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FrancescoGuicciardini

STORIAD'ITALIA

Volumeottavo





Cap.i

Nuovie piú gravi mali che affliggeranno l'Italia. Responsabilitàde' veneziani e sdegno contro di loro di Massimiliano e del re diFrancia. Ragioni di sdegno del pontefice contro i veneziani e timorisuoi di successi francesi. Lega di Cambrai contro Venezia. Ratificadel trattato da parte del re d'Aragona. Ratifica del ponteficedopoché i veneziani hanno respinto la richiesta sua di Faenzae di Rimini.

Nonerano tali le infermità d'Italiané sí pocoindebolite le forze sueche si potessino curare con medicineleggiere; anzicome spesso accade ne' corpi ripieni di umoricorrottiche uno rimedio usato per provedere al disordine di unaparte ne genera de' piú perniciosi e di maggiore pericolocosí la tregua fatta tra il re de' romani e i vinizianipartorí agli italianiin luogo di quella quiete etranquillità che molti doverne succedere sperato aveanocalamità innumerabilie guerre molto piú atroci emolto piú sanguinose che le passate: perché se bene inItalia fussino stategià quattordici annitante guerre etante mutazioninondimenoo essendosi spesso terminate le cosesenza sangue o le uccisioni state piú tra' barbari medesimiavevano patito meno i popoli che i príncipi. Ma aprendosi infuturo la porta a nuove discordieseguitorono per tutta Italiaecontro agli italiani medesimicrudelissimi accidentiinfiniteuccisionisacchi ed eccidi di molte città e terrelicenzamilitare non manco perniciosa agli amici che agli inimiciviolata lareligioneconculcate le cose sacre con minore riverenza e rispettoche le profane.

Lacagione di tanti malise tu la consideri generalmentefu come quasisempre l'ambizione e la cupidità de' príncipi: maconsiderandola particolarmenteebbono origine dalla temeritàe dal procedere troppo insolente del senato vinizianoper il qualesi rimossono le difficoltà che insino allora avevano tenutosospesi il re de' romani e il re di Francia a convenirsi contro aloro; l'uno de' quali immoderatamente esacerbato condussono ingrandissima disperazionel'altro nel tempo medesimo concitorono insomma indegnazioneo almeno gli dettono facoltà di apriresotto apparente colore quel che lungamente aveva desiderato. PerchéCesarestimolato da tanta ignominia e danno ricevutoe avendo inluogo di acquistare gli stati di altri perduto una parte de' suoiereditarinon era per lasciare indietro cosa alcuna per risarciretanta infamia e tanto danno; la quale disposizione accrebbono dinuovodopo la tregua fattaimprudentemente i vinizianiperchénon si astenendo da provocarlo non meno con le dimostrazioni vane checon gli effettiriceverono in Vinegia con grandissima pompa e quasicome trionfante l'Alviano: e il re di Franciaancora che daprincipio desse speranza di ratificare la tregua fattadimostrandosene poi alterato maravigliosamentesi lamentava che iviniziani avessino presunto di nominarlo e includerlo come aderentee cheavendo proveduto al riposo proprioavessino lasciato luinelle molestie della guerra: necessitatoper l'onore e utilitàpropriaa difendere contro a Cesare (che da Cologna andava inFiandra per opprimerlo)il duca di Ghelleriantico collegato suo epronto sempre per lui a opporsi a' fiamminghi e a molestarglie perla cui autorità ne' popoli vicini e per l'opportunitàdel suo paese gli era facile il fare passare nella Francia fantitedeschiquante volte avesse volontà di soldarne. Le qualidisposizioni dell'animo dell'uno e dell'altro incominciorono in brevespazio di tempo a manifestarsi: perché Cesaredelle forzeproprie non confidandoné sperando piú che per leingiurie sue si risentissino i príncipi o i popoli diGermaniainclinava a unirsi col re di Francia contro a' vinizianicome unico rimedio a ricuperare l'onore e gli stati perduti; e il reavendogli lo sdegno nuovo rinnovata la memoria delle offese che sipersuadeva avere ricevute da loro nella guerra napoletanaestimolato dall'antica cupidità di Cremona e dell'altre terrepossedute lungo tempo da' duchi di Milanoaveva la medesimainclinazione: perciò si cominciò a trattare tra loroper potererimosso l'impedimento delle cose minoriattendereinsieme alle maggioridi comporre le differenze trall'arciduca e ilduca di Ghelleri.

Stimolavasimilmente l'animo del re contro a' viniziani nel tempo medesimo ilponteficeacceso oltre all'antiche cagioni da nuove indegnazioni;perché si persuadeva che per opera loro i fuorusciti di Furlíi quali si riducevano a Faenzaavessino tentato di entrare in quellacittàe perché nel dominio veneto aveano ricetto iBentivoglistati dal re scacciati del ducato di Milano;aggiugnendosi che all'autorità della corte di Roma avevano inmolte cose minore rispetto che mai: nelle quali avea ultimatamenteturbato molto l'animo del pontefice che avendo conferito il vescovadodi Vicenzavacato per la morte del cardinale di San Piero a Vincolasuo nipotea Sisto similmente nipote suosurrogato da lui nelladegnità del cardinalato e ne' medesimi beneficiil senatoviniziano disprezzata questa collazione aveva eletto uno gentiluomodi Vinegia; il qualerecusando il pontefice di confermarloardivatemerariamente nominarsi vescovo eletto di Vicenza dalloeccellentissimo consiglio de' pregati. Dalle quali cose infiammatomandò prima al re Massimo secretario del cardinale di Nerbonae di poi il medesimo cardinaleche succeduto nuovamente per la mortedel cardinale di Aus nel suo vescovado si chiamava il cardinale diAus; i qualiuditi dal re con allegra fronteriportorono a lui varipartiti da eseguirsie senza Cesare e unitamente con Cesare. Ma ilpontefice era piú pronto a querelarsi che a determinarsi;perché da una parte combatteva nella sua mente il desiderioardente che si movessino l'armi contro a' vinizianida altra partelo riteneva il timore di non essere costretto a spendereimmoderatamente per la grandezza d'altrie molto piú lagelosia antica conceputa del cardinale di Roanoper la quale gli eramolestissimo che eserciti potenti del re passassino in Italia: eturbava in qualche parte le cose maggiori l'avere il ponteficeconferito poco innanzi senza saputa del re i vescovadi d'Asti e diPiacenzae il ricusare il re che 'l nuovo cardinale di San Piero inVincolaa cui per la morte dell'altro era stata conferita la badiadi Chiaravallebeneficio ricchissimo e propinquo a Milanoneconseguisse la possessione.

Nellequali difficoltà quel che non risolveva il ponteficedeliberorno finalmente Cesare e il re di Franciai quali trattandoinsieme secretissimamente contro a' vinizianisi convennono nellacittà di Cambraiper dare alle cose trattate perfezioneperla parte di Cesare madama Margherita sua figliuolasotto 'l cuigoverno si reggevano la Fiandra e gli altri stati pervenuti perl'eredità materna nel re Filipposeguitandola a questotrattato Matteo Lango secretario accettissimo di Cesaree per laparte del re di Francia il cardinale di Roano; spargendo fama diconvenirsi per trattare la pace tra l'arciduca e il duca di Ghelleritra' quali aveano fatta tregua per quaranta díingegnandosiche la vera cagione non pervenisse alla notizia de' viniziani:all'oratore de' quali affermava con giuramenti gravissimi ilcardinale di Roanovolere il suo re perseverare nella confederazionecon loro. Seguitò il cardinalepiú tosto noncontradicente che permettentelo imbasciadore del re d'Aragona;perché se bene quel re fusse stato il primo motore di questiragionamenti tra Cesare e il re di Francia erano stati dipoicontinuati senza luipersuadendosi l'uno e l'altro di loro esserglimolesta la prosperità del re di Franciae sospettoperrispetto del governo di Castigliaogni augumento di Cesaree cheperciò i pensieri suoi non fussino in questa cosa conformicolle parole. A Cambrai si fece in pochissimi dí l'ultimadeterminazionenon partecipata cosa alcunase non dopo laconclusione fattacon l'oratore del re cattolico; la quale il díseguenteche fu il decimo di dicembrefu con solenni cerimonieconfermata nella chiesa maggiorecol giuramento di madamaMargheritadel cardinale di Roano e dello imbasciadore spagnuolonon publicando altro che l'essere contratta tra 'l pontefice eciascuno di questi príncipi perpetua pace e confederazione. Manegli articoli piú secreti si contennono effetti sommamenteimportanti; i qualiambiziosi e in molte parti contrari a' patti cheCesare e il re di Francia aveano co' vinizianisi coprivano (come sela diversità delle parole bastasse a trasmutare la sostanzade' fatti) con uno proemio molto pietoso nel quale si narrava ildesiderio comune di cominciare la guerra contro agli inimici del nomedi Cristoe gli impedimenti che faceva a questo l'avere i vinizianioccupate ambiziosamente le terre della Chiesa. Li quali volendorimuovere per procedere poi unitamente a cosí santa enecessaria espedizionee per i conforti e consigli del ponteficeilcardinale di Roano come procuratore e col suo mandato e comeprocuratore e col mandato del re di Franciae madama Margherita comeprocuratrice e col mandato del re de' romani e come governatricedell'arciduca e degli stati di Fiandrae l'oratore del re d'Aragonacome procuratore e col mandato del suo reconvennono di muovereguerra a' vinizianiper ricuperare ciascuno le cose sue occupate daloroche si nominavano: per la parte del ponteficeFaenzaRiminiRavenna e Cervia; per il re de' romaniPadovaVicenza e Veronaappartenentigli in nome dello imperioe il Friuli e Trevigiappartenenti alla casa d'Austria; per il re di FranciaCremona e laGhiaradaddaBresciaBergamo e Crema; per il re d'Aragonale terree i porti stati dati in pegno da Ferdinando re di Napoli. Fussetenuto il re cristianissimo venire alla guerra in personae dargliprincipio il primo giorno del prossimo mese di aprile; al qual tempoavessino similmente a cominciare il pontefice e il re cattolico: cheacciò che Cesare avesse giusta causa di non osservare latregua fattail papa lo richiedessecome avvocato della Chiesadiaiuto; dopo la quale richiesta Cesare gli mandasse almeno unocondottieree fusse tenutofra quaranta dí che 'l re diFrancia avesse rotta la guerraassaltare personalmente lo stato de'viniziani: qualunque di loro avesse recuperato le cose proprie fussetenuto aiutare gli altri insino che avessino interamente ricuperatoobligati tutti alla difesa di chiunque di loro fusse nelle terrericuperate molestato da' viniziani; co' quali niuno potesse conveniresenza consentimento comune: potessino essere nominati infra tre mesiil duca di Ferrarail marchese di Mantova e ciascuno che pretendessei viniziani occupargli alcuna terra; nominatigodessino comeprincipali tutti i benefici della confederazioneavendo facoltàdi ricuperarsi da se stessi le cose perdute: ammunisse il ponteficesotto pene e censure gravissimei viniziani a restituire le coseoccupate alla Chiesa; e fusse giudice della differenza tra BiancaMaria moglie del re de' romani e il duca di Ferraraper conto dellaeredità di Anna sorella di lei e moglie già del ducapredetto: investisse Cesare il re di Franciaper sé perFrancesco d'Anguelem e loro discendenti maschidel ducato di Milano;per la quale investitura il re gli pagasse ducati centomila: nonfacessino né Cesare né l'arciducadurando la guerra esei mesi poinovità alcuna contro al re cattolico per cagionedel governo e de' titoli de' regni di Castiglia; esortasse il papa ilre di Ungheria a entrare nella presente confederazione: nominasseciascuno tra quattro mesi i collegati e aderenti suoinon potendonominare i viniziani né i sudditi o feudatari di alcuno de'confederati; e che ciascuno de' contraenti principali dovesse intrasessanta dí prossimi ratificare. Alla concordia universales'aggiunse la particolare trall'arciduca e il duca di Ghellerinellaquale fu convenuto che le terre occupate nella guerra presente alloarciducasi restituissinoma non già il simigliante diquelle che al duca erano state occupate. Stabilita in questa forma lanuova confederazionema tenendosi quanto si poteva secreto quel cheapparteneva a vinizianiil cardinale di Roano si partí il díseguente da Cambraimandati prima a Cesare il vescovo di Parigi eAlberto Pio conte di Carpi per ricevere da lui la ratificazione innome del re di Francia; il quale senza dilazione ratificò econfermò con giuramentocolle solennità medesime collequali era stata fatta la publicazione nella chiesa di Cambrai. Conquesti semi di gravissime guerre finí l'anno millecinquecent'otto.

Ècerto che questa confederazionecon tutto che nella scrittura sidicesse intervenirvi il mandato del papa e del re d'Aragonafu fattasenza mandato o consentimento loropersuadendosi Cesare e il recristianissimo che avessino a consentireparte per l'utilitàpropria parte perchéper la condizione delle cose presentiné l'uno né l'altro di essi alla loro autoritàardirebbe repugnare: e massimamente il re d'Aragonaal quale benchéfusse molesta questa capitolazione (perché temendo che non siaugumentasse troppo la grandezza del re di Francia anteponeva lasicurtà di tutto il reame di Napoli alla recuperazione dellaparte posseduta da' viniziani)nondimenoingegnandosi di dimostrarecon la prontezza il contrario di quello che sentiva nello animoratificò con le solennità medesime subitamente.

Maggioredubitazione era nel ponteficecombattendo in luisecondo la suaconsuetudineda una parte il desiderio di ricuperare le terre diRomagna e lo sdegno contro a' viniziani e dall'altra il timore del redi Francia; oltre cheessere pericoloso per sé e per la sediaapostolica giudicava che la potenza di Cesare cominciasse in Italia adistendersi. E peròparendogli piú utile l'ottenerecon la concordia una parte di quello desiderava che il tutto con laguerratentò di indurre il senato viniziano a restituirgliRimini e Faenza; dimostrando che i pericoli che soprastavano perl'unione di tanti príncipi sarebbono molto maggioriconcorrendo nella confederazione il ponteficeperché nonpotrebbe recusare di perseguitargli con le armi spirituali etemporalima cherestituendo le terre occupate alla Chiesa nel suopontificatoe cosí riavendo insieme con le terre l'onorearebbe giusta cagione di non ratificare quel che era stato fatto innome suo ma senza suo consentimento; e che rimovendosene l'autoritàpontificale diventerebbe facilmente vana questa confederazionecheper se stessa aveva avute molte difficoltà: il che potevanoessere certi che egliquanto potesseprocurerebbe con l'autoritàe con la industriase non per altro perché in Italia non siaugumentasse piú la potenza de' barbaripericolosissima nonmeno alla sedia apostolica che agli altri. Sopra la quale dimandafacendosi nel senato viniziano varie consultee inclinando molti aconsentire alle sue domande per l'utilità che risulterebbe dalsepararsi l'autorità del pontefice dagli altrimolti percontrario affermando non si dovere comperare con tanta indegnitàquel che non basterebbe a liberargli dalla guerrasarebbe finalmenteprevaluta l'opinione di quegli che confortavano la piú sana emigliore sentenzase Domenico Trivisano senatore di grande autoritàe uno de' procuratori del tempio ricchissimo di San Marcoonorenella republica veneta di maggiore stima che alcun altro dopo ildogelevatosi in piedinon avesse consigliato il contrario: ilqualecon molte ragioni e con efficacia grande di parlaresiingegnò di persuadere essere cosa molto aliena dalla degnitàe dalla utilità di quella chiarissima e amplissima republicarestituire le terre dimandate dal ponteficedalla cui congiunzione oalienazione cogli altri confederati poco si accrescerebbono oalleggierirebbeno i loro pericoli. Perché se beneacciòche apparisse meno disonesta la causa loroavessino nel convenireusato il nome del ponteficesi erano effettualmente convenuti senzaluiin modo che per questo non diventerebbono né piúlenti né piú freddi alle esecuzioni deliberate; e percontrarionon essere l'armi del pontefice di tale valore che e'dovessino comprare con tanto prezzo il fermarle. Conciossiachése nel tempo medesimo fussino assaltati dagli altripotersi conmediocre guardia difendere quelle cittàle quali le gentidella Chiesa (infamia della miliziasecondo il vulgatissimoproverbio) non erano per se medesime bastanti né a espugnarené a fare inclinazione alcuna alla somma della guerra; e ne'movimenti e nel fervore delle armi temporali non sentirsi lariverenza né i minacci delle armi spiritualile quali nonessere da temere che nocessino piú loro in questa guerra chefussino nociute in molte altre e specialmente nella guerra fattacontro a Ferraranella quale non erano state potenti a impedire chenon conseguissino la pace onorevole per sé e vituperosa per ilresto d'Italiache con consentimento tanto grandee nel tempo chefioriva di ricchezze d'armi e di virtúsi era unita tuttacontro a loro: e ragionevolmenteperché non era verisimileche il sommo Dio volesse che gli effetti della sua severità edella sua misericordiadella sua ira e della sua pacefussino inpotestà d'uno uomo ambiziosissimo e superbissimosottopostoal vino e a molte altre inoneste voluttà: che la esercitassead arbitrio delle sue cupiditànon secondo la considerazionedella giustizia o del bene publico della cristianità. Giàse in questo pontificato non era piú costante la fedesacerdotale che fusse stata negli altrinon vedere che certezzapotesse aversi checonseguita da loro Faenza e Rimininon si unissecon gli altri per recuperare Ravenna e Cervianon avendo maggiorerispetto alla fede data che sia stato proprio de' pontefici; i qualiper giustificare le fraudi lorohanno statuitotra l'altre leggiche la Chiesanon ostante ogni contratto ogni promessa ognibeneficio conseguitonepossa ritrattare e direttamente contravenirealle obligazioni che i suoi medesimi prelati hanno solennementefatte. La confederazione essere stata fatta tra Massimiliano e il redi Francia con grande ardorema non essere simili gli animi deglialtri collegatiperché il re cattolico vi aderivamalvolentieri e nel pontefice apparivano segni delle sue consuetevacillazioni e sospizioni; però non essere da temere piúdella lega fatta a Cambrai che di quello che altra volta a Trento edipoi a Bles avevano convenutocol medesimo ardorei medesimiMassimiliano e Luigiperché alla esecuzione delle cosedeterminate repugnavano molte difficoltàle quali per suanatura erano quasi impossibili a svilupparsi. E perciòilprincipale studio e diligenza di quel senato doversi voltare acercare di alienare Cesare da quella congiunzioneil che per lanatura e per le necessità suee per l'odio antico fissocontro a' franzesisi poteva facilmente sperare; e alienatolononessere pericolo alcuno che fusse mossa la guerraperché il redi Francia abbandonato da lui non ardirebbe d'assaltargli piúdi quello che avesse ardito per il passato. Doversi in tutte le cosepubliche considerare diligentemente i princípiperchénon era poi in potestà degli uomini partirsisenza sommodisonore e pericolodalle deliberazioni già fatte e nellequali si era perseverato lungo tempo. Avere i padri loro ed essisuccessivamente atteso in tutte l'occasioni ad ampliare l'imperiocon scoperta professione di aspirare sempre a cose maggiori: di quiessere divenuti odiosi a tuttiparte per timore parte per doloredelle cose tolte loro. Il quale odio benché si fusseconosciuto molto innanzi potere partorire qualche grande alterazionenondimanco non si erano però né allora astenuti daabbracciare l'occasioni che se gli offerivanoné ora essererimedio a' presenti pericoli cominciare a cedere parte di quellopossedevano; conciossiaché non per questo si quieterebbonoanzi si accenderebbenogli animi di chi gli odiavapigliando ardiredalla loro timidità: perché essendo titolo inveteratogià molti anniin tutta Italia che il senato viniziano nonlasciava giammai quel che una volta gli era pervenuto nelle manichinon conoscerebbe che il fare ora cosí vilmente il contrarioprocederebbe da ultima disperazione di potersi difendere dai pericoliimminenti? Cominciando a cedere qualunque cosa benché piccoladeclinarsi dalla riputazione e dallo splendore antico della lororepublica; onde augumentarsi grandemente i pericoli. Ed essere piúdifficilesenza comparazioneconservareeziandio da' minoripericoliquel che rimanea chi ha cominciato a declinare che non èa chisforzandosi di conservare la degnità e il grado suosivolge prontamentesenza fare segno alcuno di volere cederecontrachi cerca di opprimerlo. Ed essere necessario o disprezzareanimosamente le prime dimande oconsentendolepensare d'averne aconsentire molte altre: dalle qualiin brevissimo spazio di temporisulterebbe la totale annullazione di quello imperioeseguentemente la perdita della propria libertà. Avere larepublica venetae ne' tempi de' padri e ne' tempi di loro medesimisostenuto gravissime guerre co' príncipi cristianie peravere sempre ritenuta la costanza e generosità dell'animoriportatone gloriosissimo fine. Doversi nelle difficoltàpresentiancorché forse paressino maggiorisperarne ilmedesimo successo; perché e la potenza e l'autoritàloro era maggioree nelle guerre fatte comunemente da molti príncipicontro a uno solere essere maggiore lo spavento che gli effettiperché prestamente si raffreddavano gli impeti primiprestamente cominciando a nascere varietà di pareri indebolivatra loro la fede; e dovere quel senato confidarsi cheoltre alleprovisioni e rimedi che essi farebbono da se medesimiDiogiudicegiustissimonon abbandonerebbe una republica nata e nutrita inperpetua libertàornamento e splendore di tutta la Europanélascerebbe conculcare alla ambizione de' príncipisotto falsocolore di preparare la guerra contro agli infedeliquella cittàla qualecon tanta pietà e con tanta religioneera statatanti anni la difesa e il propugnacolo di tutta la republicacristiana. Commossono in modo gli animi della maggiore parte leparole di Domenico Trivisano checome già qualche anno erastato spesse volte quasi fatale in quello senatofucontro alparere di molti senatori grandi di prudenza e di autoritàseguitato il consiglio peggiore. Però il ponteficeil qualeaveva differito insino all'ultimo dí assegnato allaratificazione il ratificareratificò; ma con espressadichiarazione di non volere fare atto alcuno di inimicizia contro a'viniziani se non dappoi che il re di Francia avesse dato alla guerracominciamento.

Cap.ii

Difficilicondizioni de' pisani; fallito tentativo de' genovesi e de' lucchesidi introdurre grano in Pisa; accordi fra fiorentini e lucchesi.Convenzione fra i fiorentini e i re di Francia e d'Aragona.

