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RenatoFucini



LEVEGLIE DI NERI






Ilmatto delle giuncaie


Quellasera non stavo bene di spirito. Alla smodata allegria d'un intierogiorno passato sulle praterie in mezzo a cari amicilaggiùconvenuti per esser pronti la mattina dopo ad aprire la cacciaerasubentrata una profonda tristezzaalimentata forse dalla scenamestissima d'un tramonto di sole in padule.

Alcunide' miei compagnioccupati in varie faccenduole riguardanti lacaccia del domanisi erano accoccolati sull'erbasmontandoschioppilustrando fiaschettefacendo cartucce e tante altre similicose; altristanchis'eran buttati sopra uno strapunto di paglianella Casina delle Guardie e s'erano addormentati; ed iosenzaavvedermeneavevo preso lungo l'alberata epasso passom'eroallontanato d'un buon trattoquandoaccortomi di non esser seguìtoda nessunoprovai come un senso di repugnanza ad inoltrarmimaggiormente in quella solitudine; ma siccome ero stancoprima ditornare indietromi fermai un poco per riposarmi.

Sedutosull'argine erboso d'un canalelasciavo correre l'occhio smarrito suquella immensa superficie d'acqua stagnante e di lunghe cannéggiolee fantasticando dinanzi a quel malinconico quadrorichiamavo allamente i più minuti ricordi della prima giovinezzae per unmisterioso fenomeno psicologicoanco le più liete memorieprendevano in me in quel momento l'aspetto di tristissime cose. E misentivo stringere il cuoree quasi avrei pianto senza saperne diperché.

Ilcaldo era soffocante e non dava respiro nonostante una leggera brezzadi marino che sulla sera si era alzata languida languida e cheinsieme con qualche raro fischio di uccelli palustrirompeva l'altosilenzio di quella deserta pianuracorrendo fra i biódi e lecannéggiole chetremolando e lievemente fra loropercotendosimandavano un rumore come d'una moltitudine che lontanalontana applaudisse gridando e battendo le mani.

Amano a mano che il sole calava dietro le colline dal lato opposto delpadulesi stendeva su quello un leggiero velo di nebbia bianchicciarendendo di minuto in minuto più squallida la scena che mistava davanti.

Edintanto io pensavo; e quasi che un velo di nebbia si addensasse anchesu i miei pensierimi si affollavano alla mente mille idee confuse eondeggiantiche rapidamente passavano per dar luogo ad altre piùdelle prime annebbiateconfuse ed incerte. E quel vasto campo che unistante prima mi parlava di mortelo vedevo ora popolato da unaquantità innumerevole di pallide e rabbuffate figure padulanedalla fibra d'acciaio e dall'animo generoso e ferocenel petto dellequali le passioni scoppiano con tal violenzache il delitto nediventa spesso il termine funesto. E idillj soavi e drammi sanguinosisi svolgevano dinanzi alla mia immaginazionee la tristezza intantosi faceva maggiore nell'animo mioquando una voce di fanciulladiuna di quelle tante miserabili che vivono felici in quell'ambientemefitico i mesi e gli anni interilavorando con l'acqua fino allacintola e il fango fino alle ginocchiaintonò un cantomalinconicopiano come la superficie dello stagnolento come leacque del canalee portò fino a me queste dolenti parole:


Èmorto l'amor mio che amavo tanto:

Ahi!dal dolor più reggere non posso;

L'hanportato laggiù nel camposanto

Egli han buttato anco la terra addosso.

Dimmelotete che lo saigran Dio

Semai lo rivedrò l'angiolo mio;

Dimmelotegran Dio... ma il mio lamento

Volae si perde sull'ali del vento.


-Ho bisogno di veder gente... ho bisogno di rivedere i miei amici...mi annoiomi annoiomi annoio troppo. E così pensando mialzaie con passi concitati tornai al punto di convegno.

-Son tutti a dormiremi disse una guardia.

-Come! così presto?osservai.

-Cascavano a pezzi. O lei non va?

-No.

-O che vòl fare?

-Non lo so nemmen'io; ma qualche cosa inventerò: non ho sonno.

-Vòl venire con me? vado a rivedere i bertuelli.

-Se mi lasci andar solovado; con te non vengo.

-Ma sarà bono di maneggiare il barchino?

Loguardai ridendo.

-O sentaveh. Una dozzina sono nel canaletto subito dopo il ponte;altri sei a quello degli Sparacannellee duequelli meglioalcanale traverso... Che lo sa il canale traverso?

-Non me ne ricordoma ne domanderò.

-O a chi ne vòl domandare?

-Ho sentito cantare...

-Ahsì ha ragione! c'è quelle donne; eppoi a quest'oraverso le Svoltetroverà il Matto di certo.

Unamezz'ora dopoaiutandomi col forcino a sfondare le foglie dicopripentole e quei viluppi foltissimi di alghe d'ogni genere chenell'estate permettono appena la navigazione negli stretti fossi delpaduleavevo già vuotato sul pagliòlo una dozzina dilibbre di pesce fra luccitinche e anguillequandonon sapendodove trovare chi mi indicasse il canale traversomi alzai in piediper vedere se potevo scorgere anima viva da domandarglielo...

-Che ci ha una pipata di tabacco?

Aquella voce che si partiva da un folto cespuglio di salcimi scossiquasi impaurito evoltomi indietrovidi una figura semiselvaggiachemostrandomi una pipa spentaaspettava la mia risposta.

-Tabacco non ne horisposi. - Se vuoi un sigaro....

-E allora lo ringrazierò. Lo buttilo butti.

-Non vorrei che andasse nell'acqua.

-O aspettiveh.

Cosìdicendo si alzò e reggendosi con la destra ad un ramosispenzolò tenendo nella sinistra il cappelloe:

-Lo buttilo butti qui; se va nell'acqua lo ripiglio io.

Tiraiil sigaro nel suo cappello; lo prese e mi ringraziò di nuovomettendosi subito a stritolarlo nella pipa.

-Che vado bene per andare al canale traverso?

-Sissignore; eccolo subito lì... O chi è lei?

-Sono il figliolo del sor Giuseppe.

-Sentisenti! Del sor Giuseppe! O il sor Federigo come verrebbe aessere di lei?

-Zio. O che lo conosci?

-Se lo conosco! Siamo stati ragazzi insieme e mi rammento di quandoveniva in padule... Ah! e mandò un sospiro.

-Sarà ora un affar di trent'anni.

-Non per sapere i fatti tuoio tu chi sei?

-Oh! non se ne dia penadi saperlo.

-E perché?

-Perché... perché... Che ci ha un fiammifero?

-Tieni. O che mestiere fai?

-Ott'anni sono stato in galera; dopo andai guardia con un signore... eora pesco e vo a caccia.

-In galera?!...

-Ah! non abbia paura. Lo vede questo ràgnolo che mi rampica super le gambe? non l'ammazzerei per tutto l'oro del mondo... ci hannoa essere anche loropovere bestie! ma se mi pinzasseoh! allora...

-Otto anni in galera! O come mai? Forse qualche sbaglio di gioventù?

-Sbaglio?! L'ammazzai quel cane... Lì... guardi... lìera quel demonio... e m'impostò lo schioppoe rideva e ilpinsacchio restò a lui... ma non lo mangiò!

-Come! E un miserabile pinsacchio fu la causa...?

-Non mi pigli per un assassinosignore; non mi pigli per un òmodisonorato... Bisognerebbe saperle tuttebisognerebbe... La faccial'avrò bruttama me l'hanno fatto diventar loro... E hovoluto tanto bene a tanti! E chi chiedeva un piacere aquest'assassinolo veniva a conoscere se dentro a queste costolec'era qualcosa... E ora mi chiamano il Matto!

-Ah! sei il Matto delle Giuncaie?

-Sissignore. E patisco la famecapisce? la fame; e non ho fatto maimale a nessuno... Eh! a lui sìglielo feci;... ma la vollela volle... glie l'avrebbe tirata anche la Santissima Vergine.

-Ma dunqueracconta...

-O andiamovia; mi servirà anche di sfogoperché n'hobisogno... Ah!... lei non l'ha conosciuta di certoma non importa.Era bionda e si chiamava Stellama le stelle eran meno belle di lei.Cantava sempre e io passavo le giornate intere acquattato tra igiunchi per starla a sentire. Ma un giorno non potei piùreggere e glielo dissi. Lei cominciò a piangere e scappòviae io stetti quasi un mese senza rivederlaché tutti midomandavano cosa avevo fattoperchédiceero diventato cheparevo un morto... Io avevo diciannov'anni e lei quindici... La vedequella cappellina bianca?... è sotterrata lassù!... Ah!lei signoria non l'ha conosciuta. Son già passati dodici annie se fossi com'un pittore la dipingerei.

Finalmenteuna sera trovo su' padree mi dice: "Che è vero che vo'discorrereste volentieri colla mi' Stella?". Ioda primo restaiun po' abusato ma poi dico: "Sì". "Dunque"dice lui"state a sentire. Dispiacere non mi dispiaceteperchéde' fatti vostri nessuno m'ha detto nulla di malema a mezzi come sista? Io a quella ragazza qualche soldarello glielo darònongran cosama insomma...".

Cotestasera si fissò tutto. Lui mi disse che pensassi a trovare imezzi di metter su un po' di casa; lei mi disse che mi voleva beneela mattina dopoavanti giornoero già per strada che andavoin Maremma a lavorare. Abbia pazienzache ci ha un altrofiammifero?...

Dopoun anno e mezzo tornai... Arrivo a casa... picchioe la mi' poveramamma bon'anima (non avevo altro che lei) mi viene ad aprire. Appenami vedesenza dirmi nullami si butta al collo e comincia apiangere.... Se non mi venne un accidente fu un miracolo del Signore!"È morta?"urlai... Dio lo volesse che fosse statovero! Avrebbe patito meno anche leipovera creaturae forse chisa?... Ma Dio benedettoperòci pensò lui a quel canedi vecchioperché il giorno preciso dell'anelloappenaesciti di chiesalo prese un accidente a gocciola e crepò nelmezzo di strada com'un rospo!

-O come mai? e allora perché promettere?...

-L'interessecapiscel'interesse! Gli venne fra' piedi quell'altroinfame a fargli vedere una casuccia e qualche cento di scudiequell'aguzzino di vecchio... Già è meglio che mi chetiperché è morto... e ai morti c'è chi ci pensa.

Ame mi venne una malattia che mi tenne a letto tre mesi. Patiidimoltoma mi chiusi tutto nel coreperché ormai non c'erarimedioe leipoverina!che non ci aveva che fareera piùdisgraziata di me e non gli volli dare altri dispiaceri.

Aquesto punto tacque; si alzò in piedidette un'occhiata ingiro al di sopra delle piante palustrie ricadde a sedere con lebraccia incrociate sulle ginocchia e il mento su quellequasiaggomitolato sopra se stessofissando nell'acqua gli occhiinvetrati.

Ache pensavo io? Quale poteva essere la causa di un brivido che migelava? Il ribrezzo o la compassione? Non lo so... L'avrei volentieriinvitato a seguitarema non me ne dava il core. Dopo qualchemomentoperòsempre tenendo gli occhi ficcati al suoloproseguì:

-Doveva finire a quella maniera!... Sapevo che lui se n'era anchevantato e m'era stato perfino fatto risapere che mi voleva far cavareil sonetto!... Ma io li scansavo tutti e dueperché non losapevo dove sarei andato a cascare se mi fossi combinato faccia afaccia con lui; e per un pezzo mi riescìma poi...

Laprima fu leiche me la trovai quanto di qui a lì per laprocessione delle Rogazioni. Non l'avevo nemmeno riconosciuta: poveraStellanon aveva altro che gli occhi! La guardavo fissa fissaperché mi pareva e non mi parevae quando mi passòdavanti fece le viste di accomodarsi i capelli e inciampò dueo tre volte e gli cascò la candela di mano: io mi messi lapezzòla in bocca e la morsi com'un cane arrabbiato per nonurlare. Chi mi riportasse a casa cotesto giorno non lo so!.

Aquesto punto alzò di nuovo la testa per guardarsi d'intorno;scosse con un movimento convulso la cenere della pipa e dopo unsospiro che parve un ruggitoseguitò:

-Poi rintoppai anche lui... la mattina dopo!... Quando si levòil pinsacchio s'era nel foltoe io non avevo visto lui né luiaveva visto me. Gli si tirò quasi insieme; io un batterd'occhio prima di luie non lo sbagliai di certo. Mi ficco giùper le cannéggiolefaccio una diecina di passi e me lo trovodavanti!... Anime sante del Purgatorioche v'avevo io fatto di male?

Ilprim'impeto fu di tirarglima Dio benedetto mi dette tanta forza chemi voltai per tornare indietro.

Quest'assassinoche avrebbe dovuto attaccare il voto alla Madonna del Rosariocosati fa? Comincia a ridermi dietro e a urlare: "T'avevi a provarea raccattarlopezzo di galeottoeppoi...". "Io in galerae te all'inferno!"urlaie gli lasciai andare la canna mancinanel core... Gli avrebbe tirato anche leidica la veritàgliavrebbe tirato anche lei!.

Cosìdicendocominciò a gesticolare come un ossesso e saltòper andarsenenel suo barchinosempre guardandosi d'intorno quasiche uno spettro lo perseguitasse.

-Pare che tu abbia paura di qualche cosa; perché vai via?glidomandai.

-Mi lasci andaremi lasci andarem'è parso di sentirla dicerto.

-Ma che cosa?

-Leila su' sorellina minore che canta come cantava lei.

-Ma io non sento nulla.

Stetteun po' in orecchioe:

-Ha ragione; m'era parso.

Ioche mi struggevo di sentirlo dell'altro raccontarelo tentai dinuovo così:

-E dopo quegli otto anniandasti guardia con quel signoreeh?.

-Sì.

-Eppoi venisti via anche da lui?

-Mi mandò via.

-Ah! e perché?

-Da tanto che mi voleva benetutti gli altri servitori s'eranoperfino ingelositi di me: mi rivestì tutto da capo a piedi; miregalò un bello schioppoeccolo qui: mi dette anche l'orioloe mi menava sempre con sée quando veniva de' signori difòrimi mandava a chiamare perché ci discorressi. E ilgiorno che gli ripresi il su' figliolo che era cascato nel pollinocominciò a piangere e mi baciò e mi disse che sare'morto in casa sua.

Cotestasera fu di cattivo augurio. Arrivò un branco di signori diVolterra e uno di questi mi guardò tantofisso fisso...

Lamattina dopoquando m'aspettavo che il padrone m'ordinasse dimenarli a cacciami sento invece chiamare dal fattore nelloscrittoio e mi dice: "Il padrone ha saputo tutto: dice che glidispiacema che vi dà licenza subitosul tamburo! A voiquesto è il vostro schioppo e queste son cinquecento lire chevi regala"

Lecinquecento lire non le volli; presi solamente lo schioppo e me nevenni.

Feceuna breve pausa; s'asciugò il sudore con una manica dellacacciatora e continuò:

-Ora son nov'anni che son qui! mi chiamano il Matto; mi rincorronom'urlano dietro e mi tirano le schioppettate da lontano per farmipaura. Ma me le meritoperché dopo ammazzato luiinveced'andare dal maresciallo a farmi pigliaremi dovevo legare un sassoal collo e farla finita.

-Ma se tu avessi un bisogno... nel caso d'una malattia non hai unparente?

-Nessuno!

-Nemeno un amico?

-Un amico sì; e che amico! Lo vòl conoscere?

Feceun fischioe sbucòsguazzando nell'acqua fino alla panciaun vecchio restonequasi non reggendosi in gambeil quale movendofestosamente la codaandò con fatica a mettere le zampedavanti sul barchino del suo padronee guardandolo con occhi lustrimandò con voce rauca un latrato di gioia.

IlMatto lo accarezzò ruvidamente tirandogli un orecchio; esiccome il cane sentì malesi mise a guaire.

-ZittozittoMoro!disse il Matto. - Eppure lo sai che se qualcunoci sentebisogna scapparese non si vòl essere impallinati.Tienipovero vecchio!

Ecosì dicendogli buttò un tozzarello di pan seccochesparìsenza toccargli un dentenella gola del povero Morocome un sasso buttato nell'acqua.

Ilcane rimase un momento a guardarlo con la testa alta e legermenteinclinata sopra una partecome per domandargli: - Ce n'èaltro?.

IlMatto guardò lui con tenerezza e scotendo il caporisposesospirando: - Per oggino.

-Gli vuoi bene a cotesta bestia?domandai.

-Più che all'anima mia.

-Lo venderesti?

-Piuttosto l'ammazzerei!

-O se ti morisse?

-Morirei anch'io.

Inquesto momento lo vidi puntare il forcino con furia vertiginosaedatasi una vigorosa spintasi dileguò come un fantasma tra iciuffi di vetrice e la nebbia che si era fatta foltissimamentre unalieve folata di vento mi portò all'orecchio ma quasiimpercettibilela voce della fanciulla che ripeteva la sua canzone:


Dimmelotegran Dio... Ma il mio lamento

Volae si perde sull'ali del vento.


Circadue mesi dopotornando in padule domandai alla solita guardia:

-O il Matto?.

-Glielo dicevo che era mezzo stregone quel brutto coso?... O che nonne sa nulla?

-No...

-O di quel canaccio nero che avevase ne rammenta?

-Quel restone vecchio?

-Sissignore. Cotesto serpentegli cascò morto di vecchiaiadicimurrodi fameo che lo so? e quattro giorni dopo fu trovatostecchito anche lui nelle giuncaie mezzo mangiato dagli animali...Dica la veritàci ha avuto piacere anche lei?!

Nonrisposi e mutai discorso.




Perla


-Secondo mesiccome son tre o quattro giorni che non fa altro chepassar militari che vanno alla finta battagliaquesto qui lo deveavere smarrito di certo qualche uffizialeperchélo soque'signori ci ambiscono a tenere di questi animali buffi. Ma guardicom'è festoso! Io lo terrei magari per mema è proprioun peccato che non abbaj puntoperché io sul barroccio hobisogno di tenerci un cane che quando s'accosta gente si facciasentirese noaddio la mi' roba. L'avrebbe a pigliar leivede. E alei glielo do volentieri anche per nulla.

Cosìmi diceva una mattina Pasquale barrocciaioche incontrandomi per lastrada aveva fermato il mulo per mostrarmi un bel cagnolino da luitrovato la sera avanti sul greto d'Arnomentre era per buttarsinell'acqua e traversare il fiume a guado.

-Lo prenderei tanto volentieririsposi- perché dopo essercosì festoso è anche d'una razza molto rara; machevuoi? fra grossi e piccini ce n'ho cinque per la casae non hovoglia davvero di mettermi d'intorno un'altra di queste seccature.

-Guà! mi rincresce. A lei signoria gliel'avré datodimolto volentieri.

-Ti ringrazioPasquale.

-O andiamo. Dunquemi comanda nulla leidi lassù?

-Se vedi il sor Luigi e il sor Robertosalutameli tanto.

-Non pensisarà servito. A rivederlo signoria. LàGiovannilàs'è fatto tardi.

Eaccompagnando con una frustata queste ultime parole che erano rivolteal suo mulosi allontanò.

Quelloche seguelo seppi qualche giorno dopo.

Circadue miglia lontano dal punto dove c'eravamo lasciatiPasquale trovòda esitare il cane per una dozzina di carciofi a una famiglia dicontadini che stavano lungo la via maestra. Concluso il contratto conla consegna del cane da una parte e dei carciofi dall'altrailcapoccia chiese al barrocciaio:

-Dico bene: o come si domanda egli quest'animale?.

-Io lo chiamavo Pillàccheraperché quando lo trovai erapiù lercio del fruciandolo del forno; ma se poi questo nomenon vi garbasse...

-E allora si chiamerà Pillàcchera anco noi. To'Pillàccherato'.

Eil canino corse a leccare la mano del nuovo padrone che lo menòin casa.

Ilpovero Pillàcchera non dette nel genio al resto dellafamiglia: ed anche lo stesso capocciadopo il mezzogiornoaveva giàcominciato a lavorare di pedate alla sua usanzaperchél'aveva visto ricusare un pezzo di pan nero e non aveva volutoabbaiare dietro al calesse del fattore.

Aigiovani non piacqueperchè quando si doveva prendere un canedissero loroera meglio prenderlo da caccia.

Lamassaia poi era implacabile. Con quella dozzina di carciofiattraverso all'animadiceva che cani a quella maniera non n'avevamai visti; ma sopra tuttopoiquel pelo lungo che gli nascondevaaffatto gli occhiera per lei qualche cosa che non le voleva andargiù in nessuna maniera.

Pillàccherapassò la giornata fra 'l dolore d'una pedata e la paurad'averne un'altra. Finalmentesulla serala famiglia si radunòtutta in cucina per la cena. Dopo aver messo in tavola il tegamedella minestrala massaia s'accostò al capoccia che stavapensieroso nel canto del fuocoe gli disse in tono burberoall'orecchio:

-O voi l'avete preso l'ulivo benedetto?.

-Per che farne?

-A voi; e tenetevelo addossovecchio grullo! e datene una foglia peruno anche a que' ragazzi.

Simisero a tavola serî e molto sospettosiserrandosi l'unoaddosso all'altroperché ormaicol calar della seras'erafortemente insinuato nell'animo di tutti il dubbio d'essersi messi lestreghe in casa. Masticavano scongiurifacevan corna ad ognimomentoe pareva loro mill'anni d'arrivare in fondo alla cena perdire il rosario.

Inun momento di silenzioPillàccherache s'era rintanato sottola madiastimolato dalla fameescì di là sotto adagioadagio e inosservato; e cercando forse di mettere a profitto unadelle sue abilità per intenerire i nuovi padronisi mise inmezzo alla stanzaritto sulle gambe di dietro.

Ungrido straziante escì dal petto della massaia; tuttiimpallidirono e quasi fuori di sé si precipitarono spaventatifacendosi segni di croce e urlando - misericordia!verso uncrocifisso che pendeva ad una parete della stanza.

Pillàccherarientrò spaurito sotto la madia.

-AnimoAngiolo!disse il capoccia al maggiore de' suoi figlioli. -Iocon quell'animale in casa la nottata non la passo. Fànnequel che ti parema levamelo di lì.

Angiolonon rispose.

Ilcapoccia che intese di che si trattavareplicò:

-Se hai paurapiglia con te chi ti parema levami quella bestia dicasase no mi danno.

Angiololegò il cane con una cordicella e s'avviòstrascinandoselo dietroverso l'usciofra le imprecazioni deirimastimentre la massaia non trovando altro che le venisse allemani o forse annettendoci qualche importanza antidiabolicasi levòuno scarpone di vacchetta e lo tirò con tanta rabbia contro ilpovero Pillàccherache lo ridusse ad allontanarsi zoppicandoe mandando lamentosi guaiti.

Angioloed il suo compagno tornarono presto e con aria molto soddisfatta; lacena fu terminata tranquillamenteed il rosariocotesta serafudetto di quindici poste.

Ilgiorno dipoisu tutte le cantonate del paese vicino si leggevaquest'avviso:


<I>Quattrocentolire di cortesia a chi riporterà al Comando militare unacagnolina maltese di pelame bianco finissimoche risponde al nome diPerla. Oltre che alla detta sommacolui che la riporteràavrà diritto alla imperitura gratitudine del proprietario.</I>


Passaronotre giornie nessuno comparve al Comando militare.

Intantonella famiglia dei contadinidopo che ebbero saputo dell'avvisoseguirono violentissime scene che dettero poi motivo al padrone dilicenziarli dal podere ed alla massaia di convincersi sempre piùche il diavolo in forma di cane era stato in casa sua.

Quellostesso giorno fu veduto un Colonnello d'artiglieria percorrereansante le vie del paeseparlare concitato con Pasquale e dopo pococon aria lietissimaentrare con lui in un legno di vettura eprendere la via della campagna.

Ilvento della mattinaimpregnato del profumo dei fiori di mandorlosidivertiva ad arruffare i folti baffi del Colonnellotutto buonumoreoffrendo a Pasquale un sigaro d'avana gli domandava:

-Che è molto distante?.

-Neanche quattro miglia. In una mezz'ora siamo lassù.

-E l'avranno sempre lorone siete proprio sicuro?

-Perdinci bacco! o che n'hanno a aver fatto?

Inun trasporto d'allegrezza il Colonnello abbracciò Pasquale;gli parlò dell'affezione di sua figlia per la piccola Perla edello stato di disperazione nel quale da tre giorni si trovava; lodòil sistema toscano della mezzeria e parlò con entusiasmodell'indole mite e de' costumi semplici e patriarcali de' nostricontadini.

Ilcavallo intanto divorava la via a trotto serratoe dopo pocodisopra ad una svoltata a secco della stradadalla quale si dominavala vallataPasquale gridò:

-Eccola laggiù!.

-Chi?domandò con impeto il Colonnello.

-La casa...

Dieciminuti dopo erano già arrivati. Il Colonnello tiròfuori il portafogli perché era impaziente di ricompensarecosì diceva luiquelle buone creature; saltò dal legnoe tutto lieto corse incontro alla massaia che era comparsa arcignasulla porta. Dopo che ebbero scambiato fra loro poche parolelamassaia rientrò in casa brontolando e voltandosi indietro asquadrare sospettosa il Colonnello che immobile e taciturno erarimasto a guardarla con le braccia incrociate sul petto.

Pasqualeche aveva osservato attento quella scena scacciando le mosche alcavallo: - Dio del cielo!gridò a un tratto spaurito- o cheè stato?.

-Queste buone creature!...esclamò il Colonnello conangosciosa ironia. - Queste buone creature! E stringendoconvulsamente il portafoglitornò frettoloso alla vettura...

Lapovera Perlasotto il nome di Pillàccheragià da tregiorni dormiva accanto alle radici d'un olivocon la testafracassata da un colpo di vanga.


Inquella casa ora ci si sentee nessuno dei dintorni s'azzarderebbe adormir solo in una certa cameranemmeno per tutto l'oro del mondo.Eccone le cause.

Dopoquel fattoogni volta che un cane passava davanti alla casa delcontadinotutti gli uomini gli erano dietro per prenderlo: ma perqualche tempo fu possibile d'agguantarne nemmeno uno. Finalmente unosi lasciò prenderema con gran faticae dopo aver addentatoripetutamente il capoccia alle gambe ed alle mani.

Costuiaspettò ansioso il desiderato avviso su le cantonatemacomparve invece un certo malarello che in tre giorni lo mandònel mondo di làsenza che nemmeno al Priore potesse riusciredi fargli prendere l'ostia consacrata.

-Neanche nell'acqua! capisce?mi diceva Pasquale con gli occhistralunati dallo spavento- neanche nell'acquaDio del cielo! ci fuverso di fargliela ingozzare! E quando la vedeva: mugli che pareva unliofante... Arrabbiato?... O sentaveh! il dottore è padronedi dire quel che gli pare e piace; ma quello lìe giochereila testaè mortoGesù ci liberi tuttidannato!




Lucia


Conla sua voce d'argento chiamò: - BianchinaBianchina e rimaseattenta ad ascoltare... Un merlospauritofuggì chioccolandoda un cespuglio prossimo alla rupein vetta alla quale stava Luciachiamando la sua caprettama la capretta non rispose. - O Dio! chimi rende la mia Bianchina? Chi mi rende la Bianchina mia? e ponendosiafflitta a sederecol mento appoggiato ad una manotende l'occhioaddolorato alle pendici del colle e tristamente si abbandona ai suoipensieri.

Ilsole bacia le sue spalle nudee la brezza della sera la investefasciandole i panni alla persona elegante e le assalta briosa lachiomacome se volesse rubarle quel fiore dei campi che agitatorosseggia fra le sue lucide trecce.

Comesei bella in mezzo alla primaverao fresca Lucia! e sei sola sullaterrapovera Lucia!

Ilpadre suo morì di febbre in Maremma: la madre èlontanaha la sua casetta su quelle montagne azzurre laggiùin fondo in fondoed è vecchia per gli stenti ed inferma...se a quest'ora non è già a riposarsi nel cimitero difianco alla chiesa. E il fratello? Chi sa! Andò soldato; lomandarono di là dal mare; e non ha scritto più nulla dadue anni... dove sarà?

Cacciatadal bisognodopo aver abbracciato i suoi cariscese dalle montagnenatieed oragarzona di un contadino delle vallifilaguarda queimonti lontani e guida le capre alla pastura.

Lamadre ed il fratello erano così da lei chiamatima non eranotali. L'avevano allevata e tenuta cara finché l'Ospizio deiTrovatelli passò loro quindici lire al mese; dopocon untozzo di pane ed un paio di scarpe nuovele insegnarono la stradaeserrandole dietro la porta: - Dio t'accompagnibambina mia! e Luciascese al piano ed ora filaguida le capre alla pastura e guarda queimonti lontani.

-Se ritorni senza la caprapover'a te!le ha detto dianzi Rosalbacacciandola a spintoni fuori della stalla. E Lucia lo sa che cosal'aspetta se la capretta fosse smarrita per sempre; lo sae colmento appoggiato sopra una mano tende l'occhio addolorato allependici del colle e pensa e singhiozza.

-Se non ritrovo la mia caprettastasera non mi daranno da cena eRosalba mi picchierà come l'altra volta... mi fece tanto maleal petto! O DioDio!

Unramarroverde come le foglie del fico selvatico sul quale si eraarrampicato per cercare gli ultimi raggi del sole cadentevibrandola lingua velocela fissavanon vistocoi suoi occhi d'ebanoeLucia singhiozzando pensava:

-Mi manderanno via... domani! forse stasera! e non ci ho colpa. Le homunte stamani alle seile ho contate e c'erano tutte... Dodici lire!e dove le trovo per dire a Rosalba: "Tenete; la capra èsmarrita e queste sono le dodici lire che costava?". Non midaranno da cena; Rosalba mi picchierà e mi chiameranno... ODioDio!.

Unafolata di vento più forte le portò via il fiore daicapelli; si alzò lesta per riprenderlo e il core le fece unbalzo d'allegrezza al rapido fruscio che sentì tra le foglie apochi passi da lei e credé ritrovata la sua capretta. Ilramarrospaventato dal movimento di Lucias'era lasciato cadere dalramo del fico selvaticoestrisciando come una saettaera corso arifugiarsi nel cavo d'una ceppa di castagno.

Raccolseil fiore e se lo accomodò più forte tra i capelli. ALucia era caro quel fiore come tutti gli altri che ogni mattinacoglieva per adornarsene il capo e per offrirli la sera alla Madonnache pendeva a capo del suo letticciuolo. Anche quella sera nonsarebbe mancato alla Vergine l'omaggio di quel povero fiore.

Luciaguardò il solee vedendo il suo disco mezzo tuffato sottol'orizzone lontanosentì il proprio sgomento farsi maggiore edisperata chiamò per l'ultima volta: - BianchinaBianchinamiateeeh!.

Unleggiero belato si udì ad un trar di ramo da lei; un lampo digioia le balenò nei limpidi occhi celesti etra le spinetrai sassiattraverso ai roviferendosi i piedi scalzi e gridandoallegramente: - BianchinaBianchina bellaBianchina miacorseaffannata verso il cespuglio dal quale era partito il belatoeficcandosi smaniosa tra i suoi rami fronzutisparì fra quellitutti lietae sorridente.

Luciadall'alto della sua rupe non aveva scorto due occhi umani che daun'ora lacrimavano di stanchezzaavventando faville assetate agliocchi suoialle sue spalleal suo colmo senoe credé messodalla sua capretta il belato che il ruvido Tonio scaltramente avevaimitatoed era corsa... ed era corsapovera Lucia! lieta e sicuracome l'usignolo innocente corre gorgheggiando nella bocca del rospoche digiuno lo guarda.

Ilvento è cessato; di quel ciuffo di frassini nessuna foglia simuovee il sole già tramontato si tira dietro gli ultimilembi del suo manto di luce.

Appenascesa la nottela capra tornò belando alla casa in cercadelle sue compagne. Tutti le mossero lieti incontro; Lucia sola nonsi mosse né si rallegrò. Aveva il viso accesounlivido in una gota e i capelli e le vesti in disordine... - Se tisenti maleva' a lettole disse Rosalba fattasi cortese dopo ilritorno della capra. E Lucia s'avviò stanca alla suacameretta... Cercò il fiore per offrirlo alla Regina degliAngiolima l'aveva perduto! Sentì una stretta al coredettein uno scoppio di pianto e cadde sul suo letticciuolo dove aspettòil giorno spasimando.

Tonioquella sera non aveva sonno. Aguzzò tutti i pali per i gelsidella colmata; rifece la traversa all'erpice vecchio e fino al toccodopo la mezzanotte rimase a frescheggiare sull'aiacantando a golaspiegata.

Erauno stellato di paradiso.




L'oriolocol cucùlo


Itre soliti scoppi di frusta convenzionali dati dal braccio robusto diFiore si fecero finalmente sentire; la vecchia e fida Gigia si miseal galoppo scotendo allegra la groppa umida e fumante; Fioresbadigliò pensando alla cenae il sor Pasqualelevando perun momento la destrache il freddo gli aveva intorpiditadall'involto che gelosamente si teneva sulle ginocchias'asciugòcon un moto rapido il nasoe con altrettanta rapidità larimise al postobrontolando un - Oh! di compiacenza che voleva dire:- Finalmente siamo arrivati!.

