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FrancescoGuicciardini

STORIAD'ITALIA

Volumequarto





Cap.i

Dirittidel nuovo re di Francia al ducato di Milano e suo desiderio dirivendicarli. Disposizione d'animo de' principi e de' governiitaliani verso il nuovo re. I venezianiil pontefice e i fiorentinimandano al re ambasciatori. Il re li accoglie lietamente ed iniziasubito trattative con essi.

Liberòla morte di Carlo re di Francia Italia dal timore de' pericoliimminenti dalla potenza de' franzesiperché non si credevache Luigi duodecimo nuovo re avessenel principio del suo regnoaimplicarsi in guerre di qua da' monti. Ma non rimasono già glianimi degli uomini consideratori delle cose future liberi dalsospetto che il male differito non diventassein progresso di tempopiú importante e maggioreessendo pervenuto a tanto imperiouno re maturo d'anni esperimentato in molte guerre ordinato nellospendere esenza comparazionepiú dependente da se stessoche non era stato l'antecessore; e al quale non solo appartenevanocome a re di Franciale medesime ragioni al regno di Napoli maancora pretendeva che per ragioni proprie se gli appartenesse ilducato di Milanoper la successione di madama Valentina sua avolala quale da Giovan Galeazzo Visconte suo padrenanzi che di vicarioimperiale ottenesse il titolo di duca di Milanoera stata maritata aLuigi duca d'Orliens fratello di Carlo sesto re di Franciaaggiugnendo alla doteche fu la città e contado d'Asti equantità grandissima di danariespressa convenzione chemancando in qualunque tempo la linea sua mascolina succedesse nelducato di Milano Valentina omorta leii discendenti piúprossimi. La quale convenzioneper se stessa invalidafuse èvero quello che asseriscono i franzesivacante allora la sediaimperialeconfermata con l'autorità pontificale: perchéi pontefici romanifondandosi in sulle leggi fatte da loro medesimipretendono appartenersi a sé l'amministrazione dello imperiovacante. E peròessendo poi per la morte di Filippo MariaVisconte mancati i discendenti maschi di Giovan GaleazzocominciòCarlo duca di Orliensfigliuolo di Valentinaa pretendere allasuccessione di quello ducato; al quale (come l'ambizione de' príncipiè pronta ad abbracciare ogni apparente colore) pretendevanonel tempo medesimo e Federigo imperadorecome a stato cheestintala linea nominata nella investitura fatta da Vincislao re de' romania Giovan Galeazzofusse ricaduto allo imperioe Alfonso re diAragona e di Napolistato instituito erede nel testamento diFilippo. Ma essendo state piú potenti l'armi l'arti e lafelicità di Francesco Sforzail qualeper accompagnarel'armi con qualche apparenza di ragioneallegava dovere succedereBianca sua mogliefigliuola unica ma naturale di FilippoCarlod'Orliens il qualenelle guerre tra gl'inghilesi e i franzesi fattoprigione nella giornata di Dangicortera dimorato venticinque anniprigione in Inghilterranon potette per la povertà e per lamala fortuna sua tentare da se medesimo di ottenerlané daLuigi undecimo re di Franciabenché congiuntissimo di sangueimpetrare mai aiuto alcuno; perché quel reessendo stato nelprincipio del suo regnare molto infestato da' signori grandi delreame di Franciai quali sotto titolo del bene publico glicongiurorno contro per interessi e sdegni privatiriputòsempre che per la bassezza de' potenti la sicurtà e lagrandezza sua si confermasse. Per la quale ragione Luigi d'Orliensfigliuolo di Carlo non potettecon tutto che fusse suo generoimpetrare da lui favore alcuno; e morto il suoceronon volendotollerare che nel governo di Carlo ottavoallora pupillogli fusseanteposta Anna duchessa di Borbonesorella del resuscitate conpiccola fortuna in Francia cose nuovepassòcon fortunaminorein Brettagna; perchécongiunto a quegli che nonvolevano che Carloper mezzo del matrimonio di Annaeredeper lamorte di Francesco suo padre senza figliuoli maschidi quel ducatoconseguisse la Brettagnaanzi aspirando occultamente al medesimomatrimoniofu preso nella giornata che tra' franzesi e i brettoni fucommessa appresso a Santo Albino in Brettagnaecondotto inFranciastette incarcerato due anni: in modo chemancandogli lafacoltà epoi che per grazia regia fu liberato di prigionegli aiuti di Carlonon tentò quella impresa se non quandoper l'occasione di essere per commissione del re rimaso in Astientrò con poco successo in Novara. Ma diventato re di Francianiuno desiderio ebbe piú ardente che d'acquistarecome cosaereditariail ducato di Milano: nel quale desiderio nutritosi insinoda pueriziavi si era acceso molto piú perchéper lecose succedute a Novara e per le dimostrazioni insolenti che quandoera in Asti gli erano state usateaveva odio non mediocre contro aLodovico Sforza. Peròpochi dí dopo la morte del reCarlocon deliberazione stabilita nel suo consigliosi intitolònon solamente re di Francia eper rispetto del reame di Napoliredi Ierusalem e dell'una e l'altra Siciliama ancora duca di Milano;e per fare noto a ciascuno quale fusse la inclinazione sua alle cosed'Italia scrisse subito lettere congratulatorie della sua assunzioneal pontefice a' viniziani a' fiorentinie mandò uomini propria dare speranza di nuove impresedimostrando espressamente d'averenell'animo d'acquistare il ducato di Milano.

Allaquale cosa se gli presentava opportunità non piccola- avendola morte di Carlo causate negli italiani inclinazioni molto diversedalle passate: perché il ponteficestimolato dagli interessiproprii quali conosceva non potere saziare stando quieta Italiadesiderava che le cose di nuovo si turbassino; e i vinizianicessatoil timore che per le ingiurie fatte a Carlo avevano avuto di luinonerano d'animo alieno da confidarsi del nuovo re. La qualedisposizione era per augumentarsi ogni dí piúperchéLodovico Sforzase bene conoscesse dovere avere piú duro epiú implacabile inimiconutrendosi con la speranza con laquale si nutriva similmente Federigo d'Aragona che e' non potessecosí presto attendere alle cose di qua da' montie impeditodallo sdegno presente a discernere il pericolo futuro non era perastenersi da opporsi loro nelle cose di Pisa. Soli i fiorentinicominciavano a discostarsi con l'animo dell'amicizia franzese: perchése bene il nuovo re fusse stato prima loro fautoreorapervenutoalla coronanon aveva con essi vincolo alcunoné per fededata né per benefici ricevuticome aveva avuto l'antecessoreper le capitolazioni fatte in Firenze e in Astie per l'avere volutopiú presto sottoporsi a molti affanni e pericoli cheabbandonare la sua congiunzione; e la discordia che continuamentecresceva tra i viniziani e il duca di Milano era cagione cheessendocessato il timore avuto delle forze de' collegatie sperando piúnel favore propinquo e certo di Lombardia che ne' soccorsi lontani eincerti di Franciaavevano cagione di stimare manco quella amicizia.

Nellaquale diversa disposizione degli animi furono medesimamente diversigli andamenti. Perché dal senato viniziano fu mandato subito alui uno segretario che avevano appresso al duca di Savoia; e pergittare con questi princípi i fondamenti da stabilire secoquella amicizia che alla giornata ricercassino le occorrenze comunifurono eletti tre oratori che andassino a rallegrarsi della suasuccessionee a scusare che quello che avevano fatto contro a Carlonon era proceduto da altro che da sospettonato poiché permolti segni compresono chenon contento al regno di Napolidistendeva già i pensieri suoi all'occupazione di tuttaItalia: e il ponteficedisposto di trasferire Cesare suo figliuolodal cardinalato a grandezza secolarealzato l'animo a maggioripensieri e mandatigli subito imbasciadoridisegnò divendergli le grazie spiritualiricevendone per prezzo statitemporali; perché sapeva il re desiderare ardentemente diripudiare Giovanna sua mogliesterile e mostruosa e che quasiviolentemente gli era stata data da Luigi undecimosuo padrenéavere minore desiderio di pigliare per moglie Anna restata vedova perla morte del re passatonon tanto per le reliquie dell'anticainclinazione che insino innanzi alla giornata di Santo Albino erastata tra loroquanto per conseguire con questo matrimonio il ducatodi Brettagnaducato grande e molto opportuno al reame di Francia; lequali cose ottenere senza l'autorità pontificale non sipotevano: né i fiorentini mancorono di mandargli imbasciadoriper l'antico instituto di quella città con la corona diFranciae per riconfermare seco i meriti loro e le obligazioni delre passato; sollecitati molto a questo medesimo dal duca di Milanoacciocché per mezzo loro si difficultassino le pratiche de'vinizianiavendosi dall'una e dall'altra republica a trattare dellecose di Pisae perché acquistando fede o autoritàalcuna potessino usarlacon qualche occasionea trattare concordiatra lui e il re di Franciail che egli sommamente desiderava. Iquali tutti furono lietamente raccolti dal ree dato subitamenteprincipio a trattare con ciascuno: benché gli fusse fissonell'animo di non muovere cosa alcuna in Italia se prima non avesseassicurato il regno di Franciaper mezzo di nuove congiunzioni co'príncipi vicini.

Cap.ii

LodovicoSforza delibera d'aiutare con l'armi i fiorentini a ricuperare Pisa.Rotta de' fiorentini nella valle di S. Regolo. Richieste d'aiuto aLodovico Sforza. Lotta in terra di Roma tra Colonnesi ed Orsini e suacomposizione. Lodovico Sforza aiuta scopertamente i fiorentini edinvano incita ad agire similmente il pontefice. Il duca di Milanos'adopera ad allontanare da' pisani quanti li sostengono.

Maera fatale che lo incendio di Pisastato suscitato e nutrito dalduca di Milano per appetito immoderato di dominareavesse finalmentead abbruciare l'autore. Perché eglie per l'emulazione e peril pericolo che dalla troppa grandezza de' viniziani vedevasoprastare a sé e agli altri d'Italianon potevapazientemente comportare che 'l frutto delle sue arti e fatiche fussericolto da loro; e avendo l'occasione della disposizione de'fiorentiniostinati a non cessare per qualunque accidente dalleoffese de' pisanie parendogli per la caduta del Savonarolae perla morte di Francesco Valoriche aveva tenuto le parti contrarie aluipotere piú confidare di quella città che non avevafatto per il passatodeliberò d'aiutare i fiorentini allarecuperazione di Pisa con l'armipoiché le pratiche el'autorità sua e degli altri non era stata bastante:persuadendosi vanamente o cheinnanzi che dal re di Francia potesseessere fatto movimento alcunoPisa sarebbeo per forza o perconcordiaridotta in potestà de' fiorentini o veramente cheil senato vinizianoritenuto da quella prudenza che non aveva potutoin se medesimonon avesse maiper sdegni e per cagioni ancoimportantia desiderare che con pericolo comune ritornassino l'armifranzesi in Italiale quali si era tanto affaticato per cacciarne.

Laquale imprudentissima deliberazione uno disordine che contro a'fiorentini succedette nel contado di Pisa gli fece accelerare. Perchéavendo avuto notizia le genti loroche erano al Pontaderache circasettecento cavalli e fanti usciti di Pisa ritornavano con una grossapredafatta nella Maremma di Volterraandorono quasi tuttiguidatidal conte Renuccio e da Guglielmo de' Pazzi commissario fiorentinoatagliare loro la strada per ricuperarla; e avendogli riscontratinella valle di Santo Regolo gli avevano messi in disordine e riavutala maggiore parte della predaquando sopragiunsono centocinquantauomini d'armeche per soccorrere i suoi erano partiti di Pisa poiche avevano inteso la mossa delle genti de' fiorentini: i qualitrovatigli stracchi e parte disordinati nel rubarenon potendol'autorità del conte Renuccio ridurre i suoi uomini d'arme afare testadopo essere stata fatta da' fanti qualche difesaglimessono in fugamorti molti fantipresi molti de' capi e lamaggiore parte de' cavalli; in modo che non senza difficoltàil commissario e il conte si salvorono in Santo Regolodandocomesi fa nelle cose avverseimputazione l'uno all'altro del disordineseguito. Afflisse questa rotta i fiorentinii qualiper provederesubito al pericoloné potendo armarsi sí prestod'altri soldatied essendo in mala riputazione e con la compagniasvaligiata il conte Renuccioche era governatore generale dellegenti lorodeliberorno di voltare a Pisa i Vitelli che erano nelcontado d'Arezzo: ma furno necessitati concedere a Paolo il titolo dicapitano generale del loro esercito. Costrinsegli ancora questo casoa ricercare con grande instanza aiuto dal duca di Milano: e tanto piúchesubito dopo la rottaavevano supplicato al re di Francia cheper rimuovere con le forze e con l'autorità i loro pericolimandasse trecento lancie in Toscanaratificasse la condottafattavivente Carlode' Vitelliprovedendo per la porzione sua alpagamentoe confortasse i viniziani ad astenersi da offendergli;delle quali coseperché il re non voleva farsi odioso osospetto a' viniziani né muovere in Italia cosa alcuna se nonquando volesse cominciare la guerra contro allo stato di Milanoavevano riportato parole grate senza effetti. Ma il duca non fu lentoin questo bisognodubitando che i viniziani non pigliassinoconl'occasione della vittoriatanto campo che fusse poi troppodifficile a reprimergli: e peròdata a' fiorentini fermaintenzione di soccorrerglivolle prima risolvere con loro cheprovisioni fussino necessarie non solo a difendersi ma a condurre afine l'impresa di Pisa.

Allaqualeperché per quell'anno non si temeva di moto alcuno delre di Franciaerano volti gli occhi di tutta Italiaquieta allorada ogni altra perturbazione: conciossiacosachése bene interra di Roma si fussino prese l'armi tra i Colonnesi e gli Orsiniera la prudenza di loro medesimi stata presto superiore agli odii ealle inimicizie. L'origine fu che i Colonnesi e i Savellimossidalla occupazionefatta da Iacopo Conte di Torremattiaavevanoassaltate le terre della famiglia de' Conti; e da altra parte gliOrsiniper la congiunzione delle fazioniaveano prese l'armi infavore loro: di maniera cheessendosi occupate per l'una parte e perl'altra piú castellacombatterono finalmente insieme contutte le forze a piè di Monticelli nel contado di Tivoli; dovedopo lunga e valorosa battagliastimolandogli non meno la passioneardente delle parti che la gloria e l'interesse degli statigliOrsiniche aveano dumila fanti e ottocento cavallifurono messi infugaperderono le bandiere e restò prigione Carlo Orsino; edalla parte de' Colonnesi fu ferito Antonello Savello assai chiarocondottiereche ne morí pochi dí poi. Dopo il qualesuccessoil ponteficemostrando essergli molesta la turbazione delpaese propinquo a Romasi interpose alla concordia: la quale mentreche con non troppo buona fede si tratta da luisecondo la suaduplicitàgli Orsiniraccolte nuove forzeandorono a campoa Palombara terra principale de' Savelli; e si preparavano per andarea soccorrerla i Colonnesiche dopo la vittoria avevano occupatemolte castella de' Conti. Ma accortasi l'una parte e l'altra che 'lponteficedando animo ora a' Colonnesi ora agli Orsininutriva laguerraper potere alla fine quando fussino consumati opprimerglituttisi ridussono senza interposizione d'altri a parlamento insiemea Tivolidove il dí medesimo conchiusono l'accordo: per ilquale fu liberato Carlo Orsinorestituite a ciascuno le terre toltein questa contenzionee la differenza de' contadi d'Albi e diTagliacozzo rimessa nel re Federigodel quale erano soldati iColonnesi.

Posatopresto questo movimentoné mescolandosi altre armi in Italiache nel contado di Pisail duca di Milanobenché daprincipio avesse deliberato di non dare aiuto scopertamente a'fiorentini ma sovvenirgli occultamente con danaritraportato ogni dípiú dallo sdegno e dal dispiacerené astenendosi daparole insolenti e minatorie contro a' vinizianideterminò didimostrarsi senza rispetto. Però negò il passo allegenti lorole quali per la via di Parma e di Pontriemoli andavano aPisanecessitandole a passare per il paese del duca di Ferraracammino piú lungo e piú difficile; operò cheCesare comandò a tutti gli oratori che erano appresso a luieccetto quello de' re di Spagnache si partissinoe che dopo pochidí gli richiamò tutti eccetto il viniziano; mandòa' fiorentini trecento balestrierie concorse con loro alla condottadi trecento uomini d'armeparte sotto il signore di Piombino partesotto Gian Paolo Baglione; e in piú volte prestò loropiú di trentamila ducatiofferendo continuamentequandofusse di bisognomaggiori aiuti. Fece oltre a queste cose instanzacol pontefice chericercato da' fiorentiniporgesse qualchesussidio. Il qualedimostrando di conoscere che lo stabilirsi inPisa i viniziani era pernicioso allo stato della Chiesapromessemandare loro cento uomini d'arme e tre galee sottilile quali sottoil capitano Villamarina erano a' soldi suoiper impedire che permare non entrassino in Pisa vettovaglie; nondimenopoiché convarie scuse ebbe differito il mandarglilo negò alla fineapertamenteperché ogni dí piúrimovendosidagli altri pensierisi risolveva a ristrignersi col re di Franciasperando di conseguire per mezzo suo non premi mediocri e usitati mail reame di Napoli: essendo spesso proprio degli uomini farsi facilecon la voglia e con la speranza quello che con la ragione conosconoessere difficile. Ed era quasi fatale che in lui fussino origine acose nuove le repulse de' parentadi avute da' re d'Aragona. Perchéinnanzi che totalmente deliberasse di unirsi col re di Franciaavevadimandato che al cardinale di Valenzaparato a rinunziare alla primaoccasione al cardinalatoil re Federigo concedesse per moglie lafigliuolae in dote il principato di Taranto; persuadendosi che seil figliuologrande d'ingegno e d'animosi insignorisse di unomembro tanto importante di quel reamepotesse facilmenteavendo inmatrimonio una figliuola regiaavere occasionecon le forze e conle ragioni della Chiesadi spogliare del regno il suocerodebole diforze ed esausto di danarie dal quale erano alieni gli animi dimolti de' baroni. La qual cosa benché fusse caldamentefavorita dal duca di Milanodimostrando a Federigocon ragioniefficaci e poi con parole aspreper mezzo di Marchesino Stangailquale mandò per questo a Roma e a Napoli imbasciadoreconquanto suo pericolo il ponteficeescluso di tale desiderioprecipiterebbe a congiugnersi col re di Franciae ricordandogliquanta imprudenza e pusillanimità fussedove si trattavadella salute del tuttoavere in considerazione la indegnità enon sapere sforzare se medesimo ad anteporre la conservazione dellostato alla propria volontànondimeno Federigo ricusòsempre ostinatamente: confessando che la alienazione del papa era permettere in pericolo il suo reamema che conosceva anche che 'l darela figliuolacol principato di Tarantoal cardinale di Valenza lometteva in pericolo; e però de' due pericoli volere piúpresto sottoporsi a quello nel quale si incorrerebbe piúonorevolmentee che non nascerebbe da alcuna sua azione. Donde ilpapaavendo voltato in tutto l'animo a unirsi col re di Franciaedesiderando che il medesimo facessino i vinizianis'astenne per nongli offendere da favorire con l'armi i fiorentini.

Iqualiinanimiti per gli aiuti sí pronti del duca di Milano eper la fama della virtú di Paolo Vitellinon erano perpretermettere cosa alcunase bene l'impresa fusse riputatadifficile: perchéoltre al numero l'esperienza e l'animo de'cittadini e contadini pisaniaveano in Pisa i viniziani quattrocentouomini d'arme e ottocento stradiotti e piú di dumila fantiederano disposti a mandarvi forze maggiori; non essendo manco prontidegli altriper l'onore publicoa sostenere i pisani coloro che daprincipio avevano contradetto che si accettassino in protezione. Ladeliberazione fatta con consiglio comune di Lodovico Sforza e de'fiorentini fu di augumentare talmente l'esercito che e' fusse potentea espugnare le terre del contado di Pisae di fare ogni opera perchétutti i vicini desistessino da dare favore a' pisani o da molestareper ordine de' vinizianida altre parti i fiorentini. Peròavendo Lodovicoprima che deliberasse di scoprirsicondotto condugento uomini d'arme a comune co' viniziani Giovanni Bentivoglioperò tanto che l'obligòcon lo stato di Bolognaa sésolo; e per confermarlo tanto piúi fiorentini condussonoAlessandro suo figliuolo. E perchése i vinizianicheavevano in protezione il signore di Faenzafacessino dalla parte diRomagna qualche insultovi trovassino resistenzacondussono ifiorentini con cento cinquanta uomini d'arme Ottaviano da Riariosignore d'Imola e di Furlíche si reggeva ad arbitrio diCaterina Sforza sua madre; la quale seguitava senza rispetto alcunole parti di Lodovico e de' fiorentinimossa da piú cagioni maspecialmente per essersi maritata occultamente a Giovanni de' Mediciil quale il duca di Milanonon contento del governo popolaredesiderava di fareinsieme col fratellogrande in Firenze. Procuròmedesimamente Lodovico co' lucchesico' quali aveva grandissimaautoritàche non favorissino piú i pisani come sempreavevano fatto; il che se bene non osservorono in tuttose neastenneno assai per suo rispetto. Restavano i genovesi e i sanesiinimici antichi de' fiorentini e tra' quali militavano le cagionidelle controversiecon questi per Montepulcianocon quegli per lecose di Lunigiana; e de' sanesi era da temere che acciecati dall'odionon dessinocome in altri tempi molte volte con danno proprioavevano fattocomodità a ciascuno di turbareper il lorostatoi fiorentini; e con tutto che a' genovesiper l'anticheinimiciziefusse molesto che i viniziani si confermassino in Pisanondimeno (come in quella città suole essere piccola cura delbeneficio publico) comportavano a' pisani e a' legni de' viniziani ilcommercio delle loro riviereper l'utilità che ne pervenivain molti privationde i pisani ricevevano grandissime comodità:peròper consiglio di Lodovicofurono da' fiorentini mandatia Genova e a Siena imbasciadoriper trattare per mezzo suo dicomporre le controversie. Ma le pratiche co' genovesi non partorironofrutto alcunoperché domandavano la cessione libera delleragioni di Serezanasenza dare altro ricompenso che una semplicepromessa di vietare a' pisani le comodità del paese loro; e a'fiorentini pareva la perdita sí certa ea rispetto di questail guadagno sí piccolo e sí dubbio che ricusorono dicomperare con questo prezzo la loro amicizia.

Cap.iii

Ifiorentini riprendono piú attivamente la guerra contro Pisa.Fallite trattative fra i fiorentini e i veneziani riguardo a Pisa. Iveneziani tentano inutilmente d'avere l'appoggio di Siena. Sienas'accorda con Firenze. Vani tentativi delle milizie veneziane dipassare dalla Romagna in Toscana.

