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LORENZO STERNE



YORIK

VIAGGIOSENTIMENTALE LUNGOLA FRANCIA E L’ITALIA


TRADUZIONEDI

DIDIMOCHIERICO

(pseudonimodi UGO FOSCOLO)





Orecchioama pacato

LaMusae mente arguta e cuor gentile.



DIDIMOCHIERICO


A'LETTORI SALUTE


Lettorimieiera opinione del reverendo Lorenzo Sterneparroco inInghilterrache un sorriso possa aggiungere un filo allatrama brevissima della vita(1)ma pare ch'egli inoltre sapesse che ogni lacrima insegna a' mortaliuna verità. Poiché assumendo il nome di Yorickanticobuffone tragicovolle con parecchi scrittie singolarmente inquesto libricciuoloinsegnarci a conoscere gli altri in noi stessie a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su ledebolezze del prossimo. Però io lo avevaor son piúannitradotto per me: ed oggi che credo d'avere una volta profittatodelle sue lezionil'ho ritradottoquanto meno letteralmente equanto meno arbitrariamente ho saputoper voi.

Mae voilettoriavvertite che l'autore era d'animo liberoe spiritobizzarroed argutissimo ingegnosegnatamente contro la vanitàde' potentil'ipocrisia degli ecclesiastici e la servilitàmagistrale degli uomini letterati; pendeva anche all'amore e allavoluttà; ma voleva ad ogni modo parereed era forseuomodabbene e compassionevole seguace sincero dell'Evangeloch'egliinterpretava a' fedeli. Quindi ei deride acrementee insieme sorridecon indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti didesideriopar che si chinino vergognosi; e nel brio della gioiasospira; ementre le sue immaginazioni prorompono tutte ad un tempodiscordi e inquietissimeaccennando piú che non diconoedusurpando frasivoci ed ortografiaegli sa nondimeno ordinarle conl'apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato.Anzi in questo libricciuoloch'ei scrisse col presentimento avveratodella prossima mortetrafuse con piú amore il propriocarattere; quasi ch'egli nell'abbandonare la terravolesse lasciarlealcuna memoria perpetue d'un'anima sì diversa dalle altre.

Sedunquelettori di Yorick e mieila novità vi rendesse menagevole la letturaascrivetelo (e ve ne esorto per puro amore dellagiustizia) parte all'autoreparte a mee parte anche a voi stessi.E quando mai le poche postille da me compilate per amor vostro nongiovassero a diradarvi l'oscuritàriposatevi alquanto dallaletturae rileggete l'epigrafe del mio frontispizio.

Eve la ho postaperché mi fu suggerita da un vecchio preteche con un volumetto immortale indusse anch'egli i nostri magnificisfaccendatinon dirò a ravvedersima a ridere al men da sestessi della lor vanità: e anch'egli bramò solamentesiccome Yorickla cara salute in compagnia della pacificalibertà(2):e non fu esaudito dal cielo; ma non pianse mai fuorché peramoreo per compassione. Alcuni di voio lettorisanno che non s'èpotuto trovare la lapide che copre l'ossa di quel buon prete. Ma voise non altropregate pace all'anima suae all'anima del poveroYorick; pregate pace anche a me finch'io vivo.


Calais21 settembre 1805.

I


Aquesto in Francia si provvede meglio — diss'io.

—Mae vi fu ella? — mi disse quel gentiluomo; e mi si volseincontro prontissimoe trionfò urbanissimamente di me.

—Poffare! — diss'ioventilando fra me la questione —adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non si correné piú né meno) conferiranno sí fattidiritti? Vo' esaminarli. — Elasciando andare il discorsom'avvio diritto a casa: mi piglio mezza dozzina di camiciee un paiodi brache di seta nera.

—L'abito che ho indosso — diss'iodando un'occhiata alla manica— mi farà.

Micollocai nella vettura di Douvre: il navicello veleggiò allenove del dí seguente: e per le tre mi trovai addosso a unpollo fricassé (3)a desinare - in Francia - e sì indubitabilmente chese maiquella notte mi fossi morto d'indigestionetutto il genere umano nonavrebbe impetrato che le mie camiciele mie brache di seta neralamia valigia e ogni cosa non andassero pel droit d'aubaine (4)in eredità al re di Francia - anche la miniatura ch'io portomeco da tanto tempo e che io tante volteo Elisa(5)ti dissi ch'io porterei meco nella mia fossami verrebbe strappatadal collo. - Vedi scortesia! E questo manomettere i naufragj di unpasseggiere disavveduto che i vostri sudditi allettano a' loro lidi -per Dio! Sirenon è ben fatto: e sí che mi rincresced'avere che dire col monarca di un popolo tutto cuore e síincivilito e cortese e sí rinomato per la gentilezza de'sentimenti.

Matocco appena i vostri domini(6).



II


CALAIS


Finitoch'ebbi di desinarecompiacqui all'animo mio facendo un brindisi alre di Francia; - e non che gli serbassi rancoreio l'onorava anzialtamente per l'umanità della sua indole - e per questariconciliazione mi rizzai ingrandito di un pollice.

«No»diss'io «i Borboni non sono razza crudele: saranno forsetraviati come tanti altri; ma sono pur nati con la dolcezza nelsangue(7).»E quanto io me ne persuadevatanto piú mi sentiva su per leguance gratissima una specie di soffusione; né il vin diBorgogna (da due lire almen la bottigliacome io ne avea bevuto)potea produrla sí calda e sí propizia al mortale.

«Bontàdivina!» esclamaisgombrandomi dinanzi d'un calcio la miavaligia «questi beni di quaggiú son poi tali dainasprire gli animi nostrie ridurre tanti e tanti cordiali fratellia infellonire e insidiarcicome purtroppo facciamoincontrandocinel viaggio brevissimo della vita? Ove l'uomo sia in pace con l'uomooh come il gravissimo de' metalli gli vola quasi di mano! Traesi laborsae sospendendola con due ditaguarda intorno a chi darne almenla metà.»

Frattantoio mi sentiva le vene dilatarmisi per la vita; le mie arteriebattevano in armonia; e tutte le mie potenze vitali adempivano a'loro uffizi con attrito cosí soaveche io avrei confuso lapiú saccente fisichessa di Francia(8);appena con tutto il suo materialismo si sarebbe attentata dichiamarmi una macchina.

«Mitorrei l'impresa» diss'io«di mandarle sossopra il suoCredo(9).»Nell'armarmi di questa fiduciala natura si esaltò in mequanto mai poteva esaltarsi. «Io era dianzi in pace col mondo;ma cosí conclusi la pace con me medesimo.

«Or»esclamai «foss'io re di Francia! Or sí che un orfanodovrebbe ridomandare a me la valigia del suo povero padre.»



III


ILFRATE


CALAIS


Com'iofiniva la parolaun povero frate di San Francesco entrò incamera a questuare per il suo convento. Nessuno vuol essere virtuosoa beneplacito delle contingenze; oppure uno è generoso come unaltro è potente; sed nonquoad hanc! - e sia che può- da che non si può logicamente discorrere sul flusso eriflusso de' nostri umoriil qualea quanto io soobbediràalle medesime cause influenti nelle maree - ipotesi che ci tornerebbespesso a men biasimo: eper dir di me soloson certo che in piúincontri mi loderei assaissimo del mio prossimose dicesse che ionon me la intendo con la lunae mi governo con essa; - e non avreicolpa in ciò né vergogna - anziché col mioproprio atto e consenso; - e ogni colpa e vergogna sarebbe mia.

Masia che può. Dal punto che io posai l'occhio sul frateioaveva prestabilito di non dargli un unico soldo; e consentaneamentemi riposi la borsa dentro al taschino; lo abbottonai; mi misialquanto in sussiegoe mi feci incontro con gravità; e temod'averlo guardato in guisa da non dargli molta fiducia. L'immagine dilui torna or agli occhie vedo ch'ei meritava ben altre accoglienze.

Ilfratecom'io giudicai dal calvo della sua tonsura e da' pochi crinibianchi che soli gli rimanevano diradati intorno alle tempiepotevaavere da settant'anni. Se non che le sue pupille spiravano di uncotal fuocorattempratoa quanto parevapiù dallagentilezza che dall'etàche tu glie ne avresti dato appenasessanta. Il vero è forse fra due. Certo egli n'avevasessantacinque; e tutto insieme il suo aspettoquantunque paresseche qualche cosa vi avesse solcate le rughe anzi tempotorna benecol conto.

Erauna testa di quelle dipinte spesso da Guido: dolcepallidapenetrantedisinvolta da tutte le trivialissime idee della crassa epaga ignoranza china sempre con gli occhi a terra: guardava diritto;ma come per mirare a cosa di là dal mondo. Come mai uno diquell'ordine conseguisse sí fatta testasappialo il cielo chedi lassú la lasciò cascare fra le spalle di un frate!Ma avria quadrato a un bramino; e s'io l'avessi incontrata sullepianure dell'Indostanol'avrei venerata.

Ilrimanente della sua figura può darsie da chiunquein duetratti: era e non era elegantetuttavia secondava il carattere el'espressione: sveltoesiledi statura un po' piú cheordinariasebbene quel piú si smarrisse per l'inclinazionedella personama era l'atteggiamento della supplicazione: e quale mista ora davanti al pensieroci guadagna piú che non perde.

Inoltratositre passi nella mia stanzaristette; e ponendosi la palma sinistrasul petto (tenea nella destra un bastoncello bianco con checamminava) quand'io gli fui pressomi s'introdusse con la storielladelle necessità del suo conventoe della povertà delsuo ordinee con grazia sí schiettae con tal atto dipreghiera negli sguardi ed in tutta la persona… io eraammaliatonon essendone stato commosso.

Ragionemigliore si è ch'io aveva prestabilito di non dargli neppureun soldo.



IV


ILFRATE


CALAIS


Benè vero — diss'iorispondendo all'alzata d'occhi con checonchiuse la sua domanda — ben è vero; e Dio nonabbandoni mai chi non ha altro rifugio fuorché la caritàdel mondola quale temo non abbia assai capitale che basti a tantegrandi pretese - e perpetue.

Mentr'ioproferiva le parole «grandi pretese»ei lasciòcorrere l'occhio sopra la manica della sua tonaca. Sentii tutto ilsignificato di quel richiamo.

—Lo so — diss'io — una ruvida vestae ad ogni terz'annocon una magra dietanon è gran cosa. E appunto rincresce allavera pietàchepotendosi sí poca cosa guadagnar conpoco sudore e con pochissima industria sopra la terrail vostroordine brami piuttosto di procacciarsela instando per quel capitaleche è l'unico avere del zoppodel ciecodel decrepito edell'infermo. Lo schiavo che coricandosi va piú e piúsempre numerando i giorni delle sue tribolazionisi struggeanch'egli per la sua parte: e se voianziché di S. Francescofoste dell'ordine del Riscatto(10)povero com'io pur sono — continuai accennando la mia valigia —la vi sarebbe di lietissimo animo aperta per la redenzionedell'infelice. — Il frate mi s'inchinò.— Ma piúd'ogni altro — io soggiunsi — l'infelice della nostrapatria ha certamente i primi diritti; ed io ne ho lasciati a migliajanella miseria su per le spiagge ov'io nacqui. — Il frate crollòaffettuosamente il capovolendo dire: — Pur troppo! la miseriaè in tutti gli angoli della terra come nel nostro convento. —Ma noi distinguiamo — diss'ioposando la mano su la manicadella sua tonacain risposta al richiamo — noi distinguiamomio buon padreque' tanti che bramerebbero di sostentarsi col solopane del proprio sudoreda tanti che si vogliono sempre satollardell'altrui; e non hanno per istituto di vita fuorché dipassarsela nel non fare e nel non saper nulla per l'amore di Dio.

Ilpovero francescano non aprí labbro; le guance gli sfavillaronod'una striscia di fuoco(11)che non poté rimanervie in un minimo punto di tempo svaní:avresti detto che tutti i risentimenti della natura si fosseroesauriti in quel vecchio; non ne mostrò; malasciando cadereil suo bastoncello fra le due bracciasi strinse con rassegnazionele palme una sovra l'altra sul petto; e si ritirò.



V


ILFRATE


CALAIS


Mipalpitò il cuore nel punto che egli serrava la porta.«Freddure!» dissi ioaffettando di non curarmene;«freddure!» e lo ridissi tre voltema senza pro: ed ognisillaba discortese da me pronunziata mi ripiombava sull'anima. «Orsia che tu avessi diritto di non esaurire quel povero francescano;non era ella forse pena bastante a confonderlosenza la giuntad'amare parole?» E considerava i suoi crini canuti; e mi parevache quella figura sua liberale rientrassee m'interrogassecortesementeche ingiuria m'avesse mai fatto? - e perché mail'avessi trattato a quel modo? Avrei dato venti lire per un avvocato.«Ti sei portato pur male!» dissi a me stesso «maesco appena a far i miei viaggi; imparerò modi miglioriandando innanzi.»



VI


LA«DÉSOBLIGEANTE» (12)


CALAIS


Peraltro l'uomo malcontento di sé comincia a sentirsi ottimamentedisposto a un contratto; e questo è pure un compenso. Or ilviaggio lungo la Francia e l'Italia sottintende di necessitàla carrozza; onde iopoiché la natura suole spronare i suoifigliuoli che si provvedanome ne andava alla volta della rimessa acomperarmi o noleggiare ciò che mi potesse fare a proposito;quando in un cantuccio di quel cortile una vecchia désobligeantemi diè nell'occhio alla primae senza star a pensarev'entrai: né la mi parea dissonante da' miei desiderj; e dissial ragazzo che mi chiamasse monsieur Dessein - ma monsieurDessein padrone dell'hôtelera a' vespri: e perchéd'altra parte non mi giovava d'affacciarmi al mio fratech'ionell'opposto canto adocchiava molto alle strette con una signorasmontata allora all'albergotirai tra me e loro le tendine ditaffettà; e siccome io aveva decretato di scrivere il mioitinerariomi cavai di tasca il calamaio e la pennae scrissi ilproemio nella désobligeante.




VII


PROEMIONELLA «DÉSOBLIGEANTE»


E'fusenza dubbio da molti filosofi peripatetici già notatoche di propria irrepugnabile autorità la Natura piantòtermini ed argini certi onde circoscrivere l'umana incontentabilità:il che le venne fatto col tacito e sicuro espediente di obbligare ilmortale ai doveri quasi indispensabili di apparecchiarsi il proprioriposoe di patire i travagli suoi dove è natoe dovesoltanto fu da lei provveduto di oggetti piú atti apartecipare della sua felicitàe a reggere una parte diquella soma che in ogni terra ed età fu sempre assai troppaper un solo pajo di spalle. Vero è che noi siamo dotati di talquale imperfetto potere di propagare alle volte la nostra felicitàoltre que' termini; cosí nondimeno che il difetto d'idiomidiaderenze e di dipendenzee la diversità d'educazioneusi ecostumi attraversino tanti inciampi alla comunione de' nostri affettifuori della nostra sfera natíache per lo piú sífatto potere risolvesi in una espressa impossibilità.

Eperò la bilancia del sentimentale commercio preponderàsempre e poi sempre in discapito dello spatriato venturiere. Poichédovendo a stima altrui comperare ciò che men gli bisognanépotendo forse mai permutare senza larghissimo sconto la propria conl'altrui conversazione; ed essendo quindi perpetuamente costretto araccomandarsi di mano in mano a' men indiscreti sensali di societàche gli verrà fatto di ritrovaresi può senza grandeprofetica ispirazione pronosticargli il suo estremo rifugio.(13)

Quista il nodo del mio discorso; e le sue fila mi guidano a dirittura(ove il su e il giú di questa désobligeante milasci tirare innanzi) sí alle efficienti che alle finali causede' viaggi.

Gliscioperati vostri si svogliano del loro fuoco paternoe ne vannolontani per alcuna ragione o ragioni derivanti per avventura da unadi queste cause generali:

infermitàdi corpo

imbecillitàdi mente

inevitabilenecessità.

Quantiper terra o per acqua viaggianotravagliandosi d'orgogliodicuriositàd'albagiad'ipocondriasuddivisi e combinati ininfinitum sono tutti mossi dalle prime due cause.

Allaterza causa soggiace tutto quanto l'esercito de' pellegrini martirispecialmente chiunque si mette in cammino «col beneficio delclero»(14);come a dire delinquenti dati in custodia ad alcuni pedagoghi elettidai magistratio giovani gentiluomini esiliati dalla crudeltàde' congiunti o de' tutorie custoditi da alcuni pedagoghi d'Oxfordd'Aberdeen e di Glascovia(15).

Avviun'altra classe - né forse merita distinzionetanto èscarsa di numerose in opera come la mia non fosse d'assolutanecessità d'osservare quanto piú rigorosamente ogniprecisione a scansare la confusione de' caratteri - vo' diredegliuomini che traversano i marie si domiciliano e vivono da forestiericon intenti di economia per vari motivi e sotto vari colori; mapoichérisparmiando i danari a casa loro potrebberorisparmiare a sé medesimi e agli altri molte inutili nojeed'altra parte i loro motivi d'andare attorno non sono poi cosícomplicati quanto quelli delle altre classi pellegrinantinoidistingueremo questi signori col nome di

sempliciviaggiatori.

Laondel'universalità de' viaggiatori può ripartirsi per capicosí:

viaggiatoriscioperati

viaggiatoricuriosi

viaggiatoribugiardi

viaggiatoriorgogliosi

viaggiatorivani

viaggiatoriipocondriaci.

Seguonoi viaggiatori per necessità:

ilviaggiatore delinquente e il fellone

ilviaggiatore disgraziato e l'innocente

ilviaggiatore semplice.

Ultimo(se vi contentate)

ilviaggiatore sentimentale.

Equi intendo di me: e però mi sto qui ora seduto a darviragguaglio del mio viaggio; viaggio fatto di necessitàe pourbesoin de voyagerquanto ogni altro di questa classe.

Nongià che io non sappia che in grazia dei miei viaggi e dellemie osservazionipoiché le sono tutte di stampa affattodiversa da quelle de' miei precursoripotrei aggiudicarmi unanicchia tutta mia propria; se non che romperei forse i confini sullagiurisdizione del «viaggiatore vano»presumendo di farmiguardare dal popolo prima ch'io almeno non abbia alcun meritoalquanto migliore della novità della mia vettura(16).

Perora il lettore mio si contentise da quanto potrà quidiscernere e meditare s'abiliterà ad assegnarsi (s'ei fu maiviaggiatore) il luogo e il grado che piú in questo catalogogli si adatta. E' sarà cosí men lontano di un passodalla cognizione di se medesimo; da che si potrebbe giurare che tuttociò che egli aveva già inviscerato nell'animal'accompagnò in tutti i suoi viagginé si saràposcia sí fattamente alterato ch'ei non possa tuttaviaravvisarlo.

Coluiche primo trapiantava la vite di Borgogna al Capo di Buona Speranza(nota che era olandese) non sognò mai di bere in Affrica diquel vino stesso spremuto su' colli francesi da quella vite - nonsono sogni da uomo flemmatico questi - ma fuor di dubbio aspettavasidi bere un liquore vinoso; se poi squisitoscipitoo tollerabile;quel buon uomo non era sí nuovo de' fatti di questo mondo danon sapere ch'ei non ci aveva che fare; ma che il successo pendevatutto da quell'arbitro che comunemente chiamasi «Caso».Ad ogni modo sperava; e cosí sperandoMynheer(17)per una presuntuosa fiducia nell'acume del proprio cervello e nellasagacità del suo accorgimentoarrischiava di capitombolare econ la sagacità e l'acume nella sua nuova vigna e denudando lesue vergogne farsi favola del paese(18).

Cosíva per l'appunto quel povero viaggiatore navigante e posteggiatore(19)lungo i reami piú colti del globo a caccia di cognizioni eincrementi.

Cognizionie incrementi s'acquisterannonol niegonavigando e posteggiando peressi; ma se utili cognizionie incrementi da farne poi capitalequitu getti le sorti: e badache ove tu sia avventurosopoco frutto onessuno ti daranno poi quegli acquistise tu non gli adoperi consobrietà ed avvertenza. Ma perché le sorti scorrono adismisura contrarie sí all'acquisto che all'usoparmi chefarebbe da savio chiunque impetrasse da se medesimo di viversi pagosenza cognizioni e incrementi d'altri paesimassimamente ove egliabbia una patria che non n'ha penuria assoluta; e davveroe' mi èpiú e piú volte costato de' gran crepacuoriconsiderando quanti mali passi misura il viaggiatore curioso diammirare spettacoli e d'investigare scoperte; cose tutte ch'eglicome Sancio consigliava tempo fa a Don Chisciottepotrebbe a pièasciutto vedere nella propria contrada. È secolo questo síridondante di luceche tu non trovinon che paesema nécantuccio forse d'Europaove i raggi non s'incrocicchino evicendevolmente non si permutino. Il saperein molte sue derivazionie in piú incontriè come la musica per le viedell'Italiaove può goderne chi nulla paga. Ma non v'èterra illuminata dal sole - Dio mi ascoltaal cui tribunale dovròun dí comparire a dar conto di questo libro; non parlo io noper millanteria - ma non v'è terra illuminata dal sole ove nonabbondi piú moltiplicità di sapereove le scienzeabbiano piú diligenti cultori o rendano frutti piúcerti che qui(20)ove le arti siano piú favoritee promettano di salire a tantaaltezza sí prestoove la Natura (giudicatela in complesso)meriti d'essere meno incolpataove in somma si trovi piúingegno e maggior varietà di caratteriche ti sveglinol'intelletto.

—Oro miei diletti compatriottiove andate voi dunque?

—Stiam qui solamente — mi dissero guardando questo calesse.

—Padroni miei riveriti — diss'iouscendo d'un saltoesalutandoli di cappello(21).

—E' ci dava assai da pensare — mi disse l'uno ch'io conobbi perviaggiatore curioso — da che mai provenisse quel moto.

—Dall'agitazione — risposi freddissimamente — di chi scriveun proemio.

—Non ho udito mai — disse l'altro che era un viaggiatoresemplice — di proemio scritto in una désobligeante.

—Sarebbe riuscito migliore — risposi in un vis-à-vis(22).

Siccomeun inglese non viaggia per vedere Inglesiio m'avviai alla miacamera.









VIII


CALAIS


M'accorsich'io solo non potevo ombrare tanto quel corridoio donde io passavotornandomi alla mia camera: ed era di fatti monsieur Desseinpadrone dell'hôteltornato appunto da' vespriche colsuo cappello sotto l'ascella mi veniva dietro officioso per farmirisovvenire del mio bisogno. Io aveva già bell'e cancellatadal mio libro quella désobligeante; e monsieurDessein parlandonesi ristrinse nelle spallecome la nonfacesse per me: e però mi si piantò subito nel cervelloche quella derelitta spettasse a qualche viaggiatore innocenteil qualetornando al paesel'avesse rimessa nell'onestà dimonsieur Dessein che le trovasse padrone alla meglio. Quattromesi erano scorsi da che era venuta a riposarsi nel cantuccio di quelcortile da tutto il suo giro d'Europa; giro a cui s'era accinta giàbenemerita e raffazzonata; e fu inoltre svitata due volte sulMoncenisio; né avresti detto che tante vicende l'avesseroridotta men miserama peggio che peggio standosi nel fondo delcortile di monsieur Dessein per tutti quei mesi incompianta.Veramente non si poteva dir gran che in suo favore - alcun che adogni modo - e quando poche parole possono scampare la misera dalladesolazioneio maledico chi n'è spilorcio.

—Orfoss'io padrone di questo hôtel! — dissiposando la punta del mio indice sul petto a monsieur Dessein —mi piccherei di tormi a ogni costo di dosso questa malauguratadésobligeantela quale sta dondolandovi de' rimbrottiquante volte voi le passate davanti.

Mon Dieu! — disse monsieur Dessein ionon ci ho interesse.

—Lasciamo star l'interesse — diss'io— che le anime dicerta tempraMonsieur Desseinsogliono connumerare fra' loroaffetti: sono persuaso che mettendovicome uomonegli altrui pannivoi ad ogni notte piovosavolere e non volerevi sentirete cascareil cuore; voimonsieur Desseinci patite quando la macchina.

Hosempre notato cheove il complimento abbia del dolce e del bruscoun Inglese sta in sempiterno sospeso s'ei lo piglia o lo lascia. UnFrancese non mai: monsieur Dessein mi fece un inchino.

Erispose:

C'est bien vrai; ma io baratterei affanno per affanno egiuntandoci. La si figuri signor mio caros'io le vendessi uncalesse che si sfasciasse prima ch'ella fosse a mezza via di Parigi;la si figuri come mi starebbe il cuoresapendo d'aver dato sítristo saggio de' fatti miei ad un uomo d'onoree senza scampovedendomi a discrezione d'un homme d'esprit.

Ladose era condizionata appunto secondo la mia ricetta; me la sonodunque sorbita; e poi ch'ebbi restituito l'inchino a monsieurDesseinci siamo senza altre sofisticherie di coscienza(23)incamminati verso la rimessa a dare una occhiata al magazzino de'suoi calessi.






IX


SULA VIA


CALAIS


E'pare che questo sia naturalmente un mondo tutto guerra; da che ilcompratore (foss'anche d'una meschina sedia da posta) non puòmoversi fuor della porta per venire a un accordo col venditoree nonmirarlo subitamente con quell'occhio e con quella disposizioned'animo con cui andrebbe seco ad eleggere il campo nel Hyde-Park(24)a duellare. Quanto a mespadaccino dappoco né da stare apetto a monsieur Desseinio mi sentiva ne' precordi tutta larotazione dei moti propri alla congiuntura; io passava con gli occhida parte a parte monsieur Dessein: ei camminava; ed io loconsiderava di profilo poi di prospetto: avrei giurato ch'egli avessefaccia d'ebreoanzi di turco: lo malediva con tutti i miei dei(25)e lo raccomandava al demonio.

—Adunque una miseria di tre o quattro louis d'or - ed era quelpiú ch'ei mi poteva frodare - attizzerà cosí ilnostro cuore? Bassa passione! — esclamaivoltandominaturalmente come chi in un subito si ravvede; — bassa villanapassione! la tua mano sta contro d'ogni uomoe la mano d'ogni uomocontro di te.

—Dio ne guardi! — disse ella coprendosi d'una mano la fronteperch'io m'era voltato a occhio a occhio incontro alla gentil donnada me poc'anzi veduta in ragionamenti col frate; e ci seguitòinosservata.

—Certodonna gentile — diss'io — Dio ne guardi! — e leoffersi la mano.

Ellaportava de' guanti neri aperti soltanto nel pollicee nelle dueprime dita; onde accettò senza ritrosia; ed io la guidai allaporta della rimessa.

Cinquantae piú diavoli(26)aveva monsieur Dessein chiamati addosso alla chiaveprimad'accorgersi che la non era quella della rimessa: e a noi pure parevamill'anni di vedere aperto; sicchéstandoci attentiall'ostinazione di quella chiaveio teneva la signora per mano quasisenza saperloquando monsieur Dessein ci lasciò con lemani cosí congiuntee co' visi rivolti alla porta dellarimessa.

—Torno fra cinque minuti — diss'egli.

Orun colloquio di cinque minuti equivale ad uno di cinque secoli co'visi verso la strada: in questo caso tu devi attingerlo dalleoccasioni e dagli oggetti esteriori; ma cogli occhi confinati ad unaparetetu lo attingi tutto quanto da te. Un sol attimo di silenziodopo partito monsieur Desseinsarebbe stato micidiale allacongiuntura: non v'ha dubbiola signora si sarebbe rivoltata; ondeavviai immediatamente la conversazione.

Maquali si fossero allora le mie tentazioni (perch'io scrivo nonl'apologiama la storia delle fralezze del mio cuore lungo ilviaggio) si vedranno descritte qui con quella naturalezza con cui leprovai.



X


LAPORTA DELLA RIMESSA


CALAIS


Allorchédissi al lettore che non mi giovava d'uscire della désobligeanteperch'io vidi il frate alle strette con una signora smontata in quelpunto all'albergoio gli dissi il vero; ma non tutto il vero:perch'io mi sentiva piú che mai allettato dalla sembianzaavvenente della signora; e intanto il sospetto mi martellava dicendo:«Vedi che il frate le narra ogni cosa di te». In questamia perplessitàmi sarebbe piaciuto che il frate fosse nellasua cella.

Oveil cuore precorra l'intellettolibera sempre da mille travagli ilgiudizio; ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una dellecreature predilette dalla Natura: tuttavia non ci pensai più;e attesi a scrivere il mio proemio.

Nelnostro incontro in mezzo alla via l'impressione tornò: e lavereconda franchezza con che mi porse la mano fu indizio per me delbuon senso e dell'ottima educazione di quella dama; e nel guidarla iosentiva intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezzacheconfortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti.

«Diomio! oh come un uomo condurrebbe sí fatta creatura intorno ilglobo con sé!»

Ionon aveva ancor veduto il suo volto - e non mi premeva: l'effigie fupresto dipinta; ed assai prima che noi fossimo all'uscio dellarimessala fantasia aveva bella e pennelleggiata tutta latestae si compiaceva dell'adottata sua divaquanto se si fossetuffata per essa nel Tevere(27).Pur tu se' una sedotta e seducente mariuola; e sebbene ci frodi settevolte al giorno con le pitture e con le immagini tuetu hai sídolci malie e tu abbellisci le immagini tue delle fattezze dialtrettanti angeli di lucech'ei saría gran peccato ainimicarsi con te.

Quandofummo alla porta della rimessala signora abbassò dallafronte la manoe mi lasciò vedere l'originale: un volto diforse ventisei annid'un trasparente bruno vaghissimoschiettamenteadornato senza cipria né rouge; e non era regolarmentebello; ma spirava un non so cheche nel mio stato d'alloram'attraeva che nulla piú; mi toccava il cuore; ed immaginaiche vestisse i caratteri d'un sembiante vedovilee che il cordoglioavendo già superati i primi due parossismisi trovasse allorain declinazionee andasse adagio adagio rassegnandosi alla suaperdita; se non che mille disgrazie diverse poteano avere dipinto ditant'afflizione quel volto; ed io mi struggea di saperlo; e se lebon ton della conversazione me l'avesse consentito come a' díd'Esdral'avrei interrogata senz'altro: «E che mal titormenta? e perché se' tu inquieta? e perché èsí turbato l'animo tuo? (28)»In somma io mi sentiva della benevolenza per lei; e disegnais'ionon poteva la mia servitúd'offerirlenon foss'altrocom'iopoteva il mio obolo di cortesia.

Sífatte erano le mie tentazionie cosí l'anima mia leascoltavaquand'io rimasi solo con la signorae con la sua manonella miae co' visi rivolti all'uscio della rimessa: e piúpresso di quello che fosse essenzialmente necessario.



XI


L'USCIODELLA RIMESSA


CALAIS


Certodonna gentile — diss'io sollevandole alquanto la mano — equesto è pure uno de' tanti capricci della fortuna: ecco comeha congiunte due mani di persone ignote fra lorodiverse di sessoeforse di diversi canti del globo; e congiunte in un attimoe in sícordiale attitudineche né pur l'amiciziase ci avessepensato da un meseavrebbe forse saputo far tanto.

—E si vede dalla vostra riflessionemonsieurche la fortunav'imbroglia non poco co' suoi capricci.

Ovela congiuntura ti giovioh quanto importunamente vai stuzzicando ilperché e il come è avvenuta!

—Voi ringraziate la fortuna — continuò la signora — ecosí andava fatto; il cuore sapeva ogni cosae n'eracontento; ma chi maifuorché un filosofo inglesen'avrebbemandate novelle al giudizio perché annullasse la sentenza delcuore?

Eparlando liberò la sua mano con un'occhiata che mi fu chiosabastante a quel testo.

Èpur deplorabile la pittura ch'io paleserò qui del mio fievolecuore! Confesso dunque ch'ei fu straziato da tanta penache piúdegne occasioni non avrebbero potuto infliggergli mai. Io eramortificato d'avere perduta quella mano; e il modo ond'io l'avevaperduta non recava né olio né vino su la ferita: némai da che vivo ho sí miseramente provato la confusione d'unasguajata inferiorità.

Main un vero cuor femminile il trionfo di queste sconfitte èbrevissimo; ed ella assai prima d'un mezzo minuto avevacome perfinire il discorsoposata già la sua mano sulla balzana delmio abito: cosí che - ma io non so come sappialo Dio! -riacquistai la mia posizione. Ella non avea piú che dire.

Eimmediatamente ripresi a modellare una conversazione piúconfacente all'ingegno ed all'animo della signorada che m'accorsich'io n'aveva mal conosciuto il carattere; mamentr'ella rivolgevasia mevidi che gli spiritii quali avevano animato la sua rispostas'erano a un tratto smarriti: i muscoli rallentavansi; ed iocontemplava di nuovo quell'aspetto di sventura derelitta che mi fecea bella prima tutto suo. Che passione a veder tanto brio mortificatodall'afflizione! Il mio cuore gemeva per lei di pietà. Or voianime assideratevorreste provarvi di ridere: ma io avrei potutoabbracciarlae senza arrossirnee riconfortarlaanche in mezzoalla viasul mio petto.

Ein quello io temeva d'essermi tanto quanto provato di stringere unpo' piú la sua manoperch'io mi sentiva nella palma unasottilissima sensazionenon come se la signora volesse ritrarre lamanoma che ci pensasse; ed io irremissibilmente la riperdevasel'istintopiú che la ragionenon m'avesse guidato all'ultimoripiegoin tali frangentidi tenerla lentissimamente e quasi lílí per lasciarla da me. Cosí ella lasciòcorrerefinché monsieur Dessein tornò con lachiave; ed io in quel mezzo fantasticava: «Certo certose ilpovero francescano le avesse ridetto il suo caso mecoe' bisognapure che io mi liberi dal tristo concetto che le si saràpiantato nell'animo: ma e come?». Mi posi a cercar questo come.




XII


LATABACCHIERA


CALAIS


Quelbuon vecchio del fratementr'io dubitava di luinon m'era lontanosei passi; e ci veniva incontro un po' di traverso fra il sí eil no. Pur giunto a noisi fermò con indicibile ingenuitàpresentandomi aperta la sua tabacchiera di corno ch'egli avea tra lemani.

—Saggerete un po' del mio — dissi a lui; e mi trassi di tasca egli porsi una scatoletta di tartaruga.

—Squisito! — disse il frate.

—Or fatemi il favore — soggiunsi — di gradire il tabacco ela scatola; e pigliandovi alcuna presa ricordivi di tanto in tantoche questa fu l'offerta di pace d'un uomo che vi ha una voltatrattato ruvidamentema non col cuore.

Ilpovero frate si fe' di scarlatto.

Mon Dieu! — diss'egli a mani giunte — voi nonm'avete trattato ruvidamente mai.

—Non mi pare — aggiungea la signora — non mi pare capace. —E mi feci anch'io rosso; e per quali emozionichi sente - e non avràdi molti compagni - lo esplori.

—Perdonimadama — diss'io — io l'ho trattatoacerbissimamentee non fui provocato.

—Nonon può darsi — tornò a dir la signora.

—Dio mio! — esclamò il frate con tal fuoco d'asseveranzache non pareva a lui proprio — la colpa era miae dellaindiscretezza del mio zelo.

