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Antonio Fogazzaro



DANIELE CORTIS

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

VENTOPIOGGIA E CHIACCHIERE.

 

 

Le palle cozzarono insieme due volteforte.

"Tac tac!" fece il conte Perlotti guardandole correre attentocon il gesso nella destra e la stecca nella sinistra.

"Santo diavolo!" esclamò il senatore. "Non c'è taglio. Che stecche avetecontessa Tarquinia? Non si può giuocare."

"E dàlli!" disse la contessasottovocefra un gruppo di signore.

"Genero mio benedetto" soggiunse allargando le bracciapiú che scrivere e riscrivere che me ne mandino!

Si voltò alla Perlotti che sorrideva silenziosamente guardando il tempo dall'uscio a vetri.

"Bellosai" brontolò. "Sarà la ventesima volta che me lo dice. Vuole che le faccia io le stecche?"

"Che tempo!" disse la signoraprudente. "Fa paura."

In faccia all'uscio a vetri il grande cipresso mortoavvolto nel glicine sino alla puntarizzava il suo chiaro verde nel cielo livido; radi goccioloni macchiavano la ghiaia.

"Ehsí signorapaura. Proprioanche: paura. Pauranon è vero? Paurasipo."

Era un coro di quattro o cinque fra signore e signorine in fronzolimolto seriemolto irrigidite dal grande onore di trovarsi in casa della contessa Tarquinia Carrè.

"Sei punti a me!" gridò il senatore.

"Quanti?" rispose un personaggio invisibile.

"Seiseisei! Siete sordo?"

"Noma i preti ah!"

"Già; è un baccano! Fate un poco tacere a quei preticontessa Tarquinia!"

I preti giuocavano a tresette nella stanza del pianovociavanoschiamazzavano.

"Scusate caro voiGrigioli" disse la contessa a un giovane che parlava con la baronessa Elena Carrè di Santa Giuliaseduta sul canapè vicino. "Andate a pregare i reverendicon buona manieradi non far tanto chiasso."

Quegli s'inchinò.

"Benedetta la Sicilia" gli disse piano la contessa.

"A propositomi raccomandoeh!"

"Cosacontessa?"

"Dove avete la testa? Cortis."

"Eh síva benonecontessa. Cinquanta voti sicuriqui. Lo dicevo adesso alla baronessa Elena."

"Non parlatecaro voidi queste cose a mia figliache non sa cosa siano né la destra né la sinistra. Andate làandate là da quei reverendi... Dov'è Cortis?" diss'ella a sua figliapoi che il giovane si fu allontanato.

"Andateandategiovinottofate tacere a preti" disse il senatore a colui che passava lungo il biliardo. "Dite che imparino un poco da questi altri signori. Fate tacere a don Bartolo!"

Presso un'altra porta a vetri della gran sala a crociera un gruppo d'uomini discorreva di qualche argomento molto misteriosoparevae molto importante.

Uno di loro chiamò:

"Dottor Grigiolo!"

"Comandi!" rispose il giovane. "Vengo subito." E tirò avanti verso la stanza del piano.

"È medico quel giovinotto?" disse il senatore al suo compagno.

"No signoredottore in legge" disse questi ossequiosamente.

I preti avevano smesso di giuocare. Il cappellano don Bortolo teneva un foglio in mano e declamava dei versi tra le risate dei colleghi.

"La permettadon Bortolo" disse l'ambasciatore.

"Bravodottore" rispose don Bortolo. "La venga quaLa senta anche Lei:

 

El sindaco risponde: a ghí rason."

 

"NoLa permetta."

"Ma La perdoniLa senta!"

Il dottor Grigiolo si rassegnò fremendo ad ascoltare un'altra strofa che finiva cosí:

 

E el sindaco: anca vú gaví rason.

 

"Va benema La permetta."

"Ma La perdoniperché non La sa. Adesso viene il bello."

Don Bortoloriscaldato da parecchie tazzettecome le chiamavacontinuò a declamare una satira anonimala descrizione di un battibecco fra certi consiglieri comunali intorno a un sindaco che dava ragione a tutti.

 

El sindaco tasea col collo storto.

E po infin l'à concluso: a no ghí torto.

 

Scoppiarono risate in tutti i toni.

"Bellabellissimaarcibellissima" esclamò indispettito il dottor Grigioloma, caro cappellano benedetto, non vedo poi la necessità di rompere i timpani al prossimo. Capisce bene, di là ci sono tante signore e proprio la contessa pregherebbe...

"Le femmine?" rispose don Bortolo. "Perché non ne sanno fare del chiassole femmine!"

"Zittozittoandiamostate quietocappellano" dissero i colleghi.

"Bravimi raccomando; anche per il conte Laoche sta poco bene."

Il dottor Grigiolo guardò il piú vecchio di quei sacerdotil'arcipretecon una faccia tra seria e compunta.

"Venga qua" esclamò l'incorreggibile don Bortolovenga qua, dottore, non stia a combattere colle femmine e beva una tazzetta con noi. Cosa mi conta del conte Lao? Non La capisce che la sua camera è dall'altra parte? Non La sa che il conte Lao sta meglio di Lei e di me? Non La sa che è matto?

"Fate tacere a don Bartolo!" gridò il senatore dalla sala.

"Ohhanno capito?" sussurrò il dottor Grigiolo con gli occhi fuori della testa. "L'Etnacorpo! Capace di venir qua con la steccaperdia!"

"Campanile!" fece il cappellano.

La sua uscita e il suo comico sgomento misero nella brigata una cosí clamorosairrefrenabile ilaritàche Grigiolo scappò via con le mani nei capellimentre don Bortolorinfrancatosi accingeva a leggere la chiusa del poemaquest'apostrofe agli elettori:

 

E se no sí na massa de marson

Spetèi sti fioi de pipe a le elezion

A man che i ve vien soto parei fora

E mandèi tuti oto a la malora.

 

"FiascoGrigioli!" gridò da lontano la contessa Tarquinia. Un'altra voce partí dal gruppo dei cospiratori:

"Vienedottor Grigiolo?"

Egli rispose "un momento; vengo subito" e tirava via; ma il senatore barone di Santa Giulia gli piantò sullo stomaco una mano da San Cristoforo e lo fermò di botto.

"Rispondi!" diss'egli con il suo vocione tonante. "Sei Grigioli o Grigiolo?"

Lo smilzo e garbato giovinetto trasalídiede un passo indietro e guardò il senatore come avrebbe guardato Attila.

"Grigioliveramente" risposema il popolo...

"Il popolo L'aspetta se La si degna" disse colui che l'aveva chiamato prima.

"Ahil popolo! Ho capito" disse il barone. "Voi non avete saputo far tacere a Bartolo."

"Impossibilesenatore. Impossibilecontessa. Il Suo vin bianco è troppo generoso. Ci vorrebbe una pompa e dell'acqua. A momenti ne vien giusto giú un diluvio."

"Credetesí?"

"Oh sícontessa."

"Non vi pare che si alzi un pocoil tempo?"

"Non vedocontessa."

"Avete guardato bene?"

"Contessa sí."

"E non vedete?"

"Contessa no."

"Santo diavoloche contessamento in questo paese!" borbottò fra i denti il senatorecurvo sul biliardoprovando e riprovando il colpocon gli occhi alla palla avversaria.

"L'usobarone" osservò sommessamente Perlottiritto in faccia a lui.

"Viache gli elettori vi aspettano" disse piano la contessa Tarquinia a Grigioloe lo spinse via con le maniperché quegliseccatonon ci voleva andarepreferiva la compagnia delle signore alla sua missione elettorale. Poi la contessa si volse al gruppo e disse:

"Scommetto che questo tempo non fa nulla..."

E subito le voci ossequiose: "Direi anch'iocontessa. Pare di nocontessa. Non fa nientenopo."

Nello stesso tempo il fragor del tuono empí la salatutti i vetri suonarono.

"Ohe!" esclamò il senatorebuttando la stecca sul biliardo.

"Gesummaria!" disse la contessa. "Le finestre! Le finestre di sopra!"

E corse al campanello.

Una signorinache prima non aveva mai aperto boccasi mise a gemere.

"Oh che nero! Oh che inferno!" gridava il dottor Grigiolo. "Venga da questa partecontessase vuol vedere!"

Un furioso colpo di vento irruppe dalla porta che mette in loggiabuttò le cortine all'ariasoffiò via giornali e cartestridendodalle quattro cantoniere intorno al biliardo. Mentre Perlotti correva a chiuderel'arciprete scappò fuori in furia.

"Arcipretearciprete!" gridò Perlottipassando la testa fra i due battenti. "È matto?"

"Mi cercheranno per benedire il tempo" rispose il prete con le mani al cappello e le falde dell'abito al vento.

Il temporalevenuto su dietro le montagne di ponenteaveva girato a mezzogiorno. Turchino cupo sopra le creste cineree del Rumanominacciava lo scuro piede selvoso del montele povere case sparsevile praterie distese davanti alla villa Carrèfalciate di recentedorate da un chiarore sinistro.

La contessa Tarquiniail Perlottiil barone di Santa Giuliale signoreGrigiolo e i suoi amici erano tutti là nel braccio della crociera che guarda mezzogiorno.

"Tempo brutto" disse il dottor Picutinotaio del paese.

"San Giovanni e San Pietro" osservò un altro "gran mercanti di grandine".

Il conte Perlotti espressecon graziail timore che quel povero arciprete non potesse arrivare a casa in tempo.

"Guardo il frumentoio" esclamò il grosso signor Checco Zirisèla che aveva il piú bel podere della vallata e non andava a messa

"Già! u frumento!" disse il barone.

"E l'uvacazza! L'uva!" sussurrò la signora Zirisèla.

I preti non si erano mossi dal loro salottostrepitavano peggio di primaquasi per soverchiar la voce dei tuoni e del vento che ruggiva rabbioso intorno ai canti della casasbattevaal secondo pianousci ed imposteschiacciava a terra le vegelliei philadelphus frenetici del giardino.

Neppure la baronessa Elenarimasta solaparea commuoversi del temporale. Abbandonata la persona sulla spalliera del canapèteneva il viso un po' chino al petto e le braccia strette alla vita sottilecome se avesse freddo. Gli occhi grandineriguardavan le vette dei giovani abeti del giardinoagitate senza posa; parevanonella vitrea e grave immobilità lorovedere tra quelle vettenel cielo oscuroqualche fantasmaqualche solenne parola di tristezza invisibili altrui. Improvvisamente una furia obliqua di piova strepitò sui vetrisulla muranascose il cielole montagne e gli abetimise un baglior bianco a tutte le porte e le finestre della sala ombrosa.

S'udí la contessa Tarquinia dir forte:

"Daniele ha preso radice di sopra. Se permettono vado un momento a vedere cosa succede."

Ella si accostò a sua figliale disse piano e lamentevolmente:

"Ti pregosaiElenami lasci proprio sempre solanon mi aiuti niente. Perché tuo marito non ci soffreanche!"

La baronessa alzò appena la testae rispose senza guardar sua madre:

"Mio marito non mi abbada."

Ella aveva una voce un po' grave ma dolcissimaun accento d'indifferenza mollecome di chi riposa ne' propri pensieri erichiamatone un momentorisponde distrattoa fior di labbroper non guastarne la tramaper riposarvisi ancora.

"Giusto quello!" disse la contessa.

"Oh che contrattempoElena! C'è qui la mamma!" esclamò l'amabile Perlotticomparendo alle spalle di quest'ultima. "Io che venivo a farvi la corte!"

La giovane signora alzò gli occhi al cielo.

"Va làElenava là" insisteva sua madre.

"Poverettala si seccae che torto!" osservò Perlotti carezzevolequasi flebile.

"C'è bene Sofia di là" disse la baronessa.

"Mia moglie? Síma non è mica padrona di casalei."

"Neppur io."

Con questa risposta data un po' sdegnosamentela baronessa Elena si alzòe andò a raggiungere gli ospiti.

"Ho pauracara Tarquiniache vi tocchi alloggiarli tutti qui stanotte" disse Perlotti all'orecchio della contessaappoggiando leggermente le mani alle braccia di leibella donna ancora e molto elegante.

"Signorenon ci mancherebbe altro! Mi sono tutti tanto carima vengono un paio di volte alla stagionee signor sí che hanno da capitare stasera!"

"Me mi metterete con quella biondinaquella ZiresetaZiresèlacos'èquella biondina piccolina."

"Scempio!" disse la contessavoltando il viso ridente. "Vado da Lao."

E andò viaseguita da una sghignazzata di Perlotti.

Si fermò in fondo alla salasulla porta che mette allo scalone del primo piano.

"Finalmente!" diss'ella. "Come lo hai trovato?"

Una voce virile rispose:

"Triste."

"Che novità mi conti! Il suo male è tutto líperché lui mangiaperché lui dormeperché lui passa le ore con le ore a leggere e suonare. Questi dolori ci sarannoio non dicoma anche lui si ascolta molto. Il medico dice che bisogna distrarlo. Andiamo avantie come si fa con quella eterna luna? E poi se tu sapessicaro tequanta voglia posso avere di distrarre gli altri! Se tu sapessi i fastidi che hoe la fatica che faccio a mandarli giú!"

"Fastidizia?..."

La contessa tacque un pocosi morse le labbrasoffocò un singulto.

"Nienteniente" rispose nervosamentebattendo le palpebre sugli occhi che luccicavano. "Non andrai mica via subito con questo tempo? Bravofammi un po' di corte a quelle signore."

Ella salí lo scalone e il suo interlocutore entrò in salamentre le signore tornavano dallo spettacolo del temporale ai canapè fronteggiantisi con le loro ali di sedie vuotefra il biliardo e la porta di ponente. La baronessa Elena fe' un giro per passargli vicinogli disse sottovoce:

"GraziesaiDanieleche hai fatto tanta compagnia allo zio."

Cortis le strinse la manosenza parlare. Elena lo guardò megliotrasalí.

"Che c'è?" diss'ella.

"Una cosa grave" rispose quegli.

"Ohecco il nostro signor candidato!" esclamò il barone. "Questi bravi signori vogliono sapere se abbaierete a Tunisi e se morderete i ministri."

Con la sua grande personacon la sua gran barba fulvacon la sua gran voceil barone pareva un brigante normanno antico.

"Che fare di Tunisi? A noi non importa di Tunisi" disse il signor Checco Zirisèlaun patriota che non aveva soggezione di nessuno. "Non siamo mica in Siciliaqua."

"Evviva l'Italia!" rispose il senatore. "Pensateci voi."

E si allontanò.

"Lasciamolo andarequel trombone" sussurrò il dottor Grigiolo. "Signor Cortis" diss'egli al nuovo venutoqui i nostri amici della sezione desideravano dirle una parola.

Daniele Cortis s'avvicinò agli amiciche in attitudine rispettosama fermi al loro posto nella mal dissimulata coscienza della sovranitàguardavanocon le spalle alla portal'uomo ch'entrava nella luce piovosaun'alta persona eleganteuna bizzarra fisonomia nobileimprontata di dignità e di risoluzione militaredue occhi azzurriintelligenti e fieri.

"Niente" disse il dottor Picuti che incominciava sempre cosí le sue orazioni piú gravi "niente. Qui siamo tutti persuasima siccomegiustoLa sasi parla qualche volta con amici delle altre sezioni; io per esempioLa suppongae qua il mio compare Zirisèla..."

"Appunto" disse Zirisèlaincoraggiando l'amico a continuare.

"Colla cosadicoche noi due e anche altri qui del paese si va spessogiustonelle altre sezionie dappertutto si sente questa musica ch'Ella è poco conosciuta (cosa vuoleignoranti!) e che non si sa come la pensi su questo e su quello; cosí sarebbe sortogiustoil desiderio chesia con un discorsosia con la stampanon so se mi spiego..."

"Vogliono u programma" disse il barone alle signore con voce abbastanza prudentenell'altro braccio della sala. "Hanno ragione. Quando s'è visto un candidato che non tiene u programma? È come una casa senza facciata."

"Meglio cosí che tante facciate senza casache tanti programmi senza un uomo dentro" disse sua moglie vivacemente.

"È veroElena" saltò su la contessa Sofiache tuo cugino ha nome Daniele Volveno?

"Sí" rispose Elenaasciutta.

"Che nomi strampalati avete qui voialtri!" esclamò il senatore.

"Non è mica nostro venetobaronequesto nome" rispose la Perlottibattendosi dispettosamente un ginocchio con il ventaglio.

"È friulano. Il signor Cortis è friulano."

"Ma se lo so! Non volete che lo sappia? E che cos'è il Friuli? Non è Veneto? Che razza di geografia volete insegnarmi?"

La signora si morse le labbra. "Domando scusa" diss'ella "ma..."

Qui suo marito pensò bene di correre a mettere il naso sui vetrigridando: "Oh Dioguardateguardate! Che sia Malcanton quello là?"

Si vedeva un ombrello venir su traballando lungo gli abeti velati dalla pioggia.

Tutti corsero a guardaretranne il senatore e sua moglie.

"MalcantonMalcanton!"

"Síper bacco che è lui!... Malcantoncontessa; è qui Malcanton!"

"Oh Dio" gridò la contessa Tarquinia che rientrava allora in sala. "Io che me l'ero dimenticato!" Aveva mandato questo Malcantonpoche ore primaa far delle commissioni.

"Ehma dimenticato del tutto" soggiunse. "Dioche figura! Pare un topo annegato."

Ella aperse la portamise una vocina graziosaporgendo il capo e ritirando la persona. "Prestopresto! Dentrodentro!"

Il signor Malcanton entròsi scosse come un can barbonetenendo l'ombrello a braccio distesomentre la contessa gemeva a mani giunte.

"Oh Diopoverettoin che penain che pena sono stata! Poverettocome siete rovinato! Che rimorsi! Prestoprestodi sopradi sopraun punchsubito!"

"Fatto tuttocontessafatto tutto!" ripeteva il can barbone. "Fatto tutto. Parlato al signor Momialla signora Catinainteso col dottoreimpegnata la bandatelegrafato per i fuochi."

"E imbarcata l'acqua" mugghiò il barone seduto dietro gli altrisul biliardocon le gambe penzoloni. Tutti riserotranne Malcanton che guardò colui a bocca aperta.

"Graziegrazie infinite; ma di sopraadessodi sopra!" insistè la contessaricacciandosi il riso nel petto. "Elenavai su dallo zio? Ti prego allorapassandoquesto punch."

"A proposito" riprese Malcantonsarà anche scritto per questo libretto del Laven-tennis e per sapere come si pronuncia.

"Laan-tennis" disse la contessa Perlotti.

"Loonloon" mugghiò il barone.

"O laan o loonio dico laven" replicò Malcanton. "Del resto sentiremo."

La contessa Tarquinia aveva fatto venire un gioco di lawn-tennisil primo della provincia. Nessuno sapeva adoperarlo e nemmanco si andava d'accordo sul modo di pronunciarne il nome; ma intanto alla villa Carrè c'era il lawn-tennis. Anche al Caffè d'Italiain cittàne avevan parlatoavean disputato molto sul laan e sul loon.

"Intantocon permesso" concluse Malcantone si avviò dietro la baronessamentre il senatore diceva con un tono singolare:

"Grandi cosedunquecontessa Tarquinia! Un san Pietro colossalequello dell'81!"

"Pur troppo" sussurrò Malcantoncompuntoalla sua compagnacui ostentava di parlare molto familiarmentecome se fosse ancora la bambina di una volta. "CrediElenache una lavata simile..."

La giovane signora non gli badòvolò su per le scaledimenticando il punched entrò nel chiarore della grande sala vuota del secondo piano.

Udí le voci dei preti e del senatore saliremezzo spentedal pavimentoe la pioggia eguale venir giú a distesaconfermar con l'ampia e bassa sua voce quelle tre parole torbide: una cosa grave. Attraversò la sala adagio adagiocon gli occhi alla porta della camera dove Daniele era stato tanto tempo.

Una cosa grave!

Appoggiò la fronte all'uscio e picchiò due colpi sommessi.

Si rispose forte: "Avanti!"

 

CAPITOLO SECONDO

 

UNA COSA GRAVE

 

"Avanti" disse il conte Lao "e chiudi presto che viene un'aria d'inferno da quella porta. È ora che ti si veda! Ed è o non è un gridare che fanno quei diavoli di preti? Corpoe non poter andar giú con un bastone! Non sa far altro tua madre che invitar preti? Saranno tutti ubbriachigià. Che vino ha dato quell'oca?"

Elenaseria seriafece una profonda riverenza.

"Vado a vedereconte" diss'ella.

"Ah! Scempia!" rispose il conte Laorabbonito. "Vien quaandiamo. Scusala mi vien susaranno dieci minutifresca come una rosaa domandarmi se voglio niente. Bisogna avere una testa da passera. Se voglio niente! Con questo baccano che passa i muri! Voglio che li mandiate tutti al diavolodico. Madicecredevo che non udiste. Bellasai? Non bastano quei pochi malanni che ho; anche sordo ho da essere. Andiamoavanti! Cosa fai là sulla porta? Perché mi guardi in quel modo? Sarò pallidoah? Sarò verde o almeno giallo? Avrò l'aria d'un morto?"

"Ma noma nozio; hai l'aria d'un orso in collera".

"D'un orso bianco?"

"D'un orso grigiozio."

Invece di rispondere il conte Ladislao trasse di tasca uno specchietto e si avvicinò alla finestra.

"Oh no" diss'eglimica pallido. Eh, niente. Solo un pochetto.

Era pallido infatti: d'un pallore accresciuto da due grandi occhi neridalla barba neracorta ma foltissimadall'alta fronte giallognoladove i capelli brizzolati facevano appena una punta.

Voltò le spalle a sua nipote e si guardò la lingua.

"Sei bellozio" diss'ella. "Sei una bellezza; sta tranquillo."

Lo zio si voltò in frettasi eresse.

"Dopo tutto" esclamò "se non fossi malato..."

Era alto e di persona elegante; un gran naso aristocratico non guastava la sua fisonomiatra sentimentale e beffarda.

"Se non sognassi di essere malato" disse la baronessa Elena.

"Ahsogno? La faccio per piacere questa vita? Mi diverto ioa non digerireil giornoe a non dormirela notte? Mi diverto a esser pieno di dolori tredici mesi all'anno? Sentili quei mascalzoni di preti? Oh mi diverto! Tacivien quae suonami ancora la pastorale di Corelli."

Si sdraiò in una poltrona rintanata dietro un tavolinonell'angolo piú buio dell'ampia camerapiú lontano dalla porta e dalle tre finestre. Alla sua drittail piano verticaleappoggiato al muroera aperto.

"Non ci vedozio" disse Elena.

"Va là che la sai a memoria!"

Egli si pose a canterellare il motivo della pastorale con una voce dolceintonatissimapiena di sentimento.

"Non ho vogliastaseradi suonare".

"Perché?"

Elena non rispose. Sedutatra una finestra e la scrivaniain faccia a suo ziolo guardava accarezzando un libro apertoposato là a sbieco sull'orlo della scrivania stessa. Il conte Lao interpretò certo quel silenzio in un dato modo perché non insistetteaccese una sigaretta.

"La colpa non è certo mia"diss'eglibuttando nel portacenere il fiammifero acceso.

"Che colpazio?".

Il conte Lao appoggiò le braccia sul tavolino e guardò il fiammifero fin che si spense.

"Se siamo a questi passi" diss'egli.

Elena non capiva.

"Val poco quel poeta inglese" esclamò il conte Laocome per rompere una rete di pensieri penosi. "Pochissimo! Pieno di barocchismi. Me lo immaginavo. Il cielo che diventa sette volte piú divino per l'assunzione di Mazzini"! Corbellerie. E genitivipoigenitivi! Santo Dio!"

"A che pensizio?" disse Elenaalzandosi.

Venne a sedergli vicinosullo sgabello del piano.

"Eh!" rispose lo zio. "Dove hai la testa adesso? Dimmi un po'; hanno giuocato al biliardo poco faprima del temporale?".

"Sízio."

"Anche tuo maritogià?"

"Sílui e Perlotti."

"Filosofolui!"

Restò pensoso un momentopoi scattò in piedi gittando via la sigarettaandò ad afferrar per le tempie Elenache tentòcon alterezza involontariarialzar la testa.

"Senti" diss'egli curvandosela a forza sul petto: "hai una gran canaglia di marito." Le chinò le labbra sui capelli e disse sottovoce:

"Lo accoppoio."

Elena si sciolse sdegnosamente da quella strettaguardò suo zio con occhi scintillanti.

"Sai che soffro" diss'elladi questi discorsi. Sai che mi offendono. L'ho ben conosciuto, prima di sposarlo. Gli ho ben permesso d'essere mio fidanzato prima e mio marito poi. Pensa quello che vuoi, ma non parlarmi cosí. Non mi ha ingannata, è stato sempre lo stesso uomo. Non sarebbe niente affatto nobile, da parte mia, di permettere che mi si parli cosí.

Gli voltò le spalle e andò a guardare dalla finestramentre suo zioirritato ripeteva:

"Giàa! Giàa! Giàa! Perché nessuno sa ch'eri una bambina! Perché nessuno sa che te l'hanno imposto!".

"Noniente imposto!" rispose la giovane signora voltandosi impetuosamente. La mamma mi spingeva forse un pocoma il povero papà mi ha ripetuto fino all'ultimo momento: Ricordati che sei liberaricordati che c'è ancora tempo! E non ce n'era bisognoperché non è vero ch'io fossi una bambina. Diciannove anniavevo; e non capivo le cose troppo male!"

"E alloraperché hai detto di sí? Ti giuro che se c'ero io non lo dicevi!"

"Ohsignor zio!" diss'ella con alterezza. Sdegnava di parlaredi dire che aveva accettato il primo marito offertoleperché certi intrighi di sua madre non le piacevano.

"E adesso" proruppe "cosa c'è di nuovo? Che orribili cose ha fatto mio marito? Vi avrà chiesto un po' dei vostri danarigià. Sarà per questo che la mamma ha le malinconie e tu le convulsioni".

"Ahcorpo!" esclamò lo zio voltando e squassando lentamente il capo verso degli esseri immaginaridei giudici d'appello invisibili "A voialtricari."

Alzò le manile lasciò ricadere sulle coscie rumorosamente.

"Non ne parliamo piú" diss'egli.

Sedette al piano come se non fosse affar suo e suonòa mezza voceuna polka scioccabrontolandosi mentre suonava:

"Bella educazione che ha avuto!... Síperdiana!... Un po' dei vostri danaricosa serve?... Un po' di danarieuh!... Bella educazione!... Sí perdiana...

Bellissima!"

"Smettismettizio" disse Elena. "Come sei triviale stasera! Non ti ho mai conosciuto cosí."

"Ballacaraballa!" rispose Laosdolcinato. "Ma ballatesoro. Non senti che suono? Cos'hai da saper tu di danari! Balla che sei beata."

"Che sciocchezzezio! Vuoi che mi crucci per i danari! Smetti! È stupidasaiquesta musica."

Il conte afferrò a due mani lo sgabello su cui stava seduto e si girò di netto.

"Oh lo so" diss'egli "e mi dirai poi cosa sono i tuoi discorsi. Non ti fa niente a te che tuo maritodopo essersi giuocata la roba sua e la tuapazienza! si voglia giuocare anche la nostra? Non ti fa niente a te che venga qui a fare il prepotentea pretendere del danaro che non gli spettaa dire che tu spendi e spandi..."

"Può essere" disse Elenafredda.

"... a minacciare di confinarti per sempre a Cefalúcome una moglie indegna se non gli si danno questi danari."

La baronessa trasalí e chiese bruscamente:

"Lo ha detto a te?"

Il conte Lao si mise l'indice al pettoalzando le sopracciglia.

"A me?" diss'egli. "Glieli avrei dati subito e poi lo avrei buttato dalla finestralui e i danari in un mucchio. Ha detto cosí o press'a pocoa tua madre."

"Quando?"

"Stamattina. Mi pare impossibile che tu non lo sappia."

"Non lo sapevo."

"Allora non sai neppure cosa gli ho fatto direioal tuo senatore."

"No."

Gli ho fatto dire che venisse da me a ripetere questa bella cosa. Ma già tua madre gliel'avrà detto. Tua madre ha sempre voluto star col diavolo e anche con l'acquasanta. Non sa che piagnucolarelei. Di' la verità che non sapevi niente?"

"Sapevo che mio marito ha bisogno di danari. Prima di venir quami ha pregatoalla sua manieradi domandarvene. Io gli dissi che lo lasciavo perfettamente libero di trattar lui con voialtri come volevama cheper conto mionon vi avrei detto una parola."

"Chi sa che scena ti avrà fatto!"

"Scena? Non me ne ha parlato piú. Non me ne fascene."

"Non te ne fa?"

Il conte Lao pareva incredulo.

"Eh noproprio sceneno" disse la baronessaquasi sorpresa di dover affermare una cosa due volte. "Saise me ne facessecon poche parole lo metterei a posto."

L'altro tacque.

Ecco dunquepensò Elenala cosa grave. Tanto grave davvero? Le gesta di suo marito la toccavano poco. Era poi evidente che lo zio non l'avrebbe lasciata confinare a Cefalú. Si crucciava quasimalgrado se stessache Daniele avesse detto cosí. E sempre veniva giú a distesa la pioggia egualel'ampia voce triste parlava ancora.

"Zio" disse la baronessacosa t'è venuto in mente di raccontar queste cose a Daniele?

"Io? Perché? Non ho raccontato nienteioa Daniele."

"Niente? Eppure l'ho visto adesso che usciva di qua e mi ha detto ch'era succeduta una cosa grave."

"Una cosa grave? Non so."

Elena sentí nella voce di suo zio un sospetto cambiamento di tonouna indifferenza esagerata.

"Non ti par grave" diss'ella sorridendo "una relegazione a Cefalú?"

"Ah síquesto sí; sarà stato questo."

"Ma zio..."

"Ohsai che mi secchi!" esclamò il conte. "Non si tratta né di tuo maritoné di tené di me; e se vuoi delle confidenzeva da Daniele."

Elena non rispose.

"Scusami" ripigliò suo zio. "È una cosa che riguarda lui solo. Non posso parlare."

Ella si pentí d'aver palesato quelle due parole di suo cugino che potevano attestare un'amiciziamolto intima e confidente. A un tratto tese l'orecchios'avvicinò alla finestra e l'aperse. Una gran voce d'acqua corrente entrò nella camera.

"Sei matta?" gridò il conte Laoscappandocol bavero del soprabito alzatoalla poltrona d'angolo. "Chiudi per amor di Dio! Cosa diavolo fai?"

Non pioveva piú; appena qualche grossa goccia batteva sulla ghiaia dalle grondaie.

"Se non piovezio! Se non c'è un fil d'aria!"

"Oh non c'è aria! Santo Dionon c'è aria! Non la chiude micasapete. Con questo umido! Il Rovese che pare in camera e non ci sarà ariaohe. Andiamofiniamolaserra!"

Elena non gli diede retta.

"Scusazio" diss'ella in fretta e sottovoceho udito aprire l'uscio della sala. Voglio vedere chi esce.

Uscivano i preti con un grande stropicciar di piedicon una ressa di strascicati saluti. Il senatore era con loro. Prese a braccetto il parroco di Caodemuro e gli disse qualche cosa all'orecchio. Tutti gli altri gli si strinsero intorno. Coluiun prete stecchitorubicondodagli occhiali d'oro rispose forte:

"La sanoialtri si deve star col papa; direttamente non si può far nulla. Non expedit. Io se avessi cento voti e potessi votarecerto non ne darei uno solo a questo signore quie sarò molto contento se farà un bel fiasco. Ma ho pauraperché qui votano tutti per lui. Quello che possiamo far noi è di persuaderne qualcuno a star a casa. Ma poi..."

"Anniamoanniamo avantI" disse il senatore. Non gli garbava che si parlasse forte di queste cose tanto vicino a casa. Ma in quel momento Elena lo chiamò dalla finestra.

"Carmine!"

Il barone si voltòguardò in su. I preti si voltarono puresalutarono con certa sgomenta umiltà piegando il colloalzando gli occhi. La baronessa accennò appena del capo e chiese a suo marito se Cortis fosse ancora in sala.

"Sí" diss'egli. "Perché?"

"Perché gli debbo parlare" rispose Elena tranquillamente; e chiuse la finestra.

"E la mamma?" diss'ellavolgendosi a suo zio. "Cosa dice la mamma?"

"Hai chiuso bene?" rispose il contetirandosi giú il bavero. "Lei si cruccialei piangelei se la piglia con me perché non sono persuaso niente affatto di accontentare il suo signor genero. Né mi persuaderò mai. Se vuole far lei dei sacrifici con la roba suapadrona: ma non credo che ci senta molto da quell'orecchio."

"Povera mamma!" disse Elenasorridendo. "Le lagrime le costano meno. Addiozio."

Gli stese la mano. Il conte Lao la strinse forte fra le suela trattenne un momento senza parlare.

"Senti" mormorò con voce soffocata. "Mi conosciah?"

Ella gli offerse anche la sinistrae raccolse a sècon impeto affettuosole mani di lui.

"Basta" diss'egli.

Elena era ben sicura di quel virile cuoretanto lealetanto caldo sotto un'inerzia lunaticanata da qualche difetto segreto dello spiritofavorita dalle tradizioni nobiliaricresciuta con l'abitudinesancita da sofferenze reali nel corpo o nella immaginazioneconfermata dallo scetticismo amaro dell'uomo come degna del mondo e di lui.

Un domestico venne a vedere se il signor Daniele avesse dimenticato lí i suoi guanti.

La baronessa si spiccò in fretta da suo ziobalzò fuori della stanzascese in loggia per un'oscura scaletta di servizio. Verso il fondo trovò qualcuno che saliva.

"Chi è?" diss'ella.

"Quel del pescecontessina: Pitantoi."

"Oh bravo! Tu voti per il signor Daniele?"

"Io? Quando voteranno i marsoni e tutto quanto il pesce popolovoterò anch'iosignora contessina. Ma dicono che la legge non sia ancora fatta."

"Non sei elettoretu?"

"Mi pare di nosignora contessina. Cosa vuole? Abbiamo una manica di elettoriquache non mi degnerei neancheLa guardi. E poi..."

La baronessa gli passò davantiscese velocemente. Cortis entrava con Grigiolo dalla loggia nel porticato rustico che la continuaquando Elena vi entrava pure dalla scaletta segreta.

"Parti?" diss'ella.

Egli le stese la mano.

"Sí" rispose "vado a casa."

"Perché ti vorrei dire una parola" replicò Elena. Il dottor Grigiolo diede due passi indietro rispettosamente.

"Mi fa piacereGrigiolodi avvertire la mamma che sono uscita un momento con Daniele?"

Elena parlava sorridendocon la piú franca indifferenza.

"Volobaronessavolo" rispose lo zelante giovinotto. "Dunquesignor Cortisper parlare di questo programma vengo da Lei domattina?"

"No" rispose l'altroio domattina vado via.

"Comeva via? Ma torna presto?"

"Ehnon lo so."

"Non lo sa? Ma prima dell'elezionespero!"

"Non lo so."

"E alloracosa facciamo? Scusi per caritàbaronessa."

"Oh" esclamò ElenaLa prego! Se m'interessa moltissimo tutto questo! Sono un poco agente elettorale anch'io, sa.

Intanto Cortis rifletteva.

"Venga stasera" diss'egli.

Grigiolo s'imbarazzò un poco. La contessa Tarquinia contava su di lui per far divertire le signore. Come si poteva adesso...?

"Venga quando la società sarà sciolta" disse Cortis. "Alle undicia mezzanottequando vuole".

L'altroa corto di scusemasticò un bene soddisfattopieno di pigrizia e di sonno anticipato. Ma Cortisfosse perché non comprendeva neppure queste mollezzefosse perché aveva il capo ad altro tenne la cosa per ferma econgedato il giovanesi voltò ai grandi occhi gravi che lo interrogavano.

Rispose loro con uno sguardo pur grave e lungo. Né l'uno né l'altra parlarono. Dopo momenti che a lui parvero eterni s'incamminarono tutti e dueadagioverso il portoneper un tacito consenso non sapendo chi si fosse mosso prima. Giunsero in silenzio all'aperto dove una stradicciuola corre a destra le praterie verso Villascura e casa Cortisun'altra scende a sinistra nel fragore del Rovesein faccia alle nude scogliere imminenti del monte Barcouna terza va diritta a tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendío fronteggiano la vallata. Elena trepidò pensando che forse suo cugino avrebbe preso a destraverso casa sua. Potrebbe seguirlo ancorain questo casocostringerloquasia parlare? Egli tirò avanti dirittoverso gli abeti. Le balzò il cuoreuna vampa le salí al viso.

"Cara Elena" disse Cortis.

La maschia voce morbida e sonora cadde spossata come sotto un dolor mortale.

"Una cosa grave" diss'egli; e si fermòguardò sua cugina. Dovette leggerle una gran commozione in visoperché soggiunse subitopremurosamente:

"Nocaranon è una cosa piú forte di me."

"Lo credo" diss'ella guardando diritto avanti a sè con gli occhi vitrei. Non pareva piúné all'accento né allo sguardola stessa Elena che aveva parlatodue minuti primaal dottor Grigiolo.

"Tu la devi sapere" soggiunse Cortis "ma non è facile il dirla."

"Non dirmi niente" rispose Elena sottovocesempre senza guardarlo. "Sono stata una stordita di venire a impormi cosí."

Pensò chea rigoreera ancora in tempo di non imporsi e stese la mano a suo cugino con un sorriso forzato.

"Buon viaggio" diss'ella.

Egli fece un atto d'impazienza e disse solo:

"Oh!"

La giovane signora arrossícome se in quell'oh avesse inteso ricordarsicon affettuoso rimproverotante cose intimetanti segni d'un'amicizia piú sentita che espressa. Ritirò la mano e disse timidamente:

"Scusa."

"Va bene" rispose Cortis. "Andiamo avantie pensa secol tuo istintopuoi indovinare qualche cosa."

Fecero alcuni passi in silenzio. Adesso Elena figgeva a terra gli occhi veementi.

Rialzò a un tratto la testa.

"Mio marito?..." diss'ella. Non l'aveva ancor detto che Cortis rispose: "Nono!" Ella si pentí subito amaramentes'irritò con se stessa. Suo marito non era mai nominato nelle conversazioni fra lei e Cortis. Non un atto era seguitonon una parola era corsa fra loro di cui egli potesse dolersi.

Intanto erano giunti agli abeti che rumoreggiavano in altopieni di ventoe piovevano grosse gocce. A sinistra il piú vecchio dei tre inclinava le sue lunghe frange nere sull'angolo dell'altipiano e sui rapidi declivi che scendono verso le praterie e verso il fiume.

A destra la strada svoltava giú per la costa erbosa.

"Dove andiamo?" disse Cortis.

L'uno e l'altranel loro turbamentoerano entraticamminando dirittonell'erba foltafradicia di pioggia. Tornarono sulla stradae Cortis non parlò piú fino a che non furono discesi tanto nel quieto grembo della costada venirne riparati alle spalle.

Allora si fermò.

"Senti" diss'egli. "Tu sai cosa vi è stato di tristemolti anni or sonoin casa mia?"

Ella si ricomposedimenticò la sua domanda stordita di prima e rispose pronta: "Lo so."

Non s'aspettava questo. Sapeva che la madre di Cortistrovata infedele dal mariton'era stata cacciata di casa pochi anni dopo la nascita di Danieleed era poi morta subitonell'abbandono.

Pensò.

"Forse" esclamòsottintendendo tutto "ha lasciato..."

Cortis la interruppe con uno scoter del capo.

"No" diss'eglidopo un momento.

Elena si ricordò di aver udito che il nome del seduttore non si era mai saputo con sicurezzae arrischiò un'altra supposizione:

"Forse hai scoperto chi..."

Cortis scosse ancora il capo.

"Pensa la cosa piú incredibile" disse; e guardò sua cugina in modo che il vero le brillò al cuore.

"Ah!" diss'ellaafferrandogli un braccio.

Egli accennò di sí.

Continuarono a guardarsimutiincontrandosi lo stupore dell'una con la gravità accorata dell'altro.

"E non lo hai mai sospettato?" sussurrò Elena.

Cortis alzò le braccia.

"Mai" rispose. "Mio padre mi ha sempre fatto credere che fosse morta. Però una voltame ne sono ricordato oggiuna volta che gli chiesi tante coseavrei dovuto capirese non fossi stato un ragazzoch'egli mi nascondeva la verità."

Ella non osò andar oltrefargli tante domande: temeva apprendere chi sa quali cose orribili.

"Che vuoi?" disse Cortis. "Non so ancora niente. Finora non ho che una lettera."

"Di lei?"

"Nodi una signora che vive con lei."

"Dove?"

"A Lugano. Una lettera che mi farebbe impazzire se non avessi un cervello d'acciaio."

"Questa persona scrive che mia madre viveè malatae vorrebbe vedermi" soggiunserispondendo agli occhi ansiosi d'Elena. "Potrebbe essere una felicità grandema poi bisogna mettere insieme la storia di mia madre con le trivialità retoriche e anche con la carta profumata di quest'amica suaper intendere."

Un singhiozzo gli ruppe la parola.

"SísaiElena" rispose con voce appena intelligibile. "Avevo pensato qualche volta: se ella vivesse ancorase fosse sepolta in un ritiro o se si guadagnasse pane e rispetto col suo lavoroe ch'io la potessi trovaredimenticherei persino quello che mio padre ha sofferto. Una gran cosaElena: perché tu non sai che cuore aveva mio padre e con che lagrime mi faceva recitare ogni seracapisci? ogni seraun requiem per la povera mamma. Ma io pensavo che avrei dimenticato tuttoche..."

Cortis s'interruppe. Non v'erano parole umane per esprimere la tempesta di passione che lo avrebbe portato nelle braccia di sua madre. Si staccò bruscamente da Elenache rimase immobile.

"Ma ci vai?" diss'ella con improvviso fuoco.

Cortis si voltò.

"Lo sai bene" rispose severamente "che andrei se ne dovessi morire."

"Oh síva!" esclamò Elena facendoglisi vicina. "Pensa quanto avrà sofferto? Ci andrei io se potessi!"

"Tu? E se non avesse sofferto niente?"

Elena trasalísorpresa.

"Ohè impossibile!" diss'ella.

L'uomo d'acciaio non ebbe forza di replicare: il pianto lo soffocava. Con tutto il suo vigor leoninoegli aveva spessonel dolore e nella gioia degl'impeti infantiliche passavano come nembi caldi d'inverno.

Ad Elena quelle lagrime rivelarono cosa egli temesse; ella si dolse di essere cosí ignorantecosí tarda a comprendere certe depravazioni di cui aveva inteso parlare senza credervi mai interamente; si dolse d'aver suggerito a Cortissenza volerloun paragone amaro fra lei che non poteva neppure capire il male e una madre che forse non poteva capire il rimorso. Assalita e vinta dall'emozione di luigli parlò ansandocon una strana voce nuova che voleva essere calma.

"Ma ella ti desidera" disse: "questo esprime tante cose..."

"Bastacara" rispose Cortispacato. "È una follia di turbarsi cosí; in questo luogo poi anche. Si fa quel che si deve e basta; non è veroElena? Guarda che bel cielo!"

Il basso oriente dove si toccanofra montagna e montagnail cielo e la sconfinata pianura venetaluceva di cristallino serenoma una tenda pesante di nuvoloni copriva ancora la vallegittava sulle tempie dei monti la sua ombra azzurro-nera; e i radi abeti austeri che a sommo della costa spiccavano sul cieloparevano attendere la seconda tempesta.

Elena guardò un momento il lontano sereno con gli occhi lagrimosie disse:

"Parti domattina?"

"Sícara. Come tremano tuttiquesti poveri fiori nell'erba! E quegli abeti lassú come sono intrepidi!"

Elena guardò il verde tempestato di margherite che ascendeva liscio fino alle piante nere.

"A che ora?" diss'ella.

"Presto. All'alba. Mi rincresce non potermi trovare alla vostra festa. Mi scuserai tu colla mamma; non è vero? Le ho già detto che dovevo partire per affari urgentima glielo ripeteraieh? Prima d'informarla voglio accertarmi che non si tratti poi di un'impostura; tutto è possibile! A ogni modo le dirai che mi rincresceva tanto di mancare al suo invito."

Elena non fe' neppur cenno di aver inteso e disse:

"Scrivimi."

"Sí" disse Cortis "ma..."

Ella arrossí leggermente.

"Nono" disse "puoi star sicuro."

"E quanto ti fermi ancora?"

"Non lo so. La mamma vorrebbe andar via a mezzo luglio se lo zio è contentonoi si potrebbe anche partire da un momento all'altrose vi fosse un richiamo al Senato."

"E poiti fermeresti a Roma o andresti in Sicilia?"

"Masi parlava di Aix-les-bainsuna volta; adesso non so piú nulla."

Ambedue stettero immobili e muticome se le parole "non so piú nulla" avessero rispostonella loro mentea un soggetto ben piú grave. Non sapevano piú nullaElena né Danieledel loro cammino nel mondo; non potevano prevedere neppure un avvenire probabilené quando mai si sarebbero ancora incontrati. SiciliaAix; che suono tristequesti nomi! Il cielo scuroil Rovese con la sua cupa voce collerica parevano consci di un futuro sinistro. Gran colpi d'aria passavano alti sul capo di Cortis e di sua cugina che non sapevano staccarsi da quell'asilo quieto dove il vento taceva sí che vi si udiva il sugger lieve della ghiaia bagnata di frescodopo una lunga aridità.

"Pensa a mequalche volta" disse Cortissottovoce.

Elena non gli rispose.

Si avviarono lentamente verso casa; ella con il volto chino e le labbra serrateegli parlando semprea scatticon inquietudine febbrile.

"Lo so" disselo so che sei una buona amica. È una brutalità stupida ch'io ti dica di non dimenticarmi. Sai cosa mi sento invece qui nel cuore, di doverti dire? Che forse sarebbe bene, per te, dimenticarmi. Che addio ti faccio, Elena! Ma forse in un altro momento non avrei la forza di dirtelo. La mia vita diventa una battaglia fiera, vedi. Non so ancora quando, ma presto. Non posso perder tempo perché il mio posto è avanti, molto avanti, e dovrò battermi giorno e notte per arrivarvi. Tu conosci le mie idee; sai se lascerò del sangue sulla via! No, no, non mette conto di legarsi a me; non c'è che da soffrire. È meglio lasciarmi solo, Elena.

"Questo?" diss'ella alzando il viso.

La baronessaquand'era con Daniele Cortisdiventava umile e timida come nessuno l'aveva veduta maineppure da bambina; ma ora tutta la sua naturale alterezza le lampeggiava in fronte. Cortis aveva parlato con la coscienza di una energia superiore e si sentiva subitamente in faccia un'egualestatagli sconosciuta fino a quel punto. I suoi occhi potenti si dilatarono.

"Allora..." cominciò egli con impeto.

Ella lo interruppepallidissimasi mise l'indice alla bocca. Cortis tacquela guardò attonitotriste. "Tu non devi restar solocon quella vita che farai" riprese Elena pianocon voce tremante. "Tu hai bisogno di una famiglia. So che la mamma ha dei progetti per te; dei buoni progettianche."

In fatti la contessa Tarquinia s'era fitta in capo di fargli sposare una signorina di V... bellariccaintelligente. "Dei sogni" diss'eglifreddo. "Io non prendo moglie."

Non parlarono piú sino al crocicchio dove avevano a dividersi. Elena si fermò la prima.

"Addio" diss'ellava.E poiché gli occhi di Cortis si riaccendevano come un momento addietro e la passione gli fremeva nella personalo chetò ancora con un cennogli porse la mano che quegli prese con ambo le sue.

Le smorte labbra d'Elena si agitarono un momento prima di poter dire:

"Confortala."

Daniele non rispose. Ella si sciolse dalle mani gagliarde che la stringevanoe mosse verso l'entrata del portico. Di là si voltò a gittargli negli occhicon un rapido porger del visol'anima; e disparve.

 

CAPITOLO TERZO

 

LE IDEE DI DANIELE CORTIS

 

Poco prima di mezzanotte il dottor Grigiolo suonò al cancello di villa Cortis. Un domestico sonnolento gli aperselo condussegirando l'ala destra della villaallo scalone che ne divide a mezzo la lunga fronte.

"Resti servito" diss'egli. "Intanto vado a chiamare il padrone."

"Cosa?" esclamò Grigiolo stupefatto. "Senticaro te; non è in casa il padrone?"

"Signor no."

"Benedetto! Ma dov'è?"

"Nei giardini."

"A quest'ora? Anima mia! Tutti i gusti son gusti. E adesso ci vorrà una mezz'ora a cercarlo: no?"

"Ehsignor nosignor no" rispose colui avviandosi senza troppa fretta.

"Pianotesoroche non La si faccia male" brontolò Grigiolo sfiduciato.

Diede un'occhiata al cielo.

"Con questo po' d'acqua che vien giú a momenti!"

Cielo e montagnetutto era nerodal Passo Grande che porta sul primo scaglione villa Cortis con le sue solitudini di boschi e di pratifino a monte Barco e all'alta gola stretta da cui sbocca il Rovese. A sommo dello scalonesulla macchia biancastra della casauna porta brillava illuminata. Grigiolo si decise a salirescotendo il caponon potendosi dar pace che a quell'oracon quel temposenza luna (pazienza con la luna!) si avesse l'idea di cacciarsi nei cosí detti giardiniche son poi boschiper il puro gusto di rompersi il naso a un troncoperché altro no!

Entrò in casa. Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra una tavola greggiailluminandodal pavimento alle nere travi enormila sala con le sue quattro porte laterali accigliatecon il suo disordine di carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavolasparsi sul canapè e sulle sediecon le due aquile piantate ad ali aperte negli angoli opposti all'entrata. Fra questi due angolila gran porta che mette al giardino francese era aperta. Grigiolo vi si affacciò. Aveva sul viso il Passo Grandetutto nero; a destrain altole vette del bosco denso che sale il montescende nella vallecopre dorsi e valloniruscelli e laghetti con l'orrore delle sue ombre.

Il meraviglioso getto d'acqua del giardino parlavainvisibilenella notte.

"Santo cielo!" esclamò il dottor Grigiolotornando in sala per buttarsi sopra uno stretto canapè incomodo. "Se non sono matti non li vogliamo. E stimo che li facciamo deputati!"

Guardava la gran lucerna là in mezzo alla salacon il fastidioso pensiero che bisognava aspettar lí chi sa quantopoi dire chi sa chepoi fare un miglio a piedi prima di toccare il suo letto morbido di villa Carrè.

La ferma luce indifferente della lucerna gli faceva rabbia.

Un cane enorme entrò di trotto dalla porta della facciatacon la coda in aria.

"Eccomi" disse la voce squillante di Daniele Cortis. "Saturnoqua!"

Il cane gli corse alle gambe ed egli si voltò per dire a qualcuno ch'era rimasto fuori:

"Il caffè."

"Come va?" diss'egli poistendendo la mano a Grigiolo. "Lei è esatto come gli astri."

Il giovane s'inchinò sorridendo. Si aspettava delle scuse e stava già per dire: "Nientesi figuri"ma Cortis non gli fece scuseentrò di schianto nell'argomento.

"Lei vuole dunque" diss'egli "che parliamo di questa elezione. Si accomodiLa prego. Non guardi se io sto in piediperché sono nervoso e ho bisogno di muovermi; si accomodi. Eccovede; io non amerei di parlare nel seno dell'Associazione Costituzionale; ma qui in mezzo ai boschiin una casa vuotaio parlerò volentierimolto chiaro."

Era nervoso davvero. Andava e veniva con le mani in tasca e il cane alle gambedavanti a Grigiolo seduto nell'attitudine piú rispettosa possibilecon tanto d'occhi sbarrati. Quando si fermavatutti i muscoli delle sue braccia e delle gambe aperte vibravano.

"Sa" diss'egli "io sono molto grato a loro signori del loro appoggio. Loro mi appoggiano perché le mie aderenze personali sono moderatee perchésinorala mia scarsa azione pubblica non ha potuto autorizzare alcuno a credermi amico del Ministero che la Provvidenza ha sputato sull'Italia."

Si fermò un momentoguardò Grigiolo con un acuto riso sarcastico negli occhi.

"Ma io non sono un moderato" diss'egli.

"Neanche!" esclamò Grigiolocandidamente.

"Comeneanche?"

Grigiolo si morse la lingua. Aveva pensato: portare un matto simile che non è neanche moderato!

"Ah niente" rispose. "Dicevo..." Ma Cortis non si curò di ascoltarlogli ruppe la parola.

"Io mi trovo però in condizioni" diss'egli "di potere onestamente accettare l'appoggio dell'Associazione."

"Cosa comoda" pensò Grigiolo.

"Noti" continuò l'altro "che siccome in politica bisogna riusciree siccome io non ho la ipocrita vanità della modestiacosí lavoro io stesso come ogni probo cittadino lo puòper la mia elezione; e l'appoggio di alcuni gentiluomini lontanise aiuta molto il mio cuoreaiuta poco il mio successo."

Il dottor Grigiolopiccatosi alzò.

"Oh Dio" diss'eglise Ella crede...

"Nonono" lo interruppe Cortissi accomodi, si accomodi. Adesso prendiamo il caffè.

Entrava allora il servitore portando un vassoio carico di due tazze enormi.

"Grazie" disse Grigiolo spaventato. "La prego a dispensarmi. Non dormo."

"Quello che ci vuolecaro Leinon dormire!"

"Eh sí signorecapisco. Nograzieproprio."

Cortis mandò via il domesticosi versò un mare di caffè e ricominciò a parlare con la tazza nella destra e la sottocoppa nella sinistra.

"Non è mica un torto che vi faccio. Io considero una grande umiliazione questa che per entrare con forza nella vita pubblica bisogna strisciare sotto una porta cosí bassa: il patriottismo e la sapienza politica degli elettori. Io vi lodo di non saper né voler parlare il linguaggio che questi elettori intendono. Quanto a me che ho poi anche sfangato nell'economia politica per far piacere a voialtri borghesiomnia praecepi atque animo mecum ante peregi."

Qui Cortis si accostò la tazza alle labbratenendo gli occhi sfavillanti su Grigiolo.

"Non è necessario" continuò "commettere disonestàné bassezze. Non occorre spendere denari e tre o quattro coccarde politiche come il mio competitorema bisogna avere una opinione sugli interessi locali del collegio. Io li conosco tutti in tutti i Comunie i grandi elettori di ciascuna sezione lo sannocome sanno che oggi ho degli amici potentie indovinanoperché sono acutiche domani sarò qualche cosa io stesso. Ci è poi... (Cortis nominò un pezzo grosso del collegio) che ha in pugno solamente limoni strizzati e ora s'immagina potere strizzar me."

"Oh! Davvero!" esclamò Grigiolosorpreso. "Allora siamo a cavallo!"

"Símio carose però io non faccio un programma sulla falsariga e col visto dell'Associazione Costituzionaleperché in questo caso l'uomo mi abbandona. Io poi non intendo fare nessun programma. Io intendo concorrere per titoli e non per esameecco."

Si mise a centellinare il suo caffèadagioadagio. Grigiolo guardò l'orologio per esprimere discretamente la sua umile opinione che fosse da sbrigarsi presto.

L'altro alzò le labbra nella tazzae disse a mezza vocetranquillo:

"È cattolicoLei?"

Grigiolo trasalí

"Io?" rispose. "Ma..."

Cortis vuotò e posò la tazzae ripigliò con voce concitata il discorso di prima.

"Per i miei elettori sono il deputato provinciale Cortis; per voialtri sono Daniele Cortis che ha scritto sul bimetallismo e sulla pluralità delle banche; e sono poi anche il consigliere provinciale Cortis che ha votato con i vostri amiciquando gli altri vollero fare della politica nella nomina dell'ufficio di presidenza. Questo vi deve bastare. Programma non ne faccio; non è ancora l'ora mia. Bada Lei a quei quattro chiacchieroni di stasera? Non mi si conosce? Non si sa come la penso? Mi si darà il voto egualmentestia tranquillo; e in ogni caso possiamo ben fare a meno degli uomini politici... di... e di... Dunque appoggiatemi perchése non altroio sono un gentiluomoe il mio avversario è un farabutto; ma non aspettatevi adesioni da me. Vi ripeto poi lealmente: se io rifiuto di aderire in pubblico alle idee della Costituzionalenon è per conservarmi l'appoggio di un potente; è perché quelle idee non sono le mie."

"Chi sa che razza d'idee ha costui" pensò Grigiolo; "chi sa che razza di deputato vien fuori!"

Gli venne in mente che i suoi amici dell'Associazione potrebbero rimproverargli di non aver saputo apprezzare l'importanza del colloquio e costringere Cortis a spiegarsi un po' meglio.

"Senta" diss'egliqueste idee sono proprio tanto tanto distanti?...

"Altromio caro!" rispose sottovoce Cortistenendo le braccia incrociate sul petto e alzando le sopracciglia.

"Aspetti!" diss'egli.

Diede una strappata al cordone che pendeva presso il canapè. Il campanello chiamò furiosamentelontano. Saturno saltò sulla portaabbaiò alla notte.

"Cosa diavolo vuol fare?" disse Grigiolofra sè.

Il domestico venne subito.

"Un tavolino davanti al signore" disse Cortis. "Due candelecarta e calamaio."

"Ma..." osservò Grigiolo guardando ancora l'orologio. "Sono le dodici e mezzo passate."

"Io non dormostanotte" interruppe l'altroasciutto.

"Va benissimo; ma..."

"Due candelecarta e calamaio" ripeté Cortis al domesticovedendolo venire con il tavolino.

 

 

Grigiolo ammutolí. Il domesticograve come un ministroportò quanto gli era stato ordinatoaccese le candeleea un cenno del suo padronese ne andò.

"Debbo scrivere una lettera politicastanotte" disse Cortis. "Privata peròsa. La creo mio segretario. Quanti anni ha?"

"Ventisette."

"Io ne ho trentadue. Ça va. Scriva.

"Caro amico. Questo amico è un ex deputato di destraun dottoun animale a citazioni che non può muoversi perché ha ingoiati troppi libri. Mi ha offerto l'aiuto pubblico dell'Associazione Costituzionale centrale."

Grigiolo scrisse dolcementealzò il visoe ripeté "caro amico."

"Ti ringrazio" seguitò Cortisdettandoma siccome io considero la mia candidatura come assicurata...

"Eh" brontolò Grigioloscrivendoavendo dalla Sua il rettore del collegio, capisco. Assicurata.

Cortis alzò la voce:

"... anche senza influenze esterne... (scusisa) cosí... cosí è inutile che la Centrale si disturbi per un pensatore libero dai vostri dogmi e dai vostri dèi. Ha scritto?"

"Sí."

"A capo. Debbo pur dirvelo. Entrando nella Camera italiana io non sognerò come tanti di voio chimerici amicidi trovarmi nella House of Commons..."

"Cosa diavolo?" interruppe Grigiolo.

"Nella House of Commonsnella Camera dei Comuni... di trovarmi nella House of Commons a sedere sopra uno scanno di sei secoli. Non credo che la religione costituzionale inglese ci convenga; non credo ai benefizi del vostro dispotismo parlamentarequalunque sia il colore della maggioranza. La rapida metamorfosi che fu imposta al paese si può molto bene giustificare con Ovidio; ma sarebbe un cómpito piú duro di giustificarla con la esperienza e con la teoria. Se Iddio e i futuri conti di Moriana..."

"Euh!" esclamò Grigiolotralasciando di scrivere. "Proprio?"

"Non so niente. Scriva. Se Iddio e i futuri conti di Moriana perdoneranno all'on. Sella di non aver composto il Ministeroo ad altri di averglielo impeditosarà forse perché..."

"Perché" ripeté Grigiolo aspettando con la penna in aria.

"Santo Dionon lo so" rispose Cortis. "Metta cosí:... perché forse dagli anditi parlamentaridalle sale della reggia non si udí la voce che chiamava un uomo di cuore a rialzare in nome della patria la autorità realea raccogliere la nazione intorno al Palatino."

"Al QuirinaleLa vuol dire?"

"Síha ragioneal Quirinale. Cosa vuole? Non lo posso mandar giú quel Quirinale. Ci volevano le grandi idee dei conquistatori di settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi che la monarchia è solamente buona per far ballare e cenare a casa suaper portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare le nostre prosaiche figure con un poco di sentimentalismo cavalleresconon vorrei crucciarmi tanto per essa. Ma io la credo ancora buonamio caro amicoa qualche cosa di meglio. Io la credo buona per finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio Emanuele ha dato all'Europa; io la credo buonasopra tutto per fare con l'altra monarchia ecclesiastica una politica che abbia senso comune e stabilità; una politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesaci dia tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali."

"Piano!" disse Grigioloscrivendo precipitosamente.

"A me importerebbe poco" seguitò Cortisinfiammandosi nella parola e nel volto "essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la muta dei radicali e dei dottrinari italiani..."

"Pianopianoper amor di Dioun momento!" gemeva il segretarioscalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.

"... se potessi far solida e potente la patriaottenerle l'onore di guidare una rivoluzione sociale ordinata. Non ci vogliono per questo né superstizioni politichené scetticismo religiosoné bigottismo scientificoné..."

Cortis affrettava ed alzava la voce tanto che il cane gli saltò avantilo guardò menando la codalatrando.

"La scusi" esclamò "ma come vuole che faccia?"

Non ne poteva piú.

Cortis si asciugò la fronte senza parlaresedette sul canapèe dettò da capotranquillamentesino alla frase interrottala chiuse cosí "né polso che tremi."

"Io scrivo" osservò l'onesto Grigiolo "ma non controfirmo micasa."

"Naturale" rispose Cortis ridendo. "Ci sono molti in Italia che vorrebbero fare lo stessomettere fuori queste idee senza firmarle. Ci vorrà uno che firmi per tutti. Concludiamo."

"Volentieri."

"Allora scriva. Credi pure che queste idee non mi servono ad ammollire i preti del mio collegioquattro quinti dei quali mi combattonomentre l'altro quinto sta a vedere."

"Veroquesto!" osservò il segretario scrivendo. "Sacrosanto!"

"Perché sanno che io li ho sempre trattati da ciechi e da ignoranti quanti sono; e sanno che iocattolico..."

"Se la stampassimoehquesta lettera!" disse Grigioloscrivendo.

"Crede che avrei paura? Lo dirò alla Cameracoram hominibus. Voglio vedere in faccia questi forti pensatori che si burleranno di me. Scriva dunque. Sanno che iocattolicose diventassi ministrosarei capace di costringerli a studiarecon una legge di maggioqualche cosa di piú che la Summa contra gentes. Vuol avere la bontà di rileggere?"

Grigiolo rilesse.

"La chiusa la farò io" disse Cortis. "Dunquecosa Le pare?"

"Idee rispettabili" rispose il segretario "ma per noiadessocon questa trasformazione che c'è per ariacome è possibile?"

"Ecco!" replicò l'altro. "Vedete se siamo distanti?"

Grigiolo si alzò.

"Sí" diss'eglidistanti; e a me, per andare a letto, ci vogliono venti minuti.

"Ha ragionesono stato indiscreto."

"Oh?"

"Adesso La faccio accompagnare."

"Noper carità; non occorresi figuri."

Cortis suonò.

"E il tempo?" diss'egli. Ordinò al domestico di approntare una lanterna e venne con Grigiolo alla porta. La bianca facciatale bianche ali della villabrillavano e sparivano ogni momento. Non s'udiva però il tuono.

"Dorma qui" disse Cortis. "Avrebbe forse uno scrupolo costituzionale di passare una notte sotto il mio tetto?"

Grigiolo ringraziò e protestò. Non poteva assolutamente restare. Non aveva paura del tempo e poia parer suonon sarebbe neanche piovuto.

"E Lei" diss'egli "parte domattina?"

"Sísignore."

"Con qualunque tempo?"

"Sísignore."

Tacquero ambedue. Dietro ad essi la lucerna fumava e si oscuravamorente. I lampi sfolgoravano in sala. Di là dalla salabrillavano e sparivano il getto argentinola ghiaia bianca.

Venne il servitore con la lanterna.

"Dunque..." cominciò Grigiolo.

L'altro l'interruppe. "Vengo un tratto anch'io" diss'egli pigliandogli il braccio e traendolo giú per gli scalini senza dargli il tempo di schermirsi.

"Lei mi crede un conservatore?"

"Madiconon soin un certo senso mi pare."

"E lo dirà a' Suoi amicinaturalmente; dirànon è veroche io sono un fungo di questo nuovo genere. Benedica a' Suoi amiciche aspettino a giudicarmi."

Tacque un momentoaperse la bocca con impetopoi si contenne e ripeté solo: "Che aspettino."

Fece ancora due passi e si fermò di schianto:

"Santo Dio" diss'egliquesta Italia, che non abbia piú niente da insegnare al mondo? La Provvidenza l'avrà risuscitata dai morti per fare della cattiva democrazia e della cattiva letteratura che si freghino insieme?

"Non ne parliamo" rispose Grigiolo.

"Crede Lei" continuò Cortis "che se la fosse cosími passerebbe per il capo di cercare la deputazione? Se conoscesse lo stato dell'animo mio non lo crederebbe. Dica pure a' suoi amici che mi si potrà trovare nelle file d'un partito conservatorema che io sono una forza motrice. Addio."

Fe' un rapido gesto di saluto evoltate le spalledisparve nella notte. Grigiolo rimase lípietrificatofinché Saturnoch'era corso avantigli tempestò via furiosamente a fianco. Un lampo lo mostrò da lontanopresso al suo padrone.

"Per conto mio" pensò Grigiolo "facciamolo purema è matto."

 

CAPITOLO QUARTO

 

FRA LE ROSE

 

La chiesettina di Villa Carrèaccoccolata in un canto del giardinofra il cancello e una macchia d'abetinon aveva quasi mai posatola notte fra il 28 e il 29 giugnodi far chiasso con le sue campanelle. Venne il giornovenne il solevenne il gaio vento del nord a scoter il fogliame dei pioppi lungo la strada maestraa bisbigliar fra le rose che si arrampicano fino al graticolato metallico protesocon una tendadavanti alla finestra della baronessa Elena; le campanelle tintinnavano ancora. Elenache aveva preso un po' di sonno sull'albasi svegliò di colpo alzando il capo dal guanciale. Non avevan suonato il campanello e portato una lettera di Daniele? Non l'avevan posata lí sul tavolino? Nosul tavolino v'erano i suoi anelliil suo braccialettoil suo Chateaubriand aperto. Un sognoun sognoera stato un sogno. Elena si alzòaperse le finestre all'odor fresco delle montagne e del verde. Sul letto biancosulle pareti chiare della cameretta chiusacome un nido d'usignuolonell'angolo della villa che le rose e i gelsomini nascondonosi vedeva un azzurros'indovinava il serenola purezza dell'aurora. "Festafesta" dicevano le campane. Elena si sentí una gran voglia di piangere. Al primo svegliarsi era sempre cosí; poi il suo cuore si chiudeva sulla passionee non s'apriva piúfino a serase non quando Elenatrovandosi soladiscendeva in sè avidamentegodeva toccarsifoss'anche per un momentoquel fondo oscuro del cuoresentirvi un fuoco di dolore e di vita.

Ella si vestí e si pettinò solain fretta. Era come una dolce musica quella cameretta; troppo dolce! Le rose avevano un odore troppo molleuna grazia troppo delicata. Si soffrivalísi perdeva tutto il vigore dello spirito; bisognava esser felici per abitare un nido similenon aver nell'anima quello che ci aveva lei e che si accordava tantoin un certo doloroso modocon l'ambiente. Elena guardò un momento dalla finestra attraverso il fogliame delle rose battute dal vento. Le cime dei monti eran tutte vermiglie; un'ombra azzurrognola copriva i pratile macchiei bianchi viali del giardinoche alcuni contadini stavano rastrellando. Pensò che incominciava il terzo giorno dalla partenza di Cortis e che forse fra poche ore sarebbe venuta una lettera.

Ahla dovevala poteva desiderare questa lettera? Lo amava nel suo segreto; da quanto tempo! Ma non avrebbe volutouna voltach'egli pensasse molto a lei. Le bastava uno sguardo amichevoleuna buona parolaogni segno di quieta benevolenza. E solo quieta benevolenza voleva dimostrargli dal canto suoaccettando di amare e di soffrire in silenziocon l'appassionata speranza di poter fare qualche cosa per essonon sapeva chedi poter operare su questa via un po' di bene al mondo. Altrimentisenza figlidivisa nell'anima dal maritoavrebbe attraversato la vita come un'ombramettendo forse intorno a sè un fugace ristoro su qualche afflittoma riportando a Diotremante come il servo del Vangelotanti inutili tesori sepolti nel suo cuore.

Ma adesso sapeva di essere amatanon dubitava di essere stata intesa da luiadesso tutta l'anima sua era una dolcezza torbidapiena di dubbio e di tormento.

Lasciò la finestra e prese avidamente il libro posato sul tavolino. Era il terzo volume delle Mémoires d'Outre-tombe di Chateaubriandprestatele da Cortis. Questi le aveva detto di aver concepitoda fanciulloun amore fantastico per Lucile de Chateaubriandcontessa di Caud; ed ella ora cercava con gelosa cura nelle memorie del gran poeta ogni parola che ricordasse la figura di sua sorella; voleva evocarne la bellezza piena di malinconialo spirito pieno di mistero e di genioche si credeva superfluo sulla terrae cosí difficile a conosceretant il y a de diverses pensées dans ma têtecom'ella scriveva a Chateaubriand: "tant ma timidité et mon espèce de faiblesse extérieure sont en opposition avec ma force intèrieure."

Il volume era aperto in principio del libro terzodov'è parlato del ritiro di madama di Caud alle Dames Saint-Michelin Parigie son depostecome reliquiele ultime lettere di lei a suo fratello. Elena era giuntala nottea questo passo d'una lettera senza data:

"Quelle pitié que l'attention que je me porte! Dieu ne peut plus m'affliger qu'en toi. Je le remercie du précieuxbon et cher présent qu'il m'a fait en ta personne et d'avoir conservé ma vie sans tache; voilà tous mes trésors. Je pourrais prendre pour emblème de ma vie la lune dans un nuageavec cette devise: Souvent obscurciejamais ternie."

Elena si era fermata qui con le lagrime agli occhi. Questo fratello che Lucilla chiamava la miglior parte di se stessa e dono di Dionon era egli mai stato un pericolo per lei? Quale inconscio sentimento la portava a Renatoquandotra i boschi di Combourgnon viveva che dell'anima di luieoppressa da tristezze senza nometraduceva con esso il Taedet animam meam vitae meae di Jobo scriveva quelle brevi prose liriche all'aurora e alla lunacosí malinconiche e pure nel pensierocosí mollemente musicali nella parola? Elena si era postaleggendo la letterain luogo della scrittrice; ella stessa diceva cosí a Daniele.

Riprese ora la lettura; ma aveva il capo cosí torbido e infiammatoil petto cosí oppresso che non poté proseguire. Si sentiva bisogno d'aria e di moto. Tolse il volume e uscí per l'anticamera appuzzata di sigarocamminando in punta di piedi onde non svegliare il barone che dormiva fragorosamente nello stanzino attiguo al suocon la porta aperta.

Discese in giardinopigliò il viale che scende con i declivi erbosi e con le selvette di sempreverdi alla chiesuola di San Pietro e al cancello sulla strada maestra. Incontrò il gastaldo che aveva un telegramma per il barone senatore di Santa Giulia; edatogli ordine di portarlo subito a suo maritouscí dal cancellos'avviò a destraper la strada fiancheggiata di pioppiverso le casupole di Passo di Rovese e il fiume. Pensava a Luganodov'era stata due giorni qualche anno addietro. Vedeva una coppa di acque azzurreuna lunga riva di case bianchegiallegrigieuna corona di poggi e monti verdi fino alla cima. Dov'era Daniele? La sua fantasia gli mutava luogo ogni momento. Era alla finestra dell'Hôtel du Parcdove aveva fantasticato leiera in un bigio villino sul lagodi cui si ricordavao in un altro giallo e rosso sul colle? E immaginava presso a lui un'altra persona in tutte le formepietose o ributtantidella vecchiaiain tutti gli atteggiamenti del doloresinceri o falsi. L'incontro di Daniele con sua madre doveva essere accaduto da due giorni. Non era possibile che ne passasse un altro senza lettere. La posta non arrivava che alla sera.

"Dodici ore ancora!" pensava Elena ferma sul ponticello di legno a guardar le acque ombrose del Rovesea bere il vento vitaleodorante di prati alpini e di abeti. Passò il padrone della vicina sega idraulica e salutò attonito la "contessina" comea Passo di Rovesetutti la chiamavano ancora. Ella lo trattenne amabilmentelo condussetra seria e scherzosaa parlare di elezioni. Coluiun elettore influenteera stato lavorato a dovere dal barone Di Santa Giuliae le rispose misteriososorridendo con un'aria di finezza chea prima giuntaturbò Elena. Ella penetrò l'arcano e soffiò via in un momento le ragnatele elettorali del barone. Disse ridendo che in politica lei e suo marito si facevano la guerra e che anche il conte Lao ci teneva molto all'elezione di Cortis. Era una considerazione vitalequesta; perché casa Carrè sosteneva volontariamente per metà le spese di manutenzione del ponte che era stato costruito dal proprietario della sega. Costui promisecontritoche avrebbe votato per il signor Daniele. "Quando La mi dice cosíquando La mi dice cosí!" E fatta una grande scappellatatirò via per la sua strada.

Elena si avviò alla sinistra del Rovesefra gli ontani che nascondono il fiume alle praterie. Qua il bosco fitto è lambito dalla corrente; là un seno erboso della riva accoglie l'acqua che vi gira lentatornando indietro. Elena si fermòcon il suo libro chiuso fra le mania guardar la corrente esull'altra spondain altoi vecchi abeti di casa sua. Non vi era anima viva sul sentiero né sulle praterie; nuvole bianche passavano sopra le vette degli abetivelavano lentamente il sole. Che dolce sogno nascondersi con luiper semprein questa quiete pensosa! "No!" diss'ella a mezza voce "nonono!" Riprese sospirando la viaaperse lo Chateaubriand alle ultime pagineben lontano dalle lettere della contessa di Caudlesse un periodo o due su Bonaparte e richiuse il libro. Passando presso un grosso pioppo si ricordò d'essersi provata ad inciderviparecchi anni addietroil nome di un'amica. Guardò e non trovò niente; neppure un segno di quel tempo felice le restava piú. Folli allegriesperanze fantastichemalinconie amorose di un giornoprofondi dolori di un'oradov'erano andati? Quell'amica viveva adesso in una lontana cittaduzza del Piemonte. Aveva perduto il suo unico bambino e non voleva essere consolata; non le rispondeva piú.