Eranoin questo tempo medesimoridotte e ogni dí piú siriduceano in grandissima strettezza le cose de' pisani: perchéi fiorentinioltre all'avere la state precedente tagliate tutte leloro ricoltee oltre al correre continuamente le genti loro dalleterre circostanti insino in sulle porte di Pisaaveanoper impedireche per mare non vi entrassino vettovagliesoldato con alcuni legniil figliuolo del Bardella da Portoveneri; onde i pisaniassediatiquasi per terra e per marené avendo per la povertàloro facoltà di condurre o legni o soldati forestieriedessendo da' vicini aiutati lentamentenon avevano piú quasisperanza alcuna di sostentarsi. Dalle quali cose mossi i genovesi elucchesi deliberorono di fare esperienza che in Pisa entrassequantità grande di grani; i qualicaricati sopra grandenumero di barche e accompagnati da due navi genovesi e due galeonierano stati condotti alla Spezie e dipoi a Vioreggioacciòche di quivi per ordine de' pisanicon quattordici brigantini emolte barchesi conducessino in Pisa. Ma volendo opporsi ifiorentiniperché nella condotta o esclusione di questi graniconsisteva totalmente la speranza o la disperazione di conseguirequello anno Pisaaggiunsono a' legni che aveano prima una naveinghileseche per ventura si trovava nel porto di Livornoe alcunefuste e brigantini; e aiutando quanto potevanocon le preparazioniterrestril'armata marittimamandorno tutta la cavalleria e grandenumero di fantiraccolti subitamente del loro dominioa tuttequelle parti donde i legni degli inimici potessinoo per la foced'Arno o per la foce di Fiumemorto entrando in Arnocondursi inPisa. Condussonsi gli inimici tralla foce d'Arno e...; [e] essendo ilegni de' fiorentini tra la foce e Fiumemortoe la gente di terraoccupati tutti i luoghi opportuni e distese l'artiglierie in sulleripe da ogni parte del fiume donde aveano a passaregiudicando nonpotere procedere piú innanzisi ritornorno nella riviera diGenovaperduti tre brigantini carichi di frumento. Dal qualesuccesso apparendo quasi certa per mancamento di vettovaglie lavittoria i fiorentiniper impedire piú agevolmente che per ilfiume non ne potessino essere condottegittorono in su Arno unoponte di legnamefortificandolo con bastioni dall'una e l'altraripa; e nel tempo medesimoper rimuovere gli aiuti de' viciniconvennono co' lucchesiavendo primaper reprimere l'audacia loromandato a saccheggiarecon una parte delle genti mossa da Cascinail porto di Vioreggio e i magazzini dove erano molti drappi dimercatanti di Lucca. E per questo avendo i lucchesi impauriti mandatoa Firenze imbasciadoririmasono finalmente concordi che tra l'una el'altra republica fusse confederazione difensiva per anni treescludendo nominatamente i lucchesi dalla facoltà di aiutarein qualunque modo i pisani; la quale confederazionerecuperandosiper i fiorentini Pisa infra uno annosi intendesse prorogata peraltri dodici annie durante questa confederazione non dovessino ifiorentinisenza pregiudicio per ciò delle loro ragionimolestare i lucchesi nella possessione di Pietrasanta e di Mutrone.

Mafu di momento molto maggiore a facilitare lo acquisto di Pisa lacapitolazione fatta da loro coi re cristianissimo e cattolico. Laqualetrattata molti mesiaveva avuto varie difficoltà:temendo i fiorentiniper l'esperienza del passatoche questo nonfusse mezzo a trarre da loro quantità grande di danari enondimeno che le cose di Pisa rimanessino nel medesimo grado; e daaltra parte interpretando il re di Francia procurarsi la dilazioneartificiosamenteper la speranza che i pisanil'estremitàde' quali erano notissimeda loro medesimi cedessinonévolendo che in modo alcuno la ricuperassino senza pagargliene lamercedecomandò al Bardella suo suddito che si partisse da'soldi loroe a Ciamonte che da Milano mandasse in aiuto de' pisanisecento lancie: per la quale cosarimosse tutte le dubitazioni edifficoltàconvenneno in questa forma: non dessino néil re di Francia né il re d'Aragona favore o aiuto a' pisanie operassino con effetto che da' luoghi sudditi a loroo confederatio raccomandatinon andassino a Pisa vettovaglie né soccorsodi danari né di genti né di alcun'altra cosa; pagassinoi fiorentini in certi termini a ciascuno di essise infra un annoprossimo ricuperassino Pisacinquantamila ducati; e nel casopredetto si intendesse fatta tra loro lega per tre anni dal dídella recuperazioneper la quale i fiorentini fussino obligatidifendere con trecento uomini d'arme gli stati che aveano in Italiaricevendo per la difesa propria da qualunque di loro almeno trecentouomini d'arme. Alla capitolazione fatta in comune fu necessarioaggiugneresenza saputa del recattoliconuove obligazioni dipagare al re di Franciane' tempi e sotto le condizioni medesimecinquantamila altri ducati. Oltre che fu di bisogno promettessino didonare a' ministri de' due re venticinquemila ducatide' quali lamaggiore parte s'aveva a distribuire secondo la volontà delcardinale di Roano. Le quali convenzionibenché fussino congravissima spesa de' fiorentinidettono nondimeno appresso a tuttigli uomini infamia piú grave a quei re: de' quali l'uno sidispose per danari ad abbandonare quella [città]che moltevolte aveva affermato avere ricevuta nella sua protezionee dellaqualecome si manifestò poiessendosegli spontaneamentedatail gran capitano avea accettato in suo nome il dominio;l'altronon si ricordando delle promesse fatte molte volte a'fiorentinio vendé per brutto prezzo la libertà giustade' pisani o costrinse i fiorentini a comperare da lui la facoltàdi ricuperare giustamente le cose proprie. Tanto può oggicomunemente piú la forza della pecunia che il rispettodell'onestà.

Cap.iii

Preparatividel re di Francia per la guerra. Sollecite misure di difesa de'veneziani; casi sfortunati per loro. Piano di guerra de' veneziani.Inizi della spedizione del re di Francia contro i veneziani.

Male cose de' pisaniche già solevano essere negli occhi ditutta Italiaerano in questo tempo di piccola considerazionedependendo gli animi degli uomini da espettazione di cose maggiori.Perchératificata che fu la lega di Cambrai da tutti iconfederaticominciò il re di Francia a fare grandissimepreparazioni; e con tutto che per ancora a protesti o minaccie diguerra non si procedessenondimenonon si potendo piú lacosa dissimulareil cardinale di Roanopresente tutto il consigliosi lamentò con ardentissime parole con l'oratore de' vinizianiche quel senatodisprezzando la lega e l'amicizia del refacevafortificare la badia di Cerreto nel territorio di Crema: nella qualeessendo stata anticamente una fortezzafu distrutta per i capitolidella pace fatta l'anno mille quattrocento cinquantaquattro traviniziani e Francesco Sforza nuovo duca di Milanocon patto che iviniziani non potessino in tempo alcuno fortificarvi; a' capitolidella quale pace si riferivain questo e in molte altre coselapace fatta tra loro e il re. E giàessendo venuto il re pochidí poi a Lionecamminavano le genti sue per passare i montie si apparecchiavano per scendere nel tempo medesimo in Italiaseimila svizzeri soldati da lui. E aiutandosioltre alle forzepropriedi quelle degli altriavea ottenute da' genovesi quattrocaraccheda' fiorentini cinquantamila ducati per parte di quegli chese gli dovevano dopo l'acquisto di Pisa; e dal ducato di Milanodesiderosissimo d'essere reintegrato nelle terre occupate da'vinizianigli erano stati donati centomila ducatie moltigentiluomini e feudatari di quello stato si provedevano di cavalli ed'armi per seguitare alla guerra con ornatissime compagnie la personadel re.

Daaltra parte si preparavano i viniziani a ricevere con animograndissimo tanta guerrasforzandosico' danari con l'autoritàe con tutto il nervo del loro imperiodi fare provisioni degne ditanta republica; e con tanto maggiore prontezza quanto pareva moltoverisimile chese sostenessino il primo impetos'avesse facilmentel'unione di questi príncipimale conglutinataad allentarsio risolversi: nelle quali cosecon somma gloria del senatoilmedesimo ardore si dimostrava in coloro che prima aveano consigliatoinvano che la fortuna prospera modestamente si usasse che in quegliche erano stati autori del contrario; perchépreponendo lasalute publica alla ambizione privatanon cercavano che crescesse laloro autorità col rimproverare agli altri i consigliperniciosi né con l'opporsi a' rimedi che si facevano a'pericoli nati per la loro imprudenza. E nondimenoconsiderando checontro a loro si armava quasi tutta la cristianitàsiingegnorono quanto potettono di interrompere tanta unionepentitisigià d'avere dispregiata l'occasione di separare dagli altri ilponteficeavendo massimamente avuta speranza che egli sarebbe statopaziente se gli restituivano Faenza sola. Però con luirinnovorno i primi ragionamentie ne introdusseno de' nuovi conCesare e col re cattolico; perché col re di Franciao perl'odio o per la disperazione d'averlo a muoverenon tentorno cosaalcuna. Ma né il pontefice poteva accettare piú quelche prima avea desideratoe al re cattolico con tutto che forse nonmancasse la volontà mancava la facoltà di rimuovere glialtri; e Cesarepieno d'odio smisurato contro al nome vinizianononsolamente non gli esaudí ma né udí l'offerteloroperché recusò di ammettere al cospetto suoGiampiero Stella loro secretario mandatogli con amplissimecommissioni. Peròvoltati tutti i pensieri a difendersicoll'armisoldavano da ogni parte quantità grandissima dicavalli e di fantie armavano molti legni per la custodia de' litidi Romagnae per metterne nel lago di Garda e nel Po e negli altrifiumi viciniper i quali fiumi temevano essere molestati dal duca diFerrara e dal marchese di Mantova. Ma gli turbavanooltre a' minaccidegli uominimolti casi o fatali o fortuiti. Percosse una saetta lafortezza di Bresciauna barca mandata dal senato a portare danari aRavenna si sommerse con diecimila ducati nel marel'archivio pienodi scritture attenenti alla republica andò totalmente in terracon subita rovina; ma gli empié di grandissimo terrore che inquegli díe nell'ora medesima che era congregato il consigliomaggioreappiccatosio per caso o per fraude occulta di qualcunoil fuoco nel loro arzanalenella stanza dove si teneva il salnitrocon tutto vi concorresse numero infinito d'uomini a estinguerloaiutato dalla forza del vento e dalla materia atta a pascerlo eampliarloabbruciò dodici corpi di galee sottili e quantitàgrandissima di munizioni. Alle difficoltà loro si aggiunse cheavendo soldato Giulio e Renzo Orsini e Troilo Savelloconcinquecento uomini d'arme e tremila fantiil pontefice conasprissimi comandamentifatti come a feudatari e sudditi dellaChiesagli costrinse a non si partire di terra di Romainvitandoglia ritenersi quindicimila ducati ricevuti per lo stipendioconpromettere di compensargli in quello che i vinizianiper i fruttiavuti delle terre di Romagnaalla sedia apostolica doveano.Volgevansi le preparazioni del senato principalmente verso i confinidel re di Franciadall'armi del quale aspettavano l'assalto piúpresto e piú potente: perché dal re d'Aragonacontutto che avesse agli altri confederati promesso moltosi spargevanodimostrazioni e romorisecondo la sua consuetudinema non sifacevano apparati di molto momento; e Cesareoccupato in Fiandraperché i popoli sottoposti al nipote lo sovvenissinovolontariamente di danarinon si credeva dovesse cominciare laguerra al tempo promesso; e il pontefice pensavano chesperando piúnella vittoria degli altri che nell'armi proprieavesse a regolarsisecondo i progressi de' collegati.

Nonsi dubitava che 'l primo assalto del re di Francia avesse a esserenella Ghiaradaddapassando il fiume dell'Adda appresso a Cascianoperò si raccoglieva a Pontevicoin sul fiume dell'Ogliol'esercito venetodel quale era capitano generale il conte diPitigliano e governatore Bartolomeo d'Alvianoe vi erano proveditoriin nome del senato Giorgio Cornaro e Andrea Grittigentiluominichiari e molto onorati per l'ordinarie loro qualitàe per lagloria acquistata l'anno passatol'uno per le vittorie del Friulil'altro per l'opposizione fatta a Roveré contro a' tedeschi.Tra' quali consultandosi in che maniera fusse da procedere nellaguerra erano varie le sentenzenon solo tra gli altri ma tra 'lcapitano e il governatore. Perché l'Alvianoferoce di ingegnoe insuperbito per i successi prosperi dell'anno precedentee prontoa seguitare le occasioni sperate e di incredibile celeritàcosí nel deliberare come nell'eseguireconsigliava cheperfare piú tosto la sedia della guerra nel paese degli inimiciche aspettare fusse trasferita nello stato propriosi assaltasseinnanzi che 'l re di Francia passasse in Italiail ducato di Milano.Ma il conte di Pitiglianoo raffreddato il vigore dell'animo (comediceva l'Alviano) per la vecchiezza o considerando per la lungaesperienza con maggiore prudenza i pericolie alieno dal tentaresenza grandissima speranza la fortunaconsigliava che disprezzata laperdita delle terre della Ghiaradaddache non rilevavano alla sommadella guerral'esercito si fermasse appresso alla terra degli Orcicome già nelle guerre tra' viniziani e il ducato di Milanoaveano fatto Francesco Carmignuola e poi Iacopo Piccininofamosicapitani de' tempi loro; alloggiamento molto forte per essere inmezzo tra' fiumi dell'Oglio e del Serioe comodissimo a soccorreretutte le terre del dominio viniziano: perché se i franzesiandassino ad assaltargli in quello alloggiamento potevanoper lafortezza del sitosperarne quasi certa la vittoria; ma se andassinoa campo [a] Cremona o Crema o Bergamo o Bresciapotrebbono perdifesa di quelle accostarsi coll'esercito in luogo sicuroeinfestandoglicon tanto numero di cavalli leggieri e stradiotti cheavevanole vettovaglie e l'altre comoditàimpedirebbeno loroil prendere qualunque terra importante. E cosísenzarimettersi in potestà della fortunapotersi facilmentedifendere lo imperio viniziano da cosí potente e impetuosoassalto del re di Francia. De' quali consigli l'uno e l'altro erastato rifiutato dal senato; quello dell'Alviano come troppo audacequesto del capitano generale come troppo timido e non consideratoredella natura de' pericoli presenti: perché al senato sarebbepiú piaciutosecondo la inveterata consuetudine di quellarepublicail procedere sicuramente e l'uscire il meno potessinodella potestà di loro medesimi; ma da altra parte siconsideravase nel tempo che tutte quasi le loro forze fussinoimpegnate a resistere al re di Francia assaltasse il loro statopotentemente il re de' romanicon quali armi con quali capitani conquali forze potersi opporsegli; per il quale rispettoquella via cheper se stessa pareva piú certa e piú sicura rimanerepiú incerta e piú pericolosa. Peròseguitandocome spesso si fa nelle opinioni contrariequella che è inmezzofu deliberato che l'esercito s'accostasse al fiume dell'Addaper non lasciare in preda degli inimici la Ghiaradadda; ma conespressi ricordi e precetti del senato viniziano chesenza grandesperanza o urgente necessitànon si venisse alle mani con gliinimici.

Diversaera molto la deliberazione del re di Franciaardente di desiderioche gli eserciti combattessino. Il qualeaccompagnato dal ducadell'Oreno e da tutta la nobiltà del reame di Franciacomeebbe passati i montimandò Mongioia suo araldo a intimare laguerra al senato viniziano; commettendogli cheacciocchétanto piú presto si potesse dire intimatafacesse nel passareda Cremona il medesimo co' magistrati viniziani. E se benenonessendo ancora unito tutto l'esercito suoavesse deliberato che nonsi movesse cosa alcuna insino a tanto che egli non fussepersonalmente a Cascianonondimenoo per gli stimoli del ponteficeche si lamentava essere passato il tempo determinato nellacapitolazioneo acciocché cominciasse a correre il tempo aCesare obligato a muovere la guerra quaranta dí poi che il rel'avesse mossamutata la prima deliberazionecomandò aCiamonte desse principionon essendo ancora le genti vinizianeperché non erano raccolte tuttepartite da Pontevico.

 

Cap.iv

Primifatti di guerra. La bolla del pontefice contro i veneziani;l'intimazione di guerra del re di Francia e la risposta del doge. Ifrancesi passano l'Adda a Cassano. I francesi a Rivolta. La battagliadi Ghiaradadda. Resa di Bergamo e di Brescia al re di Francia.

Fuil primo movimento di tanto incendio il quintodecimo díd'aprile. Nel quale dí Ciamontepassato a guazzo con tremilacavalli il fiume dell'Adda appresso a Cascianoe fatto passare in subattelli seimila fanti e dietro a loro l'artiglieriesi dirizzòalla terra di Trevilontana tre miglia da Cascianonella quale eraGiustiniano Morosino proveditore degli stradiotti de' vinizianiecon lui Vitello da Città di Castello e Vincenzio di Naldocherassegnavano i fanti che si doveano distribuire nelle terre vicine: iqualicredendo che i franzesiche in piú parti si eranosparsi per la campagnanon fussino gente ordinata per assaltare laterra ma per correre il paesemandorno fuora dugento fanti e alcunistradiottico' quali appiccatasi una parte delle genti franzesigliseguitò scaramucciando insino al rivellino della porta; e pocodipoi sopragiugnendo gli altrie appresentate l'artiglierie ecominciato già a battere co' falconetti le difeseo la viltàde' capi spaventati di questo impeto sí improviso o lasollevazione degli uomini della terra gli costrinse ad arrendersiallo arbitrio libero di Ciamonte. Cosí rimasono prigioniGiustiniano proveditoreVitello e Vincenzio e il conte Braccioecon loro cento cavalli leggieri e circa mille fanti quasi tutti diValdilamone; essendosi solamente salvati col fuggire dugentostradiotti: e dipoi Ciamontea cui si erano arrendute alcune terrevicineritornò con le genti tutte di là da Adda. E ilmedesimo dí il marchese di Mantovacome soldato del re da cuiavea la condotta di cento lanciecorse a Casalmaggiore; il qualecastello senza fare resistenza gli fu dato dagli uomini della terrainsieme con Luigi Bono officiale viniziano. Corse eziandio ilmedesimo dí da Piacenza Roccalbertinocon cento cinquantalancie e tremila fanti passati in su uno ponte di barchefatto dovel'Adda entra nel Po nel contado di Cremona; in altra parte del qualecorsono similmente le genti che erano alla guardia di Lodigittatouno ponte in su Addae tutti i paesani della montagna di Brianzainsino a Bergamo. Il quale assalto fatto in uno giorno medesimo dacinque partisenza dimostrarsi gli inimici in luogo alcunoebbemaggiore strepito che effetto; perché Ciamonte si ritornòsubito a Milano per aspettare la venuta del re che già eravicinoe il marchese di Mantovache preso Casalmaggiore avevatentato Asola invanointeso che l'Alviano con molta gente avevapassato il fiume dell'Oglio a PontemolaroabbandonòCasalmaggiore.

Fattoquesto principio alla guerrail pontefice incontinente publicòsotto nome di monitoriouna bolla orribile; nella quale furnonarrate tutte le usurpazioni che avevano fatte i viniziani delleterre pertinenti alla sedia apostolicae l'autoritàarrogatesiin pregiudicio della libertà ecclesiastica e dellagiurisdizione de' ponteficidi conferire i vescovadi e molti altribenefici vacantidi trattare ne' fori secolari le cause spirituali el'altre attenenti al giudicio della Chiesae di molte altre coseetutte le inobbedienze passate. Oltre alle quali fu narrato che pochidí innanziper turbare in pregiudicio della medesima sedia lecose di Bolognaavevano chiamati a Faenza i Bentivogli rebelli dellaChiesa; e sottopostiloro e chi gli ricettassea gravissimecensure; ammonendogli a restituireinfra ventiquattro díprossimile terre che occupavano della Chiesa insieme con tutti ifrutti ricevuti nel tempo l'aveano tenutesotto penain caso nonubbidissinodi incorrere nelle censure e interdettinon solo lacittà di Vinegia ma tutte le terre che gli ubbidissinoequelle ancora che non suddite allo imperio loro ricettassino alcunoviniziano; dichiarandogli incorsi in crimine di maestà lesa ediffidati come inimiciin perpetuoda tutti i cristiani: a' qualiconcedeva facoltà di occupare per tutto le robe loro e fareschiave le persone. Contro alla quale bolla fu da uomini incognitipresentatapochi dí poinella città di Romaunascrittura in nome del principe e de' magistrati viniziani; nellaqualedopo lunga e acerbissima narrazione contro al pontefice e ilre di Franciasi interponeva l'appellazione dal monitorio al futuroconcilio ein difetto della giustizia umanaa' piedi di Cristogiustissimo giudice e principe supremo di tutti. Nel quale tempoaggiugnendosi al monitorio spirituale le denunzie temporalil'araldoMongioiaarrivato in Vinegia e introdotto innanzi al doge e alcollegioprotestò in nome del re di Francia la guerra giàcominciataaggravandola con cagioni piú efficaci che vere ogiuste: alla proposta del qualeavendo alquanto consultatofurisposto dal doge con brevissime parole chepoi che il re di Franciaaveva deliberato di muovere loro la guerra nel tempo che piúsperavano di luiper la confederazione la quale non aveano maiviolatae per aversiper non si separare da luiprovocato inimicoil re de' romaniche attenderebbeno a difendersisperando poterlofare con le forze loro accompagnate dalla giustizia della causa.Questa risposta parve piú secondo la degnità dellarepublica che distendersi in giustificazioni e querele vane contro achi già gli avea assaltati con l'armi.

Maunito che fu a Pontevico l'esercito vinizianonel quale erano dumilauomini d'arme tremila tra cavalli leggieri e stradiottiquindicimilafanti eletti di tutta Italiae veramente il fiore della miliziaitaliana non meno per la virtú de' fanti che per la perizia evalore de' capitanie quindicimila altri fanti scelti dell'ordinanzade' loro contadie accompagnati da copia grandissima di artiglierievenne a Fontanellaterra vicina a Lodi a sei miglia e sediaopportuna a soccorrere CremonaCremaCaravaggio e Bergamo: ovegiudicando avere occasioneper la ritirata di Ciamonte di làda Adda né essendo ancora unito tutto l'esercito del rediricuperare Trevisi mossono per deliberazione del senato ma controal consigliosecondo che esso affermava poidell'Alviano; il qualeallegava essere deliberazioni quasi repugnanti vietare che sicombattesse coll'esercito degli inimici e da altra parteaccostarsegli tantoperché non sarebbe forse in potestàloro il ritirarsie quando pure potessino farlosarebbe con tantadiminuzione della reputazione di quello esercito che nocerebbe troppoalla somma di tutta la guerra; e che egliper questo rispetto e perl'onore proprio e per l'onore comune della milizia italianaeleggerebbe piú tosto di morire che di consentire a tantaignominia. Occupò prima l'esercito Rivolta dove i franzesi nonavevano lasciata guardia alcunaove messi cinquanta cavalli etrecento fantisi accostò a Treviterra poco distante daAdda e situata in luogo alquanto eminentee nella quale Ciamonteaveva lasciate cinquanta lancie e mille fanti sotto il capitanoImbaltFrontaglia guascone e il cavaliere Biancoe piantatel'artiglierie dalla parte di verso Casciano ove il muro era piúdebolee facendo processo grandequegli che erano dentro il díseguente si arrenderonosalvi i soldati ma senza armie rimanendoprigioni i capitanie la terra a discrezione libera del vincitore:la quale subito andò a saccocon danno maggiore de' vincitoriche de' vinti. Perché il re di Franciacome intese il campoinimico essere intorno a Treviparendogli che la perdita di quelluogo quasi in su gli occhi suoi gli togliesse molto dellareputazionesi mosse subitamente da Milano per soccorrerloecondottoil dí poi che era stato preso Trevi che fu il nonodi maggioin sul fiume presso a Cascianoove prima perl'opportunità di Casciano erano stati senza difficoltàgittati tre ponti in sulle barchepassò con tutto l'esercitosenza farsi dagli inimici dimostrazione alcuna di resistergli;maravigliandosi ciascuno che oziosamente perdessino tanta occasionedi assaltare la prima parte delle genti che fusse passataedesclamando il Triulzioquando vedde passarsi senza impedimento: -Oggio re cristianissimoabbiamo guadagnato la vittoria. - La qualeoccasione è manifesto che medesimamente fu conosciuta e volutausare dai capitanima non fu mai in potestà loronécon autorità né con prieghi né con minacciefare uscire di Trevi i soldatioccupati nel sacco e nella preda: alquale disordine non bastando alcuno altro rimedio a provederel'Alviano per necessitargli a uscire fece mettere fuoco nella terra;ma fu fatto questo rimedio tanto tardi che già i franzesi congrandissima letizia erano interamente passatibeffandosi della viltàe del poco consiglio degli inimici.

