Readme.it in English  home page
Readme.it in Italiano  pagina iniziale
readme.it by logo SoftwareHouse.it

Ebook in formato Kindle (mobi) - Kindle File Ebook (mobi)

Formato per Iphone, Ipad e Ebook (epub) - Ipad, Iphone and Ebook reader format (epub)

Versione ebook di Readme.it powered by Softwarehouse.it


FrancescoGuicciardini

STORIAD'ITALIA

Volumediciassettesimo





Cap.i

Vivaattesa in Italia delle decisioni del re di Francia liberato dallaprigionia. Ragioni di rammarico contro Cesare esposte dal re diFrancia agli inviati del pontefice e dei veneziani; veri intenti delre. Difficili condizioni del duca di Milano assediato nel castelloegravezze degli abitanti del ducato per il mantenimento dei soldati diCesare. Malcontento e tumulti in Milano.

Laliberazione del re di Franciaancora che alla solennità deicapitoli fatti e alla religione de' giuramenti e delle fedi date traloroe al vincolo del nuovo parentadofusse aggiunto il pegno didue figliuolie in quegli il primogenito destinato a tantasuccessionesollevò i príncipi cristiani ingrandissima espettazionee fece volgere inverso di lui gli occhi ditutti gli uominii quali prima erano solamente volti verso Cesare;dependendo diversissimi né manco importanti effetti dalladeliberazione sua dello osservare o no la capitolazione fatta aMadril. Perchéosservandolasi vedeva che Italia impotente adifendersi per se medesima se ne andava senza rimedio in servitúe si accresceva maravigliosamente l'autorità e la grandezza diCesare: non osservandoera necessitato Cesare o dimenticareper lainosservanza del re di Franciale macchinazioni fattegli contro dalduca di Milanorestituirgli quel ducato perché il pontefice ei viniziani non avessino causa di congiugnersi col ree perderetanti guadagni sperati dalla vittoria; o purepotendo piú inlui la indegnazione conceputa col duca di Milano e il desiderio dinon avere in Italia l'ostacolo de' franzesistabilire la concordiacol reconvertendo in pagamento di danari l'obligazione dellarestituzione della Borgogna; o veramentenon volendo cedere néall'una cosa né all'altraricevere contro a tanti inimici unaguerraeziandio quasi per confessione sua molto difficilepoichéper fuggirla si era ridotto a lasciare con tanto pericolo il re diFrancia.