Lagentildonna gli contradisseed io con leisostenendo ch'egli eraimpossibile che un animo sí ben composto potesse mai recarnoja a veruno.

Ionon sapeva che un alterco potessecom'io pur sentiva allora in mestessoriescire sí soave e sí piacevole a' nervi. Sirestò taciti senza verun senso di quell'angustia scimunita chesottentra quando in un crocchio vi guardate per dieci minuti l'unl'altro in viso senza dirvi una sillaba. Strofinava frattanto ilfrate quella sua tabacchiera di corno sulla manica della sua tonaca;ecome vide che avea acquistato certa apparenza piú lucidami fece un inchino profondo e disse: ch'era ormai tardiné sipoteva dir per allora se piú la debolezza che la bontàdell'indole nostra ci avesse involti in quella contesa; ma comunquesi fossemi pregava che tra di noi cambiassimo tabacchiera. Eparlando mi offeriva la sua da una manoe dall'altra accettava lamiae baciatalacon un profluvio di buon naturale negli occhisela ripose nel senoe s'accomiatò.

Iomi serbo la sua tabacchiera tra le parti istrumentali(29)della mia religionee quasi scala alla mia mente a piú altecose; e per verità io esco di rado senz'essae per essa benassai volte richiamo lo spirito cortese del suo donatore a guidareanche il mio attraverso le burrasche del mondole quali (com'io poiseppi dalla storia di lui) l'aveano esercitato pur troppo sino a'quarant'anni dell'età suaallorquando eglivedendosi malerimunerato de' meriti suoi militarie malavventurato nellatenerissima delle passioniabbandonò la spada insieme el'amoree rifuggí nel sacrario non tanto del suo conventoquanto di se stesso.

Esento un peso nell'animo or ch'io devo scrivere chequandoultimamente ripassai per Calais chiesi che n'era del padre Lorenzoed udii come egli da tre mesi era morto e seppellitonon giànel suo conventomasecondo la sua volontàin un piccolocamposanto de' fratisei miglia fuor di città. Né iomi poteva acquetare se non vedeva dove l'aveano deposto. E làpigliandomi in mano la sua scatoletta di cornoe guardandolaesedendo sulla sua fossae sradicandovi dal colmo parecchie orticheche non avevano a che allignare lassú - tutto questo miripercosse sí fieramente gli affettich'io prorompeva indirottissime lacrime… Ma io sono debole quanto una femmina! eprego voi tutti di non sogghignarne; commiseratemi.




XIII


L'USCIODELLA RIMESSA


CALAIS


Intantoio non aveva lasciata mai la mano della mia dama; e sarei statoincivile s'io l'avessidopo tanto ch'io la tenevalasciata innanzidi accostarla a' miei labbri; e la baciai; e il sanguee glispiritiche avevano poc'anzi mutato corsosi riaffollavano sulleguance di quel l'afflitta.

Oravvenne che i due viaggiatorii quali mi aveano parlato nel cortilepassarono nel frangente di quella crisied osservando la nostradimestichezzas'avvisarono naturalmente che noi fossimo marito emoglie almeno; però soprastando su l'uscio della rimessal'un d'essied era il viaggiatore curiosoc'interrogò:

—E domattina partirete voi per Parigi?

—Posso rispondere per me solo — diss'io: e la signora soggiunseche andava a Amiens.

—Vi abbiamo desinato jeri — disse il semplice viaggiatore.

—E voi andando a Parigi — mi disse l'altro — vi passeretepropriamente per mezzo.

Pocomancò ch'io non gli rendessi infinite grazie della notizia cheAmiens fosse su la strada di Parigi; maavvedendomi ch'iopigliava appunto allora tabacco nella scatoletta di corno del miopovero fraterisposi pacificamente con un inchino; ed augurai loroun tragitto prospero a Douvre. Ci lasciarono soli.

«Orchi pregasse quest'afflitta gentildonna perch'ella accetti la metàdel mio sterzo? e che male ci sarebb'egli?» dissi tra me «eche infortunio tremendo ne verrebb'egli?»

Ognisordida passionee trista propensione della mia natura gridaronoall'armementr'io proponeva il partito.

—Ci vorrà il terzo cavallo — dicea l'Avarizia; —e ti trarrà di tasca un'altra ventina di lire.

—Tu non sai chi mai sia costei — dicea la Diffidenza(30).

—Né in che brighe questo imbroglio può avvilupparti —bisbigliava la Codardia.

—Fa contoYorick! — dicea la Circonspezione — ch'e'si dirà che tu viaggi con l'amicae che vi siete data laposta a Calais.

—Tu non potrai piúd'oggi in poi — gridòstrepitando l'Ipocrisia — mostrar la tua faccia alpopolo.

—Né promuoverti — aggiunse la Mediocrità(31)— nelle dignità della Chiesa.

—E finché tu campi — disse l'Orgoglio — tirimarrai prebendario cencioso.

—Ma io fo pure una gentilezza — diss'io. E perché per lopiú mi governo col primo impulsoe perciò quasi mainon do retta a cotali cabale che non ti giovano a nullach'iosappiafuorché a smaltarti il cuor di diamantemi volsitosto alla dama.

Mamentre il concilio mio disputava(32)la dama se n'era itané me n'accorsianzi nel punto che iopronunziava la mia sentenzaella avea fatto da dieci a dodici passilungo la viae m'affrettai dietro a lei per farle con bella manierala mia proferta: ma notai ch'ella se n'andava con la guanciaappoggiata alla palmacol tardo e misurato portamento dellameditazionee con gli occhi fitti di passo in passo sul suolo; ondevenni in pensiero ch'andasse anch'ella agitando la stessa lite.

«Diol'ajuti!» diss'io «ch'ella avrà al pari di mealcuna suocerao zia pinzocherao vecchia scema da consultar sulpartito.» Né mi parve bene d'interrompere quel litigiostimando atto piú cavalleresco di pigliarla a pattianzichédi sorpresa. Voltai dunque le spallee me n'andava in giú ein su davanti l'uscio della rimessa mentre la signora ruminando sen'andava dall'altra parte.




XIV


SULA VIA


CALAIS


Avendoio la mia fantasiacome prima vidi quella signoragiàstabilito «che fosse una delle predilette della Natura» epiantato per secondo e non meno incontrastabile assioma «cheessa era vedovae che vestiva i caratteri della sventura» nonandai punto piú in là; io aveva terreno bastante allaposizione che mi giovava; e quand'anche ella fosse restata mecobraccio a braccio sino a mezza la notteio mi sarei attenuto lealeal mio sistemaconsiderandola sempre ed unicamente con quell'ideagenerale.

Manon mi si scostò venti passiche una voce nel mio secreto misollecitava ad indagini assai piú distinte - ed era suggeritadal presentimento d'una piú lunga separazione. Poteva anchedarsi che io non la rivedessi mai piú: il cuore invigila apreservare tutto quello ch'ei può; e mi bisognava almeno unaguida affinché i miei sospiri non si smarrisserose mai nonmi fosse piú dato di congiungermi a lei che co' soli sospiri.E per dirlaio bramava di sapere il suo nomeil suo casatola suacondizione; epoiché io sapeva dov'ella s'avviavami era purnecessario di non ignorare donde veniva. Ma come maisenza violaretanti dilicati rispetti che le custodivanopoteva io raccôrretutte queste notizie? Macchinai venti varj disegni: io non potevacapacitarmi che un uomo la interrogasse cosí a dirittura; eracosa impossibile.

UnFrancesino de bon aircapitanoche veniva per viasaltellandomi fe' vedere che la cosa era sí facile che nullapiú; perchéaffrontandoci appunto mentre lagentildonna tornavasi all'uscio della rimessasi piantò tranoi duee senza farsi ben conosceres'introdusse mio conoscente; emi richiese dell'onore di presentarlo alla dama. Io non le era statopresentatoio: però volgendosi a leile si presentòné piú né meno da séinterrogandola sevenisse di Parigi.

—No — ma rispose che andava per quella strada.

Vous n'êtes pas de Londres?

—No — diss'ella.

Dunquemadama dovea venir dalle Fiandre:

Apparemment vous êtes Flamande — tornò adire il capitano francese. La dama rispose che sí.

Peut-être de Lille? — disse ch'ella non era diLilla.

—Né d'Arras? - né di Cambrai? - né di Gand? - nédi Brusselle?

Risposech'essa era di Brusselle.

Egliaveva avuto l'onoredicevad'intervenirvi al bombardamentonell'ultima guerra: - era galantemente situata pour celaepiena di noblesseallorché gl'Imperiali ne furonocacciati da' Francesi (la gentildonna fece una riverenza); e cosíragguagliandola della vittoria e del merito che anch'egli n'ebbelapregò dell'onore di sapere il nome di leie le fece uninchino.

Et madame a son mari? — disse: fe' due passi; guardòaddietroe senza aspettare rispostasaltellò per la via.

Quandoavessi fatto sett'anni di noviziato in una bottega di belle creanzenon avrei imparato a far tanto.



XV


LARIMESSA


CALAIS


Mentreil capitanetto francese si liberava di noimonsieur Desseincapitò con la chiave della rimessa a introdurci nel magazzinode' suoi calessi.

Laprima ad affacciarmisiallorché egli spalancava le impostefu un'altra vecchia sdruscita désobligeante; equantunque fosse l'effige sputata di quella che un'ora fa nel cortilem'avea dato tanto nel genioil vederla e il sentirmi rimescolare fututt'uno; e pensai che doveva pur essere un selvatico animale coluial quale venne prima nel cuore di costruire sí tristamacchina; né io aveva piú di carità per l'uomoche si pensasse mai d'adoprarla.

Parvemiche neppure la signora ne fosse molto invaghita; e monsieurDesseincome savioci guidò verso un paio di sedie dapostauna accanto all'altra; dicendonel raccomandarceleche lefurono comperate da Lord A. e B. per il grand tourma che nonoltrepassarono Parigied erano buone per tutti i conti quanto se lefossero nuove. Erano troppo buonee m'attenni a un'altraeincominciava già a contrattarla:

—Ma ci capiranno al piú due persone — dissi tirando a melo sportello; e v'entrai.

—Piaccia a madama — disse monsieur Desseine le porgevail braccio — piacciale di salirvi.

Lasignora ci pensò un minuto secondoe salí: in quellail ragazzo accennò di voler parlare al padrone: e monsieurDessein serrò lo sportelloe ci lasciò dentro.




XVI


LARIMESSA


CALAIS


C'estbien comiquebizzarra cosa! — disse la signora; e sorriseavvisandosi com'essa per un gruppo d'accidenti da nulla erasi trovatacosí sola meco due volte — c'est bien comique —diceva ella.

—Mancherebbe alla bizzarria — le diss'io — l'uso comico chela galanteria d'un Francese ne trarrebbe: amoreggiandovi alprimo momentoe offerendosi a voi con tutta la sua persona alsecondo.

C'est leur fort — replicò la signora.

—Portano almen questo vanto — diss'io — se poi ci riescanoe comeio nol so; certo è ch'ei sono in concetto diintendersi d'amoree di professarne l'arte meglio d'ogni altropopolo sotto il cielo: ma io gli ho per guastamestieri solennieveramente per pessimi fra quanti arcieri tentarono mai l'arco e labenignità di Cupido.

Volerfare all'amore per sentimenti!(33)pensate! Come s'io presumessi di farmi un elegante abito intero conde' ritagli; e fanno all'amoreaffrontandovicon una dichiarazionealla primaed avventurando l'offerta e se stessi con tutti i poure contre al bilancio d'un animo freddo.

Lasignora ascoltava quasi aspettando ch'io continuassi.

—Or madama rifletta — soggiunsi posando una mano sovra le sue —che

«lepersone gravi odiano l'amore in grazia del nome

«gliegoisti in grazia di se stessi

«gliipocriti in grazia del cielo;

«enoi tutti quantigiovani e vecchisiamo ben dieci volte piúsbigottiti che offesi dal solo rumore. E oh come si fa scorgerepoveretto e novizio in questo commercio chiunque si lascia scapparela parola d'amorese per un'ora o due per lo meno non l'ha primarepressa con un silenzio ormai divenuto cocente! Persevera nellegentilezzee che le sieno delicatissime e tacitee non dieno tantonell'occhio da insospettirema né tanto poco da esseretrascurate: e di tanto in tanto un'occhiata parziale; dir pochissimoo nulla… Lascia con l'amica tua la Naturae le comporràin cuore l'amore a suo modo.»

—Dunque dichiaro solennemente — disse la signora arrossendo —che voi sino ad ora m'avete fatto sempre all'amore.




XVII


LARIMESSA


CALAIS


MonsieurDessein tornò a trarci di quella sediae annunziòalla signorache il conte di L***fratello di leiarrivavaall'albergo. È vero ch'io le desiderava ogni bene; pur nondirò che quell'annunzio giungesse lieto al mio cuore ného potuto tacerne.

—E cosí dunquedonna gentile — diss'io — usciròdi speranza che voi accettiate l'esibizione?…

—Né occorre che me la spiegate — m'interruppe ellaposando fra le mie la sua mano.

—Rare voltemio buon signoreun uomo s'accinge a un'offerta dicordialità verso una donnae che essa non n'abbiapresentimento un po' prima.

—Ed è un'arma che la Natura le dà — risposi io —per la preservazione immediata.

—Non però credo — diss'ella mirandomi in viso — ch'ioavessi dovuto star in sospetto; anzi per trattarvi candidamenteiodisegnava già d'accettare; e se… — (e tacquealquanto) sí — continuò — credo che la vostraamorevolezza m'avrebbe confortata a narrarvi una storia per cui lapietà sarebbe stata l'unica cosa pericolosa del viaggio.

Ementre parlavaminon le spiacque ch'io le baciassi e ribaciassi lamano; e con uno sguardo affettuoso misto di rincrescimentouscídella sediae disse addio.










XVIII


SULA VIA


CALAIS


Nonhoda che vivosbrigato piú speditamente d'allora un negoziodi dodici ghinee. Il tempodopo quell'«addio»m'eragrave; vidi che ogni momento si sarebbe pigramente raddoppiato per mefino a che non avessi pigliato le mosse: ordinai sul fatto i cavallie m'affrettai verso l'albergo.

«Redel cielo!» esclamai nell'udire che all'oriuolo della cittàbatteano le quattroe accorgendomi ch'io mi trovava da poco piúd'un'ora in Calais.

Vediche gran libro può in sí breve tratto di vita arricchird'avventure chi s'affeziona col cuore a ogni cosae chiavendoocchi per vedere ciò che l'occasione ed il tempo gli vanno dicontinuo mostrando a ogni passo del suo camminonon trascura nulladi quanto egli può lecitamente toccare!

Senon riesce una cosariescirà un'altra; né importa: fuun saggio a ogni modo dell'umana natura; la mia fatica m'èpremio; mi basta: il diletto dell'esperimento tien desti i miei sensie la parte spiritosa del mio sanguee lascia dormir la materia.

Compiangol'uomo che può viaggiare da Dan a Bersabea(34)ed esclama: «Tutto è infecondo!» ed è: etale è l'universo per chiunque non vede quanto ei saràliberale a chi lo coltiva.

«Ponetemi»diss'io stropicciandomi lietamente le mani «dentro a undesertoe troverò di che farmi rivivere tutti gli affetti: nefarei dononon fosse altro a qualche mirto soave; e mi cercherei peramico un malinconico cipresso: corteggerei le loro ombree liringrazierei affabilmente della loro ospitalità: vorreiintagliare il mio nome sovr'essie giurerei ch'ei sono i piúamabili fra gli alberi del deserto: se le loro foglie appassisseroimparerei a condolermene; e quando si rallegrasseromi rallegrereicon essi.»

Smelfungusuomo dottoviaggiò da Bologna-a-mare a Parigida Parigi aRomae via cosí; ma si partí con l'ipocondria el'itterizia; ed ogni oggetto da cui passava era scolorato e deforme:scrisse la storia del suo viaggio; la storia appunto de' suoi miserisentimenti.

IncontraiSmelfungus sotto il gran portico del Pantheon: ei n'esciva.

La è poi — mi diss'egli — un'enorme arenada galli.

—Non aveste almen detto peggio della Venere de' Medici — glirisposi; da chepassando per Firenzeio aveva risaputo ch'eglis'era avventato alla Dea e trattatala peggio d'una sgualdrina e senzala minima provocazione in natura.

M'avvennianche in Torinomentr'egli ripatriavain Smelfungus; e aveva danarrare un'odissea di sciagurate vicende«ov'ei di casimiserandi dirà per onde e campie di cannibali che sidivoranoe di antropofagi»(35)e che l'avevano scorticato ch'ei ne sfidava san Bartolommeoediabolicamente arrostito vivo(36)ad ogni osteria dov'ei si posava.

—E lo dirò — gridava Smelfungus — lo diròall'universo.

—Ditelo al vostro medico — rispos'io — saràmeglio(37).

Mundunguse la sua sterminata opulenzapercorsero tutto il gran giroandandoda Roma a Napoli; da Napoli a Venezia; da Venezia a Viennaa Dresdaa Berlino: e non riportò né la rimembranza d'una solagenerosa amiciziané un solo piacevole aneddoto da raccontarsorridendo: correva sempre dirittosenza guardar né asinistra né a destratemendo non la compassione o l'amorel'adescassero fuor di strada(38).

Pacesia con loro! se pur v'è pace per essi: ma nél'empireose è possibile che sí fatte anime arrivinolassúavrà mai tanto da contentarli. Ogni spiritogentile aleggerebbe su le penne d'Amore a benedire la loroassunzione; ma svogliatamente ascoltandole anime di Smelfungus e diMundungus pretenderebbero antifone di gioja sempre diversesemprenuove estasi d'amoree sempre congratulazioni migliori per la lorocomune felicità. Non sortironoe li deploro cordialmentenonsortirono indole atta a goderne; e fosse pure assegnata a Smelfunguse Mundungus la beatissima tra le sedi del paradisoei sarebbero sílungi dalla beatitudineche anzi le anime di Smelfungus e diMundungus vi farebbero penitenza per tutta quanta l'eternità.





XIX


MONTREUIL


Ioaveva una volta perduto la valigia di dietro il calesse: io era duevolte smontato alla pioggiae un'altra volta nel fango sino alginocchio a dar mano al postiglione tanto che la rassettasse; némi venne mai fatto d'accorgermi del difetto: e solocome giunsi aMontreuilalla prima parola dell'oste che mi chiese se m'occorresseun servom'avvidi che questo era appunto il difetto.

—Un servo! e' m'occorre pur troppo — risposi.

Perchémonsieur dicea l'oste abbiamo uno sveltissimo giovinotto a cui non parrebbe vero diaver l'onore di servire un Inglese.

Mae perché un Inglese piú ch'altri?

Sono sí generosi! replicò l'oste.

Frustatemi dissi meco s'io non mitroverò una lira di meno in saccocciae stassera.

Ma hanno anche il modomonsieur — disse l'oste.

Nota a mio debito un'altra lira dissi io.

Ier sera per l'appunto continuò l'oste unmylord anglois présentoit un écu à la fillede chambre.

Tant pis pour mademoiselle Jeanneton — rispos'io.

OrJeanneton era figliuola dell'oste; e l'ostepigliandomi pernovizio di francesem'avvertí con mia buona licenzach'ionon doveva dire tant pisma tant mieux.

Tant mieux toujours monsieurse molto o poco si busca;tant pisse nulla.

Gli è poi tutt'uno(39)risposi.

Pardonnez-moi disse l'oste.

Equi gioverà piú che altrove un avvertimento: badateciora per sempre. Tant pis e Tant mieux sono due cardinidella conversazione francese; e quel forestiero che se neimpraticherà innanzi di entrare in Parigifarà dasavio.

Undisinvoltissimo marchese francesealla mensa del nostroambasciadoreinterrogò mister Humes'egli era Homepoeta?

No rispose Hume mansuetissimamente.

Tant pis soggiunse il marchese.

Questi è Hume storico disse un altro.

Tant mieux soggiunse il marchese. E mister Humeuomo d'ottimo cuore gli rese grazie per tutti e due(40).

Poichél'oste m'ebbe addottrinato di questo puntochiamò LaFleurnome del giovinotto.

Le dirò monsieur dicea l'oste ch'io non presumo di parlare dell'abilità del giovine:monsieur ne sarà giudice competente; ma circa lafedeltàmi scrivo mallevadore con tutto il mio.

Alleparole dell'ostee piú al modo con che le dissel'animo miosi deliberò detto fatto; e La Fleurche stava fuoriaspettando con quel batticuore affannoso che ciascuno di noi tuttifigliuoli della Natura avrà alla sua volta provatoentrò.





XX


MONTREUIL


Iosono corrivo ad appagarmi d'ogni sorta di gente alla prima; ma piúche mai se un povero diavolo viene a esibire la sua servitú aun sí povero diavolo come io sono: e perch'io so che ci peccocomporto sempre che il mio giudizio riveda la mia stima difalcandovipiú o menosecondo il mio modo d'allorail casoe diròanche il genere della persona ch'io dovrò governare(41).

VedendoLa Fleurio concedeva il difalco che io poteva in coscienza;ma l'idea tutta ingenua e il primo aspetto del giovanegli diederovinta la lite: e però prima l'assoldaiposcia presi ainformarmi di ciò ch'ei sapeva fare: se non che dissi mecoscoprirò le sue abilità secondo i bisogni: e poiunFrancese fa di tutto.

Oril povero La Fleur non sapeva far altro sopra la terra chebattere il tamburoe suonare due o tre marcie sul piffero. Ad ognimodo mi posi in cuore che le sue abilità mi bastassero; eposso dire che la mia dabbenaggine non fu mai tanto derisa dal miosenno quanto per questo esperimento.

LaFleur era comparso nel mondo per tempoe cavallerescamente comei piú de' Francesiservendo(42)per alcuni anni; a capo de' qualivedendo pago il suo genioe cheegli forseo senza forsedoveva starsi contento dell'onore dibattere il tamburoil che gli precludeva ogni piú largosentiero alla glorias'era ritirato à ses terreseviveva comme il plaisoit à Dieu: di pazienza.

Su via disse il Senno percorrila Francia e l'Italia con un tamburino: bel compagno di viaggio! epagalo.

E tu cianci gli risposi io che? lametà della nostra baronia non fa ella forse con un tamburo(43)compagnon de voyage il medesimo giroo non ha ella ilpiffero(44)e il diavoloed ogni cosa da pagare per giunta? Chi ne'combattimenti ineguali può schermirsi con un équivoquenon ha sempre la peggio. Pur tu saprai fare qualchealtra cosaLa Fleur? — Ohqu'ouisapea cucireun pajo di calzerottie suonare un poco il violino.

Bravo! mi gridò il Senno.

Perché no? gli risposi suonoanch'io il violoncello; ci accorderemo benissimo. Tusaprai maneggiare i rasoje racconciare un po' una parruccaLaFleur? Quest'era appunto la sua vocazione.

Per mia fè! basta diss'io interrompendolo e dee bastare per me. Venne intanto la cena; evedendo un vispo bracchetto inglese da un lato della mia seggiolaedall'altro un valletto francese a cui la natura aveva conliberalissimo pennello dipinto il volto d'ilaritàtutta lagioja dell'anima mia esultava del mio impero; e se i monarchisapessero cosa si voglianoesulterebbero al pari di me.




XXI


MONTREUIL


PerchéLa Fleur fece meco tutto il viaggio di Francia e d'Italiaeverrà spesso in iscenaparmi di affezionargli alquanto meglioi lettori. Sappiate ch'io non ebbi mai da pentirmi sí pocodegli impulsiche per lo piú mi fanno risolverecome conquesta creatura fedelissimaaffettuosasemplice creatura fra quantemai s'affannarono dietro le calcagna di un filosofo; e quantunquedelle sue perizie di suonatore di tamburoe di sarto da calzerottiottime in sénon potessi veramente giovarmila suagiovialità m'era largo compenso: suppliva a tutti i difetti: isuoi sguardi m'erano fidato rifugio in tutti i disagi e pericoli:intendo solo de' miei; perché La Fleur era inviolabile:e se fameo seteo nuditào vegliao qualunque altrasferzata di mala ventura coglieva nei nostri pellegrinaggi LaFleurtu non ne vedevi né ombra né indizio in quelvolto; ed era eternamente tal quale: e però s'ioe Satanassoa ogni poco mi tenta con quest'albagias'io pure mi sono un pezzo difilosofola mia boria è mortificata quando considerol'obbligazione ch'io ho alla complessionale filosofia di questopovero compagnoneil quale a forza di farmi vergognare mi ridusseuomo di razza migliore. Nondimeno La Fleur mi sapeva alquantodi fatuo; ma pareva alla prima piú fatuo di natura che d'arte;né fui tre giorni fra i Pariginich'ei non mi sembròpunto fatuo(45).




XXII


MONTREUIL


Aldí seguente La Fleur assumea la sua carica; e gliconsegnai la valigia e la chiavecon l'inventario della mia mezzadozzina di camicie e delle brache di seta nera: gli ordinaid'assettare ogni cosa sopra il calessedi far attaccare i cavalli edi dire all'oste che salisse col conto.

C'est un garçon de bonne fortune dissel'oste; e m'additava dalla finestra mezza dozzina di sgualdrinelletutte intorno a La Fleur; e gli dicevano amorosamente buonviaggio: ed eglitanto che il postiglione menava fuori i cavallibaciava la mano a tutte attorno attorno; e tre volte si asciugògli occhi; e tre volte promise che porterebbe a tutte delleindulgenze da Roma.

—Quel giovinotto — mi disse l'oste — è benvoluto datutto il paese; ogni cantuccio di Montreuil s'accorgeràch'egli manca. Gran disgrazia per altro! — continuòl'oste — ed è la sola ch'egli abbia: «Èsempre innamorato».

—Beato me! — gli risposi — ch'io non avrò il fastidiodi rimpiattarmi le brache sotto il guanciale(46).— Queste parole erano piú a lode miache di La Fleur.Vissi innamorato sempre or d'una principessa or d'un'altra; e cosíspero di vivere fino al momento ch'io raccomanderò il miospirito a Dio; perché la mia coscienza è convinta ches'io commettessi una trista azionela commetterei sempre quando unamore è in me spento ed il nuovo non è per ancheracceso: e nel tempo dell'interregno m'accorgo che il mio cuore fa ilsordoe mi concede a stento sei soldi da far elemosina alla miseria:però mi sollecito a rompere questo gelo; e il raccendermi e ilrisentirmi pieno di generosità e di benevolenza è tuttoun punto: e farei di tutto per tuttie con tuttipurché mipersuadessero ch'io non farei peccato. Ma… e queste parole sonocertamente piú a lode della passione che mia.




XXIII


FRAMMENTO


Lacittà d'Abderaquantunque vi abitasse Democrito es'industriasse di farlacon tutta l'efficacia dell'ironia e delridicoloravvedereera dissoluta ed abiettissima fra le cittàdella Tracia: ed era da tanti veneficj e assassinj e congiure libellie pasquinate e tumulti appestata che pochi vi giravano sicuri digiornoe di notte nessuno.

Ormentre ogni cosa andava alla peggioavvenne che l'Andromedad'Euripide(47)si rappresentasse in Abderae con sommo diletto del popolo; ma piúch'altro que' tocchi che la Natura aveva divinamente suggeriti alpoeta nella patetica invocazione di Perseo:


Rede' celesti e de' mortaliAmore — e segg.


que'teneri tocchi vinsero tutti i cuori.

Equasi tuttiil dí dopoparlavano in jambi schietti; e nonparlavano che della patetica invocazione di Perseo:


Rede' celesti e de' mortaliAmore!


Perogni via d'Abderaper ogni casa:


OAmore! Amore!


Eper ogni labbro quasi note di musica naturale modulateinavvedutamente per soave forza di melodiascorreano queste parole:


OAmore! o re de' numi e de' mortali!


Efurono faville d'immensa fiamma; perché la cittàcomefosse il cuore d'un uomo solos'aperse tutta quanta all'Amore.

Néspeziale trovava da vendere piú ormai dramma di elleboronéverun armajuolo si attendeva di temprare un solo stromento omicida:l'amicizia e la virtú s'incontravano baciandosi per le vie: ilsecolo d'oro tornava pendendo su la città d'Abdera: ogniAbderita diè di piglio alla sua zampognae tutte le donneAbderitesmettendo i loro trapunti di porporasedevano vereconde adascoltar la canzone.

QuelNume (dice il frammento) che regna dal cielo alla terra e negliabissi del marepoteva solo oprar tanto.




XXIV


MONTREUIL


Quandotutto è in puntoe s'è discusso col locandiere ogniarticolo e s'è pagatoove questo avvenimento non t'abbia unpo' inacerbitotu non puoi salire nel tuo calessese prima nondisponi sull'uscio un altro affaruccio co' figliuoli e con lefigliuole della povertàche ti attorniano. Deh! non t'escamai detto: — Vadano al diavolo! — durissimo viaggio perque' tapinii qualicredimicamminano con una croce assai gravesopra la terra. Ond'io credo meglio di provvedere la mia manod'alquanti soldi; e chiunque tu siaio ti conforteròoviaggiatore cortesea imitarmi: e non accade se tu non registriesattamente i motivi di questa partita. Tal v'èche altroveli nota per te.

Iodo sí poco che nessuno dà meno; ma conosco pochissimi iquali abbiano sí poco da poter dare: e però non neparlereise or non fosse mio debito di dar conto del mio primopubblico atto di carità in Francia.

—Guai a me! — diss'io. — Ecco otto soldi in tutto — eli mostrava schierati su la mia palma — ed ecco otto poveri edotto povere.

Unapovera anima sdruscita senza camicia indossorivocòsubitamente la sua pretesaritraendosi due passi dal cerchio(48)e confessando con un tacito inchino ch'ei non potea presumere tanto.Se tutto il parterre avesse unanimemente esclamato: «Placeaux dames!» non avrebbe espresso sí vivamente ilsentimento di deferenza verso il bel sesso.

Tuhai certamentemio Dio! ordinato che la pitoccheria e l'urbanitàle quali nell'altre contrade si guardano nimichevolmentes'affratellassero in questa; ma e questo è puro un arcano de'tuoi sapienti consigli!

Indussiquel meschinello a gradire il presente d'un soldoe solo in graziadella sua politesse.

Unpovero compagnone mezzo pigmeo tutto brioche mi stava a rincontronel cerchios'acconciò prima sotto l'ascella un non so cheche fu già cappello; poi si trasse di tasca la tabacchieral'aprie n'esibiva a destra e a sinistra: ma perché il donoera di qualche rilievonon fu dagli altricome discretiaccettato:quel poveretto gli andava con atti d'accoglienza animando: —Prenez-enprenez — e cosí dicendo non guardava latabacchiera; però ciascheduno si pigliò la sua presa.

—Peccato se la tua scatola ne mancasse mai! — e vi misi dentrodue soldipigliandomi a un tempo una lieve presa per farglieliparere piú cari; e di ciò si mostrò piútenuto che del danaro: l'elemosina era elemosina; ma la miadegnazione gli faceva onore; e mi corrispose con un inchino profondosino a terra.

—To' — dissi a un vecchio soldato monco che era statosbattagliato e rotto a morte militando — to' un pajo di soldi oinfelice!

Vive le Roi! — gridò il veterano.

Mirimanevano appena tre soldi; ne diedi uno puramente pour l'amourde Dieu titolo per cui mi fu chiesto; e quella povera femminaera sciancatané si potea appormelocredoad altro motivo.

Mon cher et très charitable monsieur.

—Non si può contraddirgli — diss'io.

Mylord anglois — il suono solo merita quattrini: e lopagai col mio ultimo soldo.

Manella mia fogaio aveva trascurato un pauvre honteuxche nonaveva chi domandasse un quattrino per essoe che forse si sarebbelasciato morire anziché domandarlo da sé. Stava rittoaccanto al calesse alquanto fuori del cerchioe rasciugava unalagrima da quegli occhi i qualia quanto pensaiaveano vedutogiorni migliori. «Mio Dio!» dissi meco «némi avanza piú un solo soldo da dargli.»

«Ahtu ne hai mille!» gridarono tutte le potenze della Naturaagitandosi dentro di me; e gli diedinon giova dir quanto: ora mipar troppoe me ne vergognoallora io invece vergognavaparendomi poco. Or che il lettore ha questi due datipotràse pur gliene importacongetturando sulla disposizione dell'animomiodiscernerelira piú lira menola somma precisa.

Aglialtri io non poteva dare piú ormai se non un: Dieu vousbénisse.

Et que le bon Dieu vous bénisse encore — disse ilveterano moncoil nano ecc. Il pauvre honteux non potea dirparola: s'asciugava il viso col suo fazzoletto e partiva; ed iopensai che egli mi ringraziava assai meglio degli altri.




XXV


IL«BIDET»


Cosídisposti tutti questi affaruccim'adagiai; né mai néin verun'altra sedia da posta piú agiatamente d'allora:m'adagiai nella mia sedia da posta. La Fleur mettendo da unfianco del bidet(49)uno stivalone da bottae un altro stivalone dall'altra (le sue gambenon vanno contate) mi precorreva galoppando felice e conl'equilibrato contegno d'un principe.

Mache è mai la felicità? che è mai la grandezza inquesta dipinta favola della vita? Un asino mortoe non s'era corsouna legas'attraversa improvvisamente come una sbarra alla carrieradi La Fleur: il ronzino non voleva passarvi: vengono a rissatra loro; e il povero ragazzo fu propriamente sbalestrato fuor de'suoi stivaloni alla prima coppia di calci.

LaFleur tollerò la sua caduta da cristiano francesee nondisse né piú né meno di: diable! Rizzasisenz'altro; si rappicca col ronzino: lo inforca; e battealo comeavrebbe battuto il tamburo.

Ilronzino salta di quarisalta di làe ricalcitratorna diqua e poi di làda per tutto insomma fuorché versol'asino morto. La Fleur voleva spuntarlae il ronzino te loscavalca.

—Che hai tuLa Fleur — gli diss'io — con quel tuobidet?

Rispose:— Monsieurc'est un cheval le plus opiniâtre du monde.

Edio: — Se la bestia è cocciutasi trovi la strada a suaposta.

LaFleur smontòaccomiatandolo con una sonora scuriata; e ilronzino mi pigliò in parolae si mise la via di Montreuil frale gambe.

Peste! — disse La Fleur.

Orquida che non cade mal-à-proposnoteremochequantunque La Fleur non siasi valuto se non se di due diversivocaboli d'esclamazionecioè diable! e peste!l'idioma francese non per tanto ne ha trea guisa di positivocomparativo e superlativo; ciascheduno de' quali si adopera ad ogniimpensato gitto di dadi nel mondo.

Lediable! è primopositivo gradoregolarmente usitatonelle ordinarie commozioni dell'animo. Poniamoti riescono i dadi indoppietto; La Fleur scavalcato; e via via; per la ragionemedesima al cocuage(50)basta sempre le diable!

Mase il caso ti tenta nella pazienzacome questo del ronzino chescappa alla stalla piantando La Fleur tutto d'un pezzo ne'suoi stivalonivuolsi il grado comparativo: e allora: Peste!

Equanto al superlativo…

Mail cuore mi si stringe di compassione e d'amore del prossimoconsiderando quali misure denno esserle toccate in sortee quantodeve essere stata martoriata a sangue una nazione sí dilicatase fu violentata ad usarne.