Inquello stesso momentoalla quiete ordinaria che aveva regnato dalleventiquattro in poi nella casa del sor Pasqualesuccesse unmovimento rumoroso: i ragazzi cominciarono a strillareToppa s'avviòlatrando incontro al calesse del padrone e la sora Flaminia corse incucina a buttar giù ogni cosa. Buttò giù nellapentola i taglierini fatti in casa colle sue proprie mani; buttògiù nel paiolo che brontolava da un pezzo il cavol fiore còltonel suo campicello della fonte; buttò in padella quattromanate di bròccioli saltellantipescati la mattina da' suoiragazzi; buttò giù quella po' di dose di malumore cheaveva messa insieme nel veder passata d'una quarantina di minutil'ora solita del ritorno del suo marito dal mercato di Cutiglianoeattese seriamente a dare l'ultima mano alla sua faccenda prediletta.

Cinqueminuti dopo la Gigiache fu tirata subito in rimessa per nonlasciarla così sudata alla brezza tagliente della montagnarispondeva soffiando e dimenando gli orecchi alle sgarbate carezzedei monelli di casa e alle linguate di Toppache non era tanto persaltare addosso al padronea Fiore e al muso della cavalla.

Maquella serao almeno in quel momentoil sor Pasquale non volevacarezze né dai figlioli né dal cane. Domandò cheore eranobrontolò una buona sera a' suoi ragazzidetteun'ombrellata a Toppa e corse subito in camera col suo misteriosofagotto.

Lasora Flaminiache lo aspettava a stirizzirsi alla fiammata delfrittorestò sorpresa di non vederlo comparire in cucina; mapensando che fosse andato subito a levarsi da dosso i panni fradicicontinuò a soffiare nel fuoco e a tirare avanti la cenachein quel giornocome in tutti gli altri di mercatodiventava un veroe proprio desinare.

-Lo lascino stare stasera il babbodisse Fiore ai ragazzi mentrefaceva il letto alla Gigia; - lo lascino stare perché staseranon è serata.

-O che ha? o che ha?

-Che sappia ionulla; ma mi pare che abbia de' pensieri e dimolti.

-Che t'ha gridato per la strada?

-Nogridato no; ma tutte le volte che aprivo bocca mi dava delbestione per nulla. Io l'ho lasciato sempre direperché tantolo so che è fatto a quella maniera: ma mi c'è volutatutta la mi' pazienza! Si figurino che m'ha avuto a mangiare perchégli ho detto che l'oriolo vecchio di cima scala me lo giocherei conmezzo mondo.

Elui a dirmi che ero un bestione! e io a dirgli che inventiquattr'anni che sono nella su' casa non l'ho ma' visto nédal maniscalco né fare un minuto... O non l'ha detto tantevolte anche lui? Ma staserano! E lì a dire che non era veronulla; e io a lasciarlo dire. E lì brontolae lìbrontola!... O che lo so che abbia in corpo stasera? Cecchino sifermilasci stare la cavalla! eppure l'altro giorno... se n'avrebbea rammentare!... Natalecodesto povero cane! Ecco! o se gli desse unmorsoo che non gli starebbe bene?... Ahi! noPeppecolla frustapoi s'ha a fermare... ahipermio!

-Ragazzi! Pasquale!

-Sentono? la padrona li chiama a cena. Viaviasi levino un po' ditorno.

-Pasquale! ragazzi! a tavola!ripeté la sora Flaminia.

-Accidenti ai ragazzi!disse Fiore fra i dentie rimettendo al suobeccatello la frustala fece vedere a Toppachecapìtal'antifonacorse di galoppo in casa colla coda fra le gambe.

Perliberare le tre eterne vittime di quelle quattro forche di figliolinon ci voleva altro. Corsero tutti in salotto scapaccionandosie sipiantarono a tavola tirando su col naso e preparati alla solitaosservazioneappena fosse scodellata la minestra: - Cosìpoca?.

Rimaseromeravigliati di non vedere ancora scodellato; si guardarono fra lorotossironoshignazzaronos'asciugarono coi tovaglioli la bocca etutto il restoe dimenandosi sulle seggioledomandarono tuttiinsieme: - O babbo?.

Lasora Flaminia intantocol cucchiaione in una mano e la primascodella nell'altraaspettava guardando la porta dalla quale dovevacomparire il marito.

Eraquasi un par di minuti che la zuppiera mandava la sua nuvola di fumoappetitoso ad investire il lume a petrolio attaccato al palco sulmezzo della tavolaquando compare Fiore nella stanzae appenaentrato:

-O il padrone?domandò.

-Ma dove s'è cacciato? che fà? Signore Dio!domandòimpazientemente Flaminia. - Dategli una voceviaFiore; mi pare disentirlo su nello scrittoio.

-Sissignora; senta! è su che armeggia. Pare che metta dellebullette.... chi lo sa?

-Sìsì. Andatelo a chiamare e ditegli che io intantoscodelloperché se noquesti taglierini mi diventano unpastone.

Ilsor Pasquale in quel momento era felice. S'era già alleggeritodel misterioso fagotto che con tante pene aveva portato intattoattraverso al freddo e al nevischio per quattordici miglia dimontagnaed oraprima di scendere a mangiarecontemplava attaccatoa una parete del suo scrittoio un ordinarissimo oriolo col cucùloche gli era stato appiccicato da un imbroglione qualunque come unoggetto d'una rarità favolosa. E pregustando le gioie dellasorpresa che preparava ai suoi ragazziai montanini dei dintornialparroco e alla sora Flaminiala quale in quel momento pensava che ilsuo marito doveva avere per la testa qualcuna delle sue solitegrulleriee pregustandocome dicevole gioie di tale sorpresadimenticò perfino il malumore che gli avevano messo addossoalcune persone incontrate in un caffèle quali glielochiamarono girarrostostimandogli dodici lire quell'oriolo che luiaveva pagato quarantacinquecredendolo una bazza.

-EccomieccomiFiore; vengo subitorispose amorosamente alservitore che lo chiamavae allegro come quella pasqua dalla qualeaveva preso il nometutto inzaccherato e con gli stivali motosisempre in piediscese in mezzo alla sua famiglia.

Nelmovimento d'allegrezza che si manifestò nei ragazzi alla vistadel babboche in quel momento significava - mangiareun bicchiereschizzòdopo avere empito di vino la tovagliaa stritolarsiin mezzo alla stanzaaccompagnato da una sonora risata del sorPasqualeche due sere innanzialla stessa ora precisas'era mezzoslogato il pollice della mano destra a scapaccionare Cecchino per uncaso simile.

Lasora Flaminia allora sempre più si persuase che Pasqualedoveva averla fatta grossa. Pensa tu- per dire come pensòlei- pensa tu che razza di lavativo gli hanno appiccicato questavolta!

Ei timori della sora Flaminia erano anche troppo giustificatiperchédai tre mercati ai quali era stato in quell'annonon era mai tornatocolle mani vuote. La prima volta tornò con una dozzina dipezzuole di seta tutte di cotone; la seconda. con la Bibbia delDiodati per il priore che gli aveva ordinato quella del Martini: laterzacon un par di calzoni bell'e fatti di casimirra inglese diPratoche quando se li provò gli arrivavano a mezza polpa.

-E questa volta? Dio me la mandi bona!pensò la sora Flaminia;e guardò pietosamente le pillacchere di Pasqualecheingozzava rumoroso la minestra ridendo da sè sotto i baffi.

-Dio me la mandi bona!e in tempo che raffreddavasoffiandovilaprima cucchiaiata:

-Dimmidomandò a Pasquale che guardava il suo oriolo da tasca- o quello delle castagne l'hai veduto?

-Chi?... Ah!! zittazittavia!rispose Pasquale indispettito. -Guarda con che mi viene fòra ora!

-O non sei andato apposta al mercato?

-Fiore!chiamò il sor Pasquale. - Fiore! E rispondendo allamoglie:

-Sìhai ragione; ma credo che l'abbia visto Fiore... Fiore!.

-Comandi sor padrone...

-DitemiFioreche ci avete parlato voi con Luc'Antonio?

-Nossignore; siccome lei signoria m'aveva detto che ci voleva parlarda sé...

-Ma poi non v'avevo anche detto?...

-Sissignoreche se lo vedevo l'avessi mandato da lei all'appaltocome di fatti alle dieci precise...

-Non ce l'avete mandato!

-Sissignore che ce l'ho mandato! ma gli hanno detto che lei...

-Avete ragionesìavete ragione! Con tanti affari per latesta... Ma che ce n'avevo una stamani? Ci avevo da vederLuc'Antonio... ci avevo... ci avevo da veder Luc'Antonioeppoi ciavevo... insomma ce n'avevo tante che questa m'è passata dimente. 'Gnamo'gnamofiniamola con queste seccature! guardate sequesto è il momento!... AndateandateFioree fate chetarequell'accidente di canese no vengo di là e lo stronco. O achi abbaia?

-C'è il contadin novo...

-Ah! ditegli che stia zitto anche lui.

Lasignora Flaminia stava zitta e non alzava il capo dalla scodella.

-Andateandatedisse poi anch'essa a Fiore; - con Luc'Antonio ci hoparlato io. Ho mandato Cecco sulla via maestra a aspettarloe l'hofatto venir qui. Poi cavandosi un foglio di seno e mostrandolo almarito: - Tienidisse; - il fattore delle monache t'ha rimandatoquesta ricevuta perché tu ci faccia la data che ci manca.

Ilsor Pasquale rimase sconfitto. Guardò la moglieguardòla ricevutaadagio adagio rimise in tasca l'oriolopoicon unmovimento bruscosi rinsaccò nelle spallenon sapendo comegiustificarsie ripeté a tutti che stessero zitti mentrenessuno fiatava.

L'orasolenneintantos'avvicinava a gran passi.

Ilsor Pasqualedopo aver attaccato l'oriolo alla parete delloscrittoioproprio di faccia alla sua poltronal'aveva rimesso colsuo da tasca già regolato scrupolosamente al mezzogiorno diquello di Cutiglianoe fra due minuti doveva sonare le sei; fra dueminuti la sua famiglia avrebbe goduto della cara sorpresae la suavittoria contro gli eterni dubbicontro il tormentoso malumore disua moglie sarebbe stata completa.

Volevastar fermo sulla sediae non gli riusciva: avrebbe voluto mangiare ebere indifferentementee non poteva: tantoché una volta simise in bocca un tappo di sughero sbagliandolo col pane; e un'altravuotò l'ampolla dell'aceto nel bicchiere di Cecchinocredendodi mescergli il vermutte. Avrebbe voluto anche stare zittoe questaera la cosa più importantema anche quello non gli riuscìe:

-Ragazzici manca poco!disse non potendo più reggere! - Cimanca poco! e dette un sogghigno e rimpiattò furbescamente latesta fra le spalle e il pettocome uno spinoso al quale si tocchila groppa. - Ci manca poco!

-A che? a che?domandarono tutti strillandocredendosi autorizzatida quella confidenza paterna a fare un baccano del diavolo. - A che?a che?

-A nulla!rispose desolatamente Pasquale mortificato da un sospirodella mogliepiù sonoro di tutti gli altri.

-A nulla!disse un'altra volta il sor Pasquale; quandocavato fuoril'oriolo sotto la tavolasentì rintuzzarsi il dolore che gliera costato quel sospironel vedere che mancava soltanto un mezzominuto alle seie:

-Ora poizitti davvero!disse con voce tremante; buttò sottola tavola un pezzo di lesso per chetare Toppa che mugolava e con unamano alzata e guardando in estasi la sora Flaminiache mangiavadistratta e più seria di primarimase ad aspettare.

Chetempesta di pensieri deve aver attraversato la testa di lui in quelmezzo minuto! Cambiò due volte coloresorriseaggrottòle ciglia spaurito come se guardasse in un precipiziogli occhi glisi inumidirono di tenerezzapoi tornò cupo un'altra volta;tratteneva il respiroma il core gli si vedeva battere sotto ilcorpetto di pelle d'agnelloquando ad un tratto mandò un urlorocoi ragazzi strillarono come anime dannate. Toppa cominciòad abbaiare disperatamentema fu subito chetato dagli scarponi delsignor Pasqualee il cuculo mandò a breve intervallo tondo esonoroil suo secondo <I>cuccù</I> in mezzo alsilenzio generale; eppoi mandò il terzoe il sor Pasqualearrantolò un - Ah! di ruvida gioia verso la moglie; e ilcuculocontinuandomandò il suo quarto lamentoeppoi...rimase lì.

L'oriolodi cima scalapuntualesuonò in quel momento le sei.

Lasora Flaminia guardò Pasqualee nel vederne tantogrottescamente stralunata la faccianon si poté piùcontenere e scoppiò in una larga risata che per un mezzominuto almenobuttatasi indietro a braccia aperte sulla spallieradella seggiolarimase con la sua fresca bocca spalancataripigliando a stento respiro.

Ilsor Pasquale era rimasto come fulminato. I ragazzi avrebbero volutofare allegriama un'occhiata della madreaiutata da un certo sensodi paura chea quel rumore nuovo che veniva di su d'accanto allacamera dove era morto lo zio Nastasioera entrato nelle loro testegià riquadrate dalle novelle di quella vecchia che venivaprima a fare il burrobastò a tenerli al posto.

Lasora Flaminiaintantodopo aver cantato l'inno alla sua vittoriacon quella omerica risatasi trovò a sua volta sconfitta adun tratto dal dolore del suo Pasqualeche cogli occhi ammammolatiguardava stupefatto ora i figliora la mogliesenza poterpronunziar parola che accusasse il suo profondo turbamento.

Fioreinterruppe quel silenzio doloroso comparendo sulla porta a domandarea bassa vocetutto spaurito:

-Hanno sentito nulla loro? O che è stato.

-Fioreaccendetemi un lumedisse il sor Pasqualefacendo unmovimento come per alzarsi: ma la sora Flaminia lo prevennesi alzòe amorosamente gli disse: - Dove vuoi andare? sei stracco; vado io. Epreso un lume s'avviò allo scrittoio.

Passaronopochi momentialla fine dei qualiavendo la signora Flaminiarimediato allo sbaglio che Pasquale aveva commesso nella furiarimettendo l'orioloil cucùlo cantò allegramente lesei.

Ilsor Pasquale allora dette la via a tutto il suo buonumore. Mangiòpochissimosorrise alla moglieaccarezzò i figliolifeceprendere una mezza indigestione a Cecchino che gli stava accantoempiendogli continuamente il piatto e il bicchiere; e lo stessoToppaincalorito dagli ossi del lesso e dalle lische dei bròccioliche il sor Pasquale gli dette e gli fece dareinsudiciò nellanottata anche il salotto bonoe stette tutto il giorno dipoinell'orto a mangiare il palèo che scaturiva di sotto la neve.

Ilcontadin novoche era venuto per parlare di stime mortefu fattopassare in salottoe anche con lui il sor Pasquale si sfogòquando poté. Lo chiamò sempre galantuomolo prese treo quattro volte per il ganascinogli dette da beree poi gli parlòun po' di tutto: di politicad'oriolidi storiadi geografia e dellunario novo; gli disse che le stelle eran mondi come il nostrochedentro la terra c'è una fornace di foco come in una carbonaiae tante altre cosecon molto disordinema con senno abbastanza; esoltanto perdeva la bussola quando il contadino gli entrava nellestime morte E alloragiù attraversomescolava stime morte ecucùli vivie stime vive e cucùli mortie duròfinché i ragazziche avevan cominciato a cascare addormentatiper le seggiole e sulla tavolanon furono uno dopo l'altroraccattati tutticome feriti sul campo di battagliada Fiore edalla sora Flaminiache li portarono a letto.

Allorail sor Pasquale si chetò; licenziò il contadinosoffiòil lume della tavolaepresa la sua lucerninas'avviòsoddisfatto e rosso com'un pomodoro verso la sua cameradove la soraFlaminia l'aspettava per vedere se almeno fosse stato possibilecavargli di sotto quanto l'aveva pagato.


Comeson volati gli anni! e come tutto è cambiato anche in quellafamiglia di buoni campagnoli! Belli quei giorni per il sor Pasquale!Che gioie sconfinate erano per lui quando dal suo scrittoiodovestava chiòtto chiòtto ad ascoltaresentiva i contadiniaggruppati sul prato discorrere del suo oriolo d'autore e della sommafavolosa che doveva essergli costato e della impossibilità ditrovare il compagnoperché quello doveva esser venuto dicertodall'Americhe di là dal mare. E che risate di corequandosentiva gli uomini far la baiata alle donne e ai bambini che ad ognicanto del cucùlo correvano a rimpiattarsi dietro al faggiodella burraia tappandosi gli orecchi colle dita! Che carnevale fuquello per lui! Ma quando lo vide per la prima volta il priore! Oquando lo fece vedere al cappellano che ebbe paura? O il sindaco chenon ci voleva credere? Ma quel pratoche cos'era quel prato ledomeniche dopo le funzioni! Bisogna essercisi ritrovativiase noè inutile ragionarne.

Edora su quel prato un mucchio di passerotti beccuzzano fra l'erba e sileticano tranquillamenteperché da quella casa non partenessun rumore che possa disturbarli.

Glianni volano! Ne sono già passati quindici da quella sera chefu tanto procellosa per l'animo del buon Pasqualee tutto ècambiato anche in quella casa di allegra e buona gente! I due figlimezzaniNatale e Gostosono morti: Peppe è segretario in unlontano comunello della Garfagnanae non rimane in casa cheCecchinoora giovinotto di ventidue annidestinato a continuarenell'amministrazione del piccolo patrimonio.

Eanche il povero Toppa non è più! Morì divecchiaia cinque anni sonoed ora si riposa sotto al ciliegiovìsciolo delle ghiacciaiedove Fiore lo sotterròpietosamentepensando che per due anni almeno lì non cisarebbe stato bisogno di pecorino. Ogni cosa è cambiata! Fioreè incanutitola vecchia Gigia l'ebbe un barrocciaio diPracchiae non se n'è saputo più nulla; la soraFlaminia ha perso quasi tutti que' bei denti bianchi che mettevafuori fino agli ultimi quando rideva di core e il sor Pasquale èsu a letto malato: oggi sta un po' meglioma è malatogravemente.

Lasua forte costituzioneche pareva dovesse condurlo senza difficoltàoltre la settantinarestò profondamente scossa alla morte delprimo figlioloma per allora il colpo più forte lo risentìnel moralepoiché si fece malinconico e taciturno al puntoche solamente un giorno o due della settimana usciva di casastandosene tutti gli altritranne poche oreritirato nel suoscrittoio a leggere e a pensare. Alla morte del secondopoisiammalò. Passò fra letto e poltrona qualche mesee doponon fu più lui.

Nellasua menteinsieme con gli altri generi di turbamentoera entratauna specie di fissazioneper una di quelle strane combinazioni chesi crederebbero opera soprannaturalese il caso non ce ne fornisseesempi continui.

Fosseil tonfo di un uscio sbatacchiatofosse una dimenticanza dicaricarlo o qualunque altra malaugurata accidentalitàilfatto si è che il suo impareggiabile oriolo col cucùlochesia detto fra parentesiera riuscito una perlain due anni sifermò due voltee quelle due volte erano state appunto allamorte del primo ed a quella dell'altro figliolo.

-Quando si fermerà un'altra voltatocca a me!dicevasospirando il povero sor Pasquale tutte le serementre lo caricavaprima d'andarsene a letto. - Quest'altra volta tocca a me! E lodiceva con tanta convinzione che nessuno fu buono di levargli dalcapo quel pregiudizio che a poco a poco diventò una verafissazione che finì di rovinare affatto la sua indebolitasalute.

Laprimavera era inoltratae colle prime tepide brezze del maggioquella oppressione di respiro che lo tormentavasi aggravòtantoche il medico credé suo debito dire alla sora Flaminiache pensasse a parlarne col parroco; e la sora Flaminia mandòun sospiro e disse che l'avrebbe fatto. Ma la misura era presso apoco inutileperché il taciturno don Silviogià da unpaio di settimanepassava quasi intere le giornate a capo del lettodel suo vecchio amicotenendogli affettuosa compagnia quando quellidi casa dovevano allontanarsi per le loro faccende.

-Ma che oriolodon Silvio!osservò un mattina Pasquale dopoche da diverse oreoppresso dall'affannonon aveva aperto bocca. -Che oriolino è stato quello! Ha sentito le dieci? guardi acotesto costì della piletta.

-Son le dieci preciserispose don Silvio.

-Ha capito?! Oggi finiscono venti giorni che lo rimessi quando m'alzaie non ha fatto un minuto; ma quando si fermerà...

DonSilvio lo pregò di stare zittoe con una scusa si allontanòtutto contento in cerca della sora Flaminia che era scesa ascaldargli una tazza di brodoper dirle che Pasquale aveva discorsotanto e che proprio stava veramente benino. E ritornò sudietro di lei cheentrando in camera con la tazzaaccennòsubito sorridendo al marito che non parlasse. Lo trovò infattiche stava un po' meglio; se non che un'ora dopo Fiore correva ansantea chiamare il medico per il padrone che da un momento all'altro avevafatto un peggioramento da mettere in pensiero.

Quandoentrò il medicoPasquale gli sorrise e gli disse: - Mirincresce per leipovero sor dottoreche l'hanno fattoscomodare.... Eppoirivolgendosi alla moglie e a Cecchino: - Voialtri badate che non resti scarico e non abbiate paura di nulla.... Erivoltosi di nuovo al medico: - Che mi farebbe male quell'uscio equella finestra aperta?.

-Anzi...rispose il medico.

ECecco e la sora Flaminia corsero subito a spalancare ogni cosaealla folata di maestrale che inondò la cameraPasquale mandòun sospiro di contentezza e disse: - Ah! come mi fa bene!.

Iboscaioli cantavano nella faggeta; il medico e il priore si miseroalla finestra a contemplare silenziosi l'orizzonte che di làsi stendeva immenso sulla pianura lontana.

Dopoqualche momentoil prioresentendo sonare il mezzogiorno alla suaparrocchiasi ricordò del desinaresi staccò dallafinestra andando verso Pasquale per congedarsie lo vide con gliocchi fuori dell'orbita chesenza articolar parolama indicando divoler parlarestendeva un braccio tremante verso il suo oriolo datasca appeso a capo del letto.

Corserolà tuttiinteserostaccarono l'oriolo dal muro e glielomostrarono. Il sor Pasquale si alzò a sedere sul lettocificcò sopra gli occhi e cadde giù spossato balbettando:- Anche l'ora di Pasquale è sonata... è sonata... èsonata!.

Eranole dodici e due minuti; l'oriolo di cima scala le aveva sonatee ilcucùlo era rimasto in silenzio!

Lasera dipoiquando la campana della parrocchia sonava alle forredella montagna l'<I>Ave Maria</I> della sera. il solemandò i suoi ultimi raggi a riflettersi sulle fronti aduste emadide di sudore di un gruppo di boscaioli cheinginocchiati suitronchi de' faggi abbattutiaccanto alle loro scuri luccicantidicevano il primo <I>De Profundis</I> all'anima benedettadel povero sor Pasquale.




Lafatta


-E alloradisse furibondo il signor Cavaliere- quando uno ètestardo fino a questo puntosi fa così. Tirò fuori ilroncolosi chinò eficcandolo nel terreno acquitrinoso delpratolevò un piccolo piallaccio sul quale era una macchiabiancastra come di gesso spento; lo rinvoltò nella pezzola epiantatoselo nella carnierasputò con rabbia un pezzo dicanfora che teneva sempre in bocca pel dolore di dentie senzaneanche guardare i suoi compagni disse: - Io me ne vo!.

Isuoi compagni erano due: il Guardia della bandita nella quale sitrovavano a cacciae il sor Alcestefiglio del segretario comunalee promesso sposo alla figlia del signor Cavaliereil qualeallaimprovvisa sfuriata del futuro suocerorimase allibito a boccaspalancata a guardare ora il Guardiaora il signor Cavalierechezoppicandoperché i callicon la variazione del temponongli avevano dato pace in tutta la mattinataproprio se n'andavasenza voltarsi neanche una volta indietro.

Avevagià passato il ponte della Fossaccia quando il Guardia sirisentì:

-Sangue d'un cane! quelle lì non son le maniere. O dunque se lafatta a me non mi pareva di beccacciadovevo stare zitto e dirgli:'gnorsìsissignorecome vòl lei?... Di beccacciaDiomi mandi un tremotonon è positivo. E quando farò lospeziale m'ha a venire a dettar leggi su quest'affari; ma ora comeoraa Gianni Cerri noper los Deo santissimo benedetto!.

IlSor Alceste sospirava. E il Guardia continuò:

-Lei signorìa ha fatto da omo a non riscaldarsi. Ma quando m'hadetto che come cacciatore aveva più stima a me che a luigliavre' dato un bacio. E come l'ha presa attraverso! Eccoora si faper direo che son mosse quelle da un signore par suo? E ora che hapreso la fatta con sécom'essereche ne vorrà fare?.

Eil sor Alceste guardò la buchetta fatta dal roncolo del sorCavaliere e sospirò di nuovo.

-Se a meper esempiomi dicessero: Cerrite lo vòi giocareil cane? Mi gioco anco lo schiopporispondereiche la fatta èdi péccola oa sprofondaredi porciglione; ma di beccaccianoeppoi noanche se Santa Lucia benedetta m'avesse fatto la graziadi vedergliela fare.

Ilsignor Alceste non dava segni d'attenzione; per cui il Guardia glidomandò:

-Che si deve andar via anche noioppure s'ha a guardare...? Badi!stia attentoperché 'l mi' cane ha un fiato nel naso.

Difattil'egregio Burrascaun cane che Gianni Cerri diceva che neanche 'npalazzo Pitti di quelle razze li non n'avevan mai bazzicatesen'andava a ventoa testa altaindicando d'aver nel naso qualchecosa di buono davvero.

-Avanti! avantisor Alcestevenga viavenga via!diceva il Guardiaa mezza voceseguitando il cane. E il sor Alcestetutto cascante esempre pallido come un mortosi avviò dietro al Cerrichebadava a dire:

-Non faccia furianon faccia furiaperché tantoalle mani diBurrascasi va sul sicuro; punta che pare un masso... Ora sente abono davvero! S'accostis'accostiperché gli si potrebbelevare anche avanti... Ma che canino! cento lire m'avrebban dato que'signori di padule! Ma io gli mandai a dire... Guardi! Ma lo guardioraeppoi mi dica se un cristiano potrebbe andare con piùdelicatezza sull'animale!... e io gli mandai a dire che se ancheVittorio Emanuelle....

IlCerri non finì. Burrascadopo una braccata furiosaavevaagguantato roba. Gianni riconobbe subito il posto doveil giornoavantiil Piovano aveva fatto colazione con quel signore forestierocambiò colorecorses'avventò a Burrascae fu intempo a fargli posare la seconda buccia di cacio con una tal pedatafuribonda che se l'avesse colto in pienoil povero Burrasca avrebbefinito per sempre di far digiuni.

-Giannidisse finalmente il sor Alcesteche assorto ne' suoipensieri non aveva visto la scena che era accaduta- se ti vuoitrattenerefai pure il comodo tuo: io arrivo qui dal contadino abere un bicchier d'acqua e me ne vado.

MaGianni non poteva intendereperché era già unchilometro distantesempre a corsa dietro al canequandononpotendolo raggiungereper fargli pagar cara la brutta figura che gliaveva fatto faremandando fischi e urligli lasciò andaredietro una schioppettata che fortunatamente non lo colse.

Alleventiquattro e mezzo il padre d'Alcestetutto rannuvolato in visobussava alla porta del signor Cavaliere suo buon amico; ma la servagli disse che era fuori. Domandò allora della signorinaGinevra.

-È sul lettoperché si sente male.

-Potrei vedere la signora Irene?

-È di là in camera della signora Ginevratuttasottosopra; e io direi di lasciarle stare.

-Ritornerò più tardi.

Ilsignor Cavaliere intantodopo aver sigillato accuratamente in unacassettina di truciolo il piallaccio colla fattaera andato aconsegnarla al procaccia insieme con una letteraraccomandandogli didepositare il tutto in proprie mani della persona alla quale eradirettovia talenumero talesecondo piano a destra:

-Procacciami raccomando!.

-Lei non dubiti.

All'ordi notte tutto il paese era al fatto dell'accaduto. La serva delCavaliere l'aveva detto con segretezzadalla finestra sulla corteall'ortolana; e l'ortolana l'aveva dettocome in confessioneal suomaritoil qualedopo dieci minutil'aveva fatto risapere a bassavoce nella calzoleria del Nardiniche quella sera appunto era piùzeppa del solito dei medesimi fannulloni freddolosiseduti in giroal braciere di ramecoi capi abbassati su quelloa mescolare ilfumo e lo sfriggolìo delle loro pipe lerce di gruma.

Dilì partì la bomba: e un quarto d'ora dopo non v'eraanima vivadallo zoppo di Lacchie al Sindacoe da Melevizze alsignor Piovanoche non s'occupasse seriamente della cosa.

Comecapitò a proposito quell'avvenimento per gli sfaccendati delpaese! Erano cinque o sei giorni che in verità non sapevanoche pesci si pigliare. Passò quell'omo coll'orso tre settimanefaè vero; ma se n'era già parlato tantos'eranbuttati all'aria tanti libri di storia naturales'erano agitatetante questioni zoologiche in canonicadallo speziale e da Cenciotabaccaioche ormai tutti erano stufi. Era stata proprio un'annatasenza risorse. Che altro era accaduto? Mah! poco o nulla: lo scandalodi que' villeggianti col su' figliolo che s'era messo collamacellarinama finì presto perché se n'andarono;quelle po' di legnate quella sera della prova della banda; eppoi? Èfinito qui. Ma orase Dio vòlece n'è per tuttisel'oste ne còce.

Cifurono molti quella sera che non finiron neanche di cenare per andarfuori ad informarsi meglio; e molti lasciarono perfino la biscola eil fiascoperchésecondo lorol'affare era serio.

Infarmaciadopo l'ottov'eran già cose gravie lodimostravano anche al di fuori i capannelli di curiosi che vipasseggiavano davantiaccostandosi più che fosse possibilealla vetrata; e lo dava a divedere anche il Piovano che al rumore cheveniva di là dentro era sceso sul cimitero in ciabatte e collapipa per ascoltar meglio e per domandar notizie ai passanti.

-A me non me la cantatecaro spezialeperché io l'ho vista!diceva il Sindaco passeggiando concitato in su e in giù per labottega. - Me l'ha fatta vedere prima di portarla al procaccia; e perme il Cavaliere ha ragione!... Che ne dice leimaestro? Eppure c'eraanche lei!

Ilmaestro della banda era di parere contrario; ma non volendocompromettersibadava a strisciare la groppa al gatto che gli erasaltato sulle ginocchiae non trovava la via a rispondere. Mafinalmenteper uscirnedisse a fior di labbra: - Eh! sì! lodirei anch'io.

-Allora poi cotestoabbia pazienza se glielo dicocotesto si chiamaaver quattro facce come Giano della Bella!gridò lo spezialeinvelenitoche la mitologia l'aveva sulle dita quasi piùdella storia. - Sissignore! leiprecisamente leidieci minuti faprima che entrasse il signor Sindacosi spassionava tutto inun'altra maniera! Giano della Bellasissignorecaro il signormaestro dei miei tromboni!

-Ma se lei avesse un po' d'educazionesaltò su il maestromasticando veleno- lei non offenderebbee lei è unignorante!

Ilmedico che in quel momento smaltiva taciturno la solita sborniad'aleatico asciutto: - Bravo!urlò al maestroal qualecurava la moglie anche quando stava bene. - Bravo!

-Eh sì! anche lei è un buon arnese!gridò almedico lo spezialepiù inviperito che mai. - Si sanno tuttenon pensinoi! Si sanon abbia pauradi quel disgraziato cheammazzò alle Case Rosseeppoisotto sottoandò adire che avevo sbagliato io la ricetta!... Oeh! non s'accosti albancoperché gli rompo un barattolo nel muso!... Noenoe!lasciami stare anche tecamorro sdentato!

Quest'ultimaapostrofe era toccata alla sua moglie che lo reggeva per le bracciala quale mandò uno strillo acuto al tonfo che fecesfondandouno staccio attaccato al murola ciotola del polverino tirata conquanta forza avevadal medicoil quale urlando: - Vado via per noncompromettermi! prese la porta e se n'andò.

Difuori intanto s'eran già formati i partiti; ed il medico ebbeuna salva di fischi dalla metà di que' venti o trenta ches'eran radunatimentre l'altra metà batteva le mani e urlava- Bravo! a squarciagola. E lo spezialeche era corso sull'usciogridava da sentirlo a un miglio di distanza:

-C'è il tribunaleperòper la canaglia di cotestarisma! c'è il tribunale! E domani... stasera... subito!...tanto lo vo' dire a tuttisissignore! a tutti lo vo' dire che queldisgraziato delle Case Ros....

Manon finì perché il Sindaco gli tappò la boccacol pastranoe con un spintone lo rificcò in bottega.