Manon si stette lungamente in ambiguità quale fusse la mente delre. Perché essendosubito che arrivò a Baionaricercato da uno uomo del viceré di ratificare loappuntamentocome aveva promesso di fare subito che e' fusse inluogo liberodifferiva di giorno in giorno con varie escusazioni:con le quali per nutrire la speranza di Cesaremandò uno uomoproprio a significargli non avere fatta subito la ratificazioneperché era necessarioinnanzi procedesse a questo attomollificare gli animi [de'] suoimalcontenti delle obligazioni chetendevano alla diminuzione della corona di Francia; ma che nonostante tutte le difficoltà osserverebbe indubitatamentequanto aveva promesso. Da che potendosi assai comprendere quello cheavesse nello animosopravenneno pochi dí poi gli uominimandati dal pontefice e da' viniziani; a' quali non fu necessariousare molta diligenza per chiarirsi della sua inclinazione. Perchéil reavendogli ricevuti benignamentene' primi ragionamenti chepoi ebbe con l'uno e con l'altro di loro separatamentesi querelòmolto della inumanità chenel tempo che era stato prigionelo imperadore gli aveva usatanon trattandolo come principe talequale erané con quello animo che doverebbe fare uno principeche avesse commiserazione delle calamità di uno altroprincipeo considerazione che quello che era accaduto a lui potesseanche accadere a se medesimo. Allegava lo esempio di Adovardored'Inghilterraquello che fu chiamato Adovardo Gambiglione: cheessendogli presentato Giovanni re di Franciapreso nella giornata diPottieridal principe di Gales suo figliuolonon solo lo avevaricevuto benignamente ma eziandio lasciatolo in libera custodia intutto il tempo che stette prigione nella isolaaveva semprefamiliarmenteconversato secoammessolo alle sue caccie e a suoiconviti; né però per questo avere perduto il prigioneo conseguito accordo manco favorevole per lui: da che essere nato traloro tanta dimestichezza e confidenza che Giovannieziandio poi cheliberatoera stato piú anni in Franciaritornassevolontariamente in Inghilterra per desiderio di rivedere l'ospitesuo. Aversi memoria solo di due re di Francia che fussino stati fattiprigioni in battagliaGiovanni e lui; ma essere non manco notabilela diversità degli esemplipoiché l'uno poteva essereallegato per esempio della benignitàl'altro per esempiodella acerbità del vincitore. Ma non avere trovato animo piúplacato o mansueto verso gli altri; anzi essersiper i parlamentiavuti seco a Madrilcertificato che eglioccupato da sommaambizionenon pensava ad altro che a mettere in servitú laChiesaItalia tutta e gli altri príncipi. Desiderare che ilpapa e i viniziani avessino animo di pensare alla salute propriaperché dimostrerebbe loro quanto fusse desideroso diconcorrere alla salute comunee di restrignersi con loro a pigliarel'armi contro a Cesare; non per ricuperare per sé lo stato diMilano o accrescere altrimenti la sua potenzama solo perchécol mezzo della guerrapotesse conseguire i figliuoli e Italia lalibertà: poi che la troppa cupidità non aveva lasciatolume a Cesare di obligarlo in modo che e' fusse tenuto a stare nellacapitolazione. Conciossiachée prima quando era nella roccadi Pizzichitone e poi in Spagna nella fortezza di Madrilavessemolte volte protestato a Cesarepoiché vedeva la iniquitàdelle dimande suechese stretto dalla necessità cedesse ainique condizioni o quali non fusse in potestà sua diosservareche non solo non le osserverebbeanzireputandosiingiuriato da lui per averlo astretto a promesse inoneste eimpossibilise ne vendicherebbe se mai ne avesse l'occasione. Néavere mancato di dire molte volte quello che per loro stessi potevanosaperee che credeva anche essere comune a gli altri regni: che inpotestà del re di Francia non era obligarsisenzaconsentimento degli stati generali del reamead alienare cosa alcunaappartenente alla corona: non permettere le leggi cristiane che unoprigione di guerra stesse in carcere perpetuaper essere penaconveniente agli uomini di male affarenon trovata per supplizio dichi fusse battuto dalla acerbità della fortuna; sapersi perciascuno essere di nessuno valore le obligazioni fatte violentementein prigioneed essendo invalida la capitolazione non restare ancheobligata la sua fedeaccessoria e confermatrice di quella; precederei giuramenti fatti a Remesquando con tanta cerimonia e con l'olioceleste si consacrano i re di Franciaper i quali si obligano di nonalienare il patrimonio della corona: però non essere mancolibero che pronto a moderare la insolenza di Cesare. E il medesimodesiderio mostrò di avere la madree la sorella di Alansonche per essere stata vanamente in Spagna si lamentava assai dellaasprezza di Cesaree tutti i principali della corte cheintervenivano nelle faccende segrete; conchiudendo chese e'venivano i mandati del pontefice e de' vinizianisi verrebbe subitoalla conclusione della lega: la quale dicevano essere bene simaneggiasse in Franciaper avere piú facilità ditirarvi il re d'Inghilterracome mostravano speranza grande dovessesuccedere. Queste cose si dicevano con grande asseverazione dal re diFrancia e da' suoima in secreto erano molto diversi i suoipensieri: perchédisposto totalmente a non dare a Cesare laBorgognaaveva anche l'animo alieno di non muoverese non costrettoda necessitàle armi contro a lui; ma trattando diconfederarsi con gli italianisperava che Cesareper non cadere intante difficoltà si indurrebbe a convertire in obligazione didanari l'articolo della restituzione della Borgogna; nel quale casonessuno rispetto delle cose d'Italia l'arebbe ritenutoper desideriodi riavere [i figliuoli]a convenire seco.