Mamentre che queste cose in vari luoghi si trattanol'esercitofiorentinopotente piú di cavalli che di fantiuscíalla campagna sotto il nuovo capitano; e perciò i pisaniiquali dopo la vittoria di Santo Regolo avevano a piacimento loroscorso con gli stradiotti tutto il paesesi levorno da Ponte diSaccodove ultimatamente si erano accampati; e Paolo VitellipresaCalcinaiasoprastando ad aspettare provisione di piú fantimesse un dí uno aguato presso a Cascinadove si erano ridottele genti vinizianechegovernate da Marco da Martinengononavevano né ubbidienza né ordineper il quale ammazzòmolti stradiotti e Giovanni Gradanico condottiere di genti d'armeefu fatto prigione Franco capo di stradiotti con cento cavalli. Perquesto accidente le genti de' vinizianinon si assicurando piúdi stare a Cascinasi ritirorono nel borgo di San Marcoaspettandoche da Vinegia venissino nuove genti. Ma Paolo Vitellipoichéfu proveduto di fantiavendo fatto con le spianate segno di volereassaltare Cascinae cosí credendo i pisanipassatoall'improviso il fiume d'Arnopose il campo al castello di Buti;avendo prima mandato tremila fanti a occupare i poggi viciniecondottevi con copia grande di guastatori l'artiglierie per la viadel montecon maravigliosa difficoltà per l'asprezza delcammino. Prese Buti per forzail secondo dí poi che ebbepiantate l'artiglierie. Fu eletta da Paolo questa impresa perchégiudicando che Pisanella quale era ostinazione inestimabile cosínel popolo come ne' contadini che vi si erano ridotti dentroe chegià tutti per il lungo uso erano diventati sufficienti nellaguerrafusse impossibile a pigliare per forzaessendovi potenti gliaiuti de' viniziani e la città per se stessa molto forte dimuragliaebbe per migliore consiglio attendere a consumarla che asforzarla etrasferendo la guerra in quella parte del paese che èdalla mano destra del fiume d'Arnocercare di pigliare quegli luoghie farsi padrone di quegli siti da' quali potesse essere impedito ilsoccorso che vi andasse per terra di paese forestiero; e peròfattodopo l'espugnazione di Butiuno bastione in sui monti chesono sopra a San Giovanni della Venaandò a campo al bastioneche presso a Vico Pisano avevano fatto i pisaniconducendovi con lamedesima difficoltà l'artiglierie; e preso nel medesimo tempotutto il Valdicalci e fatto sopra Vicoin luogo dettoPietradolorosaun altro bastione per impedire che non vi entrassesoccorso alcunoteneva oltre a questo assediata la fortezza dellaVerrucola. E perché i pisanidubitando non fusse assaltataLibrafatta e Valdiserchiofussino manco arditi a discostarsi daPisaera il conte Renuccio fermatosi con altre genti inValdinievole. E nondimenoquattrocento fanti usciti di Pisa roppenoi fanti che negligentemente alloggiavano nella chiesa di San Micheleper l'assedio della Verrucola. Ma Paoloacquistato che ebbe ilbastioneil quale si arrendé con facoltà di ridurrel'artiglierie a Vico Pisanopose il campo a Vico Pisanonon daquella parte dovequando egli vi era alla difesal'avevano posto ifiorentini ma di verso San Giovanni della Venadonde si impediva ilvenirvi soccorso da Pisa; e avendo gittato in terra con l'artiglierienon piccola parte delle muraquegli di dentrodisperandosi d'esseresoccorsisi arrenderonosalvo l'avere e le persone: spaventati daperseverare ostinatamente insino all'ultimo perché Paoloquando espugnò Butiavevaper mettere terrore negli altrifatto tagliare le mani a tre bombardieri tedeschi che vi erano dentroe usata la vittoria crudelmente. Preso Vicoebbe subito occasione diun'altra prosperità. Perché le genti che erano in Pisasperando essere facile l'espugnare allo improviso il bastione diPietradolorosavi si presentorono innanzi giorno con dugento cavallileggieri e molti fantima trovandovi resistenza maggiore di quelloche si erano persuasivi perderono piú tempo che non avevanodisegnato; in modo che essendosimentre davano l'assaltoscopertoPaolo in su quegli montiil quale con una parte dell'esercito andavaa soccorrerloritirandosi verso Pisa scontrorno nella pianura versoCalci Vitellozzovenuto in quello luogo con un'altra parte dellegenti per impedire loro il ritorno: col quale mentre combattenosopravenendo Paolosi messono in fugaperduti molti cavalli e lamaggiore parte de' fanti.

Main questo mezzo i fiorentiniavendo qualche indizio dal duca diFerrara e da altri che i viniziani avevano inclinazione allaconcordiama che vi si indurrebbono piú facilmente secomepareva convenirsi alla degnità di tanta republicasiprocedesse con loro con le dimostrazioni non come con eguali ma comecon maggiorimandoronoper tentare la loro disposizioneimbasciadori a Vinegia Guidantonio Vespucci e Bernardo Rucellaiduede' piú onorati cittadini della loro republica: la qual cosasi erano astenuti di fare insino a questo tempoparte per nonoffendere l'animo del re Carlo parte perchémentre siconobbono impotenti a opprimere i pisaniavevano giudicato dovereessere inutili i prieghi non accompagnati né con lariputazione né con le forze; ma ora che l'armi loro eranopotenti in campagnae il duca di Milano scoperto totalmente controa' vinizianinon erano senza speranza d'avere a trovare qualche mododi onesta composizione. Però gl'imbasciadoriricevutionoratamenteintrodotti al doge e al collegiopoi che ebbonoscusato il non vi essere andati prima imbasciadoriper diversirispetti nati dalla qualità de' tempi e da' vari accidentidella loro cittàdimandorono liberamente che si astenessinodalla difesa di Pisa; dimostrando confidarsi di ottenere questadimandaperché la republica fiorentina non aveva dato lorocausa di offenderlae perché avendo il senato viniziano avutosempre fama di giustissimo non vedevano dovesse partirsi dallagiustiziala qualeessendo la base e il fondamento di tutte levirtúera conveniente che a ogni altro rispetto fusseanteposta. Alla quale proposta rispose il doge essere la veritàche da' fiorentini non avevano ricevuta in questi tempi ingiuriaalcunané essere il senato entrato alla difesa di Pisa perdesiderio di offendergli ma perchéavendo i fiorentini soliin Italia seguitata la parte franzeseil rispetto dell'utilitàcomune aveva indotto tutti i potenti della lega a dare la fede a'pisani di aiutargli a difendere la libertà; e che se gli altrisi dimenticavano della fede data non volevano essicontro al costumedella loro republicaimitargli in cosa tanto indegna: ma che se siproponesse qualche modo mediante il quale si conservasse a' pisani lalibertàdimostrerebbeno a tutto il mondo che nécupidità particolare né rispetto alcuno dello interesseproprio era cagione di fargli perseverare nella difesa di Pisa.Disputossi poi per qualche dí quale potesse essere il modo dasodisfare all'una parte e all'altra; né volendo o i vinizianio gli oratori fiorentini proporne alcunofurno contenti che loimbasciadore de' re di Spagnache gli confortava alla concordiasiinterponesse tra loro: il quale avendo proposto che i pisaniritornassino alla divozione de' fiorentini non come sudditi ma perraccomandatie con quelle medesime capitolazioni che erano stateconcedute alla città di Pistoiacome cosa media tra laservitú e la libertàrisposeno i viniziani nonconoscere parte alcuna di libertà in una città nellaquale le fortezze e l'amministrazione della giustizia fussino inpotestà d'altri. Donde gli oratori fiorentininon sperando diottenere cosa alcunasi partirono da Vinegia assai certi che iviniziani non abbandonerebbono se non per necessità la difesadi Pisadove continuamente mandavano gente.

Perchéné da principio erano stati con molto timore dell'impresa de'fiorentiniconsiderando che per non si essere cominciata alprincipio della primavera non potevano stare molto tempo in campagnaessendo il paese di Pisa per la bassezza sua molto sottopostoall'acque; e perchéavendo soldato di nuovo sotto il ducad'Urbinoal quale detteno il titolo di governatoree sotto alcunialtri condottieri cinquecento uomini d'armee avendo diverseintelligenzeavevano determinatoper divertire i fiorentinidall'offese de' pisanidi rompere la guerra in altro luogo;disegnando dipoi di fare muovere Piero de' Medici: per conforto delquale soldorono con dugento uomini d'arme Carlo Orsino e Bartolomeod'Alviano. Né furono senza speranza di indurre GiovanniBentivogli a consentire che la guerra si rompesse a' fiorentini dallaparte di Bologna. Perché il duca di Milanosdegnato che nellacondotta di Annibale suo figliuolo gli avesse anteposti i vinizianie ricordandosiper questa offesa nuovadelle ingiurie vecchiericevutesecondo dicevada lui quando Ferdinando duca di Calavriapassò in Romagnaaveva tolto certe castella possedute percausa dotale da Alessandro suo figliuolo nel ducato di Milano; nési asteneva da aspreggiarlo con ogni dimostrazione: ma avendo purefinalmenteper intercessione de' fiorentinirestituite quellecastellafu interrotto il disegno fatto di rompere la guerra daquella parte. Però si sforzorono i viniziani di disporre isanesi a concedere che e' movessino l'armi per il territorio loro; edava speranza di ottenerlooltre all'ordinaria disposizione controa' fiorentinila divisione che era in Siena tra' cittadini. Perchéavendosi Pandolfo Petrucci con lo ingegno e astuzia sua arrogataautorità grandeNiccolò Borghesi suo suocero e lafamiglia de' Belantia' quali era molesta la sua potenzadesideravano si concedesse il passo al duca d'Urbino e agli Orsiniiquali con quattrocento uomini d'arme dumila fanti e quattrocentostradiotti si erano fermatiper commissione de' viniziani allaFratta nel contado di Perugia; e allegavano che il fare tregua co'fiorentinicome faceva instanza il duca di Milano e come confortavaPandolfonon era altro che dare loro comodità di espedire lecose di Pisale quali speditesarebbono tanto piú potenti aoffendergli: però doversitraendo frutto delle occasionicome appartiene agli uomini prudentistare costanti in non fare conloro altro accordo che pacericevendo la cessione delle ragioni diMontepulciano; la quale cessione sapevano i fiorentini essereostinati a non volere faredonde di necessità si inferiva ilconsentire a' vinizianiappresso a' quali avendo essi occupato ilprimo luogo della graziasperavano facilmente abbassare l'autoritàdi Pandolfo. Il qualeessendosi per i conforti del duca di Milanofatto autore della opinione contrarianon ebbe piccola difficoltàa sostenere il suo parere; perché nel popolo potevanaturalmente l'odio de' fiorentinied era molto apparente lapersuasione di potere con questo terrore ottenere la cessione diMontepulciano: la quale cupidità accompagnata dall'odio avevapiú forza che la considerazioneallegata da Pandolfode'travagli che seguiterebbono la guerra accostandola alla casa propriae de' pericoli ne' quali col tempo gli condurrebbe la grandezza de'viniziani in Toscana. Di che diceva non essere necessario cercare gliesempli di altri: perché era fresca la memoria che l'essersil'anno mille quattrocento settantottoaderiti a Ferdinando re diNapoli contro a' fiorentinigli conduceva totalmente in servitúse Ferdinandoper la occupazione che Maumeth ottomanno fece nelregno di Napoli della città di Otrantonon fusse statocostretto a rivocare la persona di Alfonso suo figliuolo e le suegenti da Siena; senza cheper l'istorie loro potevano avere notiziache la medesima cupidità di offendere i fiorentini per mezzodel conte di Virtúe lo sdegno conceputo per conto delmedesimo Montepulcianoera stato cagione che da se stessi gliavessino sottomessa la propria patria. Le quali ragionibenchéverenon essendo bastanti a reprimere l'ardore e gli affetti loronon stava senza pericolo che dagli avversari suoi non si suscitassequalche tumulto. Se non che egliprevenendotirò alloimproviso in Siena molti amici suoi del contadoe operò chenel tempo medesimo i fiorentini mandorono al Poggio Imperialetrecento uomini d'arme e mille fanti; con la riputazione delle qualiforze raffrenato l'ardire degli avversariottenne che si facessetregua per cinque anni co' fiorentini: i qualipreponendo il timorede' pericoli presenti al rispetto della dignitàsi obligoronoa disfare una parte del ponte a Valiano e a fare gittare in terra ilbastione tanto molesto a' sanesi; concedendo oltre a questo che isanesifra certo tempopotessino edificare qualunque fortezzavolessino tra il letto delle Chiane e la terra di Montepulciano. Peril quale accordo diventato maggiore Pandolfopoté poco poifare ammazzare il suoceroche troppo arditamente attraversava i suoidisegni; e tolto via questo emulo e spaventati gli altriconfermarsiogni dí piú nella tirannide.

Privatiper questa concordia i viniziani della speranza di divertireper lavia di Sienai fiorentini dalla impresa contro a' pisaninéavendo potuto ottenere da' perugini di muovere l'armi per ilterritorio lorodeliberorono di turbargli dalla parte di Romagna;sperando di occupare facilmentecol favore e aderenze vecchie che viaveva Piero de' Medicii luoghi tenuti da loro nello Apennino. Peròottenuto dal piccolo signore di Faenza il passo per la valle diLamonecon una parte delle genti che avevano in Romagnacon lequali si congiunseno Piero e Giuliano de' Medicioccuporono il borgodi Marradi posto in su lo Apenninoda quella parte che guarda versoRomagna; dove non ebbono resistenza perché Dionigi di Naldouomo della medesima vallesoldato con trecento fanti da' fiorentiniperché insieme co' paesani lo difendessemenò seco sípochi fanti che non ebbe ardire di fermarvisi: e si accamporono allarocca di Castiglioneche è in luogo eminente sopra al borgopredettosperando di ottenerlase non per altro modoper ilmancamento che sapevano esservi di molte cose e specialmente d'acqua;e ottenendola rimaneva libera la facoltà di passare nelMugellopaese vicino a Firenze. Ma alle piccole provisioni che vierano dentro supplí la costanza del castellanoe almancamento dell'acqua l'aiuto del cielo: perché una nottepiovve tanto cheripieni tutti i vasi e citernerestorono liberi daquesta difficoltà; e in questo mezzo il conte Renucciocolsignore di Piombino e alcuni piccoli condottieriaccostatosi per lavia di Mugello in luogo propinquo agli inimicigli costrinse aritirarsi quasi fuggendoperché facendo fondamento nellaprestezza non erano andati a quella impresa molto potenti; e giàil conte di Gaiazzomandato dal duca di Milano a Cotignuola contrecento uomini d'arme e mille fantie il Fracassa soldato delmedesimo ducache con cento uomini d'arme era a Furlísiordinavano per andare loro alle spalle. Peròvolendo evitarequesto pericoloandorono a unirsi col duca d'Urbinoche si erapartito del peruginoe con l'altre genti de' vinizianile qualitutte insieme erano alloggiate tra Ravenna e Furlícon pocasperanza di alcuno progresso; essendooltre alle forze de'fiorentiniin Romagna cinquecento uomini d'arme cinquecentobalestrieri e mille fanti del duca di Milanoe importando moltol'ostacolo d'Imola e di Furlí.

Cap.iv

PaoloVitelli toglie nuove terre a' pisani. Il marchese di Mantova passadagli stipendi di Lodovico Sforza a quelli dei venezianie quindisdegnato per la lentezza di questi ritorna col duca di Milano.L'Alviano occupa Bibbiena. I fiorentini per difendere il Casentinoritirano milizie dal contado di Pisa. I fiorentini riconquistanoterre del Casentino. Maggiore stanchezza a Venezia per la guerra diPisa e tentativi di accordi.

Main questo mezzo Pagolo Vitellipoiché dopo lo acquisto diVico Pisano ebbeper mancamento delle provisioni necessariesoggiornato qualche dícontinuando nella medesima intenzionedi impedire a' pisani la facilità del soccorsosi eraindirizzato alla impresa di Librafatta; e per accostarvisi da quellaparte della terra che era piú debolee fuggire le molestieche potessino essere date allo esercito impedito da artiglierie ecarriaggilasciata la via che per i monti scende nel piano di Pisa equella che per il piano di Lucca gira alle radici del montefattacon moltitudine grande di guastatori una nuova via per i montiedespugnato per il camminoil dí medesimoil bastione diMontemaggiore fatto da' pisani in sulla sommità del montescese sicurissimamente nel piano di Librafatta. Alla qualeaccostatosi il dí seguentee necessitati facilmente adarrendersi i fanti messi a guardia di Potito e Castelvecchioduetorri distanti l'una dopo l'altra per piccolo spazio da Librafattapiantò dalla seconda torre e da altri luoghi l'artiglieriecontro alla terrabene proveduta e guardata perché vi eranodugento fanti de' viniziani; da' quali luoghi battendo la muraglia daalto e da bassosperò il primo dí di espugnarla: maessendo per avventura ruinato uno arco della muragliaquelloruinandola nottealzò quattro braccia il riparocominciatovi; in modo che Paoloavendo tentato invano tre dídi salirvi con le scalecominciò del successo nonmediocremente a dubitarericevendo l'esercito molti danni da unaartiglieria di dentro che tirava per una bombardiera bassa. Ma fu laindustria e virtú sua aiutata dal beneficio della fortunasenza il favore della quale sono spesso fallaci i consigli de'capitani; perché da uno colpo d'artiglieria di quelle delcampo fu rotta quella bombarda e ammazzato uno de' miglioribombardieri che fusse dentroe passò la palla per tutta laterra. Dal qual caso spaventatiperché per l'artiglieriapiantata alla seconda torre difficilmente potevano affacciarsisiarrenderono il quarto díe poco poi la roccaaspettati pochicolpi d'artiglieriafece il medesimo. Acquistata Librafattaattesea fare alcuni bastioni in sui monti vicini; ma sopra tutti uno fortee capace di molti uomini sopra Santa Maria in Castellochiamatodalmonte in sul quale fu postoil bastione della Venturail qualescorreva tutto il paese circostantee dove è fama esserneanticamente stato fabricato un altro da Castruccio lucchesecapitanonobilissimo de' tempi suoiacciocchéguardandosi questo eLibrafattarestassino impedite le comodità cheper la via diLucca e di Pietrasantapotessino andare a Pisa.

Manon cessavano i viniziani di pensare a ogni rimedio per sollevareora per via di soccorso ora con diversionequella città;della qual cosa potere fare accrebbono loro speranza le difficoltàche nacqueno tra il duca di Milano e il marchese di Mantovacondottosi di nuovo col duca. Il qualeper non privare del titolo dicapitano generale delle sue genti Galeazzo da San Severinomaggioreappresso a lui per favore che per virtúaveva promesso almarchese di dargli infra tre mesi titolo di capitano suo generaleacomune o con Cesare o col pontefice o col re Federigo o co'fiorentini; il che non avendo eseguito nel termine promessoperchémedesimamente a questo Galeazzo repugnavae aggiugnendosi difficoltàper cagione de' pagamentiil marchese voltò l'animo aritornare agli stipendi de' vinizianii quali trattavano di mandarlocon trecento uomini d'arme a soccorrere Pisa: il che presentendoLodovico lo dichiaròcon consentimento di Galeazzocapitanosuo e di Cesare. Ma già il marchese andato a Vinegiaedimostrata al senato grandissima confidenza di entrare in Pisanonostante l'opposizione delle genti de' fiorentinisi eraricondotto con loro; e ricevuta parte de' denari e ritornato aMantova attendeva a mettersi in ordinee sarebbe entrato presto incammino se i viniziani avessino usata la medesima celeritànello espedirlo che avevano usata nel condurlo: alla quale cosacominciorno a procedere lentamente perchéessendo stata dinuovo data loro speranza di entrareper mezzo di uno trattato tenutoda certi seguaci antichi de' Mediciin Bibbienacastello delCasentinogiudicavano cheper la difficoltà del passare aPisafusse piú utile attendere alla diversione che alsoccorso. Dalla quale tardità il marchese sdegnatodi nuovosi ricondusse con Lodovico con trecento uomini d'arme e con centocavalli leggiericon titolo di capitano generale cesareo e suo;ritenendo a conto degli stipendi vecchi i danari avuti da loro.

Nonera stata senza qualche sospetto de' fiorentini la pratica di questotrattatoanzioltre a molte notizie avutene generalmenteneavevano non molti dí innanzi ricevuto avviso piúparticolare da Bologna. Ma sono inutili i consigli diligenti eprudenti quando l'esecuzione procede con negligenza e imprudenza. Ilcommissarioil quale per assicurarsi da questo pericolo subito vimandoronopoi che ebbe ritenuti quegli de' quali si aveva maggioresospetto e che erano consci della cosaprestata imprudentemente fedealle parole lorogli rilasciò; e nell'altre azioni fu sípoco diligente che fece facile il disegno all'Alvianodeputato allaesecuzione di questo trattato. Perché avendo mandati innanzialcuni cavalli in abito di viandantii qualidopo avere cavalcatotutta la nottegiunti in sul fare del dí alla portal'occuporono senza difficoltànon avendo il commissariopostavi guardia alcunané almeno proveduto che la si aprissepiú tardi che non era consueto aprirsi ne' tempi non sospettidietro a questi sopravenneno di mano in mano altri cavallicheavevano per il cammino data voce di essere gente de' Vitelli; elevatisi in loro favore i congiuratisi insignorirno presto di tuttala terra. E il medesimo dí vi arrivò l'Alvianoilqualebenché con poca gentecome per sua natura spingeva conincredibile celerità sempre innanzi le occasioniandòsubito ad assaltare Poppi castello principale di tutta quella valle:ma trovatavi resistenza si fermò a occupare i luoghi vicini aBibbienabenché piccoli e di piccola importanza.

Èil paese di Casentinoper mezzo del quale discorre il fiume d'Arnopaese stretto sterile e montuososituato a piè dell'alpidell'Apenninocariche alloraper essere il principio della vernatadi nevema passo opportuno ad andare verso Firenzese all'Alvianofusse succeduto felicemente l'assalto di Poppiné menoopportuno a entrare nel contado di Arezzo e nel Valdarnopaesi cheper essere pieni di grosse terre e castella erano molto importantiallo stato de' fiorentini. I qualinon negligenti in tanto pericolofatta subito provisione in tutti i luoghi dove era di bisognooppressono uno trattato che si teneva in Arezzo; e stimando piúche altro lo impedire che i viniziani non mandassino nel Casentinonuove gentilevato di quel di Pisa il conte Renuccio lo mandoronosubito a occupare i passi dell'Apenninotra Valdibagno e la Pieve aSanto Stefano: e nondimeno non potettono proibire che il ducad'UrbinoCarlo Orsino e altri condottieri non passassino; i qualiavendo in quella valle settecento uomini d'arme e seimila fanti e traquesti qualche numero di fanti tedeschioccuporono da pochi luoghiin fuora tutto il Casentinoe di nuovo tentoronoma invanodipigliare Poppi. Però furono necessitati i fiorentinisecondoche era stato lo intento proprio de' viniziania volgervi delcontado di Pisa Pagolo Vitelli con le sue gentilasciando conguardia sufficiente le terre importanti e il bastione della Ventura:per la giunta del quale nel Casentino i capitani vinizianiche sierano mossi per accamparsi il dí medesimo intorno aPratovecchiosi ritirorono.

VenutoPagolo Vitelli nel Casentino e unitosi seco il Fracassamandato dalduca di Milano con cinquecento uomini d'arme e cinquecento fanti infavore de' fiorentiniridusse presto in molte difficoltà gliinimicisparsi in molti luoghi per la strettezza degli alloggiamentie perchéper lasciarsi aperta la strada dell'entrare edell'uscire del Casentinoerano necessitati guardare i passi dellaVernia di Chiusie di Montaloneluoghi alti in su l'alpi; erinchiusiin tempo asprissimoin quella vallenon aveano speranzadi fare piúné quivi né in altra parteprogresso alcuno: perché in Arezzo si era fermato con dugentouomini d'arme il conte Renuccio; e nel Casentinopoiché nonera riuscito da principio l'occupare Poppiné faceva momentoalcuno il nome de' Medici avendo inimici gli uomini del paesenelquale si possono difficilmente adoperare i cavalliavevano innanzialla venuta de' Vitelli ricevuto già molti danni da' paesani.E peròintesa la venuta loro e del Fracassarimandata di làdall'alpi una parte de' carriaggi e dell'artiglierieristrinsonoinsiemequanto comportava la natura de' luoghile genti loro.Contro a' quali il Vitello deliberò servare la suaconsuetudineche era piú tostoper ottenere piúsicuramente la vittorianon avere rispetto né a lunghezza ditempo né al pigliare molte fatichené volereperrisparmiare la spesaprocedere senza molte provisionicheperacquistare la gloria di vincere con facilità eacceleratamentemettere in pericolo insieme col suo esercitol'evento della cosa. Perciò fu nel Casentino il consiglio suonon andare subito a ferire i luoghi piú forti ma sforzarsi difare da principio abbandonare agli inimici i piú deboliechiudere i passi dell'alpi e gli altri passi del paese con guardiecon bastioni con tagliate di strade e altre fortificazioniacciocchénon potessino essere soccorsi da nuove forze né avessinofacoltà di aiutare da un luogo quegli che erano nell'altro;sperandocon questo procedereavere occasione di opprimerne moltie che 'l numero maggiore che era in Bibbienase non per altroperle incomodità de' cavalli e per mancamento di vettovaglie siconsumerebbe. Col quale consiglio avendo recuperato alcuni luoghivicini a Bibbienapoco importanti per se stessi ma opportuni allaintenzione con la quale aveva presupposto di vincere la guerraefacendo ogni dí maggiore progressosvaligiò moltiuomini d'arme alloggiati in certe piccole terre vicine a Bibbiena; eper impedire il cammino alle genti de' viniziani che per soccorrere isuoi si congregavano di là dalle alpiattese a occupare tuttii luoghi che sono attorno al monte della Verniae a fare tagliate atutti i passi circostanti: di maniera checrescendo continuamente ledifficoltà degli inimici e la carestia del viveremolti diloro alla sfilata si partivano; i quali quasi sempreper l'asprezzade' passierano o da' paesani o da' soldati svaligiati.

Questierano i progressi dell'armi tra i viniziani e i fiorentini: e inquesto tempo medesimocon tutto che gli imbasciadori fiorentini sifussino senza speranza alcuna di concordia partiti da Vinegianondimeno si teneva a Ferrara nuova pratica di composizionepropostadal duca di Ferrara per opera de' viniziani; perché giàmolti e di maggiore autorità di quel senatostracchi dallaguerra che si sostentava con gravi spese e con molte difficoltàe perduta la speranza di avere maggiori successi nel Casentinodesideravano liberarsi dalle molestie della difesa di Pisapure chesi trovasse modo che con onesto colore potessino rimuoversene.