Aveva inciso il suo nome línell'autunno del 1869a sedici annipochi mesi dopo aver conosciuto Daniele Cortische poteva essere allora sui venti. Si ricordava della prima visita dello zio e del cugino Cortisnel maggio di quell'anno. Solo dopo il suo matrimonioElena aveva saputo che il vecchio dottor Cortisgià emigrato in Piemontenon si era volutoper causa della sua sciagura domesticarestituire nel 1866al Friuli; e che era stato indotto dalla sorella Tarquinia a comperare Villascura. Quanto tempo trascorsoquante cose! La sonora corrente del Rovese aveva un rombo che stringeva il cuore.

"Diocom'ero bambina!" pensava Elena. Suo cuginoun bel giovane pieno d'ingegno e di fuocola guardava volentierima ella non se n'era accorta che piú tardiritornando a quei giorni con la memoriaquando ormai il vecchio Cortis era morto e Daniele andato via nel mondo con la corrente sonora.

Egli aveva viaggiato lungamenteaveva studiato economia pubblica a Berlinol'aveva insegnata a Firenze ed era tornato dopo sette lunghi anni a Villascura per prepararsi un avvenire politico. Che anni per leiquelli! Elena aperse il librosi ripose in camminoleggendo senza capir nullachiudendosi alle sciagurate memorie che l'assalivano.

Ogni tanto apriva loro disperatamente il cuore per finir l'angoscia di lottare con esse. Udiva allora sua madre presentarle per la prima volta il colonnello barone di Santa Giulialo vedeva piegare appena il capo e porgerle la mano. Poi si ritrovava nel suo letto di fanciullauna eterna notte di dicembrea dibatter seco stessa se rimanere in quella casa dove certi occulti segni di colpa le mettevano orrorese dire un sí mortalmente amaro. Le sue mani strinsero il librogli occhi vi si confissero; ella ne lesse alcune parole a caso per aggrapparvisi; per salvarsi da quelle immagini.

Cadde su queste:

"Il n'y a qu'un déplaisir auquel je crains de mourir difficilementc'est de heurter en passantsans le vouloirla destinée de quelque autre."

Passò oltre e non s'accorse che una riga piú sotto d'esserne stata morsa. Allora vi ritornò di slanciovi si dimenticò dentro fino a che il soleuscendo dalle spalle della montagna imminentele sfolgorò sul libro. Sedette sopra un muricciuolo dove moriva il bosco e la strada calava al fiume che spandeva al sole le sue ghiaie scopertei rivi brillanti.

Ebbe un assalto di scoramento mortale. Sempre questo dubbioquesto rimorsoquest'ombra nemica: nuocere a lui quand'anche una sola parola d'amore non corresse fra loroessere un traviamento ne' suoi affettiun inciampo nella sua vita! Depose il libro sul muricciuolo e cessò di pensareassopita nel sole caldonella voce del Rovese. Dopo un pezzo riprese il librocercovvi lentamentecon le mani gelatele parole: "Il n'y a qu'un déplaisir..." Lo richiuse subitosi alzò dal muricciuolopieni gli occhi di lagrimee si avviò verso casa.

Passando sotto le finestre del conte Lao lo vide che le faceva gran saluti dietro le invetriate. Gli accennò di aprirema n'ebbe in risposta un gesto d'orroreuna indicazione muta degli alberi che dondolavan le punte al vento. Malcanton e il conte Perlotti giravano per il giardino col gastaldodavan ordinipigliavano misurestudiavano il terrenoaffaccendati come se dirigessero una fortificazione di campagna in faccia al nemico. Avevano a disporre il posto per la bandail piano dell'illuminazione. Malcanton era specialmente incaricato di preparare il lawn-tennis prima che arrivassero dalla città gli ospiti attesi. Appena vide Elena da lontanole agitò in aria una letterale gridò con le palme alla bocca:

"Laanlaan!"

Elena trasalígli andò frettolosa incontro.

"È venuta la posta?" diss'ella.

"Síquell'asino di fattorino ha trovato comodo di tenersela in tasca da ieri sera. C'è anche una lettera per te. Son venute le istruzionidel resto; e quel tale scrive che si pronuncia laancome dicevi tu. Ecco quaadesso ti leggo."

Mentre Malcanton si palpava e si frugava in tutti i taschini cercando le sue lentiElena gli voltò le spalle.

"Ehi" diss'egli. "Elena!" Ma Elena era già in casaonde il pover'uomobrontolando un "beneservitor suo" tornò al suo lavoro.

Ella trovò suo marito che tempestava e sagrava in camiciatutto rabbuffatocontro di leiper quella maledetta passione di andar fuori prima del sole.

Elena non attese che finissegli chiuse l'uscio in faccia; ma egli vi sferrò dentro un gran calciouscítal quale si trovavain sala.

"Non scherziamo!" disse. "T'ho a parlare molto sul serio."

"Parlarequanto vuoi" rispose Elenama a quel modo no.

"Dentro!" replicò il barone tenendo l'uscio spalancato. "Faremo il grazioso per amore di Vostra Grazia. Andiamo! Fammi il piaceresanto Dio!"

Elena entrò; suo marito chiuse l'uscio a chiave con un grugnito di soddisfazione e brontolò: "Che suscettibilità!"

"Lasciamo andare!" soggiunseperché Elena voleva dir qualche cosa. "Si parte stasera. Siedi."

"Perché? Ho capitosi parte stasera. Che altro c'e?"

"C'èc'è che cosí non si può partire."

Elena si gettò in una poltronasi pose a leggere Chateaubriand.

"Accidenti ai libri!" esclamò il barone. "Favorisci di stare attenta. Ti dico che cosí non si può partire."

"Ma se non so nullase non capisco nulla! Perchécosí non si può partire?"

"Già! Quella vive a quindici mila metri sopra le nuvole. Crederesti che io fossi venuto per divertirmi in questo ladro paese di reumidove si gelasanto diavoloin giugnoe piove seicento e sessantasei volte il giorno? Non ci sono neanche venutosaiper il gusto di dormire in un dannato guscio di noce come quello lícon i piedi fuori dell'uscio. Questo lo saieh?"

"Se non lo sapessil'avrei indovinato."

"Non occorre tanta finezza. Te l'ho detto."

"E poi?"

"E poi..."

Il barone abbassò la voce per dire con una imprecazione oscena che non aveva ottenuto niente di quanto voleva.

"È per questo che mi aspettavi?" disse Elena alzandosi e afferrando la maniglia dell'uscio della sua camera.

"E per che diavolo vuoi che sia?"

"Ma c'entroioin questo?"

"A spendereDio santoc'entri beneeh?"

Elena sapeva perfettamente per quali occulte vie partissero i danari di suo maritoma sdegnò di rispondere e disse solo:

"E perciò?"

"E perciòse quel mastino di tuo zio..."

Elenain un lamposcomparve nella sua camera; ma prima che potesse chiudervisi dentroil barone la seguígridò infastidito:

"Ehandiamo che..."

"Fuori!" diss'ella sottovoce voltandosi a mezzo.

Egli lasciò la parola in troncoammutito dagli occhi sfolgoranti di leistette un momento incertoe finí con trarsi indietrosbattendo l'uscio dispettosamente.

 

 

Elena vide una lettera sul tavolinola prese palpitando. Era di Cortis da Lugano. Aspettò un momentopoi l'aperse e lesse:

"Cara ElenaPartirò probabilmente domani per costà, pregando Dio di trovarti ancora. Ho un bisogno immenso di te. A voce ti dirò tutto. Sono affranto. Come prima, non ho, per riposare il cuore, che te! E non avrò mai altri. DANIELE.

Ella stessa non avrebbe saputo dire da quanto tempo tenesse la lettera in manoquando suo marito rientrò annodandosi la cravatta.

"T'è passata?" diss'egli.

Ella posò la lettera aperta sul tavolo senza scomporsi e rispose tranquillamente:

"Cosa vuoi da me?"

"Cosa voglio? Voglio dirti questoche il danaro mi abbisogna e che se non l'avròte ne pentiraiperché io t'inchiodo a Cefalú per tutti i sempiterni secolie non c'è Romae non c'è Venetoe non c'è Cristo che ti levi di lí. Oh vedrai che l'avrò!"

"Comelo avrai?"

"Adessosubitoda tuo zio. Se non il danarouna righetta o anche una parola perché sono un buon ragazzo e mi voglio fidare. Mi basta averlo a Roma fra otto giorniil danaro. Credi che abbia paura di tuo zio? Ora gli vado in camera e gli metto la questione: o Cefalú o danaro. Se griderà lui griderò anch'ioeh?"

Si prese la lunga barba fulvase la fece passare e ripassare tra le mani.

Elena cercò di leggergli in viso se avesse parlato sinceramente o con l'intento di ottenere da lei che si interponesse. A dir verouna sua sincerità soldatesca il barone l'aveva; e fronte imperterrita pure.

"Farò io" diss'ella; e gli colse negli occhi un lampo di contentezza. "Farò io" soggiunse "a un patto."

"Che patto?"

"Che tu non dica una sola parola. Capisci! Una sola! Altrimenti è inutile."

"Non la dirò."

"Con nessuno!"

"Con nessuno."

"Adesso va e chiudi l'uscio."

L'onorevole barone aveva adocchiato la lettera aperta sul tavoloma uscí senza farne motto. Si riaffacciò però subito alla porta e disse:

"Saitu devi chiedere un'anticipazione su quello che tuo zio non ti vorrà togliere. Possono bastare quindici mila lire per ora; devi dire che ne ho bisogno per l'ultimo versamento del prestito di Cefalúper non perdere gli altri. E devi dirgli che se non ho i quattrini porto il reggimento a Cefalú e lo metto a mezza razione. Capisci? O Cefalúo danaro."

Elena rileggeva la lettera e rispose senza nemmanco voltarsi:

"Va bene."

L'uscio si chiuse; era sola. Allora depose la lettera e sedette nel suo letto sfattoguardando alla finestra di ponente le rose da cui traspariva un lontano pieno di sole. Pensieri e pensieri le salivano dal cuoredisegni e propositi le si formavano dentro la fronte con un lento lavoroe non se ne vedeva ombra nell'occhio vitreo. Solo le labbra si movevano a quando a quando senza vocearticolavano una sillaba mutacome tocche dalla parola interiore ne' suoi scatti piú veementi. Ella si alzò finalmenteandò alla finestra ecelata dietro le rosepianse.

 

CAPITOLO QUINTO

 

PER LUIPER LUI!

 

Malcanton e il conte Perlotti vennero a fermarsi sotto le finestre d'Elena per picchiare alle imposte chiuse dal dottor Grigiolo che dormiva a pianterreno. Elena si trasse dentro con un atto risolutosi mise il cappello e i guantiandò da sua madre che dormiva ancorae le annunciò senza molti preamboli che doveva partire la stessa sera. La contessa pensò subito ai danari che suo genero volevasi spaventò all'idea di una scena proprio in quel giornocon la casa piena d'ospiti. Figurarsi Laocol suo temperamento! Maledisse i soldi e la gente vulcanica. "Anche tubenedetta" diss'ellanon parlar mai, non metterti di mezzo, che tuo zio fa tutto quello che vuoi!Le raccontò degli spasimi che soffriva da quindici giornifra le torture di suo genero e le strapazzate di suo cognato.

"E tu che non volevi mai sentirne a parlare!"

Elena la interruppele disse ch'era accomodato tuttoesenz'altre spiegazionile chiese di permettere che la sua cameriera le allestisse i bagagli.

"Accomodato tutto? Ma che? Ma come?" La contessa Tarquiniafuor di sè dallo stuporenon poté cavar nulla di piú chiaro da sua figliache l'abbracciò pregandola di non crucciarsi piúdi non pensarvi nemmenoe scappò via. La contessa suonò il campanello di furiala fece richiamare. Non sapeva ancora per dove partisserose per Romase per Aix! Allora Elena si accorse di non saperlo ella stessa. Suo marito non l'aveva dettoella non gliel'aveva chiesto. Per Romacertoperché era giunto un telegrammae Di Santa Giulia si attendeva appunto da qualche giorno un richiamo al Senato.

La contessa Tarquinia avrebbe desiderato una certezza maggiorema Elena corse via e andò dritta dallo zio Laochealzatosi un momento per guardare il tempos'era coricato da capo. Quando Elenaentrando in cappello e guantigli disse a bruciapelo: "Vado via"credette che partisse subitobalzò a sedere sul letto. L'indugio di dodici ore gli parve sulle prime un guadagno: c'era il tempo di discuterealmeno. Assalí sua nipote con una furia di domande. Non si potrebbe far questo? Non si potrebbe far quello? Il signor barone non potrebbe andarsene solonel santo nome di Dio! a Roma e anche piú in la? Non arrivò sino a proporre ad Elena di accompagnargliela piú tardi egli stessoma parlò del fattoredi quell'insulso Malcantonche non era buono ad altroe toccherebbe il cielo col dito. Visto che non c'era verso di spuntarlas'arrabbiòsi ricacciò sotto le coperteevoltato il viso al murogridò a sua nipote che andasse viache andasse pur subito a farsi benedireche non gliene importava nientissimoche andasse a Roma o in Sicilia o in Africa o dove diavolo voleva leie che non stesse a tornare per un gran pezzo.

Elenacommossasi accostò in silenzio al lettovi si piegò su; anche la faccia mezzo nascosta fra il guanciale e le coltri era commossa.

"Ah" fece il conte Lao con voce bruscacome per respingere ogni carezzaogni parola amorevole. Tuttavia Elena lo baciò in fronte.

"È il mio dovere" diss'ella dolcemente.

Poi cominciò a parlargli del danaro. Lao si venne voltando a poco a pocol'ascoltò attentamente. Elena gli disse ridendo di non spaventarsi; gli ordinava solo di rispondere a sua madrese gliene parlasseche s'era inteso con leiElena; non una parola di piú. Lo zio non capivavoleva delle spiegazioni. Ella gli diede un altro bacio e scappò via con la scusa della messabenché alla messa dei padroninella chiesetta di casaci mancasse ancora un'ora e mezzo.

Si fece portare in carrozza a Villascura e scese dall'arciprete. Costui era in chiesama una melliflua governante pregò la signora contessina di voler pazientare un momentino e si ritirò discretamente quando sopraggiunse l'arciprete con una giusta miscelanegli affrettati salutidi ossequiodi meraviglia e di aspettazione. Elena era venuta a congedarsi dal signor arciprete. Esclamazioni dolenti di questoch'era stato qualche volta ministro delle sue carità segrete. Anche ora gli voleva affidare un simile incarico; le occorreva essere informataconsigliata. L'arciprete si struggeva in ringraziamenti a nome de' suoi poveri. Egli sperava poi sempre nell'appoggio del signor senatore in una certa questione che aveva col demanio. La baronessa gli fece intendere che suo marito non poteva moltoma che ella aveva mezzi validissimi di aiutarloe lo pregò sorridendonel congedarsidi voler benedire gli erbaggi anche a coloro che si proponessero di votare per Daniele Cortis. L'arciprete diventò rosso rossoprotestò di non aver mai rifiutatoper questo motivole sue benedizioni. Infatti correva una storia assai fondata di cavoli del partito Cortis non voluti salvare dai bruchi. Elena lo tranquillò; c'era tempoin ogni casoal rimedio. Il signor arciprete non conosceva bene Cortisuna volta; adesso potrebbe affermare in coscienza agli elettoriche Daniele Cortis non era un nemico della religionetutt'altro: ne rispondeva lei. L'arciprete promise tutto quello che la signora baronessa volleanche di accordare la sua propaganda elettorale con quella della contessa Tarquiniae accompagnò la signora baronessaa capo scopertosino alla carrozza.

"Villa Cortis" disse Elena al cocchieresalendo.

Passate le ultime casupole del paesellovide il muraglione del giardino francese eal di soprail getto biancoil bosco pendente della montagna. Smontò pallida e accigliata sulla spianata verde davanti alla casas'avviò per il cortile rustico al cancello dei giardini e si perdette nelle ombre del bosco. Si perdette nel mistero delle ombre che posano in giro al cancello il loro silenzioso invitoe che si chiudono a pochi passidensesulla via che gira e scomparesui sentieri che accennano e dileguano. Vi sono là dentro colli e valloni perpetuamente ombrosilaghi e prati cinti d'ombrataciti canali che tremolano nell'ombravoci di fontane invisibili. Le vette degli alti alberi in giro al cancello annunciano ondulandomormorando al ventoquesto poema dell'ombra e della vitane promettono le oscure magnificenze.

Elena sparve là dentro per la via larga che gira a sinistra.

Si sarebbe forse potuto udire per un momento da qualche orecchio ben fine il suo passo leggero; ma poise qualcuno l'avesse seguita con cautelasi sarebbe vista davantidopo una svoltala via vuotaavrebbe teso l'orecchio invano.

Ella risaliva il valloncello che mette capo da sinistraa quella svolta; lo stretto valloncello dove un rivolo gorgoglia fra le ninfeel'erba affoga il sentiero ein altole acacie dell'uno e dell'altro pendío confondono nel sole il loro verdespandono al di sotto un'ombra dorata. Si ascende per di là ad un quieto seno aperto del collee quindifra gli alberial piano erboso dove una colonna di marmo anticoportata dalle terme di Caracalla in quest'altra solitudine reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le seguenti parole:

 

HYEME ET AESTATE

ET PROPE ET PROCUL

USQUE DUM VIVAM ET ULTRA.

 

 

Elena ricomparve mezz'ora dopopiú pallida. Chiuso il cancello dietro a sè vi appoggiò la fronte a guardar ancora una volta le carecare piantea dir loro: "Vi vedrò io piú mai?" Le alte piante non la intendevanooffrivano sempreondulando e mormorando al ventoil poema dell'ombra e della vitala paceil fantasticar dolce dell'amore. Ma non voleva udirlesi tolse di là sospirandose ne andò a capo chinocon le parole della vecchia lapide nel cuore: "D'inverno e d'estateda presso e da lontanofin ch'io viva e piú in là."

Si fermò a messa a Villascura. Uscendo di chiesa trovò Pitantoi e don Bortolo in amichevole confabulazione col cocchiere. Il piccolo don Bortolo si fece avanti con la sua comica familiaritàrimproverò la contessina di volersene andare cosí presto come aveva inteso.

"Contessina" disse Pitantoistando rispettosamente indietrola va benone per il signor Daniele, anche se qua il nostro religioso ci si arrabbia.

"Cosacosacosa?" sbuffò don Bortolovoltandosie stringendo il suo nocchieruto bastone. Elena non lo guardò neppuresalutò l'altro affabilmente.

"Mi raccomando" diss'ella. I cavalli partirono di galoppogittando un nuvolo di polvere sui due contendenti.

La contessa Tarquinia era in giardino con i Perlotti. Malcantonrosso e sudato come un facchinonon era ancor giuntomalgrado l'aiuto del gastaldo a disporre il lawn-tennis; il dottor Grigiolo dal canto suo gridava "collacolla!" da un finestrino del granaio dove stava preparando palloni e palloncini di carta per lo spettacolo della sera. Com'ebbe veduto entrare la carrozza d'Elena scappò giú a salti dal suo laboratorioraggiunse Perlotti e Malcanton che le andavano incontro per salutarla e dolersi dell'annunciata partenza. La Perlotti le disse che aveva combinato con il barone di partire insieme alle dieci e mezzo dopo l'illuminazione e i fuochi. La contessa Tarquiniaimmaginandosi di che parlavanocominciò a gridar da lontano "no no!" e a far gesti negativi col ventaglio.

"La tua mamma non vuol sentirla" disse la Perlotti. "Sempre tanto gentilepoveretta. Ma bisogna proprio!"

"Ehbisogna proprio" ripeté il marito malgrado alcuni dubbi sommessi di Malcanton e del dottor Grigiolo.

"Io sono egoista" disse Elena sorridendo. "Ho piacere di partire con voi."

Tutti si avviarono verso la contessa Tarquinia che accennava con l'ombrellino di venire all'ombratra la casa e il cipresso mortovestito di glicine. Il barone ve li raggiunse subito. Sua suocera gli disse amabilmentescherzosamentele piú fiere impertinenze per questa fuga improvvisa; pregò daccapo i Perlotti di fermarsi. Il barone aveva un braccio di muso; pareva dire: "A che tutte queste commedie?" Elena tacevalasciava parlare sua madre senza commuoversi. Ad un tratto l'uscio della sala si aperse e comparve il conte Lao ch'ebbe un'accoglienza rumorosa. Ben di rado lo si vedeva uscir di camera tanto per tempo! Rispose con un cenno del capo al burbero "buon giorno" del baronee fece capire agli altri che tutti lo seccavanotranne Elenala quale trovò modo intanto di pregare sua madre che non insistesse con i Perlotti.

Era venuta l'ora della messa e tuttifuorché Elena e suo zios'incamminaronopiú o meno di buona vogliaverso la chiesetta; ultimo il baroneche voltava l'occhio di tratto in tratto a guardar quei due.

Perlotti domandò in segreto alla contessa Tarquinia se Lao non andasse mai a messa.

"Euh!" diss'ella. "Casa Carrè! Non sapete? Sempre stati turchi. Tutti quanti."

Ed entrarono sotto gli abeti. Allora Lao prese il braccio di sua nipote.

"Adesso spiegami" diss'egli.

"Cosazio?"

Ella lo guardò con due occhi ingenuialzando le sopraccigliasorridendo: poi fece un sommesso "ah!" come risovvenendosi.

"Tu vieni sempre dal mondo della luna" disse il conte Laocorrucciato. "Credi ch'ella abbia tardato un pezzo a venirmi a domandare cosa era successo?" Lao non nominava quasi mai sua cognata: diceva solo: "ella".

"E cosa le hai risposto?"

"Io fuisono e sarò sempre una bestia. Le ho risposto come hai voluto tuche si era aggiustato fra te e mee che cosí bastavae che non mi seccasse. Per leidica quel che vuolenon me ne importa niente; ma a me bisogna bene che tu spieghi..."

"S'è aggiustato tutto!" interruppe Elena ridendo. "Cosa vuoi che ti spieghi? Andiamoandiamozietto!"

Gli propose un giro in giardinogli offerse il braccioma lui non ne volle sapere; richiese queste spiegazioniirritato di vederla cosí gaia.

"Oh zio!" diss'ellamettendogli le mani sulle spallefacendosi grave.

"Scusa" disse Laorabbonitocapisci bene, devo pur sapere.

Ella lo guardò ancora un momento negli occhi senza parlarepoi gli prese il bracciogli disse "vien qua"lo trasse verso la fattoriagraziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia di tramontanabizzarramente mascherata da rovina medioevalee quella di levante tutta verde e rose dal prato al tetto. Elena vi entrò dal lato di mezzogiorno per la porticina del suo studiolo di fanciullapicciol nido nascosto dietro una vite e le rosedi fronte al prato disteso verso Villascura e la montagna del Passo Grande.

"Che idea ti salta di condurmi in questa scatola?" brontolò il conte Lao chinandosi per entrare.

"Sentite" diss'ella "che orso senza gusto e senza cuore!"

Lo trasse a sedere sul piccolo divanogli fece ammirare per forza la vista delle prateriedella montagnail nido civettuolo dall'impiantito di noce alla colomba doratanel mezzo del soffittodove convergono le pieghe del padiglione bianco e rosa.

"Sísí" conchiuse Laouna vecchia bomboniera vuota e unta. Dunque?

"Non hai proprio fede in mezio? Vuoi tante ragioni per farmi un piacere? Vianon impazientarti! Ti diròti spiegherò. Sei molto amorevoleperòin queste ultime ore che passo qui!"

"E tu tienti i tuoi misteriche Dio ti benedica!" esclamò il conte Laobuttando via il cappello. "Camperai un secolo di piú. Oh santo Dio!"

"Zittozittozitto" l'interruppe Elena. "Adesso ti dico tutto. Bei misteri! Se non c'è niente! Capisci? Niente. Ne ho discorso con mio marito stamattina e lui non ne parlerà piú."

"Benissimo. Mae alloraperché devo recitare la commedia io?"

Elena battè il piede a terra.

"Come sei durozio! Non capisci niente!"

"Durissimo" rispose Laonon capisco niente di niente; manco di prima.

"Ma per la mammaper la mamma! Perché mio marito ha sempre trattata questa cosa con la mammaperché le ha sempre detto che non sarebbe partito senza questo denaroche ne aveva assolutamente bisogno; e orami par chiarobisogna salvare il suo amor propriobisogna che la mamma creda tutto accomodato secondo il desiderio di lui!"

"E luipoicome si è deciso a non domandar piú niente?"

"Questo non te lo posso dire."

Il conte Lao tacque e guardò sua nipote in modo ch'ella arrossí.

"Basta" diss'egli finalmente. "Edopo Romache piani hai?"

Non le piacque ch'egli troncasse il discorso cosí. Temeva in lui un sospettoma non osò chiarirsene. Parlarono di quel che sarebbe stato di loro fino all'ottobre quando Elena era solita ritornare in famiglia per un mese. Una nuova freddezza era entrata in essi; discorrevano senza guardarsisenza rammarico nella vocené desiderio; e tacquero prestomalcontenti l'uno dell'altro.

"Quanto mai diavolo voleva tuo marito?" uscí improvvisamente a dire il conte Lao.

"Non lo so" rispose Elena senza sorpresacome se avesse veduti fin da prima i pensieri di suo zio. "Un quindicimila lirecredo."

Ell'aperse il cassetto del tavolino che sta davanti al divanovi prese una matita e scrisse sotto una fila di altre date: "29 giugno 1881?" Da molti e molti anni ell'aveva sempre segnato là dentro i giorni dei suoi arrivi e delle sue partenze. Stavolta aggiunse alla data un punto interrogativo e chiuse il cassetto.

"Cos'hai fatto?" le chiese il conte Lao.

"Prendi mogliezio" diss'ella.

"Stupida!"

Uscironocon questa paroladal freddo imbarazzo che incominciava a pesar loro. Ella riseprese una mano allo ziovi fece su un discorsino tutto vezzicol ritratto d'una zia idealed'una bellezza matura e maestosa....

"Misericordia!" esclamò a questo punto il conte Lao che sulle primemalgrado il suo stupidasi divertiva della proposta. "So cosa vuol dire. Grazie tante. Un barcone in fascio!"

Litigato un pocotornarono in giardinoa braccettovi trovarono un vetturale di Villascura ch'era stato fatto chiamare dal barone di Santa Giuliaperché la contessa Tarquinia non poteva dare ad Elenaquella serai cavalli di casadovendo fare l'indomani una visita alla villa R...

Il conte Lao andò sulle furiedichiarò ad Elena che i cavalli di casa dovevano servire per lei e che guai se ell'aprisse bocca; poi intimò al vetturale di andarsi a intendere per la visita dell'indomani con la contessa Tarquinia che usciva appunto allora insieme ai suoi ospiti dal boschetto degli abeti. Il barone discorreva con Perlottidistrattoguardando sua moglie e il conte Lao. Non s'era ancor trovato solo con sua suoceranon sapeva quindi dell'annuncio datole da Elena circa il danaro. Ora Elena doveva aver parlato allo zio mentre loro erano a messa. Con quale frutto? Gli parvero tutt'e due di buon umore; si rallegrò. In quel punto un domestico uscí dalla salavenne ad annunciare l'arrivo di una comitiva di signori dalla città.

"ElenaElena!" esclamò la contessa spaventataaiutami, cara te, per la colazione, va la, disponi. A quest'ora, benedetti da Dio!

Ella corse incontro ai nuovi arrivati con PerlottiMalcanton e Grigiolo. Di Santa Giulia trovò modonella confusionedi sussurrare ad Elena:

"Parlato?"

"Cosa fatta" diss'ellaaffrettandosi verso casa.

Di Santa Giulia restò solo con il conte Lao per un momentoperché Elena si voltòprima d'entrare in casaa chiamar quest'ultimo. Il barone gli stese la mano:

"Grazie" diss'egli.

"Non occorre" rispose Lao asciuttopensando essere stato ringraziato per i cavalli; e gridò ad Elena:

"Vengo!"

Il barone lo lasciò andares'incamminò a gran passicon il cappello sulla nuca e la barba al ventoverso uno sciame d'ombrellini che si vedeva presso due carrozze ferme davanti alla scuderia. Erano arrivate almeno otto o dieci persone fra uomini e signore.

Il conte Lao fece il miracolo quel giorno di venir a colazione benché la colazione fosse stata ritardata oltre un'ora per causa dei nuovi ospiti. Costoro parlarono subitoflebilidella partenza d'Elena.

"A propositocontessa Tarquinia" saltò su il barones'è intesa Lei col vetturale?

"Eh" diss'ella di malumorenon ve l'ha detto, mio cognato, che vi si danno i cavalli?

Di Santa Giulia piegò un poco il capo verso lo ziogli grugní un ringraziamento.

"Ma cosa?" disse quegli sorpreso che il barone non sapesse dei cavalli; e si fermò subito. La contessa Tarquinia chiese ad Elenaappena lo potése fosse una strega. Tutto accomodato e si facevano persino dei complimenti! Seppe anche gittar nell'orecchio di suo genero un "Sarete contento adesso!"cui l'altro rispose forte: "Sicuramente."

Ella propose poi un giuoco di società al biliardoma Elena consigliò invece una gita ai giardini Cortis e ci mandò suo marito in vece suascusandosi con i preparativi della partenza. Il barone sarebbe rimasto volentieri per saper meglio da sua moglie com'era andata la faccenda; ma con l'idea che la conclusione n'era stata buonavolle mostrarsi amabile e partí insieme agli altri. Il solo Grigiolo rimase a disporre i palloncini per la illuminazione del giardinodella villa e della fattoria.

"Adesso spiegami questa" disse il conte Lao a sua nipoteappena partita la compagnia.

"Cosa c'è?"

"Tuo marito che poco fatornando dalla messami dice un grazie come se gli avessi salvata la vitaciò che non farei..."

"Zio!"

"Ciò che non farei! Ti domando il perché di questo grazie."

"Per i cavallim'immagino".

"Che cavallise allora non lo sapeva neppure! Non hai udito a tavola?"

"Non soper la tua ospitalità di questi venti giorniforse."

Lo zio tacque e guardò Elena come l'aveva guardata nello studiolo della fattoria. Elena non arrossí questa voltafece l'indifferente. Si trattenne ancora un momento con lo ziopoi disse che doveva salire in camera per dare un'occhiata alle sue valigie.

"E Cortis?" esclamò il conte Lao mentr'ella poneva il piede sulla scala.

Elena trasalí all'udir quel nomesi fermò senza dir motto né voltarsi. Non aveva piú parlato di Daniele Cortis con lo zioda quando gli era venuta a riferire quelle tre parole: una cosa grave.

"Non è mica tornato?" chiese ancora il conte.

"Non credo" rispose Elena con voce incerta.

"Vedremo quest'elezione" diss'egli.

Elena salí adagio adagio la scala senza rispondergli. Piú si avvicinava il momento di partirepiú le mancava il coraggio di parlare di luila forza di comprimersi il cuore.

Fece le sue valigie in frettaaiutata dalla cameriera di sua madrepoi si recò a salutare la gastalda e altre due o tre contadine. Mentre tornava a casasuo zio la pregòdalla finestradi salire da lui.

"Senti" diss'egli. "Ti occorrono danari?"

Rispostogli da Elena che non le occorrevanoinsistettela pregò di parlare schiettopoiché del danaro ce n'era d'avanzo e lei ne poteva chiedereper sèfin che volesse. Già doveva diventar tutta roba sua un giorno o l'altro. Elena esitò un istantepoi rifiutò. Il conte Lao non ne parlò piú.

"Salutiamoci adesso" diss'eglistringendosela sul cuore. "Staseracon tanti seccatorinon ti si potrà avere sola un momento. E ricordati: in qualunque tempoin qualunque luogoper qualunque cosa tu avessi bisogno di me...! Lo faccio per te e anche..." La baciò in fronte "per tuo padre!" soggiunse rialzando il viso. Elena lo guardò commossagli strinse le mani forte forte. Il padre di lei e il conte Lao erano stati fratellima non amici: una delle ragioni per cui quest'ultimo aveva vissuto lontano dalla patria. Guastataglisi la salute e preso suo fratello dalla malattia che lo ucciseera venuto a riconciliarsi con luia raccogliereper espresso desiderio suol'autorità sulla famiglia.

La spedizione di Villascura doveva tornare un po' prima del pranzo. Elena diede ordine che il pranzo fosse anticipato di qualche minutoper cui lo si annunciò alla contessa Tarquinia mentre scendeva di carrozza; e né leiné il barone ebbero agio di farsi raccontar da Elena come si fossero passate le coseappuntinocon lo zio.

Verso la fine del pranzo entrò in giardinosuonandola banda di Villascura e il factotum Malcanton corse a riceverla e accompagnarla nell'angolo tra la fattoria e gli allori che chiudono a ponente il giardino. Dietro alla banda c'era molta gente: i Zirisèlai Picutitutta la buona società di Villascura e di Passo di Rovese. Un momento dopo la contessa Tarquinia uscí in giardino con tutti i commensalimeno Lao che corse a chiudersi in camera. Mentreall'apparire della contessala banda intonava una fantasia sui Vespri Sicilianimentre i Zirisèla e i Picutiin gran galasi facevano avantie un brulichío di persone si raccoglieva nelle lunghe ombre del giardino sfolgorato dal sole cadenteil barone di Santa Giulia passò una mano sotto il braccio di sua mogliela trasse in disparte.

"Santo diavolone" diss'eglinon si può mai dire una parola! Contami di questo affare. Prima di tutto, quanto...?

"Aspetta" rispose Elena. Si fermò su due piedi e si guardò alle spalle.

"Scusa" diss'ellabalzandogli di mano. "Quelle signore che venivano proprio da me! Come volevi tu!" soggiunsee corse dalle signore Zirisèla.

Anche la contessa Tarquinia aveva detto a suo genero prima di andare ai giardini: sarete contentoadesso! Non c'era dubbiodunqueche l'intento non fosse raggiunto; ma pure il barone avrebbe amato sapere qualche cosa di piú.

Le ombre del giardino diventavano sempre piú lungheil vino correva a rivi nell'angolo tra la fattoria e i lauri e metteva quindi nelle trombe e nei tromboni di Villascura una foga sempre piú indiavolata. Davanti alla bandasul pratoballavano i signori; i contadini ballavano piú lontano. L'infaticabile Perlottiinzuppato di sudorevoleva far ballare Elena a ogni pattofaceva mille smancerie. Elenaannoiatastava per liberarsene con una parolina seccaquando sua madre s'interpose.

"Lasciatemela un poco anche a me" diss'ella "che stasera la perdo".

Madre e figlia s'allontanarono insieme per la stradicciuola che corre lungo un ruscellodi là dalla fattoriafra il prato e i campi.

In presenza della gente la contessa era sempre tutta tenerezza con sua figliabenché questa vi rispondesse freddamente; da sola a sola si teneva molto piú in riserbonon avendo comuni con Elena né le ideené le inclinazionisentendola superiore moralmente e intellettualmente a sèe conscia in qualche parte di certe galanterie passate che la contessacol suo buon cuoresi perdonava senza sperare uguale indulgenza dalla puritana figliuola. Ella si dolse con Elena di non poter passare con leicon lei solaalmeno quelle poche ultime ore. Ma com'era possibilecon tanti ospitiin un giorno simile? Se ne voleva ricompensar largamente in ottobre. Raccomandò ad Elena di tornar presto; doveva guardar bene di non lasciarsi condurre in Sicilia; non era neppur prudentese passavano l'estate al maredi andar a Napoli. Se suo marito non voleva assolutamente saperne di Veneziac'era LivornoGenovacento altri luoghi piú opportuni di Napoli. E perché non Dieppeperché non Ostenda? Se poi non andavano al mareche pareva meglioc'era questo Aix. Di Santa Giulia aveva ben parlato d'Aix in principiose gli riusciva di ottenere il danaro. Adesso Elena poteva ricordargli le sue parole e tener fermo. Escegliesse Aix o qualunque altro luogodoveva portar seco la camerieraesigerla da suo marito. Adesso non le potrebbe opporre pretesti d'economia.

"A proposito" disse la contessa a questo puntocome hai fatto a convertir lo zio e cos'avete concluso?

"Sai bene" rispose Elena "cosa voleva mio marito?"

"Sísívoleva almeno quindicimila lirechedopo tuttonon erano mica la morte d'un uomo; e il tuo signor zio poteva farsi pregar menomi pare."

"E a temammacosa t'ha detto una volta? Non t'ha detto che se non ottenesse il danaro mi confinerebbe a Cefalúper sempre?"

"Bestia!" esclamò la contessa. "Sí che me l'ha detto! Sísí."

"Beneora è concluso che a Cefalú non ci vado se non lo voglio proprio io."

"Sia ringraziato Dio! ma..."

Elena ebbe un sussulto che le scosse tutta la persona.

"Cosa c'è?" esclamò sua madre. "Cosa è nato?"

Elena riprese in un lampo l'impero di sè.

"Niente" risposeproprio niente.

La contessainquietissimainsistettema senza frutto. Intanto sopravvenne Malcanton a domandarle se durante le funzioni religiose si dovessero fare entrare i suonatori nel palazzo a riposare un pocoinvece di mandarli a suonare in chiesa come avrebbero voluto i preti. Elena lasciò quei due a consultare e andò verso la scuderia per vedere se le valigie fossero state portate nel barocciose c'era tutto e bene in ordine. Suo marito si avviava pure dalla casa a quella volta gridando a un domestico: "La baronessa è lí?" Elena tornò indietro. Adesso bisognava evitar sua madre chesbrigatasi in fretta da Malcantonle veniva incontro. Entrò in casasi rifugiò presso il conte Lao. Nel bussare alla sua porta si ricordò di quella torbida sera quando la piova metteva un velo bianco a tutte le finestreed ella bussava alla stessa porta con lo sgomento d'un pericolo sconosciuto e vicino. Adesso la cheta luce della sera posava sul pavimentole campanelle di San Pietro suonavano sotto il limpido cieloallegre voci salivano dal giardino alle finestre aperte; tutto le diceva: va viatu dai tristi pensieri.

Il conte Lao aveva già il lume e stava scrivendo.

"Sei tu?" diss'egli. "Che ore sono?"

"Quasi le novezio."

"C'è ancora un'oradunque? Scusadebbo scrivere una lettera e non l'ho ancor finita."

Elena sedette in silenzio presso la finestra. V'era già una fila di lumicini intorno alla guglia del piccolo campanile dietro gli abeti. Altri lumi giravano per il giardino e il chiasso cresceva sempre. Si udiva gridare il dottor Grigiolodirettore dell'illuminazione.

Un domestico venne in cerca di Elena. La signora contessa la voleva subito. Ell'aspettava sua figlia fuori dell'uscionella sala oscura. La contessa Tarquinia non pretendeva d'essere una santa ma era convinta d'aver buon cuore e voleva ora dimostrarlo ad Elena. La pregò di parlaredi confidarsi a lei se aveva qualche cosa sul cuore.

"Non ho la tua virtú" diss'ella umilmente "né il tuo talentoma sono tua madredopo tutto."

Elena si commossel'abbracciò con maggior affetto che non le avesse dimostrato da molto tempo.

"Niente" risposequando tu hai detto sia ringraziato Dio, mi è passato per la mente un pensiero stupido, una paura di non tornare piú e ho fatto cosí, ho avuto una scossa!

Sua madre la baciòla rimproverò di lasciarsi venire questi pensieri stupidi. In cuor suo non era punto tranquilla; sapeva che Elena non era solita commuoversi di fantasie vane.

Il dialogo fu interrotto dai Perlotti che uscirono dalla loro camera in assetto da viaggio.

"È presto" disse la contessa Tarquinia alla sua amica.

"Sícaraci vuole quasi un'orama Grigiolo ci ha raccomandato di perdere il meno possibile dell'illuminazione."

Discesero insieme. Festoni di palloncini colorati penzolavano tra gli alberitra le finestre della villa e della fattoria. Si era terminato in quel punto di cingerne fin quasi alla cima il gran cipresso morto che saliva nella notte nera come un obelisco di fuoco. La gente gridavabatteva le mani. Allora la banda si mosse suonandofece un giro tra gli alberi illuminatipoi andò sul prato tutto buioa mezzogiorno della villa. Un razzo sfolgorò lontanodi là dal pratofra le tenebre; poi un altroun altro ancora; stelline d'ogni colore cadevan lente dal cielo. Tutta la gente correva da quella parte. Il baroneche cercava sua moglie sagrando fra i dentila trovò finalmente con sua madre e i Perlotti sulla porta della sala che guarda il prato.

"Elena" diss'egliascolta un momento.

La trasse in salapresso il biliardo. Era in collera per non averle mai potuto parlare.

Questo danaro? Lo aveva? Aveva una carta? Una parolaforse? Si era accontentata d'una parola? Elena gli rispose sdegnosamente ch'egli stesso aveva detto di volersene accontentaree che se avesse anche solo una parola di suo zioessa varrebbe piú dell'oro e di qualunque carta. Gli disse di far attaccaree tornò dove sua madre e i Perlotti la chiamavano.

Dopo i razzi s'era fatto salire un pallone con fuochi artificiali che sprizzavanofischiandoda ogni parte.

"Viva Grigiolo!" gridò Perlotti.

Il baroneinvece di far attaccaresalí dal conte Lao. Lo incontrò sulle scale che scendeva con una lettera in manoe gli disse che veniva a congedarsia ringraziarlo.

"Non occorre" interruppe il conte.

"Mi dispiace" soggiunse Di Santa Giulia "che questo versamento mi ha costretto d'incomodarvi..."

"Cosa? Che versamento?"

Lao aggrottò le ciglia come chi raccoglie i propri pensieri per ricordarsi.

"Eh!" esclamò il baronepigliando subito fuoco. "Elena vi ha ben detto la ragione per cui mi occorrevano..."

Compí la frase con una specie di rantolo espressivo.

Il conte tacquelo fissò un pocopoi si scosse e rispose:

"Lo sova bene."

Disceselasciando il suo interlocutore non troppo contento.

"Come parlano oggi tutti questi briganti!" brontolò il barone fra sèe andò a far attaccare.

Il conte Laochiuso nel soprabitocon il bavero rialzatoraggiunse in giardino il gruppo dov'era sua nipotedavanti all'uscio di mezzogiorno della sala. Due minuti dopo vi capitò correndo il dottor Grigiolo tutto scalmanatocon l'orologio in mano.

"Per amor di Diobaronessa Elenasono appena le nove e Lei fa già attaccare! Per caritàbaronessaadesso viene il piú bello."

"Andiamoandiamo" disse il barone sopravvenendogli alle spalle. "Il piú bello è di non perdere il treno. Io ho bisogno di essere a Roma domani sera."

"Dieci minutidieci minuti soli!" disse Grigiolo correndo via.

"Cinque!" gli gridò dietro il barone.

Fu acceso un razzo e quasi subito brillarono fuochi di bengala qua e là per la vallesul campanile di Villascura e fra i boschi del Passo Grande. Vi furono degli "oh" d'ammirazionedegli applausi. Allora altri fuochi bianchi divamparono a destra e a sinistra del pratogettando un chiaror d'argento sulla ghiaia e sull'erbasul nero brulichío della gente. La banda intuonò il coro del Nabucco. Elenala contessa Tarquiniail conte Laoil baronestavan lí in un grupposulle spine d'occulte inquietudini.

"Mi rincresce che abbiamo dovuto strozzar tutto" disse Grigiolo ritornandoumile nella sua gloria.

Vennero ad avvertire che la carrozza era pronta.

"Andiamo" grugní il barone.

Lao strinse la mano a sua nipote e rientrò in casa.

Malgrado il bengala non ci si vedeva molto presso la carrozza ferma tra la scuderia e le poderose magnolie che cingono il prato da quella parte. Contadiniserviragazzisi accalcavano intorno ai cavalli. C'era della confusione. La Perlotti non trovava la sua borsa da viaggiotemeva fosse caduta fra le ruote.

"Faccio accendere un bengala!" gridò Grigiolo.

Elena gli prese il braccioglielo strinse forte.

"Nono" diss'ella con voce piena di lagrime.

Seguirono i baci e gli addio. La vecchia balia di Elenamoglie del gastaldosinghiozzava. Tutti erano a postomancava solo la borsa della contessa Sofia. Finalmente venne in chiaro ch'era stata collocata per errore sulla carretta dei bauli d'Elenapartita mezz'ora prima.

"Andiamo!" disse ancora il barone. "Complimenti a tutti questi signori."

I cavalli s'impennaronola ghiaia stridette sotto le ruote pesanti. Nell'entrar sotto il porticoPerlotti agitò il cappello e sua moglie il fazzoletto; le ruotele zampe ferrate dei cavalli tuonarono un momento sul ciottolatosulla soglia del portonee subito il suono morí nella campagna oscura.

Ma Grigiolo e un suo aiutante corsero sotto il colossale abete che dal ciglio dell'altipiano stendeva le sue frange nere sulla valle. Quando la carrozza passò lí sottolungo il Roveseun fuoco bianco di bengalacome un'occhiata di sole nella nottemostròin altoa Elena il vecchio albero inclinato sul pendío.

"Buon viaggio!" urlò Grigiolo a squarciagola. Elena scattò su a raccogliersi quell'ultima visione nel cuore.

"Quello è matto" disse il barone.

Rientrata ogni cosa nel buionon si udí che il fragor del Rovesemisto al trotto eguale dei cavalli. I Perlotti si provaron benesulle primedi chiacchierarema nessun discorso attecchivae finirono con addormentarsi tutt'e due. Ci son tre buone ore da Passo di Rovese alla città dove i Di Santa Giulia dovean prendere il treno di Roma.

Il barone non dormiva né parlava. Avviluppato in uno scialle di sua moglievi masticava dentro ogni tanto un pezzo di soliloquio sull'umido infame della nottesui cavalli gottosi della contessa Tarquinia. Elenarincantucciata in fondo al legnomutateneva gli occhi fissi sulla strada.

Alla stazione i Perlotti ripresero la loro borsa e vollero poi trattenersi fino alla partenza d'Elena per poter scrivere a sua madrel'indomaniche l'avevan proprio accompagnata fino al treno. Mentre Di Santa Giulia si occupava dei bagagliil domestico di casa Carrèch'era venuto a cassetta col cocchiereconsegnò ad Elena una lettera da parte del conte Lao.

Ella vide ch'era diretta a lei e la ripose subitosoggiungendo:

"Va bene."

Dopo un quarto d'ora giunse il treno con molta gente. Di Santa Giulia fece tanto suonare i suoi titoli parlamentari che s'attaccò un'altra carrozza di prima classe perché l'onorevole senatore potesse trovarsi solo con la sua signora.

"Oh!" diss'egli buttandosi a giacere sul sedilecon le gambe accavalciate e le mani dietro la nuca. "Finalmente non c'è piú seccatori! Conta sudi questo danaro. Come hai concluso?"

"Come volevi tuho concluso."

"Quindici?"

Stavolta gli rispose il fischio furioso della locomotiva. Il treno mosse avanti.

"Quindici?" gli rispose il barone.

Elena indugiò un momento a risponderetenne il viso allo sportello fino a che tutti i fanali e gli uffici illuminati della stazione le ebbero sfilato sugli occhi.

"No" diss'ellaritraendo il capo. "Ho scelto diversamente."

"Cosa?" esclamò il barone rizzandosi di botto in faccia a sua moglie. "Cosascelto diversamente?"

"Tu mi hai detto" rispose Elena con voce ferma e alta per vincere lo strepito del treno lanciato a corsa "che senza il danaro mi avresti portata in Sicilia e che non si sarebbe piú parlato né di Roma né di Veneto. Hai detto chiaro che intendevi porre la questione a mio zio cosí; o danaroo Cefalú. Benesiccome si trattava di meho pensato che il diritto di scegliere era tutto mio e ho scelto Cefalú."

Durante questo discorso il barone s'era venuto mutando in viso. All'ultima parola le afferrò i ginocchisi chinò tutto a lei.

"Dunque" diss'egli con i denti strettidunque vuoi dire che del danaro non hai parlato?

Elena non rispose né si mosse.

"Non hai parlato?" replicò luistringendole e scotendole i ginocchi con furore.

"Nocertonon ho parlato" diss'ella.

Il barone credette che mentisseche leisuo ziosua madre si fossero accordati per farsi giuoco di lui; acceso d'ira alzò la mano.

"Coraggio!" diss'ellapianosenza batter ciglio.

Colui non osò.

"Ah" disse "non hai parlato?".

Il treno entrò alloratuonandoin una galleria. Elena vedeva suo marito gesticolar furiosolo udiva urlarenon sapeva che. Colse a un tratto questa parola: "Ipocrita." Gli occhi le lampeggiarono. Appuntò a suo maritoin rispostal'indice della destra.

"Io?" ringhiò l'uomo.

Tacquee tacque anche Elena fino a quando il fragore del trenofuori della galleriacadde.

"Perché ti occorreva il danaro?" diss'ella.

Le rispose brutalmente che gli occorreva per il piacer suo. Non era vero; si trattava d'impegni formidabili; ma egli voleva offenderla. Soggiunse che la prima ipocrita era leiche lo aveva ingannato all'altare col suo falso "sí" pieno d'avversione.

Elena n'ebbe una stretta al cuore. Era veroera veroconosceva la propria colpal'egoismo di una risoluzione presa per uscire dalla casa paterna. Sdegnò rispondere che quand'anche non avesse a creder piú in Diomorrebbe prima di smentire quel "sí" dell'altareprima di dolersene. Bisognava subirne la penatuttafino all'ultimoin silenzio.

Suo marito le domandò se credeva che avesse parlato di Cefalú per ischerzo.

"Spero di no" diss'ella.

"Spero!" ripeté il barone con un ghigno "spero!"

"Rideranno di meadesso" soggiunsequegli altri due briganti, ma Dio mi stritoli se li guarderò in faccia mai piú in eterno, se prenderò mai da loro una goccia d'acqua, dovessi scoppiar di sete!

Alle proteste d'Elena che i suoi parenti non c'entravanooppose un gesto di disprezzoecacciatosi nell'angolo piú opposto del vagonenon aperse piú bocca.

Guardavano entrambiciascuno dal proprio latoegli torvoella gravenella notte fredda e nera che soffiava per i finestrinifacendo tremare il lume sonnolentocome se ne avesse paura. Elena si ricordò presto della lettera di suo ziola lesse a stento. Il conte Lao le diceva brevemente chenon credendo affatto a quanto ella gli aveva raccontato e temendo di qualche sciocchezza sentimentalele avrebbe mandate a Roma per mezzo della Banca Nazionale quindicimila lire ch'ella gli avrebbe riportate in ottobrese proprio non le occorrevano. Elena ripose la lettera e tornò a guardare dal finestrino.

A poco a poco lo strepito del treno diventava per lei un battere e ribattere d'ondediventava tumulto e grida di gente sconosciuta; le scure campagne le figuravano un maree tre occhi fissi di pianeti vicini all'orizzontela chiamavan lontanoconoscendocome a lei parevala sua recondita idea; "per luiper luiper non contristar la sua vita." Le rade fermate interrompevano per breve tempo questi pensieri. Viaggiatori salivano e scendevano senza che gli occhi aperti di lei si movessero. Verso l'albail treno entrò con gran fragore in mezzo ad alte spranghe di ferro tra cui si vedeva una grande acqua chiara e le fioche immagini delle stelle. Qualcuno disse sottovoce.

"Il Po."

Elena uscí dai suoi pensierisentí dolore di quel primo barlume del giorno; efermi gli occhi alla sponda fuggenteimmaginòrespinserichiamò con passione le parole della povera pietra nascosta làin fondo all'orizzontefra gli alberi di Villa Cortis: D'inverno e d'estate da presso e da lontano fin ch'io viva e piú in là.

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

LA SIGNORA FIAMMA

 

Cortis arrivò a Lugano a sera inoltrata e scese alla modesta Pension du Panoramauna delle casine che biancheggiano col nome di Paradiso sull'orlo del lagoin quel curvo seno lontano dalla cittàonde ascendono le subite pendici del San Salvatore. Uscí tosto dall'albergo e prese la stradicciuola che sale queste pendici sino alla terra di Pazzallo. L'amica di sua madrela signora Leonora Fiammagli aveva scritto che abitavano un villino tra il Paradiso e Pazzalloa sinistra della stradapoco piú su di un'osteria appiattata fra le ombre dense d'un vallone boscoso. Bisognava suonare al cancello rosso fra due gelsi.

Cortis trovò il cancello e suonò. S'era fatto precedere da un telegramma; sapeva quindi di essere atteso.

Una cameriera venne ad aprire.

"La signora Fiamma?" diss'egli.

"Sísignore."

"Come sta l'altra signora?"

La cameriera esitò un poco.

"Lei" rispose "è ben quel signore che ha mandato un telegramma?"

"Sí."

"Benela signora sta lo stesso."

"Male?"

"Lo stesso."

"Intendo che mi rispondiate" replicò aspramente Cortis "se sta male o no."

"Glielo dirà la mia signora" rispose indispettita colei; e gli aperse con mal garbo l'uscio d'un salottino a pian terreno.

"C'è qui quel signore" soggiunse guardando verso un angolo del salotto.

Cortis entrò. Vide in quell'angolo e in alto una lampada; sotto la lampadanell'ombra d'una gran poltronade' lucidi capelli neriuna figura femminilepure sfiorata qua e là dalla luce.

La testa lucida accennò lievemente di síe dopo qualche momento di silenziouna voce non giovanile né dolcema molto languida e tristedisse piano:

"È Lei il signor Cortis?"

L'accoglienza e la voce dispiacquero a Cortische non rispose direttamente.

"La sua amica" diss'egli "come sta?"

"Sempre nello stesso triste stato" riprese la signora. "Si accomodi. Sarà impossibile che Lei la veda questa seraperché il medico non lo crede opportuno. Le domando scusa" soggiunse "se la mia accoglienza Le pare freddase non esprimo tutta la gratitudine che debbo sentire e sento per Lei; ma sono anch'io cosí sofferente!"

La signora Fiamma pronunciò queste ultime parole come se stesse per esalare l'ultimo respiroe arrovesciò il capo sulla spalliera della poltrona. Adesso il lume della lanterna le sfiorava la fronte segnata da sottili rughe e un gran naso tragico. Gli occhi avevano una espressione appassionata e falsa.

Mise un lungo sospiroquasi un gemito; e girò il caposenza alzarlo dalla spallieraverso Cortis.

"Vede?" diss'ella. "Non ne posso piú."

"Senta" osservò Cortisio stasera, a ogni modo, non avrei voluto vedere la Sua amica, che nel caso d'una estrema urgenza. Mi perdonerà, signora, se io Le parlo molto francamente secondo la mia abitudine. Ho sempre creduto che mia madre fosse morta. Lei mi dice che vive...

"Le prove?" sospirò la signora Leonora. "Il cuore non Le dice dunque" soggiunse con un accento drammatico "che sotto questo tetto..."

"Lasci stare il mio cuoresignora" interruppe Cortis. "Sono appunto le prove che io La pregherei di farmi conoscere."

"Sarà una grande amarezza per la signora Cortis" diss'ella sottovocecon gli occhi al cielo; "ma è giustooh è giusto! Lo abbiamo previstosa! Adesso Le farò vedere i documenti della mia amica."

S'asciugò gli occhia piú ripresecon un fazzoletto profumato che poi guardava ogni volta come per vedere se avesse pianto lagrime di sangue. Pregò Cortis di suonare il campanellosi fece portare una candela e si rizzò con uno sforzo manifesto. Era alta e magrale usciva dal collarino di tulle nero un lungo collo giallognolo; gli occhi neri e grandi eran pur cinti di giallore. Portava un abito neroa codadi taglio molto elegante; e camminava un po' come Lady Macbeth quando viene in scena dormendocol lume in mano.

Uscita che fuCortis diede una rapida occhiata alla stanzanotò due quadretti a oliouna Maddalena e una santa Ceciliapalesemente copie; le fotografie di una vecchia dama e d'un vecchio signore coperto di decorazionicon la dedica sottoin tedesco; alcuni libri asceticiuna cestella zeppa di biglietti di visita e un albo di studi dal vero all'acquarelloche portava scritto sulla prima pagina il nome della signora Leonora Fiammapittrice di camera di S.A.R. il granduca Leopoldo di... In un angolo del salotto vi era un'arpa polverosa.

La signora rientrò dopo qualche minutoposò la candela e un piccolo portafogli sul tavolino ovale che stava davanti alla poltronadisse a Cortis che la sua amica in quel momento aveva bisogno di leie che egli era libero di aprire quel portafogli e vedere. Sarebbe tornata piú tardi.

Cortisrimasto solodovette certo esercitare un violento impero sopra di sè; perchéprima di aprire il portafoglisi piantò i pugni sulla frontegittò viacon uno scoter furioso del capotutte le debolezze che potean turbargli il giudizio. Quando si scoperse il viso era gravema pacato.

Gli venne alle manianzituttouna lettera del dottore P...vecchio amico di suo padre. Appariva da questa lettera chenel 1857piú di un anno dopo la sua uscita dal tetto coniugalela signora Cortis aveva scritto al marito implorandone il perdono. Il dott. P... le rispondevaper incarico avutoneche non vi era nessuna disposizione per accordarlo; aggiungeva poi di suoa quest'amaro messaggiouna lunga coda pietosa d'incoraggiamentidi consiglidi vaghe speranze per l'avvenire. Il dottor P... era stato collega di Cortis seniore come medico militare in Crimeamentre la signora Cortis si lasciava sedurre ad Alessandria. Scoperta infedele dal marito al suo ritornoella aveva accusato un ufficiale di artiglieria morto da pochi giorni. Il P... le faceva intendere che si credeva ben poco all'ufficiale d'artiglieriae che questo sospetto le nuoceva nell'animo del marito.

Mentre Cortis stava leggendogemiti e singhiozzi scoppiarono sopra la sua testanel silenzio della casa. Egli afferrò il lume per accorrereper vederla; udí un passouna voce tranquilla; tutto ritornò muto. Allora depose il lumecompiè la letturaagitatissimo.

Aperse poi un piccolo medaglione d'oro e vi trovò i ritratti dei suoi nonni materniCarlo e Maddalena Zarutti di Cividale. Da bambino aveva passato due autunni presso di loro a Cividale. Era il nonnoil buon vecchio nonno che veniva a prenderlo ad Alessandria in settembre e ve lo riconduceva alla fine d'ottobre. Eccolo lítutto sorridente. E anche la nonnapovera vecchiettacome aveva l'aria felice! Erano morti tutti e due in un annodi crepacuoree ora parevano dire: "Carosiamo noii nonni!" Cortis non guardò altrouscí precipitosamente in cerca della signora. Chiamòaperse a caso degli uscientrò in uno studio di pittorezeppo di cavalletti e di sedieappestato di vernice e di tabacco. Non v'era che una copia di Nanà fra una bottiglia e dei sigari. Un momento dopo sopraggiunse la cameriera tutta affannata.

"Cosa vuole?" diss'ella stizzosamente. "Cosa cerca?"

"Questa signora Fiamma?" rispose Cortis. "Andate a dirle che scenda."

L'accento e il volto suo quando disse "Questa signora Fiamma" esprimevano piuttosto fastidio che benevolenza.

La cameriera se n'avvide e si affrettò di chiuder l'uscio dello studio.

"Adesso non può" diss'ella.

"Allora" insistè Cortis "andrò io da lei."

"Oh giustooh giusto! Nonoc'è proibizione."

Cortis trasse un biglietto di visitavi scrisse due parole a matitapoi lo stracciò.

"Andate" diss'eglifatele sapere che l'aspetto.

E rientrò nel salotto.

La cameriera tornò qualche tempo dopo con questo scritto della signora Fiamma:

"Sua madre è troppo agitata in questo momento perché io possa scendere. Venga domattina alle otto. Prenda seco il portafogli."

"Santo Dio!" esclamò Cortis. "Ma insommal'altra signoranon si può sapere come stache male ha? Perché non la si può vedere stasera? E il medico quando viene? Chi è questo medico? Sa che io la devo vedere? Fuoriparlatedite qualche cosa. Non siete di casa voi? Non sapete parlarenon sapete dir niente? Ma in nome di Diodunque!"

"Ssss!" fece la cameriera "la malattia è di nervi. Samalattie di donne; non c'è mica pericolocredo io. Ma se Le ha detto che stasera non può vederlaè inutile. Venga domattina."

"Ma il medicoil medico? Come si chiama? Dove sta?"

La cameriera nominò il dottor M... Soggiunse che era fuori di Lugano e non sarebbe venutoprobabilmenteche l'indomani sera.

Cortis prese il portafogli.

"Riferite" diss'egli "alla vostra padrona... Ma ditemi: qual è la vostra padrona?"

"Comequal è?"

"Síè la signora Fiamma o l'altra?"

"Ah! La signora Fiamma."

"E l'altra? Come va che stanno insieme?"

"Non so. Io sono in casa da due mesi soli. Io credo che sieno state sempre insieme."

"Da quanto tempo sono a Lugano?"

"Da tre o quattro mesi."

"E l'altra signorada quando è malata?"

"Non sta mai bene. Da quando son venuta ioè sempre stata sottosopra."

Cortis non poté cavar altro dalla cameriera.

"Riferite dunque" concluse "alla vostra padronache avrei desiderato molto di rivederla staserae che le restituirò le carte domattina.

La cameriera lo accompagnò col lume al cancello.

"A proposito" diss'ellala mia padrona vorrebbe sapere dov'è alloggiato.

"Al Panorama."

Colei fece una smorfia eloquente e chiuse il cancello.

Cortis discese a gran passiportato da una piena di sensi diversi che non trovavano sfogo se non nella azione veemente delle membra. Quella pittrice del granduca Leopoldoche repulsiva figura! Che profumeria di menzognain quella casae che nascosto puzzo!

E sua madresua madre! Lo stesso angoscioso dubbio ispiratogli dalla rettorica scritta della signora Fiammagli si affacciava ora piú angoscioso che mai. Amica d'una donna simile! Però il dottor P... aveva ancora qualche stima e amicizia per lei quando le scriveva. Ed ellaalmeno alloraaveva soffertopianto e pregato. C'era da sperare. Ma puretradire un uomo come suo padre!

Quando due opposte induzioni si urtavano in luiCortis si fermava su due piediparlava ad alta vocenella notte. Quindisfogatosi alquantoguardava i lumicini umili di Luganol'austera passione muta delle montagne che nereggiavano sul cieloepiúin fondoil mistero del lago di cui non era possibile vedere il principio né la fine. Ricordava un Lugano di mezzogiornopien di sole fra le colline e l'acqua scintillante; non era questo. Gli pareva nuova perfin la punta dolomitica nello sfondo di levantequella minaccia ritta nel cielo; l'altra volta non l'aveva veduta. Prima di rientrare all'albergo andòlungo il lagoin città. Tutto era deserto. I vapori ancorati tacevano in faccia alle case scure. Solo alcuni forestieri fumavano e parlavano sul terrazzo dell'Hôtel Washingtondove Cortis aveva alloggiato con suo padre nel settembre del 1868. Si fermò sul ponte di sbarco dei vapori a guardar il bigio lago immobile e l'alto fantasma del San Salvatore. Era disceso lí tredici anni primacon tanta gente allegraun giorno di gran sole e di gran vento. Corse viarientrò spossatocome desideravaal Panorama.

Quella nottenei brevi momenti in cui poté prender sonnosognò ch'Elena gli conduceva sua madre per mano e gli diceva: "Confortala." Sua madre era piccinabiondaaveva gli occhi celesti e non parlava; non faceva che piangere.

Si alzò prima delle sei e scese nel giardinetto dell'albergo dove un vecchio stava inaffiando i fiori. Il cielo era purosul lago e sui monti vicini giocavan le luci oblique e le ombre lunghe del mattino; enello sfondo di orientela punta dolomiticacirconfusa di vapori azzurrininon pareva piú minacciosa. Cortis domandò conto al vecchio giardiniere delle signore che abitavano da tre o quattro mesi un casino presso Pazzallo. Non le conosceva; aveva conosciuto una signora che si divertiva a dipingere e doveva abitare da quella parte. Era venuta piú volte a far colazione al Panorama; ora non veniva piú perché il padronenon essendone stato pagato che i primi giorninon ce la voleva. Piú di cosí Cortis non poté saperne. Gli era impossibile aspettar lí e prese la via del monterisoluto di raccogliereprima delle ottoaltre notizie. Incontrò dei contadini che scendevano alla città con erbaggi e fruttali interrogò; nessuno gli seppe risponder nulla. Era quasi giunto al cancello rosso quando ne vide uscire una lattivendola. La fermòsi fece dare un bicchier di latte. La donna gli domandò sorridendo se volesse salire il San Salvatore. Cortis bevve e non rispose.

"Udite" diss'egli. "Siete voi che portate il lattedi solitoa quel casino lí?"

"Sempre io."

"Dunque conoscete le signore che vi abitano?"

"Diamine!"

"E come si chiamano?"

"Mah! La serva è la signora Barborinae alla padrona gli dicono un certo nome che io non l'ho potuto tenere a mente."

"E l'altra signora?"

"Quale?"

"L'altral'amica della padrona."

"Caro Lei" disse la donnameravigliataio non la conosco mica.

"Ma se stanno insieme?"

"Ahsignor nosignor no; qui di padrone non ce n'è che una."

"Cosa?" diss'egli. "Non sapete che c'è in casa una signora ammalata?"

"È ben sempre un po' sottosopra anche quella pittora líma di altre signore non ce n'è. Se però non è arrivata ieri. L'altro dí sono stata là io tutto il giorno a lavorare nell'orto."

La donna aveva un'aperta faccia onesta e la voce della sincerità.

"Va bene" disse Cortispallido. "Andate pure."

Suonò al cancello. L'uscio del salotto fu aperto a mezzo e richiuso subito. Nessuno comparve.

Cortis suonò una secondauna terza voltasempre piú fortesempre inutilmente.

Un contadino che passava si fermò a guardare.

"Può ben tirar giú il campanello" diss'eglise non vogliono aprire. Succede sempre cosí con quei malpaga lí.

"Conoscete questa gente?" domandò Cortis.

Colui rispose che conosceva benissimo la signora che lavorava di pittura. Era solaaveva l'aria di una strega e non pagava nessuno.

Cortis suonò per la quarta volta. Finalmente la cameriera venne ad aprire.

"Non son che sett'ore" diss'ella: "eravamo a letto."

Egli entrò senza risponderee la guardò in modo tale che colei allibíe perdette le parole.

"La vostra padrona?" diss'egli. "La vostra padrona? Superché mi guardate? Perché non rispondete? È a letto? Benele debbo parlare. Venite qua" esclamò poi che la donna si fu allontanata. "Come sta l'altra signora?"

Colei gli lesse negli occhiincominciò:

"La colpa non è..."

"Fatemi entrare" disse Cortis.

"La colpa non è mia" riprese l'altra. "Io dico quello che mi comandano."

Cortis le impose di tacere e di precederlo.

Nell'entrare in salotto la cameriera gli disse sottovoce:

"Sono tre mesi che non ho avuto un quattrino di salario."

"Voi mentite per il vostro piaceredunque?" rispose Cortis. "La signora è in piedi e non a letto."

Qualcuno camminava nella stanza superiore. In quello stesso momento si udí un tocco di campanello.

"Chiama" disse la Barbara avviandosi.

Cortis la fermò.

"Un momento" diss'egli. "Ha proprio nome Fiammao no?"

Barbara lo guardò sbalordita.

"Ma come? Non ha capito? No no! Quello lí è un nome cosí che ha inventato la signora. È proprio la mamma sua di lei."

E tornava a incamminarsi.

"Vado io" diss'egli. "Dov'è la scala?"

La trovò in fondo a un breve corridoio dove un lumicino a petrolio ardeva davanti a parecchi santia madonne d'ogni tipo e d'ogni colore. Metteva il piede sull'ultimo scalino quando l'uscio in faccia si spalancò e la signora Fiammascapigliatacon le vesti in disordineapparve sulla sogliagittò un grido.

"Ah! lo vedo" esclamò "il cuore te l'ha detto!"

Giunse le manisi buttava ginocchioni quando Cortis l'afferrò alle bracciala spinse in camera e chiuse l'uscio dietro a sè. Ella smaniavalottava per porsi in ginocchioappuntava le braccia alle spalle di suo figliorovesciando all'indietro e agitando il capo. Cadde spossata sulla poltrona dove Cortis la spingeva.

"Ho mentito" diss'ella ansando affannosamenteti ho ingannato... non avevo il coraggio... di dirti subito... volevo vederti... udirti... almeno un'ora... in pace!

Cortiscurvo sopra di leila interruppe alle prime parolele cacciò le mani sugli occhila baciòcon impeto disperato e si strappò subito dalle braccia che gli si erano chiuse intorno al collo. Colei restò con le braccia in ariaspaventata nella sua gioia.

"Daniele!" diss'ella.

Non lo vide piú davanti a leine udí la voce dietro la poltrona: la maschia voce armoniosa piena di dolore.

"Scusate; ho baciato mia madre e non volevo che voi mi vedeste."

La signora Fiamma tacque un momentopoi disse sottovoce piangendo:

"Non so che cosa tu voglia dire."

Cortis sospirò e non rispose. Passarono alcuni momenti.

"Qui c'è il vostro portafogli" diss'egli freddo.

"Oh DanieleDaniele!" gemè la signora a mani giunte. "Non parlarmi cosí!"

E scoppiò in singhiozzi.

"Non ti ho ingannato che a metà" diss'ella. "Soffro tanto! Ho ancor poco a viveresaiDaniele! Se non fosse cosí non avrei mai osato scriverti. Dio è pietoso. Mi ha purificata con un cumulo di doloridi sventure da non potersi descrivere! Adesso non ne posso piúnon ne posso piú. Mi hai fatto la misericordia di venire; cerca nel tuo cuore una parola che mi lasci morir contenta!"

"Ma non capisci" proruppe Cortis con la piú veemente passionenon capisci che non...

Che non ti credovoleva dire. La signora aspettavalividacon gli occhi sbarratiquesta parola che non venne. La voce gli morí sulle labbra aperte. Diè di piglio ad una sedia efattosi accanto a sua madrepiantò la sedia a terra con tal impetoda fracassarne quasi le quattro gambe.

"Raccontatemi tutto" diss'eglicadendovi su di peso. "Tuttosítutto da quel giorno in poi. Non lo potete?" esclamò con gli occhi scintillanti perché sua madre tardava a parlare.

"Oh lo possolo posso" rispose la signora con un gesto drammatico. "Sarà uno spasimoma lo possolo devo e lo voglio!"

Cortis credette riconoscere sua madre in quel momentomeglio che per le carte del portafoglimeglio che per una improvvisa memoria degli occhi noti alla sua infanzia. Pensò che nei loro nervi vi era un po' dello stesso elettricobenché forse sua madre adoperasse il proprio per esperimenti da scenae lui per il lampo ed il fulmine.

Ella gli fece un lungo racconto sentimentalebagnando nelle lagrime le sue vecchie frasi perché potessero parer fresche.

La sua purificazione aveva cominciato il giorno stesso del meritato castigo. Il dolorei santi propositila speranzasí anche la speranzanon l'avean lasciata mai piú. Uscendo dal tetto domestico aveva invocata la compassione di pietosi parentin'era stata raccolta. Ma quella vita era troppo molle di agi e di affetti; cosí non si espiava! Per questo aveva abbandonate le care creature cui volesse Iddio rendere misericordia per misericordia! La signora Cortis insistette molto su questo particolaretemendo di certa calunniosa voce secondo la quale quelle care creature l'avrebbero spintadopo tre mesi di provafuori dei loro agi e dei loro affetti. Dio le aveva suggerito: Tu sai dipingere. Allora si era rivolta all'arte e le aveva detto: Salvami!

Era andata a Romaa copiare nelle gallerieper guadagno. Quindi la granduchessa di... l'aveva nominata sua pittrice di Corte. Altri avrebbe forse detto il granducama lei disse la granduchessa. Del granduca disse solo ch'era morto pochi anni dopoe soggiunse che l'afflitta vedovaperduto l'amore delle belle artinon aveva piú desiderato pittrici nella sua Corte. Parlava da un'oraquando giunse a questo punto. Forse per la stanchezza e la commozione; forse perché nei racconti l'ultima parte è la piú difficileella cominciò qui a turbarsi un pocoa interrompersi con sospiri e gemiti. Lunghilunghi anni di patimenti sfilaronoalquanto in disordinedavanti a Cortismutoaccigliato. Erano tutti i guai di una vita errante; mali strani cui nessun medico aveva conosciuti mai; fatiche e bisogno.

Era venuta a Lugano alquanti mesi addietro da Düsseldorfperché i medici le avevano consigliato il clima d'Italia. Le sue sofferenzesopite per pocosi erano ridestate piú gravi. Il lavoro le era divenuto quasi impossibile. Allorasentendosi venir meno nella lotta durata oltre venticinque annivedendo accostarsi in fondo a una tenebra di miseria l'ultimo suo giornoaveva chiesto a Dio se il calice amaro non fosse finalmente vuotose prima di morire non potrebbe vedere suo figlio. E Dio le aveva dato il permesso di scriverglima non il coraggio di farlo. Non osando dirgli "Sono tua madre"temendo non esser creduta o peggiogli aveva scritto come un'amica di leisotto il nome d'arte; un nome intemeratoquello; oh sí!

Ella tacque e pianse. Cortis era piú scuro che commosso.

"Soccorsi?" diss'egli. "Mai? Da mio padrevoglio dire."

"Mai. Mai niente; questo no."

Cortis aggrottò le sopracciglia. Ella aveva detto "questo no" quasi volesse esprimerne un lamento e non osasse.

"Cosa intendete dire?" esclamò. "Che avrebbe dovuto soccorrervi?"

"Oh nono" rispose la signora fra i singhiozzi.

"Mio padre aveva già fatto molto" riprese Cortis. "Nell'uscire di casa voi avete riavuta la vostra dote. Non è vero?"

"Era ben poco" diss'ella.

Una vampa salí al viso di Cortis. Egli vedeva e sentiva sopra di sè lo sguardo di suo padre; non severoma vigile; e aveva piú che mai presenti tutti i doloritutte le offese che il giusto e forte uomo si era proposto di nascondergli.

"Mio padre è stato generoso" diss'egli. "Del restonel vostro racconto vi hanno cose che non so spiegarmi."

Colei fu presa da convulsioni violente e poi cadde in una spossatezza cosí profonda che non poteva né parlarené udir parola. Cortis l'assistèinsieme alla Barbaracon austero volto e in silenzio.

 

CAPITOLO SETTIMO

 

PRONTO!