Ilmaestro della bandauscendopoco dopocolla coda fra le gambedietro al Sindacosi provò a dirgli:

-Sa? e' son gente quelle che dopo cena....

-Che li era anche un calunniatore me l'avevano detto...

-Ma lei signorìa ora...

-Basta così! Della fiducia immeritatamente accordatami da SuaMestà saprò farne quell'uso che crederòmigliore; intanto non mi occorre nulla da lei; vada purechéa casa so andarvi anche solo.

Esi allontanò soddisfatto e altamente compreso del suo doverementre il maestro schizzando bile se n'andò anch'egli a casadove quella sera devon esser accadute di gran cose vergognosedissero i casigliani di sottoperché si sentiron di grantonfi e di grand'urli della sora Giuseppinapovera creaturafindopo la mezzanotte sonata. Ce ne passa tantepoverinaconquell'omaccio!

IlPiovanoche per raccattar notizie aveva mandato lo Scardigli aprendere un sigaro da cinque e una scatola di fiammiferiseppe chenella bottega della Biagiotta s'eran picchiatie gli avevan rotto unvetro che costava du' franchi. In fattoria poiil sor Gustavo e ilRapalli (un fiero agente elettorale che prima d'aver sette ponci incorpo non andava mai a letto) avevan fatto una scommessa di centolire.

-Poco giudiziopoco giudizio!osservò il Piovano. E dopo averdisputato un po' col Cappellanoal quale quella sera dette anche dibestia mentre in tempi normali lo chiamava solamente zucconedetteun'occhiata al tempo e se n'andò a letto.

Incasa del Cavaliere non si sa quello che accadesseperché dopotornato lui da consegnare quella roba al procacciatutte le finestrerestarono chiuse ermeticamentee soltanto l'uscio di strada siriaprì un momento alle dieci quando Gustavo tornò difattoria; poi silenzio perfetto.

Incasa del Segretario erano sgomenti. Le donne non fecero altro chepiangere tutta la sera; lui andò a letto alle nove con undolor di capo da impazziree il povero sor Alceste non trascuròè veroper distrarsila sua occupazione geniale di farefiorellini di carta coloratama svogliato e senza ombrad'ispirazione.

Nessunoa cena volle mangiaree lui soloper non daredissealtridispiaceri alla mammainzuppò un biscottino nel rosolioealle nove e un quarto si ritirò.

Siamoall'ottavo giorno dopo l'accaduto. Il postino è disperatoperché il signor Cavaliere da sei giorni non gli lascia pelleaddossoe lo minaccia di fargli perdere il postoperchésecondo luideve avergli smarrito una lettera. O quell'altro noiosodel Rapalli che ha la febbre addosso per via della scommessa! Mastamani gliel'ha dettoveh! - O senta: la lettera non c'èl'ha capita? e smetta di rompermi... Perché se siamo poverinon ci hanno mica a mangiare a morsi peggio del pane... Sissignore! Equando la lettera ci saràaccidenti a chi gliel'ha scritta!

Ilpostino si lasciò andare un po' troppolo disse anche ilNardini; ma era compatibileperché bisogna sapere che ilRapalli da due anni si scordava di dargli il Ceppoe il poveropostino l'avrebbe infilatotanto più che da otto mesifacendo il Rapalli all'amore con una di Certaldotutte le settimanec'era due o tre lettere che parevan processie gli toccavaportargliele fino a casa suaquasi un miglio più su dellaMadonna del Grilli.

-Questi bighelloni mangiapanacci a ufo!continuò il postinofermandosi a dare una cartolina alla Biagiotta.

-Che v'hanno fattoche v'hanno fattopostino?domandò laBiagiottache a sentir dire male del prossimo ci stava con piùdevozione che alla messa cantata.

-A me? nulla. Ma da una parte gli stanno beneveh! Intanto quelprepotente del dottorese Dio vòlese ne va.

-A rotta di collo!

-Brava Biagiotta! a cotesta maniera!

-E più che altrol'ho caro per quella strega muffosa della su'moglie. Bellacollo spènserre di velluto! e poi lo leva e vaa rigovernare. L'ho vista iosapete? con tutta la su' superbia chequando passa di qui a naso rittopar che si puzzi tutti!

-O quell'ignorante del maestroBiagiotta?! Giàquello lìlevato de' piatti di cucinacredo che non sappia sonare neanche lecampane.

-Non potevi dir meglio. E per mese avanti che se ne vadaglidessero un carico di legnatecome l'ebbe quello delle Scòleanno di làvorre' dare una candela d'un paolo al SantissimoCrocifissoe da cena a tutti. O del Guardia Cerri l'avete saputo?

-Che gli hanno fatto?

-Dice che è sotto processoperché quel giorno che ilsignor Cavaliere e Alcestino si presero a parole ne' pratidell'Arzillotiròdiceuna schioppettata al su' caneeprese invece un contadino che era a far l'erba in una fossachel'acciecò mezzoe gli fece subito referto.

-Non lo sapevo.

-È un affar di nulla! Fu arrestato la mattina subitoe diceche gli ci vorrà du' mesi di prigione e secento lire di multase gli basteranno.

-Ci ho gusto!

-Sode!

-Guah! ecco quello sbuccione del procaccia. O che va dal sorCavaliere?

-Pare!

-Ah! ho capito. Di certo gli porta la risposta di quella famosa roba.

-Mah!

-A proposito! e questo matrimonio dice che sia bell'e andato all'aria.Ma sia vero?

-Dice di sì. Meglio per luipovero sor Alcestinomeglio perlui.

-ArrivederciBiagiotta.

-Addiopostino. Vi volete rinfrescare?

-Grazie tante; un'altra volta.

-Come vole.

-Addio.

-State benepostino.

Latranquillità monotona del paese era in quel giornoapparentemente la medesimama gli animi bollivano. Il Segretario eraben visto da una gran parte della popolazione per la sua bontà;il Cavaliere era nelle grazie dei più pei suoi quattrini. E ipartiti s'erano definiti nettamente in questa occasionee siguardavano in cagnesco.

Ilprocaccia s'era fermato davvero a bussare alla porta del Cavaliereed era già entratoquando Cencio tabaccaioche erasull'uscio a sbirciarechiamò il Rapalli:

-Sor Rapallisor Rapalli!.

-Che c'è?domandò il Rapalli che era occupatissimo anon far nulla dal caffettiere difacciaper arrivare all'ora deldesinare.

-Il procaccia è andato dal sor Cavaliere. Secondo me ci ha larisposta di quella roba. Vadavada.

-Vado subito. E voiCenciofatemi il piacere: mandate ad avvisare ilsor Gustavo che a quest'ora dev'essere in quel posto di certo.

IlRapalli andò dal Cavaliere; Gostino corse a cercare del sorGustavoe Cencio rimase a far gente sulla bottega.

Lanotizia si sparse come il baleno; lo speziale fece capolino dagliimpostoni socchiusidi sopra alle spalle di sua moglie: il Piovanoscese sul cimitero affettando la più grave indifferenza; ilfabbro e il calzolaio vennero fuori coi loro arnesi in mano figurandodi guardare il tempo e dopo poco tutti gli abitanti del paeseeccetto il Segretario e il sor Alcesteche la Biagiotta giura d'avervisti alla finestra a guardare dalle stecche della persianaeranofuori per qualche loro faccenda straordinaria che non volevano dire anessuno.

Ungruppo abbastanza importante s'era radunato davanti all'AppaltodoveCencio s'era preso col Nardiniil quale sosteneva essere impossibileanche per un professore il decidere sulla provenienza della fatta.

-Maabbiate pazienzabadava a dire Cencio- cotesto è segnoche non avete girato e che del mondo ne conoscete poco. E io avre'fatto precisamente come il signor Cavaliereperché perdecidere non ci voleva altro che un professore... oh! aspettate...come li chiamano?... insomma un professore come quello che il signorCavaliere gli ha mandato a deciferare l'oggetto.

-O che volete che vi dica? potrà anche starema me non mipersuadete.

-E allora vòl dire che con voi non ci si ragionaperchéla chimica... ora m'è venuto. È un professore dichimica quel professore. E quando a quella gente lìvedete?gli avete fatto vederevo' dir pocoquanto di qui al pozzoconrispetto parlandoanche uno sputoloro vi sanno dire fino a unpuntino se il vostro sangue sarebbe come se uno dicesse... anche seuno è stregato. Mi rammento che quando 'l mi' figliolo...Riveritosor Gustavovadavadaperché c'è roba.

Ilsor Gustavo passava in quel momento davanti all'Appaltocamminando agran passi verso casa. Aveva la faccia lieta e tanto sicurasognandola vincita delle cento lireche Cencio ne prese buon augurio pervincere quella beccaccia che aveva scommesso col Cappellano; maappena fu in casala scena cambiò aspetto.

IlCavaliere aveva una lettera aperta in manoscoteva il capoeguardava desolato in un amaro silenzio il Rapallicheappoggiatoalla spalliera d'una poltronastringeva le labbra per non lasciarsiscappare una risatae ad intervalliscotendo anch'egli la testadiceva: - Eh! pur troppo che è così!.

Gustavocapì che bisognava stare zittie si mise in disparte asfogliare un album di fotografiesenza aprir bocca.

Dopoqualche minuto di silenzioil Rapalli fece un inchino al Cavaliere;strinse la mano a Gustavo e se ne andò.

Appenafu per le scales'ingozzò il cappello fino agli occhisirizzò il bavero del giubbone foderato di pelle di leprelasciandosene abbassata la punta dalla parte dell'Appaltoescìfuori rasentando il muroe quando vi fu giunto davantiCenciol'abbordò dicendogli:

-Ma dunque è decisosì o no? perché a me mipreme la beccaccia del Cappellano. Si pòl sapere di che bestiaera questa famosa fatta?.

IlRapalli lo tirò da parteeaccostatagli la boccaall'orecchio:

-Zitto! Cenciogli disse- mi raccomandose no la prima fischiata ènostra... Era di pollo!.




Lapipa di Batone


Loscoppio d'una tempesta di grida e di tonfi sulla tavolache partivada un gruppo di quattro allegri giovinottil'uno figlio di Batone egli altri amici di casaera la chiusa obbligatoria d'ogni partita dicalabresella; ma questa volta il baccano fu tanto forte che ilvecchio Batonemezzo addormentato nel canto del fuocofece un talescossone chebattendo la nuca nella mensola della cappagli caddela pipa che gli ciondolava dalla boccaandando a rompersi in centopezzi sul piano del focolare.

-Eh! maledetto voi altri e la vostra calabresella!gridòBatonebuttandosi carponi a raccattare i frammenti della pipa; ma lasua imprecazione restò affogata sotto un nembo di:

-Tutte nostrese buttavi l'asso quando ti ci ho chiamato!.

-E della napoletana a còri che te ne volevi fare?

-Tepiuttosto...

-Ha ragione lui!

-Nossignoreperché quando gli ho calato l'asso terzo...

-Ma allora mi ci dovevi battere!

-Sìsì!

-Nono!

Egiùun altro diluvio di tonfiurli e imprecazioni piùgrosso del primo.

-Benedetto voi altri e le vostre gole intremotate! Vi volete chetaresì o no? Eccoguardate che bel sugo!esclamò laCarlottanuora del vecchio Batone. - Questa povera creaturinadormiva che era un amoree ora sentite che bella musica! E ninna eninna e nanna... E così canterellando si mise a cullare sulleginocchia una bella bambocciona grassa e fresca come una rosalaquale sbertucciandosi lo scuffiotto di lana gialla univa i suoistrilli alle grida dei giocatoriformando un casa del diavolo dasgomentare un campanaro di professione.

Finalmentesi chetaronoma dopo avere esaurito affatto la questione durante laquale ognuno aveva detto o creduto di dire un sacco d'eccellentiragionilasciando però nella mente dei compagni precisamenteil tempo che vi avevan trovato.

-O di che cercate costì nella cenerebabbo?domandòCencio che nel voltarsi aveva visto il vecchio razzolare a capobassoinginocchiato sul sodo del camino.

-Di che cercoeh?rispose Batonefra il desolato e lo stizzito-di che cercoeh? Eran diciott'anni che ci fumavo!

-Vi s'è rotta la pipa! o come mai?domandò uno degliamici.

-Diciott'anni!brontolò Batone con un sospiro; - grumata cheera una delizia!

-Povero nonno! o com'è andata?domandò anche laCarlottasospendendo la sua ninna-nanna.

-Com'è andata! È andata che se vi si seccasse la gola aquanti sietenon sarebbe il vostro avere... Ehsie! Il pezzo piùgrosso eccolo qui! Va' all'inferno anche te! E con un calcio mandònel fuoco gli avanzi della pipa e si rincantucciò di nuovotaciturno nel fondo della sua panca.

Labambina aveva ripreso sonnola ninna-nanna era cessataed al rumoredi pochi momenti fa era succeduto un profondo silenzio. I quattrogiovani si guardavano fra loroguardavano il vecchio e quindi laCarlottaquasi interrogandola con lo sguardo sulla catastrofe dellapipa. Alle quali mute interrogazioni la Carlotta rispondeva con unmovimento della testa e degli occhi che voleva dire:

-Non ne so nulla nemmen'io; stiamo zittise no si fa troppodispiacere a questo pover'omo.

Tuttitacquero per alcuni altri momentie Batone mandò fuori abreve intervallo due lunghi sospiridopo i qualiquasi rispondendoa una domanda del suo pensieroesclamò con tristezza:

-Se ci ero affezionato!. Eppoi rivolgendosi agli amici: - Vedetegiovinotti; se mi fosse cascato un tegolo sulla testasarei crepatosìma avrei patito meno.

-Ehlo capisco!

-Io mi metto ne' vostri piedi.

-Anch'io.

-Figuratevi io!rispondevano uno dopo l'altro i quattro giovani chesentendo un certo solletico di risoavevano però nel fondodell'animo una certa compassione del vecchioperché fino dabambini erano avvezzi ad amare quella mite e robusta natura dipopolanoe perchécorrendo col pensiero alla pipa che tuttiavevano in boccacomprendevano abbastanza il suo dolore.

-Non vi starò a direperché tutti fumate e ve lofigurereteriprese Batone- se in una pipa di diciott'anni ci sifuma bene! Ma quello che più di tutto m'addolora è didover dire addio a un oggetto che mi rammentava troppe cose...troppe! La comprai l'anno della pienae la rinnovai per l'appuntoquella mattina... 'Gnamo'gnamoguardate dove mi fate entrare; Noenoevialasciatemi stare; accidenti alla calabresellaa chi l'hainventata e a' vostri urlacci dannati!

-GiùgiùBatoneraccontateraccontate!chiesero adun tempo i tre amici.

-Che volete che vi raccontiragazzi miei? Son vecchioecco quelloche vi posso raccontare; son vecchioe non son più bono anulla. Ma quand'ero ne' mi' cenci... Un gigante non son mai statosivede ancora; ma con queste braccia che ora paion du' ossi vestiti dipelleho fatto qualche cosa anch'ioe a que' giorniomo per omove lo giuro sul capo di quella creaturaa Batonenon gli ha fattomai paura nessunomai! Prepotenze no; ma mosche sul nasoper graziadi Dio e del mi' fegatomi ce ne son lasciate posar sempre pochemapoche davvero. E dite pure che quando voi altri sarete arrivati afare la metà di quel che ho fatto io... Basta; ho fatto quelloche ho potutoe quel che ho fattoDio mi vede nel corel'ho fattosempre a bòn finee per aver voluto bene a tantiche poi sem'hanno potuto far del malese ne sono ingegnati. Si guardòle bracciascosse la testa sorridendo malinconicamentee con vocestanca continuò: - Mòio poveroma se non mi fossetoccato altrodi questo me ne vantoall'età di settant'annisonati che mi trovo sul gropponeposso portare il cappello alto edimolto; e tanti signorima proprio di quelli di garboquandom'incontrano per la strada non hanno scrupolo né punto népoco a fermarmi e a stringer la manocome dicon loroal vecchiogalantòmo.

Iquattro giovani a poco a poco si erano tirati con le seggiole intornoal focolarefissando in silenzio con aria mista di curiositàe di trista compiacenzal'abbronzata faccia del vecchione' cuiocchiallorché riandava i tempi passatiguizzava agile efiera un'ultima scintilla di fuoco giovanile. Ed anche la Carlottache dopo aver posata la bambina nella culla si era accostata alcamino per mettere una palettata di fuoco nello scaldinosentendo leultime parole del vecchiopartecipò all'attenzione degliuominiadagio adagio si pose a sedere sull'altra panca del caminofacendo macchinalmente la calzae guardò il vecchiosilenziosa ed attenta.

Batoneche aveva alquanto rallegrata la faccia rammentando gli anni dellasua robustezzaritornò cupo ad un trattoe dopo esserrimasto alcuni momenti con la testa fra le manitriste e silenziosocome coloro che si preparavano ad ascoltarloalzò la facciasgomentae fissando lo sguardo sopra una seggiola disoccupata cheera rimasta in un canto della stanzaparlò:

-L'Agnese voi altri l'avete conosciuta tutti.

-Se l'abbiamo conosciuta!

-Era una buona creatura; ma si vede che era nata sotto cattiva luna. Esu' primi tempi era stata anche fortunata. Sposò quelmaniscalcoGiacinto delle Moretteche poi gli morì tisico:ma quando lo prese aveva fior di quattrinisalute da vendere e labottega sempre pienaperché ferrava checome luibisognavagirare dimolte miglia eppoi fermarsi lì. E che bella sposas'era fatta!

-Bella!disse Tonio.

-E che belle creature che aveva!osservò la Carlotta.

-Povera figliola! era destinato che non se le dovesse goderecontinuòBatone. - E quel che è vero bisogna dirloche per la su'bimbina maggiore ci aveva un gran debole; e si vede che Gesùbenedetto la volle visitareperché sul più belloquando se la teneva come una reliquiaperché cominciava giàa saper leggere quasi come il sor Annibale e a mettere in carta ancheuna letterala bolla gliela portò via come uno ruberebbe lapisside di sull'altare.

Unazanzara s'era posata sulla fronte della piccinala quale senzadestarsialzò una manina e si percosse dove sentiva pinzare.E siccome la Carlotta si voltò a guardarla riscotendosi comese una vipera le fosse passata tra i piediBatone le disse:

-Dio voglia che tutti i su' mali somiglino a quello che gli ha fattoquell'animale.

-Dio lo voglia!rispose la Carlottae si chinò sulla culla arespirare il fiato della sua creatura.

-Dunquegiàriprese Batone- quella bambina gli morì...gli morì com'essere alle nove e mezzo di stamattina... Chegiornata fu quellaragazzi miei! voi altri eri a lavorare foravia enon ve lo potete mai figurare... Gli morì alle nove e mezzocome dicevosi messe subito a pulirsela e a vestirsela da séche Dio guardi a avergli detto: "Lasciate fare a noi"; alledue aveva finito d'accomodarla co' su' fiori del su' orto e ognicosae mezzo minuto dopo la raccattavano giù nel mezzo distrada con la testa fracassatache venne di sotto in un àmmennea capo fitto a sbacchiare sulla breccia stesa d'allora. Il Signoreabbia misericordia dell'anima sua!

Batonetacque; nessuno degli ascoltatori disse parolaperché ognunoconosceva l'accaduto; soltanto si voltarono tutti in un tempo versola porta contro la quale una folata di scirocco frustava la pioggiache veniva giù a torrenti. Si voltò anche Batoneedopo aver dato un'occhiata alla solita seggiola:

-Era una serata come questaproseguì. - Eccola laggiù!mi par d'averla sempre davanti agli occhiCenciola mi' Rosalatu' povera mamma. Pareva che da un momento all'altro ci dovessecascare la casa addosso... un vento! un'acqua! un buio!... Lei era lìin un cantuccio su quella seggiola laggiù colla spallieratroncatache fra uno sbadiglio e l'altro dava de' punti alle toppedel mi' pastrano vecchioe a ogni ventata più forte siscoteva e mi guardava e mi diceva: "Batoneo che sarà dinoi? Dio ce la mandi bona! senti l'Arno come muglia! ho paura" Eaveva ragionepoverinaperché in tempo che si discorrevaaveva già strappato in du' posti e aveva già portatovia la capanna di Natalino e tutte le cataste del sor Ippolitocheci perse quasi più di trecento monete. "Lascia pioverelascia"gli dissi; "siamo a mezzo novembree se non sisfoga ora sarà peggio poi. Piuttostoguardami viene inmente una cosa: se invece di rassettare cotesta calìa tuvolessi ripigliar du' maglie alla bilanciadomattina di levatavorre' andar a far du' cale a bocca di rio per vedere se mi riescebuscare un par di paoli...". Allora c'era i paoli.

Sialzòpovera donnaprese la bilanciasi messe a riguardarlae quando io che m'ero appisolato qui nel canto mi svegliai e sentiisonare la mezzanottelei era sempre lì che taroccava perchéla rete era tanto vecchia che per ogni maglia ripresa gli se nestrappava due. "Lascia andareRosa"gli dissi"sehai rassettato le buche più grosse me n'avanza; basta che miregga le lasche d'oncia: in quanto alla frittura minutase nepiglierà quando avrò qualche paolo da comprare unabilancia nova." E ci avviammo a letto.

Lamattina andai. Per la strada mi fermai all'Appalto a comprare unacrazia di tabacco e quella pipa... Arrivo sul puntonedo un'occhiataall'Arno: faceva paura! Monto la mi' bilanciaaccendo la mi'pipettae tutto contento mi metto a calare lì dalla farniavecchia dell'arginello.

Avevogià fatto quattro o se' cale quando mi parve... Dio del cielo!altro che parere! Sentii una vocina sottile sottile come d'unaragazzetta che urlava: "Aiutoaiuto! aff... affogo!"emi vedo venir controlesto come una saettaun fagotto bigio che sisvoltolava nell'acqua. Lasciare la fune della bilancialevarmi gliscarponi e la cacciatora fu un baleno egiù... Aaah! l'acquaera troppo ghiaccia. Per un momento mi sentii tutto come rattrappitodal granchio e almanaccavo di qua e di làtanto per tenermi agallama senza quasi sapere quello che mi facessi; quando a untratto risento: "Aiutoaiuto!"e ti vedo forse a un mezzotiro di schioppo leiin mezzo a un rèmolo che se la frullavain tondo come una pennae che urlava da schiantare il core: "Ohmoio! ohmoio! mammamammamoio!". Batonehai sangue nellevene? Tiralo fòri fino all'ultima gocciola perché ora ètempo.

Misentii una vampata al cervello; tutto il freddo che m'intirizziva simutò in un bollore che mi pareva di prender focoe mi sentiitornare nelle braccia la forza d'un liofante. Notavo com'un pesce ein quattro palate gli fui addosso. Lei che s'accorse d'avermi vicinoricominciò a urlare più disperata che mai: "Salvatemisalvatemi"e si storceva e allungava le mani peragguantarmi....

-Vergine santissima!esclamò la Carlotta rabbrividendo. Gliuomini tacevano e guardavano fissi la faccia del vecchio.

Nelcalore del raccontoBatone si era alzato dalla sua panca erittonel fondo del caminosulla cui parete affumicata campeggiava la suabruna figura scabra e robusta come il tronco d'un vecchio cerroconuna mimica più eloquente della rozza parolacosìproseguiva il suo racconto:

-Subito che gli fui sopra: "Ferma!" gli urlai... "Fermati salvo... Se non mi lasci andares'affoga... Per carità...ahi! ma fai male... mi strozzi!". Chi gli avesse dato quellaforza non lo so. Con un braccio mi si avviticchiò al collotanto strinta che mi faceva schizzar gli occhi di testae conquell'altra mano mi s'agguantò alla barba e me la tirava dafarmi vedere le stelle. Per fortuna avevo sempre le braccia libere ealla peggio mi tenevo a galla.

Inquesto tempo la corrente ci aveva ripresi e ci volava via comefulmini. Io con quanta forza avevolavoravo per staccarmelama nonc'era verso; la staccavo da una parte e mi si riattaccava daquell'altra; mi levava l'unghie dalla barbae me le ficcava nellegote e ne' capelli... A un tratto m'avvedo che la corrente ci portavaa sbacchiare nella sassaia delle grotte! "Dio eterno! ecco lami' orason mortoson morto!" E nello stesso tempocome sefossi entrato nel ritrécine d'un mulinomi sento svoltolato esbatacchiato giù attraverso alle palafitte... E quella astringermi più che mai! Nell'abbaruffarci mi s'imbrogliaronoanche le gambe fra le sottane e in un batter d'occhio mi sentiitirare a capo fitto nel fondocome se m'avessero legato una màcinaal collo.

-Dio del cielo! e voibabbo?domandò Cencio spaventato.

-La disperazione mi prese; non vi saprei dire bene quello che feci; maho un barlume d'idea che gli strappai i vestitila morsimi spellaile mani e la faccia nelle pietre... A un tratto eccoci daccapo agalla! "Lasciami!" Dio eterno... nulla! Ebbi appena tempodi ripigliar fiato e daccapo giù... Quello che mi passòper la testa in que' momentinon lo pòl sapere altro che chici s'è ritrovato. Mi pareva di scoppiare; sentivo un burattonegli orecchi e un frizzore negli occhi e nel naso come se mi cifosse entrato dello zolfo. Pensai alla mi' Rosaal mi' Cencioalmi' canealla mi' bilanciaal mi' orto... DioDio! che momentiche momenti son quelli! Volevo urlare aiuto anch'ioma tutte levolte che mi provavo mi pareva che mi tirassero una martellata nelcapoe sentivo la morte che veniva... Faccio un ultimo sforzo perliberarmi da quelle tenaglie... Angioli del paradiso! sento lebraccia di quella creatura che m'abbandonano cionche...

-Era morta?!

-...e mi scivola via e non me la sento più accanto! Cercaiannaspai colle mani e co' piedima nulla! Allora poi cominciai asentire che non resistevo più; le forze se n'andavanolamemoria m'abbandonava eDio mi perdoninon pensai più a lei;cercai di tornare a galla e mi riescìma rovinato e sfinitocom'un moribondoraccomandandomi l'anima perché ormai m'erofatto perso.

Aun tratto mi sento strisciar roba sul pettol'agguantoera unvergone di vétrice della ripa. Comincio a tirarmi su con quelpo' di fiato che mi dava la disperazione quando mi vedo rammulinared'intorno un ciuffo di capelli. Dio onnipotente! era leilìa fior d'acquaaccanto a me! Agguantarlarammucchiare quel po' disangue che mi restava e tirarmela dietro sulla ripa fu tutt'una...Quello che feci dopo non lo so. La sera verso le sette mi trovai incasa di Bagnolino delle Steccaie sopra uno strapunto vicino al focoe lì mi resero ogni cosa: le mi' scarpela cacciatoralabilancia e quella pipaché avevan ritrovato tutto sulpuntonee mi dissero che era viva anche lei.

-Ah! ma dunque?...

-Era viva anche leipovera Agnese!...

-Agnese!

-Lei; proprio lei! Che bella carità gli feci a salvarlaeh? MaDio c'è per tutti e avrà pensato anche a quell'animasconsolata!disse Batonee ritornò a sedere in fondo allasua pancabrontolando: - Com'è finita male! com'èfinita male! e non se lo meritava... Il destinoil destino!. E peralcuni minuti rimase immobile col capo alto appoggiato alla mensola aguardare le faville che si perdevano crepitando su per il buio dellacappa.

Inquesto tempo la Carlottadietro un cenno di Cencios'era alzatacamminando in punta di piedie dopo aver messo sulla tavola seibicchieri e un fiasco di vinoera ritornata al suo posto.

Batonela guardòe:

-Carlottaaccèndimi il lume; voglio andare a letto.

-Nono!dissero tutti insieme. - Un momentoBatonecinque minutisoli; si vòl bere un bicchier di vino alla vostra saluteevoi dovete bere con noise no ci fate torto.

Egli si accostarono porgendogli ognuno il proprio bicchiere colmo.

Batonenon voleva parerema era commossoe ricusò di bere finchévinto dalla affettuosa insistenza dei giovaniprese in mano unbicchierelo alzò per guardarne la limpidezza attraverso allumema il suo braccio tremava e nel portarselo alla bocca se loversò mezzo giù per la barba.

-Ah! lo vedete?disse indispettito- non sono più bono anulla. Lasciatemi starelasciatemi staregiovinotti.

-È allegriaBatoneè allegria! alla vostra salute!ebevvero battendo insieme i bicchieri.

-Sìsì; voi altri chiamatela allegriae io la chiamovecchiaia. Carlottail lume.

Loprese eaccompagnato dagli sguardi de' suoi giovani amicicon passovacillante si allontanò nel fondo della stanzagrattandosi ilcapo e brontolando: - Eran diciott'anni che ci fumavo... E anche leiè finita... Com'è finita male! com'è finitamale!.




Vannoin Maremma


Questame la raccontò nel canto del fòco l'amico Raffaelloquella sera che m'invitò a cena a mangiare le pappardellesulla lepre.


Ilsei di dicembre dell'anno passatote ne ricorderai e se non te nericordi non importafece un tempo da diavoli. A guardare la montagnapoiera uno spavento; e anche di quaggiù si sentiva la rombadella bufera che mugolava fra i castagnimandando fino a noi qualchefoglia secca insieme col sinibbio che strepitava sui vetri dellefinestre come la grandine. Io son fatto peggio delle gru: piùcattivo è il tempoe più sento il bisogno d'essere ingiro. E volli uscire con lo schioppo in cerca di qualche animale.

Aun mezzo miglio da casasulla via maestraincontrai Maso del Gallotutto imbacuccatoe lo fermai per sentire se sapeva puntibeccaccini.

-Dio signore! sor Raffaellomi disse soffiandosi nelle mani- non mifaccia fermare; mi par d'esser diventato un pezzo di marmo.

-Insegnami un beccaccino.

-Ce n'ho uno nella madia che l'ammazzai l'altra sera all'aspetto. Sevòl quellolo vada a pigliarema altri non ne so davvero.

-O come mai?

-O dove li vòl trovarebenedetto leise è tutto unaspera di ghiaccio? Tornitorni indietroché piglieràun malanno. Ma non lo sente che lavoro è questo?

Infattisi durava fatica a star rittitanta era la forza del vento gelatocheavendogli voltato contro le spalleci tormentava sbacchiandocinel collo un nevischio duro e tagliente come vetro.

Distrattoda una truppa di cinque persone che ci passarono accantodomandai aMaso: - O que' disgraziati?.

-Son montanini; non li vede? Vanno in Maremma... Arrivederlo signorìain bocca al lupo; ma torni indietrodia retta a un ignorante...brèèè!...

Esi allontanò lesto lestobattendo forte i piedi perriscaldarsi.

Iorimasi un momento a guardare impensierito quei poveri diavoli. Quellaera di certo una di quelle famiglie che nell'inverno emigrano dallamontagnasnidate dal rigore della stagione e dalla fame: il babbola mammadue ragazzetti sotto i dodici anni e una bambina checomeseppi dopone aveva otto appena compiti.

Ilbabboun ometto sulla cinquantinabassogià curvocon legambe a roncolostava avanti alla piccola brigatastrascicandosidietro faticosamente i suoi gravi zoccoli con le suola di legno altatre dita; aveva in capo un berrettaccio intignato di pelle di volpecalzoni formati di cento toppe di altrettanti colori sudici esbiaditie giacchetta di mezza lana quasi nuovadi sotto alla qualescaturiva la lama d'una roncola e il manico d'una mannarettaraccomandate alla cintolae teneva per il ferro una scureservendosene come di mazza. Col bastone si teneva sulla spallasinistra un sacchetto di castagne.

Dietroa lui subito venivano i due bambini vestiti press'a poco come ilbabbo; con più una straccio di pezzola passata sopra alberretto e legata sotto la gola per difendersi il collo dalla neve.

Ilprimocon un ombrellone a tracolla tenuto da uno spagose la ridevadivertendosi a fare i passi lunghi dietro a quelli del babbomentretirava a stratte misurate il fratello minore che gli andava dietrofrignando e zoppicandoforse pei geloni ammaccati dentro un paio discarponi da uomo sfondati e senza legàcciolo.

Questopiccolo disgraziatoa forza di rasciugarsi il moccio e le lacrimecon la manica della giacchettase l'era ridottafino al gomitouncartoccio di ghiaccio.

Diecipassi addietro veniva la mammapallidasmuntaimpettitacon gliocchi a terracamminando a ondate gravi come tutti gli abitantidelle montagnela qualeavendo infilato il braccio sinistro nelmanico d'un paniereteneva la mano sotto al grembiulee con l'altraquasi strascicava la bambina cheinciampando in tutti i sassileandava dietro come un orsacchiottorinfagottata in un lacerogiacchettone da uomo che le toccava terra. Aveva i suoi durizoccoletti di legnoe le mani rinvoltate dentro a degli straccifermati al polso con fili di ginestra.

Lastrada doveva a loro sembrare in quel momento poco faticosaperchéil vento se li portava quasi in collo e li balestrava ora di quaoradi là dalla viafacendo schioccare come fruste que' po' dicenci che avevano addosso.

