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UgoFoscolo



NOTIZIAINTORNO

ADIDIMO CHIERICO



I.
Un nostro concittadino mi raccomandòmentr'io militavafuori d'Italiatre suoi manoscrittiaffinchése agli uominidotti parevano meritevoli della stampaio ripatriando lipubblicassi. Esso andava pellegrinando per trovare un'università— dovediceva eglis'imparasse a comporre libri utili per chinon è dottoed innocenti per chi non è per anchecorrotto; da che tutte le scuole d'Italia gli parevano piene o dimatematicii quali standosi muti s'intendevano fra di loro; o digrammatici che ad alte grida insegnavano il bel parlare e non silasciavano intendere ad anima nata; o di poeti che impazzavano astordire chi non li udivae a dire il benvenuto a ogni nuovo padronede' popolisenza far né piangerené ridere il mondo;e però come fatui nojosifurono piú giustamente d'ognialtro esiliati da Socrateil qualesecondo Didimoera dotato dispirito profeticospecialmente per le cose che accadono all'etànostra.

II.
L'uno dei manoscritti è forse di trenta foglicol titolo:Didimi clerici prophetae minimi Hypercalipseosliber singularis;e sa di satirico. I pochi a' quali lo lasciai leggerealle volte nerisero; ma non s'assumevano d'interpretarmelo. E mi dispongo alasciarlo ineditoper non essere liberale di noia a molti lettoriche forse non penetrerebbero nessuna delle trecento trentatreallusioni racchiuse in altrettanti versetti scritturalidi cuil'opuscoletto è composto. Taluni fors'anche presumendo troppodel loro acumestarebbero a rischio di parere comentatori maligni.Però s'altri n'avesse copiala serbi. Il farsi ministri deglialtrui risentimentibenché giustiè poca onestà;massime quando pajono misti al disprezzo che la coscienza degliscrittori teme più dell'odio.

III.
Bensí gli uomini letteratiche DidimoscrivendonominaMaestri mieilodarono lo spirito di veracità ed'indulgenza d'un altro suo manoscritto da me sottomesso al lorogiudizio. E nondimeno quasi tutti mi vanno dissuadendo dalpubblicarlo; e a taluno piacerebbe ch'io lo abolissi. È ungiusto volume dettato in greco nello stile degli Atti degliApostoli; ed ha per titolo: Didiémou clhricou Upomnhmaétwnbibliéa pente: e suona Didymi clerici libri memorialesquinque. L'autore descrive schiettamente i casi per luimemorabili dell'età sua giovenile; parla di tre donne dellequali fu innamorato; e accusando se solo delle loro colpene piange:parla de' molti paesi da lui vedutie si pente d'averli veduti: mapiú che d'altro si pente della sua vita perduta fra gli uominiletterati; e mentre par ch'ei gli esaltifa pur sentire ch'ei lidisprezza. Malgrado la sua naturale avversione contro chi scrive perpochiei dettò questi Ricordi in lingua nota ararissimiaffinchécom'ei dicei soli colpevolivi leggessero i propri peccatisenza scandalo delle persone dabbene;le quali non sapendo leggere che nella propria linguason mensoggette all'invidiaalla boriaed alla VENALITÀ: hocontrassegnato quest'ultima voceperché è mezzocassata nel manoscritto. L'autore inoltre mi diede arbitrio ditradurre quest'operettapurché trovassi scrittore italianoche avesse piú merito che celebrità di grecista. Esiccomedicevami Didimouno scrittore di tal peso lavoraprudentemente a bell'agio e con gravitài maestri mieiavranno frattanto tempo o di andarsene in pacee non saranno piùnominati né in bene né in male o di ravvedersi diquegli erroriattraverso dei quali noi mortali giumgiamo talvoltaalla saviezza. Farò dunque che sia tradotto; e quanto allastampami governerò secondo i tempii consigli e portamentidegli uomini dotti.

