuttaaque' nostri non-sýmili.

Ohquanto mai vi rammento e ancora mi confortategentili miedi cuinon sfiorÓi che la vestese pure! Nessuna di voi mi halasciato e lascerÓ maia cominciare da quella frottafolleggiante di ragazzettechesu'n gran pratotenŔndosi amanomi sorprendŔvanomi accerchiÓvanomŔ pi¨bimbo di essegirotondando schiamazzantimentr'ioin mezzo dilorocercavo afferrar questa o quellasenza - come poi sempre miaccadde - riuscirviperchŔ mi piacŔvano tutte e leavrŔi tutte volute.

Euna appresso all'altrami riappÓjono tre fanciulle dai d˛diciai quýndici annilietezza della mia adolescenza.

Laprimafulva come uno scojÓttolo e che sapŔa lieve digineproavŔa per mŔ le tenerezze selvÓtiche diuna scimmietta: la mi guardava fiso in pien volto con occhi dimaliziosa affettuositÓmi saltava talvolta pazzerellamentealle spalle battŔndomele fortemi si pendeva con improvvisiabbandoni al braccio o mi stringeva e pizzicottava con mani che Ŕranotanagliettesino a farmi guair dal doloreun dolor delizioso.

Eral'altra una giovinetta frÓgile e trasparentedevota apr˛ssima morte. Quante t˛mbole ho mai giocato con essa!Ellachetra le prosperose compagneparŔa una cÓndidarosa in un cestello di rosseamava sedersi presso presso di mŔequando parlÓvamiavŔa nella voce soavitÓ etremolýi e fruscýi commoventi. E mettevamos'intendein comune le nostre cartellemamentre gli altri badÓvano ailoro n¨merinoi badavamo ai nostri occhi: ci guardavamosempre e vincevamo mai.

Quantoalla terzatenŔa guancie lattee e maggiostrine chericordÓvano l'imbellettatura e la bÓmbola. Questa nonera uscita mai di cittÓ - una cittÓ geograficamente edintellettualmente ben bassa - cosicchŔ l'aria montana in cuiera venuta colla sua mamma a passare una quindicina di giorni pressola miaavŔvala come ubbriacata. F¨rono quýndicidýper mŔ e per leidi moto e di gÓudio. Inpie' alle cinque della mattinasalivamo a far colazione sui poggicircostanticorrevamo pei prati inseguendo or le farfallevolantifiorior noi stessici arrampicavamo sugli Ólberi delfruttetooeretti sulla assicella della biciÓncolafaccia afacciaci lanciavamoal mutuo impulso de' ginocchinello spaziofacendo a gara a chi spingesse pi¨ alto; poigi¨ac˛rrere ancora col cerchio o la cordaa giuocare alla pallaad abbÓtter birillia scompigliar Ónatre ed ochefinchŔgiunta la seraballavamo al suono di qualcheavventizio organettonon smettendo se non con esso. Ma il giorno deldistacco ci sopraccolse. Quandoin uno dei due momenti (l'altro Ŕquello dell'arrivoo se vu˛i megliodella nÓscita) incui l'uomo - come scrive Jean-Paul - sembra pi¨ caro dels˛litoil momento della partenza (e cosý della morte)le nostre mani trovÓronsi per l'¨ltima volta unanell'altraun singhiozzo mi mont˛ alla golae gli occhis'imbambolÓrono a lei. Addýofanciulla latte efrÓgole! GiÓ lontaniellasporgŔndosi dallacarrozza che me la portava viasventolava ancora il suo fazzolettobianco ospizio di lÓgrime; iodal giardino che sovrastavaalla tortuosa stradatenevo alto e agitavo i fiori che¨ltimiessa m'avŔa donati e che non dovŔvano mainell'Ónimamiaessiccare.

Equý mi ritorni anche tufanciulla bruna dai grossi coralliagli orecchii cui capelli Ŕran notte e lo sguardo giornoecon tŔ l'emozione di quandosullo stesso divanosfogliavamoqualche gran libro di stampeaperto sui nostri ginocchioguardavamonella medŔsima ampia lenteimÓgini dilontani paesiin cui ci parŔa di camminare a braccetto. Frala mia guancia e la tuaappena appena sarebbe passato un velo dasposa ed entrambe scottÓvano della stessa fiamma; eppurrestÓvan disgiunte. Un ricciolino della tua chiomaavvicinÓndosi a' miŔi capellipur riccicercava quasidi allacciarsi con essieppure non si toccÓvanonŔ sitoccÓrono mai.

Evoibelle inc˛gniteapparse e quasi tosto sparite ne' miŔiviaggicome potrŔi obliarvi? L'intera notte l'avŔatrascorsa in vagone colla misteriosa signora. Era il vagone occupatoda viaggiatoriu˛mini tutti: non rimaneva altro posto per mŔche al fianco di lei. I nostri ginocchii g˛miti nostrinonpotŔvano non incontrarsi. Ned ella sfuggiva i miŔimavi appoggiavaanzicontroi su˛i lievissimamente. Unosbigottimento soave inondava - son certo - ambed¨ee logustavamo in silenzio. Oh quanti rosati castelli edificÓiquella notte! oh qual romanzo credetti di aver cominciato! Ma ilviaggio finýe i castelli si sci˛lseroe del romanzonon rest˛ scritto che il týtolo.

Orche vu˛i? io preferýi sempre l'amore in bocciuolo aquellonon dir˛ pure in fruttoma in fiore; io non seppidecýdermi maiperchŔ l'Óngelo non mi fuggissea tagliargli le ali. E anche tu lo pu˛i direo gentileilcui volto parŔa uno schizzo a carbone su'n bianco murotuchedivisa da mŔ da una viauscivi sul terrazzino a coltivarfioriquand'io mettŔvomi con un libro al mio davanzalerimpetto al tuo. Noi sentivamoio ci˛ che tu confidavi aifioritu quello che io leggevo nel libro. Quando poivenuta laserala tua finestra s'illuminavascorgevodietro le calatetendine di m¨ssoloil grazioso profilo di una inclinatatestina e di dita che agucchiÓvano svelte. Ma capo e manitalvoltasi confondŔvano in una sola ombra qual di piangentee allor mi era dolce di lagrimare teco. Un dý apparisti sulbalconcino con una lŔttera in mano; ne leggevi una lineapoimi guardavine leggevi un'altra e tornavi a guardarmi. QuellalŔtteranon v'ha dubbioti annunciava amore e ti era statainviata da un amico a tŔ ignoto ed anchedisgraziatamenteamŔ. Oh quanto io gioivo della tua gioia e insieme dolŔvamidi non avŔrtela procurata io! Ma ora tu avevi trovato eavresti posseduto tra poco chi ti amava; io dunque non ti abbisognavopi¨cara gi˛vine; e da quel giornoper tŔfeliceinfÓusto per mecessÓi dal guardarti.

Mapi¨ che ogni altraio ho in cuore tŔ - come mai tichiamavi? - buona e sana e rubiconda fanciulladal volto e dallemanine piene di fossarelledallo sguardo lýmpido e aperto...- ah sý╚ster - che eriad un tempola cameriera ela confidente di una mia zia. Il tuo eburneo allegro sorrisoquelsorriso che Ŕ il sale della bellezzaavŔa in sŔla luminositÓ di mille candele. Soventeio passavo la sera daziacenando e poi giocando con essa al pacýfico d˛mino.Tu intantosilenziosamente seduta in un Óngolo della salacucivie tratto tratto sospiravi. Oh avessi saputo come io attendevocon ansia - colla stessa tua ansia forse - l'istante di potŔrmeneandareperocchŔuscendotu mi accompagnavi a farmi lume gi¨per le scale e ad aprirmi il portone. Pi¨ scendevamo e pi¨il passo facŔvasi lento. Talora ci soffermavamominutisuipianer˛ttoli senza saperne il perchŔin uno di que'silenzi zeppi di tante parolementre il lume fumoso nella distrattatua mano pingŔa di accusatrici macchie la parete. A mŔle fresche fragranze delle verginali tue carni affluývano comeÓure primaverili da prati di mÓmmole. Mangiavo con gliocchi le mele appiuole della tua faccia e le rosse ciliegie della tuaboccamature ai baci; e di baci avrŔi voluto riŔmpierele tue cento fossettei capelligli occhii rosei ginocchiettidelle dita. SenonchŔtutti e due si ripigliava la pigradiscesa. Giunti al portonetu non riuscivi maise non dopo assÓiprovead infilare la chiave nella toppanŔ io sapevaajutarticosicchŔspessosi rimaneva lÓuno infaccia dell'altroarrossendobalbettandofinchŔ qualcheinquilino - soprarrivando dalla strada - non ci togliesse dal gratoimbarazzo. E allora io dovevamelanconicamenterivedere le stellee tu risalire le scale... con l'inquilino. Poimorý zia. Casasuae tu con essaspariste. Dove ora seibuona ╚ster?

Unaltro mio amore naquecrebbefiný a strette di mano. Fra itattiquel della mano Ŕ il rŔ. MÓssimaintŔrprete o c˛mplice della volontÓla manocoltiva ed edýficascrive e plasmacarezza ed uccide. Essa Ŕl'azione ed Ŕ la persona: essa ci fÓ s¨bito notocon chi trattiamochŔ vi ha la mano intellettuale e la manocretinauna tutta frŔmitigeliaccensionil'altraimpassýbiledura: vi ha la mano che attira e quella cherespinge; vi ha la mano di pressochŔ tutte e la mano di...Lisa.

