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AntonioFogazzaro




PICCOLOMONDO ANTICO








ALuisa Venini Campioni


ALei carissima Luisache tante persone e cose

delpiccolo mondo valsoldese ebbe familiari;

aLeidevota e fedele amica di due care anime

checi aspettano nell'eternitàoffro nel nome loro

enel nome di un altro morto a Lei diletto

illibro che queste sacre memorie

enon queste solesegretamente richiama.


AntonioFogazzaro




PARTEPRIMA


1.Risotto e tartufi


Soffiavasul lago una breva freddainfuriata di voler cacciar le nubigrigiepesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infattiquando iPasottiscendendo da Albogasio Superiorearrivarono a Casaricononpioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla rivasconquassavan le barche incatenatemostravano qua e làsinoall'opposta sponda austera del Dòiun lingueggiar di spumebianche. Ma giù a ponentein fondo al lagosi vedeva unchiaroun principio di calmauna stanchezza della breva; edietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia.Pasottiin soprabito nero di cerimoniacol cappello a staio intesta e la grossa mazza di bambù in manocamminava nervosoper la rivaguardava di quaguardava di làsi fermava apicchiar forte la mazza a terrachiamando quell'asino di barcaiuoloche non compariva.

Ilpiccolo battello nero con i cuscini rossila tenda bianca e rossail sedile posticcio di parata piantato a traversoi remi pronti eincrociati a poppasi dibattevapercosso dalle ondefra duebarconi carichi di carbone che oscillavano appena.

«Pin!»gridava Pasotti sempre più arrabbiato. «Pin!»

Nonrispondeva che l'egualeassiduo tuonar delle onde sulla rivailcozzar delle barche fra loro. Non c'erasi sarebbe dettoun canevivo in tutto Casarico. Solo una vecchia voce flebileuna vocevelata da ventriloquogemeva dalle tenebre del portico:

«Andiamoa piedi! Andiamo a piedi!»

Finalmenteil Pin comparve dalla parte di San Mamette.

«Ohlà!»gli fece Pasotti alzando le braccia. Quegli simise a correre.

«Animale!»urlò Pasotti. «T'han posto un nome di cane per qualchecosa!»

«Andiamoa piediPasotti»gemeva la voce flebile. «Andiamo apiedi!»

Pasottitempestò ancora col barcaiuolo che staccava in fretta lacatena del suo battello da un anello infisso nella riva. Poi si voltòcon una faccia imperiosa verso il portico e accennò aqualcunopiegando il mentodi venire.

«Andiamoa piediPasotti!»gemette ancora la voce.

Eglisi strinse nelle spallefece con la mano un brusco atto di comandoe discese verso il battello.

Alloracomparve ad un'arcata del portico una vecchia signorastretta lamagra persona in uno scialle d'Indiasotto al quale usciva la gonnadi seta nerachiusa la testa in un cappellino di cittàsperticatamente altoguernito di rosette gialle e di pizzi neri. Duericci neri le incorniciavano il viso rugoso dove s'aprivano duegrandi occhi dolciannebbiatiuna gran bocca ombreggiata di leggeribaffi.

«OhPin»diss'ella giungendo i guanti canarini e fermandosi sullariva a guardar pietosamente il barcaiuolo. «Dobbiamo proprioandare con un lago di questa sorte?»

Suomarito le fece un altro gesto più imperiosoun'altra facciapiù brusca della prima. La povera donna sdrucciolò giùin silenzio al battello e vi fu fatta saliretutta tremante.

«Miraccomando alla Madonna della Caravinacaro il mio Pin»diss'ella. «Un lago così brutto!»

Ilbarcaiuolo negò del caposorridendo.

«Aproposito»esclamò Pasotti «hai la vela?»

«Cel'ho su in casa»rispose Pin. «Debbo andare a prenderla?La signora qui avrà pauraforse. E poiecco là chevien l'acqua!»

«Va'!»fece Pasotti.

Lasignorasorda come un battaglio di campananon udì verbo diquesto colloquiosi meravigliò molto di veder Pin correr viae chiese a suo marito dove andasse.

«Lavela!»le gridò Pasotti sul viso.

Coleistava lì tutta chinaa bocca spalancataper raccogliere unpo' di vocema inutilmente.

«Lavela!»ripeté l'altropiù fortecon le maniaccostate al viso.

Ellasospettò d'aver capitotrasalì di spaventofece inaria col dito un geroglifico interrogativo. Pasotti risposetracciando pure in aria un arco immaginario e soffiandovi dentro; poiaffermò del capoin silenzio. Sua moglieconvulsasi alzòper uscire.

«Vadofuori!»diss'ella angosciosamente. «Vado fuori! Vado apiedi!»

Suomarito l'afferrò per un bracciola trasse a sederele piantòaddosso due occhi di fuoco.

Intantoil barcaiuolo ritornò con la vela. La povera signora sicontorcevasospiravaaveva le lagrime agli occhigittava alla rivadelle occhiate pietosema taceva. L'albero fu rizzatoi due capiinferiori della vela furono legatie la barca stava per prender illargoquando un vocione mugghiò dal portico:

«To'to'il signor Controllore!»e ne sbucò un pretonerubicondocon una pancia gloriosaun gran cappello di paglia nerail sigaro in bocca e l'ombrello sotto il braccio.

«Ohcuratone!»esclamò Pasotti. «Bravo! È dipranzo? Viene a Cressogno con noi?»

«Semi toglie!»rispose il curato di Puriascendendo verso ilbattello. «To' to' che c'è anche la signora Barborin!»

Ilfaccione diventò amabile amabileil vocione dolce dolce.

«Hain corpo una paura d'infernopovera diavola»ghignòPasottimentre il curato faceva degli inchinetti e dei sorrisettialla signoracui quel minacciato soprappiù di peso metteva unnuovo terrore. Ella si mise a gesticolare in silenzio come se glialtri fossero stati sordi peggio di lei. Additava il lagola velala mole del curato enormealzava gli occhi al cielosi metteva lemani sul cuorese ne copriva il viso.

«Pesomica tanto»disse il curatoridendo. «Tâs giòti»soggiunse rivolto a Pinche aveva sussurratoirriverentemente: «Ona bella tenca».

«Sapete»esclamò Pasotti«cosa faremo perché le passi lapaura? Pinhai un tavolino e un mazzo di tarocchi?»

«Magariun po' unti»rispose Pin«ma li ho.»

Civolle del buono per far capire alla signora Barbaradettacomunemente Barborindi che si trattasse adesso. Non lo volevaintendereneanche quando suo marito le cacciò in manoperforzaun mazzo di carte schifose.

Maper ora non era possibilegiuocare. La barca avanzava faticosamentea forza di remiverso la foce del fiume di S. Mamettedove sisarebbe potuto alzar la velae i cavalloni sbattuti indietro dallerive si arruffavano con i sopravvegnentifacevano ballare ilbattello fra un bollimento di creste spumose. La signora piangeva.Pasotti imprecava a Pin che non s'era tenuto bastantemente al largo.Allora il curatoneafferrati due remiben piantata la gran personain mezzo al battellosi mise a lavorar di schienatanto che inquattro colpi si uscì dal cattivo passo. La vela fu alzataeil battello scivolò via liscioa secondacon un sommessogorgoglio sotto la chigliacon ondular lento e blando. Il pretesedette allora sorridente accanto alla signora Barborin che chiudevagli occhi e mormorava giaculatorie. Ma Pasotti batteva impaziente ilmazzo dei tarocchi sul tavolino e bisognò giuocare.

Intantola pioggia grigia veniva avanti adagio adagiovelando le montagnesoffocando la breva. La signora andava ripigliando fiato amisura che ne perdeva il ventogiuocava rassegnatapigliandosi inpace gli spropositi propri e le sfuriate di suo marito. Quando lapioggia incominciò a mormorar sulla tenda del battello esull'onda morta che andava tutt'oraquasi senz'ariaagli scogli delTentiòn; quando il barcaiuolo pensò bene di calar lavela e di riprendere i remila signora Barborin respirò deltutto. «Caro il mio Pin!»diss'ella teneramente; e simise a giuocar a tarocchi con uno zelocon un briocon unabeatitudine in visoche non si turbavano né di spropositi nédi strapazzate.

Moltigiorni di breva e di pioggiadi sole e di tempeste sorsero etramontarono sul lago di Luganosui monti della Valsoldadopoquella partita a tarocchi giuocata dalla signora Pasottida suomaritocontrollore delle dogane a riposoe dal curatone di Purianel battello che costeggiava lentoin mezzo ad una nebbiolina dipioggiale scogliere di S. Mamette e Cressogno. Quando rivedo nellamemoria qualche casupola nera che ora specchia nel lago le sue galedi zotica arricchitaqualche gaia palazzina elegante che ora decadein un silenzioso disordine; il vecchio gelso di Oriail vecchiofaggio della Madonninacaduti con le generazioni che li veneravano;tante figure umane piene di rancori che si credevano eternidiarguzie che parevano inesauribilifedeli ad abitudini di cui sisarebbe detto che solo un cataclisma universale potesseinterromperlefigure non meno familiari di quegli alberi allegenerazioni passatee scomparse con essiquel tempo mi pare lontanoda noi molto più del verocome al barcaiuolo Pinse sivoltava a guardar il ponenteparevano lontani più del verodietro la pioggiail San Salvatore e i monti di Carona.

Eraun tempo bigio e sonnolentoproprio come l'aspetto del cielo e dellagocaduta la breva che aveva fatto tanta paura alla signoraPasotti. La gran breva del 1848dopo aver dato poche ore disole e lottato un pezzo con le nuvole pesantispenta da tre annilasciava piovere e piovere i giorni quietifoschisilenziosi dovecammina questa mia umile storia.

Ire e le regine di tarocchiil Mondoil Matto e il Bagatto erano inquel tempo e in quel paese personaggi d'importanzaminute potenzetollerate benevolmente nel seno del grande tacito impero d'Austriadove le loro inimiciziele loro alleanzele loro guerre erano ilsolo argomento politico di cui si potesse liberamente discutere.Anche Pinremandoficcava avidamente sopra le carte della signoraBarborin il suo adunco naso curiosoe lo ritraeva a malincuore. Unavolta restò dal remare per tenervelo su e vedere come lapovera donna se la sarebbe cavata da un passo difficilecosa avrebbefatto di una certa carta pericolosa a giuocare e pericolosa a tenere.Suo marito picchiava impaziente sul tavolinoil curatone palpava conun sorriso beato le proprie cartee lei si stringeva le sue alpettoridendo e gemendosbirciando ora l'uno ora l'altro de' suoicompagni.

«Hail Matto in mano»sussurrò il curato.

«Fasempre cosìleiquando ha il Matto»disse Pasotti egridò picchiando:

«Giùquesto Matto!».

«Iolo butto nel lago»diss'ella. Gittò un'occhiata a prorae trovò lo scampo di osservare che si toccava Cressognoch'era tempo di smettere.

Suomarito sbuffò alquantoma poi si rassegnò a infilare iguanti.

«Trotaoggicurato»diss'egli mentre l'umile sposa glieliabbottonava. «Tartufi bianchifrancolini e vin di Ghemme.»

«Losalo salo sa?»esclamò il curato. «Lo soanch'io. Me l'ha detto il cuocoieria Lugano. Che miracoliehlasignora marchesa!»

«Mamiracoli? Pranzo di Sant'Orsolaintanto; e poi invito di signore: leCarabelli madre e figlia; quelle Carabelli di Lovenosa?»

«Ahsì?»fece il curato. «E ci sarebbe qualcheprogetto...? Ecco là don Franco in barca. Ehiche bandierail giovinotto! Non gliel'ho mai vista.»

Pasottialzò la tenda del battelloper vedere. Poco discosto unabarca dalla bandiera bianca e azzurra si cullava in un comune moto disaliscendiin una comune stanchezza con l'onda. A poppasotto labandierav'era seduto don Franco Maironil'abiatico della vecchiamarchesa Orsola che dava il pranzo.

Pasottilo vide alzarsidar di piglio ai remi e allontanarsi remando adagioverso l'alto lagoverso il golfo selvaggio del Dòi; labandiera bianca e azzurra si spiegava tuttasventolava sulla scia.

«Dovevaquell'originale?»diss'egli. E brontolò fra identicon una forzata raucedine da barabba milanese:

«Antipatico!»

«Diconoch'è così di talento!»osservò il prete.

«Testapessima»sentenziò l'altro. «Molta boriapocosaperenessuna civiltà.»

«Èmezzo marcio»soggiunse. «Se fossi io quellasignorina...»

«Quale?»chiese il curato.

«LaCarabelli.»

«Tengaa mentesignor Controllore. Se i francolini e i tartufi bianchi sonoper la popòla Carabellison buttati via.»

«Saqualche cosaLei?»disse piano Pasotti con una vampa dicuriosità negli occhi.

Ilprete non rispose perché in quel punto la prora strisciòsulla renatoccò all'approdo. Egli uscì il primo;quindi Pasotti diede a sua mogliecon una rapida mimica imperiosanon so quali istruzionie uscì anche lui. La povera donnavenne fuori per l'ultimatutta rinfagottata nel suo scialle d'Indiatutta curva sotto il cappellone nero dalle rosette giallebarcollandomettendo avanti le grosse mani dai guanti canarini. Idue ricci pendenti a lato della sua mansueta bruttezza avevano unparticolare accento di rassegnazione sotto l'ombrello del maritoproprietarioispettore e geloso custode di tante eleganze.

Itre salirono al portico col quale la villetta Maironi cavalcadaponentela via dell'approdo alla chiesa parrocchiale di Cressogno.Il curato e Pasotti fiutavanotra un sospiro di dolcezza e l'altrocerto indistinto odore caldo che vaporava dal vestibolo aperto dellavilla.

«Ehirisottorisotto»sussurrò il prete con un lume dicupidigia in faccia.

Pasottinaso finescosse il capo aggrottando le cigliacon manifestodisprezzo di quell'altro naso.

«Risottono»diss'egli.

«Comerisotto no?»esclamò il pretepiccato. «Risottosì. Risotto ai tartufi; non sente?»

Sifermarono ambedue a mezzo il vestibolofiutando l'aria come bracchirumorosamente.

«Leicaro il mio curatomi faccia il piacere di parlare di posciandra»disse Pasotti dopo una lunga pausaalludendo a certa rozza pietanzapaesana di cavoli e salsicce. «Tartufi sirisotto no.»

«Posciandraposciandra»borbottò l'altroun poco offeso.«Quanto a quello...»

Lapovera mansueta signora capì che litigavanosi spaventòe si mise a cacciar puntate al soffitto coll'indice destropersignificare che lassù potevano udire. Suo marito le afferròla mano in ariale accennò di fiutare e poi le soffiònella bocca spalancata: «Risotto!»

Leiesitavanon avendo udito bene. Pasotti si strinse nelle spalle. «Noncapisce un accidente»diss'egli: «il tempo cambia»;e salì la scala seguito da sua moglie. Il grosso curato volledare un'altra occhiata alla barca di don Franco. «Altro cheCarabelli!»pensò; e fu richiamato subito dalla signoraBarborin che gli raccomandò di metterlesi vicino a tavola.Aveva tanta soggezionepovera creatura!

Ifumi delle casseruole empivano anche la scala di tepide fragranze.«Risotto no»disse piano l'avanguardia. «Risottosì»rispose sullo stesso tono la retroguardia. E cosìcontinuaronosempre più piano«risotto s컫risotto no» fino a che Pasotti spinse l'uscio della salarossaabituale soggiorno della padrona di casa.

Unbrutto cagnolino smilzo trottò abbaiando incontro alla signoraBarborin che cercava di sorridere mentre Pasotti metteva la suafaccia più ossequiosa e il curatoentrando ultimo con unfaccione dolce dolcemandava in cuor suo all'inferno la maledettabestia.

«Friend!Qua! Friend!»disse placidamente la vecchia marchesa. «Carasignoracaro Controllorecurato.»

Lagrossa voce nasale parlava con la stessa flemmacon lo stesso tonoagli ospiti e al cane. S'era alzata per la signora Barborin ma senzafare un passo dal canapèe stava lì in piediunatozza figura dagli occhi spenti e tardi sotto la fronte marmorea e laparrucca nera che le si arrotondava in due grossi lumaconi sulletempie. Il viso doveva essere stato bello un tempo e serbavanel suopallore giallastro di marmo anticocerta maestà fredda chenon mutava maicome lo sguardo come la voceper qualsiasi motodell'animo. Il curatone le fece due o tre inchini a scattostandoalla largama Pasotti le baciò la manoe la signoraBarborinsentendosi gelare sotto quello sguardo mortonon sapevacome muoversi né che dire. Un'altra signora si era alzata dalcanapè all'alzarsi della marchesa e stava guardando consussiego la Pasottiquel povero mucchietto di roba vecchiarinfagottato di roba nuova. «La signora Pasotti e suo marito»disse la marchesa. «Donna Eugenia Carabelli.»

DonnaEugenia piegò appena il capo. Sua figliadonna Carolinastava in piedi presso la finestra discorrendo con una favorita dellamarchesanipote del suo fattore.

Lamarchesa non stimò necessario d'incomodarla per presentarle inuovi venuti efattili sedereriprese una pacata conversazione condonna Eugenia sulle loro comuni conoscenze milanesimentre Friendfacevafiutando e starnutendoil giro dello scialle canforato dellaPasottisi strofinava sui polpacci del curato e guardava Pasotti coni suoi occhietti umidi e afflittisenza toccarlocome se intendesseche il padrone dello scialle indianomalgrado la sua faccia amabilegli avrebbe torto il collo volentieri.

Lamarchesa Orsola teneva in moto la sua solita grossa voce sonnolenta ela Carabelli si studiavarispondendodi rendere amabile la suagrossa voce imperiosama non sfuggì agli occhi penetranti eal maligno ingegno di Pasotti che le due vecchie dame dissimulavanola Maironi più e la Carabelli menoun comune malcontento.Ciascuna volta che l'uscio si aprivagli occhi spenti dell'uno e gliocchi foschi dell'altra si volgevano là. Una volta entròil prefetto del Santuario della Caravina col piccolo signor PaoloSala detto «el Paolin» e col grosso signor Paolo Pozzidetto «el Paolon»compagni indivisibili. Un'altra voltaentrò il marchese Bianchidi Oriaantico ufficiale del regnod'Italiacon la sua figliuolauna nobile figura di vecchiocavalleresco soldato accanto a una seducente figura di fanciullabriosa.

Sìla prima che la seconda volta un'ombra di corruccio passò sulviso della Carabelli. Anche la figlia di costei girava pronta gliocchi all'uscioquando si aprivama poi chiacchierava e rideva piùdi prima.

«Edon Francomarchesa? Come sta don Franco?»disse il malignoPasotticon voce mellifluaporgendo alla marchesa la tabacchieraaperta.

«Grazietante»rispose la marchesa piegandosi un poco e ficcando duegrosse dita nel tabacco: «Franco? a dirle la verità sonoun poco in angustia. Stamattina non si sentiva bene e adesso non lovedo. Non vorrei...»

«DonFranco?»disse il marchese. «È in barca.L'abbiamo visto un momento fa che remava come un barcaiuolo.»

DonnaEugenia spiegò il ventaglio.

«Bravo!»diss'ella facendosi vento in fretta e in furia. «È unbellissimo divertimento.»

Chiuseil ventaglio d'un colpo e si mise a mordicchiarlo con le labbra.

«Avràavuto bisogno di prender aria»osservò la marchesa nelsuo naso imperturbabile.

«Avràavuto bisogno di prender acqua»mormorò il prefettodella Caravina con gli occhi scintillanti di malizia. «Piove!»

«DonFranco viene adessosignora marchesa»disse la nipote delfattore dopo aver dato un'occhiata al lago.

«Vabene»rispose il naso sonnacchioso. «Spero che stiameglioaltrimenti non dirà due parole. Un ragazzo sanissimoma apprensivo. SentaControllore; e il signor Giacomo? Perchénon si vede?»

«Elsior Zacomo»incominciò Pasotti canzonando il signorGiacomo Puttiniun vecchio celibatario veneto che dimorava datrent'anni in Albogasio Superiorepresso la villa Pasotti. «Elsior Zacomo...»

«Adagio»lo interruppe la dama. «Non le permetto di burlarsi dei venetie poi non è vero che nel Veneto si dica Zacomo

Ellaera nata a Padovae benché abitasse a Brescia da quasi mezzosecoloil suo dire lombardo era ancora infetto da certe cronichepatavinità. Mentre Pasotti protestavacon cerimonioso orroredi aver solamente inteso imitar la voce dell'ottimo suo vicino edamicol'uscio si aperse una terza volta. Donna Eugeniasapendo benechi entravanon degnò voltarsi a guardarema gli occhispenti della marchesa si posarono con tutta flemma su don Franco.

DonFrancounico erede del nome Maironiera figlio di un figlio dellamarchesamorto a ventott'anni. Aveva perduto la madre nascendo edera sempre vissuto nella potestà della nonna Maironi. Alto esmilzoportava una zazzera di capelli fulviirtiche l'aveva fattosoprannominare el scovin d'i nivollo scopanuvoli. Avevaocchi parlantid'un ceruleo chiarissimouna scarna facciasimpaticamobilepronta a colorarsi e a scolorarsi. Quella facciaaccigliata diceva ora molto chiaramente: «Son quima miseccate assai».

«ComestaiFranco?»gli chiese la nonnae soggiunse tostosenz'aspettare risposta: «Guarda che donna Carolina desideraudire quel pezzo di Kalkbrenner.»

«Ohnosa»disse la signorina volgendosi al giovine con ariasvogliata. «L'ho dettosìma poi non mi piaceKalkbrenner. Preferisco chiacchierare con le signorine.»

Francoparve soddisfatto dell'accoglienza ricevuta e andò senzaaspettar altro a discorrere col curatone d'un buon quadro antico chedovevano vedere insieme nella chiesa di Dasio. Donna EugeniaCarabelli fremeva.

Ell'eravenuta con la figliuola da Loveno dopo un'arcana azione diplomaticacui avevano preso parte altre potenze. Se questa visita si dovessefare o nose il decoro della famiglia Carabelli lo permettessesevi fosse quella probabilità di successo che donna Eugeniarichiedevaerano state le ultime questioni definite dalladiplomazia; perché malgrado la vecchia relazione della mammaCarabelli e della nonna Maironi i giovani non s'erano veduti che unpaio di volte alla sfuggita ed erano i loro involucri di ricchezza edi nobiltàdi parentele e di amicizieche si attraevano comesi attraggono una goccia d'acqua marina e una goccia d'acqua dolcebenché le creature minuscole che vivono nell'una e nell'altrasieno condannatese le due gocce si unisconoa morirne. La marchesaaveva vinto il suo puntoapparentemente in grazia dell'etàsostanzialmente in grazia dei denariera stato accettato chel'intervista seguisse a Cressognoperché se Franco non avevadi proprio che la magra dote della madrediciotto o ventimila lireaustriachela nonna sedevacon quella sua flemmatica dignitàsu qualche milione. Ora donna Eugeniavedendo il contegno delgiovinefremeva contro la marchesacontro chi aveva esposto lei ela sua ragazza a una umiliazione simile. Se avesse potuto soffiar viad'un colpo la vecchiasuo nipotela casa tetra e la compagniauggiosalo avrebbe fatto con gioia; ma conveniva dissimulareparerindifferenteinghiottir lo smacco e il pranzo.

Lamarchesa serbava la sua esterna placidità marmorea benchéavesse il cuore pieno di dispetto e di maltalento contro suo nipote.Egli aveva osato chiederledue anni primail permesso di sposareuna signorina della Valsoldacivilema non ricca né nobile.Il reciso rifiuto della nonna aveva reso impossibile il matrimonio epersuasa la madre della ragazza a non più ricevere in casa donFranco; ma la marchesa tenne per fermo che quella gente non avesselevato l'occhio da' suoi milioni. Era quindi venuta nel proposito didar moglie a Franco assai presto per toglierlo dal pericolo; e avevacercato una ragazza ricca ma non tropponobile ma non troppointelligente ma non troppo. Trovatane una di questo stampolapropose a Franco che si sdegnò fieramente e protestò dinon voler prender moglie. La risposta era ben sospetta ed ella vigilòallora più che mai sui passi del nipote e di quella «madamaTrappola»poiché chiamava graziosamente così lasignorina Luisa Rigey.

Lafamiglia Rigeycomposta di due sole signoreLuisa e sua madreabitava in Valsoldaa Castello: non era difficile sorvegliarla. Purela marchesa non poté venir a capo di nulla. Ma Pasotti leriferì una sera con molta ipocrisia d'esitazioni ed'inorriditi commenti che il prefetto della Caravinastando acrocchio nella farmacia di S. Mamette con lui Pasotticol signorGiacomo Puttinicol Paolin e col Paolonaveva tenuto questo beldiscorso: «Don Franco fa il morto da burla fino a che lavecchia lo farà sul serio». Udita questa fine arguziala marchesa rispose nel suo pacifico naso «grazie tante»e cambiò discorso. Seppe quindi che la signora Rigeysempreinfermicciasi trovava a mal partito per una ipertrofia di cuore ele parve che l'umore di Franco se ne risentisse. Proprio allora le fuproposta la Carabelli. La Carabelli non era forse interamente di suogustoma di fronte all'altro pericolo non c'era da esitare. Parlòa Franco. Stavolta Franco non si sdegnòascoltòdistratto e disse che ci avrebbe pensato. Fu la sola ipocrisiaforsedella sua vita. La marchesa giuocò audacemente unacarta grossafece venire la Carabelli.

Oralo vedeva beneil giuoco era perduto. Don Franco non s'era trovatoall'arrivo delle signore e aveva poi fatto una sola apparizione dipochi minuti. I suoi modidurante quei pochi minutierano staticortesima la sua faccia no; la sua faccia aveva parlatosecondo ilsolitotalmente chiaroche la marchesaaffibbiandoglicome subitofeceuna indisposizionenon poté ingannar nessuno. Peròla vecchia dama non si persuase d'aver giuocato male. Giàdall'età dei primi giudizi in poiella si era messa al puntodi non riconoscersi mai un solo difetto né un solo tortodinon ferirsi maivolontariamentenel suo nobile e prediletto sé.Ora le piacque si supporre che dopo il suo sermone matrimoniale alnipotegli fosse pervenuta nel mistero una parolina di mieledivischio e di veleno. Se il suo disinganno aveva qualche lieveconforto era nel contegno della signorina Carabelli che mal celava lavivacità del proprio risentimento. ciò non piaceva allamarchesa. Il prefetto della Caravina non aveva torto se non forse unpoco nella forma quando diceva sottovoce di lei: «L'èon' Aüstria p...». Come la vecchia Austria di quel tempola vecchia marchesa non amava nel suo impero gli spiriti vivaci. Lasua volontà di ferro non ne tollerava altre vicino a sé.Le era già di troppo un indocile Lombardo-Veneto come ilsignor Francoe la ragazza Carabelliche aveva l'aria di sentire evolere per conto propriosarebbe probabilmente riuscita in casaMaironi una suddita incomodauna torbida Ungheria.

Siannunciò il pranzo. Nella faccia rasa e nell'abito grigiomaltagliatodel domestico si riflettevano le idee aristocratiche dellamarchesatemperate di abitudini econome.

«Equesto signor GiacomoControllore?»disse ellasenzamuoversi.

«Temomarchesa»rispose Pasotti. «L'ho incontrato stamattina egli ho detto: "Dunquesignor Giacomoci vediamo a pranzo?".È parso che gli mettessi una biscia in corpo. Ha cominciato acontorcersi e a soffiare: "Sìcredono soforsenodigoapffeccopropramenteControllore gentilissimono soinsommae apff!". Non ne ho cavato altro.»

Lamarchesa chiamò a sé il domestico e gli disse qualchecosa sottovoce. Quegli fece un inchino e si ritirò. Il curatodi Puria si dondolava in su e in giù accarezzandosi leginocchia nel desiderio del risotto; ma la marchesa parevapetrificata sul canapè e perciò si petrificòanche lui. Gli altri si guardavanomuti.

Lapovera signora Barborinavendo visto il domesticomeravigliata diquella immobilitàdi quelle facce sbalorditeinarcòle sopraccigliainterrogò con gli occhi ora suo maritoorail Puriaora il prefettosino a che una fulminea occhiata diPasotti petrificò lei pure. "Se fosse bruciato ilpranzo!"pensava componendosi un viso indifferente. "Se cimandassero a casa! Che fortuna!". Dopo due minuti il domesticoritornò e fece un inchino.

«Andiamo»disse la marchesaalzandosi.

Lacomitiva trovò in sala da pranzo un personaggio nuovounvecchietto piccolocurvocon due occhietti buoni e un lungo nasospiovente sul mento.

«Veramentesignora marchesa»disse costui tutto timido e umile«ioavrei già pranzato.»

«Siaccomodisignor Viscontini»rispose la marchesa che sapevapraticare l'arte insolente della sordità come tutti coloro cheassolutamente vogliono un mondo secondo il proprio comodo e ilproprio gusto.

L'omettonon osò replicarema neanche osava sedere.

«Coraggiosignor Viscontini!»gli disse il Paolin che gli era vicino.«Cosa fa?»

«Fail quattordici di coppe»mormorò il prefetto. Infattil'ottimo signor Viscontiniaccordatore di pianofortivenuto lamattina da Lugano per accordare il piano dei signori Zelbi di Cima equello di don Francoaveva pranzato al tocco a casa Zelbieraquindi venuto a casa Maironie ora gli toccava di sostituire ilsignor Giacomo perché altrimenti i commensali sarebbero statitredici.

Unliquido bruno fumava nella zuppiera d'argento.

«Risottono»sussurrò Pasotti al Puria passandogli dietro. Ilfaccione dolce non diede segno di avere udito.

Ipranzi di casa Maironi erano sempre lugubri e questo accennava adesserlo anche più del solito. Per compenso era pure molto piùfino. Pasotti e il Puria si guardavano spessomangiandoperesprimere ammirazione e quasi per congratularsi a vicenda delgodimento squisitoe se mai qualche occhiata di Pasotti sfuggiva alPuriala signora Barborinvicina di quest'ultimolo avvertiva conun timido tocco del gomito.

Levoci che più si udivano erano quelle del marchese e di donnaEugenia. Il grande naso aristocratico del Bianchiil suo finesorriso di galante cavaliere si volgevano spesso alla bellezzalanguente ma non ancora spentadella dama. Milanesi ambedue delmiglior sanguesi sentivano uniti in una certa superioritànon solamente rispetto ai piccoli borghesi della mensama rispettoaltresì ai padroni di casanobili provinciali. Il marcheseera l'affabilità stessa e avrebbe conversato amabilmente anchecol commensale più modesto; ma donna Eugenianell'amarezzadell'animo suonel suo disgusto del luogo e delle persones'attaccòa lui come al solo degnomarcatamente anche per far dispetto aglialtri. Ella lo imbarazzò dicendogli forte che non capivacom'egli potesse essersi innamorato dell'orrida Valsolda. Ilmarcheseche vi si era ritirato da molti anni a vita quieta e viaveva veduto nascere la sua unica figliuoladonna Esterrimasesulle prime un poco sconcertato da quel discorso insolente versoparecchi dei convitatima poi fece una briosa difesa del paese. Lamarchesa non mostrò turbarsi; il Paolinil Paolon e ilprefettovalsoldesitacevano con tanto di muso.

Pasottirecitò solennemente un ampolloso elogio del «Niscioree»la villa Bianchipresso Oria. Il Bianchileale uomoche in passatonon aveva avuto troppo a lodarsi del Pasottinon parve gradirl'elogio. Egli invitò la Carabelli al Niscioree. «Apiedi notuEugenia»disse la marchesasapendo che l'amicasua era tribolata dallo spavento d'ingrassare. «Bisogna vederecom'è stretta la stradadalla Ricevitoria al Niscioree! Tunon ci passi di sicuro.» Donna Eugenia protestò consdegno. «L'è minga el Cors de Porta Renza»disseil marchese«ma l'è poeu nancadisgraziatamentelechemin du Paradis!»

«Quellno! Propi no! Ghe l'assicuri mi!»esclamò il Viscontiniriscaldatoper disgraziada troppi bicchieri di Ghemme. Tutti gliocchi si volsero a lui e il Paolin gli disse qualche cosa sottovoce.«Se son matto?»rispose l'ometto acceso in faccia.«Nient del tütt! Le dico che ona bolgira compagna non lami è mai più toccata in vita mia.» E qui raccontòche la mattinavenendo da Lugano e avendo preso un po' di freddo inbarcaera disceso al Niscioree per proseguire il viaggio a piedi;che tra quei due muridove non si potrebbe voltare un asinoavevaincontrato le guardie di finanzale quali lo avevano insultatoperché non era disceso allo sbarco della Ricevitoria; chel'avevano condotto alla maledetta Ricevitoria; che portava in mano unrotolo di musica manoscritta e che l'animale del Ricevitorepigliando le crome e le biscrome per corrispondenze politichesegretegliel'aveva trattenuto.

Silenzioprofondo. Dopo qualche momento la marchesa sentenziò che ilsignor Viscontini aveva torto marcio. Non doveva sbarcare alNiscioreeciò era proibito. Quanto al signor Ricevitore egliera una persona rispettabilissima. Pasotti confermòcon unafaccia severa. «Ottimo funzionario»diss'egli. «Ottimacanaglia»mormorò il prefetto fra i denti. Francochesulle prime pareva pensare a tutt'altrosi scosse e lanciò aPasotti un'occhiata sprezzante.

«Dopotutto»soggiunse la marchesa«trovo che col pretestodella musica manoscritta si potrebbe benissimo...»

«Certo!»disse il Paolinaustriacante per pauramentre la padrona di casa loera per convinzione.

Ilmarcheseche nel 1815 aveva spezzata la spada per non servire gliAustriacisorrise e disse solo:

«Là!C'est un peu fort!».

«Mase tutti sanno ch'è una bestiaquel Ricevitore!»esclamò Franco.

«Scusidon Franco...»fece Pasotti.

«Mache scusi!»interruppe l'altro. «È un bestione!»

«Èun uomo coscienzioso»disse la marchesa«un impiegatoche fa il proprio dovere.»

«Allorale bestie saranno i suoi padroni!»ribatté Franco.

«CaroFranco»replicò la voce flemmatica«questidiscorsi in casa mia non si fanno. Grazie a Dio non siamo mica inPiemontequi.» Pasotti fece una sghignazzata d'approvazione.Allora Francopreso furiosamente il proprio piatto a due mani lospezzò d'un colpo sulla tavola. «Jesüsmaria!»esclamò il Viscontinie il Paoloninterrotto nelle suelaboriose operazioni di mangiatore sdentato: «Euh!». «Sìsì»disse Franco alzandosi con la faccia stravolta«èmeglio che me ne vada!» E uscì dal salotto. Subito donnaEugenia si sentì malebisognò accompagnarla fuori.Tutte le signoremeno la Pasottile andaron dietro da una partementre il domestico entrava dall'altra portando un pasticcio dirisotto. Il Puria guardò Pasotti con un riso trionfantemaPasotti finse di non avvedersene. Tutti erano in piedi. IlViscontinireo apparentecontinuava a dire: «Mi capissinagottmi capissi nagott»e il Paolinseccatissimo delpranzo guastatogli brontolò: «Cossa l'ha mai de capìLü?». Il marchesemolto scurotaceva. Finalmente ilPasottireo di fattopresa un'aria d'affettuosa tristezzadissecome tra sé: «Peccato! Povero don Franco! Un cuor d'orouna buona testae un temperamento così! Proprio peccato!».

«Ma!»fece il Paolin. E il Puriatutto contrito: «Sono grandispiaceri!».

Aspettae aspettale signore non ritornavano. Allora qualcuno cominciòa muoversi. Il Paolin e il Puria si accostarono lentamentecon lemani dietro la schienaalla credenzacontemplarono il pasticcio dirisotto. Il Puria chiamò dolcemente Pasottima Pasotti non simosse. «Volevo solo dirle»fece il curatonecoprendo ilsuo trionfo in modo da lasciarlo e non lasciarlo vedere«checi sono i tartufi bianchi.»

«Direiche qui non mancano neppure i tartufi neri»osservò ilmarchese pigiando un poco sulle due ultime parole.



2.Sulla soglia d'un'altra vita


«Canaglia!»fremeva don Franco salendo la scala che conduceva alla sua camera.«Pezzo d'asino d'un austriaco!». Si vendicava su Pasottidi non poter insultar la nonna e le stesse consonanti della parolaaustriaco gli servivano tanto bene per stritolarsi fra i dentila propria collera e spremernegustarne il sapore. Quando fu incamera la collera gli svampò.

Sigittò in una poltronain faccia alla finestra spalancataguardando il lago triste nel pomeriggio nebbiosoeal di làdel lagoi monti deserti. Mise un gran respiro. Ah come stava benelìsoloah che paceah che aria diversa da quella delsalottoche aria carapiena de' suoi pensieri e de' suoi amori!Aveva un gran bisogno di abbandonarsi ad essi ed essi lo ripreserosubitogli cacciaron di mente le Carabelliil Pasottila nonnailbestione del Ricevitore. Essi? Noera un pensiero soloun pensierofatto di amore e di ragionedi ansia e di gioiadi tanti dolciricordi e insieme di trepida aspettazioneperché qualche cosadi solenne si avvicinava e sarebbe giunto nelle ombre della notte.Franco guardò l'orologio. Erano le quattro meno un quarto.Ancora sette ore. Si alzòsi buttò a braccia consertesul davanzale della finestra.

Ancorasette ore e comincerebbe per lui un'altra vita. Fuori dellepochissime persone che dovevano prender parte all'avvenimentonemmanco l'aria sapeva che quella sera stessaverso le undicidonFranco Maironi avrebbe sposato la signorina Luisa Rigey.

Lasignora Teresa Rigeymadre di Luisaaveva un tempo lealmentepregato Franco di piegare al volere della nonnadi astenersi dalvisitar la sua casadi non pensare più a Luisala qualedalcanto suoera stata contenta che per la dignità dellafamigliaper il decoro di sua madresi troncassero le relazioniufficialima non dubitava della fede di Franco né d'essergligià legata per sempre. Egli studiava ora leggiprivatamenteall'insaputa della nonnaper dedicarsi a una professione e aver mododi bastare a sé. Ma la signora Teresa contrasse da tanteagitazioni una malattia di cuore che nel 1851in fine d'agostosiaggravò subitamente. Franco le scrisse chiedendole almeno ilpermesso di vederla poiché non poteva compiere «il suodovere d'assisterla». La signora non credette di consentire eil giovine se ne disperòle fece intendere che consideravaLuisa come sua fidanzata davanti a Dio e che sarebbe morto prima diabbandonarla. Allora la povera donnasentendosi mancar la vita ognigiornoaccorandosi di veder la sua cara figliuola in uno stato cosìincerto e considerando la ferma volontà del giovineconcepìil desiderio intenso che le nozzepoiché dovevan seguireseguissero al più presto. Tutto fu combinato frettolosamentecon l'aiuto del curato di Castello e del fratello della signoraRigeyl'ingegnere Ribera di Oriaaddetto all'Imperiale R. Ufficiodelle Pubbliche Costruzioni in Como. Le intelligenze furono queste.Le nozze si farebbero segretamente; Franco resterebbe presso la nonnae Luisa presso la madresino a che venisse il momento opportuno diconfessar tutto alla marchesa. Franco sperava nell'appoggio dimonsignor Benagliavescovo di Lodivecchio amico della famigliamaoccorreva il fatto compiuto. Se il cuore della marchesa si indurissecom'era probabilegli sposi e la signora Teresa prenderebbero stanzanella casa che l'ingegnere Ribera possedeva in Oria. Il Riberacelibemanteneva ora del proprio la famiglia di sua sorella;terrebbe poi anche Franco in luogo di figliuolo.


Frasette oredunque.

Lafinestra guardava sulla lista di giardino che fronteggiava la villaverso il lagoe sulla riva di approdo. Nei primi tempi del suo amoreFranco stava lì a spiar il venire e l'approdare d'una certabarcal'uscirne d'una personcina snellaleggere come l'ariachemai mai non guardava su alla finestra. Ma poi un giorno egli eradiscesi ad incontrarla ed ella aveva aspettato un momento ad uscireper accettare l'aiutoben inutiledella sua mano. Lì sottonel giardinoegli le aveva dato per la prima volta un fioreunprofumato fiore di mandevilia suaveolens. Lì sotto siera un'altra volta ferito con un temperinoabbastanza seriamentetagliando per lei un ramoscello di rosaioed ella gli aveva dato colsuo turbamento un delizioso segno del suo amore. Quante gite con leie altri amiciprima che la nonna sapessealle rive solitarie delmonte Bisgnago là in facciaquante colazioni e merende aquella cantina del Doi! Con quanta dolcezza viva nel cuore di sguardiincontrati Franco tornava a casa e si chiudeva nella sua stanza arichiamarselia esaltarsene nella memoria! Queste prime emozionidell'amore gli ritornavano adesso in mentenon ad una ad una matutte insiemedalle acque e dalle rive tristi dove gli occhi suoifisi parevano smarrirsi piuttosto nelle ombre del passato che nellenebbie del presente. Vicino alla mètaegli pensava i primipassi della lunga viale vicende inattesel'aspetto della sospirataunione così diverso nel vero da quel ch'era apparso nei sognial tempo della mandevilia e delle rosedelle gite sul lago e suimonti. Non sospettava certoalloradi dovervi arrivare cosìdi nascostofra tante difficoltàfra tante angustie. Purepensava adessose il matrimonio si fosse fatto pubblicamentepacificamentecol solito proemio di cerimonie ufficialidicontrattidi congratulazionidi visitedi pranzitanto tediosarebbe riuscito più ripugnante all'amore che questicontrasti.

Loscosse la voce del prefetto che lo chiamava dal giardino perannunciargli la partenza delle Carabelli. Franco pensò che sescendeva avrebbe dovuto fare delle scuse e preferì nonlasciarsi vedere. «Doveva romperglielo sulla faccia ilpiatto!»gli stridette su il prefetto tra le mani accostatealle guance. «Doveva romperglielo sulla faccia!»

Poise n'andò e Franco vide il barcaiuolo delle Carabelli scenderead apparecchiar la barca. Lasciò allora la finestra e seguendoi pensieri di primaaperse il cassettonestette lì acontemplarecome distrattouno sparato di camicia ricamatadovelucevano già certi bottoncini di brillanti che suo padre avevaportati alle nozze proprie. Gli dispiaceva andar all'altare senza unsegno di festama questo segnosi capisce benenon doveva esserefacilmente visibile.

Nelcassettone profumato d'ireos tutto era disposto con la particolareeleganza dell'ordine fatto da uno spirito intelligentee nessuno vimetteva le mani tranne lui. Invece le sedielo scrittoioil pianoerano tanto disordinatamente ingombri che pareva esser passato per ledue finestre della camera un uragano di libri e di carte. Certivolumi di giurisprudenza dormivano sotto un dito di polveree nonuna foglia della piccola gardenia in vasosul davanzale dellafinestra di levantene aveva un atomo solo. Questi eran giàsufficienti indizilà dentrodel bizzarro governo d'unpoeta. Un'occhiata ai libri e alle carte ne avrebbe fornite le prove.

Francoaveva la passione della poesia ed era poeta vero nelle squisitedelicatezze del cuore; come scrittore di versi non poteva dirsi cheun buon dilettante senza originalità. I suoi modelliprediletti erano il Foscolo e il Giusti; li adorava veramente e lisaccheggiava entrambiperché l'ingegno suoentusiasta esatirico a un temponon era capace di crearsi una forma propriaaveva bisogno d'imitare. Conviene anche direper giustiziache aquel tempo i giovani possedevano comunemente una cultura classicafattasi rara di poi; e che dagli stessi classici venivano educati aonorare l'imitazione come una pratica virtuosa e lodevole. Frugandofra le sue carte per cercarvi non so cosagli vennero alle mani iseguenti versi dedicati a un tale di sua conoscenza e nostraconoscenzache rilesse con piacere e ch'io riferisco per saggio delsuo stile satirico:


Falsoocchio mobile

Mentopelato

Linguadi vipera

Cordi castrato


Brachepolicrome

Bisuntosaio

Maiuscolissimo

Cappelloa staio.


Eccol'immagine

Delvil Tartufo

Chel'uman genere

Eil cielo ha stufo.


IlGiusti e la passione d'imitarlo erano quasi soli in colpa di tantabileperché davvero Franco non ne aveva nel fegato una cosìgran dose. Aveva collere pronteimpetuosefugaci; non sapeva odiaree nemmanco risentirsi a lungo contro alcuno. Un saggio dell'altra suamaniera poetica stava sul leggìo del pianoin un fogliettotutto sgorbi e cancellature:


ALuisa


Ovel'aëreo tuo pensile nido

Unabalza ventosa incoronando

Ridealla luna ed ai cadenti clivi

Ch'educanuve a la tua mensa e rose

Alcapo tuopurpurëi ciclami

Amesogni e fragranzeo mia Luisa

Dal'orror di quest'ombre ti figura

L'amorosomio cor. Tacita siedi

Eda l'alto balcon già non rimiri

Lebianche plaghe d'occidentei chiari

Montied il lago vitrëosereno

Riscintillantea l'astro; ma quest'una

Tenebraesploril'aura interrogando

Vocalche va tra i mobili oleandri

Dela terrazza e freme il nome mio.


Forsepiaceva a Franco d'improvvisar sul piano con questi suoi versidavanti agli occhi. Appassionato per la musica più ancora cheper la poesiase l'era comperato luiquel pianoper centocinquantasvanzichedall'organista di Loggioperché il mediocre pianoviennese della nonnaintabarrato e rispettato come un gottoso difamiglianon gli poteva servire. Lo strumento dell'organistacorsoe pesto da due generazioni di zampe incallite sulla marranonmandava più che una comica vocina nasale sopra un tintinniosottile come d'infiniti bicchierini minuti e fitti. Ciò eraquasi indifferenteper Franco; egli aveva appena posato le manisullo strumento che la sua immaginazione si accendeval'estro delcompositore passava in lui e nel calore della passione creatrice glibastava un fil di suono per veder l'idea musicale e inebbriarsene. UnErard gli avrebbe dato soggezionegli avrebbe lasciato minor campoalla fantasiagli sarebbe stato men caroinsommadella suaspinetta.

Francoaveva troppe diverse attitudini e inclinazionitroppa fogatroppopoca vanità e forse anche troppo poca energia di volere persobbarcarsi a quel noioso metodico lavoro manuale che si richiede adiventar pianisti. Però il Viscontini era entusiasta del suomodo di suonare; Luisala sua fidanzatanon divideva interamente ilgusto classico di lui ma ne ammiravasenza fanatismiil tocco;quandopregatoegli faceva mugghiare e gemere classicamentel'organo di Cressognoil buon popolointontito dalla musica edall'onorelo guardava come avrebbe guardato un predicatoreincomprensibilecon la bocca aperta e gli occhi riverenti. Malgradotutto questoFranco non avrebbe potuto cimentarsinei salotticittadinicon tanti piccoli dilettanti incapaci d'intendere e diamare la musica. Tutti o quasi tutti lo avrebbero vinto di agilitàe di precisioneavrebbero ottenuto maggiori applausiquand'anchenon fosse riescito ad alcuno di far cantare il pianocome lo facevacantar luisopra tutto negli adagi di Bellini e di Beethovensuonando con l'anima nella golanegli occhinei muscoli del visonei nervi delle mani che facevan tutt'uno con le corde del piano.

Un'altrapassione di Franco erano i quadri antichi. Le pareti della sua camerane avevano parecchila più parte croste. Scarso di esperienzaperché non aveva viaggiatopronto a pigliar fuoco nellafantasiacostretto ad accordar i desideri molti con i quattrinipochicredeva facilmente le asserite fortune di altri cercatoritapinin'era spesso infocatoaccecato e precipitato su certi cencisporchichese costavano pocovalevano meno. Non possedeva dipassabile che una testa d'uomo della maniera del Morone e una Madonnacol Bambino della maniera del Dolci. Egli battezzavadel restoidue quadretti per Morone e Dolcisenz'altro.

Com'ebberilette e rigustate le strofe ispirategli dal Tartufo Pasottitornòa frugare nel caos dello scrittoio e ne cavò un foglietto dicarta Bath per scrivere a monsignor Benagliala sola persona che glipotesse giovare in avvenire presso la nonna. Gli parve doverlomettere a parte dell'atto che stava per compieredelle ragioni cheavevano consigliato la sua fidanzata e lui di addivenirvi in questomodo penosodella speranza che avevano d'essere aiutati da luiquando venisse il momento d'aprir tutto alla nonna. Stava ancorapensando con la penna in manodavanti alla carta biancaquando labarca delle Carabelli passò sotto la sua finestra. Poco dopoudì partire la gondola del marchese e la barca del Pin.Suppose che la nonnarimasta solalo facesse chiamarema non ne funulla. Passato un po' di tempo in quest'aspettazionesi rimise apensare alla sua lettera e ci pensò tantorifece l'esordiotante volte e procedette anche poi tanto adagiocon tantipentimentiche la lettera non era ancora finita quando gli convenneaccendere il lume.

Lachiusa gli riuscì più facile. Egli vi raccomandava lasua Luisa e sé alle preghiere del vecchio vescovo e viesprimeva una fiducia in Dio così candida e piena che avrebbetoccato il cuore più incredulo.

Focosoe impetuoso com'eraFranco aveva tuttavia la semplice tranquillafede d'un bambino. Punto orgogliosoalieno dalle meditazionifilosoficheignorava la sete di libertà intellettuale chetormenta i giovani quando la loro ragione ed i loro sensi comincianoa trovarsi a disagio nel duro freno di una credenza positiva. Nonaveva dubitato un istante della sua religionene eseguivascrupolosamente le pratiche senza domandarsi mai se fosse ragionevoledi credere e di operare così. Non teneva però affattodel mistico né dell'asceta. Spirito caldo e poeticoma nellostesso tempo chiaro ed esattoappassionato per la natura e perl'artepreso da tutti gli aspetti piacevoli della vitarifuggivanaturalmente dal misticismo. Non s'era conquistata la fede e nonaveva mai vôlti lungamente a lei tutti i suoi pensierinonaveva potuto esserne penetrato in tutti i suoi sentimenti. Lareligione era per lui come la scienza per uno scolaro diligente cheha la scuola in cima de' suoi pensieri e vi è assiduonontrova pace se non ha fatto i suoi compitise non si èpreparato alle ripetizionima poi quando ha compiuto il propriodoverenon pensa più al professore né ai librinonsente il bisogno di regolarsi ancora secondo fini scientifici oprogrammi scolastici. Perciò egli pareva spesso non seguirealtro nella vita che il suo generoso cuore ardentele sueinclinazioni appassionatele impressioni vivacigli impeti dellasua natura lealeferita da ogni viltàda ogni menzognaintollerante d'ogni contraddizione e incapace di infingersi.

Avevaappena suggellata la lettera quando si bussò all'uscio. Lasignora marchesa faceva dire a don Franco di scendere per il rosario.In casa Maironi si recitava il rosario tutte le sere fra le sette ele ottoe i servi avevan l'obbligo di assistervi. Lo intuonava lamarchesatroneggiando sul canapègirando gli occhisonnolenti sulle schiene e sulle gambe dei fedeli prosternati perdiritto e per traversoquale nella luce più opportuna ad undevoto atteggiamento e quale nell'ombra più propizia ad unsonnellino proibito. Franco entrò in sala mentre la vocenasale diceva le soavi parole «Ave Mariagratia plena»con quella flemmacon quella untuositàche sempre glimettevano in corpo una tentazione indiavolata di farsi turco. Ilgiovane andò a cacciarsi in un angolo scuro e non aperse maibocca. Gli era impossibile di rispondere con divozione a quella voceirritante. Non fece che immaginare un probabile interrogatorioimminentee masticare risposte sdegnose.

Finitoil rosariola marchesa aspettò un momento in silenzio e poidisse le sacramentali parole:

«CarlottaFriend!»

Carlottala vecchia camerieraaveva l'incarico di pigliarefinito ilrosarioFriend in braccio e di portarlo a dormire.

«Èquisignora marchesa»disse Carlotta.

MaFriendse era lìsi trovò altrove quando coleichinatasiallungò le mani. Era di buon umorequella serailvecchio Friende gli piacque di giuocare a non lasciarsi prendereprovocando Carlottasgusciandole sempre di manoscappando sotto ilpiano o sotto il tavolino a guardar con un ironico scodinzolamento lapovera donna che gli diceva «vencaravencara»conla bocca e «brütt moster» con il cuore.

«Friend!»fece la marchesa. «Andiamo! Friend! Da bravo!»

Francobolliva. Venutogli tra le gambe l'antipatico mostricino infettodell'egoismo e della superbia della sua padronalo scosse da sélo fece ruzzolare tra le unghie di Carlotta che gli diede per proprioconto una rabbiosa stretta e se lo portò via rispondendoperfidamente ai suoi guaiti: «Cossa t'han faapoer Friendcossa t'han faadi' sü!»

Lamarchesa non disse parola né il suo viso marmoreo tradìil suo cuore. Diede al cameriere l'ordine di dire al prefetto dellaCaravinase venissee anche a qualsiasi altroche la padrona eraandata a letto. Franco si mosse per uscire anche lui dietro ai servima si trattenne subito onde non aver l'aria di fuggire. Prese sullacaminiera un numero della I. R. Gazzetta di Milanosedettepresso sua nonna e si mise a leggereaspettando.

«Micongratulo tanto»cominciò subito la voce sonnacchiosa«della bella educazione e dei bei sentimenti che ci avete fattovedere oggi.»

«Accetto»rispose Franco senza levar gli occhi dal giornale.

«Benecaro»replicò la nonna imperturbata. E soggiunse:

«Hopiacere che quella signorina vi abbia conosciuto; cosìse maisapeva di qualche progettosarà ben contenta che non se neparli più».

«Contentitutt'e due»disse Franco.

«Voinon sapete niente affatto se sarete contento. Specialmente se aveteancora le idee d'una volta.»

UditoquestoFranco posò il giornale e guardò la nonna infaccia.

«Cosasuccederebbe»diss'egli«se avessi ancora le idee d'unavolta?»

Nonparlò stavolta in tono di sfidama con serietàtranquilla.

«Eccobravo»rispose la marchesa. «Spieghiamoci chiaro. Speroe credo bene che un certo caso non succederà maimasesuccedessenon state a credere che alla mia morte ci saràqualche cosa per voiperché io ho già pensato in modoche non ci sarà niente.»

«Figùrati!»fece il giovineindifferente.

«Questisono i conti che dovrete fare con me»proseguì lamarchesa. «Poi ci sarebbero quelli da fare con Dio.»

«Come?»esclamò Franco. «I conti con Dio li farò primache con te e non dopo!»

Quandola marchesa era côlta in fallo tirava sempre diritto nel suodiscorso come se niente fosse.

«Egrossi»diss'ella.

«Maprima!»insistette Franco.

«Perché»continuò la vecchia formidabile«se si ècristiani si ha il dovere d'obbedire a suo padre e a sua madre e iorappresento vostro padre e vostra madre.»

Sel'una era tenacel'altro non l'era meno.

«MaDio vien prima!»diss'egli.

Lamarchesa suonò il campanello e chiuse la discussione così:

«Adessosiamo intesi».

Sialzò dal canapè all'entrar della Carlotta e disseplacidamente:

«Buonanotte».

Francorispose «buona notte» e riprese la Gazzetta di Milano.

Appenauscita la nonnagittò via il fogliostrinse i pugnisisfogò senza parolecon un furibondo sbuffoe saltò inpiedidicendo forte:

«Ahmegliomegliomeglio! Meglio così»fremeva in sé«meglio non condurla maila mia Luisain questa maledettacasameglio non farle soffrir mai questo imperoquesta superbiaquesta vocequesto visomeglio viver di pane e d'acqua e aspettaril resto da qualunque lavoro canepiuttosto che dalle mani dellanonna: meglio far l'ortolanomaledetto siafar il barcaiuolofaril carbonaio!»

Salìnella sua camerarisoluto di romperla con tutti i riguardi. «Iconti con Dio?»esclamò sbattendosi l'uscio dietro. «Iconti con Dio se sposo Luisa? Ah vada tuttocosa me ne importamivedanomi sentanomi facciano la spiaglielo dicanoglielocontinogliela cantino che mi fanno un piacerone!»

Sivestì in fretta e in furiaurtando nelle seggioleaprendo echiudendo il cassettone a colpi. Mise un abito neroper sfida;discese le scale rumorosamentechiamò il vecchio domesticogli disse che sarebbe stato fuori tutta la nottee senza badare allafaccia tra sbalordita e sgomenta del pover'uomoa lui molto devotosi slanciò in istradasi perdette nelle tenebre.


Egliera fuori da due o tre minutiquando la marchesagiàcoricatamandò Carlotta a vedere chi fosse venuto giùcorrendo dalle scale. Carlotta riferì ch'era stato don Francoe dovette subito ripartire con una seconda missione. «Cosavoleva don Franco?». Stavolta la risposta fu che don Franco erauscito per un momento. Questo momento fu pietosamente aggiuntodal vecchio servitore. La marchesa ordinò a Carlotta diandarsene lasciando il lume acceso. «Ritornate quando suonerò»diss'ella.

Dopomezz'ora ecco il campanello.

Lacameriera corre dalla padrona.

«Èancora fuori don Franco?»

«Sìsignora marchesa.»

«Spegneteil lumeprendete la calzamettetevi in anticamera e quando saràrientrato venite a dirmelo.»

Ciòdetto la marchesa si girò sul fianco verso la paretevoltandoall'attonita e malcontenta cameriera l'enigma biancougualeimpenetrabile del suo berretto da notte.



3.Il gran passo


Quellastessa seraalle dieci in punto. l'ingegnere Ribera batteva duecolpi discreti alla porta del signor Giacomo Puttini in AlbogasioSuperiore. Poco dopo si apriva una finestra sopra il suo capo e vicompariva al chiaro di luna il vecchio visetto imberbe del «siorZacomo


«Ingegnerepregiatissimomia riverenza»disse egli. «Vien subitola servente a verzeghe.»

«Nonoccorre»rispose l'altro. «Non salgo. È ora dipartire. Venga giù Lei addirittura.»

Ilsignor Giacomo cominciò a soffiare e battere le palpebre.

«Lami perdoni»diss'egli nel suo linguaggio misto di tuttigl'ingredienti. «La mi perdoniingegnere pregiatissimo.Gavarìa propramente necessità...»

«Dicosa?»fece l'ingegnere seccato. La porta si aperse e comparvela gialla faccia grifagna della serva.

«Ohscior parent!»diss'ella rispettosamente. Vantava non so qualeaffinità con la famiglia dell'ingegneree lo chiamava semprecosì. «A sti òr chì? L'è staa forsia trovà la sciora parenta?»

La«sciora parenta» era la sorella dell'ingegnerelasignora Rigey.

L'ingegneresi contentò di rispondere: «Oh Mariannavi salutoneh?»e salì le scale seguito da Marianna col lume.

«Miariverenza»cominciò il signor Giacomo venendogliincontro con un altro lume. «Capisco e riconosco lainconvenienza grandema propramente...»

Ilvisetto raso e roseo del signor Giacomoposato sopra un cravattonebianco e una piccola smilza personcina chiusa in un soprabitone neroesprimeva nei moti convulsi delle labbra e delle sopracciglianegliocchi dolentila più comica inquietudine.

«Cosac'è di nuovo?»chiese l'ingegnere alquanto brusco.Eglil'uomo più retto e schietto che fosse al mondocompativa poco le esitazioni del povero timido signor Giacomo.

«Lapermetta»cominciò il Puttini; evoltosi alla servale disse aspramente:

«Andèviavu; andè in cusina; vegnì quando che ve ciamarò;andèdigo! Obedì! Abiè rispeto! Comando mi! Sonparon mi!»

Erala curiosità della servala sua noncuranza impertinente delleistruzioni superiori che accendevano nel «sior Zacomo»questo furore dispotico.

«Euhche diavol d'on omm!»rispose coleialzando rabbiosamente illume in aria. «L'ha de vosà a quela manera lì?Coss'el disscior parent?»

«Sentite»fece l'ingegnere. «Invece di menar la linguanon farestemeglio ad andar fuori dei piedi?»

Mariannase n'andò brontolando e il signor Giacomo si fece a informarel'ingegnere pregiatissimo con molti masedigo epropramentedegl'intimi suoi pensieri. Egli aveva promesso diassistere come testimonio alle nozze segrete di Luisama orasulpunto di andar a Castellogli era venuta una gran paura dicompromettersi.

Eraprimo deputato politicocome si chiamava allora la suprema autoritàcomunale. Se il riveritissimo I. R. Commissario di Porlezza venisse asapere di questo pasticciocome la intenderebbe? E quella signoramarchesa? «Una donna cattivaingegnere pregiatissimo; unadonna vendicativa.» Ed egli aveva già tanti altrifastidi. «Ghe xe anca quel maledeto toro!» Questo torosoggetto d'una questione fra il comune d'Albogasio e l'alpadoro appaltatore dell'Alpedei pascoli altiera da due anni un incubomortale per il povero signor Giacomo chequando parlava delle suedisgrazieincominciava sempre con la «perfida servente»e finiva col toro: «Ghe xe anca quel maledeto toro!». Ecosì dicendo alzava il suo visettoi suoi occhi pieni di unaesecrazione dolorosascoteva le mani su verso il ciglione dellamontagna imminente alla sua casaverso il domicilio del bestionediabolico. Ma l'ingegnere che mostrava in quella sua bella facciad'impavido galantuomo una disapprovazione continuaun disgustocrescente dell'ometto pusillanime che gli si contorceva davantidopoparecchi «oh povero me!» che avevano per sottinteso "inche compagnia sono!" perdette ogni pazienzae inarcando lebraccia con i gomiti in fuori e scotendole come se tenesse le redinidi un ronzino poltroneesclamò: «Ma cosa maima cosamai! Pare impossibile! Questi son discorsi da fatuocaro signorGiacomo. Non avrei mai creduto che un uomodirò così...».

Quil'ingegnerenon sapendo veramente come direcome definire il suointerlocutorenon fece che gonfiar le gotemettendo un lungomormoriouna specie di rantolocome se avesse in bocca un epitetotroppo grosso e non potesse sputarlo. Intanto il signor Giacomorosso rossosi affannava a protestare: «BastabastaLascusason quavegnono La se scaldano go fato che esprimer undubio; ingegnere pregiatissimoEla conosse el mondomi lo goconossuto ma no lo conosso più».

Siritirò e ricomparve subito tenendo in mano una tuba mostruosaa larghe teseche aveva visto l'ingresso di Ferdinando a Verona nelcosì detto «anno dell'imperatore»nel 1838.

«Credoconveniente»diss'egli«un tal segno di rispetto e dicompiacenza.»

L'ingegnerevedendo quel cosoesclamò ancora: «Cosa maicosamai?». Ma l'omettocerimonioso nell'animatenne duro: «Ilmio dovereil mio dovere»e chiamò la Marianna chefacesse lume. Costeiquando vide il padrone con quello spettacolososegno di compiacenza in capoincominciò a far le meraviglie.«La tasa!»sbuffò il disgraziato signor Giacomo.«Tasì!»e appena fuori dell'uscio si sfogò.«No ghe xe ponto de dubio; quela maledetissima servente saràla me morte.»

«Eperché non la manda via?»chiese l'ingegnere.

Ilsignor Giacomo aveva posto un piede sul primo scalino della viottolache sale a fianco della casa Puttiniquando quest'acutainterrogazionepenetrandogli come un pugnale nella coscienzalofermò di botto.

«Eh!»rispose sospirando.

«Ah!»fece l'ingegnere.

«Cossavorla?»riprese l'altro dopo una breve pausa. «Questo xequelo.»

Pronunciatain via di epilogosecondo un vecchio uso venetotale disgraziataidentità dei due aggettivi indicativiil signor Giacomo fecele guance grossesoffiò con vivacità e si decise arimettersi in via.

Salironoper alcuni minutiegli davanti e l'ingegnere dietroper lastradicciuola faticosamal rischiarata da un chiaror di luna perdutafra le nuvole. Non si udivano che i passi lentiil picchiar dellemazze sul ciottolato e i soffi regolari del signor Giacomo: apff!apff! A piedi della lunga scalinata di Piancal'ometto si fermòsi levò il cappellosi asciugò il sudore con unfazzolettone bianco e guardando su al gran nocealle stalle diPiancacui bisognava saliremise un soffio straordinario.

«Corpode sbrio baco!»diss'egli.

L'ingegneregli fece coraggio. «Susignor Giacomo! Per amore dellaLuisina!»

Ilsignor Giacomo s'incamminò senz'altro eguadagnate le stalleoltre le quali la viottola diventa più umanaparvedimenticare gli scalini e gli scrupolila perfida servente e l'I. R.Commissariola marchesa vendicativa e il maledetto toroe si mise aparlar con entusiasmo della signorina Rigey.

«Noghe xe ponto de dubioquando go l'onor de trovarme con So nezzaconla signorina Luisinadigome par giustoLa se figurade trovarmeancora ai tempi de la Baretelade le Filipuzzede le tre sorelleSpàresi da S. Piero Incarian e de tante altre de na volta cheper so grazia me compativa. Vado giusto de tempo in tempo da lasignora marchesavedo là qualche volta ste putele del dìd'ancò. No... no... no; no gavemo propramente quel contegnoche m'intendo mi; o che semo durete o che semo spuzzete. La vardainvece la signorina Luisina come che la sa star con tuticol zovenee col veciocol rico e col poaretoco la serva e col piovan. Nocapisso propramentecome la marchesa...»

L'ingegnerel'interruppe.

«Lamarchesa ha ragione»diss'egli. «Mia nipote non ènobilemia nipote non ha un soldo; come si fa a pretendere che lamarchesa sia contenta?»

Ilsignor Giacomo si fermò alquanto sconcertatoe guardòl'ingegnere battendo i suoi occhi dolenti.

«Ma»diss'egli. «Ela no ghe darà miga rason sul serio?»

«Io?»rispose l'ingegnere. «Io non approvo mai che si vada contro lavolontà dei genitori o di chi tiene le loro veci. Ma iocarosignor Giacomosono un uomo antiquato come Leiun uomo del tempo diCarlo Vcome si dice qui. Adesso il mondo va diversamente e bisognalasciarlo andare. Dunque io le mie ragioni le ho dette e poi hodetto: adessofate vobis; del resto poi quando avrete decisoin qualunque mododitemi quel che occorre fare e son qua.»

«Ecossa dise la signora Teresina?»

«Miasorella? Mia sorellapoverettadice: se li vedo a posto non midispiace più di morire.»

Ilsignor Giacomo soffiò forte come sempre quando udivaquest'ultima sgradevole parola.

«Mano semo miga a sti passi?»diss'egli.

«Eh!»fece l'ingegneremolto serio. «Speriamo in Domeneddio.»

Toccavanoallora quel gomito della viottola che svoltando dagli ultimicampicelli del tenere di Albogasio ai primi del tenere di Castellogira a sinistra sopra un ciglio sporgentenell'improvviso cospettodi un grembo precipitoso del montedel lago in profondodeipaeselli di Casarico e di S. Mametteaccovacciati sulla riva come aberedi Castello seduto poco più sua breve distanzae làdi frontedel nudo fiero picco di Cressognotutto scoperto daivalloni di Loggio al cielo. È un bel postoanche di nottealchiaro di lunama se il signor Giacomo vi si fermò inattitudine contemplativa e senza soffiarenon fu già perchéla scena gli paresse degna dell'attenzione di chicchessiafigurarsidi un primo deputato politicoma perché avendo unaconsiderazione grave da mettere in lucesentiva il bisogno dirichiamare tutte le sue forze al cervellodi sospendere ogni altromotoanche quello delle gambe.

«Belamassima»diss'egli. «Speremo in Domenedio. Sissignor. MaLa me permeta de osservar che ai nostri tempi se sentìa parlarogni momento de grazie ricevutede conversionde miracoliadessoLa me diga Ela. El mondo no xe più quelo e me par cheDomenedio sia stomegà. El mondo d'adesso el xe come la nostraciesa de Albogasio de sora che sti ani Domenedio el ghe vegneva unavolta al mese e adesso el ghe vien una volta a l'ano.»

«Sentacaro signor Giacomo»osservò l'ingegnereimpaziente diarrivare a Castello: «se si trasporta la parrocchia da unachiesa all'altraDomeneddio non c'entra; del resto lasciamo fare aDomeneddio e camminiamo.»

Ciòdetto prese un'andatura così lesta che il signor Giacomofatti pochi passisi fermò soffiando come un mantice.

«Laperdona»diss'egli«se obedisso tanto quanto a lanatural curiosità de l'omo. Se podaria saver la Sua riveritaetà?»

L'ingegnerecapì l'antifona e fermatosi un momento si voltò arispondere quasi sottovocecon ironica mansuetudine trionfante:

«Piùvecchio di Lei».

Eriprese spietatamente la via.

«Sonodell'ottantottosa!»gemette il Puttini.

«Edio dell'ottantacinque!»ribatté l'altro senza fermarsi.«Avanti!»

Perfortuna del Puttini non c'erano più che pochi passi a fare.Ecco il muraglione che sostiene il sagrato della chiesa di Castelloecco la scaletta che mette all'entrata del villaggio. Ora bisognavasvoltare nel sottoportico della canonicacacciarsi alla cieca in unbuco nero dove l'immaginazione del signor Giacomo gli rappresentavatanti iniqui sassi sdrucciolevolitanti maledetti scalini traditorich'egli si piantò sui due piedi eincrociate le mani sopra ilpomo della mazzaparlò in questi termini:

«Corpode sbrio baco! Noingegnere pregiatissimo. Nonono. Propramentemi no possomi resto qua. Le vegnarà ben in ciesa. La ciesaxe qua. Mi speto qua. Corpo de sbrio baco!»

Questosecondo «corpo» il signor Giacomo se lo masticòprivatamente in bocca come la chiusa d'un monologo interno sugliaccessori dell'impiccio principale in cui s'era messo.

«Aspetti»fece l'ingegnere.

Unfil di luce usciva dalla porta della chiesa. L'ingegnere vi entròe ne uscì subito col sagrestano che stava preparandogl'inginocchiatoi per gli sposi. Costui recò in soccorso delPuttini la lunga pertica col cerino acceso sulla puntache serve peraccender le candele degli altari. Poté cosìfermosull'entrata del sottoporticoporger via viaquanto era lunga laperticail suo lumicino davanti ai piedi del signor Giacomo chemalissimo contento di questa illuminazione religiosaprocedevabrontolando contro le pietrele tenebreil moccolo sacro e chi lotenevasinchéabbandonato dal sagrestano e abbrancatodall'ingegnerefu trattomalgrado il suo muto resisterecome unluccio alla lenzasulla soglia di casa Rigey.


ACastellole case che si serrano in fila sul ciglio tortuoso delmonte a godersi il sole e la veduta del lago in profondotuttebianche e ridenti verso l'apertotutte scure verso quell'altradisgraziata fila di case che si attrista dietro a lorosomiglianocerti fortunati del mondo che di fronte alla miseria troppo vicinaprendono un sussiego ostilesi stringono l'uno all'altrosi aiutanoa tenerla indietro. Fra queste gaudenticasa Rigey è unadelle più scure di fronte alla poveraglia delle case villaneuna delle più chiare di fronte al sole. Dalla porta di stradaun andito stretto e lungo mette ad una loggetta aperta da cui si calaper pochi scalini sulla piccola terrazza bianca chefra il salottodi ricevimento e un'alta muraglia senza finestresi affacciaall'orlo del montespia giù i burroni ond'esce il Soldospiail lago fino ai golfi verdi dei Birosni e del Dòifino alledistese serene di là da Caprino e da Gandria.

Ilsignor Rigeynato a Milano da padre francese e professore di linguafrancese nel collegio di madame Berraperduto il postoperduta granparte delle lezioni private per la fama cresciutagli attorno d'uomoirreligiosoaveva comperato la casetta nel 1825 per ridurvisi daMilano a vivere in quiete e con poca spesaaveva sposato la sorelladell'ingegnere Ribera ed era morto nel 1844 lasciando a sua moglieuna figliuola di quindici anni e poche migliaia di svanziche oltre lacasa.

Appenal'ingegnere ebbe bussato alla portanon tanto pianosi udìun correr leggero nell'anditofu aperto e una voce non sottilenonargentinama inesprimibilmente armoniosasussurrò: «Chestrepitozio!». «Oh bella!»fece patriarcalmentel'ingegnere«ho da picchiar col naso?» La nipote gliturò la bocca con una manolo tirò dentro con l'altrafece un saluto grazioso al signor Giacomo e chiuse la porta; tuttociò in un attimomentre lo stesso signor Giacomo andavasoffiando: «Padrona mia riveritissima... me consolopropramente...». «Graziegrazie»fece Luisa«passiLa pregodevo dire una parola allo zio.»

L'omettopassò con il suo cappellone in manoe la giovane abbracciòteneramente il suo vecchio ziolo baciògli posò ilviso sul pettotenendogli le braccia al collo.

«Ciaoneh»fece l'ingegnere quasi resistendo a quelle carezze perchévi sentiva una gratitudine di cui non avrebbe sopportate le parole.«Sìlàbasta. Come va la mamma?». Luisanon rispose che con una nuova stretta delle sue braccia. Lo zio erapiù che un padre per leiera la Provvidenza della casabenché nella sua gran bontà semplice neppur sognasse diaver il menomo merito verso sua sorella e sua nipote. Che avrebberomai fatto senza di luipovere donnecon quelle magre dodici oquindici migliaia di svanziche lasciate da Rigey? Egli godevacomeingegnere delle Pubbliche Costruzionidi un buon stipendio. Vivevaparcamente a Como con una vecchia governante e i suoi risparmipassavano a casa Rigey. Aveva sulle prime apertamente e solennementedisapprovata la inclinazione di Luisa per Franco parendogli quello unmatrimonio troppo disuguale; ma poiché i giovani erano statifermi e sua sorella aveva consentitoegli tenendosi la sua opinioneper sés'era messo ad aiutare in tutto che poteva.

«Lamamma?»ripeté.

«Stabeninostaseraper la consolazionema ora è agitata perchémezz'ora fa è venuto Franco e ha raccontato che c'èstata una mezza scena con la nonna.»

«Ohpovero me!»fece l'ingegnereche quando udiva di qualchesproposito altrui soleva commiserarnecon questa esclamazionesestesso.

«Nozio; Franco ha ragione.»

Luisapronunziò queste parole con fierezza subitanea. «Masi!»esclamò perché lo zio aveva messo un lungo«hm!» dubitativo. «Ha cento ragioni! Ma»soggiunse piano«dice di essere partito di casa in modo che lanonna verrà molto probabilmente a scoprir tutto.»

«Meglio»disse lo zioincamminandosi verso la terrazza.

Laluna era tramontatafaceva buio. Luisasussurrò: «Mammaè qui».

Lasignora Teresatribolata dalla mancanza di respirosi era fattatrascinare sulla terrazzanella sua poltronaper avere un po'd'ariaun po' di sollievo.

«Cosavi parePiero?»disse con voce simile nel timbro a quella diLuisama stanca e più dolce: la voce di un cuor mite cui ilmondo è amaramente avverso e che cede. «Cosa vi pare chetutte le nostre prudenze non serviranno a niente?»

«Manomammaquesto non si sa ancoraquesto non si può dire!»

MentreLuisa parlava cosìFranco che stava nel salotto col curato neuscì per abbracciar lo zio.

«Dunque?»disse questi stendendogli la manoperché gli abbracciamentinon erano di suo gusto. «Cosa è successo?»

Francoraccontò l'accaduto velando un poco le espressioni della nonnache potevano riuscire troppo offensive ai Rigeytacendo affatto laminaccia di non lasciargli un soldoaccusando quasi più lasuscettibilità propria che l'insolenza della vecchiaconfessando finalmente di aver fatto conosceredi propositola suaintenzione di star fuori tutta la notte. Ciò non poteva a menodi condurre la nonna a scoprir tutto subitoperché lo avrebbeinterrogato su quest'assenzaed egli non voleva mentiree tacereera come confessare.

«Senti!»esclamò lo zio con l'accento vibrato e con la faccia spantadel galantomone chesoffocando in un viluppo di cautele e didissimulazionivi mena dentro due gran gomitatese ne disbriga erespira: «Vedo che hai avuto torto d'irritar la nonna perchécosa mai! Bisogna rispettare i vecchi anche nei loro errori; capiscoche le conseguenze saranno pessime; ma son più contento cosìe sarei più contento ancora se tu avessi già detto atua nonna le cose chiare e tonde. Questo segretoquesto infingersiquesto nascondersi non mi sono mai piaciuti un corno. Cosa mai!L'onest'uomo quello che fa lo dicealla papale. Tu vuoi ammogliarticontro la volontà della nonna. Benealmeno non ingannarla!»

«MaPiero!»esclamò la signora Teresa cheinsieme ad unosquisito sentimento della vita come dovrebb'esserepossedeva unsenso acuto della vita com'è realmentee data molto piùdi suo fratello agli esercizi di pietàmolto piùfamiliare con Dioriusciva più facilmente a persuadersi diaver ottenuta da Luiper amor di un bene sostanzialequalcheconcessione di forma.

«MaPiero! Voi non riflettete.» (La signora Teresamolto piùgiovane di suo fratellogli parlava sempre col voi e ne pigliava iltu). «Se la marchesa viene a conoscere il matrimonio in un modosimile enaturalmentenon vuol saperne di prender Luisa in casacosa fanno questi ragazzi? Dove vanno? Qui non c'è posto equand'anche vi fosse posto non è preparato nulla. In casavostra nemmeno. Bisogna riflettere. Se si voleva tener la cosasegreta per un mese o duenon era mica per ingannare; era per avertempo di disporvi la nonna ese la nonna non volesse piegarsidipreparar un paio di stanze a Oria.»

«Ohpovero me!»fece l'ingegnere. «Ci voglion due mesi perquesto? Non par vero.»

Unsoffio prolungatonell'ombraricordò in quel punto lapresenza del signor Giacomo che stava in un angoloappoggiato almuronon osando scostarsene per l'oscurità.

Lasignora Teresa non l'aveva ancora salutato.

«Ohsignor Giacomo!»diss'ella con grande premura. «Scusi.La ringrazio tantosa. Venga qua. Ha sentito quel che si diceva?Dica anche Lei; cosa Le pare?»

«Lamia servitù»disse il signor Giacomo dal suo angolo.«Propramente non me movoperchécon la mia poveravista...»

«Luisa!»fece la signora Teresa. «Porta fuori un lume. Ma ha sentitosignor Giacomo; cosa Le pare? Dica.»

Ilsignor Giacomo mise nella sua sapienza tre o quattro piccoli soffifrettolosi che significavano: «ahiquesto è unimbarazzo»

«Noso»cominciò titubante«no sodigo adessosetrovandome a scuro...»

«Luisa!»chiamò da capo la signora Teresa.

«Ehnossignoranossignora. M'intendo a scuro de tante cosse che no so.Vogio dir che ne la mia ignoranza no me posso pronunciar. Peròdigome par che forse se podaria... adessodigomi son qua per elservizio Suo e de la rispettabilissima famegiasì ben che nome faria maravegia che l'Imperial Regio Commissarioottima personama sustosèta... benbastano discoremomi son quaperòme parariadigoche se podesse tirar avanti un pocheto e intantoqua el nostro nobilissimo signor don Franco podaria forse co le bonecole molesine... Ben ben benper micome che Le comanda.»

Furonole proteste violente di Franco che fecero voltare cosìprecipitosamente strada al signor Giacomo. Luisa le appoggiò ela signora Teresache forse adesso avrebbe pure inclinato a unadilazionenon osò contraddire.

«LuisaFranco»diss'ella. «Riconducetemi in salotto.»

Idue giovani spinsero insiemeseguiti dallo zio e dal signor Giacomola poltrona nel salotto.

Nelpassar la soglia Luisa si chinòbaciò la mamma suicapelli e le sussurrò: «vedrai che tutto andràbene». Ella credeva di trovar il curato in salottoma ilcurato se l'era svignata per la cucina.

AppenaFranco e Luisa ebbero accostata la mamma al tavolo dov'era il lumecapitò il sagrestano ad avvertire che tutto era pronto. Allorala signora Teresa lo pregò di annunciare al curato che glisposi sarebbero andati in chiesa fra mezz'ora.

«Luisa»diss'ellafissando sua figlia con uno sguardo significante.

«Sìmamma»rispose questa; e riprese a voce più altavolgendosi al suo fidanzato: «Francola mamma desideraparlarti.»

Ilsignor Giacomo capì e uscì sulla terrazza. L'ingegnerenon capì nulla e sua nipote dovette spiegargli che bisognavalasciar la mamma sola con Franco. L'uomo semplice non ne intendevabene il perché: allora ella gli prese sorridendo un braccio elo condusse fuori.

Lasignora Teresa stese in silenzio la sua bella mano ancora giovaneaFrancoche s'inginocchiò per baciarla.

«PoveroFranco!»diss'ella dolcemente.

Lofece alzare e sedere vicino a sé. Doveva parlarglidisse; esi sentiva tanto poca lena! Ma egli capirebbe moltoanche da pocheparole: «Minga vera?»

Cosìdicendo la voce fioca ebbe una soavità infinita.

«Sai»cominciò«questo non avevo pensato a dirteloma mi èvenuto in mente quando tu raccontavi del piatto che hai rotto atavola. Ti prego di avere riguardo alla situazione dello zio Piero.Egli pensanel suo cuorecome te. Se tu avessi veduto le lettereche mi scriveva nel 1848! Ma è impiegato del Governo. Vero chesi sente tranquillo nella sua coscienza perchéoccupandosi distrade e di acquesa che serve il suo paese e non i tedeschi; macerti riguardi vuole e deve averli. Fino a un dato punto bisogna cheli abbiate anche voi per amor suo.»

«Itedeschi andranno via prestomamma»rispose Franco«masta tranquillasarò prudentevedrai.»

«Ohcaroio non ho più niente da vedere. Non ho che a vedervi voialtri due uniti e benedetti dal Signore. Quando i tedeschi sarannoandati viaverrete a dirmelo a Looch.»

Portanoil nome di Looch i praticelli ombrati di grandi noci dove sta ilpiccolo camposanto di Castello.

«Mati devo parlare di un'altra cosa»proseguì la signoraTeresa senza lasciar a Franco il tempo di far proteste. Egli le presele manigliele strinse trattenendo a fatica il pianto.

«Bisognache ti parli di Luisa»diss'ella. «Bisogna che tu laconosca bene tua moglie.»

«Laconoscomamma! La conosco quanto la conosci tu e più ancora!»

Egliardeva e fremeva tuttocosì dicendonell'appassionato amoreper lei ch'era la vita della sua vital'anima dell'anima sua.

«PoveroFranco!»fece la signora Teresa teneramentesorridendo. «Noascoltamivi è qualche cosa che non sai e che devi sapere.Aspetta un poco.»

Avevabisogno di una sostal'emozione le rendeva il respiro difficile epiù difficile il parlare. Fece un gesto negativo a Franco cheavrebbe pur voluto adoperarsiaiutarla in qualche modo. Le bastavaun po' di riposo e lo prese appoggiando il capo alla spalliera dellapoltrona.

Sirialzò presto. «Avrai inteso parlar male»disse«del povero mio maritoa casa tua. Avrai inteso dire ch'era unuomo senza principii e che ho avuto un gran torto a sposarlo. Infattiegli non era religioso e questa fu la ragione per cui esitai moltoprima di decidermi. Sono stata consigliata di cedere perchépotevo forse influire bene sopra di lui che aveva un'anima nobile. Èmorto da cristianoho tanta fede di trovarlo in paradiso se ilSignore mi fa questa grazia di prendermi con sé; ma finoall'ultima ora parve che non ottenessi nulla. Benetemo che la miaLuisain fondoabbia le tendenze del suo papà. Me lenascondema capisco che le ha. Te la raccomandostudialaconsiglialaha un gran talento e un gran cuorese io non ho saputofar bene con leitu fa megliosei un buon cristianoguarda che losia anche leiproprio di cuore; promettimeloFranco.»

Eglilo promise sorridendocome se stimasse vani i timori di lei efacesseper compiacenzauna promessa superflua.

L'ammalatalo guardòtriste. «Credimisai»soggiunse«nonsono fantasie. Non posso morire in pace se non la prendi come unacosa seria.» E poi che il giovane ebbe ripetuta la sua promessasenza sorrideresoggiunse:

«Unaparola ancora. Quando parti di quavai a Casarico dal professorGilardoninon è vero?»

«Maquesto era il piano di prima. Dovevo dire alla nonna che andavo adormire da Gilardoni per fare poi una gita insieme alla mattina;adesso lo sai come sono venuto via.»

«Vaccilo stesso. Ho piacere che tu ci vada. E poi ti aspettanon èvero? Dunque ci devi andare. Povero Gilardoninon è piùvenuto dopo quella pazzia di due anni or sono. Lo sainon èvero? Luisa te l'avrà detto?»

«Sìmamma.»

Questoprofessor Gilardoni che viveva a Casaricoda eremitasi era moltoromanticamente innamoratoqualche anno primadella signora Teresa ele si era timidamentereverentemente proposto per maritoottenendoun tale successo di stupore da togliergli poi il coraggio diricomparirle davanti.

«Poverouomo!»riprese la signora Rigey. «Quella è statauna stupidità grandema è un cuor d'oroun buonamicotenetevelo caro. Il giorno prima che gli venisse quell'accessodi pazziami ha fatto una confidenza. Non te la posso ripetereeanzi ti prego di non parlargliene se non te ne parla lui; ma insommaè una cosa che potràin certi casiaver moltaimportanza per voi altrispecialmente se avrete figli. Se Gilardonite ne parlapensaci prima di dirlo a Luisa. Luisa potrebbe prenderla cosa non come va presa. Delibera tuconsigliati con lo zio Pieroe poi parla o non parlasecondo la strada che vorrai prendere.»

«Sìmamma.»