Cap.v

Accordifra il pontefice e il re di Francia. Il re di Francia fa e confermatrattati coi re di Spagnad'Inghilterracon Cesare e coll'arciducae cerca l'alleanza de' veneziani e de' fiorentini.

Mamentre che in Italia sono per le cose di Pisa questi travaglinoncessava il nuovo re di Francia di andarsi ordinando per assaltarel'anno seguente lo stato di Milanocon speranza d'avere secocongiunti i viniziani; i qualiinfiammati da odio incredibile controal duca di Milanotrattavano strettamente col re. Ma piústrettamente trattavano insieme il re e il pontefice. Il qualeescluso del parentado di Federigoe continuando la medesima cupiditàdel regno di Napolivoltato tutto l'animo alle speranze franzesicercava di ottenere da quel re per il cardinale di Valenza Ciarlottafigliuola di Federigoche non ricevuto ancora marito continuava dinutrirsi nella corte di Francia. Di che avendogli data speranza ilrein arbitrio del quale pareva che fusse il maritarlail cardinaleentrato una mattina in concistorio supplicò al padre e aglialtri cardinali cheatteso il non avere avuto mai l'animo inclinatoalla professione sacerdotalegli concedessino facoltà dilasciare la degnità e l'abitoper seguitare quello esercizioal quale era tirato da' fati. E cosípreso l'abito secolaresi preparava ad andare presto in Francia; avendo già ilpontefice promesso al re la facoltà di fare con l'autoritàapostolica il divorzio con la mogliee il re da altra parteobligatosi ad aiutarlocome prima avesse acquistato lo stato diMilanoa ridurre alla ubbidienza della sedia apostolica le cittàpossedute da' vicari di Romagnae a pagargli di presente trentamiladucatisotto colore di essere necessitato tenere per sua custodiamaggiori forzecome se il congiugnersi col re fusse per muoveremolti in Italia a cercare insidiosamente di opprimerlo: peresecuzione delle quali convenzionie il re cominciò a pagarei danari e il pontefice commesse la causa del divorzio al vescovo diSetta suo nunzio e a [gli arcivescovi di Parigi e di Roano]. Nelquale giudicioper suoi procuratoricontradiceva da principio lamoglie del re; ma finalmenteavendo non meno a sospetto i giudiciche la potenza dello avversariosi convenne con lui di cedere allalitericevendo per sostentazione della sua vita la ducea di Berrícon trentamila franchi di entrata: e cosíconfermato ildivorzio per sentenza de' giudicinon si aspettavaper la dispensae consumazione del nuovo matrimonioaltro che la venuta di CesareBorgia; diventato giàdi cardinale e di arcivescovo diValenzasoldato e duca Valentinoperché il re gli aveva datala condotta di cento lancie e ventimila franchi di provisioneeconcedutoglicon titolo di ducaValenza città del Dalfinatocon ventimila franchi di entrata. Il qualeimbarcatosi a Ostia insu' navili mandatigli dal resi condusse alla fine dell'anno allacortedove entrò con pompa e con fasto incredibilericevutodal re onoratissimamente; e portò seco il cappello delcardinalato a Giorgio di Ambuosa arcivescovo di Roanoil qualestato primo partecipe de' pericoli e della mala fortuna del reeraappresso a lui di somma autorità. E nondimeno nel principionon era grato il procedere suoperchéseguitando ilconsiglio paternonegava d'avere portato seco la bolla delladispensasperando che il desiderio dell'ottenerla avesse a fare ilre piú facile a' disegni suoi che non farebbe la memoria diaverla ricevuta. Ma essendo al re rivelata secretissimamente dalvescovo di Setta la veritàegliparendogli che in quanto aDio bastasse l'essere stata espedita la bollasenza piúdomandarlaconsumò apertamente il matrimonio con la nuovamoglie: il che fu causa che il duca Valentinonon potendo piúritenergli la bollae avendo poi risaputo essere stata manifestataquesta cosa dal vescovo di Settalo fece in altro tempo morireoccultamente di veleno.

Néera meno sollecito il re a quietarsi co' príncipi vicini. Peròfece pace co' re di Spagna; i qualideponendo i pensieri delle cosed'Italianon solo richiamorono tutti gl'imbasciadori che vitenevanoeccetto quello che risedeva appresso al ponteficemafeceno ritornare Consalvo con tutte le genti loro in Ispagnarilasciate a Federigo tutte le terre di Calavria che insino a quel díaveva tenute. Maggiore difficoltà era nella concordia col rede' romaniil qualecon l'occasione di alcune sollevazioni nate nelpaeseera entrato nella Borgognaaiutato a questo effetto di nonpiccola somma di danari dal duca di Milanoche si persuadeva o chela guerra di Cesare divertirebbe il re di Francia dalle impresed'Italia o chefacendosi concordia tra lorovi sarebbe compresocome da Cesare aveva certissime promesse; ma dopo lunghe pratiche eagitazioni il re fece nuova pace con l'arciduca rendendogli le terredel contado di Artoisla qual cosa perché avesse effettoinbeneficio del figliuoloconsentí il re de' romani di faretregua con lui per piú mesisenza menzione del duca diMilanocol quale pareva in questo tempo sdegnatoperché nonaveva sempre sodisfatto alle domande sue infinite di danari. Avevaoltre a queste cose il re confermata la pace fatta dallo antecessoresuo col re d'Inghilterra: e rifiutando tutte le pratiche che glierano state proposte di ricevere a qualche composizione il duca diMilanoche con grandissime offerte e usando grandissime corruttelesi sforzava di indurvelocercava di congiugnere seco in uno tempomedesimo i viniziani e i fiorentini; e però faceva grandissimainstanza chelevate l'offese contro a' pisanii vinizianidipositassino Pisa in sua manoe perché i fiorentini viconsentissino offeriva secretamente di restituirla loro fra brevetempo. La quale praticapiena di molte difficoltà econcorrendovi diversi fini e interessifu per molti mesi trattatavariamente. Perché i fiorentiniessendo necessario che in talcaso si collegassino col re di Franciae dubitando per la memoriadelle promesse non osservate dal re Carlo che 'l medesimo nonintervenisse al presentenon convenivano tra loro in uno medesimoparere; perché la città agitata tra l'ambizione de'cittadini maggiori e la licenza del governo popolaree accostatasiper la guerra di Pisa al duca di Milanoera intra se medesima divisain modo che con difficoltà le cose di momento si deliberavanoconcordementeavendo massime alcuni de' principali cittadinidesiderio della vittoria del re di Francia altri in contrarioinclinando al duca di Milano: e i vinizianiquando bene fussinorisolute tutte l'altre difficoltà dello accordarsi col reerano deliberati di non consentire al dipositosperando chee nelristoro delle spese fatte per sostenere Pisa e nel lasciare la difesadi Pisa con minore suo disonorearebbono migliori condizioni nellapratica che si teneva a Ferrara; la quale da Lodovico Sforza eracaldamente sollecitataper timore checonchiudendosi in Francia ildipositonon si unissino col re amendue queste republiche e per lasperanza checomponendosi questa controversia in Italiai vinizianiavessino a deporre i pensieri di offenderlo. Per il quale rispetto eal re di Francia dispiaceva la pratica di Ferrara e il ponteficepertrarre profitto degli affanni d'altricercava indirettamente diperturbarla; perché essendo appresso al re in tutte le cosed'Italia in grandissima autoritàsperava in qualche modoseil diposito nel re andava innanziavervi partecipazione.

cap.6

Discussionea Venezia nel consiglio de' pregati intorno all'invito d'alleanza delre di Francia contro Lodovico Sforza. Deliberazioni prese da'veneziani. Conclusione della confederazione fra il re di Francia ed iveneziani.

Maa Vinegiain questo tempo medesimosi consultava serimovendosi ilre dalla dimanda del diposito alla quale aveano deliberato nonconsentiredovessino collegarsi seco a offesa del duca di Milanocome egli con grandissima instanza ricercavaofferendo di consentirechein premio della vittoriaconseguissino la città diCremona e tutta la Ghiaradadda: la quale cosa benché da tuttifusse sommamente desideratanondimeno a molti pareva deliberazionedi tanto momentoe tanto pericolosa allo stato loro la potenza delre di Francia in Italiache nel consiglio de' pregatiche appressoa loro ottiene il luogo del senatose ne facevano variedisputazioni. Nel quale essendo uno giorno convocati per farnel'ultima determinazione [Antonio Grimanno]uomo di grande autoritàparlò in questa sentenza:

-Quando io consideroprestantissimi senatorila grandezza de'benefizi fatti a Lodovico Sforza dalla nostra republicala quale inquesti anni prossimi gli ha conservato tante volte lo statoe percontrario quanta sia la ingratitudine usata da luie le ingiuriegravissime che ci ha fatte per costrignerci ad abbandonare la difesadi Pisaalla quale prima ci aveva confortati e stimolatinon possopersuadermi che non si conosca per ciascuno essere necessario fareogni opera possibile per vendicarcene. Perché quale infamiapotrebbe essere maggiore chetollerando pazientemente tanteingiuriemostrarci a tutto il mondo dissimili dalla generositàde' nostri maggiori? i qualiqualunque volta provocati da offesebenché leggierenon ricusorono mai di mettersi a pericolo perconservare la dignità del nome viniziano; e ragionevolmenteperché le deliberazioni delle republiche non ricercanorispetti abietti e privatiné che tutte le cose siriferischino all'utilitàma fini eccelsi e magnanimi per iquali si augumenti lo splendore loro e si conservi la riputazionelaquale nessuna cosa piú spegne che il cadere nel concetto degliuomini di non avere animo o possanza di risentirsi delle ingiurienédi essere pronto a vendicarsi: cosa sommamente necessarianon tantoper il piacere della vendetta quanto perché la penitenza dichi ti ha offeso sia tale esempio agli altri che non ardischinoprovocarti. Cosí viene in conseguenza congiunta la gloria conl'utilitàe le deliberazioni generose e magnanime riesconoanche piene di comodità e di profitto; cosí unamolestia ne leva moltee spesso una sola e breve fatica ti libera damolte e lunghissime. Benché se noi consideriamo lo stato dellecose d'Italiala disposizione di molti príncipi contro a noie le insidie le quali continuamente si ordinano per Lodovico Sforzaconosceremo che non manco la necessità presente che gli altririspetti ci conduce a questa deliberazione. Perché eglistimolato dalla sua naturale ambizione e dall'odio che ha contro aquesto eccellentissimo senatonon vegghia non attende ad altro che adisporre gli animi di tutti gli italianiche a concitarci contro ilre de' romani e la nazione tedesca: anzi già comincia per ilmedesimo effetto a tenere pratiche col turco. Già vedete peropera sua con quante difficoltàe quasi senza speranzasisostenga la difesa di Pisa e la guerra nel Casentinola quale se sicontinua incorriamo in gravissimi disordini e pericolise siabbandona senza fare altro fondamento alle cose nostre è contanta diminuzione di riputazione che si accresce troppo l'animo dichi ha volontà di opprimerci: e sapete quanto è piúfacile opprimere chi ha già cominciato a declinare che chiancora si mantiene nel colmo della sua riputazione. Delle quali coseapparirebbono chiarissimamente gli effettie si sentirebbe presto lostato nostro essere pieno di tumulti e di strepiti di guerrase iltimore che noi non ci congiugniamo col re di Francia non tenessesospeso Lodovico: timore che non può lungamente tenerlosospeso. Perché chi è quello che non conosca che il reescluso dalla speranza della nostra confederazioneo si implicheràin imprese di là da' monti ovinto dalle arti di Lodovicodalle corruttele e mezzi potentissimi che ha nella sua cortefaràqualche composizione con lui? Strigneci adunque a unirci col re diFrancia la necessità di mantenere l'antica degnità egloria nostrama molto piú il pericolo imminente e gravissimoche non si può fuggire con altro modo. E in questo ci sidimostra molto propizia la fortunapoiché ci fa ricercare dauno tanto re di quel che aremmo a ricercarlo noi; offerendoci piúoltre sí grandi e sí onorati premi della vittoriaperi quali può questo senato proporsi alla giornata grandissimesperanzefabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegniottenendosi massime con tanta facilità; perché chidubita che da Lodovico Sforza non potrà essere a due potenzesí grandi e sí vicine fatta alcuna resistenza? Dallaquale deliberazionese io non mi ingannonon debbe giàrimuoverci il timore che la vicinità del re di Franciaacquistato che arà il ducato di Milanoci diventi pericolosae formidabile. Perché chi considera bene conoscerà chemolte cose che ora ci sono contrarie allora ci saranno favorevoli;conciossiaché uno augumento tale di quel re insospettiràgli animi di tutta Italiairriterà il re de' romani e lanazione germanica per la emulazione e per lo sdegno che sia occupatoda lui uno membro sí nobile dello imperio; in modo che quegliche noi temiamo che ora non siano congiunti con Lodovico a offendercidesidereranno alloraper l'interesse propriodi conservarci e diessere congiunti con noi; ed essendo grande per tutto la riputazionedel nostro dominiogrande la fama delle nostre ricchezzee maggiorel'opinioneconfermata con sí spessi e illustri esemplidellanostra unione e costanza alla conservazione del nostro statononardirà il re di Francia di assaltarci se non congiunto conmoltio almeno col re de' romani: l'unione de' quali è permolte cagioni sottoposta a tante difficoltà che è cosavana il prenderne o speranza o timore. Né la pace che oraspera d'ottenere da' príncipi vicini di là da' montisarà perpetuama la invidia le inimicizie il timore del suoaugumento desterà tutti quegli che hanno seco odio oemulazione. E è cosa notissima quanto i franzesi siano piúpronti ad acquistare che prudenti a conservare quanto per l'impeto einsolenza loro diventino presto esosi a' sudditi. Peròacquistato che aranno Milanoaranno piú tosto necessitàdi attendere a conservarlo che comodità di pensare a nuovidisegni; perché uno imperio nuovo non bene ordinato néprudentemente governato aggravapiú presto che e' faccia piúpotentechi l'acquista: di che quale esempio è piúfresco e piú illustre che l'esempio della vittoria del repassato? contro al quale si convertí in sommo odio ildesiderio incredibile con che era stato ricevuto nel reame di Napoli.Non è adunque né sí certo né tale ilpericoloche ci può dopo qualche tempo pervenire dellavittoria del re di Franciache per fuggirlo abbiamo a volere starein uno pericolo presente e di grandissimo momento; e il rifiutareper timore di pericoli futuri e incertisí ricca parte e síopportuna del ducato di Milano non si potrebbe attribuire ad altroche a pusillanimità e abiezione di animovituperabile negliuomini privati non che in una republica piú potente e piúgloriosa chedalla romana in fuorasia stata giammai in partealcuna del mondo. Sono rare e fallaci l'occasioni sí grandied è prudenza e magnanimitàquando si offerisconol'accettarle eper contrariosommamente reprensibile il perderle; ela troppa curiosa sapienza e troppo consideratrice del futuro èspesso vituperabileperché le cose del mondo sono sottopostea tanti e sí vari accidenti che rare volte succede perl'avvenire quel che gli uomini eziandio savi si hanno immaginatoavere a essere; e chi lascia il bene presente per timore del pericolofuturoquando non sia pericolo molto certo e propinquosi truovaspessocon dispiacere e infamia suaavere perduto l'occasioni pienedi utilità e di gloriaper paura di quegli pericoli che poidiventano vani. Per le quali ragioni il parere mio sarebbe che siaccettasse la confederazione contro al duca di Milanoperchéci arreca sicurtà presenteestimazione appresso a tutti ipotentatie acquisto tanto grande che altre volte cercheremmoe contravagli e spese intollerabilidi poterlo otteneresí per laimportanza sua come perché sarà l'adito e la porta diaugumentare maravigliosamente la gloria e lo imperio di questapotentissima republica. -

Fuudito con grande attenzione e con gli orecchi molto favorevolil'autore di questa sentenzae lodata da molti in lui la generositàdell'animo suo e lo amore verso la patria. Ma in contrario parlò[Marchionne Trivisano]:

-E' non si può negaresapientissimi senatoriche le ingiuriefatte da Lodovico Sforza alla nostra republica non sieno gravissimee con grande offesa della nostra degnità; nondimenoquanto lesono maggiori e quanto piú ci commuovono tanto piú èproprio ufficio della prudenza moderare lo sdegno giusto con lamaturità del giudicio e con la considerazione dell'utilitàe interesse publicoperché il temperare se medesimo e vincerele proprie cupidità ha tanto piú laude quanto èpiú raro il saperlo faree quanto sono piú giuste lecagioni dalle quali è concitato lo sdegno e l'appetito degliuomini. Però appartiene a questo senatoil quale appresso atutte le nazioni ha nome sí chiaro di sapienzae cheprossimamente ha fatto professione di liberatore d'Italia da'franzesiproporsi innanzi agli occhi la infamia che gli risulteràse ora sarà cagione di fargli ritornare; e molto piú ilpericolo che del continuo ci sarà imminente se il ducato diMilano perverrà in potere del re di Francia: il quale pericolochi non considera da se stesso si riduca in memoria quanto terrore cidette l'acquisto che feceil re Carlodi Napolidal quale non ciriputammo mai sicuri se se non quando fummo congiurati contro a luicon quasi tutti i príncipi cristiani. E nondimenochecomparazione dall'uno pericolo all'altro! Perché quello reprivato di quasi tutte le virtú regieera principe quasiridicoloe il regno di Napoli tanto lontano dalla Francia teneva inmodo divulse le forze sue che quasi indeboliva piú cheaccresceva la sua potenzae quello acquistoper il timore deglistati loro tanto contiguigli faceva inimicissimi il papa e i re diSpagna; de' quali ora l'uno si sa che ha diversi fini e che glialtriinfastiditi delle cose d'Italianon sono per implicarvisisenza grandissima necessità: ma questo nuovo reper la virtúpropriaè molto piú da temere che da sprezzaree lostato di Milano è tanto congiunto col reame di Francia cheper la comodità di soccorrerlonon si potrà sperare dicacciarnelo se non commovendo tutto il mondo. E però noivicini a sí maravigliosa potenzastaremo nel tempo della pacein gravissima spesa e sospettoe in tempo di guerra saremo tantoesposti alle offese sue che sarà difficillimo il difenderci. Ecertamenteio non udivo senza ammirazione chechi ha parlatoinnanzi a meda una parte non temeva di uno re di Francia signoredel ducato di Milanodall'altra si dimostrava in tanto spavento diLodovico Sforzaprincipe molto inferiore di forze a noie che conla timidità e avarizia ha messo sempre in grave pericolo leimprese sue. Spaventavanlo gli aiuti che arebbe da altricome sefusse facile il farein tante diversità di animi e di volontàe in tanta varietà di condizionitale unioneo come se nonfusse da temere molto piú una potenza grande unita tuttainsieme che la potenza di molti; la quale come ha i movimenti diversicosí ha diverse e discordanti l'operazioni. Confidava che incoloro i qualiper odio e per varie cagionidesiderano la nostradeclinazione si troverebbe quella prudenza da vincere gli sdegni e lecupidità che noi non troviamo in noi medesimi a raffrenarequesti ambiziosi pensieri. Né io so perché debbiamoprometterci che nel re de' romani e in quella nazione possa piúl'emulazione e lo sdegno antico e nuovo contro al re di Franciaseacquisterà Milanoche l'odio inveterato che hanno contro anoi che tegniamo tante terre appartenenti alla casa d'Austria e alloimperio; né so perché il re de' romani si congiugneràpiú volentieri con noi contro al re di Francia che con luicontro a noi: anzi è piú verisimile l'unione de'barbariinimici eterni del nome italianoe a una preda piúfacile; perché unito con lui potrà piú sperarevittoria di noi che unito con noi non potrà sperare di lui.Senza chel'azioni sue nella lega passatae quando venne in Italiafurono tali che io non so per che causa s'abbia tanto a desiderare diaverlo congiunto seco. Hacci ingiuriato Lodovico gravissimamentenessuno lo negama non è prudenza mettereper fare vendettale cose proprie in pericolo sí gravené èvergogna aspettare a vendicarsi gli accidenti e l'occasioni che puòaspettare una republica; anzi è molto vituperoso lasciarsiinnanzi al tempo traportare dallo sdegnoe nelle cose degli stati èsomma infamia quando la imprudenza è accompagnata dal danno.Non si dirà che queste ragioni ci muovino a una impresa sítemerariama si giudicherà per ciascuno che noi siamo tiratidalla cupidità d'avere Cremona; però da ciascuno saràdesiderata la sapienza e la gravità antica di questo senatociascuno si maraviglierà che noi incorriamo in quella medesimatemerità nella quale ci maravigliammo tanto noi che fusseincorso Lodovico Sforzadi avere condotto il re di Francia inItalia. L'acquisto è grande e opportuno a molte cosemaconsiderisi se sia maggiore perdita l'avere uno re di Francia signoredello stato di Milano: considerisi quanto sia maggiore la nostrapotenza e riputazioneo quando siamo i principali d'Italia o quandoin Italia è uno principe tanto maggiore e tanto vicino a noi.Con Lodovico Sforza abbiamo altre volte avuto e discordia econcordiacosí può tra noi e lui accadere ogni díe la difficoltà di Pisa non è tale che non si possatrovare qualche rimedioné merita che per questo ci mettiamoin tanto precipizio; ma co' franzesi vicini aremo sempre discordiaperché regneranno sempre le medesime cagioni: la diversitàdegli animi tra barbari e italianila superbia de' franzesil'odiocol quale i príncipi perseguitano sempreper naturalerepubliche e la ambizione che hanno i piú potenti di opprimerecontinuamente i meno potenti. E però non solo non mi invital'acquisto di Cremonaanzi mi spaventaperché aràtanto piú occasione e stimoli a offendercie saràtanto piú concitato da' milanesi che non potranno tollerarel'alienazione di Cremona da quello ducato; e la medesima cagioneirriterà la nazione tedesca e il re de' romaniperchémedesimamente Cremona e la Ghiaradadda è membro dellagiurisdizione dello imperio. Non sarebbe almanco biasimata tanto lanostra ambizionené cercheremmo con nuovi acquisti farci ognidí nuovi inimicie piú sospetti a ciascuno: per il chebisognerà finalmente o che noi diventiamo superiori a tutti oche noi siamo battuti da tutti; e quale sia piú per succedereè facile a considerare a chi non ha diletto di ingannarsi dase medesimo. La sapienza e la maturità di questo senato èstata conosciuta e predicata per tutta Italia e per tutto il mondomolte volte; non vogliate macularla con sí temeraria e sípericolosa deliberazione. Lasciarsi traportare dagli sdegni controall'utilità propria è leggerezzastimare piú ipericoli piccoli che i grandissimi è imprudenza; le quali duecose essendo alienissime dalla sapienza e gravità di questosenatoio non posso se non persuadermi che la conclusione che sifarà sarà moderata e circospettasecondo la vostraconsuetudine. -

Nonpotette tanto questa sentenzasostentata da sí potentiragioni e dalla autorità di molti che erano de' principali ede' piú savi del senatoche non potesse molto piú lasentenza contrariaconcitata dall'odio e dalla cupidità deldominareveementi autori di qualunque pericolosa deliberazione;perché era smisurato l'odio negli animi di ciascuno contro aLodovico Sforza conceputoné minore il desiderio diaggiugnere allo imperio veneto la città di Cremona col suocontado e con tutta la Ghiaradadda; aggiunta stimata assaiperchéciascuno anno se ne traevano di entrata almeno centomila ducatiemolto piú per l'opportunità; conciossiachéabbracciando con questo augumento quasi tutto il fiume dell'Ogliodistendevano i loro confini insino in sul Po e ampliavangli per lungospazio in sul fiume di Addae appressandosi a quindici miglia allacittà di Milano e alquanto piú alle città diPiacenza e di Parmapareva loro quasi aprirsi la strada a occuparetutto il ducato di Milanoqualunque volta il re di Francia avesse onuovi pensieri o potenti difficoltà di là da' monti. Ilche potere succedereinnanzi che passasse molto tempodava speranzala natura de' franzesipiú atti ad acquistare che amantenere; l'essere quasi perpetua la loro republica e nel regno diFrancia accadere spessoper la morte de' revariazione di pensierie di governi; la difficoltà di conservarsi la benivolenza de'sudditiper la diversità del sangue e de' costumi franzesicon gl'italiani. Peròconfermata col voto de' piúquesta sentenzacommessono agli oratori loro che erano appresso alre che conchiudessino con le condizioni offerte questaconfederazioneogni volta che in essa delle cose di Pisa non sitrattasse.