-Vanno in Maremma!aveva detto Maso. - Quando ci arriveranno? Come ciarriveranno?: questo chiedevo a me stessoe non sapevo levar gliocchi da dosso a quel compassionevole gruppo che fra pochi minuti nonavrei più potuto scorgere attraverso alla nebbia delnevischio.

Volliandargli dietrovolli discorrere col vecchio capofilae affrettandoil passoin pochi salti gli fui accanto.

-Stagionacciagalantuomodissi per attaccar discorso.

-Bella non è davverosignor mio.

-Andate molto lontano?

-Per le Maremme.

-In che luogo?

-Talamone.

Eglivedendomi fare un movimento che voleva dire un - perdio! di quelliche chi li tiene in corpo è bravomi guardòsorrisee continuò:

-Non c'è mica poi tantosapete. Di qui passerà poco lecento miglia. Si va su suadagio adagiocoll'aiuto di Dioequest'altra settimanaalla più lunga sabatos'arriva. Lastradanon dubitarela conosco bene; sono trentacinque anni che lafaccio; la sorte m'ha sempre assistitoe per grazia del cielo eccomiqui. L'anno passato ci menai questo solodisseaccennandomi con unaspallata il bambino che misurava il passoil quale nel sentirsirammentare perse il tempo per guardarmie dando un inciampiconenegli zoccoli di suo padreandò a battere il naso nelsacchetto delle castagne che il vecchio teneva a spalla. - Ci menaiquesto solo l'altr'anno. Fino a Grossetocome Dio vollece la fece;lì però gli si sbucciò un piede e mi toccòa portarmelo a cavalluccio... Son poche miglia di lì aTalamone. Ma quest'annocaro signorem'è toccato menarlitutti.

-È la tua famiglia questa?

-Questi due sono mieisissignore; e quella bimbetta lì chesela guardateha ott'anni finiti e non gli se ne darebbe sei da' granpatimenti di su' madre che non gli ha mai voluto beneè d'unmi' fratello che anno di là morì alla macchia d'unaperniciosa. Mi si raccomandò tanto che ci pensassi iochequando la su' mamma quest'agosto riprese maritonon gliela vollilasciare; come che avendo anche l'approvazione del curatonon glielarendo più. E quella è Zitala mi' moglie.

-Buon giornosposarisposi ad un saluto malinconico che mi fece congli occhimovendo appena la testa.

-E perchédovendo condurre questi poveri piccininon seiandato col vapore o almeno con un po' di barroccio?

-Ci sarei andato volentieri anch'iocaro signorecon un belbarroccio che ci si va anche con pocodisse guardandomi sgomento-ma come si fa? Se le cose anderanno benestate allegri ragazzidisse volgendosi ai piccini- si vedrà di farne un po' inbarroccio al ritorno.

-Più volentiericontinuò volgendosi di nuovo a me-più volentieri li avrei fatti restare tutti a casa; ma nonavevo da lasciargli nullasignore mionulla! nemmanco un po' difarina per isvernare.

-Sta bene; ma per la via come la rimedî?

-Si fa alla meglioa dirlo a voi; si va alla carità di questicontadinieper dirla giustapochi fin qui me l'hanno ricusata lacapanna per dormire e un tozzerello di pane. Lì ci abbiamo de'neccie mi accennò il paniere della moglie- e qui dentro ciho delle castagneche se non ci segue disgrazie di doverci fermareci basta quasi per arrivare al posto.

Dettiun'occhiata al paniereal sacchetto e a quelle cinque faccesofferentie mi sentii correre instintivamente la mano alportafogli. Presi quel poco che mi parveperchétu lo saidisgraziatamente ho da pensare troppo a mee accostatomi al bambinomaggiore gli detti con cautelaperché non vedesse suo padreun piccolo foglio. Mi guardò spauritoguardò quel cheaveva nella manoe chiamando suo padre incominciò a gridare:

-O babbo! o babbo! guardate cosa m'ha dato questo signore! O cos'è?o cos'è.

-Digli "Dio vi rimeriti" a questo signoreTonino; digli"Dio vi rimeriti"...

-Non importanon importa. Addiomonello; buon viaggio e buonafortunagalantuomo.

-Altrettanto a voisignoree state fiero.

Quandola madreche aveva mantenuto i suoi dieci passi di distanzamipassò davanti - Dio vi benedica! mi disse. E stetti qualchemomento a vederli allontanare tra la buferache rammulinava la nevesempre più gelata e più foltafischiando attraversogli alberi brulli della via.


QuiRaffaello s'interruppe per dire a Gano che buttasse un altro cioccosul fuoco; poidopo esser rimasto qualche momento col capo basso apensarelo rialzò per domandarmi: - Che ne saràstato?.




Primavera


Foltadelle sue nuove foglieuna vecchia querce gode la vita slanciando alsole di maggio le braccia robustee il vento canta alla primaveratra le sue fronde sonore.

Cantaalla primavera che ride intorno odoratae nuota voluttuosa sull'ondadelle verdi mèssi e tra i pampani e tra i fiori ondeggianti aun limpido solecullando ne' loro aperti calici l'amore di milleinsetti felici; e il polline giallocommosso da tante ebbrezzevolacol vento a preparare altri profumialtri fiori alla eternagiovinezza dei campi.

Inmezzo a tanto lusso di vitastanchi nelle membra e freddi nel coreuna bianca vecchierella e un magro vecchiettoseduti uno accantoall'altro all'ombra della quercegodono tranquilli il riposo delmeriggio.

-Fa caldo oggisapete? fa caldo. E così dicendolagiovereccia vecchierella si allenta il bustosi scioglie il nodoalla pezzuola che le fascia la testae facendosi vento con quellasi abbandona resupina col capo fra i fiori rossi del suo fascio dilupinella.

Ilvecchio la guarda distratto; una folla di nebbiose reminiscenze glicorre alla memoriae appoggiandosi anch'egli al suo fascio ditrifoglioripesca un frammento d'ottava da lui improvvisata sessantaanni or sonouna notte d'agostosotto la finestra della suaGioconda; e guardando smemorato all'ariapensa e canta a bassa voce:


Seancordolcezza mianon lo sapete

Doveper me s'è aperto il paradiso

Guardateviallo specchio e lo vedrete

Tuttodinanzi a voi nel vostro viso...


Oh!com'era bellacom'era bella Gioconda a sedici anni! Nella sua biancacasetta accucciata all'ombra d'un noce e di due giovani gelsistavasempre la gioiae Gioconda era l'idolo di tuttiperché anchele sue compagnebuttato da parte ogni piccolo sentimento d'invidiase la guardavano compiacendosene e le volevano bene.

Lastanza del suo telaio situata a terreno dava sulla via; lì erail ritrovo favorito delle sue liete vicinee fra i discorsii cantie le cordiali risatemoveva sempre di là un festoso baccanoche riempiva di buon umore il viso delle povere nonnesedute lìpresso sulle porte a filarele quali si beavano in quelle risa e inquei canti come in un ritorno soave alle gioie perdute dei lorogiovani anni.

Igiovanotti che passavano gettando la grassa arguzia in quel crocchiodi spensierateo che si fermavano sulla porta ad agognareerano leloro vittime predilette; Cecco aveva le gambe torte; Pippo sistruggeva de' baffi e s'insegava e si martirizzava continuamentequelle quattro setole che non volevano allungare; lo Spagnolinobuttava i piedi a galloe Roccopovero Rocco! aveva la lisca. E lostrapazzavano e gli facevano il verso tutte le volte che timidotimido si affacciava a tartagliare qualche goffa galanteria; e alloraridi pureamore mio! ed erano tali risate che quelle monelleduravanoa voltea sganasciarsi per una ventina di minuti senzaaver tempo né discrezione di chetarsi neanche per un momento aripigliar fiato.

ERocco si allontanava afflittocolla coda fra le gambepensando alletrecce della sua Giocondae sospirava più fitto dei colpi deltelaio che lo accompagnavano insieme con gli scoppi di risafinchérintanato nel fondo della stallasi sfogava a dar pedate nellapancia del suo povero ciucoe a palpare le cosce delle suegiovencheorgoglio della casatainvidia dei contadini dei dintornie ghiottoneria troppo preziosa per Simone macellaro.

Maquelle risa e quei canti a volte cessavano ad un tratto; e allora lebianche nonne del vicinatocapito subito di che si trattavaalzavano gli occhi dal fuso e voltandosi verso la porta del telaiovedevano Masocheappoggiato con artistica posa allo stipite diquellagirava su quel gruppo di fresche giovinotte i suoi fieriocchi innamorati per incontrarsi con quelli dolci e sereni della suaGiocondala qualefatto un languido salutoarrossendo li abbassavasulla spola che allora cominciava a correre più agile e piùumorosa attraverso all'ordito della sua tela.

Oh!che bei tempi erano quelli! Quanti ricordi amaramente soavi scendonoal core dalle mura di quella bianca casetta! Quante confuse memoriesotto l'ombra di quel noce e di quei gelsisempre verdi e frondosicome a quei giorni tanto lontani!

Enulla par cambiato là intorno. Quelle siepi cariche di fioridi biancospinoquegli argini smaltati di rosolacci e di pratolineche fiancheggiano la via che mena alla chiesapare che aspettinosempre le limpide domeniche di maggioquando Giocondain mezzo auna corona di giovani amiche che godevano al riflesso della suabellezzapassava fresca e profumata come una rosacon gli sguardi aterra fra le occhiate di fuoco dei giovanotti che l'aspettavanosparsi qua e là in piccoli gruppi lungo la via. E fra queigiovanotti c'era anche Masoravviatolindocon la barba fattad'alloracon la sua bella giacchetta di frustagno turchinocappellonero di felpa e garofano rosso dentro al nastro di quello. E a luitoccava un'occhiata e un lieve sorriso che lo spingeva a stendereaffettuoso un braccio sul collo dell'amico più vicinoed acorrere subito in fondo di chiesa accanto all'altareper chiederein tempo della messaun altro sorriso almeno e un'altra occhiataalla sua Giocondache tutta rossa e confusa gliene dava mille purnon volendogliene dare nemmeno una.

Dioavrà perdonato a Maso la profanazioneperché anche ilpovero priore morto non credeva di far male quando voltandosi al<I>Dominus vobiscum</I>guardava il cieloil viso diGiocondae riportava puri i suoi occhi sulla mistica mensa.

EGioconda e Maso non poterono mai essere sposi. Si amarono lungamentesi amarono moltosi amarono forse troppo... ma il destino non livolle uniti.

Quandolui tornò da fare il soldatodove stette diciotto annilatrovò sposa e madre di quattro bambini. Roccoquello dellaliscadelle pedate al ciuco e delle grasse giovenchel'avevasposata già da dodici anni. Rocco ebbe da quel tempo fino allamorte tutto l'affetto della sua Gioconda: a Masorestò semprel'amore.

-E ora è tardi!pensò Masoalzando adagio adagio ilcapo dal suo fascio di trifoglio. - È tardi! e si mise aguardare il viso della sua Gioconda mezza addormentata col capo tra ifiori di lupinellaper cercarvi almeno una ultima traccia dellaperduta bellezza.

Lapelle floscia e lentigginosa di quel collo la vide a poco a pocoritornar bianca e levigata; sparirono ad una ad una le mille rughe diquelle gote vizze che gli apparvero fresche e piene di giovanesangue: al terreo colore di quelle subentrò l'incarnato dellarosa; i radi e bianchi capelli ritornarono biondi e raccolti intrecce abbondantie dopo sessant'anni la rivide giovane e bellaeriamògiovane anch'egliquella che soleva chiamare lapassione dell'anima sua.

Laprimavera intanto sospirava calda pei campirubando odori egorgheggi ai fiori sbocciati con l'erba e alle cinciallegre in amore.

Masosi spenzolò col suo sul viso della sua Gioconda per deporvi unbacioma Giocondasentendo un alito caldo sulla facciaaprìgli occhicolse il pensiero del vecchio nel sorriso che gli brillavanegli occhi imbambolatie guardandolo fisso e sorridendo anch'essa:- E ora che avete? vecchio pazzo!gli disse.

Ilvecchio non risposema accostandosi agli orecchi di leivi sussurròqualche parola che provocando in ambedue uno scoppio di omericherisali ributtò supini tra i fiori dell'erba a mostrare alcielo ridente le loro povere bocche larghe e sdentate.

Ilvento prese quelle vocie portandole a volo aggiunse anche quellarauca nota alle misteriose armonie del creato.




Ilmerlo di Vestro


Ilbenemerito signor canonico Sinigagliacapitato in paese per lasolenne occasioneteneva quella sera la presidenza dell'innocuoconciliabolo reazionario. Vestro aveva perfino fatto le ballotteedaveva rifrustato con tanto calore la povera cantina da portar su inbottega una mezza dozzina di bottiglie di vinsanto vecchiocollequali tanto si comunicarono i priori e i cappellani indigeni edesotici del circondarioda preparare più che comodamente illetto alla pappatoria della mattina seguentedovendosi festeggiareappunto il giorno dipoinella pievaniala festa del titolareilbeato San Remigio martire.

Laconversazione era stata briosa fino dal principioma alla quintabottiglia vi fu un momento di vero entusiasmo a beneficiodell'illustrissimo signor Canonico. Ribevvero tutti alla sua preziosasaluteparlarono della santa causalesserofra le acclamazioniunarticolo furibondo della <I>Stella Cattolica</I>mangiarono un libero pensatore per uno ed empirono il pavimento digusci di ballotte biasciate.

Vestroschizzava dalla contentezza trovandosi in mezzo ad un elemento cosìomogeneo ai suoi principii ultracattolicie si fece diventare ilnaso gonfio e rosso come un peperone dalle gran prese di tabaccooffertegli dal signor Canonico; regalo che non volle mai rifiutarequantunque non prendesse tabaccoper non disgustare l'eminentepersonaggio che quella sera erasi degnato di onorare la sua poveramerceria.

Eil Canonico gonfiava come un tacchinorosso scarlatto e tutto sudatoper la commozione di vedersi fatto segno d'un rispetto e d'unaammirazionedalla quale i suoi colleghi del Capitolo l'avevandivezzato già da un bel pezzo- Birbanti!diceva tra séil povero Canonicoripensando alle sue amarezze- birbanti!estringeva forte la mano e si voltava sorridendo malinconicamente aVestrocheguardandolo estaticoprendeva per emanazione del cielole zaffate composte che gli dava nel naso il buon reverendoil qualenon finiva mai di lodare a gloria il trattamento tanto piùgraditoquanto più semplice e spontaneo offertogli dalpopolano esemplare.

Vestrosorrise tutta la sera imbambolatotacque e sospirò comel'innamorato novizio accanto alla bellae fece sentire per la primavolta la sua voce quando mostrò il suo merlotanto bravoalsignor Canonico; il qualedopo averlo esaminato con severaattenzionesi compiacque assicurare l'uditorio che era maschio. E:

-DitemiSilvestro; in che consisterebbe la bravura di questoanimale?.

Ipriori e i cappellani esotici ed indigeni detteroa quella domandain una gran risataper la quale la dignità del Canonico restòalquanto offesa. Ma il Piovano che se ne avvidegli si accostòe sotto voce gli dette la spiegazione di quella risatache fuseguita subito da un'altra grossissimaalla quale anche il signorCanonico si compiacque di prender parte battendo con una mano sullazucca bernoccoluta di Vestrocome per dire - Ah! gran cervellobizzarro c'è qui dentro! Che mattoche matto!.

-Eppoisa? lustrissimo; il bello si è che c'è quelcalzolaro là difaccia... lo chiamano Ciuciante disoprannome... è un liberale lui!.. che quando lo sente pigliacerti cappelli! perché dice che l'ho ammaestrato apposta perfargli dispetto. Ma che crede che ci si faccia poche risate?... EhCappellano?

-Ma ci s'è ammattito tanto a ammaestrarlo!osservò ilCappellano; - quante mattine ci s'è perso di là incorte a fischiare perché imparasse...

Etirato il Canonico in un cantucciogli raccontò come Vestro elui avevano davvero ammaestrato il merlo a dire a quella manieraperché - Deve sapere che quel vile ci ha il su' figliolo piùpiccoloal quale specialmente quando passa qualche sacerdotedomanda: "Palestro"senta che nome! "Palestro chi cistà lassù?"accennandogli il cielo. E il su'figliolouna creatura di tre annisignor Canonico! gli risponde...gli risponde a quella maniera.

IlCanonico fece un atto d'orroreal quale corrisposero gli altri pretidando un'occhiata in cagnesco alla bottega di Ciucianteil quale eradentro a lavoraree la cui ombracome un'apparizione infernalesidisegnava mobile e nera in grotteschi atteggiamenti sui cristalliappannati della vetrata.

-E sa con che cosalustrissimoriprese Vestro; - con le mosche! Mele porta Stefano droghiereche le piglia a manate sotto 'l velo de'pasticcini. Guardi che fogliata me n'ha portata dianzi!

Nedette una al merlo che venne a prendergliela in manoe dopo unastrizzatina d'occhi al Cappellano:

-Ma che gli si deve far sentire davveroCappellanoal signorCanonico?.

-Per mefate come voleteVestro; ma ricordatevi che son du' giorniche quel birbone è dimolto nero perché ci ha 'l su'ragazzo a lettomalato. Badate che non gli salti il ticchio di farviqualche bravata.

MaVestroun po' pel vinsanto che aveva in corpo e un po' perchési credeva inviolabile sotto la protezione del signor Canonico:

-Si starà a vederedisse- se quel mangiacristianim'ammazzerà. Stasera s'ha a stare allegri.

Ecosì dicendo prese la gabbia edopo averla attaccata fuori aun chiodo di fianco alla portarientrò in bottega adaspettare il canto del merlo.

Aipreti garbò poco quella faccendaperchésia detto quifra noiavevano una paura maledetta di quel birbonee furonocontentissimi di sentire che il merlo non apriva bocca. Ma Vestro nonla intendeva cosìe:

-Oraora sentiranno!disse. Prese il foglio delle moschelo svolsee sporgendo un braccio fuori dell'usciolo fece vedere al merloilqualevolteggiando rapido per la gabbiafischiò subitoforte forte... a quella maniera.

Nell'istantesi sentì aprire e richiudere bruscamente la vetrata diCiuciantee nello stesso tempo una gran botta nel muro e un sinistrosgretolìo di stecchicome se la gabbia fosse andata inbricioli.

-Me l'ha ammazzatoquell'infame!ruggì Vestro disperatamente.Corse fuori e rientrò in bottega bianco come un panno lavatotenendo in mano la gabbia sfondata dentro alla qualein luogo delmerlostava immobile e grave una forma da scarpe quasi piùgrande del vero.

Vestrorimase qualche momento con la gabbia in mano a guardare tutti conocchi stravoltidicendo con voce di spasimo lenta e soffocata:

-Quell'infamecosa m'ha fatto!... Cosa m'ha fatto quell'infame!....

Ipretiinchiodati sui loro panchetti dalla pauranon aprivano bocca.

ImprovvisamenteVestro fu preso come da una ispirazione divina: agguantò unlume e corse a guardare per terra sotto al chiodo della gabbia... -Nulla! È volato!... Infame! Chiuse la forma dentro unacassettasi ficcò il cappelloe: - Signori mi scusino...Signor Canonicomi compatisca... bisogna che chiuda. E leisignorPiovanose mai domani quella bestia capitasse alla su' uccelliera...mi raccomando a lei signorìa... Riconoscere lo devericonoscere di certo anche lei dall'ugnòlo che gli mancasene ricorda? qui alla zampa sinistra... ma per carità....

-Non dubitateVestro: ma ricordatevi che domattina presto abbiamobisogno di voi.

-Non mancherònon dubiti. Felice nottesignorìa.

-Felice notte.

-Buon riposo.

-Buona notteSilvestro.

-Signor Canonicobuon riposo.

-Buona notte.

Ipreti sfilarono chiòtti chiòtti al buio rasente almuroe Vestro corse a dare le intese a tutti i tenditori delvicinato.

Ciuciantebattendo il tempo col martello sopra un tomaiocantava a gargànaspiegata la vecchia aria:


Nélingua né becconé gola non ha...

Poveromerlo! come farà a canta'?


-NullaFilandro stamattina?domandava il Piovano entrando groppongropponi nel capanno dell'uccelliera.

-Non si vede nullasignor padrone. Du' stipaiole unichee c'èun merlo impaniato che andavo a pigliarlo ora.

-Giurammio baccaccio! o dunque come si rimedia?

-Che cosa?

-Si resta corti coll'arrosto!

-Che vòl che gli dica? gliel'allunghi con un po' di maiale.

-L'ho bell'e fatto prendereche tu sia benedetto! Ma se non gli doalmeno un par di tordi e se' uccellini a testa a que' ventri di luposon capaci d'andar a dire che non si son levati la fame.

-Mah! faccia leisignorìa.

-Va' a pigliare il merlolesto...

-Signor padrone!

-Che c'è?

-Eppure mi pare... Dio onnipotente! ma dicale combinazioni!...guardi quest'ugnòlo! eppoi è quasi agevole! Figuriamocila contentezza di Vestro quando gli dirò...

-Dàmmi qua.

-Tenga: ma badi... O che lo schiaccia? No!.. ecco o perché?...lei signorìa fa celiaeh... Dio signorenon s'è statosugo!

Ilmerlobuttato in un cantuccio del capannofece un par di capriolesbatacchiando le aliaprì la coda a ventagliola tòrselentamente di qua e di làtremòspalancò ilbeccolo richiuse e s'allungò stecchito accanto alle duestipaiole.


Vestroha già sonato cinque volte la campana grossaperchéFilandro è alla tesa; ha già servito quattro messe eora serve la quinta. Ma si vede chiaro che quell'uomo oggi ha qualchecosa per la testaperché non la serve bene come gli altrigiorni. Ha sbagliato un par di voltee dianzi ha fatto degliammicchi a Perzilloil tenditore del Palazziche era laggiùin fondo dalla piletta. Ora fa lo stesso garbo al Tentoni. E ilTentoni? Ha scosso il capo come per dirgli di no.

Ma!..chi ne capisce nulla?


-Giurammio baccaccio! o quante volte le devo dire io le cose? T'hodetto che te e Filandro dovete servire a tavolae lo Scopetani nondeve uscire di cucina! L'hai capitasì o no?

-Sìsignore: l'ho capita. Ma come fa quell'omo solo a bastarea tutto?

-Non c'è nessuno che gli possa dare una mano?

-Si deve dire a Vestro?

-Dillo anche al diavoloma spicciati. La minestra è cotta?

-Fra cinque minuti li mando a tavola.

-Dunque via!

Questodialogo accadeva in sagrestia fra la serva e il Piovanoil qualeinsieme col Canonico e con altri due preti spiccioli si spogliavafinita la messa cantata.

-<I>Prosit</I>signor Piovano.

-Grazie.

-Signor Piovanosignori<I>prosit!</I>

-Grazie.

-Grazie.

Icontadini benaffetti uscivano di chiesa passando attraverso allasagrestia dalla porticina della canonicadalla qualeogni volta chel'aprivanosbucava una nuvolata di fumo di fritto a mescolarsi conquello dell'incenso; e tra la nebbia grassa si vedeva Vestro acceritocom'un gamberocon un gran grembiulone biancoun tegamino d'olio euna penna di falco in mano chemogio mogioungeva l'arrosto. Tenevafissi gli occhi allo spiedee i suoi pensieri intanto giravanoanch'essi lenti e malinconiciquando gli parve... - Ah! cheimbecille che sono!.. il girarrosto andavae le zampe degli uccellisi voltarono tremolando e sfrigolando dalla parte del fuoco. Maricomparvero presto nere e intirizzite a turbare l'animo del poveroVestro il quale... - Signore Diodisse- tenetemi le vostre santemani in capose no mi rovino! Détte una lunga fregata con lapenna e si abbassò col viso per osservar meglio... Ma ilgirarrosto andavae i buzzi dei frolli s'erano già tolti allasua vistaseminando unto e budella sui tizzi che fiammeggiavanofumanti. Passarono i pettipassarono i capipassarono le groppegialleripassarono i - <I>tac</I> - il girarrosto sifermò.

Filandroche in quel momento rientrava in cucina carico di scodelle vuotequando vide il girarrosto fermo e Vestro che non alitavacon tantod'occhi fuoriabbassato sullo spiede:

-È mi garba davvero cotesto lavoro!disse a Vestro. -Ricaricateloe subitose no vi brucia tutto da una parte.

Vestroper tutta rispostagli si avventò al collo come una panterae:

-Chi m'ha ammazzato il merlo?.

-Ah... ahi!

-Chi me l'ha ammazzato? Dillodillodillo: se no ti strozzoper ladannazione dell'anima mia!

-Io no permio... ahi!

-Dunque chi?

-Il signor Piovano: ma io... NonoVestro nopermiolo sciupate!Ma che siete impazzato? Smetteteviatroncherete ogni cosa... Eora?... Uh! pover'a noi! pover'a noi! pover'a noi!


Erapassata una ventina di minuti dopo lo zamponee l'arrosto non venivain tavola. I commensali tutticompreso il benemerito signorCanonicocominciavano a impensierirsi seriamente per quel famosocantuccino dello stomaco lasciato appositamente per il tordo. Perfortuna a divagarli fu intavolata in tempo una disputa animatissimasulla non ancora ben definita questione: - Se le anime dei dannatiintervenendo nella valle di Giosafatcontinueranno a soffrireossivvero avrannocome opinano i piùuna breve tregua ailoro tormenti durante il supremo giudizionella quale il canonicoSinigagliami diconodisse delle cose bellissime... ma l'arrostonon veniva.

IlPiovano non era soltanto impaziente pel ritardoma siccome gli eraparso d'aver sentito poco avanti un certo fracasso in cucina...

-Ma insommadico ioche siete cascati morti tutti di costà?gridò finalmentepicchiando a mano aperta una gran bottasulla tavola.

-Giurammio baccaccio! ora passa la parte!

Filandrosi affacciò tutto arruffato e spaurito a far cenno al Piovanoche andasse di là.

-Con permesso...

-Facciafaccia pure.

Eandò di là sbuffando e reggendosi le brache sbottonateche non gli vollero arrivarequantunque dopo la lombata coglispinaci avesse ammollato le serre fino all'ultimo punto.


Chicapitasse oggi nella merceria di Vestro troverebbe parecchicambiamenticome ne troverebbe anche nell'indole e nelle abitudinidel cattolico merciaio.

Sullamensola di legno che sosteneva il tabernacolo dell'ImmacolataConcezione c'è ora un busto di Garibaldidi gesso colorato; ei due mazzi di fiori secchiuno di qua e uno di làsonosostituiti da due bandierine rosse ritagliate dal baldacchino deltabernacolo.

Lavecchia stampa dell'Arcangelo San Michele che aveva in mano quellospadone lungo lungo di lingue di fuocoha ceduto il posto a unacattiva litografia di Ugo Bassianche quella colorata; e il palmiziodella mostra e le quattro rappe d'olivo benedetto che erano sullavetrataallo scaffale de' bottonia quello di faccia e sull'uscioche mette nell'interno della casasono sparite. Del ritratto diLeone XIII non se n'è saputo più nulla.

Quandole campane della Pieve suonano a messaquando passa la comunioneseuna folata di vento porta fino alle sue orecchie il suono dell'organoo le voci dei già suoi fratelli della compagnia che cantano acorola faccia di Vestro si turba e la sua bocca si atteggia ad unsorriso beffardo e quasi feroceil qualequalche voltaa poco apoco si cangia prendendo un'espressione dolorosa di profondamalinconia.

Ciuciantecon tre o quattro amici suoiviene a veglia da Vestro quando Vestronon va da lui. Stanno allegri che è un gustoe per il 20settembre hanno fissato una cena e un gran bandierone da mettersifuori la mattina.

IlCappellano è un pezzo che non si vedeed anche il Piovano hadovuto finalmente proibirsi di passare davanti alla merceriaperchédue volte che s'è provato a farlo gli è costato unaspietata amarezza all'anima il vedere Vestro che correva subito aprendere sulle ginocchia il figliolo minore di quel birbonee glidomandava ad alta voceperché lo sentisse: - SusuPalestrodiglielo a Tato: chi ci sta lassù?. E il figliolo diCiucianteuna creaturina di tre anni... Basta: Dio gliela perdoniperché questa è grossa davvero!




Tornandi Maremma


Inuna botteguccia d'un povero casolare alle falde della montagnastavano due pastori attempati oltre la cinquantinai qualiappenache fui entratoattirarono tutta la mia attenzione a motivo di unacerta loro aria d'impazienza e di sgomentoper la quale pareva nonpotessero trovare fermezza. Si asciugavano il sudore dalla facciasenza che fosse caldosospiravano fortee barattando fra loroocchiate dolorose e pochi monosillabinon levavano un momento gliocchi dalla vetrata per guardare attenti sulla via che per quattrobuoni tiri di schioppo si stendeva bianca e polverosa davanti allaporta.

-Voi vorrete bereeh giovanotto?mi domandò la padronavedendomi sedere in disparte a un tavolino di legno tinto.

-Mangerei anche un bocconeVerdianase ci avete qualcosa di buono dadarmi.

-E sadisse dopo avermi un po' osservato- mi scusi tanto perchéproprio non l'avevo raffigurato. Che fa? sta bene? o la su' famigliaè fiera?

-Tutti bene: grazie. E voi?

-Sissignoremi contento. Quando deve andar malevada sempre così.O con chi si discorreva di lei l'altro giorno?... Ah! ci passòquello delle strade che viene a contare i monti de' sassi.... sarebbel'ingegnere? Mi domandò se c'era più statoe io glidissi di no. Se vole che gli affrittelli dell'ovasi fa in unmomento; se nogli posso dare un po' di cacio frescoma propriobono. Non ci ho altro.

-Tre uova pochissimo cottee subito.

-Sissignore. E si avviò per andarmele a preparare. Ma quandoebbe fatto quattro passitornò indietro per dirmi: - Aproposito! ci sarebbe del baccalà che ho lessato perquest'omini e per quelli che devon arrivare. Si deve sentire segliene voglion ricedere un po'?.

-No no; lasciate correreVerdiana. Piuttostoa proposito di questiuominiditemene qualche cosa: chi sono? di dove vengono? chi devearrivare? che hannoché mi par di vederli tanto affannati?

-Hanno il mal del poveroglielo dico io cos'hanno; quel malaccio chesi tira dietro le sette piaghe peggio della carestia Se lo crededaun par d'ore che son qui m'hanno straziato il core che mi pard'essere come quando s'è fatto un sognaccio colla febbre.Proprioa voltesi dà certi casi chein veritàanche a esser cristianici sarebbe da dire certe eresie da mettere arisico la salvazione dell'anima. Lo vede quello appoggiato al bancoche si gratta la barba? Quello li è il babbo d'un giovanottoche s'innamorò della figliola di quell'altro. Son tutt'e duedi per in su; il posto come si chiama non gliel'ho domandato: madev'essere dimolto lontano perché dianzi alle dieci quando misono arrivati erano stanchi che non ne potevano piùe m'hannodetto che s'eran partiti a levata di sole. Insommaper fare ildiscorso brevedice che que' ragazzi si volevano sposare a tutti icostie non c'eradiceneanche tanto da comprare le panchette delletto. Allora luisi direbbe il giovanottoche non s'era mai mossoda casaperché pare che avesse poca salutefece un corrisolutos'attruppò con de' pecorai di Fiumalboe se n'andòper le Maremme a tentar la ventura anche lui. Ma oraaspettiglidico che faccia sentire anche a lei l'ultima lettera che gli hascritto 'l su' figliolo.

-NoNo! Dio ve ne guardi! RaccontateraccontateVerdiana.

-O l'òva non le vòle?

-Non importa. Datemi un po' di cacio e tornate qui.

Iobenché non sapessi ancora di che cosa si trattasseguardavocon crescente compassione que' due poveri vecchi stralunatipallidie polverosii quali ora sedendo ora guardandomi sconsolatie nontrovando mai posa in un luogopareva che cercassero dove liberarsida un pensiero tormentoso che li perseguitasse.

-Che ore sonosignore?mi domandò finalmente uno dei vecchi.

-Sentite? suona mezzogiorno ora alla Pieve.

Silevarono il cappellodissero l'<I>Angelus Domini</I>appoggiandosi coi gomiti ai regoli della vetrataedopo essersiscambiati uno sguardo meno desolato degli altritornarono a guardareattenti alla via.

Inquel momento la padrona mi pose in tavola una fetta di cacio sopra unfoglio gialloun bicchiere e un fiasco di vinoe sedé dinuovo di faccia a medomandandomi dove s'era rimasti. - Alla letterache il giovanotto...

-Ah! sissignoree sentisse che bella lettera! Quellosecondo medev'essere un giovanotto che deve aver letto di moltoperché...Maaspettigli domando se gliela vòl far legg...

-Nono! v'ho detto di no.

-Insommauna lettera gli dico!..chea male agguagliaredice così:Dice che hanno fatto bene a mandargli a dire della malattia dellaragazza; che in quanto a restar butterata nel viso non se ne desseropenaché a lui non gliene importava nullapurché lasu' ragazza fosse restata sempre della medesima idea di volerglibene; che lui era fiero; che la Maremmagrazie a Diogli era andatabenee che intanto gli mandava una ventina di lire per le primespese. Eppoi tant'altre coseeppo' da ultimo dice che il dìottoche sarebbe oggiritornavae che mandava un bacio a tuttieanche alla su' Giuditta. Eppoiprima di finiregli dice che in casod'una disgrazia gliel'hann'a mandare scritto subitoperchélui a casa non ci sarebbe più ritornato.

