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CarloGoldoni



ILBUGIARDO



L'AUTOREA CHI LEGGE.


Il valoroso Pietro Corneliocolla più bella ingenuitàdel mondoha confessato al Pubblico aver lavorato il suo"Bugiardo" sul modello di quello che fu attribuito inIspagna a Lopez de Vegaquantunque un altro Autore Spagnuolo lopretendesse per suo.

Iocon altrettanta sincerità svelerò a miei Leggitori averil soggetto della presente Commedia tratto in parte da quelladel sopraddetto Cornelio. Vanta l'Autor Francese aver condottol'opera sua con quella varietà nell'intreccioche piùgli parve adattata al gusto della nazionea cui dovevarappresentarsi. Tanto ho fatto io nel valermi di un tal soggetto:servito appena mi sono dell'argomento; seguito ho in qualche partel'intreccio; ma chi vorrà riscontrarlodopo alcune sceneche si somiglianotroverà il mio "Bugiardo" assaidiverso dagli altri due; talmenteché avrei potuto darmimerito dell'invenzione ancorase sopra un tal punto nonfossi io assai scrupolosoe nemicissimo di qualunque impostura.

Purtroppo nella edizione di Veneziastampandosi dal Bettinelli lemie Commediesenza le piccole mie Prefazionie non leggendosiquesta tale premessa al mio "Bugiardo"non mancheràchi dirà il bugiardo esser io medesimoarrogandomi l'altruimerito e l'altrui fatica; ed ecco la necessità de' mieiragionamenti al Lettorela mancanza de' quali fa difettonotabilissimo nella prenarrata Edizione.

Ioper altrocome dicevaho dato un giro assai più brillantead una tale Commedia. Ho posto al confronto dell'uomo franco untimidoche lo fa risaltare. Ho posto il mentitore in impegnimolto ardui e difficili da superareper maggiormenteintralciarlo nelle bugie medesimele quali sono per natura cosìfecondeche una ne suol produr più di centoe l'unehan bisogno dell'altre per sostenersi.

Il"sonetto" è forse la parte piùridicola della Commedia. Le "lettere" a Pantalone e aLelio dirette accrescono l'imbarazzo e la sospensione. Tuttecose da me inventatele quali potevano darmi sufficientemateria per una Commediache si potesse dir tutta mia; ciònon ostantesapendo io d'aver fatto uso del soggetto dell'AutoreFrancesenon ho voluto abusarmenee Dio volesse che così datutti si praticasseche non si vederebbono tantemascheretanti rappezzamentitante manifeste imposture.



PERSONAGGI

Ildottor Balanzoni: bolognesemedico in Venezia.

ROSAURABeatrice: sue figlie.

Colombina:loro cameriera.

Ottavio:cavaliere padovanoamante di Beatrice.

Florindo:cittadino bologneseche impara la medicina e abita in casa delDottore; amante timido di Rosaura.

Brighella:suo confidente.

Pantalone:mercante venezianopadre di Lelio: il bugiardo.

Arlecchino:suo servo.

UnVETTURINO napolitano.

UnGIOVINE di mercante.

UnPORTALETTERE.

UnaDONNA che canta.

Suonatori.

Barcaiuolidi peota (La peota in Venezia è una barca assai comodacapace per molte personecoperta di un panno rossocon buonisedilied una tavola in mezzo. Serve per alcuni piccioliviaggie per divertimento in città).

Barcaiuolidi gondola.

La Commedia si rappresenta in Venezia.

ATTOPRIMO


SCENAPRIMA

Nottecon luna.

Stradacon veduta del canale. Da una parte la casa del Dottorecon unterrazzino. Dall'altra locandacon l'insegna dell'Aquila.

(Nell'alzar della tenda vedesi una peota illuminatadisposta peruna serenatacon dentro i suonatori ed una donna che canta. Isuonatori suonano una sinfonia).

(FLORINDO e BRIGHELLA in terra da un lato della scena. ROSAURAe BEATRICE vengono sul terrazzino).

Florindo: OsservaosservaBrighellaecco la miacara Rosaura sul terrazzinocon sua sorella Beatrice; sonovenute a godere la serenata. Ora è tempo ch'io facciacantare la canzonetta da me compostaper ispiegare con essa aRosaura l'affetto mio.

Brighella:Mi non ho mai visto un amor più curioso del vostro (Illinguaggio di Brighella può passare per veneziano).Vussignoria ama teneramente la signora Rosaura: el ghe sta in casafacendo pratica de medicina col signor Dottorpadre dellaragazza; el gh'ha quanto comodo el vol de parlargheeinvece de farlo a boccael vol spiegarse con una serenadaelvoi dirghelo con una canzonetta? Ehno la butta via el so tempocussì miseramente. La parlala se fazza intenderlasenta l'inclinazion della giovine; e se la ghe corrispondeallora po la ghe fazza delle serenadeche almanco no la butteràvia cussì malamente i so bezzi.

Florindo: Caro Brighellate l'ho detto altre volte: non ho coraggio.

AmoRosaurama non trovo la via di spiegarle che l'amo. Credimise afaccia a faccia giungessi a dirle qualche cosa dell'amor miomorirei di rossore.

Brighella:Donca la vol tirar avanti cussì? Penar senza dirlo?

Florindo: Viava alla peotae ordina che si canti la nuova miacanzonetta.

Brighella:La me perdona. Ho servido in Bologna so sior padre. V. S.

l'hovista a nascere ghe voio ben. Siben che adesso in sta cittàservo un altroco la vedo ellame par de véder el miopatrone quelle ore che posso robarle impiego volontiera...

Florindo: Brighellase mi vuoi benefa quello che ora ti ordino; vaalla peotae di' che si canti.

Brighella:La servirò come la comanda.

Florindo: Mi ritirerò dietro di questa casa.

Brighella:Perché retirarse?

Florindo: Per non esser da nessuno osservato.

Brighella:(Oh che amor stravagante! Oh che zovene fatto all'antiga!

Ainostri dì se ne trova pochi de sta sorte de mammalucchi).(s'avvia verso la peota).

Florindo: Cara Rosauratu sei l'anima mia. Tu sei l'unica miasperanza. Ohse sapessi quanto ti amo! (si ritira).

(I suonatori nella peota suonano il ritornello della canzonetta ela donna dalla stessa peota canta la seguente canzonetta veneziana).


Idolo del mio cuor

Ardoper vu d'amor

Esempreo mia speranza

Seavanza - el mio penar.


Vorriaspiegaro cara

Lamia passion amara;

Maun certo no so che...

Nosose m'intendè


Fache non so parlar.

Quandolontana sè

Quandonon me vedè

Vorriasenza parlarve

Spiegarve- el mio dolor;


Maco ve son arente

Noson più bon da gnente.

Uncerto no so che...

Nosose m'intendè

Mefa serrar el cuor.

Sein viso me vardè

Fursicognosserè

Quelbarbaro tormento

Chesento - in tel mio sen.

Dissimularvorria

Lacruda pena mia;

Maun certo no so che...

Nosose m'intendè

Vedise: el te vol ben.

Mioprimo amor vu sè

El'ultimo sarè

Ese ho da maridarme

Sposarme- voi con vu;


Macarafemo presto...

Voravedire el resto

Maun certo non so che...

Nosose m'intendè

Novol che diga più.

Penola notte e el dì

Pervu sempre cussì.

Stapena (se ho da dirla)

Soffrirla- più no so.

Doncaper remediarla

Caraconvien che parla:

Maun certo no so che...

Nosose m'intendè

Fache parlar no so.

Sentoche dise amor:

Lassasto to rossor

Espiega quel tormento

Chedrento - in cuor ti gh'ha.

Mase a parlar me provo

Parolepiù no trovo

Eun certo no so che...

Nosose m'intendè

Purtroppo m'ha incantà.


(Frattanto che si canta la canzonetta escono Lelio ed Arlecchinodalla locandae stanno godendo la serenata. Terminata lacanzonettai suonatori suonanoe la peota parte).

Brighella: Ela contenta? (piano a Florindo).

Florindo: Sono contentissimo.

BRIGELLA:Ela andada ben?

Florindo: Non poteva andar meglio.

Brighella:Ma siora Rosaura no sa chi gh'abbia fatto sta serenada.

Florindo: Ciò non m'importa: mi basta che l'abbia ella goduta.

Brighella:La vada in casala se fazza véderla fazza almancosospettar che sta finezza vegna da V. S.

Florindo: Il cielo me ne liberi. Anziper non dar sospetto di ciòvo per di qua. Faccio un giroed entro in casa per l'altra porta.Vieni con me.

Brighella:Vegno dove la vol.

Florindo: Questo è il vero amore. Amar senza dirlo. (partono).



SCENASECONDA


(LELIOe ARLECCHINOROSAURA e BEATRICE sul terrazzino).


Lelio: Che ne diciArlecchinoeh? Bel paese ch'èquesta Venezia! In ogni stagione qui si godono divertimenti. Orache il caldo chiama di nottetempo al respirosi godono di questebellissime serenate.

Arlecchino: Mi sta serenada no la stimo un soldo (Gli Arlecchini inoggi comunemente usano il linguaggio veneziano).

Lelio: No? perché?

Arlecchino: Perché me piase le serenadedove se canta e semagna.

Lelio: OsservaosservaArlecchinoquelle due signore chesono su quel terrazzino. Le ho vedute anche dalla finestra della miacamerae benché fosse nell'imbrunir della serami parverobelle.

Arlecchino: Per vussioria tutte le donne le son belle a un modo. Ancala siora Cleonice in Roma la ve pareva una stellae adessol'avì lassada.

Lelio: Non me ne ricordo nemmeno più. Stando tanto quellesignore sul terrazzinomi do a credere che non sieno delle piùritirate. Voglio tentar la mia sorte.

Arlecchino: Con patto che ghe disè ogni quattro parole diesebusie.

Lelio: Sei un impertinente. Io non dico che dellespiritose invenzioni.

Arlecchino: Faressi meio andar a casa del sior Pantalon vostro padre.

Lelio: Egli è in campagna. Quando verrà a Veneziaandrò a stare con lui.

Arlecchino: E intanto volì star alla locanda?

Lelio: Sìper godere la mia libertà. E'tempo di feratempo d'allegria: sono vent'anni che manco dalla miacara patria. Osserva come al chiaro della luna paiono brillantiquelle due signore. Prima d'inoltrarmi a parlar con essebramereisapere chi sono. Fa una cosaArlecchinova alla locandaechiedi ad alcuno de' camerieri chi sonose son bellee come sichiamano.

Arlecchino: Per tutta sta roba ghe vol un mese.

Lelio: Vasbrigatie qui ti attendo.

Arlecchino: Ma sto voler cercar i fatti di altri...

Lelio: Non far che la collera mi spinga a bastonarti.

Arlecchino: Per levarghe l'incomodovado a servirla. (entra inlocanda).

Lelio: Vo' provarmise mi riesce in questa sera profittar diuna nuova avventura. (va passeggiando).

Rosaura: E' verosorellaè vero; la serenata non potevaessere più magnifica.

Beatrice: Qui d'intorno non mi pare vi sieno persone che meritinotantoonde mi lusingo che sia stata fatta per noi.

Rosaura: Almeno si sapesse per quale di noie da chi siastata ordinata.

Beatrice: Qualche incognito amante delle vostre bellezze.

Rosaura: O piuttosto qualche segreto ammiratore del vostro merito.

Beatrice: Io non saprei a chi attribuirla. Il signore Ottavio par dime innamoratoma s'egli avesse fatta fare la serenatanon sisarebbe celato.

Rosaura: Nemmen io saprei sognarmi l'autore. Florindo non puòessere.

Piùvolte ho procurato dirgli qualche dolce parolaed egli si èsempre mostrato nemico d'amore.

Beatrice: Vedete colà un uomo che passeggia?

Rosaura: Sìe al lume di luna pare ben vestito.

Lelio: (Arlecchino non torna; non so chi sienoné comeregolarmi.

Bastastarò sui termini generali). (da sé passeggiando).

Rosaura: Ritiriamoci.

Beatrice: Che pazzia! Di che avete paura?

Lelio: Gran bella serenità di cielo! Che notte splendidae quieta!

Mah!Non è maravigliase il cielo splende piùdell'usatopoiché viene illuminato da due vaghissimestelle. (verso il terrazzino).

Rosaura: (Parla di noi). (a Beatrice).

Beatrice: (Bellissima! Ascoltiamo). (a Rosaura).

Lelio: Non vi è pericolo che l'umido raggio della lunaci offendapoiché due soli ardenti riscaldano l'aria.

Beatrice: (o è qualche pazzoo qualche nostroinnamorato). (a Rosaura).

Rosaura: (Pare un giovine molto ben fattoe parla assai bene).(a Beatrice).

Lelio: Se non temessi la taccia di temerarioardirei augurare alor signore la buona notte.

Rosaura: Anzi ci fa onore.

Lelio: Stanno godendo il fresco? Veramente la stagion lo richiede.

Beatrice: Godiamo questo poco di libertàper l'assenza dinostro padre.

Lelio: Ahnon è in città il loro genitore?

Beatrice: Nosignore.

Rosaura: Lo conosce lei nostro padre?

Lelio: Ohè molto mio amico. Dove è andatose èlecito saperlo?

Rosaura: A Padovaper visitar un infermo.

Lelio: (Sono figlie d'un medico). (da sé) Certo èun grand'uomo il signor Dottore: è l'onore del nostro secolo.

Rosaura: Tutta bontà di chi lo sa compatire. Ma in graziachi è lei che ci conoscee non è da noi conosciuto?

Lelio: Sono un adoratore del vostro merito.

Rosaura: Del mio?

Lelio: Di quello di una di voimie signore.

Beatrice: Fateci l'onore di dirci di qual di noi v'intendiate.

Lelio: Permettetemi che tuttavia tenga nascosto un tale arcano. Asuo tempo mi spiegherò.

Rosaura: (Questo vorrà una di noi per consorte). (a Beatrice).

Beatrice: (Sa il cielo a chi toccherà tal fortuna). (aRosaura).



SCENA TERZA

(ARLECCHINOdalla locandae detti).

Arlecchino: Dov'el andà? (cercando Lelio).

Lelio: (E benesai tu il loro nome?) (piano adArlecchino incontrandolo).

Arlecchino: (So tutto. El camerier m'ha dito tutto).

Lelio: (Presto).

Arlecchino: (Le son fie d'un certo...) Lelio: (Nonvoglio saper questo. Dimmi il loro nome).

Arlecchino: (Adesso. So pader l'è un medico).

Lelio: (Lo so. Dimmi il loro nomeche tu sia maledetto).

Arlecchino: (Una se chiama Rosaurae l'altra Beatrice).

Lelio: (Basta così). (torna sotto al terrazzino)Perdonino. Ho data una commissione al mio servitore.

Rosaura: Ma voi siete venezianoo pur forestiere?

Lelio: Sono un cavaliere napolitano.

Arlecchino: (Cavaliere e napolitano? Do busìe in t'una volta).(da sé) Rosaura: Ma come ci conoscete?

Lelio: Sarà ormai un annoch'io albergo incognito inquesta città.

Arlecchino: (Semo arrivadi ier sera). (da sé).

Lelio: Appena arrivatomi si presentarono agli occhi lebellezze della signora Rosaura e della signora Beatrice. Stettiqualche tempo dubbioso a chi dovessi donar il cuoresembrandomitutte due esserne degnema finalmente sono stato costretto adichiararmi...

Rosaura: Per chi?

Lelio: Questo è quello che dir non posso per ora.

Arlecchino: (Se le ghe tenderàel le torrà tutte do). (dasé).

Beatrice: Ma perché avete renitenza a spiegarvi?

Lelio: Perché temo prevenuta quella beltà ch'iodesidero.

Rosaura: Io vi assicuro che non ho amanti.

Beatrice: Nemmen io sono con alcuno impegnata.

Arlecchino: (Do piazze vacanti! l'è la vostra fortuna). (aLeliopiano).

Lelio: Però si fanno le serenate sotto le vostre finestre.

Rosaura: Vi giuro sull'onor mioche non ne sappiamo l'autore.

Beatrice: Il cielo mi fulminise mi è noto chi l'abbia fatta.

Lelio: Lo credo anch'io che non lo saprete. Ma veramenteavreste curiosità di saperlo?

Rosaura: Io ne muoio di volontà.

Beatrice: Siamo donnee tanto basta.

Lelio: Orsùvi leverò io di queste pene. Laserenata che avete godutaè un piccolo testimonio diquell'affretto che io nutro per la mia bella.

Arlecchino: (Oh maledettissimo! Che boccon de carota!) (da sé).

Rosaura: E non volete dire per chi?

Lelio: No certamente. Avete voi sentita quella canzonettach'iofeci cantare? Non parlava ella d'un amante segreto e timido? Quelloappunto son io.

Rosaura: Se dunque alcuna di noi non vi ringraziaimputatelo avoi stessoche non volete dichiarar a chi sieno stati diretti ivostri favori.

Lelio: Non merita ringraziamenti una tenue dimostrazione di stima.Se avrò l'onore di servire scopertamente quella ch'io amofarò stupire Venezia per il buon gustocon cui soglio dare idivertimenti.

Arlecchino: (E un de sti dì s'impegna i abitise no vien sopadre).

(dasé).

Rosaura: (Sorellaquesto è un cavalier molto ricco). (aBeatrice).

Beatrice: (Non sarà per me. Son troppo sfortunata). (aRosaura).

Rosaura: Signorefavoritemi almeno il vostro nome.

Lelio: Volentieri. Don Asdrubale de' marchesi di Castel d'Oro.

Arlecchino: (Nomi e cognomi no ghe ne manca). (da sé).

Beatrice: (Ritiriamoci. Non ci facciamo credere due civette). (aRosaura).

Rosaura: (Dite bene. Usiamo prudenza). Signor marcheseconsua licenzal'aria principia a offenderci il capo.

Lelio: Volete già ritirarvi?

Beatrice: Una vecchia di casa ci sollecitaperché andiamo alriposo.

Lelio: Pazienza! Resto privo di un gran contento.