Eraquestalunga e biancaliscia qual perlatrasparente comealabastrodalle dita le cui cime polseggiÓvano - ditaaffusolate e flessýbili sý da poterle rovesciar su sŔstesse quasi f˛sser senz'ossaeppur taliper nervositÓda non Ŕsser piegate che a forzase non volŔvanocŔdere. I microsc˛pici ˛rgani elettro-motoridaPacini scoperti ne' polpastrellidovŔvano Ŕssere insifatta mano sÓturi di elettricitÓ. La prima volta cheio l'ebbi nella miaparŔa mutamarmoreacadavŔrica:il suo toccouna forma convenzionale di salutonon l'acc˛rreredi una sensibilitÓ verso l'altra. Maa poco a pocole nostremani si intŔsero: quella di Lisa cominci˛ a prŔmerpi¨ forte quand'io mi congedavo da lei di quando me lepresentavo. Oh come bianca quella manina! oh come negri gli occhi dichi me la offriva! Una seratoccÓndolascatt˛ da essaun trŔmito che mi arriv˛ sino al cuore. D'allora inpoiLisa pi¨ non mi porse la palma sua con l'abbandonopi¨non serr˛ la mia con la sicurezza di prima: nell'istante delcommiato un indefinýbil ritegnouna parŔntesi diriflessionesi metteva fra noiincerti a chi primo dovesse stŔnderla mano. Dove l'amore Ŕ moltopoca Ŕ la disinvoltura.SenonchŔquando il casto connubio era osatonon pi¨sapevamoquasi a compenso della anteceduta tardanzadiss˛lverlo.E alloraguardÓndocitacevamo. Non Ŕ forse ilsilenzioin amorela pi¨ deliziosa delle sue dichiarazioni?Mapur troppoaltri parl˛ in vece mia. Cost¨i potŔacoprire di gemme quanto io avrŔi solo potuto di bacie fu daiparentise non da Lisaascoltato. Or la manina di leiquell'augelletta chea volteio dubitavoper non sciuparladistrýngeregiace sepolta nel cavo di una manaccia rozzacallosainsensýbile - teca di piombo e di quercia ad un innoin cinque strofed'amore.

Ohstrette di manocelate elem˛sine di affettooh sguardi densidi preghiere e promesseoh titubanze e rossoriimpallidimenti esospirioh cento e mille sottintesi e presensiquanto mai viricordoe cometuttorami consolate! NŔ tra voi manca ilbacio - ¨nico bacio che nel dar mi fu dato.

Eraallora il settembre dell'anno e il maggio della mia vita. Io mitrovavo sulla sponda di un lago stranieroin un vasto albergo.L'albergo era stipato di gente che io non conoscevo neppur dilinguaggioe per˛ in essovivente deserto per mŔgodevo tutti i vantaggitutto il piacere della solit¨dine. Eun dýsul tramontorincasavo da una delle mie camminate acaccia di fiori e di idŔe. La campanella avŔa giÓsussultato di bronzea tosse chiamando a tÓvoladal giardinodai p˛rticidalle cÓmerei forastieri sbadigliosi enojati. Solodietro la grande vetriata del salone che si apriva sulp˛rtico esternouna fanciulla indugiava. Un rosso sciallettole copriva le spalle cingŔndole i fianchie il pell¨cidovolto di leiimprontato a sofferenza gentile e serbante le tracciadi una pioggia di lÓgrimeappoggiÓvasi estaticamenteall'ampio cristallocontro il quale la punta del suo nasino e lelabbra mostrÓvansia mŔ di quÓ della lastraespanse e come schiacciate. E sulle labbra parŔa sospeso unsospiro in attesa di un bacio.

ComenegÓrglielo? Con un s¨bito moto posÓi la miabocca sovra il cristallo contro la sua e baciÓi. Le Ónimenostre toccÓronsi. Fu un istante ineffÓbile. Lafanciulla si distacc˛si strapp˛ quasi dalla vetriatae fuggý. Ma splendeva.

Edio? Ioall'alba seguentepartivo - sbigottito e felice di avertanto osato o sý poco.



ANCORAIN TERRA


Adele


Enon solo de' miŔima degli amori degli altri ho goduto especialmente di quelli degli amici. Se taluno quý sogghignandodicesse: ci˛ Ŕ d'usopotrŔi risp˛nderglicol fiero e pudico motto dei cavalieri della Giarrettiera. Lebrýciole degli altr¨i banchetti amorosi hanno sempreavuto per mŔ sapori e profumiinsospettati a coloro medŔsimiche vi sedŔvanoingordi o nauseati.

HogiÓ detto quanto mi appassionassi ai romanzisino aconf˛ndermi coi lor personaggie come mi innamorassi dellesimpÓtiche eroinefino ad incollerirmi coi loro amantiquando questi le trattÓvano non a seconda delle mieintenzioni. Soggiunger˛ che la lieta fine di un amore scritto- raramente lieta in uno vissuto - il matrimoniorendeva mŔpure beato. MercŔ i romanziio mi trovÓi dunquepi¨volteamante riamato o sposo felicesenz'˛bblighi notarili omorali di rimangiarmi per tutta quanta la vita i detriti dellafelicitÓ.

Ecome sul cammino del romanzocosý in quello della vita realeio sempre mi rallegrÓi e rallegro all'incontro di una coppiaben assortita e contenta. La direte follýa - non per˛tuamica geniale - ma io credo e mi persuado ognor pi¨ checiascuno di noi Ŕ il volume di un'¨nica ˛perala molŔcola di un medŔsimo sterminato individuo sullafoggia del Leviathan di Hobbes o dei mondi animati del Nolano. E per˛le altr¨i gloriequando schiettem'inorgoglýsconocome se f˛ssero mie; gli amori degli altriquando veri eprofondimi cons˛lano come se appartenŔssero a mŔ.Nulla mi Ŕ pi¨ gradito degli sguardi mutuati trapupille che si comprŔndono e si v˛gliono bene; io mainon mi posi tra essi; anzifin dove Ŕ onestoli favorýi.Ohcon quale occhiata tu mi ringraziavio fanciullaquandouscendo a passeggioio sequestravo alla tua ýspidaistitutrice il bracciomentre l'amato gi˛vane offriva a tŔil suo: oh comeritardandopi¨ che potevoil passomentrevojaltri lo allungavateaccompagnavo con occhio di affetto la vostracoppia gentile che si scambiava sussurriinarrivÓbili alletesi reti ac¨stiche della tua výgile!

SenonchŔquanto mi Ŕ a gioja l'assýstere ad una m¨sicamite d'amore a quattro mani suonataa due desideri placati inun'¨nica soddisfazionealtrettanto m'indispettisce lospettÓcol di donna cheamando Ŕssere amatagli amantiodiae li cangiacoi mille capricci della sua malvagitÓinspregŔvoli servi; opeggio ancorad'uomo cheferoce evigliaccofÓ piÓnger colŔi che lo adora. E quiricordo un mio condiscŔpolo d'universitÓdel quale siera pazzamente innamorata una fanciulla buona e bella. Di qualeplebŔo combustýbile si alimŔntano molte volte lepure fiamme di una ragazzaŔ strano! in bocca di qualigattacci vÓdano spesso a finire tante canarine grazioseŔdeplorŔvole! Aveva egli una di quelle faccie convenzionali dibel-gi˛vine che vŔggonsi sui giornali dei sarti. NŔl'animacciachecome il saleimpedývagli di completamentemarciredisaccordÓvasi dall'aspetto. Cost¨isempre inammirazione di sŔ medŔsimo - e tenŔasi addossopensa! uno specchietto in cui si mirava di tratto in trattoscimmiescamente - ricevevaspessolŔttere della p˛verabimba etra lo sprezzante e il vanesiome le mostrava. Certamentenon Ŕrano testi di lingua: a scuola non avrŔbberoforseneppur riportato i punti occorrenti alla promozionetuttavýaspirÓvano tale una ingenua e profonda passione cheleggŔndoleiomentr'egliil furfantesogghignava arricciÓndosi ibaffimi sentivo commosso di tenerezza per la innocente fanciulla ed'ira per l'indegnýssima cÓusa delle sue afflizioni. Ealloraper una magnŔtica trasposizione di sentimentimisembrava che tutte le lŔttere che io leggeva di leif˛sseronon a luima veramente dirette a mŔ che le meritavoe godevodelle loro espressioni come se f˛ssero a mŔ dedicate.Non solo: ma componevo le pi¨ amorose rispostele ricopiavosulla carta pi¨ fina e le mettevo in... pila. ╚ unepistolariocome altri cŔlebriin cui la posta nulla ha chevedere e che potrebbequandochessýaŔsser dato allestampe senza perýcolo di rossori miŔi od altr¨i.Un giornomi venne poi fatto - ned era cosý diffýcilepoichŔ il mio condiscŔpolo piacŔvasi didimenticar dappertutto i documenti della sua vanitÓ -d'impossessarmi di una lŔttera di quel cuore malcapitato. Perlungo tempoessa mi fu soave compagna: la recavo con mŔ nellepasseggiate: la miravo talvolta con le pupille annuvolate di lÓgrimee ne baciavo con religione d'amore la firma: quando poicoricÓndomil'avevo nascosta sotto il guancialemi pareva di giacere men solo.Oh fanciulla non vista mai nŔ a mŔ notache tidisperavi di non Ŕsser riamataquanto invece lo fosti! Senelle regioni spirýtichese nel mondo della quartadimensionec'incontreremocome impalliderÓi di giojosasorpresatrovando negli occhi miŔi le mille dichiarazionid'amore da tŔ sognatequelle dichiarazioniche tante volteti ho dette e tu non udistiche tante volte ti ho scritto e tu nonleggesti!