Sipicchiò all'usciosommessamentee la voce di Luisa disse:

«Èfinito?»

Francoguardò l'ammalata. «Avanti»diss'ella. «Èora di andare?»

Luisanon risposecinse con un braccio il collo di Franco.S'inginocchiarono insieme davanti alla mammale piegarono il capo ingrembo. Luisa faceva ogni sforzo per trattenere il piantosapendobene che bisognava evitare alla mamma ogni emozione troppo fortemale spalle la tradivano.

«NoLuisa»disse la mamma«nocarano»e leaccarezzava il capo. «Ti ringrazio che sei sempre stata unabuona figliuolasai; tanto buona; quietati; son cosìcontenta; vedrai che starò meglio. Andate dunque; datemi unbacio e poi andatenon fate aspettare il signor curato. Dio tibenedicaLuisa; e anche teFranco.»

Chieseil suo libro di preghieresi accostò il lumefece aprire lefinestre e l'uscio della terrazza per respirar meglio e mandòvia la fantesca che si preparava a tenerle compagnia. Usciti glisposientrò l'ingegnere per salutar sua sorella prima diandare in chiesa.

«CiaonehTeresa.»

«AddioPiero. Un altro peso sulle vostre spallepovero Piero.»

«Amen»rispose pacificamente l'ingegnere.

Rimastasolala signora Rigey stette ascoltando il rumor dei passi che siallontanavano. Quelli gravi di suo fratello e del signor Giacomolacoda della colonnanon le lasciavano udire gli altri ch'ella avrebbevoluto accompagnar con l'orecchio quanto era possibile.

Unmomento ancora e non intese più nulla. Ebbe l'idea che Luisa eFranco si allontanavano insieme nell'avvenire dove a lei non era datoseguirli che per pochi mesi o forse per pochi giorni; e che nonpoteva indovinar nientepresentir niente del loro destino. «Poveriragazzi»pensò. «Chi sa cosa avranno passato fracinque annifra dieci anni!» Stette ancora in ascoltoma ilsilenzio era profondo; non entrava per le finestre aperte che ilfragor lontano lontano della cascata di Resciadi là dallago. Allorasupponendo che fossero già in chiesaprese ilsuo libro di preghiere e lesse con fervore.

Sistancò prestosi sentì una gran confusione in testale si confusero alla vista anche i caratteri del libro.

Lasua mente si assopivala volontà era perduta. Presentiva unavisione di cose non vere e sapeva di non dormirecomprendeva che nonera sognoch'era uno stato prodotto dal suo male. Vide aprirsil'uscio che metteva in cucina ed entrare il vecchio Gilardoni diDasiodetto «el Carlin de Dàas»padre delprofessoreagente di casa Maironi per i possessi di Valsoldamortoda venticinque anni. La figura entrò e disse in tono naturale:«Oh sciora Teresala sta ben?». Ella credette dirispondere: «Oh Carlin! Bene e voi?»ma in fatto nonaperse bocca. «Ghe l'hoo chì la lettra»ripresela figura agitando trionfalmente una lettera. «L'hoo portadachì per Lee.» E posò la lettera sul tavolo.

Lasignora Teresa vide chiaramente e con un senso di vivo piacere questalettera sudicia e ingiallita dal temposenza busta e con la tracciadi una piccola ostia rossa. Le parve dire: «GrazieCarlin. Eadesso andate a Dasio?». «Sciora no»rispose ilCarlin. «Voo a Casarech dal me fioeu.»

L'ammalatanon vide più il Carlinma vide ancora la lettera sul tavolo.La vedeva chiaramente eppure non era certa che vi fosse; nel suocervello inerte durava l'idea vaga di altre allucinazioni passatel'idea della malattia sua nemicasua padrona violenta. Aveval'occhio vitreola respirazione penosa e frequente.

Unsuono di passi affrettati la scossela richiamò quasi deltutto in sé. Quando Luisa e Franco si precipitarono in cameradalla terrazzanon si accorserocausa il paralume della lucernache la fisionomia della mamma fosse stravolta. Inginocchiati accantoa leila coprirono di baciattribuirono all'emozione quel respiroaffannoso. A un tratto l'ammalata sollevò il capo dallaspalliera della poltronatese le mani avantiguardando e indicandoqualche cosa.

«Lalettera»diss'ella.

Idue giovani si voltarono e non videro niente.

«Cheletteramamma?»disse Luisa. Nello stesso punto notòl'espressione del viso di sua madrediede un'occhiata a Franco peravvertirlo. Non era la prima voltadurante la sua malattiache lamamma soffriva di allucinazioni. All'udirsi domandare «chelettera?» ella capìfece «oh!»ritiròle manise ne coperse il viso e pianse silenziosamente.

Confortatadalle carezze de' suoi figlisi ricomposeli baciòstese lamano a suo fratello e al signor Giacomoche non avevano intesoaffatto cosa fosse accaduto e accennò a Luisa di andar apigliar qualche cosa. Si trattava di una torta e di una bottigliapreziosa di vino del Niscioreeregalata con altre parecchietempoaddietrodal marchese Bianchi che aveva per la signora Rigey unasingolare venerazione.

Ilsignor Giacomonon vedendo l'ora di svignarselaincominciava adimenarsia soffiareguardando l'ingegnere.

«SignoraLuisina»diss'egli vedendo uscire la novella sposa. «Lascusason propramente per domandar licenza...»

«Nono»lo interruppe con un fil di voce la signora Teresa«aspetti un poco.»

Luisascomparve e Franco scivolò pure fuori dalla stanza dietro suamoglie. La signora Teresa parve presa da uno scrupoloaccennòa richiamarlo.

«Macosa mai!»fece l'ingegnere.

«MaPiero!»

«Macosa?»

Leantiche tradizioni austere della sua famigliaun sottile senso didignitàforse anche uno scrupolo religioso perché glisposi non avevano ancora assistito alla messa della benedizionenuzialeimpedivano alla signora Teresa di approvare che i giovani siappartassero e insieme di spiegarsi. Le sue reticenze e la bonarietàpatriarcale dello zio diedero agio a Franco di sottrarsi ai richiamisenza rimedio alcuno. La signora Teresa non insistette.

«Persempre!»mormorò dopo un momento come parlando fra sé.«Uniti per sempre!»

«Nualtri»disse l'ingegnere rivolgendosi in dialetto veneto al suo collega nelcelibato«nualtrisior Giacomode ste buzare no ghe nefemo.»

«Semprede bon umorElaingegnere pregiatissimo»rispose il signorGiacomo a cui la coscienza diceva che aveva fatto delle «buzare»peggiori.

Glisposi non ritornavano.

«SignorGiacomo»riprese l'ingegnere«per questa nottenienteletto.»

L'infelicesi contorsesoffiò e batté le palpebre senzarispondere.

Egli sposi non ritornavano.

«Piero»disse la signora«suonate il campanello.»

«SignorGiacomo»fece l'ingegnere senza scomporsi«dobbiamosuonare il campanello?»

«L'ideade la signora Teresa pare propramente questa»rispose l'ominonavigando alla meglio tra il fratello e la sorella. «Peròmi no digo gnente.»

«Piero!»insistette la signora.

«Mainsomma»riprese suo fratello senza muoversi. «Leicosafarebbe? Lo suonerebbequesto campanelloo non lo suonerebbe?»

«OhDio!»gemette il Puttini. «La me dispensa.»

«NonLa dispenso un corno.»

Glisposi non ritornavano e la mammasempre più inquietaricominciava:

«MasuonatedunquePiero!»

Ilsignor Giacomoche moriva dalla voglia di andarsene s non potevaandarsene senza salutar gli sposiincoraggiato dall'insistere dellasignorafece uno sforzodiventò rosso rosso e buttòfuori la sua sentenza: «Mi sonaria.»

«Carosignor Giacomo»disse l'ingegnere«mi stupiscomisorprendo e mi meraviglio.» Chi sa perchéquando era dibuon umore e gli capitava in bocca uno di quei sinonimili infilzavatutti e tre. «Però»conchiuse«suoniamo.»

Esuonò molto discretamente.

«SentitePiero»disse la signora Teresa. «Ricordatevi bene cheadessoquando partite voideve partire anche Franco. Ritorneràalle cinque e mezzo per la messa.»

«Ohpovero me!»fece lo zio Piero. «Quante miserie! Insommasono marito e mogliesì o no? Bene bene bene»soggiunseperché sua sorella si inquietava. «Fate tuttoquello che voleteecco.»

Invecedegli sposi entrò la fantesca portando la torta e la bottigliae disse all'ingegnere che la signora Luisina lo pregava di uscire unmomento sulla terrazza.

«Adessoche viene un po' di grazia di Diomi mandate fuori»dissel'ingegnere. Egli scherzavacon la solita serenità dispiritoforse non comprendendo bene lo stato grave di sua sorellaforse per certa sua naturale disposizione pacifica verso tutto chefosse ineluttabile.

Uscìsulla terrazza dove Luisa lo aspettava con Franco. «Sentizio»diss'ella«mio marito dice che certo la nonnascoprirà tutto subitoch'egli non potrà piùstare a Cressognoche se la mamma fosse in buone condizioni sipotrebbe venire da te a Oriama che cosìpur tropponon èpossibile. Allora dice che si potrebbe mettere all'ordine una cameraquiin frettaalla meglio; lo studio del povero papàsidiceva noi. Cosa ti pare?»

«Hm!»fece lo zioche non accettava facilmente le novità. «Mipare una risoluzione molto precipitosa. Fate una spesamettete lacasa sossopra per una cosa che non può durare.»

Lasua idea fissa era quella di aver tutta la famiglia a Oriae questoripiego della camera gli faceva ombra. Temeva che se gli sposi siaccomodavano a Castello finissero con restarvi. Luisa si studiòdi persuaderlo che non si poteva fare altrimentiche né laspesa né l'incomodo sarebbero stati grandiche suo maritoquando avesse a uscir di casaandrebbe difilato a Lugano eritornerebbe con i pochi mobili strettamente necessari. Lo ziodomandò se Franco non potrebbe invece mettersi a Oria e starvifino a quando vi potessero scendere la mamma e lei. «Ohzio!»fece Luisa. S'ella avesse saputo del campanellosi sarebbe ancor piùmeravigliata di una proposta simile. Ma il buon uomo aveva qualchevolta di queste idee ingenue che facevano sorridere sua sorella.Luisa non durò fatica a trovare argomenti contro l'esilio diFranco e ad adoperarli con calore. «Basta»fece lo zionon persuasoma placidoallargando le braccia in arconell'atto diun Dominus vobiscum più caritatevolepiùdisposto a cinger di tenerezza le povere creature umane. «Fiat.Ohe se occorre»soggiunse volgendosi a Franco«comestai a quattrini?»

Francotrasalìs'imbarazzò.

«Èil nostro papàsai»gli disse sua moglie.

«Papàniente affatto»osservò lo ziosempre placidamente.«Papà niente affattoma quel ch'è mio èvostroecco; vuol dire dunque che vi munirò un poco secondole mie forze.»

Ericevette l'abbraccio commosso de' suoi nipoti senza corrisponderviquasi seccato da una dimostrazione superfluaseccato che nonaccogliessero più semplicemente una cosa tanto semplice enaturale. «Sìsì»diss'egli«andiamoa bere ch'è meglio.»


Ilvino del Niscioreerosso chiaro come un rubinodelicato egagliardoblandì e pacificò le viscere dell'impazientesignor Giacomoche in quegli anni di oïdium ben di radobagnava le labbra nel vin pretto e beveva cupamente vin Grimelli diacquosa memoria.

«Estestnon è verosignor Giacomo?»disse lo zioPiero vedendo il Puttini guardar devotamente nel bicchiere che tenevain mano. «Qui almeno non c'è pericolo di crepare comequel tale: et propter nimium est dominus meus mortuus est

«Ami me par de resussitar»rispose il signor Giacomoadagioadagioquasi sottovoceguardando sempre nel bicchiere.

«Alloraun brindisi agli sposi!»riprese l'altroalzandosi. «Senon lo fa Leilo farò io:


Vivalü e viva lee

Enün andèm foeura d'i pee.


Ilsignor Giacomo vuotò il bicchieresoffiò molto e battémolto le palpebre in segno dei vari sentimenti che tumultuavanonell'animo suo mentre l'ultimo aroma e l'ultimo sapor del vino gli siperdevano in bocca; offerse la sua servitù alla signora Teresariveritissimala sua devozione alla sposina amabilissimala suaosservanza allo sposo compitissimo; si schermìmenando lebraccia e la testadai ringraziamenti che gli fioccavano addossoepreso il cappellonepresa la mazzasi avviò umilmentesoffiando con un misto di compiacenza e di rammaricodietro la moleplacida dell'ingegnere pregiatissimo.

«EtuFranco?»chiese subito la signora Teresa.

«Vado»rispose Franco.

«Vienqua»diss'ella. «Vi ho accolto così malepoverifigliuoliquando siete ritornati dalla chiesa. Saim'era venuto unode' miei accessi; lo avete ben capito. Adesso mi sento tanto beninotanto in pace. SignoreVi ringrazio. Mi pare d'avere messa la casain ordined'avere spento il fuocod'aver dette un po' di orazioni edi andar a dormiretutta bella contenta; ma non così prestosaicaronon così subito. Ti lascio la mia Luisacarotilascio lo zio Piero; so che li amerai tantovero? Ricordati anche dimeperò. Ah Signorecome mi rincresce di non vedere i vostrifigli! Quello sì. Hai da dar loro un bacio per la poveranonnatutti i giorni. E adesso va'figlio mio; ritorni alle cinquee mezzonon è vero? Sìaddiova'.»

Gliparlava carezzevolecome a un bambino che non capisce ancora ed eglipiangeva di tenerezza silenziosamentele baciava e ribaciava lemanigodendo che Luisa fosse presente e vedesse; perché nellasua immensa tenerezza per la mamma vi era la immensa gioia di esseredivenuto un solo con la figlia e come un'avidità di amar tuttoche sua moglie amavacon la stessa forza.

«Va'»ripeteva mamma Teresatemendo anche la commozione propria: «va'va'.»

Egliobbedìfinalmente; e uscì con Luisa. Anche stavoltaLuisa tardò molto a ritornarema le anime più santehanno le loro lievi debolezze e quantunque la fantesca non facesseche andare e venire dalla cucina al salottola signora Teresatoccadalle dimostrazioni d'affetto che le aveva prodigate Franconon ledisse mai di suonare il campanello.



4.La lettera del Carlin


Francodiscese il monte adagio adagiotutto chiuso nel suo mondo interiorecosì pieno di cosedi pensieridi sentimenti nuovifermandosi ogni tratto a guardar la strada biancastra e i campicelliscuria toccar le foglie d'una vite o i sassi d'un muricciuolo persentire la realtà del mondo esternopersuadersi che nonsognava. Solamente a Casariconella contrada dei Mal'aridavantialla porticina della villetta Gilardonisi ricordò delleparole oscure di mamma Teresa circa la confidenza fattale dalGilardoni e si domandò quale potesse mai essere l'arcano chenon conveniva rivelare a Luisa. A dir il vero questo consiglio dellamamma non gli era piaciuto interamente. «Come mai»pensòbussando all'uscio«nasconderei qualche cosa a mia moglie?»

Ilprofessore Beniamino Gilardonifiglio del «Carlin de Dàas»era stato fatto studiare dal vecchio don Franco Maironidal maritodella marchesa Orsolauomo bizzarrolunaticoviolentomageneroso. Quando il Carlin morìsi vide che la generositàdel Maironi non sarebbe stata necessaria. Beniamino ereditò undiscreto gruzzoletto e ciò fece andare in bestia don Francoche lo tenne responsabile dell'ipocrisia paternagli voltò lespalle né volle più saperne di lui nel poco tempo chevisse ancora dopo la morte del suo agente. Il giovane entrònell'insegnamentofu professore di latino nel ginnasio di Cremona edi filosofia nel liceo di Udine. Cagionevole di salute e timorosoassai del male fisicoalquanto misantropopiantò nel 1842 lacattedra e venne a godersi la modesta eredità paterna inValsolda. Il natio paesello di Dasioseduto sotto le roccedolomitiche dell'Arabioneera troppo alto e troppo incomodo per lui.Vendette i suoi beni di lassùsi comperò l'uliveto delSedorgg sopra Casarico e una villetta in Casarico stessosulla rivadel lago; un gingillo di villetta che egli chiamava per la sua forma«pi greco» a immagine del diagramma di Ugo Foscolo. Dallacontrada dei Mal'ari un andito breve metteva nel cortiletto addossatoa un portico minuscolo e aperto verso il lagofra grandi oleandridi fronte a sei miglia d'acqua verde o grigia o azzurrasecondo imomentifino al monte S. Salvatore inclinato là in fondosotto il peso della sua gobba malinconicaai sottoposti colli umididi Carona. A levante della casina si stendeva un orto favolosamentespazioso per quei paesi le cui pianure l'ingegnere Ribera solevadefinire con questa citazione censuaria: campo grandedetto ilcamponetavol sett. Sette tavole son venti o ventidue metriquadrati. Il professore lo coltivava con l'aiuto del suo servitorelloGiuseppedetto il Pinellae d'una bibliotechina di trattatifrancesi. Si faceva venire di Francia i semi delle qualitàd'ortaggi più celebrateche talvolta gli spuntavanoignobilmente diversi dalla loro fede di battesimo e magari daqualunque onesta famiglia battezzata. Accadeva allora che filosofo efamigliocurvi sull'aiuola con le mani alle ginocchialevassero gliocchi dai germogli beffardi per guardarsi in facciail primosinceramenteil secondo ipocritamente compunto. In un cantodell'orto vivevanella sua stalletta costrutta con tutte le regoledell'arteuna vaccherella svizzera comperata dopo tre mesi diassidui studi e riuscita magra e cagionevole quanto il padrone; alqualemalgrado la mucca svizzera e quattro galline padovanecapitava spesso di non potersi preparare in casa un latte all'ovo.Nel muro di sostegno verso il lagobattuto al piede dall'onda pienadella brevaegli aveva praticati dei fori e piantatoperconsiglio di Franco Maironialquante agavi americanealquanti rosaie capperifasciando cosìcome soleva direcon una eleganteforma poetica il sostanzioso contenuto dell'orto. E per amore dipoesia aveva lasciato incolto un breve angolo dell'orto stesso. Viera cresciuto un canneto altissimo e a questo canneto il professoreaveva addossato una specie di belvedereun alto palco di legnomolto rustico e primitivodove nella buona stagione passava qualchegradevole ora leggendoal fresco della brevaal mormorio delcanneto e delle ondei libri mistici che amava. Da lontano il coloredel palco si confondeva con quello del canneto ed il professorepareva seduto in aria col suo libro in manocome un mago. Teneva nelsalotto la bibliotechina d'orticoltura; i libri misticii trattatidi negromanziadi gnosticismogli scritti sulle allucinazioni e suisogni li teneva in uno studiolo vicino alla camera da lettoin unaspecie di cabina di nave dove il lago o il cielo parevano entraredalla finestra.

Dopola morte del vecchio Maironi il professore aveva ripigliato avisitare la famigliama la marchesa Orsola gli piaceva poco e donAlessandro suo figliopadre di Francomeno ancora. Finì conandarci una volta l'anno. Quando il giovinetto entrò in liceoil Gilardoni fu pregato dalla nonnaché il padre era morto daun pezzodi dargli qualche lezione durante l'autunno. Maestro escolaro si somigliavano nei facili entusiasminelle collere veementie fugacied erano caldi patrioti ambedue. Cessato il bisogno dellelezioni si rividero come amici benché il professore avesseoltre a vent'anni più di Franco. Questi ammirava l'ingegno delsuo allievo; Franco invece stimava assai poco la filosofia mezzocristiana mezzo razionalista del maestrole sue tendenze mistiche;rideva della sua passione per i libri e per le teorie d'orticoltura egiardinaggioscompagnata da qualsiasi senso pratico. Lo avevatuttavia molto caro per la sua bontàper il suo candoreperil suo calor d'animo. N'era stato il confidente al tempodell'infelice amore concepito dal Gilardoni per la signora TeresaRigey e lo aveva poi ricambiato con le confidenze proprie. IlGilardoni ne fu molto commosso; disse a Franco che avendo nel cuorequel tale culto gli sarebbe parso di diventar un poco suo padre anchese la signora Teresa non volesse saperne di lui. Franco non mostròdi apprezzare questa paternità metafisica; l'amore per lasignora Rigey gli pareva un'aberrazione; ma insomma si confermònell'idea che la testa del professore non valeva gran cosa e che ilcuore era d'oro.

Bussòdunqueall'uscio e venne ad aprirgli il professore in personaportando un lumicino a olio. «Bravo»diss'egli. «Credevoche non venissi più.»

IlGilardoni era in veste da camera e pantofoleaveva in testa unaspecie di turbante ed esalava un forte odore di canfora. Pareva unturcoun Gilardoni bey; ma la faccia magra e giallognola chesorrideva sotto il turbante nulla aveva di turchesco. Contornatad'una barbetta rossastrafiorita pomposamentenel mezzod'un belnasone bitorzoluto e vermiglioluceva per due begli occhi azzurrimolto giovanilipieni d'ingenua bontà e poesia.

AppenaFranco ebbe chiuso l'uscio dietro di sél'amico gli sussurrò:«È fatto?». «È fatto»risposeFranco. L'altro lo abbracciò e lo baciòsilenziosamente. Poi lo fece salire nello studiolo. Gli spiegòstrada facendo che s'era applicato sulla testa delle compressed'acqua sedativasecundum Raspailper una minaccia diemicrania. Egli era un apostolo di Raspail e aveva convertito ancheFrancomolto soggetto alle infiammazioni di goladalle sanguisughealla sigaretta di canfora.

Nellostudiolonuovo amplessomolto stretto e molto lungo. «Tantotantotanto!»esclamò Gilardoni sottintendendo unmondo di cose.

PoveroGilardonigli occhi gli luccicavano. Aveva sperato invano unafelicità simile a quella dell'amico suo! Franco inteses'imbarazzònon seppe dirgli nullae ne seguì unsilenzio così significativo che il Gilardoni non potésopportarlo e si mise ad accendere un po' di fuoco per riscaldare ilcaffè che aveva preparato. Franco si offerse per questabisogna e il professore accettò allegando il suo mal di caposi mise a disfare il turbante davanti a una scodella d'acquasedativa. «Dunque»diss'eglidominando la propriaemozione con uno sforzo di volontà«mi racconti.»Franco gli raccontò ogni cosa dal pranzo della nonna fino allacerimonia nuziale nella chiesa di Castelloeccettonaturalmenteilcolloquio segreto con mamma Teresa. Il professore Beniaminocheintanto si era rimesso il turbantesi fece coraggio a mezzo. «E...»diss'egli sostituendo al nome amato una specie di gemito sordo«comesta?» Udito dell'allucinazioneesclamò: «Unalettera? Le pareva di vedere una lettera? Ma che lettera?».QuestoFranco non lo sapeva. Uno stridore sulla brace interruppe laconversazione; il caffè bolliva a scroscio e si versava.

IlGilardoni somigliava al suo giovane amico pure in questo che gli sileggeva il cuore in faccia. Il giovane amicoch'era del resto unlettore di facce infinitamente più sagace e pronto di luicapì subito ch'egli aveva pensato ad una data lettera e glichiesementre il caffè stava posandose fosse in grado dispiegar quell'allucinazione. Il professore si affrettò arispondere di noma tosto pronunciato il no lo attenuò conparecchi altri no misti a inarticolati brontolii: «eh no - nogià - non saprei - insomma no». Franco non insistette ene seguì un altro silenzio alquanto significativo. Preso ilcaffè con molti involontari segni d'inquietudineilprofessore propose bruscamente d'andare a letto. Francodovendoripartire prima di giornopreferì non coricarsi ma volle chesi coricasse l'amicoe l'amicodopo infinite proteste e cerimoniedopo aver esitato fin sulla soglia della porta con la sua scodellad'acqua sedativa in manofece di colpo un volta facciasi gittòalle spalle un «addio» e scomparve.

RimastosoloFranco spense il lume e si distese sulla poltrona con la buonaintenzione di dormirecercando il sonno in qualche pensieroindifferentese gli fosse possibile di fermarvisi. Non erano passaticinque minuti quando fu picchiato all'uscio e subito entròprecipitosamentesenza lumeil professore dicendo: «Insommasono qui!». «Cosa c'è?»esclamòFranco. «Mi rincresce che ho spento.» Si sentì inpari tempo le braccia del buon Beniamino intorno al collola suabarbala canfora e la voce sul viso.

«Carocaro caro caro don Francoio ho un peso enorme sul cuorenon volevoparlare adessovolevo lasciarla quieto ma non possonon possopossnoposs noposs no!»

«Maparlisi quietisi quieti!»disse Franco sciogliendosidolcemente da quell'abbraccio.

Ilprofessore lo lasciò e si portò le mani alle tempiegemendo: «Oh che animaleche animaleche animale! Potevo benlasciarla tranquillopotevo ben aspettare domani! o posdomani! Maormai è fattaè fatta».

Afferròle mani di Franco. «Credaavevo cominciato a spogliarmi quandomi ha preso come una vertigine e lìandiamometti su da capole vestae viacorri qua come un mattosenza lume! Nella furia hopersin rovesciato la scodella dell'acqua sedativa!»

«Accendiamoil lume?»chiese Franco.

«Nono no! Meglio parlare al buiomeglio parlare al buio! Guardimimetto persino quiio!» Andò a sedere al suo scrittoiofuori del chiaror debole ch'entrava dalla finestrae parlò.Parlava sempre nervoso e disordinato; figurarsi adesso conl'agitazione che aveva in corpo.

«Comincioneh? Chi sa cosa diràcaro don Franco! Tutte chiacchiereinutiliqueste; ma cosa vuolelàpazienza. Comincio dunque;di dove comincio? Ah Signorevede che bestia sono che non so nemmenopiù dove cominciare? Ahquell'allucinazione! SìLe hodetto una bugia poco faposso benissimo sospettare l'origine diquell'allucinazione. Si tratta d'una letteraproprio d'una letterache io ho fatto vedere due anni sono alla signora Teresa. Una letteradel povero don Franco Suo nonno. Beneadesso cominciamo dalprincipio.

Ilmio povero papànegli ultimi giorni della sua vita mi parlòdi una lettera di don Franco che avrei trovato nel cassettonedov'erano tutte le carte da conservarsi. Mi disse di leggerladicustodirla e di regolarmia suo temposecondo la mia coscienza."Però"disse"è quasi certo che non visarà niente da fare." Il povero papà viene amancareio cerco la lettera nel cassettonenon la trovo. Frugotutta la casanon la trovo. Cosa vuole? Mi do pace con l'idea chenon ci sarà niente da fare e non ci penso più. Bestiavero? Animale? Me lo dica pureme lo meritome lo son detto tantevolte io. Schiavoandiamo avanti. Lei sa com'è stata regolatala successione di Suo nonno? Sa come sono andati gli affari di casaSua? Mi perdonanehse Le parlo di queste cose?»

«Soche mio nonno morì senza testamento e che non ho niente»rispose Franco. «Passiamoandiamo avanti.»

Eraun argomento penoso davveroper Franco. Alla morte del vecchioMaironi non s'era trovato testamento. La vedova e il figlio donAlessandro si erano divisi la sostanza per metàd'amore ed'accordo. Per riuscire a questo il figlio aveva fatto alla madre unadonazione assai grossa dichiarando d'interpretare la volontàpaterna cui era mancato il modo d'esprimersi. Il giovaneviziosogiuocatoreprodigoera già impigliatoalla morte di suopadrenei lacci degli usurai. Nei sette anni che visse ancora sigovernò per modo da non lasciare un soldo al suo unico figlioFrancoil quale rimase con una ventina di mila svanzichelasostanza di sua madremorta nel metterlo alla luce.

«Sìsìandiamo avanti»riprese il Gilardoni. «Treanni fadico tre anni faricevo una Sua lettera. Ricordo ch'era ildue novembreil giorno dei morti. Cose stranecose misteriose.Senta bene. La sera vado a letto e faccio un sogno. Sogno la letteradi Suo nonno. Noti che non ci avevo mai più pensato. Sogno dicercarla e di trovarla in una vecchia cassa che tengo in granaio. Laleggosempre in sogno. Cosa dice? Dice che nella cantina di casaMaironi a Cressogno c'è un tesoro e che questo tesoro èdestinato a Lei. Mi sveglio con una emozione straordinariacon laconvinzione che si tratta di un sogno veridico. Mi alzo e vado aguardare nella cassa. Non trovo niente. Ma due giorni dopovolendovendere certi fondi che avevo ancora a Dasiopiglio in mano unvecchio atto di compera che papà teneva nel suo cassettonelosfoglio e me ne casca fuori una lettera. Guardo la sottoscrizionevedo"nobile Franco Maironi". La leggo; è quella!Eccodicoil sogno che...»

«Ebbene?»interruppe Franco. «Questa letteracosa diceva?»

Ilprofessore si alzòprese uno zolfino lungo mezzo bracciolocacciò nella brace del caminetto e accese il lume.

«L'hoqui»diss'egli con un gran sospiro sconsolato. «Legga.»

Sicavò di tasca e porse a Franco una lettera giallognoladipiccolo formatosenza bustacon le tracce d'un'ostia rossa. Lelinee nero-giallastre dello scritto interno trasparivano qua e làquasi in rilievo.

Francola presel'accostò al lume e lesse ad alta voce:


CaroCarlin

Troveraidentro la presente il mio testamento.

Neho fatto due copie. Una è presso di me. L'altra èquesta che io t'incarico di pubblicare se la prima non viene fuori.Hai capito? Bastae quando mi vedrai ti è assolutamenteproibito di rompermi... col darmi consigli secondo il tuo maledettovizio. Tu sei la sola persona di cui mi fidoma del resto io non hoche a comandare e tu non hai che a obbedire; dunque tutti irompimenti sono inutili e intollerabili. Ciao.


Iltuo aff. padrone

Nob.Franco Maironi


Cressogno22 settembre 1828


«Eccoil testamentoadesso»disse il Gilardonilugubreporgendo aFranco un altro foglietto giallognolo. «Ma questo non lo leggaad alta voce.»

Ilfoglietto diceva:


Iosottoscrittonobile Franco Maironiintendo disporre delle miesostanzecon questo atto d'ultima volontà.

Essendochédonna Orsola Maironi nata marchesa Scremin si è degnata diaccettare insieme a molti altri omaggi anche i mieile lascio insegno di gratitudine lire di Milano diecimila per una volta tanto eil gioiello per lei più prezioso della casa ossia donAlessandro Maironidebitamente inscritto nei registri dellaparrocchia della Cattedrale in Brescia come mio figlio.

Lascioal detto mio figlio la porzione legittima che gli spetta della miafacoltà e tre parpagliole al giorno in piùin segnodella particolare mia stima.

Lascioal mio agente di Brescia signor Grisise si troverà al mioservizio al momento della mia mortetutto quello che mi ha preso.

Lascioal mio agente di ValsoldaCarlino Gilardonicolla condizione comesopralire di Milano quattro al giornosua vita natural durante.

Intendoche sia celebrata nella Cattedrale di Brescia una messa quotidianafinché sarà in vita donna Orsola Maironi Screminperla salute dell'anima sua. - Di tutta la restante mia sostanzaistituisco e nomino erede il mio nipotino don Franco Maironi di donAlessandro.


Fattoscritto e sottoscritto il 15 aprile 1828.


Nob.Franco Maironi


Francolesse e restituì la carta come trasognatosenza dir nulla.Era commosso e sentiva confusamente di doversi dominaredi doverreprimere la propria commozione e raccogliersiveder chiaro nellacosa e in se stesso.

«Havisto?»fece il professore.

Aquesto punto la sovraeccitazione del Gilardoni sali al colmo.

«Perchénon parlare primaeh?»riprese. «È ben qui lastoria che un perché positivolàchiaroprecisononc'è casoio non lo posso dire! Queste carte mi hanno fattoorrore. Se si fosse trattato di medi mio padredi mia madreavreilasciato andare un milione piuttosto di domandarlo con queste cartealla mano. Adesso sono ancora una bestia di dir questometta ch'ionon abbia dettoperché al posto Suotutt'altro! Dicevo alposto mioSignore! Si sa! Dunque mi parevaguardi che asinoche lanonna Le volesse un gran beneche la roba del nonno finirebbe a ognimodo nelle Sue mani; e con quest'idea!... Passa un po' di tempomiconsiglio con la signora Teresale mostro lettera e testamento. Midice che avrei dovuto informar Lei subitoappena fatta la scopertama che oramaiessendovi di mezzoin qualche manierasua figlianon mi vuol dare alcun consiglio. Del restodice... Benequesto nonimporta. Capisco insomma che il testamento le fa orrore anche a lei.Cosa vuoleio mi metto in testa che già la nonna finiràcon accettare il matrimonio e non parlo. Stasera Lei mi dice che lanonna minaccia; si figuri! Adesso capisce che non ho potutoaspettareche non ho potuto tenere un momento ancora queste carte;eccoa Leile prenda!»

Francoassorto nei propri pensierinon udì che queste ultime parole.«No»diss'egli«non le prendo. Mi conosco. Se leho in mano posso fare troppo presto qualche cosa di troppo grave. Letenga Leiper ora.» Il Gilardoni non voleva saperne ditenerlee Franco ebbe uno de' suoi scatti di impazienza. Nientegl'irritava i nervidel restocome gli sfoghi sconclusionati dellagente di buon cuore e di cattiva testa. Si riscaldò perchéil Gilardoni resistevagli fece intendere che quel volersisbarazzare a ogni costo delle carte era egoismo bell'e buono e chequando si fanno degli spropositi bisogna subirne le conseguenze. Leparole furono presso a poco queste; la faccia irritata e dura dicevamolto peggio. Il Gilardonirosso rossofremeva tutto perquell'accusa di egoismoma si contenne; e fatto anche lui un fierocipiglioripetendo «bene bene bene bene»intascòfrettolosamente le carte e uscì senz'altro. Subito Francopersoddisfazione della propria coscienzasi mise a persuader se stessoche il signor Beniamino aveva tutti i torti possibili; torto di nonavergli consegnato le carte molto primatorto di essersi fattopregare adesso per tenerle ancoratorto di essersi offeso. Sicuro difar la pace con lo sconclusionato filosofonon pensò piùa luispense il lume eritornato alla sua poltronaripiombònelle riflessioni di prima.

Adessocominciava a vederci chiaro. Non poteva servirsi con dignitàdi quel testamento disonorante per la nonna nella forma e nellasostanzanel sospetto che generavaconsiderata la letteradi unasoppressione delittuosa; poco onorevole anche per suo padre. Nomai.Conveniva dire al professore di bruciar tutto. Cosìsignoranonnatrionferò di tefacendoti grazia della roba edell'onore senza curarmi di dirtelo! Assaporandosi questo propositoFranco si sentì quasi alzar da terrarespirò a pienipolmonicontento di sé come un principeilluminato epacificato nell'anima da un sentimento misto di generosità ed'orgoglio. Malgrado tutta la sua fede e le sue pratiche cristianeegli era lontanissimo dal sospettare che un tale sentimento non fosseinteramente buono e che una magnanimità meno conscia di sestessa sarebbe stata più nobile.

Silasciò cadere sulla spalliera della poltronadispostomeglioche prima nol fosseal riposopensando tranquillamente alle coselettealle cose uditecome uno che per poco non si èlasciato prendere in una speculazione rischiosa e ne considera leangustiei guai evitati per sempre. Avveniva pure in fondo all'animasua un sommovimento di vecchie memorie. Gli tornò a mente lastoria di un certo discorso fatto da una vecchia cameriera sullaricchezza di casa Maironi che sarebbe stata rubata ai poveri. Egliera bambinoallorae la donna non s'era fatto riguardo di parlarein presenza sua. Ma il bambino ne aveva riportato una impressioneprofondarisvegliatagli più tardia mezza l'adolescenzadaun certo prete che gli avea raccontato in aria di segretoconsolennità e forse non senza intenzionecome la roba Maironiprovenisse da una lite vintacontro giustiziaall'Ospitale Maggioredi Milano.

«Cosìper me»pensò Franco«tutto è ritornatoal diavolo.»

Glivenne in mente che potesse esser tardiriaccese il lume e guardòl'orologio. Erano le tre e mezzo. Oramai gli sarebbe statoimpossibile di riposare. Era troppo vicino il momento di ritrovarsicon Luisala sua immaginazione era troppo accesa. Ancora un'ora emezzo! Egli guardava l'orologio tutti i momenti; questo benedettotempo non passava mai. Prese un libro e non poté leggere.Aperse la finestra; l'aria era miteil silenzio profondoil lagochiaro verso il San Salvatoreil cielo stellato. A Oria si vedeva unlume. Il suo destino era forse di vivere colàin casa dellozio. Si miseguardando distrattamente il punto luminosoa immaginarl'avvenirefantasmi che sempre mutavano. Verso le quattro e mezzoudì un tocco di campanello al piano inferioree poco dopoilPinella venne ad avvertirlo a nome del padronechese voleva farla salita del Bogliaera tempo di mettersi in cammino. Ilpadrone aveva un gran dolor di capo e non poteva muoversinériceverlo. Franco cercò sulla scrivania un pezzo di carta e viscrisse:

«Parcemihidominequia brixiensis sum».

Poiuscìfu accompagnato dal Pinella col lume fino alsottoportico tenebroso dove mette capo la strada di Castello escomparve.


Lamarchesa Orsola suonò il campanello alle sei e mezzo e ordinòalla cameriera di portare il solito cioccolatte. Ne inghiottìuna buona metà e poi domandò con tutta flemma a che oradon Franco fosse ritornato.

«Nonè ritornatosignora marchesa.»

Leviscere della vecchia dovettero turbarsi un pocoma neppure unmuscolo del suo viso si mosse. Ella posò le labbra sull'orlodella tazza di cioccolatteguardò la cameriera e dissepacatamente:

«Portatemiuno di quei biscottini di ieri.»

Versole otto la cameriera ritornò per annunciarle che don Francoera venuto e non aveva fatto che salire in camerapigliarvi il suopassaportoridiscendere e incaricare il cameriere di trovargli unbarcaiuolo che lo conducesse a Lugano. La marchesa non fiatòma più tardi mandò ad avvertire il suo confidentePasotti che lo aspettava. Pasotti capitò subito e si trattennecon lei una buona mezz'ora. La dama voleva assolutamente sapere dovee come suo nipote avesse passata la notte. Pasotti aveva giàraccolte e poté offrire certe voci vaghe intorno a una visitanotturna di don Franco in casa Rigey; ma si desideravano notizieesatte e sicure. Il sagace Tartufocurioso per natura come un braccoche va fiutando tutte le puzzeficcando il muso in tutti i buchi estrofinandolo a tutti i calzonipromise di fornirle alla signoramarchesa dentro un paio di giornie se ne andò con gli occhiscintillantifregandosi le mani nell'aspettazione di una piacevolecaccia.



5.Il «bargnìf» all'opera


Lamattina seguentePasottipreso il caffè e latte e meditatoil piano di caccia fino alle dieci e mezzofece venire la signoraBarborinche dormiva in un'altra camera perché alControlloreella lo chiamava umilmente cosìdava noia il suorussare. «El ga reson»diceva la povera sorda«l'èon gran malarbetto vizi che goo.» Ella era più vecchiadi suo maritolo aveva sposato in seconde nozzeper tenerezza dicuoreportandogli alcuni quattrini cui egli aveva mirato da un pezzoe che ora si godeva. Il Controllore le voleva bene a modo suolacostringeva a visitea gite in barcaa passeggiate sui montich'erano un supplizio per leisi burlava della sua sorditàla mandava fuori coperta di seta e di piume e in casa la facevalavorare come una fantesca. Malgrado tutto ella riveriva e serviva«el Controlòr» come una schiavacon gran timoreeppure non senza affetto. Quando non lo chiamava «el Controlòr»lo chiamava «Pasott». Mai non si permise appellativi piùfamiliari.

Pasottile ordinò a gesticon una faccia dura da satrapodi levardal cassettone una camicia di bucatodall'armadio un abito di mezzagalada un canterano un paio di stivali; e quando sua mogliefrugando di qua e di làtrepidandovoltandosi ogni momentoper seguir gli occhi e i gesti del padronepigliandosi spesso dellabestia e spalancando allora la bocca per cercar di udire la parolavedutaebbe approntato ogni cosaPasotti cacciò le gambe dalletto e disse:

«Togli».

Lasignora Barborin gli s'inginocchiò davanti e cominciò atirargli su le calzementre il Controlloreallungata la mano altavolino da nottesi pigliò la tabacchiera eapertalacontinuòcon due dita affondate nel tabaccole meditazionidi prima. Intendeva di fare alcune visite di esplorazionema inquale ordine? A quanto gliene aveva detto il suo mezzadropareva chela Marianna del signor Giacomo Puttini e forse il signor Giacomostesso dovessero saper qualche cosa di don Franco; e qualche cosacerto se ne doveva sapere a Castello. Mentre la signora Barborin gliallacciava il secondo legaccioPasotti si ricordò ch'eramartedì. Il signor Giacomo andava ogni martedì conaltri amici al mercato di Lugano e più propriamente allatrattoria del Lordocon lo scopo di interpolare un bicchieresettimanale di vin pretto al vin Grimelli quotidiano; e ritornavaspesso a casa in una disposizione affettuosa e sincera. Convenivadunque andare da lui sul tardifra le quattro e le cinque. Pasottisi figurava già di tenerselo fra le unghiedi maneggiarlo asua posta. Alzò le dita dalla tabacchiera con un sorrisomalignoe scosso giùa colpettini misuratiil soverchiodella presase la fiutò a suo grande agiosi fece dar ilfazzoletto dalla moglie e la ricompensò borbottando con unafaccia benignanel raggomitolar il fazzoletto: «Povera donna!Povera diavola!»

Infilatoe abbottonato l'abito dopo mezz'ora di lavoroesclamò sulserio: «Corpoche fatica!»e andò allo specchio.Sua moglie osò di allora svignarsela alla sordasìmanon alla mutae disse timidamente:

«Vadoneh?»

Pasottisi voltò accigliatoimperiosole accennò col dito divenir da lui e le disegnò sopra e intorno alla personaconquattro colpi di mimicaun cappello e uno scialle. Ella lo guardavaa bocca apertanon capiva; gli puntò l'indice al pettointerrogandolo con gli occhicon le sopracciglia inarcatecome sedubitasse che questa roba occorresse a lui; al che Pasotti risposeallo stesso modo con tre puntate d'indice: «tututu».Poimenando in taglio la mano distesale significò chedoveva uscir di casa con lui. Ella ebbe due o tre sussulti disorpresa e di protestaallargò gli occhi smisuratamente edomandò con quella voce che pareva venire dalla cantina:

«Dove?»

IlControllore non rispose che con un'occhiata fulminea e un gesto:marche! Non voleva dare altre spiegazioni.

Lasignora Barborin si dibatté ancora un poco.

«Nonho ancora fatto colazione»diss'ella. Suo marito la prese perle spalle etiratala a séle gridò in bocca:

«Lafarai dopo».

Soload Albogasio Inferioresul sagrato dell'Annunziatale fece sapereindicando il luogo con la mazzache andavano a Cadatealla desertavecchia casa signorile piantata nel lago fra Casarico ed Albogasio edetta popolarmente «el Palazz» dove vivevano solitarinelle stanzette dell'ultimo pianoil prete don GiuseppeCostabarbieri e la sua serva Mariadetta la Maria del Palazz.Pasotti che li conosceva pronti ambedue a tender gli orecchi ma cautiassai nel parlaredesiderava tastarli uno per voltasenza parereese trovasse molledare una strizzatina. Aveva preso seco lamoglie perché gli giovasse in questa delicata bisogna dell'unoper volta; e leipovera innocentonagli trotterellava dietro apassettini corti giù pei centoventinove scalini che chiamanola Calcinerasenza sospetto della perfida parte che avrebbe fatto.

Illago era quieto come un olio e don Giuseppeun bel pretazzuolopiccologrossodai capelli bianchi e dalla faccia vermigliadagliocchietti lucentise ne stava presso al fico del suo giardino con uncappello di paglia nero in capo e un fazzoletto bianco al colloapescare i cavedinicerti cavedinacci di libbravecchioni efurbacchioniche si vedevano aggirarsi lì sotto per amor de'fichilenti lenticuriosi e cauti come il prete e la serva. Costeichi sa dove fosse. Pasottitrovata aperta la porta di stradaentròchiamò don Giuseppechiamò Maria. Poichénessuno rispondevapiantò sua moglie sopra una seggiola ediscese in giardinoandò diritto al fico dove don Giuseppeal vederlofu preso da un accesso di convulsioni cerimoniose. Buttòvia la canna da pescare e gli andò incontro vociferando: «OhSignoroh Signor! Oh poer a mi! In sto stat chì! Car el mescior Controlòr! Andem sü! Andem sü! Car el me sciorControlòr! In sto stat chì! Ch'el scüsa tantneh?Ch'el scüsa tant!». Ma Pasotti non voleva saperne di«andar su»; voleva a forza restar lì. Don Giuseppesi mise a vociare: «Maria! Maria!». Ecco il faccionedella Maria ad un finestrino dell'ultimo piano.

DonGiuseppe le gridò di portar giù una seggiola. Allora ilsignor Controllore rivelò la presenza di sua moglieonde ilfaccione scomparve e don Giuseppe ebbe un altro accesso.

«Comè?Comè? La sciora Barborin? L'è chì? Ah Signor!Andem sü!» E si mosse con un impeto di ossequiomaPasotti lo ridusse all'obbedienzaprima trattenendolo addiritturaper le braccia e poi protestando di volergli veder prendere due o tredi quei mostri di cavedini; e don Giuseppeper quanto protestassealla sua volta: «Oh dess! Se ciapa nient! Hin baloss! Hincaveden! ga veden!»dovette gittar l'amo. Pasotti finsesulle prime di star attento e poi gittò egli pure il suo.

Cominciòcon domandare a don Giuseppe da quanto tempo non fosse andato aCastello. Udito che vi era stato il giorno prima a salutar l'amicocurato Introiniil buon Tartufoche non poteva soffrire l'Introinisi mise a farne il panegirico. Che perla quel curato di Castello! Checuor d'oro! E a casa Rigey c'era andatodon Giuseppe? Nola signoraTeresa stava troppo male. Altri panegiricidella signora Teresa e diLuisa. Che rare creature! Che saggezzache nobiltàchesentimento! E l'affare Maironi? Andava avantinon è vero?Molto avanti?

«Sonient so nient so nient!»fece bruscamente don Giuseppe.

Aquel precipitoso negaregli occhi di Pasotti brillarono. Egli feceun passo avanti. Era impossibile che don Giuseppe non sapesse nientediavolo! Era impossibile che non avesse parlato di ciò conl'Introini! Non lo sapeva l'Introiniche don Franco aveva passato lanotte in casa Rigey?

«Sonient»ripeté don Giuseppe.

Pasottisentenziò allora che il voler nascondere certe cose note eraun far pensar male. Diamine! Don Franco era certamente andato in casaRigey con fini onestissimi e...

«Péciapéciapécia!»fece sottovocefrettolosamentedon Giuseppe curvandosi tutto sul parapettostringendo la cannadella lenza e ficcando gli occhi nell'acqua come se un pesce fosseper abboccare. «Pécia!»

Pasottiguardò anche lui nell'acquaseccatoe disse che non vedevaniente.

«Else l'è cavadael pütascama el gaveva propri su elmüson; l'avarà sentì a spongg»fecesospirando e raddrizzandosi don Giuseppe che intantoavendo sentitoegli pure il punger dell'amocercava di cavarsela come il pesce.

L'altroritornò all'assaltoma invano. Don Giuseppe non aveva vedutonientenon aveva udito nientenon aveva parlato di nientenonsapeva niente. Pasotti tacque e il prete non tardò molto ametter fuori anche lui una punta di timida malizia:

«Bochenpropi mingaincoeunon boccano; gh'è come vent in aria».

Intantoin casail dialogo fra la Maria e la signora Barborindopo il primoaffettuoso scambio di saluti riuscito benissimoprocedeva malissimo.La Maria proposea gestidi scendere in giardinoma la Pasottiimplorò a mani giunte d'esser lasciata sulla sua seggiola.Allora la grossa Maria prese un'altra seggiolale si pose accantocercò rivolgerle qualche parolae non arrivandoper quantovociassea farsi intenderevi rinunciòsi prese il suogattone in grembo e parlò a quello.

Lapovera signora Barborinrassegnataguardava il gatto con i suoigrandi occhioni nerivelati di vecchiaia e tristezza. Eccofinalmente Pasottiecco don Giuseppe che ricomincia a sbuffare:

«AhSignor! Cara la mia sciora Barborin! Che la scüsa tant!»Avendo la Maria confessato al «scior Controlòr»che sua moglie e lei non erano riuscite a capirsiil padrone lediedeper ossequio alla Pasottidel «salamm» e poichéella voleva pur difendersila fece prudentemente chetare con unimperioso agitar di mano e un «ta ta ta ta!». Poi leaccennò misteriosamente del capo ed ella uscì. Pasottile tenne dietro e le disse che sua mogliedovendo recarsi a visitarei Rigey e non sapendoper le voci che correvanocome regolarsidesiderava qualche informazione dalla Mariaperché «laMaria sa sempre tutto».

«Quantechiacchiere!»fece la Marialusingata. «Io non so mainiente. Sa da chi deve andare la Sua "sciora"? Dal signorGiacomo Puttini. È il signor Giacomo che le sa tutte.»

«Bene!»pensò Pasotti collegando questo discorso con quello delmezzadro e fiutando una buona traccia. Fece in pari tempo unaspallata d'incredulità. Il signor Giacomo sapeva forse le coseche succedevano nel mondo della lunama basta; altro non sapeva mai!La Maria insistetteil volpone cominciò a lavorar di domandealla lontanacon cautelama trovò durocapì ch'erafatica gittata e che doveva accontentarsi di quell'accenno. Alloratacqueritornòtra soddisfatto e preoccupatonella stanzadove don Giuseppe stava spiegando alla signora Barborincon gestiappropriatiche la Maria le avrebbe portato qualche cosa damangiare. La donna comparve infatti con un certo vaso quadrato divetropieno di ciliege allo spiritospeciale e celebrata cura didon Giuseppe che soleva presentarlo agli ospiti con solennitàparlando il suo particolare italiano: «Posso fare un poco disporgimento? Quattro delle mie ciliege? Magara con un tocchello dipane? Mariatajee giò on poo de pan».

Lasignora Barborin pigliò solamente il pane per consiglio delmefistofelico marito che pigliò solamente le ciliege. Poi sene andarono insieme ed ella ebbe licenza di ritornare ad Albogasiomentre il Controllore prese la via di casa Gilardoni.

«L'èon bargnìfel scior Pasotti»disse la Maria quand'ebbedato il chiavistello all'uscio di strada.

«L'èon bargnifònminga on bargnìf»esclamòdon Giuseppepensando all'amo. E con quell'appellativo di «bargnìf»che designa il diavolo considerato nella sua astuziale due mansuetecreature si sfogaronosi ripagarono di tanta roba datamalvolentiericerimoniesorrisi e ciliege.


Ilprofessor Gilardoni stava leggendo sul suo belvedere dell'ortoquando vide Pasotti che veniva dietro il Pinellafra le rape e lebarbabietole. Non sentiva simpatia per il Controllore col quale avevascambiato un paio di visite in tutto e che aveva fama di «tedescone».Peròessendo inclinato a pensar bene di tutti coloro checonosceva poconon gli pesava usare anche con lui la cortesiacordiale ch'era solito usar con tutti. Gli andò incontro colsuo berretto di velluto in manoe dopo una scaramuccia dicomplimenti in cui Pasotti ebbe facilmente la meglioritornòinsieme a costui sul belvedere.

Pasottidal canto suosentiva per il professore Gilardoni un'antipatiaprofondanon tanto perché lo sapesse liberalequanto perchéil Gilardoniquantunque non andasse a messa come luiviveva dapuritanonon amava la tavola né la bottiglia né iltabacco né certi discorsi liberie non giuocava a tarocchi.Discorrendo una sera nell'orto con don Franco delle solenniscorpacciate e trincate che Pasotti e gli amici suoi facevano spessoalle cantine di Bisgnagoil professore aveva detta una parola severaed era stato udito dal curatoneuno dei mangiatoriche passava inbarca rasente i muripiano pianopescando. «Villanaccio!»aveva esclamatoall'udirselo riferireil Controllore gentilissimocon una faccia da «bargnìf» bilioso; aveva poifatto tener dietro alla parola un ringhio spregiativo e uno sputo.Ciò non gl'impedì però adesso di stemperarsi iniscuse per aver indebitamente ritardata la sua visitacome nongl'impedì di sbirciar subito il volume posato sul tavolinorustico del belvedere. Il Gilardoni notò quell'occhiata esiccome si trattava di un libro proibito dal Governoappena avviatala conversazionelo prese quasi per istinto e se lo tenne sulleginocchia in modo che colui non potesse leggerne il titolo. Questaprecauzione turbò Pasotti che stava magnificando la villetta el'orto in tutte le loro parti col tono appropriato a ciascunalebarbabietole con amabile familiaritàle agavi con ammirazionegrave e accigliata. Un lampo di sdegno gli brillò negli occhie si spense subito.

«FortunatoLei!»diss'egli sospirando. «Se i miei affari lopermettesserovorrei vivere anch'io in Valsolda.»

«Èun paese di pace»fece il professore.

«Sìè un paese di pace; e poi adessonelle cittàchi haservito il Governoè inutilenon si trova bene. La gente nonsa distinguere fra un buon impiegato che si occupi solamente delproprio ufficio come ho fatto ioe un poliziotto. Siamo esposti acerti sospettia certe umiliazioni...»

Ilprofessore diventò rosso e si pentì d'aver levato illibro dal tavolino. Davvero Pasottimalgrado le sue smancerie diumiltàera troppo orgoglioso per far mai la spiae sia perquestosia per qualche buona fibra del suo cuoremai non la fece.Vi fu dunque nelle sue parole un grammo di sinceritàungrammo d'oro che bastò a dar loro il suono del buon metallo.Il Gilardoni ne fu toccoofferse al suo visitatore un bicchier dibirra e si affrettò a scendere in cerca di Pinella onde averun pretesto di lasciar il volume sul tavolino.

Appenapartito il professorePasotti ghermì il librogli diede unacuriosa occhiatalo rimise a posto e si piantò in capo allascala con la tabacchiera aperta in manofrugando nel tabacco esorridendotra l'ammirazione e la beatitudineai montial lagoalcielo. Il libro era un Giustistampato colla falsa data diBruxellesanzi di Brusselle e con il titolo Poesieitaliane tratte da una stampa a penna. In un angolo delfrontespizio si leggeva scritto per isghembo: «Mariano Fornic».Non occorreva l'acume di Pasotti per indovinar subito in quel nomeeteroclito l'anagramma di Franco Maironi.

«Chebellezza! Che paradiso!»diss'egli a mezza voce mentre ilprofessore saliva la scala seguito dal Pinella con la birra.

Confessòpoitra un sorso e l'altroche la sua visita era un pochinointeressata. Si disse innamorato della muraglia fiorita che sosteneval'orto Gilardoni a fronte del lagoe desideroso di imitarla adAlbogasio Superiore dovese il lago mancavai muri nudi erantroppi. Come s'era procurato il professore quelle agaviqueicapperiquelle rose?

«Ma!»rispose candidamente il professore. «Me li ha donati Maironi.»

«DonFranco?»esclamò Pasotti. «Benissimo. Allorasiccome don Franco ha molta bontà per memi rivolgeròa lui.»

Etrasse la tabacchiera. «Povero don Franco!»diss'egliguardando il tabacco e palpandolo con la tenerezza di un bargnìfcommosso. «Povero figliuolo! Qualche volta si riscalda ma èun gran buon figliuolo! Gran bel cuore! Povero figliuolo! Lei lo vedespesso?»

«Sìabbastanza.»

«Almenopotesse riuscire nei suoi desideripovero figliuolo! Lo dico per luie anche per lei! Non sarà mica una cosa sfumata?»

Pasottidisse questa interrogazione da grande artistacon interesseaffettuoso ma discretosenza esprimere più curiositàche non convenissevolendo ungere e ammollire un poco il cuorechiuso del Gilardoni onde si aprissepoco a pocoda sé. Mail cuore del Gilardoniinvece di aprirsi a quel tocco delicatosicontrassesi rinchiuse.

«Nonlo so»rispose il professore sentendosicon dispettodiventar rosso; e diventò scarlatto. Pasotti notòsubito nel suo taccuino mentale la risposta imbarazzata e il colore.«Farebbe male»diss'egli«ad abbandonare lapartita. La marchesa si capisce che abbia delle difficoltàmapoi è buonagli vuole un gran bene. Ha preso una paural'altra nottepovera donna!»

Guardòil professore che taceva inquietoaccigliatoe pensò: nonparli? allora sai. «Capisce!»riprese. «Non diredove si va! Non Le pare?»

«Maio non so nienteio non capisco niente!»esclamò ilGilardonisempre più accigliatosempre più inquieto.

QuiPasotti sapendo che il professore aveva cessato da lungo tempo divisitare le Rigey e ignorandone la cagionearrischiò un passoavantida bargnìf novizio.

«Bisognerebbedomandarne a Castello»diss'egli con un sorriso malignetto.

Aquesto punto il Gilardoniche già bollivatraboccò.

«Mifaccia il piacere»diss'egli impetuosamente«lasciamostare questo discorsolasciamo stare questo discorso!»

Pasottisi rabbuiò. Cerimoniosoadulatoresdolcinatonon era peròmai dispostonell'orgoglio suoa prendersi pacificamente in facciauna parola spiacevolee s'impermaliva d'ogni ombra. Non parlòpiùe passato un paio di minuti prese congedo con dignitosafreddezzasi ritirò masticando rabbia attraverso lebarbabietole e le rape. Quando si trovò da capo nella contradadei Mal'ariil bargnìf stette un pezzetto a pensare col mentoin manopoi si avviò verso la riva di Casaricoa passilentimolto curvoma con gli occhi brillanti del barbone che hafiutato in aria l'indirizzo recondito di un tartufo. Le spaventatedifese di don Giuseppele difese ostinate della Marial'imbarazzo elo scatto del professore gli dicevano che il tartufo c'era e grosso.Gli era venuta l'idea di andare a Loggio dove abitavano il Paolin eil Paolongente bene informata; poi aveva pensato ch'era martedìe che probabilmente non li avrebbe trovati. Noera meglio salirdirettamente da Casarico a Castellofiutare e frugarenell'abitazione di certa signora Ceccaottima donnatutta cuorefamosa per l'assidua vigilanza che esercitava dalle sue finestrepermezzo di un formidabile cannocchialesulla Valsolda intiera. Ellapoteva dire ogni giorno chi fosse andato a Lugano col barcaiuolo Pino col barcaiuolo Panighètnotava i colloqui del poveroPinella con una certa Mochèt sul sagrato di Albogasiolontanoun chilometro; sapeva in quanti giorni il signor ingegnere Riberaavesse bevuto il bariletto di vino che la sua barca riportava vuotodalla casa d'Oria alla cantina di S. Margherita. Se Franco era statoin casa Rigeyla signora Cecca doveva saperlo.

Nelsottoportico che da Casarico mette alla stradicciuola di CastelloPasotti si sentì venir dietro a precipizio qualcuno che glipassò accanto nel buioe credette di conoscere un tale detto«légora fügada (lepre cacciata)» per la suaandatura sempre furiosa. Era costui un egregio galantuomo ancora piùcurioso di Pasottiun'ottima persona che amava di saper le cosesemplicemente per saperlesenz'altri finie andava sempre solositrovava dappertuttocompariva e scompariva in un balenoquando inun luogo quando nell'altrocome certi insettoni alati che danno unguizzoun frulloun colpo e poizittinon si odononon si vedonopiù sino a un altro guizzoa un altro frulloa un altrocolpo. Egli aveva scorti i Pasotti entrare al «Palazz» esi era insospettito di qualche cosa per l'ora insolita. Appiattato inun campicello aveva visto la signora Barborin ritornare e ilControllore avviarsi a Casaricoquindiseguito costui alla lontanas'era appostatodurante la sua visita al Gilardonidietro unpilastro del portico di Casarico; e ora gli era scivolato accantoapprofittando dell'oscurità per correre a Castello easpettarlosorvegliarlo da qualche buon posto di osservazione. Lovide infatti entrare dalla signora Cecca.

Lavecchia e gozzuta signora stava nel suo salotto tenendosi in collo unmarmocchio col braccio sinistro e reggendo con la mano libera unosperticato tubo di cartone infilato per isghembo nella finestracomeuna spingardacon la mira giù al lago scintillantea unavela biancagonfia di breva. All'entrar di Pasotti che venivaavanti con la persona inclinatacon il cappello in manocon un visoilare ilaredolce dolcela buona ospitale donna posò infretta quel lungo naso mostruoso di cartone che le piaceva metternelle faccende più lontane degli altridove il suo proprionaso di cartapecorabenché smisuratonon arrivava.Ell'accolse il Controllorecome avrebbe accolto un Santo taumaturgoche fosse venuto a portarle via il gozzo.

«Ohche brao scior Controlòr! Oh che brao scior Controlòr!Oh che piasè! Oh che piasè!»

Elo fece sederelo soffocò di offerte.

«Onpoo de torta! On poo de crocant! Car el me scior Controlòr! Onpoo de vin! On poo de rosoli! - Ch'el me scüsa neh»soggiunse perché il marmocchio s'era messo a miagolare. «L'èel me nevodin. L'è el me biadeghin.»

Pasottifece molte cerimonieavendo già nello stomacooltre alleciliege di don Giuseppeanche la birra del Gilardoni; ma dovettefinire col rassegnarsi a rosicchiare una dannata torta di mandorlementre il piccino si attaccava al gozzo della nonna.

«Poverasignora Cecca! Due volte madre!»disse pateticamentea quellavistail sarcastico bargnìfridendo nello stomaco. Dopoaverle chiesto notizie del marito e dei discendenti fino alla terzagenerazionemise in campo la signora Teresa Rigey. Come stava quellapovera donna? Male! Proprio tanto male? Ma da quando? E c'era stataqualche cagione? Qualche commozione? Qualche dispiacere? Gli antichisi conoscevanoma ce n'erano stati dei nuovi? Forse per la Luisina?Per quel matrimonio? E don Franco non veniva mai a Castello? Digiornonova bene; ma...?

Comequando il chirurgo va interrogando e tastando un paziente in cercadell'occulto posto dolorosoche il paziente risponde tanto piùbreve e trepido quanto più la mano indagatrice si appressa alpunto eappena essa vi arrivatrasalendo si sottrae; così lasignora Cecca andò rispondendo al Pasotti sempre piùbreve e cautae a quel maposto delicatamente dove ledolevascattò:

«Onpoo de torta ancamò! Scior Controlòr! L'è robad'i tosann!»

Pasottisacramentò in cuor suo contro i «tosann» e la lorotorta di mielecreta e olio di mandorlema credette utiled'ingoiarne un altro boccone e tornò poi a toccareanzi apremereil tasto di prima.

«Sode nagottso de nagottso de nagott!»esclamò lasignora Cecca. «Ch'el proeuva a ciamagh al Pütin! Al sciorGiacom! E a mi ch'el me ciama pü nient!» Ancora! Pasottibrillò in viso all'idea di avere il malcapitato sior Zacomonelle granfie. Così brillerebbero gli occhi di un falcoallegro all'idea di ghermir un ranocchio e di tenerselo fra gliartigli per giuoco e spasso. Egli se ne andò poco dopocontento di tutto fuorché della torta di creta che aveva sullostomaco.


CasaPuttinisimile nella sua piccola faccia signorile al piccolo vecchiopadrone che la governava in abito nero e cravattone biancostavapoco più giù della orgogliosa mole di casa Pasottisulla via di Albogasio Inferiore. Il falco vi andò dopopranzoverso le cinquecon una faccia maligna. Bussòall'uscio e stette in ascolto. C'erac'era il ranocchio disgraziatolitigavasecondo il solitocon la perfida servente. Pasotti bussòpiù forte. «Verzì!»disse il signorGiacomoma la Marianna non voleva saperne di scendere ad aprire.«Verzì! Verzì! Son paron mi!» Tuttoinutile. Pasotti bussò da capopicchiò come unacatapulta. «Chi xelo sto maledeto?»vociferò ilPuttini; e venne giù soffiando «apff! apff!» adaprire. «OhControllore gentilissimo!»diss'eglibattendo le palpebre e alzando pateticamente le sopracciglia. «Laperdona! Quela fatal servente! No go più testa! No ghe digognente cossa che nasse in sta casa.»

«L'èminga vera!»gridò Marianna dall'alto.

«Tasì!»E qui il signor Giacomo incominciò a raccontare i suoi guairimbeccando a ogni tratto le proteste della serva invisibile.

«StamatinaLa s'imaginavado a Lugan. Vegno a casa zirconzirca a le tre. Su laportaLa varda quache xe de le giozze. Tasì! - No ghe badotiro drito. Son sul pato de la scala per andar in cusina; ghe xe dele giozze. Zito! - Cossa gala spanto? digo. Me sbassometo un deo intera; tasto; xe onto; snasoel xe ogio. Alora ghe vado drio a legiozze. Tastosnasotastosnaso. Tutto ogioControlloregentilissimo. O 'l xe vegnudodigoo 'l xe andà via. Se elxe vegnudo lo gà portà el massaro e alora le giozze cosemo fora dela porta le gà d'andar in susose el xe andàvia vol dir che quela maledetissima... La tasa!... Lo gà portàa vender a San Mamette e alora le giozze le gà d'andar inzoso. E mi torna in drio e vaghe drio a ste giozze e drio e drioerivo a la porta; Controllore mio gentilissimole giozze le va inzoso. Quela b...»

Aquesto punto la voce della serva scattò come la sveglia d'unorologio e non ci fu più «tasì!» chevalesse a fermare quello stridente getto continuo di parole rabbiose.Ci si provò Pasotti enon riuscendouscì dai gangherianche lui con un «O fiolonona!» e proseguì atirarle improperia ciascuno dei quali il signor Giacomo faceva unsommesso accompagnamento di gratitudine. «Sìlinguazzabravoghe son obligà. Sìstriabravo. Impiastrosìsignor. Ghe son obligàControllore gentilissimoghe sonpropramente obligà.»

Quandola Marianna parve sopraffatta e chetataPasotti disse al signorGiacomo che aveva bisogno di parlargli. «No go testa»rispose l'ometto. «La me perdoname sento mal.»

«Ehno go tesctano go tescta!»vociò la Mariannarediviva. «Ch'el ghe disa inscì ch'el coo el l'avaràperduu a andà de nott a trovà i tosann a Castell!»

«Tasì!»urlò il Puttini; e Pasotticon un ghigno diabolico: «Comecome come?». Visto ch'egli entrava in furorelo afferròper un bracciocon parole di pace e d'affettolo trascinòviase lo portò a casachiamò sua moglie; e perchetare il povero ranocchioper pigliarselo comodamente fra gliartigliintavolò un tarocchino in tre.


Sela signora Barborin giuocava maleil signor Giacomomeditandoponderando e soffiandogiuocava peggio. Era un giuocatoretimidissimonon si metteva mai solo contro gli altri due. Stavoltasi trovò in manoappena sedutocarte cosìstraordinarie che fu preso da un accesso di coraggio ecome dice illinguaggio del giuocoentrò. «Chi sa chegiuocone ha!»brontolò Pasotti.

«Nodigo... no digo... ghe xe dei frati che spasseza in pantofole.»

Il«no digo» del signor Giacomo significava ch'egli tenevain mano carte miracolose; e i frati in pantofole eranonel suogergoi quattro re del giuoco. Mentre si accingeva a giuocarepalpando ciascuna carta e aguzzandovi gli occhi suPasotti colse ilsuo momentosperandoper giuntafargli perdere il giuoco.«Dunque»diss'egli«mi racconti un poco. Quando èandato a Castello di notte?»

«OhDiooh Diolassemo star»rispose il signor Giacomorossorossopalpando le carte più che mai.

«Sìsìadesso giuochi. Parleremo dopo. Tantoio so tutto.»

Poverosignor Giacomosìgiuocare con quello spino in gola! Palpòsoffiòuscì dove non avrebbe dovutosbagliò acontare i tarocchiperdette un paio di frati con le relativepantofolee malgrado il giuoconelasciò alcunemarchette negli artigli di Pasotti che ghignava e nel piattino dellasignora Barborin che ripeteva a mani giunte: «Cos'ha mai fattosignor Giacomocos'ha mai fatto?».

Pasottiraccolse le carte e si mise a scozzarle guardando con una facciasardonica il signor Giacomo che non sapeva dove guardare.

«Sicuro»diss'egli. «So tutto. La signora Cecca mi ha raccontato tutto.Del restocaro deputato politicoLei ne renderà conto all'I.R. Commissario di Porlezza.»

CosìdicendoPasotti porse il mazzo al Puttini perché alzasse. Mail Puttiniudito quel nome minacciososi mise a gemere:

«OhDiooh Diocossa diselano so gnente... oh Dio... l'Imperial RegioCommissario?... Digo... no savaria per cossa... apff!»

«Sicuro!»ripeté Pasotti. Aspettava una parola che gli facesse un po' dilume; e significò a sua moglieadditando col pollice primal'uscio e poi la propria sua boccache andasse a pigliar da bere.

«Ancaquel benedeto ingegner!»esclamòquasi parlando traséil signor Giacomo.

Comeun pescatore raccoglie stentatamente a sé la lunga lenzapesantescossaegli crededal grosso pesce lungamente insidiatoetira e tira e finalmente scorge venir su dal fondo due grandi ombredi pesci invece d'una solapalpitaraddoppia di cautela e d'arte;così Pasottiall'udir nominare l'ingegneresi meravigliòpalpitò e si dispose a estrarre con la più squisitadelicatezza di mano il segreto del signor Giacomo e del Ribera.

«Sicuro»diss'egli. «Ha fatto male.»

Silenziodel signor Giacomo.

Pasottiinsistette:

«Hafatto malissimo.»

Eccola signora Barborin che tutta sorridente porta vassoiobottiglia ebicchieri. Il vino è rosso cupocon trasparenze di rubino incorpo e il signor Giacomo gli fa un viso non ancora tenero mabenevolo. Il vino ha un aroma di austera virtù ed il signorGiacomo lo fiuta amorosamentelo guarda commossolo torna afiutare. Il vino ha una pastosa pienezza ch'empie palato e anima disaporeil vino è appunto quel giustovirtuoso amarone chel'aroma annuncia e il signor Giacomo lo sorseggia nel desiderio chenon sia liquido e fuggevolelo masticalo pacchiase lo spalma perla bocca; e quando di tanto in tanto posa il bicchiere sul tavolinonon lo lascia però né con la mano né con gliocchi imbambolati.

«Poveroingegnere!»esclamò Pasotti. «Povero Ribera! Èun buon galantuomoma...»

Etira e tirail disgraziato signor Giacomo cominciò a venirsudietro all'amo e al filo.

«Mipropramente»diss'egli«no volea. El me gà fatozo. "Vegnì"el dise"percossa mo no volìovegner? Mal no se fala cossa xe onesta." Sìdigomepar anca a mi; ma sto secreto! "Ma! La nona!" el dise.Capissodigoma no me comoda. "Gnanca a mi"el dise. Maaloradigoche figura fémoiEla e mi? "Quela delm..."el dise con quel so far de bon omo a la vecia"checossa vorla?el xe propramente per el mio temperamento." Aloravegnodigo.»

Quisi fermò. Pasotti aspettò un poco e poicon prudenzatirò il filo. «Il male si è»diss'egli«che a Castello se ne sia parlato.»

«Sìsignor; e me lo son imaginà. Tase la famegiatase l'ingegnertaso mi che s'intendema no taserà el piovanno taseràel nonzolo.»

Ilparroco? Il sacrestano? Adesso Pasotti capì. Trasecolò;non si aspettava un affare così grosso. Versò da bereal malcapitato signor Giacomogli cavò facilmente tutti iparticolari del matrimonio e cercò di cavargli pure i progettidegli sposi; ma questo non gli riusciva. Si mise a scozzar le carteper continuar il giuoco e il signor Giacomo guardò l'orologiotrovò che mancavano nove minuti alle setteora in cui erasolito caricare il suo pendolo. Tre minuti di stradadue minuti discalenon aveva più che quattro minuti per congedarsi.«Controllore gentilissimoLa ghe fazza el contola xe cussìno ghe xe ponto de dubio.»

Lasignora Barborinvedendo un contrastone domandò a suomarito. Pasotti si accostò le mani alla bocca e le gridòsul viso: «El voeur andà a trovà la morosa!».«Cossa mai! Cossa mai!»fece il povero signor Giacomodiventando di tutti i colori; e la Pasotti che per un miracolo avevauditoaperse una bocca smisuratanon sapeva se dovesse credere ono. «La morosa? Oh! Quanti ciàcer! Minga verasürGiacomche hin ciàcer? El podarìss ben avèghelaper quelldisi mingal'è minga vèccma insomma!»Capito che voleva proprio andarsenecercò trattenerloavevadei marroni di Venegono che stavan cuocendoli offerse. Ma néi marroni né gl'improperi di Pasotti valsero a vincere ilsignor Giacomo che partì con lo spettro dell'I. R. Commissarionel cuore e insieme con una sensazione molesta nella coscienzaconun vago malcontento di sé ch'egli non sapeva spiegare a sestessocol dubbio istintivo che le ingiurie della perfida serventefossero preferibiliin fin de' contialle moine di Pasotti.

Invececostui aveva gli occhi ancora più brillanti dell'usato.Pensava di andar a Cressogno subito. Camminatore instancabilecontava di potervi arrivare alle otto. L'idea di andare dallamarchesa con la sua grossa scoperta in pectoredi fare ilmisteriosodi metter fuori un po' alla volta le paroline piùsuggestive e di farsi strappare il restolo divertiva moltissimo. Epreparava già per il proprio piacere un discorsetto blandoammollienteda posare poi sulla ferita della impassibile dama permodo ch'ella non potesse dissimularla e che nessuno avesse a lagnarsidi luineppure Franco. Andò in cucinasi fece accendere lalanterna perché la notte era molto scurae partì.

Incontròsulla porta il suo mezzadro ch'entrava. Il mezzadro lo salutòportò in cucina un gran canestro di fruttaaiutò laserva a metterle a postosedette al fuoco e disse placidamente:

«Èmort adess la sciora Teresa de Castell».



6.La vecchia signora di marmo


L'usciosi aperse un pocopian pianola fantesca porse il capo nella camerae chiamò Franco che pregava inginocchiato a una seggiolapresso il letto della morta. Franco non udì e fu Luisa che sialzò. Andò ad ascoltar la sommessa richiesta delladonnale rispose qualche cosa eritrattasi coleistette lìad aspettare. Non comparendo nessunospinse l'uscio e disse forte:«Vengavenga dentro». Un singhiozzo violento le rispose.Luisa stese ambedue le mani e il professor Gilardoni gliele afferrò.Stettero così alquanto tempoimmobililottandoa labbraserratecon l'emozionelui più di lei. Luisa si mosse laprimaritirò dolcemente una mano e trasse con l'altra ilprofessore nella camera della morta.

Lasignora Teresa era spirata in salottosulla poltrona che non avevapiù potuto lasciare dopo la notte del matrimonio. L'avevanopoi adagiata sul divano disposto a letto funebre. Il dolce viso eralà nella luce di quattro candelecereosul guancialecon unsorriso trasparente dalle palpebre chiusecon la bocca semiaperta.Il letto e l'abito erano sparsi di fiori d'autunnociclaminidaliecrisantemi. «Guardi com'è bella»disse Luisa convoce tenera e serena da spezzar il cuore. Il professore s'appoggiòsinghiozzando a una sedia lontana dal letto.

«Losentimamma»disse Luisa sottovoce«come ti voglionobene?»

S'inginocchiòe presa la mano della mortasi mise a baciarlaad accarezzarlaadirle dolcezzepiano; poi tacqueposò la manosi alzòbaciò la frontecontemplò a mani giunte il viso. Pensòai rimproveri che la mamma le aveva fatti negli anni andatidall'infanzia in poidi cui ella si era risentita amaramente.S'inginocchiò da capoimpresse da capo le labbra sulla manodi ghiaccio con un più ardente spasimo d'amore che se avessericordate le carezze. Poi tolse un ciclamino dalla spalla dellamortasi alzòlo porse al professore. Questi lo presepiangendos'accostò a Franco che rivedeva per la prima voltadopo quella nottel'abbracciò e ne fu abbracciato con unacommozione silenziosae uscìin punta di piedidallacamera.

Suonaronole otto. La signora Teresa era morta alle sei della sera precedente;in ventisei ore Luisa non aveva mai riposato un momentonon erauscita che quattro o cinque volteper pochi minuti. Chi uscivaspesso e stava fuori anche a lungoera Franco.

Avvertitosegretamenteera giunto a Castelloappena in tempo di trovar vivala povera mammae tutti i tristi uffici che la morte impone erantoccati a luiperché lo zio Pieromalgrado i suoi moltianninon aveva la menoma esperienza di queste cose e vi si trovavaimpacciatissimo.

Adessoudite suonar le ottosi avvicinò a sua mogliela pregòdolcemente di andar a riposare un pocoma Luisa gli rispose subitoin modo da levargli il coraggio d'insistere. Il funerale dovevaseguire l'indomani mattina alle nove. Ell'aveva desiderato che sidifferisse il più possibile e voleva star con la mamma finoall'ultimo. Vi era nella sua sottile persona una indomita vigoriaeguale a ben altre prove. Per lei la mamma era tutta lì suquel lettucciotra i fiori. Non pensava che una parte di lei fossealtrovenon la cercava per la finestra di ponente nelle stelline chetremolavano sopra i monti di Carona. Pensava soltanto che la mammacaravissuta da tanti anni per lei solanon d'altro sollecita interra che della felicità suadormirebbe fra poche ore e persempre sotto i grandi noci di Loochnella solitudine ombrosa dovetace il piccolo cimitero di Castellomentre ella si godrebbe lavitail solel'amore. Aveva risposto a Franco quasi aspramente comese l'affetto del vivo offendesse in qualche modo l'affetto dellamorta. Poi le parve averlo mortificatosi pentìgli diede unbacio e sapendo di far cosa a lui gratadi far cosa che la mamma siera certo attesa da leivolle pregare. Si mise a recitarmacchinalmente dei Paterdegli Ave e dei Requiemsenza provarne soddisfazione alcunasentendo anzi una segretacontrarietàuno sgradito disseccarsi del dolore. Ell'avevapraticato sempre maspenti i fervori della prima comunionenonaveva più partecipato con l'anima al culto. Sua madre eravissuta piuttosto per il mondo futuro che per questosi eragovernata in ogni azionein ogni parolain ogni pensiero secondoquel fine. Le idee e i sentimenti di Luisanel suo precoce sviluppointellettualeavevano preso un altro corso con la risolutezzavigorosa ch'era del carattere di lei; ella li copriva però dicerta dissimulazioneparte consciaparte inconsciasia per amoredella mammasia per la resistenza di germi religiosi seminati dallaparola maternacoltivati dall'esempiorinvigoriti dall'abitudine.Dai quattordici anni in poi s'era venuta inclinando a non guardareoltre la vita presentee insieme a non guardare a séavivere per gli altriper il bene terreno degli altriperòsecondo un forte e fiero senso di giustizia. Andava in chiesacompiva gli atti esterni del cultosenza incredulità e senzapersuadersi che facessero piacere a Dio. Aveva confusamente ilconcetto di un Dio talmente alto e grande che non vi potesse esserecontatto immediato fra gli uomini e Lui. Se dubitava qualche voltad'ingannarsiil suo errore le pareva tale da non poterlo un Dioinfinitamente buono punire. Come fosse venuta a pensare cosìnon lo sapeva ella stessa.

L'usciosi aperse ancorapian pianouna voce sommessa chiamò «ilsignor don Franco». Luisarimasta solacessò dipregarepiegò il capo sul guanciale della mammale posòle labbra sulla spallachiuse gli occhi raccogliendo in sé lacorrente di memorie che veniva da quel toccoda un odor noto dilavanda. L'abito della mamma era di setail suo miglioreun donodello zio Piero. Ella lo aveva portato una volta solaqualche annoaddietroandando a visitare la marchesa Maironi. Anche questopensiero venne coll'odor di lavandavennero lagrime bruciantiacridi tenerezza e di un sentimento che non era propriamente odiochenon era propriamente collerama che aveva un amaro dell'uno edell'altra.

Francoquando s'intese chiamaretrasalìne indovinò subitola cagione. Lo zio Piero aveva scrittola mattina per tempoallamarchesaannunciandolein termini semplici ma pieni di ossequiolamorte di sua sorella; e Franco stesso aveva aggiunto alla letteradello zio un biglietto con queste parole:


Caranonnami manca il tempo di scriverti perché son qui; te lodirò a voce domani sera e confido che tu mi ascolterai come miavrebbero ascoltato mio padre e mia madre.


Nessunarisposta era ancora venuta da Cressogno. Adesso un uomo di Cressognoaveva portato una lettera. Dov'è quest'uomo? «Partito;non s'è voluto fermare un momento.» Franco prese laletterane lesse l'indirizzo: "Al preg. signor ingegnere PietroRibera"e conobbe la mano della figlia del fattore. Salìsubito dallo zio Piero chestancoera andato a letto.

Lozio Pieroquando Franco gli recò la letteranon fece atto disorpresa né di curiosità; disse placidamente:

«Apri».

Francoposò il lume sul cassettone e aperse la lettera voltando lespalle al letto. Parve pietrificato; non fiatònon si mosse.

«Dunque?»chiese lo zio.

Silenzio.

«Hocapito»fece il vecchio. Allora Franco lasciò cader laletteraalzò le mani in ariamise un «ah!»lungoprofondo e fiocopieno di stupore e d'orrore.

«Insomma»riprese lo zio«si può sapere?»

Francosi scossesi precipitò ad abbracciarloreprimendo a stento isinghiozzi.

L'uomopacifico sopportò sulle prime in silenziosenza commuoversiquesta tempesta. Poi cominciò a difendersene chiedendo lalettera: «Da quada quada qua». E pensava: «Cosadiavolo avrà scritto questa benedetta donna?». Francoprese il lume e la letteragliela porse. La nonna non aveva scrittonienteneppure una sillaba; aveva semplicemente rimandata la letteradell'ingegnere e il biglietto di Franco. Lo zio ci mise un pezzo acapirla: non capiva mai le cose prontamente e questa era per luitanto inconcepibile! Quando l'ebbe capita non poté fare a menodi dire: «Giàl'è un po' grossa». Ma poiveduto Franco tanto fuori di séesclamò col vocionesolenne che usava per giudicar toto corde le cose umane:«Senti. L'èdirò così»(e cercavala parola in un suo particolar modogonfiando le gote e mettendo unaspecie di rantolo)«... una iniquità; ma tutte questemeraviglie che fai tuio non le faccio per niente affatto. Tutti itorticaronon sono dalla parte sua; e allora? Del restome nerincresce per voialtri che mangerete di magro e dovrete vivere inquesto miserabile paese; ma per me? Per me ci guadagno e son prontodirò così a ringraziare tua nonna. Vedi beneio non hofatto famigliaho sempre contato su questa. Adesso la mia poverasorella è morta; se la nonna vi apriva le braccia io restavocome un torso di cavolo. Dunque!».


Francosi guardò dal raccontar la cosa a sua moglieed ellabenchésapesse delle lettere spedite a Cressognonon domandò chedopo il funeraleparecchie ore dopose la nonna avesse risposto. Ilpiccolo salottola piccola terrazzala piccola cucina erano statipieni di gente tutto il giornodalle nove della mattina alle novedella sera. Alle dieci Luisa e Franco uscirono di casa senzalanternapresero a destraattraversarono pian pianosilenziosamentele tenebre del villaggiotoccarono la svolta chiarae ventosa cui sale il fragor profondo del fiume di S. Mametteentrarono nelle ombrenel forte odore dei noci di Looch. Poco primadi giungere al cimiteroLuisa domandò sottovoce a suo marito:«Sai niente di Cressogno?». Egli avrebbe pur volutonasconderle almeno in parte il vero e non lo poté. Disse cheil suo biglietto gli era stato rimandato e Luisa volle sapere sealmeno la nonna avesse scritto allo zio una parola di condoglianza.Il «no» di Franco fu così incertoquasitrepidantechenon subitoma pochi passi dopoLuisa ebbe un lampodi sospetto e si fermò di colpoafferrò il braccio disuo marito. Francoprima ch'ella aprisse boccaintesel'abbracciòcome aveva abbracciato lo ziocon impeto ancor maggiorele disse diprender il suo cuorel'anima suala sua vitadi non cercar altroal mondose la sentì tremar tutta fra le braccia. Néallora né poi una sola parola ne fu più detta fra loro.Al cancello del cimitero s'inginocchiarono insieme. Franco pregòcon impeto di fede. Luisa trapassò con gli occhi avidi laterra smossa presso all'entratatrapassò la barasi affissòmentalmente nel volto mansueto e grave della mamma; mentalmenteancora ma con tanto gagliardo impulso da scuotere le sbarre delcancellosi chinòsi chinòfisse le labbra sullelabbra della mortav'impresse una violenza d'amore più forteche tutti gli insultiche tutte le bassezze odiose del mondo.

Sistaccò a stento di là verso le undici. Discendendoadagio a fianco di suo marito lo sdrucciolevole ciottolato delsentierole sorse improvvisa in mente la visione di un incontrofuturo con la marchesa. Si fermòsi eressestringendo ipugni; e il suo bel viso intelligente spirò una fierezza taleche se la vecchia signora di marmo l'avesse realmente vedutarealmente incontrata in quel puntosi sarebbe senz'altropiegatanoimpaurita noma posta in difesa.