Laquale eccezione turbò non mediocremente l'animo del reperchésperava col mezzo del diposito unire alla impresa sua i viniziani e ifiorentini; e sapendo che già i viniziani erano inclinati arimuoversi per accordo dalla difesa di Pisagli pareva convenienteche piú presto dovessino farlo in modo che si accrescessefacilità alla vittoria dello stato di Milanopoichéaveva a ridondare a beneficio comunecheper avere alquantomigliori condizioni nella concordiaessere cagione che i fiorentinirestassino congiunti con Lodovico Sforza: per il mezzo del qualesapendo tenersi la pratica di Ferraraaveva non piccola dubitazionecheconchiudendosi per sua operané i viniziani né ifiorentini alla fine fussino con lui. Peròparendogli pocoprudente quella deliberazione per la quale restasse in dubbiodell'una e dell'altra republicae sdegnato della diffidenza che sidimostrava di luisi inclinò a fare piú presto lapaceche continuamente si trattavacol re de' romaniconcondizione che all'uno fusse libero fare la guerra contro a LodovicoSforzaall'altro il farla contro a' viniziani. Fece adunquerispondereda' deputati che trattavano in nome suo con gli oratorivinizianinon volere convenire con loro se insieme non si davaperfezione al diposito trattato di Pisae a quegli de' fiorentinidisse egli medesimo che stessino sicuri che non concorderebbe mai co'viniziani in altra forma. Ma non lo lasciorono stare fermo in questoproposito il duca Valentino con gli altri agenti del ponteficee ilcardinale di San Piero a VincolaGianiacopo da Triulzi e tuttiquegli italiani che per gli interessi propri lo incitavano allaguerra: i qualicon molte ed efficaci ragionigli persuaseno cheper la potenza de' viniziani e per l'opportunità che avevano aoffendere il ducato di Milanonon poteva essere piúpernicioso consiglio che privarsi de' loro aiuti per timore di nonperdere quegli de' fiorentinii qualiper i travagli loro e perchéerano lontani a quello statopotevano essergli di poco profitto; eche questo facilmente causerebbe che Lodovico Sforzarimovendosiper riconciliarsi co' vinizianidal favore de' fiorentiniil cheera stato causa di tutte le discordie tra lorosi riunirebbe conessi. Donde che difficoltà fussino per nascereessendocongiunti i viniziani e Lodovicodimostrarsise non per altroperla esperienza degli anni passati; perché se bene nella legafatta contro a Carlo fusse concorso il nome di tanti renondimeno leforze solamente de' viniziani e di Lodovico avergli tolto Novaraedifeso sempre contro a lui il ducato di Milano. Ricordavangli esserefallace e pericoloso consiglio il fare fondamento in su l'unione conMassimilianonel quale si eranoinsino a quel díveduti idisegni assai maggiori che la facoltà o la prudenza delcolorirgli; e quando pure fusse per avere successi piúprosperi che per l'addietrodoversi considerare quanto fusse aproposito l'augumento di uno inimico perpetuo e sí acerbo allacorona di Francia. Con le quali ragioni commosseno in modo il re chemutata sentenzaconsentí che senza parlare piú dellecose di Pisa si conchiudesse la confederazione co' viniziani: nellaquale fu convenuto che nel tempo medesimo che egli assaltasse conpotente esercito il ducato di Milano essida altra bandafacessinodi verso i loro confiniil medesimo; e che guadagnandosi per luitutto il resto del ducatoCremona con tutta la Ghiaradaddaeccettuata però la riva di Adda per quaranta bracciasiacquistasse a' viniziani; e che acquistato che avesse il re il ducatodi Milanoi viniziani fussino obligatiper certo tempo e condeterminato numero di cavalli e di fantia difenderlo; e da altraparte il re fusse tenuto al medesimo per Cremona e quello possedevanoin Lombardia e insino agli stagni viniziani. La quale convenzione fucontratta con tanto segreto che a Lodovico Sforza stette occulto perpiú mesi se fusse fatta tra loro solo confederazione a difesacome da principio era stato solennemente publicato nella corte diFrancia e a Vinegiao se pure vi fussino capitoli concernentil'offesa sua; né il papa medesimoche era tanto congiunto colrepotette se non tardi averne certezza.

Cap.vii

Vicendedella guerra fra veneziani e fiorentini nel Casentino. Ercole d'Estein Venezia si pronunzia sul compromesso fra veneziani e fiorentiniriguardo a Pisa. Malcontento pel compromesso in Venezia e lamenteledegli oratori pisani. Aggiunte al compromesso all'insaputa de'fiorentini. Venezia delibera di ritirare le milizie da Pisa. A Pisasi delibera di tentare ogni cosa pur di non tornare soggetti aFirenze.

Fattala lega co' vinizianiil resenza fare piú menzione di Pisapropose a' fiorentini condizioni molto diverse dalle prime: per laquale cagione e per le molestie che riceveano da' vinizianieranotanto piú necessitati ad accostarsi al duca di Milanocon gliaiuti del quale le cose loro prosperavano continuamente nelCasentino. Dove gli inimicidanneggiati spesso da' soldati e da'paesanie combattendo con la difficoltà delle vettovaglie especialmente di sostentare i cavallisi erano ristretti in Bibbienae in alcun'altre piccole terre; non intermettendo però ladiligenza di tenere i passi dello Apenninoper avere aperta la viadel soccorso e la facoltàquando pure fussino necessitatidiabbandonare con minore danno il Casentino: però a guardia delpasso di Montalone si era fermato Carlo Orsino con le sue gentid'arme e con cento fanti; e piú bassoquello della Vernia siguardava dall'Alviano. E da altra parte Pagolo Vitelliprocedendomaturamente secondo il consueto suopoiché gli ebbe ridottiin sí pochi luoghisi sforzava di costrignergli a partirsidal passo di Montalonecon intenzione di mettere poi in necessitàdi fare il medesimo coloro che guardavano il passo della Vernia;acciocché le genti vinizianeristrette in Bibbiena sola ecircondate per tutto dagl'inimici e da' montio fussino vintefacilmente o si consumassino per loro medesime; essendo massime moltodiminuiteperchéoltre a quegli che erano stati ora qua oralà svaligiatise ne eranoper la incomodità dellevettovaglie e difficoltà di sicuri alloggiamentipartiti inpiú volte piú di mille cinquecento cavalli e moltissimifanti: de' qualiassaltati nel passare dell'alpi da' paesanilamaggiore parte aveva ricevuto gravissimo danno. Costrinseno alla finequeste difficoltà Carlo Orsino ad abbandonare co' suoi ilpasso di Montalonenon senza pericolo di essere rottiperchésapendosi non potervi piú dimoraremolti de' soldati de'fiorentini e degli uomini del paeseche stavano vigilanti a questaoccasionegli assaltorono nel cammino: ma essiavendo giàpreso il vantaggio de' passibenché perdessino parte de'carriaggisi difesenoe con danno non piccolo di quegli chedisordinatamente gli seguitavano. L'esempio di Carlo Orsino fuperle medesime necessitàseguitato da quegli che erano allaVernia e a Chiusiche abbandonati que' passi si ritirorono inBibbienaove si fermorono il duca d'Urbinol'AlvianoAstoreBaglionePiero Marcello proveditore viniziano e Giuliano de' Medici;riservatisi per guardia di quella terrache sola tenevano inCasentinosessanta cavalli e settecento fanti. Né glisostentava altro che la speranza del soccorsoil quale i vinizianipreparavano giudicando chein quanto alla conservazione dell'onore emolto piú a farsi migliori le condizioni dell'accordoimportasse non poco il non abbandonare totalmente la impresa delCasentino: e però il conte di Pitigliano raccoglieva a Ravennacon gran prestezza le genti disegnate a soccorrerlasollecitandolole spesse querele del duca d'Urbino e degli altri; i qualisignificando cominciare a mancare loro le vettovaglieprotestavanoessere ridotti a mancamento tale di vivere che bisognerebbe che persalvarsi facessino presto patti con gli inimici. E per contrarioarebbono desiderato il duca di Milano e i capitani che erano nelCasentino prevenire il soccorso con la espugnazione di Bibbienaeperò dimandavano che si aggiugnessino quattromila fanti aquegli che erano nel campo; ma repugnavano al desiderio loro moltedifficoltàperché in paese freddo e alpestre i tempiche erano asprissimi impedivano assai l'azioni militarie ifiorentini non erano molto pronti a questa provisioneparte peressere molto stracchi per le gravi e lunghe spese fatte e checontinuamente facevanoparte perché nella cittàperaltre cagioni poco concordesi era scoperta nuova dissensione;essendo alcuni de' cittadini fautori di Pagolo Vitellialtriinclinati a esaltare il conte Renuccioantico e fedele condottieredi quella republica e che aveva in Firenze parenti di autorità:il qualecaduto per l'avversità che ebbe a Santo Regolo dellasperanza del primo luogomalvolentieri tollerava vederlo trasferitoa Pagolo; e trovandosi con la compagnia sua in Casentinonon erapronto a quelle imprese dalle quali potesse accrescersi lariputazione di chi arebbe desiderato deprimere. Diventavano maggioriqueste difficoltà per la natura di Pagolovantaggioso ne'pagamentidifficile co' commissari fiorentinie che spesso nelladeliberazione ed espedizione delle cose si arrogava piúautorità che non parea conveniente. Epure alloraavea senzasaputa de' commissari conceduto al duca d'Urbinoammalatosalvocondotto di partirsi sicuramente del Casentino; sotto la fidanzadel quale salvocondotto si era partito oltre a lui Giuliano de'Medicicon grave dispiacere de' fiorentiniche si persuadevano chese al duca si fusse difficultato il partirsiche il desiderio diandare a ricuperare nello stato suo la sanità l'arebbecostretto a concordare di levare le genti di Bibbiena; e si dolevanosimilmente che a Giulianoribelle prima e che era venuto con l'armicontro alla patriafusse stata fatta senza saputa loro tale abilità.Toglievano queste cose fede in Firenze a' consigli e alle dimande diPagolo: e molto piú che la guerra non procedeva con molta suariputazione appresso al popoloperché e qualche fazioneimportante era stata fatta piú da' paesani che da' soldati eperchéper l'opinione grande che avevano del suo valoresierano promessi molto prima la vittoria degli inimici; attribuendocome è natura de' popolia non volere quello che si dovevaattribuire piú presto a non potereper l'asprezza de' tempi eper il mancamento delle provisioni. E peròtardandosi di farel'augumento de' quattromila fantiebbe tempo il conte di Pitiglianodi venire a Castello d'Elcicastello del ducato d'Urbino vicino a'confini de' fiorentiniove prima erano Carlo Orsino e Piero de'Medicie ove si faceva la massa di tutte le genti per passarel'Apennino; le quali si ordinavanocome piú atte allafortezza e alla penuria del paesepiú copiose assai difanteria che di uomini d'armee questi piú presto conleggiera che con grave armadura. Fu questo l'ultimo sforzo chefeciono i viniziani per le cose del Casentino. Il quale perinterromperePagolo Vitellilasciato leggieri assedio intorno aBibbiena e la guardia necessaria a' passi opportuniandò colresto delle genti alla Pieve a Santo Stefanoterra de' fiorentinisituata al piede dell'alpiper opporsi agli inimici nello scenderedi quelle. Ma il conte di Pitiglianoavendo innanzi a sél'alpi cariche di nevee a piè dell'alpi l'opposizionepotente e la strettezza de' passidifficiliquando si ha ostacolonon che altro ne' tempi benignia superarenon ardí mai ditentare di passare; con tutto che con gravi querele ne fusse moltostimolato dal senato vinizianopiú veementesecondo dicevaeglia morderlo che sollecito a provederlo: e se bene gli fussinoproposti disegni di qualche diversionee già in Valdibagnofusse data qualche molestia alle terre de' fiorentininon feceperquestomomento alcuno.

Maquanto piú procedevano fredde l'opere della guerra tanto piúriscaldavano le pratiche dello accordodesiderato per diversirispetti dall'una parte e dall'altrama non meno desiderato esollecitato dal duca di Milano; il qualespaventato per la legafatta tra il re di Francia e i vinizianisperava chesuccedendoquesta concordiai viniziani desidererebbono manco la passata de'franzesie persuadendosi di piú chesodisfatti in questocaso della volontà e opere sueavessinoalmeno in qualchepartea mitigare l'indegnazione conceputa contro a sé. Peròinterponendosi tra loro appresso a Ercole da Esti suo suocerocostrigneva i fiorentini a cedere a qualche desiderio de' vinizianinon tanto con l'autoritàperché appresso a loroaccortisi del suo disegnocominciava già a essere sospetta lasua interposizionequanto con lo accennare chenon si facendo laconcordiasarebbe necessitatoper il timore che aveva del re diFranciarimuovere se non tutte almeno parte delle sue genti da' lorofavori. Trattossi molti mesi questa cosa a Ferrarae interponendosivarie difficoltàfu ricercato Ercole da' viniziani che perfacilitare l'espedizione andasse personalmente a Vinegia: di che eglifaceva qualche difficoltàma molto maggiore i fiorentiniperché sapevano i viniziani desiderare che in Ercole sifacesse compromessodalla qual cosa essi erano molto alieni; ma futanta la instanza di Lodovico Sforza che finalmente Ercole si disposead andarvie i fiorentini a mandare insieme con lui GiovambatistaRidolfi e Pagol'Antonio Soderinidue de' principali e de' piúprudenti cittadini della loro republica. A Vinegia fu la primadisputazione se Ercole avessecon autorità d'arbitroafinire la controversia ocome amico comune interponendosi tra lepartia cercare di comporlecome insino allora si era proceduto aFerrara e ridotti a non molta difficoltà gli articoliprincipali e piú importanti. Questo desideravano i fiorentiniconoscendo che Ercolein quello che avesse a dipendere dall'arbitriosuoterrebbe piú conto della grandezza de' viniziani che diloroe che riducendosi a pronunziare il lodo in Vinegia sarebbenecessitato tanto piú ad avere loro maggiore rispettoe quelche non facesse per se medesimo lo indurrebbe a fare il duca diMilanopoiché tanto desiderava che i viniziani conoscessinoessere in questo negozio utili loro le sue operazioni; e se benemolte difficoltà fussino quasi risolute a Ferrarapureenell'ultima loro perfezione e in molti particolarinon restavapiccola la potestà dell'arbitro; senza checompromettendosiin luiera in sua facoltà partirsi da quello che prima erastato trattato. Da altra parte i viniziani aveano deliberatose nonsi faceva il compromessodi non procedere piú oltre: nontanto per promettersi piú dello arbitrio che non sipromettevano i fiorentiniquanto perché questa materia avevatra loro medesimi molte difficoltà. Conciossiachétuttistracchi dalle spese gravissime con piccola speranza difruttodesiderassino la concordiama i piú giovani massime ei piú feroci del senato non la volessino se a' pisani non siconservava interamente la libertàe se non rimaneva loroalmeno quella parte del contado che e' possedevano quando furonoricevuti in protezione; per la quale opinione allegavano molteragionima quella principalmente cheessendosi con publico decretopromesso allora a' pisani di conservargli in libertànon sipoteva mancarne senza maculare sommamente lo splendore dellarepublica: alcuni altrirendendosi manco difficili nelle altre coseerano immoderati nella quantità delle spese le qualiricercavano cheabbandonando Pisafussino loro rifatte da'fiorentini. Ma in contrario era il parere di quasi tutti i senatoripiú savi e di maggiore autorità: i qualistracchi ditante spesee disperati totalmente della difesa di Bibbiena e dipotere piú senza grandissimo travaglio sostenere le cose diPisaper le difficoltà che avevano trovate e nel mandarvisoccorso e nel fare diversioneessendo riuscita maggiore laresistenza de' fiorentini che da principio non si erano persuasiconsiderando oltre a questo chebenché la impresa contro alduca di Milano fusse giudicata dovere essere facilenondimeno chenon essendo il re di Francia pacificato col re de' romani esottoposto a vari impedimenti che potevano sopravenirgli di làda' montipotrebbe essere per molti casi ritardato a muovere laguerra equando pure la movesseche nelle cose belliche possononascere di dí in dí molte e inopinate difficoltàe pericolima sopratutto spaventati dagli apparati granditerrestrie marittimiche si diceva fare Baiseth ottomanno per assaltarglinella Greciasi risolvevano essere necessario consentire piúprestopoi che altrimenti non si potevache l'onestà cedessein qualche parte all'utilità cheper mantenere pertinacementela fede dataperseverare in tante molestie. E perché eranocerti che con grandissima difficoltà sarebbeno consentite ne'loro consigli quelle conclusioni alle qualiinsino dal principioconoscevano essere necessario declinareavevano prudentementequando si cominciò a trattare a Ferraraprocurato che dalconsiglio de' pregati fusse data amplissima autorità sopra lecose di Pisa e dello accordo co' fiorentini al consiglio de' diecinel quale consigliomolto minore di numerointervengono tutti gliuomini di piú gravità e autoritàche erano lamaggiore parte di quegli medesimi che desideravano questa concordia:e oracondotta la pratica a Vinegianon si confidando di disporreil consiglio de' pregati a consentire agli articoli trattati aFerrarae conoscendo che il consentirgli da per sé ilconsiglio de' dieci sarebbe di molto carico a chi vi intervenisseinstavano che si facesse il compromessosperando che del giudicioche ne nascesse si risentirebbono piú gli uomini controall'arbitro che contro a loroe che piú facilmente avesse aessere ratificato quello che già fusse lodato che consentitoquando si trattasse per via di concordia con la parte. Peròdopo disputa di qualche díminacciando il duca di Milano ifiorentiniche ricusavano di comprometteredi levare subito diToscana tutte le genti suefu fatto il compromesso per otto dílibero e assolutoin Ercole duca di Ferrara. Il qualedopo moltadiscussionepronunziòil sesto dí di aprile: che fraotto dí prossimi si levassino l'offese tra i viniziani e ifiorentinie che il dí della festività prossima disanto Marco tutte le genti e aiuti di ciascuna delle parti sipartissino e ritornassino agli stati proprie che i viniziani il dímedesimo levassino di Pisa e del suo contado tutte le genti chev'avevanoe abbandonassino Bibbiena e tutti gli altri luoghi cheoccupavano de' fiorentinii quali perdonassino agli uomini diBibbiena i falli commessi; e che per ristoro delle spese fattequaliaffermavano i viniziani ascendere a ottocentomila ducatifussinoobligati i fiorentini a pagare loroinsino in dodici anniquindicimila ducati per anno: che a' pisani fusse conceduta venia ditutti i delitti fattifacoltà di esercitare per mare e perterra ogni qualità di arti e di mercatanzie: stessino incustodia loro le fortezze di Pisa e de' luoghi che il dí dellodo dato possedevanoma con patto che de' pisani si eleggessino leguardieo d'altrondedi persone non sospette a' fiorentiniefussino pagate delle entrate che caverebbono di Pisa i fiorentininon accrescendo né il numero degli uomini né la spesaconsueta a tenersi innanzi alla rebellione: rovinassinsise cosíparesse a' pisanitutte le fortezze del contado proprio di Pisastate ricuperate da' fiorentini mentre che i viniziani avevano laloro protezione: che in Pisa le prime instanze de' giudici civilifussino giudicate da uno podestà forestiereeletto da' pisanidi luogo non sospetto a' fiorentini; e il capitano eletto da'fiorentini non conoscesse se non delle cause delle appellazioni népotesse procederein caso alcuno criminale dove si trattasse disangue d'esilio o di confiscazionesenza il consiglio di unoassessoreeletto da Ercole o da' suoi successoridi cinque dottoridi legge che del dominio suo gli fussino proposti da' pisani:restituissinsi a' padroni i beni mobili e immobili occupati da ogniparteintendendosi ciascuno assoluto da' frutti presi; e in tuttel'altre cose lasciate illese le ragioni de' fiorentini in Pisa e nelsuo territorioe proibito a' pisani che circa le fortezze equalunque altra cosa non macchinassino contro alla republicafiorentina.

Publicatoil lodo in Vinegiasi levorono per tutta la città e nellanobiltàcontro a Ercole e contro a' principali che avevanomaneggiato questa praticamolte querele; biasimandosi per lamaggiore parte che a' pisani si mancassecon grandissima infamiadella republicadella fede promessae lamentandosi che delle spesefatte nella guerra non fusse stata avuta la considerazioneconveniente. Le quali querele accendevano assai i loro oratoricheinnanzi al lodo dato stati tenuti artificiosamente da' viniziani insperanza che indubitatamente resterebbono con piena libertà eche sarebbe aggiudicato loro non solo il resto del contado ma forseil porto di Livornosi risentivano tanto piú quanto piúgli effetti riuscivano contrari a quello che si erano persuasi;lamentandosi che le promesse della conservazione della libertàfatte loro tante volte da quel senatosotto la fede del qualeavevano disprezzato l’amicizia di tutti gli altri potentati erifiutato piú volte condizioni molto migliori offerte da'fiorentinifussino sí indegnamente violatenéproveduto anche alla loro sicurtà se non con apparenze vane.Perchécome potevano essere sicuri che i fiorentinirimettendo in Pisa i magistratie ritornandovi con la restituzionedel commercio i mercatanti e sudditi loroe da altra partepartendosene per andare alle proprie abitazioni e culture i contadiniche erano stati membro grande della difesa di quella cittànon pigliassino con qualche fraude il dominio assoluto? il chepotrebbono fare con grandissima facilitàe massime restandoin potere loro la guardia delle porte. E che sicurtà essereavere le fortezze in manose quegli che le guardavano avevano aessere pagati da' fiorentininé fusse lecito in tantosospetto tenervi guardia maggiore di quella che soleva tenersi ne'tempi tranquilli e sicuri? Essere medesimamente vana la perdonanzadelle cose commessepoi che si concedeva a' fiorentini facoltàdi distruggergli per via della ragione e de' giudíciperchéle mercatanzie e gli altri beni mobili tolti nel tempo dellaribellione ascendevano a tanta valuta che non solo occuperebbeno leloro sostanze ma né sarebbeno sicure dalle carceri le persone.Le quali querele per estinguerei principali del senato operorno cheil dí seguentebenché fusse spirato il termine delcompromessoErcoleil quale intesa tanta indegnazione di quasitutta la città temeva di se medesimoaggiugnesse al lododatosenza saputa degli oratori fiorentinidichiarazione che sottonome delle fortezze si intendessino le porte della città diPisa e dell'altre terre che avevano le fortezzeper la guardia dellequalie per i salari del podestà e dell'assessorefusseassegnata a' pisani certa parte delle entrate di Pisa; e che i luoghinon sospetti de' quali si faceva menzione nel lodo fussino lo statodella Chiesadi Mantovadi Ferrara e di Bolognaesclusine perògli stipendiari di altri; e che alla restituzione de' beni mobilifusse imposto perpetuo silenzio: fusse in potestà de' pisaninominare l'assessoredi qualunque luogo non sospetto: non procedesseil capitano in alcuna causa criminale benché minima senzal'assessore: fussino i pisani trattati bene da' fiorentinisecondol'uso delle altre città nobili d'Italia; né potessinoessere poste loro nuove gravezze. La quale dichiarazione non fuprocurata perché i viniziani desiderassino che la fusseosservata ma per raffreddare l'ardore degli oratori pisanie pergiustificarsi nel consiglio de' pregati che se non si era ottenuta lalibertà de' pisani si era almanco proveduto tanto alla sicurtàe bene essere loro che non si potrebbe dire fussino dati in preda oabbandonati. Nel quale consigliodopo molte disputeprevalendo purela considerazione delle condizioni de' tempi e delle difficoltàdel sostenere i pisanie sopratutto il timore dell'armi del turcofu deliberato che il lodo con espresso consentimento non siratificasse maquel che è piú efficace in tutte lecosesi mettesse a esecuzione co' fattilevando fra gli otto díl'offese e rimovendo le genti di Toscana al tempo determinatoconintenzione di piú non intromettersene: piú tostopersospetto che Pisa non cadesse in potestà del duca di Milanocominciavano molti del senato a desiderare che la ricuperassino ifiorentini.