 

La signora Cortis non si riebbe per tutto quel giornomalgrado i soccorsi della sua farmacia omeopatica e qualche bicchierino di rhumla piú sgraditasecondo leidelle medicine. A sera tarda si addormentò. Allora Danieleche aveva appena trovato il tempo di pranzare e di scrivere un biglietto ad Elenascese a Lugano. Prima di partire si fece aprir lo studio dalla Barbara; non v'erano piú né la bottigliané il libroné i sigari.

"Ci vien qualcuno a trovarla?" disse Cortis.

"Pochi o nessuno" rispose la serva. "Viene qualche volta una signora russa."

"Chi è?"

"Credo che sia una donna di teatro. Ma è vecchia come la padronaanche lei. Ha scritto il suo nome in un libro. Ieri era quima adesso non lo vedo piú. La padrona l'avrà portato via iersera."

Cortis guardò uno studio del monte Rosada Pazzalloe un ritratto d'uomo; le sole tele in lavoro. L'uomo era un medico luganese chedopo le prime visite e le prime posenon s'era piú lasciato vedere.

"Lo sapevatevoi" disse Cortis uscendo dallo studioche la signora mi aveva scritto?

"Sísignore" rispose la serva sottovoce e in aria di misterome l'ha raccontato lei l'altro giorno, quando è arrivato il Suo telegramma. Mi ha raccontato... tante cose; e piangeva che bisognava vedere.

"Cosa vi ha raccontato?"

"Lo so io? Tante cose. Che lei non aveva potuto vivere col suo povero maritoe che era andata per il mondoe che aveva un figlio signoreper dire come ha detto leie che adesso questo figlio doveva venire a trovarlae che lei non aveva piacere di essere conosciuta subitoe che per questo gli aveva scritto cosí e cosí. E allora mi ha detto che anch'io poiquando sarebbe venutose mi avesse domandatoper esempiodi quest'ammalatadovevo far mostra di niente e dire che stava sempre lo stesso."

"E cosa mi avete detto stamattina? Che non vi si paga il salario?"

"Sicuro. Son tre mesi che non prendo un soldo."

"E cosa vi dice la signora?"

"Che adesso non ne hama che ne aspetta. Quello che dice a tutti."

"Comea tutti?"

"Ah signorecaro Lei! L'è una robache se la duraio scappoio scappoio scappo! Tutti i momenti è qui l'unoè qui l'altroun mucchio di gente che vuol essere pagata: il padron di casail macellaioil pizzicagnoloil droghiere. E danari non ce n'è; e lorosi sala piú parte sono gente senza educazione e ne dicon di tutti i colori. Io glielo diconehperché certe coseLe pare? è meglio..."

Barbara lasciò la frase a mezzo per correr via in fretta col lume dietro a Cortische curandosi poco delle sue conclusionile aveva voltato le spalle.

Egli tornò al mattino seguente e trovò sua madre alzata. Non le parlò piú del passato; volle solamente sapere come avesse potuto dirigergli la lettera con tanta sicurezza a Villascura. Ella non nominò alcunoma asserí di aver sempre avute informazioni esatte sul conto del suo amatissimo figlio; di averlo sempre seguito col pensiero e col cuore. Gli parlò della contessa Tarquinia e di Villascura. Sapeva che la villa Cortis era un gran palazzo squallido e aveva pensato tante volte quanto il povero Daniele vi si dovesse trovar male cosí soletto. Cortis la condusse a parlare del suo stato presentedelle sue necessità; ed ella gli raccontò un'iliade di guai. Ma cos'erano le privazioniil bisognoappetto all'angoscia della solitudine? Soffriresíera giusto e anche gradito per chi aveva commessocome leiuna colpauna sola colpa; una colpa se tutto si sapesse! se tutto si potesse dire! quasi involontaria; ma soffrire solasegregata da ogni affettoda ogni pietà! Non era piú possibile; nononon era piú possibile.

Ella versò a questo punto un fiume di lagrime. Cortis taceva.

"Stanotte... ho fatto... un sogno" disse la signora lottando con i singhiozzi.

Cortis non fiatò.

"Troppo bello" mormorò l'altra socchiudendo gli occhi e lasciando spenzolar un braccio dalla poltrona.

"Troppo bello."

Scosse lentamente il capo inclinato sulla spalla sinistra e sospirò ancora:

"Troppo bello."

Cortis non desiderava proprio di conoscerlo.

"V'è un genere di miserie" diss'egli "che non deve toccarvi. A questo penserò io."

"Ti ringrazio" disse la signorati ringrazio.

Aperse la bocca ad altre parolele richiamò con violenza al petto.

"Prego Dio" aggiunse dopo un breve silenzio "che mi accordi il favore d'esserti a carico il meno possibile. È Dio già che mi ha ispirato di mettermi a Lugano. Ho trovato proprio l'aria che mi ucciderà presto."

Daniele ebbe un bel dirle e ridirle che poteva cercarsi fra le Alpi e il mare un'aria piú benigna per i suoi nervi. Ella ripetevasempre piú compuntasempre piú rassegnatalo stesso tragico ritornello.

Se sognavadopo tante vicende di tempeste e di serenorallegrarsi lo squallido pomeriggio con un raggio di soletramontar dignitosamente e placidamente nelle sale di casa Cortissognava uno stolto sognola signora; e metteva pietà quel suo battere e ribattere di soppiattocon volgare artificioa una porta chiusasorda e muta.

Piú tardi si parlò d'affari giú nel salotto terreno. Daniele volle saper l'ammontare dei debiti di sua madre e non fu cosí facileanche perchésecondo leineppure un quarto s'era veduto in casa della roba che i bottegai bugiardi avevano scritta. Intervenneper fortuna di costorola Barbarache aveva memoria miglioree dopo un lungo battibecco ad ogni partitaad ogni cifratra padrona e servaDaniele poté conoscerepresso a pocola verità.

Rimasto solo con sua madre le annunciò che sarebbe partito all'indomani e che fra pochi giorni le avrebbe mandato il danaro e fatto conoscere il modo in cui provvederebbeper l'avvenirealla sua esistenza. La signora Cortis gli chiese quando lo avrebbe riveduto. QuestoDaniele non lo poteva dire. Dipendeva da tante cose; dal successo della elezione politicada altri suoi particolari interessi. Allora ella cominciò a diretutta gemebondache Daniele aveva ogni ragione di non volerle beneche lei gli andrebbe in casa per servaper guatterama che già non era degna di star sotto lo stesso tetto; nononon era degna.

"Non credo" diss'egli "che convenga né a voi né a me."

Sua madre tacque un momento e poi mormorò portandosi il fazzoletto agli occhi lagrimosi:

"Offro questo sacrificio alla Santissima Vergine."

Cortis andò sbuffando a pigliar aria sulla porta del salotto. Subito una voce flebile gli gemette dietro:

"T'ho offeso?"

Egli fece le viste di non udire. Guardava fra i gelsi luccicanti il cancello apertola strada piena di soleedi là dal parapettoil profondo lago serenole montagne cenerognole di Val Colla. Erano un ristoroquell'aria puraquel riso di vita innocente. Il treno di Milano passava allora tuonandofischiandosotto le pendici del San Salvatore.

Cortis guardò l'orologio e domandò a sua madre se sapesse l'ora esatta della prima corsa.

"Oh Dio" diss'ellaa cosa pensi mai! Vien qua, Daniele, ti supplicosoggiunse dopo un momento. "È vero che io non posso parlarti come una madre; ma puretu che sei un angelomi permetterai di chiederti se vi è forse qualche cara e virtuosa fanciulla..."

"No" disse Cortis senza voltarsi.

"Ahne sarei stata tanto felice!" esclamò la signora sospirando. "Ma già non lo speravo."

"Perché?" domandò Daniele sorpreso.

"Oh niente. Cosíper l'idea che non puoi trovarlanouna donna degna di te!"

Cortis saltò giú dalla soglia del salottosi cacciò fra i gelsi e il granturcofuori della vista di sua madre.

Costei strinse nelle pugna i due capi del fazzoletto bianco che aveva in mano e diede due cosí rabbiose gomitate al ventoche strappò la tela.

"Già in questo maledetto paese" fremè fra i denti "non ci sto di certo."

Detestava Lugano perché si era innamoratacon i suoi cinquantadue annidi un giovane medicoe questinauseato di tali affettinon aveva piú voluto saperne di visitarla. Si rizzò in piedi eaperto un armadietto a murovi cacciò la manotracannò qualche cosa in furia e lo rinchiuse adagio adagio con l'occhio alla porta; poi brontolò fra sè: "Adesso glielo dico"e uscí in cerca di Daniele. Lo incontrò subito.

"Daniele" diss'ellaabbi pazienza. Ho una grazia, una sola grazia a domandarti.

"Che cosa?"

"Un po' piú lontano" sussurrò la signora dopo aver guardato su alle finestre aperte.

Entrarono sotto un pergolato a mancina della casetta. Cortis non pareva niente affatto curioso di sapere che grillo fosse saltato a sua madrele camminava accanto guardando giú il treno girar via sul largo arco dei colli.

"Quella VillascuraDaniele!" diss'ella. "Quella Villascura!" Si fermò e si coperse il volto con le mani.

"Cosaquella Villascura?" domandò Danieledistratto.

"Vien via per amor del cielo!" esclamò sua madre. "Sta a Romasta a Udinesta dove vuoima non là!"

"Perché?"

La signora abbassò gli occhi e rispose sottovoce:

"Non è possibile dirtelo."

"Allora..." fece Danielecome se il discorso gli paresse chiuso.

"Non mi accontenti?" insistè sua madre.

Daniele non capiva.

"Ma come mai?" diss'egli.

Guardò l'orologio. Aveva pensato di scenderea una cert'oraall'albergoper vedere se ci fossero lettere o telegrammi.

"Almeno" esclamò con subita passione la signora Cortisnon andare a casa Carrè!

Cortis aggrottò le sopracciglia: una vampa di rossore gli salí al viso.

"Perché?" diss'egli con voce vibrante di collera. "Io andrò sempre a casa Carrè."

"Oh Danielealmeno finché ci sono i Di Santa Giuliano!" In quel momento il viso e la voce della signora ebbero un lampo di sincerità.

"Va benissimo" rispose Cortis amaramente. "Dite al vostro corrispondentequalunque egli siach'è un bugiardo e uno stupidoe che quella signora e io siamo troppo al disopra di lui e di molti altriperché questo veleno ci possa offendere."

Delle voci maligne n'erano corse a Villascura. Cortis lo sapeva.

"La signora?" domandò sua madre con un lampo negli occhi. "Non so niente della signora."

Cortische guardava da un'altra partevoltò la testa con impetole piantò gli occhi in visoaspettando che si spiegasse meglio. Ma ella non parlò piú.

"Dunque?" proruppe Cortis.

"Niente" rispose l'altra con un gran sospiro.

Cortis insistè.

"Cosa mai vi hanno scritto?" diss'egli.

Sua madre gli posò una mano sulla spalla e con l'altra si battè la frontedicendo:

"È scritto quinessuno mi ha scritto. È una cosa scritta qui."

Daniele perdette la pazienza.

"Parlate chiaro" diss'egli. "Lí non so leggere."

"S'io parlassi chiaro" sussurrò la signora Cortis mettendogli il viso addosso con tanto d'occhi spalancati e scotendo in aria l'indice della mano destra "tu proveresti un rimorso eterno di aver stretta la mano scellerata (quell'indice teso andò su su verso il cielo) di lui!"

"Cosa ha fatto?" disse Daniele sorpreso.

Ella giunse le manimise un lungo gemito per le labbra stretteedata una giravolta in frettacorse via a capo bassoraccolsepresso lo scalino della portale sottane in due bracciatee saltò in casa.

Daniele la seguíma ellaprima ancora d'essere interrogatadiede in ismanielo supplicò di non chiederle nullapromise che in un momento piú tranquillo avrebbe parlato. Intanto lui doveva togliersi da Villascuraandar lontanoben lontano.

"Io spero" diss'ella "che ti facciano deputatoche tu ti stabilisca a Roma. Allora ci vengo anch'io a Roma. Roma è la città dell'anima mia. Oh se potessi morire a Roma! Là ti vedrei spessoalmeno dalle tribune della Camera. Non è veroDaniele?"

"Cosa ha fatto di Santa Giulia?" diss'egli.

"MaDio!" rispose la signora. "Perché mi vuoi tormentare? Del restoè impossibile che tuo padre non te ne abbia mai parlato."

"Síso che lo ha conosciuto in Piemonte quando emigrò per entrare nell'Accademia militareche gli era stato raccomandato da un medico sicilianoma che non veniva quasi mai in casa nostrache non era un cattivo soldatoche giuocava moltoperòe non studiava punto."

"E l'hanno fatto senatore?" sussurrò la signora parlando a se stessa.

"L'hanno fatto senatore subito dopo il suo collocamento a riposoperché si voleva un senatore di quella provincia e lui possedeva un bel nomeun bel grado militare e molti appoggi in alto. Non sarà mica questo il suo delitto? Mio padre non m'ha detto altro. Cosa poteva dirmi?"

"Nientenientenon poteva dirti altro."

Cortis si strinse nelle spalletacque un pocoguardò l'ora per la seconda volta e disse:

"Vado."

Sua madre non desiderava che la finisse cosí liscia.

"Parti domattina colla primanon è vero?" diss'ella. "Alle sei?"

"Sí."

"Spero bene che ti fermerai qui un pezzo ancora."

"Sísí" rispose Cortisdistrattocercando il suo cappello.

"Allora parleremo stasera."

Parve che queste poche parole costassero già un doloroso sforzo alla signora Cortis che piegònel pronunciarleil capo sul petto e chiuse gli occhi.

Daniele si fermòprima d'uscirea considerarla. Adesso che gli occhi falsi non si vedevanoche non si udiva la voce ingratasentí per un momento quanto gli avrebbe potuto essere cara. E subito un lampo nella memoria gli mostrò suo padre ginocchioni che diceva un requiem per la povera mamma.

"Era meglio!" esclamò afferrando e levando in aria il cappello.

La signora drizzò il capospaventata.

"Cosa?" diss'ella.

"Niente" disse Cortise corse via senz'altro.

La Barbara gli aperse il cancello e gli disse sottovoce:

"La padrona non vuol crederema della roba se n'è cosí consumatasa! Solo tutte le costolette fresche che si tien la notte sulla faccia!"

All'Hôtel du Panorama era arrivatopochi minuti prima di Cortisquesto telegramma dal capoluogo del suo collegio elettorale:

 

Daniele Cortis

Lugano - Hôtel du Panorama.

"Stampa avversaria pubblica tua lettera privata accusandoti appartenere partito clericale. Grande impressione. Domani seguirà qui adunanza elettorale ore una pomeridiana. Vieni o rispondi telegramma da pubblicarsi. Spedisco giornali.

B."

 

Il prossimo treno per Milano partiva fra tre quarti d'ora. Cortis buttò giú precipitosamente un biglietto alla madre e la seguente risposta telegrafica al signor B.: "Sarò costí domattina alle 111/2

CORTIS."

 

Quindi raccolse in furia la sua roba e arrivò alla stazione mentre i viaggiatori salivano in treno.

"Fertig!" gridò il conduttore.

Cortis non aveva pensatofino a quel momentoche a non perdere il treno. Appena entratovisi vide nella sala dell'adunanza elettoralein faccia ad amici atterriti o accigliatifors'anche ad avversari beffardisoloassalito con armi sue propriecon parole che non conosceva ancora ma certo scritte da luichi sa dovechi sa quandoma certo sincerenon disposto a nessun sotterfugio maia nessuna ritrattazionea nessuna viltàcostretto a dar battaglia con una bandiera nuovain altro tempo e in altro luogo che non avrebbe voluto. Vide tutto questo e sentí insieme affluirsi al cervello e al petto un'onda di fuoco vitalesi sentí lo spirito piú potente che maiesdraiandosi con certa noncuranza leonina sul sedile di velluto rossorispose mentalmente al conduttore:

"Va benepronto!"

Passando sul ponte che cavalca la stradicciuola di Pazzallocorse un istante col pensiero quella via notama non arrivò lassú alla casetta del cancello rossodove pure avrebbero dovutofra poche orespiegarsi delle parole stranescoppiar delle accuse lanciate in aria. Il suo pensiero tornò subito alla via di ferro che lo portava alla mèta.

Intanto le acque di levantenere di ventosi allargavanosi allungavano fin laggiú alle radici lontane della nota roccia dolomitica che usciva lentamente dietro agli altri monti e si scopriva in faccia a Cortis tutta interasino alla punta formidabilecome un esempio di audacia che sta.

 

CAPITOLO OTTAVO

 

SUL CAMPO

 

Il mattino dopoalla stazione di...la penultima del suo lungo viaggioCortis trovò B. e alcuni altri amici che gli erano venuti incontro. Correvano ansiosi su e giú lungo il trenoaprendo gli sportellificcando il viso nelle carrozze. Scoperto Cortisgli furono tutti sopra a stringergli forte la manoa salutarlo con voce sommessa e in aria compunta.

"Molto male?" diss'eglioscurandosi pureguardando rapidamente ciascuno di loro.

"Malissimo" rispose B. accasciato. "Malissimote lo dico schietto. Per menon faccio complimentiaffare andato."

"Pianopiano" saltò su un altro. "A questo poioh Dio!... La scusidiconon mi pare."

Allora B.che un momento prima parlava come se non avesse piú fiato in corposcattò in piedi e si mise a tempestare come un energumeno:

"Ma síandatoLe dicoma sí! Non mi pare! Ma cosa non mi pare? Ma dove vive Lei? Ma non sa della società operaia? Ma non sa del giornale?"

"E i muri?" suggeriva un terzo sottovoce.

"Bravo!" urlò B. "E i muri? Dieci manifesti di quell'altro per uno dei nostri!"

"Ma L'aspettisi vedrà oggi!"

"Síbravocosa vuole che si veda?"

"Si vedrà oggiLe dico."

"Ah síLei li voltaLei li ribaltaquella gente!"

"Ma sí!"

"Ma no!"

Adesso schiamazzavano tutti insiemelitigavano tra loro come se Cortis non fosse presente.

"Un momentosignori!" diss'egli soverchiando con la sua voce le altre. "Quest'adunanzac'è o non c'è?"

"Sí!"

"Altro!"

"Sísignore!"

"Sicuro!"

"E ci dovrò intervenire?" ripigliò Cortis.

"Ecco il puntocapisci!" gridò B. rovesciandoglisi quasi addosso e scotendogli sul viso le mani con le punte delle dita raccolte in su. "Ecco il punto che noi faremo la proposta d'invitarti e non sappiamo ancora se passeràperché gridanocapisci! gridano ch'è inutile! che ne sanno abbastanza! Che che che che che..."

"Ma questa lettera?" interruppe Cortis. "Questa lettera mia che hanno stampata?"

"Ah" esclamò B. percotendosi la fronte e poi frugandosi le tasche a due mani. "Che testa! Dire che sono venuto apposta! L'ho quil'ho qui!"

Fuori giornalifuori letterefuori note. B.rosso come un gamberoguardava in fretta e in furia carte e cartele buttava per terrasui sedilisulle gambe degli amici. Finalmente uscí un brano di giornale con la famosa lettera diretta a un tale prof. M. di Veneziamorto da due mesi. Il giornalista asseriva di averla in ufficio e ne pubblicava alcuni periodi.

"La lettera è un pretesto" disse B. raccogliendo e rinfrescandoad una ad unale sue carte disperse. "La lettera è un pretesto. Non ti vogliono."

"Eh noper questo" osservò un altrose la lettera non fosse sua...

"Ma è sua" sussurrò qualcunomentre Cortissaltati i commenti del giornaleleggeva questi terribili periodi:

 

"Se per ora non si può far di megliotranseat; cerchiamo di passare come che sia; ma tu sai che io sono cattolico e che confido in quello sviluppo progressivo della civiltà cristiana in cui confidava il conte di Cavour. Perciò affretto col desiderio il momento in cui si costituirà un partito parlamentareun elemento di governo con questo ideale. Che alcuni tentativi per muovere la pubblica opinione sieno fallitioportebat: tu sai meglio di me che questa è stata sempre la preparazione storica di tutte le imprese grandi e difficili. Altri ancora ne cadrannoma io sono fermamente convinto che a un dato momento questo partito sorgerà per effetto di necessità politichee che alloraanzi prima di allorasi troverà l'eroecome direbbe il tuo Carlyleper condurlo; dietro al quale eroeo nelle prime o nelle ultime fileci sarà purese vivoil tuo

DANIELE CORTIS"

 

"Altro che mia!" esclamò Cortis verso colui che ne aveva espresso il dubbio. "Altro che mia! Perfettamente mia!"

"Euh!" fece B. "Si sapeva bene."

Gli altri tacquero.

"E cosa dicono questi signori elettori?" chiese Cortis.

"Cosa dicono?" rispose B. "Guarda il giornalista cosa dice."

"Il giornalista è un idiota."

"Ahmio caroi nostri elettori non sono mica tanti Cavour. Non capiscono. Vedono cattolicovedono civiltà cristianavedono nuovo partito parlamentarenon intendono bene le distinzioni che si possono fare tra conservatore e clericalee dicono addirittura che già sei clericale. Il chiasso maggiore poilo fanno per quella prima frase del passare come che sia e gridano... scusaio adesso ripeto... gridano che è una slealtàuna indegnità che ti basta di farti eleggere in un modo o nell'altroche ti fai giuoco del collegio e che so io. Ma già bisogna sapere che quell'altro ha fatto un lavoro del diavoloe per questa gente lavorata la lettera è un pretesto. Infattison loro che non ti vogliono neppur sentire."

"Ma bisogna" disse Cortis con gli occhi scintillantibisogna che mi sentano! Oh Santo Dio, cosa possono aver capito da quella lettera? bisogna che mi sentano!

"Sísíbisognabisogna" brontolò B. con un riso amaro. "Ma vorranno? Speriamo!"

"Io vengo senza invito e solose i miei amici non hanno il coraggio di accompagnarmi" rispose Cortis. "E se nessuno mi dà la parolame la piglio. E...?"

Qui Cortis nominò un pezzo grossoquel grande elettore che lo favoriva.

"Ehcaro mio!" rispose B. "Eccolo."

E alzata la mano destracon le dita aperte in ariala girò sul polso come se una molla gli fosse scattata all'avambraccio.

"Da quella parte" proseguí "siamo in terra del tutto. Anzi ricordati chese oggi parlici vuole un'allusione a questo despota che pretende fare la pluie et le beau temps nel collegio."

"Bene" disse Cortisadesso vi prego di lasciarmi pensare un poco.

Si cacciò in un angolo del vagonelesse e rilesse l'atto d'accusapoi si mise a riflettereora guardando dal finestrinoora coprendosi il viso con le manifino a che B. gli disse:

"Ci siamo. Sono le dodici" soggiunse. "Io ho qui la carrozza e ti porto a casa mia. Là ti lascio a far colazione e vado a tastare il terreno. Al tocco vengo a prenderti e si vacoûte que coûte. Ohguardaquell'altro!"

Mentre Cortis scendeva dal trenoil suo competitore si accomiatavasotto la tettoiada una folla di amici che parlavan forte e ridevano.

"Capite?" mormorò B. con una faccia sepolcrale. "Li sentite? Sono sicuri."

Qualcuno del gruppo avversario vide Cortis. Tutti si voltaronomeno l'emuloa sbirciarlo insolentemente. Appena egli e la sua comitiva ebbero oltrepassato il cancello dell'uscitasi udirono alle spalle due o tre fischi.

"Aspettatemi qui" disse Cortis fermandosi su due piedi.

Tornò tranquillamente indietro e andò diritto verso l'altro candidato che aveva già un piede sul montatoio del vagonegli stese la mano senza curarsi degli altricome se non esistessero. Colui diventò rosso rossogli fece un garbuglio di saluti premurosisi scusò goffamente di non averlo veduto prima.

"Oh!" rispose Cortis. "Non esigevo di essere salutato da te. Iocome gentiluomo e amico di gentiluominici tengo a fare un atto di cortesia verso il mio avversario prima d'incrociar le lame. Addio."

Ciò dettoripassò a fronte alta in mezzo al gruppoe raggiunse B. e gli altri che avevano spiato il colloquio da lontano.

"Cosacosacosa?" chiesero tuttipallidiansiosi.

"Nienteandiamo via" disse Cortis ripigliando B. a braccetto. "Gli ho rivelato con la cortesia piú squisita che lui e i suoi amici sono un branco di mascalzoni. Adesso mi rispettanocapite? E poi questo mi fa benedi dar del mascalzone a chi se lo merita."

Venti minuti dopotutti sapevanonella piccola cittàla scena della stazionei fischil'atto di Cortis. B.che appena accompagnatolo a casaera corso al caffètornò a prenderlo al toccotutto scalmanatogridando:

"Prestoandiamobuona impressionesono inteso col Comitato. La bravata quegli altri la chiamano cosíma a mezza boccaa mezza bocca la bravata ha fatto buona impressione. Un gentiluomodicono. Io poi ho predicato a quei cretini che non ti volevano sentire. Oh che duri! Ma ho predicatoho predicato!"

Cortis lo interruppe sorridendo.

"Grazie" diss'egli; "ma sai poi se sarai contento di quello che dirò?"

"Io non voglio il mascalzone!" urlò B. "Io non voglio il mascalzone! Andiamoprestoandiamo. Presto!"

Alla porta del casino il vetturale Schiroche serviva qualche volta la contessa Tarquiniafermò Cortis. Alla signora contessa premeva assai di parlare con il signor Daniele; gli aveva mandato la carrozza perché venisse a Passo di Rovese subito dopo il discorso. Cortis ordinò a colui di tenere i cavalli pronti per le due e mezzo.

"Nulla di nuovo?" diss'egli.

"Nosignore."

"Stanno tutti bene?"

"Sísignore. Almeno lo credo."

"Anche la contessina?"

"La contessina? La contessina è andata viasignore. È andata via iersera. Ho sentito che dicevano che andavano a Roma."

"Ehi!" disse B. vedendo Cortis che stava lí trasognatosenza parlarené muoversi. "Andiamo! Presto!"

Sulla porta del casinosui pianerottoli delle scalev'erano già gruppi di elettori che s'aprivano davanti a Cortissalutandolo in silenziocon una certa curiosità mista di riserbo; e poi si avviavano lentamentedietro a luiverso la sala. In salatre o quattro membri del Comitato elettorale discorrevano in piedi presso il gran banco che fronteggiava una fitta ordinanza di sedie vuoterigidecome parvero a Cortise arcigne. Quei tre o quattro fecero verso di luiquand'egli entròun passo quasi peritosolo salutarono con imbarazzo.

"Ella viene dalla Svizzera?" disse il piú disinvolto.

"Sísignore."

"Bel paese!"

"Sísignore."

Allora B. si fece avanti tutto affabile e sorridente.

"Il nostro Cortis" diss'egli "è dispostissimo..."

"Non è la parola" interruppe Cortismentre l'altro ripeteva "eccoecco" facendo grandi cenni d'assenso con le mani e con la testae tirandosi indietro per dar luogo all'attore principale. "Non è la parola. Io era desiderosissimo di offrire agli elettori delle spiegazioni a cui hanno tutto il diritto; e poiché la mia candidatura è stata già discussa e deliberata quiho creduto doverosoavendo a prendere la paroladi prenderla qui."

"Ecco giusto il presidente" rispose uno del Comitatoaccennando ad un signore alto e grosso che entrava allora tutto affannato e frettoloso e che salutò Cortis con maggior cordialità degli altri. Quando questi si fece a ripetergli il discorso di prima lo interruppe subitodicendo: "Sísísova beneho parlato qui con l'amico B.sono inteso"e poi mandò i colleghi a raccogliere e far entrare in sala i signori elettori.

"I quattro cretini" mormorò B. a Cortis guardando il soffitto mentre coloro uscivano.

"Ecco" disse allora il presidente pigliando Cortis a parte. "Io direi cosí"e gli snocciolò il discorsetto preparatocon un'occhiata al suo interlocutore e un'occhiata agli elettori che entravanoabbassando involontariamente la voce al comparire di certe facce nemiche. B.che s'era piantato lí vicino per coglierese potevasenza parereil discorsetto confidenziale del presidentenon ne perdeva una delle facce che comparivanole studiavale seguiva per la sala con occhi benevoli o diffidentifissava le teste che qua e là si chinavano l'una verso l'altracon la manifesta cupidità di porre un orecchio in tutti i bisbigli.

"Molta gente" diss'egli a Cortispoiché il presidente ebbe preso il proprio posto. "Molti brutti musi. E quella marmotta di presidentedirà bene?"

Costui suonò in quel punto il campanelloguardandosi attorno con molta dignità e senza alcun sospetto che proprio allora gli regalassero della bestia. Ricordò poi come in una precedente seduta fosse stata approvataa grande maggioranzala candidatura Cortisper la quale il Comitato aveva anche iniziata la propaganda elettorale. Soggiunse che una recente pubblicazionea tutti notaaveva levato tal rumore nel paeseaveva prodotte impressioni cosí vive e diverse da rendere necessaria una nuova adunanza e una nuova discussione. V'era statoa dir veroqualche dissenso fra i colleghi dell'oratore sulla opportunità d'invitare all'adunanza l'onorevole candidato signor Cortische si sapeva poi anche lontano. Qualcuno aveva proposto di discutere e deliberare preliminarmente se il candidato dovesse limitarsi a dare spiegazioni o no. La improvvisa venuta del signor Cortis aveva tolto di mezzo questi dubbie il Comitato si teneva sicuro che anche i signori elettori preferirebbero discutere e deliberare sulle pubbliche dichiarazioni del candidatopiuttosto che sopra un brano di lettera. Quindi l'oratore accordava la parolase non vi fossero opposizioniall'onorevole Cortis.

Il presidente sedette soddisfatto girando il capo a cercare approvazioni a destra e a sinistra sui visi accigliati dei colleghi; e trascorso un momento senza che nessuno parlasseCortis si levò in piedicominciò a parlar lentamentecon voce misuratain questo modo:

"Signori!

"Io vi ringrazio e vi felicito di avermi accordata la parola.

"Che i miei nemiciper assalirmiabbiano dovuto compiere un atto disonestoné me ne dolgoné me ne vanto; è una cosa naturalee io lascierò volentieri nell'ombrache ad essi giovai loro atti e le loro persone. Sta ch'è venuta in luce una mia lettera..."

Un mormorío sordo si levò nella sala.

"Síonorevoli signori" riprese Cortis con forzamentre i suoi amici lo guardavano pallidi e palpitantiuna lettera che io raccolgo come mia, senza credere di abbassarmi.

Qualcuno in un canto della sala gridò "Bene!"gli altri zittirono; seguí un silenzio profondo.

"Si è pubblicata una mia lettera suscettibileforsed'interpretazioni molto gravimolto atte a togliermi la fiducia di coloro che temono l'introdursi nella Camera di elementi ostili alle nostre istituzioni e alla libertà; tanto che alcuno di voialcuni elettori di cui rispetto l'onesto terroreripugnavano persinocome ho testè inteso dall'egregio presidentea udirmi. Ebbenesignoriio vi felicito che abbia prevalso in voi il partito piú liberale e piú equomalgrado il senso ignobile che si vuol attribuire ad alcune mie parole. Io respingoa questo propositocon disprezzo l'accusa di slealtà che mi viene mossala indegna accusa di volermi far giuoco di questo nobile collegio.

"Sího scritto privatamente e oggi ripeto senza esitazione in pubblicoche se per ora non si può far di meglioconvien passare come che sia; e voi comprenderete facilmenterileggendo quella letterache io non potevo alludere alla mia situazione personale in questo collegio; comprenderete che io alludevo invece al presente periodo della vita politica nazionaleperiodo poco prosperoa mio avvisoe poco promettenteperiodo che bisogna pure attraversare alla meglioaugurando e preparando un altro ideale."

La stessa voce di prima gridò: "Bravo!".

Vi furono dei "zitto"delle risatine sommesse. Tutti guardavano verso un angolo della sala.

"Io ringrazio il mio incognito amico" disse Cortisguardando anche lui da quella parte e ottenendo opportunamente dall'uditorio un riso blandoio ringrazio il mio incognito amico che mi conforta con l'esempio a esprimere le convinzioni del mio cuore anche a costo di essere vox clamantis in deserto.

Risa e alcuni applausi tosto repressi. Cortis si fermò un momento; quindi riprese abbassando e rallentando la voce:

"Vengo a questo ideale."

Chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri. Nessuno fiatava. Tutti gli occhi erano fissi in lui che rialzò subito la fronte e la voce.

"Noonorevoli signoriil mio ideale politico non sarà mai l'ideale politico del partito che vorrebbe subordinare i diritti e gli interessi dello Stato a un'autoritàsia pur grandesia pur legittimama fondata sovr'altra basecon altri mezziper altro fine. Io posso desiderareper un concetto di equilibrio politico e per un patriottico voto di pacificazione internache questo partito accetti onestamente l'attuale ordine di coseed entri utile e rispettabile nella Camera; me se io avrò in quel tempo l'onore di sedervinon militerò mai con esso..."

Applausi scoppiarono qua e lànon caldinon unanimi; l'amico incognito rimase zitto.

"... fino a chealmenotrasformatosi di partito essenzialmente religioso in partito essenzialmente civilenon modifichi profondamente le proprie vedute sui diritti e le funzioni dello Stato.

"È evidentesignoriche scrivendo una lettera familiareio ho potuto non servirmi dei termini piú esatti e propri."

A questo punto un sussurro si levò nella salauna specie di "finalmente!" diluito nella soddisfazione. Cortis s'interruppe.

"No" diss'egliio non ripudio una sola di quelle parole, ma è certo che avrei potuto chiarire il mio concetto con maggior precisione, come cercherò di fare in questo momento.

Oggi siete voisignori elettori della vecchia leggeche avete in pugno un grande potere dello Statoma si sta già predicando il Nuovo Testamento e domani ne farete parte evangelicamente alle turbe. È una ingiuriosa follía di credere che questi nuovi elettori vorranno subito mettere le mani su qualche cosa e che il paese andrà a soqquadro; ma è pure una follía il non riconoscere che si sarà fattonon un salto nel buioma un lungo passo avanti nella chiara e fatale via della evoluzione democraticae che le nuove moltitudini elettorali saranno inclinate a procacciarsi un utile diretto con la loro partecipazione al Governoa promuovere un'azione legislativaesagerata ed improvvidaesclusivamente a loro favore. Io non ne provosignoriuna vana e puerile paura; io credo che vi è in questo fermento democratico qualche lievito rubato al cristianesimo; io vedo nel mio pensiero un luminoso e possibile ideale di democrazia cristianamolto diverso da quel dispotismo di maggioranze egoisteavide di godimentoche minaccia le libertà moderne. Non è sulla base di aerei ideali che si può costituire un vero partito politico; non vi si cammina sulo so bene. Ma un ideale ci vuoleesso è la forza di coloro che avversano le nostre istituzioni; e noiquali ideali abbiamo da opporre loro? Oggi la riforma elettorale e l'abolizione del corso forzosodomani la perequazione fondiaria e la rendita a 100."

"E non basta?" disse una voce.

"No" rispose Cortisnon basta a tenere uniti i cuori e le intelligenze, molto piú con un corpo elettorale ampliato in cui il sentimento e la fantasia avranno tanto maggior potenza. E quando mi si parla di un partito nuovo il cui ideale sarebbe puramente la conservazione degli ordini sociali e politici come ora esistono, io dico ancora che ciò non basta, che questo ideale è senza grandezza e senza vita. La patria, signori, non si conserva come un vecchio momumento immobile, cingendolo di puntelli e di spranghe; la patria è un essere vivente, un organismo che continuamente si sviluppa, che si conserva con il movimento ragionevole, con il giusto esercizio di tutte le sue naturali facoltà.

A queste parole pronunciate con voce veementevivi applausi scoppiarono nella sala.

"Io desidero" ripigliò Cortis tranquillamente "la costituzione di un partito che abbia nel pensiero il luminoso ideale di cui vi ho parlato e che espressamente consentain ordine a quellosulle necessità presenti. Io sono convinto che se si vuol preparare l'avvenimento di una democrazia sinceramente liberalesenza predominio di alcuna classeci vuol un potere politico abbastanza fermo per condurre un paesegiusta un concetto prestabilitosopra ese mai fosse necessarioanche contro i flutti delle maggioranze parlamentari: ci vogliono dei ministri convinti che la monarchia non è una irresponsabilità nelle nuvolenon è uno stemma coronato sul coperchio del meccanismo costituzionalema è una ruota maestrase cosí posso diredi questo meccanismouna ruota responsabile davanti a Dio e alla storia e che si guasta ben prestoper una legge comunese resta inoperosa. Allora questo potere cosí fortesicuro di una larga adesione nel paesepuò e deve essere molto arditoelasciando libero sfogo a tutte le opinioniprendere in mano le questioni socialicondurre ogni riforma possibile con ogni cautelamisura e fermezza.

"Vi sono degli scrittori di gran talento..."

Qualche bisbiglio si levò qua e là. Parve che la parola "scrittori" avesse gittato nella sala un'inquietudineun buffo di tedio.

"Io non so" disse Cortis interrompendosi "se non pongo a troppo dura prova la vostra pazienza."

Parecchi nopiú cortesi che cordialigli risposero.

"Io ricordo" riprese riafferrando subito il pubblico "che un uomo di grande ingegno e di grandi studi politicimi diceva: Il popolo è un fanciullolasciate che giuochi col fuocolasciate che si scottiimparerà. Questa è la legge naturalee a volerla contrariare si fa peggio. Ebbenesignoriio non sono persuaso di tale dottrina; io dico che per la legge naturale coloro che hanno sensovolontà e forza si uniscono a impedire che altri bruci la casa comune."

"Giustagiusta" dissero alcune voci.

"Ma non basta ancoraper il futuro partitodi consentire in un simile indirizzo di governo; bisogna consentire nella questione ecclesiastica e religiosa."

"Ecco" esclamò dal suo angolo l'amico incognito.

Tutti zittirono e Cortis riprese la parola in mezzo a un silenzio pieno d'elettrico.

"Io vi dicosignoriche nessun principatonessuna repubblica scioglierà mai i problemi sociali dell'avveniresenza la cooperazione del sentimento religioso; il quale non potrà esser dato in Italia che dalla Chiesa cattolica."

Un flutto agitò gli uditorilevò in tutta la sala sussurrifremitivoci che cozzavano insieme.

Cortispuntati i pugni al bancoprotese la persona in avanti come ad affrontare un urto nemicolasciò cader quel flutto e proseguí con voce ferma e sonora:

"Pur tropposignorila curia di Roma e gran parte del clero cattolico hanno mostrato una cosí cieca avversione al nostro movimento nazionaleun tale funesto apprezzamento dei beni terreni che quando si parla in Italia di favorire il cattolicismo è facile di sentirsi rispondere come fu risposto in Africa a quel missionario che parlava di Dio onnipotente: E se ci mangia? Io ho domandato piú volte a me stesso se l'attuale reazione violenta contro la Chiesa e i suoi istitutiriconducendocol suo procedereil clero alla povertà e all'umiltà evangelicacostringendolo allo studio e all'illibatezzanon riuscirà salutare al vero sentimento cattolico. Ma un prudente uomo di Stato deve considerare in tale eccessiva reazione il pericolo di quelle credenze che insegnano il rispetto della leggela fraternità umana e una specie di subordinazione morale delle classi piú agiate alle piú sofferentiin cui è l'aiuto maggiormente gagliardo che possa desiderarsi per riparare le ingiustizie e le miserie sociali.

"Il futuro partito dovrà dunque da un lato consentire nella rigida applicazione del diritto comune alla Chiesa.

"Io non vi dirò sin dove andrei per questa via: son già troppo caro al vostro venerabile clero cui non intendo offrirein espiazione de' miei peccati politiciné medaglie benedettené vite di santiné supplementi di congrue."

Un riso ironico gli lampeggiava negli occhi pronunciando quest'allusione a certi procedimenti del suo emulo. La sala risuonò di risa e d'applausi.

"Ma d'altro lato" proseguí Cortis alzando la fronte e aggrottando le sopracciglia "bisogna consentire in questo principio affermato dal conte di Cavour in un memorabile discorso sull'abolizione del Foro ecclesiasticoche al progresso della società moderna si richiede il concorso della religione e della libertà. Bisogna esigere l'istruzione religiosa data dal clero dove vuole e come vuole; non bisogna stupidamente figurarsi di offendere la libertà perché non si tollerano professori di ateismo agli stipendi dello Stato; bisogna riconoscere le associazioni religiose che non hanno uno scopo contrario alle leggiguarentire in massima a tutti i cittadini il pacifico esercizio del proprio culto in privato e in pubblicoastenersi da qualunque immistione legale o violenta negli affari interni della Chiesasalvo il diritto di tutela sulle sue proprietà; bisogna che il governo mostri sempre col suo contegno di attribuire un altissimo valore allo spirito religioso."

Solo le frasi relative all'istruzione e alle associazioni religiose turbarono l'uditorio che lasciò passare in silenzio il resto di questo periodo scabroso.

"Voi mormoratesignori" esclamò Cortisma io mi figuro quali meno benevoli accoglienze otterrei se avessi mai l'onore, come non me ne mancherebbe l'audacia, di dire a un'adunanza di sacerdoti quale dovrebb'essere, a mio avviso, la condotta del clero per il maggior bene della religione cattolica. I vostri radi sussurri mi hanno risvegliato in mente un ricordo di scuola. Io ricordo aver inteso descrivere a scuola certi grandi banchi di conchiglie viventi che, giacendo sul lido del mare, si aprono al sole, fanno udire, chiudendosi, un largo mormorio ogni volta che qualche nube lo oscura. Lasciatemi credere che avete trovato nelle mie idee molto piú sole che ombra.

Debbo poi dichiararvi che io stimo ancora alquanto immatura la formazione di questo futuro partitoe che perciò non vi era ierinon vi è oggi alcuna opportunità di segnarne le basi in un programma elettoraleanche perché una complicazione esteracollegata con la nostra politica ecclesiasticapotrebbe costringere temporaneamente lo Stato ed essere meno liberale nei suoi rapporti giuridici con la Chiesa. Non avrei dunque parlato se non ci fossi stato spinto dall'avvenuta pubblicazionese il vostro desiderio non me n'avesse fatto una legge."

"Sollecito di obbedirvinon ho consideratoho sdegnato considerare il pericolo che troppo aperte e ardite dichiarazioni mi togliessero l'onore di entrare col vostro suffragio in Parlamento. Io ho fatto in quella mia lettera una citazione di mal augurio: la frase sullo sviluppo della civiltà cristiana fu scritta dal conte di Cavour in un programma agli elettori di Vercelliche lo lasciarono sul lastrico. È probabilese mi si concede un cosí grande esempioche mi tocchi la stessa sorte; grato a quelli di voi che mi avranno mantenuta la loro fedenon serberò risentimento alcuno contro chi me l'avrà tolta.

"Si parlò di alte influenze a mio favore; non ne ho mai mendicatené ora ne mendicherò. Se vi hanno in questo collegio dei numi che tutto muovono col ciglionon voglio si dica di me come di quell'imperatore romano prossimo a perdere il potere e la vita: alieni jam imperii fatigabat deos. Uscendo da questa lotta vinto ma non abbassatoio mi ricorderòsignoriche in ogni paese libero vi sono dei rappresentanti senza mandatodei legislatori fuori del Parlamento; che vi è modo per ogni cittadino di propugnare davanti alla nazione qualunque concetto politicoe che una muta pallina bianca o nera non è il solo mezzo né il piú potente di farlo prevalere."

Le prime filedi fronte all'oratoreapplaudirono: dalle altre si levò un lungo mormorío di commenti diversi. I membri del comitato rimasero immobili. Solo il presidente strinse la mano a Cortis e gli disse a mezza voceun po' con l'aria del professore contento:

"Bravobravomolto francomolto schietto. Belleidee nobili."

Cortispallido e gravegli rispose solo: "Adesso a Lor signori"e uscí dalla salaseguito da B. e da parecchi altri amici.

"Servitor suoservitor suo" ripeteva l'amico incognitofacendosi strada fra la gente; e venne a stringergli la mano sulla porta.

"Mi congratulo" diss'egliun bel faccione vivace con due gran baffi bianchi. "Ella è un grand'uomo; ella non è clericale un cornocapisce; ella è religioso e religioso sono anch'ioper...! Dottor Franceschiai suoi comandi. E non abbia paurache a quel b... f... di quel nume del collegio gliela faremo tenere!"

I vicini risero. Cortis salutò e passò oltre con gli amici.

"Dunque?" diss'egli appena fuori della sala. "Io non sono niente contento. Cosa v'è parso?"

"Cane" disse B. abbracciandolobisogna che ti dia un bacio.

Uno alla volta l'abbracciarono tutti soffocandolo di aggettivi iperbolici.

"A me mi è piaciuto quella delle conchiglie" disse uno. "Magnifica!"

"Ehma quella della patria" saltò su un altroquella della patria ch'è un monumento che si sviluppa? Cosa andate a cercare, che la è un'idea cosí bella, cosí giusta, cosí nuova!

"Ehma quella delle conchiglieche è stato come un dire: Se brontolatesiete tante ostriche!"

"E le medaglie?" esclamò un terzo. "Dove lasciate le medaglie e le vite dei santi?"

"Sísí" disse B. "Belle le ostrichebelle le medagliema il grande di questo discorso è nelle idee. Idee nuoveidee arditealla Bismarche! Forza e progresso! Tronoaltareforca e avanti!"

"Nononono!" gridò Cortis. "Cosa diavolo?"

"Ehnon signore" osservò quello delle ostriche mentre B. ripeteva: Siamo intesisiamo intesi! "Qua il signor Cortis vuole anzi abbassarloil tronotirarlo giú dal cielo; lo ha detto chiaromi pare; tirarlo giú dalle nuvoleha dettoche il re sia responsabile anche lui come i ministri; cosa giusta!"

"Santo Dio!" disse Cortis. "Ho parlato cosí male?"

Tutti gli altri furono addosso a quel disgraziato commentatore. Lo volevano mangiare.

"Oh benesignori" osservò finalmente B. "Noi bisogna che torniamo dentro. Non sentite?"

In sala facevano un gran baccanomalgrado la vocina collerica del campanello presidenziale. B. promise a Cortis che gli avrebbe mandato a Villascurala sera stessale notizie della deliberazione che l'assemblea prenderebbe.

"Cosa credete che faranno?" disse Cortis. "Io sentivo un freddo da togliere il respiro."

"Sí" rispose B.freddi, freddi; ma meno peggio di quel che temevo. Molti, poi, bisogna dirlo, erano intontiti, non si raccapezzavano. Sei stato alto; piuttosto alto. Sai di cosa ho paura? Ho paura per quella chiusa del legislatore fuori del Parlamento. Qualcuno potrà dire che hai gli elettori... non so se mi spiego.

"Altono" disse un altroneanche per idea, alto. Mi spiego; alto, sí, ma abbiamo capito benone. Piuttosto, forse... ci sarebbe voluta una parola sulla politica estera... sull'esercito... sulla marina...

"Ma se non c'entravabenedetto!" disse B. alzando gli occhi al cielo. "Andiamoandiamo dentro. Presto!"

Cortis discese solo le scale. Giunto al fondo fu raggiunto dal signor Checco Zirisèlache gli disse: "Servitor suo. Mi rincresce di non poter fermarmi; del restore assoluto se la comandama coi preti giuocar a tresette e poi basta. Dico iosa; per conto mio. Coi preti all'osteriama in chiesa niente. Servitor suo."

"Cortis!" gridò B. dall'alto della scala. "Quando ci vediamo?"

"Non lo sonon so cosa voglia mia zia."

"Ehmandala a farsi benedire! Ci vuol altroadessoche zie!"

Il vetturaleche aspettava nell'atrioandò incontro a Cortis col cappello in mano.

"Attacca" gli disse questi. "Dove hai i cavalli?"

"Allo Scudo d'oro."

"Vengo subito."

Cortis andò al caffè. I canti delle stradedeserte a quell'ora bruciataerano tappezzati di affissi elettorali. I suoi eran pochi e in gran parte lacerati o coperti da quelli immani dell'avversarioche cominciavano quasi tutti: "Non eleggete nemici della patria". Presso alla porta del caffè di Roma era scritto sul muro: "Abbasso i friulani".

Cortis entrònervoso. C'era un crocchio di giovani che discorrevano della riunione elettorale. Uno propose di andar ad aspettare quel "paolotto" di Cortis alla porta del casino per fischiarlo. I compagni accettarono. Cortisintantosorseggiava il suo caffè in silenzio.

"Anche B. fischieremo" disse uno della comitiva.

Cortis si alzò pallido.

"Quello no" diss'egli.

L'altro lo guardò stupefatto e rispose con voce malferma:

"Comeno? Chi è Lei per dire no?"

"Io sono uno" tuonò Cortis "che quando dice no a Lei e a cento come Leinon c'è piú da dire sí a meno di sentirsi sul viso..."

Non finí la fraserovesciò d'un colpoper farsi largosedietavolinovassoio e tutto che c'era susi piantò a fronte di colui con le braccia incrociate sul petto. La padrona strillòi garzoni corsero; quegli altrisbalorditisgomentatinon sapevano piú in che mondo si fossero. Cortisvisto che colui né parlavané si movevagittò la sua carta di visita ai garzoni che raccoglievano i cocci.

"Pagherò tutto" diss'egli; "anche un bicchierino di rhum che porterete a questo signore."

E uscí dal caffè.

Un quarto d'ora dopo correva nel calesse del vetturale Schiro sulla via di Villascurapensando ad Elena. Si sentiva male: sentiva una tormentosa inquietudineun fastidio mortale di sèdella politicadei nemici abbiettidegli amici stupididella collera mostrata a quellidella tolleranza usata con questi. Síl'Italia! Ma già se non riusciva oggisarebbe riuscito domani. Era il suo destino e anche il suo proposito; ma pureun giorno d'amore! Dimenticar tutto tutto per un giorno solodisprezzare il mondo ed unirsileila piú bellaegliil piú forte! Fantasmi di felicità intensa gli attraversavano la mente. Dalla strada checorrendo diritta fra i platani sull'orlo di un immenso pianocavalca di tratto in tratto le limpide acque dell'alpe imminentegli occhi di Cortis risalivano avidi le correnticercavan le macchie adombrate dagli scuri nuvoloni assisi sulla fronte della montagna. Si vedeva là con Elena in una casa perduta fra i silenzi deserti. Elena non aveva quel suo solito sguardo pieno di tristezza occulta: era tanto felice di amarlo! Ora se la sentiva fra le braccia ridente e tremante come quelle acque pureora la cercava nel boscoed ella gli saltava incontrogli posava il capo sul pettogli diceva sottovoce: Sei felice? Io tanto.

Cortis si buttò nell'altro angolo del calessea guardar l'orizzonte lontano dov'ella era scomparsa.

 

CAPITOLO NONO

 

VOCI NEL BUIO

 

La contessa Tarquinia era inquietissima. Appena partita Elenaavrebbe voluto pigliar suo cognato a quattr'occhi; ma com'era possibile in mezzo a quella baraonda? E poi il conte Lao s'era dileguato subito. A mezzanottequandopartita la musica e spenti i lumila contessa rimase solanon osò piú andarlo ad assalire nella sua camera. Vi andò al mattino e lo trovò a letto con l'emicranianeroringhioso da non poterlo accostare. Maledetti i lumimaledetti gli strepiti; non sapeva nientenon aveva capito nientenon aveva dato nientenon s'era inteso di niente.

"Dunque" disse la contessa sbigottitalui è andato via senza danari, né carta, né promesse?

Il conte Laocon tutta la sua emicraniasi rizzò di colpo a sedere sul lettosi cacciò a gridare:

"Ma síe cosí fosse andato all'inferno! E non statemi piú a seccare! E andate fuori dei piedi anche voi!"

La contessa scappò viasi sbattè l'uscio dietro con un colpo rabbioso.

"Oh che bestia!" diss'ella.

Elena l'aveva ingannatadunque!

E aveva ingannato suo marito!

E s'era accordata con suo ziocerto. Adesso si capiva tutto. Era stato uno stratagemma del signor Lao per non metter fuori quattrini e di Elena per evitar scene e scandali in famiglia. Non averlo inteso subito! Peròdove mai aveva trovato tanto zeloElena? Lei sempre cosí sdegnosa delle questioni di danarolei che non aveva mai mosso un dito prima d'ora per evitare queste scene? Ci aveva ad essere una ragione occulta di tale condotta. Ma quale? V'era da perder la testa. E che farebbe adesso quell'altro bestione di suo genero? Capace di tuttocolui. Ahnon aver capito! Tutto quello stordimento di cose e di persone non gliene aveva lasciato il tempo. Ed esser solaoramaiperché anche Grigiolo e Malcanton erano partitiesser sola con il rospo di suo cognatonon avere un aiutoun consiglio! Quel benedetto Cortis dove s'era mai ficcato? Ci fosse stato luialmeno! Come si sentiva male! Anche la casa e il giardino le davan noia con il loro disordinefastidiosa feccia del tripudio scolato. La lista di reseda e di vaniglie intorno alla casa era tutta pesta; gli abeti e il giardino eran tempestati di carte abbruciacchiate; persino il biliardo aveva imbrattato di collaquel Grigiolocon i suoi palloncini! E che puzzo di sigaro nelle stanze!

Alle undici capitò il vetturinogiusta gli ordini avuti il giorno prima. La contessa se n'era dimenticata. Aveva ben altro che visiteoraper il capo! Era per congedarlo quandoservitor suo, servitor suole sbucò davantisul pratofra macchia e macchiail piccolo nero don Bortolo in gran tricorno e canna d'India. Veniva a riporre i paramenti della chiesetta di San Pietro e a bere un bicchier di bianco. La contessa gli domandò subito se sapesse niente di Cortis. Altro se sapevadon Bortolo! Il dottor Picuti era tornato dal capoluogo del collegio con tante notizie elettorali. C'eran fuori gli avvisi per una riunione da tenersi quel giorno stesso e si aspettava Cortis. Anzi il signor Checco Zirisèla era partito con l'idea di andare anche lui a udirlo.

"Credo" soggiunse il prete "che abbia telegrafato da Milano al suo gastaldo e che domani lo aspettino a casa."

Fu allora che la contessa Tarquinia pensò di mandare il vetturale a pigliarlo. Ell'aveva fede in Daniele Cortis. Gli direbbe tuttogli chiederebbe consiglio. Già quell'egoistone di Lao non pensava che a' suoi reumi.

"Leicontessalo saprà bene dov'è andato quel campanile di quel signor Daniele" chiese ex abrupto don Bortolo.

"Non lo so" rispose asciutta la contessa.

"Guardatecorpoche combinazione!" esclamò quegli alzando ed allargando le braccia. "Una contessa ch'è una contessanon lo sae a Villa lo sa anche la serva dell'arciprete."

"Dunquedov'è andato?"

"Dunquedunquedunque... La fa da ocaLeisignora contessa. Lo sa meglio di me. No? Bene. A Luganoè andato. E sa a trovar chi? La santa donna di sua madre che a noi ci hanno dato a bere che fosse morta e poi era viva questa gran...!"

La contessa non parve molto sorpresa. Aveva sempre dubitato di questo. E aborrendo da qualunque relazione con sua cognatapreferiva quasi che Cortis non avesse detto niente.

"Come lo hanno saputo?" diss'ella.

"Che è andato a Lugano si sa dalle persone di casa che hanno avuto l'ordine di mandargli lettere e telegrammi a Lugano. Di sua madre si sa dall'arciprete. All'arciprete pare che la ci scrivesse qualche volta."

"Perché?"

"Che so io? Per aver la fede di buoni costumi. OhElla si vuol disturbare!"

Veniva il solito tintinnio di bicchieri. La contessafatte portar le chiavi della chiesettalasciò don Bortolo a godersi in loggianella fresca brezza meridianaun limpido vinetto d'oro.

"Faccio un poco di preparazione" diss'egli "e poi vado subito."

Ella salí nella cameretta d'Elena ricordandosi che questa le aveva detto di restituire a Cortis il libro che troverebbe sul tavolino. Entrò nella stanzetta vôtasi commosse un poco vedendo quel freddo ordine senza vita e dondolarsi al vento le rose care ad Elena. Il libro era lísul tavolino. La contessa si ricordò di averlo visto piú volte fra le mani d'Elena. Ne guardò il frontespizio Chateaubriand Mémoires d'Outre-tombe. Non lo conosceva. Chi sa che libro tristeche libro alto! A Elena non piacevano che letture cosí. Daniele Cortis aveva scritto il proprio nome sul frontespizio interno. La contessa lo guardò a lungo e disse fra sèsospirando:

"Per Elena ci voleva lui."

Ma! Qui lei non ci aveva colpa. Quando Daniele incominciava forse a pensarciElena era una fanciullona cresciuta prima del tempo e affatto indifferente alle occhiate dei giovanotti. E poilui era andato viaera capitato in casa quell'altro... Pareva proprio un buon partitoun partito serio.

Aperse il cassetto del tavolino. Non c'era che un biglietto di visita d'Elenalacerato. Avevaoltre al nomepoche parole di scrittocancellateilleggibili.

La contessa lo raccolse con l'istinto che la occulta ragione della condotta d'Elenanon potuta trovare da lei in nessun modofosse appunto lí sotto quel buio nascondiglio di cancellature onde usciva una voce indistinta.

Verso le quattrocavalli e ruote entrarono fragorosamente nel portico. La contessa corse fuori mentre Cortis saltava dal calesse a terra. Gli porse ambedue le mani. Quanto gli era grata! Con quel caldo!

"Povere bestie!" brontolò il vetturale.

"Dunque?" disse Cortis ansioso. "Sola?"

"Altro che solafiglio caro!"

Appena furono in casa la contessa non mancò di mettersi a piangere. Cortis non sapeva che pensare.

"Insommazia? Cosa è stato?" diss'egli.

La zia indugiò un poco a rispondere. Intanto due o tre colpi di campanello suonarono in alto.

"Niente" diss'ellanon sarà niente; saranno sciocchezze mie, ma intanto io ho stretto il cuore, Daniele, ch'è una cosa grande, e non vedevo l'ora di averti qua, di parlarti, di sentir cosa dici. Ti ricordi quella sera del temporale che tu venivi dalla camera di Lao e mi hai incontrata qui in sala? Ti ricordi che avevo le lagrime agli occhi? Bene.

Ella cominciò a raccontar cose che Cortis sapeva già in gran parte: gl'imbarazzi di danaro di suo generole sue pretesele tante questioni suscitatene in famiglial'inflessibilità di Laoil martirio proprio.

"Signora" disse la cameriera entrandoil conte ha udito la carrozza e ha voluto sapere chi fosse arrivato, e adesso dice che aspetta il signor Daniele.

"Santo cielo!" sbuffò la contessa impazientita. "Non si può dire una parola. E ha l'emicranias'intende. Il signor Daniele verrà subito. Abbia pazienza un momento."

Volle finire il suo racconto e lo finí in fretta e in furia. Né Cortis né lei si accorsero che intanto il campanello chiamava e strillava piú forte di primae che la cameriera era tornata làsulla porta.

"Signor Daniele" disse costei timidamente.

"Sísísíva suin nome del cielo!" esclamò la contessa. "Va su e sbrigatie torna giú che t'aspetto."

Ma Cortis non aveva ancor posto piede sulla scala che l'uscio della loggia si aperse con fracasso e Saturno gli saltò al petto mugolando e gemendo di gioia. Dietro a Saturno c'era il gastaldo di Villascura con altre due persone. Il gastaldo aveva udito da don Bortolo che il suo padrone si sarebbe trattenuto a villa Carrè; perciò era venuto a prenderne gli ordini e a condurgli i signori segretari comunali di... e di...desiderosissimi di conferire con lui. Cortis strinse la mano a questi signoriepregatili di volerlo attendere un momentosalí dal conte Lao.

Fu raggiunto sulle scale dalla cameriera che gli sussurrò dietro:

"Signor Daniele."

Questi si voltò.

"Le posso dir qualche cosa io della padroncina" soggiunse l'altra. "Colla padrona non parloperché... si sapoveretta!"

"Cosa c'è?"

"Ieri l'aiutavo a fare i bauli. Bettinala mi diceho paura che non ci vediamo altro. Cosa maisignora? dico. Perché non vuole che ci vediamo? Io faccio il mio caro conto di viver ancor qualche annettodico. Eh síla dicema sono ioBettinache non tornerò piú da queste bande. Vado lontanola dice. EhLa tornerà!dico; perché non La vuol tornare? Non so nientela dice. Vuole adessosignor Danieleche la contessina abbia fatta questa parola senza una gran ragione? Dio sa cosa aveva in testapoveretta. Si figuri che un momento dopo prende un librosta lí a guardarlo un quarto d'ora tremando tutta cosí come una foglialo mette in fondo a una valigia e poiquando la valigia è ben pienafu fu fume la disfapiglia fuori il libro e intanto che io rifaccio la valigiascrive un biglietto e lo mette in questo libro. Poi va fuori e ritorna subito in gran furiastraccia il biglietto e ne scrive un altro!"

Daniele non le rispose nienteentrò dal conte Lao. Un buioun caldouna zaffata di canfora lo fermarono sulla porta.

"Scusacaro teDaniele" disse la voce del conte. "Accendi un fiammifero. La candela è in terradietro al letto."

"Come va?" chiese Cortispiano.

"Malenon importa. E cosí?"

In quel punto il fiammifero di Cortis brillò.

"Oh ti vedo" mormorò Lao. "Ho capito. Te l'ho detto primagià. Non poteva cambiare che in peggio quella donna lí."

"Ti racconterò poi" disse Cortis.

"Basta. E l'elezione?"

"Male anche quella."

Cortis accese la candelavide finalmente il suo interlocutorechesupino sul lettopallidocon il capo fasciatocon gli occhi socchiusidiceva sottovoce:

"Porci!"

Cortis gli strinse la mano.

"Ti lascio quieto" diss'egli.

Lao lo trattennegli domandò s'ella gli avesse raccontato il pasticcio del giorno prima.

"Ti raccomando" diss'egli "che non faccia niente senza dirlo a me. Addio. Che ore sono?"

"Cinque meno dieci."

"Dammi la pillola. Lísul tavolino."

Prese la sua pillola di valerianato di chinino elasciata ricader la testa sul capezzalesospirò ancora mentre Cortis usciva:

"Porci!"

Cortis discese in fretta dai suoi segretari comunali. Avevano buone notizie della montagna. Lassú non si prendeva mica l'imbeccata dal capoluogo. Tutt'altro; c'era anzi una vecchia gelosia tra il monte e il pianoun astioso antagonismo. Tuttaviaera necessario che Cortis facesse una scappatal'indomania...tanto per lasciarsi vedere. Egli lo promise subito.

Intanto la contessa Tarquinia andava e venivagittando delle occhiate impazienti a Cortis e a' suoi amici politici.

"Finalmente!" diss'ella quando quei due se ne furono andati. Diede il Chateaubriand a Cortis che non ricordava piú di avere prestato libri ad Elena e lo aperse curiosamente. Vi trovò un biglietto di visita di sua cugina che vi aveva scritto: Con molti ringraziamenti e saluti.

"A proposito!" disse la contessa. "Vado a prenderti un altro biglietto ch'era nel suo tavolino."

Cortis intese ora il racconto della cameriera.

Quello era il libro che Elena aveva prima riposto con tanta emozioneper portarselo via: con una emozione cosí gelosamente nascosta nell'ultimo bigliettodopo quell'impeto di pentimento. Forse dal primo biglietto ne traspariva ancora troppa ed ella non aveva voluto tradirsi.

La contessa tornò con questo biglietto. Non era possibile indovinarvi neppure una lettera. Cortis ci si provò invano e lo rese alla contessa con apparente indifferenzasenza dir parola.

"Stamattina le ho scrittointanto" diss'ella. "Ma penso cosa sarà successo o cosa succederà quando suo marito sappia di essere stato ingannato. Una bestia di quella sorte!"

La contessa parlavagemevasospiravariparlavamescolando nei suoi lamenti il passatoil presente e l'avvenire. Cortis non le rispondeva mai.

"Se fossi un uomo" diss'ella finalmente "credo che le sarei già corsa dietro. Ti pare ch'io possa pregar qualchedunoDanieledi farmi questo piacere?"

Cortis non aveva intesa la domandase la fece ripetere. La contessa si lagnò della sua freddezzagli rimproverò di non pensare che all'elezione.

Ma Daniele non capiva ancora perché si dovrebbe correr dietro ai Di Santa Giulia. E poiper tre giorni ancoraquanti ne mancavano alla gran domenicanon avrebbe potuto muoversi.

Pranzarono insieme nel fresco salotto di tramontana che guarda gli abeti del giardino e le scogliere nude di monte Barco.

"Anche star qui in questa malinconiasai!" disse la contessa. "Chi sa quando potrò tirar quell'altro in città!"

Poi né l'uno né l'altra parlarono piú sino alla fine del pranzo. Quando il domestico uscí per andar a prendere il caffèla contessa giunse le mani.

"Almeno scrivile" diss'ella.

Egli assentí appena del capo.

"Le scrivo stasera" disse improvvisamentecome uscendo da un sogno.

La contessa lo ringraziò di cuore. Non le veniva neppure in mente che fra Daniele e sua figlia vi potesse essere una corrispondenza pericolosa. Aveva un tale concetto di tutt'e dueli vedeva tanto diversi dal mondo frivolo e corrotto in cui ell'aveva conosciuto l'amore! Quei due lí erano capacitutt'al piúdi un sentimento aeriformeaffatto vano e innocuoquasi ridicolo agli occhi di lei.

"Sgridala" disse. "Scrivile che nessuna scenata di suo marito ci avrebbe fatto altrettanto dispiacere. Scrivile che doveva invece parlar franco a suo zio e chiedergli questo sacrificio. Non gli ha mai voluto dire una parolabenedetta lei! Scrivile glielo ho già scritto ioquestoma tu ripetiglielo che il danaro in un modo o nell'altro lo avràe che lo dica subito a suo marito!"

Il domestico rientrò con il caffè e con una lettera di B. per Cortisportata allora da un espresso. Diceva:

 

"Una riga in furia dal banco del circolo elettorale. Dopo il tuo discorsodiscussione vivacissima. I tuoi avversari ti accusano di clericalismo e assolutismo mascheratoo almeno di non appartenere a nessun partito perché gli attuali non ti vanno e il tuo non esiste ancora. La votazione diede 46 voti a tuo favore e 58 contro. Grande confusione. Tutti voteranno secondo loro piacerà. I tuoi amici combatteranno a oltranzase non altro per l'onore. Notizie della montagna assicurano che una tua visita vi avrebbe ottimi risultati.

B."

 

"Elezioni?" chiese la contessa quando Cortis ebbe finito di leggere; e non attese la risposta.

"Domani" disse "devi essere tutto per me. O mio cognato si persuade di metter fuori questo danaroo bisogna che lo trovi io. In ogni modo tu devi aiutarmi."

Cortis rispose ch'era impossibile. Doveva partire per la montagna l'indomani mattina all'alba e non si teneva neppur sicuro di ritornare la sera. La contessa ebbe un bel disperarsi. Egli fu freddo e inflessibile come il ghiaccio.

Potendo vincereaveva il dovere di battersi. Ogni sentimentofosse anche l'amorescompariva sempre in lui senza lottadavanti alla lucida e sicura visione di un dovere. Si alzòpromise che scriverebbe ad Elena la sera stessa e partí per Villascura.

Nel passare davanti alla casina vestita di rose dove era lo studio d'Elenapensò a una sera di dodici anni addietroch'Elena era venuta dal prato al suo studio con un fiore rosso nei capelliaccesa in visodicendo: "OhDanielecome ho corso!" e poi era corsa via ancoragittando una risatina al vento. Ora il prato era desertolo studio chiusolei lontana. E lo amavasoffrivaera infelice. Cortis strappò una delle rose che fiorivano davanti alla porta dello studio.

"AhElena" diss'egliti domando a Dio!

Dopo di che non ci pensò piúsi mise a discorrere con Pitantòi che portava dei gamberi alla contessa. Solo a sera tarda tornò a quel pensiero.

Dopo avere scritto nel suo studiocon Saturno ai piediuna dozzina di bigliettisuonò per il domestico e dispose che fossero recati alla posta. Quindicongedatoloprese un foglio grande e si pose a scrivere velocemente:

Villascura30 giugno 1881.

 

"Elena

"Credevo trovar tela tua voceil tuo visoil tuo cuore; ho trovato i tuoi ringraziamenti e saluti. Cosa avevi scritto nel biglietto che la zia raccolse nel tuo tavolino? Cosa hai credutoElenadi poter lacerare e cancellare? Ioche sto scrivendo in questa grande stamberga vuota di Villascuracol cervello stanco e col cuore amaromi sento malgrado i tuoi carissimi ringraziamenti e salutil'anima tua quipresso a me.

"Era meglio che mia madre fosse morta veramente. Non te ne dico altro. È ben difficile ch'io la riveda cosí presto. Provvederò a lei come devoma da lontano. Sai cosa me ne resta nel cuore? La memoria di mio padreancora piú alta e serena.

"Sono venuto via da Lugano a precipizio per la mia elezione che va a rotoli. Me ne rincresce per i miei poveri amici che ne soffriranno nel fegatoquelli che ne hanno. Venni difilato da Lugano a... Alla stazione mi fischiaronoma poi feci un discorso politico al circolo elettorale e offersi piú tardial caffèun indefinito numero di schiaffi; credo proprio non essere in debito verso quegli eccellenti miei fratelli.

"Il discorsomolto cattolico ma sempre dal punto di vista dello Statomi andò cosí e cosí. Sai che non sono ancora oratore (lo sarò!) e poi mi avevano appena detto ch'eri andata via. E poi l'atmosfera era carica di fluido idiota. Invece la offerta degli schiaffimeno cattolicaandò benissimoe non sarò neppure indotto in tentazione di aggiungervi una sciabolata. Del restoio ho inteso dare una lezione o un esempiocome vuoiper amor del prossimo: e credo aver bene operato con il senno e con la mano.

 

Finalmente l'amico Schiroinviatomi da tua madremi portò a villa Carrè bestemmiando il sole onnipotente; e io intanto ho pensato con violenza a una signora fredda come il ghiaccio. Ci siamo fermati un momento di qua dalle Rocchettepresso gli abeti che sai; di là ho fatto un viaggio sentimentale sino a un certo praticello dove quella signora colse una voltase si ricordail colchico d'autunno di cui la richiesi e ch'ella si nascose in senoopponendomi i suoi silenzi marmorei. A villa Carrè trovai mia zia molto afflitta e tuo zio adorabilmente idrofobo. Non ho potuto dargli che una stretta di mano e una pillola di chinino e non abbiamo parlato di tebenché egli avesse male al capo e io al cuore per cagion tua. Invece me ne ha parlato molto tua madre.

"Cos'hai fattoElena? Io non pretendo averlo perfettamente inteso dalla zia Tarquiniache poi non lo ha inteso ella stessa; ma per quanto me ne ha dettosi tratta di un intrigo sottile e audaceordito da te per la quiete di casa Carrè. Per la quiete d'un giorno e la continua tortura di poi. Tua madre trema per tefarebbe qualunque sacrificio per dissipare una collera che si rovescierà su te sola. Quanto a meti conosco meglio di tua madre e non ho paura. È un altro sentimento che freme nel mio cuore; è uno sdegno che non dirò. A ogni modorassicura questa povera donna verso la quale sei forsequalche voltaingiusta.

"Dio mioElenaperché non ti ho trovata qui? Perché ti sei fatta scrupolo di lasciarmi una parola migliore?

"Ho colto stasera una rosa presso alla porta del tuo studio. La sua delicata bellezzarecisa e posata qui sopra un barbaro volume di Hansardmuore con una gravità mesta che ricorda te in certi momenti. Pensaiguardando il tuo studioal tempo passato e a quello che avrebbe potuto essere. Noi vivremmo fra le roseElena. È mai questa la sorte di anime come le nostre? Noi siamo temprati per la guerra e la tempestasiamo armi in una mano ignota che non posa mai e non ci lascia posaree come ci stringe!

"Domani mattina vado a portare il mio vangelo sui monti. Predicherò a... e a... So che a tealtera creaturaquesto non piace; ma non è uomo politico né patriota chi non sa deporre a tempo e luogo queste deboli fierezze. Io sono altero quanto tee se il mondo sapesse il cuore che ho quando sollecito i voti degli elettori assai mi loderebbe. Quand'anche poi gli elettori mi lasciasserocome oggi è probabilea Villascuranon ne sarei accorato. Calcolo di avere ancora nei nervi trentacinque anni di vita politica; dovessi perderne due alla porta della Cameranon sarebbe una rovina. Però non dissimulerò a tecome la dissimulo agli occhi del mondouna certa agitazioneuno spirito d'inquietudinechefino a domenicami lascerà probabilmente dormir poco.

"Sai che la sera prima della mia partenza mi hai detto: "Scrivimi" Questa è la seconda volta che lo faccioe se la santa inquisizione vedesse le mie letterenon vi troverebbe che riprendere; non vi troverebbe una sola delle parole che posso aver dette a questa rosa moribondala quale non le ripeterà. Dunque rispondi! Se non lo fai presto e a lungoverrò a chiederti delle spiegazioni dovunque tu sia.

"Adesso vado a cercare un po' di fresco nel laghetto dei giardini. Sono le undici e mezzonon c'è luna; sarà difficile distinguervi un pesce da un candidato; ma sta tranquillagli uomini politici non affondano mai.

"AddioElena. Se domenica la mi va malemi seppellisco nei giardini per un mese con Shakespeare e te.

DANIELE."

 

Uscí con Saturno e si cacciò nelle ombre folte del viale dei carpini che mette al lago: un ovale specchio d'acqua cinto di piante nere e adombrato dalla imminente montagna del Passo Grande. Pochi minuti dopoSaturnoproteso sull'orlo della rivadimenava lentamentecon un rantolo sordola codae scrosci sonori scoppiavano in mezzo alle buie acque immobilida lontano.

 

CAPITOLO DECIMO

 

GLI AFFARI DEL BARONE

 

I Di Santa Giulia erano a Roma da due giornie il barone non aveva ancor detto una parola a sua moglie. Tenevano due camere e un salotto all'Hôtel Bristolavendo lasciato un mese primaper andare nel Venetoil loro solito quartiere di via Quattro Fontane. Il senatore aveva scelto l'Hôtel Bristolin piazza Barberiniper non dilungarsi troppo dal vecchio alloggio; benché di luglioa certe ore del giornopiazza Barberini bruci. È vero che il senatore ne soffriva poco. Si alzava dopo le dueusciva e non rientrava che all'alba. Elena non lo vedeva neppure. Il primo giorno la cameriera dell'albergo le aveva detto che il signor barone era uscito e avrebbe pranzato fuori. Il secondo giorno si trovò in salotto quando suo marito passò accigliato e duro. Né lui né altri le disse niente; lo udí tornare alle quattro del mattino. Era una cosa naturaleora.