Alloggiòil re con l'esercito poco piú di uno miglio vicino alloalloggiamento de' vinizianiposto in luogo alquanto rilevato eperil sito e per i ripari fattiforte in modo che non si poteva senzamanifesto pericolo andare ad assaltargli; ove consultandosi in qualemodo si dovesse procederemolti di quegli che intervenivano ne'consigli del repersuadendosi che l'armi di Cesare avessino presto asentirsiconfortavano che si procedesse lentamenteperchéessendo ne' fatti d'arme migliori le condizioni di colui che aspettadi essere assaltato che di chi cerca di assaltare altrila necessitàcostrignerebbe i capitani vinizianivedendosi impotenti a difenderequello imperio da tante partia cercare di fare la giornata. Ma ilre sentiva diversamentepurché s'avesse occasione dicombattere in luogo dove il sito non potesse prevalere alla virtúde' combattitori; mosso o perché temesse non fussino tardi imovimenti del re de' romanio perchétrovandosi in personacon tutte le forze del suo reamenon solo avesse speranza grandedella vittoria ma giudicasse disonorarsi molto il nome suo se da persé senza aiuto d'altri non terminasse la guerrae pelcontrario essergli sommamente glorioso che per la potenza e virtúsua ottenessino non meno di lui gli altri confederati i premi dellavittoria. Da altra parte il senato e i capitani de' vinizianinonaccelerando per timore di Cesare i consigli loroaveano deliberatonon si mettendo in luoghi eguali a loro e agli inimici ma fermandosisempre in alloggiamenti fortifuggire in un tempo medesimo lanecessità del combattere e impedire a' franzesi il fareprocesso alcuno importante. Con queste deliberazioni stette fermol'uno e l'altro esercito; nel quale luogobenché tra icavalli leggieri si facessino spessi assaltie che i franzesifacendo piú innanzi l'artiglierie cercassino avere occasionedi combatterenon si fece maggiore movimento. Mossesi il díseguente il re verso Rivoltaper tentare se il desiderio diconservarsi quella terra facesse muovere gli italiani; i quali non simovendoper ottenere almeno la confessione tacita che e' nonardissino di venire alla battagliastette fermo per quattro oreinnanzi allo alloggiamento loro con tutto l'esercito ordinato allabattaglianon facendo essi altro moto che di volgersisenzaabbandonare il sito fortealla fronte de' franzesi in ordinanza: nelqual tempo condotta da una parte de' soldati del re l'artiglieriaalle mura di Rivoltafu in poche ore presa per forza; ove alloggiòla sera medesima il re con tutto l'esercitoangustiato nell'animoenon pocodel modo col quale procedevano gli inimiciil consigliode' quali tanto piú laudava quanto piú gli dispiaceva.Ma per tentare di condurgli per necessità a quel che non gliinduceva la volontàdimorato che fu un giorno a Rivoltaabbruciatala nel partirsimosse l'esercito per andare ad alloggiarea Vaila o a Pandino la notte prossimasperando da qualunque diquesti due luoghi potere comodamente impedire le vettovaglie che daCremona e da Crema venivano agli inimicie cosí mettergli innecessità di abbandonare l'alloggiamento nel quale insino adallora erano stati. Conoscevano i capitani viniziani quali fussino ipensieri del rené dubitavano essere necessario di mettersiin uno alloggiamento forte propinquo agli inimiciper continuare ditenergli nelle medesime difficoltà e impedimenti; ma il contedi Pitigliano consigliava che si differisse il muoversi al díseguente; nondimeno fece instanza tanto ardente del contrariol'Alvianoallegando essere necessario il prevenireche finalmentefu deliberato di muoversi subitamente.

Dueerano i camminil'uno piú basso vicino al fiume dell'Adda mapiú lungo a condursi a' luoghi sopradetti andandosi per lineaobliqual'altro piú discosto dal fiume ma piú breveperché si andava per linea dirittae (come si dice) questoper la corda dell'arco quello per l'arco. Per il cammino di sottoprocedeva l'esercito del renel quale si dicevano essere piúdi dumila lancie seimila fanti svizzeri e dodicimila tra guasconi eitalianimunitissimo di artiglierie e che aveva copia grande diguastatori; per il cammino di soprae a mano destra inverso loinimicoprocedeva l'esercito vinizianonel quale si dicevano esseredumila uomini d'arme piú di ventimila fanti e numerograndissimo di cavalli leggieriparte italiani parte condotti da'viniziani di Greciai quali correvano innanzima non si allargandoquanto sogliono perché gli sterpi e arbuscellide' quali tral'uno e l'altro esercito era pieno il paesegli impedivano: comemedesimamente impedivano che l'uno e l'altro esercito non si vedesse.Nel qual modo procedendoe avanzando continuamente di camminol'esercito vinizianosi appropinquorno molto in un tempo medesimol'avanguardia franzese governata da Carlo d'Ambuosa e da Gianiacopoda Triulzinella quale erano cinquecento lancie e i fanti svizzerie il retroguardo de' viniziani guidato da Bartolomeo d'Alvianonelquale erano [ottocento] uomini d'arme e quasi tutto il fiore de'fanti dello esercitoma che non procedeva molto ordinato nonpensando l'Alviano che quel dí si dovesse combattere. Ma comevedde essersi tanto approssimato agli inimicio svegliatasi in luila solita caldezza o vedendosi ridotto in luogo che era necessariofare la giornatasignificata subitamente al conte di Pitiglianocheandava innanzi con l'altra parte dell'esercitola sua o necessitào deliberazionelo ricercò che venisse a soccorrerlo: allaqual cosa il conte rispose che attendesse a camminareche fuggisseil combattereperché cosí ricercavano le ragioni dellaguerra e perché tale era la deliberazione del senatoviniziano. Ma l'Alvianoin questo mezzoavendo collocati i fantisuoi con sei pezzi di artiglieria in su uno piccolo argine fatto perritenere l'impeto di uno torrenteil quale non menando allora acquapassava trall'uno e l'altro esercitoassaltò gli inimici contale vigore e con tale furore che gli costrinse a piegarsi;essendogli in questo molto favorevole l'essersi principiato il fattod'arme in una vignaove per i tralci delle viti non poteano icavalli de' franzesi espeditamente adoperarsi. Ma fattasi innanzi perquesto pericolo la battaglia dell'esercito franzesenella quale erala persona del resi serrorono i due primi squadroni addosso allagente dell'Alviano; il quale per il principio felice venuto ingrandissima speranza della vittoriacorrendo in qua e in làriscaldava e stimolava con ardentissime voci i soldati suoi.Combattevasi da ogni parte molto ferocementeavendo i franzesi peril soccorso de' suoi ripigliato le forze e l'animoed essendo labattaglia ridotta in luogo aperto ove i cavallide' quali moltoprevalevanosi potevano liberamente maneggiare; accesi ancora assaiper la presenza del re il qualenon avendo maggiore rispetto allapersona sua che se fusse stato privato soldatoesposto al pericolodell'artiglierie non cessavasecondo che co' suoi era di bisognodicomandaredi confortaredi minacciare: e da altra parte i fantiitalianiinanimiti da' successi primicombattevano con vigoreincredibilenon mancando l'Alviano di tutti gli offici convenienti aeccellente soldato e capitano. Finalmenteessendosi con somma virtúcombattuto circa a tre orela fanteria italiana danneggiatamaravigliosamente nel luogo aperto da' cavalli degli inimiciricevendo oltre a questo non piccolo impedimento che nel terrenodiventato lubrico per grandissima pioggiasopravenuta mentre sicombattevanon potevano i fanti combattendo fermare i piediesopratutto mancandogli il soccorso de' suoicominciò acombattere con grandissimo disavvantaggio; e nondimeno resistendo congrandissima virtúma già avendo perduta la speranzadel vincerepiú per la gloria che per la salutefecesanguinosa e per alquanto spazio di tempo dubbia la vittoria de'franzesi; e ultimatamenteperdute prima le forze che il valoresenza mostrare le spalle agli inimicirimasono quasi tutti morti inquel luogo: tra' quali fu molto celebrato il nome di Pierouno de'marchesi del Monte a Santa Maria di Toscanaesercitato condottieredi fanti nelle guerre di Pisa agli stipendi de' fiorentinie allorauno de' colonnelli della fanteria viniziana. Per la quale resistenzatanto valorosa di una parte sola dell'esercitofu allora opinionecostante di molti che se tutto l'esercito de' viniziani entrava nellabattaglia arebbe ottenuta la vittoria: ma il conte di Pitigliano conla maggiore parte si astenne dal fatto d'arme; o perchécomediceva egliessendosi voltato per entrare nella battaglia fusseurtato dal seguente squadrone de' viniziani che già fuggivaopurecome si sparse la famaperché non avendo speranza dipotere vinceree sdegnato che l'Alviano avesse contro alla autoritàsua presunto di combatteremigliore consiglio riputasse che quellaparte dell'esercito si salvasse che il tutto per l'altrui temeritàsi perdesse. Morirno in questa battaglia pochi uomini d'armeperchéla uccisione grande fu de' fanti de' vinizianide' quali alcuniaffermano esserne stati ammazzati ottomila; altri dicono che 'lnumero de' morti da ogni parte non passò in tutto seimila.Rimase prigione Bartolomeo d'Alvianoil quale con uno occhio e colvolto tutto percosso e livido fu menato al padiglione del re; presiventi pezzi d'artiglieria grossa e molta minuta; e il rimanentedell'esercitonon seguitatosi salvò. Questa fu la giornatafamosa di Ghiaradadda ocome altri la chiamanodi Vailafatta ilquartodecimo dí di maggio; per memoria della quale il re fecenel luogo ove si era combattuto edificare una cappellaonorandolacol nome di Santa Maria della Vittoria.

Ottenutatanta vittoriail reper non corrompere con la negligenzal'occasione acquistata con la virtú e con la fortunaandòil dí seguente a Caravaggio; ed essendosegli arrenduta subitoa patti la terrabatté con l'artiglierie la fortezzalaquale in spazio di uno dí si dette liberamente. Arrendessegliil prossimo dínon aspettato che l'esercito s'accostasselacittà di Bergamo; nella quale lasciate cinquanta lancie emille fanti per la espugnazione della fortezzasi indirizzò aBrescia; doveinnanzi arrivassela fortezza di Bergamo statabattuta uno dí con l'artiglierie si arrendécon pattoche fussino prigioni Marino Giorgio e gli altri ufficiali viniziani:perché il renon tanto mosso da odio quanto dalla speranzad'averne a trarre quantità grande di danariera deliberato dinon accettare maiquando se gli arrendevano le terrepatto alcunoper il quale fussino salvati i gentiluomini viniziani. Ne' brescianinon era piú quella antica disposizione con la quale avevanoal tempo degli avoli lorosostenuto nelle guerre di Filippo MariaVisconte gravissimo assedio per conservarsi sotto lo imperioviniziano; ma inclinati a darsi a' franzesiparte per il terroredelle armi loro parte per i conforti del conte Giovanfrancesco daGambaracapo della fazione ghibellinaavevano il dí dopo larotta occupate le porte della cittàopponendosi apertamente aGiorgio Cornaroil quale andato quivi con grandissima celeritàvoleva mettervi gente; e dipoi accostatosi alla cittàl'esercito diminuito assai di numeronon tanto per il danno ricevutonel fatto d'arme quanto perchécome accade ne' casi similimolti volontariamente se ne partivanodisprezzorono l'autoritàe i prieghi di Andrea Grittiche entrò in Brescia apersuadergli che gli accettassino per loro difesa. Peròl'esercitonon si riputando sicuro in quel luogoandò versoPeschiera; e la città di Bresciafacendosene autori iGambereschisi arrendé al re di Francia; e il medesimo fecedue dí poi la fortezzacon patto che fussino salvi tuttiquegli che vi erano dentroeccetto i gentiluomini viniziani.

Cap.v

Doloree spavento a Venezia dopo la disfatta e provvedimenti del governo.Nuove conquiste del re di Francia. Il pontefice acquista le terre diRomagna. Altre terre perdute da' veneziani.

Macome a Vinegia pervenne la nuova di tanta calamità non sipotrebbe immaginare non che scrivere quanto fusse il dolore e lospavento universalee quanto divenissino confusi e attoniti glianimi di tuttiinsoliti a sentire avversità tali anziassuefatti a riportare quasi sempre vittoria in tutte le guerreepresentandosegli innanzi agli occhi la perdita dello imperio e ilpericolo della ultima ruina della loro patriain luogo di tantagloria e grandezza con la quale da pochi mesi indietro si proponevanonell'animo l'imperio di tutta Italia. Però da ogni parte dellacittà si concorreva con grandissimi gridi e miserabili lamential palagio publico: nel quale consultandosi per i senatori quello chein tanto caso fusse da farerimaneva dopo lunga consulta soprafattoil consiglio dalla disperazionetanto deboli e incerti erano irimeditanto minime e quasi nulle le speranze della salute;considerando non avere altri capitani né altre genti perdifendersi che quelle che avanzavano della rotta spogliate di forze edi animoi popoli sudditi a quello dominio o inclinati a ribellarsio alieni da tollerare per loro danni e pericoliil re di Franciacon esercito potentissimo e insolente per la vittoriadisposto aseguitare il corso della prospera fortunaal nome solamente delquale essere per cedere ciascuno; e se a lui solo non avevano potutoresistereche sarebbe venendo innanzi il re de' romaniil quale siintendeva appropinquarsi a' confini loroe che ora invitato da tantaoccasione accelererebbe il venire? mostrarsi da ogni parte pericoli edisperazione con pochissimi indizi di speranze. E che sicurtàavere che nella propria patriapiena di innumerabile moltitudinenon si suscitasseparte per la cupidità del rubare parte perl'odio contro a' gentiluominiqualche pericoloso tumulto? Già(quel che è l'estremo grado della timidità) reputavanocertissimi tutti i casi avversi i quali si rappresentavano allaimmaginazione propria che potessino succedere; e nondimenoraccoltoin tanto timore il meglio potevano l'animodeliberorno di fareestrema diligenza di riconciliarsi per qualunque modo col ponteficecol re de' romani e col re cattolicosenza pensiero alcuno dimitigare l'animo del re di Franciaperchédell'odio suocontro a loro non manco diffidavano che e' temessino delle sue armi:né posti perciò da parte i pensieri di difendersiattendendo a fare provisione di danariordinavano di soldare nuovagente per terra etemendo della armata che si diceva prepararsi aGenovaaccrescere insino in cinquanta galee l'armata lorodellaquale era capitano Angelo Trevisano.

Mapreveniva tutti i consigli loro la celerità del re di Franciaal quale dopo l'acquisto di Brescia si era arrenduta la cittàdi Cremonaritenendosi ancora per i viniziani la fortezza; la qualebenché fortissima arebbe seguitato l'esempio degli altri(avendo massimene' medesimi dífatto il medesimo lafortezza di Pizichitone)...se il re avesse consentito che tutti neuscissino salvi; ma essendovisi ridotti dentro molti gentiluominivinizianie tra gli altri Zacheria Contareno ricchissimo uomonegava di accettarla se non con patto che questi venissino in suapotestà. Però mandatevi genti a tenerla assediataedessendosi le genti vinizianeche continuamente diminuivanofermatenel Campomarzio appresso a Verona perché i veronesi nonavevano voluto riceverle dentroil re camminò innanzi aPeschiera per acquistare la fortezzaessendosi già arrendutala terra; la quale come ebbeno cominciata a battere conl'artiglierievi entrorono per piccole rotture di muro con impetograndissimo i fanti svizzeri e guasconiammazzando i fanti che innumero circa quattrocento vi erano dentro; e il capitano dellafortezza che era medesimamente capitano della terragentiluomovinizianofatto prigionefu per comandamento del re insieme colfigliuolo a' merli medesimi impiccato: inducendosi il re a questacrudeltà acciò che quegli che erano nella fortezza diCremonaspaventati per questo supplicionon si difendessino insinoall'ultima ostinazione. Cosí avevain spazio di quindici dídopo la vittoriaacquistato il re di Franciadalla fortezza diCremona in fuoratutto quello che gli apparteneva per la divisionefatta a Cambrai: acquisto molto opportuno al ducato di Milanoe peril quale s'accrescevano le entrate regieciascuno annomolto piúdi dugentomila ducati.

Nelquale temponon si sentendo ancora in luogo alcuno l'armi del re de'romaniaveva il pontefice assaltate le terre di Romagna conquattrocento uomini d'arme quattrocento cavalli leggieri e ottomilafantie con artiglierie del duca di Ferrarail quale avea elettogonfaloniere della Chiesatitolosecondo l'uso de' tempi nostripiú di degnità che di autorità; preposti aquesto esercito Francesco da Castel del Rio cardinale di Paviacontitolo di legato apostolicoe Francesco Maria della Rovere figliuologià di Giovanni suo fratelloil quale adottato in figliuolodi Guido Ubaldo duca di Urbinozio maternoe confermata perl'autorità del pontefice l'adozione nel concistorioeral'anno dinanzimorto lui senza altri figliuolisucceduto in quelducato. Con questo esercito avendo scorso da Cesena verso Cervia evenuti poi tra Imola e Faenza preseno la terra di Solaroloe statiqualche dí alla bastia vicina a tre miglia di Faenza andorno aBerzighellaterra principale di Valdilamoneove era entratoGiampaolo Manfrone con ottocento fanti e alcuni cavalli; i qualiusciti fuora a combatterecondotti in uno agguato furno sívigorosamente assaliti da Giampaolo Baglioni e Lodovico dallaMirandolacondottieri nello esercito ecclesiasticoche rifuggendonella terra vi entrorono mescolati insieme con loroe con taleimpeto che il Manfrone caduto da cavallo appena ebbe tempo aritirarsi nella rocca: alla quale essendo presentata l'artiglieriafu dal primo colpo abbruciata la munizione che vi era dentrodalquale caso impauriti si rimessono senza alcuna condizionenell'arbitrio de' vincitori. Occupata tutta la vallel'esercitosceso nel pianopreso Granarolo e tutte l'altre terre del contado diFaenzaandò a campo a Russicastello situato tra Faenza eRavennama di non facile espugnazione perchécircondato dafosse larghe e profonde e forte di muraera guardato da seicentofanti forestieri. E faceva l'espugnazione piú difficile nonessere nello esercito ecclesiastico né quel consiglio néquella concordia che sarebbe stata necessariabenché le forzevi abbondassinoconciossiaché di nuovo vi erano giuntitremila fanti svizzeri soldati dal pontefice; e peròcontutto che i viniziani non fussino potenti in Romagnasi faceva pergli ecclesiastichi poco progresso. I quali per infestare essendouscito di Ravenna con la sua compagnia Giovanni Grecocapitano distradiottifu rotto e fatto prigione da Giovanni Vitelli uno de'condottieri ecclesiastici. Pure finalmentepoi che furono statiintorno a Russi dieci dí l'ottennono per accordo; ed essendoin questo tempo medesimo succeduta la vittoria del re di Francialacittà di Faenzala quale per esservi pochi soldati de'viniziani era in potestà di se medesimaconvenne di ricevereil dominio del pontefice se infra quindici dí non fussesoccorsa: la quale convenzione poi che fu fattaessendo usciti diFaenza cinquecento fanti de' vinizianisotto la fede del legatofurono svaligiati per commissione del duca di Urbino. Fece ilmedesimo e la città di Ravennasubito che se gli accostòl'esercito. Cosípiú con la riputazione della vittoriadel re di Francia che con le armi proprieacquistò presto ilpontefice le terre tanto desiderate della Romagna; nella quale nontenevano piú i viniziani altro che la fortezza di Ravenna.

Controa' quali si scoprivanodopo la rotta dello esercito loroogni dínuovi inimici. Perché il duca di Ferrarail quale insino aquel dí non si era voluto dimostrarecacciò subito diFerrara il bisdominomagistrato che per antiche convenzioniperrendere ragione a' sudditi lorovi tenevano i vinizianie presel'armi recuperò senza ostacolo alcuno il Polesine di Rovigoesfondò con l'artiglierie l'armata de' viniziani che era nelfiume dello Adice; e al marchese di Mantova si arrenderono Asola eLunatooccupate già da' vinizianinelle guerre contro aFilippo Maria Viscontea Giovanfrancesco da Gonzaga suo proavo. InIstria Cristoforo Frangiapane occupò Pisinio e Divinioe ilduca di Brunsvichentrato per comandamento di Cesare nel Friuli conduemila uomini comandatiprese Feltro e Bellona. Alla venuta delquale e alla fama della vittoria de' franzesiTriestie l'altreterredallo acquisto delle quali era proceduta a' vinizianil'origine di tanti malitornorno allo imperio di Cesare. Occuporonoeziandio i conti di Lodrone alcune castella vicine; e il vescovo diTrentocon simile movimentoRiva di Trento e Agresto.

Cap.vi

PadovaVerona ed altre terre lasciate in arbitrio de' popoli. Ambasciata eorazione di Antonio Giustiniano a Massimiliano. I veneziani mandanoin Puglia per la consegna dei porti al re d'Aragona e in Romagna perla consegna al pontefice di quanto ancora essi possiedono.