PARTESECONDA


1.Pescatori


Ildottor Francesco ZérboliI. R. Commissario di Porlezzaapprodò alla I. R. Ricevitoria di Oria il 10 settembre 1854proprio quando un sole veramente imperiale e regio sormontava ilbastione poderoso della Galbigasfolgorava la rosea casetta dellaRicevitoriagli oleandri e i fagiuoli della signora PeppinaBianconichiamandosecondo i regolamentiall'ufficio il signorCarlo Bianconi suo maritoquel tale Ricevitore cui la musicamanoscritta puzzava di cospirazione. Il Bianconidetto dalla sposa«el mè Carlascia» e dal popolo «el Biancòn»un omone altogrosso e durocol mento pelatocon due baffonigrigicon due occhi grossi e spenti di mastino fedelediscese aricevere l'altro I. R. mento pelato di categoria superiore. I due nonsi rassomigliavano proprio che nella nudità austriaca delmento. Lo Zérbolivestito di nero e inguantatoera piccolo etozzoportava due baffetti biondi appiccicati alla facciagiallognolabucata da due scintille d'occhietti sarcastici esprezzanti. Aveva i capelli piantati così basso sulla frontech'era solito raderne una listarestandogliene spesso un'ombraquasi di bestialità. Prontissimo di personad'occhi e dilinguaparlava un italiano nasalemodulato alla trentinaconfacile cortesia. Disse al Ricevitore che doveva tenere un convocatoil consiglio comunale d'alloraa Castello e che aveva preferitovenir per tempofare la salitacol frescoda Oria invece che daCasarico o da Albogasioonde procurarsi il piacere di salutare ilsignor Ricevitore.

Ilbestione fedele non capì subito che c'era un secondo fineringraziò con un miscuglio di frasi ossequiose e di risatinestupidefregandosi le maniofferse caffèlatteuoval'aria aperta del giardinetto. Colui accettò il caffè erifiutò l'aria aperta con un cenno del capo e una strizzatinad'occhi così eloquente che il Carlasciavociato su per lescale «Peppina! Caffè!» fece passare ilCommissario in ufficiodovesentendosi trasmutaresecondo la suadoppia naturada Ricevitore di dogana in agente di poliziasi fecedevoto il cuore e austero il viso come per una unione sacramentalecol monarca. Questo ufficio era un ignobile bugigattolo a pianterrenocon le inferriate ai due finestriniuna infetta cellulaprimitiva che aveva già il puzzo della grande monarchia. IlCommissario vi si piantò a sedere in mezzoguardando l'usciochiuso che dall'approdo metteva nell'anticamera; quello chedall'anticamera metteva nell'ufficio era rimasto apertoper ordinesuo.

«Miparli del signor Maironi»diss'egli.

«Sorvegliatosempre»rispose il Biancòn. «Anssi»soggiunse nel suo italiano di Porta Tosa«aspetti: ci ho quiun rapporto quasi finito.» E si diede a frugarea palpar frale sue carte in cerca del rapporto e degli occhiali.

«Manderàmanderà»fece il Commissario che non si aspettava moltodalla prosa del bestione. «Intanto parlidica!»

«Malintensionatosemprequesto si sapeva»ricominciò l'eloquenteRicevitore«e adesso anche si vede. Si è messo aportare quella barbasaquella moscaquella moschettaquel pissoquella porcheria...»

«Scusi»fece il Commissario. «Vedeio sono ancora nuovohoistruzioniho informazionima un'idea esatta dell'uomo e dellafamiglia non l'ho ancora. Bisogna che Lei me li descriva proprio afondo così come può. E incominciamo pure da lui.»

«Luiè un superboun furiosoun prepotentone. Avràattaccato lite cinquanta voltequiper affari di dassio. Vuol aversempre ragionevuol darci lessione a me e al sedentario. Cacciafuori due occhiacci come se volesse mangiare la Ricevitoria. L'èche con me non c'è da fare il prepotentese del resto!...Perché sa di tuttopoiquesto sì. Sa di leggesa difinansasa di musicasa di fiorisa di pesciel diavol aquatter.»

«Elei?»

«Lei?Lei lei lei lei... lei l'è una gattamorgna ma se la casciafoeura i ong l'è pesg de lü; peggio! Lui quando va incollera diventa rosso e fa un baccano di mille lire; lei diventapallida e dice insolense d'inferno. Adesso si diceinsolense io nonne tollero... ma insomma... mi capisce. Donna di talentosa. La miaPeppina ci è innamorata. Donna che si insinua dappertuttopoi. Tante volte qui a Oria invece di chiamare il dottore chiamanolei. Se in una famiglia questionano vanno da lei. Se ci vien il maldi pancia a una bestia domandano lei. I bagàj`s'i a tira dreetücc. È magari buonain carnevaledi fare i magatelliper loro. Sai burattini. E in pari tempo è un accidente chesuona il cembaloche sa il francese e il tedesco. Io per miadisgrassia non lo soil tedescoe sono andato da lei cosìdelle volte per farmi spiegare carte tedesche che capitano inufficio.»

«AhLei ci vain casa Maironi?»

«Sìqualche voltaper questo.»

Veramenteil bestione ci andava pure per farsi spiegare da Franco certi enigmidella tariffa doganale; ma questo non lo disse.

L'interrogatoriodel Commissario continuò.

«Ela casacome è messa?»

«Messabene. Bei pavimenti alla venessianasoffitti pitturaticanapècon tappeticembolcamera da pranzo colle pareti tappessate diritratti ch'è una bellèssa.»

«El'ingegnere in capo?»

«L'ingegnerein capo è un buon omaccioallegroall'antica; mi somiglia ame. Più vecchio peròsa. Del resto qui ci stapochissimo. Un quindici giorni a questa stagionealtri quindici laprimavera e qualche visitina durante l'anno. Quando ha la sua pacela sua quieteil suo latte alla mattinail suo latte alla serailsuo boccale di Modena a pransoil suo taroccola sua gasèttadi Milanol'ingegnere Ribera è contento. Del restotornandoalla barba del signor Maironic'è anche di peggio. Ho saputoieri che il signore ha messo un gelsomino in un vaso di legnoinverniciato di rosso.»

IlCommissariouomo d'ingegno e forse indifferentenel piùintimo del cuor suoa tutti i colori tranne a quello della propriacera e della propria linguanon poté a meno di alzar un po'le spalle. Ma poi domandò subito:

«Lapianta è fiorita?»

«Nonlo sodomanderò alla donna»

«Achi? A sua moglie? Ci vaSua mogliein casa Maironi?»

«Siqualche volta ci va.»

LoZérboli piantò i suoi occhietti sprezzanti in faccia alBianconie gli articolò ben chiara questa domanda:

«Civa con profitto o no?»

«Ma!con profitto! Segond! Lei si figura di andare come amica dellasignora Luisinaper i fioriper i lavoriper i pettegolessiecicip e ciciapsa benedonne. Io poi ci cavo...»

«Tèchìtè chì!»esclamò nel suoitaliano di Porta Ticinese la signora Peppina Bianconivenendoavanti col caffètutta sorridente. «El sürCommissari! Come goo mai piasè de vedèll! El saràmagàra minga tant bon el caffèperò l'èel prim! La bolgira l'è de minga podè toeul a Lügan!»

«Tetetetetè!»fece il maritoburbero.

«Euhdiavol! Disi inscì per rid. El capiss bennehLüsürCommissari! L'è quel benedett omasc lì ch'el capiss no!En toeui nanca per mi de caffèch'el se figüra! Toeuigiusta l'acqua de malva per i girament de testa!»

«Ciciàraminga tantciciàra minga tant!»interruppe il marito.Il Commissarioposando la tazza vuotadisse alla buona signora chesarebbe poi andato a vedere i suoi fiorie questa galanteria parvel'atto di chial caffèbutta e fa suonar la moneta sulvassoio perché il tavoleggiante lo pigli e se ne vada.

Lasignora Peppina intese esgomentata per giunta dai grossi occhiferoci del suo Carlasciasi ritirò frettolosamente.

«Sentasenta senta»fece il Commissario coprendosi la fronte estringendosi le tempie colla mano sinistra. «Oh!»esclamò a un trattonel raccapezzarsi. «Eccovolevosapere seadessol'ingegnere Ribera è a Oria.»

«Nonc'èma verrà fra pochissimi giornicredo.»

«Spendemoltol'ingegnere Riberaper questi Maironi?»

«Spendemoltosicuro. Non credo che di casa sua don Franco abbia piùdi tre svansiche al giorno. Lei poi...» Il Ricevitore si soffiòsul palmo della mano. «Dunque capisce. Hanno la donna diservissio. C'è una bambina di due anni o ché; ci vuolela ragassaper curare la bambina. Si fanno venire fiorilibrimusicael diavol a quatter. Alla sera si giuoca a tarocchic'èla sua bottèglia. Ce ne vogliono così delle svansichemi capisce!»

IlCommissario rifletté un poco e poicon una faccia nebulosacon gli occhi al soffittocon certe parole sconnesse che parevanoframmenti d'oracolofece intendere che l'ingegnere Riberaun I. R.impiegatofavorito recentemente dall'I. R. Governo di una promozionein locoavrebbe dovuto esercitare sui nipoti una influenzamigliore. Quindi con altre domande e con altre osservazioni checoncernevano specialmente le presenti debolezze dell'ingegnereinsinuò al Bianconi che le sue attenzioni paterne dovevanorivolgersi con particolare segretezza e delicatezza all'I. R.collegaonde illuminareoccorrendola Superiorità circatolleranze che sarebbero scandalose. Gli chiese finalmente se nonsapesse che l'avvocato V. di Varenna e un tale di Loveno venivanoabbastanza spesso a visitare i Maironi. Il Ricevitore lo sapeva esapeva dalla sua Peppina che venivano a far musica. «Noncredo!»esclamò il Commissario con subita e insolitaasprezza. «Sua moglie non capisce niente! Ella si faràmenar per il nasocaro Bianconia questo modo. Quei due sonosoggettacci che starebbero bene a Kufstein. Bisogna informarsimeglio! Informarsi e informarmi. E adesso andiamo in giardino. Aproposito! Quando entra da Lugano qualche cosa per la marchesaMaironi...»

LoZérboli compié le frase con un gesto di graziosalarghezza e s'incamminò seguito dal mastinoalquanto mogio.

Lasignora Peppina si fece trovare ad annaffiar i fiori con l'aiuto diun ragazzotto. Il Commissario guardòammirò e trovòanche modo di dar una lezioncina al poliziotto subalterno. Lodandoquei fiori trasse destramente la Bianconi a nominar Franco e sullapersona di Franco non si fermò affatto come se non glieneimportasse nulla. Si tenne ai fioriaffermò che Maironi nonpoteva averne di più belli. Strilligemiti e giaculatoriedell'umile signora Peppina che perfino si vergognava d'un paragonesimile. E il Commissario insistette. Ma come? Anche le fuchsie dicasa Maironi erano più belle? Anche le vainiglie? Anche ipelargoni? Anche i gelsomini?

«Igesümin?»fece la signora Peppina. «Ma el sürMairon el gà el pussee bell gesümin de la ValsoldacaraLü!»

Cosìil Commissario venne poi a sapere molto naturalmente che il famoso«gesümin» non era ancora fiorito. «Vorreivedere le dalie di don Franco»diss'egli. La ingenua creaturasi offerse di accompagnarlo a casa Ribera quel giorno stesso:«Gavarissen inscì mai piasè». Ma ilCommissario espresse il desiderio di attendere la venuta dell'I. R.ingegnere in capo della provincia per avere occasione di riverirlo ela signora Peppina fece «eccola!» in segno della suasoddisfazione. Intanto il mastinoumiliato da quell'arte superioredesiderando mostrar in qualche modo che almeno dello zelo ne avevaanche luiafferrò per un braccio il ragazzottodall'annaffiatoio e lo presentò.

«Mionipote. Figlio d'una mia sorella maritata a Bergamo con un I. R.portiere della Delegassione. Ha l'onore di chiamarsi FrancescoGiuseppeper desiderio mio; ma capisce beneper il dovuto rispettoquesto non può essere il nome solito.»

«Soamader la ghe dis Ratì e so pader el ghe dis Ratù ch'else figura!»interloquì la zia.

«CittoLei!»fece lo ziosevero. «Io lo chiamo Francesco. Unragasso bene educatodevo dirlomolto bene educato. Di' un po' suFrancescoquando sarai grandecosa farai?»

Ratìrispose a precipizio come se recitasse la Dottrina Cristiana:

«Ioquando sarò grande mi comporterò sempre da sudditofedele e devoto di Sua Maestà il nostro Imperatore nonchéda buon cristiano; e spero coll'aiuto del Signore diventare un giornoI. R. Ricevitore di Dogana come mio zioper andar quindi a ricevereil premio delle mie buone opere in paradiso».

«Bravobravo bravo»fece lo Zérboliaccarezzando Ratì.«Seguitiamo a farci onore.»

«Ch'eltasasür Commissari»saltò fuori da capo laPeppina«che stamattina el baloss el m'ha mangiaa foeura mèssel süccher de la süccherera!»

«Comècomè comè?»fece il Carlascia uscendo di tonoper la sorpresa. Si rimise subito e sentenziò: «Colpatua! Si mettono le cose a posto! VeroFrancesco?»

«Pròpe»rispose Ratìe il Commissarioseccato da quel battibeccodaquella ridicola riuscita della sua frase paternaprese bruscamentecongedo.

Appenapartito luiil Carlascia menò un «toeu sü elsüccherti»e un formidabile scapaccione a FrancescoGiuseppe che si aspettava tutt'altro e corse a salvarsi tra ifagiuoli. Poi aggiustò le partite di sua moglie con un buonrabbuffogiurando che in avvenire lo avrebbe tenuto lui lo zuccheroe poiché ella si permise di ribattere «cossa te voeutmai intrigàt ti?» la interruppe«intrigatissim intütt! intrigatissim in tütt!» e voltatele le spalles'avviò a gran passisbuffando e fremendoverso il postodove la diligente sposa gli aveva preparata la lenza e la polentaeinescò i due poderosi ami da tinche. Poiché in anticoquel piccolo mondo era ancora più segregato dal mondo grandeche al presenteera più che al presente un mondo di silenzioe di pacedove i funzionari dello Stato e della Chiesa edietro alloro venerabile esempioanche alquanti sudditi fedeli dedicavanoparecchie ore ad una edificante contemplazione. Primo a ponenteilsignor Ricevitore slanciava due ami appaiati in capo a una lenzasoladue traditori bocconi di polentalontano dalla sponda quantomai poteva; e quando il filo si era ben distesoquando il sugheroindicatore si era quasi ancorato in placida attesal'I. R. uomoposava delicatamente la bacchetta della lenza sul muricciuolosedevae contemplava. A levante di luila guardia di finanza che allorachiamavano «il sedentario»accoccolata sull'umile molodell'approdo davanti ad un altro sugheropipava e contemplava. Pochipassi più in làil vecchio allampanato Cüstantimbianchino emeritosagrestano e fabbricierepatrizio del villaggiodi Oriaseduto sulla poppa della sua barca con una sperticata tubapreistorica in testacon la magica bacchetta in manocon le gambepenzoloni sull'acquaraccolta l'anima nel sughero suo propriocontemplava. Seduto sull'orlo d'un campicelloall'ombra d'un gelso ed'un cappellone di paglia nerail piccolomagroocchialuto donBrazzovaparroco di Albogasiorispecchiato dall'acqua limpidacontemplava. In un orto di Albogasio Inferiorefra le rive del Ceròne la riva di Mandroeugnun altro patrizio in giacchetta e scarponiil fabbriciere Bignettadetto el Signoronduro e solenne sopra unasedia del settecento con la famosa bacchetta in manovigilava econtemplava. Sotto il fico di Cadate stava in contemplazione donGiuseppe Costabarbieri. A S. Mamette pendevano sull'acqua econtemplavano con grande attività il medicolo spezialeilcalzolaio. A Cressogno contemplava il florido cuoco della marchesa.In faccia a Oriasull'ombrosa spiaggia deserta del Bisgnagoundignitoso arciprete della bassa Lombardia usava passar ogni annoquaranta giorni di vita contemplativa. Contemplava solitariovescovilmentecon tre bacchette ai piedii relativi tre pacificisugheridue con gli occhi e uno col naso. Chi passando per l'altolago avesse potuto discernere tutte queste figure meditabondeinclinate all'acquasenza veder le bacchette né i fili néi sugherisi sarebbe creduto nel soggiorno d'un romito popoloasceticoschivo della terrache guardasse il cielo giù nellospecchio liquidosolo per maggiore comodità.

Infatto tutti quegli ascetici pescavano alle tinche e nessun misterodell'avvenire umano aveva per essi maggior importanza dei misteri cuiarcanamente alludeva il piccolo sugheroquandoposseduto quasi dauno spiritodava segni d'inquietudine sempre più viva e infine di alienazione mentale; poichédati dei crollideitratti ora avanti ora indietropigliava per ultimonella confusionedelle sue ideeil partito disperato di entrar giù a capofittonell'abisso. Questi fenomeni avvenivano però di rado eparecchi contemplatori solevano passare delle mezze giornate senzanotar la menoma inquietudine nel sughero. Allora ciascunosenzatoglier gli occhi dal piccolo galleggiantesapeva seguire uninvisibile filo d'idee parallelo al filo della lenza. Cosìavveniva talvolta al buon arciprete di pescar mentalmente una sedeepiscopale; al Signoron di pescare un bosco ch'era stato dei suoiavial cuoco di pescare una certa tinca rosea e bionda dellamontagnaal Cüstant di pescare una commissione del Governo perdare il bianco al picco di Cressogno. Quanto al Carlasciail suosecondo filo aveva generalmente un carattere politico. E questo sicomprenderà meglio quando si sappia che anche il filoprincipalequello della lenzasuscitava spesso nel suo torbidotestone certe considerazioni politiche suggeritegli dal CommissarioZérboli. «Vedecaro Ricevitore»gli aveva dettouna volta lo Zérboli ragionando a sproposito sul moto milanesedel 6 febbraio«Lei ch'è un pescatore di tinche puòbenissimo capire la cosa. La nostra grande monarchia pesca allalenza. I due bocconi uniti sono la Lombardia e il Venetodue beibocconi tondi e solleticanticon del buon ferro dentro. La nostramonarchia li ha buttati là davanti a séin faccia allatana di quel pesciatello sciocco ch'è il Piemonte. Egli haabboccato nel quarantotto il boccone Lombardiama poi ha potutosputarlo e cavarsela. Milano è il nostro sughero. QuandoMilano si muove vuol dire che c'è sotto il pesciatello. L'annoscorso il sughero s'è mosso un pochino; il caro pesciatellonon aveva fatto che fiutare il boccone. Aspettateverrà unmovimento grandenoi daremo il colpoci sarà un poco distrepito e di sbatacchiamento e lo tireremo suil nostropesciatellonon ce lo lasceremo scappare piùquel porcellinobiancorosso e verde!»

IlBiancòn ci aveva fatto una gran risata e spessomettendosi apescaresi ruminavaper il proprio innocente piacerela graziosasimilitudineda cui gli nascevano per solito altri sottili eprofondi pensamenti politici. Quella mattina il lago era quietopropizio per le contemplazioni. Le prime alghe del fondo precipitososi vedevan dirittesegno che non c'eran correnti. I bocconislanciati ben lontanocalarono lentamente a piomboil filo sidistese via via sotto il sughero che gli navigò dietro un pocoindicando con spessi anellini i titillamenti dei piccoli cavedini esi mise quindi in pacesegno che i bocconi s'erano adagiati sulfondo e che i cavedini non li toccavan più. Il pescatore posòla bacchetta sul muricciuolo e si mise a pensare all'ingegnereRibera.

IlBiancòn avevaa sua insaputauna discreta dose dimansuetudine in un doppio fondo che Iddio gli aveva fatto nel cuoresenza avvertirnelo. Il mondo del resto se ne poté accorgerenel 1859 quando il caro pesciatello si mangiò il boccone diLombardia con l'amo e il filo e la bacchetta e il Commissario e tuttoquanto; e il Biancònrassegnatosi mise a piantar cavolinazionali e costituzionali a Precotto. Malgrado questa occultamansuetudineposando la bacchetta e pensando che si trattava dipescare quel povero vecchio ingegnere Riberaegli provò unasingolare compiacenza non nel cuorenon nel cervello né inalcuno dei soliti sensima in un suo particolare sensopuramente I.e R. Davveroegli non aveva coscienza di sé come di unorganismo distinto dall'organismo governativo austriaco. Ricevitoredi una piccola dogana di frontierasi considerava una punta d'unghiain capo a un dito dello Stato; come agente di polizia poisiconsiderava un occhiolino microscopico sotto l'unghia. La vita suaera quella della monarchia. Se i Russi le facevano il solletico sullapelle della Galiziaegli ne sentiva il prurito a Oria. La grandezzala potenzala gloria dell'Austria gli ispiravano un orgogliosmisurato. Non ammetteva che il Brasile fosse più estesodell'Impero Austriaconé che la Cina fosse piùpopolatané che l'Arcangelo Michele potesse prenderePeschierané che Domeneddio potesse prendere Verona. Il suovero Iddio era l'Imperatore; rispettava quello del cielo come unalleato di quello di Vienna.

Nongli eradunquemai entrato il sospetto che l'ingegnere in capofosse un cattivo suddito. Le parole del Commissarioun vangelo perluine lo persuasero addirittura; e l'idea di trovarsi a portataquesto malfido servitore accendeva il suo zelo d'occhio regio ed'unghia imperiale. Si diede dell'asino per non averlo conosciutoprima. Oh ma era ancora in tempo di pescarlo bene: bene bene benebene! «Lasci fare a me! Lasci fare a mesignor...»

Troncòla frase e afferrò la bacchetta. Il sughero aveva impressonell'acqua un anellodolcementemuovendosi appena; indizio ditinca. Il Biancòn strinse forte la bacchetta tenendo il fiato.Altro tocco al sugheroaltro anello più grosso; il sughero vapian piano sull'acquasi fermail cuore del Biancòn batte afuria; il sughero cammina ancora per un piccol trattoa fior d'acquae sprofonda; zac! il Biancòn dà un colpola bacchettasi torce in arco tanto il filo è tirato da un peso occulto.«Peppinael gh'è!»grida il Carlascia perdendola testaconfondendo il sesso della tinca con quello dell'ingegnerein capo: «El guadèllel guadèll». Ilsedentario si volta invidioso: «Ghe l'hascior Recitòr?».Il Cüstant si cuoce dentro e non fa motto né volge la suatuba. Ratì accorre e accorre anche la signora Peppina portandoil «guadèll»una pertica lunga con una gran borsadi rete in capoper imborsarvi la tinca nell'acquaché iltirarla su di peso col filo sarebbe un rischio disperato. Il Biancònpiglia il filolo raccoglie pian piano a sé. La tinca non sivede ancora ma deve esser grossa; il filo viene in su per un paio dibracciapoi è tirato furiosamente in giù; quindi tornaa venirevienevienee in fondo all'acquasotto il naso dei trepersonaggibalena un gialloreun'ombra mostruosa. «Oh labella!»fa la signora Peppina sottovoce. Ratì esclama:«Madònemadòne!»e il Biancòn nondice parolatira e tira con cautela. È un bel pescionecortogrossodal ventre giallo e dal dorso scuro che viene in sudal fondo quasi supino e per isghembocon mala volontà.

Letre facce non gli piacciono perché volta loro di colpo la codae sbattendola fa un'altra punta furiosa verso il fondo. Finalmentespossatosegue il filoarriva sotto il muro con la pancia dorataall'aria. La Peppinarovescioni sul parapettostende giùquanto può la sua pertica per imborsar il malcapitato e non leriesce. «Per el müson!»grida suo marito. «Perla cua!»strilla Ratì. A quello strepitoalla vista diquel pauroso arneseil pesce si dibattesi tuffa; la Peppina siarrabatta invanonon trova il «müson»non trova la«cua»; il Biancòn tirala tinca trascinata agalla si aggomitola e con una potente spaccata rompe il filostrepita via tra la spuma. «Madòne!»esclamaRatì; la Peppina seguita a frugar l'acqua con la sua pertica;«dova l'è sto pèss? dova l'è sto pèss?»e il Biancòn che era rimasto petrificato col filo in manosivolta furibondotira un calcio a Ratìafferra sua moglie perle spallela scuote come un sacco di nocila carica d'improperi.«L'è andadascior Recitòr?»fa ilsedentariomellifluo. Il Cüstant volta un poco la tubaguardail luogo della catastrofetorna alla contemplazione del suo pacificosughero e brontola in tono di compatimento: «Minga pràtich!».

Intantola tinca ritorna alle native alghe profondemalconcia ma libera comeil suo simileil Piemontedopo Novara; ed è dubbio se alpovero ingegnere in capo toccherà la stessa fortuna.



2.La sonata del chiaro di luna e delle nuvole


Ilsole calava dietro al ciglio del monte Brè e l'ombra oscuravarapidamente la costa precipitosa e le case di Oriaimprimevaviolacea e cupail profilo del monte sul verde luminoso delle ondeche correvano oblique a ponentegrandi ancora ma senza spumanellabreva stanca. Casa Ribera si era oscurata l'ultima. Addossataai ripidi vigneti della montagnasparsi d'uliviessa cavalca laviottola che costeggia il lagoe pianta nell'onda viva una frontemodestafiancheggiata a ponenteverso il villaggioda ungiardinetto pensile a due ripiania levanteverso la chiesada unapiccola terrazza gittata su pilastri che inquadrano un pezzo disagrato. Entra in quella fronte una piccola darsena dove allora sidondolavafra lo schiamazzar delle ondeil battello di Franco eLuisa. Sopra l'arco della darsena una galleria sottile lega ilgiardinetto pensile di ponente alla terrazza di levante e guarda illago per tre finestre. La chiamavan loggiaforse perché loera stata in antico. La vecchia casa portava incrostati qua e làparecchi di questi venerandi nomi fossili che vivevano per latradizione e figuravanonella loro apparente assurditàimisteri nella religione delle mura domestiche. Dietro alla loggia viha una sala spaziosa e dietro alla sala due stanze: a ponente ilsalottino da pranzo tappezzato di piccoli uomini illustri di cartaciascuno sotto il proprio vetro e dentro la propria corniceciascunoatteggiato dignitosamente a modo degl'illustri di carne e d'ossacome se i colleghi nemmanco esistessero e il mondo non guardasse chea lui; a levante la camera dell'alcova dove accanto agli sposidormiva nel proprio letticciuolo la signorina Maria Maironi natanell'agosto del 1852.

Daicassettoni rococò delle camere da letto alla madia dellacucinadal nero pendolo del salottino da pranzo al canapèdella loggia con la sua stoffa color marrone cosparsa di cavalieriturchi gialli e rossidalle seggiole impagliate a certi seggiolonidai bracciuoli spropositatamente altii mobili della casaappartenevano all'epoca degli uomini illustrila maggior parte deiquali portava parrucca e codino. Se parevano discesi dal granaioparevan pure aver ripreso nell'aria e nella luce della nuova dimoracerte perdute abitudini di puliziaun notevole interesse alla vitauna dignità di onesta vecchiaia. Così un'accozzaglia divocaboli disusati potrebbe oggi comporsinel soffio d'un attempatopoeta conservatoree rifletterne la serena ed elegante senilità.Sotto il regime matematico e burocratico dello zio Pieroseggiole eseggiolonitavole e tavolini avevano vissuto in perfetta simmetria eil privilegio della inamovibilità era stato accordato persinoagli stoini. Il nome di «mobile» non lo aveva meritatoche un cuscino grigio e celesteun aborto di materassochel'ingegnere durante i suoi brevi soggiorni a Oria si portava con séquando mutava seggiolone. Assente luiil custode rispettava tanto lesuppellettili da non osar di toccarne confidenzialmentedispolverarne le parti meno visibili. Ciò faceva andar sullefurie la governanteregolarmentead ogni ritorno in Valsolda. Ilpadroneirritato che per un po' di polvere si gridasse tanto controun povero diavolo di contadinose la pigliava con lei e le suggerivadi spolverare ella stessa; e quando la donna scattò adomandargliin via di sdegnosa replicase dovesse ammazzarsi aspolverare tutta la casa ogni volta che venivale risposebonariamente: «Mazzèv ona volta sola ch'el saràassée».

Egliabbandonava poi del tutto al capriccio del custode la coltivazionedel giardinetto come quella di un orto che possedeva a levante delsagratoin riva al lago. Solo una voltadue anni prima delmatrimonio di Luisaarrivando a Oria in principio di settembre etrovando nel secondo ripiano del giardinetto sei piante di granturcosi permise di dire al custode: «Sent on poo: quii ses gamb decarlonpodarisset propi minga fann a men?».

Ipoeti non conservatori Franco e Luisa avevano trasformatacol lorosoffiola faccia delle cose. La poesia di Franco era piùarditafervida e appassionatala poesia di Luisa era piùprudente; così i sentimenti di Franco gli fiammeggiavanosempre dagli occhidal visodalla parola e quelli di Luisa nondavano quasi mai fiamme ma solo coloravano il fondo del suo sguardopenetrante e della sua voce morbida. Franco non era conservatore chein religione e in arte; per le mura domestiche era un radicaleardenteimmaginava sempre trasformazioni di paretidi soffittidipavimentidi arredi. Luisa incominciava con ammirar il suo geniomapoiché i denari venivan quasi tutti dallo zio e non ci eralarghezza per imprese fantastichepiano pianoun po' per voltalopersuadeva di lasciar a posto le paretii soffitti e anche ipavimentidi studiar come si sarebbero potuti disporre meglio gliarredi senza trasformarli. E gli suggeriva delle idee senza avernel'ariafacendogli credere che venivan da luiperché allapaternità delle idee Franco ci teneva molto e Luisa era invecedel tutto indifferente a questa maternità. Così tral'uno e l'altra disposero la sala per la conversazionela lettura ela musicala loggia per il giuocola terrazza per il caffè eper le contemplazioni poetiche. Di quella terrazzina Franco fece lapoesia lirica della casa. Era piccina assai e parve a Luisa che vi sipotesse concedere un po' di sfogo all'estro di suo marito. Fu allorache cadde dal trono il re dei gelsi valsoldesiil famoso anticogelso del sagratoun tiranno che toglieva alla terrazza tutta lavista migliore. Franco si liberò da lui mediante pecuniadisegnò e alzò sopra la terrazza un aereo contesto disottili aste e bastoncini di ferro che figuravan tre archi sormontatida una cupolinavi mandò su due passiflore eleganti che viaprivan qua e là i loro grandi occhi celesti e ricadevano daogni parte in festoni e vilucchi. Un tavoluccio rotondo e alcunesedie di ferro servivano per il caffè e per la contemplazione.Quanto al giardinetto pensileLuisa avrebbe potuto sopportare ancheil granturco per una tolleranza di spirito superiore che ama lasciarin pace gl'inferiori nelle loro ideenelle loro abitudininei loroaffetti. Ella sentiva una certa rispettosa pietà per gl'idealiorticoli del povero custodeper quell'insalata di rozzezze e digentilezze ch'egli aveva nel cuoreun gran cuore capace diaccogliere insieme reseda e zucchebegliuomini e carote. InveceFrancogeneroso e religioso com'eranon avrebbe tollerato nel suogiardino una zucca né una carota per amore di qualsiasiprossimo. Ogni stupida volgarità lo irritava. Quandol'infelice ortolano si sentì predicare dal signor don Francoche il giardinetto era una porcheriache bisognava cavar tuttobuttar via tuttorimase sbalorditoavvilito da far pietà; mapoi lavorando agli ordini suoi per riformare le aiuolepercontornarle di tufiper piantare arbusti e fiorivedendo come ilpadrone stesso sapesse lavorar di sua mano e quanti terribili nomilatini e qual portentoso talento avesse in testa per immaginaredisposizioni nuove e belleconcepì poco a poco per luiun'ammirazione quasi paurosa e quindi anchemalgrado i moltirabbuffiuna affezione devota.

Ilgiardinetto pensile fu trasformato a immagine e similitudine diFranco. Un'olea fragrans vi diceva in un angolo la potenzadelle cose gentili sul caldo impetuoso spirito del poeta; uncipressino poco accetto a Luisa vi diceva in un altro angolo la suareligiosità; un piccolo parapetto di mattoni a traforofra ilcipresso e l'oleacon due righe di tufi in testa che contenevano unridente popolo di verbenepetunie e portulacheaccennava allaingegnosità singolare dell'autore; le molte rose sparsedappertutto parlavano del suo affetto alla bellezza classica; ilficus repens che vestiva le muraglie verso il lagoi duearanci nel mezzo dei due ripianiun vigorosolucido carruborivelavano un temperamento freddolosouna fantasia volta sempre almezzogiornoinsensibile al fascino del nord.

Luisaaveva lavorato e lavorava assai più del marito; ma se questisi compiaceva delle proprie fatiche e ne parlava volentieriLuisainvece non ne parlava mai e non ne traeva veramente alcuna vanità.Lavorava d'agod'uncinettodi ferridi forbicicon una tranquillarapidità prodigiosaper suo maritoper la sua bambinaperornar la sua casaper i poveri e per sé. Tutte le stanzeavevan lavori suoicortinetappeticusciniparalumi. Era pureaffar suo di collocare i fiori in sala e in loggia; non piante invaso perché Franco ne aveva poche e non gli garbava dichiuderle nelle stanze; non fiori del giardinetto perchécoglierne uno era come strapparglielo dal cuore. Erano invece adisposizione di Luisa le daliele rosei gladioligli astridell'orto. Ma poiché non le bastavano e poiché ilvillaggiodopo DioSanta Margherita e S. Sebastianoadorava la«sciora Lüisa»così ad un cenno suo iragazzi le portavano fiori selvaggi e felcile portavano edera perrilegar con festoni i grandi mazzi fissati alle pareti dentro anellidi metallo. Anche alle braccia dell'arpa che pendeva dal soffittodella sala erano sempre attorcigliati lunghi serpenti d'edera e dipassiflora.

Lozio Pieroquando gli scrivevano di queste novitàrispondevapoco o nulla. Tutt'al più raccomandava di non tener troppooccupato l'ortolano il quale doveva pur attendere alle faccendeproprie. La prima volta che capitò a Oria dopo latrasformazione del giardinettosi fermò a guardarlo comeaveva fatto per le sei piante di granturco e borbottòsottovoce: «Oh poer a mi!». Uscì sulla terrazzaguardò il cupolinotoccò le aste di ferro e pronunciòun «basta!» rassegnato ma pieno di disapprovazione pertante eleganze superiori allo stato suo e de' suoi nipoti. Invecedopo aver esaminato in silenzio tutti i mazzii mazzolinii vasiifestoni della sala e della loggiadisse con un bonario sorriso:«Sent on pooLüisa; con tütt st'erba chìfarisset minga mèj a tegnì on para de pégor?».

Mala governante fu beata di non aversi più ad ammazzare per lapolvere e le ragnatelema l'ortolano vantò senza fine leopere miracolose del signor don Franco ed egli stesso comincio prestoad abituarsi ai nuovi aspetti della sua casaa guardar senzamalevolenza il cupolino della terrazza che gli faceva comodo perl'ombra. Dopo tre o quattro giorni domando chi lo avesse eseguito egli accadde di fermarsi qualche volta a guardar i fiori delgiardinettodi chiedere il nome dell'uno e dell'altro. Dopo otto odieci giornistando con la piccola Maria sulla porta della sala chemette al giardinettole domando: «Chi ha piantato tutti questibei fiori?»e le insegnò a rispondere: «Papà».Ad un suo impiegato venuto a fargli visita mostrò le opere delnipote e ne accolse gli elogi con un assenso misurato ma pieno disoddisfazione: «Sì sìper questo sì».Insomma finì con diventare un ammiratore di Franco e persinocon dare ascoltoin via di conversazionead altri suoi progetti. Ein Franco crescevano l'ammirazione e la gratitudine per quella grandee generosa bontàche aveva vinto la natura conservatricel'avversione antica alle eleganze di ogni maniera; per la solitabontà che ad ogni simile contrasto saliva salivasilenziosamente dietro le renitenze dello zio fino a sormontareacoprir tutto con una larga onda di acquiescenza o almeno con la frasesacramentale «del restofate vobis». A una solanovità lo zio non aveva voluto adattarsi: alla scomparsa delsuo vecchio cuscino. «Luisa»diss'egli sollevando condue dita dal seggiolone il nuovo cuscino ricamato: «porta via».E non ci fu verso di persuaderlo. «Et capì de portallvia?» Quando Luisa sorridendo gli diede il vecchio materassinoabortitoegli ci si sedette su con un sonoro «inscì!»come se riprendesse solennemente il possesso di un trono.

Adessomentre l'ombra violacea invadeva il verde delle onde e correva lungola costadi paesello in paesellospegnendouna dopo l'altralebianche case lucentiegli era appunto seduto sul suo trono e siteneva sulle ginocchia la piccola Mariamentre Francosullaterrazzaannaffiava i vasi di pelargonipieno il cuore e il viso dicontentezza affettuosa come se versasse da bere a Ismaele neldesertoe Luisa stava sgrovigliando pazientemente una pesca di suomaritoun garbuglio pauroso di spagodi piombidi seta e di ami.Ella discorreva in pari tempo col professore Gilardoni che avevasempre qualche garbuglio filosofico da sgrovigliare e ci si mettevamolto più volentieri con lei che con Francoil quale locontraddiceva semprea torto e a ragioneavendolo in concetto d'unottimo cuore e d'una testa confusa. Lo ziotenendo il ginocchiodestro sul sinistro e la bambina sul mucchiole ripeteva per lacentesima voltacon affettata lentezzae storpiando un poco il nomeesoticola canzonetta:


Ombrettasdegnosa

DelMissipipì.


Finoalla quarta parola la bambina lo ascoltava immobileseriacon gliocchi fissi; ma quando veniva fuori il «Missipipì»scoppiava in un risosbatteva forte le gambucce e piantava le maninesulla bocca dello zioil quale rideva anche lui di cuore e dopo unbreve riposo ricominciava adagio adagionel tono solito:


Ombrettasdegnosa...


Labambina non somigliava né al padre né alla madreavevagli occhii lineamenti fini della nonna Teresa. Al vecchio ziochepure vedeva di radomostrava una tenerezza stranaimpetuosa. Lo zionon le diceva paroline dolcile facevaoccorrendoqualche piccolariprensionema le portava sempre giuocattolila conduceva spesso apasseggiose la faceva saltar sulle ginocchiarideva con leilediceva canzonette comichequella che cominciava col «Missipipì»e un'altra che finiva:


Risposetosto Barucabà.


Chiera mai Barucabà? E cosa gli avevano domandato?

«ToaBàtoa Bà!»diceva Maria; «ancoraBarucabàancora Barucabà!» Lo zio le ripetevaallora la poetica storia ma nessuno la sa più ripetere a me.

Eccodi che parlava a Luisacon la sua voce timida e gentileilprofessore Gilardonidiventato un tantin più vecchiountantin più calvoun tantin più giallo. «Chi sa»aveva detto Luisa«se Maria somiglierà alla nonna comenel viso anche nell'anima?» Il professore rispose che sarebbestato un miracolo avere in una famigliaa così poca distanzadue anime simili. E volendo spiegare a quale rarissima specie fosseappartenutanel suo concettol'anima della nonnamise fuori ilseguente garbuglio. «Vi sono»diss'egli«animeche negano apertamente la vita futura e vivono proprio secondo laloro opinioneper la sola vita presente. Queste non sono molte. Poivi sono anime che mostrano di credere nella vita futura e vivono deltutto per la presente. Queste sono alquante più. Poi vi sonoanime che alla vita futura non pensano e vivono però in mododa non mettersi troppo a repentaglio di perderla se c'è.Queste sono più ancora. Poi vi sono anime che credonoveramente nella vita futura e dividono pensieri e opere in duecategorie che fanno quasi sempre ai pugni fra loro: una è peril cielol'altra è per la terra. Queste sono moltissime. Poivi sono anime che vivono per la sola vita futura nella quale credono.Queste sono pochissime e la signora Teresa era di queste.»

Francoche non poteva soffrire le disquisizioni psicologichepassòaccigliato col suo annaffiatoio vuoto per andare nel giardinetto epensò: «Poi vi sono anime che rompono l'anima». Loziodel resto un po' sordorideva con la Maria. Luisapassato chefu suo maritodisse piano: «Poi vi sono anime che vivono comese vi fosse la sola vita futura nella quale non credono: e di questeve n'è una». Il professore trasalì e la guardòsenza dir nulla. Ella stava cercando nella matassa della pesca unfilo doppioa occhielloper farlo passare. Non vide quello sguardoma lo sentì e si affrettò a indicare col capo lo zio.Aveva ella pensato proprio a lui nel dir quello che aveva detto? O viera stata nel suo pensiero una occulta complicazione? Aveva pensatoallo zio senza un vero convincimentosolo perché non osavanominareneanche nel pensieroun'altra persona cui le sue parolepotevano riferirsi più giustamente? Il silenzio delprofessorelo sguardo scrutatore di luinon incontrato ma sentitole rivelarono ch'egli sospettava di lei stessa: per questo accennòfrettolosamente allo zio.

«Noncrede nella vita futura?»mormorò il professore.

«Direidi no»rispose Luisa e subito si sentì nel cuore unrimorsosentì che non aveva sufficienti ragioniche nonaveva il diritto di rispondere così. In fatto lo zio Piero nons'era curato mai di meditare sulla religione: egli compenetrava nelsuo concetto della onestà la continuazione delle vecchiepratiche di famigliala professione della fede avitapresa comestavaalla carlona. Il suo era un Dio bonario come luiche non citeneva tanto alle giaculatorie né ai rosaricome lui; un Diocontento di aver per ministricom'era contento lui di aver peramicidei galantuomini di cuorefossero pure allegri mangiatori ebevitoritarocchisti per la vitafranchi raccontatori di porcherienon disoneste a lecito sfogo della sudicia ilarità checiascuno ha in corpo. Certi suoi discorsi scherzosicerti aforismibuttati là senza riflettere sulla importanza relativa dellepratiche religiose e sulla importanza assoluta del vivere onestol'avevano colpita fin da bambinaanche perché la mamma se neinquietava moltissimo e supplicava suo fratello di non direspropositi. Le era entrato il sospetto che lo zio andasse in chiesasolamente per convenienza. Non era vero; non bisognava tener contodegli aforismi di uno cheinvecchiato nel sacrificio enell'abnegazionesoleva dire «charitas incipit ab ego»;e poiquand'anche lo zio avesse stimato poco le pratiche religiosea negar la vita futura ci correva ancora un bel tratto. Infattiappena messo fuori il suo giudizio e uditolo suonareLuisa lo sentìfalsovide più chiaro in se stessaintese di avereinconsciamente cercato nell'esempio dello zio un appoggio e unconforto per sé.

Ilprofessore era tutto commosso di una rivelazione tanto inattesa.

«Quest'animaunica»diss'egli«che vive come se non pensasse chealla vita futura nella quale non credeè in erroremabisogna pur ammirarla come la più nobilela piùgrande. È una cosa sublime!»

«Leiè certoperòche quest'anima è in errore?»

«Ohsì sì!»

«MaLeia quale delle Sue categorie appartiene?»

Ilprofessore si credeva dei pochissimi che si regolano interamentesecondo un'aspirazione alla vita futura; benché forse sarebbestato imbarazzato a dimostrare che i suoi profondi studi su Raspailil suo zelo nel preparare acqua sedativa e sigarette di canforailsuo orrore dell'umidità e delle correnti d'aria significasseropoca tenerezza per la vita presente. Però non vollerisponderedisse che non appartenendo a nessuna Chiesacredevatuttavia fermamente in Dio e nella vita futura e che non potevagiudicare il proprio modo di vivere.

IntantoFrancoannaffiando il giardinettoaveva trovato fiorita una verbenanuovaeposato l'annaffiatoioera venuto sulla soglia della loggiae chiamava la Maria per fargliela vedere. La Maria si lasciavachiamare e voleva ancora «Missipipì»onde lo ziola posò a terra e la condusse lui al papà.

«Peròprofessore»disse Luisa uscendo con la parola viva da un corsoocculto d'idee«si puònon è verocredere inDio e dubitare della nostra vita futura?»

Ell'avevaposatocosì dicendol'aggrovigliata matassa della pesca eguardava il Gilardoni in viso con un interesse vivocon un desideriomanifesto che rispondesse di sì; eperché il Gilardonitacevasoggiunse:

«Mipare che qualcuno potrebbe dire: che obbligo ha Iddio di regalarcil'immortalità? L'immortalità dell'anima è unainvenzione dell'egoismo umano che in fin dei conti vuol far servireIddio al comodo proprio. Noi vogliamo un premio per il bene chefacciamo agli altri e una pena per il male che gli altri fanno a noi.Rassegnamoci invece a morire anche noi del tutto come ogni esserevivente e facciamo sin che siamo vivi la giustizia per noi e per glialtrisenza speranza di premi futurisolo perché Iddio vuoleda noi questo come vuole che ogni stella faccia lume e che ognipianta faccia ombra. Cosa Le parea Lei?»

«Cosavuol che Le dica?»rispose il Gilardoni. «A me pare unagran bellezza! Non posso dire: una gran verità. Non lo sononci ho mai pensato; ma una gran bellezza! Io dico che il Cristianesimonon ha potuto avere né immaginare dei Santi sublimi comequesto qualcuno! È una gran bellezzaè una granbellezza!»

«Perchépoi»riprese Luisa dopo un breve silenzio«si potrebbeforse anche sostenere che questa vita futura non sarebbe propriofelice. Vi è felicità quando non si conosce la ragionedi tutte le cosequando non si arriva a spiegare tutti i misteri? Eil desiderio di saper tutto sarà esso appagato nella vitafutura? Non resterà ancora un mistero impenetrabile? Nondicono che Dio non si conoscerà interamente mai? E alloranelnostro desiderio di saperenon finiremo a soffrire come adessoanziforse piùperché in una vita superiore quel desideriodev'essere ancora più forte? Io vedrei un solo modo diarrivare a saper tutto e sarebbe di diventar Dio...»

«AhLei è panteista!»esclamò il professoreinterrompendo.

«Ssss!»fece Luisa. «No no no! Io sono cristiana cattolica. Dico quelche altri potrebbero sostenere.»

«Mascusivi è un panteismo...»

«Ancorafilosofia!?»esclamò Franco entrando con la piccina inbraccio.

«Ohmiseria!»borbottò lo zio alle sue spalle.

Mariateneva in mano una bella rosa bianca. «Guarda questa rosaLuisa»disse Franco. «Mariada' il fiore alla mamma.Guarda la forma di questa rosaguarda il portamentoguarda lesfumaturele venature di questi petaliguarda quella stria rossa; esenti che odoreadesso! E lascia star la filosofia.»

«Leiè nemico della filosofia?»osservò ilprofessoresorridendo.

«Iosono amico»rispose Franco«della filosofia facile esicura che m'insegnano anche le rose.»

«Lafilosofiacaro professore»interloquì lo ziosolennemente«l'è tutta in Aristòtel: quell chete pòdet avètòtel.»

«Leischerza»ribatté il professore«ma Lei pure èun filosofo.»

L'ingegneregli posò una mano sulla spalla:

«Sentitecaro amicola mia filosofia in vott o des biccièr la ci statutta».

«Euhvott o des biccièr!»borbottò la governante cheudìentrandoquesta spacconata d'intemperanza del suomisuratissimo padrone. «Vott o des corni!»

Venivaad annunciare don Giuseppe Costabarbieri che fece in pari tempo udiredalla sala un cavernoso e pure ilare Deo gratias. Ecco larugosa faccia rossagli occhi allegrii capelli bianchi delmansueto prete.

«Sidiscorre di filosofiadon Giuseppe»disse Luisa dopo i primisaluti. «Venga qui e metta fuori le Sue belle idee anche Lei!»

DonGiuseppe si grattò la nuca e poi volgendo un po' il capo versol'ingegnere con lo sguardo di chi desidera una cosa e non osadomandarlamise fuori il fiore delle sue idee filosofiche:

«Sarisselminga mej fa ona primerina?»

Francoe lo zio Pierofelici di salvarsi dalla filosofia del Gilardonisimisero allegramente a tavolino col prete.

Appenarimasto solo con Luisail professore disse piano:

«Ieriè partita la signora marchesa».

Luisache s'era presa Maria sulle ginocchiale piantò le labbra sulcolloappassionatamente.

«Forse»riprese il professore che mai non aveva saputo leggere nel cuoreumano né toccarne le corde a proposito«forseiltempo... son tre anni soli... forse verrà il giorno che sipiegherà.»

Luisaalzò il viso dal collo di Maria. «Forse leisì»diss'ella. Il professore non capìcedette al mal genio che cisuggerisce la peggior parola nel peggior momento einvece dismetteresi ostinò. «Forsese potesse veder Maria!»Luisa si strinse al petto la bambina e lo guardò con unafierezza tale ch'egli si smarrì e disse: «Scusi».Mariastretta così fortealzò gli occhi al visostrano della mammadiventò rossa rossastrinse le labbrapianse due grosse lagrimescoppiò in singhiozzi.

«Nonocara»le mormorò Luisa teneramente«stabuonasta buonatu non la vedrai maitu!»

Appenachetata la bambinail professoreturbato dall'idea di aver fatto unpasso falsodi aver offeso Luisaun essere che gli parevasovrumanovoleva spiegarsigiustificarsima Luisa non lo lasciòparlare. «Bastascusi»diss'ella alzandosi. «Andiamoa veder il giuoco.»

Infatto non s'accostò ai giuocatorimandò Maria sulsagrato con la sua piccola bambinaia Veronica e andò a portarun avanzo di dolce a un vecchione del villaggioche aveva un voracestomaco e una piccola vocecon la quale prometteva ogni giorno allasua benefattrice la stessa preziosa ricompensa: «Prima de morìghe faroo on basin». Intanto il professorepieno di scrupoli edi rimorsi per le sue mosse poco fortunatenon sapendo se partire orimanerese la signora tornerebbe o nose andarne in cerca fosseindiscrezione o nodopo essersi affacciato al lago come per chiederconsiglio ai pescidopo essersi affacciato al monte per veder se daqualche finestra della casa gli apparisse Luisa o qualcuno cui sipotesse domandar di leiandò finalmente a vedere il giuoco.Ciascuno dei giuocatori teneva gli occhi sulle proprie quattro carteraccolte nella sinistral'una sopra l'altra per modo che la secondae la terza sormontavan tanto da potersi riconoscere; e ciascunoavendo preso delicatamente fra il pollice e l'indice l'angolosuperiore delle due ultimefaceva uscire con un combinato moto delpolso e delle dita la quarta ignota di sotto la terzaadagio adagiocome se portasse la vita o la morteripetendo con gran devozioneappropriate giaculatorie: Don Giuseppe cui occorrevano picche «scappaross e büta négher»gli altri due che volevanoquadri e cuori «scappa négher e büta ross».Il professore pensò ch'egli pure aveva in mano una cartacopertaun asso di denarie che non sapeva ancora se l'avrebbegiuocata o no. Aveva il testamento del vecchio Maironi. Pochi giornidopo la morte della signora TeresaFranco gli aveva detto didistruggerlo e di non fiatarne mai con sua moglie. Egli non avevaobbedito che quanto al silenzio. Il documentoall'insaputa diFrancoesisteva ancora perché il suo possessore s'era fittoin capo di aspettar gli eventidi vedere se Cressogno e Oriafacessero la paceseperdurando le ostilitàFranco e la suafamigliuola capitassero nel bisogno; nel quale ultimo caso avrebbefatto qualche cosa lui. Che cosa avrebbe fatto non sapeva benesicoltivava in testa i germi di parecchie corbellerie e aspettava chel'una o l'altra maturasse a tempo e luogo. Oraguardando Francogiuocareammirava come quell'uomo tanto assorto nella cupiditàdi un re di quadriavesse respinta l'altra carta preziosacheneppure avesse voluto farne saper niente a sua moglie. Egliattribuiva questo silenzio a modestiaal desiderio di nascondere unazione generosa; e quantunque avesse preso da Franco più d'unbrusco rabbuffo e sentisse di non esserne tenuto in gran contologuardava con un rispetto pieno d'umile devozione. Franco fu il primoa scoprir la quarta carta e le buttò via dispettosamente tuttementre don Giuseppe esclamava: «Ovèj! L'ènégher!»e si fermava a pigliar fiato prima di andaravanti a scoprire «se l'era güzz o minga güzz»cioè s'erano picche o fiori. Ma l'ingegnerealzato dallecarte il viso placido e sorridentesi mise a batter col ditosottoil piano del tavolinodei colpettini misteriosi che volevan dire:c'è la carta buona; e allora don Giuseppevisto che il suo«négher» non era «güzz»cacciòun «malarbetto!» e buttò via le carte anche lui.«Che reson de ciapà rabbia!»fece l'ingegnere.«Anca vü sii négher e sii minga güzz.»Il preteavido della rivincitasi contentò d'invocarlasdegnosamente: «Scià i cartscià i cartsciài cart!». E la partitasimbolo dell'eterna lotta universalefra i neri e i rossiricominciò.


Illago dormiva oramai coperto e cinto d'ombra. Solo a levante le grandimontagne lontane del Lario avevano una gloria d'oro fulvo e di viola.Le prime tramontane vespertine movevano le frondi della passifloracorrugavano verso l'altoa chiazzele acque grigieportando unodor fresco di boschi. Il professore era partito da un pezzo quandoLuisa ritornò. Ell'aveva incontrato sulla scalinata delPomodoro una ragazza piangente che strillava«el mè pàel voeur mazzà la mia mamm!». Aveva seguita la ragazzain casa sua presso la Madonna del Romìt e ammansato l'uomo checercava sua moglie con un coltello in manoper causa non tanto d'unacattiva minestra quanto d'una cattiva risposta. Luisa rappresentòa suo marito e a don Giuseppe l'ultimo atto del drammail suodialogo con la moglie ch'era corsa a nascondersi nella stalla. «OhReginadovè sii?» «Sont chì.» «Dovèchì?» «Chì.» La voce tremante venivadi sotto la vacca. La donna era proprio lìaccoccolata.«Vegnì foeuradonca!» «Sciora no.»«Perché?» «Goo pagüra.» «Vegnìfoeura ch'el voss marì el vaeur fav on basin.» «Mino.» Allora Luisa aveva chiamato dentro l'uomo. «E vüandee a fagh on basin sott a la vacca.» E l'uomo aveva dato ilbacio mentre la donnatemendo un morsogemeva: «Càgnempoeu minganeh!».

«Chediàvol d'ona sciora Luisa»fece don Giuseppe. Esoddisfatto della scorpacciata di primierapalpandosi dolcemente suifianchi e sul ventre le modeste rotonditàil piccolopersonaggio del mondo antico pensò al secondo scopo della suavisita. Voleva dire una parolina alla signora Luisa. L'ingegnere erauscito a far i suoi soliti quattro passi fino alla piccola salita delTavorell ch'egli chiamava scherzosamente il San Bernardo; e Francodata un'occhiata alla luna che sfavillava allora fuor dal ciglio nerodel Bisgnago e giù nell'ondular dell'acquasi pose aimprovvisar sul piano effusioni di dolore idealeche andavan via perle finestre aperte sulla sonorità profonda del lago. Laimprovvisazione musicale gli riusciva meglio delle elaborate poesieperché il suo impetuoso sentire trovava nella musica unaespressione più facile e pienae gli scrupolile incertezzele sfiducie che gli rendevano faticosissimo e lento il lavoro dellaparolanon tormentavanoal pianola sua fantasia. Allora siabbandonava all'estro anima e corpovibrava tutto fino ai capelliichiari occhi parlanti ridicevan ogni sfumatura dell'espressionemusicalegli si vedeva sotto le guance un movimento continuo diparole inarticolatee le manibenché non tanto agilinontanto scioltefacean cantare il piano inesprimibilmente.

Adessoegli passava da un tono all'altromettendo il più intensosforzo intellettuale in questi passaggiansandosviscerandopercosì direlo strumento con le dieci dita e quasi anche cogliocchi ardenti. S'era messo a suonare sotto l'impressione del chiarodi lunama poisuonandotristi nuvole gli eran uscite dal fondodel cuore. Conscio di avere sognatada giovinettola gloria e diaverne quindi umilmente deposta la speranzadicevaquasia sestesso con la sua mesta appassionata musica che pure anche in luiv'era qualche lume d'ingegnoqualche calore di creazione vedutosolamente da Dioperché neppur Luisa mostrava fardell'intelligenza sua quella stima che a lui stesso mancava ma cheavrebbe desiderata in lei; neppur Luisail cuor del suo cuore! Luisalodava misuratamente la sua musica e i suoi versi ma non gli avevadetto mai: segui questa viaosascrivipubblica. Pensava cosìe suonava nella sala oscuramettendo in una tenera melodia illamento del suo amoreil timido segreto lamento che mai non avrebbeosato mettere in parole.

Sullaterrazzanel mobile chiaroscuro che facevano insieme i fiati ditramontana e la passiflorala luna e il suo riverbero dal lagodonGiuseppe raccontò a Luisa che il signor Giacomo Puttini era incollera con lui per colpa della signora Pasotti la quale gli avevafalsamente riferito ch'esso don Giuseppe andava predicando laconvenienza di un matrimonio fra il signor Giacomo e la Marianna.«Voeui morì lì»protestò il poveroprete«se ho detto una parola sola! Niente! Tücc ball!»Luisa non voleva creder colpevole la povera Barborine don Giuseppele dichiarò che sapeva la cosa dallo stesso signorControllore. Ella capì subitoallorache Pasotti s'eravoluto perfidamente burlare di sua mogliedel sior Zacomo e delpretesi schermì dall'intervenire nella faccendacomequest'ultimo avrebbe voluto e gli consigliò di parlare allaPasotti. «L'è inscì sorda!»fece donGiuseppe grattandosi la nucae se n'andò malcontentosenzasalutar Francoper non interromperlo. Luisa venne al piano in puntadi piedistette ad ascoltar suo maritoa sentir la bellezzalaricchezzail fuoco di quell'anima ch'era sua e cui ell'appartenevaper sempre. Non aveva mai detto a Franco «segui questa viascrivipubblica»forse anche perché giustamentepensavanel suo affetto equilibratoche non potesse produrre operesuperiori alla mediocritàma soprattutto perchésebbene avesse un fine sentimento della poesia e della musicanonfaceva grande stimain fondoné dell'una nédell'altranon le piaceva che un uomo vi si dedicasse interoambivaper suo marito un'azione intellettuale e materiale più virile.Ammirava tuttavia Franco nella sua musica più che se fossestato un grande maestro; trovava in questa espressione quasi segretadell'animo suo un che di verginaledi sincerola luce di unospirito amanteil più degno d'essere amato.

Eglinon s'accorse di lei se non quando si sentì sfiorar le spalleda due bracciasi vide pender sul petto le due piccole mani. «Nonosuona suona»mormorò Luisa perché Francogliele aveva afferrate; ma cercando lui col viso supinosenzarisponderegli occhi e le labbra di leigli diede un bacio e rialzòil viso ripetendo: «Suona!». Egli trasse giù piùforte di prima i due polsi prigionieririchiamò in silenziola dolcedolce bocca; e allora ella si arresegli fermò lelabbra sulle labbra con un bacio lungopieno di consensotanto piùsquisito e ricreante del primo. Poi gli sussurrò ancora:«Suona».

Edegli suonòfeliceuna tumultuosa musica trionfalepiena digioia e di grida. Perché in quel momento gli pareva diposseder tutta intera l'anima della donna sua mentre tante voltepure sapendosi amatocredeva sentire in leial di sopra dell'amoreuna ragione alterapacata e freddadove i suoi slanci nonarrivassero. Luisa gli teneva spesso le mani sul capo e andava ditratto in tratto baciandogli lievemente i capelli. Ella conosceva ildubbio di suo marito e protestava sempre di appartenergli tuttaintera ma in fondo sentiva che aveva ragione lui. Un tenace fierosentimento d'indipendenza intellettuale resisteva in lei all'amore.Ella poteva tranquillamente giudicar suo maritoriconoscerne leimperfezioni e sentiva ch'egli non poteva altrettantolo sentivaumile nel suo amoredevoto senza fine. Non credeva fargli tortononprovava rimorsoma s'intenerivaquando ci pensavadi amorosapietà. Indovinò adesso che significasse quellaeffusione musicale di gioia ecommossaabbracciò Francofece tacere il piano d'un colpo.


Eccosulle scale il passo lento e pesante dello zio che ritorna dal suoSan Bernardo.

Eranole otto e i soliti tarocchistiil signor Giacomo e Pasottinoncomparivano. Perché anche Pasottiin settembre e in ottobreera un frequentatore di casa Riberadove faceva l'innamoratodell'ingegneredi Luisa e anche di Franco. Franco e Luisasospettavano di un doppio giuoco ma Pasotti era un vecchio amicodello zio e bisognava fargli una buona accoglienza per riguardo allozio. Poiché i tarocchisti tardavanoFranco propose a suamoglie di uscir in barca a goder la luna. Prima andarono a vederMariache dormiva nel lettino dell'alcova col viso inclinato allaspalla destracon un braccio sotto il capo e un altro posato sulpetto. La guardaronola baciarono sorridendosi incontraronosilenziosamente nel pensiero della nonna Teresa che tanto l'avrebbeamatala baciarono ancora col viso serio. «Povera la miapiccina!»disse Franco. «Povera donna Maria Maironisenza quattrini!»

Luisagli pose una mano sulla bocca. «Zitto!»diss'ella.«Felici noi che siamo le Maironi senza quattrini!»

Francointesee sull'atto non replicò; ma poinell'uscir di cameraper andare in barcadisse a sua mogliedimenticando una minacciadella nonna: «Non sarà sempre così».

Quell'allusionealle ricchezze della vecchia marchesa dispiacque a Luisa. «Nonparlarmene»diss'ella. «Quella roba non vorrei toccarlacon un dito.»

«Dicoper Maria»osservò Franco.

«Mariaci ha noi che possiamo lavorare.»

Francotacque. Lavorare! Anche quella lì era una parola che glimordeva il cuore. Sapeva di condurre una vita oziosa perché lamusicala letturai fioriqualche verso di tempo in tempocos'erano se non vanità e perditempi? E questa vita laconduceva in gran parte a carico d'altriperchécon le suemille lire austriache l'annocome avrebbe vissuto? Come avrebbemantenuto la sua famiglia? Aveva preso la laurea ma senza cavarneprofitto alcuno. Diffidava delle proprie attitudinisi sentivatroppo artistatroppo alieno dalle arti curialeschesapeva di nonaver nelle vene sangue di forti lavoratori. Non vedeva salute che inuna rivoluzionein una guerranella libertà della patria. Ahquando l'Italia fosse liberacome la servirebbecon che forzaconche gioia! Queste poesie nel cuore le aveva benema il proposito ela costanza di prepararsi con gli studi a un tale avvenireno.

Mentr'egliremava in silenzio scostandosi dalla rivaLuisa andava pensando comemai suo marito commiserasse la bambina perché non avevadenari. Non vi era contraddizione tra la fedela pietàcristiana di Franco e questo sentimento? Le vennero in mente lecategorie del professor Gilardoni. Franco credeva fervidamente nellavita futura ma in fatto si attaccava con passione a tutto che la vitaterrena ha di bellodi buono e di onestamente piacevolecompreso iltaroccola primiera e i buoni pranzetti. Uno che osservava cosìscrupolosamente i precetti della Chiesache ci teneva tanto amangiar di magro il venerdì e il sabatoa udire ogni domenicala spiegazione del Vangeloavrebbe dovuto conformar la propria vitamolto più severamente all'ideale evangelico. Avrebbe dovutotemerlo e non desiderarloil denaro.

«Buonalagata!»gridò lo zio dalla terrazza vedendo ilbattello e Luisa seduta sulla proranel chiaro di luna. In faccia alnero Bisgnago tutta la Valsolda si spiegava dal Niscioree allaCaravina nella pompa della lunatutte le finestre di Oria e diAlbogasio come le arcate di Villa Pasotticome le casette bianchedei paeselli più lontaniCastelloCasaricoS. MametteDranoparevano guardarecome ipnotizzateil grande occhio fissodella Morta del cielo.

Francotirò i remi in barca. «Canta»diss'egli.

Luisanon aveva mai studiato il canto ma possedeva una dolce voce di mezzosopranoun orecchio perfetto e cantava molte arie d'opera imparateda sua madre che aveva udito la Grisila Pastala Malibran durantel'età d'oro dell'opera italiana.

Cantòl'aria di Anna Bolena:


Aldolce guidami

Castelnatìo


ilcanto dell'animache prima scende e si abbandona poco a pocoperpiù dolcezzaall'amoree poiabbracciata con essorisalein uno slancio di desiderio verso qualche alto lume lontano chetuttavia manca alla sua felicità piena. Ella cantava e Francorapitofantasticava che aspirasse ad essergli unita pure in quellaparte superiore dell'anima che finora gli aveva sottrattacheaspirasse a venir guidata da luiin questa perfetta unione verso lameta dell'ideale suo. E gli venivano le lagrime alla gola; e il lagoondulante e le grandi montagne tragiche e quegli occhi delle cosefisi nella luna e la stessa luce lunaretutto gli si riempiva delsuo indefinibile sentimentoper cui quando di là dallaspezzata immagine dell'astro luccicori argentei sfavillarono unmomento fin sotto il Bisgnagofin dentro il golfo ombroso del Dòise ne commosse come di arcani segni alludenti a lui che si facesseroil lago e la lunamentre Luisa compieva la frase:


Aiverdi platani

Alcheto rio

Chei nostri mormora

Sospiriancor.


Lavoce di Pasotti gridò dalla terrazza:

«Brava!»

Ela voce dello zio:

«Tarocco!»

Nellostesso tempo si udirono i remi d'una barca che veniva da Porlezzasiudì un fagotto scimmiottar l'aria di Anna Bolena.Francoche s'era seduto sulla poppa del suo battellosalto inpiedigridò lietamente:

«Ehilà!». Gli rispose un bel vocione di basso:


Buonasera

Mieisignori

Buonasera

Buonasera.


Eranoi suoi amici del lago di Comol'avvocato V. di Varenna e un talPedraglio di Lovenoche solevano venire per far della musica inpalese e della politica in segreto; un segreto di cui Luisa sola eraa parte.

Anchedalla terrazza si gridava:

«Benedon Basilio!». «Bravo il fagotto!». E negliintervalli si udiva pure la voce di un signore che si schermiva daltarocco. «NonoControllore gentilissimoxe tardino ghestemo piùno ghe stemo propramente più! Oh DioohDioLa me dispensino possono posso; ingegnere pregiatissimomeraccomando a Ela.»

Lofecero poi giuocarel'omettocon la promessa di non passar le duepartite. Egli soffiò molto e sedette al tavolino conl'ingegnerePasotti e Pedraglio. Franco sedette al piano el'avvocato gli si mise accanto col fagotto.

FraPasotti e Pedragliodue terribili motteggiatoriil povero signorGiacomo ebbe una mezz'ora amarapiena di tribolazioni. Non glilasciavano un momento di pace. «Come vasior Zacomo?»«Malmal.» «Sior Zacomonon ci sono frati chepasseggiano in pantofole?» «Gnanca uno.» «Eil toro? Come sta il torosior Zacomo?» «La tasaLatasa.» «Maledettoehquel torosior Zacomo?»«Maledetissimosì signor.» «E la serventesior Zacomo?» «Zitto!»esclamò Pasotti aquesta impertinente domanda di Pedraglio. «Abbiate prudenza. Aquesto riguardo il signor Zacomo ha dei dispiaceri da parte di certiindiscreti.» «Lassemo starControllore gentilissimolassemo star»interruppe il signor Giacomo contorcendosituttoe l'ingegnere lo esortò a mandar i due seccatori aldiavolo. «Comesior Zacomo»riprese Pasottiimperterrito: «non è un indiscreto quel piccolosacerdote?». «Mi ghe digo aseno»fremette ilsignor Giacomo. Allora Pasottitutto ridente e trionfante perchési trattava proprio d'una burla suafece tacere Pedraglio chescoppiava dalla curiosità di saper la storia e rimise in corsoil tarocco.

Francoe l'avvocato studiavano un pezzo nuovo per piano e fagottopasticciavanosi rifacevan ogni momento da capo; ed ecco entrare inpunta di piedi per non guastar le loro melodiela signora PeppinaBianconi. Nessuno s'accorse di lei tranne Luisa che se la fece sedereaccantosul piccolo canapè vicino al piano.

AFranco la signora Peppinacon la sua bontà cordialechiacchierona e scioccaurtava i nervi; a Luisa no. Luisa le volevabene ma stava in guardia per il Carlascia. La Peppina aveva udito dalsuo giardino quella canzonetta «inscì bellaneh»e poi il fagottoi saluti; s'era immaginata che avrebbero fattomusica e lei era «inscì mattaneh»per lamusica! E poi c'è quel signor avvocato «ch'el boffadenter in quel rob inscì polito!». E poi c'è ilsignor don Franco «parlèmen nancacon quèidiavoi de did!» Udir suonare il piano con quella precisione eraproprio come udire un organetto; e a lei gli organetti piacevano«inscì tant!». Soggiunse che temeva recar disturboma che suo marito l'aveva incoraggiata. E domandò sequell'altro signore di Loveno non suonava anche luise si fermavanoun pezzo; osservò che dovevano avere ambedue una gran passioneper la musica.

«Aspettamebirbone d'un Ricevitore»pensò Luisa e rimpinzòsua moglie delle più comiche frottole sulla melomania diPedraglio e dell'avvocatoinfilzandone tante più quanto piùs'irritava contro la gente odiosa da cui era forza salvarsi a furiadi menzogne. La signora Peppina le inghiottì scrupolosamentetutte fino all'ultimaaccompagnandovi affettuose note di lietameraviglia: «Oh belloh bell!». «Figürèmes!».«Ma guardee!». Poiinvece di ascoltare la diabolicadisputa del piano col fagottoparlò del Commissario diPorlezza e disse ch'egli aveva l'intenzione di venir a vedere i fioridi don Franco.

«Vengapure»fece Luisafredda.

Allorala signora Peppinaapprofittando di un uragano che Franco e l'amicosuo facevano insiemearrischiò un discorsetto intimo che guaise il suo Carlascia l'avesse udito; ma fortunatamente il buonbestione dormiva nel proprio letto col berretto da notte tirato sugliorecchi.

«Migoo inscì mai piasè de sti car fior!»diss'ella.Secondo leii Maironi avrebbero fatto bene ad accarezzare un poco ilsignor Commissario. Era intimo della marchesa e guai se gli veniva ilticchio di farli tribolare! Era un uomo terribileil Commissario.«El mè Carlo el baia un poo ma l'è on bon omasc;quell'alter làel baia mingamahneh!...» Peresempioella non sapeva nientenon aveva udito nientema se quelsignor avvocato e quell'altro signore fossero venuti per qualchealtra cosa invece che per la musica e il Commissario venisse asaperlomisericordia!

Laluna trascinava i suoi splendori per il lago verso le acque diponente; il giuoco finì e il signor Giacomo si dispose a faraccendere il suo lanterninomalgrado le esclamazioni di Pasotti. «Illumesior Zacomo? È matto? Il lume con questa luna?».«Per servirla»rispose il signor Giacomo. «Primaghe xe quel maledeto Pomodoro da passare pocossa voriaadessola luna! La diga che la xe la luna d'agostoanca; perchésiben che semo de setembrela luna la xe d'agosto. Ben! una voltasì signorle lune d'agosto le gera lunazzetanto fatecomefondi de tina; adesso le xe lunetebuzarete... nonono.» Eacceso il suo lanterninopartì con Pasottiaccompagnato finoal cancello del giardinetto dall'impertinente Pedraglio con le soliteantifone sul toro e la serventesi avviò verso gli antri diOriacol conforto delle giaculatorie di Pasotti: «gentemaleducatasior Zacomogente villana!»giaculatorie detteabbastanza forte perché gli altri potessero udire e ridere.


Unsonoro sbadiglio dell'ingegnere mise in fuga la signora Peppina.Pochi momenti dopopreso il suo solito bicchier di latteegli tolsecommiato poeticamente:


Cresconosul Parnaso e mirti e allori

Felicissimanotte a lor signori.


Anchei due ospiti chiesero un po' di latte: e Franco che intese il lorolatino andò a pigliare una vecchia bottiglia del piccoloeccellente vigneto di Mainè.

Quandoritornòlo zio non c'era più. Il brunobarbutoavvocatouna quadratura di forza e di calmaalzò le duemanichiamò silenziosamente a sé Franco da una parteLuisa dall'altra e disse pianocon la sua voce di violoncellocaldae profonda: «Notizie grosse».

«Ah!»fece Francospalancando gli occhi ardenti. Luisa diventòpallida e giunse le mani senza dir parola. «Sicuro»fecePedragliotranquillo e serio. «Ci siamo.» «Ditesudite sudite su!»fremette Franco. Fu l'avvocato cherispose:

«Abbiamol'alleanza del Piemonte con la Francia e l'Inghilterra. Oggi laguerra alla Russiadomani la guerra all'Austria. Volete altro?»

Francoabbracciò di slanciocon un singultoi suoi amici

Itre stettero abbracciati in silenziopalpitandostringendosi fortenella ebbrezza della magica parola: guerra. Franco non si accorgevadi avere ancora la bottiglia in mano. Gliela tolse Luisa; egli allorasi staccò impetuoso dagli altri due e cacciatosi fra loro abraccia aperteli trascinò via per la vita come una valangali portò in loggia ripetendo: «Contatecontatecontate».

Colàchiuso per prudenza l'uscio a vetri che mette sulla terrazzal'avvocato e Pedraglio misero fuori il loro prezioso segreto. Unasignora inglese villeggiante a Bellagiofervente amica dell'Italiaaveva ricevuto da un'altra signoracugina di sir James Hudsonministro d'Inghilterra a Torinouna lettera di cui l'avvocatopossedeva la traduzione. La lettera diceva ch'erano in corso aTorinoa Parigi e a Londra segretissime pratiche per avere lacooperazione armata del Piemonte in Orienteche la cosa era inmassima decisa fra i tre Gabinettiche restavano solamente arisolvere alcuna difficoltà di forma perché il conte diCavour esigeva i maggiori riguardi alla dignità del suo paese;che a Torino si era certi di ricevere al più tardi in dicembrel'invito ufficiale delle Potenze occidentali per accedere puramente esemplicemente al trattato del 10 aprile 1854. Si affermava persinoche il corpo di spedizione sarebbe comandato da S. A. R. il duca diGenova.

V.leggevae Franco teneva stretta la mano di sua moglie. Poi volleleggere egli stesso e dopo lui lesse Luisa. «Ma!»diss'ella. «La guerra all'Austria? Come?»

«Masicuro!»fece l'avvocato. «Vuole che Cavour mandi ilduca di Genova e quindici o ventimila uomini a battersi per i turchise non ha in pugno la guerra all'Austria? La signora crede che nonpasserà un anno.»

Francoscosse i pugni in aria con un fremito di tutta la persona.

«VivaCavour»sussurrò Luisa.

«Ah!»fece l'avvocato. «Demostene non avrebbe potuto lodar il contecon efficacia maggiore.»

Gliocchi di Franco s'empirono di lagrime. «Sono uno stupido»diss'egli. «Cosa volete che vi dica?»

Pedragliodomandò a Luisa dove diavolo avesse cacciata la bottiglia.Luisa sorriseuscì e ritornò subito col vino e ibicchieri.

«Alconte di Cavour!»disse Pedragliosottovoce. Tutti alzaronoil bicchiere ripetendo: «al conte di Cavour!» e bevvero;anche Luisa che non beveva mai.

Pedragliosi versò dell'altro vino e sorse in piedi.

«Allaguerra!»diss'egli.

Glialtri tre si alzarono di slancio impugnando il bicchieresilenziosamentetroppo commossi per poter parlare.

«Bisognaandarci tutti!»disse Pedraglio.

«Tutti!»ripeté Franco. Luisa lo baciò con impetosulla spalla.Suo marito le afferrò il capo a due manile stampò unbacio sui capelli.

Unadelle finestre verso il lago era spalancata. Si udìnelsilenzio che seguì quel bacioun batter misurato di remi.

«Finanza»sussurrò Franco. Mentre la lancia delle guardie di finanzapassava sotto la finestraPedraglio fece «maledetti porci!»così forte che gli altri zittirono. La lancia passò.Franco mise il capo alla finestra.

Facevafrescola luna scendeva verso i monti di Caronarigando il lago diuna lunga striscia dorata. Che strano senso faceva contemplar quellaromita quiete con l'idea d'una gran guerra vicina! Le montagnescuree tristiparevano pensare al formidabile avvenire. Franco chiuse lafinestra e la conversazione ricominciò sommessaintorno altavolino. Ciascuno faceva le proprie supposizioni sugli avvenimentifuturie tutti ne parlavano come di un dramma il cui manoscrittofosse già pronto fino all'ultimo versocon i punti e levirgolenella scrivania del conte di Cavour. V.bonapartistavedeva chiaro che Napoleone intendeva vendicar lo zio demolendo unoad uno i membri della Santa Alleanza: oggi la Russiadomanil'Austria. Invece Francodiffidentissimo dell'imperatoreattribuival'alleanza sarda al buon volere dell'Inghilterrama riconosceva cheappena proclamata quest'alleanzal'Austriasacrificando i suoiinteressi ai principii e agli odii si sarebbe schierata con laRussiaper cui Napoleone sarebbe stato costretto di combatterla.«Sentite»disse sua moglie«io invece ho paurache l'Austria si metta dalla stessa parte del Piemonte.»«Impossibile»fece l'avvocato. Franco si sgomentòammirando la finezza dell'osservazionema Pedraglio esclamò:«Off! Sti zurucch chì hin trop asen per fà onabalossada compagna!» e l'argomento parve decisivonessuno cipensò piùsalvo Luisa. Si misero a discorrere di pianidi campagnadi piani d'insurrezione; ma qui non andavano d'accordo.V. conosceva gli uomini e le montagne del lago di Como come forsenessun altroda Colico a Como e a Lecco. E dappertuttolungo illagonella Val Menaggionella Vall'Intelvinella ValsassinanelleTre Pievi aveva gente devotapronta magari a menar le mani a uncenno del «scior avocàt». Egli e Franco credevanoutile qualunque movimento insurrezionale che valesse a distrarreanche una menoma parte delle forze austriache. Invece Luisa ePedraglio erano del parere che tutti gli uomini validi dovesseroingrossare i battaglioni piemontesi. «Faremo la rivoluzione noidonne»disse Luisa con la sua serietà canzonatoria.«Ioper parte miabutterò nel lago il Carlascia.»

Discorrevanosempre sottovocecon una elettricità in corpo che dava luceper gli occhi e scosse per i nerviassaporando il parlar sommessocon le porte e le finestre chiuseil pericolo di avere quellaletterala vita ardente che si sentivano nel sanguele parolealcooliche a cui tornavano ogni momento. PiemonteguerraCavourduca di GenovaVittorio Emanuelecannonibersaglieri.

«Sapeteche ore sono?»disse Pedraglio guardando l'orologio

«Ledodici e mezzo! Andiamo a letto.»

Luisauscì a prendere delle candele e le accesestando in piedi;nessuno si mosse e sedette anche lei. Allo stesso Pedraglioquandovide le candele accesepassò la voglia di andar a letto.

«Unbel Regno!»diss'egli.

«Piemonte»disse Franco«Lombardo-VenetoParma e Modena.»

«ELegazioni»fece V.

Altradiscussione. Tutti le avrebbero volute le Legazionispecialmentel'avvocato e Luisa; ma Franco e Pedraglio avevano paura di toccarletemevano di suscitare difficoltà. Si riscaldarono tanto chel'allegro Pedraglio invitò i suoi compagni a gridaresottovoce: «Vosèe adasifioeu!». Allora fu V. chepropose di andare a letto. Prese in mano la candela ma senza alzarsi.

«Corpodi Bacco!»diss'eglinon sapeva bene se in forma diconclusione o di esordio. In fatto aveva una gran voglia di parlaredi sentir parlaree non sapeva cosa trovar di nuovo. «Propriocorpo di Bacco!»esclamò Franco ch'era nelle stessecondizioni. Seguì un silenzio alquanto lungo. FinalmentePedraglio disse: «Dunque?»e si alzò. «Andiamo?»fece Luisa avviandosi per la prima. «E il nome?»chiesel'avvocato. Tutti si fermarono. «Che nome?» «Ilnome del nuovo Regno.» Franco posò subito la candela.«Bravo»diss'egli«il nome!»come se fosseuna cosa da decidere prima di andare a letto. Nuova discussione.Piemonte? Cisalpino? Alta Italia? Italia?

Luisaposò presto la candela anche leie Pedraglioperchégli altri non volevano passargli il suo Italiala posòpure. Però siccome il dibattito andava troppo per le lungheriprese la candela e corse via ripetendo: «ItaliaItaliaItaliaItalia!» senz'ascoltar i «zitto» e irichiami degli altri che lo seguivano in punta di piedi. Si fermaronoancora tutti a piè della scala che Pedraglio e l'avvocatodovevano salire per andare a lettoe si diedero la felice notte.Luisa entrò nella vicina camera dell'alcova; Franco restòa veder salire i suoi amici. «Ehi!»diss'egli a untratto. Voleva parlar loro dal basso ma poi pensò invece diraggiungerli. «E se si perde?»sussurrò.

L'avvocatosi contentò d'uno sdegnoso «off!» ma Pedragliovoltandosi come una iena afferrò Franco per il collo. Sidibatterono ridendo sul pianerottolo della scala e poi «addio!»Pedraglio corse su e Franco precipitò abbasso.

Suamoglie lo aspettava ferma in mezzo alla cameraguardando l'uscio.Appena lo vide entrare gli andògraveincontrolo abbracciòstretto strettoe quando eglipassati alcuni momentifecedolcemente atto di sciogliersiraddoppiò la strettasemprein silenzio. Francoalloraintese. Ella lo abbracciava adesso comelo aveva impetuosamente baciato primaquando si era parlato di andartutti alla guerra. Strinse egli pure le tempie di lei fra le manilebaciòle ribaciò i capelli e disse dolcemente: «Carapensa che gran cosadopoquesta Italia!». «Oh sì!»diss'ella. Alzò il viso al viso di suo maritogli offerse lelabbra. Non piangeva ma gli occhi erano un poco umidi. Vedersiguardar cosìsentirsi baciar così da quella creaturabriosa e fiera valeva bene alcuni anni di vitaperché mai maiella non era stata con luinella tenerezzacosì umile.

«Allora»diss'ella«non resteremo più in Valsolda. Tu dovrailavorare come cittadinonon è vero?»

«Sìsìcerto!»

Simisero a discorrere con gran zelol'una e l'altrodi quel cheavrebbero fatto dopo la guerracome per allontanar la idea di unapossibilità terribile. Luisa si sciolse i capelli e andòa guardar Maria nel suo lettino. La bimba si era primaforsesvegliata e s'era posto in bocca un ditino che poi pian pianotornando il sonnon'era scivolato fuori. Ora dormiva con la boccaaperta e il ditino sul mento. «VieniFranco»disse suamadre. Si piegarono ambedue sul lettino. Il visetto di Maria avevauna soavità di paradiso. Marito e moglie stettero a guardarlain silenzio e si rialzarono poi commossinon ripresero il discorsointerrotto.

Maquando furono a letto ed ebbero spento il lumeLuisa mormoròsulla bocca di suo marito:

«Seviene quel giornotu vai; ma vado anch'io».

Enon gli permise di rispondere.



3.Con i guanti


Pasottiper far la burla più completarimproverò sua moglie diavere riferito al signor Giacomo il discorso di don Giuseppe circa laconvenienza di quel tale matrimonio. La povera sorda cadde dallenuvolenon sapeva né di discorsi né di matrimoniprotestò ch'era una calunniascongiurò suo marito dinon credercisi disperòquasiperché il Controlloremostrava conservar un sospetto. Il maligno uomo si preparava undivertimento squisito; dire al signor Giacomo e a don Giuseppe chesua moglie desiderava rimediare al mal fatto e metter pacefarlitrovare tutti e tre insieme a casa suastar ad ascoltare dietro unuscio la deliziosa scena che seguirebbe fra il signor Giacomoirritatodon Giuseppe atterritola Barborin addolorata e sorda. Mail disegno gli fallì perché sua moglie non potéstare alle mosse e corse al «Palazz» a giustificarsi.

Ellatrovò don Giuseppe e la Maria in uno stato di agitazionestraordinaria. Era capitato loro qualche cosa di grosso che la Mariaavrebbe voluto dire e don Giuseppe no. Cedette il padrone a patto chela Maria non gridasseche si facesse intendere a segni. Trovandocontrasto anche su questa condizionediventò addiritturanella sua prudenzafuribondo e la serva non insistette.

Siccomeera corsa voce d'un caso di colèra a Lugano nella persona d'untale venuto da Milanodove il male c'eradon Giuseppe aveva subitodisposto che le provviste per cucina si facessero a Porlezza inveceche a Lugano; e ne aveva incaricato il Giacomo Panighètilpostino che portava le lettere in Valsolda non tre volte il giornocome ora si portanoma due volte la settimanacom'era la beataconsuetudine del piccolo mondo antico. Oracinque minuti prima chevenisse la signora Pasottiil Giacomo Panighèt aveva portatoil solito canestro e nel canestro s'era trovatasotto i cavoliunaletterina diretta a don Giuseppe. Diceva così:


Leiche giuoca a primiera con don Franco Maironilo avverta che l'ariadi Lugano è molto migliore di quella di Oria.


Tivano


LaMaria mostrò silenziosamente alla Pasotti il canestro ancorapienole rappresentò con una mimica efficace la scopertadella letteragliela diede a leggere.