Prontoinvece fui semprecome Ovidioa favorire gli amori altr¨i.Abitavo - molti anni son corsi - un pýccolo alloggioin unavia fuori di mano e tranquillatutta giardini e conventi. Di tempoin tempoun amicýssimo mio me la chiedeva in prestanza per unsegreto convegno - con chi non diceva - ma dal suo occhio serenocapivo trattarsi di ben differenti cospirazioni delle polýticheed il silenzio di lui Ŕrane prova. E allora abbigliavo a festala mia casettacome se la sponsa de Lýbano dovesse scŔnderea mŔnon a lui; cancellavo dagli specchi ogni mýnimaappannatura e dai m˛bili ogni velo di p˛lvere; stendevoi lini pi¨ m˛rbidi e i tappeti pi¨ s˛fficinon lasciando cÓlice senza fiorenŔ fiala senz'essenzaodorosa nŔ cuscinetto senza spilli: disponevo perfino suitÓvoli libri di gentilezzae sul leggýo del pianofortepÓgine musicalidirŔi amorose se tutta la m¨sicanon fosse voceanche nell'irad'amore. Rientrando poia nottealtain casabenchŔ l'Óngiolo nel suo passaggio nonvi avesse piuma perdutosentivo cullarsi nell'aria una sottilefragranza come di violette fiorite in ajuole celestie negli specchimi pareva sorprŔndere ancora il riflesso di una forma dicherubino; equella notteil letto mi si cangiavatra i sogniincÓndide braccia femminee. Sovratutto gioivoallorchŔqualche fioredi quelli che avevo io colto e apprestatomancavaimaginÓndomelo ne' su˛i capelli. Una voltaper controne trovÓi uno di pi¨ - posato sulla Divina comediaeprecisamente ai versi amore - acceso di virt¨ sempr'altriaccese- purchŔ la fiamma sua paresse fuoreunincoraggiamento e un consiglio. E con riconoscente tremore me loavvicinÓi alle labbracome se offŔrtomie lo baciÓi.Molti anni - ripeto - son corsi. Il mio amico dimentic˛interamente questo episodio della sua vita. Io serbo tuttoranellatomba immortale dove fu postoquel fiore e con esso il ricordo di unan˛nimo amore che ogni dý pi¨ vÓfacŔndosi mio.

Un'altravoltaun altro amico mi preg˛ di dargli una mano in unincontro ch'egli desiderava di avere con una gi˛vine da luiamata e lontana. Il mio amico reggevain una borgata pettŔgolaun p¨bblico uffýcio che non gli avrebbe permesso diacc˛gliere in casa ragazze sole senza esporsi a commentiinfiniti. La gi˛vineche io non conoscevo neppur di vedutadovŔa figurarquindicome sorella mia e tutti e due passareper nipoti su˛i. Io mi sarei recato a ricŔverla sullariva di un lagodistante poche ore dalla borgatae gliela avrŔicondotta. Per ricon˛scerciera inteso che la gi˛vinenello sbarcareterrebbe in mano un volumetto dalla verde rilegaturae che io me le sarŔi presentato con un gar˛fano rossoall'occhiello.

MirecÓi dunquenel giorno e nell'ora postaall'indicato luogoed ivi aspettÓi la mia improvvisata parente. Il pir˛scafoapparve (oh come il cuore mi palpit˛ quand'esso riunissi allariva!) e tra i passeggeri che ne discŔserovidi la gi˛vinecol volumetto verde - una magrolina ventennetutta solache intornoguardÓvasi miopementecercandoessa purequalcuno. A lei miavvicinÓi arrossendoe anch'essa arrossý. Unacarrozzella attendeva lý presso. Ella vi mont˛ susveltada un predellinoio dall'altroe la carrozzella si mosse.

Eraben naturale che nei primi momenti ci si sentisse assÓiimbarazzati. Ambed¨e ci vedevamo in una posizionedelicatissimadubitando e temendo ciascuno di parere all'altroquello che veramente non era. Io studiavo sott'occhio l'aspetto dellamia compagna. Ella era tutta modestianell'Óbitonell'atteggiamentonel viso - un viso che io avrŔi definito:un complesso simpÓtico di difetti. Per interr˛mpere unsilenzio che cominciava a farsi uggiosole domandÓi qualefosse il nome del libro che teneva fra mani... - nŔ come ellasi nominasse sapevo ancora.

Ellaconfusami disse invece il suo - Adele -e mel disse con unamelodiosa oscillazione di voce: poiacc˛rtasimentre mirispondevadella domanda che fatta gli avevomi porsearrossendoil libro.

Eraquesto un poema in versibreve di moledenso di affettoEnochArden di TŔnnysonun di que'libri la cui lettura Ŕper l'Ónimo come un bagno di bontÓ. Io espressi le miesimpatýe pel generoso poeta ed ella si uný a mŔnella lode. Avviato il discorso sulla carreggiata della letteraturascopersi presto in Adelenon solo una leggitrice insaziÓbileed un finýssimo crýticoma - quanto pi¨ mi fucaro - un'alleata nelle mie letterarie adorazioni. Comunanza diamicizie Ŕ di amicizia cagione. Frequentatori ambed¨edi casa Shakspearecasa Montaignecasa LambRýchterManzoni e altrettalinon potevamo pi¨ considerarcireciprocamenteforastieri.

Passavala strada fra vigneti gravi di porpuree uve e sparsi divendemmiatori. Adele uscý in una esclamazione ammirativa edesiderosa. Feci fermare la carrozzellae comprammo dai vignajuoliuna grembialata di grÓppoli. Steso quindi un giornale sullemie e sulle ginocchia di lei e ammucchiÓtavi l'uvacimettemmo deliziosamente a mangiarlaspiccando gli Ócini dallostesso grÓppolo e insieme cianciando e ridendo all'ombra dellevaste impassýbili spalle del vetturino.

Epi¨ Adele parlava ed io mirÓvala e pi¨ misembrava che le sue cento bruttezze min¨scole si fondŔsseroin una sola e grande bellezzaquella della intelligente bontÓ:la sua medŔsima miopýache dapprincipio parŔamifastidiosaconferiva al suo viso una espressione tutta speciale diattentivitÓgratýssima a chi la guardava e parlÓvale.All'imbarazzo era insomma sottentrato una vera famigliaritÓ ela parte di stretti parentistÓtaci impostaci diventavasempre pi¨ fÓcile.

Maad un trattoil battuto della piana strada di campagna cede'all'acciottolato fracassoso e trabalzatore di una cittÓ.

-Siamo giunti! - dissi.

-Di giÓ! - esclam˛ ella in tuon di rammÓricoetaque.

Lacarrozzella si arrest˛ ad una bianca casetta. Il mio amicoungiovinottone acceso di colorito e baffutoera sul marciapiede adattŔnderci. Si fe' al predellino ed ajut˛ a scŔndereAdeleo a meglio direla trasport˛ gi¨ come uncuscino di penne. Come statecarýssimi nipoti miŔi?- vociava egli a noi o piuttosto ai vicini affacciati a tutte leporte e finestre - spero bene che questa volta non mi scapperete viasý presto! - E in casa ci trassesollevÓndoci quasidi terrauno per braccio.

Versoserami congedÓi da lui e... da lei. Ella mi accompagn˛fino all'albergo dove il vetturino era andato a staccare e dondesarŔi ripartito - solo - con esso. Gli occhi di Adele Ŕrano¨midi e tristie anche i miŔi. Non mai fratello fusalutato con affetto pi¨ intensonon mai sorella lasciata conmaggiore dolore.




SEMPREIN TERRA


Tea


Inprocinto di riallargare le alimezzo impacciate di terraperritentare la via dei cielimi si attacca alla punta di una unpýccolo Ŕssere abbigliato da cagnolinache facendolingua degli occhi e della coda par dica: non mi scordare. E come lopotrŔiTea mia? come oserŔiscrivendo di amorinoncitare il tuo nomenon fare anche a tŔcui debbo tantounacarezza di carta?

Chiunquesia egli il pi¨ scelleratoil pi¨ duroil pi¨odiato tra gli u˛miniha vitale bisogno di voler bene aqualcunoa qualchecosa. FinchŔ a tŔ fan corona lebionde chiome de' tu˛i figliuoletti e le nere della tua sposaalternate coi grigi capelli de' tu˛i genitori ed i bianchi de'nonnie sulla tÓvola vostra il cibo s¨pera l'appetitonŔ il notajo vi si presenta se non per rogare contratti dinozzeil prete per benedire neonatiil mŔdico perbrindeggiare alla salute di tuttiŔ probÓbile chel'umanitÓ a quattro gambe o con ali o con pinne non desti intŔ pi¨ di quel senso di generale benevolenza che uncuor contento non pu˛ non sentire per ogni cosa animata. Maavvenga che que' capelli non ti sieno pi¨ se non recisememorieche nessun braccio pi¨ attenda il sostegno del tuo odil tuo speri quello degli altriavvenga che degli opimi banchettipi¨ non ti avanzi neppure la tÓvola e col cuoco tiabbian fuggito amici e clienti e favor p¨bblicoavvenga inuna parola che tutte le maledizioni dell'╚rebo sýenoscoppiate sulla innocente tua testachea tŔtraditopersino dalla Illusione e dalla Speranza - le due meno incerte amichedell'uomo - ti si affaccila prima voltail terrore dellasolit¨dineoh allora sentirÓi quale onda diriconoscenzadi amoredi gioja sorgerÓ nel tuo pettoall'apparizione di un ¨mile cane che cerchi le tue carezzecome a dire io ti resto. Peggiori ancora il tuo stato: dell'ampiouniverso non ti si concŔdano che pochi metri quadrati diprigione; sia tu privo del volto persino de' tuoi carcerieri - eallora al min¨scolo topo che avrestia piena dispensatranquillamente cibato... di velenooffrirÓi grato il pannero a tŔ scarsoe allora trarrÓi pur dalla compagnýadi un ragnodi cui tanti schiacciasti colle piatte pant˛foleconsolazioni cheugualinon ti diŔdero mai gli amiciscomparsi.