IV.
Tuttaviaaffinché i lettori abbiano saggio della operettagrecane feci tradurre parecchi passie li hoquanto piúopportunamente potevasi aggiunti alle postille notate da Didimo nelsuo terzo manoscrittodove si contiene la versione dell'Itinerariosentimentale di Yorick: libro più celebrato che inteso;perché fu da noi letto in franceseo tradotto in italiano dachi non intendeva l'inglese: della versione uscita di poco in Milanonon so. Innanzi di dar alle stampe questa di Didimoricorsinovamente a' letterati pel loro parere. Chi la lodòchi labiasimò di troppa fedeltà; altri la lesse volentiericome liberissima: e taluno s'adirò de' troppi arbìtridel traduttore. Moltie fu in Bolognaavrebbero desiderato lo stilecondito di sapore piú antico: moltissimie fu in Pisamiconfortavano a ridurla in istile modernodepurandola sovra ogni cosade' modi troppo toscani; finalmente in Pavia nessuno si degnòdi badare allo stile; notarono nondimeno con geometrica precisionealcuni passi hene o male intesi dal traduttore. Ma io stampandolasono stato accuratamente all'autografo: e solamente ho mutato versola fine del capo XXXV un vocabolo; e un altro n'ho espuntodall'intitolazione del capo seguente: perchè mi parve evidenteche Didimo contro all'intenzione dell'autore inglese offendessenelprimo passo il Principe della letteratura fiorentina e nell'altro inani innocenti della città di Milano.

V.
Di questo Itinerario del parroco Lorenzo SterneDidimo mi dissedue cose (da lui taciutené so perché nell'epistola a'suoi lettori) le quali pur giovano a intendere un autore oscurissimoanche a' suoi concittadini e a giudicare con equità deidifetti del traduttore. La prima si è: " Che con nuovaspecie d'ironianon epigrammatica né suasoria ma candidamenteed affettuosamente storicaYorick da' fatti narrati in lode de'mortalideriva lo scherno contro a molti difettisegnatamentecontro la fatuità del loro carattere". L'altra: "CheDidimobenché scrivesse per oziorendeva conto a se stessod'ogni vocabolo; e aveva tanto ribrezzo a correggere le cose unavolta stampate (il chesecondo luiera manifestissimairriverenza a' lettori)che viaggiò in Fiandra aconvivere con gli Inglesii quali vi si trovano anche al dìd'oggionde farsi spianare molti sensi intricati: e lungo il viaggiosi soffermava per l'appunto negli alberelli di cui Yorick parla nelsuo Itinerarioe ne chiedeva notizie a' vecchi che lo aveanoconosciuto; poi si tornò a dimora nel contado tra Firenze ePistojaa imparare migliore idioma di quello che s'insegna nellecittà e nelle scuole.

VI.
Ora per gli uomini dottii quali furono dalla lettura di que'manoscritti e da questa versione dell'Itinerario sentimentaleinvogliati di sapere notizie del carattere e della vita diDidimoe me ne richiedono istantementescriverà le scarsema veracissime cose che io so conte testimonio oculare. Giova a ognianodo premettere tre avvertenze. Primamente: avendolo io veduto perpochi mesi e con freddissima farmgliaritàio non ho potutonotare (il che avviene a parecchi) se non le cose piúconsonanti o dissonanti co' sentimenti e le consuetudini della miavita. Secondo: de' vizi e delle virtú capitali che distinguonosostanzialmente uomo da uomo se pure ei ne avevanon potrei direparola: avresti detto ch'ei lasciandosi sfuggire tutte le sueopinionicustodisse industriosamente nel proprio segreto tutte lepassioni dell'animo. Finalmentereciterà le parole di Didimopoiché essendo un po' metafisicheciascheduno de' lettori leinterpreti meglio di mee le adatti alle proprie opinioni.