Ispiratemivoio potenze che nel dolore snodate la lingua all'eloquenza!Comunque corra il mio dadoispiratemi esclamazioni timoratetanto ch'io non nomini invano la mia natura.

Maquesta è grazia che non si può in Francia impetrare;onde mi rassegnai di lasciarmi all'occasione sferzare dalla fortunasenza mandare esclamazione veruna.

LaFleur che seco non avea questi pattiappostò con gliocchi il ronzino finché gli svaní dalla vista; eallora… ma chi vuolesupplisca del suo l'esclamazione con cuiLa Fleur uscí finalmente di quella briga.

Esiccome non v'era verso d'inseguire con gli stivaloni un cavalloadombratoa me non rimaneva se non il partito di pigliarmi LaFleur o dietro la sedia o dentro.

—Starà meglio dentro — diss'io; e in mezz'ora fummo allaposta di Nampont.






XXVI


NAMPONT


L'ASINOMORTO


Equesta — diceva egli riponendo i frusti di una crosta di panenella sua bisaccia; — e questa saria la tua parte se tu vivessia mangiartela meco. — Dall'espressione mi parve che egliparlasse all'ombra del suo figliuolo: parlava al suo asino; e appuntoall'asino morto su per la stradae che diè la mala ventura aLa Fleur. E quel pover'uomo mostrava di rammaricarsene purassai; e mi tornò subito a mente la lamentazione di Sancio perl'asino suo: ma l'uomo ch'io udivadoleasi con tratti di natura piúschietti.

Ildolente sedeva a un muricciolo dell'usciocol basto e la briglia delsuo asino accanto; e di tanto in tanto li ripigliavapoi li posava;rimiravalie crollava la testa. Ripigliò la crosta di panefuori della bisacciaquasi volesse mangiarne; la tenne alquantoepoi la posò sul morso della briglia dell'asino: miròpensieroso all'apparecchio ch'egli avea fattoe sospirò.

Lasemplicità del suo cordoglio gli trasse attorno assai gente;fra gli altri La Fleur; ed iotanto che si allestivano icavallirimasi nella mia sediadonde poteva vedere e ascoltaresovr'essi.

Dissech'ei veniva di Spagnadov'era ito dagli ultimi confini dellaFranconia; etrovandosi ancor sí lontano dalla sua terral'asino suo gli morí. Mostravasi ognuno bramoso d'udire perchémai un uomo sí vecchio e sí povero si fosse tolto dalproprio tetto ed accinto a tanto cammino.

Piacqueal cieloei dicevadi benedirlo di tre figliuolibellissimi fratutti i garzoni in Germania; ma in una settimana perdé i dueprimogeniti di vajuolo; e ne ammalò anche il minore: peròtemendo di rimanersi deserto nella sua casafe' voto chese Dio nonsi toglieva anche questoegli per gratitudine peregrinerebbe asant'Jago in Ispagna.

Quitacqueperché la natura gli ridomandava il tributo; e pianseamaramente.

Poidisse che il cielo aveva accettati i pattie ch'egli erasi partitodal suo tugurio con quella povera creaturala quale gli fupazientissima compagnia nel suo viaggioe che aveano in tutto illoro cammino mangiato del medesimo pane; e vissero come due amici.

Tuttii circostanti ascoltavano contristati. La Fleur gli esibivadel danaro.

—N'ho un poco e non piango — dicea quel dolente — l'importo;piango la morte dell'asino: l'asino mioe ne sono sicuromi amava.

Sudi che raccontò la lunga storia di certo disastro per cuimentre passavano i Pireneis'erano per tre giorni smarriti l'unlontano dal l'altro; che in que' tre giorni l'asino aveva cercato dilui quanto egli aveva cercato dell'asino; e che non aveano quasi maitoccato pane né acquafinché non si furono riveduti.

—Tu haise non altrouna consolazioneo uomo dabbene — io glidissi — nella perdita della tua povera bestia: perch'io sonocerto che tu gli fosti misericordioso padrone.

—Ohimè! — mi rispose quell'addolorato — cosíanch'io mi credeva finché il mio asino visse; non cosíora ch'è morto; e temo che il peso di mee delle mieafflizioni insiemenon gli sia stato assai grave e avràlogorato la vita a quella povera creatura: e temo che dovròrenderne conto.

«Vergognaa noi!» dissi meco «se tra di noi almeno ci amassimoquanto questo povero vecchio amava il suo asino non saria poco».




XXVII


NAMPONT


ILPOSTIGLIONE


Allamestizia di cui la storia di quel poveretto m'aveva inondatobisognava alcuna caritatevole cura; ma il postiglione non ci badò:e mi rotolò sul pavé di scappata(51).

L'animadel pellegrino assetato nelle solitudini piú arenose d'Arabianon si strugge per un bicchiere d'acqua di fontequanto allora lamia per moti gravi e posati; ed avrei fatto moltissima stima delpostigliones'egli si fosse dileguato meco a passi quasi pensosi:invecefinito appena il piagnisteo del dolentequel ghiottoncellolasciò andare un'inumana frustata all'uno e all'altro de' suoironzini; e pigliò la mossa col fracasso di mille diavoli.

Iogli gridava a tutta voce: — Per Dio! va' piú adagio —e tanto io piú gridoe tanto piú spietatamente eigaloppa. — Il demonio sel porti e gli cavalchi in groppa! —diss'io. — Vedilo? costui andrà straziandomi i nervi abrani finché m'abbia malamente cacciato in una collera matta;poscia se n'andrà a piè di piombo tanto ch'io possaassaporarmela a sorsi.

Ilpostiglione coglieva il punto a pennello: ementre giungeva appièdi un'erta poco piú d'un miglio fuor di Nampontegli m'avevagià fatto entrare in collera contro di lui e contro di me edella mia collera.

Aquesto mio nuovo stato bisognava cura diversa; e un buon galoppofragoroso m'avrebbe ridato la vita.

—Orpregotiva'mio figliuolo — diss'io.

Ilpostiglione m'additò l'erta. M'ingegnai dunque di ritessermicom'io potevala storia dello sconsolato Tedesco e dell'asino; ma ilfilo mi s'era rottoe il rappiccarlo era disperata impresa per mesiccome il trotto per quel postiglione.

«Mase l'ho detto che il demonio ci mette la coda! Eccomi» dicevaio «qui sedutosinceramente disposto quant'altri mai a ridurrein meglio il peggioe tutto mi s'attraversa».

Tuttaviala Natura si riserva un lenitivo soave ne' mali; ed io l'accolsigrato dalle sue mani e m'addormentai. La prima parola che misvegliava fu Amiens.

«SeDio m'aiuti!» esclamai stropicciandomi le palpebre «questaè la città dove sta per venire la mia povera dama.»




XXVIII


AMIENS


Leparole m'usciano di boccaquando trapassò in posta il calessedel conte de L*** e di sua sorellala quale ebbe appena tempodi farmi un saluto di riconoscimento; anzi un saluto che misignificava che non era per anche tra noi finita ogni cosa. Ella aveatanta bontà nell'animo quanta negli occhi. Un servo di suofratello vennementr'io sedeva ancora a cena nella mia stanza con unbiglietto in cui ella dicevami: «Che si faceva ardita diraccomandarmi una lettera ch'io recherei di mia mano a madame deR*** la prima mattina che non avessi altro da fare in Parigi»:e soggiungeva: «che le rincrescevae non sapeva ancora direper quale penchantma pure le rincresceva che le fosseconteso di narrarmi la sua storia; e se ne chiamava mia debitrice; ese il mio viaggio mi conducesse mai per Brusselleed io non mi fossidimenticato del nome di madame de L***madame de L*** sisarebbe volentierissimo sdebitata».

«Síti rivedrò» dissi «anima bella! a Brusselle quandod'Italialungo la Germania e l'Olanda per la via delle Fiandretornerò a casa mia: dieci poste al piú fuor di strada;e siano pur dieci mila! Oh di che voluttà spirituale coroneròallora il mio viaggioraccogliendo nel mio secreto il dolore de'lamentevoli casi d'un racconto di sciagura narratomi da síamabile sconsolata! Vedrò le sue lagrime; né potròinaridire la fonte di quelle lagrime! Le rasciugherò se nonaltro (dolcissimo ufficio per me!) dalle guance della prima eleggiadrissima delle donneetenendo il mio fazzolettomi staròper tutta la sera seduto silenzioso al suo fianco.» Desiderioinnocente; pur nondimeno io lo rinfacciai immantinentee conamarissime e rimordenti paroleal mio cuore.

Sod'aver detto a' lettori ch'io per grazia singolare del cielo vivoquasi dí e notte misero servo d'amore. Orpoichémentr'io voltava improvviso una cantonatala mia ultima fiamma dalvedere al non vedere si spense d'un soffio di gelosiala raccesiecorrea già il terzo mesealla candida face d'Elisagiurandoche arderebbe per tutto il mio viaggio. Ma perché diròtimidamente la verità? Giurai fedeltà eterna; peròtutti gli affetti miei erano di ragione d'Elisa edividendoliiogl'indeboliva; cimentandoliio li mettea a repentaglio: al cimentosta sempre allato la perdita. E che potresti piúYorick! chemai potresti rispondere a un cuore tutto pieno di lealtà e difiduciasí generoso e sí candidoe incapace perfinodi rinfacciarti?

«No;non andrò a Brusselle» diss'io interrompendomi: maquesto era poco alla mia fantasiae mi ricordava le occhiate d'Elisanel frangente della nostra separazionequando nessuno de' due avevacuore di dire addio: io contemplava il ritratto che le mani d'Elisaappendevano con un nastro nero al mio collo econtemplandoloioarrossiva; avrei data l'anima per poterlo baciare; ma io arrossiva.«E questo tenero fiore» dissi chiudendolo fra le mie mani«sarà calpestato fino alla sua radice e calpestatoYorickda te! da teche hai promesso di proteggerlo nel tuo seno?

«Eternafonte di felicità!» dissi inginocchiandomi a terra«siimi tu testimonioe teco mi sia testimonio ogni spiritocasto che tu disseti e consoli: non andrò a BrusselleseElisa non m'accompagna; noquand'anche per quella strada s'arrivassene' cieli.»

Ilcuorene' suoi trasportivuole semprea dispetto della ragionedir troppo.




XXIX


AMIENS


LALETTERA


Lafortuna non arrideva a La Fleur; e non solo gli si mostròpoco amica nelle sue imprese cavalleresche(52)ma da ch'ei s'arrolò mio scudiereed erano ormaiventiquattr'oregli fu avarissima di occasioni da poter segnalare ilsuo zelo. L'anima sua spasimava già d'impazienza; quandocapitò la lettera di madame de L***. E La Fleurafferrando questo primo praticabile incontroinvitò il servoin un salotto della locandae ad onore del proprio padrone lo trattòdi due bicchieri del vino migliore di Piccardia: e il servo incontraccambioe per non cedere in cortesialo condusse àl'hôtel del conte de L***dove La Fleurperché aveva il passaporto spiegato sul visos'affratellòin grazia dalla sua prévenancecon tutta la gerarchiadella cucina. E siccome un Francesequalunque abilità eglipossiedanon ha ritrosia veruna a sfoggiarlanon erano corsi cinqueminuti che La Fleur s'era già tratto di tasca il suopifferoemenando egli la danzamise in ballo al primo preludio lafille-de-chambre(53)il maître-d'hôtelil cuocola guatteratutti iservii canii gattie un vecchio scimmiotto: né credo chedal diluvio in qua vi sia stata mai cucina piú allegra.

Passandodalle stanze del conte alle suemadame de L*** udíquel tripudio. Suonò chiamando la fille-de-chambreene chiese; e come seppe che il valletto del gentiluomo inglese aveacol suo piffero messa in brio la famigliacomandò ch'eisalisse.

Mail cattivelloche non sapeva come presentarsele a mani votesalivale scale addossandosi mille e piú complimenti in nome del suopadrone: v'aggiunse una serie d'apocrife inchieste sulla salute dimadame; le significò che monsieur suo padroneera au désespoir(54)temendo ch'ella si risentisse de' disagi del viaggio; eper dirtuttoche monsieur aveva ricevuto la lettera di cui madamel'onorò.

—E mi onora egli — disse madame de L*** interrompendo LaFleur — di un biglietto in risposta?

Madamede L*** lo interrogò con tanta fiducia che a La Fleurnon bastò l'animo di contraddirle; e gli tremava il cuore perl'onor mioe probabilmente per l'onore suo propriocome s'eglifosse uomo da starsi con un padrone trascurato en égardsvis-à-vis d'une femme; e non sí tosto madame deL*** gli domandò se le recava un biglietto:

Oh qu'oui — le rispose; e gittandosi a piedi il cappelloe pigliandosi con la mano sinistra la falda della tasca drittacomincia a frugarvi con l'altra mano: tenta l'altra falda —Diable! — fruga per ogni tasca: tasca per tasca in gironé si dimentica del taschino — Peste! — votòdunque le tasche sul pavimentoesponendo un collarino sudiciounpettineuna pezzuolaun frustinoun cuffiottoe dava un'occhiatadentro e fuori al cappello — Quelle étourderie! —Aveva lasciato il biglietto sulla tavola della locanda; correva peressoné starebbe tre minuti a portarlo.

Iom'alzava da cenaquando La Fleur capitò aragguagliarmi del casoe me lo contò puntualmentesuggerendomicon mia buona grazia chese monsieur (par hasard)si fosse dimenticato di rispondere alla lettera di madamequest'espediente gli dava adito di ripiegare al faux pas:quando che nole cose starebbero come stavano.

Veramenteio non era certo se la mia étiquette m'ingiungeva discrivere o no; ma quand'anche io scrivessineppure il diavolo potevaadirarsene(55):né io doveva mostrarmi ingrato allo zelo ufficioso d'un servotenero dell'onor mio; e quand'anche egli avesse errato ed io mivedessi mal mio grado impacciatonon si poteva imputarlo al suocuore. Per veritànon era necessario ch'io rispondessi; macome mai mortificare quel ragazzo che diceva con gli occhi: —Non ho io forse ben fatto?

—Va tutto beneLa Fleur — dissi; e bastò.Spiccasiche parea lampodi camera; torna col calamaioe conl'altra mano piena di penne e di fogli; accostasi al tavolino;m'apparecchia ogni cosa davantimostrando in vista tal compiacenzach'io non ho potuto non pigliare la penna.

Cominciairicominciai; esebbene io dovessi dir poco o nullae quel nullapotesse esprimersi in mezza dozzina di righeimbrattai di varjesordj mezza dozzina di fogli; né v'era verso ch'io miappagassi.

LaFleur uscíe mi recò in un bicchiere un po'd'acqua da stemperarmi l'inchiostro; mi provvide di cera-lacca e dipolverino. Tant'erascrissiriscrissicassaistracciaiarsiriscrissi:

Le diable l'emporte! — borbottai meco tra' denti —ch'io non sappia scrivere una misera lettera! — E gittaidisperato la penna.

Gittaila penna; e La Fleur accostandosi ossequiosoe con preghieresenza fine implorando ch'io gli perdonassi l'ardiremi confidòche un tamburino del suo reggimento aveva scritto alla moglie d'uncaporale una lettera.

—E la ho qui in tasca — diss'egli — e spero che faràforse a proposito.

Ame non dispiaceva che quel povero giovinotto si sbizzarrisse.

—L'avrò caro — gli dissi — fa' ch'io la veda.

Edecco fuor di tasca di La Fleur un piccolo taccuino miseramentelogorotraboccante di letterine mal conce e di billets doux;e posandolo sul tavolinoe slacciando una stringa che legava ognicosaandò uno per uno scartabellando quei foglifinchéadocchiò la lettera sospirata.— La voilà! —e cosí dicendo picchiava le palme; la spiegò; me lapose sott'occhio; e si scostò tre passi dal tavolino. Io lessi




LALETTERA


Madame


Jesuis pénétré de la douleur la plus viveetréduit en même temps au désespoir par le retourimprévu du caporalqui rend notre entrevue de ce soir lachose du monde la plus impossible.

Maisvive la joie! et toute la mienne sera de penser à vous.

L'amourn'est rien sans sentiment.

Etle sentiment est encore moins sans amour.

Ondit qu'on ne doit jamais se désespérer.

Ondit aussi que monsieur le caporal monte la garde mercredi: alors cesera mon tour.


CHACUNA SON TOUR


Enattendant — vive l'amour! et vive la bagatelle!

JesuisMadame

Avectous les sentiments

lesplus respectueux et les plus tendres

Toutà vous


JACQUESROQUE.


Bastavadar la contea al caporalee non dire un iota della guardia damontarsi mercoledí; e non c'era né bene né male.Cosíper compiacere a quel buon ragazzo che stava líritto in orazioneper l'onor mioper l'onor suo e per l'onore dellasua letterane estrassi dilicatamente la quintessenzae tornai alambiccarla a mio modo; epoiché l'ebbi munito del miosigilloLa Fleur ricapitò il foglio a madame deL***; e al nuovo dí proseguimmo il nostro viaggio perParigi.





XXX


PARIGI


Perchi può difendere le proprie ragioni con l'eloquenzadell'equipaggioe trionfare fragorosamente precorso da mezza dozzinadi lacché e da un pajo di cuochiParigi è un'ottimapiazza d'armeed ei potrà campeggiarla quanto è lungae larga a sua posta.

Unpovero principe mal armato di cavalleria e la cui fanteria nonoltrepassa un pedonefarà saviamentecedendo il campoesegnalandosipurché egli possa salirvinel gabinetto;salirvida che non vi si scende come mandati dal cielodicendo: «Me voicimes enfants!» Eccomiperquanto parecchi sel credano(56).

Confessoche non sí tosto fui tutto solo nella camera dell'hôtelle adulatrici speranze che mi scortavano sino a Parigi fuggirono a untratto umiliate. Io m'accostava con gravità alla finestravestito del mio polveroso abito nero; eosservando da' vetriiovedeva gran gente a drappelliche in panni gialliverdi ed azzurricorrevano l'arringo del piacere: i vecchi con lance spezzate e conelmi che aveano perduta ormai la visierai giovani con armaturasfolgorante d'oro tersissimalussureggianti d'ogni piú gajapenna d'oriente; e tutti tuttiemulando i cavalieri incantatichene' torneamenti del buon tempo antico armeggiavano per la gloria el'amore.

Egridai: — Ahi povero Yorick! e che puoi tu far qui? Alla primatua prova in questa splendida giostra tu se' ridotto subito alniente: ricovratiricovrati in uno di que' tortuosi viali che untourniquet(57)suole proteggere dalla prepotenza de' cocchi e da' raggi ardenti de'flambeauxe dove potrai conversare soavemente con una benignagrisette(58)moglie di qualche barbiere eaccomodandoti a quelle modeste brigateconsolare in pace l'anima tua.

«Possaio morire se mi ci accomodo!» Cosí dicendocercai lalettera ch'io doveva presentare a Madame de R***. «E perprima cosa visiterò questa dama.» Chiamai La Fleurperché andasse immediatamente per un barbieree tornasse aspazzolarmi l'abito nero.





XXXI


LAPERRUCCA


PARIGI


Venneil barbieree protestò ch'ei non intendeva d'impacciarsi pernulla con la mia perruccada che l'impresa era maggiore e minoredell'arte sua(59).M'attenni dunque al necessario partito di comperarmene una bella efatta a sua stima.

—Ma terrà egli poi questo riccio? Amicoho paura —diss'io.

—Lo tuffi — ei replicò — nell'Oceano; e terrà.

Vedicome ogni cosa in questa città è graduata con unagrandissima scala!(60)«L'immersione del riccio in un secchio d'acqua» sarebbel'estremo termine dell'idee di un parrucchiere di Londra. Chedivario! il tempo e l'eternità.

Iomi professo capitalmente nemico dell'immagini grette e de' freddipensieri che le producono; e tanto le opere grandi della Naturam'allettano sempre alla maraviglia ches'io m'attendessinonderiverei le mie metafore mai fuorché da una montagna almeno.Solamente potrebbesicon questo esempio del riccioopporre allamagniloquenza francese: «Che il sublime consiste piúnella parola che nella cosa». Certo è chel'Oceano ti schiude un'interminabile scena alla mente; mapoichéParigi giace tanto dentro terrafermachi mai poteva aspettarsi ch'ioper amore dell'esperimento corressi per cento e piú miglia leposte? Certo che il mio barbiere non ci pensava.

Ilsecchio d'acquaa fronte degl'immensi abissifa pur la grama figuranell'orazione. Ma si risponde: «Ha un vantaggio: tu l'hai nellostanzino qui accanto; e puoi senz'altra noja sincerarti del riccio».

Siadetto con candida verità e dopo l'esame spassionato dellaquestione: L'elocuzione francese non attiene quanto promette.

Parmiche i precisi e invariabili distintivi del nazionale carattere siravvisino piú in queste minuzie che ne' gravissimi affari diStato né quali i magnati di tutti i popoli hanno dicitura eandatura sí indistintamente uniforme ch'ioper potermiscegliere piú l'uno che l'altro di que' signorinonisborserei nove soldi.

Ec'è tanto voluto innanzi ch'io uscissi di mano al barbiereche per quella sera io non potevain ora sí tardarecare amadame de R*** la mia lettera. Ma quand'uno è bello eattillato per uscire di casale riflessioni sopraggiungono fuor ditempo: pigliai dunque ricordo del nome dell'hôtel de Modènedov'io m'era albergatoe mi avviai senza prefiggermi dove. -Camminando ci penserò.





XXXII


ILPOLSO


PARIGI


Siatepur benedetteo lievissime cortesie! voi spianate il sentiero allavita; voigareggiando con la Bellezza e le Grazie che fanno allaprima occhiata germinare in petto l'amorevoi disserrateospitalmente la porta al timido forestiero(61).

—Di graziamadamefavorisca di dirmi da che parte si vaall'Opéra Comique?

—Volentierissimomonsieur — mi diss'ella; e lasciòil suo lavoro da parte.

Camminandoio aveva alla sfuggita spiato mezza dozzina di botteghe perdiscernere un viso il quale verosimilmente non si turbasse alla miaimprovvisa domandafinché questo m'andò a genioedentrai.

Sedevanel fondo della bottegasovra una poltroncina rimpetto all'uscioelavorava un pajo di manichini.

Très volentiers — ecosí dicendoposavail lavoro sopra una sedia vicina. — Volentierissimo — e sirizzò con sí lieto attoe con sembiante sílietoches'io avessi speso seco cinquanta louis d'oravreidetto: «La è donna riconoscente».

—Voltimonsieur — mi dicevaaccompagnandomi sinoall'uscio ed additandomi a capo di quella via la strada ch'io dovevatenere — volti prima a mano manca: mais prenez garde: lecantonate sono due; faccia due passi di piúe pigli laseconda; poi tiri un po' innanzie vedrà una chiesa; e comel'avrà passatapiacciale di voltare subito a mano rittae sitroverà a dirittura a' piedi del Pont Neufdoveognunos'ella vorrà degnarsi di chiedernesi compiaceràd'avviarla.

Emi ripeteva tre volte gli avvisie tanto alla prima quanto allaterza volta con la medesima cordiale pazienza: e se i toni e imodi hanno pure un significato (e l'hanno di certofuorchéper le anime che fanno le sorde)avresti detto veramente sollecitach'io non mi smarrissi.

Nesupporrò che la gioventú e l'avvenenza (era non di menobellissima fra quante grisettes io mai vedessi in mia vita) mifacessero piú grato alla cortesia; questo sochementre iole diceva quanto gliene fossi obbligatoio teneva tutti gli occhine' suoie ch'io le ripeteva i ringraziamenti quant'essa m'avevaripetuti gli avvisi.

Néio m'era dilungato dieci passi dall'uscioquando m'accorsi ch'io nonsapeva piú sillaba di ciò ch'ella mi aveva insegnato;peròvolgendomie vedendola tuttavia su la sogliaquasibadando s'io pigliava la buona stradame ne tornai per domandarle sela prima cantonata era mano destra o sinistra.

—Me ne sono affatto dimenticato.

—Possibile! — mi diss'ella; e sorrise.

—Possibilissimo — risposi io — per chi pensa piú allapersona che a' suoi buoni consigli.

Edera la verità schietta; e la bellissima grisette se lapigliò com'ogni donna si piglia le cose di sua ragione: conuna riverenza.

Attendez! — mi soggiunseposando una mano sovra il miobraccio per trattenermi; e diceva nel fondachetto interno a un suofattorino che allestisse un pacchetto di guanti. — Sto permandare verso quelle parti — seguitò a dirmi — e sea lei non rincresce di soffermarsiil fattorino si spiccia amomentie la servirà fino all'Opéra.

M'inoltraidunque seco nella bottega; e mentr'io toglieva dalla sediaquasivolessi sedermiviil manichino che essa vi aveva lasciatolabellissima grisette adagiavasi nella sua poltroncinaed io miassisi tosto al suo fianco.

—Si spiccia a momenti — diss'ella.

—E in questi momenti bramerei — le diss'io — di potererispondere con una gentilezza a tanti favori. Tutti possono fare unatto accidentale di bontà; ma la continuità fa vedereche la bontà vive nella tempra della persona: e davvero chese il medesimo sangue che sgorga dal cuore discende ancheall'estremità (e le toccai presso al polso)voi fra tutte ledonne avrete sicuramente polso migliore.

—Lo tasti — diss'ella porgendomi il braccio. Io posai il miocappello; misi in una delle mie mani la sua; e applicai le due primedita dell'altra mia mano all'arteria.

Deh!perché il cieloEugenio mio(62)non volle che tu allora passassi a vedermi sedutoin abito neroconquesta mia faccia svenevolmente cachettica(63)intento a contare ad una ad una le pulsazionie con gravissimaapplicazionecome s'io stessi esplorando il periodo critico dellasua febbre: oh quanto t'avrei veduto ridere e moralizzare su la nuovamia professione! E quando tu avessi finito di ridere e di moralizzarea tuo senno«FidatiEugenio mio» t'avrei detto «vedraiil mondo affaccendarsi peggiormente che a tastare il polso a unadonna(64)».«Ma d'una grisette?» dirai tu «e in unaspalancata bottega? Yorick!»

«Meglio:quando ho rette intenzioninon ne do nulla che l'universo non miveda o mi veda col polso fra le dita.»





XXXIII


ILMARITO


PARIGI


Ioaveva già contate venti battutee mi mancava poco allaquarantesimaquando il marito comparí da una retrostanzaimprovvisoe guastò sul piú bello i miei conti.

—Non è se non mio marito — diss'ella.

Iodunque mi rifeci a contare da capo. — Monsieur ètanto garbato — diceva ella al marito — chepassando danois'è voluto incomodare a tastarmi il polso. — Ilmarito si levò il cappellomi s'inchinòdisse ch'iogli facea trop d'honneur: dissesi ripose il cappelloe sen'andò.

«DiomioDio mio!» dissi meco «e questo uomo sarà eglimarito di questa donna?»

Queipochi che sanno il perché della mia esclamazione non s'abbianoa male s'io la commento in grazia di chi non lo sa.

InLondra un bottegaio e la moglie d'un bottegaio paiono d'una polpa ed'un osso(65);e benché le doti del corpo e dell'animo sieno in essi diversesono nondimeno ripartite tra di loro in tal guisa ch'ei si stienoappajati e d'accordo per quanto tra marito e moglie si può.

InParigi troveresti a fatica due individui di specie cosísvariate come il bottegaio e la moglie del bottegaio. La potestàlegislatrice e l'esecutrice della bottega non risiedono nel marito.Miracolo se ci passa; ma in qualche sua cieca malaugurata camerasiede insociabileal buiocon quel suo cuffiotto di nottefigliuolo selvatico della Naturae tal quale la Natura se lo lasciòscappare di mano.

Cosípoiché il genio d'un popolo il quale osserva la leggesalica(66)unicamente per la corona ha ceduto questa e molte altre aziende alledonnele donneper un assiduo diverbio dal mattino alla sera conavventori d'ogni indole e di ogni gradosi vannoa guisa disassuoli dibattuti a lungo insieme in un sacconon solo perquell'attrito amichevole dirozzando dell'asprezza delle loro scagliema si ritondano e si brunisconoe spesso acquistano l'iride deldiamante. Monsieur le mari è di poco migliore delciottolone che ti sta sotto a' piedi.

Certocertoo mortale! non ti sta bene quel sederti là solo(67);tu se' nato al conversare socievole e alle cortesi accoglienze; e perprova me ne riporto al miglioramento che ne deriva alla nostranatura.

—E come batte il mio polsomonsieur?

—Soavissimamentee com'io me l'aspettava — risposimirandolaplacidamente negli occhi. Essa non rispondeva per ringraziarmene; senon che il fattorino venne in bottega co' guanti.

À propos — dissi — me ne bisognano appuntodue paia.





XXXIV


IGUANTI


PARIGI


Ela bellissima grisette s'alzò; efacendosi dietro albancoarrivò col braccio un involto e lo sciolse: io me leappressai dirimpetto di qua dal banco; ma i guanti m'erano tuttiassai larghi. La bellissima grisette misuravali uno per uno sula mia mano; ma né cosí poteva alterare le dimensioni:mi pregò che mi provassi un paio che unico parea men grande; emi teneva aperti gli orli del guanto: la mia mano vi sdruccioladentro.

—Non serve — diss'io scuotendo il capo.

—No — diss'ella col medesimo cenno.

Senz'altro;vi son certi sguardi animati d'ingenuità e di maliziane'quali il sennoil capricciola serietà e la scempiagginesono sí fattamente stemprati insieme chese tutte le linguedi Babele si sfrenassero a garanon saprebbero esprimerli mai; esono inoltre scoccati e colti cosí di voloche voi nonpotreste mai dire donde spiri primo o piú s'innestil'aculeo(68).Su di che lascio che i vostri parolai dissertino ampollosamente inpiú pagine(69);a me basti di ridirvi per orache i guanti non mi servivano: e cisiamo l'uno e l'altra appoggiati con le braccia incrociate sul bancoch'era un po' strettoe tra noi due vi capiva appena l'involto chegiaceva nel mezzo.

Labellissima grisette guardava or i guantior verso lafinestrapoi guardava i guanti poi me. Io non mi sentiva di romperequel silenzio; e seguendo l'esempioguardai i guantipoi lafinestrae i guanti e lei di volta in volta cosí.

M'avvidich'io scapitava di molto a ogni assalto. Aveva un occhio nerovivodardeggiante fra due palpebre contornate di lunghi cigli di seta;penetrante sino a mirarmi nel cuore e ne' lombi(70):parrà incredibile; ma io propriamente me lo sentiva.

—Non fa caso — diss'io pigliando e riponendomi in tasca le duepaia che mi trovai piú vicine.

Conobbiche la bellissima grisette non me le rincarò neppurd'una lira ed io bramava a ogni modo che mi chiedesse almeno una liradi piúe mi stillava il cervello per trovar verso a rifare ilcontratto.

—E le par egli? mio caro signore — diss'ella vedendomi inpensiero e sbagliando — le parech'io venissi a chiedere unsoldo di piú? a un forestiere? a un forestiere che perciviltàpiú che per bisogno di guantimi onora e sifida di me? M'en croyez-vous capable?

—Dio me ne guardi! — risposi — ma sareste sempre labenvenuta.

Lecontai dunque il danaro: e con un saluto piú rispettoso cheper lo piú non s'usa ad una merciaiame ne andai; e ilfattorino col suo pacchetto mi venne appresso.





XXXV


LATRADUZIONE


PARIGI


Nelpalchetto assegnatomi mi trovai solo con un discreto Francesevecchio ufficialecarattere che a me piacesí perchéonoro l'uomo il quale fa piú mansueti i propri costumiprofessando un mestiero che rende tristissimi i tristi; síperché ne conobbi uno… non lo rivedrò piúsu la terra!… E perché non preserverò io una miapagina dalla profanazionescrivendovi il suo nomee dicendo a tutti- ch'io parlo del capitano Tobia Shandydilettissimo a me fra le miepecorelle e amicissimo mio; alla umanità del quale iodatanto tempo ch'ei morínon ripensoche il pianto non misgorghi dagli occhi(71).Per amor suo tutta la schiera de' veterani è miaprediletta(72).Scavalcai le due file de' sedili di dietroe mi posi accanto alvecchio ufficiale francese.

Eileggeva un opuscoletto (forse il libro dell'opera) con un gran paiod'occhiali. Ma non sí tosto m'assisisi levò gliocchialili ripose in una custodia di pelle e se li serbò intasca col libro. Mi rizzaie gli feci un inchino.

Traduciin qual piú vuoi lingua colta del mondosignifica:

«Vediun povero forestiero che vien nel palchetto; e' pare ch'egli nonconosca veruno; equando pur soggiornasse sette anni in Pariginonconoscerà probabilmente verunose tutti a' quali ei s'accostasi terranno gli occhiali sul nasocosí gli si chiuderebbel'uscio della conversazione formalmente sul visotrattandolo peggioassai d'un Tedesco.»

Nél'ufficiale francese avrebbe potuto dirmelo a voce piúchiaramente; e dov'ei me l'avesse dettogli avrei tradotto il mioinchino in franceserispondendogli: «Ch'io apprezzava la suagentilezzae gliene rendea mille grazie.»

Nonso di verun segreto che piú agevoli il commercio socialequanto l'impratichirsi di questa specie d'abbreviatura pertradurre in un batter d'occhio i vari cenni delle fattezze e dellemembrae tutte le loro pieghe e lineamenti tradurli in piane parole.Ed io mi ci sono tanto assuefatto che girando per Londravo quasimeccanicamente traducendo sempre lungo la via: e mi sono piúd'una volta soffermato dietro il cerchio di quelle persone tra lequali non si dicono tre parole(73)e donde riportai meco venti diversi dialoghi che avrei potutoscrivere a penna correntee giurarvi.

Men'andava una sera a un concerto del Martini in Milanoe mentre ioponeva il piè su la soglia di quella salala marchesina F***uscivane in furia; e mi fu addosso che appena la vidi: balzo da unlato per darle il passoe balza anch'essae dal medesimo lato; e lenostre teste si picchianos'ella non si scansa lestissima per usciredall'altra parte: e la disgrazia mi caccia per l'appunto a ritôrleil passo da quella parte: saltiamo insiemetorniamo insieme e viacosí da farci ridere dietro; e le vidi in volto il rossorech'io sentiva e non poteva piú tollerare in me stesso: e fecialla fine com'io doveva pur fare alla primanon mi mossi; e lamarchesina non trovò impedimento: ma io non trovava piúmodo d'entrarese innanzi non mi fermava ad accompagnarla per tuttoil corridoio con gli occhie riparare almeno cosí alla miacolpa. Ed ella si guardò dietroe riguardò; e sen'andava rasente il murocome per dar luogo a taluno che saliva lescale. «Oibò» dissi «questa ètraduzione plebea(74):posso far ammenda miglioree la marchesina può giustamentepretenderlae però m'apre questo adito»: onderaggiungendola la supplicai che mi perdonassee credesse ch'io nontendeva che a cederle il passo. — Ed io a lei —rispos'ella; e ci siamo ringraziati scambievolmente. Stava in cimaalla scala; enon vedendole intorno verun cicisbeo(75)la pregai che si degnasse della mia mano sino alla porta; e scendemmofermandoci quasi ad ogni gradino a discorrere e del concertoe delnostro sconcerto.

—Davveromadama — le dissi dandole braccio a salire in carrozza— io feci sei sforzi perché ella potesse uscire.