Meglio cosí per Elena; meglio non vederlomeglio sapere ch'era fuori; poco le importava il dovese al Senatose al clubo in qualche casa equivoca dove si giuocasse piú forte e piú segretamente che al club. Le avevan sussurratotempo addietrodi un luogo simile nei pressi di piazza Barberini. Era forse là che suo marito passava le notti. Le era venuto questo pensiero la prima notte udendolo camminare nel salotto. Non che ne fosse turbata; vi era indifferente.

Neppure di Cefalú si turbava; attendeva con apatia il mare e la solitudine. Forse potevano diventarle amici; ma si curava poco anche di questo.

Era dai primi giorni del suo matrimonio ch'ella non provava uno scoramento cosí profondo. Il suo virtuoso sacrificioil suo propositofermato e in parte eseguitodi togliersiper quanto era in leidal cuore e dal cammino di Cortisnon le recava neppure quella sicura coscienza dell'opera buona che esalta lo spirito. Sentiva invece acutamente il male che doveva aver fatto a Cortis con il suo freddo biglietto; si odiavacerti momentiper essere stata troppo piú dura che non convenisseper non avergli neppur fatto cenno della lettera ricevutane da Lugano. E subito dopo si rimproverava queste ribellioni del cuorequeste debolezze della volontà.

Appena arrivata a Roma scrisse un biglietto sufficientemente affettuoso alla mamma. Alla lettera dello zio Lao rispose il giorno doporingraziando e non accettando il danaro offerto. Scherzò sulla predica che il burbero signor zio le aveva fatta a suon di polka per questo benedetto danaroscherzò sulla prodigalità del predicatore. Parlò poi del caldo di Roma dove non c'era piú nessunodisse che sospirava il mare e che avrebbe preferita la Sicilia ai soliti bagni noiosi del continente. Chiuse la lettera annunciando che stava per andare ai Cappuccini a prendere un po' di fresco e a pregare per gli zii reumatizzati.

Si stupiva amaramentescrivendosi sentiva umiliata di saper recitare cosí bene la commedia. Tutto oramai le compariva commedia nella vitatutto le compariva falsofacceparole e opere umane. E il sí dell'altarenon poteva considerarsi un "sí" da commedia?

A quest'idea il suo sangue insorgeva.

Maimai! Nessun sentimentoneppure il religiosoparlava cosí forte in lei come la fiera lealtà. Non credevadel restonella propria religione; sua madre era sempre andata troppo a messae suo zio troppo poco. Aveva solo una triste fede austera in Diouna fede che s'interdicevacome impuro e indegnoogni desiderio di premiodi felicità personalesia nella presente vita che nella ventura. E talora questa stessa ultima luce pareva mancarle. Anche líai Cappucciniquando avrebbe voluto pregar con fervorechiedere aiuto a Dio contro se stessale tornava viva nel cuore una sinistra impressione riportata in quella chiesaanni addietro. Un laico le aveva fatto vedere le orribili cappelle mortuarie senza troppo commuoverla; poiin chiesale aveva detto placidamentecon la sua faccia marmorea: "Sotto questa pietra è sepolto il cardinale Barberinifondatore del tempio. Quisignora; veda la iscrizione: hic jacet pulviscinis et nihil che vuol dire polverecenere e niente."

Pulviscinis et nihil. Elena aveva guardato con stupore e paura le parole incise sulla lapide sepolcralecome se venissero su dal mondo dei morti a dire il triste mistero dell'essere umanopulvis et nihila negare lo spirito; e l'uomo dalla faccia marmorea le era apparso il sacerdote di una tragica religione della morte e del niente. A Roma ella era spesso assalita da questi miasmi di scetticismo desolato; li sentiva nelle sparse rovine di una fede mortanel fasto invecchiato di un'altra fede infermanella campagna che le cinge entrambe di silenzio e di solitudine.

La seconda sera dopo il suo arrivo andò in carrozza da Loescher a pigliare le Mémoires d'Outre-tombee vi fu veduta dal senatore Clenezzi di Bergamoun vivace vecchietto che l'avrebbe adorata ginocchioni per la sua bellezzaper il suo ingegno e perché non gl'infliggeva mairara avisné biglietti di concertiné associazioni a opere di autori deputati. Non sapeva che Elena fosse a Roma. Le baciò la mano con una commozione insolita e non rifiniva di dire "cara donna Elenacara donna Elena!" tanto che il commesso di Loescherritto lí con il Chateaubriand in manosorrideva. Elena gli dissetornando alla sua carrozzache credeva fermarsi ancora qualche giorno prima di andare ai bagni e che sperava rivederlo.

"Alle Quattro Fontane?" domandò il senatore.

"Noal Bristol."

"A che ora non si trova Suo marito?"

Elena si mise a ridere.

"Io non lo vedo mai" diss'ella. "Venga quando vuole. Perché ha paura di trovar mio marito? Si sono bisticciati?"

"Non è questo" rispose il vecchietto.

"Allora?"

Quegli l'aiutò a salire in carrozza.

"Son proprio cosí vecchio?" diss'egli. "Lei mi dà una coltellatama vengo egualmentesa."

"Va bene" rispose Elena sorridendo. "Vengae se c'è ancora qui qualcuno dei nostri amicime lo porti. Sono sempre sola; venga presto se vuol trovarmi."

"Madonnanon sa niente!" disse fra sè il Clenezzi rientrando da Loescher mentre la carrozza scendeva verso piazza Colonna.

Si recò l'indomani all'Hôtel Bristol.

Elena gli fece un'accoglienza quasi rumorosagli parlò di questo e di quello con una gaiezza febbrile che lo imbarazzò non poco. Le rispondeva a monosillabisi contorceva sulla sediaaveva l'aria di starci male e di non potersene alzaretanto che Elena gli disse: Cos'haClenezzi? Pare une âme en peine. Dica su. Lei ha da fare un discorso in Senato; no?"

"Madonna!" esclamò il senatore spaventato.

"Nonoin Senato no."

Elena pensò un momento.

"Ah" diss'ellaabbassando la voce al tono di una gelida indifferenzaè a me che vuol parlare. Qualche cosa in cui c'entra mio marito?

L'imbarazzo di colui gli cadde a un trattoscoperse uno sguardo angosciosouna faccia trepida.

"Dunque lo sa?" diss'egli.

Elena crollò il capoalzando le spalle e le sopraccigliarispose con voce appena intelligibile:

"Non so niente."

Clenezzistupefattorestò lí a bocca apertanon sapendo se proseguire o fermarsi. Elena mosse le labbra a un altro sussurro:

"Dica."

Parve al senatore ch'ella fosse indifferente. Protestòrosso rossoche non aveva nessuna voglia di entrare in certi discorsiche solo un sentimento di devozione ve l'avrebbe potuto indurrema che se a donna Elena non gliene importava nullalui non voleva...

"Clenezzi!" diss'ella interrompendolo con accento di dolente rimprovero; e gli stese la mano.

Queste bizze del suo vecchio amico le erano familiari; egli avevaa sessant'anniil fuoco d'un ragazzo di venti.

"Mi scusi" rispose questibaciando con certa ingordigia la bianca mano affilata. "Ho torto. Son di Bergamoson nato sul Bremboson furioso."

"Nono" interruppe Elenama senta. Se avessi figli! Però mi dica. Tutto quello che posso per mio marito, lo devo fare e lo farò.

Allora il senatore le domandò se non avesse mai sospettato di qualche disordine negli affari di suo marito. Síell'avrebbe potuto sospettarne da molto tempo se si fosse curata di certi ceffi che venivano a cercar di suo maritodi certe lettere che lo irritavanodel tempestare che faceva per ogni piccola spesa domestica. Sapeva pure che giuocavan'era stata informata prima da lettere anonime pervenute a lei e a suo zio; poi un'amica zelante gliel'aveva sussurrato a Roma. Nel maggioprima di andare a Passo di Rovesesuo marito l'aveva richiesta d'interporsi presso i Carrè per fargli avere una certa somma.

Elena si fermò a questo punto. A Clenezzi pareva impossibile che il barone non avesse lasciato trapelar niente a sua moglie delle minacce che gli pendevano sul capo. Era proprio cosí. Donna Elena non ne sapeva niente e le tornava in viso la gelida indifferenza di prima. L'altro incominciò allora bruscamente a dire che poteva trattarsi dell'onore e della libertà.

Elena si scosse.

"Non credo!" diss'ella.

Sapeva di avere un marito rudeviolentovizioso. Non lo credeva capace di un delitto ignobile.

"Ahdonna Elena!" esclamò Clenezzi con uno sguardo che diceva cento cose. E raccontò chedue mesi addietrol'avvocato Bogliettimandatario di un istituto siciliano di creditoera venuto alla Presidenza del Senato portando una gravissima accusa contro il senatore Di Santa Giulia. Quell'istituto aveva incaricato luisuo consigliere d'amministrazionedi esigere un capitale dovuto da una casa bancaria di Roma e di depositarlo presso il Ministero delle finanze per certa cauzione. Di Santa Giulia aveva eseguito la prima parte dell'incariconon la seconda. Il Consiglio d'amministrazionescoperta la cosaaveva immediatamente chiesto spiegazioni al suo incaricato. Qui c'era un punto buio. Pareva che Di Santa Giulia avesse addotto un pretesto qualsiasi e persuaso con larghe promesse il Consigliodove sedevano alcuni suoi aderentia non procedere oltre. Ma la cosa s'era risaputa fuori e il Consiglio aveva pur dovuto agli ultimi di maggio eccitare Di Santa Giulia alla restituzione del danaro e al risarcimento dei danni entro il 18 giugnocon la minaccia di un procedimento penale per appropriazione indebita. Il barone aveva chiesto allora una rateazione del pagamentoproponendo di sborsare metà della somma il 30 settembre di quest'anno e l'altra metà il 31 marzo 1882. Egli confidava che i suoi amici del Consiglio gli farebbero approvare una convenzione su tale base. Invece l'avvocato Boglietti aveva ricevuto l'incarico di tentare per l'ultima volta una soluzione pacificachiedendo l'immediato pagamento di un terzo della somma e consentendo che il rimanente debito fosse saldato in due voltegiusta la proposta del barone. In mancanza del pagamento c'era l'ordine di denunciare il senatore Di Santa Giulia all'autorità giudiziaria. L'avvocato aveva creduto bene di rivolgersi tosto alla Presidenza del Senatoinformandola di ogni cosaonde trovasse modo di evitare un cosí grande scandalo e di costringere il barone all'adempimento del proprio dovere. Allora la Presidenza aveva telegrafatoil 29 giugnoa Passo di Roveserichiamando a Roma il senatore Di Santa Giulia. Il primo luglioalle quattro pom.poche ore prima che Elena e Clenezzi s'incontrassero da Loescherun membro dell'Ufficio di Presidenza s'era fatto promettere dal barone che addiverrebbe al chiesto pagamento prima del 7o rassegnerebbe le dimissioni da senatore del Regno.

Ora non c'era nessuna probabilità che Di Santa Giulia potesse trovare il danaro necessario. Lo si diceva invescato nei debiti fino ai capelli. Gli verrebbe in aiuto la famiglia di sua moglie?

"In questi casi" s'affrettò a conchiudere Clenezzi "non ci sono che i parenti."

"Credo" incominciò Elena "che la roba mia sia sfumata; e pensa Lei che la mia famiglia non abbia mai fatto niente?"

"Capisco; ma..."

Elena pensò un poco.

"La somma?" diss'ella.

"Dalle dodici alle quindici mila lire. Se si trovanosuo marito non deve manco vederle. Bisogna consegnarle all'avvocato Bogliettiprima di giovedí."

"Ahcaro Clenezzi" sospirò Elenase il danaro potesse tutto! Basta, poniamo che si trovi; io lo faccio avere a Lei? Dopo ci pensa Lei? Se occorresse ritirarlo dalla Banca Nazionale, me lo fa Lei questo piacere?

Il senatoreche per donna Elena e pur di non metter fuori quattrini sarebbe andato sul fuocosi posecon devozione commossaagli ordini suoi. Guardò l'orologio. Quel giorno si doveva presentare al Senato il progetto di riforma elettoralee forse si sarebbe discusso sulla composizione dell'Ufficio centrale. Gli premeva trovarsi per tempo in Senato.

"Speriamo" diss'eglialzandosi.

"Cosa?" rispose Elena con un sorriso cosí amarocon uno sguardo cosí triste che al povero senatore vennero quasi le lagrime.

"Che La mi scusi tanto!" esclamò. "Io sono un povero vecchioio sono un povero fatuoma se Lei fosse la mia ragazzaMadonna Signore! La porto su al mio paese com'è vero Dioe quel muso che venisse a prenderlain Brembo a pedate!"

"Nono" diss'ella bruscamentequasi offesa. "Lei non mi conosce."

"E me?" ribattè il senatore. "Mi conosce? Vorrei vedere."

Parve ch'Elena avesse paura di discutere questo punto perché s'affrettò a replicare:

"Nonovada al Senatovada al Senato" e toccò il bottone del campanello.

Rimase solarittain mezzo alla camerafissando con il suo solito sguardo vitreo la piazzail Tritone della fontana. Un cameriere aperse l'uscio e disse: "Desidera?" Ma ella non rispose. Colui ripeté: "La signora baronessa desidera?"

"Ah!" fece Elenalo guardò senza raccapezzarsie soggiunse:

"Niente."

Appena il cameriere si fu ritiratoella si ricordò d'averlo fatto venire e perchécorse all'usciogli gittò dietro due paroleUna carrozza!e tornò lentamente a contemplar la fontana. Era dentro a lei una confusione di pensieriun viavai d'immaginazioni commiste a un sentimento nuovoil ribrezzo del maritolordo di danaro altrui. E poi pareva che tutto questo tumulto si chetasse; come se le si fosse aperta in fondo allo spirito una invisibile uscita. Restava un vuotoun buio; e come gli occhi guardavano inconsciamente la fontanacosí tornavano inconsciamente alla bocca poche parole lette mezz'ora prima nelle Mémoires d'Outre-tombele parole della povera De Beaumont a Tivoli: "Il faut laisser tomber les flots."

Ma questo mortale silenzio interiore non poteva durare in Elena. Appena il cameriere tornò ad avvertirla che la carrozza era prontasi scossenon pensò piú se non a fare quel che doveva. Si fece portare in fretta al telegrafo e vi scrisse un telegramma per lo zio Laoaccettando il danaro prima rifiutatosollecitandone l'invio e promettendo spiegazioni per lettera. Nel tornarsene all'albergoamaramente contenta di sèpensava ai turbati commenti che del suo telegramma si farebbero a villa Carrèalle collere dello zioai lamenti della mamma. Le vennero in mentechi sa perchéanche le povere rose che guardavano nella sua cameretta deserta. Dalla mamma aveva ricevutola mattina del giorno avantiuna lettera piena d'affettodi pauredi rimproveri. Cosa penserebbe adesso? Sull'angolo dei Due Macelli e del Tritone credette veder suo marito prendere frettoloso una viuzza a sinistra. Una breve vampa di collera le salí al viso. Sarà stata lí vicino questa casa di giuoco? Ella fu per scendere e raggiungerlo. Prevalse il disprezzo; lo lasciò andare. Rozzoviolentoviziosolo conosceva da un pezzo; ma gli aveva sempre attribuito una certa grossolana onestàuna brutale franchezza da barbaro; anche del cuore. Ora no: ora quel danaro altrui glielo rendeva immondo. Lo lasciò andare.

All'albergo trovò la lettera di Cortis. Lasciando a Passo di Rovese quell'arido biglietto per lui il suo proposito era stato d'irritarlodi far sí che non le avesse a scriverealmeno per un gran pezzo. Nella lontananzanel silenzio c'era da sperare; non per sè ma per lui. Trasalívedendosi fallito il disegnodi una gioia invincibile; e non sapeva ella stessanell'aprir la letterase avesse paura o desiderio di parole appassionate. La divoròprimada capo a fondocorrendo via sulle poche espressioni d'affetto come se bruciassero; specialmente su queste: "non vi troverebbe una sola delle parole che posso aver detto a questa rosa moribondala quale non le riporterà." Pensò che Cortis non avrebbe dovuto scrivere cosí; egiunta alla finetornò di slancio alla prima pagina dov'egli parlava di sua madrerilesse quelle poche righe sconsolatene ebbe un dolor profondo. Non sentiva piúin quel momentoi dolori propriné la dolcezza di sapersi amata. Era tutta nel cuore di luisoffriva con essosentiva quel disingannoquella solitudine amarala sentiva tanto che n'ebbe paura ella stessa; le parve di non appartenersi piúdi essere diventata una parte di lui. E l'elezione? Daniele ne parlava scherzandoma c'era lí e in altri luoghi della lettera una gaiezza nervosa che tradiva il turbamento dell'animo. Un impeto di sdegno contro quegli stupidi elettori fe' tremar le mani e le labbra mute d'Elena. Prima un impeto di sdegnopoi un impeto d'orgoglio; l'uomo ch'ella amava non poteva piacere alla folla. Però non le veniva neppur l'ombra d'un dubbio sull'avvenire. L'avvenire di Cortis non era certo in poche mani d'idioti. E questo c'era di buono e di confortante nella letterache vi si sentiva una energia morale piú forte dell'amoreun animo grande che poteva soffrire per l'abbandono di una donnama non accasciarsinon declinare dalla sua via. Cosícosí Elena lo amava! Quanto a sèqualunque dolorequalunque sorte le toccassenon ne doveva importar niente a lei stessané al mondoné a Dio.

Una fugace visione la smentíle mostrò il laghetto cheto di villa Cortis eseduto sulla rivaDaniele. Ella gli sedeva a fiancofuggita da Romada un marito indegno; le ombre dei giardiniil lago e i loro cuori erano una pace sola fin dentro alle piú nascoste profondità. Cacciò con un subito aggrottar del ciglio la immagine. Non sarebbe mai! Cortis non doveva amar lei. Ella non poteva offrirglisacrificando sèche un febbrile presente e un avvenire sinistro; anche solo lasciandosi amare idealmentegli contristava la vita. Egli era solo al mondo e lo aspettavanosulla via presceltafaticheangoscieferite; come non avrebbe una famiglia per suo riposo e conforto? Bisognava farsi dimenticare. Pensò al piccolo prato presso gli abetidove era sceso Cortispensò al colchico d'autunnoal vago fiore dal succo mortale che aveva voluto ostinatamente per sè; sorrise e pianse.

Suo marito non ricomparve in tutto il giorno. Elena avrebbe dovuto andare in via Urbana da certi amici che le facevano il favore di custodire i suoi argenti di casama non si sentí in grado di veder gentedi mettersi una maschera gaia. Lesse e rilessenelle Mémoirestutti quei passi di cui le aveva parlato Cortisma sopra tutto le lettere di madama di Caud; e tornava ogni tanto a quelle parole sull'urtar di passaggiosenza volerlonel destino di un altro. Non pranzò. Alla seradolendoleper il continuo leggereil capo e gli occhisentendosi morire nell'afa delle sue cameresi fece portarein carrozzafuori di porta Pia. L'ultimo tramonto colorava di viola i monti della Sabinal'aria era frescaElena non fece che piangere; ma l'ora mestala solitudineelaggiúverso ponte Nomentanole rovine sparse per la campagna avevano voci di consenso con leile rendevano il pianto meno amaro. Nello scendere a ponte Nomentano il cocchiere mise i cavalli al passo. Una vecchia domandò l'elemosina alla bella signoral'ebbee vedendole gli occhi lagrimosile disse:

"Fija miaDio te ne darà pace."

Nello stesso momento Elena si sentí correre un brivido nella personapensò alle febbria una pace possibile e desiderabilealle parole marmoree dei Cappuccini: "pulviscinis et nihil." Tornando verso Roma si vedeva davantiun po' a destrala luna falcata cader sui cipressi di villa Albanisentiva tratto trattolungo i giardiniun odore acuto di magnolie. Vicino a porta Pia incontrò un cavaliere e un'amazzonegiovanibelli sui loro cavalli focosi. A lei le voci della sera parlavano di tristezzama quanto dolcemente non dovevano parlare agli altri d'amore!

Alle dieci della sera le giunse un telegramma dallo zio Lao che incominciava promettendo il danaro fra tre giorni per mezzo della Banca Nazionalee seguiva: "Nelle elezioni d'oggi Cortis ebbe voti 342X. 339. Eletto Cortis."

Elena si sentí un lampo di piacere nel cuoreuna vampa nel viso e nel cervello. Si portò la palme alla frontebruciava; alle tempiabattevano.

Eletto Cortis! Egli aveva vintoaveva superato il primo gran passodoveva esser felice. Sarebbe venuto a Romavi avrebbe dimorato lunghi mesimentre vi poteva essere anche lei. Nonogran Diovia questo pensiero! Lei andava a Cefalú per restarvi sempreper non rivederlo nemmanconon esserne rivedutasopra tuttoe tradirsi. Oh Signoree non mandargli neppur una parola! Cosa penserebbe mai di un silenzio simile? Certo che ne indovinerebbe la causa vera; non sarebbe peggio? Ci voleva una rigauna parola; e allora bisognava rispondere alle sue molto freddamentemolto duramenteper allontanarlo! Si pose a scrivere questa risposta dura e fredda colla febbre nel corpo e nell'anima:

 

Roma2 luglio 1881.

"Caro cugino

"Mi annunciano la tua elezione. Sono sinceramente lieta di vederti sulla via maestra per un cammino che desidero onorevole e felice.

"Ebbi pure la tua letterae quello che scrivi di Lugano mi fece gran pena. Affretto con i miei voti il momento...

Qui due lagrime le caddero sul foglioma ella tirò avanti a scrivere stringendo le labbra convulse:

"... in cui una donna pura e fedele ti consoleràscalderà il tuo focolare deserto.

"Io penso e ho sempre pensato a te con amiciziama non vi può essere nel mio cuore e non posso ammettere in te un sentimento diverso. Sono quindi costretta a dirti che alcune frasi del tuo biglietto da Lugano e della lettera d'oggi mi spiaccionomi offendono. Spero non sarà molto difficile mutare d'animo e di linguaggio; altrimenti preferirei non avermi a trovar teco."

Elena cessò di scrivere. Era stato troppo grande lo sforzo di cercar queste parole dure; la fantasiastimolata dalla passione e dalla febbregliene diceva di troppo diverse. Non sapeva come continuare. E mentre cercava una via cogli occhi fermi sul foglio biancomentre passava di pensiero in pensierola sua mano inconscia scrisse lentamente "d'invernod'estateda presso e..."

Si scossevide e lacerò il foglio. Soffrivaera mortalmente stancama il pensiero di trovarsi ancora líall'indomaniquella lettera sul tavolinole metteva paura. Prese un altro foglio e ricopiò il primo fino alla parola teco.

"Mi permetterai" continuò "di essere assai breve. Trattenendomi a Roma pochi giornidebbo camminar molto e alla sera mi trovo stanchissima. Ti prego di dire alla mamma e allo zio che sto benissimo e mi diverto. Roma mi affascina sempre!

"Addio e mille felicitazioni ancora dalla tua

aff.ma cugina

ELENA DI S.G."

 

Chiuse la lettera e la mandò subito alla posta. Appena partito il cameriere sentí rimorso di non avere nemmeno scritto a Cortis che le rincresceva dargli quest'afflizione; ma poi disse a se stessa ch'eglicon il suo caratteresi sarebbe irritato e non afflitto di quella lettera. Meglio cosí! Perché certo l'amore di Cortis non somigliava alla inestinguibile passione sua. Egli ora andrebbe in colleranon le scriverebbe piú; era faciledurante quel silenzio sdegnosouscirgli poco a poco dal cuore. Mae se venisse a Roma subito? Se lo dovesse vedere?

Elena passò la notte in una veglia affannosatribolata da continui fantasmi. Si addormentò all'alba e si videin sognosulla riva del laghetto di Villascurasolacon un volume di Shakespeare fra le manifissi gli occhi nell'acqua immobilefisse nel cuore le parole malinconiche di Porzia nel Mercante di Venezia: "Il mio piccolo corpo è stanco di questo gran mondo."

Alle sei si bussò forte al suo uscioe perché ella non rispose subitoqualcuno aperse a scossea urtia colpientrò in cameratempestando:

"Santo diavoloè Gaeta qui?"

Elena alzò il capo dal guancialevide suo marito che spalancava a furia le finestre.

"Che fornace!" sbuffò luiaccostandosi al letto. "Come va?"

Elena gli rispose sdegnosamente. Era un bel modo di entrare quello? Il barone aveva il pelo arruffatola cravatta in disordinegli occhi lucenti. Vi era in quel suo mugghiare una bonarietà di bestione allegro.

"Sei in collera?" diss'egli. "Son tre giorni che non ci vediamo." E allungò una mano sul lettole prese un piede.

Elena trasalíritirò il piede.

"Lasciami stare" diss'ella.

"Bel modo anche questo!" esclamò il barone. "Caro maritosi dicecome stai bono d'essermi venuto a trovare dopo quel tiro che t'ho giuocato!"

Elena non degnò rispondere.

Colui trascinò una poltrona accanto al lettovi si sdraiò a gambe apertesbadigliando.

"Sto bono" diss'egli. "Quanto sto bono!"

"Perché ho questa voce" soggiunseperché ho questa facciaccia di diavolo cefalutano, perché ci ho addosso il fuoco dell'isola, voialtri pupi del settentrione mi avete per un Sata-liviti, per un Dionigi, che so! Guarda, tu che sei l'angelo del paradiso, che non si è degni di toccarti un dito, tu mi hai ingannato, tu ti sei provata di togliermi la vita, pupattola mia!

"La vita?" interruppe Elena.

"La vitala vita! Quelle quindici mila lire erano l'onore per mee ti prego di credere che quantunque io sia uno scelleratissimo tirannose avessi a perdere l'onoregliela getterei dietro sul momento la vita! Làtu hai fatto il possibile perch'io non avessi il danarocapisci? Ho dovuto dare tre notti al diavolo per averlo. E ora sto qui bono come un agnello."

Si alzò in piedile si accostò con un sorriso:

"E ti voglio benecuoruccio mio."

Ella lo respinse con un gesto.

"Hai paura di Cefalú? Allora non ci si va. A quegli altri noma a te ti perdono. Chi sa dove si va. Affogo nel danarocapisci? Ma bisogna voler bene a suo maritosignorina mia."

Una goccia di vino non l'aveva presa; ma la fortuna del giuocole lunghe veglie eper cosí direl'amoregli mettevano un chiarore d'ebbrezza negli occhi.

"Hai giuocato?" disse Elena.

"Tre notti. Ho guadagnato ventiseimila e cinquecento lire. Andrei volentieri ad Aix adesso che sono in vena."

"Nono. E l'avvocato Boglietti? Non ci vai subito?"

"Accidenti a lui!" imprecò il barone. "Cosa ne sai tu? È stato qui quel birbante? Mascalzone! Sí che ci andrò e lo pagherò e gli darò anche la rata di settembree non so se ci si divertirà molto. Ah è stato qui il cane? Gli rompo il ceffostavolta!"

"No" disse Elenanon ci è stato.

"Oh alloracome lo sai?"

"Non importa."

"E io non te lo domanderò. Mi sento di latte e miele stamattina. Di' la veritàio sono un buon diavolaccioun nuvolone che tuona e non dà mai grandine. Mi piace un poco di giuocare; niente altro. Non ti posso dire i buoni pensieri che mi vengono; sarei persin capaceforsedi salutar tua madre e tuo zio se m'incontrassi con loro. Bisogna volermi benebella mia."

Si chinò rapido su lei per un bacioch'ella ebbevoltandosisui capelli.

"Va via" dissechiudi le imposte, lasciami quieta!

"Cosa c'è?" fremette suo marito impaziente.

"Ho la febbre."

Egli credette che mentisseebbe un lampo d'ira negli occhi e le afferrò il polso.

Si venne mutando in visoe finí con gittar sul letto quella bianca mano inertedicendo:

"Lo fai per dispetto? Oggi avevo anche invitato gente a pranzo."

"Va bene. È febbre romana. Stasera non l'avrò."

"Febbre romana?" esclamò il barone aggrottando le sopracciglia. "Faccio venire un medico."

"Non occorre. So io cosa ci vuole subito subito."

"Cosa?"

Elena girò il viso verso di lui.

"Sicilia" diss'ella.

 

 

 

CAPITOLO UNDICESIMO

 

TRA CEFALÙ E ROMA

 

Alla baronessa Elena di Santa Giuliaa Cefalú.

 

Roma19 gennaio 1882.

 

"Elena.

"Una sola parola.

"Tu sei andata in Sicilialo scorso lugliocon le febbrie non hai mai scritto niente a tua madreche lo ha saputo per casopochi giorni sonodal senatore Clenezzi. Hai fatto credere che saresti ritornata nel Veneto ai primi d'ottobree poi hai trovato un pretesto per differire sino agli ultimi. Agli ultimi d'ottobre hai scritto che l'apertura del Parlamento era vicina e che non ti pareva opportuno di fare un viaggio cosí lungo per tornare subito sui tuoi passi fino a Roma. Il Parlamento fu aperto; tu hai desiderato vedere un po' dell'inverno sicilianovenire a Roma dopo le vacanze di Natale. Ora tuo marito è qui solo. Egli nemmeno risponde alle lettere di casa Carrè; notizie sicure e precise da lui non si possono avere. La zia Tarquinia partirebbe per la Sicilia se lo potesse. Disgraziatamente Lao è a lettocome saicon l'artriteed ella non può muoversi senza assoluta necessità. Per conchiuderela zia mi scrive stamattina pregandomi di fare una corsa costàdi venirti a vedere.

"Memore della tua ultima letterae siccome io sonoper mia sfortunaalquanto dissimile da tesiccome non so mutare animo e linguaggio cosí prontamente come un'attrice muta parte e toilettecosí risponderòse crediche sono occupatissimo e non posso muovermi da Roma. Addio.

Il tuo aff.mo cugino

D. CORTIS."

 

All'illustrissimo sig. deputato Daniele Cortisa Roma.

 

Cefalú23 gennaio 1882.

 

"Illustrissimo signor deputato.

"Ho l'onore di risponderea nome e per incarico della illustrissima signora baronessa Di Santa Giuliaalla ossequiatissima Sua del 19 corrente.

"La nobile signora si trova a lettosotto la mia curacon leggera febbre reumaticae non può quindi scrivere. Ella significa a V.S. illustrissima chesalvo questa indisposizione accidentale e di nessuna importanzala sua salute è buona; e che avrebbe moltissimo dispiacere se Lei si pigliasse l'incomodo di un viaggio cosí lungo. Aggiunge poi che la predetta indisposizione reumatica è stata già portata a cognizione sí dell'eccellentissimo signor barone che della nobile famiglia Carrè.

"La signora baronessa m'impone pure di porgerle i suoi ossequi.

"Sempre agli ordini di V.S. ill.maum.mo e dev.mo

dottor ANTONINO NISCEMI."

 

Allo stesso (riservatissima).

"Per espressa volontà della signora baronessa ho dovuto scrivere nei termini ch'ella vede la unita lettera e darlene quindi lettura. Ora la mia coscienza m'impone di aggiungerein foglio separatoqueste poche righe per migliore informazione della S.V. illustrissima.

"Infatti la signora baronessaoltre a una condizione generale anemicaè attualmente affettanon da febbre reumaticama da leggera gastrite lentacon ingorghi al fegatoprobabile residuo di un lungo processo infettivo di febbri miasmatiche. Il male non avrebbe per sè nessuna gravitàma mi dà pena lo stato generale anemico e la estrema depressione morale dell'ammalata. Ho incominciato da pochi giorni la cura di certe nostre acque minerali che ci vengono da Termini. Ho veduto miracoli di queste acque. Speriamo.

"Io non dico a V.S. illustrissima di venireanche perché la signora baronessa mi parve allarmatissima di questo viaggioper riguardo alla di Lei salutee risolutissima d'impedirlocosicché non conviene andar contro alla sua volontà. Debbo solo avvertirla di un fatto. Nella mia visita di ieri fui soddisfatto assai dell'aspetto e dell'umore dell'ammalata. Le avevano recata la Sua lettera proprio mentre entravo iosi può dire; ed ella non l'aveva ancora aperta né la volle apriremalgrado le mie preghiereme presente. Pare che l'abbia letta appena rimase solae passò poi parecchie ore agitateuna notte cattivissimacon dolore all'ipocondrio destrodispnea e tosse.

"Io non conosco il contenuto della Sua lettera. So tuttavia ch'Ella è stretto congiunto di questa signora impareggiabilela quale mi sembra avere un altissimo e meritato concetto della S.V. illustrissima. Vorrei dunque pregarlanella mia qualità di medicodi scriverlesíper il gran bisogno che ha di conforti moralima di evitare argomenti che possano turbare il suo spirito.

"Ella mi perdonirispettabilissimo signor deputatose un sentimento di dovere e di rispettosa affezione per la signora baronessa m'induce a parlarle cosí arditamente; e mi creda semprecon profondo ossequio

Suo dev.mo e um.mo

dott. A.N."

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giuliaa Cefalú.

 

Roma27 gennaio 1882.

 

"Non m'aspettavo l'ossequioso certificato dell'ottimo dottor Niscemi. Una reumatica? Poca cosamatantosono entrato assai sgarbatamente nella tua camera di ammalata. Perdonamicara Elena. Non verrò a Cefalúdunque; farò invece una chiacchierata romana al tuo capezzale. E cercherò di essere un poco piú amabile!

"Cosa vuoi? Sto nella politica fino alla gola e mi ci guasto i modi e lo stile. Si stava meglio nel mio lago dei giardiniquella notte di giugno! La prima immersione nel pelago parlamentare agghiaccia fino al cuore. Vedo parecchi miei colleghi novellini tuttora aggranchiti dal gelosmarritimalati di nausea e di nostalgia. Pensano: Qui è il cuorequesta è la sapienza d'Italia? Lo scorso dicembre un ministro ci è venuto a dire che Bismarck paragonando l'Italia politica alla Spagna ci ha fatto onore; e noivanitose ombre querulesopraffatti in quel momento dalla coscienzaabbiamo taciuto.

"Io studiointanto; studio uomini e cose per l'avvenire. Il presente non è buono ad altro. Ho anche parlato un paio di voltemolto brevementesu argomenti di poca importanzaper accordare lo strumento e trovare il la. L'ultima volta c'era nella tribuna della Presidenza una signora che ti somigliava molto. Si discuteva il bilancio dell'agricoltura e io parlavo di boschi. Ho paura d'essere statoin grazia di quella signorapiú fiorito e frondoso delle mie foreste.

"Faccio sempremalgrado la politicadelle cavalcate mattutine. Il tenente colonnello B...addetto ora al Comando generale dello Stato Maggioremi presta una sua piccola baia che salta all'irlandese come le lepri. Stamattina ho fatto una galoppata fuori di porta Maggioreper via Prenestinain cerca del Tempio della Quiete; non c'era una volta un Tempio della Quiete da quelle parti la? Ma è scrittocredoche un tal tempio non lo troverò mai. Faceva sereno in cielocaldopolvere e verde in terra: le montagne avevano uno spruzzo di neve. Passai quel gran pino a destra e lo scoglio a sinistra su cui sedemmoti ricordi?fra i papaveria guardar il subito mare della campagnae tutte quelle tombequegli spettri d'acquedotti. La cavalla mi si piantò sulle quattro zampe a mezzo chilometro di làsul sentiero che taglia la via Labicanapresso a una tomba quadrata. Forse la credette il Tempio della Quieteperché è intelligente; forse udí il treno di Napoli fischiar da lontano nel silenzio. Lo udivo anch'iopensavo alla Sicilia e a tema in un modo nuovopenetrato dalla calma delle solitudini.

"Romacittà dell'anima; chi ha detto cosí? Io non mi ricordavo piú di avere un corpo esopra tuttoun cavallo fra le gambe. C'è caso che ammali di misticismo miasmatico con estasi al cervello? Non sarebbe proprio la mia tendenza; però c'è dei cattivi indizi. Figurati che mi viene qualche volta l'idea di vivere nel palazzo di Settimio Severo con Tommaso da Kempis e i corvi.

"Chiacchiero troppoforsee tu ti stanchi. Dovresti farti leggere le lettere dall'ottimo dottor Niscemi che potrebbe interrompere le troppo lunghe con qualche sarà continuato. Il consiglio viene un po' tardi per questa voltama pure non è da buttar viaperché io ti scriverò ancora e presto e a lungo. Addiocara Elena. Salutami l'eccellente dottore e abbiti una cordiale stretta di mano del

tuo aff.mo cugino

CORTIS."

 

Al dott. Antonino Niscemia Cefalú.

 

Roma27 gennaio 1882.

 

"Egregio signore.

"Gratissimo a V.S.della Sua lettera riservataLa prego di volermi fornire informazioni frequenti ed esatte sullo stato dell'ammalata. Se peggiorao anche solo se non vi ha un pronto miglioramentoLe consiglierei di scrivere direttamente e segretamente alla contessa Tarquinia Carrè. Ove Ella non credesse di poterlo fare per riguardi personalim'incaricherei io stesso di far sí che la contessa venisse a Cefalú senza comprometter Lei.

"Ho scritto oggi stesso a mia cugina giusta i Suoi consigli; le riscriverò presto; ma prima desidero conoscer l'effetto di questa seconda lettera. Io ho moltissima stima di mia cugina e siamo sempre stati buoni amicima qualche volta non c'intendiamo e allora io le dico il mio parere forse un po' troppo bruscamente.

"Mi creda suo dev.mo

DANIELE CORTIS."

 

All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortisa Roma.

 

Cefalú13 gennaio 1882.

 

"Illustrissimo signor deputato

"La signora baronessa ha ricevuto l'altro ierimartedíla Sua lettera. Io non ero presente ed ella non me ne ha ancora detto nulla. Lo seppi dalla camerierala quale mi soggiunse che la signora non parlòma che i suoi occhi erano molto contenti.

"Io pure sono molto contento della nuova cura. Abbiamo da due giorni un miglioramento sensibile. Ieri la baronessache è solita passare dal letto a una cislongapoté fare qualche passo per la casae mi confessò che da un pezzo non aveva preso cibo con minore ripugnanza. Stamattina la trovai a piangere. Mi dissesorridendo fra le lagrimeche era commossa di sentirsi cosí bene e che si godeva tanto di piangere. Effetto di debolezza. La debolezza è ancora grande e la dieta non può essere finora che lattea e vegetale; mase arriviamo a far tollerare il ferro e le carnispero in un pronto ristabilimento.

"Con profondo ossequio Suo um.mo e dev.mo

Dott. A. NISCEMI."

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giuliaa Cefalú.

 

Roma4 febbraio 1882.

 

"Cara Elena

"Né mi rispondiné mi fai rispondere quando una parolina basterebbe. La mia coscienza dice che avrei fatto bene ad accontentar tua madre senz'altro.

"Questa reumatica non è partita? E il dottor Niscemi è egli à bout della sua letteratura? Le equazioni a due incognite non sono mai state il mio forte.

"L'altro giorno ti ho scritto dalla Camera; oggi scrivo nel mio quartierino di via Principe Amedeocon le finestre aperte a un tepido sole petrarchescoa una primavera platonicaa tutte le trombea tutti i fischi di quanti tram e locomotive Lucifero ha messo al mondo. Se ci fossero stati cent'anni faAlfieri non avrebbe potutosuppongoscrivere la Meropecome la scrissesecondo una lapidea pochi passi da casa mia; e io non avrei fatto riderevociando come un forsennato nel teatrino del mio collegio: Ahiquanta è impresa il mantenertio trono!

"Questo dei rumori è un guaioma ho la veduta libera sulla discesa del Viminaleun guazzabuglio pittoresco di tetti scaglionati; al di là della stradaproprio qui sotto ci ho un bel tappeto verdedegli agavedelle rosedei zampilli; e a sinistrain capo al cannocchiale della via ombrosauno sfondo di cieloi monti Albani. Sono lontano dalla Camerama in quei quartieri laggiú non ci potrei vivere efino a quando Settimio Severo non m'appigiona una salami attengo a Roma buzzurra.

"A proposito di Camera l'altro giorno mi scordai di dirti che ho parlato anche in favore dei frati; propriodei frati fancescani. Oh! dice Lei. Sí signoradico ioe ho fatto molto benequantunque le mie parole sieno cadute sulla strada o fra le spine. Figurati che si è raccomandato al ministro di largheggiare nei sussidi alle nostre scuole laiche d'Oriente e di affamare le scuole tenutevi da corporazioni religiose. Il ministro ha risposto timido timidonon convinto in cuor suoma inchinandosi a tanta sapienza: C'est bêtemais c'est comme ça. Solo un signore di Sinistra ha osato dire chese noi viviamo nella luce della filosofia e della scienzaquei poveri asiatici stanno ancora nell'ombra della religione; e chevolendoli pigliarebisogna pigliarli per quel versocome fa la Francia! Già qui non si è buoni che a dire:

"Vedete come fa la Francia! Vedete come fa l'Inghilterra!" A questo modo io dispero che si arrivi mainegli altri paesia dire:

"Vedete come fa l'Italia!" Stavolta però quel signore l'aveva imbroccata giustae ho parlato anch'io in nome di un interesse politicoper quei poveri grandi cuori che tanto fanno per un'ideache non cercano famané onoriné ricchezzee che si vorrebbero lasciare in abbandono da questi piccini ben pasciuti liberi pensatori della Commissione del bilancio. Non li ho mica chiamati cosísaialla Camera; li ho turibolatianzi. Dopo aver parlato dell'interesse italianopregai la loro alta sapienza di considerare se la nostra stessa splendida civiltàche ora produceall'infuori di ogni azione religiosatali luminosi Parlamentinon abbia piú bisogno di adoperare il Vangelo; nel qual caso ci sarebbe una certa convenienza di restituirlo all'Oriente che ce l'ha prestatoe quindi di aiutare quei frati a somministrarlo. Sull'atto il mio discorso non fece né caldo né freddo. Molti si congratularono meco e mi diedero ragionema dopo la seduta e fuori dell'aula. Posso però dire che fui ascoltato piú delle altre due volte.

"Una signora voleva persuadermigiorni sonodi andare dal Papa con lei e altri. Ho rifiutatonon potendovi andare con il mio nome e la mia qualità di deputato al Parlamento. Mi accontento di visitarequando possoquell'imo Pontefice che dice il De profundis nella confessione di San Pietroe che fa tanto pensare il mio cuore.

"Ho bisogno di Diocara Elena; sento che la mia vita deve oramai rispondere rigorosamente alle opinioni che manifestai agli elettorie per le quali combatterò. È anche un dovere politico: bisogna fare un pezzo solo con la propria bandiera se deve star salda.

"Ciò vuol direcarache le mie passioni non saranno un pericolo per alcuno. Quella che piú temo è la collera: vedrò tuttavia di star in riga e di non schiaffeggiare la gente che se lo merita. Prega per me riguardo a questo ultimo pericoloperché qui si è tentati ogni momentotanti sono gli esseri volgaritronfi e villani; io non ho moltissimo tempo di pregare! Non sono però di coloro che la zia Tarquinia chiama "turchi'. Domenica scorsa sono andato a messa a San Pietro e vi ho udita poi una musica straordinaria. Non mi hanno saputo dire di chi fosse. Io sono un barbaro in fatto di musicama quella lí mi ha fatto una impressione! Mi parve una profezia sinistra rotta dal pianto. Quando uscii di chiesa il cielo era nero sul Vaticanouna occhiata di sole incendiava la fontana di sinistrail colonnato e il palazzo; in piazza non c'era un'anima. Che presentimenti mi vennero di tempesta e di rovina! Tout cela passera comme une voix chantante. Fra quanti anni? O fra quanti secoli? Si ha un bel farema i nostri nipoti o i nostri pronipoti vedranno quel giorno. Un poetaamico miomi diceva l'altro dí che i caratteri indecifrabili di tutti questi obelischi gli mettono pauragli paiono tanti ManeTechelPhares per la città eterna. Io non so leggere gli obelischima leggo e compito un poco gli uomini e le cose passate e presentie vedo incominciato un discorso chedopo Dio sa quante virgole e quanti puntideve andare a finir male. Non mi perdo di coraggioper questo. Se si arrivasse a salvar una generazione o dueti parrebbe poco? Ma m'irrita la cecità di certuni; m'irrita di udireper esempioil deputato L.un grande galantuomodire che se si vogliono ottenere migliori condizioni per gli operaibisogna predicarenon mica la carità e la vita futurama il tornaconto. Come se non fosse d'egoismo ai visceri che il secolo soffre. L'una e l'altra cosadoveva dire. Del resto io invidio chi vedràsíle rovine di San Pietro e del Vaticanoma vedrà pure i sublimi pontefici degli ultimi giornise saranno secondo la mia immaginazione e il mio cuore.

"Mia madre è ancora a Lugano e vorrebbe venire a Roma. Io ho fatto pagare i suoi debiti; le ho assegnato una mesata sufficientema a patto che viva dove e come voglio. A Roma no; almeno fino a che ci sto io.

"Partirò presto per Villascura dove mi godrò le vacanze di carnevale nella neveprobabilmente. Ma prima mi tratterrò in città un paio di giorni con tua madre e tuo zioche sta semprescrivonoallo stesso punto. Sai chi mi parla spesso di te? Il buon Clenezziche vedo qualche sera in casa D. Non posso incontrarlo una voltaneppur per viasenza che mi dica nel suo particolare idioma di confidenzaun quarto italiano e tre quarti bergamasco: "E ixè? Ha notissie?' È un gran caro uomola perla del Senato. AddioElena. Come vedinon ti ho risparmiate le chiacchiere. Ora fammi tu saper qualche cosa di te. Ti stringo cordialmente la mano.

Il tuo aff.mo cugino

CORTIS."

 

All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortisa Roma.

Cefalú8 febbraio 1882.

 

"Illustrissimo signor deputato

"La guarigione della signora baronessa procede abbastanza lodevolmentegrazie a queste nostre acque di Bivuto. Ma oraper non ricadereci vorrebbero certi farmachi che l'infelice medicuzzo non tiene e il miserabilissimo speziale nemmeno. La mia cara Cefalú non è piú aria per questa signora. Io l'ho scritto all'eccellentissimo signor baronema siccome V.S. illustrissima certo conosce tante cose e tante personecosí lo scrivo anche a Lei. Il ragionamentos'Ella ci riflette suè forse un poco cefalutanoma buono.

"Io credo che la signora non può avere qui una buona respirazione morale. Pare ora che la signora contessa sua madrevisto ch'Ellasignor deputatonon può muoversi di Romaintenda venir lei a portarsela via. La baronessa Elena sfavillava di gioia quando ebbe questa lettera; poi mi disse che non sarebbe mai piú partita da Cefalú e andò al balcone sul mare come per vedere il tramontoma in fatto per piangeresecondo il solito. Io non capisco. Teme ella di doverci restar per semprea Cefalúo lo desidera? Ora si direbbe una cosaora l'altra. Ma ella conduce qui la piú misera vita del mondo. Non vede nessuno tranne mia moglie che hapoverinauna soggezione terribileed è una eccellente compagnia per mema non per la signora baronessa. In barca non ci può andare perché si smarizza subito; cavalli non ne tiene; passeggiare non può ancora molto. Suonerebbe tutto il dí certe musiche barbare da fare sbadigliare la Sicilia interae lei ci si rimescola ch'è una pietà. Io vengola faccio smettere; ma poi passa per la via com'è successo ieriun mascalzonecantando: Ventu marinudimmi comu ha statu e la signora mi si commuove peggio di prima. È vero che quello straccione pescator di sardelle aveva una maledetta voce di violoncellodolcissimae che la sua musica non era tedesca.

"Preme dunqueillustrissimo signor deputatopreme infinitamente che la signora baronessa se ne vada prestose ne vada lontanoche viva lietamente in mezzo a gente lietae faccia della santa musica di Cimarosa.

"Con profondo ossequio

Suo um.mo e dev.mo

Dott. A. NISCEMI."

 

All'on. Daniele Cortis deputato al Parlamentoa Roma.

 

Cefalú14 febbraio 1882.

 

"Faccio bene a scriverti? Faccio male? Non lo so. Perdonami questo esordio incoerente. Sono stata malata piú che non credi. Ora guariscoDio solo sa perchéma non sono piú Elenanon ho piú la mia volontà fortesono una foglia che trema ad ogni vento; anche l'intelligenza mi si è confusail cuore è debole debolepiango di nullam'irrito di nullason troppo bambinason troppo donna.

"Ho avuto una lettera strana che mi ha turbato infinitamente. È tua madre che mi scriveche mi scongiura d'interpormi presso di te. Vorrebbe vivere teco. Ella dice morire vicino a tema forse s'inganna; non si muore quando tutto lo promette e tutto v'invita? Ma perché si rivolge a me? Le hai tu parlato di me? Il primo istinto fu di risponderle: Io sono già morta; si rivolga altrove; Le auguro tutto il bene possibile. Poi ho pensato: Daniele mi ha scritto due buone letteretanto interessanti; io lo ringrazierò e gli parlerò anche di questo. Povera donnami prega con un calore tale! Ci sono anche delle cose misteriose nella sua letteradelle allusioni che non s'intendono. Pare che qualcuno della mia famiglia le abbia fatto un gran male.

"Chi sarà? Ma non è questo che mi tocca: non puoi credere quanto sono diventata indifferente a certe cosecon la mia sensibilità di disordine. È proprio lei che mi fa pena; ti trovo troppo severoti temo ingiusto! Hai trovato una donna corrotta; ma non è anche una donna infelice? E quanta parte avranno avuta nelle sue colpe la naturagli uominile cose? Permettile di venire a Romadi parlarti qualche voltadi vedertialmeno; almeno di vivere nello stesso paesedi saper che se muore puoi esser lí al suo letto in un attimo ad udire le sue ultime parole. Chi sa cosa può uscire da un cuore quando si rompe? Dev'essere un momento ben felice quello di sentir la fine e di poter dire tutto. Sono sicura che di momenti felici tua madre non ne ha avuti molti; concedile questo. Ti dico io di prenderla con te? Nomai. La donna che io desidero con tutta l'anima di vedere in casa tuadev'essere interamente nobile e pura; ma pietà anche per l'altra! Danieleio lo soDio castiga le virtú altere che si ribellano al contatto di un povero essere deboletentato e caduto. Sei tanto forte: sii pietoso.

"La testa mi si smarrisce e il dottor Niscemi mi sgriderebbe se sapesse che ho scritto tanto. Domani vuol condurmi a Cerda e quindi a Termini per una visita di gratitudine a certe acque ch'egli si figura di avermi fatto prendere. Pover'uomose sapesse quanto poco l'ho ubbidito! Spero in una tua letterain una buona notizia. Lascia che faccia anch'io un po' di bene a questo mondo e credimi sempre

tua aff.ma cugina

ELENA DI S.G.."

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giuliaa Cefalú.

 

Roma18 febbraio 1882.

 

"Povera Elenac'era proprio bisogno di venirti a turbarea contristare anche tesolamalata fuori del mondo! Ho avuto un colpo di collera nell'apprenderlo. Anche te!

"Síti ho nominata a mia madre lo scorso giugnoa Luganoe voglio dirti come. Ella mi fece un discorso sibillino per dissuadermi dall'aver relazione con la famiglia di Santa Giulia. Io credetti a qualche calunnia stupida perché ella aveva dei corrispondenti segreti a Villascura. Protestai e nel protestare dissi il tuo nome. Allora mia madre dichiarò che non aveva inteso alludere a tebensí a tuo marito. Non si spiegò di piúquella volta: promise di riparlarmene. Ma intanto io dovetti partire a precipizio da Lugano e non la rividi. Né lei né io toccammo piúscrivendoquesto argomento. Confesso anzi che non ci pensai piú. Pur troppo vi è un tal baglior d'oro e un tal suono falso in tutte le parole di quella donnache nessuno le può accettar per buone. Voleva dirmiprobabilmenteciò che io subito pensai; il mio sdegno le fece mutare strada lí su due piedied ella ne uscí con la prima invenzione che la soccorse.

"Tu mi preghi per leiElenami trovi severoingiustomi domandi pietà. Tante parole? Non era necessario dirmi ingiusto; tu non la conosci e non sai! Mi pareva piú opportuno che restasse dov'èfuori del mondosotto la vigilanzaperòdi persona fidata. Ma verrà in Romae verrà in casa miaperché ella è tale che io non posso lasciarla qui solalibera di scegliersi l'ambiente e le amicizie che piú le talentano. Non pensare a mecara Elenané alla moglie ideale che mi desideri. Non amonon amerò mai; non vi è piú tempo nella mia vitanon vi è piú posto nel mio cuore per quest'amara vanità; e una famiglia mi sarebbe d'impedimento. Ho già la cara famiglia delle mie idee. Sai che tua madre diceva qualche volta: giàquando Daniele sposa un'idea! Eccone ho sposatele amole possiedoe se Dio ci aiuta metteremo insieme al mondo una forte prole. Lo dicevo iersera a M. camminando al chiaro di luna sotto i lecci della Trinità dei Monti. M.con tutta la sua imbottitura di stoppa che chiama statistica e la sua gotta che chiama nevralgiaè innamorato morto e mi faceva le sue confidenze. Poi mi chiese le mie. Io gli mostrai la luna. "Oramai" dissi "non capisco altri amanti che Caligola: plenam fulgentemque lunam invitabat assidue in amplexus." Questo è un latino che intendi anche tu.

"Ahcara Elenaquante voltepensando ai miei idealimi faccio l'effetto di un babbeo che contempla la luna con una scala in mano! Per fortuna sono dubbi che passanoe la mia fede in me stesso è pronta a ben piú dure prove che le presenti. Ma che lavoro ingrato su questo floscio buon senso italiano che domanda a tutte le audacie il bilancio preventivo e ha tanta paura di passar per poco praticoesopra tuttodi perder l'ora del pranzo e la pace della digestione! Siamoin fondoun popolo di droghieri. Ecco quello che tocca a meper esempio. Per maturare le ideebisogna metterle al sole. Alla Camera ce n'è troppo poco. Ci vuole un giornale. Mi occorre assolutamente un giornale e non puoi credere quanto mi costi metterlo in piedibenché moltianche miei colleghiconsentano meco a parole. Quando si tratta di faretutti sono linci per le difficoltà: il paese non è preparatoil momento non è buonoil mio programma di politica interna non si può attuare se non con Trento e l'Istria in tascae di ciò non deve parlarsi. Tu rispondi che appunto il paese bisogna prepararloche al momento buono bisogna trovarsi a posto e chese tutto dipende da un gran successo di politica estera e dal ministero che l'otterràbisogna incominciare dal combattere questo che c'è ora... E allora cosa ti si replica? Niente di chiaroma si capisce che un droghiere non vuol seccarsiun altro non vuol arrischiare i suoi danariun terzo ha paura degli amiciun quarto degli elettoriun quintoanzi una folla di droghieritrema di passare per clericale. Riuscirò malgrado tuttoma mi ci vuole una energia e una certa perseveranza. E ora lasciamo questi fastidi.

"Sei stata malatadicipiú che io non creda. E perché macchiare la coscienza del troppo docile dottor Antonio? Comprendo abbastanza che tu ne abbia fatto mistero con tua madre; ma con me? E come posso ora io credere al tuo guarisco?

"Tanti saluti di Clenezzi. Ho saputo iersera che adora la musica piú ancora del vino d'Albano e di un certo cibo bergamascoche chiama casonsèi e che va a mangiare una volta per settimana in Trastevereda un oste suo compatriota. Iersera c'è stata in casa S... una mezza accademia di musica anticae donna Laura cantò un'arietta del Pergolese che trasse delle vere lagrime al nostro vecchio amico valbrembano. Io scherzai un po'gli dissi che te lo avrei scritto. "Certo" rispose "e le mandi anche l'aria o almeno i versi di Metastasio che valgonoessi solitutti i moderni elzeviri." Eccoli come li ho trascritti dalla musica di donna Laura:

 

Se cercase dice:

L'amico dov'è?

L'amico infelice

Rispondimorí.

 

Ah nosí gran duolo

Non darle per me;

Rispondima solo:

Piangendopartí.

 

"Mi ricordairincasandodi un aneddoto che mi raccontava il maestro Bragail gran violoncellistae che non so d'avere mai trovato nei libri. L'Olimpiade dove si trova quell'aria lífu data all'Argentina e fischiata brutalmente. Il povero Pergoleseferito a mortepiegò sul suo stallo d'orchestrasi nascose il viso tra le mani. Il teatro si vuotava ed egli era sempre làprostratoquando la mano di una persona invisibile uscí da un palchettogli gittò dei fiori e disparve.

"Fortunato luiperché non vi è premio migliore nella nostra misera vita che questi fiori di una persona invisibile. Credi tucara Elena che Pergolese e lei sieno ora insieme? Ti confesso che tornando a casa mi son posto anche questo problemapoiché lo scrutinio di lista è votato e non ci si pensa piú.

"La Camera s'è prorogata al due marzo. Io parto domattina; passerò il lunedí e forse anche il martedí grasso in casa Carrè. Poi vado a Villascura. Ci ho dei fastidi anche là. Circolano protestesi raccolgono firme contro i miei discorsi e i miei voti.

"Mi fischieranno; che importa? Nessuna mano mi gitterà fiori; sia! Se avessi uno stemmavorrei questo motto: "Contro i piú." Addiocara Elena. Credi tu che Pergolese e lei sieno ora insieme?

DANIELE."

 

Al senatore G. B. Clenezzi a Roma.

 

"Caro Clenezzi

"S'ho ch'Ella mi è sempre stato un buono e fedele amico; so che si ricorda ancora di me dopo tanti secoli; anzi La ringrazio di avermi fatto mandarequindici giorni or sonodei versi che hanno toccato il cuore a me come a Leianche senza la musica del Pergolese e la voce di donna Laura. Ma per mecaro Clenezzila poesia è morta o almeno è partita piangendocome dicono quelle strofette che io ricambio con ingrata prosa. Oramai preferisco la prosaquantunque tristequantunque dura. Sono come qualcuno cheavendo perduto una persona carasi mette tutto negli affari piú aridipiú molesti e fugge la musica.

"Lei sa che il 31 marzo scade l'ultimo pagamento che deve fare mio maritosecondo la convenzione con l'avvocato Bogliettisotto pena del procedimento penale. Ora credo che ci troviamo in pessime acque e che mio marito non potrà assolutamente pagare. Le dirò tutto: non mi costa affatto il parlarne. Una piccola malattia da cui esco mi ha affatto spostata la sensibilità. Certe inezie mi fanno piangerecerte rovine mi lasciano indifferente.

"Quando dunque mio marito andò a Roma nel novembre dell'anno scorsocredo che del soffio di fortuna toccatoglicom'Ella sain estatenon rimanesse quasi piú traccia. Il pagamento di settembree probabilmentealtri debiti urgentiavevano consumato quasi tutto. È anche per questo che io restai a Cefalúdesiderando evitare ogni spesa superflua. Mio marito mi lasciòpartendopochissimo danaro. Appena partito luiscopersi una quantità di debitucci anche quicon operaicon piccoli commerciantida arrossirne! Io avevo da parte la somma speditami a Roma da mio zio lo scorso luglio e che Lei ritirò per me dalla Banca Nazionale. Mio marito non ne sapeva nientee poichéallora per alloradopo la sua vincita al giuoco non gli occorreva piúio la serbavo per l'ultimo pagamentocerta com'ero che ci si sarebbe trovati alle strette da capo. Della povera gente veniva da me tutti i momenti per avere il suo. Scrissi a mio marito. Mi rispose che persuadessi costoro ad aver pazienzache per ora non poteva assolutamente soddisfarli. Cosa dovevo fare? Pagai con questi danari che avevo in disparte.

"Mio marito fece una corsa qua dieci giorni sono. Seppi dopo la sua partenza che ha cercato invano di contrarre un prestito. Seppi altresí che la persona cui si rivolse era disposta a dargli una somma ragguardevole purché la cambiale fosse sottoscritta anche da mia madre. Mio marito ruppe le trattative. Non n'ebbi sorpresa. Egli insistette lungamentel'anno scorsopresso la mia famigliaper avere del danaro che gli fu ricusatoe poté pensareper effetto di un equivoco inutile a raccontarsiche mio ziomia madre ed io ci fossimo fatti giuoco di lui. Ora Ella comprende la sua fierezza. Lo credo capace di affrontar qualunque rovina piuttosto che accettar niente da noi. Vi è questo buon metallo nel suo carattereeogni volta che vi cade su un gran colposuona. Quando seppe che avevo pagato quei piccoli creditori di cui Le parlaiandò sulle furie e volle farmi subito un'obbligazione per l'intera somma sborsata. Io gli toccai allora del prossimo pagamento; mi rispose che non avessi a incaricarmene. Adesso mi si riferiscono delle mezze frasi sinistre che gli sarebbero sfuggite qui; e forse qualche ambigua parola la disse a me pure. Anche l'estate scorsain Romami parlò di quel che avrebbe fattonon potendo salvar l'onore; però allora tornava dal giuocoebbro di fortuna.

"Caro Clenezziè una cosa semplice. Tutto quello che farebbe la moglie piú devota al proprio doverevoglio farlo. Quale via tenere non lo so; e non posso pensarciproprio fisicamente. Se Lei mi dicesse: bisogna dare tutto fino all'ultimo anellovivere di caritàio darei tutto e morreiecco. Mi dica dunque che debbo fare. Lei penserà: perché non scrive alla sua famiglia? Debbo scrivere? Scriverò. Ma in ogni caso bisognerà che il danaro sia spedito a Leiche Lei abbia la bontà d'aggiustar la cosa con l'avvocato Boglietti come crederà meglioconoscendo l'animo di mio marito verso i Carrè. Quale somma chiederò? Mi risponda subitoperché aspetto mia madre fra pochi giorni. Vorrebbe venir per marema potrà anche mutar itinerarioe passare da Romase occorre che porti questo danaro. Mio zio è appena convalescente e non vorrei scrivergli una lettera simile quando sarà solo.

"Ho rimorsoamico miod'imporle tanti fastidi per un po' di gratitudine stanca e fredda. Non mi sento neppur il coraggio di offrirgliela. Le dirò solo: faccia un'opera buona. Vorrei tanto farne anch'io e non posso! Non parli a nessuno di questa letteraequando può pensare alle cose inutilipensi anche a me.

L'amica sua

ELENA CARRÈ DI S.G."

 

Alla baronessa Elena Carrè Di Santa Giuliaa Cefalú.

 

Roma7 marzo 1882.

 

"Gentilissima amica

"Da quattro giorni sono inchiodato in casa con i miei dolori soliti. Che fare? La cosa premeva forse piú di quel che Lei crede. Mi perdoniho fatto chiamare suo cugino il deputato Cortisper il quale ho grande stimagli ho detto tutto e l'ho pregato di fare le mie veci. Credo per verità che in questo momento sia sopraccarico di lavoro: Commissioni parlamentariun giornale da fondareil riscatto delle ferrovie venete che l'occupa moltissimo. Non saprei tuttavia chi potesse incaricarsi con maggiore interesse. Infattiappena ebbi pronunciato il Suo nomes'impadroní del mandatopiú che io non glielo abbia offerto.

"Per parte mia non posso che darle un consiglio: venire a Roma.

"Scusi la calligrafia: sono costretto di scrivere con la mano sinistra.

"Le bacio la mano con la piú viva speranza di presto vederla.

Suo dev.mo

G.B. CLENEZZI."

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giuliaa Cefalú.

Roma14 marzo 1882.

 

"Non dolerti di mecara Elena: non potevo rifiutare un servigio a Clenezzi che malediva la gotta. Per quell'ottimo uomo farei qualunque cosaanche la parte dell'intruso.

"Sono andato dunque dall'avv. Boglietti martedí 7ma era a Firenze per una causae seppi che non sarebbe tornato prima di iersera. Lo vidi stamattinagli parlai e sono incaricato da Clenezzi di riferirti cosa si è conchiuso. Boglietti era molto inquieto per questa scadenza. La sommache comprende capitaleinteressi e speseammonta a lire 16.800. Io credetti rassicurare l'avvocato dicendogli chese il suo debitore non fosse stato in grado di pagarela famiglia Carrè avrebbe sicuramente provveduto. Lo persuasi quindi dell'opportunità di astenersi per qualche tempo da qualunque procedimento contro tuo maritoquand'egli non adempisse all'obbligo proprio. Si convenne che mi avvertirebbe subito del mancato pagamento e che aspetterebbe il danaro sino al 15 aprile. Ora Clenezzi chetra parentesista megliochiamerà a sè tuo maritoeparlandogli quasi a nome della Presidenza del Senatogià mescolata a questa faccendagli domanderà se crede di poter pagare; rispondendo egli negativamente gli prometterà di ottenergli una proroga. Intantovoi avrete agiofino al 15 apriledi fare il pagamento e di cercare o no una spiegazione per tuo marito.

"Scrissi a mia madre di venire a Roma appena le sarà possibile. Poiché la cosa deve farsisi faccia subito. Pare che arriverà verso la fine del mese. Ho preso da domani15un appartamento in piazza Venezia. Strepito grande: mia madre vi si deve divertire. Non so perchémi pare che stando con lei preferirò anch'io lo strepito alla quiete. Ma questo che importa? In altre circostanze il viver con lei mi sarebbe un sacrificio incomportabile; ora ci sono quasi indifferentenon posso in coscienza farmi un gran merito presso di te se ho ceduto alle tue preghiere.

"È probabile ch'io rassegni presto le mie dimissioni da deputato. E anche di questo che te ne importerà? AhElenaElenafaccio forse male a scriverti cosíma se il mio cuore certe volte traboccabisogna bene che n'esca del sangue amaro. Ho dunque ricevuto dal collegio una lunga lettera di protesta contro la mia condotta parlamentare. Non crederai mica che l'amaro stia qui? La lettera ha 226 firme; non ti so poi dire quante sieno falsequante di non elettori. Ne fu spedita una copia autentica alla Presidenza della Camera. Questi 226 imbecilli non si avvedono di rendermi un gran servigio. In tutt'altro momento mi sarei riso della loro prosa; ora è una fortuna per me di poter uscire da questa Camera che affondaposando la mia candidatura per le elezioni generali a suffragio allargato. Non so se mi dimetterò ora o se aspetterò la discussione delle spese militari che mi tenta. Probabilmente mi atterrò al primo partito e bisognerà decidersi prestoperché pare che la Camera si proroghi fra dieci o dodici giorni. Farò un'uscita rumorosarompendo tutti i vetri possibili.

"Riprendo a casa questa lettera incominciata alla Camera dove oggi credevo parlare sul riscatto delle ferrovie veneteche poi passò in silenzioperché tutta questa gente pensa ad altri attuali o futuri affari consimili delle proprie rispettive provinciefigli tutti di un solo riscatto.

"Uscii a pigliar aria con il mio discorso e molte altre gravi cose sullo stomaco. Mi sentivo male. Trovai una signora che voleva condurmi a villa Borghese nella sua carrozza; ma io avevo bisogno di prepararealmeno mentalmenteun articolo di rivista che devo consegnare fra tre giorni e di cui non ho ancora scritto una riga. Lasciai dunque la signora e mi feci portare alla villa Wolkonskydove c'è delle rosedelle rovinedei corvi e del silenzio quanto se ne può desiderare in certi momenti psicologici che conosco. Sedetti all'ombra di un'arcata dell'Acqua Claudiain faccia a Santa Croce in Gerusalemme e al deserto romanoe incominciai a meditare il mio articolo: Un'idea del principe di Bismarck. Uscivalí accanto a medai mattoni del pilastro anticouna piccola mano di marmo con il suo avambraccio tornito.

"Per un momento non pensai a Bismarck né alla sua idea di un solo ministro responsabile nel gabinetto. Della poesiacara Elena? Del sentimentalismo? Dove posso aver preso questo male? Sta tranquillami durò poco. Mi dissi subito che le piccole mani bianche non hanno piú che far meco oramaie finii l'articolo con un calore d'ambizione che dovrò poi smorzare al tavolino. Se invecchierò e non sarò diventato ministromi farò eremita a Santa Croce in Gerusalemme; e nell'ora del demonio meridiano andrò là lontano sotto gli archi solitarinella fragranza malinconica delle rosea meditar su quella mano femminile e sul tempo passato.

"Credo che a quest'ora la zia Tarquinia sarà arrivata costà. Ti prego di farle i miei saluti.

"Se ti avessi proprio offesa nell'assumere un incarico affidato da te al senatore Clenezzie nello scriverti ancora malgrado il tuo silenzio di un meseperdonami.

"Clenezzi ti saluta e saluta tua madre. Mi disse oggi stesso: Le scriva di venire a Romaprestosubito. Io stavo per chiudere la lettera senza riferirti le parole dell'amico tuo. Perdona anche questose credial

devoto cugino

D. CORTIS."

 

A Daniele Cortis deputato al Parlamentoa Roma.

 

"Caro Daniele

"Elena ti ringrazia tanto di quel che hai fatto per lei e ti dice che aveva scritto a Clenezzi perché ti sapeva tanto occupato. Cosa vuoi? Non bisogna piú meravigliarsi di nulla. Quando si dice che ti scrivo da Cefalú e che sono all'albergoa pochi passi dalla casa di mia figlia! Non so piú in che mondo mi sia. Ho trovato Elena abbastanza bene di salutema molto e molto giú di spirito. Povera Elenase sono disgraziata io d'avere un genero similefigurati lei! Per fortuna ella è meno sensibilemeno nervosa di me; al suo posto sarei morta dieci volte.

"Pare che a giorni partiremo per costà. Grazie a tesi potrà respirare un pocoprima di questo benedetto pagamento; ma pure è benecome dice Clenezzidi venire sul luogo. Ti prego di trovar due camere e un salotto alla Minervapossibilmente non troppo in alto. Ti telegraferò il giorno dell'arrivoquando però non si cambi ideapoiché qui si cambia idea tutti i momenti. Non conosco piú Elena.

"Ho lasciato mio cognato a star benino. C'entra pure la volontà sua se sono all'albergo. Ahcaro Danielefra che gente mi tocca vivere! "A rivederci prestosperiamo. Cercase è possibileche le camere guardino sulla piazza.

La tua aff.ma zia

TARQUINIA."

 

P.S. Arriva ora un biglietto enigmatico di mio genero che aumenta le inquietudini d'Elena e spaventa me pure. Ora è deciso che saremo a Roma il 24 col diretto delle 145.

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

A PASSI DIFFICILI

 

"Signor Boglietti!" gridò l'usciere entrando nel salotto di via della Missionedove si va per parlare ai deputati. C'era folla: chi scrivevacurvo sul banco degli uscierichi entrava peritosochi usciva in frettauna quantità di facce infastidite o trepide o vanitose aspettavano in silenzio.

Nessuno rispose all'usciere; tutte le facce si guardarono a vicenda.

"L'onorevole Cortis!" gridò coluipiú forte. "Chi desidera l'onorevole Cortis?" Allora uno che stava parlando sottovoce con alcune signore nel secondo salottosi scosse ed entrò nel corridoio scuroin fondo al quale Cortis lo aspettava.

"Cosa c'e?" disse questiasciutto. "Passi."

E fece entrare il signor avvocato in una sala dove un altro visitatore ossequioso si confessava al suo deputato. Boglietti diede un'occhiata a quei dueesitò un istante. Cortis si strinse nelle spalle.

"Parliparli" diss'eglisedendo sul divano.

"Ecco" incominciò coluipiano. "Io sono proprio dolentissimosignor deputatodi ciò che Le debbo direeprima di venire al puntovorrei che Ella si persuadesse..."

Cortis guardò l'orologio.

"Venga pure al punto" diss'egli senza turbarsi.

"Che vuole?" rispose l'altro. "Ho pensato a questa proroga; mi sono domandato se proprio avevo facoltà d'accordarla. Forse nonon l'avevo; tuttaviapassi! Per una questione cosíper una questione di quindici giorni avrei anche potuto arbitrare. Ma poi ho avuto delle informazioni decisive."

"Ebbene?"

"Intantoso da persona che ha parlato con il barone stessoche ora le relazioni fra lui e la famiglia di sua moglie sono pessime..."

Colui tacque un momentocome aspettando una parola di Cortische non venne.

"E poi" proseguí "so pure che il barone è stretto da parecchi altri impegni urgentissimigravissimi. Insommase si fosse trattato d'un affare mio proprioavrei forse lasciato correre; ma cosí..."

"Ella ritira la sua promessa" interruppe Cortisalzandosi.

Il signor avvocato si alzò pureprotestando di non aver creduto dare una promessa formaledi essere accoratissimo. In quel momento l'altro deputatocongedatosi dal suo interlocutoredisse a Cortis:

"Non vieni? Si vota."

"Vengo" rispose questi. "È forse l'ultima volta."

"Cheche!" esclamò colui dal corridoioandandosene.

"Vado subito" riprese l'avvocato. "Ho dunque dovuto scrivere stamattina al barone di Santa Giuliaavvertendolo che non c'è dilazione alla scadenza."

"Ha già fatto anche questoLei?" disse Cortis guardandolo fisocon la sua freddezza sarcastica. "Venga da me domattina alle nove."

"Domanisabato25" disse l'altro pensando a capo chino e lisciandosi la barba. "Alle nove non posso. Non posso prima di mezzogiorno."

"Alloraa mezzogiorno. In casa mia. Sta bene?"

"Sísignore."

Boglietti se ne andò e Cortis guardò da capo l'orologio.

Erano le tre. Elena e la contessa Tarquinia dovevano essere arrivate alla Minerva da un'ora. Cortis aveva pregato il senatore Clenezzi di recarsi alla stazione in vece sua. Egli entrò nell'aula a votare e dieci minuti dopo uscí da Montecitorios'avviò passo passo verso il Pantheon.

Qualcuno che lo incontrò alloraaffermò poi di non averlo mai veduto cosí pallido. Sentiva Elena vicina e sentiva insieme il confuso impero di altri pensieridi necessità non ancora ben conosciute ma che lo venivano premendo ogni giorno piú. Il discorsoanzituttoil discorso che aveva deliberato pronunciare l'indomani prima di rassegnare le proprie dimissioni; un discorso inteso a oltrepassar la Camera e a toccar gli elettori futurisí che voleva raccolto tutto il nerbo del suo spirito. Poi questo nuovo rabbuiarsi dell'affare Di Santa Giuliala urgenza di provvedereil fosco poscritto della contessa Tarquinia. Aveva dato il convegno all'avvocato per l'indomani senza avere un chiaro concetto di quello che farebbecon il solo istinto che convenisse toglier subito il barone da questo incuboanche obbligandosi direttamente in vece sua. I Carrè avrebbero approvato in seguito. Come conciliare la cosa con le convenienze e con la suscettibilità del barone non lo sapeva ancorama ci penserebbe nella notte. Per ultimolo turbava anche la venuta imminente di sua madre. Faceva questo sacrificio per Elenaavrebbe fatto ben altro! Ma pure quella relativa indifferenzadi cui le aveva scritto sinceramenteveniva meno in lui all'appressarsi del vero.