VII.
Teneva irremovibilmente strani sistemi; e parevano nati con esso:non solo non li smentiva co' fattima come fossero assiomiproponevali senza prove: non però disputava a difenderlieper apologia a chi gli allegava evidenti ragioni rispondeva inintercalare: opinioni. Portava anche rispetto ai sistemi altruioforse anche per noncuranzanon movevasi a confutarli; certo èch'io in sí fatte controversiel'ho veduto sempre taceremasenza mai sogghignare; e l'unico vocabolo — opinioni —lo proferiva con serietà religiosa. A me disse una volta: Chela gran valle della vita è intersecata da molte viottoletortuosissime; e chi non si contenta di camminare sempre per unasolavile e muore perplessoné arrira mai a un luogo doveognuno di que' sentieri conduce l'uomo a vivere in pace seco e congli altri. Non trattasi di sapere quale sia la vera via; bensídi tenere per vera una solae andar sempre innanzi. —Stimava fra le doti naturali all'uomo primamente la bellezzapoi laforza dell'animoultimo l'ingegno. Delle acquisitecome a diredella dottrinanon faceva conto se non erano congiunte allararissima arte d'usarne. Lodava la ricchezza piú di quellecose ch'essa può dare; e la teneva vileparagonandola allecose che non può dare. Dell'Amore aveva in un quadrettoun'immagine simbolica diversa dalle solite de' pittori e de' poetisu la quale egli avea fatto dipingere l'allegoria di un nuovo sistemaamoroso; ma teneva quel quadretto coperto sempre d'un velo nero. Unode' cinque libri de' quali è composto il manoscritto grecocitato poc'anziha per intitolazione: tre amori.—E i trecapitoli di esso libro incominciano: Rimorso primo; Rimorsosecondo; Rimorso terzo: e conclude: Non essere l'Amore se noninevitaibili tenebre corporee le quali si disperdono piùo men tardi da sè: ma dove la religionela filosofia o lavirtú vogliano diradarle o abbellirle del loro lumealloraquelle ravviluppano l'anima e la conducono per la via della virtùa perdizione. Riferisco le parole; altri intenda.

VIII.
Da' sistemi e dalla perseveranza con che li applicava al suomodo di viverederivavano azioni e sentenze degne di riso. Riferiscole poche di cui mi ricordo. Celebrava Don Chisciotte come beatissimoperché s'illudeva di gloria scevra d'invidia e d'amore scevrodi gelosia. Cacciava i gattiperché gli parevano piútaciturni degli altri animali; li lodava nondimenoperché sigiovano della società come i canie della libertàquanto i gufi. Teneva gli accattoni per più eloquenti diCicerone nella parte della perorazionee periti fisionomi assai piúdi Lavater.
[1]Non credeva che chi abita accanto a un macellaroo sulle piazze de'patibolifosse persona da fidarsene. Credeva nell' ispirazioneprofeticaanzi presumeva di saperne le fonti. Incolpava il berrettola vesta da camera e le pantofole de' maritidella prima infedeltàdelle mogli. Ripeteva (e ciò piú che riso moveràsdegno) che la favola d'Apollo scorticatore atroce di Marsia [2]era allegoria sapientissma non tanto della pena dovuta agl'ignorantipresuntuosi quanto della cattiva invidia de' dotti. Su di cheallegava Diodoro Siculolib. III. n. 59doveoltre la crudeltàdel Dio de' poetisi narrano i bassi raggiri co' quali si procacciòla vittoria. Ogni qual colta incontrava de' vecchi sospiravaesclamando: Il peggio è viver troppo! e un giornodopoassai mie preghiereme ne disse il perché: La vecchiajasente con atterrita coscienza i rimorsiquando al mortale non rimanevigorené temo d'emendar la sua vita. Nel proferirequeste parolele lagrime gli piovevano dagli occhi; e fu l'unicavolta che lo vidi piangeree seguitò a dire: Ahi! lacoscienza è codarda! e quando tu se' forte da poterticorreggerela ti dice il vero sottovoce e palliandolo direcriminazioni contro la fortezza ed il prossimo: e quando poi tu se'debole la ti rinfaccia con disperata superstizionee la ti atterrasotto il peccatoin guisa che tu non puoi risorgere alla virtù.O codarda! non ti pentireo codarda! Bens^ paga il debitofacendodel bene ove hai fatto del male. Ma tu se' codarda; e non sai che osofisticareo angoscianti. — Quel giorno io credeva chevolesse impazzare: e stette piú d'una settimana a lasciarsivedere in piazza. Sí fatti erano i suoi paradossi morali.

