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UgoFoscolo

DIUN ANTICO INNO

ALLEGRAZIE

DISSERTAZIONE 

 

(Pubblicatain inglese nel 1822 in “Outlineengravings and descriptionsof the Woburn Abbey marbles”. Traduzionedi Enrico Mayer rivista da Giuseppe Charini).

 

Iversi che dichiarano il velo delle Grazienella descrizione delgruppo di Canovafanno parte d'un poema italianole cui immaginison tolte dai Greci e specialmente da alcuni frammenti ineditiavanzo per certo di uno degli antichi inni dedicati alle Grazie. Ilpiù di quei versi e della strutturae nella linguaenell'andamento del pensierosomigliano tanto alla poesiageneralmente credutadi Fanocleche quest'inno fu pure attribuito aquel poeta. Ma non sì tosto fu annunziata la scoperta di queiframmentiche venner veduti molti anacronismi; per esempiolamenzione di Flora e di Psiche; e notati dei tratti nei qualil'estrema accuratezza e l'artifiziosa costruzione sembrano toccarel'ultimo termine della finitezza e rivelare un poeta posteriore aquell'etànella quale il canto lirico era in Grecial'effusione spontanea del genio e delle passioni. Se quei frammentifossero stati pubblicati nell'originale grecoi dotti avrebberopotuto prima d'ora far giudiziose non certoalmeno molto probabileintorno al nome dell'autorealla data e al carattere dell'inno. Mal'impresa di mettere in luce un manoscritto che tanta ingiuria avevasofferta dal tempo e tanto sconcio dagli errori ortografici deimonaci del medio evodomandava assai perseveranza e potenza dicritica filologica; e avanti di accingersi a siffatto lavoro l'autoreitaliano stimò di pubblicare la poesia propria insieme a queltanto dei frammenti ehe gli avean servito di modello.

Quelpoemache l'autore non ha potuto fin qui finire in guisa degna delsubbiettoè inteso ad apprestare una serie di disegni dausare nelle belle arti. Gliene occorse il pensiero nel veder Canovaall'opera intorno al gruppo delle Grazieche ora adorna la galleriadelle sculture nell'abbazia di Woburn; gruppoche dove non fosse innoi altra idea delle Grazievarrebbe per sè solo a destarel'immaginazione ed il cuore a quelle sorridenti visioni e tenerisentimentiche gli antichi intendevano di esprimere con l'allegoriadi queste Deità.

Leallegoriebenchè sembrino cose ridicole ai criticimetafisicifurono non pertanto agli artisti i materiali piùbelli ed efficaci di lavoro; e il dispregio in che sono cadute franoiproviene dall'uso insensato che ne è stato fattoe dalcattivo gusto degli inventori moderni. Imperocchè un'allegorianon è veramente che un'idea astratta personificatala qualeperchè agisce più rapidamente e agevolmente sui sensi esulla immaginazione in questa formaci si apprende alla mente conpiù prontezza. Ai poeti ed artisti della GreciaVenere nonera altro che la rappresentazione personificata della bellezzaideale; e la statua della Venere medicea porge assai migliordimostrazione di ciò che non tutte le raffinate teorie scritteintorno al bello e al sublime. Se gli Ateniesiin luogo dei poetiche fornivano di soggettidi attitudini e di espressioni gliartistiavessero avuto filosofi del fare di Burke e di Mendelssohnpuò ben dubitarsi che non avrebbero mai prodotto queicapolavori di scultura che Fidia riconosce da tre versi della Iliade.Michelangeloil genio più originale e creativo nelle artivantava di aver tolto dal poema di Dante le sue figurelecomposizionile movenzel'espressione. Dagli incidentidell'episodio allegorico d'Apulejo trasse la fantasia di Raffaele imaravigliosi disegni ond'egli potè aggiungere nuove attrattivee classiche bellezze alla favola di Cupido e Psiche. Inoltre quasitutti i concetti che il genio creativo della poesia porge alle bellearti rifluiscono a guisa di nuove e più facili sorgentid'ispirazione dalle opere degli artisti alle menti dei poeti; e cosìla sublime e grandiosa descrizione del Bardo:

 

Robedin the sable garb of woe

.. . . . . . . . . . . .