Qualmeraviglia dunquesein una vitacome la miapressochŔtutta da chiostro e da cÓrcere - una vita da R˛binsonCrusoe senza Venerdý - le bestie (tra le quali io mi comprendoben volentieri) Óbbiano avuto una parte non indifferente?Prima ancora che giungessi a scoprire di che affetti sono essecapaciŔ attraverso le bestie che mi fu facile di studiarl'uomo e me stesso. In quella manieradi fattiche per tentar diris˛lvere i problemi del mondo esteriore occorre anzituttoosservarli nelle loro espressioni pi¨ sŔmplicicosýper formarci una giusta idŔa del mondo interioredeisentimenti che lo govŔrnanodelle passioni che lo cont¨rbanod'uopo sarÓ analizzare gli organismi intellettualmente mencomplicati. Cento virt¨mille vizi ha in sŔ medŔsimoogni uomovirt¨ e vizi che s'intrŔccianosiconf˛ndonosi neutralýzzano reciprocamentee rŔndonomalagŔvole e quasi impossýbile la sýngola lorpercezione: nella bestia invece (questo anagramma dell'uomocome fudefinita) trovi l'umana natura lýbera dalle sofisticazionidella civiltÓdagli artifici della educazione: una solaqualitÓ buona o cattiva d˛mina in ciascuna lorprogenie: non vi sono le altre che semplicemente accennatecome identi del giudizio in noi. FÓcile ei quindi - ripeto - dirilevare e studiare le caratteristiche della qualitÓdominante.

Oha quante idŔenella cui ˛rbitafil˛sofieconomistipolýtici non riŔscono spesso di lusingarcivoibestiepraticamente ci persuadete. Uno fra i temi favoritidagli scrittori di socialismo Ŕ quello del godimento in comunedelle ricchezzedel boccone che tocchi a ciascuno in eguale misura:senonchŔpur ammirando il generoso prop˛sitofieridubbi p˛ssono s˛rgere in voicome s˛rsero inmŔsulla permanente applicabilitÓ sua. Orbeneeglibasta che voi passiate vicinocome io passÓiad un mucchiod'immondezza sovra il quale canigattitopibanchŔttinoinsieme senza litigi e senza alcun desiderio di assaggiarsi l'unl'altroe tosto l'idŔa della universa comunione dei beni visembrerÓ piana ed attuÓbile. Medesimamente; corazzÓtevipure di tutto il ricettario di SŔneca per non temere la mortee di Tomaso a KŔmpis per spregiare la vitaquando la morte vichiamerÓvoi tremerete entro la vostra corazza: possiateinvece in quel punto ricordar solo il pacýfico velarsi degliocchi nella eternitÓ di un ¨mile gattodi un mýnimoaugellettoe tranquillamente uscirete di vitacome si esce di casasenza bisogno di filosofýa e teologýa. DignitÓ epazienzaindipendenza e coraggiorisparmio e self-helptutteinsomma le virt¨ imaginabilinoi le possiamo con˛sceree apprŔndere nella loro purezzaassai pi¨ che neilibri degli u˛mini in un prÓtico corso di zoologýamorale.

Ditutte le bestieper˛quella che io preferiscodopo ladonnaŔ il cane. L'Óquila checon le ali aperte e gliocchi ardentipiomba dal cieloil leone dalla facciagigantescamente umana e dall'incesso maestosoil tigre che flessuosoed armato sta per lanciarsi sulla predas¨scitanoŔverouna estŔtica ammirazionepur sarÓ sempreprudente di mantenere fra essi e noi una buona inferriata. Benvolentieri si palpa il collo superbo del cavallo e con interesse siguarda il meditabondo occhio del bove e la filos˛fica frontedell'asinoma il troppo volume dell'individuo da amarsi Ŕ diostÓcolo all'intimitÓ dell'affetto. Solo gli uccellinied i gatti potrŔbbero compŔtere coi cani nelle nostreaffezioni. SenonchŔper gli augelliesiste al rovesciol'ostÓcolo che abbiamo rispetto alla bestie maggiori di noi -son troppo pýccoli; e quanto ai loro destinatari... Quanto aigatticioŔben concedo che essi possiŔdono unaqualitÓ nobilýssima di cui il cane difettal'amoredella indipendenza. Pur se si l˛dano le virt¨mal sisopp˛rtano i virtuositanto pi¨ trattÓndosi divirt¨ - come questa - che offende noi altri padroni. Perci˛preferisco - ripeto - i cani.

NŔdimenticher˛ mai Tea. Era Tea una cagnolina quasi tascabile dischiatta terragnolaa chiazze bianchenere e castagnebastardettaanzichŔ n˛ - ma quale pi¨ nobile schiatta non hain sŔ del bastardo? In compensopossedeva coda ed orecchieintatte e sapeva con esse esprýmersi pi¨ chiaramenteche non noiverso leicolla voce. Tea mi era stata donata giÓgrandicellae nel suo stato di servizio contava parecchi fattiammirŔvolitra i quali la pacificazione di una famiglia.PerocchŔ in questa famigliacomposta di tre ricche ed oziosequindi nojate personescoppiÓvano quotidianamenteprima cheTea vi comparissegrosse liti. A ci˛ scegliŔvasisolitamente l'ora dei pasti. AvŔa ciascuno il suo sacchetto dibile a vuotare: la signora garriva aspra il marito: il padrerimproverava a torto e a ragione il figlio: quest'¨ltimorispondeva villanamente a tutti e due. Rado il giornoin cui siarrivasse alle frutta senza aver rotto un pajo di piatti e dibicchieri o rovesciata qualche sedia. SenonchŔ il neromusettoappena natodi Teaapparýluminosoin siffattacasa. Que' tre strumenti di capiche non potŔvano maiaccordarsi in nessun tuono e motivotrovÓronsiper la primavoltaall'unýsono nel far festa alla nuova venuta. Ed essaafesteggiar loro. Tea divennein brevela pi¨ grandel'¨nicapreoccupazione dei suoi tre padronilo scopo dei loro discorsilamessaggera delle loro carezzela particella congiuntiva degli Ónimiloro - i qualicosý occupati senza interruzione di leidimenticÓvano presto e completamente sŔ stessi. Edov'era guerrafu pace.

L'intelligenteaffettuositÓ di Tea avrebbe potuto suggerire non poche pÓgined'appendice al plutarchiano opuscolo de solÓtio animalium.Quand'io rincasavoella s¨bito indovinavamentre la fantescanon si addava di nullail mio umore; ese gajoballÓvamiintorno la pi¨ allegra accoglienza: se melanc˛nicoandava a raggomitolarsi in un Óngolo del canapŔ e mifisava con certi furbi e l¨cidi occhiettiche parŔvanoÓcini d'uva nerafinchŔ non mi avesse cavato unsorriso d'invito che me la faceva balzare sulle ginocchia. Semprevispa e contentadel restoperfino ne' su˛i ¨ltimiistantiallorchŔ con l'Órida e stanca lingualambývami ancora la manonon si querelava e piangeva che alsuono vespertino delle campane. Ed era un lamento lungoineffÓbile.La Tea doveva esser l'Ónima di una monachella morta d'amore.

Ohquanti buoni consigli Tea mi diede che non seguýi. Fuun'estate in cui avevo preso abit¨dine di recarmi di buonmattino ai giardini p¨bblicie lÓ sedermi con un librosu'na panchettamentre la mia pýccola amica col suo musettostudiavatra la pr˛ssima erbabotÓnica. Oradirimpetto a mŔdi lÓ dall'allŔanon s˛se per caso suo o miosi metteva sempre a sedere su un'altrapanchetta o giÓ si trovava seduta una signora modestamenteelegante e bellapur con un libro. Ella leggeva ed anch'ioma inostri sguardi s'incontrÓvano spesso di sopra le pÓgine.Tea non tard˛ ad acc˛rgersi delle nostre simpatýee fece quanto avrŔi dovuto fare io: attravers˛ l'allŔae si ferm˛ dinanzi alla graziosa signoracon un'amichevolearia d'interrogazione tra chi domandi e chi offra. La signora lachiam˛ a sŔ sottovoce. Tea non si fece pregare.Raccolta carezzosamente da terrasi acchiocciol˛ tuttacontenta nel nuovo grembocome in casa suavolgŔndomi unaguardatinacome a dire: impara o sciocco. Ma io non mi mossi. AlloraTea salt˛ gi¨ con una scosserella dalla invidiÓbilnicchiuccia e corse a mepiroettÓndomi intornoabbajandotirÓndomi per i calzonifinchŔ io mi alzÓiedandÓi... via. E questa pantomima a tre attori si ripetŔsuppergi¨ il dý successivo e parecchi dýappresso. Finalmente un mattinoin cui dopo molti sý e n˛conchiusisecondo il mio s˛litocon un getto di dadiavevorisoluto di osarela graziosa signora manc˛ allo spontaneoconvegno. NŔ pi¨ apparve. Moderata aspettazione - comelieve soffio - infiamma il desideriotroppo - come buffo violento -lo spegne. Tea aveva fatto quanto poteva per ajutarcima il suopadroncino era nato per arrivarsempre ed in tuttoun momento dopo.In qualsiasi amore vi ha un quarto d'orain cui la vittoria ŔfÓcile e certa. Guai a col¨i o a colŔi che nonne approfittano. Quel quarto d'ora non torna pi¨.

Grazieo Teade' tu˛i savi consigliquantunqueper colpa miain¨tili. Grazie delle tante volte che col tuo vezzeggiarecolle smorfiucciecolla sola presenzacangiasti in un sorriso ilgreppo delle mie labbra. Sempre miteobedientepazienteriempistid'affetto - come treggŔa in una scÓtola di grossi dolci- gli interstizi tra un mio amore e l'altrocosicchŔ possodire chemercŔ tuadurante alcuni annisul mio cuore nonpendŔ mai l'est locanda. E oggi ancoradall'alto dellalibreriache di faccia mi stÓ mentre scrivotu bianco-neraimbalsamata mia amicacol tuo zampino anteriore levatole orecchieteseil codino all'ins¨mi proteggie col tuo sguardo dinero cristallo fra punti di sopragittosembri dirmi: ti amo.