IX.
E quanto alle scienze ed alle arti asserivache le scienze eranouna serie di proposizionile quali aveano bsogno di dimostrazioniapparentemente evidentima sostanzialmente incerteperché lesi fondavano spesso sopra un principio ideale; che la geometrianonapplicabile alle artiera una galleria di scarne definizioni; e chemalgrado l'algebraresterà scienza imperfetta e per lo piùinutilefinché non sia conosciuto il sistema incomprensibiledell' Universo. — L'umana ragionediceva Didimositravaglia su le mere astrazioni; piglia le mossee senza avvedersia principiodal nulla; e dopo lunghissimo viaggiosi torna a occhiaperti e atterriti nel nulla: ed al nostro intelletto laSOSTANZA della natura ed il NULLA furonosono esaranno sinonimi. Bensí le arti non solo incitano edalbbelliscono le APPARENZE della Naturanon possono insiemefarle rivivere agli occhi di chi le vede o vanissime o fredde; e neipoeti de' quali mi vo ricordando a ogni trattoporto meco unagalleria di quadrii quali mi fanno osservare le parti piùbelle e più animate degli originali che trovo su la miastrada; ed io spesso li trapassai senza accorgermi ch'e' mi stannotra' piedi per avvertirmi con mille nuove senzsazioni ch'io dvivo.— E però Didimo sostenevache le arti possono piúche le scienze far men inutile e più gradito il vero a'mortali; e che la vera sapienza consiste nel giovarsi di quelle pocheverità che sono c'ertissime a' sensi; perché o sonodedotte da una serie lunga di fattio sono sí pronte che nonhanno bisogno di dimostrazioni scientifiche.

X.
Leggeva quanti libri gli capitavano; non rileggeva da capo afondo fuorché la Bibbia. Degli autori ch'ei credeva degnid'essere studiatiaveva tratte parecchie paginee ricucitele in ungrosso volume. Sapeva a memoria molti versi di antichi poetie tuttoil poema delle Georgiche. Era devoto di Virgilio; nondimenodiceva: — Che s'era fatto prestare ogni cosa da Omerodagliocchi in fuori. — D'Omero aveva un bustoe se lotrasportava di paese in paese; e v'area posto per iscrizione dueversi greci che suonavano: — A costui fu assai di cogliere laverginità di tutte le Muse: e lasciò per gli altri lealtre bellezze di quelle Deità. — Cantavaes'intendeva da per sèquattro odi di Pindaro. DicevacheEschilo era un bel rovo sopra un monte deserto; e Shakespeareuna selva incendiata che faceva bel vedere di nottee mandavafumo nojoso di giorno. Paragonava Dante a un gran lagocircondato di burroni e di selvesotto un cielo oscurissimosulquale si poteva andare a vela in burrasca; e che il Petrarcalo derivò in tanti canali tranquilli ed ombrosidove possanosollazzarsi le gondole degli innamorati co' loro strumenti; e ve nesono tanteche que' canalidiceva Didimosono ormaitorbidio fatti gore stagnanti: tuttavia s'egli intendeva unasinfonia e nominava il Petrarcaera indizio che la musica gli parevaassai bella. Maggiore stranezza si era il panegirico ch'ei faceva dicerto poemetto latino da lui anteposto perfino alle Georgicheperchédiceva Didimomi par d'esser a nozze con tuttal'allegra comitiva di Bacco: Didimo per altro beveva sempre acquapura. Aveva non so quali controversie con l'Ariostoma le ventilavada sée un giornomostrandomi dal molo di Dunkerque
[3]le lunghe onde con le quali l'Oceano rompea sulla spiaggiaesclamò:Così vien poetando l'Ariosto! Tornandosi meco verso lebelle colonne che adornano la cattedrale di quella cittàsifermò sotto il peristilio [4]e adorò. Poi volgendosi a me mi diede intenzione che sarebbeandato alla questua a pecuniare tanto da erigere una chiesa alPARACLETO [5]e riporvi le ossa di Torquato Tasso; purché nessun sacerdoteche insegnasse grammatica potesse ufficiarvie nessun FiorentinoAccademico della Crusca appressarvisi. Nel mese di giugno del 1804pellegrinò da Ostenda sino a Montreuil per gli accampamentiitaliani: ed a' militariche si dilettavano di ascoltarlodicevacerte sue omelie all'improvvisopigliando sempre per testo de' versidelle Epistole d'Orazio. Richiesto da un ufficiale perchènon citasse mai le Odi di quel poetaDidimo in risposta gliregalò la sua tabacchiera fregiata d'un mosaico d'egregiolavorodicendo: — Fu fatto a Roma d'alcuni frammenti dipietre preziose dissotterrate in Lesbo. [6]