Néin Firenzeinteso che fu il tenore del lodo datosi dimostròminore movimento di animi; aggravandosi di avere a rifare parte dellespese a chi gli aveva ingiustamente molestatie molto piú nonparendo loro conseguire altro che il nome nudo del dominiopoichéle fortezze avevano a essere guardate per i pisani e chel'amministrazione della giustizia criminaleuno de' membriprincipali alla conservazione degli statinon aveva a essere liberade' loro magistrati: nondimenosforzandogli a ratificare i medesimiprotesti del duca di Milano che gli avevano indotti a comprometteree sperando di avere in progresso di breve tempocon la industria econ l'usare umanità a' pisania ridurre le cose a miglioreformaratificorno espressamente il lodo dato; ma non l'addizioninon ancora pervenute a notizia loro. Maggiore fu la indegnazione el'ambiguità de' pisani: i qualiconcitati maravigliosamentecontro al nome viniziano e insospettiti di maggiore fraudesubitoche ebbono inteso quel che si conteneva nel lodorimossono le gentiloro dalla guardia delle fortezze di Pisa e delle porte névollono che piú alloggiassino nella cittàe stettenoin dubitazione grande molti dí se accettavano le condizionidel lodo o no; piegandogli da una parte il timorepoiché sivedevano abbandonati da tuttida altra tenendogli fermi l'odio de'fiorentinie molto piú la disperazione di avere a trovareperdono per la grandezza delle offese fatte e per essere staticagione di infinite spese e danni loroe di avergli messo piúvolte in pericolo della propria libertà. Nella quale ambiguitàbenché il duca di Milano gli confortasse a cedereofferendodi essere mezzo co' fiorentini a vantaggiare le condizioni del lodonondimenoper tentare se in lui fusse piú l'antica cupiditàe disposti in tal caso a darsegli liberamentegli mandoronoimbasciadori; e finalmentedopo lunghi pensieri e agitazionideterminorono di tentare prima ogni cosa estrema che tornare sotto ildominio de' fiorentini: e a questo furono occultamente confortati da'genovesi da' lucchesi e da Pandolfo Petrucci. Né stettono ifiorentini senza sospetto che 'l duca di Milanobenché laverità fusse in contrarionon gli avesse confortati almedesimo: tanto poco si aspetta sincerità o opere fedeli dachi è venuto in concetto degli uomini di essere solito agovernarsi con duplicità e con artifici. Ma a' fiorentiniesclusi dalla speranza di ottenere Pisa per accordoparve avereoccasione opportuna di espugnare quella città; peròfatto ritornare nel contado di Pisa Pagolo Vitellisollecitavano condiligenza grande le provisioni richieste da lui.

Cap.viii

Ilre di Francia si prepara alla spedizione contro Lodovico Sforza. Ifiorentini sollecitati dal re di Francia e da Lodovico deliberano dinon aderire né all'una né all'altra parte e diattendere alla riconquista di Pisa. Milizie francesi si raccolgono inAsti e milizie veneziane a Brescia. Preparativi di difesa di LodovicoSforza.

Lequali mentre che si sollecitanocrescevano continuamente i pericolidi Lodovico Sforza. Perché né la interposizione suaall'accordo aveva in parte alcuna placati gli animi de' vinizianicostanti nel desiderio della sua distruzioneper l'odio e per lasperanza del guadagno; né Massimiliano era cosí prontoalla guerra contro al re di Francia come era sollecito a dimandarglispesso danarianzicontro alle promesse molte volte fattegliprolungò la tregua sua col re per tutto il mese d'agostoprossimoe togliendogli in uno tempo medesimo la speranza che gliavesse a giovare piú il soccorso suo di quello che gli avessegiovato la diversioneunito con la lega de' sveviroppe guerra a'svizzeridichiaratigli ribelli dello imperioper varie differenzeche erano tra loro: la qualecontinuata da ogni banda con grandeimpetoebbe vari progressi e grande uccisione dall'una parte edall'altra; in modo che Lodovico era certo non potere piúincaso gli bisognasseottenere aiuto da lui se non terminasse primaquesta guerra o con vittoria o con accordo; e nondimenopromettendogli Massimiliano che mai converrebbe né col re diFrancia né co' svizzeri senza includervi luiera costrettoper non se lo alienareporgergli spesso nuovi danari. La qualeoccasione conoscendo il re di Franciae quanto importasse l'averecongiunti seco i viniziani e il ponteficedisprezzati i conforti dimoltiche lo consigliavano cheper essere re nuovo e pocoabbondante di pecuniadifferisse all'anno seguente la guerra controal ducato di Milanoe sperando dovere ottenere in spazio di pochimesi la vittoria e però non essergli necessaria quantitàgrande di danariapertamente si preparava; porgendo secretamenteper tenere occupato Massimilianoqualche somma di danari a'svizzeri. E perciò il duca di Milanovedendo manifestamenteapprossimarsi la guerrasi sforzava con grandissima diligenza esollecitudine di non rimanere solo in tanti pericoli; perché edi trovare mezzo di concordia col re e di convenire piú co'viniziani totalmente si diffidavané trovava ne' re diSpagnaricercati instantemente da luipensiero alcuno della suasalute. Peròtentando in un tempo medesimo gli animi di tuttigli altrimandò Galeazzo Visconte a Massimiliano e a'svizzeri per interporsi a ridurgli a concordia; e sapendo che alpontefice non riusciva il pensiero del matrimonio di Ciarlotta perCesare Borgia suo figliuoloperché la fanciullao mossadall'amore e dalla autorità paterna o vero confortataneoccultamente dal re di Franciabenché esso dimostrasse diaffaticarsi in contrarioricusava ostinatamente di volerlo permarito se insieme non si componevano le cose di Federigo suo padreil quale offeriva al re di Francia tributo annuo e ampie condizioniebbe speranza Lodovico di alienarlo dalle cose oltramontanee glifece grandissima instanza di tirarlo in confederazione seconellaquale prometteva che oltre al re Federico entrerebbono i fiorentini:offerendo che da lui e dagli altri confederati gli sarebbe dato aiutocontro a' vicari della Chiesae donata quantità grande didanari per comprare qualche stato onorato per il figliuolo. Le qualioffertebenché da principio fussino udite simulatamente daAlessandrosi scoperseno presto vane; perché eglisperandodalla compagnia del re di Francia premi molto maggiori che quegli eraper conseguire se Italia di nuovo non si empieva di esercitioltramontaniconsentí che il figliuoloescluso giàdel matrimonio di Ciarlottasi congiugnesse con una figliuola dimonsignore di Alibretil quale per essere del sangue reale e per lagrandezza de' suoi stati non era inferiore ad alcuno de' signori ditutto il reame di Francia. Né cessò Lodovicocertificato ogni dí piú della mala disposizione de'vinizianidi stimolare secretamente contro a loro con uomini propriconcorrendo al medesimo il re Federigoil principe de' turchiilquale già per se medesimo faceva potentissimi apparati;persuadendosi che assaltati da lui non darebbeno molestia allo statodi Milano. Ed essendogli note le preparazioni che facevano ifiorentini per espugnare Pisasi sforzòcon offerire loroquello aiuto sapessino desideraredi obligargli alla difesa sua contrecento uomini d'arme e dumila fantiespugnata che avessino Pisa. Eda altra parteil re di Francia gli ricercava che gli promettessinodi accomodarlo di cinquecento uomini d'arme per uno anno;obligandosiacquistato che avesse lo stato di Milanoaiutargli peruno anno con mille lancie alle imprese loroe promettendo non fareaccordo alcuno con Lodovico se nel medesimo tempo non fussinoreintegrati di Pisa e dell'altre terree che il pontefice e iviniziani prometterebbono difendergli se innanzi all'acquisto diMilano fussino molestati da alcuno.

Nellequali contrarie dimande era ne' fiorentini molta irresoluzionecosíper la difficoltà della materia come per la divisione deglianimi. Perché non ricercando Lodovico gli aiuti loro se non incaso che avessino ricuperato Pisaera molto piú presente epiú certo il soccorso suo che quello che prometteva il re diFranciariputato in quanto alle cose di Pisa di poco frutto; perchéper l'occasione di essere allora quella città abbandonata daciascunoerano voltati tutti i pensieri loro a conseguirla in quellastate: e moveva oltre a questo non poco gli animi di molti la memoriache l'avergli ne' loro pericoli aiutato Lodovico fusse stato cagioneche 'l senato viniziano si fusse confederato col re di Francia alleoffese sue; e molto piú gli moveva il timore che per lo sdegnodi essere negate le sue dimande non impedisse loro l'espugnare Pisail che con non molta difficoltà arebbe potuto fare. Ma incontrariogiudicandosi che egli non potesse resistere al re diFrancia e a' vinizianipareva pericolosa deliberazione inimicarsicon uno re le cui armi si dubitava che dopo non molti mesi avessino acorrere per tutta Italia; e la memoria de' benefici ricevuti daLodovico nella guerra contro a' vinizianiper i quali diceva converità avere avuta origine i suoi pericoliera facilmentecancellata dalla memoria che per opera sua fusse prima proceduta laribellione di Pisache eglidesideroso di insignorirsenegliavesse sostentati e fatto sostentare da altri per molti mesi eperseguitato in quel tempo i fiorentini con molte ingiuriein modoche maggiori erano state l'offese che i favori: a' quali non eraanche condisceso se non per non potere tollerare che i viniziani gliavessino tolto quello che già con la speranza e conl'ambizione riputava proprio ne' concetti suoi. E veniva inconsiderazione chedichiarandosi per Lodovicoil re potrebbesimilmenteper mezzo del pontefice e de' viniziani confederati suoiimpedire la recuperazione di Pisa. Però deliberorno in ultimodi non muoversi in favore né del re di Francia né delduca di Milanoe in questo mezzo fare la impresa di Pisaalla qualepensavano bastare le forze proprie; e nondimenoper non dare aLodovico cagione di interromperlausando seco le sue artitenerloin piú speranza potessino. E peròdopo avere differitomolti dí a dargli rispostamandorno uno segretario publico afargli intendere che la intenzione della republica erain quantoall'effettola medesima che la suama essere qualche discrepanzanel modo: perché erano determinatirecuperato che avessinoPisadi non gli mancare degli aiuti dimandatima conoscere moltopernicioso il farne seco espressa convenzioneperché non sipotendo nelle città libere tali cose espedire senzaconsentimento di molti non potevano essere segretee palesandosidarebbeno occasione al re di Francia di fare che il pontefice e iviniziani soccorressino i pisani; donde la promessa sarebbe nociva aloro e a lui inutileperché non espugnando Pisa non sarebbonoobligati né potrebbono aiutarlo. Però giudicare che e'bastasse la fede che si dava a parole col consentimento de' cittadiniprincipalidall'autorità de' quali tutte le deliberazionipubliche dependevano; né recusare per altra cagione ilconvenirne seco per scrittura; offerendo finalmenteper maggioredichiarazione dell'animo loroche se da lui si dimostrasse qualchemodo da poterefuggendo tanto dannosodisfare al desiderio suosarebbeno parati a eseguirlo. Per la quale rispostabenchéacuta e piena di artificioe perché non accettavano l'offertedegli aiuti suoiconobbe Lodovico non potere avere speranza certadelle genti loro: accorgendosi che da ogni parte gli mancavano lesperanze. Perché il soccorso promessogli continuamente dal rede' romani era incerto molto per la varietà della natura sua eper lo impedimento della guerra co' svizzeri; e se bene Federigoprometteva mandargli quattrocento uomini d'arme e mille cinquecentofanti sotto Prospero Colonnadubitava non tanto della volontàperché la difesa del ducato di Milano era anche a beneficiosuoquanto della impotenza e lentezza sua; ed Ercole da Esti suosuoceroricercato di aiuto da luigli avevarimproverandogli quasil'antica ingiuria che per opera sua fusse rimasto a' viniziani ilPulesine di Rovigorisposto dispiacergli l'essere impedito adaiutarloperché essendo i confini de' viniziani tanto vicinialle porte di Ferrara era necessitato attendere a guardare la casapropria.

Perduteadunque tutte le speranze che non dependevano da se medesimoattendeva sollecitamente a fortificareAnonNovara e Alessandriadella Pagliaterre esposte a primi movimenti del re di Francia; condeliberazione d'opporre all'impeto suo Galeazzo da San Severino conla maggiore parte delle sue forzee il resto sotto il marchese diMantova opporre a' viniziani: benché non molto poio perimprudenza o per avarizia o perché a' consigli celesti non sipossa resisteredisordinò da sé proprio questosussidio. Perchéavendosi cominciato vanamente a persuadereche i viniziania' quali Baiseth ottomanno avea per terra e per marecon apparato stupendo rotta la guerranecessitati a difendere controa tanto inimico le cose proprienon l'avessino a molestareedesiderando sodisfare a Galeazzo da San Severinoimpaziente che 'lmarchese lo precedesse di titolocominciò a muoverglidifficoltà ricusando di pagargli certo residuo di stipendivecchi e ricercando da lui giuramenti e cauzioni insolitedell'osservanza della fede; e benché poivedendo che iviniziani mandavano continuamente gente nel brescianoper essereparati a muovere la guerra nel tempo medesimo che i franzesi lamovessinocercasse per mezzo del duca di Ferrarasuocero comune diriconciliarselole difficoltà non si risolverono sípresto che piú presto non sopravenissino i pericoli. I qualiapparivano ogni dí maggiori: perché nel Piemonteoveil duca di Savoia si era di nuovo congiunto al repassavanocontinuamente genti che si fermavano intorno ad Asti; e le speranzedel duca sempre diminuivano perché il re Federicoo perimpossibilità o per negligenzatardava a mandare gli aiutipromessie qualche speranza che gli restava che i fiorentiniespugnata che avessino Pisagli manderebbono in soccorso PagoloVitellidella virtú del quale teneva tutta Italia grandissimocontofu dalla diligenza del re di Francia interrotta; perchécon aspre parole e quasi minaccie usate agli oratori loroottenneche la republica secretamente gli promesse per scrittura di non dareal duca aiuto alcunosenza ricevere di questo in ricompenso da sépromessa alcuna. Però Lodovicolasciata a' confini de'viniziani sotto il conte di Gaiazzo leggiera difesamandòGaleazzo da San Severino di là dal fiume del Pocon milleseicento uomini d'arme mille cinquecento cavalli leggieri diecimilafanti italiani e cinquecento fanti tedeschi; ma piú conintenzione di attendere alla difesa delle terre che di resisterenella campagnaperché giudicava che l'allungare gli fusseutile per molte cagionie specialmente perché di dí indí sperava la conclusione dell'accordo trattato in nome suodal Visconte tra Massimiliano e le leghe de' svizzeriil qualesubito che avesse avuto perfezione gli erano promessi aiuti potentida luima altrimenti non solo non ne poteva sperare ma gli eradifficile il soldare fanti in quelle partiperché i moti chevi erano grandissimi tiravano gli uomini del paese a quella guerra.

Cap.ix

Conquistadi diverse terre del ducato di Milano da parte dei francesi. LodovicoSforza incita i sudditi alla resistenza. La perdita di Alessandria.Pavia s'accorda coi francesi e i veneziani fanno scorrerie fino aLodi. Tumulti in Milano. Lodovico si rifugia in Germania. Il re diFrancia a Milano.

Nési fece da parte alcuna altro effetto di guerra che leggierecorrerieinsino a tanto che ebbono passato i monti le gentidestinate alla guerrasotto Luigi di LigníEberardo diObigní e Gianiacopo da Triulzi: perché il rese beneveniva a Lione spargendo fama di volerequando cosíricercasse il bisognopassare in Italiaintendeva di governarla permezzo de' capitani. Ma unito che fu insieme tutto l'esercito de'franzesinel quale furono mille seicento lancie cinquemila svizzeriquattromila fanti guasconi e quattromila d'altre parti di Franciaicapitani il terzodecimo dí di agosto posono il campo allarocca di Arazzo posta in su la ripa del Tanaro; nella quale benchéfussino cinquecento fanti la preseno in brevissimo spaziodandosicausa di tanta prestezza allo impeto dell'artiglieriema non menoalla viltà de' difensori. Presa la rocca di Arazzoandorno acampo ad Anoncastello in su la strada maestra tra Asti eAlessandria e in su la ripa del Tanaro opposita ad Arazzoforte disitoe che era stato per qualche mese innanzi molto fortificato dalduca di Milano; e benché il Sanseverinoche alloggiavaappresso ad Alessandria in campagnaintesa la perdita di Arazzoavesse desiderato mandarvi nuovi fanti e miglioriperchésettecento che ve ne aveva messi prima erano di gente nuova e nonesperta alla guerranon potette metterlo a esecuzione perchéi franzesiper impedire che non vi andasse soccorsoaveanodiconsentimento del marchese di Monferrato signore di quel luogomessagente nella terra di Filizano posta tra Alessandria e Anon. Perònon facendo quegli che erano in Anon migliore esperienza di quelloche si aspettavai franzesibattuto prima il borgo e poi la terrada quattro partila espugnorono in due dí; e dipoiespugnorono la fortezzaammazzando tutti i fanti che vi eranorifuggiti. Dal quale successopiú repentino di quello che siera credutospaventato il Sanseverino si ritirò con tutte legenti in Alessandria; scusando il suo timore col dire di averefanteria inutilee che i popoli dimostravano animo poco stabilenella divozione di Lodovico. Da che i franzesi tanto piúinanimiti si accostorno a quattro miglia ad Alessandriae nel tempomedesimo presono Valenzadove erano molti soldati e artiglierieperopera di Donato Raffagnino milanesecastellanocorrotto dallepromesse del Triulziodal quale introdotti per la fortezza nellaterrapresono e ammazzorono tutti i soldatie tra questi restòprigione Ottaviano fratello naturale del Sanseverino; e fu cosanotabile che questo medesimo castellano avevaventi anni innanzimancando di fede a madonna Bona e al piccolo duca Giovanni Galeazzodato a Lodovico Sforza una porta di Tortonain quel medesimo díche introdusse i franzesi in Valenza. E discorrendo dipoi per ilpaese come uno folgoresi arrendé loro senza difficoltàBasignanoVoghieraCastelnuovo e Ponte Coronee il medesimo fecepochi dí poila città e la rocca di Tortona; dallaquale si ritirò di là da Posenza aspettare assaltoalcunoAntonmaria Palavicino che vi era a guardia.

L'avvisodelle quali cose andato a MilanoLodovico Sforzavedendosi ridottoin tante angustie e che tanto impetuosamente andava in precipizio lostato suoperdutocome si fa nelle avversità sísúbitenon meno l'animo che il consiglioricorreva a queglirimedi a' quali solendo ricorrere gli uomini nelle cose afflitte equasi ridotte a ultima disperazionefanno piú presto palese aciascuno la grandezza del pericolo che ne conseguitino frutto alcuno.Fece descrivere nella città di Milano tutti gli uomini abili aportare arme; e convocato il popoloal quale era in odio grande ilnome suo per molte esazioni che aveva fattelo liberò da unaparte delle gravezzesoggiugnendo con caldissime parole che separeva che qualche volta fussino stati troppo aggravatinonl'attribuisseno gli uomini alla natura suané a cupiditàche avesse mai avuto di accumulare tesoro; ma i tempi e i pericolid'Italiaprima per la grandezza de' viniziani dipoi per la passatadel re Carloaverlo costretto a fare questoper potere tenere inpace e in sicurtà quello stato e potere resistere a chivolesse assaltarlo: avendo giudicato non potere fare maggiorebeneficio alla patria e a' popoli suoi che provedere non fussinomolestati dalle guerre. E che questo fusse stato consiglio diinestimabile utilità averlo i frutti che se ne erano ricoltichiarissimamente dimostratoperché tanti anni sotto ilgoverno suo erano stati in somma pace e tranquillitàper laquale si era grandemente augumentata la magnificenza le ricchezze elo splendore di quella città: di che fare fede manifestissimagli edifici le pompe e tanti ornamentie la moltiplicazione quasiinfinita dell'arti e degli abitatorinelle quali cose la cittàe il ducato di Milano non solo non cedevano ma erano superiori aqualunque altra città e regione d'Italia. Ricordassinsi diessere stati governati da sé senza alcuna crudeltàecon quanta mansuetudine e benignità avesse udito sempreciascunoe che solo tra tutti i príncipi di quella etàsenza perdonare a fatica o travaglio del corpoaveva per semedesimone' dí deputati all'udienze publicheamministrato atutti giustizia sommaria e indifferente. Ricordassinsi de' meriti edella benivolenza del suo padreche gli aveva governati piúpresto come figliuoli che come sudditi; e proponessinsi innanzi agliocchi quanto sarebbe acerbo lo imperio superbo e insolente de'franzesii quali per la vicinità di quello stato al reame diFrancia ne farebbonose lo occupassinocome altre volte aveva ditutta Lombardia fatto quella nazionesedia ferma e perpetua de'popoli suoicacciatine gli antichi abitatori. Però pregarglichealienando l'animo da i costumi barbari e inumanisidisponessino a difendere insieme la patria e la propria salute. Nédoversi dubitare chese si sforzassino di sostenere per brevissimotempo i primi pericolisarebbe facile il resistereessendo ifranzesi piú impetuosi nello assaltare che costanti nelperseverare; e perché egli senza dilazione aspettava potentiaiuti dal re de' romaniil qualegià composte le cose co'svizzerisi preparava per soccorrerlo in persona; e che erano incammino le genti le quali il re di Napoli gli mandava con ProsperoColonna; e credere che il marchese di Mantovaessendo risolute secotutte le difficoltàfusse già con trecento uominid'arme entrato nel cremonese: alle quali cose aggiugnendosi laprontezza e la fede del popolo suosi renderebbe sicurissimo degliinimiciquando bene oltre a quello esercito fusse congiunta insiemetutta la possanza di Francia. Le quali paroleudite con maggioreattenzione che fruttonon giovorono piú che si giovassinol'armi opposte a' franzesi.

Peril timore de' qualistimando manco il pericolo imminente da'vinizianiche avevano mossa la guerra in Ghiaradadda e presa laterra di Caravaggio e le altre vicine a Addarivocò il contedi Gaiazzo con la piú parte delle genti mandate a quelladifesae le fece andare a Paviaperché si unissino conGaleazzo per la difesa di Alessandria. Ma già da ogni banda siaccelerava la sua ruinaperché il conte di Gaiazzo si eraaccordato prima secretamente col re di Francia; potendo piú inlui lo sdegno che Galeazzofratello minore di età e minoreeziandio nello esercizio militaregli fusse anteposto nel capitanatodello esercito e in tutti gli onori e favori che la memoria diinnumerabili benefici ricevutiegli e i fratellida Lodovico.Affermano alcuni che qualche mese innanzi era penetrato agli orecchisuoi avviso di questa fraudein sul qualestato alquanto tacitosopra di séavere finalmente sospirando risposto a chi glieneaveva significatonon potersi persuadere una tanta ingratitudine; ese pure era veronon sapere finalmente come avere a provedervinédi chi piú si avesse a confidare poiché i piúintrinsechi e piú beneficati lo tradivano: affermando nonriputare minore o manco perniciosa calamità privarsi persospetto vanodella opera delle persone fedeli chéperincauta credulitàcommettersi alla fede di quegli i qualimeritavano di essere sospetti. Ma mentre che 'l conte di Gaiazzo fail ponte su 'l Po per unirsi col fratello e artificiosamente ne mandain lungo l'esecuzionementre che fatto il ponte differisce dipassareessendo già l'esercito franzese stato due giorniintorno ad Alessandria e battendola con l'artiglierieGaleazzoconcui erano mille dugento uomini d'arme mille dugento cavalli leggierie tremila fantila notte del terzo dínon conferiti i suoipensieri ad alcuno degli altri capitani eccetto che a Lucio Malvezzoaccompagnato da una parte de' cavalli leggierifuggíoccultamente di Alessandriadimostrandocon grandissimo suovituperio ma non con minore infamia della prudenza di Lodovicoatutto il mondo quanta differenza sia da maneggiare uno corsiere ecorrere nelle giostre e ne' torniamenti grosse lanciene' qualiesercizi avanzava ogn'altro italianoa essere capitano di unoesercito; e con quanto danno proprio si ingannano i príncipichenel fare elezione delle persone alle quali commettono lefaccende grandihanno piú in considerazione il favore di chieleggono che la virtú. Ma come la partita di Galeazzo fu notaper Alessandriatutto il resto della gente cominciòtumultuosamente chi a fuggire chi ad ascondersi; con la qualeoccasione entratovi in sul fare del dí l'esercito franzesenon solo messe in preda i soldati che vi restavano ma con la licenzamilitare saccheggiò tutta la città. È fama cheGaleazzo avea ricevuto letterescritte col nome e col suggello diLodovico Sforzache gli comandavano che per essere nato certomovimento in Milano si ritirasse là subito con tutte le genti;e alcuno dubitò poi che non fussino state fabricate falsamentedal conte di Gaiazzoper facilitare con questa arte la vittoria de'franzesi: le quali lettere Galeazzo era poi solito a mostrare per suagiustificazionecome se per quelle gli fusse stato commessonon checonducesse lo esercito salvo e in caso conoscesse poterlo faremache temerariamente l'abbandonasse. Ma questo non è tanto certoquanto è certo a ciascuno chese in Galeazzo fusse stato oconsiglio di capitano o animo militarearebbe potuto facilmentedifendere Alessandria e la maggiore parte delle cose di là daPocon le genti che avevaanzi arebbe forse avuto qualche prosperosuccesso: perché avendopochi dí innanzipassato ilfiume della Bornia una parte dello esercito franzese eper esseresopravenute grosse pioggietrovandosi rinchiusa tra i fiumi dellaBornia e del Tanaronon bastò l'animo a Galeazzo diassaltarglise bene gli fusse significato che alcuni de' suoicavalli leggieriusciti di Alessandria per il ponte che in sulTanaro congiugne il borgo alla città e andati inverso di loroavessino quasi messo in fuga la prima squadra.

