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FrancescoGuicciardini

STORIAD'ITALIA

Volumeprimo



Cap.i

Propositoe fine dell'opera. Prosperità d'Italia intorno al 1490. Lapolitica di Lorenzo de' Medici ed il desiderio di pace de' príncipiitaliani. La confederazione de' príncipi e l'ambizione de'veneziani.

Ioho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra inItaliadappoi che l'armi de' franzesichiamate da' nostri príncipimedesimicominciorono con grandissimo movimento a perturbarla:materiaper la varietà e grandezza loromolto memorabile epiena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tuttequelle calamità con le quali sogliono i miseri mortalioraper l'ira giusta d'Iddio ora dalla empietà e sceleratezzedegli altri uominiessere vessati. Dalla cognizione de' quali casitanto vari e tanto gravipotrà ciascunoe per séproprio e per bene publicoprendere molti salutiferi documenti ondeper innumerabili esempli evidentemente apparirà a quantainstabilitàné altrimenti che uno mare concitato da'ventisiano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosiquasisempre a se stessi ma sempre a' popolii consigli male misurati dicoloro che dominanoquandoavendo solamente innanzi agli occhi oerrori vani o le cupidità presentinon si ricordando dellespesse variazioni della fortunae convertendo in detrimento altruila potestà conceduta loro per la salute comunesi fannopocaprudenza o per troppa ambizioneautori di nuove turbazioni.

Male calamità d'Italia (acciocché io faccia noto qualefusse allora lo stato suoe insieme le cagioni dalle quali ebbenol'origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere espavento negli animi degli uomini quanto le cose universali eranoallora piú liete e piú felici. Perché manifestoè chedappoi che lo imperio romanoindebolito principalmenteper la mutazione degli antichi costumicominciògiàsono piú di mille annidi quella grandezza a declinare allaquale con maravigliosa virtú e fortuna era salitonon avevagiammai sentito Italia tanta prosperitàné provatostato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente siriposava l'anno della salute cristiana mille quattrocento novantaegli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perchéridotta tutta in somma pace e tranquillitàcoltivata non menone' luoghi piú montuosi e piú sterili che nelle pianuree regioni sue piú fertiliné sottoposta a altroimperio che de' suoi medesiminon solo era abbondantissimad'abitatoridi mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamentedalla magnificenza di molti príncipidallo splendore di moltenobilissime e bellissime cittàdalla sedia e maestàdella religionefioriva d'uomini prestantissimi nellaamministrazione delle cose publichee di ingegni molto nobili intutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; népriva secondo l'uso di quella età di gloria militare eornatissima di tante dotimeritamente appresso a tutte le nazioninome e fama chiarissima riteneva.

Nellaquale felicitàacquistata con varie occasionilaconservavano molte cagioni: ma trall'altredi consentimento comunesi attribuiva laude non piccola alla industria e virtú diLorenzo de' Medicicittadino tanto eminente sopra 'l grado privatonella città di Firenze che per consiglio suo si reggevano lecose di quella republicapotente piú per l'opportunitàdel sitoper gli ingegni degli uomini e per la prontezza de' danariche per grandezza di dominio. E avendosi egli nuovamente congiuntocon parentadoe ridotto a prestare fede non mediocre a' consiglisuoi Innocenzo ottavo pontefice romanoera per tutta Italia grandeil suo nomegrande nelle deliberazioni delle cose comuni l'autorità.E conoscendo che alla republica fiorentina e a sé propriosarebbe molto pericoloso se alcuno de' maggiori potentati ampliassepiú la sua potenzaprocurava con ogni studio che le cosed'Italia in modo bilanciate si mantenessino che piú in una chein un'altra parte non pendessino: il chesenza la conservazionedella pace e senza vegghiare con somma diligenza ogni accidentebenché minimosuccedere non poteva. Concorreva nella medesimainclinazione della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoliprincipe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione; contutto che molte volte per l'addietro avesse dimostrato pensieriambiziosi e alieni da' consigli della pacee in questo tempo fussemolto stimolato da Alfonso duca di Calavria suo primogenitoil qualemalvolentieri tollerava che Giovan Galeazzo Sforza duca di Milanosuo generomaggiore già di venti annibenché diintelletto incapacissimoritenendo solamente il nome ducale fussedepresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio: il qualeavendo piúdi dieci anni primaper la imprudenza e impudichi costumi dellamadre madonna Bonapresa la tutela di lui e con questa occasioneridotte a poco a poco in potestà propria le fortezzele gentid'armeil tesoro e tutti i fondamenti dello statoperseverava nelgoverno; né come tutore o governatoremadal titolo di ducadi Milano in fuoracon tutte le dimostrazioni e azioni da principe.E nondimeno Ferdinandoavendo piú innanzi agli occhil'utilità presente che l'antica inclinazione o la indegnazionedel figliuolobenché giustadesiderava che Italia non sialterasse; o perchéavendo provato pochi anni primacongravissimo pericolol'odio contro a sé de' baroni e de'popoli suoie sapendo l'affezione che per la memoria delle cosepassate molti de' sudditi avevano al nome della casa di Franciadubitasse che le discordie italiane non dessino occasione a' franzesidi assaltare il reame di Napoli; o perchéper fare contrapesoalla potenza de' vinizianiformidabile allora a tutta Italiaconoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altriespecialmente con gli stati di Milano e di Firenze. Né aLodovico Sforzabenché di spirito inquieto e ambiziosopoteva piacere altra deliberazionesoprastando non manco a quegliche dominavano a Milano che agli altri il pericolo dal senatovinizianoe perché gli era piú facile conservare nellatranquillità della pace che nelle molestie della guerral'autorità usurpata. E se bene gli fussino sospetti sempre ipensieri di Ferdinando e di Alfonso d'Aragonanondimenoessendoglinota la disposizione di Lorenzo de' Medici alla pace e insieme iltimore che egli medesimamente aveva della grandezza loroepersuadendosi cheper la diversità degli animi e antichi odiitra Ferdinando e i vinizianifusse vano il temere che tra loro sifacesse fondata congiunzionesi riputava assai sicuro che gliAragonesi non sarebbono accompagnati da altri a tentare contro a luiquello che soli non erano bastanti a ottenere.

Essendoadunque in FerdinandoLodovico e Lorenzoparte per i medesimi parteper diversi rispettila medesima intenzione alla pacesi continuavafacilmente una confederazione contratta in nome di Ferdinando re diNapolidi Giovan Galeazzo duca di Milano e della republicafiorentinaper difensione de' loro stati; la qualecominciata moltianni innanzi e dipoi interrotta per vari accidentiera statanell'anno mille quattrocento ottantaaderendovi quasi tutti i minoripotentati d'Italiarinnovata per venticinque anni: avendo per fineprincipalmente di non lasciare diventare piú potenti iviniziani; i qualimaggiori senza dubbio di ciascuno de' confederatima molto minori di tutti insiemeprocedevano con consigli separatida' consigli comunie aspettando di crescere della altrui disunionee travaglistavano attenti e preparati a valersi di ogni accidenteche potesse aprire loro la via allo imperio di tutta Italia: al qualeche aspirassino si era in diversi tempi conosciuto molto chiaramente;e specialmente quandopresa occasione dalla morte di Filippo MariaVisconte duca di Milanotentoronosotto colore di difendere lalibertà del popolo milanesedi farsi signori di quello stato;e piú frescamente quandocon guerra manifestadi occupare ilducato di Ferrara si sforzorono. Raffrenava facilmente questaconfederazione la cupidità del senato vinizianoma noncongiugneva già i collegati in amicizia sincera e fedele:conciossiacosachépieni tra se medesimi di emulazione e digelosianon cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l'unodell'altrosconciandosi scambievolmente tutti i disegni per i qualia qualunque di essi accrescere si potesse o imperio o riputazione: ilche non rendeva manco stabile la paceanzi destava in tutti maggioreprontezza a procurare di spegnere sollecitamente tutte quelle favilleche origine di nuovo incendio essere potessino.



Cap.ii

Mortedi Lorenzo de' Medici. Morte di papa innocenzo VIII ed elezione diAlessandro VI. La politica amichevole di Piero de' Medici versoFerdinando d'Aragona ed i primi timori di Lodovico Sforza.

Taleera lo stato delle cosetali erano i fondamenti della tranquillitàd'Italiadisposti e contrapesati in modo che non solo di alterazionepresente non si temeva ma né si poteva facilmente congetturareda quali consigli o per quali casi o con quali armi s'avesse amuovere tanta quiete. Quandonel mese di aprile dell'anno millequattrocento novantaduesopravenne la morte di Lorenzo de' Medici;morte acerba a lui per l'etàperché morí nonfiniti ancora quarantaquattro anni; acerba alla patriala qualeperla riputazione e prudenza sua e per lo ingegno attissimo a tutte lecose onorate e eccellentifioriva maravigliosamente di ricchezze edi tutti quegli beni e ornamenti da' quali suole essere nelle coseumane la lunga pace accompagnata. Ma e fu morte incomodissima alresto d'Italiacosí per l'altre operazioni le quali da luiper la sicurtà comunecontinuamente si facevanocome perchéera mezzo a moderare e quasi uno freno ne' dispareri e ne' sospetti iqualiper diverse cagionitra Ferdinando e Lodovico Sforzapríncipi di ambizione e di potenza quasi parispesse voltenascevano.

Lamorte di Lorenzopreparandosi già ogni dí piúle cose alle future calamitàseguitòpochi mesi poila morte del pontefice; la vita del qualeinutile al publico beneper altroera almeno utile per questoche avendo deposte prestol'armi mosse infelicementeper gli stimoli di molti baroni del regnodi Napolinel principio del suo pontificatocontro a Ferdinandoevoltato poi totalmente l'animo a oziosi dilettinon aveva piúné per sé né per i suoipensieri accesi a coseche la felicità d'Italia turbare potessino. A Innocenziosuccedette Roderigo Borgiadi patria valenzianouna delle cittàregie di Spagnaantico cardinalee de' maggiori della corte diRomama assunto al pontificato per le discordie che erano tra icardinali Ascanio Sforza e Giuliano di san Piero a Vincolama moltopiú perchécon esempio nuovo in quella etàcomperò palesementeparte con danari parte con promesse degliuffici e benefici suoiche erano amplissimimolti voti dicardinali: i qualidisprezzatori dell'evangelico ammaestramentononsi vergognorono di vendere la facoltà di trafficare col nomedella autorità celeste i sacri tesorinella piúeccelsa parte del tempio. Indusse a contrattazione tanto abominevolemolti di loro il cardinale Ascanioma non già piú conle persuasioni e co' prieghi che con lo esempio; perchécorrotto dall'appetito infinito delle ricchezzepattuí da luiper séper prezzo di tanta sceleratezzala vicecancelleriaufficio principale della corte romanachiesecastella e il palagiosuo di Romapieno di mobili di grandissima valuta. Ma non fuggíper ciòné poi il giudicio divino né alloral'infamia e odio giusto degli uominiripieni per questa elezione dispavento e di orroreper essere stata celebrata con arti síbrutte; e non meno perché la natura e le condizioni dellapersona eletta erano conosciute in gran parte da molti: etra glialtriè manifesto che il re di Napolibenché inpublico il dolore conceputo dissimulassesignificò alla reinasua moglie con lacrimedalle quali era solito astenersi eziandionella morte de' figliuoliessere creato uno pontefice che sarebbeperniciosissimo a Italia e a tutta la republica cristiana: pronosticoveramente non indegno della prudenza di Ferdinando. Perché inAlessandro sesto (cosí volle essere chiamato il nuovopontefice) fu solerzia e sagacità singolareconsiglioeccellenteefficacia a persuadere maravigliosae a tutte lefaccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano questevirtú avanzate di grande intervallo da' vizi: costumioscenissiminon sincerità non vergogna non verità nonfede non religioneavarizia insaziabileambizione immoderatacrudeltà piú che barbara e ardentissima cupiditàdi esaltare in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti; e traquesti qualcunoacciocché a eseguire i pravi consigli nonmancassino pravi instrumentinon meno detestabile in parte alcunadel padre.

Tantavariazione feciono per la morte di Innocenzio ottavo le cose dellachiesa. Ma variazione di importanza non minore aveano fattaper lamorte di Lorenzo de' Medicile cose di Firenze; ove senzacontradizione alcuna era succedutonella grandezza del padrePieromaggiore di tre figliuoliancora molto giovanema né perl'età né per l'altre sue qualità atto a reggerepeso sí gravené capace di procedere con quellamoderazione con la quale procedendoe dentro e fuoriil padreesapendosi prudentemente temporeggiare tra' príncipi collegatiavevavivendole publiche e le private condizioni amplificateemorendolasciata in ciascuno costante opinione che per opera suaprincipalmente si fusse la pace d'Italia conservata. Perchénon prima entrato Piero nella amministrazione della republica checon consiglio direttamente contrario a' consigli paterni nécomunicato co' cittadini principalisenza i quali le cose gravideliberare non si solevanomosso dalle persuasioni di VerginioOrsino parente suo (erano la madre e la moglie di Piero nate dellafamiglia Orsina)si ristrinse talmente con Ferdinando e con Alfonsoda' quali Verginio dependevache ebbe Lodovico Sforza causa giustadi temere che qualunque volta gli Aragonesi volessino nuocergliarebbono per l'autorità di Piero de' Medici congiunte seco leforze della republica fiorentina. Questa intelligenzaseme e originedi tutti i malise bene da principio fusse trattata e stabilitamolto segretamentecominciò quasi incontinentebenchéper oscure congetturea essere sospetta a Lodovicoprincipevigilantissimo e di ingegno molto acuto. Perché dovendosisecondo la consuetudine inveterata di tutta la cristianitàmandare imbasciadori a adorarecome vicario di Cristo in terrae aofferire di ubbidire il nuovo ponteficeaveva Lodovico Sforzadelquale fu proprio ingegnarsi di parerecon invenzioni non pensate daaltrisuperiore di prudenza a ciascunoconsigliato che tutti gliimbasciadori de' collegati entrassino in uno dí medesimoinsieme in Romapresentassinsi tutti insieme nel concistorio publicoinnanzi al ponteficee che uno di essi orasse in nome comuneperchéda questocon grandissimo accrescimento della riputazione di tuttia tutta Italia si dimostrerebbe essere tra loro non solo benivolenzae confederazionema piú tosto tanta congiunzione che e'paressino quasi un principe e un corpo medesimo. Manifestarsinonsolamente col discorso delle ragioni ma non meno con fresco esempiol'utilità di questo consiglio; perchésecondo che siera credutoil pontefice ultimamente mortopreso argomento delladisunione de' collegati dall'avergli con separati consigli e in tempidiversi prestato l'ubbidienzaera stato piú pronto adassaltare il regno di Napoli. Approvò facilmente Ferdinando ilparere di Lodovico; approvoronlo per l'autorità dell'uno edell'altro i fiorentininon contradicendo ne' consigli publici Pierode' Medicibenché privatamente gli fusse molestissimoperchéessendo uno degli oratori eletti in nome dellarepublica e avendo deliberato di fare illustre la sua legazione conapparato molto superbo e quasi regiosi accorgeva cheentrando inRoma e presentandosi al pontefice insieme con gli altri imbasciadoride' collegatinon poteva in tanta moltitudine apparire agli occhidegli uomini lo splendore della pompa sua: la quale vanitàgiovenile fu confermata dagli ambiziosi conforti di Gentile vescovoaretinouno medesimamente degli eletti imbasciadori; perchéaspettandosi a luiper la degnità episcopale e per laprofessione la quale negli studi che si chiamano d'umanitàfatta aveal'orare in nome de' fiorentinisi doleva incredibilmentedi perdereper questo modo insolito e inaspettatol'occasione diostentare la sua eloquenza in cospetto sí onorato e sísolenne. E però Pierostimolato parte dalla leggierezzapropria parte dall'ambizione di altrima non volendo che a notiziadi Lodovico Sforza pervenisse che da sé si contradicesse alconsiglio proposto da luirichiese il re chedimostrando d'averedappoi considerato che senza molta confusione non si potrebbenoeseguire questi atti comunementeconfortasse che ciascunoseguitando gli esempli passatiprocedesse da se medesimo: nellaquale domanda il redesideroso di compiacerglima non tanto chetotalmente ne dispiacesse a Lodovicogli sodisfece piúdell'effetto che del modo; conciossiacosaché e' non celòche non per altra cagione si partiva da quel che prima aveaconsentito che per l'instanza fatta da Piero de' Medici. Dimostròdi questa subita variazione maggiore molestia Lodovico che per sestessa non meritava l'importanza della cosalamentandosi gravementecheessendo già nota al pontefice e a tutta la corte di Romala prima deliberazione e chi ne fusse stato autoreora studiosamentesi ritrattasseper diminuire la sua reputazione. Ma gli dispiacquemolto piú cheper questo minimo e quasi non considerabileaccidentecominciò a comprendere che Piero de' Medici avesseoccultamente intelligenza con Ferdinando: il cheper le cose cheseguitoronovenne a luce ogni dí piú chiaramente.

Cap.iii

Lavendita dei castelli di Franceschetto Cibo nel Lazio a VerginioOrsino. L'indignazione del pontefice e gli incitamenti di LodovicoSforza. Questi cerca distogliere dall'amicizia per Ferdinandod'Aragona Piero de' Medici. Confederazione di Lodovico co' venezianie col pontefice. Suoi pensieri di maggiormente assicurarsi con armistraniere.

Possedeval'AnguillaraCervetri e alcun'altre piccole castella vicine a RomaFranceschetto Cibo genovesefigliuolo naturale di Innocenzioponteficeil quale andatodopo la morte del padresotto l'ombra diPiero de' Medici fratello di Maddalena sua mogliea abitare inFirenzenon prima arrivò in quella città cheinterponendosene Pierovendé quelle castella per quarantamiladucati a Verginio Orsino: cosa consultata principalmente conFerdinandoil quale gli prestò occultamente la maggiore partede' danaripersuadendosi che a beneficio proprio risultasse quantopiú la grandezza di Verginiosoldatoaderente e parente suointorno a Roma si distendesse. Perché il reconsiderando lapotenza de' pontefici essere instrumento molto opportuno a turbare ilregno di Napoliantico feudo della chiesa romanae il quale confinaper lunghissimo spazio col dominio ecclesiasticoe ricordandosidelle controversie le quali il padre e egli aveano molte volte avutecon loroe essere sempre parata la materia di nuove contenzioniperle giurisdizioni de' confiniper conto de' censiper le collazionide' beneficiiper il ricorso de' baronie per molte altredifferenze che spesso nascono tra gli stati vicini né menospesso tra il feudatario e il signore del feudoebbe sempre per unode' saldi fondamenti della sicurtà sua che da sédependessino o tutti o parte de' baroni piú potenti delterritorio romano: cosa che in questo tempo piú prontamentefaceaperché si credea che appresso al pontefice avesse aessere grande l'autorità di Lodovico Sforzaper mezzo delcardinale Ascanio suo fratello. Né lo moveva forse menocomemolti credettonoil timore che in Alessandro non fusse ereditaria lacupidità e l'odio di Calisto terzo ponteficesuo zio; ilqualeper desiderio immoderato della grandezza di Pietro Borgia suonipotearebbesubito che fu morto Alfonso padre di Ferdinandosela morte non si fusse interposta a' consigli suoimosse l'armi perspogliarlo del regno di Napoliricadutosecondo affermavaallachiesa; non si ricordando (tanto poco può spesso negli uominila memoria de' benefici ricevuti) che per opera di Alfonsone' cuiregni era nato e cui ministro lungo tempo era statoaveva ottenutol'altre degnità ecclesiastiche e aiuto non piccolo aconseguire il pontificato. Ma è certamente cosa verissima chenon sempre gli uomini savi discernono o giudicano perfettamente:bisogna che spesso si dimostrino segni della debolezza dellointelletto umano. Il rebenché riputato principe di prudenzagrandenon considerò quanto meritasse di essere ripresaquella deliberazionela qualenon avendo in qualunque caso altrasperanza che di leggierissima utilitàpoteva partorire daaltra parte danni gravissimi. Imperocché la vendita di questepiccole castella incitò a cose nuove gli animi di coloro aquali o apparteneva o sarebbe stato utile attendere allaconservazione della concordia comune. Perché il ponteficepretendendo cheper la alienazione fatta senza saputa suafussinosecondo la disposizione delle leggialla sedia apostolica devolutee parendogli offesa non mediocremente l'autorità pontificaleconsiderando oltre a questo quali fussino i fini di Ferdinandoempiétutta Italia di querele contro a luicontro a Piero de' Medici econtro a Verginio; affermando cheper quanto si distendesse ilpotere suoopera alcuna opportuna a ritenere la degnità e leragioni di quella sedia non pretermetterebbe. Ma non manco se necommosse Lodovico Sforzaal quale erano sempre sospette l'azioni diFerdinando; perchéessendosi vanamente persuasoil ponteficeco' consigli di Ascanio e suoi aversi a reggeregli pareva perditapropria ciò che si diminuisse della grandezza d'Alessandro. Masoprattutto gli accresceva la molestia il non si potere piúdubitare che gli Aragonesi e Piero de' Medicipoi che in opere taliprocedevano unitamentenon avessino contratta insieme strettissimacongiunzione; i disegni de' qualicome pericolosi alle cose sueperinterromperee per tirare a sé tanto piú con questaoccasione l'animo del ponteficelo incitò quanto piúgli fu possibile alla conservazione della propria degnitàricordandogli che si proponesse innanzi agli occhi non tanto quelloche di presente si trattava quanto quello che importava l'esserestatane primi dí del suo pontificatodisprezzata cosíapertamente da' suoi medesimi vassalli la maestà dítanto grado. Non credesse che la cupidità di Verginio ol'importanza delle castellanon che altra cagione avesse mossoFerdinandoma il volerecon ingiurie che da principio paressinopiccoletentare la sua pazienza e il suo animo: dopo le qualisequeste gli fussino comportateardirebbe di tentare alla giornatacose maggiori. Non essere l'ambizione sua diversa da quella deglialtri re napoletaniinimici perpetui della chiesa romana; per ciòavere moltissime volte quegli re perseguitati con l'armi i ponteficioccupato piú volte Roma. Non avere questo medesimo re mandatodue volte contro a due pontefici gli eserciticon la persona delfigliuoloinsino alle mura romane? non avere quasi sempre esercitatoinimicizie aperte co' suoi antecessori? Irritarlo di presente controa lui non solo l'esempio degli altri renon solo la cupiditàsua naturale del dominarema di piú il desiderio dellavendetta per la memoria delle offese ricevute da Calisto suo zio.Avvertisse diligentemente a queste cosee considerasse chetollerando con pazienza le prime ingiurieonorato solamente concerimonie e nomi vanisarebbe effettualmente dispregiato da ciascunoe darebbe animo a piú pericolosi disegni; ma risentendoseneconserverebbe agevolmente la pristina maestà e grandezzae lavera venerazione dovuta da tutto il mondo a' pontefici romani.Aggiunse alle persuasioni offerte efficacissime ma piúefficaci fattiperché gli prestò prontissimamentequarantamila ducatie condusse secoa spese comuni ma perchéstessino fermi dove paresse al ponteficetrecento uomini d'arme: enondimenodesideroso di fuggire la necessità di entrare innuovi travagliconfortò Ferdinando che disponesse Verginio amitigare con qualche onesto modo l'animo del ponteficeaccennandogliche altrimenti gravissimi scandoli da questo lieve principio nascerepotrebbono. Ma piú liberamente e con maggiore efficacia ammunímolte volte Piero de' Medici checonsiderando quanto fusse statoopportuno a conservare la pace d'Italia che Lorenzo suo padre fusseproceduto come uomo di mezzo e amico comune tra Ferdinando e luivolesse piú tosto seguitare l'esempio domesticoavendomassime a pigliare l'imitazione da persona stata di tanto valorechecredendo a consigli nuovidare a altri cagioneanzi piútosto necessitàdi fare deliberazioni le quali alla fineavessino a essere perniciose a ciascuno; e che si ricordasse quantola lunga amicizia tra la casa Sforzesca e quella de' Medici avessedato all'una e all'altra sicurtà e riputazionee quanteoffese e ingiurie avesse fatte la casa di Aragona al padre e a'maggiori suoi e alla republica fiorentinae quante volte Ferdinandoe prima Alfonso suo padreavessino tentato di occupareora con armiora con insidieil dominio di Toscana.

Manocevano piú che giovavano questi conforti e ammunizioniperché Ferdinandostimando essergli indegno il cedere aLodovico e a Ascaniodagli stimoli de' quali si persuadeva che laindegnazione del pontefice procedessee spronato da Alfonso suofigliuoloconfortò secretamente Verginio che non ritardasse aricevereper virtú del contrattola possessione dellecastellapromettendo difenderlo da qualunque molestia gli fussefatta; e da altra partegovernandosi con le naturali sue artiproponeva col pontefice diversi modi di composizioneconfortandonondimeno Verginio occultamente a non consentire se non a quegli peri qualisodisfacendo al pontefice con qualche somma di danariavesse a ritenersi le castella. Onde Verginiopreso animoricusòpoi piú volte di quegli partiti i quali Ferdinandoper nonirritare tanto il ponteficefaceva instanza che egli accettasse.Nelle quali pratiche vedendosi che Piero de' Medici perseverava diseguitare l'autorità del ree essere vana ogni diligenza cheper rimuovernelo si facesseLodovico Sforzaconsiderando secomedesimo quanto importasse che dagli inimici suoi dipendesse quellacittàil temperamento della quale soleva essere il fondamentoprincipale della sua sicurtàe perciò parendogli chegli soprastessino molti pericolideliberò alla salute propriacon nuovi rimedii provedere; conciossiaché gli fusse notissimoil desiderio ardente che avevano gli Aragonesi che e' fusse rimossodal governo del nipote: il quale desiderio benché Ferdinandopieno in tutte le azioni di incredibile simulazione e dissimulazionesi fusse sforzato di coprirenondimeno Alfonsouomo di natura moltoapertanon si era mai astenuto di lamentarsi palesemente dellaoppressione del generodicendocon maggiore libertà cheprudenzaparole ingiuriose e piene di minaccie. Sapeva oltre aquesto Lodovico che Isabella moglie di Giovan Galeazzogiovane divirile spiritonon cessava di stimolare continuamente il padre el'avolo chese non gli moveva la infamia di tanta indegnitàdel marito e di leigli movesse almanco il pericolo della vita alquale erano espostiinsieme co' propri figliuoli. Ma quel che piúangustiava l'animo suo era il considerare essere sommamente esoso ilsuo nome a tutti i popoli del ducato di Milanosí per molteinsolite esazioni di danari che avea fatte come per la compassioneche ciascheduno aveva di Giovan Galeazzo legittimo signore; e benchéegli si sforzasse di fare sospetti gli Aragonesi di cupiditàdi insignorirsi di quello statocome se essi pretendessinoappartenersi a loro per l'antiche ragioni del testamento di FilippoMaria Visconteil quale aveva instituito erede Alfonso padre diFerdinandoe che per facilitare questo disegno cercassino di privareil nipote del suo governonondimeno non conseguitava con queste artila moderazione dell'odio conceputoné che universalmente nonsi considerasse a quali sceleratezze soglia condurre gli uomini lasete pestifera del dominare. Peròpoi che lungamente s'ebberivolto nella mente lo stato delle cose e i pericoli imminentiposposti tutti gli altri pensieriindirizzò del tutto l'animoa cercare nuovi appoggi e congiunzioni; e a questo dimostrandogligrande opportunità lo sdegno del pontefice contro a Ferdinandoe il desiderio che si credeva che avesse il senato viniziano che siscompigliasse quella confederazione per la quale era stata fattamolti anni opposizione a' disegni suoipropose all'uno e all'altrodi loro di fare insiemeper beneficio comunenuova confederazione.Ma nel pontefice prevaleva allo sdegno e a qualunque altro affetto lacupidità sfrenata della esaltazione de' figliuolii qualiamando ardentementeprimo di tutti i pontefici che per velare inqualche parte la infamia loro solevano chiamargli nipotiglichiamava e mostrava a tutto il mondo come figliuoli; né se glipresentando per ancora opportunità di dare per altra viaprincipio allo intento suofaceva instanza di ottenere per moglie diuno di loro una delle figliuole naturali di Alfonsocon dote diqualche stato ricco nel regno napoletano: dalla quale speranza insinonon restò escluso prestò piú gli orecchi chel'animo alla confederazione proposta da Lodovico; e se in questodesiderio gli fusse stato corrisposto non si sarebbeper avventurala pace d'Italia cosí presto perturbata. Ma benchéFerdinando non ne fusse alienonondimeno Alfonsoil quale aborrival'ambizione e il fasto de' pontefici recusò sempre diconsentirvi; e perciònon dimostrando che dispiacesse loro ilmatrimonio ma mettendo difficoltà nella qualità dellostato dotalenon sodisfacevano ad Alessandro: per il che eglialterato si risolvé di seguitare i consigli di Lodovicoincitandolo la cupidità e lo sdegno e in qualche parte iltimore; perché agli stipendi di Ferdinando era non soloVerginio Orsinoil qualeper gli eccessivi favori che aveva da'fiorentini e da lui e per il seguito della fazione guelfaera alloramolto potente in tutto il dominio ecclesiasticoma ancora Prospero eFabrizio principali della famiglia de' Colonnesi; e il cardinale disan Piero in Vincolacardinale di somma estimazioneritiratosinella rocca d'Ostiatenuta da lui come da vescovo ostiensepersospetto che il pontefice non insidiasse alla sua vitaera diinimicissimo di Ferdinandocontro al quale aveva giàconcitato prima Sisto pontefice suo zio e poi Innocenzioamicissimodiventato. Ma non fu già pronto come si credeva il senatoviniziano a questa confederazione; perchése bene gli fussemolto grata la disunione degli altrilo ritardavano la infedeltàdel ponteficesospetta già ogni dí piú aciascunoe la memoria delle leghe fatte da loro con Sisto e conInnocenzio suoi prossimi antecessoriperché dall'unaricevettono molestie assai senza comodo alcunoe Sistoquando piúardeva la guerra contro al duca di Ferraraalla quale prima gliaveva concitatimutata sentenzaprocedé con l'armispiritualie pigliò l'armi temporali insieme col restod'Italia contro a loro. Ma superando tutte le difficoltàappresso al senatoe privatamente con molti de' senatorilaindustria e la diligenza di Lodovicosi contrasse finalmentedelmese di aprile l'anno mille quattrocento novantatrétra ilponteficeil senato veneto e Giovan Galeazzo duca di Milano(espedivansi in nome suo tutte le deliberazioni di quello stato)nuova confederazione a difensione comune e a conservazionenominatamente del governo di Lodovico; con patto che i viniziani e ilduca di Milano fussino tenuti a mandare subito a Romaper sicurtàdello stato ecclesiastico e del ponteficedugento uomini d'arme perciascunoe a aiutarlo con questie se bisogno fusse con maggioriforzeall'acquisto delle castella occupate da Verginio.