Ivecchi s'eran fermati a sederee ci guardavano fissia boccaaperta.

-Dite più adagioVerdianaperché vi stanno a sentire.

-Ehpovera gente! chi sa dov'hanno la testa!mi rispose la padronae continuò: - Il su' babbodel giovanottodice che glirispose subito la settimana passata che l'aspettavano a gloriae chela ragazza era addirittura fuori di pericolo.

-Eppoi?

-Eppoi per fare il discorso brevela ragazza cominciò apeggiorare appena andato via il postino; la serapeggio; la mattinadopopeggio che maie ieri seraper fare un discorso soloresel'anima a Dioe a quest'ora è per la strada che la portano alcamposanto.

-O mio Diomio Diopigliate anche menon ne posso piùnonne posso più! Così dicendoil babbo della ragazzacheaveva sentito le ultime parole del raccontosi buttòattraverso alla tavola già apparecchiata per lorodando in unlargo scoppio di pianto e lamentandosi con voce rantolosa: - Ah! ah!ah!.

Dettiun'occhiata di rimprovero alla padrona e mi alzai all'improvviso perandare da lui; ma tornai subito al mio postoperso da un senso dirispetto per la santa disperazione di quell'uomo.

Ilsuo compagno gli si avvicinògli pose le mani sulle spalle esi piegò su lui per dirgli qualche parola di consolazione; mail pianto gli serrava la gola. E allora guardava noi e accennava ilsuo compagnoe si contorceva e si mordeva le labbra conun'espressione ora di stupido doloreora di rabbia feroce.

Finalmentefece un cor risoluto: si strisciò con una mano la barbascosse la testa evoltosi al suo compagnogli disse con voce fermae sonora:

-AnimoMarcello; fatevi coraggioviafatevi....

Manon poté continuareché singhiozzando si buttòsulle spalle dell'amico a lamentarsi: - Dio ci vedeva nel corenonci doveva gastigare così.

-Che mondoehVerdiana?dissi sbacchiando il cappello e il pugnosulla tavola.

-Che vòl che gli dica? Ho cinquant'anni sonati e a un affare aquesta maniera non mi c'ero ancora ritrovata.

Ilvecchiosentendo come io partecipassi al loro dolorecorse da me; equasi che io solo fossi stato buono di rendergli la pacemi siraccomandòstringendomi forte la mano fra i grossi callidelle sueche non l'abbandonassiper carità; chel'assistessiper l'amor di Dio.

-Figurateviamico mio! Ma che posso fare per voi?

-Non ci abbandoni. Non si voleva neanche venire. Ma quelle donne nonc'è stato versi di persuaderle; ci hanno voluto mandare perforza incontro a quel ragazzo per vedere di prepararloche se nefacesse una ragione...

-Sta tutto bene. Ma che gli devo dire io meglio di voi che siete suopadre?

-Non ci importagli dica quello che vòlelei signorìagli dirà sempre meglio di noi che siamo du' poveri ignoranti.Mi faccia la caritàsignoreperché ioormai losentoappena lo vedo mi manca il core e mi tradisco. Mi prometta dinon lasciarci solime lo prometta; se noquel ragazzo mi fa qualchepazzia. Eppoici comandie da poveri che siamo c'ingegneremo diricompensare la su' carità.

-Mi tratterròvia. Ma ora datevi pace e bevete un bicchier divino.

-Non potrei... Noin coscienzanon potrei... nolo ringraziononlo bevo davvero.

-O il vostro compagno?

-Ora s'è dato un po' di pace; lasciamolo stare.

-Come volete.

Ilvecchio tornò adagio adagio dal suo compagno e tutti e due simisero di nuovo a guardare silenziosi in fondo alla via.

-Non lo finisce il cacio?mi domandò la padrona.

-Non ho più fame.

-Beve più?

-No; portate via ogni cosa; ho finito.

Accesila pipa e mi misi in fondo alla bottega seduto a guardare di sopraalle spalle dei vecchi la campagna allegra e gli alberi sottili dellavia che tremolanti alla brezza del marino lasciavano il loro cotoneil quale vagando intorno per l'ariacadeva fra gli olivi biancolento e silenzioso come la neve. Mi perdevo dietro alle miefantasticherie malinconichequando: - Il cartello di sull'uscio nonl'ho mica fatto murare ancora sa? mi venne a dire a bassa voce lapadrona.

-Che cartello?

-O non si ricorda che l'altra volta ci rise tanto e mi disse che erapieno di spropositi?

-Ah! sìsì.

-Aveva ragionesa? Un giorno il figliolo dello Scotiquello che va ascuola dal Piovanoche come luidiceper quel che sia larattenitiva d'imparare le cosenon ce ne pò l'esser altricistette quasi un'ora per ricopiarlo tal quale; eppoidopofra lui eil signor Cappellano ci hanno studiato tanto e m'hanno detto che losbaglio c'era sicuroperché dice che ci mancava l'<I>i</I>dove si diceva <I>generi</I>... Di che ride?

-Io?!

-Credevo... saa volte... Dunque anche lei mi dice che ora sta bene?

-Divinamente. E non lo fate toccar piùse no ve lo sciupano.

-E allorasissignorevòl dire che quando torna Cecchinolegnaiolo glielo fo accomodaresi direbbein questa conformità.E tirò fuori di seno la copia corretta del cartello perfarmela vedere:


Panevino ligori

ecaffè d'altri gieneri


-Non torce un pelo!

Erapassata una ventina di minutiquando in fondo alla strada comparveun cane bianco da pastori. I vecchi si alzarono con impeto e simisero a guardar benefacendosi ombra agli occhi con la mano. Ma ilcanedopo aver dato una nasata all'ariatornò indietro.

-È ci sonosapete? disse la padrona ch'era andata a guardaredalla finestra di cucina. - Non li sentite i campanacci delle pecore?

-Sta'! sono loro davveroGian Lucadisse il babbo della ragazza. -Animofatemi coree andiamogli incontro.

GianLuca era diventato bianco come un panno lavato. S'alzòvacillando eappoggiandosi al braccio dell'amicos'avviòincontro al su' giovinotto. Io non mi mossi.

Giàda qualche minuto avevo perso di vista i due vecchi alla svoltatadella viaquando vidi riapparire Gian Luca soloche correva in su abalzellonigesticolando colle mani all'aria come un demente. Edietro a lui subito l'altro vecchio che si affaticava a seguitarloesmaniante lo chiamava senza essere ascoltato.

-Che sarà statoVerdiana?

-Vergine santissima! che sarà stato?

Ilvecchio passò davanti alla bottega... - Gian Luca! che v'èaccaduto?

-Ah! Ah! disse trafelando dall'ambascia e dalla faticae continuòla sua corsa affannosamandando un lamento ad ogni sospiro.

-Ma che è accadutoche è accaduto?

Ilvecchio Marcello me lo disse. Il giovinotto impaziente di rivedere lasua ragazzaalla prima scorciatoiache gli avrebbe anticipato d'unpar d'ore l'arrivo a casaaveva lasciato i suoi compagnie viacome una capraera sparito in un batter d'occhio su pei viottolidella poggiatadistruggendo così le previsioni amorose contanta cura studiate da que' poveri vecchi e dalle loro donnesconsolateperché la barbara notizia non lo colpisseatrocemente improvvisa.

Marcelloseguitò la sua corsa dietro all'amicoraccomandosi chel'aspettasse e chiamandolo a nome inutilmente.

Passaronole pecore quasi a corsastimolate dalle grida e dalle vergate degliuominii qualisgomenti dell'accadutosenza sapere che nellabottega c'era un boccone preparato anche per lorotirarono innanzimandando fischi e sassate alle pigre; passarono i somari legati afila per le cavezzesballottando fra sacchi e corbelli una donna edue ragazzi che li cavalcavano; passò il nuvolo di polveresollevato da questa truppa tumultuosasi allontanò adagioadagio il tintinnìo de' campanaccie dopo poco si perse perle forre del monte anche la voce di Marcelloche sempre piùfioca e dolente chiamava: - Gian Luca! Gian Luca!

Lapadronadando allora un'ultima occhiata dalla parte dei poggi: -Povere creature!esclamò. Poi volgendosi con un lungo sospiroalla sua bottega: - E oradi tutto quel baccalà che me nefaccio?




Lospaccapietre


Quandoil sole piomba infocato sulle groppe stridenti delle cicalee ilramarrocelere come l'ombra d'una rondineattraversa a coda rittala via; o nel tempo che la bufera arriccia e spolvera all'arial'acqua delle grondaie ficcandoti nell'ossa il freddo e la noialospaccapietre è al suo posto. Un mazzo di frasche legate aventaglio in cima d'un palo lo difende dal sole nell'estate; unpovero ombrello rizzato fra due pietre e piegato dalla parte delventolo ripara dalla pioggia nell'inverno.

Ilbarrocciaio che la mattina passa scacciando con una frasca i tafanidi sotto alla pancia del mulo trafelatogli dà il buongiorno; il contadinotornando la sera fradicio e intirizzito daicampigli augura la buona notte.

Eall'ombra di quelle frasche o sotto il riparo di quell'ombrelloseduto sopra una pietra bassa e quadrataconsuma le sue lunghegiornatefinché la massa di macigni che la mattina stava allasua sinistra non è passata all'altra parteridotta dal suopesante martello in minuti frantumi di breccia acuta e tagliente.

Alloraegli è contentoperché ha guadagnato gli ottantacentesimi che gli paga puntualmente l'accollatario del mantenimentodella via. Ma non sempre gli va così. Non perchél'accollatarioche è un vero galantuomosia capace didefraudarlo; ma perché molte sono le cause che possonoassottigliargli il guadagno o allontanarlo affatto dal lavoro. Difrequente la pietra che ha da spezzare è troppo fortee illavoro non gli comparisce; qualche volta gli si guasta il martelloeperde tempo a riadattarlo; non di rado nell'inverno il maltempoinfuria così impetuoso che lo scaccia dal lavoro; spessoquando il sole d'agosto è troppo roventeè costretto acercare d'un albero e quivi all'ombra riposarsiperché senteche le forze gli mancano; qualche altra voltacol braccio tremanteper la stanchezzae questo accade più spessocala ilmartello in falso e si percuote sul ditoammaccandoselo sempredolorosamentenon di rado fino al sangue. E in quel caso gli tocca afasciarsi o a correre alla più vicina fontanase pure nondeve abbandonare il lavoroperché lo spasimo non gli permettedi continuare. E i cinquanta e gli ottanta centesimi allora nonvengonoe la fame si ferma alla sua casa e lo veglia e l'assiste enon l'abbandonafinché non l'ha ricondotto estenuato epallido presso il monte di pietre che da otto giorni l'aspetta lungola via. E quella sera mangerà; mangerà pocoperchépoco potrà lavorare; ma l'accollatarioche per fortuna èun vero galantuomogli misurerà puntualmente il lavoro fattoe puntualmente gli darà i suoi venti o trenta centesimitrascurando i rotti in più della misuraperché lui aqueste piccolezze non ci bada; ha trattato sempre bene chi lavoraese ne vanta.

Ione conosco uno di questi splendidi esemplari di carne da lavoro. Ah!ma questo che conosco io è stato sempre un signoreil Cresodegli spaccapietreperché fino a sessant'anni sonatistomacodi cammello e muscoli di leoneha guadagnato sempre il massimo chepuò fruttare il suo lavoroe la polenta gialla o il panebigio non sono mai spariti altro che per eccezione dalla sua tavola.

Ei suoi colleghi lo rammentano con ammirazionee raccontano ai loroamici attoniti come tutto l'inverno del '57 fu capace di spezzare duemetri cubi arditi di pietra ogni giorno che Dio metteva in terrasenza mai fumaresenza bere un dito di vino e senza ammalarsi.

Male sue mani paiono due pezzi informi di carne callosail suo visoscrepolato piuttosto che solcato da rughepare un pezzo di pane dacanie i suoi occhidopo tanti anni di soledi polvere ed'umiditàsono contornati di rosso e gli lacrimano dicontinuo nelle occhiaie infiammateche la notte gli bruciano e nongli dànno riposo. Ha le gambe torte e rigide dal lungo starsia sederela schiena fortemente curvatail corpo intero di mummialo spirito consumato dai dolori.

Segli domandi delle sue sventureegli ti agghiaccia col raccontofreddo e conciso chetra un colpo e l'altro del suo martellote nefa come di cose che debbano necessariamente accadere.

Lasua figliola maritata partorì alla macchia dove era andata afar legnae fu trovata morta lei e la creatura; il generochepareva tanto un buon giovanescappò con una donnaccia e finìper le prigioni dopo avergli lasciato un nipotino che era la suaconsolazione. Ma anche quello il Signore lo volle per séperché si vede che non lo credeva degno di tanta fortuna.Quando parla della figliola e del generonon dà segni dicommozione; ma se rammenta il su' povero Gigino posa il martellosiprende la testa fra le mani edondolandola come fa l'orso nellagabbiaracconta la sua fine pietosa.

Avevagià cominciato a menarlo con sé a spezzareperchéera un ragazzetto che per la fatica prometteva dimoltoquando ungiornopovero Gigino! non potendo più reggere dalla sete chelo tormentava dopo aver mangiato una salacca senza lavareentròin un campo e s'arrampicò sopra un ciliegio. Sopraggiunse ilcontadino gridando da lontano; il bambino per scender prestocaddesi fece male a una gambanon poté fuggire e fu mezzomassacrato dal contadino che lo raggiunse. Parte per lo spaventoparte per le percossedopo quindici giorni gli morì diconvulsioniche tutti non fecero altro che dire - Peccato!perchédelle creature belle a quella maniera non era tanto facile vederne.

Finitoil raccontorimane un momento fermo a pensare; poi ripiglia ilmartello e continua il suo lavoro.

Lasua donna è cieca da un occhioe di quella disgrazia la colpal'ha tutta luiperchése ci avesse badatonon sarebbeaccaduta. Quando le gambe la reggevanola mattina andava a chiederel'elemosinaese aveva fatto qualche tozzo di paneverso ilmezzogiorno glielo portava dove era a spezzare e si fermava lìa tenergli un po' di compagnia; e qualche voltain tempo che luimangiavasi metteva lei a spezzaretanto per non perder lavoro. Unamattinacciain tempo che la su' donna svoltava la pezzòla delpanepassò un signore in calesse che buttò via unmozzicone di sigaro accesoil quale andò a cascare vicino almonte de' sassi. La donna si chinò per raccattarlo e porgerloal maritoe in quel tempo una scheggia d'alberese la colpìnell'occhio e l'accecò senza rimedio. Da quella mattina non èstata più lei: gli dole sempre il caponon si regge piùritta dalla debolezza e non sa come curarsiperché il dottorenon gli ha ordinato altro che carne e vino generoso. E ora passa lesue giornate sull'uscioseduta a chiedere la carità aiviandanti; ma da che hanno fatto la strada ferrata non passa quasipiù nessunoe spessodopo essersi accostatamezza ciecaachieder l'elemosina a chi le viene incontro per chiederla a leivedeandar sotto il sole senza aver fatto né un centesimo néun boccone di pane. Alloras'accuccia per abitudine accanto al fuocospentodoveaspettando il marito e dicendo la coronas'addormenta.

Ungiorno chemeno brusco del solitomi parlava delle sue miseriedeisuoi bisogni e delle sue privazionigli domandai quasi scherzando:

-Dimmi: se tu potessi in questo momento ottenere tutto quello che tiparesseche desidereresti?.

-Una fetta di pane bianco per darlo inzuppato alla mi' vecchia che nonha più denti!

Maquando quest'uomo s'ammaleràil medicoandando a suo comododopo la terza chiamatalo troverà agonizzante; il preteinvitato per carità a spicciarsivorrà finire il suodesinare e lo troverà morto; il becchinoguardandogli i piediscalzi e il camicione topposogli reciterà la breve orazione:- Accidenti a chi ti ci ha portato!.




Fiorella


Percorrendoil crine di quel monte chestaccandosi dall'Appennino a Serravalleva a perdersi con dolci declivi nelle strette gole della Golfolinapresso Signal'alpinista discreto che non aspiri alle pericoloseglorie del camosciopuò incontrare i suoi stupendi quadridei quali l'amica natura ha fatto tanto ricca e malinconica la poesiadei nostri facili colli toscani.

Lacima sulla quale sorge la torre di Sant'Alluccio è certamentela più pittoresca del Monte Albano; e mi rincresce che inostri alpinisti l'abbiano dimenticata nel loro itinerarioadditandoinvece la prossima vetta di Pietra Marinabellissima anco quellamasenza dubbio da posporsi alla mia preferitaquantunque s'innalzicirca cento metri di più sul livello del mare.

Laprima volta che giunsi lassù quasi mi si abbagliarono gliocchie per qualche minutoincantato dal maraviglioso spettacoloche mi stava dinanzinon seppi fare altro che guardare attonito ingirosenza distinguere nulla di definito nel largo e verdeorizzontefinchéquetato il primo stuporepotei scorgerevicina a me una bionda fanciullina di circa dodici annivestita nelsuo povero costume di pecoraiala qualevenendomi incontro con unmazzolino di mammolesi fermò a due passi da me etenendogli occhi bassi per vergognami disse:

-Le vòle?.

-Cara monelluccia miasicuro che le prendo! e ti ringraziole dissiaccarezzandole una gota. - Le hai còlte tu?

-Sissignore.

-O per chi le avevi còlte?

-Per lei.

-Per me! O che mi conosci?

-Nossignore.

-E allora come mai t'è venuto questo bel pensierino?

Abbassògli occhi sorridentie gingillandosi con una còcca delgrembiuleguardò verso un ciuffo di càrpine pocodiscosto e rispose:

-Me l'ha detto lui!.

Mivolsi anch'io verso quella parte e vidi la faccia vispa d'unragazzetto che appariva tra le frascheil qualedi sotto al suocappellaccio di lana biancami sorrideva timido e malizioso.

Lafanciullinaquando vide scoperto il suo compagnolo chiamòcon queste parole:

-O di che ti vergognigrullo? vieni fòri!.

Ilragazzetto si accostò a noi adagio adagiotenendo il cappelloin mano e masticando un ramoscello di ginestra.

-O che cosa fate quassù soli solimonelli che non siete altrorimpiattati nei ciuffi di càrpine?dissi loro in tono tra ilserio e il burlesco.

Siguardarono in viso e dettero in uno scoppio di risa.

-Ah! ridete anche?

Un'altrarisata più sonora della prima.

-Ora t'insegnerò io a ridere in faccia alle persone per benepezzo di sbarazzino!e così dicendo mi misi a correre dietroal ragazzetto che scappò spauritosaltando fra le scope comeun capriolo e gridando:

-Tanto che non mi pigliate mica!. Né si fermò finchénon mi vide cessare di rincorrerlo.

Quandotornai vicino alla bambinala trovai che piangeva.

-Tu piangi!?le dissi. - O non vedigiuccherellache faccio ilchiasso? Ma che credevi davvero che gli volessi far del male?Andiamoandiamovia; sta' zitta e dimmi piuttosto come ti chiami.

-Fiorè...ella.

-Susupovera Fiorelluccia miasii bonae con questi comprati ibrigidini domenicaquando anderai alla messa. Dimmi: o lui come sichiama?

-Pipetta.

-Pipetta è il soprannome: io domandavo del nome: com'èil suo nome?

-O che lo so? Lo chiaman tutti Pipetta.

Esollevò gli occhi di lacrime e rasserenati.

-Ah! tu ridi? Dunque s'è fatto la pace!

-Sì.

-O brava! Ora si che mi piacciono i tuoi belli occhioni lustri! AnimoPipetta!dissi al ragazzo- noi s'è fatto la pace; se lavuoi fare anche turitorna qua e ti darò da comprare ibrigidini anche a tese vorrai farmi un piccolo favore.

L'ideadel brigidino l'addomesticò subitoe venne correndo.

-Sai punte fonti qui vicine?

-Sissignore; ce n'è una lì sotto subitoe com'èbona!

-Tieniempi questa barchettina di cuoio e riportamela.

Pipettatutto soddisfatto per la fiduciaa saltia sbalzelloni andòper l'acqua correndo; e fece in seguito parecchi di quei viaggi emolto allegramenteperché il mastice d'una fiaschetta chetenevo a tracollabuttato nell'acqua che diventava turchinicciapiacque tanto ai miei nuovi e piccoli amici che non cessarono dichiedermene e di beverne con ghiottoneria fanciullesca finchénon fu finito.

Cimettemmo insieme a sedere sull'erba e dopo poco ci fu scambio tra noidella più franca e cordiale confidenza. Cantarono stornellicon le loro voci argentine; m'additarono giù davanti FirenzePrato e Pistoiadistinte come gruppi più folti di pratolinein mezzo ad un'ampia prateriae dietro alle spalle il mare lontanodomandandomi se fosse vero che era tanto più grande dellepadulette del Poggio a Caiano. Mi additarono quindi gli Appennini suiquali Pipetta era natoe giù in basso le casucce dove oraabitavanosprofondate nell'ombra d'una stretta forrapresso allequali un molino lavorava mandando fino a noi il fresco rumore del suoritrécine.

APipetta mi toccò promettere che nel settembre sarei tornato atrovarlo cacciandoe lui mi disse che sapeva tante brigate di starnee che me le avrebbe insegnate. Fiorella mi disse che c'erano tantelepri e tante volpi. Poco dopoquando si sentì sonare lacampana delle ventiquattro a Baccheretoi miei amici mi lasciaronoin gran fretta correndo giù per le balze del monteed io nonmi volli muovere finché non persi nella lontananza i fischi ele grida da loro mandate per raccogliere le pecore disperse giùper le pendici erbose della selva.

-Sono contentipoveri ragazzi!pensai tra me dando un'ultimaocchiata al tetto verdastro delle loro casette accucciate fra gliontani. - Sono felici! E ripetendomi in mente queste paroleme netornai passo passo a casa conversando lietamente con l'amico Ciaccoche accortosi del mio buonumore. dimenticò affatto la suagravità di bracco reale efinché fu giornonon fecealtro per tutta la strada che puntar lucertole e guardare festoso ame e alle lodole che frullavano trillando dai campi di lupinellalungo la via.

Lepromesse fatte furono puntualmente mantenute da ambedue le partiepresi presto l'abitudine d'andare a caccia in quei luoghidove miattirava la relativa abbondanza di selvaggina e la simpatia di que'due spensierati monelli.

Ognivolta che mi scorgevano da lontano mi correvano incontro. Il buonPipetta m'insegnava le brigate di starne e me le badava in tempo chele cacciavoe Fiorellatutta contentarestava presso a qualchefonte a disporre le pietre per sederci a merenda e a preparare ilfuoco per arrostire le castagne.

Lemie visite ai giovani amici erano frequenti nell'autunnomararamente nelle altre stagioni io li vedevo o avevo notizie di loro;tantoché gli anni passarono rapidie presto i due monelli sifecero due bellissimi giovani svegli e robusti. D'un altro fattom'accorsi anche col tempo. Il germe d'un amore selvaggionato esviluppato in quelle solitudini dove tale passione si manifesta intutti gli esseri con le forme del doloredalla lodola che sospesacome un punto d'oro nelle alte regioni dell'aria canta il suo<I>trio</I> mattutinoalla passera solitaria che silamenta nel cavo d'una rupeaveva dato ai loro occhi una tintad'ineffabile malinconia. I loro canti allegri erano cessati; al mioarrivo non mi correvano più incontro festosie il piùdelle volte li sorprendevo seduti a qualche distanza fra loroimmobili e taciturni.

-Fiorellatu sei innamorata!le dissi una sera che inutilmente sisforzava di nascondermi il suo turbamento nel veder tardare ilritorno del suo amico da un prossimo casolare. Si fece rossa come unfiore di melagrano e corse a cercare un capretto smarrito che sisentiva belare in lontananza.

Unamattina d'agostomentre mi riposavo sotto un leccioPipetta mi sedéaccanto e prendendomi una mano nelle sue che tremavanomi confessòche era innamorato di Fiorellae mi domandò se avrebbe fattobene a sposarla.

-Se ti senti la volontà e la forza di provvedere ai bisognid'una famigliagli dissi- devi farlo; e farai beneperchéFiorella è una buona ragazzati vuol benee... e Fiorellanon può essere sposa d'altri... Tu m'hai capito!... E nellevostre famiglie sono contenti?

-Se sono contenti? anche troppo. Solamentequelli di lei m'hannofatto sapere che se non compro altre venticinque pecorenon me ladànno.

-Se il male sta tutto quidissi a mezza voce- si rimedierà.

Aqueste parole Pipetta parve che mi desse un abbraccio con gli occhi.Stette silenzioso qualche momentoquindi riprese:

-C'è anche un altro inciampo... e grosso dimolto!.

-Quale?domandai.

-Io sono di leva. Fiorella lo sa; ma non sa che ho tirato su basso eche in questi giorni mi deve arrivare il foglio della visita. Non sochi sia statoma gli hanno anche detto che a primavera ci saràla guerra di positivo...

-Non è certaamico miodissi interrompendolo.

-Nono; lei lo sa meglio di me che ci sarà di sicuroe con meè inutile che dica di noperché io ormai mi ci sonpreparato... Ma quella ragazza?! Sental'altra serache cosa mi fa.Mi prende per la manoe senza aprir boccami mena sul muro delbottaccio: e quando si fu lìmi guardò e mandòun sospiro. "E ora?"dico. Dice lei: "La vediquell'acqua? Se ti portano via e ti mandano alla guerraquandotornerai cercami laggiù sotto". E si chetò e nondisse altro per tutta la sera.

Ilnostro colloquio fu interrotto dalla voce di Fiorella che dal poggiodi faccia chiamava: - O Pipettaaa!.

-Che vòi?

-Corri subito a casac'è chi ti vòle.

Pipettas'allontanò frettoloso ed io andai verso la ragazza.

Latrovai che piangeva; ma questa volta il suo pianto era diverso daquello passeggero che le avevo veduto versare da piccola nelloscoperto della Torre. Cercai di calmarlama per qualche minuto nonmi fu possibile. Le dissi qualche parola di conforto; ma di chedovevo io confortarla? La rimproverai dolcemente: non mi detteascolto. Le sedei accanto e aspettai. A poco a poco parve calmarsi eio le posai dolcemente una mano sulla testa; ma la mia carezza nonfece altro che farle raddoppiare i singhiozzi più disperatiche mai.

-Ma che cos'haiper l'amore del cieloche cos'hai? Eppure tu miconosci; tu sai tutta l'amicizia che ho per voi duetutto il beneche vi ho sempre voluto... Si buttò bocconi per terragridando:

-O Dioo Dio! per carità ci soccorraci soccorra per caritàmi raccomando a lei.

-Ma che è stato? dimmi qualche cosa.

-Me lo rubanome lo rubanome lo portano via! E non disse altro.

Restòlì come tramortita a tremare e a lamentarsi.

-Me lo portano viame lo portano via!

Ionon sapevo che mi faresolo a quel modosenz'altra compagnia chedel caneil quale ci saltava dintorno sgomentoabbaiando e leccandoora la mia facciaora quella della ragazza; quando riconobbi la vocedi Fiorancino boscaioloche da lontano ci gridava:

-Ehi di costassù: o che è stato?.

-Fiorancinomi raccomando a terisposi- è venuto male aFiorella. Corri subito quassù o va' a casa sua chévenga qualcuno di corsa; ma corri di volo!

Cinqueminuti dopo il povero Fiorancinotutto ansante arrivò da noi.Appena vide la ragazza in quello stato brontològettandomiun'occhiata sospettosa:

-Dio del cielo! o qui che è stato?!.

-Zittozittogli risposi risoluto- ora è tempo di fare enon di dire. Portiamola a casa e laggiù lo sapremo. Vieni: tureggila qui sotto e andiamo.

Fiorancinoaveva una gran voglia di discorreree io punta.

Nongli risposi mai e stetti sempre attento a mettere i piedi in sicurogiù per gli scoscesi viottoli della montagna.

Quandoarrivammo al molinoPipetta non c'eraperché era corsomidisserodal priore con un foglio in mano che poco fa era statoportato da un donzello del comuneil quale aveva detto qualche cosadi coscrizione.

Fiorellasi riebbe dopo poco e si mostrò assai tranquilla; ma in ognimodo volli che la mettessero a lettoperché mi parve cheavesse un po' di febbre. Dissi a quella gente che a mandare il medicoci avrei pensato ioe me ne venni a casa.

Tornaiil giorno dipoi econ mia grata sorpresatrovai Fiorella a sederesulla porta di casa che mi dette buon giorno sorridendo mestamente.Mi raccontò che Pipetta era di leva e che fra quattro giornisarebbe andato a Samminiato alla visita e di lì subito aFirenze in Fortezza da Bassoperché un bel giovinotto comeluidissesarebbe stato buono di certo.

Tuttaquella calma mi sorprese alquanto; ma non ne feci allora gran caso.Mi rallegrai con lei d'averla trovata così ragionevoleecercaisebbene con repugnanzadi farle credere che il suo Pipettasarebbe tornato prestoperché di guerra non se ne parlavanemmeno. Le dissi che in fin dei conti tutto il male non viene pernuocereperché tutti e due erano un po' troppo giovani; chequalche mese di separazione non avrebbe fatto che accrescere il loroamoree tante altre cose che io credei adatte ad assicurare quellarassegnazione che pareva già avesse nell'animo.

Essami prestò grande attenzione; parve grata alle mie parole e mipregò di accettare una ricotta fatta quella mattina da leiperché Pipetta non era bastato per correre dal prete alsindacodal sindaco al dottoree via discorrendo.

Sulfar della seraal momento di lasciarlale dissi che per qualchegiorno non mi sarei fatto rivedereperché un affare di moltaimportanza mi chiamava a Livornodove mi sarei trattenuto almeno unasettimana. Mi disse che facessi un buon viaggioe niente altro. Maquella sera mi allontanai occupato da tristi presentimenti. - Dio nonvoglia!...

Credevodi non dovermi trattenere a Livorno più d'una diecina digiorni; ma per le lungaggini afose dei procuratori e degli avvocatidovetti star là un mese e qualche giornotanto sopraffattodalle noie d'una liteche durante tutto quel tempo dimenticaiperfino i miei disgraziati amici.

Ritornatoa casanessuno di famiglia seppe darmene notizieperché nonavevo mai parlato ad alcuno di quella avventura. Di modo che sul fardella serapoche ore dopo il mio ritornoero già in sellache galoppavo verso il monte. Quando passai davanti alla casa deldottoreera alla finestra e mi chiamò.

-Oh dottore! buon giorno.

-Buon giorno. Che va lassù?

-Vado lassù.

-Non ci vada.

-Perché?

-Dia retta a menon ci vada.

-Ma che è stato? È seguìto qualche disgrazia? Nonmi tenga in questa ansietà.

-Abbia la pazienza di scendere e di passare un momento da me.Giuseppe!disse poi al suo servitore- portagli il cavallo nellastalla e buttagli un mannello di fieno.

-La pregodottoremi dica presto quello che mi vuol direperchéin veritànon mi posso trattenere.

-S'accomodi.

-No.

-Vuol passare in salotto?

-Nono.

-Vedo che è sudato; si vuol prima rinfrescare?

Bisognòche passassi in salottobisognò che m'accomodassibisognòche mi rinfrescassie finalmentepagandolo così caromiriuscì a sapere quello che era accaduto durante la miaassenza.

Ilgiovinotto andò alla visitafu trovato bonissimoe il giornodopo era in Fortezza vestito da recluta. Appena la ragazza ne ebbesentorenon disse nullanon si lamentònon pianse; macominciò allora a dar da pensare seriamente per la suaragioneperché quel giorno stesso non ci fu modo di levarladi sull'uscio di casadove stette fino alla seraaccovacciata a fardei circoli nella polvere con un fuscellosenza chiedere néda mangiare né da bere e dando nelle furie tutte le volte chesua madre la pregava d'uscir di lìperché il sole nonle bruciasse il cervello.

-Ma leidottoredissi interrompendolo- non fecenon provònon tentò nulla?

-Fu provato tuttosi tentò ogni cosa; ma inutilmente. Siscrisse al Comandoe ci risposero di no; si scrisse daccapo che cirimandassero quel ragazzo almeno per un giornoe ci risposeroun'altra volta di no. Feci scrivere al priore; il signor Leopoldotelegrafò alla Prefettura... insommadàglipicchia emenaoggi a quindici me lo vedo comparire qui più morto chevivoche veniva da Firenzee ioper vedere l'effettodell'incontrovolli accompagnarlo a casa.

Appenala ragazza ci vide da lontanosi mise a guardarci fissa fissa; poia un trattosi alzò come una molla e corse in casa per dareci parvel'avviso del nostro arrivo; ma ritornò fuori subitocon una roncola in mano e cominciò a correrci contro es'avventò a Pipetta urlando come una disperata: - Ammazzatelo!ammazzatelo!ché seper combinazionenon c'era lìFiorancino che mi dette una mano per tenerlagli tirava alla testa el'ammazzava di certoperché lui rimase lì come unmasso e non si sarebbe scansato.