Rosaura: In altro tempo goderemo le vostre grazie.

Lelio: Domanise il permetteteverrò in casa a riverirvi.

Arlecchino: (Sìa drettura in casa). (da sé).

Rosaura: Ohbel bellosignor amante timido. In casa non si vienecon questa facilità.

Lelio: Almeno vi riverirò alla finestra.

Rosaura: Sin qui ve lo concediamo.

Beatrice: E se vi dichiareretesarete ammesso a qualche cosa di più.

Lelio: Al ritorno del signor Dottorene parleremo. Intanto...

Rosaura: Signor marchesela riverisco. (entra).

Beatrice: Signor Asdrubalele son serva. (entra).



SCENAQUARTA


(LELIOed ARLECCHINO).


Arlecchino: Signor napolitanoghe baso la man. (a Lelioridendo).

Lelio: Che ne dici? Mi sono portato bene?

Arlecchino: Mi no so come diavolo fe a inventarve tante filastrocchea dir tante busìe senza mai confonderve.

Lelio: Ignorante! Queste non sono bugie; sono spiritoseinvenzioniprodotte dalla fertilità del mio ingegnopronto e brillante. A chi vuol godere il mondonecessaria èla franchezzae non s'hanno a perdere le buone occasioni.(parte).



SCENAQUINTA


(ARLECCHINOpoi COLOMBINA sul terrazzino).


Arlecchino: Non vedo l'ora che vegna a Venezia so padreperchésto matto el se vol precipitar.

Colombina: Ora che le padrone vanno a lettoposso anch'io prendere unpoco d'aria.

Arlecchino: Un altra femena sul terrazzin! No la me par nissuna dequelle do.

Colombina: Un uomo passeggia e mi guarda; sarebbe tempo che anch'iopoverinatrovassi la mia fortuna.

Arlecchino: Voi veder se me basta l'animo anca a mi de infilzarghenequattrosul gusto del mio padron.

Colombina: In veritàche si va accostando.

Arlecchino: Riverisco quel bello che anche di notte risplendee nonveduto innamora (Affetta di parlar toscanoper finzione).

Colombina: Signorechi siete voi?

Arlecchino: Don Piccaro di Catalogna.

Colombina: (Il don è titolo di cavaliere). (da sé).

Arlecchino: Son uno che morespasima e diventa matto per voi.

Colombina: Ma io non vi conosco.

Arlecchino: Sono un amante timido e vergognoso.

Colombina: Con me può parlare con libertàmentre sonouna povera serva.

Arlecchino: (Serva! Giusto un bon negozi per mi). (da sé)Ditemibella servettaavete voi sentita a cantare quellacanzonetta?

Colombina: Sì signorel'ho sentita.

Arlecchino: Sapete chi l'ha cantata?

Colombina: Io no certamente.

Arlecchino: L'ho cantata io.

Colombina: La voce pareva di donna.

Arlecchino: Io ho l'abilità di cantare in tutte le voci. I mieiacuti vanno due ottave fuori del cembalo.

Colombina: Era veramente una bella canzonetta amorosa.

Arlecchino: L'ho composta io.

Colombina: E' anche poeta?

Arlecchino: Ho succhiato anch'io il latte di una mussa (Mussacon due"esse"in veneziano vuol dire asina).

Colombina: Ma per chi ha fatto tutte queste fatiche?

Arlecchino: Per voimia caraper voi.

Colombina: Se credessi dicesse il veroavrei occasioned'insuperbirmi.

Arlecchino: Credetelove lo giuro per tutti i titoli della mianobiltà.

Colombina: Vi ringrazio di tutto cuore.

Arlecchino: Mia bellache non farei per le vostre luci vermiglie?

Colombina: Vengovengo. Signorele mie padrone mi chiamano.

Arlecchino: Dehnon mi private delle rubiconde tenebri della vostrabellezza.

Colombina: Non posso più trattenermi.

Arlecchino: Ci rivedremo.

Colombina: Sìci rivedremo. Signor don Piccaroviriverisco.

(entra).

Arlecchino: Gnanca mi no m'ho portà mal. Dise ben el proverbiche chi sta col lovoimpara a urlar. Farìa tort al mepadronse andass via dal so serviziosenza aver imparà adir centomille busìe. (va in locanda).



SCENASESTA


(Giorno.FLORINDO e BRIGHELLA).

Brighella:Ecco qua: tutta la notte in serenadae po la mattina a bonorafora de casa. L'amorper quel che vedoghe leva el sonno.

Florindo: Non ho potuto dormireper la consolazione recatami dalbell'esito della mia serenata.

Brighella:Bella consolazion! Aver speso i so bezziaver perso la nottesenza farse merito colla morosa!

Florindo: Bastami che Rosaura l'abbia goduta. Io non ricerco di più.

Brighella:La se contenta de troppo poco.

Florindo: SentiBrighellaintesi dire l'altr'ieri dalla mia caraRosaurach'ella aveva desiderio d'avere un fornimento di pizzidi seta; ora che siamo in occasione di fieravoglio ioprovvederglielie farle questo regalo.

Brighella:Bene co sta occasion la poderà scomenzar a introdur eldiscorsoper descovrirghe el so amor.

Florindo: Ohnon glieli voglio dar io. Caro Brighellaascoltami e faquanto ti dicose mi vuoi bene. Prendi questa borsain cui visono dieci zecchini; va in merceriacompra quaranta braccia dipizzi de' più belli che aver si possanoa mezzo filippo albraccio. Ordina al mercante che li faccia avere a Rosaurama conespressa proibizione di svelar chi li manda.

Brighella:Diese zecchini buttadi via.

Florindo: Perché?

Brighella:Perché no savendo la siora Rosaura da chi vegna el regalonon l'averà né obbligazionné gratitudine conchi la regala.

Florindo: Non importacol tempo lo saprà. Per ora voglioacquistar merito senza scoprirmi.

Brighella:Ma come avì fatto a unir sti diese zecchini?

Florindo: Fra le mesate che mi manda da Bologna mio padree qualcheincerto delle visite ch'io vo facendo in luogo del mio principale...

Brighella:Se unisce tuttoe se butta via.

Florindo: ViaBrighellava subito a farmi questo piacere. Oggi èil primo giorno di fiera: vorrei ch'ella avesse i pizzi avantil'ora di pranzo.

Brighella:No so cossa dirlo fazzo de mala voiama lo servirò.

Florindo: Avverti che sieno belli.

Brighella:La se fida de mi.

Florindo: Ti sarò eternamente obbligato.

Brighella:(co sti diese zecchiniun omo de spirito el goderia mezzo mondo).(parte).



SCENASETTIMA

(FLORINDOpoi OTTAVIO).

Florindo: Ecco lì quel caro terrazzinoa cui s'affaccia ilmio bene.

S'ellaora venissemi pare che vorrei azzardarmi di dirle qualcheparola. Le direiper esempio...

Ottavio: (Sopraggiunge dalla parte opposta al terrazzino esta osservando Florindo).

Florindo: Sìle direi: Signoraio vi amo teneramente: nonposso vivere senza di voi; siete l'anima mia. Caramovetevi acompassione di me. (si volta e vede Ottavio) (Oimènonvorrei che mi avesse veduto). (da sé) Amicoche dite voidella bella architettura di quel terrazzino?

Ottavio: Bellissimo; ma ditemiin graziasiete voi architettoo ritrattista?

Florindo: Che cosa volete voi dire?

Ottavio: Voglio dire se siete qui per copiare il disegnodel terrazzinoo il bel volto delle padrone di casa.

Florindo: Io non so quel che voi vi diciate.

Ottavio: Benché con più comodopotete ritrarle incasa.

Florindo: Io attendo alla mia professione. Fo il medicoe non ilpittore.

Ottavio: Caro amicoavete voi sentita la serenatache fu fattain questo canale la scorsa notte?

Florindo: Io vado a letto per tempo. Non so di serenate.

Ottavio: Eppure siete stato veduto passar di quimentre sicantava nella peota.

Florindo: Sarò passato a caso. Io non so nulla. Ionon ho innamorate...

Ottavio: (Parmi che si confonda. Sempre più credo ch'ei nesia stato l'autore). (da sé).

Florindo: Signor Ottaviovi riverisco.

Ottavio: Fermatevi per un momento. Sapete che siamo amici. Nonmi nascondete la verità. Io amo la signora Beatricee avoi non ho difficoltà di svelarlo. Se voi amate lasignora Rosaurapotrò io forse contribuire a giovarvi: seamate la signora Beatriceson pronto a cederlase ella vipreferisce.

Florindo: Vi torno a dire che io non faccio all'amore. Applico allamedicina e alla chirurgiae non mi curo di donne.

Ottavio: Eppure non vi credo. Più volte vi ho sentitogettar de' sospiri. Per la medicina non si sospira.

Florindo: Orsùse non mi volete crederenon m'importa. Vitorno a dire che io non amo donna verunae se guardavo quellafinestra. erano attratti i miei lumi dalla vaghezza del suodisegno. (guarda le finestree parte).



SCENAOTTAVA


(OTTAVIOpoi LELIO).

Ottavio: Senz'altro è innamoratoe non volendolo a meconfidaretemo che sia la sua diletta Beatrice. Se la scorsa nottefoss'io stato alla locandae non l'avessi perduta miseramente algiuocoavrei veduto Florindoe mi sarei d'ogni dubbio chiarito;ma aprirò gli occhie saprò svelare la verità.

Lelio: Che vedo! Amico Ottavio. (uscendo dalla locanda).

Ottavio: Lelio mio dilettissimo.

Lelio: Voi qui?

Ottavio: Voi ritornato alla patria?

Lelio: Sìvi giunsi nel giorno di ieri.

Ottavio: Come avete voi fatto a lasciar Napolidove eravate feritoda cento strali amorosi?

Lelio: Ahveramente sono di là con troppa penapartitoavendo lasciate tante bellezze da me trafitte. Ma appenagiunto in Veneziale belle avventure che qui mi sono accadutem'hanno fatto scordare tutte le bellezze napoletane.

Ottavio: Mi rallegro con voi. Sempre fortunato in amore.

Lelio: La fortuna qualche volta sa far giustiziae amore non èsempre cieco.

Ottavio: Già si sa; è il vostro meritoche viarricchisce di pellegrine conquiste.

Lelio: Ditemisiete voi pratico di questa città?

Ottavio: Qualche poco. Sarà un anno che vi abito.

Lelio: Conoscete voi quelle due sorelleche abitano in quellacasa?

Ottavio: (Voglio scoprir terreno). (da sé) Non le conosco.

Lelio: Amicosono due belle ragazze. Una ha nome Rosaurael'altra Beatrice; sono figlie di un dottore di medicinaetutt'e due sono innamorate di me.

Ottavio: Tutt'e due?

Lelio: Sìtutt'e due. Vi par cosa strana?

Ottavio: Ma come avete fatto a innamorarle sì presto?

Lelio: Appena mi viderofurono esse le prime a farmi uninchinoe m'invitarono a parlar seco loro.

Ottavio: (Possibile che ciò sia vero!) (da sé).

Lelio: Pochissime delle mie parole bastarono per incantarleetutt'e due mi si dichiararono amanti.

Ottavio: Tutt'e due?

Lelio: Tutt'e due.

Ottavio: (Fremo di gelosia). (da sé).

Lelio: Volevano ch'io entrassi in casa...

Ottavio: (Anco di più!) (da sé).

Lelio: Ma siccome si avvicinava la serami venne in mente di darloro un magnifico divertimentoe mi licenziai.

Ottavio: Avete forse fatto fare una serenata?

Lelio: Per l'appunto. Lo sapete anche voi?

Ottavio: Sìmi fu detto. (Ora ho scoperto l'autore dellaserenata; Florindo ha ragione). (da sé).

Lelio: Ma non terminò colla serenata il divertimentodella scorsa notte.

Ottavio: Bravosignor Lelioche faceste di bello? (con ironia).

Lelio: Smontai dalla peotafeci portar in terra da' mieiservidori una sontuosa cenae impetrai dalle due cortesi sorellel'accesso in casaove si terminò la notte fra i piatti e frale bottiglie.

Ottavio: Amiconon per far torto alla vostra onestàmagiudicando che vogliate divertirvi mecosospendo di credere ciòche mi avete narrato.

Lelio: Che? vi paiono cose straordinarie? Che difficoltàavete a crederlo?

Ottavio: Non è cosa tanto ordinaria che due figlie oneste ecivilimentre il loro genitore è in campagnaaprano laporta di notte ad uno che può passare per forestierepermettano che in casa loro si faccia un tripudio.



SCENANONA

(ARLECCHINOe detti).

Lelio: Ecco il mio servo. Ricercatelo minutamentese èvero quanto vi dissi.

Ottavio: (Sarebbe un gran caso che avessero commessa unasimile debolezza!) (da sé).

Lelio: Dimmi un pocoArlecchinodove sono stato la scorsa notte?

Arlecchino: A chiappar i freschi.

Lelio: Non ho parlato io sotto quel terrazzino con due signore.

Arlecchino: Gnor sìl'è vera.

Lelio: Non ho fatta fare una serenata?

Arlecchino: Siguroe mi ho cantà la canzonetta.

Lelio: Dopo non abbiamo fatto la cena?

Arlecchino: La cena?...

Lelio: Sìla gran cena in casa della signora Rosaura edella signora Beatrice. (gli fa cenno che dica di sì).

Arlecchino: Sior sìdalla siora Rosaura e dalla siora Beatrice.

Lelio: Non fu magnifica quella cena?

Arlecchino: E che magnada che avemo dà!

Lelio: Sentite? Eccovi confermata ogni circostanza. (ad Ottavio).

Ottavio: Non so che ripetere: siete un uomo assai fortunato.

Lelio: Non dico per direma la fortuna non è il primomotivo delle mie conquiste.

Ottavio: Ma da che derivano queste?

Lelio: Sia detto colla dovuta modestiada qualche poco di merito.

Ottavio: Sìve l'accordo. Siete un giovine di briomanieroso; a Napoli ho avuto occasione di ammirare il vostrospirito: ma innamorar due sorelle così su due piedi... mi partroppo.

Lelio: Eh amico! ne vedrete delle più belle.

Ottavio: Sono schiavo del vostro merito e della vostra fortuna.A miglior tempo ci godremo. Orase mi date licenzadevo andarenella mia camera a prendere del denaroper pagare la perdita dellascorsa notte. (s'incammina verso la locanda).

Lelio: Dove siete alloggiato?

Ottavio: In quella locanda.

Lelio: (Oh diavolo!) (da sé) Alloggio anch'io nellalocanda istessama né ieriné la notte passata vi hoqui veduto.

Ottavio: Andai a pranzo fuori di casaed ho giuocato tutta la notte.

Lelio: Siete qui da tanto tempo alloggiato e non conoscete quelledue signore?

Ottavio: Le conosco di vistama non ho seco loro amicizia. (Nonvo' scoprirmi). (da sé).

Lelio: Sentite: se mai v'incontraste a parlar con esseavvertitenon far loro nota la confidenza che a voi ho fatta. Sono cose che sifanno segretamente. Ad altri che a un amico di cuorenonle avrei confidate.

Ottavio: Amicoa rivederci.

Lelio: Vi sono schiavo.

Ottavio: (Non mi sarei mai creduto che Rosaura e Beatriceavessero così poca riputazione). (da séentra inlocanda).




SCENADECIMA

(LELIOed ARLECCHINO).

Arlecchino: Sior padronse farì cussìs'imbroieremo.

Lelio: Sciocco che seisecondami e non pensar altro.

Arlecchino: Fem una cossa. Quando volì dir qualche busìa...

Lelio: Asinaccio! Qualche spiritosa invenzione.

Arlecchino: Ben. Quando volì dir qualche spiritosa invenzionfeme un segnoacciò che anca mi possa segondar la spiritosainvenzion.

Lelio: Questa tua goffaggine m'incomoda infinitamente.

Arlecchino: Fe cussìquando volì che segondatirèun stranudo.

Lelio: Ma vi vuol tanto a dir come dico io?

Arlecchino: Me confondo. Non so quando abbia da parlar e quando abbiada taser.



SCENAUNDICESIMA

(ROSAURAe COLOMBINA mascheratedi casae detti).

Lelio: OsservaArlecchinoquelle due maschere che escono diquella casa.

Arlecchino: Semio de carneval?

Lelio: In questa cittàil primo giorno della fiera sifanno maschere ancor di mattina.

Arlecchino: Chi mai sarale?

Lelio: Assolutamente saranno le due sorellecolle quali hoparlato la scorsa notte.

Arlecchino: Sti mustazzi coverti l'è una brutta usanza.

Lelio: Signorenon occorre celar il volto per coprire levostre bellezzementre la luce tramandata da' vostri occhibastantemente vi manifesta.

Rosaura: Anco questa? (accennando Colombina).

Lelio: Sono impegnato per ora a non distinguere il merito diuna sorella da quello dell'altra.

Rosaura: Ma questa è la cameriera.

Arlecchino: Alto làsior padronquesta l'è roba mia.

Lelio: Non è gran cosa ch'io abbia equivocato con duemaschere.

Rosaura: Però i raggi delle luci di Colombina fanno nel vostrospirito l'istessa impressione de' miei.

Lelio: Signoraora che posso parlarvi con libertàvidirò che voi sola siete quella che attraete tutte le mieammirazioniche occupate intieramente il mio cuoree se parlaiegualmente della creduta vostra sorellalo feci senza mirarla.

Rosaura: E mi distinguete da mia sorellabenché mascherata?

Lelio: E come! Vi amerei ben pocose non sapessi conoscervi.

Rosaura: E da che mi conoscete?

Lelio: Dalla vocedalla figuradall'aria nobile e maestosadalbrio de' vostri occhie poi dal mio cuoreche meco non sa mentire.

Rosaura: Ditemiin graziachi sono io?

Lelio: Siete l'idolo mio.

Rosaura: Ma il mio nome qual è?

Lelio: (Convien indovinarlo). (da sé) Rosaura.

Rosaura: Bravo! ora vedo che mi conoscete. (si scopre).