Gli pareva poi che tante preoccupazioni pesassero sopra una stanchezza nuova del corpoun torpore strano di che aveva accusatoin addietrol'eccessivo lavorole ostinate insonnie; ora ne accusava Elena che empiva Roma della sua presenzache metteva nell'aria un calor mollespossante. In piazza Capranica un tale lo salutò per nome e soggiunse: "A stasera!" Gli venne in mente che quella sera si sarebbe tenuta in casa sua una riunione di amici politiciazionisti e collaboratorisicuri o speratidel futuro giornaleper udire da luiCortislo schema del suo discorso e discuterlo; poiché di lí doveva pigliar le mosse il giornale. A staseraaveva detto coluie Cortis s'era sentito riafferrare al petto dall'alta idea della sua mentedall'austero dovere impostosi; s'era sentito scoter via le molli fantasiele fiacchezze del cuoreinfonder nel corpo una forza nervosa.

Entrò nell'albergo della Minerva fra uno sciame di vecchie signore e di preti francesi. Il portiereche stava discorrendo con un bel cappuccinovide Cortis e gli disse subito:

"Arrivate. Il signor senatore Clenezzi è uscito in questo punto e ha lasciato detto che se Lei venivadovesse salir subito subito dalla signora contessa."

Cortis era conosciuto alla Minerva. Aveva scelto egli stesso le camere per la contessa Tarquiniaal secondo piano. Salitovila trovò soladi pessimo umoreaccesa in visoguasta la pertinace bellezza dal viaggio faticoso. Lo accolse malesulle primegli dichiarò che la politica lo aveva guasto nel corpo e nell'animaperché era lí magrosucchiato dalle stregheun orrore; perché non gli era rimasta neppur tanta amabilità da venir lui alla stazione invece di mandarvi quel povero vecchio storpio di Clenezzi. Ma già la politica era un male peggiore della gotta!

"E poi" soggiunse "Vostra Signoria si fa aspettareper sua bontàun secolo anche all'albergo. Sísíun secoloun secolonon serve che La dica di no."

"Elena?" chiese Cortis.

L'altrapiccata di quell'indifferenzanon gli risposecontinuò il suo sfogo:

"Non dico niente poi delle camere. Si capiscefiglio caroche non hai donne in casa."

"Ne avròzia" disse Cortis tranquillamente.

La contessa Tarquinia s'imbarazzòsi fece di scarlattotacque.

"Dunque?" ripigliò il primo. "Elena?"

"Andiamo" rispose la contessa rabbonitaqua la mano e facciamo la pace. Elena benissimo, sono contentissima!

Pronunciando a voce molto alta queste ultime paroleella accennò all'uscio della camera vicinapoi si coperse un momento il viso con le manile agitò in ariaalzò gli occhi al soffitto.

"Non capisco niente" sussurrò poi facendosi intendere piú con il gesto che con la vocenon capisco niente!

"Oh!" fece Cortisstaccandosi da lei.

Elena stava sulla soglia della sua camerapallidasorridentescomposti i capelligli occhi piú grandila vita piú fine che mai. Pareva una giovinetta. Strinse la mano a Cortiscon uno sguardo che non sorrideva piúcon un leggero tremito della bocca. Poche parole freddequasi di cerimoniafurono scambiate tra loro con voce sommessavacillante. Seguí un silenzio di qualche momento. Elena guardò sua madre.

"Benedetta!" disse la contessa Tarquinia. "Perché non parli tu? Bene" soggiunse sospirando dopo aver atteso invano rispostaparlerò io. Caro Daniele, qui bisogna che facciamo subito consulto. Capisci, già! Povero Daniele, hai fatto tanto a quest'ora e ti siamo tanto grate! Ma proprio, poi; tanto grate: quel che è vero, è vero; ma di cuore, poi. Non badare a Elena se non dice niente, perché alle volte è insulsetta anche lei, poverina, come sua madre.

Elena alzò in viso a Daniele l'umido fuoco scuro degli occhi. Né leiné lui fiatarono.

"Tu sainon è vero" continuò la contessadi certi discorsi da matto, dico io, che mio genero ha fatto a Cefalú. Va bene. Sai anche di una sua lettera, te ne ho scritto io da Roma; ma non sai mica i termini. Ecco, dunque. Premettiamo che a casa Carrè non si scrive mai, che mio cognato e io siamo scomunicati fin dall'estate scorsa, con quella bella colpa, per parte mia! Basta, è meglio non parlarne di quella faccenda là. Avviene adesso che io mi trovo finalmente in grado di andar a vedere Elena; tu sai in che pena ero, che non l'auguro, un'angoscia simile, neanche a un cane; dunque vado e, naturalmente, vado all'albergo, a quel famoso albergo d'Italia... basta, fa niente. Vado all'albergo. Sfido, in casa degli altri per forza, no, già! E poi Lao m'avrebbe accoppata. Fatto sta che quattro giorni dopo il mio arrivo, proprio appena, si può dire, il tempo materiale per lui di saperlo, capita questa lettera da Roma.

"Per tezia?"

"Per Elena."

La contessa incominciò a declamare con il cipiglio e la cantilena di chi studiatamente ripete boriose parole di persona spiacevole:

"Il barone sapeva benissimo che la sua cara suocera era a Cefalú e comprendeva perfettamente che non avesse osato prendere stanza in casa sua. Questa era la piú sincera confessione dell'indegno procedere di casa Carrè (cosíproprio cosí!). Di tale procedere si vedrebbero presto conseguenze ben piú gravi; ma Elena doveva star sicura ch'egli non si abbasserebbe mai davanti ai Carrèper paura di niente. Avrebbe presto la compiacenza di mostrare a leia loroa tutti quantiquale fosse in lui il sentimento del dovere e dell'onore; darebbe uno schiaffo in visoma non diceva comeai suoi cari parentie peggio d'uno schiaffo se c'era in essi un briciolo di coscienza. Non voleva che Elena si pretendesse relegata a Cefalú. Egli era generoso e la lasciava perfettamente libera di andare o stare a piacer suo. Oramai non gli importava piú di nulla al mondo. Presto la lascerebbe anche piú libera di cosí!"

"Capisci?" concluse la contessa. "Per me dico che son tutte chiacchierema quella là si è agitata moltissimo. Allora ho creduto di rispondergli io su questo punto della mia confessione e del suo abbassarsi davanti ai Carrè; e mi pare anche d'aver risposto beninopesando le parole con un giudizionon faccio per direda santa. Gli ho poi detto cheapprofittando del suo permessomi proponevo di condurre Elenaper qualche temponel Venetoma che ci saremmo trattenute alcuni giorni a Roma per stare un po' con lui. Qui aggiungevo delle parole affettuose sui suoi dispiacerisulla nostra buona volontà di aiutarlo in tutti i modi possibili. Elena poi aggiunse alla mia lettera un biglietto in cui gli diceva che veniva a Roma con l'intento di essergli utile anche contro la sua volontà stessaoccorrendo; e gl'indicava il giorno e l'ora del nostro arrivol'albergo dove saremmo scese. Non rispondema passi; forse non c'era tempose vuoi. Si vien quasi spera di trovarlo alla stazione. Euh! nessuno. Ne domandiamo a Clenezzie Clenezzirosso come un Baccoc'impasticcia che l'ha veduto anche stamattinache sta benissimoche sarà andato quache sarà andato là. Non c'è stato il tempo di spiegarsima si capisce che anche le nostre lettere non hanno fatto niente. Adesso dimmi tu. Quest'affare della scadenza è ben combinato?"

"Sísícombinato" rispose Cortis in frettanon volendo turbare inutilmente le signore: perchése le cose non erano in quel momento compostecerto dovevano comporsi l'indomani a mezzogiorno.

"E lui" riprese la contessa "lo ha saputo della proroga?"

"Lo ha saputo."

"E cosa ne ha detto?"

"Io non gli ho parlato maima so da Clenezzi che se ne mostrò contento e che lo ringraziò molto."

"Benee ora dimmicaro te: cosa abbiamo da fare? Lui si capisce che non intende lasciarsi vedere. Dobbiamo scrivergli? Dobbiamo andarlo a cercare?"

La contessa Tarquinia si pose ad alitare affannosamentemordendosi il labbro inferiore e battendo le palpebrecome se quell'idea di andar lei a cercar suo generodopo toccatene tante ingiuriele movesse su dal cuore delle lagrime di rabbia.

Elena non aveva mai aperto bocca. Seduta in faccia a sua madrenon pareva nemmeno aver fatto attenzione al lungo discorso di leiguardava nel vuoto con gli occhi spentiimmobili.

"Che data" disse Cortis dopo aver pensato alquanto "che data aveva la lettera?"

"Quale?"

"Quella di tuo generol'ultima."

La contessa non se ne ricordava; guardò sua figlia.

"Elena" diss'ellami fai piacere? Questa lettera?

"L'hai tumamma" rispose Elena dolcemente. Un subito rossore le corse sul viso. Non avea pensatonel rispondereche ora rimarrebbe probabilmente sola con lui.

"Non mi pare" rispose la contessaalzandosima guarderò.

Appena colei fu entrata nella sua cameraElena stese la mano a Cortische l'afferrò con ambo le proprie. Gli occhi le si velaronole labbra dissero piano piano:

"Perdonami."

"Oh!" diss'egli. "Ma perché?..."

Elena gli lesse in viso le parole imminenti; era il perché delle sue freddezzedel suo lungo silenzio che egli voleva sapere. Lo interruppe subito:

"Nononon è questo che devi perdonarmi. È un'altra cosa. Bisogna che ti parli; in un altro momento!"

Parve che l'uscio della contessa Tarquinia si aprisse; Elena ritirò subito la mano. Non fu vero. I due si guardarono ancora pochi secondi. Allora la contessa entrò con la lettera spiegata. Non poteva vedere Elena in visoma vedeva Cortis. Si fermò di botto e gli disse:

"Ti senti male?"

"Nozia."

La voce era ferma e forte.

"Sedici marzo" soggiunse la contessa porgendogli la lettera.

"Aspetta" rispose Cortis. "Io credo di avere scritto ad Elena il 14e a lui fu parlato della dilazione almeno tre giorni dopoperché Clenezzi non lo poté vedere prima del 17. Dunque non ne sapeva niente quando scrisse quella lettera lí. Poi si sarà ammansato. Lo sa che siete alla Minerva?"

"Sígli fu scritto."

"Allorase oggi non si lascia vedereElena potrà cercar di lui domani. Intanto gli dovrebbe mandare un biglietto."

Cosí dicendo Cortis si voltò a sua cuginache rispose sottovoce senza scomporsi:

"Vado al Senato fra un'oracon Clenezzi."

"Benedetta!" esclamò la contessa. "Tu te la intendi con la gente cosí alla sorda e alla mutae non parli neanche dopo! E noi si sta qui a consultare!"

"Hai ragionemamma. Ho creduto che l'avessi inteso. Sono una gran distratta."

Cortis partí pochi minuti dopomalgrado sua zia volesse trattenerlo sino al ritorno di Clenezziper altre intelligenze da pigliare insieme. Ella finí con dirgli che per questa volta lo lasciava andarema chese voleva il perdono de' suoi peccatidoveva porsi dall'indomani mattina in poi a sua disposizionee non si accettavano scuse politiche. Va bene tuttodiceva la contessama passare da Roma dopo tanto tempo e non veder nientequesto no! L'indomanisabatonon era giorno di villa Borghese? Almeno un corso!

Cortispieno il cuore di quella mano toltagli bruscamentedi quello sguardo scambiato poiscese ad attendere il senatore Clenezzi in piazza della Minerva. Voleva prevenirloimpedire che accompagnasse Elena al Senato. Non conveniva ch'ella vedesse il barone ora; prima lo voleva vedere luiCortis; lo voleva rassicurare su questa proroga disdetta dall'avvocato Boglietti. Clenezzi arrivò da via della Palombella zoppicando e borbottando tra sè. Quando vide Cortis da lontano affrettò il passocacciò fuori tanto d'occhisi mise a fargli segnilo assalí fremendo e sbuffandocon una serie di "ma non sa? ma non sa?"e appiccicatoglisi al bracciogli raccontò che Di Santa Giulia era venuto da luifuriosocon una lettera dell'avvocato in cui si disdicevano gli accordi presi. Luistupefattoaveva risposto di non saperne nulla. L'altroquel mascalzonegli aveva replicato male. Allora Clenezzi s'era sentito ribollire il suo buon sangue bergamasco e gliele aveva suonate chiareal bestione. Le mani e il mento gli tremavano ancora di collera; metteva dei rantoli da vecchio mastino irritato. Bel musoperòanche quel signor Boglietti! Cos'era questo dire e disdire? Un gran buffoneper lo meno. E adessocome fare a condur la baronessa in Senato? Cosa dirle?

Cortis lo acquietò. Bastava dire a Elena che suo marito non era piú al palazzo Madama e che oramai per quel giorno sarebbe inutile andarne in traccia. Quanto all'affare Bogliettise ne occuperebbe luiCortis; aggiusterebbe tutto lui.

"Caro il mio signor Cortis!" esclamò il senatore a mani giunte. "Se Le sono mai obbligato! E adesso" soggiunse "bisognerà salire da queste signore."

"Ma poi" disse Cortissorridendooggi, venerdí, non è giorno di Trastevere? Non è giorno di... di... di...?

"Ah! ah!" rispose il senatoresfogandosi amaramente prima nel suo dialetto e traducendosi poi: "I è andàc in malúra à quèisono andati alla malora anche quelli!"

Cortisrimasto soloriafferrò l'immagine di Elenala dolce parola "perdonami" e insieme l'attola vocelo sguardo con cui era venuta. Altre immagini lo assalivanonon lo lasciavano fermarsi in un pensiero; il colloquio desiderato da leila lettera del maritole parole "presto la lascierebbe piú libera di cosí." Paurose parole! Si vide nel cuore qualche cosa che gli avrebbe fatto ribrezzo se non avesse saputo che ogni miglior cuore umano è come una casa apertamonda e ornata; furfanti che non vi saranno ospiti maipossonosenza colpa del padroneaffacciarvisimettervi piede un momento. Si accorsecosí pensandodi essersi inconsapevolmente avviato a piazza Venezia. Punto quasi da un rimorsotornò indietrosi recò al palazzo Madamaesaputovi che il senatore Di Santa Giulia abitava in via delle Murattevi andò difilato.

Rassicurarlodirgli che al pagamento del 31 marzo sarebbe provvedutofargli credere che il benefizio venisse dal Governoapponendovi la condizione di uscire volontariamente dal Senato; non vi era altra via da tentare. Di Santa Giulia vantava grandi benemerenze presso la Sinistra; forse crederebbe. Non v'era altra via.

Il senatore era fuori. Cortis gli scrisse sopra un biglietto di visitainvitandolo a recarsi da lui l'indomanisabatoa mezzogiorno "per affari urgentissimi." Chiese poi alla fantesca che gli aveva aperto se il senatore avrebbe sicuramente rincasato prima dell'indomani. Colei credeva che sí; ma il signor senatore era diventato tanto strano! Faceva con lei tali discorsi che proprio non ci sarebbe da stupire se un giorno o l'altro succedesse una disgrazia. Doveva avere di gran fastidipovero signore! La donnauna chiacchierina toscanaavrebbe continuato Dio sa quanto su questo tonose Cortis le avesse dato retta. Ma a Cortis premeva ora tornare a casa. Passando da una farmaciaentrò a farsi dar qualche cosa per dormirebuttò sul banco la ricetta d'un suo collegadicendo di desiderare una dose piú forte. Soffriva da alcun tempo insonnie penose. Sprezzatorenella sua robustezza fisicad'ogni bisogno del corposprezzatore e ignaro insieme d'ogni arte medicanon pigliava medicine mai se non per qualche sofferenza che gl'impedisse lo studio o l'azione; e allora si curava brutalmentecombattendo il solo fenomeno con gli specifici piú violenti. A casa si ordinò un caffè fortissimosalvo a prendere il cloralio la notte prima di andare a letto; poi si chiuse a lavorare nel suo studiodove dieci o dodici sedie erano già preparate agli amici attesi per le nove di sera.

 

CAPITOLO TREDICESIMO

 

VERTIGINE

 

Alle nove e un quarto gli amici fumavano e chiacchieravano intorno a Cortische andava dall'uno all'altroacceso in voltocon gli occhi scintillantiparlandoscherzandocome se Elenasuo maritola signora Cortis non fossero esistiti maise tante angustie si fossero dileguate dal suo cuore per sempre. V'erano dei giovani deputati in cravatta biancadisposti a fare lí un po' di politica e a riderne piú tardi in qualche veglia elegante; v'eran dei senatori serii e un po' a disagio nella compagnia di quei primi; v'era un paio di giovani ancora piú serii che tornavano dall'aver studiato scienze sociali in Germania; v'eran due o tre poderosi signori dell'alta Italia che aiutavan di borsalargamentea fondare il giornale. Cortis aperse la seduta annunziando che tutto poteva considerarsi pronto per la pubblicazione di questo. Si aveva un capitale sottoscritto di 450.000 lire; la tipografia era prontalocalemacchine e persone; pronta la redazione e i principali corrispondenti esteri; gl'italiani si troverebbero subito. Cortis prometteva l'assidua opera propriaalmeno sino all'apertura della Camera nuova. Ora occorreva intendersi sul miglior momento d'uscire. Cortis era risolutocome gli amici sapevanodi pigliar occasione da una protesta dei suoi elettori per pronunciare un discorso l'indomaniultima seduta avanti le vacanze pasqualie dimettersi. Avrebbe esposta molto esplicitamente la sua fede politicaappellandosi dagli elettori attuali ai futuri. Poiché egli avrebbe in seguito diretto il giornalesi credeva in dovere di comunicare agli amici le idee che intendeva svolgere alla Camerabenché certo non potessero riuscir nuove ad alcuno di essi. Se piacesserose il discorso trovasse qualche eco nel paesediventerebbe forse opportuno annunciare al pubblico il nuovo giornale come sorto da questo impulsoe uscire con esso né cosí tardi che il discorso fosse dimenticatoné cosí presto che la connessione dei due fatti apparisse premeditata.

Ciò postoCortis incominciò a esporre brevemente quello che si proponeva direcon maggior diffusionealla Camera. Egli parlava in piedicon le spalle alla scrivania cui appoggiava la persona e puntava le manifissando or l'uno ora l'altro di coloro che lo ascoltavanoquale seduto contegnosamentequale sdraiato sul canapèquale ritto nel vano d'una finestrafumando.

"L'ordine e la forma non importano" diss'egli. "La sostanza sarà questa."

L'onorevole deputato che fumava alla finestravenne a piantarglisi di frontea cavalcioni d'una sedia.

"Degli elettori" proseguí Cortis "protestano contro di me perché ho espresso alla Camera delle opinioni clericali. Io nego che questi signori conoscano il colore delle opinionie ho fondati dubbi che ignorino il senso delle parole; pure intendo cedere e rassegnare le mie dimissioni da deputato con qualche commento."

"L'amico" disse qualcuno "non ti lascerà parlare."

"Perché? In ogni caso deciderà la Camera. Quanto a censure e richiami è quello che desidero. Dirò dunque che sebbene io sia grato ai miei colleghi per le prove di considerazione avutenesento attualmente nella Camera un'aria cosí viziata da poterne uscire senza dolore. E quise mi lasciano continuaredirò che coloro i quali credono vicina la scomparsanon dei vecchi partitima addirittura del regime parlamentarepossono venir qua a fiutare il puzzo della sua corruzione. Soggiungerò che uscendo dalla Camera ne darò le notiziemolto forte e su tutti i toniai nuovi elettorie non andrò sicuramente a predicare la trasformazione dei caratteri e delle opinioni per costituire una maggioranza molto estesa e poco vitale. Ho udito parlare piú volte nella Camera di un partito nuovo che tutti desiderano e cui nessuno vuole appartenere; io mi compiacerò di far sapere a' miei colleghi che mi sacrifico al pubblico bene ed esco appunto per andare in traccia d'un partito nuovo e ritornarese sarà possibilecon esso."

"Hm! Hm!" fecero alcuni scettici.

"Signori" esclamò Cortisse non avete fede, perché vi mettete all'impresa?

"Avantiavanti!" dissero quegli stessi scettici.

"Sarò meno baldanzoso" proseguí Cortis. "Studierò le espressioni. Sapeteè un discorso che sarà probabilmente molto interrotto e perciò dovrò fare a dritta e a sinistra molte scappate che ora non posso prevederema l'importante è quiquesto nuovo partito. Io lascerò dunque la Camera augurando che vi entrino presto degli uomini sciolti dalle superstizioni e dalle ignoranze di un certo individualismo liberale che si crede alla testa dell'umanitàe non si accorge di passare alla coda; non si accorge di aver lavorato utilmentesía distruggere tante cosema di aver lavorato non per sèsibbene per uno molto piú fortemolto piú potenteche oratrovando le vie sgomberearriva e se lo piglia lui il mondo e lascerà forse a simili liberali qualche prato d'Arcadia e poche pecore. Questi uomini penetrati dal futuroquesta gente positivaverrà alla Cameraconvintaa differenza di altri retori e mitologiche nel lungo lavoro di rinnovamento sociale cui le forme moderne della produzione impongonoil migliore strumento sarà una monarchia fortesciolta da qualunque legame con qualunque chiesama profondamente rispettosa del sentimento religioso. Questi uomini saranno ispirati dal piú ardente patriottismo e non faranno maiper un solo palmo non nostro di terra italianadichiarazioni né abiliné oneste."

"Ecco" proseguí Cortisdopo un momento di silenzioio svolgerò, presso a poco, questi concetti. Adesso voialtri dovete dirmi francamente la vostra opinione.

Nessuno parlò. Cortis andò a buttarsi sul canapèsi mise a guardare il soffittoaspettando.

"Ardito" sussurrò il senatore C... "Un discorso molto ardito."

"Questo si sa" esclamò Cortis con un gesto di noncuranza. "Tanto ardito che forse non lo potrò fare."

Quel deputato che stava a cavalcioni della sediasi scosse a un trattopicchiò forte col pugno sulla spalliera.

"Non guardo questoio" diss'eglialzandosi. "Non guardo l'arditezza della formaguardo l'arditezza delle idee."

Soggiunse chegiudicando da una esposizione cosí concisale idee gli parevano piú radicali di quelle nelle quali tutti i presenti si erano accordati nel trattare per la fondazione del giornale. Si era parlatosíe moltodi riforme sociali; ma questo era un mettere avanti troppo apertamente il socialismo di stato con pericolo di spaventare il pubblico. Adesso non voleva discutere il principioma certo in Italia gli mancava la conveniente preparazionecerto non era abbastanza divulgato per chiamar gente intorno a una bandiera nuova. L'onorevole deputato non approvava poi che si parlasse con dispregio della trasformazione vagheggiata da tanti nella Camera e fuori. Si poteva essere scettici su questo puntoma non conveniva maiin politicaoffendere alcuno senza necessità.

Un giovine sicilianoreduce da Berlinofervido fautore del socialismo cristianoprese focosamente le parti di Cortis; disse che altro era un programma di governoaltro un programma di partito. Il riserbo e le cautele vengono col potere. Quando s'intende creare un movimento dal di sotto all'insúci vuole franchezza e ardimento. Chi non parla di riforme sociali? Bisogna anche dire come deve farsi questo grande lavoro: con la monarchia forteil Reich; con l'associazionecon il sentimento religioso.

L'onorevole deputato replicò; altri intervennero nella discussioneappoggiando il consiglio piú prudente. Cortis fremevasi agitava sul canapèvolendo tacerelasciar liberi i suoi amici di deliberare a lor posta; ma non fu padronequella serade' suoi nervi malatie ruppe a un tratto in una sfuriata contro i timidi e gl'incertiinvestí i suoi contradditori con tale amara veemenzada muoverli a stupore piú che a risentimento. Quand'egli ebbe finito nessuno aperse la bocca per un pezzo: tutti si guardavano attoniti. Finalmente il senatore T... prese la parola e la tenne a lungonavigando con gran precauzioneammirando l'ardimento degli unilodando la prudenza degli altricompiacendosi di una discussione onorevolissima per tuttianche se l'ardore delle convinzioniil desiderio del pubblico beneavean potuto qualche volta esprimersi con vivacità straordinaria. Dopo aver lodato tuttil'onorevole senatorevolendo rimendare gli strappidovea pure passar l'ago a destra e a sinistrapungere un poco chi aveva parlato piú forte. Apparivasecondo luidalla discussioneun disaccordo piuttosto apparente che realeun dissenso sull'attuale opportunità delle cose dette dall'onorevole Cortisanziché sul loro valore intrinseco; benché egli stessose proprio proprio costretto a pronunciarsi su quell'ordine di ideeavrebbe dovuto pur fare qualche riservacome su alquanti altri giudizi che aveva uditi nella discussione.

Ciò postonon pareva difficile all'onorevole senatore che tutti avessero a intendersi nei seguenti termini. L'onorevole Cortis parlasse pure a modo suoma senza nessun impegnoda parte del giornaledi prendere il suo discorso per programma. Parlasse pure audaceaudacissimo. In pochi mesi di vita parlamentare l'onorevole Cortis aveva già saputo distinguersiconciliarsi molto rispettomolta simpatia; il suo discorsose gli riusciva di condurlo a fineavrebbe sicuramente levato rumore nella Camera e fuoriavrebbe dato modo di studiare gli umorile disposizioni del pubblicodi prendere postocol giornaleun po' piú indietro o un po' piú avantisul terreno migliore.

Cortis fece un atto di acquiescenza mutasdegnosa; gli altrichi primachi dopochi ad altachi a bassa voceapprovarono. Non v'era piú niente a dire. Le cravatte bianche uscirono subito; ultimo uscí anche Cortis. Prese a braccetto il senatore che aveva parlatouomo di grande ingegnodottrina e virtúlo trasse con sè verso via dell'Araclia forzaperché colui voleva piegare verso il Collegio Romano.

"Se mi credevate matto" disse Cortisnervosodovevate farmelo sapere prima.

L'altro protestòma Cortis non parve nemmeno ascoltarlogli dichiarò che avrebbe mandato a monte societàgiornale e tuttoche si sarebbe ritirato davvero dalla vita politica. Il senatore si provò di ammansarlodi persuaderlo che avendo richiesto gli amici di consiglio non doveva poi offendersi se il consiglio era dato liberamente. Cortis negava di aver chiesto consigli ad alcuno; tenendosi legato a quella gentenon aveva voluto muovere un passo senza dirloma si era tenuto sicurissimo di una piena approvazione. Non erano le solite idee discusse tante volte sin da quando s'era stabilito di fare il giornale? NonoCortis lo sapeva benesi aveva gelosia di luisi aveva paura di creargli troppa influenzatroppa autorità. Il senatore noma gli altri sí; gli altri erano invidiosinemici occulti. Non li aveva visti il senatore? Non li aveva uditi?

I radi viandanti si voltavano a guardar quest'uomo alto e smilzo che parlava con tanta fogacon voce vibrante di tanta emozione a quell'altro grosso e piccinotutto mansueto nel suo soprabitone all'antica. Questi cercava fermarsi sotto i fanalia guardar l'orologioma Cortis non gliel consentivagli stringeva piú forte il bracciolo trascinava seco per isghembocome un ragazzo riluttante. Solo alla salita del Campidoglio il buon senatore si piantò su' due piedi risoluto a non lasciarsi trarre piú avanti.

"Caro Leimi faccia il piacere!" diss'egli. "Dove va?"

"Ho bisogno di camminaredi stancarmi" rispose Cortis. "Non m'ha detto Lei che va qualche voltala seraal Colosseo?"

"Grazie tante! Alle otto! Per amor del cielo! Alle otto. Son le dieci e mezzosa. A quest'ora sono sempre a letto."

"Perché desideravo stare un po' con Lei. C'è poca gente ch'io stimi quanto Lei."

"Grazie" rispose il senatore con un sorriso modesto e una voce cascante. "Riverisco" soggiunse facendosi piccin piccino quasi per sfuggir meglio al suo terribile interlocutore. Cortis gli strinse la mano e lo lasciò senza dir parola.

Camminava rapidamentevedendo la Camerai vicini intenti a luiintento il presidente; ein faccia a sèsotto la tribuna di sinistral'orologio muto che veniva segnandomomento a momentoil passar di parole irrevocabiliil passar di un'ora fra le piú solennifra le piú gravi della vita di chi parlava. Talvolta la figuralo sguardo d'Elena gli fugavano ogni altra visione; ma poi quell'aula scuraquei volti oscuri e marmoreiquel quadrantequell'inesorabile lancetta tornavano. E si udiva parlareudiva il cicaleccio indifferente dei colleghipoi le interruzionii richiamile ingiurie. Le sentiva veramente come schiaffi sul viso; un fiume di collera gli veniva alla bocca; egli rispondeva a destra e a sinistra con l'invettiva e il sarcasmosolo contro tutti. Paroleattitudinigli tempestavano nella fantasia con rapidità crescente. E camminava camminavacon i denti serraticon le pugna strettequando in piazza de' Fenili traballò preso da un capogirodovette aggrapparsi al parapetto verso il Foroaspettareansandoche passasse. Quando le imminenti colonne spettrali di Castore e Polluce ristettero di girargli attorno con gli altri grandi cadaveri del Forotutti grigi di luna velatarimase a guardarequasi inconsapevolei tre fusti potentiil colossale mozzicone d'architrave fermo sotto i nuvoloni bianchi che veleggiavano all'Esquilino.

La pace dei secoli morti gli entrò a poco a poco nel cuore. Riprese quindi adagio il suo cammino pensandoattonitoa questa cosa nuovaa questo girar vertiginoso della vistacui neppure una volontà gagliarda come la sua poteva arrestare. Calmacalmaci voleva; anche per l'indomani. Non immaginò piú nientenon ascoltò che il proprio passo nella solitudine.

A un tratto si trovò sul viso il Colosseo enormenero fino alle nuvole. I piccoli fanali non rompean l'ombre a due passi. S'intravvedeva appenain fondo all'entratal'arena chiara. Cortis si cacciò in quel buioavidamenteparendogli uscir dal tempo in un'aria eternaa riposare. La luna pendeva sul Celioimbiancando in altoa sinistra di Cortisle gigantesche vertebre nude dell'anfiteatro. Non si vedeva anima viva. Solo un lumicino attraverso le arcate dell'entrata oppostaverso San Clemente; solo di tempo in tempo un sordo rumor di ruote dava debole segno della vita lontana.

Cortis si appoggiò a un rudere del podio imperialenell'ombra. Il silenzio desolatole immense rovine cineree e nere gli davan l'idea di un cratere spento della lunafra quelle montagne morteal crepuscolo. E tornavanocon questo triste sognoil visola voce d'Elena. Era ella dunque in un altro pianeta? Proprio in eterno non sarebbe stata sua? Il cuore si mise a batterea battere. Si strinse con le mani il pettotemendo uno sfacelo di sè. DioDiocos'era questa prostrazione dello spiritocos'era quest'onda che gli veniva su su su alla golaal visocosí dolcecosí amaracosí forte? LuiCortispiangere? Si voltò alla pietra anticavi affisse la fronte.

Pochi minuti dopo uno sciame di gente sbucò nell'arenasi fermò all'entrata con degli:

"Oh! Beautiful! Wonderful!"

Cortis andò via.

 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

 

ERAN DEGNI DI QUESTO

 

Elena non dormí quella notte. Ebbe un breve sopore all'alba e sognò la sua cameretta gaia di Passo di Roveseil vento frescoil verde e le rose; un sogno in cui si sdegnòquasicon se stessa. Si alzò alle seiandò a messa alla Minerva con il desiderio di pregaredi trovare un po' di pace. Non poté. In chiesa piú ancora che fuori si sentiva muta di fede. E invidiòsedendo stanca nel suo bancotutti quei devoti che avevano tante cose buone da poter domandare a Dioche pregavano fervorosamentecome se proprio lo vedessero là fermo sull'altar maggiore ad ascoltarli. Ella invece non vedeva che la propria sua vita miserainutilee non desiderava nientenon aveva niente da domandare a Dio senza peccato. Gli chiederebbe forse di estinguerle la passioneil fuoco dell'anima? Oh no noil suo tormento le era troppo caro: ne viveva. Piuttosto chiedergli di farla morire; ma che ne sarebbe di lei nell'altra vita? Che aveva mai fatto di benein questa? Qualche opera di caritàfreddamente. Anche la sua virtú di moglie fedeleche merito religioso aveva? Nessuno. Era stata fedelein parte per un fiero sentimento umano d'onorein parte per non nuocere a luiper non essere un inciampo sul suo cammino. Con quale frutto? Con questo solo; non commettere il male. Cosa ne aveva ella fatto di tanta potenza d'amore e d'opereche sentiva nel cuore? L'aveva sepolta. Nonon doveva chiedere la morte a Dioma la vita; non l'amorenon la gioianon la pacema solo la forza di fare il bene per amor Suodi soffrire con rassegnazione. Si esaltò in questo pensieroun subito fuoco amaro le arse nel cuoree chiese a Dio questo; gli disse che non gli domanderebbe mai di esser felice neppure nella esistenza futurache accettava e benediva la Sua volontà quand'anche fosse di farla soffrire eternamente. Trovò riposo nella preghiera e un alito molle di quella pace cui non voleva chiedere. Era spossatezzaforsee naturale effetto di uno sforzo cosí violento. La preghiera le venne morendo nello spirito stanco; quasi anche il pensiero; restava solo un senso di quiete.

Le venne poi quest'ideache non valesse la pena di nascondere ancora il suo cuore a Cortis. Con tutto il suo studio di farsi dimenticare da luid'offenderlonon v'era riuscitae comprendeva bene d'essere indovinata da lui: l'una e l'altra cosa le davan tanta dolcezza malgrado se stessa! E allora? Il simulare diventava un sacrificio inutile. Povero Cortisquale consolazione gli aveva dato ella mai? Di chi era la colpa se gli toccava ora la pena di vivere con sua madre? Costei le aveva scritto dei ringraziamenti pindaricidelle tenerezze nauseabonde con certe sconvenienti allusioni alle persone male appaiateche le avean tratto al viso il suo sangue altero. La contessa Tarquinia non sapeva darsene pace; descriveva sua cognata da giovane come la piú falsala piú egoista creatura del mondo; una convivenza impossibile! Elena era piena di rimorsi benché avesse chiesto a Cortis per colei il solo permesso di abitare Roma. Bisognava domandargli perdono a mani giuntevedere se non ci fosse piú rimedio. La messa era finitala gente usciva. Elena s'inginocchiò un momentonon a pregarema a pensare che se fosse lecito domandar simili cose a Diose un'anima poco credentepoco degna come la sua potesse sperarne ascoltogli chiederebbe di provveder luidi liberare Cortis. Uscendo di chiesa le venne in mente con un lampo d'ironia che avrebbe dovuto ricordarsi anche di suo marito. In fatto la lettera ricevuta a Cefalú le aveva messo un'agitazione piú profondapiú indefinibile ch'ella non volesse confessare a se stessa; ma orasapendo che la dilazione del pagamento si era ottenuta dopo quella letteraignorando che suo marito fosse stretto da altre necessità egualmente minacciosenon se ne curava piú tanto. Era andata segretamentela sera innanziin via delle Muratte; il barone era fuori; gli aveva lasciata una lettera.

Che fare di piú?

Sulle scale dell'albergo incontrò il senatore Clenezzi che ne scendeva e chevedendola salire a quell'orarimase lí di stuccoa mani giuntesenza nemmanco salutare.

"Cara Lei" diss'egli finalmentene ha altre? Sa mica che sono appena appena le sei e mezzo?

Elena sorrise.

"Che piacere ha d'incontrarmi!" diss'ella.

Il senatore si storse tuttosospirò come se inghiottisse delle proteste venutegli alla bocca e rispose solo: "Basta." Poi le parlò di uno stranissimo biglietto di Cortispervenutogli in quel momento. Elena trasalígli si porse tutta con un atto di muta domanda. Colui le diede il biglietto che diceva:

"È arrivata in Roma stamattinaimprovvisamentemia madre. Non so se mi sarà possibile venire alla Minerva verso le dieci come avrei voluto. A mezzogiorno ho affari; poi c'è la Camera e devo parlare. La prego di avvertire le signore. Se non potrò venire manderò piú tardi i biglietti per la seduta".

"Mi dica un po'" chiese il senatore prima ancora che Elena avesse finito di leggere. "Cos'è questa storia? Io ho sempre inteso e da lui e da Lei e da tutti che il signor Cortis era soloche non aveva altri parenti se non loro. Capisco nienteio!"

Elena non rispose; teneva sempre gli occhi sul biglietto come riflettendo. Lo rese finalmente a Clenezzi.

"Va bene" diss'ella.

Clenezzi intese che ne sapeva piú di lui e che non le garbava di parlare. Si congedòpromettendo tornare verso le dieci per mettersi a disposizione della contessa Tarquinia. Era già in fondo alla scalaquando Elena ridiscese in frettalo raggiunse.

"Vada da Cortis" diss'ellaveda mia zia e, quando viene, me ne dica qualche cosa.

Il senatoresbalorditoaperse la bocca per scusarsiquando Elena risaliva giàcorrendola scala.

La contessa Tarquinia non si svegliò che un paio d'ore piú tardi. Quando seppe dell'arrivo di sua cognatadichiarò netto ad Elena che tutti erano padroni di perdonare fin che volevanoche col cuore perdonava anche leima che non l'avrebbe veduta sicuramente. Le rincresceva per Danielema su questo punto non poteva transigere. Se Elena volesse ascoltar leisi comporterebbe allo stesso modo.

"Oh no!" rispose Elena con un tale fuoco sdegnosocon un tale aggrottar del ciglio che sua madre si affrettò a dirle: "Ehnon La si offendaper amor di Dio!"; e poifatte molte professioni di esagerata umiltàdi esagerato rispetto per il gran talento e per il generoso cuore di sua figliache intanto fremevaincominciòquasi parlando a se stessaa ripeter l'iliade de' passati falli di sua cognatasenza tacere di certi antichi guai che avevano avuti insieme.

"Lo so" interruppe Elenama vuoi rendere ancora piú amaro il sacrificio di Daniele, sapendo poi anche la parte che v'ho preso io?

"Padrona" rispose la contessa Tarquiniapadronissima! M'hai domandato consiglio? E Daniele mi ha mai detto niente?

Elena sdegnò replicare.

Clenezzi tornò alle nove e mezzoe fu ricevuto da Elena sola perché la contessa Tarquinia non aveva ancora compiuta la propria toeletta. Era andato a casa Cortisnon disse con qual pretesto; in fattoper domandare notizie dell'affare di Santa Giulia.

"E dunque?" chiese Elena.

"Ho visto anche la Sua signora zia" rispose il senatore con un inchino.

"Nonono" rispose Elena impazientebattendo palma a palma. "Non c'è affatto bisogno di complimenti. Dica dica proprio com'è."

"Proprio?" rispose il senatore. "Ho da dirla? È uno spavento. Non ho mai visto una cosa compagna."

"Dica."

"Non parliamo del fisico. Lungagiallamagra; non ha che pelle e ossa. Da noi si direbbe che è buona da mandare a Palazzolo per farne dei bottoni. Ma è la toelettama sono i modima è l'insieme! Cortis me l'ha presentata con una faccia e una voce da gelar le parole fino in golae lei mi si è messa subito a chiacchierarea chiacchierare tanto che non ho potuto resistere cinque minuti e sono scappato."

Il senatore sostò un momento e ripresegrave: "Ma sa chi m'ha fatto impressione?"

Elena impallidí.

"Cortis" diss'egli. "Deve star male. Se vedesse! Ha la fisonomia alterata. Ho paura che gli succeda qualche cosa."

Ella lo guardòmutacon due occhi cosí aperticosí fissicosí pieni di subito spaventoche il senatore si affrettò ad attenuarecome poté megliol'effetto delle sue parole e della faccia sepolcrale con cui le aveva proferite. In questa entrò la contessa Tarquiniaelegantissimaedata ai due una occhiata rapidadomandò a Clenezzi se ci fossero notizie di suo genero. Clenezzi rispose un po' storditamente che síche il barone Di Santa Giulia era aspettato da Cortis in casa sua per mezzogiorno.

Da Cortis? Cosa c'era di nuovo? Qui il senatore s'imbarazzò un poco. Rispose che si trattava di alcune ultime intelligenze da prendere con l'avvocatodi alcune formalità relative al noto accomodamento. Elena non parlò; alla contessa Tarquinia piacque accettare ogni spiegazione che le mettesse il cuore in pacealmeno per quel giorno. Elena in fin dei conti era partita da Cefalú con il permesso di suo marito; questi era informato del giorno e dell'ora in cui ella doveva arrivare a Roma; lo si era andato a cercare al Senato e a casa; gli si era scritto nei termini piú convenienti; che poteva egli richiedere di piú?

La contessa domandò a Clenezzi se avesse in pronto un bel programma per la giornata. Lei non esigeva che la messa a San Pietro e il corso a villa Borghese. Il senatore propose una visita al museo Tiberinoaperto da poco tempo. La contessa Tarquinia arricciò il naso. Oh Diomusei! Ne aveva veduti tanti! Cosa c'era di bello in questo museo Tiberino? Clenezzi confessò umilmente che non v'era andato mai. La contessa vi si rassegnò e stavano per uscire quando Clenezzi rammentò che Cortis gli aveva detto di voler fare il possibile per venire alla Minerva tra le dieci e mezzo e le undici. La contessa Tarquiniaatterrita dall'idea di vedersi forse comparir davanti sua cognatas'infuriò a dire chenell'incertezzanon era il caso d'aspettarlo e che si poteva lasciare al portiere un biglietto per lui. Lo scrisse subito ella stessaavvertendo Cortis che avrebbe potuto trovar lei e sua figliaintorno alle undicial museo Tiberino.

A San Pietromentre la contessa entrava nella cappella del coroElena trattenne Clenezzi con un cennogli chiese impetuosamente:

"Cosa c'è di mio marito? Cosa va a fare da Cortis?"

"Ma niente" rispose il senatore. "Quello che Le ho detto."

La contessa tornò indietro per dir qualche cosa a sua figlia; il dialogo fu troncato.

Verso le undicila carrozza delle signore giungeva dal borgo San Spirito e quella di Cortis dal ponte di ferro al museo Tiberino.

"Sapete cosa faccio?" disse la contessa vedendo da lontano suo nipote. "Vi dono il vostro museoe ve lo dona anche il senatore; non è vero? Lui mi accompagna a fare una commissione; e tuElenavai al museo con Daniele e poi ti fai accompagnare all'albergo. No?"

"Per me...!" rispose il senatore chinando il capo e alzando le mani spiegate. Elena non disse parolanon arrossí né impallidí: solo l'ansar del seno tradiva la sua commozione. Prima che scendesse di carrozzasua madre le sussurrò rapidamente all'orecchio di riferire a Cortis la sua ferma volontà di non ricevere la cognata. Elena scosse risolutamente il capo.

"Parlerai tu" diss'ella.

La contessa Tarquinia morse disperatamente il ventaglio che teneva in mano; poisalutato appena suo nipoteordinò al cocchiere:

"In via Condotti."

Cortis non capiva. Guardò Elena come per chiederle una spiegazione.

"Alla mamma non piacciono i musei" diss'ella con voce incerta e con un sorriso forzato della boccache mal rispondeva al fuoco triste degli occhi. "Se puoi mi accompagni tu."

"Figurati" rispose Cortis. Prese i biglietti eoffertole il braccioentrò con lei nel giardino desertoincoltoche verdeggia sotto le solitudini di Sant'Onofrio.

I lontani rumori di Roma morivano in quel silenzio profondo. Le grandi palme di fronte al museo con la loro gravità orientalegli abeti ritti e densi su per il Gianicolo con la loro rigidezza neramettevano nella quiete una malinconia solenne.

"Non ci sono stato mai neppur io" disse Cortis. "Dev'essere interessante."

Anche la sua voce aveva un leggero tremito. Elena lo seguivainerte. Alla porta del museo egli piegò a destra per entrarvi; ma allora quel braccio inerte appoggiato al suo s'irrigidí a un trattolo spinse diritto avanti.

"Perdonamiperdonami" singhiozzò Elena con voce soffocata.

Cortis sentí riprendersi dalle vertigini della sera precedentema stavolta le vinse con un impeto di volontàstrinse forte il braccio d'Elenae la trassecamminando rapidamentein un viale erboso che si perdeva a sinistrafra le macchie. Là dentro rallentò il passo.

"NonoElena" diss'egliteneroaccarezzandole la manoportandosela alle labbra. "Cosa vuoi che abbia da perdonarticara? Non ho nienteniente."

Ella soffocava il pianto nel fazzolettoun pianto convulso che le scoppiava dalle spalle.

"NonoElenanocara" le ripeteva Cortis con una dolcezza che pareva raddoppiare l'emozione di lei. Ella poteva solo dire a stentoquasi parlasse a se stessa:

"Impossibileimpossibile!"

Si chetò poco a pocoalzò il viso a suo cugino.

"Mi perdoni?" diss'ella.

"Ma Dio!" rispose Cortis fermandosiprendendole ambedue le mani. "Il tuo silenzio? La tua freddezza? Ma se..."

Elena ebbe paura che compiesse la fraselo interruppe.

"Sísí" diss'ellatutto, sí, anche quello; ma quello lo facevo per te, Daniele, perché tu mi potessi dimenticare per sempre, per sempre!

"Io posso tutto" rispose Cortiscingendole la vita con un braccio; "io posso amare e soffrire quanto nessun altro al mondo e posso anche morire..."

Ella gli strinse la mano affannosamentecome se glielo portassero via.

"... sísaianche morire prima di farti del male."

"Oh" diss'ella "credi che non lo sappia? Credi che ne abbia dubitato mai? Non è di questo che avevo paura; avevo paura di essere una disgrazia per te."

"Posso anche morire" riprese Cortis "ma dimenticare noElena. E come saresti una disgrazia per me? Se vuoi parlare dei miei doveri pubblicilo sainon c'è sentimento privatoper quanto forteche valga a..."

"Questo lo so" interruppe Elena "ma io pensavote l'ho anche scrittoche hai bisogno di un amore interodiverso..." Dal miovoleva dire; ma la parola le morí sulle labbra.

"Me l'hai scritto e ti ho risposto."

Cortis la sentiva tremar tutta. V'eranlí di controuna colonna mozzadei vecchi gradini semicircolari appoggiati al pendío del collemezzo nascosti nell'erba. Cortis vi fece sedere la sua compagna.

"Oh Daniele!" diss'ella. "Quello che mi devi perdonare sopra tutto è la lettera per tua madre. Sono stata cosí leggeracosí stupida! E adesso per causa mia..."

Cortis non la lasciò finire.

"No" diss'egliadesso niente per causa tua. Adesso mia madre è a Roma con me perché io l'ho voluto liberamente. Tu non c'entri. Vi era forse dell'egoismo nella mia ripugnanza a vivere con lei. Prima mi dicevo: qualunque sacrificio, ma questo no. Ed era male. Gli altri non sono sacrifici, poiché si fanno volentieri. Del resto, io non le ho mica detto che la terrò meco per sempre. Le ho detto di venire per ora. È un esperimento da tentare prima di lasciarla sola, affatto libera di sè. Insomma, mi hai fatto del bene.

Elena gli afferrò una mano per baciargliela.

"Oh!" fece Cortis ritraendosi. Poicon un subito slancioprese ambe le mani di leil'alzòquasi di peso.

"Sono io" mormorò "che posso..."

Si chinò rapidamentela baciò in fronte. Ella tremavatremavanon aveva piú volontà né forzaquasi non intendeva né vedeva piú. Lo stesso Cortis non potéper alcuni istantisoggiunger parola.

"Basta" diss'egli. "Di questo n'eravamo degni tutt'e due."

Sedettero l'uno presso all'altra in silenzio.

Elena parlò per la prima.

"Vai in chiesatu?" diss'ella. "Preghi?"

Cortis sorrisele chiese il perché di questa domanda.

"Perché io vorrei pregare come una voltae non posso. Non ho fedenon ho fedenon ho fede!"

Ella pronunziò in fretta con voce accorata queste ultime parolecelandosi il viso fra le mani e crollando il capo.

"È una sventura" diss'egli. "Io vado poco in chiesa; mi occupo piú del mio paese che dell'anima mia; ma il mio cuore sente Dio profondamente e spero ch'Egli non sia in collera con me."

"Sai" riprese Elenavorrei dirti tante cose dell'anima mia, tante cose strane! Ma adesso non trovo le parole. E poisoggiunse alzandosi di botto "ti ho fatto perdere anche troppo tempo. Tu devi partire..."

Giunse le mani con un movimento improvviso e disse sottovoce:

"Perché viene da te mio marito?"

"Come lo sai?" esclamò Cortisbrusco. "AhClenezzi!" soggiunse subito. "Non è niente. È per definire una buona volta la faccenda del pagamentometterla in carta. Se fosse qui tuo ziofarebbe lui. Cosí faccio io e poi gli riferisco. Son cose semplicissime. Che gran cose vuoi che sieno?"

Si stizzivaquasi. Elena non insistette.

"E poi" diss'ella "tu stai poco bene? Devi curartisai."

Cortis si strinse nelle spalle.

"Io?"

Elena non si perdette a contraddirlomise in un oh sommesso tanta passione di preghierache Cortis se ne sentí correr la dolcezza nel sangue e non rispose. Di fatto sapeva di aver la febbrela testa gli pesava piú del piomboma tollerava il male con la sua consueta energiaaiutato anche dall'orgasmo nervoso. Orapoiquel primo aprirsi a lui dell'anima ch'egli amavaquel sentirsi un risponder cosí pieno e profondo al sentimento suoquell'aurora di una nuova vita lo ristoravano.

Anche la quiete selvatica del luogo lo venía penetrando. Fiorellini bianchi e gialli oscillavano nell'aria meridiana sui ruderi della vecchia gradinataun usignolo cantava sul bacino circolare ch'è in mezzo al giardinoné voce né passo umano turbavano il silenzio caldo.

Cortis non sarebbe piú venuto viama era quasi mezzogiornobisognava muoversi. Presero un viale a casonon sapendo quale dei due guidasse l'altro. Fu nel passare presso alle grosse radici sporgenti e agli strani candelabri di una fitolaca del Messicosmarrita ella pure in mezzo al giardinoche Cortis si avvide di avere sbagliato strada e ne avvertí Elena.

"Oggi devo anche parlare alla Camera" diss'egli poie tu devi venire. Ti farò avere i biglietti all'albergo.

Elena si strinse al suo braccio. Entrarono un momento nel museoper convenienza e senza dirseloprovando acuto piacere d'essersi tacitamente accordati nello stesso pensiero. Guardaron solo un piccolo busto femminileuna povera testina piegata sull'omerobiancadai lineamenti dolciun po' affievoliti per tanti secoliper tanti flutti corsivi sopra. Pareva che l'antico artista l'avesse lavorata nel presentimento di una sorte cosí amarale avesse infuso un dolore rassegnato e profondoche ora nell'aria pura e quieta di quella sala diceva di aver troppo soffertodi non si poter consolare.

Durante il tragitto dal museo all'albergo né Elena né Cortis proferirono parola. Solo nell'accomiatarsi Cortis le disse:

"Se tua madre non viene alla Cameratu vieni ugualmente?"

Ella lo guardò con i suoi grandi occhi appassionatigli strinse forte la mano e rispose sottovoce:

"Sí."

 

CAPITOLO QUINDICESIMO

 

IL SEGRETO DELLA SIGNORA CORTIS

 

L'avvocato Boglietti andò a casa Cortis alle dodici e un quartoe fu fatto entrare dal domestico nello studio con l'ossequiosa preghiera di volervi aspettare un momento il signor padrone che sarebbe venuto subito. Cinque minuti dopo vi entrò la signora Cortistutta sorpresa di questo ritardo del deputato suo figliotutta dolente che il signore dovesse aspettare.

Il signoreun po' sbalordito da quella figura e da quella eloquenza di vecchia ballerinafece delle proteste cerimoniose.

"Si accomodi" disse la signorasorridendo sempre. "Se permette..."

Si accomodò anche leiper non lasciarlo solo. L'altropoco disposto a questo colloquio inattesovoleva scusarsima le sue parole confusetrovando sempre quel sorriso melatovennero meno.

"Il deputato mio figlio" replicò la signora "è tanto occupato. Bisogna ch'Ella scusi."

"Oh" rispose l'avvocato "lo so bene. Anzi" soggiunse "devo congratularmi con la signorapoiché sento ch'è sua madre..."

La signora giunse le mani e alzò gli occhi al cielo.

"Sísí" diss'ellauna madre felice! Nessuno può saper quanto!

L'avvocato ebbe paura che glielo volesse spiegare a luieappena lo poté decentementetrasse l'orologio.

"Credo" diss'egli "che debba trovarsi qui un'altra personasecondo quanto il suo signor figlio mi ha scritto stamattina. Non so se forse sia già venuta."

"Posso sapere?" mormorò la signora Cortis porgendo la persona e il viso con il piú officioso desiderio.

"Un conoscentesuppongo. Il senatore Di Santa Giulia."

Colei balzò in piedi.

"Il senatore?" diss'ella. "Il barone Carmine? Deve trovarsi qui?"

"Ma... credo!" balbettò l'altrosorpreso.

La signora scappò dalla stanza senza dir parola e tornò subito.

"Non è venuto" diss'ellae adesso mi spieghi, La supplico, perché deve venire? Oh, signoresoggiunse aprendo tragicamente le braccia e scotendo il capoperché l'avvocato esitava un pocoè una donna, è una madre, è la madre del deputato Cortis che glielo domanda!

L'avvocato sorrise.

"Dio miosignora" diss'eglinon s'inquieti. Non si tratta mica di duelli, si tratta di cose pacifiche.

"Pacifiche!" esclamò la signora Cortis con una ironia da scena. "Ella sa sicuramentesignor avvocatoche fra certe persone non vi possono essere cose pacifiche. Oh sí!" qui la signora alzò un dito fatidico. "Oh sí! fra certe persone..."

Tacquecol dito in ariae volse il capo all'uscioascoltando.

"Hanno suonato" disse Boglietti. "Sarà il senatore."

La signora gli afferrò un braccio.

"Signore!" diss'ella. "Io La supplico! Ella non mi ha parlato! Ella non mi ha visto!"

Corse viae l'avvocato guardava ancoraa bocca apertal'uscio che s'era richiuso dietro a leiquando il vocione del senatore Di Santa Giulia disse dalla parte opposta:

"Buon giorno."

Il senatore era dimagritoingiallitomostrava nella fisonomia qualche cosa di piú scuro e sinistro; ma la gran vocela eretta persona e il fare prepotente non avevano mutato. Si buttò di sghembo sul sofàaccavalcando le gambe e rovesciando il capo all'indietro sui cuscini.

"Oh" diss'egli soddisfatto "che sagrato piacere ho di trovarmi con questo dolce avvocato mio! Scrivete benevoiavete lo bello stile! Quella vostra lettera è di una forma squisita. La sostanza pare un poco brigantescama..."

L'avvocatorosso come un papaverovoleva protestare. L'altro non si scompose puntogli fe' cennocon un pacato agitar della manodi starsene cheto!

"Sss! Non ci riscaldiamo! Questa gente del nord come piglia le cose! Siete bene piemontese voi? Ho detto parepare. Pare ma non ècome la faccia del senatore Di Santa Giulia che pare d'un terremotaccio ed è del piú mansueto c... che sia. Oh santo diavoloil diritto è dalla vostra parte. Volete che confonda un avvocato con un gentiluomo? Questione di diritto non c'è. E adesso ditemi cosa volete ancora da mevoi e quest'altro mio reverendo cuginopadre Daniele della compagnia di Gesú. Non mi avete scritto che volete il danaro al 31 marzo? È il 31 marzo oggi?"

L'avvocato non rispose. Si lisciava i baffi guardando da un'altra parte.

"Eh?" riprese l'altro.

"Parla con me?" disse Boglietti. "Chi L'ha invitato a venir qua?"

"Cortis."

"Parli col deputato Cortis."

"Eccomi" disse Cortis entrando in quel punto. "Chiedo scusa a questi signori."

"Di chedi che?" rispose il senatore. "Si aveva qui una conversazione piacevolissima con questo amabile signore. Ora si può benissimo continuare. Stavo domandandogli cosa diavolo voialtri due potete volere da me."

"Nientevoialtri due" disse Cortis freddo. "Chi vi ha pregato di venir qua sono io."

"Ahbenissimo" rispose colui. "E avete pregato anche questo signore?"

"Anche questo signore."

"Benesuppongo che avrete a parlarmi di qualche cosa che riguarda voio della qualealmenoavete il diritto di parlare a me."

Gli occhi di Cortis scintillarono un momento di sdegno e si spensero subito.

"Perché" continuò l'altro alzando la persona e la vocese si trattasse...

"Vi ho pregato di venir qui" interruppe Cortis "per parlarvi. Quando avrò parlato vi ascolterò."

"Eh sentiamo!" disse il barone ricadendo a giacerequasisul sofà. "Si fuma?"

Trasse un sigaro e l'accese senza attendere risposta.

Cortis sedette alla sua scrivania e cominciò a parlare stringendosi forte con le mani la fronte e le tempie. L'avvocato aveva gli occhi fissi in luiil barone fumava guardando il soffitto.

"Mi manca il tempo e la voglia" diss'egli "di spendere delle parole inutili. Ho una proposta da farvi."

"A chi?" disse il barone.

"A tutt'e due. Qualcuno che non vuol essere nominatoè dispostosotto certe condizioniad assumere il debito del barone Di Santa Giulia verso..."

"Non seccatemi!" gridò il senatore. "Questa persona è mia suocera e io prego il demonio che se la porti. Non seccatemi!"

Scagliò rabbiosamente il sigaro a terra.

"A' miei debiti ci penso io!" diss'egli.

Cortis aveva una pazienza mirabilequel giorno.

"Vostra suocera non c'entra" rispose.

"E allora?" esclamò il barone "non può esserema se fosse quell'altra carogna di..."

"Zitto!" proruppe Cortis calando due gran pugni sulla scrivania.

"Avete a sapere" incominciò con sommessa voce stridente il barone chino incontro a lui "avete a saperee me ne f... che lo sappia anche questo signoreche io ho dei debitimolti debitima che voglio essere diecicentomille volte piú nobile dei vostri nobilissimipurissimi signori Carrèdella vostra arcivirtuosa signora zia e dell'arcigentiluomo suo cognatoi quali mi hanno dato senza difficoltà qualcheduno che vale veramente molto piú di loro e anche piú di mese voletee poi han difeso pochi quattrini con le unghie e con i dentime li hanno negati nel momento opportunosi sono fatti giuoco di mehanno persuaso quella persona a mentire la prima voltacredoin vita suae adesso che hanno paura per il loro nomeper la loro reputazione di gente onesta e generosaadesso vengono ad offrirmeli."

"Ma che offrire!" disse Cortis.

"E adesso" continuò l'altro senza badargliadesso io dico: no!

Cortis fece un atto di stanchezza e di tediopoi rispose quasi sottovoce:

"È inutile. Nessuno di casa Carrè vi offre niente."

Il barone si strinse nelle spalle.

"Ehsanto Dio!" diss'egli. "Chi volete...!"

"Non andate a cercare. Qualcuno che io non nominerò maiqualcuno che non vi è né parentené amico."

Cortis parlava a mezza vocestancochiudendo gli occhi ad ogni tratto e sfiorandosi con una mano la fronte.

"E perché?" disse il barone. "Questa personaperché vuol pagare i miei debiti?"

"Il perché non è affar vostro. Ma c'è una condizione. La Presidenza del Senato vi ha già fatto invitare un'altra volta a rassegnare le vostre dimissioniin un dato casoda senatore del Regno. La condizione è questa."

Il barone tacque un momento.

"Ah" diss'egli con un sorriso sarcasticopretendereste avere un incarico del Governo?

"Io non ho nominato il Governo."

"Il Governocaro signor Cortis" replicò il barone "avrebbe obbligo sacrosanto di fare per me questo e molto piú nobilmente; perché poi vi dirò che quando non mi credessi piú degno di sedere in Senatone uscirei di mia libera volontàe la vostra condizione è malvagia. Ma in ogni modoprima di pronunciarmivoglio che mi dichiariate se è veramente il governo che mi offre questo."

"È solo al signor avvocato" rispose Cortis "che dovrò dichiarare il nome del suo nuovo debitore. È lui che deve dirmi se gli soddisfa. Io non farò altre dichiarazioni ad altri."

"Sta bene" esclamò il senatore alzandosi. "Non ci sono dichiarazioninon ci sono condizioninon ci sono persone anonimenon c'è niente. Ci sono iocaro signor cugino e caro signor avvocato. Il signor avvocato mi ha scritto una lettera alla quale io risponderòin un modo o nell'altroprima del 31e ora buon giorno a tutt'e due."

"Un momento!" disse Cortisalzando la mano verso di lui.

"Ho facoltà di togliere la condizione."

"Non me ne importa" rispose il senatore.

Cortis si alzò in piedi.

"Fermatevi!" diss'egli.

Colui si strinse nelle spalleaperse l'uscio epiantandosi il cappello in testadisse senza voltarsi:

"Complimenti."

"Gran bestia!" esclamò l'avvocato quando l'intese discendere le scale.

Cortis s'era rimesso a sedere con le tempie in mano.

"Dunque sono io" diss'egli.

L'avvocato lo guardò senza comprendere.

"Io che pagherò" soggiunse Cortis. "Lei non comprende. Io sono amico del conte Carrè. Se fosse quise lo si potesse informare di tuttopagherebbe. Ora ci sono ragioni particolari di sbrigare la cosa. Dunquese Lei non ha obbiezionila sua cliente mi cede il credito verso Di Santa Giuliae io mi obbligo a pagarle la intera somma entro quindici giorni."

"Si figuri!" esclamo l'avvocato.

"E Lei farà sapere subito al senatore ch'egli è prosciolto da qualunque obbligo verso la Banca. Nient'altro."

"S'immagini! Ella fa un atto nobilissimo."

"Niente affatto" rispose Cortis. "Sono un negotiorum gestor. Gliel'ho detto. Prende un punch?"

Nol'avvocato non prendeva punch a quell'ora. Cortis suonòordinò un punch forte e il caffè.

"Bisognerà scrivere qualche cosa" diss'egli.

L'avvocato rispose che non c'era fretta. Avrebbe preparato con comodo l'atto di cessione e Cortis lo avrebbe sottoscritto l'indomani. Ma Cortis volle che si facesse almeno un preliminarelíseduta stante. Allora il Bogliettidovendo recarsi per certe carte al suo studio di via Sant'Ignaziouscípromettendo tornare dentro pochi minuti.

L'uscio in faccia alla scrivania di Cortis si aperse pian pianosua madre porse il viso a guardare se l'avvocato ci fosse ancorapoi entrò precipitosamente.

"Danieleno!" gemette con voce soffocatagiungendo le mani. "Danieleno!"

"Cosa c'è?" diss'egli.

La signora Cortis si buttò ginocchioniappoggiò la fronte alla scrivania e ruppe in singhiozzi ripetendo:

"Nonono!"

Egli le domandò due o tre volte con dolcezza cosa volesse dire questa scenama poinon potendo trarne che gemitifu preso da un impeto di collerale gridò di parlare o di escire.

"Oh DioDio!" diss'ella. "Non devi sottoscrivere."

"Cosanon devo sottoscrivere?"

"Niente!... Per quell'uomo che è andato via primaniente!"

"Vedo che dovrò mettere delle doppie porte. Ma perché non sottoscrivere?"

Ella non rispose che a singhiozzi. Allora Cortis si ricordò delle parole misteriose dettegli da lei a Lugano.

"In nome del cielo" diss'eglialzatevi e parlate. Alzatevi, dico!

Sua madre si alzò tenendosi a due mani il fazzoletto sugli occhi e andò lentacurvaverso il sofà. Giuntavialzò le braccia.

"No"dissecome parlando fra sènon lo posso permettere!E sedette nascondendosi da capo il viso.

Cortis fremeva.

"Adesso sarà qui l'avvocato" diss'eglie voi non potete restare. Se avete qualche cosa a dire, ditela subito.

Ella si alzò in piedi adagio adagiodiritta e pallida come un fantasma. Per la prima voltaforseCortis poté vederle arder negli occhi una passione vera.

"Sai" diss'ella sottovocesenza un gesto "che egli era amico di tuo padre?"

"Chi?"

"Di Santa Giulia."

"So che ce l'avevano raccomandato quando era tenente di cavalleria e che veniva poco in casa nostra."

"Síma ci vedevamo spesso fuori. E sai il paese? gli anni? Ad Alessandriafra il 53 e il 55."

Cortis piegò il visosi recò la mano alla frontecome se pensasse a raccogliere i propri pensieri. La tolse subitone appuntò l'indice a sua madreinarcando le ciglia.

"Sí" diss'ella "il tempo della mia sventura."

Tacque; i loro occhi s'incontraronosi parlarono. Un subito tremito invase Cortisuna subita angoscia gli corse al viso. Si protesesbarrati gli occhia sua madre.

"Lui?" chiese con voce soffocata.

Ella ansavaansavalo guardava sempre e non rispondeva.

A un tratto il viso di Cortis diventò freddo.

"È il secondo che accusate" diss'eglibuttando in aria un braccio e la mano spiegata.

"L'altro era morto" rispose sua madre. "Speravo di salvarmi. E poi ho le prove."

"Che prove?"

"Ho un biglietto che mi scrisse quandocacciata di casaandai a cercarlo a Valenzadov'era in distaccamento."

Ella parlava ora impetuosacon tutt'altro accento dal solitosentendosi a fronte uno scetticismo che sapeva di meritare spesso ma non questa volta. N'era irritata e trovava nella irritazionesenza saperlol'accento della sincerità.

"Il biglietto l'ho qui" diss'ella traendosi una carta dal seno. "Sapevo già che non mi avresti creduta. Crederai a questo. L'ho conservato sempre con la fede che verrebbe il momento della vendetta. È venuto. Capisco che forse faccio del male anche a mema non importa."

Cortis si strinse le pugna alle tempieaspirò l'aria con violenzaa bocca aperta.

Sua madre gli porse il biglietto in silenzio. Egli guardava la mano stesa e quel pezzo di carta che tremavanotremavano; non osava pigliarlo.

Una scampanellata all'uscio della scala.

"Vi prego di uscire" disse Cortis trasalendo. "È qui l'avvocato."

"L'avvocato? Mandatelo via subito."

"Vi prego" replicò l'altra imperiosamente.

Ella tornò attricebrandí il biglietto ritirando il capo fra le spalle e guardando fiso suo figlio; poi glielo posò con un gran gesto sulla scrivania e uscí a lenti passinon senza essersi fermata sulla soglia a levare e scotere in alto le mani congiunte.

Cortis prese il biglietto. Era una carta di visita del barone Carmine Di Santa Giuliaufficiale di Genova cavalleriae vi si leggevano queste parole di suo pugno a matita:

"Te lo meriti. Nei panni del dottore avrei fatto lo stesso. Guai se le signore belle e buone adottassero questo sistema! Tuo marito è poi anche militare e mio superiore di grado. Io ho già voltato paginavoltala anche tu. E buona fortuna. Dopo tutto non sono neppur sicuro della paternità che vuoi affibbiare a me."

"Eccomi qua" disse l'avvocatoentrando. "Non ho fatto presto? Tengo anche la carta bollata."

Cortis alzò la testalo guardò con due occhi vitrei.

"Se mi permette" continuò l'avvocato accostandosi alla scrivania "metto giú queste due righe."

Credette forse che Cortis gli cedesse il proprio postomapoiché quegli non si mossesi rassegnò a pigliar un'altra sedia e vi si acconciòcome poté meglioa scrivere:

"Colla... presente... privata... scrittura..."

Posò la penna e interruppe il suo soliloquio spezzato per rivolgersi a Cortis.

"Io avrei pensato di far cosí" diss'eglianche per evitare spese... Le pare?

Cortis accennò appena del caposenza rispondere; e l'altroripresa la pennaproseguí il suo lavoroarticolandomano a manole parole che scriveva.

"... da valere... nel miglior modo... che... di... ragione..."

Cortis abbrancò una penna con le mani convulsela storsela spezzò d'un colpo.

"Cosa c'e?" chiese l'avvocato.

Cortis saltò in piediafferrò colui per le spallegliele strinse.

"Scrivascriva!" diss'egli; e si pose a camminare su e giú per la stanza.

L'altro stava a guardarlostupefatto. Cortis si fermògli disse co' denti strettibattendo il piede a terra:

"Vuole scrivere?"

Poi andò diritto alla porta ond'era uscita sua madreetrovatala socchiusala chiuse con un colpo terribilesbattendo a terra la chiavedall'altra parte. Stette un momento a capo bassoquasi a pensar che fosse quel tintinnío; poi andò a sedere sul sofà. L'avvocatoche non capiva niente di questa burrascalo guardò alla sfuggita. Pareva impietrato. Quegli continuò a scrivere in silenzio.

Dopo dieci lunghi minuti depose la penna e guardò Cortis da capolo vide nella stessa attitudine di prima.

"Ecco" diss'egliè finito. Scusisoggiunse vedendo che l'altro non si moveva. "Le è succeduto qualche cosa?"

Cortis scosse il caponervosamente.

"Adesso Le darò lettura dell'atto" soggiunse l'avvocato. E lesse l'attofermandosi ogni tanto a correggere una parolaa mettere i punti sugl'i.

"Lei salva forse una vita umana" disse poicercando smuovere blandamente Cortis dal suo silenzio.

"Lo sa?" esclamò questiavido.

"Ma!... Lo so!... Io non posso mica dire e nessuno può dire di saperlo. Queste non son cose che si sappiano. Ionaturalmentemi sono un poco informato. Mi hanno riferito certi discorsicerti atti... una storia d'un revolver che avrebbe fatto vedere alla padrona di casa... insommaun complesso!... Forse fanfaronateforse no... non so... secondo il carattere dell'uomo. Lei lo conosce piú di me."

Cortis taceva sempre. I suoi occhi spalancatiimmobilidovevano veder qualche cosalà sul pavimento.

Sídelle visioni passavanotrasmutandosi continuamente sul pavimentocome ombre segnatevi dal rapido moto di una mano alta e occulta dietro le spalle di Cortis. Era il viso di suo padre che si trasfigurava in tutti gli atti diversi della vita e della parolae poi nella quiete marmorea della morte; riapriva quindi gli occhisi alzava piano piano dal guancialesi erigeva con tutta la persona in faccia a un'altra figuraalla figura dell'uomo partito poc'anziil quale lo guardava alla sua volta fumando e ghignando.

"Se crede di sottoscrivere..." disse l'avvocato. "Prima Lei e dopo io."

Cortisacceso in voltoalzò le pugna stretteringhiò fra i denti.

"Non scrivo niente."

L'avvocato trasalíbattè il dorso alla spalliera della seggiolaallargando le bracciainarcando le ciglia.

"Niente!" tonò Cortis a voce spiegata. Colui stette un pezzo a guardarlosi strinse nelle spallesi alzò e raccolse le proprie carte.

Allora balenò a Cortis una terribile ideatutta la stanza gli si empí di queste parole: "S'è ammazzato di Santa Giulia." Ed era lui che l'aveva ucciso con il suo rifiutoche aveva fatto libera Elena. Il rimorso gli stringeva il cuore; e vi mesceva una sorda angosciauno spavento di non aver piú la sua calma usatala sua ferrea risolutezza.

"E adesso" diss'egliscaduto il termine, lei cosa farà?

"Lo sa bene. Denunzia immediata al procuratore del re per appropriazione indebita."

In quel momento si picchiò all'uscio. Cortis si scossealzò il capoma non rispose. Si picchiò piú forte. La voce flebile della signora Cortis disse:

"Daniele! Daniele! Una parola sola! Ti supplico!"

"Aspettate!" rispose Cortisrisolutoaggrottando le ciglia. Chiuse un istante gli occhipoi si alzò in piedichiese all'avvocato:

"Che ore sono?"

Era la sua solita voce chiara e imperiosastavolta.

Colui guardò l'orologio.

"Il tocco e mezzo."

Cortis trasse il proprio.

"Il mio ritarda mezz'ora in punto" diss'egli e lo regolò. Poi andò dritto alla scrivaniaprese la pennafece all'atto una gran firma furiosaporse silenziosamente la penna all'avvocatoe quando questitutto sbalorditoebbe pure sottoscrittogli fe' cenno di andarsene e disse forte:

"Avanti!"

La signora che entrava e l'avvocato che usciva s'incontrarono sulla porta. Ella lo squadrò rapidamentegli lesse la soddisfazione in visointerrogò con gli occhi atterriti suo figlio ritto in mezzo alla stanza.

"Vi prego" disse Cortis "di avvertire che il punch e il caffè non occorrono piú. Debbo andare alla Camera. Fatemi trovar pronto il letto al mio ritorno."

"Oh DioDaniele" esclamò sua madresei malato?

"Nosono stancoho sonno."

Prese il cappello.

"Daniele!" gemette la signora.

Egli fece due passi verso l'usciopoi tornò indietrosuonò per il domestico e gli disse cadendo sul sofà:

"Fa venire una vettura."

Il domestico lo vide stravoltodisfattosi arrischiò a dirgli di non muoversi.

"Debbo andare" rispose Cortis e si curvòcuposulle ginocchia accavalciate. Sua madre lo guardavanon osava piú parlargli.

Egli partí due minuti dopocon l'occhio fissoquasi barcollando. Giunto sulla scala disse al domestico:

"Se mi succede qualche cosaavvertire subito la contessa Carrèalla Minerva. Qualunque ordine vi si dia!" soggiunse accennandosi alle spalle col pollice.

 

CAPITOLO SEDICESIMO

 

ALLA CAMERA

 

"Lo sapevoio!" disse sottovoce ad Elena la contessa Tarquinia facendosi vento con molto dispettoperché l'aula era quasi vuota. "Siamo venute un'ora troppo presto. Te l'avevo ben detto! Bastava venire alle duealle due e mezzo."