Loosebis beard and hoary hair.

Stream'd like a meteorto the troubled air.

 

confessòGray d'averla copiata dalla terribil figura che un verso del profetaebreo aveva suscitata nella fantasia di Raffaele.

Male Grazie (benchè quasi tutti gli autori greci e latinicomese fosse un dover religiosone faccian menzione) non ebbero mai unamitologia tanto nota e sì ben definitache potesse prestareimmagini alle belle arti. Raro è che gli antichi poeti cidicanoche quelle Deità avean tempio e che appiè deiloro altari si offrivano preghiere: alcuni dotti moderni hannocreduto che le Grazie avessero appena diritto a particolarisacrifizi; e che i riti e le adorazioni e le offerte destinate adesse si comprendessero in quelle appartenenti a Venere. Le eccezionia quest'opinione attinte da qualche luogo del romanzo pastorale diLongoe da un idillio di Teocritosembrano anzi confermarla.Imperocchè Longo scriveva in un tempoche la teologia e iriti del paganesimo non erano conosciuti se non per tradizioni mistegià di nuovi usi e più recenti finzioni; e Teocrito nonconsidera le Grazie se non come Deità allegoricheche avevanoufficio d'ispirare al ricco la liberalitàal povero lagratitudine.

Nondimenole Grazie ebber luogo nella teogonia fin dai più remoti tempidel politeismo; ed alcuno allegorie che ad esse si riferisconocontengono misteri religiosi tanto astrusi che si niegano allacomprensione di chicchessia. Per darne qualche esempiose le Grazienon eran trecessavan d'essere le Grazie; ove una di loro fossedivisa dalle altre duela loro divinità non era più; esebbene ciascheduna delle tre fosse adorna di qualità propriea sè solapure ciascheduna partecipava le qualitàdelle altre. Ma esse eran anche venerate per altri attributi piùfacili ad essere compresi; e se quelle antiche allegorie fosserostato dichiarate da Platone o da Bacone noi avremmo avuto unaconferma di più alla opinione messa innanzi da loroche leallegorie derivano da una propensione naturale della mente umanachesono da noverare fra le più graziose produzioni dellafantasiae che la loro applicazione morale è dettata da unasapienza sollecita del miglioramento e perfezionamento della vitasociale.

Iframmenti di quest'inno greco sono per verità curiosissimi edi grande importanzaconservando tradizioni che ci erano sconosciutefin quiintorno alla mistica mitologia delle Grazie. Noi liprodurremo qui in una versione italianadando loro talvolta forma diparafrasie traducendoli talvolta letteralmente.

LeGrazie erano Deità poste in mezzo fra gli uomini e gli Dei;abitavano sulla terra invisibili ai mortalieppur facendo sentireintorno i buoni effetti di lor presenza. Secondo il sistema simbolicodel politeismo che assegnava un pianeta a ciascun iddioil globodella terra consideravasi sottoposto alla immediata influenzad'Amoreil quale fecondandoloinfiammava tutti i suoi abitatori diardenti passionisimili a quelle che tuttavia imperversano tra lebelve e i cannibali. Venereche secondo lo stesso sistema era ilsimbolo della natura universalemossa a pietà del genereumanovedendo che esso non era capace di migliorare e perfezionarsicreò le Grazie e primamente comparve con esse a Citèra.Colànon si erano mai udite preci ai numi - nè maivedute danze giulive - nè cantici d'imeneo erano mairisuonati; ululati di bestie rapaci e latrar di cani ferivano l'ariadi continuo; e tutto era pieno di terrore e spavento pel fischiardegli straliper le grida degli uomini contendentisi l'orso da lorouccisoe pei gemiti dei cacciatori feriti. Cerere avea fatto lorogià tempoil dono dell'aratroeprovvida Deaavea chiamatoBacco che adornasse di vigneti i colli di Citèra. - Maindarno: il vomere irrugginì abbandonato entro il solco cheappena avea cominciato a segnare; e i grappoli furono divoratiprimache cominciassero a imporporarsi dei raggi di un sole d’autunno.Ma non sì tosto comparve Venere con con le Grazie in mezzoagli abitatori di Citèrai cacciatorile donnzelleifanciulli lasciarono cadersi di mano gli archi e gli strali e d'untratto passarono dal terrore alla meravigliadalla ferocia allagentilezza: lasciarono la caccia e divenner pastori.