-Ma dunque è pazza?!

-Pur troppo! edolorosamentenon più furiosaperchédopo quell'accessola sua alienazione ha preso una forma...

-Mi lasci andaredottore.

-Nono. Senta ora di lui...

-Non m'importanon m'importame lo dirà poime lo diràpoi...

Ecol dottore che mi correva dietro per fermarmicorsi alla stallasaltai in groppa e via come il vento.

Amezza strada incontrai Fiorancino che da lontano mi fece cenno difermarmi. Rallentai un po' il galoppo e quando gli fui vicino:

-Ma eh?!mi disse- di lui poi non me lo sarei ma' creduto.

-Che è stato?

-O che non lo sa che quando riasciugarono il bottaccio del molino?...

-Affogato?!

-Sissignore. Perché pare che invece di tornare a Firenzesiccome andò via la sera tardi...

Nonlo lasciai finiree mi allontanai spronando rabbiosamente la miapovera bestia.

Apochi passi dal molinoil cavallo mi s'impennò come se avesseavuto ombra e dette indietro sbuffando. La madre di Fiorella uscìdi casa gridando: - Me la pestate! me la pestate!. Poiquando m'ebbericonosciuto: - Ahche è lei? ben tornatosignoria. Dette inun pianto dirotto e mi accennò alla sua figliola accovacciatasul ciglio della via che dondolando il capo cantava sommessa un'ariamalinconica con una voce che pareva lontanalontanalontana.

Scesida cavallo e corsi da lei chiamandola per nome; ma non si mossenemmeno. Le sedei accantopresi il suo capo fra le mie braccia ecominciai a parlare così: - Fiorella! povera Fiorella! son io.Non mi riconosci? Dimmelo che cosa ti senti: hai male qui? e letoccavo la testa. - O del povero Pipetta te ne rammenti? Guardaledesideravi tanto! t'ho portato le buccole di corallo.

Nonsi mosse. Ponendole una mano sotto al mentole alzai dolcemente lafaccia. Mi fissò in viso i suoi occhi smarritisi chetòparve che si provasse a muovere le labbraed aspettai una risposta;ma invece mi respinse da sé adagio adagioe si lasciòricadere la testa abbandonata sul petto. Mi voltai a sua madre chesinghiozzava in disparte:

-Mariapovera donna!le dissi prendendole una mano.

-Ah! caro signore... guardi a che ci siamo ridotti!

Ilritrécine del molino tacevae nella quiete del tramonto sisentivano su all'alto cantare le starne che dalle cime dei poggi sichiamavano fra loro al riposo.




Serenoe nuvolo


Ilprimo sole del novembre si affaccia malinconico alle ultime cimedella montagnagià biancheggianti per la neve caduta difresco emandando i suoi languidi raggi attraverso ai rami brullidei castagnetitinge di rosa la croce di ferro del campanile el'asta della bandiera fitta sulla vecchia torre del castello.

Qualchenuvola bianca sta fissa sui monti più lontaniuno stratobigio di nebbia allaga la pianurae il villaggio dorme ancora sottoun freddo e splendido sereno d'autunno.

Icacciatori sono già tutti partitidopo che Doro ha sonato lacampana dell'alba; vi è stato allora un breve segno di vitaqualche latratoqualche fischioqualche colpo alle porte perdestare i compagni addormentatieppoi deserto e silenzio turbatosoltanto ad intervalli dal fruscìo delle foglie secche deiplatani della piazzettache bisbigliano lievi lievimenate in girosul lastrico da radi sbuffi di tramontana.

Mastamani l'aspetto della piazzetta non è quello degli altrigiorni. Quintilioper il solitoa quell'ora aveva già apertoe spazzato la bottega; Graziano era già comparso in maniche dicamicia ad attaccar fuori dell'uscio il solito coscio di vitella alsolito gancioe il barbiereche viene tutte le mattine a lavarsi ilviso in mezzo di stradaaveva già mandato du' altri accidential cane della signora Giuseppache appena aprono va abitualmente apisciargli sull'uscio. Le altre mattine a quell'ora tutti i - buongiorno erano stati scambiatii prognostici sul tempo erano statifattie ciascuno aveva già ripreso le sue straccheoccupazioni fumandobestemmiando e dicendo male del prossimo fra unosbadiglio e l'altro.

Mastamani è silenzio. Dormono sempre per rimettere il sonnoperdutoperché dalla mezzanottequando sono stati destati daquel casa del diavolonessuno fino alle tre ha potuto piùchiudere occhio.

Eccocome sta la faccenda. Da varî giorni v'erano state delle cosebrutte e che minacciavano di farsi anche peggiorifra Pierone eCecco del Birindi. Ma ieriche era domenicaci entròfinalmente di mezzo il Prioree le cose furono appianate consoddisfazione di tutti. Pierone dette parola a Cecco che ormaiavendo tirato su basso e dovendo andar via chi sa per quanto tempoalla ragazza non ci avrebbe più pensatoe gli promise che luinon avrebbe più messo difficoltà. Cecco lo volevaabbracciarema Pierone si tirò indietro e non ne vollesaperedicendo che quelle eran ragazzate. Soltanto accettò ditrovarsi la sera a cena all'osteria di Giannaccio per bere ilbicchiere dell'addio e per fare du' salti di tresconese fosserovenuti anche que' giovanotti di Vallicella con la chitarra el'organino.

Alletre famiglie interessate nella faccenda parve di sognare e fu perloro una giornata di vera baldoria. Polli e vino a cascaree unviavai continuo d'amici e di conoscenti a rallegrarsi e a bereneltempo che le donne erano tutte sottosopra in cucina a friggere digran padellate di frittelle di risoche appena portate di làin larghi vassoi ricolmi sparivano prima d'aver finito il giro dellacomitiva. La mamma di Chiarastella stette tutto il giorno a riderealevar l'olio a' fiaschi e a piangere di consolazione. I vecchi babbipoi non si lasciarono mai un momento; e anche al vesprodoveandarono a braccettotutti e tre avvinati che era un desìo avederlisi misero accanto a berciare come calandreper mostrare aSan Vitale martireprotettore della curala loro riconoscenza perla grazia ricevuta.

Fuinsomma un'allegrezza generalenon tanto per veder felice e contentoil povero Cecco e quella bona figliola della su' ragazzaquanto persapere che prestose Dio vòlesi levava di tornoe per unpezzoquell'altro birbaccioneche anche giovedì passato tiròuna pedatapezzo di figuroal su' vecchioperché quelpover'uomo s'era azzardato a dirgli che mettesse giudizio!

-Basta. Anche questa è fattadiceva il Priore compiacendosene- eper grazia di Dionon ci si pensa più.

Que'giovanotti di Vallicellache avevan risaputo l'affarenon mancaronodi comparire verso l'un'ora coi loro arnesi musicali; anzil'orchestra era più numerosa del solitoperché per lastrada avevan raccattato due altri compagniuno con loscacciapensieri e l'altro col treppiedeche lo sonava che parevaimpossibile.

Andaronoa prender Cecco a casae sonando allegramente attraversaronospavaldi il paesecon gran sigaroni accesi e cappelli sbertucciatiper andarsene all'osteria di Giannacciodove trovarono anche Pieroneche in compagnia di altri amici stava sull'uscio ad aspettarli.

Fulieto l'incontro delle due comitive: abbraccievvivastrette dimano cordialissimee poi tutti a tavoladove Giannaccio aveva giàpreparato un catino di vermicelli al sugo e un diluvio di braciole dimaiale in gratellache furono spolverate in un baleno dallachiassosa brigata. Finita la cenacomparvero le figliole diGiannaccio per salutare la conversazione; alcuni della comitivaandarono a far ragazze nelle case vicine; le tavole furono tutteportate in cortemeno quella sulla quale montarono i sonatoriecominciò la festa.

Ilvino lavorava; ma lavorava beneperché tutti erano sempre nelperiodo della tenerezza; e giùbaci a iosa e strizzoni ecarezze e pizzicotti e risate da strapparsi la pancia. E la festa nonera soltanto dentroperché con l'uscio di strada aperto s'eraformato lì davanti un capannello di gente del vicinato e dicontadinisulle cui facce estaticheilluminate dalle tre candele disego che Giannaccio aveva attaccato con de' chiodi alle paretisirifletteva in boccaccecontorsioni e smanacciate il movimento dellastanza. Ed anche per loro erano risate da crepare tutte le volte cheuna coppia delle più sfrenatepresa dal capogiroandava giùa rotoloni menando altre coppie nella rovina a fare un monte divestiti e di ciccia sudata fra le gore del vino versato e gli ossidelle braciole seminati per la stanza.

Daun paio d'ore si deliziavano in quel baccanoquando una voce proposed'andare a far la serenata sotto le finestre di Chiarastella. Laproposta fu accolta con urli di acclamazionei sonatori saltaron giùdalla tavolae viacon un lume di luna magnificoa casa dellaragazza.

Pieronequando fu alla svoltata che menava a casa suavoleva andarsenema icompagni lo costrinsero a seguirli. Cecco che era stato tanto allegroalla vegliaper la strada si cambiò a un trattonon fece piùuna parola e andò avanti solocol cappello sugli occhi emordendosi i baffi distratto. Forse in quel momento ciascuno si pentìdell'idea della serenataperché il silenzio si fece generalema nessuno ebbe il coraggio di proporre di tornarsene indietro. Saràquel che sarà.

Chiarastelladopo le commozioni della giornatastanca era andata a lettoprestissimoe quando giunsero i sonatori sotto la finestra della suacameradormiva. E forse sognava la sua felicità allorchéfu dolcemente svegliata dal suono degli strumenti. Si mise inorecchiascoltò tremando la musica graditafinchécessati i primi accordisentì bisbigliare e riconobbe la vocedi alcuni della comitiva che si davano la parola per improvvisareottave o rispetti e per trovarsi d'accordo col passagallo. Si alzòallora sopra un gomito e stette più attenta ad ascoltare.

-L'ottava. - Lo stornello. - Il rispetto. - Sìsìilrispetto. - Lo canti te? - Nonon sono in vena. - Allorate! - Nono! - Sìsìluilo canta lui!

Vifu una breve disputae finalmente toccò a Cecco a cantare.Rimase qualche momento col capo basso a pensarealzò dopo gliocchi al vaso di geranio che era sulla finestra della sua ragazzaecon voce da prima tremante ma poi sicuracantò:


Sullafinestra tua c'è nato un fiore.

C'ènato un fior che non si cambia mai...


Ei sonatori dettero nel passagallo.


Verdela foglia speranza d'amore

Equando nacquebellatu lo sai...


Quidi nuovo il passagallo: ma Cecco l'interruppe e andò in fondoispirato:


Equando nacque lo sapestio bella

C'innamorammoal lume d'una stella;

Equando moriràsperanza cara

Lacroce avanti e noi dentr'alla bara.


Gliapplausi furono pochi e stanchiperché se il rispetto eramolto piaciutoaltrettanto aveva rattristato gli amici. E giàuno de' più accorti si preparava ad interrompere con unallegro stornello il tono troppo malinconico che aveva preso laserenataquando la finestra fece spiraglio all'improvviso e comparveuna mano bianca che strappata una foglia di geraniola tiròsul gruppo dei giovanotti e disparve.

Tuttele braccia si stesero verso la foglia che calava lenta girando perl'aria; manella confusionenessuno fu buono d'afferrarla. Alloraaccadde una specie di zuffa e si buttarono tuttifra manate espintonia cercare la foglia che era caduta per terra. Pierone ebbela sorte di trovarla. Ceccoche se n'avvidediventato pallidocomela mortetentò di strappargliela: ma non bastandogli laforzasi avventò carponi fra i piedi de' compagni a morderglia sangue la mano. La foglia l'ebbe Ceccoma in quel momento balenòsinistro il lampo d'un coltello.

-Ah! cane vigliacco! Chi è stato l'assassino che ha tirato fòriil coltello?!

-Nessuno!gridò subito Cecco. - Era l'anelloera l'anello! Ealzò nell'aria la destranel cui indice luccicava un largoanello d'argento.

Pieronerimise in tasca il coltello e si allontanò succhiandosi ilsangue al morso della mano.

Laserenata non andò più avanti. I sonatori tirarondiritto per Vallicellae gli altri tornarono verso il paeseaffrettando il passo senza scambiare una parola. Alla svoltata chemenava alla casa di Cecco si fermarono un momento per i salutie daqualcuno fu detto d'accompagnarloma Cecco non volle e lì silasciarono.

Appenasologli rincrebbe d'aver voluto fare troppo il bravo rifiutando lacompagnia degli amicie se n'andò innanzi adagio ecircospettotenendosi in mezzo alla strada e guardandosi ora allespalle e ora spingendo avanti lo sguardo fra le siepi e giùper la campagna lungo i filari degli olmi.

-Nessuno! meglio per me; meglio per tutti!

L'orologiodella torre sonò i tre quarti dell'undicie Ceccoormairassicuratosi fermò a guardare e a rimettere il suo; poitirò fuori la pipaci trinciò una spuntaturae:

-Corpo di Dio! ci siamo!.

Fecequalche passo avanti per accertarsi meglio:

-Non c'è dubbio!.

Sifece animo sbacchiando in terra la pipae con voce abbastanza ferma:

-Chi c'è costà?gridò. - Fòrifòridall'ombra.

Nessunarisposta; ma una figura d'uomo si staccò di dietro un albero evenne a piantarsi in mezzo alla strada a gambe larghe e con lebraccia incrociate sul petto.

-Non mi far del malePierone; t'ho conosciuto; hai famiglia anche tenon ci facciamo del male!

EPierone zitto e immobile.

-Non ci roviniamoPierone; pensaci; non mi ci metterefammi lacaritànon mi ci mettere al cimento. Pierone; le braccia l'hoanch'ioe le tasche non l'ho vòte.

CosìdicendoCecco era andato sempre avanti nella fiducia di poterplacare il suo nemico; ma quando gli fu a una diecina di passiPierone gli si avventò com'una bestiamenando coltellate amorte.

Ceccosopraffatto cominciò a dare indietro tenendoselo distante conpedate negli stinchi e colpi nello stomaco; ma non c'era riparoe adogni scarica si sentiva toccato come dal fuocoora nelle manioranelle bracciadove il coltello di quel furibondo lo poteva arrivare.

L'orroredel pericolo dette a Cecco il sangue freddo. Stette un istante conl'occhio alla lamaprese il tempo e si avventò con le duemani al polso di Pieroneche se lo sentì serrato come in unamorsa. Con la rapidità del gattoPierone corse con lasinistra al coltello per continuare a dare con quella; ma se la sentìabboccata da Cecco che in quello stato d'orgasmo disperato gliaffondava i denti nella carne fino all'osso. Pierone si piegòsu di lui e gli addentò l'orecchio.

Questimovimenti si successero con la rapidità del baleno e icontendenti rimasero li zitti a contorcersi soffiando e mugolandocome bufali al laccio. Erano per cadere spossatiquando Cecco lasciòandare improvvisamente la presa. Pierone fece altrettanto peravventurarsi di nuovo; ma Ceccoagile come un tigrottogli scivolòvia e si dette a correre verso il villaggio. Pierone lo raggiunsealle prime case e gli si avventò più furibondo che mai.

Ceccodifendendosi alla peggio e rinculando sempre dentro al caseggiatoincominciò allora a gridare aiuto con quella voce squarciatache ti dice tutto e ti ficca il gelo nell'anima e subito si vide quae là comparir luce alle finestree poi lumi che correvanoincerti per le stanzee ombre umane che si allungavano fantastichesulle case di faccia; ma nessuno ancora usciva nella via e la lottacontinuava feroce tra gli urli fuochi di Cecco e quelli delle donneche spenzolate alle finestre gridavano: - Assassini! correte!s'ammazzano! s'ammazzano!.

Aun tratto s'udì un - Aah di rabbia disperata; uno deicontendenti cadde e l'altro si dette alla fuga fra le imprecazionidegli uomini che incominciarono allora a sbucare mezzi nudi dalleportearmati di schioppi e di vanghe. Ma troppo tardiperchéGraziano macellaroche fu il primo a correre gridando e scotendoall'aria la mannaia delle vitellequasi inciampò nel corpo diPieroneche disteso attraverso alla strada mandava l'ultimo fiato.

Nessunoè comparso ancora sulla piazzetta. Su all'altodopo la levatadel soles'è messo a nevicareil vento è rinfrescatoe giù pei poggi si rincorrono le ombre delle nuvole adinvestire il villaggio che ora brilla al sole e ora rimane bigionella penombraprendendo un'aria di freddo e di tristezzaches'intona perfettamente coll'aspetto della piazzetta in fondo allaquale un cane della campagna passa arruffato dal vento e fiutasospettoso il terreno.




Passaggiomemorabile


All'ordinedel giorno c'erano anche queste tre proposte: - Una gratificazione dicinquanta lire al medico pel servizio straordinario prestato al tempodel colera; un sussidio di latte a Ferdinando degl'Innocentibarrocciaio; e la consueta elargizione di cento lire alla compagniadi Santo Stefano per i fuochi d'artifizio nella ricorrenza dellafesta triennale del santo patrono. La compagnia di Santo Stefano ebbela consueta elargizionema il medico e Nando barrocciaio dovetteroper questa volta grattarsi il capo e stare zitti.

Questadecisione del Consiglio comunale pare che a qualcuno piacesse poco;macome di solito accadeil giorno dopo non se ne parlò più.Chi aveva della bilese l'era già ingozzata; chi aveva delleragionis'era sfogato a dirlee i più ormai guardavano quasiin cagnesco il dottore che aveva dato di canaglia a tuttie Nandoche dalla finestramentre uscivano di Palazzo i consiglieris'eralasciato scappare di bocca chetantodoveva andare a finire inlegnate. E tutti facevano eco al signor Girolamo sindacoun giàmercante d'olio arricchitoma sempre mercante più diquand'era mercante d'olioil qualesenza mai parlare direttamentedel medicocalcava molto la parola <I>co-le-ra</I>accennava a dubbi gravi su un certo medicamentoche era stato dato atutti quelli che morironoe inveiva furibondo contro i ciarlatani.Di Nando diceva che tutti i poveri non li fa il Signoreche cidoveva pensare per tempo e non mettere al modo quella conigliolaia dimangiapani. Questo lo diceva qua e là fra gli amici; inConsiglio aveva dimostrato con cifre eloquenti che il Comune nonpoteva assolutamente fare spese straordinariee sostenne che sarebbestata una vera barbarie levare anche un centesimo per uno di tasca aicontribuenti ormai aggravatipovera gentein un modo intollerabile.

Quest'ultimaosservazione fu trovata giudiziosissimae non ci furono altro che isoliti quattro o sei birbaccioni che seguitarono a brontolare. Ilmedico incominciò da quel giorno a guardare nello<I>Sperimentale</I> se c'eran punte condotte vacantieNando fissò con un contadino un mezzo latte da scontarsi allafine di marzo in tante vetture di conciose la creatura fossecampata.

Cosìfu sistemata ogni cosae la mattina dipoi non si pensava ad altroche ad affrettare col desiderio il giorno della festaimpensieritiche quella stagionacciase duraval'avesse a sciupare. Ed eradavveroun freddo da crepare. Per la strada non c'era anima vivaetutti se ne stavano rintanati per le case e per le botteghe adaspettare che passasse quello strizzone di ghiacciperchéproprio un freddo come quelloanche a detta de' più vecchisarà stato trent'anni che non s'era fatto sentire.

Lasolita vita d'uggia pareva già ricominciata stabilmentequand'ecco che in fondo alla strada comparisceglorioso etrionfantequesto famoso terzetto: un uomouna donna e ungiovanottoche arrivavano a passo di carica non si sa di dove. Lui(si seppe dopo che si chiamava il signor Fabio)lui a destraseccoallampanatoa testa rittacol cappello di pagliacon una valigettadi pelle scrostata in manovestito da capo a piedi di tela chiarache gli sventolava da tutte le partipareva Zeffiro in persona chetornasse dalle bagnature. A sinistrail suo figliolo Clementinolungo anche lui come una perticaanche lui mezzo nudoverde nelvisocon le spalle in capo e gli occhi incavati e lividipareva ilgran Turiferario dei sacerdoti d'Honan. Nel mezzola signoraMatildegrassachionzaviscida come una pentola di sugnala qualecon un tronchetto alla polaccasfondatonel piede destroenell'altro una ciabattaveniva avanti ponzando dietro alle gambaccedi quegli ominirinfagottata in uno scialle in brandellidi sottoal quale sbucavafino alle calze gialleuna sottana strapanatapiena di pillacchere secche. Pareva un trionfo di cenci da lumi.

Chevoglia di ridere e che ribrezzo squallido metteva addosso la vista dique' tre disperati! Eppure erano allegri! Eppuredai loro modidisinvolti parevain veritàche volessero proteggerequalcuno e che de' caldi a quella maniera ne fosser venuti di radoanche nell'agosto. Arrivati in piazzasi fermarono a dareun'occhiata in tondopoi entrarono nel caffè. Un mucchiettodi disoccupati andaron dentro poco dopo con una scusa o con un'altraper vedere da vicino quello spettacolo: ed anche ionon potendoresistere alla tentazionemi avvicinai alla bottega.

Quandoentrai dentroil signor Fabioproprio lui! leticava con Giannicaffettiereperché non ci aveva burro.

-Paesi barbari! paesi da lupi!badava a urlare inviperito; e peravvalorare il suo nobile sdegnogli ci schioccò anche il suobravo <I>giuraddio</I>.

Luin'avrebbe fatto anche a menodiceva; ma la signora era abituataesenza burro era impossibile che lei la mattina potesse mangiare. Edava certe manate sulla tavola da spezzare il marmo.

-Soffro d'intestiniha capito?disse sorridendo a Gianni la signoraMatilde con un vocione che pareva l'Orco.

-Che gli ho da diresignori miei?osservò Gianni guardandomi.- Se voglion del caffènon sarà una gran bona cosamace l'ho; se voglion de' biscottinici sono anche quelli; se nounponce o un bicchierino di qualche cosa... Ci abbiamo della bona cocadella benedettinadel curassò...

-Bistecchecarnearrostoci sarebbe da averne?saltò su ilsignor Fabio.

-Eh! carnenossignoreperché ieri l'avevan già finitae fino a sabato non ammazzano. Eppoi qui non si fa cucina.

-Uova bòne e freschenemmeno?

-NonoFabiolo saimi son troppo caloroseruggìamorosamente la signora Matilde.

-Cameriere!

-Comandi?

-Un bicchierino di mescolanza: acquavite e rumme.

-Da un soldo o da due?

-Da uno.

Poiattaccò discorso con noi. Ci salutò tutti a uno a unovolle sapere i nostri nomici domandò dove si stava di casasi mostrò incantato delle nostre belle campagne e chieseinformazioni dell'agricolturadelle industrie e della popolazionedel comune. Quindi ci raccontò una parte della sua storia. Cidisse che andavano in Romagna a dare un'occhiata a certi loropossessiche in una locanda erano stati derubati del loro vestiarioche viaggiavano a piedi per diletto; e volle sapere se c'era almenoun po' di teatro per passare la seratase no avrebbero proseguitosubito il loro viaggio.

Ilquel tempo la signora aveva tirato fuori un pezzo di panee dopoaverne dato a Clementino la metàse lo mangiava guardando ilbicchiere del marito. E intanto mi accorsi cheinfreddati comeeranoavevano una pezzòla da naso in tre e se la passavanofra loro con elegante noncuranza. Soltantodue o tre volteun lembodello scialle della signora Matilde risparmiò a Clementinol'incomodo della passata.

Dopoquella che lui chiamò colazioneci chiese un sigaro perchéi suoi li aveva nella valigiadella qualeper maledetta disgraziaaveva perduto la chiave. Gli fu datolo dimezzò perchéintero non tiravacominciò a fumare saporitamentepoi chiesea Gianni un mazzo di carte.

-Trovami il sette di picche!

Giannisfogliò il mazzo delle cartee il sette di picche non lotrovò.

-Ah! briccone. Mi davi un mazzo di carte scompleto! Guarda dove sel'era ficcato questo birbante per canzonarmi! E gli levò conuno scapaccione il cappello di capodentro al quale era il sette dipicche.

Fuuna risata generale. Gianni restò confuso e tutti siaccostarono al tavolinodomandando al signor Fabio come aveva fatto(ormai cominciavano a prenderci confidenza) ed invitandolo a farequalche altro giuoco.

Ilsignor Fabio non si fece pregare. D'una pallottola di midolla di panene fece settelevò un dente al su' figliolofece sparire uncoltello e un cucchiaio che li trovarono in tasca del Bandonitabaccaiomangiò una libbra di stoppa e un fiammifero e duròun'ora a sputar fuoco e a tirarsi fuori nastri di bocca; e da ultimosenza destarlalevò un tappo di sughero dal naso della suasignora che s'era addormentata ritta e russava come un trombone.

Intantopioveva gente da tutte le partie la bottega riboccava diammiratorimolti dei qualiper veder meglioerano montati suipanchettisui tavolini e perfino sul bancocon grande stizza diGianni che lì supoinon ce li voleva un accidente.

-Silenzio! non lo vedetelègge!

Ilsignor Fabio lessefra la più accigliata attenzionedell'uditorioalcuni brani d'un libro di segreti da lui composto.Smacchiò i panni a tutti con una boccetta di liquido che avevain tascae con una polvere bianca ridusse d'argento tutti icucchiaitutte le forchette e tutti i coltelli di Gianni. Leocchiatei gesti e le dimenature di capo dicevano chiaramente chenessuno s'era mai trovato a veder fare delle maraviglie a quellamaniera. Qualche cosa di quel genere o più qua o piùlàparecchi l'avevan visto; ma a quel modo no.

Apoco a poco era comparso in bottega anche qualche pezzo grossoeallora le acclamazioni erano ricominciate e da ogni parte si chiedevaqualche cos'altro. E perché il signor Fabio aveva la golaseccagli fu fatto presentare un altro bicchierino d'acquavite erummee uno simile fu offerto a Clementino e alla signora; ma lasignora volle rumme soloperché l'acquavite gli restavacalorosa. Allora pel signor Fabio non fu più possibileliberarsi: i giuochi più belli furono ripetutileacclamazioni andarono al cieloe l'entusiasmo e l'ammirazionearrivarono al tal segnoche a mezzogiorno preciso il signorProfessorela signora Matilde e Clementinoliberati dai volgariapplausi della canagliasedevano alla mensa del signor Sindacoriveriti e accarezzati da quella rispettabile e brava famiglia.

Mangiaronocome lupi anche la roba calorosa. Ma dopo desinareClementino e lasua signora madre si sentiron male. Lei ebbe uno dei soliti disturbid'intestinie Clementino dei giramenti di testacome gli accadevaspessodisse il signor Fabioquando a pranzo usciva dai treconsueti piatti di famiglia.

IlProfessoreperòera in testa e in gambe. Non aveva un soldoda far ballare un cieco; bisognava farne in serata per andar via lamattina dipoie gli riuscì senza darsene tanta pena.

-Mi occorre da lei un piaceresignor Professoregli disse ilSindacotirandolo in disparte.

-Sono ai suoi comandi.

-Ma non me lo deve negare.

-Ripeto: signor Cavalierelei mi comandi.

-Allora senta. Il Proposto ha da tre anni una sorella inferma d'untumorediconoin corpo; hanno fatto venir professori da tutte leparti e glien'hanno fatte di tutte senza poter ottener mai nulla. Leideve esser tanto garbato di venirla a vedereeppoi sapremoriconoscerlo...

-Nononon parliamo di queste cose!...

-Venga quinon se n'offendalasci fare a me perché il meritova ricompensatoe per arrivare a saper qualche cosaparlo peresperienzaso che il solo talento non basta e che ci vogliono de'quattrini e dimolti.

-Leisignor Girolamorispose il professore- forse senza pensarcimi ha colto nel mio debole: amaresoccorrere il prossimo quando efinché si può... così sta scritto sulla miabandiera. Ed oraprima d'andare dal signor Proposto chiedo un favorea lei. Per consumare utilmente la giornatavorrei dare qualcheconsultazionee mi abbisognerebbe una stanza...

-Quella dell'elezioni giù in piazza! Mando subito a prendere lachiave.

-La ringrazio. Staserapoiper finire allegramentevorrei dilettarequesti buoni popolani e questi gentili signori...

-Di là in sala. Benissimobenissimo! È tutto fissatoeora andiamo.

Chieseronotizie della signora Matilde che stava meglioe di Clementino cheera uscito a prendere una boccata d'ariae se n'andarono dalProposto.

Primadi buio aveva già sganasciata mezza popolazione; vendéun cento delle sue boccette da smacchiarealtrettante cartine dipolvere bianca e una cinquantina di copie del suo libro di segreti;tutto al modicissimo prezzo d'una lira e mezza liratranne i numeridel lottoche la signora Matilde li dava <I>gratis</I> achi comprava uno specifico qualunque o si levava un dente.

Nellosbuzzare un tumoretagliò un'arteria a un contadino che fusalvato generosamente dal medicoil quale corse subito adallacciargliela; più tardi andaron tutti a cena dal Propostodove il signor Professore e la signora Matilde furono d'una lepidezzada innamorare; e dopotutti dal Sindaco per l'accademia.

Efu quelladavverouna serata memorabile per la famiglia del signorGirolamo e per tutto il paese. Primagiuochi di prestigio nei qualiil Professore fucome al solito inarrivabile. Dopo rinfreschi ecolletta a favore del signor Fabioe il signor Fabio diceva: - Afavore dei miei contadini più poveri. Ci furono giuochi disalae Clementino fu impareggiabile per il brioe per la novitàdi quelli che seppe organizzare. Ci fu musicae la signora Matildequantunque infreddatacantò: <I>Addio mia bellaaddio</I>con tal sentimento che tutti piangevanodisse ilsignor Girolamocome nel '59. In ultimo ci fu balloe il signorFabio sonò il pianoforte in tal modo che nessuno aveva maisentito una cosa simile.

Insommafecero il tocco dopo la mezzanotte e finì la veglia quandotutti credevano che non fossero né anche le dieci.

-Ah! che peccato che quei signori se ne debbano andare cosìpresto!diceva il signor Girolamomentre si spogliava per andare aletto. - Quella è una famiglia che io la vedrei dimoltovolentieri stabilirsi qui. Che brav'uomo! che testa dev'esserquella!... Hai sentitoCarlotta? m'ha dato due o tre volte dicavaliere!... Ma che ci sia qualche cosa alle viste per mee luil'abbia già risaputo da quel su' amico di Roma?!

-Domandaglielo domattinaosservò sua moglie.

-Gliene voglio domandare davveroperché qualche cosa sotto cideve essere... Glie l'hai messo il piumino bono?

Lamattinanon ci fu verso di trattenerli: alle otto partirono. IlProposto era alla finestra a sventolare la pezzòla; un numerovistoso di ammiratori erano in piazza per salutarli; ci fu anchequalche abbraccioe a mezzogiorno i tre ospiti rimpiantisedutisulla spalliera d'un pontein mezzo alla campagnamangiavanoallegramente una cartata di salamee vuotarono un bel fiasco divinogongolanti come pasque per la retata che avevan fatto quandomeno se l'aspettavano.

Appenafinito il salameil Professore tirò fuori un lapisse efattipochi numeri sulla carta untaannunziò alla sua Matilde chesenza contare i regali di vestiario usatoavevano in cassacentonovantasette lire e venticinque centesimi.

Fuun urlo di trionfo. La signora Matilde poco mancò che in unoscatto di gioia non andasse di sotto al ponte; Clementino sbadigliòsonoroe il Professoregridando: - Mòia l'avarizia! scagliòin aria il fiasco vòto che andò a rompersi fischiandosul greto del torrente.

Aquell'ora precisail medico sfogliava gli ultimi fascicoli dello<I>Sperimentale</I> per trovarci qualche condottavacantee Nando barrocciaio scordava la fame abballottandosi inbraccio la sua creaturina che rideva.




Dolciricordi


Edanche lui è morto! Sotto quell'aspetto mite e serenosottoquel sorriso chetra gli amicigli brillava fisso nei piccoli occhiazzurritutti credevano ad un'anima lieta e spensierata; nessunotranne ioad un carattere pensoso e forte.

Adodici anni lasciòper gli studila casa paterna esololontano da' suoiin quell'età nella qualepur vagheggiandolo spaziosentiamo sempre il bisogno d'esser covati dalla mamma comerondinotti prima di fidarsi al volodovette avventurarsi nel turbinedella vita a farvi da uomo quasi innanzi d'esser ragazzo.

-Ma fu la mia salute e vinsi!mi diceva spesso con orgoglio- vinsiperché armatofino dall'infanziadi quell'educazione largama onestaqualche volta romantica ma sempre vigorosache i nostrivecchi liberali davano ai loro figliallevando uomini forti d'animoe di braccionon ganimedi parrucchieri ed isterici.

-O sentimi diceva una notte mentre lo vegliavo ammalato- senti unsaggio originale del metodouna scenetta di famiglia chedopo tantianniho sempre fresca qui nella memoria fra i miei ricordi piùdolci.