Lelio: (Questa volta la sorte mi ha fatto coglier nel vero). (dasé) OsservaArlecchinoche volto amabile! (piano adArlecchino).

Arlecchino: (Crepo dalla curiosità de veder in tel babbio[Voltodetto burlescamente.] quell'altra). (da sé) Rosaura: Posso veramente assicurarmi dell'amor vostro?

Lelio: Asdrubale non sa mentire. Vi amovi adoroe quandomi è vietato il vedervinon fo che da me stesso ripetereil vostro nomelodar le vostre bellezze. Di' tunon è vero?(ad Arlecchino).

Arlecchino: (Se podesse veder quella mascheretta!) (da sé)Lelio: Rispondinon è vero? (starnuta).

Arlecchino: Sior sìl'è verissimo.

Rosaura: Perché dunquese tanto mi amatenon vi sietefinora spiegato?

Lelio: Vi diròmia cara. Il mio genitore volevaaccasarmi a Napoli con una palermitanaed io che l'aborriva anziche amarlami assentai per non esser astretto alle odiose nozze.Scrissi a mio padre cheacceso delle vostre bellezzevidesiderava in consortee solo ieri ne ebbi con lettera il di luiassenso.

Rosaura: Mi par difficile che vostro padre vi accordi che sposiatela figlia di un medico.

Lelio: Eppure è la verità. (starnuta).

Arlecchino: Signora sìla lettera l'ho letta mi.

Rosaura: Ma la dote che potrà darvi mio padrenon saràcorrispondente al merito della vostra casa.

Lelio: La casa di Castel d'Oro non ha bisogno di dote. Il miogenitore è un bravo economo. Sono venti anni che egliaccumula giojeoriargenti per le mie nozze. Voi sarete una riccasposa.

Rosaura: Rimango sorpresae le troppe grandezze che mi mettetein vistami fanno temere che mi deludiate per divertirvi.

Lelio: Guardimi il cieloche io dica una falsità; nonsono capace di alterare in una minima parte la verità. Da cheho l'uso della ragionenon vi è persona che possarimproverarmi di una leggiera bugia.

(Arlecchinoride) Domandatelo al mio servitore. (starnuta).

Arlecchino: Signora sì; el me padron l'è la bocca dellaverità.

Rosaura: Quando potrò sperare veder qualche prova dellaverità che mi dite?

Lelio: Subito che ritorna vostro padre in Venezia.

Rosaura: Vedrò se veramente mi amate di cuor leale.

Lelio: Non troverete l'uomo più sincero di me.



SCENADODICESIMA

(UnGIOVINE di merceriacon scatola di pizzie detti).


Giovine: Questa mi par la casa del signor Dottore.(si accosta per battere).

Rosaura: Chi domandatequel giovine?

Giovine: Perdonisignora mascheraè questa la casa delsignor dottor Balanzoni?

Rosaura: Per l'appunto: che ricercate?

Giovine: Ho della roba da consegnare alla signora Rosauradilui figliuola.

Rosaura: Quella sono io. Che roba è? Chi la manda?

Giovine: Questi sono quaranta braccia di bionda. Il mio padronem'ha detto che viene a lei; ma né egliné iosappiamo chi sia la persona che l'ha comprata.

Rosaura: Quand'è cosìriportatela pure. Io non ricevola robase non so da chi mi viene mandata.

Giovine: Io ho l'ordine di lasciargliela in ogni forma. Se non lavuol ricevere per la stradabatterò e la porterò incasa.

Rosaura: Vi dico che non la voglio assolutamente.

Giovine: E' pagata: costa dieci zecchini.

Rosaura: Ma chi la manda?

Giovine: Non lo soda giovine onorato.

Rosaura: Dunque non la voglio.

Lelio: Signora Rosauraammiro la vostra delicatezza. Prendete ipizzi senza riguardoe poiché li ricusate per non sapere daqual mano vi vengono presentatisono forzato a dirvi esser queipizzi un piccolo testimonio della mia stima.

Giovine: Sente? Li ha comprati questo signore.

Arlecchino: (Si maraviglia).

Rosaura: Voi me li regalate? (a Lelio).

Lelio: Sìmia signorae volevo aver il merito di farlosenza dirloper non avere il rossore di offerirvi una cosa cosìtriviale.

Giovine: Sappiasignorache di meglio difficilmente si trova.

Lelio: Io poi sono di buon gusto. Il mio denaro lo spendo bene.

Arlecchino: (Oh che galiotto!) (da sé).

Rosaura: Gradisco sommamente le vostre grazie. Credetemi chequei pizzi mi sono cari all'eccesso. Per l'appunto li desideravoe li volevo comprarenon però così belli.PrendiColombina. Domani principierai a disporli peli fornimento.(Colombina riceve dal Giovine la scatola).

Giovine: Comanda altro? (a Lelio).

Lelio: Noandate pure.

Giovine: Illustrissimomi dona la cortesia?

Lelio: Ci rivedremo.

Giovine: Signoral'ho servita puntualmente. (a Rosaura).

Rosaura: Aspettatevi darò la mancia...

Lelio: Mi maraviglio. Farò io.

Giovine: Grazie infinite. Son qui da lei. (a Lelio).

Lelio: Andateche ci rivedremo.

Giovine: (Ho intesonon lo vedo mai più). (parte).



SCENATREDICESIMA

(LELIOROSAURACOLOMBINA e ARLECCHINO).

Rosaura: Se mi date licenzatorno in casa.

Lelio: Non volete ch'io abbia l'onore di servirvi?

Rosaura: Per ora no. Uscii mascherata solo per vedervi e parlarvie sentire da voi chi era la fortunata favorita dallavostra predilezione. Ora tutta lieta me ne ritorno dentro.

Lelio: Vi portate con voi il mio cuore.

Rosaura: A mia sorella che dovrò dire?

Lelio: Per ora non vi consiglio scoprire i nostri interessi.

Rosaura: Taceròperché m'insinuate di farlo.

Lelio: Sposinaamatemi di buon cuore.

Rosaura: Sposa? Ancor ne dubito.

Lelio: Le mie parole sono contratti.

Rosaura: Il tempo ne sarà giudice. (entra in casa).

Colombina: (Quel morettino mi pare quello che parlò mecostanottema l'abito non è di don Piccaro. Or orasenzasoggezionemi chiarirò).

(entrain casa).



SCENAQUATTORDICESIMA

(LELIOed ARLECCHINOpoi COLOMBINA).

Arlecchino: Sia maledettol'è andada via senza che la possaveder in fazza.

Lelio: Che dici della bellezza di Rosaura? Non è un capod'opera?

Arlecchino: Ella l'è un capo d'opera de bellezzae V. S. uncapo d'opera per le spiritose invenzion.

Lelio: Dubito ch'ella abbia qualche incognito amanteil qualeaspiri alla sua grazia e non ardisca di dirlo.

Arlecchino: E vu moprevalendove dell'occasionsupplìalle so mancanze.

Lelio: Sarei pazzose non mi approfittassi d'una sì bellaoccasione.

Colombina: (Torna a uscire di casasenza maschera).

Arlecchino: Oela cameriera torna in strada. La mia in materia demusono la gh'ha gnente d'invidia della vostra.

Lelio: Se puoiapprofittati; se fai brecciaprocura ch'ellacooperi colla sua padrona per me.

Arlecchino: Insegneme qualche busìa.

Lelio: La natura a tutti ne somministra.

Arlecchino: Signorase non m'ingannoella è quella de stanotte.

Colombina: Sono quella di questa nottequella di ieri e quella cheero già vent'anni.

Arlecchino: Bravaspiritosa! Mi mo son quello che sta notte gh'hadito quelle belle parole.

Colombina: Il signor don Piccaro?

Arlecchino: Per servirla.

Colombina: Mi perdoninon posso crederlo. L'abito che ella portanonè da cavaliere.

Arlecchino: Son cavalierenobilericco e grande; e se non locredetedomandatelo a questo mio amico. (starnuta verso Lelio).

Colombina: Evviva.

Arlecchino: Obbligatissimo. (Sior padronho stranudado). (piano aLelio).

Lelio: (Sbrigati e vieni meco). (piano ad Arlecchino).

Arlecchino: (Ve pregoconfermè anca vu le mie spiritoseinvenzion).

(pianoa Lelio).

Colombina: Di che paese èmio signore? (ad Arlecchino).

Arlecchino: Io sono dell'alma città di Roma. Sonoimparentato coi primi cavalieri d'Europaed ho i miei feudi nellequattro parti del mondo. (starnuta forte).

Colombina: Il ciel l'aiuti!

Arlecchino: Non s'incomodich'è tabacco. (Gnanca perservizio?) (piano a Lelio).

Lelio: (Le dici troppo pesanti).

Arlecchino: (Gnanca le vostre no le son liziere).

Colombina: Il signor marcheseche ama la mia padronal'ha regalata;se V. S. facesse stima di mefarebbe lo stesso.

Arlecchino: Comandate. Andate in Fieraprendete quel che vi piacech'io pagherò; e disponete sino ad un mezzo milione.

Colombina: Signor don Piccaroè troppo grossa. (entra in casa).



SCENAQUINDICESIMA

(LELIOed ARLECCHINO).

Lelio: Non te l'ho detto? Sei un balordo.

Arlecchino: Se l'ho da sbarartanto serve metter man al pezzo piùgrosso.

Lelio: Orsùseguimi: voglio andar nell'albergo. Nonvedo l'ora di veder Ottavioper raccontargli questa nuovaavventura.

Arlecchino: Me par a mi che no sia troppo ben fatto raccontar tutti ifatti sói.

Lelio: Il miglior piacer dell'amante è il poter raccontarecon vanità i favori della sua bella.

Arlecchino: E con qualche poco de zonta.

Lelio: Il racconto delle avventure amorose non può avergrazia senza un po' di romanzo. (entra in locanda).

Arlecchino: Evviva le spiritose invenzion. (entra in locanda).



SCENASEDICESIMA

(Unagondola condotta da due barcaiolidalla quale sbarcano PANTALONE eil DOTTOREvestiti da campagna).

Dottore: Grazie al cielosiamo arrivati felicemente.

Pantalone: Dalla Mira a Venezia no se pol vegnir più prestode quel che semo vegnui (Il linguaggio di Pantalone è tuttoveneziano).

Dottore: Questo per me è stato un viaggio felicissimo. Inprimo luogo sono stato a Padovadove in tre consulti hoguadagnato dieci zecchini. Questa notte sono stato in casa vostratrattato in Apollinee poi soprattutto il matrimonio che abbiamoconcluso fra il signor Leliovostro figlioe Rosauramiafigliami colma d'allegrezza e di consolazione.

Pantalone: Xe tanti anni che semo amiciho gusto che deventemoparenti.

Dottore: Quando credete che vostro figlio possa arrivare in Venezia?

Pantalone: Coll'ultima lettera che el m'ha scritto da Romael me diseche el parte subito. Ancuo (Oggi) o doman l'averave da esser qua.

Dottore: Ditemicaro amicoè poi un giovane ben fatto?Forteprosperoso? Mia figlia sarà in grado di essercontenta?

Pantalone: Mi veramente xe vinti anni che no lo vedo. De dies'annil'ho mandà a Napoli da un mio fradellocol qual negozievimoinsieme.

Dottore: Se lo vedestenon lo conoscereste?

Pantalone: Siguroperché el xe anda via putello. Ma per lerelazion ch'ho avude de elol'è un zovene de propositodebona presenza e de spirito.

Dottore: Ho piacere. Tanto più mia figlia saràcontenta.

Pantalone: Xe assae che no l'abbiè maridada avanti d'adesso.

Dottore: Vi dirò la verità. Ho in casa uno scolaro delmio paeseun certo signor Florindogiovine di buona casa ed'ottimi costumi. Io ho sempre desiderato di darla a lui per mogliema finalmente mi sono assicurato ch'è contrarissimo almatrimonio e nemico del sesso femmininoonde ho risoluto dicollocarla in qualch'altra casa.

Fortunatamenteson venuto da voie in quattro parole abbiamo concluso il migliornegozio di questo mondo.

Pantalone: E siora Beatrice la voleu maridar?

Dottore: Ora che marito Rosaurase possovoglio spicciarmi anchedi lei.

Pantalone: Farè ben. Le putte in casaspecialmente co nogh'è la madreno le sta ben.

Dottore: Vi è un certo signor Ottaviocavalier padovanoche la prenderebbema sin ad ora non ho voluto che la maggiorerestasse indietro. Ora può darsi che gliela dia.

Pantalone: Sior Ottavio lo cognosso: cognosso so sior pare e tutta laso casa. Dèghelache fe un bon negozio.

Dottore: Tanto più gliela daròperché voi midate questo consiglio.

SignorPantalonevi ringrazio d'avermi fatto condurre sin qui dallavostra gondola. Vado in casavado a principiare il discorso atutt'e due le mie figliema specialmente a Rosaurachese nonm'ingannoparmi di vedere in quegli occhi una grand'inclinazione almatrimonio.

(aprela portaed entra in casa)


SCENADICIASSETTESIMA

(PANTALONEsolo).

Stainclinazion ghe xe poche putte che no la gh'abbia. Chi permeggiorar condizionchi per aver un poco più de libertàchi per no dormir soleno le vede l'ora de maridarse.



SCENADICIOTTESIMA


(LELIOed un VETTURINO dalla locandae detto).


Vetturino: Mi maraviglio di leiche non si vergogni darmi un zecchinodi mancia da Napoli sino a Venezia.

Lelio: La mancia è cortesiae non è obbligo;e quando ti do un zecchinointendo trattarti bene.

Vetturino: Le mance sono il nostro salario. Da Napoli a quimiaspettavo almeno tre zecchini.

Pantalone: (Sto zentilomo vien da Napolichi sa che no l'abbia vistomio fio). (da sé).

Lelio: Orsùse vuoi lo zecchinobene; se nolascialoeti darò in cambio una dozzina di bastonate.

Vetturino: Se non fossimo a Veneziale farei vedere quel che sono ivetturini napoletani.

Lelio: Vattenee non mi rompere il capo.

Vetturino: Ecco cosa si guadagna a servire questi pidocchiosi.

(parte).

Lelio: Temerario! Ti romperò le braccia. (E' megliolasciarlo andare).

(dasé).

Pantalone: (Che el fusse elo mio fio?) (da sé).

Lelio: Vetturini! Non si contentano mai. Vorrebbero poterescorticare il povero forestiere.

Pantalone: (Voggio assicurarme con bona manieraper no fallar). (dasé) Lustrissimola perdona l'ardirvienla da Napoli?

Lelio: Sì signore.

Pantalone: A Napoli gh'ho dei patroni e dei amici assae; carteggio conmolti cavalieri; se mai vusustrissima fusse un de quellisaravemia fortuna el poderla servir.

Lelio: Io sono il conte d'Ancora per servirvi.

Pantalone: (Cancarazzo! Nol xe mio fio. M'aveva ingannà). (dasé). La perdonalustrissimo sior contel'ardir: alacognossù in Napoli un certo sior Lelio Bisognosi?

Lelio: L'ho conosciuto benissimo: anzi era molto mio amico. Ungiovane veramente di tutto garbopieno di spiritoamatoadoratoda tutti.

Ledonne gli corrono dietroegli è l'idolo di Napoli; e quelloche è più rimarcabileè d'un cuore schietto esinceroch'è impossibile che egli non dica sempre la verità.

Pantalone: (Cielote ringrazio. El me consola con ste bone notizie.

Mevien da pianzer dall'allegrezza). (da sé).



SCENADICIANNOVESIMA


(OTTAVIOdalla locandae detti).

Ottavio: Signoremi rallegro delle vostre consolazioni.(a Pantalone).

Pantalone: De cossasior Ottaviose rallegrela con mi?

Ottavio: Dell'arrivo di vostro figlio.

Pantalone: El xe arrivà? Dove xelo?

Ottavio: Bellissima! Non è qui il signor Lelio a voi presente?

Lelio: (Questi è mio padre? L'ho fatta bella). (da sé).

Pantalone: Come? Sior conte d'Ancora? (verso Lelio).

Lelio: Ahahah. (ridendo) Caro signor padreperdonatequesto piccolo scherzo. Già vi avevo conosciutoe stavoin voi osservando gli effetti della natura. Perdonatemive nepregoeccomi a' vostri piedi.

Pantalone: Vien qua el mio caro fiovien qua. Xe tanto che tedesideroche te sospiro. Tiò un basoel mio caro Lelioma varda bengnanca da burla no dir de sta sorte de falsità.

Lelio: Credetemiche questa è la prima bugia che hodetto da che so d'esser uomo.

Pantalone: Benissimofa che la sia anca l'ultima. Caro el mio carofiome consolo a vederte cussì bellocussì spiritoso.Astu fatto bon viazo? Perché no xestu vegnù a casa adrettura?

Lelio: Seppi che eravate in villae se oggi non vi vedeva inVeneziaveniva certamente a ritrovarvi alla Mira.

Pantalone: Oh magari! Andemo a casache parleremo. T'ho da dir dellegran cosse. Sior Ottaviocon so bona grazia.

Ottavio: Son vostro servo.

Pantalone: (Oh caro! Siestu benedio! Vardè che putto! Vardèche tocco de omo! Gran amor xe l'amor de pare! Son forade mi dalla consolazion). (da séparte).

Lelio: Amico. Stamane ho pagata la fiera alle due sorelle. Sonvenute in maschera a cercare di mele ho condotte al moscato. Ve loconfidoma state cheto. (va dietro a Pantalone).



SCENAVENTESIMA


(OTTAVIOpoi il DOTTORE).


Ottavio: Resto sempre più maravigliato della debolezza diqueste due ragazze. Mi compariscono d'un carattere affatto nuovo.Per l'assenza del padre si prendono libertà; ma ditanto non le ho mai credute capaci.

Dottore: Gli son servitoreil mio caro signor Ottavio. (uscendodi casa).

Ottavio: (Povero padre! Bell'onore che gli rendono le suefigliuole!) (da sé).

Dottore: (Egli sta sulle sue. Sarà disgustatoperchésino adesso ho negato di dargli Beatrice). (da sé).