Maniuna cosa aveva dopo la rotta di Vaila spaventato tanto i vinizianiquanto la espugnazione della rocca di Peschieraintorno alla qualesi erano persuasi doversi per la fortezza sua fermare l'impeto deivincitori. Però attoniti per tanti malie temendoestremamente che non si facesse piú innanzi il re di Franciadisperate le cose loro e astretti piú da timidità cheda consiglioritiratesi le genti loro a Mestrile quali senzaobedienza e ordine alcuno erano ridotte a numero molto piccolodeliberoronoper non avere piú tanti inimicicondisperazione forse troppo prestadi cedere allo imperio di terraferma: né menoper levare al re di Francia l'occasione diapprossimarsi a Vinegia; perché non stavano senza sospetto chein quella città si facesse qualche tumultoconcitato da'popolari o dalla moltitudine innumerabile che vi abita di forestieriquesti tirati da desiderio di rubarequegli da non volere tollerarecheessendo cittadini nati per lunga successione in una medesimacittàanzi molti del medesimo sangue e delle medesimefamigliefussino esclusi dagli onorie in tutte le cose quasisoggetti a' gentiluomini. Della quale abiezione d'animo fu anche nelsenato allegata questa ragioneche se volontariamente cedevano alloimperio per fuggire i presenti pericoliche con piú facilitàritornando mai la prospera fortunalo ricupererebbeno; perchéi popolilicenziati spontaneamente da loronon sarebbeno cosírenitenti a tornare sotto l'antico dominio come sarebbeno se se nefussino partiti con aperta rebellione. Dalle quali ragioni mossidimenticata la generosità vinizianae lo splendore di tantogloriosa republicacontenti di ritenersi solamente l'acque salsecommesseno agli ufficiali che erano in Padova in Verona e nelle altreterre destinate a Massimilianoche lasciatele in arbitrio de' popolise ne partissino. E oltre a questoper ottenere da lui con qualunquecondizione la pacegli mandorono con somma celeritàimbasciadore Antonio Giustiniano; il qualeammesso in publicaudienza al cospetto di Cesareparlò miserabilmente e congrandissima sommissione: ma invanoperché Cesare recusava difare senza il re di Francia convenzione alcuna. Non mi pare alienodal nostro propositoacciò che meglio si intenda in quantacosternazione d'animo fusse ridotta quella republicala quale giàpiú di dugento anni non avea sentito avversità pari aquestainserire la propria orazione avuta da lui innanzi a Cesaretrasferendo solamente le parole latine in voci volgari; le qualifurono in questo tenore:

-È manifesto e certo che gli antichi filosofi e gli uominiprincipali della gentilità non erroronoquando quella essereverasaldasempiterna e immortale gloria affermorono la quale siacquista dal vincere se medesimo: questa esaltorono sopra tutti iregni trofei e trionfi. Di questo è laudato Scipione maggiorechiaro per tante vittorie; e piú splendore gli dette chel'Africa vinta e Cartagine domata. Non partorí questa cosamedesima la immortalità a quel macedone grande? quando Dariovinto da lui in una battaglia grandissima pregò gli dèiimmortali che stabilissino il suo regnoma se altrimenti avessinodisposto non chiese altro successore che questo tanto benigno inimicotanto mansueto vincitore. Cesare dittatoredel quale tu hai il nomee la fortunadel quale tu ritieni la liberalità lamunificenza e l'altre virtúnon meritò egli di esseredescritto nel numero degli dèi per concedere per rimettere perperdonare? Il senato finalmente e il popolo romanoquello domatoredel mondoil cui imperio è in terra in te solo e in te sirappresenta la sua amplitudine e maestànon sottopose eglipiú popoli e provincie con la clemenza con la equità emansuetudine che con le armi o con la guerra? Le quali cose poi chesono cosínon sarà numerata trall'ultime laudi se laMaestà tuache ha in mano la vittoria acquistata de'vinizianiricordatasi della fragilità umanasapràmoderatamente usarlae se piú inclinerà agli studidella pace che agli eventi dubbi della guerra. Perché quantasia la incostanza delle cose umanequanto incerti i casiquantodubbio mutabile fallace e pericoloso lo stato de' mortalinon ènecessario mostrare con esempli forestieri o antichi: assai e piúche abbastanza lo insegna la republica vinizianala quale pocoinnanzi florida risplendente chiara e potentein modo che 'l nome ela fama sua celebrata non stesse dentro a' confini della Europa macon pompa egregia corresse per l'Africa e per l'Asiae risonandofacesse festa negli ultimi termini del mondoquestaper una solabattaglia avversa e ancora leggieraprivata della chiarezza dellecose fattespogliata delle ricchezzelacerata conculcata erovinatabisognosa di ogni cosamassime di consiglioè inmodo caduta che sia invecchiata la imagine di tutta l'antica virtúe raffreddato tutto il fervore della guerra. Ma ingannansisenzadubbio ingannansi i franzesise attribuiscono queste cose alla virtúloro; conciossiaché per il passatotravagliati da maggioreincomoditàpercossi e consumati da grandissimi danni e ruinenon rimessono mai l'animoe allora potissimamente quando con grandepericolo facevano guerra molti anni col crudelissimo tiranno de'turchi; anzi sempre di vinti diventorono vincitori. Il medesimoarebbono sperato che fusse stato al presente seudito il nometerribile della Maestà tuaudita la vivace e invitta virtúdelle tue gentinon fussino in modo caduti gli animi di tutti chenon ci sia rimasta speranza alcuna non dico di vincere ma nédi resistere. Perògittate in terra l'armiabbiamo ripostala speranza nella clemenza inenarrabile o piú tosto divinapietà della Maestà tuala quale non diffidiamo doveretrovare alle cose nostre perdute. Adunquesupplicando in nome delprincipedel senato e del popolo vinizianocon umile divozione tipreghiamo oriamo scongiuriamo: degnisi tua Maestà riguardarecon gli occhi della misericordia le cose nostre afflittee medicarlecon salutifero rimedio. Abbraccieremo tutte le condizioni della paceche tu ci daraitutte le giudicheremo eque oneste conformi allaequità e alla ragione. Ma forse noi siamo degni che da noimedesimi ci tassiamo. Tornino con nostro consenso a tevero elegittimo signoretutte le cose che i nostri maggiori tolsono alsacro imperio e al ducato di Austria. Alle quali coseperchévenghino piú convenientementeaggiugniamo tutto quello chepossediamo in terra ferma; alle ragioni delle qualiin qualunquemodo siano acquistaterinunciamo. Pagheremo oltre a questoogniannoalla Maestà tua e a' successori legittimi dello imperioin perpetuoducati cinquantamila; ubbidiremo volentieri a' tuoicomandamenti decreti leggi precetti. Difendicipriegodallainsolenza di coloro co' quali poco fa accompagnammo l'armi nostreiquali ora proviamo crudelissimi inimiciche non appetiscono nondesiderano cosa alcuna tanto quanto la ruina del nome viniziano:dalla quale clemenza conservati chiameremo te padre progenitore efondatore della nostra cittàscriveremo negli annali econtinuamente a' figliuoli nostri i tuoi meriti grandi racconteremo.Né sarà piccola aggiunta alle tue laudiche tu sia ilprimo a' piedi del quale la republica veneta supplichevole si prostrain terraal quale abbassa il colloil quale onora riverisce osservacome uno dio celeste. Se il sommo massimo Dio avesse datoinclinazione a' maggiori nostri non si fussino ingegnati dimaneggiare le cose di altrigià la nostra republica piena displendore avanzerebbe di molto l'altre città della Europa; laquale oramarcida di squallore di sorde di corruzionedeforme diignominia e di vituperiopiena di derisione di contumelie dicavillazioniha dissipato in uno momento l'onore di tutte levittorie acquistate. Ma perché il parlare ritorni finalmentedove cominciòè in potestà tuarimettendo eperdonando a' tuoi vinizianiacquistare un nomeun onoredel qualeniunovincendoin qualunque tempoacquistò mai il maggioreil piú splendido. Questo niuna vetustà niuna piúlunga antichità niuno corso di tempo cancellerà dellementi de' mortalima tutti i secoli ti chiameranno predicheranno econfesseranno pioclementeprincipe piú glorioso di tuttigli altri. Noituoi vinizianiattribuiremo tutto alla tua virtúfelicità e clemenza: che noi viviamoche usiamo l'auracelesteche godiamo il commercio degli uomini. -

Mandoronoi vinizianiper la medesima deliberazioneuno uomo in Puglia aconsegnare i porti al re d'Aragona; il qualesapendo senza spesa esenza pericolo godere il frutto delle altrui faticheaveva mandatodi Spagna una armata piccolissimadalla quale erano state occupatealcune terre di poco momento de' contadi di quelle città.Mandorno similmente in Romagna uno secretario publicoconcommissione che al pontefice si consegnasse quel che ancora si tenevaper loroin caso che e' fusse liberato Giampagolo Manfrone e glialtri prigioniavessino facoltà di trarne l'artiglierieeche le genti che erano in Ravenna fussino salve. Le quali condizionimentre che il ponteficeper non dispiacere a' confederatifadifficoltà di accettaresi arrendé la città diRavenna. E poco dipoi i soldatiche erano nella fortezzaper loromedesimi la dettono; recusando il secretario de' viniziani che vi eraentrato dentroperché quegli che per loro trattavano a Romadavano speranza che alla fine il pontefice consentirebbe allecondizioni con le quali la restituzione aveano offerta: lamentandosigravemente il pontefice essere stata dimostrata maggiore contumaciacon lui che non era stata usata né con Cesare né col red'Aragona. E peròaddimandandogli i cardinali Grimanno eCornaro vinizianiin nome del senatol'assoluzione dal monitoriocome debitaper avere offerta nel termine de' ventiquattro díla restituzionerispose non avere ubbiditoperché nonl'aveano offerta semplicemente ma con limitate condizionie perchéerano stati ammuniti a restituire oltre alle terre i frutti presi etutti i beni che e' possedevano appartenenti alle chiese o allepersone ecclesiastiche.

Cap.vii

Sentimentidiversi in Italia per le sventure de' veneziani. Il ponteficeacconsente a ricevere gli ambasciatori di Venezia. Mentre PadovaVicenza e altre terre consegnano le chiavi agli ambasciatori diMassimilianoTreviso si afferma fedele a Venezia. Inazione elentezze di Massimiliano.

Inquesto modo precipitavano con impeto grandissimo e quasi stupendo lecose della republica vinizianacalamità sopra a calamitàcontinuamente accumulandosiqualunque speranza si proponevanomancandoné indizio alcuno apparendo per il quale sperarepotessino almeno conservaredopo la perdita di tanto imperiolapropria libertà. Moveva variamente tanta rovina gli animidegli italianiricevendone molti sommo piacere per la memoria cheprocedendo con grandissima ambizioneposposti i rispetti dellagiustizia e della osservanza della fede e occupando tutto quello diche se gli offeriva l'occasioneaveano scopertamente cercato disottoporsi tutta Italia: le quali cose facevano universalmente moltoodioso il nome loroodioso ancora piú per la fama cherisonava per tutto della alterezza naturale a quella nazione. Daaltra partemolti considerando piú sanamente lo stato dellecosee quanto fusse brutto e calamitoso a tutta Italia il ridursiinteramente sotto la servitú de' forestierisentivano condispiacere incredibile che una tanta cittàsedia síinveterata di libertàsplendore per tutto il mondo del nomeitalianocadesse in tanto esterminio; onde non rimaneva piúfreno alcuno al furore degli oltramontanie si spegneva il piúglorioso membroe quel che piú che alcuno altro conservava lafama e l'estimazione comune.

Masopra a tutti gli altri era molesta tanta declinazione al ponteficesospettoso della potenza del re de' romani e del re di Franciaedesideroso che l'essere implicati in altre faccende gli rimovesse da'pensieri di opprimere lui. Per la quale cagionedeliberandobenchéoccultamentedi sostentare quanto poteva che piú oltre nonprocedessino i mali di quella republicaaccettò le letterescrittegli in nome del doge di Vinegiaper le quali lo pregava congrandissima sommissione che si degnasse ammettere sei imbasciadorieletti de' principali del senatoper ricercarlo supplichevolmentedel perdono e della assoluzione. Lette le lettere e proposta ladimanda in concistoroallegando il costume antico della Chiesa dinon si mostrare duro a coloro cheavendo penitenza degli erroricommessidimandano veniaconsentí d'ammettergli: repugnandomolto gli oratori di Cesare e del re di Franciae riducendogli inmemoria che per la lega di Cambrai era espressamente obligato aperseguitarglicon l'armi temporali e spiritualiinsino a tanto checiascuno de' confederati avesse recuperato quello che se gliapparteneva: a' quali rispondeva avere consentito di ammettergli conintenzione di non concedere l'assoluzione se prima Cesareche solonon avea recuperato il tuttonon conseguitava le cose che se gliappartenevano.

Dettequesta cosa qualche cominciamento di speranza e di sicurtà a'viniziani. Ma gli assicurò molto piú dal terroreestremo dal quale erano oppressi la deliberazione del re di Franciadi osservare con buona fede la capitolazione fatta con Cesare epoiché aveva acquistato tutto quello che aspettava a sénon entrare con lo esercito piú oltre che fussino i terminisuoi. Peròessendo in potestà sua non solo accettareVeronagl'imbasciadori della quale città venneno a lui perdarseglipresa che ebbe Peschierama similmente occupare senzaostacolo alcuno Padova e l'altre terre abbandonate da' vinizianivolle che gli imbasciadori de' veronesi presentassino le chiavi dellaterra agli imbasciadori di Cesare che erano nello esercito suo. E perquesta cagione si fermò con tutte le genti a Peschiera; laquale terrainvitato dalla opportunità del luogoritenne persénon ostante che appartenesse al marchese di Mantovaperché insieme con Asola e Lunato era stata occupata da'viniziani: non avendo ardire di negarlo il marcheseal quale riservòl'entrate della terra e promesse di ricompensarlo con cosaequivalente. E aveva ne' medesimi dí ricevuta per accordo lafortezza di Cremonacon patto che a tutti i soldati fusse salva lavita e la robaeccetto quegli che fussino sudditi suoie che igentiluomini viniziani a' quali dette la fede di salvare la vitafussino suoi prigioni. Seguitorono l'esempio di VeronaVicenzaPadova e l'altre terreeccetto la città di Trevisi; la qualeabbandonata già da' magistrati e dalle genti de' vinizianiarebbe fatto il medesimose di Cesare fusse apparito o forze benchéminime o almeno persona di autorità. Ma essendovi andato perriceverla in suo nomesenza forze senza armi senza maestàalcuna di imperioLionardo da Dressina fuoruscito vicentinoche perlui aveva nel modo medesimo ricevuto Padovaed essendo giàstato ammesso dentrogli sbanditi di quella città statinuovamente restituiti da' vinizianie per questo beneficio amatoridel nome lorocominciorno a tumultuare; dietro a' quali sollevandosila plebe affezionata allo imperio vinizianoe facendosene capo unoMarco calzolaioil quale con concorso e grida immoderate dellamoltitudine portò in su la piazza principale la bandiera de'vinizianicominciorono a chiamare unitamente il nome di san Marcoaffermando non volere riconoscere né altro imperio néaltro signore: la quale inclinazione aiutò non poco unooratore del re d'Ungheriache andando a Vinegia e passando perTrevisiscontratosi a caso in questo tumultoconfortò ilpopolo a non si ribellare. Però cacciato il Dressinae messonella città settecento fanti de' viniziani e poco dipoi tuttol'esercito cheaugumentato di fanti venuti di Schiavonia e di quegliche erano ritornati di Romagnadisegnava fare uno alloggiamentoforte tra Marghera e Mestrientrò in Trevisi; dove attesenocon somma diligenza a fortificarloe facendo correre i cavalli pertutto il paese vicino e mettere dentro piú vettovagliepotevanocosí per bisogno di quella città come per usodella città di Vinegia; nella quale da ogni parte accumulavanograndissima copia di vettovaglie.

Cagioneprincipale di questo accidente e di rendere speranza a' viniziani dipotere ritenere qualche parte del loro imperioe di molti gravissimicasi che seguitorono poifu la negligenza e il disordinato governodi Cesare; del quale non si era insino a quel dí uditointanto corso di vittoriaaltro che il nome: con tutto che per iltimore dell'armi de' franzesi se gli fussino arrendute tante terrele quali gli sarebbe stato facilissimo a conservare. Ma eradopo laconfederazione fatta a Cambraisoprastato qualche dí inFiandraper avere spontaneamente danari da' popoli per sussidiodella guerrai quali non prima avuti chesecondo la suaconsuetudinegli spese inutilmente; e ancora chepartito da Molinsarmato e con tutta la pompa e ceremonie imperialie accostatosi aItaliapublicasse di volere rompere la guerra innanzi al terminestatuitogli nella capitolazionenondimeno oppressato dalle suesolite difficoltà e confusioni non si faceva piúinnanzi: non bastando gli stimoli del pontefice cheper il terroreche aveva delle armi franzesilo sollecitava continuamente a venirein Italiae perché meglio potesse farlo gli aveva mandatoCostantino di Macedonia con cinquantamila ducatiavendogli primaconsentito i centomila ducati che per spendere contro agli infedelierano stati depositati piú anni innanzi in Germania. Avevaoltre a questo ricevuto dal re di Francia centomila ducatiper causadella investitura del ducato di Milano. Sopragiunseloessendo vicinoa Spruchla nuova del fatto d'arme di Vaila; e benchémandasse subito il duca di Brunsvich a recuperare il Friuli nondimenonon si movevacome in tanta occasione sarebbe stato convenienteimpedito dal mancamento di danarinon essendo bastati alla suaprodigalità quegli che aveva raccolti di tanti luoghi.Condussesi finalmente a Trentodonde ringraziò per lettere ilre di Francia d'avere mediante l'opera sua ricuperate le sue terre; esi affermava cheper dimostrare a quel re maggiore benivolenzaeacciò che in tutto si spegnesse la memoria delle offeseanticheavea fatto ardere uno libro che si conservava a Spiranelquale erano scritte tutte l'ingiurie fatte per il passato da' re diFrancia allo imperio e alla nazione degli alamanni. A Trento venne aluiil terzodecimo dí di giugnoper trattare delle cosecomuni il cardinale di Roanoil quale raccolto con grandissimo onoregli promesse in nome del re aiuto di cinquecento lancie; e avendoespedito concordemente l'altre cosestatuirono che Cesare e il reconvenissino a parlare insieme in campagna aperta appresso alla terradi Gardane' confini dell'uno dominio e dell'altro. Però ilre di Francia si mosse per esservi il dí determinatoe Cesareper la medesima cagione venne a Riva di Trento; ma poi che vi fustato solamente due ore ritornò subitamente a Trentosignificando nel tempo medesimo al re di Francia che per accidentinuovi nati nel Friuli era stato necessitato a partirsie pregandolosi fermasse a Cremonaperché presto ritornerebbe per dareperfezione al parlamento deliberato. La quale varietàse peròè possibile in uno principe tanto instabile ritrovarne laveritàmolti attribuivano a sospetto stillatogli (come pernatura era molto credulo) negli orecchi da altri; alcuniinterpretando cheper avere seco poca corte e poca gentenon gliparesse potersi presentare con quella dignità e riputazioneche si paragonasse alla pompa e alla grandezza del re di Francia. Mail redesideroso per alleggerirsi da tanta spesadi dissolverepresto lo esercitoné meno di ritornarsene presto in Francianon attesa questa propostasi voltò verso Milanoancora cheda Matteo Langodoventato episcopo Gurgenseche mandatogli daMassimiliano per questo effetto lo seguitò insino a Cremonafusse molto pregato ad aspettarepromettendogli che senza falloalcuno ritornerebbe. Il discostarsi la persona e l'esercito del recristianissimo da' confini di Cesare tolse assai di riputazione allecose sue; e nondimenocon tutto che avesse seco tante genti chepotesse facilmente provedere Padova e l'altre terrenon vi mandòpresidioo per instabilità della natura sua o per disegno diattendere prima ad altre imprese o perché gli paresse piúonorevole avere congiunto secoquando scendeva in Italiamaggioreesercito: anzicome se le prime cose avessino avuto la debitaperfezioneproponeva che colle forze unite di tutti i confederatisi assaltasse la città di Vinegia; cosa udita volentieri dalre di Franciama molesta al pontefice e contradetta apertamente dalre di Aragona.

Cap.viii

Ifiorentini svolgono piú decisamente le azioni contro Pisa. Lecondizioni degli assediati sempre piú difficili; gravemalcontento dei contadini. Patti di resa dei pisani ai fiorentini.

Posenoin questo tempo i fiorentini l'ultima mano alla guerra contro a'pisani: perchépoiché ebbono proibito che in Pisaentrasse il soccorso de' granifatta nuova provisione di gentesimessono con ogni industria e con ogni sforzo a vietare che néper terra né per acqua non vi entrassino vettovaglie; il chenon si faceva senza difficoltà per la vicinità delpaese de' lucchesii quali dove occultamente potevano osservavanocon mala fede la concordia fatta nuovamente co' fiorentini. Ma inPisa cresceva di giorno in giorno la strettezza del viverela qualenon volendo i contadini piú tollerarequegli capi de'cittadini in mano de' quali erano le deliberazioni publiche e cheerano seguitati dalla piú parte della gioventú pisanaper addormentare i contadini con le arti consueteintrodussenoadoperando per mezzo il signore di Piombinopratica dello accordarsico' fiorentininella quale artificiosamente consumorono molti dí;essendo andato per questo Niccolò Machiavellisecretario de'fiorentinia Piombino e molti imbasciadori de' pisanieletti de'cittadini e de' contadini. Ma era molto difficile il chiudere Pisaperché ha la campagna larga montuosa e piena di fossi e dipaludida potere male proibire chedi notte massimenon vientrassino vettovaglie; atteso la prontezza di darne loro del paesede' lucchesie la disposizione feroce de' pisani che per condurvenesi esponevano a ogni fatica e a ogni pericolo: le quali difficoltàper superare determinorno i capitani de' fiorentini di fare tre partidello esercitoacciocché diviso in piú luoghi potessepiú comodamente proibire l'entrare in Pisa. Collocoronne unaparte a Mezzana fuora della porta alle Piaggiela seconda a SanPiero a Reno e a San Iacopo opposita alla porta di Luccala terzapresso all'antichissimo tempio di San Piero in Grado che è traPisa e la foce d'Arnoe in ciascuno campobene fortificatooltrea' cavalli mille fanti; e per guardare meglio la via de' montiperla strada di Val d'Osole che va al monte a San Giulianosi feceverso lo Spedale magno uno bastione capace di dugento cinquantafanti: donde cresceva ogni dí la penuria de' pisani. I qualicercando di ottenere con le fraudi quello che già disperavanodi potere ottenere con la forzaordinorno che Alfonso del Mutologiovane pisano di bassa condizione (il quale stato preso non moltoprima da' soldati de' fiorentini avea ricevuto grandissimi beneficida colui [di] cui prigione era stato)offerisse per mezzo suo didare furtivamente la porta che va a Lucca; disegnandonel tempomedesimo che 'l campo che era a San Iacopo andasse di notte perriceverlanon solamentemessane dentro una parteopprimere quellama nel tempo medesimo assaltare uno degli altri campi de' fiorentinii quali secondo l'ordine dato si avevano ad accostare piúpresso alla città. I quali essendosi accostatima non contemerità né con disordinei pisani non conseguirnoaltro di questo trattato che la morte di pochi uomini che sicondusseno nello antiporto per entrare nella città al segnodato: tra' quali fu morto Canaccio da Pratovecchio (cosí sichiamava quello di cui era stato prigione Alfonso del Mutolo)quellosotto la confidenza di chi era stato tenuto il trattato e vi moríanche d'una artiglieria Paolo da Parrano capitano di una compagnia dicavalli leggieri de' fiorentini. La quale speranza mancatanéentrando piú in Pisa se non piccolissima quantità digranie quegli occultamente e con grandissimo pericolo di quei cheve gli conducevanoné comportando i fiorentini che di Pisauscissino bocche disutiliperché facevano vari supplícia coloro che ne uscivanosi comperavano con prezzo smisurato le cosenecessarie al vivere umano; e non ve ne essendo tante che bastassinoa tuttimolti già si morivano per non avere da alimentarsi. Enondimeno era maggiore di tanta necessità l'ostinazione diquegli cittadini che erano capi del governo; i qualidisposti avedere prima l'ultimo esterminio della patria che cedere a síorribile necessitàandavano di giorno in giorno differendo ilconvenireingegnandosi di dare alla moltitudine ora una speranza oraun'altra; e sopratutto cheaspettandosi a ogni ora Cesare in Italiasarebbono i fiorentini necessitati a discostarsi dalle loro mura. Mauna parte de' contadinie quegli massime chestati a Piombinoavevano compreso quale fusse l'animo lorofatta sollevazione glicostrinse a introdurre nuove pratiche co' fiorentini: le qualitrattate con Alamanno Salviaticommissario di quella parte delloesercito che alloggiava a San Piero in Gradodopo varie disputeusando continuamente quegli medesimi ogni possibile diligenza perinterromperesi conchiuse. E nondimeno la concordia fu fatta concondizioni molto favorevoli per i pisani: conciossiachéfussino rimessi loro non solo tutti i delitti fatti ma ancoraconcesse molte esenzionirimessi tutti i debiti publici e privatieassoluti dalla restituzione de' beni mobili de' fiorentini cheavevano rapiti quando si ribellorono. Tanto era il desiderio cheavevano i fiorentini di insignorirsenetanto il timore che daMassimilianoche aveva nella lega di Cambrai nominato i pisanibenché dal re di Francia non fusse accettata la nominazioneoda altro luogonon sopravenisse qualche insperato impedimento cheancora che fussino certi che i pisani erano necessitati frapochissimi dí cedere alla famevollono piú prestoassicurarsene con inique condizioni cheper ottenerla senzaconvenzione alcunarimettere niente della certezza alla fortuna. Laquale concordiabenché cominciata a trattarsi nel campofudipoi dagli imbasciadori pisani trattata e conchiusa in Firenze: e inquesto fu memorabile la fede de' fiorentini cheancorchépieni di tanto odio ed esacerbati da tante ingiurienon furono mancocostanti nell'osservare le cose promesse che facili e clementi nelconcederle.