Molti ventagli battevano con voce aspra e secca lo stesso punto nella tribuna destra della Presidenza. Altri misuravano placidi e lenti il durar di una pazienza flemmaticadi una placida soddisfazione; o il cammino di un pensiero su qualche via molto lontana da Montecitorio. Un signore pratico insegnava ad alcune dame l'aula e le tribunele cose e le personeparlando fortecercando sul viso dei vicini l'ammirazione e il rispetto dovuto alla sua esperienza. Ma le signore si guardavano piú volentieri fra loroobliquamente. Solo quando un deputato entrava nell'aula e il signore pratico ne diceva il nomedei ventagli tacevanodei cappellini si porgevano avanti verso il gran vuoto. La contessa Tarquiniaelegantissimain marron e celeste molto chiarocon due braccialetti d'oro liscio larghi quattro ditaera tra le piú guardate. Pareva la sorella maggiore d'Elena. Questavestita di nerosenz'altri gioielli che una croce di turchesi al collosoffriva delle impazienze di sua madredelle chiacchiere inesauribili di quel signoredi trovarsi lí fra tante persone ignote e sugli occhi di tante altrecon quello che aveva in cuore. Le sarebbe bastato di vedere Cortis per togliersi da un tale disagio; ma Cortis non era ancora entrato nell'aula. Pochi deputati scrivevano sui loro stallialtri giravano per i settori con le mani in tascaaltri discorrevano nell'emicicloguardavano le tribune. Uno di questil'on. T.conoscente di casa Carrèvide la contessa Tarquiniacapitò subito nella tribunasi offerse alla contessa per quanto avrebbe potuto desiderare da lui in Roma. Ella gli rispondeva con dei sorrisi luminositutta rossa di piacere per quell'omaggio pubblico. T. non aveva riconosciuto Elena sulle prime e se ne scusò alla megliodisse che la credeva in Sicilia.

"È una fede antica in Lei e molto robusta" disse Elena col suo sorriso fine. "M'ha sempre creduto in Sicilia anche quando mi vedeva a Roma."

Colui diventò tutto rossoprotestòma Elena lo interruppe subitogli chiese cosa si rappresentasse quel giorno alla Camera.

"Eh!" rispose T. "Prima c'è l'esposizione finanziaria. Non lo sapevano? È per questo che vede le tribune cosí affollate. E poiquesto lo sapranno meglio di mec'è il coup d'èclat che vuol fare Cortis."

"Oh!" esclamò la contessa. "Che cosa? A noi non ha detto niente."

"Allora non sarà vero. Sa che i suoi elettori hanno mandato una protesta contro di lui? Si dice che intenda rassegnar le sue dimissioni da deputato con un discorso... molto arditoper lo meno."

I vicini guardavano T.stavano attenti. Qualcuno si voltava a ripeter sottovoce la notizia. Uno che non aveva udito benesussurrò: "Chi?" Gli fu risposto sullo stesso tono: "Cortisquel clericale." Elena udívibrò a chi l'aveva detto un'occhiata di freddo disprezzo. La contessa Tarquinia n'era tutta sconsolatanon voleva crederedomandava a T. come e quando e da chi fosse uscita questa voce. Sapeva della protestama sapeva pure che molti sottoscrittori n'erano già pentiti. T. rispose poche frasi vaghesi scusò di non potersi trattenere piú oltre e tolse congedo.

"Capacesai!" sussurrò la contessa a sua figlia. "Ha delle ideecerte volte! E non dir niente! Anche questa ci voleva. Ti giurò che appena comincia a parlarevado via."

"Perché?"

"Perché chi sa cosa succedee allora sto male. Oh Signoresei di sasso tu? Ehvado viavado via. Di' la verità che tu staresti qui?"

"Sicuro."

"Va benee poi vengano a dirmi..."

Era un dialogo di bisbigli e l'ultima frase della contessa Tarquinia fu ancor meno di un bisbiglio; ma Elena udísi accese di sdegno in voltoindovinando un'accusa che sapeva di non aver giustificato con alcun atto palese.

"Cosa?" diss'ella.

"Niente."

Infatti nessuno aveva parlato alla contessa Tarquinia di tenerezze sospette fra Cortis e sua figlia; ma una pia X. glie n'avea scritto molto tempo addietroa fin di bene. Elena non parlò piú. Il cuore le batteva forte di doloredi sdegnodi disgustocome se una curiosità villana fosse venuta a guardarvi dentro di furto. E adesso avrebbe quasi voluto andar via anche lei; le ripugnava di star líle pareva che quando fosse entrato Cortisquando avesse preso la parola le si dovessero vedere i pensieri. Intanto il ventaglio della contessa Tarquinia batteva e ribatteva l'ariapiú fastidioso che mai.

"Che noia!" diss'ella.

Una signora vicina mormorò timidamente:

"M'avean detto che si cominciava al tocco."

La contessa Tarquinia non rispose. Non era il ritardo che le dava maggior noia.

"Adesso comincieranno subito" disse il signore pratico. "Vedono quel deputato che si mette a scrivere là in altoin cima al secondo settore? Quello è Minghetti. Oh! Ecco Depretis!"

La contessa dimenticò un momento le sue pene per guardare anche leicome gli altriil ministro che entrava da destra col suo passo stanco.

Una signorina disse sottovoce:

"Come è vecchio!"

"Guarda" osservò la contessa Tarquinia a sua figlia "se non è tutto lo speziale di Passo di Rovese. Ahma tutto!"

Elena non le badava. Anch'ella s'era scossa vedendo entrare il ministro; ne aveva ricevuto un colposentendo piú vivamente il tardare di Cortis. Il cuore le batteva forte. "Se fosse malato!" pensava. E lo vedeva a letto col volto accesocon gli occhi lucenti di febbre.

"Non c'è ancora il presidente"disse qualcuno. "Di solito è al suo posto mezz'ora prima." Allora un signore entrato da pochi momenti osservò che l'aveva veduto uscire dalla Presidenza insieme al deputato Cortis.

"Ecco!" sussurrò la contessa Tarquinia. "Hai udito? si saranno intesi per questo discorso. Non c'è dubbio!"

"FariniFarini!" disse il signore pratico alle sue vicine. "Guardino Farini."

L'onorevole presidente della Camera entrò rapidamente escambiate poche parole con taluno dell'ufficio di Presidenzaprese il suo posto. Elena aspettava palpitando che qualcun altro entrasse dietro di lui.

Entrò l'onorevole ministro Maglianientrarono gli uscieri con i portafoglili posarono sul banco del Ministero. Seguironoalla spicciolatauna trentina di deputatiil campanello presidenziale ruppe con la sua vocina nervosa il rombo delle conversazioniun segretario cominciò a leggere tediosamentead alta vocequalche cosa cui nessuno badava. E Cortis non compariva. Ma Elena sapeva che non aveva conferito col presidenteera piú tranquilla.

"Dov'è il posto di Cortis?" le chiese sua madre. Elena non lo sapeva. Il signore pratico si affrettò di risponder lui con melata ufficiosità:

"Làsignoranel terzo settorevicino a quel deputato pallido colla barba nera. Eccolo il deputato Cortis. Arriva adesso. Làsignora."

Elena guardava a destra e Cortis entrava da sinistra a braccio d'un altro deputato. Attraversò lentamente l'emiciclo e salí al suo posto senz'alzare il capo alla tribuna. Elena non lo vedeva bene in visoma qualche cosa nel suo passonel suo atteggiamento le faceva male al cuore.

"È giúperòDaniele" disse la contessa Tarquinia. "Pare un vecchio. No?"

L'altra non rispose.

Qualcuno fece "sss!" perché il presidente leggeva qualche cosa che richiamava l'attenzione della Camera. Nella tribuna tutti tendevan l'orecchio.

"Dimissioni" disse unopoi che il presidente ebbe finito di leggere.

"Di chi?"

Il nome non si è capitoma Cortis non è certo. Zittozitto! Un deputato ha chiesto di parlare. Chi è? È questo; noè quest'altro. È C. che propone non sieno accettate le dimissioni e si accordi all'onorevole P. un mese di congedo. Nelle tribune si mormorasi dice: "La solita commedia." S'alza un secondo deputatopoi un terzopoi un quarto. Tutti suonano la stessa musica. La proposta è messa ai votila Camera approva. Allora Cortis si alza e dice con voce malferma quello che riferiscono gli atti della Camera.

Cortis. Domando la parola.

Presidente. Su che?

Cortis. Per una dichiarazione. Siccome poi non voglio riuscir molesto alla Camera che ha una legittima impazienza di udire l'on. Maglianiprego l'onorevole presidente di volermi riservare la parola a subito dopo l'esposizione finanziaria.

Presidente. Sta bene.

Durante lo scambio di queste paroleElena non aveva battuto palpebra.

"Manco male" disse sua madre "sentiremo Magliani e poi andremo via. Hai udito che voce aveva Daniele? Non sta bene quel ragazzo."

Elena taceva sempreguardando Cortis con lo sguardo fissoscuroche diceva in lei un'acuta intensità di passione. Egli era là con i gomiti sul bancola testa fra le mani. Non l'alzava mai ed Elena ne soffrivas'irritavain pari tempodi soffrirnedisprezzava questa sciocca fibra egoista del proprio cuore. Come non sarebb'egli tutto nella meditazione del suo discorsocome dovrebbe pensare a lei?

Intanto il ministro aveva incominciato a parlare. Quasi tutti i deputati erano scesi ai banchi inferiori per udirlo meglio. Dalla tribuna della presidenza si vedeva giú la sua testa bianca volgersi ora a destra ora a sinistrapiegarsi nei radi momenti di silenzio alle carte disposte sul bancoattingervi una cifrarialzarsi; la fluida parola riprendeva ad esporre le cose della finanza pubblica con la grande abilità che altri ammiraaltri deplora. Non v'erano mai nel dire dell'on. ministro effetti oratorii; ma puread ogni trattodei bisbigli d'approvazione correvano nell'aulapadroneggiata non tanto dall'ingegno dell'uomonon tanto dalla perizia profonda di ogni minuto congegno del suo dicasteromateria arcana ai piúquanto dalla fama de' suoi ardimenti esovratuttodallo splendore della sua straordinaria fortuna.

"Sarà un divertimento anche questo" sussurrò la contessa Tarquinia dopo un po' di tempo. "A me mi fa star giú il fiato. E quando durerà!"

"Non lo so" rispose Elenaasciutta. "Io già resto anche dopo."

"Amen" rispose l'altra.

Passavano le cifrepassavano i sottili ragionamentima ben poco ne giungeva alla tribuna della Presidenza. Ogni tanto qualcuno s'alzavascivolava di fiancoin punta di piedilungo i sedili. Poche persone vi duravano a guardare il discorso del ministro e a udire i benissimo della Camera. Invece le tribune politiche rigurgitavan di gente. Nella tribuna dei senatoriClenezzi guardava spesso le signorecercava farsi riconoscerema inutilmente. Ad un tratto il ministro tacque e sedette. Un rumore sorse dal fondo dell'aulacome di un nuvolo di mosconi che si levassero ad un tempo dal cibo.

"Ci siamo" disse la contessa Tarquinia. "Cosa fa Cortis?" Cortis posava in quel momento sul banco le braccia incrociate e sulle braccia la testa. Non era la sua volta. Un altro ministro si alzò a presentare una relazione; poi l'onorevole Maglianiche aveva solo chiesto di riposare per cinque minutiripigliò il suo discorso. Elena era inquietissima. Vedeva che Cortis si sentiva maletemeva che non potesse parlare come avrebbe saputoe che avesse poi a soffrirne moralmente. Avrebbe voluto vederlo alzarsiandar via: le facevan rabbia quei deputati suoi vicini di posto che non si movevano per domandargli se fosse malatoper consigliarlo di andar via. Non aveva dunque amiciCortisin tutta la Camera? Si struggeva di scender lei a condurlo fuori. Pensava se non vi fosse modo d'incaricarne T. Si fece prestare un binocolo da una signora vicina onde scoprirloaccennarglise possibiledi venire nella tribuna. Ma prima guardò Cortis. In quel momento qualcuno gli batteva sulla spalla. Egli si scossealzò la testa. Ora Elena lo poté veder bene in viso. Era molto accesoforse per essere stato tanto tempo col capo sul banco. Lo vide scambiar poche parole con chi l'aveva toccato e crollar la testa in segno di diniego; poi guardar un momento verso la tribunasenza mostrar di conoscervi alcunoe discender lentamente all'attitudine di prima. E quell'altro non gli parlava piúnon lo portava subito fuori della Camera! T. era intento al discorso del ministronon guardava mai la tribuna. Elena fu per scendere all'ufficio di via della Missione e far chiamare Cortis. Ma no: se stava meditando il suo discorsonon sarebbe una chiamata opportuna. Potrebbe far venire T.invece! Intanto il ministro finí il suo discorso fra i bravo e gli applausi. I deputati d'ogni parte s'affollavano intorno a lui. Anche nelle tribune molta gente si moveva per uscire.

 

 

"Cara te" disse la contessa Tarquinianon si va proprio via, dunque?

Elena non rispose; forse non udí neppure. Teneva la persona erettale mani sul parapetto della tribunaaspettandosenza quasi respirareche il presidente desse le parole a Cortis.

"Adesso l'aula si vuoterà" disse il signore pratico. Invece gli onorevoli deputati ripreseroquasi tuttii loro posti.

"L'onorevole Cortis" disse il presidente "ha la parola."

Gli occhi di Elena salirono involontariamente all'orologio che aveva di fronte. Segnava le tre e cinquantacinque.

Cortissi alzò. Da ogni lato della Cameratranne dal centrotutti guardarono a lui in diverse attitudinida quella di una viva curiosità a quella di una sprezzante noncuranzadi un anticipato giudizio. Al centrodove certe mediocrità boriose avevano sentito i sarcasmi di luiconversavano e ridevano malgrado le scampanellate del presidente; perciò Elenalividasi mordeva le labbra. Egli pareva aspettare il silenzioinchinando la persona sul banco cui appuntava le mani. Il presidente suonò ancora il campanello e disse:

"Parli pureonorevole Cortis."

Nello stesso momento Cortisincominciò:

"Io debbo pregare la Camera..." S'interruppecercando la parola. Si pose una mano alla frontepoi ripigliò con voce affievolita:

"Lo stato della mia salute mi costringe a domandareanzituttol'indulgenza della Camera."

Fece ancora una pausaforse uno sforzo interno di richiamare al cimento il vigore dello spirito e del corpo. La sua voce parve rianimarsi nel dire:

"È probabile che la Camera proroghi oggi le sue sedute ed io non posso differire un atto che stimo doveroso verso i miei elettoriil mio paese e me stesso.

"Prima di uscire da questo recinto forse per sempre..." Nel dire forse per sempre la voce parve mancarglila lingua intorpidirglisi. Pronunciò ancora poche parole inintelligibili e sarebbe stramazzato sul banco se i colleghi non fossero accorsi a sorreggerlo. Si udí un grido dalla tribuna della Presidenzama nessuno vi pose mente. Uscieri e deputati accorrevano al banco di Cortische fu portato immediatamente fuori dell'aula.

Elenasulle primenon aveva capitos'era chinata avanti per coglier le parole che le sfuggivano. Poivedendo i vicini soccorrerlovedendolo abbandonarsi fra le loro bracciabalzò in piedigittò un grido soffocato guardando làdove tutti ora guardavano da tutte le tribunespenzolandosi in fuorisalendo sui sedilimettendo ai parapetti una corona di prone facce avide. Quando Cortis fu levato di peso da due suoi colleghi e portato viaellain un lamposenza che altri né lei stessa potesse dir comesi sciolse da sua madre chetutta tremebondale aveva posto addosso le mani convulsebalzò fuori dalla tribuna.

L'usciere di serviziovista venir di furia una signora pallida e stravoltapensò di trattenerladomandarle che volesse; ma ella lo respinse con un gesto imperioso della sinistrapassò oltreuscí nel corridoio cui mettono le tribune di quel lato della Camera. Il corridoio era vuotosilenzioso. Si fermò un momentonon sapendo raccapezzarsi da qual parte prendere. Allora un signore uscito dietro a lei la raggiunse.

"Signorina" diss'eglinon si spaventi, non sarà niente; venga dalla sua signora mamma che è un po' disturbata anche lei.

La parola "signorina" che in quel momento poteva significar tantoavrebbe trafitto Elena se tutta l'anima e tutti i sensi di lei non fossero stati altrove. Le parve udire un suono di passi e di voci a sinistra; corse via da quella partesenza risponderesi trovò in capo alla scalone che mette alle stanze della Presidenza.

Saliva una frotta di gente. T. e un altrovedendo Elenasi fecero avantila trassero da parte per non lasciarle vedere Cortis ch'era portato sudietro a loro.

"Non è nientebaronessa" disse T. "Uno svenimentouna cosa da nullapasserà subito."

"Nienteniente" ripeteva l'altrosia tranquilla.

"Dov'è? Voglio vederlo" disse Elena convulsa. "Ci sono medici? Voglio assisterlo. È mio cugino!"

"Ma síma sí" insistevano gli altrilo vedrà, lo assisterà. C'è il ministro B., c'è G. Adesso non ha bisogno che di quiete, si calmi.

Due o tre altri deputati si aggiunsero a lorofecero siepe intorno a Elena mentre il triste convoglio passava rapidamenteentrava nelle stanze della presidenza.

Elena se n'avvidenon parlòfece l'atto di slanciarsi avanti verso la porta; fu trattenuta. Si ricompose subitopregò T. di recarsi da sua madrenella tribuna; pregò gli altricon dolcezzaquasi sorridendodi lasciarla entrare dal malatoparlare con i medici. Per leidissel'incertezza era peggiore di qualunque dolorosa realtà. Allora fu lasciata passare rispettosamente. Qualcuno che saliva lo scalone e non la poteva vederedisse forte: "L'han portato là? Cattivo augurio; è la camera del povero..."

E nominò un giovane lombardopieno d'ingegno e d'ardorecolpito anche lui al suo posto di deputato e morto nella camera dove avevano portato Cortis. Elena udísi fermò un momentomettendosi la mano sul cuorepoi entrò in un'anticamera oscura piena di gente che parlava sottovoce. Qualcuno dava degli ordini da una camera a sinistraancora piú oscura; tra questa e quella era un continuo andare e venire d'uscieri. Poca luce entrava per un altro uscio spalancatoda una stanza chiaraelegante. Elena piegò a sinistra verso quel signore che dava gli ordini. Egli le disse bruscamente:

"È moglie Lei? È sorella?"

"No."

"Benescusi; adesso non si entra."

"Ma voglio sapere..." replicò Elena fremendo.

"Cosa? Quello che nessuno sa? Potrà entrare piú tardi. Aspetti là."

Le accennò la stanza chiararientrò presso il malato con un usciere che arrivava allora portando qualche cosae chiuse l'uscio dietro a sè.

Allora il deputato che le aveva parlato prima insieme a T.si accostò ad Elenale disse che pareva trattarsi di una minaccia di congestione cerebralenon certo leggerissimama neppure molto grave. Avevano adagiato l'infermo in una poltrona e stavano preparandogli il letto. La persuase che per ora non potrebbe far niente: l'opera sua diventerebbe certo utile piú tardi. Entrò con lei nella stanza chiarala fece sedere sopra un divano a fianco della porta. Là non si vedeva l'andirivieni dell'anticamera.

"Lei non si sentirà bene" diss'egli. "Avrà bisogno di qualche cosa."

Elena scosse il caposussurrò un grazie quasi inintelligibileguardando la lucerna che ardevabenché non fossero ancora le cinquesul tavolino davanti a lei.

"Le sedute finiscono tardi e qui si accendono sempre le lucerne per tempo" osservò colui tanto per dir qualche cosa.

Ella non rispose. Dopo qualche tempo lo pregò di non incomodarsi a star lí con lei che poteva benissimo rimaner sola. In quel punto entrò T. La contessa Tarquinia era nel corridoio ad aspettare sua figlia. Elena scattò su dal divanoraggiunse la contessa che dava il braccio al senatore Clenezzi e pareva reggersi appena.

"Oh DioElena" diss'ellami abbandonai in questo stato! Andiamo a casa, ti supplico. Io non ho piú fiato, non ho piú gambe: non posso far niente, non posso star qui!

"Coraggiomamma" rispose Elena. "Ora non vengo. Verrò piú tardipotendo; quando si vedrà che piega prendono le cose. E poi tornerònaturalmente. Io sono forteposso assisterlo benissimo."

"Oh Signoree adesso non vieni?"

"Ma noadesso prego il senatore di prendere una carrozzae di condurti all'albergo."

"Si figurisi figuri!" ripeteva il senatore colla sua onesta faccia gravepiena di dolore. "Dispongano. Io accompagno la contessa a casapoi verrò a prender Leise crede."

"Non occorre" s'affrettò a risponder Elena. "Io non Le posso dire adessoproprio con precisionequando verrò."

"M'immagino" mormorò il senatoreaccostando il viso a quello di lei "che a momenti capiterà qui la signora arrivata stamattina."

Elena trasalí.

"Non lo sonon so niente" diss'ella. "Io torno qui certoa ogni modo."

"ElenaElena" gemette sua madrepensa che non hai mica salute da buttar via neanche tu.

Elena aggrottò le cigliasi strinse nelle spallesdegnosamente.

"Adesso vado" diss'ellae guizzò viascomparve nell'anticamera. Un momento doposcivolava dietro un usciere nella camera dell'ammalato.

Ne uscí due ore piú tardipallidissima semprema tranquillas'intrattenne con alcuni onorevoli membri dell'ufficio di Presidenzache le offerserocon la massima cortesiaquanto mai ella potesse desiderarela persuasero che si farebbe ogni cosa possibile per Cortisdel quale parlavano con vivissima stima e simpatia. Espressero poi la loro ferma convinzione che il male potesse già considerarsi vinto con la cacciata di sangue ch'era stata fatta immediatamente. Elena chiese solo di mandare un telegrammache diresse al conte Laoin questi termini:

"Daniele malato piuttosto gravemente. Ho bisogno di tesubito."

Mandò poi un biglietto al senatore Clenezzi per avvertirlo che non avrebbe potuto muoversi se non per un'assoluta necessità di sua madree rientrò da Cortispresso il quale c'era ora un'altra persona: una signora lunga e magra che usciva ogni tanto a gemere e singhiozzare.

 

 

 

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

 

UN INTERVENTO

 

"Il diretto di Firenze?" chiese a un guardasala il senatore Clenezzi entrando tutto trafelatoverso le quattro pomeridianenella stazione di Termini.

"Venti minuti di ritardo" rispose quegli.

Il senatore respiròsi levò il cappellosi asciugò il cranio col fazzolettoguardando gli omnibus schierati sulla piazza. Egli non temeva piúoradi essere arrivato troppo tardima tornava a poco a poco sulla sua vecchia faccia una preoccupazione molto piú gravela irrequietudine senile delle labbra e delle sopracciglia tradiva il turbamento dell'animo.

"Si partesenatore?" gli disse in bergamasco un giovanottoaccostandoglisi.

"Oh caro!" rispose il vecchio. "Scusi che non l'avevo veduto."

"Si parte?" ripeté l'altro.

"Ah Madonna! Non lo dica neppur per ischerzo! Sarei cosí mai felice di svegliarmi domattina su al Mercato delle Scarpe! Si ricordi beneLei che è giovanec'è tante cose belle al mondoma un altro Bergamo non c'è proprio micasa!"

"Lei è qui in servizionon è vero? In servizio di belle signoreeh? Quando si tratta di belle signoreil senatore Clenezzi..."

"Andiamoandiamonon dica delle fatuità. Adesso arriva il conte Carrèse Dio vuolee allora io me la cavo presto. Lei va a Napoli?"

"Sísignore."

"Buon viaggioneh?"

Il treno di Firenze entrò in stazione alle quattro e dieci. C'era calcaall'uscitae fra la calca c'era il senatore con la bocca aperta e con gli occhi sbarratifissi sulla corrente che usciva. Passavano facce d'ogni età e d'ogni formaesotiche e nostrali; facce che tiravan via dure coi fastidi in fronte di quel pigia pigiadi quella curiosità; e mai non compariva la faccia pallidacon il gran naso aristocraticocon la barba nera. Gli occhi del senatore diventavan sempre piú ansiosi. Oramai erano usciti quasi tuttila folla s'era sciolta. Possibile? Si fece avantiguardòs'illuminò di piacere e andò incontro al conte Lao che veniva appunto l'ultimoadagio adagiofumandocon le mani in tasca e il bavero del soprabito rialzato. Lo seguiva un facchino carico di valigiedi scialli e di coperte.

"Caro conte" disse il senatoreio sono qui a riceverla a nome delle Sue Signore.

Lao gli fece un leggero cenno di salutogli chiese subito:

"E Cortis?"

"Ahbenebene! Oggi ne abbiamo 28non è vero? Son passati tre giorni. Non c'è confronto col primo giorno."

"Manco male!" esclamò il conte Lao. "Però potevano telegrafarmi ancoradarmi altre notizie. Io credevo quasi di trovarlo morto!"

"Mavedenon si sapeva quando Lei fosse partitonon si sapeva dove telegrafarle. E poi Lei ha potuto vedere il bollettino sui pubblici fogli."

"Non ne leggo" fece il conte bruscamentescotendo la testa. "Dunque guarisce?"

"Oh certonon c'è dubbioè quasi guarito adesso."

Entrarono nell'omnibus della Minerva. Lao si affrettò di chiudere tutti i vetrie si ravvolse le gambe in una coperta brontolando:

"In vagone si bolliva e qui si gela. Lui guarisce e creperò io."

Clenezziche lo conosceva pocolo guardava come una bestia curiosa.

"È infreddato?" diss'egli.

"Infreddato? Magari! Rovinatosono. Del restosami seccherebbe di morire a Romaperché ogni volta che ci son venuto mi son pigliate le febbriese risuscitassi quime le piglio subito ancora. Dunque mi dica. Cos'ha avuto Cortis?"

Il senatore gli raccontò tutto. Oramai la minaccia di congestione cerebrale era svanita e con essa qualunque pericolo.

"È ancora alla Camera?" chiese il conte.

"Ancora alla Camera."

"E mia cognata? E mia nipote? Sempre làm'immagino!"

"La baronessa Elenasísempre làtranne qualche ora la notte e qualche momento il giorno."

"Però saranno tranquilleadesso?"

"Maso micaci sono per aria delle altre cose."

Il conte Laoassordato dal rumore dell'omnibus e delle carrozze con cui l'omnibus s'incrociavamaledí tutte le ruote di Roma e si chinòstringendo gli occhiverso il suo compagno.

"Cosa?" diss'egli.

Il senatore guardò fuori dell'omnibus fino a che quel fracasso fu passato e poi ripeté:

"Vi sono delle altre cose. Sa che la madre di Cortis è qui?"

"Daniele mi ha scritto che doveva venire" rispose il contema non sapevo che fosse già qui... Io gli ho risposto: Sei un asino. Senta, già; qualche bestia può avere il cuore cosí grande, ma un uomo, no.

"Ecco dunque una causa di fastidi" riprese Clenezzi. "E poi... Lei sagià... Si può dirlo... quel mio signor collega Suo parente..."

Il conte Lao aggrottò le cigliamisestringendo le pugnauna lunga voce tra il rantolo e il ruggito.

"Bastainsomma" proseguí l'altro. "Adesso ci siamo. Sentirà."

L'omnibus entrava allora in via Piè di Marmo. Un istante dopo il conte Lao saliva piano pianocon Clenezzile scale della Minervaed Elena gli scendeva incontro di corsa.

"T'ho visto" diss'ella stendendogli le braccia. "Come sono felice che tu sia qui!"

Lao se la strinse al petto silenziosamentela baciò in fronte enel rialzare il visodisse con voce commossa:

"Addio."

Elena stese la mano a Clenezzipiuttosto per congedarlo che per ringraziarlo. Le si vedeva in viso l'impazienza di restar sola con lo zio. Lo prese a braccetto.

"Andiamo su" diss'ella.

"Pianopiano" ripeteva Laopiano che ho otto maledette ore di ferrovia nella schiena, senza contare le dieci o dodici di ieri. Ho pensato che se non dormivo a Firenze arrivavo morto, e allora cosa ne volevi fare di me? Miracoli no, sai.

"Caro zio!" sussurrò Elena stringendogli forte il braccio. "Noi siamo al secondo pianoma per te ho fatto preparare una camera al primo e adesso andiamo subito da te. La mamma è andata a riposare un'ora fa. Mi aveva detto di svegliarla subitoma possiamo aspettare un poco."

"Spero in Dio" disse Lao "che non sarà mica a tramontana questa camera!"

"Nonozio."

Ci volle alquanto tempo prima che tutte le valigiegli scialli e le coperte del nuovo arrivato fossero a posto. Finalmente zio e nipote si trovarono soli sopra un canapètenendosi per mano.

"Dunque" cominciò il primoDaniele bene?

Elena rispose tranquillamentesenza alzar gli occhi in viso allo zio:

"Síbenino."

"Me l'ha detto adesso quel da Bergamo; come si chiama? Clenezzi. Di Daniele m'ha detto tutto. E poi m'ha detto anche di altri fastidi che avete."

"Bisogna che tu sappia tutto e prestozio; prima di veder la mammaperché con la mammasai bene com'ènon si può parlarne. Si turbasi agita... insomma è meglio che ne parliamo prima tra noi."

"Parla" disse Lao. "Io intantose permettiprendo un po' di solfato di chinino. Venendo a Romaper i primi giorniva bene. Tu parla."

Si alzòaperse una sacca e si pose a cavarne con gran cura la sua farmaciauna quantità di ampolle e scatolineguardandone alcune con molta attenzione e ripetendo "parlaparla"perché Elena credeva allora dover interrompere il suo racconto.

Ella gli venne narrando in fretta che la zia Cortis era capitata alla Camera quasi subito dopo il caso e aveva fatto una mezza scena perché non la si era mandata ad avvertire sull'atto. Avrebbe preteso di rimaner sola presso suo figlio. Per fatalità Daniele tornava sempre nel delirio alla politica e alla madrene parlava nel modo piú penoso per lei e per gli altri presenti. Allora ella si metteva a singhiozzare e a discorrere senza posarivolgendosi ora all'ammalato stessoora agli altriper dire ch'era tutto effetto della malattiache suo figlio l'amava teneramenteche non era vero questoche non era vero quello. Insomma i medici le consigliaronoper ogni buona ragionedi lasciarsi vedere il meno possibile dall'ammalato. Ella non volle saperneanzi studiava di adoperarsi attorno al suo letto nel modo piú visibile. Elena non fece maggior commento allo zelo di sua zia che di questo significante aggettivo. Ell'avea trovato giusto di secondarla nelle sue premure maternebenché l'opera di lei fosse ben poco utile e le chiacchiere ben poco tollerabili. Ma poi la sera del 26quando il delirio acuto era cessatoDanielevedendo tornar sua madre da una breve assenzas'era fatto scuro scurol'aveva rimproverata acerbamente di lasciar la casa in abbandono per venire dove non c'era affatto bisogno di lei. Elena s'era provata di chetarloma inutilmente; il suo esaltamento cresceva sempre piúe stavolta i medici avean dovuto richiedere che la signora Cortis uscisse dalla camera e non vi rimettesse piede per qualche tempo. La zia era uscita fremendo e aveva atteso Elena nell'anticameral'aveva assalita con invettive furioseaccusandola di congiurare con i medicidi voler toglierle il cuore di suo figlio. Era uscito il medicoera uscito un segretario della Presidenza ed ella li aveva svillaneggiati in modo da farsi mettere alla portaera partita giurando che domanderebbe giustizia al presidenteai ministrimagari anche al re.

Laoch'era stato ad ascoltar le ultime parole di sua nipote con la pillola di chinino fra il pollice e l'indice della sinistra e un bicchier d'acqua nella destrasi trangugiò la sua pillola.

"E dunque?" diss'egli.

"E dunque lei è stata quitra iersera e stamattinatre volte. La mamma non l'ha mai ricevuta. Alla Camera gli uscieri avevan l'ordine di non lasciarla passarema io ho pregato che fosse tolto. È venuta ieri; è venuta oggi; però da Daniele non è entrata mai e io non l'ho veduta. Ora mi attendo un assalto in strada e anche la mamma ne ha una gran paura."

"Eh!" fece Lao. "Capacissima. Ma lasciami fare. Dove sta?"

"Qui vicino. In piazza Venezia. La conosci tu?"

"Eheh!"

Lao alzò il gomito destrobattè l'aria con la mano penzoloni dal polso.

"E poi c'è altro?" diss'egli.

"C'è il peggio" rispose Elena pianocon gli occhi bassi.

"Sentiamo il peggio."

"Mio marito è qui."

"Benesarebbe meglio che fosse a casa del diavoloma..."

Elena battè e ribattè sdegnosamente un piede a terra.

"Cosíniente" diss'ella. "Non parlo piú."

"Che sciocchezze!" grugní lo zio. "Avantiavanti!"

"Sentizio" replicò Elena rossa rossa. "Ti ho telegrafato tre giorni fa per Danielema poi ti avrei telegrafato egualmente per mio marito ese tu cominci cosíè inutile!"

"Avanti!" brontolò il conte.

Elena si strinse nelle spallechinò il mento al pettoguardandosi le mani.

"Cosí nogià" diss'ella.

"Oh!" gridò l'altro "se è mezz'ora che ti dico: avanti!"

Elena alzò il visoguardò un poco suo zio e poi disse a mezza voce:

"Rovina."

"Avanti" ripeté Lao senza scomporsi.

Elena si fece a narrare quanto sapeva di suo marito sino al convegno avuto da lui con Daniele Cortis per l'affare della Banca.

"Cosa c'entrava Daniele?" disse Lao sorpreso.

"Credo che ci sia entrato per aiutarlo" rispose Elena col tono di chi deplora ciò che racconta.

"Lui?"

"Lui. Io non avrei mai voluto questo. Una volta pregai Clenezzida Cefalúche facesse certe pratiche nell'interesse di mio maritorelative all'affare di cui t'ho detto. Clenezzi era ammalato e ne incaricò Daniele. C'è entrato cosí."

"Va bene" rispose Lao tra ironico e rassegnato. "E dunque?"

"E dunque ieri Clenezzi è venuto da me e mi ha detto che si sentiva in dovere di riferirmi cose assai gravi. Non si tratta piú dell'affare con la Banca; si tratta d'un'altra tempesta di debiti d'ogni natura che non si possono piú tener nascosti. Pare che sarà un grande scandalo. Clenezzi poi diceva un'altra cosa."

"Che cosa?"

"Che il suo contegno fa paura!"

La voce d'Elena tremava nel proferir queste parole; un pallore mortale le scolorava il viso. Lao non capí.

"Paura di che?" diss'egli.

"Di qualche estrema..."

Elena non poté compier la frase perché Lao la interruppe gittando le braccia in aria.

"Ma che il cielo lo illumini!" gridò. "Ma che si tiri una cannonata nella testa che non avrà mai fatto una piú bella cosa in vita sua!"

Gli occhi d'Elena sfavillarono.

"Invece bisogna aiutarlo" diss'ella. "Subito! E io e tu lo aiuteremo."

Afferròcosí dicendoun braccio dello zio con l'energia d'un'esaltata.

"Va là" disse lo zio alzandosi e scuotendo via quella mano. "Va làva viava di soprava làsveglia tua madrevestilanon seccarmi. Santo Dioho fatto un viaggio di dieci orepotresti anche lasciar che mi lavassiche mi mutassi! Insommava làva via."

"Vadozioma lo aiuteremo" rispose Elena risolutamentestando in piedi.

Egli le cinse la vita con un braccioe le disse con affettuosa mansuetudinespingendola verso l'uscio:

"Va làti dicova viacarava dalla mammasveglialanon seccarmi equando sarò prontoverrò su."

Cosí dicendo arrivò all'uscio.

Ella ripeteva sempre:

"Lo aiuteremolo aiuteremolo aiuteremo."

Uscíe pochi minuti dopo tornòbussò alla porta.

"Non si può!" gridò Laoburbero.

"Io vado un momento a Montecitorio" diss'ella. "La mamma è al secondo pianonumero 39."

Lao rispose forte: "Va bene!" e brontolò poi fra i denti:

"Vada a farsi benedire trentanove volte; stupida! Dormelei!"

E continuò la sua toelettaesclamando a ogni trattonell'asciugarsi il viso o nell'abbottonarsi la sottoveste:

"Ehbegli affari! Corpo! Begli affari! Sísí!"

La toeletta andò in lungo perché il conte Ladislao aveva minuzie e delicatezze da signora. Finalmentequando Dio vollesalímolto cupoal secondo pianoin cerca del numero 39.

Una cameriera glielo indicò ed egli stava per entrarviquando vi udí una voce sconosciuta. Si volse alla camerierale domandò chi fosse alloggiato al numero 39. Colei rispose:

"La contessa Carrè."

"Ma adesso c'è altra gente!"

La cameriera non lo sapevanon aveva veduto entrare alcuno.

"Seccature!" brontolò il conte; eudendo la voce di sua cognataentrò senz'altro.

La contessa Tarquiniain piedirossa come una bragiastava dicendo:

"Mi meraviglio..."

In faccia a lei la signora Cortispure in piedie con due fiamme nere d'occhima pallidaalzava il braccio incontro a sua cognatacome per arrestarne le paroleper respingerle ancora in ariae parlar leiappena fosse possibilesubito.

Lao si fermò sulla soglia.

"Mi meraviglio" riprese la contessae ho molto piacere che mio cognato senta, mi meraviglio del Suo coraggio...

A questo punto la Cortis le volse le spalleandò incontro a Lao.

"Il signor conte Ladislao" diss'ella timidamentese non isbaglio?

Lao s'inchinò appena e rispose: "Per servirla."

"Oh signor conte!" soggiunse lei. "Ella si deve ricordar di me e io mi ricordo ch'Ella aveva un gran cuore; mi appello a Lei."

"A me?"

Lao fece un passo indietro e aperse la portadicendo:

"Allora venga al mio tribunale."

La signora vacillò un momentosi turbò.

"No" dissenon posso uscire da questa camera senza una promessa.

"Ohoh!" fece Lao.

"Che promessa?" esclamò sdegnosamente la contessa Tarquinia. "Che promessa?"

"Sentiamo" disse il conte. "Non s'è appellata a me la signora? Se non vuole uscireterremo il giudizio qui."

Fe' un cenno del capo alla contessa Tarquiniache andò difilata nella sua camera da letto e chiuse l'uscio in fretta. La signora Cortis fe' l'atto di slanciarsi e trattenerla ma non n'ebbe il tempo.

"Questa non è civiltà" diss'ella.

"Dunque" esclamò il conte Lao fingendo di non avere uditocos'è questa promessa che Lei vuole? Sediamo, sa, perché io ho viaggiato otto ore oggi. E intanto mi rallegro della Sua risurrezione.

"Sarebbe meglio che fossi morta!" rispose tragicamente la signora.

Il conte serbò un silenzio significativo. Sdraiato nella poltrona della contessa Tarquiniacon le mani in tasca e una gamba accavalciata all'altraguardavadondolando il piedela Cortis che si era lasciata cader sul canapè e si copriva il viso col fazzoletto.

"Poter del mondo!" esclamò a un tratto quasi parlando a se stesso.

La Cortis alzò la testalo interrogò con lo sguardo.

"Eh niente" diss'egli. "Pensavo alla visita che le ho fatta ad Alessandria nel 1853."

"Ohconte" gemette la signora brancicandosi il fazzoletto sulle ginocchia e guardandoa capo chinoquesto inconscio lavoro. "Sono stata molto cattivama ho anche molto sofferto! Leise si ricordame lo deve vedere in viso."

"Altro che vedere!" rispose Lao. "E adessose credemi dica cosa voleva da mia cognata."

"La Tarquinia mi ha trattato male. In fin dei contiquando un figlio perdonachi è che ha da fare il severo? E poi non ho mai saputo che la Tarquinia ai suoi tempi..."

"Sss!" fece Lao aggrottando le ciglia e scotendo la mano destradistesa verso colei.

"Venga al punto" diss'egli.

"Una madre!" esclamò la signora levando le braccia. "Trattare cosí una madre! Ma dov'è il cuoredov'è la virtú di questa gente?"

"Chi glielo domandaa Leidove sono?" disse il conte. "Faccia il piacere di venire al punto."

"La Maddalena" proseguí l'altra ispiratala Maddalena e Maria Egiziaca e tant'altre possono diventar sante...

"Belle sante" mormorò Lao.

"Ma quelle donne lí? Senza carità in quel modo? Con una sventurata che non ha piú niente niente se non il suo figliuolo e il suo Dio? Ma come mai?"

"Oh senta!" disse Lao rizzandosi sulla poltrona e traendo l'orologio. "Le do un minuto per venire al punto."

"Ci vengo" rispose la signorasospirando. "Lei era piú gentileuna volta."

"Naturalmente."

La voce della Cortis cambiòdiventò secca e recisa.

"Dunque sappia" diss'ella "che io sono stata banditacontro il diritto e la convenienzadalla camera di mio figliodove pure ci va e ci viene da padronaa tutte le oredi giorno e di notteuna persona..."

La signora dovette qui vedere qualche cosa di terribile negli occhi del conte Ladislaoperché s'interruppe e riprese poi subito:

"Un'altra personainsomma. Ma questo non basta. Mio figlio si rimette miracolosamente presto; ho tanto pregatosignor conte! Si dovrebbe pensare a trasportarlo in casa suadove starebbe tanto megliopoverino. Dio lo sacome starebbe meglio. Ma no! Sa cosa si pensasa cosa si vuole? Si vuole condurlo direttamente in campagnae non a casa suama a Passo di Rovesein casa Carrè! Questo è troppo! A questo mi oppongo e mi opporrò sempre con tutti i mezzi!"

"Con che mezzicara Lei? Io non so nientema trovo naturalissimo che i medici ordinino a Daniele la campagna e la quiete assoluta. Trovo naturalissimopoiché fra le altre cose la Camera ora è chiusadi lasciar tranquillo l'ammalato fino al momento di porlo in un letto di ferrovia. Trovo naturalissimo che i suoi parentii suoi amici non lo vogliano lasciar solodurante la convalescenzain quella malinconia di Villascurae preferiscano averlo con sè."

"I suoi parenti?" esclamò la signora Cortis. "I suoi amici? E sua madre? Non è niente sua madre? Non starebbe beneDanielea Villascuracon sua madre?"

"Vede" rispose il conte freddamenteLei accomoda subito le cose, ma, trattandosi della casa dove è morto suo padre, Daniele potrebbe forse avere qualche piccola difficoltà. Pare che l'abbia davvero; ne ha scritto qualche cosa anche a me. Del resto non è mica un fantoccio; lo dirà lui dove vuole andare e con chi.

"Oh sí" interruppe inviperita la signoralo dirà lui, ma intanto, chi gli sta sempre ai fianchi, chi gli parla di Passo di Rovese, chi cerca ogni strada di staccarlo da me? Eh, li so i perché. I perché sono due. Uno è questo: che la Sua e mia signora cognata non mi ha mai potuto soffrire neppure quando il povero Cortis mi ha sposata. Secondo lei si era abbassato troppo. Ce n'è poi un altro dei perché, e questo non riguarda la Tarquinia, questo è un perché piú delicato che dirò solo in un caso estremo, se proprio si vorrà assolutamente condurre Daniele a Passo di Rovese. Allora poi lo dirò in modo che lo sappia anche Daniele. Se sarà uno scandalo non me ne importa, ma vedremo, allora, se Daniele andrà. Hanno paura dello scandalo? Mi promettano...

"Ma che? Ma cosa?" interruppe Lao. "Ma cos'è questo scandalo? Cosa vuol dire?"

"In un caso estremoLe ripeto. In un caso estremo lo dirò."

"Ma che caso estremo!" disse il conte con gli occhi e la fronte in burrasca. "Che caso estremo! Metta pure che il caso sia estremo. Se hanno detto di far cosílo farannostia quieta. Non ne chiederanno mica il permesso a Leisa."

La signora Cortis si morse il labbrosorrise e disse lentamentecon grazia affettata:

"E la cara Elena che desidera tanto di far cosínon ne chiederà il permesso al signor senatore Di Santa Giulia?"

Il conte Ladislao gittò impetuosamente il capo e il busto all'indietroscrutò un momento la signora con gli occhi strettipoi si levò in piedi esteso il braccio sinistro e appuntato l'indice all'usciodisse con minacciosa calma:

"Favorisca."

"Oh vadovado!" ripigliò la Cortisalzandosi. "Vado perché oramai mi fa piacere d'andarmene. Del resto il signor senatore lo accorderàil permessoperché gli si fanno pagare i debiti da mio figlio..."

Il conte Ladislao era per afferrare colei e trascinarla fuori della stanzaquando l'uscio si aperse ed entrò Elena chevedendo sua ziarimase un momento sbalordita.

"Lascia passare!" tuonò il conte.

Elena non si moveva; interrogava l'uno e l'altra con gli occhi.

"OhElena non è avvezza a lasciarmi passare" osservò ironicamente la signora.

"Non dipende da me" rispose Elena. "Del restoora vengo di là e posso dirti che Daniele ti desidera."

La Cortis gittò verso Elena le lunghe braccia scarnele mani distese. Col suo gran cappello nero alla Rembrandt alto sulla frontecon i capelli in disordinecon la faccia terrea e il lungo collo giallognolocon la mantellina nera mal posata sulle spallepareva una erinni inesperta delle vesti moderne.

"Ma sempre" imprecòma sempre mi ha desiderato!

E uscí a gran passi.

Elena guardò suo zio. Era lividofremente.

"Subito!" diss'egli. "Cos'ha pagatoCortis?" Elena spalancò gli occhi.

"Zio!" diss'ella.

"Cos'ha pagato Cortisti dico? Cos'ha pagato a tuo marito?"

Elena non capiva né quella domandané quella voce iracondané quel viso infuriato.

"Ma se non so niente" rispose. "Tutto quello che sapevo te l'ho detto."

"Cosa gli è venuto in mente di cacciarsi lui fra queste faccende?"

Elena arrossí.

"Ziozio!" diss'ella. "Ah!" soggiunse trasalendo. "Ora mi ricordo che mi disse di voler semplicemente fare le tue parti perché non v'era tempo d'interrogarti e d'informarti a doveree tu avresti certo approvato quel che faceva lui in vece tua."

"Ohma allora si avvertesi scrive!"

"Tu non saizio" rispose Elenache Daniele ha veduto mio marito il 25 a mezzogiorno, subito prima di andare alla Camera.

"È andata via?" chiese la contessa Tarquiniaporgendo il capo all'uscio della sua camera. "Signoreti ringrazio!"

Il conte Lao non la guardò neppure.

"C'era nessun altro presente?" diss'egli.

"Ci dev'essere stato il rappresentante della Banca di Cefalú" rispose Elena. "L'avvocato Boglietti."

Lao prese il cappello e disse risolutamente:

"Vado."

"Dove?" chiese stupefatta la contessa Tarquinia. "Cosa è successo?"

"Non andresti da Danieleprima?" chiese Elena alla sua volta.

Il conte Lao rispose in furia:

"Nonono. Se vedo Daniele lo strapazzoe adesso non conviene."

"Ma ditemi" ripeteva sua cognata. "Cosa è successo?"

Elena le gittò un frettoloso "nientemamma"e poi disse che sarebbe uscita anche lei in cerca di suo marito. Oramai Daniele non aveva piú bisogno di lei. Suo zio le domandò se ci fosse in fatto il progetto di portarlo a villa Carrè. Síc'erae i medici dicevano che Daniele avrebbe potuto partire anche l'indomanima non si sapeva ancora chi lo avrebbe potuto accompagnare. Lei già intendeva di non lasciar Roma senza aver fattoprimaper suo marito quanto stava in lei; e contava che altri l'avrebbe aiutata.

"Lo debbo vedere stasera" diss'ella.

"Non so niente" gridò suo zio. "Non voglio saper niente: vado a cercare il signor Boglietti."

"Boglietti?" disse la contessa. "Di dove è saltato fuori questo signor Boglietti?"

"Te lo spiegheròmamma" rispose Elena mentre il conte Lao usciva.

La contessa lo richiamò.

"Ohe" diss'ella stendendogli la mano. "Sapete che non ci siamo ancora salutati?"

"Euh!" fece Lao alzando un braccio come se dicesse: mi seccate per questo? E se n'andò con tale saluto.

Elena domandò subito a sua madre come mai la Cortis avesse potuto entrare.

"Un bell'asino anche il tuo signor ziosai; lascia che te lo dica!" rispose la contessa. "È quella la maniera? Capisco che dovrei esserci abituatama a certe cose non ci si abitua mai. Quell'altra? Lo so io come sia entrata? Me la son vista davanti senza saper altro. Figurati se ci ha pensato molto a venir su senza domandare a nessuno! Oh ti dico la verità che se sto qui ancora tre giornimuoio tisica. Cara teprendiamo su in nome di Dio questo benedetto Danielee andiamo. E tu cosa fai lí? Non ti levi il cappello?"

Elena posò l'ombrellino che teneva ancora in mano e si lasciò cadere sul canapè.

"Riposerò un poco" diss'elladebbo andar via. Te l'ho detto.

"Tornar via?" esclamò sua madre sorpresa. "Non l'avevo inteso. In quello stato?"

Elena aveva nel voltoin tutta la personai segni d'un abbattimento profondo.

"Sto benissimo" diss'ella sottovoceabbandonando il capo sulla spalliera del canapè. "Andrai tu con Danielemamma" continuò colla stessa voce sommessastanca. "Tu e lo zio."

"Comeio e lo zio? E tu dunque?"

"Io nomamma. Eri proprio distrattapoco fa." La contessa non capiva in sè dallo stupore.

"Mabenedetta!" diss'ella. "Cosa vuoi faretu?"

Elena teneva sempre il capo rovesciato sulla spalliera. Socchiuse gli occhi e rispose appena udibilmente:

"Restar qui."

Poi rialzò il capo e la voce.

"Sai bene" diss'ella "perché sono venuta a Roma."

Sua madre diè un balzo sulla poltronane afferrò e strinse i due bracciuoli.

"Per tuo marito? Di' la verità che ti fermeresti a Roma per tuo marito! SentiElena. Tu sai quello che ho fatto una volta per aggiustare le cosequel che ho sofferto. Te ne devi ricordarea Passo di Rovese! Tu eri nelle nuvoleallora; non degnavi di occupartene. Dopolui ci ha trattati come ci ha trattati; lo sai anche questo. Pazienza! Tu sei sua moglieti lodo e ti rispettohai voluto venire a Roma per aiutarlo. Ci sono venuta anch'io disposta a trovarmi ancora con luia fare per lui quello che potevo. Ma adesso! Adesso che agisce in questo modoche non si lascia vedere né vivo né mortocome se non gliene importasse uno zero né di te né di nessunoti dico la verità che saresti buona tre volte se non lo lasciassi nel suo brodogiacché ci vuol stare! Ma scusami tantoc'è poi anche debiti e debiti; Clenezzi mi ha dette certe cose! Ti domando io che decoroche dignità c'èper gente che si rispettaad avere ancora qualche cosa di comune con un essere simile!"

Elena sorrise un poco.

"Questo non l'ho udito" diss'ella "quando lo sposaiche in certi casi potrei non aver piú niente di comune con lui. Mi sono sposata sul seriovedimamma."

La contessa Tarquinia guardò sua figlia senza parlarepoi si coperse il viso con le mani e finalmente scoppiò in un pianto dirottoripetendo fra i singhiozzi:

"Perdonami! Perdonami!"

Elena la chetò con le carezzecon la dolce voce affettuosa. Sua madre non doveva rimproverarsi nulla; s'era ingannataanche leinon altro. Parlandole cosíElena pensava a quell'altra madre tanto colpevolealla bontà di Danielee raddoppiava di tenerezze sentendosi dura e cattiva in confronto di lui.

"Debbo fare tutto il mio dovere" diss'ella.

La contessa le chiese dove fosse andato suo zioda che Boglietti. Ella non aveva capito niente. Elena glielo spiegò in breve.

"E tu" soggiunse sua madre "dove vuoi andare?"

"A vedere mio maritofinalmente" rispose Elena. "Egli non mi aspettama mi sono intesa con la sua padrona di casa. M'ha detto che di solito viene a casa un po' dopo le sette. Io non mi muovo se non gli ho parlato."

"Oh Signorequella bestia! Chi sa che scena ti fa! E noiElena quando si va via?"

"Non sosecondo si sentirà Danieledomani posdomani."

"Perché l'altro dídopo che lasciai te al museo Tiberinoho visto da Noci delle poltroncine che sono una bellezzae vorrei sceglierne dueuna per città e una per Passo di Rovese. Avrei bisogno anche d'un servizio da thè per campagnama non ho danari."

Elena che stava per pigliar congedo da sua madre con un baciosentí gelarsi tutta la sua tenerezzarimase lí un momentoimpietrita.

"Sarà anche ora di pranzoadesso" osservò la contessa. "Devono essere le sei e mezzo passate."

"Alle sette mi devo trovar là" disse Elena asciutta. "Addio."

"E pranzare?"

Elena non risposenon l'udí forse nemmeno. Era già uscita; erispondendo al saluto umile d'una camerierapensava che colei aveva probabilmente un cuore meno volgare di quello della contessa Carrè.

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO

 

BATTAGLIE NOTTURNE

 

Undici ore suonavanoquella sera del 28 marzoda Piazza Navona e dalla Sapienzala luna batteva sulle casesui marciapiedi desertiin faccia all'augusta ombra nera del palazzo Madamaquando ne uscísoloil barone Di Santa Giulia. Si fermò sulla sogliasi volse a considerar l'atrio illuminato. Il guardaportone gli si fece incontro ossequiosamentepensando che desiderasse qualche cosa.

"Cosa voletevoi?" gli disse il baronebrusco. "Non sono neppur padrone di star quiadesso?"

Quegli rimase intontito.

"Credevo!" ghignò forte Di Santa Giuliaevoltategli le spallese n'andò verso San Luigi dei Francesi.

Aveva recato egli stesso al Senato le sue dimissioni da senatorelaconichesenza una parola di preambolo né di chiusa; ed aveva affidata la lettera suggellata a un collegasegretario della Presidenza. Nessuno l'aveva richiestooradi quest'atto; era stata una libera risoluzione suameditata da lungo tempo insieme ad altre piú gravipreparata nel segreto del cuore per quando non gli rimanesse piú fede di salvarsi da una clamorosa rovina. Essa gli era sopraoramai; non v'era piú campo a' disperati rimedi che le avevanell'ultimo tempodisperatamente opposti. Riposarsi e lasciar crollare tutto; altro partito non gli restava.

L'avvocato Boglietti gli aveva scritto il 25 stessogiusta le intelligenze prese con Cortische si tenesse sciolto da ogni debito verso la Banca; ma il barone gli aveva rimandata fieramente la letteragiurando che non accetterebbe mai le offerte del signor Cortis. Per verità non gliene veniva sollievo sensibile. Era invescato in troppi altri debiti e di natura non meno maligna. Pur di saldare le sue perdite al giuocopur di essere accolto ancora nelle bische piú o meno segrete che frequentavadopo essersi rivolto a' piú celebrati strozzini di Romaaveva poste le mani su certi titoli di credito spettanti a minori nella sua tutelane aveva dato in pegnone aveva fatto danaro. Ora il fatto era venuto in lucestava per denunciarsi. Intanto il macao gli aveva ingoiato tutto ed egli si trovavamalgrado tanti sacrificia non poter pagare i suoi impegni di giuoco. Non si giuocava piú con lui; la porta della fortuna era chiusaquella delle Assiseaperta.

Ma nella sua selvaggia naturamista di forza e di corruttelail fiero proposito di non piegarsi ai Carrè durava piú saldo che mai. Tre ore prima che egli recasse le proprie dimissioni al Senatol'avvocato Boglietti lo aveva affrontato in piazza di Pietra e tratto riluttante al proprio studioallegando un'assoluta necessità di parlargli immediatamente. Colà gli aveva comunicata una proposta affidatagli in quel momentonon volle dire da chi. L'avvocato prometteva di ricomporlo con tutti i suoi creditoridi salvargli l'onore e la libertàdi fornirgli un sufficiente assegno vitalizio a patto che emigrasse per sempre in America. Di Santa Giuliaimbestialito all'idea che fosse tutto un lavoro di sua suocera e di sua moglienon aveva neppur voluto ascoltare le proposte dell'avvocato che gli giurava di non conoscere neppur di vista la contessa Tarquinia né sua figliadi non tenere la proposta né da loro né dall'onorevole Cortis; era uscito furibondo dallo studio mentre l'altro gli gridava dietro che non accettava rifiutiche la notte porterebbe consiglioche sarebbe venuto da lui l'indomani mattinaper una risposta definitiva.

E ora camminava accigliato verso casa suaa testa alta come semprecon le mani in tascastringendo la chiave del cassettone dove teneva il revolverprovando quasi una truce compiacenza di aver finalmente toccato il fondo dell'abissosentendosi vicino a una uscita terribilema degna dell'orgoglio misto al suo sangue corrottoma liberatrice. Oramai era fuori del Senato. Gli pareva d'aver compiuto cosí un atto decisivodi aver deposto l'abitocome tanti fannosulla riva del fiumeprima di sparire nelle acque per sempre. Questo era il cupo concetto fisso nel suo cuore. Per la mente gli passavano tante immaginazioni languide di cose e di persone già congiunte a lui da sentimenti di rabbia e di angoscia. Ieri ancorapoche ore primaquesti fantasmi di scadenzedi citazionidi denuncedi usuraidi creditori di giuocodi uscieridi giudici lo stringevanol'opprimevano; ora gli si eran fatti subitamente lontani; ora si sentiva come un largo attorno; il largo che la folla fa in cerchio a un cadavere. Passando la piazza di Pietraripensò con ira all'avvocato Boglietti e all'America. Casa Carrènon c'era dubbio! Liberarsi! In America! L'avvocato Boglietti doveva andar da lui l'indomani mattina per la risposta. Se gli dicessero: "passi" e l'avvocato gli entrasse in cameralo trovasse sul letto con una palla in cuore? Maledetta gente superba! Cosa credevano? Tutti i vizi e tutte le colpesí; ma vileno. Di vergogna e di sangue li macchierebbe; l'unica compiacenzaper Dio! Aveva creduto sua moglie migliore degli altrianche dopo il tradimento di Passo Rovesema ora si mostrava della stessa tempra. Che moglie era stata per lui? Retta sítranne quella volta; e dura e fredda come un cristallofedele a se stessanon a lui! Se pure lo era ancorafedele. Un anonimo gli aveva scritto accusando lei e Cortis. Allora il barone non aveva creduto; adesso voleva credere. Gli piaceva di crederedi vedere a terra quella virtú fastidiosa e superba. In America? Per comperar la sua lontananza? Nonola signora potrebbe anche sposarselocoluima gli porterebbe in dote una maledizione e del sangue.

Si fermò sul Corso a guardare in su e in giú come se lo vedesse per la prima volta. Era deserto; le due lunghe file di fanali parvero al barone un accompagnamento funebre. Pensò che lui non l'avrebbe e se ne compiacque. Meglio andar solisenza tanti cialtroni dietro che chiacchierinoridano e lo mandino al diavolo. Non avrebbe funerale e non andrebbe in chiesa. Bene. Né Dioné santi l'avevano aiutato. A questo punto si sentí un subito mancar dell'orgoglioun lampo di sgomento; ma passò tostoe l'uomo tirò via senza pensare ad altro.

Entrò in un piccolo caffè di via delle Murattea pochi passi da casa suae picchiò forte sul tavolino perché il garzone dormiva con le braccia incrociate sul banco. Non c'era altri nella bottegucciaoltre Di Santa Giuliache un vecchio prete dal viso e dalle mani color di cerasolito di prender lí il cioccolatte prima di mezzanotte.

"Crede proprioreverendo" gli chiese il barone a bruciapeloche vi sia un'altra vita?

Il vecchio prete lo guardò in faccia e rispose con calma:

"Nosignore."

Dopo di ciò spiegò il fazzoletto scurolo guardò da ogni partese ne forbí la boccalo ripiegò con gran curaeposatoselo sulle ginocchiadisse con la sua quieta voce dolce:

"Non lo credolo so."

Non si udí che il rumore dell'acqua di Trevi. Il barone prese un bicchierino di rhum e uscí senza salutare.

Le sue finestre erano illuminate. Perché? Pareva che sul buio balcone vicino ci fosse qualcheduno che se ne ritrasse quando Di Santa Giuliagiunto alla sua portasi fermò. Egli trovò sulle scale la padrona che l'aspettava con la candela in mano.

"Perché c'è lume in camera mia?" diss'egli.

"Una visitasignor senatore. Una signora ch'è qui dalle sette ad aspettarlo."

Il barone pensò subito a sua moglie.

"Chi è?" diss'egli con ira. "Bisognava dirle che non sarei rientrato."

"Ma è la signora baronessasignor senatore."

"Ah!" fece colui come per dire; quand'è cosíavete fatto bene. Ma l'accento e il viso esprimevano quanto la visita gli fosse sgradita. Andò nella sua camera a passi concitatisagrando fra i denti.

L'alta figura sottile era làritta in mezzo alla camerapresso il tavolino sul quale ardeva una grande lucerna senza paralume.

"Tu qui?" diss'egli fermo sull'entrata. "Cosa vuoi?"

Le spalle di lei trasalirono in sussulto nervoso. Aspettò un momento a rispondere e poi disse pacatamente:

"Ricordarti che son viva."

"Questo lo sapevo" rispose il barone togliendosi il cappello e gittandolo sul letto.

Elena alzò le sopracciglia.

"Non me n'ero mai accorta" diss'ella.

Il barone si levò il soprabitogittò sul letto anche quellopoi chiuse le imposte delle due finestreritolse dal letto cappello e soprabito per posarli sopra una seggiolasi pose ad andare e venire per la cameraintorno a sua moglie che non parlava né si moveva. Le si fermò a un tratto alle spalleda lontanole disse sbuffando:

"E adesso cosa ti occorre?"

Ella si girò verso di luiprese una seggiola per la spalliera e rispose traendosela davanti:

"Perché non ti sei lasciato vedere da me? Perché non mi hai neanche risposto?"

La sua voce era sommessamolto tranquillaquasi affettuosa.

"Per farti piacere" diss'egli. "Ringraziami. Non era quello che desideravi?"

Elena soffocò a fatica lo sdegnosi eresse sulla spalliera della seggiola cui prima s'era venuta appoggiandoe disse con impeto:

"Questo non è rispondere."

Suo marito s'incrociò le braccia sul petto.

"Ti sdegni anche?" diss'egli. "Non basta che io ti abbia scritto di andarestare e venire a tuo piacimentocon chi ti parenon ti basta di averne approfittato; mi rimproveri anche di non esser venuto a baciare la mano a tua madre! Non rompere quella seggiola che non è mia."

"Scusa" rispose Elena dolcementeposando la seggiola.

Ella era venuta col proposito di essere umileaffettuosa il piú possibiledi tollerare le prevedute violenze di quell'uomo che voleva salvar dall'abisso; e si rimproverava di avervi mancato fin da principio.

"Ti prego ancora una volta" proseguí "di credere che hai torto d'essere in collera con la mamma. Se vi è stata colpa quella volta a Passo di Roveseè stata tutta mia. Te l'ho detto tante volteCarminete ne ho chiesto perdono. Io non ho inteso di far malema te ne domando perdono ancorase vuoi. Se non vuoi credermisia! Pensa allora cheper rispetto a teho sopportato che mia madre alloggiasse all'albergo in Cefalú; e mi ha fatto tanto male perché propriopovera donnaio so che non ha colpama nientema niente. Síson venuta a Roma con leima ti ho scritto perché ci venivo: per te! La mamma si era posto in mente di condurmi nel Venetoe te lo ha scritto; ma io gliel'ho sempre detto che se mi movevo da Cefalú era per venire a Romaper assisterti come avrei potuto meglio."

"Già!" proruppe il barone. "Ed è successa questa combinazione miracolosa che la Camera era aperta e che il reverendo signor Cortisnon sapendo come diavolo continuare un suo discorsoè andatocon l'aiuto dei santiin deliquio; e alloraper un caso stranissimotuche eri venuta per assister mehai assistito lui di giorno e di notteecceteraeccetera. Va bene?"

"Cosa vuoi dire?" chiese Elena aggrottando le sopracciglia.

"Lo sai benissimo cosa voglio dire" rispose l'altro. Si trasse di tasca delle lettere e accostatosi alla lucernane scelse unala buttò sul tavolino.

"A te" diss'egli.

Elena prese la lettera palpitando malgrado se stessaquasi vi si fossero potute scrivere cose sepolte nel cuore di lei. Corse prima a guardar la firma: non c'era. Poi diede una rapida occhiata al breve scritto in cui l'anonimo accusava leienfaticamentedi circuire Cortis per farsene un amante. Riconobbe la mano di sua zia.

"So chi è" diss'ella freddamente. "Conosco il carattere. E tu credi?"

"Non so niente" rispose il baroneburbero. "Chi è? Mi pareva quasi di conoscerlo anch'io quel carattere."

"Tu non lo credi!" esclamò Elena. Vi era un tal fuocoun tal impeto negli occhi e nella fronte levata di leiche suo maritoper un momentoammutolí.

"E se lo credessi?" diss'egli poi. "In ogni casosecome speronon ci vediamo mai piúdi' a tuo cugino che rispetti il mio nomeperché è un puro caso che io non sia suo padre. Questione di aver conosciuta la signora Cortis quattro o cinque anni prima."

Elena trasalí.

"Sicuro" proseguí il barone. "Digli che quando ero di guarnigione ad Alessandriaho conosciuto moltissimo da vicino sua madre."

"Tu?" esclamò Elena.

"Iosí. La conosci quella storia? Sono stato io e non l'ufficiale d'artiglieria. Diglielodiglieloal reverendo. Lo sappia! Cosa me ne importa? Oramai non m'importa piú niente di niente. E poi è una giustizia. Diglielo a nome miose sua madre non gliel'ha detto; perché sento ch'è tornata dall'infernoquella strega. Sino all'altro giorno non gliel'aveva detto sicuro."

Elena si nascondeva il viso con le palme. Era uno stuporeun orror mutoun desiderio angoscioso di andar viasubitolontanoun violento resistervi di qualche forza segreta nell'anima sua.

"Ohoh! Che impressione!" disse piano colui con uno strascicare ironico della voce. "Si piange! Povero cugino!"

"Io non piango" rispose Elena fieramentescoprendo e alzando il viso. Si ravviò con la sinistra i capelli sulla fronte e guardò suo marito in faccia.

"Soffro ma non piango."

La faccia del barone si contrasseun ruggito sordo gli uscí di bocca:

"E non crederò ch'è il tuo amante?"

Ella non piegò il visonon mosse ciglio. Gli occhi eran vitreila persona quasi irrigiditaquando rispose sottovoce:

"Nonon è vero."

Durarono un tratto a guardarsi in facciaimmobili. Di Santa Giulia ruppe improvvisamente in una furia di gesti e di voce:

"Son padrone di credere ch'è veroson padrone di dirtelote lo voglio dire. E adesso va viava dove vuoiva con chi vuoi! Va via! Ho degli amici migliori di te in questa camera; ho degli amici che mi assisteranno meglio di teche mi libereranno in un attimo da te e da..."

Qui tirò giú una fila d'imprecazioni bestiali contro il mondo e gli uomini.

Elena intanto era tornata padrona di sè.

"Andrò via" diss'ellama non prima di aver fatto il mio dovere...

Un tremito violento la presele tolse per un istante di continuare. Dovette sedersiattendere un po' di calma.

"Ho promesso" continuò "di esserti fedele; e qualunque cosa tu dicaqualunque cosa tu pensiio intendo essere fedele sino all'ultimo. Tu mi hai scritto a Cefalú delle parole sinistre e ora me ne dici delle altre simili."

Si fermò; non poteva parlare a lungo.

"Non so se sia vero" riprese "che i tuoi affari vanno cosí maleche hai in mente una cosa orribile. Io intanto sono qui per fare tutto quello che posso. Lavorereidarei lezionipatirei la fame!"

"Ohnon c'è bisogno di tanti eroismi" disse il barone sogghignando. "Non vado in America?"

"In America?" esclamò Elena stupefatta.

"Ma non farmi l'ipocritaperdio! Se non lo sapessi..."

Ella diè un balzo sulla sedia; non v'era maggiore ingiuria per lei! Si morse il labbrosi contennedisse solo:

"Se non sapessi cosa?"

"Che siete voialtri che mi avete offerto di pagarmi i debiti a condizione ch'io vada in America. Del danaro e liberarvimandarmi a morir lontano perché non vi schizzi del sangue e della vergogna addossoeh? Ma v'ingannate; non c'è pagamentinon c'è Americhe!"

Elena balzò in piedi.

"Non è vero!" diss'ella.

"Che non è vero!" ringhiò il barone. "Non vi è un altro cane nell'universo mondo che abbia la piú lontana ragione di farmi proposte simili. E tu" continuò in un tono ironicamente mansueto "sei venutanon è veroa tastarmi con garboa vedere se la proposta mi è stata fattase accetto o non accetto..."

"Ma ti dico che non è vero" protestò Elenati dico che pagarti i debiti mia madre e io non possiamo, e mio zio non vuole, assolutamente non vuole!

Ella parlavanella sua sorpresacon un tal fuoco sincero che il baroneper un attimone fu scossotacque.

"Oh!" esclamò poiripreso dalla sua convinzione. "Se è cosí! Se non è possibile che non sia cosí!"

Elena era convulsa.

"Ma Dio!" diss'ella "cosa devo direcosa devo fare per convincerti?"

Il barone riflettè un poco.

"Tu saresti felice" diss'egli "che accettassi questa proposta di andare in America?"

Felice? Ella pensò cheamante di quell'uomoavrebbe volutoin una simile abbiezionemorire con lui.

"Felice no" rispose. "Sarei felice se tutto questo fosse stato un cattivo sogno; ma pure!..."

Non sapeva bene come dire che le sarebbe tolto dal cuore un gran pesoun grande sgomento di non aver fattodi non saper fare il possibile per impedir la sventura che l'avrebbe lasciata libera.

"Ah ma pure!" esclamò suo marito. "Vediamo un pocomoglie fedele" soggiunse lentamentefissandola in viso. "Se vadotu vieni con me?"

Elena ricevette quel colpo nel petto e non vacillò. Era un terribileinaspettato colpoun terribileinaspettato modo di porre alla prova la sua parola. Non vacillòma neppure rispose. Sentí qualche cosa in sè del soldato chiamato a morireche ci va gravein silenziocol cuore ardente.

"Ah taci?" esclamò il barone.

"Hai già dichiarato" diss'ella "che non accetti?"

"Síma si vuol tornare da me domattina per una risposta definitiva."

"E se vengoaccetti?"

"Santo diavolo!" fece queglifra attonito e perplesso. "Se tu vienicomincio a non capirci piú niente."

"Allora accetti?"

"Forse."

"No no" esclamò Elena risolutamente. "Bisogna promettere che se io vengo con te accetti."

Il barone si gittò sul canapè.

"Ci penserò" diss'egli.

Ma Elena non voleva neppur l'ombra d'un dubbioe insistette. Suo marito non poteva credere che i Carrè acconsentissero all'esilio di lei.

"Ebbene" diss'eglise tu vieni davvero, accetto.

Posto che l'offerta movesse da casa Carrèquella condizione l'avrebbe fatta cadere sicuramente.

Allora Elena gli domandò se in nessun casoin nessun modo accetterebbe un'offerta simile dalla famiglia Carrèsenza la condizione d'andare in America. Egli rispose un "mai" pieno di superbia e d'irasi confermò nel dubbio che proprio l'avvocato Boglietti non avesse parlato per incarico dei Carrè.

"Verrò" diss'ella.

Il barone la guardòbattè sul braccio del canapè la mano distesa e rispose:

"Va bene."

Poi andò a prendere nel suo cassettone un revolverlo posò presso la lucerna.

"Ecco l'amico che mi doveva assistere" disse egli. "Ti giuro che mi sarei ammazzato cento volte prima di accettare il soccorso dei tuoi."

Elena prese il revolver.

"È carico" disse suo marito.

Elena lo tenne tuttaviapareva considerarlo attentamente. Le sue mani tremavanole labbra erano serrateconvulse. Non la vedeva neppurela piccola canna lucente; vedeva solo l'uomo che amava tantoda cui si sapeva tanto amatalo vedeva nel momento dell'ultimo addiodi un'angoscia senza nome.

"È quello che mi hai regalato tu da fidanzata" disse suo marito.

Elena depose il revolver sul tavolinolo guardò ancora finché si fu ricacciate in gola le lagrime.

"E allora?" diss'ella piano.

"Allora" riprese il barone "io accetto e si assestano gli affari; ci vorrà un po' di tempo perché tutti i miei debiti non li so neppur ioquasi. Poi si va."

Elena non ebbe la forza d'entrar subito a parlar del come e del quando.

"Sai che ho paura d'essere una gran bestiaioa credere che tu venga?" esclamò suo marito.

Ella si alzò sdegnosamente per tornare all'albergo.

"Nonoti credo" diss'egli blando. "Che fretta hai? Fermati un poco. Sii buona!"

Elena volle partir subito. Suo marito le propose burberamente di accompagnarla; la padrona di casache aveva sempre origliato all'uscioofferse la propria camera per la notte; non s'era coricata apposta! Ella rifiutò tutto con tale veemenzache coleiquasi quasile chiese scusa.

"Lasci fare" disse il barone. "Da qui alla Minerva le strade sono sicuree mia moglie non ha paura di niente."

Colei accompagnò Elena con il lume fino alla stradale disse che aveva sperato si fermasse. Il signor senatore le faceva pena. Aveva tanti fastidi! diceva certe cose!

Elena rispose con un leggero cenno di saluto e uscísi incamminò adagio per la via buialasciandosi portar dall'istintosenza saper bene dove fossesenza altro senso che di un dolor sordo al cuoredi una mortale inerzia della mente. E guardava appressarsi una dopo l'altralentamentele fiamme dei radi fanalitremare ed arderescomparire sopra la sua testa. Le venne a poco a poco una strana idea; s'immaginò di sognare che era smarrita in una città sconosciutaimmensa. Allora il suo istinto l'abbandonò a un tratto. Non sapeva qual via prenderedovette fermarsipensar lungamenteguardarsi bene attorno prima di capire che era al canto di via dei Pastini. Affrettò il passo eun momento dopoentrava alla Minerva.

Un cameriere aveva l'ordine di avvertirla che il suo signor zio l'aspettava nella propria cameraa qualunque ora fosse tornataassolutamente. Anche questa pena; dover nasconderedissimulare! Non le parve di poterlo in quel momentofu per dire al cameriere che la precedeva di lasciar dormire il conte perché oramai era troppo tardi; ma non ne fece nullaonde colui picchiò all'usciol'introdusse eposata la candelasi ritirò.

Il conte Lao stava a letto leggendo. Buttò via il libro e alzò il capo dal guancialevoltandosi a guardar la nipote.

"Oh!" diss'egli "credevo che non venissi piú."

Elena non s'appressò al letto e rispose ch'era tanto stancache aveva tanto sonno. Il conte taceva guardandola.