Ottavio: (Manco maleche avendomi egli negato Beatricemiha sottratto dal pericolo di avere una cattiva moglie). (da sé).

Dottore: (Ora l'aggiusterò io). (da sé) SignorOttaviogli do nuova che ho fatta sposa Rosaura mia figlia.

Ottavio: Me ne rallegro infinitamente. (Lo sposo èaggiustato bene).

(dasé).

Dottore: Ora mi resta da collocare Beatrice.

Ottavio: Non durerà fatica a trovarle marito.

Dottore: So ancor io che ci sarà più d'uno che aspireràad esser mio generopoiché non ho altro che queste duefigliee alla mia morte tutto sarà di loro; ma siccome ilsignor Ottavio più e più volte ha mostrato dellapremura per Beatricedovendola maritarela darò a luipiuttosto che ad un altro.

Ottavio: Vi ringrazio infinitamente. Non sono più in grado diricevere le vostre grazie.

Dottore: Che vuol ella dire? Pretende di voler vendicarsi dellamia negativa? Allora non era in grado di maritarla: ora miritrovo in qualche disposizione.

Ottavio: La dia a chi vuole. Io non sono in caso di prenderla.(con alterezza).

Dottore: V. S. parla con tal disprezzo? Beatrice èfiglia d'un ciabattino?

Ottavio: E' figlia d'un galantuomo; ma degenerando dal padrefapoco conto del suo decoro.

Dottore: Come parlapadron mio?

Ottavio: Parlo con fondamento. Dovrei tacerema la passione cheho avuta per la signora Beatricee che tuttavia non sostaccarmi dal senoe la buona amicizia che a voi professomiobbliga ad esagerare così e ad illuminarvise foste cieco.

Dottore: Ella mi rende stupido e insensato. Che mai vi è dinuovo?

Ottavio: Sia quello ch'esser si voglianon vo' tacere. Le vostredue figliela scorsa nottedopo aver goduta una serenatahanno introdotto un forestiere nella loro casacon cuicenando e tripudiandohanno consumata la notte.

Dottore: Mi maraviglio di voisignore; questa cosa non puòessere.

Ottavio: Quel che io vi dicoson pronto a mantenervelo.

Dottore: Se siete galantuomopreparatevi dunque a farmeloconstatare; altrimentise è una impostura la vostratroverò la maniera di farmene render conto.

Ottavio: Obbligherò a confermarlo quello stesso chevenutoieri da Napoliè stato ammesso alla loro conversazione.

Dottore: Mie figlie non sono capaci di commettere tali azioni.

Ottavio: Se sono capacilo vedremo. Se prendete la cosa da mein buona partesono un amico che vi rende avvisato; se laprendete sinistramenteson uno che in qualunque maniera renderàconto delle sue parole. (parte).



SCENAVENTUNESIMA

(IlDOTTORE solo).


Dottore: Oh misero me! Povera mia casa! Povera mia riputazione!Questo sì è un malecui né IppocratenéGaleno mi insegnano a risanare. Ma saprò ben trovare unsistema di medicina moraleche troncherà la radice.

Tuttoconsiste a far prestonon lasciar che il mal s'avanzi troppochenon pigli possesso. "Principiis obstasero medicinaparatur".

(entrain casa).



ATTOSECONDO


SCENAPRIMA

Camerain casa del Dottore.



(IlDOTTORE e FLORINDO).

Florindo: Credasignor Dottoreglielo giuro sull'onor mio. In casaquesta notte non è venuto nessuno.

Dottore: So di certo che alle mie figlie è stata fatta unaserenata.

Florindo: E' verissimoed esse l'hanno goduta sul terrazzinomodestissimamente. Le serenate non rendono alcun pregiudizioalle figlie oneste. Far all'amore con onestà èlecito ad ogni civile fanciulla.

Dottore: Ma ricevere di notte la gente in casa? Cenare conun forestiere?

Florindo: Questo è quello che non è vero.

Dottore: Che ne potete saper voi? Sarete stato a letto.

Florindo: Sono stato svegliato tutta la notte.

Dottore: Perché svegliato?

Florindo: Per causa del caldo io non poteva dormire.

Dottore: Conoscete il signor Ottavio?

Florindo: Lo conosco.

Dottore: Egli mi ha detto tutto ciòed è pronto asostenere che ha detto la verità.

Florindo: Il signor Ottavio mentisce. Lo troveremo; si faràche si spieghi con qual fondamento l'ha dettoe son certoritroverete esser tutto falso.

Dottore: Se fosse cosìmi spiacerebbe aver date tantemortificazioni alle mie figliuole.

Florindo: Povere ragazze! Le avete ingiustamente trattate male.

Dottore: Specialmente Rosaura piangeva dirottamentené sipoteva dar pace.

Florindo: Povera innocente! Mi fa compassione. (si asciuga gli occhi).

Dottore: Che cosa avetefigliuoloche sembra che piangiate?

Florindo: Niente: mi è andato del tabacco negli occhi.(mostra la tabacchiera).



SCENASECONDA


(COLOMBINAe detti).


Colombina: Prestosignor padronepresto. La povera signora Rosaura èsvenutae non so come fare a farla rinvenire; correte per caritàad aiutarla. (al Dottore) Florindo: (Smania).

Dottore: Prestoun poco di spirito di melissa.

Colombina: Se sentiste come le palpita il cuore! Avrebbe bisogno d'unacavata di sangue.

Dottore: Signor Florindoandate a vederlatoccatele il polsoese vi pare che abbia bisogno di sanguepungetele la vena. So chesiete bravissimo in queste operazioni. Io intanto vado a prendere lospirito di melissa. (parte).

Colombina: Per amor del cielonon abbandonate la povera mia padrona.

Florindo: Ecco l'effetto de' rimproveri ingiusti di suo padre. Lasoccorreròse potrò. (parte).



SCENATERZA

Cameradi Rosaura con sedie.

(ROSAURAsvenuta sopra una sedia; poi COLOMBINApoi FLORINDOe poi ilDOTTORE).

Colombina: Ecco quipoverina! non è ancor rinvenuta; e suasorella non la soccorrenon ci pensa; vorrebbe che ella morisse.Queste due sorelle non si amanonon si possono vedere.

Florindo: Dove sono? Io non ci vedo.

Colombina: Come non ci vedete? se siamo in una camera cosìchiara?

Guardatela povera signora Rosaura svenuta.

Florindo: Oimè! non posso più. Colombinaandate aprendere quel che bisogna per cavarle sangue.

Colombina: Vado subito. Per l'amor del cielonon l'abbandonate.

(partee poi ritorna).

Florindo: Son solonessuno mi vedeposso toccar quella bella mano.

Sìcarati tasterò il polso. Quanto è bella benchésvenuta! (le tocca il polso) Ahimèch'io muoio. (cadesvenuto in terrao sopra una sedia vicina).

Colombina: Oh bella! Il medico fa compagnia all'ammalata. (portando ilcerino e qualche altra cosa per il sangue).

Dottore: Son quison qui; non è ancor rinvenuta?

Colombina: Osservate. Il signor Florindo è venuto meno ancoresso per conversazione.

Dottore: Oh diavolo! Che cos'è quest'istoria? Prestobisogna dargli soccorso. Piglia questo spirito e bagna sotto ilnaso Rosaurach'io assisterò questo ragazzo.

Colombina: Eccoeccola padrona si muove. (bagnandola collospirito).

Dottore: Anche Florindo si desta. Vanno di concerto.

Rosaura: Oimè! Dove sono?

Dottore: Viafiglia miafatti animonon è niente.

Florindo: (Povero me! Che mai ho fatto?) (s'alzavede il Dottoreesi vergogna).

Dottore: Che cosa è statoFlorindo? Che avete avuto?

Florindo: Signore... non lo so nemmen io... Con vostra buona licenza.

(parteconfuso).

Dottore: Se ho da dire la veritàmi sembra un pazzerello.

Colombina: Animosignora padronaallegramente.

Rosaura: Ah signor padreper carità...

Dottore: Figlia mianon ti affligger più. Sono statoassicurato non esser vero ciò che mi è stato detto dite. Voglio credere che sia una calunniaun'invenzione. Verremo inchiaro della verità.

Rosaura: Macaro signor padrechi mai vi ha dato adintendere falsità così enormicosìpregiudicievoli alla nostra riputazione?

Dottore: E' stato il signor Ottavio.

Rosaura: Con qual fondamento ha egli potuto dirlo?

Dottore: Non lo so. Lo ha detto e s'impegna di sostenerlo.

Rosaura: Lo sostengase può. Signor padresi trattadell'onor vostrosi tratta dell'onor mio: non vi gettate dietro lespalle una cosa di tanto rimarco.

Dottore: Sìlo ritroverò e me ne farò renderconto.

Colombina: Aspettate. Anderò io a ritrovarlo. Io lo condurròin casa ecospetto di baccolo faremo disdire.

Dottore: Vae se lo trovidigli che io gli voglio parlare.

Colombina: Or ora lo conduco qui a suo dispetto. (parte).



SCENAQUARTA


(ROSAURAe il DOTTORE).


Rosaura: Gran dolore mi avete fatto provare!

Dottore: Orsù viamedicheremo il dolore sofferto conuna nuova allegrezza. SappiRosaurache io ti ho fatta sposa.

Rosaura: A chi mai mi avete voi destinata?

Dottore: Al figlio del signor Pantalone.

Rosaura: Dehse mi amatedispensatemi per ora da queste nozze.

Dottore: Dimmi il perchée può essere che ti contenti.

Rosaura: Una figlia obbediente e rispettosa non deve celarcos'alcuna al suo genitore. Sappiatesignoreche un cavalierforestieredi gran sangue e di grandi fortunemi desidera perconsorte.

Dottore: Dunque è vero che vi è il forestiereesarà vero della serenata e della cena.

Rosaura: E' vero che un forestiere mi amae che mi ha fattauna serenatama mi ha parlato una sol volta sotto del terrazzinoe mi fulmini il cielo s'egli ha posto piede mai in questa casa.

Dottore: E' un signor grandee ti vuole per moglie?

Rosaura: Così almeno mi fa sperare.

Dottore: Guarda bene che egli non sia qualche impostore.

Rosaura: Oggi si darà a conoscere a voi. Voi aprirete gliocchi per me.

Dottore: Sentifiglia mia: quando il cielo ti avesse destinataquesta fortunanon sarei sì pazzo a levartela. ConPantalone ho qualche impegnoma solamente di parole; nonmancheranno pretesti per liberarmene.

Rosaura: Basta dire ch'io non lo voglio.

Dottore: Veramente non basterebbeperché son io quello checomanda:

matroveremo una miglior ragione. Dimmicome si chiama questocavaliere?

Rosaura: Il marchese Asdrubale di Castel d'Oro.

Dottore: Capperi! figlia miaun marchese?


SCENAQUINTA


(BEATRICEche ascoltae detti).


Rosaura: E' un anno ch'è innamorato di mee solo ierisera si è dichiarato.

Dottore: Ti vuole veramente bene?

Rosaura: Credetemiche mi adora.

Dottore: Sei sicura che ti voglia prender per moglie?

Rosaura: Me ne ha data positiva parola.

Dottore: Quando è cosìprocurerò di assicurarela tua fortuna.

Beatrice: Signor padrenon crediate sì facilmente alle paroledi mia sorella. Non è vero che il marchese Asdrubalesiasi dichiarato per lei. Egli ama una di noi due esenza troppolusingarmiho ragione di credere ch'egli mi preferisca.

Dottore: Oh bella! Come va questa storia? (a Rosaura).

Rosaura: Dove appoggiate le vostre speranze? (a Beatrice).

Beatrice: Dove avete appoggiate le vostre. (a Rosaura).

Rosaura: Signor padreio parlo con fondamento.

Beatrice: Credetemich'io so quel che dico. (al Dottore).

Dottore: Questa è la più bella favoletta del mondo.Orsùsentite cosa vi dico per concluderla in poche parole.Intanto state dentro delle finestree non andate fuori di casasenza licenza mia. Se il signor marchese parlerà con mesentirò se sia vero quello m'avete dettoe chi di voi siala prediletta; se poi sarà una favolacome credoavròmotivo di diresenza far torto né all'unanéall'altrache tutt'e due siete pazze. (parte).



SCENASESTA

(ROSAURAe BEATRICE).


Beatrice: Signora sorellaqual fondamento avete voi di credere che ilsignor marchese si sia dichiarato per voi?

Rosaura: Il fondamento l'ho infallibilema non sono obbligatadi dirvi tutto.

Beatrice: Sìsìlo so. Siete stata fuori di casa inmaschera. Vi sarete ingegnata di tirar l'acqua al vostro mulino; magiuro al cielonon vi riuscirà forse di macinare.

Rosaura: Che pretensione avete voi? Ha egli detto essere pervoi inclinato? Ha dimostrato volervi?

Beatrice: Ha detto a me quello che ha detto a voi; e non so ora conquanta franchezza lo pretendiate per vostro.

Rosaura: Bastasi vedrà.

Beatrice: Se saprò che mi abbiate fatta qualche soverchieriasorellame la pagherete.

Rosaura: Mi pare che dovreste avere un poco di convenienza.Io finalmente son la maggiore.

Beatrice: Di graziabaciatele la mano alla signora superiora.

Rosaura: Giàl'ho sempre detto. Insieme non si sta bene.

Beatrice: Se non era per causa vostrasarei maritata che sarebberopiù di tre anni. Cinquanta mi volevano. Ma il signor padrenon ha voluto far torto alla sua primogenita.

Rosaura: Certogran pretendenti avete avuti! Fra gli altriil garbatissimo signor Ottavioil quale forse per vendicarsi de'vostri disprezziha inventate tutte le indegnità raccontatedi noi a nostro padre.

Beatrice: Ottavio n'è stato inventore?

Rosaura: Testé me lo disse il genitore medesimo.

Beatrice: Ah indegno! Se mi capita alle manivo' che mi senta.

Rosaura: Meriterebbe esser trucidato.




SCENASETTIMA


(COLOMBINApoi OTTAVIOe dette).


Colombina: Signore padroneecco qui il signor Ottavio che desiderariverirle.

Ottavio: Son qui pien di rossore e di confusione...

Rosaura: Siete un mentitore.

Beatrice: Siete un bugiardo.

Ottavio: Signoreil mentitoreil bugiardonon sono io.

Rosaura: Chi ha detto a nostro padre che abbiamo avuta una serenata?

Ottavio: L'ho detto ioma però...

Beatrice: Chi gli ha detto che abbiamo ricevuto di notte un forestierein casa?

Ottavio: Ioma sappiate...

Beatrice: Siete un bugiardo.

Rosaura: Siete un mentitore.

Ottavio: Sappiate che Lelio Bisognosi...

Rosaura: Avete voi detto che siamo state sul terrazzino?

Ottavio: Sìsignoreascoltatemi...

Beatrice: Avete detto che siamo state trattate dal forestiere?

Ottavio: L'ho dettoperché egli stesso...

Beatrice: Siete un bugiardo. (parte).

Rosaura: Siete un mentitore. (parte).



SCENAOTTAVA


(OTTAVIOe COLOMBINA).


Ottavio: Ma se non mi lasciate parlare... Colombinatiraccomando l'onor mio. Va dalle tue padronedi' loro chese miascolterannosaranno contente.

Colombina: Che cosa potete dire in vostra discolpa?

Ottavio: Moltissimo posso diree che sia la veritàsenti egiudica tuse ho ragione...

Colombina: Veniamo alle corte. Voi avete detto al padrone che ilforestiere è entrato in casa di notte.

Ottavio: Ma se...

Colombina: Voi avete detto che ha dato loro una cena.

Ottavio: Sìma tutto questo...

Colombina: L'avete dettoo non l'avete detto?

Ottavio: L'ho detto...

Colombina: Dunque siete un mentitoreun bugiardo. (parte).



SCENANONA


(OTTAVIOpoi il DOTTORE).


Ottavio: Anche la cameriera si burla di me? Vi è purtroppo il bugiardoma non sono io quelloe non possogiustificarmi. Il signor Florindo mi assicura non esser vero cheLelio sia stato introdotto in casae molto meno che abbia secoloro cenato. Una serenata non reca pregiudizio all'onestàd'una giovineonde mi pento d'aver credutoe molto più mipento d'aver parlato. Lelio è l'impostoreLelio èil bugiardoed ioacciecato dalla gelosiaho avuta ladebolezza di crederee non ho avuto tempo di riflettereche Lelio è un giovinastrovenuto recentemente daNapoli. Come l'aggiusterò io con Beatrice? E quel che piùimportacome l'aggiusterò con suo padre?

Eccoloch'egli viene; merito giustamente i di lui rimproveri.

Dottore: Che c'èsignor Ottavio? Che fate in casa mia?

Ottavio: Signoreeccomi a' vostri piedi.

Dottore: Dunque mi avete raccontate delle falsità.

Ottavio: Tutto quello ch'io ho dettonon fu mia invenzionematroppo facilmente ho credutoe troppo presto vi ho riportatoquanto da un bugiardo mi fu asserito.

Dottore: E chi è costui?

Ottavio: Lelio Bisognosi.

Dottore: Il figlio del signor Pantalone?

Ottavio: Egli per l'appunto.

Dottore: E' venuto a Venezia?

Ottavio: Vi è giunto ieriper mia disgrazia.

Dottore: Dov'è? E in casa di suo padre?

Ottavio: Credo di no. E' un giovine scapestratoche ama la libertà.

Dottore: Ma come ha potuto dire questo disgraziato tutto quello cheha detto?

Ottavio: L'ha detto con tanta costanzache sono stato forzatoa crederloe se il signor Florindoche so essere sincero eonoratonon mi avesse chiaritoforse forse ancora non nesarei appieno disingannato.

Dottore: Io resto attonito come coluiappena arrivatoabbia avutoil tempo di piantare questa carota. Sa che Rosaura e Beatricesieno mie figlie?

Ottavio: Io credo di sì. Sa che sono figlie d'un medico.

Dottore: Ah disgraziato! Così le tratta? Non gli do piùRosaura per moglie.

