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Silvio Pellico



LE MIE PRIGIONI

 

 

 

 

 

CAPO I

Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milanoe condotto aSanta Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tuttoquel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amantemaltrattato dalla sue bellae dignitosamente risoluto di tenerle bronciolascio lapolitica ov'ella stae parlo d'altro.

Alle nove della sera di quel povero venerdìl'attuario miconsegnò al custodee questicondottomi nella stanza a me destinatasi fece da merimettere con gentile invitoper restituirmeli a tempo debitoorologiodenaroe ognialtra cosa ch'io avessi in tascae m'augurò rispettosamente la buona notte.

"Fermatevicaro voi;" gli dissi "oggi non hopranzato; fatemi portare qualche cosa."

"Subitola locanda è qui vicina; e sentiràsignorechebuon vino!"

"Vinonon ne bevo."

A questa rispostail signor Angiolino mi guardò spaventatoesperando ch'io scherzassi. I custodi di carceri che tengono bettolainorridiscono d'unprigioniero astemio.

"Non ne bevodavvero."

"M'incresce per lei; patirà al doppio la solitudine..."

E vedendo ch'io non mutava propositouscì; ed in meno di mezz'oraebbi il pranzo. Mangiai pochi bocconitracannai un bicchier d'acquae fui lasciato solo.

La stanza era a pian terrenoe metteva sul cortile. Carceri di quacarceri di làcarceri di sopracarceri dirimpetto. Mi appoggiai alla finestrae stettiqualche tempo ad ascoltare l'andare e venire de' carcerieried il frenetico canto diparecchi de' rinchiusi.

Pensava: "Un secolo faquesto era un monastero: avrebbero maile sante e penitenti vergini che lo abitavanoimmaginato che le loro celle sonerebberoogginon più di femminei gemiti e d'inni divotima di bestemmie e di canzoniinverecondee che conterrebbero uomini d'ogni fattae per lo più destinati agliergastoli o alle forche? E fra un secolochi respirerà in queste celle? Oh fugacità deltempo! oh mobilità perpetua delle cose! Può chi vi considera affliggersise fortunecessò di sorriderglise vien sepolto in prigionese gli si minaccia il patibolo? Ieriio era uno de' più felici mortali del mondo: oggi non ho più alcuna delle dolcezze checonfortavano la mia vita; non più libertànon più consorzio d'amicinon piùsperanze! No; il lusingarsi sarebbe follia. Di qui non uscirò se non per essere gettatone' più orribili covilio consegnato al carnefice! Ebbeneil giorno dopo la mia mortesarà come s'io fossi spirato in un palazzoe portato alla sepoltura co' più grandionori".

Così il riflettere alla fugacità del tempo m'invigoriva l'animo.Ma mi ricorsero alla mente il padrela madredue fratellidue sorelleun'altrafamiglia ch'io amava quasi fosse la mia; ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero.M'inteneriie piansi come un fanciullo.

 

CAPO Il

Tre mesi primaio era andato a Torinoed avea rivedutodopoparecchi anni di separazionei miei cari genitoriuno de' fratelli e le due sorelle.Tutta la nostra famiglia si era sempre tanto amata! Niun figliuolo era stato più di mecolmato di benefizi dal padre e dalla madre! Oh come al rivedere i venerati vecchi iom'era commossotrovandoli notabilmente più aggravati dall'età che non m'immaginava!Quanto avrei allora voluto non abbandonarli piùconsacrarmi a sollevare colle mie curela loro vecchiaia! Quanto mi dolsene' brevi giorni ch'io stetti a Torinodi averparecchi doveri che mi portavano fuori del tetto paternoe di dare così poca parte delmio tempo agli amati congiunti! La povera madre diceva con melanconica amarezza: "Ahil nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi!". Il mattino che ripartii perMilanola separazione fu dolorosissima. Il padre entrò in carrozza con meem'accompagnò per un miglio; tornò indietro soletto. Io mi voltava a guardarloepiangevae baciava un anello che la madre m'avea datoe mai non mi sentii cosìangosciato di allontanarmi da' parenti. Non credulo a' presentimentiio stupiva di nonpoter vincere il mio doloreed era forzato a dire con ispavento: "D'onde questa miastraordinaria inquietudine?". Pareami pur di prevedere qualche grande sventura.

Oranel carceremi risovvenivano quello spaventoquell'angoscia;mi risovvenivano tutte le parole uditetre mesi innanzida' genitori. Quel lamento dellamadre: "Ahil nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi!" miripiombava sul cuore. Io mi rimproverava di non essermi mostrato loro mille volte piùtenero. "Li amo cotantoe ciò dissi loro così debolmente! Non dovea mai piùvederlie mi saziai così poco de' loro cari volti! e fui così avaro delle testimonianzedell'amor mio!" Questi pensieri mi straziavano l'anima

Chiusi la finestrapasseggiai un'oracredendo di non aver requietutta la notte. Mi posi a lettoe la stanchezza m'addormentò.

 

CAPO IIl

Lo svegliarsi la prima notte in carcere è cosa orrenda!"Possibile!" dissi ricordandomi dove io fossi "possibile! Io qui? E non èora un sogno il mio? Ieri dunque m'arrestarono? Ieri mi fecero quel lungo interrogatorioche domanie chi sa fin quando dovrà continuarsi? Ieri seraavanti di addormentarmiiopiansi tantopensando a' miei genitori?"

Il riposoil perfetto silenzioil breve sonno che avea ristoratole mie forze mentalisembravano avere centuplicato in me la possa del dolore. Inquell'assenza totale di distrazionil'affanno di tutti i miei caried in particolare delpadre e della madre allorché udrebbero il mio arrestomi si pingea nella fantasia conuna forza incredibile.

"In quest'istante" diceva io "dormono ancoratranquillio vegliano pensando forse con dolcezza a menon punto presaghi del luogoov'io sono! Oh felicise Dio li togliesse dal mondoavanti che giunga a Torino lanotizia della mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo?"

Una voce interna parea rispondermi: "Colui che tutti gliafflitti invocano ed amano e sentono in se stessi! Colui che dava la forza ad una Madre diseguire il Figlio al Golgotae di stare sotto la sua croce! l'amico degl'infelicil'amico dei mortali!".

Quello fu il primo momentoche la religione trionfò del mio cuoreed all'amor filiale debbo questo benefizio.

Per l'addietrosenza essere avverso alla religioneio poco e malela seguiva. Le volgari obbiezionicon cui suole essere combattutanon mi parevano ungran chee tuttavia mille sofistici dubbi infievolivano la mia fede. Già da lungo tempoquesti dubbi non cadevano più sull'esistenza di Dioe m'andava ridicendo che se Dioesisteuna conseguenza necessaria della sua giustizia è un'altra vita per l'uomochepatì in un mondo così ingiusto: quindi la somma ragionevolezza di aspirare ai beni diquella seconda vita; quindi un culto di amore di Dio e del prossimoun perpetuo aspirarea nobilitarsi con generosi sacrifizi. Già da lungo tempo m'andava ridicendo tutto ciòesoggiungeva: "E che altro è il Cristianesimo se non questo perpetuo aspirare anobilitarsi?". E mi meravigliava come sì purasì filosoficasì inattaccabilemanifestandosi l'essenza del Cristianesimofosse venuta un'epoca in cui la filosofiaosasse dire: "Farò io d'or innanzi le sue veci". Ed in qual modo farai tu lesue veci? Insegnando il vizio? No certo. Insegnando la virtù? Ebbene sarà amore di Dio edel prossimo; sarà ciò che appunto il Cristianesimo insegna.

Ad onta ch'io così da parecchi anni sentissisfuggiva diconchiudere: "Sii dunque conseguente! sii cristiano! non ti scandalezzar più degliabusi! non malignar più su qualche punto difficile della dottrina della Chiesagiacchéil punto principale è questoed è lucidissimo: ama Dio e il prossimo".

In prigione deliberai finalmente di stringere tale conclusionee lastrinsi. Esitai alquantopensando che se taluno veniva a sapermi più religioso di primasi crederebbe in dovere di reputarmi bacchettoneed avvilito dalla disgrazia. Ma sentendoch'io non era né bacchettone né avvilitomi compiacqui di non punto curare i possibilibiasimi non meritatie fermai d'essere e di dichiararmi d'or in avanti cristiano.

 

CAPO IV

Rimasi stabile in questa risoluzione più tardima cominciai aruminarla e quasi volerla in quella prima notte di cattura. Verso il mattino le mie smanieerano calmateed io ne stupiva. Ripensava a' genitori ed agli altri amatie nondisperava più della loro forza d'animoe la memoria de' virtuosi sentimentich'io avevaaltre volte conosciuti in essimi consolava.

Perché dianzi cotanta perturbazione in meimmaginando la loroedor cotanta fiducia nell'altezza del loro coraggio? Era questo felice cangiamento unprodigio? era un naturale effetto della mia ravvivata credenza in Dio? - E che importachiamar prodigio noi reali sublimi benefizi della religione?

A mezzanottedue secondini (così chiamansi i carcerieri dipendentidal custode) erano venuti a visitarmie m'aveano trovato di pessimo umore. All'albatornaronoe mi trovarono sereno e cordialmente scherzoso.

"Stanottesignoreella aveva una faccia da basilisco"disse il Tirola "ora è tutt'altroe ne godosegno che non è... perdonil'espressione... un birbante: perché i birbanti (io sono vecchio del mestieree le mieosservazioni hanno qualche peso)i birbanti sono più arrabbiati il secondo giorno delloro arrestoche il primo. Prende tabacco?"

"Non ne soglio prenderema non vo' ricusare le vostre grazie.Quanto alla vostra osservazionescusateminon è da quel sapiente che sembrate. Sestamane non ho più faccia da basilisconon potrebb'egli essere che il mutamento fosseprova d'insensatezzadi facilità ad illudermia sognar prossima la mia libertà?"

"Ne dubitereisignores'ella fosse in prigione per altrimotivi; ma per queste cose di statoal giorno d'ogginon è possibile di credere chefiniscano così su due piedi. Ed ella non è siffattamente gonzo da immaginarselo. Perdonisa: vuole un'altra presa?"

"Date qua. Ma come si può avere una faccia così allegracomeavetevivendo sempre fra disgraziati?"

"Crederà che sia per indifferenza sui dolori altrui: non lo sonemmeno positivamente ioa dir vero; ma l'assicuro che spesse volte il veder piangere mifa male. E talora fingo d'essere allegro affinché i poveri prigionieri sorridanoanch'essi."

"Mi vienebuon uomoun pensiero che non ho mai avuto: che sipossa fare il carceriere ed essere d'ottima pasta."

"Il mestiere non fa nientesignore. Al di là di quel voltonech'ella vedeoltre il cortilev'è un altro cortile ed altre carceritutte per donne.Sono... non occorre dirlo... donne di mala vita. Ebbenesignoreve n'è che sono angeliquanto al cuore. E s'ella fosse secondino..."

"Io?" e scoppiai dal ridere.

Tirola restò sconcertato dal mio risoe non proseguì. Forseintendeache s'io fossi stato secondino mi sarebbe riuscito malagevole non affezionarmiad alcuna di quelle disgraziate.

Mi chiese ciò ch'io volessi per colezione. Uscìe qualche minutodopo mi portò il caffè.

Io lo guardava in faccia fissamentecon un sorriso malizioso chevoleva dire: "Porteresti tu un mio viglietto ad altro infeliceal mio amicoPietro?". Ed egli mi rispose con un altro sorriso che voleva dire: "Nosignore;e se vi dirigete ad alcuno de' miei compagniil quale vi dica di sibadate che vitradirà".

Non sono veramente certo ch'egli mi capissené ch'io capissi lui.So bensì ch'io fui dieci volte sul punto di dimandargli un pezzo di carta ed una matitae non ardiiperché v'era alcun che negli occhi suoiche sembrava avvertirmi di nonfidarmi di alcunoe meno d'altri che di lui.

 

CAPO V

Se Tirolacolla sua espressione di bontànon avesse anche avutoquegli sguardi così furbise fosse stata una fisionomia più nobileio avrei cedutoalla tentazione di farlo mio ambasciatoree forse un mio viglietto giunto a tempoall'amico gli avrebbe data la forza di riparare qualche sbaglio- e forse ciò salvavanon luipoverettoche già troppo era scopertoma parecchi altri e me!

Pazienza! doveva andar così.

Fui chiamato alla continuazione dell'interrogatorioe ciò duròtutto quel giornoe parecchi altricon nessun altro intervallo che quello de' pranzi.

Finché il processo non si chiusei giorni volavano rapidi per mecotanto era l'esercizio della mente in quell'interminabile rispondere a sì varie dimandee nel raccogliermialle ore di pranzo ed a seraper riflettere a tutto ciò che mi s'erachiesto e ch'io aveva rispostoed a tutto ciò su cui probabilmente sarei ancorainterrogato.

Alla fine della prima settimana m'accadde un gran dispiacere. Il miopovero Pierobramosoquanto lo era ioche potessimo metterci in comunicazionemimandò un vigliettoe si servì non d'alcuno de' secondinima d'un disgraziatoprigioniero che veniva con essi a fare qualche servigio nelle nostre stanze. Era questi unuomo dai sessanta ai settant'annicondannato a non so quanti mesi di detenzione.

Con una spilla ch'io avevami forai un ditoe feci col sanguepoche linee di rispostache rimisi al messaggero. Egli ebbe la mala ventura d'esserespiatofrugatocolto col viglietto addossoese non errobastonato. Intesi alte urlache mi parvero del misero vecchioe nol rividi mai più.

Chiamato a processofremetti al vedermi presentata la mia cartolinavergata col sangue (la qualegrazie al cielonon parlava di cose nociveed avea l'ariad'un semplice saluto). Mi si chiese con che mi fossi tratto sanguemi si tolse la spillae si rise dei burlati. Ahio non risi! Io non poteva levarmi dagli occhi il vecchiomessaggero. Avrei volentieri sofferto qualunque castigopurché gli perdonassero. Equando mi giunsero quelle urlache dubitai essere di luiil cuore mi s'empì di lagrime.

Invano chiesi parecchie volte di esso al custode e a' secondini.Crollavano il capoe dicevano: "L'ha pagata cara colui... non ne farà più disimili... gode un po' più di riposo". Né volea no spiegarsi di più.

Accennavano essi a prigionia ristretta in cui veniva tenutoquell'infeliceo parlavano così perch'egli fosse morto sotto le bastonate od inconseguenza di quelle?

Un giorno mi parve di vederloal di là del cortilesotto ilporticocon un fascio di legna sulle spalle. Il cuore mi palpitò come s'io rivedessi unfratello.

 

CAPO Vl

Quando non fui più martirato dagl'interrogatoriie non ebbi piùnulla che occupasse le mie giornateallora sentii amaramente il peso della solitudine.

Ben mi si permise ch'io avessi una Bibbia ed il Dante; ben fu messaa mia disposizione dal custode la sua bibliotecaconsistente in alcuni romanzi diScuderidel Piazzie peggio; ma il mio spirito era troppo agitatoda potersi applicarea qualsiasi lettura. Imparava ogni giorno un canto di Dante a memoriae questo esercizioera tuttavia sì macchinalech'io lo faceva pensando meno a que' versi che a' casi miei.Lo stesso mi avveniva leggendo altre coseeccettuato alcune volte qualche passo dellaBibbia. Questo divino libro ch'io aveva sempre amato moltoanche quando pareami d'essereincreduloveniva ora da me studiato con più rispetto che mai. Se non chead onta delbuon volerespessissimo io lo leggea colla mente ad altroe non capiva. A poco a pocodivenni capace di meditarvi più fortementee di sempre meglio gustarlo.

Siffatta lettura non mi diede mai la minima disposizione allabacchettoneriacioè a quella divozione malintesa che rende pusillanime o fanatico.Bensì m'insegnava ad amar Dio e gli uominia bramare sempre più il regno dellagiustiziaad abborrire l'iniquitàperdonando agl'iniqui. Il Cristianesimoinvece didisfare in me ciò che la filosofia potea avervi fatto di buonolo confermavaloavvalorava di ragioni più altepiù potenti.

Un giorno avendo letto che bisogna pregare incessantementee che ilvero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de' paganima adorar Dio consemplicitàsì in parolesì in azionie fare che le une e le altre sienol'adempimento del suo santo voleremi proposi di cominciare davvero quest'incessantepreghiera: cioè di non permettermi più neppure un pensiero che non fosse animato daldesiderio di conformarmi ai decreti di Dio.

Le formole di preghiera da me recitate in adorazione furono semprepochenon già per disprezzo (ché anzi le credo salutarissimea chi piùa chi menoper fermare l'attenzione nel culto)ma perché io mi sento così fattoda non esserecapace di recitarne molte senza vagare in distrazioni e porre l'idea del culto in obblio.

L'intento di stare di continuo alla presenza di Dioinvece diessere un faticoso sforzo della menteed un soggetto di tremoreera per me soavissimacosa. Non dimenticando che Dio è sempre vicino a noich'egli è in noio piuttosto chenoi siamo in essola solitudine perdeva ogni giorno più il suo orrore per me: "Nonsono io in ottima compagnia?" mi andava dicendo. E mi rasserenavae canterellavaezufolava con piacere e con tenerezza.

"Ebbene" pensai "non avrebbe potuto venirmi unafebbre e portarmi in sepoltura? Tutti i miei cariche si sarebbero abbandonati al piantoperdendomiavrebbero pure acquistato a poco a poco la forza di rassegnarsi alla miamancanza. Invece d'una tombami divorò una prigione: degg'io credere che Dio non limunisca d'egual forza?"

Il mio cuore alzava i più fervidi voti per lorotalvolta conqualche lagrima; ma le lagrime stesse erano miste di dolcezza. Io aveva piena fede che Diososterrebbe loro e me. Non mi sono ingannato.

 

CAPO VIl

Il vivere libero è assai più bello del vivere in carcere; chi nedubita? Eppure anche nelle miserie d'un carcerequando ivi si pensa che Dio è presenteche le gioie del mondo sono fugaciche il vero bene sta nella coscienza e non neglioggetti esterioripuossi con piacere sentire la vita. Io in meno d'un mese avea pigliatonon dirò perfettamentema in comportevole guisail mio partito. Vidi che non volendocommettere l'indegna azione di comprare l'impunità col procacciare la rovina altruilamia sorte non poteva essere se non il patibolo od una lunga prigionia. Era necessitàadattarvisi. "Respirerò finché mi lasciano fiato" dissi "e quando me lotorrannofarò come tutti i malati allorché son giunti all'ultimo momento. Morrò."

Mi studiava di non lagnarmi di nullae di dare all'anima mia tuttii godimenti possibili. Il più consueto godimento si era di andarmi rinnovandol'enumerazione dei beni che avevano abbelliti i miei giorni: un ottimo padreun'ottimamadrefratelli e sorelle eccellentii tali e tali amiciuna buona educazionel'amoredelle lettereecc. Chi più di me era stato dotato di felicità? Perché non ringraziarneIddiosebbene ora mi fosse temperata dalla sventura? Talora facendo quell'enumerazionem'inteneriva e piangeva un istante; ma il coraggio e la letizia tornavano.

Fin da' primi giorni io aveva acquistato un amico. Non era ilcustodenon alcuno de' secondininon alcuno de' signori processanti. Parlo per altrod'una creatura umana. Chi era? - Un fanciullosordo e mutodi cinque o sei anni. Ilpadre e la madre erano ladronie la legge li aveva colpiti. Il misero orfanello venivamantenuto dalla Polizia con parecchi altri fanciulli della stessa condizione. Abitavanotutti in una stanza in faccia alla miaed a certe ore aprivasi loro la porta affinchéuscissero a prender aria nel cortile.

Il sordo e muto veniva sotto la mia finestrae mi sorridevaegesticolava. Io gli gettava un bel pezzo di pane: ei lo prendeva facendo un salto digioiacorreva a' suoi compagnine dava a tuttie poi veniva a mangiare la suaporzioncella presso la mia finestraesprimendo la sua gratitudine col sorriso de' suoibegli occhi.

Gli altri fanciulli mi guardavano da lontanoma non ardìanoavvicinarsi: il sordo-muto aveva una gran simpatia per mené già per sola cagioned'interesse. Alcune volte ei non sapea che fare del pane ch'io gli gettavae facea segnich'egli e i suoi compagni aveano mangiato benee non potevano prendere maggior cibo. S'eivedea venire un secondino nella mia stanzaei gli dava il pane perché me lo restituisse.Benché nulla aspettasse allora da meei continuava a ruzzare innanzi alla finestraconuna grazia amabilissimagodendo ch'io lo vedessi. Una volta un secondino permise alfanciullo d'entrare nella mia prigione: questiappena entratocorse ad abbracciarmi legambe mettendo un grido di gioia. Lo presi fra le bracciaed è indicibile il trasportocon cui mi colmava di carezze. Quanto amore in quella cara animetta! Come avrei volutopoterlo far educare e salvarlo dall'abbiezione in che si trovava!

Non ho mai saputo il suo nome. Egli stesso non sapeva di averne uno.Era sempre lietoe non lo vidi mai piangere se non una volta che fu battutonon soperchédal carceriere. Cosa strana! Vivere in luoghi simili sembra il colmodell'infortunioeppure quel fanciullo avea certamente tanta felicità quanta possa avernea quell'età il figlio d'un principe. Io facea questa riflessioneed imparava che puossirendere l'umore indipendente dal luogo. Governiamo l'immaginativae staremo bene quasidappertutto. Un giorno è presto passatoe quando la sera uno si mette a letto senza famee senza acuti doloriche importa se quel letto è piuttosto fra mura che si chiaminoprigioneo fra mura che si chiamino casa o palazzo?

Ottimo ragionamento! Ma come si fa a governare l'immaginativa? Io mivi provavae ben pareami talvolta di riuscirvi a meraviglia: ma altre volte la tiranniatrionfavaed io indispettito stupiva della mia debolezza.

 

CAPO VIIl

"Nella mia sventura sono pur fortunato" diceva io"che m'abbiano data una prigione a pian terrenosu questo cortileove a quattropassi da me viene quel caro fanciullocon cui converso alla muta sì dolcemente! Mirabileintelligenza umana! Quante cose ci diciamo egli ed io colle infinite espressioni deglisguardi e della fisionomia! Come compone i suoi moti con graziaquando gli sorrido! Comeli corregge quando vede che mi spiacciono! Come capisce che lo amoquando accarezza oregala alcuno de' suoi compagni! Nessuno al mondo se lo immaginaeppure iostando allafinestraposso essere una specie d'educatore per quella povera creaturina. A forza diripetere il mutuo esercizio de' segniperfezioneremo la comunicazione delle nostre idee.Più sentirà d'istruirsi e di ingentilirsi con mepiù mi s'affezionerà. Io sarò perlui il genio della ragione e della bontà; egli imparerà a confidarmi i suoi doloriisuoi piacerile sue brame: io a consolarloa nobilitarloa dirigerlo in tutta la suacondotta. Chi sa che tenendosi indecisa la mia sorte di mese in mesenon mi lascinoinvecchiar qui? Chi sa che quel fanciullo non cresca sotto a' miei occhie non siaadoperato a qualche servizio in questa casa? Con tanto ingegno quanto mostra d'averechepotrà egli riuscire? Ahimè! niente di più che un ottimo secondino o qualch'altra cosadi simile. Ebbenenon avrò io fatto buon'operase avrò contribuito ad ispirargli ildesiderio di piacere alla gente onesta ed a se stessoa dargli l'abitudine de' sentimentiamorevoli?"

Questo soliloquio era naturalissimo. Ebbi sempre molta inclinazionepe' fanciullie l'ufficio d'educatore mi parea sublime. Io adempiva simile ufficio daqualche anno verso Giacomo e Giulio Porrodue giovinetti di belle speranze ch'io amavacome figli miei e come tali amerò sempre. Dio saquante volte in carcere io pensassi aloro! quanto m'affliggessi di non poter compiere la loro educazione! quanti ardenti votiformassi perché incontrassero un nuovo maestro che mi fosse eguale nell'amarli!

Talvolta esclamava tra me: "Che brutta parodia è questa!Invece di Giacomo e Giuliofanciulli ornati de' più splendidi incanti che natura efortuna possano daremi tocca per discepolo un poverettosordomutostracciatofigliod'un ladrone!... che al più diverrà secondinoil che in termine un po' meno garbato sidirebbe sbirro.

Queste riflessioni mi confondeanomi sconfortavano. Ma appenasentiva io lo strillo del mio mutolinoche mi si rimescolava il sanguecome ad un padreche sente la voce del figlio. E quello strillo e la sua vista dissipavano in me ogni ideadi bassezza a suo riguardo. "E che colpa ha egli s'è stracciato e difettosoe dirazza di ladri? Un'anima umananell'età dell'innocenzaè sempre rispettabile."Così diceva io; e lo guardava ogni giorno più con amoree mi parea che crescesse inintelligenzae confermavami nel dolce divisamento d'applicarmi ad ingentilirlo; efantasticando su tutte le possibilitàpensava che forse sarei un giorno uscito dicarcere ed avrei avuto mezzo di far mettere quel fanciullo nel collegio de' sordi e mutie di aprirgli così la via ad una fortuna più bella che d'essere sbirro.

Mentre io m'occupava così deliziosamente del suo beneun giornodue secondini vengono a prendermi.

"Si cangia alloggiosignore."

"Che intendete dire?"

"C'è comandato di trasportarla in un'altra camera."

"Perché?"

"Qualch'altro grosso uccello è stato presoe questa essendola miglior camera... capisce bene..."

"Capisco: è la prima posa de' nuovi arrivati."

E mi trasportarono alla parte del cortile oppostamaohimè! nonpiù a pian terrenonon più atta al conversare col mutolino. Traversando quel cortilevidi quel caro ragazzo seduto a terraattonitomesto: capì ch'ei mi perdeva. Dopo unistante s'alzòmi corse incontro; i secondini volevano cacciarloio lo presi fra lebracciaesudicetto com'egli eralo baciai e ribaciai con tenerezzae mi staccai dalui - debbo dirlo? - cogli occhi grondanti di lagrime.

 

CAPO IX

Povero mio cuore! tu ami sì facilmente e sì caldamenteed oh aquante separazioni sei già stato condannato! Questa non fu certo la men dolorosa; e lasentii tanto più che il nuovo mio alloggio era tristissimo. Una stanzacciaoscuraluridacon finestra avente non vetri alle impostema cartacon pareti contaminate dagoffe pitturacce di colorenon oso dir quale; e ne' luoghi non dipinti erano iscrizioni.Molte portavano semplicemente nomecognome e patria di qualche infelicecolla data delgiorno funesto della sua cattura. Altre aggiungeano esclamazioni contro falsi amicicontro se stessocontro una donnacontro il giudiceecc. Altre erano compendid'autobiografia. Altre contenevano sentenze morali. V'erano queste parole di Pascal:

"Coloro che combattono la religione imparino almeno qual ellasiaprima di combatterla. Se questa religione si vantasse d'avere una veduta chiara diDioe di possederlo senza velosarebbe un combatterla il dire che non si vede niente nelmondo che lo mostri con tanta evidenza. Ma poiché diceanziessere gli uomini nelletenebre e lontani da Dioil quale s'è nascosto alla loro cognizioneed essere appuntoil nome ch'egli si dà nelle ScrittureDeus absconditus... qual vantaggio possono essitrarreallorché nella negligenza che professano quanto alla scienza della veritàgridano che la verità non vien loro mostrata?"

Più sotto era scritto (parole dello stesso autore):

"Non trattasi qui del lieve interesse di qualche personastraniera; trattasi di noi medesimi e del nostro tutto. L'immortalità dell'anima è cosache tanto importae che toccaci sì profondamenteche bisogna aver perduto ogni sennoper essere nell'indifferenza di saper che ne sia."

Un altro scritto diceva:

"Benedico la prigionepoiché m'ha fatto conoscerel'ingratitudine degli uominila mia miseriae la bontà di Dio."

Accanto a queste umili parole erano le più violente e superbeimprecazioni d'uno che si diceva ateoe che si scagliava contro Dio come se sidimenticasse di aver detto che non v'era Dio.

Dopo una colonna di tai bestemmiene seguiva una di ingiurie controi vigliacchicosì li chiamava egliche la sventura del carcere fa religiosi.

Mostrai quelle scelleratezze ad uno de' secondinie chiesi chil'avesse scritte.

"Ho piacere d'aver trovata quest'iscrizione:" disse"ve ne son tanteed ho sì poco tempo da cercare!"

E senz'altrodiessi con un coltello a grattare il muro per farlasparire.

"Perché ciò?" dissi.

"Perché il povero diavolo che l'ha scrittae fu condannato amorte per omicidio premeditatose ne pentìe mi fece pregare di questa carità."

"Dio gli perdoni!" sclamai. "Qual omicidio era ilsuo?"

"Non potendo uccidere un suo nemicosi vendicò uccidendogliil figlioil più bel fanciullo che si desse sulla terra."

Inorridii. A tanto può giungere la ferocia? E siffatto mostroteneva il linguaggio insultante d'un uomo superiore a tutte le debolezze umane! Uccidereun innocente! un fanciullo!

 

CAPO X

In quella mia nuova stanzacosì tetra e così immondaprivo dellacompagnia del caro mutoio era oppresso di tristezza.

Stava molte ore alla finestra la quale metteva sopra una galleriaeal di là della galleria vedeasi l'estremità del cortile e la finestra della mia primastanza. Chi erami succeduto colà? Io vi vedeva un uomo che molto passeggiava collarapidità di chi è pieno d'agitazione. Due o tre giorni dappoividi che gli avevano datoda scrivereed allora se ne stava tutto il dì al tavolino.

Finalmente lo riconobbi. Egli usciva della sua stanza accompagnatodal custode: andava agli esami. Era Melchiorre Gioia!

Mi si strinse il cuore. "Anche tuvalentuomosei qui!"(Fu più fortunato di me. Dopo alcuni mesi di detenzione venne rimesso in libertà.)

La vista di qualunque creatura buona mi consolam'affezionami fapensare. Ah! pensare ed amare sono un gran bene. Avrei dato la mia vita per salvar Gioiadi carcere; eppure il vederlo mi sollevava.

Dopo essere stato lungo tempo a guardarloa congetturare da' suoimoti se fosse tranquillo d'animo od inquietoa far voti per luiio mi sentiva maggiorforzamaggiore abbondanza d'ideemaggior contento di me. Ciò vuol dire che lospettacolo d'una creatura umanaalla quale s'abbia amorebasta a temprare la solitudine.M'avea dapprima recato questo benefizio un povero bambino mutoed or me lo recava lalontana vista d'un uomo di gran merito.

Forse qualche secondino gli disse dov'io era. Un mattinoaprendo lasua finestrafece sventolare il fazzoletto in atto di saluto. Io gli risposi collo stessosegno. Oh quale piacere mi inondò l'anima in quel momento! Mi pareva che la distanzafosse sparitache fossimo insieme. Il cuore mi balzava come ad un innamorato che rivedel'amata. Gesticolavamo senza capircie colla stessa premuracome se ci capissimo: opiuttosto ci capivamo realmente; que' gesti voleano dire tutto ciò che le nostre animesentivanoe l'una non ignorava ciò che l'altra sentisse.

Qual conforto sembravanmi dover essere in avvenire quei saluti! El'avvenire giunsema que' saluti non furono più replicati! Ogni volta ch'io rivedeaGioia alla finestraio faceva sventolare il fazzoletto. Invano! I secondini mi disseroche gli era stato proibito d'eccitare i miei gesti o di rispondervi. Bensì guardavamiegli spessoed io guardava luie così ci dicevamo ancora molte cose.

 

CAPO Xl

Sulla galleria ch'era sotto la finestraal livello medesimo dellamia prigionepassavano e ripassavano da mattina a sera altri prigionieriaccompagnati dasecondini; andavano agli esamie ritornavano. Erano per lo più gente bassa. Vidinondimeno anche qualcheduno che parea di condizione civile. Benché non potessi gran fattofissare gli occhi su lorotanto era fuggevole il loro passaggiopure attraevano la miaattenzione; tutti qual più qual meno mi commoveano. Questo triste spettacoloa' primigiorniaccresceva i miei dolori; ma a poco a poco mi v'assuefecie finì per diminuireanch'esso l'orrore della mia solitudine.

Mi passavano parimente sotto gli occhi molte donne arrestate. Daquella galleria s'andavaper un voltonesopra un altro cortilee là erano le carcerimuliebri e l'ospedale delle sifilitiche. Un muro soloed assai sottilemi dividea da unadelle stanze delle donne. Spesso le poverette mi assordavano colle loro canzonitalvoltacolle loro risse. A tarda seraquando i romori erano cessatiio le udiva conversare.

Se avessi voluto entrare in colloquioavrei potuto. Me n'astenninon so perché. Per timidità? per alterezza? per prudente riguardo di non affezionarmi adonne degradate? Dovevano esservi questi motivi tutti tre. La donnaquando è ciò chedebb'essereè per me una creatura sì sublime! Il vederlal'udirlail parlarlemiarricchisce la mente di nobili fantasie. Ma avvilitaspregevolemi perturbam'affliggemi spoetizza iI cuore.

Eppure... (gli eppure sono indispensabili per dipingere l'uomoentesì composto) fra quelle voci femminili ve n'avea di soavie queste - e perché nondirlo? - m'erano care. Ed una di quelle era più soave delle altree s'udiva più diradoe non proferiva pensieri volgari. Cantava pocoe per lo più questi soli duepatetici versi:

Chi rende alla meschina la sua felicità?

Alcune volte cantava le litanie. Le sue compagne la secondavanomaio aveva il dono di discernere la voce di Maddalena dalle altreche pur troppo sembravanoaccanite a rapirmela.

Sìquella disgraziata chiamavasi Maddalena. Quando le sue compagneraccontavano i loro doloriella compativale e gemevae ripeteva: "Coraggiomiacara; il Signore non abbandona alcuno".

Chi poteva impedirmi d'immaginarmela più bella e più infelice checolpevolenata per la virtùcapace di ritornarvis'erasene scostata? Chi potrebbebiasimarmi s'io m'inteneriva udendolas'io l'ascoltava con veneraziones'io pregava perlei con un fervore particolare?

L'innocenza è venerandama quanto lo è pure il pentimento! Ilmigliore degli uominil'uomo-Diosdegnava egli di porre il suo pietoso sguardo sullepeccatricidi rispettare la loro confusioned'aggregarle fra le anime ch'ei piùonorava? Perché disprezziamo noi tanto la donna caduta nell'ignominia?

Ragionando cosìfui cento volte tentato di alzar la voce e fareuna dichiarazione d'amor fraterno a Maddalena. Una volta avea già cominciato la primasillaba vocativa: "Mai!...". Cosa strana! il cuore mi battevacome ad unragazzo di quindici anni innamorato; e sì ch'io n'avea trentunoche non è più l'etàdei palpiti infantili.

Non potei andar avanti. Ricominciai: "Mad!... Mad!...". Efu inutile. Mi trovai ridicoloe gridai dalla rabbia: "Matto! e non Mad!".

 

CAPO XIl

Così finì il mio romanzo con quella poveretta. Se non che le fuidebitore di dolcissimi sentimenti per parecchie settimane. Spesso io era melanconicoe lasue voce m'esilarava: spessopensando alla viltà ed all'ingratitudine degli uominiiom'irritava contro loroio disamava l'universoe la voce di Maddalena tornava a dispormia compassione ed indulgenza.

Possa tuo incognita peccatricenon essere state condannata agrave pena! Od a qualunque pena sii tu stata condannataposse tu profittarne erinobilitartie vivere e morir care al Signore! Possa tu essere compianta e rispettata datutti quelli che ti conosconocome lo fosti da me che non ti conobbi! Possa tu ispirarein ognuno che ti veggala pazienzala dolcezzala brama della virtùla fiducia inDiocome le ispiravi in colui che ti amò senza vederti! La mia immaginativa può errarefigurandoti bella di corpoma l'anima tuane son certoera bella. Le tue compagneparlavano grossolanamentee tu con pudore e gentilezza; bestemmiavanoe tu benediceviDio; garrivanoe tu componevi le loro liti. Se alcuno t'ha porto la mano per sottrartidalla carriera del disonorese t'ha beneficata con delicatezzase ha asciugate le tuelagrimetutte le consolazioni piovano su luisu' suoi figlie sui figli de' suoi figli!

Contigua alla miaera una prigione abitata da parecchi uomini. Ioli udiva anche parlare. Uno di loro superava gli altri in autoritànon forse permaggiore finezza di condizionema per maggior facondia ed audacia. Questi faceacome sidiceil dottore. Rissava e metteva in silenzio i contendenti coll'imperiosità della vocee colla foga delle parole; dettava loro ciò che doveano pensare e sentiree quellidopoqualche renitenzafinivano per dargli ragione in tutto.

Infelici! non uno di loro che temperasse le spiacevolezze dellaprigione esprimendo qualche soave sentimentoqualche poco di religione e d'amore!

Il caporione di que' vicini mi salutòe risposi. Mi chiese come iopassassi quella maledetta vita. Gli dissi chesebben tristaniuna vita era maledetta permee chesino alla mortebisognava procacciar di godere il piacer di pensare e d'amare.

"Si spieghisignoresi spieghi."

Mi spiegaie non fui capito. E quandodopo ingegnose ambagipreparatorieebbi il coraggio d'accennarecome esempiola tenerezza carissima che in meveniva destata dalla voce di Maddalenail caporione diede in una grandissima risata.

"Che cos'è? che cos'è?" gridarono i suoi compagni. Ilprofano ridisse con caricature le mie parolee le risate scoppiarono in coroed io fecilì pienamente la figure dello sciocco.

Avviene in prigione come nel mondo. Quelli che pongono la lorsaviezza nel fremerenel lagnarsinel vilipenderecredono follia il compatirel'amareil consolarsi con belle fantasie che onorino l'umanità ed il suo Autore.

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CAPO XIIl

Lasciai rideree non opposi sillaba. I vicini mi diressero due otre volte la parole; io stetti zitto.

"Non sarà più alla finestra... se ne sarà ito... tenderàl'orecchio ai sospiri di Maddalena... si sarà offeso delle nostre risa."

Così andarono dicendo per un poco. E finalmente il caporione imposesilenzio agli altri che susurravano sul mio conto.

"Tacetebestioniche non sapete quel che diavolo vi dite. Quiil vicino non è un sì grand'asino come credete. Voi non siete capaci di riflettere suniente. Io sghignazzoma poi riflettoio. Tutti i villani mascalzoni sanno far gliarrabbiaticome facciamo noi. Un po' più di dolce allegriaun po' più di caritàunpo' più di fede ne' benefizi del Cielodi che cosa vi pare sinceramente che siaindizio?"

"Or che ci rifletto anch'io" rispose uno "mi pareche sia indizio d'essere alquanto meno mascalzone."

"Bravo!" gridò il caporione con urlo stentoreo"questa volta torno ad aver qualche stima della tua zucca."

Io non insuperbiva molto d'essere solamente reputato alquanto menomascalzone di loro; eppure provava una specie di gioiache que' disgraziati siricredessero circa l'importanza di coltivare i sentimenti benevoli.

Mossi l'imposta della finestracome se tornassi allora. Ilcaporione mi chiamò. Risposisperando che avesse voglia di moralizzare a modo mio.M'ingannai. Gli spiriti volgari sfuggono i ragionamenti serii: se una nobile veritàtraluce lorosono capaci di applaudirla un istantema tosto dopo ritorcono da essa losguardoe non resistono alla libidine d'ostentar senno ponendo quella verità in dubbio escherzando.

Mi chiese poscia s'io era in prigione per debiti.

"No."

"Forse accusato di truffa? Intendo accusato falsamentesa."

"Sono accusato di tutt'altro."

"Di cose d'amore?"

"No."

"D'omicidio?"

"No."

"Di carboneria?"

"Appunto."

"E che sono questi carbonari?"

"Li conosco così poco che non saprei dirvelo."

Un secondino c'interruppe con gran collerae dopo d'aver colmatod'improperii i miei vicini si volse a me colla gravità non d'uno sbirroma d'un maestroe disse: "Vergognasignore! degnarsi di conversare con ogni sorta di gente! Sa ellache costoro son ladri?".

Arrossii e poi arrossii d'aver arrossitoe mi parve che il degnarsidi conversare con ogni specie d'infelici sia piuttosto bontà che colpa.

 

CAPO XIV

Il mattino seguente andai alla finestra per vedere Melchiorre Gioiama non conversai più co' ladri. Risposi al loro salutoe dissi che m'era vietato diparlare.

Venne l'attuario che m'avea fatto gl'interrogatoriie m'annunciòcon mistero una visita che m'avrebbe recato piacere. E quando gli parve d'avermiabbastanza preparato disse: "Insommaè suo padre; si compiaccia di seguirmi".

Lo seguii abbasso negli ufficipalpitando di contento e ditenerezzae sforzandomi d'avere un aspetto sereno che tranquillasse il mio povero padre.