Appenala sorda ebbe letto incominciò una bizzarraindescrivibileazione muta di tutti e tre. La Maria e don Giuseppe rappresentavano afuria di gesti e di occhiacci la loro sorpresa e il loro terrore; laPasottitra sgomenta e smarritali guardava a bocca apertacolfoglio in manocome se avesse capito; in fatto capiva solamente chela lettera doveva essere spaventosa. Ebbe un lampotese il foglio adon Giuseppe con la sinistrapuntando l'indice della destra sullaparola Francoincrocio quindi i polsi con una mimicainterrogativa; e poiché i duericonosciuta la figura dellemanettesi sbracciavano a far di sì col capodiede inismanie per l'affezione grande che portava a Luisa esenza curarsipiù del suo proprio affarespiegò per segnicome seanche gli altri due fossero stati sordiche sarebbe corsa subito aOriada don Francoe gli avrebbe recato lo scritto.

Sicacciò la carta in tasca e prese la corsa senza quasi salutarené don Giuseppe né la Maria che si provaronoinutilmentemezzo spiritatidi afferrarladi trattenerladiraccomandarle ogni precauzione possibile. Ella sgusciò loro dimano e si mise a trottarescuotendo il suo alto cappellonetrascinando per terra la sua vecchia sottana grigiaverso Oriadovearrivò tutta scalmanatacon la testa piena di gendarmidiperquisizionid'arrestidi terrori e di pianti.


Salìle scale del giardinetto Riberaentrò difilata in salavidegentericonobbe il Ricevitore e l'I. R. Commissario di Porlezzasisgomentò dubitando che fossero lì per il terribilecolpoma vide pure la signora Bianconiil signor Giacomo Puttini erespirò.

IlCommissarioseduto al posto d'onoresul canapè grandepresso l'ingegnere in capoparlava moltocon grande facilitàe brioguardando di preferenza Franco come se Franco fosse il soloper il quale valesse la pena di spendere fiato e spirito. Francostava in una poltronamutoingrugnato quale chi sta in casa altruie sente un puzzo che non può convenientemente fuggire némaledire. Si discorreva della campagna di Crimea e il Commissariomagnificava il piano degli alleati di attaccare il colosso in unpunto vitale per le sue ambizioniparlava della barbarie russa epersino dell'Autocrata in modo da far rabbrividire Franco per iltimore di un'alleanza anglo-franco-austriaca e da far strabiliare ilCarlascia che aveva le idee del 1849 e vedeva nello Czar un grossoamicone di casa. «E Leisignor primo deputato politico»disse il Commissario volgendo il suo giallastro sorriso ironico alsignor Giacomo«cosa ne dice Lei?» Il signor Giacomobatté gli occhietti epalpatesi alquanto le ginocchiarispose: «Misignor Commissario riveritissimode Russia néde Franza né de Inghilterra no me ne intendo e no me neintrigo. Lasso che i se la despàta. Ma mighe digo la veritàme fa pecà el poro can del Papuzza. Lü xe quieto come unpolesin e questi ghe fà momò: lü no ciama agiuto equei core in zinquanta a giutarloe intanto i ghe xe adosso tutiemagna che te magnael poro Papuzzasia ch'el vinzasia ch'elperdael me resta in camisa».

Conquesto nomignolo di Papuzza (babbuccia)il signor Giacomo designavavenetamente il Turco. Era la personificazione della Turchia in unturco idealecon tanto di turbantedi barbadi pancia e dibabbucce. Nella sua qualità di uomo pacifico e di semi-liberopensatoreil Puttini aveva un debole per il pigroplacido e bonarioPapuzza.

«Stiatranquillo»disse ridendo il Commissario. «Il suo amicoPapuzza se la caverà benone. Siamo amici di Papuzza anche noie non lo lasceremo mutilare né svenare.»

Franconon si tenne dal brontolare con tanto di cipiglio:

«Sarebbeperò una bella ingratitudine verso la Russia!»

IlCommissario tacquee la signora Peppina proposecon un tattoinsolitodi andare a vedere i fiori.

«Meglio!»fece l'ingegnereassai contento che si troncasse quel dialogo.

Nelpassar della sala nel giardinettoil Commissario prese familiarmenteil braccio di Franco e gli disse all'orecchio: «Ha ragionesadell'ingratitudinema certe cose noi impiegati non le possiamodire». Francoa cui il tocco della Imperial Regia manobruciavafu sorpreso di questa uscita. Se colui avesse avuto unafaccia più italianagli avrebbe creduto; con quella facciacalmucca non gli credette e lasciò cader il discorso. Loripigliò l'altrosottovoceaffacciandosi alla ringhieraverso il lago e fingendo di guardar il ficus repens che vestela muraglia.

«Siguardi anche Lei»diss'egli«da certe parole. C'èdelle bestie che possono interpretar male.» E accennòleggermente col capo al Ricevitore. «Se ne guardise neguardi!» «Grazie»rispose Francoasciutto«manon credo che avrò bisogno di guardarmi.» «Non sisanon si sanon si sa»sussurrò il Commissarioetoltosi di làandòseguito da Francodove ilRicevitore e l'ingegnere discorrevano di tinche presso la scalettache scende al secondo ripiano del giardinetto.

Lìpresso c'era il famoso vaso rosso di gelsomini.

«Questorosso sta malesignor Maironi»disse il bestione exabruptoe diede un colpo all'aria con la mano come per dire«via!». In quel momento Luisa si affacciò algiardino dalla sala e chiamò suo marito. Il Commissario sivoltò al suo zelante accolito e gli disse bruscamente: «Lascistare!»

LaPasotti partiva e voleva salutare Franco. Questi desiderava farlauscire per il giardino ma ellavolendo evitare le cerimonie conquegli altri signoripreferì di scender per la scala internae Franco l'accompagnò fino alla porta di stradach'eraaperta. Con suo grande stuporela Pasottiinvece di uscirechiusela porta e si mise a fargli una mimica concitataaffattoinintelligibileaccompagnandola di sospiri tronchi e distralunamenti d'occhi: dopo di che si levò di tasca unalettera e gliela porse.

Francolessesi strinse nelle spalle e intascò la carta. Poisiccome la Pasotti consigliavacon la sua mimica disperatafugafugaLugano Luganola rassicurò con un gesto sorridendo.Colei gli afferrò ancora una volta le maniscosse ancora conun fremito di supplicail cappellone inclinato a destra e i duelunghi riccioli neri. Poi spalancò gli occhiporse le labbrain fuori quanto potési calcò l'indice sul naso nelsegno del silenzio. «Anca con Pasott!»diss'ella; efurono le sole sue parole durante tutta questa spiegazione; dopo lequali scappò.

Francorisalì le scalepensando ai casi suoi. Poteva essere un falsoallarmepoteva essere una cosa seria. Ma perché mai lo sisarebbe arrestato? Cercò di ricordare se avesse in casaqualche cosa di compromettente e non trovò nulla. Pensòad una perfidia della nonna ma cacciò subito quest'idease nerimproverò e rimise ogni decisione a più tardiquandoavrebbe parlato a sua moglie. Ritornò nel giardinetto dove ilCommissarioappena lo videgli chiese di mostrargli certe dalie chela signora Peppina vantava. Udito che le dalie erano nell'ortopropose a Franco di accompagnarvelo. Potevano andar soli; tantoglialtri erano profani. Franco accettò.

Ilcontegno di quel piccolo birro inguantato già pareva moltostrano; avrebbe pur voluto capire se potesse in qualche modoaccordarsi con l'avvertimento misterioso.

«Sentasignor Maironi»disse risolutamente il Commissario quandoFranco ebbe chiuso dietro a sé l'uscio dell'orto. «Levoglio dire una parola.»

Francoche stava scendendo i due scalini appoggiati alla soglia della portasi fermò e aggrottò le sopracciglia. «Vengaqua!»soggiunse l'altroimperioso. «Ciò che stoper fare è forse contro il mio dovere ma lo faccio egualmente.Sono troppo amico della signora marchesa Sua nonna per non farlo. Leicorre un gravissimo pericolo.»

«Io?»disse Francofreddamente. «Quale?»

Francoaveva rapida e sicura l'intuizione del pensiero altrui. Le parole delCommissario si accordavano bene con quelle portategli dalla Pasotti;pure egli sentìin quel momentoche il piccolo birro avevaun tradimento nel cuore.

«Quale?»rispose costui. «Mantova!»

Francoudì senza batter ciglio il formidabile nomesinonimo disegrete e di forche.

«Ionon posso aver paura di Mantova»diss'egli. «Non hofatto nulla per andar a Mantova.»

«Eppure!»

«Diche cosa mi accusano?»ripeté Franco.

«Questolo sentirà se resta qui»rispose il Commissariopigiando sulle ultime parole. «E adesso vediamo le dalie.»

«Nonho fatto nulla»tornò a dire Franco. «Non mimuovo.»

«Vediamoqueste dalievediamo queste dalie!»insistette ilCommissario.

Parvea Franco che avrebbe dovuto ringraziar quell'uomo e non potéfarlo. Gli mostrò i suoi fiori con quel tanto di cortesia cheoccorrevacon perfetta tranquillità; e lo ricondussedall'orto in casadiscorrendo di non so qual professore Masperodinon so qual segreto per combattere l'oïdium.

Insala si discorreva di un altro peggiore oïdium. Lasignora Peppina aveva in corpo una terribile paura del colèra.Riconoscevasìche il colèra ammoniva ogni buoncristiano di mettersi in grazia di Dio e che quando si è ingrazia di Dio è una fortuna di andar all'altro mondo: «Maperòanca la pellneh! Quella cara pelascia! A pensàche l'è domà vüna!».

«Ilcolèra»disse Luisa«se avesse giudiziopotrebbe fare bellissime cose; ma non ne ha.» «Vede»sussurrò alla signora Peppinamentre il Biancòn sialzava per andare incontro al Commissario di ritorno con Franco«ilcolèra è capace di portar via Lei e di lasciar qui Suomarito.» A questa uscita stravagante la signora Peppina ebbe unsussulto di spaventofece «Esüsmaria!» e poi capìdi essersi traditadi non aver mostrato per il suo Carlascia quellatenerezza di cui parlava sempreafferrò il ginocchio dellasua vicina e si piegò a dirle sottovocerossa come unpapavero: «Cittocittocitto!»

MaLuisa non badava più a lei; un'occhiata di Franco le avevadetto ch'era successo qualche cosa.


Partitatutta quella gentelo zio Piero si mise a leggere la Gazzetta diMilano e Luisa disse a suo marito: «Sono le treandiamo asvegliar Maria».

Quandofu con lui nella camera dell'alcovainvece di aprir le imposteglidomandò cosa fosse accaduto. Franco le raccontò tuttodal biglietto della Pasotti allo strano contegnoalla stranaconfidenza del Commissario.

Luisalo ascoltò molto seria ma senza dar segno di timore. Esaminòil biglietto misterioso. Ella e Franco sapevano che fra gli agentigovernativi di Porlezza v'era un galantuomo il quale nel 1849 e nel1850 aveva salvato parecchi patrioti avvertendoli segretamente; masapevano pure che quel galantuomo là non conosceval'ortografia né la grammatica. Il biglietto portato dallaPasotti era correttissimo. Quanto al Commissariosi sapeva che erauno dei più tristi e maligni arnesi del Governo. Luisa approvòla risposta di suo marito. «Giurerei che ti vogliono farpartire»diss'ella.

Francolo pensava pure ma senza trovarne un ragionevole perché. Luisane aveva bene in mente unosuggeritole dal suo disprezzo per lanonna. Il Commissario era un buon amico della nonnal'aveva dettoegli stesso per un raffinamentosecondo leidi astuzia. Nel guantodel Commissario vi era l'artiglio della nonna. Non Franco solo matutti si volevano colpire; e si volevano colpire nella persona dicolui che sosteneva la famiglia con le proprie fatichecol propriogeneroso cuore. Ella sapevaper discorsi riferitile dalle solitelingue odioseche la nonna detestava lo zio Piero perché lozio Piero aveva dato modo a suo nipote di ribellarsi a lei e divivere nella ribellioneabbastanza comodamente. Ora si cercava unpretesto di colpirlo. La fuga del nipote sarebbe stata unaconfessione eper un Governo come l'austriacoun buon pretesto dicolpir lo zio. Luisa non lo disse subitosolamente lasciòcapire che aveva un'idea; allora suo marito gliela fecepoco a pocometter fuori. Uditalaci credette nel suo cuore ma protestò aparolecercò difender la nonna da un'accusa troppo pocofondata e troppo mostruosa. Comunque la cosa fossemarito e mogliesi accordavano interamente nella risoluzione di non muoversidiaspettare gli avvenimenti. Perciò non stettero più afare né a discutere supposizioni. Luisa si alzòandòad aprire le impostesi voltò a guardar sorridendo suo maritonella luce; gli stese la mano ch'egli strinse e scosse col cuorecaldo e la lingua impedita. Pareva loro di esser soldati condotti peruna via quieta al rombo lontano del cannonea Dio sa qual sorte.



4.Con gli artigli


L'ingegnerein capo non si accorse di nullae due giorni dopospirata la sualicenzase n'andò via in barcapacifico nel suo soprabitonegrigio da viaggioinsieme alla Ciala sua governante. Passaronoaltri dieci giorni senza novità alcunacosicché Francoe Luisa si persuasero che proprio fosse stato teso loro un tranello eche la Polizia non si lascerebbe vedere. La sera del primo ottobrefecero allegramente il tarocco con Puttini e Pasotti epartiti gliospiti per tempoandarono a letto. Luisanel baciar la bambina chedormivala sentì calda. Le toccò le mani e le gambe.«Maria ha la febbre»diss'ella.

Francopigliò la candela e guardò. Maria dormiva con latestina piegata sulla spalla sinistra secondo il suo solito. Il belvisettosempre accigliato nel sonnoera un po' accesolarespirazione un po' frequente. Franco si spaventòimmaginòin un momento il morbillola scarlattinail gastricol'infiammazione cerebrale. Luisapiù tranquillapensòai vermipreparò la santonina sul tavolino da notte. Poipadre e madre si coricarono senza rumorespensero il lumestetteroad ascoltar con pena il sottile respiro breve della piccina. Siassopirono e furono svegliati intorno alla mezzanotteda Maria chepiangeva. Accesero il lume e Maria si chetòprese lasantonina. Poi uscì da capo a piangerevolle esser portatanel letto grandefra la mamma e il papà e in breve vi pigliòsonno; ma era un sonno inquietointerrotto da pianti.

Francotenne il lume acceso per poterla osservare meglio.

Pendevanoegli e sua mogliesulla loro creatura quando all'uscio di stradafurono precipitosamente battuti due colpi. Franco balzò asedere sul letto. «Hai udito?»diss'egli. «Zitto!»fece Luisa afferrandogli un braccio e tendendo l'orecchio.

Duealtri colpipiù forti. Franco esclamò: «LaPolizia!»e saltò a terra. «Va'va'!»supplicò leisottovoce. «Non lasciarti prendere! Passadal cortiletto! Scavalca il muro!»

Eglinon risposesi vestì a mezzoin furiae si slanciòfuori della camerarisoluto di non lasciar volontariamente la suaLuisala sua Maria malatasdegnoso del pericolo. Discese le scale asalti. «Chi è?»diss'egliprima di aprire. «LaPolizia!»si rispose. «Aprite subito!»

«Aquest'ora non apro a chi non vedo.»

Siudì un breve dialogo nella strada. La voce di prima disse:«Parli lei»e la voce che parlò poi era benconosciuta da Franco.

«Aprasignor Maironi.»

Erala voce del Ricevitore. Franco aperse. Entrò un signorevestito di neroin occhiali; dopo di luiil bestione; dopo ilbestione un gendarme con una lanterna; poi tre altri gendarmi armatidue semplici e un graduato che portava un gran sacco di cuoio.Qualcuno rimase fuori.

«Leiè il signor Maironi?»disse quel dagli occhialiunaggiunto della Polizia di Milano. «Venga di sopra con me».E tutta la compagnia si avviò sulle scale con uno strepito dipassi pesantidi ferramenta soldatesche.

Nonerano ancora al primo piano che la scala si illuminò in altosinghiozzi e gemiti scoppiarono al secondo piano.

«Questaè Sua moglie?»chiese l'aggiunto.

«Crede?»rispose Francoironico. Il Ricevitore mormorò: «Saràla domestica». L'aggiunto si voltò a dare un ordineduegendarmi si fecero avantisalirono in fretta al secondo piano. Ilpoliziotto domandò a Francopiù aspramente di prima:«Sua moglie è a letto?».

«Naturalmente.»

«Dove?Bisogna che si alzi!»

L'usciodell'alcova si apersecomparve Luisain veste da camera con icapelli sciolti e con una candela in manomentre un gendarme siaffacciava al ripiano superiore della scala a dir che la serva eramezzo svenuta e non poteva venir giù. L'aggiunto gli ordinòdi lasciar il suo compagno presso la donna e di scendere. Poi salutòla signora che non rispose al saluto. Sperando che Franco fuggisseella si era affrettata di uscir di camera per trattenereperingannarese possibilela Polizia. Vide suo maritotrasalìpalpitòma si rimise subito.

L'aggiuntosi avanzò per entrar in camera. «No!»esclamòFranco. «C'è un'ammalata!» Luisa impugnò lamaniglia dell'uscio chiuso guardando colui in faccia.

«Questamalata chi è?»domandò l'aggiunto.

«Unabambina.»

«Ehcosa vogliono che le facciamo?»

«Scusi»disse Luisa scotendo nervosamente la maniglia quasi in atto di sfida.«Hanno bisogno d'entrare tutti?»

«Tutti.»

Alrumore delle voci e della maniglia la piccola Maria si mise apiangere un pianto di stanchezza desolatache faceva male al cuore.

«Luisa»disse Franco«lascia che questi signori facciano la loroparte!»

L'aggiuntoera un giovanealquanto elegantedalla fisonomia fine e cattiva.Lanciò a Franco una occhiata sinistra. «Ascolti Suomaritosignora»diss'egli tanto per mordere di rimandoaqualche modo. «Lo trovo prudente.»

«Menodi lei che si fa scortare da un esercito!»rispose Luisaaprendo l'uscio. Quegli la guardòsi strinse nelle spalle epassò oltreseguito dagli altri.

«Apranotuttoqui!»diss'egli forteruvidamenteindicando lascrivania. I grandi occhi cilestrini di Franco lampeggiarono. «Parlisottovoce!»diss'egli. «Non mi spaventi la bambina!»

«Silenzioa Lei!»tuonò l'aggiunto calando un pugno sullascrivania. «Apra!»

Labambinaa quello strepitosi mise a singhiozzare disperatamente.Francofuribondoscagliò la chiave sulla scrivania.

«ALei!»diss'egli.

«Ellaè in arresto!»gridò l'aggiunto.

«Vabene!»

MentreFranco rispondeva cosìLuisache si era chinata tutta sullasua creatura per cercar di quietarlarialzò impetuosamente ilviso.

«Ciho diritto anch'ioa quest'onore»diss'ella con la sua bellavoce vibrante.

L'aggiuntonon degnò risponderefece aprire e rovistare da un gendarmetutti i cassetti della scrivanialevarne lettere e carte ch'egliesaminava rapidamente e buttava parte a terraparte nel gran saccodi cuoio. Dopo la scrivania venne la volta dei cassettoni dove tuttofu messo sossopra. Dopo i cassettoni fu visitato il lettuccio diMaria. L'aggiunto ordinò a Luisa di levar la bambina dal lettogrande ch'egli intendeva pure di visitare.

«Mimetta il lettuccio in ordine»rispose Luisa fremente. Fino aquel momento il bestione Carlascia era sempre stato lì muto eduro dietro i suoi bafficome se quella bisognaforse da luidesiderata in astrattonon fosse stata poiin praticainteramentedi suo gusto. Adesso si mosse esenza parlaresi pose ad accomodarcon le sue manacce enormi le materasse e le lenzuola del lettuccio.Luisa vi posò la bambina e anche il letto grande fu sfatto efrugato senza frutto. Maria non piangeva piùguardava quellabaraonda con tanto d'occhi spalancati.

«Adessovengano con me»disse l'aggiunto. Luisa si tenne sicurad'esser condotta via con suo marito e chiese che si facesse scenderela sua domestica per affidarle la bambina. All'idea che Luisa purefosse tratta in arrestoche si volesse togliere a Maria malata anchela madreFrancofuori di sé dalla collera e dal doloremiseun grido di protesta:

«Questonon è possibile! Lo dica!»

L'aggiuntonon degnò rispondergliordinò che si facesse venir lafantesca. La fantescamezza morta di pauraentrò fra igendarmigemendo e singhiozzando.

«Stupida!»mormorò Francofra i denti.

«Ladonna starà qui con la bambina»disse l'aggiunto. «Lorovengano con me. Devono assistere alla perquisizione.» Feceprendere dei lumilasciò un gendarme nell'alcova e passòin salaseguito dagli altri gendarmidal Bianconida Franco eLuisa.

«Primadi continuar la perquisizione»diss'egli«domanderòLoro ciò che avrei domandato prima se il Loro contegno fossestato migliore. Mi dicano se tengono armi o pubblicazioni sediziose ocartesia stampate che manoscritteostili all'Imperial RegioGoverno.»

Francorispose forte:

«No».

«Èquello che vedremo»fece l'aggiunto.

«Siaccomodi.»


Mentrel'aggiunto faceva scostar i mobili dalle paretiguardare e frugaredappertuttovenne in mente a Luisa che otto o dieci anni prima lozio le aveva fatto vederenel cassettone di una camera del secondopianouna vecchia sciabola che vi stava sin dal 1812. Era lasciabola di un altro Pietro Riberatenente di cavalleriacaduto aMalojaroslavetz. In quella camerache stava sopra la cucinanon cidormiva mai nessunonon ci si andava quasi mai; era come se non cifosse. Luisa aveva dimenticato del tutto la vecchia sciaboladell'Impero. Diole veniva in mente adesso! Se anche lo zio l'avessedimenticata! Se non l'avesse consegnata nel '48dopo la guerra;quando tutte le armi si dovevano consegnarepena la vita! Avràpensatolo zionella sua semplicità patriarcaleche quelricordo di famigliagiacente da trentasei anni nel fondo d'uncassettoneera pure diventato un arnese pericoloso e proibito? EFrancoFranco che non sapeva niente! Luisa teneva le mani sullaspalliera d'una seggiola; la seggiola scricchiolò tutta sottouna stretta convulsa; ell'alzò le maniatterrita come seavesse parlato.

Vedevail poliziotto passar di camera in camera con i suoi gendarmigiungere a quellaaprire il cassettonefrugaretrovar la sciabola.Faceva ogni sforzo di ricordar il posto preciso dove l'aveva vedutad'immaginar una via di scampoe taceva seguendo con gli occhimacchinalmentela candela che un gendarme accostavasecondo i cennidel suo capoora ad un cassetto apertoora ad una cantonieraoraad un quadro che colui alzava per guardarvi dietro. Non le veniva inmente nessun rimedio. Se lo zio non aveva pensato di levar lasciabolac'era solo da sperare che non si visitasse anche quellacamera.

Francoappoggiato alla stufaseguivascuro nella fronteogni atto diquella gente. Quando cacciavano le mani nei cassettigli si vedevala collera nel giuoco muto delle mascelle. Non si udiva che qualcheordine tronco dell'aggiuntoqualche risposta sommessa dei gendarmi.Nulla si moveva intorno ad essi se non le loro grandi ombretraballanti per le pareti. Il silenzio del Ricevitoredi Franco e diLuisa parevain una sala da giuoco proibitointorno alle voci brevidei giuocatoriil silenzio di coloro che hanno puntato forte. Lasinistra facciala sinistra voce dell'aggiuntoquantunque nulla sitrovassenon cambiavano mai. A Luisa egli pareva un uomo sicurod'arrivare al suo scopo. E non poter far nienteneppur avvertireFranco! Ma forse era meglio che non lo sapesseforse quest'ignoranzapoteva salvarlo.

Visitatela sala e la loggial'aggiunto passò nel salotto. Pigliòla candela dalle mani del gendarme e fece una rapida rassegna deipiccoli uomini illustri. «Il signor ingegnere in capo Ribera»diss'egli vedendo i ritratti di Gouvion Saint-Cyrdi Marmont e dialtri generali napoleonici«avrebbe fatto molto meglio a teneril ritratto di S. E. il feld-maresciallo Radetzky. Non c'è?»

«No»rispose Franco.

«Cherazza d'impiegati!»fece colui con un disprezzoconun'arroganza da non dire.

«Hannogl'impiegati il dovere»scattò Franco«di tenereritratti...»

«Nonsono qui»lo interruppe l'aggiunto«per discutere conLei!»

Francovoleva replicare. «CittoLeicon quella lingua lunga quatterbrazza!»fece il Ricevitoreburbero.

L'aggiuntouscì dal salotto nel corridoio che conduce alla scala.Salirebbepensava Luisao non salirebbe? Salì ed ella glitenne dietro senza tremare ma immaginando con una rapiditàvertiginosa tante cose diverse che potevano accadere. Rotavanopercosì direnella sua mente tutte le possibilità delmomentole sciagurate e le prospere. Se si fermava sulle primel'orrore la portava di slancio alle seconde; se si fermava su questela fantasia ritornava con avidità perversa alle prime.

Primaancora di porre il piede nel corridoio del secondo pianoudìMaria piangere. Franco chiese all'aggiunto che permettesse a suamoglie di scendere dalla bambina ma ella protestò che volevarestare. L'idea di non essere con lui quando si scoprisse l'armal'atterriva. Intanto l'aggiunto entrò in uno stanzinodov'erano parecchi libritrovò un'opera stampata a Capolagocol titolo Scritti letterari di un italiano vivente e domandò:

«Chiè quest'italiano vivente?»

«Ilpadre Cesari»rispose Francoaudacemente. L'altroingannatoda quella prontezza e da quel nome di fratesi diede l'ariadell'uomo coltodisse: «Ahconosco!»e ripose illibrochiese dove dormisse l'ingegnere in capo.

Luisaera troppo soggiogata da un'angoscia sola per sentir altromaFrancoa veder entrare il birro e i suoi nella camera dello zio cosìpulita e ordinatacosì piena del suo buonopacifico spiritoa pensar che colpo sarebbe per il povero vecchio una notiziasiffattasi sentì uno struggimentouna rabbia da piangerne.«Mi pare»diss'egli«che almeno questa cameradovrebb'essere rispettata.»

«Ellasi tenga le Sue osservazioni»rispose l'aggiuntoe incominciòcon far buttare all'aria coperte e materasse. Poi volle la chiave delcassettone. L'aveva Francoche disceseaccompagnato da un gendarmea prenderla nella sua camera. Lo zio gliel'aveva consegnata prima dipartire dicendogli chead un bisognoavrebbe trovato un po' di cumquibus nel primo cassetto. Aprirono. V'era un rotolo disvanzichealcune lettere e cartedei portafogli e dei taccuinivecchidei compassidelle matiteuna scodellina di legno con variemonete.

L'aggiuntoesaminò ogni cosa minutamentescoperse fra le monete dellascodellina uno scudo di Carlo Alberto e un pezzo di quaranta lire delGoverno Provvisorio di Lombardia. «Il signor ingegnere incapo»disse l'aggiunto«ha conservato queste monete conuna cura straordinaria! D'ora in poi le conserveremo noi.»Chiuse il cassetto e restituì la chiave senza aprire glialtri.

Uscìpoi nel corridoio e si fermòincerto. Il Ricevitore locredette disposto a scendere e siccome il corridoio era quasi buio ela scala non si vedevas'incamminò eglicome piùpraticoa destraverso la scaladicendo: «Di qua». Lastanza della sciabola era a sinistra.

«Aspetti»disse l'aggiunto. «Guardiamo anche qui dentro.» E voltosia sinistra spinse quel tale uscio. Luisach'era rimasta l'ultima delseguitogiunto il momento supremosi fece avanti. Il cuorechedurante l'indecisione dell'aggiunto le aveva martellato a furiasichetò come per miracolo. Ora ella era freddaintrepida epronta.

«Chidorme qui?»le chiese l'aggiunto.

«Nessuno.Dormivano qui i genitori di mio zio che sono morti da quarant'anni.Dopo non vi ha più dormito nessuno.»

Nellacamera v'erano due lettiun canapèun cassettone. L'aggiuntoaccennò ai gendarmi di aprire il cassettone. Si provarono; erachiuso a chiave. «Debbo averla iola chiave»disseLuisa con perfetta indifferenza. Discese accompagnata da un gendarmee risalì con un cestellino pieno di chiavilo porseall'aggiunto.

«Nonla conosco»disse«non si adopera mai. Dev'essere unadi queste.»

Coluile provò tutte inutilmente. Poi le provò il Ricevitorepoi Franco. La buona non c'era.

«Mandia S. Mamettefaccia venire il fabbro»disse Luisatranquillamente. Il Ricevitore guardò l'aggiunto come perdirgli: «Mi pare inutile». Ma l'aggiunto gli voltòle spalle ed esclamò volto a Luisa: «Questa chiave cidev'essere».

Ilcassettoneun vecchio mobile rococòaveva maniglie dimetallo ad ogni cassetto. Uno dei gendarmiil più robustosiprovò di aprire a forza. Non gli riuscì né colprimo né col secondo cassetto. In quel punto Luisa sirisovvenne che aveva veduto la sciabola nel terzoinsieme a certidisegni arrotolati. Il gendarme afferrò le maniglie del terzocassetto. «Questo non è chiuso»diss'egli.Infatti il cassetto si aperse facilmente. L'aggiunto pigliò illume e si chinò a guardarvi dentro.

Francosi era seduto sul canapè e guardava i travicelli del soffitto.Sua mogliequando vide il cassetto apertogli sedette accantogliprese e gli strinse una mano spasmodicamente. Udì sfogliarcarte e il Ricevitore mormorar con voce benigna: «Disegni».Poi l'aggiunto fece: «Oh!». I satelliti si chinarono aguardare; Franco trasalì. Ella ebbe la forza di levarsi pervedere e dire: «Cosa c'è?». L'aggiunto aveva inmano una lungacurva busta di cartoneche portava un bigliettoscritto. Egli lo aveva prima letto silenziosamente e ora lo lesseforte con un accento inesprimibile di soddisfazione e di sarcasmo.«Sciabola del tenente Pietro Ribera ucciso a Malojaroslavetz1812.» Franco balzò in piedisorpresoincreduloe inpari tempo l'aggiunto aperse la busta. Franco non la poteva vedere;guardò sua moglieche la vedeva. Sua moglie aveva le labbrabianche. Lo credette spavento e non gli pareva possibile.

Eragioia: la busta non conteneva che un fodero vuoto. Luisa si trassenell'ombra precipitosamentecadde a sedere sul canapèlottòcontro un violento tremito internos'irritò con se stessasidisprezzò e lo vinse. Intanto l'aggiuntopreso il fodero eguardatolo per ogni versochiese a Franco dove fosse l'arma. Francofu per rispondere che non lo sapeva com'era vero. Ma questa potendoparere una giustificazione personalerispose invece:

«InRussia».

Lasciabola non era in Russiaera confitta nella melmain fondo allagodove l'aveva segretamente gittata lo zio Pieroinvece diconsegnarla.

«Eperché hanno scritto sciabola?»fece ilRicevitore tanto per mostrare un po' di zelo anche lui.

«Chiha scritto è morto»disse Franco.

«Questachiave subito!»esclamò rabbiosamente il Commissario.Stavolta Luisa la trovò e gli altri due cassetti furonoaperti; uno era vuotol'altro conteneva delle coperte di lana edella lavanda.

Laperquisizione finì qui. L'aggiunto discese in sala e intimòa Franco di prepararsi a seguirlo dentro un quarto d'ora. «Maci arresti tuttidunque!»esclamò Luisa.

L'aggiuntosi strinse nelle spalle e ripeté a Franco: «Dentro unquarto d'ora. Lei! Vada pure nella Sua camera». Franco trascinòvia Luisala supplicò di taceredi rassegnarsi per amor diMaria. Egli pareva un altronon mostrava né dolore nécolleraaveva nel viso e nella voce una dolcezza seriauna viriletranquillità.

Misenella valigia poca biancheriaun Dante e un Almanach du jardinierche aveva sul tavolino da nottesi chinò un momento su Mariache dormiva e non le diede un bacio per non svegliarlabaciòinvece Luisa epoiché stavano sotto gli occhi dei gendarmiposti alle due uscite della camerasi sciolse presto dalle suebraccia dicendole in francese che non conveniva dare spettacolo aquei signori. Prese la valigiaandò a porsi agli ordinidell'aggiunto.

Questiaveva la barca a cinquanta passi da casa Riberaverso Albogasioall'approdo che chiamano del Canevaa. Uscendo dal sottoporticocavalcato dalla casaFranco si udì sopra la testa unostrepito d'impostevide batter sulla faccia bianca della chiesa illume della sua camera e si voltò a dir verso la finestra:

«Mandaa chiamar il medicodomattina! Addio!»

Luisanon rispose.

Quandoi gendarmi arrivarono con l'arrestato presso il Canevaal'aggiuntocomandò loro di fermarsi.

«SignorMaironi»diss'egli«Ella ha avuto la sua lezione. Perquesta volta ritorni a casa Sua e impari a rispettare le Autorità.»

Meravigliagioiasdegno scoppiarono nel cuore di Franco. Si contenneperòsi morse le labbra e si avviò a casa senza fretta. Non avevaancora girato il canto della chiesache Luisa lo riconobbe al passoe chiamò:

«Franco?».Egli saltò avantifu vistovide l'ombra di lei sparire dallafinestraentrò in casa di corsasi slanciò sullascala gridando «liberolibero!» mentre sua moglie lascendeva a precipizio con una furia di «come come come?».Si cercarono con le braccia avidesi afferraronosi strinserononparlarono più.

Parlaronopoiin loggiaper due ore continue di tutto che avevano vistoudito e provatoritornando sempre alla sciabolaalle carteallemonetenon senza fermarsi su tante ineziesull'accento veneto cheaveva l'aggiuntosul gendarme bruno che pareva un buon diavolo e sulgendarme biondo che doveva essere un cane. Di quando in quandotacevanogustavano il silenzio sicuro e la dolcezza della casa; poiricominciavano. Prima di andar a letto uscirono sulla terrazza. Lanotte era scura e tepidail lago immobile. L'afale tenebreleforme vaghemostruose delle montagne pigliavano nella immaginazioneuna mortale pesantezza austriaca; l'aria stessa ne pareva grave. Nonavevano sonnoné Luisa né Francoma conveniva pureandar a letto per la fantesca che vegliava Maria. Entrarono in camerain punta di piedi. La bambina dormivaaveva il respiro quasiregolare.

Cercaronodi dormire anch'essi e non ci riuscirono.

Nonpotevano a menospecialmente Francodi parlare. Egli domandavasottovoce: «Dormi?». Ella rispondeva «no» eallora tornavano in campo le monete o le carte o la sciabola o losgherro dall'accento veneto. Oramai non erano più davvero cosenuove e siccome sull'alba Maria si agitavadava segno di svegliarsiavendo Franco sussurrato da capo «dormi?» Luisa rispose«sì» ed egli tacque definitivamentecome se nefosse persuaso.


Ilgiorno dopo la perquisizioneOriaAlbogasioSan Mamettefuronopieni di bisbigli: «Avii sentii?». «Oh carSignor!». «Avii sentii?». «Oh cara Madonna!»I bisbigli più sonoriper forzafurono quelli che appreseroil fatto alla Barborin Pasotti. Suo marito le gridò in bocca:«Maironi! Polizia! Gendarmi! Arresto!». La povera donnacredette che un esercito avesse spazzato via i suoi amici e si mise asbuffare «oh! oh!» come una locomotiva. Gemettepiansedomandò a Pasotti della bambina. Pasottiche non volevaassolutamente permetterle di scendere a Oriadi mostrare in quellecircostanze affetto ai Maironirispose con un gesto che pareva uncolpo di scopa. Via. Via anche quella!. «E la serva? Ci saràla serva?» Il perfido uomo menò in aria un altro colpodi scopa e la Barborin capì che Sua Maestà I. R. A.avesse fatto portar via anche la serva.

Mai bisbigli più maligni suonarono assai lontano dalla Valsoldain una sala del Palazzo Maironi a Brescia. Dieci giorni dopo laperquisizioneil cavaliere Greisberg di S. Giustinacugino delMaironiaddetto al governo del feld-maresciallo Radetzky in Veronasino al 1853 e passato poi col padrone a Milanoscendeva a casaMaironi dalla carrozza dell'I. R. Delegato di Bresciadel quale eraospite da poche ore. Il cavaliereun bell'uomo sulla quarantinaazzimato e profumatonon aveva un'aria molto gaia mentreritto inmezzo alla sala di ricevimentostava guardando gli antichi stucchidel soffitto in aspettazione della marchesaloro contemporanea.Peròquando l'uscio in facciaspalancato da mano servilelasciò passar lentamente la grossa personail viso marmoreo ela parrucca nera di Madamail cavaliere si trasfigurò e baciòcon fervore la mano grinzosa della vecchia. Una dama lombarda devotaall'Austria era un animale raro e di gran pregio agli occhidell'Imperial Regio Governo: ogni leale funzionario le doveva la piùossequiosa galanteria. La marchesa ricevette gli omaggi del cuginocavaliere con la solita flemmatica dignità efattolo sederegli domandò notizie dei suoilo ringraziò dellavisitasempre nello stesso tono gutturale e dormiglioso. Finalmenteposatesi le mani sul ventreansando un poco per la fatica di tanteparolemostrò di star ad aspettare quelle del cugino.

Aspettavache le parlasse della perquisizione e dell'ingegnere Ribera. Ella gliaveva espresso in passato il suo dispiacere che Franco subisse lainfluenza di sua moglie e del Riberail suo stupore che il Governotenesse al proprio stipendio uno che nel 1848 aveva fatto apertamenteil liberale e la cui famigliaspecialmente quella signorina dellatrappolaprofessava il più sfacciato liberalismo. Ilcavaliere Greisberg le aveva risposto che di queste sue saggeosservazioni si sarebbe tenuto conto. Poi la marchesa aveva istigatoil Commissario Zérboli contro il povero ingegnere in capo.Sapeva dallo Zérboli della perquisizione; perciòquando vide Greisbergintese ch'era venuto a parlarle di questo. Oraella voleva bene servirsi del Governo per i suoi rancori privatimaper principionon si riconosceva obbligata mai di gratitudine anessuno. Il governo austriacosaggiando un impiegato malfidoavevafatto il proprio interesse. Ella non aveva sollecitato nullanontoccava a lei di chieder nulla; toccava al cavaliere di parlare perprimo. Ma il signor cavalierefurbomaligno e orgoglioso la suapartenon la intendeva così. La vecchia voleva un favore eper averlo doveva piegarsi a baciar le unghie benefiche del Governo.

Tacquealquanto per raccogliersi e vedere se l'altra cedesse. Visto chestava muta e durasi fece a un tratto molle egli stessosorridentegraziosole disse che veniva da Veronale propose d'indovinar ilgiro che aveva fatto. Era passato per un paese così carinoaveva veduto una villa così deliziosacosì splendidaun paradiso! Indovinare non era il forte della marchesa; gli domandòs'era stato in Brianza. Noda Verona a Brescia per la Brianza nonc'era venuto. Tornò a descriver la villa cosìminutamente che la marchesa non poté a meno di riconoscere ilsuo possesso di Monzambano. Allora il cavaliere le proposed'indovinare perché mai fosse andato a veder la villa. Ellaindovinò subitoindovinò tutta la tela della commediache le si recitavama il suo viso melenso non ne disse nulla. IlDelegato di Brescia l'aveva tastata un'altra volta per sapere seappigionerebbe la villa a S. E. il Maresciallo; ed ellaminacciatasegretamente d'incendi e di morte dai liberali di Bresciaavevapreso delle rispettose scappatoie. Sentì ora nel discorso delGreisberg la tacita offerta di un contratto e si pose in guardia.Confessò al cugino che non sapeva indovinare neppur questo.Già le pareva di diventare ogni giorno più stupida.Anni e dispiaceri! «Ne ho avuto uno grosso anche di questigiorni!»diss'ella. «Ho saputo che la Polizia ha fattouna perquisizione in casa di mio nipote a Oria.»

IlGreisbergsentendosi sfuggire la vecchia ipocritabuttò viai guanti e la fermò con gli artigli. «Marchesa»diss'egli prendendo un tono che non ammetteva repliche«Ellanon deve parlare di dispiaceri. Ella ha fornito per mezzo mio e permezzo del signor Commissario di Porlezza preziose informazioni alGovernoil quale Le tien conto delle Sue benemerenze. A Suo nipotenon fu torto un capello né si torcerà se avràgiudizio. Mi rincresce invece che non si avrà modoforsediprendere provvedimenti severi contro un'altra persona che ha deitorti privati verso di Lei. Per trovar modo di colpire questa personail signor Commissario di Porlezza ha fatto anche più del suodovere. Ella deve capire senz'altromarchesache non è ilcaso di dispiaceri e che anzi ha un obbligo particolare verso ilGoverno.» La marchesa non s'era mai udita parlare cosìalto e con tanta formidabile autorità. Era forse ai battitidispettosi del cuore che rispondeva sopra al suo rigido busto ilvisibile ondulamento continuo del collo e del capo; ma pareva proprioil moto d'un animale che lavorasse faticosamente a ingoiar un bocconeenorme. A ogni modo ella non piegò fino a dire una parolad'acquiescenza. Solamentequando riprese la sua placidezza obesaosservò che non aveva mai domandato di prendere provvedimenticontro nessunoche se nella perquisizione non si era trovato nientea carico dell'ingegnere Riberane aveva piacere; che del resto incasa Ribera se n'eran dette di tutti i colori e che i discorsi eradifficile trovarli. Il cavaliere risposepiù mansuetochenon poteva dire se si fosse trovato niente o no e che l'ultima parolasarebbe stata pronunciata dal marescialloil quale intendevaoccuparsi personalmente della cosa. Ciò gli diede modo diritornar al discorso della villa di Monzambano. La chiese formalmenteper Sua Eccellenza che intendeva venirci dentro otto giorni. Lamarchesa ringraziò dell'onor grandedisse che la sua villanon meritava tantoche le pareva troppo angustache aveva bisognodi riparazioniche bisognava dirlo a Sua Eccellenza. Avrebbe volutodifferireaspettar il prezzo sciagurato della sua condiscendenzamail cavaliere diede un altro colpo di artiglio e dichiarò chebisognava risponder subitorisponder nettosì o noeconvenne bene che la vecchia piegasse il capo. «Per compiacerea Sua Eccellenza»diss'ella. Greisberg tornò subitoamabilescherzò sulle misure che si potrebbero prenderecontro quel signor ingegnere. Non c'era da sparger sanguec'era daspargeretutt'al piùun po' d'inchiostro; non c'era datogliergli la libertàc'era da rendergliela intera! Lamarchesa non fiatò. Fece portare due limonate e sorbìlentamente la sua a piccoli sorsinon senza una fioca espressione dicontentezza fra un sorso e l'altrocome se ci fosse nella limonataun sapore nuovo e squisito. Il cavaliere avrebbe pur voluto da leiuna parola esplicita su questo punto del Riberauna confessione delsuo desiderioe posando sul vassoio la tazza vuotata rapidamenteledisse: «Mi ci metterò iosae ci riusciremo a questo.È contenta?».

Lamarchesa continuò a sorseggiare la limonatapianopianoguardando nel bicchiere.

«Nonva bene?»domandò ancora il cugino dopo una inutileattesa.

«Sìè buona»rispose il sonnolento naso. «Bevo adagioper i denti.»


Gliultimi bisbigli non furono umani. Luisa e Franco erano sedutisull'erba di Loochpresso al cimitero. Parlavano della bontàgrande e squisita della mammala paragonavano alla bontàgrande e semplice dello zio notandone le somiglianze e le differenze.Non dicevano quale delle due bontà paresse loro superiorenell'insiemema dai loro giudizi s'indovinavano le inclinazionidiverse. Franco preferiva la bontà tutta penetrata di fede nelsoprannaturale e Luisa preferiva l'altra. Egli soffriva di questacontraddizione segreta pur esitando di rilevarlatemendo di premereil tasto che poteva dare una nota troppo penosa. Ma la fronte suan'era adombrata e a un certo punto gli sfuggì di dire: «Quantedisgraziequante amarezze ha sopportato tua madrecon cherassegnazionecon che forzacon che pace! Credi tu che una purabontà naturale le avrebbe potute sopportare così?».«Non lo so»rispose Luisa. «La povera mamma avevavissutoio credoin un mondo superiore prima che in questo: avevasempre il cuore là.» Ella non disse tutto il suopensiero. Pensava che se le anime buone di questo mondo fosserosimili nella mansuetudine religiosa a sua madrela terradiventerebbe il regno dei bricconi e dei prepotenti. E quanto aidolori che non vengono dagli uomini ma dalle condizioni stesse dellavita umanale pareva di ammirar coloro che vi resistono per unaforza loro propria sopra quegli altri che invocano e ottengono aiutodallo stesso Essere onde furono percossi. Ma ella non volevaconfessar questi sentimenti a suo marito. Espresse invece la speranzache lo zio non avesse a incontrar mai afflizioni gravi. Possibile cheil Signore volesse far soffrire un uomo tale? «No no no!»esclamò Francoche in un altro momento non avrebbe osatoforseammonire Iddio a questo modo. Un soffio del Boglia calòper la gola di Muzàiagitò le frondi alte dei noci. ALuisa quello stormire parve legarsi con le ultime parole di Franco:le parve che il vento e i grandi alberi sapessero qualche cosa delfuturo e ne bisbigliassero insieme.



5.Il segreto del vento e dei noci


Lafebbre di Maria non durò che otto giornieppure quando lapiccina si alzò i suoi genitori la trovarono mutata nel viso enello spirito più che se gli otto giorni fossero stati ottomesi. Gli occhi avevan preso un colore più oscurounasingolare espressione di serietà e di maturità precoce.Parlava più chiaro e speditoma con le persone che non legarbavano non parlava affatto; neanche le salutava. Ciòspiaceva più a Franco che a Luisa. Franco la voleva gentile eLuisa temeva di guastarle la sincerità. Maria aveva per suamadre un affetto non tanto espansivo ma violento: fieroquasiegeloso. Voleva molto bene anche a suo padre; però si capivache lo sentiva diverso da sé. Franco aveva trasporti dipassione per essal'afferrava all'impensatala stringevaladivorava di baci ed ella allora gittava il capo all'indietro puntandouna manina sul viso di suo padre e guardandolo scura come se qualchecosa in lui le fosse straniero e ripugnante. Spesso Franco lasgridava con ira e Maria piangevalo fissava attraverso le lagrimesenza muoversicome affascinataancora con quella espressione dipersona che non comprende. Egli vedeva la predilezione della bambinaper sua madre e se ne compiacevagli pareva una preferenza giustanon dubitava che Mariapiù tardiavrebbe teneramente amatoanche lui. A Luisa dispiaceva moltoper amore del maritoche labambina dimostrasse maggior affetto a leiperò questosentimento suo non era vivo e schietto come la compiacenza generosadi Franco. A Luisa pareva in fondo che Franco malgrado tantitrasportiamasse sua figlia come un essere distinto da lui; mentreleiche trasporti esteriori di tenerezza non ne avevaamava labambina come una parte vitale di se stessa; perciò non potevatrovare ingiusto d'esserne preferita. Poi ell'aveva in cuore unaMaria futura probabilmente diversa da quella che aveva in cuoreFranco. Anche per questo non le poteva rincrescere di avere unpredominio morale sulla figliuola. Vedeva il pericolo che Francofavorisse uno sviluppo forte del sentimento religioso; pericologravissimosecondo lei; perché Mariapiena di curiositàavida di raccontiaveva i germi d'un'immaginazione assai vivaassaipropizia alle fantasie religiose e ne poteva venire uno squilibriomorale. Non si trattava di sopprimere il sentimento religioso;questoLuisa non l'avrebbe fatto mainon foss'altro per rispetto aFranco; ma occorreva che Mariafatta donnasapesse trovare il pernodella propria vita in un senso morale sicuro e forte per sénon appoggiato a credenze che finalmente erano ipotesi e opinioniepotevano un giorno o l'altro mancarle. Serbar fede al GiustoalVerofuor di qualsiasi altra fededi qualsiasi speranza e paurapareva a lei lo stato più sublime della coscienza umana. A unatale perfezione si figurava aver rinunciato per sé poichéandava a messa e due volte l'anno ai sacramentie intendevarinunciarvi per Mariama come uno che rinuncia alla perfezionecristiana perché si trova aver moglie e figliuoli; amalincuore e il meno possibile.

AMaria poteva essere serbata in sorte la ricchezza. Bisognava impedireassolutamente che accettasse una vita di frivolezzecompensate dallamessa alla mattinadal rosario alla sera e da elemosine. Luisa siera provata qualche volta di tastar Franco su questo terreno di dareall'educazione di Maria un indirizzo morale disgiunto dall'indirizzoreligioso e il tasto aveva sempre risposto male. Che non si credessenella religione Franco lo capiva; che qualcuno la potesse trovareinsufficiente come norma della vitagli riusciva affattoinconcepibile. Che tutti poi dovessero aspirare alla santitàche non fosse buon cristiano chi amasse il taroccola primieralacacciala pescai buoni pranzetti e le bottiglie finineanche glipassava per il capo. E questo indirizzo morale dell'educazionedisgiunto dall'indirizzo religioso gli pareva una fisima perchésecondo lui i galantuomini senza fede erano galantuomini per natura oper abitudinenon per un ragionamento morale o filosofico. Non c'eradunque modo per Luisa d'intendersi con suo marito circa questodelicato punto. Doveva operare da sé e con molta cautela pernon offenderlo né affliggerlo. Se Franco mostrava alla bambinale stelle e la lunai fiori e le farfalle come opere mirabili di Dioe le faceva della poesia religiosa buona per una ragazza di dodicianniLuisa taceva; se invece gli avveniva di dire a Maria: «BadaIddio non vuole che tu faccia questoIddio non vuole che tu facciaquello»Luisa soggiungeva subito: «Questo è malequello è malenon si deve mai far il male». Qui perònon poteva a meno di aprirsi qualche screzio visibile fra il padre ela madre perché non sempre il giudizio morale dell'uno siaccordava col giudizio morale dell'altra. Una volta erano insiemealla finestra della sala mentre Maria giuocava sul sagrato con unabambina di Oria presso a poco della sua età. Passa un fratellodi questaun prepotentone di otto anni e intima alla sorellina diseguirlo. Questa rifiuta e piange. Mariaseria seriaaffronta ilprepotente con i pugni. Franco la trattiene con una chiamataimperiosa; la piccina si volta a guardarlo e scoppia in lagrimementre quell'altro si trascina via la sua vittima. Luisa lasciòla finestra dicendo sottovoce a suo marito: «Scusaquesto nonè giusto». «Come non è giusto?»Franco si riscaldòalzò la vocechiese a sua mogliese voleva una Maria violenta e manesca. Ella rispondeva con dolcezzae con fermezzasenza risentirsi di qualche parola pungentesosteneva che il sentimento di Maria era buonoche opporsi allaprepotenza e all'ingiustizia era il compito migliore per tuttichese un bambino vi adoperava le manifatto adulto vi avrebbe adoperatomezzi più civilima che se si reprimeva in lui la espressionenaturale dell'animosi correva il rischio di schiacciare con essaanche il buon sentimento nascente.

Franconon si persuase. Secondo lui era molto dubbio che in Maria vi fosserodi quei sentimenti eroici. Ella si era arrabbiata di vedersi portarvia la sua compagna di giuoco e niente altro. Ma poila parte delladonna non era forse di opporre alle ingiustizie e alle prepotenze unadolcezza mansuetadi mitigare ed emendare gli offensori piuttostoche di respinger con la forza l'offesa? Luisa diventò rossa erispose che ad alcune donneforse alle miglioriquesta parteconvenivama che non poteva convenire a tutte perché tuttenon potevano essere tanto miti e umili. «E tu sei di quellealtre?»esclamò Franco.

«Credodi sì.»

«Bellacosa!»

«Tirincresce molto?»

«Moltissimo.»

Luisagli pose le mani sulle spalle. «Ti rincresce molto?»diss'ella fissandolo negli occhi«che io m'irriti come ted'aver questi padroni in casache io desideri come te di aiutareanche con le mie mani a cacciarli via o preferiresti che io cercassidi emendare Radetzky e di mitigare i croati?»

«Questaè un'altra cosa!»

«Comeun'altra cosa? Noè la stessa cosa!»

«Èun'altra cosa!»ripeté Franco; e non seppe dimostrareche fosse un'altra cosa. Gli pareva di aver torto secondo unraziocinio superficiale e di avere ragione secondo una veritàprofonda che non riusciva ad afferrare. Non parlò piùfu pensieroso tutto quel giorno e si vedeva che cercava la suarisposta. Ci pensò anche la nottegli parve di averla trovatae chiamò sua moglie che dormiva.

«Luisa!»diss'egli. «Luisa! Quella è un'altra cosa.»

«Cos'èstato?»fece Luisa svegliandosi di soprassalto.

Egliaveva pensato che la offesa del dominio straniero non era personalecome le offese private e che procedeva dalla violazione d'unprincipio di giustizia generale; ma nell'atto di spiegar ciò asua mogliegli venne in mente che anche nelle offese private avevasempre luogo la violazione d'un principio di giustizia generalesifigurò di avere sbagliato.

«Niente»diss'egli.

Suamoglie credette che sognasse eposatogli il capo sopra una spallasi riaddormentò. Se vi erano argomenti capaci di convertireFranco alle idee di sua moglieerano quel dolce contattoquel dolcerespiro vicino al suo pettoche gli avevan fatto tante altre voltedeliziosamente sentire un reciproco abbandono delle anime. Ora non fucosì. Gli passò anzi nel cervellocome una lama rapidae freddail pensiero che questo latente antagonismo fra le idee disua moglie e le sue avesse un giorno o l'altro a scoppiare in qualchedoloroso modo e se la strinse atterrito nelle braccia come perdifender sé e lei contro i fantasmi della propria mente.


Ilsei novembredopo colazioneFranco prese le sue grosse forbici dagiardiniere per fare il solito sterminio di seccumi nel giardinetto esulla terrazza. Era un'ora di tanta bellezzadi tanta pace dastringere il cuore. Non una foglia che si muovesse; purissimacristallina l'aria da ponente; sfumanti a levantedentro lievivaporile montagne fra Osteno e Porlezza; la casa sfolgorata dalsole e dai riverberi tremoli del lago; il sole assai caldo ma icrisantemi del giardinettogli ulivigli allori della costa piùvisibili fra il rosseggiar delle foglie caduchecerta segretafrescura dell'aria imbalsamata d'olea fragransil silenziod'ogni ventole aeree montagne del lago di Como bianche di neveaccordantisi malinconicamente a dire che la cara stagione moriva.Sterminati i seccumiFranco propose a sua moglie di andar in barca aCasarico per riportare all'amico Gilardoni i due primi volumi deiMystères du Peupledivorati avidamente in pochigiornie averne il terzo. Fu deciso di partire a mezzogiornodopoaver posto a letto Maria. Ma prima che Maria fosse a letto comparvetutta ansantecol cappello e la mantiglia a sghimbesciola BarborinPasotti. Era salita dal cancello del giardinetto e si fermòsulla soglia della sala. Veniva per la prima volta dopo laperquisizione; vide i suoi amicigiunse le maniripetésottovoce: «Ah Signorah Signorah Signor!»siprecipitò su Luisala coperse di baci.

«Carala mia tosa! Cara la mia tosa!». Avrebbe volentieri fattoaltrettanto con Francoma Franco non gradiva certe espansioniavevauna faccia poco incoraggianteper cui la povera donna si accontentòdi prendergli e scuotergli ambedue le mani. «Car el mèdon Franco! Car el mè don Franco!». Si raccolsefinalmente in braccio la Maria che le puntò le manine al pettofacendo un viso simile a quello di suo padre. «Son vègianeh? Son bruttaneh? Te piasi no? L'è nientl'ènientl'è nient!». E si mise a baciarle umilmente lebraccia e le spallenon osando affrontare il visetto acerbo. Poidisse ai suoi amici che aveva portato loro una bella notizia e gliocchi le brillavano di questo mistero gaudioso. La marchesa avevascritto a Pasotti e nella lettera c'era un periodo che la Barborinaveva imparato a mente: «Ho appreso con vivo dispiacere (vivodispiaceregh'è sü inscì) il triste fatto diOria... di Oria... (spètta!) il triste fatto di Oria... (ah!)e benché mio nipote nulla meriti(ciàoquellpacienza!) desidero non abbia cattive conseguenze». Il periodonon ebbe un gran successo. Luisa fece il viso scuro e non parlò;Franco guardò sua moglie e non osò metter fuori ilcommento favorevole che aveva nella bocca ma nonper veritànel cuore. La povera Barborin che aveva approfittato della andata disuo marito a Lugano per correre a portar il suo zuccherinorimaseassai mortificataguardava contrita ora Luisa ora Franco e finìcol togliersi di tasca uno zuccherino vero e proprio onde darlo aMaria. Poiavendo capito che gli sposi desideravano partire in barcae struggendosi di stare un po' con Mariatanto disse e fece chequelli se ne andarono lasciando l'incarico alla Veronica di metter labambina a letto un po' più tardi.

Marianon parve gradir molto la compagnia della sua vecchia amica. Tacevataceva ostinatamente e non andò molto che spalancò labocca e scoppiò in lagrime. La povera Pasotti non sapeva cheSanti invocare. Invocò la Veronicama la Veronica discorrevacon una guardia di finanza e non udì o non volle udire.Offerse anellibraccialettil'orologiopersino il cappellone daviceregina Beauharnaisma nulla riuscì gradito. Mariacontinuava a piangere. Ebbe allora l'idea di mettersi al piano e simise a picchiare e ripicchiare otto o dieci battute d'una monferrinaantidiluviana. Allora la principessina Maria si mansuefecesi lasciòpigliar dalla sua musicista di camera così delicatamente comese le sue braccine fossero state ali di farfalla e posar sulleginocchia così piano come se vi fosse stato pericolo di farcader in polvere le vecchie gambe.

Uditecinque o sei repliche della monferrinaMaria fece un visinoannoiatosi provò di strappar dal piano le mani rugose dellasuonatrice e disse sottovoce: «Cantami una canzonetta».Poinon ottenendo rispostasi voltò a guardarla in facciale gridò a squarciagola:

«Cantamiuna canzonetta!».

«Noncapisco»rispose la Pasotti«sono sorda.»

«Perchései sorda?»

«Sonosorda»replicò l'infelicesorridendo.

«Maperché sei sorda?»

LaPasotti non poteva immaginare cosa chiedesse la bambina.

«Noncapisco»diss'ella.

«Allora»fece Maria con un'aria molto grave«sei stupida.»

Dopodi che aggrottò le ciglia e riprese piagnucolando:

«Vogliouna canzonetta!»

Qualcunodisse dal giardinetto:

«Eccoloquel delle canzonette!»

Mariaalzò il visos'illuminò tutta. «Missipipì»diss'ella e scivolò giù dalle ginocchia della Pasotticorse incontro allo zio Piero ch'entrava. Si alzò anche laPasottistese le bracciatutta sorpresa e ridenteverso il vecchioinaspettato amico. «Tè chìtè chìtè chì!». E corse a salutarlo. La Maria strillòtanto forte «MissipipìMissipipì!»e siavvinghiò tanto stretta alle gambe dello zio che questiquantunque paresse non averne vogliadovette pur sedere sul canapèpigliarsi la bambina sulle ginocchia e ripeterle la vecchia canzone:


Ombrettasdegnosa...


Dopoquattro o cinque Missipipì la Pasottitemendo che suomarito ritornasseprese congedo. La Veronica voleva porre Maria aletto. La piccina si crucciòlo zio intervenne: «Ohlasciatela un po' qui!»e uscì con lei sulla terrazzaper vedere se il papà e la mamma ritornassero.

Nessunabarca veniva da Casarico. La piccina ordinò allo zio di sederee gli si arrampicò sulle ginocchia.

«Perchései venuto?»diss'ella. «Non c'è micasaiilpranzo per te.»

«Melo farai tuil pranzo. Sono venuto per star con te.»

«Sempre?»

«Sempre.»

«Propriosempre sempre sempre?»

«Propriosempre.»

Mariatacquepensierosa. Poi domandò:

«Ecosa mi hai portato?»

Lozio si levò di tasca un fantoccio di gomma. Se Maria avessepotuto sapereintendere con quale animosotto qual colpo lo ziofosse andato a prender per lei quel fantoccino avrebbe pianto ditenerezza.

«Èbrutto questo regalo»diss'ellaricordando gli altri dellozio. «E se resti quinon mi porti più niente?»

«Piùniente.»

«Va'viazio»diss'ella.

Eglisorrise.

AdessoMaria volle sapere dallo zio sequando era bambino luisuo zio gliportasse regali. Ma questo zio dello zioper quanto la cosa paresseimpossibile a Marianon era mai esistito. E allora chi gli portavaregali? Ed era egli un buon bambino? Piangeva? Lo zio si mise araccontarle cose della sua infanziacose di sessant'anni primaquando la gente portava parrucca e codino. Si compiaceva di ricordarealla nipotina quel tempo lontanodi farla vivere per un momentoinsieme ai suoi vecchie parlava con gravità tristecomeavendo presenti quei cari morticome parlando più per essiche per lei. Ella gli fissava in viso gli occhi spalancatinonbatteva palpebra. Né lui né lei s'accorgevano cheintanto passava il temponé lui né lei pensavano piùalla barca che doveva venire.

Ela barca venneLuisa e Franco salirono senza sospettare di nullapensando che la bambina dormisse. Franco fu il primo che vide sotto irami cadenti delle passiflore lo zio sedutocurvo su Maria che glistava sulle ginocchia. Mise una gran voce di sorpresa e corse làseguito da Luisacon l'idea che fosse successo qualche cosa. «Tuqui?»diss'egli correndo. Luisapallidanon disse nulla. Lozio alzò il capoli vide: essi compresero subito che vi erauna brutta novitànon gli avevano mai veduto una faccia cosìseria.

«Addio»diss'egli.

«Cosaè stato?»sussurrò Franco.

Eglife' cenno ad ambedue di ritirarsi dalla terrazza nella loggiave liseguìallargò le bracciapovero vecchiocome uncrocifisso e disse con voce triste ma tranquilla:

«Destituito».

Francoe Luisa lo guardarono un momento come istupiditi. Poi Franco esclamò:«Oh ziozio!»e lo abbracciò. Vedendo quell'attoe il viso di sua madreMaria scoppiò in lagrime. Luisa cercòdi farla tacerema ella stessala donna forteaveva il pianto allagola.

Sedutosul canapè della sala lo zio raccontò che l'I. R.Delegato di Como lo aveva fatto chiamare per dirgli che laperquisizione operata nella sua casa di Oria aveva dati risultatidolorosi e inattesi; qualinon aveva voluto assolutamente dire.Aveva poi soggiunto che s'era voluto iniziare un processo contro dilui ma che in vista dei lunghi e lodevoli servigi prestati al Governosi limitava a togliergli l'ufficio. Lo zio aveva insistito perconoscere le accuse e colui l'aveva licenziato senza rispondere.

«Eallora?»disse Franco.

«Eallora...». Lo zio tacque un poco e poi pronunciò unafrase sacramentale d'ignota origine che egli stesso e i suoi compagnitarocchisti solevano ripetere quando il giuoco andava disperatamentemale: «Siamo arcifrittio Regina».

Vifu un lungo silenzio; poi Luisa si buttò al collo del vecchio.«Ziozio»gli sussurrò«ho paura che siastato per causa nostra!»

Ellapensava alla nonna e lo zio intese che accusasse Franco e sédi qualche imprudenza.

«Sentitecari amici»diss'egli con un tono bonario che aveva purequalche recondito sapore di rimprovero«questi sono discorsiinutili. Adesso la frittata è fatta e bisogna pensare al pane.Fate conto su questa casasu qualche piccolo risparmio che mi fruttacirca quattro svanziche al giorno e su due bocche di più: lamia e quella della Cia; la miasperiamo per poco tempo.»Franco e Luisa protestarono. «Ci vuol altro! Ci vuol altro!»fece lo zio agitando le bracciacome a dispregio di unsentimentalismo irragionevole. «Viver bene e crepare a tempo.Questa è la regola. La prima parte l'ho fattaadesso mi toccadi fare la seconda. Intanto mandatemi dell'acqua in camera e apritela mia borsa. Vi troverete dieci polpette che la signora Carolinadell'Agria mi ha voluto dare per forza. Vedete che le cose non vannopoi troppo male.»

Ciòdetto lo zio si alzò e se n'andò per l'uscio delsalotto con passo francomostrando anche da tergo la sua facciaerettail suo modesto ventre pacificola sua serenità difilosofo antico. Francoritto sul limitare della terrazzacon lebraccia incrociate sul petto e le sopracciglia aggrottateguardavaverso Cressogno. Se in quel momento egli avesse avuto fra le mascelleun fascio di Delegatidi Commissaridi birri e di spieavrebbetirato tale un colpo di denti da farne una melma sola.



6.L'asso di danari spunta


«Labarca è pronta»disse Ismaeleentrando senzacomplimenti con la pipa nella sinistra e una lanterna nella destra.

«Cheore sono?»domandò Franco.

«Undicie mezzo.»

«Iltempo?»

«Nevica.»

«Bene»esclamò lo zioironicamenteallargando le gambe davanti allavampa del ginepro che scoppiettava nel caminetto.

Nelminuscolo salottino assediato dall'inverno Luisa stava mettendoginocchioniun fazzoletto al collo di MariaFranco aspettava colcappuccio di sua moglie in mano e la Ciala vecchia governantecolcappello in testa e le mani nel manicottoandava brontolando al suopadrone: «Che signore è mai Lei! Cosa vuol fare qui soloa casa?».

«Perdormire non ho bisogno di nessuno»rispose l'ingegnere«ese sono matti gli altri non sono matto io. Mettetemi qua il mio lattee il mio lume.»

Erala vigilia di Natale e l'idea pazza di quella gente savialarisoluzione che pareva incredibile all'ingegnere era di andare a S.Mamette per assistervi alla messa solenne di mezzanotte.

«Equella povera vittima!»diss'egli guardando la bambina.

Francodiventò rossoosservò che desiderava prepararle deiricordi preziosiquesta partenza notturna in barcail lago oscurola nevela chiesa piena di lumi e di gentel'organoi cantilasantità del Natale. Egli parlava con calore non tanto per lozioforsequanto per un'altra persona che taceva.

«Sìsì sì sì»fece lo ziocome se si fosseaspettata questa rettoricaquesta poesia buona a niente.

«Anch'iosaiil punch!»gli disse la piccina. Lo zio sorrise: mancomale! Quello sarà proprio un ricordo prezioso. Francosentendosi così demolire la sua sottile preparazione diricordi religiosi e poeticisi fece scuro. «E questoGilardoni?»chiese Luisa. «Sono qui adesso»feceIsmaele uscendo con la sua lanterna.

Ilprofessore Gilardoni aveva invitato i Maironi e donna Ester Bianchi aprendere il punch in casa sua dopo la messa. Lo si aspettava dalNiscioree dov'era andato a pigliare la signorina che ci viveva solacon due vecchie servedopo la morte del padre avvenuta nel 1852.L'ottimo professore aveva pianto segretamente la signora Teresa peruno spazio di tempo ragionevole. Durante quella pessima convalescenzadel cuore che lo tiene debole e mollein continuo pericolo diricadereegli si era troppo poco guardato dal bel visino briosodagli occhi vivacidalla gaiezza scintillante della principessinadel Niscioreecome la chiamavano i Maironi. Ella era cosìdiversa nello spirito e nel corpo dalla signora Teresala suapersona vigorosa nelle forme della grazia più squisitasuggeriva l'idea di un amore così lontano da quell'altrocheal professore pareva di poterle volere bene senza offendere la santaimmagine della madre di Luisa. Infatti egli santificò sempremaggiormente questa immaginela spinse in su in su verso il cielotanto in su che qualche nuvola cominciò a passare fra lui elei; prima eran cirriadesso eran cumuli e stava per giungere unostrato definitivo. Egli era più timido ancora con donna Esterche non lo fosse stato con la signora Teresa. Aveva del resto uninconscio bisogno di amare senza speranza per potersi poicompiangereper la voluttà di un doppio intenerimentoversouna bella creatura e verso se stesso. E la sua timidezza era purecontenta di possedere una scusa in quella gran differenza d'etàe di aspetto. Però col non far alcuna difesa contro gli occhimaliziosii folti capelli biondiil sottile collo di nevecolbersi e ribersi nel cuore la voce frescail riso d'argentol'uomosi metteva in pericolo di cuocere intollerabilmente.

Esterche a ventisette anni ne mostrava venti salvo che nella morbidezzadelle movenze e in una certa occultadeliziosa scienza degli occhinon aveva desiderato di pescar quell'amante rispettabile ma losentiva preso e se ne compiacevastimandolo un grande ingegnounsapientone. Che egli osasse parlarle d'amorech'ella potesse sposarquella sapienza giallognolarugosa e seccaneppure le veniva inmente; ma neanche avrebbe voluto spegnere un focherello cosìdiscreto che faceva onore a lei eprobabilmentepiacere a lui.S'ella ne rideva qualche volta con Luisanon era però mai laprima a ridere e soggiungeva subito: «Povero signor Gilardoni!Povero professore!».

Ellaentrò frettolosacon la testolina bionda chiusa in un grancappuccio nerocome una primavera travestitasiper chiassodadicembre. Dicembre le veniva dietroaffagottato il collo in una gransciarpa sulla quale si porgevalucente e rossoil naso professoraleirritato dalla neve. Era tarditutti si accomiatarono dallo zio edegli rimase solo con il suo lume e il suo lattedavanti alle ultimebrage moribonde del ginepro.

Glirestava sul viso una leggera ombra di disapprovazione. Franco facevatroppo il poeta! Adesso la vita era dura in casa Maironi. Si facevacolazione con una tazza di latte e cicoria adoperando certo zuccherorosso che puzzava di farmacia. Non si mangiava carne che la domenicae il giovedì. Una bottiglia di vin Grimelli veniva ogni giornoin tavola per lo zioil quale non voleva saperne di privilegi. Ognigiornoper questa bottigliasorgevano le stesse nubiscoppiava lastessa piccola burrasca e si scioglieva secondo il volere dello ziocon una brevissima pioggerella di decotto in ciascuno dei cinquebicchieri. La serva era stata licenziata; restava la Veronica per lefaccende grosseper la polentae qualche volta per badare a Maria.Malgrado queste ed altre economiemalgrado che la Cia avesserinunciato al suo salariomalgrado i doni di ricottadi mascherpadi formaggio di capradi castagnedi nociche piovevano dallagente del paeseLuisa non riusciva a tener la spesa dentrol'entrata. Si era procacciato qualche lavoro di copiatura da unnotaio di Porlezza; molta fatica e miserabilissimi guadagni. Francoaveva cominciato a copiar con ardore anche luima ci reggeva meno disua moglie e poi non c'era lavoro per due. Avrebbe dovuto darsi lemani attornocercar un impiego privatoma di questo lo zio nonvedeva indizio; per cui?

Percuiquesto pensare a spedizioni poetiche gli pareva anche piùfuor di luogo. Dopo aver meditato alquanto sulla triste situazione esulla poca probabilità che Franco sapesse uscirnetrovòche dal canto suo la prima cosa a fare era di bere il suo latte e laseconda di andarsene a letto. Ma nogli venne un altro pensiero.Aperse l'uscio della salaevisto tutto buioandò incucinaaccese una lanternala portò in loggiaspalancòuna finestra epoiché nevicava senza ventoposò illume sul davanzaleonde quella gente poetica potesse dirigersiritornando a casa per il lago tenebroso. Dopo di che se n'andòa dormire.


Nellavecchia barca di casa l'ingegnoso Franco aveva architettato unaspecie di felze per l'inverno con due finestrini ai lati e unusciolino a prora. Ora i sei viaggiatori vi stavano attorno a unminuscolo tavolinosul quale ardeva una candela. Vedendol'espressione estatica del professore ch'era seduto in faccia aEsterFranco si divertì a spegner il lume e osservòche la filosofia poteva trovarsi male al buioma che la poesia ci sitrovava benissimo.

Infattii pensieri suoi e de' suoi compagniprima raccolti intorno al lumeuscivano adesso per il vetro dell'usciolino dietro un chiaror fiocodove si vedeva la prora della barcagià biancastra di nevesul lago immobile e nero. E le immaginazioni lavoravano. A chi parevadi andar verso Ostenoa chi pareva di andar verso la Caravinaa chipareva di andar verso Cadate; e ciascuno diceva i propri dubbiparlando piano come per non svegliare il lago addormentato. Un po'alla volta si misero a discuterema le sei testead ogni colpo deiremifacevano un cenno di completo accordo. Così ciascuno deicritici saliti nella navicella d'un grande poeta si crede fare unavia differente. Chi stima dirigersi verso un idealechi verso unaltrochi stima accostarsi a un modellochi a un altrochi andaravantichi tornar indietro; e il poeta li commoveli scuote col suoverso tutti insiemeli porta sulla propria via.

Ismaeleportò fedelmente il suo carico a S. Mamette. La neve cadevasempre grossa e placida. Sotto i portici della piazza v'era moltagente e un viavai di lanterne. C'era pure il preposto che arringavaun gruppo di fedeli disposti a disertar la chiesa per l'osteria. Eglistava dimostrando che il Paradiso è difficile a guadagnare eche bisogna pensarci per tempo: «Vialter credii che andàin Paradis el sia giusta come andà in la barca del Parella. Esü gent! E sü gent! Gh'è semper post! Avii capìche l'è minga inscì?». Sulla scalinata che salealla chiesa Ester domandò a Luisa se il paradiso fosse propriocosì piccolo. Il professore che accompagnava Ester conl'ombrello ebbe un'ideapalpitòtremò efattosi uncoraggio leoninola mise fuori; disse che il paradiso era piùpiccolo ancora e poteva stare sotto un ombrello. La cosa passolisciaEster non rispose e tutta la compagnia entròmista auna frotta di donnenelle tenebre della chiesa.

Ilprofessore si fermò sulla portaincerto fra l'amore e lafilosofia. La filosofia lo tirava indietro con un filo e l'amore lotirava avanti con una fune; egli entrò e si pose accanto aEster. Franco ebbe per un momento la crudele idea di trascinarloavantifra i banchi degli uomini; ma poi mutò pensiero e sipose anche lui presso sua moglie. Giovò pocoperchéEsterfingendo voler dire qualche cosa a Luisale si avvicinòe spinse maliziosamente la vecchia Cia verso il professore. Questiancora palpitante per quella sua disperata audacia del paradiso sottol'ombrelloalla mossa di Ester si turbòpensò diaverla offesasi diede dell'asino e dell'asino e dell'asino.

Lachiesa era già tutta piena e anche le signore dovettero starin piedi dietro la spalliera del primo banco. Ester s'incaricòdi Mariala pose a sedere sulla spalliera mentre il sagrestanoaccendeva le candele dell'altar maggiore. La Cia tormentava ilprofessorecredendolo un sant'uomocon mille domande sulledifferenze tra il rito romano e il rito ambrosianoe Maria tenevaoccupata Ester con altre domande ancora più straordinarie.

«Perchi si accendono quei lumi?»

«Peril Signore.»

«Va'a letto adessoil Signore?»

«Notaci.»

«Eil bambino Gesù è già a letto?»

«Sìsì»rispose Ester storditamenteper finirla.

«Colmulo?»

Lozio aveva portato una volta a Maria un brutto muletto di legnoch'ella odiava; equando si ostinava in qualche capricciosua madrela poneva a letto con quel mulo sotto il guancialesotto latestolina troppo dura.

«Cittociallina!»fece Ester.

«Ionoa letto col mulo. Io dico scusa

«Zitto!Ascolta l'organoadesso.»

Tuttii ceri erano ormai accesi e l'organista salito al suo posto andavastuzzicandocome per risvegliarloil suo vecchio strumento chepareva mettere grugniti di corruccio. Nel punto in cui un campanellosuonò e l'organo alzò tutte le sue gran voci e uscironoi chierici e uscì il sacerdoteLuisa prese di soppiattocomeun'amantela mano di suo marito.

Quelledue manistringendosi furtivamenteparlavano di un prossimoavvenimentodi una risoluzione grave che conveniva tener segreta eche non ancora era presa in modo irrevocabile. La piccola manonervosa disse «coraggio!». La mano virile rispose«l'avrò». Bisognava decidersi. Franco dovevapartirelasciar sua mogliela bambinail vecchio zioforse perqualche meseforse per qualche anno; doveva lasciar Valsoldalacasetta carai suoi fioriforse per sempreemigrare in Piemontecercar lavoro e guadagno con la speranza di poter chiamare a séla famiglia quando le altre grandi speranze nazionali sfumassero.Contento che sua moglie avesse scelto la chiesa e quel momentosolenne per incoraggiarlo al sacrifizionon lasciò piùla dolce manola tenne egli pure come l'avrebbe tenuta un amantenon guardando mai Luisaserbando impassibile il viso e rigida lapersona. Parlava con la mano solacon l'anima nel palmo e nelleditail più vario appassionato linguaggio misto di blandecarezze e di strettedi tenerezze e di ardori. Qualche volta ella siprovava di ritirarsi dolcemente ed egli la tratteneva alloraviolento. Guardava l'altare col viso alzatocome assorto nel suonodell'organonella voce del sacerdotenel canto del popolo. In fattonon seguiva le preghierema sentiva la Divina Presenzaunrapimentouna effervescenza di amoredi doloredi speranza in Dio.Luisa gli aveva presa la mano indovinando ch'egli pregavache tuttele sue angustietutte le sue dubbiezze gli si agitavano nel cuore.Avea realmente voluto infondergli coraggioconvinta ch'era bene perlui di prender questo partito doloroso. Fraintese la stretta che lerispose; le parve un'appassionata protesta contro la separazioneenon la potendoquantunque le fosse dolceapprovareaccennava ognitanto a ritrar la mano. Fu lui che all'Elevazione ritrasseperrispettola propria. Egli dovette quindi prendersi in braccio Mariache s'era addormentata e continuò a dormire con la testa sullaspalla di suo padremostrando un bel mezzo visino pacifico. Non losapevaleicarache il suo papà sarebbe andato lontanolontano e il suo papa aveva il cuore tutto molle di quel piccolotesoro caldo che vi respirava sudi quella testina dall'odore diuccelletto del bosco. Gli pareva già di essere partito e chelo cercasseche piangessee allora gli correva nelle braccia undesiderio di stringerla fortefermato subito dal timor di destarla.

IlGilardoni era uscito il primo e stava sul sagrato ad aspettare donnaEster con l'ombrello aperto. Ella venne a braccetto di Luisae laperfida Luisamalgrado il pregar sommesso della compagnadisse alprofessore: «Ecco la Sua dama». Ester non ebbe ilcoraggio di rifiutar il braccio del Gilardoni ma gli osservòridendo che splendevano mille stelle.

IlGilardoni guardò il cielomise fuori due o tre frasi senzasenso comune e chiuse l'ombrello. Non nevicava piùsopra ilBoglia il cielo era lucidos'udiva in alto un rombo continuo.«Ventovento!»disse Ismaele raggiungendo la comitiva.«Vado a piedi! Vado a piedi!»gemette allora la Cia cheaveva una gran paura del lago. Intanto la genteuscendo di chiesaurtò e scompose il gruppolo trasse giù per lascalinata. I sei viaggiatori e il barcaiuolo si riunirono da caposulla piazza di S. Mamette e lì donna Ester dichiaròche non si sentiva troppo beneche rinunciava al punch e che sarebbeandata a casa a piedi con la Cia.

Ilprofessore taceva in disparte.

Francoe Luisa capirono che non c'era da insistere e le due donnes'avviarono a Oria con la scorta d'Ismaele il quale doveva ritornarpoi a prendere i Maironi e la barca.


Unalucerna modérateur era accesa nel salotto delGilardoniun bel fuoco ardeva nel caminettoil Pinella avevapreparato ogni cosa per il punch e chi lo fece fu Luisa perchéil professore pareva aver perduto la testanon faceva che darsidello stupido e della bestia. Sulle prime non gli si potécavar niente; poi vennero fuoripoco a pocola storia del paradisosotto l'ombrello e certe infernali conseguenze di quel paradiso.Nello scendere la scalinata della chiesa c'era stato fra lui ed Esterquesto dialogo: «Sadonna Estertemevo quasi di averlaoffesa». «Come?» «Con quell'affaredell'ombrello.» «Che ombrello?» Qui il professorenon era stato buono di ripetere il suo complimento. «SaLeavevo detto qualche cosa...» «Che cosa?» «Siparlava del Paradiso...» Silenzio di Ester. «... e ioquando mi trovo con una persona che stimoche stimo proprio di tuttocuoredico facilmente degli spropositi. Vorrei quasi dirne uno ancheadessodonna Ester.» «Spropositi maisa»avevarisposto Ester e s'era staccata da lui per andare a Oria con la Cia.Veramente il dialogo non fu riferito così. Il Gilardoniraccontò che aveva fatto capire la sua gran passione e chedonna Ester si era sdegnata. Franco aveva una gran voglia di ridere;Luisa disse scherzando: «Lasci fare a melasci fare a me chefarò il punch e la pace e tutto; e Leiun'altra voltanonsia un seduttore così terribile!». Il povero professoreper poco non si inginocchiò a baciarle uno scarpino erifattoanimoriprese le sue funzioni di ospiteservì il punch agliamici.

«GuardateMaria»disse Francosottovoce. La piccina si era addormentatasulla poltrona del professorepresso la finestra.

Francoprese la lucerna e l'alzò per vederla meglio. Pareva unapiccola creatura del cielocaduta lì col lume delle stelleassopitasoffusa nel viso di una dolcezza non terrenadi unasolennità piena di mistero. «Cara!»diss'egli.Raccolse sua moglie a sé con un bracciosempre guardandoMaria. Il Gilardoni venne loro alle spallemormorò «chebellezza!» e tornò al caminetto sospirando «beativoi!».

AlloraFrancointeneritosussurrò all'orecchio di sua moglie:«Glielo diciamo?». Ella non capìlo guardònegli occhi. «Che parto»diss'eglisempre sottovoce.Luisa trasalìrispose «sìsì»tutta commossa perché non l'attendeva a questoavendolo inchiesa creduto incerto. La sorpresa di lei non sfuggì aFranco. Ne fu turbatosi sentì scosso nel suo proposito edella inteseripeté impetuosamente «sìsì»e lo spinse verso il Gilardoni.

«Caroamico»diss'egli«Le debbo dir una cosa.»

Ilprofessoreassorto nella contemplazione del fuoconon rispondeva.Franco gli posò una mano sulla spalla. «Ah!»fecequegli trasalendo. «Scusi. Che cosa?»

«Ledebbo raccomandare qualcuno.»

«Ame? Chi?»

«Unvecchiouna signora e una bambina.»

Idue uomini si guardarono in silenziouno commossol'altrostupefatto.

«Noncapisce?»sussurrò Luisa.

Nonon capivanon rispondeva.

«Leraccomando»riprese Franco«mia mogliemia figlia e ilnostro vecchio zio.»

«Oh!»esclamò il professoreguardando ora Luisa ora Franco.

«Vadovia»disse questi con un sorriso che fece doler il cuore alGilardoni. «Allo zio non l'abbiamo ancora detto ma ècosa necessaria. Nelle nostre condizioni non posso star qui a farniente. Dirò che vado a Milanocrederà chi vorrà;invece sarò in Piemonte.»

Gilardonigiunse le mani silenziosamentesbalordito. Luisa abbracciòFrancolo baciògli tenne il capo sul pettoad occhichiusi. Il professore s'immaginò ch'ella piegasse con dolorealla volontà di suo marito. «Oh senta»diss'eglivolto a Franco. «Se ci fosse la guerracapirei; ma cosìse dà una tale afflizione a Sua moglie per ragioni economicheha torto!»

Luisatenendosi sempre al collo di suo marito con un braccioagitòin silenzio l'altra mano verso Gilardoni per farlo tacere.

«Nonono»mormoròricongiungendo le braccia intorno alcollo di Franco«fai benefai bene»e perché ilGilardoni insistevasi staccò da suo marito. «Ohmaprofessore!»diss'ella scotendogli le mani incontro«seglielo dico io che fa bene di partirese glielo dico io che sono suamoglie! Ma caro professore!»

«Ohinfinesignora!»proruppe il Gilardoni. «Bisogna poianche sapere...»

Francostese impetuoso le braccia verso di luigridò: «Professore!»

«Famale!»gli rispose questi. «Fa male! Fa male!»

«Cosac'èFranco?»dimandò Luisameravigliata. «C'èqualche cosa che io non so?»

«C'èche devo andar viache andrò via e non c'è altro!»

Marias'era svegliata di soprassalto a quel grido di suo padre:«Professore!»poivedendo la mamma così agitatasi dispose a piangere. Finalmente scoppiò in lagrime dirotte:«No papàno via papàno via papà!».

Francose la tolse in bracciola baciòl'accarezzò. Ellaandava ripetendo fra i singhiozzi «papà miopapàmio» con una voce accorata e grave che faceva male al cuore.Suo padre se ne struggeva tuttole protestava di voler star semprecon lei e piangeva per il dolore d'ingannarlaper la commozione diquella tenerezza nuova che veniva proprio adesso.

Luisapensava al grido di suo marito. Il Gilardoni s'accorse ch'era insospetto di un segreto e le domandòper toglierla da quelpensierose Franco intendesse partire presto. Fu questi che rispose.Dipendeva da una lettera di Torino. Fra una settimanaforse; tutt'alpiù fra quindici giorni. Luisa taceva e il discorso cadde.Franco parlò allora di politicadelle probabilità chela guerra scoppiasse a primavera. Anche questo discorso morìpresto. Pareva che il Gilardoni e Luisa pensassero ad altrocheascoltassero il batter delle onde ai muri dell'orto. FinalmenteIsmaele ritornòebbe il suo punchassicurò che illago non era troppo cattivoche si poteva partire.

Appenai Maironi furono in barcaappena Maria vi riprese il sonnoLuisadomandò a suo marito se vi fosse una cosa ch'ella non sapeva eche il Gilardoni non doveva dire.