XI.Ma quantunque non parlasse che di poetiDidimo scriveva in prosaperpetuamente; e se ne teneva. Scriveva anche arringhee taceva dadifensore ufficioso a' soldati colpevoli sottoposti a' consigli diguerra; e se mai ne vedeva per le tavernepagava loro da bereespiegava ad essi il Codice militare. Oltre a' tre manoscrittiraccomandatimi serbava parecchi suoi scartafacci: ma non mi lasciòleggere se non un solo capitolo di un suo Itinerario lungo laRepubblica letteraria. In esso capitolo descriveva —un'implacabile guerra tra le lettere dell'abbiccìe le cifrearaldichele quali finalmente trionfarono con accortissimistrattagemmitenendo ostaggi l'ala bla xche erano andati ambasciadorie quindi furono tirannicamenteangariate con inesprimibili e angosciose fatiche. — Dopo ildesinare Didimo si riduceva in una stanza appartata a ripulire i suoimanoscritti ricopiandoli per tre volte. Ma la prima composizionecom'ei dicevala creava all'Opera seria o in mercato. Ed io inCalais lo vidi per piú ore della notte a un caffèscrivendo in furia al lume delle lampade del biliardomentr'io stavagiocandovied ei sedeva presso ad un tavolinointorno al qualealcuni ufficiali quistionavano di tatticae fumavano mandandosiscambievolmente de' brindisi. Gl'intesi dire: — Che la veratribolazione degli Autori veniva a chi dalla troppa economia dellapenuriae a chi dallo scialacquo dell'abbondanzae ch'esso aveva labeatitudine di poter scrivere trenta figlia allegramente di pianta; ela maledizione di volerli ridurre in tre solicome a ogni modoecon infinito sudore faceva sempre.