 

Nonprieghi d'inni o danze d'imenei
Ma di veltri perpetuo l'ululato
Tutta l'isola udiae un suon di dardi
E gli uomini sulvinto orso rissosi
E de’ piagati cacciatori il grido.
Cerere invan donato avea l'aratro
A que' feroci; invand'oltre l'Eufrate
Chiamò un di Bassarèogiovanedio
A ingentitir di pampini le rupi:
Il pio strumentoirrugginia su' brevi
Solchisdegnato; e divoratainnanzi
Chei grappoli recenti imporporasse
A' rai d'autunnoera la vite: esolo
Quando apparian le Graziei cacciatori
E le verginisquallidee i fanciulli
L'arco e il terror deponeanammirando.

 

All’apparirdelle Graziela terra si coperse di fiori; ma quelli esseri divininon se ne adornarono: Venere solamente:

 

Millehabet ornatusmille decenter habet.

 

LeGrazie son sempre ignudeadorne di loro natia amabilitàprotette dall'innocenza propria e dalla innocenza che ispirano

 

Gratiacum Nymphis geminisque sororibus audet

Ducerenuda choros.

 

Intreccianoviole e rose bianchee quelle trecce avvolgono a un ramoscello dicipressoe aggiuntevi delle perle (le perle che coronavano Venerequando emerse dal fondo dell'oceano) offrono siffatta ghirlanda allamadre loro. D'allora in poi i Greci usarono sempre di cantar innialle Grazie all'ombra del cipresso e di offrire sul loro altare unatazza di latte ghirlandata di bianche roseperle e viole. - I versiche seguono sono tradotti letteralmente da uno dei frammenti greci.

 

Fuquindi
Religïone di libar col latte
Cinto di bianche rosee cantar gl'inni
Sotto a' cipressi ed offerire all'ara
Leperlee il primo fior nunzio d'aprile

 

Dondeappare che le offerte di tortorecolombe e frutta chenel romanzopastorale di LongoDafni e Cloe porgono alle tre Graziedebbonoessere innovazioni di una età posteriore. Secondo i riti piùantichii sacrifizi alle Grazie erano di lattein memoria dellaintrodotta vita pastoralele cui pacifiche arti eran succedute alleselvagge abitudini della caccia; e si usavano ghirlande di cipressoper ciò che il cipresso era fra gli emblemi della mortenonobliata mai dagli antichi nelle festive adunanze: e quella mestaallusione che spesso incontrasi nei canti dei conviti e nelle giulivecanzoni d'Anacreonte e d'Orazio non solamente ha in sè unproposito moralema fa ancora in poesia l'effetto d'un chiaroscuro.

L'ideadi rappresentare le Grazie come ancelle ministre di Venereaddetteall'uffizio di ornarne la personasembra venuta dopo i tempi diOmero. Ma siccomenel verotutti gli allettamenti della bellezzaderivano dalle Graziel'allegoria fu immaginata acconciamenteed hasuggerito molte belle immagini ai poeti antichied eleganticomposizioni e disegni agli artisti.

Inquest'inno greco Venere si fa vedere nel momento che sorgedall'Oceano; ed una delle Grazie asterge le chiome stillanti dellaDea e le compone a trecce; un'altra invita i Zeffiri a predarl'ambrosia dal seno di Venere per fecondarne i fiori di primavera;mentre la terza spande un velo su le belle forme della Deaaffinchènon sieno profanate dal cupido sguardo degli uomini ispidi ancora edincolti.