Sollevornoquesti nuovi consigli non mediocremente gli animi di tutta Italiapoiché il duca di Milano rimaneva separato da quella legalaquale piú di dodici anni aveva mantenuta la sicurtàcomuneimperocché in essa espressamente si proibiva chealcuno de' confederati facesse nuova collegazione senza consentimentodegli altri: e perciòvedendosi rotta con ineguale divisionequella unione in cui consisteva la bilancia delle cosee ripieni disospetto e di sdegno gli animi de' príncipiche si potevaaltro che credere che in detrimento comune avessino a nascere frutticonformi a questi semi? Però il duca di Calavria e Piero de'Medicigiudicando essere piú sicuro alle cose loro ilprevenire che l'essere prevenutiudirono con grande inclinazioneProspero e Fabrizio Colonnai qualiconfortati occultamente almedesimo dal cardinale di San Piero a Vincolaofferivano di occupareall'improviso Roma con le genti d'arme delle compagnie loro e con gliuomini della fazione ghibellinain caso che gli seguitassino leforze degli Orsini e che il duca si accostasse prima in luogo chefra tre dí poi che e' fussino entratipotesse soccorrergli.Ma Ferdinandodesideroso non di irritare piúma di mitigarel'animo del pontefice e di ricorreggere quel che insino a quel díimprudentemente si era fattorifiutati totalmente questi consigliiquali giudicava partorirebbono non sicurtà ma travagli epericoli molto maggiorideliberò di fare ogni operanon piúsimulatamente ma con tutto il cuoreper comporre la differenza dellecastella; persuadendosi chelevata quella cagione di tantaalterazioneavesse con piccola faticaanzi quasi per se stessaItalia nello stato di prima a ritornarsi. Ma non sempre per ilrimuovere delle cagioni si rimuovono gli effetti i quali da quellehanno avuto la prima origine. Perchécome spesso accade chele deliberazioni fatte per timore paionoa chi temeinferiori alpericolonon si confidava Lodovico d'avere trovato rimedio bastantealla sicurtà sua; ma dubitandoper i fini del pontefice e delsenato viniziano diversi da' suoinon potere fare lungo tempofondamento nella confederazione fatta con loroe che per ciòle cose sue potessino per vari casi ridursi in molte difficoltàapplicò i pensieri suoi piú a medicare dalle radici ilprimo male che innanzi agli occhi se gli presentavache a quegli chedi poi ne potessino risultare; né si ricordando quanto siapernicioso l'usare medicina piú potente che non comporti lanatura della infermità e la complessione dello infermoe comese l'entrare in maggiori pericoli fusse rimedio unico a' presentipericolideliberòper assicurarsi con le armi forestierepoi che e nelle forze proprie e nelle amicizie italiane nonconfidavadi tentare ogni cosa per muovere Carlo ottavo re diFrancia ad assaltare il regno di Napoliil quale per l'anticheragioni degli Angioini appartenersegli pretendeva.

Cap.iv

Ilreame di Napoli fino a Ferdinando ed i diritti di successione dellacasa d'Angiò. Ambizione di Carlo VIII sul reame esollecitazioni di Lodovico Sforza. Disposizione contraria all'impresade' grandi del regno di Francia. Patti conclusi fra Carlo VIII eLodovico Sforza. Considerazioni dell'autore.

Ilreame di Napolidetto assurdamente nelle investiture e bolle dellachiesa romanadella quale è feudo antichissimoil regno diSicilia di qua dal Farofucome occupato ingiustamente da Manfredifigliuolo naturale di Federigo secondo imperadoreconceduto in feudoinsieme con l'isola della Siciliasotto titolo delle Due Siciliel'una di qua l'altra di là dal Faroinsino nell'anno milledugento sessantaquattroda Urbano quarto pontefice romano a Carloconte di Provenza e di Angiòfratello di quello Lodovico redi Francia chechiaro per la potenza ma piú chiaro per lasantità della vitameritò di essere ascritto dopo lamorte nel numero de' santi. Il quale avendo con la possanza dell'armiottenuto effettualmente quello di che gli era stato conferito iltitolo con l'autorità della giustiziasi continuò dopola morte sua il regno di Napoli in Carlo suo figliuolochiamatodagli italianiper distinguerlo dal padreCarlo secondo; e dopo luiin Ruberto suo nipote. Ma essendo dipoiper la morte di Rubertosenza figliuoli maschisucceduta Giovanna figliuola di Carlo duca diCalavriail quale giovane era morto innanzi al padrecominciòpresto a essere dispregiatanon meno per l'infamia de' costumi cheper la imbecillità del sessol'autorità della nuovareina. Da che essendo nate in progresso di tempo varie discordie eguerrenon però tra altri che tra i discendenti medesimi diCarlo primonati di diversi figliuoli di Carlo secondoGiovannadisperando di potersi altrimenti difendereadottò perfigliuolo Lodovico duca di Angiòfratello di Carlo quinto redi Franciaquello a cuiper averecon fare piccola esperienzadella fortunaottenuto molte vittoriedettono i franzesi ilsopranome di saggio. Il quale Lodovicopassato in Italia conpotentissimo esercitoessendo prima stata violentemente mortaGiovanna e trasferito il regno in Carlo chiamato di Durazzodiscendente similmente di Carlo primomorí di febbre inPugliaquando era già quasi in possessione della vittoria: inmodo che agli Angioini non pervenne di questa adozione altro che lacontea di Provenzastata posseduta continuamente da' discendenti diCarlo primo. Ebbe nondimeno da questo l'origine il dirittocol qualepoi e Lodovico d'Angiò figliuolo del primo Lodovico e in altrotempo il nipote del medesimo nomestimolati da' pontefici quandoerano discordi con quegli reassaltorono spessobenché conpoca fortunail regno di Napoli. Ma a Carlo di Durazzo era succedutoLadislao suo figliuolo; il quale essendo mancatol'anno millequattrocento quattordicisenza figliuolipervenne la corona aGiovanna secondasua sorellanome infelice a quel reame e non menoall'una e all'altra di loronon differenti né di imprudenzané di lascivia di costumi. Perchémettendo Giovanna ilgoverno del regno nelle mani di quelle persone nelle mani delle qualimetteva impudicamente il corpo suosi ridusse presto in tantedifficoltà chevessata dal terzo Lodovico con l'aiuto diMartino quinto ponteficefu finalmente costrettaper ultimosussidioa adottare per figliuolo Alfonso re di Aragona e diSicilia: ma venuta non molto poi con lui in contenzioneannullatasotto titolo di ingratitudine l'adozioneadottò per figliuoloe chiamò in soccorso suo il medesimo Lodovico per la guerradel quale era stata necessitata di fare la prima adozione; e cacciatocon l'armi Alfonso di tutto il regnolo conservò mentre vissepacificamentee morendo senza figliuoli instituí erede (comefu fama) Renato duca d'Angiò e conte di Provenzafratello diLodovico figliuolo suo adottivomorto per avventura l'anno medesimo.Ma dispiacendo a molti de' baroni del regno la successione di Renatoessendosi divulgato che 'l testamento era stato falsamente fabricatodai napoletanifu da una parte de' baroni e de' popoli chiamatoAlfonso. Da questo ebbono origine le guerre tra Alfonso e Renatolequali molti anni afflissono sí nobile regnofatte da loro piúcon le forze del reame medesimo che con le proprie; da questoper levolontà contrariesorsono le fazioninon ancora al díd'oggi al tutto spentedegli aragonesi e angioini; variando eziandionel corso del tempo i titoli e i colori della ragioneperchéi ponteficiseguitando piú le sue cupidità o lenecessità de' tempi che la giustiziale investiturediversamente concederono. Ma essendo delle guerre tra Alfonso eRenato rimasto vincitore Alfonsoprincipe di maggiore potenza evaloree morendo poi senza figliuoli legittiminon fatta memoria diGiovanni suo fratello e successore ne' regni di Sicilia e di Aragonalasciò per testamento il regno di Napolicome acquistato dasé e però non appartenente alla corona di AragonaaFerdinando figliuolo suo naturale. Il qualese bene quasiincontinente dopo la morte del padre fu assaltatocon le spalle de'principali baroni del regnoda Giovanni figliuolo di Renatonondimeno con la felicità e virtú sua non solamente sidifesema afflisse in modo gli avversari che mai piú in vitadi Renatoil quale sopravisse piú anni al figliuoloebbe néda contendere con gli Angioini né da temerne. Morífinalmente Renatoe non avendo figliuoli maschi fece erede in tuttigli stati e ragioni sue Carlo figliuolo del fratelloil qualemorendo poco di poi senza figliuoli lasciò per testamento lasua eredità a Luigi undecimo re di Francia; a cui non soloricadde come a supremo signore il ducato di Angiònel qualeperché è membro della coronanon succedono le femminema con tutto che 'l duca dell'Orenonato di una figliuola di Renatoasserisse appartenersi a sé la successione degli altri statientrò in possessione della Provenza; e potevaper vigore deltestamento medesimopretendere essergli applicate le ragioni che gliAngioini avevano al reame di Napoli: le quali essendoper la suamortecontinuate in Carlo ottavo suo figliuoloincominciòFerdinando re di Napoli ad avere potentissimo avversarioe sipresentò grandissima opportunità a chiunque dioffenderlo desiderava. Perché il regno di Francia era in queltempo piú florido d'uominidi gloria d'armedi potenzadiricchezze e di autorità in tra gli altri regniche forse dopoCarlo magno fusse mai stato; essendosi ampliato novellamente inciascuna di quelle tre parti nelle qualiappresso agli antichisidivideva tutta la Gallia. Conciossiachénon piú chequaranta anni innanzi a questo temposotto Carlo settimore permolte vittorie ottenute con gravissimi pericoli chiamatobenavventuratosi fussino ridotte sotto quello imperio la Normandiae il ducato di Ghiennaprovincie possedute prima dagli inghilesi; enegli ultimi anni di Luigi undecimo la contea di Provenzail ducatodi Borgogna e quasi tutta la Piccardia; e dipoi aggiuntoper nuovomatrimonioalla potenza di Carlo ottavo il ducato di Brettagna. Némancava nell'animo di Carlo inclinazione a cercare d'acquistare conl'armi il regno di Napolicome giustamente appartenente a sécominciata per un certo istinto quasi naturale insino da puerizia enutrita da' conforti di alcuni che gli erano molto accetti; i qualiempiendolo di pensieri vani gli proponevano questa essere occasionedi avanzare la gloria de' suoi predecessoriperchéacquistato il reame di Napoligli sarebbe agevole il vincere loimperio de' turchi. Le quali coseessendo già note a moltidettono speranza a Lodovico Sforza di potere facilmente persuadergliil suo desiderio; confidandosi oltre a questo non poco nellaintroduzione che aveva nella corte di Francia il nome sforzescoperché ed egli sempre e prima Galeazzo suo fratello aveanocon molte dimostrazioni e officicontinuata l'amicizia cominciata daFrancesco Sforza loro padre: il qualeavendotrenta anni innanziricevuto in feudo da Luigi undecimol'animo del quale re aborrísempre le cose d'Italiala città di Savona e le ragioni chee' pretendeva avere in Genovadominata già dal suo padrenonera giammai da altra parte mancato a lui ne' suoi pericoli nédi consiglio né di aiuto. E nondimeno Lodovicoparendoglipericoloso l'essere solo a suscitare movimento sí grandeeper trattare la cosa in Francia con maggiore credito e autoritàcercòprimadi persuadere il medesimo al pontefice non menocon gli stimoli dell'ambizione che dello sdegno; dimostrandogli cheo per favore de' príncipi italiani o per mezzo dell'armi loronon poteva né di vendicarsi contro a Ferdinando né diacquistare stati onorati per i figliuoli avere speranza alcuna. Eavendolo trovato prontoo per cupidità di cose nuove o perottenere dagli Aragonesiper mezzo del timorequei che diconcedergli spontaneamente recusavanomandorono secretissimamente inFrancia uomini confidati a tentare l'animo del re e di coloro cheerano intimi ne' consigli suoi: i quali non se ne mostrando alieniLodovicodirizzatosi in tutto a questo disegnovi mandòbenché spargendo nome d'altre cagioniscopertamenteimbasciadore Carlo da Barbiano conte di Belgioioso. In qualepoi cheper qualche díe con Carlo in privata udienza e separatamentecon tutti i principaliebbe fatto diligenza di persuadergliintrodotto finalmente un giorno nel consiglio realepresente il redove oltre a' ministri regi intervennono tutti i signori e moltiprelati e nobili della corteparlòsecondo si diceinquesta sentenza:

-Se alcunoper qual si voglia cagioneavessecristianissimo resospetta la sincerità dell'animo e della fede con la qualeLodovico Sforzaofferendovi eziandio comodità di danari eaiuto delle sue gentivi conforta a muovere l'armi per acquistare ilreame di Napolirimoverà facilmente da sé questa malefondata suspicione se si ridurrà in memoria l'antica divozioneavuta in ogni tempo da luida Galeazzo suo fratello e prima daFrancesco suo padrea Luigi undecimo padre vostroe poicontinuamente al vostro gloriosissimo nome; e molto piú se e'considererà di questa impresa potere risultare a Lodovicogravissimi danni senza speranza di alcuna utilitàe a voitutto il contrario; al quale uno regno bellissimo della vittoriaperverrebbecon grandissima gloria e opportunità di cosemaggiorima a lui non altro che una giustissima vendetta contro alleinsidie e ingiurie degli Aragonesi: e da altra partese tentata nonriuscissenon per questo diventerebbe minore la vostra grandezza. Machi non sa che Lodovicofattosi esoso a molti e divenuto indispregio di ciascunonon arebbe in caso tale rimedio alcuno a' suoipericoli? E peròcome può essere sospetto il consigliodi colui che hain qualunque eventole condizioni tanto ineguali econ tanto disavvantaggio dalle vostre? Benché le ragioni chevi invitano a fare cosí onorata espedizione sono tanto chiaree potenti per se stesse che non ammettono alcuna dubitazioneconcorrendo amplissimamente tutti i fondamenti i quali nel deliberarel'imprese principalmente considerare si debbono: la giustizia dellacausala facilità del vincereil frutto grandissimo dellavittoria. Perché a tutto il mondo è notissimo quantosiano efficaci sopra il reame di Napoli le ragioni della casad'Angiòdella quale voi siete legittimo eredee quanto siagiusta la successione che questa corona pretende a' discendenti diCarlo; il qualeprimo del sangue reale di Franciaottenneconl'autorità de' pontefici romani e con la virtúdell'armi propriequel reame. Ma non è già minore lafacilità a conquistarlo che la giustizia. Perché chi èquello che non sappia quanto sia inferiore di forze e di autoritàil re di Napoli al primo e piú potente re di tutti icristiani? quanto sia grande e terribile per tutto il mondo il nomede' franzesi? e di quanto spavento siano l'armi vostre a tutte lenazioni? Non assaltorono giammai il reame di Napoli i piccoli duchid'Angiò che non lo riducessino in gravissimo pericolo. Èfresca la memoria che Giovanni figliuolo di Renato aveva in mano lavittoria contro al presente Ferdinandose non glien'avesse tolta Pioponteficee molto piú Francesco Sforzache si mossecomeognuno saper ubbidire a Luigi undecimo vostro padre. Che farannoadunque ora l'armi e l'autorità di tanto reessendo massimecresciute le opportunità e diminuite le difficoltà cheebbono Renato e Giovannipoi che sono uniti con voi i príncipidi quegli stati che impedirono la loro vittoriae che possono consomma facilità offendere il regno di Napoli? il papa perterraper la vicinità dello stato ecclesiastico; il duca diMilanoper l'opportunità di Genovaa assaltarlo per mare. Nésarà in Italia chi vi si opponga; perché i vinizianinon vorranno esporsi a spese e a pericoliné privarsi dellaamicizia che lungo tempo co' re di Francia hanno tenutaperconservare Ferdinando inimicissimo del nome loro; e i fiorentini nonè credibile che si partino dalla divozione naturale che hannoalla casa di Franciae se pure volessino opporsidi che momentosaranno contro a tanta possanza? Quante volte hacontro alla volontàdi tutta Italiapassate l'Alpi questa bellicosissima nazioneenondimenocon inestimabile gloria e felicitàriportatonetante vittorie e trionfi! E quando fu mai il reame di Francia piúfelicepiú gloriosopiú potente che ora? e quando maigli fu sí facile l'avere pace stabile con tutti i vicini? lequali cose se per l'addietro concorse fussinosarebbe stato prontoper avventurail padre vostro a questa medesima espedizione. Nésono manco accresciute agli inimici le difficoltà che a voil'opportunitàperché è ancora potente in quelreame la parte angioinasono gagliarde le dipendenze di tantipríncipi e gentiluomini scacciati iniquamente pochissimi annisonoe perché sono state sí aspre le ingiurie fatte inogni tempo da Ferdinando a' baroni e a' popolia quegli ancora dellafazione aragonese. Tanto è grande la sua infedeltàtanto immoderata l'avariziatanto orribili e sí spessi gliesempli della crudeltà sua e di Alfonso suo primogenitoche ènotissimo che tutto il regnoconcitato da odio incredibile contro aloro e nel quale è verde la memoria della liberalitàdella bontàdella magnanimitàdell'umanitàdella giustizia de' re franzesisi leverà con allegrezzasmisurata alla fama della vostra venuta; in modo che la deliberazionesola del fare la impresa basterà a farvi vittorioso. Perchécome i vostri eserciti aranno passati i monticome l'armatamarittima sarà congregata nel porto di GenovaFerdinando e ifigliuolispaventati dalla coscienza delle loro sceleratezzepenseranno piú a fuggirsi che a difendersi. Cosí consomma facilità arete recuperato al sangue vostro uno regnochese bene non è da agguagliare alla grandezza di Franciaèpure regno amplissimo e ricchissimoma da apprezzare molto piúper il profitto e per i comodi infiniti che ne perverranno a questoreame: i quali racconterei tuttise non fusse notorio che maggiorifini ha la generosità franzeseche piú degni e piúalti pensieri sono quegli di sí magnanimodi síglorioso rediritti non allo interesse proprio ma all'universalegrandezza di tutta la republica cristiana. E a questo che maggioreopportunità? che piú ampia occasione? quale sito piúcomodopiú atto a fare la guerra contro agli inimici dellanostra religione? Non è piú largocome ognuno sainqualche luogoche settanta miglia il mare che è tra il regnodi Napoli e la Grecia: dalla quale provinciaoppressata e laceratada' turchie che non desidera altro che vedere le bandiere de'cristianiquanto è facile l'entrare nelle viscere di quellanazione! percuotere Costantinopolisedia e capo di quello imperio! Ea chi appartiene piú che a voipotentissimo revolgerel'animo e i pensieri a questa santa impresa? per la potenzamaravigliosa che Iddio v'ha dataper il cognome cristianissimo chevoi aveteper l'esempio de' vostri gloriosi predecessori; i qualiusciti tante volte armati di questo regnoora per liberare la chiesad'Iddio oppressa da' tiranni ora per assaltare gli infedeli ora perrecuperare il sepolcro santissimo di Cristohanno esaltato insino alcielo il nome e la maestà de' re di Francia. Con questiconsiglicon queste articon queste azionicon questi finidiventò magno e imperadore di Roma quello gloriosissimo Carlo;il cui nome come voi ottenetecosí vi si presenta l'occasioned'acquistare la gloria e il cognome. Ma perché consumo io piútempo in queste ragioni? come se non sia piú conveniente e piúsecondo l'ordine della natura il rispetto del conservare chedell'acquistare! Perché chi non sa di quanta infamia visarebbeinvitandovi massime sí grandi occasioniil tollerarepiú che Ferdinando vi occupi uno regno tale? stato possedutoper continua successione poco manco di dugento anni da' re del vostrosanguee il quale è manifesto giuridicamente aspettarsi avoi? Chi non sa quanto appartenga alla degnità vostra ilrecuperarlo? quanto pietoso il liberare quegli popoli che adorano ilglorioso nome vostroche di ragione sono vostri sudditidallatirannide acerbissima de' catelani? È adunque l'impresagiustissimaè facilissimaè necessaria. È nonmeno gloriosa e santae per se stessa e perché vi apre lastrada alle imprese degne di uno cristianissimo re di Francia: allequali non solo gli uominima Dio è quelloo magnanimo reche tanto apertamente vi chiamaDio è quello che vi menaconsí grandi e sí manifeste occasioniproponendoviinnanzi al principiarlasomma felicità. Imperocchéquale maggiore felicità può avere principe alcuno chele deliberazioni dalle quali risulta la gloria e la grandezza propriasiano accompagnate da circostanze e conseguenze tali che appariscache elle si faccino non meno per beneficio e per salute universaleemolto piú per l'esaltazione di tutta la republica cristiana? -

Nonfu udita con allegro animo questa proposta da' signori grandi diFranciae specialmente da coloro che per nobiltà e opinionedi prudenza erano di maggiore autorità; i quali giudicavanonon potere essere altro che guerra piena di molte difficoltà epericoliavendosi a condurre gli eserciti in paese forestiero etanto lontano dal regno di Franciae contro a inimici molto stimatie potenti. Perché grandissima era per tutto la fama dellaprudenza di Ferdinandoné minore quella del valore di Alfonsonella scienza militare; e si credeva cheavendo regnato Ferdinandotrenta anni e spogliati e distrutti in vari tempi tanti baroniavesse accumulato molto tesoro. Consideravano il re essere pococapace a sostenere da sé solo un pondo sí grave; enelmaneggio delle guerre e degli statidebole il consiglio el'esperienza di coloro che avevano fede appresso a lui piú perfavore che per ragione. Aggiugnersi la carestia di danaride' qualisi stimava avesse a bisognarne grandissima quantità; e doversiridurre nella memoria ciascuno l'astuzie e gli artifici degliitalianie rendersi certo che non solo agli altri ma né aLodovico Sforzanotato non che altro in Italia di poca fedepotessepiacere che in potestà di uno re di Francia fusse il reame diNapoli. Onde e il vincere sarebbe difficilee piú difficileil conservare le cose vinte. Però Luigi padre di Carloprincipe che aveva sempre seguitato piú la sostanza chel'apparenza delle cosenon avere mai accettato le speranzepropostegli d'Italiané tenuto conto delle ragionipervenutegli del regno di Napolima sempre affermato che il mandareeserciti di là da' monti non era altro che cercare dicomperare molestie e pericolicon infinito tesoro e sangue del reamedi Francia. Esserevolendo procedere a questa espedizioneinnanzi aogni cosa necessario comporre le controversie co' re vicini: perchécon Ferdinando re di Spagna cagioni di discordie e di sospetti nonmancavano; e con Massimiliano re de' romani e con Filippo arciducad'Austria suo figliuolo erano molte non solo emulazioni ma ingiurie;gli animi de' quali non si potrebbono riconciliare senza concedere aessi cose dannosissime alla corona di Franciae non di meno siriconcilierebbono piú con le dimostrazioni che con glieffetti: perché quale accordo basterebbe a assicurare chesopravenendo all'esercito regio qualche difficoltà in Italianon assaltassino il regno di Francia? né doversi sperare chein Enrico settimo re di Inghilterra non avesse forza maggiore l'odionaturale degli inghilesi contro a' franzesi che la pace fatta con luipochi mesi avanti; perché era manifesto avervelo tiratopiúche altra causail non corrispondere gli apparati del re de' romanialle promesse con le quali l'avea indotto a porre il campo intorno aBologna. Queste e altre simili ragioni si allegavano da' signorigrandiparte tra loro medesimi parte col rea dissuadere la nuovaguerra: tra i quali la detestavapiú efficacemente che alcunaltroIacopo Gravillaammiraglio di Franciauomo al quale la famainveterata in tutto il regno di essere savio conservava l'autoritàbenché gli fusse alquanto stata diminuita la grandezza. Enondimeno si porgeva in contrario con grande aviditàl'orecchio da Carlo: il qualegiovane d'anni ventiduee per naturapoco intelligente delle azioni umaneera traportato da ardentecupidità di dominare e da appetito di gloriafondato piútosto in leggiera volontà e quasi impeto che in maturitàdi consiglio; e prestandoo per propria inclinazione o per l'esempioe ammonizioni paternepoca fede a' signori e a' nobili del regnopoi che era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone suasorellané udendo piú i consigli dell'ammiraglio edegli altri i quali erano stati grandi in quel governosi reggevacol parere di alcuni uomini di piccola condizioneallevati quasitutti a servigio della persona sua; de' quali quegli di piúfavore veementemente ne lo confortavanopartecome sono venalispesso i consigli de' príncipicorrotti da' doni e dapromesse fatte dallo imbasciadore di Lodovicoche non lasciòindietro diligenza o arte alcuna per farsi propizii quegli che eranodi momento a questa deliberazioneparte mossi dalle speranzepropostesichi d'acquistare stati nel regno di Napoli chi diottenere dal pontefice degnità e entrate ecclesiastiche. Capodi tutti questi era Stefano di Versdi nazione di Linguadocadibasso legnaggioma nutrito molti anni nella camera del ree da luifatto siniscalco di Belcari. A costui aderiva Guglielmo Brissonetto;il qualedi mercatante diventato prima generale di Francia e poivescovo di San Malònon solo era preposto all'amministrazionedelle entrate regieche in Francia dicono sopra le finanzema unitocon Stefanoe per sua operaaveva già grandissimaintroduzione in tutte le faccende importantibenché digovernare cose di stato avesse piccolo intendimento. Aggiugnevansigli stimoli di Antonello da San Severino principe di Salernoe diBernardino della medesima famiglia principe di Bisignanoe di moltialtri baroni sbanditi del reame di Napoli; i qualiricorsi piúanni prima in Franciaavevano continuamente incitato Carlo a questaimpresaallegando la pessima disposizionepiú prestodisperazionedi tutto il regnoe le dipendenze e il seguito grandeche avere in quello si promettevano. Stette in questa varietàdi pareri sospesa molti giorni la deliberazioneessendo non solodubbio agli altri quello che s'avesse a determinare ma incerto eincostante l'animo di Carlo; perchéora stimolandolo lacupidità della gloria e dello imperio ora raffrenandolo iltimoreera talvolta irresolutotalvolta si volgeva al contrario diquello che pareva che prima avesse determinato. Pure ultimatamenteprevalendo la sua pristina inclinazione e il fato infelicissimod'Italia a ogni contradizionerifiutati del tutto i consigli quietifu fattama senza saputa di altri che del vescovo di San Malòe del siniscalco di Belcariconvenzione con lo imbasciadore diLodovico. Della quale stettono piú mesi occulte le condizionima la somma fu chepassando Carlo in Italia o mandando esercito perl'acquisto di Napoliil duca di Milano fusse tenuto a dargli ilpasso per il suo statoa mandare con le sue genti cinquecento uominid'arme pagatipermettergli che a Genova armasse quanti legnivolessee a prestargliinnanzi partisse di Franciadugentomiladucati; e da altra parte il re si obligò alla difesa delducato di Milano contro a ciascunocon particolare menzione diconservare l'autorità di Lodovicoe a tenere ferme in Asticittà del duca di Orliensdurante la guerradugento lancieperché fussino preste a' bisogni di quello stato: e o allora onon molto dipoiper una scritta sottoscritta di propria manopromesseottenuto che avesse il reame di Napoliconcedere aLodovico il principato di Taranto.