XII.
Ora dirà de' suoi costumi esteriori. Vestiva da prete; nonperò assunse gli ordini sacri; e si faceva chiamare Didimo dinormee Chierico di cognome. ma gli rincresceva sentirsi dardell'abate. Richiestonemi rispose: — La fortuna m'avviòda fanciullo al chiericato; poi la natura mi ha deviato dalsacerdozio; mi sarebbe rimorso l'andare innanzie vergogna iltornarmene addietro: e perché io tanto quanto disprezzo chimuta istituto di vitami porto in pace la mia tonsura e questo mioabito nero: così posso o ammogliarmi o aspirare ad unvescovato. — Gli chiesi a quale de' due partitis'apiglierebbe. Rispose: Non ci ho pensato; a chi non ha patrianon istà bene l'essere sacerdotené padre. —Fuor dell'uso de' preticompiacevasi della compagnia degli uominimilitari. Viaggiando perpetuamentedesinava a tavola rotonda conpersone di varie nazioni; e se taluno (com'ei s'usa) professavasicosmopolitaedili si rizzava senz'altro. S'addomesticava alle prime;benché con gli uomini cerimoniosi parlasse asciutto; ad a'ricchi pareva altero: evitava le sette e le confraternite; e seppiche rifiutò due patenti accademiche. Usava per lo piúne' crocchi delle donneperò ch'ei le reputava piùliberamente dotate dalla natura di compassione e di pudore; due forzepacifiche le qualidiceva Didimotemprano sole tutte lealtre forze guerriere del genere umano. — Era volentieriascoltato: né so dove trovasse materie; perché allevolte chiacchierava per tutta una serasenza dire una parola dipoliticadi religioneo di amori altrui. Non interrogava mai pernon indurre diceva Didimole persone a dir la bugia: e alleinterrogazioni rispondea proverbio Guardava in viso chi gliparlava. Non partecipava né una dramma del suo secreto adanima nata: — Perchédiceva Didimoil mio secreto èla sola proprietà su la terra ch'io degni di chiamar miaechedivisanuocerebbe agli altri e a me. — Né pativad'essere depositario degli altrui secreti: — Non ch'io nonmifidi di serbarli inviolati: ma avviene che a voler scampare dallaperdizione qualche personam'è pure necessità arivelare alle volte il secreto che m'ha confidato: tacendolola miafede riescirebbe sinistra; e maniifestandolom'avvilirei davanti ame stesso. — Accoglieva lietissimo nelle sue stanze: alpasseggio voleva andar soloo parlava a persone che non aveva vedutomaie che gli davano nell'idea: e se alcuno de' suoi conoscentiaccostavasi a luisi levava di tasca un librettoe per primo salutogli recitava alcuni squarci di traduzioni moderne de' poeti dieci: erimanevasi solo. Usava anche sentenze enigmatiche. Nessun frizzo: senon una volta e per non ricadercirilesse i quattro Evangelisti. Madi tutti questi capricci e costumi di Didimo s'avvedevano gli altriassai tardiperch'ei non li mostravané gli occultava; ondecredo che venissero da disposizione naturale.

XIII.
Dissi che teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che netrasparivapareva calore di fiamma lontana. A chi gli offerivaamicizialasciava intendere che la colla cordiale per cui l'uomos'attacca all'altrol'aveva già data a quei poche ch'eranogiunti innanzi. — Rammentava volentieri la sua vita passatamanon m'accorsi mai ch'egli avesse fiducia nei giorni avvenire o che netemesse. Chiamavasi molto obbligato a un Don Jacopo Annonicuratoacui Didimo aveva altre volte servito da chierico nella parrocchiad'Inverigo; e stando fuori di patriacarteggiava unicamente conesso. Mostravasi gioviale e compassionevolee benché fossealloramai intorno a' trent'anniaveva aspetto assai giovanile; eforse per queste ragioni Didimotuttochè forestieronon eraguardato dal popolo di mal occhioe le donne passando glisorridevanoe le vecchie si soffermavano accanto a una porticciola adiscorrere secoe molti fantolinide' quali egli si compiacevaglicorrevano lietissimi attorno. Ammirava assai; ma più congli occhialidiceva egliche col telescopio: edisprezzava con taciturnità sì sdegnosada far giustoe irreconciliabile il risentimento degli uomini dotti. Aveva peraltro il consenso di non patire d'invidiala qualein chi ammira edisprezzanon trova mai luogo. E' diceva: — La rabbia e ildisprezzo sono due grandi estremi dell'ira: le forti disprezzano: matristo e beato chi non s'adira. —

XIV.
Insommapareva uomo che essendosi in gioventù lasciatogovernare dall'indole sua naturales'accomodassema senzafidarsenealla prudenza mondana. E forse aveva più amore chestiano per gli uomini; però non era orgogliosonéumile. Pareva verecondoperché non era né ricco népovero. Forse non era avido né ambizioso; perciò parealibero. Quanto all'ingegnonon credo che la natura l'avessemoltissimo predilettoné poco. Ma l'aveva temprato in guisada non potersi imbevere degli altrui insegnamenti e quel tanto cheproduceva da sèaveva certa novità che allettavae laprimitiva ruvidezza che offende. Quindi derivava in esso peravventura quell'esprimere in modo tutto suo le cose comuni; e lapropensione di censurare i metodi delle nostre scuole. Inoltresembravami ch'egli sentisse non so qual dissonanza nell'armonia dellecose del mondo: non però lo diceva. Dalla sua operetta grecasi desume quanto meritamente si vergognasse della sua giovanileintolleranza. Ma pareva. quando io lo vidipiú disingannatoche rinsavito; e che senza dar noia agli altrise ne andassequietissimo e sicuro di se medesimo per la sua stradae sostandosispessoquasi avesse più a cuore di non deviareche ditoccare la meta. Queste a ogni modo sono tutte mie congetture.