Ottavio: Signor Dottorevi domando perdono.

Dottore: Vi compatisco.

Ottavio: Non mi private della vostra grazia.

Dottore: Vi sarò amico.

Ottavio: Ricordatevi che mi avete esibita la signora Beatrice.

Dottore: Mi ricordo che l'avete rifiutata.

Ottavio: Ora vi supplico di non negarmela.

Dottore: Ne parleremo.

Ottavio: Ditemi di sive ne supplico.

Dottore: Ci penserò.

Ottavio: Vi chiedo la figlianon vi disturberò per la dote.

Dottore: Vianon occorre altroci parleremo. (parte).

Ottavio: Non mi curo perder la dotese acquisto Beatrice. Mavuol essere difficile l'acquistarla. Le donne sono piùcostanti nell'odioche nell'amore. (parte).



SCENADECIMA

Camerain casa di Pantalone.



(LELIOed ARLECCHINO).

Lelio: Arlecchinosono innamorato davvero.

Arlecchino: Micon vostra bona graziano ve credo una maledetta.

Lelio: Credimi che è così.

Arlecchino: No ve lo credoda galantomo.

Lelio: Questa volta dico pur troppo il vero.

Arlecchino: Sarà veroma mi no lo credo.

Lelio: E perchés'è veronon lo vuoi credere?

Arlecchino: Perché al busiaro no se ghe crede gnanca la verità.

Lelio: Dovresti pur conoscerlo ch'io sono innamoratodalsospirar ch'io faccio continuamente.

Arlecchino: Siguro! perché non savi suspirar e pianzerquando ve comoda. Lo sa la povera siora Cleonicese savi planzer esuspirarse savi tirar zo le povere donne.

Lelio: Ella è stata facile un poco troppo.

Arlecchino: Gh'avì promesso sposarlae la povera romana lav'ha credesto.

Lelio: Più di dieci donne hanno ingannato me; non potròio burlarmi di una?

Arlecchino: Basta: preghè el cielo che la ve vaga ben e che laromana non ve vegna a trovar a Venezia.

Lelio: Non avrà tanto ardire.

Arlecchino: Le donneco se tratta d'amorle fa delle cosse grande.

Lelio: Orsùtronca ormai questo discorso odioso. ACleonice più non penso. Amo adesso Rosaurae l'amo con unamore straordinariocon un amore particolare.

Arlecchino: Se vede veramente che ghe volì bense non altro peri bei regali che gh'andè facendo. Corpo de mi! Diese zecchiniin merlo.

LELIO(Ridendo): Che diciArlecchino? come a tempo hosaputo prevalermi dell'occasione?

Arlecchino: L'è una bella spiritosa invenzion. Masior padronsemo in casa de vostro padree gnancora no se magna?

Lelio: Aspettanon essere tanto ingordo.

Arlecchino: Com'èlo fatto sto vostro padreche no l'hognancora visto.

Lelio: E' un buonissimo vecchio. Eccolo che viene.

Arlecchino: Ohche bella barba!



SCENAUNDICESIMA


(PANTALONEe detti).


Pantalone: Fio miogiusto ti te cercava.

Lelio: Eccomi a' vostri comandi.

Arlecchino: Signor don Pantalone (Affetta di parlar toscano)essendocome sarebbe a direil servo della mascolina prolecosì mido il bell'onore di esserecioè di protestarmi diesseresuo di vussignoria!... Intendetemi senza ch'io parli.

Pantalone: Ohche caro matto! Chi èlo costù?

Lelio: E' un mio servitorelepido ma fedele.

Pantalone: Bravopulito. El sarà el nostro divertimento.

Arlecchino: Farò il buffonese ella comanda.

Pantalone: Me farè servizio.

Arlecchino: Ma avvertitedatemi ben da mangiareperché ibuffoni mangiano meglio degli altri.

Pantalone: Gh'av rason. No ve mancherà el vostro bisogno.

Arlecchino: Vederò se sì galantomo.

Pantalone: Quel che promettomantegno.

Arlecchino: Alle prove. Mi adesso gh'ho bisogno de magnar.

Pantalone: Andè in cusinae fèvene dar.

Arlecchino: Sì bensì galantomo. Vago a trovar el cogo.Sior padronuna parola. (a Lelio).

Lelio: Cosa vuoi?

Arlecchino: (Ho paura che nol sia voster pader). (a Leliopiano).

Lelio: (E perché?) (ad Arlecchino).

Arlecchino: (Perché lu el dis la veritàe vu sìbusiaro). (parte).

Lelio: (Costui si prende troppa confidenza). (da sé).



SCENADODICESIMA


(PANTALONEe LELIO).


Pantalone: L'è curioso quel to servitor. E cussìcomeche te disevafio miot'ho da parlar.

Lelio: Son qui ad ascoltarvi con attenzione.

Pantalone: Ti ti xe l'unico erede de casa miae za che la morte delpovero mio fradello t'ha lassà più ricco ancora dequello che te podeva lassar to parebisogna pensar allaconservazion della casa e della fameggia: ondein poche parolevoimaridarte.

Lelio: A questo già ci aveva pensato. Ho qualche cosa invistae a suo tempo si parlerà.

Pantalone: Al tempo d'ancuola zoventùco se tratta demaridarseno pensa altro che a sodisfar el caprizioe dopoquattro zorni de matrimonioi se pente de averlo fatto. Sta sortede negozi bisogna lassarli manizar ai pari. Eliinteressai per elben dei fioi più dei fioi medesimisenza lassarse orbar nédalla passionné dal caldoi fa le cosse con piùgiudizioe cussì col tempo i fioi se chiama contenti.

Lelio: Certo che senza di voi non lo farei. Dipenderòsempre da' vostri consiglianzi dalla vostra autorità.

Pantalone: Oh benco l'è cussìfio miosappi che zat'ho maridàe giustostamattina ho stabilito el contrattodelle to nozze.

Lelio: Come! Senza di me?

Pantalone: L'occasione no podeva esser meggio. Una bona putta de casae da qualcossacon una bona dotaha d'un omo civil bolognesema stabilio in Venezia. Te dirò ancaa toconsolazionbella e spiritosa. Cossa vustu de più? Hochiappà so pare in parolael negozio xe stabilio.

Lelio: Signor padreperdonatemi: è vero che i padripensano bene per i figliuolima i figliuoli devono star essi collamoglieed è giusto che si soddisfacciano.

Pantalone: Sior fioquesti no xe quei sentimenti de rassegnazioncoiquali me avè fin adesso parlà. Finalmente son pareese per esser stà arlevà lontan da mino avèimparà a respettarmeson ancora a tempo per insegnarvelo.

Lelio: Ma non volete nemmeno che prima io la veda?

Pantalone: La vederèquando averè sottoscritto elcontratto. Alla vecchia se fa cussì. Quel che ho fattohofatto ben: son vostro paree tanto basta.

Lelio: (Ora è tempo di qualche spiritosa invenzione). (dasé).

Pantalone: E cussìcossa me respondeu?

Lelio: Ahsignor padreora mi veggo nel gran cimentoin cui mipone la vostra autorità; non posso più a lungo tenervicelato un arcano.

Pantalone: Coss'è? Cossa gh'è da niovo?

Lelio: Eccomi a' vostri piedi. So che ho erratoma fuicostretto a farlo. (s'inginocchia).

Pantalone: Mo viadi' sucoss'astu fatto?

Lelio: Ve lo dico colle lagrime agli occhi.

PANTALONEDestrighete (Spicciati.)parla.

Lelio: A Napoli ho preso moglie.

Pantalone: E adesso ti me lo disi? E mai no ti me l'ha scritto? E miofradello no lo saveva?

Lelio: Non lo sapeva.

Pantalone: Levete su: ti meriteressi che te depennasse de fioche tescazzasse de casa mia. Ma te voio benti xe el mio unico fioe cola cossa xe fattano gh'è remedio. Se el matrimonio saràda par nostro se la niora me farà scrivero me faràparlarfursi fursi l'accetterò. Ma se ti avessi sposàqualche squaquarina (Donna di mal affare)...

Lelio: Ohche dite maisignor padre? Io ho sposato unaonestissima giovane.

Pantalone: De che condizion?

Lelio: E' figlia di un cavaliere.

Pantalone: De che paese?

Lelio: Napoletana.

Pantalone: Ala dota?

Lelio: E' ricchissima.

Pantalone: E d'un matrimonio de sta sorte no ti me avvisi? Gh'avevistupaurache disesse de no? No son miga matto. Ti ha fatto ben afarlo.

Maperché no dir gnente né a miné a to barba(Zio)? L'astu fursi fatto in scondon (Di nascosto) dei sòi?

Lelio: Lo sanno tutti.

Pantalone: Ma perché tàser con mi e co mio fradello?

Lelio: Perché ho fatto il matrimonio su due piedi.

Pantalone: Come s'intende un matrimonio su do piè?

Lelio: Fui sorpreso dal padre in camera della sposa...

Pantalone: Perché geristu andà in camera della putta?

Lelio: Pazzie amorosefrutti della gioventù.

Pantalone: Ah desgrazià! Bastati xe maridàla saràfenia. Cossa gh'ala nome la to novizza?

Lelio: Briseide.

Pantalone: E so pare?

Lelio: Don Policarpio.

Pantalone: El cognome?

Lelio: Di Albacava.

Pantalone: Xela zovene?

Lelio: Della mia età.

Pantalone: Come astu fatto amicizia?

Lelio: La sua villa era vicina alla nostra.

Pantalone: Come t'astu introdotto in casa?

Lelio: Col mezzo d'una cameriera.

Pantalone: E i t'ha trovà in camera?

Lelio: Sìda solo a sola.

Pantalone: De dìo de notte?

Lelio: Fra il chiaro e l'oscuro.

Pantalone: E ti ha avudo cussì poco giudizio de lassartetrovara rischio che i te mazza?

Lelio: Mi son nascosto in un armadio.

Pantalone: Come donca t'ali trovà?

Lelio: Il mio orologio di ripetizione ha suonate le oree ilpadre si è insospettito.

Pantalone: Oh diavolo! Coss'alo dito?

Lelio: Ha domandato alla figlia da chi aveva avuta quellaripetizione.

Pantalone: E ella?

Lelio: Ed ella disse subito averla avuta da sua cugina.

Pantalone: Chi ela sta so cugina?

Lelio: La duchessa Matildefiglia del principe Astolfosorelladel conte Argantesopraintendente alle caccie di S. M.

Pantalone: Sta to novizza la gh'ha un parentà strepitoso.

Lelio: E' d'una nobiltà fioritissima.

Pantalone: E cussìdel relogio cossa ha dito so pare? S'aloquietà?

Lelio: L'ha voluto vedere.

Pantalone: Oh bella! Com'èla andada?

Lelio: E' venuta Briseideha aperto un pocolino l'armadioemi ha chiesto sotto voce l'orologio.

Pantalone: Bon; co ti ghel davino giera altro.

Lelio: Nel levarlo dal saccoccinola catena si èriscontrata col cane d'una pistola che tenevo montatae la pistolasparò.

Pantalone: Oh poveretto mi? T'astu fatto mal?

Lelio: Niente affatto.

Pantalone: Cossa hai dito? Cossa xe stà?

Lelio: Strepiti grandi. Mio suocero ha chiamata la servitù.

Pantalone: T'hai trovà?

Lelio: E come!

Pantalone: Me trema el cuor. Cossa t'ali fatto?

Lelio: Ho messo mano alla spadae sono tutti fuggiti.

Pantalone: E se i te mazzava?

Lelio: Ho una spada che non teme di cento.

Pantalone: In semola ("Mettere la spada nella crusca"dettoburlesco derisorio)padronin semola. E cussìxestuscampa?

Lelio: Non ho voluto abbandonar la mia bella.

Pantalone: Ella coss'ala dito?

Lelio: Mi si è gettata a' piedi colle lagrime agli occhi.(tenero).

Pantalone: Par che ti me conti un romanzo.

Lelio: Eppure vi narro la semplice verità.

Pantalone: Come ha fenio l'istoria?

Lelio: Mio suocero è ricorso alla giustizia. E' venuto uncapitano con una compagnia di soldatime l'hanno fatta sposareeper castigo mi hanno assegnato ventimila scudi di dote.

Pantalone: (Questa la xe fursi la prima voltache da un mal siaderivà un ben). (da sé).

Lelio: (Sfido il primo gazzettiere d'Europa a inventare un fattocosì bene circostanziato). (da sé).

Pantalone: Fio mioti xe andà a un brutto rischioma za cheti xe riuscio con onorringrazia el cieloe per l'avegnir abbi unpoco più de giudizio. Pistolepistole! Cossa xe ste pistole?Qua no se usa ste cosse.

Lelio: Da quella volta in quamai più non ho portate armida fuoco.

Pantalone: Ma de sto matrimonioperché no dirlo a to barba?

Lelio: Quando è successo il casoera gravemente ammalato.

Pantalone: Perché no scriverlo a mi?

Lelio: Aspettai a dirvelo a voce.

Pantalone: Perché no astu menà la sposa con ti a Venezia?

Lelio: E' gravida in sei mesi.

Pantalone: Anca gravia? In sie mesi? Una bagattella! El negozio no xetanto fresco. Va làche ti ha fatto una bella cossa a no meavvisar.

Diràben to missier (Suocero)che ti gh'ha un pare senza creanzanonavendoghe scritto una riga per consolarme de sto matrimonio. Maquel che non ho fattofarò. Sta sera va via la posta deNapolighe voggio scriver subitoe sora tutto ghe voggioraccomandar la custodia de mia niora (Nuora) e de quel putto chevegnirà alla luseche essendo frutto de mio fioel xeanca parto delle mie viscere. Vago subito...

Mano me arrecordo più el cognome de don Policarpio. Tornemelo adircaro fio.

Lelio: (Non me lo ricordo più nemmen io!) (da sé)Don Policarpio Carciofoli.

Pantalone: Carciofoli? Non me par che ti abbi dito cussì.Adesso me l'arrecordo. Ti m'ha dito d'Albacava.

Lelio: EbbeneCarciofoli è il cognomeAlbacava èil suo feudo: si chiama nell'una e nell'altra maniera.

Pantalone: Ho capio. Vago a scriver. Ghe diròche subito che laxe in stato de vegniri me la manda a Venezia la mia cara niora.No vedo l'ora de véderla: no vedo l'ora de basar quelcaro putellounica speranza e sostegno de casa Bisognosibastondella vecchiezza del povero Pantalon. (parte).



SCENATREDICESIMA


(LELIOsolo).


Lelio: Che fatica terribile ho dovuto fare per liberarmidall'impegno di sposare questa bologneseche mio padre avevaimpegnata per me!

Quand'abbiaa far la pazzia di legarmi colla catena del matrimonioaltrespose non voglio che Rosaura. Ella mi piace troppo. Ha un non socheche a prima vista m'ha colpito. Finalmente è figlia di unmedicomio padre non può disprezzarla. Quando l'avròsposatala napolitana si convertirà in veneziana. Miopadre vuol dei bambini? Gliene faremo quanti vorrà. (parte).



SCENAQUATTORDICESIMA

Stradacol terrazzino della casa del Dottore.


(FLORINDOe BRIGHELLA).


Florindo: Brighellason disperato.

Brighella:Per che causa?

Florindo: Ho inteso dire che il dottor Balanzoni voglia dar per mogliela signora Rosaura ad un marchese napolitano.

Brighella:Da chi avì sentido a dir sta cossa?

Florindo: Dalla signora Beatrice sua sorella.

Brighella:Donca no bisogna perder più tempo. Bisogna che parlèche ve dichiarè.

Florindo: SìBrighellaho risolto spiegarmi.

Brighella:Sia ringrazià el cielo. Una volta ve vederò fursicontento.

Florindo: Ho composto un sonettoe con questo penso di scoprirmi aRosaura.

Brighella:Ehche no ghe vol sonetti. L'è meio parlar in prosa.

Florindo: Il sonetto è bastantemente chiaro per farrniintendere.

Brighella:Quando l'è chiaroe che siora Rosaura el capissaanca elsonetto pol servir. Possio sentirlo anca mi?

Florindo: Eccolo qui. Osserva come è scritto bene.

Brighella:No l'è miga scritto de vostro carattere.

Florindo: Nol'ho fatto scrivere.

Brighella:Perché mo l'avì fatto scriver da un altro?

Florindo: Acciò non si conosca la mia mano.

Brighella:Mo no s'ha da saver che l'avì fatto vu?

Florindo: Sentise può parlare più chiaramente di me.


SONETTO.

Idolodel mio cornume adorato

Pervoi peno tacendoe v'amo tanto

Chetemendo d'altrui vi voglia il fato

M'escedagli occhie più dal cuore il pianto.


Ionon son cavalierné titolato

Néricchezze o tesori aver mi vanto;

Ame diede il destin mediocre stato

Edè l'industria mia tutto il mio vanto.


Ionacqui in Lombardia sott'altro cielo.

Mivedete sovente a voi d'intorno.

Tacquiun tempo in mio dannoed or mi svelo


Solper vostra cagion fo qui soggiorno.

AvoiRosaura mianoto è il mio zelo

Eil nome mio vi farò noto un giorno.


Florindo: Ahche ne dici?

Brighella:L'è bellol'è belloma nol spiega gnente.

Florindo: Come non spiega niente? Non parla chiaramente di me? Laseconda quaderna mi dipinge esattamente. E poidicendo nelprimo verso del primo terzetto: "Io nacqui in Lombardia"non mi manifesto per bolognese?

Brighella:Lombardia è anca MilanBergamoBressaVeronaMantovaModena e tante altre città. Come ala mo da indovinarchevoia dir bolognese?

Florindo: E questo verso"Mi vedete sovente a voi d'intorno"non dice espressamente che sono io?

Brighella:El pol esser qualchedun altro.

Florindo: Eh viasei troppo sfistico. Il sonetto parla chiaroeRosaura l'intenderà.

Brighella:Se ghel darì vula l'intenderà meio.

Florindo: Io non glielo voglio dare.

Brighella:Donca come volì far?