"Buona notte" diss'ella esitante.

Suo zio tacque ancora un momento e poi le disse con un bruscoimperioso inchinar del capo:

"Vieni qua."

Ella fece due passi verso di luiadagioadagiosi fermògli sussurrò:

"Cosa vuoi?"

"Piglia quella sedia" diss'egli.

Elena lo pregò di lasciarla andaregli allegò ancora la stanchezzail sonno.

"Ma che sonno!" rispose lo zio inesorabile.

"Dormirai domani. Piglia quella sediamettiti lí e conta."

Ella non obbedí ancora. Era venuta volentieri a dargli la buona nottema poi bisognava farsi un po' di riguardo anche per la gente dell'albergo.

"Imbecille!" esclamò il conte. "Andiamonon seccare."

Elena non poté insistere. Sedette discosto dal lettoevitandoper quanto le fu possibiled'avere in viso il lume delle candele.

"Dunque?" diss'egli. "Sei stata da tuo marito?"

"Sí."

"E cosí?"

Elena non rispose.

"È vivo o morto?"

Ella tacque un pocosi coperse il viso con le palmepoi si buttò ginocchioni al capezzale dello ziogli afferrò una mano.

"Ziozio" diss'ella con uno slancio di passione "bisogna salvarlo! Senza ch'egli possa mai sapere che siamo stati noi!"

Lo zio non si adiròquesta volta.

"Salvarlodici tu" rispose sorridendosalvarlo, come se non fosse niente. Un bel mobile da salvare! Se vuoi salvarlo tu, fa pure, fai benissimo; io non butto certo via i miei danari in questo modo. Levati, levati!

Parlava con la maggiore dolcezzaequand'ebbe finitobaciò pian piano Elena sui capelli.

"Ch'io faccia pure!" diss'ella accorata. "Che lo salvi io! Farei benissimo! Lo solo so."

Amaro momento! Il conte Lao non pensava che le sue parole dovessero suonarle cosí dure.

"Sai bene che io non ho i mezzi" soggiunse Elenaalzandosi.

"Va làva là" diss'egliche quelle canaglie là non vanno mai a fondo, trovano sempre chi li aiuta. Non si ammazzerà, sta quieta. Scommettiamo che gli capita qualche fortuna?

Un lampo balenò negli occhi di Elena.

"Sai qualche cosa?" diss'ella.

"Io? No. Non so niente. Cosa vuoi che sappia?"

"Perché infatti gli hanno proposto di pagargli i debiti."

"Ahecco!" esclamò il conte. "Te l'ho dettoio. Hai visto? E luicosa fa?"

"Ahsai che c'è una condizione?"

Stavolta il conte andò sulle furieprotestò di non saper niente di niente.

"C'è una condizione" riprese Elena. "C'è la condizione di andare in Americaper sempre."

Lao non parlò piúnon mostrò curiosità di saper altro.

"Egli accetta" continuò lei dopo un breve silenzio. "Ci va."

Lao si scosse un poco e brontolò:

"Manco male."

Stettero muti ambedueun tratto.

"E perché ti crucciallora?" diss'egli finalmente. "Non capisco. Credi che gli farebbe piú onore di andare in prigione? Cosa si potrebbe fare per lui di meglio? Proprio non capisco."

Elena si alzò dalla sedia senza dir nientesi appressò al cassettone su cui stava la sua candelala tolse in manola considerò un pocoe posatalase ne tornò lentamente indietroappoggiò ambo le mani al letto come per chinarsi a baciar lo ziogli si chinò invece all'orecchiogli sussurrò:

"E se andassi anch'io?"

Egli si strinse nelle spalle e rise forteironicamente.

"Non scherzo micazio" diss'ella.

Allora lo zioch'era coricato sul fiancosi girò sul dorso.

"Di' la verità" esclamò prendendole un braccio "che mi faresti anche questa?"

"Ho paura che sia il mio doverezio."

"Ma che dovere! Ma quando mai la moglie d'un briccone ha il dovere di tenergli dietro se va in America? Ma fammi il piacere! Va làva làva a letto!"

Elena fu sorpresa che suo zio pigliasse la cosa con una tal quale relativa placidità.

"Ma parto propriosai" diss'ella.

"Oh basta!" esclamò il conte. "Finiscila! La condiziones'intende beneè che vada solo."

"Ma noma nozio!"

"Ma síma sísolosolissimo!"

"Ma scusazio!"

"Oh" diss'eglifuori dei gangherichi lo ha da sapere se non lo so io? Chi è l'asino che paga se non sono io?

Elena n'ebbe tronco il respiro; tutto il sangue le corse al cuore. Guardò suo zio con gli occhi spalancatistringendosi le mani al pettosenza proferire parola. Aveva creduto che l'offerta fosse stata procurata da Clenezzi e movesse dalla Presidenza del Senatodal Governo.

"Non mi sarò spiegato abbastanza" proseguí il conte. "Non mi sarò spiegato abbastanza con quell'altro asino di avvocatoma lascia fare a me. Non c'è niente di combinatofinora. Sta quieta che i patti saranno chiari."

Elena abbracciò suo zio con una repentina furia di affetto e di spaventolo baciòlo ribaciò.

"Nonono" diss'ella affannosamenteNo, no, non vado, non dir niente! Grazie! Oh grazie! Facevo apposta, per vedere se ti commovevi, se ti mettevi tu a salvarlo, se gli risparmiavi l'America. Sono stata una stupida, zio, sono stata una ingiusta! Va solo, sai, va solo. Non occorre dir niente. Grazie, zio!

E lo baciava ancoralo accarezzava smaniosamentegli sorrideva con una mortale angoscia nel cuore. Se si tradissese fallisse un momento alla sua parte di attricepotrebbe uccidere suo maritorestar libera.

Era una cosa orribile!

"Che non l'abbia detto chiaro ioall'avvocato" brontolò il conte "che dovrebbe partir solo? Potrebbe anche darsi. Avevo la testa cosí intronata dal viaggiodalla Cortisdal..."

"Nono" interruppe Elena. "Gliel'hai dettogiel'hai detto. Se ne va solo; io facevo apposta."

"Oh ma senti" esclamò Laose un altro gli volesse pagare i debiti, valeva la pena, quest'America, che gliela pagassimo noi? Clenezzi ti ha ben detto che scandali ci sono; cose da Corte d'Assise. Adesso si rimedierà, ma ti pare che egli possa star bene in Italia? Credi che possa restar senatore?

"Nono" diss'ella afferrando quest'appigliohai ragione, a ciò non avevo pensato. Allora sí, capisco, è meglio che parta, che vada lontano. Oh va, va. Figurati se mi vorrebbe! S'è arrabbiato perché sono andata a trovarlo e poi mi ha lasciata venir via sola, a quest'ora. Non mi può vedere, non ci può vedere nessuno di noi. Anzi, di questo sí poi ti supplico, guarda bene che non gli si faccia sospettare che l'offerta viene da te. Mai, mai!

"Io ho detto all'avvocato di non parlare" rispose il contema se lo immaginerà.

"Nonon s'immagina nientenon deve immaginarsi nientedeve pensare che sia il Governo."

"Oh sí! Il Governo!" fece Laocon un sorriso incredulo. "M'era passatosaiper la mente" disse egli dopo una breve pausa "il pensiero che tu con i tuoi eroismi stupidi mi volessi far questa d'andargli dietro; ma può anche essere che non l'abbia detto all'avvocato."

Tornò sul punto di questo patto esplicito da imporre al signor barone di Santa Giulia ed Elena tornò a scongiurarlo di tacere.

"Benebene" rispose Lao "quanto a questovedremo. Tu intanto te n'andrai da Roma subito."

"Síziotutto quello che vorraiquando vorrai!"

"Daniele" continuò l'altro "è in grado di partirecredo. Tu e tua madre lo accompagnerete a Passo di Rovese."

Il cuore d'Elena le balzò nel petto. Che dolcezzache doloreche bruciante fuoco! Avrebbe voluto rifiutaresottrarsi a questa prova amara; non lo poteva.

"Sí" mormoròchinandosi frettolosamente a baciar lo zio in fronte. "Tutto quello che vorrai. Buona notte."

"Buona notte" rispose Lao. "Hai tanti scrupoli per tuo maritoe per meche sono qui mezzo morto per causa tuaniente! Non ho un'oncia di carne che non mi faccia male. Ma se anche crepo ionon importa. Lui è quel che preme. Sísídi' pure di notuma la è cosí. Basta esser figuri. Buona notte e chiudi bene l'uscio."

La contessa Tarquinia dormiva.

Elena se ne andò diritta nella propria cameraeposato il lume sul tavolino da nottesedette nella poltrona accanto al letto. Era ancora quel dolor sordo al cuoreera ancora quella inerzia mortale della mente; ma piú gravi di prima. Guardava la fiamma della candela tremare ed ardere come le fiamme dei fanali nella via e le pareva di aver nel petto un peso di lagrime morte che non ne potessero ascendere. Non si svestínon si mosse. Il lume le si velava qualche volta d'una nebbia che lo ingrandiva smisuratamente; allora il suo cuore batteva fortepareva che le lagrime salissero; ma poi non era nullail lume tornava lucido. Verso il mattino piegò il capo sul letto intattosi assopí un istantesi trovò in sogno a Passo di Rovese. Le pareva di andar a salutare per l'ultima volta i suoi vecchi abeti. Ed eccoil piú anticoil piú caroil grande abete triste che pareva stanco di secoliaveva ceduto al destinogiaceva troncato dalla tempesta. Finalmente allora ella pianse nel sonnosi svegliòpianse ancoracon sollievoa torrenti.

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

 

"DEVO ANDARE?"

 

Cortisminacciato di congestione cerebralesi era riavuto rapidamentesí per la gagliardia della sua complessionesí per l'aiuto pronto e vigoroso dell'arte. Gli pesava di restare alla Camera; benchéin quei giorni di vacanze parlamentarila sua presenza non fosse d'impaccio ad alcuno. Sospirava le sue montagnee i medici pure consigliavano riposo assolutoaria liberapuraappena fosse possibileevitando l'inutile disagio di due trasportieciò che piú importaval'irritante contatto della signora Cortis.

Della minacciata congestione gli era rimasto un grande abbattimento di spiritouna tristezza profonda che gli metteva spesso le lagrime agli occhi. Non aveva piú fede nell'avvenire né in sè. Si vedeva gittato dalla corrente politica sulla rivacome un avanzo di naufragio. Chiedeva avidamente chi venisse a prender sue notiziepronto sempre a interpretar male una mancanzaa immaginar noncuranzeabbandoni. Elena ne soffriva assaibenché i medici le affermassero ch'erano fenomeni solitipasseggeri. Lo rincoravagli proibiva con la sua dolce voce sommessa di ripetere quei brutti discorsi. Egli allora le era tanto gratoe ubbidiva per un po': quindi ricominciava. Soffriva male di star senza leila supplicava di perdonargli le sue importunità e se ne scusava con dire che aveva perduto tuttoche solo l'amicizia di lei gli restava. E voleva farsi promettere che sarebbe venuta a Passo di Roveseper trattenersi a lungo. Ella si schermiva il meglio che poteva dal prometterecercando in pari tempo di non irritarlo come le era avvenuto la prima volta che s'era parlato di Passo di Rovese e che lei nel dubbio di poterci venire o noaveva accennato a suo marito. Cortis s'era fatto cuponon aveva piú aperto bocca per un'ora.

Era stata lei a persuaderlo di chiamare sua madre il 28e di parlarle invece di mandar messaggi com'egli avrebbe voluto. Colei ci andò difilata dalla Minerva. Cortis le significò molto freddamente e recisamente la propria intenzione di partire presto per l'alta Italia e la propria volontà ch'ella rimanesse in Roma. Parlò in un tono che non ammetteva osservazioni né repliche. La signora non poté tuttavia stare zitta: augurò a suo figliocon voce grave e compuntauna cosa ben difficileuna cosa impossibile; che altri affetti potessero sostituire presso di lui l'affetto di sua madre! Soggiunsecongedandosiche sentiva il dovere di perdonare a quanti le avevano fatto del maleanche ai crudeli che l'avevano esclusa dal cuore di suo figlio. Sapeva bene da chi veniva il colpoe pregava il cielo che volesse aprir gli occhi a suo figlio sui pericoli di certe amicizie equivoche. Pur troppo non erano piú equivoche per nessunoa Romale sue amicizie.

Quandopartita la signoral'infermiere di Cortis gli rientrò in cameralo trovò agitatissimotremante; credette ad un accesso di febbrevoleva far venire il medico. Ma Cortis glielo proibí con ira; ordinò che si facesse avvertireinvece del medicola signora baronessae poi quando l'infermiere stava per uscirelo richiamò in frettagli levò l'ordine.

Piú tardi nella seratavenne il dottorevenne il senatore Clenezzi e finalmente anche il conte Lao. Cortis si commosse moltissimo di veder quest'ultimo. Gli chiese poi subito d'Elena e seppe da lui ch'era andata in traccia di suo marito e che per quella seraprobabilmentenon l'avrebbe veduta. Si chiuse allora in un silenzio cupo. Intanto il dottore si lagnava con Lao della poca quiete che si lasciava all'ammalato; poiché conveniva ancora chiamarlo cosí quantunque l'attacconon gravedi congestione fosse stato vinto rapidamente. Il turbamento nervoso era ancora molto sensibile. Quei nervi lí volevano una tranquillità materiale e morale impossibile a ottenere in Romanelle condizioni di Cortische soffriva cosí di veder gente come di non vederne. Ci voleva riposoaria dei campi subitosubito; era opportuno di affrontareper tale beneficioanche il disagio di un viaggio lungo. Poiché il signor deputato possedeva questa bella villeggiatura di cui il dottore aveva udito parlarepoiché i suoi signori parenti gli erano anche vicini di campagna e aveano la buona disposizione di tenergli compagnianiente di meglio che partire il piú presto possibile.

"Anche domani?" disse il conte Lao guardando Cortis.

"Perché no?" rispose il dottore. "Anche domani."

Cortis non fiatò.

Allora Lao descrisse al dottore Passo di Rovese e la vita che Cortis vi farebbealmeno per qualche tempo; perché fino a guarigione intera e sicura il signor Daniele non si lascerebbe andare a Villascurasi terrebbe prigioniero in casa Carrè. Lao lo guardava spessoparlando; spiava se ci fosse qualche indizio di sgelo. Nulla. Disse allora dei passeggi che il convalescente farebbe nel proprio giardino di Villascura e ne raccontò i boschii valloniil lagole fonti. Cortiscoricato sul fiancocol viso alla paretenon si movevapareva che dormisse. E Lao proseguí a dire che sua nipote era innamorata di quel giardino. Anche lei ci andrebbe ogni giornosicuramente. Amava tanto i belli alberi! Il suo prediletto era un superbo platano col tronco bipartitolontano da casalungo una stradicciuola pittoresca.

"Un tiglio" disse Cortissenza voltarsi.

"Benedetto da Dio" esclamò Laoche La parla! Un tiglio, sí, signore, giusto un tiglio.

Allora Cortis osservòcon un'arte suggestiva affatto nuova in luich'Elenanaturalmentesi tratterrebbe a Romanon verrebbe nel Veneto. Lao protestò contro il naturalmente. Perché naturalmente? Forse subitoforse tra qualche giorno verrebbe anche lei di certo. Cortis la vedrebbe l'indomani mattina. Allora si potrebbe fissare tutto d'accordo col signor dottoreche favorirebbe di lasciarsi vedere anche lui l'indomani mattinaall'ora solita. Cortis tornò di buon umore tanto che il medico esortò Lao a partirsene con lui perché non avesse a parlar troppoa sovreccitarsie quindi forse a soffrire d'insonnia nella notte.

All'indomani mattina Lao capitò verso le novesolo. Elena era rientrata tardisi sentiva stanca. Sarebbe venutaforse verso mezzogiorno. Del resto lui doveva fermarsi a Roma per affarinon sapeva ancora quanto; ma Elena e sua madre erano disposte a partire con Daniele anche subito.

Questi balzò a sedere sul letto. Il diretto diurno per Firenze non partiva alle dieci e quaranta? C'eran quasi due ore di tempo. Lao si mise a rideredicendo: "Eccolo la! Un ragazzo!"

"Già" fece Cortisalquanto mortificatoper le signore sarà impossibile, ma per me andrei certo.

Intanto sopraggiunse il medico e dopo un breve battibeccosi dovetteper il minore dei maliaccontentare Cortis che protestava di non voler differire la partenza oltre quella sera stessa; e fu stabilito che partirebbe col diretto in un coupé a letto e che il medico lo accompagnerebbe almeno fino a Bologna.

Lao usciva per andar ad avvertire le signorequando Cortis lo richiamò per dirglicon una repentina commozione inesplicabiledi pregar Elena a volersi recare da lui tosto lo potesse.

Ella era appena alzata quando lo zio le riferí questo invito. Andò subito a Montecitorio.

Cortis la ricevette con le lagrime agli occhile domandò se sapesse ch'egli sarebbe partito per il Veneto la sera stessase fosse vero che sua madre e lei si disponessero a partir con esso. Elena gli rispose di sísemplicementesenz'altre spiegazioni. Egli le disse allora ch'era stato tanto felice di apprenderlo dallo zio Laoche questa felicità gli aveva fatto dimenticar tutto fino a pochi momenti primaquando gli era balenato il dubbio di commettere una cattiva azione. Ora voleva chiederne a leine andasse pure tutta la sua felicità! Elena non capiva. Egli le raccontò la visita di sua madreripeté le ultime parole di lei. Soggiunse che se il mondo era veramente tanto malignocorreva forse obbligo a lui di avvertirneladi rinunciare alla sua compagnia in viaggio e all'ospitalità di casa Carrè.

"Perché?" diss'ella. "Per il mondo? Che importa il mondo?"

Cortis non rispose parolama le prese una manose la recò alle labbrave le impresse con passione. Si scambiarono un lungo sguardo in silenzio. Le labbra di lei avevano dei moti convulsilo sguardo una intensità paurosa. Ella pensava che il suo era quasi un tradimentopoiché Cortis non sospettava certo la terribile risoluzione di leiil dolor mortale che lo attendeva. Sapendo di nascondergli questoa lui che l'amava tanto e cosí nobilmenteElena si sentiva portare nelle sue braccia da una tenerezzada un rimorsoda uno struggimento indicibileda un bisogno di confessargli tuttodi piangere sul suo petto. Solo la tratteneva una muta forzaforse un ignoto spirito superiore. "No" sussurrò con dolcezzaritirando la mano adagio adagio. "Il mondo non mi fa nientema bisogna essere calmibisogna essere come vecchi amici di sessant'annialtrimenti non posso venire."

"Puoipuoi" diss'egli con voce accoratacon uno sgomento in viso da fanciullo colto in fallo. "Scusaminon sono ancora fortevedima lo sarò. Oggi mi pare già di sentirmi meno nervoso di ieri."

Ella non risposegli sorrise. Avrebbe voluto dirgli che lo stimava infinitamente migliore di sèche si era sentitaun momento primatanto deboletanto in balía sua se avesse volutoe non meritava quelle care parole timide.

Tacqueroper un pocoentrambi. Cortis aperse poi la bocca per parlarema non ne usciva voce alcuna.

"Cosa?" diss'ella piano.

Egli esitò un istante e rispose:

"Niente."

Ma Elena intese che qualche cosa voleva dire e aspettò in silenzio. Infattiegli mormorò poi senza guardarla:

"E ti si permette di partire stasera con me?"

"Debbo parlare o scrivere" gli risposema vengo certo.

Cortis la pregò di scrivere. Un colloquio gli metteva paura. Non si sapeva mai che ne potesse uscire. Perché non scriverebbe subito? Lí c'era cartapenna e calamaio. Poi l'usciere porterebbe la lettera.

"Debbo scriver qui?" diss'ellaancora incertaparlando a se stessa.

Si decise e sedette al tavolino. Lo aveva tutto in testa quel che doveva scriverema pure indugiò alquanto prima di cominciare. Come le batteva il cuore lí in presenza sua!

"Ho trovato tuo zio di buon aspetto" disse Cortis.

Ella non rispose e scrisse:

"Parto questa sera per Passo di Rovese con mia madre e con Daniele.

"Ad andarci ora in tale compagnia faccio bene; ma dovunque io possa trovarmiin qualunque momento tu me lo chiedaterrò la mia parola. Tu intanto non ne parlare a nessuno. Quando la cosa si sapràio desidero essere già partitaevitare a me e ad altri molte pene inutili.

"Venuta l'oratu non avrai che a scrivermiindicando addirittura il porto d'imbarcoil bastimentoil giorno della partenzatuttocon la massima precisione. Vorrei che il mio viaggio fosse il piú diretto possibile; e vorrei anche partire da Venezia ch'è a quattro ore da Passo di Rovese. Ma ho paura che da Venezia non ci sieno partenze per l'America."

Elena restò un momento di scrivere.

"Quanto tempo" disse Cortispiano "che non ci troviamo insieme a Passo di Rovesein maggio! Dobbiamo leggere Shakespeare nei giardiniquesto maggio. Scusascusa che ti disturbo" soggiunse perché lei non rispondevapensava con una mano sugli occhi.

Era un gridoun angoscioso grido che le rompeva in quel punto dal fondo dell'anima: "Devo andare? Devo proprio andare?" E il cuore le si sollevavarispondeva: "Nono" con una violenza! Che sarebbe poi làa Passo di Rovese? Se la forza le mancassese si lasciasse cadere? Era stato troppo facile di promettere; e facile sarebbe stato di partire sull'attosenz'avere tempo di veder nessunosenza aver tempo di pensare!

Riprese a scrivere:

"Ti prego poi d'avvertirmi quanti giorni prima sarà possibileperché avrò pur bisogno d'un po' di tempo."

Appena scritte queste righese ne pentí amaramente. Avrebbe dovuto chieder l'oppostoun richiamo immediatodalla sera alla mattinache non lasciasse agio alle tentazioni; e invece la mano debolela mano vile aveva scritto cosí. E ora? Non voleva farsi vedere da Cortis a lacerare la letteraa scriverne un'altra. Il cuore le batteva a furia come se credesse già di aver cominciato a vincere col suo "no" violento.

"Non posso scrivere" diss'ella alzandosi. "Ho paura di non aver trovato il tono giusto.

È meglio che gli parli."

Cortis ne parve atterritola supplicò di non farlodi finir la lettera. Poteva cambiarlase volevascriverne un'altra.

Elena si ripose a sedere e disse:

"Proverò."

Subito le si affacciarono argomenti di non mutare le ultime righe. Non era una partenzaquella; era una fuga. Occorreva del tempo per disporla. Bisognava venire dalla campagna in città; ci voleva un pretesto preparato di lunga mano. Non era facile trovarne uno lí per lí. Ogni novità repentinainsolitacongiunta ad un turbamento morale troppo profondo per potersi interamente dissimularedesterebbe sospetti almeno nello zio Lao. Poi qualche preparativo di viaggio ci vorrebbe bene; piú lungo perché segreto.

Ma qui il cuore le disse impetuosamente un'altra cosa. Se distruggesse la lettera? Se andasse via senza scrivere né parlare?

"Oh" diss'ella "forse lascerò andare cosí."

Cortis suonòordinò all'usciere che portasse la lettera al Senato.

"Posso mandarla io piú tardi" sussurrò Elena; ma Cortis non sapeva veder ragione di questo indugio. Ella scrisse la chiusa e l'indirizzosentendo quasiintorno a sèil fragor del mare. C'era tempo ancora.

"E se non andasse bene?" diss'ella con voce tremante. "Se facessi a meno di scrivere?"

"Nono" rispose Cortis. "Son sicuro che va benissimo. Quaqua." Prese lui la lettera e la diede all'usciere.

"Subito" diss'egli. E soggiunse vôlto ad Elena: "Al Senato o a casa sua?" Parve ch'ella non avesse inteso.

"Al Senato o a casa sua?" ripeté Cortis.

"Via delle Muratte" diss'ella sottovocenumero 54.

L'uomo se ne andò con la lettera. Ah Diose Cortis si pentisse di quella sua violenzase richiamasse coluise sospettassese indovinasse! Nononulla di questo poteva succederel'usciere scendeva le scale...

"Cos'hai?" disse Cortis.

Ella non rispose nemmenoperché in quel momento entrava il senatore Clenezzi. Gli corse incontro voltando le spalle a suo cuginogli fece un'accoglienza cosí cordiale che il senatore ne andò in solluchero. Cortis lo aveva mandato a chiamare per pregarlo di raccogliergli certe carte che aveva a casa e voleva portar seco. Ma il senatorech'era accorso in fretta e in furia all'invitonon sapeva piú spicciarsi ora da donna Elenaera lí tutto sorrisiinchinicomplimenti.

"Ehisenatore!" esclamò Cortis dopo un po'.

"Son quison qui" rispose l'altro. "Son qui da Lei. La mi scusiLa mi comandi. Son quison qui."

"E io vado via" disse Elena. "A staseraalla stazione."

Prima ancora che Cortis e Clenezzi potessero tentare di trattenerlaera scomparsa.

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

OCCULTO DRAMMA

 

Un filo d'erba non si moveva intorno al lago ovale di villa Cortisnon una fogliolina della sua corona di carpini. L'acquatutta brunasino a mezzo lagodell'imminente Passo Grandetutta chiaraal di làdi nuvole argenteenon faceva una crespa; e anch'esse le aride nuvole meridiane pendevano senza mototemperavano la luce a quel sopore del lagoblandito dalla sommessa voce dell'acqua che v'entra e n'esce. Era un riposo pieno di vita occultaun trepido silenzio pieno di aspettazioni. Se qualche fiato veniva dal mezzogiornotutti i fili d'erba intorno al lagotutte le foglioline appena nate dei carpini se lo dicevano; l'acqua sola sapeva che non era ancora il gran vento meridiano del maggiola gioia e la festa di tutti i boschidi tutti i prati e di lei; l'acqua non faceva una crespa e subito quel fiato ne andava viatutto posavatutto taceva ancora.

"Che quiete!" disse Cortis sottovoce.

Elenaseduta presso di lui sopra un tronco rovesciato nell'erba presso all'entrata del gran viale che mette dal lago alla villanon rispose subito. Pareva assorta nella contemplazione dell'acqua.

"Troppa quiete" diss'ella qualche minuto doposenza muovere il viso né gli occhi.

"Perché troppa?" chiese Cortis.

"Perché si dimentica troppoquisi è troppo fuori del nostro mondonon si pensa piú che bisogna starci anche se ci si sta male. Si diventa molliinerti. No?"

Cortis raccolse un sassolinolo gettò nell'acqua che diede una piccola voce dolentestette a guardar le ondicelle che si allargavano in giro sino a toccar la riva.

"Per meno" diss'egli. "Per me son beato di esser fuori del mio mondoe voglio starne fuori ancora."

"Oh nonoDanielemi fai male quando dici cosí."

Lo si sentivache le faceva malenell'accento accorato; lo si vedeva negli occhi grandi che si volsero a luilo guardarono prima con tristezza quietapoiimprovvisamentecon passione.

Cortis le prese una mano ch'ella gli abbandonò.

"Perché?" diss'egli teneramente. "Perché ti faccio male? Non voglio mica seppellirmi nell'accidialo sai bene. In politicaalmeno per oracolle mie ideesono fuori di posto. Sono nato trenta o quarant'anni troppo presto. Dico per la politica militante. Ma c'è la scienzac'è il libro. Non le abbandono micale mie idee. Solamente vedo che il nostro paese non è ancora maturo per esse e sarà molto bene che qualcuno aiuti a maturarlo facendogliele conoscere queste ideediscutendole bene nella teoriaprima di tentare la pratica. Io starò quistudieròscriveròviaggerò anche; mi sarà necessario. E quello che scriverò lo discuteremo insiemenon è vero? Perché spero che ci passerai molto tempo a Passo di Rovese!"

Queste ultime parole Cortis le pronunciò a voce bassissimaquasi timidamente.

Ella gli sorrise in silenzio con gli occhi umidi velati. Poi sussurrò: "Devi tornar alla Cameraper far piacere a me. Devi dirigere il giornale."

"Ohquello è bell'e andato" rispose Cortis.

Elena trasalí; la sua mano inerte strinse quella dell'amico.

"Come bell'e andato? Hai risposto?"

Avevano scritto a Cortis da Romail giorno primachiedendogli i suoi intendimenti circa il nuovo giornale. Poiché non aveva potuto fare il discorsocontava egli che si uscisse subito? Oh che si aspettasse dell'altro? Persisteva nel proposito di tenere la direzione fino all'adunarsi della Camera nuova? O ragioni di salute ne lo impedivano?

"No" dissenon ho risposto, ma oggi rispondo.

"Nonorispondo io" esclamò Elena.

Cortis si mise a ridere.

"Sírispondo ioe tu sottoscrivi!"

Gli occhi le lampeggiavano.

C'era nell'erbaaccanto a luiun piccolo volume giallognoloun Shakespeare di Tauchnitz. Egli lo raccolsesi pose a sfogliarlodicendo: "Dov'è questo passo che hai sognato a Roma?"

Elena gli strappò il libro.

"Promettimi" diss'ellapromettimi che mi fai vedere la risposta.

"Questo sí; te lo prometto."

Il suo viso grave e la sua voce esprimevano una meraviglia quasi dolente.

"Hai paura di me?" proseguí. "Vuoi mandarmi via?"

Ella si piegò tutta un momento verso di luiportata da un impeto muto; le sue labbra segnaron l'atto di un bacio. Ripiegò tosto indietrolo guardò ancora e poi aperse il libro con mani tremantilo sfogliò anche lei avanti e indietroa lungo. Finalmente porse a suo cugino il libro apertotenendovi l'indice sopra un punto dov'egli lesse: "My little body is a-weary of this great world."

"Il mio piccolo corpo è stanco di questo gran mondo." Le tristi parole additategli silenziosamente gli misero nell'anima un freddoun turbamento arcano. Le guardò ancorapoi alzò gli occhi ad Elena come per interrogarla; ma ella teneva i suoi chini all'acqua addormentata.

"Il Mercante di Venezia" diss'egli. "Non me ne ricordavo."

In quel momento un suono di campane arrivò sul lago deserto; altre campane risposero da un'altra banda.

"Mezzogiorno!" esclamò Elenaalzandosisorpresa che fosse già cosí tardi. Al toccodi solitosi portavano le lettere a casa Carrè. Le ore del mattino erano le piú angosciose per Elena. Dopo l'arrivo della posta respirava un pocogustava con avidità intensa la sua dolce casale sue montagnela presenza e le parole dell'amicocon questo pensiero che fino al tocco dell'indomani poteva vivere in pacelettere non ne capitavano piú.

"Hai fretta?" disse Danielesenza moversi. "Ascoltiamo un poco queste campane."

Ella tacquesi volse a guardar fra i carpini verso il fondo della valleverso casa. Qualche occhiata di sole pallido moveva ora sul vicino pratosulle teste nere degli abeti che spuntavan su dietro a quello.

Anche laggiú a villa Carrè e sulle ghiaie del Roveseeal di làsulla muraglia nuda di monte Barco erano stampate larghe macchie di sole. Elena non vedeva dietro a sè l'austero Passo Grande farsi azzurrocupoquasi neroal di sopra delle sue larghe franedei borri nevosisotto una corona pesante di nebbione. Non vedeva questa minacciama pure anche i pallidi sorrisi di sole com'eran tristi! Quella sensibilità di Cortisquel suo compiacersi della naturadella solitudinedelle campanecosí nuovo in luile davan pena.

Non era ben guarito ancoranello spirito. Guarirebbe? O qualche corda s'era spezzata in lui?

Daniele ascoltava le campane che dicevano sempre sempre la stessa cosa profondainenarrabilemettevano nella solitudine un raccoglimento devoto.

"Mi par d'essere ancora un bambino" diss'egli "quando mia nonna mi faceva recitar l'Angelus Domini."

"Io pregherei meglio qui che in chiesa" disse Elena.

"E come pregheresti?" chiese Cortis sorridendo. "Cosa domanderesti?"

"Non merito nienteDaniele" diss'ella triste. Vi era tanto affetto in quel "Daniele" insolitotanto doloretanta sincerità di confessione!

Le campane del mezzogiorno suonavano ancorama Cortis non le ascoltava piú. Aveva qualche cosa da direqualche cosa che lo turbava molto. Si alzòprese il braccio d'Elenasi avviò con lei giú nell'ombra verdechiara del viale di carpini.

"Senti" diss'egli. "Ti ricordi che ti ho scritto una volta di Pergolese e di quell'incognitache ti ho domandato se adesso saranno insieme? Non pregheresti per una riunione cosínell'altra vita?"

"No" rispose Elena con un fil di vocenon potrei. Ti faccio malesoggiunse. "Perdonami."

Egli tacque.

"Tu hai tanta fede" diss'ella "e io no. Io non posso domandare a Dio di farmi felice. Potrei domandargli di far felice telo desidero tanto; ma non ho il coraggio di domandargli queste coseioal Signore; non ne ho il diritto. E non mi pare neppure che vada bene. Appena gli posso domandare che sia fatta la sua volontà e che ci aiuti tutti e due a benedirla qualunque sia."

Cortis le strinse il bracciole prese la mano sinistra con ambedue le propriegliela strinse forte in silenzio. Non parlarono piúné l'uno né l'altraper un gran tratto.

Come giunsero al punto dove un valloncello ombroso mette capo alla destra del vialeCortis s'arrestòchiese ad Elena se volesse andare a salutare il suo tiglio. Non v'era solo il tiglio da quella parte; v'era anche la colonna con le mani congiunte e la scritta latina.

"Andremo domani" diss'ella piano "se non ti rincresce. Verremo piú tardi; vuoi?"

Avrebbe preferito serbar quel piacere a dopo l'ora di postaquando era meglio in grado di goderlo. E poi si sentiva troppo turbata dalle parole di Daniele sulla riunione futuratroppo in pericolo di lasciargli intendere quanto l'amasse; perché egli non lo sapeva ancoraquanto! Questo non andava benequesto non lo volevaperchéquel giorno terribileegli avrebbe sofferto di piú.

Le parve di vedere sul viso di Cortis un'ombra di malcontento e soggiunse subitoarrossendo:

"Saivorrei essere a casa per l'ora di posta. Sono tanti giorni che lo zio non scrive!"

Tanti giorni? Non n'erano corsi che quindici dal loro arrivo e lo zio aveva bene scritto due volte! Fatti i conti si trovò ch'eran soli cinque o sei giorni. Ad ogni modo avrebbe dovuto scrivere prima ed Elena si diceva inquieta. Cortis le chiese cosa facesse Lao a Romatanto tempo. Di un affare sapevama quello era finito. Quest'affaredi cui Cortis non diede a Elena altra spiegazionedimenticando forse di avergliene già fatto cenno a Romaera la cessione di credito convenuta con l'avvocato Bogliettiper la quale Lao gli aveva scritto da Roma ringraziandolo e partecipandogli che al pagamento era già stato provveduto da luidirettamente.

Elena rispose che lo credeva occupato d'affari molto gravipiú di cosí non gli poteva dire. Cortis pensò agli affari del barone Di Santa Giulianon parlò piú fino al cancello di casa suadove cominciò a cadere una pioggerella tepidaminuta minutache si vedeva tremolar lucente in un raggio di sole e non si udiva.

"Entriamo" diss'egliaspettiamo qui o almeno facciamoci dare un'ombrello dal gastaldo.

Ella non vollee presestaccandosi dal suo braccioil viottolo a sinistra che scende verso la villa.

Tanta impazienza lo ferí un poco.

"Senti" diss'egli fatti pochi passinon so perché io debba continuare a stare in casa tua. Potrei venir qua, oramai. Non sono mica piú convalescente; sto benissimo.

"Fa come vuoi" rispose Elenain tono di sommessione. "Fa quello che ti par bene; può essere che sia bene fare cosí."

Egli si sarebbe aspettata un'altra risposta e non fu contento di questa. Gli parve troppo freddamente saviaingiusta verso di lui. Facile per natura ad adombrarsi fuor di ragionelo era adesso piú che mai. Quelle parole d'Elenamale interpretategli fecero dimenticare per un momento le altre che poco prima l'avevano commosso.

Cosí né l'uno né l'altra provavano piú desiderio di parlaree la piova tepidache veniva ora piú fittasussurrando intorno a lorosulle alberelle del pendío e poi sui grandi nocie poi sulle siepi della via maestra il suo continuoquieto: "zittozitto" favoriva quel silenzio. Elena camminava un po' innanziperché lui non le aveva piú offerto il braccio. Non v'eran piú macchie di soleadesso. I campi si perdevanola via sfumava davanti in una nebbiolina bigia dietro alla quale i grandi fantasmi delle montagne parevano lontanilontani.

Elena camminava frettolosa senza nemmanco aprire il suo ombrellino da sole. Lui era stato lí per dirle che lo aprisse e poi non aveva parlato. Il povero berretto rotondo di velluto nero non serviva che a farle stillare meglio l'acqua sugli orecchi e sul collo. Oltrepassata quella casa solitaria che chiamano "la Fabbrica"Cortis le si accostò a un trattole prese l'ombrellinol'apersele prese il bracciosenza parlare. Lei lasciò faregli sorrise con una dolcezza inesprimibilecontenta che quella nuvola leggera fosse passatanon volendone parlare neanche lei. Quindi stese la manosopra il muricciuolo di destraal ciglio erboso del campo fiorito di anemoni; ne colse unoglielo diede.

Stavano per arrivare al cancello del recinto Carrèquando ne uscí il portalettere. Cortis lo chiamògli domandò se avesse recato lettere a casa Carrè.

"Per leisignor deputatosí; lei ne ha sempre un fascio. Per la contessanessuna; solo i giornali."

"E per me?" chiese Elena palpitando.

"Nosignoranienteper lei."

Un giorno ancora! Elena trattenne un lungo respiro di sollievoma strinse involontariamente con il proprio braccio quello di Cortis. Questi la guardòfu sorpreso di vederle tanta contentezza negli occhi. Come maise desiderava aver notizie dello zio? Ella arrossí indovinando la sua sorpresasi affrettò a dire che certo lo zio si divertiva moltoa Romanon pensava piú a loro; meglio cosí!

Entraronopresero la scorciatoia chead un centinaio di passi dal cancellotaglia diritto allo studio di Elena e quindi alla villa.

"Entriamo?" disse Cortisnel passar davanti allo studio.

Elena sorrise un pocopensando ch'egli non si accorgeva quanto fossero fradici tutti e duema tuttavia non si oppose.

"Sedersi poi no!" disse ridendopoiché fu entrata. "Il mio povero divano!"

Cortis non ci aveva pensato. Si dolse della sua distrazionevoleva uscire. Ma ora ella non volleper non parere di biasimarlo. Si poteva stare in piedinon c'era nessuna fretta di andare a casa! E adorava le violettele rose banksiane bianche posate in un vasetto di bronzo sul tavolino. Intanto Cortis guardava i libri.

"Oh!" esclamò questi. "I tuoi ringraziamenti e saluti!"

Era quel volume delle Mémoires d'Outre-tombe che Elenapartendo per Romaaveva lasciato a sua madre onde lo restituisse a Cortis. Cortis lo aveva poi dimenticato nel salotto della contessa Tarquiniaed ora Elenatrovatolo in casase l'era ripreso.

"Non andavano?" disse Elena guardandolo con un sorriso affettuoso. "Erano troppo freddi?"

Che dolcezzache purezza di sorriso e di sguardo! Egli le prese ambedue le manila guardò in silenzio. Si udí un passo sulla ghiaia. Elena ritrasse le mani in fretta. Tosto dopo entrò un domestico ad avvertire che la signora contessa li aveva veduti arrivare e li aspettava subito.

"Cosa c'è?" chiese Elena.

"Credo che sia venuto un telegramma" rispose quegli. "Pare che arrivi il signor conte Lao".

"Ecco perché non ha scritto" disse Cortis.

Elena non risposecercò di non lasciarsi vedere in visoperché avrebbe dovuto godere di quell'improvviso annuncioe n'era tanto commossa da poter forse simular la calmanon la gioia.

Neppure la contessa Tarquinia era troppo felice di questa notizianon le sarebbe rincresciuto niente che l'assenza del signor cognato fosse durata di piú. Adesso poteva fare alto e bassoin casaa sua postaadesso nessuno brontolavanessuno faceva dei brutti musi quando parlava leinessuno le diceva "sciocchezze!" Adesso respiravainsomma.

"A voialtri" diss'ella porgendo il telegramma a sua figlia. "Telegrafa da Bergamo; hai visto? E cosa gli viene in mente di condurre quel povero vecchio di Clenezzi che starebbe tanto meglio a casa sua? Non capisco niente. E poi cosa sarà andato a farea Bergamo?"

Sfogava cosípovera donnail suo intimo dispetto; si sfogava sopra tutto a concludere che da simili originali bisognava aspettarsi ogni cosa.

"Che sarà successo?" pensava Elena salendo in camera. "Sarà oramai aggiustato tutto? Saran già fissati il giorno e il luogo della partenza? Diola temuta lettera era forse in viaggio? Suo marito le aveva fatto pervenireprima che lasciasse Romaun bigliettino in cui s'impegnava di scrivere cinque o sei giorni avanti la partenza. Le pareva di vedere suo ziodi udirgli dire "partirà il giorno tale"e un brivido le correva nella personale rompeva il pensiero. A che ora arriverebbequesto zio? Lo desiderava con ansia febbrile. Quello stato lí era il peggiore di tutti. E non avere un'anima in cui versar la suanon un aiutonon un conforto! Anche se credesse come Cortisnon potrebbe tuttavia pregare che lo zio le portasse una buona notiziaun felice scioglimento impensato. Oramai quel ch'era fatto era fatto; non si poteva mutar piú. Si poteva solo dire al Signore: Sia fatta la tua volontà."

Ella era in piedi davanti alla sua finestra con le palme strette a' due lati del voltocon gli occhi spalancaticon il pensiero fisso in queste parole di preghieraa cui però il cuore non veniva ancora. Udí la voce di Cortis che abitava il quartierino a pian terreno sotto di lei e ora aveva aperto la finestra e parlava con qualcuno. Ah noil cuore non voleva dirle quelle parole; non lo poteva! Il cuore voleva vitaamorefelicità! Le due palme strette al volto discesero lungo le guance con una espressione convulsa che le allargava gli occhi ancor piú. "Daniele!" diss'ella sottovoceangosciosamente. E chiuse gli occhisi sentí un momento sul suo petto con il suo amore e il suo nome.

La contessa Tarquinia venne a consultare sua figlia sulla camera da disporre per il senatore Clenezzisul pranzo da prepararglise di grasso o di magroperché era di sabato e la contessa non lo conosceva abbastanzail senatorenon sapeva niente delle sue ideedelle sue abitudini. Non aveva proprio voglia di tanti fastidi!

"Almeno" diss'ellapoi che restò sola con Elena "dico che sapremo qualche cosa di tuo marito. Non ti ha mica scrittoeh? Bellasai. Cosí sei ancora piú liberapuoi star qui fino che vuoi."

Ella non sapeva niente delle pratiche segrete di Lao; sapeva soloda Elenache quella seraa Romalo aveva lasciato abbastanza tranquillosperanzoso di uno scioglimento che non sarebbea quanto dicevail peggiore dei possibilidisposto a lasciar lei libera di andare o stare come le piacesse meglio.

Elena non le risposela seguí abbasso per andar a vedere un quartierino di fronte a quello di Cortisdove avrebbe alloggiato Clenezzi. In sala trovarono Cortis che stava leggendo delle lettere e che sorrise silenziosamente ad Elena quando gli passò davanti.

"Dimmi tuDaniele" gli chiese la contessa tornando in sala due minuti dopodimmi tu cosa gli si deve dare a questo senatore. Di grasso o di magro?

"Elena lo sa" rispose Cortis.

Elena fe' un atto di sorpresa.

"Lo so" diss'ella.

Cortis si dolsecon una ipocrisia tradita dagli occhi gaich'ella non leggesse le sue lettere. Le aveva bene scritto una volta che Clenezzi andava a mangiar di magro in Trasteveredove un cuoco lombardo gli faceva certi... certi... come li chiamava? casonsèi.

Ah síadesso Elena se ne ricordava.

"Che vergognosa!" esclamò sua madre. "Sgridalache hai ragione. Scordarsi le cose proprio nel momento giusto di doverle sapere!"

Andò a vedere se il suo cuoco milanese sapesse fare questa roba. Elena aspettò che chiudesse l'uscio e chiese quindi a suo cugino se credeva proprio che non leggesse le sue lettere.

"Sai..." soggiunsee voleva dire: quante volte! Ma non compí la frase. Cortis intese epresala per manose la trasse a sedere vicinasul canapè.

"Lo so" diss'egli teneramente. "Lo immagino."

Ella gli aveva abbandonata la sua mano e guardava in silenzio ora luiora la porta. Pensava che partirebbe forse tra pochi giorniche le era lecito pigliarsi quelle dolcezze. Poi sussurrò:

"Hai avute tante lettere."

"Síamici di Roma."

Ella guardò la propria mano prigioniera e disse ancora piú piano di prima:

"Cosa vogliono?"

"Oh nienteavere le mie notiziesapere se vadoquando vado."

"Adesso no..." diss'ella.

"Oh no certo!"

Elena liberò la sua manone accarezzò leggermente quelle di Cortisguardandolesussurrando:

"Ma dopo... quando starai bene... proprio bene... proprio come prima..."

Strinse ora quelle manialzò il viso e fece un sorriso di dolcezzadi tristezza infinitadicendo:

"Allora sí?"

"Signorevi ringrazio!" disse la contessa Tarquinia rientrando. "Li sa fare."

"Sí?" disse Cortisalzandosi senza rispondere ad Elena. "Allora il pranzo è trovato. Per la seratauna bottigliaun poco di Donizetti o di Pergolesee l'uomo è felice."

"Per la musica c'è Elena" disse la contessa.

"Io non suono sicuro. E a che ora dite che vengano?"

Non potevano venire che alle sei e mezzo; ci mancavano ancora piú di quattr'ore. Non pioveva piú. La contessa aveva un paio di visite a fare in paese. Fece attaccare e un quarto d'ora dopo se ne andò.

"Che lettere ci siamo scritte!" disse Cortistornando a sedere presso sua cugina. "Pare impossibile!"

"Perché impossibile?"

"Mi domandi?"

Elena abbassò gli occhidisse timida e grave:

"Io non voleva che tu mi amassi."

"Perché non volevi?"

"Lo saiperché credevo che non potessi essere felicecosí."

Cortis si chinò verso di leile disse sorridendo:

"Ma adesso non lo credi piúnon hai piú di queste ubbie?"

"Lo credo ancora" rispose Elena coprendosi il volto. "Solo non ho piú quella forza. Sai" soggiunse a un tratto lasciando cader le mani "che in Sicilia ho sperato di morire?"

Egli le afferrò le manila guardò stringendo le labbrarespirando affannosamente come se avesse paura che gliela portassero via. Ella ebbe un momento di vertiginesocchiuse gli occhi sentendosi mancaregli tolse pian piano le maniritrasse la persona nell'angolo opposto del canapè. Un domestico passò in quel punto per la sala recando degli oggetti nelle camere destinate al senatore Clenezzi.

"Facciamo due passi fuori?" disse Cortis. "Non piove piú."

"Sono troppo stanca" rispose Elena. "Va tuva solo."

Cortis non rispose e non si mosse. Il domesticoripassò loro davantiuscí.

"Era meglio" mormorò Elena.

"Cosa era meglio?"

"Morire."

"Tu non devi mai dir questo!" esclamò Cortis con tale impetoch'ella temè non lo udisserogli fe' segno di chetarsidi abbassar la voce.

"Non devi dir questo" riprese egli pianoma sempre con accento concitato. "Non sai quello che dici. Non sai come t'amoio. Non mi permetto un solo pensiero colpevolesaiElenaneppur uno! Mai! Ma dimmicredi tu che io sia nato per quella bassa felicità che cercano i piú? Iovediho bisogno di amare e anche di soffrire per quello che amo. Allora sono feliceallora mi sento come un fuoco di vita nell'animacome una benedizione di Diosento tutta la mia dignità d'uomotutta la mia forza. Anche quando si tratta delle mie ideedel mio paese che amo tanto. Saila coscienza mi dice che dovrebbero passare davanti a tutto. Beneanche per loro sono felice di soffrire. Piú mi si combattepiú mi si offendepiú soffromeglio sto. Se adesso mi sorride poco l'idea di tornare a Roma e alla Cameraè perché ho paura di non potervi far niente di buonoe non per le opposizioni. E se t'amoElenama comema come vuoi che la mia felicità non sia questa di seguitare ad amartisacrificandoora e sempretutto quello che si deve sacrificarema sapendoperòche anche tu mi ami e che il tuo amore è cosí forte e cosí nobile come il mio? Come vuoi che io prenda moglie? Perché? Per aver la vita ingombra e l'anima vuota? Il mio amore sei tula mia vita sei tula mia felicità sei tuanche cosívivendo come spiritipregando Dio che ci aiuti sempree ci riunisca meglio un giorno o l'altronon dico in questo mondo! Perché io lo prego cosísaie ci ho una gran fede!"

Adesso era Elena che respirava affannosamentebevendo le parole calde e lo sguardo di lui. Era troppo! Si alzò di slanciogli strinse forte forte la manonon rispose ai suoi richiamiuscí in giardino per la porta di ponenteandò a cadere sopra uno dei sedili di ferro che la contessa tiene lí fuori.

Un gran vento freddo si era levato da settentrione e ruggiva negli abetiinfuriava negli arbustinel glicine avvolto al cipresso mortonell'erba del pratoconfondendo la sua voce a quella profonda del Rovese che veniva su da man destraripercossa dalle squallide scogliere nude del monte Barco. In fondo a Val di Rovese il cielo era puro. Una striscia di nitido sereno mostrava la neve e il sole sulle cime lontane di Val Posèna. La vetta del Passo Grande non aveva piú nebbie; il profilo ne spiccava bruno sulle nuvole chiare che correvano a furia verso mezzogiorno; e là in facciatra Val di Rovese e Val Posènale guglie del Corno Ducale avevano un chiarore rossastrouna certa luce serena.

Elena sentiva un ristoro nell'aspetto del cielo e delle montagne; sentiva il furioso vento freddo come uno spirito di purezza e di pace che le facesse bene sulla fronte e nel pettoche le quietasse l'immaginazioneil sangueil cuore. Ed anche i sussurrigli scrosci subiti per le piantetutte le varie voci dolenti e sdegnose del vento le facevan benequantunque non potesse ora parlar con loro come una voltaquando le ascoltava in qualche angolo desertocontemplando solabeatae tanti dolci pensieri le venivano in mentetanti sogni. Neppure alle montagne poteva ora parlarema tuttavia potevafra i loro cari aspetti venerabiliascoltarsi il cuore come nell'intimo della sua cameretta.

Ah folleimprudente cuorecosa diceva mai?

"Andrò" diceva; "ma se non andassi?" E batteva allorabatteva forteforteda spezzarsiimmaginando con violenzacontro una debole volontà renitentela infinita gioia di viver vicino a luidi saper che sarebbe cosítuttatutta la vita. "Nono" disse ella sottovocema pur pronunciando le parolepartirò, partirò, debbo partire.E soddisfatta cosí la coscienzasubito ritornava a quelle immaginazioniparendole di poter accontentare almeno la fantasiaper un momento.

"Contessina!" le gridò la cameriera da un balcone. "Non stia a quel vento!"

Ella trasalí come se avessero sorpreso il suo segretosi alzò e andò a rifugiarsi nel piccolo gabinettodove almeno occhi indiscreti non arrivavano.

Il volume delle Mémoires era lí aperto sul tavolino come ve lo aveva lasciato Cortis. Elena lo prese. Ancoraancora quella paginaquelle parole: "jamais ternie". Non ne poteva staccar gli occhie pareva che venissero a leiproprio a leiquelle parolee nel momento opportuno; se ne difendevasi diceva che la sua volontà non aveva peccato; solo la fantasia. Non v'era ancora una macchiauna sola piccola macchia sulla sua vita! Poi andò avanti a leggere quasi inconsciamentesi fermò su queste altre parole:

"Depuis t'avoir vumon coeur s'est relevé vers Dieuet je l'ai placé tout entier au pied de la croixsa seule et veritable place."

Un gran silenzio si fece nell'anima suaun lungo silenzio di ogni pensiero e di ogni sentimento. Pensò poi che avrebbe desiderato anche lei di poter adorare la croce cosí. Riprese il libro e la lettura:

"Il n'est rien telmon amique l'idée de la mort pour nous débarrasser de l'avenir."

Si fermò anche qui.

Era veroin Sicilia aveva desiderato di morire. Adesso nobenché l'avvenire le comparisse tanto spaventoso. Come mai? Pareva impossibile. Vi era forse nelle oscurità dell'anima sua molta piú radice di speranza ch'ella stessa non credesse; v'era fors'anche un vago timore di giungere mal preparata a quel mistero di là dalla tombadi cui lei e Cortis avevano idee tanto diverse. Quale spasimo per esso s'ella morisse senza fede!

Avrebbe voluto pensarcia questa fedee non poteva. La tormentosa aspettazione dell'arrivo di suo zio l'avevaad ogni suonar d'ore da Villascurariassalita piú fortecresceva ogni momento. Tentò continuar la lettura e dovette smettere subito. Era stanca e non poteva star ferma. Le pesava star lío star con sua madre ch'era già rientrata. E mancavano ancora quasi tre ore alle sei e mezzo.

Stava sulla soglia del gabinetto quando uno strepito di zampe e di ruote suonò sotto il porticato. Diede addietro per istinto. Aveva pauraadessoche fosse lo zio. Come maicosí presto? Quanto avrebbe dato perché non fosse luiperché tardasse almeno un'altra ora! Non aveva ancora pensato se dovesse domandargli di suo marito o aspettare una parola sua; non aveva ancora pensato a comporre il proprio contegno sí da riuscirgli impenetrabileperché con luiche sapeva tante cose e aveva forse qualche segreto sospettonon sarebbe troppo facile il dissimulare. Ecco ch'era luiproprio lui; ecco i saluti clamorosi di Cortisla voce del senator Clenezzi. Sua madre ordinava a un servo di chiamare la contessina. Ella si fece coraggio e si avviò verso il portico.

Il senatore Clenezzi le venne incontro solocon il cappello in manogridando:

"La vedela vedela vede? Suo ziosa! Io non avrei mai avuto il coraggio! Cara baronessa!" diss'egli inchinandosi tutto sorridente quando fu a portata di stringerle la mano.

Elena gli rispose alcune parole gentilipoi gli domandò subito dello zio.

"Ora sta beneproprio bene" rispose il senatore. "È scappato dentro per paura del ventoperché quello poi è un affare serio. Non ho mai visto una cosa simile. Se non mi sono soffocatoin carrozza!..."

Elena lo interruppegli domandò dell'umore di suo zio.

"Ah bonobonobonissimo. Vorrei che l'avesse veduto stamattinaquando ci siamo messi in viaggio. Ha voluto prendere il treno omnibus del mattino per guadagnare qualche ora. Pareva un ragazzo."

"Mi dica" domandò ancora Elena in fretta. "Sa ch'egli abbia finiti i suoi affari a Roma? Che non ci debba piú tornare?"

"Oh pare di nopare di no. Mi ha detto che adesso deve mettersi in economia e che non si muoverà di qua per un bel pezzoma che è sicuro di averci buona compagniasempre. Andiamoandiamobaronessaaltrimenti quello là va in furia."

Infatti Laodalla salapicchiava forte nei vetrichiamava "Oh! oh!". Elenacui le parole del senatore avevano per un momento gelatasi scossecorse a quella volta sorridendo.

Alle otto di seradue ore dopo il pranzoil senatore Clenezzi parlava ancora con entusiasmo del famoso piatto bergamascoriuscito perfettamente.

"Magnifica villamagnifico paesecontessa" gridò rientrando con Daniele da una passeggiata "ma quei casonsèi!"

Credeva che la contessa fosse solama invece ella aveva circoloquella sera. Erano accesi in sala i lumi del biliardoe il conte Lao si divertiva a giuocare da solocome usava nei momenti di buon umoreonde persuadersi di non avervi ancor perduto l'occhio e la mano.

Nella stanza del piano erano accese le candele del tavoliere da giuocole candele del pianola grande lucerna sul tavolino ovale davanti al canapè dove la contessa era seduta con la signora Zirisèla. L'arcipreteil medico e il signor Zirisèla che avevano appena incominciato il tresettesi alzaronoall'entrar di Clenezzi e di Cortiscon un diabolico strascicar di sedie e di piedi benché il quarto giuocatoredon Bortolorestasse seduto brontolando: "Andiamoandiamoquante minchionerie!"

Si alzò anche la signorina Zirisèlamolto rispettosamente. Si alzarono il dottor Picuti e altri due o tre signori che guardavano il giuoco. Il povero Clenezzimiopenon sapeva da che parte voltarsifaceva inchini a piú non possomentre la contessa Tarquinia gli snocciolava in fretta una litania di presentazioni.

"E la baronessa Elena?" diss'egliguardandosi attorno.

Elena entrava allora in sala. Aveva udito Cortis passare con Clenezzi sotto le sue finestreed era discesa subito. Lao posò la steccaaccennò silenziosamente a sua nipote di accostarsi al biliardo.

Elena obbedípalpitando.

"Non mi domandi niente?" diss'egli.

"Aspettavo che parlassi tuzio."

"Bella anche questa! non te ne importa nientea te?"

Elena gli rispose con uno sguardo cosí seriocosí doloroso che lo zio si pentí della sua ruvidezzae si affrettò a dire:

"Benebenespero che sia finito tuttoma è stato un affar serio."

"Finito tutto?" esclamò Elena. "Come?"

"Ehcome! Il processo non si farà piú e non ci son piú debiti altro che per me."

"E lui?" diss'ella sottovoce.

"Cosa lui?"

Elena non ebbe cuore di domandar che ne fosse di suo marito. Lao voleva certo dir qualche cosa perché non la richiese piú di spiegarsi meglio.

Prese Elena per le bracciaetrattala a sèle mormorò:

"Vuoi sapere quanto mi costi?"

"ScusaElena" disse avvicinandosi timidamente la signorina Zirisèla che dava del tu a Elena con il tono di chi teme prendersi troppa libertà. "La contessa e quel signore ti pregherebbero di venire."

"Va pur là" disse il conte. "Parleremo dopo."

Elena esitava.

"Sai cosa vogliono?" diss'ella.

La signorina non aveva inteso bene. Far musicaforse. Certo si discorrevaadessoe con calorenella stanza del piano. Elena osservò che non pareva vi si desiderasse molto la musica. Pendeva ancora perplessa quando sua madre venne sulla soglia della sala e chiamò:

"DunqueElena?"

Ella obbedí senza rispondere e Lao tornò a giuocare al biliardo.

"Ho piacere che sia venuto fuori questo discorso" diceva il dottor Picutialzandosi rosso rosso e dirigendosi a Cortis che ripeteva:

"Lasci purelasci purenon fa niente."

"Bastabastaadesso facciamo un po' di musica" disse la contessa. "Elenaci fai sentire qualche cosa!"

"Bravabrava!" diceva Clenezzi sottovocema Elena non ebbe neppur il tempo di esprimere il suo reciso rifiuto perché il dottor Picutirisoluto di parlare ad ogni costosaltò subito in mezzo con un solenne:

"La permettacontessa; La permettadeputato."

Qualcuno avea tirato in campopoco opportunamentela protesta degli elettori contro Cortise Zirisèla aveva brontolato qualche parolagiuocandosu certi machioni che soffian nel fuoco stando coperticome s'era detto del dottor Picutiriguardo a quella protesta.

"Soffiar niente e machione niente" proseguí il Picuti.

"Chi vi ha nominatovoi?" esclamò Zirisèla.

"So quel che dico" replicò l'altro inviperito. "So che buone lingue abbiamo in paese e come si fa a rovinare un galantuomo senza nominarlo."

"Ah PicutoPicuto!" interruppe don Bortolo. "La prima gallina che canta ha fatto l'uovo."

"AndiamoandiamoBortolo" borbottò l'arciprete picchiando con le sue carte sul tavolointende animum tuum ad ludum.

"Sí síad ludrum... ad ludrum... ad ludrum...." brontolò il cappellano aguzzando gli occhi sulle proprie e palpandole tutteuna per una.

Intanto il dottor Picutidopo avergli risposto: "Voi taceteche avete un bel tacere"gridava:

"Glielo dirò iosignor deputatochi sono state le canaglie."

"Oheoheohe" fece Zirisèlamettendo giú le carte e girandosi sulla sedia verso colui.

Allora Cortis non si tenne d'imporre silenzio a tutti.

"Basta" diss'egli "e non voglio saper nientenon me n'importa niente. Non ho rancore contro nessunoproprio. E poivoialtrielettori vecchisiete morti e sepolti. Come volete che me la pigli con voi? Molto piú che sono morto e sepolto anch'io."

"Comecomecome?" dissero alcune voci.

"Sísímorto e sepoltobasta cosí" rispose Cortis; "e Leicaro Picutivada a guardare il tresettee Leicara Elenavenga a fare della musica."

L'arcipreteZirisèla e gli altri bisbigliarono un momento fra loromentre Elena accennava di no e guardava Cortis con una preghiera muta negli occhi.

"La scusidottor Daniele" disse a un tratto Zirisèla. "Ella non si è mica dimesso da deputato?"

"Nonon ancora; ma lo faccio subitoappena sarò in grado di occuparmi un poco; perché quello che volevo dire lo scriverò."

Tutti protestaronotranne i preti e la signorina Zirisèla. Ma perché? Ma per cosa? Ma La fa male! Lei ha da esser sempre il nostro deputato! Anche il mangiapreti Zirisèla dissealludendo al silenzio dell'arcipreteche aveva le proprie ideema che quando certa gente tacevaa lui gli veniva voglia di gridare: "Viva il dottor Danieleper Giove! Viva il nostro deputato!"

"Io non taccio un cornoper tacere" esclamò don Bortoloma... dico... contessa... se La vuol che si faccia questo brindisi... non so se mi spiego!

"Eh mi pare!" gridò Lao dalla sala.

"Bravo conte! Lei mi capisce per ariaLei! Capo d'un conte! Un bicchieretto solo."

Tutti furono addosso a quell'indiscreto di cappellano.

"Eccoli!" diss'egli gridando piú forte di loro. "Son beaticapiscecontessa? E mi strapazzano!"

Lao comparve sulla porta con la stecca in mano.

"È questa la musica" diss'egli "che si fa stasera?"

"Avantiavantibaronessa!" disse il senatore Clenezzi.

Elena gli fece un gesto supplichevolema inutilmente. Il senatore insistette. Ella si avvicinò a Cortisgli disse piano: "Salvaminon posso."

Cortis chiamò Lao ch'era ancora sulla porta.

"Comincia tu" diss'egli.

"Io? Bravo!" rispose Laogirando sui talloni.

Cortis si rivolse alla signorina Zirisèla che si scusava tutta tremantesapeva pocoera fuori di esercizio. Per fortuna il papà Zirisèla intervenne col suo vocione burbero di comando.

Incominciato il supplizio della signorinaCortis chiese sottovoce ad Elena cos'avesseperché non potesse suonare.

"Sono stanca" diss'ellae poi, sai! Davanti a questa gente! Se fossimo noi due soli, suonerei forse. Ma neppuresoggiunse dopo un momento.

"Perché neppure?"

"Non domandarmelo. Forse te lo dirò. Non adesso però. Ma tu non domandarmelosai."

Ella poté prendergli di furto una manostringergliela forte come se avesse paura. La contessa Tarquiniaudendoli bisbigliareli guardò. Allora tacquerofinsero di ascoltare le agilità della signorina Zirisèla.

Ambedue sentivano il rapido stringersi dei loro legami in quella tacita complicitàpensavano al futuro. Elena ne vedeva uno spaventoso; Cortis aveva dei sinistri presentimenti. Il contegno d'Elena era nuovo da poco in qua. Ella non si curava moltoadessodi nascondere i propri sentimentio almeno non vi riusciva piúe ciò bastava ad accrescere la passione di Cortis. Ma dove si andrebbe a questo modo? Non verrebbe presto il momento in cui non potrebbero piú stare né divisi né uniti?

Furono soli a non batter le mani quando la signorina schiacciò sul piano gli ultimi accordi. Elena se n'avvide troppo tardiandò a congratularsi con lei.

"A Leisenatore Clenezzi!" disse Cortisforte. "Lei cantava una voltam'ha detto. Ci faccia un po' sentire quel pezzo di Pergolesequelle che ci ha cantato donna Laura a Roma."

"È matto?" rispose il senatore. "Lei ce lo deve cantarebaronessa. Sale famose strofette che Le ho fatto mandare a Cefalú: Se cercase dice."

Ma Elena non cantavanon aveva mai avuto voce. Laoch'era rientrato durante il pezzo della Zirisèlasi pose al piano senza parlare e cominciò a cercarvi il motivo del Pergoleseinterrogando Clenezzi con gli occhi.

"Bravo!" esclamò costui. "Bravo! Cosí" E si mise a cantare con la sua fioca voce fessa: Se cercase dice...

Nel dire la frase:

 

Ahnosí gran duolo

Non darle per me

 

trovò tanto improvviso vigore che don Bortolo esclamò restando di giuocare "bravocane!" e fece rider tuttimentre il senatore continuava imperterrito:

 

Rispondima solo:

Piangendopartí.

 

Soltanto Elena non rideva. Chiese di chi fossero le parole. Clenezzi cominciò un panegirico di Metastasiolevando al cielo questi versi tutti sentimentotutti vezzitutti musica anche senza le note divine del Pergolese.

"Sísí" disse Lao alzandosimeglio questi pochi versi antichi che tanto brodo moderno, non dirò di porco, ché io lo apprezzo, ma di asino. Falsi però anche questi, sapete; falsi nella midolla. Zucchero di barbabietole. Lo si sente anche nella musica, quasi. Bella, ma, ma, ma... non so, un poco effeminata. Pare impossibile che quella roba lí sia d'un abate. Si capisce ch'era un abate da burla, Metastasio. Un prete deve sentir la passione piú di cosí.

"Che discorsi!" brontolò la contessa Tarquinia.

"Non è verodon Bortolo?" ribattè Lao.

"Cosasignore?"

"Che quando un prete è innamoratoè furioso?"

"Tre assiconte!" rispose il cappellano continuando a giuocare. "Can da toro d'un conte! Tre assitre assi."

L'altro si volse ad Elena.

"Dimmicara tese uno che ama ed è riamato sul serio pianterà mai l'amica per cedere ad un altro sentimento qualsiasia un dovere immaginario come quello lí? Che amore vuoi che sia? Se è amor veroneanche il codice gli ha da resistere!"

"Oh!" fece Cortise voleva continuarema Lao gli ruppe la parola in bocca.

"Non fatemi teorie!" diss'egli. "Son vecchio e conosco il mondo. Cosa mi venite a contare? Non credo a certi eroismi. Storie! Sono poi anche eroismi balordi. Di tre persone ne potrebbero star bene due. Signor nobisogna che l'eroequesto imbecillesi sacrifichi per farle star male tutt'e tre; perché vi domando iose non starà male l'amantese non starà male la moglie e se non starà male anche il marito. Son cose contro natura che non possono riuscire a bene. Ma diavolo!"

Elena disse allora con una voce stranadiversa dalla sua solita:

"Si deve guardareprima di fare il proprio doverecosa ne seguiràchi sarà contento e chi non sarà contento?"

"Moltomolto si deve guardare in questo genere d'affari" rispose Lao.

"Che lievito di canaglia che hai!" disse Cortisridendo.

"E credete" soggiunse Elenache quel personaggio di Metastasio avrebbe fatto bene a dirglielo, alla sua amica, che doveva andar via per sempre?

"No" rispose Cortis. "Se lo credeva un dovere noperché poi gli sarebbe stato molto piú difficile di compierlo."

Il tresette finí in quel momento.

La contessa Tarquinia avea fatto recar del vino poco prima.

"Al nostro deputatodunque!" esclamò don Bortolo. Tutti fecero eco.

"Grazie" disse Cortis "ma non accetto brindisi."

"Oh sísí" esclamò Elena. "Da me sí" soggiunse sottovoce.

Egli non osò contraddirla in quel momento e tacque.

"Io ho bevutointanto" disse il senatoreed è un vino che non può sbagliare."

"Vino da pretisignore" osservò il cappellano. "Vino da poveri sacerdoti. La capirà in che paese La si trovasignore."

La conversazione si sciolse subito. Tutti si congratularono. Non erano ancora usciti dalla salache Lao si lagnò del tanfo rimastone.

"Aprir tutto per dieci minutiqui" diss'egli a sua cognata.

Vennero i domesticiportarono via i lumiapersero le finestre. Solo Cortis rimase nella stanza a godersi il lume scuro delle stelleil soffio e il fragor del vento. Aveva forse sperato che rimanesse anche Elenama ella era uscita con suo ziol'aveva seguito sul piú lontano dei quattro canapè della salamentre Clenezzi calando adagio adagio sul piú vicino accanto alla contessa Tarquiniale diceva con un sospiro:

"Ah contessaPergolese è una gran cosama quei casonsèi!"

"Del resto" continuò Lao sottovoce "è combinato tutto come si desiderava. C'è solo questo di nuovoche non va piú in America."

Elena gli afferrò un bracciogli piantò gli occhi in viso.

"Non ha dei conoscenti a Yokohama?" disse Lao.

Elena lasciò il suo braccionon risposebenché sapesse perfettamente che dei lontani parenti di suo maritoinglesiavevano una casa di commercio a Yokohama.

"Non lo saitu?" continuò l'altro. "Pare che ne abbia. Almeno lo ha detto lui all'avvocato chiedendogli questo cambiamento. Non sopare che qualcheduno di costoro sia a Romache gli abbia fatto delle proposte. Avrà forse un collocamento. Cosí sarai piú contenta anche tu."

"Oh sísí" diss'ella.

Non v'era nell'ampia sala che una macchia di viva luce sul panno verde del biliardosui birillisulle bianche palle brillanti. Tutto il resto era penombra ed Elena vi si sentí piú coraggio per una domanda non sincera:

"È già partito?"

"Nono. Almeno non credo; perché io ho lasciato Roma da cinque giorni e vengo da Bergamoora. Mi occorrevano danaricapiscie li ho trovati a Bergamo. Ma nonon è partito certo. Bisognerà tuttavia che parta presto perché l'avvocato ha trattatosícon tutti i creditorima non fa pagamenti se lui non è via. Pare poi che luialmeno finoranon abbia capito per chi l'avvocato agisca. Pare che sospetti non di noima del Governo. Già Boglietti lo deve aver aiutato a questo. Lo vuoi saperedunquequanto mi costi?"

"Nozioti prego" rispose Elenaalzandosi.

"Dove vaiadesso?" le chiese Lao.

"Ho caldo" diss'ella.

Uscíper la porta vicinanel giardino.

Làin occidentei grandi pianeti fiammeggiavano nel cielo sopra le montagne nerecome la notte ch'ella li aveva guardati dal finestrino del vagoneviaggiando verso Roma e immaginando il marela lontana Sicilia: sinistre luci nella loro fissità splendente al disopra delle ombre tutte piene di fragor d'acqua e di vento. Elena si trattenne un poco a guardarleappoggiata allo stipite della porta. Poi scivolò via rapidamente a sinistragirò il canto della casa e venne a fermarsi davanti alla finestra della stanza del piano. Cortis vi si affacciò subito.

"Vai a Romasai" diss'ella. "Torni alla Camera."

Egli non rispose.

"Per amor mio" sussurrò Elena senza guardarlo. "Se fossimo uniti andresti" soggiunse. "Lo vorrei."

"Tu vorresti solo quello ch'è beneamica mia" diss'egli sorridendo. "E se non mi paresse bene non ti ascolterei."

"Sicuroma questo è bene."

"Non lo so; a ogni modosarebbe per le elezioni generali. Adesso non so se mi converrebbe di tornare alla Camera."

Pensò un poco e quindi proseguí abbassando la voce:

"Però è verose fossimo unitimi sarebbe piú facile di ritornare. Un altro sognerebbe di fermarsi qui a vivere d'intelletto e d'amore. Io noio vivrei d'amore e di battaglie; ti vorrei testimone delle mie vittorie e conforto delle mie sconfitte. Mi getterei nella lotta a occhi chiusisoloda don Chisciotte. Oh che vita sarebbe! Che vitaElena! Aspetta!"

Saltò senz'altro sul davanzale della finestra e poi giú a fianco di sua cuginala trasse con sè verso i prati.

"Mi sento un fermento di vigorestasera" disse eglicome nelle convalescenze della mia prima giovinezza. Tornerei certo a Roma e alla politica attiva se potessi sperare che là si vivrebbe vicini come ora qui. Altrimenti no. Se tu tornassi a Cefalú, temo che resterei a Villascura.

"E se mi fermassi con la mamma e con lo zio?" diss'ella.

"Credo che andreiperché mi saresti tanto piú vicinaa ogni modo. Sarà cosínon è vero? Resterai con loro?"

Ella gli strinse il bracciogli appoggiò quasi la tempia alla spallae mormorò:

"Saresti contento?"

Cortis piegò il viso a quello di leila guardò negli occhi. Ella li chiuse quasi subito e camminava cosíalla ciecacon la bocca socchiusacol cuore tremantequando udendo chiuder le invetriate della finestra da cui s'eran partitistaccò il capo dalla spalla del suo compagnosospettosa d'un occhio umano che la potesse coglier tra l'ombre della notte in quell'atto di abbandono.

Adesso c'era un lume da capo nella stanza del piano.

"Vuoi che rientriamo?" diss'ella fermandosi.

Rientrò soladalla porta ond'era uscitamentre Cortis faceva un lungo giro a sinistra per andare agli abeti senza passare dal portico.

Elena si sentiva male nello staccarsi da lui; tanto male quanto non s'era sentita mai. Non si riconosceva piú; le pareva di essere smossa oramainei suoi propositida una corrente che finirebbe col mandarli a fasciocol portarseli via. La sua coscienza parlava ancorale diceva: "I momenti supremi son questisei in tempo di salvarti"ma un indistinto fuoco di amoredi sgomentodi rimorsole faceva credere di aver già mosso il primo passose non altro col pensierosopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Entrò in sala subitofuggendo quest'angoscia. In sala non v'era piú nessuno. LaoClenezzi e la contessa Tarquinia eran tornati nella stanza del pianodove il primo suonava con giovanile slancio l'aria dell'Olimpiade e Clenezzi ne singhiozzava miserevolmente le parole:

 

Se cercase dice:

L'amico dov'è?

L'amico infelice

Rispondimorí.

 

Ah nosí gran duolo

Non darle per me;

Rispondima solo:

Piangendopartí.