—Ed io seiperch'ella potesse entrare — disse ella.

—Se il ciel ispirasse a madama di far il settimo! — le diss'io.

—Con tutto il cuore — e mi fe' luogo nella carrozza. Le formalitànon prolungano la nostra cortissima vita; entrai senza piú; em'accompagnò a casa suae quanto al concerto credo che SantaCecilia(76)vi fossee ne saprà piú di me.

Diròbensí che l'amicizia ch'io mi procacciai con questa traduzionefu a me piú cara di quante ebbi l'onore di contrarre inItalia(77).





XXXVI


ILNANO


PARIGI(78)


Daun solo - e probabilmente il suo nome non si leggerà in questocapitolo - io avevo sino a quel giorno udito fare l'osservazioneeuna volta da un solo: qual meraviglia dunque che ionon essendonepreoccupatoritraessi attonito gli occhi dalla platea? attonitodell'indefinibile scherzo della Natura nella creazione di tanta turbadi nani. È vero che di tempo in tempo la Natura scherza intutti i canti del globo; ma in Parigi le sue piacevolezze passanotutti i modi: e diresti che la giovialità della Dea va delpari con la sua sapienza.

Eperòmentr'io sedeva all'Opéra-Comiquela miafantasia uscí per le vie a misurare chiunque incontrava.Malinconica applicazione! e ben piúse si vede una staturaminimacon faccia olivastraocchi vivacinaso lungodentibianchiguance sporgentie quando si pensa - ed ora scrivendolo nonso darmene pace - a tanti tapini sbanditi per forza dall'accidentedella lor naturale provincia e raminghi lungo i confini di stranieragiurisdizione(79).Due uomini e un nano! Una classe ha spalle gobbe e testa schiacciata;un'altra ha gambe bistorte; la terzamentre crescevafu tra l'annosesto ed il settimo sequestrata a quell'altezza di mano della Natura;la quartaquantunque nell'esser suo sia proporzionata e perfettasomiglia a' pomaj di razza pigmeapoiché da' primordi e dallaossatura del loro individuo si scorge che non furono creati peringrandire.

Ilviaggiatore medico n'incolperebbe l'abuso delle fasce;l'ipocondriaco il difetto dell'aria; e il viaggiatorecuriosoper convalidare il sistemamisurerebbe l'altezza dellecasel'angustia delle viee in quanti pochi piedi quadrati tantabourgeoisie mangia e dorme insieme stivata nel sesto e nelsettimo piano. Ma Mister Shandy senioreil quale non diedemai soluzione conforme all'altruidiscorrendo a veglia di questematerie sostenevaed ora me ne ricordoche i bambini possonoparianche in ciò agli altri animalicrescere dal piú almeno a qual si voglia corporaturapurché si lascino venire almondo a dovere: ma per loro malannodiceva eglii Pariginis'accavallano l'uno a ridosso dell'altro cheper dirla giustanontrovano luogo da poter generare. «Che generare? Tu generinullaanzi» e rincalzava il ragionamento «peggio chenullasedopo venti o venticinque anni di sollecite cure ed'alimenti sostanziosissimiil corpo che tu hai generato m'arrivaappena al ginocchio.» Mister Shandyseniore(80)era piccolissimoonde non si poteva dire di piú.

Siccomequesto mio non è libro dottrinalelascio la soluzione talquale la trovoe mi contento dell'osservazionela quale si verificain qualunque vicolo o via di Parigi. Passando per quella che dalCarrousel sbocca al Palais-Royalmi venne veduto unfantolino impacciato dal rigagnolo che vi scorre nel mezzoe glidiedi mano a saltarlo. Voltandolo a me a rimirarlom'accorsi cheaveva quarant'anni. «Tant'è» dissi meco «qualchebuon'anima mi sarà parimente caritatevole quand'io forsen'avrò novanta.»

Esento un istinto che m'inchina alla misericordia verso questi malarrivati aborti della mia speciei quali non hanno gagliardíané presenza da farsi largo nel mondo. Né potrei vedersoverchiato veruno d'essi e non risentirmene. Ma non sí tostom'assisi accanto al vecchio ufficialeseguí sotto al nostropalchetto una scena che esercitò il mio naturale risentimento.

Havvia capo dell'orchestratra l'orchestra e il primo ordine deipalchettiuna piazzetta riserbatadovequando il teatro èaffollatomolte persone d'ogni grado vi si ricovranostandosi ritticome nel parterree pagando come se sedessero nell'orchestra.Un povero animaletto inerme della classe pigmea funon so cometravolto in quel tristissimo asilo: era una sera d'estate; ed egli sistava attorniato d'animali due piedi e mezzo piú alti di luie indicibilmentedovunque ei si volgesseangustiato. Ma la suamaggiore tribolazione era il gran corpo d'un Tedesco da sei in settepiediil quale si frapponeva direttamente tra il nano e ognipossibilità di mandare un'occhiata alla scena e agli attori.Industriavasi il meschinello alla meglio per poter esplorare le cosealle quali egli sapeva d'esser presentee mendicava qualchespiraglio tra il braccio e il torso di quel Tedescoprovandosi or daun lato or dall'altro: ma quel Tedesco s'era piantato tutto d'unpezzo nella positura la piú indiscreta che uno si possaideare. Poteva bensí il nano idearsi di essere allora nel piúprofondo pozzo della città: però allungò concreanza la mano sino alla manica del Tedescoe gli disse la suapassione. Il Tedesco si volselo squadrò come un díGolia con Davide si ripiantò inesorabile nella sua positura.

Iomi pigliava in quel punto una presa nella tabacchiera del mio buonfrate. «Oh come il tuo mite e cortese spiritocaro il miofratesí temprato a patire e a compatireohcome inchinerebbe affabilmente l'orecchio alla querela di questapovera creatura!»

Esí dicendolevai gli occhi al cielo con tal commozione che ilvecchio ufficiale francese si fece animo d'interrogarmi di che mai sitrattava. L'informai in due parolee mi dolsi di tanta inumanità.

Magià il nanoridotto agli estremiavea ne' primi impetichesono per lo piú irragionevoliminacciato al Tedesco: —Ti mozzerò col mio temperino la tua lunga coda.

IlTedesco lo guardò appenae senza scomporsi gli disse: —Purché ci arriviate.

Chiunquee sia chi si vogliaesacerba l'ingiustizia con lo schernosiprovoca addosso la congiura di tutte le persone di cuore(81);ed io mi spiccava già dal palchetto per farla finita; ma ilvecchio ufficiale francese la finí senza scandalo: si sporsein fuori col capodiè d'occhio a una sentinella e nominòa dito il disordinee la sentinella si fece strada. Nébisognavano informazioni; la cosa parlava: peròdetto fattofe' col moschetto ritrarre il Tedescopigliò il povero nanoper una spallae glielo mise davanti.

—Egregiamente! — esclamai applaudendo con le mani.

—Eppure — disse il vecchio ufficiale — ciò inInghilterra non sarebbe permesso.

—In Inghilterramio buon signore — risposi — sediamoagiatamente tutti.

Es'io mi fossi trovato allora meco in discordia(82)il vecchio ufficiale francese m'avrebbe rimesso d'accordo col direedisse in fatti:

C'est un bon mot. — E perché in Parigi un bonmot ha sempre il suo meritoegli m'esibí una presa ditabacco.





XXXVII


LAROSA


PARIGI


Ortocca a me domandare al vecchio ufficiale francese: — Di che sitratta?

Ungrido: — Haussez les mains; monsieur l'abbé! —echeggiò da dodici varj canti della plateae inintelligibilea me quanto al vecchio poc'anzi l'invocazione al mio frate.

—Sarà — mi diss'egli — qualche povero abbéil qualeincantucciato lassú nell'ultime gallerie a vederl'operae credendosi forse in salvo dietro l'ombra di due grisettesfu adocchiato dal parterree si vuole a ogni patto ch'ei sistia durante la recita a mani alzate.

—Che! un ecclesiastico verrà egli in sospetto di borsajuolo? —diss'io — e borsajuolo d'una grisette? — Il vecchiosorrise ebisbigliandomi nell'orecchiomi aprí la cortina dicerti arcani ch'io non aveva all'età mia penetrati.

—Dio mio! — diss'io smarrito di confusione — e puòegli darsi che un popolo allattato di delicatissimi sentimenti siapoi cosí impuro e dissimile a sé! Quellegrossièreté!

Risposemiche con questo villano motteggio si cominciò a malignare ilclero in teatroda che Molière rappresentò il suoTartuffo; il che andava oggimaipari all'altre reliquie de'gotici costumiin disuso.

—Ciaschedun popolo — seguitò il vecchio— ha leproprie raffinatezze e le proprie grossièretésle quali or prevalgono or cedono alla lor volta: e in ciascheduno de'tanti paesi ch'io corsinotai sempre alcune delicatezzechealparer miomancavano a tutti gli altri: le pour et le contre setrouvent en chaque nation(83):e il male e il bene si controbilanciano con equilibrio perpetuo; echi potesse persuaderne i mortaliredimerebbe mezzo il genere umanoda' pregiudizi che l'attizzano contro l'altra metà; onde ilfrutto de' viaggi per savoir vivre deriva appunto dal doversiaccomodare a tante nature d'uomini e a varietà infinited'usanze: cosí ci educhiamo alla vicendevole tolleranza; e lavicendevole tolleranza — conchiudeva eglie mi fece un inchino— ci guida al vicendevole amore.

Ilsenno e il candoreche spiravano da ogni detto del vecchioufficialefacevano sí ch'io nell'udirlo mi compiacessi dellafavorevole idea che ebbi a bella prima del suo carattere; se non cheforse mentr'io mi credeva d'amar la personaio pigliava in scambiol'oggetto; e amava il modo mio di pensare: e l'unica differenza erach'ei lo esprimeva al doppio meglio di me.

Grannoja al certo sí pel cavaliere sí pel cavallosequesto rizza l'orecchie e adombra a ogni oggetto non prima veduto! Iomi piglio poco o nullae men che ogni altro figliuolo d'Adamosífatti fastidi: confesserò nondimeno lealmente che di moltecose ebbi scrupoloe per molte parole mi feci rosso nel primo mesele quali al secondo conobbi indifferentissimee in tutto e per tuttoinnocenti.

Madamede Rambouilletsei settimane da che la conobbisi degnòdi condurmi nella sua carrozza due leghe fuor di città. Nonsaprei dove trovar donna piú costumata di madame deRambouilletné bramerei di trovarne veruna che avesseanimo piú illibato e piú virtuoso del suo. Nel ritornomadame de Rambouillet mi richiese che tirassi il cordone. Ledomandai che desiderasse?

Rien que de pisser — disse madame de Rambouillet.

Nonti dia nojao viaggiatore dilicato che madame deRambouillet stia p…… do. E voileggiadre ninfemisteriosedileguatevi a sfogliare la vostra rosa esparpagliatela sul vostro sentiero(84).Cosí facea per l'appunto madame de Rambouillet: lediedi mano a uscir di carrozza; e s'io fossi stato sacerdote dellapudica Castalianon avrei di certo assistito alla sua fontanacon decoro piú riverente(85).





XXXVIII


LA«FILLE-DE-CHAMBRE»(86)


PARIGI


Ildiscorso del vecchio ufficiale sui viaggi mi ricondusse la mente allalezione di Polonio al suo figliuolo su lo stesso soggetto(87);e Polonio ad Amleto; e Amleto alle opere di Shakespeare: cosicchénel tornarmi a casami fermai al quai de Conti a comperarmeneun'edizione.

Illibrajo mi disse che non ne aveva.

Comment! — rispos'iopigliandomi un tomo d'un'edizioneschierata sul banco. Rispose che gli fu data da legaree che anzidomattina la rimandava a Versailles al conte de B***.

—E il conte de B* * * legge Shakespeare?(88)

C'est un esprit fort — replicò il librajo —ed ama i libri inglesie quel che piú gli fa onoreama anchegli inglesimonsieur.

—E voi parlate cosí garbato — io soggiunsi — daobbligare un inglese a spendere un pajo di louis d'or allavostra bottega. — Mi s'inchinòe rispondeva…; mauna giovinetta pulita di forse vent'annie che al contegno e allevesti pareva la fille-de-chambre d'una divota qualificataentrò a chiedere Les égaremens du coeur et del'esprit(89).Il librajo le diede subito due volumetti; ed essaslacciando unaborsellina di raso verde ravvolta d'un nastro dello stesso coloreemettendovi il pollice e l'indicetrasse il danaro e pagò. Ionon aveva a che piú rimanermi nella bottega e m'avviai secofuor della porta.

—E che c'entranoo giovinetta — le dissi — i traviamentidel cuore con voicon voi che appena sapete d'averlo? E se primal'amore non te ne avverteo un infido pastore non te lo facciadolerepuoi tu accettarti che tu l'hai il cuore?

Dieu m'en garde! — disse la fanciulla.

—Ed hai ragione — le dissi — ché s'egli èbuonosaría peccato a rubartelo; ed è il tuotesorettoe abbellisce l'aria del tuo volto piú che s'altrite lo adornasse di perle.

Lagiovinetta ascoltavami con attenta docilitàe teneva in quelmentre la sua borsellina di seta.

—La è pure piccina — diss'iotoccandola nel fondo. Lafanciulla me la sporgeva. — E c'è pur poco qui dentromia cara; ma siate buona come siete bellae il cielo ve la riempirà.

Iomi trovava in mano parecchi scudi da pagare l'edizione diShakespeare; e poiché mi trovai in mano anche la borsellinave ne misi uno; e rannodando il nastro la resi alla fanciulla.

Ela fanciulla corrispose con una riverenza piú modesta cheumileuno di que' placidi atti di grazie accennati appena dallapersonama ne' quali l'animo si piega riconoscente. Né sod'aver dato mai scudo ad una ragazza nemmeno con la metà delpiacere d'allora.

—I miei consiglimia cara — le dissi non vi varrebbero unaspillas'io non gli accompagnassi di questo regaluccio: vedendolove ne sovverrete; peròmia caranon dissipatelo in nastri.

—Davverodavverosignore — risposemi affettuosamente lagiovinetta — io non soglio fare cosí — e mi porgevala manocome s'usa ne' lievi contratti d'onoree mi ripeteva: —En veritémonsieurje mettrai cet argent à part.

Unvirtuoso patto tra uomo e donna santifica ogni loro solitariopasseggio: e poiché la nostra strada ci conduceva tutti e duelungo il quai de Continoisebbene soprarrivasse la nottece n'andavamo senza scrupolo facendoci compagnia.

Manell'avviarcila fanciulla tornò a farmi una riverenza; e nonsi era dilungata meco venti passi dalla bottegach'essaquasi nonm'avesse debitamente ringraziatosi soffermò per ripetermiche mi ringraziava.

—È un tenue tributo — le dissi ch'io doveva offerire allavirtú; e non vorreiper quanto v'è nel mondoavervipigliata in iscambio; ma ioo giovinettaio ti ravviso l'innocenzasul voltoe tristo colui che ordisse un laccio a' suoi passi.

Lagiovinetta a queste parole si lasciò vedere alquanto commossa;e a me parve d'udire un sospiro. Ma io non poteva arrogarmi dichiederne contoné piú dissi parola sino al cantodella rue de Neversove dovevamo dividerci.

—Ma si va egli di quamia cara — le dissi— all'hôtelde Modène? — Risposeche sí; — benché— soggiunse ella — vi si vada anche per la rueGuénégaudche è la via dopo questa.

—Adunque piglierò quella via — replicai — síper mio piaceresí per proteggervi quanto piú a lungoio potrò della mia compagnia. — La giovinetta sentíla mia cortesia.

—E vorrei — disse — che l'hôtel de Modènefosse nella rue des Saints- Pères.

—Ci state di casa? — diss'io. Risposemich'era fille-de-chambrede madame de R***.

—Bontà divina! — esclamai — la dama appunto a cuireco una lettera d'Amiens.

—E credo — tornò a dir la fanciulla — che madamede R*** aspetti un forestieroe le pare mill'anni.

Pregaidunque la giovinetta che presentasse a madama i miei complimentiele dicesse ch'io la ossequierei domattina senz'altro.

Cosídiscorrendo e stando sempre sul canto della rue de Neverscisiamo fermati un altro pochinotanto ch'ella disponesse un po'meglio i suoi Égaremens du coeur ecc. che le impedivanole mani: mi presi il primo tomo fino a che ella si riponesse in tascail secondo; poi mi sporgeva aperta la tascaed io vi feci starl'altro.

Edè pur dolce il sentire con che finissime trame gli affettinostri si vanno vicendevolmente tessendo!

Ripigliandoil camminola fanciulla dopo tre passi s'appoggiò col suobraccio sul mioed io stava già per offerirglielo; ma se loprese da sé; e con semplicissima spontaneitàcome senon potesse entrarle in capo ch'essa non m'aveva mai sino alloraveduto.

Quantoa mefui vinto ad un tratto di tal sentimento di consanguinitàche mi fu forza di volgermi a considerarla in viso se mai viraffigurassi alcun'aria di famiglia. «Poh!» dissi «enon siamo noi tutti parenti?»

Giuntial canto di rue Guénégaud ristetti per dirleaddio davvero: la giovinetta volea pur ringraziarmi della compagnia edel favoree disse addioe ridisse addioe le ridissi addio: e ilcongedo fu sí cordiale che altrove io l'avrei suggellato d'unbacio di caritàcaldo e santo come quel d'un apostolo(90).

Main Parigi i baci non si costumano che tra uomini(91):però le diedi l'equivalenteaugurandole la benedizione diDio.





XXXIX


ILPASSAPORTO


PARIGI


Quandogiunsi all'hôtelLa Fleur mi avvisò cheil lieutenant de police aveva inchiesto di me.

—Qui c'entra il diavolo! — dissied io sapeva il perché:ed è tempo che lo sappiano anche i lettori. Non giàch'io nel ragguagliarli per filo di tutti i miei casifossismemorato in ciò solo; ma parvemi bene di trasandarloperchése l'avessi detto allorai lettori se ne sarebbero ora forsedimenticati: e ora propriamente fa al caso.

Usciicosí in furia di Londrach'ionon che ricordarmi népunto né poco che s'era in guerra col re di Franciaio anzigià da Douvre osservava col canocchiale le alture dietroBologna-a-marené mi s'affacciava per anche l'idea ch'ioguardava in terra nemicané l'idea successivacioèche senza passaporto non vi si andava. Ch'io giunga a capo d'unastrada e ch'io non mi torni piú savio; quest'è la piútrista maledizione che mi possa mai cogliere. E come poteva iorassegnarmi a tornarmene addietroio che per istruirmi aveva fattoallorasto per direl'estremo del mio potere? Udendo dunque che ilconte de*** aveva noleggiato il navicellome gli raccomandaiche m'aggiungesse alla sua comitiva; né io gli era affattoignoto. Mosse alcuni dubbj; ma non mi disse di no; bensí cheegli non poteva prolungare al di là di Calais il piacere cheaveva di servirmiperché doveva tornarsi a Parigi per lastrada di Brusselle; ma chepassato Calaisarriverei senza altraopposizione a Parigidove nondimeno io doveva farmi degli amici eprovvedere a' miei casi.

—Purch'io tocchi Parigimonsieur le comte — gli diss'io —e andrà bene ogni cosa. — M'imbarcainé ci pensaipiú.

Maquando La Fleur mi parlò dell'inchieste del lieutenantde policel'udirlo e il risovvenirmene fu tutt'uno. Tacevaappena La Fleure mi vedo in camera l'albergatore con lastessa notiziae con l'appendice che si domandava segnatamente ilmio passaporto.

—E spero — conchiuse l'albergatore — che il signore l'avrà.

—Io? no davvero — risposi.

Aquesta dichiarazione il maître dell'hôtel siritrasse da mecome da persona infettatre passi; e La Fleurpoverettomi s'accostò tre passi con la mossa d'un'animabuona che vuol accorrere al pericolo d'un disgraziato: d'allora inpoi il mio cuore fu tutto suo: questo unico tratto mi svelòschiettamente la sua naturae conobbi ch'io poteva fidarmene a occhichiusi piú che se m'avesse fedelmente servito sette anni(92).

Monseigneur! — gridò l'ostema si ripigliòe mutò stile — se monsieur non ha passaportoapparemment avrà amici in Parigii quali glielopotranno impetrare.

—Noch'io mi sappia — e risposi come chi non se ne cura.

—Dunque certes — mi replicò — voi saretealbergato nella Bastille o nel Châteletau moins.

—Baje! — io gli dissi — il re di Francia è unacreatura d'ottimo cuoree non vorrà far male ad anima nata.

Cela n'empêche pas — mi diss'egli — non v'èda dire; domattina sarete messo nella Bastille.

—Ma io qui pago la pigione per tutt'un mese — gli rispos'io —e non v'è re di Francia nell'universo che mi faccia lasciareinnanzi tempo il mio alloggio. — La Fleur mi bisbigliòall'orecchio che nessuno poteva dirla col re di Francia.

Pardi! — disse l'oste — ces messieurs angloissont des gens très extraordinaires! — Ciòdetto e giuratoandò via.









XL


ILPASSAPORTO


L'HÔTELIN PARIGI


Manon mi dava il cuore di martoriare l'anima di La Fleur; eperòanziché mostrarmi affannato del mio pericolomelo pigliai con disinvoltura: eper fargli vedere che non mi davagran che da pensaretagliai il discorso; e mentr'ei servivami acenaio piú piacevolmente del solito chiacchierava e diParigi e dell'Opéra-Comique. La Fleur v'erastato egli puree m'avea tenuto dietro sino alla bottega dellibrajo: ma vedendomi uscire con la giovine fille-de-chambree andarcene di compagnia lungo il quai de Contigli parve chenon importasse di scortarmi un passo piú in là; eruminando certe sue riflessioniprese la scorciatoja e giunseall'hôtel in tempo da risapereinnanzi ch'iov'arrivassila faccenda della police.

Appenaquella onesta creatura ebbe sparecchiatoe discese a cenareio miposi a consigliarmi da senno intorno a' miei casi.

Orti vedoEugenio; e tu ghignie ripensi al mio breve dialogo tecoquand'io stava lí per partiree mi giova di riferirlo.

Eugeniosapendo ch'io non soglio gran fatto patire di strabondanza di danaroe di giudiziomi chiamò in disparte perch'io lo informassi diche somma mi fossi fornito. Gliel dissi appuntino. Crollò ilcapo:

—Non basta — mi rispos'egli — e si trasse la borsa pervotarla dentro la mia.

—N'ho abbastanza in coscienzaEugenio — diss'io.

—CredetemiYoricksono pratico della Francia e dell'Italia assai piúdi voi — tornò a dire Eugenio — non basta.

—Ma voi non considerateEugenio — risposi ringraziandolodell'esibizione — che non mi starò tre giorni in Parigie che non m'ingegni di dire o di fare tra bene e male in guisa che iomi trovi custodito nella Bastilledove almen per due mesi ilre di Francia mi farà tutte le spese?

—Scusatemi — disse Eugenio tra' denti — infatti io non avevaposto mente a questo sussidio.

Ilcasoch'io aveva invitato da burlapicchiò al mio usciodavvero.

Orfu egli forse pazzia? spensieratezza? filosofia? pervicacia? che fuegli maiper cuiquando La Fleur mi lasciò solo co'miei pensierinon v'era verso che potessi darmi ad intendere ch'ionon doveva pensare come io aveva parlato ad Eugenio?

«Equanto alla Bastille! il terrore sta nel vocabolo. Datti ancheper disperato» diss'io «la Bastille non èse non un vocabolo invece di "torre": e " torre"un altro invece di "casa"donde non hai forza d'uscire.Miserere de' podagrosi! ci sono due volte l'anno; macon nove lireal giornocartapennacalamaio e pazienzatu puoi ben anche auscio chiuso passartela ragionevolmentenon foss'altroper un meseun mese e mezzo; dopo di chese tu se' un uomo dabbenel'innocenzatrionfa; e se entrasti buono e savion'esci migliore e savissimo.»

Fattich'ebbi questi contim'occorse di andare (né mi ricordoperché) nel cortile; so bensí ch'io scendeva per quellascala gloriandomi del vigore del mio raziocinio. «Pèrail tetro pennello» diceva io baldanzoso «s'abbia chivuolech'io non l'invidiol'abilità di dipingere i guaidella vita con sí orribile e lugubre colorito: lo spirito silascia sbigottire dalle cose ch'ei funesta e magnifica da per sé;riducale alla tinta e alla forma lor naturalee le guarderàappena. È vero!» diss'io moderando la proposizione «laBastille non è disgrazia da riderne; ma tranne quellesue torriappiana il fossotogli le spranghe alle portechiamalasolamente una clausura e poni che tu se' prigionenon dellatirannidema d'un'infermitàla disgrazia si dimezzae tutolleri in pace l'altra metà.»

Fuinel fervore del soliloquio interrotto da una voce che mi parverammarichío di bambinoe dolevasi: «Che non potevauscir fuori». Guardai lungo l'andito: non vidi né uomoné donnané bambino; e non ci pensai piú chetanto.

Ritornandoper l'anditointesi dire e ridire le stesse parolee alzando gliocchi vidi uno stornello in una gabbietta ivi appesa: «Ican't get outI can't get out» dicea lo stornello: «Nonposso uscirenon posso uscire».

Estetti a mirarlo; e verso chiunque andava e venivaquel tapinellodibattendo l'ali accorrevae tuttavia lamentando con le stesseparole la sua schiavitú: «I can't get out»dicea lo stornello.

—Dio ti accompagni! — esclamai — perch'io ti faròusciree costi che può.

Andaiattorno la gabbia a trovar lo sportelloma era tortigliato eritortigliato a tanti doppj di fil di ferro che bisognavaadaprirlomandare in pezzi la gabbiae mi sono provato a due mani.

L'uccellosvolazzò dove io m'industriava di liberarlo; sporgeva il capotra que' ferretti e premevali come per impazienza col petto.

—Temopovera creatura — gli dissi — ch'io non potròdarti la tua libertà!

—No — dicea lo stornello — I can't get outI can't getout — dicea lo stornello.

Giuroche gli affetti miei non furon piú teneramente svegliati mai;né mainé in veruno di quanti accidenti io mi ricordinella mia vitagli spiriti traviati che abusavano della mia ragionerientrarono con pentimento sí volontario in se stessi. Perquanto quelle note fossero materialirisuonava in esse a ogni modotal accento di natura e di veritàche in un batter d'occhiodisperse tutti i miei sistematici sillogismi su la Bastille.Io risaliva quasi a stento le scalee fermandomiper disdirmid'ogni parola da me proferita scendendole.

«Tupuoi condirti a tua postao indolente Servaggio!» iodiceva «tu sei pur sempre un calice amaro esebbene i mortalinascano di generazione in generazione a migliaia per tracannartitunon per tanto non sei men amaro. Te! teo tre volte dolce e graziosaDea! Teo Libertà! invocano tutti con solenni e condomestiche supplicazioni. Teche hai sapore graditoe l'avraifinché Natura non rinneghi se stessa; né orpellomai di parole potrà contaminare il tuo candido manto; néforza d'alchimia tramuterà in ferro il tuo scettro. Tecoe setu gli sorridimentr'ei mangia il suo paneil pastore è piúbeato del suo monarcadalla corte del quale tu se' sbandita. Diomisericordioso!» esclamai inginocchiandomi sul penultimogradino salendo «Dispensatore dell'universo! concedimisolamente la sanità e lasciami per unica mia compagnaquest'amabile Dea! piovano poi le tue mitrese cosí parràbene alla tua divina provvidenzasu quelle teste che si curvano dilanguore aspettandole.»










XLI


ILCARCERATO


PARIGI


L'uccelloin gabbia mi perseguitava nella mia camera. M'assisi presso altavolino; e sostenendomi il capo con una manomi posi arappresentarmi le miserie della prigione. L'anima contristata lasciòlibero campo alla fantasia.

Eprincipiai da tanti milioni di creature tutte mio prossimoe tuttenate con l'unico patrimonio della schiavitú. Maper quanto ilquadro fosse compassionevolem'avvidi ch'io non potevaravvicinarmeloe che sarei sopraffatto e distratto dalla folla dique' tristissimi gruppi.

Mitolsi un prigione solo; e serrato ch'io l'ebbi dentro il suo carcerem'apparecchiai a farne il ritrattoosservandolo dal pertugio dellasua porta inferrata.

Vidiil suo corpo macerato dall'aspettar lungo e dalla prigionia; ed iosentii quella malattia di cuore che nasce dalla speranza protratta. Eaccostandomi con la pupilla piú attentalo vidi macilente efebbricitante; da piú di trent'anni l'aure occidentale nonrinfrescò mai le sue vene; non aveva veduto né sole néluna da piú di trent'anni; non voce d'amiconon di congiuntorisuonò mai fra quelle ferriate; i suoi figli…

Quiil mio cuore grondò sangue; e ritrassi gli occhi gemendoall'altra parte del quadro.

Sedevaper terra nel fondo della sua carcere sopra un fascio di pagliachegli era or letto ed or sedia: a capo al letto giaceva un piccolocalendario di stecchi intagliatitutti degli amari giorni e delleamare notti perdute nella solitudine delle catene; e aveva tra lemani uno steccoe con un chiodo ruggine v'intagliava un altro giornodi lacrime da aggiungervi al cumulo. Io gli ombrava quel po' dibarlume che gli giungeva ond'ei girò l'occhio nudo di speranzaalla portapoi l'abbassò; crollò il capoe continuòil suo lavoro d'afflizione. Si voltò col capo a riporre nellaserie il suo steccoed io udii stridergli le catene tra' piedi;sospirò dalle viscere; vidi il ferro piantarglisi nell'anima;le lacrime m'inondavano gli occhiné io poteva piúormai sostenere l'immagine del carcerato dipinta dalla mia fantasia.Mi scossi dalla sedia; chiamai La Fleur.

—Fammi allestire una remise(93)— gli diss'io — e ch'io l'abbia alla porta dell'hôtelper le nove di domattina. Me ne andrò a dirittura a monsieurle duc de Choiseul.

LaFleur voleva mettermi a letto: io non voleva che quell'onestoragazzo guardandomi piú da vicinosi procacciasse uncrepacuore: gli dissi che mi sarei coricato da mee lo mandai adormire.






XLII


LOSTORNELLO


STRADADI VERSAILLES


Entraiall'ora decretata nella remise: La Fleur salídietro; e ordinai al cocchiere che s'affrettasse a Versailles.

Siccomeper quella strada non trovai nullao piú veramente nulla diquanto cerco viaggiandonon saprei di che riempire le carte diquesta data del mio itinerariose non se forse con la storia di quelmedesimo uccello che diede materia al capitolo precedente.

Mentrel'honourable mister *** aspettava il vento a Douvreungiovinotto suo palafreniere colse su quelle rocce lo stornello chenon sapeva ancor ben volare; però non ebbe cuore di ucciderloe se lo recò in seno nel navicello; e nutrendolo eproteggendolonon passò il terzo giorno che il garzonettopose amore all'uccello e lo condusse a salvamento sino a Parigi.

Ediede una lira per una gabbietta; e non avendo che fare di meglioilgarzonettone' cinque mesi che il suo signore dimorò inParigiandava insegnando nella sua lingua materna all'uccello lequattro parole (e non piú) alle quali io mi chiamo debitore ditanto.

Quandoil signore partí per l'Italiail garzonetto lasciò lostornello all'albergatore. Ma la sua canzonetta di libertà erain lingua mal nota(94)a Parigi; però l'uccello non fece avanzio pochissimiCosíche La Fleur con una bottiglia ai Borgogna comperò perme l'uccello e la gabbia.

Ripatriandoio dall'Italialo condussi meco al paese nella cui lingua esso aveaimparate quelle sue note; e raccontando i suoi casi a Lord ALordA mel richiese; e dopo una settimana Lord A lo diede aLord B; Lord B ne fe' dono a Lord C e il cameriere diLord C lo rassegnò a Lord D per uno scellino;Lord D lo regalò a Lord Ee via cosí - ecosí andò in giro per mezzo l'abbiccí. Dallacamera alta passò alla bassae fu ospite di parecchiparlamentari de' Comuni. Ma siccome tutti avevano bisogno di entraree il mio uccello aveva bisogno d'uscire(95)cosí fece anche in Londra gli avanzi ch'egli aveva fatto inParigio poco piú.

Nonpuò darsi che molti de' miei lettori non n'abbiano uditoparlare; ese taluno l'avesse per sorte veduto mainon glirincresca ch'io lo informiche quell'uccello era l'uccello mio oqualche meschina copia fatta per rappresentarmelo.

Nonho altro da direse non che da indi in qua ho adottato quel gramouccelloe l'ho posto per cimiero al mio stemma. Vedetelo.










-E gli ufficiali araldisti gli torcano il collo; se pur siattentano(96).






XLIII


ILMEMORIALE


VERSAILLES


Nonvorrei che l'occhio del nemico mi spiasse nella mia mente quand'io mimuovo a chiedere l'altrui patrocinio: ed ecco perché le piúvolte m'ingegno di patrocinarmi da me. Se non che questo mio ricorsoa monsieur le duc de Choiseul era un atto di compulsione; sefosse stato un atto d'elezionemi sareicredoportato al pari dichicchessia.

Oquanti bassi modelli di laide suppliche andò lungo la viadisegnando il servile mio cuore! Per ciascheduna di quelle servilitàio mi meritava la Bastiglia davvero.

Adunquequando fui in vista di Versaillesrimanevami l'unico ripiego dirappezzare parole e sentenze e d'ideare attitudini e toni che miconciliassero la buona grazia del signor duca.

«Orsí va bene» diss'io. «Oh sí davvero!»E mi ripigliai: «bene!» come l'abito che un presuntuososartore gli presentasse senza prima averlo attillato al suo dosso.«Balordo! vedi in prima in viso monsieur le duc; esplorai caratteri che vi sono scolpiti; nota in che positura t'ascolta;considera l'abitudine del suo corpo e delle sue membra; equanto altonoil primo suono che gli esce di bocca te lo darà: ricavada tutto ciò un memoriale improvvisone potràdispiacergli; anzi è verosimile ch'ei l'assaporipoichégl'ingredienti saranno suoi.»

«Eppure!vorrei esserne fuori» diss'io. «E tornacodardo!codardo! quasi che in tutto il cerchio del globo il mortale non fosseeguale al mortale? E s'egli è eguale nel campoperchénon anche a tu per tu in una stanza? CredimiYorick: chi si tienedappoco è traditore di se stesso: la natura è avaraalle volte d'alcuna difesa all'uomo; ma l'uomo butta via le altredieci ch'essa gli ha dato. Presentati al duca con la Bastillesul viso: ci giuoco la vita che tu in mezz'ora sei rimandato aParigie scortato.» «Credo» risposi «men'andrò dunquegiuro a Dio! con tanta ilarità edisinvoltura che nulla piú.»

«Equi pure tu sbagli» replicai tosto. «Yorickun'anima incalma non corre agli estremi: sta equabile nel suo centro.»«Egregiamente!» esclamai. E in quella il cocchiere davala volta verso la porta; e tanto ch'egli girò nel cortile e sifermò su la sogliami trovai sí ben convertito dallamia predicach'io saliva le scalené come la vittima dellagiustizia che va su l'ultimo gradino a morirené in un paiodi salticome quand'io voloo Elisaa te per rivivere.