Florindo: Ho pensato di gettarlo sul terrazzino. Lo troveràlo leggeràe capirà tutto.

Brighella:E se lo trova qualchedun altro?

Florindo: Chiunque lo troveràlo farà leggere anche aRosaura.

Brighella:No saria meio...

Florindo: Zitto; osserva come si fa. (getta il sonetto sulterrazzino).

Brighella:Pulito! Sè più franco de manche de lengua.

Florindo: Parmi di vedere che venga gente sul terrazzino.

Brighella:Stemo qua a goder la scena.

Florindo: Andiamoandiamo. (parte).

Brighella:El parleràquando no ghe sarà più tempo.(parte).



SCENAQUINDICESIMA

(COLOMBINAsul terrazzinopoi ROSAURA)


Colombina: Ho veduto venire un non so che sul terrazzino. Son curiosasapere che cos'è. Oh ecco un pezzo di carta. Che sia qualchelettera?

(l'apre)Mi dispiace che so poco leggere. "SoSonetSonetto toSonetto". E' un sonetto. Signora padronavenite sul terrazzino. E' stato gettato un sonetto. (verso la casa).

Rosaura: Un sonetto? Chi l'ha gettato? (viene sul terrazzino).

Colombina: Non lo so. L'ho ritrovato a caso.

Rosaura: Da' quilo leggerò volentieri.

Colombina: Leggeteloche poi lo farete sentire anche a me. Vado astiraresin tanto che il ferro è caldo. (parte).

Rosaura: Lo leggerò con piacere. (legge piano).


SCENASEDICESIMA

(LELIOe detta).

Lelio: (Ecco la mia bella Rosaura; legge con grande attenzione:son curioso di saper cosa legga). (da sé) Rosaura: (Questo sonetto ha delle espressioniche mi sorprendono).

(dasé) Lelio: Permette la signora Rosaurach'io abbia il vantaggio di riverirla?

Rosaura: Oh perdonatemisignor marchesenon vi aveva osservato.

Lelio: Che legge di bello? Poss'io saperlo?

Rosaura: Ve lo dirò. Colombina mi ha chiamato sul terrazzino:ha ella ritrovato a caso questo sonettome lo ha consegnatoe lo trovo essere a me diretto.

Lelio: Sapete voi chi l'abbia fatto?

Rosaura: Non vi è nome veruno.

Lelio: Conoscete il carattere?

Rosaura: Nemmeno.

Lelio: Potete immaginarvi chi l'abbia composto?

Rosaura: Questo è quello ch'io studioe non l'indovino.

Lelio: E' bello il sonetto?

Rosaura: Mi par bellissimo.

Lelio: Non è un sonetto amoroso?

Rosaura: Certoegli parla d'amore. Un amante non puòscrivere con maggior tenerezza.

Lelio: E ancor dubitate chi sia l'autore?

Rosaura: Non me lo so figurare.

Lelio: Quello è un parto della mia musa.

Rosaura: Voi avete composto questo sonetto?

Lelio: Iosìmia cara; non cesso mai di pensare aivari modi di assicurarvi dell'amor mio.

Rosaura: Voi mi fate stupire.

Lelio: Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?

Rosaura: Sìma non vi credeva in istato di scriver così.

Lelio: Non parla il sonetto d'un cuor che vi adora?

Rosaura: Sentite i primi versie ditemi se il sonetto èvostro:

"Idolo del mio cornume adoratoPer voi peno tacendoev'amo tanto..." Lelio: Ohè miosenz'altro. "Idolo del mio cornume adorato- Per voi penotacendoe v'amo tanto. Sentite? Lo so a memoria.

Rosaura: Ma perché "tacendo"se ieri sera giàmi parlaste?

Lelio: Non vi dissi la centesima parte delle mie pene. E poi èun anno che taccio: e posso dir ancora ch'io peno tacendo.

Rosaura: Andiamo avanti:

"Che temendo d'altrui vi voglia il fatoM'esce dagli occhiepiù dal cuore il pianto".

Chi mi vuole? Chi mi pretende?

Lelio: Solita gelosia degli amanti. Io non ho ancora parlatocon vostro padrenon siete ancora miadubito e dubitando iopiango.

Rosaura: Signor marchesespiegatemi questi quattro versi bellissimi:

"Io non son cavalierné titolatoNé ricchezzeo tesori aver mi vanto; A me diede il destin mediocre statoEd èl'industria mia tutto il mio vanto".

Lelio: (Ora sìche sono imbrogliato). (da sé).

Rosaura: E' vostro questo bel sonetto?

Lelio: Sìsignoraè mio. Il sincero e lealeamoreche a voi mi leganon mi ha permesso di tirar piùa lungo una favolache poteva un giorno esser a voi di cordoglioe a me di rossore. Non son cavalierenon son titolatoèvero. Tale mi finsi per bizzarriapresentandomi a due sorelledalle quali non volevo esser conosciuto.

Nonvolevo io avventurarmi così alla ciecasenza primaesperimentare se potea lusingarmi della vostra inclinazione: orache vi veggo pieghevole a' miei onesti desirie che vi speroamanteho risoluto di dirvi il veroe non avendo coraggio difarlo colla mia voceprendo l'espediente di dirvelo in unsonetto. Non sono riccoma di mediocri fortuneed esercitandoin Napoli la nobil arte della mercaturaè vero chel'industria mia è tutto il mio vanto.

Rosaura: Mi sorprende non poco la confessione che voi mi fate;dovrei licenziarvi dalla mia presenzatrovandovi menzognero: mal'amore che ho concepito per voinon me lo permette. Se siete unmercante comodonon sarete un partito per me disprezzabile. Ma ilresto del sonetto mi pone in maggiore curiosità. Lo finiròdi leggere.

Lelio: (Che diavolo vi può essere di peggio!) (da sé).

Rosaura: "Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo".

Comesi adatta a voi questo versose siete napoletano?

Lelio: Napoli è una parte della Lombardia.

Rosaura: Io non ho mai sentito direche il regno di Napolisi comprenda nella Lombardia.

Lelio: Perdonatemileggete le istorietroverete che iLongobardi hanno occupata tutta l'Italia: e da per tutto dovehanno occupato i Longobardipoeticamente si chiama Lombardia.(Con una donna posso passar per istorico). (da sé).

Rosaura: Sarà come dite voi: andiamo avanti.


"Mi vedete sovente a voi d'intorno" .

Ionon vi ho veduto altro che ieri sera:

comepotete diremi vedete sovente?


Lelio: Dice "vedete"?

Rosaura: Così per l'appunto.

Lelio: E' error di pennadeve dire "vedrete"; "mivedrete sovente a voi d'intorno".

Rosaura: "Tacqui un tempo in mio dannoed or mi svelo".

Lelio: E' un anno ch'io taccioora non posso più.

Rosaura: All'ultima terzina.

Lelio: (Se n'escoè un prodigio). (da sé).

Rosaura: "Sol per vostra cagion fo qui soggiorno".

Lelio: Se non fosse per voisarei a quest'ora o in Londrao in Portogallo. I miei affari lo richiedonoma l'amor che ho pervoimi trattiene in Venezia.

Rosaura: "A voiRosaura mianoto è il mio zelo".

Lelio: Questo verso non ha bisogno di spiegazione.

Rosaura: Ne avrà bisogno l'ultimo.

"E il nome mio vi farò noto un giorno".

Lelio: Questo è il giornoe questa è laspiegazione. Io non mi chiamo Asdrubale di Castel d'Oroma RuggieroPandolfi.

Rosaura: Il sonetto non si può intenderesenza laspiegazione.

Lelio: I poeti sogliono servirsi del parlar figurato.

Rosaura: Dunque avete finto anche il nome.

Lelio: Ieri sera era in aria di fingere.

Rosaura: E stamane in che aria siete?

Lelio: Di dirvi sinceramente la verità.

Rosaura: Posso credere che mi amiate senza finzione?

Lelio: Ardo per voiné trovo pace senza la speranza diconseguirvi.

Rosaura: Io non voglio essere soggetta a nuovi inganni. Spiegatevicol mio genitore. Datevi a lui a conosceree se egliacconsentirànon saprò ricusarvi. Ancorché miabbiate ingannata non so disprezzarvi.

Lelio: Ma il vostro genitore dove lo posso ritrovare?

Rosaura: Eccolo che viene.



SCENADICIASSETTESIMA

(IlDOTTORE e detti).

Dottore: E' questi? (a Rosauradi lontano).

Rosaura: Sìma...

Dottore: Andate dentro. (a Rosauranon sentito da Lelio) Rosaura: Sentite prima...

Dottore: Va dentronon mi fare adirare. (come sopra).

Rosaura: Bisogna ch'io l'obbedisca. (entra).

Lelio: (Veramente mi sono portato bene. Gil Blas non ha diqueste belle avventure). (da sé).

Dottore: (All'aria si vede ch'è un gran signore; ma mi pareun poco bisbetico). (da sé).

Lelio: (Ora conviene infinocchiare il padrese sia possibile).(da sé) Signor Dottorela riverisco divotamente.

Dottore: Le fo umilissima riverenza.

Lelio: Non è ella il padre della signora Rosaura?

Dottore: Per servirla.

Lelio: Ne godo infinitamentee desidero l'onore di poterlaservire.

Dottore: Effetto della sua bontà.

Lelio: Signoreio son uomo che in tutte le cose mie vado allecorte.

Permettetemidunqueche senza preamboli vi dica ch'io sono invaghito di vostrafigliae che la desidero per consorte.

Dottore: Così mi piace: laconicamente; ed io le rispondochemi fa un onor che non meritoche gliela darò più chevolentieriquando la si compiaccia darmi gli opportuni attestatidell'esser suo.

Lelio: Quando mi accordate la signora Rosaurami do aconoscere immediatamente.

Dottore: Non è ella il marchese Asdrubale?

Lelio: Vi diròcaro amico...




SCENADICIOTTESIMA.

(OTTAVIOe detti).

Ottavio: Di voi andava in traccia. Mi avete a render contodelle imposture inventate contro il decoro delle figlie del signorDottore.

Sesiete un uomo d'onoreponete mano alla spada. (a Lelio).

Dottore: Come? Al signor marchese?

Ottavio: Che marchese! Questi è Leliofiglio del signorPantalone.

Dottore: Oh diavolocosa sento!

Lelio: Chiunque mi siaavrò spirito bastante perrintuzzare la vostra baldanza. (mette mano alla spada) Ottavio: Venitese avete cuore. (mette mano egli ancora).

Dottore: (Entra in mezzo) Altoaltofermatevisignor Ottavionon voglio certamente. Perché vi volete battere con questobugiardaccio?

Andiamovenite con me. (ad Ottavio).

Ottavio: Lasciatemive ne prego.

Dottore: Non voglionon voglio assolutamente. Se vi preme miafigliavenite meco.

Ottavio: Mi conviene obbedirvi. Ad altro tempo ci rivedremo.(a Lelio).

Lelio: In ogni tempo saprò darvi soddisfazione.

Dottore: Bello il signor marchese! Il signor napoletano!Cavaliere!

Titolato!Cabaloneimpostorebugiardo. (parte con Ottavio).



SCENADICIANNOVESIMA

(LELIOpoi ARLECCHINO).

Lelio: Maledettissimo Ottavio! Costui ha preso aperseguitarmi: ma giuro al cielome la pagherà. Questaspada lo farà pentire d'avermi insultato.

Arlecchino: Sior padroncossa feu colla spada alla man?

Lelio: Fui sfidato a duello da Ottavio.

Arlecchino: Avì combattù?

Lelio: Ci battemmo tre quarti d'ora.

Arlecchino: Com'ela andada?

Lelio: Con una stoccata ho passato il nemico da parte a parte.

Arlecchino: El sarà morto.

Lelio: Senz'altro.

Arlecchino: Dov'è el cadavere?

Lelio: L'hanno portato via.

Arlecchino: Bravosior padronsì un omo de garbonon avìmai più fatto tanto ai vostri zorni.



SCENAVENTESIMA

(OTTAVIOe detti).

Ottavio: Non sono di voi soddisfatto. V'attendo domani allaGiudecca:

sesiete uomo d'onorevenite a battervi meco.

Arlecchino: (Fa degli atti di ammirazionevedendo Ottavio).

Lelio: Attendetemiche vi prometto venire.

Ottavio: Imparerete ad esser meno bugiardo. (parte).

Arlecchino: Sior padronel morto cammina. (ridendo).

Lelio: La collera mi ha acciecato. Ho ucciso un altro invece dilui.

Arlecchino: L'immagino che l'averì ammazzì colla spadad'una spiritosa invenzion. (starnutae parte)


SCENAVENTUNESIMA

(LELIOsolo).

Lelio: Non può passare per spiritosochi nonha il buon gusto dell'inventare. Quel sonetto però mi haposto in un grande impegno.

Poteadir peggio?

"Ionon son cavalier né titolato

-Né ricchezze o tesori aver mi vanto!"


Epoi:


"nacquiin Lombardia sott'altro celo!"


Miha preso per l'appunto di mira quest'incognito mio rivalema ilmio spiritola mia destrezzala mia prontezza d'ingegno superaogni strana avventura. Quando faccio il mio testamentovoglioordinare che sulla lapide mia sepolcrale sieno incisi questi versi:


Quigiace Lelio. per voler del fato

Cheper piantar carote a prima vista

Nesapeva assai più d'un avvocato

Ene inventava più d'un novellista.

Ancorchémortoin questa tomba il vedi:

Faimoltopasseggierse morto il credi.


(parte).



ATTOTERZO


SCENAPRIMA

Strada


(FLORINDOdi casaBRIGHELLA l'incontra).


Brighella:Sior Florindogiusto de ella andava in traccia.

Florindo: Di me! Cosa vuoiil mio caro Brighella?

Brighella:Ala parlà? S'ala dichiarà colla siora Rosaura?

Florindo: Non ancora. Dopo il sonettonon l'ho più veduta.

Brighella:Ho paura che nol sia più a tempo.

Florindo: Oh dio! Perché?

Brighella:Perché un certo impostorbusiaro e cabalonl'è drioper levarghe la polpettina dal tondo.

Florindo: Narrami: chi è costui? E' forse il marchese di Casteld'Oro?

Brighella:Giusto quello. Ho trovà el so servitorche l'è unmio patriotoe siccome l'è alquanto gnochettoel me hacontà tutto. La sappia che costù s'ha finto con sioraRosaura autor della serenadaautor del sonettoe el gh'hapiantà centomille filastroccheuna pezo dell'altra. V. S.spendee lu gode. V. S. sospirae lu ride. V. S.

tasee lu parla. Lu goderà la macchinae V. S. resterà amuso secco.

Florindo: Oh Brighellatu mi narri delle gran cose!

Brighella:Qua bisogna resolver. O parlar subitoo perder ognisperanza.

Florindo: Parlerei volentierima non ho coraggio di farlo.

Brighella:Ch'el parla con so padre.

Florindo: Mi dà soggezione.

Brighella:Ch'el trova qualche amigo.

Florindo: Non so di chi fidarmi.

Brighella:Parleria mima a un servitor da livrea no convien sta sorted'uffizi.

Florindo: Consigliami: che cosa ho da fare?

Brighella:Andemo in casae studieremo la maniera più facile e piùadattada.

Florindo: Se perdo Rosaurason disperato.

Brighella:Per no perderlabisogna remediar subito.

Florindo: Sìnon perdiamo tempo. Caro Brighellaquantoti sono obbligato! Se sposo Rosaurariconoscerò dal tuoamore la mia maggior felicità. (entra in casa).

Brighella:Chi sa se po dopo el se recorderà più de mi? Mapazienzaghe vói bene lo fazzo de cuor. (entra).



SCENASECONDA

(PANTALONEcon lettera in mano).


Pantalone: Mimi in personavoggio andar a metter sta lettera allaposta de Napoli; no voggio ch'el servitor se la desmentega; novoi mancar al mio debito col sior Policarpio. Ma gran mattograndesgrazià che xe quel mio fio! Ei xe maridàe el vaa far l'amorel va a metter suso la fia del Dottor! Questo vol diraverlo mandà a Napoli. S'el fusse stà arlevàsotto i mi occhinol sarave cussì. Bastasiben che l'ègrando e grossoe maridàel saverò castigar. ElDottor gh'ha rasone bisogna che cerca de farghe dar qualchesodisfazion. Furbazzo!

Marchesede Castel d'Oroserenadecenelavarse la bocca contra lareputazion d'una casa! L'averà da far con mi. Voi destrigarmea portar sta letterae po col sior fio la discorreremo.



SCENATERZA


(UnPORTALETTERE e detto).


Portalettere: Sior Pantalonuna lettera. Trenta soldi.

Pantalone: Da dove?

Portalettere: La vien dalla posta de Roma.

Pantalone: La sarà da Napoli. Tolè trenta soldi. La xemolto grossa!

Portalettere: La me favorissa. Un tal Lelio Bisognosi chi xelo?

Pantalone: Mio fio.

Portalettere: Da quando in qua?

Pantalone: El xe vegnù da Napoli.

Portalettere: Gh'ho una lettera anca per elo.

Pantalone: Demela a miche son so pare.

Portalettere: La toga. Sette soldi.

Pantalone: Tolèsette soldi.

Portalettere: Strissima (Modo di dire: Servo di Vosustrissima).

(parte)



SCENAQUARTA


(PANTALONEsolo).


Pantalone: Chi mai xe quello che scrive? Cossa mai ghe xe drento? Stocarattere mi no me par de cognosserlo. El sigillo gnanca.L'averziròe saverò.

Solitovizio! voler indivinar chi scriveavanti de averzer lalettera. "Signor mio riveritissimo". Chi elo questoche scrive?