Mai messi del pontefice e i vinizianiricevuta tanta speranza da luisignificorono subito la risposta avutain tempo che in Italiacrescevano la necessità e l'occasione del congiugnersi controa Cesare. La necessitàperché il duca di Milanoilquale da principioparte per colpa de' ministri suoi parte per ilbreve tempo che ebbe a provedersiaveva messo poca vettovaglia incastelloné quella poca era stata dispensata con quellamoderazione che si suole usare per gli uomini collocati in talestatofaceva tutto dí intendere (come ebbe sempre mezzo discrivereancora che e' fusse assediato nel castello) non avere damangiare per tutto il mese di giugno prossimoe che non si facendoaltra provisione sarebbe necessitato rimettersi alla discrezione diCesare: e se bene si credeva checome è costume degliassediatiproponesse maggiore strettezza che in fatto non avevanondimeno si avevano molti riscontri che gli avanzava poco da vivere;e il lasciare andare il castello in mano di Cesareoltre allariputazione che si accrescevafaceva molto piú difficile larecuperazione di quello stato. Ma non meno pareva che crescessel'occasioneper essere ridotti i popoli tutti in estremadisperazione. Conciossiachénon mandando Cesare denari perpagare la sua gentealla quale si dovevano già molte paghené vi essendo modo di provederne di altro luogoavevano icapitani distribuito gli alloggiamenti della gente d'arme e de'cavalli per tutto il paesegravandolo a contribuirequal terra aquesta compagnia quale a quell'altra; le quali erano necessitate adaccordare co' capitani e co' soldati questo peso con denari: il chesi esercitava sí intollerabilmente che allora fusse costantefamaaffermata da molti che avevano notizia delle cose di quellostatoche il ducato di Milano pagasse ciascuno dí a' soldatidi Cesare ducati cinquemilae si diceva che Antonio de Levariscoteva per sé solo trenta ducati ciascuno giorno. Lafanteria ancoraalloggiata in Milano e per l'altre terrenon solovoleva essere provista da' padroni delle case dove abitavano di tuttoil vitto loro mariducendosi spesso molti fanti in una casamedesimaera il padrone di quella necessitato di provedere al viveredi tutti; e l'altre casenon avendo da dare loro gli alimentibisognava si componessino con denari: e toccavano talvolta a unofante solo piú alloggiamenticheda uno in fuora che gliprovedeva del vittogravava gli altri a pagargli denari.