Nonè certo opera perduta o senza premio il considerare la varietàde' tempi e delle cose del mondo. Francesco Sforza padre di Lodovicoprincipe di rara prudenza e valoreinimico degli Aragonesi pergravissime offese ricevute da Alfonso padre di Ferdinandoe amicoantico degli Angioininondimenoquando Giovanni figliuolo diRenatol'anno mille quattrocento cinquantasetteassaltò ilregno di Napoliaiutò con tanta prontezza Ferdinando che dalui fu principalmente riconosciuta la vittoria; mosso non da altroche da parergli troppo pericoloso al ducato suo di Milano che di unostato cosí potente in Italia i franzesi tanto vicini siinsignorissino: la quale ragione aveva prima indotto Filippo MariaVisconte cheabbandonati gli Angioini favoriti insino a quel dída luiliberasse Alfonso suo inimico; il qualepreso da' genovesiin una battaglia navale presso a Gaetagli era stato condottocontutta la nobiltà de' regni suoiprigione a Milano. Da altraparte Luigi padre di Carlostimolato spesse volte da moltie connon leggiere occasionialle cose di Napolie chiamato instantementeda' genovesi al dominio della loro patria stata posseduta da Carlosuo padreaveva sempre recusato di mescolarsi in Italiacome cosapiena di spese e difficoltà e all'ultimo perniciosa al regnodi Francia. Oravariate l'opinioni degli uomini ma non giàforse variate le ragioni delle cosee Lodovico chiamava i franzesidi qua da' montinon temendo da uno potentissimo re di Franciasein mano sua fusse il regno di Napolidi quello pericolo che il padresuovalorosissimo nell'armiaveva temuto se l'avesse acquistato unopiccolo conte di Provenza; e Carlo ardeva di desiderio di fare guerrein Italiapreponendo la temerità di uomini bassi e inespertial consiglio del padre suore di lunga esperienza e prudente. Certoè che Lodovico fu medesimamente confortato a tantadeliberazione da Ercole da Esti duca di Ferrarasuo suocero; ilqualeardendo di desiderio di recuperare il Polesine di Rovigopaese contiguo e molto importante alla sicurtà di Ferrarastatogli occupato da' vinizianinella guerra dieci anni innanziavuta con loroconosceva essere unica via di poterlo ricuperare cheItalia tutta si turbasse con grandissimi movimenti. Ma e fu credutoda molti che Ercolebenché col genero simulasse benivolenzagrandissimanondimeno in secreto l'odiasse estremamenteperchéessendo in quella guerra tutto 'l resto d'Italia che aveva presel'armi per lui molto superiore a vinizianiLodovicoil quale giàgovernava lo stato di Milanomosso da' propri interessicostrinsegli altri a fare la pacecon condizione che a' viniziani rimanessequel Pulesine; e peròche Ercolenon potendo con l'armivendicarsi di tanta ingiuriacercasse vendicarsi col darglipestifero consiglio.

 

Cap.v

Pubblichedichiarazioni di fiduciosa sicurezza e segrete preoccupazioni diFerdinando d'Aragona. Sua azione per allontanare da sé ilpericolo e per riconciliarsi col pontefice e con Lodovico Sforza. Ilre di Francia compone le sue divergenze co' re di Spagnacol re de'romani e con l'arciduca d'Austria. L'investitura di Lodovico Sforza aduca di Milano. Ambasciata di Perone di Baccie al ponteficealsenato veneziano ed a' fiorentini. Piero de' Medici di fronte allerichieste del re di Francia. Comincia a vacillare la congiunzione frail pontefice e Ferdinando d'Aragona.

Maessendo già incominciatabenché da principio conautori incertia risonare in Italia la fama di quello che oltre a'monti si trattavasi destorono vari pensieri e discorsi nelle mentidegli uomini: perché a moltii quali la potenza del regno diFranciala prontezza di quella nazione a nuovi movimenti e ledivisioni degli italiani consideravanopareva cosa di grandissimomomento; altriper la età e per le qualità del reeper la negligenza propria a' franzesi e per gli impedimenti che hannole grandi impresegiudicavano questo essere piú tosto impetogiovenile che fondato consiglioil qualepoi che fusse alquantoribollitoavesse leggiermente a risolversi. Né Ferdinandocontro al quale tali cose si macchinavanodimostrava d'averne moltotimoreallegando essere impresa durissima: perchése e'pensassino assaltarlo per maretroverebbono lui proveduto d'armatasufficiente a combattere con loro in alto marei porti benefortificati e tutti in sua potestàné essere nel regnobarone alcuno che gli potesse ricevere come era stato ricevutoGiovanni d'Angiò dal principe di Rossano e da altri grandi;l'espedizione per terra essere incomodasospetta a molti e lontanaavendosi a passare prima per la lunghezza di tutta Italiadi manierache ciascuno degli altri arebbe causa particolarmente di temerneeforse piú di tutti Lodovico Sforzabenchévolendodimostrare che fusse proprio di altri il pericolo comunesimulasseil contrarioperchéper la vicinità dello stato diMilano alla Franciaaveva il re maggiore facoltà everisimilmente maggiore cupidità di occuparlo. E essendogli ilduca di Milano congiuntissimo di sanguecome potere almenoassicurarsi Lodovico che il re non avesse in animo liberarlo dallasua oppressione? avendo massime pochi anni innanzi affermatopalesemente che non comporterebbe che Giovan Galeazzo suo cuginofusse conculcato sí indegnamente. Non avere tale condizione lecose aragonesi che la speranza della debolezza loro dovesse dare a'franzesi ardire d'assaltarleessendo egli bene ordinato di molta efiorita gente d'armeabbondante di bellicosi cavallidi munizionidi artiglierie e di tutte le provisioni necessarie alla guerrae contanta copia di danari che senza incomodità potrebbe quanto glifusse necessario augumentarle; e oltre a molti peritissimi capitanipreposto al governo degli eserciti e armi sue il duca di Calavria suoprimogenitocapitano di fama grande e di virtú non minoreeesperimentato per molti anni in tutte le guerre d'Italia. Aggiugnersialle forze proprie gli aiuti pronti de' suoi medesimiperchénon essere da dubitare gli mancasse il soccorso del re di Spagnasuocugino e fratello della mogliesí per il vincolo doppio delparentado come perché gli sarebbe sospetta la vicinitàde' franzesi alla Sicilia. Queste cose si dicevano da Ferdinandopublicamentemagnificando la sua potenza e estenuando quanto potevale forze e l'opportunità degli avversarii; macome era re disingolare prudenza e di esperienza grandissimaintrinsecamentegravissimi pensieri lo tormentavanoavendo fissa nell'animo lamemoria de' travagli avutinel principio del regno suoda questanazione. Considerava profondamente dovere avere la guerra con inimicibellicosissimi e potentissimie molto superiori a sé dicavalleriadi peditatod'armate marittimedi artiglieriedidanari e d'uomini ardentissimi a esporsi a ogni pericolo per lagloria e grandezza del proprio re; a séper contrariosospetta ogni cosapieno il regno quasi tutto o di odio grandecontro al nome aragonese o di inclinazione non mediocre a rebellisuoidel resto la maggiore parte cupida per l'ordinario di nuovi ree nella quale avesse a potere piú la fortuna che la fedeedessere maggiore la riputazione che il nervo delle sue cose; nonbastare i danari accumulati alle spese necessarie per la difesaeempiendosi per la guerra ogni cosa di ribellione e di tumultiannichilarsi in uno momento l'entrate. Avere in Italia molti inimiciniuna amicizia stabile e fidata; perché chi non era statooffesoin qualche tempoo dalle armi o dalle arti sue? Né diSpagnasecondo l'esempio del passato e le condizioni di quel regnopotere aspettare altri aiuti a' suoi pericoli che larghissimepromesse e fama grandissima di apparati ma effetti piccolissimi etardissimi. Accrescevangli il timore molte predizioni infelici allacasa suavenutegli a notizia in diversi tempiparte per scrittureantiche ritrovate di nuovo parte per parole d'uominiincerti spessodel presente ma che si arrogano certezza del futuro; cose nellaprosperità credute pococome cominciano a apparirel'avversità credute troppo. Angustiato da questeconsiderazionie presentandosegli maggiore senza comparazione lapaura che le speranzeconobbe non essere altro rimedio a tantipericoli che o il rimuoverequanto piú presto si potevaconqualche concordiala mente del re di Francia da questi pensieri olevargli parte de' fondamenti che lo incitavano alla guerra. Perciòavendo in Francia imbasciadorimandativi per trattare lo sposaliziodi Ciarlotta figliuola di don Federigo suo secondo genito col re diScoziail qualeper essere la fanciulla nata di una sorella dellamadre di Carlo e allevata nella sua cortesi maneggiava da luidette loro sopra le cose occorrenti nuove commissioni; e vi deputòoltre a questiCammillo Pandonestatovi altre volte per lui: affinechetentando privatamente i principali con premi e offerte grandieproponendo al requando altrimenti non si potesse mitigarlocondizione di censo e altre sommissionisi sforzasse di ottenere dalui la pace. Né solo interpose tutta la diligenza e autoritàsua per comporre la differenza delle castella comperate da VerginioOrsinola cui durezza si lamentava essere stata causa di tutti idisordinima ricominciò col pontefice le pratiche delparentado trattato prima tra loro. Ma il principale suo studio ediligenza si indirizzò a mitigare e ad assicurare l'animo diLodovico Sforzaautore e motore di tutto il malepersuadendosi chea cosí pericoloso consiglio piú il timore che altracagione lo conducesse. E peròanteponendo la sicurtàpropria allo interesse della nipote e alla salute del figliuolo natodi leigli offerseper diversi mezzidi riferirsi in tutto allasua volontàdelle cose di Giovan Galeazzo e del ducato diMilano: non attendendo al parere d'Alfonsoil qualepigliando animodalla timidità naturale di Lodoviconé si ricordandoche alle deliberazioni precipitose si conduce non meno agevolmente iltimido per la disperazione che si conduca il temerario per lainconsiderazionegiudicava che l'aspreggiarlo con spaventi e conminaccie fusse mezzo opportuno a farlo ritirare da questi nuoviconsigli. Composesi finalmentedopo varie difficoltàprocedute piú da Verginio che dal ponteficela differenzadelle castella; intervenendo alla composizione don Federigomandatoa questo effetto dal padre a Roma: convennono che Verginio leritenessema pagando al pontefice tanta quantità di danariper quanti l'aveva prima comperate da Franceschetto Cibo. Conchiusesiinsieme lo sposalizio di madama Sances figliuola naturale di Alfonsoin don Giuffré figliuolo minore del ponteficeinabili tutt'adue per l'età alla consumazione del matrimonio: le condizionifurono che don Giuffré andasse fra pochi mesi a stare aNapoliricevesse in dote il principato di Squillaci con entrata diducati diecimila l'annoe fusse condotto con cento uomini d'armeagli stipendi di Ferdinando: donde si confermò l'opinioneavuta da moltiche quel che aveva trattato in Francia il ponteficefusse stato trattato principalmente per indurre col timore gliAragonesi a queste convenzioni. Tentò di piú Ferdinandodi confederarsi con lui a difesa comune; ma interponendo il ponteficemolte difficoltànon ottenne altro che una promessaoccultissimaper brevedi aiutarlo a difendere il regno di Napoliin caso che Ferdinando promettesse a lui di fare il medesimo dellostato della Chiesa. Le quali cose espeditesi partironolicenziatedal papadel dominio ecclesiastico le genti d'arme che i viniziani eil duca di Milano gli aveano mandate in aiuto. Né cominciòFerdinando con minore speranza di felice successo a trattare conLodovico Sforzail quale con arte grandissimaora mostrandosimalcontento della inclinazione del re di Francia alle cose d'Italiacome pericolosa a tutti gli italianiora scusandosi per la necessitàla qualeper il feudo di Genova e per la confederazione antica conla casa di Francial'aveva costretto a udire le richieste fatteglisecondo dicevada quel reora promettendoqualche volta aFerdinando qualche volta separatamente al pontefice e a Piero de'Medicidi affaticarsi quanto potesse per raffreddare l'ardore diCarlosi sforzava di tenergli addormentati in questa speranzaacciocchéinnanzi che le cose di Francia fussino beneordinate e stabilitecontro a lui qualche movimento non si facesse:e gli era creduto piú facilmente perché ladeliberazione di fare passare il re di Francia in Italia eragiudicata sí mal sicura ancora per luiche non parevapossibile che finalmente non se n'avesseconsiderato il pericoloaritirare.

Consumossitutta la state in queste praticheprocedendo Lodovico in modo chesenza dare ombra al re di Franciané Ferdinando né ilpontefice né i fiorentini delle sue promesse si disperavano nétotalmente vi confidavano. Ma in questo tempo si gittavano in Franciasollecitamente i fondamenti della nuova espedizionealla qualecontro al consiglio di quasi tutti i signoriera ogni dímaggiore l'ardore del re: il qualeper essere piú espeditocompose le differenze che aveva con Ferdinando e con Isabellare ereina di Spagnapríncipi in quello tempo molto celebrati egloriosi per la fama della prudenza loroper avere ridotti digrandissime turbolenze in somma tranquillità e ubbidienza iregni suoie per avere nuovamentecon guerra continuata dieci annirecuperato al nome di Cristo il reame di Granatastato posseduto da'mori di Affrica poco manco di ottocento anni; per la quale vittoriaconseguirono dal ponteficecon grande applauso di tutti i cristianiil cognome di re cattolici. Fu espresso in questa capitolazionefermata molto solennemente e con giuramenti prestati in publicodall'una parte e dall'altra ne' templi sacriche Ferdinando eIsabella (reggevasi la Spagna in nome comune) né direttamentené indirettamente gli Aragonesi aiutassinoparentado nuovocon loro non contraessinoné in modo alcuno per difesa diNapoli a Carlo si opponessino; le quali obligazioni egli perottenerecominciando dalla perdita certa per speranza di guadagnoincertorestituí senza alcuno pagamento Perpignano con tuttala contea di Rossiglioneimpegnata molti anni innanzi a Luigi suopadre da Giovanni re di Aragona padre di Ferdinando: cosamolestissima a tutto il regno di Franciaperché quellaconteasituata alle radici de' monti Pirenei e peròsecondol'antica divisioneparte della Galliaimpediva agli spagnuolil'entrare in Francia da quella parte. Fece per la medesima cagioneCarlo pace con Massimiliano re de' romani e con Filippo arciducad'Austria suo figliuoloi quali avevano seco gravissime cagioniantiche e nuovedi inimiciziacominciate perché Luigi suopadreper l'occasione della morte di Carlo duca di Borgogna e contedi Fiandra e di molti altri paesi circostantiaveva occupato ilducato di Borgognail contado di Artois e molte altre terrepossedute da lui. Donde essendo nate gravi guerre tra Luigi e Mariafigliuola unica di Carlola quale poco dopo la morte del padre siera maritata a Massimilianoera ultimamenteessendo giàmorta Maria e succeduto nell'eredità materna Filippo figliuolocomune di Massimiliano e di leifattasipiú per volontàde' popoli di Fiandra che di Massimilianoconcordia tra loro; perstabilimento della quale a Carlo figliuolo di Luigi fu Margheritasorella di Filippo sposata ebenché fusse di etàminorecondotta in Francia: dove poi che fu stata piú anniCarlo repudiatalatolse per moglie Annaalla qualeper la morte diFrancesco suo padre senza figliuoli maschiapparteneva il ducato diBrettagna; con doppia ingiuria di Massimilianoprivato in uno tempomedesimo del matrimonio della figliuola e del proprioperchéprima per mezzo di suoi procuratori aveva sposato Anna. E nondimenoimpotente a sostentare da se stesso la guerraricominciata percagione di questa ingiuriané volendo i popoli di Fiandraiqualiper essere Filippo pupillocon consiglio e autoritàpropria si reggevanostare in guerra col regno di Francia; e vedendoposate l'armi contro a' franzesi da' re di Spagna e di Inghilterraconsentí alla pace: per la quale Carlo restituí aFilippo Margherita sua sorellaritenuta insino a quel dí inFranciae insieme le terre del contado di Artoisriservandosi lefortezze ma con obligazione di restituirle alla fine di quattro anni;al quale tempo Filippodivenuto di età maggiorepotevavalidamente confermare l'accordo fatto. Le quali terrenella pacefatta dal re Luigierano state concordemente riconosciute come perdote di Margherita predetta.

Stabilissiper esser renduta al regno di Francia la pace da tutti i viciniladeliberazione della guerra di Napoli per l'anno prossimo; e che inquesto mezzo tutte le provisioni necessarie si preparassinosollecitate continuamente da Lodovico Sforza. Il quale (come ipensieri degli uomini di grado in grado si distendono)non pensandopiú solo a assicurarsi nel governo ma sollevato a piúalti pensieriaveva nell'animocon l'occasione de' travagli degliAragonesitrasferire in tutto in sé il ducato di Milano: eper dare qualche colore di giustizia a tanta ingiustiziae fermarecon maggiori fondamenti le cose sue a tutti i casi che potessinointerveniremaritò Bianca Maria sorella di Giovan Galeazzo esua nipote a Massimilianosucceduto nuovamente per la morte diFederico suo padre nello imperio romano; promettendogli in dote incerti tempi quattrocentomila ducati in pecunia numeratae in gioie ein altri apparati ducati quarantamila. E da altro canto Massimilianoseguitando in questo matrimonio piú i danari che il vincolodella affinitàsi obligò di concedere a Lodovicoinpregiudicio di Giovan Galeazzo nuovo cognatol'investitura delducato di Milanoper séper i figliuoli e per i discendentisuoi; come se quello statodopo la morte di Filippo Maria Viscontefusse di legittimo duca sempre vacato: promettendo di consegnarglial tempo dell'ultimo pagamentoi privilegispediti in formaamplissima.

IViscontigentiluomini di Milanonelle parzialitàsanguinosissime che ebbe Italia de' ghibellini e de' guelficacciatifinalmente i guelfidiventorno (è questo quasi sempre il finedelle discordie civili)di capi di una parte di Milanopadroni ditutta la città; nella quale grandezza avendo continuato moltiannicercoronosecondo il progresso comune delle tirannidi (perchéquello che era usurpazione paresse ragione)di corroborare prima conlegittimi colori e dipoi di illustrare con amplissimi titoli la lorofortuna. Peròottenuto dagli imperadoride' quali Italiacominciava già a conoscere piú il nome che la possanzaprima il titolo di capitani poi di vicari imperialiall'ultimoGiovan Galeazzoil qualeper avere ricevuto la contea di Virtus daGiovanni re di Francia suo suocerosi chiamava il conte di Virtúottenne da Vincislao re de' romaniper sé e per la sua stirpemascolinala degnità di duca di Milano; nella quale glisuccederonol'uno dopo l'altroGiovan Maria e Filippo Maria suoifigliuoli. Ma finita la linea mascolina per la morte di Filippobenché egli avesse nel testamento suo instituito erede Alfonsore d'Aragona e di Napolimosso dall'amicizia grandissima la qualeper la liberazione suaaveva contratta secoe molto piúperché il ducato di Milanodifeso da principe sípotentenon fusse occupato da' vinizianii quali giàmanifestamente v'aspiravanonondimanco Francesco Sforzacapitano inquella età valorosissimo né minore nell'arte della paceche della guerraaiutato da molte occasioni che allora concorsonoenon meno dall'avere stimato piú il regnare che l'osservanzadella fedeoccupò con l'armi quel ducato come appartenente aBianca Maria sua mogliefigliuola naturale di Filippo; ed èfama che e' potette ottenerne poicon non molta quantità didanaril'investitura da Federigo imperatorema checonfidando dipotere con le medesime arti conservarlo con le quali l'avevaguadagnatola dispregiò. Cosí senza investituracontinuò Galeazzo suo figliuoloe continuava Giovan Galeazzosuo nipote: onde Lodovicoin uno medesimo tempo scelerato contro alnipote vivo e ingiurioso contro alla memoria del padre e del fratellomortiaffermando non essere stato alcuno di essi legittimo duca diMilanose ne fece come di stato devoluto allo imperio investire daMassimilianointitolandosi per questa ragione non settimo ma quartoduca di Milano. Benché queste cose alla notizia di pochimentre visse il nipotetrapassorono. Soleva oltre a questo direseguitando l'esempio di Ciro fratello minore di Artoserse re diPersiae confermandolo con l'autorità di moltigiurisconsultiche precedeva Galeazzo suo fratellonon per l'etàma per essere stato il primo figliuolo che fusse nato al padre comunepoi che era diventato duca di Milano: la quale ragione insieme con laprimabenché taciuto l'esempio di Cirofu espressa ne’privilegi imperiali; a' qualiper velarebenché con coloreridicolola cupidità di Lodovicofu in lettere separateaggiunto non essere consuetudine del sacro imperio concedere alcunostato a chi l'avesse prima con l'autorità di altri tenutoeperciò essere stati da Massimiliano disprezzati i prieghifatti da Lodovico per ottenere l'investitura per Giovan Galeazzocheaveva prima dal popolo di Milano quel ducato riconosciuto. Ilparentado fatto da Lodovico accrebbe la speranza a Ferdinando che e's'avesse a alienare dalla amicizia del re di Franciagiudicando chel'essersi aderito e il somministrare a uno emuloe per tante cagioniinimicoquantità cosí grande di danarifusse pergenerare diffidenza tra loroe che Lodovicopreso animo da questanuova congiunzioneavesse piú arditamente a discostarsene: laquale speranza Lodovico nutriva con grandissimo artificioenondimeno (tanta era la sagacità e destrezza sua) sapeva inuno tempo medesimo dare parole a Ferdinando e agli altri d'Italiaebene intrattenersi col re de' romani e con quello di Francia. Speravasimilmente Ferdinando che al senato vinizianoal quale aveva mandatoimbasciadoriavesse a essere molesto che in Italiadove tenevano ilprimo luogo di potenza e di autoritàentrasse uno principetanto maggiore di loro: né conforti e speranze da' re diSpagna gli mancavanoi quali soccorso potente gli promettevanoincaso che con le persuasioni e con l'autorità non potessinoquesta impresa interrompere.

Daaltra parte si sforzava il re di Franciapoiché aveva rimossogl'impedimenti di là da montirimuovere le difficoltàe gli ostacoli che potessino essergli fatti di qua. Però mandòPerone di Baccieuomo non imperito delle cose d'Italiadove erastato sotto Giovanni d'Angiò; il qualesignificata alponteficeal senato viniziano e a' fiorentinila deliberazionefatta dal re di Francia per recuperare il regno di Napolifeceinstanza con tutti che si congiugnessino con lui; ma non riportòaltro che speranze e risposte generaliperchéessendo laguerra non prima che per l'anno prossimo disegnataricusava ciascunodi scoprire tanto innanzi la sua intenzione. Ricercòmedesimamente il re gli oratori de' fiorentinimandati prima a luicon consentimento di Ferdinandoper escusarsi della imputazione sidava loro di essere inclinati agli Aragonesiche gli fusse promessopasso e vettovaglia nel territorio loro all'esercito suoconpagamento convenientee di mandare con esso cento uomini d'armeiquali diceva chiedere per segno che la republica fiorentinaseguitasse la sua amicizia: e benché gli fusse dimostrato nonpotersi senza grave pericolo fare tale dichiarazione se primal'esercito suo non era passato in Italiae affermato che di quellacittà si poteva in ogni caso promettere quanto conveniva allaosservanza e devozione che sempre alla corona di Francia portataavevanondimeno erano con impeto franzese stretti a prometterlominacciando altrimenti di privargli del commercio che la nazionefiorentina aveva grandissimo di mercatanzie in quel reame: i qualiconsiglicome poi si manifestònascevano da Lodovico Sforzaguida allora e indirizzatore di tutto quello che per loro con gliitaliani si praticava. Affaticossi Piero de' Medici di persuadere aFerdinando queste dimande importare sí poco alla somma dellaguerrache e' potrebbe giovargli piú che la republica e eglisi conservassino in fede con Carloper la quale arebbono forseopportunità di essere mezzo a qualche composizione. Allegavaoltre a questoil carico grandissimo e l'odio il quale contro a sési conciterebbe in Firenze se i mercatanti fiorentini fussinocacciati di Francia; e convenire alla buona fedefondamentoprincipale delle confederazioniche ciascuno de' confederatitollerasse pazientemente qualche incomodità perchél'altro non incorresse in danni molto maggiori. Ma Ferdinandoilquale considerava quanto si diminuirebbe della riputazione e sicurtàsua se i fiorentini si separassino da luinon accettava questeragionima si lamentò gravissimamente che la costanza e lafede di Piero cominciassino cosí presto a non corrispondere aquel che di lui s'avea promesso; donde Pierodeterminato diconservarsi innanzi a ogni cosa l'amicizia aragonesefece allungarecon varie arti la risposta da' franzesi instantemente dimandatarimettendosi in ultimo che per nuovi oratori si farebbe intenderel'intenzione della republica.

Nellafine di quest'anno cominciò la congiunzione fatta tra ilpontefice e Ferdinando a vacillare: o perché il ponteficeaspirassecon introdurre nuove difficoltàa ottenere da luicose maggiori o perché si persuadesse di muoverlo con questomodo a ridurre il cardinale di San Piero a Vincola all'ubbidienzasua; il quale egliofferendo per sicurtà la fede del collegiode' cardinalidi Ferdinando e de' vinizianidesiderava sommamenteche andasse a Romaessendogli sospetta molto la sua assenzaper laimportanza della rocca d'Ostia (perché intorno a Roma tenevaRonciglione e Grottaferrata)per molte dependenze e autoritàgrande che aveva nella cortee finalmente per la natura suadesiderosa di cose nuove e l'animo pertinace a correre prima ognipericolo che allentare uno punto solo delle sue deliberazioni.Scusavasi efficacissimamente Ferdinando di non potere piegare aquesto il Vincolainsospettito tanto che qualunque sicurtàgli pareva inferiore al pericolo; e si lamentava della sua malafortuna col ponteficeche sempre attribuisse a lui quel cheveramente procedeva da altri; cosí avere creduto che Verginioper i conforti e co' danari suoi avesse comperato le castellaenondimeno la compera essere stata fatta senza sua partecipazionemaessere bene egli stato quello che aveva disposto Verginioall'accordoe che a questo effetto l'aveva accomodato de' danari chesi pagorono in ricompensa delle castella. Le quali scuse mentre che'l pontefice non accettaanzi con acerbe e quasi minatorie parole silamenta di Ferdinandopareva che nella reconciliazione fatta traloro non si potesse fare stabile fondamento.

Cap.vi

Ilre di Francia allontana dal regno gli oratori di Ferdinandod'Aragona. Morte di Ferdinando. Giudizio dell'autore sul re.Confederazione fra il pontefice e Alfonso d'Aragona. Tentativi diriconciliazione di Alfonso con Lodovico Sforza e contegno di questo.Sollecitazioni degli ambasciatori del re di Francia per ottenere da'fiorentini assicurazione d'alleanza oalmenodi benevoli aiutiall'esercito francese. Richiesta al pontefice d'investitura di CarloVIII a re di Napoli. Risposta del pontefice. Risposta del governo diFirenze agli oratori del re di Francia. Sdegno del re contro Piero.Neutralità di Venezia.

Incominciòin tale disposizione degli animie in tale confusione delle cosetanto inclinate a nuove perturbazionil'anno mille quattrocentonovantaquattro (io piglio il principio secondo l'uso romano)annoinfelicissimo a Italiae in verità anno principio degli annimiserabiliperché aperse la porta a innumerabili e orribilicalamitàdelle quali si può dire che per diversiaccidenti abbia di poi partecipato una parte grande del mondo. Nelprincipio di questo annoCarloalienissimo dalla concordia conFerdinandocomandò agli oratori suoi checome oratori di reinimicosi partissino subito del reame di Francia; e quasi ne'medesimi dí morí per uno catarro repentino Ferdinandosoprafatto piú da' dispiaceri dell'animo che dall'età.Fu re di celebrata industria e prudenzacon la qualeaccompagnatada prospera fortunasi conservò il regnoacquistatonuovamente dal padrecontro a molte difficoltà che nelprincipio del regnare se gli scopersonoe lo condusse a maggioregrandezza che forse molti anni innanzi l'avesse posseduto re alcuno.Buono rese avesse continuato di regnare con l'arti medesime con lequali aveva principiato; ma in progresso di tempoo presi nuovicostumi per non avere saputocome quasi tutti i príncipiresistere alla violenza della dominazione ocome fu creduto quasi datuttiscoperti i naturalii quali prima con grande artificio avevacopertinotato di poca fede e di tanta crudeltà che i suoimedesimi degna piú presto di nome di immanità lagiudicavano. La morte di Ferdinando si tenne per certo che nocessealle cose comuni; perchéoltre che arebbe tentato qualunquerimedio atto a impedire la passata de' franzesinon si dubita chepiú difficile sarebbe stato fare che Lodovico Sforza dellanatura altiera e poco moderata d'Alfonso s'assicurasse che disporlo arinnovare l'amicizia con Ferdinandosapendo che ne' tempi precedentiera stato spesso inclinatoper non avere cagione di controversie conlo stato di Milanoa piegarsi alla sua volontà. E trall'altrecose è manifesto chequando Isabella figliuola d'Alfonso andòa congiugnersi col maritoLodovicocome la videinnamorato di leidesiderò di ottenerla per moglie dal padre; e a questo effettooperòcosí fu allora creduto per tutta Italiaconincantamenti e con malieche Giovan Galeazzo fu per molti mesiimpotente alla consumazione del matrimonio. Alla qual cosa Ferdinandoarebbe acconsentitoma Alfonso repugnò; donde Lodovicoescluso di questa speranzapresa altra moglie e avutine figliuolivoltò tutti i pensieri a trasferire in quegli il ducato diMilano. Scrivono oltre a questo alcuni che Ferdinandoparato atollerare qualunque incomodo e indegnità per fuggire la guerraimminenteaveva deliberatocome prima lo permettesse la benignitàdella stagioneandare in sulle galee sottili per mare a Genovae diquivi per terra a Milano per sodisfare a Lodovico in tutto quellodesiderassee rimenarne a Napoli la nipote; sperando cheoltre aglieffetti delle cosequesta publica confessione di riconoscere intutto da lui la salute avesse a mitigare l'animo suo: perchéera noto quanto egli con sfrenata ambizione ardesse di desiderio diparere l'àrbitro e quasi l'oracolo di tutta Italia.