Allorché avea saputo il mio arrestoegli avea sperato che ciòfosse per sospetti da nullae ch'io tosto uscissi. Ma vedendo che la detenzione duravaera venuto a sollecitare il Governo austriaco per la mia liberazione. Misere illusionidell'amor paterno! Ei non poteva credere ch'io fossi stato così temerario da espormi alrigor delle leggie la studiata ilarità con che gli parlai lo persuase ch'io non avevasciagure a temere.

Il breve colloquio che ci fu conceduto m'agitò indicibilmente;tanto più ch'io reprimeva ogni apparenza d'agitazione. Il più difficile fu di nonmanifestarla quando convenne separarci.

Nelle circostanze in cui era l'Italiaio tenea per fermo chel'Austria avrebbe dato esempi straordinarii di rigoree ch'io sarei stato condannato amorte od a molti anni di prigionia. Dissimulare questa credenza ad un padre! lusingarlocolla dimostrazione di fondate speranze di prossima libertà! non prorompere in lagrimeabbracciandoloparlandogli della madrede' fratelli e delle sorellech'io pensava nonriveder più mai sulla terra! pregarlo con voce non angosciata che venisse ancora avedermise poteva! Nulla mai mi costò tanta violenza.

Egli si divise consolatissimo da meed io tornai nel mio carcerecol cuore straziato. Appena mi vidi solosperai di potermi sollevare abbandonandomi alpianto. Questo sollievo mi mancò. Io scoppiava in singhiozzie non potea versare unalagrima. La disgrazia di non piangere è una delle più crudeli ne' sommi doloried ohquante volte l'ho provata!

Mi prese una febbre ardente con fortissimo mal di capo. Noninghiottii un cucchiaio di minestra in tutto il giorno. "Fosse questa una malattiamortale" diceva io "che abbreviasse i miei martirii!"

Stolta e codarda brama! Iddio non l'esaudìed or ne lo ringrazio.E ne lo ringrazionon solo perché dopo dieci anni di carcere ho riveduto la mia carafamiglia e posso dirmi felice; ma anche perché i patimenti aggiungono valore all'uomoevoglio sperare che non sieno stati inutili per me.

 

CAPO XV

Due giorni appressomio padre tornò. Io aveva dormito bene lanotteed era senza febbre. Mi ricomposi a disinvolte e liete manieree niuno dubitò diciò che il mio cuore avesse sofferto e soffrisse ancora.

"Confido" mi disse il padre "che fra pochi giornisarai mandato a Torino. Già t'abbiamo apparecchiata la stanzae t'aspettiamo con grandeansietà. I miei doveri d'impiego mi obbligano a ripartire. Procurate ne pregoprocuradi raggiungermi presto."

La sua tenera e melanconica amorevolezza mi squarciava l'anima. Ilfingere mi pareva comandato da pietàeppure io fingeva con una specie di rimorso. Nonsarebbe stata cosa più degna di mio padre e di mes'io gli avessi detto:"Probabilmente non ci vedremo più in questo mondo! Separiamoci da uominisenzamormoraresenza gemere; e ch'io oda pronunciare sul mio capo la paternabenedizione"?

Questo linguaggio mi sarebbe mille volte più piaciuto dellafinzione. Ma io guardava gli occhi di quel venerando vecchioi suoi lineamentii suoigrigi capellie non mi sembrava che l'infelice potesse aver la forza d'udire tai cose.

E se per non volerlo ingannare io l'avessi veduto abbandonarsi alladisperazioneforse svenireforse (orribile idea!) essere colpito da morte nelle miebraccia?

Non potei dirgli il veroné lasciarglielo tralucere! La miafoggiata serenità lo illuse pienamente. Ci dividemmo senza lagrime. Ma ritornato nelcarcerefui angosciato come l'altra voltao più fieramente ancora; ed invano pureinvocai il dono del pianto.

Rassegnarmi a tutto l'orrore d'una lunga prigioniarassegnarmi alpatiboloera nella mia forza. Ma rassegnarmi all'immenso dolore che ne avrebbero provatopadremadrefratelli e sorelleah! questo era quello a cui la mia forza non bastava.

Mi prostrai allora in terra con un fervore quale io non aveva maiavuto si fortee pronunciai questa preghiera:

"Mio Dioaccetto tutto dalla tua mano; ma invigorisci sìprodigiosamente i cuori a cui io era necessarioch'io cessi d'esser loro talee la vitad'alcun di loro non abbia perciò ad abbreviarsi pur d'un giorno!"

Oh beneficio della preghiera! Stetti più ore colla mente elevata aDioe la mia fiducia cresceva a misura ch'io meditava sulla bontà divinaa misura ch'iomeditava sulla grandezza dell'anima umanaquando esce del suo egoismo e si sforza di nonaver più altro volere che il volere dell'infinita Sapienza.

Sìciò si può! ciò è il dovere dell'uomo! La ragioneche èla voce di Diola ragione ne dice che bisogna tutto sacrificare alla virtù. E sarebbecompiuto il sacrificio di cui siamo debitori alla virtùse nei casi più dolorosiluttassimo contro il volere di Colui che d'ogni virtù è il principio?

Quando il patibolo o qualunque altro martirio è inevitabileiltemerlo codardamenteil non saper muovere ad esso benedicendo il Signoreè segno dimiserabile degradazione od ignoranza. Ed è non solamente d'uopo consentire alla propriamortema all'afflizione che ne proveranno i nostri cari. Altro non lice se non dimandareche Dio la temperiche Dio tutti ci regga: tal preghiera è sempre esaudita.

 

CAPO XVl

Volsero alcuni giornied io era nel medesimo stato; cioè in unamestizia dolcepiena di pace e di pensieri religiosi. Pareami d'aver trionfato d'ognidebolezzae di non essere più accessibile ad alcuna inquietudine. Folle illusione!L'uomo dee tendere alla perfetta costanzama non vi giunge mai sulla terra. Che miturbò? La vista d'un amico infelice; la vista del mio buon Pieroche passò pochi palmidi distanza da mesulla galleriamentr'io era alla finestra. L'aveano tratto dal suocovile per condurlo alle carceri criminali.

Eglie coloro che l'accompagnavanopassarono così prestocheappena ebbi campo a riconoscerloa vedere un suo cenno di salutoed a restituirglielo.

Povero giovane! Nel fiore dell'etàcon un ingegno di splendidesperanzecon un carattere onestodelicatoamantissimofatto per godere gloriosamentedella vitaprecipitato in prigione per cose politichein tempo da non poter certamenteevitare i più severi fulmini della legge!

Mi prese tal compassione di luitale affanno di non poterloredimeredi non poterlo almeno confortare colla mia presenza e colle mie parolechenulla valeva a rendermi un poco di calma. Io sapeva quant'egli amasse sua madresuofratellole sue sorelleil cognatoi nipotini; quant'egli agognasse contribuire allaloro felicitàquanto fosse riamato da tutti quei cari oggetti. Io sentiva qual dovesseessere l'afflizione di ciascun di loro a tanta disgrazia. Non vi sono termini peresprimere la smania che allora s'impadroni di me. E questa smania si prolungò cotantoch'io disperava di più sedarla.

Anche questo spavento era un'illusione. O afflittiche vi credetepreda d'un ineluttabileorrendosempre crescente dolorepazientate alquantoe vidisingannerete! Né somma pacené somma inquietudine possono durare quaggiù. Convienepersuadersi di questa veritàper non insuperbire nelle ore felici e non avvilirsi inquelle del perturbamento.

A lunga smania successe stanchezza ed apatia. Ma l'apatia neppurenon è durevolee temetti di doverquindi in poialternare senza rifugio tra questa el'opposto eccesso. Inorridii alla prospettiva di simile avveniree ricorsi anche questavolta ardentemente alla preghiera.

Io dimandai a Dio d'assistere il mio misero Pietro come mee la suacasa come la mia. Solo ripetendo questi voti potei veramente tranquillarmi.

 

CAPO XVIl

Ma quando l'animo era quetato io rifletteva alle smanie sofferteeadirandomi della mia debolezzastudiava il modo di guarirne. Giovommi a tal uopo questoespediente. Ogni mattina mia prima occupazionedopo breve omaggio al Creatoreera ilfare una diligente e coraggiosa rassegna d'ogni possibile evento atto a commuovermi. Suciascuno fermava vivamente la fantasiae mi vi preparava: dalle più care visitefinoalla visita del carneficeio le immaginava tutte. Questo tristo esercizio sembrava peralcuni giorni incomportevolema volli essere perseveranteed in breve ne fui contento.

Al primo dell'anno (1821) il conte Luigi Porro ottenne di venirmi avedere. La tenera e calda amicizia ch'era tra noiil bisogno che avevamo di dirci tantecosel'impedimento che a questa effusione era posto dalla presenza d'un attuarioiltroppo breve tempo che ci fu dato di stare insiemei sinistri presentimenti che miangosciavanolo sforzo che facevamo egli ed io di parer tranquillitutto ciò pareadovermi mettere una delle più terribili tempeste nel cuore. Separato da quel caro amicomi sentii in calma; inteneritoma in calma.

Tale è l'efficacia del premunirsi contro le forti emozioni.

Il mio impegno di acquistare una calma costante non movea tanto daldesiderio di diminuire la mia infelicitàquanto dall'apparirmi bruttaindegnadell'uomol'inquietudine. Una mente agitata non ragiona più: avvolta fra un turbineirresistibile d'idee esageratesi forma una logica scioccafuribondamaligna: è in unostato assolutamente antifilosoficoanticristiano.

S'io fossi predicatoreinsisterei spesso sulla necessità dibandire l'inquietudine: non si può esser buono ad altro patto. Com'era pacifico con sé ecogli altri Colui che dobbiamo tutti imitare! Non v'è grandezza d'animonon v'ègiustizia senza idee moderatesenza uno spirito tendente più a sorridere che ad adirarsidegli avvenimenti di questa breve vita. L'ira non ha qualche valore se non nel casorarissimo che sia presumibile d'umiliare con essa un malvagio e di ritrarlodall'iniquità.

Forse si dànno smanie di natura diversa da quelle ch'io conoscoemeno condannevoli. Ma quella che m'aveva fin allora fatto suo schiavonon era una smaniadi pura afflizione: vi si mescolava sempre molto odiomolto prurito di malediredidipingermi la società o questi o quegli individui coi colori più esecrabili. Malattiaepidemica nel mondo! L'uomo si reputa miglioreabborrendo gli altri. Pare che tutti gliamici si dicano all'orecchio: "Amiamoci solamente fra noi; gridando che tutti sonociurmagliasembrerà che siamo semidei".

Curioso fattoche il vivere arrabbiato piaccia tanto! Vi si poneuna specie d'eroismo. Se l'oggetto contro cui ieri si fremeva è mortose ne cerca subitoun altro. "Di chi mi lamenterò oggi? chi odierò? sarebbe mai quello il mostro?...Oh gioia! l'ho trovato. Veniteamicilaceriamolo!"

Così va il mondo: esenza lacerarloposso ben dire che va male.

 

CAPO XVIIl

Non v'era molta malignità nel lamentarmi dell'orridezza dellastanza ove m'aveano posto. Per buona venturarestò vota una miglioree mi si fecel'amabile sorpresa di darmela.

Non avrei io dovuto esser contentissimo a tale annunzio? Eppure...Tant'è; non ho potuto pensare a Maddalena senza rincrescimento. Che fanciullaggine!affezionarsi sempre a qualche cosaanche con motiviper veritànon molto forti!Uscendo di quella cameracciavoltai indietro lo sguardoverso la parete alla quale iom'era sì sovente appoggiatomentreforse un palmo più in làvi s'appoggiava dal latoopposto la misera peccatrice. Avrei voluto sentire ancora una volta que' due pateticiversi:

Chi rende alla meschina

la sua felicità?

Vano desiderio! Ecco una separazione di più nella mia sciaguratavita. Non voglio parlarne lungamenteper non far ridere di me; ma sarei un ipocrita senon confessassi che ne fui mesto per più giorni.

Nell'andarmenesalutai due de' poveri ladrimiei vicinich'eranoalla finestra. Il caporione non v'erama avvertito dai compagni v'accorsee mi risalutòanch'egli. Si mise quindi a cantarellare l'aria: "Chi rende alla meschina...".Voleva egli burlarsi di me? Scommetto che se facessi questa dimanda a cinquanta personequarantanove risponderebbero: "Sì". Ebbenead onta di tanta pluralità divotiinclino a credere che il buon ladro intendea di farmi una gentilezza. Io laricevetti come talee gliene fui gratoe gli diedi ancora un'occhiata: ed eglisporgendo il braccio fuori de' ferri col berretto in manofaceami ancor cenno allorch'iovoltava per discendere la scala.

Quando fui nel cortileebbi una consolazione. V'era il mutolinosotto il portico. Mi videmi riconobbee volea corrermi incontro. La moglie del custodechi sa perché? l'afferrò pel collare e lo cacciò in casa. Mi spiacque di non poterloabbracciarema i saltetti ch'ei fece per correre a me mi commossero deliziosamente. Ècosa sì dolce l'essere amato!

Era giornata di grandi avventure. Due passi più in làmossivicino alla finestra della stanza già miae nella quale ora stava Gioia. "BuongiornoMelchiorre!" gli dissi passando. Alzò il capoe balzando verso megridò:"Buon giornoSilvio!"

Ahi! non mi fu dato di fermarmi un istante. Voltai sotto il portonesalii una scalettae venni posto in una cameruccia pulitaal di sopra di quella diGioia.

Fatto portare il lettoe lasciato solo dai secondinimio primoaffare fu di visitare i muri. V'erano alcune memorie scrittequali con matitaquali concarbonequali con punta incisiva. Trovai graziose due strofe francesiche or m'increscedi non avere imparate a memoria. Erano firmate Le duc de Normandie. Presi a cantarleadattandovi alla meglio l'aria della mia povera Maddalena: ma ecco una voce vicinissimache le ricanta con altr'aria. Com'ebbe finitogli gridai: "Bravo!". Ed egli misalutò gentilmentechiedendomi s'io era Francese.

"No; sono Italianoe mi chiamo Silvio Pellico."

"L'autore della Francesca da Rimini?"

"Appunto."

E qui un gentile complimentoe le naturali condoglianze sentendoch'io fossi in carcere.

Mi dimandò di qual parte d'Italia fossi nativo.

"Di Piemonte" dissi "sono Saluzzese."

E qui nuovo gentile complimento sul carattere e sull'ingegno de'Piemontesie particolare menzione de' valentuomini Saluzzesie in ispecie di Bodoni.

Quelle poche lodi erano finecome si fanno da persona di buonaeducazione.

"Or mi sia lecito" gli dissi "di chiedere a voisignorechi siete."

"Avete cantata una mia canzoncina."

"Quelle due belle strofette che stanno sul murosonovostre?"

"Sìsignore."

"Voi siete dunque..."

"L'infelice duca di Normandia."

 

CAPO XIX

Il custode passava sotto le nostre finestree ci fece tacere

"Quale infelice duca di Normandia?" andava io ruminando."Non è questo il titolo che davasi al figlio di Luigi XVI? Ma quel povero fanciulloè indubitatamente morto. Ebbeneil mio vicino sarà uno dei disgraziati che si sonoprovati a farlo rivivere. Già parecchi si spacciarono per Luigi XVIIe furonoriconosciuti impostori: qual maggior credenza dovrebbe questi ottenere?"

Sebbene io cercassi di stare in dubbioun'invincibile incredulitàprevaleva in meed ognor continuò a prevalere. Nondimeno determinai di non mortificarel'infelicequalunque frottola fosse per raccontarmi.

Pochi istanti dappoiricominciò a cantareindi ripigliammo laconversazione.

Alla mia dimanda sull'esser suorispose ch'egli era appunto LuigiXVIIe si diede a declamare con forza contro Luigi XVIIIsuo ziousurpatore de' suoidiritti.

"Ma questi diritticome non li faceste valere al tempo dellaRistorazione?"

"Io mi trovava allora mortalmente ammalato a Bologna. Appenarisanatovolai a Parigimi presentai alle Alte Potenzema quel ch'era fatto era fatto:l'iniquo mio zio non volle riconoscermi; mia sorella s'unì a lui per opprimermi. Il solobuon principe di Condé m'accolse a braccia apertema la sua amicizia nulla poteva. Unaseraper le vie di Parigifui assalito da sicarii armati di pugnalied a stento misottrassi a' loro colpi. Dopo aver vagato qualche tempo in Normandiatornai in Italiaemi fermai a Modena. Di lìscrivendo incessantemente ai monarchi d'Europaeparticolarmente all'imperatore Alessandroche mi rispondea colla massima gentilezzaionon disperava d'ottenere finalmente giustiziao seper politicavoleano sacrificare imiei diritti al trono di Franciache almeno mi s'assegnasse un decente appannaggio. Venniarrestatocondotto ai confini del ducato di Modenae consegnato al Governo austriaco.Orda otto mesisono qui sepoltoe Dio sa quando uscirò!"

Non prestai fede a tutte le sue parole. Ma ch'ei fosse lì sepoltoera una veritàe m'ispirò una viva compassione.

Lo pregai di raccontarmi in compendio la sua vita. Mi disse conminutezza tutti i particolari ch'io già sapeva intorno Luigi XVIIquando lo misero colloscellerato Simoncalzolaio; quando lo indussero ad attestare un'infame calunnia contro icostumi della povera regina sua madreecc.ecc. E finalmenteche essendo in carcerevenne gente una notte a prenderlo; un fanciullo stupido per nome Mathurin fu posto in suaveceed ei fu trafugato. V'era nella strada una carrozza a quattro cavallied uno de'cavalli era una macchina di legnonella quale ei fu celato. Andarono felicemente al Renoe passati i confiniil generale... (mi disse il nomema non me lo ricordo) che l'avealiberato gli fece per qualche tempo da educatoreda padre; lo mandò o condusse quindi inAmerica. Là il giovine re senza regno ebbe molte peripeziepatì la fame ne' desertimilitòvisse onorato e felice alla corte del re del Brasilefu calunniatoperseguitatocostretto a fuggire. Tornò in Europa in sul finire dell'impero napoleonico;fu tenuto prigione a Napoli da Giovacchino Murate quando si rivide libero ed in procintodi reclamare il trono di Francialo colpì a Bologna quella funesta malattiadurante laquale Luigi XVIII fu incoronato.

 

CAPO XX

Ei raccontava questa storia con una sorprendente aria di verità.Ionon potendo crederlopur l'ammirava. Tutti i fatti della rivoluzione francese glierano notissimi; ne parlava con molta spontanea eloquenzae riferiva ad ogni propositoaneddoti curiosissimi. V'era alcun che di soldatesco nel suo direma senza mancare diquella eleganza ch'è data dall'uso della fina società.

"Mi permetterete" gli dissi "ch'io vi tratti allabuonach'io non vi dia titoli."

"Questo è ciò che desidero" rispose. "Dallasventura ho almeno tratto questo guadagnoche so sorridere di tutte le vanità.V'assicuro che mi pregio più d'esser uomo che d'esser re."

Mattina e seraconversavamo lungamente insieme; ead onta di ciòch'io reputava esser commedia in luil'anima sua mi pareva buonacandidadesiderosad'ogni bene morale. Più volte fui per dirgli: "Perdonateio vorrei credere chefoste Luigi XVIIma sinceramente vi confesso che la persuasione contraria domina in meabbiate tanta franchezza da rinunciare a questa finzione". E ruminava tra me unabella predicuccia da fargli sulla vanità d'ogni bugiaanche delle bugie che sembranoinnocue.

Di giorno in giorno differiva; sempre aspettava che l'intimitànostra crescesse ancora di qualche gradoe mai non ebbi ardire d'eseguire il mio intento.

Quando rifletto a questa mancanza d'ardiretalvolta la scuso comeurbanità necessariaonesto timore d'affliggeree che so io. Ma queste scuse nonm'accontentanoe non posso dissimulare che sarei più soddisfatto di me se non mi fossitenuta nel gozzo l'ideata predicuccia. Fingere di prestar fede ad una imposturaèpusillanimità: parmi che nol farei più.

Sìpusillanimità! Certoche per quanto s'involva in delicatipreamboliè aspra cosa il dire ad uno: "Non vi credo". Ei si sdegneràperderemo il piacere della sua amiciziaci colmerà forse d'ingiurie. Ma ogni perdita èpiù onorevole del mentire. E forse il disgraziato che ci colmerebbe d'ingiurie vedendoche una sua impostura non è credutaammirerebbe poscia in secreto la nostra sinceritàe gli sarebbe motivo di riflessioni che il ritrarrebbero a miglior via.

I secondini inclinavano a credere ch'ei fosse veramente Luigi XVIIed avendo già veduto tante mutazioni di fortunenon disperavano che costui non fosse perascendere un giorno al trono di Francia e si ricordasse della loro devotissima servitù.Tranne il favorire la sua fugagli usavano tutti i riguardi ch'ei desiderava.

Fui debitore a ciòdell'onore di vedere il gran personaggio. Eradi statura mediocredai quaranta ai quarantacinque annialquanto pinguee di fisionomiapropriamente borbonica. Egli è verosimile che un'accidentale somiglianza coi Borbonil'abbia indotto a rappresentare quella trista parte.

 

CAPO XXl

D'un altro indegno rispetto umano bisogna ch'io m'accusi. Il miovicino non era ateoed anzi parlava talvolta dei sentimenti religiosi come uomo che liapprezza e non v'è straniero; ma serbava tuttavia molte prevenzioni irragionevoli controil Cristianesimoil quale ei guardava meno nella sua vera essenzache nei suoi abusi. Lasuperficiale filosofia che in Francia precedette e seguì la rivoluzionel'avevaabbagliato. Gli pareva che si potesse adorar Dio con maggior purezzache secondo lareligione del Vangelo. Senza aver gran cognizione di Condillac e di Tracyli veneravacome sommi pensatorie s'immaginava che quest'ultimo avesse dato il compimento a tutte lepossibili indagini metafisiche.

Io che aveva spinto più oltre i miei studi filosoficiche sentivala debolezza della dottrina sperimentaleche conosceva i grossolani errori di critica concui il secolo di Voltaire aveva preso a voler diffamare il Cristianesimo; io che avealetto Guénée ed altri valenti smascheratori di quella falsa critica; io ch'era persuasonon potersi con rigore di logica ammettere Dio e ricusare il Vangelo; io che trovava tantovolgar cosa il seguire la corrente delle opinioni anticristiane e non sapersi elevare aconoscere quanto il cattolicismonon veduto in caricaturasia semplice e sublime; ioebbi la viltà di sacrificare al rispetto umano. Le facezie del mio vicino miconfondevanosebbene non potesse sfuggirmi la loro leggerezza. Dissimulai la miacredenzaesitairiflettei se fosse o no tempestivo il contraddiremi dissi ch'erainutilee volli persuadermi d'essere giustificato.

Viltà! viltà! Che importa il baldanzoso vigore d'opinioniaccreditatema senza fondamento? È vero che uno zelo intempestivo è indiscrezioneepuò maggiormente irritare chi non crede. Ma il confessare con franchezzae modestia adun tempociò che fermamente si tiene per importante veritàil confessarlo ancheladdove non è presumibile d'essere approvatoné d'evitare un poco di schernoegli èpreciso dovere. E siffatta nobile confessione può sempre adempirsisenza prendereinopportunamente il carattere di missionario.

Egli è dovere di confessare un'importante verità in ogni tempoperocché se non è sperabile che venga subito riconosciutapuò pure dare talpreparamento all'anima altruiil quale produca un giorno maggiore imparzialità digiudizi ed il conseguente trionfo della luce.

 

CAPO XXIl

Stetti in quella stanza un mese e qualche dì. La notte dai 18 ai 19di febbraio (1821) sono svegliato da romore di catenacci e di chiavi; vedo entrareparecchi uomini con lanterna: la prima idea che mi si presentòfu che venissero ascannarmi. Ma mentre io guardava perplesso quelle figureecco avanzarsi gentilmente ilconte B.il quale mi dice ch'io abbia la compiacenza di vestirmi presto per partire.

Quest'annunzio mi sorpreseed ebbi la follia di sperare che mi siconducesse ai confini del Piemonte. Possibile che sì gran tempesta si dileguasse così?Io racquisterei ancora la dolce libertà? Io rivedrei i miei carissimi genitoriifratellile sorelle?

Questi lusinghevoli pensieri m'agitarono brevi istanti. Mi vestiicon grande celeritàe seguii i miei accompagnatori senza pur poter salutare ancora ilmio vicino. Mi pare d'aver udito la sua vocee m'increbbe di non potergli rispondere.

"Dove si va?" dissi al contemontando in carrozza con luie con un uffiziale di gendarmeria.

"Non posso significarglielo finché non siamo un miglio al dilà di Milano."

Vidi che la carrozza non andava verso porta Vercellinae le miesperanze furono svanite!

Tacqui. Era una bellissima notte con lume di luna. Io guardavaquelle care vienelle quali io aveva passeggiato tanti anni così felice; quelle casequelle chiese. Tutto mi rinnovava mille soavi rimembranze.

Oh corsia di porta Orientale! Oh pubblici giardiniov'io avea tantevolte vagato con Foscolocon Monticon Lodovico di Bremecon Pietro Borsiericon Porroe co' suoi figliuolicon tanti altri diletti mortaliconversando in sì gran pienezza divita e di speranze! Oh come nel dirmi ch'io vi vedeva per l'ultima voltaoh come alvostro rapido fuggire a' miei sguardiio sentiva d'avervi amato e d'amarvi! Quando fummousciti dalla portatirai alquanto il cappello sugli occhie piansinon osservato.

Lasciai passare più d'un migliopoi dissi al conte B.:

"Suppongo che si vada a Verona."

"Si va più in là;" rispose "andiamo a Veneziaovedebbo consegnarla ad una Commissione speciale."

Viaggiammo per posta senza fermarcie giungemmo il 20 febbraio aVenezia.

Nel settembre dell'anno precedenteun mese prima chem'arrestasseroio era a Veneziaed aveva fatto un pranzo in numerosa e lietissimacompagnia all'albergo della Luna. Cosa strana! Sono appunto dal conte e dal gendarmecondotto all'albergo della Luna.

Un cameriere strabiliò vedendomied accorgendosi (sebbene ilgendarme e i due satellitiche faceano figura di servitorifossero travestiti) ch'io eranelle mani della forza. Mi rallegrai di quest'incontropersuaso che il cameriereparlerebbe del mio arrivo a più d'uno.

Pranzammoindi fui condotto al palazzo del Dogeove ora sono itribunali. Passai sotto quei cari portici delle Procuratie ed innanzi al caffè Florianov'io avea goduto sì belle sere nell'autunno trascorso: non m'imbattei in alcuno de' mieiconoscenti.

Si traversa la piazzetta... E su quella piazzettanel settembreaddietroun mendico mi avea detto queste singolari parole "Si vede ch'ella èforestierosignore; ma io non capisco com'ella e tutti i forestieri ammirino questoluogo: per me è un luogo di disgraziae vi passo unicamente per necessità".

"Vi sarà qui accaduto qualche malanno?"

"Sìsignore; un malanno orribilee non a me solo. Iddio lascampisignoreIddio la scampi!"

E se n'andò in fretta.

Orripassando io colàera impossibile che non mi sovvenissero leparole del mendico. E fu ancora su quella piazzettache l'anno seguente io ascesi ilpalco donde intesi leggermi la sentenza di morte e la commutazione di questa pena inquindici anni di carcere duro!

S'io fossi testa un po' delirante di misticismofarei gran caso diquel mendicopredicentemi così energicamente esser quello un luogo di disgrazia. Io nonnoto questo fatto se non come uno strano accidente.

Salimmo al palazzo; il conte B. parlò co' giudiciindi miconsegnò al carceriereecongedandosi da mem'abbracciò intenerito.

 

CAPO XXIIl

Seguii in silenzio il carceriere. Dopo aver traversato parecchiànditi e parecchie salearrivammo ad una scaletta che ci condusse sotto i Piombifamoseprigioni di Stato fin dal tempo della Repubblica Veneta.

Ivi il carceriere prese registro del mio nomeindi mi chiuse nellastanza destinatami.

I così detti Piombi sono la parte superiore del già palazzo delDogecoperta tutta di piombo.

La mia stanza avea una gran finestracon enorme inferriataeguardava sul tetto parimente di piombo della chiesa di San Marco. Al di là della chiesaio vedeva in lontananza il termine della piazzae da tutte parti un'infinità di cupole edi campanili. Il gigantesco campanile di San Marco era solamente separato da me dallalunghezza della chiesaed io udiva coloro che in cima di esso parlavano alquanto forte.Vedevasi ancheal lato sinistro della chiesauna porzione del gran cortile del palazzoed una delle entrate. In quella porzione di cortile sta un pozzo pubblicoed ivicontinuamente veniva gente a cavare acqua. Ma la mia prigione essendo così altagliuomini laggiù mi parevano fanciullied io non discerneva le loro parole se non quandogridavano. Io mi trovava assai più solitario che non era nelle carceri di Milano.

Ne' primi giorni le cure del processo criminale che dallaCommissione speciale mi veniva intentato m'attristarono alquantoe vi s'aggiungea forsequel penoso sentimento di maggior solitudine. Inoltre io era più lontano dalla miafamigliae non avea più di essa notizie. Le facce nuove ch'io vedeva non m'eranoantipatichema serbavano una serietà quasi spaventata. La fama aveva esagerato loro letrame dei Milanesi e del resto d'Italia per l'indipendenzae dubitavano ch'io fossi unodei più imperdonabili motori di quel delirio. La mia piccola celebrità letteraria eranota al custodea sua mogliealla figliaai due figli maschie persino ai duesecondini: i quali tuttichi sa che non s'immaginassero che un autore di tragedie fosseuna specie di mago?

Erano seriidiffidentiavidi ch'io loro dessi maggior contezza dimema pieni di garbo.

Dopo i primi giorni si mansuefecero tuttie li trovai buoni. Lamoglie era quella che più manteneva il contegno ed il carattere di carceriere. Era unadonna di viso asciutto asciuttoverso i quarant'annidi parole asciutte asciuttenondante il minimo segno d'essere capace di qualche benevolenza ad altri che ai suoi figli.

Solea portarmi il caffèmattina e dopo pranzoacquabiancheriaecc. La seguivano ordinariamente sua figliafanciulla di quindici anninon bella ma dipietosi sguardie i due figliuoliuno di tredicil'altro di dieci. Si ritiravano quindicolla madreed i tre giovani sembianti si rivoltavano dolcemente a guardarmi chiudendo laporta. Il custode non veniva da me se non quando aveva da condurmi nella sala ove siadunava la Commissione per esaminarmi. I secondini venivano poco perché attendevano alleprigioni di poliziacollocate ad un piano inferioreov'erano sempre molti ladri. Uno dique' secondini era un vecchio di più di settant'annima atto ancora a quella faticosavita di correre sempre su e giù per le scale ai diversi carceri. L'altro era ungiovinotto di ventiquattro o venticinque annipiù voglioso di raccontare i suoi amoriche di badare al suo servizio

 

CAPO XXIV

Ah sì! le cure d'un processo criminale sono orribili per unprevenuto d'inimicizia allo Stato! Quanto timore di nuocere altrui! quanta difficoltà dilottare contro tante accusecontro tanti sospetti! quanta verosimiglianza che tutto nons'intrichi sempre più funestamentese il processo non termina prestose nuovi arrestivengono fattise nuove imprudenze si scopronoanche di persone non conosciute ma dellafazione medesima!

Ho fermato di non parlare di politicae bisogna quindi ch'iosopprima ogni relazione concernente il processo. Solo dirò che spessodopo essere statolunghe ore al costitutoio tornava nella mia stanza così esacerbatocosì frementechemi sarei uccisose la voce della religione e la memoria de' cari parenti non m'avesserocontenuto.

L'abitudine di tranquillitàche già mi pareva a Milano d'avereacquistatoera disfatta. Per alcuni giorni disperai di ripigliarlae furono giornid'inferno. Allora cessai di pregaredubitai della giustizia di Diomaledissi agli uominied all'universoe rivolsi nella mente tutti i possibili sofismi sulla vanità dellavirtù.

L'uomo infelice ed arrabbiato è tremendamente ingegnoso acalunniare i suoi simili e lo stesso Creatore. L'ira è più immoralepiù scellerata chegeneralmente non si pensa. Siccome non si può ruggire dalla mattina alla serapersettimanee l'animala più dominata dal furoreha di necessità i suoi intervalli diriposoquegli intervalli sogliono risentirsi dell'immoralità che li ha preceduti. Allorasembra d'essere in pacema è una pace malignairreligiosa; un sorriso selvaggiosenzacaritàsenza dignità; un umore di disordined'ebbrezzadi scherno.

In simile stato io cantava per ore intere con una specied'allegrezza affatto sterile di buoni sentimenti; io celiava con tutti quelli cheentravano nella mia stanza; io mi sforzava di considerare tutte le cose con una sapienzavolgarela sapienza de' cinici.

Quell'infame tempo durò poco: sei o sette giorni.

La mia Bibbia era polverosa. Uno de' ragazzi del custodeaccarezzandomidisse: "Dacché ella non legge più quel libraccionon ha più tantamelanconiami pare".

"Ti pare?" gli dissi.

E presa la Bibbiane tolsi col fazzoletto la polvereesbadatamente apertalami caddero sotto gli occhi queste parole: "Et ait addiscipulos suos: Impossibile est ut non veniant scandala; vae autem illi per quem veniunt!Utilius est illisi lapis molaris imponatur circa collum eius et projiciatur in marequam ut scandalizet unum de pusillis istis".

Fui colpito di trovare queste paroleed arrossii che quel ragazzosi fosse accortodalla polvere ch'ei sopra vedeavich'io più non leggeva la Bibbiaech'ei presumesse ch'io fossi divenuto più amabile divenendo incurante di Dio.

"Scapestratello!" gli dissi con amorevole rimprovero edolendomi d'averlo scandalezzato. "Questo non è un libraccioe da alcuni giorni chenol leggosto assai peggio. Quando tua madre ti permette di stare un momento con mem'industrio di cacciar via il mal umore; ma se tu sapessi come questo mi vinceallorchéson soloallorché tu m'odi cantare qual forsennato!"

 

CAPO XXV

Il ragazzo era uscito; ed io provava un certo godimento di averripreso in mano la Bibbia; d'aver confessato ch'io stava peggio senza di lei. Mi paread'aver dato soddisfazione ad un amico generosoingiustamente offeso; d'essermiriconciliato con esso.

"E t'aveva abbandonatomio Dio?" gridai. "E m'erapervertito? Ed avea potuto credere che l'infame riso del cinismo convenisse alla miadisperata situazione?"

"E disse ai suoi discepoli: "È impossibile che nonavvengano scandali; ma guai a colui per colpa del quale avvengonoMeglio sarebbe per luiche gli si legasse una macina da mulino al collo e lo si gettasse in marepiuttosto cheesser di scandalo a uno solo di questi fanciulli"" (LucaXVII).

Pronunciai queste parole con una emozione indicibile; posi la Bibbiasopra una sediam'inginocchiai in terra a leggeree quell'io che sì difficilmentepiangoproruppi in lagrime.

Quelle lagrime erano mille volte più dolci di ogni allegrezzabestiale. Io sentiva di nuovo Dio! lo amava! mi pentiva d'averlo oltraggiato degradandomi!e protestava di non separarmi mai più da luimai più!

Oh come un ritorno sincero alla religione consola ed eleva lospirito!

Lessi e piansi più d'un'ora; e m'alzai pieno di fiducia che Diofosse con meche Dio mi avesse perdonato ogni stoltezza. Allora le mie sventureitormenti del processoil verosimile patibolo mi sembrarono poca cosa. Esultai disoffrirepoiché ciò mi dava occasione d'adempiere qualche dovere; poichésoffrendocon rassegnato animoio obbediva al Signore

La Bibbiagrazie al Cieloio sapea leggerla. Non era più il tempoch'io la giudicava colla meschina critica di Voltairevilipendendo espressionile qualinon sono risibili o false se non quandoper vera ignoranza o per malizianon si penetranel loro senso. M'appariva chiaramente quanto foss'ella il codice della santitàe quindidella verità; quanto l'offendersi per certe sue imperfezioni di stile fosse cosainfilosoficae simile all'orgoglio di chi disprezza tutto ciò che non ha forme eleganti;quanto fosse cosa assurda l'immaginare che una tal collezione di libri religiosamentevenerati avessero un principio non autentico; quanto la superiorità di tali scritture sulCorano e sulla teologia degl'Indi fosse innegabile.

Molti ne abusaronomolti vollero farne un codice d'ingiustiziaunasanzione alle loro passioni scellerate. Ciò è vero; ma siamo sempre lì: di tutto puossiabusare: e quando mai l'abuso di cosa ottima dovrà far dire ch'ella è in se stessamalvagia?

Gesù Cristo lo dichiarò: Tutta la legge ed i Profetitutta questacollezione di sacri librisi riduce al precetto d'amar Dio e gli uomini. E tali scritturenon sarebbero verità adatta a tutti i secoli? non sarebbero la parola sempre viva delloSpirito Santo?

Ridestate in me queste riflessionirinnovai il proponimento dicoordinare alla religione tutti i miei pensieri sulle cose umanetutte le mie opinionisui progressi dell'incivilimentola mia filantropiail mio amor patriotutti gliaffetti dell'anima mia.

I pochi giorni ch'io aveva passati nel cinismo m'aveano moltocontaminato. Ne sentii gli effetti per lungo tempoe dovetti faticare per vincerli. Ognivolta che l'uomo cede alquanto alla tentazione di snobilitare il suo intellettodiguardare le opere di Dio colla infernal lente dello schernodi cessare dal beneficoesercizio della preghierail guasto ch'egli opera nella propria ragione lo dispone afacilmente ricadere. Per più settimane fui assalitoquasi ogni giornoda forti pensierid'incredulità; volsi tutta la potenza del mio spirito a respingerli.

 

CAPO XXVl

Quando questi combattimenti furono cessatie sembrommi d'esser dinuovo fermo nell'abitudine di onorar Dio in tutte le mie volontàgustai per qualchetempo una dolcissima pace. Gli esamia cui sottoponeami ogni due o tre giorni laCommissioneper quanto fossero tormentosinon mi traevano più a durevole inquietudine.Io procuravain quell'ardua posizionedi non mancare a' miei doveri d'onestà ed'amiciziae poi dicea: "Faccia Dio il resto".

Tornava ad essere esatto nella pratica di prevedere giornalmenteogni sorpresaogni emozioneogni sventura supponibile; e siffatto esercizio giovavaminovamente assai.

La mia solitudine intanto s'accrebbe. I due figliuoli del custodeche dapprima mi faceano talvolta un po' di compagniafurono messi a scuolae standoquindi pochissimo in casanon venivano più da me. La madre e la sorellache allorchéc'erano i ragazzi si fermavano anche spesso a favellar mecoor non comparivano più senon per portarmi il caffèe mi lasciavano. Per la madre mi rincresceva pocoperché nonmostrava animo compassionevole. Ma la figliabenché bruttinaavea certa soavità disguardi e di parole che non erano per me senza pregio Quando questa mi portava il caffè ediceva: "L'ho fatto io"mi pareva sempre eccellente. Quando diceva: "L'hafatto la mamma"era acqua calda.

Vedendo sì di rado creature umanediedi retta ad alcune formicheche venivano sulla mia finestrale cibai sontuosamentequelle andarono a chiamare unesercito di compagnee la finestra fu piena di siffatti animali. Diedi parimente retta adun bel ragno che tappezzava una delle mie pareti. Cibai questo con moscerini e zanzareemi si amicò sino a venirmi sul letto e sulla mano e prendere la preda dalle mie dita.

Fossero quelli stati i soli insetti che m'avessero visitato! Eravamoancora in primaverae già le zanzare si moltiplicavanoposso proprio direspaventosamente. L'inverno era stato di una straordinaria dolcezzaedopo pochi venti inmarzoseguì il caldo. È cosa indicibilecome s'infocò l'aria del covile ch'ioabitava. Situato a pretto mezzogiornosotto un tetto di piomboe colla finestra sultetto di S. Marcopure di piomboil cui riverbero era tremendoio soffocava. Io nonavea mai avuto idea d'un calore sì opprimente. A tanto supplizio s'aggiungeano le zanzarein tal moltitudineche per quanto io m'agitassi e ne struggessi io n'era coperto; illettoil tavolinola sediail suolole paretila voltatutto n'era copertoel'ambiente ne conteneva infinitesempre andanti e venienti per la finestra e facienti unronzio infernale. Le punture di quegli animali sono dolorosee quando se ne riceve damattina a sera e da sera a mattinae si dee avere la perenne molestia di pensare adiminuirne il numerosi soffre veramente assai e di corpo e di spirito.