 

L'unatosto a la Dea col radïante
Pettine asterge mollemente eintreccia
Le chiome de l'azzurra onda stillanti;
L'altraancella a le pure aure concede
A rifiorire i prati aprimavera
L'ambrosio umore ond'è irrorato il petto
Dela figlia di Giove; vereconda
La lor sorella ricompone il peplo
Sule membra divinee le contende
Di que' mortali attoniti al desio.

 

Tuttii pensieri ond'è composto l'estratto seguente si trovano indiversi frammenti dell'inno; e provano abbastanzache gli antichicredevano la coltura della razza umana essere stata opera delleGrazie.

PoichèVenere ebbe dapprima introdotto le Grazie alla vista dei mortali inCitèrale lasciò per tre giorni andare per la Grecia;la cui geografia è così descritta da mostrare o che ilpoeta appartenne ad un'età antichissimao che egli desideròfar credere che il suo inno era di quelli attribuiti ad Omero.

"Citèra non era ancor circondata dalle onde del mare: perchèlàdove ora noi vediamo le navi spander le vele ai ventiinostri maggiori vedeano una negra foresta stendersi coll'ombra sua. "

"Di là il culto degli Dei era sbanditoi figli della terra siguerreggiavano l'un l'altro a morte; e il superstite vincitore faceaconvito delle membra del caduto nemico. Come prima quei selvaggiebber visto il carro delle Grazie e della madremandarono orrendegrida e misero mano ai ferri. La Dea stringendosi al seno legiovinette figlie trepidanti e coprendole del suo velo gridò:- Sommergitio foresta! - e di subito la foresta e il terrenoond'era surta e che allora congiungeva Citèra al continentedella Laconiadisparve e fece via al mare. "

 

AncorCitèra
Del golfo intorno non sedea regina;
Dove ormiri le vele alte su l’onda
Pendea negra una selva edesiliato
N'era ogni Dio da' figli della terra
Duellanti apredarsi: e i vincitori
D'umane carni s'imbandian convito.
Videroil cocchio e misero un ruggito
Palleggiando la clava. Al pettostrinse
Sotto al suo manto accoltele tremanti
Suegiovinettee: Ti sommergio selva!
Venere dissee fu sommersa.Ahi tali
Forse eran tutti i primi avi dell'uomo!
Quindi innoi serpeahi miseriun natio
Delirar di battaglia; e sepietose
Nel placano le Deespesso riarde
Ostentando trofeol'ossa fraterne.

 

"I tre dì che le Grazie stettero nella Grecia cangiaronol'aspetto del paesestato fino allora irto di foreste e insanguinatodai cannibaliin un giardino popolato di cultori. "

Siha pure in questi frammenti alcuna traccia di quelle pratichereligiose che i Greci primamente sostituirono ai sacrifizi umani. Aspiegar questi versi sarebbe mestieri avventurarsi troppo nellecongetture e supplire alle lacune con tradizioni appartenenti adaltri periodi dell'antichità.

Èben da lamentare che i tempi abbian reso quasi affatto illeggibile unlungo tratto che sembra aver descritta l'influenza delle Grazie nonsolo nel perfezionare e far progredire le belle artima nel farleprimamente apparire in Grecia. Ciò nondimeno è chiaroche l'autore dell'inno seguiva la dottrinache dall'armoniariconosceva l'origine delle leggi di natura e le forme impresse nellevarie opere della potenza creativa.