Laperdita di Alessandria spaventò tutto il resto del ducato diMilanooppresso a ogn'ora di nuove calamità: perché ei franzesi passato Po erano andati a campo a Mortaradonde Pavia siera accordata con loroe le genti de' vinizianipresa la rocca diCaravaggio e passato in su uno ponte di barche il fiume di Addaavevano corso insino a Lodi; e già quasi tutte l'altre terretumultuavano. Né in Milano era minore confusione o terrore chealtroveperché tutta la città sollevata aveva presol'armi: e con tanto poca riverenza verso il suo signore cheuscendoda lui del castellonel mezzo del díAntonio da Landrianogenerale suo tesorierefu nella strada publicao per inimicizieparticolari o per ordine di chi desiderava cose nuoveammazzato. Peril qual casoLodovico entrato in gravissimo spavento della suapersonae privato d'ogni speranza di resisteredeliberòlasciando bene guardato il castello di Milanodi andarsene co'figliuoli in Germaniaper fuggire il pericolo presente e persollecitaresecondo dicevaMassimiliano a venire a' suoi favori; ilquale o aveva già conchiuso o aveva per ferma la concordia co'svizzeri. Fatta questa deliberazionefece subito partire i figliuoliaccompagnati dal cardinale Ascanioche pochi dí innanzi eravenuto da Roma per soccorrere quanto poteva le cose del fratelloedal cardinale di San Severino: e insieme con loro mandò iltesorodiminuito molto da quello che soleva essere: perché èmanifesto che otto anni innanziavendo Lodovico per ostentare la suapotenza mostratolo agli imbasciadori e a molti altrisi era trovatoascendere tra danari e vasi di argento e di orosenza le gioie cheerano moltealla quantità di uno milione e mezzo di ducati;ma in questo temposecondo l'opinione degli uominipassava di pocodugentomila. Partiti i figliuolideputòbenché nefusse sconfortato da tutti i suoialla guardia del castello diMilano Bernardino da Corte paveseche allora ne era castellanoantico allievo suoanteponendo la fede di costui a quella delfratello Ascanio che se gli era offerto di pigliarne la curae vilasciò tremila fanti sotto capitani fidatie provisione divettovaglie di munizione e di danari bastante a difenderlo per moltimesi: e risoluto nelle cose di Genova fidarsi d'Agostino Adornoallora governatoree di Giovanni suo fratelloa cui era congiuntain matrimonio una sorella de' Sanseverinimandò loro icontrasegni del castelletto. A' Buonromei gentiluomini di Milanorestituí AnghieraArona e altre terre in sul Lago Maggioreche aveva loro occupatee a Isabella di Aragonamoglie giàdel duca Giovan Galeazzofece a conto delle sue doti donazione delducato di Bari e del principato di Rossano per trentamila ducatiancora che ella non gli avesse voluto concedere il piccolo figliuolodi Giovan Galeazzoil quale egli desiderava che co' figliuoli suoiandasse in Germania. E poichéordinate queste cosefudimorato quanto gli parve potere dimorare sicuramentereggendosi giàla terra per se stessapartí con molte lagrimeil secondo dídi settembreper andare in Germaniaaccompagnato dal cardinale daEsti e da Galeazzo Sanseverino eper assicurarsi il camminodaLucio Malvezzo e da non piccolo numero di uomini d'arme e di fanti.Né era appena uscito del castello che il conte di Gaiazzosforzandosi di coprire con qualche colore la sua perfidiafattosegliincontro gli disse chepoiché egli abbandonava lo stato suopretendeva restare libero della condotta che aveva da luie potereprendere di sé qualunque partito gli piacesse; e immediate poiscoperse il nome e l'insegne di soldato del re di Franciaandando a'soldi suoi con la medesima compagnia che aveva messa insieme econservata co' danari di Lodovico. Il quale da Comodove lasciòla fortezza in potestà del popolose ne andò per illago insino a Bellagio; e di poi smontato in terra passò daBormio e per quegli luoghi dove giànel tempo che eracollocato in tanta gloria e felicitàaveva ricevutoMassimilianoquando piú presto come capitano suo e de'viniziani che come re de' romani passò in Italia. Fuperseguitato tra Como e Bormio dalle genti franzesi e dalla compagniadel conte di Gaiazzo; da' quali luoghilasciata guardia nellafortezza di Tirannoche fu pochi dí poi occupata da'grigionisi indirizzò verso Spruchdove intendeva essere lapersona di Cesare.

Dopola partita di Lodovico i milanesimandati subitamente imbasciadoria' capitani approssimatisi già con l'esercito a sei migliaalla cittàconsentirono di ricevergli liberamente; riservandoil capitolare alla venuta del redal qualeprocedendo solamente conla misura dell'utilità propriasperavano immoderate grazie edesenzioni; e il medesimo feceno senza dilazione tutte l'altre terredel ducato di Milano. Volle e la città di Cremonaessendocircondata dalle genti de' vinizianilo imperio de' quali abborrivafare il medesimo; ma non volendo il re rompere la capitolazione fattaco' vinizianifu necessitata arrendersi a loro. SeguitòGenova la medesima inclinazionefacendo a gara il popolo gli Adornie Gianluigi dal Fiesco di essere gli autori principali di darla alre. E perché contro a Lodovico si dimostrasse non solo unarovina sí repentina e sí grandeavendo in venti díperduto sí nobile e sí potente statoma ancora tuttigli esempli di ingratitudineil castellano di Milanoeletto da luiper il piú confidato tra tutti i suoisenza aspettare néuno colpo di artiglieria né alcuna specie di assaltodetteil duodecimo dí dalla partita suaal re di Francia ilcastello che era tenuto inespugnabilericevuta in premio di tantaperfidia quantità grande di danari la condotta di cento lancieprovisione perpetua e molte altre grazie e privilegima con tantainfamia e con tanto odioeziandio appresso a' franzesicherifiutato da ognuno come di fiera pestifera e abominevole il suocommercioe schernito per tutto dove arrivava con obbrobrioseparoletormentato dalla vergogna e dalla coscienza (potentissimo ecertissimo flagello di chi fa male)passò non molto poi perdolore all'altra vita. Parteciporno di questa infamia i capitani checon lui erano rimasti nel castelloe sopra gli altri Filippino dalFiesco; il qualeallievo del duca e lasciatovi da lui per moltofedelein cambio di confortare il castellano a tenersiacciecato dagrandissime promesse lo confortò al contrarioe insieme conAntonio Maria Palavicinoche interveniva in nome del retrattòla dedizione. Ma come il re ebbe a Lione le nuove di tanta vittoriasucceduta molto piú presto di quello aveva speratopassòsubito con celerità grande a Milano; dove ricevuto congrandissima letizia concedé la esenzione di molti dazi: benchéil popolointemperante ne' desideri suoiavendo fatto concetto diavere a essere esente in tuttonon rimanesse con molta sodisfazione.Fece molte donazioni di entrate a molti gentiluomini dello stato diMilano; tra' quali riconoscendo i meriti di Gianiacopo da Triulzigli concedette Vigevano e molte altre cose.

Cap.x

Ifiorentini padroni di tutto il contado di Pisa. I fiorentini dannol'assalto alla città che si trova in grave pericolo d'esserpresasenonché Paolo Vitelli fa sospendere l'azione. Malattiefra le milizie fiorentine. Il Vitelli leva il campo da Pisa; fattoprigione e condotto a Firenze è decapitato. Capi principali dicondanna del Vitelli.

Manel tempo medesimo che dal re di Francia si movevano l'armi contro alducato di MilanoPagolo Vitelliraccolte le genti e le provisionide' fiorentiniper potere piú facilmente attendere allaespugnazione di Pisapose il campo alla terra di Cascina; la qualese bene fusse proveduta sufficientemente di difensori e delle altrecose necessariee similmente munita di fossi e di ripariottennedappoi che furono piantate l'artiglieriein ventisei ore: perchéessendo cominciati a impaurire gli uomini della terraper ilprogresso grande che per l'essere le mura deboli aveano fattol'artiglieriei soldati forestieri che vi erano dentroprevenendoglisi arrenderonopatteggiata solamente la salvezzadelle persone e robe propriee lasciati loro e i commissari esoldati pisani in arbitrio libero de' vincitori. Arrenderonsi dipoialla richiesta di uno trombetto solola torre edificata per laguardia della foce di Arnoe il bastione dello Stagno abbandonatoda' pisaniin modo che per i pisani non si teneva altro in tutto ilcontado che la fortezza della Verrucola e la piccola torre d'Ascianonon molestate dagli inimici per la incomodità d'averevolendoespugnarlea passare Arnoe perchéessendo contigue a Pisapotevano facilmente essere soccorsee perché non importavaalla somma delle cose il perdervi tempo.

Rimanevaadunque sola l'espugnazione di Pisaimpresada coloro chediscorrevano prudentementenon reputata se non difficile per lafortezza della città e per il numero virtú eostinazione degli uomini che vi erano dentro: perché se benein Pisa non erano soldati forestierieccetto Gurlino da Ravenna epochi altrii qualivenutivi agli stipendi de' vinizianivi eranovolontariamente rimasti dopo la partita delle loro gentivi eracopioso il numero de' cittadini e de' contadininé minore diqualità che di quantità; perché per l'esperienzacontinua di cinque anni erano quasi tutti divenuti atti alla guerrae con proposito sí ostinato di non ritornare sotto il dominiode' fiorentini che arebbono riputata minore qualunque altragravissima avversità. Non aveano le mura della cittàfossi innanzi a séma [erano] molto grosse e di pietra diantica strutturatalmente conglutinataper la proprietàdelle calcine che si fanno in quel paeseche per la loro soliditàresistendo piú che comunemente non fanno l'altre muraglie alleartiglieriedavanoinnanzi che le fussino gittate in terramoltospazioa coloro che erano dentrodi riparare. E nondimeno ifiorentini deliberorno d'assaltarlaconfortati al medesimo da PagoloVitelli e da Rinuccio da Marcianoi quali davano speranza grande diespugnarla in quindici giorni. E perciòavendo messi insiemediecimila fanti e molti cavallie fatti secondo la richiesta delcapitano abbondantissimi provedimentieglil'ultimo dí dilugliovi pose il campononcome era ricordato da molti e comefaceano instanza i fiorentinida quella parte d'Arno che proibiva ilsoccorso che vi venisse di verso Lucca ma dall'altra parte del fiumedi riscontro alla fortezza di Stampace; o perché gli paressefacilitarsi assai la vittoria se espugnava quella fortezzao permaggiore comodità delle vettovaglie che si conducevano dallecastella delle collineo perché avesse avuto notizia che ipisaninon credendo che mai s'accampasse da quella partenonv'aveano cominciatocome dall'altra parte facevanoriparo alcuno.Cominciossi a battere la rocca di Stampace e la muragliadalla manodestra e sinistra per lunghissimo trattocon venti pezzi grossid'artiglieriacioè da Santo Antonio a Stampace e dipoi insinoalla porta che si dice a mareposta in sulla riva d'Arno. E percontrario i pisaninon intermettendo dí e notte di lavoraree insieme con loro le donne non meno pertinaci e animose a questo chegli uominifeciono in pochissimi dí all'opposito dellamuraglia che si battevauno riparo di grossezza e altezza notabile euno fosso molto profondo; non gli spaventando che mentre chelavoravano ne erano feriti e morti molti dalle artiglierieo perproprio colpo o per reverberazionela quale peste offendevasimilmente i soldati del campopercossi talmente dalle artiglieriedi dentromassime da una passavolante piantata in sulla torre di SanMarcoche erano necessitatiper tutto il campoo di alzare ilterreno per ripararsi o alloggiare nelle fosse. Procedessi piúdí con questi modi; e benché fusse già gittatoin terra grande spazio di muraglia da Santo Antonio a Stampaceeridotta quella fortezza in termini che il capitano sperava di poteresenza molta difficoltà ottenerlanondimeno per farsi lavittoria piú facile si continuava il battere da Stampaceinsino alla porta a marescaramucciandosi in questo mezzo spesso trala muraglia battuta e il riparotanto lontano dalle mura cheStampace restava tutta fuora del riparo: in una delle qualiscaramuccie fu ferito il conte Renuccio di uno archibuso. Ed era ilconsiglio del capitanocome avesse occupata Stampacepiantarel'artiglierie in su quella e in sulla muraglia battutadondeoffendendosi per fianco tutta quella parte che difendevano i pisanisperava quasi certa la vittoria; e nel tempo medesimo fare cadereverso il riparoacciocché riempiendosi il fosso fusse piúfacile a' soldati la salitauna alia di muro tra Stampace e ilriparola qualetagliata prima con gli scarpellisi sosteneva co'puntelli di legname. Da altra parte i pisaniche si governavanonella difesa secondo il consiglio di Gurlinoaveano fatte di versoSanto Antonio alcune case matte nel fosso per impedire agli inimiciin caso vi scendessinoil riempierloe distese su per i ripariverso Santo Antonio molte artiglieriee alloggiati i fanti loro apiè del riparoacciocchériducendosi le cose allostrettosi opponessino con le proprie persone agli inimici.Finalmente Pagolo Vitelliil decimo dí poi che si eraaccampatonon volendo differire piú a pigliare Stampacepresentatavi la mattina in sull'alba la battagliabenché isoldati fussino offesi dalle artiglierie della cittadella vecchialaprese piú prestamente e con maggiore facilità che nonaveva sperato e con tanto spavento de' pisani che abbandonati iripari si mettevano per tutta la città in fuga; e moltitra'quali Piero Gambacorta cittadino nobilecon quaranta balestrieri acavallo che militavano sotto luisi fuggirono di Pisa; e se nesarebbono fuggiti molti piú se da' magistrati non fusse statafatta resistenza alle porte: in modo che è manifesto che se siprocedeva innanzi si otteneva quella mattina la vittoriacongrandissima gloria del capitano; al quale sarebbe stato felicissimoquel dí che fu origine delle sue calamità. Perchénon conoscendo eglisecondo che poi si scusaval'occasione cheinsperatamente se gli presentòné avendo ordinato didare quel dí la battaglia con tutto il camponé adaltro che a quella torrenon solo non mandò le genti adassaltare il riparoove non arebbeno trovato resistenzama feceritornare indietro la maggiore parte de' fantiche inteso l'acquistodi Stampacedesiderosi di saccheggiare la cittàcorrevanotumultuosamente per entrarvi; e in quel tanto i pisanivolando lafama per la città che gli inimici non seguitavano la vittoriae concitati da' pianti e dalle grida miserabili delle donneche gliconfortavano a eleggere piú presto la morte che laconservazione della vita sotto il giogo de' fiorentinicominciaronoa ritornare alla guardia de' ripari. A' quali essendo ritornatoGurlinoe considerando che dal rivellino che aveva Stampace verso laterra era una via che andava verso la porta a marela quale aveanoprima ripiena di terra e di legname e fortificata verso il campomanon proveduto all'altra via verso Stampacefece subito riparare eriempiere da quel lato; e fatto uno terratocon artiglierie chetiravano per fiancoimpediva l'entrare da quella parte. AcquistataStampacePaolo vi fece tirare in alto falconetti e passavolantiiquali tiravano per tutta Pisa ma non offendevano i riparii qualibenché fussino offesi dalle artiglierie piantate da bassononperò gli abbandonavano i pisanie nel tempo medesimo sibatteva la casa matta verso Santo Antonio e la porta a mare e ledifese: né cessava Pagolo Vitelli di sforzarsi di riempiere ilfosso con fascineper facilitarsi il pigliare il riparo. Contro allequali cose i pisaniin sussidio de' quali erano la notte seguentestati mandati da Lucca trecento fanticresciuti di animogittavanofuochi lavorati nel fosso; e ponendo sommo studio di necessitarequegli del campo ad abbandonare la torre di Stampacevi voltoronouno grossissimo passavolante detto il bufoloa pochi colpi del qualeottennono che si levasse l'artiglieria piantata in alto: contro alquale benché Pagolo voltasse alcuni passavolantida' quali fusboccatonon cessando però di trarrelacerò dimaniera in piú dí la torre che Pagolo fu alla finecostretto di levare l'artiglieria e abbandonarla. Né fu altroil successo del muro tagliato: perchéavendo similmente ipisani puntellato dalla parte di dentro per farlo cadere di verso ilfossoquando Pagolo volle farlo cadere stette immobile. Non privòquesto caso il capitano della speranza di avere a ottenere finalmentela vittoria; la quale cercandosecondo la natura suadi acquistarepiú sicuramente e con minore danno dell'esercito che sipotevacon tutto che in piú luoghi fussino in terra giàpiú di cinquecento braccia di muragliaattendevacontinuamente ad ampliare la batteriaa sforzarsi di riempiere ifossi della terra e a fortificare la torre di Stampaceper piantarvidi nuovo artiglieria e potere battere per fianco i ripari grandi cheavevano fatto i pisani: sforzandosicon tutta la perizia e arte suad'acquistare al continuo maggiore opportunità per dare piúsicuramente la battaglia generale e ordinata. La qualebenchégià avesse condotto le cose in grado che qualunque volta sidesse sperasse molto la vittoriadifferiva volentieri di dareperché tanto piú si diminuisse il danno dello esercitoe si avesse maggiore certezza di ottenerla: con tutto che icommissari de' fiorentinia' quali ogni minima dilazione eramolestissimae riscaldati con lettere e messi continui da Firenzenon cessasseno di stimolarlo che con l'accelerare prevenisseagl'impedimenti che a ogn'ora potrebbeno nascere. Il quale consigliodi Pagoloforse piú prudente e piú secondo ladisciplina militareebbe contraria la fortuna. Perché essendoil paese di Pisache è pieno di stagni e di paludi tra lamarina vicina e la cittàsottoposto in quella stagionedell'anno a pestiferi ventie specialmente da quella parte onde eraalloggiato il camposopravenneno in due dí nello esercitoinfinite infermità; per le qualiquando Pagolo volle dare labattagliache fu il vigesimo quarto dí di agostosi accorseessere fatto inutile tanto numero di gentiché quegli cheerano sani non bastavano a darla: il quale disordine benché ifiorentini ed eglioppresso come gli altri da infermitàsiingegnassino di ristorare col soldare nuovi fantinondimeno lainfluenza prevaleva talmente che era ogni dí molto maggiore ladiminuzione che il supplemento. Peròdisperato in ultimo dipotere piú conseguire la vittoria e dubitando di qualchedannodeliberò levare il campo; contradicendo molto ifiorentiniperché desideravano chemessa nella fortezza diStampace sufficiente guardiasi fermasse con l'esercito appresso aPisa. La qual cosa disprezzata da luiperché la rocca diStampaceconquassata prima molto dalle artiglierie sue e poi daquelle de' pisaninon si poteva difendereabbandonatalaridusse ilquarto dí di settembre tutto il campo alla via della marina; ediffidandosi di potere condurre per terra l'artiglieria a Cascinaperché dalle pioggie erano soffocate le stradela imbarcòalla foce d'Arno perché si conducesse a Livorno: mamostrandosi in ogni cosa avversa la fortunase ne sommerse unaparteche fu non molto dipoi ricuperata da' pisaniche nel tempomedesimo ripreseno la torre che è a guardia della foce. Per iquali accidenti si augumentò tanto la sinistra opinione che ilpopolo fiorentino aveva già conceputa di Pagolo chepochi dípoichiamato in Cascina da' commissarisotto specie di ordinare ladistribuzione delle genti alle stanzefu da loroper comandamentodel magistrato supremo della cittàfatto prigione; dondemandato a Firenze ela notte medesima che vi arrivòesaminato aspramente con tormentifu il seguente dí percomandamento del medesimo magistrato decapitato. E mancò pocoche nel medesimo infortunio non incorresse insieme con lui ilfratelloil quale i commissari mandorono in quello istante apigliare: ma Vitellozzocosí ammalato come era di infermitàcontratta intorno a Pisamentre che simulando volere ubbidire escedel lettomentre che mette tempo in mezzo per vestirsisalitoperl'aiuto di alcuno de' suoi che vi concorsenoin su uno cavallosirifuggí in Pisaricevuto con grandissima letizia da' pisani.

Furonoi capi principali della condannazione contro a Pagolo: che dallavolontà sua fusse proceduto il non acquistare Pisaavendoavuto facoltà di pigliarla il dí che fu presa la roccadi Stampace; che per la medesima cagione avesse differito tanto ildare la battaglia; avere udito piú volte uomini venuti a luidi Pisané mai comunicato co' commissari le imbasciate loro;e levato da campo contro al comandamento publicoe abbandonataStampaceavere invitato qualcuno degli altri condottieri a occuparein compagnia sua CascinaVico Pisano e l'artiglierieper potere ne'pagamenti e nelle altre condizioni maneggiare come gli paresse ifiorentini: che in Casentino avesse tenuto pratiche occulte co'Medicie nel tempo medesimo trattato e quasi conchiuso di condursico' viniziani (benché per cominciare a servirgli subito chefusse finita la condotta sua co' fiorentinila quale era giàquasi alla fine)il che non avere avuto perfezione perché ivinizianifatto l'accordo co' fiorentinirecusorono di condurlo; eche per queste cagioni avesse dato il salvo condotto al duca diUrbino e a Giuliano de' Medici. Sopra le quali cose esaminato nonconfessò particolare alcuno che l'aggravasse; e nondimeno nonfu esaminato piú lungamenteperché per timore che ilre di Franciagià venuto a Milanonon dimandasse la sualiberazionefu accelerato il supplizio. Né alcuni de' suoiministriche dopo la morte sua furono con maggiore comoditàesaminaticonfessorono altro che essere in lui molto malasodisfazione de' fiorentiniper il favore dato in concorrenza sua alconte Renuccioper la difficoltà di spedire le provisioni chedimandava e qualche volta le cose sue particolarie per quello chevolgarmente si parlava in Firenze in carico suo. Dondebenchéin alcuni restasse opinione che e' non fusse proceduto sinceramentecome se aspirasse a farsi signore di Pisa e a occupare qualche altraparte del dominio fiorentinonel quale nutriva molte intelligenze eamicizienondimeno nella maggiore parte è stata opinionecontrariapersuadendosi che egli desiderasse sommamente laespugnazione di Pisaper l'interesse della gloriaprimo capitalede' capitani di guerrache ottenendo quella impresa gli pervenivagrandissima.

Cap.xi

Omaggidi príncipi italiani al re di Francia in Milano. Patticonclusi non senza difficoltà tra il re di Francia e ifiorentini.

Maal re venuto a Milano erano concorsiparte in persona parte perimbasciadoridal re Federigo in fuoritutti i potentati d'Italia;chi per congratularsi solamente della vittoriachi per giustificarele imputazioni avute di essere stato piú inclinato a LodovicoSforza che a luichi per stabilire seco in futuro le cose sue; iquali tutti raccolse benignamentee con tutti fece composizioni madiverse secondo la diversità delle condizioni e secondo quelloche poteva disegnare di profittarsene. Accettò in protezioneil marchese di Mantovaal quale dette la condotta di cento lanciel'ordine di San Michele e onorata provisione: accettòsimilmente in protezione il duca di Ferrara; l'uno e l'altro de'quali era andato a lui personalmentema questo non senza spesa edifficoltàperchépoi che ebbe consegnato a LodovicoSforza il castelletto di Genovaera sempre stato tenuto d'animoalieno dalle cose franzesi: accettò oltre a questi inprotezionema ricevuti danari da luiGiovanni Bentivoglichev'avea mandato Annibale suo figliuolo.