Allorchéveduto simile flagellone conobbi la gravezzae nonpotei conseguire che mi mutassero di carcerequalche tentazione di suicidio mi preseetalvolta temei d'impazzare. Magrazie al Cieloerano smanie non durevolie la religionecontinuava a sostenermi. Essa mi persuadeva che l'uomo dee patiree patire con forza; mifacea sentire una certa voluttà del dolorela compiacenza di non soggiaceredi vincertutto.

Io dicea: "Quanto più dolorosa mi si fa la vitatanto menosarò atterritosegiovane come sono mi vedrò condannato al supplicio. Senza questipatimenti preliminari sarei forse morto codardamente. E poiho io tali virtù da meritarefelicità? Dove son esse?".

Ed esaminandomi con giusto rigorenon trovava negli anni da mevissuti se non pochi tratti alquanto plausibili: tutto il resto erano passioni stolteidolatrieorgogliosa e falsa virtù. "Ebbene" concludeva io "soffriindegno! Se gli uomini e le zanzare t'uccidessero anche per furore e senza dirittoriconoscili stromenti della giustizia divinae taci!"

 

CAPO XXVIl

Ha l'uomo bisogno di sforzo per umiliarsi sinceramente? perravvisarsi peccatore? Non è egli veroche in generale sprechiamo la gioventù invanitàed invece d'adoprare le forze tutte ad avanzare nella carriera del beneneadopriamo gran parte a degradarci? Vi saranno eccezionima confesso che queste nonriguardano la mia povera persona. E non ho alcun merito ad essere scontento di me: quandosi vede una lucerna dar più fumo che fuoconon vi vuol gran sincerità a dire che nonarde come dovrebbe.

Sì; senza avvilimentosenza scrupoli di pinzocheroguardandomicon tutta la tranquillità possibile d'intellettoio mi scorgeva degno dei castighi diDio. Una voce interna mi diceva: "Simili castighise non per questoti sono dovutiper quello; valgano a ricondurti verso Colui ch'è perfettoe che i mortali sonochiamatisecondo le finite loro forzead imitare".

Con qual ragionementr'io era costretto a condannarmi di milleinfedeltà a Diomi sarei lagnato se alcuni uomini mi pareano vili ed alcuni altriiniqui; se le prosperità del mondo mi erano rapite; s'io dovea consumarmi in carcereoperire di morte violenta?

Procacciai d'imprimermi bene nel cuore tali riflessioni sì giuste esì sentite: e ciò fattoio vedeva che bisognava essere conseguentee che non potevaesserlo in altra guisa se non benedicendo i retti giudizi di Dioamandoli ed estinguendoin me ogni volontà contraria ad essi.

Per viemeglio divenir costante in questo propositopensai disvolgere con diligenza d'or innanzi tutti i miei sentimentiscrivendoli. Il male si erache la Commissionepermettendo ch'io avessi calamaio e cartami numerava i fogli diquestacon proibizione di distruggerne alcunoe riservandosi ad esaminare in che liavessi adoperati. Per supplire alla cartaricorsi all'innocente artifizio di levigare conun pezzo di vetro un rozzo tavolino ch'io avevae su quello quindi scriveva ogni giornolunghe meditazioni intorno ai doveri degli uomini e di me in particola

Non esagero dicendo che le ore così impiegate m'erano talvoltadeliziosemalgrado la difficoltà di respiro ch'io pativa per l'enorme caldo e lemorsicature dolorosissime delle zanzare. Per diminuire la moltiplicità di queste ultimeio era obbligatoad onta del caldod'involgermi bene il capo e le gambee di scriverenon solo co' guantima fasciato i polsiaffinché le zanzare non entrassero nellemaniche

Quelle mie meditazioni avevano un carattere piuttosto biografico. Iofaceva la storia di tutto il bene ed il male che in me s'erano formati dall'infanzia inpoidiscutendo meco stessoingegnandomi di sciorre ogni dubbioordinando quanto meglioio sapea tutte le mie cognizionitutte le mie idee sopra ogni cosa.

Quando tutta la superficie adoprabile del tavolino era piena discritturaio leggeva e rileggevameditava sul già meditatoed alfine mi risolveva(sovente con rincrescimento) a raschiar via ogni cosa col vetroper riavere atta quellasuperficie a ricevere nuovamente i miei pensieri.

Continuava quindi la mia storiasempre rallentata da digressionid'ogni specieda analisi or di questo or di quel punto di metafisicadi moraledipoliticadi religionee quando tutto era pienotornava a leggere e rileggerepoi araschiare.

Non volendo avere alcuna ragione d'impedimento nel ridire a mestesso colla più libera fedeltà i fatti ch'io ricordava e le opinioni miee prevedendopossibile qualche visita inquisitoriaio scriveva in gergocioè con trasposizioni dilettere ed abbreviazionialle quali io era avvezzatissimo. Non m'accadde però mai alcunavisita siffattae niuno s'accorgeva ch'io passassi così bene il mio tristissimo tempo.Quand'io udiva il custode o altri aprire la portacopriva il tavolino con una tovagliaevi mettea sopra il calamaio ed il legale quinternetto di carta.

 

CAPO XXVIIl

Quel quinternetto aveva anche alcune delle mie ore a lui consacratee talvolta un intero giorno od un'intera notte. Ivi scriveva io di cose letterarie.Composi allora l'Ester d'Engaddi e l'Iginia d'Astie le cantiche intitolate: TancredaRosildeEligi e ValafridoAdellooltre parecchi scheletri di tragedie e di altreproduzionie fra altri quello d'un poema sulla Lega lombardae d'un altro su CristoforoColombo.

Siccome l'ottenere che mi si rinnovasse il quinternettoquand'erafinitonon era sempre cosa facile e prontaio faceva il primo getto d'ogni componimentosul tavolino o su cartaccia in cui mi facea portare fichi secchi o altri frutti. Talvoltadando il mio pranzo ad uno dei secondinie facendogli credere ch'io non aveva puntoappetitoio l'induceva a regalarmi qualche foglio di carta. Ciò avveniva solo in certicasiche il tavolino era già ingombro di scritturae non poteva ancora decidermi araschiarla. Allora io pativa la famee sebbene il custode avesse in deposito denari mieinon gli chiedea in tutto il giorno da mangiareparte perché non sospettasse ch'io aveadato via il pranzoparte perché il secondino non s'accorgesse ch'io aveva mentitoassicurandolo della mia inappetenza. A sera mi sosteneva con un potente caffèesupplicava che lo facesse la siora Zanze. Questa era la figliuola del custodela qualese potea farlo di nascosto della mammalo faceva straordinariamente carico; talechestante la votezza dello stomacomi cagionava una specie di convulsione non dolorosacheteneami desto tutta notte.

In questo stato di mite ebbrezza io sentiva raddoppiarmisi le forzeintellettualie poetava e filosofava e pregava fino all'alba con meraviglioso piacere.Una repentina spossatezza m'assaliva quindi: allora io mi gettava sul lettoe malgrado lezanzarea cui riuscivabench'io m'inviluppassidi venirmi a suggere il sangueiodormiva profondamente un'ora o due

Siffatte nottiagitate da forte caffè preso a stomaco vuotoepassate in sì dolce esaltazionemi pareano troppo beneficheda non dovermele procuraresovente. Perciòanche senza aver bisogno di carta dal secondinoprendeva non di rado ilpartito di non gustare un boccone a pranzoper ottenere a sera il desiderato incantodella magica bevanda. Felice me quand'io conseguiva lo scopo! Più d'una volta mi accaddeche il caffè non era fatto dalla pietosa Zanzeed era broda inefficace. Allora la burlami metteva un poco di mal umore. Invece di venire elettrizzatolanguivasbadigliavasentiva la famemi gettava sul lettoe non potea dormire.

Io poi me ne lagnava colla Zanzeed ella mi compativa. Un giornoche ne la sgridai aspramentequasi che m'avesse ingannatola poveretta piansee midisse: "Signoreio non ho mai ingannato alcunoe tutti mi dànnodell'ingannatrice".

"Tutti? Oh sta a vedere che non sono il solo che s'arrabbii perquella broda."

"Non voglio dir questosignore. Ah s'ella sapesse!... Sepotessi versare il mio misero cuore nel suo!..."

"Ma non piangete così. Che diamine avete? Vi domando perdonose v'ho sgridata a torto. Credo benissimo che non sia per vostra colpa che m'ebbi uncaffè così cattivo."

"Eh! non piango per ciòsignore."

Il mio amor proprio restò alquanto mortificatoma sorrisi.

"Piangete adunque all'occasione della mia sgridatama pertutt'altro?"

"Veramente sì."

"Chi v'ha dato dell'ingannatrice?"

"Un amante."

E si coperse il volto dal rossore. E nella sua ingenua fiducia miraccontò un idillio comico-serio che mi commosse.

 

CAPO XXIX

Da quel giorno divenninon so perchéil confidente dellafanciullae tornò a trattenersi lungamente con me.

Mi diceva: "Signoreella è tanto buonach'io la guardo comepotrebbe una figlia guardare suo padre".

"Voi mi fate un brutto complimento;" rispondeva iorespingendo la sua mano "ho appena trentadue annie già mi guardate come vostropadre."

"Viasignoredirò: come fratello."

E mi prendeva per forza la manoe me la toccava con affezione. Etutto ciò era innocentissimo.

Io diceva poi tra me: "Fortuna che non è una bellezza!altrimenti quest'innocente famigliarità potrebbe sconcertarmi".

Altre volte diceva: "Fortuna ch'è così immatura! Di ragazzedi tale età non vi sarebbe pericolo ch'io m'innamorassi".

Altre volte mi veniva un po' d'inquietudineparendomi ch'io mifossi ingannato nel giudicarla bruttinaed era obbligato di convenire che i contorni e leforme non erano irregolari.

"Se non fosse così pallida" diceva io "e non avessequelle poche lenti sul voltopotrebbe passare per bella."

Il vero è che non è possibile di non trovare qualche incanto nellapresenzanegli sguardinella favella d'una giovinetta vivace ed affettuosa. Io poi nonavea fatto nulla per cattivarmi la sua benevolenzae le era caro come padre o comefratelloa mia scelta. Perché? Perché ella avea letto la Francesca da Rimini el'Eufemioe i miei versi la faceano piangere tanto! e poi perch'io era prigionierosenzaaverediceva ellané rubato né ammazzato!

Insommaio che m'era affezionato a Maddalena senza vederlacomeavrei potuto essere indifferente alle sorellevoli premurealle graziose adulazioncelleagli ottimi caffè della

Venezianina adolescente sbirra?

Sarei un impostore se attribuissi a saviezza il non essermeneinnamorato Non me ne innamoraiunicamente perché ella avea un amantedel quale erapazza. Guai a mese fosse stato altrimenti!

Ma se il sentimento ch'ella mi destò non fu quello che si chiamaamoreconfesso che alquanto vi s'avvicinava. Io desiderava ch'ella fosse felicech'ellariuscisse a farsi sposare da colui che piaceale; non avea la minima gelosiala minimaidea che potesse scegliere me per oggetto dell'amor suo. Ma quando io udiva aprir laportail cuore mi batteasperando che fosse la Zanze; e se non era ellaio non eracontento; e se erail cuore mi battea più forte e si rallegrava.

I suoi genitoriche già avevano preso un buon concetto di meesapeano ch'ell'era pazzamente invaghita d'un altronon si faceano verun riguardo dilasciarla venire quasi sempre a portarmi il caffè del mattinoe talor quello della sera.

Ella aveva una semplicità ed un'amorevolezza seducenti. Mi diceva:"Sono tanto innamorata d'un altroeppure sto così volentieri con lei! Quando nonvedo il mio amantemi annoio dappertutto fuorché qui".

"Ne sai tu il perché?"

"Non lo so."

"Te lo dirò io: perché ti lascio parlare del tuoamante."

"Sarà benissimo; ma parmi che sia anche perché la stimo tantotanto!"

Povera ragazza! ella avea quel benedetto vizio di prendermi semprela manoe stringermelae non s'accorgeva che ciò ad un tempo mi piaceva e mi turbava.

Sia ringraziato il Cielo che posso rammemorare quella buonacreaturasenza il minimo rimorso!

 

CAPO XXX

Queste carte sarebbero certamente più dilettevoli se la Zanze fossestata innamorata di meo s'io almeno avessi farneticato per essa. Eppure quella qualitàdi semplice benevolenza che ci univa m'era più cara dell'amore. E se in qualche momentoio temea che potessenello stolto mio cuoremutar naturaallor seriamente men'attristava.

Una voltanel dubbio che ciò stesse per accaderedesolato ditrovarla (non sapea per quale incanto) cento volte più bella che non m'era sembrata daprincipiosorpreso della melanconia ch'io talvolta provava lontano da leie della gioiache recavami la sua presenzapresi a fare per due giorni il burberoimmaginando ch'ellasi divezzerebbe alquanto dalla famigliarità contratta meco. Il ripiego valea poco: quellaragazza era sì pazientesì compassionevole! Appoggiava il suo gomito sulla finestraestava a guardarmi in silenzio. Poi mi diceva:

"Signoreella par seccata della mia compagnia; eppuresepotessi starei qui tutto il giornoappunto perché vedo ch'ella ha bisogno didistrazione. Quel cattiv'umore è l'effetto naturale della solitudine. Ma si provi aciarlare alquantoed il cattivo umore si dissiperà. E s'ella non vuol ciarlareciarlerò io."

"Del vostro amanteeh?"

"Eh no! non sempre di lui; so anche parlar d'altro."

E cominciava infatti a raccontarmi de' suoi interessucci di casadell'asprezza della madredella bonarietà del padredelle ragazzate dei fratelli; ed isuoi racconti erano pieni di semplicità e di grazia. Masenza avvedersenericadeva poisempre nel tema predilettoil suo sventurato amore.

Io non volea cessare d'esser burberoe sperava che se neindispettisse. Ellafosse ciò inavvedutezza od artenon se ne dava per intesaebisognava ch'io finissi per rasserenarmisorriderecommuovermiringraziarla della suadolce pazienza con me.

Lasciai andare l'ingrato pensiero di volerla indispettireed a pocoa poco i miei timori si calmarono. Veramente io non erane invaghito. Esaminai lungo tempoi miei scrupoli; scrissi le mie riflessioni su questo soggettoe lo svolgimento di essemi giovava.

L'uomo talvolta s'atterrisce di spauracchi da nulla. A fine di nontemerlibisogna considerarli con più attenzione e più da vicino.

E che colpa v'era s'io desiderava con tenera inquietudine le suevisites'io ne apprezzava la dolcezzas'io godea d'essere compianto da leie diretribuirle pietà per pietàdacché i nostri pensieri relativi uno all'altro erano puricome i più puri pensieri dell'infanziadacché le sue stesse toccate di mano ed i suoipiù amorevoli sguarditurbandomim'empieano di salutare riverenza?

Una seraeffondendo nel mio cuore una grande afflizione ch'ellaavea provatol'infelice mi gettò le braccia al colloe mi coperse il volto delle suelagrime. In quest'amplesso non v'era la minima idea profana. Una figlia non puòabbracciare con più rispetto il suo padre.

Se non chedopo il fattola mia immaginativa ne rimase troppocolpita. Quell'amplesso mi tornava spesso alla mentee allora io non potea più pensaread altro.

Un'altra volta ch'ella s'abbandonò a simile slancio di filialeconfidenzaio tosto mi svincolai dalle sue care bracciasenza stringerla a mesenzabaciarlae le dissi balbettando:

"Vi pregoZanzenon m'abbracciate mai; ciò non vabene."

M'affissò gli occhi in voltoli abbassòarrossì; - e certo fula prima volta che lesse nell'anima mia la possibilità di qualche debolezza a suoriguardo.

Non cessò d'esser meco famigliare d'allora in poima la suafamigliarità divenne più rispettosapiù conforme al mio desiderioe gliene fui grato.

 

CAPO XXXl

Io non posso parlare del male che affligge gli altri uomini; maquanto a quello che toccò in sorte a me dacché vivobisogna ch'io confessi cheesaminatolo benelo trovai sempre ordinato a qualche mio giovamento. Sìperfinoquell'orribile calore che m'opprimevae quegli eserciti di zanzare che mi facean guerrasì feroce! Mille volte vi ho riflettuto. Senza uno stato di perenne tormento com'eraquelloavrei io avuta la costante vigilanza necessaria per serbarmi invulnerabile aidardi d'un amore che mi minacciavae che difficilmente sarebbe stato un amore abbastanzarispettosocon un'indole sì allegra ed accarezzante qual'era quella della fanciulla? Seio talora tremava di me in tale statocome avrei io potuto governare le vanità della miafantasia in un aere alquanto piacevolealquanto consentaneo alla letizia?

Stante l'imprudenza de' genitori della Zanzeche cotanto sifidavano di me; stante l'imprudenza di leiche non prevedeva di potermi essere cagione dicolpevole ebbrezza; stante la poca sicurezza della mia virtùnon v'ha dubbio che ilsoffocante calore di quel forno e le crudeli zanzare erano salutar cosa.

Questo pensiero mi riconciliava alquanto con que' flagelli. Edallora io mi domandava: "Vorresti tu esserne liberoe passare in una buona stanzaconsolata da qualche fresco respiroe non veder più quell'affettuosa creatura?".

Debbo dire il vero? Io non avea coraggio di rispondere al quesito.

Quando si vuole un po' di bene a qualchedunoè indicibile ilpiacere che fanno le cose in apparenza più nulle. Spesso una parola della Zanzeunsorrisouna lagrimauna grazia del suo dialetto venezianol'agilità del suo braccio inparare col fazzoletto o col ventaglio le zanzare a sé ed a mem'infondeano nell'animouna contentezza fanciullesca che durava tutto il giorno. Principalmente m'era dolce ilvedere che le sue afflizioni scemassero parlandomiche la mia pietà le fosse carache imiei consigli la persuadesseroe che il suo cuore s'infiammasse allorché ragionavamo divirtù e di Dio.

"Quando abbiamo parlato insieme di religione" diceva ella"io prego più volentieri e con più fede."

E talvolta troncando ad un tratto un ragionamento frivolo prendevala Bibbial'aprivabaciava a caso un versettoe volea quindi ch'io gliel traducessi ecommentassi. E dicea:

"Vorrei che ogni volta che rileggerà questo versettoella siricordasse che v'ho impresso un bacio."

Non sempre per verità i suoi baci cadeano a propositomassimamentese capitava aprire il Cantico de' Cantici. Alloraper non farla arrossireio profittavadella sua ignoranza del latinoe mi prevaleva di frasi in cuisalva la santità di quelvolumesalvassi pur l'innocenza di leiambe le quali m'ispiravano altissima venerazione.In tali casi non mi permisi mai di sorridere. Era tuttavia non picciolo imbarazzo per mequando alcune voltenon intendendo ella bene la mia pseudo-versionemi pregava ditradurle il periodo parola per parolae non mi lasciava passare fuggevolmente ad altrosoggetto.

Nulla è durevole quaggiù! La Zanze ammalò. Ne' primi giorni dellasua malattiaveniva a vedermi lagnandosi di grandi dolori di capo. Piangevae non mispiegava il motivo del suo pianto. Solo balbettò qualche lagnanza contro l'amante."È uno scellerato" diceva ella "ma Dio gli perdoni!"

Per quanto io la pregassi di sfogarecome solevail suo cuorenonpotei sapere ciò che a tal segno l'addolorasse.

"Tornerò domattina" mi disse una sera. Ma il dì seguenteil caffè mi fu portato da sua madregli altri giorni da' secondinie la Zanze eragravemente inferma.

I secondini mi dicean cose ambigue dell'amore di quella ragazzalequali mi faceano drizzare i capelli. Una seduzione?

Ma forse erano calunnie. Confesso che vi prestai fedee fuiconturbatissimo di tanta sventura. Mi giova tuttavia sperare che mentissero.

Dopo più d'un mese di malattiala poveretta fu condotta incampagnae non la vidi più.

È indicibile quant'io gemessi di questa perdita. Ohcome la miasolitudine divenne più orrenda! Oh come cento volte più amaro della sua lontananza eramiil pensiero che quella buona creatura fosse infelice! Ella aveami tanto colla sua dolcecompassione consolato nelle mie miserie; e la mia compassione era sterile per lei! Macerto sarà stata persuasa ch'io la piangeva; ch'io avrei fatto non lievi sacrifizi perrecarlese fosse stato possibilequalche conforto; ch'io non cesserei mai di benedirla edi far voti per la sua felicità!

A' tempi della Zanzele sue visitebenché pur sempre troppobrevirompendo amabilmente la monotonia del mio perpetuo meditare e studiare in silenziointessendo alle mie idee altre ideeeccitandomi qualche affetto soaveabbellivanoveramente la mia avversitàe mi doppiavano la vita.

Dopotornò la prigione ad essere per me una tomba. Fui per moltigiorni oppresso di mestiziaa segno di non trovar più nemmeno alcun piacere nelloscrivere. La mia mestizia era per altro tranquillain paragone delle smanie ch'io avevaper l'addietro provate. Voleva ciò dire ch'io fossi già più addimesticatocoll'infortunio? più filosofo? più cristiano? ovvero solamente che quel soffocantecalore della mia stanza valesse a prostrare persino le forze del mio dolore? Ah! non leforze del dolore! Mi sovviene ch'io lo sentiva potentemente nel fondo dell'anima- eforse più potentementeperché io non avea voglia d'espanderlo gridando e agitandomi.

Certo il lungo tirocinio m'avea già fatto più capace di patirenuove afflizionirassegnandomi alla volontà di Dio. Io m'era sì spesso dettoessereviltà il lagnarsiche finalmente sapea contenere le lagnanze vicine a prorompereevergognava che pur fossero vicine a prorompere.

L'esercizio di scrivere i miei pensieri avea contribuito arinforzarmi l'animoa disingannarmi delle vanitàa ridurre la più parte de'ragionamenti a queste conclusioni: "V'è un Dio: dunque infallibile giustizia: dunquetutto ciò che avviene è ordinato ad ottimo fine: dunque il patire dell'uomo sulla terraè pel bene dell'uomo".

Anche la conoscenza della Zanze m'era stata benefica: m'avearaddolcito l'indole. Il suo soave applauso erami stato impulso a non ismentire per qualchemese il dovere ch'io sentiva incombere ad ogni uomo d'essere superiore alla fortunaequindi paziente. E qualche mese di costanza mi piegò alla rassegnazione.

La Zanze mi vide due sole volte andare in collera. Una fu quella chegià notaipel cattivo caffè; l'altra fu nel caso seguente.

Ogni due o tre settimanem'era portata dal custode una letteradella mia famiglia; lettera passata prima per le mani della Commissionee rigorosamentemutilata con cassature di nerissimo inchiostro. Un giorno accadde cheinvece di cassarmisolo alcune frasitirarono l'orribile riga su tutta quanta la letteraeccettuate leparole: "Carissimo Silvio" che stavano a principioe il saluto ch'era in fine:"T'abbracciamo tutti di cuore".

Fui così arrabbiato di ciòche alla presenza della Zanze proruppiin urlae maledissi non so chi. La povera fanciulla mi compatìma nello stesso tempo misgridò d'incoerenza a' miei principii. Vidi ch'ella aveva ragionee non maledissi piùalcuno.

 

CAPO XXXIIl

Un giornouno de' secondini entrò nel mio carcere con ariamisteriosae mi disse:

"Quando v'era la siora Zanze... siccome il caffè le venivaportato da essa... e si fermava lungo tempo a discorrere... ed io temeva che la furbacciaesplorasse tutti i suoi secretisignore..."

"Non n'esplorò pur uno" gli dissi in collera "ed iose ne avessinon sarei gonzo da lasciarmeli trar fuori. Continuate."

"Perdonisa; non dico già ch'ella sia un gonzoma io dellasiora Zanze non mi fidava. Ed orasignorech'ella non ha più alcuno che venga a tenerlecompagnia... mi fido... di..."

"Di che? Spiegatevi una volta."

"Ma giuri prima di non tradirmi."

"Ehper giurare di non tradirvilo posso: non ho mai traditoalcuno."

"Dice dunque davveroche giuraeh?"

"Sìgiuro di non tradirvi. Ma sappiatebestia che sietecheuno il quale fosse capace di tradiresarebbe anche capace di violare un giuramento."

Trasse di tasca una letterae me la consegnò tremandoescongiurandomi di distruggerlaquand'io l'avessi letta.

"Fermatevi;" gli dissi aprendola "appena lettaladistruggerò in vostra presenza."

"Masignorebisognerebbe ch'ella rispondesseed io non possoaspettare. Faccia con suo comodo. Soltanto mettiamoci in questa intelligenza. Quando ellasente venire alcunobadi che se sono iocanterellerò sempre l'aria: "Sognaimigera un gato". Allora ella non ha a temere di sorpresae può tenersi in tascaqualunque carta. Ma se non ode questa cantilenasarà segno che o non sono ioo vengoaccompagnato. In tal caso non si fidi mai di tenere alcuna carta nascostaperchépotrebb'esservi perquisizionema se ne avesse unala stracci sollecitamente e la gettidalla finestra."

"State tranquillo: vedo che siete accortoe lo sarò ancorio."

"Eppure ella m'ha dato della bestia."

"Fate bene a rimproverarmelo" gli dissi stringendogli lamano. "Perdonate."

Se n'andòe lessi:

"Sono..." e qui diceva il nome "uno dei vostriammiratori: so tutta la vostra Francesca da Rimini a memoria. Mi arrestarono per..."e qui diceva la causa della sua cattura e la data "e darei non so quante libbre delmio sangue per avere il bene d'essere con voio d'avere almeno un carcere contiguo alvostroaffinché potessimo parlare insieme. Dacché intesi da Tremerello" cosìchiameremo il confidente "che voisignoreeravate presoe per qual motivoarsi didesiderio di dirvi che nessuno vi compiange più di meche nessuno vi ama più di me.Sareste voi tanto buono da accettare la seguente proposizionecioè che alleggerissimoentrambi il peso della nostra solitudinescrivendoci? Vi prometto da uomo d'onorecheanima al mondo da me nol saprebbe maipersuaso che la stessa secretezzase accettatemiposso sperare da voi. - Intantoperchè abbiate qualche conoscenza di mevi darò unsunto della mia storiaecc."

Seguiva il sunto.

 

CAPO XXXIV

Ogni lettore che abbia un po' d'immaginativa capirà agevolmentequanto un foglio simile debba essere elettrico per un povero prigionieromassimamente perun prigioniero d'indole niente affatto selvaticae di cuore amante. Il mio primosentimento fu d'affezionarmi a quell'incognitodi commuovermi sulle sue sventured'esserpieno di gratitudine per la benevolenza ch'ei mi dimostrava. "Sì" sclamai"accetto la tua proposizioneo generoso. Possano le mie lettere darti egual confortoa quel che mi daranno le tuea quel che già traggo dalla tua prima!"

E lessi e rilessi quella lettera con un giubilo da ragazzoebenedissi cento volte chi l'avea scrittae pareami ch'ogni sua espressione rivelasseun'anima schietta e nobile.

Il sole tramontava; era l'ora della mia preghiera. Oh come iosentiva Dio! com'io lo ringraziava di trovar sempre nuovo modo di non lasciar languire lepotenze della mia mente e del mio cuore! Come mi si ravvivava la memoria di tutti ipreziosi suoi doni!

Io era ritto sul finestronele braccia tra le sbarrele maniincrocicchiate: la chiesa di San Marco era sotto di meuna moltitudine prodigiosa dicolombi indipendenti amoreggiavasvolazzavanidificava su quel tetto di piombo: il piùmagnifico cielo mi stava dinanzi: io dominava tutta quella parte di Venezia ch'eravisibile dal mio carcere: un romore lontano di voci umane mi feriva dolcemente l'orecchio.In quel luogo infelice ma stupendoio conversava con Coluigli occhi soli del quale mivedeanogli raccomandava mio padremia madree ad una ad una tutte le persone a me caree sembravami ch'ei mi rispondesse: "T'affidi la mia bontà!" ed io esclamava:"Sila tua bontà m'affida!".

E chiudea la mia orazione inteneritoconfortatoe poco curantedelle morsicature che frattanto m'aveano allegramente dato le zanzare.

Quella seradopo tanta esaltazionela fantasia cominciando acalmarsile zanzare cominciando a divenirmi insoffribiliil bisogno d'avvolgermi facciae mani tornando a farmisi sentire un pensiero volgare e maligno m'entrò ad un tratto nelcapomi fece ribrezzovolli cacciarlo e non potei.

Tremerello m'aveva accennato un infame sospettointorno la Zanze:che fosse un'esploratrice de' miei secretiella! quell'anima candida! che nulla sapeva dipolitica! che nulla volea saperne!

Di lei m'era impossibile dubitare; ma mi chiesi: "Ho io lastessa certezza intorno Tremerello? E se quel mariuolo fosse stromento d'indagini subdole?Se la lettera fosse fabbricata da chi sa chiper indurmi a fare importanti confidenze alnovello amico? Forse il preteso prigione che mi scrivenon esiste neppure; - forseesisteed è un perfido che cerca d'acquistare secretiper far la sua saluterivelandoli; - forse è un galantuomosìma il perfido è Tremerelloche vuolrovinarci tutti e due per guadagnare un'appendice al suo salario".

Oh brutta cosama troppo naturale a chi geme in carcereil temeredappertutto inimicizia e frode!

Tai dubbi m'angustiavanom'avvilivano. No; per la Zanze io non aveamai potuto averli un momento! Tuttaviadacché Tremerello avea scagliata quella parolariguardo a leiun mezzo dubbio pur mi crucciavanon sovr'essama su coloro che lalasciavano venire nella mia stanza. Le avesseroper proprio zelo o per volontàsuperioredato l'incarico di esploratrice? Ohse ciò fosse statocome furono malserviti!

Ma circa la lettera dell'incognitoche fare? Appigliarsi ai severigretti consigli della paura che s'intitola prudenza? Rendere la lettera a Tremerelloedirgli: "Non voglio rischiare la mia pace"? E se non vi fosse alcuna frode? E sel'incognito fosse un uomo degnissimo della mia amiciziadegnissimo ch'io rischiassialcunché per temprargli le angosce della solitudine? Vile! tu stai forse a due passidalla mortela feral sentenza può pronunciarsi da un giorno all'altroe ricuseresti difare ancora un atto d'amore? Rispondererispondere io debbo! Ma venendo per disgrazia ascoprirsi questo carteggioe nessuno potesse pure in coscienza farcene delittonon èegli vero tuttavia che un fiero castigo cadrebbe sul povero Tremerello? Questaconsiderazione non è ella bastante ad impormi come assoluto dovere il non imprenderecarteggio clandestino?

 

CAPO XXXV

Fui agitato tutta seranon chiusi occhio la nottee fra tanteincertezze non sapea che risolvere.

Balzai dal letto prima dell'albasalii sul finestronee pregai.Nei casi ardui bisogna consultarsi fiducialmente con Dioascoltare le sue ispirazionieattenervisi.

Così fecie dopo lunga preghieradiscesiscossi le zanzarem'accarezzai colle mani le guance morsicateed il partito era preso: esporre a Tremerelloil mio timore che da quel carteggio potesse a lui tornar danno; rinunciarvis'egliondeggiava; accettarese i terrori non vinceano lui.

Passeggiaifinché intesi canterellare: "Sognaimi gera angatoE ti me carezzevi". Tremerello mi portava il caffè.

Gli dissi il mio scrupolonon risparmiai parola per metterglipaura. Lo trovai saldo nella volontà di servirediceva eglidue così compiti signori.Ciò era assai in opposizione colla faccia di coniglio ch'egli aveva e col nome diTremerello che gli davamo. Ebbenefui saldo anch'io.

"Io vi lascerò il mio vino;" gli dissi "fornitemi lacarta necessaria a questa corrispondenzae fidatevi che se odo sonare le chiavi senza lacantilena vostradistruggerò sempre in un attimo qualunque oggetto clandestino."

"Eccole appunto un foglio di carta; gliene darò semprefinché vuolee riposo perfettamente sulla sua accortezza."

Mi bruciai il palato per ingoiar presto il caffèTremerello se neandòe mi posi a scrivere.

Faceva io bene? Erala risoluzione ch'io prendevaispirataveramente da Dio? Non era piuttosto un trionfo del mio naturale ardimentodel mioanteporre ciò che mi piace a penosi sacrifizi? un misto d'orgogliosa compiacenza per lastima che l'incognito m'attestava e di timore di parere un pusillanimes'io preferissi unprudente silenzio ad una corrispondenza alquanto rischiosa?

Come sciogliere questi dubbi? Io li esposi candidamente alconcaptivo rispondendoglie soggiunsi nondimeno essere mio avvisoche quando sembra ataluno d'operare con buone ragioni e senza manifesta ripugnanza della coscienzaei nondebba più paventare di colpa. Egli tuttavia riflettesse parimente con tutta la serietàall'assunto che imprendevamoe mi dicesse schietto con qual grado di tranquillità od'inquietudine vi si determinasse. Chese per nuove riflessioni ei giudicava l'assuntotroppo temerariofacessimo lo sforzo di rinunciare al conforto promessoci dal carteggioe ci contentassimo d'esserci conosciuti collo scambio di poche parole ma indelebili emallevadrici di alta amicizia.

Scrissi quattro pagine caldissime del più sincero affettoaccennaibrevemente il soggetto della mia prigioniaparlai con effusione di cuore della miafamiglia e d'alcuni altri miei particolarie mirai a farmi conoscere nel fondodell'anima.

A sera la mia lettera fu portata. Non avendo dormito la notteprecedenteera stanchissimo; il sonno non si fece invocaree mi svegliai la mattinaseguente ristoratolietopalpitante al dolce pensiero d'aver forse a momenti la rispostadell'amico.

 

CAPO XXXVl

La risposta venne col caffè. Saltai al collo di Tremerelloe glidissi con tenerezza: "Iddio ti rimuneri di tanta carità!". I miei sospetti sului e sull'incognito s'erano dissipatinon so né anche dir perché; perché m'eranoodiosi; perché avendo la cautela di non parlar mai follemente di politicam'apparivanoinutili; perché mentre sono ammiratore dell'ingegno di Tacitoho tuttavia pochissimafede nella giustezza del taciteggiaredel veder molto le cose in nero.

Giuliano (così piacque allo scrivente di firmarsi) cominciava lalettera con un preambolo di gentilezzee si diceva senza alcuna inquietudine sull'impresocarteggio. Indi scherzava dapprima moderatamente sul mio esitarepoi lo scherzoacquistava alcun che di pungente. Alfinedopo un eloquente elogio sulla sinceritàmidimandava perdono se non potea nascondermi il dispiacere che avea provatoravvisando inmediceva egliuna certa scrupolosa titubanzauna certa cristiana sottigliezza dicoscienzache non può accordarsi con vera filosofia.

"Vi stimerò sempre" soggiungeva egli "quand'anchenon possiamo accordarci su ciò; ma la sincerità che professo mi obbliga a dirvi che nonho religioneche le abborro tutteche prendo per modestia il nome di Giuliano perchéquel buon imperatore era nemico de' Cristianima che realmente io vado molto più in làdi lui. Il coronato Giuliano credeva in Dioed aveva certe sue bigotterie. Io non ne hoalcunanon credo in Diopongo ogni virtù nell'amare la verità e chi la cercaenell'odiare chi non mi piace."

E di questa foggia continuandonon recava ragioni di nullainveivaa dritto e a rovescio contro il Cristianesimolodava con pomposa energia l'altezza dellavirtù irreligiosae prendeva con istile parte serio e parte faceto a far l'elogiodell'imperatore Giuliano per la sua apostasia e pel filantropico tentativo di cancellaredalla terra tutte le tracce del Vangelo.

Temendo quindi d'aver troppo urtate le mie opinionitornava adimandarmi perdono e a declamare contro la tanto frequente mancanza di sincerità.Ripeteva il suo grandissimo desiderio di stare in relazione con mee mi salutava.

Una poscritta diceva: "Non ho altri scrupolise non di nonessere schietto abbastanza. Non posso quindi tacervi di sospettare che il linguaggiocristiano che teneste meco sia finzione. Lo bramo ardentemente. In tal caso gettate lamaschera; v'ho dato l'esempio".

Non saprei dire l'effetto strano che mi fece quella lettera. Iopalpitava come un innamorato ai primi periodi: una mano di ghiaccio sembrò quindistringermi il cuore. Quel sarcasmo sulla mia coscienziosità m'offese. Mi pentii d'averaperta una relazione con siffatt'uomo: io che dispregio tanto il cinismo! io che lo credola più infilosoficala più villana di tutte le tendenze! ioa cui l'arroganza imponesi poco!

Letta l'ultima parolapigliai la lettera fra il pollice e l'indiced'una manoe il pollice e l'indice dell'altraed alzando la mano sinistra tirai giùrapidamente la destracosicché ciascuna delle due mani rimase in possesso d'una mezzalettera.

 

CAPO XXXVIl

Guardai que' due branie meditai un istante sull'incostanza dellecose umane e sulla falsità delle loro apparenze. "Poc'anzi tanta brama di questaletteraed ora la straccio per isdegno! Poc'anzi tanto presentimento di futura amiciziacon questo compagno di sventuratanta persuasione di mutuo confortotanta disposizione amostrarmi con lui affettuosissimoed ora lo chiamo insolente!"

Stesi i due brani un sull'altroe collocato di nuovo come primal'indice e il pollice di una manoe l'indice e il pollice dell'altratornai ad alzare lasinistra ed a tirar giù rapidamente la destra.

Era per replicare la stessa operazionema uno dei quarti mi caddedi mano; mi chinai per prenderloe nel breve spazio di tempo del chinarmi e delrialzarmimutai proposito e m'invogliai di rileggere quella superba scritta.

Siedofo combaciare i quattro pezzi sulla Bibbia e rileggo. Lilascio in quello statopasseggiorileggo ancora ed intanto penso:

"S'io non gli rispondoei giudicherà ch'io sia annichilato diconfusionech'io non osi ricomparire al cospetto di tanto Ercole. Rispondiamoglifacciamogli vedere che non temiamo il confronto delle dottrine. Dimostriamogli con buonamaniera non esservi alcuna viltà nel maturare i consiglinell'ondeggiare quando sitratta d'una risoluzione alquanto pericolosae più pericolosa per altri che per noi.Impari che il vero coraggio non istà nel ridersi della coscienzache la vera dignitànon ístà nell'orgoglio. Spieghiamogli la ragionevolezza del Cristianesimo el'insussistenza dell'incredulità. - E finalmente se codesto Giuliano si manifestad'opinioni così opposte alle miese non mi risparmia pungenti sarcasmise degna cosìpoco di cattivarminon è ciò prova almeno ch'ei non è una spia? - Se non che nonpotrebb'egli essere un raffinamento d'artequel menar ruvidamente la frusta addosso almio amor proprio? - Eppur no; non posso crederlo. Sono un maligno cheperché mi sentooffeso da quei temerarii scherzivorrei persuadermi che chi li scagliò non può essereche il più abbietto degli uomini. Malignità volgareche condannai mille volte in altrivia dal mio cuore! NoGiuliano è quel che èe non piùè un insolentee non unaspia. - Ed ho io veramente il diritto di dare l'odioso nome d'insolenza a ciò ch'eglireputa sincerità? - Ecco la tua umiltào ipocrita! Basta che unoper errore di mentesostenga opinioni false e derida la tua fedesubito t'arroghi di vilipenderlo. - Dio sase questa umiltà rabbiosa e questo zelo malevolonel petto di me cristianonon èpeggiore dell'audace sincerità di quell'incredulo! - Forse non gli manca se non un raggiodella graziaperchè quel suo energico amore del vero si muti in religione più solidadella mia. - Non farei io meglio di pregare per luiche d'adirarmi e di suppormimigliore? - Chi sache mentre io stracciava furentemente la sua letteraei nonrileggesse con dolce amorevolezza la miae si fidasse tanto della mia bontà da credermiincapace d'offendermi delle sue schiette parole? - Qual sarebbe il più iniquo dei dueuno che ama e dice: 'Non sono cristiano'ovvero uno che dice: 'Son cristiano' e non ama?- È cosa difficile conoscere un uomodopo avere vissuto con lui lunghi anni; ed iovorrei giudicare costui da una lettera? Fra tante possibilitànon havvi egli quella chesenza confessarlo a sé medesimoei non sia punto tranquillo del suo ateismoe che indimi stuzzichi a combatterlocolla secreta speranza di dover cedere? Oh fosse pure! Oh granDioin mano di cui tutti gli stromenti più indegni possono essere efficacisceglimisceglimi a quest'opera! Detta a me tai potenti e sante ragioni che convincanoquell'infelice! che lo traggano a benedirti e ad imparare chelungi da tenon v'èvirtù la quale non sia contraddizione!"

 

CAPO XXXVIIl

Stracciai più minutamentema senza residuo di collerai quattropezzi di letteraandai alla finestrastesi la manoe mi fermai a guardare la sorte deidiversi bocconcini di carta in balia del vento. Alcuni si posarono sui piombi dellachiesaaltri girarono lungamente per ariae discesero a terra. Vidi che andavano tantodispersida non esservi pericolo che alcuno li raccogliesse e ne capisse il mistero.