Venerenel momento di lasciar la terra per rendersi all'abitazione degliDeimenò le Grazie sulla cima del monte Idae pervenuta aquell'altezza dove le creste del monte apparivano colorate d'un roseoceleste e dalle stelle pareano effondersi fiumi di aurea luceaccomiatossi dalle sue figliedicendo loro chele regioni celestiessendo felici abbastanzale Grazie doveano rimanere alla terradov'erano assai sventure che domandavano confortoe il Cieloaffiderebbe loro molti beni da dispensare fra gli uomini. "Quando gli Deicontinuava Venereavranno deliberato di nonsopportare più a lungo le iniquità degli uominima difar loro sentire quanto pesi la punizioneio vi ritrarrò nelCielo framezzo ai turbini e alle folgori che circondano mio padreevoi li mitigherete. Ora io vi lascioma tosto che sarò giuntaalle stellevoi udirete scendere dal Cielo l'armoniala cui virtùsolo per voi può esser diffusa fra i mortali. Essa ispireràdirigerà la mente degli uomini per alleggerirne i travagli ele penee liberarli dal terrore della morte. I campi elisi visaranno anch'essi gradevole albergo; colà rallegrete delvostro sorriso i poeti che colsero allori con mani incontaminateprincipi che regnarono benignigiovani madri che non diedero mai asuggere ai loro bamboli il latte di una stranieramodeste fanciulleche non tradirono mai il segreto del loro amorema nel fior dellavita lo si recarono inviolato nella tombae giovani valorosi checaddero combattendo alla difesa della patria. Siate immortaliedeterna sia la vostra bellezza. "

Mentreproferiva queste ultime parolee fissi gli occhi intentamente nellefigliela Diva impartì loro la carnagione e la freschezzadell'aurorae lasciolle. Le Grazie continuarono a riguardare versodi lei cogli occhi suffusi di lagrime; ed ellaquando ebbe quasiraggiunto le celesti magionisi volse a guardar le sue figlieedisse: " Il destino vi sta apparecchiando afflizioni che vifaranno degne di gioja immortale. "

Nonappena la Dea ebbe ripreso albergo nel suo pianetatutto quanto ilCielo fu commosso delle note giulive dell'armonia dell'universo.

 

Esolette radean lievi le falde
De l'Ida irriguo di sorgenti; equando
Fur più al Cielo propinqueove una luce
Rosea levette al sacro monte asperge
E donde sembran tutte auree lestelle
Alle vergini sueche la seguieno
Mandò in corela Dea queste parole:
- Assai beatoo giovinette è ilregno
De' Celesti ov'io riedo; a la infelice
Terra ed a'figli suoi voi rimanete
Confortatrici: sol per voi sovr’essa
Ogni lor dono pioveranno i Numi:
E se vindici sien piùche clementi
Allor fra' nembi e i fulmini del Padre
Viguiderò a placarli. Al partir mio
Tale udirete un'amoniadall'alto
Che diffusa da voi farà più liete
Lenate a delirar vite mortali
Più deste all'Arti e mentremanti al grido
Che le promette a morte. Ospizio amico
Talorsienvi gli Elisi: e sorridete
A' vatise cogliean puri l'alloro
Ed a’ prenci indulgenti ad a le pie
Giovani madri che astraniero latte
Non concedean gl'infantie a le donzelle
Cheocculto amor trasse innocenti al rogo
E a' giovinetti per lapatria estinti.
Siate immortalieternamente belle! -
Piùnon parlavama spargea co' raggi
De le pupille sua sopra lefiglie
Eterno il lume da la fresca aurora
E si partiva: e laseguian cogli occhi
Di lagrime suffusie lei da l'alto
Vedeanconversae questa voce udiro;
- Daranno a voi dolor novello ifati
E gioja eterna. - E sparve; e trasvolando
Due primicielis'avvolgea nel puro
Lume deiresire suo. L'udìArmonia
E giubilando l'etere commosse.

Questadottrina dell'armonia dell'universosembra essere stata esposta einvigoritaanzi che inventatada Pitagora; essa attribuisce ogniperfezione od imperfezionequalunque virtù o viziolafelicità e le miserie che si ritrovano fra gli uomini ad unmaggiore o minor grado di armonia. Laondeper rispetto alle bellearticome la musica dipende dall'armonia de' suonicosì lascultura dall'armonia delle formee la pittura dall'armonia dellelinee e dei colori. Nella stessa guisa il più o meno difelicità goduta da ciascheduno sta in ragione dell'armonia cheregna nelle sue passionie noi siamo infelici per effetto didiscordia o di dissonanza fra' nostri sentimenti. Scosse improvvisecommozioni violenteperturbandosquilibrando la mente umanamettono in noi lo stordimento e l'agitazioneed allora ne vasmarrita ogni amabile ideaogni grazioso sentimento. E peròsmodata gajezza e dolore profondo sono ignoti alle Grazie; questeDeità sorridendo talora con temperata letiziae talorsospirando con gentile pietàfanno a quando a quando chel'uom si ricordi di essere stato affidato alle alterne cure delpiacere e del dolorecome a due guide che debbono sostenerloacorrer diritto o sorvolare per lo spazio di vita assegnatogli. Ilpiacere gli dà forza e coraggio a tollerareil tocco crudeledel doloredal quale gli viene insegnato il cammino della virtùe della gloria.