"MasanielloCapezzali. Napoli24 Aprile 1750". No so chi el sia;sentimo. "Avendo scritto due lettere per costì al signorLelio di Lei figliuoloe non avendo avuto risposta..." Miofio s'ha fermà a Romaste do lettere le sarà allaposta. "Risolvo a scrivere la presente a V. S. mio signoretemendo ch'egli o non sia arrivatoo sia indisposto. Ilsignor Leliodue giorni prima di partir da Napoliha raccomandatoa mesuo buon amicodi fargli avere le fedi del suo statoliberoper potersi ammogliare in altre partioccorrendo..." Ohbella! S'el gera maridà! "Niuno poteva servirlo megliodi mementre sino all'ultima ora della sua partenza sono statoquasi sempre al suo fiancoper legge di buona amicizia..."Questo doveria saver tuttoanca del matrimonio. "Ondeunitamente al nostro comune amico Nicoluccioabbiamo ottenutele fedi del suo stato liberole quali a ciò non sismarriscanomando incluse a V. S.autentiche elegalizzate..." Com'ela? Coss'è sto negozio? Le fede delstato libero?

Nol'è maridà? O le fede xe falseo el matrimonio xeun'invenzion.

Andemoavanti. "E' un prodigio che il signor Lelio torni alla patrialibero e non legatodopo gl'infiniti pericoli ne' quali siè ritrovato per il suo buon cuore; ma posso darmi io ilvanto d'averlo per buona amicizia sottratto da mille scogli:ond'egli è partito da Napoli libero e scioltolo che renderànon poca consolazione a V. S.

potendoprocurargli costì un accasamento comodo e di suo piacere; eprotestandomi sono." Cossa sentio? Lelio no xe maridà?Queste xe le fede del stato libero. (le spiega) Sìbenfede autentiche e recognossue. False no le pol esser. Stogalantomo che scriveper cossa s'averavelo da inventar unafalsità? No pol esserno ghe vedo rason. Ma perchéLelio contarme sta filastrocca? No so in che modo la sia. Sentimose da sta letteradiretta a élose pol rilevarqualcossa. (vuol aprire la lettera)



SCENAQUINTA


(LELIOe detto).


Lelio: Signor padredi voi appunto cercava.

Pantalone: Sior fiovegni giusto a tempo. Disemecognosseu a Napoliun certo sior Masaniello Capezzali?

Lelio: L'ho conosciuto benissimo. (Costui sa tutte le miebizzarrienon vorrei che mio padre gli scrivesse). (da sé).

Pantalone: Elo un omo de garbo? Un omo schietto e sincero?

Lelio: Era talema ora non è più.

Pantalone: No? Mo perché?

Lelio: Perché il poverino è morto.

Pantalone: Da quando in qua xelo morto?

Lelio: Prima ch'io partissi da Napoli.

Pantalone: No xe tre mesi che sè partio da Napoli?

Lelio: Per l'appunto Pantalone: Ve voggio dar unaconsolazion; el vostro caro amigo sior Masaniello xe resuscità.

Lelio: Eh! Barzellette!

Pantalone: Vardèquesto xelo el so carattere?

Lelio: Oibònon è suo carattere. (Pur troppo èsuo; che diavolo scrive?) (da sé). Pantalone: Seu seguro che nol sia el so carattere?

Lelio: Son sicurissimo... E poise e morto.

Pantalone: (O che ste fede xe falseo che mio fio xe el prencipe deibusiari. Ghe vol politica per scoverzer la verità). (da sé).

Lelio: (Sarei curioso di sapere che cosa contiene quella lettera).(da sé) Signor padrelasciatemi osservar meglio s'ioconosco quel carattere.

Pantalone: Sior Masaniello no xelo morto?

Lelio: E' morto senz'altro.

Pantalone: Co l'è mortola xe fenia. Lassemo sto tomo dapartee vegnimo a un altro. Cossa aveu fatto al dottor Balanzoni?

Lelio: A lui niente.

Pantalone: A lu gnente; ma a so fia?

Lelio: Ella ha fatto qualche cosa a me.

Pantalone: Ella a ti? Cossa diavolo te porla aver fatto?

Lelio: Mi ha incantatomi ha acciecato. Dubito che mi abbiastregato.

Pantalone: Contime mocom'ela stada?

Lelio: Ieriverso seraandava per i fatti miei. Ella mi videdalla finestra; bisogna dire che l'abbia innamorata quel certo nonso che del mio visoche innamora tutte le donnee mi hasalutato con un sospiro. Ioche quando sento sospirar una femminacasco mortomi son fermato a guardarla. Figuratevi! I mieiocchi si sono incontrati nei suoi. Io credo che in quei due occhiabbia due diavolimi ha rovinato subitoe non vi èstato rimedio.

Pantalone: Ti xe molto facile a andar zo col brenton (Proverbioveneziano; vuol dire "esser facile a far qualche cosa").Dimegh'astu fatto una serenata?

Lelio: Oh pensate! Passò accidentalmente una serenata. Iomi trovai a sentirla. La ragazza ha creduto che l'avessi fatta farioed io ho lasciato correre.

Pantalone: E ti t'ha inventà d'esser stà in casa dopo laserenata?

Lelio: Io non dico bugie. In casa ci sono stato.

Pantalone: E ti ha cenà con ella?

Lelio: Per dirvi la veritàsì signoreho cenatocon lei.

Pantalone: E no ti gh'ha riguardo a torte ste confidenze con unaputta?

Lelio: Ella mi ha invitatoed io sono andato.

Pantalone: Te par che un omo maridà abbia da far de ste cosse?

Lelio: E' veroho fatto male: non lo farò più.

Pantalone: Maridà ti xe certo.

Lelio: Quando non fosse morta mia moglie.

Pantalone: Perché ala da esser morta?

Lelio: Può morire di parto.

Pantalone: Se la xe in sie mesi.

Lelio: Può abortire.

Pantalone: Dime un poco. Sastu chi sia quella siora Rosaura colla qualti ha parlà e ti xe stà in casa?

Lelio: E' la figlia del dottor Balanzoni.

Pantalone: Benissimo: e la xe quella che stamattina t'aveva propostode darte per muggier.

Lelio: Quella?

Pantalone: Sìquella.

Lelio: M'avete detto la figlia d'un bolognese.

Pantalone: Benel dottor Balanzoni xe bolognese.

Lelio: (Oh diavoloch'ho io fatto!) (da sé).

Pantalone: Cossa distu? Se ti geri liberol'averessistu tioltavolentiera?

Lelio: Volentierissimacon tutto il cuore. Dehsignor padrenon la licenziate; non abbandonate il trattatopacificate il signorDottoreteniamo in buona fede la figlia. Non posso vivere senza dilei.

Pantalone: Ma se ti xe maridà.

Lelio: Può essere che mia moglie sia morta.

Pantalone: Queste le xe speranze da matti. Abbi giudizio tendi a far ifatti toi. Lassa star le putte. Siora Rosaura xe licenziadae perdar una sodisfazion al Dottorte tornerò a mandar a Napoli.

Lelio: Noper amor del cielo.

Pantalone: No ti va volentiera a veder to muggier?

Lelio: Ahvoi mi volete veder morire!

Pantalone: Per cossa?

Lelio: Moriròse mi private della signora Rosaura.

Pantalone: Ma quante muggier voressistu tior? Setteco fa i Turchi?

Lelio: Una sola mi basta.

Pantalone: Benti gh'ha siora Briseide.

Lelio: Oimè... Briseide...

Pantalone: Cossa gh'è?

Lelio: Signor padreeccomi a' vostri piedi. (s'inginocchia).

Pantalone: Via mocossa vorressi dir?

Lelio: Vi domando mille volte perdono.

Pantalone: Mo viano me fe penar.

Lelio: Briseide è una favolaed io non sono ammogliato.

Pantalone: Bravosiorbravo! Sta sorte de panchiane piantè avostro pare? Leveve susier cabalonsier busiaro; xela questala bella scuola de Napoli? Vegnì a Veneziae appenaarrivàavanti de veder vostro pareve tacchècon persone che no savè chi le sia. Dè da intenderde esser napolitandon Asdrubale de Castel d'Ororicco demilioninevodo de prencipie poco manco che fradello de unre; inventè mille porcarie in pregiudizio de do putte onestee civil. Sè arrivà a segno de ingannar el vostropovero pare. Ghe dè da intender che sè maridàa Napoli: tirè fuora la siora Briseidesior Policarpioelrelogio de repetizionla pistola; e permettè che butta viadelle lagreme de consolazion per una niora imaginariaperun nevodo inventà; e lassè che mi scriva una letteraa vostro missierche sarave stada fidecommisso perpetuo allaposta de Napoli. Come diavolo feu a insuniarve ste cosse? Dovediavolo troveu la materia de ste maledette invenzion? L'omocivil no se destingue dalla nascitama dalle azion. El credito delmercante consiste in dir sempre la verità.

Lafede xe el nostro mazor capital. Se no gh'avè fedese nogh'avè reputazionsarè sempre un omo sospettouncattivo marcanteindegno de sta piazzaindegno della mia casaindegno de vantar l'onorato cognome dei Bisognosi.

Lelio: Ahsignor padrevoi mi fate arrossire. L'amoreche ho concepito per la signora Rosauranon sapendo esserquella che destinata mi avevate in isposami ha fatto proromperein tali e tante menzognecontro la delicatezza dell'onor miocontro il mio sincero costume.

Pantalone: Se fusse vero che fussi pentiono sarave gnente. Ma hopaura che siè busiaro per naturae che fe pezo per l'avegnir.

Lelio: No certamente. Detesto le bugie e le aborrisco. Saròsempre amante della verità. Giuro di non lasciarmi cader dibocca una sillaba nemmeno equivocanon che falsa. Ma per pietànon mi abbandonate.

Procuratemiil perdono dalla mia cara Rosauraaltrimenti mi vedrete morire.Anche poc'anziassalito dall'eccessiva passioneho gettato nonpoco sangue travasato dal petto.

Pantalone: (Poverazzo! El me fa peccà). (da sé) Se mepodesse fidar de tivorave anca procurar de consolarte: ma gh'hopaura.

Lelio: Se dico più una bugiache il diavolo mi porti.

Pantalone: Donca a Napoli no ti xe maridà?

Lelio: No certamente.

Pantalone: Gh'astu nissun impegno con nissuna donna?

Lelio: Con donne non ho mai avuto verun impegno.

Pantalone: Né a Napoliné fora de Napoli?

Lelio: In nessun luogo.

Pantalone: Varda benveh!

Lelio: Non direi più una bugia per tutto l'oro del mondo.

Pantalone: Gh'astu le fede del stato libero?

Lelio: Non le homa le aspetto a momenti.

Pantalone: Se le fusse vegnueaveressistu gusto?

Lelio: Il ciel volesse; spererei più presto conseguirla mia cara Rosaura.

Pantalone: Varda mo. Cossa xele queste? (dà le fedi a Lelio).

Lelio: Oh me felice! Queste sono le mie fedi dello stato libero.

Pantalone: Me despiase che le sarà false.

Lelio: Perché false? Non vedete l'autentica?

Pantalone: Le xe falseperché le spedisse un morto.

Lelio: Un morto? Come?

Pantalone: Vardale spedisse sior Masaniello Capezzaliel qual tidisi che l'è morto che xe tre mesi.

Lelio: Lasciate vedere; ora riconosco il carattere. Non èMasanielloil vecchioche scrive; è suo figlioil miocaro amico. (ripone le fedi).

Pantalone: E el fio se chiama Masaniellocome el pare?

Lelio: Sìper ragione di una ereditàtutti sichiamano col medesimo nome.

Pantalone: L'è tanto to amigoe no ti cognossevi el carattere?

Lelio: Siamo sempre stati insiemenon abbiamo avuto occasionedi carteggiare.

Pantalone: E ti cognossevi el carattere de so pare?

Lelio: Quello lo conoscevoperché era banchiere e mi hafatto delle lettere di cambio.

Pantalone: Ma xe morto so paree sto sior Masaniello no sigilla lalettera col bollin negro?

Lelio: Lo sapete pure: il bruno non si usa più.

Pantalone: Leliono vorria che ti me contassi delle altre fandonie.

Lelio: Se dico più una bugia solapossa morire.

Pantalone: Tasi làfrasconazzo. Donca ste fede le xe bone?

Lelio: Buonissime; mi posso ammogliar domani.

Pantalone: E i do mesi e più che ti xe stà a Roma?

Lelio: Questo non si dice a nessuno. Si dà adintendere che sono venuto a dirittura da Napoli a Venezia.Troveremo due testimoni che l'affermeranno.

Pantalone: Da resto pono s'ha da dir altre busie.

Lelio: Questa non è bugiaè un facilitare la cosa.

Pantalone: Basta. Parlerò col Dottore la discorreremo.Vardè sta letterache m'ha dà el portalettere.

Lelio: Viene a me?

Pantalone: A vu; gh'ho dà sette soldi. Bisogna che la vegna daRoma.

Lelio: Può essere. Datemelache la leggerò.

Pantalone: Con vostra bona graziala voggio lezer mi. (l'apre belbello).

Lelio: Ma favoritemi... la lettera è mia.

Pantalone: E mi son vostro pare. La posso lezer.

Lelio: Come volete... (Non vorrei nascesse qualche nuovoimbroglio).

(dasé).

Pantalone: (Legge) "Carissimo sposo". Carissimo sposo?(guardando Lelio).

Lelio: Quella lettera non viene a me.

Pantalone: Questa x la mansion: "All'illustriss. sign. sign. epadron colendiss. il sign. Lelio Bisognosi. Venezia".

Lelio: Vedete che non viene a me.

Pantalone: Noperché?

Lelio: Noi non siamo illustrissimi.

Pantalone: Ehal di d'ancuo i titoli i xe a bon marcàe po titi te sorbiressi anca dell'Altezza. Vardemo chi scrive: "Vostrafedelissima sposa. Cleonice Anselmi".

Lelio: Sentite? La lettera non viene a me.

Pantalone: Mo perché?

Lelio: Perché io questa donna non la conosco.

Pantalone: Busie non ti ghe n'ha da dir più.

Lelio: Il cielo me ne liberi.

Pantalone: Ti ha fina zurà.

Lelio: Ho dettopossa morire.

Pantalone: A chi vustu che sia indrizzada sta lettera?

Lelio: Vi sarà qualcun altro che avrà il nome mio edil cognome.

Pantalone: Mi gh'ho tanti anni sul cestoe non ho mai sentio che ghesia nissun a Venezia de casa Bisognosialtri che mi.

Lelio: A Napoli ed a Roma ve ne sono.

Pantalone: La lettera xe diretta a Venezia.

Lelio: E non vi può essere a Venezia qualche LelioBisognosi di Napoli o di Roma?

Pantalone: Se pol dar. Sentimo la lettera.

Lelio: Signor padreperdonateminon è buona azioneleggere i fatti degli altri. Quando si apre una lettera per erroresi torna a serrar senza leggerla.

Pantalone: Una lettera de mio fio la posso lezer.

Lelio: Ma se non viene a me.

Pantalone: Lo vederemo.

Lelio: (Senz'altroCleonice mi dà de' rimproveri. Ma sapròschermirmi colle mie invenzioni). (da sé).

Pantalone: "La vostra partenza da Roma mi ha lasciata in unaatroce malinconiamentre mi avevate promesso di condurmi a Veneziacon voie poi tutto in un tratto siete partito..." Lelio: Se lo diconon viene a me.

Pantalone: Mo se la dise che l'è partio per Venezia.

Lelio: Bene: quel tale sarà a Venezia.

Pantalone: "Ricordatevi che mi avete data la fede di sposo".

Lelio: Ohassolutamente non viene a me.

Pantalone: Digo ben; vu no gh'avè impegno con nissuna.

Pantalone: No certamente.

Pantalone: Busie no ghe ne disè più.

Lelio: Mai più.

Pantalone: Andemo avanti.

Lelio: (Questa lettera vuol esser compagna del sonetto). (da sé).

Pantalone: "Se mai aveste intenzione d'ingannarmistate certoche in qualunque luogo saprò farmi fare giustizia".

Lelio: Qualche povera diavola abbandonata.

Pantalone: Bisogna che sto Lelio Bisognosi sia un poco de bon.

Lelio: Mi dispiace che faccia torto al mio nome.

Pantalone: Vu sè un omo tanto sincero...

Lelio: Così mi vanto.

Pantalone: Sentimo el fin. "Se voi non mi fate venire costìe non risolvete sposarmifarò scrivere da persona diautorità al signor Pantalone vostro padre..." Olà!Pantalon?

Lelio: Oh bella! S'incontra anco il nome del padre.

Pantalone: "So che il signor Pantalone è unonorato mercante veneziano..." Meggio! "Ebenchésiate stato allevato a Napoli da suo fratello..." Viache lavaga. "Avrà dell'amore e della premura per voie nonvorrà vedervi in una prigionementre saròobbligata manifestare quello che avete levato dalle mie mani inconto di dote".

Possiosentir de pezo?

Lelio: Io gioco che questa è una burla d'un mio caroamico...

Pantalone: Una burla de un vostro amigo? Se vu la tiolè perburlasentì cossa che mi ve digo dasseno. In casa mia noghe mettè né piènè passo. Ve daròla vostra legittima. Andè a Roma a mantegnir la vostraparola.

Lelio: Comesignor padre...

Pantalone: Via de quabusiaro infamebusiaro baronmuso durosfrontàpezo d'una palandrana (Donna di mal affare). (parte).

Lelio: Fortiniente paura. Non mi perdo d'animo per queste cose.Per altro non voglio dir più bugie. Voglio procurare didir sempre la verità. Ma se qualche volta il dir la veritànon mi giovasse a seconda de' miei disegni? L'uso delle bugiemi sarà sempre una gran tentazione. (parte).



SCENASESTA

Camerain casa del Dottore.


(DOTTOREe ROSAURA).


Dottore: Ditemi un pocola mia signora figliaquant'è chenon avete veduto il signor marchese Asdrubale di Castel d'Oro?

Rosaura: So benissimo ch'egli non è marchese.

Dottore: Dunque saprete chi è.

Rosaura: Sì signoresi chiama Ruggiero Pandolfimercantenapolitano.

Dottore: Ruggiero Pandolfi?

Rosaura: Così mi disse.

Dottore: Mercante napolitano?

Rosaura: Napolitano.

Dottore: Pazzastolidasenza giudizio; sai chi è colui?

Rosaura: Chi mai?

Dottore: Leliofiglio di Pantalone.