Scrissi poscia a Giulianoe presi tutta la cura per non essere eper non apparire indispettito.

Scherzai sul suo timore ch'io portassi la sottigliezza di coscienzaad un grado non accordabile colla filosofiae dissi che sospendesse almeno intorno a ciòi suoi giudizi. Lodai la professione ch'ei faceva di sinceritàl'assicurai che m'avrebbetrovato eguale a sé in questo riguardoe soggiunsi che per dargliene prova iom'accingeva a difendere il Cristianesimo; "ben persuaso" diceva io "checome sarò sempre pronto ad udire amichevolmente tutte le vostre opinionicosì abbiatela liberalità d'udire in pace le mie".

Quella difesaio mi proponeva di farla a poco a pocoed intanto laincominciavaanalizzando con fedeltà l'essenza del Cristianesimo: - culto di Diospoglio di superstizioni- fratellanza fra gli uomini- aspirazione perpetua allavirtù- umiltà senza bassezza- dignità senza orgoglio- tipoun uomo-Dio! Che dipiù filosofico e di più grande?

Intendeva poscia di dimostrarecome tanta sapienza era più o menodebolmente trasparsa a tutti coloro che coi lumi della ragione aveano cercato il veromanon s'era mai diffusa nell'universale: e comevenuto il divin Maestro sulla terradiedesegno stupendo di séoperando coi mezzi umanamente più deboli quella diffusione. Ciòche sommi filosofi mai non poteronol'abbattimento dell'idolatriae la predicazionegenerale della fratellanzas'eseguisce con pochi rozzi messaggeri. Allora l'emancipazionedegli schiavi diviene ognor più frequentee finalmente appare una civiltà senzaschiavistato di società che agli antichi filosofi pareva impossibile.

Una rassegna della storiada Gesù Cristo in quadovea per ultimodimostrare come la religione da lui stabilita s'era sempre trovata adattata a tutti ipossibili gradi d'incivilimento. Quindi essere falso chel'incivilimento continuando aprogredireil Vangelo non sia più accordabile con esso.

Scrissi a minutissimo carattere ed assai lungamentema non poteituttavia andar molto oltre; ché mi mancò la carta. Lessi e rilessi quella miaintroduzionee mi parve ben fatta. Non v'era pure una frase di risentimento sui sarcasmidi Giulianoe le espressioni di benevolenza abbondavanoed aveale dettate il cuore giàpienamente ricondotto a tolleranza.

Spedii la letteraed il mattino seguente ne aspettava con ansietàla risposta.

Tremerello vennee mi disse:

"Quel signore non ha potuto scriverema la prega di continuareil suo scherzo."

"Scherzo?" sclamai. "Ehche non avrà detto scherzo!avrete capito male."

Tremerello si strinse nelle spalle "Avrò capito male".

"Ma vi par proprio che abbia detto scherzo?"

"Come mi pare di sentire in questo punto i colpi di SanMarco." (Sonava appunto il campanone.) Bevvi il caffè e tacqui.

"Ma ditemi: avea quel signore già letta tutta la mialettera?"

"Mi figuro di sì; perché ridevarideva come un mattoefacea di quella lettera una pallae la gettava per ariae quando gli dissi che nondimenticasse poi di distruggerlala distrusse subito."

"Va benissimo."

E restituii a Tremerello la chiccheradicendogli che si conoscevache il caffè era stato fatto dalla siora Bettina.

"L'ha trovato cattivo?"

"Pessimo."

"Eppur l'ho fatto ioe l'assicuro che l'ho fatto caricoe nonv'erano fondi."

"Non avrò forse la bocca buona."

 

CAPO XXXIX

Passeggiai tutta mattina fremendo. "Che razza d'uomo è questoGiuliano? Perché chiamare la mia lettera uno scherzo? Perché ridere e giocare alla pallacon essa? Perché non rispondermi pure una riga? Tutti gl'increduli son così! Sentendo ladebolezza delle loro opinionise alcuno s'accinge a confutarle non ascoltanoridonoostentano una superiorità d'ingegno la quale non ha più bisogno d'esaminar nulla.Sciagurati! E quando mai vi fu filosofia senza esamesenza serietà? Se è vero cheDemocrito ridesse sempreegli era un buffone! Ma ben mi sta: perché imprendere questacorrispondenza? Ch'io mi facessi illusione un momentoera perdonabile. Ma quando vidi checolui insolentivanon fui io uno stolto di scrivergli ancora?"

Era risoluto di non più scrivergli. A pranzoTremerello prese ilmio vinose lo versò in un fiascoe mettendoselo in saccoccia:

"Ohmi accorgo" disse "che ho qui della carta dadarle." E me la porse.

Se n'andò; ed io guardando quella carta bianca mi sentiva venire latentazione di scrivere un'ultima volta a Giulianodi congedarlo con una buona lezionesulla turpitudine dell'insolenza.

"Bella tentazione!" dissi poi "rendergli disprezzoper disprezzo! fargli odiare vieppiù il Cristianesimomostrandogli in me cristianoimpazienza ed orgoglio! - Nociò non va. Cessiamo affatto il carteggio. - E se lo cessocosì asciuttamentenon dirà colui del pariche impazienza ed orgoglio mi vinsero? -Conviene scrivergli ancora una voltae senza fiele. - Ma se posso scrivere senza fielenon sarebbe meglio non darmi per inteso delle sue risate e del nome di scherzo ch'egli hagratificato alla mia lettera? Non sarebbe meglio continuar buonamente la mia apologia delCristianesimo?"

Ci pensai un pocoe poi m'attenni a questo partito.

La sera spedii il mio piegoed il mattino seguente ricevetti alcunerighe di ringraziamentomolto freddeperò senza espressioni mordacima anche senza ilminimo cenno d'approvazione né d'invito a proseguire.

Tal biglietto mi spiacque. Nondimeno fermai di non desistere sino alfine.

La mia tesi non potea trattarsi in brevee fu soggetto di cinque osei altre lunghe letterea ciascuna delle quali mi veniva risposto un laconicoringraziamentoaccompagnato da qualche declamazione estranea al temaora imprecando isuoi nemiciora ridendo d'averli imprecatie dicendo esser naturale che i fortiopprimano i debolie non rincrescergli altro che di non essere forteora confidandomi isuoi amorie l'impero che questi esercitavano sulla sua tormentata immaginativa.

Nondimenoall'ultima mia lettera sul Cristianesimoei diceva chemi stava apparecchiando una lunga risposta. Aspettai più d'una settimanaed intanto eimi scriveva ogni giorno di tutt'altroe per lo più d'oscenità.

Lo pregai di ricordarsi la risposta di cui mi era debitoree gliraccomandai di voler applicare il suo ingegno a pesar veramente tutte le ragioni ch'io gliavea portate.

Mi rispose alquanto rabbiosamenteprodigandosi gli attributi difilosofod'uomo sicurod'uomo che non avea bisogno di pesare tanto per capire che lelucciole non erano lanterne. E tornò a parlare allegramente d'avventure scandalose.

 

CAPO Xl

Io pazientava per non farmi dare del bigotto e dell'intolleranteeperché non disperava chedopo quella febbre di erotiche buffonerievenisse un periododi serietà. Intanto gli andava manifestando la mia disapprovazione alla sua irriverenzaper le donneal suo profano modo di fare all'amoree compiangeva quelle infelici ch'eimi diceva essere state sue vittime.

Ei fingeva di creder poco alla mia disapprovazionee ripeteva"Checché borbottiate d'immoralitàsono certo di divertirvi co' miei racconti; -tutti gli uomini amano il piacere come ioma non hanno la franchezza di parlarne senzavelo; ve ne dirò tante che v'incanteròe vi sentirete obbligato in coscienzad'applaudirmi".

Ma di settimana in settimanaei non desisteva mai da questeinfamieed io (sperando sempre ad ogni lettera di trovare altro temae lasciandomiattrarre dalla curiosità) leggeva tuttoe l'anima mia restava - non già sedotta - mapur conturbataallontanata da pensieri nobili e santi. Il conversare cogli uominidegradati degradase non si ha una virtù molto maggiore della comunemolto maggioredella mia.

"Eccoti punito" diceva io a me stesso "della tuapresunzione! Ecco ciò che si guadagna a voler fare il missionario senza la santità daciò!"

Un giorno mi risolsi a scrivergli queste parole:

"Mi sono sforzato finora di chiamarvi ad altri soggettie voimi mandate sempre novelle che vi dissi schiettamente dispiacermi. Se v'aggrada chefavelliamo di cose più degne continueremo la corrispondenzaaltrimenti tocchiamoci lamanoe ciascuno se ne stia con sé."

Fui per due giorni senza rispostae dapprima ne gioii. "Ohbenedetta solitudine!" andava sclamando "quanto meno amara tu sei d'unaconversazione inarmonica e snobilitante! Invece di crucciarmi leggendo impudenzeinvecedi faticarmi invano ad oppor loro l'espressione di aneliti che onorino l'umanitàtornerò a conversare con Diocolle care memorie della mia famiglia e de' miei veriamici. Tornerò a leggere maggiormente la Bibbiaa scrivere i miei pensieri sulla tavolastudiando il fondo del mio cuore e procacciando di migliorarloa gustare le dolcezzed'una melanconia innocentemille volte preferibili ad immagini liete ed inique."

Tutte le volte che Tremerello entrava nel mio carcere mi diceva:

"Non ho ancor risposta."

"Va bene" rispondeva io.

Il terzo giorno mi disse:

"Il signor N.N. è mezzo ammalato."

"Che ha?"

"Non lo dicema è sempre steso sul lettonon mangianonbeeed è di mal umore."

Mi commossipensando ch'egli pativa e non aveva alcuno che loconfortasse.

Mi sfuggì dalle labbrao piuttosto dal cuore:

"Gli scriverò due righe."

"Le porterò stassera" disse Tremerello; e se ne andò.

Io era alquanto imbarazzatomettendomi al tavolino. "Fo iobene a ripigliare il carteggio? Non benediceva io dianzi la solitudine come un tesororiacquistato? Che incostanza è dunque la mia! - Eppure quell'infelice non mangianonbeve; sicuramente è ammalato. È questo il momento d'abbandonarlo? L'ultimo mio vigliettoera aspro: avrà contribuito ad affliggerlo. Forsead onta dei nostri diversi modi disentireei non avrebbe mai disciolta la nostra amicizia. Il mio viglietto gli saràsembrato più malevolo che non era: ei l'avrà preso per un assoluto sprezzantecongedo."

 

CAPO XLl

Scrissi così:

"Sento che non istate benee me ne duole vivamente. Vorrei ditutto cuore esservi vicinoe prestarvi tutti gli uffici d'amico. Spero che la vostra pocobuona salute sarà stata l'unico motivo del vostro silenzioda tre giorni in qua. Non visareste già offeso del mio viglietto dell'altro di? Lo scrissiv'assicurosenza laminima malevolenzae col solo scopo di trarvi a più serii soggetti di ragionamento. Selo scrivere vi fa malemandatemi soltanto nuove esatte della vostra salute: io viscriverò ogni giorno qualcosetta per distrarvie perché vi sovvenga che vi vogliobene."

Non mi sarei mai aspettato la lettera ch'ei mi rispose. Cominciavacosì:

"Ti disdico l'amicizia; se non sai che fare della miaio nonso che fare della tua. Non sono uomo che perdoni offesenon sono uomo cherigettato unavoltaritorni. Perché mi sai infermoti riaccosti ipocritamente a mesperando che lamalattia indebolisca il mio spirito e mi tragga ad ascoltare le tue prediche..." Eandava innanzi di questo modovituperandomi con violenzaschernendomiponendo incaricatura tutto ciò ch'io gli avea detto di religione e di moraleprotestando di viveree di morire sempre lo stessocioè col più grand'odio e col più gran disprezzo controtutte le filosofie diverse dalla sua.

Restai sbalordito!

"Le belle conversioni ch'io fo!" dicev'io con dolore edinorridendo. "Dio m'è testimonio se le mie intenzioni non erano pure! - Noquesteingiurie non le ho meritate! - Ebbenepazienza; è un disinganno di più. Tal sia dicoluise s'immagina offese per aver la voluttà di non perdonarle! Più di quel che hofatto non sono obbligato di fare."

Tuttaviadopo alcuni giorni il mio sdegno si mitigòe pensai cheuna lettera frenetica poteva essere stato frutto d'un esaltamento non durevole."Forse ei già se ne vergogna" diceva io "ma è troppo altero da confessareil suo torto. Non sarebbe opera generosaor ch'egli ha avuto tempo di calmarsiloscrivergli ancora?"

Mi costava assai far tanto sacrifizio d'amor proprioma lo feci.Chi s'umilia senza bassi fininon si degradaqualunque ingiusto spregio gliene torni.

Ebbi per risposta una lettera meno violentama non meno insultante.L'implacato mi diceva ch'egli ammirava la mia evangelica moderazione.

"Or dunque ripigliamo pure" proseguiva egli "lanostra corrispondenza; ma parliamo chiaro. Noi non ci amiamo. Ci scriveremo pertrastullare ciascuno se stessomettendo sulla carta liberamente tutto ciò che ci vienein capo: voi le vostre immaginazioni serafiche ed io le mie bestemmie; voi le vostreestasi sulla dignità dell'uomo e della donnaio l'ingenuo racconto delle mieprofanazioni; sperando io di convertir voie voi di convertir me. Rispondetemi se vipiaccia il patto."

Risposi: "Il vostro non è un pattoma uno scherno. Abbondaiin buon volere con voi. La coscienza non mi obbliga più ad altro che ad augurarvi tuttele felicità per questa e per l'altra vita".

Così finì la mia clandestina relazione con quell'uomo - chi sa? -forse più inasprito dalla sventura e delirante per disperazioneche malvagio.

 

CAPO XLIl

Benedissi un'altra volta davvero la solitudineed i miei giornipassarono di nuovo per alcun tempo senza vicende.

Finì la state; nell'ultima metà di settembreil caldo scemava.Ottobre venne; io mi rallegrava allora d'avere una stanza che nel verno doveva esserbuona. Ecco una mattina il custode che mi dice avere ordine di mutarmi di carcere.

"E dove si va?"

"A pochi passiin una camera più fresca."

"E perché non pensarci quand'io moriva dal caldoe l'aria eratutta zanzareed il letto era tutto cimici?"

"Il comando non è venuto prima."

"Pazienzaandiamo."

Bench'io avessi assai patito in quel carceremi dolse di lasciarlo;non soltanto perché nella fredda stagione doveva essere ottimoma per tanti perché. Iov'avea quelle formichech'io amava e nutriva con sollecitudinese non fosse espressioneridicoladirei quasi paterna. Da pochi giorni quel caro ragno di cui parlaieranon soper qual motivoemigrato; ma io diceva: "Chi sa che non si ricordi di me e nonritorni? Ed or che me ne vadoritornerà forsee troverà la prigione votao se visarà qualch'altro ospitepotrebbe essere un nemico de' ragnie raschiar giù collapantofola quella bella telae schiacciare la povera bestia! Inoltre quella tristaprigione non m'era stata abbellita dalla pietà della Zanze? A quella finestras'appoggiava sì spessoe lasciava cadere generosamente i bricioli de' buzzolai alle mieformiche. Lì solea sedere; qui mi fece il tal racconto; qui il tal altro; là s'inchinavasul mio tavolino e le sue lagrime vi grondarono! ".

Il luogo ove mi posero era pur sotto i Piombima a tramontana eponentecon due finestreuna di qual'altra di là; soggiorno di perpetui raffreddorie d'orribile ghiaccio ne' mesi rigidi.

La finestra a ponente era grandissima; quella a tramontana erapiccola ed altaal disopra del mio letto.

M'affacciai prima a quellae vidi che metteva verso il palazzo delpatriarca. Altre prigioni erano presso la miain un'ala di poca estensione a destraedin uno sporgimento di fabbricato che mi stava dirimpetto. In quello sporgimento stavanodue carceriuna sull'altra. La inferiore aveva un finestrone enormepel quale io vedeadentro passeggiare un uomo signorilmente vestito. Era il signor Caporali di Cesena. Questimi videmi fece qualche segnoe ci dicemmo i nostri nomi.

Volli quindi esaminare dove guardasse l'altra mia finestra. Posi iltavolino sul letto e sul tavolino una sediam'arrampicai soprae vidi essere a livellod'una parte del tetto del palazzo. Al di là del palazzo appariva un bel tratto dellacittà e della laguna.

Mi fermai a considerare quella bella vedutae udendo che s'aprivala portanon mi mossi. Era il custodeil quale scorgendomi lassù arrampicatodimenticò ch'io non poteva passare come un sorcio attraverso le sbarrepensò ch'iotentassi di fuggiree nel rapido istante del suo turbamento saltò sul lettoad onta diuna sciatica che lo tormentavae m'afferrò per le gambegridando come un'aquila.

"Ma non vedete" gli dissi "o smemoratoche non sipuò fuggire per causa di queste sbarre? Non capite che salii per sola curiosità?"

"Vedosiorvedocapiscoma la cali giùle digola caliqueste le son tentazion de scappar."

E mi convenne discenderee ridere.

 

CAPO XLIIl

Alle finestre delle prigioni laterali conobbi sei altri detenuti percose politiche.

Ecco dunque chementre io mi disponeva ad una solitudine maggioreche in passatoio mi trovo in una specie di mondo. A principio m'increbbesia che illungo vivere romito avesse già fatto alquanto insocievole l'indole miasia che ildispiacente esito della mia conoscenza con Giuliano mi rendesse diffidente.

Nondimeno quel poco di conversazione che prendemmo a fareparte avoce e parte a segniparvemi in breve un beneficiose non come stimolo ad allegrezzaalmeno come divagamento. Della mia relazione con Giuliano non feci motto con alcuno.C'eravamo egli ed io dato parola d'onore che il segreto resterebbe sepolto in noi. Se nefavello in queste cartegli è perchésotto gli occhi di chiunque andasseroglisarebbe impossibile indovinare chidi tanti che giacevano in quelle carcerifosseGiuliano.

Alle nuove mentovate conoscenze di concaptivi s'aggiunse un'altrache mi fu pure dolcissima

Dalla finestra grande io vedevaoltre lo sporgimento di carceri chemi stava in facciauna estensione di tettiornata di caminid'altanedi campanilidicupolela quale andava a perdersi colla prospettiva del mare e del cielo. Nella casa piùvicina a mech'era un'ala del patriarcatoabitava una buona famigliache acquistòdiritti alla mia riconoscenza mostrandomi coi suoi saluti la pietà ch'io le ispirava.

Un salutouna parola d'amore agl'infeliciè una gran carità!

Cominciò colàda una finestraad alzare le sue manine verso meun ragazzetto di nove o dieci annie l'intesi gridare:

"Mammamammahan posto qualcheduno lassù ne' Piombi. Opovero prigionierochi sei?"

"Io sono Silvio Pellico" risposi.

Un altro ragazzo più grandicello corse anch'egli alla finestraegridò:

"Tu sei Silvio Pellico?"

"Sìe voi cari fanciulli?"

"Io mi chiamo Antonio S...e mio fratello Giuseppe."

Poi si voltava indietroe diceva: "Che cos'altro debbodimandargli?".

Ed una donnache suppongo essere stata lor madree stava mezzonascostasuggeriva parole gentili a que' cari figliuolied essi le diceanoed io ne liringraziava colla più viva tenerezza.

Quelle conversazioni erano piccola cosae non bisognava abusarneper non far gridare il custodema ogni giorno ripetevansi con mia grande consolazioneall'albaa mezzodì e a sera. Quando accendevano il lumequella donna chiudeva lafinestrai fanciulli gridavano: "Buona notteSilvio!" ed ellafattacoraggiosa dall'oscuritàripetea con voce commossa: "Buona notteSilvio!coraggio!".

Quando que' fanciulli faceano colezione o merendami diceano:

"Oh se potessimo darti del nostro caffè e latte! Oh sepotessimo darti de' nostri buzzolai! Il giorno che andrai in libertà sovvengati divenirci a vedere. Ti daremo dei buzzolai belli e caldie tanti baci!"

 

CAPO XLIV

Il mese d'ottobre era la ricorrenza del più brutto de' mieianniversari Io era stato arrestato il 13 di esso mese dell'anno antecedente. Parecchietristi memorie mi ricorrevano inoltre in quel mese. Due anni primain ottobres'era perfunesto accidente annegato nel Ticino un valentuomo ch'io molto onorava. Tre anni primain ottobres'era involontariamente ucciso con uno schioppo Odoardo Brichegiovinettoch'io amava quasi fosse stato mio figlio. A' tempi della mia prima gioventùin ottobreun'altra grave afflizione m'avea colpito.

Bench'io non sia superstiziosoil rincontrarsi fatalmente in quelmese ricordanze così infelicimi rendea tristissimo.

Favellando dalla finestra con que' fanciulli e co' miei concaptiviio mi fingea lietoma appena rientrato nel mio antro un peso inenarrabile di dolore mipiombava sull'anima.

Prendea la penna per comporre qualche verso o per attendere ad altracosa letterariaed una forza irresistibile parea costringermi a scrivere tutt'altro. Che?lunghe lettere ch'io non poteva mandare; lunghe lettere alla mia cara famiglianellequali io versava tutto il mio cuore. Io le scriveva sul tavolinoe poi le raschiava.Erano calde espressioni di tenerezzae rimembranze della felicità ch'io aveva godutopresso genitorifratelli e sorelle così indulgenticosì amanti. Il desiderio ch'iosentiva di loro m'ispirava un'infinità di cose appassionate. Dopo avere scritto ore edoremi restavano sempre altri sentimenti a svolgere.

Questo erasotto una nuova formaun ripetermi la mia biografiaedilludermi ridipingendo il passato; un forzarmi a tener gli occhi sul tempo felice che nonera più. Maoh Dio! quante voltedopo aver rappresentato con animatissimo quadro untratto della mia più bella vitadopo avere inebbriata la fantasia fino a parermi ch'iofossi colle persone a cui parlavami ricordava repentinamente del presentee mi cadea lapenna ed inorridiva! Momenti veramente spaventosi eran quelli! Aveali già provati altrevoltema non mai con convulsioni pari a quelle che or mi assalivano.

Io attribuiva tali convulsioni e tali orribili angosce al troppoeccitamento degli affettia cagione della forma epistolare ch'io dava a quegli scrittiedel dirigerli a persone si care.

Volli far altroe non potea; volli abbandonare almeno la formaepistolaree non potea. Presa la pennae messomi a scrivereciò che ne risultava erasempre una lettera piena di tenerezza e di dolore.

"Non son io più libero del mio volere?" andava dicendo."Questa necessità di fare ciò che non vorrei fareè dessa uno stravolgimento delmio cervello? Ciò per l'addietro non m'accadeva. Sarebbe stata cosa spiegabile ne' primitempi della mia detenzione; ma ora che sono maturato alla vita carcerariaora che lafantasia dovrebbe essersi calmata su tuttoora che mi son cotanto nutrito di riflessionifilosofiche e religiosecome divento io schiavo delle cieche brame del cuoreepargoleggio così? Applichiamoci ad altro."

Cercava allora di pregareo d'opprimermi collo studio della linguatedesca. Vano sforzo! Io m'accorgeva di tornar a scrivere un'altra lettera.

 

CAPO XLV

Simile stato era una vera malattia; non so se debba direuna speciedi sonnambulismo. Era senza dubbio effetto d'una grande stanchezzaoperata dal pensare edal vegliare.

Andò più oltre. Le mie notti divennero costantemente insonni e perlo più febbrili. Indarno cessai di prendere caffè la sera; l'insonnia era la stessa.

Ma pareva che in me fossero due uominiuno che voleva semprescriver letteree l'altro che voleva far altro. "Ebbene" diceva io"transigiamoscrivi pur letterema scrivile in tedesco; così impareremo quellalingua. "

Quindi in poi scriveva tutto in un cattivo tedesco. Per tal modoalmeno feci qualche progresso in quello studio.

Il mattinodopo lunga vegliail cervello spossato cadeva inqualche sopore. Allora sognavao pinttosto deliravadi vedere il padrela madreoaltro mio caro disperarsi sul mio destino. Udiva di loro i più miserandi singhiozzietosto mi destava singhiozzando e spaventato.

Talvolta in que' brevissimi sogni sembravami d'udir la madreconsolare gli altrientrando con essi nel mio carceree volgermi le più sante parolesul dovere della rassegnazione; e quand'io più rallegrava del suo coraggio e del coraggiodegli altriella prorompeva improvvisamente in lagrimee tutti piangevano. Niuno puòdire quali strazii fossero allora quelli all'anima mia.

Per uscire di tanta miseriaprovai di non andare più affatto aletto. Teneva acceso il lume l'intera nottee stava al tavolino a leggere e scrivere. Mache? Veniva il momento ch'io leggevadestissimoma senza capir nullae cheassolutamente la testa più non mi reggeva a comporre pensieri. Allora io copiava qualchecosama copiava ruminando tutt'altro che ciò ch'io scrivevaruminando le mieafflizioni.

Eppures'io andava a letto era peggio. Niuna posizione m'eratollerabilegiacendo: m'agitava convulsoe conveniva alzarmi. Ovverose alquantodormivaque' disperanti sogni mi faceano più male del vegliare.

Le mie preci erano aridee nondimeno io le ripeteva sovente; noncon lungo orare di parolema invocando Dio! Dio unito all'uomo ed esperto degli umanidolori!

In quelle orrende nottil'immaginativa mi s'esaltava talora inguisa che pareamisebbene svegliatoor d'udir gemiti nel mio carcereor d'udir risasoffocate. Dall'infanzia in poi non era mai stato credulo a streghe e follettied orquelle risa e que' gemiti mi atterrivanoe non sapea come spiegar ciòed era costrettoa dubitare s'io non fossi ludibrio d'incognite maligne potenze.

Più volte presi tremando il lumee gridai se v'era alcuno sotto illetto che mi beffasse. Più volte mi venne il dubbio che m'avessero tolto dalla primastanza e trasportato in questa perché ivi fosse qualche trabocchelloovvero nelle paretiqualche secreta aperturadonde i miei sgherri spiassero tutto ciò ch'io faceva e sidivertissero crudelmente a spaventarmi.

Stando al tavolinoor pareami che alcuno mi tirasse pel vestitoorche fosse data una spinta ad un libroil quale cadeva a terraor che una persona dietroa me soffiasse sul lume per ispegnerlo. Allora io balzava in piediguardava intornopasseggiava con diffidenzae chiedeva a me stesso s'io fossi impazzato od in senno. Nonsapea più che cosadi ciò ch'io vedeva e sentivafosse realtà od illusioneesclamava con angoscia:

"Deus meusDeus meusut quid dereliquisti me?"

 

CAPO XLVl

Una voltaandato a letto alquanto prima dell'albami parve d'averela più gran certezza d'aver messo il fazzoletto sotto il capezzale. Dopo un momento disoporemi destai al solitoe mi sembrava che mi strangolassero. Sento d'avere il collostrettamente avvolto. Cosa strana! Era avvolto col mio fazzolettolegato forte a piùnodi. Avrei giurato di non aver fatto que' nodidi non aver toccato il fazzolettodacché l'avea messo sotto il capezzale. Convieni ch'io avessi operato sognando odelirandosenza più serbarne alcuna memoria; ma non potea crederloe d'allora in poistava in sospetto ogni notte d'essere strangolato.

Capisco quanto simili vaneggiamenti debbano essere ridicoli altruima a me che li provai faceano tal male che ne raccapriccio ancora.

Si dileguavano ogni mattino; e finché durava la luce del dìio misentiva l'animo così rinfrancato contro que' terroriche mi sembrava impossibile didoverli mai più patire. Ma al tramonto del sole io cominciava a rabbrividiree ciascunanotte riconduceva le brutte stravaganze della precedente.

Quanto maggiore era la mia debolezza nelle tenebretanto maggiorierano i miei sforzi durante il giorno per mostrarmi allegro ne' colloquii co' compagnico' due ragazzi del patriarcato e co' rnici carcerieri. Nessunoudendomi scherzare com'iofacevasi sarebbe immaginato la misera infermità ch'io soffriva. Sperava con queglisforzi di rinvigorirmi; ed a nulla giovavano. Quelle apparenze notturneche il giorno iochiamava sciocchezzela sera tornavano ad essere per me realtà spaventevoli.

Se avessi arditoavrei supplicato la Commissione di mutarmi distanzama non seppi mai indurmivitemendo di far ridere.

Essendo vani tutti i raziociniitutti i proponimentitutti glistudiitutte le preghierel'orribile idea d'essere totalmente e per sempre abbandonatoda Dio s'impadronì di me.

Tutti que' maligni sofismi contro la Provvidenzache in istato diragionepoche settimane primam'apparivano sì stoltior vennero a frullarmi nel capobestialmentee mi sembrarono attendibili. Lottai contro questa tentazione parecchi dìpoi mi vi abbandonai.

Sconobbi la bontà della religione; dissicome avea udito dire darabbiosi ateie come testé Giuliano scriveami: "La religione non vale ad altro chead indebolire le menti". M'arrogai di credere che rinunciando a Dio la mente mi sirinforzerebbe. Forsennata fiducia! Io negava Dioe non sapea negare gl'invisibilimalefici enti che sembravano circondarmi e pascersi de miei dolori.

Come qualificare quel martirio? Basta egli il dire ch'era unamalattia? od era eglinello stesso tempoun castigo divino per abbattere il mio orgoglioe farmi conoscere chesenza un lume particolareio potea divenire incredulo comeGiulianoe più insensato di lui?

Checché ne siaDio mi liberò di tanto male quando meno mel'aspettava.

Una mattinapreso il caffèmi vennero vomiti violentie coliche.Pensai che m'avessero avvelenato. Dopo la fatica de' vomitiera tutto in sudoree stettia letto. Verso mezzogiorno mi addormentaie dormii placidamente fino a sera.

Mi svegliaisorpreso di tanta quiete; eparendomi di non aver piùsonnom'alzai. "Stando alzato" diss'io "sarò più forte contro i solititerrori."

Ma i terrori non vennero. Giubilaie nella piena della miariconoscenzatornando a sentire Iddiomi gettai a terra ad adorarlo e chiedergli perdonod'averlo per più giorni negato. Quell'effusione di gioia esaurì le mie forzeefermatomi in ginocchio alquantoappoggiato ad una sediafui ripigliato dal sonnoem'addormentai in quella posizione.

Di lì non so se ad un'ora o più oremi desto a mezzoma appenaho tempo di buttarmi vestito sul lettoe ridormo sino all'aurora. Fui sonnolento ancortutto il giorno; la sera mi coricai prestoe dormii l'intera notte. Qual crisi erasioperata in me? Lo ignoroma io era guarito.

 

CAPO XLVIl

Cessarono le nausee che pativa da lungo tempo il mio stomacocessarono i dolori di capoe mi venne un appetito straordinario. Io digerivaeccellentementee cresceva in forze. Mirabile Provvidenza! ella m'avea tolto le forze perumiliarmi; ella me le rendea perché appressavasi l'epoca delle sentenzee volea ch'ionon soccombessi al loro annunzio.

Addì 24 novembreuno de' nostri compagniil dottor Forestifutolto dalle carceri de' Piombi e trasportato non sapevam dove. Il custodesue moglie ed isecondini erano atterriti; niuno di loro volea darmi luce su questo mistero

"E che cosa vuol ella sapere" diceami Tremerello "senulla v'è di buono a sanare? Le ho detto già troppole ho detto già troppo."

"Su viache serve il tacere?" gridai raccapricciando"non v'ho io capito? Egli è dunque condannato a morte?"

"Chi?... egli?... il dottor Foresti..."

Tremerello esitava; ma la voglia di chiacchierare non era l'infimadelle sue virtù.

"Non dica poi che son ciarlone; io non volea proprio aprirbocca su queste cose. Si ricordi che m'ha costretto"

"Sisìv'ho costretto; maanimo! ditemi tutto Che n'è delpovero Foresti?"

"Ahsignore! gli fecero passare il ponte de' Sospiri! egli ènelle carceri criminali! La sentenza di morte è state letta a lui e a due altri."

"E si eseguirà? quando? Oh miseri! E chi sono gli altridue?"

"Non so altronon so altro. Le sentenze non sono ancorapubblicate. Si dice per Venezia che vi saranno parecchie commutazioni di pena. Dio volesseche la morte non s'eseguisse per nessuno di loro! Dio volesse chese non son tutti salvida morteella almeno lo fosse! Io ho messo a lei tale affezione... perdoni la libertà...come se fosse un mio fratello!"

E se n'andò commosso. Il lettore può pensare in quale agitazioneio mi trovassi tutto quel dìe la notte seguentee tanti altri giorniche nulla dipiù potei sapere.

Durò l'incertezza un mese: finalmente le sentenze relative al primoprocesso furono pubblicate. Colpivano molte personenove delle quali erano condannate amortee poi per grazia a carcere duroquali per vent'anniquali per quindici (e ne' duecasi doveano scontar la pena nella fortezza di Spielbergpresso la città di Brünn inMoravia)quali per dieci anni o meno (ed allora andavano nella fortezza di Lubiana).

L'essere stata commutata la pena a tutti quelli del primo processoera egli argomento che la morte dovesse risparmiarsi anche a quelli del secondo? Ovverol'indulgenza sarebbesi usata ai soli primiperché arrestati prima delle notificazioniche si pubblicarono contro le società secretee tutto il rigore cadrebbe sui secondi?

"La soluzione del dubbio non può esser lontana;" diss'io"sia ringraziato il Cieloche ho tempo di prevedere la morte ed'apparecchiarmivi."

 

CAPO XLVIIl

Era mio unico pensiero il morire cristianamente e col debitocoraggio. Ebbi la tentazione di sottrarmi al patibolo col suicidioma questa sgombrò."Qual merito evvi a non lasciarsi ammazzare da un carneficema rendersi invececarnefice di sé? Per salvar l'onore? E non è una fanciullaggine il credere che siavipiù onore nel fare una burla al carneficeche nel non farglielaquando pur sia forzamorire?" Anche se non fossi stato cristianoil suicidioriflettendovimi sarebbesembrato un piacere scioccouna inutilità.

"Se il termine della mia vita è venuto" m'andava iodicendo "non sono io fortunatoche sia in guisa da lasciarmi tempo per raccogliermie purificare la coscienza con desideri e pentimenti degni d'un uomo? Volgarmentegiudicandol'andare al patibolo è la peggiore delle morti: giudicando da savionon èdessa migliore delle tante morti che avvengono per malattiacon grande indebolimentod'intellettoche non lascia più luogo a rialzar l'anima da pensieri bassi?"

La giustezza di tal ragionamento mi penetrò sì forte nellospiritoche l'orror della mortee di quella specie di mortesi dileguava interamente dame. Meditai molto sui sacramenti che doveano invigorirmi al solenne passoe mi paread'essere in grado di riceverli con tali disposizioni da provarne l'efficacia.Quell'altezza d'animo ch'io credea d'averequella pacequell'indulgente affezione versocoloro che m'odiavanoquella gioia di poter sacrificare la mia vita alla volontà di Diole avrei io serbate s'io fossi stato condotto al supplizio? Ahi! che l'uomo è pieno dicontraddizionie quando sembra essere più gagliardo e più santo può cadere fra unistante in debolezza ed in colpa! Se allora io sarei morto degnamenteDio solo il sa. Nonmi stimo abbastanza da affermarlo.

Intanto la verisimile vicinanza della morte fermava su questa ideasiffattamente la mia immaginazioneche il morire pareami non solo possibilemasignificato da infallibile presentimento. Niuna speranza d'evitare questo destinopenetrava più nel mio cuoree ad ogni suono di pedate e di chiaviad ogni aprirsi dellamia portaio mi dicea: "Coraggio! forse vengono a prenderti per udire la sentenza.Ascoltiamola con dignitosa tranquillitàe benediciamo il Signore".

Meditai ciò ch'io dovea scrivere per l'ultima volta alla miafamigliae partitamente al padrealla madrea ciascun dei fratellie a ciascuna dellesorelle; e volgendo in mente quelle espressioni d'affetti sì profondi e sì sacriiom'inteneriva con molta dolcezzae piangevae quel pianto non infiacchiva la miarassegnata volontà.

Come non sarebbe ritornata l'insonnia? Ma quanto era diversa dallaprima! Non udiva né gemiti né risa nella stanza; non vaneggiava né di spiriti néd'uomini nascosti. La notte m'era più deliziosa del giornoperché io mi concentrava dipiù nella preghiera. Verso le quattr'ore io solea mettermi a lettoe dormivaplacidamente circa due ore. Svegliatomistava in letto tardi per riposare. M'alzava versole undici.

Una notteio m'era coricato alquanto prima del solito ed aveadormito appena un quarto d'oraquandoridestom'apparve un'immensa luce nella parete infaccia a me. Temetti d'esser ricaduto ne' passati delirii; ma ciò ch'io vedeva non eraun'illusione. Quella luce veniva dal finestruolo a tramontanasotto il quale io giaceva.

Balzo a terraprendo il tavolinolo metto sul lettovisovrappongo una sediaascendo; - e veggo uno de' più belli e terribili spettacoli difuococh'io potessi immaginarmi.

Era un grande incendioa un tiro di schioppo dalle nostre carceri.Prese alla casa ov'erano i forni pubblicie la consumò.

La notte era oscurissimae tanto più spiccavano que' vasti globidi fiamme e di fumoagitati com'erano da furioso vento. Volavano scintille da tutte lepartie sembrava che il cielo le piovesse. La vicina laguna rifletteva l'incendio. Unamoltitudine di gondole andava e veniva. Io m'immaginava lo spavento ed il pericolo diquelli che abitavano nella casa incendiata e nelle vicinee li compiangeva. Udiva lontanevoci d'uomini e donne che si chiamavano: Tognina! Momolo! Beppo! Zanze!. Anche il nome diZanze mi sonò all'orecchio! Ve ne sono migliaia a Venezia; eppure io temeva che potesseessere quell'unala cui memoria m'era sì soave! "Fosse mai là quella sciagurata? ecircondata forse dalle fiamme? Oh potessi scagliarmi a liberarla!"

Palpitandoraccapricciandoammirandostetti sino all'aurora aquella finestra; poi discesi oppresso da tristezza mortalefigurandomi molto più dannoche non era avvenuto. Tremerello mi disse non essere arsi se non i forni e gli annessimagazzinicon grande quantità di sacchi di farina.

 

CAPO XLIX

La mia fantasia era ancora vivamente colpita dall'aver vedutoquell'incendioallorchépoche notti appresso - io non era ancora andato a lettoestava al tavolino studiandoe tutto intirizzito dal freddo -ecco voci poco lontane:erano quelle del custodedi sua mogliede' loro figlide' secondini: "Il fogo! ilfogo. Oh Beata Vergine! oh noi perdui!".

Il freddo mi cessò in un istante: balzai tutto sudato in piedieguardai intorno se già si vedevano fiamme. Non se ne vedevano.

L'incendio per altro era nel palazzo stessoin alcune stanzeufficio vicine alle carceri.

Uno de' secondini gridava: "Masior paroncossa faremo de stisiori ingabbiaise el fogo s'avanza?".

Il custode rispondeva: "Mi no gh'ho cor de lassarliabbrustolar. Eppur no se po averzeri le presonsenza el permesso de la Commission. Anemodigocorrè dunque a dimandar sto permesso".

"Vado de bottosiorma la risposta no sarà miga in temposala"

E dov'era quella eroica rassegnazione ch'io teneami così sicuro dipossederepensando alla morte? Perché l'idea di bruciar vivo mi mettea la febbre?Quasiché ci fosse maggior piacere a lasciarsi stringer la gola che a bruciare! Pensai aciòe mi vergognai della mia paura; stava per gridare al custode che per caritàm'aprissema mi frenai. Nondimeno io avea paura.

"Ecco" diss'io "qual sarà il mio coraggiosescampato dal fuoco verrò condotto a morte! Mi frenerònasconderò altrui la mia viltàma tremerò. Se non che... non è egli pure coraggio l'operare come se non si sentisserotremitie sentirli? Non è egli generosità lo sforzarsi di dar volentieri ciò cherincresce di dare? Non è egli obbedienza l'obbedire ripugnando?"

Il trambusto nella casa del custode era sì forteche indicava unpericolo sempre crescente. Ed il secondino ito a chiedere la permissione di trarci di que'luoghinon ritornava! Finalmente sembrommi d'intendere la sua voce. Ascoltaie nondistinsi le sue parole. Aspettospero; indarno! nessuno viene. Possibile che non siasiconceduto di traslocarci in salvo dal fuoco? E se non ci fosse più modo di scampare? E seil custode e la sua famiglia stentassero a mettere in salvo se medesimie nessuno piùpensasse ai poveri ingabbiai?

"Tant'è" ripigliava io "questa non è filosofiaquesta non è religione! Non farei io meglio d'apparecchiarmi a veder le fiamme entrarenella mia stanza e divorarmi?"