Miopadremedico in un comunello di montagnaguadagnavaquando io eroragazzettocinque paoli al giornoche oggi sarebbero due lire eottanta centesimi. Coi miseri incerti di qualche consultodi qualcheoperazioncella e di qualche visita fuori della condotta si puòcalcolare che il suo guadagno arrivasse a circa quattro lirepiuttosto meno che più. Con queste doveva manteneredecorosamente la sua famigliaun cavalloun servitoree meall'Università... Vado per le leste e perché sento cheil discorrer troppo mi aggraverebbe il petto e tu forse tiannoieresti.

Unasera dopo le vacanze del Nataleavevo allora diciassette annitornoa Pisa con la mia mesata d'ottanta lire nel portafogli. Il rivederegli amici mi mette allegriavado a cena con una brigata di queibontemponibevomi elettrizzogiro cantando per le vie della cittàfino ad ora tardae da ultimo casco in una casa da giuocodove inun paio d'ore lascio tutta la mesatapiù trenta lire didebito con un amico che me le prestò. Una piccolezzasevogliamoma una piccolezza che per le condizioni della mia famigliaera graveforse troppo grave.

Arrivatonella mia camerucciami buttai sul lettoma non potei dormire.Sbuffaimi svoltolai continuamente senza trovar riposo. Ebbi qualchebreve dormivegliama fu peggio. Brillantiassassiniminiere d'orocoltellatemostri paurosicorse a perdita di fiato per deserti aperdita d'occhiourlifischiimprecazioni... sognai un po' ditutto; e finalmente un grande scossone e tanto d'occhi spalancatigrondante di sudore.

"Chesi fa?"pensavo. "Chiedo a qualche amico? Scrivo a qualcheparente? a mia madre? a mio...? Ah!... qui bisogna uscirne presto. Unatto di contrizioneun po' di drammaquattro urlaccidue tonfimagari... e perché no? magari una fitta di scapaccionietutto è finitoe non ci si pensa più." Salto giùdal lettomi faccio prestare pochi soldi dal primo amico mattinieroche incontromi rincantuccio in un vagone di terza classee via acasa.

Ilviaggio mi fece bene. Parlai continuamente di politicadi guerra edi donne con un associatore di libri che andava a Signaed ebbi deimomenti nei qualisognando sul serio gloriaarmi ed amoriinfaccia al mio associatore che mi guardavastava zitto e fumava lapipadimenticate le mie miseriemi sentii quasi orgoglioso d'averanch'io la prima bravata da raccontare.

Maquando vidi spuntare fra i boschi la torre del mio paeselloeppoi iltetto della mia casa e il fumo che usciva dalla torretta del suocamminola baldanza mi cadde e sentii le gambe che mi tremavano.

Quand'arrivaia casamio padre non c'era. Mia madre si spaventò perchévedendomi pallidomi credette malato.

"Nonho nullasto bene... proprio sto bene."

Ilsuo viso si rasserenò subito efatta forte da questa buonacertezzaascoltò abbastanza tranquillamentre preparava ildesinareil racconto che le feci dal canto del fuocodove m'erorannicchiatoscaldandomi alla fiamma che schioccava allegra sotto unpaiolo di rape. Quando ebbi terminato:

"Figliolo!...io ti domando come si deve fare a dirlo a quell'omo!"esclamòguardandomi sgomenta. Poi dopo una lunga pausa pensosa:

"Èimpossibile! Come vuoi che faccia a renderti ora una mesatase cen'ha appena tanti per andare avanti noi?!... Trovarli!... E dopo?...Non c'è caritàin questo momento non c'ècarità... Gli sta peggio quel malato e pare che vada amorire..."

Iostavo zitto a guardarlalei si chetò.

Iltepore del mio nidola stanchezza e il mugolìo del vento super la gola del camino mi conciliarono il sonno esenzaaccorgermenemi addormentai col capo appoggiato sulla spallieradella seggiola.

Quandomi destaividi mio padre seduto dall'altra parte del focolarechesi asciugava alla fiamma i calzoni fradici di pioggia. Pareva stancoed era pallido. Tossiva malamente ed aveva schizzi di fango finosulla faccia.

Sentendomimuoverealzò la testa.

"Buongiornobabbo."

"Buongiorno"mi rispose. E non mi disse altro.

Dopoqualche momento si alzòdisse a mia madre d'affrettare ildesinare perché aveva bisogno d'escir subitoe andò incamera sua.

"Gliel'hai detto?"domandai trepidante a mia madre.

Essami accennò di sì.

"Cheha detto?"

"Hadomandato come stavi e s'è messo a leggere."

Ildesinare fu nero. I miei vecchi barattarono fra loro poche paroled'affarucci di famigliaed iosempre aspettando una tempestachemi avrebbe fatto tanto bene al core per votarlo d'urlidi bile emagari di pianto; per vedere se in una sfuriata trovavo la gretola dinon avere tutto il torto ioebbi a rimanere gelidamente trafittodalle poche parole che nel tòno usuale e quasi conamorevolezza mi rivolse mio padre.

"Beppel'hai veduto?" (era un suo vecchio compagno di studi che ioavevo sempre l'incarico di salutare quando andavo a Pisa).

"No..."

"Domattinapartirai col primo treno... Ti chiamerò presto perchédovrai andare alla stazione a piedi... Del cavallo ne ho bisogno io."

"Sì."

Finitoil desinareandò via. Tornò a sera inoltrataprese unboccone e andò a lettodopo avermi fatto con gli occhistanchi una burbera carezza.

Lamattina dopomi svegliò alle cinque. Era buiofreddoventoe nevicava forte. Quando uscii di cameramia madregiàalzatami aspettava per dirmi addio.

"Gliha lasciati a te i quattrini?" le domandai sotto voce.

"Èlà fòri che ti aspetta."

Corsisulla porta e alla luce della lanterna con la quale il servitore cifaceva lumelì davantimio padre già a cavalloimmobilerinvoltato nel suo largo mantello carico di neve.

"Tieni"mi disseparlando rado e affondandomi ad ogni parola un solconell'anima. "Prendi... Ora è roba tua... Ma prima dispenderli!... Guardami!..."e mi fulminò con un'occhiatafiera e malinconica. "Prima di spenderliricòrdati cometuo padre li guadagna."

Unaspronatauno sfaglioe si allontanò a capo basso nel buiotra la neve e il vento che turbinava.




Scampagnata


Èinutilecaro mio; ci sono certe occasioni nelle quali èimpossibile dire di no. Ti pressanoti conquidonoti obbligano contante premure che il rifiutare sarebbe lo stesso che commettere unavera sconvenienza verso persone le quali non hanno altro pensiero chedi farti una gentilezza.

Accusigli affari? - Per un giornoti rispondono- non cascherà ilmondo. Fa troppo caldo? - Venga la mattina pel fresco. La via dallastazione al paese è lunga? - Lo mando a prendere colbarroccino. Hai fissato di passar la giornata con un amico? - Menianche lui... Insommagli dissi di sìe domenica mattinaandai e la feci finita.

Appenaarrivato in paese tra la folla dei contadini che uscivano dalla primamessa e mi guardavano come una bestia ferocedomandai della casa delsignor Cosimoalla quale domanda otto o dieci mi si offersero peraccompagnarmici.

-Eccola lassù: la vede quella palazzina con una torricella sultetto? è quella. Che lo conosce lei il sor Cosimo? Buonsignore quello! O il su' fratello prete?! ah! o lui? O la su' mogliela sora Flavia? Bona signora è quellae quante elemosine fa!Ma anche la sor'Olimpiaveh! la sorellasi direbbedel signorCosimo... Ha le su' idee anche leidiremocome se uno dicesse cheha la gran passione de' libri che n'ha sempre uno per le mani e ci haperso quasi la testa; ma dopovede? lo ridice tutto a mente che avolte non ci si crederebbe nemmeno. Gran bona ragazza peròanche lei! e per la su' famigliaquando c'è da mettere incarta qualche cosase non ci fosse leinon saprebbero da che parterifarsi. Prima c'era Bistinoil su' figliolo maggiore del sorCosimo; ma ora è a Volterra in Seminariodove dice che si fatanto onore che neanche per le vacanze non lo voglion mai rimandare.È dimolto bravo quel ragazzo! E quando c'era luianche ilCappellano alla su' tesacol su' aiuto... pigliavan piùuccelli loro in un giorno che tutte quest'altre tese in unasettimana... Guardi; lei pigli di qui e su e ci va a battere il caposenza sbaglio.

Tuttequeste notizie sui miei ospitiche in parte già conoscevomifurono date per via dai contadinii qualiuno dopo l'altrofacevano a gara a favorirmelefinchémessomi all'imboccaturad'un breve viale che menava alla villami ebbero lasciatosalutandomi rispettosamente e domandandomi se m'occorreva servitù.

-Non mette male!dissidandomi una fregatina di mani. Era tanto chemi struggevo di passare una giornata di riposo in campagnacheaffrettai il passo per anticiparmi la contentezza d'un'ora di pacefra le pareti patriarcali di questa buona famiglia campagnolalontano dalle noiose etichettedalle cordiali accoglienze fatte colcompassodai freddi entusiasmidalla gretta ospitalitàinfineche spesso siamo costretti a ricevere e qualche voltapurtroppo! anche a dare fra le esigenze della vita di città.

Appenasonato il campanelloun giovanotto in maniche di camicia e colgrembiule bianco tirato su e fermato alla cinghia dei calzonimivenne ad aprire sorridendo.

-C'è il signor Cosimo?

-Eh! sissignore. Passipassi. Lei è quel signore di Firenzeche ieri mandò a dire che facilmente sarebbe venutoeh?

-Sì.

-E allora vengavenga. M'ha detto il padrone che lo faccia passarenel salotto bonoe ora vien subito anche lui. Bravo signore! Hafatto benesaa venire. Era tanto che lo dicevano e chel'aspettavano! Stanno tutti bene a Firenze? Guardi: passi qui dentroe s'accomodi. Con permesso.

-Andateandategiovanotto.

Mimisi a sederesotto la finestrasfogliando un vecchio album difotografiee intanto potei accorgermi che il mio arrivo avevadestatodavverorumoreperché si sentiva sual primopianoun gran sbatacchio d'usci e un gran vai vieni di piedi calzatie scalzi pei quali cascava giù dal palco una pioggiolina fittadi bianco d'intonacoe i vetri della finestra e la campana d'un Gesùbambino di cerache si vedeva sulla cantonieratrillavano come sedesse il terremoto.

Dopoqualche minuto sentii raspare alla portapoi una gran pedata; s'apreed entra un bambino di circa sei annicon una mela in mano mezzarosicatache si mette a guardarmi e con aria dispettosa mi domanda:

-O che è vostro cotesto libro? L'avete a posarese no lo dicoallo zi' prete.

Ioposo l'album e lui séguita a guardarmi in cagnesco.

-Che siete quel forestiero che doveva venire?.

-Sìpiccirillo. Affettando dolcezza per ammansirlostesi lamano per prendergli il ganascino. Lui si tirò indietro duepassie mi accennò di tirarmi la mela nel viso.

-V'avete a fermare colle maniv'avete! O che ci siete venuto a farequassù?

Miseccava e non risposi.

-Sìesìetanto lo so'un pensateche ve l'avevadetto mi' padre; ma mi' madre nun voleva perché gli ètoccato ammazzare tutti que' polli che li pela ora Gostino. Mastasera ve n'andate?... Nun mi volete rispondere? Ma intanto ci hogustosì; perché quando mi' madre v'ha visto per lastrada v'ha mandato tanti accidenti...

Laporta si spalancò e comparve in ciabatte la mole magnifica delsignor Cosimoil quale cordialmente sorridendo mi buttò lesue manone sulle spalledicendomi tre volte: - Bravobravobravo!.

Poivoltosi al ragazzo:

-E lei che ci fa qui?.

-Cosa mi pare.

Conuno scapaccione lo mise fuori dell'uscio e m'invitò a sedere.

Midettero subito nell'occhio le frittelle d'unto e le sgocciolature divino e di caffè che il sor Cosimo aveva sui calzoni e sullacamicia. Eper dire il veroprovai un senso spiacevole come di pocoriguardo verso di me; ma fui subito tranquillizzato dalle scuse chemi fece d'essersi fatto aspettare perché era andato su incamera a ripulirsi un poco.

-Oh! ma le pare... Dio mio! signor Cosimo!

-O bravobravobravo! Ma che stagioneeh? Sentalei deve averbisogno di rinfrescarsi... Gostinooo! Che ne diconoche ne dicono aFirenze di questa sementa?... Bravobravobravo! Lei s'èdegnato e ci ha fatto veramente un regalo.

-Comandisignor padrone?

-Andate suGostinofatevi dare dalla padrona le chiavi dellacredenza e portate da rinfrescarsi a questo signore. E al bambino cheera ritornato dietro al servitore: - E lei vada subito a lavarsi ilmuso e si pulisca il nasoporco!. E con un altro scapaccione lorimise fuor dell'uscio.

-E di fruttecaro leianche quest'annonulla!

-Ah!

-Eh! che vòl che gli dica? Da tre anni si vede che c'èentrata la malìa. Si figuri che prima ne rimettevo anchequattrocento libbre di partee ora... quando cinquantaquandosessanta sì e no... Ma poi che roba! imbacan tutte! Scusivenga con me in granaio... Mano... Sento il mi' fratello chescende: s'aspetterà lui.

-Aspettiamo lui.

-È un bell'originalesa?... un brontolone!... Ma poi in fondoè bonoveh! L'altro giornoper esempiovede? lui soffretanto di mal di stomaco econ rispettod'un vespaio che ha qui...

Glianticipati della presentazione furono interrotti perché entrònella stanza don Paolofacendo una profonda riverenza. M'alzai perandargli incontroma:

-Non permetto; stia comodosignore. Se non gli dispiacetengo incapo perché è la mia abitudine. S'accomodis'accomodipure.

Cifu un momento di silenzioeppoi il sor Cosimo riprese laconversazione:

-VedetePaoloquesto è quel signore che si diceva anchel'altra sera....

-Lo solo so; benedetto voi che non la fate mai finita. O quantevolte le volete ridire le cose?

-Novi volevo dire...

-L'avete fatto rinfrescare?

-L'ho detto a Gostino. Ora verrà.

-E lei è di Firenzeeh?mi domandò il Cappellano.

-Per servirla.

-Annatacciacaro signore. Se non piove non si fa la prima. Annoinquesto giorno d'oggialle diecin'avevo presi cinquantasei! estamani... dianzi me ne son venuto all'otto per la messas'era presotre uccellucci e un maledetto falco che m'ha rovinatoguardimezzaquesta mano. O a Firenze ne pigliano?

-Per dir la veritànon ne ho domandato.

-O il priore di San Gaggio ne piglia quest'annone piglia?

-Che sappia io... non glielo saprei dire.

-Ah! perché venerdì passato mi mandò a dire chenon aveva fatto nemmeno l'ingabbiature. Dice che c'è padreLorenzo della Santissima Annunziata che non sta punto bene. Che èvero?

-Se debbo dirle la verità... non lo so.

-O dunqueo che non sa nulla lei?

-Le dirò... Parliamo piuttosto di lei. Mi diceva ora il signorCosimo...

-Io torno un momento alla tesa. Il desinaredite Cosimoper che ora?

-Ditegliela voi a quelle donne l'ora che vi fa comodo.

-Ah! eccone una!disse don Paolo che era sull'uscio per andarsene.

-A che ora si mangiaFlavia? a mezzogiorno?

Lasignora Flaviamoglie del mio ospiteaccennò di sìcol capo entrando nella stanzamentre il Cappellanoinsalutatoospitese n'andò alla tesa. Mi venne incontro pari parimidomandò come stavomi disse che ci aveva piacere prima che iole rispondessi - benee si piantò a sedere a guardarmi. Ilsor Cosimoche faceva tutte le parti:

-VediFlavia: questo è quel signore che ti dicevo l'altrasera.... E la sora Flavia daccapo.

-Che fa? sta bene?

-Sissignora

-O la su' sposa?

-Benissimo: grazie.

-La saluti. Eppoiguardando il marito come per domandargli se midoveva dire altrosi rimise zitta a contemplarmi.

Perfortuna il signor Cosimo mi levò dall'imbarazzo di trovare untema per la conversazione e la riattaccò colla politica. Edessendoci allora sul colmo la questione di Tunisinaturalmente cascòaddosso a Tunisi e s'arrabbiòs'infiammòe spiattellòsbuffando le sue idee sulla politica esterae concluse che se lui e'l su' fratello prete fossero stati al ministeroi Francesi aTunisia non c'erano neanche per la misericordia di Dioperché...Ma lo interruppe la signora Flavia per domandarmi se nella roba delmio vestito c'era cotone. Tenni dentro una risata e le risposi a casodi no.

-E allora costerà dimoltoeh?

-Sì... mi pare sette lire il metro.

-Ahfanno a metri loro! Dev'esser roba bonaperò! VediCosimote l'avresti a fare compagno...

-Sìesìebenedetto vizio di venire a troncare idiscorsi in bocca! se ne parlerà poi... poi se ne parlerà.E rivolgendosi di nuovo a me:

-Perché se la Francia.... Ed era per riattaccare su Tunisiquando si vide aprire la porta e compare la sua sorellala signoraOlimpianubile sulla cinquantinaquella che i contadini m'avevandato come una letterata.

Avevaun vestito celeste chiaro sbiadito col cerchiouna mantiglia colorpulce sul braccioin capo una pamela di paglia giallo-sudicioguarnita con un tralcio d'ellera naturalee due pendoni di capelliimpecettati le scendevano con dolce voluta quasi fino sulle guanceleggermente salsedinose. In una mano aveva l'ombrellino da sole e unmazzetto di vainigliae nell'altra un libro dentro al quale teneval'indice per segno. Si avanzò con disinvoltura ostentataecon un inchino a occhi strizzati: - Oh! signoremi disse- ella èbenvenuto in questo modesto abituro.

-Delizioso abiturosignorinadove non vorrei essere importuno.

Strizzògli occhi di nuovo e mi sorrise. E sculettando meglio che potevaandò a sedere con le spalle voltate alla finestra. Legrossolane malizie di fanciulla molto matura le conosceva.

Iola osservavo con la più grande attenzionequando mi sentoarrivare una gran manata sulle spallee il sor Cosimo mi dice:

-Sentirà come scrive in poesia quella ragazza! Ce l'hai costìOlimpiaquel sonetto che facesti domenica passata?.

-Quell'odeviavolevi dire.

-Sie... o sonetto o odeè lo stesso. Ma sentisse!... collerime e ogni cosa!! Ma gli dico!... Faglielo sentirevia.

-PoiCosimopoi.

Diomi tenga le sue sante mani in capo! E rivolgendomi alla signoraOlimpia che teneva sempre il dito nel libro:

-Che cosa legge di bellosignorina?.

-Do un'occhiata al Leopardi.

-Ah!... Ah...

Eil sor Cosimo:

-Bello! bello! bello!.

-Lo conosce anche leisignor Cosimo?

-Perbacchissimo! Ce lo lèsse domenica passata alle frutte checi fece pianger tutti come bambini.

-NoCosimoavete inteso male. Il signore voleva dire di questo libroqui.

-Ah! io!? chèchèchè! Dicevo del sonettoio.Ma poi lo sentirà... E gli devi dire anche quello di quandovestirono abate il figliolo del Calamai. O quello! Eppoi... Ma checrede che ce n'abbia uno? Ce n'ha una cassettata tutta piena cheseuno è belloquell'altro non canzona... Poipoi sentirà.

Ioche ero impaziente di sentire i suoi giudizi sul Leopardi:

-Come trova cotesta letturasignorina? domandai alla signorinaOlimpia.

-Le diròmi rispose- per dire la veritàin fondo nonci sono ancora arrivata... mase devo essere sincerami pare che cisia poco interesse.

-Ah!

-Non le pare a lei?

-Eh! in certo modo... sì...

-Scusi; non c'è mai un episodio finito. Lei trova Consalvo(quellagiàè rubata dal Tasso: la scena di Clorindae Tancredi); trova Consalvova bene? Consalvo muore; eppoialmenofin dove sono arrivata iodi lei non se ne sa più nulla. E lostesso è dei caratteri! Ci sarebbe quello di quella Nerinache sarebbe bello; maDio mioè così pocospiegato!... Ne conviene?

-Eh! sìper dire la verità...

-VedeteCosimose avevo ragionequando se ne parlò l'altrasera colla signora Amalia!

-Ma lo credo!disse il sor Cosimoapprovando con una gran risata. -Ma che ti vorresti confrontare con quella superbiosa lì? Vadasett'anni alle Salesiane come ci sei stata teeppoi venga aragionare. Tanto è inutiledisse poi mezzo stizzito-m'hanno a tirar fòri quanti gli pare; ma come il Metastasio...Che dico male?

-Tutt'altro....

-Ma che mi burla! Io scommetto che anche a mettersi in cento... se sonboni di scrivere tanti libri... neanche la metà di quelli cheha scritto lui. Ma poi come bene! E non ce n'è stati altriveh!


Chiamagli abitator dell'ombre eterne...


Ah!no; questo è dell'immortale Torquato...


Sognail guerrier...

Sognail guerrier le...?


-Sìsi; questo è veroripreseinterrompendololasignora Olimpia che al discorso del fratello aveva sempre mosso latesta approvando. - Il Metastasio va lasciato stare; ma anche questoquibadateCosimoè carino dimolto. E anche lui ha scrittocon que' versi uno più lungo e uno più corto che mipiacciono tanto perché c'è il comodo di metterci quantivocaboli si vòle... Ma come son difficili! e come li trattabene anche il Clasio!

-O quellosaltò su il sor Cosimo: - o quelloche èscritto poco benecon tutte quelle sentenze!...


Mal'uom saggio mai non falla

Néin superbia né in viltà;

Osia brucoo sia...


-O le <I>Mie prigioni</I>!?

Ioero rimasto rintontito.

-Bravobravo Gostino! posa costì sulla tavola e mesci alsignoredisse il sor Cosimo a Gostino che in quel momento entròcon una bottiglia e un vassoio di bicchieri.

-Sentirà che questo gli garbami disse Gostino mescendomi. -Le fanno appassire loro l'uve?

-AndateandateGostinogli disse la signora Olimpia.

-LestoGostinocontinuò il sor Cosimo- andate a prenderedu' altre bottiglie: una del '62 sulla tavola di cantina fonda eun'altra del '59 (l'anno della rivoluzione!) e sentiràrivolgendosi di nuovo a me- sentirà che come quellonon perfargli tortoma come quello lei non n'ha mai bevuto.

-Ma... mi basta questosignor Cosimo.

-'Gnamo'gnamo: smettiamo coi complimenti... Intanto un altrogocciolino di questoeh?

-Grazie: non lo potrei beresignor Cosimo. Non sono abituato...

-Guardine ripiglio anch'io: per compagnia prese moglie un frate...Glielo mesco?... Lo butti viama glielo mesco.

-E allorase vuole cosìme ne dia un altro sorso pergradire... Basta... basta così...

-Nossignore! o pieno o nulla.

RitornòGostino con altre due bottigliee allora mi furon tutti addossocominciando dalla signora Flavia e non escluso il servitore stessoperché assaggiassi anche di quelle. Il signor Cosimo mireggeva il braccio.

Cosimomescevae le due donne mi scongiuravano con gli occhi perchénon volessi far loro il torto di rifiutare quella gentilezza.

Resisteiun poco; ma finalmente mi toccò a cedereed ebbi lamalaventura di lodarne la qualità e d'osservare che nonsolamente dovevano avere uve squisitema anche vasi e cantineeccellenti. Non l'avessi mai detto!

-Gliele voglio far vederedisse subito il sor Cosimo. M'infilòa braccettoelasciate le donne in salottocon Gostino avanti checi faceva lumemi trascinò in cantinaora dicendomi - badic'è un altro scalinoora - abbassi il capoe mostrandosifinalmente più maravigliato di me di quella bellezzala qualenon era altro che una stanza tutta ragnatelicon quattro botti a unaparete e due caratelli in un angolo.

Bisognòche mi maravigliassi e che lodassi anch'io qualche cosae lodaigiudicandone dai muri di fondamentola solidità della casa.

-Ora gliela faccio vedere.

Dallacantina si risalì al piano terreno che mi fece girar tutto:salotto da pranzostanza da stirarecucinafornodispensaarmadia muro... Eppoi la scala nuova che prima era dove ora è lacoppaia; eppoi lo scrittoio che il su' fratello prete lo voleva faredove ci levarono la stallama che c'era umido... Eppoi su al primopiano dove mi fece entrare di sorpresa nella camera della soraOlimpia che era allo specchio a provarsi la mantiglia color pulce. Eviatutte le altre camerela salai salotti e perfino i due luoghidi comodoche uno bisognava che lo levassero perché dava noiaal pozzo... - Ora guardi che occhiata!... e quello è l'orto.Dopo s'anderà anche lì; ma prima gli voglio far vedereanche il secondo piano.

Andammoanche al secondo piano; e dopo avermi fatto girare una ventina diminutiillustrandomi ogni stanza con gli avvenimenti piùnotevoli in quelle accadutidallo stanzone dove fanno i bachi allostambugio dove il Cappellano mette in chiusa i fringuellotti daaccecarsisi fermò davanti a una porta per la qualefacendomi prima alcuni segnali che volevano prepararmi ad ammirarequalche cosa di veramente straordinarioil sor Cosimo m'introdussein una cameruccia disfattadicendomi che indovinassi chi ci avevadormito la settimana passata.

-Che vòl che sappiacaro lei?

-Gliela do in mille... Nientemeno che il sor Angiolo!!

-Andiamo!esclamaicosì per dare un po' di soddisfazione aisuoi entusiasmi! E luipresa sul serio la mia esclamazionemi tessésul tamburo il panegirico del sor Angioloil quale eranientemenoche il fratello dell'arciprete Dòdoli e nipote del benemeritosignor Canonico Sinigagliache era venuto con lui quando Monsignorelo mandò a fare i saldi alla fattoria delle Monache!... - Hacapito?... E ora deve vedere anche la piccionaia... Sta'!... Si vedràpoiperché ora non c'è tempo da perdere. Sònal'entrata e bisogna far prestoperché la messa cantatadell'undici la dice il Proposto delle Sièpole che è ilDio della furia. Bon omoperòveh! Ah! E con lui citroverebbe il su' pascolo anche lei perchéchieda e domandilui sa ogni cosa. Ne parli anche colla mi' sorella... qui ci dormeGostino!... e sentirà che razza di talento è quello...E quivede? Prima c'era un uscio che metteva nel granaio; ma si fecechiudere per via de' topi. Poi gli farò vedere ogni cosa: maora bisogna andarese no s'arriva che è entrata.

Infondo alle scale c'incontrammo col Cappellano che tutto sbuffantetornava dalla tesabrontolando della furia del Proposto. - Che avevapaura di non essere a tempo a desinarequello strippone? AvviateviCosimofatemi il santo servizioaccidenti a questi lavori! editegli che si parino intanto loro e che io fra dieci minuti vengo;se nose la cantino da sé e non mi scoccino...

-Vede?mi disse il sor Cosimo- lui è sempre a quellamaniera. Quando non piglia uccelli diventa una bestia. Vengavenga;queste donne verranno da sé.

-Son bell'e andatesor padronedisse Gostino.

-Meglio così. Andiamo.

Eioche avrei avuto tanto bisogno di sciorinarmi e di riposarmi unmomentomi misi dietro al sor Cosimo cheper paura del fratelloallungava tanto il passo da tenergli dietro a fatica.


Attraversoa una caligine grassa di sudore e di moccolaiaosservavo la scena.Nell'emiciclo del coroi cantorifra i quali il sor Cosimoches'era messo in prima linea a sinistraper non restare invisibiledietro all'altar maggiore; intorno all'altarei preti celebrantiimbacuccati nei loro piviali ricamati d'oro che mandavano riflessiabbaglianti secondo che si movevanopercossi da un raggio di solegiallastro e polveroso che da una lunetta semichiusa attraversava indiagonale la chiesa. Poi uno spazio liberoe dopodue ali di pancheper le donne; in mezzoquattro o sei eleganti alla modadalfazzoletto bianco sotto i ginocchiunti nei capelli e inchiodatinelle scarpee in fondogli uomini serîi veri credentisenza ostentazionele luccicanti zucche pelatei catarriproduttivile pezzòle da naso turchine.

Lasignora Flaviain una panca separata dentro alla cappella de' settedoloripregava calorosamente con la faccia quasi nascosta nel libroe la signora Olimpiache le sedeva alla destrafantasticavasorridendo angelicamente verso qualche fantasma che pareva attirare isuoi sguardi su nella misteriosa penombra delle navate.

Imantici dell'organo russavanoe dai pieni polmoni scappava fuoridiquando in quandouna nota sola e fuggiasca o un <I>do-re-mi-fa</I>bricconcello che faceva voltare subito lietamente il sor Cosimo versodi me e il Cappellano verso l'organocon due occhi da basilisco chemettevan terrore.

Lemontagne stanno ferme e gli uomini camminano. Quando il sor Cosimoinfilando in fretta l'uscio della Canonicam'ebbe lasciato sotto ilporticato della chiesami dette nell'occhio un uomo decentementevestitola cui fisionomia non m'era punto nuova; e nemmeno parevache la mia fosse nuova a luiperché nell'incontrarci chefacevamo passeggiando in su e in giùmi ficcava gli occhi inviso e quasi pareva che accennasse a un sorriso amichevole e arivolgermi la parola. Io facevo altrettantoquandopassandomi perla terza volta vicinopronunziò a bassa voce il mio nome: mivenne allora subito in mente il suomi voltai e ci abbracciammo conuna stretta e un bacio affettuosamente fraternoche quando ciguardammo negli occhili avevamo umidi di lacrime.

-Dopo diciannove anni! O come mai ti trovo qui?

-Sono medico di questo comune. E tu?

-Son qui per diporto.

-Verrai a desinare da me.

-Sono impegnato.

-Da chi?

-Poi se ne parlerà. Ora parliamo di noi; dimmi di tede'nostri amicidella tua vita... Ahperdio! quanto avrei bisogno disapere da tequante notizie da chiederti di tanti vecchi compagnid'Università... e quante avrei da dartene io! E qui un assaltodi domande: - E del tale che ne fu?... E il tal altro che fa?...Tizio è vivo?... Caio dove si trova? E quasi ad ogni notiziareciproca corrispondeva una voce di rimpianto e una parola dicommiserazione: - È morto!... È un disgraziato!...Scappò e non se n'è saputo più nulla... Èin galera. E raramente: - Sta bene... Vive... È contento.

-E tu come te la passi?

-Da medico di campagna.

-E coi paesani?

-Male.

-Perché?

-Non sono una bestia come loro e sono un galantuomo.

-Ti capisco. E con le autorità locali?

-Male. Sono in odio al Sindaco e mi toccherà andarmene presto.

-La ragione?

-Ebbi l'imprudenza di contraddirlo in pubblica farmaciaquandoaproposito di galateocitò monsignor Della Casa e FlavioGioia.

-E chi è questo mostro di sapere?

-La più agiatala più coltala più rispettabilepersona del paese: un certo signor Cosimo...

-Il mio ospite!

-Sei da lui?

-Sono da lui.

-O come mai?... Ma orano; dopo desinare verrai a trovarmimiracconterai tutto e staremo insieme fino alla tua partenza. Ho moltecose da confidartiti accompagnerò alla stazione col miocavalluccio; ma ora entriamo in chiesaperché la messa ècominciata... Sorridi?

-Penso che diciannove anni indietro un invito simile non mi sarebbevenuto da te.

-Ho sei figlioli!

Mifece strada in chiesa mentre iostandogli alle spalleosservavorattristandomi la sua cambiata persona. Quante speranze svanite!Quante illusioni stavano raggrinzate giù dentro all'anima diquel corpiciattolo smuntogià più che mezzo canuto!...E quel provvidenziale egoismo stillato dalla natura anche nell'animodei migliorivenne a soccorrermi; e le mie malinconiche riflessionimi si convertirono in una spasimosa compiacenza confrontandomi conlui.

-Ecco i miei padronimi disse sorridendo amaramenteappena ci fummofermati in un angolo in fondo alla chiesa. - Sono tutti lassù.Conosci nessuno?

-La famiglia del signor Cosimo e nessun altro.

-Merita il conto di presentartene qualcunoperché son degnidella tua attenzione. Non sarebbero cattivise non li facessepessimi la loro ignoranza orgogliosa. Tutti celebriperò!tutta brava gente; tutti ammiratiperché il resto èpiù ciuco di loro. Vedi quello che celebra? è un certoProposto delle Sièpole. Teologo profondonegoziante d'oliconfessore delle monachemangiatore strepitoso e gran protettoredelle molte sue nipoti. Non mi vuol benema mi tollera dopo che locurai d'una indigestione di cacio salato e baccelli.

IlProposto delle Sièpole in quel momento sedeva tutto compuntoe dal suo stallo d'onorestringendosi al petto le bracciaincrociatemandava occhiate e sospiri al cielo.

-E vecchiotto però!osservai.