Francotacque.

«Basta»diss'ella. Allora suo marito le passò un braccio al collolastrinse a séprotestando contro parole che ella non avevadette: «Oh LuisaLuisa!».

Luisasi lasciò abbracciare ma non rispose all'abbraccio; onde suomaritodisperatole promise subito di dirle tuttotutto. «Micredi curiosa?»sussurrò ella fra le sue braccia. Nonoegli voleva raccontarle ogni cosa subitodirle perché nonavesse parlato prima. Ella si oppose; preferiva che parlasse piùtardispontaneamente.

Avevanoil vento in favore e il lume che brillava ad una finestra dellaloggia serviva bene di mira a Ismaele. Franco tenne sempreabbracciato il collo di sua moglie e guardava tacendo quel puntolucente. Né l'uno né l'altra pensarono alla manoamorosa e prudente che lo aveva acceso. Vi pensò Ismaeleaffermò che né la Veronica né la Cia eran capacidi un simile tratto di genio e benedisse la faccia del signoringegnere.

Nell'usciredi barca Maria si svegliò e gli sposi non parvero pensar piùche a lei. Quando furono a lettoFranco spense il lume.

«Sitratta della nonna»diss'egli. La voce era commossarotta.Luisa mormorò «caro» e gli prese una manoaffettuosamente. «Non ho mai parlato»riprese Franco«per non accusar la nonna e poi anche...» Qui seguìuna pausa; quindi fu egli che mescolò al suo dire le piùtenere carezze mentre sua moglieinvecenon vi rispondeva più.«Temevo»disse«l'impressione tuai tuoisentimentile idee che ti potevano venire...» Più leparole avevano questo dubbio saporepiù la voce era tenera.

Luisasentiva avvicinarsinon un altercoma un contrasto piùdurevole e grave; non avrebbe volutoadessoche suo maritoparlassee suo maritosentendola diventar freddanon proseguì.Ella gli posò la fronte alla spalla e disse sottovocemalgrado se stessa: «Racconta».

AlloraFrancoparlandole nei capellile ripeté il racconto fattoglidal professore nella notte del suo matrimonio. Nel riferire a memoriala lettera e il testamento di suo nonnotemperò alquanto lefrasi ingiuriose verso suo padre e la nonna. A mezzo il raccontoLuisache non si aspettava una rivelazione similealzò ilcapo dalla spalla di suo marito. Questi s'interruppe.

«Avanti»diss'ella.

Finitoch'egli ebbegli domandò se si potesse dimostrare che iltestamento del nonno era stato soppresso. Franco rispose prontamentedi no. «Ma»diss'ella«perché alloraparlavi delle idee che mi potevan venire?». Il suo pensiero erasubito corso al probabile delitto della nonnaalla possibilitàdi un'accusa.

Mase l'accusa non era possibile?

Franconon rispose ed elladopo aver pensato un pocoesclamò: «Ahla copia del testamento? Adoperarla? Quello è un testamentoche potrebbe valere?»

«Sì»

«Etu non l'hai voluto far valere?»

«No.»

«PerchéFranco?»

«Ecco!»esclamò Francopigliando fuoco. «Vedi? Lo sapevo! Nonon lo voglio far valerenonoassolutamenteno!»

«Male ragioni?»

«Diole ragioni! Le ragioni si sentonole devi sentire senza che io te ledica!»

«Nonle sento. Non credere ch'io pensi ai denari. Non pigliamoli i denaridalli a chi vuoi tu. Io sento le ragioni della giustizia. C'èla volontà di tuo nonno da rispettarec'è un delittoche tua nonna ha commesso. Tu sei tanto religiosodevi riconoscereche questa carta l'ha fatta venir fuori la giustizia divina. Tu tivuoi mettere fra la giustizia divina e questa donna?»

«Lasciastare la giustizia divina!»rispose Francoviolento. «Cosasappiamo noi delle vie che prende la giustizia divina? Vi èanche la misericordia divina! Si tratta della madre di mio padresai! E non li ho disprezzati sempre questi maledetti denari? Cosa hofatto quando la nonna mi ha minacciato di non lasciarmi un soldo sesposavo te?»

Latenerezza e la colleramiste insiemegli fecero groppo alla gola.Non potendo parlareafferrò il capo di Luisase lo strinsesul petto.

«Hodisprezzato i denari per aver te»riprese con voce soffocata.«Come vuoi che adesso cerchi di riprenderli con dei processi?»

«Mano!»lo interruppe Luisa rialzando il capo. «I denari lidarai a chi vorrai! È della giustizia che parlo io! Ma non lasentitula giustizia?»

«Diomio!»diss'egli mettendo un profondo sospiro. «Erameglio che non t'avessi parlato neanche stasera!»

«Forsesì. Se non volevi rinunciare in nessun caso ai tuoi propositiforse era meglio.»

Lavoce di Luisadicendo questoesprimeva tristezzanon collera.

«Delresto»soggiunse Franco«quella carta non esiste più.»

Luisatrasalì. «Non esiste più?»diss'ellasottovocecon ansia.

«No.Il professore deve averla distruttaper ordine mio.»

Seguìun lungo silenzio. Luisa ritirò il capo adagio adagiolo posòsul guanciale proprio. Poi Franco uscì a dir forte: «Unprocesso! Con quei documenti! Con quelle ingiurie! Alla madre di miopadre! Per i denari!»

«Manon ripetere questa cosa!»esclamò sua mogliesdegnata. «Perché la ripeti sempre? Sai pure che non èvera!»

Parlavanoconcitati l'uno e l'altra; si capiva che durante il silenzio di primaavevano continuato a lavorar forte col pensiero su questo punto.

Eglisi irritò del rimprovero e rispose alla cieca:

«Nonso niente».

«OhFranco!»disse Luisaaddolorata. Egli si era giàpentito dell'oltraggio e le domandò perdonoaccusò ilproprio temperamento che gli faceva dire cose non pensateimploròuna parola buona. Luisa gli rispose sospirando «sìsì»ma egli non fu contentovolle che dicesse proprio «tiperdono»che lo abbracciasse. Il tocco delle care labbra nonlo ristorò come al solito. Passarono alcuni minuti ed eglistette in ascolto per capire se sua moglie si fosse addormentata. Udìil vento` il respiro lieve di Mariail fragor delle ondequalchetremolìo dei vetrinon altro. Sussurrò: «Mi haiproprio perdonato?»e udì rispondersi con dolcezza:«Sìcaro». Andò poco e fu lei che stettein ascoltoche udìinsieme al ventoalle ondeagliscricchiolii delle imposteil respiro ugualeregolare dellapiccinail respiro ugualeregolare del marito. Allora mise un altrogran sospiroun sospiro desolato. Diocome poteva Franco essersicondotto così? Ciò che la feriva nel più vivodel cuore era ch'egli paresse sentir poco le offese fatte alla poveramamma e allo zio. Ma su questo pensiero non voleva fermarsialmenoprima di aver considerato il torto di lui altrovedi fronte all'ideadi giustizia; e là lo sentivacon amarezza eppur non senzacompiacimentoinferiore a ségovernato da sentimenti cheprocedevano dalla fantasiamentre il sentimento suo proprio erapenetrato di ragione. Aveva tanto del bambinoFranco. Eccoeglipoteva già dormire ed ella si teneva sicura di non chiuderocchio fino alla mattina. A lei pareva di non aver fantasia perchénon se la sentiva muovereaccendere così facilmente. Chi leavesse detto che la fantasia poteva in lei più che in suomaritol'avrebbe fatta ridere. Eppure era così. Solamenteper dimostrarlooccorreva capovolgere ambedue le animeperchéFranco aveva la sua fantasia visibile a fior d'anima e tutta la suaragione al fondomentre Luisa aveva la fantasia al fondo e laragionemolto visibilmentea fior d'anima. Ella non dormìinfatti e pensò per tutta la nottecon la sua fantasia delfondo dell'animacome la religione favorisca i sentimentalismidebolicom'essa che predica la sete della giustizia sia incapace diformare negl'intelletti devoti a lei il vero concetto di giustizia.


Ancheil professoreche aveva infiltrazioni sierose di fantasia nellecellule raziocinanti del cervello come nelle cellule amorifiche delcuorespenta la lucernapassò gran parte della notte davantial caminetto lavorando con le molle e con la fantasiapigliandoguardandolasciando cader brage e progetti fino a che gli restaronoun ultimo carbone lucente e un'ultima idea. Prese allora uno zolfinoe accostatolo alla bragia ne riaccese la lucernaprese l'idea pureluminosa e scottantese la portò a letto.

Eraquesta: partireall'insaputa di tuttiper Bresciapresentarsi allamarchesa con i terribili documentiottenere una capitolazione.



7.È giuocato


Tregiorni dopoalle cinque della mattinain Milanoil professoreGilardoni uscivainferraiuolato fino agli occhidall'Albergo degliAngelipassava davanti al Duomo e infilava la buia contrada deiRastelli dietro una fila di cavalli condotti a mano dai postiglionientrava nell'ufficio delle diligenze erariali. Il piccolo cortiledove ora è la Posta era già pieno di gentedi bestiedi lanterne. Voci di postiglioni e di conduttoripassi di cavalliscosse di sonagliere; all'eremita della Valsolda pareva un finimondo.

Sistavano attaccando i cavalli a due diligenzequattro per ciascuna.Il professore andava a Lodi perché aveva saputo che lamarchesa era in visita presso un'amica di Lodi. La diligenza di Lodipartiva alle cinque e mezzo.

Facevaun freddo intenso e il povero professore girava inquieto intorno alcarrozzone mostruoso pestando i piedi per riscaldarsi; tanto che unaltro viaggiatore gli disse argutamente: «Freschinoeh?Freschinettofreschinetto!». Quando Dio volle si finìdi attaccare i cavalliun impiegato chiamò i viaggiatori pernome e il buon Beniamino sparì nel ventre del carrozzoneinsieme a due pretia una vecchia servaa un vecchio signore conuna natta enorme sul viso e a un giovine elegante. Gli sportellifurono chiusiun comando fu datole sonagliere tintinnaronoilcarrozzone si scossei pretila vecchiail signore dalla natta sifecero il segno della crocei sedici zoccoli dei cavallistrepitarono sotto l'andronele ruote pesanti lo empirono difragorepoi tutto questo fracasso si smorzò e la diligenzasvoltò a destra verso Porta Romana.

Adessole ruote correvano quasi silenziose e i viaggiatori non sentivano piùche il pestar disordinato dei sedici zoccoli sulle pietre. Ilprofessore guardava passar le case scureil raro chiaror dei fanaliqualche piccolo caffè illuminatoqualche garetta disentinella. Gli pareva che il silenzio della grande cittàavesse qualche cosa di minaccioso e di formidabile per quei soldatiche le stesse mura delle case nereggiassero d'odio. Quando ladiligenza entrò nel corso di Porta Romanacosìallagato di nebbia che dai finestrini non si vedeva quasi piùnullachiuse gli occhi e si abbandonò al piacere d'immaginarle persone e le cose che aveva nel cuoredi conversar con esse.

Nonera più il viaggiatore della natta che gli sedeva in facciaera donna Ester tutta chiusa in un gran mantello nero e col cappuccioin capo. Ella lo guardava fiso; i begli occhi gli dicevano: «BravoLei fa una bella azionemostra molto cuorenon l'avrei creduto.L'ammiro. Ella non è più né vecchionébrutto per me. Coraggio!». A questa esortazione di avercoraggio gli veniva una stretta di pauragli scattava in mente laimmagine della marchesa; e il rumor sordo delle ruote si trasformavanella voce nasale della vecchia dama che gli diceva: «Siaccomodi. Cosa desidera?».

Aquesto punto la diligenza si fermò e il professore aperse gliocchi. Porta Romana. Qualcuno aperse lo sportellodomandò lecarte di sicurezzaeraccoltelesi allontanòricomparvedopo cinque minutile restituì a tutti fuorché algiovine elegante. «Lei scenda»gli diss'egli. Quegliimpallidìdiscese in silenzio e non ritornò. Dopo unaltro minuto fu chiuso lo sportellouna voce ruvida disse:«Avanti!». Il signore dalla natta collocò la suaborsa da viaggio sul sedile rimasto vuoto; nessun altro viaggiatorediede segno di accorgersi dell'accaduto. Solo quando i quattrocavalli ebbero ripreso il trottoGilardoni domandò al pretesuo vicino se conoscesse il nome del giovine e quegli risposebruscamente «off!»girò verso il professore dueocchi sgomentati e sospettosi. Il professore guardò l'altroprete che subito trasse di tasca una corona e fattosi il segno dellacroce si mise a pregare. Il professore tornò a chiudere gliocchi e l'immagine del giovane sconosciuto si perdette per semprenella nebbia come parevano perdervisi i rari fantasmi d'alberidipioppi e di saliciche passavano a destra e a sinistra della via.

«Comeincominciare?»pensava il Gilardoni. Dalla notte di Natale inpoi non aveva fatto che immaginare e discutere fra sé il mododi presentarsi alla marchesadi entrar nell'argomento e disvolgerlola capitolazione da offrire. Non aveva chiara in mente chequest'ultima; ove la signora marchesa facesse un largo assegno alnipoteegli distruggerebbe le carte. Queste carte non le tenevaseco; ne aveva una copia. Dovevano produrre un effetto fulmineo; macome incominciare? Nessuno dei tanti esordi pensati lo accontentava.Anche adessofantasticando ad occhi chiusisi poneva il problemapartendo dal solo termine conosciuto: "Si accomodi. Cosadesidera?". Immaginava una risposta che poi gli pareva o troppoossequiosa o troppo ardita o troppo lontana dall'argomento o troppovicina ad esso e ricominciava la via dal solito principio: "Cosadesidera?".

Unlivido chiaror d'albapieno d'uggiadi tristezza e di sonnoentrònella diligenza. Adesso che l'ora del colloquio stava per giungeremille dubbimille incertezze nuove mettevano in iscompiglio tutte leprevisioni del professore. La stessa base de' suoi calcoliimprovvisamente crollò. Se la marchesa non gli dicesse né«si accomodi» né «cosa desidera?». Selo accogliesse Dio sa in quale altro modo imbarazzante? E se non lovolesse ricevere? Santo cielose non lo volesse ricevere?L'improvviso strepitar dei sedici zoccoli sopra un ciottolato glifece battere il cuore. Ma non era ancora il ciottolato di Lodi; erail ciottolato di Melegnano.

ALodi arrivò circa alle nove. Scese all'Albergo del Soleebbeuna stanza dove non c'era né sole né fuoco. Non osandoaffrontare la nebbia delle viené le vampe della cucinaosòinvece porsi a lettomise il berretto da notte che sapeva le sueangustieaspettòcon la sigaretta di canfora in boccaqualche buona idea e il mezzogiorno.


Salìal toccole scale del palazzo X.col savio proposito di scordartutte le frasi meditatedi rimettersi alla ispirazione del momento.Un domestico in cravatta bianca lo introdusse in uno stanzone scurodal pavimento di mattonidalle pareti coperte di seta gialladalsoffitto a stucchiefatto un inchinouscì. Poche antichesedie a bracciuolibianche e doratecon la stoffa rossastavano insemicerchio davanti al camino dove tre o quattro ceppi enormiardevano adagio dietro la grata di ottone. L'aria aveva un odor mistodi vecchie muffedi vecchie pasticceriedi vecchie mele cottedivecchie stoffedi vecchia pelledi decrepite ideeuna sottileessenza di vecchiaia che faceva raggrinzar l'anima.

Ildomestico ritornò ad annunciarecon grande emozione delGilardoniil prossimo ingresso della signora marchesa. Aspetta easpettaecco aprirsi un grande uscio a fregi doratiecco uncampanellino correnteecco Friend che trotta dentro fiutando ilpavimento a destra e a mancaecco una gran campana di seta nerasotto un cupolino di pizzo biancoecco fra due nastri celesti laparrucca nerala fronte marmoreagli occhi morti della marchesa.

«Chemiracoloprofessorea Lodi?»disse la voce sonnolentamentre il cagnolino fiutava gli stivali del professore. Questi feceun profondo saluto e la dama che pareva appunto l'ampolladell'essenza di vecchiaiaandò a porsi in un seggioloneaccanto al fuoco e fece accomodare la sua bestiola in un altro; dopodi che accennò al Gilardoni di accomodarsi pure. «Suppongo»diss'ella«che avrà qualche parente alle Dame Inglesi.»

«No»rispose il professore«veramente no.»

Lamarchesa era facetaqualche voltaalla sua maniera. «Allora»disse«sarà forse venuto a far provvista dimascherponi

«Neanchesignora marchesa. Sono venuto per affari.»

«Bravo.È stato disgraziato col tempo. Mi par che piovaadesso.»

Aquesta impreveduta diversione il professore ebbe paura di perdere latramontana. «Sì»diss'egli sentendosi diventaresciocco come lo scolaro cui l'esame piega male: «pioviggina».

Lasua vocela sua fisionomia dovettero tradire l'imbarazzo internoapprendere alla marchesa che egli era venuto per dirle qualche cosadi particolare. Ella si guardò bene dall'offrirgliene ilbandolocontinuò a parlargli del tempodel freddodell'umidodi un raffreddore di Friend che infatti accompagnava difrequenti starnuti il discorso della sua dama. La voce sonnolentaaveva un placido tono quasi ridenteuna blanda benevolenza; e ilprofessore sudava freddo al pensiero di fermare quella melliflua venaper offrir in cambio la pillola amara che aveva in tasca. Egliavrebbe potuto approfittar d'una pausa per metter fuori il suoesordioma non seppe farlo; e fu invece la marchesa che neapprofittò per metter fuori la sua chiusa.

«Laringrazio tanto»diss'ella«della visitae adesso Lacongedo perché Ell'avrà le Sue faccende eper dire ilveroho un impegno anch'io.»

Quibisognò saltare:

«Veramente»rispose il Gilardonitutto agitato«io ero venuto a Lodi perparlare con Leisignora marchesa.»

«Questo»osservò la damagelida«non lo avrei potutoimmaginare.»

Ilprofessore trascorse avantinello slancio del salto.

«Sitratta di cose urgentissime»diss'egli«e io debbopregare...»

Lamarchesa lo interruppe.

«Sesi tratta di affaribisogna ch'Ella si rivolga al mio agente diBrescia.»

«Scusisignora marchesa; si tratta d'un affare specialissimo. Nessuno sa enessuno deve sapere che sono venuto da Lei. Le dico subito che sitratta di Suo nipote.»

Lamarchesa si alzò e il cane accovacciato sul seggiolone si levòpureabbaiando verso il Gilardoni.

«Nonmi parli»disse solennemente la vecchia signora«diquella persona che per me non esiste più. AndiamoFriend.»

«Nosignora marchesa!»ripigliò il professore. «Ellanon può assolutamente immaginare cosa Le dirò!»

«Nonm'importa di nientenon voglio saper nienteLa riverisco!»

Lainflessibile dama si mossecosì dicendoverso l'uscio.

«Marchesa!»esclamò alle sue spalle il professor Beniaminomentre Friendsaltato dal seggiolonegli abbaiava disperatamente alle gambe: «Sitratta del testamento di Suo marito!»

Stavoltala marchesa non poté a meno di fermarsi. Tuttavia non sivoltò.

«Questotestamento non Le può piacere»soggiunse rapidamente ilGilardoni«ma io non ho l'intenzione di pubblicarlo. MiascoltiLa supplicomarchesa!»

Ellasi voltò. La faccia impenetrabile tradiva una certa emozionenelle narici. Neppure le spalle eran del tutto tranquille.

«Chestorie mi conta?»rispose. «Le pare una bellaconvenienza di venire a nominarmicosì senza riguardiilpovero Franco? Cosa c'entra Lei negli affari della mia famiglia?»

«Perdoni»replicò il professore frugandosi in tasca. «Se nonc'entro ioci potrebbero entrare altri con meno riguardi di me.Abbia la bontà di vedere i documenti. Queste...»

«Sitenga i suoi scartafacci»interruppe la marchesa vedendoglilevar di tasca delle carte.

«Questesono le copie fatte da me...»

«Ledico che se le tengache se le porti via!»

Lamarchesa suonò un campanello e si avviò da capo peruscire. Il professoretutto frementeudendo venir un domesticovedendo lei aprir l'usciogittò le sue carte sopra unaseggioladisse sottovoce in fretta e furia: «Le lascio quinon le veda nessunoio sono al Soleritornerò domanile guardici pensi bene!»e prima che arrivasse il domesticoscappò per la parte ond'era venutotolse il ferraiuoloinfilò le scale.

Lamarchesa rimandò il domesticostette un poco in ascoltopoiritornò sui suoi passiprese le carteandò achiudersi nella sua stanza einforcati gli occhialiincominciòa leggere presso la finestra. La faccia era oscura e le manitremavano.


Ilprofessore stava per andare a letto nella sua camera gelata del Solequando due poliziotti vennero a recargli l'ordine di recarsiimmediatamente all'ufficio di Polizia.

Eglisentì bene un certo rimescolamento interno ma non si smarrìe partì con essi. Alla Poliziaun piccolo Commissarioinsolente gli domandò perché fosse venuto a Lodi eavutone risposta che c'era venuto per affari privatifece un attod'incredulità sprezzante. Che affari privati pretendeva averea Lodi il signor Gilardoni? Con chi? Il professore nominò lamarchesa. «Ma se nessuna Maironi sta a Lodi!»esclamòil Commissarioe perché l'altro protestavalo interruppesubito: «Bastabastabasta!». La Polizia sapeva dicerto che il signor Gilardoniquantunque I. R. pensionatonon eraun leale austriacoche aveva degli amici a Lugano e ch'era venuto aLodi con un fine politico.

«Leine sa più di me!»esclamò il Gilardonisoffocando a stento la collera.

«Facciasilenzio!»gl'intimò il Commissario. «Del restoElla non deve credere che l'I.R. Governo abbia paura di Lei. Èlibero di andare. Solamente deve lasciar Lodi entro due ore!»

QuiFranco avrebbe capito subito di dove veniva il colpo; il filosofo noncapì.

«Sonvenuto»diss'egli«a Lodi per un affare urgente che nonho finitoper un interesse privato gravissimo. Come posso partiredentro due ore?»

«Conuna vettura. Setrascorse due oreElla è ancora in LodiLafaccio arrestare.»

«Lamia salute»replicò la vittima«non mi permettedi viaggiare di notte in dicembre.»

«EbbeneLa farò arrestare subito.»

Ilpovero filosofo prese in silenzio il suo cappello e uscì.

Un'oradopo egli partiva per Milano in un calessino chiusocon i piedinella pagliacon una coperta sulle gambecon una gran sciarpa alcollopensando che aveva pur fatto una bella spedizione einghiottendo saliva ogni momento per sentir se gli doleva la gola.Notte infame davvero; ma non la passò sulle rose neppur lasignora Marchesa.



8.Ore amare


L'ultimodì dell'annomentre Franco stava scrivendo le minutissimeistruzioni che intendeva lasciare a sua moglie per il governo delgiardinetto e dell'ortomentre lo zio rileggeva per la decima voltala sua favorita Storia della diocesi di ComoLuisa uscìa passeggio con Maria. Splendeva un tepido sole. Non v'era neve chesul Bisgnago e sulla Galbiga. Maria trovò una viola presso ilcimitero e un'altra la trovò in fondo alla Calcinera. Lìfaceva veramente caldol'aria aveva un lieve aroma di alloro. Luisasedette con le spalle al montepermise che Maria si divertisse adarrampicarsi e sdrucciolar sull'erba secca dietro a leie pensò.

Nonaveva riveduto il professor Gilardoni dopo la notte di Natale edesiderava parlarglinon per udir da capo la storia del testamentoMaironima per farsi raccontare il suo colloquio con Franco quandogliel'aveva mostratoper conoscere le prime impressioni di Franco el'opinione del professore. Poiché il testamento era statodistruttociò aveva solamente un'importanza psicologica. Lacuriosità di Luisa non era però una fredda curiositàdi osservatrice. La condotta di suo marito l'aveva gravemente offesa.Pensandoci e ripensandocicome aveva fatto dalla notte di Natale inpois'era persuasa che anche il silenzio serbato con lei fosse unpeccato grave contro il diritto e l'affetto. Ora le riusciva amaro ilsentirsi diminuir la stima per suo maritotanto più amaroalla vigilia della sua partenza e in un momento in cui egli meritavalode. Avrebbe voluto almeno sapere che quando il Gilardoni gli avevamostrato quelle carte vi era stata in lui una lottache ilsentimento più giusto si era sollevato almeno un momentonell'anima sua. Si alzòprese Maria per mano e si avviòverso Casarico.

Trovòil professore nell'ortocol Pinelladisse a Maria di andar acorrerea giuocare insieme al Pinellama la bambinasempre avidadi ascoltar i discorsi delle persone grandinon volle assolutamentesaperne. Allora entrò nell'argomento senza pronunciar nomi.Voleva parlare al professore di quelle tali cartedi quelle vecchielettere. Il professorerossorossoprotestò che non capiva.Per fortuna il Pinella chiamò Maria mostrandole un librod'immagini e Mariavinta dal librocorse a lui. Allora Luisa levòal professore gli scrupoligli disse che sapeva tutto da Francostessogli confessò di aver disapprovato suo maritodi averprovato e di provare ancora un gran dolore...

«Perchéperché perché?»interruppe il buon Beniamino. Maperché Franco non aveva voluto far nulla! «Ho fatto ioho fatto ioho fatto io!»disse il Gilardonitutto acceso etrepidante«ma per amor del cielo non dica niente a Suomarito!». Luisa restò sbalordita. Ma cosa aveva fatto ilprofessore? Ma quando? Ma come? Ma il testamento non era statodistrutto?

Allorail professorerosso come una bragiafacendo degli occhi spiritatiintercalando il suo dire di «ma per caritàneh? - mazittoneh?»mise fuori tutti i suoi segretila conservazionedel testamentoil viaggio a Lodi. Luisa lo ascoltò sino allafinepoi fece «ah!» e si strinse forte forte il viso frale mani.

«Hofatto male?»esclamò il professorespaventato. «Hofatto malesignora Luisina?»

«Altroche male! Malissimo! Mi scusisaLei ha avuto l'aria di andare aproporre una transazioneun mercato! E la marchesa crederàche siamo d'accordo! Ah!»

Ellastrinse e scosse le mani congiunte come se avesse volutorimaneggiarvirimpastarvi dentro una testa professorale piùquadra. Il povero professorecosternatoandava ripetendo: «OhSignore! Oh povero me! Oh che asino!»senza tuttaviacomprender bene quale asinata avesse commesso. Luisa si buttòsul parapetto verso il lagoa guardare nell'acqua. Balzò su aun trattobatté il dorso della destra sul palmo dellasinistrail suo viso s'illuminò. «Mi conduca nel Suostudio»diss'ella. «Posso lasciar qui Maria?». Ilprofessore accennò di sì e l'accompagnòtuttopalpitantenello studio.

Luisaprese un foglio di carta e scrisse rapidamente:

«LuisaMaironi Rigey fa sapere alla marchesa Maironi Scremin che ilprofessore Beniamino Gilardoni è un ottimo amico di suo maritoe suoma che ne fu disapprovato per l'uso inopportuno di undocumento destinato a sorte diversa: che perciò nessunacomunicazione si attende né si desidera da parte della signoramarchesa».

Com'ebbescrittotese silenziosamente la lettera al professore. «Ohno!»esclamò il professore dopo aver letto. «Peramor del cielonon mandi questa lettera! Se Suo marito lo sa! Pensiche dispiacere immensoper meper Lei! E come Suo marito non loavrebbe a sapere?». Luisa non risposelo guardo a lungononpensando a luipensando a Francopensando che forse la marchesapotrebbe prendere quella lettera per un artificioper unospauracchio. La riprese e la stracciò sospirando. Ilprofessoreraggiantele voleva baciar la mano. Ella protestò:non lo aveva fatto né per lui né per Francolo avevafatto per altre ragioni! Il sacrificio del suo sfogo la esacerbòanzicontro Franco. «Ha torto! Ha torto!»ripeteva colcuore amaro. E né lei né il professore si accorsero cheMaria era nella stanza. Vista partir sua madrela piccina non avevapiù voluto restar col Pinella e il Pinella l'aveva condottafino all'uscio dello studiogliel'aveva aperto senza far rumore. Lapiccinacolpita dall'aspetto di sua madresi fermò afissarla con una espressione di sgomento. La vide stracciar laletterala udì esclamare «ha torto!» e si mise apiangere. Luisa accorsela prese tra le bracciala consolò epartì subito. Le ultime parole del professore nel congedarsifurono: «Per caritàsilenzio!».

«Cosasilenzio?»domandò subito Maria. Sua madre non le badò;tutti i suoi pensieri erano altrove. Maria ripeté tre oquattro volte: «Cosasilenzio?». Quando finalmente siudì rispondere «zittobasta» tacque un poco e poiricominciò rovesciando all'indietro la sua testolina ridenteproprio per stuzzicar la mamma: «Cosasilenzio?». Ne fusgridata fortetacque ancorama passando sotto il cimiteroa pochipassi da casaricominciò da capocon lo stesso risomalizioso. Allora Luisatutta raccolta nello sforzo di comporsi unamaschera indifferentele diede solo una strappatache peròbastò a farla tacere.

Mariaera molto allegraquel giorno. A pranzoscherzando con la mammasiricordò dei rimproveri toccati a passeggiola guardòsottecchi col solito risolino timido e provocatoremise ancora fuoriil suo «cosasilenzio?». La mamma finse di non udire edella insistette. Luisa la fermò allora con un «basta!»così insolitamente vibrato che la boccuccia di Maria si apersepiano piano e le lagrime scoppiarono. Lo zio fece «oh poverome!» e Franco diventò scurosi capì chedisapprovava sua moglie. Poiché Maria piangeva e piangevasisfogò addosso a lei; la prese tra le bracciala portòvia che strillava come un'aquila. «Meglio ancora!»esclamò lo zio. «Bravissimi!» «Lasci un po'fareLei»gli disse la Cia mentre Luisa taceva. «Igenitori devono farsi ubbidiregià.» «Ma sìcosì mi piace»le rispose il padrone«mettetefuori anche voi la vostra sapienza.» Ella si azzittìtutta ingrugnata.

IntantoFrancopiantata Maria in un angolo dell'alcovaritornò ebrontolò qualche parola sul voler far piangere i bambini perforzaper cui Luisa s'imbronciò alla sua voltaandòin cerca di Mariala ricondusse lagrimosa ma silenziosa. Il brevedesinare finì male perché Maria non volle piùmangiare e tutti erano imbronciati per una ragione o per l'altrameno lo zio Piero il quale si mise ad arringar Maria con deipredicozzi mezzo serii mezzo scherzositanto che le fece tornare unpo' di sole in viso. Dopo pranzo Franco andò a vedere di certivasi che teneva nel sotterraneo sotto il giardinetto pensile e preseMaria con séla interrogò benignamentevedendolaormai allegrasull'origine di tanti guai. «Che significavaquesto cosasilenzio?» «Non lo so.» «Maperché la mamma non voleva che tu dicessi così?»«Non lo so. Io dicevo sempre così e la mamma mi sgridavasempre.» «Quando?» «A passeggio.» «Dovesei stataa passeggio?» «Dal signor Ladroni.» (Lozio le aveva facilitato il nome del professore così.) «Ehai cominciato in casa del signor Ladroni a dire questa cosa?»«Noè stato il signor Ladroni che ha detto cosìalla mamma.» «Cosa ha detto?» «Mapapànon capisci niente! Ha detto: per caritàsilenzio!».Franco non parlò più. «La mamma ha stracciato unacartaanchedal signor Ladroni»soggiunse Mariastimandoadessofar tanto maggior piacere a suo padre quante più cosegli raccontava di questa visita. Suo padre le impose di tacere.Ritornato in casadomandò a Luisacon un viso poco benevoloperché avesse fatto piangere la bambina. Luisa lo guardòle parve che sospettassegli domandò risentita se dovessegiustificarsi di queste cose. «Oh no!»fece suo maritofreddo; e se ne andò in giardinetto a veder se le fogliesecche al piede degli aranci e la paglia intorno al tronco fossero inordine perché la notte si annunziava rigida. Lavorando intornoalle piante si disse amaramente che se avessero avuto senso e parolagli si sarebbero mostrate più riconoscentipiùaffettuose del solito per la sua prossima partenzamentre Luisaaveva cuore di essergli aspra. D'essere stato aspro egli stesso nongli venne in mente. Luisadal canto suosi dolse subito d'averglirisposto cosìma non poteva trattenerlogittarglisi al colloe finirla con due baci; troppo le pesava sul cuore l'altra cosa!Franco finì di accomodar le fasciature a' suoi aranci erientrò a pigliarsi il mantello per andar in chiesa adAlbogasio. Luisa che stava in cucina sbucciando delle castagneloudì passare pel corridoiostette un momento in forselottando con se stessapoi balzò fuorilo raggiunse mentrestava per scender le scale.

«Franco!»diss'ella. Franco non risposeparve respingerla. Ella lo afferròallora per un bracciolo trasse nella vicina camera dell'alcova.«Cosa vuoi?»diss'egliscosso ma desideroso di tenersiil suo rancore. Luisa non gli risposegli cinse con le braccia ilcollo riluttantegli piegò il viso sul petto e dissesottovoce:

«Nondobbiamo esser in collerasaiin questi giorni».

Egliche aveva aspettato parole di scusasi staccò dal collo lebraccia di sua moglie e rispose asciutto:

«Ionon sono in collera. Mi racconterai poi»soggiunse«cosati ha confidato il signor professore Gilardoni di tanto segreto dadoverti raccomandare il silenzio».

Luisalo guardò attonitaaddolorata. «Tu hai sospettato dime»diss'ella«e hai interrogato la bambina? Hai fattoquesto?»

«Ebbene»diss'egli«e se avessi fatto questo? Del resto tu pensi sempreil peggio di mesi sa. Beneguardanon voglio saper niente.»Ella lo interruppe«ma te lo diròma te lo dirò»ed egli allora cui la coscienza rimordeva un poco perl'interrogatorio di Mariavedendo poi anche Luisa disposta aparlarenon volle assolutamente udirlale proibì dispiegarsi. Ma il suo cuore traboccava di amarezza e gli occorrevapure uno sfogo. Si dolse che dopo la notte di Natale ella non fossepiù stata con lui la solita Luisa. A che valevano le proteste?Lo aveva capito bene. Del resto era tanto tempo ch'egli aveva capitouna cosa! Che cosa? Ohuna cosa naturale! Naturalissima! Meritavaegli di essere amato da lei? No certo; egli era un povero disutile eniente altro. Non era naturale che dopo averlo conosciuto beneellalo amasse meno? Perché certo certo lo amava meno di una volta.

Luisatremò che questo fosse verodisse «noFrancono»e lo sgomento di non saperlo dire con energia bastante le paralizzòla voce. Egli che aveva sperato una smentita violentasussurròatterrito: «Dio mio!». Allora fu lei che si atterrìfu lei che lo strinse disperatamente fra le braccia singhiozzando «mano! ma no! ma no!». S'intesero sino al fondo con unacomunicazione magnetica e stettero a lungo abbracciatiparlandosi inun muto sforzo spasmodico di tutto l'esser lorodolendosi l'unodell'altrorimproverandosivolendosi appassionatamente riprenderegustando il piacere acuto e amaro di unirsi per un momento con lavolontà e con l'amore malgrado la intima disunione delle loroidee e della loro natura; tutto senza una parolasenza una solavoce.

Francopartì per andare in chiesa. Non volle invitar Luisa adaccompagnarlosperando ch'ella lo facesse spontaneamente; ed ellanon lo fece dubitando che gli fosse gradito.


Lamattina del sette gennaiodopo le diecilo zio Piero fece chiamareFranco.

Lozio stava ancora a letto. Si alzava tardinon potendo riscaldare lastanza e non volendoper economiaaccendere il fuoco nel salottinotroppo per tempo. Però il freddo non gl'impediva di tirarsi sua leggerecon mezzo il petto e ambedue le braccia fuori dellecoperte.

«Ciao»diss'egli quando Franco entrò.

Daltono del salutodalla bella faccia seria nella sua bontàFranco intese che lo zio aveva pronte parole insolite.

Lozio gl'indicò infatti la sedia presso il lettoe disse il piùsolenne dei suoi esordi:

«Sètetgiò».

Francosedette.

«Dunqueparti domani?»

«Sìzio.»

«Bene.»

Parveche nel metter fuori quel «bene» il cuore dello zio glifosse venuto in boccatanto la parola gli gonfiò le guancegli uscì piena e sonora.

«Tu»riprese il vecchio«non mi hai udito fino ad oradiròcosìapprovare né disapprovare il tuo progetto. Forseavrò dubitato un poco che lo effettuassi. Adesso...»

Francogli stese ambedue le mani. «Adesso»continuò loziotenendogliele strette fra le proprie«visto che sei fermonella tua ideati dico: l'idea è buonail bisogno c'èvalavorail lavoro è una gran cosa. Dio ti facciaincominciar bene e poi ti faccia perseverarech'è il piùdifficile. Ecco.»

Francogli voleva baciar le manima lo zio fu pronto a ritirarle. «Lassastàlassa stà!». E riprese a parlare.

«Adessosenti. È possibile che non ci vediamo più.»Proteste di Franco. «Sì sì sì»rispose il vecchio ritirando l'anima dagli occhi e dalla voce«tuttebelle cosecose che bisogna dire. Lascia stare.»

Gliocchi ripresero la loro luce seria e buonala voce il suo tonograve.

«Èpossibile che non ci vediamo più. Del resto ti domando io cosaci facciooramaia questo mondo. E per voi sarebbe meglio che me neandassi. Forse a tua nonna dispiace che io vi abbia raccoltiforsele sarà più facilepoidi riconciliarsi con voi.Perciòposto che non ci vediamo piùti pregoappenamorto iose le cose non saranno ancora accomodatedi fare qualchepasso.»

Francosi alzòabbracciò lo zio con le lagrime agli occhi.

«Testamento»riprese lo zio«non ne ho fatto e non ne faccio. Il poco cheho è di Luisa; non occorre testamento. Vi raccomando la Cia;fate che non le manchi un letto e un tozzo di pane. Per i funeralibastano tre preti che mi cantino un requiem di cuore; ilnostrol'Introini e il prefetto della Caravina; c'è micabisogno di farne cantare cinque o sei per amor del candirott e delvin bianch. Per il mio vestiario lasciamo fare a Luisa che sapràdove metterlo a posto. Il mio orologio a ripetizione lo prenderai tuper mia memoria. Vorrei lasciare un ricordo anche a Mariama come sifa? Potrai pigliar un pezzo della mia catena d'oro. Se hai unamedagliettaun crocifissoglielo attacchi al collo con la miacatena. E amen.»

Francopiangeva. Era una gran commozione di sentire lo zio parlar della suamorte così serenamente come di un affare qualsiasi da condurcon giudizio e onestà; lo zio che discorrendo con gli amicipareva tanto attaccato alla vitache diceva sempre: «Se se pòschivà quella tal crepada!».

«Ohe adesso contami!»diss'egli. «Che lavoro speri ditrovare?»

«Peroranell'ufficio d'un giornale a Torinomi scrive T. Forse inavvenire si troverà qualche cosa di meglio. Se poi al giornalenon potessi vivere e se non trovassi altroritornerei. Per questobisogna tener la cosa segretissimaalmeno per il primo tempo.»

Quantoal segretolo zio era incredulo. «E le lettere?»diss'egli.

Perle lettere era combinato che Franco scriverebbe a Lugano fermo inpostache Ismaele porterebbe alla posta di Lugano le lettere dellafamiglia e ritirerebbe quelle di Franco. E che si doveva dire aiconoscenti? Si era già detto che Franco andava a Milano ilgiorno otto per affari e che sarebbe stato assente forse un meseforse anche più.

«Questodover infinocchiar la gente non è la più bella cosa delmondo»disse lo zio«ma insomma! Io ti abbraccioadessonehFrancoperché so che domani mattina parti pertempo e oggi difficilmente saremo soli. Dunque addio. Ti raccomandotutto da capo e non dimenticarti di me. Ohun'altra cosa. Tu vai aTorino. Iocome impiegatoho inteso servire il mio paese. Non hocospiratonon vorrei cospirare neanche adessoma al mio paese ci hosempre voluto bene. Insommasalutami la bandiera tricolore. Ciaoneh!»

Quilo zio aperse le braccia.

«Verraianche tuzioin Piemonte»gli disse Franco alzandosicommosso da quell'abbraccio. «Se posso appena guadagnarmi quelche strettamente bisognavi faccio venire tutti.»

«Enocaro. Son troppo vecchionon mi muovo più.»

«Ebbeneverrò io questa primavera con duecentomila miei amici.»

«Ehsì! Düsent mila zücch! Belle ideebelle speranze!Ohè quisignorina Ombretta Pipì?»

OmbrettaPipìcosì Maria era chiamata in casa nei momenti dibuon umoreentrò impettita e grave. «Buon giornozio.Mi dici l'Ombretta Pipì

Suopadre la prese e la posò sul letto dello zio che la raccolse asé sorridendose la fece sedere sulle gambe.

«Vengaquasignorina. Ha dormito bene? E la bambolaha dormito bene? E ilmuloha dormito bene? Ah non c'era? Tanto meglio. Sìsìadesso vengo con l'Ombretta. E un bacioniente? E un altrono?Allora bisogna proprio dire:


Ombrettasdegnosa

DelMissipipì

Nonfar la ritrosa

Ebaciami qui.»


Marialo ascoltò come se udisse i versi per la prima volta; e poifuori a riderea saltarea battere le mani. E lo zio rideva comelei.

«Papà»diss'ella facendosi seria«perché piangi? Sei incastigo?»

Siaspettavano alquante visitein quel giornodi conoscenti che avevanpromesso di venire a congedarsi da Franco prima della sua partenzaper Milano. Luisa fece il miracolo di accender la stufa in Siberiacome lo zio chiamava la salae vi si trovarono insieme donna Esteri due indivisibili Paoli di Loggioil Paolin e il Paolonilprofessor Gilardoni che vi sofferse di una trepidazionedi unainquietudine continua perché Luisanon avendo ancoraallestito il bagaglio di Francoandava e veniva dalla cameradell'alcovachiamava Ester ogni momento ed Ester era quindi semprein motoquando passava dietro al professorequando gli passavadavantiquando a destraquando a sinistra. Al pover'uomo pareva distare in un turbine magnetico.

Eccocapitaremolto inattesa perché dopo la perquisizione nons'era più vedutaanche la signora Peppina. «Oh cara lamia süra Lüisa! Oh car el me sür don Franco! L'èvera ch'el voeur propi andà via?» Adesso è ilPaolin che si dimena un poco sulla sedia perché ha l'idea chela süra Peppina sia mandata dal marito per vedere chi c'èe chi non c'è intorno all'uomo sospettonella casascomunicata. Vorrebbe andarsene subito col suo Paolonma il Paolon èpiù grosso. «Come se fa adèss con sto viorònchì ch'el capiss nagott?»pensa il Paolinesenzaguardare il Paolongli dice sottovoce: «AndèmmPaol!Andèmm!» Il Paolon stenta infatti molto a capire mafinalmente si alzase ne va col Paolinpiglia la sua sulle scale.

Francoebbe lo stesso pensiero del Paolin e salutò la signora Peppinacon mal garbo. La povera donna ne avrebbe pianto perché volevatanto bene a sua moglie e teneva in gran concetto anche lui; macapiva la sua avversione; la scusava in cuor suo. Appena osavaguardarlo di tempo in tempoumilecon un'aria di cane bastonato. Sitolse la Maria sulle ginocchiale parlò del suo buon papàdel suo caro papà che andava via. «Chi sa che dispiasèneh ti poera vèggia? Chi sa che magòn? Poer ratin. Andàvia el papà! On papà de quella sort!» Francodiscorreva col professore ma udiva e fremeva d'impazienza. Fucontentissimo che la Veronica venisse a chiamarlo.

Lovolevano nell'orto. Vi discesetrovò il signor GiacomoPuttini e don Giuseppe Costabarbieri ch'eran venuti per salutarlo mainformati dal Paolin e dal Paolondesideravano non farsi vederedalla süra Peppina. Anche il suolo dell'orto scottava loro ipiedi. Mentre il piccolo eroe magro si difendevasoffiandodagl'inviti di Franco a salire in casail piccolo eroe grasso giravavivacemente la testa e gli occhietti come un merlo di buon umoreaguardar ora il monte ora il lagoquasi per un'abitudine di sospetto.Scorse una barca che veniva da Porlezza. Chi sa? Non potrebb'esserel'I.R. Commissario? Benché la barca fosse ancora lontanapensò subito di cavarselapensò di andar col Puttini avisitar il Ricevitore per aver la fortuna di non trovar la süraPeppina in casa.

Scambiaticon Franco saluti sommessi e frettolosii due vecchi lepronitrottarono via a testa bassa e Franco rimase nell'orto. L'aria eramiteil picco di Cressogno saliva senza nevetutto glorioso disolenel serenoil sole dorava ancora le coste giallognole dellaValsolda picchiettate di ulivimentre dall'altra parte del lagoscendevano sino all'acquanell'ombra azzurrognolai grandipadiglioni bianchi della Galbiga nevosa e del Bisgnago. Franco stettea guardare col cuore grosso il caro paese dei suoi sognide' suoiamori. «AddioValsolda»pensò. «E adessovoglio salutare anche voialtre.»

Voialtreerano le sue piantegli aranci amaril'olea sinensisilnespolo del Giapponeil pinus pineache verdeggiavano agiusti intervalli lungo il viale dirittofra le aiuole degli erbaggie il lago; erano i rosaii capperile agavi che uscivano a pendersopra l'acqua dai fori praticati nel muro. Tutte piccole viteancora; il colosso della famigliail pinonon misurava tre metri;piccolepallide vite che parevano sonnecchiare nel pomeriggioinvernale. Ma Franco le vedeva nell'avvenire come le aveva pensatepiantandole col suo fine sentimento del grazioso e del pittoresco.Ciascuna portava in sé una intenzione di lui.

Lenobili pianticelle del vialesorgendo sugli erbaggidovevanosignificare una certa finezza di spirito e di cultura nella modestafortuna della famiglia. Gli aranci avevano il compito speciale didare al quadretto una intonazione mite e gentile; il dovere delnespolo era di alzare e allargar le braccia frondose sopra un futurosedile; i rosai e i capperi del muro verso il lago dovevano dire achi passava in barca la fantasia d'un poeta; le agavi vi avrebberorispostoin un accordo minoreagli arancicompagni di esilio;finalmente gli alti destini del pino erano di spiegar un graziosoombrello sulla breve oasidi porre il suo accento meridionale sopral'accordo delle agavi e degli arancidi incorniciar con la sua verdecorona il piccolo seno azzurro di Casarico. Addioaddio! Pareva aFranco che le pianticelle gli rispondessero tristemente: "Perchéci lasci? Che sarà di noi? Tua moglie non ci ama come te".

Intantola barca veduta da don Giuseppe aveva camminato e passava davantiall'ortoalquanto discosto dalla riva. V'erano un signore e unasignora. Il signore si alzò in piedi e salutò con vocesquillante: «Addiodon Franco! Evviva!». La signorasventolò il fazzoletto. Erano i Pasotti. Franco salutòcol cappello.

IPasotti! In Valsolda di gennaio! Che ci venivano a fare? E quelsaluto! Pasotti che dopo la perquisizione non si era fatto piùvederePasotti salutar così? Che voleva dir ciò?Francoperplessosalì in casadiede la notizia. Tuttistupirono e sopra tutti la süra Peppina: «Ma comè?El dis de bon? El sür Controlòr? Poer omasc! Anca la süraBarborin? Poera donnètta!». Si commentò il fatto.Chi supponeva una cosa e chi un'altra. Dopo cinque minuti Pasottientrò strepitandotrascinandosi dietro la signora Barborincarica di scialli e di fagottimezza morta dal freddo. Poveracreaturanon sapeva dir altro che «dò ôr! dòôr in barca!» mentre suo marito schiamazzava ghignandonegli occhi diabolici: «Le fa benele fa bene! Le ho cacciatogiù un bicchierino di ginepro a Porlezza. Ha fattosmorfie d'infernoma sta benone!». La povera sordaindovinando che parlava del gineprogirava gli occhi per ilsoffittorifaceva le smorfie di Porlezza. Pasotti non era mai statocosì espansivo. Baciò la mano a Luisaabbracciòl'ingegnere e Franco accompagnando gli atti con effusioni e profluvidi sentimento. «Carissima donna Luisa! Signora ammirabile eperfetta. Car el me Peder! Car el me re de coeur! Il mondo ègrande ma on alter Peder el gh'è propri nova là! Equesto don Franco! Caro il mio Francone! Pensare come t'ho veduto io!In sottane e grembialino. Quando andavi a rubar i fichi al prefettodella Caravina! Sto baloss chì!»

Il«baloss» non faceva il viso più incoraggiante delmondo ma l'altro non se ne dava per inteso. Altrettanto poco potevaintendersi sua moglie con le signore che l'interrogavano.

«Comel'ha mai faasüra Pasotti»le gridava la signoraPeppina«a vegnì in Valsolda de sto temp chì?»«Oh dèssla capiss nientpoera donnètta.»Per quanto anche Luisa ed Ester le gridassero nelle orecchie lastessa domandaper quanto ella spalancasse la boccala sorda noncapivaandava rispondendo a caso: «Se ho mangiàa? Sevoeui disnà chì?». Intervenne Pasottidisse chein ottobre egli e sua moglie eran partiti per un richiamo di affarisenza fare il bucatoche sua moglie lo andava seccando da un pezzoper questo benedetto bucatoche finalmente si era risolto diaccontentarla e di venire. Allora donna Ester si voltò versola Pasotti a far l'atto di lavare.

LaPasotti guardò suo marito che le teneva gli occhi addosso erispose: «Sì sìla bügadala bügada!».Quell'occhiatal'impero che lesse negli occhi del Controllore fecerosospettare Luisa che vi fosse sotto un mistero. Questo mistero e leinesplicabili espansioni di Pasotti le suggerirono un altro sospetto.Se fosse venuto per loro? Se nelle cause di questa improvvisa venutaci avesse parte il viaggio del professore a Lodi? Avrebbe volutoconsultarsi col professoredirgli di fermarsi fino a che i Pasottifossero partiti; ma come parlargli poi senza che se ne avvedesseFranco? Intanto donna Ester prese congedo e il professore che avevaottenuto il perdono della capricciosettaperfidetta signorinaapatto di non domandare il paradisoebbe licenza di accompagnarla acasa.

IPasotti non potevano salire ad Albogasio Superiore fino a che ilmezzadrofatto avvertire subitonon avesse posto loro in ordine eriscaldata almeno una stanza. Parlò subito di piantare untarocchino in tre con l'ingegnere e Franco. Allora se ne andòanche la signora Peppina e la Pasotti chiese a Luisa di ritirarsi unmomentola pregò di accompagnarla. Appena fu sola coll'amicanella camera dell'alcova si guardò attorno con due occhionispaventati e poi sussurrò: «Sèm minga chìper la bügada nehsèm minga chì per la bügada!».Luisa la interrogò silenziosamentecol viso e col gestoperché a parlar forte in sala avrebbero udito. Stavolta laPasotti capìrispose che non sapeva nienteche suo maritonon le aveva detto nienteche le aveva imposto la storia del bucatoma che del bucato a lei non importava nulla. Allora Luisa prese unpezzo di carta e scrisse: «Cosa sospetti?». La Pasottilesse e poi cominciò una mimica complicatissima. Scrollamentidel capostralunamenti d'occhisospiriinvocazioni al soffitto;pareva che si combattesse dentro di lei una gran battaglia di timorie di speranze. Finalmente fece «ah!»afferrò lapenna e scrisse sotto la domanda di Luisa:

«Lamarchesa!».

Lasciòcader la pennastette a contemplar l'amica. «L'è aLod»diss'ella sottovoce. «El Controlòr l'èstaa a Lod. Speri comè!» E poi scappò in salatemendo esser sospettata da suo marito.

Finitoil taroccoPasotti si accostò a una finestradisse fortequalche cosa sugli effetti della luce crepuscolare e chiamòFranco. «Bisogna che tu venga stasera da me»gli dissepiano«devo parlarti.» Franco cercò schermirsi.Partiva l'indomani mattina per Milanolasciava la famiglia perqualche tempogli era difficile passar la sera fuori di casa.Pasotti replicò ch'era assolutamente necessario. «Sitratta del tuo viaggio di domani»diss'egli.


«Sitratta del tuo viaggio di domani!» Appena partiti i Pasotti perAlbogasio SuperioreFranco riferì questo colloquio a suamoglie. Egli n'era stato turbatissimo. Pasotti sapevadunque; nonavrebbe fatto tanti misteri se non avesse inteso alludere al viaggiodi Torino. E Franco era seccatissimo che Pasotti sapesse. Ma in chemodo? L'amico di Torino poteva essere stato imprudente. E adesso chevoleva da luiPasotti? C'era forse in aria qualche altro colpo dellaPolizia? Ma Pasotti non era l'uomo da venire ad avvertirnelo! E tuttoquel voltafaccia di amabilità? Non si voleva ch'egli andasse aTorinoforse. Non si voleva che trovasse una strada buonaun mododi sottrarre sé e i suoi alla povertàai commissari eai gendarmi! Pensa e ripensanon poteva essere che questo. Luisan'era poco persuasain cuor suo. Temeva altra cosa; non dubitavaperò neppur lei che Pasotti sapesse di Torino e ciòscompigliava tutte le sue supposizioni. Insomma non c'era che andaree udire.


Francoandò alle ottoPasotti lo ricevette colla piùaffettuosa cordialità e gli fece le scuse di sua moglie ch'eragià a letto. Prima d'entrar in argomento volle assolutamenteche pigliasse un bicchiere di S. Colombano e una fetta di panettone.Col vino e col dolce Franco dovette inghiottiresuo malgradomoltedichiarazioni di amiciziai più sperticati elogi di suamogliedi suo zio e di lui stesso. Vuotato finalmente il bicchiereed il piattoil mellifluo bargnìf si mostrò dispostoad entrare in materia.

Eranoseduti a un tavolinol'uno in faccia all'altro. Pasottiappoggiatocomodamente alla spalliera della seggiolateneva tra le mani unfazzoletto rosso e giallo di foulardlo andava palpando.

«Dunque»diss'egli«caro Francocome ti dicevosi tratta del tuoviaggio di domani. Ho inteso dire oggi a casa tua che parti peraffari: si tratta di vedere se io non ti porto un affare anche piùgrosso di quello che hai a Milano.»

Francosorpreso da questo inaspettato esordiotacque. Pasotti chinògli occhi sul fazzoletto senza restare di maneggiarlo e riprese:

«Ilmio caro amico don Franco Maironi si può immaginare che se ioentro in argomento intimo e delicatoho una ragione grave di farlosento il dovere di farlo e sono autorizzato a farlo».

Lemani si fermaronogli occhi brillanti e acuti si alzarono a quellitorbidi e diffidenti di Franco.

«Sitrattamio caro Francodel tuo presente e del tuo avvenire.»

CiòdettoPasotti posò risolutamente il foulard da banda.Appoggiate le braccia e giunte le mani sul tavolino entrò nelcuore dell'argomento tenendo sempre gli occhi su Franco cheraccoltoalla sua volta indietro sulla spallieralo guardava pallidoin unaostile attitudine di difesa.

«Èdunque un pezzo che ioper l'antica amicizia verso la tua famigliaho in mente di far qualche cosa onde metter fine a un dissidiodolorosissimo. Anche tuo padrepovero don Alessandro! Che cuord'oro! Che bene mi voleva!» (Franco sapeva che suo padre avevauna volta minacciato Pasotti col bastone perché s'intromettevatroppo nelle faccende di casa sua.) «Basta. Avendo saputo chetua nonna era a Lodidomenica scorsa mi son detto: dopo tantidispiaceri che hanno avuto i Maironiforse questo è ilmomento. Andiamotentiamo. E sono andato.»

Pausa.Franco fremeva. Che razza d'intercessore gli era capitato? E chiaveva chiesto intercessioni?

«Debbodirlo»riprese Pasotti«sono contento. Tua nonna ha lesue ideeha un'età in cui le idee difficilmente si cambianoha il carattere che saimolto fermoma insomma il cuore c'è.Ti vuol benesai. Soffre. Vi è una lotta continuadentro dileifra i suoi sentimenti e i suoi principii; anchese vuoitra isuoi sentimenti e i suoi risentimenti. Povera marchesa! Èpenoso di vedere come soffre; ma insomma piegapiega. Certamente nonbisogna mica aspettarsi poi troppo. Piega ma non fino a spezzare ciòche la sostienei suoi principiivoglio dire: sopra tutto i suoiprincipii politici.»

Gliocchi di Francole mascelle inquieteun sussulto di tutta lapersona dissero a Pasotti: non toccar questo puntobada a te!Pasotti si fermò; gli era forse venuto in mente il bastone delfu don Alessandro.

«Ticapisco»riprese. «Credi che non ti capisca? Io mangioil pane del Governo e devo tenermi chiuso nel cuore ciò chepensoma del resto son con tesospiro il momento in cui certicolori cederanno il posto a certi altri. Tua nonna non è cosìesfidobisogna pigliarla com'è. Se si vuol venire a unaccomodamento bisogna pigliarla com'è. Si puòcombattere come ho combattuto ioma...»

«Tuttoquesto discorso mi pare inutile»esclamò Francoalzandosi.

«Aspetta!»riprese Pasotti. «Il diavolo non sarà poi forse tantobrutto! Siediascolta!»

Franconon volle saperne di sedersi ancora.

«Sentiamo!»diss'egli con voce vibrante d'impazienza.

«Intantola nonna è disposta a riconoscere il tuo matrimonio...»

«Grazie!»interruppe il giovane.

«Aspetta!...e a farvi un assegno molto conveniente; per quel che ho capitofrale sei e le ottomila svanziche all'anno. Non c'è maleeh?»

«Avanti!»

«Aspetta!Non c'è niente di umiliante. Se ci fosse una condizioneumiliante non sarei venuto a proportela. La nonna desidera che tu tioccupi e che tu dia una certa guarentigia di non immischiarti inaffari politici. Vi è un modo decoroso di combinare una cosa el'altraquesto lo devo riconoscerebenchéte lo dicochiaroio avessi proposto alla nonna un partito diverso. L'idea miaera ch'ella ti mettesse alla testa degli affari suoi. Ne aveviabbastanza per non poter pensare ad altro. Peròanche l'ideadella nonna è buona. Conosco fior di giovinotti che pensanocome te e che sono nella carriera giudiziaria. È una carrieramolto indipendente e molto rispettata. Una parola tua e tu seiascoltante al Tribunale.»

«Io?»proruppe Franco. «Io! Nocaro Pasotti! No! Non mi si mandataci! la Polizia in casanon si fa bestialmente destituire ungalantuomo che ha la sola colpa di essere zio di mia moglietaci tidico! non si cercano oggi tutte le vie di affamare la mia famiglia emeper offrirci domani del pane sporco. Nosainogrida pureperfame noviva Dionessuno mi prende! Dillo pure alla nonna e tu... etu... e tu...»

Pasottiaveva sicuramente un sangue di derivazione felinacupidofineprudentecarezzevolepronto alla simulazione ma soggetto allacollera. Era venuto interrompendo l'invettiva di Maironi con protestesempre più violente; a quest'ultima apostrofesentendoarrivar un nembo di accuse che tanto più lo irritavano quantopiù le indovinavabalzò egli pure in piedi.

«Fermati!»esclamò. «Che maniera è questa?»

«Buonasera!»disse Francopigliando il cappello. Ma Pasotti nonintendeva lasciarlo partire così. «Un momento!»diss'egli battendo e ribattendo affrettati pugni sul tavolino.«Voialtri vi fate delle illusionivoialtri sperate molto inquel testamento e quello non e un testamentoquello è unpezzo di carta stracciaquello è il delirio di un pazzo!»

Francoch'era già presso all'usciosi fermòtramortito dalcolpo. «Che testamento?»diss'egli.

«Via!»riprese Pasotti freddo e beffardo. «C'intendiamo bene!»

Unavampa di collera riaccese il sangue a Franco. «Ma no!»diss'egli. «Fuori! parla! Cosa ne sai tu di testamenti?»

«Ah!»fece Pasotti con ironica dolcezza. «Adesso va benissimo.»

Francol'avrebbe strozzato.

«Sonostato a Lodinon te l'ho detto? Dunque so.»

Francofuori di séprotestò di non capire niente.

«Ohgià!»riprese Pasottibeffardo più di prima.«Lo informerò io il signore. Sappia dunque che il signorprofessore Gilardoniil quale non è affatto amico Suosi èrecato in fine di dicembre a Lodie si è presentato allamarchesa con una copia senza valor legale di un preteso testamentodel povero Suo nonno. In questo testamento Ellasignor don Francoèistituito erede universale con accompagnamento di offese atroci allamoglie e al figlio del testatore. Ecco che adesso Ella sa. Del restoil signor Gilardoni è stato fedele alla consegnaha detto diesser venuto di suo caposenza farne saper niente a voi.»

Francoascoltòlivido come un cadaveresentendosi oscurar la vistae l'animaraccogliendo tutte le sue forze per non smarrirsiperdare una risposta degna.

«Hairagione»diss'egli. «Anche la nonna ha ragione. Chi hatorto è il professor Gilardoni. Egli mi ha mostrato queltestamento tre anni sonola notte del mio matrimonio. Gli ho dettodi abbruciarlo e ho creduto che l'avesse fatto. Se non lo ha fattomi ha ingannato. Se si è recato a Lodi per quella bellaimpresa che diceha commesso una indelicatezza e una stoltezzaenorme. Voi avete avuto ragione di pensar male di noi. Ma sappilobene! Io disprezzo il danaro della nonna quanto il danaro delGoverno: e siccome questa signora ha la fortuna di essere la madre dimio padremaicapiscimaie adoperi ella pure contro di noi tuttele bassezzetutte le perfidie che vuolemai non userò unacarta che la disonora! Sono troppo superiore a lei! Va' e dillequesto a nome mio e dille che si riprenda le sue offerte perchéle sdegno! Buona sera.»

LasciòPasotti sbalordito e se n'andò tutto tremante disovreccitazione e di colleradimenticò di ripigliar la sualanternadiscese al buioa gran passinon sapendo nécurando affatto dove mettesse i piediesclamando di tempo in tempobuttando fuori ciò che aveva dentro di rovente: pezzi d'iracontro il Gilardonipezzi di accusa contro Luisa.


Lozio era andato a letto per tempo e Luisa aspettava Franco nelsalottino con Maria che teneva alzata perché suo padre potesseaverla un pocol'ultima sera. La povera Ombretta Pipì avevacominciato presto a infastidirsia far una boccuccia grossaunvisetto piagnolosoa domandar con una vocina dolente: «Quandovienepapà?». Ma ell'aveva una mamma unica al mondo perconsolare gli afflitti. Ombrettina non teneva da un pezzo scarpettinesane e le scarpettineanche in Valsoldacostavano denari. Pochisìe quando ce n'è pochissimi? Ma ell'aveva una mammaunica al mondo per calzare gli scalzi. Proprio il giorno primaLuisacercando in granaio un pezzo di cordaaveva trovato fravecchie sciarpecasse vuote e seggiole rotteuno stivale di suononno. Lo aveva posto a rammollire nell'acquas'era fatta prestaretrincettolesina e forbice. Prese ora il venerabile stivale che fecespavento a Ombretta e lo posò sulla tavola. «Adesso glireciteremo l'orazione funebre»diss'ella con quel brio volutoche neppure un'angustia mortale poteva toglierlese le bisognava.«Primaperòdomanderai al tuo signor bisnonno ilpermesso di prenderti il suo stivale.» Ella fece che Mariagiungesse le mani e recitasse questa filastrocca guardandocomicamente il soffitto:


Carosignor bisnonno benedetto

Questostivalse Lei non se lo mette

Lodoni alla Sua Ombretta

Cheaspetta con gran fretta

Unpaio di scarpette

ELe scocca su in cielo un bel bacetto

Allapianta del piede con rispetto.


Vennepoi una poco riverente fantasia come ne nascevan tante nel cervellodi Luisauna bizzarra storia dell'angioletto che lustra gli stivaliin paradiso e che un giornoper voler pigliare senza permesso unpezzetto di pan d'oroaveva lasciato cadere sulla Terra lo stivaledel bisnonno. Maria si rasserenòriseinterruppe la mammacon cento domande sul pan d'oro e sullo stivale rimasto in Paradiso.Che ne farebbe di quello il bisnonno? La mamma le spiegò cheil bisnonno lo avrebbe applicato per di dietro all'imperatored'Austria onde buttarlo giù dal cielose ve lo incontrava.

Inquel momento entrò Franco.

Luisavide subito che gli occhi e la fronte segnavano tempesta.

«Dunque?»diss'ella. Franco rispose concitato: «Metti a letto Maria».

Luisaosservò che aveva tenuta la bambina alzata per aspettarloperché stesse un po' con lui. Franco replicò «tidico di metterla a letto» tanto aspramente che Maria si mise apiangere. Luisa si fece rossa ma tacque. Accese un lumeprese labambina in bracciola porse silenziosamente a suo padre per unbacioche fu freddoe la portò via. Franco non la seguì.Si arrabbiò di veder quello stivale e lo gettò interra. Poi sedettepiantò i gomiti sulla tavolasi strinseil capo fra le mani.

L'amaraidea che Luisa fosse complice del Gilardoni gli era lampeggiata inmente subitomentre Pasotti parlavacol ricordo di quel «cosasilenzio?»di quel «basta!» e del racconto dellabambina. Egli aveva dentro a sé come un vortice dove questaidea spariva girando e ricompariva sempre più bassosemprepiù vicino al cuore.

«Dunque?»tornò a chiedere Luisarientrando. Franco la guardò unmomento in silenziola scrutò. Poi si alzò e leafferrò le mani. «Dimmi se sai niente!»diss'egli. Ella indovinòma quello sguardo e quel modo laoffesero. «Comese so niente?»esclamò accesa involto. «Me lo domandi così?» «Ah tu sai!»gridò Francogittando da sé le mani di lei e levandole braccia in alto.

Ellapresentì ciò che venivail sospetto della suacomplicità col professorela propria smentital'offesamortaleirrimediabile che Franco le avrebbe fatto senell'iranonavesse creduto alla sua parolae giunse le mani spaventata. «NoFranconoFranco»diss'ella sottovoce e gli gettò lebraccia al collovolle chiuder coi baci le labbra di lui. Ma eglifraintesecredette che volesse domandar perdono e la respinse. «Lososìlo so»diss'ella tornando appassionata al suopetto«ma l'ho saputo dopoquando era cosa fattane ho avutosdegno come tepiù di te!» Ma Franco aveva troppobisogno di sfogarsidi offendere. «E come vuoi che ti creda?»esclamò. Ella indietreggiò con un gridopoi gli feceancora un passo incontrogli stese le braccia. «No»supplicò straziata«dimmi che mi credidimmelo subitosubito perché altrimenti tu non saitu non sai!»

«Cosanon so?»

«Tunon sai come sono io che ti amerò ancora ma non vorròpiù essere moglie per teche potrò soffrir tanto manon cambiaremai più! Capisci cosa vuol dire mai più

Eglila trasse a séla sottile persona ansantele strinse le manida rompergliele e disse con voce soffocata: «Ti crederòsìti crederò». Luisa che lo guardava lagrimosachiese una parola migliore. «Ti crederò»disse«ti crederò

«Ticredoti credo.»

Locredeva davvero ma dov'è ira è sempre anche orgoglio.Non volle subito arrendersi del tutto; il suo accento fu piuttostod'un uomo compiacente che d'un uomo convinto. Restarono ambeduesilenziositenendosi per le manicominciarono a sciogliersi l'undall'altro via via con un impercettibile moto. Fu Luisa che infinedolcementesi staccò del tutto. Sentiva la necessitàdi troncar quel silenzioparole calde non ne trovavaparole freddenon ne volevasi mise a raccontare senz'altro come avesse saputo dalGilardoni del malaugurato viaggio a Lodi. Parlava con vocetranquillanon propriamente fredda ma tristestando seduta allatavola in faccia a suo marito. Mentre riferiva le confidenze delprofessoreFranco si riaccendevala interrompeva continuamente: «Enon gli hai detto questo? - E non gli hai detto quello? - Non gli haidetto stupido? - Non gli hai detto bestia?». La prima voltaLuisa lasciò correrepoi protestò. Aveva giàdetto di essersi sdegnata per lo sproposito del Gilardoni; parevaquasiadessoche suo marito ne dubitasse! Franco si chetò madi mala voglia.

Quandoil racconto fu terminato si scagliò ancora contro il filosofobalordotanto che Luisa lo difese. Era un amicoaveva erratogravementegravissimamentema con buona intenzione. Dove andavano afinire le massime di Francola caritàil perdono delleoffeses'egli non perdonava neppure a chi aveva voluto fargli delbene? Ella pensòquicose che non disse. Pensò cheFranco perdonava moltissimo quando a perdonare c'era follia e gloriae perdonava pochissimo quando c'erano semplicemente ottime ragioni difarlo. Franco a udirsi parlar da lei di caritàs'irritònon osò dire che si sentiva superiore a un attacco similemaritorse poco generosamente il colpo. «Ecco!»esclamòcon una reticenza piena di sottintesi. «Tu lo difendi! Già!».

Luisaebbe un sussulto nervoso delle spallema tacque.

«Eperché non parlaretu?»riprese Franco. «Perchénon raccontarmi tutto subito?»

«Perchéquando rimproverai Gilardoni egli mi supplicò di tacere ed iocredetticom'era anche veroche fosse inutilea cosa fattadartiun dispiacere così grande. L'ultimo dì dell'annoquando sei andato in colleravolevo dirtelovolevo raccontarti ciòche mi aveva confidato Gilardonite lo ricordi? E tu non haiassolutamente voluto. Non ho insistito anche perché Gilardoniha detto alla nonna che noi non ne sapevamo niente.»

«Nonlo ha creduto! Naturale!»

«Ese io parlavo cosa ci poteva far questo? Così Pasotti avràben capito che tu non sapevi niente!»

Franconon replicò. Allora Luisa gli chiese di raccontarle ilcolloquio e stette ad ascoltarlo senza batter ciglio. Ella indovinòcon l'acume dell'odioche se Franco avesse accettato di entrarenegl'impieghisarebbe venuta fuori l'ultima condizione: separarsidallo zioda un impiegato destituito per ragioni politiche.«Certo!»diss'ella«avrebbe voluto anche questo!Canaglia!» Suo marito trasalì come se quella scudisciataavesse toccato il sangue anche a lui... «Adagio»diss'egli«con queste parole! Primaè una supposizionetua; e poi...»

«Èuna supposizione mia? E il resto? E offrirti una viltàsimile?»

Francoche aveva risposto a Pasotti con furorerispose ora mollemente a suamoglie.

«Sìsì sìma insomma...»

Adessoera lei che diventava violenta. L'idea che la nonna osasse proporreloro l'abbandono dello zio la faceva quasi impazzire. «Almenoquesto»diss'ella«mi consentirai: che pietà nonne merita! Dio miopensare che questo testamento c'è ancora!»

«Oh!»esclamò Franco. «Torniamo da capo?»

«Torniamoda capo! Hai tu il diritto di pretendere che io neanche pensineanche senta come non piace a te? Sarei vilemeriterei di essereuna schiavae non voglio poi essere né una cosa nél'altra.»

Laribelle intravvedutasentita qualche volta da Franco attraversol'amantela creatura dall'intelletto forte sopra l'amore eorgogliosonon potuta mai conquistare interamentegli stava ora difrontetutta vibrante nella coscienza della sua ribellione.

«Vabene»disse Franco parlando a se stesso. «Sarebbe vilesarebbe schiava. Si ricorda Ella nemmeno più che domani vadovia?»

«Nonandar via. Resta. Eseguisci la volontà del tuo povero nonno.Ricordati quello che mi hai raccontato sulla origine della sostanzaMaironi. Restituisci tutto all'Ospitale Maggiore. Fa giustizia.»

«No!»rispose Franco. «Chimere! Il fine non giustifica i mezzi. Ilvero fine poiper teè colpire la nonna. Questa storiadell'Ospitale è il mezzo di giustificarlo. Nonon mi serviròmai di quel testamento. L'ho anche dichiarato a Pasotticon paroleda farmi sputare in faccia se cambiassi! E parto domattina.»

Seguìun lungo silenzio. Poi le due voci ripresero il dialogogelate etristi come se nell'uno e nell'altro cuore vi fosse adesso qualchecosa di morto.

«Haipensato»disse Franco«che farei anche disonore a miopadre?»

«Inche modo?»

«Primaper la forma oltraggiosa delle disposizioni e poi perché fareisupporre la complicità di mio padre nella soppressione deltestamento. Giàtu non le capisci queste cose. Che te neimporta?»

«Manon è necessario parlar di soppressione. Può darsi cheil testamento non sia stato trovato.»

Nuovosilenzio. La stessa candela di sego che ardeva sulla tavola aveva unaespressione lugubre. Luisa si alzòraccolse da terra lostivale del bisnonno e si dispose a incominciar il suo lavoro. Francoandò ad appoggiar la fronte alle invetriate della finestra. Virimase un pezzoassorto nella contemplazione delle ombre dellanotte. Poi disse pianosenza volgere il capo:

«Maimai l'anima tua non è stata tutta con me».

Nessunarisposta.

Eglisi voltòadessoe domandò a sua moglieaffatto senzacolleracon la dolcezza inesprimibile che aveva nei momenti didepressione fisica o moralese gli era accadutofin dal principiodella loro unionedi mancare verso di lei. Gli fu risposto unimpercettibile: «No».

«Alloraforse non mi amavi come ho creduto?»

«Nono no.»

Franconon era sicuro di aver inteso bene e ripeté:

«Nonmi amavi?»

«Sìsìtanto.»

Lospirito di lui si rialzòun'ombra di severità glirientrò nella voce.

«Eallora»diss'egli«perché non mi hai dato tuttal'anima tua?»

Ellatacque. Aveva prima tentato invano di riprendere il lavoro. Le manitremavano.

Eadesso veniva questa domanda terribile! Doveva o non dovevarispondere? Rispondendorivelando per la prima volta cose sepolte infondo al cuoreavrebbe allargata la scissura dolorosa; ma poteva nonessere leale? Il suo silenzio durò tanto che Franco le chieseancora: «Non parli?». Ella raccolse tutte le proprieforze e parlò.

«Èverol'anima mia non è mai stata interamente con te.»Tremò nel dir cosìe Franco non respirava più.

«Misono sempre sentita diversa e staccata da te»riprese Luisa«nel sentimento che deve governare tutti gli altri. Tu hai leidee religiose di mia madre. Mia madre intendeva e tu intendi lareligione come un insieme di credenzedi culto e di precettiispirato e dominato dall'amor di Dio. Io ho sempre avuto ripugnanza aconcepirla cosìnon ho mai potuto veramente sentireperquanto mi sforzassiquesto amore di un Essere invisibile eincomprensibilenon ho mai potuto capire il frutto di costringer lamia ragione ad accettare cose che non intende. Però mi sentivoun desiderio ardente di dirigere la mia vita a qualche cosa di benesecondo un'idea superiore al mio interesse. E poi mia madre mi avevatalmente penetratacon l'esempio e con la parolade' miei doveriverso Dio e la Chiesache i miei dubbi mi davano un grandissimodoloreli combattevo quanto potevo. Mia madre era una santa. Ogniatto della sua vita corrispondeva alla sua fede. Anche questo potevamolto sopra di me e poi sapevo che la maggiore afflizione della suavita era stata l'incredulità di mio padre. Ho conosciuto teti ho amatoti ho sposatomi sono confermata nel proposito didiventarenelle cose di religionecome teperché tu ericome mia madre. Ma eccoun po' alla voltaho trovato che tu non ericome mia madre. Debbo dire anche questo?»

«Sìtutto.»

«Hotrovato che tu eri la bontà stessache avevi il cuore piùcaldopiù generosopiù nobile della terrama che latua fede e le tue pratiche rendevano quasi inutili tutti questitesori. Tu non operavi. Tu eri contento di amar mela bambinal'Italiai tuoi fiorila tua musicale bellezze del lago e dellemontagne. In questo seguivi il tuo cuore. Per l'ideale superiore tibastava di credere e di pregare. Senza la fede e senza la preghieratu avresti dato il fuoco che hai nell'anima a quello ch'èsicuramente veroch'è sicuramente giusto qui sulla terraavresti sentito quel bisogno di operare che sentivo io. Tu lo saigiàcome ti avrei voluto in certe cose! Per esempiochisente il patriottismo più di te? Nessuno. Beneio avreivoluto che tu cercassi di servirlo proprio davveropoco o moltoiltuo paese. Adesso vai in Piemonte ma ci vai sopra tutto perchénon abbiamo quasi più da vivere.»

Francoaccigliatissimofece un atto iracondo di protesta.

«Sevuoi»disse umilmente Luisa«mi fermo.»

«Nonoavantifuori tuttoè meglio!»

Eglirispose tanto concitatotanto sdegnosoche Luisa tacque e soloripigliò il suo discorso dopo un altro «avanti!».

«Anchesenz'andare in Piemonte ci sarebbe stato da fare in Valsoldain ValPorlezzain Vall'Intelvi quello che fa V. sul lago di Comomettersiin relazione colla gentetener vivo il sentimento buonoprepararetutto ciò ch'è bene preparare per il giorno dellaguerrase verrà. Io te lo dicevo e tu non ti persuadevimifacevi tante difficoltà. Questa inerzia favoriva la miaripugnanza al concetto tuo della religione e la mia tendenza ad unaltro concetto. Perché religiosa mi sentivo anch'iomoltissimo. Il concetto religioso che mi si veniva formando semprepiù chiaro nella mente era questoin breve: Dio esisteèanche potenteè anche sapientetutto come credi tu; ma chenoi lo adoriamo e gli parliamo non gliene importa nulla. Ciòch'egli vuole da noi lo si comprende dal cuore che ci ha fattodallacoscienza che ci ha datodal luogo dove ci ha posto. Vuole cheamiamo tutto il beneche detestiamo tutto il malee che operiamocon tutte le nostre forze secondo quest'amore e quest'odioe che cioccupiamo solamente della terradelle cose che si possono intendereche si possono sentire! Adesso capisci come concepisco io il miodovereil nostro doveredi fronte a tutte le ingiustiziea tuttele prepotenze!»

PiùLuisa procedeva nel definire ed esprimere le proprie ideepiùsi sentiva contenta di farlodi esser finalmente sinceradi porsicon franchezza sopra un terreno proprio e fermo; più sispegneva dentro di lei ogni sdegno contro il maritopiù lesaliva nel cuore una tenera pietà di lui.

«Ecco»soggiunse«se si trattasse solamente di questo dispiacerecirca la nonnanon credi che avrei sacrificato mille voltel'opinione mia piuttosto che affliggerti? Bisognava bene che ci fossesotto qualche altra cosa. Adesso sai tuttoadesso l'anima mia l'homessa nelle tue mani.»

Ellalesse sulla fronte di suo marito un dolor cupouna freddezza nemica.Si alzòmosse adagio adagio verso di luia mani giuntefissandolocercando gli occhi che la evitavano e si fermò perviarespinta da una forza superiorebenché egli non avessedetto una parola né fatto un gesto.

«Franco!»supplicò. «Non mi puoi amare più?»

Eglinon rispose.

«Franco!Franco!»diss'ellatendendogli le mani giunte. Poi fecel'atto di avanzare. Egli si tirò bruscamente indietro.Stettero così a fronte in silenzioper un eterno mezzominuto.

Francoteneva le labbra serratesi udiva la sua respirazione frequente. Fului che ruppe il silenzio.

«Quelloche hai detto è proprio il tuo pensiero?»

«Sì.»

Egliteneva le mani sulla spalliera d'una seggiola. La scosse con violenzae disse amaramente: «Basta». Luisa lo guardò contristezza indicibile e mormorò: «Basta?». Eglirispose con ira: «Sìbasta basta basta basta!».Tacque un istante e riprese duramente: «Sarò unneghittosoun inerteun egoistatutto quello che vuoima non sonopoi un bambino da venirmi a quietare con due carezze dopo avermidetto tutto quello che mi hai detto! Basta!».

«OhFrancoti ho fatto malelo soma mi è costato tanto difarti male! Non puoi prendermi con bontà?»

«Ahprenderti con bontà! Tu vuoi ferire e che ti si prenda conbontà! Tu sei superiore a tuttitu giudichitu sentenziitusei la sola che intende cosa Dio vuole e cosa non vuole! Questo nosaidel resto. Di' pure di me quello che ti piace ma lascia stare lecose che non capisci. Occupati del tuo stivalepiuttosto!»

Eglinon voleva vedere in sua moglie che l'orgoglioe la sua stessacollera gli era nata quasi tutta d'orgogliod'amor proprio offesoera una collera impura che gli offuscava la mente e il cuore. Sìla moglie che il marito avrebbero creduto poter essere accusati ditutto fuorché d'orgoglio.

Ellatacqueriprese il suo postotentò riprendere il lavoromaneggiava nervosamente gli strumenti senza saper bene che sifacesse. Franco se n'andò in salasbattendo l'uscio dietro disé.

Nelbuio della salaabbandonata dopo le cinquesi gelava; ma Franco nonse n'accorse. Si buttò sul canapèsi diede tutto alsuo dolorealla sua colleraa una facileviolenta difesa mentaledi se stesso contro la moglie. Siccome Luisa si era levatafossepure con certi temperamenticontro lui e contro Diogli facevacomodo di confondere in cuor suo la propria causa con quelladell'altro mutoterribile Offeso. La sorpresal'amarezzal'iralebuone e le cattive ragioni gli fecero prima una turbinosa tempestanel cervello. Poi si sfogò a immaginare pentimenti di Luisadomande di perdonomagnanime risposte proprie.

Aun tratto udì Maria gridare e piangere. Si alzò perandar a vedere cos'avessema era senza lume. Allora attese un pocopensando che andrebbe Luisa. Non udì alcun movimento e labambina piangeva sempre più forte. Si accostò pianpiano al salottoguardò per il vetro dell'uscio.

Luisateneva le braccia incrociate sulla tavola e il viso appoggiato allebraccia. Non si vedevanoal lume della candelache i suoi beicapelli bruni. Franco si sentì cadere la colleraapersel'uscio e chiamò a mezza voce con certa severa dolcezza:«LuisaMaria piange». Luisa levò il visopallidissimoprese la candela e uscì senza dir parola. Suomarito la seguì. Trovarono la bambina a sedere sul lettotutta piangentespaventata da un sogno. Quando vide suo padre glistese le braccia supplicandolo con la voce grossa di pianto: «Noviapapàno viapapà!». Franco se la strinsein bracciola coperse di bacila chetòla ripose nelletticciuolo. Ella si teneva stretta una mano del papànon lavoleva in alcun modo lasciare.

Luisaprese un'altra candela sul suo tavolino da nottevolle accenderla enon le riuscivatanto le tremavano le mani. «Non vieni aletto?»le chiese Franco. Ella rispose «no»tremando più di prima. Franco credette indovinar in lei unasupposizioneun timoree se ne offese. «Ohpuoi venire!»diss'egli sdegnoso. Luisa accese il lume e disse piùpacatamente che doveva lavorare alle scarpette. Uscì esolamente sulla soglia mormorò: «Buona notte».Franco rispose asciutto: «Buona notte». Ebbe un momentol'idea di spogliarsil'abbandonò subito poiché suamoglie stava alzata a lavorare. Tolse una copertasi coricòvestitodalla parte del letticciuolo onde potersi tenere una maninadi Maria che non dormiva ancorae spense il lume.

Chedolcezzaquella manina cara! Franco la sentivabambinala suafigliuolainnocenteamorosa bambina e la immaginava donnatuttasua nel cuoretutta unita a lui nelle idee come nei sentimentiimmaginava che quella manina stretta volesse compensarlo del doloredatogli da Luisadirgli: papàtu e io siamo uniti persempre. Diogli venivano i brividi a pensare che forse Luisavorrebbe educarla nelle sue idee e ch'egli sarebbe lontanonon cipotrebbe far niente! Pregò il Signorepregò il Maestrocosì dolce ai bambinipregò Mariapregò lasanta nonna Teresapregò la sua propria mamma di cui sapevach'era stata tanto pura e tanto religiosa: «Custoditecustodite la mia Maria!». Offerse tutto se stessola felicitàterrenala salutela vita purché Maria fosse salvadall'errore.

«Papà»disse Ombretta. «Un bacio.»

Eglisi sporse dal lettosi chinò a cercar con le labbra il carovisino e poi le disse di taceredi dormire. Ella tacque un minuto echiamò:

«Papà».

«Cosa?»

«Nonho mica il mulo sotto il guancialesaipapà.»

«Nonocarama dormi.»

«Sìpapàdormo.»

Tacqueun altro minuto e poi:

«Lamamma è a lettopapà?»

«Nocara.»

«Perché?»

«Perchéti fa le scarpette.»

«Leporto anche in Paradisoiole scarpettecome il bisnonno?»

«Tacidormi.»

«Contamiuna storiapapà.»

Eglisi provò ma non aveva la fantasia né l'arte di Luisa es'imbarazzò presto. «Oh papà»disse Mariacon l'accento della compassione«tu non sai raccontar lestorie.»

Questolo umiliò. «Sentisenti»risposee si mise arecitare una ballata di Carrer


Albosco nacquepovera bambina

Gerolimina


rifacendosidopo quattro strofe che ne sapevasempre da capocon intonazionisempre più misteriose e abbassando via via la voce in unbisbiglio inarticolatofino a che Ombretta Pipìcullata dalmetro e dalla rimaentrò con essi nel mondo dei sogni. Quandola udì dormire in pace gli parve così crudele dilasciarlagli parve d'essere un tal traditore che vacillò nelsuo proponimento. Si rimise subito.