Intanto i romori scemavano. A poco a poco non udii più nulla."È questo prova esser cessato l'incendio? Ovvero tutti quelli che poteronosarann'essi fuggitie non rimangono più qui se non le vittime abbandonate a sì crudelfine?"

La continuazione del silenzio mi calmò: conobbi che il fuoco dovevaessere spento.

Andai a lettoe mi rimproverai come viltà l'affanno sofferto; edor che non si trattava più di bruciarem'increbbe di non esser bruciatopiuttosto cheavere fra pochi giorni ad essere ucciso dagli uomini.

La mattina seguente intesi da Tremerello qual fosse statol'incendioe risi della paura ch'ei mi disse aver avuta; quasi che la mia non fosse stataeguale o maggiore della sua.

 

CAPO L

Addì 11 gennaio (1822)verso le 9 del mattinoTremerello coglieun'occasione per venire da mee tutto agitato mi dice:

"Sa ella che nell'isola di San Michele di Muranoqui pocolontano da Veneziav'è una prigione dove sono forse più di cento carbonari?"

"Me l'avete già detto altre volte. Ebbene... che voletedire?... Suparlate. Havvene forse di condannati?"

"Appunto."

"Quali?"

"Non so."

"Vi sarebbe mai il mio infelice Maroncelli?"

"Ah signore! non sonon so chi vi sia."

Ed andossene turbatoe guardandomi con atti di compassione.

Poco appresso viene il custodeaccompagnato da' secondini e da unuomo ch'io non avea mai veduto. Il custode parea confuso. L'uomo nuovo prese la parola:

"Signorela Commissione ha ordinato ch'ella venga conme."

"Andiamo;" dissi "e voi dunque chi siete?"

"Sono il custode delle carceri di San Micheledov'elladev'essere tradotta."

Il custode de' Piombi consegnò a questo i denari mieich'egli aveanelle mani. Dimandai ed ottenni la permissione di far qualche regalo a' secondini. Misi inordine la mia robapresi la Bibbia sotto il braccioe partii. Scendendo quelle infinitescaleTremerello mi strinse furtivamente la mano; parea voler dirmi: "Sciagurato! tusei perduto".

Uscimmo da una porta che mettea sulla laguna; e quivi era unagondola con due secondini del nuovo custode

Entrai in gondolaed opposti sentimenti mi commoveano: - un certorincrescimento d'abbandonare il soggiorno dei Piombiove molto avea patitoma ove pureio m'era affezionato ad alcunoed alcuno erasi affezionato a me- il piacere ditrovarmidopo tanti mesi di reclusioneall'aria apertadi vedere il cielo e la città ele acquesenza l'infausta quadratura delle inferriate- il ricordarmi la lieta gondolache in tempo tanto migliore mi portava per quella laguna medesimae le gondole del lagodi Como e quelle del lago Maggioree le barchette del Poe quelle del Rodano e dellaSonna!... Oh ridenti anni svaniti! E chi era statoal mondofelice al pari di me?

Nato da' più amorevoli parentiin quella condizione che non èpovertàe che avvicinandoti quasi egualmente al povero ed al ricco t'agevola il veroconoscimento de' due stati - condizione ch'io reputo la più vantaggiosa per coltivare gliaffetti -; iodopo un'infanzia consolata da dolcissime cure domesticheera passato aLione presso un vecchio cugino maternoricchissimo e degnissimo delle sue ricchezzeovetutto ciò che può esservi d'incanto per un cuore bisognoso d'eleganza e d'amore aveadeliziato il primo fervore della mia gioventù: di lì tornato in Italiae domiciliatoco' genitori a Milanoavea proseguito a studiare ed amare la società ed i librinontrovando che amici egregie lusinghevole plauso. Monti e Foscolosebbene avversarli fralorom'erano benevoli egualmente. M'affezionai più a quest'ultimo; e siffatto iracondouomoche colle sue asprezze provocava tanti a disamarloera per me tutto dolcezza ecordialitàed io lo riveriva teneramente. Gli altri letterati d'onore m'amavanoanch'essicom'io li riamava. Niuna invidianiuna calunnia m'assalì maiod almeno eranodi gente sì screditata che non potea nuocere. Alla caduta del regno d'Italiamio padreavea riportato il suo domicilio a Torinocol resto della famigliaed ioprocrastinandodi raggiungere sì care personeavea finito per rimanermi a Milanoove tanta felicitàmi circondavada non sapermi indurre ad abbandonarla.

Fra altri ottimi amicitrein Milanopredominavano sul mio cuoreD. Pietro BorsieriMonsign. Lodovico di Bremeed il conte Luigi Porro Lambertenghi. Vis'aggiunse in appresso il conte Federigo Confalonieri. Fattomi educatore di due bambini diPorroio era a quelli come un padreed al loro padre come un fratello. In quella casaaffluiva tutto ciò non solo che avea di più colto la cittàma copia di ragguardevoliviaggiatori. Ivi conobbi la StäelSchlegelDavisByronHobhouseBroughame moltialtri illustri di varie parti d'Europa. Oh quanto rallegrae quanto stimola adingentilirsila conoscenza degli uomini di merito! Sìio era felice! io non avreimutata la mia sorte con quella d'un principe! - E da sorte sì gioconda balzare trasgherripassare di carcere in carceree finire per essere strozzatoo perire nei ceppi!

 

CAPO Ll

Volgendo tai pensierigiunsi a San Michelee fui chiuso in unastanza che avea la vista d'un cortiledella laguna e della belle isola di Murano. Chiesidi Maroncelli al custodealla moglie suaa quattro secondini. Ma mi faceano visite brevie piene di diffidenzae non voleano dirmi niente

Nondimenodove son cinque o sei persone egli è difficile che nonse ne trovi una vogliosa di compatire e di parlare. Io trovai tal personae seppi quantosegue:

Maroncellidopo essere stato lungamente soloera stato messo colconte Camillo Laderchi: quest'ultimo era uscito di carcereda pochi giornicomeinnocenteed il primo tornava ad esser solo. De' nostri compagni erano anche usciticomeinnocentiil professor Gian-Domenico Romagnosied il conte Giovanni Arrivabene. Ilcapitano Rezia ed il signor Canova erano insieme. Il professor Ressi giacea moribondoinun carcere vicino a quello di questi due.

"Di quelli che non sono usciti" diss'io "le condanneson dunque venute. E che s'aspetta a palesarcele? Forse che il povero Ressi muoiao siain grado d'udire la sentenzanon è vero?"

"Credo di sì."

Tutti i giorni io dimandava dell'infelice.

"Ha perduto la parola; - l'ha riacquistatama vaneggia e noncapisce; - dà pochi segni di vita; - sputa sovente sanguee vaneggia ancora; - stapeggio; - sta meglio; - è in agonia."

Tali risposte mi si diedero per più settimane. Finalmente unamattina mi si disse: "È morto!".

Versai una lagrima per luie mi consolai pensando ch'egli avevaignorata la sua condanna!

Il dì seguente21 febbraio (1822)il custode viene a prendermi:erano le dieci antimeridiane. Mi conduce nella sale della Commissionee si ritira.Stavano sedutie si alzaronoil presidentel'inquisitore e i due giudici assistenti.

Il presidentecon atto di nobile commiserazionemi disse che lasentenza era venutae che il giudizio era stato terribilema già l'Imperatore l'avevamitigato.

L'inquisitore mi lesse la sentenza: "Condannato a morte".Poi lesse il rescritto imperiale: "La pena è commutata in quindici anni di carcereduroda scontarsi nella fortezza di Spielberg".

Risposi: "Sia fatta là volontà di Dio!".

E mia intenzione era veramente di ricevere da cristiano questoorrendo colpoe non mostrare né nutrire risentimento contro chicchessia.

Il presidente lodò la mia tranquillitàe mi consigliò a serbarlasempredicendomi che da questa tranquillità potea dipendere l'essere forsefra due otre annicreduto meritevole di maggior grazia. (Invece di due o trefurono poi molti dipiù.)

Anche gli altri giudici mi volsero parole di gentilezza e disperanza. Ma uno di loro che nel processo m'era ognora sembrato molto ostilemi dissealcun che di cortese che pur pareami pungente; e quella cortesia giudicai che fossesmentita dagli sguardine' quali avrei giurato essere un riso di gioia e d'insulto.

Or non giurerei più che fosse così: posso benissimo essermiingannato. Ma il sangue allora mi si rimescolòe stentai a non prorompere in furore.Dissimulaie mentre ancora mi lodavano della mia cristiana pazienzaio già l'aveva insegreto perduta.

"Dimani" disse l'inquisitore "ci rincresce di doverleannunciare la sentenza in pubblico; ma è formalità impreteribile."

"Sia pure" dissi.

"Da quest'istante le concediamo" soggiunse "lacompagnia del suo amico."

E chiamato il custodemi consegnarono di nuovo a luidicendogliche fossi messo con Maroncelli.

 

CAPO LIl

Qual dolce istante fu per l'amico e per me il rivedercidopo unanno e tre mesi di separazione e di tanti dolori! Le gioie dell'amicizia ci fecero quasidimenticare per alcuni istanti la condanna.

Mi strappai nondimeno tosto dalle sue bracciaper prendere la pennae scrivere a mio padre. Io bramava ardentemente che l'annuncio della mia triste sortegiungesse alla famiglia da mepiuttosto che da altriaffinché lo strazio di quegliamati cuori venisse temperato dal mio linguaggio di pace e di religione. I giudici mipromisero di spedir subito quella lettera.

Dopo ciò Maroncelli mi parlò del suo processoed io del miociconfidammo parecchie carcerarie peripezieandammo alla finestrasalutammo tre altriamici ch'erano alle finestre loro: due erano Canova e Reziache trovavansi insiemeilprimo condannato a sei anni di carcere duro ed il secondo a tre; il terzo era il dottorCesare Armariche ne' mesi precedenti era stato mio vicino ne' Piombi. Questi non avevaavuto alcuna condannaed uscì poi dichiarato innocente.

Il favellare cogli uni e cogli altri fu piacevole distrazione pertutto il dì e tutta la sera. Ma andati a lettospento il lumee fatto silenzionon mifu possibile dormirela testa ardevamied il cuore sanguinavapensando a casa mia. -Reggerebbero i miei vecchi genitori a tanta sventura? Basterebbero gli altri lor figli aconsolarli? Tutti erano amati quanto ioe valeano più di me; ma un padre ed una madretrovano essi maine' figli che lor restanoun compenso per quello che pèrdono?

Avessi solo pensato a' congiunti ed a qualche altra diletta persona!La lor ricordanza mi affliggeva e m'inteneriva. Ma pensai anche al creduto riso di gioia ed'insulto di quel giudiceal processoal perché delle condannealle passionipolitichealla sorte di tanti miei amici... e non seppi più giudicare con indulgenzaalcuno dei miei avversarii. Iddio mi metteva in una gran prova! Mio debito sarebbe statodi sostenerla con virtù. Non potei! non volli! La voluttà dell'odio mi piacque più delperdono: passai una notte d'inferno.

Il mattinonon pregai. L'universo mi pareva opera d'una potenzanemica del bene. Altre volte era già stato così calunniatore di Dio; ma non avreicreduto di ridivenirloe ridivenirlo in poche ore! Giuliano ne' suoi massimi furori nonpoteva essere più empio di me. Ruminando pensieri di odioprincipalmente quand'uno èpercosso da somma sventurala quale dovrebbe renderlo vieppiù religiosofoss'egli anchestato giustodiventa iniquo. Sifoss'egli anche stato giusto; perocché non si puòodiare senza superbia. E chi sei tuo misero mortaleper pretendere che niuno tuo simileti giudichi severamente? per pretendere che niuno ti possa far male di buona fedecredendo d'operare con giustizia? per lagnartise Dio permette che tu patisca piuttostoin un modo che in un altro?

Io mi sentiva infelice di non poter pregare; ma ove regna superbianon rinviensi altro Dio che sé medesimo.

Avrei voluto raccomandare ad un supremo soccorritore i miei desolatiparentie più in lui non credeva.

 

CAPO LIIl

Alle 9 antimeridianeMaroncelli ed io fummo fatti entrare ingondolae ci condussero in città. Approdammo al palazzo del Dogee salimmo allecarceri. Ci misero nella stanza ove pochi giorni prima era il signor Caporali; ignoro ovequesti fosse stato tradotto. Nove o dieci sbirri sedeano a farci guardiae noipasseggiando aspettavamo l'istante di esser tratti in piazza L'aspettazione fu lunga.Comparve soltanto a mezzodì l'inquisitoread annunciarci che bisognava andare. Il medicosi presentòsuggerendoci di bere un bicchierino d'acqua di menta; accettammoe fummogratinon tanto di questaquanto della profonda compassione che il buon vecchio cidimostrava. Era il dottor Dosmo. S'avanzò quindi il capo-sbirroe ci pose le manette.Seguimmo luiaccompagnati dagli altri sbirri.

Scendemmo la magnifica scala de' gigantici ricordammo del dogeMarin Falieroivi decapitatoentrammo nel gran portone che dal cortile del palazzo mettesulla piazzettae qui giunti voltammo verso la laguna. A mezzo della piazzetta era ilpalco ove dovemmo salire. Dalla scala de' giganti fino a quel palco stavano due file disoldati tedeschi; passammo in mezzo ad esse.

Montati là sopraguardammo intornoe vedemmo in quell'immensopopolo il terrore. Per varie parti in lontananza schieravansi altri armati. Ci fu dettoesservi i cannoni colle micce accese dappertutto.

Ed era quella piazzettaove nel settembre 1820un mese prima delmio arrestoun mendico aveami detto: "Questo è luogo di disgrazia!".

Sovvènnemi di quel mendicoe pensai: "Chi sache in tantemigliaia di spettatori non siavi anch'eglie forse mi ravvisi?".

Il capitano tedesco gridò che ci volgessimo verso il palazzo eguardassimo in alto. Obbedimmoe vedemmo sulla loggia un curiale con una carta in mano.Era la sentenza. La lesse con voce elevata.

Regnò profondo silenzio sino all'espressione: condannati a morte.Allora s'alzò un generale mormorio di compassione. Successe nuovo silenzio per udire ilresto della lettura. Nuovo mormorio s'alzò all'espressione: condannati a carcere duroMaroncelli per vent'annie Pellico per quindici.

Il capitano ci fe' cenno di scendere. Gettammo un'altra volta losguardo intornoe scendemmo. Rientrammo nel cortilerisalimmo lo scalonetornammo nellastanza donde eravamo stati trattici tolsero le manetteindi fummo ricondotti a SanMichele.

 

CAPO LIV

Quelli ch'erano stati condannati avanti noierano già partiti perLubiana e per lo Spielbergaccompagnati da un commissario di polizia. Ora aspettavasi ilritorno del medesimo commissarioperché conducesse noi al destino nostro. Questointervallo durò un mese.

La mia vita era allora di molto favellare ed udir favellareperdistrarmi. Inoltre Maroncelli mi leggeva le sue composizioni letterarieed io gli leggevale mie. Una sera lessi dalla finestra l'Ester d'Engaddi a CanovaRezia ed Armari; e lasera seguente l'Iginia d'Asti.

Ma la notte io fremeva e piangevae dormiva poco o nulla.

Bramavae paventava ad un tempodi sapere come la notizia del mioinfortunio fosse stata ricevuta da' miei parenti.

Finalmente venne una lettera di mio padre. Qual fu il mio dolorevedendo che l'ultima da me direttagli non gli era stata spedita subitocome io avea tantopregato l'inquisitore! L'infelice padrelusingatosi sempre che sarei uscito senzacondannapresa un giorno la "Gazzetta di Milano"vi trovò la mia sentenza!Egli stesso mi narrava questo crudele fattoe mi lasciava immaginare quanto l'anima suane rimanesse straziata.

Oh comeinsieme all'immensa pietà che sentii di luidella madree di tutta la famigliaarsi di sdegnoperché la lettera mia non fosse statasollecitamente spedita! Non vi sarà stata malizia in questo ritardoma io la supposiinfernale; io credetti di scorgervi un raffinamento di barbarieun desiderio che ilflagello avesse tutta la gravezza possibile anche per gl'innocenti miei congiunti. Avreivoluto poter versare un mare di sangueper punire questa sognata inumanità.

Or che giudico pacatamentenon la trovo verisimile. Quel ritardonon nacquesenza dubbioda altro che da noncuranza.

Furibondo qual io erafremetti udendo che i miei compagni siproponeano di far la Pasqua prima di partiree sentii ch'io non dovea farlastante laniuna mia volontà di perdonare. Avessi dato questo scandalo!

 

CAPO LV

Il commissario giunse alfine di Germaniae venne a dirci che fradue giorni partiremmo.

"Ho il piacere" soggiunse "di poter dar loro unaconsolazione. Tornando dallo Spielbergvidi a Vienna S.M. l'Imperatoreil quale mi disseche i giorni di pena di lor signori vuol valutarli non di 24 orema di 12. Con questaespressione intende significare che la pena è dimezzata."

Questo dimezzamento non ci venne poi mai annunziato officialmentema non v'era alcuna probabilità che il commissario mentisse; tanto più che non ci diedegià quella nuova in segretoma conscia la Commissione.

Io non seppi neppur rallegrarmene. Nella mia mente erano poco menoorribili sett'anni e mezzo di ferriche quindici anni. Mi pareva impossibile di viveresì lungamente.

La mia salute era di nuovo assai misera. Pativa dolori di pettogravicon tossee credea lesi i polmoni. Mangiava pocoe quel poco nol digeriva.

La partenza fu nella notte tra il 25 ed il 26 marzo. Ci fu permessod'abbracciare il dottor Cesare Armari nostro amico. Uno sbirro c'incatenò trasversalmentela mano destra ed il piede sinistroaffinché ci fosse impossibile fuggire. Scendemmo ingondolae le guardie remigarono verso Fusina.

Ivi giuntitrovammo allestiti due legni. Montarono Rezia e Canovanell'uno; Maroncelli ed io nell'altro. In uno dei legni era co' due prigioni ilcommissarionell'altro un sottocommissario cogli altri due. Compivano il convoglio sei osette guardie di poliziaarmate di schioppo e sciaboladistribuite parte dentro i legniparte sulla cassetta del vetturino.

Essere costretto da sventura ad abbandonare la patria è sempredolorosoma abbandonarla incatenatocondotto in climi orrendidestinato a languire peranni fra sgherriè cosa sì straziante che non v'ha termini per accennarla!

Prima di varcare le Alpivieppiù mi si facea cara d'ora in ora lamia nazionestante la pietà che dappertutto ci dimostravano quelli che incontravamo. Inogni cittàin ogni villaggioper ogni sparso casolarela notizia della nostra condannaessendo già pubblica da qualche settimanaeravamo aspettati. In parecchi luoghiicommissarii e le guardie stentavano a dissipare la folla che ne circondava. Era mirabileil benevolo sentimento che veniva palesato a nostro riguardo.

In Udine ci accadde una commovente sorpresa. Giunti alla locandailcommissario fece chiudere la porta del cortile e respingere il popolo. Ci assegnò unastanzae disse ai camerieri che ci portassero da cena e l'occorrente per dormire. Ecco unistante appresso entrare tre uominicon materassi sulle spalle. Qual è la nostrameravigliaaccorgendoci che solo uno di loro è al servizio della locandae che glialtri sono due nostri conoscenti! Fingemmo d'aiutarli a por giù i materassie toccammoloro furtivamente la mano. Le lagrime sgorgavano dal cuore ad essi ed a noi. Oh quanto cifu penoso di non poterle versare tra le braccia gli uni degli altri!

I commissarii non s'avvidero di quella pietosa scenama dubitai cheuna delle guardie penetrasse il misteronell'atto che il buon Dario mi stringeva la mano.Quella guardia era un veneto. Mirò in volto Dario e meimpallidìsembrò tentennare sedovesse alzar la vocema tacquee pose gli occhi altrovedissimulando. Se non indovinòche quelli erano amici nostripensò almeno che fossero camerieri di nostra conoscenza.

 

CAPO LVl

Il mattino partivamo d'Udineed albeggiava appena: quell'affettuosoDario era già nella stradatutto mantellato; ci salutò ancorae ci seguì lungo tempo.Vedemmo anche una carrozza venirci dietro per due o tre miglia. In essa qualcheduno faceasventolare un fazzoletto. Alfine retrocesse. Chi sarà stato? Lo supponemmo.

Oh Iddio benedica tutte le anime generose che non s'adontano d'amaregli sventurati! Ahtanto più le apprezzodacchénegli anni della mia calamitàneconobbi pur di codardeche mi rinnegarono e credettero vantaggiarsi ripetendo improperiicontro di me. Ma quest'ultime furono pocheed il numero delle prime non fu scarso.

M'ingannavastimando che quella compassione che trovavamo in Italiadovesse cessare laddove fossimo in terra straniera. Ah il buono è sempre compatriotadegl'infelici! Quando fummo in paesi illirici e tedeschi avveniva lo stesso che ne'nostri. Questo gemito era universale: arme Herren! (poveri signori!).

Talvoltaentrando in qualche paesele nostre carrozze eranoobbligate a fermarsiavanti di decidere ove s'andasse ad alloggiare. Allora lapopolazione si serrava intorno a noied udivamo parole di compianto che veramenteprorompevano dal cuore. La bontà di quella gente mi commoveva più ancora di quella de'miei connazionali. Oh come io era riconoscente a tutti! Oh quanto è soave la pietà de'nostri simili! Quanto è soave l'amarli!

La consolazione ch'io indi traeadiminuiva persino i miei sdegnicontro coloro ch'io nomava miei nemici.

"Chi sa" pensavo io "se vedessi da vicino i lorovoltie se essi vedessero mee se potessi leggere nelle anime loroed essi nella miachi sa ch'io non fossi costretto a confessare non esservi alcuna scelleratezza in loro; edessinon esservene alcuna in me! Chi sa che non fossimo costretti a compatirci a vicendae ad amarci!"

Pur troppo sovente gli uomini s'abborronoperché reciprocamentenon si conoscono; e se scambiassero insieme qualche parolauno darebbe fiducialmente ilbraccio all'altro.

Ci fermammo un giorno a Lubianaove Canova e Rezia furono divisi danoi e condotti nel castello; è facile immaginarsi quanto questa separazione fossedolorosa per tutti quattro.

La sera del nostro arrivo a Lubiana ed il giorno seguentevenne afarci cortese compagnia un signore che ci disserose io bene intesiessere un segretariomunicipale. Era molto umanoe parlava affettuosamente e dignitosamente di religione.Dubitai che fosse un prete: i preti in Germania sogliono vestire affatto come secolari.Era di quelle facce sincere che ispirano stima: m'increbbe di non poter fare più lungaconoscenza con luie m'incresce d'avere avuto la storditezza di dimenticare il suo nome.

Quanto dolce mi sarebbe anche di sapere il tuo nomeo giovinettache in un villaggio della Stiria ci seguisti in mezzo alla turba; e poiquando la nostracarrozza dovette fermarsi alcuni minutici salutasti con ambe le maniindi partisti colfazzoletto agli occhiappoggiata al braccio d'un garzone mestoche alle chiomebiondissime parea tedescoma che forse era stato in Italiaed avea preso amore allanostra infelice nazione!

Quanto dolce mi sarebbe di sapere il nome di ciascuno di voiovenerandi padri e madri di famigliache in diversi luoghi vi accostaste a noi perdimandarci se avevamo genitoried intendendo che sìimpallidivateesclamando:"Ohrestituiscavi presto Iddio a que' miseri vecchi!".

 

CAPO LVIl

Arrivammo al luogo della nostra destinazione il 10 di aprile.

La città di Brünn è capitale della Moraviaed ivi risiede ilgovernatore delle due provincie di Moravia e Slesia. È situata in una valle ridenteedha un certo aspetto di ricchezza. Molte manifatture di panni prosperavano ivi alloralequali poscia decaddero; la popolazione era di circa 30 mila anime.

Accosto alle sue muraa ponentes'alza un monticelloe sovr'essosiede l'infausta rocca di Spielbergaltre volte reggia de' signori di Moraviaoggi ilpiù severo ergastolo della monarchia austriaca. Era cittadella assai fortema i Francesila bombardarono e presero a' tempi della famosa battaglia d'Austerlitz (il villaggiod'Austerlitz è a poca distanza). Non fu più ristaurata da poter servire di fortezzamasi rifece una parte della cintach'era diroccata. Circa trecento condannatiper lo piùladri ed assassinisono ivi custoditiquali a carcere duroquali a durissimo.

Il carcere duro significa essere obbligati al lavoroportare lacatena ai piedidormire su nudi tavolaccie mangiare il più povero cibo immaginabile.Il durissimo significa essere incatenati più orribilmentecon una cerchia di ferrointorno a' fianchie la catena infitta nel muro in guisa che appena si possa camminarerasente il tavolaccio che serve di letto: il cibo è lo stessoquantunque la legge dica:pane ed acqua.

Noiprigionieri di Statoeravamo condannati al carcere duro.

Salendo per l'erta di quel monticellovolgevamo gli occhi indietroper dire addio al mondoincerti se il baratro che vivi c'ingoiava si sarebbe più schiusoper noi. Io era pacato esteriormentema dentro di me ruggiva. Indarno volea ricorrerealla filosofia per acquetarmi; la filosofia non avea ragioni sufficienti per me.

Partito di Venezia in cattiva saluteil viaggio m'avea stancatomiseramente. La testa e tutto il corpo mi dolevano: ardea dalla febbre. Il male fisicocontribuiva a tenermi iracondoe probabilmente l'ira aggravava il male fisico.

Fummo consegnati al soprintendente dello Spielberged i nostri nomivennero da questo inscritti fra i nomi de' ladroni. Il commissario imperiale ripartendo ciabbracciòed era intenerito;

"Raccomando a lor signori particolarmente la docilità:"diss'egli "la minima infrazione alla disciplina può venir punita dal signorsoprintendente con pene severe."

Fatta la consegnaMaroncelli ed io fummo condotti in un corridoiosotterraneodove ci s'apersero due tenebrose stanze non contigue. Ciascuno di noi fuchiuso nel suo covile.

 

CAPO LVIIl

Acerbissima cosadopo aver già detto addio a tanti oggettiquandonon si è più che in due amiciegualmente sventuratiah sì! acerbissima cosa ildividersi! Maroncelli nel lasciarmi vedeami infermoe compiangeva in me un uomo ch'eiprobabilmente non vedrebbe mai più: io compiangea in lui un fiore splendido di saluterapito forse per sempre alla luce vitale del sole. E quel fiore infatti oh come appassì!Rivide un giorno la lucema oh in quale stato!

Allorché mi trovai solo in quell'orrido antroe intesi serrarsi icatenaccie distinsial barlume che discendeva da alto finestruoloil nudo panconedatomi per lettoed una enorme catena al murom'assisi fremente su quel lettoepresaquella catenane misurai la lunghezzapensando fosse destinata per me.

Mezz'ora dappoiecco stridere le chiavi; la porta s'apre: ilcapocarceriere mi portava una brocca d'acqua.

"Questo è per bere;" disse con voce burbera "edomattina porterò la pagnotta."

"Graziebuon uomo."

"Non sono buono" riprese.

"Peggio per voi" gli dissi sdegnato. "E questacatena" soggiunsi "è forse per me?"

"Sìsignorese mai ella non fosse quietase infuriassesedicesse insolenze. Ma se sarà ragionevolenon le porremo altro che una catena a' piedi.Il fabbro la sta apparecchiando."

Ei passeggiava lentamente su e giùagitando quel villano mazzo digrosse chiavied io con occhio irato mirava la sua gigantescamagravecchia persona; ead onta de' lineamenti non volgari del suo voltotutto in lui mi sembrava l'espressioneodiosissima d'un brutale rigore!

Oh come gli uomini sono ingiustigiudicando dall'apparenza esecondo le loro superbe prevenzioni! Colui ch'io m'immaginava agitasse allegramente lechiavi per farmi sentire la sua trista podestàcolui ch'io riputava impudente per lungaconsuetudine d'incrudelirevolgea pensieri di compassionee certamente non parlava aquel modocon accento burberose non per nascondere questo sentimento Avrebbe volutonasconderloa fine di non parer debole e per timore ch'io ne fossi indegno; ma nellostesso temposupponendo che forse io era più infelice che iniquoavrebbe desiderato dipalesarmelo.

Noiato della sua presenzae più della sua aria da padronestimaiopportuno d'umiliarlodicendogli imperiosamentequasi a servitore:

"Datemi da bere."

Ei mi guardòe parea significare: "Arrogante! qui bisognadivezzarsi dal comandare".

Ma tacquechinò la sua lunga schienaprese in terra la broccaeme la porse. M'avvidipigliandolach'ei tremavae attribuendo quel tremito alla suavecchiezzaun misto di pietà e di reverenza temperò il mio orgoglio.

"Quanti anni avete?" gli dissi con voce amorevole.

"Settantaquattrosignore: ho già veduto molte sventure e mieed altrui."

Questo cenno sulle sventure sue ed altrui fu accompagnato da nuovotremito nell'atto ch'ei ripigliava la brocca; e dubitai fosse effettonon della solaetàma d'un certo nobile perturbamento. Siffatto dubbio cancellò dall'anima mia l'odioche il suo primo aspetto m'aveva impresso.

"Come vi chiamate?" gli dissi.

"La fortunasignoresi burlò di medandomi il nome d'ungrand'uomo. Mi chiamo Schiller."

Indi in poche parole mi narrò qual fosse il suo paesequalel'originequali le guerre vedute e le ferite riportate.

Era svizzerodi famiglia contadina: avea militato contro a' Turchisotto il general Laudon a' tempi di Maria Teresa e di Giuseppe IIindi in tutte le guerredell'Austria contro alla Franciasino alla caduta di Napoleone.

 

CAPO LIX

Quando d'un uomo che giudicammo dapprima cattivoconcepiamomigliore opinioneallorabadando al suo visoalla sua vocea' suoi modici pare discoprire evidenti segni d'onestà. È questa scoperta una realtà? Io la sospettoillusione. Questo stesso visoquella stessa vocequegli stessi modi ci pareanopoc'anzievidenti segni di bricconeria. S'è mutato il nostro giudizio sulle qualitàmoralie tosto mutano le conclusioni della nostra scienza fisionomica. Quante facceveneriamo perché sappiamo che appartennero a valentuominile quali non ci sembrerebberopunto atte ad ispirare venerazione se fossero appartenute ad altri mortali! E cosìviceversa. Ho riso una volta d'una signora che vedendo un'immagine di Catilinaeconfondendolo con Collatinosognava di scorgervi il sublime dolore di Collatino per lamorte di Lucrezia. Eppure siffatte illusioni sono comuni.

Non già che non vi sieno facce di buoni le quali portano benissimoimpresso il carattere di bontàe non vi sieno facce di ribaldi che portano benissimoimpresso quello di ribalderia; ma sostengo che molte havvene di dubbia espressione.

Insommaentratomi alquanto in grazia il vecchio Schillerloguardai più attentamente di primae non mi dispiacque più. A dir veronel suofavellarein mezzo a certa rozzezzaeranvi anche tratti d'anima gentile.

"Caporale qual sono" diceva egli "m'è toccato perluogo di riposo il tristo ufficio di carceriere: e Dio sase non mi costa assai piùrincrescimento che il rischiare la vita in battaglia!"

Mi pentii di avergli dimandato con alterigia da bere.

"Mio caro Schiller" gli dissistringendogli la mano"voi lo negate indarnoio conosco che siete buonoe poiché sono caduto inquest'avversitàringrazio il Cielo di avermi dato voi per guardiano."

Egli ascoltò le mie parolescosse il capoindi risposefregandosi la frontecome uomo che ha un pensiero molesto:

"Io sono cattivoo signore; mi fecero prestare un giuramentoa cui non mancherò mai. Sono obbligato a trattare tutti i prigionieri senza riguardo allaloro condizionesenza indulgenzasenza concessione d'abusie tanto più i prigionieridi Stato. L'Imperatore sa quello che fa; io debbo obbedirgli."

"Voi siete un brav'uomoed io rispetterò ciò che riputatedebito di coscienza. Chi opera per sincera coscienza può errarema è puro innanzi aDio."

"Povero signore! abbia pazienzae mi compatisca. Sarò ferreone' miei doverima il cuore... il cuore è pieno di rammarico di non poter sollevaregl'infelici. Questa è la cosa ch'io volea dirle."

Ambi eravamo commossi. Mi supplicò d'essere quietodi non andarein furorecome fanno spesso i condannatidi non costringerlo a trattarmi duramente.

Prese poscia un accento ruvidoquasi per celarmi una parte dellasua pietàe disse:

"Or bisogna ch'io me ne vada."

Poi tornò indietrochiedendomi da quanto tempo io tossissi cosìmiseramente com'io facevae scagliò una grossa maledizione contro il medicoperché nonveniva in quella sera stessa a visitarmi.

"Ella ha una febbre da cavallo" soggiunse "io me neintendo. Avrebbe d'uopo almeno d'un pagliericcioma finché il medico non l'ha ordinatonon possiamo darglielo."

Uscìrichiuse la portaed io mi sdraiai sulle dure tavolefebbricitante sìe con forte dolore di pettoma meno frementemeno nemico degliuominimeno lontano da Dio.

 

CAPO LX

A sera venne il soprintendenteaccompagnato da Schillerda unaltro caporale e da due soldatiper fare una perquisizione.

Tre perquisizioni quotidiane erano prescritte: una a mattinauna aserauna a mezzanotte. Visitavano ogni angolo della prigioneogni minuzia; indigl'inferiori uscivanoed il soprintendente (che mattina e sera non mancava mai) sifermava a conversare alquanto con me.

La prima volta che vidi quel drappellouno strano pensiero mivenne. Ignaro ancora di quei molesti usie delirante dalla febbreimmaginai che mimovessero contro per trucidarmie afferrai la lunga catena che mi stava vicino perrompere la faccia al primo che mi s'appressasse.

"Che fa ella?" disse il soprintendente. "Non veniamoper farle alcun male. Questa è una visita di formalità a tutte le carceria fine diassicurarci che nulla siavi d'irregolare."

Io esitava; ma quando vidi Schiller avanzarsi verso me e tendermiamicamente la manoil suo aspetto paterno mi ispirò fiducia: lasciai andare la catenaepresi quella mano fra le mie.

"Oh come arde!" diss'egli al soprintendente. "Sipotesse almeno dargli un pagliericcio!"

Pronunciò queste parole con espressione di sì veroaffettuosocordoglioche ne fui intenerito.

Il soprintendente mi tastò il polsomi compianse: era uomo digentili manierema non osava prendersi alcun arbitrio.

"Qui tutto è rigore anche per me" diss'egli. "Se noneseguisco alla lettera ciò ch'è prescrittorischio d'essere sbalzato dal mioimpiego."

Schiller allungava le labbraed avrei scommesso ch'ei pensava trasé: "S'io fossi soprintendente non porterei la paura fino a quel grado; né ilprendersi un arbitrio così giustificato dal bisognoe così innocuo alla monarchiapotrebbe mai riputarsi gran fallo."

Quando fui soloil mio cuoreda qualche tempo incapace di profondosentimento religiosos'intenerì e pregò. Era una preghiera di benedizioni sul capo diSchiller; ed io soggiungeva a Dio: "Fa ch'io discerna pure negli altri qualche doteche loro m'affezioni; io accetto tutti i tormenti del carcerema dehch'io ami! dehliberami dal tormento d'odiare i miei simili!".

A mezzanotte udii molti passi nel corridoio. Le chiavi stridonolaporta s'apre. È il caporale con due guardieper la visita.

"Dov'è il mio vecchio Schiller?" diss'io con desiderio.

Ei s'era fermato nel corridoio.

"Son quason qua" rispose.

E venuto presso al tavolacciotornò a tastarmi il polsochinandosi inquieto a guardarmicome un padre sul letto del figliuolo infermo.

"Ed or che me ne ricordodimani è giovedì!" borbottavaegli "purtroppo giovedì!"

"E che volete dire con ciò?"

"Che il medico non suol venire se non le mattina del lunedìdel mercoledì e del venerdìe che dimani purtroppo non verrà."

"Non v'inquietate per ciò."

"Ch'io non m'inquietich'io non m'inquieti! In tutta la cittànon si parla d'altro che dell'arrivo di lor signori: il medico non può ignorarlo. Perchédiavolo non ha fatto lo sforzo straordinario di venire una volta di più?"

"Chi sa che non venga dimanisebben sia giovedì?"

Il vecchio non disse altroMa mi serrò la mano con forza bestialee quasi da storpiarmi. Benché mi facesse malene ebbi piacere. Simile al piacere cheprova un innamorato se avviene che la sua dilettaballandogli pesti un piede:griderebbe quasi dal dolorema invece le sorridee s'estima beato.

 

CAPO LXl

La mattina del giovedìdopo una pessima notteindebolitorottele ossa dalle tavolefui preso da abbondante sudore. Venne la visita. Il soprintendentenon v'era: siccome quell'ora gli era incomodaei veniva poi alquanto più tardi.

Dissi a Schiller: "Sentite come sono inzuppato di sudore; magià mi si raffredda sulle carni; avrei bisogno subito di mutar camicia".

"Non si può!" gridò con voce brutale.

Ma fecemi secretamente cenno cogli occhi e colla mano. Usciti ilcaporale e le guardieei tornò a farmi un cenno nell'atto che chiudeva la porta.

Poco appresso ricomparveportandomi una delle sue camicielungadue volte la mia persona.

"Per lei" diss'egli "è un po' lungama or qui nonne ho altre."

"Vi ringrazioamicoma siccome ho portato allo Spielberg unbaule pieno di biancheriaspero che non mi si ricuserà l'uso delle mie camicie: abbiatela gentilezza d'andare dal soprintendente a chiedere una di quelle."

"Signorenon è permesso di lasciarle nulla della suabiancheria. Ogni sabbato le si darà una camicia della casacome agli altricondannati."

"Onesto vecchio" dissi "voi vedete in che statosono; è poco verisimile ch'io esca vivo di qui: non potrò mai ricompensarvi dinulla."

"Vergognasignore!" sclamò "vergogna! Parlare diricompensa a chi non può render servigi! a chi appena può imprestare furtivamente ad uninfermo di che asciugarsi il corpo grondante di sudore!"

E gettatami sgarbatamente addosso la sua lunga camiciase n'andòbrontolandoe chiuse la porta con uno strepito da arrabbiato.

Circa due ore più tardi mi portò un tozzo di pan nero.

"Questa" disse "è la porzione per due giorni."

Poi si mise a camminare fremendo.

"Che avete?" gli dissi. "Siete in collera con me? Hopure accettata la camicia che mi favoriste."

"Sono in collera col medicoil qualebenché oggi siagiovedìpotrebbe pur degnarsi di venire!"

"Pazienza!" dissi.

Io diceva "pazienza!"ma non trovava modo di giacer cosìsulle tavolesenza neppure un guanciale: tutte le mie ossa doloravano.

Alle ore undici mi fu portato il pranzo da un condannatoaccompagnato da Schiller. Componevano il pranzo due pentolini di ferrol'uno contenenteuna pessima minestral'altro legumi conditi con salsa taleche il solo odore mettevaschifo.

Provai d'ingoiare qualche cucchiaio di minestra: non mi fupossibile.

Schiller mi ripeteva: "Si faccia animo; procuri d'avvezzarsi aquesti cibi; altrimenti le accadràcome è già accaduto ad altridi non mangiucchiarese non un po' di panee di morir quindi di languore".

Il venerdì mattina venne finalmente il dottor Bayer. Mi trovòfebbrem'ordinò un pagliericcioed insisté perch'io fossi tratto di quel sotterraneo etrasportato al piano superiore. Non si potevanon v'era luogo. Ma fattone relazione alconte Mitrowskygovernatore delle due provincieMoravia e Slesiaresidente in Brünnquesti rispose chestante la gravezza del mio malel'intento del medico fosse eseguito.

Nella stanza che mi diedero penetrava alquanto di luce; edarrampicandomi alle sbarre dell'angusto finestruolo io vedeva la sottoposta valleunpezzo della città di Brünnun sobborgo con molti orticelliil cimiteroil laghettodella Certosaed i selvosi colli che ci divideano da' famosi campi d'Austerlitz.

Quella vista m'incantava. Oh quanto sarei stato lietose avessipotuto dividerla con Maroncelli!

 

CAPO LXIl

Ci si facevano intanto i vestiti da prigioniero. Di lì a cinquegiornimi portarono il mio.

Consisteva in un paio di pantaloni di ruvido pannoa destra colorgrigioe a sinistra color cappuccino; un giustacuore di due colori egualmente collocatied un giubbettino di simili due colorima collocati oppostamentecioè il cappuccino adestra ed il grigio a sinistra. Le calze erano di grossa lana; la camicia di tela distoppa piena di pungenti stecchi- un vero cilicio: al collo una pezzuola di tela pari aquella della camicia. Gli stivaletti erano di cuoio non tintoallacciati. Il cappello erabianco.