XV.
Avendolo io nell'anno 1806 lasciato in Amersforte desiderandodi dargli avviso del giudizio de' Maestri suoi intorno ai tremanoscritti da me recati in Italiascrissi ad Inverigo a domandarnenovelle al reverendo Don Jacopo Annoni; e perché questi s'eratrasferito da molto tempo in una chiesa su' colli del lago diPusianopresso la villa Marlianilo visitai nell'estate dell'annoseguente; né ho potuto riportare dalla mia gita se non unanotizia ch'io già sapeva; e i lineamenti di Didimo giovinetto.Quel buon vecchio sacerdoteregalandomi il disegno che ho posto infronte a questo opuscolettomi disse afflittissimo: — So che inun paese lontano chiamato Bologna a mareDidimo regalò tuttii suoi libri e scartafacci a un altro giovine militare che ne usassea suo beneplacito; e fece proponimento di né piùleggere né più scrivere: da indi in quae egli èpur molto temponon so più dov'e' sia né se viva.

XVI.
Mi diede copia di un epitaffio che Didimo s'era apparecchiatomolti anni innanzi; ed io lo pubblicoaffinchés'egli maifosse mortoed avesse agli ospiti lasciato tanto da porgli unalapidelo facciano scolpire sovr'essa:

DIDYMI– CLERICI
VITIA – VIRTUS – OSSA
HIC – POST– ANNOS - †††
CONQUIEVERUNT.



NOTE:

[1]LavaterGiovanni Gaspare nato in Svizzera (1741-l1801)creò unsistema che portò il suo nomesecondo il quale intendevascoprire costanti relazioni tra i caratteri degli individui e itratti della loro fisonomia. Fu amico del Goethe.

[2]Marsiafusecondo la favolaun satiro di Frigiail qualeavendo raccolto unflauto sonato da Miniervacominciò a trarne sí soavinotecheinorgoglitosfidò Apollo a musicale tenzoneapatto che il vincitore farebbe del vinto quel governo che piúgli piacesse. Le Muse furono giudici della gara Apollo cominciòa sonare la cetraMarsia il flautoma il primoavendo aggiunto ilcanto al suonofu dichiarato vincitoreApollo allora legòMarsia ad un albero e lo scorticò vivocioè come diceDantelo trasse "Della vagina delle membra sue". Parad.I20-21.

[3]Dunkerque:Città fiammingaappartenente alla Francianel dipartimentodel Nord. Possiede una delle più magnifiche rade dell'Europa.Il suo nomein fiammingosignifica Chiesa delle dune.

[4]Peristilio:Cortile con colonne tutt'attorno isolatecostruito nella parteinterna d'un edifizio.

[5]Paracleto:È il nome dato nel Vangelo allo Spinto Santo. Deriva dal verbogreco paraxleoconsolo

[6]Ècertoche Orazio nei suoi cinque libri di Odi sopra ogni qualitàdi argomentisacripoliticimoralierotici e festevoli tolse dailirici greci la maggior parte dei metri; e alcuni han detto che liimitasse ancora nella sostanzain maniera da far quasi un lavoro amosaico ma benché per la perdita dei loro carmi e segnatamentedi quelli di Saffo e di Alceosia impossibile accertare la veritànondimeno da molte delle sue piú belle Odisacre epolitiche massimamenterisulta a evidenza l'originalità e ilcarattere tutto paesano del poetare di Orazio.