MaAlfonsosubito morto il padremandò quattro oratori alpontefice; il qualefacendo segni di essere alla prima inclinazionedell'amicizia franzese ritornatoaveva ne' medesimi díperuna bolla sottoscritta dal collegio de' cardinalipromessoarequisizione del re di Franciaal vescovo di San Malò ladegnità del cardinalato e condotto a' stipendi comuni col ducadi Milano Prospero Colonnasoldato prima del ree alcuni altricondottieri di gente d'arme: e nondimeno si rendé facile allaconcordiaper le condizioni grandi le quali Alfonsodesiderosissimodi assicurarsi di lui e d'obligarlo alla sua difesagli propose.Convennono adunque palesemente che tra loro fusse confederazione adifesa degli staticon determinato numero di gente per ciascuno;concedesse il pontefice a Alfonso l'investitura del regnocon ladiminuzione del censo ottenuta per Ferdinandodurante solo la vitasuadagli altri ponteficie mandasse uno legato apostolico aincoronarlo; creasse cardinale Lodovico figliuolo di don Enricofratello naturale d'Alfonsoil quale fu poi chiamato il cardinaled'Aragona; pagasse il re incontinente al pontefice ducati trentamila;desse al duca di Candia stati nel regno d'entrata di dodicimiladucati l'anno e il primo de' sette uffici principali che vacasse;conducesselo per tutta la vita del pontefice a' soldi suoi contrecento uomini d'armeco' quali fusse tenuto servire parimentel'uno e l'altro di loro; a don Giuffréche quasi per pegnodella fede paterna andasse a abitare appresso al suoceroconcedesseoltre alle cose promesse nella prima convenzioneil protonotariatouno medesimamente de' sette uffici; e entrate di benefici del regno aCesare Borgia figliuolo del ponteficepromosso poco innanzi dalpadre al cardinalatoavendoper rimuovere lo impedimento di esserespurioa' quali non era solito concedersi tale degnitàfattocon falsi testimoni provare che era figliuolo legittimo di altri.Promesse di piú Verginio Orsinoil quale col mandato regiointervenne a questa capitolazioneche 'l re aiuterebbe il ponteficea ricuperare la rocca d'Ostiain caso che il cardinale di San Pieroa Vincola di andare a Roma ricusassela quale promessa il reaffermava essere stata fatta senza suo consentimento o saputa; egiudicando che in tempo tanto pericoloso fusse molto dannosol'alienarsi quello cardinalepotente nelle cose di Genovale qualistimolato da lui disegnava tentaree perché forse inagitazione sí grave s'arebbe a trattare di concili o dimaterie pregiudiciali alla sedia apostolicainterpose grandissimadiligenza per accordarlo col pontefice: al quale non sodisfacendo inquesta cosa condizione alcuna se il Vincola non ritornava a Romaeessendo il cardinale ostinatissimo a non commettere mai la vitapropria alla fedetali erano le parole suedi catelanirestòvana la fatica e il desiderio d'Alfonso. Perché il cardinalepoi che ebbe simulatamente dato speranza quasi certa di accettare lecondizioni che si trattavanosi partí all'improvviso unanottein su uno brigantino armatoda Ostialasciata bene guardataquella rocca; e soprastato pochi dí a Savona e poi inAvignonedella quale città era legatoandò finalmentea Lionedove poco innanzi si era trasferito Carloper fare con piúcomodità e maggiore riputazione le provisioni per la guerraalla quale già publicava volere andare in persona; e da luiricevuto con grandissima festa e onoresi congiunse con gli altriche la turbazione d'Italia procuravano.

Némancava Alfonsoessendogli diventato buon maestro il timoredicontinuare con Lodovico Sforza quel che era stato cominciato dalpadreofferendogli le medesime sodisfazioni; il quale eglisecondoil costume suosi ingegnava di pascere con varie speranzemadimostrando essere costretto a procedere con grandissima destrezza econsiderazione acciocché la guerra disegnata contro ad altrinon avesse principio contro a lui. Ma da altra parte non cessava disollecitare in Francia le preparazioni; e per farlo con maggioreefficacia e stabilire meglio tutti i particolari di quel che s'avessea ordinaree acciocché non si ritardasse poi l'esecuzionedelle cose deliberatevi mandòdando voce fusse chiamato dalreGaleazzo da San Severino marito di una sua figliuola naturaleilquale era di grandissima fede e favore appresso a lui.

Peri consigli di Lodovicomandò Carlo al pontefice quattrooratoricon commissione che nel passare per Firenze facessinoinstanza per la dichiarazione di quella republica: Eberardo di Ubignícapitano di nazione scozzeseil generale di Franciail presidentedel parlamento di Provenza e il medesimo Perone di Baccie che l'annoprecedente v'avea mandato. I qualisecondo la loro istruzioneordinata principalmente a Milanonarrorono nell'uno luogo enell'altro le ragioni le quali il re di Franciacome successoredella casa di Angiò e per essere mancata la linea di Carloprimopretendeva al reame di Napolie la deliberazione di passarel'anno medesimo personalmente in Italianon per occupare cosa alcunaappartenente ad altri ma solo per ottenere quello che giustamente segli aspettava; benché per ultimo fine non avesse tanto ilregno di Napoli quanto il potere poi volgere l'armi contro a' turchiper accrescimento e esaltazione del nome cristiano. Esposono aFirenze quanto il re si confidava di quella cittàstatariedificata da Carlo magno e favorita sempre dai re suoi progenitorie frescamente da Luigi suo padrenella guerra la qualesíingiustamentefu fatta loro da Sisto ponteficeda Ferdinandoprossimamente morto e da Alfonso presente re. Ridusseno alla memoriai comodi grandissimi i qualiper il commercio delle mercatanzienella nazione fiorentina del reame di Francia pervenivanodove erabene veduta e carezzata non altrimenti che se fusse del sanguefranzese; col quale esempiodel regno di Napoliquando fussesignoreggiato da luii medesimi benefici e utilità sperarepotevano: cosí come dagli Aragonesi giammai altro che danni eingiurie ricevute non avevano: ricercando volessino fare qualchesegno di essere congiunti seco a questa impresa; e quando pure perqualche giusta causa impediti fussinoconcedessino almanco passo evettovaglia per il dominio loroa spese dell'esercito franzese.Queste cose trattorono con la republica. A Piero de' Mediciprivatamente ricordorono molti benefici e onori fatti da Luigiundecimo al padre e a' maggiori suoi: avere ne' tempi difficili fattomolte dimostrazioni per conservazione della grandezza d'essionoratoin testimonio di benivolenzale insegne loro con le insegneproprie della casa di Francia; e da altro canto Ferdinandononcontento d'avergli apertamente perseguitati con l'armiessersisceleratamente mescolato nelle congiure civilinelle quali era statoammazzato Giuliano suo zio e ferito gravemente Lorenzo suo padre. Alponteficericordato gli antichi meriti e la continua divozione dellacasa di Francia verso la sedia apostolicadelle quali cose eranopiene tutte le memorie antiche e modernela contumacia e spesseinubbidienze degli Aragonesidomandorono la investitura del regno diNapoli nella persona di Carlocome giuridicamente dovutagli;proponendo molte speranze e facendo molte offerte quando fussepropizio a questa impresala quale non meno per le persuasioni eautorità sua che per altra cagione era stata deliberata. Allaquale domanda rispose il pontefice cheessendo la investitura diquello reame conceduta da tanti suoi antecessori successivamente atre re della casa di Aragonaperché nella investitura fatta aFerdinando nominatamente si comprendeva Alfonsonon era convenienteconcederla a Carloinsino a tanto che per via di giustizia non fussedichiarato che egli avesse migliori ragioni; alle quali lainvestitura fatta a Alfonso pregiudicato non avereperchéper questa considerazionevi era stato specificato che ellas'intendesse senza pregiudicio di persona. Ricordò il regno diNapoli essere di dominio diretto della sedia apostolical'autoritàdella quale non si persuadeva che il recontro allo instituto de'suoi maggioriche sempre ne erano stati precipui difensorivolesseviolarecome violerebbe assaltandolo di fatto. Convenire piúalla sua degnità e bontàpretendendovi ragionecercarla per via della giustiziala qualecome signore del feudo esolo giudice di questa causasi offeriva parato ad amministrargli;né dovere uno re cristianissimo ricercare altro da unopontefice romanol'ufficio del quale era proibirenon fomentareleviolenze e le guerre tra i príncipi cristiani. Dimostròquando bene volesse fare altrimentimolte difficoltà epericoliper la vicinità di Alfonso e de' fiorentinil'unione de' quali seguitava tutta la Toscanae per la dependenzadal re di tanti baronigli stati de' quali insino in sulle porte diRoma si distendevano; e si sforzò nondimeno di non tagliareloro interamente la speranzacon tutto che in se medesimo di nonpartire dalla confederazione fatta con Alfonso determinato avesse.

AFirenze era grande la inclinazione inverso la casa di Franciaper ilcommercio di tanti fiorentini in quello reameper l'opinioneinveteratabenché falsache Carlo magno avesse riedificataquella cittàdistrutta da Totila re de' goti; per lacongiunzione grandissima avuta per lunghissimo tempo da' maggiorilorocome da guelficon Carlo primo re di Napoli e con molti de'suoi discendentiprotettori della parte guelfa in Italia; per lamemoria delle guerre che prima Alfonso vecchio e dipoil'anno millequattrocento settantottoFerdinandomandatovi in persona Alfonsosuo figliuoloaveva fatte a quella città: per le qualicagioni tutto 'l popolo desiderava che 'l passo si concedesse. Ma nonmeno lo desideravano i cittadini piú savi e di maggioreautorità nella republicai quali essere somma imprudenzariputavano il tirare nel dominio fiorentinoper le differenze dialtriuna guerra di tanto pericoloopponendosi a uno esercitopotentissimo e alla persona del re di Francia; il quale entrava inItalia co' favori dello stato di Milano ese non consentendoalmanco non contradicendo il senato viniziano. Confermavano ilconsiglio loro con l'autorità di Cosimo de' Medicistatostimato nell'età sua uno de' piú savi uomini d'Italia;il quale nella guerra tra Giovanni d'Angiò e Ferdinandobenché a Ferdinando aderissino il pontefice e il duca diMilanoaveva sempre consigliato che quella città non siopponesse a Giovanni. Riducevano in memoria l'esempio di Lorenzopadre di Pieroil quale in ogni romore della ritornata degliAngioini aveva sempre avuto il medesimo parere; le parole usatespesso da luispaventato dalla potenza de' franzesi poi che questore medesimo aveva ottenuto la Brettagna: apparecchiarsi grandissimimali agli italiani se il re di Francia conoscesse le forze proprie.Ma Piero de' Medicimisurando piú le cose con la volontàche con la prudenza e prestando troppa fede a se stessoepersuadendosi che questo moto s'avesse a risolvere piú tostoin romori che in effetticonfortato al medesimo da qualcuno de'ministri suoi corrottosecondo si disseda' doni di Alfonsodeliberò pertinacemente di continuare nell'amicizia aragonese:il che bisognava cheper la grandezza suatutti gli altri cittadinifinalmente acconsentissino. Ho autori da non disprezzare che Pieronon contento della autorità la quale aveva il padre ottenutanella republicabenché tale che secondo la disposizione sua imagistrati si creavanoda' quali le cose di maggiore momento nonsenza il parere suo si deliberavanoaspirasse a piú assolutapotestà e a titolo di principe; non misurando saviamente lecondizioni della cittàla qualeessendo allora potente emolto riccae nutritagià per piú secoliconapparenza di republicae i cittadini maggiori soliti a parteciparenel governo piú presto simili a compagni che a sudditinonpareva che senza violenza grande avesse a tollerare tanta e sísubita mutazione: e perciòche Pieroconoscendo che asostentare questa sua cupidità bisognavano estraordinarifondamentieraper farsi uno appoggio potente alla conservazionedel nuovo principatoimmoderatamente ristrettosi con gli Aragonesi edeterminato di correre con loro la medesima fortuna. E accadde peravventura chepochi dí innanzi che gli oratori franzesiarrivassino in Firenzeerano venute a luce alcune pratichele qualiLorenzo e Giovanni de' Medicigiovani ricchissimi e congiuntissimi aPiero di sanguealienatisiper cause che ebbono origine giovenileda luiavevanoper mezzo di Cosimo Rucellai fratello cugino diPierotenute con Lodovico Sforzae per introduzione sua col re diFranciale quali tendevano direttamente contro alla grandezza diPiero; per il cheritenuti da' magistratifurono con leggierissimapunizione rilegati nelle loro villeperché la maturitàde' cittadinibenché non senza molta difficoltàindusse Piero a consentire che contro al sangue proprio non si usasseil giudicio severo delle leggi: ma avendolo certificato questoaccidente che Lodovico Sforza era intento a procurare la sua ruinastimò essere tanto piú necessitato a perseverare nellaprima deliberazione. Fu adunque risposto agli oratori con ornate ereverenti parole ma senza la conclusione desiderata da lorodimostrando da una parte la naturale divozione de' fiorentini allacasa di Francia e il desiderio immenso di sodisfare a cosíglorioso redall'altra gli impedimenti: perché niuna cosa erapiú indegna de' príncipi e delle republiche che nonosservare la fede promessala quale senza maculare espressamente nonpotevano consentire alle sue dimande; conciossiacosaché ancoranon fusse finita la confederazione la qualeper l'autoritàdel re Luigi suo padreera stata fatta con Ferdinandocon patto chedopo la morte sua si distendesse ad Alfonsoe con espressacondizione di essere non solo obligati alla difesa del regno diNapoli ma a proibire il passo per il territorio loro a chi andasse aoffenderlo. Ricevere somma molestia di non potere deliberarealtrimentima sperare che 'l resapientissimo e giustissimoconosciuta la loro ottima disposizioneattribuirebbe quel che non siprometteva agli impedimentitanto giusti. Da questa rispostasdegnatoil re fece partire subito di Francia gl'imbasciadori de'fiorentini e scacciò da Lionesecondo il consiglio diLodovico Sforzanon gli altri mercatanti ma i ministri solo delbanco di Piero de' Mediciacciocché a Firenze siinterpretasse lui riconoscere questa ingiuria dalla particolaritàdi Piero non dalla universalità de' cittadini.

Cosídividendosi tutti gli altri potentati italianiquali in favore delre di Francia quali in contrariosoli i viniziani deliberavanostandosi neutraliaspettare oziosamente l'esito di queste cose; operché non fusse loro molesto che Italia si perturbassesperando per le guerre lunghe degli altri potersi ampliare l'imperiovenetoo perchénon temendo per la grandezza loro dovereessere facilmente preda del vincitoregiudicassino imprudenteconsiglio il fare proprie senza evidente necessità le guerred'altri: benché e Ferdinando non cessasse continuamente distimolargli e che il re di Francial'anno dinanzi e in questo tempomedesimov'avesse mandato imbasciadorii quali avevano esposto chetra la casa di Francia e quella republica non era stata altro cheamicizia e benivolenza e da ogni banda amorevoli e benigni ufficidove fusse stata l'occasione; la quale disposizione il re desiderosodi augumentarepregava quello sapientissimo senato che all'impresasua volesse dare consiglio e favore. Alla quale esposizione avevanoprudente e brevemente risposto: quel re cristianissimo essere re ditanta sapienza e avere appresso a sé tanto grave e maturoconsiglioche troppo presumerebbe di se medesimo chiunque ardisseconsigliarlo; soggiugnendo che al senato viniziano sarebbonogratissime tutte le sue prosperitàper l'osservanza avutasempre a quella corona: e perciò essergli molestissimo di nonpotere co' fatti corrispondere alla prontezza dell'animoperchéper il sospetto nel quale gli teneva continuamente il gran turcocheaveva cupidità e opportunità grandissima dioffenderglila necessità gli costrigneva a tenere sempreguardate con grandissima spesa tante isole e tante terre marittimevicine a luie ad astenersi sopratutto da implicarsi in guerre conaltri.

Cap.vii

Ipreparativi del re di Francia per la spedizione contro il reame diNapoli e quelli di Alfonso per la difesa del reame. Apertemanifestazioni d'inimicizia di Alfonso verso Lodovico Sforza. Pianidi guerra e progetti di Alfonso. Il papacon l'aiuto di Alfonsoprende la rocca di Ostiatenuta dalle genti del card. della Rovere.Lodovico Sforzaaffermando al papa e a Piero de' Medici la suainclinazione alla paceli rende indecisi negli aiuti ad Alfonso.Accordi per la comune difesa fra il pontefice e il re di Napoli.Condotta e propositi de' Colonnesi.

Mamolto piú che le orazioni degli imbasciadori e le rispostefatte loro importavano le preparazioni marittime e terrestri le qualigià per tutto si facevano. Perché Carlo aveva mandatoPietro di Orfésuo grande scudierea Genovala quale cittàil duca di Milanocon le spalle della fazione Adorna e di GiovanLuigi dal Fiescosignoreggiavaa mettere in ordine una potentearmata di navi grosse e di galee sottili; e faceva oltre a questoarmare altri legni ne' porti di Villafranca e di Marsilia: onde eradivulgato nella sua corte disegnarsi da lui di entrare nel reame diNapoli per marecome già contro a Ferdinando aveva fattoGiovanni figliuolo di Renato. E in Francia benché molticredessino cheper l'incapacità del re e per le piccolecondizioni di quegli che ne lo confortavano e per la carestia de'danariavessino finalmente questi apparati a diventare vani;nondimeno per l'ardore del reil quale nuovamentecon consiglio de'suoi piú intimiaveva assunto il titolo di re di Jerusalem edelle due Sicilie (era questo allora il titolo de' re napoletani)siattendeva ferventemente alle provisioni della guerraraccogliendodanaririordinando le genti d'arme e ristrignendo i consigli conGaleazzo da San Severinonel petto del quale tutti i segreti e tuttele deliberazioni di Lodovico Sforza si rinchiudevano. E da altraparte Alfonsoil quale non aveva mai pretermesso di prepararsi perterra e per maregiudicando non essere piú tempo a lasciarsiingannare dalle speranze date da Lodovico e dovere piú giovarelo spaventarlo e il molestarlo che l'affaticarsi per assicurarlo emitigarlocomandò all'oratore milanese che si partisse daNapolirichiamò quello che per lui risedeva a Milanoe feceprendere la possessione e sequestrare l'entrate del ducato di Baristato posseduto da Lodovico molti anni per donazione fattagli daFerdinando. Né contento a queste piú prestodimostrazioni di aperta inimicizia che offesevoltò tuttol'animo ad alienare dal duca di Milano la città di Genova;cosa nelle agitazioni presenti di grandissima importanzaperchéper la mutazione di quella città si acquistava grandissimafacilità di perturbare contro a Lodovico il governo di Milanoe il re di Francia si privava della opportunità di molestareper mare il regno di Napoli. Peròconvenutosi secretamentecon Pagolo Fregoso cardinaleche era già stato doge diGenovae il quale era seguitato da molti della medesima famigliaecon Obietto dal Fiescocapi tutt'a due di seguito grande in quellacittà e nelle sue rivieree con alcuni degli Adornituttiper diverse cagioni fuorusciti di Genovadeliberò di tentarecon armata potente di rimettergli dentrosolito a dire che con leprevenzioni e con le diversioni si vincevano le guerre. Deliberòmedesimamente di andare con valido esercito personalmente in Romagnaper passare subito nel territorio di Parma; dovechiamando il nomedi Giovan Galeazzo e alzando le sue bandieresperava che i popolidel ducato di Milano contro a Lodovico tumultuassino. E quando benein queste cose trovasse difficoltàgiudicava essereutilissimo che la guerra si incominciasse in luogo lontano dal suoreame; stimando alla somma del tutto importare assai che i franzesifussino sopragiunti in Lombardia dalla vernatacome quello cheesperimentato solamente nelle guerre d'Italianelle quali gliesercitiaspettando la maturità dell'erbe per nutrimento de'cavallinon solevano uscire alla campagna prima che alla fine delmese di aprilepresupponeva cheper fuggire l'asprezza di quellastagionesarebbono necessitati fermarsi nel paese amico insino allaprimavera; e sperava che in questa dilazione potesse facilmentenascere qualche occasione alla sua salute. Mandò ancoraimbasciadori in Costantinopolia dimandare aiutocome in pericolocomunea Baiseto ottomano principe de' turchiper quello che dellaintenzione di Carlo di passare in Greciavinto che avesse luisidivulgava; il quale pericolo sapeva non essere da Baisetodisprezzatoperchéper la memoria delle espedizioni fattene' tempi passati in Asia contro agli infedeli dalla nazionefranzesenon era piccolo il timore che i turchi avevano delle armiloro.

Lequali cose mentre che da ogni parte si sollecitanoil papa mandòle genti sue a Ostiasotto il governo di Niccola Orsino conte diPitiglianoporgendogli aiuto Alfonso per terra e per mare; e avendopresa senza difficoltà la terra e cominciato a percuotere conl'artiglierie la roccail castellanoper interposizione di FabrizioColonna e consentendo Giovanni della Rovere prefetto di Roma fratellodel cardinale di San Piero in Vincoladopo non molti dí ladettecon patto che il pontefice non perseguitassené con lecensure né con l'armiil cardinale né il prefettosenon gli fussino date da loro nuove cagioni; e a Fabrizioin cui manoil cardinale aveva lasciato Grottaferratafu permesso chepagandoal papa diecimila ducaticontinuasse di possederla con le medesimeragioni.

MaLodovico Sforzaal quale il cardinale avevaquando passò daSavonamanifestato quel che occultamenteper consiglio e mezzo suotrattava Alfonso co' fuorusciti di Genovadimostrato a Carlo quantogrande impedimento ne risulterebbe a' disegni suoilo indusse aordinare di mandare a Genova dumila svizzeri e a fare passare subitoin Italia trecento lancieacciocché sotto il governo diObigníil qualeritornato da Romasi era per comandamentodel re fermato a Milanofussino pronte e ad assicurare la Lombardiae a passare piú avanti se la necessità o l'occasione loricercassino; congiugnendosi con loro cinquecento uomini d'armeitalianicondotti nel tempo medesimo agli stipendi del re sottoGiovanfrancesco da San Severino conte di GaiazzoGaleotto Pico contedella Mirandola e Ridolfo da Gonzagae cinquecento altri i quali eraobligato a dargli il duca di Milano. E nondimeno Lodovicononpretermettendo le solite artinon cessava di confermare al ponteficee a Piero de' Medici la disposizione sua alla quiete e sicurtàd'Italiadando ora una speranza ora un'altra che prestodimostrazione evidente n'apparirebbe. Non può quasi essere chequello che molto efficacemente si afferma non faccia qualcheambiguitàeziandio negli animi determinati a credere ilcontrario: peròse bene alle promesse sue non fusse piúprestata fedenon era perciò che per quelle in qualche partenon s'allentassino le imprese deliberate. Perché al ponteficee a Piero de' Medici sarebbe sommamente piaciuto il tentare le cosedi Genovama perché per questo lo stato di Milanodirettamente si offendevail paparichiesto da Alfonso delle galeee di unire seco in Romagna le sue genticoncedeva che le genti siunissino per la difesa comune in Romagna ma non già chepassassino piú avantie delle galee faceva difficoltàallegando non essere ancora tempo a mettere Lodovico in tantadisperazione; e i fiorentinirichiesti di dare ricetto erinfrescamento all'armata regia nel porto di Livornostavano sospesiper il medesimo rispetto e perchéessendosi scusati dalledimande fatte dal re di Francia sotto pretesto della confederazionefatta con Ferdinandomalvolentieri si disponevanoinsino che lanecessità gli costrignessea fare piú oltre che pervirtú di quella fussino tenuti.

Manon comportando piú le cose maggiore dilazionefinalmentel'armatasotto don Federigo ammiraglio del marepartí daNapoli; e Alfonso in persona raccolse l'esercito suo nell'Abruzzi perpassare in Romagna. Ma gli parve necessarioinnanzi procedesse piúoltredi essere a parlamento col ponteficedesideroso del medesimoper stabilire tutto quello che fusse da fare per la salute comune:peròil terzodecimo dí di lugliosi convennonoinsieme a Vicovaro terra di Verginio Orsinodove dimorati tre dísi partirono molto concordi. Deliberossi in questo parlamentoperconsiglio del ponteficeche la persona del re non passasse piúavantima che dello esercito suoquale il re affermava essere pocomanco di cento squadre d'uomini d'armecontando venti uomini d'armeper squadrae piú di tremila tra balestrieri e cavallileggierisi fermasse seco una parte ne confini dell'Abruzziversole Celle e Tagliacozzoper sicurtà dello stato ecclesiasticoe del suo; e che Verginio rimanesse in terra di Roma per farecontrapeso a' Colonnesiper il sospetto de' quali stessino fermi inRoma dugento uomini d'arme del papa e una parte de' cavalli leggieridel re; e che in Romagna andassecon settanta squadrecol restodella cavalleria leggiera e con la maggiore parte delle gentiecclesiastichedate solo per difesaFerdinando duca di Calavria(era questo il titolo de' primogeniti de' re di Napoli)giovane dialta speranzamenando secocome moderatori della sua gioventúGiovaniacopo da Triulzi governatore delle genti regie e il conte diPitiglianoil quale dal soldo del papa era passato al soldo del recapitani di esperienza e di riputazione: e pareva molto a propositoavendosi a passare in Lombardiala persona di Ferdinandoperchéera congiunto di stretto e doppio parentado a Giovan Galeazzomaritod'Isabella sua sorella e figliuolo di Galeazzo fratello di Ippolitala quale era stata madre di Ferdinando. Ma una delle piúimportanti cose che tra il pontefice e Alfonso si trattassino fusopra i Colonnesiperché per segni manifesti si comprendevache aspiravano a nuovi consigli: imperocchéessendo statiProspero e Fabrizio agli stipendi del re morto e da lui ottenutostati e onorate condizioninon solamentemorto luiProsperodopomolte promesse fatte ad Alfonso di ricondursi secosi era condottoper opera del cardinale Ascanioa comune col pontefice e col duca diMilanoné voluto poi consentire che tutta la sua condotta nelponteficeche ne lo ricercavasi riducesse; ma Fabrizioil qualeaveva continuato negli stipendi di Alfonsovedendo lo sdegno delpapa e del re contro a Prosperofaceva difficoltà di andarecol duca di Calavria in Romagna se prima con qualche modo convenientenon si stabilivano e assicuravano le cose di Prospero e di tutta lafamiglia de' Colonnesi. Questo era il colore delle loro difficoltàma in segretoamendue tirati dall'amicizia che avevano grande conAscanioil qualepartitosi pochi dí innanzi di Roma persospetto del papasi era ridotto nelle loro terree da speranza dimaggiori premie molto piú per dispiacere che 'l primo luogocon Alfonso e piú ampia partecipazione delle sue prosperitàfusse di Verginio Orsinocapo della fazione avversasi eranocondotti agli stipendi del re di Francia: il che per tenere occultoinsino a tanto giudicassino di potere sicuramente dichiararsi soldatisuoisimulando desiderio di convenire col pontefice e con Alfonsoiquali faceano instanza che Prosperopigliando la medesima condottada loroperché altrimenti non potevano essere sicuri di luilasciasse i soldi del duca di Milanotrattavano continuamente conloroma per non conchiudere movevano ora una ora un'altra difficoltànelle condizioni che erano proposte. Nella quale pratica era traAlessandro e Alfonso diversità di volontà: perchéAlessandrodesideroso di spogliargli delle castella le quali interra di Roma possedevanoaveva cara l'occasione di assaltargli; eAlfonsonon avendo altro fine che di assicurarsinon inclinava allaguerra se non per ultimo rimedioma non ardiva di opporsi alla suacupidità. Però deliberorno di costrignergli con l'armie si stabilí con che forze e con che ordine; ma fatta primaesperienza se fra pochi dí si potessino comporre le cose loro.

Cap.viii

Laspedizione dell'armata di Alfonso d'Aragona contro Genova; tentativicontro la riviera di levante e loro fallimento. La spedizionedell'esercito di Alfonso in Romagna e le prime difficoltàincontrate. Piero de' Medici fa unire truppe soldate da' fiorentiniall'esercito aragonese. Azione del pontefice e di Alfonso presso ilsenato venezianopresso i re di Spagna e presso Baiset. Nuoviintrighi di Lodovico Sforza.