 

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

NEL POEMA DELL'OMBRA E DELLA VITA

 

L'indomania colaziones'era deciso di condurrefra il tocco e il tocco e mezzoil senatore Clenezzi ai giardini Cortis per far ritorno a villa Carrè dalla parte di Caodemuro. Al toccoElena sedeva nella sua camera presso la finestra apertatendendo involontariamente l'orecchio a ogni passo che suonasse giú nel giardino. Pensavae le veniva in cuorepiano pianouna speranza. Non osava trattenerlala mandava via subito; la richiamavavi si appoggiava un momentoun attimo solo per sentir quel riposo cosí mollericreante. Se suo marito non sapesse che farne di leise avesse voluto soltanto metterla alla prova? No noadesso non voleva pensarloera troppo presto. Ma se la lettera oggi non venisse? Se non venisse neanche domani? Secondo Laola partenza di suo marito non avrebbe potuto tardar molto. Era prudente di aspettar qualche giorno ancora prima di sperare; ma se la lettera non venisse neppure posdomani? Allora síallora sarebbe da sperare che non venisse piú.

La posta era in ritardo quel giorno. Clenezzi e Cortis passeggiavano su e giú per il giardino davanti alla villa. Cortis guardava spesso la finestra d'Elenaascoltava poco le chiacchiere del suo compagno. Elena non compariva mai. Verso il tocco e mezzo comparve invece il conte Lao chiuso nel suo soprabito.

"Ohe" diss'eglisi va o non si va? Se non si va subito, io resto a casa.

Si chiamò Elenache avrebbe voluto aspettare ancora un poco. Lo zio andava fuori dei gangherila contessa Tarquinia gridava dalla finestra della sua camera: "Cosa fate che non vi movete?" e il povero Clenezzinon sapendo con chi staresi accusava di questo trambustoprotestava che sarebbe rimasto volentieri a casache luoghi piú belli non si potevano vedere. Cortis domandò ad Elena se ci tenesse ancora tanto alla posta. Ella si ritirò subito dalla finestra cui s'era affacciata e rispose dal di dentro:

"Vengo."

S'incamminarono: Lao davanti a tuttisoloa testa bassabrontolando; poi Clenezzi a fianco di Elenapoi Cortis. Non c'era nel cielo limpido una nuvolettal'erba si moveva appena nell'alito dell'aprilecosí molle e tardostanco di troppa vitadi troppi desideri che porta. Cortis e Clenezzi scherzavano sull'andatura funebre del condottiere

"Colonna di nuvole!" gli gridò Cortis.

Lao si voltò.

"Sísí diss'egli tirarmi attorno con questo tempo da cani! Non sentite che a momenti piove? Basta esser uomini politici per non capir niente."

Cortis rise forte. Elenasempre silenziosalo guardò in modo ch'egli credette farle dispiacere con la sua allegriale rispose con un altro sguardo serio serioquasi dolente. Ella indovinò il suo pensierogli sorrise di furto un momentomentre gli altri due avevano avviato un dialogo sugli uomini politici. "Ecco"diceva Lao sottovoce a Clenezziadditando Cortis. "Quello là e basta. Un poco mouche du coche anche luima non come gli altri che vi guardano come se tirassero il mondoe se lorole bestiefossero piú onorevoli di noi che ci lasciamo tirare. Adesso ti spolitichiamo te!" soggiunse fortevoltandosi a Daniele. "Ti invillaniamoti mettiamo a urtar avanti l'Italia quaquacon le mani e con i piedisui tuoi campi; altro che alla Camera con le parole! A studiar economia quaquanella praticaaltro che sui libri! E se hai la malinconia del socialismodella democrazia cristianaqua si provasugli uominiper terra e non nelle nuvole in un pallon di carta. Quaqua!"

Ogni volta che diceva "qua" batteva il bastone a terra.

"Oh!" esclamò Cortis. "La posta!"

Elena si fermò su due piediun leggero sussulto delle spalle tradí la sua commozione. Anche il portalettere si era fermato a frugare nella borsa.

"Una lettera per leisignor conte" diss'egli.

"Tientela!" rispose questi alzando il bastone. "Lettere e sassate sono per me la stessa cosa."

L'altro si schermí ridendogli diede la letterane diede un'altra a Cortis che guardò la scrittura e rimase lí attonitoun po' accigliato. Per ultimocolui si volse ad Elenafrugando ancora nella borsa.

"Anche per me?" diss'ella. E subito si sentí dentro come una scossaun intorpidimento elettricoun mancar della vita. Colui le porse una lettera. Elena la presela guardòera quella; ebbe un solo pensiero: non tradirsi.

Volle dir "va bene" ma non poté; voltò le spalle agli altri fingendo guardare i monti.

"Magnifico punto!" disse il senatore venendole accanto.

Ella si voltò subito. Cortische leggeva la sua letteraalzò gli occhi a leila considerò un pocole si accostò rapidamente. Ella volse il viso dall'altra parte e disse al senatore:

"Andiamo."

Clenezzi le si mise frettoloso a fianconon la lasciò che a Villascura sulla spianata di casa Cortisquando Lao lo chiamò al parapetto di settentrione.

"Elena" disse Cortis fermandosi.

Non era una voce d'impero né di preghiera; era la tranquilla voce risoluta cui lei non poteva che obbedire sull'attoin qualunque luogoin qualunque momento. Aveva già fatto un passo per seguire Clenezzi: si arrestò.

"Che hai?" diss'egli.

Ella rispose con un sorriso punto naturale.

"Niente."

"Ti senti male?"

"Nooh no."

Cortis la guardò in silenzio.

"Qualche disgrazia?" diss'egli con impeto.

"Oh no."

Questo no fu proferito cosí piano! Elena alzò gli occhiquasi suo malgradoin viso a Danielecon una espressione dolcedolentecon una timida domanda muta. Era egli in collera perché le rispondeva cosí asciuttasenza confidenza? Non era in collerama era tanto grave e triste.

"Vediamo la casaeh!" gridò Lao.

Cortis dovette far aprire e mostrar la villa a Clenezzi. Entrarono tutti in salascesero nel giardino francesegirarono intorno al bacino della fontana. A Cortis pareva che bastasse; ma Lao continuava a dire: "Nonoveder tuttoveder tutto."

Elena si fermò in sala.

"Vi aspetto qui" diss'ella.

Rimase solaimmobileascoltando le voci de' suoi compagni dilungarsi per le stanze vuote. Quando le sentí lontanetrasse precipitosamente la letteral'apersecorse alle ultime parolela ripose in furia. Le voci lontane non tornavano. Trasse ancora la lettera adagio adagiorisalí dall'ultima delle quattro fitte pagine alla primaalzando il viso ogni momento per ascoltare. Finito ch'ebbe di leggeresi giunse le mani sul petto.

"DioDio!" diss'ella.

Udí avvicinarsi i passi e le vocibalzò fuori della salasedette sulla gradinata verso il giardinodi fianco alla portaper non esser vista. Sedette lí davanti ai giglialle rose in fioreal verde pendio della montagnaal getto d'acqua che pareva esso purecome i fiori e il verdeuna viva gioia pura della terra. Diocome le batteva il cuorecon qual furia rintoccava: nonono! Intanto gli altri entravano in sala. Cortis diceva: "Cosa vuoi? Forse sarò quel matto."

Elena scattò in piedili raggiunse.

"Che matto?" diss'ella.

"Un matto che tornerà a Roma" rispose Laoinfuriatoche si caccerà da capo nella politica e vi lascerà la pelle, spero, perché se lo merita.

"Oh!" fece Elena.

Cortis sorrise.

"Verrò qui spesso" diss'eglimolto spesso, a prender fede, speranza e vita.

Gli occhi suoi e quelli d'Elena s'incontrarono. Ella intese benesi abbandonò tuttacon l'immaginazioneal pensiero di non partiredi viver vicina a lui per sempree ne provò un ristoro deliziosouna dolcezza che le penetravaricreando ogni fibraun godere intenso di quel che vedeva e sentivadel verdedelle rosedell'acqua cadentepersin dell'aria che respirava.

"Hai avuto una lettera?" le disse Cortis nell'aprirle il cancello di legno che mette da un cortiletto rustico ai giardini.

"Io?" rispose Elena colta alla sprovvista: e il suo cuore si serrò sull'atto.

"Ehme l'ha detto lui" replicò suo cugino accennando a Clenezzi che li seguiva con Lao.

"Sí" diss'ella tremante.

Non guardò Cortisma sentí il sussulto che lo scosse. La breve ebbrezza le era già caduta all'udir nominare da lui la lettera. Le era risorta incontro da quelle labbra la realtà imperiosa dello scrittodella situazione terribiledel suo dovere.

"L'ho dettoio" esclamò Laoche il tempo cambia? A voialtri.

Bianche nuvole uscivano dalla cima del Passo Grande sulle vette degli alberi affollate a fronte e a sinistra del cancello; e il sole veniva meno sul breve prato scopertosulla stradicciuola che gira e si perde nei misteri del bosconel poema dell'ombra e della vita. Lao si fermò al cancelloguardando le nuvole. Elena intanto camminava adagio adagio verso il boscosperandoquasiche gli altri sarebbero tornati indietro senza di lei. Avrebbe voluto perdersi là dentrosolaper ore ed oreprima di risolver nientepensar come difendersi da lui che avrebbe voluto sapere! Egli le aveva detto la sera prima: "Se questa persona credeva suo dovere di andar via per sempreavrebbe fatto bene a non avvertire l'amica; quel dovere ne sarebbe diventato troppo difficile a compiere." E adesso come dirgli niente? Sarebbe stato possibileanche faciledurante il passeggio; ma piú tardi?

Suo zioche intanto si era fermato a disputare con Cortis sul tempole gridò dietro: "Elena! Alla colonna!" Ohnon l'avrebbero lasciata solano! La raggiunsero sul sentiero che sale sotto i grandi castani e il delicato verde delle acaciee gira quindi sul dorso del poggettofra sottili tronchi spogli di abeti e di pini. Cortis la interrogava sempre con gli occhi ma non le poteva parlare. Solo una volta che Lao e Clenezzi guardavano ammirando a' ciuffi altissimi de' pinipoté sussurrarle:

"Mi dirai tuttosai."

Ella lo guardò con quella fiamma scura che aveva sempre negli occhi quando sapevaguardandolodi non essere osservata; e rispose:

"Se non te lo dicessinon devi pensar mai..."

Le mancò la voce.

"Cosa?" diss'eglima non poté aspettar la risposta perché Lao lo chiamò. Diamine! Il signor Daniele doveva far lui da ciceronenel suo parco! Clenezzi n'era entusiasta. Il tepido odor molle della primaverail silenzioil rinascente verde e anche il continuo mancare e tornar del sole nelle quiete solitudini gli toccavano il cuore sempre giovane. "Un canto dell'Ariosto" diceva. Quella conca di pratelli verdi lí sotto a sinistracinta di selvefra il poggetto e la montagna enormequel valloncello scuro in cui la conca si versaè tutto parco? E là in fondo il lontano paesello pien di soleche si vede fra gli albericon la chiesa bianca in alto? Caodemuro. E questo rumor sordo d'acqua corrente? La Posèna. E il lago? Non c'è un lago nel parco? Di lí non si vede; è lontano fra le selve.

"E le fragole?" disse Lao. "Non vedete le fragole in fiore?"

Clenezzi colse una fragoletta acerba. Ma dov'era donna Elena?

"Abbiamo perduto Angelica" diss'egli:

 

Fugge per selve spaventose e scure:

Per lochi inabitatiermi e selvaggi.

 

Elena non fuggiva. Era salita pochi passi piú sue aspettava gli altri al vecchio castagnodove si esce sul prato della colonna.

"Ahimè" disse il galante senatoreporgendole la fragoletta. "Questa è troppo acerba e io sono troppo maturo."

Lao si lagnò scherzando della dama che facea spolmonare i cavalieri; poi le fe' cenno di lasciar passare gli altri duedi fermarsi un momento.

"Che luna!" diss'egli.

"Posso esser gaiazio?"

"Perché no?"

Ella disse allora che se pareva tristese parlava pocoera forse anche un effetto della primavera e della campagnache le davano un piacere tanto dolcema silenzioso. Poi raggiunse Cortis e Clenezzi sul prato inghirlandato di bosco che ascende in dolce declivio al culmine del poggio. Cortis s'era voltato verso di lei per mostrare a Clenezzisopra la folla dei pini e degli abetile balze rossastre del Corno Ducale.

"Bellobellobello!" diceva il senatore. Ma quello era nientesecondo Laorispetto alla veduta che si aveva da levantesotto le potenti braccia dei castanisparse sul ciglio del pendío verso Villascura. Mentre il senatore guardava di colà la villa e il giardino francese a' suoi piediil sasso coronato di rovine che porta sopra uno scaglione la chiesae tutta la verde valle corrente giú al piano sconfinatoElena sussurrò a Danielecompiendo la interrotta frase di prima:

"Non devi pensar mai ch'io ti voglia meno bene."

Egli lo sapevama ogni volta che la dolce bocca diceva cosíera come una gioia nuovaun esaltamento della vita in ogni fibra. Fremeva ora di doversi conteneredi non poterle almeno prender le manichieder che gli parlasse di questa misteriosa letterache dividesse con lui tutte le sue peneche avesse fede in essoe anche speranzaperché egli si sentiva forte da poterla aiutar con il consiglio e con l'opera in qualunque difficoltà.

Gli occhi suoi lo dissero ed ella intesei suoi propositi di segreto l'abbandonaronopensò chese in quel momento fossero stati soliavrebbe voluto piegargli la fronte sul petto e dirgli tuttotutto. Mai né lui né lei avean sofferto tanto di non esser soli come in quel punto.

"Hai udito" diss'egliche forse torno a Roma?

Le sue labbra segnarono poisenza vocequeste due parole: "Per te."

E quando egli mostrò a Clenezzi la colonna antica portata lí dalle terme di Caracalla e gli lesse con calda voce l'iscrizione latinaElena intese bene che la leggeva per leiche diceva a lei: "D'inverno e d'estateda presso e da lontanosin ch'io viva e piú in là. Usque dum vivam et ultra". Profondo suonopieno di mistero.

Clenezzi domandò la storia di quell'epigrafe. Cortis non la sapeva o non la volle dire.

Di quanta invidia eran degne quelle due mani cosí fortemente congiunte senza che il mondo nemico potesse conoscere mai né il viso né il nome di chi si amava tanto!

"Andiamoandiamo" disse Lao "che si è riscaldati e qui c'è aria. A me poi mi danno fastidio quelle due mani sempre lí unite. Spero una volta o l'altravenendo quadi trovarne una sola. Del restoa momenti piove. Un bell'affare!"

Non pareva ancora che dovesse pioverema pure il cielo era quasi tutto coperto quando la comitiva calò nella conca verde fra il poggio e il monteverso il gran tiglio caro ad Elenache ora non lo guardò nemmeno. Cortis aveva proposto di scendere pel valloncello al viale di carpini e quindi al lago. Il sentierocorroso qua e lànon erain principiotroppo facile. Elena e Cortis passaronoma Laodopo aver brontolato parecchio allungando e ritirando ora un piede ora l'altrotastando il terreno col bastonedichiarò che Clenezzi e lui non passerebberogirerebbero a destrarifacendo un tratto di via per riuscire poi essi pure sul viale dei carpini. Elena fu presa da un tremito internosi sentí venir menooscurare il pensiero. Coloro tornarono indietro.

"Finalmente!" sussurrò Cortis rivolto a lei col viso scintillante; e fu atterrito dagli occhi fissitorbidi che lo guardavanodal piegare stanco della persona. Le cinse la vita con un braccio ed Elena vi si appoggiò palpitandotacendoguardandolo sempre con gli occhi spenti. Egli la supplicavaansiosodi parlaredi confidarsi a luima ella non poteva ancora. Gli posò una mano sulla spallachinò alla mano gli occhi torbidivi chinò adagio adagio il viso e disse sottovoce:

"Devo andar via."

"Oh" diss'eglima per poco?Sentiva bene che non doveva esser per poco; tuttavia non si aspettava le due parole terribili:

"Per sempre."

Non risposese la strinse convulso al petto.

"Ma forse non possosai" diss'ella.

Non rispose ancorala cinse anche con l'altro braccioElena alzò il visogli occhi piú sereni.

"Forse non posso" ripetéforse resto qui.

Era la mutapaurosa passione di lui che la faceva parlar cosí tutta tremante ma meno smorta e con un vago sorriso negli occhi. Pareva che temesse di avergli fatto troppo male.

"Sicuro" diss'egli senza rallentar la strettasicuro che stai qui; ma come puoi neppur pensare ad andar via per sempre! Come lo puoi dire? Come puoi credere che ti lascerei partire?

Ella fece un leggero movimento per sciogliersi dalle sue bracciafu obbedita subito. Gli posò quindi ancora la fronte sulla spalla.

"Avrei dovuto tacere" disse. "Tu stesso me l'avevi consigliato."

"Io?"

"Síierseraquando ti domandai se quella persona che voleva partire avrebbe fatto bene a dirloe tu... mi hai risposto... che non avrebbe fatto bene."

Elena parlava a singhiozzia sussultipremendo fortecon la frontela spalla di Cortis. Le ultime parole non potevano uscire quasi.

"Forseti ho detto. Non avrebbe fatto benese..."

Non compiè la frasenon disse: se si credeva in dovere di partire. Rimase muto; parve colpito da un pensiero nuovo.

"Vedi?" sussurrò Elena. Cortis protestò impetuosamente. Aveva risposto malela sera primase aveva risposto cosí. Voleva ella servirsi di una parola buttata là senza rifletteresenza poter indovinare che la si prenderebbe per un consiglio?

"Raccontami tutto" diss'egli.

Ella guardò un momento il pendío ombroso al suo fianco.

Cortis fece atto di aiutarla a sedere. Risposeaccennando del capoche noe rimase in piedi con le due mani entro quelle di Cortiscol viso basso. Aperse le labbra a due o tre riprese con un anelito che subito moriva senza voce. Egliintentopalpitanteaspettava.

Non si udí che il gorgoglío del ruscelletto laggiú fra i sassi neri e le ninfeeche un bisbiglio di pioggerella minuta nel fogliame delle acacie. Qualche gocciolina lo trapassavama né Cortis né Elena se ne avvidero. Ella finí con crollare il capo e dire:

"Ora non posso."

Cortis sospirò.

"La lettera è di tuo marito?" diss'egli. "È lui che ti vuol togliere di qua?"

Ella accennò di sí.

"Ma per sempre? Come per sempre?"

"Sí" diss'ella. "Ora non puoi capire; ti spiegherò."

Tacquero ambedue. Scorsi pochi istantiElena osservò timidamente che bisognava scendere per non far troppo aspettare gli altri. Scesero senza dir parolaella davantiegli dietro. Elena si fermò prestogli stese la manodicendo con voce angosciata:

"Sei in collera?"

Egli afferrò la gelida manov'impresse le labbra.

Un altro passo ed Elena si voltò ancoralo guardò in silenziocon gli occhi luccicantisi provò a sorridergli.

Trovarono vuoto il viale di carpini; gli altri erano passatisenza dubbio. S'incamminarono a sinistra verso il lago. Uscendo dall'oscuro viale nel chiarore del cielo biancodel bianco specchio d'acquasi fermarono. Silenzio e deserto; non una personanon una voce. Solo alloravedendo bagnata l'erba della rivaElena s'avvide ch'era piovuto. Adesso non pioveva piúl'acqua tacevaimmobile. Ma certo lo zio Lao era tornato indietro.

Elena sedette sul tronco dove s'era seduta il giorno prima e non guardò che fosse umido. Era tanto stanca! Appoggiato il gomito destro al ginocchio e il viso sul palmoguardava il lago. La montagna velata di nebbiai carpini in girol'erbe cadenti dal ciglio della rivae lei stessala muta figura accorataparevano inchinarsi al mistero dell'acqua profondainterrogarne il silenzio.

"Vuoi parlareadesso?" disse Cortis piano. Ella fe' segno di no. Cortis le sedette accanto.

"Ti amo troppo" diss'ella con voce spentaguardando sempre nell'acqua. "Sono troppo debole."

"Nono" soggiunse subitotemendoa una esclamazione di Cortisessere stata fraintesa. "Non dico in quel sensodi quello non ho pauraso bene che tu sei tanto nobiletanto forte; e non credo neppur io di esser troppo debole in quel senso. Dico che non ho la forza di parlare perchénon somi pare che se parlo sarà finitaandrò via e non ti vedrò piú."

Afferrò a un tratto con ambo le maniansandoquelle di Cortislo chiamòsoffocata dalla passione:

"Daniele! Daniele!"

Egli si sciolse dolcemente da quella strettaandò a vedere se vi fosse nessuno sul viale. Nessuno. Allora tornò da leile porse la mano.

"Andiamo" diss'egli.

Ella si alzòdocilecercando leggere nel viso risoluto di lui.

Cortis le prese il bracciola trasse verso il viale.

"Bisogna aver forza" disse. "Bisogna raccontarmituttoassolutamentesubito."

Ella tremava e non rispondeva.

Egli ripeté "subito."

"Lo devo proprio?" diss'ella. "Lo devo proprio?"

"Dunque" rispose Cortis "cosa scrive tuo marito?"

Ella obbedíaffascinatacome sempreda quella vocesi sforzò d'incominciare la storia dolorosa. Dovette rifarsi da capo cinque o sei volte perché il tremito interno le rompeva la parola. Non sapeva raccapezzarsismarriva il filo del raccontodimenticava ora una cosa ora l'altra. Camminavano adagiolei con la testa bassacon una irrequietudine convulsa delle manidelle bracciadi tutta la persona; lui un po' curvo purema freddoguardando diritto davanti a sèinterrompendo di tratto in tratto con brevi domande. All'ultima svolta del vialementre Elena raccontava il suo colloquio notturno col barone in via delle Murattela solenne promessa dataglila scena del revolversi fermò cupol'ascoltò in silenzio sino a quando ella ebbe detto dell'ultima lettera scritta da lei al marito prima di lasciare Roma.

"E la risposta è venuta oggi?" diss'egli.

"Sí."

"Dammela."

Cortis prese la letterase la pose in tasca senza leggerla.

"Adesso la tengo io" diss'eglirispondendo agli occhi attoniti di Elena. "La leggerò piú tardi; quando sarò solosaie tranquillo."

Si ripose in cammino con lei senza soggiunger parola su quanto aveva udito. A pochi passi dal cancello incontrarono un contadino che veniva in cerca di loro. Il signor conte Carrè e un altro signore erano nella villa ad aspettarvi la carrozza di casa Carrè. Cortis volle ch'Elena tardasse un poco a farsi vedere da lorola fece sedere sul prato.

"Ho avuto lettera anch'io da Roma" diss'egli dopo un lungo silenzio. "I miei amici vogliono subito un sí o un no riguardo alla direzione del giornale."

Ella tacque ed egli pure. Intanto uscí ancora il sole bruciante come quando è piovuto e vuol piovere.

"Per te fa troppo solequi" diss'egli. "Vuoi che andiamo?"

L'alzò quasi di peso da terra. Elena camminava a stentotutta abbandonata sul braccio di suo cugino che al cancello le disse:

"Confida in me."

Ella strinseper tutta rispostaquel caro braccioparve rianimarsicamminar meglio. Entrarono dal porticato rustico nella spianataquando ci entrava dall'altra parte il landau chiuso di casa Carrèe il conte Lao usciva con il suo compagno dalla sala della gradinata. Pareva rannuvolato anche lui. Clenezzi salutò Elena come se fosse scampata dal diluvioma Lao la guardò appenanon le chiese dove si fossero trattenuti. Cortis disse che restava a Villascura fino all'ora del pranzo. Elena trasalí ma non parlòanche perché suo zioripetendo "prestopresto"la spinse con un braccio in carrozzavi spinse il senatore esalitovi in fretta e in furia anche luigridò al cocchiere di partire.

Cortis non si mosse fino a che la carrozza non ebbe svoltatoa destrail canto della villa. Gli occhi suoi poterono ancora incontrare per un attimoquelli di Elena. Poi salí in casadiede ordine che nessuno entrasse da lui non chiamatosi chiuse nel suo studio.

Come fu solotrasse la lettera del baronel'avventòcon uno scoppio di colleraa terra. Quindi alzò gli occhi al ritratto di suo padre appeso là sopra il divano in faccia alla scrivaniastette a contemplarlopalpitante. Era una bella faccia lealetranquillasevera.

"Eri piú fortetu" disse il figlioad alta voce. "Mi sfogo cosíma sarò degno di tesai. Questo sempre."

Dopo di che raccolse la letteraesquadernatala sulla scrivania e spianatavela con una gran palmatavi si buttò supiantandovi i gomiti a latoreggendosi con le mani la testae lesse:

 

Roma14 aprile 1882.

 

"Cara moglie

"Tu che leggi dei romanzio almeno ne leggeviperché adesso non so piú da un pezzo cosa diavolo tu facciatroverai naturale quello che mi succedea meda un mese a questa parte: ma ch'io perda l'anima dieci volte se ne capisco niente.

"Incominciamo da questache il Governo mi paga i debiti. Perché non si deve direnon si deve saperema è il Governo; l'ho capito bene dalle mezze parole dell'avvocato. Questa è la meno stranadel restoperché il Governo deve molto a tuo marito; ma molto! La seconda è questache giorni sono mi viene a trovare Spurwayquel mio parente inglese della casa Spurway and C. di Yokohama. Gli parlo di quella maledetta Americagli domando dove potrei andarmi a cacciare ed egli m'invita a Yokohama dove sono tanti semai italianimi propone un collocamentose andassi con mia moglieassai conveniente per tutt'e due. L'avvocato mi cambia subito l'America in Yokohama. Anche questa è accomodata e mi pare un sogno. La terza poi non mi è ancora successama staa quanto pareper succedermied è questa: che tu vieni al Giappone con medi tua libera volontà.

"Ora ti dico che se fossi andato in America a casocome credevo di andarcimolto probabilmente ti avrei sciolta dalla tua promessa e sarei partito solocon quei cinque o sei anni di vita disperata che mi pare di avere ancora nel ventre. Cosí invece ci tengo alla tua venuta meco. Voglio mostrarti in questo refugium peccatorum di Yokohamache c'è del buono in me e che ti voglio bene piú che tu non pensi; spremute le quali virtú dalla mia pellepotrò forse andare ai vermi in istato di grazia anche presso di te.

"Questa nuova combinazione fa sí ch'io non possa lasciarti tutto il tempo che desideraviperché si parte con Spurway il 19."

Cortis si fermò a pensare che giorno fosse il 19. S'era a domenica 16; dunque mercoledísubito! La lettera proseguiva:

"C'è il compenso che partiamo da Veneziacome volevi tu. Avremo il Bokhara della Peninsulare dove staremo benissimo. Bisogna che tu sia a Veneziaal piú tardiil 18 sera. Telegrafase crediil 18 mattina a T. SpurwayHôtel Britanniae sarò a prenderti alla stazione. Se non hai tempo di far molti bagagli non te n'incaricare perché Spurway mi dice che torna conto provvedersi laggiú; e danaro ne avremo. A ogni mododella roba se ne può far venire piú tardi.

"Non so come te la caverai dalle unghie dell'illustrissima signora contessa e del nobilissimo signor conte e di quell'altro tuo reverendissimo spasimante beato Daniele D.C.D.G. A questo ci penserai tu.

"A rivederci il 18 a Venezia. Lo fai per virtúmasiamo giustirinunci a una bella vitaeperdioti stima il

tuo fedele marito

CARMINE."

 

Cortis spinse via con un atto sdegnoso il foglio. La fantasia gli faceva dire al barone: "Pagati i debiti? Le ne resta uno verso mio padre e lo pagherà a me." Ed ecco che gli stava di fronte con la spada in pugnofurioso. Afferrò la letterase la cacciò in tascaa precipizio; poi sedette alla scrivaniav'incrociò su le braccia e appoggiò alle braccia la fronte. La rialzò subitoavventò in alto le pugna strettele scosse rabbiosamente. Quindi si levò in piedipasseggiò su e giú per lo studioabbandonandosi a questo pensiero che Elena lo amava oramai cosí forte da non poter avere un'altra volontà che la sua. Tutta tutta era in sua balía; egli poteva dirle "ti prendo l'anima e la vitati voglio qui." Cacciò ancora la mano alla lettera per veder meglio se il barone parlasse o no di promesse fattegli da Elenase vi fosse o no un'allusione alla possibilità ch'ella mancasse al convegno.

Gli venne trattaper errorela lettera de' suoi amici di Roma. Diocom'era possibile pensare a Roma in questo momento? La fece in due pezzitrasse l'altrala rilesse. Non c'era niente.

Ora bisognava andare a casa Carrèvederlanon lasciarla sola in quei momenti!

Nell'aprir l'uscio dello studio ebbe la fulminea visione della partenza d'Elenadella propria solitudine. Rimase lí con la mano alla chiave. Finalmenteudendo camminare e parlare di fuoriuscí.

V'erano il notaio Picuti e altri del paese venuti per un atto di scusa a proposito del famoso indirizzo ch'era stato sottoscritto da parecchi senza leggerloper compiacere altrui.

Questa deputazione annunciò in pari tempo a Cortis che si stava preparando un altro indirizzo. Lo si pregava intanto di non precipitar nulladi non offrire dimissioni. Cortis ringraziò molto affabilmente: disse chequanto alle dimissioninon poteva prometter nullache si sentiva stancostanco; nel corpo e nello spirito. A ogni modola sua decisione dipendeva da altri avvenimenti tuttora incerti.

Congedatosi da coloros'incamminò rapidamente verso villa Carrè. Quando giunse al cancello gli venne un dubbio. Aveva la lettera? O era rimasta nello studio di Villascura? Gli pareva di smarrire il cervello. La lettera non era rimasta a Villascura. Nel porvi la manoun doloroso spasimo gli contrasse tutti i nervi. Si morse il labbrosi sarebbe compresso il cuore se avesse potuto. Era egli che doveva diriger leiesser tranquilloesser forte!

 

CAPITOLO VENTIDUESIMO

 

COME GLI ASTRI E LE PALME

 

Non fu possibile a Cortis ed Elena rimaner soliprima del pranzoneppure un istante. Elena uscí in giardino pensando che Cortis ve l'avrebbe raggiunta; ma Cortis credette leggere un sospettoun'attenzione insolita negli occhi del conte Laoancora torbido; e non si mosse. Le ne disse il perché con gli occhi quand'ella rientrò delusatrepidante come se temesse un abbandono. Non soffriva menolui; ma era padrone di sè. Elena invece non sapeva piú dominarsi; allegò un forte dolor di capo. Parlò pochissimoe mai a Cortis; ma lo guardava troppo spessocon gli occhi pieni di fuoco triste.

Il caffè fu servito in loggia. La contessa Tarquinia propose una trottata in Val di Rovese. Avrebbe fatto bene anche a Elenasecondo lei. Clenezzi domandò se si sarebbe raggiunto il confine austriaco. Noera troppo lontano per andarvi dopo pranzo. Al confine si poteva andare lunedí o martedípartendo la mattina. Elena posòcon mani tremantila sua tazza di caffè.

"Mi rincresce" diss'ellama forse martedí devo andare in città. Anzi vi pregherò, se vado, di darmi i cavalli.

Suo zio e sua madre non capivano perché dovesse andare proprio martedí. Elena rispose escludendo il forse di primaaffermando la necessità di questa corsa senz'addurne ragione alcuna. Aspettava con ansia una parola di Cortisun eccitamento a differire. Non venne; Cortis s'era voltato a guardare le praterie.

"Allora" disse la contessa dopo un po' di riflessione "potrete andare mercoledí."

Ma Elena non prometteva di tornare dalla città prima di mercoledí sera. Pensò chese partissela sua famiglia non dovrebbe sospettar di nulla fino a quando ella non fosse in mare. Lao si stizzí.

"Che affari hai?" diss'egli.

La contessa s'interpose subitoosservò che si poteva differire a giovedí. Qui il senatore Clenezzi mise in campocon molte cerimoniele sue ragioni di lasciar Passo di Rovese martedí. Esclamazioni. In quel punto il landauscrosciando sulla ghiaiavenne a fermarsi davanti alla loggiatroncò il dialogo.

Si voleva che il conte Lao salisse in carrozza con ElenaClenezzi e Cortisma il conte rispose che di pazzie ne aveva fatte abbastanzaquel giorno. Cercavano di mandarlo all'altro mondo?

"Sentipiuttosto" diss'egli ad Elena. La prese a braccettole sussurrò all'orecchio cheal ritornosalisse da lui: le doveva parlare.

La contessa Tarquinia presein carrozzail posto di suo cognato. Elena e Cortis erano seduti di fronte. Sulle prime la contessa cercò tener vivo il dialogoma con poco frutto. Gittava delle occhiate inquiete a Elena e anche a Cortis. Non parlavano mai; cosa avevano? Finí con ammutolire anche lei.

La carrozza correva lungo una delle selvagge pareti giganti fra cui scende il Rovese. Quante volte Elena e Cortis non avevano fatta quella strada! Pochi giorni prima n'erano calati al fiume per un viottolo dov'ella aveva dovuto talvolta appoggiarglisi tutta. Passando di là si guardaronosi ricordarono l'un l'altrotacitamentequei momenti felici. Si guardavano con pochissima prudenzaoramai. Quel correre silenzioso nell'ombrafra montagne enormiverso paesi reconditili faceva sognaredimenticar tutto che non fosse la passione. Non udirono neppure la voce di Clenezzi che domandò loro il nome di due squallide torri in rovinasedute sugli scogli di là dal Rovese a guardar giú la ghiaia bianca. La contessa Tarquinia rispose per essi.

Al ritorno la contessa fece fermare presso il ponte della Pria. Bisognava scenderemostrare a Clenezzidal pontele casupole accoccolate per i macigni sullo sfondo pittoresco della golaeabbassolo spacco dove vachiusal'acqua verdepotentea spandersi poi giú verso i pratiin un largo clamor di spume. Elena si appoggiò al parapettofissando le rocce appassionatetragiche. Cortis le si piegò vicino.

"Per parlarci" sussurròse non possiamo stasera, domattina alle sei in loggia.

E raggiunse Clenezzi all'altro parapetto.

Anche questo tormentopensava Elenadi non poterci parlaredi non poter stare insieme liberamente! Bisognerebbe proprio aspettare fino all'indomani?

Appena tornata a casa salí dal conte Lao. Sulle scale ricordò quell'altra sera in cui era salita dallo zio dopo le parole misteriose di Daniele: "Una cosa grave." E adesso!

Il conte Lao era ancora molto scuro. Sdraiato nella sua poltronateneva sulle gambe una coperta di mal augurio. Girò appena il capo a salutar sua nipote.

"Son quizio" diss'ella.

"E son qui anch'io e avrei fatto meglio a non muovermi mai. Con quell'ariacon quell'umido d'oggisento che mi son tornati tutti i miei malanni. Me lo merito. Ho voluto fare il bravo e sono il caval di Gonella. Ma questo non importa. Ho anche un dispiacere."

"Che dispiacerezio?"

Era una gran fatica per Elena di stare attenta a quel che egli dicevadi pigliarvi interesse.

"Ho avuto una lettera da Romaoggi" rispose il conte. "Un biglietto della Cortis che mi accompagna questo foglio qui. A te; leggi."

Elena prese il fogliosi fece alla finestra per leggerlo. Era una lettera dell'arciprete alla signora Cortisin cui si parlava molto dei frequenti passeggi di Cortis con Elenadei commenti che se ne facevano in paese. Il signor arciprete non voleva pronunciar giudizi temerarima deplorava lo scandalo e la nessuna cura di evitarlo. Egli avrebbe voluto parlarne con qualcuno della famigliama non l'osava; preferiva rivolgersi a lei che forse avrebbe avuto mezzo di far qualche cosa. La signora chiedeva al conte Laonel suo bigliettose fosse persuasoadessodi quanto gli aveva detto a Roma.

"Quell'asino intrigante non porterà piú i piedi qua dentro" disse Lao "ma..."

Elenache leggeva ancora tenendo la lettera a due manila sbattè giú a mezza personasi eresse fieramente.

"Ma cosa?" diss'ella.

"Ohe!" fece Lao. "Bambina! Calma!"

"Nessuna calma! Cosa vuoi dire?"

"Cosa voglio dire?"

La considerò in silenziopoi le stese la mano. "SentiElena."

Ella non si mosse né rispose. Egli le accennò allora col capo di avvicinarsile ripeté con dolcezza:

"Senti."

Ella venne lentariluttante. Ci volle un altro silenzioso invito perché prendesse la mano stesale.

"Insomma" esclamò il conte dopo un breve indugiofino a stamattina sono stato cieco, ma poi no.

Elena non arrossínon abbassò il viso.

"E cos'hai veduto?" diss'ella fremendo. "Hai veduto il mio cuore? Il cuore è libero. Hai pensato delle cose cattive?"

"Ho pensato che col tuo carattere tu soffriraiti tormenterai Dio sa quanto; e ho pensato che Daniele fa molto male di attaccarsi a te. Diavolo! malissimo!"

"Non devi dir questozio; non devi dir questo!" proruppe Elenapiegandositutta anelantea suo zio. "È tanto nobilesaizio mio! È tanto..."

Non poté soggiunger parola. Si sentiva soffocare.

"Lasciamo starecara" rispose il conte. "Non dico mica che non sia nobile. Credo. Capisco benissimo quel che vuoi direma son cose che cominciano sempre cosísaifra gente come voie finiscono poi come fra gli altri che non sono nobili. Gli uomini sono uomini. Lui è migliore di tanti altrima è di carne ed ossa anche lui. Io non credo né ad angeli né a santilo sai bene. Se ci fosse il divorzio avrei preso moglie anch'io. E non l'avrei cambiata mai! E sarei stato felice! Ma il divorzio non c'èe tu non hai voluto che quell'altro... Quella è stata una bestialità! Bastanon ne parliamo piú. Adesso c'è da pensare all'onor tuo e della famiglia."

"Se è nelle mie mani è in buone mani" rispose Elena fieramentestrappandosi da lui per uscire. "Nono" soggiunse perché la richiamava. "Non dovevi dirmi questa parolatu."

Presa da un singhiozzar convulsosenza lagrimeappoggiò la fronte allo stipite della porta. Lao buttò via la copertasi alzò per andar da lei; ma ella fece l'atto di respingerlo col braccio tesosenza volgere il capo.

"Mi passa subito" disse. "Mi passa subito. Sta quieto."

Ma Lao non poteva star quieto. Un po' si rimproveravaun po' si rammaricavaspiegava le proprie parole. Non aveva voluto dire ch'ella potesse disonorarsi.

"Se me l'avesse detto la mamma" mormorò Elena dolorosamente "sarebbe niente; ma tuzio!"

"Ma io" rispose Lao "parlavo del mondodei suoi giudizidell'andar per le bocche della gente."

"Ohil mondo!"

Non vi poteva esserenella voce di leimaggior doloremaggior disprezzo.

"Cara mia" disse Laopiccato. "Io sarò uno stupidoma la buona e la cattiva fama sono sempre state qualche cosa. E se una signora ha l'aria di condursi male e la sua famiglia ha l'aria di essere compiacentecapisci!"

Gli occhi di Elena lampeggiarono.

"Io non ho l'aria di condurmi male" diss'ella.

"Sedico! Se ha l'aria!"

Elena lo guardò ancora. Cosa poté vedere in quel caro viso serio seriomortificato? L'espressione del suo venne rapidamente mutando.

"Oh ziozio!" diss'ellae gli si slanciò nelle braccia. "Tienmi qui con tesempre con te! Non ho nientesaida rimproverarmineppur un pensiero!"

Lo stringevalo stringevaparlava con voce rotta da singulti.

"Per amore del Cielo!" esclamò il povero Laocommossospaventato. "Cosa ti pensi? Che ti voglia mandar via? Cosa ti pensi? Matta che sei!"

Si mise a ridere forte nervosamente.

"Matta che sei! Non sai che non ci ho che teal mondo? Cosa ti pensi? Ma nocarama quietati. Cosa vuoi? Mi faceva una gran pena che tu ti trovassi in una condizione da soffrire; saicara? Lo so bene che non hai niente a rimproverarti. Non avevi bisogno di dirmelo. Ma quietativiaquietati."

Se la serrava al pettole accarezzava i capelli con tenerezza materna.

"Adesso va" disse. "Va a far le mie scuse col senatore. Digli che non scendo perché non sto bene; che vado a letto presto. Guarda se volesse far due passi con te e con Daniele. Potreste andar giú al ponte di Rovese che lui non v'è ancora stato."

Adessosolo adessoal suono della voce mitecadevano le lagrime ad Elena.

"Vava" insisteva Laodolcemente. Ella non si movevapareva che non udisse. Suo zio intese che non volesse uscire cosí turbatache aspettasse di ricomporsi.

"Si è divertitoClenezzi" diss'eglialla trottata? Fino a dove siete andati?

Elena gli abbassò il viso sul petto.

"E la mamma?" mormorò.

"Cosacara?"

"La mamma? Lo sa di questa lettera?"

"Nocara. Io non le ho parlato di sicuro."

Tacquero un momento. Poi Lao tornò a dire che oramai doveva proprio andare. Ella alzò il visogli sorrisegli baciòrizzandosi sulla punta dei piedile guancee uscí.

Si trascinò a fatica nella sua cameretta. Si sentiva talmente maletalmente spossata! Cadde sul letto e vi giacque come mortabevendo a sorso a sorso anche quest'altro doloreche il suo segreto non era piú suo.

Entrava dalla finestra il vento fresco della seral'odor delle rose e del glicinela ruvida voce dolente del fiume. Dal fogliame agitato delle rose traspariva un chiarore caldo; la camera era quasi scura. Altro non vi si moveva che l'ombra delle foglie inquieta sul pavimento; altro non si udiva che il correr trepido di un piccolo orologio invisibile. Elena sognava ad occhi aperti: era malata e non poteva muoversi dal letto; egli veniva a tenerle compagniaa leggerle. Passavano mesi in questo statopassavano anni ed ella diceva a se stessa: "Vedi come sei cattiva? Tu non credevi che il Signore si occupasse di teed egli è stato invece tanto buono con te." EccoDaniele era lí seduto accanto al lettoleggeva con la sua bella voce gravela guardava ogni tantole sorridevale posava pian piano le labbra sui capelli; ah! Stese le braccialo chiamò sottovoce:

"Daniele! Daniele!"

Non rispondeva che il rombo del fiumecome un pianto delle cose nella solitudine.

Intanto si faceva sempre piú scuro; attraverso il fogliame delle rose si vedeva tremare una stella.

Quando Elena se n'accorsesi rizzò sbigottita a seder sul letto. Che ore erano adesso? Da quanto tempo giaceva lí? Non ne sapeva nientecome se uscisse da un sonno profondo. Forse era tardiforse non potrebbe piú veder Daniele. Il capo le ardevale doleva fortema che importava? Si ravviò in fretta i capellia casoperché non aveva lume; e discese. Sulle scale incontrò sua madre che veniva in cerca di leicredendola ancora presso suo zio.

"E il tuo mal di capo?" diss'ella.

Elena rispose che lo aveva ancorache sarebbe probabilmente andata a letto presto. Le gambe le tremavanodiscendendo; non le sentiva quasi piú. Dovette afferrar il cordone lungo la parete. Cercava intanto raccapezzarsi sul colloquio avuto collo zio: la sua testa era cosí confusa! Si ricordòle tornò un lampo di sdegnoun lampocon lo sdegnodi vigore.

In sala non c'era nessuno. Cortis e Clenezzi erano in giardino sui sedili di ferro verso il cipresso. La contessa Tarquinia non capiva come si potesse affrontar quel vento. Soffiava forteoramuggiva negli abeti. Ma Elena ne aveva bisognoe uscí mentre Clenezzi rientrava. Egli tentò trattenerlae non riuscendocivoleva tornar fuori con leima la contessa gli disse: "Lasci andare i matti" e lo tenne seco.

Elena e Cortis stettero un momento senza respiroattendendo che Clenezzi tornasse fuoriche la contessa venisse a chiamarli. La udirono ridere in salaallontanandosi. Allora Elena afferrò la mano di Cortis.

"Hai visto?" diss'ella.

Era scurooramaie dalla sala non potevano esser veduti. Cortisper tutta rispostasciolse con impeto la propria manone cinse la spalla di leila piegò a sè.

"Non vado mica viasai" sussurrò Elena con voce morentecedendo. "Non vadonon posso. Sto qui vicino a tesempre vicino a tesempre."

Egli rallentò la strettanon ebbe una parolanon un atto di gioianon uno slancio d'affetto.

"Oh Signore!" esclamò Elena affannosamenterialzandosi. "ParlamiDaniele; dimmi tualloraquel che devo fare. Tutto quello che tu vuoituttotutto! Io non posso piú neppur pensare."

"Insomma" gridò la contessa Tarquiniaaprendo la porta della salavolete proprio pigliarvi un malanno?

"Veniamo subitozia" rispose Cortis.

In quel momento entrava in saladalla parte oppostala solita compagnia del tresette. La contessa si allontanò.

"Dunque?" disse Elena.

Cortis le strinse le mani silenziosamente.

"Adesso no" diss'egli poi. "Adesso non c'è tempo di parlare. Domattinanon è vero? Alle seiin loggia."

Ella non risposetremava da capo a piedi.

"Vorrei dirti una cosa solaadesso" riprese Cortis. E aggiunse a voce piú bassa:

"Vi è Uno cui domandar consiglio prima che a me."

Anche la voce sua tremava un poco. Elena scosse il capo in silenzio; egli le posò le labbra sulla fronte e disse piano pianorialzandole:

"Prega."

Ella si coperse il viso con le mani.

"Lo sai" riprese "che non ho mai potuto pregare come te."

"Prega ora" rispose Cortis.

Elena tacquepoi gli gittò di slancio le braccia al collogli posò la fronte sul petto.

"E tu" diss'ella palpitante "credi proprio di cuore a quello cui vorresti far credere anche a me?"

"Sí" rispos'egli tranquillamentevi credo di cuore.

"E se credo per amor tuo" proseguí Elenamerito che il Signore accetti una fede cosí?

"Ma síma sí!"

Elena staccò le braccia dal collo di luialzò il viso e disse soavemente:

"Pregheròsai. Sei contento?"

Vi fu un silenzio solenne. Elena guardava sorridendo l'amico suo che non le poteva rispondere per l'emozione. Tacevano e tremavano sentendo il Padre loro dentro a sè nell'ardor dello spiritosopra di sè nello scintillar delle stelle gloriose.

"Bisogna entrareadesso" disse Elena. "Domattina alle sei. Addio."

Attraversò in fretta la sala e scomparve per lo scalonementre Cortis andava a farsi vedere nella stanza del piano dove si giuocavasi chiacchieravasi rideva. Egli vi si trattenne alquanto e poi si avviò agli abeti. Làappoggiato al vecchio abete dai rami cadentirichiamò avidamente le parole "pregheròsaisei contento?" vi si immerse con febbrile piacereesaltandosi nel pensiero di quell'amor sublime ch'era suonel pensiero che Dio li aveva presiElena e luiper sempreche gli erano piú vicinil'uno e l'altrache la loro unione aveva oramai qualche cosa di santo e di eternoper cui il dolore e la morte non la potrebbero sciogliere. Pensava cosíebbro di una felicità fiera e sicura da qualsiasi vicenda terrenaciecamente convinto che Dio gli dicesse: "Tu hai l'anima suaavrai lei nell'altra vita. Io volli questo frutto dell'amore che v'ispirai. Ora ch'ella partae tutemprato da un valoroso fuocovacombattisoffri ancorasii nobile strumentofra gli uominidi verità e di giustizia." Le stellele montagnei grandi abeti severi gli erano testimoni ch'egli rispondeva: "Sílo sarò."

Tornò passo passo verso casaverso il lume della sala che luceva lontano in capo alla strada dirittaal porticoalla loggiacome un occhio di fuoco in capo ad un cannocchiale puntato a luiCortis. Elena stava forse pregandolassúnella sua camera. Andò a sedere sotto la finestra di leiverso il cipressovi rimase fino a mezzanotte quand'ella spense il lume.

Il mattino vegnente Cortis uscí di cameraadagio adagioalle cinque e tre quarti. Il domestico che dava ordine alla sala gli disse sottovoce: "Alzato prestostamattinail signor Daniele!" L'aria frescavitaleentrava da tutte le porte spalancate. I capineri cantavano sul cipresso.

"S'è alzato nessuno?" disse Cortis.

"Nessuno."

Si fermò un momento ad ascoltar gli uccellia guardaresul cipressoil verde chiaroi bei grappoli celesti delle glicine tremanti al vento nell'ombra pura del mattino; e lassú verso il cielo le rupi del Corno Ducale tutte infocate dal sole. Anche i denti grigi del Rumano e tutta la lunga costa del Passo Piccolo in faccia alla loggia aveva il sole. Cortis sedette lí sul canapè rustico di fianco all'entrata della salaaspettando.

Suonavano le sei a Villascura quando Elenatutta chiusa in uno scialletto neroapparve sulla porta. Cortis si alzò. Si strinsero la manogravia lungosenz'altro saluto. Ella era pallidama aveva un viso piú quietodegli occhi meno torbidi che la sera precedente. Cortis le disse in francese che lí non potevano stare; il domestico passava ogni momentoin saladavanti alla porta. S'incamminarono verso il porticato. Una vecchiaferma sull'entrata della stallali salutò; anche laggiú agli abeti si vedeva gente. Svoltarono fuori del portonea sinistraper la strada che scende a Passo di Rovese. Lí non c'era anima viva. Adesso Elena tremavanon osava neppur guardare l'amico suo che era per parlarlefinalmente. Rallentò il passo.

"Passiamo il Rovese?" diss'egli pianorispondendoquasiall'atto di lei. "La saremo piú liberi."

Elena assentí del capogli chiese muta il bracciovi si appoggiòlo serrò fortestringendo le labbraguardando diritto davanti a sè.

"Addio" sussurrò Cortis. Ella gli serrò ancora il braccio.

"Penso cosí anch'iosai" gli disse.

"Comecara?"

Elena fece ancora qualche passo e rispose:

"Come te."

Non era una voceera un alito leggero; non eran le labbraera l'anima che aveva parlato cosí.

E ancora si strinse al bracciocon maggiore passione che mai.

"Oh Daniele!" mormorò.

"Sii forte" diss'egliaccorato. "È il nostro dovere."

"Sísíè stato un momento; perdonami! Sono tanto piú tranquilla di ieri. Mi sono donata tutta al Signoresai."

Erano giunti alle prime case; ora non parlarono piú sino al greto deserto del fiume.

"Ho fatto il sacrificiooramai" diss'ella. "Mi sento consolata. Ho qualche momentocosídi spasimoma passa subito. Ieri sarei stata contenta di morire pur di non andar via; adesso no. Sai perché?"

Non attese la rispostasoggiunsea voce piú bassapiegando il viso:

"Perché sono stata cattivasaiincredula orgogliosa per anni e anni. Ho bisogno di soffrire. Allora il Signore mi perdonerà; non è vero? Ho tanta paura anche adesso di non credere come tedi credere solo perché voglio bene a te. Se fosse cosíDanielecosa mi succederà nell'altra vita? Potrò andare anch'io dove andrai tu? Oh Signoretu sarai tanto in alto!"

Egli negò con uno slancio del cuore sincerocon gli occhi ardenti.

"Tu sei umile" dissetu sei santa.

"Sono umile col Signore e con te" rispose Elenama con gli uomini no. Ho paura di non poterlo esser mai.

"Ed io?" esclamò Cortis.

Noneppur eglifiero dispregiatore d'ogni volgo arrogantefiero soltanto nelle ideeneppur egli era umile con gli uomini.

Elena tacque.

"Ed il sacrificio che fai?" rispose Cortis.

"Questo lo facciamo tutt'e due" diss'ellae se non eri tu, io sarei stata vile. Restavo qui.

Avevano passato il ponte di legno sul Rovese e presa la stradicciuola che piega a sinistra fra un limpido canaletto e la costa sfranata del monte nudo. Elena si fermòsciolse dolcemente il braccio suo da quello di Daniele. "Ho un'altra cosa sul cuore" diss'ella. "Credevo di non dovertela dire. Non so ancora se faccio benema non posso taceremi parrebbe una slealtà verso di tein questo momento."

Cortissorpresole domandò come mai potesse credere di dovergli tacere qualche cosa. Ella pensò sentire nella sua voce un rammaricogli afferrò subito il bracciosi strinse a luigli disse con tenerezzacon angoscia:

"Non è mica una cosa miasai. Non potrei tacerti niente di quello che è mio."

Non proseguí se prima Cortis non le ebbe detto che le credeva.

"È una cosa terribilevedi. Se tu la sapessiforse non mi daresti il consiglio di andar via. È per questo che mi pare di dovertela dire."

"Una cosa terribile?"

Elena prese la viottola che cala al fiume là dov'è reciso da un gran sostegno di pietraefatti pochi passicadde a seder sull'erba.

"Si tratta di tua madre" diss'ella.

"Cosa è accaduto?" chiese Cortis.

"Nullaora; ma tantitanti anni addietro... Oh Danieleadesso mi pentonon vorrei dirtelo!"

Tacquepiegò il viso sulle ginocchia. Cortis le sedette accantole accostò le labbra all'orecchio.

"Non parlare" diss'egli.

"E se faccio male?" rispose Elena.

Egli ripetépiú forte stavoltaquasi supplichevole:

"Non parlare!"

"Vorrei" mormorò Elena "che il Signore m'ispirasse."

Cortis si chinò ancora all'orecchio di lei.

"Alessandria?" diss'egli sottovoce1855?

Elena girò a lui il viso stupefatto.

Egli la guardava pallidocon un dito sulle labbra.

"Lo sapevi?" diss'ella.

Non rispose.

Ella si fece gravecinse d'un braccio il capo di luilo piegò a sèsfioròcon le proprie labbrale sue.

Fu un suggello di silenzio. Ella gli prese una manose la tenne in grembol'accarezzò guardandolocercando il suo sguardo. Ma lui tacevasmortofitti gli occhi nella corrente ombrosa a' suoi piedi. Stettero cosí a lungo. Finalmente Elena gli sussurrò umile umile: "Mi perdoni?" Egli le posò la mano sul capoun momento. Subito dopo si alzòle propose di andar sul macigno proteso del fiumedi fianco al sostegno di pietra. Sedettero là nel rombo dell'acqua che traboccava in un tremolo arco vitreo dall'orlo del sostegno alla spuma sonorae correva via tutta gorghi e fremiti verso il sole. Là davanti la valle aperta era tutta una luceun verde giú fino al cielo.

"L'ultima volta!" disse Elena.

Cortis le domandò a che ora partirebbe. Certo per tempo dovendo trattenersi alcune ore in città prima di partire per Venezia. Avrebbe voluto prendere il treno delle dodici e mezzo. Questo aspetto pratico delle cosequeste cifre trapassavano il cuore ad ambedue.

Gli occhi d'Elena si velarono. Lottòlottò angosciosamentema due lagrime le tremavano sul ciglio.

"Daniele" diss'ella "ci vedremo piú?"

"Dio è buono" rispose Cortisgravemente.

Le due lagrime caddero silenziose.

Ci vollero alcuni istanti prima ch'ella potesse pronunciare una timida parola:

"E scrivere?"

Cortis esitò un poco;.

"Non vedo ragione di non farlo" diss'egli. "Solamente ho pensato che sarà meglio compiere il sacrificioscrivere come amici."

"Sísí" rispose Elena con un gelo nella voce e nel cuorecerto come amici.

Le pareva una cosa tanto durama l'aveva detto lui: bastava. Lo pregò quindi di trascrivere l'iscrizione latina della colonna. Rispose che gliela trascriverebbe e anche delle altre parole latine; d'un santo. Le prese le manile disse all'orecchio:

"Sono sposi senza nozzenon con la carne ma con il cuore. Cosí si congiungono gli astri e i pianetinon con il corpo ma con la luce; cosí si accoppian le palmenon con la radice ma con il vertice."

Ebbro delle parole sublimile ridisse forte al cieloalle montagneal fiume rumoreggiante:

"Innupti sunt coniuges non carne sed corde. Sic coniunguntur astra et planetaenon corpore sed lumine: sic nubent palmaenon radice sed vertice."

Ardeva nel viso e nel cuore. La sua voce potente parve prolungarsi nel fragor del fiumedominar la sorte ed il tempo.

Elena gli domandò poi come dovesse comportarsi con la mamma e con lo zio. Le era dolorosissimo di dover partire cosísenza commiatocon un inganno; ma non era possibile fare diversamente. Bisognava lasciare una letteraun salutoqualche cosaed ella non si sentiva la forza di scrivere: perché poi avrebbe avuto tante cose a dire! Raccontò allora il suo ultimo colloquio con lo zio. Avrebbe pur voluto fargli sapere quanto si fosse ingannato col suo scetticismo riguardo a Cortis. Questi ne la sconsigliò. Non doveva alludere in nessun modo a lui. Non doveva far credere allo zio che le sue parolei suoi sospetti le avessero data l'ultima spinta alla partenza. Sarebbe bastatoper oramandar poche righe da Venezia e riservarsi di scrivere a lungo da Yokohama.

Elena chinò la fronte.

"Farò cosí" diss'ella. "E tu?" soggiunse dopo un istante.

"Io parto domani sera. Vado a Roma."

Ella godeva che tornasse al suo posto di combattimentoma pure le parve che lo schianto di lasciare il suo paesela sua casafosse piú forteperché andava via anche lui.

"Mi scriverai tutto" dissedelle tue battaglie, delle tue vittorie.

Cortis rispose che non ci potevano ancora essere vittorieper le sue idee. Neanche vere battaglie. Non c'era che da cominciare l'insurrezione con della gente deliberata di farsi schiacciare.

Un'altra domanda venne sulle labbra d'Elena:

"E a Roma?..."

Non osò proseguire.

"Provvederò" diss'egli indovinando; "ma vivere insiemeno; basta."

Era tempo di tornare a casa. Anche quest'ora di effusionequest'ora dell'ultimo giorno era trascorsae la vita non ne aveva forse piú per essi un'altra cosí.

Tornarono per la romita strada lungo il canalettoadagio adagioin silenzio. Presso al ponte dove la Posèna e il Rovese uniscono le loro acqueElena ricordò un discorso fatto da lui tempo addietro sui due fiumi che si sentono da lontano e non si vedonosi cercano nella furia dell'amoresi scopronosi precipitano l'uno all'altrosi uniscono con tempestosa gioiasereni.

"È stato sul ponte" diss'ellail 12 giugno, fra le nove e le dieci del mattino.

"E tu non hai detto niente. Guardavi da un'altra parte. Non pareva neppure che ascoltassi."

Elena si fermò sull'erta del ponteguardando il sentiero a sinistralungo il fiume.

"Vado via senza sapere tante cose di te" diss'ella amaramente.

Cortis le porse la mano senza parlarel'aiutò a passare la palancola gittata sopra una gora tra il ponte e il sentiero.

"Sono due" sussurrò Elenale cose che vorrei sapere.

Egli la fece sedere sul tronco d'un pioppo cadutoattraversato al margine verde; aspettò che parlasse.

"Vorrei sapere" diss'ella con voce incerta "se hai amato... prima."

"Ho amato te da ragazzo" rispose Cortis. "Poi non ci ho pensato piú per molti anni. In quel tempo ho bevuto del fango assaiperché ero violentoallorain tutto. Ho creduto d'essere innamorato otto o dieci volte. Non era veromai. E dopo?"

"Dopo... vorrei sapere... quando..."

Ella abbassò il viso sul pettonon disse altro.

"Quando ho incominciato ad amarti? Non lo so bene. Mi era parso tante volte di amartie poi mi era parso che non fosse vero. Fu l'ottobre dell'altr'annodopo la tua partenzache m'avvidi di non poterti dimenticar piú. Tu sei tornata in maggio. Allora!..."

Un palpito violento gli sollevò il pettogli ruppe la parola.

Ella sapevaoramai.

Si alzòprese il braccio di Cortisraccolse negli occhinell'anima ogni formaogni colore del caro paese; le ghiaie bianchel'acqua veloce e verde nel filo della correnteil prato dell'altra spondail grosso rivo spumeggiante che vi casca sotto le case del villaggio alte a destra e bianche di soleumili e scure a sinistra dietro i gelsi; esopra i tetti di questegli erbosi pendiigli abeti della villa Carrèil Passo Grande.

"DanieleDaniele" diss'ella col pianto nella voceandiamo via!

 

CAPITOLO VENTITREESIMO

 

HYEME ET AESTATE

 

L'indomani mattina pioveva. Elena discese in sala alle sei e mezzo. Il cocchiereche aveva ordine di attaccare alle sette e mezzousciva dalla cucina quando Elena entrava in loggia dalla sala. Le domandò sepiovendo ancora alle sette e mezzosi sarebbe partiti egualmente. Elena accennò di sí con la testa. Colui se ne andò. Nello stesso punto venne il domestico per domandare alla contessina se dovesse portare o no il caffè al senatore. Partivano anche se pioveva? Elena lo guardò. Aveva dimenticatoper un momentoche venisse anche il senatore. Sílei partiva sicuro. Forse piú tardi? Noperché Clenezzi doveva prendere il diretto delle undici per Milano.

"Già piova lunga non fa certo" disse il domestico dopo aver considerato il tempo. Usciva il soleallora. Il Rumano e il Passo Grande erano tutti neri sotto una fascia pesante di nebbione; Villascura e i prati avevano il sole. Pioveva un polverío lucente. Laggiú in fondo al cannocchiale del porticodi là dagli abetisi vedeva un verde lividoil cielo turchino sulla pianura.

Elena uscí senza ombrelloandò fino al vecchio abete dai rami cadenti che ora è scomparsoha cedutodopo secolialla tempestacome per avverar il triste sogno della sua giovane signora cui non vedeva piú. Elena posò un momento la mano sul poderoso tronco fedeletornò indietro. La nebbia argentea si rompeva qua e là sul Corno Ducalemostrando al sole qualche scoglio verdognolocome sospeso in cielo. Era un augurio? Un uccellino cantava sui campisí, sí, sí,ma Elena non gli credettecontinuò sospirando le sue visite di addio. Andò nel piccolo studio tutto apertosedette sul sofàprostrataguardando per la porta tremare al vento il cespuglio di rosemuoversi le frondi della vite cadenti dall'alto e quelle della magnolia a sinistra e l'erba del prato. Il parato bianco e rosa ondulavaondulavano le cortine con un tintinnío quietocontinuo dei vetri. Il volume di Chateaubriand era aperto sul tavolino. V'erano ancora i fiori appassiti. Elena prese il librovi rilesse "jamais ternie." DioDiosi sentiva morire. Lo chiuse in frettalo posò; ma poi lo riprese per portarselo via. Prima di uscire aperse il cassetto del tavolinostette come stupida a guardar le parole e le cifre scritteci da lei. L'ultima era questa "29 giugno 1881?". Si ricordava di aver voluto dire con quel punto interrogativo: tornerò mai piú? Pensò un pocoindi prese la pennascrisse tremando come una foglia: "18 aprile 1882?" La parola e le cifre paiono scritte da un bambino.

Uscendotrovò che non pioveva quasi piú. Sopra il nebbione del Passo Grande s'intravvedeva qualche pallida sfumatura d'azzurro. La finestra di Cortis era aperta. Elena lo sapeva partito all'alba per Villascura.

S'erano accordati fra loro che avrebbe fatto cosí. Ell'aveva temuto tradirsismarrir le forze se Cortis fosse stato presente alla sua partenzao anche solo se l'avesse veduto poco prima. Sapeva che sarebbe venuto a salutarla ad un biviodove la strada che ella doveva percorrere è raggiunta da un'altra che move direttamente da Villascura.

La contessa Tarquinia era alla finestrain veste da camera. Chiamò Elena a piè della finestrale diede una fila di commissioni per la cittàle raccomandò di non farsi aspettarel'indomania pranzo. Non v'era di peggio per metter di malumore lo zio! Elena non risposesalí nella sua camera. Passando per la loggia incontrò Pitantòi.

"Se è vero" diss'egli "che si disfanno i deputati d'adesso e che dopo ci danno il bollettino anche a noipesce popololo facciamo ancorasail signor Daniele."

Elena gli disse "bravo" sottovocegli stese la mano.

"Gesummariacontessina?" disse Pitantòi tutto sorpreso e confuso. "Benebene" soggiunse perché ella insistevafaremo anche questa!E toccò appena quella piccola mano che strinse la sua con gratitudine.

Passandonella sala superioredavanti alla porta dello zio LaoElena ci gettò un bacio. Lo zio aveva protestatola sera primacontro una partenza cosí mattutina. A quell'ora lui non s'alzava né per Domeneddio né per il prossimo. Elena era contentaoradi non vederlo. Ripose il volume delle Mémoires nella borsa da viaggioinsieme a un ramoscello di rosa con bottonifoglie e spine. S'inginocchiò un momento davanti alla finestra e discese frettolosamente. Trovò sua madre e il senatore in loggia a scambiarsi gli ultimi ringraziamenti. Borseombrelli e mantelli erano già accatastati sul tavolino rustico.

"Come sei pallidaElena!" disse la contessa. Anche il senatore la trovava un po' pallida; piú bellaperòse possibile. La contessa era in collera con Cortis ch'era fuori e non si sapeva dove. Un bell'originale anche luiperò! Il senatore lo scusò; Elena tacque. La contessa entrò in salale accennò di seguirla.

"Cos'hai?" diss'ella piano. "La Bettina mi dice che certo devi avere qualche cosa."

"Nononienteniente" rispose Elenae le sfuggí subitoritornò in loggiadomandò se non fosse ora d'attaccare.

Mancavano dieci minuti alle sette e mezzo.

"A proposito!" esclamò la contessa Tarquinia. "Ho visto che porti via un baulenientemeno."

"Sai" rispose Elenaporto in città tante cose che mi è inutile di tener qui.

Cinque minuti ancora e la carrozza tempestò sulla ghiaiaentrò fragorosamente sotto il portico. Era chiusaperché piovigginava ancora.

"Dunquecara contessa..." cominciò il senatore.

Elena ebbe paura di non reggeresi rifugiò in carrozza subitosenza salutar sua madresi rannicchiò in un angolo.

"La baronessa ha premura" disse poi il senatore sopravvenendo.

Era appena a posto quando la cameriera corse a dire che il conte Lao aveva udita la carrozza e mandava a vedere se il signor senatore volesse venirlo a salutare un momento. La contessinano; non la voleva.

"Dio mi aiuta" pensò Elena.

La contessa Tarquinia si fermò a chiacchierare allo sportello fino al ritorno di Clenezzi.

"Son qua" disse questiaffrettandosi. "Il conte mi ha ordinato di dire a donna Elena ch'è in collera perché ha voluto partir oggi e cosí per tempo. E anche se non tornerà domani a pranzonon gliene importa nientedice."

"E come sta?" chiese la contessa.

"M'ha detto "da cane'ma mi pare che stia meglio di ieri."

Intanto il senatore s'era venuto accomodando a fianco d'Elena; borseombrellimantelli e scialli erano a posto.

"Contessa" disse Clenezzimi saluti anche don Bortolo:

 

Se cerca, se dice:

L'amico dov'è?

L'amico infelice,

Rispondi, partí.

 

Morí" corresse la contessaspensieratamente. "Avanti!"

"È la stessa cosacontessaquando si parte da casa Sua!" replicò il senatore spenzolandosi fuori dello sportello mentre la carrozza partiva.

Né l'uno né l'altra avean badato al pallore d'Elenaall'angoscia che le si leggeva in viso. Dio l'aiutava davvero.

Ella chiuse gli occhi senz'averne coscienza. Clenezzi cominciò subito a parlar dei giorni deliziosi che aveva passatidi tante belle cose vedutedi tante gentilezze usategli.

"Lei non si sente bene?" diss'egli a un tratto. "Lei ha mal di capo?"

Elena aperse gli occhirispose sgomentata:

"Sísímal di capo."

Clenezzi voleva avvertire il cocchieretornare indietro. Ella gli afferrò un braccio.

"No!" disse. "La prego."

Richiuse gli occhinon voleva che pensare in silenzio a lui. Pochi minuti ancora e gli darebbe l'ultimo saluto. Come correvano i cavalli! Riaperse gli occhi. Diocome correvano! Avrebbe voluto che quel mezzo miglio di strada fosse eterno.

Alla salita di San Giorgio il cocchiere mise i cavalli al passo. Poco dopo si voltò a dire:

"C'è il signor Daniele."

E fermò i cavalli.

"Guardate un po'!" esclamò il senatore. "Come sono mai contento di salutarlo!"

Cortis venne allo sportello di destra. Era pallidocontraffatto. Né lui né Elena articolarono sillaba.

"Caro Cortis" disse il senatore un po' sorpresose permettete.

E gli porse la mano. Cortis la strinse senza parlare.

"Venite anche voi in città?" riprese il senatore. "Mi pare che ci pensiate. Andiamo?"

Elena fece un cenno negativoimpercettibile. Troppo forte cimento! Si erano accordatila sera primadi non affrontarlo. Ahsarebbe stato meglioforsenon rivedersi neppure adessopartire senza l'ultimo addio.

Parve a Clenezzi che Cortis esitasse.

"Coraggio!" diss'egli.

"Non posso" rispose Cortis.

Elena aperse la sua borsane tolse il volume di Chateaubriandlo fece vedere a Cortis e lo ripose dopo averne tratta una lettera che gli porse.

"Per lui" diss'ella.

Cortis prese la lettera e la mano con ambo le propriefe' cenno ad Elena di volerle dire una parola in segretole posò all'orecchio un addioun bacio lieve ch'ella ricevette ad occhi chiusicercando aria colla bocca semiaperta.

Cortis diè un passo indietrobruscamentesalutò con la mano. I cavalli focosi balzarono avanti. Nell'atto stesso ella gittò il viso alla portiera. Cortis si protese a leipensando quasi che volesse slanciarsi fuorima poi non vide piú che la manola piccola mano ignudaspenzolata come una cosa morta.

La carrozza non si vedeva piú da un pezzoche egli guardava ancora da quella parteimmobile.

Andò verso casaspossatosenz'altra coscienza che di un dolor sordo al cuore. Non entrò nella villaprese la stradicciuola che cinge in alto i giardini. Scavalcò la siepe al gran tiglio e salí verso la colonna. Lassúfra i castani che guardano la valle e il pianosi gittò nell'erba molle ancora di pioggia.

Ecco finito tutto; era solo.

Diocos'aveva fatto! Il sole era scuroil mondo era mortoil cuore gelava. Chiamò: ElenaElena! Piante ed erbe tacevano in un silenzio desolato.

Giacque senza motosenza pensieroguardando le nuvole passar lentetrasformarsi di continuoturbate da uno spirito muto.

Quanto tempo gli fosse trascorso cosínon lo seppe mai. Si levò finalmente a sedere. Tutto gli faceva male: il corpo e l'anima. Quello scrittoultimo tesoro che gli restava d'Elenalo doveva leggere subito? Per un momento aveva pensato d'aspettar la seradi riserbarlo per l'ora sconsolata.

Considerò la lettera. Era stata nelle sue maniera una cosa sacraper sempre. Vi posò le labbra. La considerò ancorala baciò ancoragittò uno sguardo e l'animaun istantelaggiú nella pianura immensadietro a lei.

Aperse la busta. Non v'era che questo:

"D'inverno e d'estateda presso e da lontanofin ch'io viva e piú in là. 18 aprile 1882."

Cortis guardò le solenni parolecome impietrato. Il petto gli si venne gonfiandoil respiro diventò affannosouna tempesta di dolore gl'irruppe alla gola. Si difese a morsi nelle labbraa strette di convulse pugna nelle tempie; poche lagrime roventi gli oscurarono la pagina aperta sulle sue ginocchia.

Quando gli si snebbiò la vista era piú sollevato. Una voce gli disse nel cuore: "S'ella tornasse un giornoanche fra lunghi anni?" Immaginò il caro viso guasto dal tempo e dal dolorebello per lui solo oramaipiú dolce che nella giovinezza; immaginò la mano ancora giovane e gentilela voce ancora soavegli occhi stanchi e quietiche dicevano ancorama quasi timidamente: "Fin che io viva e piú in là."

E se accadesse ora qualche cosa per cui ella non partisse piú?

Cacciò questo e ogni altro fiacco pensiero. Il sacrificio era stato liberamente volutoper il bene; e la debole natura s'era sfogata abbastanza. Di piú non voleva concederle. Si alzò risolutamente e discesepensando a Romaal suo giornaleal febbrile lavoro di cui sentiva bisogno.

Ebbescendendo fra gli abeti e i pinila visione dell'avvenire. Lotte con la pennalotte con la parolanella stampanella Cameranelle riunioniper le sue idee di governocontro la indifferenza pubblica; prime vittorieossia abbandono di amicisarcasmi di sedicenti liberalivillanie di sedicenti cattolici; pertinacia indomitafavore di Dio nel suo spiritonegli eventi; paurose crisigiorni d'angosciaimprovvise chiomenel suo pugnodella fortunagiorni di potenza; una grande via aperta al rinnovamento sociale in senso cristiano e democraticoe su questa viaavanti a tuttil'Italia.

Dio lo voleva tutto per questo. Dio gli toglieva la famiglial'amorela giovinezzalo chiamavacon un soffio di fuocoalle opere sue.

Prima d'entrare in casa fece sciogliere Saturno che da lunghi mesi era tenuto a catena. Il cane enorme corse furiosamente su e giú per il prato davanti alla villasi precipitò in sala a spiccar lanci smisurati intorno al suo padronecheafferratolo per le zampe anteriorise lo rizzò davantitutto fremebondolo guardò negli occhi lagrimosi lucenti.

"Saturno!" diss'egli. "Povero Saturno!"

Ella gli aveva voluto benea Saturno.

Cortis lo lasciò cadere sulle quattro zampe e andò nel suo studioseguito dal cane che gli si coricò a latoguardandolo fisodimenando forte la coda ogni volta che l'occhio pensoso del padrone incontrava il suo. Il padrone preparò questo telegramma:

 

Senatore P. Parma.

"Parto subito per mettermi interamente a disposizione degli amici.

CORTIS."

 

Suonò il campanello.

"Portare subito questo telegramma" diss'egli al domestico. "Poi andare a Villa Carrè a prendere la mia roba; poi avvertire Schiro che sia qui col cavallo alle due per andare in città. Saturno viene con me."

"Fino in cittàsignore?"

"Fino a Roma. Se a casa Carrè vi domandano qualche cosarispondete che a momenti ci vado io."

Il domestico fece un inchino e uscí.

Cortisrimasto solosorse in piedi. Incrociate le bracciaguardò con piglio severolà di frontesuo padree disse forte:

"Ecco."