Rosaura: Quello che mi avevate proposto voi per consorte?

Dottore: Quelloquella buona lana.

Rosaura: Dunques'è quellola cosa è piùfacile ad accomodarsi.

Dottore: Sentidisgraziatasenti dove ti potea condurre il tuopoco giudiziola facilità colla quale hai dato orecchio adun forestiere.

LelioBisognosiche con nome finto ha cercato sedurtia Napoli èmaritato.

Rosaura: Lo sapete di certo? Difficilmente lo posso credere.

Dottore: Sìlo so di certo. Me l'ha detto suo padre.

Rosaura: Oh me infelice! Oh traditore inumano! (piange).

Dottore: Tu piangifrasconcella? Impara a vivere con piùgiudiziocon più cautela. Io non posso abbadare a tutto. Miconviene attendere alla mia professione. Ma giacché nonhai prudenzati porrò in un luogo dove non vi saràpericolo che tu caschi in questa sorta di debolezze.

Rosaura: Avete ragione. Castigatemiche ben lo merito.(Scellerato impostoreil cielo ti punirà). (da séparte).



SCENASETTIMA


(IlDOTTOREpoi OTTAVIO).


Dottore: Da una parte la compatiscoe me ne dispiace; ma perla riputazionela voglio porre in sicuro.

Ottavio: Signor Dottorela vostra cameriera di casa mi hafatto intendereche la signora Beatrice desiderava parlarmi. Iosono un uomo d'onorenon intendo trattar colla figlia senzal'intelligenza del padre.

Dottore: Bravosiete un uomo di garbo. Ho sempre fatta stima divoied ora mi cresce il concetto della vostra prudenza. Se sietedispostoavanti sera concluderemo il contratto con miafigliuola. (Non vedo l'ora di sbrattarla di casa). (da sé).

Ottavio: Io per me son disposto.

Dottore: Ora chiameremo Beatricee sentiremo la di lei volontà.



SCENAOTTAVA


(COLOMBINAe detti).


Colombina: Signor padroneil signor Lelio Bisognosi"quondam"marchesegli vorrebbe dire una parola.

Ottavio: Costui me la pagherà certamente.

Dottore: Non dubitateche si castigherà da se stesso.Sentiamo un poco che cosa sa dire. Fallo venire innanzi.

Colombina: Oh che bugiardo! E poi dicono di noi altre donne. (parte).

Ottavio: Avrà preparata qualche altra macchina.

Dottore: S'egli è maritatoha finito di macchinar conRosaura.



SCENANONA


(LELIOOTTAVIO ed il DOTTORE).


Lelio: Signor Dottorevengo pieno di rossore e diconfusione a domandarvi perdono.

Dottore: Bugiardaccio!

Ottavio: Domani la discorreremo fra voi e me. (a Lelio).

Lelio: Voi vi volete batter mecovoi mi volete nemico; ed io sonqui ad implorare la vostra amichevole protezione. (ad Ottavio).

Ottavio: Presso di chi?

Lelio: Presso il mio amatissimo signor Dottore.

Dottore: Che vuole dai fatti miei?

Lelio: La vostra figlia in consorte.

Dottore: Come! Mia figlia in consorte? E siete maritato?

Lelio: Io ammogliato? Non è vero. Sarei un temerariounindegnose a voi facessi una tale richiestaquando ad altra donnaavessi solamente promesso.

Dottore: Vorreste voi piantarmi un'altra carota?

Ottavio: Le vostre bugie hanno perduto il credito.

Lelio: Ma chi vi ha detto che io sono ammogliato?

Dottore: Vostro padre l'ha detto; m'ha detto che avete sposatala signora Briseidefiglia di don Policarpio.

Lelio: Ahsignor Dottoremi dispiace dover smentire mio padre;ma il zelo della mia riputazionee l'amore che ho concepito per lasignora Rosaurami violentano a farlo. Nomio padre non dice ilvero.

Dottore: Tacete; vergognatevi di favellare così. Vostropadre è un galantuomo: non è capace di mentire.

Ottavio: Quando cesserete d'imposturare? (a Lelio).

Lelio: Osservatese io dico il falso. Mirate quali sono lemie imposture. Ecco le mie fedi dello stato liberofatteestrarre da Napoli. Voisignor Ottavioche siete praticodi quel paeseosservatese sono legittime ed autenticate.(mostra ad Ottavio le fedi avute da Napoli).

Ottavio: E vero; conosco i caratterimi sono noti i sigilli.

Dottore: Poter del mondo! Non siete voi maritato?

Lelio: No certamente.

Dottore: Ma per qual causa dunque il signor Pantalone mi hadato intendere che lo siete?

Lelio: Ve lo dirò io il perché.

Dottore: Non mi state a raccontar qualche favola.

Lelio: Mio padre si è pentito di aver dato a voi la parolaper me di prendere vostra figlia.

Dottore: Per che causa?

Lelio: Perché stamane in piazza un sensaleche hasaputo la mia venutagli ha offerto una dote di cinquantamiladucati.

Dottore: Il signor Pantalone mi fa questo aggravio?

Lelio: L'interesse accieca facilmente.

Ottavio: (Io resto maravigliato. Non so ancor cosa credere). (da sé).

Dottore: Dunquesiete voi innamorato della mia figliuola?

Lelio: Sì signorepur troppo.

Dottore: Come avete fatto ad innamorarvi sì presto?

Lelio: Sì presto? In due mesiamor bambino si fa gigante.

Dottore: Come in due mesise siete arrivato ier sera?

Lelio: Signor Dottoreora vi svelotutta la verità.

Ottavio: (Qualche altra macchina). (da sé).

Lelio: Sapete voi quanto tempo siach'io sono partito da Napoli?

Dottore: Vostro padre mi ha dettoche saranno tre mesi in circa.

Lelio: Ebbenedove sono stato io questi tre mesi?

Dottore: Mi ha detto che siete stato in Roma.

Lelio: Questo è quello che non è vero. Mi fermai aRoma tre o quattro giornie venni a dirittura a Venezia.

Dottore: E il signor Pantalone non l'ha saputo?

Lelio: Non l'ha saputoperché quando giunsiegli eraal solito al suo casino alla Mira.

Dottore: Ma perché non vi siete fatto vedere da lui? Perchénon siete andato a ritrovarlo in campagna?

Lelio: Perchéveduto il volto della signora Rosauranon ho più potuto staccarmi da lei.

Ottavio: Signor Leliovoi le infilzate sempre più grosse.Sono due mesi ch'io alloggio alla locanda dell'Aquilae solo ierivoi ci siete arrivato.

Lelio: Il mio alloggio sinora è stato lo Scudo diFranciae per vagheggiare più facilmente la signoraRosaurasono venuto all'Aquila ieri sera.

Dottore: Perchése eravate innamorato di mia figliainventare la serenata e la cena in casa?

Lelio: Della serenata è verol'ho fatta far io.

Dottore: E della cena?

Lelio: Ho detto di aver fatto quello che avrei desiderato di fare.

Ottavio: E la mattinache avete condotto le due sorellealla malvagìa?

Lelio: Oh via! Ho detto delle facezieson pentitonon ne diròmai più. Venghiamo alla conclusione. Signor Dottoreioson figlio di Pantalone de' Bisognosie questo lo crederete.

Dottore: Può esser anche che non sia vero.

Lelio: Io son liberoed ecco gli attestati della mia libertà.

Dottore: Basta che siano veri.

Lelio: Il signor Ottavio li riconosce.

Ottavio: Certamente; mi paion veri.

Lelio: Il matrimonio fra la signora Rosaura e me è statotrattato fra voi e mio padre.

Dottore: Mi dispiace che il signor Pantalonecolla lusingadei cinquantamila ducatimanca a me di parola.

Lelio: Vi dirò. La dote dei cinquantamila ducati èandata in fumoe mio padre è pentito d'aver inventato lafavola del matrimonio.

Dottore: Perché non viene egli a parlarmi?

Lelio: Non ardisce di farlo. Ha mandato me in vece sua.

Dottore: Eh! Mi pare un imbroglio.

Lelio: Ve lo giuro sulla mia fede.

Dottore: Orsùsia come esser si vogliave la darò.Perchése il signor Pantalone è contentoavràpiacere e se non fosse contentomi ricatterei dell'affronto ch'eglivoleva farmi. Che dice il signor Ottavio?

Ottavio: Voi pensate benissimo. Finalmentequando saràmaritatanon vi sarà da dir altro.

Dottore: Date a me quelle fedi di stato libero.

Lelio: Eccole.

Dottore: Ma in questi tre mesi potreste esser obbligato.

Lelio: Se sono stato sempre in Venezia.

Dottore: Ve l'ho da credere?

Lelio: Non direi una bugia per diventare monarca.

Dottore: Ora chiamerò mia figlia; se ella è contentasi concluderà.

(parte).



SCENADECIMA


(LELIOOTTAVIO; poi il DOTTORE e ROSAURA).


Lelio: (Il colpo è fatto. Se mi maritocadono aterra tutte le pretensioni della romana). (da sé).

Ottavio: Signor Leliovoi siete fortunato nelle vostre imposture.

Pantalone: Amicodomani non mi potrò venire a batter con voi.

Ottavio: Perché?

Lelio: Perché spero di fare un altro duello.

Dottore: Ecco qua ii signor Lelio. Egli si esibisce di esseretuo maritoche cosa dici? Sei tu contenta? (a Rosaura).

Rosaura: Ma non mi avete detto che era ammogliato?

Dottore: Credevo che avesse mogliema è libero ancora.

Rosaura: Mi pareva impossibilech'ei fosse capace di una talfalsità.

Lelio: Nomia caranon sono capace di mentire con voichev'amo tanto.

Rosaura: Però mi avete dette delle belle bugie.

Dottore: Animoconcludiamo. Lo vuoi per marito?

Rosaura: Se me lo datelo prenderò.



SCENAUNDICESIMA


(PANTALONEe detti).


Pantalone: Sior Dottorcon vostra bona grazia. Cossa fa qua mio fio?

Dottore: Sapete cosa fa vostro figlio? Rende soddisfazione allamia casa del torto e dell'affronto che voi mi avete fatto.

Pantalone: Mi? Cossa voggio fatto?

Dottore: Mi avete dato ad intendere che era ammogliatoper disobbligarvi dell'impegno di dargli la mia figliuola.

Pantalone: Ho dito che el gera maridàperché lu el melo ha dà da intender.

Lelio: Oh viatutto è finito. Signor padrequesta èla mia sposa.

Voime l'avete destinata. Tutti sono contenti. Tacetee non ditealtro.

Pantalone: Che tasa? Tocco de desgrazia! Che tasa? Sior Dottorsentìsta letterae vardè se sto matrimonio pol andar avanti.(dà al Dottore la lettera di Cleonice).

Lelio: Quella lettera non viene a me.

Dottore: Bravosignor Lelio! Due mesi e più che siete inVenezia? Non avete impegno con nessuna donna? Siete liberoliberissimo? Rosaurascostati da questo bugiardaccio. E' stato aRoma tre mesiha promesso a Cleonice Anselmi. Non puòsposare altra femmina. Impostore menzognerosfacciatissimotemerario!

Lelio: Giacché mio padre mi vuol far arrossiresonoobbligato a dire essere colei una trista femminacolla qualemi sono ritrovato casualmente all'albergo in Roma tre soli giorniche colà ho dimorato.

Unaseraoppresso dal vinomi ha tirato nella rete e mi ha fattoprometteresenza saper quel ch'io facessi; avrò i testimonich'ero fuori di me quando parlaiquando scrissi.

Dottore: Per mettere in chiaro questa veritàvi vuol tempo;intanto favorisca di andar fuori di questa casa.

Lelio: Voi mi volete veder morire. Come potrò resisterelontano dalla mia cara Rosaura?

Dottore: Sempre più vado scoprendo il vostro caratteree credosebben fingete di morir per mia figliache non ve neimporti un fico.

Lelio: Non me ne importa? Chiedetelo a leise mi preme l'amorsuola sua grazia. Ditesignora Rosaura con quanta attenzione hoprocurato io in poche ore di contentarvi. Narrate voi la magnificaserenata che ieri sera vi ho fattae la sincerità collaquale mi son fatto a voi conoscere con un sonetto.



SCENADODICESIMA


(FLORINDOBRIGHELLA e detti).


Florindo: Signor Dottoresignora Rosauracon vostra buona licenzapermettetemi che io vi sveli un arcanofinora tenuto contanta gelosia custodito. Un impostore tenta usurpare il meritoalle mie attestazionionde forzato sono a levarmi la maschera emanifestare la verità. Sappiatesignori mieiche io hofatto fare la serenatae del sonetto io sono stato l'autore.

Lelio: Siete un bugiardo. Non è vero.

Florindo: Questa è la canzonetta da me compostae questo èl'abbozzo del mio sonetto. Signora Rosauravi supplicoriscontrarli. (dà due carte a Rosaura).

Brighella:Sior Dottorse la me permettediròper la verità;che son stà miche d'ordine del sior Florindo ho ordinàla serenadae che me son trovà presentequando colle soman l'ha buttà quel sonetto sul terrazzin.

Dottore: Che dice il signor Lelio?

Lelio: Ahahrido come un pazzo. Non poteva io prepararealla signora Rosaura una commedia più graziosa di questa.Un giovinastro sciocco e senza spirito fa fare una serenataenon si palesa autore di essa. Compone un sonettoe lo getta sulterrazzinoe si nascondee tace; sono cose che fanno crepar diridere. Ma io ho resa la scena ancor più ridicolamentrecolle mie spiritose invenzioni ho costretto lo stolido adiscoprirsi. Signor incognitoche pretendete voi? Siete venuto adiscoprirvi un poco tardi. La signora Rosaura è cosa mia;ella mi amail padre suo me l'accordae alla vostra presenza ledarò la mano di sposo.

Pantalone: (Oh che muso! Oh che lengua!) (da sé).

Dottore: Adagio un pocosignore dalle spiritose invenzioni.Dunquesignor Florindosiete innamorato di Rosaura mia figlia?

Florindo: Signoreio non ardiva manifestare la mia passione.

Dottore: Che diteRosaura. il signor Florindo lo prendereste voiper marito?

Rosaura: Volesse il cielo che io conseguir lo potessi! Lelio èun bugiardonon lo sposerei per tutto l'oro del mondo.

Pantalone: (E mi bisogna che soffra. Me vien voggia de scannarlo conle mie man).

Lelio: Comesignora Rosaura? Voi mi avete data la fedevoiavete da esser mia.

Dottore: Andate a sposar la romana.

Lelio: Una donna di mercato non può obbligarmi a sposarla.



SCENATREDICESIMA


(ARLECCHINOe detti).


Arlecchino: Sior padronsalveve. (a Lelio).

Lelio: Che c è?

Pantalone: Dime a micoss'è stà?

Arlecchino: No gh'è più tempo de dir busie. La romana l'èvegnuda a Venezia. (a Lelio).

Dottore: Chi è questa romana?

Arlecchino: Siora Cleonice Anselmi.

Dottore: E' una femmina prostituita?

Arlecchino: Viatasì là. L'è fiola d'un dei primimercanti de Roma.

Lelio: Non è verocostui mentisce. Non saràquellasono un galantuomo. Io non dico bugie.

Ottavio: Voi galantuomo? Avete prostituito l'onor vostrolavostra fedecon falsi giuramenticon testimoni mendaci.

Dottore: Via di questa casa.

Pantalone: Cussì scazzè un mio fio? (al Dottore).

Dottore: Un figlio che deturpa l'onorato carattere di suo padre.

Pantalone: Pur troppo disè la verità. Un fioscelleratoun fio traditorche a forza de busie mette sottosorala casae me fa comparir un babbuin anca mi. Fio indegnofiodesgrazià. Vache no te voggio più véder;vame lontan dai occhicome te scazzo lontan dal cuor. (parte).

Lelio: Scellerate bugievi abominovi maledico. Lingua mendacese più ne diciti taglio.

Rosaura: Colombina. (chiama).



SCENAULTIMA


(COLOMBINAe detti).


Colombina: Signora.

Rosaura: (Le parla all'orecchio).

Colombina: Subito. (partepoi torna).

Dottore: Vergognatevi di esser così bugiardo.

Lelio: Se mi sentite più dire una bugiariputatemi peruomo infame.

Ottavio: Cambiate costumese volete vivere fra gente onesta.

Lelio: Se più dico bugiepossa essere villanamentetrattato.

Colombina: (Colla scatola con i pizzi) Eccola. (la dà aRosaura).

Rosaura: Tenetesignor impostore. Questi sono i pizziche miavete voi regalati. Non voglio nulla del vostro. (offre a Lelio lascatola con i pizzi).

Florindo: Come! Quei pizzi li ho fatti comprar io.

Brighella:Sior sìmi ho pagà i dieci zecchini all'insegna delGattoe li ho mandadi alla signora Rosaura per el zovene dellabottegasenza dir chi ghe li mandasse.

Rosaura: Ora intendo: Florindo mi ha regalatae l'impostore s'èfatto merito. (li prende).

Lelio: Il silenzio del signor Florindo mi ha stimolato aprevalermi dell'occasioneper farmi merito con due bellezze. Persostenere la favolaho principiato a dire qualche bugiae lebugie sono per natura così fecondeche una ne suolepartorir cento. Ora mi converrà sposar la romana. SignorDottoresignora Rosauravi chiedo umilmente perdonoe promettoche bugie non ne voglio dire mai più. (parte).

Arlecchino: Sta canzonetta l'ho imparada a memoria. Busie mai piùma qualche voltaqualche spiritosa invenzion.

Dottore: Orsùandiamo. Rosaura sposerà il signorFlorindoe il signor Ottavio darà la mano a Beatrice.

Ottavio: Saremo quattro persone felicie godremo il frutto de'nostri sinceri affetti. Ameremo noi sempre la bellissima veritàapprendendo dal nostro Bugiardoche le bugie rendono l'uomoridicoloinfedeleodiato da tutti; e che per non esser bugiardiconviene parlar pocoapprezzare il veroe pensare al fine.


Finedella Commedia