Presentandomiall'anticamera mi si fe' incontro un taleforse il maître-d'hôtel;ma l'avresti creduto piuttosto uno de' vice-segretari; e mi disse chemonseigneur era affaccendato.

—Ignoro al tutto — diss'io — con quali formalitàs'ottenga udienza; sono mal praticoe forestiero; e il peggionellecongiunture d'oggisi è ch'io sono Inglese.

—Ciò non fa caso — mi rispos'egli. Me gli inchinai appenasoggiungendo ch'io aveva da parlare d'importanza a monsieur leduc. Il segretario gittò l'occhio verso le scalequasivolesse lasciarmie riferire l'ambasciata.

—Ma io non v'ingannerò — gli soggiunsi — ciòche ho da dire non può importare a monsieur le duc;bensí assaissimo a me.

C'est une autre affaire — mi diss'egli.

—Anzi noper un galantuomo — diss'io — ma piacciavimiobuon signoredi dirmi quando potrà egli un forestiero sperareaccesso? — Osservò il suo oriuolo e rispose:

—Tra un paio d'ore; non prima.

Laquantità delle carrozze nel cortile si conguagliava a quelcalcolo; né mi dava lusinga di piú breve aspettativa. Es'io mi metteva a passeggiare per lungo e per largosenza un'animain quella sala con cui barattar tre paroleio per allora sarei statoa un di presso nella Bastille. E tornai tosto alla miacarrozzadicendo al cocchiere che mi conducesse al Cordon bleuch'era il. prossimo albergo. Ma per forza di fatalitàcom'iocredoarrivo di rado al luogo per cui m'incammino(97).





XLIV


«LEPÂTISSIER»


VERSAILLES


Néfui a mezza via che mutai stradae pensai «potrei purepoichéci sonodare una scorsa a Versailles». Etirando il cordonedissi al cocchiere che andasse attorno per le vie principalida chemi pareva che la città non fosse assai grande. Il cocchiere midomandò scusa se per mio lume diceva che anzi la cittàera magnificae che molti de' primi duchimarchesi e contiv'avevano des hôtels. Il conte de B***del qualela sera innanzi il librajo m'aveva sí favorevolmente parlatomi venne subito in mente.

«Eperché non andremo» mi disse il cuore «dal contede B***che ha in tanto concetto i libri inglesi egl'Inglesi? gli dirò il caso mio.» Cosí mutaistrada due volte; anzi tre: perch'io m'era obbligato per quel giornocon madame de R***rue des Saints-Pères; e le avevafatto divotamente significare dalla sua fille-de-chambre ch'iola visiterei domattina senz'altro: ma le circostanze mi governanonéio so governarle. Vidi frattanto a capo della via un uomo rittodavanti a un canestroche vendeva non so che; e vi mandai LaFleur acciocché s'informasse dell'hôtel delconte de B***.

LaFleur tornò mezzo smorto dicendo che il venditore de'pâtés era un chevalier de Saint-Louis:

—Ti pare! La Fleur! — Né La Fleur sapevaindovinare il fenomeno.

—Ma non v'è da dire: l'ho veduto ioe la croce è legatain oro — diceva La Fleur — ed appesa con lafettuccia rossa all'occhiello: ho guardato nel canestroe ci sono ipasticcetti; e chi li vende è quel chevalier: nonisbaglio.

Tantorovescio nella vita d'un uomo eccita nell'altr'uomo un istinto bendiverso dalla curiosità; e mi fu forza di considerarlo per unpezzo dalla carrozza: ed esso e la croce e il canestros'imbrogliavano sempre piú nel cervello: smontoe me gliaccosto.

Eracinto d'un politissimo grembiule di tela che gli cascava oltre ilginocchio; il pettorino del grembiule gli arrivava a mezzo il petto;e dalla cima del pettorinoa un po' sotto l'orlopendeva la croce.Il canestro e i pasticcetti erano coperti d'un tovagliolobianchissimo damascatoe un altro consimile era disteso nel fondo; evedevi tal apparato di propreté e di nitidezzache tupotevi comperare de' suoi pâtés tanto perappetito quanto per sentimento. Né gli esibiva a verunomastava sempre sul canto d'un hôtel davanti al canestro; echi n'avea voglia ne comperasse.

Avevada quarantott'anni: d'aspetto posatoe che teneva del grave. Iosenza mostrarmene meravigliatom'accostai piú al canestro chea lui; e sollevando quel tovagliuolo mi presi un pâtée pregai che non gli dispiacesse di spiegarmi il fenomeno che mipercuoteva.

Minarrò in poco comeavendo egli consunta la migliore etàmilitandoe spesovi il tenue suo patrimonioaveva finalmenteconseguito una compagnia e la croce: se non che il reggimentodopol'ultima pacefu riformatoe gli ufficiali sí del suo síd'altri reggimenti rimasero destituti d'ogni sussidio. — Cosí— diceva egli — mi sono in un punto trovato ne' labirintidel mondosenza un amicosenza uno scudo; anzi a dir giusto (etoccò la sua croce) unicamente con questa. — Il poverocavaliere s'era conciliata da prima la mia pietàmamentrefiniva il raccontoio principiava a stimarlo.

Econtinuò:

—Il re è generosissimo fra tutti i príncipima la suagenerosità non può dar soccorso e premio a tuttiquantied io non sono cosí sfortunato se non perché mitrovo confuso tra i piú. Ho una moglie che si dilettava dipâtisserie; e se ora per me e per la donna ch'io amolotto con quest'unico mezzo contro la miserianon però micredo disonoratofinché la Provvidenza non m'apra stradamigliore.

Orse dissimulassi la ventura che nove mesi dopo consolò ilpovero cavalieredefrauderei d'un piacere le anime buone; e questasí che la saria cattiveria.

Parech'ei facesse per lo piú residenza presso a' cancelli di ferroche menano al palazzo del re; e poiché la sua croce davanell'occhiomolti gli movevanosiccome io fecila stessa domanda.Ed esso li compiacevaraccontando la sua disavventura; e con tantasincerità e discrezione che pur una volta arrivòall'orecchio del re; il qualeudendo anche che il cavaliere eravaloroso soldato e tenuto da tutto il suo reggimento per un uomoonorato e dabbenelo dispensò da quel povero traffico conl'annua pensione di lire mille cinquecento.

Hoscritto questo fatto per amor del lettore: abbia dunque pazienzach'io ne scriva un altro?come episodioanche per amor mio; e i dueavvenimenti si riflettono tanto lume scambievolmenteche chi liseparasse farebbe peccato.














XLV


LASPADA


RENNES


Poichégl'imperi ed i popoli a certi periodi declinanoe anch'essi imparanoalla lor volta che cosa sia l'infortunio e la povertàio nonmi starò a dire le cause che fecero gradatamente scadere inBretagna la casa d'E***.

Avevail marchese d'E*** virilmente tentato di sprigionarsi dall'angustia acui l'aveva condannato la sorteda ch'egli desiderava di serbareviva e lucida alcuna scintilla dell'avito splendor della sua casa: mal'indiscreta prodigalità de' suoi maggiori gli avea preclusaogni via. Rimanevagli tanto da contentare i discreti bisogni dellaoscurità; ma aveva due figli ch'ei credeva degni di luceedessi volgevano gli occhi in lui soloProvò la sua spadanégli sgombrò il passoperché a salire bisognava ancheun altro mezzo a cui la sola economia non poteva supplire: unicoespediente gli parve la mercatura.

Intutt'altra provincia di Francia egli avrebbe cosí inariditaper sempre la radice dell'arbuscello che il suo orgoglio e il paternosuo cuore volevano veder rifiorito; ma in Bretagna le leggi viprovvedevano; ed egli se ne giovò. E gli fu a que' giorniopportuna la convocazione degli Stati a Rennes. Peròaccompagnato dai suoi due figliolettientrò nell'assemblea eperorò pe' diritti d'una legge antichissima del ducatoraramentediceva egliallegata; ma non però men valida: e sitolse di fianco la spada.

—Eccola — diss'egli — accoglietelae siatene religiosicustodi fino a che tempi migliori mi concedano di redimerla.

Laspada fu raccolta dal presidente: il marchese rimase alquanti minutia vederla depositare negli archivied uscí.

Aldí seguente egli e la sua famiglia navigarono alla Martinicadonde (dopo diciannove o venti anni di prospera industria data a'negozie per alcune eredità inaspettate da' rami distanti delsuo casato) ripatriò a ripetere la sua nobiltà esostenerla.

Fumia ventura - né la fortuna è in ciò liberale averun viaggiatoretranne al sentimentale - ch'io mi trovassia Rennes appunto nel giorno di questa ridomanda solenne: solennecertamente per me.

Ilmarchese con tutta la sua famiglia si presentò all'assemblea.Esso dava mano alla sua dama; e il primogenito alla sorella; ilfiglio minore veniva a capo della fila accanto a sua madre: ilmarchese si ripassò due volte il fazzoletto sul viso.

Erauniversale silenzio. Sei passi innanzi di giungere al tribunaleilpadre cedendo la marchesa al figlio minoree avanzandosi tre passiegli soloridomandò la sua spada. E gli fu restituita. Néprima la riebbeche la sfoderò quasi tuttae quella era perlui la splendida faccia di un amico mal suo grado abbandonato; e laconsiderava attentissimo dall'elsa in giú come perraffigurarla: quandoaccorgendosi d'un po' di ruggine verso lapuntase l'appressò all'occhio e vi chinò il capoeparvemi che lasciasse gocciare sovr'essa una lacrima: anzida ciòche seguíne son certo.

—Troverò — disse — alcun'altra via a srugginirla.

Ericalcò la spada nel fodero. S'inchinò a' depositarj; eaccompagnato dalla mogliedalla figlia e da' due figlis'accomiatò.

Ah!avrei pure voluto essere io nel suo cuore!






XLVI


ILPASSAPORTO


VERSAILLES


Nontrovai difficile l'adito a monsieur le comte de B***. Aveva sulo scrittojo l'edizione di Shakespearee l'andava scartabellando.Nel farmi innanzimandai l'occhio a que' libri perch'egli scorgesseche non m'erano incognitie dissi ch'io mi presentava senzaintroduttoresapendo che avrei trovato in quell'appartamento unamicoe confidando ch'egli m'avrebbe introdotto. Eccolo (e additail'edizione) il mio concittadinoil grande Guglielmo Shakespeare:

Et ayez la bonté — continuai invocando l'ombra sua— mon cher amide me faire cet honneur-là!

Sorriseil conte a sí bizzarro cerimoniale; evedendo ch'io aveva delpallido e dell'infermicciom'indusse a pigliarmi una sediad'appoggio; e mi v'adagiai; e affinché le congetture su la miavisita irregolare non gl'imbrogliassero il capo gli ridissischiettissimamentei discorsi col librajoche mi diedero animo aricorrere a monsieur le comteanziché ad altr'uomo inFranciaper esporgli certo affaruccio che m'inquietava.

—E che è mai? — disse il conte — me lo faccia sapere.

Glinarrai dunque né piú né meno tutto quello che illettore già sa.

—E il mio albergatore — continuai — si ostinamonsieurle comtech'io sarò alloggiato nella Bastille. Nongià ch'io ne tema; perché nell'abbandonarmi nellebraccia del meglio educato tra i popoliio era conscio della mialealtàe ch'io non veniva a spiare la nudità dellaterra(98);e non m'è quasi venuto in mente ch'io mi trovava senza difesa;né si condice al valore francesemonsieur le comted'esercitarsi contro gl'invalidi.

Aqueste parole le guance del conte s'animavano di rossore.

Ne craignez rien: la non tema — m'andava egli dicendo.

—No certamente — risposi — e poi — soggiunsi scherzando— son corso da Londra a Parigi ridendo sempre; né stimomonsieur le duc de Choiseul per sí nemico dell'ilaritàch'ei voglia ch'io per mio premio rifaccia la strada piangendo. Anziaffinché non glie ne venga la vogliaricorro a leimonsieurle comte — e me gl'inchinai ossequiosamente.

Seil conte non m'ascoltava con quella amorevolezzae soltantom'interrompeva: — C'est bien ditc'est bien dit —io senz'altro rimanevami a mezzo. Parvemi che la perorazionebastasse; e mi proposi di non ne dir altro.

Ilconte avviava il discorso: si chiacchierò del piú e delmeno: di libridi politicad'uomini; finalmente di donne.

—Dio le benedica — diss'iopoiché se n'ebbe alquantoparlato. — Dio le benedica tutte quante! la madre Eva non ha percerto verun nipote che mi pareggi in amarle: per quanti peccatucci iovada in esse scorgendoper quante satire io ne leggatanto e tantoio le amo; anzi ho per fermo che l'uomo il quale non abbia una speciedi dilezione per tuttenon sia capace di amarne debitamente unasola.

Eh bien! monsieur l'Anglois! — mi diss'egli festevolmente— ella non viene a spiare la nudità della nostra terraegliel credo; né encoredirei forsela nuditàdelle nostre donne; ma la mi passi una congettura: separ hasardle cadesse per la via sotto gli occhi sí fatta vistanon lerincrescerebbecredo.

Hoin me non so cheche ripugna ad ogni minima insinuazione immodesta:e spesso nella piacevolezza della chiacchiera mi sono provato divincermi; masebbene dopo incredibili sforzi io abbia in un crocchiodi dodici donne lasciato correre un centinajo di barzellettenonavrei ad ogni modo potuto avventurarne una solanemmeno la piúinnocentecon una donna a quattr'occhiquand'anche dovesseaprirmisi il paradiso.

—La mi perdoni monsieur le comte — gli diss'io. —Quanto alla nudità della terrase gli occhi miei lavedesserosi poserebbero lacrimosi sovr'essa; ma quanto alla nuditàdelle donne — e la fantasia mi fe' tosto arrossire — iosono tanto evangelicoe la carità del prossimo mi muove pertutto quello ch'esse hanno di debolech'io la coprirei d'undrappose trovassi modo a gittarlelo addosso(99).Bramo bensí di spiare la nudità de' loro cuorie atraverso i varj travisamenti de' costumide' climi e dellereligionidiscernere ciò che hanno di meglio per modellarvianche il mio: ed eccole perché venni.

«Nonho dunquemonsieur le comtevisitato il Palais-Royalnon il Luxembourgnon la façade du Louvre; nonho ambíto d'impinguare i cataloghi che abbiamo di quadridistatue e di chiese: nel mio pensiero ogni bella persona è unbel tempio dov'io son vago d'inoltrarmi a fine di ammirare leimmagini originalie gli schizzi abbozzati che vi si appendonopiuttosto che la stessa Trasfigurazione di Raffaello(100).

«Questasete che m'arde impazientepari a quella di tutti gli appassionatidelle artimi trasse fuori del mio tetto: e di Francia mi trarràper l'Italia. Viaggio riposatissimo è questo viaggio; viaggiodel cuore in traccia della natura e di que' sentimenti che da leisola germoglianoe che ci avvezzano ad amarci scambievolmente; e adamare una volta un po' meglio gli altri mortali.»

Aquesto il conte rispondeva cortesissimo; e con molta gentilezza siprofessava obbligato a Shakespeare della mia conoscenza.

—Maà propos — soggiuns'egli — Shakespeare èsí pieno di alti pensieri che s'è dimenticato dellalieve formalità di nominare il signoree lasciòquest'obbligo a lei.





XLVII


ILPASSAPORTO


VERSAILLES


Maio non sono mai sí perplessocome quando ho da dire a talunochi io mi sia; e vi sono pochi de' quali io non possa dar contomigliore assai che di me; e perciò sovente ho desiderato chemi bastasse una parola solae sbrigarmene; il che non m'incontròmai fuorché in questa occasione: però che l'edizione diShakespeare su lo scrittojo mi fe' sovvenire che vi si parlava di me:mi pigliai l'Amleto esvolgendolo in un batter d'occhio versola scena de' beccamorti nell'atto quintostesi il mio dito sopra diYorick(101)e ponendo sotto gli occhi del conte il volumecol dito tuttavia suquel nomegli dissi: — Me voici.

Orl'idea del cranio del povero Yorick fu ella cancellata nella memoriadel conte dall'attuale presenza del mio? o per quale incantesimotraversò egli d'un salto lo spazio di sette in ottocent'anni?Ma qui non si tratta di ciò: certo è che i Francesiconcepiscono meglio di quel che combinino; e oramai non mi confondodi cosa veruna di questo mondo; tanto piú che uno de' primatidella nostra chiesa (personaggio ch'iopel suo candore e per lepaterne sue viscerevenero sommamente) pigliò per l'appuntoil medesimo granchio.

—Non posso — diceva egli — non posso indurmi a posare gliocchi sovra le omelie (102)scritte dal buffone del re de' Danesi.

—Sta bene — rispondeva io — mamonsignorei Yoricksono due. L'unodi cui parla Vostra Eccellenzaè morto giàda otto secolie seppellito; e fioriva nella corte di Ordenvillo;l'altro Yorick mi son ioche non fioriscomonsignorein corteveruna. — Il prelato crollava il capo.

—Dio buono! — diceva io — a questo modo ellamonsignorescambierebbe Alessandro il grande per Alessandro calderaio(103).

—Tant'è — tornava a dire il prelato.

—Se Alessandro re de' Macedoni — soggiuns'io — potessetrasferir monsignore a miglior vescovadosono sicuro che monsignorenon direbbe cosí.

Ilpovero conte de B*** non cadde se non nel medesimo errore.

Et monsieur est-il Yorick? — gridò il conte.

Je le suis.

Vous?

Moimoi qui ai l'honneur de vous parlermonsieur le comte.

Mon Dieu! — diss'egli abbracciandomi — vous êtesYorick!

Esi calcò frettoloso in saccoccia quel volume di Shakespeareemi lasciò solo nelle sue stanze.






XLVIII


ILPASSAPORTO


VERSAILLES


Perchémai se n'andasse cosí a precipizioe perchéShakespeare entrasse nella tasca del conteerano nodi ch'io nonpoteva mai sciogliere. Le congetture ed il tempo sono spesi assaimale quando i misteri si riveleranno da sé: e tornavameglio a leggere Shakespeare. Mi pigliai la commedia che ha iltitolo: Gran trambusto per nulla: e mi sono dalla mia seggiolatrovato in un batter d'occhio in Siciliae in tante faccende con DonPedroBenedetto e Beatrice che Versaillesil conte edil passaporto non erano piú cose mie.

Soavearrendevolezza dello spirito umanoche può in un attimosecondar le illusioni le quali furano i piú affannosi momentialla tristezza ed all'ansietà! Omaiomai da gran tempo glianni miei non si numererebbero piús'io non n'avessitrascorsa una parte nell'asilo di quelle terre incantate. Quando lastrada m'è troppo aspra alle piante e troppo scoscesa per lamia lenaio mi devío in un viale di mollissima erbettasulquale sparpaglio le rose mattutine della voluttàe dopo uno odue giri ritornomi rinfrescatoe m'accingo piú gaio e piúvigoroso al mio viaggio. Quando il male m'incalza sívittorioso ch'io non ho piú terra dove ritrarmigitto l'armiabbandono questo mondo; e poiché gli Elisj mi s'aprono alpensiero piú manifestamente del Paradisoio vi penetro aforza siccome Eneae lo vedo andar verso l'ombra della suaabbandonata Didonee sospirar di placarla; e vedo l'ombra sommovereil capoe fuggire con disdegnoso silenzio colui che le straziòil cuore e la fama: il mio dolore si smarrisce nel suoed in tuttiquegli affetti che solevano impietosirmi per la misera innamorataregina sino dal tempo ch'io stava a scuola.

Veramentenon si cammina per l'ombra vana; l'uomo si travaglia indarno cosí(104).Ma ben gli è indarnoe soventeper chi si confida che le sueperturbazioni possano essere calmate dalla sola ragione. Or iopermeposso bravamente asserireche l'anima mia non è sicura disconfiggere neppure la minima delle triste emozioni che le muovonoguerrase non suono tosto a raccolta chiamando alcune emozioni gratee soavi per assalire e cacciare fuor del suo campo la prima.

Com'iofiniva il terz'attomonsieur le comte ritornò col miopassaporto in manodicendomi:

—Posso dirle che monsieur le duc de Choiseul è buonprofeta siccome è uomo di stato.«Un homme qui rit»disse il duca «ne sera jamais dangereux»: e misarebbe stato negato anche un passaporto d'un paio d'ore s'iol'avessi chiesto per altri che pel buffone del re.

Pardonnez-moimonsieur le comte — gli dissi io —non sono il buffone del re.

—Ma ella è Yorick?

—Io.

Et vous plaisantez?

Risposich'io di fatto celiava; ma senza onorario; anzi in tutto e per tuttoa mie spese(105).

—La corte nostra non ha piú buffonemonsieur le comte;e l'ultimo fu veduto sotto il regno dissoluto di Carlo II. Da indi inqua i nostri costumi si sono di mano in mano sí ripolitiiltrono è attorniato di tanti patriotti che non aspirano anullafuorché agli onori e alla ricchezza della patria; e lenostre gentildonne sono sí pudichesí immaculatesíbuonesí pieche un beffardo non troverebbe piú dacavarne una beffa(106).

Voilà du persiflage! — gridò il conte.





XLIX


ILPASSAPORTO


VERSAILLES


Siccomeil passaporto ingiungeva a tutti i luogotenenti-governatorigovernatori e comandanti di cittàgenerali di esercitigiustizieri e ufficiali di giustizia che lasciassero MisterYorickbuffone del ree il suo bagaglio liberamenteviaggiatoreconfesserò che la conquista del passaporto fu nonpoco macchiata dal personaggio ch'io recitava; ma in questo modo nonv'è cosa che sia tutta pura: sentenza da taluni de' gravissiminostri teologi universalmente applicatasino ad affermare che ilsospiro accompagna la voluttà(107);anziche l'estrema delle voluttà ch'ei conoscanofinisce per lo piú con una convulsioneo poco meglio.

Ricordomiche il grave e dottissimo Bevorischio(108)ne' suoi commentari su le generazioni di Adamo in pois'interrompenaturalissimamente a mezzo la notaper dar notizia a' lettori comeuna coppia di passeri posatasi sull'imposta esteriore delle suefinestre l'aveva frastornato per tutta quell'ora ch'ei si stavascrivendo; e tantoche gli fe' perdere il filo della sua genealogia.

«Poffare!»scrive Bevorischio «eppur non v'è dubbio: perch'io ebbila curiosità di contare le voltenotandole una per una con lamia penna; ed il passeronella breve ora che m'avrebbe bastato afinir l'altra metà di questa mia notami frastornòvisibilmente reiterando le sue carezze alla passera per venti trevolte e mezzo. Bontà divina!» scrive Bevorischio «seipur benefica verso le tue creature!» Ma e tudisgraziatissimoYorick! e ti tocca a vedere il piú grave de' tuoi fratelli chescrive e stampa tal cosa che tu non puoi ricopiare nel tuo studioloe che il rossore non t'offuschi la vista! e ne chiedo perdono.

Mae questo che importa egli a' miei viaggi? Dunque due voltedue volteperdono.





L


CARATTERE


VERSAILLES


Eche le pare de' Francesi? — mi disse il conte porgendomi ilpassaporto.

Illettore vede che sí segnalato favore mi dava di che rispondereassai gentilmente.

Mais passe pour cela.

—Parli schietto — replicò il conte — le pare che ne'Francesi veramente spicchi l'urbanità di cui tanto il mondogli esalta?

Risposich'io ne aveva avuta una prova.

Vraiment — disse il conte — les Françaissont polis.

—Eccessivamente — diss'io.

Notòil conte questa parola; e sospettò che significasse piúche forse non esprimeva. Io me ne andava schermendo alla meglio: maegli non rifiniva perch'io gli dicessi a viso aperto come io laintendeva.

Dissidunque:

—A me parsignor mioche ciaschedun uomo abbia in sé unaserie di toni a modo d'ogni stromentoe che tutti gli obblighi ebisogni sociali richiedano vicendevolmente or questo or quel tono:talchéove si preluda dall'acutissimoo dal baritonolecorde intermedie non rispondono piú al sistema necessariodell'armonia. — Ma il conte non sapeva di musicae mi richieseche mi spiegassi diversamente. — Un popolo urbanocaro il miosignor contesi obbliga tutti gli altri; da che l'urbanitàpari in ciò alla beltà femminileha tali attrattiveper cui il cuore non s'attenta di dire ch'essa alle volte fa male. Enondimeno credo che l'uomogeneralmente parlandonon possaoltrepassare un certo termine di perfezione; eov'ei l'oltrepassinon aumenta per questobensí rimuta le sue qualità.Non ch'io m'arroghi di decidere se ciò si possa applicare aiFrancesi; maquanto agl'Inglesisono sicuro che se maiprogredendoad incivilirsiacquistassero la compitezza che distingue i Francesie quand'anche per ciò non perdessero la gentilezzadell'animola quale persuade i mortali non tanto alla civiltàde' modi quanto alla umanità delle azionisi smarrirebbetanto e tanto quella varietàquella originalità dicaratteriche fa discernere l'Inglese e l'Inghilterra da tutti ipaesi del globo.

Iomi trovava nel taschino alcuni scellini del re Guglielmotutti liscicome cristallo; e me gli apparecchiai nella mano per dilucidarel'ipotesi: or quando mi vennero a taglio — Guardi — dissial conterizzandomi e schierandoli innanzi quelle monete su loscrittojo — a forza di dibattersi insiemee strofinarsi persessant'anni in questa ed in quella borsale si sono fatte síindifferentiche Ellamonsieur le comtepenerebbe adiscernere l'una dall'altra(109).Ma gl'Inglesisimili alle antiche medaglie tenute in disparte emaneggiate da pochiserbano la prima impronta intagliatavi dallamano maestra della Natura: le sono un po' ruvide al tattoma incompenso la loro leggenda è sí chiara che a prima vistatu vedi ciò che vogliono dire e significare.

—Ma i Francesimonsieur le comte — aggiuns'io (perch'iovoleva disasprire l'odio del paragone) — possedono tant'altredoti da non portar invidia alla nostra: lealissimovalorosogenerosoingegnoso ed umanissimo popolo fra quanti camminano sottoil cielo: se non avessero un solo difetto: sono troppo serj.

Mon Dieu! — esclamò il conte; e saltò sudalla sedia. — Mais vous plaisantez — diss'eiravvedendosi della sua troppa vivezza.

Miposi la palma sul pettoasseverando con gravissima serietàch'io credeva di errare ne' pareri mieieccetto in quest'uno.

Risposemiche gli rincresceva assaissimo di non poter udir per allora le mieragioniperch'ei s'era impegnato a desinare con monsieur le ducde C***ma chese la distanza da Parigi a Versailles non miscoraggiavapregavami di gradireinnanzi ch'io mi partissi diFranciauna zuppa.

—E forse — aggiunse egli — avrò la soddisfazione cheella si ricreda di questo parere; o vedrònon foss'altroinche modo potrà sostenerlo: ma s'ellamonsieur l'Angloisvi si puntigliasses'armi di tutte le forzeperch'ella ha il mondotutto quanto per avversario.

Promisiche prima di pigliare la via dell'Italia avrei avuto l'onore didesinare con luie gli chiesi commiato.





LI


LATENTAZIONE


PARIGI


Smontandoal mio albergomi vidi accolto dal portinaio il quale mi riferíche una giovine con una scatola di merletti aveva poc'anzi chiesto dime: né so bene s'ella se ne sia itadicevami il portinaio. Mifeci dare la chiave della mia stanza; e mentr'io vi salivae mimancavano forse dieci gradiniincontrai la fanciulla che tornava belbello giú per le scale.

Edera quella gentile fille-de-chambre ch'io aveva accompagnatolungo il quai de Conti ed ora madame de R***inviandola per non so che alla marchande de modesch'eraprossima all'hôtel de Modènele aveva detto ches'informasse s'io fossi partito già da Parigie se avessilasciata una lettera a suo ricapito.

Trovandomila gentile fille-de-chambre sí presso al mio usciorisalí a ristarsi nella mia camera tanto ch'io scrivessi unpolizzino.

Edera una placida e bellissima sera degli ultimi giorni di maggio; e letendine cremisi delle mie finestre (di color simile a quelle del mioletto) erano tutte chiuse: e il sole dall'occidente si rinfrangevaattraverso quelle tendine sul volto della gentile fille-de-chambrecon tinta sí ardente: mi pareva ch'ella arrossisse: equest'idea fe' arrossire me pure; e quel trovarci lí soli ciricolorí il volto d'un secondo rossore innanzi che il primo sifosse smarrito.

Avviuna tal qualità di rossore mezzo piacevolemezzo colpevole;ma la colpa è piú del sangue che dell'intenzione:sgorga impetuoso dal cuoree la virtù gli tiene dietro; nongià a richiamarlobensí congiurano da fratelliaffinché i nervi se ne risentano piú mollemente.

Mané questa descrizione fa al casoperch'io sul bel principiosentiva nel mio secreto un certo cheche non rispondeva inperfettissima consonanza alle lezioni da me date la sera innanzi allagiovine. E spesi cinque minuti a cercare un polizzino biancoed iosapeva di non averne; pigliai la pennala lasciai: le mie ditatremavanoe mi fu addosso il demonio.

Sobenequant'altriche quest'avversarioove tu gli resistase ne vavia; ma io l'affronto assai raramentepel terrore che la battaglia -e poniamo ch'io vinca - non mi lasci qualche ferita: onde antepongola salute al trionfo; ed in cambio di farlo fuggirefuggo io le piúvolte.

Lagentile fille-de-chambre si fe' piú dappresso alloscrittojo ov'io andava pescando quel polizzino: pigliò lapenna ch'io aveva posatami si esibí di reggermi il calamaio;e sí docilmentech'io quasi accettavama non mi arrischiai.

—Non somia cara — le dissi — su cosa scrivere.

—Scriva — risposemi ingenuamente — su quello che può.

«Graziosagiovine! scriverò sul tuo labbro» ma non lo dissi.

S'iola bacio son ito: la pigliai dunque per mano menandola verso l'uscioe pregandola che non si dimenticasse della mia lezione di ieri.

—Me ne ricordome ne ricordo — rispose; e con tanta vivezzachesi volse a un tratto verso di meposando le sue mani sovra le mieed io le strinsi. E come noin quello stato? Avrei ben volutolasciarle andare; ma io le stringevae non senza rimorso; ma iotuttavia le stringeva. In due minuti io presentii tutta la battagliache tornava a prorompermi addosso: le mie ginocchia tremavanoe unbrivido andavami per la vita.

Dalluogo ov'io m'era fermato con lei a' piedi del mio letticciuolovicorrevano appena due braccia: ed io teneva pur sempre le mani dellafanciullanon so dir come. Non l'ho pregatanon ve la trassi; m'erauscito di mente il letto: ci trovammo seduti l'uno accanto all'altrasul letto.

—Appunto — diss'ella — oggi ho fatto una borsellina al suoscudo; e gliela mostrerò. — Si mise la mano nella tascadiritta ch'era dal mio latoe andava frugando; poi nella tascamancina. — L'avrò perduta! — Io non ho mai tolleratala mia impazienza con tanta tranquillità; e quando Dio vollela borsellina si trovò nella tasca diritta; e la trasse: eradi taffettà verdefoderata di raso candido trapuntatolargaappena che vi capisse lo scudo: me la diede in mano: era una bellagalanteriae me la tenni per dieci minuti sovra la palmail cuirovescio posava sovra il ginocchio della fanciulla; ed io guardava laborsellinae talvolta chi mi stava da lato.

Unoo due punti s'erano scuciti nelle crespe del mio collarino: lagentile fille-de-chambre trassesenza aprir boccail suoagoraio; infilò un ago; e li ricuciva. Vidi ch'io tornava adavventurare la gloria della giornata; e di volta in volta che lafanciulla serpeggiava tacitamente con le sue dita intorno al miocolloio mi sentiva sfrondar sul capo l'alloro di cui la miafantasia m'aveva già coronato.

Uncinturino delle sue scarpe le s'era allentatoe la fibbia stava perperdersi. — Veda — disse la gentile fille-de-chambresollevando il suo piede. Né io poteva in coscienza scusarmidal rassettarle per gratitudine quella fibbiaed infilzarle quelcinturinoe sollevarle anche l'altro piede per accertarmi se lefibbie stavano pari; ma cosí all'improvvisoche la gentilefille-de-chambre uscí irremissibilmente d'equilibrioeallora…





LII


LAVITTORIA


PARIGI


Síe allora… Voiteste d'argilla fredda e tepidi cuoripotretereprimere o mascherare le vostre passioni; ma rispondetemi: Che colpaha l'uomo s'egli le sente? e di che mai dovrà il suo spiritorendere conto al Padre degli spiritise non del modo con cui sisforza di governarle? Che se la natura nel tessere la sua tela dellabenevolenzav'ha intrecciate alcune trame di desiderio e d'amoresidovrà dunqueper istrapparlelacerar tutta quanta la tela?

«Flagellacodesti stoici» diss'io nel mio cuore «o grande Rettoredella natura! flagellali! In qualunque luogo la tua provvidenza vorràcimentare la mia virtú a qual si sia repentaglioin ognifrangenteconcedi ch'io mi risenta de' moti che ne derivanoe chemi sono proprj come uomo es'io li dirigo da uomo da benemiconfiderò in ogni evento nella tua giustiziaperchétumio Dio! ci hai creati: né ci siamo creati da noi.»

Com'ebbifinita la mia preghieraporsi la mano alla gentile fille-de-chambree l'accompagnai fuori dell'uscio: né si partí mai dalmio fianco fino a tanto ch'io chiudessi e mi ponessi in tasca lachiave; e allora… Essendo omaima non prima d'alloraomai certissima la vittoriale appiccai un bacio sopra una guanciae la scortai sana e salva sino alla soglia dell'hôtel.






LIII


ILMISTERO


PARIGI


Echi ha in pratica l'umano cuore può dire s'io poteva risaliresul fatto nella mia stanza: avrei tastato un freddo tono e rallentatacon una nota minore la stretta d'una musica che m'aveva agitati tuttigli affetti. E peròpoich'ebbi lasciata la mano dellafanciullaio mi rimasi soletto per alcun tempo su quella portaariguardare almanaccando chiunque passava; quando un oggetto venne ausurparsi egli solo tutte le mie congettureeludendo ad un tempoogni mio raziocinio sovr'esso.

Parlod'una lunga personad'aspetto filosoficoasciuttoaffilato; laquale posatamente andava e veniva per quella via edopo forsesessanta passiritornava davanti all'hôtel. D'annicinquantaduecon una cannuccia sotto l'ascella: giubbacamiciuola ebrache di color cupo un po' benemerite per lungo servigio; ma siconfacevano a quell'aria modesta d'economica propreté.Dall'atto con che si levava il cappelloe s'accostava alla maggiorparte delle persone che gli passavano da latom'accorsi ch'eidomandava la carità: ondeaspettando anch'io la mia voltasciolsi la borsa ad apparecchiargli un paio di soldi; ripassò;ma non mi fe' motto. Né mi s'era dilungato sei passich'eidomandò la limosina a una femminella: e da lei a meio avevapiú sembianza da poter dare: se n'era appena speditoedeccoti dal lato medesimo un'altra donnaa cui egli inchinandosisporgeva tosto il cappello. In quel mezzo un vecchio gentiluomoveniva a bell'agioe un damerino sveltissimo s'affrettava a granpassi: l'accattone li lasciò andare. Rimisimi dunque a mirarloed a rimirarlo per piú di mezz'ora; nel qual tempo egli giròinnanzi e indietro piú volte; e m'accertai ch'ei perseveravaimpreteribilmente nel proprio metodo.