Questacondizione miserabileed esercitata con tanta crudeltàavevadisperato gli animi di tutto il ducato e specialmente quegli delpopolo di Milanonon assuefattoinnanzi alla entrata del marchesedi Pescara in Milanoa essere gravato di alimenti o di contribuzioneper gli alloggiamenti de' soldati; e il qualeessendo potente dinumero e di armiancoraché non in quella frequenza che solevaessere innanzi alla pestenon poteva tollerare tanta insolenza eacerbissime esazioni: dalle quali per liberarsio almeno permoderarle in qualche partebenché i milanesi avevano mandatia Cesare imbasciadorierano stati espediti con parole generali masenza alcuna provisione. Né mancava anche Milanonon gravatosecondo la sua proporzione di quel numero di soldati che l'altreterreavere a pagare denari per le spese publichecioè diquelle che accadesse fare per ordine de' capitani per conservazionedelle cose di Cesare: i quali denari esigendosi difficilmentesiusavano per i ministri proposti alle esazioni molte acerbità.Per le quali cose essendo condotto il popolo in estrema disperazionesi convenneno popolarmente tra loro medesimi di resistere con l'armiin mano alle esazionie che ciascuno che fusse gravato dagliesattori chiamasse i vicini a difenderlo; i quali tuttie dietro aloro gli altri che fussino chiamaticoncorressinoal comandamentode' capitani deputati per molte parti della cittàperresistere a quegli che facessino le esazioni e a' soldati chevolessino favorirgli. Il quale ordine poi che fu datoaccadde cheuno fabbro della cittàessendo andati gli esattori agravarloconcitò per sua difesa i vicini; dietro a' qualiconcorrendo gli altri del popolo si fece per la cittàgrandissima sollevazione: per la quale sedare essendo concorsiAntonio de Leva e il marchese del Guastoe in compagnia loro alcunide' principali gentiluomini di Milanosi quietò finalmente iltumultoma ricevuta promessa da' capitani checontenti delleentrate publichenon graverebbeno alcuno per altre imposizioni németterebbeno in Milano altri soldati. Non durò questaconcordia se non insino a l'altro giornoperché essendovenuto avviso che alla città si accostavano nuovi soldati ilpopolo di nuovo prese l'armima con maggiore tumulto e molto piúordinato e con maggiore concorso che non si era fatto il díprecedente. Al quale impeto cominciando i capitani a temere di nonpotere resistereebbeno (cosí affermano molti) inclinazionedi partirsi con la gente da Milano; e si crede che cosíarebbeno messo in esecuzione se il popolo avesse unitamentedimostrato di volere procedere alla offensione loro e de' soldati. Macominciorno imperitamente a saccheggiare la corte vecchiadoverisedeva il capitano della giustizia criminale con certo numero difanti; cominciando a volere fare il principio da quello che dovevaessere l'ultimo della loro esecuzione: dal quale disordine i capitaniimperiali avendo ripreso animofortificate le loro strade e chiamatala maggiore parte de' fanti che stavano allo assedio del castellosicongregorono insieme per resistere se il popolo volesse assaltargli.Questo dette occasione a quegli che erano assediati di uscire fuoradel castello ad assaltare i ripari fatti dalla parte di dentroma siritirorono presto non vedendo avere soccorso dal popolo; il qualeparte per essere inesperto all'armi parte per portare alle case lorole robe guadagnate nel sacco di corte vecchianon solo non faceval'operazioni convenienti ma si andava piú presto risolvendo:con la quale occasione i capitaniinterponendosi alcuni de'gentiluominisedorono anche questo tumultoma con promissione dicavare tutti i soldati della città e del contado di Milanoeccetto i fanti tedeschi che erano allo assedio del castello. Cosífacilmente dalla astuzia degli uomini militari si era fuggito unogravissimo pericoloelusa la imperizia dell'armi de' popolarie idisordini ne' quali facilmente la moltitudine tumultuosae che nonha capi prudenti o valorosisi confonde. Ma non essendo per questeconcordie né dissolute le intelligenze né depostel'armi del popoloanzi dimostrandosi ogni dí disposizione dimaggiore sollevazionepareva a chi pensava di travagliare le cose diCesare occasione di grandissimo momento; considerando massime lepoche forze e l'altre difficoltà che avevano gli imperialiericordandosi chenelle guerre prossimel'ardore maraviglioso che ilpopolo di Milano e dell'altre terre avevano avuto in favore loro erastato grandissimo fondamento alla difensione di quello stato.

Cap.ii

Ragioniper cui il pontefice propende ad accordi col re di Francia controCesare. Decisione del pontefice e dei veneziani di conchiudere laconfederazione col re di Francia. Assoldamento di milizie.