Trattavansiqueste e molte altre cose da ogni parte; ma finalmente detteprincipio alla guerra d'Italia l'andata di don Federigo alla impresadi Genovacon armata senza dubbio maggiore e meglio proveduta chegià molti anni innanzi avesse corso per il mare Tirreno armataalcuna; perché ebbe trentacinque galee sottilidiciotto navie piú altri legni minorimolte artiglieriee tremila fantida porre in terra. Per i quali apparatie per avere seco ifuoruscitisi era mossa da Napoli con grande speranza dellavittoria; ma la tardità della partita suacausata dalledifficoltà che hanno comunemente i moti grandie in qualcheparte dalle speranze artificiose date da Lodovico Sforzae dipoil'essere soprastataper soldare insino al numero di quattromilafantine porti de' sanesiaveva fatto difficile quel che tentatouno mese prima sarebbe stato molto facile. Perché avendo gliavversari avuto tempo di fare potente provisioneera giàentrato in Genova il baglí di Digiuno con dumila svizzerisoldati dal re di Franciae già in ordine molte delle navi edelle galee le quali in quel porto si armavano; arrivatavi similmenteuna parte de' legni armati a Marsilia; e Lodoviconon perdonando aspesa alcunav'avea mandato Guasparri da San Severino detto ilFracassa e Antonio Maria suo fratello con molti fanti; e per aiutarsinon meno della benivolenza de' genovesi medesimi che delle forzeforestierestabilitocon doni con provisioni con danari conpromesse e con vari premi l'animo di Giovan Luigi dal Fiesco fratellodi Obiettodegli Adorni e di molti altri gentiluomini e popolariimportanti a tenere ferma alla sua divozione quella città; eda altra parte chiamato a Milanoda Genova e delle terre dellerivieremolti seguaci de' fuorusciti. A questi provedimentipotentiper se stessiaggiunse molto di riputazione e di fermezza la personadi Luigi duca di Orliensil qualene' medesimi dí chel'armata aragonese si scoperse nel mare di Genovaentrò percommissione del re di Francia in quella cittàavendo primaparlato in Alessandria sopra le cose comuni con Lodovico Sforza; ilquale (come sono piene di oscure tenebre le cose de' mortali) l'avevaricevuto lietamente e con grande onorema come parinon sapendoquanto presto in potestà di lui avesse a essere costituito lostato e la vita sua. Queste cose furono cagione che gli aragonesiche prima avevano disegnato di presentarsi con l'armata nel porto diGenovasperando che i seguaci de' fuorusciti facessino qualchesollevazionemutato consigliodeliberorno d'assaltare le riviere; edopo qualche varietà di opinionein quale riviera o dilevante o di ponente fusse da cominciareseguitato il parere diObiettoche si prometteva molto degli uomini della riviera dilevantesi dirizzorno alla terra di Portovenere; alla quale terraperché da Genova vi erano stati mandati quattrocento fanti egli animi degli abitatori confermati da Gianluigi dal Fiesco che eravenuto alla Speziedettono piú ore invano la battagliainmodo cheperduta la speranza di espugnarlasi ritirorno nel portodi Livorno per rinfrescarsi di vettovaglie e accrescere il numero de'fanti; perché intendendo le terre della riviera essere beneprovedutegiudicavano necessarie forze maggiori. Dove don Federigoavuta notizia l'armata franzeseinferiore alla sua di galee masuperiore di naviprepararsi per uscire del porto di Genovarimandòa Napoli le navi sueper potere con la celerità delle galeepiú espeditamente dagl'inimici discostarsiquando unite lenavi e le galee andassino ad assaltarlo; restandogli nondimeno lasperanza di opprimergli se le galee dalle navio per caso o pervolontàsi separassino.

Camminavain questo tempo medesimo con l'esercito terrestre il duca di Calavriaverso Romagnacon intenzione di passare poisecondo le primedeliberazioniin Lombardia; ma per avere il transito libero nélasciarsi impedimenti alle spalleera necessario congiugnersi lostato di Bologna e le città d'Imola e di Furlí; perchéCesenacittà suddita immediatamente al ponteficee la cittàdi Faenza suddita a Astore de' Manfredipiccolo fanciullosoldato eche si reggeva sotto la protezione de' fiorentinierano per darespontaneamente tutte le comodità all'esercito aragonese.Dominava Furlí e Imolacon titolo di vicario della ChiesaOttaviano figliuolo di Ieronimo da Riarioma sotto la tutela e ilgoverno di Caterina Sforza sua madre: con la quale avevano trattatogià piú mesiil pontefice e Alfonso di condurreOttaviano a' soldi comunicon obligazione che comprendesse gli statisuoi; ma restava la cosa imperfettaparte per difficoltàinterposte da lei per ottenere migliori condizioniparte perchéi fiorentinipersistendo nella prima deliberazione di non eccederecontro al re di Francia le obligazioni le quali avevano con Alfonsonon si risolvevano di concorrere a questa condottaalla quale eranecessario il consenso loroperché il pontefice e il rericusavano di sostenere soli questa spesae molto piú perchéCaterina negava di mettere in pericolo quelle città se insiemecon gli altri i fiorentini alla difesa degli stati del figliuolo nonsi obligavano. Rimosse queste difficoltà il parlamento cheebbe Ferdinandomentre che per la via della Marecchia conducel'esercito in Romagnacon Piero de' Medicial Borgo a San Sepolcroperché nel primo congresso gli offerseper commissioned'Alfonso suo padreche usasse e sé e quell'esercito a ogniintento suodelle cose di Firenze di Siena e di Faenza; dondediventata ardente in Piero la prima caldezzaritornato a Firenzevollebenché dissuadendolo i cittadini piú savichesi prestasse il consenso a quella condottaperché con sommainstanza n'era stato pregato da Ferdinando: la quale essendosi fattaa spese comuni del pontefice d'Alfonso e de' fiorentinisicongiunsonopochi dí poila città di Bolognaconducendo nel medesimo modo Giovanni Bentivoglisotto la cuiautorità e arbitrio si governava; al quale promesse ilponteficeaggiugnendovisi la fede del re e di Piero de' Medicidicreare cardinale Antonio Galeazzo suo figliuoloallora protonotarioapostolico. Dettono queste condotte riputazione grande all'esercitodi Ferdinandoma molto maggiore l'arebbono data se con questisuccessi fusse entrato prima in Romagna; ma la tardità dimuoversi del regno e la sollecitudine di Lodovico Sforza aveva fattoche non prima arrivò Ferdinando a Cesena che Obigní eil conte di Gaiazzogovernatore delle genti sforzeschecon partedello esercito destinato a opporsi agli aragonesi essendo passatisenza ostacolo per il bologneseentrorono nel contado d'Imola.Perciòinterrotte a Ferdinando le prime speranze di passarein Lombardiafu necessario fermare la guerra in Romagna: doveseguitando l'altre città la parte aragoneseRavenna e Cerviacittà suddite a' vinizianinon aderivano a alcuno; e quelpiccolo paese il qualecontiguo al fiume del Poteneva il duca diFerrara non mancava di qualunque comodità alle genti franzesie sforzesche.

Mané per le difficoltà riscontrate nella impresa diGenova né per lo impedimento sopravenuto in Romagna latemerità di Piero de' Medici si raffrenava. Il quale essendosicon secreta convenzionefatta senza saputa della republica colpontefice e con Alfonsoobligato a opporsi scopertamente al re diFrancianon solo aveva consentito che l'armata napoletana avessericetto e rinfrescamento nel porto di Livorno e comodità disoldare fanti per tutto il dominio fiorentinoma non potendo piúcontenersi dentro a termine alcunooperò che AnnibaleBentivoglio figliuolo di Giovanniil quale era soldato de'fiorentinicon la compagnia suae la compagnia di Astore de'Manfredisi unissino con l'esercito di Ferdinandosubito che entrònel contado di Furlí; al quale fece inoltre mandare millefanti e artiglierie. Simile disposizione appariva continuamente nelpontefice: il qualeoltre alle provisioni dell'arminon contentod'avere con uno breve esortato prima Carlo a non passare in Italia ea procedere per la via della giustizia e non con l'armigli comandòpoi per un altro breve le cose medesime sotto pena delle censureecclesiastiche; e per il vescovo di Calagorra nunzio suo in Vinegiadove al medesimo effetto erano gli oratori di Alfonsoe benchénon con dimande cosí scoperte quelli de' fiorentinistimolòmolto il senato viniziano cheper beneficio comune d'Italias'opponesse con l'armi al re di Franciao almeno a Lodovico Sforzavivamente facesse intendere avere molestia di questa innovazione: mail senatofacendo rispondere per il doge non essere ufficio di savioprincipe tirare la guerra nella casa propria per rimuoverla dellacasa di altrinon consentí di farené condimostrazioni né con effettiopera alcuna che potessedispiacere a niuna delle parti. E perché il re di Spagnaricercato instantemente dal pontefice e da Alfonsoprometteva dimandare la sua armata con molta gente in Siciliaper soccorrerequando bisognasse il regno di Napolima si scusava non potere esseresí presta per la difficoltà che aveva di danari; ilponteficeoltre a certa quantità mandatagli da Alfonsoconsentí che e' potesse convertire in quest'uso i danaririscossi con l'autorità della sedia apostolicasotto nomedella crociatain Ispagnache spendere contro ad altri che controagli inimici della fede cristiana non si potevano. A' quali opprimeretanto alieno era il pensiero loro che Alfonsooltre a altri uominimandati prima al gran turcovi mandò di nuovo CammilloPandone; con cui andòmandato secretamente dal ponteficeGiorgio Bucciardo genoveseche altre volte papa Innocenzio v'aveamandato: i qualionorati da Baiseto eccessivamente e espediti quasisubitoriportorono promesse grandi di aiuti; le qualibenchéconfermate poco poi da uno imbasciadore mandato da Baiseto a Napolio per la distanza de' luoghi o per essere difficile la confidenza trai turchi e i cristianieffetto alcuno non partorirono.

Nelquale tempo Alfonso e Piero de' Medicinon essendo prosperi isuccessi dell'armi né per mare né per terrasiingegnorono di ingannare Lodovico Sforza con l'astuzie e arti sue; manon già con migliore evento della industria che delle forze. Èstata opinione di molti che a Lodovicoper la considerazione delpericolo propriofusse molesto che 'l re di Francia acquistasse ilregno di Napolima che il disegno suo fussepoiché avessefatto sé duca di Milano e fatto passare l'esercito franzese inToscanainterporsi a qualche concordia; per la qualericonoscendosiAlfonso tributario della corona di Franciacon assicurare il redell'osservanzae smembrate forse da' fiorentini le terre le qualitenevano nella Lunigianail re se ne ritornasse in Francia: e cosírestando sbattuti i fiorentini e diminuito il re di Napoli di forze ed'autoritàeglidiventato duca di Milanoavesse conseguitotanto che gli bastasse a essere sicurosenza incorrere ne' pericoliimminenti dalla vittoria de' franzesi. Avere sperato che Carlosopravenendone massime la vernataavesse a trovare qualchedifficoltà la quale il corso della vittoria gli ritenesse; eattesa la impazienza naturale de' franzesil'essere il re maleproveduto di danarie la volontà di molti de' suoi aliena daquesta impresasi potesse facilmente trovare mezzo di concordia.Quel che di tale cosa sia la veritàcerto è chesebene nel principio Lodovico si fusse per separare Piero de' Medicidagli Aragonesi grandemente affaticatocominciò poioccultissimamente a confortarlo a perseverare nella sua sentenzapromettendogli di operare o che 'l re di Francia non passerebbe ochepassandoritornerebbe prestoe innanzi che avesse tentato cosaalcuna di qua da' monti: né cessavaper mezzo dello oratoresuo risedente in Firenzefare seco spessoquesta instanzao perchécosí fusse veramente la sua intenzione o perchédeterminato già alla rovina di Pierodesiderasse che e'procedesse tant'oltre contro al re che non gli restasse luogo direconciliazione. Deliberato adunque Pierocon saputa d'Alfonsodifare noto questo andamento al re di Franciachiamò uno día casa suasotto colore di essere indisposto della personaloimbasciadore milaneseavendo prima ascoso quello del reche era inFirenzein luogo donde comodamente i ragionamenti loro udirepotesse. Quivi Pierorepetute con parole distese le persuasioni e lepromesse di Lodovicoe che per l'autorità sua era statopertinace a non consentire le dimande di Carlosi lamentògravemente che egli con tanta instanza sollecitasse la sua passataconchiudendo chepoi che i fatti non corrispondevano alle paroleera necessitato a risolversi di non si ristrignere in tanto pericolo.Rispondeva il milanese non dovere Piero dubitare della fede diLodovicose non per altro perché almeno era similmente a luipernicioso che Carlo pigliasse Napoliconfortandolo efficacemente aperseverare nella medesima sentenzaperché partendosenesarebbe cagione di ridurre se stesso e Italia tutta in servitú.Del quale ragionamento l'oratore franzese dette subito notizia al suoreaffermando che era tradito da Lodovico: e nondimeno non partoríquesta astuzia l'effetto il quale il re Alfonso e Piero avevanosperato; anzirivelato dai franzesi medesimi a Lodovicorendépiú ardente lo sdegno e l'odio conceputo prima contro a Pieroe la sollecitudine di stimolare il re di Francia che non consumassepiú il tempo inutilmente.

 

Cap.ix

Paurosiprodigi e terrore in Italia per la venuta de' francesi. Improvvisaincertezza del re di Francia per l'opposizione della corte allaspedizione in Italia. Incitamenti del cardinale di San Pietro inVincoli. Il passaggio delle Alpi pel Monginevra e l'entrata in Astidi Carlo VIII. Suo ritratto fisico e morale.

Egià non solo le preparazioni fatte per terra e per mare ma ilconsentimento de' cieli e degli uomini pronunziavano a Italia lefuture calamità. Perché quegli che fanno professioned'avereo per scienza o per afflatto divinonotizia delle cosefutureaffermavano con una voce medesima apparecchiarsi maggiori epiú spesse mutazioniaccidenti piú strani e piúorrendi che già per molti secoli si fussino veduti in partealcuna del mondo. Né con minore terrore degli uomini risonavaper tutto la fama essere apparitein varie parti d'Italiacosealiene dall'uso della natura e de' cieli. In Pugliadi nottetresoli in mezzo 'l cielo ma nubiloso all'intorno e con orribili folgorie tuoni; nel territorio di Arezzopassati visibilmente molti díper l'aria infiniti uomini armati in su grossissimi cavallie conterribile strepito di suoni di trombe e di tamburi; avere in moltiluoghi d'Italia sudato manifestamente le immagini e le statue sacre;nati per tutto molti mostri d'uomini e d'altri animali; molte altrecose sopra l'ordine della natura essere accadute in diverse parti:onde di incredibile timore si riempievano i popolispaventati giàprima per la fama della potenza de' franzesidella ferocia di quellanazionecon la quale (come erano piene l'istorie) aveva giàcorso e depredato quasi tutta Italiasaccheggiata e desolata conferro e con fuoco la città di Romasoggiogato nell'Asia molteprovincie; né essere quasi parte alcuna del mondo che indiversi tempi non fusse stata percossa dall'armi loro. Dava solamenteagli uomini ammirazione che in tanti prodigi non si dimostrasse lastella cometala quale gli antichi reputavano certissimo messaggieredella mutazione de' regni e degli stati.

Maa' segni celestipredizionipronostichi e prodigi accresceva ognidí piú la fede l'appropinquarsi degli effetti; perchéCarlocontinuando nel suo propositoera venuto a Vienna cittàdel Dalfinatonon potendo rimuoverlo dal passare personalmente inItalia né i prieghi di tutto il regno né la carestia didanariche era tale che e' non ebbe modo a provedere a' presentibisogni se non con lo impegnareper non molta quantità didanaricerte gioie prestategli dal duca di Savoiadalla marchesanadi Monferrato e da altri signori della corte. Perché lapecunia che aveva raccolta primadelle entrate di Franciae quellache gli era stata prestata da Lodovicon'aveva spesa parte nellearmate di marenelle quali si collocava da principio speranza grandedella vittoriaparteinnanzi si movesse da Lionedonatainconsideratamente a varie persone; né essendo allora ipríncipi pronti a estorquere danari da' popolicome dipoiconculcando il rispetto di Dio e degli uominiha insegnatol'avarizia e le immoderate cupiditànon gli era facilel'accumularne di nuovo. Tanto piccoli furono gli ordini e ifondamenti di muovere una guerra cosí grave! guidandolo piúla temerità e l'impeto che la prudenza e il consiglio. Ma comespesso accade chequando si viene a dare principio all'esecuzionedelle cose nuovegrandi e difficilibenché giàdeliberatesi rappresentano pure all'intelletto degli uomini leragioni le quali si possono considerare in contrario; essendo il rein procinto di partirsianzi camminando già verso i monti legenti d'armesorse uno grave mormorío per tutta la cortemettendo in considerazione chi le difficoltà ordinarie ditanta impresachi il pericolo della infedeltà degli italianie sopra tutti gli altri di Lodovico Sforzaricordando l'avvisovenuto da Firenze delle sue fraudi (e per avventura tardavano adarrivare certi danari che s'aspettavano da lui): in modo che non solocontradicevano audacemente (come interviene quando pare che 'lconsiglio si confermi dall'evento delle cose) quegli che avevanosempre dannata questa impresa; ma alcuni di coloro che ne erano statiprincipali confortatorie tra gli altri il vescovo di San Malòcominciorno non mediocremente a vacillare: e ultimatamentepervenutoagli orecchi del re questo romorefece movimento tale in tutta lacorte e nella mente sua medesimae tale inclinazione di nonprocedere piú oltreche subito comandò che le genti sifermassino; e perciò molti signori i quali già erano incammino publicandosi essere deliberato che piú non si passassein Italiase ne ritornorono alla corte. E andava (come si crede)innanzi facilmente questa mutazionese 'l cardinale di San Piero aVincolafatale instrumentoe allora e prima e poide' malid'Italianon avesse con l'autorità e veemenza sua riscaldatogli spiriti quasi addiacciatie ridirizzato l'animo del re alladeliberazione di prima; riducendogli non solo in memoria le ragionile quali a sí gloriosa espedizione eccitato l'aveanomaproponendogli innanzi agli occhi con gravissimi stimoli la infamia laquale per tutto il mondo dalla leggiera mutazione di cosíonorato consiglio gli perverrebbe. E per che cagione avere adunquecon la restituzione delle terre del contado d'Artoisindebolito daquella parte le frontiere del regno suo? per che cagionecon tantodispiacere non meno della nobiltà che de' popoliavere apertoal re di Spagnadandogli la contea di Rossiglioneuna delle portedi Francia? Solere consentire simili cose gli altri re o perliberarsi da urgentissimi pericoli o per conseguirne grandissimeutilità. Ma quale necessitàquale pericolo avere mossolui? quale premio aspettarne? quale frutto risultargliene se nonl'avere comperato con carissimo prezzo una vergogna molto maggiore?Che accidenti essere natiche difficoltà sopravenutechepericoli scopertisidopo l'avere publicato la impresa per tutto ilmondo? e non piú tosto crescere manifestamente ognora lasperanza della vittoria? essendo già restati vani i fondamentiin su i quali gli inimici aveano posta tutta la speranza delladifesa: perché e l'armata aragoneserifuggitavituperosamentedopo avere data invano la battaglia a Portovenerenel porto di Livornonon potere fare piú frutto alcuno controa Genovadifesa da tanti soldati e da armata piú potente diquella; e l'esercito di terrafermatosi in Romagna per la resistenzadi piccolo numero di franzesinon avere ardire di passare piúinnanzi. Che farebbono come corresse la fama per tutta Italia che ilre con tanto esercito avesse passato i monti? che tumulti sisusciterebbono per tutto? In che sbigottimento si ridurrebbe ilpontefice come dal proprio palagio vedesse l'armi de' Colonnesi insulle porte di Roma? in che spavento Piero de' Mediciavendo inimicoil sangue suo medesimola città devotissima del nome franzesee cupidissima di recuperare la libertà oppressa da lui? Nonpotere cosa alcuna ritenere l'impeto del re insino a' confini delregno di Napolidove accostandosi sarebbono i medesimi tumulti espaventiné altro per tutto che o fuga o ribellione. Temereforse che avessino a mancargli i danari? i qualicome si sentisse lostrepito dell'armi sueil tuono orribile di quelle impetuoseartiglieriegli sarebbono portati a gara da tutti gli italiani; e sepure alcuno si mettesse a resisterele spoglie le prede le ricchezzede' vinti gli nutrirebbono l'esercito: perché in Italiaassuefatta per molti anni piú alle immagini delle guerre chealle guerre verenon era nervo da sostenere il furore franzese.Peròquale timore quale confusione quali sogni quali ombrevane essere entratenel petto suo? Dove essere perduta sípresto la sua magnanimità? dove quella ferocia con la qualequattro dí primasi vantava di vincere tutta Italia unitainsieme? Considerasse non essere piú in potestà propriai consigli suoi; troppo oltre essere andate le coseperl'alienazione delle terreper gl'imbasciadori uditi mandati escacciatiper tante spese fatteper tanti apparatiper lapublicazione fatta per tuttoper essere già condotta la suapersona quasi in sull'Alpe. Strignerlo la necessitàquandobene la impresa fusse pericolosissimaa seguitarla; poi che tra lagloria e l'infamiatra il vituperio e i trionfitra l'essere o ilpiú stimato re o il piú dispregiato di tutto il mondonon gli restava piú mezzo alcuno. Che dunque dovere fare a unavittoriaa uno trionfo già preparato e manifesto?

Questecosedette in sostanza dal cardinale masecondo la sua naturapiúcon sensi efficaci e con gesti impetuosi e accesi che con ornato diparolecommossono tanto l'animo del re chenon uditi piú senon quegli che lo confortavano alla guerrapartí il medesimodí da Viennaaccompagnato da tutti i signori e capitani delreame di Franciaeccetto il duca di Borboneal quale commesse inluogo suo l'amministrazione di tutto il regnoe l'ammiraglio e pochialtri deputati al governo e alla guardia delle provincie piúimportanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevramoltopiú agevole a passare che quella del Monsanesee per la qualepassò anticamente ma con incredibile difficoltàAnnibale cartagineseentrò in Asti il dí nono disettembre dell'anno mille quattrocento novantaquattroconducendoseco in Italia i semi di innumerabili calamitàdiorribilissimi accidentie variazione di quasi tutte le cose: perchédalla passata sua non solo ebbono principio mutazioni di statisovversioni di regnidesolazioni di paesieccidi di cittàcrudelissime uccisionima eziandio nuovi abitinuovi costuminuovie sanguinosi modi di guerreggiareinfermità insino a quel dínon conosciute; e si disordinorono di maniera gli instrumenti dellaquiete e concordia italiana chenon si essendo mai poi potutariordinarehanno avuto facoltà altre nazioni straniere eeserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla. E permaggiore infelicitàacciocché per il valore delvincitore non si diminuisseno le nostre vergognequello per lavenuta del quale si causorno tanti malise bene dotato síamplamente de' beni della fortunaspogliato di quasi tutte le dotidella natura e dell'animo.

Perchécerto è che Carloinsino da pueriziafu di complessionemolto debole e di corpo non sanodi statura piccolodi aspettosetu gli levi il vigore e la degnità degli occhibruttissimoel'altre membra proporzionate in modo che e' pareva quasi piúsimile a mostro che a uomo: né solo senza alcuna notizia dellebuone arti ma appena gli furno cogniti i caratteri delle lettere;animo cupido di imperare ma abile piú a ogn'altra cosaperchéaggirato sempre da' suoi non riteneva con loro né maestàné autorità; alieno da tutte le fatiche e faccendeein quelle alle quali pure attendeva povero di prudenza e di giudicio.Giàse alcuna cosa pareva in lui degna di lauderisguardataintrinsicamenteera piú lontana dalla virtú che dalvizio. Inclinazione alla gloria ma piú presto con impeto checon consiglioliberalità ma inconsiderata e senza misura odistinzioneimmutabile talvolta nelle deliberazioni ma spesso piúostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavanobontà meritava piú convenientemente nome di freddezza edi remissione di animo.

Cap.x

L'armataaragonese di nuovo contro Genova. Sconfitta di Obietto dal Fiesco aRapallo. Rinuncia di don Federigo d'Aragona ad ogni altra impresad'importanza contro le riviere.

Mail dí medesimo che il re arrivò nella città diAsticominciando a dimostrarsigli con lietissimo augurio labenignità della fortunagli sopravennono da Genovadesideratissime novelle. Perché don Federigopoichéritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescatal'armata e soldato nuovi fantiritornato nella medesima rivierapose in terra Obietto dal Fiesco con tremila fanti; il qualeoccupata senza difficoltà la terra di Rapalledistante daGenova venti migliacominciò a infestare il paesecircostante; il quale principio non essendo di piccola importanzaperché nelle cose di quella città èper lainfezione delle partipericolosissimo ogni quantunque minimomovimentonon parve a quegli di dentro da comportare che per gliinimici si facesse maggiore progresso. Peròlasciata unaparte delle genti alla guardia della cittàsi mossono colrestoper terraalla volta di Rapalle i fratelli Sanseverini eGiovanni Adornofratello di Agostino governatore di Genovaco'fanti italianie il duca di Orliens con mille svizzeri in sullaarmata di mare nella quale erano diciotto galeesei galeoni e novenavi grosse; i qualiunitisi tutti presso a Rapalleassaltorono conimpeto grande gli inimici che avevano fatto testa al ponte che ètra 'l borgo di Rapalle e uno stretto piano il quale si distendeinsino al mare. Combatteva per gli aragonesi oltre alle forze proprieil vantaggio del sitoper l'asprezza del quale piú che peraltra munizione sono forti i luoghi del paese; e perciò ilprincipio dell'assalto non si dimostrava felice per gli inimiciegià i svizzeriessendo in luogo inabile a spiegare la loroordinanzacominciavano quasi a ritirarsi: ma concorrevanotumultuosamente da ogni banda molti paesani seguaci degli Adorniiquali tra quegli sassi e monti asprissimi sono attissimi acombattere; e essendo oltre a questo nel tempo medesimo infestati gliaragonesi per fianco dall'artiglierie dell'armata franzeseaccostatasi al lito quanto potevacominciorono a sosteneredifficilmente l'impressione degli inimici; e essendo giàspuntati dal pontesopragiunsono avvisi a Obiettoin favore delquale i suoi partigiani non si erano mossiappropinquarsi Gianluigidal Fiesco con molti fanti: per il chedubitando di non essereassaltati dalle spallesi messono in fugae Obietto il primosecondo l'uso de' fuoruscitiper la via della montagna; restandoparte nel combattere parte nel fuggiremorti di loro piú dicento uominiuccisione senza dubbio non piccola secondo le manieredel guerreggiare le quali a quello tempo in Italia si esercitavano.Furono medesimamente fatti molti prigionitra i quali Giulio Orsinochesoldato del reavea con quaranta uomini d'arme e alcunibalestrieri a cavallo seguitata l'armatae Fregosino figliuolo delcardinale Fregoso e Orlandino della medesima famiglia. Assicuròal tutto questa vittoria le cose di Genova: perché donFederigoil qualesubito che ebbe posti i fanti in terrasi eraper non essere costretto a combattere nel golfo di Rapalle conl'armata inimicaallargato in alto maredisperandosi di potere fareper allora piú frutto alcunoritirò un'altra voltal'armata nel porto di Livorno: e benché quivi di nuovi fantisi provedessee disegni vari avesse di assaltare qualche altro luogodelle rivierenondimenocome per i princípi avversi delleimprese si perde e l'animo e la riputazionenon tentò piúcosa alcuna di momento; lasciando giusta cagione a Lodovico Sforza digloriarsi che aveva con la industria e consigli suoi scherniti gliavversariperché non altro avere salvato le cose di Genovache la tardità della mossa loroprocurata con l'arti sue econ le speranze vane che aveva date.

Cap.xi

L'esercitodi Carlo VIII. Perfezione delle artiglierie francesi. Altre ragioniche rendevano formidabile l'esercito francese. Diversità frale milizie italiane e l'esercito di Carlo.

Maa Carlo era andato subito in Asti Lodovico Sforza e Beatrice suamogliecon grandissima pompa e onoratissima compagnia di molte donnenobili e di forma eccellente del ducato di Milanoe insieme Ercoleduca di Ferrara: dove trattandosi delle cose comunifu deliberatoche il piú presto che si poteva si movesse l'esercito. Eacciocché questo piú sollecitamente si facesseLodovicoche non mediocremente temeva che sopravenendo i tempi asprinon si fermassino per quella vernata nelle terre del ducato diMilanoprestò di nuovo danari al reil quale n'avevanecessità non mediocre: e nondimenoscoprendosegli quel maleche i nostri chiamano vaiuolosoggiornò in Asti circa a unomesedistribuito l'esercito in quella città e nelle terrecircostanti. Il numero del qualeper quel che io ritraggonelladiversità di moltiper piú verofuoltre ai dugentogentiluomini della guardia del recomputati i svizzeri i quali primacol baglí di Digiuno erano andati a Genovae quella gente chesotto Obigní militava in Romagnauomini d'arme mille secentode' quali ciascuno ha secondo l'uso franzese due arcieriin modo chesei cavalli sotto ogni lancia (questo nome hanno i loro uominid'arme) si comprendono; seimila fanti svizzeri; seimila fanti delregno suode' quali la metà erano della provincia diGuascognadotata megliosecondo il giudicio de' franzesidi fantiatti alla guerra che alcuna altra parte di Francia: e per unirsi conquesto esercito erano state condotte per mare a Genova quantitàgrande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagnama di tale sorte che giammai aveva veduto Italia le simiglianti.