Macon maggiore spesa e difficoltà si composeno le cose de'fiorentini. A' qualidimenticati i meriti loro e quello che perseguitare l'amicizia franzese avevano patito a tempo del re passatoera avversa quasi tutta la cortenon si accettando le ragioni cheper non si provocare contro nelle cose di Pisa Lodovico Sforzagliaveano necessitati a stare neutrali: perché ne' petti de'franzesi poteva ancora la impressione fatta quando il re Carloconcedé la libertà a' pisani; anzi appresso a' capitanie agli uomini militari era cresciuta l'affezioneper la famaampliata per tutto che e' fussino uomini valorosi nell'armi. Nocevaoltre a questo a' fiorentini l'autorità di Gianiacopo daTriulzio il qualeaspirando al dominio di Pisafavoriva la causade' pisanidesiderosi di ricevere per signore lui e ogn'altro cheavesse potuto difendergli da' fiorentini. I quali erano laceratimedesimamenteper tutta la cortedella morte di Pagolo Vitellicome se senza cagione avessino decapitato uno capitano di tantovalore e al quale la corona di Francia aveva obligazioneperchéil fratello era stato ammazzato ed egli fatto prigione mentre cheerano nel regno di Napoli agli stipendi del re Carlo. Ma potendofinalmente piú nell'animo del re l'utilità propria chele cose vanefu fatta composizione per la quale il rericevutigliin protezionesi obligò a difendergli contro a ciascuno conseicento lancie e quattromila fanti; e i fiorentinireciprocamentealla difesa degli stati suoi d'Italia con quattrocento uomini d'armee tremila fanti: che il re fusse obligato servirglia lororichiestadi quelle lancie e artiglierie bisognassino per laricuperazione di Pisa e delle terre occupate da' sanesi e da'lucchesima non già di quelle che tenevano i genovesi; e nonessendogli richieste prima queste gentifusse obligatoquandomandasse esercito alla impresa di Napolivoltarle tutte o parte aquesta espedizione; e che ricuperato che avessino Pisae nonaltrimentifussino tenuti dargliper l'acquisto di Napolicinquecento uomini d'arme e cinquantamila ducati per pagarnecinquemila svizzeri per tre mesi; e che a lui restituissinotrentaseimila ducati che aveva loro prestati Lodovico Sforzadefalcandone a dichiarazione di Gianiacopo da Triulzi quel cheavessino pagato o speso per lui: conducessino per capitano generaledelle loro genti il prefetto di Roma fratello del cardinale di SanPiero a Vincolaa instanza del quale fu fatta questa dimanda.

 

Cap.xii

Aiutidati dal re di Francia al Valentino per rivendicare i diritti dellaChiesa sulle terre di Romagna. Come la Chiesa istituita da principiomeramente per l'amministrazione spirituale sia pervenuta agli stati eagli imperi mondani. Condizioni delle terre di Romagna e inizidell'impresa del Valentino. Il Valentino ottiene Imola. Vicende dellaguerra fra i veneziani e i turchi.

Nédormiva in tanta opportunità l'ambizione del pontefice; ilquale instando per l'osservazione delle promesseil re concedettecontro a' vicari di Romagna al duca Valentinovenuto con lui diFranciatrecento lancie sotto Ivo d'Allegri a spese proprie equattromila svizzerima questi a spese del ponteficesotto il baglídi Digiuno. Per la dichiarazione della qual cosae di molt'altresuccedute ne' tempi seguentiricerca la materia che si facciamenzione che ragioni abbia la Chiesa sopra le terre di Romagna esopra molte altrele quali o ha in vari tempi possedute o orapossiede: e in che modoinstituita da principio meramente per laamministrazione spiritualesia pervenuta agli stati e agli imperimondani; e similmente che si narricome cosa connessachecongiunzioni e contenzioni sieno stateper queste e altre cagioniin diversi tempi tra i pontefici e gli imperadori.

Ipontefici romanide' quali il primo fu l'apostolo Pierofondata daGiesú Cristo l'autorità loro nelle cose spiritualigrandi di carità d'umiltà di pazienza di spirito e dimiracolifurono ne' loro princípi non solo al tutto spogliatidi potenza temporale maperseguitati da quellastettono per moltianni oscuri e quasi incogniti; non si manifestando il nome loro peralcuna cosa piú che per i supplicii qualiinsieme conquegli che gli seguivanoquasi quotidianamente sostenevano: perchése beneper la moltitudine innumerabile e per le diverse nazioni eprofessioni che erano in Romafussino qualche volta poco attesi iprogressi loroe alcuni degli imperadori non gli perseguitassino senon quanto pareva che l'azioni loro publiche non potessino essere consilenzio trapassatenondimeno alcuni altrio per crudeltà oper l'amore agli dii proprigli perseguitorono atrocementecomeintroduttori di nuove superstizioni e distruttori della verareligione. Nel quale statochiarissimi per la volontaria povertàper la santità della vita e per i martiricontinuorono insinoa Silvestro pontefice; a tempo del quale essendo venuto alla fedecristiana Costantino imperadoremosso da' costumi santissimi e da'miracoli che in quegli che il nome di Cristo seguitavanocontinuamente si vedevanorimasono i pontefici sicuri de' pericoline' quali erano stati circa a trecento annie liberi di esercitarepublicamente il culto divino e i riti cristiani: onde per lariverenza de' costumi loroper i precetti santi che contiene in séla nostra religionee per la prontezza che è negli uomini aseguitareo per ambizioneil piú delle volteo per timorel'esempio del suo principecominciò ad ampliarsi per tuttomaravigliosamente il nome cristianoe insieme a diminuire la povertàde' cherici. Perché Costantino avendo edificato a Roma lachiesa di San Giovanni in Lateranola chiesa di San Piero inVaticanoquella di San Paolo e molte altre in diversi luoghiledotò non solo di ricchi vasi e ornamenti ma ancora (perchési potessino conservare e rinnovaree per le fabriche esostentazione di quegli che vi esercitavano il culto divino) dipossessioni e di altre entrate; e successivamente moltine' tempiche seguitoronopersuadendosi con le elemosine e co' legati allechiese farsi facile l'acquisto del regno celesteo fabricavano edotavano altre chiese o alle già edificate dispensavano partedelle ricchezze loro. Anzio per legge o per inveterataconsuetudineseguitando l'esempio del Testamento vecchiociascunode' frutti de' beni propripagava alle chiese la decima parte:eccitandosi a queste cose gli uomini con grande ardoreperchéda principio i chericida quello in fuora che era necessario per ilmoderatissimo vitto lorotutto il rimanenteparte nelle fabriche eparamenti delle chiese parte in opere pietose e caritativedistribuivano. Né essendo entrata ancora ne' petti loro lasuperbia e l'ambizioneera riconosciuto universalmente da' cristianiper superiore di tutte le chiese e di tutta l'amministrazionespirituale il vescovo di Romacome successore dello apostolo Pieroe perché quella cittàper la sua antica degnitàe grandezzaritenevacome capo dell'altreil nome e la maestàdello imperioe perché da quella si era diffusa la fedecristiana nella maggiore parte della Europae perchéCostantinobattezzato da Silvestrotale autorità volentieriin lui e ne' suoi successori avea riconosciuta. È famaoltrea queste coseche Costantinocostretto dagli accidenti delleprovincie orientali a trasferire la sedia dello imperio nella cittàdi Bisanziochiamata dal suo nome Costantinopolidonò a'pontefici il dominio di Roma e di molte altre città e regionid'Italia: la quale famabenché diligentemente nutricata da'pontefici che succederono e per l'autorità loro creduta damoltiè dagli autori piú probabili riprovatae moltopiú dalle cose stesse; perché è manifestissimoche allorae lungo tempo dipoifu amministrata Roma e tutta Italiacome suddita allo imperioe dai magistrati deputati dagliimperadori. Né manca chi redarguisca (sí profonda èspesso nelle cose tanto antiche la oscurità) tutto quello chesi dice di Costantino e di Silvestroaffermando essi essere stati indiversi tempi. Ma niuno nega che la traslazione della sedia delloimperio a Costantinopoli fu la prima origine della potenza de'ponteficiperché indebolendo in progresso di tempo l'autoritàdegli imperadori in Italiaper la continua assenza loro e per ledifficoltà che ebbono nello Orienteil popolo romanodiscostandosi dagli imperadori e però tanto piúdeferendo a' ponteficicominciò a prestare loro nonsubiezione ma spontaneamente uno certo ossequio: benché questecose non si dimostrorono se non lentamenteper le inondazioni deigoti de' vandali e di altre barbare nazioni che sopravennono inItalia; dalle quali presa e saccheggiata piú volte Romaerain quanto alle cose temporali oscuro e abietto il nome de' ponteficie piccolissima in Italia l'autorità degli imperadoripoichécon tanta ignominia la lasciavano in preda de' barbari. Tra le qualinazioniessendo stato l'impeto dell'altre quasi come uno torrentecontinuò per settanta anni la potenza de' gotigente di nomee di professione cristiana e uscita dalla prima origine sua delleparti di Dacia e di Tartaria. La quale essendo finalmente statacacciata d'Italia dall'armi degli imperadoricominciò dinuovo Italia a governarsi per magistrati grecide' quali quello cheera superiore a tuttidetto con greco vocabolo esarcorisedeva aRavennacittà antichissima e allora molto ricca e moltofrequente per la fertilità del paese e perchédopol'augumento grande che ebbe per l'armata potente tenuta continuamenteda Cesare Augusto e da altri imperadori nel porto quasi congiuntoglie che ora non appariscedi Classeera stata abitata da molticapitanie poi per lungo tempo da Teoderico re de' goti e da i suoisuccessori; i qualiavendo a sospetto la potenza degli imperadoriaveano eletta quella piú tosto che Roma per sedia del regnoloroper l'opportunità del suo mare piú propinquo aCostantinopoli: la quale opportunitàbenché percontraria ragioneseguitando gli esarchifermatisi quivideputavano al governo di Roma e delle altre città d'Italiamagistrati particolarisotto titolo di duchi. Da questo ebbe origineil nome dello esarcato di Ravenna sotto il quale nome si comprendevatutto quello chenon avendo duchi particolariubbidivaimmediatamente allo esarco. Nel quale tempo i pontefici romaniprivati in tutto di potenza temporalee allentataper ladissimilitudine de' costumi loro già cominciati a trascorrerela reverenza spiritualestavano quasi come subietti agli imperadori;senza la confermazione de' quali o de' loro esarchibenchéeletti dal clero e dal popolo romanonon ardivano di esercitare o diaccettare il pontificato: anzi gli episcopi costantinopolitano eravennate (perché comunemente la sedia della religione séguitala potenza dello imperio e delle armi) disputavano spesso dellasuperiorità con l'episcopo romano. Ma si mutò non moltopoi lo stato delle coseperché i longobardigenteferocissimaentrati in Italiaoccuporono la Gallia Cisalpinalaquale dallo imperio loro prese il nome di LombardiaRavenna contutto l'esarcato e molte altre parti d'Italia; e si disteseno l'armiloro insino nella marca anconitana e a Spuleto e a Beneventone'quali due luoghi creorono duchi particolari: non provedendo a questecoseparte per la ignavia loro parte per le difficoltà cheavevano in Asiagli imperadori. Dagli aiuti de' quali Romaabbandonatané essendo piú il magistrato degli esarchiin Italiacominciò a reggersi co' consigli e con l'autoritàde' pontefici. I qualidopo molto tempoessendo insieme co' romanioppressati da' longobardiricorsono finalmente agli aiuti di Pipinore di Francia; il qualepassato con potente esercito in Italiaavendovi i longobardi dominato già piú di dugento annicacciatigli di una parte del loro imperiodonòcomediventate sue per ragione di guerraal pontefice e alla Chiesaromana non solo UrbinoFanoAgobbio e molte terre vicine a Roma maeziandio Ravenna col suo esarcatosotto il quale dicono includersitutto quello che si contiene da' confini di Piacenzacontigui alterritorio di Paviainsino ad Ariminitra il fiume del Po il monteApennino gli stagniovvero palude de' vinizianie il mareAdriaticoe di piú Arimini insino al fiume della Fogliadetto allora Isauro. Ma dopo la morte di Pipinomolestando di nuovoi longobardi i pontefici e quel che era stato donato loroCarlo suofigliuoloquello che poi per le vittorie grandissime che ebbe fumeritamente cognominato magnodistrutto del tutto lo imperio loroconfermò la donazione fatta alla Chiesa romana dal padre; eapprovò l'essersimentre guerreggiava co' longobardidate alpontefice la marca di Ancona e il ducato di Spuletoil qualecomprendeva la città dell'Aquila e una parte dello Abruzzi.Affermansi queste cose per certe: alle quali aggiungono alcuniscrittori ecclesiastici Carlo avere donato alla Chiesa la Liguriainsino al fiume del Varoultimo confine d'ItaliaMantova e tuttoquello che i Longobardi possedevano nel Friuli e in Istria; e ilmedesimo scrive alcuno altrodell'isola di Corsica e di tutto ilterritorio che si contiene tra le città di Luni e di Parma.Per i quali meriti i re di Franciacelebrati ed esaltati da'pontefici conseguitorono il titolo di re cristianissimi; e dipoil'anno ottocentesimo della nostra saluteLeone pontefice insieme colpopolo romanonon con altra autorità il pontefice che comecapo di quello popoloelessono il medesimo Carlo per imperadoreromanoseparando eziandio nel nome questa parte dello imperio dagliimperadori che abitavano a Costantinopolicome se Roma e leprovincie occidentalinon difese da loroavessino bisogno di esseredifese da proprio principe. Per la quale divisione non furno privatigli imperadori costantinopolitani né dell'isola di Sicilia nédi quella parte d'Italia la qualediscorrendo da Napoli aManfredoniaè terminata dal mare; perché erano statecontinuamente sotto quegli imperadori. Né si derogò perqueste cose alla consuetudine che la elezione de' pontefici fusseconfermata dagli imperadori romaniin nome de' quali si governava lacittà di Roma; anzi i pontefici nelle bolle ne' privilegi enelle concessioni loro esprimevano con queste parole formali il tempodella scrittura: "Imperante il tale imperadore signore nostro".Nella qualenon graveo soggezione o dependenza continuorono insinoa tanto che i successi delle cose non dettono loro animo a reggersiper se stessi. Ma essendo cominciata a indebolire la potenza degliimperadoriprima per le discordie nate tra i discendenti medesimi diCarlo magnomentre che in loro risedeva la degnità imperialee dipoi per l'essere stata trasportata ne' príncipi tedeschinon potenti come erano statiper la grandezza del regno di Franciai successori di Carloi pontefici e il popolo romanoda' magistratidel quale cominciò Romabenché tumultuosamenteagovernarsiderogando in tutte le cose quanto potevano allagiurisdizione degli imperadoristatuirono per legge che non piúla elezione de' pontefici avesse a essere confermata da loro; il cheper molti anni si osservò diversamentesecondo che per lavariazione delle cose sorgeva o declinava piú la potenzaimperiale. La quale essendo accresciuta poiché lo imperiopervenne negli Ottoni di SassoniaGregoriomedesimamente diSassoniaeletto pontefice per favore di Ottone terzoche erapresentemosso dall'amore della propria nazione e sdegnato per lepersecuzioni ricevute da' romanitrasferí per suo decretonella nazione germanica la facoltà di eleggere gli imperadoriromaniin quella forma che insino alla età nostra si osserva;vietando agli elettiper riservare a' pontefici qualche preeminenzadi non usare il titolo di imperadori o di Augusti se prima nonricevevano da' pontefici la corona dello imperio (donde èintrodotto il venire a Roma a incoronarsi)e di non usare primaaltro titolo che di re de' romani e di Cesari. Ma mancati poi gliOttonie diminuita la potenza degli imperadori perché loimperio non si continuava ereditario in re grandiRoma apertamentesi sottrasse dalla obedienza loroe molte cittàquandoimperava Corrado svevosi ribellorono; e i ponteficiattendendo adampliare la propria autoritàdominavano quasi Romabenchéspesso per la insolenza e per le discordie del popolo vi avessinomolte difficoltà: il quale per reprimere avevano giàper favore di Enrico secondo imperadore che era a Romatrasferitoper legge ne' cardinali soli l'autorità di creare ilpontefice. Alla grandezza de' quali succedette nuovo augumentoperché avendo i normannide' quali il primo fu Guglielmocognominato Ferrabracchiousurpata allo imperio costantinopolitanola Puglia e la CalavriaRuberto Guiscardouno di essio perfortificarsi con questo colore di ragione o per essere piúpotente a difendersi contro a quegli imperadori o per altra cagionerestituito Benevento come di ragione ecclesiasticariconobbe ilducato di Puglia e di Calavria in feudo della Chiesa romana; il cuiesempio seguitando Ruggieriuno de' suoi successorie avendoscacciato del ducato di Puglia e di Calavria Guglielmo della medesimafamiglia e occupata poi la Siciliariconobbecirca l'anno millecento trentaqueste provincie in feudo dalla Chiesa sotto titolo dire di ambedue le Siciliel'una di là l'altra di qua dal Faro:non ricusando i pontefici di fomentareper la ambizione e utilitàproprial'altrui usurpazione e violenza. Con le quali ragionipretendendo sempre piú oltre (come non mai si ferma lacupidità umana) cominciorono i pontefici a privare di quegliregni alcuni de' re contumaci a' loro comandamenti e a concedergli adaltri; nel quale modo pervennono in Enrico figliuolo di FederigoBarbarossa e da Enrico in Federico secondo suo figliuolotutt'a tresuccessivamente imperadori romani.

Maessendo Federigo diventato acerrimo persecutore della Chiesaesuscitate a' tempi suoi in Italia le fazioni guelfa e ghibellinadell'una delle quali era capo il pontefice dell'altra lo imperadoreil ponteficemorto Federigoconcedette la investitura di questiregni a Carlo conte d'Angiò e di Provenzadel quale di sopraè stata fatta menzionecon censo di oncie seimila d'oro perciascuno annoe con condizione che per l'avvenire alcuno di queglire non potesse accettare lo imperio romano; la quale condizione èstata poi sempre specificata nelle investiture; benché ilregno dell'isola di Siciliaoccupato dai re di Aragonasi separòdopo pochi anninel censo e nella recognizione del feudodallaubbidienza della Chiesa. Ha anche ottenuto la famabenché nontanto certa quanto sono le cose precedentiche molto prima lacontessa Mateldaprincipessa in Italia molto potentedonòalla Chiesa quella parte della Toscana la qualeterminata daltorrente di Pescia e dal castello di San Quirico nel contado di Sienada una partee dall'altra dal mare di sotto e dal fiume del Tevereè oggi detta il patrimonio di San Piero; e aggiungono altriche dalla medesima contessa fu donata alla Chiesa la città diFerrara. Non sono certe queste ultime cose: ma è ancora piúdubbio quello che è stato scritto da qualcunoche Aritpertore de' longobardifiorendo il regno lorogli donò l'AlpiCoccienelle quali dicono includersi Genova e tutto quello che sicontiene da Genova insino a' confini della Provenza; e cheLiutprandore della medesima nazionegli donò la Sabinapaese propinquo a RomaNarni e Ancona con certe altre terre. Cosívariando lo stato delle cosefurono similmente varie le condizionide' pontefici con gli imperadoriperchéessendo statiperseguitati per molte età dagli imperadori e dipoi liberatiper la conversione di Costantinoda questo terroresi riposoronoma attendendo solamente alle cose spiritualie poco meno cheinteramente sudditiper molti annisotto l'ombra loro; vissonodipoi lunghissimo tempo in basso stato e separati totalmente dalcommercio loroper la grandezza de' longobardi in Italia. Ma dipoipervenuti per beneficio de' re di Francia a potenza temporalestettono congiuntissimi con gli imperadori e dependendo con allegroanimo dalla loro autoritàmentre che la degnitàimperiale si continuò ne' discendenti di Carlo magnoe per lamemoria de' benefici dati e ricevuti e per rispetto della grandezzaimperiale. La quale poi declinandoseparatisi in tutto dallaamicizia lorocominciorono a fare professione che la degnitàpontificale avesse piú tosto a ricevere che a dare le leggialla imperiale: e perciòavendo sopra tutte l'altre cose inorrore il ritornare nell'antica subiezionee che essi non tentassinodi riconoscere in Roma e altrove le antiche ragioni dello imperiocome alcuni di loro o di maggiore potenza o di spirito piúelevato si sforzavano di faresi opponevano scopertamente con learmi alla potenza loro; accompagnati da quegli tiranni chesottonome di príncipie da quelle città chevendicatesi inlibertànon riconoscevano piú l'autorità delloimperio. Da questo nacque che i ponteficiattribuendosi ogni dípiúe convertendo il terrore dell'armi spirituali alle cosetemporalie interpretando che come vicari di Cristo in terra eranosuperiori agli imperadorie che a loro in molti casi apparteneva lacura dello stato terrenoprivavano alcuna volta gli imperadori delladegnità imperialesuscitando gli elettori a eleggere deglialtri in luogo de' privati; e da altra parte gli imperadori oeleggevano o procuravano che si eleggessino nuovi pontefici. Daqueste controversie nacqueessendo indebolito molto lo stato dellaChiesané meno per la dimora della corte romana per settantaanni nella città di Avignonee per lo scisma che al ritornode' pontefici succedette in Italiache nelle città sottopostealla Chiesae specialmente in quelle di Romagnamolti cittadinipotenti occuporno nelle patrie proprie la tirannide; i quali ipontefici o perseguitavano onon essendo potenti a opprimerglileconcedevano in feudo a quegli medesimio suscitando altri capi gliinvestivano. Cosí cominciorono le città di Romagna adavere signori particolarisotto titolola maggiore partedi vicariecclesiastici. Cosí Ferraradata dal pontefice in governo adAzzo da Estifu conceduta poi in titolo di vicariatoed esaltata inprogresso di tempo quella famiglia a titoli piú illustri; cosíBolognaoccupata da Giovanni Visconte arcivescovo di Milanogli fupoi conceduta in vicariato dal pontefice: e per le medesime cagioniin molte terre della marca di Anconadel patrimonio di San Piero edella Umbriaora detta il ducatosorsonoo contro alla volontào con consentimento quasi sforzato de' ponteficimolti signoriparticolari. Le quali variazioni essendo similmente sopravenute inLombardia alle città dello imperioaccadde talvolta chesecondo la varietà delle cosei vicari di Romagna e di altreterre ecclesiasticheallontanatisi apertamente dal nome dellaChiesariconoscevano in feudo quelle città dagli imperadori;comequalche voltariconoscevano in feudo da' pontefici quegli cheoccupavanoin LombardiaMilano Mantova e altre terre imperiali. Ein questi tempi Romabenché ritenendo in nome il dominiodella Chiesasi reggeva quasi per se stessa. E ancora chenelprincipio che i pontefici romani ritornorno di Avignone in Italiafussino ubbiditi come signorinondimeno poco poi i romanicreato ilmagistrato de' banderesiricaddono nella antica contumacia; donderitenendovi i pontefici piccolissima autorità cominciorono anon vi abitareinsino a tanto che i romaniimpoveriti e caduti ingravissimi disordini per l'assenza della cortee approssimandosil'anno del mille quattrocentonel quale speravanose a Roma fusseil ponteficedovervi essere per il giubileo grandissimo concorso ditutta la cristianitàsupplicorono con umilissimi prieghi aBonifazio pontefice che vi ritornasseofferendo di levare via ilmagistrato de' banderesi e di sottomettersi in tutto alla ubbidienzasua. Con le quali condizioni tornato a Romaintenti i romani a'guadagni di quello annopreso assolutamente lo imperio della cittàfortificò e messe la guardia in Castel Sant'Angelo: isuccessori del qualeinsino a Eugeniobenché v'avessinospesso molte difficoltànondimenofermato poi pienamente ildominio loroi pontefici seguenti hanno senza alcuna controversiasignoreggiata ad arbitrio suo quella città. Con questifondamenti e con questi mezzi esaltati alla potenza terrenadepostaa poco a poco la memoria della salute dell'anime e de' precettidivinie voltati tutti i pensieri loro alla grandezza mondananéusando piú l'autorità spirituale se non per instrumentoe ministerio della temporalecominciorono a parere piú tostopríncipi secolari che pontefici. Cominciorono a essere le curee i negozi loro non piú la santità della vitanon piúl'augumento della religionenon piú il zelo e la caritàverso il prossimoma esercitima guerre contro a' cristianitrattando co' pensieri e con le mani sanguinose i sacrificimaaccumulazione di tesoronuove leggi nuove arti nuove insidie perraccorre da ogni parte danari; usare a questo fine senza rispettol'armi spiritualivendere a questo fine senza vergogna le cose sacree le profane. Le ricchezze diffuse in loro e in tutta la corteseguitorono le pompe il lusso e i costumi inonestile libidini e ipiaceri abominevoli; nessuna cura a' successorinessuno pensierodella maestà perpetua del pontificatomain luogo di questodesiderio ambizioso e pestifero di esaltare non solamente a ricchezzeimmoderate ma a principatia regnii figliuoli i nipoti e congiuntiloro; non distribuendo piú le degnità e gli emolumentinegli uomini benemeriti e virtuosimaquasi sempreo vendendosi alprezzo maggiore o dissipandosi in persone opportune all'ambizioneall'avarizia o alle vergognose voluttà. Per le qualioperazioni perduta del tutto ne' cuori degli uomini la riverenzapontificalesi sostenta nondimeno in parte l'autorità per ilnome e per la maestàtanto potente ed efficacedellareligionee aiutata molto dalla facoltà che hanno digratificare a' príncipi grandi e a quegli che sono potentiappresso a loroper mezzo delle degnità e delle altreconcessioni ecclesiastiche. Dondeconoscendosi essere in sommorispetto degli uominie che a chi piglia l'armi contro a lororisulta grave infamia e spesso opposizione di altri príncipiein ogni eventopiccolo guadagnoe che vincitori esercitano lavittoria ad arbitrio lorovinti conseguiscono che condizionevoglionoe stimolandogli la cupidità di sollevare i congiuntisuoi di gradi privati a principatisono stati da molto tempo in quaspessissime volte lo instrumento di suscitare guerre e incendi nuoviin Italia.