Rimembrancome il Ciel l'uomo concesse
A le gioje e agli affannionde glisia
Librato e vario di sua vita il volo
E come a la virtúguidi il dolore
E il sorriso e il sospiro errin sul labbro
Dele Grazie; e a chi son fauste e presenti
Dolce in core eis'allegri e dolce gema.

Macome le violente passioni avrebbero distrutto le più mitiaspirazioni delle Graziesovvenne al poeta l'avventuroso pensiero diproteggere quelle Deità con un velo dagli assalti dell'Amoreche governa questo globo impetuosamente e da tiranno. È sìtrasparen quel veloche da un lato non nascondedall’altro nonadombra le bellissime forme a guisa di amuleto invisibile le difendedal fuoco delle passioni divoratrici.

Diquesto velo fu per avventura creduto che altro non fosse se non unsimbolo di modestia; ma se si consideri in che modo èdescrittoci è mestieri supporre che nella sua allegoriaavvolgeasi un senso più astruso e molteplice. Esso èlavoro di molte Deeche sono dirette da Pallade. I fili dell'orditoson tratti dai raggi del sole e preparati per il telaio dalle Ore;una porzione dello stame interminabile (quello di che il destino filala vita degli Deie che trasparente e flessibile come l'aria ha dipiù lo splendore e la durezza del diamante) è messosulla spola dalle Parche. Psiche siede silenziosacompresa dallamemoria della lunga serie dei suoi affannie tesse; mentre Tersicorele si volge intorno al telaiodanzando per divertirla e animarla afinir l'opera. Iride dà i colori e Flora li moltiplica inmille varietà di tinte e figuredi che eseguire il ricamoche Erato le detta cantando al suono della lira di Talia.

Ilricamo è fatto di gruppiche rappresentano la gioventùl'amor coniugalel'ospitalitàla pietà filiale e latenerezza materna. Le immagini e la morale del gruppo mentovate perultimo danno un'idea abbastanza esatta degli altri.

"Una giovine madre seduta alla culla del suo primo natotemendo chequei gemiti siano pronostico di vicina mortesi rivolge al Cielo contutta la importunità delle preghiere e delle lagrime. - Ohquanto è felice quella tenera madre che non sa! dice Erato aFlora: ella non conosce che ai fanciulli è la morte unbenefizioe che i loro pianti sono luttuosi presagi dei travagli edelle pene a cui l'uomo è nato. "

Nonappena Flora ha finito il ricamol’Aurora adorna i lembi delvelo con roseignote fino allora alla terrabenchè i mortaline avessero sentita la fragranzaindizio d'alcun essere celeste ches'avvicina. Nè però il velo era compiuto. Ebe vienetacitamente tra le altre Deitàe dal suo vaso spande ambrosiasulla tela fatalee la rende incorruttibile.