Quidue singolarissime cose mi si dibattevano nel cervelloma senza pro:primamenteperché mai colui narrasse la sua novellaunicamente alle donne? inoltre: che specie di novella e che specied'eloquenza si fosse quella ch'egli avea paragonata inefficace su gliuomini e potentissima a intenerire l'animo d'ogni donna?

Aggiungidue circostanze che ravviluppavano quel mistero: l'unache il pococh'egli aveva da dire alle donne lo sussurrava all'orecchio piúin via di secreto che di richiesta; l'altrache mai non si partía mani votenon tentò donna che non ponesse immediatamentemano alla borsa per lui.

Ného potuto ideare sistema che spiegasse il fenomeno.

Maavendo trovato un enigma per passatempo di quella serami raccolsinella mia stanza.










LIV


ILCASO DI COSCIENZA


PARIGI


Eil maître dell'hôtel mi tenne dietro; edentrò nella stanza a significarmi che mi provvedessid'alloggio.

—E perchégalantuomo? — diss'io.

Ilperché si era ch'io quella sera per due lunghe ore mi chiusicon una giovine; il chediceva l'albergatoreè contro alleregole della casa.

—Sta bene — gli dissi — noi ci divideremo da buoni amicidache né la fanciulla sta peggio; né io staròpeggio: e voi vi rimarrete tale quale vi ho ritrovato.

—E' ci vuol poco — rispose l'oste — a screditare un albergo;Voyez-vousmonsieur! — e additò la fossetta danoi lasciata a' piedi del letto.

Confessoche l'indizio per chi non udiva le discolpe era quasi una provamal'orgoglio mio sdegnava di stare a contradittorio con l'oste. El'esortai che se ne andasse a letto con l'anima in paceperch'iovoleva pure quella notte dormire di buona voglia; e che domattinadopo la mia colazione avrei saldato il suo conto.

—Cred'ellamonsieur — disse l'oste — che quandoanche fossero venute venti ragazzene avrei fatto caso?

—La è una ventina piú del mio bisogno — diss'io.

—Purché — aggiunse l'oste — venissero di mattina.

—Che? la differenza dell'ora fa differente in Parigi anche il fallo?

—No — risposemi — ma lo scandalo.

Unabuona distinzione mi va subito al cuore; né posso dire ch'iofossi pessimamente adirato contro a colui.

—Vedo — continuava l'oste — ch'egli è bene che unforestiero trovi come comperarsi de' merlettidelle calzettede'manichiniet tout cela; ondequando una giovine viene conuna scatolanon v'è da ridire.

—Giuro — diss'io — che anche la fanciulla l'aveva lascatola; ma non vi guardai.

—Dunque monsieur — disse l'oste — non ha fattospesa?

—Di nulla di questo mondo(110)— risposi.

—Perch'io — disse l'oste — le raccomandereimonsieuruna giovine che tratterebbe en conscience.

—Ma la vo' vedere stasera — diss'io. L'oste mi s'inchinòdivotamentee discese.

—Or sí — gridai — or sí ch'io trionferòdi questo maître d'hôtel. E poi?e poi gli faròvedere ch'io l'ho conosciuto per quel sozzo uomaccio ch'egli è.E poi?e poi… — Non potevaa dir verofarmi merito delmio zelo col prossimoperch'io mi sentiva tocco troppo nei vivo; néla coscienza poteva sincerarmi che la mia vendetta derivasse dalrisentimento generoso della virtú; e me ne vergognai prima dimandarla ad effetto.

Pocodopo capitò la grisette con la sua scatola di merletti.

—Vieni a tua posta — dissi fra me — non comprerònulla.

Lagrisette voleva lasciarmi vedere ogni cosa. Io aveva dellosvogliato; ed essa mostrava di non se n'accorgere: eschiudendo ilsuo piccolo magazzinomi esponeva dinanzi l'un dopo l'altro tuttiquanti i suoi merletti: e spiegavali e ripiegavali ad uno ad uno conmansuetissima placidezza: comperassinon comperassilascerebbe ognicosa a mia stima. La pover'anima struggevasi (o mi parea) diguadagnarsi un quattrino; né lasciò persuasiva alcunaintentatae non pareano moine: perch'io mi sentiva attorniato da unnon so che di semplice e carezzevole.

Sev'è chi non penda a quella dabbenaggine vereconda la quale favista di non avvedersenee si lascia gabbaretal sia di lui. Il miocuore si disacerbò e mi dissuase dal proponimento di noncomprare con la facilità con cui m'aveva distolto dal maltalento contro l'albergatore.

«Adunqueti farò io» diceva meco guardandola in viso «tifaròo poverettascontar l'altrui colpa? e se tu seitributaria di quel tiranno di locandierepur troppo! il tuo pane èpiú scarso.»

Quand'ancheio non mi fossi trovato che quattro louis d'orio non avreisaputo alzarmi a mostrarle l'uscio fino a che io non ne avessi spesitre in un paio di manichini.

Mal'oste farà a mezzo con lei. Che mi fa a me? Pagocome tantialtri pagarono prima di meper un atto a cui mancava ad essi ilpotere o la volontà.






LV


L'ENIGMA


PARIGI


LaFleurnel servirmi a cenami riferí che l'albergatoreera tutto compunto dell'affronto fattomi d'intimarmi che miprovvedessi d'alloggio.

Chisa cosa sia una notte ben riposatanon si coricaper quant'ei puòcon l'animo ruggine. Onde ingiunsi a La Fleurche rispondesseall'albergatoreche rincresceva a me pure d'avergliene dataoccasione: e lasciagli intenderese pure a te cosí pareLaFleurche se mai quella fanciulla tornassenon la vedrò.

Ionon mi dava questa mortificazione per amore dell'oste; bensíperch'io feci proponimento di non piú ritentare il pericolo dicui mi sentiva tuttavia la paura; e continuare i miei viaggiaccompagnato dalla virtú che io aveva recata meco in Parigi.

C'est déroger à la noblessemonsieur —disse La Fleurinchinandosi sino a terra — et encoremonsieur potrebbe mutarsi; e separ hasardle piacessedi ricrearsi…

—Io cosí — gli dissi dandogli su la voce — non miricreo.

Mon Dieu! — disse La Fleure partí.

Népassò un'ora ch'ei tornò a mettermi a lettoed eraufficioso piú dell'usato. Vidi che gli errava sul labbro talcosach'ei voleva e non s'attendeva di palesarmi o di chiedermi; nonvi colsi sul fatto; e per verità non ci badai piú chetanto. Ben altro enigma! quell'accattone davanti all'albergom'affaccendava allora la mente; e avrei quasi venduto me stesso ondepoterlo spianare; e non già per curiosità: sentimentomeschinoa cui non compiacerei quand'anche non dovessi sborsare duesoldi; ma un secretoprontoinfallibileda far breccia nell'animod'ogni femmina a cui t'accosti: sí fatto secreto eraparagonabile almeno alla pietra filosofale; e s'io fossi statosignore delle due Indien'avrei spesa una intera per possederlo.

Voltae rivolta quel groppoe senza trovarvi il capostrologai tutta lanotte: e quando mi svegliai la mattinaio era sí travagliatoda' sogni mieiche nol fu peggio il re di Babilonia dai suoi(111);anzi affermo animosamenteche ove tutti i sapienti di Parigi nefossero stati interrogatisi sarebbero guardati in viso allibitiquanto i Caldei.





LVI


«LEDIMANCHE»


PARIGI


Eradomenica. E La Fleur entrando a recarmi il caffèilpanetto ed il burromi s'affacciò cosí rabbellitoch'io alla prima nol ravvisava.

S'eratra noi pattuito a Montreuilch'io gli avrei dato un cappello nuovocon bottone e gancio d'argento ecome si fosse giunti in Parigiquattro louis d'or pour s'adoniser; esia detto in sua lodeil povero giovinotto aveva fatto miracoli; perch'ei s'era comperatoun buon abito di scarlatto lustro e vistosoe calzoni consimili —portati — diceva egli — non però vagliono uno scudodi meno. — Lo avrei soffocato per turargli la bocca: avevano síbella apparenza ch'io (e sapeva che non poteva essere) ma io avreilasciato che la mia fantasia credesse ch'io li avessi allora allorastaccati dalla pezza per quel ragazzoe dimenticarmi cosí cheei si fosse rivestito nella rue de la Friperie(112).

Mail cuore in Parigi non patisce di sí fatta delicatezza.

Inoltres'era comperato una bella sottoveste di raso ricamato con bizzarriaattempatellaper vero direma ripulita con amore; e l'oro delricamo spiccava tuttavia; eperché il colore del raso tenevapiú dell'aerino che dell'azzurros'accordava graziosamentealla tinta dello scarlatto.

Inoltreaveva spremuto da quelle monete una borsa nuova per la sua coda colsolitaire(113);ed il fripier ha dovutovolere e non voleredargli pergiunta un paio di cinturini d'oro pe' suoi calzoni.

Inoltre- e questi con quattro lire di suo - s'era comperati de' manichini dimussolino bien brodése con altre cinque delle suelire un paio di calzette di seta perlate; e diede l'ultima mano aquesto corredo con un'aria avvenente dataglie senza chiedergli unsoldodalla natura.

Cosíin gala e ripettinato all'ultima foggiami si presentò con unbouquet galantissimo in petto: era in somma tutto festivo. Emi corse a un tratto nell'animo che era domenica: e tra l'abitofestivo e la festam'avvisai ch'ei volesse la sera innanzi pregarmiperch'io mi contentassi ch'ei si godesse tutto quel giornocomeognuno suole in Parigi. Mentr'io ci pensavaLa Fleur conumiltà modestissima e confidentequasi che né eglidovesse chiedere né io potessi disdirgliimplorò perquella giornata la libertàpour faire le galant vis-à-visde sa maîtresse; il che io per l'appunto intendevo di farevis-à-vis de madame de R***; però io tenevanoleggiata tuttavia la remise; ese vi fosse salito dietrouno staffiere corredato al pari di La Fleur la mia vanitàlo avria vagheggiato. Onde allora il suo divertimento mi costava piúcaro che mai.

Main sí fatte perplessità bisogna piú badare alcuore che all'aritmetica. I figliuoli e le figliuole della servitúrinnegano nel loro patto la libertàma non la natura: e sonodi carne e di sangueed hanno essi pure le lor superbiette; ementre sudano nel lavorosentono anch'essi i desiderj quanto ipadroni da cui sono pagati. Ben è veronon devono piúdir voglio; nol nego; anzi le loro pretese mi pajono talvoltasí capricciose ch'io le deluderei le piú volte; se nonche il troppo poterlo faree la loro misera condizioneme nesconforta. Vedi! Vedisono tuo servo(114)mi disarma a un tratto della autorità di padrone.

—Va' pureLa Fleur — gli diss'io. — MaLa Fleur!e che innamorata hai tu potuto beccarti in sí pochi giorni inParigi? — La Fleur si mise una mano sul petto e disse:Ch'era una petite demoiselle di casa di monsieur le comtede B***. La Fleur era bello e nato per la società; epernon frodarlo del suo meritodirò ch'egli in ciòsomigliava al suo padronené si lasciava scappar mai leoccasioni: ondeper un verso o per l'altroma il come sappialo Dioegliquando andai pel mio passaportosi era dimesticato con unademoiselle sul ripiano dello scalone presso la sogliadell'appartamentoe mentr'io attendeva a farmi benevolo il conteLaFleur si giovò del tempo a farsi benevola la fanciulla. Lafamiglia doveva quel giorno venire in Parigie credo ch'egli avesseconcertata già la brigata con essa e con due o tre altri dicasa B*** su i boulevarts.

Popoloavventurato! tu almeno una volta la settimana dimentichi in comunegli affannie tra i cantile danzei sollazzi ti sgravi dellapesantissima soma che va perpetuamente opprimendo lo spirito d'ognialtro popolo della terra(115).

LVII


ILFRAMMENTO


PARIGI


Ea me pure lasciava La Fleuroltre ogni nostro patto esperanzadi che divertirmi per tutto quel giorno.

Recandomia casa il burro sovra una foglia d'uvaspina in ora assai caldaedovendo fare piú di tre passiimpetrò dal bottegaio unfoglio di cartaccia da frammentare tra la foglia e la mano. Or comegiunsegli dissi che posasse ogni cosa a quel mododa che si potevafar di meno del piatto; e ch'io me ne starei tutto il dí incasa: però mi facesse dal traiteur allestire dadesinaree se n'andasse con Dioperché io mi sarei acolazione servito da me.

Poich'ebbifinitogittai la foglia dalla finestrae avrei gittato anche quellacartacciase non che correndo con gli occhi sul primo versomiinvogliai del secondo e del terzo; e mi parve peccato a gittarla.Trassi una seggiola accanto alle invetriatele chiusie mi assisi aleggere.

Erain istile francese di quel vecchio del tempo di Rabelais; e se nontemessi di dir maledirei che ne fu esso l'autore. Era inoltre incaratteri goticie sí sbiavati dall'umido e dall'etàche ebbi a penare a cavarne costrutto. E talora lasciai a parte quelfoglioe scrissi una lettera ad Eugenio; lo ripigliaie tornaiall'agonia del l'impazienza: ed io per guarirnescrissi una letteraa Elisama col pensiero vicino sempre a quel foglio; perchéla difficoltà m'istigava a diciferarlo.

Desinai;e poiché una bottiglia di prelibato vino di Borgogna miralluminò l'intellettomi ci misi piú di proposito; edopo tre ore di meditazione indefessa (Gruttero e Jacopo Spon(116)non si stillarono forse tanto il cervello sopra una melensaiscrizione) parvemi d'avere una volta colto nel segno. Maperaccertarmenegiudicai di tradurlo in inglesee star a vedere chen'escirebbe; e cosí a mio bell'agiocome chi si trastullatradussi or una sentenzaor un'altra; e poi me n'andava su e giúper la camera: e alle volte guardava da' vetri chi andava e veniva;sí che battevano le nove della seraed io non aveva per anchefinito. E quando a Dio piacquerilessi come segue:





LVIII


FRAMMENTO


Sendoche la mogliera del notajo s'incagnasse ad misdire et contradiare alnotajoil notajo si gittò a piedi la perghamena et disse: —Harrei caro vi fussi uno altro notajo ad rogare et testimoniare ognicosa. — Et la mogliera del notajosí come colei che erauno cotal turbinío di femminella aizzosadisse al notajo: —Et allhora che vorrestú faremessere? — Disse il notajo:— Vorre' n'andassimo a letto — lo che disse stimando conuna parola buona si diradassi quel tempo nero. Disse la donna: —Va'dormi col diavolo. — Advegna idio cheaffuori unononfussino in casa il notajo altri lettiet le altre due camereetiandiosecondo la usanza di Pariginon havessino masseritiailnotajoal quale non tornava di giacersi allato a una donna chehavealo che è che è dirottamente mandato ad casa ildimoniosi tolse lo cappello et la mazzaet recatasi indosso lacappa — Christo vi guardi di sí fatta notte piorna etventosa — sí si partí; et camminando ad disagiocapitò al Ponte nuovo. Il qualedi magnificentia et vaghezzaet grandezza et elegantia et larghezzaoltre ad chentunque ponte cheadgiunga terra a terra nel cerchio de la mole terracqueaèbellissimo. Con ciò sia cosa che né anche i nostritheologhi et sancti doctori de la Sorbona possono apporgli reitade;salvo che a pena trahe sí poco alito di ventoche gran mercéche tu n'empia un berettoil Sacredieu disquilla di bocca achristiani piú biastemmevolmente sopra decto ponte che in qualsi voglia altra gola della città. Et come che dicano e'predecti maestri rigidi et buoniessere reitade pessima questadico: che il vento dà addosso ad ogni christianoet non chegridi - bada ad te - fistia alla impensataattalché sedicotantiche da buon massai valicano il ponte in zuccasessanta soliper paura d'assiderare si tenessino in testa lo cappellosigiocherebbono a zara soldi cinquanta de' piccioliché tantodee isborsare al dí di hoggi chiunque havrà voglia dibuon cappello. Laonde al notajo cattivelloche veniva rasente lasentinella livirittaet sollevavada naturale advedimento mossolamazza ad calcarsi lo cappel ne la nucaincontrò che la ghierade la mazza s'appicciò ne lo cappio de lo cappello di dettasentinellalo qualecome havesse alievolòche il notajonon se n'avidede le feriate del ponte; bensícome aliava sule acque de la Sennaavidesene uno navicellajo dabbeneet sílo raccolse dicendo: — Tristo è 'l vento che non reca cheche sia a chi che sia. — Ma il soldatoche guascone eras'arroncigliò di subito le basetteet impostò loarchibugiosalvo che non si trovò allato la miccia; advegnache una vecchierellaa la quale a capo del ponte s'era spento unosuo lanterninoavesse accattatatanto che potesse ralluminarlolamiccia dal soldato; et il sangue di costui hebbe agio ad freddarsiet dove inprima intendeva che il notajo desse de' calci ad rovajos'advisò d'altra maniera ad lasciare ire il notajoet faretutta fiata suo pro. Imperò acchiappò di capo al notajolo cappelloa legittimagione del bottino allegando lo dettato diesso navicellajo: — Tristo è 'l vento che non reca cheche sia a chi che sia. — Lo sciaurato notajo valicò ilponteetcome lo conducevano e' piedipassava per la via che inParigi dicono de lo Delfino nel borgo di sancto Germano; et ne loandare rammaricavasi con esso seco dicendo:— Oymeioymèdolenteoymè tristooymè gramooymè nato pervivermi abburattato da le burrasche; et tempestato da la gragnuola dele male linguele quali per l'arte mia mi saettano in piazza et incasa et in chiesa; et constretto da li fulmini di sancta Chiesa a lesponsalitie con una bufera di femmina; et sfolgorato di casa mia darovaj domestici; et lasciato cosí in zucca da pontifici. Doveme n'anderò io pezzendo al bujoal serenoal maltempoetbalestrato hor qua hor là dove con piú dura riottamareggia fortuna? Dove ti adagierò ioo mia povera testa? Hayhuomo malarrivato nel mondo! Ma a la croce d'Idioné unque aDio piacerà che sol unonon fussi altroda li trentatrépunti de la bussola non mi spiri vento gratiososí come atante altre creature? — Sí tapinandosis'advenne adbrancolare per entro uno cieco tortuglio; né sappiendo dov'e'si fossegli venne udita una voce che chiamava la fante perchécorresse per lo piú vicino notajo. Onde che il notajocon ciòsia cosa che vicinissimo si trovassesenza altro aspettare giudicòben fatto di salirecome che a tentoneper l'uscio onde la voceveniva. Et la fantemenandolo attraverso una caminatacondusselo inuna camera grandela qualeoltre una alabardauna loricaunovecchio rugginito spadone et una tracollaappiccati con pendagli nele quattro pareti l'uno a rincontro de l'altroaltri addobbiallhoramai non havea. Et sopra il lettuccio giacea uno vecchionecanuto il quale fuetse col tramonto de la fortuna non s'obscuraetiandio la nobiltà del sangueera tuttavia gentilhuomo; etd'una mano si facea sostegno a la testa. Era accanto al lettuccio unodeschetto sul quale ardeva una lucerninaet quivi presso una scrannasu la quale il notajo senza far motto adagiatosiet toltosi dicintola il pennajuoloacconciò innanzi a sé ilcalamajo et due fogli bianchi che si trovava havere indosso: et comehebbe intinta la pennasi curvò col petto sul descostandoin orecchi ad udire et scrivere le volontà extreme et iltestamento del gentilhuomo. Il quale sorreggendosi alquanto sul'origliereparlò: — Lasso me; tu di certomesser lonotajonon sai com'io non che possa far lascitimi veggio moriresenza havere di che satisfarti del testamento. Ma quanto piúposso ti priegho che tu comporti questa fatica di scrivere la miahystoria; per ciò checome che ferventemente io desideri diandare hoggimai dove a Dio piacerànon chiuderò inpace questi occhi se non lascio per heredità al mondo lahystoria miala quale fia letta da ogni huomo che vivecotanto èfiera et diversa: et ad te in mercede de la scritturatanto ch'iodettolascierò per legato il guadagno che divulgandola netrarrai; di che senza niun dubbio farai ricco te et casa tua. —Il notajo ritinse di botto la penna nel calamajo. Et quel canutolevando gli occhi pietosamente et stendendo al cielo le palmeadoròtacito alquantopoi disse: — Onnipotente direttore di tutti icasi della vita miail quale vedi per che labyrinto lunghissimo didisastrosi sentieri et a che extremità et disperatadesolatione m'hai di tua mano condottooh mio Diosoccorri a lainferma memoria d'un vecchio moribondo et che ha il cuor dilaniato;dirigi la mia parola con lo spirito eterno de la tua veritàaffinché questo forestiero non debbia scrivere sol una sillabache non sia hoggimai notata nel libro de' tuoi ricordiper li quali(et in questo dire giunse le mani et con voce alta gridò) iosto per essere o condannato o assoluto. — Et il notajo sollevòla punta de la sua penna tra l'occhio suo et la fiammella: al qualeil vecchiodopo alcun silentiodisse: — Messer lo notajotuscrivi una hystoria per la quale la natura agiterà le viscerede la misericordia ne gli huominiet spezzerà i cuoripietosiet obbligherà al pianto fin anche la crudeltà.Il notajo infiammavaet gli parea mill'anni di scrivereet ritinseun'altra fiata la penna: et il vecchio gentilhuomovoltosi con lapersona al notajoet la hystoria dettandoglicominciò(117)

—E il rimanente? — diss'io — ov'è il rimanenteLaFleur? — Perché La Fleur per l'appunto tornavanella mia stanza.





LIX


ILFRAMMENTO E IL «BOUQUET»


PARIGI


Equando mi s'appressò al tavolino tanto che io potessi fargliintendere il mio bisognorisposemi che ve n'erano altri due foglico' quali aveva presentato il bouquet alla demoisellesu i boulevarts.

—Deh spicciatifigliuolo mio; arriva all'hôtel del contedi B***e fa' di riaverli.

—Li riavròsenz'altro — e volò.

Némi fece aspettare; e tornò che non potea trar il fiato; e cosísmarrito che parea nunzio di guai ben peggiori della irreperibilitàdel frammento. - Juste ciel! da poco piú di mezz'oraquel povero giovinotto aveva raccolto il tenero addio dalle labbradella sua demoisellee l'ingrata aveva già regalatoquel gage d'amour a uno staffiere del conte; e lo staffiere aduna sartorina; e la sartorina a un suonatore di violinoe sempre colmio frammento sul gambo: vedi nodo di comuni sciagure! E mandai unsospiro; e La Fleur me lo rimandò con eco dolorosaall'orecchio.

—Gran perfidia! — gridò La Fleur.

—Gran disgrazia! — diss'io.

—Non sarei tanto mortificatomonsieur — diceva LaFleur — s'ella lo avesse perduto.

—Né ioLa Fleur — gli risposi — se l'avessitrovato.

Mas'io l'abbia o no ritrovatosi vedrà poi.





LX


L'ATTODI CARITÀ


PARIGI


Chisdegna o sospetta di passare al bujo per un chiassuolosaràforse un egregio uomo dabbenee destro a mille negozjma un buonviaggiatore sentimentale non maiAssai cose che accadono asole chiarissimo e su per le vie larghe e frequentile vedoma nonle guardo. La natura è vergognosané s'attenta d'agirealla presenza di spettatori; bensí in qualche appartatocantuccio ti lascia vedere taluna delle sue brevi scene cheequivalgono alla quintessenza di tutti i sentimenti stillati da unamezza dozzina di tragedie francesi: tragedie per altro bellissimeassolutamente; e le si confanno del pari al predicatore eall'eroe; e perciò ogniqualvolta mi trovo in impegno piúsolenne assai dell'usato(118)io nelle mie prediche m'ajuto di quelle tragedie; e quanto al testola Cappadociail Ponto e l'Asiala Frigia e la Pamfilia son ottimitesti quanto ogni altro della Scrittura(119).

Evviun opaco andito lungoche dall'Opéra Comique riesce aun vicolo angustocalcato da que' pochi che modestissimi aspettanoun fiacre(120)o che piú volentieri tornano a casa in santa pace co' loropiedi. A capo dell'andito attiguo al teatro vedi una candeluccia ilcui raggio a mezzo l'andito si smarrisce tra l'ombre; ma vi sta peradornamentoa imitazione delle stelle di minima grandezza le qualiardono ea quanto sappiamonon giovano gran che a noi mortali.

Perquell'andito adunque io m'avviava all'albergoquando cinque o seipassi innanzi ch'io giungessi alla portam'accorsi di due signorel'una a braccio dell'altracol dosso al murole quali secondo lemie induzioni aspettavano un fiacre: e poich'erano sípresso alla portaio per rispetto al diritto di prioritàm'incantucciai pianamente un braccio o poco piú di qua dalledue signoree quasi invisibileperch'io era vestito di nero.

Lasignora che mi stava piú presso era una lunga e smilza personad'anni forse trentasei; l'altradi pari forme e staturan'avràavuti quaranta: e non avevano indizi nuziali né vedovili;bensíin tutto e per tuttol'aspetto di due caste sorellevestalia cui né le carezze né i baci aveano libata larugiada quasi gelata su le lor labbra. In altro tempo io mi sareicordialmente adoperato alla loro felicità; ma per quella serala loro felicità doveva arrivar d'altro luogo.

Unavoce sommessa con dicitura elegante e con soave cadenza supplicavache tra lor due facesseroper l'amore di Diol'elemosina d'undodici soldi. E mi parve fuori d'ogni uso che un accattone assegnassela somma dell'elemosina; e dodici volte piú che non si dàsolitamente all'oscuro. E se ne meravigliavano anch'esse.

—Dodici soldi? ve'? — dicea l'una.

—Un dodici soldi! — dicea l'altra; né gli davano retta.

Ilpoverello continuava a dire che non si sarebbe attentato a domandaredi meno a due dame del loro grado; e s'inchinò sino a terra.

—Poh! — dissero — non abbiamo di spiccio.

Tacqueper allora il mendico; poi tornò ad implorare.

—Deh! gentili damine; deh non chiudano le loro pietose orecchie a mesolo!

Sur ma paroledavverouomo dabbene — dicea la minore —non abbiamo moneta.

—Il cielo dunque le benedica — rispose il mendico — emoltiplichi a loro le gioje che possono versare su gli altri senzamoneta!

Notaiche frattanto la sorella maggiore accostava la mano alla tascaediceva:

—Se troverò un soldo!

—Un soldo! me ne favoriscano dodici — ripigliò ilsupplicante — la natura fu sí benefica verso di loro! lesieno adunque benefiche con un povero.

—Ve li darei con tutto il cuore — disse la giovine; — amicove li dareise ne avessi.

—O mia benefattrice! bella e caritatevole gentildonna — dicevaegli alla sorella maggiore — ma se allo splendore di quegliocchiche reca in quest'andito buio il chiaror del mattinoèmista insieme tanta dolcezzanon dovrò io credere che ciòderivi dalla bontà e dalla umanità di quel cuore? nondovrò io credere al marquis de Santerre ed a suofratelloi qualipassando dianziparlavano tanto di tutte e due?

Etutte e due pareano commosse; e le loro dita correvano come perimpulso e contemporaneamente alle tasche; e n'uscirono due monete didodici soldi; né altercavano piú col poverobensítra lor due aspirando al merito di far l'elemosina; ma la fecero a unpunto tutte e duee il diverbio cessò: e l'uomo dabbene sen'andò con Dio.





LXI


L'ENIGMASPIEGATO


PARIGI


Glicorsi dietro; ed era quel tale che con tanto buon esito davanti almio albergo chiedeva l'elemosina a tutte le donne. Il secreto cheaveva tanto dicervellatofu da me a un tratto scoperto; o se nonaltroil midollo: ed era l'adulazione.

Essenzadeliziosissima! oh come sai rinfrescar la natura! e oh come le forzee le debolezze della natura propendono tutte insieme a raccôrti!perché tu t'infondi dolcissima nel sanguee per vie difficilie tortuose gli agevoli il corso fino a' seni del cuore.

Quelpovero uomonon vedendosi stretto dal tempoha potuto largheggiarnella dose: certo è nondimeno ch'egli altresí aveval'arte di ridurla in sostanzacontenuta in minime particelle per letante urgenze improvvise che lo coglievano su le vie. Or come maidiluiva egliristringevaconfettavaqualificava insomma le dosi?Non ne vo' saper altro; e lascio in pace il mio spirito: ben so chel'accattone si buscò due monete di dodici soldi; e chiguadagna assai piúsaprà dirvi il resto assaimeglio(121).





LXII


PARIGI


Noici facciamo largo nel mondo non tanto col fare quanto col riceverede' servigi: tu trovi un germoglio mezz'arido; lo pianti perchél'hai raccattato; e perché l'hai piantato lo adacqui.

Monsieurle comte de B***pel favore ch'ei mi fece del passaportocontinuòne' pochi giorni ch'egli andava capitando a Parigia favorirmi spontaneamente; e mi fece conoscere ad alcuni signorid'alto affarei quali m'avrebbero fatto conoscere a' loroconoscentie di mano in mano cosí.

Edio aveva scoperto il secreto in tempo da convertire questionori in profitto; altrimentiavrei desinato e cenatocome suoleavvenireuna o due volte in giroe traducendo i cenni e glisguardi francesi in inglese schiettissimomi sarei presto avvedutoch'io m'usurpava il couvert(122)d'un piú piacevole commensale; eper la semplicissima ragionech'io non avrei potuto serbarmeleavrei rassegnate ad una ad unatutte le mie sedie. Ma per allora i fatti miei non camminavano male.

Ebbil'onore d'essere presentato al vecchio marquis de B***segnalatosi in gioventú per parecchie non gravi impresecavalleresche nella corte d'Amore. Da indi in poi si vestíalla foggia delle giostre e de' torneamentie imbizzarriva a farcredere ch'ei non era campione d'Amore solamente in fantasia.

—Avrei caro — mi diceva egli — di dar una corsa perl'Inghilterra; — ed informavasi intorno alle dame inglesi.

—Rimangamonsieur le marquis — gli diss'io — rimangadov'è: les messieurs anglois penano anche troppo aimpetrare un'occhiata dalle loro dame. — Il marchese mi convitòa cena.

MonsieurP*** gabelliere generalemoveva altrettante interrogazioni sule nostre tasse.

—Odo — diceva — che le sono ragguardevolissime.

—Se si sapesse riscuoterle — rispos'io; e gli feci un inchinoprofondo.

Ionon mi sarei ad altri patti meritato un invito a' concerti dimonsieur P***(123).

S'erafatto mal credere a madame de V*** ch'io mi fossi un esprit.Ella sí ch'era un esprite spasimava di vedermi ed'udirmi; né io aveva preso una seggiolache m'accorsi cheper sincerarsi del mio spiritoquella dama non avrebbe dato unpistacchio: ma che io invece era ammesso per far poi testimonio delsuo: e Dio sia testimonio anche a me checonversando con essanonho levato il sigillo a' miei labbri(124).

Madamede V*** non incontrava uomo vivente a cui non asserisse che nonaveva mai conversato con tanto profitto in sua vita.

Unafrancese riparte il proprio regno in tre epoche: nella prima ècoquettepoi déistefinalmente dévote;e durante quest'epoche il regno fiorisce sempree solo rimutavassalli. Intorno all'anno trentesimo sesto suole per lo piúspopolarsi di tutti gli altri schiavi d'Amoree si ripopola a untratto degli schiavi dell'Incredulitàa' quali sottentrano lecolonie degli schiavi della Chiesa.

Madamede V*** stava in forse tra la prima epoca e la seconda: il coloredi rosa smarrivasi alloramai a occhio veggenteequand'io le fecila prima visitafuggiva il quart'anno da che essa avrebbe dovutoappigliarsi al deismo.

Mife' sedere seco sopra un sofà per disputare posatamente de'punti di religione: madama insomma mi disse che non credea nulla.

Risposicheov'ella pur s'attenesse in cuore a questi principjio eranondimeno sicuro che non le tornava a conto di radere lefortificazioni esteriorisenza le quali mi pareva miracolo che unacittadella sí fatta potesse difendersi; che il deismo era purela pericolosissima cosa per una bella personae ch'io per obbligo dicoscienza non poteva dissimularle come non erano corsi cinque minutida ch'io m'era seduto su quel sofàed aveva già fattinon so quanti disegni: se non che i sentimenti miei religiosie lapersuasione che fosse anch'essa armata di religione mi soccorsero areprimere i miei desiderj nel punto che avevano cominciato atentarmi.

—Non siamo — e la presi per mano — non siamonodidiamante: però dobbiamo confidare la nostra salute negliostacoli esternifinché l'età non venga a concentrarliinvisibilmente dentro di noi: ma — e le baciai la mano — èancor prestogentil mia donna; assai presto.

Perchénol dirò? io fui per tutto Parigi in concetto d'avereconvertita madame de V***; emolti l'hanno udita affermare amonsieur D*** e all'abbé M***(125)ch'io aveva piú in poche parole detto a favoreche non essiin tutta la loro Enciclopedia contro della rivelazione; e fuisenz'altro nel registro della côterie(126)di madame de V***la quale procrastinò l'epoca deldeismo ad un paio d'anni.

Miricordo che appunto in quel crocchiomentr'io nel fervore delragionamento andava provando la necessità d'una PrimaCausami sentii tentare nel gomito; e il contino di Fainéantmi chiamò in disparte in un canto di quella salaperavvertirmi che il mio solitaire(127)mi calzava troppo nel collarino.

—Guardi; sta plus badinant — diceva egli accennandomi ilsuo — e basta una parolamonsieur Yorickal savio.

—E dal saviomonsieur le comte — risposi con un inchino.

Néverun uomo mortale mi strinse con amplesso sí svisceratocomeallora il contino di Fainéant.

Pertre continue settimane non ebbi opinione fuorché quella di chimi parlava. — Pardi! ce monsieur Yorick a autant d'esprit quenous autres. — Il raisonne bien — diceva unaltro; e un altro: — C'est un bon enfant. — Ondefinché Dio mi lasciava vitaio poteva mangiare e bere e darmibuon tempo in Parigi; ma pagando pur sempre un disonestissimo scotto.M'avvilii di vergogna: lucri da schiavo! L'onore e tutti quanti isuoi sentimenti virili si sollevarono per dissuadermene: quant'io piúsaliva tra' grandiio mi vedeva costretto al mio sistemad'accattone; e le piú fiorite conversazioni aveno piúalunni dell'arte. Io sospirava gli alunni della natura: e una seradopo d'essermi abbiettissimamente prostituito a mezza dozzina divarie personemi sentii nauseatoe mi ricovrai nel mio lettoraccomandando a La Fleur che ordinasse i cavalliperch'ioall'alba volea affrettarmi verso l'Italia.





LXIII


MARIA


MOULINS


Néio aveva peranche provato l'affanno dell'abbondanza; matraversandoil Bourbonnaistemperatissima contrada di Francianeltripudio della vendemmiaallorché la natura profonde in ognigrembo la sua doviziae gli occhi dei suoi figliuoli si sollevanoper gratitudine al cieloe la musica comparte allegramente illavoroe tutti portano danzando i loro grappoli; ed io ad ogni passodel mio viaggio mi sentiva prorompere e infiammare nell'anima milleaffetti per tanti gruppi che mi venivano incontroed ogni gruppom'era liberale di liete avventure.