Eranoin questi termini le cose d'Italia quando sopravenneno gli avvisi diFrancia della pronta disposizione e offerte del ree della richiestafatta da lui che e' si mandassino i mandati; e nel tempo medesimo gliimbasciadori del re d'Inghilterra che erano appresso al pontefice loconfortorono assai a pensare che si moderasse la grandezza di Cesaree a dare animo al re di Francia di non osservare la capitolazione.Per le quali cose non solo i vinizianiche in ogni tempo e inoccasioni molto minori avevano confortato a pigliare l'armima ilpontefice ancorache molto difficilmente si disponeva a entrare inquesto travagliogli parve essere necessitato a raccorre la sommade' discorsi suoi e non differire piú di fare qualchedeliberazione. Le ragioniche a' mesi passati l'avevano inclinatoalla guerranon solo erano le medesime ma ancora piúconsiderabili e piú potenti: perché e quanto tempo piúsi erano allungate le pratiche Cesare aveva potuto scoprire megliol'animo del pontefice essere alieno dalla grandezza sua; e ilponteficeper lo accordo che egli aveva fatto col re di Franciaeraentrato in giusto sospetto di non potere ottenere condizioni eque daluie che gli avesse in animo di opprimere il resto d'Italia; e ilpericolo ogni dí piú era presenteapprossimandosi ilcastello di Milano alla dedizione. Incitavano l'animo suo le ingiurieche si rinnovavano dai capitani imperiali; i qualidopo lacapitolazione fatta a Madrilavevano mandato ad alloggiare nelpiacentino e nel parmigiano uno colonnello di fanti italianidovefacevano infiniti danni; e querelandosene il ponteficerispondevanoche per non essere pagati vi erano venuti di propria autorità.Commovevanlo eziandio le cose forse piú leggiere mainterpretatecome si fa nelle sospizioni e nelle querelenellaparte peggiore: perché Cesare aveva publicato in Spagna certieditti pragmatici contro alla autorità della sedia apostolicaper virtú de' quali essendo proibito a' sudditi suoi trattarecause beneficiali di quegli regni nella corte romanaebbe ardire unonotaio spagnuoloentrato nella ruota di Roma il dí deputatoalla udienzaintimare in nome di Cesare ad alcuni che desistessinodi litigare in quello auditorio. Né solo pareva che per laliberazione del cristianissimo fusse sciolto quel nodo che avevatenuto implicati gli animi di ciascunoche i franzesi per riavere ilsuo re fussino per abbandonare la legae la compagnia del re diFrancia si conosceva di molto piú importanza alla impresa chenon sarebbe stata quella della madre e del governoma ancora sivedevano maggiori l'altre occasioni. Perché la sollevazionedel popolo di Milano pareva di non piccolo momento eper la carestiache era di vettovaglie in quello statosi giudicava fusse vantaggiogrande assaltare gl'imperiali innanzi che per la ricolta avessinocomodità di vettovagliare le terre fortiinnanzi si perdesseil castello di Milano e che Cesare avesse piú tempo di mandarein Italia nuove genti o provisione di danari. E veniva inconsiderazione che il re di Franciail quale per la memoria dellecose passate verisimilmente si diffidava del ponteficenon vedendoin lui ardore alla guerranon si risolvesse a osservare la concordiafatta a Madril o a rifermarla di nuovo; né si dubitava checongiunte insieme tante forze terrestri e marittime e la facoltàdi continuare nelle spesebenché gravilungamenteche lecondizioni di Cesareabbandonato da tutti gli altri ed esausto didanarisarebbeno molto inferiori nella guerra. Solamente facevascrupolo in contrario il timore che il reper il rispetto de'figliuoli non abbandonasse gli altri collegaticome si era dubitatonon facesse il governo di Francia quando il re era prigione. Pure ilcaso si riputava diverso: perchépigliando l'armi contro aCesare con tante occasionipareva che sí grande fusse lasperanza di ricuperargli con le forzee con questo avesse asuccedere con tanta sua riputazioneche e' non avesse causa diprestare orecchi a concordia particolarela quale succederebbe nonsolo con ignominia sua ma eziandio con pregiudicio propriose nonpresente almeno futuro; perché il permettere che Cesareriducesse Italia ad arbitrio suo non potevaalla fineessere se nonmolto pericoloso al reame di Francia. Dalla quale ragione si inferivasimilmente che avesse a esercitare ardentissimamente la guerra:perché pareva inutilissimo consiglioconfederandosi contro aCesareprivarsi della recuperazione de' figliuoli con l'osservanzadella concordia; e nondimenoda altra partepretermettere quellecose per le quali poteva sperare di conseguirgli gloriosamente conl'armi.