Oha te credo.]



DINUOVO AL CIELO


Antonietta


AvŔadiciasettannisi chiamava Antoniettaera bellaera buonae morý.Dýcono fosse consunta da un amore profondo che non volle maipalesare. Cosýtra una farÓggine di parolee nelrassettarmi la cÓmerami raccont˛ la portieralamattina stessa in cui Antonietta era stata portata via.

Laragazza abitava all'¨ltimo piano della casa dov'iostudentescamente avevo alloggio. Vivevainsieme alla madrevŔdovadi un impiegatocolla scarsa pensione di questae pi¨ collavoro delle sue dita di cucitrice. Io non le avevo parlato mai: solomi ricordavo di averequalche rara voltaincontrato sulle scale osotto il portoneun viso pÓllido e ovaledagli occhi bassi ecerchiati di lividureche dovŔa Ŕssere il suo. Ebbene;all'annuncio che ella era partita per non pi¨ ritornareunaffanno mi strinsecome se si trattasse di sventura mia. Quasiafferrato pel braccio e strappato da una mano invisýbileuscýi sul ripianoscesi le scaleancor di rosa e di ceraodorantie m'incamminÓi verso la cittÓ della morte.

ElÓ giunto (non so qual senso pi¨ sottile degli altricinque facŔssemi certo della via) tenni diritto a un granprato trafitto di crocidov'era un pýccolo spazio e sovr'essofresche corone di fiori. SarŔbbesi dettodinanzi quelrigonfiamento di suoloche la terra si sollevasse per non sciupareil virgineo corpo che le dormiva sottoe quasi stesse per schi¨dersia ritornarlo al sole. Ivi sostÓiguardando gli oziosi fioriuniti in coronechead uno ad unoavrŔbber destatoaltrettanti sorrisi nella fanciulla ancor vivae mi sentýinella conchiglia degli occhi nÓscer la perla del dolore.Sventurata Antonietta! Di tutte le povertÓla pi¨tormentosa Ŕ quella d'amore. Io ti vedevochinata lasofferente testina sul telajo del ricamo o il t˛mbolo delmerlettole pupille ammaccate da un lavor senza tregua e dal piantosempre aspettando sulla fossarella del collo il bacio che ti avrebbefatto felice e guarita. Ma nullanulla maied anche la speme -sogno di chi veglia - si dilegua da tŔ. Solo dura lamalinconýaquel verme in un bottone di rosaroditrice delletue gotedel senodel cuorenŔ pi¨ ti mancaperŔssere morta completamenteche di serrar le palpebre.

SenonchŔquý mi sorse il pensieroinsinuanteinsistenteche ioiostessol'avrŔi potuta salvarecon una parolacon unosguardo d'affetto. E chi sa mai che l'Ónimo suo non sitrovasse giÓ schiuso a ricŔvere il miocheanziAntonietta segretamente non mi amasse? Fosse ci˛ statoil nonŔssermi io accorto di leierapi¨ che una disgraziaper tutti e dueun torto non perdonÓbile in mŔ. E difantasýa in fantasýaavvolgŔndomi nei labirintidella l˛gica sentimentalela quale ha rŔgole affattoal rovescio dell'altrafinýi col persuadermi che tutte leimaginazioni mie non f˛ssero che realtÓa ravvisarmiquasi colpŔvole della immatura morte di leia soffrireinogni suo aculeoquel tormento del galantuomoche Ŕ ilrimorso.

Insommacapit˛ a mŔ quello che avvennequattrocento e pi¨anni fÓa Lorenzo de' MŔdiciquando vide portatascopertaalla sepoltura la salma di Simonetta Cattaneo che avŔanella morte superato quella bellezza che in lei viva parevainsuperÓbilem'innamorÓi della gentil trapassata. Diquesta mia nuova passione la nota fondamentale fu il dolore. Innessun'altra Ŕpoca scialaquÓi tante lÓgrime comein questa. Forse in mŔ giÓ celÓvasi un'an˛nimaambasciacosicchŔ altro non feci che darle un nome -Antonietta. Ma il pianto non solamente Ŕ sollievoŔpiacere. RecÓvomi dunquepressochŔ tutti i giornialcamposantoe lÓinnanzi al t¨mulo della mia p˛stumaamanteriandavo tutta una storia non avvenutada quandosullescaleella avrebbe udito da mŔ la tanto aspettata parola aquando me la avrebbe ripetuta tra i baci: cosý m'imbevevoqual carta sugantem'inzuppavoquale Órida spugnadiamorosa pietÓe tornato a casachi¨somi in cÓmerasinghiozzavo e piangevo fino al semi-deliquio. Se non mi guadagnÓiin quell'Ŕpocauna cardiopatýabisogna dir proprio oche il mio cuore fosse ben forte o il dolore ben tenue.

Coltempoquesta er˛tica sofferenza per Antonietta si mitig˛- non dico si cancell˛perocchŔ io mai non cedetti unasola delle mie illusioni - e pass˛ ad agglomerarsicollemolte altrein quell'amor complessivo in cui si abbrÓccianocose e persone; tuttavýa mi continuÓrono a parteeancor d¨ranol'abit¨dine e il gusto di passeggiare epensare nelle campagne della messe umana falciata.

SilenziosaŔ la felicitÓsilenziosa Ŕ la morte. Luogo dipace e riposo fu sempre detto il cimiteroquesto gran dormitoriodella vitaecertamentea prima vistapar tale. Presso il riccoil mýsero giace senza invidiapresso il mýsero ilricco senza paura. Marito e moglie Óbitano la medŔsimaangusta arca sine querella; t˛ccano le ossa del debitorequelle del creditore: il mŔdico vi ha raggiunto il clienteecon l'uccisore si confonde l'ucciso. SenonchŔtendendol'orecchio dell'Ónimoti accorgi che tanta quiete e silenzioc˛prono un moto febbrileun lavorýo instancÓbileAnche quýcome nella vitaqualchecosa si attendeaspýrasiad una meta e vi si industriavi si sforza di pervenire. Sulla terrasono scopi l'amorela ricchezzail dominioraramente raggiuntinon il sepolcroa tutti aperto; sottoterrai vinti dalla mortecŔrcano risollevarsianticipando lo squillo delle trombedivinee lav˛rano indefessamente per diss˛lversi espÓrgersi nelle innumerŔvoli vie della terra e de'cieli e conquistar nuove forme. In questa pugna ostinatain questavita di putrefazionii p˛veri si tr˛vano sempre pi¨favoriti dei ricchipoichŔ non dŔbbon lottare che consŔ stessi: gli amicii parentihanno lor fatta la caritÓdi non vestirli neppure di abete. Ai ricchiinvecegli erediiquali tŔmono le risurrezionid˛nan lenzuola di piombomura granýtichebronzee porte... oh p˛veri ricchi! Dituttiper˛il pi¨ sventuratoil pi¨lagrimandoŔ sempre il sovranochecangiato in mummiagrottescaŔ costretto a restar morto per sŔcoliinutilmente invocante pietosi violatori alla regia sua tombatroppoben custodita.

Quand'oggientro in un cimiteromi par d'Ŕsservi accolto da un immensogŔmito. Quel passato che cerca affannosamente di prepararsi unavveniresembra raccomandarsi a noi - ¨nico suo presente - esupplicarci perchŔ la terra gli sia davverocome noi usiamoaugurarglifÓcile e pervia. Il mio sguardo passa di pietra inpietradi croce in croceed ogni ricordo di un tŔnero bamb¨spezzato ha un sospiro da mŔ. E penso ai tanti disavventuratitornati al comune crogiuolosenza aver veduto fiorirenel lorogiardinole due pi¨ belle rose dell'esistenzal'amicizia el'amore. Pi¨ avanzo negli anni e pi¨ la voce che dalt¨mulo a noi manda Natura ha conosciute e care note per mŔ.Lungo il fiume della memoriadalla sponda buja (quella della vita)scorgo sull'altra sponda (la luminosaossýa della morte)sempre pi¨ aumentarsi i volti amiciche intorno a mŔvan mancando. Ed io ed essi scambiamo sorrisi e saluti e bacidall'una all'altra riva.

Edalla riva in lucemi sorride Tranquillo Cremonail pittore dellabellezza castale cui teledense di sole e d'amoresŔmbranonon fatte ma create; il mio Tranquillo dal genioso epigramma e dallasapiente spensieratezzainsostituýbile amico.

Epresso a luiŔ PÓolo Gorini di tanti pýccolimondi e di sý gran pensamenti suscitatore. Pi¨ noncrŔscono le sue montagnuoleor selvose di minerbinasonospenti i su˛i vulcanettiperocchŔ sovr'essi pi¨non si china la bianca barba e la fronte affollata d'idŔe e lapupilla ¨mida di bontÓ del lor Creatore. Ma le fiammedel nostro affetto per PÓolo sÓlgono sempre pi¨alte e vivacie sempre il monte pi¨ cresce della ammirazionenostra e di tutti per lui.

Etra Gorini e Cremonatra la scienza e l'arteun altro esploratoreglorioso degli intellettuali dominii dell'avvenire mi guardabenignamente. Grazieo Giuseppe Rovanimaestro mioscrittore edicitore magnýfico di cose degne a dirsi ed a scrýversi- nato alle cÓttedre universitarie ed alle tribune de'parlamentieppuredalla ignorante viltÓ de' tu˛iconcittadini costretto al tÓvolo dell'amanuense ed alla pancadella taberna! Ma tuquale un diorecavi dovunque il tuo tempioequel tempio ancor si erge e si ergerÓ eternamentefestoneggiato di fiori e fumante d'incensosulle nostre cas¨pole.

AmicimiŔie tuombra soavecon essi - madre mia - ho bencoraggiocredetesescorgŔndovi di lÓ del fiumequýtuttavýa rimango in tŔnebre e in geloattendendo lazÓttera del destino che a voi mi trasportie se ancor vincola smania di gettarmi nel gorgo per raggi¨ngere a nuoto lariva donde voi mi accennate - riva primaverilmente verde e fioritaesoleggiata d'amore.