Diomio! ne riempirei venti volumi: e ohimè! pochi e brevi fogliappena m'avanzanoe dovrò darne almen la metà allapovera Mariala quale fu già incontrata dall'amico mio Shandypresso Moulins.


Perchéin questo e nel seguente capitolo Yorick tocca un racconto che moltide' suoi concittadini e pochi de' miei hanno lettoioTraduttorestimai bene di volgarizzarlo e di frammetterlo qui come segue:


VITAE OPINIONI

DITRISTANO SHANDY GENTILUOMO

(VOL.IXCAP. XXVIII)


Eranole piú dolci note ch'io avessi udito mai: e calai tosto ilcristallo per udire distintamente.

—È Maria — dissemi il postiglioneil quale s'avvide ch'iostava attento. — Povera Maria! — e si chinò da unlatoperch'egli stava in linea retta e temeva ch'io non potessivederla — eccola líseduta a quel grepposonando ivespri sul flautocon la sua capretta da canto.

Equeste parole furono da quel giovinotto proferite con accento e convolto sí concordi a' moti d'un cuore pietosoch'io fecisubito voto di dargli una moneta di ventiquattro soldi tosto ch'iofossi a Moulins.

—E chi è la povera Maria? — gli diss'io.

—È l'amore e la pietà di tutto il contado qui attorno —risposemi il postiglione. — Il Soletre anni fanonrisplendeva sul viso di veruna fanciulla né piúspiritosané piú amabile di Maria; povera Maria! tunon meritavi che le tue nozze ti fossero interdette per le brighe delcurato della parrocchia.

Eseguitò a dirmicome il curalo aveva fatte giàdall'altare le denunzie di quelle nozze.

Senon che Mariache s'era un po' riposatas'accostò il flautoalla boccae ripigliò la sua aria; ed erano le medesime notema dieci volte piú soavi.

—Questo è l'Ufficio della sera alla Vergine — disse ilragazzo — né si sa chi a lei l'abbia insegnatonécome riesca a sonarlo sul flauto; noi crediamo che il cielo per suamisericordia la ispiri; perché dal dí ch'ella èfuori di sépare che non trovi verun'altra consolazione; nonsi lascia uscire di mano quel flautoe sona l'Ufficio quasi díe notte.

Ladiscrezione e l'ingenua eloquenza del postiglione mi costringevano adiciferare certa gentilezza che gli trasparivasuperiore alla suacondizionedal viso; e sarei stato voglioso di sapere la sua storia:ma allora l'anima mia era tutta della sfortunata Maria.

Cisiamo frattanto avvicinati al greppo ove sedeva Maria. Portava unrado guarnellino bianco; e tutti i capellida due ciocche in fuoriravvolti in una rete di seta con alquante foglie d'ulivobizzarramente intrecciatevi da una banda. Era bella assai! e s'io homai provato la piena d'un onesto crepacuorefu nel punto ch'io laguardai.

—Iddio ti consolipovera donzella! — esclamò ilpostiglione. E volgendosi a metornò a dire:

—Piú di cento messe si sono già celebrate in tanticonventi e nelle chiese parrocchiali del contado per lei; ma senzapro. Talvolta rinviene in se stessa; e noi abbiamo fede che un díla Vergine la risani; ma i meschini suoi genitoriche la conosconomeglio di noinon però sono consolati nemmeno dalle speranze;e temono che non riavrà piú i suoi sentimenti; mai piú.

Com'ebbeil postiglione ciò dettoMaria fece una cadenza símelanconicasí affettuosae sí querulach'io balzaifuor di carrozza a riconfortarla; e nel risentirmi del mioentusiasmomi trovai seduto in mezzo a lei e la sua capra.

Mariam'affissò pensosa alcun poco; poi guardò la sua caprapoi me; e poi la sua capra ancora: e cosí ora l'una oral'altro.

—Or beneMaria — le dissi amorosamente — che rassomiglianzaci trovate voi?

Mae tucandido lettorecredi ch'io non le feci questa interrogazionese non perch'io sono umilmente convinto che anche l'uomo è unabestia; credimie di questo te ne scongiuroch'io non avreilasciato andare una burla intempestiva alla presenza venerabile dellamiseria; noquand'anche m'impadronissi di quanta arguzia sgorgòmai dalla penna di Rabelais.

—AddioMaria! Addiopovera mal'avventurata donzella; non oggiun díforseudrò dalle tue labbra i tuoi guai; — e fui sino adora deluso. Intanto ella prese il suo flautoe mi fe' con esso talracconto di sciagurach'io mi rizzaie a passi rotti ed incerti mene tornai adagio adagio alla mia carrozza.




CONTINUAIL

CAPOLXIII DELL'ITINERARIO DI YORICK


Ilracconto di questa donzella impazzita mi avea pur commossoleggendolo; ma vedendomi in quelle vicinanzemi tornò alpensiero sí fieramenteche con irresistibile forza mitrascinò mezza lega fuori di strada al villaggio de' suoiparenti a domandarne novella.

Questoè un andare (e il confesso) come il cavaliere della TristaFigura a caccia di dolorose avventure; mae non so comeio non misento sí pienamente conscio dell'esistenza d'una anima in mese non quando mi trovo ravvolto nelle malinconie.

Lavecchia madre venne sull'uscioe il suo aspettoinnanzi che le suelabbra s'aprisseromi narrò tutti i suoi guai. L'era mortoanche il marito; — morto da un mese — diceva ella —d'angoscia per la misera infermità di Maria; e allora hotemuto che per questa sciagura la povera fanciulla perderebbe anchela poca ragione che le rimane: invece par che rientri in séma non trova mai quiete: la mia povera figliuola (e cosídicendo piangeva a lacrime amare) va ramingandochi sa dovelungola strada.

Perchémentre io scrivoil polso mi batte languidamente? e come mai LaFleurche par ch'abbia il cuore creato solamente per l'allegriaripassava il rovescio della sua mano due volte sugli occhimentre lavecchia stava ritta sull'uscio parlandomi? Accennai al postiglioneche ripigliasse la strada.

Unmiglio e mezzo di qua da Moulinsverso un viale che mette a unboschettoscopersi la povera Maria che sedeva sotto un pioppo:sedeva col gomito sul grembo e col capo chino da un lato sovra lapalma: un ruscelletto scorreva a' piedi d'un albero.

Ordinaial postiglione che andasse col mio sterzo a Moulins e a La Fleurche mi facesse allestire da cenaperché io gli avreiseguitati passeggiando.

Essaera vestita di biancoe quale è descritta dall'amico mio; senon che le sue chiomeraccolte allora in una rete di setacascavanoquand'io la vidiabbandonate: aveva anche aggiunto al suoguarnellino un nastro verde pallido ad armacollodonde pendeva ilsuo flauto. La sua capra le era stata infedele al par del suoinnamorato; e aveva in sua vece un cagnolinoe tenevalo con unacordella attaccato alla sua cintura.

—Ma tu non m'abbandoneraiSilvio — gli disse. Guardai negliocchi Mariae m'avvidi che piú che alla sua capretta e al suoinnamoratoessa allora ripensava a suo padre: poichéproferendo quelle parolele lacrime le gocciavano giú per leguance.

M'assisiaccanto a lei; e Maria mi lasciava chementre le cadeano le lagrimeio le asciugassi col mio fazzoletto; e lo bagnai delle mie e nellesue; poi nelle miee rasciugai poscia le sue: sentiva intanto iotali commozioni e sí inesprimibilich'io sono certo che nonpotrebbero ascriversi mai a veruna combinazione di materia e di moto.

Sísono persuaso che ho un'anima: e tutti i libri di cui i materialistiappestano il mondo non sapranno convincermi mai.





LXIV


MARIA


Mariasi risentiva; e le domandai se si ricordava d'un uomo pallido edesile della personail quale due anni addietro s'era seduto in mezzoa lei e alla sua capra. Rispose che a quel tempo era malata assai; mache se ne risovveniva per due circostanze: perchécosímalatas'accorse che quell'uomo n'avea pietà; e poiperchéla sua capra gli aveva rubato il fazzoletto e che ella per quel furtol'aveva allora battuta. E diceva d'avere lavato il fazzoletto nelrioe che n'aveva tenuto conto sino a quel giorno perrestituirglielose mai lo rivedessecom'ei le aveva mezzo promesso.Cosí parlandosi traeva di tasca il fazzoletto a mostrarmelo;lo custodiva piegato politamente fra due foglie di vite ravvolte d'unpampino: spiegandolo vidi una Ssegnata in un de' lati.

Enarravami com'ella aveva tapinato dopo quel dí sino a Romaefatto un giro in San Pietroe che se n'era tornata; e che sola avevaritrovato il sentiero lungo gli Appenninie traversata tutta laLombardia senza danaroe le strade alpestri di Savoia senza scarpe:come ella avesse tanto patito; e come e da chi sostenutanon poteadirlo:

—Ma Dio mitiga il vento — disse Maria — perl'agnello tosato.

—Tosatoe come! e nel vivo — diss'io. — Ma se tu fossinella terra de' miei padri dove ho un abituroio ti raccorrei mecoper ricovrarti: tu mangeresti del mio pane e berresti nella miatazza(128):sarei buono col tuo Silvio: a te debole e vagabondaio verrei sempredietro per ravviarti: al tramontar del sole io direi le miepreghiere; e quando avessi finitotu soneresti il salmo della serasul tuo flauto: né l'incenso del mio sacrificio saria menoaccettosalendo ne' cieli con quello d'un cuore straziato.

Lanatura stempravasi dentro di me mentr'io parlava; e Mariaosservandoche il fazzoletto che io mi traeva di tasca era omai troppo molle perasciugarmi gli occhivoleva lavarmelo nel ruscello.

—E dove lo rasciugherai tuMaria?

—Nel mio seno — rispose — mi farà bene.

—Tanto arde ancora il tuo cuoreMaria? — le diss'io.

Iotoccava una corda su la quale erano tesi tutti i suoi guai: fissòalquanto gli occhi smarriti sul mio volto; poisenza dirmi parolaprese il suo flautoe sonò l'orazione alla Vergine. Lavibrazione della corda da me toccata cessò: in uno o dueminuti Maria si riebbe: lasciò andare il suo flauto e s'alzò.

—E dove vai tuMaria?

Dissemi:— A Moulins.

—Vuoi tu venirci meco? — diss'io.

Appoggiòil suo braccio sul miolentando la cordella al cagnoletto perchéci seguisse. Cosí entrammo in città.





LXV


MARIA


MOULINS


Quantunqueio aborra i saluti e le accoglienze sul mercatopurequando fummoin mezzo alla piazza di Moulinsmi fermai per pigliarmi l'ultimaocchiata e l'ultimo addio da Maria.

Mariasebbene non fosse altaaveva forme di prima bellezza; l'afflizionele aveva ritoccato il volto d'un certo cheche non pareva terreno:ad ogni modo era donna; e tanto da tutta la sua persona spirava tuttociò che l'occhio vagheggiae l'anima desidera in una donnache se potessero cancellarsi le tracce impresse nel suo cuoreequelle di Elisa dal mionon solo essa mangerebbe del mio paneeberrebbe nella mia tazzama Maria poserebbe sul mio petto e misarebbe figliuola(129).

Addiomisera sconsolata vergine! imbevi l'olio e il vino che la compassioned'uno stranieromentr'egli passa pellegrinandoversa ora su le tuepiaghe(130).Iddio soloche ti ha per due volte esulceratapuòrimarginarle per sempre.





LXVI


IL«BOURBONNAIS»


Eppurela mia fantasia s'era già lusingata d'immagini allegre! e ohquanto l'anima mia s'aspettava di tumultuar nella gioia in quelviaggioe in quei giorni della vendemmiae per quelle piaggeamenissime della Francia! Ma!… quivi appunto il dolore mi apríla sua porta; e ogni gaia speranza m'abbandonò. In ciaschedunadi quelle scene di giubilo m'appariva nel fondo la pensosa Mariasedente all'ombra del pioppo: ed io già toccava Lionenéavea per anche potuto coprirla d'un velo.

Carasensibilità! tu se' l'inesauribile fonte degl'incanti dellavoluttà e degli spasimi dell'angoscia! tu incateni il tuomartire sovra un letto di paglia; e tu stessa lo sublimi teco oltreal cielo. Eterna fonte de' nostri affetti! Or sí ch'io ticercoor sí tutta la tua


Divinitàdentro il mio petto esulta(131).


Manon già quando la tristezza e l'infermitàquando


L'almain sé si ristringee inorridita

L'annientamentosuo guarda e s'arretra.


Vanapompa di frasi!(132)bensí quando un generoso piaceree un affanno generoso miviene di fuorialloraallora emana tutto da teo grande Sensoriodell'universo! da te che diffondi la tua vibrazionequand'anche ununico crine ci caschi dal capo e la propaghi nelle piú remotesolitudini del creato. Tòcco da teEugenio schiude un po' lecortine sotto le quali io giaccio languendoascolta la storia de'miei patimentie intanto i suoi nervi tremano dolorando; ma eglin'accusa l'intemperie della stagione. Tu spiri sovente una scintilladel tuo calore all'aspro alpigianomentre trascorre su per le rupiagghiacciate e s'abbatte in un agnello straziato dal dente del lupo.Vedilocon la testa appoggiata al vincastroinchinarsi pietosamenteverso l'agnello. Ah! foss'io giunto un poco piú presto!L'agnello spira nel suo sanguee il cuore compassionevole delpastore gronda sangue!

Pacesia tecogeneroso pastore: tu ora te ne vai contristatoma la gioiate ne renderà il merito; poiché la tua capanna èbeatae beato chi l'abita tecoe beati gli agnelli che ti belanoattorno.





LXVII


LACENA


Unferro del piede dinanzi del cavallo delle stanghe schiodavasi a'primi passi dell'erta del monte Tararo; e il postiglione scavalcòlo staccòe se lo serbò nella tasca. E poichés'aveva a salire per cinque migliae per questo era appunto ilcavallo di cui solo si poteva far capitaleio intendeva che fossericalzato di quel suo ferro; maavendo il postiglione gittati viatutti i chiodipoco o nulla poteva allora il martello di cui eraprovveduto il mio sterzo: e mi rassegnai a tirare innanzi.

Manon s'erano superate due miglia dell'ertaquando quel travagliatoronzinocontrastando con uno di que' passi disastrosirestòdisarmato dell'altro ferro dell'altro piede dinanzi. Non ne volli piúsapere altroed uscii dal mio sterzo; ediscernendo a un tratto ditrecento passi una casa a mano mancinavolli avviarmi; ed ebbi digrazia a farmi seguitare dal postiglione. E quanto io piúm'appressavala prospettiva di quella casa mi veniva riconciliandocol mio nuovo infortunio. Consisteva in una cascinetta attorniata daforse sette pertiche a vigna e d'altrettante di campi a biade. Aveaprossimo dall'un de' lati un orto di poco piú d'una perticaprovveduto di quanto mai l'abbondanza può consolare la mensad'un contadino francese. Prosperava dall'altro lato una selvettaliberale di ombre al riposo e di legna al focolare.

Ilgiorno nell'ora in ch'io giunsi godeva degli ultimi raggi del soleonde lasciai che il postiglione provvedesse a' suoi casie adirittura m'inoltrai nella casa.

Evidi la famiglia d'un uomo attempato con la sua donnae cinque o seifigliuolie generi con le loro sposee la loro gaia e innocentefigliuolanza.

Efacevano tutti corona a una minestra di lenti: e un largo pane difromento stava nel mezzo del desco: e i fiaschi di vino che v'eranoda ogni lato prometteano di rallegrare ad ogni pausa la cena: erainsomma un convito d'amore.

S'alzòil vecchio; e con riverente cordialità m'accoglievaepregavami ch'io sedessi a desco con loro - il mio cuoreal primoentrar nella stanzavi s'era già seduto da sé - mi viposi come figliuolo di casa; eper assumerne quanto piúpresto io potevo il carattererichiesi il vecchio del suo coltelloe mi tagliai una fetta di quel pane; e allor tutti gli occhi misignificarono il ben venuto; ed all'oneste accoglienze di queglisguardi erano misti i ringraziamenti del non averne io dubitato.

Fuegli questo? - o Natura! dimmelo tu - o fu egli alcun altro il motivoche mi condiva sí saporitamente quel pane? o per qualeincantesimo ogni sorso del vino ch'io attingeva da quel loro fiascom'imbalsamava di tal voluttà che io la sento fino a quest'oggisul mio palato?

Es'ebbi cara la cenaassai piú care mi riescirono le grazieche se ne resero al cielo.



LXVIII


LEGRAZIE


Peròche il vecchio picchiò del manico del suo coltello sul descoe fu a tutti segnale che s'allestissero al ballo.

Ele fanciulle e le donne corsero in fretta alle prossime camere arannodarsi le trecce; e i giovinotti presso la porta a ripulirsi ilviso nella fontanaed a sbrogliarsi de' loro sabots(133);né vi fu chi in tre minuti non si trovasse già bello elesto sull'aiuola dinanzi alla casa. Il padre di famiglia e la suadonna uscirono ultimi; e mi posero a sedere in mezzo a lor duesopraun sofà d'erba accanto alla porta.

Fugiàcinquant'anni addietroil buon vecchio un competentesuonatore di violama per allora suonava sufficientemente quanto albisogno: la sua vecchierella gli faceva tenore canterellandopoifaceva pausapoi ripigliava la sua canzonetta; e i loro figliuoli enipoti ballavano tutti quanti davanti ad essia quel suono.

Senon chea mezzo il secondo ballonella breve pausa che vifrapposerogli occhi di tutti s'alzarono; ed immaginai di scorgerene' loro sembianti certa elevazione di spiritoche non ha che farecon l'esultanza che precede e succede all'innocente tripudio. Parvemiinsomma che la religione s'accompagnasse alla danza: ma perch'iononl'aveva mai veduta in tal compagnia(134)l'avrei per certo creduta una delle tante illusioni della miafantasia che mi divaga come a lei pare e piace ogni semprese ilvecchio sul finir della danza non mi diceva ch'egli per consuetudineanticae per regola impreteribileaveva in tutte le sere della suavita chiamata dopo cena la sua famiglia a ricrearsi a ballare;perch'iodiceva eglison certo che un cuore ilare e pago èil ringraziamento migliore che un campagnuolo idiota possa rendere alcielo.

—Non che un dotto prelato — diss'io(135).





LXIX


ILCASO DI DELICATEZZA


Comes'è tocca la vetta del Tararo si corre all'ingiú sino aLione. Addio per allora a tutti i celeri moti! vuolsi viaggiare conavvertenza; il che conferisce assai meglio a que' sentimenti che nonamano le fughe. M'acconciai dunque co' muli d'un vetturaleperchénel mio sterzo mi conducessero a loro comodoe a mio salvamentoaTorino per la Savoia.

Poverapazientepacificaonesta gente della Savoia! non temere: il mondonon porterà invidia alla tua povertàche è iltesoro delle tue schiette virtú; e non invaderà le tuevalli! O Natura! qui tu sembri adirata; e qui nondimeno tu seipropizia alla povertà creata anch'essa da te: qui ti sei cintadi edifici orribilmente magnificie t'è avanzato assai pocoda concedere alla vanga e alla falce; ma quel poco è quieto esicuro sotto al tuo patrocinio; e sono pur cari i tugurj cosíprotetti da te!

Sicrucci a sua posta il viaggiatore arsoaffannatoe si disacerbi indoglianze contro alle improvvise tortuosità ed i pericoli de'vostri sentierie contro alle rocce ed a' precipizie alla noiadell'ertae al ribrezzo della discesae contro alle vostredisastrose montagnee alle cateratte chespalancando nuovevoraginistrascinano da' burroni quegli sterminati macigni che gliprecludono il passo. Anch'ioquando vi giunsividi gli alpigianiche sino dall'alba sudavano a sgombrare la strada d'uno di que'frammenti dell'alpe tra San Michele e Modànae per averl'adito non bastavano forse due altre lunghe ore di stenti: ma io micontentai del rimedio dell'aspettare e della pazienza; se non che lanotte annuvolavasi burrascosa e indusse il mio vetturaleche vedeval'indugioa pernottarecinque miglia di qua dalla sua consuetaposatain un pulito alberghetto ch'era di poco fuor della strada.

Eimmediatamente pigliai possesso della mia stanza da letto: feci granvampa di fuoco: chiesi da cenae ringraziai la Provvidenza che nonmi avesse fatto capitar peggio; allorché soprarrivò lacarrozza d'una signora con la sua cameriera.

L'ostessasenza star molto su i convenevolile condusse nella mia camerach'eraa dir vero la sola di tutto quell'alberghetto nella quale sipotesse dormire. Ed entrando diceva loro che non v'era nessunofuorché un gentiluomo inglese: ma che v'erano due buoni lettied un altro nell'attiguo stanzino: e l'accento con che raccomandavail letto dello stanzino non pareva di buon augurio: comunque fossel'ostessa diceva che v'erano tre persone e tre lettie siriprometteva che il signore non avrebbe guastate le cose. Per non dartempo a' disegni della signoradichiarai ch'io dal mio canto avreifatto quel piú ch'io poteva.

Ilche non importava l'assoluta rinunzia della mia camera; anzi volliadempiere a' doveri dell'ospitalitàe pregai la signora ches'accomodassee la ripregai finché accettò la sediaprossima al fuoco: ordinai doppia legnae mi raccomandai per cenapiú larga alla ostessae perché ci favorisse unabottiglia del suo miglior vino.

Lasignorarifocillatasi appena per cinque minuticominciò atorcere il colloe riguardava i due letti; e di volta in volta isuoi sguardi tornavano piú perplessi; ed io era travagliatoper essa e per mepoiché in pochissimo tempo quelle sueocchiatee il caso in sémi mettevano in grande pensiero.

El'avere a dormire in due letti d'una medesima stanza bastava adangustiare l'anime nostre; ma la loro situazione (perché eranoparalleli e divisi da sí angusto intervallo che al piúci capiva una scranna di paglia) ci angustiava assai peggio: inoltreque' letti non erano discosti dal fuocoe lo sporto del camminettoda un latoe dall'altro una trave massicciache attraversava lacameragli appartavano in una specie di alcova assai disonante da'nostri pensieri. A tanti inconvenienti s'aggiungevapur troppo! lapicciolezza de' letti; insormontabile impedimento; talché finanche il compenso che le due donne si coricassero insieme riescivadisperatissima cosa: benché non fosse da desiderarsiilcompenso non era poi sí terribile che la loro fantasia nonpotesse almeno per una sola notte accomodarvisi.

Pocao nessuna consolazione recava a noi lo stanzino; freddoumidoconun'imposta del balcone sdruscitapreda del vento e con le finestreinermi di vetri o di carta ogliata contro la tempesta e la notte. Néiomentre la signora le andava considerandorattenni per civiltàla mia tosse.

Dunquela necessità riduceva la signora a questi termini: o diposporre la salute al pudoree contentarsi dello stanzinorinunziando alla cameriera il letto prossimo al mio; o diconfinarenello stanzino la camerieraecc. ecc.

Lasignora era piemontesepresso ai trent'annie con guance incarnatedalla salute: la cameriera n'avea forse ventied era lionesebriosanegli atti ed agevole al pari di qualunque fanciulla francese; el'una e l'altra pendevano tra il síil noil mail seilforse: talché il macigno che ci aveva tanto impacciata la viae tanti brigavano a smoverloparevaa fronte del nostro nuovoimpedimentouna piuma. Restami solo da dire che il travaglio delnostro spirito era aggravato dalla delicatezzala quale non cipermetteva di spassionarci scambievolmente della nostra tribolazione.

Cenammo;e se non si fosse bevuto fuorché del vino generoso che unalberghetto di Savoia può darele nostre lingue si sarebberorimaste impedite finché la necessità non le avesse dipropria mano snodate. Ma la signora aveva parecchie bottiglie diBorgogna nella vetturae mandò la cameriera a recarne unpaio. Pertantoquando fu sparecchiato e ci siamo trovati aquattr'occhiquel nuovo calore ci diede spirito di palesarcinonfoss'altroliberatamente l'angustie dello stato nostro e diconferire tra noi due per venire a composizione. E si sono ventilatiagitaticonsiderati punto per punto tutti i termini dell'accordo; edopo due ore e piú forse di andirivienici venne fatto diconcludere e di stipulare a guisa di trattato i capitoli; nécredo che veruno fra quanti trattati meritarono d'essere conservatialla memoria de' posterisia stato mai stipulato né con piúlealtàné con piú timorata coscienza da ambe leparti. Gli articoli furono:

I.Il signorecome possessore della camerastimando che il lettoprossimo al camminetto debba essere piú caldopretende chesia occupato dalla signora.

Accettasidalla signora: con che le cortine di esso letto (perché sonodi bambagia assai radae troppo misere a chiudere convenientemente)siano dalla cameriera o appuntate con lunghi spilloni o cucite conago e refein guisa che oppongano argine competente a' confini delsignore.

II.La signora pretende che il signore si corichi ravviluppato tutta lanotte nella sua vesta da camera.

Ricusasi:tanto piú che il signore non possiede vesta da camera e non hanella sua valigia fuorché sei camicie ed un paio di brache diseta nera.

L'avermentovato le brache mandò sossopra l'articolo; e furonorichieste in compenso della veste da camera; laonde si stipulòch'io dormissi con le mie brache di seta nera.

III.La signora pretende e sarà stipulato che non sí tostoil signore giacerà a letto e la candela ed il fuoco sarannospentiegli non dirà per tutta quanta la notte una solaparola.

Accettasi:salvo chequando il signore dirà le sue devozioniciònon s'apponga a violazione del trattato.

S'eratrasandato un unico punto di poco rilievoed è: in che modoci saremmo spogliatie coricati ne' nostri letti: or non v'era cheun modo solo; però il lettore può immaginarlo da sé.Protesto bensí cheov'ei trapassasse i termini dellaverecondia naturalee non ne imputasse la colpa alla sua fantasiaio me ne richiamerò solennemente: la qual mia doglianza non ègià la primané l'unica(136).

Orpoiché ciascheduno fu sotto le coltriiofosse la novitào che si fossenol so; ma io mi giaceva a occhi spalancati e cercavail sonno di qua e di là; e mi voltavae smaniava e mirivoltava: suonò mezzanottee poi un'ora: la natura e lapazienza erano agli estremi:

—O Gesú mio! — dissi.

—Avete rotto l'accordo — disse la signorala quale anch'essa nonaveva chiuso mezz'occhio. Le domandai tante e tante scuseripetendotuttavia che la mia era una jaculatoriané piúnémeno; e la signora si puntigliava a risponderech'io aveva rottoirremissibilmente l'accordo; ed io le andava dicendo che no; e me neappellava alla clausula dell'articolo terzo.

Mamentre la signora voleva vincere il suo puntodisarmava da per séle proprie barriere; perchénell'ardore del diverbiomigiunse all'orecchio il tintinnío di tre o quattro spillonichecascando sullo spazzolasciavano aperta una breccia nellecortine.

—In buona fedee sull'onor miosignora mianeppure per un diadema…— e stesi in via d'asserzione il mio braccio fuori del letto —e voleva dire che non avrei neppure minimamente peccatoquand'anchemi fosse promesso un diademacontro al decoro — se non che lacamerieraintendendo che si veniva a parolee dubitando non sitrascorresse alle ostilitàsbucò furtiva del suostanzino ebrancicando alla meglio per quell'oscurissimo buiopenetrò chiotta chiotta nello stretto che separava i due lettie si fe' tanto innanzi che si trovò per l'appunto tra lasignora e mecosí… che la mia mano sporgendosi stesapigliò la cameriera per…



EYorick continuava l'itinerario d'Italia; maessendosi intorno allafine del 1767 partito dal suo romitorio di Coxwould nella contea diYorckper dare alle stampe questo volume in Londravi morídopo due mesi: né potécom'egli aveva da piúanni desideratolasciare le sue ossa al camposanto della propriaparrocchia con l'epitaffio:


AHI- POVERO - YORICK


Giacein un cimitero di Londra presso una lapide con un'iscrizione chesuona:


QUI- PRESSO

RIPOSA- IL - CORPO

DEL- REVERENDO - LORENZO - STERNE - M - A

MORTO- L'ANNO – MDCCLXVIII

DELLA- E - S - LIII


Ahmolliter ossa quiescant!






1Tristram Shandyepist. dedicat.

2Viaggio sentimentalecap. XL.

3Questo e parecchi altri vocaboli e modi francesi si sono serbatinella versioneperché furono dall'autore industriosamenteinseriti e distinti nel testo. (F.)

4Gli averi del forestiero che moriva in Francia s'incameravano. (F.)

5Elisabetta Drappera cui l'autore quasi morente scriveva lettered'amore spiritualistampate soventee talvolta con quelle d'Elisa:ed Elisa scriveva piú affettuosamente e piúcandidamente d'Yorick. Morí giovine. Vedine l'elogio nellaStoria filosofica di Raynallib. III§15. (F.)

6Rogero Aschamuomo eruditissimo e precettore della reginaElisabettaviaggiò intorno al 1580 in Italiae tornato inInghilterrastampò in certo suo libro intitolato il Maestrodi scuola: «Iddio sia ringraziato ch'io non feci dimoraper piú d'otto giorni in Italiaperché inquegli otto giorni fui testimonio d'infinite scelleragginich'io non ne vidiné udiiné lessi in nove annida che vivo in Londra». - Le opere dell'eruditissimo Aschamfurono ristampate in Londra nel 1760sí pel merito dellaloro erudizionesí perché insegnano a percorrere glialtrui dominie toccatili appena come vuol far intendereYoricka biasimarne gli usi e le leggi: metodo speditissimo di cuimolti viaggiatori hanno profittato a' miei giorni. Vedi KotzebueSouvenirs. (F.)

7Tolto forse da Drydenche chiama dolcezza di sangue l'indoledi chi non ha forza di fare il male. Vedi SpettatorevolIIdisc. 48. (F.)

8Il testo: «the most physical précieuse inFrance». Le parigine allora studiavano fisica; oggichimica.(F.)

9«I should have overset her creed»: - e questavoce suona solitamente credenzaopinionesistema: ma quicome presso Shakespearecitato dal Johnsonpare che significhi laserie degli articoli formali co' quali ciascheduno fa professionesolenne della propria religione o irreligione. (F.)

10Ordine regolare Agostinianoistituito a' tempi delle Crociate perredimere con l'elemosine de' fedeli gli schiavi dalle mani deibarbari. (F.)

11Il testo: a hectic of a moment: ora hectic pressotutti gli autori citati da' vocabolarj inglesi significa statod'etisiacalore morbosofebbre etica: però si ètradotto congetturando. (F.)

12Calesse chiusocapace d'una sola persona. (F.)

13E' vuol direche quei del paese daranno ad intendere al viaggiatoretutto quello che essi vorranno - ma non crederanno a tutto quelloch'egli dirà - e però per conversare con mendiffidenzaegli si andrà ricoverando nella compagnia de'viaggiatori suoi concittadini. (F.)

14Privilegio anticopel quale ad ogni ecclesiasticoe poscia ad ogniuomo che sapeva leggereera per qualunque delitto commutata la penadi morte nella carcere o nell'esilio. Da Giorgio I in qua le ragionidi questo privilegio sono in parte mutate: taluni ad ogni modopossono allegarlo; e dove questi per legge meritassero il marchio oaltre pene d'infamiasono invece col beneficio del cleroconfinati per anni sette. (F.)

15Tre università dalle quali si eleggono solitamente que'Mentori che accompagnano i giovani gentiluominiaffinché sidivezzino da' vizj inglesied imparino tutti gli altri vizj nobilid'Europa.(F.)

16Il testo: «than the mere novelty of my vehicle»:altri tradurrebbe forse: la novità de' miei motividache Johnson interpreta cosí nel suo vocabolario la vocevehicle; ma gl'Inglesi intendono comunemente con questa voceogni cosa che serve a trasportaree l'autore inoltre lacontrassegnò nella stampa; onde a me pare che alluda a talunodi que' tanti viaggiatori che con fogge stranissime ambiscono difarsi guardare. Vero è che quella désobligeantenon era cosa nuova a que' tempi; ma era pur nuovo che unviaggiatoreanziché obbligarsi tutti gli altri suoiconcittadini che fecero e scrissero viaggiscrivesse appunto in unadésobligeante un sermone contro chiunque viaggiava. EYorick si diletta di sí fatti frizzi ed equivochi; cosíal principio di questo proemionominando i peripateticiallude agli uomini che vanno attorno perpetuamente. Ma perchéa me queste freddure non piaccionoe all'autore piace che chi leggele indovini da séio le tradurrò a mio potere senzafar troppe chiose sovr'esse. (F.)

17Mynheer; come Mister a un IngleseMonsieur aun Francese ecc. (F.)

18Et plantavit vineam… et nudatus est in tabernaculo suo. -Quod cum vidisset Cham… verenda scilicet patris sui essenudatanuntiavit duobus fratribus suis foras. — Gen.IX.(F.)

19Il testo: sailing and posting. (F.)

20Qui; ma non in Francia dove scriveva; bensí inInghilterra dove avrebbe pubblicatosiccome poi fecequestoitinerario. (F.)

21Le parole che l'autorecome tutti gli autoriscriveva predicandoda séfurono frantese da due Inglesi che andavano nelcortile considerando quell'inquieto calesse.(F.)

22Carrozza chiusae da due sole personeuna a rincontro dell'altra.A' tempi di Shakespeare gli Adoni inglesi si chiamavano Viaggiatoriin gondola (Comm. As you like itatto IVsc. I)perchéVenezia allora era la Sibari dell'Europa; ma pare che Venere mezzosecolo faquando Yorick scrivevaavesse traslocata la sua sede esi compiacesse piú de' vis-à-vis che dellegondole. A' dí nostri la Diva crede inutili inascondigli. (F.)

23Il testo: without more casuistry; - spiego a discrezionequesto vocaboloche propriamente significa la scienza di unteologo casista. (F.)

24Parco presso le porte di Londra. (F.)

25Et maledixit Philistaeus David in Diis suis. — Reg.I17. - Yorick come protestante e Filosofo non professava la religionedi monsieur Desseinch'era cattolico ed oste. (F.)

26Letteralmente: monsieur Dessein aveva diablata la chiaveecc.; dalla esclamazione francese diable (di cui Yorick tiparlerà fra non molto) derivò qui il verbo diabled.(F.)

27A chi per propria discolpa taccia di licenziosa la fantasia delpovero Yorickparrà qui ch'ei mirasse la sua nuova divasenz'alcun velocome Pallade e Diana furono già vedute dallefantasie dei poeti ne' lavacri de' fiumi. Ma i lettori casticrederanno anzi ch'egli piú veramente alluda alle fantasieinnocenti degli antiquarji quali assegnano un nome d'eroina o didiva a ciascheduna di quelle statue sommerse dall'ignoranza de'barbari e dallo zelo de' Cristiani nel Teveree dissotterrate a' dínostri. (F.)

28Quid tibi est? et quare conturbatus est intellectus tuusetsensus cordis tui? et quare conturbaris? — Esdr.IV1031. - Ma qui e altrove s'è letteralmente tradotta la Bibbiainglesedi cui pare che l'autore siasi sempre valuto. (F.)