Ildolce dialogo con la bambina gli aveva alquanto pacificato erischiarato lo spirito. Incominciò ad aver coscienza di unaltro dovere che oramai gl'incombeva di fronte alla moglie:mostrarlesi uomo a costo di qualsiasi sacrificionella volontàe nell'azionedifenderecontro leila propria fede con le operepartirelavorare e soffrire; e poi... e poi... se Iddio santo vorràche il cannone tuoni per l'Italiaviaavantie venga pure unapalla austriaca che la faccia piangere e pregare anche lei!

Glisovvenne di non aver dette le sue preghiere della sera. PoveroFranconon gli era mai successo di recitarle a letto senz'assopirsia metà. Sentendosi abbastanza tranquillopensando che Luisatarderebbe forse molto a venireebbe paura di addormentarsi e sidomandò cosa direbbe se lo trovasse addormentato. Si alzòpian pianodisse le sue preghiereaccese quindi il lumesedettealla scrivaniasi pose a leggere e si addormentò sulla sedia.


Fusvegliato dagli zoccoli della Veronica che scendeva le scale. Luisanon era ancora venuta. Entrò poco dopo e non espresse alcunameraviglia di veder Franco alzato.

«Sonole quattro»diss'ella. «Se vuoi partire manca mezz'ora.»Occorreva partire alle quattro e mezzo per essere sicuramente aMenaggio in tempo di pigliar il primo battello che veniva da Colico.Invece di andar a Como e quindi a Milano come s'era annunciatoufficialmenteFranco doveva scendere ad Argegno e salire a S.Fedelecalare in Svizzera per la Val Mara o per Orimento e ilGeneroso.

Francoaccennò a sua moglie di taceredi non svegliare Maria. Poiancora con un silenzioso gestola chiamò a sé.

«Parto»le disse piano. «Ieri sera sono stato cattivocon te. Tidomando perdono. Dovevo risponderti diversamenteanche avendoragione. Tu conosci il mio temperamento. Perdonami. Almeno nonserbarmi rancore.»

«Perparte mia non ne sento affatto»rispose Luisa con dolcezzacome uno che facilmente è benigno perché si sentesuperiore.

Gliultimi preparativi furono fatti in silenzioil caffè fu presoin silenzio. Franco andò ad abbracciare lo zio che non avevasalutato la serapoi entrò solo nell'alcovasi inginocchiòal lettuccio di Mariasfiorò col labbro una manina chependeva dalla sponda. Ritornando in salotto vi trovò Luisa conlo scialle e il cappellole domandò se veniva a Porlezzaanche lei. Sìveniva. Tutto era prontola borsa a manol'aveva Luisala valigetta era in barcal'Ismaele aspettava allascaletta della darsena con un piede sullo scalino e un piede sullaprua del battello.

LaVeronica accompagnò i viaggiatori col lumediede il buonviaggio al padronetutta compuntaavendo odorata la burrasca.

Dueminuti ancora e il pesante battello spinto da Ismaele con la rematalenta e tranquilla «di viaggio» passava sotto il murodell'orto. Franco mise il capo al finestrino. Passarononel chiarorfioco della notte stellata senza lunai rosaii capperile agavipendenti dal muropassarono gli aranciil nespoloil pino. Addioaddio! Passarono il Camposantola «Zocca de Mainé»la stradicciuola fatta tante volte con Mariail Tavorell. Franco nonguardò più. Non c'era il solito lumequella nottenelcasottino del battello ed egli non poteva vedere sua moglieche nonparlava.

«Vienia Porlezza per le carte del notaio»diss'egli«oproprio per accompagnar me?»

«Anchequesto!»mormorò Luisatristemente. «Ho volutoesser leale con te fino all'estremo e tu te ne sei offeso. Mi domandiperdono e poi mi dici queste cose. Capisco che non si puòesser fedeli alla verità senza soffrire moltomoltomolto.Pazienzaormai ho preso questa strada. Se son venuta peraccompagnartilo saprai. Non farmi abbassare a dirlo adesso!»

«Nonfarmi abbassare!»esclamò Franco. «Io noncapisco. Siamo tanto diversi in tante cosedel resto. Dio mio! comesiamo diversi! Tu sei sempre così padrona di te stessasaisempre esprimere i tuoi pensieri così esattamenteli conservisempre così netticosì freddi!»

Luisamormoro:

«Sìsiamo diversi».

Nonparlarono più né l'uno né l'altro fino aCressogno. Quando furono vicini alla villa della nonnaLuisa parlòe cercò che il discorso non cadesse fino a che la villa nonfosse passata. Si fece ripetere tutto l'itinerario stabilitosuggerìdi pigliar la sola borsa a mano perché la valigiaimbarazzerebbe troppo da Argegno in poi. Ne aveva già parlatocon Ismaele e Ismaele s'incaricava di portarla a Lugano e di spedirlaa Torino di là. Intanto la villa della nonna con le suesuggestioni sinistrepasso.

Eccoil santuario della Caravinaadesso. Due voltedurante i loro amoriFranco e Luisa s'erano incontrati alla festa della Caravina l'ottosettembresotto gli ulivi. E passò anche la cara piccolachiesa cinta d'ulivi sotto le rupi paurose del picco di Cressogno.Addiochiesaaddiotempo passato.

«Ricordati»disse Franco quasi duramente«che Maria deve dire le suepreghiere ogni mattina e ogni sera. È un comando che ti do.»

«Loavrei fatto anche senza comando»rispose Luisa. «So cheMaria non appartiene solo a me.»

Silenziofino a Porlezza. L'uscir dalla cala placida della Valsoldail vederaltre vallialtri orizzonti e il lago segnato dalle prime brezzedell'albatraevano i due viaggiatori ad altri pensierili facevanopensaresenza che ne sapessero il perchéall'avvenireincerto precorso da bisbigli annunciatori di grandi cosechepassavan di furto per il pesante silenzio austriaco. Si udìqualcuno gridare dalla riva di Porlezza e Ismaele si mise a remar dilena. Era il vetturinoil Toni Pollìnche gridava di farpresto se non si voleva perdere il vapore a Menaggio.

Eccogli ultimi momenti. Franco abbassò il vetro dell'usciolinoguardò quell'uomo come se avesse un grande interesse di udirnele parole.

Quandoapprodarono si voltò a sua moglie. «Esci anche tu?»Ella rispose: «Se credi». Uscirono. Una carrettella erasulla rivapronta. «Guarda»disse Luisa«chenella borsa troverai da far colazione.» Si abbracciaronosiscambiarono un bacio rapido e freddo davanti tre o quattro curiosi.«Fa che Maria»disse Franco«mi perdoni di esserpartito così»e furono le ultime sue parole perchéil Toni Pollìn insisteva«prestopresto!». Lacarrettella partì di gran trotto e con un gran fracasso difrustate per la strettascura viuzza di Porlezza.


Francoviaggiava sul Falcoda Campo verso Argegnoquando pensòdi prender qualche cosa. Aperse la borsa e gli balzò il cuorevedendo una lettera con questo indirizzo di carattere di sua moglie:«per te». L'aperse avidamente e lesse:


Setu sapessi cosa mi sento io nell'animaquel che soffrocome sonotentata di lasciar qui le scarpette delle quali m'intendo assai menoche tu non credae di venir da te a rinnegar quello che t'ho dettonon saresti così duro con me. Debbo aver molto peccato controla Verità perché mi sieno così difficili e amarii primi passi che faccio seguendo lei.

Tumi credi orgogliosa e io stessa mi credevo molto suscettibile: adessosento che le tue parole umilianti non potrebbero trattenermi dalvenirti a cercare. Ciò che mi trattiene è una Vocedentro di meuna Voce più forte di meche mi comanda ditutto sacrificare fuorché la mia coscienza della verità.

Ahio spero un premio di questo sacrificio! Io spero che possiamo ungiorno essere uniti con tutta l'anima.

Escoin giardinetto a coglier per te la brava rosellina che abbiamoammirata insieme ier l'altroche ha sfidato e vinto gennaio. Tiricordi quanti ostacoli erano fra noi quando la prima volta ebbi unfiore dalle tue mani? Io non t'amavo ancora e tu già pensavi avincermi. Adesso sono io che spero di conquistare te.


Mancòpoco che Franco lasciasse passare Argegno senza muoversi dal suoposto.



9.Per il paneper l'Italiaper Dio


Ottomesi doponel settembre del 1855Franco abitava una misera soffittaa Torinoin via Barbaroux. Aveva ottenuto nel febbraio un posto ditraduttore all'Opinionecon ottantacinque lire il mese. Piùtardi fece anche relazioni del Parlamento e lo stipendio gli fuportato a cento lire il mese. Il Dinadirettore del giornaleglivoleva bene e gli procacciava qualche lavoro straordinariofuorid'ufficiotanto da fargli prendere altre venticinque o trenta lireil mese. Franco viveva con sessanta lire il mese. Il resto andava aLugano e da Luganoper le mani fedeli d'Ismaelea Oria. Per vivereun mese con sessanta lire ci voleva una forza d'animo che lo stessoFranco non avrebbe credutoprimapossedere. Le ore d'ufficioiltradurreassai laborioso per un uomo pieno di scrupoli e di timiditàletterariegli pesavano più delle privazioni; e sessanta liregli parevano ancora troppesi rimproverava di non saper vivere conmeno.

Siera legato con altri sei emigratiparte lombardi parte veneti.Mangiavano insiemepasseggiavano insiemedisputavano insieme. MenoFranco e un Udinesegli altri erano fra i trenta e i quarant'anni.Tutti poverissiminon avevano mai voluto pigliar un soldo dalgoverno piemontese a titolo di sussidio. L'Udinese che apparteneva auna famiglia ricca e austriacante e da casa non riceveva nienteconosceva bene il flautodava quattro o cinque lezioni la settimanae suonava nelle orchestrine dei teatri di commedia. Un notaiopadovano copiava nello studio di Boggio. Un avvocato di CaprinoBergamascosoldato di Roma del 1849teneva i registri di un grandenegozio di ombrelli e di mazze in via Nuovaper cui gli amici lochiamavano il «Fante di bastoni». Un quartomilaneseaveva fatto la campagna del '48 nelle guide di Carlo Alberto; perquestoe per una certa sua boria meneghínail Padovano gliaveva posto nome «Caval di spade». La professione delCaval di spade era quella di litigare continuamente col Fante dibastoni per antagonismo di provinciad'insegnare la scherma in dueconvittiel'invernodi suonare il piano dietro una cortinamisteriosanelle sale dove si ballavano polke a due soldi l'una. Glialtri vivevano con miserabili assegni delle loro famiglie. Eranotutti scapolimeno Francoe tutti allegri. Si chiamavano e sifacevano chiamare «i sette sapienti». Dominavano Torinonella loro sapienzadall'alto di sette soffitte sparse per tutta lacittà da Borgo San Dalmazzo a Piazza Milano.

Lapiù misera era quella di Franco che la pagava sette lire ilmese. Meno il Padovanoa cui una sorella del portinaio di casaportava l'acqua nella soffittanessuno della compagnia si faceva deltutto serviree il Padovano avrebbe espiato bene la sua devota Margàcon le tormentose celie degli amicise non fosse stato il pacificofilosofo ch'era. Tutti si lustravano le scarpe da sé. Il piùdestro di mano era Franco e a lui toccava di attaccare i bottoni agliamici quando non volevano umiliarsi ricorrendo al Padovano e alla suaMargàla qualedel restocerte volte«o mi povradona!»ne vedeva capitare una processione. L'Udinese avevabene un'amanteuna piccola «tota» del primo baraccone dipiazza Castello sull'angolo di Po; ma era geloso e non permetteva cheattaccasse bottoni a nessuno. Gli amici se ne vendicavano chiamandola«tota bürattina» perché vendeva fantocci ebambole. Egli era del restograzie a «tota burattina»il solo della compagnia che avesse gli abiti sempre in ordine e lacravatta annodata con una grazia speciale. A mangiare andavano in unatrattoria di Vanchiglia battezzata «la trattoria del mal destomi» dove per trenta lire il mese avevano colazione e pranzo.Il loro lusso era il bicierìnun miscuglio di caffèlatte e cioccolatte che si aveva per quindici centesimi. Loprendevano la mattinai veneti al caffè Alfierigli altri alcaffè Florio. Meno Francoperò. Franco rinunciava albicierìn e al relativo torcèttpasta daun soldoper ammassare tanto che gli bastasse a far una corsa aLugano e portar un regaluccio a Maria. Andavano a passeggiarel'invernosotto i portici di Poquelli della Sapienzadalla partedell'Universitànon quelli della Folliadalla parte di S.Francesco; e poi sedevano al caffè dove uno della compagniaper turnoprendeva il caffè mentre gli altri leggevano igiornali e saccheggiavano lo zucchero. Una volta alla settimanainvece che andare al caffèsi cacciavanoper accontentare ilFante di bastoniin un buco di via Bertola dove si beveva il piùpuro e squisito Giambava.

Ateatro ci andava l'Udinese e in grazia suadi tanto in tantoqualche altrogratis; sempre alla commediaper lo piùal Rossini o al Gerbino. Per Franco il passar davanti ai manifestidel Regio e degli altri teatri di musicaera un supplizio moltomaggiore che lustrarsi le scarpe o far colazione con cinquecentimetri quadrati di frittata buonissima per osservare le macchiedel sole. Fortunatamente aveva conosciuto certo C.venetosegretario al Ministero dei Lavori Pubbliciil quale lo presentòalla famiglia di un distintissimo maggiore medico dell'esercitopurevenetoche possedeva un pianoricevevala seraalcuni amici e liristorava con un caffè eccellentequasi unicoin quei tempia Torino. Quando i sette sapientiper una ragione o per l'altranonpassavano la sera insiemeFranco andava a casa C.in piazza Milanoa far musicaa conversare d'arte con le signorinea disputar dipolitica con la signorauna fiera patriota veneziana di grandeingegno e d'animo anticoche aveva tutte eroicamente affrontate ledurezze e le amarezze dell'esilioincuorando il marito i cui primipassi erano stati assai difficili e amari; perché a luigiàreputatissimo professore dell'Università di Padovale carebenedette teste oneste e dure della rigida amministrazione piemonteseavevano imposto di subire un esame se voleva diventare capitanomediconiente meno.

Lacorrispondenza fra Torino e Oria non rispecchiava lo stato vero deglianimi di Franco e di Luisacorreva lisciaaffettuosacerto conmolti ritegni e cautele da una parte e dall'altra. Luisa si erafigurata che Franco avrebbe risposto alla sua letterina e sarebbeentrato nel grande argomento. Non vedendo che parlasse mai nédella letterina né di ciò ch'era stato fra loroquell'ultima nottearrischiò un'allusione. Non fu raccolta.In fatto Franco s'era messo più volte a scrivere col propositodi affrontare le idee di sua moglie. Prima di scrivere si sentivafortesi teneva sicuro che pensandoci avrebbe trovato facilmenteargomenti vittoriosi; gliene venivano anche alla penna di quelli chegli sembravan tali ma poiquand'erano scrittine scopriva subito lainsufficienzane stupivase ne dolevaritentava la prova e semprecon eguale successo. Eppure sua moglie aveva ben torto; di questo nondubitava un momento; dunque vi doveva essere modo di dimostrarglielo.Bisognava studiare. Cosa? Come? Ne domandò a un prete dalquale si era confessato poco dopo il suo arrivo a Torino. Questopreteun piccolo vecchietto contraffattofocoso e dottissimoloinvitò a casa suain piazza Paesanasi pose ad aiutarlo conentusiasmogli suggerì una quantità di libriparte dalegger luiparte da mandare a sua moglie. Forte orientalista e grantomistaprovando una vivissima simpatia per Francoattribuendogliun ingegno e una cultura forse superiori al veroper poco non glisuggerì di studiar l'ebraico e volle poi assolutamente cheleggesse S. Tommaso. Arrivò sino a dargli un abbozzo dilettera a sua moglie con gli argomenti che doveva sviluppare. Francos'innamorò subito del vecchietto entusiasta che aveva poianche nell'aspettola purezza d'un Santo. Si mise a studiar S.Tommaso con grande ardore e vi durò poco. Gli parve dimettersi in un mare senza fine e senza principiodi non potervisidirigere. Il disegno scolastico della trattazionequella uniformitànella forma dell'argomentare pro e controquel gelido latino densodi profondo pensiero e incolore alla superficiegli schiacciarono intre giorni tutta la buona volontà. Gli argomenti dell'abbozzodi lettera non li capì che in piccola parte. Se li fecespiegareli intese megliosi dispose a scendere in campo con essi esi trovò impacciato come David nell'armatura di Saul. Glipesavanonon li poteva maneggiaresenti che non erano roba sua eche non lo sarebbero diventati mai. Noegli non poteva presentarsi asua moglie col tricorno e con la tonaca del professor G.impugnandouna lancia di teologia e coprendosi con uno scudo di metafisica.Riconobbe che non era nato per filosofare in nessun modo; gli mancavapersino l'organo del rigido ragionamento logico; o almeno il suobollente cuorericco di tenerezze e di sdegnivoleva troppo parlareanche luia favore o controsecondo la propria passione. Suonandouna sera a casa C.tutto fremente e con gli occhi sfavillantil'andante della suonata op. 28 di Beethovengli capitò didire a mezza voce: «Ah questoquestoquesto!». NessunPadrepensavanessun Dottore potrebbe comunicar il sentimentoreligioso come Beethoven. Mettevasuonandotutta l'anima sua nellamusica e avrebbe pur voluto esser con Luisasuonarle il divinoandanteunirsi a lei pregando in un inenarrabile spasimo dellospiritocosì. Né gli venne in mente che Luisalaquale del resto sentiva la musica molto meno di luiavrebbepiuttosto dato all'andante il senso del doloroso conflitto fra ilproprio affetto e le proprie idee.

Andòda G.gli riportò S. Tommasogli confessò tutta lasua impotenza con parole così umili e commosse che il vecchiopretedopo qualche momento di silenzio accigliato e inquietogliperdonò. «Là là là»diss'egli riprendendosi con rassegnazione il suo primo volume dellaSomma«ca s'raccomanda al Sgnour e sperouma ca fassaChiel.» Così finirono gli studi teologici di Franco.

Tantomeditare sulle idee di sua moglie e sulle proprie e soprattutto ilconsiglio del professore «ca s'raccomanda al Sgnour» nonfurono senza frutto. Cominciò a intendere che in qualche cosaLuisa non aveva torto. Rimproverato da lei di non condurre la vitache secondo la sua fede avrebbe dovutoegli s'era offeso di ciòpiù che di tutto il resto. Adesso un generoso slancio lo portòall'altro estremoa giudicarsi sinistramentea esagerare le propriecolpe d'accidiad'ira e persin di golaa tenersi responsabile delleaberrazioni intellettuali di Luisa. E provò una smania didirlodi umiliarsi davanti a leidi separar la causa propria dallacausa di Dio. Quando ebbe il posto all'Opinione e regolòle proprie spese per poter fare un assegno alla famigliasua mogliegli scrisse che l'assegno era assolutamente troppo forte inproporzione dei suoi guadagni. Il saper ch'egli viveva a Torino consessanta lire il mese le rendeva amaro il cibo a lei. Allora egli lerisposequesto non proprio sinceramentecheanzi tuttonon pativamai la fame; chedel restosarebbe stato felice anche di digiunareperché provava un'avidità intensa di mutar vitadiespiar gli ozi passaticompreso il soverchio tempo dato ai fiori ealla musicadi espiar tutte le passate mollezzetutte le debolezzecomprese quelle per la cucina raffinata e per i vini scelti.Soggiunse che della vita passata aveva domandato perdono a Dio e checredeva doverlo domandare anche a lei. Insomma il Padovanocui siera legato di grande amiciziaudito recitarsi da luicome a riprovadi precedenti confessioniquesto brano di letteragli disse: «Ciòla par l'orazion de Manasse re di Giuda».

Luisascriveva molto affettuosamentesìma con minore effusione.Il silenzio di Franco circa l'argomento del colloquio doloroso lespiaceva; e cominciar leidi fronte a un silenzio cosìostinatonon le parve utile.

Ipropositi di lavoro e di sacrificio la commossero profondamente;quando lesse quella confessione da gran delinquente con la domanda diperdono a Dio e a leine sorrise e baciò la lettera sentendoch'era un atto di sottomissione e un'acquiescenza umile alle censureche tanto lo avevano a prima giunta irritato. Povero Francoecco glislanci della sua nobilegenerosa natura! Ma durerebbero? Risposesubito e se dalla risposta traspariva la sua commozionenetraspariva pure il sorrisodel quale Franco non fu contento. Nellachiusa v'eran questi periodi: «Leggendo tutte le accuse che tifai ho pensato con rimorso a quelle che t'ho fatto iouna tristenottee ho sentito che ci pensavi anche tu quando scrivevibenchéné questa lettera né alcuna delle altre tue ne abbiaparola. Di quelle accuse ho rimorsoFranco mio; ma delle altre cosea cui tanto penso nella mia solitudineoh come vorrei che parlassimoancorada buoni amici!».

Ildesiderio di Luisa restò vano. Su questo punto Franco nonrispose affattoanzi la sua prima lettera fu alquanto freddina.Perciò Luisa non ritornò più sull'argomento.Solo una voltaparlando di Mariascrisse: «Se tu vedessi comerecita il Padre nostromattina e serae come si comporta aMessala domenicasaresti contento».

Eglirispose: «Di quanto mi scrivi circa le pratiche religiose diMariasono contento e ti ringrazio».

SìLuisa che Franco scrivevano quasi ogni giorno e spedivano le lettereuna volta alla settimana. Ismaele andava alla posta di Lugano ognimartedìportava la lettera della moglie e riportava quelladel marito. In giugno Maria ebbe il morbilloin agosto lo zio Pieroperdette quasi improvvisamente l'occhio sinistro e ne fuper qualchetempomolto turbato. Durante questi due periodile lettere di Oriaspesseggiavano. In settembre la corrispondenza ritornòsettimanale. Tolgo dal fascio le ultime lettere scambiate fra Luisa eFranco alla vigilia degli avvenimenti onde furono colti alla fine disettembre.


Luisaa Franco


Oria12 settembre 1855


Ilriverito signor Ismaele ci ha fatto molto aspettare l'ultima tuaperché da Lugano invece di venire a Oria è andato aCaprino con alcuni amici suoi e delle Potenze Occidentali afesteggiare la presa di Sebastopoli nella cantina dello Scarselon elà ha bevuto «un cicinìn» e quindi èritornato a Lugano dove un altro «cicinìn» lo hafatto dormire come un salame fino a mercoledì mattina. Ha puredimenticato di spedirti il vasetto di lucido e così lo dovraiaspettare una settimana o pagarea Torinotanto più carosela provvista è finita. Me ne rincresce assai.

SeDina ti ha offerto di scrivere qualche appendice teatraletantomeglio. Così potrai udire gratis un po' di musica; benchésono anch'io dell'opinione del vostro Caval di spade che bisognaricondurre la musica italiana al tamburo. Quanto all'affare ValleIntelvilodo la tua prudenza. Essa è stata però cosìgrande che non sono certissima d'averti inteso bene. Ho inteso cheper prepararein caso di guerraun movimento alle spalle dei nostrisignorioccorrono alcune persone sicure cui far capo con leopportune comunicazioni da Torinosia direttamente sia per mezzo delComitato di Como. A ogni modo andrò io stessa domani a PellioSuperiore dove c'è un medico condotto grande amico di V. esicurissimo. Parlerò con luiintanto. Per quella foderasdrucita non ti crucciare. Basta che porti l'abito a Lugano quandoverrai. Ci penserò io e posso anche promettere di foderarti lemaniche di setagrazie ad una sottana che mia madre mi diceva esserevenuta in casa Ribera da casa Affaitati nel secolo scorsounasottana gialla a fiorami rossi che né io né Ombrettaporteremo certo mai.

Ombrettasta benissimo. Da tre giornideclinando il caldoha ripreso i suoicolori. Stamattina le ho dato la prima lezione di lettura col metodoLambruschini.

Tuttosi trasforma e progredisce nella nostra casa! Questa sorte ètoccata ieri all'antico cartellone della tombolacon dolore muto mapalese della Cia. Ne ho fatto strage per tagliarne fuorioltre acinque quadratini per le vocaliparecchi altri quadrati piùgrandidove ho disegnatoimmagina come! le figure di so-lelu-naca-nebu-eecc. Maria ha imparate le vocali con prontezzasufficiente. A mezza lezione è entrato lo zio Piero e haesclamato: «Oh povero me!». Poimalgrado le mieprotesteha molto compianto Maria. Ella ha risposto che studiava perscrivere a papà. «Scrivere a papà» èla sua idea fissa e io credo che se la facessi scrivere conducendolela manoperderei forse il più forte stimolo che possoadoperare con lei come maestra di letturapoiché sa che primadi scrivere deve imparare a leggere. Il suo affetto per te viensempre fuori con una mistura di amor proprio. Parla come se fosse unbisognonon suo ma tuomiodell'universo intero che Ombretta Pipìscriva a papà. Uno di questi giorni mi udì sgridar laVeronica perché ha la cattiva abitudine di buttar dalla cucinal'acqua sporca sul carrubo che n'è intristito. Ricordai allaVeronicanaturalmentequanto il carrubo è caro a te. Marial'udiva che brontolava tra sé contro il povero carrubo perchémanda ombra in cucina e gli augurava di crepare. «Taci!»le intimò Maria con una forza inesprimibile. «Ti mandovia se non taci.» L'altra la rimbeccò e Maria fuori apiangere. Io udii e accorsi. «Perché piangi?»«Perché la Veronica dice brutte parole alla pianta dipapà.» Bisognava vedere che visetto irritato! Adesso falei la guardia al carrubonon se ne allontana senza una predica allaVeronica e prende un'aria d'importanza come se la vita del carrubofosse affidata a lei. Ogni mattinaquando va in giardinettocorrelì e dice: «Stai benepianta?». Oggi ha versatomolte lagrime perché la breva soffiava scotendo forteil carruboe poi ch'ella gli ebbe fatta la solita domandaio ledissi: «Vedi che non sta bene il carrubo? Vedi che risponde dino?». Più tardi mi domandò se il carruboquandomuoreva in Paradiso. Le risposi che siccome il carrubo disturba laVeronica mandando l'ombra in cucinanon può andare inParadiso. Tacque mortificata.

Lozio Piero è ormai rassegnato del tutto alla perdita del suoocchio. Si paragona ad un altare dove si dice messa e il chierico haspentodurante l'ultimo vangelouna delle due candele. Dopo pranzoegli e Maria fanno in loggia delle conversazioni senza finenon piùinterrotte dal corso del Mississipìoramai dimenticato. Lozio le racconta tante vecchie cose che non ha mai raccontato neppurea me. Io non entroallorain loggiaperché credo che siapra più volentieri con la piccina sola. Si vogliono un granbene e non si fanno mai o quasi mai baci né carezzecome seMaria fosse una persona grande.


13


Stamattinaho preso con me la Leula sorella della Veronicach'ècloroticaper condurla a consultare il medico di Pellio; capisci!Abbiamo impiegato due ore e mezzo da Osteno. Tu avresti goduto conentusiasmo la bellezza dei luoghi e della mattina. Io invece non mene commossi che un momento fra i vecchi castagni di Pellio Superioredove voltandosi a guardar giù la valle si scoprein fondo aquel grande imbuto verdePorlezza e un pezzetto di lagouna piccolacoppa di acqua vivaverde anche quella. Ti ricordi che abbiamo fattocolazione insieme lassùnel tempo in cui ero ancora signorinae che l'Ester si è accorta di qualche cosa quando mi haiparlato di mia madre?

Hotrovato il mio medico condotto alla fontana di «Pèllsora»fra le pecorecome un patriarca. Gli ho fatto visitarela Leu e poiallontanata questaabbiamo parlato. Non sapeva che seia Torino e al solo nome di Torino mi afferrò e mi strinse lemani come se la moglie d'uno ch'è a Torino fosse giàuna specie di eroina. Credeva poi che corrispondendo con Torino ioavessi il piano di Cavour in una tasca e quello di Napoleonenell'altra. È un bonapartista così sfegatato che gli èamara l'alleanza inglese e dice «la perfida Albione». Siteneva sicurissimodel restodella guerra a primavera e non glipiacque udire che ci sono dei dubbi. Credo che mi abbia subitoammirata meno. Quanto ad agire nel momento buonodice che inVall'Intelvi si faranno tagliare a pezzise occorre«comemicch». Perché parla sempre in pluraledice «nünchì». Non ha l'aria d'uno spaccamonti. Parlando divenire alle mani coi Croati diventò più rosso dell'assodi cuori e vibrava tutto come un bracco quando gli si mostra un pezzodi pane. «Nün chì»mi disse«gh'emmpoeu anca el Brenta.» Saihanno a vendicare il Brentafucilato dagli austriaci. Insommase la parte miaquando scoppieràla guerranon fosse di liberare la «süra Peppina» edi buttare ai cavedini il suo Carlasciaandrei volentieri a battermiinsieme al dottore di Pellio.

Ritornammoalle tre. Lo zio giuocava a tarocchi col curatocon Pasotti e colsignor Giacomo. Il curato aveva la Gazzetta Ticinese e si eramolto parlato di Sebastopoli. Si capisce che Pasotti ha una granrabbia come tutti i tedesconi. Invece il signor Giacomo era tuttointenerito per il suo Papuzza e il curato propose di bere unabottiglia alla salute di Papuzza. Allora lo zio Piero gli domandòse non aveva vergognaegli pretedi festeggiare le buone fortune diPapuzza. «Mi l'era per bev»brontola il curato. «L'èben che ghe n'è minga»risponde lo zio. Il curatobrontolò peggio di prima e lo zioper consolarlogli feceuna dotta dissertazione sui dialetti lombardiconcludendo: «Ghen'è noghe n'è minga e ghe n'è miga».


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Noncredo che Pasotti verrà più in casa nostra. Me nerincresce per quella povera Barborin che non potrà piùvenirci neppur leitemo; ma non mi pento di quel che ho fatto.

Eglisa benissimo che sei a Torino da un pezzocome qui lo sanno tutti.Ne ha parlato persino col Ricevitoreme lo disse la Maria Pon chestando alla cappella del Romìt li udì mentre scendevanodiscorrendo ad Albogasio Superiore. Quando è venuto da noi haaffettato sempre d'ignorarlo e ha domandato le tue notizie con quellesue solite smancerie di premura e di amicizia. Oggi mi trova sola ingiardinettomi domanda quanto ancora starai assente e se adesso seia Milano. Io gli rispondo netto che mi meraviglio della sua domanda.Egli diventa pallido. «Perché?»dice. «PerchéLei va dicendo che Franco è in ben altro luogo.» Siconfondeprotestafreme. «Protesti pure»dico io.«Tanto è inutile. Lo so. Del resto Franco sta benissimodov'è. Lo dica pure a chi crede.» «Lei mioffende!»diss'egli. Io non stetti tanto a riflettere erisposi: «Sarà!». Allora se n'andòprecipitosamentesenza salutarminero come l'asso di picchepoichésono in vena di simili paragoni. Sono sicura che stasera andràa Cressogno.

IlCüstant ci ha mandato a regalare una magnifica tinca presa dalui stamattina con gran dispetto del Biancòn che pesca tuttoil giornonon prende niente e si arrabbia perché le tinchebrave! se ne impipano di S. M. I. R. A. e del suo Carlascia. «Poeromàsc!»dice la súra Peppina. «El semangia el fidegh!». Gli passeràgli passerà.


Mitisensipace amica

Tornanpresto a nobil cor;

Dioconservi e benedica

FerdinandoImperator.


15


Horaccontato allo zio l'episodio Pasotti e n'è stato assaimalcontento. «Bel profitto»ha detto«che necaverai!» Povero zioparrebbe un utilitario. Invece èun filosofo. In fondodi fronte agli sdegni miei per tante bruttecose che sono nel mondoil suo argomento capitale è «ghevoeur alter!».

Oggila messa parrocchiale è stata ad Albogasio Superiore.Nell'uscire di chiesa con Maria ho avuto uno sguardo desolato dellapovera Pasotti che aveva evidentemente l'ordine di evitarmi. Invece èdiscesa con noi Ester e poi è anche salita in casa e mi hatenutoa quattr'occhiun discorso che da qualche tempo miaspettavo. Ha cominciato pregandomi di non ridere e ridendo lei.Insomma capisci che il professoredalli e dalliha fatto un po' dibreccia. E cosìquantunque Ester affermi di non poterdecifrare i propri sentimenti. Io vedo tutto il cammino ch'egli hafatto nel suo cuore. Sulle primete ne ricordi? lo chiamavavalsoldesemente el veccel veggiònel zücca peladal'oreggiàtel nasònel barbarostì. Quandos'accorse della simpatia di lui un sentimento di gratitudine le fecesmettere questi titolisenza riconciliarla però né conil cranio lucido né con le orecchie a ventaglio né colpelo rossiccio né col naso fiorito dell'adoratore. Adesso de'primi tre guai non si parla più; su questi tre punti l'amicoha vinto la battaglia e può portarli in trionfo. Solo intornoal quarto punto vi è ancora del combattimento. «Mi l'èquel nas!»diceva Ester stamattina e rideva ridevasinascondeva il bel visetto brillante. Il naso scandaloso mi pare chefatalmente prosperisi colori e ingrossi sempre più.

Quelsemplice uomo mi confidò poco faforse perché loripetessi a Esterche ha sempre bevuto solamente acqua anche ingioventù e che il rossore e il turgore del suo naso dipendonoda frequenti sofferenze viscerali. Ho paura che questo nuovo aspettodelle cose non migliori la situazione.

Credoperò che l'amica finirà con superare anche un cosìgrande e grosso ostacolo. Il fatto è che la passione di lui èall'apice. Egli le ha scritto trenta pagine di confessione generalevuotandosi proprio il cuore e rivoltandone la foderaper modo daintenerire un croato. Io lo aiutai presso Ester che decideràentro due giorni e vuole che la risposta gli sia fatta da me. Io poicapisco che la letteratura del professore le mette soggezione e cheha un gran timore di fare sbaglietti di ortografia. Buon segno!


18


Sonostata tre giorni senza scrivere temendo non esser padrona della miapennanon saper comprimere il mio pensiero dentro parole che devonoavere una data misura e non più. Adesso lo posso fare e lofaccio. Sappi peròFrancoche non rispondo esser padrona dime sempre!

Èvenuto dunque da mela sera del 15l'agente di tua nonna. Poichéla rata semestrale de' tuoi interessi scade il 16 ho creduto cheavesse le cinquecento svanziche e gli ho detto senz'altro che andavoa preparargli la ricevuta. Allora il gentilissimo signor Bellini midisse che la ricevuta mia non gli poteva bastare. «Come»rispondo«se Le è bastata il 16 marzo?» «Ma!»dice. «I miei ordini!» «Ma Franco non c'è.»«Lo so.» «E alloracosa è venuto a fare?»«Sono venuto a dirle che il signor don Francoper avere ildenaro deve presentarsi all'agenzia della signora marchesa inBrescia.» «E se non potesse andare a Brescia?» Quiil signor Bellini fece un gesto come per dire: pensateci voi. Io glirisposi che andava benegli feci portare il caffè e gli dissiche avrei desiderato comperare dalla signora marchesa le librerie deltuo antico studio di Cressogno. Il Bellini diventò giallo epartì mogio mogio come il nostro vecchio cane Patò dicasa Rigey quando aveva rubato.

Ècerto che in questa immondizia vi ha un dito del signor Pasotti.

Ieriè venuto qua il prefetto della Caravina e ha raccontato che il14 sera Pasotti è andato a Cressogno assai tardi ed ècapitato in casa della nonna mentre si diceva il rosarioper cui glitoccò pure di rosarieggiare. Questo faceva ridere il prefetto;secondo lui il Pasotti va a messa perché è I. R.pensionato ma di preghiere dice solo «el Patèr d'iratt»che io non so cosa sia. Soggiunse poi che quando glialtri partironoPasotti restò a confabulare con la nonna eche c'era anche il Bellini. Bellini era arrivato il 15 stessodaBrescia. Probabilmente aveva recati i denari per te.

Finoall'ottobrequando arriverà il denaro tuoc'è davivere. Altro non dico.

Ilciclamino che troverai qui dentro te lo manda Maria. Devo pureraccontarti questa cosa! Puoi pensare in quale stato d'animo ella mivede. Mi ode anche spesso discorrere dell'argomento con lo zio. Lozio è sempre lo zio. In vita sua ha solamente giudicatobirbanti quegli appaltatori che gli offrivano quattrini e un altrozioil suo antipodoche dopo di essersi servito del nipote peranninon gli ha lasciato un fico secco. Altri birbanti non ha maivoluto vedere e neanche adesso vuol vederne. Oraquando io discorrocon luiMaria vorrebbe ascoltare sempre. Io la mando via ma poitante volte mi accorgo che piano piano ritorna. Stamattina si mette arecitare le sue orazioni. OhFrancotua figlia è benreligiosa nel senso tuo! L'ultima che recita è il requiemper la povera nonna Teresa. «Mamma»dice allora«vogliorecitare il requiem anche per la nonna di Cressogno.» Horisposto quel che ho rispostoparole amare; avrò fatto anchemalese vuoilo confesso. Maria mi guarda e fa: «Èproprio cattiva la nonna di Cressogno?». «Sì.»«E perché lo zio dice che non è proprio cattiva?»«Perché lo zio è tanto buono.» «E tualloranon sei mica tanto buona?» Cara la mia innocenteme lamangiai di bacinon ne potei proprio a meno. Appena fu libera diparlareriprese subito: «Non vai micasaiin Paradisosenon sei tanto buona». Quella del Paradiso è la suafissazione. Povero Franconon averla con tetu che saresti cosìcontento di lei! Fai un gran sacrificio! Se ti può far piacereti dirò che la sola possibilità per me di amare Iddiola trovo in questa bambina perché in essa Iddio mi diventavisibileintelligibile.

AddioFranco; ti abbraccio


Luisa


P.S.Sappi che ho licenziato la Veronica per il 1° ottobre. Pereconomiaprima; e poi perché mi sono accorta che fa all'amorecon una guardia di finanza. Ohmi scordavo quest'altra! Mezz'ora faè venuta Ester a dirmi che si è decisa per il sìma che desidera di aspettare ancora un giorno a vedere il professore.Si capisce che il naso è inghiottito ma non ancora passato giùnello stomaco.



Francoa Luisa


Torino12 settembre 1855


IerseraDina mi ha mandato al d'Angennes dove si è data male un'operavecchiotta che non mi garbaMarin Faliero. Aggiungi l'ideatormentosa di dover scrivere l'appendice e intenderai che non èstato un invitarmi a nozze. Un collega mi propose di presentarmi inun palco dov'erano due dame sfoggiatamente eleganti. Credo l'abbiafatto per desiderio del Dina perché esitavagittava qualcherapida occhiata ai miei panni i quali mostrano aperto il cancherodella borsa. Pensa se mi fu agevole il trarmi d'impaccio!


Pannivetusti

Fedelie frusti


videbbo anche per questo una gratitudine che non rifiuto.

Inteatro non si parlava che di Sebastopoli. I più credono che lapace non si faràche l'Inghilterra non vorrà posare learmi prima d'aver levato ai russi per cinquant'anni il prurito delleconquiste. Uscendo dal teatro udii il deputato B.un fieroavversario della spedizionedire a qualcuno: «Hanno preso laloro tomba. Un piccolo Napoleoneuna piccola Mosca!». Io dissiforte: «Hanno preso Verona». B. mi guardò con dueocchi fulminei e io guardai lui senza abbassare i miei. Egli sistrinse nelle spalle e se n'andò. Salii nella mia soffitta emi posi a scrivere l'appendice sui margini di un giornale onde nonsciupare carta.

Scrivicancellariscrivi e ricancellane son venuto a capo alle quattrodel mattino. Qui mi dicono che i miei periodi hanno una forma troppoclassica e che adopero troppi vocaboli e modi toscani. «GiàLeicol Suo Giusti!»mi ha detto D. Il guaio è ch'ionon so scrivere un italiano piemontese come forse piacerebbe a lui.Intanto mi son buscato un bellissimo e lucentissimo scudo nuovo dizecca con un Vittorio Emanuele così parlante che potrebbefarvi svenire dalla commozionecome svenne ier l'altro all'hôteldella Liguria una signora veneta vedendo passare alla testa d'unacolonna di fanteria il generale Giannotti che scambiòingrazia de' baffi maiuscoliper il Re. Io serberò lo scudovelo porterò a Luganotu lo porrai da parte e sarà laprima pietra della dote di Ombretta. Va bene? L'idea me n'èvenuta per un sogno che feci stamattinaappena addormentatonell'ora in cui l'anima


Allesue visïon quasi è divina.


Sognaich'era nella chiesa di S. Sebastiano di Oriacon te e Mariagrandebellavestita da sposa; che lo sposo era Michele Steno e che lo zioPiero si stava mettendo cotta e stola per celebrar lui il matrimonioe che Michele Steno si alzò dall'inginocchiatoio per venirmi adire: «Sìtutto va benema e la dotee la dote?».

Mariamia dolcissimaverrà pure per te il gran giorno della dote;quand'anche tu tenessi allora in serbo molti pezzi d'oro sopra loscudo d'argentoavresti tuttavia lo scudo più caro!


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IlFante di bastoni è in pericolo di essere licenziato dal suoprincipale per le condizioni veramente miserevoli del suo vestito. IlFante è per verità uno sciupone e non ha ancoraappresoduris in rebusa maneggiare una spazzola; ma insommagli altri sapienti hanno deciso che non faranno colazione per unasettimana ond'egli si possa rimpannucciare. Vedi bassezza del cuoreumano! Il Fante si è sbracciato a ringraziare e poi sidisponeva a far colazione luicome se nulla fosse. Questogliel'abbiamo proibito. Così oggi invece di andar al «Malde stomi» passammo una mezz'oretta sulla via del Poverso ilValentinoa veder l'acqua scendere. L'Udinese portò seco ilflautoperché ad una colazione ideale dove si offrivano lepiù trimalcioniane idee di cibi e di bevandela musica nonpoteva mancare. Egli aveva una lettera de' suoi con magnificheproposte di ritorno all'ovile. Persino il cavallo da sella glioffrono. Ci narrò di avere risposto che lo vedranno prestoarrivare sopra un cavallo del Re Vittorio Emanuele. Allora ilPadovanogran motteggiatoregli ha detto con tutta flemma: «Ciòeroesonistu anca el trombonti?». (Vedi che t'imitopoichéla ferula de' pedanti mi è lontananelle tue scandalosefamiliarità col dialetto.) L'Udinese si è arrabbiatoalquanto ma poi vi ha fatto su la sua brava sonatina di flauto. Ilfatto strano è che nessuno di noi ha sentito fame. Peròlevando la sedutaabbiamo deciso che l'abbigliamento del Fante verràsemplificato e ch'egli potrà benissimo fare a meno delgiustacuoremodernamente detto sottoveste.

Ahnoi faremmo a meno anche del pranzo per poter passare il Ticino colRe nell'aprile del 1856! Ne parlavamo tornando in città dallacolazione ideale. Il Padovano ha osservato che in aprile l'acqua ètroppo fredda e che sarebbe meglio aspettare fino a giugno. Si dicevache gran cosa sarà l'Italia senza tedeschi. Ti assicuroch'eravamo tutti entusiasti malgrado il vuoto dello stomaco. Tuttimeno il Padovanosempre; del quale va pur dettoa sua scusachepatisce la fameo quasiper non vedere austriacie che quantunquebussi all'uscio de' quaranta si batterà meglio di qualchegiovane che adesso si mangia un caiserlicchio a colazione e due apranzo. Egli crede che torneremo un paese di cani e gatti. «Peresempio»diceva«intendiamoci bene. Partiti i tedeschiciascuno a casa sua e guai a voi se venite a rompermi le scatole aPadova!». Mi pareva di udire lo zio Pieroquando noi pureaOrias'è parlato della grandezzadello splendore futurod'Italia. «Eh sì sì!»diceva. «Eh sìsì! Il lago diventerà di latte e miele e la Galbiga deformagg de grana!»

Vedremovedremo!


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Latua lettera mi suscita un tumulto di sentimenti che non si scrivono.

Miaddoloranosenza dubbiol'atto della nonna e la obliqua malevolenzadel Pasotti ma più mi affligge lo sdegno tuo troppo forte.Quando un mio procuratore si presenterà a Bresciailpagamento non potrà venire rifiutato. È verotu seidonna e non hai l'obbligo di conoscere queste cose. Anche la collerati perdono poiché freddo non rimasi nemmeno ioda principio.Quindi mi son detto: Di che ti sdegni e che ti sorprende? Nonconoscevi tu quel malanimo e non ne avesti offese maggiori?

Infinitamentemi rattrista che tu non abbia saputo celare i tuoi sentimenti aMariainfinitamente mi commuove che tu ne sia pentita einfinitamente mi consola che tu ami il Signore nella bambinache tume lo scriva. A dir verocaranon dovrei appagarmene cosìperché ad amare Iddio ne invitano i cieli e la terra ed Eglici è visibile in ogni luceintelligibile in ogni vero! Mainsomma tu incominci a udire la voce Sua! Nelle mie lettere non homai toccato questo punto per sentirmi troppo inetto a parlartenedegnamenteefficacemente. E ora lascio che Iddio ti parli nellabambinatorno nel mio silenzio. Sappi soltanto che ascoltopalpitanteche prego e spero.

Possoio dirti quello che sento per Maria? Chi potrebbe dire questacommozionequesta tenerezza immensaquesto desiderio che mi struggedi tenermela almeno un momentoun solo momentosul cuore? Credi tuche io possa attendere fino a novembre? No no noscriveròappendicicopieròmonterò qualche guardia per altrima verrò a Lugano prima! Coprila di baci per meintantodille che Papà ha sempre nel cuore la sua Ombretta e che labenedicedomandale cosa le farebbe piacere ch'io le portassi e poiscrivimelo senza pensar poi troppo alla mia povertà.

TiabbraccioLuisa miacon l'anima.


Franco



Luisaa Franco


24settembre 1855


Finalmente!Da quando sei partito io desiderai sempreche tu toccassi quelpunto. Come mi sarò spiegataquella nottenella miacommozione dolorosa? Come mi avrai inteso tu nella tua? Da mesi emesi sento il bisogno di parlarne con te e non l'ho fatto mai permancanza di coraggio.

Vediper esempio. Tu mi hai accusata d'orgoglioquella notte. Ti supplicodi credere che non sono orgogliosa; non posso neanche comprendereun'accusa simile!

Mipar di capire dalla tua lettera che tu mi supponga ritornata allafede in Dio. Ma t'ho io mai detto di non credere in Dio? Non possoaverti detto questo perché la storia de' pensieri miei mi ètutta scritta nella mentee lo spaventol'angoscioso pensiero dinon poter forse più credere in Dio mi son venuti dopo la tuapartenza; ne so il giorno e l'ora. Avevo udito parlare a S. Mamettedi un gran pranzo dato da tua nonna a Brescia e io non potevoassolutamente procurare al nostro diletto zio quel regime di cibi edi vino che il medicotemendo per l'occhio destroprescriveva. Holottato con quelle tenebre spaventoseFrancoe ho vinto. Èverola vittoria è in gran parte della nostra Maria. Vorreidire che se tante nere nuvole mi nascondono l'esistenza di unaGiustizia Superioreme ne trapela però un raggio in Maria; equesto raggio mi fa credere e mi fa sperare nell'Astro. Perchésarebbe orribile che l'universo non avesse un governo di giustizia!

Quellanottedunqueio ti ho potuto solamente dire che intendevo lareligione in un modo diverso da teche gli atti di fede cristiana ele preghiere non mi parevano essenziali all'idea religiosa ma l'amoree l'azione per quelli che soffronosì! Ma lo sdegno el'azione contro coloro che fanno soffriresì!

Etu vuoi ritornare nel tuo silenzio? Ma nonon lo devi. Ti sentideboledici. Debole te o il tuo Credo? Ragioniamodiscutiamo. Confessa che voialtri credenti amate le vostre credenzeanche perché sono un comodo riposo dell'intelletto. Viadagiate in esse come in un'amaca sospesa in aria per tante filalavorate dagli uominiannodate dagli uomini a diversi uncini. Voi vistate bene e se si va tentandosaggiando con la mano anche uno solodi questi filive ne turbate e avete paura che si spezziperchépoi molto facilmente si spezzerà il suo vicino e dopo questoun altro e tutto il vostro letto fragile rovinerà dall'aria interra con vostro spavento e dolore. Conosco questo spavento e questodoloreso che si paga così la compiacenza di camminar poi sulsolido e perciò non mi trattiene dal discutere teco una pietàche sarebbe falsa. Ma forse mi inganno e sarai tu che mi solleverai ate nel tuo letto di fragili fili e d'aria. Maria non può fartanto. Se Maria mi fa credere in Dio non vuol dire che possa farmicredere anche nella Chiesa. E tu credi sopra tutto nella Chiesatu!Cerca di persuadermi dunque e io pure ti ascolterò palpitando;e se non pregoalmeno speroperché adesso più che maidesidero pienamente unirmi a te. Adesso con l'antico affetto sentoper te un'ammirazione nuovauna gratitudine nuova.

Tioffenderai di questo mio sfogo? Pensa che otto mesi sono devi avertrovato una mia lettera nella tua borsa da viaggio e che da otto mesiaspettavo risposta!

Ilprofessore ed Ester si vedono in casa nostraoramai come fidanzati.Quelli son felicialmeno. Ella va in chiesaegli non ci vae nél'uno né l'altro si danno pensiero di ciò piùche del colore diverso de' loro capelli. E così fannonovecentonovantanove sposi su millecredo!

Tiabbraccio. Scrivi a lungoa lungo.


Luisa



Questalettera non partì da Lugano che il 26 settembre e Francol'ebbe il 27. Il 29alle otto della mattinaricevette il seguentetelegramma pure da Lugano:


Bambinamalata gravemente. Vieni subito.


Zio



10.Esüsmariasciora Lüisa!


Nelleprime ore pomeridiane del 27 settembre Luisa ritornava da Porlezzacon alcune carte da copiare per il notaio. In quel tempo gli scoglifra San Michele e Porlezza erano affatto selvagginon avevano lasottile briglia che ora li doma. Luisa s'era fatta tragittare inbarca per quel breve tratto e poi aveva presoa piedilastradicciuola checome tutte quelle del mio piccolo mondoantico emodernonon comporta altri metodi di viaggiare; la stradicciuolagraziosa e perfida che cerca ogni mezzo di non arrivar mai dove ilviandante vorrebbe. A Cressogno passa sopra la villa Maironi chenemmanco si vede.

«Sela incontrassi!»pensava Luisa con un ribollimento del sangue;ma non incontrò nessuno. Sull'erta da Cressogno al Campòil sole bruciava. Quando si trovò nel frescoalto vallone chechiamano il Campòsedette all'ombra del colossale castagnoche vive ancoraultimo di tre o quattro venerabili patriarchi.Guardava le case del suo nativo Castello appollaiate a tondo sopra unalto spuntone di scogli ombrosi e pensava alla povera mammacompiacendosi che almeno ella fosse in pacequando sentìesclamare: «Ohcara Madonna!». Era la süra Peppinache veniva pure da Cressognodisperata di non aver potuto trovareuova né a S. Mamette né a Loggio né a Cressogno.«Adess el me coppael Carlo! El me mazza addiritturacaraLee!» Avrebbe voluto andare anche a Puriama era mezza mortadi stanchezza. Che paesi da cani! Che strade! Quanti sassi! «Quandpensi al me Milancara Lee!» Sedette anche lei sull'erbapresso Luisale disse un mondo di tenerezze e volle che indovinassecon chi avesse parlato di leiallora allora. Ma con la signoramarchesa! Ma sicuro! «Ah cara Lee! S'ciao!» Pareva che laPeppina avesse gran cose a dire e non osasse e ne provasse unamolestia in golavolesse pur farsele strappare. «Che roba!»esclamava ogni tanto «Che roba! Che discors! S'ciaos'ciao!»Luisa taceva sempre. Allora l'altra cedette a quel gran prurito ebuttò fuori ogni cosa. Era andata dal cuoco della signoramarchesaper farsi prestare delle uovae la signora marchesauditala sua voceaveva voluto assolutamente vederlatrattenerla achiacchieraree lei si era sentita nel cuore come una ispirazionedel cielo che le diceva: Parla di quella povera gente! Forse èil momento buono. Parla della Maria«de quel car beleedequel car ratinde quel car strafoi!». Ah era stata unaispirazione del diavolo e non del cielo. Aveva cominciato a parlarnevoleva dire quanto era bellaquanto era carae quella granmeraviglia di un gran talento così spropositato; e leilabruttonacon una faccia «che ghe disi nagòtt»ainterrompere: «Lasci staresignora Bianconi; so ch'èmolto male educata e altro non può essere». Avevaprovato allora a toccare un altro tastola disgrazia del signoringegnere rimasto cieco d'un occhio. E la marchesa: «Quando nonsi è onestisignora Bianconiil Signore castiga». Quila Peppinaguardando Luisasi pentì delle sue chiacchieresi pose ad accarezzarlaad accusarsi d'aver parlatoa dirle che sidesse pace. Luisa l'assicurò ch'era tranquillissimache dinulla si sorprendeva più da parte di quella persona. LaPeppina volle ad ogni modo darle un bacio e partì brontolandofra sé molti «poer a mi!» col vago sospetto diaver fattosenza uovauna gran frittata.

Luisasi alzòsi voltò a guardar verso Cressogno stringendoil pugno. «Almeno uno scudiscio!»pensò. «Almenofrustarla!» L'idea di un incontrola vecchia idea che l'avevafatta balzar di passione quattro anni prima la sera del funerale disua madrela stessa idea che le era balenata testénelpassar da Cressognola riafferrò violentale fece dare unpasso verso la discesa. Si fermò subito e ritornòlentamente indietrosi avviò verso S. Mamettearrestandosiogni tanto a rifletterecon la fronte scura e le labbra stretteasciogliere qualche nodo nella fila di una tela che veniva tessendonel suo segreto.

ACasarico andò dal professore per offrirgli un ritrovo a casasua con la fidanzata per l'indomani alle due. Nel congedarsi glidomandò se possedesse ancora le carte Maironi. Il professoremeravigliato della domanda inattesarispose di sì e neaspettava una spiegazione; ma Luisa partì senz'altro. Lepremeva di esser a casanon potendo far conto per la custodia diMaria né sullo zio né sulla Cia e fidandosi poco dellaservetta licenziata. Trovò la Maria sul sagratosolaesgridò la Veronica. Poi andò in camerasi pose ascrivere a Franco.

Scrivevada cinque minuti quando udì un bussar leggero alla finestradello stanzino attiguo. Quella finestra guarda sopra una scaletta chemette dal sagrato a certe stalle e quindi ad una scorciatoia perAlbogasio Superiore. Luisa andò nello stanzino e videall'inferriata il viso rossoscalmanato della Pasotti che le fecesegno di tacere e le domandò se avesse visite. Udito che nola signora Barborin diede due frettolose occhiate in alto e in bassocorse giù per la scaletta ed entrò in casa tuttatrepidante.

Poveradonnaera in terreno proibito e non aveva in mente che lo spettro diPasotti furibondo. Pasotti era a Lugano. Oh Signoresìera aLugano! Dato a Luisa quest'annunciola disgraziata creatura cominciòa stralunar gli occhi e a contorcersi. Pasotti era a Lugano per ilgran pranzo dell'indomaniper le provviste. ComeLuisa non sapevadi questo pranzo? Non sapeva chi ci sarebbe venuto? Ma la marchesala signora marchesa Maironi! Luisa trasalì.

LaPasotti fraintese l'espressione dei suoi occhicredette leggervi unrimprovero e si mise a piangere con le mani sul visoa dirsi nellemaniscotendo quei due poveri riccioloni neriche ci aveva unarabbiauna rabbia! Avrebbe vissuto un anno a pane ed acqua piuttostoche invitar a pranzo la marchesa! Questa del pranzo era certo unagran croce per leiin causa di tanti pensieridella fatica dipreparar tante cose e delle tremende strapazzate di Pasotti; ma lacroce suprema era di far dispiacere a Luisa! Almeno fosse una crocebuona da offrire al Signore! Ma noci aveva troppa rabbia. Eravenuta apposta per dire alla sua cara Luisa quanto soffriva perquesto pranzo.

«PerdònemLüisa»diss'ella con la sua voce velata che pareva venireda una vecchia spinetta chiusa. «Ghe n'impodi propri noproprinopropri no!»

Eransedute accanto sopra un canapè. La Pasotti si levò ditasca un fazzolettonese ne coperse gli occhi con una mano e conl'altra cercòsenza volgere il capoquella di Luisa. MaLuisa si alzòandò alla scrivania e scrisse sopra unpezzo di carta: "A che ora viene la marchesa? Che via tiene?".La Pasotti rispose che il pranzo era alle tre e mezzoche lamarchesa doveva scendere verso le tre allo sbarco della Calcinerache Pasotti vi si sarebbe trovato a riceverla con quattro uomini e lafamosa portantina che aveva servito nel secolo scorso per unarcivescovo di Milano.

Luisaascoltò attentissimamente ogni cosain silenzio. Prima diandarsenela Pasotti le disse che sarebbe stata felice di baciarequel caro amore della Maria ma che temeva non sapesse poi tacere. Quila buona donna si cacciò mezzo il braccio sinistro in tascane cavò una barchetta di metallopregò Luisa di darlaalla sua figliuola nel nome di un'altra vecchia barca sdruscita chenon voleva essere nominata. Poi scappò giù per le scalee scomparve.

Luisatornò alla lettera incominciata per Franco e dopo avermeditato lungamente con la penna in manola ripose senz'averviscritto parolaprese le carte del notaiosi mise a copiare.

Apranzo non parlò mai. Il pranzo fu triste anche perchéla Cia fece un'osservazione inopportuna sulla mancanza di formaggionella minestra che così non poteva piacere al suo padrone; eil suo padrone s'arrabbiòle disse ch'era una fatua e che sela minestra era senza formaggiolei era senza sale. «Già»mormorò la Cia«s'arrabbia solo con me.»L'argomento suggeriva tante cose amare e inutili a dire che nessunoparlò più. Solo Maria uscìdopo qualche minutoa osservare con una piccola aria di sapienza: «Perchénon abbiamo denarinon è veromammanon bisogna mettere ilformaggio nella minestra?». Sua madre la baciò e ledisse di tacere. La piccina tacquecontenta di se stessa. Lafinestra era apertasi udirono alcune voci schiamazzar forte nellastrada verso la scalinata del Pomodoro e Luisa riconobbe quella diPasotti che certo ritornava allora da Lugano con le provvigioni eparlava così forte apposta per farsi udire a casa Ribera.

Dopopranzo lo zio Piero sedette nella sua poltronain loggiae si preseMaria sulle ginocchia. Luisa uscì sola in terrazza. In facciaal Bisgnago dorato dal solela costiera della Valsolda era quasitutta nell'ombra. Lontano lontano il santuario della Caravinabrillava sulla punta verde protesa oltre i sassi del Tentiòn egli oliveti di Cressognofuori dell'ombranel lago ceruleo. Luisaguardava laggiù con una espressione di contentezza fiera. Ahsignor Pasottise il vostro pranzo è una vendettal'avetepensata male!

Lasua risoluzione era presa. Glielo offriva il destino questo incontrocon la vecchia canaglia! Non ebbe un dubbio né uno scrupolo.La passione da tanto tempo concepitaaccarezzata e covataavevaaccumulato in lei quella forza chequando è pienatrasformadi colpo il pensiero in attoper modo che ne par tolta laresponsabilità dell'agente e n'è invece solamenterisospinta più indietroad un primo interno moto di consensoalla tentazione.

Sìl'indomanio allo sbarcoo sulla Calcinerao sul sagratodell'Annunciata ell'affronterebbe la marchesacon disprezzoleromperebbe la guerra in facciala consiglierebbe di guardarsi perchési volevano adoperare contro di lei tutte le legittime armi. Sìle direbbe così e così farebbeda séda solapoiché Franco non voleva. Se Franco aveva promesso qualchecosaella non aveva promesso niente. Rientrò in loggiasimise a discorrere con lo zioa scherzare con Mariapiùallegramente che non avesse fatto da molti mesi. Più tardiscrisse un biglietto all'amico avvocato V. pregandolo di venireappena gli fosse possibile. Voleva saper da lui come avrebbe potutousare delle carte possedute dal Gilardoni. Quindi si rimise a copiareper il notaio di Porlezza. Maria non era contenta di tanto scrivereche faceva la mamma; peròquando la mamma le disse chescriveva per mettere il formaggio nella minestra dello zios'affrettò a dire: «e anche nella mianon èveromamma?». Appena fu posta a lettovedendo che la mammatornava a scriverele venne in mente di chiedere se la nonna diCressogno avesse il formaggio nella minestra. «Ne ha troppo»rispose Luisa«e bisogna cavarglielo perché non lefaccia male.»

«Ohnocavarglielopoveretta!»

«Tacidormi.»

Mala bambina non si addormentò.

Dopoun pezzetto parve a Luisa di udirla piangere. Si alzòandòa vedere. Piangeva veramentesottovoce.

«Cos'hai?»

«Ilpapà!»singhiozzò la povera piccina. «Ilmio papà!»

«Verràcaraverrà presto il tuo papà. Dormi e fa un bel sognoche viene papà insieme col Re Vittorio Emanuele e che la mammae la Cia fanno un gran risottoche ti piace tantoe che tu dici:viva il Re! e che il Re dice: niente affattoviva invece OmbrettaPipì e il suo papà! Fa questo sognosai.»

«Sìmammasì.»


L'indomaniil professore Beniamino capitò a Oria un'ora prima di quellache Luisa gli aveva indicato. Dopo il sì di Ester l'uomo eratrasfigurato. Pareva molto più giovane di prima. Il coloregiallognolo della sua pelleirradiato da una rosea luce interioreera scomparso quasi del tuttonon gli si vedeva più che sulcranio dove Luisa si attendeva che tornassero a spuntareun giorno ol'altroi capelli. Egli non camminavanon respirava più comeprima. Il passo e il respiro erano sempre inquietinervosirotti dasussulti che rispondevano al balenar d'immaginiDio sa di qualiimmaginisotto quel cranio lucido. Gli occhi non è a direcome brillassero. Solo quando guardavano Ester si stringevanosivelavano di una tenerezza piacome se il professore avesse avutopaura d'incenerire la diletta saettandole addosso senza precauzionitutto il fuoco dell'anima. Esser guardata a quel modo non piaceva aEster; e Luisala consigliera del professoreebbe il coraggio didirgli che non bisognava guardar la sua fidanzata stringendo gliocchi come fanno i cani affettuosi.

Ilpover uomo promise che avrebbe cercato di non farlo più e lofece ancora. Luisa era sempre il suo nume tutelarel'oracolo cheinterrogava persino per sapere come dovesse comportarsi nei colloquicon la fidanzata. Nella sua umiltà egli era felice di veniraccettato per un sentimento di stima. Pensare ch'Ester potesse amarlod'amore gli pareva una presunzione ridicola. Per questo egli temevasempre di sbagliarecon leidi offenderla. Un dubbio che lotormentava era questo: sarebbe o non sarebbe da arrischiare un bacio?Appena venutogli questo dubbiol'aveva sottoposto a Luisa e Luisala sapienza incarnatagli aveva risposto: «Noadesso ètroppo presto. Bisogna che il primo bacio non venga né troppopresto né troppo tardi». La possibilità del«troppo tardi» parve terribile e insopportabile alprofessoreil qualene' suoi colloqui con l'oracolodopo averloconsultato su cento diverse cosecapitava regolarmente ogni voltaalla domanda fatale: «E sto basìn?». Luisa inparte ci si divertiva per la sua propensione a cogliere il comicoanche nelle persone cui voleva bene; in parte dubitava realmente diuna ripugnanza fisica che si manifestasse in Esterdata l'occasionecon violenza e mandasse tutto a monte. Ella si accorseper fortunache il professore pareva sempre meno brutto alla sua fidanzata.Perciò quando lo vide comparire così per temposapendoche più tardi lo avrebbe lasciato solo con Ester per andare aincontrar la nonnale venne subito in mente che quello poteva essereil giorno del «basìn». Ma il professore sipresentò tutto accigliato. Aveva cattive notizie. A SanMamette si diceva che fosse stato arrestato e condotto a Como ilmedico di Pellioche gli avessero trovato lettere e notecompromettenti per altre persone fra le quali si nominava don FrancoMaironi.

«PerFranco non ho angustie»disse Luisa. «Del restosentaprofessore: vuol dire che porremo nel conto dell'imperatore d'Austriaanche il dottore di Pellio ch'è bello grosso e pesa un mucchiodi libbrema non pensiamo a malinconie in un giorno come questo.Oggi e il giorno del Suo basìn

«Ahsì? Ah sì?»fece il professore tutto rosso eansante. «Dice davverosignora Luisina? Dice davvero?»

Sìell'aveva parlato sul serio. Gli spiegò che se Ester venivacome aveva dettoalle dueli avrebbedopo una mezz'oralasciatisoli. In loggia c'era sempre lo zio ma non conveniva seccarlo.Potevano restare in sala.

«Ealloracon buon garbosi fa il colpo»diss'ella. «Maprima io voglio avere da Lei una promessa.»

«Chepromessa?»

«Mioccorrono le famose carte.»

«Quandovorrà.»

«Guardiche le domando ionon Franco.»

«Sìsìquello che Lei fa è tutto bene. Domani Le porteròle carte.»

«Bravo.»

Luisadiscorreva con la sua calza fra le manisferruzzando sempreconun'apparenza di tranquillità ilare che non riusciva a coprirdel tutto la sovreccitazione internapredisposta dal giorno primacresciuta coll'insonniacrescente a misura che si avvicinava ilmomento di partire. Nello stesso tono scherzoso della sua vocevibrava una corda insolita. Ne' suoi capellisempre correttissimiera un'ombra di disordinecome il tocco di un lieve soffio che leavesse sfiorato la fronte. Il professore non si accorse di nulla eandò in loggia a discorrere con l'ingegnerea prendereconsiglio anche da lui per una darsena che intendeva costruire incapo al suo giardino onde potervi tenere una barchetta. Maria erapure in loggia e pigliò molto interesse a questa futurabarchetta del signor Ladroni. Gli raccontò che ne possedevauna anche leicorse a prenderla per fargliela vedere e il professorescherzòla pregò di accompagnarlo a Lugano con la suabarca. «Sei troppo grandetu!»diss'ella. «La miabambola sì che la condurrò a spasso in barca!»«Ma cosa mai!»fece lo zio. «Quella barca lìè buona per andare al fondo.»

«No!»

«Sì!»

Ombrettasi impazientì e corse in camera per provar la barchetta nelcatinoma nel catino non c'era acqua e la piccina ritornò insala mogia mogiacon la sua barchetta in braccioe non andòpiù dallo zio.

Estercapitò al tocco e tre quarti. Disse che aveva udito il tuono eche perciò era venuta prima. Il tuono? Luisa uscìsubito sulla terrazza a guardar il cielo. Minacce grosse non ne vide.Sopra il Picco di Cressogno e sopra la Galbiga il cielo era tuttosereno fino ai monti del lago di Como. Dall'altra partesopraCaronasìera scuroma non poi tanto. Se la marchesa nonvenisse per paura del tempo! Prese il piccolo vecchio cannocchialeche stava sempre in loggia. Non si vedeva niente. Giàeratroppo presto. Per arrivare alla Calcinera alle trela marchesacolla pesante gondoladoveva partire verso le due e mezzo; Luisaritornò in sala dov'erano Esteril professore e Maria.Avrebbe preferito che Maria restasse in loggia con lo zioma lasignorina Ombrettaquando veniva gentesi appiccicava sempre a suamadrestava lì tutta occhitutta orecchi. Luisa pensòche al momento di partire l'avrebbe mandata via e intanto la tennecon sé. Giài fidanzati stavan da parte e discorrevanoquasi sottovoce.

Alledue Luisa uscì ancora sulla terrazzaguardò colcannocchiale se per caso la gondola spuntasse al Tentiòn. Lamarchesa poteva forse anticipareper il cattivo tempo. Nulla. Guardòpoi a ponente. Il cielo non era più scuro di prima. Solamentefra il monte Bisgnago e il monte Caprinosopra la leggera insenaturache chiamano la Zocca d'i Mentera fumato su dalla Vall'Intelvi e siaffacciava fermo un nuvolone azzurrognolosinistro come unsopracciglio aggrottato sopra un occhio cieco. Pareva aver veduto ilbranco dei compagni torvi che si affacciavano al lago sopra Carona evoler essere della partita anche lui. Luisa cominciò asentirsi inquietaad aver paura che la marchesa non venisse. Andòin giardinetto a guardar il Boglia. Il Boglia non aveva che nuvolebiancheleggere. Ritornò in sala e trovò Mariapiantata davanti al professore e ad Esterche ridevanomolto rossiin visol'uno e l'altra. «Sei malata?»aveva detto lapiccina ad Ester. «No; perché?» «Perchévedo che ti tasta il polso.» Le cose erano avviate benepareva. Luisa portò via la piccinale proibì diavvicinarsi mai più a quei signori. Un momento dopo passòlo zio Pierodisse che andava di sopra a scrivere alcune lettere eavvertì Luisa di badare alle finestre della loggiaperchéveniva un temporale. «Addiosignorina Ombretta!»diss'egli. «Addiosignor Pipì»rispose labambinapetulante. Egli se ne andòridendo.

Luisache ormai durava fatica a star fermauscì per la terza voltasulla terrazzaguardò col cannocchiale. Il cuore le diede unbalzo; la gondola spuntava al Tentiòn.

Eranole due e un quarto.

Unapersona che veniva da Albogasio s'era fermata a discorrere sulsagrato con qualcuno che scendeva dalla scaletta sul fianco di casaRibera. Diceva: «È passata giù in questo momentocol signor Pasottila portantina. C'era dietro una quantitàdi ragazzi».

Ilcielo era copertoadessoanche sul Picco di Cressogno e sullaGalbiga. Solo i monti del lago di Como avevano ancora un po' di sole.La minaccia del furioso vento temporalesco che in Valsolda si chiamacaronasca si era fatta più seria. Sopra Carona il colordelle nuvole andava confondendosi a quello dei monti. Il nuvolonedella Zocca d'i Ment era diventato turchino cupo e anche il Bogliacominciava ad aggrottar le ciglia. Il lago era immobileplumbeo.

Luisaaveva stabilito di partire quando la gondola fosse arrivata in facciaa S. Mamette. Ritornò in sala. Maria le aveva obbedito inpartenon s'era mossa dal suo postoma vedendo che il professorefaceva ad Ester un discorso lungo e animatogli aveva chiesto:

«Leracconti una storia?»

Inquel punto entrò Luisa.

«Sìcara»fece Ester ridendo«mi racconta una storia.»

«Ohanche a meanche a me!»

Unsordo fragor di tuono. «Va'Mariacara»disse Ester.«Va' nella tua camerava a pregar il Signore che non venga unbrutto temporaleuna brutta grandine!»

«Ohsìsìvado a pregar il Signore!»

Lapiccina se n'andòcon la sua barchettanella cameradell'alcovaimpettita e seriacome se in quel momento la salvezzadella Valsolda dipendesse da lei. La preghieraper leiera sempreuna cosa solenneera un contatto col misteroche le faceva prendereun'aria grave e attenta come certe storie d'incantesimi e di magie.Ella salì sopra una sediadisse le poche orazioni che sapevae poi si atteggiò come vedeva atteggiarsi in chiesa le piùdevote del paesesi mise a muover le labbra com'essea dire unapreghiera senza parole. Colui che allora l'avesse veduta conoscendoil terribile segreto dell'ora imminente avrebbe pensato che l'angelodella bambina fosse in quel momento supremo accanto a lei e lesussurrasse di pregare per qualche altra cosa che i vigneti e gliuliveti della Valsoldaper qualche altra cosa più a leivicinach'egli non dicevach'ella non sapeva e non poteva metterein parole: avrebbe pensato che negl'inarticolati bisbigli di lei vifosse un riposto senso tenero e tragicoil docile abbandono diun'anima dolce ai consigli dell'angelo suoal voler misterioso diDio.

Alledue e mezzo i nuvoloni torvi di Carona diedero un altro tuono cupo acui subito risposero gli altri nuvoloni del Boglia e della Zocca d'iMent. Luisa corse sulla terrazza. La gondola era in faccia a S.Mamette e veniva dritta alla Calcinera. Si vedevano benissimo ibarcaiuoli far forza di remi. Mentre Luisa posava il cannocchialeilprimo colpo di vento strepitò per la loggia sbattendo uscivetri e imposte. Atterrita all'idea di indugiarsi troppoLuisachiuse in fretta e in furiapassò correndo per la salatolsel'ombrellouscì senz'avvertir nessunosenza chiuder la portadi casa e prese la via di Albogasio Inferiore. Passato il cimiteronel luogo che chiamano Mainèincontrò Ismaele.

«Dovela vasciora Lüisacon sto temp?»

Luisarispose che andava ad Albogasio e passò oltre. Dopo centopassi le venne in mente che non aveva avvertito la Veronica della suapartenzache non le aveva detto di chiuder le finestre nella camerada letto e di badare a Maria. Pensò di mandarglielo a dire daIsmaele. Egli era già scomparso dietro la svolta delCamposanto. Si sentì nel cuore un impulso a tornar indietro manon c'era tempo. Il rombo del tuono era continuoradi gocciolonibattevano qua e là sul granturcocolpi di vento stormivanoper i gelsia intervalliprecorrendo i turbini della caronasca.Luisa aperse l'ombrello e affrettò il passo.

Lafuria della pioggia la colse nelle viuzze scure d'Albogasio. Nonpensò a riparar dentro una portaandò avantiimperterrita. Incontrò una frotta di ragazzi che scappavanodalla pioggia dopo aver inutilmente atteso sul sagratodell'Annunciata il passaggio della marchesa in portantina. Nel brevetratto di via ch'è tra la casa comunale di Albogasio e lachiesail vento le rovesciò l'ombrello. Ella si mise acorrereraggiunse quella lista di sagrato che guardadietro lachiesasulla cala della Calcinera. Làprotetta dalla chiesacontro l'impeto della pioggia e del ventoraddrizzò allameglio l'ombrello e si affacciò al parapetto.

Lachiesa dell'Annunciata posa sulla testa d'uno scoglio che dalleradici del Boglia sporgemale avviluppato di rovi e di caprifichisopra il lago e chiude da ponente la piccola cala della Calcinera. Lalista di sagrato dov'era Luisa corre appunto su quel ciglio delloscoglio. Ell'avrebbe potuto seguir di lassù il cammino dellagondola dalle acque di Cressogno fino allo sbarco; ma orainfuriandol'acquazzoneun baglior bianco le nascondeva ogni cosa. Peròse la marchesa non ritornava a Cressognodoveva purein qualunquepunto approdassepassar poi di làperché lìdov'è l'attacco dello scoglio sporgente con la costamontasul sagrato la scalinata della Calcineraunica via per salire adAlbogasio Superiore sì dallo sbarco sottoposto che da S.Mamette o da Casarico o da Cadate.

Inpochi minuti la violenza dell'acquazzone diminuìi foschifantasmi delle montagne cominciarono a disegnarsi nel fondo bianco.Luisa guardò giù allo sbarco. Non v'era gondolanonv'era portantina sulla rivanon v'era niente. Questo le diede noia.Possibile che la gondola fosse ritornata a Cressogno? Il fumo sidiradò rapidamenteapparve Cadateapparve sulla bocca delladarsena del Palazzbianco nella nebbiolina grigiala poppa dellagondola. Eccola marchesa si era rifugiata al Palazz e cosìaveva fatto anche Pasotti con la sua portantina e i portatori. Iltemporale si poteva dir cessatola portantina non tarderebbe acomparire.

Invecetardò dieci lunghi minuti. Luisa teneva fissi gli occhi sullastradicciuola che svolta da Cadate nel seno della Calcinera. Non viera dentro a lei nessun movimento di pensieri. Tutta l'anima suaguardava e aspettava; niente altro. Della gente le passò asinistra salendo dalla Calcinera o venendo da Albogasio; ogni voltaella si coperse piegando l'ombrelloper non esser conosciuta oalmeno per evitar saluti e conversazioni. Finalmente un gruppo dipersone comparve sulla svolta. Luisa distinse la portantinadietrola portantina Pasotti e don Giuseppepoiultimii due barcaiuolidella marchesa. Non si mosse ancoraseguì con gli occhi laportantina che avanzava molto lentamente e chiuse l'ombrello perchénon pioveva quasi più. Ricomparvero cinque o sei ragazzid'Albogasio. Ella disse loro bruscamente di andarsene. Indugiavano aobbedire ma un improvviso scroscio di pioggiasenza vento nétuonili pose in fuga. La portantina toccava allora il piede dellascalinata. Luisa si mosse.

Aveval'occhio freddola persona eretta. Raccolta in un solo pensierodisprezzò la pioggia scrosciante che le batteva sul capo esulle spalleche la cingeva d'un torbido velo e di strepito. Lepiacevaforsequella passione delle cose intorno alla sua propria.Discendeva lenta lentacon l'ombrello chiusostringendone forte ilmanicocome fosse stato la impugnatura d'un'arma. La scalinata èun po' tortuosabisogna scendere alquanti scalini prima di vederneil fondo. Giunta sulla svoltascorse la portantinaferma. I duebarcaiuoli pigliavano il posto di due portatori. Luisa discese findove si spandono sopra la scalinata i rami d'un gran noce.

Lìsi fermòproprio nel momento in cui i portatori dellamarchesa cominciavano a salire. Tutto andava bene. Pasotti e donGiuseppesalendo dietro la portantina con l'ombrello apertononpotevano vederla. I portatorigiunti che fossero a leibisognavache si fermasseroche si facessero da banda per lasciarle il passo.

Quandosi avvicinaronoriconobbe i due ch'erano alla testa dellaportantinaun fratello d'Ismaele e un cugino della Veronica. Aquattro passi accennò lorocon un gesto imperiosodifermarsi. Obbedirono immediatamenteposarono la portantina a terra ecosì fecerosenza saperne il perchéi due portatoriche seguivano. Pasotti alzò l'ombrellovide Luisafece unatto di sorpresaun cipiglio nero; afferrò don Giuseppelotrasse da banda per lasciarla passarenon sospettando che l'incontrofosse premeditato.

MaLuisa non si mosse. «Ella non credeva incontrarmisignorPasotti»disse a voce alta. La marchesa mise il capo fuorilaravvisòsi ritrasse dicendo con qualche vigor nuovo nella suavoce floscia:

«Avanti!»

Inquel momento partirono dall'alto del sagrato acutedisperate grida:«Sciora Lüisa! Sciora Lüisa!». Luisa non udì.Pasotti aveva irosamente gridato ai portatori «avanti!» ei portatori riprendevano le stanghe.

«Avantipure!»diss'ellarisoluta di mettersi a fianco dellaportantina. «Non ho a dire che due parole.»

SePasotti e la vecchia marchesa avevano prima immaginato lagrime esupplichedovettero attendersi allora dal fiero viso e dallavibrante voce ben altro.

«Paroleadesso?»fece Pasotti avanzandosi quasi minaccioso.

«ScioraLüisa! Sciora Luisa!»si gridò da vicino conaccento di strazio; e venne con le grida un rumor di passiprecipitosi. Ma Luisa non parve udir niente. «Sìadesso!»rispose a Pasotti con alterezza inesprimibile. «Ioavvertoper mia bontàquesta signora...»

«ScioraLüisa!»

Elladovette pure interrompersi e voltarsi. Duetrequattro donne lefurono addossostravoltescarmigliatesinghiozzanti: «Che Lavegna a cà subet! Che La vegna a cà subet!». Lefaccei piantile voci la strapparon d'un colpo fuori della suapassionedel suo proposito.

Siavventò fra quelle donne esclamando: «Cosa c'è?».Ed esse sapevano solo ripetere con gli occhi schizzanti dall'orbita:«Che La vegna a cà! Che La vegna a cà!».

«Macosa c'èstupide?»

«LaSoa tosala Soa tosa!»

Ellagridò come pazza: «La Maria? La Maria? Cosa? Cosa?»udì fra i singhiozzi nominar il lagocacciò uno stridoeapertasi la via come una fierasi slanciò su per lascalinata. Quelle donne non poterono tenerle dietroma sul sagratoce ne erano altremalgrado la pioggiache strillavano e piangevano.

Luisasi sentì mancareprecipitò a terra sull'ultimoscalino.

Ledonne accorsero a leidieci mani la preserola sollevarono. Urlò:«Dioè morta?». Qualcuno rispose: «Nono!». «Il medico?»diss'ella ansando. «Ilmedico?». Molte voci risposero che c'era.

Ellaparve riaver tutta la sua energiariprese lo slancio e la corsa.Otto o dieci persone si precipitarono dietro a lei. Due sole poteronoseguirla. Volava. Al cimitero incontrò Ismaele e un altrogridò appena li vide:

«Èviva? È viva?». Il compagno d'Ismaele ritornòindietro di corsa per andar ad avvertire che la madre veniva. Ismaelepiangevaseppe solamente rispondere: «EsüsmariascioraLuisa!»e fece atto di trattenerla. Luisa lo urtòfreneticamente viapassò oltreseguita da lui che avevaperduta la testa e adesso le gridava dietrocorrendo: «L'èforsi nient! l'è forsi nient!». Pareva che la pioggiadirottacontinuaegualelo smentisse piangendo.

Giuntaansante sul sagrato di OriaLuisa ebbe ancora la forza di gridare:«Maria! Maria mia!». La finestra dell'alcova era aperta.Udì la Cia che piangeva ed Ester che la sgridava. Alcunepersone fra le quali il professor Gilardoni le uscirono incontro. Ilprofessore teneva le mani giunte e piangeva silenziosamentepallidocome un cadavere. Gli altri bisbigliavano: «Coraggio!Speriamo!». Ella fu per cadereesausta. Il professore le cinsela vita con un bracciola trasse su per le scale che eran gremite digentecome pure il corridoioal primo piano.

Luisapassòquasi portata di pesofra voci affannose di conforto:«Coraggiocoraggio! Chi sa! Chi sa!». All'entrata dellacamera dell'alcovasi sciolse dal braccio del professoreentròsola.

Avevandovuto accendere il lume perché nell'alcovacausa la pioggiafaceva scuro. La povera dolce Ombretta posava nuda sul letto cogliocchi semiaperti e la bocca pure semiaperta. Il viso era leggermenteroseole labbra nerastreil corpo di una lividezza cadaverica. Ildottoreaiutato da Estertentava la respirazione artificialeportando le piccole braccia sopra il capo e lungo i fianchialternativamente; facendo pressioni sull'addome.

«Dottore?Dottore?»singhiozzò Luisa.

«Facciamoil possibile»rispose il dottoregrave. Ella precipitòcol viso sui piedi gelati della sua creaturali coperse di baciforsennati. Allora Ester fu presa da un tremito. «No no!»fece il dottore. «Coraggiocoraggio!» «A me»esclamò Luisa. Il dottore l'arrestò con un gesto e fecesegno ad Ester di sostare. Si chinò sul visino di Marialemise la bocca sulla boccarespirò più volteprofondamentesi rialzò. «Ma è roseaèrosea!»sussurrò Luisa ansando. Il dottore sospiròin silenzioaccese un cerinolo accostò alle labbra diMaria.

Treo quattro donne che pregavano ginocchioni si alzaronosi accostaronoal letto palpitantitrattenendo il respiro. L'uscio della sala eraaperto; altri volti si affacciarono di làsilenziosiintenti. Luisainginocchiata accanto al lettoteneva gli occhifissi alla fiamma. Una voce mormorò:

«Simuove».

Esterdritta dietro Luisascosse il capo. Il dottore spense il cerino.«Lana calda!»diss'egli. Luisa si precipitò fuorie il dottore riprese i movimenti delle braccia. Poiquando Luisaritornò con la lana riscaldataegli da un latoelladall'altro si diedero a strofinar forte il petto e il ventre dellapiccina. Dopo un po'vedendo il palloreil viso contraffatto diLuisail medico fece segno ad una ragazza di pigliarne il posto.«Cedaceda»diss'egli perché Luisa aveva fattoun gesto di protesta. «Sono stanco anch'io. Non èpossibile.» Luisa scosse il capo senza parlare continuandol'opera sua con energia convulsa. Il dottore alzòsilenziosamente le spalle e le sopraccigliacedette il proprio postoalla ragazza e ordinò a Ester di far riscaldare dell'altralana per coprirne le gambe della bambina. Ester andòfeceleiperché la Veronicaappena successo il casoera sparitanon si trovava più. Nel corridoio e sulle scale la gentediscuteva il fattoil comeil dove. Quando passò Ester tuttile domandarono: «E così? E così?». Esterfece un gesto sconsolatopassò senza rispondere. Poi lediscussioni ricominciarono a mezza voce.

Nonsi sapeva per quanto tempo la bambina fosse rimasta nell`acqua.Durante la furia del temporale un tale Toni Gall si trovava nellestalle dietro casa Ribera. Gli venne in mente che il battello delsignor ingegnere fosse legato male e potesse fracassarsi ai muridella darsena. Discese a saltivide aperto l'uscio della darsena edentrò. Il battello ballava spaventosamenteinondato daglisprazzi delle onde che si frangevano sui muri; ballavasi dimenavafra le catene e s'era posto di traversoavendo la poppa quasiaddosso al muro. In faccia all'uscio che mette dalla via pubblicanella darsenacorre un andito dal quale due scalette scendonoall'acquala prima di fianco alla prora della barcala seconda difianco alla poppa. Il Toni Gall discese per la scaletta seconda ondeaccorciare la catena di poppa. Làfra la barca e l'ultimoscalinodov'eran sessanta o settanta centimetri d'acquavidefluttuare il corpicino di Maria col dorso a galla e il caposott'acqua. Nel trarla dall'acqua scorse nel fondo una barchetta dimetallo. Portò su la bambina gridando con la sua terribilevocefece correre tutto il paese eper fortunaanche il medicoche si trovava a Oriaaiutò Ester a spogliar la poveracreatura che non dava più segni di vita.