Cap.ix

Risvegliodi speranze e di attività ne' veneziani; riconquista diPadovadel contado e della fortezza di Legnago. Nuove convenzionifra il pontefice e il re di Francia. I veneziani occupano Isola dellaScala e fanno prigioniero il marchese di Mantova. Modeste azioni diguerra e grandiosi progetti di Massimiliano. Vicende della lotta nelFriuli. Umile atteggiamento degli ambasciatori veneziani in Roma eloro trattative coi cardinali.

Ècerto che il re de' romani sentí con non piccola molestial'essersi sottomessi i pisaniperché si era persuaso o che ildominio di quella città gli avesse a essere potenteinstrumento a molte occasioni o che il consentirla a' fiorentini gliavesse a fare ottenere da loro quantità non mediocre didanari: per mancamento de' quali lasciava cadere le amplissimeoccasioni chesenza fatica o industria suase gli erano offerte. Lequali mentre che sí debolmente aiuta che in Vicenza e Padovanon era quasi soldato alcuno per luied eglicon la sua tarditàraffreddando la caldezza degli uomini delle terresi trasferisce conpoca gentespesso e con presta variazioneda luogo a luogoiviniziani non pretermetterono l'opportunità che se gli offersedi recuperare Padovaindotti a questo da molte ragioni: perchélo avere ritenuto Trevigi gli aveva fatto riconoscere quanto fussestato inutile l'avere con sí precipitoso consiglio disperatosí subito dello imperio di terra fermae perché per latardità degli apparati di Massimiliano si temeva manco l'unodí che l'altro di lui; stimolati ancora non poco perchévolendo condurre a Vinegia le entrate de' beni che i particolariviniziani tenevanomoltinel contado di Padovaera stato dinegatodai padovani. In modo checongiunto lo sdegno dei privati con lautilità publicae invitandogli il sapere Padova essere maleprovista di gentee cheper le insolenze che i gentiluomini diPadova usavano con la plebemolti ricordatisi della moderazione delgoverno viniziano cominciavano a desiderare il primo dominiodeliberorono fare esperienza di recuperarla; e a questo dava lorooccasione non piccola che la piú parte de' contadini delpadovano era ancora a loro divozione. E perciò fu stabilitoche Andrea Grittiuno de' proveditorilasciato a dietro l'esercitoche era di quattrocento uomini d'arme piú di dumila trastradiotti e cavalli leggieri e cinquemila fantiandasse a Novalenel padovanoe unitosi nel cammino con una parte de' fanti cheaccompagnati da molti contadinierano stati mandati alla villa diMirano si dirizzasse verso Padova per assaltare la porta diCodalunga; e che nel tempo medesimo dumila villani con trecento fantie alcuni cavalli assaltassinoper confondere piú gli animi diquegli di dentroil portello che è nella parte opposita dellacittà: e cheper occultare piú questi pensieriCristoforo Morol'altro proveditoredimostrasse di andare a campoalla terra di Cittadella. Il quale disegno bene ordinato non ebbeperò maggiore ordine che felicità. Perché ifantiarrivati a grande ora del dítrovorno la porta diCodalunga mezza apertaperché poco innanzi erano per sorteentrati dentro per quella alcuni contadini con carri carichi difieno; in modo che occupatala senza alcuna difficoltàeaspettata senza fare strepito la venuta delle altre genti che eranovicinefurono non solo entrate prima dentroanzi quasi condotte insu la piazzache in quella cittàgrandissima di circuito evota di abitatorifusse sentito il romore: camminando innanzi atutti il cavaliere della Volpe co' cavalli leggierie il Zitolo diPerugia e Lattanzio da Bergamo con parte de' fanti. Ma pervenuto ilromore alla cittadellail Dressina governatore di Padova in nome diMassimilianocon trecento fanti tedeschi che soli erano a quellaguardiauscí in piazzae 'l medesimo fece con cinquantacavalli Brunoro da Serego; aspettando secol sostenere quivi loimpeto degli inimiciquegli che in Padova amavano lo imperio tedescopigliassino l'armi in loro favore. Ma era vana questa e ogni altrasperanzaperché nella cittàoppressa da sísubito tumulto e nella quale era già entrata molta gentenessuno faceva movimento; in modo cheabbandonati da ciascunofurono in breve spazio di tempocon perdita di molti de' suoicostretti a ritirarsi nella rocca e nella cittadella; le qualiessendo poco munite bisognò che in spazio di poche ore siarrendessino liberamente. E cosífattesi le genti vinizianepadrone del tuttoattesono ad acquietare il tumulto e salvare lacittà; la maggiore parte della qualeper la imprudenza einsolenza d'altriera diventata loro benevola: non avendo ricevutodanno se non le case degli ebrei e alcune case di padovani che sierano scoperti prima inimici del nome viniziano. Il quale dídedicato a santa Marinaè ogni anno in Vinegiaperdeliberazione publicacelebrato solennementecome dífelicissimo e principio della recuperazione del loro imperio.Commossesi alla fama di questa vittoria tutto il paese circostante;ed era grandissimo pericolo che Vicenza non facesse per se stessa ilmedesimo se Costantino di Macedoniache a caso era quivi vicinononvi fusse entrato con poca gente. Recuperata Padovai vinizianirecuperorno subito tutto il contadoavendo in favore loro lainclinazione della gente bassa delle terre e de' contadini;recuperorono ancora col medesimo impeto la terra e le fortezze diLignagoterra molto opportuna a perturbare tutti i contadi di Veronadi Padova e di Vicenza. Tentorno oltre a questo di pigliare la torreMarchesana distante otto miglia da Padovapasso opportuno a entrarenel Pulesine di Rovigo e offendere il paese di Mantova; ma nonl'ottennonoperché il cardinale da Esti la soccorse con gentee con artiglierie.

Nonritardò il caso di Padovacome molti aveano credutolaritornata del re di Francia di là da' monti; il qualementrepartivafece nella terra di Biagrassa col cardinale di Pavialegatodel ponteficenuove convenzioni. Per le quali il pontefice e il reobligatisi alla protezione l'uno dell'altroconvennono di potereciascuno di loro con qualunque altro principe convenirepurchénon fusse in pregiudicio della presente confederazione. Promesse ilre non tenere protezioniné accettarne in futurodi alcunosuddito o feudatario o che dependesse mediatamente o immediatamentedalla Chiesaannichilando espressamente tutte quelle che insino aquel dí avesse ricevute: promessa poco conveniente all'onoredi tanto reperché non molto innanzi essendo venuto a lui ilduca di Ferraracon tutto che prima si fusse sdegnato che senza suasaputa avesse accettato il gonfalonierato della Chiesariconciliatosi seco e ricevuti trentamila ducatil'avea ricevutonella sua protezione. Convenneno che i vescovadi che allora vacavanoin tutti gli stati del re ne disponesse ad arbitrio suo il ponteficema che quegli che in futuro vacassino si conferissino secondo lanominazione che ne farebbe il re; al quale per sodisfare piúmandò il pontefice per il medesimo cardinale di Pavia alvescovo di Albi le bolle del cardinalatopromettendo dargli leinsegne di quella degnità subito che andasse a Roma. Fattaquesta convenzioneil re senza dilazione si partí d'Italiariportandone in Francia gloria grandissima per la vittoria tantopiena e acquistata con tanta celerità contro a' viniziani: enondimenocome nelle cose che dopo lungo desiderio s'ottengono nontruovano quasi mai gli uomini né la giocondità néla felicità che prima s'aveano immaginatanon riportòné maggiore quiete di animo né maggiore sicurtàalle cose sue; anzi si vedeva preparata materia di maggiori pericolie alterazionie piú incerto l'animo suo di quel chenegliaccidenti nuovamente natiavesse a deliberare. Se a Cesaresuccedevano le cose prosperamente temeva molto piú di lui cheprima non avea temuto de' viniziani. Se la grandezza de' vinizianicominciava a risorgere era necessitato stare in continui sospetti ein continue spese per conservare le cose tolte loro: né questosolamentema gli bisognava con gente e con danari aiutare Cesareperché abbandonandolo avea da sospettare che non sicongiugnesse co' viniziani contro a luicon timore che al medesimonon concorresse il re cattolico e per avventura il pontefice; nébastavano aiuti mediocri a conservargli l'amicizia di Cesaremabisognava fussino tali che ottenesse la vittoria contro a' viniziani;l'aiutarlo potentementeoltre che con gravissimo dispendio sifacevalo rimetteva ne' medesimi pericoli della grandezza di Cesare.Le quali difficoltà considerandoera stato sospeso daprincipio se gli dovesse essere grata o molesta la mutazione diPadova; benché poicontrapesando la sicurtà che glipotesse partorire l'essere privati i viniziani dello imperio di terraferma con le molestie e pericoli che egli temeva dalla grandezza delre de' romanie con la speranza d'avere a ottenere da lui per mezzodelle sue necessitàcon danarila città di Veronalaquale sommamente desideravacome opportuna a impedire i movimentiche si facessino in Germaniariputava finalmente piú sicuro epiú utile per sé che le cose rimanessino in tale statochedovendo verisimilmente essere lunga guerra tra Cesare e ivinizianil'una parte e l'altraaffaticata dalle spese continuenedivenisse piú debole: confermato molto piú in questasentenza quando ebbe convenuto col ponteficeperché speròdovere avere secostabile confederazione e amicizia. Lasciònondimeno a' confini del veronesesotto la Palissasettecentolancie perché seguissino la volontà di Cesare; cosíper la conservazione delle cose acquistate come per ottenere quel cheancora possedevano i viniziani: per la andata de' quali a Vicenzasecondo il comandamento che ebbono da Cesaresi assicurò lacittà di Veronala quale per il piccolo presidio che vi eradentro stava con non mediocre sospetto; e l'esercito de' vinizianiche era andato a campo a Cittadella se ne partí.

Succedetteinnanzi alla partita del re un altro accidente favorevole a'vinizianiperché correndo continuamente i cavalli lorocheerano in Lignagoper tutto il paese e insino in sulle porte diVerona e facendo danni grandissimia' quali le genti che erano inVeronaper non vi essere piú di dugento cavalli e settecentofantinon potevano resistereil vescovo di Trento governatore perCesare in quella cittàdeliberando porvi il campochiamòil marchese di Mantova; il qualeper aspettare le preparazioni chesi facevanofermatosicon la compagnia de' cavalli che aveva dalreall'Isola della Scalacasale grande in veronese non circondatodi mura né di alcuna fortificazionementre sta quivi senzasospettofu esempio notabile a tutti i capitani quanto in ogni luogoe in ogni tempo debbino stare vigilanti e ordinatie in modo possinoconfidarsi delle forze proprienon si assicurando né per lalontananza né per la debolezza degli inimici. Perchéessendosi il marchese convenuto con alcuni stradiotti dell'esercitode' viniziani che venissino a trovarlo in quel luogo per fermarsiagli stipendi suoie avendo essiinsino dal principio che furnoricercati da luimanifestata la cosa a' loro capitanie peròessendosi dato ordine con questa occasione di assalirloall'improvisoLuzio Malvezzo con dugento cavalli leggieri e ilZitolo da Perugia con ottocento fantivenuti occultamente da Padovaa Lignago e unitisi con le genti che erano a Lignago e con millecinquecento de' contadini del paesee mandati innanzi alcuni cavalliche con spesse voci gridassino Turco (era questo il cognome delmarchese) per fare credere che fussino gli stradiotti aspettatisicondussono non sospettando alcunola mattina destinata in sul faredel dí all'Isola della Scala; ove entrati senza resistenzatrovando senza guardia alcuna tutti i soldati e gli altri cheservivano e seguitavano il marchese a dormiregli messono in predaove tra gli altri rimase prigione Boisí luogotenente delmarchese nipote del cardinale di Roano; e il marchesesentito ilromoreessendo fuggito quasi ignudo per una finestra e occultatosiin un campo di sagginafu manifestato agli inimici da uno contadinodel luogo medesimoil qualeanteponendo il comodo de viniziani allapropria utilitàsecondo l'ardore comune degli altri delpaesementre che simulatamenteudite l'offerte grandissime che 'lmarchese gli facevadimostrava di attendere a salvarlofece ilcontrario: onde menato a Padova e poi a Vinegiafu con allegrezzainestimabile di tutta la città incarcerato nella torretta delpalagio publico.

Nonaveva insino a ora impedito né impediva Cesare in parte alcunai progressi de' vinizianinon avendo avuto insieme forze bastanti adalloggiare in sulla campagnaed essendo stato occupato molti dínella montagna di Vicenzaove i villani affezionati al nomevinizianoconfidatisi nella asprezza de' luoghise gli eranomanifestamente ribellati; e scendendo dipoi nella pianuraessendogià seguita la rebellione di Padovafu non senza suo pericoloassalito da numero infinito di paesani che l'aspettavano a uno passoforte: onde avendogli scacciati venne alla Scala nel vicentinoovel'esercito de' viniziani avea recuperata gran parte del contado diVicenza; ed espugnata Serravallepasso importanteavea usatacrudeltà grande contro a' tedeschi: il quale luogo recuperandopochi dí poi Massimilianousò contro a' fanti italianie contro agli uomini del paese la medesima crudeltà. Cosínon essendo ancora maggiori le forze suesi occupava in piccoleimpreseprocedendo all'espugnazione ora di questo castello ora diquellocon poca degnità e riputazione del nome cesareo;proponendo nel tempo medesimo agli altri confederaticome sempreerano maggiori i concetti suoi che le forze e l'occasioniche siattendesse con le forze di tutti a occupare la città diVinegiausando oltre all'armi di terra l'armate marittime de' re diFrancia e di Aragona e le galee del ponteficeche allora eranocongiunte insieme. Alla qual cosanon trattata nella confederazionefatta a Cambraiarebbe acconsentito il re di Franciapure che siproponessino condizioni tali che l'acquistarla risultasse inbeneficio comune; ma era cosa molesta al ponteficee la qualeeallora e in altro tempo che piú lungamente si trattòfu sempre contradetta dal re cattolicodetestandolaperchégli pareva utile al re di Franciasotto colore di essere cosaingiustissima e inonestissima.

Mamentre che dall'armi tedesche e italiane sono cosí vessati icontadi di Padova di Vicenza e di Veronaera ancora piúmiserabilmente lacerato il paese del Friuli e quello che in Istriaubbidiva a' viniziani. Perché essendo per commissione diCesare entrato nel Friuli il principe di Analt con diecimila uominicomandatipoi che invano ebbe tentato di pigliare Montefalconeaveva espugnata la terra e la fortezza di Cadoro con uccisione grandedi quegli che la difendevano; e all'incontro alcuni cavalli leggierie fanti de' vinizianiseguitati da molti del paesepresono perforza la terra di Valdisera e per accordo Bellonaove non eraguardia di tedeschi; e da altra parte il duca di Brunsvich mandatomedesimamente da Cesarenon avendo potuto ottenere Udine terraprincipale del Friuliera andato a campo a Civitale d'Austriaterrasituata in luogo eminente in sul fiume Natisone; a guardia dellaquale era Federico Contarenocon piccolo presidio ma confidatosinelle forze del popolo dispostissimo a difendersi: al cui soccorsovenendo con ottocento cavalli e cinquecento fanti GiampaoloGradanicoproveditore del Friulifu messo in fuga dalle gentitedesche; e nondimenoancora che avessino battuta Civitale conl'artiglierianon potettononé con l'assalto feroce che glidettono né con la fama di avere rotti coloro che venivano asoccorrerlaespugnarla. E in Istria Cristoforo Frangiapane roppe alcastello di Verme gli ufficiali de' vinizianiseguitati dalle gentidel paese; con l'occasione del quale successo prospero fece per tuttoil paese grandissimi danni e incendie occupò Castelnuovo ela terra di Raspruchio. Però i viniziani mandorno AngeloTrivisanocapitano della armata lorocon sedici galee; il qualepresa per forza nella prima giunta la terra di Fiumetentò dioccupare la città di Triestima non gli succedendoricuperòper forza Raspruchioe dipoi si ritirò colle galee versoVinegia: rimanendo lacrimabile lo stato del Friuli e della Istriaperché essendovi piú potenti ora i viniziani ora itedeschiquelle terre che prima avea preso e saccheggiato l'unorecuperava e saccheggiava poi l'altro; accadendo molte volte questomedesimo: di modo cheessendo continuamente in preda le facoltàe la vita delle personetutto 'l paese orribilmente si consumava edistruggeva.

Ne'quali accidenti dell'armi temporali si disputava in Roma sopra l'armispirituali: oveinsino innanzi alla recuperazione di Padovaeranoentrati con abito e con parole miserabili i sei oratori del senatoviniziano; i qualiessendo consueti a entrarvi con pompa e fastograndissimo e concorrendo loro incontro tutta la cortenon solo nonerano stati né onorati né accompagnatima entrativiperché cosí volle il ponteficedi notte néammessi al cospetto suoandavano a trattare in casa il cardinale diNapolicon lui e con altri cardinali e prelati deputati; opponendosigrandemente perché non ottenessino l'assoluzione dalle censuregl'imbasciadori del re de' romani del re cristianissimo e del recattolicoe in contrario affaticandosi per loro palesementel'arcivescovo eboracensemandato per questa cagione principalmenteda Enrico ottavosucceduto pochi mesi avantiper la morte di Enricosettimo suo padrenel regno di Inghilterra.

 

Cap.x

Preparativide' veneziani per la difesa di Padova; orazione del doge in senato. Igiovani della nobiltà veneziana accorrono alla difesa diPadova. Massimiliano corre il contadomentre la città vienesempre piú fortificata e approvvigionata.

Maespettazione di cose molto maggiori occupava in questo tempo glianimi di tutti gli uomini: perché Cesareraccogliendo tuttele forze che per se stesso poteva e che gli erano concedute da moltisi preparava per andare con esercito potentissimo a campo a Padova; eda altra parte il senato vinizianogiudicando consistere nelladifesa di quella città totalmente la salute suaattendeva consomma diligenza alle provisioni necessarie a difenderlaavendovifatto entrareda quelle genti in fuora che erano deputate allaguardia di Trevigil'esercito loro con tutte quelle forze che daogni parte aveano potute raccorree conducendovi numero infinitod'artiglierie di qualunque sortevettovaglie d'ogni ragione bastantia sostentargli molti mesimoltitudine innumerabile di contadini e diguastatori; co' qualioltre all'avere con argini e con copia grandedi legnami e di ferramenti riparato per non essere privati dell'acqueche appresso alla terra di Limini si divertono a Padovaaveano fattoalle mura della città e faceano continuamente maravigliosefortificazioni. E con tutto che le provisioni fussino tali che quasimaggiori non si potessino desiderarenondimeno in caso tantoimportante era inestimabile la sollecitudine e la ansietà diquel senatonon cessando dí e notte i senatori di pensarediricordare e di proporre le cose che credevano che fussino opportune.Delle quali trattandosi continuamente nel senatoLionardo Loredanoloro dogeuomo venerabile per l'età e per la degnitàdi tanto gradonel quale era già seduto molti annilevatosiin piedi parlò in questa sentenza:

-Secome è manifestissimo a ciascunoprestantissimi senatorinella conservazione della città di Padova consiste nonsolamente ogni speranza di potere mai recuperare il nostro imperio maancora di conservare la nostra libertàe per contrario sedalla perdita di Padova ne seguitacome è certissimol'ultima desolazione di questa patriabisogna di necessitàconfessare che le provisioni e preparazioni fatte insino a oraancorché grandissime e maravigliosenon siano sufficientinéper quello che si conviene per la sicurtà di quella cittàné per quello che si appartiene alla degnità dellanostra republica; perché in una cosa di tanta importanza e ditanto pericolo non basta che i provedimenti fatti siano tali che sipossa avere grandissima speranza che Padova s'abbia a difenderemabisogna sieno tanto potenti cheper quel che si può provederecon la diligenza e industria umanasi possa tenere per certo cheabbino ad assicurarla da tutti gli accidenti che improvisamentepotesse partorire la sinistra fortunapotente in tutte le cose delmondo ma sopra tutte l'altre in quelle della guerra. Né èdeliberazione degna della antica fama e gloria del nome viniziano cheda noi sia commessa interamente la salute publicae l'onore e lavita propria e della moglie e figliuoli nostrialla virtú diuomini forestieri e di soldati mercenarie che non corriamo noispontaneamente e popolarmente a difenderla co' petti e con le braccianostre; perché se ora non si sostiene quella città nonrimane a noi piú luogo d'affaticarci per noi medesiminon didimostrare la nostra virtúnon di spendere per la salutenostra le nostre ricchezze: peròmentre che ancora non èpassato il tempo di aiutare la nostra patrianon debbiamo lasciareindietro opera o sforzo alcunoné aspettare di rimanere inpreda di chi desidera di saccheggiare le nostre facoltàdibere con somma crudeltà il nostro sangue. Non contiene laconservazione della patria solamente il publico benema nella salutedella republica si tratta insieme il bene e la salute di tutti iprivaticongiunta in modo con essa che non può stare questasenza quella; perché cadendo la republica e andando inservitúchi non sa che le sostanze l'onore e la vita de'privati rimangono in preda dell'avarizia della libidine e dellacrudeltà degli inimici? Ma quando bene nella difesa dellarepublica non si trattasse altro che la conservazione della patrianon è questo premio degno de' suoi generosi cittadini? pienodi gloria e di splendore nel mondo e meritevole appresso a Dio?Perché è sentenza insino de' gentiliessere nel cielodeterminato uno luogo particolare il quale felicemente godino inperpetuo tutti coloro che aranno aiutato conservato e accresciuto lapatria loro. E quale patria è giammai stata che meriti diessere piú aiutata e conservata da' suoi figliuoli che questa?la quale ottiene e ha ottenuto per molti secoli il principato intratutte le città del mondoe dalla quale i suoi cittadiniricevono grandissime e innumerabili comodità utilità eonori: ammirabile se si considerano o le doti ricevute dalla naturao le cose che dimostrano la grandezza quasi perpetua della prosperafortunao quelle per le quali apparisce la virtú e la nobiltàdegli animi degli abitatori. Perché è stupendissimo ilsito suo; postaunica nel mondotra l'acque salsee congiunte inmodo tutte le parti sue che in uno tempo medesimo si gode la comoditàdell'acqua e il piacere della terra; e sicuraper non essere postain terra fermadagli assalti terrestri; sicuraper non essere postanella profondità del maredagli assalti marittimi. E quantosono maravigliosi gli edifici publici e privati! edificati conincredibile spesa e magnificenzae pieni di ornatissimi marmiforestieri e di pietre singolari condotte in questa città datutte le parti del mondo; e quanto ci sono eccellenti le pitture lestatue le sculture gli ornamenti de' musaici e di tante bellissimecolonne e d'altre cose simiglianti! E quale città si truova alpresente ove sia maggiore concorso delle nazioni forestiere? chevengono quiparte per abitare in questa libera e quasi divina stanzasicuramenteparte per esercitare i loro commerci; onde Vinegia èpiena di grandissime mercatanzie e faccendeonde cresconocontinuamente le ricchezze de' nostri cittadinionde la republica hatanta entrata del circuito solo di questa città quanta nonhanno molti re degli interi regni loro. Lascio andare la copia de'letterati in ogni scienza e facoltàla qualità degliingegni e la virtú degli uominidalla quale congiunta con lealtre condizioni è nata la gloria delle cose fattemaggiorida questa republica e dagli uomini nostri che da' romani in qua abbiafatto patria alcuna. Lascio andare quanto sia maraviglioso vedere inuna città nella quale non nasca cosa alcunae che siapienissima di abitatoriabbondare ogni cosa. Fu il principio dellacittà nostra ristretto in su questi soli scogli sterili eignudie nondimenodistesasi la virtú degli uomini nostriprima ne' mari piú vicini e nelle terre circostantidipoiampliatasi con felici successi ne' mari e nelle provincie piúlontanee corsa insino nell'ultime parti dello Orienteacquistòper terra e per mare tanto imperioe tennelo sí lungamenteeampliò in modo la sua potenza chestata tempo lunghissimoformidabile a tutte l'altre città d'Italiasia statonecessario che ad abbatterla siano concorse le fraudi e le forze ditutti i príncipi cristiani: cose certamente procedute conl'aiuto del sommo Dioperché è celebrata per tutto ilmondo la giustizia che si esercita indifferentemente in questa città;per il nome solo della quale molti popoli si sono spontaneamentesottoposti al nostro dominio. Già a quale cittàaquale imperio cede di religione e di pietà verso il sommo Diola patria nostra? ove sono tanti monasteritanti templipieni diricchissimi e preziosissimi ornamenti di tanti stupendi vasi eapparati dedicati al culto divinoove sono tanti ospedali e luoghipii ne' qualicon incredibile spesa e incredibile utilità depoverisi esercitano assiduamente le opere della carità? Èmeritamente per tutte queste cose preposta la patria nostra a tuttel'altrema oltre a queste ce n'è una per la quale solatrapassa tutte le laudi e la gloria di se medesima. Ebbe la patrianostra in uno tempo medesimo l'origine sua e la sua libertàné mai nacque né morí in Vinegia cittadinoalcuno che non nascesse e morisse liberoné mai èstata turbata la sua libertà; procedendo tanta felicitàdalla concordia civilestabilita in modo negli animi degli uominiche in uno tempo medesimo entrano nel nostro senato e ne' nostriconsigli e depongono le private discordie e contenzioni. Di questo ècausa la forma del governo chetemperato di tutti i modi migliori diqualunque specie di amministrazione publica e composta in modo aguisa di armoniaproporzionato e concordante tutto a se medesimoèdurato già tanti secolisenza sedizione civile senza armi esenza sangue tra i suoi cittadiniinviolabile e immaculato; laudeunica della nostra republicae della quale non si puògloriare né Roma né Cartagine né Atene néLacedemonené alcuna di quelle republiche che sono state piúchiare e di maggiore grido appresso agli antichi: anzi appresso a noisi vede in atto tale forma di republica quale quegli che hanno fattomaggiore professione di sapienza civile non seppeno mai néimmaginarsi né descrivere. Adunque a tanta e a sígloriosa patriastata moltissimi anni antimuro della fedesplendoredella republica cristianamancheranno le persone de' suoi figliuolie de' suoi cittadini? e ci sarà chi rifiuti di mettere inpericolo la propria vita e de' figliuoli per la salute di quella? laquale contenendosi nella difesa di Padovachi sarà quello cheneghi di volere personalmente andare a difenderla? E quando benefussimo certissimi essere bastanti le forze che vi sonononappartiene egli all'onore nostronon appartiene egli allo splendoredel nome vinizianoche e' si sappia per tutto il mondo che noimedesimi siamo corsi prontissimamente a difenderla e conservarla? Havoluto il fato di questa città che in pochi dí siacaduto delle mani nostre tanto imperio: nella quale cosa non abbiamoda lamentarci tanto della malignità della fortuna (perchésono casi comuni a tutte le republiche a tutti i regni) quantoabbiamo cagione di dolerci chedimenticatici della costanza nostrastata insino a quel dí invittache perduta la memoria ditanti generosi e gloriosi esempli de' nostri maggioricedemmo controppo subita disperazione al colpo potente della fortuna; néfu per noi rappresentata a' figliuoli nostri quella virtú cheera stata rappresentata a noi da' padri nostri. Torna ora a noil'occasione di recuperare quello ornamentonon perdutose noivorremo essere uominima smarrito; perché andando incontroalla avversità della fortunaofferendoci spontaneamente a'pericolicancelleremo la infamia ricevuta; e vedendo non essereperduta in noi l'antica generosità e virtúsiascriverà piú tosto quel disordine a una certa fataletempesta (alla quale né il consiglio né la costanzadegli uomini può resistere) che a colpa e vergogna nostra.Peròse fusse lecito che tutti popolarmente andassimo aPadovache senza pregiudicio di quella difesa e delle altreurgentissime faccende publiche si potesse per qualche giornoabbandonare questa cittàio primosenza aspettare la vostradeliberazionepiglierei il cammino; non sapendo in che meglio poterespendere questi ultimi dí della mia vecchiezza che nelparteciparecolla presenza e con gli occhidi vittoria tantopreclarao quando pure (l'animo aborrisce di dirlo) morendo insiemecon gli altri non essere superstite alla ruina della patria. Maperché né Vinegia può essere abbandonata da'consigli publicine' qualicol consigliare provedere e ordinarenon manco si difende Padova che la difendino con l'armi quegli chesono quivie la turba inutile de' vecchi sarebbe piú dicarico che di presidio a quella cittàné anchepertutto quello che potesse occorrereè a proposito spogliareVinegia di tutta la gioventúperò consiglio e confortocheavendo rispetto a tutte queste ragionisi elegghino dugentogentiluomini de' principali della nostra gioventúde' qualiciascunocon quella quantità di amici e di clienti attiall'arme che tollereranno le sue facoltàvadia a Padovaperstare quanto sarà necessario alla difesa di quella terra: duemiei figliuolicon grande compagniasaranno i primi a eseguire quelche iopadre loro principe vostrosono stato il primo a proporre;le persone de' quali in sí grave pericolo offerisco allapatria volentieri. Cosí si renderà piú sicura lacittà di Padovacosí i soldati mercenari che vi sonoveduta la nostra gioventú pronta alle guardie e a tutti ifatti militarine riceveranno inestimabile allegrezza e animosità;certi cheessendo congiunti con loro i figliuoli nostrinon abbia amancare da noi provisione o sforzo alcuno: la gioventú e glialtri che non andrannosi accenderanno tanto piú con questoesempio a esporsisempre che sarà di bisognoa tutte lefatiche e pericoli. Fate voisenatorile parole e i fatti de' qualisono in esempio e negli occhi di tutta la cittàfatedicoagaraciascuno di voi che ha facoltà sufficientidi faredescrivere in questo numero i vostri figliuoli acciò che sienopartecipi di tanta gloria; perché da questo nascerà nonsolo la difesa sicura e certa di Padova ma si acquisteràquesta fama appresso a tutte le nazioni: che noi medesimi siamoquegli che col pericolo della propria vita difendiamo la libertàe la salute della piú degna patria e della piú nobileche sia in tutto il mondo. -

Fuudito con grandissima attenzione e approvazionee messo con sommacelerità in esecuzioneil consiglio del principe; per ilquale il fiore de' nobili della gioventú vinizianaraccolticiascuno quanti piú amici e familiari atti allo eserciziodell'armi potetteandò a Padovaaccompagnati insino cheentrorno nelle barche da tutti gli altri gentiluomini e damoltitudine innumerabilee celebrando ciascuno con somme laudi e conpietosi voti tanta prontezza in soccorso della patria: né conminore letizia e giubilo di tutti furono ricevuti in Padovaesaltando i capitani e i soldati insino al cielo che questi giovaninobilinon esperimentati né alle fatiche né a'pericoli della miliziapreponessino l'amore della patria alla vitapropria; e in modo che confortando l'uno l'altro aspettavano conlietissimi animi la venuta di Cesare.

Ilqualeattendendo a raccorre le genti che da molte parti gliconcorrevanoera venuto al ponte alla Brenta lontano tre miglia daPadova; e preso per forza Limini e interrotto il corso delle acqueaspettava l'artiglierie le qualiterribili per quantità e perqualitàvenivano di Germania. Delle quali essendo condottauna parte a Vicenzaed essendo andati Filippo Rosso e FederigoGonzaga da Bozzole con dugento cavalli leggieri per fargli scortaassaltati da cinquecento cavalli leggieri (che guidati dai villaniiquali in tutta la guerra feciono a' viniziani utilitàmaravigliosaerano usciti di Padova) furno rotti presso a Vicenzacinque migliae Filippo fatto prigione; e Federigocon grandefaticaper beneficio della nottea piede e in camicia si erasalvato. Dal ponte alla Brenta Massimiliano si allargò dodicimiglia verso il Pulesine di Rovigo per aprirsi meglio la comoditàdelle vettovagliee preso di assalto e saccheggiato il castello diEsti andò a campo a Monselice; doveessendo abbandonata laterra che è in pianospugnò il secondo dí lafortezza situata in su la cima d'uno alto sasso. Ebbe dipoi peraccordo Montagnano; donde ritornato verso Padova si fermò alponte di Bassanello vicino a Padovadove invano tentò didivertire la Brenta o il Bachiglioneche di quivi si conduce aPadova. Nel quale luogo essendo giunte tutte l'artiglierie e lemunizioni che aspettavae raccolte tutte le genti che eranodistribuite in diversi luoghisi accostò alla terra con tuttol'esercito; e avendo messi quattromila fanti nel borgo che si dice diSanta Croce aveva in animo di assaltarla da quella parte: ma essendodipoi certificato che la terra in quel luogo era piú forte disito e di muraglia e statevi fatte maggiori fortificazioniericevendo ancora in quello alloggiamento dalle artiglierie di Padovamolto dannodeliberò trasferirsi con tutto lo esercito allaporta del Portello che è volta verso Vinegiaperchégli era riferito la terra esservi piú debolee per impedire isoccorsi che per terra o per acqua venissino a Padova da Vinegia. Manon potendoper lo impedimento de' paludi e di certe acque cheinondano il paeseandarvi se non con lungo circuitovenne al pontedi Bovolenta lontano da Padova sette migliadove è una tenutasituata in sul fiume del Bachiglione verso la marina tra Padova eVinegia: nel qual luogoper essere circondato dalle acque e nellaparte piú sicura del padovanosi erano ridotti tremilavillani con numero grandissimo di bestiami; i qualisforzati dallavanguardia de' fanti spagnuoli e italianifurono quasi tutti morti opresi. Né si atteseper due dí seguentiad altro chea correre tutto il paese insino al marepieno di quantitàinfinita di bestiami; e furono prese nella Brenta molte barchechecariche di vettovaglie andavano a Padova: tanto chefinalmenteilquintodecimo dí del mese di settembreavendo consumato tantotempo inutilmente e dato spazio agli inimici di fortificarla edempierla di vettovagliesi accostò alle mura di Padova allatoalla porta del Portello.

Cap.xi

Importanzadel dominio di Padova per i veneziani. Forze degli avversari efortificazioni di Padova. Assalti de' soldati di Massimiliano allemura e valorosa difesa de' veneziani. Ritirata dell'esercito diMassimiliano; querele di questo contro gli alleati. Accordi fraMassimiliano e gli ambasciatori fiorentini. Le truppe francesi siritirano nel ducato di Milano; i veneziani rifiutano la tregua conMassimiliano.

Nonaveva mainé in quella età né forse in moltesuperioriveduto Italia tentarsi oppugnazione che fusse di maggioreespettazione e piú negli occhi degli uominiper la nobiltàdi quella città e per gli effetti importanti che dal perderlao vincerla resultavano. Conciossiaché Padovanobilissima eantichissima città e famosa per l'eccellenza dello studiocinta da tre ordini di mura e per la quale corrono i fiumi di Brentae di Bachiglioneè di circuito tanto grande quanto forse siaalcuna altra delle maggiori città d'Italia; situata in paeseabbondantissimoove è aria salubre e temperatae benchéstata allora piú di cento anni depressa sotto l'imperio de'vinizianiche ne spogliorno quegli della famiglia di Carrararitiene ancora superbi e grandi edifici e molti segni memorabili diantichitàda' quali si comprende la pristina sua grandezza esplendore: e dallo acquisto e difesa di tanta città dipendevanon solamente lo stabilimento o debolezza dello imperio de' tedeschiin Italia ma ancora quello che avesse a succedere della cittàpropria di Vinegia. Perché difendendo Padova poteva facilmentesperare quella republicapiena di grandissime ricchezze e unita conanimi prontissimi in se medesima né sottoposta alle variazionialle quali sono sottoposte le cose de' príncipiavere intempo non molto lungo a recuperare grande parte del suo dominio; etanto piú che la maggiore parte di quegli che avevanodesiderato le mutazioninon vi avendo trovato dentro effetticorrispondenti a' suoi pensierie conoscendosi per la comparazionequanto fusse diverso il reggimento moderato de' viniziani da quellode' tedeschi alieno da' costumi degli italiani e disordinatomaggiormente per le confusioni e danni della guerracominciavano avoltare gli occhi all'antico dominio: e per contrarioperdendosiPadovaperdevano i viniziani interamente la speranza di reintegrarelo splendore della sua republica; anzi era grandissimo pericolo chela città medesima di Vinegiaspogliata di tanto imperio evota di molte ricchezze per la diminuzione delle entrate publiche eper la perdita di tanti beni che i privati possedevano in terrafermao non potesse difendersi dalle armi de' príncipiconfederati o almeno non diventassein progresso di tempopreda nonmeno de' turchi (co' quali confinano per tanto spazioe hanno semprecon loro o guerra o pace infedele e male sicura) che de' príncipicristiani.

Manon era minore l'ambiguità degli uomini: perché gliapparati potentissimi che da ciascuna delle parti si dimostravanotenevano molto sospesi i giudici comuniincertissimi quale avesse adavere effetto piú feliceo l'assalto o la difesa. Perchénell'esercito di Cesareoltre alle settecento lancie del re diFrancia le quali governava la Palissaerano dugento uomini d'armemandatigli in aiuto dal ponteficedugento altri mandatigli dal ducadi Ferrara sotto il cardinale da Estibenché ancora nonfussino composte le differenze tra loroe sotto diversi condottierisecento uomini d'arme italiani soldati da lui. Né era minoreil nerbo del peditato che de' cavalliperché avevadiciottomila tedeschi seimila spagnuoli seimila venturieri di diversenazioni e duemila italiani menatigli e pagati dal cardinale da Estinel medesimo nome. Seguitavalo apparato stupendo di artiglierie ecopia grande di munizionidella quale una parte gli avea mandata ilre di Francia. E benché i soldati suoi propri la piúparte del tempo non ricevessino danarinondimenoper la grandezza eautorità di tanto capitanoe per la speranza di pigliare esaccheggiare Padova e d'avere poi in preda tutto quello che ancorapossedevano i vinizianinon per questo l'abbandonavano; anzicontinuamente augumentava ogni dí il numerosapendosi massimeper ciascuno che eglidi natura liberalissimo e pieno di umanitàco' suoi soldatimancava di pagargli non per avarizia e volontàma per impotenza. Era cosí potente l'esercito cesareobenchéraccolto non solo delle forze sue ma eziandio degli aiuti e forzed'altri; ma non era manco potenteper quanto fusse necessario alladifesa di Padoval'esercito che per i viniziani si ritrovava inquella città. Perché vi erano seicento uomini d'armemille cinquecento cavalli leggieri mille cinquecento stradiottisotto famosi ed esperti capitani: il conte di Pitigliano preposto atuttiBernardino dal MontoneAntonio de' PiiLuzio MalvezzoGiovanni Greco e molti condottieri minori. Aggiugnevansi a questacavalleria dodicimila fanti de' piú esercitati e migliori diItaliasotto Dionigi di Naldoil Zitolo da PerugiaLattanzio daBergamoSaccoccio da Spoleto e molti altri conestabili; diecimilafanti tra schiavoni greci e albanesitratti da le loro galeene'quali benché fusse molta turba inutile e quasi collettizia vene era pure qualche parte utile. Oltre a questila gioventúviniziana con quegli che l'aveano seguitata; la quale benchéfusse piú chiara per la nobiltà e per la pietàverso la patrianondimenoper offerirsi prontamente a' pericoli eper l'esempio che faceva agli altrinon era di piccolo momento.Abbondavanvioltra alle gentitutte l'altre provisioni necessarie:numero grandissimo d'artiglieriecopia maravigliosa di vettovaglied'ogni sorte (non essendo stati meno solleciti i paesani a ridurlequivi per sicurtà loro che gli ufficiali viniziani inprovedere e comandare che assiduamente ve ne entrassino) emoltitudine quasi innumerabile di contadinii quali condotti aprezzo non cessavano mai di lavorare; talmente che quella cittàfortissima per la virtú e per tanto numero di difensorierastata riparata e fortificata maravigliosamente a quello circuitodelle mura che circonda tutta la città; avendo alzataagrande altezza per tutto il fossol'acqua che corre intorno allemura di Padovae fatti a tutte le porte della terra e in altriluoghi opportuni molti bastionidalla parte di fuora ma congiuntialle mura e che avevano l'entrata dalla parte di dentro; co' qualipieni di artiglierie si percotevano quegli che fussino entrati nelfosso: e nondimenoacciò che la perdita de' bastioni nonpotesse portare pericolo alla terraa tuttidalla parte di sottoavevano fatto una cava con bariglioni pieni di molta polvereperpotergli disfare e gittare in aria quando non si potessino piúdifendere. Né confidandosi totalmente alla grossezza e bontàdel muro anticocon tutto che prima l'avessino diligentementeriveduto e dove era di bisogno riparatoe tagliato tutti i merlifatti dal lato di dentroper quanto gira la città tuttasteccati con alberi e altri legnami distanti dal muro quanto era lasua grossezzaempierono questo vanoinsino all'altezza del muroditerra consolidatavi con grandissima diligenza. La quale operamaravigliosa e di fatica inestimabilee nella quale si eraesercitata moltitudine infinita d'uomininon assicurando ancora allasodisfazione intera di chi era disposto a difendere quella cittàavevanodopo il muro cosí ingrossato e raddoppiatocavatouno fosso alto e largo sedici braccia; il qualeristringendosi nelfondo e avendo per tutto casematte e torrioncelli pieni diartiglieriapareva impossibile a pigliare: ed erano quegli edificia esempio de' bastionicon avere la cava di sottodisposti in mododa potersi facilmente con la forza del fuoco rovinare. E nondimenoper essere piú preparati a ogni casoalzorono dopo il fossouno riparo della medesima o maggiore larghezzache si distendevaquanto tutto il circuito della terrada pochi luoghi infuora a'quali si conosceva essere impossibile piantare l'artiglieria; innanzial quale riparo feciono uno parapetto di sette bracciache proibivache quegli che fussino a difesa del riparo non potessino essereoffesi dall'artiglierie degli inimici. E perché a tantiapparati e fortificazioni corrispondessino prontamente gli animi de'soldati e degli uomini della terrail conte di Pitiglianoconvocatigli in su la piazza di Santo Antonio e confortatigli congravi e virili parole alla salute e onore loroastrinse se medesimocon tutti i capitani e con tutto l'esercito e i padovani a giuraresolennemente di perseverare insino alla morte fedelmente nella difesadi quella città.

Contanto apparato adunquee contro a tanto apparatocondottosil'esercito di Cesare sotto le mura di Padovasi distese dalla portadel Portello insino alla porta d'Ognisanti che va a Trevigie dipoisi allargò insino alla porta di Codalunga che va a Cittadellacontenendo per lunghezza di tre miglia. Eglialloggiato nelmonasterio di beata Elena distante per uno quarto di miglio dallemure della cittàe quasi in mezzo della fanteria tedescaavendo distribuito a ciascuno secondo la diversità deglialloggiamenti e delle nazioni quel che avessino a farecominciòa fare piantare l'artiglierie; le quali per essere tante di numero ealcuna di smisurata e quasi stupenda grandezzae per essere moltoinfestato dalle artiglierie di dentro tutto il campo e specialmente iluoghi dove si cercava di piantarenon si potette fare senzalunghezza di tempo e difficoltà: con tutto che egli invitto dianimoe di corpo pazientissimo alle fatichescorrendo il díe la notte per tutto e intervenendo personalmente a tutte le cosestimolasse con grandissima sollecitudine che le opere si conducessinoalla perfezione. Era piantata il quinto dí quasi tuttal'artiglieriae il dí medesimo i franzesi e i fanti tedeschida quella parte alla quale era preposto la Palissadettono unoassalto a uno rivellino della portama piú per tentare cheper combattere ordinatamente; ondevedendo che era difesoanimosamentesi ritirorno senza molta dilazione agli alloggiamenti.Tirava il dí seguente per tutto ferocemente l'artiglieria; lamaggiore parte della qualeper la grossezza sua e per la quantitàgrande della polvere che se gli davapassati i ripariruinava lecase prossime alle mura; e già in molte parti era gittato interra spazio grandissimo di muragliae quasi spianato uno bastionefatto alla porta di Ognisanti: né per ciò apparivasegno alcuno di timore in quegli di dentroi quali infestavano conl'artiglierie tutto l'esercito; e gli stradiottii quali alloggiatianimosamente ne' borghi aveano recusato di ritirarsi ad alloggiarenella cittàe i cavalli leggiericorrendo continuamente pertuttoora correvanoquando dinanzi quando di dietroinsino in sugli alloggiamenti degl'inimiciora assalivano le scorte delsaccomanno e delle vettovaglieorascorrendo e predando per tuttoil paeserompevano tutte le vieeccetto quella che va da Padova almonte di Abano. E nondimeno il campo era copioso di vettovagliedelle quali si trovavano piene le case e le campagne per tutto;perché né il timore de' paesani né la sollecitadiligenza de' viniziani né i danni infiniti de' soldatidaogni parteaveano potuto essere pari alla abbondanza grande diquello bellissimo e fertilissimo contado. Uscí ancora fuora diPadova in quei dí Lucio Malvezzo con molti cavallipercondurre dentro quarantamila ducati mandati da Vinegia; il qualebenché il suo retroguardo fusse assaltato dagli inimici nelritornaregli condusse salvibenché con perdita di qualcunode' suoi uomini d'arme. Avevanoil nono díl'artiglieriefatto tanto progresso che non pareva fusse necessario procedere conesse piú oltre. Però il dí seguente si messe inbattagliaper accostarsi alle muratutto l'esercito; ma essendosiaccorti che la notte medesima quegli di dentro avevano rialzatal'acqua del fosso che innanzi era stata abbassatanon volendo Cesaremandare le genti a manifestissimo pericoloritornò ciascunoagli alloggiamenti. Abbassossi di nuovo l'acqua; e il díseguente si dettema con piccolo successouno assalto al bastioneche era fatto alla punta della porta di Codalunga: onde Cesareavendo deliberato di fare somma diligenza di sforzarlovi voltòl'artiglieria che era piantata dalla parte de' franzesii qualialloggiavano tra le porte di Ognisanti e di Codalunga; con la qualeavendone rovinata una partevi fece dare dopo due díl'assalto dai fanti tedeschi e spagnuoli accompagnati da alcuniuomini d'arme a piedei quali ferocemente combattendo salirono insul bastionee vi rizzorono due bandiere. Ma era tale la fortezzadel fossotale la virtú de' difensori (tra' quali il Zitoloda Perugia combattendo con somma laude fu ferito gravemente)tale lacopia degli instrumenti da difendersinon solo di artiglierie ma disassi e di fuochi lavoratiche e' furono necessitati impetuosamentescenderneessendo feriti e morti molti di loro: donde l'esercitoche era ordinato per darecome si credevasubito che il bastionefusse spugnatola battaglia alla muragliasi disarmò senzaavere tentato cosa alcuna.