Considerornoforsequegli che discorsono in questo modopiú quello cheragionevolmente si doveva fare che non considerorno quale sia lanatura e la prudenza de' franzesi: errorenel quale certamentespesso si cade nelle consulte e ne' giudizi che si fanno delladisposizione e volontà di altri. Anzi forse non consideroronoperfettamente quanto i príncipiconsci il piú dellevolte della inclinazione propria ad anteporre l'utilità allafedesiano facili a persuadersi il medesimo degli altri príncipi;e che però il re di Franciasospettando che il pontefice e ivinizianicome per l'acquisto del ducato di Milano fussinoassicurati della potenza di Cesarediventassino negligenti o alienidagli interessi suoigiudicasse essergli piú utile lalunghezza della guerra che la vittoriacome mezzo piú facilea indurre Cesarestracco dai travagli e dalle spesea restituirglicon nuova concordia i figliuoli. Ma movendo il pontefice le ragioniprecedentie molto piú la penitenza di avere aspettatooziosamente il successo della giornata di Paviae lo essere statonemorso e ripreso di timidità da ciascunole voci di tutti isuoi ministridi tutta la cortedi tutta Italiache lo increpavanoche la sedia apostolica e Italia tutta fussino ridotte in tantipericoli per colpa suadeliberò finalmente non solo diconfederarsi col re di Francia e con gli altri contro a Cesare ma diaccelerarne la conclusionee per gli altri rispetti e per questomassimeche le provisioni potessino essere a tempo a soccorrere ilcastello di Milano innanzi che per la fame si arrendesse agliinimici. La quale necessità fu cagione di tutti i mali cheseguitorono: perché altrimentiprocedendo piúlentamenteil ponteficedalla autorità del quale dependevanoin questa agitazione non poco i vinizianiarebbe aspettato seCesarecommosso dalla inosservanza del re di Franciaproponesse persicurtà comune quelle condizioni che prima aveva denegate. Equando pure fusse stato necessitato a pigliare le arminon essendocostretto a dimostrarne al re di Francia tanta necessitàarebbe facilmente ottenute da lui per sé e per i vinizianimigliori condizioni; ma senza dubbio sarebbono stati meglio distintigli articoli della confederazionestabilita maggiore sicurtàdella osservanzae ultimatamente non cominciata la guerra se primanon si fussino mossi i svizzeri e ridotte in essere tutte leprovisioni necessariee forse entrato nella confederazione il re diInghilterra: col qualeper la distanza del camminonon s'ebbe tempoa trattare. Ma parendo al pontefice e al senato vinizianoper ilpericolo del castellodi somma importanza la celeritàespedirono subito ma secretissimamente i mandati di fare laconfederazione agli uomini loro; con condizione cheper minoredilazionesi riferissino quasi a quegli medesimi capitoli che primaerano stati trattati con madama la reggente.

Masopravenendo pure tuttavia avvisi nuovi della necessità delcastelloentrò il pontefice in considerazione cheessendonecessario cheper essere impedito il cammino diritto da Roma allacorte di Franciagli spacci andassino con lungo circuito per ilcammino de' svizzerie che essendo facil cosa che nel capitolarenascesse qualche difficoltà per la quale di necessitàsi interponesse tempoche potrebbe accadere che e' si tardasse tantoa conchiudere la confederazione chese si differisse a cominciaredopo la conclusione a fare le provisioni per soccorrere il castelloera da dubitare non fussino fuora di tempo: e peròconsultatoquesto pericolo co' vinizianistimolati ancora dagli agenti del ducadi Milano che erano a Roma e a Vinegia e da molti partigiani suoi cheproponevano vari partitisi risolverono preparare tante forze cheparessino bastanti a soccorrere il castelloper usarle subito che diFrancia si fusse avuta la conclusione della lega; e intratanto daresperanza al popolo di Milanoe fomentare varie pratiche proposteloro nelle terre di quello stato. Però unitamente conchiusenoche i viniziani spignessino a' confini loroverso il fiumedell'Addail duca d'Urbino con le loro genti d'arme e seimila fantiitaliani; e il pontefice mandasse a Piacenza il conte Guido Rangonecon seimila fanti. E perché e' pareva necessario avere unogrosso numero di svizzeri (anzi il duca di Urbino faceva intendere a'viniziani essere necessario a conseguire totalmente la vittoria averedodicimila svizzeri)e il pontefice e i vinizianiper non siscoprire tanto contro a Cesare insino non avessino certezza che lalega fusse fattanon volevano mandare in Elvezia uomini loro alevarglifu udito Gianiacopo de' Medici milanese; il qualemandatodal duca di Milano (per essere intervenuto allo omicidio diMonsignorino Visconte) castellano della rocca di Musconosciutal'occasione de' tempi e la fortezza del luogose ne era fattopadrone. Il qualefacendo intendere che molti mesi innanzi avevatenute pratiche con vari capitani svizzeri per questo effettoofferse di fare muoveresubito che gli fussino mandati seimiladucatiseimila svizzerinon soldati per decreto de' cantoni maparticolarmente; a' quali come fussino scesi nel ducato di Milanos'avesse a dare il compimento della paga. Ecome accade nelleimprese che da uno canto sono reputate facili dall'altro sonosollecitate dalla strettezza del temponon solo l'offerta di costuiessendo massime approvata dai ministri del duca di Milano e da Enniovescovo di Verolial quale il pontefice prestava fede nelle cose de'svizzeri per averle in nome della Chiesa trattate lungamentee peròera stato per suo ordine molti mesi a Bresciae allora stavaappresso al proveditore vinizianodonde continuamente trattava conmolti di quella nazionefu senza pensare piú innanziaccettata dal papa e da' viniziani; ma ancora fu udito in VinegiaOttaviano Sforza vescovo di Lodi che offeriva di levarne facilmentenumero grandee da lorosubitosenza consultarne altrimenti colponteficespedito in Elvezia per soldarne altri seimilanel modomedesimo e co' medesimi pagamenti. Dalle quali cose male intesenacquecome di sotto si diràprincipio grande di mettere indisordine la impresa che con tanta speranza si cominciava.