QUINTOCIELO


Diana


Unraggio di luna si spinge tra le imposte socchiuse e inonda ilguanciale del letto sul quale mi sono buttato vestitovinto dallamalinconýa e con essa abbracciato. ╚ una biancaluminosa carezza che sembra dirmi: lŔvatila tua amante tiaspetta. -

Edio mi levo con quel tremore che dÓ il preannuncio di una grangiojae scendo dalla mia campanilare dimoradonde si sc˛pronotanti tetti - tranquilli coperchi a scÓtole piene di guÓi- scendo insieme dai c¨lmini del mio dolore.

Nellerughe della vecchia cittÓla luna mal si diffondequasisdegnando mischiarsi al giallore delle terrestri lanterne. Le stradesono affollate. La gran belva del p¨bblico ha appena compiutoil suo pasto e in sŔ ritratti gli artigli della rapina. Orala foja le batte il fianco: la jena ha messo grugno porcino.

Eal suo contatto mi si solleva quel senso di disgusto e di nÓuseache salý alla strozza e alle narici di G¨lliverquandorŔduce dal cavallino paese degli HonyhnhnnsricimentÓvasila prima voltaagli effluvi dell'umanitÓ.Impaziente di sottrarmi al lezzo de' miŔi cosidetti fratelliallungo il passo. Mi caccio in vie ed in vi˛ttoli fuori dimano. Della býpede folla pi¨ non incontro che raricampioni - ¨ltimi chicchi di una grÓndine devastatrice¨ltime fucilate di una sanguinosa battaglia¨ltimepiante di una semovente appiccatoja foresta. Per strade affondate tracieche mura di monasteroper porticati che sono vorÓgini dioscuritÓil mio passo risuona alto nella solit¨dine.

Mala cittÓ che sÓ d'uomo si arresta. Le spalle mi sisgrÓvan come di un peso: respiro. Dinanzi a mŔnellalata campagnacinta ancor dalle muragiÓciono le ossa diun'altra cittÓla premorta; un naufragio di templi e di caseda cui sornu˛tano tronchi di colonne e punte d'obelisco. EragiÓ il luogo pianura: le ruine lo mutÓrono in colleenella pioggia argentea della luna che copre tuttosŔmbrano imontýcoli ass¨mere fantasticamente le forme degliedifici scomparsi. Il mio passo s'Ŕ fatto - quasi dirŔi- ýlare: bevo luna e me ne inebrio come di Sciampagna.Musicali pensieri fioriscono spontaneamente sulle mie labbra: poesýaonde vergogno tramezzo la gentemi esultasolitario orgoglionelcuore. Tutte le femminine giovanili parvenze degli obliati miŔilibri mi vŔngono incontromi sŔguonomi circ˛ndano.Camminoporgendo il braccio alla p˛vera Elvira sul cui voltola forma perdŔvasi nell'espressioneElvira che amavanonfaceva all'amoree tenendo a mano la piccioletta Gýacreatura da scatolino e bambagiadai lucentýssimi occhi chelo sguardo lasciÓvano dove posÓvansi. Veggo Inescolord'amore e pietÓcorreggesca madonna fuggita alla gloria di unquadro; e Aurorala maestrina d'inglesecui gli occhi furbetti edun germe di malizioso ghignuzzosul destro canto del labbrodÓvanoil moscadello: veggo Clarala sempre estÓtica suora che parbarlume di perla e par nebbiae Camillafaccia di rosa-bengalasoda e fresca come la dea Salutealla cui gaja voce mettŔvansia chiucchiurlare tutti gli uccelli di gabbia del vicinato. SorgeIsolinafrÓgile e svelta come un cÓlice di Muranodalle bianche manine coperte di zaffiri e smeraldi; appÓjonoamichevolmente allacciate in un ¨nico amplessole treeducandeEugenia in istile baroccobianco-rossacome pomi aodorarsoave e buonaIsa smilzaelegantedai guanti eterniEldasuperbadal pallor di magnolia e dai grigi occhi mordenti.

EForestina biondýssimache era tutto un sorrisoa sŔmi chiama collo sguardo lýmpido e aerino e colla m˛rbidavocee l'adolescente ostina solleva verso di mŔ - non pi¨insodisfatta - il suo volto dai colori contadineschi ma dal profilodi damae la sua bocca da bacie il mento dal sigillo d'amore.Tutte tuttein una parolami ris¨scitano intorno e miaccompÓgnano le fanciulle gentilidi cui fui babbo nei librinon potŔndolo Ŕssere nella vita.

Ecammino - cammino viepi¨ spedito - talvolta con la sensazionedi leggerezza di chi volasognando. Anche le rovine si arrŔstano.I sŔcoli le hanno pur esse distrutte e ne tornÓrono imateriali al greggio stato di natura. Fin dove l'occhio arrivaŔuna grandiosa pianura lievemente ondulatasenza un tettosenza unarbusto - una nevicata lunare. La si direbbe la superficie di unbacino di aque increspata da un venticello e impietrita; un mare diluna e silenzio nel quale mi sembra di navigare - ¨nica velaperduta.

Maecco un grosso arrotondato macignomemoria forse di un ghiacciajoritrÓttosi; ecco il luogo (m'imÓgino) dove lamisteriosa mia amante mi ha dato la posta e verrÓ. ColÓmi fermo e la attendo.

Ellanon pu˛ tardare. La lunache io miro intensissimamenteŔgiÓ veduta da leie giÓ i nostri occhi s'inc˛ntranoe spŔcchiansi nel terso suo scudo. Imm˛bile come peropra d'incantocelando l'immenso mio gaudioio la sentoavvicinÓrmisi lieve lieve alle spalle e quasi toccarmi; io neavverto il caldo e fragrante respiromentre una palma leggera parche mi sfiori i capelli. Osassi solo di v˛lgermila vedrŔiin pien volto e le cadrŔi nelle braccia.

Chisei tuinvisýbile Ŕssereche sempre a mŔscendi per la scala d'argento della lunarecÓndomi i donicelesti dell'amore? Sei forse l'eco di una armonýa che cess˛sulla terra o il motivocome credo piuttostodi una non ancorcominciata? E allorao idŔa gentileche aleggi nell'aria cheio aspiro o nuoti nell'Ŕtere nel quale Ŕ tuffatol'opaco nostro pianetaperchŔ tardi a posarti in questo puntoche si chiama vitae non scegli o non subiscianche tuuna formaabbracciÓbileintanto che ho braccia per strýngerti?Ma io conosco chi sei. Io ti vedo attraverso i tempi e giÓbrilli nel mio equatoriale come stella distante da mŔ anni esŔcolieinsiemevicina pochi minuti secondi. Sei la carafanciulla che troverÓ questo mýnimo libroeleggŔndolosospirerÓ dell'amore ond'io gemoscrivŔndolo. Io non sar˛ allora che quanto tu fosti -polve ed ombra - tuttavýanon lamentarti... non lamentiÓmoci.La vita umana ha radici nel profondo passato e rami e fronde nel pi¨remoto avvenire; l'Ónima non Ŕ in noi solamente maintorno a noie amore non sÓ confini. FinchŔ io a tŔpenso e tu a mŔnon potremo mai dire che amore ci manchi. Inquesto stesso momento - ¨nico per tutti e due - in cui ioscrivo e tu leggiil mio passato diventa il tuo avvenirele Ónimenostre s'inc˛ntranosi ricon˛sconosi f˛ndonoin un bacio schioccanteche non ha fine.



SESTOCIELO


Celeste


Daisogni ad occhi apertifin quý descrittia quelli ad occhichiusimýnima Ŕ la distanza. Bastaa varcarlaunmoto di pÓlpebra.

Qualefil˛sofo abbia detto ci˛non ricordo (sono tanti ifil˛sofi e tanti i lor dispareri!) ma certamente fu detto chein ciascuno di noi esýstono parecchie individualitÓ eche si vivesuccessivamentepi¨ di una vita. Se questo siaesattoriguardo alla maggior parte degli u˛mininongiurerŔi: di molti anzi potrebbe dirsi che non s'acc˛rgonopure - e sýano pur lunghi gli anni durante i quali r¨minanola bassa lor erba terrestre - di aver vissuto una volta sola.Riguardo per˛ a mŔ e ad altri sognatorelli miŔiparila molteplicitÓ della vita Ŕ cosa interamentevera. Soltantonon mi accorderŔi con que' signori fil˛sofisulla successivitÓ delle diverse nostre esistenzeessendoqueste - a mio avviso - piuttosto contemporaneeparagonÓbiliquindi a pi¨ cavalli attaccatiin una sola schieraad un¨nico giogo di cocchio. Fatto Ŕche quandocoricÓndomidall'esistenza che chiamerŔbbesiverticaletrÓnsito alla orizzontalemi si Óprono adue battenti le porte di un altro mondo e lÓ rivedo cose epersonenon rifritture di quelle che giÓ conoscoe lÓritrovo le fila di avvenimenti e di affettirimasti sospesinell'intervallo del dýalle quali mi riannodo. E allora midesto - dirŔi - dalla veglia quotidiana.