PerdéCesare per questa esperienza interamente la speranza della vittoria;e peròdeliberato di partirsenecondotta che ebbel'artiglieria in luogo sicurosi ritirò con tutto l'esercitoalla terra di Limini che è verso Trevigiil settimo decimo dídapoi che si era accampato a Padovae poi continuamente si condussein piú alloggiamenti a Vicenza; ove ricevuto il giuramentodella fedeltà dal popolo vicentinoe dissoluto quasi tuttol'esercitoandò a Verona: disprezzatoperché nonerano successi ma molto piú perché eranoe nelloesercito e per tutta Italiabiasimati maravigliosamente i consiglisuoie non meno le esecuzioni delle cose deliberate. Perchénon era dubbio che e il non avere acquistato Trevigi e l'avereperduto Padova era proceduto per colpa sua; similmenteche latardità del suo venire innanzi avea fatta difficilel'espugnazione di Padovaperché da questo era nato che iviniziani avevano avuto tempo a provedersi di soldatia empierePadova di vettovaglie e a fare quelle riparazioni e fortificazionimaravigliose. Né egli negava questa essere stata la cagioneche si fusse difesa quella cittàma rimovendo la colpa dallavarietà e da' disordini suoi e trasferendola in altri silamentava del pontefice e del re di Francia checon l'avere l'uno diloro concesso l'andare a Roma agli oratori viniziani l'altro averetardato a mandare il soccorso delle sue gentiavevano dato cagionedi credere a ciascuno che si fussino alienati da luionde averepreso animo i villani delle montagne di Vicenza a ribellarsi; e cheavendo consumato nel domargli molti dí aveva poi trovato perla medesima cagione le medesime difficoltà nella pianuraeche per aprirsi e assicurarsi le vettovaglie e liberarsi da moltemolestie era stato necessitato a pigliare tutte le terre del paese:né solamente avergli nociuto in questo la tarda venuta de'franzesima che se fussino venuti al tempo conveniente non sarebbeseguitata la ribellione di Padova; e che questo e l'avere il re diFrancia e il re d'Aragona licenziate l'armate di mare aveva poi datafacoltà a' vinizianiliberati d'ogni altro timoredi poteremeglio provedere e fortificare Padova: querelandosioltre a questoche al re d'Aragona erano grate le sue difficoltà per indurlopiú facilmente [a] consentire che a lui restassel'amministrazione del regno di Castiglia. Le quali querele nonmiglioravano le sue condizioniné gli accrescevano l'autoritàperduta per non avere saputo usare sí rare occasioni; anziche tale opinione fusse comunemente conceputa di lui era gratissimoal re di Franciané molesto al pontefice perchésospettoso e diffidente di ciascuno e considerando quanto semprefusse bisognoso di danari e importuno a dimandarnenon vedevavolentieri crescere in Italia il nome suo.

AVerona ricevette similmente il giuramento della fedeltà: e inquella città gl'imbasciadori fiorentinitra' quali fu PieroGuicciardini mio padreconvennono con lui in nome della lororepublicaindotta a questooltre all'altre ragionida' confortidel re di Franciadi pagargli in brevi tempi quarantamila ducati;per la quale promessa ottennono da lui privilegi in forma amplissimadella confermazione cosí della libertà di Firenze comedel dominio e giurisdizione delle terre e stati tenevanocon laquietazione di tutto quello gli dovessino per il tempo passato. Eavendo Cesare deliberato di tornarsene in Germaniaper ordinarsisecondo dicevaa fare la guerra alla prossima primaverachiamòa sé Ciamonte per trattare delle cose presenti: al qualevenuto a lui nella villa di Arse nel veronesedimostrò ilpericolo che i viniziani non recuperassino Cittadella e Bassanoiquali luoghi molto importantiinsuperbiti per la difesa di Padovasi preparavano per assaltare; e che 'l medesimo non intervenisse poidi Monselice di Montagnana e di Esti. Essere necessario pensare oltrealla conservazione di queste terre non meno alla recuperazione diLignagoe che essendo egli per sé solo impotente a fare leprovisioni necessarie a questi effetti bisognava fusse aiutato dalre; le cose del qualenon si sostenendo le suesi mettevano inpericolo. Alle quali dimande non potendo Ciamonte dargli certarisoluzione si rimesse a darne notizia al redandogli speranza chela risposta sarebbe conforme al suo desiderio. Da questo parlamentoMassimilianolasciato a guardia di Verona il marchese diBrandiborghandò alla Chiusa. E poco dipoi la Palissailquale era rimasto con cinquecento lancie nel veroneseallegandodifficoltà degli alloggiamenti e molte incomoditàottenuta quasi per importunità licenza da luisi ritiròne' confini del ducato di Milano; perché la intenzione del reera che avendo a stare le sue genti oziosamente alle guarnigionistessino nello stato suoma che tornassino a servire Massimilianoper fare qualunque impresa gli piacessee specialmente quella diLignago: la qualedesiderata e sollecitata sommamente da luisidifferí per le sue solite difficoltà tanto che essendosopravenute per la stagione del tempo le pioggie grandi non si potevapiú campeggiare in quello paeseche per la bassezza sua èmolto soprafatto dalle acque. Però Cesareridotto in questedifficoltàdesiderò di fare per qualche mese treguaco' viniziani: ma essipigliando animo da i suoi disordini evedendolo aiutato cosí freddamente da' collegatinongiudicorno essere a loro proposito il sospendere l'armi.

Cap.xii

Dissensofra il pontefice e il re di Francia. Cause di dissenso fra tutti icollegati per la benevolenza del pontefice verso i veneziani.Discussioni fra il pontefice e gli ambasciatori veneziani.

Ritornossenealla fine Cesare a Trentolasciate in pericolo grave le cose sueelo stato di Italia in non piccola sospensioneperché era natatra 'l pontefice e il re di Francia nuova contenzioneil principiodella quale benché paresse procedere da cagioni leggiere sidubitava non avesse occultamente piú importanti cagioni. Quelche allora si dimostrava era che essendo vacato uno vescovado diProvenzaper la morte del vescovo suo nella corte di Romail papal'aveva conferito contro alla volontà del re di Francia; ilquale pretendeva questo essere contrario alla capitolazione fatta traloro per mezzo del cardinale di Pavianella qualese bene nellascrittura non fusse stato nominatamente espresso che il medesimo siosservasse ne' vescovadi che vacassino nella corte di Roma che inquegli che vacavano negli altri luoghinondimeno il cardinaleavergliene promesso con le parole: il che negando il cardinale esserevero (forse piú per timore che per altra cagione) e il reaffermando il contrarioil pontefice diceva non sapere quello chetacitamente fusse stato trattatoma che avendo nella ratificazionesua riferitosi a quello che appariva per scritturacon inserirvinominatamente capitolo per capitoloné comprendendo questo ilcaso quando i vescovi morivano in corte di Romanon essere tenutopiú oltre. E perciò crescendo la indignazioneil redisprezzato contro alla sua consuetudine il consiglio del cardinaledi Roanostato sempre autore della concordia col ponteficefecesequestrare i frutti di tutti i benefici che tenevano nello stato diMilano i cherici residenti nella corte di Roma; e il papa da altraparte ricusava di dare le insegne del cardinalato ad Albiil qualeper riceverlesecondo la promessa fatta al reera andato a Roma. Econ tutto che il ponteficevinto da' prieghi di moltidisponessealla fine del vescovado di Provenza secondo la volontà del ree con lui convenisse di nuovo come s'avesse a procedere ne' beneficiche nel tempo futuro vacassino nella corte di Romae che perciòdall'una parte si liberassino i sequestri fattidall'altra concedutele insegne del cardinalato ad Albinondimeno non bastavano questecose a mollificare l'animo del ponteficeesacerbato per molte cosema specialmente perché avendo insino dal principio delpontificato conceduta malvolentieri al cardinale di Roano lalegazione del regno di Franciacome dannosa alla corte di Romaecon indegnità suagli era molestissimo essere costrettopernon irritare tanto l'animo del re di Franciaconsentire lacontinuasse; e perchépersuadendosi che quel cardinaletendesse con tutti i suoi pensieri e arti al pontificatosospettavad'ogni progresso e d'ogni movimento de' franzesi.

Questeerano le cagioni apparenti degli sdegni suoi: ma per quello che simanifestò poi de' suoi pensieriavendo nell'animo piúalti finidesiderava ardentissimamenteo per cupidità digloria o per occulto odio contro al re di Francia o per desideriodella libertà de' genovesiche 'l re perdesse quel chepossedeva in Italia; non cessando di lamentarsi senza rispetto di luie del cardinalema in modo che e' pareva che la sua malasodisfazione procedesse principalmente da timore. E nondimenocomeera di natura invitto e ferocee che alla disposizione dell'animoaccompagnava il piú delle volte le dimostrazioni estrinsecheancora che s'avesse proposto nella mente fine di tanto momento etanto difficile a conseguirerifidandosi in sé solo e nellariverenza e autorità che conosceva avere appresso a' príncipila sedia apostolicanon dependente né congiunto con alcunoanzi dimostrando con le parole e con le opere di tenere poco conto diciascunoné si congiugneva con Cesare né siristrigneva col re cattolicoma salvatico con tutti non dimostravainclinazione se non a' viniziani; confermandosi ogni dí piúnella volontà di assolvergliperché giudicava il nongli lasciare perire essere molto a proposito della salute di Italia edella sicurtà e grandezza sua. Alla quale cosa moltoefficacemente contradicevano gli oratori di Cesare e del re diFrancia; concorrendo con loro in publico al medesimo l'oratore del red'Aragonabenchétemendo per l'interesse del regno di Napolidella grandezza del re di Francia né confidandosi in Cesareper la sua instabilità procurasse occultissimamente ilcontrario col pontefice. Allegavano non essere conveniente che ilpontefice facesse tanto beneficio a coloro i quali era tenuto aperseguitare con l'armiatteso cheper la confederazione fatta aCambraiera ciascuno de' collegati obligato ad aiutare l'altroinsino a tanto che avesse interamente acquistate tutte le cosenominate nella sua parte; dunquenon avendo mai Cesare acquistatoTreviginon essere ancora alcuno di loro liberato da questaobligazione: oltre checon giustizia si poteva dinegarel'assoluzione a' viniziani perché né volontari néinfra 'l tempo determinato nel monitorio aveano restituite allaChiesa le terre della Romagna; anzi non avere insino a quest'oraubbidito interamenteimperocché erano stati ammuniti direstituire oltre alle terre i frutti presiil che non aveanoadempiuto. Ma a queste cose rispondeva il pontefice chepoi che sierano ridotti a penitenza e dimandato con umiltà grandel'assoluzionenon era ufficio del vicario di Cristo perseguitarglipiú con l'armi spiritualiin pregiudicio della salute ditante animeavendo conseguite le terre e cosí cessando lacagione per la quale erano stati sottoposti alle censure; perchéla restituzione de' frutti presi era cosa accessoria e inserita piúper aggravare la inubbidienza che per altroe che non eraconveniente venisse in considerazione di tanta cosa. Diversa esser lacausa del perseguitargli con l'armi temporali; alle qualiperchéaveva nell'animo di perseverare nella lega di Cambraisi offerivaparato di concorrere insieme cogli altri: benché da questopotesse ciascuno de' confederati giustamente discostarsiperchédal re de' romani era mancato il non avere Trevigi avendo rifiutatole prime offerte fattegli da' viniziani (quando gli mandornoimbasciadore Antonio Giustiniano) di lasciargli tutto quellopossedevano in terra fermae perché dipoi gli aveano offertomolte volte di dargli in cambio di Trevigi conveniente ricompensa.

Ecosínon lo ritenendo le contradizioni degli imbasciadoriloritardava solamente la generosità del suo animo; per la qualeancora che riputasse l'assoluzione de' viniziani utile a sé eopportuna a' fini propostisiaveva deliberato non la concedere senon con degnità grande della sedia apostolicae in modo chele cose della Chiesa si liberassino totalmente dalle lorooppressioni: e perciòrecusando i viniziani di cedere a duecondizioni le quali oltre a molte altre aveva propostedifferival'assolvergli. L'una era che lasciassino libera a' sudditi dellaChiesa la navigazione del mare Adriaticola quale vietavano a tuttiquegli che per le robe conducevano non pagavano loro certe gabelle;l'altrache non tenessino piú in Ferraracittàdependente dalla Chiesail magistrato del bisdomino. Allegavano iviniziani questo essere stato consentito da' ferraresinonrepugnando Clemente sesto pontefice romano che a quel tempo risedevacon la corte nella città d'Avignone; e la superiorità ecustodia del golfo avere conceduta loro con amplissimi privilegiAlessandro quarto ponteficemosso perché coll'armi e collavirtú e con molte spese l'aveano difeso da' saracini e da'corsalie renduta sicura quella navigazione a' cristiani. Alle qualicose si replicava per la parte del pontefice non avere potuto iferraresiin pregiudicio della superiorità ecclesiasticaacconsentire che da altri fusse tenuto un magistrato o esercitatagiurisdizione in Ferrarané averlo consentito volontariamentema sforzati da lunga e grave guerra; e dopo avere ricercato invanol'aiuto del ponteficele censure del quale dispregiavano ivinizianiavere accettata la pace con quelle condizioni che eraparuto a chi poteva contro a loro piú coll'armi che collaragione. Né della concessione d'Alessandro pontefice apparirené in istorie né in iscritture memoria o fede alcunaeccetto il testimonio de' vinizianiil quale in causa propria e síponderosa era sospetto; e quando pure ne apparisse cosa alcunaessere piú verisimile che da luiil quale dicevano averloconceduto in Vinegiafusse stato conceduto per minaccie o per timoreche uno pontefice romanoa cui sopra tutti gli altri apparteneva ilpatrocinio della giustizia e il ricorso degli oppressiavesseconceduto una cosa tanto imperiosa e impotente in detrimento di tuttoil mondo.

Cap.xiii

Iveneziani riprendono Vicenza ed altre terre. Impresa de' venezianicontro il duca d'Este; i veneziani occupano il Polesine; scacco de'ferraresi.

Nelquale stato delle cosevariazione degli animi de' príncipipiccola potenza e riputazione del re de' romanii vinizianimandorono l'esercitonel quale era proveditore Andrea GrittiaVicenzaove sapevano il popolo desiderare di ritornare sottol'imperio loro; e accostativisi che era già nottebattuto conl'artiglierie il sobborgo della Posterlal'ottennono. E nondimenobenché nella città fussino pochi soldatinonconfidavano molto di espugnarla; ma gli uomini della terra confortati(come fu fama) da Fracassomandati loro a mezzanotte imbasciadorigli messono dentroritirandosi il principe di Analt e il Fracassonella fortezza: e fu costante opinione che seottenuta Vicenzasifusse senza differire accostato l'esercito veneto a Verona arebbeVerona fatto il medesimoma non parve a' capitani dovere partire daVicenza se prima non acquistavano la fortezza. La quale benchéil quarto dí venisse in potestà loro (perché ilprincipe di Anault e Fracassaper la debolezza sual'abbandonorono)entrò in questo tempo in Verona nuova gente di Cesaree sottoObigní trecento lancie del re di Francia; di maniera cheessendovi circa cinquecento lancie e cinquemila fanti tra spagnuoli etedeschinon era piú facile l'occuparla. Accostossi dipoil'esercito veneto a Verona diviso in due partiin ciascuna dellequali erano trecento uomini d'arme cinquecento cavalli leggieri etremila fantisperando che come si fussino accostati si facessemovimento nella città: ma non si essendo presentati alle murain uno tempo medesimoquegli che erano nella terra fattisi incontroalla prima parteche veniva di là dal fiume dell'Adice e giàera entrata nel borgola costrinsono a ritirarsi; e sopravenendopoco di poi Lucio Malvezzodall'altra ripa del fiume coll'altrapartesi ritirò medesimamente; e amendue congiunte insieme sifermorno alla villa di San Martinodistante da Verona cinque miglia.Nel qual luogo mentre stavanoavendo inteso che duemila fantitedeschipartiti da Basciano erano andati a predare a Cittadellamossisi a quella parte gli rinchiusono in Vallefidata; ma i tedeschiavendo ricevuto soccorso da Bascianouscirono per forzabenchénon senza dannode' passi stretti e avendo abbandonato Bascianol'occuporono i viniziani. Da Basciano andò una partedell'esercito a Feltro e Civitale edopo avere ricuperate quelleterrealla rocca della Scalala quale spugnòavendovi primapiantate l'artiglierie; e nel tempo medesimo Antonio e Ieronimo daSavornianogentiluominiche nel Friuli seguitavano le partivinizianepresono Castelnuovo posto in su uno monte aspro in mezzodella Patria (cosí chiamano il Friuli)di là dal fiumedel Tigliavento: non si intendendo di Cesareil quale commosso dalcaso di Vicenza era venuto subitamente alla Pietraaltro che romorivarie spesso muoversi con celeritàma senza effetto alcunoda uno luogo a un altro.

Andòdipoi l'esercito de' viniziani verso Monselice e Montagnanaperrecuperare il Pulesine di Rovigo e per entrare nel ferrareseinsiemecoll'armatala quale il senatodisprezzato il consiglio de'senatori piú prudentiche giudicavano essere cosa temerarialo implicarsi in nuove impreseaveva deliberato mandare potente peril fiume del Po contro al duca di Ferrara: mossi non tanto dallautilità delle cose presenti quanto dallo sdegno cheincredibile aveano conceputo contro a lui; parendo loro che di quelche aveva fatto per liberarsi dal giogo del bisdomino e perricuperare il Pulesine non dovere giustamente lamentarsima nonpotendo già tollerare chenon contento di quel che pretendevaappartenersegli di ragioneavessequando Cesare si levò conl'esercito da Padovaricevuto da lui in feudo il castello di Estidonde è l'antica origine e il cognome della famiglia da Estie in pegnoper sicurtà di danari prestatiil castello diMontagnanane' quali due luoghi non pretendeva ragione alcuna.Aggiugnevasi la memoria che le sue gentinella recuperazione delPulesineconcitate da odio estremo contro al nome vinizianoavevanodanneggiato eccessivamente i beni de' gentiluominiincrudelendoeziandio contro agli edifici con incendi e con ruine. Però fudeterminato che l'armata loro guidata da Angelo Trevisanoe nellaquale furono diciassette galee sottili con numero grandissimo dilegni minorie bene provista d'uomini atti alla guerraandasseverso Ferrara: la quale armataentrata nel Po per la bocca delleFornaci e abbruciata Corbola e altre ville vicine al Poandòpredando tutto il paese insino al Lagoscuro: dal quale luogo icavalli leggieri che per terra l'accompagnavano scorseno per insino aFicheruolopalazzo piú presto che fortezzafamoso per lalunga oppugnazione di Ruberto da San Severino capitano de' vinizianinella guerra contro a Ercole padre di Alfonso.

Lavenuta di questa armatae la fama d'avere a venire l'esercito diterraspaventò molto il duca di Ferrara; il quale trovandosicon pochissimi soldatiné essendo il popolo di Ferrarao peril numero o per la perizia della guerrabastante a opporsi a tantopericolonon avevainsino a tanto gli sopravenissino gli aiuti chesperava dal pontefice e dal re di Franciaaltra difesa che impedirecon frequentissimi colpi d'artiglierie piantate in sulla ripa del Poche gli inimici non passassino piú innanzi. Perciò ilTrivisanoavendo tentato invano di passare e conoscendo non poterefare senza gli aiuti di terra maggiore progressofermòl'armata in mezzo al fiume del Po dietro a una isoletta che èdi riscontro alla Pulisellaluogo distante da Ferrara per [undici]miglia e molto opportuno a travagliarla e tormentarlacon intenzionedi aspettare quivi l'esercito; al quale si era arrenduto senzadifficoltà tutto il Pulesinerecuperata prima Montagnana peraccordoper il quale furono concessi loro prigioni gli ufficialiferraresi e i capitani de' fanti che vi erano dentro. Insinoall'arrivare del qualeperché l'armata stesse piúsicuracominciò il Trivisano a fabricare due bastioni congrandissima celerità in sulla riva del Pol'uno dalla partedi Ferrara l'altro in sulla ripa opposita; gittando similmente unoponte in sulle navi per il quale si potesse dall'armata soccorrere ilbastione che si fabricava verso Ferrara. La perfezione del quale perimpedireil ducama con consiglio forse piú animoso cheprudenteraccolti quanto piú giovani potette della cittàe i soldati che continuamente concorrevano agli stipendi suoimandòall'improviso ad assaltarlo; ma quegli che erano nel bastionesoccorsi dalla armatausciti fuora a combatteregli cominciorno amettere in fuga; e benché il ducasopravenendo con molticavallirendesse animo e rimettesse in ordine la gente suaimperitala piú parte e disordinatanondimeno fu tale l'impeto degliinimiciper i quali combatteva la sicurtà del luogo e molteartiglierie piccoleche finalmente fu costretto a ritirarsirestando o morti o presi molti de' suoiné tanto della turbaimperita e ignobile quanto de' soldati piú feroci e dellanobiltà ferrarese; tra i quali Ercole Cantelmogiovane disomma espettazionei maggiori del quale aveano già dominatonel reame di Napoli il ducato di Sora: il quale condotto prigione insu una galeae venuti in quistione gli schiavoni di cui di lorodovesse essere prigionegli fu da uno di essicon inaudito esempiodi barbara crudeltàmiserabilmente troncata la testa. Per lequali cose parendo a ciascuno che la città di Ferrara nonfusse senza pericoloCiamonte vi mandò in soccorsoCiattiglione con cento cinquanta lancie franzesi; e il ponteficesdegnatosi che i viniziani l'avessino assaltata senza rispetto dellasuperiorità che vi ha la Chiesaordinò che i suoidugento uomini d'arme che erano in aiuto di Cesare si volgessino alladifesa di Ferrara: ma sarebbono state per avventura tarde questeprovisioni se i viniziani non fussino stati costretti di pensare alladifesa delle cose proprie.

Cap.xiv

Iveneziani per la minacciata espugnazione di Vicenza ritirano partedelle milizie dal ferrarese. Rotta dell'armata veneziana sul Po.