Questapestetrovata molti anni innanzi in Germaniafu condotta la primavolta in Italia da' vinizianinella guerra che circa l'anno dellasalute mille trecent'ottanta ebbono i genovesi con loro; nella qualei vinizianivinti nel mare e afflitti per la perdita di Chioggiaricevevano qualunque condizione avesse voluta il vincitore se a tantopreclara occasione non fusse mancato moderato consiglio. Il nomedelle maggiori era bombardele qualisparsa dipoi questa invenzioneper tutta Italiasi adoperavano nelle oppugnazioni delle terre;alcune di ferro alcune di bronzoma grossissime in modo che per lamacchina grande e per la imperizia degli uomini e attitudine maladegli instrumentitardissimamente e con grandissima difficoltàsi conducevanopiantavansi alle terre co' medesimi impedimentiepiantateera dall'uno colpo all'altro tanto intervallo che conpiccolissimo fruttoa comparazione di quello che seguitò dapoimolto tempo consumavano; donde i difensori de' luoghi oppugnatiavevano spazio di potere oziosamente fare di dentro ripari efortificazioni: e nondimenoper la violenza del salnitro col qualesi fa la polveredatogli il fuocovolavano con sí orribiletuono e impeto stupendo per l'aria le palleche questo instrumentofacevaeziandio innanzi che avesse maggiore perfezioneridicolitutti gli instrumenti i quali nella oppugnazione delle terre avevanocon tanta fama di Archimede e degli altri inventoriusati gliantichi. Ma i franzesifabricando pezzi molto piú espediti néd'altro che di bronzoi quali chiamavano cannonie usando palle diferrodove prima di pietra e senza comparazione piú grosse edi peso gravissimo s'usavanogli conducevano in sulle carrettetirate non da buoicome in Italia si costumavama da cavalliconagilità tale d'uomini e di instrumenti deputati a questoservigio che quasi sempre al pari degli eserciti camminavanoecondotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile; einterponendosi dall'un colpo all'altro piccolissimo intervallo ditemposí spesso e con impeto sí veemente percotevanoche quello che prima in Italia fare in molti giorni si solevadaloro in pochissime ore si faceva: usando ancora questo piútosto diabolico che umano instrumento non meno alla campagna che acombattere le terree co' medesimi cannoni e con altri pezzi minorima fabricati e condottisecondo la loro proporzionecon la medesimadestrezza e celerità.

Facevanotali artiglierie molto formidabile a tutta Italia l'esercito diCarlo; formidabileoltre a questonon per il numero ma per ilvalore de' soldati. Perché essendo le genti d'arme quasi tuttedi sudditi del ree non di plebe ma di gentiluominii quali nonmeramente ad arbitrio de' capitani si mettevano o rimovevanoepagate non da loro ma da i ministri regi aveano le compagnie non soloi numeri interi ma la gente fiorita e bene in ordine di cavalli ed'arminon essendo per la povertà impotenti a provederseneefacendo ciascuno a gara di servire megliocosí per lo istintodell'onoreil quale nutrisce ne' petti degli uomini l'essere natinobilmentecome perché dell'opere valorose potevano sperarepremie fuora della milizia e nella miliziaordinata in modo cheper piú gradi si saliva insino al capitanato. I medesimistimoli avevano i capitaniquasi tutti baroni e signori o almanco disangue molto nobilee quasi tutti sudditi del regno di Francia; iqualiterminata la quantità della sua compagniaperchésecondo il costume di quel reamea niuno si dava condotta piúdi cento lancienon avevano altro intento che meritare laudeappresso al suo redonde non aveano luogo tra loro né lainstabilità di mutare padroneo per ambizione o per avariziané le concorrenze con gli altri capitani per avanzargli conmaggiore condotta. Cose tutte contrarie nella milizia italianadovemolti degli uomini d'armeo contadini o plebeie sudditi a altroprincipee in tutto dipendenti dai capitani co' quali convenivanodello stipendioe in arbitrio de' quali era mettergli e pagarglinon aveanoné per natura né per accidentestimoloestraordinario al bene servire; e i capitanirarissime volte sudditidi chi gli conduceva e che spesso aveano interessi e fini diversipieni tra loro di emulazione e di odiiné avendo prefissotermine alle condotte e interamente padroni delle compagnienétenevano il numero de' soldati che erano loro pagatinécontenti delle condizionioneste mettevano in ogni occasione ingordetaglie a’ padroni; e instabili al medesimo servigio passavanospesso a nuovi stipendisforzandogli qualche volta l'ambizione ol'avarizia o altri interessi a essere non solo instabili ma infedeli.Né si vedeva minore diversità tra i fanti italiani equegli che erano con Carlo: perché gl'italiani noncombattevano in squadrone fermo e ordinato ma sparsi per la campagnaritirandosi il piú delle volte a i vantaggi degli argini e de'fossi; ma i svizzerinazione bellicosissimae la quale con lungamilizia e con molte preclarissime vittorie aveva rinnovata la famaantica della ferociasi presentavano a combattere con schieresquadreordinate e distinte a certo numero per filanéuscendo mai della sua ordinanza si opponevano agli inimici a modo diun murostabili e quasi invittidove combattessino in luogo largoda potere distendere il loro squadrone: e con la medesima disciplinae ordinanzabenché non con la medesima virtúcombattevano i fanti franzesi e guasconi.

Cap.xii

IColonnesioccupata la rocca di Ostiasi dichiarano apertamente peril re di Francia. Scarsa fortuna dell'esercito aragonese in Romagna.

Mamentre che 'l re impedito dalla infermità si stava in Astinacque nel paese di Roma nuovo tumulto; perché i Colonnesiiqualibenché Alfonso avesse accettate tutte le dimandeimmoderate che avevano fattesi eranosubito che Obigní fuentrato con le genti franzesi in Romagnadeposta la simulazionedichiarati soldati del re di Franciaoccuporno la rocca d'Ostiapertrattato tenuto da alcuni fanti spagnuoli che v'erano a guardia.Costrinse questo caso il pontefice a querelarsi della ingiuriafranzese con tutti i príncipi cristianie specialmente co' redi Spagna e col senato vinizianoal qualebenché invanodomandò aiutoper l'obligo della confederazione contrattal'anno precedente insieme; e voltatosi con animo costante alleprovisioni della guerracitati Prospero e Fabrizioa' quali fecepoi spianare le case che avevano in Romae unite le genti sue eparte di quelle d'Alfonso sotto Verginioin sul fiume del Teveroneappresso a Tivolile mandò in sulle terre de' Colonnesiiquali non avevano altre genti che dugento uomini d'arme e millefanti. Ma dubitando poi il pontefice che l'armata franzesela qualeera fama dovere andare da Genova al soccorso d'Ostianon avessericetto a Nettunnoporto de' ColonnesiAlfonsoraccolte aTerracina tutte le genti che il pontefice ed egli avevano in quellepartivi pose il camposperando di espugnarlo agevolmente; madifendendolo i Colonnesi francamentee essendo passata senzaopposizione nelle terre loro la compagnia di Cammillo Vitelli daCittà di Castello e de' fratellisoldati di nuovo dal re diFranciail pontefice richiamò a Roma parte delle sue gentiche erano in Romagna con Ferdinando.

Lecose del quale non continuavano di procedere con quella prosperitàla quale pareva che si fusse dimostrata da principio. Perchéarrivato a Villafranca tra Furlí e Faenzae di quiviprendendo il cammino per la strada maestra verso Imolal'esercitoinimicoche era alloggiato appresso a Villafrancaessendo inferioredi forzesi ritirò tra la selva di Lugo e Colombara presso alfossato del Genivoloalloggiamento per natura molto forteluogod'Ercole da Estidel dominio del quale aveva le vettovaglie; ondetolta a Ferdinandoper la fortezza del sitola facoltàd'assaltargli senza gravissimo pericolopartito da Imolaandòad alloggiare a Toscanella appresso a Castel San Piero nel territoriobolognese; perché desiderando di combatterecercavacon ladimostrazione di andare verso Bolognamettere gli inimiciper nongli lasciare libero l'andare innanziin necessità di condursiin alloggiamenti non tanto forti: ma essi dopo qualche díapprossimatisi a Imolasi fermorono in sul fiume del Santerno traLugo e Santa Agataavendo alle spalle il fiume del Poe inalloggiamento molto fortificato. Alloggiò Ferdinandoil díseguentevicino a loro a sei migliain sul fiume medesimo appressoa Mordano e Bubanoe l'altro dí con l'esercito ordinato inbattaglia si presentò vicino a uno miglio; ma poi che perspazio di qualche ora gli ebbe aspettati indarno nella pianuracomodissima per la sua larghezza a combattereessendo di manifestopericolo l'assaltargli a quello alloggiamentoandò adalloggiare a Barbiano villa di Cotignuolanon piú verso lamontagnacome insino ad allora aveva fattoma per fianco agliinimici; avendo sempre il medesimo intento di costrignergliseavesse potutoa uscire degli alloggiamenti cosí forti. Eraparuto che insino a questo dí le cose del duca di Calavriafussino procedute con maggiore riputazioneperché e gliinimici avevano apertamente ricusato il combatteredifendendosi piúcon la fortezza degli alloggiamenti che con la virtúdell'armie in qualche riscontro fatto tra i cavalli leggieri eranopiú tosto gli aragonesi rimasti superiori; ma essendo poicontinuamente augumentato l'esercito franzese e sforzescoper ilsopravenire delle genti che da principio erano restate indietrocominciò a variarsi lo stato della guerra. Perché ilducaraffrenato l'ardore suo dai consigli de' capitani che gli eranoappressoper non si commettere se non con vantaggio alla fortunasiritirò a Santa Agataterra del duca di Ferrara; doveessendodiminuito di fanti e in mezzo delle terre ferraresie partita giàquella parte delle genti d'arme della Chiesa la quale aveva rivocatail ponteficeattendeva a fortificarsi; ma soprasedutovi pochi díavuta notizia aspettarsi di nuovo nel campo degl'inimici dugentolancie e mille fanti svizzeri mandati dal re di Francia subito che e'fu arrivato in Astisi ritirò nella cerca di Faenzaluogotralle mura di quella città e uno fossoil quale lontanocirca uno miglio della terra e circondandola tutta rende quel sitomolto forte; per la ritirata del quale gli inimici vennenonell'alloggiamentoabbandonato da luidi Santa Agata. Dimostrossicertamente animoso l'uno esercito e l'altro quando vedde l'inimicoinferiorema quando le cose erano quasi pareggiateciascuno fuggivail tentare la fortuna; perché (quel che rarissime volte accadeche uno medesimo consiglio piaccia a due eserciti inimici) pareva a'franzesi e agli sforzeschi ottenere l'intento per il quale si eranomossi di Lombardia se impedivano che gli aragonesi non passassino piúinnanzie il re Alfonsoriputando acquisto non piccolo che iprogressi degli inimici insino alla vernata si ritardassinoavevacommesso espressamente al figliolo e ordinato a Gianiacopo da Triulzie al conte di Pitigliano che non mettessino senza grande occasione inpotestà della fortuna il regno di Napoliche era perduto sequell'esercito si perdeva.

Cap.xiii

Visitadi Carlo VIII a Giovan Galeazzo Sforza infermo nel castello di Pavia.Notizia a Carlo giunto a Piacenza della morte di Giovan Galeazzo.Lodovico Sforza assume i titoli e le insegne del ducato di Milano.Sospetti e voci intorno alla morte di Giovan Galeazzo. Il re diFrancia dopo nuove incertezze delibera di continuare l'impresa.

Manon bastavano questi rimedi alla sua saluteperché Carlononritenendo l'impeto suo né la stagione del tempo néalcun'altra difficoltàsubito che ebbe recuperata la sanitàmosse l'esercito. Giaceva nel castello di Paviaoppresso digravissima infermitàGiovan Galeazzo duca di Milano suofratello cugino (erano il re e egli nati di due sorelle figliuole di[Lodovico secondo] duca di Savoia); il quale il repassando perquella città e alloggiato nel medesimo castelloandòbenignissimamente a visitare. Le parole furono generali per lapresenza di Lodovicodimostrando molestia del suo maleeconfortandolo a attendere con buona speranza alla recuperazione dellasalute; ma l'affetto dell'animo non fu senza grande compassione cosídel re come di tutti coloro che erano con luitenendo ciascuno percerto la vita dello infelice giovane dovereper le insidie del zioessere brevissima. E si accrebbe molto piú per la presenza diIsabella sua moglie; la qualeansia non solo della salute del maritoe di uno piccolo figliuolo che aveva di luima mestissima oltre aquesto per il pericolo del padre e degli altri suoisi gittòmolto miserabilmentenel cospetto di tuttia' piedi del reraccomandandogli con infinite lacrime il padre e la casa sua diAragona: alla quale il rebenché mosso dall'età edalla forma dimostrasse averne compassionenondimenonon si potendoper cagione cosí leggiera fermare un movimento sígranderispose che essendo condotta la impresa tanto innanzi eranecessitato a continuarla.

DaPavia andò il re a Piacenzadove essendosi fermato sopravennela morte di Giovan Galeazzoper la quale Lodovico che l'avea seguítoritornò con grandissima celerità a Milano. Dove da'principali del consiglio ducalesubornati da luifu proposto cheper la grandezza di quello stato e per i tempi difficili i quali inItalia si preparavanosarebbe cosa molto perniciosa che il figliuolodi Giovan Galeazzo di età d'anni cinque succedesse al padrema essere necessario avere uno duca che fusse grande di prudenza ed'autorità; e però doversidispensandoper la salutepublica e per la necessitàalla disposizione della leggecome permettono le leggi medesimecostrignere Lodovico a consentireche in sé si trasferisse per beneficio universale la degnitàdel ducatopeso gravissimo in tempi tali: col quale colorecedendol'onestà all'ambizionebenché simulasse fare qualcheresistenzaassunse la mattina seguente i titoli e le insegne delducato di Milano; protestato prima segretamente riceverle comeappartenenti a sé per l'investitura del re de' romani.

Fupublicato da molti la morte di Giovan Galeazzo essere proceduta dacoito immoderatonondimeno si credette universalmente per tuttaItalia che e' fusse morto non per infermità naturale néper incontinenzama di veleno; e Teodoro da Paviauno de' mediciregiil quale era presente quando Carlo lo visitòaffermòaverne veduto segni manifestissimi. Né fu alcuno che dubitasseche se era stato veleno non gli fusse stato dato per opera del ziocome quello chenon contento di essere con assoluta autoritàgovernatore del ducato di Milano e avidosecondo l'appetito comunedegli uomini grandidi farsi piú illustre co' titoli e congli onorie molto piú per giudicare che alla sicurtàsua e alla successione de' figliuoli fusse necessaria la morte delprincipe legittimoavesse voluto trasferire e stabilire in séla potestà e il nome ducale; dalla quale cupidità fussea cosí scelerata opera stata sforzata la sua naturamansuetaper l'ordinario e aborrente dal sangue. E fu creduto quasi da tuttiquesta essere stata sua intenzione insino quando cominciò atrattare che i franzesi passassino in Italiaparendogliopportunissima occasione di metterla a effetto in tempo nel qualeper essere il re di Francia con tanto esercito in quello statoavesse a mancare a ciascuno l'animo di risentirsi di tantasceleratezza. Credettono altri questo essere stato nuovo pensieronato per timore che 'l recome sono subiti i consigli de' franzesinon procedesse precipitosamente a liberare Giovan Galeazzo da tantasoggezionemovendolo o il parentado e la compassione della etào il parergli piú sicuro per sé che quello stato fussenella potestà del cugino che di Lodovico; la fede del qualenon mancavano persone grandi appresso a lui che continuamente sisforzassino fargli sospetta. Ma l'avere Lodovico procurata l'annoprecedente l'investiturae fatto poco innanzi alla morte del nipoteespedirne sollecitamente i privilegi imperialiarguisce piúpresto deliberazione premeditata e in tutto volontaria che subita equasi spinta dal pericolo presente.

Soprastettealcuni dí Carlo in Piacenza non senza inclinazione diritornarsene di là da' montiperché la carestia de'danari e il non si scoprire per Italia cosa alcuna nuova in suofavore lo rendevano dubbio del successo; e non meno il sospettoconceputo del nuovo ducadel quale era famache se bene quandopartí da lui gli avesse promesso di ritornareche piúnon ritornerebbe. Né è fuora del verisimile cheessendo quasi incognita appresso agli oltramontani la sceleratezza diusare contro agli uomini i velenifrequente in molte parti d'ItaliaCarlo e tutta la corteoltre al sospettare della fedeavesse inorrore il nome suo; anzi si riputasse gravemente ingiuriato cheLodovicoper potere fare senza pericolo una opera cosíabominevoleavesse la sua venuta in Italia procurata. Deliberossipure finalmente l'andare innanzicome continuamente sollecitavaLodovicopromettendo di ritornare al re fra pochi giorni; perchée il soprasedere del re in Lombardiané meno il ritornarseneprecipitosamente in Franciaera del tutto contrario alla suaintenzione.

Cap.xiv

Incitamentidi Lorenzo e di Giovanni de' Medici a Carlo VIII perchés'accosti a Firenze. Aumenta lo sdegno di Carlo contro Piero de'Medici. L'esercito francese passa l'Appennino. Gli svizzeri di Carloprendono Fivizzano compiendo stragi. Le fortezze di Serezana e diSerezanello. Malumore in Firenze contro Piero de' Medici. Questiconsegna fortezze de' fiorentini a Carlo. L'esercito aragonese siritira dalla Romagna e la flotta dal porto di Livorno.

Alreil dí medesimo che si mosse da Piacenzavenneno Lorenzo eGiovanni de' Medici; i qualifuggiti occultamente delle loro villefacevano instanza che 'l re si accostasse a Firenzepromettendomolto della volontà del popolo fiorentino inverso la casa diFranciae non meno dell'odio contro a Piero de' Medici. Contro alquale eraper nuove cagioniaugumentato non poco lo sdegno del re:perché avendo mandato da Asti uno imbasciadore a Firenze aproporre molte offerte se gli consentivano il passo e in futuro siastenevano dall'aiutare Alfonsoe in caso perseverassino nella primadeliberazionemolte minaccie; e avendogliper fare maggioreterrorecommesso che se subito non si determinavano si partisse; gliera statocercando scusa del differirerisposto cheper essere icittadini principali del governocome in quella stagione ècostume de' fiorentinialle loro villenon potevano dargli rispostacerta cosí subitoma che per uno imbasciadore propriofarebbono presto intendere al re la mente loro.

Nonera mai stato nel consiglio reale messo in disputazione che fusse piútosto da dirizzarsi con l'esercito per il cammino il qualeper laToscana e per il territorio di Romaconduce diritto a Napoli che perquello cheper la Romagna e per la Marcapassato il fiume delTrontoentra nell'Abruzzi; non perché non confidassino dicacciare le genti aragonesile quali con difficoltàresistevano a Obigníma perché pareva cosa indegnadella grandezza di tanto re e della gloria delle armi sueessendosiil pontefice e i fiorentini dichiarati contro a luidare causa agliuomini di pensare che egli sfuggisse quel cammino perché sidiffidasse di sforzargli; e perché si stimava pericoloso ilfare la guerra nel reame di Napoli lasciandosi alle spalle inimica laToscana e lo stato ecclesiastico: e si deliberò di passarel'Apennino piú tosto per la montagna di Parmacome LodovicoSforzadesideroso di insignorirsi di Pisaaveva insino in Asticonsigliatoche per il cammino diritto di Bologna. Peròl'antiguardiadella quale era capitano Giliberto monsignore diMompensieri della famiglia di Borbonedel sangue de' re di Franciaseguitandola il re col resto dell'esercitopassò aPontriemoliterra appartenente al ducato di Milanoposta al pièdello Apennino in sul fiume della Magra; il quale fiume divide ilpaese di Genovachiamato anticamente Liguriadalla Toscana. DaPontriemoli entrò Mompensieri nel paese della Lunigianadellaquale una parte ubbidiva a' fiorentinialcune castella erano de'genovesiil resto de' marchesi Malespini; i qualisotto laprotezione chi del duca di Milano chi de' fiorentini chi de'genovesii loro piccoli stati mantenevano. Unironsi seco in quegliconfini i svizzeri che erano stati alla difesa di Genovael'artiglierie venute per mare a Genova e dipoi alla Spezie; eaccostatosi a Fivizanocastello de' fiorentinidove gli condusseGabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandatolopresono per forza e saccheggiornoammazzando tutti i soldatiforestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova edi spavento grandissimo a Italiagià lungo tempo assuefatta avedere guerre piú presto belle di pompa e di apparatie quasisimili a spettacoliche pericolose e sanguinose.

Facevanoi fiorentini la resistenza principale in Serezanapiccola cittàstata da loro molto fortificata; ma non l'avevano proveduta contro ainimico cosí potente come sarebbe stato necessarioperchénon v'avevano messo capitano di guerra d'autorità némolti soldatie quegli già ripieni di viltà per lafama sola dello approssimarsi l'esercito franzese: e nondimeno non siriputava di facile espugnazionemassimamente la fortezza; e moltopiú Serezanellorocca molto munitaedificata in sul montesopra Serezana. Né poteva dimorare l'esercito in questi luoghimolti díperché quel paese sterile e strettorinchiuso tra 'l mare e il montenon bastava a nutrire tantamoltitudine; né potendo venirvi vettovaglie se non di luoghilontaninon potevano essere a tempo al bisogno presente. Da cheparea che le cose del re potessino facilmente ridursi in non piccoleangustie; perchése bene non gli potesse essere vietato chelasciatasi indietro la terra o la fortezza di Serezana e Serezanelloassaltasse Pisao per il contado di Luccala quale città permezzo del duca di Milano aveva occultamente deliberato di riceverloentrasse in altra parte del dominio fiorentinonondimenomalvolentieri si riduceva a questa deliberazioneparendogli che senon espugnava la prima terra che se gli era oppostasi diminuissetanto della sua riputazione che tutti gli altri piglierebbonofacilmente animo a fare il medesimo. Ma era destinato cheo perbeneficio della fortuna o per ordinazione di altra piú altapotestà (se però queste scuse meritano le imprudenze ele colpe degli uomini)a tale impedimento sopravenisse rimediosubito: imperocché in Piero de' Medici non fu némaggiore animo né maggiore costanza nelle avversità chefusse stata o moderazione o prudenza nelle prosperità.

Eracontinuamente moltiplicato il dispiacere che la città diFirenze aveva da principio ricevuto dall'opposizione che si faceva alrenon tanto per essere stati di nuovo sbandeggiati i mercatantifiorentini di tutto il reame di Francia quanto per il timore dellapotenza de' franzesicresciuto eccessivamente come si intesel'esercito avere cominciato a passare l'Apenninoe dipoi la crudeltàusata nella occupazione di Fivizano. E però da ciascuno erapalesemente detestata la temerità di Piero de' Medicichesenza necessitàe credendo piú a se medesimo e alconsiglio di ministri temerari e arroganti ne' tempi della paceinutili ne' tempi pericolosiche a' cittadini amici paternida'quali era stato saviamente consigliatoavesse con tantainconsiderazione provocato l'armi d'un re di Franciapotentissimo eaiutato dal duca di Milano; essendo massime egli imperito delle cosedella guerrae Pisacittà d'animo inimiconon fortificata epoco proveduta di soldati e di munizionie cosí tutto ilresto del dominio fiorentino mal preparato a difendersi da tantoimpetoné si dimostrando degli aragonesiper i quali eranoesposti a tanto pericoloaltro che 'l duca di Calavriaimpegnatocon le sue genti in Romagna per la opposizione solo di una piccolaparte dell'esercito franzese; e perciò la patria loroabbandonata da ognunorestare in odio smisurato e in preda manifestadi chi aveva con tanta instanza cercato di non avere necessitàdi nuocere loro. Questa disposizionegià quasi di tutta lacittàera accesa da molti cittadini nobili a' qualisommamente dispiaceva il governo presentee che una famiglia solas'avesse arrogato la potestà di tutta la republica; e questiaugumentando il timore di coloro che da se stessi temevano e dandoardire a coloro che cose nuove desideravanoavevano in modosollevato gli animi del popolo che già cominciava molto atemersi che la città facesse tumultuazione; incitando ancorapiú gli uomini la superbia e il procedere immoderato di Pierodiscostatosi in molte cose dai costumi civili e dalla mansuetudinede' suoi maggiori: donde quasi insino da puerizia era stato sempreodioso all'universalità de' cittadinie in modo che ècertissimo che il padre Lorenzocontemplando la sua naturasi eraspesso lamentato con gli amici piú intimi che l'imprudenza earroganza del figliuolo partorirebbe la ruina della sua casa.Spaventato adunque Piero dal pericolo il quale prima avevatemerariamente disprezzatomancandogli i sussidi promessi dalpontefice e da Alfonsooccupati per la perdita d'Ostiaperl'oppugnazione di Nettunno e per il timore dell'armata franzesesirisolvé precipitosamente d'andare a cercare dagl'inimiciquella salute la quale piú non sperava dagli amici;seguitandocome pareva a luil'esempio del padreil qualeessendol'anno mille quattrocento settantanoveper la guerra fatta a'fiorentini da Sisto pontefice e da Ferdinando re di Napoliridottoin gravissimo pericoloandato a Napoli a Ferdinandone riportòa Firenze la pace publica e la sicurtà privata. Ma èsenza dubbio molto pericoloso il governarsi con gli esempli se nonconcorrononon solo in generale ma in tutti i particolarilemedesime ragionise le cose non sono regolate con la medesimaprudenzae seoltre a tutti gli altri fondamentinon v'ha la partesua la medesima fortuna. Con questa determinazione partito daFirenzeebbeinnanzi che arrivasse al reavviso che i cavalli diPagolo Orsino e trecento fanti mandati da' fiorentini per entrare inSerezana erano stati rotti da alcuni cavalli de' franzesi corsi diqua dalla Magrae restati la maggiore parte o morti o prigioni.Aspettò a Pietrasanta il salvocondotto regiodove andorno percondurlo sicuro il vescovo di San Malò e alcun'altri signoridella corte; dai quali accompagnato entrò in Serezana il dímedesimo che il re col resto dell'esercito si uní conl'antiguardiala quale accampata a Serezanello batteva quella roccama non con tale progresso che avessino speranza di espugnarla.Introdotto innanzi al ree da lui raccolto benignamente piúcon la fronte che con l'animomitigò non poco della suaindegnazione col consentire a tutte le sue dimandeche furono alte eimmoderate: che le fortezze di Pietrasanta e di Serezana eSerezanelloterre che da quella parte erano come chiave del dominiofiorentinoe le fortezze di Pisa e del porto di Livornomembriimportantissimi del loro statosi deponessino in mano del re; ilquale per uno scritto di mano propria s'obligasse a restituirle comeprima avesse acquistato il regno di Napoli: procurasse Piero che ifiorentini gli prestassino dugentomila ducatie gli ricevesse il rein confederazione e sotto la sua protezione: delle quali cosepromesse con semplici parolesi differisse a espedirne le scritturein Firenzeper la quale città il re intendeva di passare. Manon si differí già la consegnazione delle fortezzeperché Piero gli fece subito consegnare quelle di SerezanadiPietrasanta e di Serezanelloe pochi dí poi fu per ordine suofatto il medesimo di quelle di Pisa e di Livorno; maravigliandosigrandemente tutti i franzesi che Piero cosí facilmente avesseconsentito a cose di tanta importanzaperché il re senzadubbio arebbe convenuto con molto minori condizioni. Né parein questo luogo da pretermettere quel che argutamente rispose a Pierode' Medici Lodovico Sforzache arrivò il dí seguenteall'esercito: perché scusandosi Piero cheessendo andatogliincontro per onorarlol'avere Lodovico fallito la strada era statocagione che la sua andata fusse stata vanarispose moltoprontamente: - Vero è che uno di noi ha fallito la stradamasarete forse voi stato quello. - Quasi rimproverandogli che per nonavere prestata fede a' consigli suoi fusse caduto in tante difficoltàe pericoli. Benché i successi seguenti dimostrorno averefallito il cammino diritto ciascuno di loroma con maggiore infamiae infelicità di colui il qualecollocato in maggioregrandezzafaceva professione di essere con la prudenza sua la guidadi tutti gli altri.