Conchi era ella stata prima di scendere in darsena? Con la Veronica noperché la Veronica era stata veduta entrar nel ripostiglio deivasi dietro la casa con la sua guardia di finanza prima che Luisauscisse. Con Ester o con il professore neppure. Ester l'aveva mandataa pregare nella camera dell'alcova e poi non l'aveva veduta più.La Cia stava a lavorare e l'ingegnere a scrivere quando avevano uditole grida formidabili del Toni Gall. Maria doveva esser discesa indarsena dalla camera dell'alcova per mettere la sua barchettanell'acqua e fatalmente avea trovato aperta la porta di casaapertol'uscio della darsena. Il Toni Gall era d'opinione che avesse passatoqualche minuto nell'acqua perché galleggiava discosto dalluogo dove la barchetta giaceva nel fondo. Egli descriveva per lacentesima volta la sua scoperta spaventosa stando in sala con la Ciacon l'ingegnereil professore ed altri del paese. Tuttisinghiozzavanomeno lo zio Piero. Seduto sul canapè doveprima stavano il Gilardoni ed Esterpareva impietrato. Non aveva unalagrimanon aveva una parola. Le chiacchiere del Toni Gall glidavano evidentemente noiama taceva. La sua nobile fisionomia erapiuttosto solenne e grave che turbata. Pareva ch'egli vedesse davantia sé l'ombra del Fato antico. Neppure domandava notizie; sicapiva che non aveva speranza. E si capiva che il suo dolore era bendiverso da quelle chiassose nervosità passeggere che gli siagitavano intorno. Era il dolore mutocompostodell'uomo savio eforte.

Dall'uscioaperto dell'alcova venivan voci ora d'interrogazione ora di comando.Nessuno poté però direper un'ora e mezzodi averudita la voce di Luisa. Qualche volta venivan pure voci trepidequasi liete. Pareva a qualcunolà dentronotare un motounalitoun tepor di vita. Allora tutti quelli che eran fuoriaccorrevano. Lo zio Piero volgeva il capo verso l'uscio dell'alcova esolo in quei momenti si disordinava un poco nel viso. Pur troppo videogni volta la gente ritornarsene lentamentein un silenzio accorato.Passarono le cinque. Il tempo durando piovosola luce mancava.

Allecinque e mezzo si udì finalmente la voce di Luisa. Fu unostrido acutoinenarrabileche agghiacciò il sangue nellevene di tutti. Rispose la voce del dottore con un accento dipremurosa protesta. Si seppe che il dottore aveva fatto un gesto comeper dire: «oramai è inutile: desistiamo»e che algrido di lei aveva ripreso il lavoro.

Poinel lamento monotono che la pioggia minuta e fitta metteva a tutte lefinestre aperteil silenzio della casa parve divenuto piùsepolcrale. La salail corridoio andavano diventando buivi si andòavvivando il debole chiaror di candele che usciva dall'alcova. Lagente cominciò a ritirarsiun'ombra dopo l'altrasilenziosamentein punta di piedi. Si udivano poi sul ciottolatodella via gli scarponi pesantipassi senza voci. La Cia si avviòpian piano al suo padronegli sussurrò all'orecchio se nonvolesse prendere qualche cosa. Egli la fece tacere con un gestobrusco.

Dopole setteessendo partiti tutti gli estranei alla famiglia meno ilToni GallIsmaeleil professorel'Ester e tre o quattro donnech'erano nell'alcovasi udirono dei gemiti lunghisommessichequasi non parevano umani. Il dottore entrò in sala. Non ci sivedeva. Urtò in una sedia e disse forse: «C'è quiil signor ingegnere?». «Scior sì»risposeil Toni Gall e andò a pigliar un lume. L'ingegnere non parlòné si mosse.

IlToni Gall ritornò presto con un lume e il dottor Aliprandiche mi piace ricordar qui come un franco galantuomouna bella mentee un nobile cuoresi avvicinò al canapè dove sedeva lozio Piero.

«Signoringegnere»diss'egli con le lagrime agli occhi«adessobisogna che faccia qualche cosa Lei.»

«Io?»rispose lo zio Piero alzando il viso.

«Sìbisogna almeno cercare di condurla via. Bisogna che venga Lei e cimetta una parola. Lei è come un padre. Questi sono i momentidel padre.»

«Lolasci stareil mio padrone»brontolò la Cia. «Nonè buono per queste cose. Ci soffre e niente altro.»

Adessosi udivanoinsieme ai gemitivoci tenere e baci.

L'ingegnerepuntò i pugni sul canapè e rimase un momento a capochino. Poi si alzònon senza stentoe disse al medico:

«Debboandar solo?»

«Desiderache ci sia anch'io?»

«Sì.»

«Vabene. Del resto sarà inutile. Forzare non vorrei ma tentarebisogna.»

Ildottore mandò via le donne ch'erano ancora nell'alcovapoi sivolse dall'entrata all'ingegnere e gli fe' segno di venire.

«DonnaLuisa»diss'egli dolcemente. «C'è lo zioil suocaro zioche viene a pregarla.»

Ilvecchio entrò col viso pacato ma vacillando. Fatti due passinella camera si fermò. Luisa era seduta sul letto con la suabambina morta in bracciola stringevala baciava sul viso e sulcollogemevapremendovi su le labbragemiti lunghiinesprimibili.

«Sìsì sì sì»diss'ellaquasi con un sorrisotenero nella voce. «È il tuo ziocaraè il tuozio che viene a trovar il suo tesorola sua Ombrettala suaOmbretta Pipì che gli vuol tanto bene. Sì sì sìsì.»

«Luisa»disse lo zio Piero«quietati. Tutto è stato fatto quelche si poteva fareadesso vieni con menon star più quivieni con me.»

«Ziozio zio»fece Luisa con una voce grossa di tenerezzasenzaguardarlostringendosi il cadavere sul senocullandolo. «Vieniquavieni quavieni qua dalla tua Maria. Vienivieni qua da noiche sei il nostro zioil nostro caro zio. Nocaranocaranon ciabbandona mica il nostro zio.»

Lozio tremòil dolore lo vinse un momentogli strappòun singhiozzo. «Lasciala in pace»diss'egli con vocesoffocata. Essa non parve udirloriprese: «Andiamo noicaraandiamo noi dal nostro zio. Che ci andiamoMaria? Sìsìandiamoandiamo». Si lasciò sdrucciolare dal letto aterra si avviò verso lo zio stringendosi al petto col bracciosinistro la sua dolce mortapassò l'altro al collo delvecchiogli sussurrò: «un bacioun bacioun bacioalla tua Ombrettaun bacio solouno solo».

Lozio Piero si chinòbaciò il visetto giàdeturpato amaramente dalla mortelo bagnò di due grosselagrime. «Guardaguardazio»diss'ella. «Dottoreporti qua il lume. Sì sìnon sia cattivodottore.Guardazioche tesoro. Dottore!»

L'Aliprandiera riluttante e tentò resistere ancora; ma quel dolore folleaveva qualche cosa di sacro che s'impose. Obbedìprese illume e lo accostò al piccolo cadavere che faceva con quegliocchi semiaperti e quelle pupille dilatate una pietà immensaed era stato la Mariala Ombretta gentilela dolcezza del vecchioil viso e l'amore della casa.

«Guardazioquesto piccolo petto come l'abbiamo maltrattatopovero tesorocome gli abbiamo fatto male con tanto strofinare. La tua mamma èstatasaiMariala tua brutta mamma e quel cattivo dottore lì.»

«Basta!»disse il dottore risolutamenteposando il lume sulla scrivania.«Parli pure alla Sua bambinama non a questaa quella ch'èin Paradiso.»

L'impressionefu terribile. Ogni tenerezza sparì dal viso di Luisa. Ellaindietreggiò cupastringendosi la sua morta sul seno. «No!»stridette«no! non in Paradiso! È mia! È mia!Dio è cattivo! No! Non gliela do!»

Indietreggiòindietreggiò sin dentro all'alcovatra il letto matrimonialee il lettuccioricominciò i lunghi gemiti che non parevanoumani. L'Aliprandi fece uscire l'ingegnere che tremava. «Passeràpasserà»diss'egli. «Bisogna aver pazienza.Adesso resto io.»

Insala c'era Ismaele che prese il professore a parte.

«Eavvertire il signor don Franco?»diss'egli. Si parlòallo ziosi decise di mandar un telegramma da Luganol'indomanimattina perché oramai era troppo tardia nome dello zioparlando di malattia grave. Ester scrisse il telegrammain salac'era un'altra personala povera Pasotti corsa lì mentre suomarito era andato ad accompagnare la marchesa a Cressogno. Ellasinghiozzavadisperata d'aver dato quella barchetta a Maria. Volevaentrare da Luisa ma il dottoreudendo pianger forteuscìraccomandò quietesilenzio. La Pasotti andò a piangerein loggia. Con lei erano venuti il curato don Brazzova e il prefettodella Caravina che avevan pranzato a casa Pasotti. Più tardivenne il curato di Castellol'Introinipiangendo come un ragazzo.Volle assolutamente entrare da Luisa malgrado il medico es'inginocchiò in mezzo alla camerasupplicò Luisa didonar la sua bambina al Signore. «Che la guarda»soggiunse«che La guardasciora Lüisase La voeur propiminga donàghela al Signorche ghe La dona a la Soa nonnaTeresaa la Soa mammin de Leeche ghe l'avarà inscìcarasü in Paradis!»

Luisafu inteneritanon dalle parolema dal pianto e rispose condolcezza: «L'à capii che ghe credi mingamial SoParadis! El me Paradis l'è chi!».

L'Aliprandifece al curato un gesto di preghiera e quegli usci singhiozzando.


Ilmedico parti da Oria verso la mezzanotte insieme al professore. Tuttala casa tacevaneppur dall'alcova usciva più alcuna voce.L'Aliprandi aveva passate le ultime due ore in salacol professoreed Estersenza udir mai un grido né un gemito né unmovimento qualsiasi. Era andato due volte a guardare. Luisa stavaseduta sulla sponda del suo letto con i gomiti sulle ginocchia e lafaccia tra le manicontemplando il lettuccio che l'Aliprandi nonpoteva vedere. A lui questa immobilità nuova dispiaceva quasipiù che la sovreccitazione di prima. Poiché Esterintendeva restare tutta la nottele raccomandò che tentassecon discrezionedi scuoter la sua amicadi farla piangere eparlare.

Avegliare con Ester si trattenevano altre donne del paese e Ismaeleche doveva partir per Lugano alle cinque. Lo zio Piero era andato aletto.

L'Aliprandie il professore si fermarono sul sagrato a guardar la finestrailluminata dell'alcovaad ascoltare. Silenzio. «Maledettolago!»fece il dottorepigliando il braccio del suo compagnoe rimettendosi in via. Certo egli pensavacosì dicendoalladolce creaturina che il lago aveva uccisama v'era pure nel suocuore il dubbio che altri guai fossero in camminoche l'operasinistra delle acque perfide non fosse ancora compiuta; e v'era unapietà immensa per il padreper il povero padre che non sapevaancora niente.



11.Ombra e aurora


Francoappena ricevuto il telegrammacorse all'ufficio dell'Opinionein via della Rocca. Dinavedendolo torbidogli disse: «Oh! Loavete saputo?». Franco si senti gelare il sanguema Dinaquando udì del telegrammafece un atto di stupore. No nononsapeva nulla di questo. Era stato informato da parte del Presidentedel Consiglio che la Polizia austriaca aveva fatto perquisizioni edarresti in Vall'Intelvi e che fra le carte di un medico si eratrovato il nome di don Franco Maironi con indicazioni assaicompromettenti. Dina soggiunse che in un momento cosìangoscioso per un padre non osava quasi dirgli perché il contedi Cavour si interessasse a lui. Gliene aveva parlato egli stessoDinae il conte s'era mostrato dispiacente che un gentiluomolombardo di così bel nome si trovasse a Torino in condizionidure e oscure. Dina credeva ch'egli avesse intenzione di offrirgli unimpiego al Ministero degli Esteri. Ora Franco doveva partirecerto.La bambina guarirebbe ed egli ritornerebbe nel più breve tempopossibile. Intanto si fermerebbe a Luganonon è vero? inattesa di notizie; e se non fosse proprio necessario non siarrischierebbe mica di entrar in Lombardia. Con quest'affare diVall'Intelvi sarebbe un'imprudenza enorme. Franco tacque e il suodirettorenel congedarloinsistette: «Abbia prudenza! Non silasci prendere!»ma non ebbe alcuna risposta.

Dalmomento in cui aveva ricevuto il telegrammaFranco aveva camminatosu e giù per Torino come in sognosenza udire il suono deipropri passisenza coscienza di ciò che vedevadi ciòche udivaandando macchinalmente dove gli occorrevain quellacongiunturadi andaredove lo portava una facoltà inferioree servile dell'animaquel misto di ragione e d'istinto che ci saguidare per il labirinto delle vie cittadinementre lo spiritonostrofisso in un problema o in una passioneniente se ne cura.Vendette orologio e catena per centotrentacinque lire a un orologiaiodi Doragrossacomperò una bambola per Mariapassò dalcaffè Alfieri e dal caffè Florio per far avvertire gliamici edovendo pigliar il treno delle undici e mezzo per Novarafualla stazione alle undici. Vi capitarono alle undici e un quarto ilPadovano e l'Udinese. Essi cercarono di rincorarlo con ogni sorta disupposizioni rosee e di ragionamenti vanima egli non rispondevaparolaaspettava con una avidità immensa il momento dipartiredi esser solodi correre verso Oriaperchéqualunque ne fosse il pericoloera ben deciso di andare a Oria.Entrò in una carrozza di terza classe e quando la locomotivafischiòquando il treno si scossemise un gran sospiro disollievoe si diede tutto al pensiero della sua Maria. Ma v'eratroppa gentetroppo rozza e chiassosa gente intorno a lui. AChivassonon potendo resistere a quei discorsia quelle risatepassò in una carrozza vuota di seconda classe dove si mise aparlar sologuardando il sedile di faccia.

Dioperché non mettere nel telegramma una parola di più?OhSignoreuna parola sola! Il nome della malattiaalmeno!

Unnome orribile gli attraversò la mente: croup. Stese le bracciaavanticontro il fantasmain uno stiramento convulsoaspirandoaria con tutta la forza sua e le lasciò ricader con un soffioche parve vuotargli il petto d'anima e di vita. Perché dovevatrattarsi di un male subitaneoaltrimenti Luisa avrebbe scritto.Altro lampo nella mente: congestione cerebrale? Egli stessodabambinoera stato a morte per una congestione cerebrale. SignoreSignorequesta era una luce buona. Era Dio che gliela mandava! Fupreso da singhiozzi nervosisenza lagrime. Mariatesoroamoregioia! Doveva esser questosì. La vide ansanteaccesavegliata dal medico e dalla mammaimmaginò in un minutolunghe lunghe ore al suo capezzalelunghe angoscieil rinascerdella speranzail primo sussurro della dolce voce:

«Papàmio».

Sialzò in piedigiunse e strinse le mani in uno sforzo muto dipreghiera. Poi ricadde a seder esaustovolse gli occhi senza sguardoalla campagna fuggentesentendo quasi un legame fra le grandi Alpivelateferme all'orizzonte di settentrione e il pensiero dominantefermoassopitonell'anima sua. Ogni tanto lo strepito del treno lotoglieva dal suo torpore suggerendogli l'idea di una corsaangosciosarichiamando il suo cuore a correrea batter così.Egli chiudeva poi gli occhi per vedersi meglio arrivare a casa.Subito gli venivan immagini su dal cuore alle palpebrema simuovevanomutavano continuamentenon poteva arrestarle piùd'un momento. Era Luisa che gli correva incontro sulle scaleera lozio che gli stendeva le braccia sull'entrata della salaera ildottor Aliprandi che gli apriva l'uscio dell'alcova e gli diceva«bene bene»eranella camera buiaun moto di ombresilenzioseera Maria che lo guardava con gli occhi lucidi di febbre.

AVercelliparendogli già essere a mille miglia da Torinol'impero della realtà lo riprese. Quando sarebbe a Luganocomeper qual via andrebbe a Oria? Scopertamenteper il lagofacendosi vedere alla Ricevitoria? E se non lo lasciassero passareperché non aveva sul passaporto il visto dell'uscitao sepeggiovi fosse un ordine di arresto per quest'affare del medico diPellio? Meglio prendere la montagna. Poteva venire arrestato dopomacon la pratica dei luoghi che aveva fatto prima del 1848cacciandoera quasi sicuro di arrivare a casa. Questo faticoso lavoro di fare edisfare piani lo distrasse alquantogli tenne occupata la mente sinoltre Aronasul battello del Lago Maggiore. Aveva fatto il conto diarrivare a Lugano nel cuore della notte. Se vi fosse qualcuno adaspettarlo? Se non v'era nessunopoteva darsi che alla farmaciaFontanadove andavano molte valsoldesisi sapesse qualche cosa. SeIddio volesse fargli trovare a Lugano notizie rassicuranti potrebberimettere all'indomani ogni decisione circa l'andata a Oria. Presedunque il partito di non far progetti sino a Lugano e pregòfervorosamente Iddio che gli facesse trovare queste buone notizie. Ilcielo era copertole montagne avevano già una tinta autunnaletristeil lago era leggermente nebbiosole campane di Meinasuonavano; sul vapore non c'era quasi nessuno e la preghiera diFranco gli morì nel cuore sotto una tristezza pesantegliocchi suoi si smarrirono dietro uno stormo di gabbiani bianchi chevolavan lontano verso le acque di Lavenoverso il paese nascostodov'era l'anima sua.

Arrivòa Magadino dopo le settefece il monte Ceneri a piediper ilsentiero che mette alla Cantonieraprese una vettura a Bironico earrivò a Lugano dopo la mezzanotte. Discese in piazza pressoil caffè Terreni. Il caffè era chiusola piazzadesertascura; tutto tacevaanche il lago di cui s'intravedeva unpalpitar lento nell'ombra. Franco si fermò un momento sullariva con la speranza che qualcheduno fosse venuto ad aspettarlo ecomparisse da qualche parte. Non poteva veder la Valsolda nascostadietro il monte Brè; ma quella era l'acqua stessa cherispecchiava Oriache dormiva nella darsena della sua casa. Gli siallargò un poco il cuore in un sentimento di pacegli parveessere ritornato tra familiari suoi. Tacendo ogni voce umanagliparlavano le grandi montagne oscuresopra tutte il monte Caprino ela Zocca d'i Ment che vedevano Oria. Gli parlavano dolcementeglisuggerivano un presentimento buono. Diciannove ore eran passate dalladata del telegramma; il male poteva esser vinto.

Noncomparendo nessunosi avviò alla farmacia Fontanasuonòil campanello. Egli conosceva da molti anni quell'ottimocordialegalantuomo del signor Carlo Fontanapassato anche lui col mondoantico. Il signor Carlo venne alla finestra e si meravigliòmolto di vedere don Franco. Non aveva alcuna notizia della Valsoldaera stato due giorni a Tessereten'era ritornato da poche orenonsapeva niente. Il suo assistenteil signor Benedettoera partitoanche lui da poche oreper Bellinzona. Franco ringraziò e siavviò verso Villa Cianirisoluto di andare subito ad Oria.

Potevascegliere fra due vie: o salire da Pregassona il versante svizzerodel Bogliatoccar l'Alpe della Bollaattraversare il Pian Biscagnoe il gran bosco dei faggiuscirne sul ciglio del versante lombardoal faggio della Madonninacalare ad Albogasio Superiore e Oria; oprendere la comoda via di Gandria verso il lagoe poi il sentieromalvagio e rischioso che da Gandriaultimo villaggio svizzerotaglia la costa ertissimapassa il confine a un centinaio di metrisopra il lagoporta alla cascina di Origacala nei burroni dellaVal Malghera e ne risale alla cascina di Roochvi trova lastradicciuola selciata che passa sopra il Niscioree e discende aOria. La prima via era assai più lunga e faticosa ma incompenso migliore per eludere al confine la vigilanza delle guardie.Partendo dalla farmacia FontanaFranco decise di appigliarsi aquella. Ma quando fu a Cassaragodove mettono la strada diPregassona a quella di Gandriaquando vide la punta di Castagnolacosì vicina e pensò che da Castagnola si va a Gandriain meno di mezz'orache da Gandria si può andare a Oria inun'ora e mezzal'idea di salire il Bogliadi camminare sette odotto ore gli divenne intollerabile. Salendo il Boglia sarebbe poianche arrivato di giorno; questo eraper la sicurezzauno scapitogrande. Prese risolutamente la via di Castagnola e Gandria. Il cieloera tutto coperto di nuvole pesanti. Sotto i grandi castani ovepassava il sentiero di Castagnolanon si sapeva dove mettere ilpiede; ma che sarebbe poi stato nel gran bosco del Bogliase Francoavesse presa quella via? Così fu dentro Castagnola e peggio dicosì nel labirinto delle viuzze di Gandria. Dopo averle fattee rifatte più voltesbagliandoFranco riuscìfinalmente sul sentiero del confine e si fermò a riposare. Sulpunto di cimentarsi nel fitto delle tenebre ai pericoli di unsentiero difficiledi un incontro con le guardie austriachepergiungere poi a quell'altro pauroso passo dell'entrar in casadel farla prima domandadell'udir la prima rispostaalzò la mente aDioraccolse tutti i suoi pensieri in un proposito di fortezza e dicalma.

Siripose in cammino. Gli occorreva ora dare tutta la sua attenzione alsentiero per non smarrirloper non precipitare. I campicelli diGandria finiscono presto. Poi vengono fratte foltependenti sopra illagovalloncelli franosimascherati dal boscoche ruinano dirittial basso. In quei passaggi bui Franco era costretto di menar lebraccia alla cieca per abbrancar un ramopoi un altrocacciar ilviso nel fogliame che almeno aveva l'odore della Valsoldatrascinarsi di pianta in piantatastar coi piedi il suolonon senzaterrori di sprofondarecercar le tracce del sentiero. Il suofardello era piccino ma pure gli dava impaccio. E gli dava noiaquello stormir delle frasche al suo passaggio; gli pareva che dovesseudirsi lontanosui monti e sul lagonel silenzio religioso dellanotte. Allora si fermava e stava in ascolto. Non udiva che il remotorombo della cascata di Resciaqualche lungo ululato di allocchi neiboschi di là del lago e talvolta giù nel profondosull'acquaun secco toccoDio sa di che. Non impiegò meno diun'ora per arrivare al confine. Làfra la valle del Confine ela Val Malgherail bosco era stato tagliato di recenteil pendiosassoso era nudomaggiore perciò il pericolo di precipitaremaggiore il pericolo di venire scoperto. Attraversò queltratto pian pianofermandosi spessomettendosi carponi. Prima diarrivare a Origa udìgiù abbassoun rumor lieve diremi. Sapeva che la barca delle guardie passava qualche volta lanotte alla riva di Val Malghera. Eran le guardiecerto. Sotto icastagni di Origa respirò. Là era coperto e camminavasull'erbasenza rumore. Scese la costa occidentale di Val Malghera erisalì dall'altra parte senza intoppi. Nell'avvicinarsi aRooch il cuore gli martellava a furia. Rooch è come unavamposto di Oria. Ivi mette capo la stradicciuola ch'egli avevasalita tante volte con Luisa nei tepidi pomeriggi invernalicogliendo violette e foglie d'allorodiscorrendo dell'avvenire. Siricordò che l'ultima volta avevano avuto una piccola disputasullo sposo desiderabile per Mariasulle qualità che dovrebbeavere. Franco avrebbe preferito un agricoltore e Luisa un ingegneremeccanico.

Roochè una cascina posta a ridosso di pochi campicelli scaglionatisul monte che fanno una chiara piccola macchia nella boscaglia. Unastanza soprala stalla sottoun portichetto davanti alla stallauna cisterna nel portichetto; non c'è altro. Il portichettos'affaccia sulla viottola ciottolata che passa da due a tre metri piùbasso. Dal ciglio del burrone di Val Malghera a Rooch ci son pochipassi. Salito sul ciglioFranco udì qualcuno parlaresommessamente nella cascina.

Sostòefattosi da bandasi stese bocconi sull'erba fuori del sentierolungo un cespuglietto di castagni. Non udì più parlarema udì venire un rapido passo d'uomo e stette immobiletrattenendo il respiro. L'uomo si fermò quasi accanto a luiaspettò un pocopoi ritornò indietro adagio e disse adalta vocecon accento forestiero: «Non c'è niente. Saràstata una volpe».

Leguardie. Seguì un lungo silenzio durante il quale non osòmuoversi. Le guardie ricominciarono a discorrere ed egli si proposed'indietreggiare senza far rumoredi calarsi da capo in Val Malgheraper girare dietro la cascinain alto. Si levò adagio adagiole scarpe. Stava per muoversi quando udì le guardietre oquattrouscire dalla cascina discorrendo e venire verso di lui. Neintese una dire: «Non resta qui nessuno?»e un'altrarispondere: «È inutile».

Quattroguardie gli passarono accanto una dopo l'altra senza vederlo. Nonavevan sospetti perché discorrevano di cose indifferenti. Unodiceva che si può restare sott'acqua dieci minutisenz'affogareun altro ribatteva che dopo cinque minuti bisognamorire. La quarta passò in silenzio maappena passatasifermò; Franco rabbrividì udendola fregar un fiammifero.Quegli accese la pipatirò due o tre boccate di fumoe poidomandò ai compagnialquanto forte perché s'eran giàdilungatiscendevan la costa di Val Malghera.

«Quantianni aveva?»

Unodi coloro risposepure forte:

«Treanni e un mese».

Allorala quarta guardia tirò altre due boccate di fumo e si rimisein cammino. Francoche stava bocconiall'udir «tre anni e unmese»l'età di Mariasi alzò sulle bracciastringendo l'erba convulsivamente. Il rumor dei passi si perdeva giàin Val Malghera.

«DioDioDioDio!»diss'egli. Si rizzò ginocchioniripetélentamente dentro a sécome istupiditola parola terribile:«aveva». Si torse le manigemette ancora: «DioDioDioDio!».

Diquel che fece in seguito non ebbe quasi coscienza. Scese a Oria conla sensazione vaga d'esser diventato sordocon un gran tremito nelbraccio che portava la bambola. Arrivò alla Madonna del Romìtattraversò il paese e invece di scendere per la scalinata delPomodoro continuò diritto per il sentiero che raggiunge lascorciatoia di Albogasio Superiorediscese per la stessa scalettache aveva presa la Pasotti il giorno prima della catastrofe. Videsulla faccia della chiesa un chiaror debole che usciva dalla finestradell'alcovanon si fermò sotto la finestra illuminatanonchiamòentrò nel sottoportico e spinse l'uscio.

Eraaperto.

Entròdal fresco della notte in un'afa pesantein un odore strano di acetobruciato e d'incenso. Si trascinò a stento su per le scale.Davanti a luisul pianerottolo a mezza scalaveniva lume dall'alto.Giunto là vide che la luce usciva dalla camera dell'alcova.Salì ancoramise il piede sul corridoio. L'uscio della cameraera spalancato; molti lumi dovevano arder là dentro. Sentìcon l'odor d'incensoodor di fiorifu preso da un tremito violentonon poté avanzare. Dalla parte della cucina si udiva qualcunodormiredalla parte dell'alcova non si udiva niente. A un tratto lavoce di Luisa parlòteneraquieta: «Vuoi che vengaanch'iodomanidove vai tuMaria? La vuoi la tua mammain terracon te?». «Luisa! Luisa!»singhiozzòFranco. Si trovarono nelle braccia l'uno dell'altrosulla sogliadella loro camera nuziale che aveva la memoria degli amori ancor vivae il dolce lor fruttomorto.

«Vienicarovieni vieni»diss'ella e lo trasse dentro.

Nelmezzo della camerafra quattro ceri accesigiaceva nella baraapertasotto un cumulo di fiori recisi e languenti come leilapovera Maria. Erano rosevainigliegelsominibegoniegeraniverbenefrondi fiorite di olea fragranse altre frondi nonfioriteegualmente scureegualmente lucenti: le frondi del carrubogià tanto caro a lei perché tanto caro al suo papà.Fiori e frondi erano sparsi anche sul viso.

Francos'inginocchiò singhiozzando: «DioDioDio!»mentre Luisa prese due rosellinele pose in una manina di Maria epoi la baciò sulla fronte.

«Tupuoi baciarla sui capelli»diss'ella. «Sul viso no. Ildottore non vuole.»

«Matu? Ma tu?»

«Ohper me è un'altra cosa.»

Egliposò invece le labbra sulle labbra gelide che trasparivano trale foglie di carrubo e fiori di geranio. Ve le posòlievementecome per un addio teneronon disperatoalla vestecaduta e vuota della diletta creatura sua partita per altra dimora.

«MariaMaria mia»sussurrò fra i singhiozzi«che cosa èstato?»

Eglinon aveva inteso affatto che il primo discorso delle guardie sugliannegati avesse un nesso col secondo.

«Nonlo sai?»gli chiese la moglie senza sorpresapacatamente.Gliel'avevano detto com'era stato telegrafato; ma ella sapeva pureche Ismaele doveva recarsi a Lugano per incontrarvi Franco e ignoravache Ismaelearrivata la posta dal Ceneri senza nessunoera andato adormire.

«PoveroFranco!»diss'ella baciandolo sul capoquasi maternamente.«Non c'è mica stata malattia.»

Eglisi rizzò in piediesclamò atterrito: «Come? Nonc'è stata malattia?»

Lapersona che Franco aveva udito dormirela Leuentrò in quelmomento per far suffumigivide Francorimase sbalordita. «Va'»le disse Luisa«posa il fuoco lì fuorimettici quelche vuoi e poi va in cucinadormipovera Leu.» Quella obbedì.

«Nonc'è stata malattia?»ripeté Franco.

«Vieni»gli rispose sua moglie«ti racconterò tutto.»

Lofece sedere sulla dormeusea piè del lettomatrimoniale. Egli la voleva accanto a sé. Ella gli fe' segnodi nodi non insisteredi tacered'aspettaree sedette a terrapresso la sua creaturaincominciò il racconto doloroso convoce pianaegualeindifferentequasial dramma che dicevaconuna voce simile a quella della sorda Pasottiche pareva venire da unmondo lontano. Prese le mosse dall'incontro con la Bianconi in Campòe dissesempre con la stessa calmatutti i pensieritutti isentimenti che l'avevan portata ad affrontare la nonnadisse i fattisino al momento in cui s'era convinta che Maria non aveva piùvita. Quand'ebbe finito s'inginocchiò a baciar la sua morta ele sussurrò: «Il tuo papà ha in mente che t'houccisa ioadessoma non è verosainon è vero».

Eglisi alzòtutto vibrante di una commozione senza nomesi chinòsopra di leila raccolse da terranon renitente néabbandonantesicon mani risolute e riguardosese la collocòvicina sulla dormeusele cinse con un braccio le spallelastrinse a séle parlò sui capellibagnandoli di pochelagrime ardenti che a quando a quando gli rompevan la voce: «PoveraLuisa mianonon l'hai uccisa tu. Come vuoi che io pensi questacosa? Ohnocarano. Io ti benedicoinveceper tutto che haifatto per lei da quando è nata. Io che non ho fatto nientetibenedicote che hai fatto tanto. Non dir piùnon dir piùquella cosa! La nostra Maria...» Un violento singhiozzo gliruppe le parolema subito l'uomocon forte voleresi vinsecontinuò: «Non sai cosa dice la nostra Maria in questomomento? Dice: mamma miapapà mioadesso siete soliciascuno di voi non ha che l'altrosiate uniti più che maidonatemi a Dio perché mi ridoni a voiperché io sia ilvostro angelo e vi conduca un giorno a Lui e stiamo insieme persempre. La sentiLuisache dice così?».

Ellafremeva nelle sue bracciascossa da sussulti violenticol visobassoresistendo a Franco che glielo voleva alzare. Finalmente gliprese in silenzio una mano e gliela baciò. Egli pureallorala baciò sui capelli. Poi gli sussurrò: «Rispondimi».

«Tusei buono»rispose Luisa con voce accorata e debole«tuhai pietà di me ma non pensi quello che tu dici. Tu devipensare che la causa della sua morte sono ioche se avessi seguito ituoi sentimentile tue ideenon sarei uscita di casae se nonuscivo di casa non succedeva nienteMaria sarebbe viva.»

«Lasciastar questolascia star questo. Tu potevi credere che Maria fosse incamera o con la Veronicatu potevi rimanere in sala con gli sposi ela disgrazia sarebbe successa ugualmente. Non pensar più aquestoLuisa. Ascolta invece quello che ti dice Maria.»

«PoveroFranco! Poverettopoveretto!»disse Luisacon un'amarezza disottintesi paurosida far gelare il sangue. Franco tacquetremandonon valendo a immaginare cosa ella pensasseeppure temendo udirlo.Si sciolsero lentamente dalla loro strettaLuisa per la prima. Ellariprese però la mano di suo maritovolle accostarsela da capoalle labbra. Franco trasse teneramente a sé quella di leitentò un'ultima parola:

«Perchénon mi vuoi rispondere?»

«Tifarei troppo male»diss'ellasottovoce.

Egliebbe il senso di una irreparabile rovina nell'anima di lei e tacque.Non ritirò la mano ma si sentì mancare ogni forzainvader da uno scuroda un gelocome se Mariachiamatainutilmentefosse morta una seconda volta. L'angoscialastanchezzal'afai misti odori della camera poterono tanto sopra diesso che dovette uscire per non venir meno.

Andòin loggia. Le finestre erano aperte; l'aria purafrescalo rianimò.Pianseal buiola sua figliuolasenza ritegnosenza nemmeno quelritegno che vien dalla luce. S'inginocchiò ad una finestras'incrociò le braccia sul pettopiansecol viso al cielolagrime e parole a fluttiparole incomposte di strazio e di fedeardentechiamando Dio in aiutoDioDio che lo aveva colpito. Eglielo dissea Diocon la piena delle lagrimeche gli permettessedi piangere ma che sapeva bene perché la bambina era morta.Non aveva egli tanto pregato che il Signore la salvasse dal pericolodi perdere la fede stando con sua madre? Ah quella seraquellaultima sera che Maria gli aveva detto «papà miounbacio» e tante altre tenerezze e non voleva lasciar la suamanocome come aveva pregato! Era un terroreuna gioiauno spasimodi ricordarlo. «SignoreSignore»diss'egli verso ilcielo«Tu tacevi e mi ascoltaviTu mi hai esaudito secondo letue vie misterioseTu hai preso il mio tesoro con Teella èsicuraella godeella mi aspettaTu ne congiungerai!» Non fuamaro il dirotto pianto in cui le parole morirono. Ma dopopensandoancora quest'ultima seragli fu amarissimo di esser partito senzadirlo a Mariadi averla ingannata. «MariaMaria mia»supplicò piangendo«perdonami!» Diocome glipareva impossibile che tutto questo fosse verocome gli pareva diandar nell'alcovadi doverla trovar làdormente nel suolettinocon la testa piegata sulle spalle e le manine aperteabbandonate sulle lenzuolacon le palme in su! E invece vi erasìma!... Oh che cosa! non potevanon poteva essere fine al pianto.

Vennela Leu col lume e gli portò il caffè. L'aveva mandatala signora. Egli ebbe un movimento di tenera gratitudine per suamoglie. Diopovera Luisache infelicità nera la sua! E qualispaventose apparenze di castigo per lei nel colpo che le piombavasopra in quel momentoproprio in quel momento! Lo aveva bencompresoleich'egli doveva pensar così e lo pensava davveroe aveva negato per pietàsìper pietà com'ellaaveva inteso pure. E queste spaventose apparenze di castigo nonfrutterebbero dunque niente? Ella si separava da Dio più chemaichi sa fino a qual punto. Poverapovera Luisa! Non era dapregar per MariaMaria non ne aveva bisognoera da pregar perLuisada pregar dì e notteda sperar nelle preghieredell'animetta caranascosta in Dio.

Egliparlò con la Leuabbastanza calmosi fece raccontar da leitutto che aveva vedutotutto che aveva udito della cosa terribile.«La voreva propi el Signor la Soa tosetta»disse la Leuper ultimo. «Bisoeugnava vedèlla in gièsacont iso manitt in crôs cont el so bel faccin seri. La somejava onangiol tal e qual! Propi.» Poi domandò a Franco sedesiderasse tener il lume. Nopreferiva star allo scuro. E ilfuneralea che ora si farebbe? La Leu credeva che si farebbe alleotto. La Leuquando cominciava a discorrerenon smetteva facilmentee forse aveva anche paura di starsene soletta in cucina: «El sopapà!»diss'ella ancora prima di andarsene. «Elso car papà! L'è forsi minga vott dì che sonvegnüda chì a portagh di castegn a la sciora e sta caratosettache la parlava inscì politopropi come on avocàtla fa: "SaiLeupresto il mio papà viene a Lugano e iovado a trovarlo". Ciàol'è ona gran roba!»

Lagrimee lagrime. Ah Iddio aveva preso la bambina per toglierla agli erroridel mondoIddio aveva punito Luisa degli errori suoi ma non eradisegnato l'orribile castigo anche per lui? Non aveva egli colpe? Ohsìquantequante! Ebbe la chiara visione di tutta la propriavita miseramente vuota di operepiena di vanitàmalrispondente alle credenze che professavatale da renderloresponsabile dell'irreligiosità di Luisa. Il mondo logiudicava buono per le qualità di cui non aveva merito alcunoessendo nato con esse; tanto più severo sentiva sopra di séil giudizio di Dio che molto gli aveva dato e frutto non ne avevacolto. S'inginocchiò da caposi umiliò sotto ilcastigonella desolata contrizione del cuorenell'ardor di espiaredi purificarsidi farsi degno che Iddio lo ricongiungesse con Maria.

Pregòe pianse a lungo a lungopoi uscì sulla terrazza. Il cieloimbiancava sopra la Galbiga e le montagne del lago di Como; venivagiorno. Dal nero Boglia imminente soffiavano le tramontane fredde. Davicino e da lontanoa riva di lago e nell'alto grembo della vallesi levaron suoni di campane. L'idea che Maria e la nonna Teresa eranoinsiemefelicisalì al cuore di Franco spontaneachiara esoave. Gli parve che il Signore gli dicesse: ti addoloro ma ti amoaspettaconfidasaprai. Le campane suonavano da vicino e dalontanoa riva di lago e nell'alto grembo della valleil cielodiventava più e più bianco sopra la Galbigaverso illago di Comolungo l'erto profilo nero del Picco di Cressogno; e ledistese dell'acqua piana prendevano laggiù in levantefra legrandi ombre dei montiun chiaror di perla. Le frondi dellapassifloratocche dalle tramontaneondulavano silenziosamente soprail capo di Francoagitate dall'aspettazione della lucedella gloriaimmensa che scendeva in oriente colorando di sé nuvoli eserenosalutata dalle campane.

Viverevivereoperaresoffrireadorareascendere! La luce voleva questo.Portarsi via i vivi tra le bracciaportarsi via i morti nel cuoreritornare a Torinoservir l'Italiamorir per lei! Il nuovo giornovoleva questo. ItaliaItaliamadre cara! Franco giunse le mani inuno slancio di desiderio.

AncheLuisa udì le campane. Non avrebbe voluto udirlenon avrebbevoluto che venisse giorno mai piùche venisse l'ora di cederMaria alla terra. Inginocchiata presso il corpicino della suacreatura le promise che ogni giornofinché avesse vitasarebbe venuta a parlarlea portarle fioria tenerle compagniamattina e sera. Poi sedetteaffondò nei pensieri cupi che nonaveva voluto dire al maritocresciuti e maturati in lei nel corso diventiquattr'ore come una maligna infezione assorbita da lungo temporimasta inerte per lungo tempocoltaun dato momentodallacorrente del sanguedivampata con fulminea violenza.

Tuttele sue idee religiosela sua fede nell'esistenza di Dioil suoscetticismo circa la immortalità dell'anima tendevano acapovolgersi. Ella era convinta di non essere affatto in colpa dellamorte di Maria. Se realmente esisteva una Intelligenzauna Volontàuna Forza padrona degli uomini e delle cosela mostruosa colpa erasua. Questa Intelligenza aveva freddamente disegnato la visita dellaPasotti e il suo donoaveva allontanato da Maria le persone chepotevano custodirla in assenza della madrel'aveva tratta senzadifesa nelle sue insidie ferocie uccisa. Questa Forza aveva fermatoleila madreproprio nel momento in cui stava per compiere un attodi giustizia. Stupida lei che aveva prima creduto nella GiustiziaDivina! Non v'era Giustizia Divinavi era invece l'altare alleatodel Tronoil Dio austriacosocio di tutte le ingiustiziedi tuttele prepotenzeautore del dolore e del maleuccisore degl'innocentie protettore degl'iniqui. Ah s'egli esistevameglio che Maria fossetutta lìin quel corpomeglio che nessuna parte di leicadessesopravvissutanelle mani della sua Onnipotenza malvagia!

Maera possibile dubitare che quest'orribile Iddio esistesse. E se nonesistesse si potrebbe desiderare che una parte dell'essere umanocontinuasse a viverenon miracolosamentema naturalmenteoltre latomba. Ciò era forse più facile a concepireche laesistenza di un tiranno invisibiledi un Creatore feroce contro leproprie creature. Meglio la signoria della Natura senza Diomeglioun padrone cieco ma non nemiconon deliberatamente cattivo. Certonon bisognava pensare più in alcun modo né in questavita né in una vita futurase vi fosseal fantasma vanoGiustizia.

Lafioca luce dell'alba si mesceva a' suoi pensieri come a quelli diFrancosolenne e consolante per luiodiosa per lei. Eglicristianopensava una insurrezione di collera e d'armi controfratelli in Cristo per l'amore di un punto sopra un minimo astro deicieli; ella pensava una ribellione immensauna liberazionedell'Universo. Il pensiero di lei poteva parere più grandel'intelletto di lei poteva parere più forte; ma Colui chemeglio è conosciuto dalle generazioni umane quanto piùascendono nella civiltà e nella scienza; Colui che consentevenire onorato da ciascuna generazione secondo il poter suo e chegradatamente trasforma ed alza gl'ideali dei popoliservendosi peril governo della terranel tempo opportunoanche degl'idealiinferiori e perituri; Colui ch'essendo la Pace e la Vita soffersevenir chiamato il Dio degli esercitiaveva impresso il segno del Suogiudizio sul viso della donna e sul viso dell'uomo. Mentre l'alba siaccendeva in aurorala fronte di Franco venivasi irradiando di unaluce interioregli occhi suoi ardevanofra le lagrimedi vigorvitale: la fronte di Luisa sempre più si oscuravale tenebresalivano in fondo a' suoi occhi spenti.


Allevar del sole una barca comparve alla punta della Caravina. Eral'avvocato V. che veniva da Varenna alla chiamata di Luisa.



12.Fantasmi


Lasera di quello stesso giorno una conversazione fiorita si raccolsenella sala rossa della marchesa. Pasotti vi portò seco a forzala sua disgraziata moglie e quasi a forza il signor Giacomo Puttiniriluttante invano ai capricci dispotici del Controllore gentilissimo.Vennero pure il curato di Puria e il Paolincuriosi di vederl'effetto della tragedia di Oria sulla vecchia faccia di marmo. IlPaolin trascinò seco il buon Paolonmollemente riluttanteanche lui come un pecorone. Venne il curato di Cimadevoto allamarchesavenne il prefetto della Caravinatuttoin cuor suoperFranco e Luisaobbligatocome parroco di Cressognoa certiriguardi verso la loro nemica.

Costeiaccolse tutti col solito viso impassibilecol solito flemmaticosaluto. Si fece sedere accantosul canapèla signoraBarborin alla quale il padrone aveva proibito il menomo accenno aicasi di Oriasi lasciò ossequiare dagli altrifece le solitedomande al Paolin e al Paolon circa le rispettive loro dame esoddisfatta d'aver appreso che la Paolina e la Paolona stavano beneincrociò le mani sul ventre e tacque dignitosamente in facciaal semicerchio de' suoi cortigiani. Pasottinon vedendo Friends'informò subito di lui con ossequiosa premura: «E 'lFriend? Poer Friend!» benché se lo avesse avuto nellegranfiesolus cum soloquel brutto diavolaccio ringhioso chesciupava i calzoni a lui e le sottane a sua moglielo avrebbestrozzato con gioia. Friend era infermo da due giorni. Tutta labrigata si commosse e lamentò il caso con la segreta speranzache il maledetto mostro fosse per crepare. La Pasotti vedendo tantebocche parlaretante facce diventar contritee non udendo unaparolasuppose che si discorresse di Oriasi rivolse al Paolon suovicinolo interrogò con gli occhispalancando la boccaindicando col dito la direzione di Oria. Il Paolon le fece segno dino. «Parlen del cagnoeu»diss'egli. La sorda non intesefece «ah!» e presea casoun'aria compunta.

Friendmangiava troppo e troppo benesoffriva d'una malattia schifosa. IlPaolin e il curato di Puria diedero premurosi consigli. Il prefettodella Caravina aveva espresso altrove la temperata opinione che fosseda buttarlo nel lago con la sua padrona al collo. Mentre si parlavacon tanto interesse della bestia di casaegli pensava a Luisastravoltalividacome l'aveva vista la mattinaquando s'eraopposta come una forsennataprima alla chiusura della barapoi altrasportoe quando nel cimitero aveva gettato lei con le sue propriemani la terra sulla sua bambinadicendole d'aspettarla e che sarebbepresto discesa a giacer con lei e che quello doveva essere il loroparadiso.

Sesi parlava con interesse del rognoso Friendi fantasmi della bambinamorta e della madre disperata erano però nella sala. Quandonessuno seppe più che dire del cane e vi ebbe un momento disilenzioi due fantasmi squallidi furono uditi da tutti domandar chesi parlasse di loro; e ciascuno li vide negli occhi della persona cheli amavala sorda Pasotti. Suo marito cercò subito unadiversionepropose al signor Giacomo un problema di tarocchi. Unoscartante che ha tre cartinetutte figureuna dama e due cavallieha pure il mattocosa deve fare? Scartare la dama e un cavallo o idue cavalli? Il signor Giacomo si mise a soffiare a tutto vaporegonfiando le gote rosse e il cravattone bianco: «Apff! No.Controllore gentilissimonoLa me dispensa. Da le dame no digo madai cavai mi son stà sempre lontan. Apff!». Gli altritarocchisti raccolsero in fretta il problemai fantasmi non furonopiù uditi e ciascuno respirò.

Eranole nove. Alle novedi solitoil cameriere entrava con due candeleaccese e apparecchiava il tavolino del tarocco in un angolo dellasalafra il gran camino e il balcone di ponente. Allora la marchesasi alzava e diceva con la sua flemma sonnolenta:

«Secreden».

Idue o tre presenti rispondevano «sem chì» eincominciava l'entro in tre o la partita in quattro.

Ilvecchio cameriereaffezionatissimo a don Francoesitòquella seraa portare i lumi. Non gli pareva possibile che lapadrona e i signori avessero il coraggio di giuocare. Alle nove ecinque minutinon vedendolo entrareciascuno commentò ilritardo fra sé. Il Paolinprima di entrar in casaavevasostenuto contro il prefetto che non si sarebbe giuocato. Egli guardòtrionfante il suo avversario e lo guardò pure il Paoloncompiacendosiper una solidarietà di Paoliche avesseragione il Paolin. Pasottiche si era tenuto sicuro di giuocarecominciò a dar segni d'inquietudine. Alle nove e sette minutila marchesa pregò il prefetto di suonare il campanello. Queglirestituì al Paolin l'occhiata trionfante e vi aggiunse tuttoil muto disprezzo per la vecchiache poté.

«Apparecchiate»diss'ella al cameriere.

Questientrò poco dopo con le due candele. Anche in fondo agli occhisuoi crucciosi si vedeva il fantasma della bambina morta. Mentr'eglidisponeva sul tavolino le candelele carte da giuoco e i gettonid'avoriosi fece nella sala quel silenzio di aspettazione che solevaprecedere l'alzarsi della marchesa. Ma la marchesa non diede segno divolersi alzare. Si voltò a Pasotti e gli disse:

«Controllorese desideran giuocare Loro...»

«Marchesa»rispose Pasottipronto«la presenza di mia moglie non deveimpedirle di fare la Sua partita. Barbara giuoca male ma si divertemoltissimo a guardare.»

«Staseranon giuoco»rispose la marchesa. La voce era molle ma il noera duro.

Ilbuon Paolonche taceva sempre e non sapeva giuocare a tarocchicredette aver finalmente trovato una parola ossequiosa e savia dametter fuori.

«Già!»diss'egli.

Pasottilo guardò in cagnescopensò: «cosa c'entralui?»ma non osò parlare. La marchesa non parveaccorgersi della scoperta del Paolon e soggiunse:

«Possongiuocare Loro».

«Maipiù!»esclamò il prefetto. «Neanche persogno!»

Pasottilevò di tasca la tabacchiera. «Il signor prefetto»diss'egli facendo spiccare le sillabe e alzando un poco la manoaperta con una presa tra il pollice e l'indice«parla per sé.Per parte miase la signora marchesa lo desiderason pronto asoddisfare il suo desiderio.»

Lamarchesa tacque e il focoso prefettoincoraggiato da quel silenzioborbottò a mezza voce:

«Èun lutto di famigliainfine».

Daquando Franco era uscito di casa il suo nome non era mai statopronunciato nelle conversazioni serali della sala rossala marchesanon aveva mai fatto allusione a lui né a sua moglie. Ellaruppe adesso il silenzio di quattro anni.

«Mirincresce per la creatura»diss'ella«ma per suo padree sua madre è un castigo di Dio.»

Tuttitacquero. Dopo alcuni minutiPasotti disse a voce bassain tonosolenne:

«Fulmineo».

Eil curato di Cima soggiunse più forte:

«Evidente».

IlPaolin ebbe paura di tacere e di parlarefece «ma!» eallora il Paolon osservò: «Proprio!». Il signorGiacomo soffiò.

«Uncastigo di Dio!»ripeté con enfasi il curato di Cima.«E anchedate le circostanzeun segno della Sua protezionesopra qualche altra persona.»

Tuttimeno il prefetto che si rodevaguardarono la marchesa come se laMano protettrice dell'Onnipotente fosse sospesa sopra la suaparrucca. Invece quella Mano Divina stava sopra il cappellone dellaPasotti e le teneva ben chiusi gli orecchi onde non avessero apenetrarvi contaminatrici parole d'iniquità. «Curato»disse Pasotti«poiché la signora marchesa lo proponefacciamo una partitina? Leiil Paolinil signor Giacomo e io.»

Iquattro che sedettero al tavolino da giuoco si lasciarono subitodolcemente andarenel loro angoloalle comode mollezze dellaconversazione sbottonataalle vecchie barzellette ambrosianeattaccate ai tarocchi come l'unto. «Hin nanca arrivaa aBarlassina!»esclamò Pasotti dopo la prima giuocataridendo forte per far suonare la sua vittoria e la sua allegria.

Quellilà si erano liberati dai fantasmi; gli altri no.

Lasordaimpettita e immobile sul canapèaveva sofferto angoscemortali aspettando un gesto del marito che le imponesse di giuocare.Oh Signoredovrebbe toccarle anche questa condanna? Per grazia delcielo il gesto non venne fatto e la sua prima impressione nel veder iquattro prender posto al tavolino fu di sollievo. Ma poi le ripresesubito un disgusto amaro. Che insultoquel giuocoalla sua Luisache disprezzo per la povera cara Ombrettina morta! Nessuno leparlavanessuno faceva attenzione a lei: ella si mise a recitarementalmente una fila di PaterAve e Gloriaper lacattiva creatura seduta all'altro angolo del canapètantovecchiatanto vicina a comparire davanti a Dio. Le dedicò lapreghiera per la conversione dei peccatori che soleva dire mattina esera per suo marito da quando aveva scoperto certe sue familiaritàcon una bassa persona di casa.

Ilprefettoa udir gli schiamazzi di Pasottisi alzò e presecongedo. «Aspetti»gli disse la marchesa«diprender un bicchier di vino.» Alle nove e mezzo soleva capitareuna bottiglia preziosa di San Colombano vecchio. «Stasera nonbevo»rispose il prefettoeroicamente. «Son tropposottosopra da questa mattina in poi. Il Puria sa perché.»

«Ma!»fece il Puriasottovoce. «È stata una gran tragediagià.»

Silenzio.Il prefetto s'inchinò alla marchesasalutò la Pasotticon l'espressione del «c'intendiamo» e partì.

Ilcurato di Puriacorpo grosso e cervello finostudiava la marchesasenza parere. Era ella tocca o no dai fatti di Oria? L'essersiastenuta dal giuoco gli pareva un indizio dubbio. Poteva averlo fattoper rispetto al proprio sangue in astratto. Osservandola bene ilcurato notò che le sue mani tremavano: cosa nuova. Elladimenticò di domandare a Pasotti se il vino fosse buono: cosanuova. La maschera cerea del viso aveva di tratto in tratto qualchecontrazione: cosa nuovissima. «È tocca»pensòil curato. Siccome ella tacevala Pasotti tacevail Paolon tacevatutto il gruppo pareva petrificatocercò lui di rompere ilghiaccionon trovò di meglio che voltar quelle teste verso iltavolino del giuoco e commentare le apostrofi di Pasottile protestedel Paolini «no digo» e gli «apff» delsignor Giacomo. La marchesa si scosse un pocosi compiacque diosservare che i giuocatori si divertivano. La Pasotti non udìné disse mai parola e gli altri tre finirono con parlar dilei. La marchesa si dolse che fosse tanto sordache non si potessefarle un po' di conversazione. Gli altri due dissero di lei tutto ilgran bene che meritava e che dice ancora chi la ricorda. Ella stavalì malinconica e mutanon sospettando affatto d'esser ilsoggetto dei loro discorsi. Il Signore proteggeva la sua profondaingenua umiltànon le lasciava penetrar negli orecchi le lodidella gente ma solo le strapazzate del consorte. I suoi grandicompunti occhi neri si ravvivarono quando il signor Giacomo pronunciòun gran soffio finalee i colleghilasciate le cartesiabbandonarono sulle spalliere delle rispettive seggiole a riposarealquantoa ruminar il piacere del giuoco. Finalmente il suo signoresi avvicinò al canapèle fece segno di alzarsi. Per laprima volta in vita suaforseella fu contenta di salire in barcacon grande meraviglia del Puria il quale dichiarò che sullagodi notteera un «fifone». È vero che acento passi da Cressogno l'orrore del lago e delle tenebre lariprese. Pensò allora con invidia al curato del quale udiva lavoce sopra il Tentiònfra gli ulivi. «Addiofifone!»gridò Pasotti. Il «fifone» non udì. Egli eil Paolin discorrevano sottovoce ma con gran calorecommentando leparole della marchesadel prefettodi Pasotticercando di frugarnel cuore della vecchiadisputando se vi fossero pietà erimorsi. Il curato era per il sìil Paolin per il no. IlPaolon precedeva con la lanterna mettendo continuiinintelligibiligrugniti. Il Paolin andò poi mordendo tutto che fosse damorderela durezza della marchesala malignità di Pasottila dabbenaggine di sua mogliela cortigianeria del Cimala temeritàdel prefettole pazzie di Luisa e di Francola debolezzadell'ingegnere Riberatante altre colpe di vivi e di morti. Durezzedebolezzemalignitàostinazionicortigianerie: dappertuttosecondo luic'era in fondo quell'egoismo porco. «Che gran mondmincion!»fu il suo riassunto finale. «Ch'el senta carel me curatquand gh'è quel poo de ris e verz con quel poo deformagg per soralassèm pür andà tüsscoss aldiavol che l'è mej.» Dopo una sentenza tanto logicanulla restava più a dire né a grugnire e la piccolacomitiva giunta in capo alla salita procedette silenziosa per leumide ombre del Campònell'odor fresco dei castagni e deinocisenz'accorgersi di uno spettro che passava in ariavôltoa Cressogno.


Partitii suoi ospitila marchesa suonò il campanello per il rosarioche non s'era potuto dire alla solita ora. Il rosario di casa Maironiera una cosa viva che aveva le sue radici nei peccati antichi dellamarchesa e veniva sempre più sviluppandosimettendo nuovi Avee nuovi Gloria a misura che la vecchia dama avanzava neglianni e si scorgeva più netto e più visibile a fronte unteschio schifosoil proprio. Perciò il suo rosario era lungoassai. I peccati dolci della protratta gioventù non lepesavano troppo sulla coscienza; ma qualche grossa furfanteriad'altro generemisurabile in liresoldi e denarimal confessata equindi mal perdonabilele dava una molestia sempre compressa a furiadi rosari e sempre rinascente. Mentre chiedeva al Creditore Grande laremissione de' suoi debiti le pareva ch'Egli avesse facoltàd'accordarla intera; invece dopo le si levavano da capo in mente lefacce crucciose dei creditori piccoliritornava con esse il dubbiodel perdonoe la sua avariziala sua superbia avevano a lottare conil terrore di un carcere perpetuo per debitioltre la tomba.

Recitarele preghiere per la conversione dei peccatori e quelle per laguarigione degl'infermiprima di venire ai Deprofundisannunciò tre Avemarie nuove secondo la sua intenzione. Laguatterauna semplice pia contadina di Cressognosuppose che le treAvemarie fossero domandate per quei poveretti di Oria e le recitòcon tutto lo zelo. Le Avemarie della guattera urtarono e disperseroquelle della padronache chiedevano sonnoriposo di nervi e dicoscienza. Quanto alle Avemarie degli altriesse furono dettesecondo la loro comune intenzione che non restasserocome troppospesso accadevadefinitivamente appiccicate al rosario. Nessunainsomma poté arrestare lo spettro nel suo cammino.

Lamarchesa si ritirò verso le undici. Prese dell'acqua di cedroe avendo la cameriera incominciato a parlare di Oriadi don Francoche si sussurrava essere arrivatole impose silenzio. Era toccasì.Aveva sempre davanti agli occhi l'immagine di Maria come l'avevaveduta una volta passando in gondola sotto la villetta Gilardonipiccinacon un grembiale biancoi capelli lunghi e le braccia nudestranamente somigliante ad un bambino suomortole a tre anni.Sentiva ella affettopietà? Non sapeva ella stessa quello chesentisse. Forse dispetto e sgomento di non sapersi liberare da unaimmagine molesta; forse paura di questo pensieroche se non fossestato commesso certo grosso peccato anticose il testamento delmarchese Franco non fosse stato arsola bambina non sarebbe morta.

Comefu a letto si fece leggere altre preghiere dalla camerierale ordinòdi spegnere il lume e la congedò. Chiuse gli occhicercòdi non pensare a nientee si vide sotto le palpebre una chiaramacchia informe che si venne disegnando in un guancialettopoi inuna letterapoi in un gran crisantemo bianco e poi in un visosupinomortoche diventava via via più piccolo. Le parevagià di assopirsi ma per effetto di quest'ultima trasformazionele vibrò nel cuore il pensiero della bambinanon vide piùnulla sotto le palpebreil sopore si dileguò ed ella apersegli occhiinquietamalcontenta. Si propose di pensar una partita ditarocchi per cacciar le immaginazioni moleste e richiamar il sonno.Pensò ai tarocchipotécon uno sforzovedersi nellatesta il tavolino da giuocoi giuocatorii lumile carte; maquando cessò dallo sforzo per abbandonarsi ad una visionepassiva di questi soporifici fantasmile comparve sotto le palpebretutt'altra cosauna testa che cambiava continuamente lineamentiespressioneattitudini e che venne per ultimo lentamenteripiegandosi avanti sopra se stessa come nel sonno o nella mortenonmostrando più che i capelli. Altra scossa di nervi; lamarchesa riaperse gli occhi e udì l'orologio della scalasuonare. Contò le ore: dodici. Già mezzanotte e nonpoter dormire! Stette alquanto ad occhi aperti ed ecco adessoimmagini nel buio come prima sotto le palpebre. Cominciavano da unnucleo informe e si svolgevano continuamente. Si disegnò unquadrante d'orologioche diventò un occhio spaventato dipesceun occhio umano severo. Ad un tratto venne alla marchesal'idea che non riuscirebbe a dormire e il sopore già inoltratoandò rotto da capo. Allora ella suonò il campanello.

Lacameriera si fece chiamar due volte e poi venne mezzo svestitadormigliosa. L'ordine fu di posar il lume sopra una sedia per modoche dal letto non si potesse veder la fiamma; di prendere un volumedi prediche del Barbieri e di leggere a mezza voce. La cameriera eraabituata a somministrare questi narcotici. Si pose a leggere e incapo alla seconda paginaudendo il respiro della padrona farsigreveandò pian piano smorzando la voce per un mormorioinarticolatofino al silenzio. Aspettò un pocoascoltòil respiro regolare e pesantesi alzò a guardar la facciacupasupina sul doppio guanciale con le sopracciglia aggrottate e labocca semiapertaprese il lume e si ritirò in punta di piedi.

Lamarchesa dormiva e sognava. Sognava di giacer sulla soglia nellostanzone buio di un carcerecon i ceppi ai piediaccusata diassassinio. Entrava il giudice con un lumesedeva presso a lei eleggeva una predica sulla necessità della confessione. Ellagli si protestava innocenteripeteva: «Ma non sa che si èannegata da sé?». Il giudice non rispondevaleggevaleggeva sempre con voce compunta e solennee la marchesa insisteva:«Nonon l'ho uccisa». Non era flemmatica nel sognosiagitava come una disperata. «Badi»rispondeva ilgiudice. «La bambina lo dice.» Egli si alzava in piedi eripeteva: «Lo dice». Poi batté forte le mani palmaa palma ed esclamò: «Entrate!». Fino a questopunto la marchesa aveva sentitosognandodi sognare; qui credettesvegliarsivide con orrore che qualcuno era entrato infatti.

Unaforma umana debolmente luminosa stava a sedere sulla poltronaingombra di vestipresso il suo lettosì ch'ella non potevavedere la parte inferiore dell'Apparizione. Il bustole braccialemani raccolte insieme avevano un colore biancastro e contornialquanto incerti; la testaappoggiata alla spallieraera nitida ecirconfusa d'un chiaror pallido. Gli occhi scurivivifissavano lamarchesa. Che orrore! Era veramente la bambina morta. Che orrorecheorrore! Gli occhi dell'Apparizione parlavanolo dicevano. Il giudiceaveva ragionela bambina lo dicevasenza parolecon gli occhi.«Tunonnatu sei statatu. Io avrei dovuto nascer e viverenella tua casa. Tu non l'hai voluto. Sei condannata alla morteeterna.»

Gliocchi solii fissitristipietosi occhi dicevano tutto questo adun tempo. La marchesa mise un lungo gemitostese le braccia versol'Apparizionecredendo dir qualche cosa e non riuscendo che arantolare «ah... ah... ah...» mentre le manile bracciail busto del fantasma sfumavano in una nebbiai contorni del visoillanguidivano e solo rimaneva intenso lo sguardoche finalmentepure si velò e rientrò quasi in un lontano e profondoSe stessonull'altro rimanendo dell'Apparizione che pocafosforescenza poi assorbita dall'ombra.

Lamarchesa si svegliò di soprassaltoansantenon si ricordòdel campanellosi provò a gridare e non riuscì ametter fuori la voce. Con un impeto della sua volontà potenteancora nello sfacelo delle forzecacciò le gambe dal lettodiscesefece due passi brancolando nel buioincespicò nellapoltronasi aggrappò a una sediacadde con essa pesantementesul pavimentosi mise a gemere.

Lacameriera si svegliò al tonfochiamònon ebberispostaudì il gemito eacceso il lumeaccorsevide nellapenombratra la sedia e la poltronaqualche cosa di bianco ed'enorme che si divincolava sul pavimento come una bestia mostruosadel mare tirata in secco. Gridòcorse al campanellosvegliòd'un colpo tutta la casa e si precipitò ad aiutar la vecchiache rantolava: «Il preteil prete! Il prefettoil prefetto!»



13.In fuga


Alledue e mezzo dopo la mezzanotteFrancol'avvocato V. e il loro amicoPedraglio erano seduti in loggiaal buioin silenzio. A un trattoPedraglio si alzò dicendo: «Cosa fa questo asino?»uscì sulla terrazzavi stette in ascolto e rientrò.«Niente»diss'egli. «Disi mie per quell'asinoche si sarà addormentato dobbiamo star qui da minchioni adaspettare che ci prendano? TuMaironila strada presso a poco lasai e siamo poi anche in tre che abbiamo il fegato buono. Seoccorrerà de dà via on quai cazzott el darèmvianeh ti avocàt?»

IlPedraglio s'era trovato la sera primaverso le settesulla stradafra Loveno e Menaggio nel luogo che chiamano «el crott delBertin». Un uomo gli aveva chiesto l'elemosina e posto in manoun biglietto. Poi si era allontanato rapidamente. Il bigliettodiceva: «Perché il Carlino Pedraj non valo mica subito aOria a trovare il Signor Maironi e il signor avocatto di Varenna perfare una bella spasseggiata con gli amici cari da quel co di quelpalo?». Dopo l'arresto del medico di Pellioamico suoPedraglio era in sospetto di qualche tiro della Poliziae quelbiglietto non era il primo avviso salutare e sgrammaticato chepervenisse a un patriota. Il biglietto parlava chiaro; bisognavapassar subito il palo del confine. Il Pedraglio non sapeva nientedella disgrazia di Franco né del suo ritorno né chel'avvocato fosse a Oriama non andò a cercar altrocorse aLovenosi provvide di denaro e si pose in cammino. Non si fidòdi venire a Porlezzaprese il sentiero che presso Tavordo sale perun vallone deserto al Passo Stretto. Agile come un camoscioarrivòin quattr'ore a Oriatrovò che Franco e l'avvocato sipreparavano a partire per un altro avvertimento misterioso pervenutoloro dal curato di Castelloch'era stato a Porlezza e ne avevaricevuto l'incarico in confessione. Ismaele doveva guidarli oltre ilconfine. I passi del Boglia erano guardatissimi. Ismaele si proponevadi passar fra il monte della Nave e Castello per calar poi nellavalletagliar dritto all'Alpe di Castello sotto il Sasso Grande e dilà scendere a Cadroun'ora sopra Lugano.

MaIsmaele doveva venire alle duee alle due e mezzo non s'era vedutoancora.

AncheLuisa era in piedi. Stava nell'alcova rammendando un paio di calze diMaria per metterle poi sul lettino dove aveva disposto le cosucce diOmbretta con la stessa cura di quando la piccina era viva. Non avevavoluto vedere né l'avvocato né Pedraglio. Dopo lesmanie del funerale il suo dolore aveva ripreso quell'aspetto cupoche più dispiaceva al dottor Aliprandi. Non smaniava piùnon parlava; piantonon aveva mai. Il suo contegno con Franco era uncontegno di pietà per l'uomo che l'amava e il cui affettolacui presenza le eranomalgrado lei stessaindifferenti. Francosperando nell'impiego di cui gli aveva tenuto parola il suodirettoreaveva parlato di portar seco la famiglia a Torino. Lo ziopoverettoera disposto anche a questo sacrificio ma Luisa avevadetto chiaro che piuttosto di allontanarsi dalla sua figliuolafinirebbe nel lago come lei.


Francoudita la proposta di partire senza Ismaelesi alzò e disseche andava a congedarsi da sua moglie. Nello stesso momentol'avvocato udì un passo nella strada. «Silenzio!»diss'egli. «È qui.» Franco uscì sullaterrazza. Qualcuno veniva infatti dalla parte di Albogasio. Francoattese che arrivasse sul sagrato e chiamò a mezza voce:

«Ismaele!»

«Sonoio»rispose una voce che non era quella di Ismaele. «Sonoil prefetto. Vengo su.»

Ilprefetto? A quell'ora? Che poteva essere accaduto? Franco andòin cucina ad accendere un lume e discese le scale in fretta.

Passaronocinque minuti e gli amici non lo videro ricomparire. Capitòinvece la moglie d'Ismaele a dire che suo marito si sentiva male enon poteva muoversi. Parlò dal sagrato a Pedraglio che stavasulla terrazza. Quegli corse a chiamar Franco. Lo trovò sullescale che saliva col prefetto. «La guida è ammalata»diss'egliconoscendo il prete per un galantuomo. «Andiamo enon perdiamo tempo.» Franco gli rispose che subito non potevavenire e che lo precedessero. Comenon poteva venire? Nononpoteva. Fece passare il prefetto in salachiamò l'avvocatoinsistette con lui e con Pedraglio perché partissero subito.Era successa una cosa straordinariadoveva parlarne a sua moglienon poteva dire che risoluzione prenderebbe. Gli amici protestaronoche mai non l'avrebbero abbandonato. L'allegro Pedragliouso aspendere oltre i desideri di suo padreosservò che allapeggio a Josephstadt o a Kufstein si viveva più a buon mercatoe più virtuosamente che a Torino e che ciò avrebbeconsolato il suo «regiôr». «No no!»esclamò Franco. «Andateandate! Prefettopersuadilitu!» Ed entrò nell'alcova.

«Partite?»gli disse Luisa con quella voce che pareva venire da un mondolontano. «Addio.» Egli le si avvicinòsi chinòa baciar la calzettina che teneva in mano. «Luisa»mormorò«c'è qui il prefetto della Caravina.»Ella non mostrò alcuna sorpresa. «La nonna lo ha fattochiamare stanotte»continuò Franco. «Gli ha dettodi aver veduto la nostra Marialuminosa come un angelo.»

«Ohche menzogna!»fece Luisa con una voce grossa di disprezzosenz'ira. «Come se fosse possibile che andasse da lei e nonvenisse da me!»

«Mariale ha toccato il cuore»riprese Franco. «Ella ci domandaperdonoha paura di moriremi supplica di andar da leidi portarleuna parola di pace anche per te.»

NeppureFranco credeva all'Apparizionescettico profondamente com'era pertutto il soprannaturale non religiosoma credeva che Marianellasua esistenza superioreavesse già potuto operare unmiracolotoccar il cuore della nonna e ciò gli recava unacommozione indicibile. Luisa restò di ghiaccio. Neppurs'irritòcome Franco temevaall'idea di mandar un messaggioamorevole. «La nonna avrà paura dell'inferno»osservò con quella sua freddezza mortale. «L'inferno nonc'ètutto si riduce a un po' di spaventoè una penada nientela subisca e poi muoia anche lei come si muore tutti eamen.» Franco intese che sarebbe stato inutile insistere.«Allora vado»diss'egli. Ella tacque.

«Noncredo che potrò ripassar da casanel ritorno»ripreseFranco. «Dovrò prendere la montagna.»

Nessunarisposta.

Ilgiovane disse sottovoce: «Luisa!». Rimproverodolorepassione: tutto questo era nel suo richiamo. Le mani di Luisachemai non avevano smesso il lavorosi fermarono. Ella mormorò:

«Nonsento più niente. Sono un sasso».

Francosi sentì mancarebaciò sua moglie sui capelliledisse addioentrò nell'alcovas'inginocchiòabbracciò il lettuccio votopensò alla vocina del suotesoro: «ancora un baciopapà»ebbe un assaltodi piantosi contennecorse via precipitosamente.

Gliamici lo attendevano in sala impazienti. Come partire se nonconoscevan le strade? L'avvocato conosceva la strada di Bogliasìma era da prenderevolendo sfuggire alle guardie? Quando udirono cheFranco intendeva andare a Cressogno rimasero sbalorditi. Pedragliouscì dai gangheridisse ch'era un'indegnità di piantarcosì gli amici nell'imbarazzo. Il prefettoudito come le cosestavanos'unì a Pedraglioofferse di giustificare Francogli propose di scrivere due parole ch'egli avrebbe portate aCressogno. Ma Franco aveva l'idea che la sua Maria volesse da luiquesta cosa e non cedette. Gli venne in mente che il prefetto erapratico di tutti i sentieri come una lepre. «Va' tu!»gli diss'egli. «Accompagnali tu!» Il prefetto stava perrispondere che forse la marchesa potrebbe aver bisogno di luiquandol'avvocato fece: «Zitto! guardate».

Propriodavanti alla casadove l'ombra del monte Bisgnago si profilavasull'acqua ondulandoc'era una barca ferma. Franco riconobbe lalancia delle guardie di finanza.

«Scommettoche quei porci là ci fanno la guardia»mormoròPedraglio. «Temono che si scappi in barca. Almeno spiano!»

«Zitto!»fece ancora l'avvocato affacciandosi alla finestra verso il sagrato.

Tuttitacquerotrattenendo il respiro.

«Fioeui!»disse V. scostandosi bruscamente dalla finestra: «Ghe semm!».Franco andò alla finestravide un uomo solo che venivacorrendocredette a un falso allarme; ma l'uomoquel tale cheportava il nomignolo di «légora fügada»chevedeva e sapeva tuttogli gittòpassando sotto la finestradue parole: «La forza!». Si udirono in pari tempo i passidi molte persone. Franco esclamò «Con me! anche tuprefetto!». Si slanciòseguito da tuttinel cortilettoch'è tra la casa e il monteraggiunsepassando per unalegnaiala scorciatoia che mette ad Albogasio Superiore. Faceva cosìscuro che nessuno si accorse di una guardia di finanza appostata conla carabina in pugno a due passi dall'uscio della legnaia. Perfortuna la guardiacerto Filippini di Bustoera un galantuomo chemangiava a malincuore il pane austriaco per non averne potuto trovarealtro. «Presto!»diss'egli sottovoce. «Prendano icampi e poi la strada di Boglia! Il sentiero sotto il faggio dellaMadonninaa sinistra!» Franco ringraziò quell'uomosiavventò con i compagni sul ripido sentiero che mette allastradicciuola comunale di Albogasio Superiore. Giunti a mezza viasaltarono tutti a destra in un campo di granturco e stettero inascolto. Udirono passi sulla scaletta che sale dal sagrato e poi sulsentiero dov'era appostata la guardia. Evidentemente si volevaaccertarsi che tutte le uscite fossero ben guardate. I quattrostrisciarono subito via attraverso il granturco e giunti sotto loscoglio che chiamano «Sass del Lori»tennero consiglio.Avrebbero potuto prendere il sentiero che monta sulla strada diAlbogasio proprio alla porta del giardino Pasottie poi arrampicarsidi campo in campo fino alla strada di Boglia. Ma il sentiero eradifficile a trovare a quell'ora; temendo perdere troppo tempoprescelsero di raggiungere una scaletta che da Albogasio Inferioresale presso alla casa Puttini. Quindigirando a destra la casaPuttiniavrebbero raggiunto in due salti la strada di Boglia. Facevagià un po' meno scuro; ciò era male per un verso ma erabene per cavarsela da quel labirinto di campicelli e di muricciuoli.Nessuno parlava. Il solo Pedraglioqualche voltainciampando in unsasso o pungendosi in una siepetirava una maledizione meneghina.Allora gli altri zittivano. Arrivarono sulla scaletta preceduti dalprefetto che saltava muri e siepi come uno scoiattolo. Quando furonotutti raccolti sulla scalettaFranco si staccò dal gruppo.Per la strada di Boglia non avevano bisogno di luiegli andava aCressogno. Invano Pedraglio lo afferrò per le bracciainvanoil prefetto lo supplicò di non esporsi a un arresto sicuromagari all'ergastolo. Egli credeva di obbedire alla voce di Mariaaun dovere di coscienza. Si strappò da Pedraglio e disparve super la scalettanon volendo andar a Cressogno per S. Mamette chesarebbe stato troppo pericoloso. «Avanti!»disse ilprefetto. «Quello là è mattopensiamo a noi.»

Girandola casa del Puttini udirono gente che veniva loro incontro eridiscesero. La porta di casa Puttini era aperta. Vi entrarono. Lagente passò discorrendo. Erano contadini e uno diceva: «Dovediavol el va a st'ora chì?». Ahimèhannoincontrato e riconosciuto Franco. Se i gendarmi e le guardie simettono alla caccia dei fuggitivi e s'imbattono in quella genteeccoche trovano una traccia. Sull'alba si trova sempre gente. Stavoltas'è potuta evitare; un'altra voltaforsenon si potrà;un altro incontro può riescir fatale all'avvocato e aPedraglio come il primo riuscirà probabilmente fatale aFranco. «Bisognerebbe che vi travestiste da contadini»dice il prefetto. All'avvocatoche ha dell'artista e del poeta econosce bene il Puttiniviene un'idea: pigliar gli abiti del siorZacomo per il Pedraglio ch'è piccolo anche luipigliar per séun vestito della serva ch'è grande e grossacacciar lespoglie proprie in una gerlacaricarsene le spalle e via per Boglia.Il primo deputato politico di Albogasio ha cento ragioni di andarenel bosco del Comune. Detto fatto salgon le scale e il prefettoch'èpraticova diritto a chiamare la Marianna. Costei non risponde; lasua camera è vuota. Il prefetto indovina subito che la perfidaservente è andata a S. Mamette per qualche negozio segretocome quello dell'olio. Ecco perché l'uscio di strada eraaperto! Vanno in cucinaaccendono due lumil'avvocato ne piglia unoe si fa insegnare la camera del sior Zacomo. Intanto Pedraglioesplora la cucina con l'altro lumein cerca «de on quai diavolde bev» per pigliar fiato.

Ilsior Zacomo dormiva in una stanza d'angolo oltre una sala chel'avvocato attraversò in punta di piedi camminando tra mucchidi castagnedi nocidi nocciuole e di pere. Egli si accostaall'uscio: è chiuso. Origlia: silenzio. Gira pian piano lamaniglia e spinge. L'infame uscio scricchiolasi ode un formidabilesoffio e il sior Zacomo dice rabbiosamente: «Andé! Noseché! Andé via!». L'avvocato entròsenz'altro. «Viamaledetadigo!»gridò il siorZacomorizzando sul guanciale la punta bianca del suo berretto danotte. Veduto l'avvocatosi mise a gemere. «Oh Diooh Dio!povareto miLa me perdoni per caritàcredeva che fosse laservente! Avvocato distintissimoin nome de Diocossa xe nato?»«Gnente gnentesior Zacomo»fece l'avvocatocontraffacendolo molto lombardamente col suo imperturbabile umorismo.«Ghe xe quadigociòel Commissario de Porlezza.»

«OhDio!» Il sior Zacomo fece atto di gettar le gambe fuori delletto.

«Gnentegnentequieto quietosoto soto. Andemo in Bogliadigociòper quel maledeto toro!»

«OhDiocossa diselache a sta stagion in Boglia no ghe xe tori! Misudo tuto!»

«Nofa gnenteandemodigoa veder el postociòdove ch'elgera. Ma il signor Commissario»continuò il beffardoavvocato lasciando un linguaggio che troppo lo imbarazzava«Leproibisce assolutamente di venire con noiper le sue buone ragioni.Le proibisce di uscire prima del nostro ritorno e anzi mi ha ordinatodi portarle via gli abiti.»

Esi diede a raccogliere rapidamente gli abiti del sior Zacomogl'intimò il silenzio in nome del Commissariopigliòil cappellone a cilindroarraffò la mazza di canna d'Indiaordinò al disgraziato di dare il chiavistello appena uscitolui e di non aprire a nessunodi non parlare a nessuno prima delritorno del Commissario e tutto in nome del signor Commissario. Poilasciatolo più morto che vivoraggiunse i compagni chefrugaqua e fruga làavevano scovato un lurido vestito dellaMariannaun fazzolettone rossouna gerla e una bottiglia di anesonetriduo. «Accidenti!»fece l'avvocatoquando vide laroba immonda che doveva mettere. Il suo travestimento andavaveramente malela sottana era cortail fazzolettone non glinascondeva abbastanza la facciama non c'era tempo di far meglio.Invece il Pedragliocappellone in testa e canna d'India in manoriescì un sior Zacomo perfetto. L'avvocato gli fece prenderesotto l'ascella uno scartafaccio che trovò in cucinagl'insegnò come doveva camminare e soffiare. Prese per ultimole chiavi della cantinadue chiavi enormine diede una al Pedraglioe una ne mise in tasca per due possibili pugniuno in chiave diviolinodissee l'altro in chiave di basso. E così uscironoil prefetto davantipoi il finto sior Zacomo che soffiava come unamacchina a vaporepoi la finta Marianna con la gerla. Appena furonoin istrada ecco spuntar la Marianna vera di ritorno da San Mamettecon un fiasco vuoto. Vistatra il fosco e il chiarola tuba delpadronediede volta e via a gambe.

«Bruttaladra»fece il prefetto. «Benone. Il travestimento vabenone.» In cinque minuti furono sulla strada di Boglia. Ilprefetto ridisceseudì persone che salivano da AlbogasioSuperiore discorrendo di gendarmi e di guardieandò loroincontrodomandò che ci fosse di nuovo. Una bagatella.Poliziagendarmisoldati a casa Ribera per arrestare don FrancoMaironi e pare anche l'avvocato V.perché sapevano che cidoveva essere e hanno molto domandato di lui. Non hanno trovato nél'uno né l'altro benché le guardie di finanza sienostate di piantone intorno alla casa fin dalla mezzanotte. Adesso laPolizia perquisisce tutte le case di Oria ritenendo che i due sienoscappati per il tetto. Mentre si danno queste informazioni alprefettoecco un ragazzo venir di corsa dalla parte di AlbogasioSuperiore. Lo fermano. «I gendarmi!»dice. «Igendarmi!» È pallido come un cencio lavato e scappasenza saper perchénon gli si può cavare dove questigendarmi sieno. Arriva una donna che si spiega meglio. Quattroguardie di finanza e quattro gendarmi sono passati in questo puntodalla piazza di Albogasio Superiore. Pare che don Franco sia statoveduto sulla strada di Castello. Due gendarmi e due guardie hannopreso la strada di Boglia. Il prefetto rabbrividisce. «Già»dice qualcuno. «La strada di Boglia per tagliargli il passo.»Questa è la speranza del prefettoche gendarmi e guardieabbiano di mira il solo Franco. Egli è tanto smilzotantoalto: né il finto Puttini né la finta Marianna possonodar sospetto di esser lui. Il loro destino è ormai fuori dellesue mani mentre per Franco egli può far molto ancora. Siincammina verso Cressognoconfidando che a Cressogno Franco arriveràsano e salvo se i gendarmi non ne trovano nuove tracceperchélo cercheranno su tutti i sentieri che da Castello menano al confinee non mai sulla via di Cressogno.

Pedraglioe l'avvocato fecero il primo tratto di stradada Albogasio allestalle di Püsstrisciando su per la ripidissima erta comegattia passi lunghi e cauti. L'avvocato camminava in silenziol'altro malediceva continuamentesottovoceil suo vestiario«elloder d'on cappel» che gl'invischiava la fronte d'unto; «elboia d'un marsinon» che gli puzzava di troppi sudori antichi.Sino a Püs non incontrarono anima nata. A Püs una vecchiauscì tra le stalle un momento dopo ch'eran passatidissestupefatta: «Sü per de chìscior Giacom? Ast'ora?». L'avvocato mormorò: «Boffa!»el'altro si mise a soffiar «apff! apff!» come un mantice.«Se perd el fiaa per sti strad chìcara lü»disse la vecchia. Non incontrarono più nessuno fino allaSostra.

LaSostra è una stalla a mezza montagnacircacon un fienileun portico e una cisternaalquanto in disparte dalla strada. Quellastrada è la più dannata che sia in Valsoldafarebbecacciar la lingua a uno stambecco. Pedraglio e l'avvocatotrafelatigrondanti di sudoreentrarono un momento alla Sostra. Anche lìsilenzio e deserto. A quella altezza si respirava già un'ariadiversa. E come tutte le cime all'intorno erano abbassate! E come illagogiù nel profondopareva diventato un fiume! L'avvocatoguardava su amorosamente alla prima cresta del Boglia dove cominciavail gran bosco dei faggi; un'altra mezz'ora di arrampicata. «Andiamo»diss'egli. Ma Pedraglio che aveva nelle gambe la memoria dell'altragran corsa da Loveno ad Oria per il Passo Strettochiese di sostareun altro poco e si mise tranquillamente a sfogliar lo scartafacciodel Puttiniun poema fratescoineditod'un anonimo cremonese delsecolo decimosettimo. «Andiamo!»ripeté il suocompagno dopo un paio di minutie si alzava già quando udìvenir gente. Ebbe appena il tempo di dire «attento!» e divoltar le spalle per non lasciarsi vedere in viso. Pedragliopurficcando il naso nello scartafacciovide spuntar sulla strada primadue guardie di finanza e poi due gendarmi. Avvertì l'amicosottovocenon batté palpebra. Le due guardie si fermarono.Una di loro salutò: «Riveritosignor Puttini»edisse ai gendarmi: «È il primo deputato politico diAlbogasio». I gendarmi salutarono purePedraglio si levòil cappelloalzando un poco lo scartafaccio. Le guardie volevanofare un po' di fermata ma un gendarme intimò loro diproseguire e quando vide incamminata la compagnia venne alla Sostraegli stesso. Era di Ampezzo e parlava italiano benissimo. «Tucanenon mi conoscispero»pensò Pedraglio con unatorbida coscienza della sua doppia personalità. «Lasciafare a me.»

«Signordeputato politico»disse colui«avrebbe vedutostamattina il signor Maironi di Oria?»

«Io?Mai più. Il signor Maironi dormea quest'ora.»

«ELei dove va?»

«Vadolì su quel montesu quel dannato Boglia lì. Vado super l'affar del toro comunale.»

«Bestia»pensò l'avvocato. «Comunale me lo fa diventare!»Ma passò felicemente anche il toro comunale. Il gendarmeunmuso da mastinosquadrò bene il suo interlocutore in viso.«Lei è deputato politico»diss'egliinsolentemente«e porta quella roba sul viso?» Pedragliosi prese istintivamente il suo piccolo sottile pizzo nerobarbareproba da liberale. «Taglieremotaglieremo»diss'eglicon serietà comica. «Sì signore. Va sul Bogliaanche Lei?» Il gendarme se n'andò duro duro senzarisponderglisenza udire su quale ignominioso patibolo il deputatopolitico lo mandava.