 

Mentreopravan le DeePallade in mezzo
Con le azzurre pupilleamabilmente
Signoraggiava il suo virgineo coro.
Attenuando irai aurei dei sole
Volgeano i fusi nitidi tre nude
Oreedel velo distendean l'ordito.
Venner le Parche di purpurei pepli
Velate e il crin di quercia; e di più trame
Raggiantiadamantineal par de l'etra
E fluide e pervie e intatte mai daMorte
Trame onde filan degli Dei la vita
Le tre presagheriempiean la spola.
Né man dell'altre innamorataall'opra
Iri scese fra' Zefiri; e per l'alto
Le vaganti accogliealucide nubi
Gareggianti di tintee sul telaio
Pioveale aFlora a effigiar quel velo;
E più tinte assumean riso efragranza
E mille volti dalla man di Flora.
E tuPsichesedevie spesso in core
Senz'aprir labbroridicendo: "Ahiquante
Gioie promettee manda pianto Amore! "
Raddensavicol pettine la tela.
E allor feconde di Talia le corde
ETersicore Deache a te dintorno
Fea tripudio di ballo e tiguardava
Eran conforto a' tuoi pensieri e a l'opra.
Correalimpido insiem d'Erato il canto
Da que' suoni guidato; e come ilcanto
Flora intendevae sì pingea con l’ago.
Mesciodorosa Dearosee le fila;
E nel mezzo del velo arditaballi
Canti fra ‘l coro delle sue speranze
Giovinezza:percote a spessi tocchi
Antico un plettro il Tempo; e la danzante
Discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a' piedi suoidestano fiori
A fiorir sue ghirlande; e quando il biondo
Crint'abbandoni e perderai '1 tuo nome
Vivran que' fiorioGiovinezzae intorno
L'urna funerea spireranno odore.
Ormesciamabil Deanivee le fila;
E ad un lato del volo Esperosorga
Dal lavor di tue dita; escono errando
Fra l'ombre e iraggi fuor d'un mirteo bosco
Due tortorelle mormorando ai baci;
Mirale occulto un rosignuole ascolta
Silenzïosoe poicanta imenei:
Fuggono quelle vereconde al bosco.
Mescimadredei fiorlauri alle fila;
E sul contrario lato erri co' specchi
Dell'alba il sognoe mandi a le pupille
Sopite del guerriermiseri i volti
De la madre e del padre allor che all'are
Recanlagrime e voti; e quei si desta
E i prigionieri suoi guarda esospira.
Mescio Flora gentileoro alle fila;
E il destrolembo istorïato esulti
D'un festoso convito: il Genio involta
Prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è lagioiailare il biasmo
E candida è la lode. A parte siede
Bello il Silenzio arguto in viso e accenna
Che non volino idetti oltre le soglie.
Mesci ceruleeDeamesci le fila;
EPinta il lembo estremo abbia una donna
Che con l'ombre i silenziunica voglia
Nutre unaa lampa su la cullae teme
Non ivagiti del suo primo infante
Sien presagi di morte; e inquell'errore
Non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata!ancor non sa quanto agl'infanti
Provido è il sonno eternoe que' vagiti
Presagi son di dolorosa vita.
Come d'Erato alcanto ebbe perfetti
Flora i trapuntighirlandò l'Aurora
Gli aerei fluttuanti orli del velo
D'ignote rose a noi; solla fragranza
Se vicino è un Iddioscende alla terra.
Efra l'altre immortali ultima venne
Rugiadosa la bionda Ebecostretti
In mille nodi fra le perle i crini
Silenzïosae l'anfora converge:
E dell'altre la vaga opra fatale
Roròd'ambrosia; e fu quel volo eterno.
Poi su le tre di Citereagemelle
Tutte le Dive il diffondeano; ed elle
Fra le fiammed'amore ivano intatte
A rallegrar la terra; e sì velate
Apparian come pria vergini nude.

 

Nonè improbabile che le più antiche pitture storichefossero rappresentate per trapunti nelle vesti. Omeroche non fa maimotto di pitturaparla degli arazzi come di lavori cui venivanoavvezze le figlie e le mogli dei re. Quando Paride si arma per andarea combattere con MenelaoElena siede al telaio:

 

tessea
Adoppia trama una splendida e larga
Telae su quella istorïandoandava
Le fatiche che molte a sua cagione
Soffriano i Teucri ei coturnati Achei.