Compivano questa divisa i ferri a' piedicioè una catena da unagamba all'altrai ceppi della quale furono fermati con chiodi che si ribadirono sopraun'incudine. Il fabbro che mi fece questa operazione disse ad una guardiacredendo che ionon capissi il tedesco:

"Malato com'egli èsi poteva risparmiargli questo giuoco; nonpassano due mesiche l'angelo della morte viene a liberarlo."

"Möchte es sein! (fosse pure!)" gli diss'iobattendoglicolla mano sulla spalla.

Il pover'uomo strabalzò e si confuse; poi disse:

"Spero che non sarò profetae desidero ch'ella sia liberatada tutt'altro angelo."

"Piuttosto che vivere cosìnon vi pare" gli risposi"che sia benvenuto anche quello della morte?"

Fece cenno di sì col capoe se n'andò compassionandomi.

Io avrei veramente volentieri cessato di viverema non era tentatodi suicidio. Confidava che la mia debolezza di polmoni fosse già tanto rovinosa dasbrigarmi presto. Così non piacque a Dio. La fatica del viaggio m'avea fatto assai male:il riposo mi diede qualche giovamento.

Un istante dopoché il fabbro era uscitointesi sonare il martellosull'incudine nel sotterraneo. Schiller era ancora nella mia stanza.

"Udite que' colpi" gli dissi. "Certosi mettono iferri al povero Maroncelli."

E ciò dicendomi si serrò talmente il cuoreche vacillaie seil buon vecchio non m'avesse sostenutoio cadeva. Stetti più di mezz'ora in uno statoche parea svenimentoeppur non era. Non potea parlarei miei polsi battevano appenaunsudor freddo m'inondava da capo a piedie ciò non ostante intendeva tutte le parole diSchillered avea vivissima la ricordanza del passato e la cognizione del presente

Il comando del soprintendente e la vigilanza delle guardie aveantenuto fino allora tutte le vicine carceri in silenzio. Tre o quattro volte io avevainteso intonarsi qualche cantilena italianama tosto era soppressa dalle grida dellesentinelle. Ne avevamo parecchie sul terrapieno sottoposto alle nostre finestreed unanel medesimo nostro corridoiola quale andava continuamente orecchiando alle porte eguardando agli sportelli per proibire i romori.

Un giornoverso sera (ogni volta che ci penso mi si rinnovano ipalpiti che allora mi si destarono)le sentinelleper felice casofurono meno attenteed intesi spiegarsi e proseguirsicon voce alquanto sommessa ma chiarauna cantilenanella prigione contigua alla mia.

Oh qual gioiaqual commozione m'invase!

M'alzai dal pagliericciotesi l'orecchioe quando tacque proruppiin irresistibile pianto.

"Chi seisventurato?" gridai "chi sei? Dimmi il tuonome. Io sono Silvio Pellico."

"Oh Silvio!" gridò il vicino "io non ti conosco dipersonama t'amo da gran tempo. Accòstati alla finestrae parliamoci a dispetto deglisgherri."

M'aggrappai alla finestraegli mi disse il suo nomee scambiammoqualche parola di tenerezza.

Era il conte Antonio Oroboninativo di Fratta presso Rovigogiovine di ventinove anni.

Ahifummo tosto interrotti da minacciose urla delle sentinelle!Quella del corridoio picchiava forte col calcio dello schioppoora all'uscio d'Oroboniora al mio. Non volevamonon potevamo obbedire; ma pure le maledizioni di quelle guardieerano taliche cessammoavvertendoci di ricominciare quando le sentinelle fosseromutate.

 

CAPO LXIIl

Speravamo - e così infatti accadde - che parlando più piano cipotremmo sentiree che talvolta capiterebbero sentinelle pietosele quali fingerebberodi non accorgersi del nostro cicaleccio. A forza d'esperimentiimparammo un modod'emettere la voce tanto dimessoche bastava alle nostre orecchieed o sfuggiva allealtruio si prestava ad essere dissimulato. Bensì avveniva a quando a quando cheavessimo ascoltatori d'udito più finoo che ci dimenticassimo d'essere discreti nellavoce. Allora tornavano a toccarci urlae picchiamenti agli uscieciò ch'era peggiola collera del povero Schiller e del soprintendente.

A poco a poco perfezionammo tutte le cautelecioè di parlarepiuttosto in certi quarti d'ora che in altripiuttosto quando v'erano le tali guardie chequando v'erano le tali altree sempre con voce moderatissima. Sia eccellenza dellanostr'artesia in altrui un'abitudine di condiscendenza che s'andava formandofinimmoper potere ogni giorno conversare assaisenza che alcun superiore più avesse quasi mai agarrirci.

Ci legammo di tenera amicizia. Mi narrò la sua vitagli narrai lamia; le angosce e consolazioni dell'uno divenivano angosce e consolazioni dell'altro. Ohdi quanto conforto ci eravamo a vicenda! Quante voltedopo una notte insonneciascuno dinoi andando il mattino alla finestrae salutando l'amicoed udendone le care parolesentiva in core addolcirsi la mestizia e raddoppiarsi il coraggio! Uno era persuasod'essere utile all'altroe questa certezza destava una dolce gara d'amabilità ne'pensierie quel contento che ha l'uomoanche nella miseriaquando può giovare al suosimile.

Ogni colloquio lasciava il bisogno di continuazionedischiarimenti; era uno stimolo vitaleperenneall'intelligenzaalla memoriaallafantasiaal cuore.

A principioricordandomi di Giulianoio diffidava della costanzadi questo nuovo amico. Io pensava: "Finora non ci è accaduto di trovarci discordi;da un giorno all'altro posso dispiacergli in alcuna cosaed ecco che mi manderà allamalora".

Questo sospetto ben presto cessò. Le nostre opinioni concordavanosu tutti i punti essenziali. Se non che ad un'anima nobileardente di generosi sensiindomita dalla sventuraegli univa la più candida e piena fede nel Cristianesimomentrequesta in me da qualche tempo vacillavae talora pareami affatto estinta.

Ei combatteva i miei dubbi con giustissime riflessioni e con moltoamore: io sentiva ch'egli avea ragione e gliela davama i dubbi tornavano. Ciò avviene atutti quelli che non hanno il Vangelo nel cuorea tutti quelli che odiano altrui edinsuperbiscono di sé. La mente vede un istante il veroma siccome questo non le piacelo discrede l'istante appressosforzandosi di guardare altrove.

Oroboni era valentissimo a volgere la mia attenzione sui motivi chel'uomo had'essere indulgente verso i nemici. Io non gli parlava di persona abborritach'ei non prendesse destramente a difenderlae non già solo colle parolema anchecoll'esempio. Parecchi gli avean nociuto. Ei ne gemevama perdonava a tuttie se potevanarrarmi qualche lodevole tratto d'alcuno di lorolo faceva volentieri.

L'irritazione che mi dominava e mi rendea irreligioso dalla miacondanna in poidurò ancora alcune settimane; indi cessò affatto. La virtù d'Orobonim'aveva invaghito. Industriandomi di raggiungerlami misi almeno sulle sue tracce.Allorché potei di nuovo pregare sinceramente per tutti e non più odiare nessunoi dubbisulla fede sgombrarono: Ubi charitas et amorDeus ibi est.

 

CAPO LXIV

Per dir verose la pena era severissima ed atta ad irritareavevamo nello stesso tempo la rara sorte che buoni fossero tutti coloro che vedevamo. Essinon potevano alleggerire la nostra condizione se non con benevole e rispettose maniere; maqueste erano usate da tutti. Se v'era qualche ruvidezza nel vecchio Schillerquanto nonera compensata dalla nobiltà del suo cuore! Persino il miserabile Kunda (quel condannatoche ci portava il pranzoe tre volte al giorno l'acqua) voleva che ci accorgessimo che cicompativa. Ei ci spazzava la stanza due volte la settimana. Una mattinaspazzandocolseil momento che Schiller s'era allontanato due passi dalla portae m'offerse un pezzo dipan bianco. Non l'accettaima gli strinsi cordialmente la mano. Quella stretta di mano locommosse. Ei mi disse in cattivo tedesco (era polacco): "Signorele si dà ora cosìpoco da mangiareche ella sicuramente patisce la fame".

Assicurai di noma io assicurava l'incredibile.

Il medicovedendo che nessuno di noi potea mangiare quella qualitàdi cibi che ci aveano dato ne' primi giornici mise tutti a quello che chiamano quarto diporzionecioè al vitto dell'ospedale. Erano tre minestrine leggerissime al giornounpezzettino d'arrosto d'agnello da ingoiarsi in un bocconee forse tre once di pan bianco.Siccome la mia salute s'andava facendo migliorel'appetito crescevae quel quarto eraveramente troppo poco. Provai di tornare al cibo dei sanima non v'era guadagno a faregiacché disgustava tanto ch'io non poteva mangiarlo. Convenne assolutamente ch'iom'attenessi al quarto. Per più d'un anno conobbi quanto sia il tormento della fame. Equesto tormento lo patirono con veemenza anche maggiore alcuni de' miei compagnicheessendo più robusti di me erano avvezzi a nutrirsi più abbondantemente. So d'alcuni diloro che accettarono pane e da Schiller e da altre due guardie addette al nostro servizioe perfino da quel buon uomo di Kunda.

"Per la città si dice che a lor signori si dà poco damangiare" mi disse una volta il barbiereun giovinotto praticante del nostrochirurgo.

"È verissimo" risposi schiettamente.

Il seguente sabato (ei veniva ogni sabato) volle darmi di soppiattouna grossa pagnotta bianca. Schiller finse di non veder l'offerta. Iose avessi ascoltatolo stomacol'avrei accettatama stetti saldo a rifiutareaffinché quel povero giovinenon fosse tentato di ripetere il dono; il che alla lunga gli sarebbe stato gravoso.

Per la stessa ragioneio ricusava le offerte di Schiller. Piùvolte mi portò un pezzo di carne lessapregandomi che la mangiassie protestando chenon gli costava nienteche gli era avanzatache non sapea che farneche l'avrebbedavvero data ad altri s'io non la prendeva. Mi sarei gettato a divorarlama s'io laprendevanon avrebb'egli avuto tutti i giorni il desiderio di darmi qualche cosa?

Solo due voltech'ei mi recò un piatto di ciriegee una voltaalcune perela vista di quella frutta mi affascinò irresistibilmente. Fui pentitod'averla presaappunto perché d'allora in poi non cessava più d'offrirmene.

 

CAPO LXV

Ne' primi giorni fu stabilito che ciascuno di noi avessedue voltela settimanaun'ora di passeggio. In seguito questo sollievo fu dato un giorno sìungiorno no; e più tardi ogni giornotranne le feste.

Ciascuno era condotto a passeggio separatamentefra due guardieaventi schioppo in ispalla. Ioche mi trovava alloggiato in capo del corridoiopassavaquando uscivainnanzi alle carceri di tutti i condannati di Stato italianieccettoMaroncelliil quale unico languiva dabbasso.

"Buon passeggio!" mi susurravano tutti dallo sportello deiloro usci; ma non mi era permesso di fermarmi a salutare nessuno.

Si discendeva una scalasi traversava un ampio cortilee s'andavasovra un terrapieno situato a mezzodìdonde vedeasi la città di Brünn e molto trattodi circostante paese.

Nel cortile suddetto erano sempre molti dei condannati comunicheandavano o venivano dai lavorio passeggiavano in frotta conversando. Fra essi eranoparecchi ladri italianiche mi salutavano con gran rispetto e diceano tra loro: "Nonè un birbone come noieppure la sua prigionia è più dura della nostra".

Infatti essi aveano molta più libertà di me.

Io udiva queste ed altre espressionie li risalutava concordialità. Uno di loro mi disse una volta: "Il suo salutosignoremi fa bene.Ella forse vede sulla mia fisionomia qualche cosa che non è scelleratezza. Una passioneinfelice mi trasse a commettere un delitto; mao signorenonon sono scellerato!".

E proruppe in lagrime. Gli porsi la manoma egli non me la potéstringere. Le mie guardienon per malignitàma per le istruzioni che aveanolorespinsero. Non doveano lasciarmi avvicinare da chicchesifosse. Le parole che queicondannati mi dirigevanofingeano per lo più di dirsele tra loroe se i miei duesoldati s'accorgeano che fossero a me rivolteintimavano silenzio.

Passavano anche per quel cortile uomini di varie condizioni estraneial castelloi quali venivano a visitare il soprintendenteo il cappellanoo ilsergenteo alcuno de' caporali. "Ecco uno deg'Italianiecco unodegl'Italiani!" diceano sottovoce. E si fermavano a guardarmi; e più volte li intesidire in tedescocredendo ch'io non li capissi: "Quel povero signore noninvecchierà; ha la morte sul volto".

Io infattidopo essere dapprima migliorato di salutelanguiva perla scarsezza del nutrimentoe nuove febbri sovente m'assalivano. Stentava a strascinarela mia catena fino al luogo del passeggioe là mi gettava sull'erbae vi stavaordinariamente finché fosse finita la mia ora.

Stavano in piedi o sedeano vicino a me le guardiee ciarlavamo. Unad'esseper nome Kralera un boemochesebbene di famiglia contadina e poveraavearicevuto una certa educazionee se l'era perfezionata quanto più avea potutoriflettendo con forte discernimento su le cose del mondo e leggendo tutti i libri che glicapitavano alle mani. Avea cognizione di Klopstockdi Wielanddi Goethedi Schiller edi molti altri buoni scrittori tedeschi. Ne sapea un'infinità di brani a memoriae lidicea con intelligenza e con sentimento. L'altra guardia era un polaccoper nomeKubitzkyignorantema rispettoso e cordiale. La loro compagnia mi era assai cara.

 

CAPO LXVl

Ad un'estremità di quel terrapienoerano le stanze delsoprintendente; all'altra estremità alloggiava un caporale con moglie ed un figliuolino.Quand'io vedeva alcuno uscire di quelle abitazioniio m'alzava e m'avvicinava allapersonao alle personeche ivi comparivanoed era colmato di dimostrazioni di cortesiae di pietà.

La moglie del soprintendente era ammalata da lungo tempoe deperivalentamente. Si facea talvolta portare sopra un canapé all'aria aperta. È indicibilequanto si commovesse esprimendomi la compassione che provava per tutti noi. Il suo sguardoera dolcissimo e timidoe quantunque timidos'attaccava di quando in quando con intensainterrogante fiducia allo sguardo di chi le parlava.

Io le dissi una voltaridendo: "Sapetesignorachesomigliate alquanto a persona che mi fu cara?".

Arrossìe rispose con seria ed amabile semplicità: "Non vidimenticate dunque di mequando sarò morta; pregate per la povera anima miae peifigliuolini che lascio sulla terra".

Da quel giorno in poinon poté più uscire dal letto; non la vidipiù. Languì ancora alcuni mesipoi morì.

Ella avea tre figlibelli come amorinied uno ancor lattante. Lasventurata abbracciavali spesso in mia presenzae diceva: "Chi sa qual donnadiventerà lor madre dopo di me! Chiunque sia dessail Signore le dia viscere di madreanche pe' figli non nati da lei!". E piangeva.

Mille volte mi son ricordato di quel suo prego e di quelle lagrime.

Quand'ella non era piùio abbracciava talvolta que' fanciulliem'intenerivae ripeteva quel prego materno. E pensava alla madre miaed agli ardentivoti che il suo amantissimo cuore alzava senza dubbio per mee con singhiozzi iosclamava: "Oh più felice quella madre chemorendoabbandona figliuoli inadultidiquella che dopo averli allevati con infinite cure se li vede rapire!".

Due buone vecchie solevano essere con quei fanciulli: una era lamadre del soprintendentel'altra la zia. Vollero sapere tutta la mia storiaed io lorola raccontai in compendio.

"Quanto siamo infelici" diceano coll'espressione del piùvero dolore "di non potervi giovare in nulla! Ma siate certo che pregheremo per voie che se un giorno viene la vostra graziasarà una festa per tutta la nostrafamiglia."

La prima di essech'era quella ch'io vedea più soventepossedevauna dolcestraordinaria eloquenza nel dar consolazioni. Io le ascoltava con filialegratitudinee mi si fermavano nel cuore.

Dicea cose ch'io sapea giàe mi colpivano come cose nuove: - chela sventura non degrada l'uomos'ei non è dappocoma anzi lo sublima; - chesepotessimo entrare ne' giudizi di Diovedremmo esseremolte voltepiù da compiangersi ivincitori che i vintigli esultanti che i mestii doviziosi che gli spogliati di tutto;- che l'amicizia particolare mostrata dall'uomo-Dio per gli sventurati è un gran fatto; -che dobbiamo gloriarci della crocedopo che fu portata da òmeri divini.

Ebbenequelle due buone vecchiech'io vedea tanto volentieridovettero in breveper ragioni di famigliapartire dallo Spielberg; i figliuolinicessarono anche di venire sul terrapieno Quanto queste perdite m'afflissero!

 

CAPO LXVIl

L'incomodo della catena a' pieditogliendomi di dormirecontribuiva a rovinarmi la salute. Schiller voleva ch'io reclamassie pretendeva che ilmedico fosse in dovere di farmela levare.

Per un poco non l'ascoltaipoi cedetti al consiglioe dissi almedico che per riacquistare il beneficio del sonno io lo pregava di farmi scatenarealmeno per alcuni giorni.

Il medico disse non giungere ancora a tal grado le mie febbrich'eipotesse appagarmi; ed essere necessario ch'io m'avvezzassi ai ferri.

La risposta mi sdegnòed ebbi rabbia d'aver fatto quell'inutiledimanda.

"Ecco ciò che guadagnai a seguire il vostro insistenteconsiglio" dissi a Schiller.

Conviene che gli dicessi queste parole assai sgarbatamente: quelruvido buon uomo se ne offese.

"A lei spiace" gridò "d'essersi esposta ad unrifiutoe a me spiace ch'ella sia meco superba!"

Poi continuò una lunga predica: "I superbi fanno consistere laloro grandezza in non esporsi a rifiutiin non accettare offertein vergognarci di milleinezie. Alle Eseleien! tutte asinate! vana grandezza! ignoranza della vera dignità! E lavera dignità stain gran partein vergognare soltanto delle male azioni!".

Disseuscìe fece un fracasso infernale colle chiavi.

Rimasi sbalordito. "Eppure quella rozza schiettezza" dissi"mi piace. Sgorga dal cuore come le sue offertecome i suoi consiglicome il suocompianto. E non mi predicò egli il vero? A quante debolezze non do io il nome didignitàmentre non sono altro che superbia?"

All'ora di pranzoSchiller lasciò che il condannato Kunda portassedentro i pentolini e l'acquae si fermò sulla porta. Lo chiamai.

"Non ho tempo" rispose asciutto asciutto.

Discesi dal tavolacciovenni a lui e gli dissi: "Se volete cheil mangiare mi faccia buon pronon mi fate quel brutto ceffo".

"E qual ceffo ho da fare?" dimandò rasserenandosi.

"D'uomo allegrod'amico" risposi.

"Viva l'allegria!" sclamò. "E seperché ilmangiare le faccia buon provuole anche vedermi ballareeccola servita."

E misesi a sgambettare colle sue magre e lunghe pertiche sìpiacevolmente che scoppiai dalle risa. Io rideaed avea il cuore commosso.

 

CAPO LXVIIl

Una seraOroboni ed io stavamo alla finestrae ci dolevamo avicenda d'essere affamati. Alzammo alquanto la vocee le sentinelle gridarono. Ilsoprintendenteche per mala ventura passava da quella partesi credette in dovere di farchiamare Schiller e di rampognarlo fieramenteche non vigilasse meglio a tenerci insilenzio.

Schiller venne con grand'ira a lagnarsene da mee m'intimò di nonparlar più mai dalla finestra. Voleva ch'io glielo promettessi.

"No"risposi "non ve lo voglio promettere."

"Oh der Teufel! der Teufel!" gridò "a me s'ha adire: non voglio! a me che ricevo una maledetta strapazzata per causa di lei!"

"M'increscecaro Schillerdella strapazzata che avetericevutame n'incresce davvero; ma non voglio promettere ciò che sento che nonmanterrei."

"E perché non lo manterrebbe?"

"Perché non potrei; perché la solitudine continua è tormentosì crudele per meche non resisterò mai al bisogno di mettere qualche voce da' polmonid'invitare il mio vicino a rispondermi. E se il vicino tacessevolgerei la parola allesbarre della mia finestraalle colline che mi stanno in facciaagli uccelli chevolano."

"Der Teufel! e non mi vuol promettere?"

"Nonono!" sclamai.

Gettò a terra il romoroso mazzo delle chiavie ripeté: "DerTeufel! der Teufel!". Indi proruppe abbracciandomi:

"Ebbeneho io a cessare d'essere uomo per quella canaglia dichiavi? Ella è un signore come vaed ho gusto che non mi voglia promettere ciò che nonmanterrebbe. Farei lo stesso anch'io." Raccolsi le chiavi e gliele diedi.

"Queste chiavi" gli dissi "non sono poi tantocanagliapoiché non possonod'un onesto caporale qual sietefare un malvagiosgherro."

"E se credessi che potessero far tanto" rispose "leporterei a' miei superiorie direi: se non mi vogliono dare altro pane che quello delcarneficeandrò a dimandare l'elemosina."

Trasse di tasca il fazzolettos'asciugò gli occhipoi li tennealzatigiungendo le mani in atto di preghiera. Io giunsi le miee pregai al pari di luiin silenzio. Ei capiva ch'io faceva voti per essocom'io capiva ch'ei ne faceva per me.

Andando viami disse sotto voce: "Quando ella conversa colconte Oroboniparli sommesso più che può. Farà così due beni: uno di risparmiarmi legrida del signor soprintendentel'altro di non far forse capire qualche discorso... debbodirlo?... qualche discorso cheriferitoirritasse sempre più chi può punire".

L'assicurai che dalle nostre labbra non usciva mai parola cheriferita a chicchessiapotesse offendere.

Non avevamo infatti d'uopo d'avvertimentiper esser cauti. Dueprigionieri che vengono a comunicazione tra loro sanno benissimo crearsi un gergocolquale dir tutto senza esser capiti da qualsiasi ascoltatore.

 

CAPO LXIX

Io tornava un mattino dal passeggio: era il 7 d'agosto. La porta delcarcere d'Oroboni stava apertae dentro eravi Schilleril quale non mi aveva intesovenire. Le mie guardie vogliono avanzare il passo per chiudere quella porta. Io leprevengomi vi slancioed eccomi nelle braccia d'Oroboni.

Schiller fu sbalordito; disse: "Der Teufel! der Teufel!" ealzò il dito per minacciarmi. Ma gli occhi gli s'empirono di lagrimee gridòsinghiozzando: "O mio Diofate misericordia a questi poveri giovani ed a meed atutti gl'infelicivoi che foste tanto infelice sulla terra!".

Le due guardie piangevano pure. La sentinella del corridoioiviaccorsapiangeva anch'essa. Oroboni mi diceva: "SilvioSilvioquest'è uno deipiù cari giorni della mia vita!". Io non so che gli dicessi: era fuori di me dallagioia e dalla tenerezza.

Quando Schiller ci scongiurò di separarcie fu forza obbedirgliOroboni proruppe in pianto dirottissimoe disse:

"Ci rivedremo noi mai più sulla terra?"

E non lo rividi mai più! Alcuni mesi dopola sua stanza era votaed Oroboni giaceva in quel cimitero ch'io aveva dinanzi alla mia finestra!

Dacché ci eravamo veduti quell'istantepareva che ci amassimoanche più dolcementepiù fortemente di prima; pareva che ci fossimo a vicenda piùnecessarii.

Egli era un bel giovanedi nobile aspettoma pallido e di miserasalute. I soli occhi erano pieni di vita. Il mio affetto per lui veniva aumentato dallapietà che la sua magrezza ed il suo pallore m'ispiravano. La stessa cosa provava egli perme. Ambi sentivamo quanto fosse verisimile che ad uno di noi toccasse di essere prestosuperstite all'altro.

Fra pochi giorni egli ammalò. Io non faceva altro che gemere epregare per lui. Dopo alcune febbri racquistò un poco di forzae poté tornare aicolloqui amicali. Oh come l'udire di nuovo il suono della sua voce mi consolava!

"Non ingannarti" diceami egli "sarà per poco tempo.Abbi la virtù d'apparecchiarti alla mia perdita; ispirami coraggio col tuocoraggio."

In que' giorni si volle dare il bianco alle pareti delle nostrecarcerie ci trasportarono frattanto ne' sotterranei. Disgraziatamente inquell'intervallo non fummo posti in luoghi vicini. Schiller mi diceva che Oroboni stavabene ma io dubitava che non volesse dirmi il veroe temeva che la salute già sì deboledi questo deteriorasse in que' sotterranei.

Avessi almeno avuto la fortuna d'esser vicino in quell'occasione almio caro Maroncelli! Udii per altro la voce di questo. Cantando ci salutammoa dispettodei garriti delle guardie.

Venne in quel tempo a vederci il protomedico di Brünnmandatoforse in conseguenza delle relazioni che il soprintendente faceva a Vienna sull'estremadebolezza a cui tanta scarsità di cibo ci aveva tutti ridottiovvero perché alloraregnava nelle carceri uno scorbuto molto epidemico.

Non sapendo io il perché di questa visitam'immaginai che fosseper nuova malattia d'Oroboni. Il timore di perderlo mi dava un'inquietudine indicibile.Fui allora preso da forte melanconia e da desiderio di morire. Il pensiero del suicidiotornava a presentarmisi. Io lo combatteva; ma era come un viaggiatore spossatoche mentredice a se stesso: "È mio dovere d'andar sino alla meta" si sente un bisognoprepotente di gettarsi a terra e riposare.

M'era stato detto chenon avea guariin uno di quei tenebrosicovili un vecchio boemo s'era ucciso spaccandosi la testa alle pareti. Io non poteacacciare dalla fantasia la tentazione d'imitarlo. Non so se il mio delirio non sarebbegiunto a quel segnoove uno sbocco di sangue dal petto non m'avesse fatto credere vicinala mia morte. Ringraziai Dio di volermi esso uccidere in questo modorisparmiandomi unatto di disperazione che il mio intelletto condannava.

Ma Dio invece volle conservarmi. Quello sbocco di sangue alleggerìi miei mali. Intanto fui riportato nel carcere superioree quella maggior luce e laracquistata vicinanza d'Oroboni mi riaffezionarono alla vita.

 

CAPO LXX

Gli confidai la tremenda melanconia ch'io avea provatodiviso dalui; ed egli mi disse aver dovuto egualmente combattere il pensiero del suicidio.

"Profittiamo" diceva egli "del poco tempo che dinuovo c'è datoper confortarci a vicenda colla religione. Parliamo di Dio; eccitiamociad amarlo; ci sovvenga ch'egli è la giustiziala sapienzala bontàla bellezzach'egli è tutto ciò che d'ottimo vagheggiamo sempre. Io ti dico davvero che la morte nonè lontana da me. Ti sarò grato eternamentese contribuirai a rendermi in questi ultimigiorni tanto religioso quanto avrei dovuto essere tutta la vita."

Ed i nostri discorsi non volgeano più sovr'altro che sullafilosofia cristianae su paragoni di questa colle meschinità della sensualistica. Ambiesultavamo di scorgere tanta consonanza tra il Cristianesimo e la ragione; ambinelconfronto delle diverse comunioni evangelichevedevamo essere la sola cattolica quellache può veramente resistere alla criticae la dottrina della comunione cattolicaconsistere in dogmi purissimi ed in purissima moralee non in miseri sovrappiù prodottidall'umana ignoranza.

"E seper accidente poco sperabileritornassimo nellasocietà" diceva Oroboni "saremmo noi così pusillanimi da non confessare ilVangelo? da prenderci soggezionese alcuno immaginerà che la prigione abbia indebolito inostri animie che per imbecillità siamo divenuti più fermi nella credenza?"

"Oroboni mio" gli dissi "la tua dimanda mi svela latua rispostae questa è anche la mia. La somma delle viltà è d'esser schiavo de'giudizi altruiquando hassi la persuasione che sono falsi. Non credo che tal viltà nétu né io l'avremmo mai."

In quelle effusioni di cuore commisi una colpa. Io aveva giurato aGiuliano di non confidar mai ad alcunopalesando il suo vero nomele relazioni ch'eranostate fra noi. Le narrai ad Orobonidicendogli: "Nel mondo non mi sfuggirebbe maidal labbro cosa similema qui siamo nel sepolcroe se anche tu ne uscissiso che possofidarmi di te".

Quell'onestissim'anima taceva.

"Perché non mi rispondi?" gli dissi.

Alfine prese a biasimarmi seriamente della violazione del secreto.Il suo rimprovero era giusto. Niuna amiciziaper quanto intima ella siaper quantofortificata da virtùnon può autorizzare a tal violazione.

Ma poiché questa mia colpa era avvenutaOroboni me ne derivò unbene. Egli avea conosciuto Giulianoe sapea parecchi tratti onorevoli della sua vita. Meli raccontòe dicea: "Quell'uomo ha operato sì spesso da cristianoche non puòportare il suo furore anti-religioso fino alla tomba. Speriamosperiamo così! E tu badaSilvioa perdonargli di cuore i suoi mali umorie prega per lui!".

Le sue parole m'erano sacre.

 

CAPO LXXl

Le conversazioni di cui parloquali con Oroboniquali con Schillero altrioccupavano tuttavia poca parte delle mie lunghe ventiquattr'ore della giornataenon rade erano le volte che niuna conversazione riusciva possibile col primo.

Che faceva io in tanta solitudine?

Ecco tutta quanta la mia vita in que' giorni. Io m'alzava sempreall'albaesalito in capo del tavolacciom'aggrappava alle sbarre della finestraediceva le orazioni. Oroboni già era alla sua finestra o non tardava di venirvi. Cisalutavamo; e l'uno e l'altro continuava tacitamente i suoi pensieri a Dio. Quanto eranoorribili i nostri covilialtrettanto era bello lo spettacolo esterno per noi. Quel cieloquella campagnaquel lontano muoversi di creature nella vallequelle voci dellevillanellequelle risaque' canti ci esilaravanoci facevano più caramente sentire lapresenza di Colui ch'è sì magnifico nella sua bontàe del quale avevamo tanto dibisogno.

Veniva la visita mattutina delle guardie. Queste davano un'occhiataalla stanza per vedere se tutto era in ordineed osservavano la mia catenaanello peranelloa fine d'assicurarsi che qualche accidente o qualche malizia non l'avesse spezzatao piuttosto (dacché spezzar la catena era impossibile) faceasi questa ispezione perobbedire fedelmente alle prescrizioni di disciplina. S'era giorno che venisse il medicoSchiller dimandava se si voleva parlarglie prendea nota.

Finito il giro delle nostre carceritornava Schiller edaccompagnava Kundail quale aveva l'ufficio di pulire ciascuna stanza.

Un breve intervalloe ci portavano la colezione. Questa era unmezzo pentolino di broda rossicciacon tre sottilissime fettine di pane; io mangiava quelpane e non beveva la broda.

Dopo ciò mi poneva a studiare. Maroncelli avea portato d'Italiamolti librie tutti i nostri compagni ne aveano pure portatichi più chi meno. Tuttoinsieme formava una buona bibliotechina. Speravamo inoltre di poterla aumentare coll'usode' nostri denari. Non era ancor venuta alcuna risposta dall'Imperatore sul permesso chedimandavamo di leggere i nostri libri ed acquistarne altri; ma intanto il governatore diBrünn ci concedeva provvisoriamente di tener ciascun di noi due libri presso di sédacangiarsi ogni volta che volessimo. Verso le nove veniva il soprintendentee se il medicoera stato chiesto ei l'accompagnava.

Un altro tratto di tempo restavami quindi per lo studiofino alleundicich'era l'ora del pranzo.

Fino al tramonto non avea più visitee tornava a studiare. AlloraSchiller e Kunda venivano per mutarmi l'acquaed un istante appresso veniva ilsoprintendente con alcune guardie per l'ispezione vespertina a tutta la stanza ed ai mieiferri.

In una delle ore della giornataor avanti or dopo il pranzoabeneplacito delle guardieeravi il passeggio.

Terminata la suddetta visita vespertinaOroboni ed io ci mettevamoa conversaree quelli solevano essere i colloquii più lunghi. Gli straordinariavvenivano la mattinaod appena pranzatoma per lo più brevissimi.

Qualche volta le sentinelle erano così pietose che ci diceano:

"Un po' più pianosignorialtrimenti il castigo cadrà sunoi"

Altre volte fingeano di non accorgersi che parlassimopoivedendospuntare il sergenteci pregavano di tacere finché questi fosse partito; ed appenapartito essodiceano: "Signori patroniadesso poterema piano più che starpossibile".

Talora alcuni di que' soldati si fecero arditi sino a dialogare connoisoddisfare alle nostre dimandee darci qualche notizia d'Italia.

A certi discorsi non rispondevamo se non pregandoli di tacere. Eranaturale che dubitassimo se fossero tutte espansioni di cuori schiettiovvero artifizii afine di scrutare i nostri animi. Nondimeno inclino molto più a credere che quella genteparlasse con sincerità.

 

CAPO LXXIl

Una sera avevamo sentinelle benignissimee quindi Oroboni ed io nonci davamo la pena di comprimere la voce. Maroncelli nel suo sotterraneoarrampicatosialla finestraci udì e distinse la voce mia. Non poté frenarsi; mi salutò cantando. Michiedea com'io stavae m'esprimea colle più tenere parole il suo rincrescimento di nonavere ancora ottenuto che fossimo messi insieme. Questa grazia l'aveva io pure dimandatama né il soprintendente di Spielbergné il governatore di Brünnnon avevanol'arbitrio di concederla. La nostra vicendevole brama era stata significataall'Imperatoree niuna risposta erane fin'allora venuta.

Oltre quella volta che ci salutammo cantando ne' sotterraneiioaveva inteso parecchie volte dal piano superiore le sue cantilenema senza capire leparoleed appena pochi istantiperché nol lasciavano proseguire.

Ora alzò molto più la vocenon fu così presto interrottoecapii tutto. Non v'ha termini per dire l'emozione che provai.

Gli risposie continuammo il dialogo circa un quarto d'ora.Finalmente si mutarono le sentinelle sul terrapienoe quelle che vennero non furonocompiacenti. Ben ci disponevamo a ripigliare il cantoma furiose grida s'alzarono amaledircie convenne rispettarle.

Io mi rappresentava Maroncelli giacente da sì lungo tempo in quelcarcere tanto peggiore del mio; m'immaginava la tristezza che ivi dovea sovente opprimerloed il danno che la sua salute ne patirebbee profonda angoscia m'opprimeva.

Potei alfine piangerema il pianto non mi sollevò. Mi prese ungrave dolore di capo con febbre violenta. Non mi reggeva in piedimi buttai sulpagliericcio. La convulsione crebbe; il petto doleami con orribile spasimo. Credettiquella notte morire.

Il dì seguente la febbre era cessatae del petto stava megliomapareami d'aver fuoco nel cervelloe appena potea muovere il capo senza che vi sidestassero atroci dolori.

Dissi ad Oroboni il mio stato. Egli pure si sentiva più male delsolito.

"Amico" diss'egli "non è lontano il giorno che unodi noi due non potrà più venire alla finestra. Ogni volta che ci salutiamo può esserel'ultima. Teniamoci dunque pronti l'uno e l'altro sì a moriresì a sopravvivereall'amico."

La sua voce era intenerita; io non potea rispondergli. Stemmo unistante in silenzioindi ei riprese:

"Te beatoche sai il tedesco! Potrai almeno confessarti! lo hodomandato un prete che sappia l'italiano: mi disseroche non v'è. Ma Dio vede il miodesiderioe dacché mi sono confessato a Veneziain verità mi pare di non aver piùnulla che m'aggravi la coscienza."

"Io invecea Veneziami confessai" gli dissi "conanimo pieno di rancoree feci peggio che se avessi ricusato i sacramenti. Ma se ora mi siconcede un pretet'assicuro che mi confesserò di cuore e perdonando a tutti."

"Il cielo ti benedica!" sclamò "tu mi dài unagrande consolazione. Facciamosifacciamo il possibile entrambi per essere eternamenteuniti nella felicitàcome lo fummo in questi giorni di sventura!"

Il giorno appresso l'aspettai alla finestra e non venne. Seppi daSchiller ch'egli era ammalato gravemente.

Otto o dieci giorni dopoegli stava meglioe tornò a salutarmi.Io doloravama mi sostenea. Parecchi mesi passaronosì per lui che per mein questealternative di meglio e di peggio.

 

CAPO LXXIIl

Potei reggere sino al giorno 11 di gennaio 1823. La mattina m'alzaicon mal di capo non fortema con disposizione al deliquio. Mi tremavano le gambeestentava a trarre il fiato.

Anche Orobonida due o tre giornistava malee non s'alzava.

Mi portano la minestrane gusto appena un cucchiaiopoi cado privodi sensi. Qualche tempo dopola sentinella del corridoio guardò per accidente dallosportelloe vedendomi giacente a terracol pentolino rovesciato accanto a memicredette mortoe chiamò Schiller.

Venne anche il soprintendentefu chiamato subito il medicomimisero a letto. Rinvenni a stento.

Il medico disse ch'io era in pericoloe mi fece levare i ferri. Miordinò non so qual cordialema lo stomaco non poteva ritener nulla. Il dolor di capocresceva terribilmente.

Fu fatta immediata relazione al governatoreil quale spedì uncorriere a Viennaper sapere come io dovessi essere trattato. Si rispose che non miponessero nell'infermeriama che mi servissero nel carcere colla stessa diligenza che sefossi nell'infermeria. Di più autorizzavasi il soprintendente a fornirmi brodi e minestredella sua cucinafinché durava la gravezza del male.

Quest'ultimo provvedimento mi fu a principio inutile: niun ciboniuna bevanda mi passava. Peggiorai per tutta una settimanae delirava giorno e notte.

Kral e Kubitzky mi furono dati per infermieri; ambi mi servivano conamore.

Ogni volta ch'io era alquanto in sennoKral mi ripeteva:

"Abbia fiducia in Dio; Dio solo è buono."

"Pregate per me" dicevagli io "non che mi risanimache accetti le mie sventure e la mia morte in espiazione de' miei peccati."

Mi suggerì di chiedere i sacramenti.

"Se non li chiesi" risposi "attributelo alladebolezza della mia testa; ma sarà per me un gran conforto il riceverli."

Kral riferì le mie parole al soprintendentee fu fatto venire ilcappellano delle carceri.

Mi confessaicomunicaie presi l'olio santo. Fui contento di quelsacerdote. Si chiamava Sturm. Le riflessioni che mi fece sulla giustizia di Diosull'ingiustizia degli uominisul dovere del perdonosulla vanità di tutte le cose delmondonon erano trivialità: aveano l'impronta d'un intelletto elevato e cóltoe d'unsentimento caldo di vero amore di Dio e del prossimo.

 

CAPO LXXIV

Lo sforzo d'attenzione che feci per ricevere i sacramenti sembròesaurire la mia vitalitàma invece giovommigettandomi in un letargo di parecchie oreche mi riposò.

Mi destai alquanto sollevatoe vedendo Schiller e Kral vicini a mepresi le lor mani e li ringraziai delle loro cure.

Schiller mi disse: "L'occhio mio è esercitato a veder malati:scommetterei ch'ella non muore".

"Non parvi di farmi un cattivo pronostico?" diss'io.

"No" rispose "le miserie della vita sono grandièvero; ma chi le sopporta con nobiltà d'animo e con umiltàci guadagna semprevivendo."

Poi soggiunse: "S'ella vivespero che avrà fra qualche giornouna gran consolazione. Ella ha dimandato di vedere il signor Maroncelli?".

"Tante volte ho ciò dimandatoed invano; non ardisco piùsperarlo."

"Sperisperisignore! e ripeta la dimanda."

La ripetei infatti quel giorno. Il soprintendente disse parimentech'io dovea speraree soggiunse essere verisimile che non solo Maroncelli potessevedermima che mi fosse dato per infermiereed in appresso per indivisibile compagno.

Siccomequanti eravamo prigionieri di Statoavevamo più o menotutti la salute rovinatail governatore avea chiesto a Vienna che potessimo esser messitutti a due a dueaffinché uno servisse d'aiuto all'altro.

Io aveva anche dimandato la grazia di scrivere un ultimo addio allamia famiglia.

Verso la fine della seconda settimana la mia malattia ebbe unacrisied il pericolo si dileguò.

Cominciava ad alzarmiquando un mattino s'apre la portae vedoentrar festosi il soprintendenteSchiller ed il medico. Il primo corre a mee mi dice:"Abbiamo il permesso di darle per compagno Maroncellie di lasciarle scrivere unalettera ai parenti".

La gioia mi tolse il respiroed il povero soprintendenteche perimpeto di buon cuore aveva mancato di prudenzami credette perduto.