Maritornando al principale proposito nostrodal quale il doloregiustissimo del danno publico m'avevapiú ardentemente chenon conviene alla legge dell'istoriatraportatole città diRomagnavessate come l'altre suddite alla Chiesa da questiaccidentisi reggevanogià molti anniin quantoall'effettoquasi come separate dal dominio ecclesiastico; perchéalcuni de' vicari non pagavano il censo debito in recognizione dellasuperioritàaltri lo pagavano con difficoltà e spessofuora di tempoma tutti indistintamente senza licenza de' ponteficisi conducevano agli stipendi di altri príncipinoneccettuando di non essere tenuti a servirgli contro alla Chiesaericevendo obligazione da loro di difendergli eziandio controall'autorità e l'armi de' pontefici: da' quali erano ricevuticupidamenteper potersi valere delle armi e delle opportunitàdegli stati loroné meno per impedire che non si accrescessela potenza de' pontefici. Ma in questo tempo erano possedute da'viniziani in Romagna le città di Ravenna e di Cerviadellequali avevano molti anni innanzi spogliati quegli della famiglia daPolentadivenuti primadi cittadini privati di Ravennatirannidella loro patria e poi vicari; Faenza Furlí Imola e Riminierano dominate da vicari particolari; Cesenasignoreggiatalungamente dalla famiglia de' Malatestimorendo non molti anniinnanzi senza figliuoli Domenico ultimo vicario di quella cittàera ritornata sotto l'imperio della Chiesa. Perciò ilponteficepretendendo che quelle città fussino per diversecause devolute alla sedia apostolica e volere reintegrarla nelle sueantiche giurisdizionima con intenzione veramente di attribuirle aCesare suo figliuoloavea convenuto col re di Francia cheacquistato che avesse il ducato di Milanogli desse aiuto a otteneresolamente quelle che erano possedute da' vicarie oltre a queste lacittà di Pesero della quale era vicario Giovanni Sforza giàsuo genero; perché la grandezza de' viniziani non permettevache contro a loro si distendessino questi pensieri: i quali nési distendevanoper alloraa quelle piccole terre checontigue alfiume del Poerano tenute dal duca di Ferrara. Ottenute adunque ilValentino le genti dal ree aggiunte a quelle le genti della Chiesaentrato in Romagnaottenne subito la città d'Imola peraccordonegli ultimi dí dell'anno mille quattrocentonovantanove.

Nelquale anno Italiaconquassata da tanti movimentiaveva similmentesentite le armi de' turchi; perchéavendo Baiseth ottomannoassaltato per mare con potente armata i luoghi che in Grecia tenevanoi vinizianimandò per terra seimila cavalli a predare laregione del Frioli; i qualitrovato il paese non guardato nésospettando di tale accidentecorsono predando e ardendo insino aLiquenza; e avendo fatto quantità innumerabile di prigioniquandoritornandosenegiunsono alla ripa del fiume del Tigliaventoper camminare piú espeditiriserbatasi quella parte qualestimorono potere condurre secoammazzorono crudelissimamente tuttigli altri. Né procedendo anche prosperamente le cose inGreciaAntonio Grimannocapitano generale dell'armata opposta da'viniziani alla armata del turcoaccusato che non avesse usatal'occasione di vincere gli inimici che uscivano del porto dellaSapienzae un'altra volta alla bocca del golfo di Lepantodatogliil successorefu citato a Vinegiae commessa la cognizione alconsiglio de' pregati; nel quale fu trattata molti mesi congrandissima espettazionedifendendolo da una parte l'autoritàe grandezza suadall'altra perseguitandolo con molti argomenti etestimoni gli accusatori. Finalmenteparendo che fusse per prevalerela causa suao per l'autorità dell'uomo e moltitudine de'parenti o perché in quello consiglionel quale intervengonomolti uomini prudentinon si considerassino tanto i romori publici ele calunnie non bene provate quanto si desiderasse di intenderematuramente la verità della cosafu questa cognizione per ilmagistrato degli avocadori del comune trasferita al giudicio delconsiglio maggiore: doveo cessando i favori o avendovi piúluogo la leggerezza della moltitudine che la maturitàsenatoriafunon però prima che nell'anno seguenteallafine rilegato a esilio perpetuo nell'isola di Ossaro.

Cap.xiii

Ilgiubileo. Il Valentino prende Forlí. Ritorno del re inFrancia: cause di malcontento in Milano. Lodovico Sforza riconquistail ducato e cerca con scarsa fortuna alleati ed aiuti. LodovicoSforza ottiene Novara.

Ebbemovimenti cosí grandi l'anno mille quattrocento novantanovema non fu meno vario e memorabile l'anno mille cinquecento; nobileancora per la remissione plenaria del giubileo. Il qualeinstituitoda principio da' pontefici che si celebrassesecondo l'esempio delTestamento vecchioogni cento anninon per delettazione o perpompacome erano appresso a' romani i giuochi secolarima persalute dell'anime (perché in essosecondo la pietosa credenzadel popolo cristianosi aboliscono pienamente tutti i delitti acoloro chericonoscendo con vera penitenza i falli commessivisitano le chiese dedicate in Roma a' príncipi degliapostoli)fu poi instituito che si celebrasse ogni cinquanta anniein ultimo ridotto a venticinque anni; e nondimenoper la memoriadella sua prima origineè celebrato con molto maggiorefrequenza nell'anno centesimo che negli altri.

Nelprincipio di questo anno il Valentino ottenne senza resistenza lacittà di Furlí; perché quella madonnamandati ifigliuoli e la roba piú preziosa a Firenzeabbandonatel'altre cose le quali era impotente a sosteneresi ridusse solamentea difendere la cittadella e la rocca di Furlíprovedutecopiosamente d'uomini e d'artiglierie. Ma essendo tra tanti difensoriripieni d'animo femminile ella sola di animo virilefurono prestoper la viltà de' capitani che v'erano dentroespugnate dalValentino. Il qualeconsiderando piú in lei il valore che ilsessola mandò prigione a Romadove fu custodita in CastelSanto Angelo: benché passato di poco uno annoperintercessione di Ivo di Allegriottenne la liberazione.

Ottenutoche ebbe il Valentino Imola e Furlíprocedeva all'espedizionedell'altre terre; ma l'interroppono nuovi accidenti cheimprovisamente sopravennono. Perché il repoiché ebbedato alle cose acquistate quello ordine che piú gli parveopportunolasciatovi sufficiente presidioe prorogataconinclusione eziandio del ducato di Milano e di tutto quello teneva inItaliaper insino a maggio prossimola tregua col re de' romanisene ritornò in Francia; ove condusse il piccolo figliuolo diGiovan Galeazzodatogli imprudentemente dalla madreil quale dedicòa vita monastica; e nel ducato di Milano lasciò governatoregenerale Gianiacopo da Triulziin cui per il valore e per i meritisuoie per l'inimicizia con Lodovico Sforzasommamente confidava.Ma non rimase già fedele disposizione ne' popoli di quellostato; parte perché a molti dispiacevano le maniere e icostumi de' franzesiparte perché nel re non avevano trovatoquella liberalitàné ottenuta l'esenzione di tutti idazicome la moltitudine si era imprudentemente persuasa. Eimportava molto che a tutta la fazione ghibellinapotentissima nellacittà di Milano e nell'altre terreera molto molesto che algoverno fusse preposto Gianiacopo capo della fazione guelfa; la qualemala disposizione era molto accresciuta da luiche di natura faziosoe di animo altiero e inquieto favoreggiava con l'autorità delmagistratomolto piú che non era convenientequegli dellasua parte; e alienòoltre a questomolto da lui gli animidella plebeche nella piazza del macello ammazzò di sua manoalcuni beccaiche con la temerità degli altri plebeiricusando di pagare i dazi da' quali non erano esentisi opponevanocon l'armi a' ministri deputati alle esazioni delle entrate. Per lequali cagioni dalla maggiore parte della nobiltà e da tutta laplebecupidissima per sua natura di cose nuoveera desiderato ilritorno di Lodovicoe chiamato già con parole e voci nonocculte il suo nome.

Ilquale essendosi insieme col cardinale Ascanio presentato a Cesareecon grande umanità veduti e raccoltiavevano trovato in luiottimo animo e dispiacere grandissimo delle loro calamitàpromettendo a ogni ora di muoversi in persona con forze potenti allarecuperazione del loro statoperché aveva composto in tuttola guerra co' svizzeri: ma queste speranzeper la varietàdella natura sua e per essere consueto a confondere l'uno con l'altrode' suoi concetti mal fondatisi scoprivano ogni dí piúvane; anzi oppressato dalle sue solite necessità non cessavadi richiedergli spesso di danari. Però Lodovico e Ascaniononsperando piú negli aiuti suoi ed essendo continuamentesollecitati da molti gentiluomini di Milanosoldati ottomilasvizzeri e cinquecento uomini d'arme borgognonisi risolverono difare la impresa da loro medesimi. Il quale moto presentendo ilTriulzioricercò subito il senato viniziano che accostasse legenti sue al fiume dell'Addae a Ivo d'Allegri significòessere necessario chepartendosi dal Valentinoritornasse con legenti d'arme franzesi e co' svizzeri con grandissima celeritàa Milano; e per reprimere il primo impeto degli inimici mandòuna parte delle genti a Comonon lo lasciando il sospetto che avevadel popolo milanese voltarvi tutte le forze sue. Ma la sollecitudinede' fratelli Sforzeschi superò tutta la diligenza degli altri;perchénon aspettate tutte le genti che aveano soldate madato ordine che di mano in mano gli seguitassinopassorno con sommaprestezza i montie saliti in sulle barche che erano nel lago diComo si accostorno a quella città: la qualeritirandosi ifranzesi per avere conosciuta la disposizione de' comaschisubitogli ricevette. La perdita di Como significata a Milano generòtale sollevazione nel popoloe quasi in tutti i principali dellafazione ghibellinache già non si astenevano da tumultuare;in modo che il Triulzionon vedendo alle cose del re rimedio alcunosi ridusse subitamente nel castelloe la notte seguenteinsieme conle genti d'arme che si erano ritirate nel barco che è contiguoal castellose ne andò verso Noaraseguitandogli nelritirarsi i popoli tumultuosamente insino al fiume del Tesino; elasciate in Novara quattrocento lancie si fermò con l'altre aMortarapensando lui e gli altri capitani piú a recuperare ilducatovenendo di Francia nuovo soccorsoche a difenderlo. Entròdopo la partita de' franzesi in Milano prima il cardinale Ascanio edi poi Lodovico; avendolodal castello in fuoraricuperato con lamedesima facilità con la quale l'aveano perdutoedimostrandosi maggiore desiderio e letizia del popolo milanese nelsuo ritorno che non si era dimostrato nella partita. La qualedisposizione essendo similmente negli altri popolile cittàdi Pavia e di Parma richiamorono senza dilazione il nome di Lodovico;e arebbono Lodi e Piacenza fatto il medesimo se le genti vinizianevenute prima in sul fiume di Addanon vi fussino entratesubitamente. Alessandria e quasi tutte le terre di là da Poessendo piú lontane a Milano e piú vicine ad Asticittà del renon feceno mutazioneaspettando di consigliarsipiú maturamente secondo i progressi delle cose.

Recuperatoche ebbe Lodovico Milano non perdé tempo alcuno a soldarequantità grande di fanti italiani e quanti piú uominid'arme poteva averee a stimolare con prieghi con offerte e convarie speranze tutti quegli da' quali sperava di essere aiutato intanta necessità. Perciò mandò a Cesareasignificare il principio prosperoil cardinale di San Severinosupplicandolo che gli mandasse genti e artiglierie; e desiderando dinon avere inimico il senato vinizianoordinò che il cardinaleAscanio mandasse subito a Vinegia il vescovo di [Cremona]a offerirela volontà pronta del fratello ad accettare qualunquecondizione sapessino desiderare: ma vanamenteperché ilsenato deliberò non si partire dalla confederazione che aveanocol re. Ricusorono i genovesibenché pregati instantemente daLodovicodi ritornare sotto il dominio suo; né i fiorentinivollono udire la sua richiesta della restituzione de' danari ricevutiin prestanza da lui. Solo il marchese di Mantova mandò inaiuto suo il fratello con certa quantità di gente d'armee viconcorsono i signori della Mirandola di Carpi e di Coreggioe isanesi gli mandorono piccola somma di danari; sussidi quasidisprezzabili in tanti pericoli: come similmente furno di piccolomomento quegli di Filippo Rosso e de' Vermineschii padri de' qualibenché fussino stati spogliati da lui dell'antico dominioloroi Rossi di San Secondo di Torchiara e di molte altre castelladel parmigianoquegli dal Verme della città di Bobio ed'altri luoghi circostanti nella montagna di PiacenzanondimenoFilippopartendosi senza licenza dagli stipendi venetiandòa recuperare le terre suee ottenutele si uní con l'esercitodi Lodovico; il medesimo feceno quei dal Vermeper ricuperare l'unoe gli altri con questa occasione la grazia sua.

MaLodovicoavendo raccolti oltre a' cavalli borgognoni millecinquecento uomini d'arme e aggiunti a' svizzeri moltissimi fantiitalianilasciato il cardinale Ascanio a Milano all'assedio delcastellopassato il Tesino e ottenuta per accordo la terra e lafortezza di Vigevanopose il campo a Novara; eletta piú tostoquesta impresa che il tentare la oppugnazione di Mortarao perchéi franzesi si erano in Mortara molto fortificati o perchéstimasse appartenere piú alla riputazione e alla somma dellaguerra l'acquisto di Novaracittà celebre e molto abbondanteo perchérecuperata Novarala penuria delle vettovaglieavesse a mettere in necessità i franzesi che erano a Mortaradi abbandonarlao per impedire che non venisse a Noara Ivod'Allegriritornato di Romagna. Perché avendomentre che colduca Valentino andava alla impresa di Peseroricevuto gli avvisi delTriulziopartitosi subitamente con tutta la cavalleria e co'svizzerie intesa appresso a Parma la ribellione di Milanoseguitando con grandissima velocità il camminoe convenutoco' parmigiani e co' piacentini di non gli offendere e che non siopponessino al passare suogiunto a Tortonaincitato da' guelfi diquella città ardenti di cupidità di vendicarsi de'ghibellinii quali ritornati alla divozione di Lodovico gli aveanocacciatientratovi dentro la saccheggiò tutta; lamentandosi echiamando invano i guelfi la fede sua chefedelissimi e servidoridel refussino non altrimenti trattati che i perfidi inimici. DaTortona si fermò in Alessandriaperché i svizzerivenuti secomossi o dal non essere pagati o da altra fraudepassorno nell'esercito del duca di Milano. Il qualetrovandosi piúpotente che gli inimiciaccelerava con sommo studio di battere conl'artiglierie Novaraper espugnarla innanzi che i franzesii qualiaspettavano soccorso dal refussino potenti a opporsegli in sullacampagna: la quale cosa gli riuscí felicementeperchéi franzesi che erano in Novaraperduta la speranza del difendersiconvennono di dargli la cittàavuta la fede da lui dipotersene andare salvi con tutte le robe sue; la quale osservandocostantementegli fece accompagnare insino a Vercelliancora cheper importare molto alla vittoria la uccisione di quelle gentifusseconfortato a romperla da moltiche allegavano chese era lecitosecondo l'autorità e gli esempli d'uomini grandiviolare lafede per acquistare statodoveva essere molto piú lecito ilviolarla per conservarlo. Acquistata la terra di Novara si fermòalla espugnazione della fortezza; ma si crede che se andava versoMortarache le genti franzesinon essendo molto concordi ilTriulzio e Lignísi sarebbono ritirate di là dal Po.

Cap.xiv

Sollecitipreparativi del re di Francia per riprendere il ducato di Milano. Glisvizzeri al soldo di Lodovico Sforza s'accordano con quelli del re diFrancia e consegnano Novara. Lodovico Sforza prigione dei francesi.Anche il card. Ascanio tradito da un parente ed amico cade prigione.Gli svizzeri occupano la terra di Bellinzona. Fine di Lodovico Sforzae giudizio dell'autore su di lui. Il card. Ascanio nella torre diBorges.

Mamentre che Lodovico attendeva sollecitamente a queste cose non erastata minore la diligenza e la sollecitudine del re. Il qualecomeebbe sentita la ribellione di Milanoardente di sdegno e divergognamandò subito in Italia la Tramoglia con secentolanciemandò a soldare quantità grande di svizzeri; eperché con maggiore prestezza si provedesse alle cosenecessariedeputato il cardinale di Roano luogotenente suo di quada' montilo fece incontinente passare in Asti; di modo cheespedite queste cose con maravigliosa celeritàsi trovoronoal principio di aprile insieme in Italia mille cinquecento lanciediecimila fanti svizzeri e semila de' sudditi del re sotto laTramoglia il Triulzio e Ligní. Le quali gentiunite insieme aMortarasi appressorono a Novaraconfidandosi non meno nella fraudeche nelle forze; perché i capitani svizzeri che erano conLodovicobenché nella espugnazione di Novara avessinodimostrata fede e virtúsi eranoper mezzo de' capitanisvizzeri che erano nell'esercito de' franzesiconvenuti occultamentecon loro: della qual cosa cominciando per alcune congetture Lodovicoa sospettaresollecitava che quattrocento cavalli e ottomila fantiche si ordinavano a Milano si unissino seco. Cominciorono atumultuare in Novara i svizzeriistigati da' capitanipigliando peroccasione che 'l dí destinato al pagamento non si numeravano idanari per l'impotenza del duca: il qualecorrendo subito altumultocon benignissime parole e con tali prieghi che generavanonon mediocre compassionedonati ancora loro tutti i suoi argentigli fece stare pazienti ad aspettare che da Milano venissino idanari. Ma i capitani loro temerno chese col duca si univano legenti che si preparavano a Milanosi impedisse il mettere aesecuzione il tradimento disegnato; e perciò l'esercitofranzesesecondo l'ordine datomessosi in armesi accostòinnanzi dí alle mura di Novaraattorniandone una gran partee mandati alcuni cavalli tra la città e il fiume del Tesinoper tôrre al duca e agli altri la facoltà di fuggirsiverso Milano. Il qualesospettando ogn'ora piú del suo malevolle uscire coll'esercito di Novara per combattere con gli inimiciavendo già mandati fuora i cavalli leggieri e i borgognoni acominciare la battaglia; alla quale cosa gli fu apertamentecontradetto da' capitani de' svizzeriallegando che senza licenzade' suoi signori non volevano venire alle mani co' parenti e co'fratelli propri e con gli altri della sua nazione: co' quali pocodipoi mescolatisicome se fussino di uno esercito medesimodissonovolersi partire subito per andarsene alle loro case. Népotendo il ducané co' prieghi né con le lacrime nécon infinite promessepiegare la barbara perfidiasi raccomandòloro efficacemente che almeno conducessino lui in luogo sicuro; maperché erano convenuti co' capitani franzesi di partirsi e nonmenarlo seconegato di concedergli la sua dimandaconsentirno simescolasse tra essi in abito di uno de' loro fantiper stare allafortunase non fusse riconosciutodi salvarsi. La quale condizioneaccettata da lui per ultima necessità non fu sufficiente allasua saluteperchécamminando essi in ordinanza per mezzodell'esercito franzesefuper la diligente investigazione di coloroche erano preposti a questa curao insegnato dai medesimi svizzeririconosciutomentre che mescolato nello squadrone camminava a piedevestito e armato come svizzeroe subitamente ritenuto per prigione:spettacolo sí miserabile che commosse le lagrime insino amolti degli inimici. Furono oltre a lui fatti prigioni Galeazzo daSan Severinoe il Fracassa e Antonio Maria suoi fratellimescolatinell'abito medesimo tra' svizzeri; e i soldati italiani svaligiati epresiparte in Novara parte fuggendo verso il Tesino; perchéi franzesiper non irritare quelle nazionilasciorno partire asalvamento i cavalli borgognoni e i fanti tedeschi.

Presoil duca e dissipato l'esercitonon vi essendo piú alcunoostacoloe piena ogni cosa di fuga e di terroreil cardinaleAscanioil quale avea già inviate le genti raccolte a Milanoverso il camposentita tanta rovinasi partí subito daMilano per ridursi in luogo sicuroseguitandolo molti della nobiltàghibellina cheessendosi scoperti immoderatamente per Lodovicodisperavano d'ottenere venia da' franzesi. Ma essendo destinato chenelle calamità de' due fratelli si mescolasse con la malafortuna la fraudesi fermò la notte prossimaper ricrearsialquanto della fatica ricevuta per la celerità del camminarea Rivolta nel piacentinocastello di Currado Lando gentiluomo diquella cittàcongiuntogli di parentado e di lunga amicizia;il qualemutato l'animo con la fortunamandati subito a Piacenza achiamare Carlo Orsino e Sonzino Benzone soldati de' vinizianilodette loro nelle manie insieme Ermes Sforza fratello del ducaGiovan Galeazzo mortoe una parte de' gentiluomini venuti con lui;perché gli altricon piú utile consiglionon vi siessendo voluti fermare la notteerano passati piú avanti. Fucondotto subitamente Ascanio prigione a Vinegia; ma il restimandoper la sicurtà del ducato di Milano quanto era convenientel'averlo in sua potestàricercò senza indugio ilsenato vinizianousando eziandiocome lo vedde stare sospesoprotesti e minaccieche gliene desseallegando appartenersegli peressere stato preso nel paese sottoposto a sé: la qualerichiesta benché paresse molto acerba e indegnissima del nomevinizianonondimeno per fuggire il furore dell'armi sue lo consentíe insieme di tutti i milanesi che erano stati presi con lui. Anziessendosi fermati nelle terre di Ghiaradadda Batista Visconte e altrinobili milanesi fuggiti da Milano per la medesima cagionee avendoottenuto salvocondotto di potervi stare sicuricon espressionenominatamente de' franzesifurono per il medesimo timore necessitatia dargli in potestà del re: tanto in questo tempo potette piúnel senato viniziano il terrore dell'armi de' franzesi che ilrispetto della degnità della republica.

Mala città di Milanoabbandonata d'ogni speranzamandòsubito imbasciadori al cardinale di Roano a supplicare veniailquale la ricevé in grazia e perdonò in nome del re laribellionema componendogli a pagare trecentomila ducati; benchéil re ne rimesse poi loro la maggiore parte: e col medesimo esempioperdonò Roano all'altre città che si erano ribellateele compose in danari secondo la possibilità e qualitàloro. Cosí finita felicemente la impresa e licenziate legentii fanti di quattro cantoni de' svizzeri che sono piúvicini che gli altri alla terra di Bellinzoneposta nelle montagnenel ritornare a casa l'occuporono furtivamente. Il qual luogo il rearebbe potuto da principio riavere da loro con non molta quantitàdi danari; ma come spesso per sua natura perdevaper risparmiarepiccola quantità di danarioccasioni di cose grandiricusando di farlosuccederono poi tempi e accidenti chemoltevoltel'arebbe volentieripagandone grandissima quantitàricomperato da loro: perché è passo molto importante aproibire a' svizzeri lo scendere nello stato di Milano.

FuLodovico Sforza condotto a Lionedove allora era il ree introdottoin quella città in sul mezzodíconcorrendo infinitamoltitudine a vedere uno principepoco fa di tanta grandezza emaestà e per la sua felicità invidiato da moltioracaduto in tanta miseria; dondenon ottenuta grazia di esserecomesommamente desideravaintromesso al cospetto del refu dopo due dímenato nella torre di Loccesnella quale stette circa dieci annieinsino alla fine della vitaprigione: rinchiudendosi in una angustacarcere i pensieri e l'ambizione di colui che prima appena capivano itermini di tutta Italia. Principe certamente eccellentissimo pereloquenza per ingegno e per molti ornamenti dell'animo e dellanaturae degno di ottenere nome di mansueto e di clementese nonavesse imbrattata questa laude la infamia per la morte del nipote; mada altra parte di ingegno vano e pieno di pensieri inquieti eambiziosie disprezzatore delle sue promesse e della sua fede; etanto presumendo del sapere di se medesimo chericevendo sommamolestia che e' fusse celebrata la prudenza e il consiglio deglialtrisi persuadesse di potere con la industria e arti sue volgeredovunque gli paresse i concetti di ciascuno.

Seguitollonon molto poi il cardinale Ascanio; il qualericevuto con maggioreumanità e onoree visitato benignamente dal cardinale diRoanofu mandato in carcere piú onorataperché fumesso nella torre di Borgesstata prigione pochi anni innanzi delmedesimo re che ora lo incarcerava: tanto è varia e miserabilela sorte umanae tanto incerte a ognuno ne' tempi futuri le propriecondizioni.