Noneranocome è detto di soprastate moleste al re di Franciale difficoltà che aveva Massimilianoparte per il timore cheebbe sempre delle prosperità sue parte perchéardendodi desiderio di insignorirsi della città di Veronasperavache per le sue necessità glien'avesse finalmente a concedereo in vendita o in pegno; ma da altra parte gli dispiaceva che lagrandezza de' viniziani risorgessedalla quale sarebbe risultatomolestia e pericolo continuo alle cose sue: peròessendo perla penuria de' danari molto deboli le provisioni di Cesare in Veronafu necessitato il re a procurarecon altro aiuto che con quellodelle genti d'arme che vi erano entrateche quella città nonritornasse in potestà loro. Alla qual cosa dette principioCiamontevenuto dopo la perdita di Vicenza a' confini del veronese;perchécominciando a tumultuare per mancamento de' pagamentidumila fanti spagnuoli che erano in Veronave gli fermò aglistipendi del re di Franciae vi mandò per maggiore sicurtàaltri fanti; seguitato in questo il consiglio del Triulziochedubitando Ciamonte che al re non fusse molesta questa spesa glirispose essere minore male che il re lo imputasse di avere spesodanari che d'avere perduto o messo in pericolo il suo stato. Prestòoltre a questo a Cesareper pagare i soldati che erano in Veronaottomila ducatima ricevendoper pegno della restituzione di questie degli altri che per beneficio suo vi spendesse in futurola terradi Valeggio; la quale terraper essere uno de' passi del fiume delMincio (anzi chi possiede quella e Peschiera domina il Mincio) epropinqua a Brescia a sei migliaera per sicurtà di Bresciamolto stimata dal re. La venuta di Ciamonte seguitato dalla maggioreparte delle lancie che alloggiavano nel ducato di Milanoil metteregenti in Veronae il divulgarsi che si preparava per andareall'espugnazione di Vicenzafurono cagione che l'esercito de'vinizianilasciati per difesa del Pulesine e per sussidiodell'armata quattrocento cavalli leggieri e quattrocento fantisipartí del ferrarese e si divise tra LignagoSoave e Vicenzae che i vinizianidesiderando assicurarsi che Vicenza e il paesecircostante non fusse molestato dalle genti che erano in Veronalofortificorno con una fossa di opera memorabilelarga e piena diacquaintorniata da uno riparo in sul quale erano distribuiti moltibastioni; la qualecominciando dalle radici della montagna sopra aSuave e distendendosi per spazio di cinque migliasi distendeva peril piano dalla parte che da Lonigo si va a Monforteterminando incerti paludi contigui al fiume dello Adice: e fortificato Soave eLonigoavevanomentre la si guardavaassicuratomassime lavernatatutto il paese.

Alleggerissiper la partita delle genti vinizianema non si levò peròin tuttoil pericolo di Ferrara: perché se bene fusse cessatoil timore dello essere sforzata non era cessato il sospetto cheperi danni gravissimio non si estenuasse troppo o non si riducesse ilpopolo a ultima disperazione; perché le genti dell'armata equelle che l'accompagnavano correvano ogni dí insino in sulleporte della cittàe altri legni de' vinizianiassaltato daaltra parte lo stato del duca di Ferraraavevano preso Comacchio.Sopragiunsono in questo tempo le genti del pontefice e del re diFrancia; e perciò il ducail quale prima ammunito dal dannoricevuto nell'assalto del bastione avea fermate le genti sue inalloggiamento forte appresso a Ferraracominciò a fare spessecavalcate e scorrerie per condurre gli inimici a combattere: i qualisperando che l'esercito ritornasserecusavano prima di combattere. Eaccadde che essendo cavalcato un giorno insino appresso al bastioneil cardinale da Estinel ritornarseneun colpo d'artiglieriascaricata da uno de' legni degli inimici levò il capo al conteLodovico della Mirandolauno de' condottieri della Chiesa; nonavendotra tanta moltitudinené quello né altro colpooffeso alcuno. Finalmentela perizia del paese e della natura eopportunità del fiume fece facile quel che da principio eraparuto pericoloso e difficile. Perchésperando il duca e ilcardinale di rompere coll'artiglierie l'armatapure che avessinofacoltà di poterle sicuramente distendere in sulla ripa delfiumeritornò il cardinale con parte delle genti ad assaltareil bastione; e avendocon uccisione di alcuni di lororimessi gliinimici che erano usciti a scaramucciareoccupò e fortificòla parte prossima dell'arginein modo che senza che gli inimici losapessino condusse al principio della notte l'artiglierie in sullaripa opposita all'armata; e distesele con silenzio grandecominciòcon terribile impeto a percuoterla: e benché tutti i legni simovessino per fuggirenondimeno essendo distese per lungo spaziomolte e grossissime artiglieriele quali maneggiate da uomini perititiravano molto da lontanomutavano piú tosto il luogo delpericolo che fuggissino il pericolo; essendo sopravenuto edesercitandosi maravigliosamente la persona del ducaperitissimo enel fabbricare e nell'usare l'artiglierie. Per i quali colpi tutti ilegni inimicicon tutto che essi similmente non cessassino di tirare(ma invanoperché quegli che erano in sulla ripa eranocoperti dall'argine)con vari e spaventosi casi si consumavano:alcuni de' quali non potendo piú reggere a' colpi siarrendevano; alcuni altriappresovi il fuoco per i colpidell'artiglieriemiserabilmente ardevano con gli uomini che vi eranodentro; altriper non venire in mano degli inimicimesse insiememolte navi e gittandovi fuocosi precipitavano da se medesimi inquella crudeltà che da altri temevano. Il capitanodell'armatamontato quasi al principio dell'assalto in su una scafafuggendo si salvò; la sua galeafuggita per spazio di tremigliaal continuo tirando e difendendo e provedendo alle percossericevevaall'ultimo tutta forata andò nel fondo. Finalmenteessendo pieno ogni cosa di sangue di fuoco e di mortivennono inpotestà del duca quindici galeealcune navi grossefustebarbotte e altri legni minoriquasi senza numero; morti circa dumilauomini o dall'artiglierie o dal fuoco o dal fiumeprese sessantabandierema non lo stendardo principale che si salvò colcapitano; molti fuggiti in terrade' quali parte raccolti da'cavalli leggieri de' viniziani si salvoronoparte seguitati dagliinimici furno presiparte riceverono nel fuggirsi vari danni da'paesani. Furono i legni presi condotti a Ferraraove per memoriadella vittoria acquistata si conservorno molti anni; insino a tantoche Alfonso desideroso di gratificare al senato viniziano li concedéloro. Rotta l'armatamandò subito Alfonso trecento cavalli ecinquecento fanti per rompere l'altra armata che aveva presoComacchio; i qualiavendo recuperato Loreto fortificato da ivinizianisi crede che arebbono rotta l'armata se quellaconosciutoil pericolonon si fusse ritirata alle Bebie. Questo fine ebbe inspazio di uno mese l'assalto di Ferrara; nel quale lo eventochespesso è giudice non imperito delle cosemanifestòquanto fusse piú prudente il consiglio de' pochi checonfortavano chelasciate l'altre imprese e riservati a maggioreopportunità i danarisi attendesse solamente allaconservazione di Padova e di Trevigi e dell'altre cose ricuperateche di quegli che piú di numero ma inferiori di prudenzaconcitati dall'odio e dallo sdegnoerano facili a implicarsi intante imprese: le qualicominciate temerariamentepartorirono allafine spese gravissimecon non mediocre ignominia e danno dellarepublica.

Cap.xv

Massimilianosi ritira dal Veneto. Posizione di Verona. Vane trattative di treguatra Massimiliano e i veneziani. Accordi tra Massimiliano e il red'Aragona per il regno di Castiglia. Nuovi sospetti del ponteficeverso il re di Francia. Morte del conte di Pitigliano.

Madalla parte di Padova succedevano per i viniziani piú prestole cose prospere che altrimenti. Perché trovandosi Cesare nelvicentino con quattromila fantiuna parte non molto grande dellegenti dei vinizianicon aiuto de' villani del paesepresono quasiin su gli occhi suoi il passo della Scalae appresso il Cocollo eBascianoluogo importante per impedire chi della Magna volessepassare in Italia; ed eglilamentandosi che per la partita dellaPalissa fussino succeduti molti disordinise ne andò aBolzanoper trasferirsi alla dieta che per ordine suo si aveva atenere in Spruch. Il cui esempio seguitando Ciamonteomessi ipensieri caldi che aveva avuto di fare la impresa di Vicenza e diLignagoconsiderato ancora i luoghi essere bene proveduti e lastagione del tempo molto contrariasi ritirò a Milanolasciata bene guardata BresciaPeschiera e Valeggioe in Veronaper difesa di quella città (la quale Cesare per se stesso eraimpotente a difendere)seicento lancie e quattromila fanti: i qualiseparati dai soldati di Cesarealloggiavano nel borgo di San Zenoavendo anche in potestà loroper essere piú sicurilacittadella. La città di Veronanobile e antica cittàè divisa dal fiume dello Adicefiume profondo e grossissimo;il qualenato ne' monti della Magnacome è condotto al pianosi torce in su la mano sinistra rasente i montied entrando inVeronacome ne è uscitodiscostandosi da' monti si allargaper bella e fertile pianura. Quella parte della città che èsituata nella costacon alquanto pianoè da l'Adice in làverso la Magna; il resto della terrache è tutto in pianoèposto dallo Adice in qua verso Mantova. In sul montealla porta diSan Giorgioè posta la rocca di San Piero; e due balestratedistante da quellapiú alta in su la cima del poggioèquella di San Felice: forte l'una e l'altra assai piú di sitoche di muraglia. E nondimenoperdute quelleperchésoprafannotanto la cittàresterebbe Verona in gravepericolo. Queste erano guardate da' tedeschi. Ma nell'altra parteseparata da questa parte dal fiumeè Castelvecchio di versoPeschieraposto quasi in mezzo della città e che attraversail fiume con uno ponte; e tre balestrate distante da quelloversoVicenzaè la cittadella e tra l'una e l'altra si congiungonole mura della città dalla parte di fuorache rendono figuradi mezzo tondo. Ma dal lato di dentro si congiugne loro uno muroedificato in mezzo di due fossi grandissimie lo spazio tra l'unomuro e l'altro è chiamato il borgo di San Zeno; che insiemecon la guardia della cittadella fu assegnato per alloggiamento de'franzesi.

Dovementre che stanno quasi quiete l'armiMassimiliano continuamentetrattava di fare tregua co' viniziani; interponendosene molto ilponteficeper mezzo di Achille de Grassis vescovo di Peserosuonunzio. Per la qual cosa si convennono allo Spedaletto sopra la Scalaa trattare gli oratori suoi e Giovanni Cornaro e Luigi Mocenigooratori de' vinizianima per le dimande alte di Cesare riuscípratica vana; con molto dispiacere del ponteficeche desideravaliberare i viniziani da tutte le molestie. E perché tra loro esé non fusse materia da contendereaveva operato rendessinoal duca di Ferrara la terra di Comacchio la quale avevano primaabbruciatae a sé promettessino di non molestare piúlo stato del duca di Ferrara; del qualecredendo che avesse a esseregrato de' benefici che per mezzo suo aveva conseguito ed era perconseguireteneva allora singolare protezionesperando che avesse adipendere piú da lui che dal re di Francia: contro al qualestando in continui pensieri di farsi fondamenti di grandissimaimportanzaavea segretamente mandato uno uomo al re d'Inghilterra ecominciato a trattare con la nazione de' svizzerila quale alloracominciava a venire in qualche controversia col re di Francia; per ilche essendo venuto a lui il vescovo di Sion (diconlo i latinisedunense)inimico del re e che aspirava per questi mezzi alcardinalatol'avea ricevuto con animo lietissimo.

Succedettealla fine di questo anno concordia tra 'l re de' romani e il recattolicodiscordi per causa del governo de' regni di Castiglia. Laqualetrattata lungamente nella corte del re di Francia e avendomolte difficoltàfu per poco consiglio del cardinale di Roano(che non considerò quanto questa congiunzione fusse male aproposito delle cose del suo re) condotta a perfezione; perchéparendogli forse che il farsene autore gli potesse giovare apervenire al pontificatose ne interpose con grandissima diligenza efatica: con la quale e con l'autorità sua indusse Massimilianoa consentire che il re cattolicoin caso non avesse figliuolimaschifusse governatore di quegli reami insino che Carlo nipotecomune pervenisse all'età di venticinque anninépigliasse il nipote titolo regio vivente la madreche aveva titolodi reinaperché in Castiglia non sono le femmine escluse da'maschi; pagasse il re cattolico a Cesare ducati cinquantamilaaiutasselo secondo i capitoli di Cambrai insino a tanto avesseacquistato e recuperato le cose suee a Carlo pagasse ciascuno annoquarantamila ducati. Per la quale convenzione stabilito il re diAragona nel governo del regno di Castigliae avuta facoltà diacquistare fede appresso a Cesareper essere levate via ledifferenze tra loro e per essere in tutti due il medesimo interessedel nipote comunepotette con maggiore animo attendere a impedire lagrandezza del re di Franciala quale per l'interesse del reame diNapoli gli era sempre sospetta.

Ebbein questi medesimi dí sospetto il pontefice che 'lprotonotario de' Bentivogliche era a Cremonanon trattasse diritornare furtivamente in Bolognaper il quale sospetto fece peralcuni dí ritenere nel palazzo di Bologna Giuliano de' Medici;e riferendo ogni cosa alla mala volontà del re di Franciadimostrava di temere che e' non passasse in Italia per soggiogarlaeper fare violentemente eleggere il cardinale di Roano per pontefice:e nondimenonel tempo medesimodetraeva senza rispetto all'onore diCesarecome di persona incapace di tanta degnitàe che perl'incapacità sua avesse ridotto in grande disprezzo il nomedello imperio.

Morínella fine di questo anno il conte di Pitiglianocapitano generalede' vinizianiuomo molto vecchio e nell'arte militare di lungaesperienza; e nella fede del quale si confidavano assai i vinizianiné temevano che temerariamente mettesse in pericolo il loroimperio.

Cap.xvi

Fazionisotto Verona. Incertezza del re di Francia intorno all'opportunitàdi una nuova impresa contro i veneziani per la conquista di tutta laterraferma. Politica del re per acquietare l'animo del pontefice.Condizioni con cui il pontefice concede l'assoluzione ai veneziani.

Séguitain questa ambiguità di cosel'anno mille cinquecento dieci;nel principio del quale procedevano da ogni partecome anche eraconforme alla stagionele cose dell'armi freddamente. Perchél'esercito vinizianoalloggiato a San Bonifazio in veronesetenevaquasi come assediata Verona; onde essendo usciti alla scorta CarloBaglioneFederigo da Bozzole e Sacramoro Visconteassaltati daglistradiottifurono rotti e fatti prigioni Carlo e SacramoroperchéFederigo si salvò per opera de' franzesi che al soccorso loroerano usciti da Verona; e poco dipoi ruppono un'altra compagnia dicavalli franzesitra' quali fu preso monsignore di Clesí; eda altra parte dugento lancie franzesiuscite di Verona con tremilafantisforzorono per assalto uno bastione verso Soave guardato daseicento fantie nel ritorno ruppono una moltitudine grande divillani.

Main questa freddezza dell'armi erano angustiati da gravissimi pensierigli animi de' príncipie principalmente quello del re de'romani. Il qualenon conoscendo come potesse riportare la vittoriadella guerra contro a' vinizianie traportandocome era solitolecose sue di dieta in dietaaveva chiamato la dieta in Augusta; esdegnato col ponteficeperché gli elettori dello imperiomossi dalla sua autoritàfacevano instanza che prima sitrattasse nella dieta della concordia co' viniziani che delleprovisioni della guerraaveva fatto partire il vescovo di Pesero suonunzio da Augusta; e considerando avere incertitudine lunghezza emolte difficoltà le deliberazioni delle diete anzi il piúdelle volte il fine dell'una partorire il principio di un'altraeche il re di Francia dalle dimande interrotte e dalle imprese che glierano proposte ogni dí si escusavaora con lo allegarel'asprezza della stagione ora col dimandare assegnamento certo diquello che spendesse ora ricordando non essere solo obligato adaiutarloper i capitoli di Cambraima essere ancora nelle medesimeobligazioni il pontefice e il re di Aragonaco' quali eraconveniente si procedesse comunementesecondo che erano comuni laconfederazione e la obligazionesi risolveva niuno rimedio esserepiú pronto alle cose sue che indurre il re di Francia adabbracciare la impresa di pigliare PadovaVicenza e Trevigi con leforze propriericevendone il ricompenso conveniente: ed era nelconsiglio regio questa dimanda approvata da molti; i qualiconsiderando che insino che i viniziani non erano esclusi totalmentedi terra ferma il re starebbe sempre in continue spese e pericoliloconfortavano a liberarsene con lo spendere una volta potentemente. Néera il re alieno totalmente da questo consigliomosso dalla medesimaragione; e però inclinando a passare in persona in Italia conesercito potenteil quale chiamava potente ogni volta che in essofussino piú di mille seicento lancie e i suoi pensionari egentiluomininondimenoessendo distratto da altre ragioni indiversa sentenzastava con l'animo sospeso: piú confuso ancheche il solito perché il cardinale di Roanouomo moltoefficace e di grande animooppresso da lunga e grave infermitànon vacava piú a' negozi i quali solevano totalmente espedirsicol suo consiglio. Riteneva il re l'essere per natura molto alienodallo spenderela cupidità ardente di conseguire Veronaallaquale cosa gli pareva migliore mezzo l'essere il re de' romaniimplicato in continui travagli; e appuntoessendo egli impotente apagare le genti tedesche che erano alla guardia di quella cittàgli aveva il re prestato di nuovo diciottomila ducatie obligatosi aprestargliene insino alla somma di cinquantamila: con patto che nonsolo tenesseper sicurtà di riaverglila cittadellama cheeziandio gli fusse consegnato Castelvecchio e una porta vicina dellacittàper avere libera l'entrata e l'uscita; e che non gliessendo restituiti i danari infra uno anno gli rimanesse in governoperpetuo la terra di Valeggiocon facoltà di fortificarequella e la cittadella a spese di Cesare.

Tenevanoperplesso lo animo del re questi rispettima molto piú loriteneva il timore di non alterare totalmente la mente del ponteficese conducesse o mandasse nuovo esercito in Italia. Perché ilponteficepieno di sospettoe malcontento ancora che egli siimpadronisse di Veronaoltre al perseverare nel volere assolvere iviniziani dalle censurefaceva ogni opera per congiugnersi isvizzeriper il che aveva rimandato al paese il vescovo di Sion condanari per la nazione e con promessa per lui del cardinalato; ecercava con grandissima diligenza di alienare dal re di Francial'animo del re di Inghilterra: il qualese bene avesse auto perricordo dal padrenello articolo della morteche per quiete esicurtà sua continuasse l'amicizia col regno di Franciaperla quale gli erano pagati ciascuno anno cinquantamila ducatinondimenomosso dalla caldezza della età e dalla pecuniagrandissima lasciatagli dal padrenon pareva che avesse manco inconsiderazione i consigli di quegli checupidi di cose nuove econcitati dall'odio che quella nazione ha comunemente grandissimocontro al nome de' franzesilo confortavano alla guerra che laprudenza ed esempio del padre; il qualenon discordante de'franzesiancora che fatto re d'uno regno nuovo e perturbatissimoaveva con grande obedienza e con grandissima quiete governato egoduto il suo regno. Le quali cose angustiando gravemente l'animo delre di Franciail quale per essere piú propinquo alle cosed'Italia si era trasferito a Lionee temendo che il passare suo inItaliadetestato palesemente dal ponteficenon suscitasse per suaopera cose nuovee dissuadendolo dal medesimo il re d'Aragonamadimostrando dissuadernelo come amico e come amatore della quietecomunenon ebbe in queste ambiguità che lo strignevano daogni parte piú certo e determinato consiglio che di cercarecon ogni studio e diligenza di quietare l'animo del ponteficetalmente che almeno s'assicurasse di non l'avere opposito e inimico:alla qual cosa pareva lo favorisse assai l'occasioneperchési credeva che la morte del cardinale di Roanola infermitàdel quale era sí grave che si poteva sperare poco di lungavitaavesse a essere causa di levargli quella sospizione per laquale principalmente si pensavano gli uomini essere nate le suealterazioni. E avendo il re notizia che il cardinale di Aus nipote diRoano e gli altri che trattavano le cose sue nella corte di Romaavevano temerariamentee con parole e con fattiatteso piú aesacerbare che a mitigare come sarebbe stato necessario la mente delponteficenon volendo usare piú l'opera loromandò inposte a Roma Alberto Pio conte di Carpipersona di grande spirito edestrezza; al quale furono date amplissime commissioninon solo diofferirgli in tutti i casi e desideri suoi le forze e autoritàdel ree usare seco tutti i rispetti e i riguardi che fussino piúsecondo la mente e la natura suama oltre a questo di comunicarglisinceramente lo stato di tutte le cose che si trattavano e lerichieste fattegli dal re de' romanie di rimettere finalmente inarbitrio suo il passare o non passare in Italial'aiutare piúlentamente o piú prontamente le cose di Cesare.

Fucommesso al medesimo che dissuadesse l'assoluzione de' viniziani; maquestaalla venuta suaera già deliberata e promessa dalponteficeavendo i vinizianipoi che tra i deputati dal pontefice egli oratori loro fu disputato molti mesiconsentito alle condizionisopra le quali si faceva la difficoltàperché nonvedevano altro rimedio alla salute loro che l'essere congiunti seco.Furonoil vigesimoquarto dí di febbraiolette nelconcistorio le condizioni colle quali si doveva concederel'assoluzionepresenti gli oratori viniziani e confermandolecolmandato autentico della loro republicaper instrumento. Nonconferissino o in qualunque modo concedessino benefici o degnitàecclesiastichené facessino resistenza o difficoltàalle provisioni che sopra essi venissino dalla corte romana; nonimpedissino che nella corte predetta si agitassino le causebeneficiali o appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica; nonponessino decime o alcuna specie di gravezza in su' beni delle chiesee de' luoghi esenti dal dominio temporale; rinunziassinoall'appellazione interposta dal monitorioa tutte le ragioniacquistate in qualunque modo in sulle terre della Chiesaespecialmente alle ragioni che e' pretendessino di potere tenere ilbisdomino in Ferrara; che i sudditi della Chiesa e i legni loroavessino libera la navigazione del golfoe con facoltà síampia che eziandio le robe d'altre nazioni portate in su' legni loronon potessino essere molestatené fatta dichiarazione chefussino obligate alle gabelle; non potessino in modo alcunointromettersi di Ferrara o delle terre di quello stato che avessinodependenza dalla Chiesa; fussino annullate tutte le convenzioni chein pregiudicio ecclesiastico avessino fatto con alcuno suddito ovassallo della Chiesa; non ricettassino duchi baroni o altri sudditio vassalli della Chiesa che fussino ribelli o inimici della sediaapostolica; e fussino obligati a restituire tutti i danari esatti da'beni ecclesiasticie ristorare le chiese di tutti i danni cheavessino fatto loro. Le quali obligazioni colle promesse e rinunziedebite ricevute nel concistoriogli imbasciadori vinizianiil díche fu determinatoseguitando gli esempli antichisi condussono nelportico di San Piero; dove gittatisi in terra innanzi a' piedi delponteficeil quale presso alle porte di bronzo sedeva in su la sediapontificale assistendogli tutti i cardinali e numero grande diprelatigli dimandorono umilmente perdonoriconoscendo lacontumacia e i falli commessi; e dipoilettesi secondo il rito dellaChiesa certe orazioni e fatte solennemente le cerimonie consueteilpontefice ricevutigli a grazia gli assolvéimponendo loro perpenitenza che andassino a visitare le sette chiese. Assolutientrorno nella chiesa di San Pierointrodotti dal sommopenitenziere; dove avendo udita la messache prima era statadenegatafurono onoratamentenon piú come scomunicati ointerdetti ma come buoni cristiani e divoti figliuoli della sediaapostolicada molti prelati e altri della corte accompagnati insinoalle loro abitazioni. Dopo la quale assoluzione si ritornorno aVinegialasciato a Roma Ieronimo Donato uomo dottissimouno delnumero loro; il qualeper le virtú sue e per la destrezzadello ingegno divenuto molto grato al ponteficefu di grandissimogiovamento alla sua patria nelle cose che si ebbono poi a trattareappresso a lui.