Quando riacquistai i sensie mi sovvenne dell'annuncio uditopregai che non mi si ritardasse un tanto bene. Il medico consentìe Maroncelli fucondotto nelle mie braccia.

Oh qual momento fu quello! "Tu vivi?" sclamavamo avicenda. "Oh amico! oh fratello! che giorno felice c'è ancor toccato di vedere! Dione sia benedetto!"

Ma la nostra gioiach'era immensacongiungeasi ad una immensacompassione. Maroncelli doveva esser meno colpito di metrovandomi cosl deperito com'ioera: ei sapea qual grave malattia avessi fatto. Ma ioanche pensando che avesse patitonon me lo immaginava così diverso da quel di prima. Egli era appena riconoscibile. Quellesembianzegià sì bellesì florideerano consumate dal doloredalla famedall'ariacattiva del tenebroso suo carcere!

Tuttavia il vederciI'udircil'essere finalmente indivisi ciconfortava. Oh quante cose avemmo a comunicarcia ricordarea ripeterci! Quanta soavitànel compianto! Quanta armonia in tutte le idee! Qual contentezza di trovarci d'accordo infat to di religioned'odiare bensì l'uno e l'altro l'ignoranza e la barbariema di nonodiare alcun uomoe di commiserare gl'ignoranti ed i barbarie pregare per loro!

 

CAPO LXXV

Mi fu portato un foglio di carta ed il calamaioaffinch'ioscrivessi a' parenti.

Siccome propriamente la permissione erasi data ad un moribondo cheintendea di volgere alla famiglia l'ultimo addioio temeva che la mia letteraessendoora d'altro tenorepiù non venisse spedita. Mi limitai a pregare colla più grandetenerezza genitorifratelli e sorelleche si rassegnassero alla mia sorteprotestandoloro d'essere rassegnato.

Quella lettera fu nondimeno speditacome poi seppi allorché dopotanti anni rividi il tetto paterno. L'unica fu dessa che in sì lungo tempo della miacaptività i cari parenti potessero avere da me. Io da loro non n'ebbi mai alcuna: quelleche mi scrivevano furono sempre tenute a Vienna. Egualmente privati d'ogni relazione collefamiglie erano gli altri compagni di sventura.

Dimandammo infinite volte la grazia d'avere almeno carta e calamaioper istudiaree quella di far uso de' nostri denari per comprar libri. Non fummo esauditimai.

Il governatore continuava frattanto a permettere che leggessimo ilibri nostri.

Avemmo ancheper bontà di luiqualche miglioramento di cibomaahi! non fu durevole. Egli avea consentito che invece d'esser provveduti dalla cucina deltrattore delle carceriil fossimo da quella del soprintendente. Qualche fondo di più erada lui stato assegnato a tal uso. La conferma di queste disposizioni non venne; ma intantoche durò il beneficioio ne provai molto giovamento. Anche Maroncelli racquistò un po'di vigore. Per l'infelice Oroboni era troppo tardi!

Quest'ultimo era stato accompagnatoprima coll'avvocato Soleraindi col sacerdote D. Fortini.

Quando fummo appaiati in tutte le carceriil divieto di parlarealle finestre ci fu rinnovatocon minacciaa chi contravvenissed'essere riposto insolitudine. Violammo a dir vero qualche volta il divieto per salutarcima lungheconversazioni più non si fecero.

L'indole di Maroncelli e la mia armonizzavano perfettamente. Ilcoraggio dell'uno sosteneva il coraggio dell'altro. Se un di noi era preso da mestizia oda fremiti d'ira contro i rigori della nostra condizionel'altro l'esilarava con qualchescherzo o con opportuni raziocinii. Un dolce sorriso temperava quasi sempre i nostriaffanni.

Finché avemmo libribenché omai tanto riletti da saperli amemoriaeran dolce pascolo alla menteperché occasione di sempre nuovi esamiconfrontigiudizirettificazioniecc. Leggevamoovvero meditavamo gran parte dellagiornata in silenzioe davamo al cicaleccio il tempo del pranzoquello del passeggio etutta la sera.

Maroncelli nel suo sotterraneo avea composti molti versi d'una granbellezza. Me li andava recitandoe ne componeva altri. Io pure ne componeva e lirecitava. E la nostra memoria esercitavasi a ritenere tutto ciò. Mirabile fu la capacitàche acquistammo di poetare lunghe produzioni a memorialimarle e tornarle a limareinfinite voltee ridurle a quel segno medesimo di possibile finitezza che avremmoottenuto scrivendole. Maroncelli compose cosìa poco a pocoe ritenne in menteparecchie migliaia di versi lirici ed epici. Io feci la tragedia di Leoniero da Dertona evarie altre cose.

 

CAPO LXXVl

Orobonidopo aver molto dolorato nell'inverno e nella primaverasitrovò assai peggio la state. Sputò sanguee andò in idropisia.

Lascio pensare qual fosse la nostra afflizionequand'ei si stavaestinguendo sì presso di noisenza che potessimo rompere quella crudele parete chec'impediva di vederlo e di prestargli i nostri amichevoli servigi!

Schiller ci portava le sue nuove. L'infelice giovane patìatrocementema l'animo suo non s'avvilì mai. Ebbe i soccorsi spirituali dal cappellano(il qualeper buona sortesapeva il francese).

Morì nel suo dì onomasticoil 13 giugno 1823. Qualche ora primadi spirareparlò dell'ottogenario suo padres'intenerì e pianse. Poi si ripresedicendo:

"Ma perché piango il più fortunato de' miei caripoich'egliè alla vigilia di raggiungermi all'eterna pace?"

Le sue ultime parole furono: "Io perdono di cuore ai mieinemici".

Gli chiuse gli occhi D. Fortinisuo amico dall'infanziauomo tuttoreligione e carità.

Povero Oroboni! qual gelo ci corse per le venequando ci fu dettoch'ei non era più! Ed udimmo le voci ed i passi di chi venne a prendere il cadavere! Evedemmo dalla finestra il carro in cui veniva portato al cimitero! Traevano quel carro duecondannati comuni; lo seguivano quattro guardie. Accompagnammo cogli occhi il tristeconvoglio fino al cimitero. Entrò nella cinta. Si fermò in un angolo: là era la fossa.

Pochi istanti dopoil carroi condannati e le guardie tornaronoindietro. Una di queste era Kubitzky. Mi disse (gentile pensierosorprendente in un uomorozzo): "Ho segnato con precisione il luogo della sepolturaaffinchése qualcheparente od amico potesse un giorno ottenere di prendere quelle ossa e portarle al suopaesesi sappia dove giacciono".

Quante volte Oroboni m'aveva dettoguardando dalla finestra ilcimitero: "Bisogna ch'io m'avvezzi all'idea d'andare a marcire là entro: eppurconfesso che quest'idea mi fa ribrezzo. Mi pare che non si debba star così bene sepoltoin questi paesi come nella nostra cara penisola".

Poi ridea e sclamava: "Fanciullaggini! Quando un vestito èlogoro e bisogna deporloche importa dovunque sia gettato?".

Altre volte diceva: "Mi vado preparando alla mortema mi sareirassegnato più volentieri ad una condizione: rientrare appena nel tetto paternoabbracciare le ginocchia di mio padreintendere una parola di benedizioneemorire!".

Sospirava e soggiungeva: "Se questo calice non puòallontanarsio mio Diosia fatta la tua volontà!".

E l'ultima mattina della sua vita disse ancorabaciando u ncrocefisso che Kral gli porgea:

"Tu ch'eri divinoavevi pure orrore della mortee dicevi: Sipossibile est. transeat a me calix iste! Perdona se lo dico anch'io. Ma ripeto anche lealtre tue parole: Verumtamen non sicut ego volosed sicut tu!"

 

CAPO LXXVIl

Dopo la morte d'Oroboniammalai di nuovo. Credeva di raggiungerepresto l'estinto amico; e ciò bramava. Se non chemi sarei io separato senzarincrescimento da Maroncelli?

Più voltementr'eisedendo sul pagliericcioleggeva o poetavaoforse fingeva al pari di me di distrarsi con tali studi e meditava sulle nostre sventureio lo guardava con affanno e pensava: "Quanto più trista non sarà la tua vitaquando il soffio della morte m'avrà toccoquando mi vedrai portar via di questa stanzaquandomirando il cimiterodirai: 'Anche Silvio è là!"'. E m'inteneriva su quelpovero superstitee faceva voti che gli dessero un altro compagnocapace d'apprezzarlocome lo apprezzava io- ovvero che il Signore prolungasse i miei martiriie mi lasciasseil dolce uffizio di temperare quelli di quest'infelicedividendoli.

Io non noto quante volte le mie malattie sgombrarono e ricomparvero.L'assistenza che in esse faceami Maroncelli era quella del più tenero fratello. Eis'accorgea quando il parlare non mi convenisseed allora stava in silenzio; ei s'accorgeaquando i suoi detti potessero sollevarmied allora trovava sempre soggetti confacentisialla disposizione del mio animotalora secondandolatalora mirando grado grado amutarla. Spiriti più nobili del suoio non ne avea mai conosciuti; pari al suopochi.Un grande amore per la giustiziauna grande tolleranzauna gran fiducia nella virtùumana e negli aiuti della Provvidenzaun sentimento vivissimo del bello in tutte le artiuna fantasia ricca di poesiatutte le più amabili doti di mente e di cuore si univanoper rendermelo caro.

Io non dimenticava Orobonied ogni dì gemea della sua mortemagioivami spesso il cuore immaginando che quel dilettolibero di tutti i mali ed in senoalla Divinitàdovesse pure annoverare fra le sue contentezze quella di vedermi con unamico non meno affettuoso di lui.

Una voce pareva assicurarmi nell'anima che Oroboni non fosse più inluogo di espiazione; nondimeno io pregava sempre per lui. Molte volte sognai di vederloche pregasse per me; e que' sogni io amava di persuadermi che non fossero accidentalimabensì vere manifestazioni suepermesse da Dio per consolarmi. Sarebbe cosa ridicola s'ioriferissi la vivezza di tali sognie la soavità che realmente in me lasciavano perintere giornate.

Ma i sentimenti religiosi e l'amicizia mia per Maroncellialleggerivano sempre più le mie afflizioni. L'unica idea che mi spaventasse era lapossibilità che questo infelicedi salute già assai rovinatasebbene meno minacciantedella miami precedesse nel sepolcro. Ogni volta ch'egli ammalava io tremava; ogni voltache vedealo star meglioera una festa per me.

Queste paure di perderlo davano al mio affetto per lui una forzasempre maggiore; ed in lui la paura di perder me operava lo stesso effetto.

Ah! v'è pur molta dolcezza in quelle alternazioni d'affanni e disperanze per una persona che è l'unica che ti rimanga! La nostra sorte era sicuramenteuna delle più misere che si dieno sulla terra; eppure lo stimarci e l'amarci cosìpienamente formava in mezzo a' nostri dolori una specie di felicità; e davvero lasentivamo.

 

CAPO LXXVIIl

Avrei bramato che il cappellano (del quale io era stato cosìcontento al tempo della mia prima malattia) ci fosse stato conceduto per confessoree chepotessimo vederlo a quando a quandoanche senza trovarci gravemente infermi. Invece didare questo incarico a luiil governatore ci destinò un agostinianoper nome P.Battistaintantoché venisse da Vienna o la conferma di questoo la nomina d'un altro.

Io temea di perderci nel cambio; m'ingannava. Il P. Battista era unangiolo di carità; i suoi modi erano educatissimi ed anzi eleganti; ragionavaprofondamente de' doveri dell'uomo.

Lo pregammo di visitarci spesso. Veniva ogni mesee piùfrequentemente se poteva. Ci portava anchecol permesso del governatorequalche libroeci dicevaa nome del suo abateche tutta la biblioteca del convento stava a nostradisposizione. Sarebbe stato un gran guadagno questo per noise fosse durato. Tuttavia neprofittammo per parecchi mesi.

Dopo la confessioneei si fermava lungamente a conversaree datutti i suoi discorsi appariva un'anima rettadignitosainnamorata della grandezza edella santità dell'uomo. Avemmo la fortuna di godere circa un anno de' suoi lumi e dellasua affezionee non si smentì mai. Non mai una sillaba che potesse far sospettareintenzioni di servirenon al suo ministeroma alla politica. Non mai una mancanza diqualsiasi delicato riguardo.

A principioper dir veroio diffidava di luiio m'aspettava divederlo volgere la finezza del suo ingegno ad indagini sconvenienti. In un prigioniero diStatosimile diffidenza è pur troppo naturale; ma oh quanto si resta sollevato allorchésvanisceallorché si scopre nell'interprete di Dio niun altro zelo che quello dellacausa di Dio e dell'umanità!

Egli aveva un modo a lui particolare ed efficacissimo di dareconsolazioni. Io m'accusavaper esempiodi fremiti d'ira pei rigori della nostracarceraria disciplina. Ei moralizzava alquanto sulla virtù di soffrire con serenità eperdonando; poi passava a dipingere con vivissima rappresentazione le miserie dicondizione diverse della mia. Avea molto vissuto in città ed in campagnaconosciutograndi e piccolie meditato sulle umane ingiustizie; sapea descrivere bene le passioni edi costumi delle varie classi sociali. Dappertutto ei mi mostrava forti e debolicalpestanti e calpestati; dappertutto la necessità o d'odiare i nostri similio d'amarliper generosa indulgenza e per compassione. I casi ch'ei raccontava per rammemorarmil'universalità della sventuraed i buoni effetti che si possono trarre da questanullaaveano di singolare; erano anzi affatto ovvii; ma diceali con parole così giustecosìpotentiche mi faceano fortemente sentire le deduzioni da ricavarne.

Ah sì! ogni volta ch'io aveva udito quegli amorevoli rimproveri eque' nobili consigliio ardeva d'amore della virtùio non abborriva più alcunoioavrei data la vita pel minimo de' miei similiio benediceva Dio d'avermi fatto uomo.

Ah! infelice chi ignora la sublimità della confessione! infelicechiper non parer volgaresi crede obbligato di guardarla con ischerno! Non è vero cheognuno sapendo già che bisogna esser buonosia inutile di sentirselo a dire; che bastinole proprie riflessioni ed opportune letture; no! la favella viva d'un uomo ha una possanzache né le letturené le proprie riflessioni non hanno! L'anima n'è più scossa; leimpressioni che vi si fannosono più profonde. Nel fratello che parlav'è una vita edun'opportunità che sovente indarno si cercherebbero ne' libri e ne' nostri propriipensieri.

 

CAPO LXXIX

Nel principio del 1824il soprintendenteil quale aveva la suacancelleria ad uno de' capi del nostro corridoiotrasportossi altrovee le stanze dicancelleria con altre annesse furono ridotte a carceri. Ahi! capimmo che nuovi prigionieridi Stato doveano aspettarsi d'Italia.

Giunsero infatti in breve quelli d'un terzo processo: tutti amici econoscenti miei! Ohquando seppi i loro nomi qual fu la mia tristezza! Borsieri era unode' più antichi miei amici! A Confalonieri io era affezionato da men lungo tempoma purcon tutto il cuore! Se avessi potutopassando al carcere durissimo od a qualunqueimmaginabile tormentoscontare la loro pena e liberarliDio sa se non l'avrei fatto! Nondico solo dar la vita per essi: ah che cos'è il dar la vita? soffrire è ben più!

Avrei avuto allora tanto d'uopo delle consolazioni del P. Battista;non gli permisero più di venire.

Nuovi ordini vennero pel mantenimento della più severa disciplina.Quel terrapieno che ci serviva di passeggio fu dapprima cinto di steccatosicchénessunonemmeno in lontananza con telescopiipotesse più vederci; e così noi perdemmolo spettacolo bellissimo delle circostanti colline e della sottoposta città. Ciò nonbastò. Per andare a quel terrapienoconveniva attraversarecome dissiil cortileedin questo molti aveano campo di scorgerci. A fine di occultarci a tutti gli sguardici futolto quel luogo di passeggio e ce ne venne assegnato uno piccolissimosituatocontiguamente al nostro corridoioed a pretta tramontanacome le nostre stanze.

Non posso esprimere quanto questo cambiamento di passeggio ciaffliggesse. Non ho notato tutti i conforti che avevamo nel luogo che ci veniva tolto. Lavista de' figliuoli del soprintendentei loro cari amplessidove avevamo veduta infermane' suoi ultimi giorni la loro madre; qualche chiacchiera col fabbroche aveva pur ivi ilsuo alloggio; le liete canzoncine e le armonie d'un caporale che sonava la chitarra; e perultimo un innocente amore - un amore non mioné del mio compagnoma d'una buonacaporalina ungheresevenditrice di frutta. Ella erasi invaghita di Maroncelli.

Già prima che fosse posto con meesso e la donnavedendosi iviquasi ogni giornoaveano fatto un poco d'amicizia. Egli era anima sì onestasìdignitosasì semplice nelle sue visteche ignorava affatto d'avere innamorato lapietosa creatura. Ne lo feci accorto io. Esitò di prestarmi fedee nel dubbio solo cheavessi ragioneimpose a se stesso di mostrarsi più freddo con essa. La maggior riservadi luiinvece di spegnere l'amore della donnapareva aumentarlo.

Siccome la finestra della stanza di lei era alta appena un bracciodal suolo del terrapienoella balzava dal nostro lato per l'apparente motivo di stendereal sole qualche pannolino o fare alcun'altra faccenduolae stava lì a guardarci; e sepotevaattaccava discorso.

Le povere nostre guardiesempre stanche di aver poco o nientedormito la nottecoglievano volentieri l'occasione d'essere in quell'angolodovesenz'essere vedute da' superioripoteano sedere sull'erba e sonnecchiare. Maroncelli eraallora in un grande imbarazzotanto appariva l'amore di quella sciagurata. Maggiore eral'imbarazzo mio. Nondimeno simili sceneche sarebbero state assai risibili se la donna ciavesse ispirato poco rispettoerano per noi seriee potrei dire patetiche. L'infeliceungherese aveva una di quelle fisionomiele quali annunciano indubitabilmente l'abitudinedella virtù ed il bisogno di stima. Non era bellama dotata di tale espressione digentilezzache i contorni alquanto irregolari del suo volto sembravano abbellirsi ad ognisorrisoad ogni moto de' muscoli.

Se fosse mio proposito di scrivere d'amoremi resterebbero nonbrevi cose a dire di quella misera e virtuosa donna- or morta Ma basti l'avere accennatouno de' pochi avvenimenti del nostro carcere.

 

CAPO LXXX

I cresciuti rigori rendevano sempre più monotona la nostra vita.Tutto il 1824tutto il 25tutto il 26tutto il 27in che ii passarono per noi? Ci futolto quell'uso de' nostri libri che per interim ci era stato conceduto dal governatore.Il carcere divenneci una vera tombanella quale neppure la tranquillità della tombac'era lasciata. Ogni mese venivain giorno indeterminatoa farvi una diligenteperquisizione il direttore di poliziaaccompagnato d'un luogotenente e di guardie. Cispogliavano nudiesaminavano tutte le cuciture de' vestitinel dubbio che vi si tenessecelata qualche carta o altrosi scucivano i pagliericci per frugarvi dentro. Benchénulla di clandestino potessero trovarciquesta visita ostile e di sorpresaripetutasenza fineaveva non so cheche m'irritavae che ogni volta metteami la febbre.

Gli anni precedenti m'erano sembrati sì infelicied ora io pensavaad essi con desideriocome ad un tempo di care dolcezze. Dov'erano le ore ch'iom'ingolfava nello studio della Bibbiao d'Omero? A forza di leggere Omero nel testoquella poca cognizione di greco ch'io aveva si era aumentataed erami appassionato perquella lingua. Quanto incresceami di non poterne continuare lo studio! DantePetrarcaShakespeareByronWalter ScottSchillerGoetheecc.quanti amici m'erano involati!Fra siffatti io annoverava pure alcuni libri di cristiana sapienzacome il BourdaloueilPascall'Imitazione di Gesù Cristola Filoteaecc.libri che se si leggono concritica ristretta ed illiberaleesultando ad ogni reperibile difetto di gustoad ognipensiero non validosi gettano là e non si ripigliano; ma cheletti senza malignare esenza scandalezzarsi dei lati deboliscoprono una filosofia alta e vigorosamentenutritiva pel cuore e per l'intelletto.

Alcuni di siffatti libri di religione ci furono poscia mandati indono dall'Imperatorema con esclusione assoluta di libri d'altra specie servienti astudio letterario.

Questo dono d'opere ascetiche venneci impetrato nel 1825 da unconfessore dalmata inviatoci da Viennail P. Stefano Paulowichfattodue anni appressovescovo di Cattaro. A lui fummo pur debitori d'aver finalmente la messache prima ci siera sempre negata dicendoci che non poteano condurci in chiesa e tenerci separati a due adue siccome era prescritto.

Tanta separazione non potendo mantenersiandavamo alla messa divisiin tre gruppi; un gruppo sulla tribuna dell'organoun altro sotto la tribunain guisa danon esser vedutoed il terzo in un oratorietto guardante in chiesa per mezzo d'una grata.

Maroncelli ed io avevamo allora per compagnima con divieto che unacoppia parlasse coll'altrasei condannatidi sentenza anteriore alla nostra. Due di essierano stati miei vicini nei Piombi di Venezia. Eravamo condotti da guardie al postoassegnatoe ricondottidopo la messaciascuna coppia nel suo carcere. Veniva a dirci lamessa un cappuccino. Questo buon uomo finiva sempre il suo rito con un Oremus implorantela nostra liberazione dai vincolie la sua voce si commovea. Quando veniva viadall'altaredava una pietosa occhiata a ciascuno de' tre gruppied inchinava mestamenteil capo pregando.

 

CAPO LXXXl

Nel 1825 Schiller fu riputato omai troppo indebolito dagli acciacchidella vecchiaiae gli diedero la custodia d'altri condannati pei quali sembrasse nonrichiedersi tanta vigilanza. Oh quanto c'increbbe ch'ei si allontanasse da noied a luipure increbbe di lasciarci!

Per successore ebb'egli dapprima Kraluomo non inferiore a lui inbontà. Ma anche a questo venne data in breve un'altra destinazionee ce ne capitò unonon cattivoma burbero ed estraneo ad ogni dimostrazione d'affetto.

Questi mutamenti m'affliggevano profondamente. SchillerKral eKubitzkyma in particolar modo i due primici avevano assistiti nelle nostre malattiecome un padre ed un fratello avrebbero potuto fare. Incapaci di mancare al loro doveresapeano eseguirlo senza durezza di cuore. Se v'era un po' di durezza nelle formeeraquasi sempre involontariae riscattavanla pienamente i tratti amorevoli che ci usavano.M'adirai talvolta contr'essima oh come mi perdonavano cordialmente! come anelavano dipersuaderci che non erano senza affezione per noie come gioivano vedendo che n'eravamopersuasi e li stimavamo uomini dabbene!

Dacché fu lontano da noipiù volte Schiller s'ammalòe siriebbe. Domandavamo contezza di lui con ansietà filiale. Quand'egli era convalescenteveniva talvolta a passeggiare sotto le nostre finestre. Noi tossivamo per salutarloedegli guardava in su con un sorriso melanconicoe diceva alla sentinellain guisa cheudissimo: "Da sind meine Söhne! (là sono i miei figli!)".

Povero vecchio! che pena mi mettea il vederti trascinarestentatamente l'egro fiancoe non poterti sostenere col mio braccio!

Talvolta ei sedeva lì sull'erbae leggea. Erano libri ch'ei m'aveaprestati. Ed affinché io li riconoscessiei ne diceva il titolo alla sentinellao neripeteva qualche squarcio. Per lo più tai libri erano novelle da calendariod altriromanzi di poco valore letterarioma morali.

Dopo varie ricadute d'apoplessiasi fece portare all'ospedale de'militari. Era già in pessimo statoe colà in breve morì. Possedeva alcune centinaia difiorinifrutto de' suoi lunghi risparmii: queste erano da lui state date in prestito adalcuni suoi commilitoni. Allorché si vide presso il suo fineappellò a sè quegliamicie disse: "Non ho più congiunti; ciascuno di voi si tenga ciò che ha nellemani. Vi domando solo di pregare per me".

Uno di tali amici aveva una figlia di diciotto annila quale erafiglioccia di Schiller. Poche ore prima di morireil buon vecchio la mandò a chiamare.Ei non potea più proferire parole distinte; si cavò di dito un anello d'argentoultimasua ricchezzae lo mise in dito a lei. Poi la baciòe pianse baciandola. La fanciullaurlavae lo inondava di lagrime. Ei gliele asciugava col fazzoletto. Prese le mani di leie se le pose sugli occhi. - Quegli occhi erano chiusi per sempre.

 

CAPO LXXXIl

Le consolazioni umane ci andavano mancando una dopo l'altra; gliaffanni erano sempre maggiori. Io mi rassegnava al voler di Dioma mi rassegnava gemendo;e l'anima miainvece d'indurirsi al malesembrava sentirlo sempre più dolorosamente.

Una volta mi fu clandestinamente recato un foglio della Gazzettad'Augsburgonel quale spacciavasi stranissima cosa di mea proposito della monacazioned'una delle mie sorelle.

Diceva: "La signora Maria Angiola Pellicofiglia ecc. ecc.prese addì ecc. il velo nel monastero della Visitazione in Torino ecc. È dessa sorelladell'autore della Francesca da RiminiSilvio Pellicoil quale usci recentemente dallafortezza di Spielberggraziato da S.M. l'Imperatore; tratto di clemenza degnissimo di sìmagnanimo Sovranoe che rallegrò tutta Italiastantechéecc. ecc.".

E qui seguivano le mie lodi.

La frottola della grazia non sapeva immaginarmi perché fosse statainventata. Un puro divertimento del giornalista non parea verisimile; era forse qualcheastuzia delle polizie tedesche? Chi lo sa? Ma i nomi di Maria Angiola erano precisamentequelli di mia sorella minore. Doveanosenza dubbioesser passati dalla gazzetta diTorino ad altre gazzette. Dunque quell'ottima fanciulla s'era veramente fatta monaca? Ahforse ella prese quello stato perché ha perduto i genitori! Povera fanciulla! non havoluto ch'io solo patissi le angustie del carcere: anch'ella ha voluto recludersi! IlSignore le dia più che non dà a mele virtù della pazienza e della abnegazione! Quantevoltenella sua cellaquell'angiolo penserà a me! quanto spesso farà dure penitenzeper ottener da Dio che alleggerisca i mali del fratello!

Questi pensieri m'intenerivanomi straziavano il cuore. Pur troppole mie sventure potevano aver influito ad abbreviare i giorni del padre o della madreod'entrambi! Più ci pensavae più mi pareva impossibile che senza siffatta perdita lamia Marietta avesse abbandonato il tetto paterno. Questa idea mi opprimeva quasi certezzaed io caddi quindi nel più angoscioso lutto.

Maroncelli n'era commosso non meno di me. Qualche giorno appresso eidiedesi a comporre un lamento poetico sulla sorella del prigioniero. Riuscì un bellissimopoemetto spirante melanconia e compianto. Quando l'ebbe terminatome lo recitò. Oh comegli fui grato della sua gentilezza! Fra tanti milioni di versi che fino allora s'eranofatti per monacheprobabilmente quelli erano i soli che si componessero in carcerepelfratello della monacada un compagno di ferri. Qual concorso d'idee patetiche ereligiose!

Così l'amicizia addolciva i miei dolori. Ahda quel tempo nonvolse più giorno ch'io non m'aggirassi lungamente col pensiero in un convento di vergini;che fra quelle vergini io non ne considerassi con più tenera pietà una: ch'io nonpregassi ardentemente il Cielo d'abbellirle la solitudinee di non lasciare che lafantasia le dipingesse troppo orrendamente la mia prigione!

 

CAPO LXXXIIl

L'essermi venuta clandestinamente quella gazzetta non facciaimmaginare al lettore che frequenti fossero le notizie del mondo ch'io riuscissi aprocurarmi. No: tutti erano buoni intorno a mema tutti legati da somma paura. Se avvennequalche lieve clandestinitànon fu se non quando il pericolo potea veramente parernullo. Ed era difficil cosa che potesse parer nullo in mezzo a tante perquisizioniordinarie e straordinarie.

Non mi fu mai dato d'avere nascostamente notizie dei miei carilontanitranne il surriferito cenno relativo a mia sorella.

Il timore ch'io avevache i miei genitori non fossero più in vitavenne di lì a qualche tempo piuttosto aumentato che diminuito dal modo con cui una voltail direttore di polizia venne ad annunciarmi che a casa mia stavano bene.

"S.M. l'Imperatore comanda" diss'egli "che io lepartecipi buone nuove di que' congiunti ch'ella ha a Torino."

Trabalzai dal piacere e dalla sorpresa a questa non mai primaavvenuta partecipazionee chiesi maggiori particolarità.

"Lasciai" gli diss'io "genitorifratelli e sorelle aTorino. Vivono tutti? Dehs'ella ha una lettera d'alcun di lorola supplico dimostrarmela!"

"Non posso mostrar niente. Ella deve contentarsi di ciò. Èsempre una prova di benignità dell'Imperatore il farle dire queste consolanti parole.Ciò non s'è ancor fatto a nessuno."

"Concedo esser prova di benignità dell'Imperatore; ma ellasentirà che m'è impossibile trarre consolazione da parole così indeterminate. Qualisono que' miei congiunti che stanno bene? Non ne ho io perduto alcuno?"

"Signoremi rincresce di non poterle dire di più di quel chem'è stato imposto."

E così se n'andò.

L'intenzione era certamente stata di recarmi un sollievo con quellanotizia. Ma io mi persuasi chenello stesso tempo che l'Imperatore aveva voluto cederealle istanze di qualche mio congiuntoe consentire che mi fosse portato quel cennoeinon volea che mi si mostrasse alcuna letteraaffinch'io non vedessi quali de' miei carimi fossero mancati.

Indi a parecchi mesiun annuncio simile al suddetto mi fu recato.Niuna letteraniuna spiegazione di più.

Videro ch'io non mi contentava di tanto e che rimaneane vieppiùafflittoe nulla mai più mi dissero della mia famiglia.

L'immaginarmi che i genitori fossero mortiche il fossero forseanche i fratellie Giuseppina altra mia amatissima sorella; che forse Marietta unicasuperstite s'estinguerebbe presto nell'angoscia della solitudine e negli stenti dellapenitenzami distaccava sempre più dalla vita.

Alcune volteassalito fortemente dalle solite infermità o dainfermità nuovecome coliche orrende con sintomi dolorosissimi e simili a quelli delmorbo-coleraio sperai di morire. Si; l'espressione è esatta: sperai.

E nondimenooh contraddizioni dell'uomo! dando un'occhiata allanguente mio compagno mi si straziava il cuore al pensiero di lasciarlo soloedesiderava di nuovo la vita!

 

CAPO LXXXIV

Tre volte vennero di Vienna personaggi d'alto grado a visitare lenostre carceriper assicurarsi che non ci fossero abusi di disciplina. La prima fu delbarone von Münche questiimpietosito della poca luce che avevamodisse che avrebbeimplorato di poter prolungare la nostra giornata facendoci mettere per qualche ora dellasera una lanterna alla parte esteriore dello sportello. La sua visita fu nel 1825. Un annodopo fu eseguito il suo pio intento. E così a quel lume sepolcrale potevamo indi in poivedere le paretie non romperci il capo passeggiando.

La seconda visita fu del barone von Vogel. Egli mi trovò in pessimostato di saluteed udendo chesebbene il medico riputasse a me giovevole il caffènons'attentava d'ordinarmelo perché oggetto di lussodisse una parola di consenso a miofavore; ed il caffè mi venne ordinato.

La terza visita fu di non so qual altro signore della Corteuomotra i cinquanta ed i sessantache ci dimostrò co' modi e colle parole la più nobilecompassione. Non potea far nulla per noima l'espressione soave della sua bontà era unbeneficioe gli fummo grati.

Oh qual brama ha il prigioniero di veder creature della sua specie!La religione cristianache è sì ricca d'umanitànon ha dimenticato di annoverare frale opere di misericordia il visitare i carcerati. L'aspetto degli uomini cui duole dellatua sventuraquand'anche non abbiano modo di sollevartene più efficacementetel'addolcisce.

La somma solitudine può tornar vantaggiosa all'ammendamentod'alcune anime; ma credo che in generale lo sia assai più se non ispinta all'estremosemescolata di qualche contatto colla società. Io almeno son così fatto. Se non vedo imiei similiconcentro il mio amore su troppo picciolo numero di essie disamo gli altri;se posso vedernenon dirò moltima un numero discretoamo con tenerezza tutto ilgenere umano.

Mille volte mi son trovato col cuore sì unicamente amante dipochissimie pieno d'odio per gli altrich'io me ne spaventava. Allora andava allafinestra sospirando di vedere qualche faccia nuovae m'estimava felice se la sentinellanon passeggiava troppo rasente il muro; se si scostava sì che potessi vederla; se alzavail capo udendomi tossirese la sua fisionomia era buona. Quando mi parea scorgervi sensidi pietàun dolce palpito prendeami come se quello sconosciuto soldato fosse un intimoamico. S'ei s'allontanavaio aspettava con innamorata inquietudine ch'ei ritornassees'ei ritornava guardandomiio ne gioiva come d'una grande carità. Se non passava più inguisa ch'io lo vedessiio restava mortificato come uomo che amae conosce che altri nolcura.

 

CAPO LXXXV

Nel carcere contiguogià d'Orobonistavano ora D. Marco Fortini eil signor Antonio Villa. Quest'ultimoaltre volte robusto come un Ercolepatì molto lafame il primo annoe quando ebbe più cibo si trovò senza forze per digerire. Languìlungamentee poiridotto quasi all'estremitàottenne che gli dessero un carcere piùarioso. L'atmosfera mefitica d'un angusto sepolcro gli erasenza dubbionocivissimasiccome lo era a tutti gli altri. Ma il rimedio da lui invocato non fu sufficiente. Inquella stanza grande campò qualche mese ancorapoi dopo varii sbocchi di sangue morì.

Fu assistito dal concaptivo D. Fortini e dall'abate Paulowichvenuto in fretta di Vienna quando si seppe ch'era moribondo.

Bench'io non mi fossi vincolato con lui così strettamente come conOrobonipur la sua morte mi afflisse molto. Io sapeva ch'egli era amato colla più vivatenerezza da' genitori e da una sposa! Per luiera più da invidiarsi che dacompiangersi; ma que' superstiti!...

Egli era anche stato mio vicino sotto i Piombi; Tremerello m'aveaportato parecchi versi di luie gli avea portati de' miei. Talvolta regnava in que' suoiversi un profondo sentimento.

Dopo la sua morte mi parve d'essergli più affezionato che in vitaudendo dalle guardie quanto miseramente avesse patito. L'infelice non poteva rassegnarsi amoriresebbene religiosissimo. Provò al più alto grado l'orrore di quel terribilepassobenedicendo però sempre il Signoree gridandogli con lagrime:

"Non so conformare la mia volontà alla tuaeppur voglioconformarla; opera tu in me questo miracolo!"

Ei non aveva il coraggio d'Orobonima lo imitòprotestando diperdonare a' nemici.

Alla fine di quell'anno (era il 1826) udimmo una sera nel corridoioil romore mal compresso di parecchi camminanti. I nostri orecchi erano divenutisapientissimi a discernere mille generi di romori. Una porta viene aperta; conosciamoessere quella ov'era l'avvocato Solera. Se n'apre un'altra: è quella di Fortini. Fraalcune voci dimessedistinguiamo quella del direttore di polizia. "Che sarà? Unaperquisizione ad ora sì tarda? e perché?"

Ma in breve escono di nuovo nel corridoio. Quand'ecco la cara vocedel buon Fortini: "Oh povereto mi! la scusisala; ho desmentegà un tomo delbreviario".

E lesto lesto ei correva indietro a prendersi quel tomopoiraggiungeva il drappello. La porta della scala s'aperseintendemmo i loro passi fino alfondo: capimmo che i due felici aveano ricevuto la grazia; esebbene c'increscesse di nonseguirline esultammo.

 

CAPO LXXXVl

Era la liberazione di que' due compagni senza alcuna conseguenza pernoi? Come uscivano essii quali erano stati condannati al pari di noiuno a vent'annil'altro a quindicie su noi e su molt'altri non risplendeva grazia?

Contro i non liberati esistevano dunque prevenzioni più ostili?Ovvero sarebbevi la disposizione di graziarci tuttima a brevi intervalli di distanzadue alla volta? forse ogni mese? forse ogni due o tre mesi?

Così per alcun tempo dubbiammo. E più di tre mesi volsero néaltra liberazione faceasi. Verso la fine del 1827pensammo che il dicembre potesse esseredeterminato per anniversario delle grazie. Ma il dicembre passò e nulla accadde.

Protraemmo l'aspettativa sino alla state del 1828terminando alloraper me i sett'anni e mezzo di penaequivalentisecondo il detto dell'Imperatoreaiquindiciove pure la pena si volesse contare dall'arresto. Ché se non voleasicomprendere il tempo del processo (e questa supposizione era la più verisimile)mabensì cominciare dalla pubblicazione della condannai sett'anni e mezzo non sarebberofiniti che nel 1829.

Tutti i termini calcolabili passaronoe grazia non rifulse.Intantogià prima dell'uscita di Solera e Fortiniera venuto al mio povero Maroncelliun tumore al ginocchio sinistro. In principio il dolore era mitee lo costringea soltantoa zoppicare. Poi stentava a trascinare i ferrie di rado usciva a passeggio. Un mattinod'autunno gli piacque d'uscir meco per respirare un poco d'aria: v'era già neve; ed in unfatale momento ch'io nol sostenevainciampò e cadde. La percossa fece immantinentedivenire acuto il dolore del ginocchio. Lo portammo sul suo letto; ei non era più ingrado di reggersi. Quando il medico lo videsi decise finalmente a fargli levare i ferri.Il tumore peggiorò di giorno in giornoe divenne enorme e sempre più doloroso. Talierano i martirii del povero infermoche non potea aver requie né in letto né fuor diletto.

Quando gli era necessità muoversialzarsiporsi a giacereiodovea prendere colla maggior delicatezza possibile la gamba malatae trasportarlalentissimamente nella guisa che occorreva. Talvoltaper fare il più piccolo passaggio dauna posizione all'altra ci volevano quarti d'ora di spasimo.

Sanguisughefontanellepietre caustichefomenti ora asciuttiorumiditutto fu tentato dal medico. Erano accrescimenti di strazioe niente più. Dopo ibruciamenti colle pietre si formava la suppurazione. Quel tumore era tutto piaghe; ma nonmai diminuivanon mai lo sfogo delle piaghe recava alcun lenimento al dolore.

Maroncelli era mille volte più infelice di me; nondimenooh quantoio pativa con lui! Le cure d'infermiere mi erano dolciperché usate a sì degno amico.Ma vederlo così deperirefra sì lunghi atroci tormentie non potergli recar salute! Epresagire che quel ginocchio non sarebbe mai più risanato! E scorgere che l'infermo teneapiù verisimile la morte che la guarigione! E doverlo continuamente ammirare pel suocoraggio e per la sue serenità! ahciò m'angosciava in modo indicibile!

 

CAPO LXXXVIl

In quel deplorabile statoei poetava ancoraei cantavaeidiscorreva; ei tutto facea per illudermiper nascondermi una parte de' suoi mali. Nonpotea più digerirené dormire; dimagrava spaventosamente; andava frequentemente indeliquio; e tuttaviain alcuni istanti raccoglieva la sua vitalità e faceva animo a me.

Ciò ch'egli patì per nove lunghi mesi non è descrivibile.Finalmente fu conceduto che si tenesse un consulto. Venne il protomedicoapprovò tuttoquello che il medico avea tentatoe senza pronunciare la sue opinione sull'infermitàesu ciò che restasse a farese n'andò.

Un momento appressoviene il sottintendentee dice a Maroncelli:"Il protomedico non s'è avventurato di spiegarsi qui in sua presenza; temeva ch'ellanon avesse la forza d'udirsi annunziare una dura necessità. Io l'ho assicurato che a leinon manca il coraggio".

"Spero" disse Maroncelli "d'averne dato qualcheprovain soffrire senza urli questi strazi. Mi si proporrebbe mai?.."

"Sisignorel'amputazione. Se non che il protomedicovedendoun corpo così emuntoèsita a consigliarla. In tanta debolezzasi sentirà ella capacedi sostenere l'amputazione? Vuol ella esporsi al pericolo?..."

"Di morire? E non morrei in breve egualmente se non si mettetermine a questo male?"

"Dunque faremo subito relazione a Vienna d'ogni cosaed appenavenuto il permesso di amputarla..."

"Che? ci vuole un permesso?"

"Sìsignore."

Di lì a otto giornil'aspettato consentimento giunse.

Il malato fu portato in una stanza più grande; ei dimandò ch'io loseguissi.