Ohsogni benedetti - delirio muto della salute che dorme - quanto videbbo mai! e quanto pi¨ vi dovr˛! FinchŔ voi nonmi abbandoniatenon potr˛ dirmi infelice. Sedelleventiquattr'oreche f˛rmano il s˛lito giornonepossiamo solo contare - contro quatt˛rdici o sŔdici didesiderio e dolore - otto o sei di soddisfazione e piacerebasta: lavita ci Ŕ largamente indennizzata. Orda voiebbi tutto ci˛che quasi sempre invano si ambiscericchezzapotenzaamore; esopratutto gustÓi quel lýbero arbitriochead occhiapertinon Ŕ pi¨ lungo della catena di circostanzeditradizionidi casialla quale ciascuno Ŕ legato. Manelsognopolsi e mallŔoli sono fuori da ogni strettoja l˛gicae convenzionalenessuna fýsica leggea cominciare da quelladella gravitÓci preme le spallela materiadi cui siamoschiavi e figliuolici obbedisce a sua voltanŔ lariflessione pi¨ insorge a turbare la schietta ˛pera delsentimento. Tuttodinanzi a noipiega. Dioche cercavamoinutilmente nel cielotroviamo in noi.

Quantoio viaggila nottenegli spazi e ne' tempi Ŕ indescrivýbile!Non vi ha treno-lamponon vi ha palla lanciata dal pi¨potente cannoneche mi possa seguire. Liberato dal peso del corpoio mi sento quasi mutato in una di quelle creature fatte ditrasparenza e luminositÓ del Paradiso di Danteche guýzzanocome raggi di luce nell'empireo e cantando vanýscono comeper aqua cupacosa grave.

Ne'miŔi voli trapasso le scene di cui si compone la storia delgloboda esso sollevÓtesi come strati d'imÓginicomefogli carbonizzati di un libroe diffondŔntesiper gli spaziinteplanetarinella eternitÓ.

Ioattraverso i paesaggi pi¨ vari. Ecco l'ampia terra: le pioggiee le nevi di sýlice s˛nosi appena indurite in sabbie emacignie forme spettacolose di neri mostri si mu˛vono per levalli e pe' monti o nu˛tano nel mare fumante. Altre belvechesaranno poi u˛minisi aggýrano in selve che sŔmbranolacerare coi rami il cieloe l'Ŕrebo colle radicieparecchie si bÓttono a colpi furiosi di clava. Una donnaferinamente bella e non coperta che della chioma rossastÓalle fÓuci di un antroa guardarli. I lottatori proc˛mbonouno appresso all'altromassacrati. Uno solobenchŔacciaccato di colpiŔ ancora in piedie la donna gli sigettagli si avvinghia al villoso toracebaciando avidamente ilsangue che da lui colamisto a quello de' su˛i rivali. E sidona al pi¨ forte.

Male secolari piante prŔndono aspetto di gigantesche colonne daicapitelli a fiore di loto e il sacro orror della selva si diffonde inun tempio. La vŔrgine figlia di Faraone siede alta su untronodinanzi la mýstica cellacircondata dai sacerdoti diAmmonestretta la fronte da regie bendeil braccio destroappoggiato al ricurvo bastone dei pastori d'u˛mini. A lei sipresŔntano i gi˛vani eredi de' regni vicinie isacerdoti p˛ngono loro quistioni pi¨ enigmÓtichedelle sfingi della grande allŔa del tempiopi¨ acutedegli obelischi che Ŕrgonsi innanzi ai venerati piloni. Purquý non si tratta di piegar l'arco pesante del rŔd'Etiopia nŔ di vincere al corso la leggera gazzella nŔdi atterrare furibondi leonie i prýncipipoderosi dimembragrÓcili d'intellettoimpallidýscono e siritrÓggon confusi. Non ne rimane che unoa sostenereasuperare lo sguardo astuto e la insidiatrice loquela de' sacerdotichea volta loroallibýscono. La principessa si alzaimperiosae invita a sedersi seco sul trono - dolce promessa deltÓlamo - il vincitore. Ella ha eletto il pi¨ saggio.

Lascena ancor cangia. Nel cielo immacolatamente azzurrosu unatondeggiante collinaposa un tempio d˛ricodalle colonnepinte di bianco e di rosso e dal frontone ornato di trýpodid'oroscintillanti al sole. Una processione ascendea larghe spireil pendýo: vecchi con rami d'ulivofanciulle in cÓndidaveste con canestri di frutta sul capou˛mini armati di lanciae di scudo. Solennemente rŔcano al tempio il nuovo peplo diPÓlladericamato dalle vŔrgini della cittÓ. Laintatta figlia dell'arconte regge il peplo e vÓ a deporloinginocchiÓndosisull'altar di Minerva. Ma il cuore di leiprega VŔnere. E VŔnere l'esaudisce. Un gi˛vinearditoe splendente come l'Apollo sagittariosorge a lato dell'ara.Ella non Ŕ pi¨ di sŔ stessa: Ŕ del pi¨bello.

Poitanta festa di luce si abbuja in un labirinto di ¨midicorrit˛i sotterranei. SenonchŔamore Ŕ sceso lÓpure. Guidate da una fanciulla in bigia stola e reggente una lÓmpadaaccesaparecchie altre procŔdono rÓpide e zitte nelcunýcolole cui paretivestite di marmi scrittiric˛rdanoa un tempola morte e la vita perpetua. SŔmbrano gente infuga. Or s˛stano in un'Óula dalle ampie nicchiedipintee sŔggono sul gradino di un sarc˛fago-altare.Cercano incoraggiarsi con ammonimenti di pietÓ ed esempi divirt¨. Tutte ripŔtono il nome di un nuovo lorofratelloil gi˛vane centurioneconfortatore de' mestidifensore degli innocentipreparato al martirio. Una ins˛litatenerezza inonda il seno della fanciullache nelle tŔnebrearrossa. L'agnello di pacela pura colomba che ella adoraprŔndonoin lei forma umana. Ella sarÓ del pi¨ buono.

Ritornala luce. Ma Ŕ luce di candelabri riflettŔntesi eraddoppiÓntesi nei grandi specchi e nelle dorature di unappartamento. Dapertutto u˛mini in nero e donne in rosa. ╚il dý natalizio della signorina di casaed essauna pupa diquýndici annidall'aria fresca ed ingenuaaccoglie gliomaggi ed i doni dei molti che la desýderano. A lei i forti edi bellipavoneggiandos'inchýnano; a lei i buoni sospýrano;a lei suss¨rrano gli intellettuali gentilezze poŔtiche.Ma ella a tutti ridenon sorride a nessuno. Quand'eccodalla viaun rumore di ruote e uno scalpitýo di cavalli. L'occhio di leigitta un lampo. Sono sŔdici ferri che b¨ssano ilselciatoa non contare i due del padrone dell'equipaggio. Entra illosco milionario banchieresfolgoreggiante gemmenella pi¨innocente di cui giace almeno la ruina di una famiglia. La verginellaa lui corre e gli stendesemplicettale manigiÓ venduta alpi¨ ricco...

Main mezzo a tante imÓgini di cose che giÓ f¨ronquaggi¨ o ancor sonoaltre cÓcciansidi cui nonravviso la provenienza - imÓgini forse che si distÓccanda mondi che non sono il terrestree si conf˛ndononeglispazicon quelle diraggiate dal nostro.

PerocchŔl'Ónima mia erra talvolta in baratri di oscuritÓincui gallŔggiano accese lanterne di mille forme e colori. Globirossi s'inc˛ntrano e s'accompÓgnano con cubi azzurriconi gialli con ˛voli violaceistelle bianche con triÓngoliverdie sŔmbrano parlottare amorosamente tra loro. Altreinvecelýtigano e c˛zzano una contro dell'altrafinchŔ si r˛mpono e spŔngonsi. QuýŔuna processione di lampioncini cÓndidiseguita da unlanternone color caffŔe si direbbe una fila di collegialiche sia uscita a passeggio; lÓ parecchie variopinte lanterneaccoppiatedÓnzano a tondo mentre tre o quattropi¨grossebÓttono loro il ritmo; pi¨ in lÓ unaporpurea lanternina corre appresso - quasi moglie infuriata - ad unlungo e verdastro lampioneil marito; da ogni parte Ŕ unaviva popolazione di m˛ccoli e carta oliata e dipintavariamobilýssima.

Madi colpocome a soffio improvvisolanterne e lampioni sc˛ppianoe le loro inn¨meri luci si f˛ndono in un chiarore¨nicovivacýssimo. ╚ccomi in una immensa cittÓtutta fabbricata di fiori; case di gelsomino con tetti di geraniosanguigno e persiane di lÓuro; campanili che altro non sono senon altýssimi giglisuonanti dalle loro campane profumi:sospesi ponti di glýcinisotto i quali sc˛rrono fiumidi argenteo ginerio. Le vie sono affollate di belle ortensie eamarýllididi olee fragranti e cameliedi aspŔruleodorose e balsamine mom˛rdichecon girasoliastriad˛nidiprimaverilibegli-u˛mini e tulipani che loro p˛rgonoil braccio o fan l'occhiolino. Una reseda s'incontra con una violadel pensiero e pýgolansi sottovoce mille cose affettuose.Prýmule-camerierefritillarie-cuochemargherite-bonnespetunie e orchidŔe-istitutricigrisantemi-domŔsticivanno a fare la spesao cond¨cono i bimbi - bottoncini dirosa - a spasso. In una piazzadinanzi una chiesa fatta dipassiflora fioritaun papÓvero prŔdicada una speciedi p¨lpitoad una dormente assemblŔa di matricarie eerbe-saviementre tussilÓggini odorose (priore delladottrinella) gýrano seccando il pr˛ssimoed ¨miliviolette chiŔdono la caritÓ. Ma l'assemblŔadell'erbe si destama la folla dei fiori si ritrÓe aspalliera sul marciapiedee due giganteschi cactus-carabinieri sip˛ngono in posizione per il saluto. Scortata da rose e dagigliSua MaestÓ passa - e anch'io mi inchino a lei - la miagraziosa quanto sensýbil reginaMimosa pudica.