Ladeliberazione di Piero non solo assicurò il re delle cosedella Toscana ma gli rimosse del tutto gli ostacoli della Romagnadove già declinavano molto gli aragonesi. Perché (comeè difficile a chi appena difende se stesso dagli imminentipericoli provedere nel tempo medesimo a' pericoli degli altri)mentre che Ferdinando sta sicuro nel forte alloggiamento della cercadi Faenzagli inimici ritornati nel contado d'Imolapoichécon parte dell'esercito ebbono assaltato il castello di Bubanomainvanoperché per il piccolo circuito bastava poca gente adifenderloe per la bassezza del luogo il paese era inondatodall'acquepreseno per forza il castello di Mordanocon tutto cheassai forte e proveduto copiosamente di soldati per difenderlo; ma futale l'impeto dell'artiglierietale la ferocia dell'assalto de'franzesi chebenché nel passare i fossi pieni di acqua nonpochi d'essi v'annegassinoquegli di dentro non potettono resistere:contro a' quali talmente in ogni etàin ogni sessoincrudelirono che empierono tutta la Romagna di grandissimo terrore.Per il quale caso Caterina Sforza disperata d'avere soccorsos'accordòper fuggire il pericolo presenteco' franzesipromettendo all'esercito loro ogni comodità degli statisottoposti al figliuolo. Donde Ferdinandoinsospettito della volontàde' faventini e parendogli pericoloso lo stare in mezzo d'Imola e diFurlítanto piú essendogli già nota l'andata diPiero de' Medici a Serezanasi ritirò alle mura di Cesenadimostrando tanto timore che per non passare appresso a Furlícondusse l'esercito per i poggivia piú lunga e difficileaccanto a Castrocaro castello de' fiorentini; e pochi dí poicome ebbe inteso l'accordo fatto da Piero de' Mediciper il qualepartirono da lui le genti de' fiorentinisi dirizzò alcammino di Roma. E nel tempo medesimo don Federigopartito del portodi Livornosi ritirò con l'armata verso il regno di Napoli;dove cominciavano a essere necessarie ad Alfonso per la difesapropria quelle armi le quali aveva mandate con tanta speranza adassaltare gli stati d'altriprocedendo non meno infelicemente inquelle parti le cose sue. Perchénon gli succedendo laoppugnazione tentata di Nettunno avea ridotto l'esercito a Terracinae l'armata franzesedella quale erano capitani il principe diSalerno e monsignore di Serenonsi era scoperta sopra Ostia: benchépublicando di non volere offendere lo stato della Chiesanon ponevagente in terra né faceva segno alcuno di inimicizia colponteficecon tutto che 'l re avesse pochi dí innanzirecusato di udire Francesco Piccoluomini cardinale di Sienamandatogli legato da lui.

Cap.xv

Piúvivo sdegno de' fiorentini contro Piero de' Medici per i patticonclusi col re di Francia. Lodovico Sforza ottiene l'investitura diGenova. Si impedisce a Piero de' Medici di entrare nel palazzo dellasignoria. Tumulto del popolo e fuga di Piero da Firenze. Laprecedente potenza della casa de' Medici in Firenze. I pisani sirivendicano in libertà col consenso di Carlo VIII. Contrariconsigli del cardinale di San Piero in Vincoli ai pisani.

Mapervenuta a Firenze la notizia delle convenzioni fatte da Piero de'Medicicon tanta diminuzione del dominio loro e con sí gravee ignominiosa ferita della republicasi concitò in tutta lacittà ardentissima indegnazione; commovendogli oltre a tantaperdita l'avere Pierocon esempio nuovo né mai usato da' suoimaggiorialienatosenza consiglio de' cittadinisenza decreto de'magistratiuna parte tanto notabile del dominio fiorentino: perciòe le querele erano acerbissime contro a lui e per tutto si udivanovoci di cittadini che stimolavano l'un l'altro a recuperare lalibertà; non avendo ardire quegli che con la volontàaderivano a Piero di opporsiné con le parole né conle forzea tanta inclinazione. Ma non avendo facoltà didifendere Pisa e Livornose bene non si confidassino di rimuovere ilre dalla volontà d'avere quelle fortezzenondimenoperseparare i consigli della republica da' consigli di Pieroe perchéalmeno non fusse riconosciuto dal privato quel che al publicoappartenevagli mandorno subito molti imbasciadoridi quegli cheerano malcontenti della grandezza de' Medici; e perciò Pieroconoscendo questo essere principio di mutazione dello statoperprovedere alle cose sue innanzi nascesse maggiore disordinesi partídal resotto colore di andare a dare perfezione a quello gli avevapromesso. Nel quale tempo e Carlo partí da Serezana per andarea Pisae Lodovico Sforzaottenutocon pagare certa quantitàdi danariche la investitura di Genovaconceduta dal re pochi anniinnanzi a Giovan Galeazzo per lui e per i discendentisi trasferissein sé e ne' discendenti suoise ne ritornò a Milano;ma con l'animo turbato contro a Carloper avere negato di lasciare aguardia suasecondo diceva essergli stato promessoPietrasanta eSerezana: le quali terreper farsi scala alla ardentissima cupiditàche aveva di Pisadomandavacome tolte ingiustamentepochissimianni innanzida' fiorentini a' genovesi.

RitornatoPiero de' Medici a Firenze trovò la maggiore parte de'magistrati alienata da lui e sospesi gli animi degli amici di piúmomentoperché contro al consiglio loro aveva tutte le coseimprudentemente governate; e il popolo in tanta sollevazione chevolendo egli il dí seguenteche fu il dí nono dinovembreentrare nel palagio nel quale risedeva la signoriamagistrato sommo della republicagli fu proibito da alcunimagistrati che armati guardavano la portade' quali fu il principaleJacopo de' Nerligiovane nobile e ricco. Il che divulgato per lacittàil popolo subito tumultuosamente pigliò l'armiconcitato con maggiore impeto perché Paolo Orsini co' suoiuomini d'armechiamato da Pieros'approssimava: donde egliche giàalle sue case ritornato eraperduto d'animo e di consiglioe intesoche la signoria l'aveva dichiarato rebellesi fuggí congrandissima celerità di Firenzeseguitandolo Giovannicardinale della Chiesa romana e Giuliano suoi fratellia' qualisimilmente furono imposte le pene ordinate contro a i rebelli; e sene andò a Bologna. Ove Giovanni Bentivoglidesiderando inaltrui quel vigore di animo il quale non rappresentò poi nellesue avversitàmordacemente nel primo congresso lo ripresechein pregiudicio non solo proprio ma non meno per rispettodell'esempio di tutti quegli che opprimevano la libertà delleloro patrieavesse cosí vilmente e senza la morte di uno uomosolo abbandonata tanta grandezza. In questo modoper la temeritàdi uno giovanecadde per allora la famiglia de' Medici di quellapotenza la qualesotto nome e con dimostrazioni quasi civiliavevasessanta anni continuiottenuta in Firenze: cominciata in Cosimo suobisavolocittadino di singolare prudenza e di ricchezze inestimabilie però celebratissimo per tutte le parti della Europae moltopiú perché con ammirabile magnificenza e con animoveramente regioavendo piú rispetto alla eternità delnome suo che alla comodità de' discendentispese piúdi quattrocentomila ducati in fabriche di chiese di monasteri ed'altri superbissimi edificinon solo nella patria ma in molte partidel mondo; del quale Lorenzo nipotegrande di ingegno e dieccellente consiglioné di generosità dell'animominore dell'avoloe nel governo della republica di piúassoluta autoritàbenché inferiore assai di ricchezzee di vita molto piú brevefu in grande estimazione per tuttaItalia e appresso a molti príncipi forestierila quale dopola morte si convertí in memoria molto chiaraparendo cheinsieme con la sua vita la concordia e la felicità d'Italiafussino mancate.

Mail dí medesimo nel quale si mutò lo stato di Firenzeessendo Carlo nella città di Pisai pisani ricorsono a luipopolarmente a domandare la libertàquerelandosi gravementedelle ingiurie le quali dicevano ricevere da' fiorentini; eaffermandogli alcuni de' suoiche erano presentiessere domandagiusta perché i fiorentini gli dominavano acerbamenteil renon considerando quello che importasse questa richiesta e che eracontraria alle cose trattate in Serezanarispose subito esserecontento: alla quale risposta il popolo pisanopigliate l'armi egittate per terra de' luoghi publici le insegne de' fiorentinisivendicò cupidissimamente in libertà. E nondimeno il recontrario a se medesimo né sapendo che cose si concedessevolle che vi restassino gli ufficiali de' fiorentini a esercitare lasolita giurisdizione; e da altra parte lasciò la cittadellavecchia in mano de' pisaniritenendo per sé la nuova che eradi importanza molto maggiore. Potette apparire in questi accidenti diPisa e di Firenze quel che è confermato per proverbio comuneche gli uominiquando si approssimano i loro infortunipérdonoprincipalmente la prudenzacon la quale arebbono potuto impedire lecose destinate: perché e i fiorentini sospettosissimi in ognitempo della fede de' pisaniaspettando una guerra di tanto pericolonon chiamorono a Firenze i cittadini principali di Pisacome perassicurarsene solevano faredi numero grandein ogni leggieroaccidente; né Piero de' Mediciappropinquandosi tantedifficoltàarmò di fanti forestieri la piazza e ilpalagio publicocome in sospetti molto minori si era fatto moltealtre volte: le quali provisioni arebbono fatto impedimento grande aqueste mutazioni. Ma in quanto alle cose di Pisaè manifestoche a' pisaniinimicissimi per natura del nome fiorentinodetteanimo principalmente a questo moto l'autorità di LodovicoSforzail quale aveva tenuto prima pratiche occulte a questo effettocon alcuni cittadini pisani sbanditi per delitti privati; e il dímedesimo Galeazzo da San Severinoil quale da lui era stato lasciatoappresso al reconcitò il popolo a questa tumultuazionemediante la quale Lodovico si persuadeva il dominio di Pisa averglipresto a pervenirenon sapendo tale cosa doveredopo non moltotempoessere cagione di tutte le sue miserie. Ma èmedesimamente manifesto checomunicando la notte dinanzi alcunipisani quel che avevano nell'animo di fare al cardinale di San Pieroin Vincolaegliil quale insino a quel dí non era forse maistato autore di quieti consigligli confortò con gravi paroleche considerassino non solamente la superficie e i princi*pi dellecose ma piú intrinsecamente quel che potessino in processo ditempo partorire. Essere desiderabile e preziosa cosa la libertàe tale che meriti di sottomettersi a ogni pericolo quandoalmeno inqualche partes'ha speranza verisimile di sostentarla. Ma Pisacittà spogliata di popolo e di ricchezzenon avere facoltàdi difendersi dalla potenza de' fiorentini; e essere fallaceconsiglio il promettersi che l'autorità del re di Franciaavesse a conservargli; perché quando bene non potessino piúin lui i danari de' fiorentinicome verisimilmente potrebbonoatteso massime le cose trattate a Serezananon avere sempre ifranzesi a stare in Italiaperché per gli esempli de' tempipassati si poteva facilmente giudicare il futuro; e essere grandeimprudenza l'obligarsi a un pericolo perpetuo sotto fondamenti nonperpetuie per speranze incertissime pigliare con inimici tanto piúpotenti la guerra certanella quale non si potevano promettere gliaiuti d'altri perché dependevano dall'altrui volontà equel che era piúda accidenti molto vari; e quando bene gliottenessinonon per questo fuggirebbono ma sarebbono piúgravi le calamità della guerravessandogli nel tempo medesimoi soldati degli inimici e aggravandogli i soldati degli amicitantopiú acerbe a tollerare quanto conoscerebbono non combattereper la libertà propria ma per l'imperio alienopermutandoservitú a servitú; perché niuno principevorrebbe implicarsise non per dominargline' travagli e nellespese d'una guerrala qualeper le ricchezze e per la vicinitàde' fiorentiniche mentre che avessino spirito non cesserebbono maidi molestarglisostenere se non con grandissime difficoltànon si potrebbe.

Cap.xvi

CarloVIII in marcia verso Firenze si ferma a Signa con intenzioni ostili.Precauzioni de' fiorentini e nascosti preparativi di difesa. Entratadi Carlo in Firenze. Eccessive esigenze di Carlo ed eccitazione deglianimi de' fiorentini. Piero de' Mediciinvitato da Carlosiconsiglia co' veneziani che lo confortano a non muoversi da Venezia.Sdegnose parole di Pier Capponi a Carlo e patti conclusi fra questo ei fiorentini.

Fermossidipoi Carlo a Signaluogo propinquo a Firenze a sette migliaperaspettareinnanzi che entrasse in quella cittàche alquantofusse cessato il tumulto del popolo fiorentinoil quale non avevadeposte l'armi prese il dí che era stato cacciato Piero de'Medici; e per dare tempo a Obigníil qualeper entrare conmaggiore spavento in Firenzeaveva mandato a chiamarecon ordineche lasciasse l'artiglierie a Castrocaro e licenziasse dagli stipendisuoi i cinquecento uomini d'arme italiani che erano seco in Romagna einsieme le genti d'arme del duca di Milanoin modo che de' soldatisforzeschi non lo seguitò altri che 'l conte di Gaiazzo contrecento cavalli leggieri: e per molti indizi si comprendeva essereil pensiero del re di indurre i fiorentini col terrore delle armi acedergli il dominio assoluto della città; né eglisapeva dissimularlo con gli imbasciadori medesimi i quali piúvolte andorno a Signa per risolvere seco il modo dello entrare inFirenzee per dare perfezione alla concordia che si trattava. Non èdubbio che 'l reper l'opposizione che gli era stata fattaavevacontro al nome fiorentino grandissimo sdegno e odio conceputo; eancora che e' fusse manifesto non essere proceduta dalla volontàdella republicae che la città se ne fusse secodiligentissimamente giustificata nondimeno non ne restava con l'animopurgato; indottocome si crededa molti de' suoii qualigiudicavano non dovere pretermettersi l'opportunità diinsignorirseneo mossi da avarizia non volevano perdere l'occasionedi saccheggiare sí ricca città: e era vociferazione pertutto l'esercito che per l'esempio degli altri si dovesse abbruciarepoiché primi in Italia di opporsi alla potenza di Franciapresunto avevano. Né mancava tra i principali del suoconsiglio chi alla restituzione di Piero de' Medici lo confortasseespecialmente Filippo monsignore di Bresciafratello del duca diSavoiaindotto da amicizie private e da promesse; in modo cheoprevalendo la persuasione di questibenché il vescovo di SanMalò consigliasse il contrarioo sperando con questo terrorefare inclinare piú i fiorentini alla sua volontào peravere occasione di prendere piú facilmente in sul fatto quellopartito che piú gli piacessescrisse una lettera a Piero egli fece scrivere da Filippo monsignoreconfortandolo ad accostarsia Firenzeperché per l'amicizia stata tra i padri loro e peril buono animo dimostratogli da lui nella consegnazione dellefortezzeera deliberato di reintegrarlo nella pristina autorità.Le quali lettere non lo trovoronocome il re aveva credutoinBolognaperché Pieromosso dalla asprezza delle parole diGiovanni Bentivogli e dubitando non essere perseguitato dal duca diMilano e forse dal re di Franciaera per sua infelicitàandato a Vinegia; dove gli furno mandate dal cardinale suo fratelloil quale era restato a Bologna.

InFirenze si dubitava molto della mente del rema non vedendo conquali forze o con quale speranza gli potessino resistereavevanoeletto per manco pericoloso il riceverlo nella cittàsperandopure d'avere in qualche modo a placarlo; e nondimenoper essereproveduti a ogni casoavevano ordinato che molti cittadini siempiessino le case occultamente d'uomini del dominio fiorentinoeche i condottieri i quali militavano agli stipendi della republicaentrassinodissimulando la cagionecon molti de' loro soldati inFirenzee che ciascuno nella città e ne' luoghi circostantistesse attento per pigliare l'armi al suono della campana maggioredel publico palagio. Entrò dipoi il re con l'esercitocongrandissima pompa e apparatofatto con sommo studio e magnificenzacosí dalla sua corte come dalla città; e entròin segno di vittoriaarmato egli e il suo cavallocon la lancia insulla coscia: dove si ristrinse subito la pratica dell'accordomacon molte difficoltà. Perchéoltre al favoreimmoderato prestato da alcuni de' suoi a Piero de' Medici e ledimande intollerabili che si faceano di danariCarlo scopertamenteil dominio di Firenze dimandavaallegando cheper esservi entratoin quel modo armatol'avevasecondo gli ordini militari del regnodi Francialegittimamente guadagnato; dalla quale domanda benchéfinalmente si partissevoleva nondimeno lasciare in Firenze certiimbasciadori di roba lunga(cosí chiamano in Francia idottori e le persone togate)con tale autorità chesecondogli instituti franzesiarebbe potuto pretendere essersegliattribuita in perpetuo non piccola giurisdizione; e pel contrario ifiorentini erano ostinatissimi a conservare interanon ostantequalunque pericolola propria libertà: dondetrattandoinsieme con opinioni tanto diversesi accendevano continuamente glianimi di ciascuna delle parti. E nondimeno niuno era pronto aterminare le differenze con l'armiperché il popolo diFirenzedato per lunga consuetudine alle mercatanzie e non agliesercizi militaritemeva grandementeavendo intra le proprie murauno potentissimo re con tanto esercitopieno di nazioni incognite eferoci; e a' franzesi faceva molto timore l'essere il popolograndissimo e l'avere dimostratoin quegli dí che fu mutatoil governosegni maggiori d'audacia che prima non sarebbe statocredutoe la fama publica cheal suono della campana grossaquantità d'uomini innumerabile di tutto il paese circostanteconcorresse. Nella quale comune paura levandosi spesso romori vaniciascuna delle parti per sua sicurtà tumultuosamente pigliaval'armima niuna assaltava l'altra o provocava.

Riuscívano al re il fondamento di Piero de' Mediciperché Pierosospeso tra la speranza datagli e il timore di non essere dato inpreda agli avversaridomandò sopra le lettere del reconsiglio al senato viniziano. Niuna cosa è certamente piúnecessaria nelle deliberazioni ardueniuna da altra parte piúpericolosache 'l domandare consiglio; né è dubbio chemanco è necessario agli uomini prudenti il consiglio che agliimprudenti; e nondimenoche molto piú utilitàriportano i savi del consigliarsi. Perché chi è quellodi prudenza tanto perfetta che consideri sempre e conosca ogni cosada se stesso? e nelle ragioni contrarie discerna sempre la miglioreparte? Ma che certezza ha chi domanda il consiglio d'esserefedelmente consigliato? Perché chi dà il consigliosenon è molto fedele o affezionato a chi 'l domandanon solomosso da notabile interesse ma per ogni suo piccolo comodoper ognileggiera sodisfazionedirizza spesso il consiglio a quel fine chepiú gli torna a proposito o di che piú si compiace; eessendo questi fini il piú delle volte incogniti a chi cercad'essere consigliatonon s'accorgese non è prudentedellainfedeltà del consiglio. Cosí intervenne a Piero de'Mediciperché i vinizianigiudicando che l'andata suafaciliterebbe a Carlo il ridurre le cose di Firenze a' suoi disegniil che per lo interesse proprio sarebbe stato loro molestissimoeperò consigliando piú tosto se medesimi che Pieroefficacissimamente lo confortorno a non si mettere in potestàdel reil quale da lui si teneva ingiuriato; e per dargli maggiorecagione di seguitare il consiglio loro gli offersono d'abbracciare lecose sue e di prestargliquando il tempo lo comportasseogni favorea rimetterlo nella patria: né contenti di questoperassicurarsi che allora di Vinegia non si partissegli posonose èstato vero quel che poi si divulgòsegretissime guardie.

Main questo mezzo erano in Firenze da ogni parte esacerbati gli animi equasi trascorsi a manifesta contenzionenon volendo il redall'ultime sue domande declinarené i fiorentini a somma didanari intollerabile obligarsiné giurisdizione o preminenzaalcuna nel loro stato consentirgli. Le quali difficoltàquasiinesplicabili se non con l'armisviluppò la virtú diPiero Capponiuno di quattro cittadini diputati a trattare col reuomo di ingegno e d'animo grandee in Firenze molto stimato perqueste qualitàe per essere nato di famiglia onorata edisceso di persone che avevano potuto assai nella republica. Perchéessendo un dí egli e i compagni suoi alla presenza del reeleggendosi da uno secretario regio i capitoli immoderati i quali perultimo per la parte sua si proponevanoegli con gesti impetuositolta di mano del secretario quella scrittura la stracciòinnanzi agli occhi del resoggiugnendo con voce concitata:

-Poiché si domandano cose sí disonestevoi sonerete levostre trombe e noi soneremo le nostre campane. - Volendoespressamente inferire che le differenze si deciderebbono con l'armi;e col medesimo impetoandandogli dietro i compagnisi partísubito della camera. Certo è che le parole di questocittadinonoto prima a Carlo e a tutta la corte perché pochimesi innanzi era stato in Francia imbasciadore de' fiorentinimessono in tutti tale spaventonon credendo massime che tantaaudacia fusse in lui senza cagioneche richiamatoloe lasciate ledimande alle quali si ricusava di consentiresi convennono insiemeil re e i fiorentini in questa sentenza: che rimesse tutte leingiurie precedentila città di Firenze fusse amicaconfederata e in protezione perpetua della corona di Francia: che inmano del reper sicurtà suarimanessino la città diPisala terra di Livornocon tutte le loro fortezze: le quali fusseobligato a restituire senza alcuna spesa a fiorentini subito cheavesse finito l'impresa del regno di Napoliintendendosi finita ognivolta che avesse conquistata la città di Napoli o composto lecose con pace o con tregua di due anni o che per qualunque causa lapersona sua d'Italia si partissee che i castellani giurassino dipresente di restituirle ne' casi sopradettie in questo mezzo ildominiola giurisdizioneil governol'entrate delle terre fussinode' fiorentinisecondo il solito; e che le cose medesime sifacessino di Pietrasantadi Serezana e di Serezanelloma cheperpretendere i genovesi d'avere ragione in questefusse lecito al reprocurare di terminare le differenze loro o per concordia o pergiustiziama che non l'avendo terminate nel soprascritto tempolerestituisse a' fiorentini: che 'l re potesse lasciare in Firenze dueimbasciadorisenza intervento de' qualidurante la detta impresanon si trattasse cosa alcuna appartenente a quella; népotessino nel tempo medesimo eleggere senza sua partecipazionecapitano generale delle genti loro: restituissinsi subito tuttel'altre terre tolte o ribellatesi da' fiorentinia' quali fusselecito recuperarle con l'armi in caso recusassino di ricevergli:donassino al re per sussidio della sua impresa ducati cinquantamilafra quindici díquarantamila per tutto marzo e trentamila pertutto giugno prossimi: fusse perdonato a' pisani il delitto dellaribellione e gli altri delitti commessi poi: liberassinsi Piero de'Medici e i fratelli dal bando e dalla confiscazionema non potesseaccostarsi Piero per cento miglia a i confini del dominio fiorentinoil che si faceva per privarlo della facoltà di stare a Romané i fratelli per cento miglia alla città di Firenze.Questi furono gli articoli piú importanti della capitolazionetra il re e i fiorentini; la qualeoltre all'essere stipulatalegittimamentefu con grandissima cerimonia publicata nella chiesamaggiore intra gli offici divini; dove il re personalmentearichiesta del quale fu fatto questoe i magistrati della cittàpromessono l'osservanza con giuramento solenneprestato insull'altare principalepresente la corte e tutto il popolofiorentino. E due dí poi partí Carlo di Firenzedoveera dimorato dieci díe andò a Siena; la quale cittàconfederata col re di Napoli e co' fiorentiniaveva seguitato laloro autoritàinsino a tanto che l'andata di Piero de' Medicia Serezana gli costrinse a pensare da se stessi alla propria salute.

Cap.xvii

CarloVIII da Sienadi governo libero ma turbata dalle fazionis'incammina verso Roma. Timori del senato veneziano e del duca diMilano per i buoni successi di Carlo. Titubanze del pontefice mentrel'esercito francese s'avvicina a Roma. Sottili accordi fra gli Orsinie il re di Francia. Entrata di Carlo in Roma. Patti e riconciliazionefra il pontefice e Carlo.

Lacittà di Sienacittà popolosa e di territorio moltofertilee la quale otteneva in Toscanagià lungo tempoilprimo luogo di potenza dopo i fiorentinisi governava per semedesimama in modo che conosceva piú presto il nome dellalibertà che gli effettiperché distratta in moltefazioni o membri di cittadinichiamati appresso a loro ordiniubbidiva a quella parte la quale secondo gli accidenti de' tempi e ifavori de' potentati forestieri era piú potente che l'altre; eallora vi prevaleva l'ordine del Monte de' nove. In Siena dimoratopochissimi díe lasciatavi gente a guardiaperché peressere quella città inclinata insino a' tempi antichi alladivozione dello imperio gli era sospettasi indirizzò alcammino di Roma; insolente piú l'un dí che l'altro peri successi molto maggiori che non erano giammai state le speranzeeessendo i tempi benigni e sereni assai piú che non comportavala stagionedeliberato di continuare senza intermissione questaprosperitàterribile non solo agli inimici manifesti ma aquegli o che erano stati congiunti seco o i quali non l'avevanoprovocato in cosa alcuna. Perchée il senato viniziano e ilduca di Milanoimpauriti di tanto successodubitandomassime perle fortezze ritenute de' fiorentini e per la guardia lasciata inSienache i pensieri suoi non terminassino nello acquisto di Napoliincominciorno per ovviare al pericolo comune a trattare di fareinsieme nuova confederazione; e gli arebbono data piú tostoperfezione se le cose di Roma avessino fatto quella resistenza che fusperato da molti.