-Sopra la sessantina. E quello che gli sta alla destracontinuòil medico- è il suo Cappellanoil quale mi fa una guerraaccanitaspargendo nel contado che sono un ereticoperché mirifiutai di fargli un certificato falso di malattia. Credo che fraloro non se la dicano molto per ragioni di nepotismo. Però nonsi lasciano mai; e l'occupazione del Cappellanoquando seguita ilprincipaleè d'annacquargli i moccoli. A ogni primieraammazzatail Propostoun "Giuraddio!" e il Cappellano un"Bacco". E così vanno avantisalvando l'apparenza el'anima; ma il Proposto qualche volta la crede una umiliazione e sen'ha per malee lo rimprovera; e alloranella stizzai "perdii"gli scivolan giù come chicchi di corona sfilati; e ilCappellano coi suoi "baccobacco" ripara a tuttoimpassibile alle minacce e pronto al martirio piuttosto che cedere. Èil primo cacciatore di lepre dei dintorni e giuocatore di briscola dasfidare la piazza. I popolani l'adorano perché dice la messain dieci minuticonfessa a maniche larghee a chi gli fa de'soprusilegnate da olio santo.

Quelcosino magro dalla parte di qua è uno de' così dettipreti spiccioli; è un buon figliolopovero in cannache conuna salute da far pietà s'arrabattta a tirarsi avanti con unasorella vecchia e due nipotini che educa e istruisce da séfacendo da maestroda zio e da babbo; e intanto s'aiuta con altriquattro o cinque scolarucci che può raccapezzare a una lira almesee campa non si sa comemantenendosinella sua miseriaillibata la reputazione di cittadino onorato e di sacerdoteesemplare. E quel che più montaegli<I>rara avis</I>non invoca la maledizione di Dio sulla sua patria. In paesecome èfacile a capirsio non se ne occupano o lo rammentano con disprezzo.

Quell'altroè il fratello del sor Cosimoche tu conosci. Ti diròqualche cosa anche di lui; ma ora inginocchiamociperchésiamo all'elevazione.

Tuttoil popolo si prostrò in un solenne raccoglimentoe l'organoallargandone il tempotravestì da adagio maestoso l'allegrodel <I>Trovatore</I>: - Di quella pira l'orrendo fuoco.

Allacerimonia della consacrazione tenne dietro il solito rumore confusodi stropiccio di piedidi tintinnìo di medaglie el'indispensabile scarica di tossicone generale. E l'aria si facevasempre più pesa e nauseantequando il medico riattaccòsotto voce la conversazione.

-E il fratello del sor Cosimodetto di soprannome Cotennaèquel tale chenientemeno... E qui mi si accostò all'orecchioe mi disse:

-....

-Andiamo!esclamai meravigliato. - Tutti i giorni?!

-Sulla mia parola d'onore!

Ilsor Cosimo mi sorrideva in fondo alla chiesa e mi accennavaall'organo come per dirmi: - Ha sentitoeh? che razza di strumento eche sonatore!.

-E quello con quel ciarpone di seta nera al colloche èinginocchiato accanto al sor Cosimocontinuò il Dottore- èlo Stelloni mugnaioassessore della pubblica istruzione. Il sorCosimo lo prescelse alla caricaperchévista l'antipatia chefin da bambino lo Stelloni aveva dimostrato per le scuolepotétranquillizzare il Consiglio che lui delle spese inutili non neavrebbe fatto fare. E l'assessore Stellonifedele al suo mandatonon ha mai messo piede in una scuola. Lui dice per noncompromettersiperché le cose non vanno a modo suo; lacanaglia dice che ha paura di dovere interrogare i ragazzi. Èun buon diavoloperòe non ha odio con altri fuori che colmaestro comunalequel giovanotto pallido lì dalla pilettaperché sopra un componimento del suo figliolo corresse<I>appetito divoratore</I> dove era scritto <I>appetitodivoratrice</I>. Lo Stelloni lo compatì benignamentefinché la questione rimase dubbia; ma quando fu accertato cheil maestro aveva ragioneil benigno compatimento dell'Assessore siconvertì in odio implacabilee ora cerca tutte le gretole perpoterlo mettere nella strada a morire di fame.

Quelvecchietto magroin capo fila a destraè uno dei piùricchi possidenti del paesecavalocchi e notaro in ritiro e giàSindaco prima del sor Cosimo. La sua passione è di schiacciarele noci colla testa e di contraddire sistematicamente in Consigliotutto quello che il signor Cosimo propone. Si è immortalatocon due iscrizioni che ha fatto porre col proprio nome in letteremaiuscole durante la sua gestione: una al pozzo pubblico quando cifece mettere la pompae un'altrache eccola laggiù dove èquello scalcinatoquando fece ridorare a sue spese il ciborio allacappella de' sette dolori. Braccò il sindacato per far passareun braccio di strada obbligatoria dalla sua villa; ma poinonavendola potuta ottenere ed essendogli stata imbiancata la propostapel cavalieratosi ritirò fremendoe ora si sfoga a fareopposizione in Consigliomanda via un contadino l'anno e dice ira diDio del Governo in ogni occasionenon esclusa quella che la brinatagli sciupi nell'orto i pomodori primaticci.

-E tu sei alle mani di questa gente!osservai.

-Sono alle mani di questa gente.

L'- <I>Itemissa est</I> interruppe il nostro colloquio.Il Proposto delle Sièpole lo annunziò a occhi chiusiagiugulari iniettate e a gote livide sull'ultimosollevando la testaper trovare note di voce più poderosein mezzo agli altripreti che stavano reverenti ai suoi fianchi. E se lo patullòper due minuti buonifinché dopo un <I>i... i... i...i...</I> che pareva non dovesse finir piùrotolòsfiatato: - <I>issa est</I>.

Ilsagrestano s'avventò collo spegnitoio alle candele; i pretiallicciarono verso il desinaree il popolodopo un breveraccoglimentos'affollò alla porta per uscire.

Quandofummo sotto il porticatoil medico mi lasciò subito perfuggire l'incontro de' suoi padroninon senza avermi prima ripetutocaldissimamente che dopo desinare fossi andato da luiche mi avrebbeaccompagnato alla stazione e che aveva cose importantissime da dirmi.

Ilsor Cosimo venne correndo a ritrovarmiaccompagnato da varie personealle quali mi presentòdandomi di gran manate sulle spallescansando il lei e dicendomi un monte di villanie per dare a credereche con me ci aveva confidenza. Aspettammo un momento il Cappellano ele donnee tutti insieme ci avviammocome disse il sor Cosimo eripeté la signora Flaviaa far penitenza.


Almomento d'andare a tavola il sor Cosimo mi dissedandomi unostrizzone: - Oggi si deve stare allegri! Bravobravobravo!. Lasignora Flavia mi ripeté per la sesta volta che avrei fattopenitenzaperché non avevano alterato per nulla il solitodesinare delle altre domeniche.

-Dio mio!...esclamaifingendomi di esser mortificatoma in realtàperché non ne potevo più di ogni cosa. E con lasignorina Olimpia che ci precedeva sculettandodopo avermipresentato un'occhiatina ladra e un mazzetto di gelsominientrammonel salotto da pranzotutto parato per le grandi occasioniin unambiente odoroso di biancherialevata allora allora di fra le melecotogne e lo spigo.

-Ecco quiribatté il sor Cosimo- noi non si fa complimenti;un po' di minestraun po' di lessucciodu' altri gingilli come ilsolitoe s'è finito. Si segnò e recitò il<I>Benedicite</I>.

Ilbambinoche appena entrato in salotto era rimasto a bocca apertaguardandosi d'intornoquando ebbe visto i preparativi tutti especialmente una tavola in disparte tutta piena di crostinidolci ebottiglienon poté più reggereerivolgendosi a meurlò battendo le mani sulla tavola:

-O Diobene! Guardateoggi che ci siete voiquanta bella roba c'è!.

Ilsignor Cosimo gli lasciò andare un calcio di sotto la tavolache per fortuna non lo prese; ma fra i commensali si sparseistantaneamente un silenzio glaciale.

Ledonne sospirarono; gli uomini rimasero a guardare il bambino con dueocchi da incenerirloe io mi voltai al signor Cosimo a domandargliche cosa il bambino aveva detto. Il mio stratagemma riuscìperfettamentee tutte le fisionomie erano già rasserenatequando comparve Gostino in maniche di camicia a mettere in tavola lazuppiera.

Lasignora Flavia lo chiamò subito e gli disse qualche cosaall'orecchio. Al fritto Gostino tornò con la cacciatora e colcappello in capo. La signora Flavia lo chiamò di nuovoequando tornò col lesso comparve senza cappello. interrogandocon gli occhi la padrona come per domandarle: - Ora va bene?. Lasignora Flavia gli rispose di sì col capo; ma il signor Cosimogli disse con un'altra occhiata che quelle cose avrebbe dovutosaperle da sé. Gostino con una spallucciata gli fece capireche l'avevan seccatoe mi disse che pigliassi un altro po' di pollo.

Questagentilezza di Gostino fu il segnale dell'attacco. Il vino avevacominciato a rallegrare la comitiva e più che altri il sorCosimo. Un contadino venne a dire che al paretaio del signorCappellano avevano fatto un tiro di sette frusoniper cui anch'eglirallegrò il suo umoree mi trovai investito allora in pienodalla spaventosa valanga delle cortesie di cotesta buona gente.

Gostinomise a sdrucciolo il piatto del pollo sul mioe giù una franadi ciccia da sfamare un can da pagliaiofatta rovinare dallaforchetta del sor Cosimo e da una gran manata del Cappellano nelgomito di Gostino.

-Non lo finisco.

-Senza panepermio!

-È impossibile.

-Dunque è segno che il pollo non gli piace! E giùancheuna targa di manzo. E bisognò che mangiassi ogni cosatormentato a doppio dal pensiero che ancora non s'era a nulla!Infatti cominciò subito la succulenta dinastia degli umidi.Sette ne comparvero! Due di pollo; uno di vitella di latte; due dicarne grossa; uno d'animellee l'ultimo di tacchino coimaccheroni... Scoppiavo!... E bisognò assaggiarli tutti!...tutti! Quello bisognò prenderlo perché era col cavolfioreuna primizia! quell'altro perché se no si sarebbeguastata la relazione; questo perché è con gli spinaciche ora sono una rarità; quest'altro perché ci ha fattola salsa la signora Olimpia... Dio signore! non ne posso più.E crepavo di ripienezza e di caldoecome se tutto il resto nonbastassele mosche insistenti dell'autunno mi finivano di conciareimpaniandomisi al sudore che mi colava a gore giù per legote!... E il sor Cosimosempre più ferocem'assaliva conuna cucchiaiata d'erba perché era roba leggierae il pretecon una stiappa di ciccia che mi buttava nel piatto da lontano; e inquel tempo Gostino badava a predicarmi di dietro che non mangiavonullae la signora Flavia a lamentarsi che non mi fosse piaciuto ildesinare!

-Ecco l'arrosto! ora siamo in fondo; coraggio! Ma coll'arrostocominciarono le bottiglie. Il prete n'agguantò per il collouna di vin santoil sor Cosimo una d'aleatico e Gostino una divermùtte spumante.

-Aspettate! no... no... aspettateGostino!gridavano le donneparandosi coi tovaglioli. E il sor Cosimoposato l'aleatico:

-Ah! permio!esclamò- quaquami ricordo dell'altra volta.Guardivolgendosi a me- guardi che chiosa nel soffitto. Orasentirà che lavoro è questo. QuaquaGostinolavoglio stappare da me.

Ilsor Cosimo in piedicon la bottiglia spianatacercava un postonella stanza dove rivolgerne impunemente la boccama non lo trovava.Su c'era il soffitto dipinto; giù la stoia nova; di faccia ledonne che s'eran buttate il tovagliolo in capo e si tappavano gliorecchi con le dita; a destra il prete e la credenza bona...

-Alla finestrasor padrone!gli gridò Gostino.

-Bravo Gostino! E andò alla finestra dovedopo che ebbelavorato un pezzoadagio adagio e colla massima precauzionesisentì a un tratto un gran:

-Giurammio! o come mai?.... E per assicurarsi meglio continuò amandare in su col dito pollice il tappo che finalmente cascò apiombo ai piedi del boia come la testa d'un decapitato.

-Un'altraGostino; subito! E quell'altra venne; ma appena tagliato lospagofu una catastrofe. Il vino schizzò via soffiando comeun gatto arrabbiato; e il sor Cosimo che girava in tondo per scansareogni cosainfradiciò invece ogni cosafra i sagrati delCappellano che aveva avuto una zaffata nella nuca e gli strepitidelle donne che s'eran ficcate col capo sotto la tovaglia.

-Un'altraGostino!

-Cosimoper carità!...esclamaron le donne.

-Mi parete diventato un ragazzo!brontolò don Paolo. Ma il sorCosimo ormaivisto compromesso il suo decoro di enologo premiato dase stesso alla mostra che fecero per la fiera anno di làvoleva andare in fondoe ci arrivò finalmente con onore.Gostino portò una terza bottigliala quale lavoròstupendamentee la pace fu ristabilita.

Mala tempesta delle gentilezze si scatenò addosso piùfuribonda che mai dopo il buonumore suscitato nei miei aggressoridalla riuscita dell'ultima bottiglia. Mi trovai il piatto pieno acupola di uccelli che mi piovevan da tutte le parti; e uno me ne tirònel viso il bambino fra le risate dei parenti che restarono sorpresidello spirito di quel ragazzo. E anche quelli mi toccòmangiarli!...

-Senza pane!

-Sissignore; accidenti a' fornai!dissi ridendo in un certo modo chedoveva parere che volessi mordere. La signora Olimpia volle poi cheaccettassi da lei una stipaiola.

-Un uccellino di becco finesignoremi disse- è tantodelicato!

-Da leisignorinanon posso ricusarlo.

-È l'ultimo! gridai nel fondo del petto- sacrifichiamoci peruscirne.

-Graziesignorina; ma si accerti che faccio un gran sacrificio.

-Gliene sarò riconoscente per tutta la vita. E guardòsorridendo dietro alle mie spalle. Mi voltai e vidi il Cappellanochebranditi due bravieri per le zamperigido come la statua delFatome li affondava nella facciadicendomi freddo e arcigno:

-Questi non li rifiuterà di certo. Gli ho presi io stamaniefreschi e grassi cosìlei a Firenze non li trova; ose litrovaper meno di quattro palanche l'uno non glieli dànno.

Meli posò nel piatto e rimase a guardarmi con gli occhistralunati da un accesso di simpatia avvantaggiata dall'ultimobicchiere d'aleaticoche secondo mecominciava a lavorare a velegonfie.

Poivenne l'insalata coll'ova sodepoi le fruttapoi i dolcipoi altrebottiglieeppoi... perdio! fu finita. Ma credo che anche i mieivincitori avessero poco da cantar vittoria. Era uno sbracalìogenerale di calzonidi panciotti e di fascette: sbuffate da tutte leparti e ceffi infiammati e occhi rossitranne la signora Olimpialaqualevivendo tutta di spiritos'era mantenuta inalterataposandosempre in attitudini soavi e mostrando qualche voltanei momenti piùserîuna gentile pietà per la mia posizione.

Ei nostri discorsi durante il pranzo? Nulla! Fu una lotta sorda econtinua di offertedi repulse e di nuove offerte; di - pigli e di -grazie; di - lei non mangialei non bevee di risa sgangheratetutte le volte che avevano inventato un nuovo tranello per farmiscoppiare.

-Le poesieOlimpiale poesie!urlò il signor Cosimo allasorella- il sonetto del Calamai!

Iomi volsi subito alla signora Olimpia per leggerle negli occhi lagravità di quello che mi minacciava; e la vidi atteggiata auna espressione che mi fece pena. La signora Flavia mi destòlo stesso sentimento e perfino nella faccia del bambino mi parve discorgere qualche cosa che sapeva di paura. Guardavano tutti il signorCosimo in aria pietosamente interrogativaeppoi si volgevano in unpunto verso il fondo della tavolaalla sua destra.

Inquel tempo il signor Cosimo chiamò con voce alterata Gostinoil quale comparve con due contadinicheagguantato don Paolo sottole braccialo trascinarono quasi di peso fuori della stanza. Iom'alzai di scatto per prestarmi in aiuto; ma il sor Cosimo mitrattenne dicendomi in aria mista di dolore e d'umiliazione che nonmi spaventassi perché era cosa consueta.

-Fra un paio d'ore non è altro. Insulti di core. Quando luis'aggrava un po' di cibo...

-Ma perché non cerca di moderarsi? Il sor Cosimo si rinsaccònelle spalle.

-E gli accade spesso?domandai.

-Tutti i giornipovero zio!mi rispose la signora Olimpia. - Ah! èun grand'incomodo quello!

-E il medico che dice?

-Ah!esclamò il sor Cosimo. - Giusto! lei lo conosce quel...quel... Il medico rideglielo dico io quel che dice il medico: ilmedico ride; e quando si mandò a chiamare la seconda volta peruna di queste solite mancanzedopo che gli ho fatto avere io lacondottaio capisce? io gliel'ho fatta avere! ebbe l'<I>audacità</I>di dire a quel pover'omo: "Cappellanoun'altra voltal'annacqui". Ha capito cosa dice il medico? Ma in casa mia nonci ha messo più piedee spero bene... ehFlavia?

Gostinovenne a dire qualche cosa nell'orecchio al padroneil quale glirispose indispettito che ci buttasse un po' di segaturache ciripulisse subito e la facesse finita.

-Ooooh! allora allegriperché tanto non è nullaFlaviail caffè dove ce lo dài? qui o nell'orto?

-Lasceremo decidere al signore.

-Nell'ortonell'orto!dissi subito iodesideroso d'uscire da quellestrette e di godermi una boccata d'aria autunnaletanto piùchea maggior contrasto col mio compassionevole stato diprigionieroera una giornata incantevole. E da due ore invidiavo ifringuelli del paretaioche si sentivano nel poggio di faccia tirarei loro versi boschereccie le lodole di passo che trillando siallontanavano giù nella caligine del piano dalla parte dimezzogiorno.

Ilsignor Cosimo si allontanò dicendomi che tornava subito. Lasignora Flavia corse dietro a Gostino che era venuto a chiederle lechiavi della legnaia; il ragazzo s'era addormentato attraverso a dueseggiolee anche la signora Olimpia mi lasciòfrettolosamentedicendomi che una forte necessità lacostringeva ad allontanarsi.

Maio non connettevo quasi più. Gonfio come un rospo e con uncerchio di ferro alla testaaccesi un sigaroallungai le gambesotto la tavolae mi lasciai andare col capo all'indietro sullaspalliera della seggioladove avrei schiacciato tanto volentieri unpisolinoperché proprio ero fatto. Quando sentii una granstrappata al campanello che avevo suonato io la mattina arrivandoei miei ospitimeno don Paolotornarono di corsa nella stanzaannunziandomi che c'era que' signori al cancello dell'orto e chebisognava andargli incontro.

-Vengovengo subitodissi quasi in sogno; e mi mossi automaticamentedietro a' miei ospiti. Gostino s'avviò di corsa ad aprireevidi venire avantisu pel vialeun gruppo sciamannato di cinquepersonetre preti e due secolari rossi come gallinacciche urlavanoe smanacciavano gesticolando come anime dannatementre una turba diragazzi e di contadini erano rimasti di fuoriparte arrampicandosisul cancello e parte col capo tra i ferria guardare a bocca apertaquello che si faceva dentro.

Ilsor Cosimo mi prese per un braccioe portandomi avantimi presentòal Proposto delle Sièpolepoi al suo Cappellano e al Piovanodel luogoe da ultimo all'assessore Stelloni e al Segretariocomunale.

Fummosubito condotti sotto la pergola dove i contadini avevan dispostodelle sedie intorno a una tavola di pietrae dopo poco arrivòGostinocolle maniche rimboccate perché aveva principiato arigovernarea portarci il caffè. Pareva che la conversazioneavesse dovuto continuare animatissima; ma invece si raffreddòper una certa soggezione credoche io forestiero davo a' queisignori; e fu uno stento di domande brevi e di risposte amonosillabifinché il Segretario non entrò negliaffari del Comune. Prima un po' di maldicenzaeppoi tiròfuori due fogli da far firmare al sor Cosimoil quale chiese subitoa Gostino il calamaio. Firmò mettendosi gravemente gliocchialie dopo rimase qualche momento a guardare di traverso lapropria firma con quell'aria dell'uomo soddisfatto che dice a chi losta a vedere - Ma che ne sistemo unoiodegli affari in capoall'anno!?.

-E il vaioloStelloni?

-Pare che si <I>promulghi</I> sempre di piùcarosignor Cosimo. Equel che è peggiosi fa malignorispose loStellonitirando in su col naso e accavallando le gambe. E qui ilcolloquio cominciò a farsi animato. E quasi che lo Stellonicon quel - promulghi avesse gettato la prima pietra d'un grandeedifizioil Proposto delle Sièpole cominciò a parlarede' suoi fiori <I>estatici</I>che lui li aveva giàmessi in casa per paura delle brinate. Il suo Cappellano mi disse chelui non era <I>agrario</I>perché limoninell'orto non ce n'aveva mai tenuti; e lo Stelloni mi fece anchesapere che qualche anno fa andava molto a cacciama ora s'era fatto<I>astemio</I>un po' perché le gambe non glidicevano più il veroe un po' perché il su' cane piùbravo era rimasto <I>alienato</I> nella vista degliocchiparedal grand'umido preso in padule. Riguardo a scuole mistemi osservò che eran molto economiche; ma che a lui quel<I>misticismo</I> di maschi e di femmine tutti insiemenon gli garbava né punto né poco. Il signor Cosimopoiper non restare al disottodeplorò di non potermi farvedere gli scherzi <I>acquatici</I> che aveva fattointorno alla vascaperché le chiavi dei <I>macchinismi</I>le aveva nel cassettone don Paolo.

Lasignora Flavia ci guardava smemoratacon gli occhi tra 'l sonnochespalancava tutte le volte che veniva più forte il rumore de'cocci dalla cucina dov'era Gostino a rigovernare. E la signoraOlimpiaforse disgustata da quella conversazione indegna di leigirellava pel giardinoaccarezzando con lo sguardo i suoi fiorifinché fermatasi davanti ad una rosa d'ogni mesetra le cuifoglie due api si abbaruffavano dolcissimamente:

-Cari insetti!esclamò.


-E suggendo un breve istante

Oraquestoora quel fiore

Nauseatadisprezzante...

Ahi!dicea...


-Sempre poetessa la signora Olimpiagridò il Proposto delleSièpole- sempre poetessa! Son suoi cotesti versisignoraOlimpiason suoi?

-Ora poiOlimpianon se n'escese no si fa tardisaltòfuori il sor Cosimo. - Il sonetto del Calamaie subitoperchéquello è una bellezza...

-È una meravigliaosservò il Proposto. - E ioguardil'ho qui... l'ho tutto quiche lo ridirei come se l'avessi davantistampato... Non n'ho sentiti altri!


Gioiscio giovin garzon: t'attende intanto

Ildivin Paracleto...


-Ah! perdio!...

-Bacco!

IlProposto delle Sièpole dette un'occhiata in tralice alCappellano; e la signora Olimpia si preparava a dire il sospiratosonettoquando s'affacciò all'uscio di casa don Paolo con gliabitile bracciala boccagli occhii capelli e ogni cosa agrondaiache si fermò sulla soglia a guardare fisso in terra.

Tuttigli andammo incontro a congratularci e a domandargli come stava...

-Còresignori mieicòre. E si portava le mani allaparte sinistra del pettostrizzando gli occhi e accennando a boccastravolta come una puntura che gli levava il respiro. E:

-Alla tesaCosimohanno fatto altro?.

-Altri cinquedon Paolo!gridò Gostino di cucina.

-Cinque? Dunque siamo arrivati a quindici oggi!gridò donPaolorianimandosi come per incanto. - Gostinola mazza e ilcappello.

Ilsor Cosimo ci fece d'occhio per dirci che bisognava andare alla tesaanche noi; un'attenzione che sarebbe stata graditissima al suofratello. Ma i tre pretiadducendo che fra poco sarebbe sonato avesprosi disimpegnarono bravamentee andammo noi quattro: il sorCosimoil Segretariol'assessore Stelloni e iocon grancompiacenza di don Paoloil qualeprecedendoci a sbalzellonimiraccontava che aveva fatto serbare un bel frusone maschio pel Prioredi San Gaggio e che io gli avrei fatto il favore di portarglielo.

Mail tempo passavaeran già sonate le tre; alle sei il trenopartivadal paese alla stazione c'eran tre quarti d'ora e io volevovolevo in tutti i modi stare un po' col mio amico dottorevolevosentire quel che aveva da dirmivolevo rinfrescarmi l'anima neiricordi della nostra giovinezzavolevosopra tuttoliberarmi daquella tortura che da qui avanti cominciava un po' troppo a passarela parte.

-Io... signor Cosimomi scusima ho necessità di arrivare inpaese.

-Le occorre qualche cosa?

-Sì... non ho più sigari.

-Eccogliene mezzo!mi disse a bruciapelo l'assessore Stelloni.

-Ma... avrei anche da scrivere una cartolina...

-Badiosservò il Segretario- che ora l'appalto lo troverebbechiuso.

-Gliela do ioe la scrive ora quando si torna a casami disse il sorCosimo.

Erainutile! Dirgli che avevo un appuntamento col medico era lo stessoche tirare uno schiaffo ai padroni di casa.

-Andiamo alla tesa. Ma se non dispiacesse a questi signorivorrei farpresto.

-In una mezz'ora si vasi sta e si tornadisse don Paolo. E sucomepecore dietro a lui cherimettendosi a vista d'occhio dell'insultodi cuoreanimato dalla sua passioneci faceva sfiatare su per unaviottola tutta sassi e ripida come un calvario.

Alcapanno accadde una scena violenta perché trovammo iltenditore addormentato. Si stette lì una mezz'ora senzaprender nullain tempo che don Paolosenza mai levar gli occhi dalfinestrino e dicendo ogni tanto: - Zittiecco roba!non si chetòmai a raccontarci sotto voce tutti gli importantissimiperfezionamenti che aveva introdotti nel suo paretaioe finalmentequando Dio vollesi venne via.

Manon tornammo diritti a casaperché il sor Cosimo volle farmivedere la coltivazione nuovaeppoi il bosco disfatto; e di lìdon Paolo volle passare dal paretaio vecchio per farmi fare ilconfronto con quello nuovo. Lo Stelloniper quattro passi di piùvolle che arrivassimo in cima al poggio per farmi vedere di lassùla sua casa; e chi sa dove diavolo m'avrebbero menatose le campanebenedette non cominciavano a sonare a vespro fitte fitte.

Eallora tutti giù a gran furiaperché senza il sorCosimo e senza lo Stelloniin coro non avrebbero neancheprincipiato. A casa bisognò ribere; le donne ci aspettavanogià preparate; Gostino domandò per che ora doveva esserpronta la cavallae andammo al vespro a passo rinforzato perchés'era fatto tardi.

Nell'attraversarela piazzain mezzo al gruppo dei miei ricattatoriavendo abraccetto la signora Olimpiavidi da lontano il medico sullafarmaciache mi faceva cenno come per domandarmi:

-O dunque?.

Iogliene feci un altro come per rispondergli:

-Non so se mi spiego!.

Scossela testa sorridendo e riprese la conversazione interrotta con uncontadino che gli sedeva accanto.

Incoro mi piantarono nel posto d'onore in mezzo al gruppo dei cantorie lì sbercia che ti sbercioe zaffate d'aglio stantìoe urli a bruciapeloche parevan legnate nelle tempie. E anch'io inmezzo a quegli energumenicominciai a boccheggiare dietro aicantoritanto per dare un po' di soddisfazione ai contadini che aocchi sgranatiin giro in giro al leggìostavano a guardarmisenza batter ciglioaspettandosi di certo da me qualche cosa distrepitoso comein quella occasioneavrebbe dovuto fare unforestiero per bene. Ma ero fioco in veritàe anche il sorCosimo mi tenne scusato quando rifiutai di entrare terzo con lui e loStelloni nelle antifone.

Ei miei ammiratori devono esser restati male sul serio allorchéstando sempre a guardarmi dopo che era finito ogni cosami viderosfilare con gli altri in canonicadove il Piovano volle per forzase no se ne sarebbe avuto per maleche si pigliasse un ditod'aleatico.

IlProposto delle Sièpole attaccò la briscola con trecontadinie noi ci movemmo per venircene...

-A meno chemi disse il sor Cosimopiantandomisi in faccia asquadrarmi con occhi supplichevoli- a meno che per una nottataleinon voglia....

-E impossibile! E lo dissi con tanta forza che dopo me ne rincrebbeperché a questo rifiuto che gli tirai in faccia come uninsultorimase lì mogio mogio senza alitare.

-Non credevo... d'averlo offeso... mi scusi.

Poverodiavolo! aveva ragione. Gli feci due carezze scherzevolie mi civolle poco a rimettergli l'animo in pace. Infattiappena usciti sulcimiterosi fermò al primo banco di brigidini e volle perforza empirmi le tascheficcandoceli da sé a manate.

L'orasi faceva tarda. Attraversando di nuovo la piazzail dottore misalutò accennandomi che ormai ci saremmo riveduti a Firenze etirai avanti come un reo d'alto tradimento che di mezzo alla<I>forza</I> vede i parenti e gli amici che gli tendonoaddolorati le bracciae non gli è concesso né un bacioné un abbraccio prima di lasciarsi forse per sempre. Mi voltaiindietro e vidi da lontano l'amico che mi diceva: - Addioaddio!.

Gostinoaveva già attaccatoe a quella vista mandai un sospiro ditale compiacenza che mi parve di sentirne subito i benefizi anche nelfisico. E veramente ne avevo bisogno perché ero in uno statoda far compassione. Non mi reggevo quasi più ritto da quelmoto ozioso e continuo di tutta la giornata; non stavo bene distomaco e la ragione si capisce; la testa mi bruciava e me la sentivocome impiombata.

Oh!casa miacasa mia!...

Mail sospiro m'ebbe a restare attraverso quandonel tempo chem'accomodavo sul calesse la signora Flavia mi si accostòtranquilla tranquillae cominciò a dirmistando gli altri dicasa immobili a sentire:

-Eccogiacché lei è tanto garbatovorrà farciun piacere. Guardiqui gli ho fatto anche la noticina perchénon s'abbia a scordare di nulla. E lesse alla luce del crepuscolo:

-1° <I>Portare da quell'occhialaio dal Canto alla Paglia gliocchiali della sora Amalia perché ci rimetta il vetrorotto...</I> Gli ha in tasca Gostino e alla stazione glielidarà.

2°<I>Quattro metri...</I> o se no sette braccia... comecrede meglio... <I>di roba come quella del su' vestitoemandarla giovedì per il procaccia...</I>.

-O della pania gliel'avete messoFlavia?

-Ci ho messo tutto. Ora state zitto... <I>per il procaccia cherimette subito fuori della porta San Frediano dove sopra c'èscritto: Rimessa e stallaggio.

-O del vino?domandò il sor Cosimo.

-Eccolo qui subito:

3°<I>Dire allo Scatizzi vinaio di Borgognissanti</I> - leilo conoscerà di certo - <I>che se volesse un 'altrabarrocciata di quel vinoora ci sarebbe</I>.

-Ma dunque della pania e del frusone ve ne siete scordata!disseimpaziente don Paolo.

-Eccovi servito anche voi:

4°<I>Tre libbre di pania da quello in quella traversa di viaCalzaioli che va in Ghetto...</I> Il pentolo l'avete messo incassettaGostino?.

-Sissignora; ma si spiccinose no si fa tardi.

-5° <I>Un frusone da portarsi al Priore di San Gaggio.</I>L'avete presoGostino?

-Padron Paolosì. È lì sotto legato alla sala.

-E me lo salutisa?mi disse don Paolo; - e glielo dica che io n'hopresi quindici oggie che mi mandi a dire che cosa fanno a quelletese laggiù.

-E quidisse la signora Flaviaaccennandomi un fagotto voluminosodietro al calesse- qui gli ci ho messo un po' d'insalata di campoche lei ha detto dianzi che anche a casa sua gli piaceva tanto.

-Ma io... veramente... Graziesignora Flavia... graziesignori...

-E questoaccostandomisi la signorina Olimpia- questo vorràtenerlo per mio ricordo. E mi consegnò un foglio piegato inquattrostringendomi con tre scosse la manoe: - Buon viaggio!....

-Salutesalutesignori!...

-Arrivederlo.

-Buon viaggio.

-Si ricordi di noi.

-Ci compatisca.

-Torni presto...

-Salutesignorisalute!

Gostinodette un pizzocotto alla cavallae via di galoppo.

-Aaaah! Come vaGostino?

-Come vòl che vada? Dieci lire al meseeppoi vorrebbano ancola pelleDio <I>der</I> Cielo!

-Bella serata!

-Il tempo è bonosissignore.

Appenafuori del paesedetti un'occhiata al ricordo della signorinaOlimpiae lasciai libero il petto a una di quelle risate capaci dirimettere a nuovo un cristiano. Era l'autografo del sonetto di quandovestirono abate il figliolo del Calamai.