NŔlo spettÓcolo finisce quiperocchŔ i fioritrasf˛rmansi a poco a poco in penne ed in piume di tutti icolori. Ali di piccionidi tacchinodi fagianodi falcosidisp˛ngono a collinea vallate. Sterminate penne paonines'innÓlzano come piante isolate; penne di cigno e di struzzosi aggr¨ppano a boschetti. Una lan¨gine da collo dit˛rtora si stende - quasi erba - sul suoloquÓ e lÓsmaltata da penne papagalline e da uccello-mosca Si avanza una pennad'oca. ╚ probabilmente un poeta che gira in cerca dellapoesia. E intanto una respirazione soavequal di bambinofÓtremolar tutto il paesaggio di piumeed io passo di leggerezza incarezza.

Talorainveceviaggio negli abissi infiniti della bontÓ. Ci˛mi accadeper s˛litoquante volte ho subito ad occhi apertila mortificazione di non aver potuto o voluto fare o ajutare un'˛perabuonaoppure fremetti d'indignazione udŔndone o vedŔndonecommŔttere una malvagiasenza potŔrmivici opporre.SenonchŔnel campo de' sogniio mi rifaccio lautissimamente.Tutte le utopýe de' poetidalla generositÓ inspiratetutti i disegni dei filÓntropi dalla utilitÓ suggeritidivŔntanosul mio notturno guancialecose vere e certe. Lanavigazione aereache ne' miŔi sogni Ŕ giÓ unfatto compiutoha cancellatorendendo impossýbile ilmantenimento delle frontierele nazioni. Annientato lo spýritonazionaleogni ragione o bisogno di guerre cess˛ e i soldatifan quell'orrore che fanno oggi i carnŔfici. Torna il ferronon pi¨ omicidaalla gleba e il pane si pareggia alle bocche.Ogni donna ha l'uomo che la fÓ madre e non l'abbandonaognibambino una mamma che lo nutre e lo bacia. L'Ónima mia nonscorge se non visi felici e nella contentezza altr¨i trova lasua.

EdŔ pure in queste corse notturne della fantasýanondistratta dal mondo esterioreche io spesso riprendocome dissiqualcuna delle mie individualitÓle qualidurante il giornostan mescolate e sbiadite in una media insignificantýssima.Ne' sognidunqueio mi riveggo potente signorepotente solos'intendenel fare il beneo trovatore di paradisýachemelodýe inesaurýbilio scopritore e domatore di nuoveleggi della natura; e rientro in tante e tant'altre personalitÓuna pi¨ miracolosa dell'altra; e mi ritrovo perfino - chi ilcrederebbe? - donna.

Genialeamicanon rýdere! Io non so se tra quella legione di mŔdiciche mi sper˛ e tambuss˛ e pes˛col¨i chedisseche - aperto e frugato sul tavolaccio anat˛mico - ilmio corpo avrebbe embrionicamente tradito i segni della femminilitÓspropositasse meno degli altrima l'apparenza Ŕchenonradoquando la morte quotidiana mi grava il cigliola metam˛rfosidel poeta Tiresia in mŔ si ripete. E della donna io hoconosciuta l'infanzia e l'adolescenzaquandosognavofanciullodigiocare alla bÓmbolaegiovinettodi starmicome educandain un monasteroe cosý viafino a raggi¨ngerquest'oggiin cui m'illudodormendodi Ŕsser ragazza -benchŔ un po' matura - da marito.

Chefaccio oraŔ presto detto: amo. Donna che non aminonappartiene al sesso gentile. Ma io faccio qualche cosa di pi¨:amo bene. A mŔ - che allora mi chiamo Celeste - amor sipresenta come una varietÓ delle ˛pere caritatŔvoli.Il divino maestro ne invita a cibare chi ha fame e a dissetare chi hasete: anche l'amore Ŕ sete ed Ŕ fame e noi donnedobbiamo placarlo.

Celestecerca dunque il suo amante. Intorno a lei molti fan ressa ed ellascorge nei loro occhi brillar desiderinŔ le vŔngontaciuti. Ma sý grossolani sono que' gi˛vani sotto leloro fine vernicisý ottusi alle poesýe della vitasýsoddisfatti di sŔ medŔsimiche amore non potrebb'Ŕsserper loro che uno svagouna carnale dilettositÓun affarematrimonialenon un bisogno dell'Ónima.

Celestecerca ancora. Finalmente incontra la pupilla di un gi˛vane chespýa timidamente la sua. Nessuna fronte pi¨ pensierosadi quella di lui: nessun sorrisodel suo pi¨ melanc˛nico.Si direbbe che l'Ónima di quel gi˛vanesebbene prontaa elevarsi ai pi¨ sublimi idealigiaccia oppressaaccasciatasotto il peso di una umiliazione profonda. Oltre amorein quelliocchiŔ infelicitÓ: egli ha dunque necessitÓ diŔssere amato.

ECeleste lo amae gliel dice. Investito dalle fiamme di leileýntime forze del gi˛vane si risvŔgliano tutte eder˛mpono. Ella gli inspira tra le sue braccia l'entusiasmo checrŔa: e l'ingegno di lui divien geniola timiditÓardire. Di questo gi˛vane ignotoCeleste potrebbe fare unguerriero invincýbileun uomo di stato non eguagliÓbileun poeta immortale; e fÓ un poeta.

Ein brev'oraegliche giÓ stanco sedeva sul mÓrginedella via a lui destinata e non ancora percorsal'ha tutta compiutae deveper avanzar nuovamenteaprirsi altra strada.

OraCeleste pi¨ non gli occorre. Ei l'ha lasciata e fors'anche ladimentic˛. Ma ellapur piangendoŔ felice. Il mondoammira il nuovo grand'uomo e le madri lo addýtano ai bimbi adesempio. Nella folla che applÓude Ŕ pur confusaCelestema le foglie di rosa e di lÓuro versate in capo alpoetav˛lano al conscio cuore della ignota sua musa.




SETTIMOCIELO


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Homolto amatovero? fors'anchein amoreipotecÓi l'avvenireti pare? non rŔstamidunquemÓrgine o via per amaredi nuovo o di pi¨credi? Dillo pur francamente. Io stessoorfÓ qualche tempocredevo cosýma non oggi.

Oggiil sŔttimo cielo si Ŕ aperto anche a mŔqueltolemÓico cielo che avvolgeterz¨ltima bucciai seialtrienel mezzo di tuttiil n˛cciuolo della terra. ColŔiche era il sospiro ineffÓbile delle profonditÓdell'Ónima mia Ŕ finalmente apparsa e mi vide.

Ogeniale! Tutti i miŔi amori passati rit˛rnanosirinfrŔscanosi riass¨mon nel tuo.

IntŔ riconosco la mia regina di cuorima il cuor rosseggianteor sussulta nel petto di lei e con esso il mio. In tŔ ravvisoRicciarda staccÓtasi dalla sua tela e uscita di pinacoteca; ela lŔtterache io ho tanto e tanti anni aspettataŔinfine giunta.

Tusei l'Ŕdera che arrÓmpica sino al pertugio del cÓrceremio recÓndomi verde speranza; tu l'orologio che segna le¨niche ore della mia felicitÓe quelle son della tua;tu la piantala Tilia grandýflorarinverdita e rivestita difrondenella cui ombra proteggitrice riposo la fatica del výveree sul tronco di cui ho per sempre intagliatocol tuoil mio nome.

PertŔAmelial'eroina del mio romanzo Ŕ trovata. Se ilroseto dell'intelletto pi¨ non mi dava che spineoggi il soledell'amor tuo vi fÓ germogliare e sbocciare altre fogliealtri fiori. Che il mondo or mi spregi e deridanon m'importa! Miagloria Ŕ il tuo sorriso.

Tula m¨sica. La cortina del quarto cielo si risolleva dinanzi atŔ. L'Ónima addolorata e innamorata di Elvira pÓlpitae freme nelle minugie del tuo violino e s'innalza gemendo daimel˛dici abissi del tuo ˛rgano. Tutte le note musicalipellegrine nell'Óerev˛lano a tŔcingŔndotidi una divina atmosfera.

Dolcipresensisoavi melanconýesbigottimentiaccensioniÓgitansi in mŔsolo a sfiorarti la punta del mýgnolo.Le giovinette che mi baciÓron bambino o mi accarezzÓronoadolescentein tŔ respýrano. Delle mie compagne diviaggiocare misteriosamenteso oggi il nome ed Ŕ il tuomentre il libro d'amore che sui nostri ginocchi or sfogliamohapÓgine senza fine. Ed io discendo con tŔ lentamenterinnovellata mia ╚sterche mi fai lumele scaledell'esistenzaeancor prima di uscire alle stellele miro negliocchi tu˛i. Posa la fina e pulsante mano di Lisa - la tua -nella mianŔ mai se ne staccherÓ. E la cristallinalastraframezzo a noicadedinanzi alle nostre labbra infocate chesi cŔrcano.

Sullerive di un lago poŔtico sono venuto a cercartinuova Adelema non ti ho condotta a un amico. Nella cameretta del cuore mio seibene entratama fu per mŔ - nŔ mai ne uscirÓi.

Antoniettanon giace pi¨ nella bara virginea. Ella siede sul t¨muloor mutato in giardinoe mi guarda cogli occhi buoni e tu˛i.FinchŔ io ti abbia vicinosu questa riva di cui sei fiore eserenitÓnon mi getter˛stÓ sicuraneigorghiper raggi¨ngere la riva opposta.

ODiana cÓndidache la fronte m'ill¨mini ed Ŕvochiin mŔ la marŔa del sentimentoquanto soavementelagrimÓi nel tuo raggio! Pur tu m'abbreviasti il cammino deisŔcoli. Una futura lontana lettrice era ne' voti miŔi.Come poss'io desiderarla ancora ed attenderlaor che mi leggi?

Tutteinfine le imÓgini di gentilezza e di generositÓ che hosognatole ritrovÓial mio risvegliovedŔndoti. Ilsogno tu seifatto corpo. NŔ alcuno ti potrÓ sciorreda mŔnon tu stessa - perocchŔ sei la mia inspiratriceCelesteÓnima dell'Ónima mia.