 

L'espedientecui s'appigliano talora i poetidi descrivere pitture e sculturestoricheinvece di parlare in loro propria personaproduce ildoppio vantaggio e di variare il tono della narrativa e d'introdurreepisodi con più naturalezza. Virgilio ed alcuni epici moderninel valersi di questo privilegio ne hanno abusatoe senz’aggiungerealcuna novità all’antico espedientele loro imitazionirimangono di gran lunga inferiori alla descrizione degli scudi diAchille e di Ercole lasciataci da Omero e da Esiodo. Ma il trapuntodel velo delle Graziebenchè sembri ispirato dagli stessiprototipiè nondimeno trattato in guisache ha vista diconcepimento originale. Figure e gruppi non sono descritti dal poetama Flora li disegna ella medesimae li colorisce ammaestrata daEratoe parementre noi stiamo ascoltando il canto delle Musechequelle figure l'una dopo l'altra sorgano e si muovano innanzi agliocchi nostri. Anche il concetto morale di esso è ovvio;perchèsebbene Aristotileo piuttosto i dommatici interpretide' suoi oracoliinsegnino il contrarioi poeti non devono scriverversi a diletto solamente degli oziosi: gli antichi fecero ciòveramentein special modo quelli che scriveano inni da esser cantatinei tempj mentre venivano offerti i sacrifizi nelle feste solenni.Quanto a tutti gli altri inni pervenuti fino a noi (da quelliattribuiti ad Omero ed Orfeo a quelli de' poeti della scuolaalessandrina)il misticismo di che sono avviluppati era inteso afarne altrettanti strumenti che consacrassero e conservasserofavolose tradizioni e riti di cultopiuttosto che a dirigere gli usie costumi. Forse il solo che fa eccezione a ciò è ilcarme secolare di Orazio.

Quest'innoalle Grazie è abbondante di mistiche allegorie anche piùdi quelli antichissimi inni; ma comprende insieme più grannumero di allusioni assai ovvie. Qui le Parche sono leincomprensibili Deità di Platonecoronate di quercia eavvolte in lunghi manti di porporail mistico numero di treevvi conservato sempre scrupolosamentetre GrazietreOretre Parche sono a parte del lavoro; tre DeePalladePsiche ed Ebe concorrono nella principal parte dell'opera ein tutti i processi che debbono rendereimmortale quel velomentretre altreIrideFlora ed Aurorasi adoperano a farne gliadornamenti; ed invece di nove vi sono mentovate solo tre MuseTersicoreTaliaErato. Molte altre peculiarità di questaspecie potrebbero esser segnalate; ma a voler dichiararle si darebbein erronee congetturee di più sarebbe inutile impresa.

Rispettoalle allusioni morali che trovansi in questi frammentinon che inquelli generalmente della mitologia dei poeti grecinoi possiamoforse a buon diritto lamentare che esse non sieno state abbastanzaconsideratespecialmente dagli artisti. Le massime- che qualunquecosa bellaelegante e graziosa ne rinfresca l'anima e conforta lospirito - che pietàliberalitàe modestia sono le piùamabilipropensioni di nostra natura - che da esse la vita socialederiva le sue più dolci attrattive e le maggiori utilità- che la felicità sta nella contemperanza ed equilibrio dellenostre passioni e nel debito esercizio delle virtùintellettive [...] sono altrettante verità che un poeta similea quello del Saggio sull’uomo potrebbe col mezzo di bellaverseggiatura scolpire profondamente nella nostra memoria: il nostrocuore però rimarrebbe freddoe la fantasia dormente; eindarno vorrebbe un pittore o uno scultore cercare ispirazioni dasiffatti poemi. Ma in tutto quel che i poeti antichi dicono delleGraziele stessissime veritàespresse per via di figuresonposte in azione con tanta vivezzache di leggieri se ne possonoformare pitture e gruppi di sculturaforse in ricompensa dell’averla greca mitologia ispirato al Canova il concetto di questo gruppodelle Grazie. Questo gruppola men terrestre forse delle suecreazioniispirerà un giorno la fantasia di qualche poeta conla più universale e meno metafisica nozione di quanto v'ha diamoroso e di bello nella natura.