29Instrumental parts of my religion; - frase spiegatadall'autore nel sermone Su la coscienza: - Dirà conl'Apostolo: «ho una buona coscienza»; e sel crededavvero… però declama contro l'incredulitàdel secolo - e frequenta i sacramenti - e tratta quasi a diportoparecchie parti istrumentali di religione.- E altrove: Iflagellii cilicj ecc.e le altre parti istrumentali della suareligione divezzavano l'asino dell'eremita da' calci - e le sonoparole per l'appunto d'Ilarione eremita che discorre di sé —Tristram Shandyvol. VIIIcap. 31. (F.)

30Caution: propriamente cautelaprecauzione; masono gemelle della circonspezionela quale anch'essa dice lasua. Bensí chi attendesse al significato primitivo in inglesedi questa vocee all'avversione naturale dell'autore agli uominiprudentitradurrebbe Prudenza: se non che a me traduttoreguerreggiante da piú anni a viso aperto con questa virtúletterarianon è sembrato atto cavallerescod'interpretare rigorosamente il vocaboloe d'assalirla con l'armialtrui. (F.)

31Meanness: propriamente mediocrità; e in inglesesi piglia sempre in mala partee suona meschinità diricchezzed'ingegnod'animodi dignità. Non cosíin italiano; e questo anzi è vocabolo favorito da' nostriscrittori: ma perché l'autore volle dinotare con esso ilmisero sentimento che l'uomo ha della propria mediocritàe gli diede persona e paroleio non ho potuto se non seletteralmente tradurlo. (F.)

32Le edizioni comunemente: as the cause was pleading: mentrela lite si perorava. Ma un'edizionesola ch'io mi sappialeggeconcil - concilium; - ed io l'antepongoperché ilparroco Yorick solea conferire molti punti morali e teologici contutti i reverendi ecclesiastici della sua provincia; non perògli ascoltava. E un giorno gli ebbe tutti a mensa e a concilioelesse una sua predica richiedendoli del loro saggio parere: macom'ebbe finitoe tutti lo lodavano a cieloegli ringraziandoliumilmentela lacerò; e regalò i brani del manoscrittoa' suoi commensali tanto che potessero allumare le loro pipeefumassero in santa pace con lui. — Tristram ShandyIV27. (F.)

33Questa teoria d'amore del parroco è corollario della suamassima: Love is not much a sentimentas a situation. Tristram Shandyvol. VIIIcap. 34- E s'iocome suo chiericopur lo intendoei vuol dire: «Che l'amore non deriva da'sentimenti volontari di generosità e di benevolenza ecc.mache è un nuovo statobenché talvolta continuodell'animae dal quale invece derivano tutti que' sentimenti».Ed alla teoria l'autore applicherà fra non molto l'esperienzasua propria al capitolo XXIII di questo Viaggio. E nellelettere famigliari scriveva: Godo che voi siate innamorato; -guarirete cosí dall'ipocondria che è pessima pertuttiuomini e donne; - ho sempre anch'io alcuna Dulcinea per latesta; - e l'anima cosí s'armonizza. Letterevol. l57. - E altrove: Il sentimentoche qui in Francia èparola solenne- è nuda parola: non credo che essi medesimisappiano ciò che si vogliano dire. (F.)

34Dan era l'estrema parte settentrionalee Bersabeal'estrema australe della terra del popolo di Dio; e nell'anticoTestamentoa Dan usque Bersabee assai volte significa unlunghissimo viaggio. — RegumI et II. (F.)

35Versi di ShakespeareOtelloatto IIsc. 3innestatiprosaicamente nel testo. (F.)

36Il testo: bedeviled;- indiavolato: voce tuttadell'autore e derivata da devil; - diavolo- vivandainglese di carne impregnata di saled'aceto acre e di pepeedabbronzata su la graticola. (F.)

37Smelfungusnome che Yorick assegna al dottore Smolletil quale pubblicòe non senza lodela storia d'Inghilterraparecchi romanzifra' quali Roderick Random e le letteredel suo viaggio; ma era scrittore amaroe rigidamente tristoetanto malcontento di tuttidice un giornalech'ei non laperdonava né ad autoriné a stampatoriné alibrajné alle mogli de' libraj. - Nella sua lettera 5marzo 1765scrive da Nizza: «Il Panteo ha defraudate le miesperanze; pare un'enorme arena da galli senza tetto»:sanno i lettori che i galli in Inghilterra fanno da gladiatori.Quanto alla Venere de' MediciSmollet (lettera 28) contende a spadatratta che la non sia altrimenti la statua della Deabensídi «Frine quando ne' giuochi eleusini uscí agliocchi di tutto il popolo nuda fuori del bagno». (F.)

38Mundungus: Sharp chirurgo rinomatissimoil qualepoichési vide arricchitolasciò l'arte e viaggiòma conl'anima irrigidita dall'arte e dall'età e fors'anchedall'opulenza. E pubblicò certe sue Lettere itinerariealle quali Giuseppe Baretti rispose con un libro inglese intitolatoThe Italians- dove prova: «Che Sharp dimoròper pochi mesi in Italia; che non sapeva sillaba d'italiano; e nonavea per la sua nascita e per la sua professione accesso ne' crocchisignorili; però sparlava come impostore di cose cheegli non poteva conoscere». (F.)

39Come accada che tanto a buscare quanto a non buscare regali tornitutt'unonessuno de' matematicico' quali mi sono consigliatoha saputo spiegarmelo. E forse l'autore vorrà dire «chese nell'accettar mancie può starci il tant mieuxnell'accattarle può starci il tant pis».- Ma forse anche m'ingannoda che neppure i letterarimaestri mieia' quali l'ho dettahanno potuto accomodarsi a questainterpretazione. (F.)

40La mansueta deferenza di questo illustre storico verso i grandi funotata anche ne' libri di lui dal celebre Fox. - VediBibliothèque BritanniqueExtrait de la vie de Ch. Foxet de son Histoire du règne du roi Jacquesetc. (F.)

41Modo (e mood in inglese significa modo e umore)- caso - genere - persona - governare- allusioni al gergo de' grammaticie freddeforse perchéla pedanteria è sí noiosa che non può riescireridicola. (F.)

42Il testo: servingin caratteri distinticome derivato dalfranc. servir; ital. militare. (F.)

43Il testo: hum- drum da hum ronzioe drumtamburo; e andrebbe tradotto ronzonemoscone importunonondissimile da' compagni di viaggio e dagli aji de' gentiluomini. Maper far meglio notare l'equivoco con che Yorick si sbrigadalle ammonizioni della saviezzatraduco tamburoche vuoleanche dire baule ferrato da viaggio; e l'Italia dice d'alcuni suoigentiluomini: viaggiano come un baule. (F.)

44Pagare il piffero o la musica: modi proverbiali inglesi perdar la baja a chi pasce i ghiottoni. (F.)

45Chi piú volesse intorno a La Fleur veda l'edizioneinglese stereot. Didot1800pag. 169. - A me basti il dirvich'egli viveva l'anno 1783 in Calaise si professava testimoniodella verità di molti fatti descritti in questa operetta.(F.)

46L'autore serbava la borsa nel taschino delle sue brache; peròdianziquando vide il fratelo abbottonò. (F.)

47Tragedia smarritadi cui leggiamo alcune reliquie presso gliantichi scrittori; ma non ho potuto trovarvi il verso citato daYorick. (F.)

48«Allude al cerchio che i cortigianii qualisecondol'autoreaccettano semprefanno intorno al re d'Inghilterra.»— Nota della ediz. stereot. pag. 35v. 13. (F.)

49Voce francese: cavallino; e segnatamente il ronzino cavalcatoda' corrieri e da' battistrada. (F.)

50Il testo cuckoldom. - Imitando ioe per quest'unico casol'autore che scrive con locuzioni francesi le idee di cui non trovavoci proprie nella sua linguami sono giovato del vocabolo cocuageda che l'idioma nostro non potrebbe tradurlo senza scandalo e senzaperifrasi. E prego i grammaticiumanistiretoricivocabolaristiglossatorinomenclatoribibliotecariaccademici della Cruscaegli altri maestri mieiaffinchése possonoci provvedano.(F.)

51Pavé: strato di grossi ciottoli disegualidi cui sonocomunemente selciate le strade postali. (F.)

52()Come nella lotta col ronzino per l'asino morto. (F.)

53()I Francesi alle cameriere dicono femmes-de-chambre; mapare che Yorick volesse che le fossero tutte fillespoichécosí sempre le chiama. Nondimeno il Liber memorialisdi Didimo chierico ammonisce caritatevolmente ogni viaggiatore: «Cheove prima non abbia bene imparati tutti i vari modi di proferire ilvocabolo fillenon se lo lasci uscire di bocca; da che iFrancesisí per adonestare ogni pensiero immodestosíper la filosofica brevità del loro idiomasoglionoaccumulare parecchie idee in un solo vocaboloe chiamano la lorofantescafille - la loro figliuolafille - laverginefille - la misera peccatricefille - ecc.»Lib. IIIn. 28. (F.)

54()«Qui in Parigi s'iperboleggia: - ove una donna si compiacciadi un'ineziati dice: qu'elle est charmée; - e sealcun'altra cosa la incantagrida: ch'essa è rapita (eciò può anche darsi); - e allora la terra non fa perleie ti fugge dagli occhie vola a cercar una metafora tra glispiriti per dirti: qu'elle est extasiée: né tutrovi donna di bon ton la quale non cada in sí fatteestasi sette volte al giorno: - intendi ch'essa è spiritatao si sente il diavolo in corpo.» - Vedi SterneLettere;e questa lettera è scritta al celebre Garrick(F.)

55Elle sono chiacchiere del donnajuolo per non parere sí tostomal fermo nel proponimento di vivere fido all'amore d'Elisae dinon impacciarsi per nulla con la dama di Brusselle. (F.)

56Intendi: Che se tu sei povero e vanonon dei gareggiarepubblicamente co' ricchibensí comperarti la loro privataconversazione a prezzo d'ossequioda chemalgrado il tuo ingegnonon si degneranno di stare mai teco a tu per tu. - Ma l'autore alcap. LXII ti spiegherà piú liberalmente questo periodoalquanto enigmatico. (F.)

57Quell'arganello piantato ne' capi d'alcuni sentieri de' passeggipubbliciaffinché non vi passino che i pedoni. (F.)

58«La Dea d'Amore ha in tutte le città capitali treordini di sacerdotesse: le Matronalile Plebee e le Volgari. Equelle del secondo ordineche Yorick chiama col vocabolo pariginogrisettesapprestanosecondo la modai fiori e leghirlande per l'ara: e i vezzii velii trapuntii profumi per lesacerdotesse matronalile quali raccolgono le offerte piúricche de' sacrificanti alla Deae soprantendono alle vittimemassime.» — Didimo chiericoLiber memorialislib. IIIn 23. (F.)

59Un capomastro campagnuoloch'io socondotto a ristaurare un pontegià fabbricato da' matematicie poscia per venti anniconevidentissimi calcoli e con mezza l'entrata delle gabelle annue deiComunerifabbricato da' matematicidisse: «Ch'egli nons'attentava di competere co' dottori di matematicae dall'altraparte si vergognava di metter mano a un edifizio sí malpiantato». - II che in parte spiega le ragioni alquantoambigue del barbiere francese. (F.)

60Scala: traslato dalla geografia; ed è la misuragraduata corrispondente agli spazj delineati nelle tavole. (F.)

61Oltre la Bibbiadi cui andiamo riferendo i passi che possiamoriscontrareYorick meditava assiduamente e imitava ilpantagruelismoShakespeareDon Chisciottee Montaigne; ebasti in prova il seguente passo: C'est une très-utilescience que la science de l'entregent. Elle estcomme la grâceet la beautéconciliatrice des premiers abords de la societéet familiarité; et par conséquent nous ouvre la porte.— Montaigneliv. Icap. 13. - E Dante aveva detto: disserrarela porta del piacere. Parad.XI60. (F.)

62Leggesi nella vita di Tristano Shandy che questo Eugenio era uomosavio e amico sviscerato di Yoricka cui faceva molti sermoni percamparlo dalla vendetta degli uomini graviche Yorick provocava co'suoi motteggie che finalmente lo ridussero a morte. Eugenioalloratuttoché uomo savionon abbandonò l'indocileamicoE vi fu chi abusando del nome d'Eugenio stampò ilSupplemento del Viaggio Sentimentalee ch'io non holetto per un ridicolo ma naturale ribrezzo ch'io ho vedendo lebracciale teste ed i nasi appiccati alle pitture e alle statuedegli artefici morti. (F.)

63Lack-a-day-sical: mosaico di quattro parole inventatodall'autore; e chi sa meglio d'inglese lo spieghi a suo genio; dache io e tutti i vocabolaristi e grammatici abbiamo appena potutointendere l'ultima voceche vuol dire malaticcio. (F.)

64Dicesi che Yorick s'era lasciato scorgere anche nella sua parrocchiaa far da medico a una giovane; e tutte le persone piúecclesiastiche che cristiane s'affaccendarono a scandalizzarel'ovilegridando che erano state scandalizzate dal pastore. (F.)

65Et aedificavit Dominus Deus mulierem… et adduxit eam adAdam. Dixitque Adam: Hoc nunc os ex ossibus meiset caro de carnemea. — Genes.cap. II2223.

66Statuto fondamentale antichissimo della monarchia francese: contienesettantun articoli di leggi tutte abrogate dal tempotranne quelladell'articolo sestoche esclude le femmine dal trono come inettealla guerra. (F.)

67Dixit quoque Dominus Deus: Non est bonum esse hominemsolum. — Genes.cap. II18- Vae soli! —Eccles.capIV10. (F.)

68Pare che Yorick e la bella merciajaparlando insieme delladimensione de' guantisottintendessero qualche frascheria pocomodestae si guardassero con quella inconsiderata malizia. (F.)

69Letteralmente: io lascio ciò a' vostri uomini di parole agonfiare pagine sopra di ciò. - Intende forse egli deglieruditi che commentano in un volume una bella frase poeticache nonè scritta se non per chi ha piú fantasia che dottrinaoppure de' metafisiciche si vanno assottigliando il cervello su iminimi effetti delle passioni che non hanno sentite? o de'trattatisti sulle belle arti i quali non sapendo il comemostrato dalla natura a' suoi predilettivanno cercando il perchédelle varie espressioni d'ogni affetto sul volto umano; e mandaronoall'Italia tante profonde teorie per le quali molti de' nostridottori son diventati pittorie i pittori dottori? Ma forse Yorickparla di un'intera Accademia. (F.)

70Scrutans corda et renes. — Salm.VII10. - Et lumbimei impleti sunt illusionibus. — Salm.XXXVII8. (F.)

71Tristano Shandy lasciò scritto che il suo zio Tobiagiàvecchioaffliggendosi della prossima morte d'uno che non conoscevanominò invano il nome di Dio: l'Angelo che nella cancelleriadel cielo pigliava ricordo di questo peccatolasciò grondareuna lagrima sulla parola che registravae la cancellò. (F.)

72E Yorickcontro il costume degli ecclesiasticiparla sempre conamore degli uomini militari. Vedi nella Vita di Tristano Shandyla morte di Le Fèvreche non si può leggere nérileggere senza lagrima. Ma e Yorick rimase orfanello d'un padre chemorí militando. (F.)

73Vedi addietro al cap. XXIVla postilla alla voce cerchio.(F.)

74Ecco uno de' due luoghi emendatidi cui si è parlatonell'Avvertimento ai lettori. Il testo ha: that's a viletranslation: e Didimo scrisse: questa è traduzionesalviniana; scusandosi con la seguente postilla:«Quest'aggiuntobenché nuovoè tutto italianoe calzante e pieno di verità e necessario; e quand'ancheYorick non avesse avuto in mente il Salviniegli ad ognimodo intendeva di parlare di quella specie di traduzioni. Ed ho perdiscolpa di sí fatti anacronismi l'esempio d'un'eruditissimatraduzione moderna d'una commedia latinascritta parecchie decined'anni prima del simbolo degli Apostolinella quale il traduttoreuomo dottissimo della lingua nostrafa dire a un pagano: Tornotra due Credi». (F.)

75De' cicisbei si va perdendo la razza: erano e sono né amantiné amiciné servi né mariti; bensíindividui mirabilmente composti di qualità negative. Lidifende il Baretti nel suo libro inglese The Italianscap.3;ma pigliò l'impresa per carità della patria. (F.)

76Santa tutelare della musicae celebrata tra bene e male da moltipoeti inglesie divinamente da un'Ode di Dryden. (F.)

77Arturo Young nel suo Viaggio in Italia nomina questa marchesaF***citando l'avventura di Yorick; non so con quanta veritàstoricama certamente con poca discretezzase per altro alcunedelle nostre gentildonne non aspirano alla celebritàdell'infamia. (F.)

78Perché nulla manchi all'accuratezza con cui si èpromesso di stampare l'autografo di Didimoavvertesiche eglitradusse quest'intitolazione cosí: PARIGI e MILANOquantunque in nessuna edizione del testo inglese si trovi nominatala seconda città. (F.)

79Forse la repubblica delle scimie. (F.)

80Padre di Tristano Shandy e fratello del capitano Tobiadi cui s'èparlato nel capitolo addietro. (F.)

81Veramente il testo ha: L'ingiustiziae sia contro chiunqueove sia esacerbata dallo scherno ecc. (F.)

82Infattidopo d'avere applaudito all'atto del soldato franceselobiasimava contrapponendovi gli usi inglesi: ma Yorick non lasciavaandare a male un frizzo: tale era la sua natura; inoltre eraletteratoquantunque gli bastasse in premio una presa di tabacco.(F.)

83Sentenza che un illustre filosofo applicò a' costumi diFrancia e d'Italia. Un gentiluomo dell'ambasciatore di Francia aVenezia pubblicò in Parigi la relazione d'infinite oscene ebrutali opere d'abbominazione delle donne italiane: il filosofosenza negare né concedere i fattirisponde: Si ceux quiviennent à Paris avec les ambassadeursosaient publierquand ils sont retournés chez euxdes relations aussi libresque celles que les Français publient touchant les paysétrangersje ne doute pas qu'ils n'eussent bien des choses àdire… Mais quelque menagement que les étrangers ayentpour nousles dérèglements des femmes n'en sont pasmoins réels; et qui pourrait suivre tous les avortemensdontles prostitutions sont compliquées en France aussi bienqu'ailleursce serait de quoi donner de l'horreur aux plus endurcis— BaylePensées sur la comètesect.142 - Ma d'allora in quaed è quasi un secolo e mezzoicostumi de' popoli inciviliti si sono correttie possiamo forsederidercima non abbominarci scambievolmente. - Questa nota èdesunta dagli altri manoscritti di Didimo chierico: LibermemorialisIIn. 37. (F.)

84Le donne inglesi non tornano mai al crocchio donde escononecessariamentesenza un libro in mano o fiori o altra cosa. Lafrase sfogliar la rosa fu con questa allusione primamenteinventata dal dott. Swift nel Poemetto A Panegyrick on the Dean:leggi i versi: «Here gentle Goddess Cloacine» esegg. (F.)

85Castalia fu ninfa amata da Apolloconvertita in fonteeconsecrata alle Muse; ma chi ha letto i papiri recentemente scopertiin Napolidice: «Che alcuni sacerdoti eletti alla custodia diquella fonte divina la intorbidarono con sacrifici di sangue e confattucchierie sacrileghesperando vanamente di trovar l'oro cheessi credevano commisto in quell'acque». (F.)

86Vedi la postilla a questa voce: cap. XXIX. (F.)

87Personaggio dell'Amleto; vedi atto Isc. 3. (F.)

88Questi era il conte di Bissytenente-generalee uno dell'Accademiafrancese: e forse Yorick si meravigliava che ardisse di leggereShakespeareperché intorno a quel tempo Voltairedal suovolontario ostracismo in Ferneytiranneggiava con dissertazioniletterememoriali e libelli i suoi fratelli accademici perchéscomunicassero Shakespeare e impetrassero dal re che le tragedieinglesich'ei nondimeno imitava (vedi il Cesare diShakespeare e di Voltaire)fossero arse dal manigoldoe che ilmisero La Tourneurche stava allor traducendolee il libraio ches'apparecchiava a stamparlevenissero per grazia speciale mandatisolamente in galera. (Vedi il carteggio di Voltaire con d'Alembert.)Dio perdoni i peccati d'invidiadi dittatura letteraria e diraggiro a Voltaireche del rimanente era un gran valent'uomo; e Diofaccia ravvedere i maestri miei che vorrebbero impacciare i principiin sí puerili contese. (F.).

89Romanzo di Crébillonfiglio del tragico. (F.)

90Salutate invicem in osculo sancto. — Beati Petri Epist.IV14. (F.)

91In Inghilterra il baciarsi tra uomini è atto nefando; bensíle donne baciano pubblicamente per atto d'accoglienza o di commiatogli uomini su le labbra; perciò il parroco parla consemplicità di animo del bacio che avrebbe dato altrove.Per altro quest'uso prevaleva anche in Francia due secoli addietro:La forme des salutations qui est particulière ànotre nation abastardit par sa facilité la grâce desbaisers- et nousmesmes n'y gagnons guères; car pour troisbelles il nous en faut baiser cinquante laides: - et un mauvaisbaiser en surpasse un bon. — Montaignelib. IIIcap. 5: -e mi pare che non abbia ragioneper le ragioni ch'io so. (F.)

92Serviam tibi septem annis. - Servivit septem annis. —Gen.XXIX. (F.)

93Carrozza da nolomeno ignobile de' fiacresesclusi da'cortili de' grandi: vedi la nota al cap. LX (F.)

94Il testo: being in an unknown language - in linguaignota: - ma l'autore viaggiava in Francia nel 1762.

95In gergo politico inglese get in - entrare - significa essereeletti ne' parlamentiove pochi non vendono il proprio votoonelle cariche e magistrature lucrose: get out - uscire -significa quandoo dal tempo legaleo dalle fazionio dallacorteque' padri della patria sono costretti ad abdicare. (F.)

96Il testo: heralds officiers; e' spediscono i diplomi dinobiltà e assegnanodal cimiero in fuorii privilegi deglistemmi gentilizi. Aggiungi che il nuovo cimiero di Yorick eraemblema dell'indipendenza di chi non è né ambizioso néavaro: quindi era immune dalle discipline della legge feudaled'Inghilterra e dall'ira o dal favore delle sètte politiche.(F.)

97«Quanto al punto capitale di questa lettera… Povero me!il foglio è pienoe il punto capitale mi resterànella penna; - e lo scriverò chi sa quando? Non mi attenteròdi promettere il quando; perché io per destino sono fatto asghembo; e vo innanzi e indietro tuttavia di traversone possosaper dove riescirò co' miei pensieri. Addio dunque.» —Lettere dell'Autorevol III. (F.)

98Locuzione frequente dove i libri sacri parlano dell'imminentepericolo d'una città guerreggiata: - Vaecivitas!…ostendam gentibus nuditatem tuam. — Nahumcap. II. - EYorick nelle contingenze di quella guerra pareva essere tenuto peresploratore. (F.)

99Et eras nudaet transivi per teet vidi te: et ecce tempustuumtempus amantium: et expandi amictum meum super te —Ezech.cap. XVI8. (F.)

100Yorick forse profittò di quel detto divinocome tutti glialtri detti di Socrate: L'osservare la virtú d'una donnavivente m'è piú giocondo d'assai dell'immagine d'unabellissima donna a me presentata da Zeusi. — PressoSenofonteEcon.cap. Xn. l. (F.)

101Yorick non è interlocutore nella tragedia; bensíi beccamortiscavando una fossaravvisano il cranio di lui; e ilprincipe Amleto piange sovr'essopoiché l'aveva veduto invita piú volte a rallegrare con le sue celie i conviti delre. Per bizzarria d'accidentestern in inglese suonatristamente sereno. L'autore lo cambiò in Yoricke per la prima volta nel Tristram Shandydove dipinge ilproprio caratterevol. I - Gli scrittori della sua vita dicono cheegli si compiacesse del nome di un buffone in odio dell'ipocrisiala quale egli credeva sempre velata dalla serietàdallagravitàdalla severitàe dall'altre inumane virtú.Né io dissento da questa opinione. Maa parer miopiúvera ragione si è che l'antico Yorickcome èdescritto da Shakespearemuove insieme al riso e alle lagrime; ecosí appunto il nostro autore in ogni sua pagina; anzi mentreprofessa il ridicoloriesce piú assai nel patetico. Vedi ilproemio alla mia traduzione. (F.)

102Stampò col nome di Yorick le Omelie ch'egli aveva giàpredicate nella sua parrocchia; e sono tenute l'opera sua migliore.Egli stessomandando tutti i suoi libri ad Elisascrive: «Glialtri scritti mi uscirono dal cervello: - vi siano care soltanto leomeliele quali mi sgorgarono calde tutte dal cuore». —Yorick's letters to Eliza I. (F.)

103E san Paolo si doleva pur molto di questo calderajo: Alexanderaerarius multa mala mihi ostendit: reddet illi Dominus secundumopera ejus. — Epist. ad Timoth.IIcap. IV14.Alexanderquem tradidi Satanaeut discat non blasphemare. —Ad Timoth.Icap. I20. (F.)

104Veruntamen in imagine pertransit homosed et frustraconturbatur. — Psal.XXXVIII7. — Ma Yorick cita lavolgata inglese che ha: Surely every man walketh in a vainshadow; surely they are disquieted in vain. (F.)

105Il BoccaccioGiorn. In. 8delinea da maestro il ritratto delbuffone gentiluomoarguto e liberalee il ritratto del buffonecodardomaligno ed adulatore. Ma del primo s'era quasi spenta larazza anche a quel secolo; e del secondo s'è fecondataspecialmente dopo l'invenzione de' giornali.(F.)

106All'età di Beniamino Johnsoncontemporaneo di Shakespeareipatrizi inglesi si dilettavano di pascereoltre il buffoneancheil nano e l'eunuco:

Callforth my dwarfmy eunuch and my fool.

(BenJohnsonnella commedia del Volpone)

Mai patrizi italiani si sono sempre contentati di un poeta miserelloche sovente supplisce anche da segretarioda maestro e dacappellano. (F.)

107 …Medio de fonte leporum

Surgitamari aliquidquod in ipsis floribus angat.

Lucr.lib. IV1127. (F.)

108Intende per avventura di certo Bevorprelato nella provinciadi Yorkdove il nostro autore amministrò per vent'anni lechiese di Sutton e di Stillington. Vero è che qui Yorickpunge il teologo a torto; e la pia conseguenza della bontàdel cielo verso le sue creature fu altre volte dal medesimo fattodesunta da molti Padri della Chiesa. Anzi san Francesco raccoglievale tortorelle: «O sirocchie mie tortorediceva il santoPatriarcaio voglio farvi nidiiacciocché voi facciatefruttoet che voi multiplichiatesecondo lo comandamento delnostro Creatore. Andò santo Francesco et fece lo nidio atutte: et elleusandocominciarono a far uova et figliuolietstavano domesticamente con santo Francesco et con gli altri frati».— Fioretti di san Francesco cap. XXI. — Notadesunta dal Liber memorialisI28. (F.)

109«La radice della mia noia sta nella sempiterna affettazionedel francese carattere: - varietà poca- originalitànessuna: - sai tu perché? - sono troppo creanzati; - ma lacreanza vela le qualità schiette dell'uomo: e addormental'altrui spirito a morte.» — Lettere di SterneXXXII. — Ed ecco un passo di Didimoche scriveva trenta e piúanni dopo: «Volendo seguire i tre savi consigli di parlerbas- paraître doux- et d'être comme tout le monde(consigli che in Francia ogni buona madre suol dare col latte a'suoi figli)ho costretta a sforzi impossibili la mia naturae mividi ridotto all'agonia: onde perché io voleva ad ogni modoessere seppellito in Italiaho rifattobenché con miorincrescimento e di crudo vernoil cammino delle Alpi.» -Inoltre Didimo assegna una strana ragione del parlar a voce altadegl'Italianied è: «Che noi abitiamo in case assaigrandi». — Liber memorialislib. IIIn. 39doveleggonsi in nota i seguenti versi francesi:

Pardes usages vains sans cesse maîtrisés

Jusquedans nos plaisirs toujours symétrisés;

Innombrablefamille en qui tout se ressemble

Dansun cercle ennuyeux nous tournons tous ensemble.

Delille«Epître sur les voyages»:

eparla de' suoi. (F.)

110Il testo: not one earthlything - non una terrena cosa: - modoche in inglese comunemente significa niente affatto: maricordandomi del bacio dato alla giovinettae de' baci apostolicid'Yorickscevri d'ogni idea mondana mi sono studiato cheanche i lettori se ne ricordassero.

111Vidit Nabuchodonosor somniumet conterritus est spiritus ejus. -Praecepit autem rex ut convocarentur harioli et magi et malefici etchaldaeiut indicarent regi somnia sua. — Danielcap. II.(F.)

112Via de' rigattieri. (F.)

113Spillone con un berillo puntato nel cappio della coda. (F.)

114Eccequia servi sumus et in servitute. — Esdraelib.Ic. IX9. (F.)

115«L'allegriaamico mionon va presa da burla. - La ècosa seria; anzi la piú preziosa possessione dell'uomo: beatochi sa giovarsene! Ed è un segreto questo ch'io non ho potutotrovare nelle ricette tristamente prescritte dalla filosofia controi morbi dell'anima. E credoe lo credo in coscienzache Diomisericordioso che ci creòami anch'esso la gioia - e che unuomo possa riderecantare e vedere ballaree guadagnarsi ilParadiso»— Lettere di Sterne. - E Yorick provòquesta tesi a' suoi parrocchiani nell'omelia che ha per titolo: Lacasa del lutto e del piacere. (F.)

116Antiquari. (F.)

117Yorick non tradusse questo frammento in inglese antiquato; ma ioDidimovolendo pur dedicare a' maestri miei alcun mio tenue lavorochecome frutto delle loro lezioniriescisse di lor gradimentocolsi quest'occasione ed imitai le orazioni e le storie ch'essiall'età nostra vanno gemmando de' piú riposti gioiellidi Fra Giuda e del Semintendi. Ma perchéda questo frammentoin fuoriil libricciuolo è dedicato alle donne gentililequali al parroco Yorick e a mesuo chiericoinsegnarono a sentiree quindi a parlare men rozzamenteio per gratitudine aggiungeròquesto avviso per esse. - La lingua italiana è un bel metalloche bisogna ripulire della ruggine dell'antichitàedepurare dalla falsa lega della moda; e poscia batterlogenuino in guisa che ognuno possa riceverlo e spenderlo con fiducia;e dargli tal conio che paja nuovo e nondimeno tutti sappianoravvisarlo. Ma i poverellidetti letteratinon avendo coniopropriolo accattano da Fra Giudae mordono per invidia chi l'hadel suo; e i damerinidetti scienziati piangonoipocritamentedicendovi che la povertà della lingua listringe a provvederla di fuori. I primi non hanno mentegli altrinon hanno cuore; e non avranno mai stile. (F.)

118E appunto in que' dí occorse a Yorick una solenne occasionedi predicare nell'Oratorio de' protestanti in Parigi; e ne furichiesto da lord Hertfortambasciatore d'Inghilterrache aveacorredato sontuosamente di nuove suppellettili il suo palazzo; eParigi impazziva in folla a vederlo. Yorick salí in cattedracol testo: «Disse il re Ezechia al Profeta: Ho mostrati allostraniero i miei vasi d'oroe le mie concubine; né holasciato chiuso tesoro veruno della mia casa. Disse il Profeta: Tuhai operato da stolto». — IsaiaXXXIX. - VediLettere di Sterne. (F.)

119Non va intesocome pare alla prima nell'originale: ottimi testiquanto uno della Scrittura; perché anzi queste parole sileggono negli Atti degli Apostoli: Et qui habitant CappadociamPontum et AsiamPhrygiam et Pamphyliam. — Cap. II910.- E qui Yorick tende a deridere anche la povertàorgogliosissima del teatro franceseche non hacome l'inglesetragedie desunte dalla storia patriale quali mostrano piúopportunamente al popolo i vizile virtú e l'indole de' suoiantenati. (F.)

120Carrozze che si noleggiano a ora; sdruscite; strascinate da cavallicon orecchie sempre dimesse. (F.)

121Leggi la Storia delle Accademie. (F)

122La posata. (F.)

123Perceval; e se piú ne vuoileggi la Vita diMarmontele le Lettere e le Memorie degli altriletterati pettegoli di quell'età. (F.)

124Il testo: Non ho aperto l'uscio de' miei labbri; ed èfrase del salmo CXL3: Pone ostium labiis meis. Ma perchénon mi pare che suoni bene in italianol'ho mutata con la fraseequivalente dell'Ecclesiastico: Quis dabit ori meo custodiametlabiis meis signaculum certum? — Cap. XXII33. (F.)

125Diderot e Morellet. (F)

126Crocchio. (F)

127Qui è anello d'una gioia solanel quale si passavano le duecocche del fazzoletto da collo. (F)

128De pane pauperis comedenset de calice ejus bibens. —Reg.lib. IIXII4. (F.)

129Et in sinu pauperis dormienseratque illi sicut filia. —Reg.lib. II. (F.)

130Samaritanus quidam iter faciensmisericordia motus est: etappropians alligavit vulnera ejusinfundens oleum et vinum. Evang. Luc.X33. (F.)

131Catonetragedia d'Addisonatto Vsc. ldove si leggonoanche i due versi seguenti. (F.)

132Yorick intende di dire che l'estremo sentimento de' propri maliabbatte le forze dell'uomo; ma che la compassione per gli altrui leesercita con acuta e mestissima voluttà. (F.)

133Specie di zoccoli. (F.)

134Mi fa meraviglia che Yorick non si ricordasse del re David: EtDavid saltabat totis viribus ante Dominum. - Et omnis Israëlludebat coram Domino in omnibus lignis fabrefactiset citharisetlyriset sistriset cymbalis. - Et vidit regem David subsilientemet saltantem coram Domino. — Reg.lib. IIcap. VI. (F.)

135Su la fine del secolo XV il frate Savonarolanon ostante lascomunica e i monitorj del Papa«usava far venire i suoifrati e i cittadini in tanto fervoreche gli faceva uscir dellachiesae su la piazza di San Marco (in Firenze) gli faceva ballaree saltaree mettere in ballo tondo pigliandosi per mano un frate eun cittadinoe cantavano a ballo canzoni spirituali composte daGirolamo Benivieniche tra gli scrittori di rime toscane in que'tempi fu molto lodato». — NerliCommentarjlib.IVann. 1497. - Inoltre lessi nel Vocabolario di santa Caterinaalla voce presta: «Che nella diocesi di Sienaraccoglievansi diverse brigate di contadini e di contadinelle acantar Maggioe alla fine del mese solevano nella piazza dellechiese parrocchiali celebrare una danza solennetassando perciaschedun ballo i giovani in una crazia o un soldoe di queldanaro crescevano l'offerta alla chiesae talora ne facevano ladote per una delle fanciulle maggiajuole. Un arcivescovo abolíquesto rito». - Eppure anche san Francesco ballava co' suoifrati. Vedi Fioretti. (F.)

136Vedi la nota 1 al cap. X. (F.)