"Potrei spirare sotto l'operazione;" diss'egli "ch'iomi trovi almeno fra le braccia dell'amico."

La mia compagnia gli fu conceduta.

L'abate Wrbanostro confessore (succeduto a Paulowich)venne adamministrare i sacramenti all'infelice. Adempiuto questo atto di religioneaspettavamo ichirurgie non comparivano. Maroncelli si mise ancora a cantare un inno.

I chirurgi vennero alfine: erano due. Unoquello ordinario dellacasacioè il nostro barbiereed egliquando occorrevano operazioniaveva il dirittodi farle di sua mano e non volea cederne l'onore ad altri. L'altro era un giovanechirurgoallievo della scuola di Viennae già godente fama di molta abilità. Questimandato dal governatore per assistere all'operazione e dirigerlaavrebbe voluto farlaegli stessoma gli convenne contentarsi di vegliare all'esecuzione.

Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lotenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchiodove la coscia cominciava ad essersanafu stretto un legacciosegno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchiochirurgo tagliò tutto intornola profondità d'un dito; poi tirò in su la pelletagliatae continuò il taglio sui muscoli scorticati. Il sangue fluiva a torrenti dallearteriema queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimosi segò l'osso.

Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via lagamba tagliatale diede un'occhiata di compassionepoivoltosi al chirurgo operatoregli disse:

"Ella m'ha liberato d'un nemicoe non ho modo dirimunerarnela."

V'era in un bicchiere sopra la finestra una rosa.

"Ti prego di portarmi quella rosa" mi disse.

Gliela portai. Ed ei l'offerse al vecchio chirurgodicendogli:

"Non ho altro a presentarle in testimonianza della miagratitudine."

Quegli prese la rosae pianse.

 

CAPO LXXXVIIl

I chirurgi aveano creduto che l'infermeria di Spielberg provvedessetutto l'occorrenteeccetto i ferri ch'essi portarono. Ma fatta l'amputaziones'accorseroche mancavano diverse cose necessarie: tela incerataghiacciobendeecc.

Il misero mutilato dovette aspettare due oreche tutto questo fosseportato dalla città. Finalmente poté stendersi sul letto; ed il ghiaccio gli fu postosul tronco.

Il dì seguenteliberarono il tronco dai grumi di sangueformativisilo lavaronotirarono in giù la pellee fasciarono.

Per parecchi giorni non si diede al malato se non qualche mezzachicchera di brodo con torlo d'uovo sbattuto. E quando fu passato il pericolo della febbrevulnerariacominciarono gradatamente a ristorarlo con cibo più nutritivo. L'Imperatoreavea ordinato chefinché le forze fossero ristabilitegli si desse buon cibodellacucina del soprintendente.

La guarigione si operò in quaranta giorni. Dopo i quali fummoricondotti nel nostro carcere; questo per altro ci venne ampliatofacendo cioèun'apertura al muro ed unendo la nostra antica tanai a quella già abitata da Oroboni epoi da Villa.

Io trasportai il mio letto al luogo medesimo ov'era stato quellod'Oroboniov'egli era morto. Quest'identità di luogo m'era cara; pareami di essermiavvicinato a lui. Sognava spesso di luie pareami che il suo spirito veramente mivisitasse e mi rasserenasse con celesti consolazioni.

Lo spettacolo orribile di tanti tormenti sofferti da Maroncellieprima del taglio della gambae durante quell'operazionee dappoimi fortificò l'animo.Iddioche m'avea dato sufficiente salute nel tempo della malattia di quelloperché lemie cure gli erano necessarieme la tolse allorch'egli poté reggersi sulle grucce.

Ebbi parecchi tumori glandulari dolorosissimi. Ne risanaied aquesti successero affanni di pettogià provati altre volte ma ora più soffocanti chemaivertigini e dissenterie spasmodiche.

"È venuta la mia volta" diceva tra me. "Sarò iomeno paziente del mio compagno?"

M'applicai quindi ad imitarequant'io sapeala sua virtù.

Non v'è dubbio che ogni condizione umana ha i suoi doveri. Quellid'un infermo sono la pazienzail coraggio e tutti gli sforzi per non essere inamabile acoloro che gli sono vicini.

Maroncellisulle sue povere gruccenon avea più l'agilitàd'altre voltee rincresceaglitemendo di servirmi meno bene. Ei temeva inoltre cheperrisparmiargli i movimenti e la faticaio non mi prevalessi de' suoi servigi quanto miabbisognava.

E questo veramente talora accadevama io procacciava che non sen'accorgesse.

Quantunque egli avesse ripigliato forzanon era però senzaincomodi. Ei pativacome tutti gli amputatisensazioni dolorose ne' nerviquasiché laparte tagliata vivesse ancora. Gli doleano il piedela gamba ed il ginocchio ch'ei piùnon avea. Aggiugneasi che l'osso era stato mal segatoe sporgeva nelle nuove carniefacea frequenti piaghe. Soltanto dopo circa un anno il tronco fu abbastanza indurito epiù non s'aperse.

 

CAPO LXXXIX

Ma nuovi mali assalirono l'infelicee quasi senza intervallo.Dapprima una artritideche cominciò per le giunture delle mani e poi gli martirò piùmesi tutta la persona; indi lo scorbuto. Questo gli coperse in breve il corpo di macchielividee mettea spavento.

Io cercava di consolarmipensando tra me: "Poiché convienmorir qua dentroè meglio che sia venuto ad uno dei due lo scorbuto; è maleattaccaticcioe ne condurrà nella tombase non insiemealmeno a poca distanza ditempo"

Ci preparavamo entrambi alla morteed eravamo tranquilli. Nove annidi prigione e di gravi patimenti ci aveano finalmente addimesticati coll'idea del totaledisfacimento di due corpi così rovinati e bisognosi di pace. E le anime fidavano nellabontà di Dioe credeano di riunirsi entrambe in luogo ove tutte le ire degli uominicessanoed ove pregavamo che a noi si riunissero ancheun giornoplacaticoloro chenon ci amavano.

Lo scorbutonegli anni precedentiaveva fatto molta strage inquelle prigioni. Il governoquando seppe che Maroncelli era affetto da quel terribilemalepaventò nuova epidemia scorbutica e consentì all'inchiesta del medicoil qualediceva non esservi rimedio efficace per Maroncelli se non l'aria apertae consigliava ditenerlo il meno possibile entro la stanza.

Iocome contubernale di questoed anche infermo di discrasiagodetti lo stesso vantaggio.

In tutte quelle ore che il passeggio non era occupato da altricioè da mezz'ora avanti l'alba per un paio d'orepoi durante il pranzose così cipiacevaindi per tre ore della sera sin dopo il tramontostavamo fuori. Ciò pei giorniferiali. Ne' festivinon essendovi il passeggio consueto degli altristavamo fuori damattina a seraeccettuato il pranzo.

Un altro infelicedi salute danneggiatissimae di circasettant'annifu aggregato a noireputandosi che l'ossigeno potessegli pur giovare. Erail signor Costantino Munariamabile vecchiodilettante di studi letterari e filosoficie la cui società ci fu assai piacevole.

Volendo computare la mia pena non dall'epoca dell'arresto ma daquella della condannai sette anni e mezzo finivano nel 1829 ai primi di lugliosecondola firma imperiale della sentenzaovvero ai 22 d'agostosecondo la pubblicazione.

Ma anche questo termine passòe morì ogni speranza.

Fino allora MaroncelliMunari ed io facevamo talvolta lasupposizione di rivedere ancora il mondola nostra Italiai nostri congiunti; e ciò eramateria di ragionamenti pieni di desideriodi pietà e d'amore.

Passato l'agosto e poi il settembree poi tutto quell'annociavvezzammo a non isperare più nulla sopra la terratranne l'inalterabile continuazionedella reciproca nostra amiciziae l'assistenza di Dioper consumare degnamente il restodel nostro lungo sacrifizio.

Ah l'amicizia e la religione sono due beni inestimabili!Abbelliscono anche le ore de' prigionieria cui più non risplende verisimiglianza digrazia! Dio è veramente cogli sventurati; - cogli sventurati che amano!

 

CAPO XC

Dopo la morte di Villaall'abate Paulowichche fu fatto vescovosegui per nostro confessore l'abate Wrbamoravoprofessore di Testamento Nuovo a Brünnvalente allievo dell'Istituto Sublime di Vienna.

Quest'istituto è una congregazione fondata dal celebre Frintallora parroco di corte. I membri di tal congregazione sono tutti sacerdotii qualigiàlaureati in teologiaproseguono ivi sotto severa disciplina i loro studiper giungere alpossesso del massimo sapere conseguibile. L'intento del fondatore è stato egregio: quellocioè di produrre un perenne disseminamento di vera e forte scienza nel clero cattolico diGermania. E simile intento vienein generaleadempiuto.

Wrbastando a Brünnpotea darci molta più parte del suo tempoche Paulowich. Ei divenne per noi ciò ch'era il P. Battistatranne che non gli eralecito di prestarci alcun libro. Facevamo spesso insieme lunghe conferenze; e la miareligiosità ne traeva grande profitto; ose questo è dir troppoa me pareva ditrarneloe sommo era il conforto che indi sentiva.

Nell'anno 1829 ammalò; poidovendo assumere altri impegninonpoté più venire da noi. Ce ne spiacque altamente; ma avemmo la buona sorte che a luiseguisse altro dotto ed egregio uomol'abate Ziakvicecurato.

Di que' parecchi sacerdoti tedeschi che ci furono destinatinoncapitarne uno cattivo! non uno che scoprissimo volersi fare stromento della politica (equesto è si facile a scoprirsi!)non unoanziche non avesse i riuniti meriti di moltadottrinadi dichiaratissima fede cattolica e di filosofia profonda! Oh quanto ministridella Chiesa siffatti sono rispettabili!

Que' pochi ch'io conobbi mi fecero concepire un'opinione assaivantaggiosa del clero cattolico tedesco.

Anche l'abate Ziak teneva lunghe conferenze con noi. Egli pure miserviva d'esempio per sopportare con serenità i miei dolori. Incessanti flussioni aidentialla golaagli orecchi lo tormentavanoed era nondimeno sempre sorridente.

Intanto la molt'aria aperta fece scomparire a poco a poco le macchiescorbutiche di Maroncelli; e parimenti Munari ed io stavamo meglio.

 

CAPO XCl

Spuntò il 1° d'agosto del 1830. Volgeano dieci anni ch'io aveaperduta la libertà; ott'anni e mezzo ch'io scontava il carcere duro.

Era giorno di domenica. Andammocome le altre festenel solitorecinto. Guardammo ancora dal muricciuolo la sottoposta valleed il cimitero ove giaceanoOroboni e Villa; parlammo ancora del riposo che un dì v'avrebbero le nostre ossa. Ciassidemmo ancora sulla solita panca ad aspettare che le povere condannate venissero allamessache si diceva prima della nostra. Queste erano condotte nel medesimo oratoriettodove per la messa seguente andavamo noi. Esso era contiguo al passeggio.

È uso in tutta la Germania che durante la messa il popolo cantiinni in lingua viva. Siccome l'impero d'Austria è paese misto di tedeschi e di slavienelle prigioni di Spielberg il maggior numero de' condannati comuni appartiene all'uno oall'altro di que' popoligl'inni vi si cantano una festa in tedesco e l'altra in islavo.Così ogni festa si fanno due predichee s'alternano le due lingue. Dolcissimo piacereera per noi l'udire quei canti e l'organo che l'accompagnava.

Fra le donne ve n'aveala cui voce andava al cuore. Infelici!Alcune erano giovanissime. Un amoreuna gelosiaun mal esempio le avea trascinate aldelitto! - Mi suona ancora nell'anima il loro religiosissimo canto del Sanctus:"heilig! heilig! heilig!". Versai ancora una lagrima udendolo.

Alle ore dieci le donne si ritiraronoe andammo alla messa noi.Vidi ancora quelli de' miei compagni di sventura che udivano la messa sulla tribunadell'organoda' quali una sola grata ci separavatutti pallidismuntitraenti confatica i loro ferri!

Dopo la messa tornammo ne' nostri covili. Un quarto di ora dopo ciportarono il pranzo. Apparecchiavamo la nostra tavolail che consisteva nel mettereun'assicella sul tavolaccio e prendere i nostri cucchiai di legnoquando il signorWegrathsottintendenteentrò nel carcere.

"M'incresce di disturbare il loro pranzo" disse "masi compiacciano di seguirmi; v'è di là il signor direttore di polizia."

Siccome questi solea venire per cose molestecome perquisizioni odinquisizioniseguimmo assai di mal umore il buon sottintendente fino alla camerad'udienza.

Là trovammo il direttore di polizia ed il soprintendente; ed ilprimo ci fece un inchinogentile più del consueto.

Prese una carta in manoe disse con voci troncheforse temendo diprodurci troppo forte sorpresa se si esprimeva più nettamente:

"Signori... ho il piacere... ho l'onore... di significarloro... che S.M. l'Imperatore ha fatto ancora... una grazia..."

Ed esitava a dirci qual grazia fosse. Noi pensavamo che fossequalche minoramento di penacome d'essere esenti dalla noia del lavorod'aver qualchelibro di piùd'avere alimenti men disgustosi.

"Ma non capiscono?" disse.

"Nosignore. Abbia la bontà di spiegarci quale specie digrazia sia questa."

"È la libertà per loro duee per un terzo che fra pocoabbracceranno."

Parrebbe che quest'annuncio avesse dovuto farci prorompere ingiubilo. Il nostro pensiero corse subito ai parentide' quali da tanto tempo non avevamonotiziaed il dubbio che forse non li avremmo più trovati sulla terra ci accorò tantoche annullò il piacere suscitabile dall'annuncio della libertà.

"Ammutoliscono?..." disse il direttore di polizia."Io m'aspettava di vederli esultanti."

"La prego" risposi "di far nota all'Imperatore lanostra gratitudine; mase non abbiamo notizia delle nostre famiglienon ci è possibiledi non paventare che a noi sieno mancate persone carissime. Questa incertezza ci opprimeanche in un istante che dovrebbe esser quello della massima gioia."

Diede allora a Maroncelli una lettera di suo fratelloche loconsolò. A me disse che nulla c'era della mia famiglia; e ciò mi fece vieppiù temereche qualche disgrazia fosse in essa avvenuta.

"Vadano" proseguì "nella loro stanza; e fra pocomanderò loro quel terzo che pure è stato graziato."

Andammo ed apettavamo con ansietà quel terzo. Avremmo voluto chefossero tuttieppure non poteva essere che uno. "Fosse il povero vecchio Munari!fosse quello! fosse quell'altro!" Niuno era per cui non facessimo voti.

Finalmente la porta s'apree vediamo quel compagno essere il signorAndrea Tonelli da Brescia.

Ci abbracciammo. Non potevamo più pranzare.

Favellammo sino a seracompiangendo gli amici che restavano.

Al tramonto ritornò il direttore di polizia per trarci di quellosciagurato soggiorno. I nostri cuori gemevanopassando innanzi alle carceri de' tantiamatie non potendo condurli con noi! Chi sa quanto tempo vi languirebbero ancora? chi saquanti di essi doveano quivi esser preda lenta della morte?

Fu messo a ciascuno di noi un tabarro da soldato sulle spalle ed unberretto in capoe cosìcoi medesimi vestiti da galeottoma scatenatiscendemmo ilfunesto montee fummo condotti in cittànelle carceri della polizia.

Era un bellissimo lume di luna. Le stradele casela gente cheincontravamotutto mi pareva sì gradevole e sì stranodopo tanti anni che non aveapiù veduto simile spettacolo!

 

CAPO XCIl

Aspettammo nelle carceri di polizia un commissario imperiale chedovea venire da Vienna per accompagnarci sino ai confini. Intantosiccome i nostri baulierano stati vendutici provvedemmo di biancheria e vestitie deponemmo la divisacarceraria.

Dopo cinque giorni il commissario arrivòed il direttore dipolizia ci consegnò a luirimettendogli nello stesso tempo il denaro che avevamo portatosullo Spielberg e quello che si era ricavato dalla vendita dei bauli e de' libri; danaroche poi ci venne a' confini restituito.

La spesa del nostro viaggio fu fatta dall'Imperatoree senzarisparmio.

Il commissario era il signor von Noegentiluomo impiegato nellasegreteria del ministro della polizia. Non poteva esserci destinata persona di piùcompita educazione. Ci trattò sempre con tutti i riguardi.

Ma io partii da Brünn con una difficoltà di respiro penosissimaed il moto della carrozza tanto crebbe il maleche a sera ansava in guisa spaventosaetemeasi da un istante all'altro ch'io restassi soffocato. Ebbi inoltre ardente febbretutta notteed il commissario era incerto il mattino seguente s'io potessi continuare ilviaggio sino a Vienna. Dissi di sìpartimmo: la violenza dell'affanno era estrema; nonpotea né mangiarené berené parlare.

Giunsi a Vienna semivivo. Ci diedero un buon alloggio nelladirezione generale di polizia. Mi posero a letto; si chiamò un medico; questi mi ordinòuna cavata di sanguee ne sentii giovamento. Perfetta dieta e molta digitale fu per ottogiorni la mia curae risanai. Il medico era il signor Singer; m'usò attenzioni veramenteamichevoli.

Io aveva la più grande ansietà di partiretanto più ch'era a noipenetrata la notizia delle tre giornate di Parigi.

Nello stesso giorno che scoppiava la rivoluzionel'Imperatore aveafirmato il decreto della nostra libertà! Certo non lo avrebbe ora rivocato. Ma era purcosa non inverisimileche i tempi tornando ad essere critici per tutta Europa sitemessero movimenti popolari anche in Italiae non si volesse dall'Austriain quelmomentolasciarci ripatriare. Eravamo ben persuasi di non ritornare sullo Spielberg; mapaventavamo che alcuno suggerisse all'Imperatore di deportarci in qualche cittàdell'impero lungi dalla penisola.

Mi mostrai anche più risanato che non erae pregai che sisollecitasse la partenza. Intanto era mio desiderio ardentissimo di presentarmi a S.E. ilsignor conte di PralormoInviato della Corte di Torino alla Corte austriacaalla bontàdel quale io sapeva di quanto andassi debitore. Egli erasi adoperato colla più generosa ecostante premura ad ottenere la mia liberazione. Ma il divieto ch'io non vedessi chi chesi fosse non ammise eccezione.

Appena fui convalescenteci si fece la gentilezza di mandarci perqualche giorno la carrozza perché girassimo un poco per Vienna. Il commissario aveal'obbligo d'accompagnarci e di non lasciarci parlare con nessuno. Vedemmo la bella chiesadi Santo Stefanoi deliziosi passeggi della cittàla vicina villa Liechtensteine perultimo la villa imperiale di Schonbrünn.

Mentre eravamo ne' magnifici viali di Schonbrünn passòl'Imperatoreed il commissario ci fece ritirareperché la vista delle nostre sparutepersone non l'attristasse.

 

CAPO XCIIl

Partimmo finalmente da Viennae potei reggere fino a Bruck. Ivil'asma tornava ad essere violenta. Chiamammo il medico: era un certo signor Jüdmannuomodi molto garbo. Mi fece cavar sanguestar a lettoe continuare la digitale. Dopo duegiorni feci istanza perché il viaggio fosse proseguito.

Traversammo l'Austria e la Stiriaed entrammo in Carintia senzanovità; magiunti ad un villaggio per nome Feldkirchen poco distante da Klagenfurteccogiungere un contr'ordine. Dovevamo ivi fermarci sino a nuovo avviso.

Lascio immaginare quanto spiacevole ci fosse quest'evento. Ioinoltre aveva il rammarico di esser quello che portava tanto danno a' miei due compagni:s'essi non poteano ripatriarela mia fatal malattia n'era cagione.

Stemmo cinque giorni a Feldkirchened ivi pure il commissario feceil possibile per ricrearci. V'era un teatrino di commediantie vi ci condusse. Ci diedeun giorno il divertimento d'una caccia. Il nostro oste e parecchi giovani del paesecolproprietario d'una bella forestaerano i cacciatori; e noi collocati in posizioneopportuna godevamo lo spettacolo.

Finalmente venne un corriere da Viennacon ordine al commissarioche ci conducesse pure al nostro destino. Esultai co' miei compagni di questa felicenotiziama nello stesso tempo tremava che s'avvicinasse per me il giorno d'una scopertafatale: ch'io non avessi più né padrené madrené chi sa quali altri de' miei cari!

E la mia mestizia cresceva a misura che c'inoltravamo verso Italia.

Da quella parte l'entrata in Italia non è dilettosa all'occhio edanzi si scende da bellissime montagne del paese tedesco a pianura itala per lungo trattosterile ed inamena; cosicché i viaggiatori che non conoscono ancora la nostra penisolaed ivi passanoridono della magnifica idea che se n'erano fattae sospettano d'esserestati burlati da coloro onde l'intesero tanto vantare.

La bruttezza di quel suolo contribuiva a rendermi più tristo. Ilrivedere il nostro cielol'incontrare facce umane di forma non settentrionalel'udire daogni labbro voci del nostro idiomam'inteneriva; ma era un'emozione che m'invitava piùal pianto che alla gioia. Quante volte in carrozza mi copriva colle mani il visofingendodi dormiree piangeva! Quante volte la notte non chiudeva occhioe ardea di febbreordando con tutta l'anima le più calde benedizioni alla mia dolce Italiae ringraziando ilCielo d'essere a lei renduto; or tormentandomi di non aver notizie di casaefantasticando sciagure; or pensando che fra poco sarebbe stato forza separarmie forseper sempreda un amico che tanto avea meco patitoe tante prove di affetto fraternoaveami dato!

Ah! sì lunghi anni di sepoltura non avevano spenta l'energia delmio sentire! ma questa energia era sì poca per la gioiae tanta pel dolore!

Come avrei voluto rivedere Udine e quella locanda ove quei generosiaveano finto di essere camerierie ci aveano stretto furtivamente la mano!

Lasciammo quella città a nostra sinistrae oltrepassammo.

 

CAPO XCIV

PordenoneConeglianoOspedalettoVicenzaVeronaMantova miricordavano tante cose! Del primo luogo era nativo un valente giovanestàtomi amicoeperito nelle stragi di Russia; Conegliano era il paese ove i secondini de' Piombi m'aveanodetto essere stata condotta la Zanze; in Ospedaletto era stata maritatama or non viveavipiùuna creatura angelica ed infelicech'io aveva già tempo veneratoe ch'io veneravaancora. In tutti que' luoghi insomma mi sorgeano rimembranze più o meno care; ed inMantova più che in niun'altra città. Mi parea ieri che io v'era venuto con Lodovico nel1815! Mi parea ieri che io v'era venuto con Porro nel 1820! - Le stesse stradele stessepiazzegli stessi palazzie tante differenze sociali! Tanti miei conoscenti involati damorte! tanti esuli! una generazione d'adulti i quali io aveva veduti nell'infanzia! E nonpoter correre a questa o quella casa! non poter parlare del tale o del tal altro conalcuno!

E per colmo d'affannoMantova era il punto di separazione perMaroncelli e per me. Vi pernottammo tristissimi entrambi. Io era agitato come un uomo allavigilia d'udire la sua condanna.

La mattina mi lavai la facciae guardai nello specchio se siconoscesse ancora ch'io avessi pianto. Presiquanto meglio poteil'aria tranquilla esorridente; dissi a Dio una picciola preghierama per verità molto distrattoed udendoche già Maroncelli movea le sue grucce e parlava col cameriereandai ad abbracciarlo.Tutti e due sembravamo pieni di coraggio per questa separazione; ci parlavano un po'commossima con voce forte. L'uffiziale di gendarmeria che dee condurlo a' confini diRomagnaè giunto; bisogna partire; non sappiamo quasi che dirci; un amplessoun bacioun amplesso ancora. - Montò in carrozzadisparve; io restai come annichilato.

Tornai nella mia stanzami gettai in ginocchioe pregai per quelmisero mutilatodiviso dal suo amicoe proruppi in lagrime ed in singhiozzi.

Conobbi molti uomini egregima nessuno più affettuosamentesocievole di Maroncellinessuno più educato a tutti i riguardi della gentilezzapiùesente da accessi di selvaticumepiù costantemente memore che la virtù si compone dicontinui esercizi di tolleranzadi generosità e di senno. Oh mio socio di tanti anni didoloreil Cielo ti benedica ovunque tu respirie ti dia amici che m'agguaglino in amoree mi superino in bontà!

 

CAPO XCV

Partimmo la stessa mattina da Mantova per Brescia. Qui fu lasciatolibero l'altro concaptivoAndrea Tonelli. Quest'infelice seppe ivi d'aver perduta lamadree le desolate sue lagrime mi straziarono il cuore.

Benché angosciatissimo qual io m'era per tante cagioniil seguentecaso mi fece alquanto ridere.

Sopra una tavola della locanda v'era un annuncio teatrale. Prendoeleggo: "Francesca da Riminiopera per musicaecc.".

"Di chi è quest'opera?" dico al cameriere.

"Chi l'abbia messa in versi e chi in musicanol so"risponde. "Ma insomma è sempre quella Francesca da Riminiche tutticonoscono."

"Tutti? V'ingannate. Io che vengo di Germaniache cosa ho dasapere delle vostre Francesche?"

Il cameriere (era un giovinotto di faccia sdegnosettaveramentebresciana) mi guardò con disprezzante pietà.

"Che cosa ha da sapere? Signorenon si tratta di Francesche.Si tratta d'una Francesca da Rimini unica. Voglio dire la tragedia del signor SilvioPellico. Qui l'hanno messa in operaguastandola un pochinoma tutt'uno è semprequella."

"Ah! Silvio Pellico? Mi pare d'aver inteso a nominarlo. Non èquel cattivo mobile che fu condannato a morte e poi a carcere durootto o nove annisono?"

Non avessi mai detto questo scherzo! Si guardò intornopoi guardòmedigrignò trentadue bellissimi dentie se non avesse udito rumorecredo m'accoppava.

Se n'andò borbottando: "Cattivo mobile?". Ma prima ch'iopartissiscoperse chi mi fossi. Ei non sapeva più né interrogarené risponderenéservirené camminare. Non sapea più altro che pormi gli occhi addossofregarsi lemanie dire a tutti senza proposito: "Sior sìsior sì!" che parea chesternutasse.

Due giorni dopoaddì 9 settembregiunsi col commissario a Milano.All'avvicinarmi a questa cittàal rivedere la cupola del Duomoal ripassare in quelviale di Loreto già mia passeggiata sì frequente e si caraal rientrare per PortaOrientalee ritrovarmi al Corsoe rivedere quelle casequei templiquelle vieprovaii più dolci ed i più tormentosi sentimenti: uno smanioso desiderio di fermarmi alcuntempo in Milano e riabbracciarvi quegli amici ch'io v'avrei rinvenuti ancora: un infinitorincrescimento pensando a quelli ch'io aveva lasciato sullo Spielberga quelli cheramingavano in terre stranierea quelli ch'erano morti: una viva gratitudine rammentandol'amore che m'avevano dimostrato in generale i Milanesi: qualche fremito di sdegno controalcuni che mi avevano calunniatomentre erano sempre stati l'oggetto della miabenevolenza e della mia stima.

Andammo ad alloggiare alla Bella Venezia.

Qui io era stato tante volte a lieti amicali conviti: qui aveavisitato tanti degni forestieri: qui una rispettabile attempata signora mi sollecitavaedindarnoa seguirla in Toscanaprevedendos'io restava a Milanole sventure chem'accaddero. Oh commoventi memorie! Oh passato sì cosparso di piaceri e di dolorie sìrapidamente fuggito!

I camerieri dell'albergo scopersero subito chi foss'io. La voce sidiffusee verso sera vidi molti fermarsi sulla piazza e guardare alle finestre. Uno(ignoro chi foss'egli) parve riconoscermie mi salutò alzando ambe la braccia.

Ahdov'erano i figli di Porroi miei figli? Perché non li vid'io?

 

CAPO XCVl

Il commissario mi condusse alla poliziaper presentarmi aldirettore. Qual sensazione nel rivedere quella casamio primo carcere! Quanti affanni miricorsero alla mente! Ah! mi sovvenne con tenerezza di teo Melchiorre Gioiae dei passiprecipitati ch'io ti vedea muovere su e giù fra quelle strette paretie delle ore chestavi immobile al tavolino scrivendo i tuoi nobili pensierie dei cenni che mi facevi colfazzolettoe della mestizia con cui mi guardaviquando il farmi cenni ti fu vietato! Edimmaginai la tua tombaforse ignorata dal maggior numero di coloro che ti amaronosiccom'era ignorata da me! - ed implorai pace al tuo spirito!

Mi sovvenne anche del mutolinodella patetica voce di Maddalenade' miei palpiti di compassione per essade' ladri miei vicinidel preteso Luigi XVIIdel povero condannato che si lasciò cogliere il viglietto e sembrommi avere urlato sottoil bastone.

Tutte queste ed altre memorie m'opprimeano come un sogno angosciosoma più m'opprimea quella delle due visite fattemi ivi dal mio povero padredieci anniaddietro. Come il buon vecchio s'illudevasperando ch'io presto potessi raggiungerlo aTorino! Avrebb'egli sostenuto l'idea di dieci anni di prigionia ad un figlioe di talprigionia? Ma quando le sue illusioni svanironoavrà egliavrà la madre avuto forza direggere a sì lacerante cordoglio? Erami dato ancora di rivederli entrambi? o forse unosolo dei due? e quale?

Oh dubbio tormentosissimo e sempre rinascente! Io eraper cosìdirealle porte di casae non sapeva ancora se i genitori fossero in vita; se fosse invita pur uno della mia famiglia.

Il direttore della polizia m'accolse gentilmentee permise ch'io mifermassi alla Bella Venezia col commissario imperialeinvece di farmi custodire altrove.Non mi si concesse per altro di mostrarmi ad alcunoed io quindi mi determinai a partireil mattino seguente. Ottenni soltanto di vedere il Console piemonteseper chiederglicontezza de' miei congiunti. Sarei andato da luima essendo preso da febbre e dovendopormi in lettolo feci pregare di venire da me.

Ebbe la compiacenza di non farsi aspettareed oh quanto gliene fuigrato!

Ei mi diede buone nuove di mio padre e di mio fratello primogenito.Circa la madrel'altro fratello e le due sorellerimasi in crudele incertezza.

In parte confortatoma non abbastanzaavrei volutoper sollevarel'anima miaprolungare molto la conversazione col signor Console. Ei non fu scarso dellasua gentilezzama dovette pure lasciarmi.

Restato soloavrei avuto bisogno di lagrimee non ne avea. Perchétalvolta mi fa il dolore prorompere in piantoed altre volteanzi il più spessoquandoparmi che il piangere mi sarebbe si dolce ristorolo invoco inutilmente? Questaimpossibilità di sfogare la mia afflizione accresceami la febbre: il capo doleami forte.

Chiesi da bere a Stundberger. Questo buon uomo era un sergente dellapolizia di Viennafaciente funzione di cameriere del commissario. Non era vecchiomadiedesi il caso che mi porse da bere con mano tremante. Quel tremito mi ricordò Schilleril mio amato Schillerquandoil primo giorno del mio arrivo a Spielberggli dimandaicon imperioso orgoglio la brocca dell'acquae me la porse.

Cosa strana! Tal rimembranzaaggiunta alle altreruppe la selcedel mio cuoree le lagrime scaturirono.

 

CAPO XCVIl

La mattina del 10 settembre abbracciai il mio eccellentecommissarioe partii. Ci conoscevamo solamente da un mesee mi pareva un amico di moltianni. L'anima suapiena di sentimento del bello e dell'onestonon era investigatricenon era artifiziosa; non perché non potesse avere l'ingegno di esserloma perquell'amore di nobile semplicità ch'è negli uomini retti.

Talunodurante il viaggioin un luogo dove c'eravamo fermatimidisse ascosamente: "Guardatevi di quell'angelo custode; se non fosse di quei neri nonve l'avrebbero dato".

"Eppur v'ingannate" gli dissi "ho la più intimapersuasione che v'ingannate."

"I più astuti" riprese quegli "sono coloro cheappaiono più semplici."

"Se così fossenon bisognerebbe mai credere alla virtùd'alcuno."

"Vi son certi posti sociali ove può esservi molta elevataeducazione per le manierema non virtù! non virtù! non virtù!"

Non potei rispondergli altrose non che:

"Esagerazionesignor mio! esagerazione!"

"Io sono conseguente" insisté colui.

Ma fummo interrotti. E mi sovvenne il cave a consequentiariis diLeibnizio.

Pur troppo la più parte degli uomini ragiona con questa falsa eterribile logica: "Io seguo lo stendardo Ache son certo essere quello dellagiustizia; colui segue lo stendardo Bche son certo essere quello dell'ingiustizia:dunque egli è un malvagio".

Ah noo logici furibondi! di qualunque stendardo voi siatenonragionate così disumanamente! Pensate che partendo da un lato svantaggioso qualunque (edov'è una società od un individuo che non abbiane di tali?) e procedendo con rabbiosorigore di conseguenza in conseguenzaè facile a chicchessia il giungere a questaconclusione: "Fuori di noi quattrotutti i mortali meritano d'essere arsivivi". E se si fa più sagace scrutiniociascun de' quattro dirà: "Tutti imortali meritano d'essere arsi vivifuori di me".

Questo volgare rigorismo è sommamente antifilosofico. Unadiffidenza moderata può esser savia: una diffidenza oltrespintanon mai.

Dopo il cenno che m'era stato fatto su quell'angelo custodeio posipiù mente di prima a studiarloed ogni giorno più mi convinsi della innocua e generosasua natura.

Quando v'è un ordine di società stabilitomolto o poco buonoch'ei siatutti i posti sociali che non vengono per universale coscienza riconosciutiinfamitutti i posti sociali che promettono di cooperare nobilmente al ben pubblico e lecui promesse sono credute da gran numero di gentetutti i posti sociali in cui è assurdonegare che vi sieno stati uomini onestipossono sempre da uomini onesti essere occupati.

Lessi d'un quacchero che aveva orrore dei soldati. Vide una volta unsoldato gettarsi nel Tamigi e salvare un infelice che s'annegava; ei disse: "Saròsempre quaccheroma anche i soldati son buone creature".

 

CAPO XCVIIl

Stundberger m'accompagnò sino alla vetturaove montai colbrigadiere di gendarmeria al quale io era stato affidato. Piovevae spirava aria fredda.

"S'avvolga bene nel mantello" diceami Stundberger "sicopra meglio il capoprocuri di non arrivare a casa ammalato; ci vuol così poco per leia raffreddarsi! Quanto m'incresce di non poterle prestare i miei servigi fino aTorino!"

E tutto ciò diceami egli sì cordialmente e con voce commossa!

"D'or innanziella non avrà forse più mai alcun Tedescovicino a sé" soggiuns'egli "non udrà forse più mai parlare questa lingua chegl'Italiani trovano sì dura. E poco le importerà probabilmente. Fra i Tedeschi ebbetante sventure a patireche non avrà troppa voglia di ricordarsi di noi. E nondimeno iodi cui ella dimenticherà presto il nomeiosignorepregherò sempre per lei."

"Ed io per te" gli dissitoccandogli l'ultima volta lamano.

Il pover'uomo gridò ancora: "Guten Morgen! gute Reise! lebenSie wohl! (buon giorno! buon viaggio! stia bene!)". Furono le ultime parole tedescheche udii pronunciaree mi sonarono care come se fossero state della mia lingua.

Io amo appassionatamente la mia patriama non odio alcun'altranazione. La civiltàla ricchezzala potenzala gloria sono diverse nelle diversenazioni; ma in tutte havvi anime obbedienti alla gran vocazione dell'uomodi amare ecompiangere e giovare.

Il brigadiere che m'accompagnava mi raccontò essere stato uno diquelli che arrestarono il mio infelicissimo Confalonieri. Mi disse come questi aveatentato di fuggirecome il colpo gli era fallitocomestrappato dalle braccia di suasposaConfalonieri ed essa fossero inteneriti e sostenessero con dignità quellasventura.

Io ardeva di febbre udendo questa misera storiaed una mano diferro parea stringermi il cuore.

Il narratoreuomo alla buonae conversante per fiducialesocievolezzanon s'accorgeva chesebbene io non avessi nulla contro di luipur nonpoteva a meno di raccapricciare guardando quelle mani che s'erano scagliate sul mio amico.

A Buffalora ei fece colazione: io era troppo angosciatonon presiniente.

Una voltain anni già lontaniquando villeggiava in Arluno co'figli del conte Porroveniva talora a passeggiare a Buffalora lungo il Ticino.

Esultai di vedere terminato il bel pontei cui materiali io avevaveduti sparsi sulla riva lombardacon opinione allora comune che tal lavoro non sifacesse più. Esultai di ritraversare quel fiumee di ritoccare la terra piemontese. Ahbenché io ami tutte le nazioniDio sa quanto io prediliga l'Italiae bench'io sia cosìinvaghito dell'ItaliaDio sa quanto più dolce d'ogni altro nome d'italico paese mi siail nome del Piemontedel paese de' miei padri!

 

CAPO XCIX

Dirimpetto a Buffalora è San Martino. Qui il brigadiere lombardoparlò a' carabinieri piemontesiindi mi salutò e ripassò il ponte.

"Andiamo a Novara" dissi al vetturino.

"Abbia la bontà d'aspettare un momento" disse uncarabiniere.

Vidi ch'io non era ancor liberoe me n'afflissitemendo che avessead esser ritardato il mio arrivo alla casa paterna.

Dopo più d'un quarto d'ora comparve un signore che mi chiese ilpermesso di venire a Novara con me. Un'altra occasione gli era mancata; or non v'era altrolegno che il mioegli era ben felice ch'io gli concedessi di profittarneecc. ecc.

Questo carabiniere travestito era d'amabile umoree mi tenne buonacompagnia sino a Novara. Giunti in questa cittàfingendo di voler che smontassimo ad unalbergo fece andare il legno nella caserma dei carabinierie qui mi fu detto esservi unletto per me nella camera di un brigadieree dover aspettare gli ordini superiori.

Io pensava di poter partire il dì seguente; mi posi a lettoe dopoaver chiacchierato alquanto coll'ospite brigadiere m'addormentai profondamente. Da lungotempo non avea più dormito così bene.

Mi svegliai verso il mattinom'alzai prestoe le prime ore misembrarono lunghe. Feci colezionechiacchieraipasseggiai in istanza e sulla loggiadiedi un'occhiata ai libri dell'ospite; finalmente mi s'annuncia una visita.

Un gentile uffiziale mi viene a dar nuove di mio padree a dirmiesservi di esso in Novara una lettera la quale mi sarà in breve portata. Gli fuisommamente tenuto di quest'amabile cortesia.

Volsero alcune ore che pur mi sembrarono eternee la lettera alfincomparve.

Oh qual gioia nel rivedere quegli amati caratteri! qual gioianell'intendere che mia madrel'ottima mia madre viveva! e vivevano i miei due fratelliela sorella maggiore! Ahi! la minorequella Marietta fattasi monaca della Visitazioneedella quale erami clandestinamente giunto notizia nel carcereavea cessato di vivere novemesi prima!

M'è dolce credere essere debitore della mia libertà a tutti coloroche m'amavano e che intercedevano incessantemente presso Dio per meed in particolarguisa ad una sorella che morì con indizii di somma pietà. Dio la compensi di tutte leangosce che il suo cuore sofferse a cagione delle mie sventure!

I giorni passavanoe la permissione di partire di Novara nonveniva. Alla mattina del 16 settembre questa permissione finalmente mi fu datae ognitutela di carabinieri cessò. Oh da quanti anni non m'era più avvenuto d'andare ove mipiaceva senza accompagnamento di guardie!

Riscossi qualche danaroricevetti le gentilezze di personaconoscente di mio padree partii verso le tre pomeridiane. Avea per compagni di viaggiouna signoraun negozianteun incisoree due giovani pittoriuno de' quali era sordo emuto. Questi pittori venivano da Roma; e mi fece piacere l'intendere che conoscessero lafamiglia di Maroncelli. È sì soave cosa il poter parlare di coloro che amiamo con alcunoche non siavi indifferente!

Pernottammo a Vercelli. Il felice giorno 17 settembre spuntò. Siproseguì il viaggio. Oh come le vetture sono lente! non si giunse a Torino che a sera.

Chi maichi mai potrebbe descrivere la consolazione del mio cuore ede' cuori a me dilettiquando rividi e riabbracciai padremadrefratelli?... Non v'erala mia cara sorella Giuseppinache il dover suo teneva a Chieri; ma udita la miafelicitàs'affrettò a venire per alcuni giorni in famiglia. Renduto a que' cinquecarissimi oggetti della mia tenerezzaio eraio sono il più invidiabile de' mortali!

Ah! delle passate sciagure e della contentezza presentecome ditutto il bene ed il male che mi sarà serbatosia benedetta la Provvidenzadella qualegli uomini e le cosesi voglia o non si vogliasono mirabili stromenti ch'ella saadoprare a fini degni di sé.