Idue si rallegrarono a vicenda di averla scampata bella ma riconobberoche il giuoco si era fatto molto serio. Adesso bisognava contare conle guardie che conoscevano bene il Puttinie saperne stare adistanza. E se quel mastino di gendarme parlasse della barba? «Susu»fece l'avvocato«teniamo loro dietro e se livediamo o li udiamo tornar giùgambe in spalla e via asinistra verso il confine.» Partito disperatoquest'ultimoperché non conoscevano il terrenocerto familiare alleguardie.

Ilmastino dovette sudare e ansar troppo dietro ai suoi compagni peraver poi voglia di parlar di barbePedraglio e l'avvocatosalendoadagiovidero il nemico guadagnar la cresta del monte al faggiodella Madonninafermarvisi alquanto e sparire.

Ilgran faggio antico che portava nel tronco una immagine della Madonnae che cedettemorendoquest'onore a una cappellettaera come lasentinella del gran bosco di Bogliail soldato posto in unainsellatura della cresta a spiar il pendio precipitosoil lagoiclivi di Valsolda. Il venerabile esercito di faggi colossali stavatutto raccolto in un'altra conca silenziosa fra l'erta dellaColmaregiai facili Dorsi della Navele radici rocciose dei Dentidi Vecchia o Canne d'Organo e l'altra sella del Pian Biscagno fra laColmaregia e il Sasso Grandefronteggiante le profonditàdella Val Colla da Lugano a Cadro. Una lista scopertaerbosacorreva fra il faggio della Madonnina e il boscosull'orlo dellacresta. I due fuggiaschi pensarono ai casi loro. Quale partitoprendere? Cercar il sentiero sotto il faggio di cui aveva parlato laguardia salvatriceo entrar nel bosco? Noentrar nel bosco nonconvenivacon quella selvaggina che vi era entrata prima. Nel boscoavrebbero trovato un palmo di foglie secche. Era impossibile passarvisenza farsi correre addosso tutti i segugi che vi si aggiravano; e davicino il travestimento non poteva servire. Prender il sentiero? Cen'era più d'unosotto il faggio; qual era il buono? Pedragliomaledisse Franco che non era venuto con loro. Invece l'avvocatostudiava la Colmaregia che si poteva salire senza entrare nel bosco.Egli era stato due volte sulla Colmaregiail superbosottilevertice erboso del Bogliatagliato per metà dalla linea diconfine; sapeva ch'era possibile scendere di lassù alvillaggio svizzero di Brè e risolse di tentar quella via.Sulla cresta che ascende dal faggio della Madonnina verso laColmaregia non si vedeva nessuno. La punta era avvolta nelle nuvole.

Pochipassi sotto il faggio i due furono colti da un'ondata di nebbia chevenuta su per un versante si riversava rapidamente per l'altrounanebbia fredda e densaun «Dio fece» disse V. Non sivedeva niente a cinque passi. Così avvenne chepresso alfaggioPedraglio andò quasi a urtare una guardia di finanza.

Erauno dei quattro e aveva la consegna di sorvegliare la lista scopertafra la cresta del monte e il bosco. Visto l'ometto dal cappellonefece: «In Bogliasignor...?». L'avvocato si sbarazzòimmediatamente della gerla. Infatti la guardia non compié lafraserestò un momento a bocca apertapoi esclamò:«Come?». L'avvocato non aspettò altro. «Così»diss'egli placidamente; e raccoltisi sul petto i due pugni in uno nemenò a colui nello stomaco una terribile puntata che lo buttòsul prato a gambe all'aria. Pedraglio gli saltò subitoaddossogli strappò la carabina. «Se gridicanetibrucio»diss'egli. Ma che gridare? Con un pugno di V. nellostomaco non c'eraper un quarto d'oraneanche da tirare il fiato.Infatti l'uomo pareva morto e ci volle del buono perchéarrivasse a gemer sottovoce «ahi ahi!». «L'ènientl'è nient»gli diceva V. con la solita flemmacanzonatoria. «Sono scosse che fanno bene. Vedrà. Lüadess el se drizza in pee ben polito e viene con noi in Colmaregia.Vedrà come va bene. Non ho adoperato questo a posta.» Egli mostrò la chiave. «Oh che pugno!»gemeva laguardia. «Oh che razza di pugno!»

«Lasalita è un po' maledetta»riprese l'avvocato pigliandola carabina dalle mani di Pedraglio. «Ma noi le terremo suconlicenzail di dietro con questo affare qui. A questa maniera si vasu che l'è un piacere. Poi Lei viene giù con noi a Brè.La carabina gliela portiamo noi. Leiper compensoci porta unapiccola gerla. Parli polito? Andemmmarsch!»

Ildisgraziato non riusciva a mettersi in piedi e non si poteva certolasciarlo lì a rischio che poi si mettesse a chiamar aiuto.«Mincion!»fece Pedraglio. «Ghet daa tropp fort!»V. rispose che gli aveva dato un pugno da donnarestituì lacarabina all'amico e ghermita la guardia per il collettodell'uniformela tirò in piedile fece imbracciare la gerla.«Andemlizòn»diss'egli. «Poltronaccioandiamo!»

Sutra il nebbione freddo e densosusu. L'erta è ripidissimasi dura fatica a piantar la punta del piede fra i ciuffi dell'erbamollesi sdrucciolasi lavora di piedi e di manima fa nientesusuper la libertà. Su tra il nebbioneinvisibili comespiritiprima la finta Mariannapoi la guardia che soffia e gemesotto il peso della gerlapoi il finto sior Zacomo che le promettele belle viste e la urta con la carabina. La carabina fa miracoli. Inmezz'ora i tre raggiungono la cresta che scende verso Brépochi passi sotto il cocuzzolo. Allora siedono sull'erba e giùe giù a precipizioscivoloni. Si mette a pioverela nebbiasi diradaecco in fondotra i piediil rosso dei boschi cedui.Primo vi arriva di volo il venerabile cappellone del sior Zacomoscaraventato abbasso da Pedraglio con un «viva l'Italia!»mentre scivola a braccetto della guardia. A Bré Pedraglio fececorrere tutto il paese sparando a festa la carabinadistribuìanesone triduo agli uomini e mezz'once alle ragazzedomandòal curato di poter appendere in chiesa il «marsinon» pergrazia ricevutasi attavolò a mangiare con la guardiaglifece predicar dal prete il perdono dei pugni nello stomaco e glidiede lettura di una stanza del poema fratesco che finiva così:


Aquesto punto il Padre Lanternone

Disse:ho mutato ancor io opinione.


Glidimostrò che se aveva mutato un Padre Lanternone poteva mutaranche lui e lo persuase a disertaregli fece buttar via l'uniforme eindossare il «marsinon» fra le risate e gli applausi. Ilsolo che non rideva era l'avvocato. «E quel povero Maironi?»diss'egli.


Franconon attraversò Castello. Giunto alla cappelletta di Rovajàsaltò giù per il sentiero che mena alla fontana diCaslanoraggiunse la stradicciuola di Casaricosi mise a salir perquella e all'ultima svolta che fa sotto Castellodove appare lachiesa di Puria sotto un anfiteatro di dirupisi gittò adestra nella valle per un sentiero da caprene risalì sottola chiesa di Loggio e giunse a Villa Maironi senz'aver incontratonessuno.

Carloil vecchio servitore che gli apersetramortìquasidallacommozione e gli baciò le mani. In quel momento c'era ilmedico. Franco decise di attender che uscisse e intanto confidòal vecchio fedele che aveva i gendarmi alle calcagna. Il dottorAliprandi uscì presto e Francosapendolo patriotasi confidòanche a luipoiché gli occorreva mostrarsiinformarsi dellostato della nonna. L'Aliprandi era stato chiamato nella notte ed eravenuto dopo la partenza del prefetto per Oriaaveva trovatodell'agitazione nervosauna terribile paura di morire ma nessunamalattia. Adesso la marchesa pareva tranquilla. Franco si feceannunciare e fu introdotto dalla cameriera che lo guardò conossequiosa curiosità e uscì dalla camera.

Leimposte socchiuse della camera dove la marchesa giaceva a lettolasciavano entrare due sole oblique lame di luce grigia che nongiungevano alla faccia supina sul guanciale. Francoentrandonon lavideudì solo la nota voce dormigliosa:

«SeiquiFranco?»

«Sìaddio nonna»diss'egli e si chinò a darle un bacio. Lamaschera di cera non era scomposta; lo sguardo aveva peròqualche cosa di vago e di scuro che pareva insieme desiderio esgomento. «MuoiosaiFranco»disse la marchesa. Francoprotestòriferì ciò che gli aveva detto ilmedico. La nonna lo ascoltava fissandolo avidamentecercando dileggergli negli occhi se il medico gli avesse proprio detto così.Poi rispose:

«Nonfa niente. Son pronta».

Dallanuova espressione dello sguardo e della voceFranco inteseperfettamente che la nonna era pronta a vivere altri vent'anni. «Mirincresce della tua disgrazia»diss'ella«e ti perdonotutto.»

Noneran parole di perdono che Franco si aspettava da lei. Egli credevaesser venuto a portarlo il perdonoe non a riceverlo. Confortatarassicuratala marchesa di ogni giorno ricompariva poco a poco sottola marchesa di un'ora. Voleva bene acquistar la pace ma come unsordido avaro tentato da qualche cupidigiache spremendosidolorosamente dal pugno il prezzo del suo piacere cerca trattenersenefra le unghie quanto può. In altri momenti Franco avrebbescattatoavrebbe respinto sdegnosamente quel perdono; oracon ladolce Maria nel cuorenon poteva essere così. Aveva perònotato che la nonna si era rivoltacol suo perdonoa lui solo.Questo nonon glielo poteva permettere.

«Miamoglielo zio di mia moglie ed io abbiamo sofferto molto»diss'egli«prima dell'ultima sventura; e adesso abbiamoperduto tutta la nostra consolazione. Lo zio Ribera lo metto fuori dicausa; davanti a lui bisogna che ci inchiniamotuiotutti; ma semia moglie ed io abbiamo delle colpe verso di teperdoniamoci avicenda.»

Eraun boccone amaro; la marchesa lo trangugiò e tacque. Benchénon vedesse più la morte al suo capezzale aveva perònel cuore lo sgomento dell'Apparizione e di certe parole del prefettoche l'aveva confessata. «Farò testamento»diss'ella«e desidero che tu sappia che tutta la roba Maironisarà per te.»

Ahmarchesamarchesa! Miseragelida creatura! Credeva ella di avercomperato la pace con questo? Qui veramente aveva sbagliato anche ilprefetto perché il consiglio di far questa dichiarazione alnipote gliel'aveva dato eglibuon galantuomo ma privo di tattoincapace di comprendere l'alto animo di Franco. A Franco l'idea chesi potesse credere esser egli venuto per interesseriuscìintollerabile. «No no»esclamò fremendo tutto etemendo del proprio sangue focoso«no nonon mi lasciarniente! Basta che tu faccia pagare i miei interessi a Oria. La robaMaironinonnalasciala all'Ospitale Maggiore. Ho paura che i mieivecchi abbiano sbagliato a tenerla!»

Lanonna non ebbe tempo di rispondere perché fu picchiatoall'uscio. Entro il prefetto e fece che Franco pigliasse congedo pernon stancare l'ammalata. «Bisogna sbrigarsi!»diss'eglifuori. «Qui hai fatto più che il tuo dovere. Lo sanno introppioramaiche sei qui e i gendarmi possono capitare da unmomento all'altro. Ho combinato tutto coll'Aliprandi. L'Aliprandisuppone che per la marchesa ci sia bisogno di un consultopiglia lagondola di casa e va a Lugano per cercar un medico. I due barcaiuolisarete Carlo e tu. Piove. Ci sono i mantelli di tela incerata colcappuccio. Mettete quelli e tu sta a poppa. Adesso ti tagliamo ilpizzo; col cappuccio in testa sfido a riconoscerti. Sei sicuro. Forsenon vi faranno neanche approdare alla Ricevitoria. A ogni modo non tiriconosceranno. Se c'è da parlareparla Carlino.»

L'ideaera buona. La gondola della marchesa era sempre guardata dagli agentidell'Austria con grande rispetto come se portasse un uovo dell'aquiladalle due teste; anche quando ritornava da Lugano non si facevaapprodare alla Ricevitoria che pro forma.

Lagondola uscì dalla darsena dopo le otto. Le nebbie delle altecime erano calate sul lago e pioveva. Triste triste giornotristetriste viaggio! Né Franconé il domesticonél'Aliprandi parlarono mai. Passarono San Mamette e Casarico. Ecco trai vaporioltre gli ulivi di Mainèle bianche mura delladimora di Ombretta. Gli occhi di Franco si riempirono di lagrime.«Nocara»egli pensa«noamorenovitatunon sei là dentro e sia benedetto il Signoreche mi dice dinon credere questa cosa orribile!» Poche remate ancora ed eccola casetta del tempo felicedelle ore amaredella sventura; lafinestra della stanza dove Luisa si perde in un dolore tenebrosolaloggia dove passerà quind'innanzi solo le sue giornate ilvecchio zio Pierol'uomo giusto che discende silenziosamentetribolato e stancoverso la tomba. Franco vorrebbe pur sapere cosa èsuccesso dopo la sua partenzase lo ziose Luisa hanno avutomolestie dalla Polizia. Guardaguardanon vede persona viva nésulla terrazza né in giardinetto né alle finestre dellaloggia; tutto è silenziosotutto è tranquillo. Cessadi remarevorrebbe vedere qualche segno di vita. Il dottor Aliprandiapre lo sportello di poppa del felze e lo supplica di remaredi non tradirsi. In quel momento la Leu si affaccia alla ringhieradel giardinetto con un vassoio in manoguarda la gondolaentra inloggia. Dunque lo zio Piero è in loggiaquello è ilsolito bicchier di latte che gli portanonulla dev'essere successo.Franco torna a remare e il dottor Aliprandi chiude lo sportello.Passa il giardinettopassano le case di Oriala gondola piegaall'approdo della Ricevitoria.

IlBiancònche sta pescando alle tinchecon l'ombrellovede lagondolaabbandona le sue lenzee viene ad ossequiare la marchesa.Ma trova invece il dottor Aliprandi il quale lo turba tanto con lecattive notizie della dama ch'egli sente il bisogno di chiamare anchela sua Peppina e di parteciparle la cosa; e la Peppinapoverettarecita sotto l'ombrello del suo Carlascia una piccola commediad'intenerimento. Marito e moglie eccitano l'Aliprandi a far prestoaritornar presto. Il bestione gli permette di filar drittoalritornoda Gandria a Cressogno e il dottore si volta a Francodice:«Andiamo!». Franco ha assistito impassibile al colloquiocon le mani sul remosperando apprender qualche cosa de' suoi amicie di casa sua; ma nessuno ha fiatato di Polizia né d'arrestiné di fughe come se casa Ribera fosse nella China. La gondolaindietreggia lentamente dall'approdogira la prora verso Gandriasiallontanasfuma oltre il confinenella nebbia.


Allariva di Lugano il dottor Aliprandi aperse lo sportello e fece entrareFranco. Si conoscevano poco ma si abbracciarono come fratelli.«Quando verrà l'ora delle cannonate»dissel'Aliprandi«ci sarò anch'io.» Convennero dicongedarsi lì e che Franco uscisse primasoloperchéLugano era piena di spie e il dottore doveva pure usare certiriguardi. Il dottore non aveva frettadel resto; gli premeva piùdi trovar un barcaiuolo che un medico. Franco si tirò ilcappuccio sugli occhi e scese a terraandò all'albergo dellaCorona.

Alcuneore più tardiquando la gondola era ripartitaegli usci incerca di valsoldesi per avere notiziesi avviò alla farmaciaFontana e incontrò sotto i portici i suoi amici che uscivanoappunto dalla farmacia insieme a un vecchio. Gli saltarono al collopiansero di commozione. Erano andati anche loro a cercar notizie.Alla farmacia si diceva che Franco fosse stato arrestato. Che gioiadi trovarlo e che gioia di sentirsi terra libera sotto i piedi!

Misia permesso di ricordare il vecchio che accompagnava Pedraglio el'avvocatobizzarra figura del piccolo mondo antico luganeseartista e degno che un altro artistapassandogli così vicinogli renda onore. Egli era un tal Sartoriopittorepoeta e suonatoredi chitarrache a quei tempi si vedeva spesso balenar qua e làper le oscure vie di Lugano con la sua bella barba biancacon il suocappello bianco tirato sull'occhio destrocon il suo nobile abitonero e il fiore all'occhiello. Poverissimo ma pulitissimocavalierecon le dame e con le pedinepronto sempre a un'anacreontica e a unachitarrinataadoratore della propria cittàegli viveva dipaneformaggio e acquafiutava e rincorreva i forestieri per farloro gli onori di Luganoera sempre pieno di queste faccendesemprein moto fra Villa Cianil'Hôtel du Parc e Villa Chialiva.L'Hôtel du Parc era per lui l'ottava meraviglia del mondo.Aveva aiutato a inaugurarlo e se ne compiaceva assaigodevaparticolarmente citarecol suo classico accento luganeselastrimpellata e la lirica ispirategli dalla sala da pranzo: «cal'è poeu quand ca ga disi:


Letrombe squillano

Nelgran salone

Aisuoni accordisi

Questacanzone.


Oraegli si era spontaneamente accompagnato a Pedraglio e a V. che gliavevan narrata la loro fuga. Li aveva condotti lui alla farmaciaFontana per cercarvi notizie di Franco. «Come?»diss'egli dopo l'incontro. «È questo il Loro amico?Sfuggito anche lui agli artigli dell'aquila rapace di Asburgo?Benissimo! Benissimo! Ho fatto anni sonoper altri lombardi fuggitiqua dopo la rivoluzione di Vall'Intelviun'ode ca l'era minga mal.Ho descrittonehla loro fuga per la Val Marala calata aMaroggial'arrivo a Luganoca l'è poeu quand ca ga disi:


Obaldi figli di Lombardia

V'aprele braccia Lugano mia.


Èuna cosetta che va benissimo anche per Loro. Adesso corro a prenderla chitarra e poi gliela faccio sentire all'albergo.»

«Madonna!»fece Pedraglio.




PARTETERZA


1.Il savio parla


Nonuna ma tre primavere erano passate dopo quell'autunno del 1855 senzala fioritura d'armi e di stendardi che gl'italiani aspettavano sullerive del Ticino. Nel febbraio del 1859 si era sicuri che non sarebbepassata così la quarta. Grandi avvenimentiannunciatidebitamente da una splendida cometaerano in cammino. Correvanonelle viscere del mondo antico fremiti e scricchiolii sordicomenelle viscere d'un fiume gelato alla vigilia dello sgelo. Il freddomortaleil silenzio pauroso di dieci anni erano per passare portativia in un fragor d'urti e di rovine da correnti nuovecaldebrillanti. Il Carlascia faceva lo spaccone e parlava alle sueguardieche tacevanodi una prossima passeggiata militare a Torino.Il signor Giacomo Puttini non s'era più riavuto bene dal colpodi quella mattinadal tradimento dell'avvocatodalla fine tragicadel cappellone e dalla fine comica del «marsinon»avevaperduto ogni stima per i patrioti. Appunto nel febbraio del '59 ilPaolintedesconegli parlava alla farmacia di S. Mamette dellepazze speranze dei liberali. «Nosignor Paolo riveritissimo»gli disse l'ometto. «Mi son nato soto San Marcogran santo; govisto i franzesibona zente; adesso vedo i tedeschilassemo starpodaria vederghene anca dei altri ma i birbantiLa me credaibirbanti no pol trionfar.» Il dottor Aliprandi era giàin Piemonte. Un vecchio sott'ufficiale di Napoleone che abitava aPuria si rimetteva segretamente in ordine l'uniforme con l'idea dipresentarsi all'imperatore dei francesi quando venisse in Italia. Ilcurato di CastelloIntroiniquando incontrava don GiuseppeCostabarbierigli ricordava la canzone del 1796 che don Giuseppeaveva tirata fuori nel 1848 e poi nascosta da capo:


Starenostre crante ulane

Quafenute d'Ungheria

Mafranzose crante...!

Fatotuti scappar fia!


Edon Giuseppetutto spaventato: «Cittocittocitto!»

Intantosui pendii di Valsolda fiorivano pacificamente le viole come se nullafosse. La sera del venti febbraio Luisa ne portò un mazzolinoin Camposanto. Ella vestiva ancora a luttoera terreamacilentaaveva gli occhi più grandi e molti fili d'argento in testa.Pareva che dal giorno della sua sventura fossero passati vent'anni.Uscita dal Camposanto si avviò verso Albogasio e si accompagnòad alcune donne di Oria che andavano a dire il rosario allaparrocchia. Non pareva più lo spettro cupo che aveva posato leviole sopra la fossa di Maria. Parlò serenailare quasiconl'una e con l'altradomandò di una bestia malataaccarezzòe lodò una bambina che andava al rosario con la nonnaleraccomandò di stare tranquilla in chiesa come sempre vi stavala sua Maria. Disse questo e nominò Maria quietamentementrequelle donne rabbrividivano e anche stupivano perché adessoLuisa non andava in chiesa mai. Domandò a una ragazza se igiovanotti pensasserocome al solitodi recitarese recitasseanche suo fratello; udito che sìofferse aiuto per i costumi.Si accomiatò sul sagrato dell'Annunciata e nello scendersoletta la Calcinera riprese il viso di spettro.

Andavaa Casaricodai Gilardonisposi da tre anni. La felicità delprofessorela sua adorazione per Ester vorrebbero un poema. Lo zioPiero diceva di lui ch'era diventato ebete. Ester temeva chediventasse ridicolo e non gli permettevaquando c'era gentediprender davanti a lei certe pose estatiche. La sola persona per laquale non valesse questa proibizione era Luisa. Ma di Luisa ilGilardoni aveva un certo riguardo; ella era sempre per lui un esseresovrumano; al rispetto per la persona s'era aggiunto il rispetto peril dolore e in presenza di lei egli teneva sempre un contegnoriguardoso. Da due annicircaLuisa andava a casa Gilardoni quasiogni sera ese qualche cosa poteva turbare la pace degli sposierano queste visite.

Esseavevano infatti un motivo strano e antipatico a Ester; ma Ester avevaun tale affetto per l'amica suauna tale pietà della suasventura e si sentiva fitto nel cuore un tal rammarico di non averfatto più attenzione a Maria nel giorno terribileche nonosava opporsi risolutamente ai desideri di lei né distoglieresuo marito dall'accondiscendervi. Espresse a Luisa la suadisapprovazionela pregò di volere almeno tener segreto ciòche faceva di sera nello studio del professore; non andò piùoltre. Il professoreinvecesarebbe stato felice di questi convegnima soffriva del dispiacere di Ester.

Eragià notte quando Luisa suonò alla porticina di casaGilardoni. Fu Ester che le aperse. Luisa non rispose al suo salutoche le parve imbarazzatola guardò soltanto e quando fu nelsalottino terreno dove Ester soleva passar le sue seratel'abbracciòtanto appassionatamente che l'altra si mise a piangere. «Abbipazienza»le disse Luisa. «Non mi resta che questo».Ester si provò a confortarlaa dirle che si avvicinava perlei un tempo migliorela riunione con suo marito. Fra pochi mesi laLombardia sarebbe liberaFranco ritornerebbe a casa. E allora...allora... Potrebbero succedere tante cose... Potrebbe ritornare ancheMaria! Luisa diede un balzole afferrò le mani. «No!»diss'ella. «Non dire questa cosa! Mai! mai! Son tutta sua! Sontutta di Maria!» Ester non poté replicare perchéfrettoloso e sorridenteentrò il professore.

Eglivide che sua moglie aveva gli occhi bagnati di lagrime e che Luisapareva sovreccitata. Salutò mogio mogio e sedette in silenzioaccanto a Esterimmaginando che avessero parlato del solitoargomento spiacevole a sua moglie. Questa avrebbe voluto mandarloviariprendere il discorso con Luisama non osò farlo. Luisafremeva contro quella immagine di futuro pericolo che di quando inquando le si era affacciata confusamente all'animache aveva semprecacciata con orrore prima di considerarlae che oraper le paroledell'amica suale risorgeva davanti scoperta e netta. Dopo un lungopenoso silenzioEster sospirò e le disse sottovoce:

«Va'puresai. Andate pure».

Luisaebbe un impeto di gratitudines'inginocchiò davanti all'amicasuale posò il capo in grembo. «Sai»diss'ella«io non credo più in Dio. Prima credevo che ci fosse unDio cattivoadesso non credo più che esista; ma se vi fosseil Dio buono nel quale credi tunon potrebbe condannare una madreche ha perduto la sua unica figliuola e cerca persuadersi che unaparte di lei vive ancora!»

Esternon rispose. Quasi ogni serada due annisuo marito e Luisaevocavano la bambina morta. Il professore Gilardonistrano miscugliodi libero pensatore e di misticoaveva letto con moltissimointeresse le cose meravigliose che si raccontavano delle sorelleamericane Foxdegli esperimenti di Eliphas Leviaveva seguito ilmovimento spiritista propagatosi rapidamente in Europa come una maniache prendeva le teste e le tavole. Ne aveva parlato a Luisae Luisainvasaacciecata dall'idea di poter sapere se la sua bambinaesistesse ancora eposto che esistessedi aver qualchecomunicazione con leinon vedendo altro in tutto il meraviglioso deifatti e lo strano delle teorie che questo punto lucentelo avevasupplicato di tentar qualche esperimento con Ester e con lei. Esternon credeva in fatto di soprannaturale che alla dottrina cristiana.Non pigliò quindi la cosa sul serio e acconsentì subitoa posar le mani sopra un tavolino insieme all'amica e al maritoilqualedal canto suomostrava un gran zelouna gran fede diriuscire. I primi esperimenti non riuscirono. Estermolto annoiataavrebbe voluto che si rinunciasse a continuare; ma una sera iltavolinodopo venti minuti di aspettazionesi chinòlentamente da un lato alzando un piede in ariasi riabbassòtornò ad alzarsicon grande sgomento di Estercon gran gioiadel professore e di Luisa. La sera dopo bastarono cinque minuti afarlo muovere. Il professore gl'insegnò l'alfabeto e tentòun'evocazione. Il tavolino rispose battendo il piede a terra secondol'alfabeto suggeritogli. Lo spirito evocato diede il suo nome: VanHelmont. Ester tremava di paura come una fogliail professoretremava di commozionevoleva far sapere a Van Helmont che aveva inbiblioteca le sue operema Luisa lo scongiurò di chiederglidove fosse Maria. Van Helmont rispose: «Vicina». AlloraEsterpallida come un cadaveresi alzò protestando che nonvoleva continuare. Né le suppliche né le lagrime diLuisa valsero a persuaderla. Era peccatoera peccato! Ester nonaveva un sentimento religioso profondoma paura del diavolo edell'inferno sìmolto. Per parecchio tempo non fu possibilericominciare le sedute. Ella ne aveva orrore e suo marito non osavacontraddirla. Fu Luisa che a forza di scongiuri ottenne unatransazione. Le sedute ricominciarono ma Ester non vi prese partepiù.

Nonvolle neanche sapere cosa vi accadesse. Solamentequando vedeva suamarito preoccupatodistrattogli gittava un'allusione crucciosaalle pratiche segrete dello studio. Allora egli si affliggevaoffriva di desistereed era Ester che si sentiva debole di fronte aLuisa. Poichéindirettamenteaveva capito che Luisa credevadi comunicare con lo spirito della bambina. Ella le aveva detto unavolta: «Domani sera non vengo perché Maria non vuole».E un'altra volta: «Vado a Looch perché Maria vuole unfiore dalla Nonna». A Ester pareva incredibile che una testalucida e forte come quella si smarrisse così. Comprendeva inpari tempo la difficoltà immensa di persuaderla con le buone ela crudeltà di opporsele con le cattive.

Ilprofessore accese una candela e salìseguito da Luisanellostudio. Noi conosciamo lo studiolo simile a una cabina di bastimentocon gli scaffali pieni di libriil caminettola finestra che guardail lagola poltrona dove Maria s'era addormentata la notte diNatale. Adesso v'era di piùfra il caminetto e la finestraun piccolo tavolino rotondo con un sol piede tripartito a un palmo daterra.

«Mirincresce molto»disse il Gilardonientrando«di fartanto dispiacere a Ester.» Posò il lume sulla scrivaniae invece di disporresecondo il solitoil tavolino e le sedieandòa guardar dalla finestra il chiaror vago dell'acqua e dei cielo nelleombre della notte. Luisa rimase immobile e subito egli si voltòbruscamente come avesse sentito per virtù magnetica l'angosciadi lei. Gliela vide spaventosa in facciaintese ch'ella lo credevarisoluto di troncare mentre ne aveva solamente avuta la tentazione ele presecommossole manile disse che Ester era tanto buonachel'amava tantoche né lui né lei avrebbero mai volutorecarle volontariamente un'afflizione. Luisa non rispose ma ilprofessore durò fatica a impedire che gli baciasse la mano.Mentre egli collocava in mezzo alla stanza il tavolino e le duesedieella sedette sulla poltronacome oppressa.

«Ecco»fece il professore.

Luisasi levò di tasca e gli tese una lettera.

«Hotanto bisogno di Maria e di Leistasera!»diss'ella

«Leggaè di Franco. Può cominciare dalla quarta pagina.»Il professore non intese queste ultime parolesi accostò allume e lesse ad alta voce:


Torino18 febbraio 1859.


Luisamia

Saiche non mi hai scritto da quindici giorni?


«Questolo può saltare»interruppe Luisama poi si corresse.«Nolegga pureè meglio.» Il professorecontinuò:


Eccola terza lettera che io ti mando dopo ricevuta la tua del 6. Sonostato forsenella primatroppo vivace e ti ho ferita. Benedettotemperamento il mioche non solo mi fa dire parole troppo vivaciquando il sangue mi si riscaldama me le fa anche scrivere! Ebenedetto sangue che a trentadue anni suonati si riscalda come aventidue! PerdonamiLuisae permettimi di ritornare sull'argomentoonde riprendermi quelle parole che hanno potuto offenderti.

Adessonon si discorre più né di tavolini né dispiritinon si discorre che di diplomazie e di guerra; ma gli anniscorsi se ne parlò moltissimo e parecchie persone che io stimoe onoro ci credevano. Di alcune so positivamente che erano illuse manon ho mai dubitatoquando mi riferivano conversazioni avute con glispiritidella loro buona fede. Pare che l'immaginazioneeccitatapossa far udire e vedere come reale ciò che non è. Maio voglio credere che nel tuo caso non v'inganni l'immaginazionecheil vostro tavolino si muova e si esprima davvero come dici. Ho avutotorto di metter questo in dubbiolo confessopoiché tu seitalmente sicura di non ingannarti e poiché conosco abbastanzal'onestà del professor Gilardoni. Ma vi è poi per meuna questione di sentimento. Io so che la mia dolce Maria vive conDioio ho la speranza di andare un giornocon altre anime a mecaredov'ella è. Se mi comparisse spontaneamentese udissisenz'averla chiamatail suono della sua voce viva e veraforse nonpotrei sopportare una gioia così grande; chiamarlacostringerla di venire non vorrei mai. Mi ripugnaè contrarioa quel senso di venerazione che ho per un Essere tanto piùvicino a Dio di me. Anch'ioLuisaparlo al nostro tesoro ognigiornole parlo di me e anche di tesapendo che ci vedeche ciamache potrà molto ancorain questa vita stessasopra dinoi. Tali vorrei pure i colloqui tuoi con essa; e se rispondendo allalettera in cui alludevi a una comunicazione di lei mi sono espressocon acerbitàperdonami in grazia non solamente del miocattivo carattere ma delle idee altresì e dei sentimenti chesono come parte della mia natura.

Perdonamipure in grazia della sovreccitazione immensa in cui si vive qui. Lamia gola sta bene; da quando si parla di guerra ho gittato canfora eacqua sedativama i nervi sono tesi straordinariamentemi par che atoccarli dieno scintille. Questo viene anche dall'intenso lavoro cheabbiamo al Ministerodove non c'è più orario e chi piùgode fiduciasia pure un segretariucolopiù deve sgobbare.Quando ebbi questo posto dalla bontà del conte di Cavourmipareva di mangiare il pane dello Stato a tradimento. Adesso non ècosì ma sto per togliermi a questo gran lavoro e ciò miconduce a un altro discorso che ho nel cuore da un pezzo e che adessoti faccio con una commozione indicibile.

Fraotto giorni i miei amici ed io ci arruoliamo nell'esercito comevolontari per la durata della campagna; Si entra nel 9° fanteriache ha il deposito a Torino. Qui al Ministero si vorrebbe trattenermiancora ma io intendo di trovarmi istruito al reggimento quandoentrerà in campagna e ho solamente preso l'impegno di nonlasciar l'ufficio che un giorno prima di arruolarmi.

Luisasono tre anni e quasi cinque mesi che non ci vediamo. Vero che tu seisorvegliata dalla Polizia e che ti è proibito di venire aLugano; però io ti ho proposto più volte piùmodi di venirmi a incontrare segretamente almeno al confinesullamontagnae tu non mi hai risposto. Ho creduto indovinare che tu nonti sapessi allontanare neppure per poco tempo da un luogo sacro. Mipareva troppo e ti confesso che ne provai un'amarezza molto profonda!Poi mi pentivomi pareva d'essere egoistati assolvevo. AdessoLuisale circostanze sono mutate. Non ho cattivi presentimentimipar impossibile di aver a restare sopra un campo di battagliamaimpossibile non è. Prenderò parte ad una guerra che siannuncia tra le più grossetra le più lunghe edisperateperché se l'Austria ha in giuoco le sue provincieitalianenoie forse anche l'imperatore Napoleoneabbiamo ingiuoco tutto. Si dice che passeremo l'inverno venturo sotto Verona.Luisaio non voglio correre il pericolo di morire senz'avertiriveduta. Ho ventiquattr'ore solenon posso venire al confine néa Luganoné mi può bastare di star con te dieciminuti! Fatti portare a Luganoin qualche mododa Ismaele lamattina del 25 corr. Parti da Lugano in tempo di essere a Magadinoper il tocco poiché da Luino non puoi passare. A Magadinopiglierai il battello che parte di là circa al tocco e mezzo.Scenderai circa alle quattro a Isola Bella dovepresso a poco allastess'oraarriverò anch'io da Arona. L'Isola Bellaa questastagioneè un deserto. Vi passeremo la sera insieme eripartiremo la mattinatu per Oriaio per Torino.

Scrivoallo zio Piero per chiedergli perdono se gli tolgo un giorno dellatua compagnia.

Maggiormale non temo. Anche gli austriaci non pensano che alle armila loroPolizia si lascia sfuggire migliaia di giovani che vengono aprenderle qui. Sarebbero terribili all'indomani di una vittoria maquel giornoper essiviva Dio! non verrà.

Luisaè possibile ch'io non ti trovi all'Isola Bellache tu credafar piacere a Maria non venendo? Ma non saila mia Mariala miapovera piccinase le avessero detto corri a salutar il tuo papàche forse va a morire come...


Lavoce del lettore oscillòsi ruppemancò in unsinghiozzo. Luisa si nascose il viso fra le mani. Egli le posòla lettera sulle ginocchia e disse a stento: «Donna Luisapuòavere un dubbio?»

«Sonocattiva»rispose Luisa sottovoce«sono matta.»

«Manon gli vuol bene?»

«Allevolte mi pare tanto e alle volte niente.»

«Diomio!»fece il professore. «Ma adesso? Non La commuovel'idea che potrebbe non vederlo mai più?»

Luisatacque; parve che piangesse. Balzò improvvisamente in piedistringendosi le tempie fra le manipiantò in viso alprofessore due occhi dove non erano lagrime ma invece una lucesinistra di corruccio. «Ella non sa»esclamò«cosa c'è nella mia testache cumulo di contraddizioniquante idee opposte che si combattono e prendono continuamente illuogo l'una dell'altra! Quando ho ricevuto la lettera ho piantotantomi son detta: "sìpovero Francostavolta vado"e poi ecco una voce che mi dice qui nella fronte: "nonon deviandare perché... perché... perché...".»

Luisas'interruppe e il professorespaventato da bagliori di pazzia negliocchi che lo fissavanonon osò chiedere spiegazioni. Gliocchi strani sempre fissi ne' suoi vennero raddolcendosivelandosi.Luisa gli prese le manigli disse pianotimidamente: «Domandiamoa Maria».

Sedetteroal tavolinovi posarono le mani su. Il professore voltava le spalleal lume che batteva sul viso di Luisa. Il tavolino era nell'ombra.Dopo undici minuti di silenzio profondo il professore mormorò:«Si muove».

Infattiil tavolino si andava lentamente inclinando da un lato. Ricadde ebatté un piccolo colpo. Il viso di Luisa s'illuminò.

«Chisei?»disse il professore. «Rispondi col solitoalfabeto.»

Iltavolino batté diciassette colpipoi quattordicipoidiciottopoi uno. «Rosa»disse il professorepiano.Rosa era il nome di una sorellina di sua mogliemorta nell'infanziae il tavolino aveva battuto parecchie altre volte questo nome. «Va'»ripeté il Gilardoni«mandaci Maria.»

Iltavolino si rimise tosto in movimento e batté queste parole:

«Sonqui. Maria.»

«MariaMariaMaria mia!»sussurrò Luisa con un'espressionein visodi beatitudine.

«Conosci»disse il Gilardoni«la lettera che tuo padre ha scritto a tuamadre?»

Iltavolino rispose:

«Sì».

«Cosadeve fare tua madre?»

Luisatremava da capo a piediaspettando. Il tavolino rimase immobile.

«Rispondi»fece il professore.

Iltavolino si mosse e batté un miscuglio incomprensibile dilettere.

«Nonabbiamo capito. Ripeti.»

Iltavolino non si mosse più. «Ripeti dunque!»feceil professore quasi bruscamente. «No!»supplicòLuisa. «Non insistanon insista! Maria non vuol rispondere!»

Mail professore voleva insistere. «Non è possibile»diceva«che lo spirito non risponda. Lei lo saci èsuccesso altre volte di non intendere quel che dice.»

Luisasi alzò agitatissimadicendo che piuttosto di costringereMaria era contenta d'interrompere la seduta. Il professore rimasemeditabondo al proprio posto. «Zitto!»diss'egli.

Iltavolino si movevaricominciò a batter colpi.

«Sì»esclamò il Gilardoniraggiante. «Ho domandato colpensiero s'Ella deve andare e il tavolino ha risposto "sì".Ridomandi lei ad alta voce.»

Cinqueo sei minuti passarono prima che il tavolino si rimettesse in moto.Alla domanda di Luisa «debbo andare?» batté primatredici colpi poi quattordici. La risposta era «no».

Ilprofessore impallidì e Luisa lo interrogò con losguardo. Egli rimase lungamente mutopoi rispose sospirando:

«Potrebbenon essere Maria. Potrebb'essere uno spirito di menzogna».

«Ecome si può sapere?»fece Luisa ansiosamente.

«Impossibile.Non si può sapere.»

«Mae le altre comunicazionidunque? Non vi è certezza mai?»

«Mai.»

Ellatacqueatterrita. Poi sussurrò: «Doveva essere così.Doveva mancarmi anche questo».

Eposò la fronte sul tavolino. Il lume della candela batteva suicapellisulle bracciasulle mani di lei. Ella non si movevanullasi moveva nella cameratranne la fiammella oscillante della candela.Un'altra fiammellaun ultimo lume di speranza e di conforto stavamorendo nella povera testa caduta sotto il colpo d'un dubbio amaro einvincibile. Che poteva fareche poteva dire il Gilardoni? Eglivedeva prossimo a compiersinon per opera suail desiderio diEster. Tre o quattro minuti dopo si udirono passi al piano inferioree la voce di Ester. Luisalentamentesi alzò.

«Andiamo»diss'ella.

«Bisognerebbeforse pregare»osservò il Gilardonisenza muoversi.«Bisognerebbe forse domandare agli spiriti se confessanoCristo.»

«Nono no no no»fece sottovoce Luisanegandoanche con la manoostilmente. Il professore prese la candela in silenzio.

Ritornandoa Oria Luisa salì al cancello del Camposanto. Vi appoggiòla frontegittò verso la fossa di Maria un soffocato addio eridiscese. Giunta sul sagrato andò ad affacciarsi alparapettoguardò giù il lago addormentato nell'ombra.Stette lì alquanto lasciando andar il pensiero per la suachina. Posò i gomiti sul parapettosi piegòsiappoggiò il viso alle mani sempre guardando l'acqual'acquache aveva preso Maria. Il suo pensiero veniva pigliando una formaprecisa non dentro a lei ma laggiù nell'acqua. Essa loconsiderò. Morirefinire. Lo conoscevalo aveva vedutoancora questo pensiero guardando nell'acqua cosìmolto tempoaddietroprima di cominciare le evocazioni col professore. Poi erascomparso. Adesso ritornava. Era un pensiero dolce e pietosopienodi riposo e di abbandonopieno di pace. Faceva bene di starlo aguardare poiché anche la fede negli spiriti era perduta.Morirefinire. L'altra volta molto aveva potuto contro il fascinodell'acqua la immagine del vecchio zio. Ora poteva meno. Lo zio eracadutodalla morte di Maria in poiin un mutismo quasi completo cheLuisa attribuiva a un principio di apatia senile. Ella non avevacapito come nell'animo del vecchio vi fossero insieme al doloredisapprovazioni profonde; quanto lo urtassero le quotidiane ripetutevisite al cimitero e i fiori e le gite misteriose a Casarico esopratuttol'abbandono completo della chiesa. Se non fosse stata cosìpresa dalla sua mortaavrebbe potuto intender meglio lo zio almenoin quest'ultimo punto della chiesaperché adesso il vecchiosilenzioso ci andava luiin chiesapiù di primatornava colcuore alla religione di suo padre e di sua madre praticata sinorafreddamenteper abitudineper ossequio alle tradizioni di casa.Pareva a Luisa ch'egli fosse diventato alquanto ottuso e che se aibisogni suoi fosse provveduto non gli occorrerebbe altro. Per le curemateriali v'era la Cia e le risorse che bastavano per tre meglioavrebbero bastato per due. Luisa credette veder l'acqua salire unpalmo. E Franco? Franco si desolerebbepiangerebbe per qualche annoe poi sarebbe più felice. Franco aveva il segreto diconsolarsi presto. L'acqua parve salire un altro palmo.

Nellostesso momento in cui ella s'era affacciata al parapettoFrancopassando in via di Po davanti a San Francesco di Paolaaveva vedutolumi e udito l'organo. Era entrato. Appena detta una preghierailpensiero dominante lo aveva ripresoil suono dell'organo gli si eratrasformato in un fragore di trombedi tamburi e d'armi ementre uncanto di pace si levava sull'altarea lui era parso caricar confurore il nemico. A un tratto si vide in mente l'immagine di Luisavestita a luttopallida. Si mise a pensare a leia pregare per leicon fervore intenso.

Alloralà sul sagrato di Oria ella sentì un freddoun'uggiaun mancar della tentazione. Volle richiamarla e non poté.L'acqua ridiscendeva. Una voce intima le disse: e se il professore siè ingannato? Se non è vero che il tavolino abbiarisposto prima di si e poi di no? Se non è vero di questispiriti menzogneri? Si tolse dal parapetto e salia passi lentiincasa.

Trovòlo zio in cucinaseduto sotto la cappa del caminocon le molle inmano e col bicchiere di latte accanto. La Cia e la Leu cucinavano.

«Dunque»disse lo zio«sono andato alla Ricevitoria. Il Ricevitore èa letto con l'itteriziama ho parlato col Sedentario.»

«Diche cosazio?»

«DiLuganodella tua andata a Lugano il 25. Mi ha detto che chiuderàun occhio e che passerai.»

Luisatacquestette a guardar il fuoco meditabonda. Poi diede certi ordinialla Leu per l'indomani e pregò lo zio di venire in salottocon lei.

«Cosaserve?»diss'egli con la solita semplicità. «Nonavrai gran segreti. Stiamo qui che c'è il fuoco.»

LaCia accese il lume. «Usciremo noi»diss'ella.

Lozio fece la sua solita smorfia di compassione per le altruisciocchezze ma tacquebevve il suo bicchier di latte e lo porsesilenziosamente a Luisa. Luisa prese il bicchiere e disse piano:

«Nonho ancora deciso».

«Cosa?»fece lo zio bruscamente. «Cosa non hai deciso?»

«Seandrò all'Isola Bella.»

«Euh!Che diavolo?»

Lozio Piero non la poteva neanche intendere una cosa simile.

«Eperché non andresti?»

Ellarispose con tranquillitàcome se dicesse una cosa ovvia:

«Hopaura di non poter lasciare Maria».

«Ahsenti!»fece lo zio. «Siediti là.»

Leadditò il sedile in facciasotto la cappa del caminolasciòle molle e disse con quella sua voce graveonesta voce del cuore:

«CaraLuisahai perso la bussola».

Ealzate le braccia con un «euh!» profondole lasciòricadere sulle ginocchia.

«Persa!»diss'egli. Stette un poco in silenzioa capo chinoporgendo lelabbra con un brontolio di parole in formazioneche poi uscirono.

«Coseche non avrei mai creduto! Cose che paiono impossibili. Ma quando»(così dicendo rialzò il capo e guardò Luisa infaccia) «si comincia a perderlala bussolal'è fatta.E tucarahai cominciato a perderla da un pezzo.»

Luisatrasalì.

«Ehsì!»esclamò lo zio a gola piena. «Haicominciato a perderla da un pezzo. Ed è questo che volevodirti. Senti: mia madre ha perso dei figlitua madre ha perso deifigliho visto tante madri perdere dei figli e nessuna faceva comete. Ci vuol altrosiamo tutti mortali e dobbiamo accettare la nostracondizione. Si rassegnavano. Ma tuno. E questo cimitero! E questeduetrequattro visite al giorno! E questi fiorie cosa so ioohpovero me! E anche queste scempiaggini che fai a Casarico conquell'altro povero imbecilleche voi credete farle in segreto etutti ne parlanopersino la Cia! Oh povero me!»

«Nozio»disse Luisa tristemente ma tranquillamente. «Nondir queste cose. Non puoi capire.»

«Siamointesi»rispose lo zio con tutta l'ironia di cui era capace.«Non posso capire. Ma poi ce n'è un'altra. Tu non vaipiù in chiesa. Io non ti ho mai detto niente perché inqueste cose il mio principio è stato sempre di lasciar fare aciascuno quel che crede; ma quando ti vedo perderedirò cosìil buon senso e anche il senso comunenon posso a meno di fartiriflettere che se si voltano le spalle a Domeneddiosi fanno diquesti guadagni. Adesso poi questa idea di non voler andare a vederetuo maritoin circostanze similipassa tutti i limiti.» «Vuoldire»riprese dopo una breve pausa«che ci andròio.»

«Tu?»esclamò Luisa.

«Perchéno? Iosì. Contavo di accompagnarti mase non vieniandròsolo. Andrò a dire a tuo marito che hai perduto la testa e chespero di andar presto anch'io a trovar la povera Maria.»

Mainessuno aveva udito dal labbro dello zio Piero una parola tantoamara. Fosse questofosse l'autorità dell'uomofosse il nomedi Maria pronunciato cosìLuisa fu vinta.

«Andrò»diss'ella. «Ma tu devi restar qui.»

«Nienteaffatto»rispose lo zio contento. «Sono quarant'anni chenon vedo le Isole. Approfitto dell'occasione. E chi sa che non miarruoli in cavalleriaio?»

«Ecosì»disse la Cia a Luisa dopo che lo zio era andato aletto. «Vuol proprio partire anche il mio padrone? Cara leiper amor del Cielonon glielo permetta!»

Ele raccontò che due ore prima egli aveva stralunato gli occhie piegata la testa sul petto; che chiamato da lei non aveva risposto;che poi si era riavuto e che alle premurose domande di lei era andatoin collera protestando di non aver avuto maledi aver sentito soloun po' di sonno. Luisa l'ascoltava in piedicol lume in manocongli occhi vitreidivisa fra l'attenzione alle parole che udiva equalche altro pensiero assai diversoassai lontanodallo ziodallacasadalla Valsolda.



2.Solenne rullo


Ilventicinque febbraiogiorno della partenzalo zio Piero si alzòalle sette e mezzo e andò alla finestra. Un denso nebbionependeva sul lago biancastro e nascondeva le montagne per modo che sene vedevano solamente due brevi liste nereuna a destra e l'altra asinistrafra il lago e la nebbia. «Ahimè!»sospirò lo zio. Non s'era ancora finito di vestire che Luisaentrò e lo pregòcol pretesto del cattivo tempodirestaredi lasciarla partir sola. La Cia era in grande angosciaeavea pregato Luisa di insistere sapendo ch'egli era stato côltoil giorno ventida forti vertigini e che il ventiduesenza dirniente a nessunoera andato a confessarsi. Egli s'irritòconvenne tacerelasciargli fare la sua volontà. Povero zioaveva goduto sempre una salute di ferro ed era molto apprensivoilmenomo disturbo lo allarmava; ma ora non gli pareva bene che Luisapartisse sola in quelle condizioni di spiritoe si sacrificava perlei. Si vestìritornò alla finestra e chiamòtrionfalmente Luisa che stava nel giardinetto.

«Alzala testa!»diss'egli. «Guarda su in Boglia!»

Inaltosopra Oriaattraverso la nebbia fumantesi vedeva l'oropallido del sole sulla montagna e più in alto ancora unatrasparenza serena.

«Bellagiornata!»

Luisanon rispose e il vecchio discese allegro in loggiauscì sullaterrazza a goder la battaglia magnifica della nebbia e del sole.

Tuttoil lago d'oriente fra la Ca Rottal'ultima casa di S. Mametteasinistrae il golfo del Dòi a destrapareva un mare immensobianco. La Ca Rotta traspariva appenacome un fantasma. Al golfo delDòi cominciava la sottile lista nera scoperta fra il piombodel lago e il nebbione. A poco a poco quel nebbione si facevaturchinicciovaghi chiarori rompevano in cielo verso Ostenoinfondo al mare d'oriente tremavano luccicori nuovivenivan listechiazze brune di brezza; un occhio di sole appariva e scomparivasopra Osteno nei vapori turbinantiingrandiva rapidamentesplendévincitore. La nebbia fuggì da ogni partea brani e fiocchi.Molti ne passarono davanti a Oriagrandi e velocialtri sibuttarono alla costail grosso ripiegò verso l'ultimolevante; colàdietro e sopra un pesante sipario biancolemontagne del lago di Como sorsero gloriose nel sereno.

Lozio Piero chiamò Luisa perché vedesse lo spettacolol'ultima scena splendida del dramma; il trionfo del solela fugadelle nebbiela gloria delle montagne. Egli ammiravapatriarcalmentesenza finezze di senso artistico ma con calorgiovanilecon sincera enfasi di voceda vecchio che ha vissutocastamenteche non ha sciupata la freschezza del cuoreche conservauna certa innocenza d'immaginazione. «GuardaLuisa»esclamò«se non bisogna dire: Gloria al PadrealFigliuoloallo Spirito Santo!» Luisa non risposesi allontanòsubito per non veder quel recinto biancodi là dall'ortochel'attirava con violenzacon una tacita voce di rimprovero e didolore. Ella vi era andata alle seivi aveva passata un'ora nellanebbiaseduta sull'erba fradicia.

Lozio rimase in contemplazione sulla terrazza fino al momento dipartire. S'egli fosse stato un poeta presuntuoso avrebbe supposto chela Valsolda gli desse il buon viaggio con uno spettacolo d'addiovolesse mostrarglisi bella come forse non l'aveva veduta mai; maqueste fantasie poetiche a lui non venivano e poi si trattava di unviaggio così breve! Nogli passò invece nella mentel'immagine di Marial'idea di vedersela capitar correndo fra legambedi prenderla sulle ginocchiadi recitarle la canzonettaantica:


Ombrettasdegnosa

DelMissipipì.


«Basta!»sospirò. «È stata una gran cosa!»echiamato dalla Ciasi avviò lentamente verso il giardinettodove l'attendeva Luisapronta a scendere in barca. «Ohsonqui»diss'egli«e voi guardate benementre staremoviadi non lasciar cadere la casa nel lago.»

Duranteil tragitto sul Lago Maggiorea bordo del San BernardinoLuisa stette quasi sempre nella sala di seconda classe. Ne salìuna volta onde persuadere lo zio Piero a discendere anche lui; ma lozio Pierochiuso nel suo zimarrone grigionon volle muoversimalgrado l'aria freddadal ponte dove stava pacificamente a guardarmontagne e paesie far un po' di conversazione con un prete diLocarnocon una vecchierella di Belgirate e con altri viaggiatori diseconda classe. Luisa dovette lasciarvelo e ridiscesepreferendostar sola con i propri pensieri. Più si avvicinava all'IsolaBella più le cresceva dentro un'agitazione sordauna incertaattesa di tante cose. Come avverrebbe l'incontro con Franco? Qualecontegno terrebb'egli con lei? Le farebbe i discorsi che le avevafatto lo zio? Le lettere erano molto pietose e tenerema chi non sache si scrive in un modo e si parla in un altro? Comedovepasserebbero la sera? E poi l'altra cosala cosa terribile apensare...? Tutte queste preoccupazioni salivanosalivanotendevanoa diventar dominantia porsi in antagonismo con l'immagine delCimitero di Oria che ogni tratto ritornava impetuosacome ariprendere il suo. Alla stazione di CanneroLuisa si udì sulcapo un grande strepito di passiun grande chiasso di voci e digridasalì a vedere dello zio. Erano militari richiamati allebandierevenuti al battello con due grandi barche. Altre barchetteportavano donnebambinivecchiche salutavano e piangevano. Isoldatila maggior parte bersaglieribei giovinotti allegririspondevano ai salutigridando: «Viva l'Italia!»promettevano regali da Milano. Una vecchiache aveva tre figli fraquei soldatigridava lorotutta scarmigliata ma non piangentechesi ricordassero del Signore e della Madonna. «Sì»brontolo un vecchio sergente che li accompagnava«ca s'ricordodel Sgnourd'la Madonnadel Vescov e del prevost!» I soldatimolto pratici del «prevost»la prigione militareriserodella barzelletta e il battello partì. Gridasventolar difazzoletti e poi un cantoun canto potente di cinquanta vocigagliarde:


Addiomia bellaaddio

L'armatase ne va.


Isoldati si erano tutti ammucchiati a prora su cataste di sacchi ebariliquale sedutoquale sdraiatoquale in piedie cantavano asquarciagolacon l'accompagnamento cupo delle ruote del vapore chefilava diritto giù verso lo sfondo di cielo cui le sottilicolline d'Ispra dividono dall'immenso specchio dell'acqueverso ilTicino. Quei giovinotti avevano a passarlo prestoil Ticinoprobabilmente al grido di Savoiafra una furia di cannonate. Moltidi loro erano attesi laggiùsotto quel cielo serenodallamorte; ma tutti cantavano allegri e solo il rumor cupo delle ruotedel vapore pareva saperne qualche cosa. Le libere montagne piemontesilungo le quali filava il battello parevano fiere e paghebenchénell'ombradi aver dato i propri figli alle schiave montagnelombardetragiche nell'aspetto benché illuminate dal sole.Luisa si sentì un lieve formicolio nel sangueun palpito delsuo patriottismo ardente d'una volta. E quelle madri che avevan vistopartire i loro figli così? Prevenne il proprio pensierosidisse subito che anche lei avrebbe donato volentieri un figlioall'Italiache quelle madri non potrebbero in nessun casoparagonarsi a lei. Ma com'era diverso di leggere in Valsolda unalettera che parlava di guerra e di sentir veramente il soffio e ilrumor della guerra intorno a sédi respirarla nell'aria!Nella quieta della Valsolda era un'ombra senza realtà: quil'ombra pigliava corpo. Qui il dolore privato di Luisail doloreimmenso che le riempiva intorno l'aria morta di Orias'impicciolivaa fronte della emozione pubblicaed ella lo sentiva e ciò lerecava una molestiaun malessere indefinibile. Era paura di perdereparte del dolore propriocome dire parte di se stessa? Era desideriodi sottrarsi ad un paragone che le ripugnava di fare? In pari tempol'idea che Franco andrebbe a questa guerral'idea onde poco ella siera commossa in Valsoldaprendeva pure una realtà nuova nellasua mentele dava delle scosse al cuorelottava essa pure conl'immagine del Camposanto di Oria. Per la prima volta l'immagine delpassato non era più solaassolutaonnipotente signoradell'anima sua; ne avesse pure sdegno quest'anima e rincrescimentonuove immaginiimmagini del presente e del futurole facevanoassalto.

Lozio cominciò ad aver freddo e discese sotto coperta.

«Frapoco più d'un'ora»diss'egli«saremo a IsolaBella.»

«Seistanco?»

«Nienteaffatto. Sto benone.»

«Peròandrai a letto presto questa sera?»

Loziodistrattonon rispose. Invece dopo un poco esci a dire: «Saicosa pensavo? Pensavo che dovrebbe capitare un'altra Maria».

Luisache gli era seduta accantosi alzò di bottofrementee andòa guardar fuori dal finestrino in facciavoltando le spalle allozio. Questi non capi affattocredette a un senso d'imbarazzo e siaddormentò nel suo angolo. Il battello tocca Intra. Adessoprima dell'Isola non c'è che Pallanza. Il battello rade lacosta; Luisa guarda dal finestrino ovale passar le rivele caseglialberi. Come si correcome si corre!

Pallanza.Il battello resta fermo cinque minuti.

Luisasale sul pontedomanda quando si arriverà all'Isola Bella. Ilbattello non toccherà Suna né Baveno. Sarà unviaggio di pochi minuti. E il battello di Aronaquando arriva? Pareche sia in ritardo. Ella scende e sveglia lo zio che sale sul pontecon lei. L'ultimo tratto del viaggio è fatto in silenzio: lozio sta a guardar Pallanza che si allontana e Luisa ha fissi gliocchi sull'Isola che s'avanzanon vede altro.

Ilbattello giunse all'approdo dell'Isola Bella alle tre e quarantaminuti. Nessun indizio del battello di Arona. Un inserviente disse aLuisa che quel battello era sempre in ritardo per colpa del treno diNovara che non aveva quasi più regolacausa i movimentimilitari. Nessuno discese all'Isolanessuno era sulla riva trannel'uomo addetto allo sbarco. Partito il battelloaccompagnòegli stesso i due viaggiatori all'albergo del Delfino. Era uncasodiss'egliche trovassero il Delfino aperto a quellastagione. Ci svernava una grossa famiglia inglese. Pareva l'isola delSilenziodel resto. Il lago le taceva intorno immobilela spiaggiaera desertasui ballatoi delle povere vecchie casucce ammonticchiatesul portofra un bastione rotondo del giardino e l'albergonon sivedeva persona viva. Gl'inglesi erano fuoriin barca; l'albergotaceva come la riva e l'acqua. I nuovi venuti ebbero due cameregrandi del secondo pianoa mezzogiornodi fronte al malinconicostretto fra l'isola e la costa boscosa che va da Stresa a Baveno. Laprima camerasull'angolo di ponenteaveva una finestra verso lachiesetta di S. Vittoreche sorge a fianco dell'albergoel'isolotto lontano dei Pescatori. Lo zio Piero si piantò aquella finestra contemplando l'isolottoil mucchietto di casesporgente dallo specchio del lago e appuntato in un campanilelegrandi montagne di Val di Toce e di Val di Gravellonemezzo nascosteda una nebbiolina penetrata di sole. Luisavisto che lìv'eran due lettipassò rapidamente nell'altra camera dov'eraun'alcova con due letti pure. «Ecco»disse lo zio Pieroentrandovi un momento dopo«questa va bene per voialtri.»Luisa domandò sottovoce all'albergatore se non si potesseroavere tre camere invece di due. Nonon si potevano avere. «Mase così va bene! Ma se così va benone!»ripetevalo zio. «Voi qui e io là.» Luisa tacque el'albergatore se n'andò. «Non vedi che hai l'alcova comea casa?» Non gli veniva in menteall'uomo patriarcaleche perLuisa la sola vista di quell'alcova fosse un tormento. Ella glirispose che preferiva l'altra camerapiù chiarapiùallegra. «Amen»disse lo zio«fate vobis.M'inalcoverò io.»

Anchequell'angolo dell'albergo ritornò nel silenzio. Luisa si posealla finestra. Il battello di Arona doveva esser vicinol'uomo diprima s'incamminava lentamente verso lo sbarco e poco dopo si udìun rumor lontano di ruote. Lo zio disse a Luisa che si sentiva stancoe rimaneva in camera.

Elladiscese verso il ponte dello sbarco e si fermò presso unacasupola che toglieva di vedere il battello di cui udiva il fragore.A un tratto la prora del San Gottardo le uscì davantilentamente e si fermò. Luisa riconobbe suo marito fra ungruppo di persone che gli facevano un grande chiasso intorno. Francola videsaltò sul pontecorse a lei che fece due passiavanti. Si abbracciaronoegli mutocieco d'emozioneridente elagrimosopieno di gratitudine e anche trepidoincerto circal'animo di leicirca il modo di regolarsi; ella più compostapallidissima e seria. «Addio»ripeteva«addio»e s'incamminò verso l'albergo. Venne allora da Franco unafuria di domande sul suo viaggiosul passaggio del confineprima;poi sullo zio. Quando nominò lo zioLuisa alzò il visoe disse: «Guarda!». Lo zio era lassù alla finestrae gittò abbasso un addio sonoro agitando il fazzoletto. «Oh!»fece Francostupefatto; e prese la corsa.

Lozio aspettò sul pianerottolo della scala con una espressionedi contentezza persino nel ventre pacifico. «Ciaoneh»diss'egli e gli prese le manigliele scosse tenendolo a distanza.Non avrebbe voluto bacicome se in quel momento significasseroringraziamentima non poté difendersi dall'impeto di Franco.«Figurati»diss'egli appena svincolatosi dalle bracciadel giovane«se una Maironi può viaggiare senzamaggiordomo! Son poi anche venuto ad arruolarmi nei bersaglieri!»E l'uomo stanco discese le scale dicendo che andava a ordinare ilpranzo.

Nonv'era canapè nella stanza degli sposi. Franco trasse Luisa asedere sul lettole sedette accantole cinse con un braccio lespalleincapace di un discorso qualsiasinon sapendo dire che «tiringrazioti ringrazio»non trovando che impetuose carezzeimpetuosi bacinomi di tenerezza. Luisa tremava a capo chinonongli rispondeva in alcun modo ed egli si frenòle prese ilcapo come una cosa santale andò sfiorando con le labbraqualài capelli bianchi che vedeva. Ella capì checercava i capelli bianchiintese quei timidi bacisi commosseleparve sentirsi sgelare il cuorefu presa da sgomentovolledifendersi più contro se stessa che contro Franco. «Sai»disse«ho il cuore tanto freddonon volevo neanche venirenon volevo lasciar Maria né che tu avessi l'amarezza ditrovarmi così. È stato causa lo zio che venissi. Volevavenir solo e allora mi sono decisa.»

Dettele parole crudelisentì levarsi dai suoi capelli le labbra diFrancolevarsi il braccio dalle sue spalle. Tacquero ambedue; poiFranco mormorò con dolcezza:

«Sonotredici ore. Forse dopo non ti darò noia mai più».In quel punto entrò lo zio Piero e annunciò che ilpranzo era pronto. Luisa prese la mano di suo maritogliela strinsein silenzionon con la stretta d'un'amantema pure abbastanza forteper significargli ch'era una commossa risposta.

Apranzo né Luisa né Franco mangiarono. Invece lo ziomangiò con appetito e parlò molto. Egli non approvavache Franco prendesse le armi. «Che soldato vuoi riuscire tu?»gli diceva. «Cosa farai senza la canforal'acqua sedativa e ilcossa soja mi?» Franco dichiarò che aveva buttato viatutti i rimediche si sentiva di ferroche sarebbe stato il piùrobusto soldato del 9°. «Sarà!»brontolòlo zio. «Sarà! E tuLuisanon dici niente?»Luisa rispose ch'era persuasa di quanto aveva detto suo marito.«N'occor alter!»fece lo zio. «Evviva!» Egliaveva poi anche un gran concetto della potenza austriaca e non vedevaroseo come Franco. Secondo Franconon c'era da dubitare dellavittoria. Egli aveva veduto un aiutante di Niel venuto segretamente aTorinogli aveva udito dire ad alcuni ufficiale piemontesi di StatoMaggiore: «Nous allons supprimer l'Autriche».Certobisognava lasciare almeno cinquantamila cadaveri italiani efrancesi tra il Ticino e l'Isonzo.

«Scusisignore»disse il cameriere che serviva. «Mi pare che ilsignore parlasse di entrare nel 9° reggimento!»

«Sì!»

«BrigataRegina. Brava brigata. Io ho servito nel 10°. Ci siamo fattionore nel 1848ehi! GoitoSanta LuciaGovernoloVolta! Adessotocca a Loro.»

«Faremoil possibile.»

Luisaebbe un lieve brivido. Gl'inglesi che pranzavano alla tavola vicinaintesero il dialogoguardarono Franco. Per qualche momento nessunoparlò nella sala; vi passò la visione di una colonna difanteria lanciata alla baionettafra la mitraglia.

Dopopranzo lo zio rimase all'albergo per il suo solito chilo e Francouscì con Luisa. Presero a destraverso il Palazzo. Facevapiuttosto scurocadeva qualche rara gocciolinagli scalini chemettevano dalla riva al cortile della villa erano umidisisdrucciolava. Franco offerse il braccio a sua moglie che lo prese insilenzio. Si fermarono tra il cortile deserto e la scala dello sbarcoa contar le ore che suonavano all'orologio del Palazzo. Sei. Eranopassate due orene restavano altre undici; poi veniva laseparazionel'ignoto. Si incamminarono lentamentesempre senzaparlareper il viale diritto fra il lago e il fianco del Palazzoaquell'angolo che guarda l'isola dei Pescatoridove si vedeva giàqualche lume. Due donne venivano loro incontro a braccettochiacchierando. Franco le lasciò passare e poi domandòa sua moglie se si ricordava dei Rancò.

Dueanni prima del loro matrimonio avevano fatto con altri amici unapasseggiata a Drano e ai Rancòalti pascoli di Valsoldachesi attraversano per salire al Passo Stretto. Avevano avuto unadisputa vivaceun'ora di broncio e di tormento. «Sì»rispose Luisa. «Mi ricordo.» Sentirono ambedue nellostesso momento quanto l'ora presente fosse diversa da quella e quantociò fosse doloroso a dire. Non parlarono più finoall'angolo. Un suono di campane veniva dall'isola dei Pescatori.Franco lasciò il braccio di sua mogliesi appoggiò alparapetto. Il lago nebbioso tacevanulla si vedeva oltre i lumidell'altra isola. Il lagola nebbiaquei lumiquelle campane cheparevano di una nave perduta in mareil silenzio delle coselestesse rade minute goccioline di piovatutto era così triste!

«Eti ricordi poi?»mormorò Franco senza voltar il viso.Anche Luisa s'era appoggiata al parapetto. Tacque un pocoindirispose sottovoce:

«Sìcaro».

Ahvi era nel suo caro un lieve recondito principio di calorediemozione affettuosa. Franco lo sentìn'ebbe una scossa digioia ma si contenne.

«Penso»riprese«alla lettera che t'ho scritto subitoappenaritornato a casa e alle tre parole che mi hai detto il giorno dopoaMuzzaglioquando gli altri ballavano sotto i castagni e tu mi seipassata vicina per andar a prendere il tuo scialletto che aveviposato sull'erba. Te le ricordi?»

«Sì.»

Eglile prese una manose la recò alle labbra.

«Tiringrazio ancora»diss'egli«per quelle tre parole.Allora sono state la vita per me. Ti ricordi che nella discesa t'hodato il braccio e che c'era chiaro di luna?»

«Sì.»

«Eti ricordi che ho fatto uno sdrucciolone prima di arrivare al ponte eche tu mi hai detto: "Caro signoretocca a Lei di sostenereme"?»

Luisanon risposegli strinse la mano.

«Nonsono stato buono a nulla»diss'egli tristemente. «Non tiho saputo sostenere.»

«Haifatto tutto quello che potevi.»

Lavoce di Luisadicendo cosìera fiocama ben diversa daquando ell'aveva detto: il mio cuore è freddo. Suo marito leriprese il braccioritornò con leia passi lentiverso losbarco. Il caro braccio non era inerte quanto primatradivaun'agitazioneuna lotta. Franco si fermò e disse piano:

«Ese vado dalla Maria? Cosa le devo dire di te?»

Ellafu presa da un tremitogli posò il capo sulla spalla esussurrò: «Noresta». Franco non intesedomandò:«Cosa?». Non udì risponderepiegò adagioadagio il visovide le labbra di lei porgersivi posò lesue. Il cuore gli battégli batté fortepiùforte ancora di quando aveva baciato Luisa la prima volta comeamante. Rialzò il visonon poteva neppur parlare. Finalmentegli riuscì di metter fuori queste parole: «Le diròche hai promesso...». «No»mormorò Luisaaccorata«quello non lo possonon domandarmelonon èpiù possibile.»

«Cosanon è possibile?»

«Ohintendi bene! Anch'io ho inteso bene cosa volevi dir tu.» Ellariprese a camminarevolendo staccarsi da quel discorso. Tenne peròil braccio del maritoche la fermò.

«Luisa!»diss'egliseveroquasi impetuoso. «Mi lascerai partire così?Sai cosa vuol dire per me partire così?»

Ellaritirò allora lentamente il braccio di sotto quello di lui esi voltò a destra verso il parapettovi si appoggiòguardando l'acqua come a Oriaquella sera. Franco le restòdiritto accantoattese un poco e poi le domandò dirispondergli.

«Perme sarebbe meglio finirla nel lago»diss'ellaamaramente. Suomarito le cinse la vita con un bracciola strappò dalparapetto e la lasciò liberalevò il braccio in aria.«Tu?»esclamò con sdegno. «Parlar cosìtu che dicevi sempre di prender la vita come una guerra? E il tuomodo di combattere sarebbe questo? Io credevo una volta che la piùforte fossi tu. Adesso intendo che sono io il più forte. Moltopiù! Sai neanche immaginare cosa ho sofferto io in questianni? Sai neanche immaginare...» Sentì la voce sfuggirsiun momento ma si padroneggiò e proseguì: «Saineanche immaginare cosa tu sei per me e cosa farei per non dartisenza necessità un piccolo dolorementre pare che a te nonimporti nulla di lacerarmi l'anima?». Ella gli si gettòfra le braccia. Nel silenzio che seguìrotto solo da unospasimo di singhiozzi repressiFranco udì venir gente e duròfatica a staccarsi sua moglie dal pettoa riprender con essa ilcammino dell'albergo. «Tu! tu!»sussurrò. «Enon vuoi che desideri di morire ioquando posso morir beneper ilmio paese?» Luisa gli stringeva il braccio senza parlare.Incontrarono due giovani amantiche passando loro accanto liguardarono curiosamente. La ragazza sorrise. Giunti agli scalini chescendono sul piazzaletto davanti a S. Vittoreudiron voci di ragazzie di donne. Luisa si fermò un momento sul primo scalino edisse piano le tre parole di Muzzaglio:

«Tiamo tanto».

Franconon rispose che con una stretta del braccio. Discesero gli scaliniadagio adagiorientrarono all'Albergo del Delfino.


Alcunigiovinotti che bevevanofumavano e schiamazzavano si alzaronoall'apparir di Franco e di Luisasi fecero loro incontro tuttitranne uno che approfittò del momento buono per vuotarel'ultima bottiglia. «Signora»disse il primo che sipresentò a Luisa. «Suo marito Le avrà giàannunciato i Sette Sapienti.» Successe subito un gran baccanoperché Franco aveva dimenticato di dire a Luisa che i suoiamici eran venuti con lui da Torino e s'erano spintiperdiscrezionefino a Pallanzapromettendo una visitina d'omaggio allasignora. «El più sapiente son mi»disse alzandosiil Padovanoche aveva vuotata la bottiglia. «Vualtri fe'bordelo e non bevì; mi bevo e no fazzo bordelo.»«Quellosignora»disse un bel giovane«ècom'Ella ben intendel'asino sapiente della compagnia.»«TasiFante!»

«Signora!»fece il Padovano avanzandosi e salutando.

«AhLei è il signor Fante di bastoni?»disse Luisasorridendoal bel giovane. Ella fu affabile con tuttiebbe un gransuccesso dicendo a un uomo altomagrodai baffi arricciati: «Leidev'essere il signor Caval di spade».

«Noxe verosignora»esclamò il Padovano mentre gli altriapplaudivano«che se vede la bestia?»

Eranovenuti da Pallanza in barca e volevano ripartire subitoma Francofece portare altre due bottiglie e il chiasso divenne cosìenormemalgrado la presenza di Luisache l'albergatore venne apregareper amore de' suoi inglesidi non far tanto «rabello».Il Padovano gli snocciolò dolcemente una litania placida divituperi padovani. Colui non capìfece un risolino stupido ese n'andò.

ISapienti eran venuti sul lago per godere anche loro una giornata dilibertà prima di arruolarsi. Entravano tuttimeno il Caval dispadenello stesso reggimento. Bevvero al 9° fanteriaallabrigata Reginaa tutti i «pistapauta» nazionali nelpresente e nell'avvenire e discussero sul luogo e il nome della primabattaglia che si darebbe agli austriaci. Tutti i voti meno quello delPadovano furono per una «battaglia del Ticino». IlPadovano voleva una battaglia di Gorgonzola. «No sentìche nome militar? Battaglia di Gorgonzola erborinato. Asèo!»

Erascritto nel Libro del Destino ch'egli sarebbe caduto appunto nellaprima battagliaa Palestrocon una scheggia di granata nellacosciacombattendo da buon soldato a due passi dal colonnelloBrignone. Quei giovani parlavano di battaglie con entusiasmo ma senzaspacconateparlavano della futura Italia dicendo alquantecorbelleriema si sentiva che non importava loro un fico secco dellavita pur di farla liberaquesta vecchia patriae grande. «Ghepàrele teste da far l'Italia?»disse il Padovano aLuisa. «Gnanca So marìosala. Un bon tosoma par farl'Italiagnente. La vedarà che razza de Italia che vien fora!I nostri fioi ne farà un monumentoma dopo vegnaràcapiselacon licenzaquelle figure porche de quei nevodiche mepar de sentirli: "Che da can"i dirà"che ila ga fataquei veci insensaista Italia!"»

ISapienti partirono dopo essersi accordati con Franco di trovarsil'indomani mattina sul primo battello. Franco li accompagnòalla barca e intanto sua moglie salì a vedere lo zio Piero.Egli aveva dato l'incarico all'albergatore di avvertire i suoi nipotichesentendosi molto sonnoera andato a letto. Infatti Luisa lo udìdormire rumorosamente. Posò il lume e attese Franco.

Eglivenne subito e fu sorpreso di udire che lo zio dormiva già.Avrebbe voluto pigliar congedo da lui prima d'andar a lettoperchéil battello partiva di gran mattinoalle cinque e mezzo. L'usciodella camera era chiusotuttavia Luisa pregò suo marito dicamminare in punta di piedi e di parlar sottovoce. Gli raccontòciò che le aveva detto la Cia. Lo zio aveva bisogno di riposo.Ella sperava che sarebbe rimasto a letto fino alle nove o alle diecie contava partire al toccoandar a dormire a Magadino per nonaffaticarlo troppo. Insistette molto su queste apprensioni per lasalute dello zio; parlavaparlavanervosamentevolendo tenerlontani altri discorsitener lontane con quest'ombra carezze troppotenere. In pari tempo andava e veniva per la camerapigliando eposando le stesse coseun po' per nervositàun po' con laintenzione che suo marito si coricasse prima di lei. Egli pareva dalcanto suo molto occupato di una borsa a tracolla che non riusciva adaprire. Finalmente l'apersechiamò sua moglie a sélediede un rotolo d'orocinquanta pezzi da venti lire. «Capisci»le disse«che almeno per qualche mese non potrò mandarnulla. Questi non sono mieili ho avuti a prestito.» Poitrasse di tasca una lettera suggellata. «E questo è ilmio testamento»soggiunse. «Ho poco ma devo pur disporreanche di quel poco. Vi è un legato solola spilla di miopadre che hai tuper lo zio Piero; e vi è il nome dellapersona cui devo le mille lire. A parte del testamento ci sono duerighe particolari per te. Ecco.» Egli parlava con dolcezzagravesenza commozione. A leinel prendere la letterale manitremavano. Gli disse «grazie»cominciò asciogliersi le treccepoi se le riannodònon sapeva bene chesi facessecombattuta dal fantasma della sua morta e da un'altravisione di guerra e di morte. Disse con voce rotta che dovendoalzarsi presto per accompagnarlo al vapore pensava di non sciogliersile trecce e di coricarsi vestita. Franco non fece parolapregòbrevemente e si cominciò a spogliaresi levò dal collouna catenella e una crocettina d'oro ch'erano state di sua madre.«Tienle tu»diss'egli porgendole a Luisa. «Èmeglio. Non si sa maipotrebbero cadere in mano ai croati.»Ella inorridìtremòesitò un istantegli sigettò al colloglielo strinse da soffocarlo.


Ilcameriere bussò all'uscio degli sposi verso le quattro emezzo. Alle cinque Franco entrò col lume nella camera dellozio ch'era svegliato. Prese congedo da lui e propose quindi a Luisache anche il loro congedo seguisse lì. Ell'aveva nel viso eanche nella voce una espressione di stupore gravedolente. Non sicommossenon pianseabbracciò e baciò suo marito cometrasognata e come trasognata discese le scale insieme a lui. Passòforse in esso un lampo del pensiero che occupava l'animo di lei? Seciò avvenne fu nel salotto dell'albergo mentre prendeva ilcaffè e sua moglie gli sedeva in faccia. Parve che scoprissequalche cosa in quello sguardoin quella fisionomiaperchési fermò a contemplarla con la tazza di caffè in mano epoi gli si diffuse sul volto una tenerezzaun'ansiauna commozioneinesprimibile. Ellamanifestamentenon desiderava di parlare maegli sì. Una parola occulta gli fremeva in tutti i muscoli delvisogli luceva negli occhi; la bocca non osò dire niente.

Disceseroal ponte di sbarco tenendosi per manosi appoggiarono al muro cuis'era appoggiata Luisa il giorno prima. Quando udirono il fragoredelle ruote si abbracciarono per l'ultima voltasi dissero addiosenza lagrimepiuttosto sconvolti dal loro comune pensiero occultoche afflitti dalla separazione. Il battello arrivò confracassofuron gittate e legate le corde. Una voce gridò:«Avanti chi parte!». Un bacio ancora: «Dio tibenedica!»disse Franco e saltò sul battello.

Ellarimase fino a che fu possibile udire il rumor delle ruote che siallontanavano verso Stresa. Poi ritornò all'albergosedettesul lettostette lì come petrificata in quest'ideain questaistintiva certezza ch'era madre una seconda volta.

Benchéfosse appunto la cosa tanto temutanon si può dire che neprovasse afflizione. Lo stupore di sentirsi dentro una voce cosìfortechiara e inesplicabilevinse in lei ogni altro sentimento.Era sbalordita. Aveva sempre pensatodopo la morte di Mariache ilLibro del Destino nulla potesse più avere di nuovo per leiche certe intime fibre del suo cuore fossero morte. E adesso una Vocearcana parlava proprio là dentrodiceva: «Sappi che nelLibro del tuo Destino una pagina si chiudeun'altra si apre. Vi èancora per te un avvenire di vita intensa; il drammache tu credevifinito al secondo attocontinua e dev'essere straordinario se Io telo annuncio». Per tre oresino a che lo zio Piero non lachiamòLuisa restò assorta in questa Voce.

Lozio si alzò alle nove e mezzo. Stava bene. Il tempo era umidoancoraquasi piovigginosoma egli non volle saperne di restar incasacome Luisa avrebbe desideratosino all'ora di partire perMagadino. Sapevaper averne chiesto all'albergatoreche dalle novein poi si poteva visitare il giardinoe alle diecipreso il suolattevi si avviò con Luisa. Passando da San Vittore desideròentrarviveder le pitture. Vi si stava dicendo messail celebrantesi voltava a dire: «Benedicat vos omnipotens Deus».Lo zio si fece un gran crocioneascoltò l'ultimo vangelorinunciò a veder le pitture perché c'era poca luce euscì di chiesa dicendo con la sua giovialità solita:«Eccomi felice e contento d'essere andato a farmi benedire».

Nonera possibile aver frettacon lui. Si fermava ad ogni passoguardando tutto che avesse forma d'artetutto che fosse disposto pervenir guardato. Contemplò la facciata della chiesalatriplice gradinata della sbarco Borromeociascuno dei tre lati delcortile e la gran palma nel mezzoche Luisacon grave scandalo diluinon aveva neppur veduta passando di là insieme a Francola sera prima. Quando il custode li introdusse nel Palazzo ci volleroalmeno dieci minuti per salireammirandolo scalone. Come ne fu acapo uscì un raggio di sole e il custode propose diapprofittarne per vedere il giardino. Prese a sinistra e per una filadi sale vuote accompagnò i visitatori al cancello di ferrosuonò il campanello. Venne un giardiniereun giovinettoeducato che piacque molto allo zio perché gli spiegava tuttocon buon garboe lo zio non domandava poco. Ci vollero cinque minutiper l'albero della canforapresso l'entrata. Luisa ci soffrivatemeva che lo zio si stancasse troppo e si stancava moltissimo ellastessa di dover guardare tante pianteudire tanti nomi latini evolgarifare attenzione allo ziomentre i suoi pensieri avrebberovoluto silenzio e solitudine. Il giardiniere propose di salire alCastello di Nettuno. Lo zio avrebbe desiderato veder da vicino illiocorno dei Borromei che s'impenna lassùma c'erano parecchiscalini a farel'aria era pesante ed egli esitava. Luisa approfittòdi quell'esitazione per chiedere al giardiniere dove avrebberotrovato un sedile. «Qui sotto»rispose colui«asinistrasulla piazza degli Strobus.» Lo zio si lasciòpersuadere a discendere su questa piazza degli Strobus.

Erastanco ma non tralasciava di guardar tutto e d'interrogar su tutto.Avviandosi verso gli Strobus udì venir da lontanodalla parte dell`Isola Madreun rullo di tamburi e ne domandòal giardiniere. Erano i tamburi della Guardia Nazionale di Pallanzache faceva gli esercizi sulla riva. «Adesso si fa per giuoco»disse il giovinetto. «Mica per giuocoma insomma...! Il meseventuro faremo sul serio. Dobbiamo dare una lezione a una bestiagrossa. Eccolo làquel mostro.» Il mostro era il vaporeaustriaco da guerra Radetzkidetto dai riverani piemontesiRadescòn. «Entra adesso nel porto di Laveno»disse il giovinetto. «Viene da Luino. Vengano qui se voglionovederlo bene.»

Lozio sapeva di non avere occhi bastantemente buoni e sedette sul primosedile che trovò sotto gli strobusposto a ridosso diuna macchia di bambù e fiancheggiato da due altre macchie digrandi azalee. Dietro ai bambùfra i grossi tronchi distortidegli strobussi vedeva tremolare lo specchio delle acquebianche fino alla lista nera delle colline d'Ispra. Il cielofosco asettentrioneera chiaro laggiù. Luisa e il giardiniereandarono fino al cancello stemmato che guarda la verde Isola MadrePallanza e il lago superiore. Luisa si affacciò alla grandistesa delle acque plumbeeincoronate di colossi nebbiosi dalgruppo del Sasso di Ferro sopra Laveno ai monti di Maccagnoallenevi lontane della Spluga. Del Radetzki si vedeva piùil fumo che il corpo. I tamburi di Pallanza rullavano sempre. Lo zioPiero chiamò il giardiniere e Luisa andò ad appoggiarsial parapetto di fianco al cancellopresso il tasso che sale dalripiano inferiore. L'albero le toglieva la vista del chiaro levante;ella era contenta di esser finalmente soladi riposar i suoi sguardie i suoi pensieri nel grigio delle montagne lontane e delle acqueimmense. Il giardiniere tornò dopo un momento per mostrarle legialle acacie fiorite e le eriche bianche del ripiano inferiorepurefiorite. «Le bruyères blanches portano fortuna»diss'egli. Vedendo che Luisadistrattanon gli badavasi allontanòverso la serra delle begonie. «Vecchio strobus»diss'egli parlando forte per farsi udire dai forestierima senzavoltarsi. «Vecchio strobus colpito dal fulmine. Sevogliono veder il giardino privato...»

Luisasi alzò e andò a prender lo zio per dargli il bracciose ne avesse bisogno. Il giardiniere che stava aspettando pressol'entrata del boschetto di laurivide la signora muovere verso ilsignore sedutoaffrettare il passoprecipitarsi con un grido sopradi lui.

Comela vecchia innocente piantaanche lo zio Piero era stato colpito dalfulmine. Il suo corpo era appoggiato alla spalliera del sedilelatesta gli toccava il petto col mentogli occhi erano apertifissisenza sguardo. Era proprio stato uno spettacolo di addio quello chela sua Valsolda gli aveva offerto. Lo zio Pieroil caro veneratovecchiol'uomo saviol'uomo giustoil benefattore de' suoilo zioPiero era partito per sempre. Egli era venutosìadarruolarsiIddio lo voleva in una milizia superioreed ecco erasuonato l'appelloegli aveva risposto. I tamburi di Pallanzarullavanorullavano la fine di un mondol'avvento di un altro. Nelgrembo di Luisa spuntava un germe vitale preparato alle futurebattaglie dell'era nascentead altre gioiead altri dolori daquelli onde l'uomo del mondo antico usciva in pacebenedettoall'ultimo momentosenza saperloda quell'ignoto prete dell'IsolaBellache maiforsenon aveva detto le sante parole a un piùdegno.