Perchéla intenzione del duca di Calavriacol quale s'erano unite presso aRoma le genti del pontefice e Verginio Orsino col resto dell'esercitoaragonesefu di fermarsi a Viterbo per impedire a Carlo il passarepiú innanzi; invitandolo oltre a molte cagioni l'opportunitàdel luogocircondato dalle terre della Chiesa e propinquo agli statidegli Orsini. Ma tumultuando già tutto 'l paese di Romaperle scorrerie che i Colonnesi facevano di là dal fiume delTevere e per gl'impedimenti che per mezzo d'Ostia si davano allevettovagliele quali solevano condursi a Roma per marenon ebbeardire di fermarvisi: dubitando oltre a questo della mente delponteficeperchéinsino quando intese la variazione di Pierode' Mediciaveva cominciato a udire le domande franzesiper lequali andò allora a Roma a parlargli il cardinale Ascanioessendo andato prima per sicurtà sua il cardinale di Valenza aMarinoterra de' Colonnesi; e benché Ascanio si partissesenza certa risoluzioneperché nel petto d'Alessandro ladiffidenza della mente di Carlo e il timore delle sue forze insiemecombattevanonondimeno come Carlo fu partito di Firenze si ritornòdi nuovo a' ragionamenti dell'accordoper i quali il pontefice mandòa lui i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano suoconfessoretrattando di comporre insieme le cose sue e quelle del reAlfonso. Ma era diversa la intenzione di Carlorisoluto di nonconcordare se non col pontefice solo: però mandò alui.. monsignore della Tramoglia e... di Gannai presidente delparlamento di...e vi andorno per la medesima cagione il cardinaleAscanio e Prospero Colonna; i quali non prima arrivati cheAlessandroquale si fusse la causamutato propositomesse subitoil duca di Calavria con tutto l'esercito in Romae fatti ritenereAscanio e Prospero gli fece custodire nella Mole d'Adriano detta giàil Castello di Crescenziooggi Castello Sant'Angelodimandando lorola restituzione d'Ostia: nel quale tumulto furono dalle gentiaragonesi fatti prigioni gli oratori franzesima questi il ponteficefece subito liberarené molti dí poi fece il medesimod'Ascanio e di Prosperocostringendogli nondimeno a partirsi da Romasubitamente. Mandò dipoi al reil quale si era fermato aNepiFederigo da San Severino cardinalecominciando a trattaresolamente delle cose proprie; e nondimeno con l'animo molto ambiguo:perché ora di fermarsi alla difesa di Roma deliberavae peròpermetteva che Ferdinando e i capitani attendessino ne' luoghi piúdeboli a fortificarla; ora parendogli cosa difficile il sostenerlaper essere le vettovaglie marittime da quegli che erano in Ostiainterrotte e per il numero infinito di forestieri pieni di varievolontà e per la diversità delle fazioni tra i romaniinclinava a partirsi di Romae però aveva voluto che nelcollegio ciascuno de' cardinali gli promettesse per scrittura di manopropria di seguitarlo; oraspaventato dalle difficoltà e da'pericoli imminenti a qualunque di queste deliberazionivoltaval'animo all'accordo. Nelle quali ambiguità mentre che stasospeso i franzesi correvano di qua dal Tevere tutto il paeseoccupando ora una terra ora un'altraperché non si trovavapiú luogo niuno che resistesseniuno piú che noncedesse all'impeto loro; seguitando l'esempio degli altri insino aquegli che avevano cagioni grandissime di opporsiinsino a VerginioOrsinoastretto con tanti vincoli di fede d'obligazione e d'onorealla casa d'Aragonacapitano generale dell'esercito regiogranconestabile del regno di Napolicongiunto a Alfonso con parentadomolto strettoperché a Gian Giordano suo figliuolo eramaritata una figliuola naturale di Ferdinando re mortoe che da loroaveva ricevuto stati nel reame tanti favori. Dimenticatosi di tuttequeste cosené meno dimenticatosi che dagli interessi suoi lecalamità aragonesi avevano avuto la prima origineconsentícon ammirazione de' franzesi non assueti a queste sottili distinzionide' soldati d'Italiache restando agli stipendi del re di Napoli lasua personai figliuoli convenissino col re di Francia; obligandosidarglinello stato teneva nel dominio della Chiesaricetto passo evettovagliee dipositare Campagnano e certe altre terre in mano delcardinale Gurgenseche promettesse restituirle subito che l'esercitofusse uscito dal territorio romano: e nel medesimo modo convennonocongiuntamente il conte di Pitigliano e gli altri della famigliaOrsina. Il quale accordo come fu fattoCarlo andò da Nepi aBraccianoterra principale di Verginioe a Ostia mandò Luigimonsignore di Ligní e Ivo monsignore di Allegri concinquecento lancie e con dumila svizzeriacciocché passandoil Tevere e uniti coi Colonnesi che correvano per tuttosisforzassino d'entrare in Roma; i quali per mezzo de' romani dellafazione loro speravano a ogni modo di conseguirlocon tutto che peri tempi diventati sinistri le difficoltà fussino accresciute.Già CivitavecchiaCorneto e finalmente quasi tutto ilterritorio di Roma era ridotto alla divozione franzese; giàtutta la cortegià tutto il popolo romanoin grandissimasollevazione e terrorechiamavano ardentemente la concordia: peròil ponteficeridotto in pericolosissimo frangente e vedendo mancarecontinuamente i fondamenti del difendersinon si riteneva per altroche per la memoria di essere stato de' primi a incitare il re allecose di Napolie dipoisenza essergliene stata data cagione alcunaavere con l'autorità co' consigli e con l'armi fattaglipertinace resistenza; onde meritamente dubitava dovere essere delmedesimo valore la fede che e' ricevesse dal re che quella che il reaveva ricevuta da lui. Accresceva il terrore il vedergli appresso conautorità non piccola il cardinale di San Piero in Vincola emolti altri cardinali inimici suoi; per le persuasioni de' qualiperil nome cristianissimo de' re di Franciaper la fama inveteratadella religione di quella nazionee per l'espettazioneche èsempre maggioredi quegli che sono noti per nome solotemeva che 'lre non voltasse l'animo a riformarecome già cominciava adivulgarsile cose della Chiesa: pensiero a lui sopra modoterribileche si ricordava con quanta infamia fusse asceso alpontificatoe averlo continuamente amministrato con costumi e conarti non disformi da principio tanto brutto. Alleggerissi questosospetto per la diligenza e efficaci promesse del reil qualedesiderando sopra ogni cosa accelerare l'andata sua al regno diNapolie però non pretermettendo opera alcuna per rimuoversil'impedimento del ponteficegli mandò di nuovo imbasciadoriil siniscalco di Belcariil marisciallo di Gies e il medesimopresidente di Gannai: i qualisforzandosi di persuadergli non esserel'intenzione del re di mescolarsi in quello che appartenevaall'autorità pontificale né domandargli se non quantofusse necessario alla sicurtà del passare innanzifecionoinstanza che e' consentisse al re l'entrare in Roma; affermandoquesto essere sommamente desiderato da luinon perché e' nonfusse in sua potestà l'entrarvi con l'armi ma per non esserenecessitato di mancare a lui di quella riverenza la quale avevano a'pontefici romani portata sempre i suoi maggiori; e chesubito che ilre fusse entrato in Romale differenze state tra loro siconvertirebbono in sincerissima benivolenza e congiunzione. Durecondizioni parevano al pontefice spogliarsi innanzi a ogni cosa degliaiuti degli amicie rimettendosi totalmente in potestà delloinimico riceverlo prima in Roma che stabilire seco le cose sue; mafinalmentegiudicando che di tutti i pericoli questo fusse ilminoreconsentite queste dimandefece partire di Roma il duca diCalavria col suo esercitoma ottenuto prima per lui salvocondotto daCarlo perché sicuramente potesse passare per tutto lo statoecclesiastico. Ma Ferdinandoavendolo magnanimamente rifiutatouscídi Roma per la porta di San Sebastianol'ultimo dí dell'annomille quattrocento novantaquattronell'ora propria che per la portadi Santa Maria del popolo vi entrava con l'esercito franzese il rearmatocon la lancia in sulla cosciacome era entrato in Firenze; enel tempo medesimo il ponteficepieno di incredibile timore eansietàsi era ritirato in Castel Sant'Angelononaccompagnato da altri cardinali che da Batista Orsino e da UlivieriCaraffa napoletano. Ma il VincolaAscanioi cardinali Colonnese eSavello e molt'altri non cessavano di fare instanza col recherimosso di quella sedia uno pontefice pieno di tanti vizi eabominevole a tutto 'l mondo se ne eleggesse un altrodimostrandoglinon essere meno glorioso al nome suo liberare dalla tirannide d'unopapa scelerato la Chiesa d'Iddio che fusse stato a Pipino e a Carlomagno suoi antecessori liberare i pontefici di santa vita dallepersecuzioni di coloro che ingiustamente gli opprimevano.Ricordavangli questa deliberazione essere non manco necessaria per lasicurtà sua che desiderabile per la gloria: perchécome potrebbe mai confidarsi nelle promesse di Alessandrouomo pernatura pieno di fraudeinsaziabile nelle cupiditàsfacciatissimo in tutte le sue azioni ecome aveva dimostratol'esperienzadi ardentissimo odio contro al nome franzese? néche ora si riconciliava spontaneamente ma sforzato dalla necessitàe dal timore? Per i conforti de' quali e perché il ponteficenelle condizioni che si trattavanorecusava di concedere a CarloCastel Sant'Angelo per assicurarlo di quello gli promettessefuronodue volte cavate l'artiglierie del palagio di San Marconel qualeCarlo alloggiavaper piantarle intorno al castello. Ma né ilre aveva per sua natura inclinazione a offendere il ponteficee nelconsiglio suo piú intimo potevano quegli i quali Alessandrocon doni e con speranze s'aveva fatti benevoli. Peròfinalmente convennono: che tra 'l pontefice e il re fusse amiciziaperpetua e confederazione per la difesa comune: che al re per suasicurezza si dessinoper tenerle insino all'acquisto del reame diNapolile rocche di Civitavecchiadi Terracina e di Spuleto; benchéquesta non gli fu poi consegnata: non riconoscesse il ponteficeoffesa o ingiuria alcuna contro a cardinaliné contro a'baroni sudditi della Chiesai quali aveano seguitato le parti delre: investisselo il pontefice del regno di Napoli: concedessegliGemin ottomanno fratello di Baisetil quale dopo la morte di Maumetpadre comuneperseguitato da Baiset (secondo la consuetudineefferata degli ottomannii quali stabiliscono la successione nelprincipato col sangue de' fratelli e di tutti i piú prossimi)e perciò rifuggito a Rodi e di quivi condotto in Franciaerafinalmente stato messo in potestà di Innocenzio pontefice;donde Baisetusando l'avarizia de' vicari di Cristo per instrumentoa tenere in pace lo imperio inimico alla fede cristianapagavaciascun annosotto nome delle spese che si facevano in alimentarlo ecustodirloducati quarantamila a' ponteficiacciocchéfussino manco pronti a liberarlo o a concederlo a altri príncipicontro a sé. Fece instanza Carlo d'averlo per facilitarsi colmezzo suo l'impresa contro a' turchila qualeenfiato da vaneadulazioni de' suoipensavavinti che avesse gli aragonesidiincominciare. E perché gli ultimi quarantamila ducati mandatidal turco erano stati tolti a Sinigaglia dal prefetto di Romache ilpontefice e la pena e la restituzione di essi gli rimettesse. Aqueste cose si aggiunse che 'l cardinale di Valenza seguitassecomelegato apostolicotre mesiil rema in verità per staticodelle promesse paterne. Fermata la concordiail pontefice ritornòal palagio pontificale in Vaticano; e da poicon la pompa ecerimonie consuete a ricevere i re grandiricevé il re nellachiesa di San Piero; il qualeavendoglisecondo il costume anticogenuflesso baciati i piedi e dipoi ammesso a baciargli il voltointervenne un altro giorno alla messa pontificalesedendo il primodopo il primo vescovo cardinale; e secondo il rito antico dette alpapacelebrante la messal'acqua alle mani. Delle quali cerimonieil ponteficeperché si conservassino nella memoria de'posterifece fare pittura in una loggia del Castello di SantoAngelo. Publicò di piú a instanza sua cardinali ilvescovo di San Malò e il vescovo di Umans della casa diLuzimborgoné omesse dimostrazione alcuna d'essersi secosinceramente e fedelmente reconciliato.

Cap.xviii

Favoredelle popolazioni del reame di Napoli per i francesi. Alfonsod'Aragona abbandona l'autorità di re a favore del figliuoloFerdinando e fugge a Mazari in Sicilia. Ferocia dei francesi al Montedi San Giovanni.

DimoròCarlo in Roma circa uno mesenon avendo per ciò cessato dimandare gente a' confini del regno napoletano: nel quale giàogni cosa tumultuava in modo che l'Aquila e quasi tutto l'Abruzziavevaprima che 'l re partisse di Romaalzate le sue bandiereeFabrizio Colonna aveva occupato i contadi d'Albi e di Tagliacozzo; néera molto piú quieto il resto del reame. Perché subitoche Ferdinando fu partito da Roma cominciorono i frutti dell'odio chei popoli portavano ad Alfonso ad apparireaggiugnendosi la memoriadi molte acerbità usate da Ferdinando suo padre; dondeesclamando con grandissimo ardore delle iniquità de' governipassati e della crudeltà e superbia d'Alfonsoil desideriodella venuta de' franzesi palesemente dimostravano; in modo che lereliquie antiche della fazione angioinabenché congiunte conla memoria e col seguito di tanti baroni stati scacciati eincarcerati in vari tempi da Ferdinandocosa per sé di sommaconsiderazione e potente instrumento ad alterarefacevano in questotempoa comparazione dell'altre cagionipiccolo momento: tantosenza questi stimoli era concitata e ardente la disposizione di tuttoil regno contro ad Alfonso. Il qualeintesa che ebbe la partita delfigliuolo da Romaentrò in tanto terrore chedimenticatosidella fama e gloria grande la quale con lunga esperienza avevaacquistato in molte guerre d'Italiae disperato di potere resisterea questa fatale tempestadeliberò di abbandonare il regnorinunziando il nome e l'autorità reale a Ferdinandoe avendoforse qualche speranza che rimosso con lui l'odio sísmisuratoe fatto re uno giovane di somma espettazioneil quale nonaveva offeso alcuno e quanto a sé era in assai grazia appressoa ciascunoallenterebbe per avventura ne' sudditi il desiderio de'franzesi: il quale consigliose forse anticipato arebbe fattoqualche fruttodifferito a tempo che le cose non solo erano inveemente movimento ma già cominciate a precipitarenonbastava piú a fermare tanta rovina. È fama eziandio (seperò è lecito tali cose non del tutto disprezzare) chelo spirito di Ferdinando apparí tre volte in diverse notti aIacopo primo cerusico della cortee che prima con mansuete paroledipoi con molte minaccie gli impose dicesse ad Alfonsoin suo nomeche non sperasse di potere resistere al re di Franciaperchéera destinato che la progenie suatravagliata da infiniti casi eprivata finalmente di sí preclaro regnosi estinguesse.Esserne cagione molte enormità usate da loroma sopra tuttequella cheper le persuasioni fattegli da lui quando tornava daPozzuolonella chiesa di San Lionardo in Chiaia appresso a Napoliaveva commessa: né avendo espresso altrimenti i particolaristimorono gli uomini che Alfonso l'avesse in quel luogo persuaso afare morire occultamente molti baronii quali lungo tempo eranostati incarcerati. Quel che di questo sia la veritàcerto èche Alfonsotormentato dalla coscienza proprianon trovando nédí né notte requie nell'animoe rappresentandoseglinel sonno l'ombre di quegli signori mortie il popolo per pigliaresupplicio di lui tumultuosamente concitarsiconferito quel che avevadeliberato solamente con la reina sua matrignané volutoa'prieghi suoicomunicarlo né col fratello né colfigliuoloné soprastare pure due o tre dí soli perfinire l'anno intero del suo regnosi partí con quattro galeesottili cariche di molte robe preziose; dimostrando nel partire tantospavento che pareva fusse già circondato da' franzesievoltandosi paurosamente a ogni strepito come temendo che gli fussinocongiurati contro il cielo e gli elementi; e si fuggí a Mazariterra in Siciliastatagli prima donata da Ferdinando re di Spagna.

Ebbeil re di Franciaall'ora medesima che si partiva di Romaavvisodella sua fuga. Il quale come fu arrivato a Velletriil cardinale diValenza fuggí occultamente da lui: della quale cosa benchéil padre facesse gravi quereleofferendo d'assicurare il re inqualunque modo volessesi credette fusse stato per suo comandamentocome quello che voleva fusse in sua facoltà l'osservare o nole convenzioni fatte con lui. Da Velletri andò l'antiguardia aMontefortinoterra posta nella campagna della Chiesa e suddita aIacopo Conte barone romano; il qualecondotto prima agli stipendi diCarlosi era di poipotendo piú in lui l'odio de' Colonnesiche l'onore propriocondotto con Alfonso: il quale castello battutodall'artiglieriebenché fortissimo di sitopresono ifranzesi in pochissime oreammazzando tutti quegli che v'eranodentro eccetto tre suoi figliuoli con alcuni altri che rifuggitinella fortezzacome veddono dirizzarvisi l'artiglieries'arrenderono prigioni. Andò dipoi l'esercito al Monte di SanGiovanniterra del marchese di Pescaraposta in su i confini delregno nella medesima campagnala quale forte di sito e di munizionenon era meno munita di difensoriperché vi erano dentrotrecento fanti forestieri e cinquecento degli abitatori dispostissimia ogni pericoloin modo si giudicava non si dovesse espugnare se nonin ispazio di molti dí. Ma i franzesi avendolo battuto conl'artiglierie poche oregli dettonopresente il re che vi eravenuto da Verolicon tanta ferocia la battaglia chesuperate tuttele difficoltàl'espugnorono per forza il dí medesimo:doveper il furore loro naturale e per indurre con questo esempiogli altri a non ardire di resisterecommessono grandissimauccisione; e dopo avervi esercitato ogn'altra specie di barbaraferità incrudelirono contro agli edifici col fuoco. Il qualemodo di guerreggiarenon usato molti secoli in Italiaempiétutto il regno di grandissimo terroreperché nelle vittoriein qualunque modo acquistatel'ultimo dove soleva procedere lacrudeltà de' vincitori era spogliare e poi liberare i soldativintisaccheggiare le terre prese per forza e fare prigioni gliabitatori perché pagassino le taglieperdonando sempre allavita degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardoredel combattere.

Cap.xix

Letruppe aragonesi si ritirano a Capua. Gianiacopo da Triulziodurantel'assenza di Ferdinandostringe accordi per la resa con Carlo VIII.Parole di Ferdinando ai napoletani. Partenza di Ferdinando da Napoli.Verginio Orsini e il conte di Pitigliano fatti prigioni dai francesi.Entrata di Carlo in Napoli.

Questafu quanta resistenza e fatica avesse il re di Francia nel conquistod'un regno sí nobile e sí magnificonella difesa delquale non si dimostrò né virtú né animoné consiglionon cupidità d'onore non potenza nonfede. Perché il duca di Calavriail quale dopo la partita daRoma si era ritirato in su i confini del reamepoichérichiamato a Napoli per la fuga del padre ebbe assuntocon lesolennità ma non già con la pompa né con laletizia consuetel'autorità e il titolo realeraccoltol'esercitonel quale erano cinquanta squadre di cavalli e seimilafanti di gente eletta e sotto capitani de' piú stimatid'Italiasi fermò a San Germano per proibire che gli inimicinon passassino piú innanziinvitandolo l'opportunitàdel luogocinto da una parte di montagne alte e aspredall'altra dipaese paludoso e pieno di acquee a fronte il fiume del Garigliano(dicevanlo gli antichi Liri)benché in quel luogo non sígrosso che qualche volta non si guadi; donde per la strettezza delpasso è detto meritamente San Germano essere una delle chiavidelle porte del regno di Napoli: e mandò similmente gente insulla montagna vicinaalla guardia del passo di Cancelle. Ma giàl'esercito suoincominciato a impaurire del nome solo de' franzesinon dimostrava piú vigore alcunoe i capitaniparte pensandoa salvare se medesimi e gli stati propricome quegli i quali delladifesa del regno si diffidavanoparte desiderosi di cose nuovecominciavano a vacillare non meno di fede che di animo; né sistava senza timoreessendo il reame tutto in grandissimasollevazioneche alle spalle qualche pericoloso disordine nonnascesse. Però soprafatto il consiglio dalla viltàcome espugnato il Monte di San Giovanni intesono avvicinarsi ilmarisciallo di Gies col quale erano trecento lancie e una parte de'fantisi levorno vituperosamente da San Germanoe con tanto timoreche lasciorno abbandonati per il cammino otto pezzi di grossaartiglieriae si ridussono in Capua: la quale città il nuovoreconfidandosi nell'amore de' capuani verso la casa d'Aragona enella fortezza del sitoper avere a fronte il fiume Volturno che èquivi molto profondosperava difendere; e nel tempo medesimonondistraendo le sue forze in altri luoghitenere Napoli e Gaeta.Seguitavano dietro a lui di mano in mano i franzesi ma sparsi edisordinatifacendosi innanzi piú tosto a uso di cammino chedi guerraandando ciascuno dove gli paresse dietro all'occasione dipredaresenza ordine senza bandiere senza comandamento de' capitanie alloggiando il piú delle volte una parte di loroallanottene' luoghi donde la mattina erano diloggiati gli aragonesi.

Mané a Capua si dimostrò maggiore virtú o fortuna.Perchépoi che Ferdinando v'ebbe alloggiato l'esercitoilquale dopo la ritirata da San Germano era molto diminuito di numerointeso per lettere della reina essere in Napoli nataper la perditadi San Germanosollevazione tale che non vi andando lui sisusciterebbe qualche tumultovi cavalcò con piccolacompagniaper rimediare con la presenza sua a questo pericolo;avendo promesso di ritornare a Capua il dí seguente. MaGianiacopo da Triulzial quale commesse la cura di quella cittàaveva già occultamente chiesto al re di Francia uno araldo peravere facoltà di andare sicuro a lui; il quale come fuarrivatoil Triulzio con alcuni gentiluomini capuani andò aCalvidove il dí medesimo era entrato il renon ostante cheper molti altri della terradisposti a osservare la fede aFerdinandocon altiere parole contradetto gli fusse. A Calvi subitointrodotto innanzi al recosí armato come era andatoparlòin nome de' capuani e de' soldati: che vedendo mancate le forze didifendersi a Ferdinandoal quale mentre vi era stata speranza alcunaavevano servito fedelmentedeliberavano di seguitare la fortuna suaquando fussino accettati con oneste condizioni; aggiugnendo che nonsi diffidava di condurre a lui la persona di Ferdinandopurchévolesse riconoscerlo come sarebbe conveniente. Alle quali cose il rerispose con gratissime parole accettando l'offerte de' capuani e de'soldatie la venuta eziandio di Ferdinandopure che e' sapesse nonavere a ritenere parte alcuna benché minima del reame diNapoli ma a ricevere stati e onori nel regno di Francia. Èdubbio quel che inducesse a tanta trasgressione Gianiacopo daTriulzicapitano valoroso e solito a fare professione d'onore.Affermava egli di essere andato con volontà di Ferdinando pertentare di comporre le cose sue col re di Franciadalla qualesperanza essendo del tutto esclusoe manifesto non si potere piúdifendere con l'armi il regno di Napoligli era paruto non sololecito ma laudabile provedere in uno tempo medesimo alla salute de'capuani e de' soldati. Ma altrimenti sentirono gli uominicomunementeperché si credette averlo mosso il desiderare lavittoria del re di Franciasperando che occupato il regno di Napoliavesse a volgere l'animo al ducato di Milano; nella quale cittàessendo egli nato di nobilissima famigliané gli parendoavere appresso a Lodovico Sforzao per il favore immoderato de'Sanseverini o per altro rispettoluogo pari alle virtú emeriti suoisi era totalmente alienato da lui: per la quale cagionemolti avevano sospettato che primain Romagnaavesse confortatoFerdinando a procedere piú cautamente che forse qualche voltanon consigliavano l'occasioni.

Main Capuagià innanzi al ritorno del Triulzioogni cosa avevafatto mutazione: andato a sacco l'alloggiamento e i cavalli diFerdinandole genti d'armi cominciate a disperdersi in vari luoghie Verginio e il conte di Pitigliano con le compagnie loro ritiratisia Nolacittà posseduta dal conte per donazione degliAragonesiavendo prima mandato a chiedere per sé e per legenti salvocondotto da Carlo. Ritornava al termine promessoFerdinandoavendocol dare speranza della difesa di Capuaquietatisecondo il tempo gli animi de' napoletaniné sapendo quel chedopo la partita sua fusse accaduto. Era già vicino a duemiglia quandointendendosi il ritorno suotutto il popolo per nonlo ricevere si levò in armemandatigli di consiglio comuneincontro alcuni della nobiltà a significargli che non venissepiú innanziperché la cittàvedendosiabbandonata da luiandato il Triulzio governatore delle sue genti alre di Franciasaccheggiato da' soldati propri l'alloggiamento suo ei cavallipartitisi Verginio e il conte di Pitiglianodissolutoquasi tutto l'esercitoera stata necessitata per la salute propriadi cedere al vincitore. Donde Ferdinandopoiché insino con lelacrime ebbe fatta invano instanza di essere ammessose ne ritornòa Napolicerto che tutto 'l regno seguiterebbe l'esempio de'capuani: dal quale mossa la città d'Aversaposta tra Capua eNapolimandò subito imbasciadori a darsi a Carlo. E trattandoquesto medesimo già manifestamente i napoletanideliberatol'infelice re di non repugnare all'impeto tanto repentino dellafortunaconvocati in sulla piazza del Castelnuovoabitazione realemolti gentiluomini e popolariusò con loro queste parole: -Io posso chiamare in testimonio Dio e tutti quegli a' quali sonostati noti per il passato i concetti mieiche io mai per cagionealcuna tanto desiderai di pervenire alla corona quanto per dimostrarea tutto il mondo gli acerbi governi del padre e dell'avolo mioessermi sommamente dispiaciutie per riguadagnare con le buone operequello amore del quale essi per le loro acerbità si eranoprivati. Non ha permesso l'infelicità della casa nostra che iopossa ricôrre questo frutto molto piú onorato chel'essere reperché il regnare depende spesso dalla fortuna mal'essere re che si proponga per unico fine la salute e la felicitàde' popoli suoi depende solamente da se medesimo e dalla propriavirtú. Sono le cose nostre ridotte in angustissimo luogoepotremo piú presto lamentarci noi d'avere perduto il reame perla infedeltà e poco valore de' capitani e eserciti nostri chenon potranno gloriarsi gl'inimici d'averlo acquistato per propriavirtú; e nondimeno non saremmo privi del tutto di speranza seancora qualche poco di tempo ci sostenessimoperché e da' redi Spagna e da tutti i príncipi d'Italia si prepara potentesoccorsoessendosi aperti gli occhi di coloro i quali non avevanoprima considerato lo incendioil quale abbrucia il reame nostrodoverese non vi proveggonoaggiugnere similmente agli stati loro;e almeno a me non mancherebbe l'animo di terminare insieme il regno ela vita con quella gloria che si conviene a uno re giovanediscesoper sí lunga successione di tanti ree all'espettazione cheinsino a ora avete tutti avuta di me. Ma perché queste cosenon si possono tentare senza mettere la patria comune in gravissimipericolisono piú tosto contento di cedere alla fortunaditenere occulta la mia virtúche per sforzarmi di non perdereil mio regno essere cagione di effetti contrari a quel fine per ilquale avevo desiderato di essere re. Consiglio e conforto voi chemandiate a prendere accordo col re di Franciae perchépossiate farlo senza macula dell'onore vostrov'assolvo liberamentedall'omaggio e dal giuramento che pochi dí sono mi faceste; evi ricordo che con l'ubbidienza e con la prontezza del riceverlo visforziate di mitigare la superbia naturale de' franzesi. Se i costumibarbari vi faranno venire in odio l'imperio loro e desiderare ilritorno mio io sarò in luogo da potere aiutare la vostravolontàpronto a esporre sempre la propria vita per voi aogni pericolo; ma se lo imperio loro vi riuscirà benignodame non riceverà giammai questa città né questoreame travaglio alcuno. Consolerannosi per il vostro bene le miseriemiee molto piú mi consolerà se io saprò che invoi resti qualche memoria che ioné primogenito regio nérenon ingiuriai mai persona; che in me non si vidde mai segnoalcuno di avariziasegno alcuno di crudeltà; che a me nonhanno nociuto i miei peccati ma quegli de' padri miei; che io sonodeliberato di non essere mai cagione cheo per conservare il regno oper recuperarloabbia a patire alcuno di questo reame; che piúmi dispiace il perdere la facoltà di emendare i falli delpadre e dello avolo che il perdere l'autorità e lo statoreale. Benché esule e spogliato della patria e del regno miomi riputerò non al tutto infelice se in voi resteràmemoria di queste cosee una ferma credenza che io sarei stato repiú presto simile ad Alfonso vecchio mio proavo che aFerdinando e a questo ultimo Alfonso. -

Nonpotette essere che queste parole non fussino udite con moltacompassioneanzi certo è che a molti commossono le lagrime;ma era tanto esoso in tutto il popolo e quasi in tutta la nobiltàil nome de' due ultimi retanto il desiderio de' franzesiche perquesto non si fermò in parte alcuna il tumultoma subito cheesso fu ritirato nel castelloil popolo cominciò asaccheggiare le stalle sueche erano in sulla piazza: la qualeindegnità non potendo egli sopportareaccompagnato da pochicorse fuori con generosità grande a proibirlo; e potette tantonella città già ribellata la maestà del nomereale che ciascunofermato l'impetosi discostò dallestalle. Ma ritornato nel castelloe facendo abbruciare e sommergerele navi le quali erano nel portopoi che altrimenti non potevaprivarne gl'inimiciincominciò per qualche segno a sospettareche i fanti tedeschiche in numero cinquecento stavano alla guardiadel castellopensassino di farlo prigione: però con subitoconsiglio donò loro le robe che in quello si conservavano. Lequali mentre che attendono a dividereegliavendo prima liberati dicarcereeccetto il principe di Rossano e il conte di Popolitutti ibaroni avanzati alla crudeltà del padre e dell'avolouscitodel castello per la porta del soccorsomontò in sulle galeesottili che l'aspettavano nel portoe con lui don Federigo e lareina vecchiamoglie già dell'avolocon Giovanna suafigliuola; e seguitato da pochissimi de' suoi navigò all'isolad'Ischiadetta dagli antichi Enariavicina a Napoli a trentamiglia: replicando spesso con alta vocementre che aveva innanziagli occhi il prospetto di Napoliil versetto del salmo del profetache contiene essere vane le vigilie di coloro che custodiscono lacittà la quale da Dio non è custodita. Ma non se glirappresentando oramai altro che difficoltàebbe a fare inIschia esperienza della sua virtúe della ingratitudine einfedeltà che si scuopre contro a coloro i quali sono percossidalla fortuna; perché non volendo il castellano della roccariceverlo se non con uno compagno soloegli come fu dentro se gligittò addosso con tanto impeto che con la ferocia e con lamemoria dell'autorità regiaspaventò in modo gli altriche in potestà sua ridusse subito il castellano e la rocca.

Perla partita di Ferdinando da Napoli ciascuno cedeva per tuttocome auno impetuosissimo torrentealla fama sola de' vincitorie contanta viltà che dugento cavalli della compagnia di Ligníandati a Noladove con quattrocento uomini d'arme si erano ridottiVerginio e il conte di Pitiglianogli feceno senza ostacolo alcunoprigioni; perché essiparte confidandosi nel salvocondotto ilquale avevano avviso da i suoi essere stato conceduto dal repartemenati dal medesimo terrore dal quale erano menati tutti gli altrisenza contrasto s'arrenderono; donde furno condotti prigioni allarocca di Mondraconee messe in preda tutte le genti loro.

Avevanoin questo mezzo trovato Carlo in Aversa gl'imbasciadori napoletanimandati a dargli quella città. A' quali avendo conceduto consomma liberalità molti privilegi e esenzionientrò ildí seguenteche fu il vigesimo primo di febbraio in Napoliricevuto con tanto plauso e allegrezza d'ognuno che vanamente sitenterebbe di esprimerloconcorrendo con esultazione incredibileogni sesso ogni età ogni condizione ogni qualità ognifazione d'uominicome se fusse stato padre e primo fondatore diquella città; né manco degli altriquegli cheo essio i maggiori loroerano stati esaltati o beneficati dalla casad'Aragona. Con la quale celebrità andato a visitare la chiesamaggiorefu dipoiperché Castelnuovo si teneva pergl'inimicicondotto a alloggiare in Castelcapuanogiàabitazione antica de' re franzesi: avendo con maraviglioso corso diinaudita felicitàsopra l'esempio ancora di Giulio Cesareprima vinto che veduto; e con tanta facilità che e' non fussenecessario in questa espedizione né spiegare mai unopadiglione né rompere mai pure una lanciae fussino tantosuperflue molte delle sue provisioni che l'armata marittimapreparata con gravissima spesaconquassata dalla violenza del mare etraportata nell'isola di Corsicatardò tanto ad accostarsi a'liti del reame che prima il re era già entrato in Napoli. Cosíper le discordie domesticheper le quali era abbagliata la sapienzatanto famosa de' nostri príncipisi alienòcon sommovituperio e derisione della milizia italiana e con gravissimopericolo e ignominia di tuttiuna preclara e potente parte d'Italiadallo imperio degli italiani allo imperio di gente oltramontana.Perché Ferdinando vecchiose bene nato in Ispagnanondimenoperché insino dalla prima gioventú era statoo re ofigliuolo di recontinuamente in Italiae perché non avevaprincipato in altra provinciae i figliuoli e i nipotitutti nati enutriti a Napolierano meritamente riputati italiani.