 

Cap.iii

Dichiarazionie proposta del re di Francia al viceré riguardo allecondizioni concluse con Cesaree indugio della conclusione degliaccordi col pontefice e coi veneziani. Sdegno di Cesare per laproposta del re di Francia e sue deliberazioni. Conclusione e pattidella lega fra il pontefice i veneziani ed il re di Francia. Ilpontefice ed i veneziani deliberano la rottura della guerra.

Mamentre che queste cose si preparano in Italiacominciando Cesare asospettare delle dilazioni interposte alla ratificazioneil vicerédi Napoliil quale insieme con gli statichi e con la regina Elionorasi era fermato nella terra di Vittoria per condurgli al re subito cheavesse adempiuto le cose contenute nella capitolazioneandò econ lui Alarconeper commissione di Cesareal re di Franciailquale da Baiona si era trasferito a Cugnachper certificarsiinteramente della sua intenzione. Dal quale benché e' fussericevuto con grandissimo onore e carezzee come ministro di Cesare ecome quello da chi il re cristianissimo riconosceva in grande partela sua liberazionelo trovò in tutto alieno da volererilasciare la Borgogna; scusandosi ora che non potrebbe mai avere ilconsentimento del regnoora che non arebbe mai volontariamenteconsentito a una promessa che per essere di tanto pregiudizio allacorona di Francia era impossibile a lui l'osservarla: ma chedesiderando quanto poteva di mantenersi l'amicizia cominciata conCesare e dare perfezione al parentadosarebbe contentotenendofermo tutte l'altre cose convenute tra loropagare a Cesare in luogodel dargli la Borgogna due milioni di scudi; dimostrando che nonaltro lo indurrebbe a confermare con questa moderazione laconfederazione fatta a Madril che la inclinazione grande che aveva diessere in bona intelligenza con Cesareperché non glimancavano né offerte né stimoli del ponteficedel red'Inghilterra e de' viniziani per incitarlo a rinnovare la guerra. Laquale risposta e ultima sua deliberazione e il vicerésignificò a Cesaree il re vi mandò uno de' suoisegretari a esporgli il medesimo. Donde procedette chebenchéi mandati del pontefice e de' vinizianiprima molto desideratifussino arrivati nel tempo medesimoil reinclinato piú allaconcordia con Cesaree però deliberato di aspettare larisposta sopra questo partito nuovo del quale il viceré gliaveva dato speranzacominciò apertamente a differire laconclusione della confederazione: non dissimulando totalmenteperchéera impossibile tenerlo occultodi trattare nuova concordia conCesarela quale essendogli stata proposta dal viceré nonpoteva fare nocumento alcuno l'udirla; e affermando efficacementebenché altrimenti avesse in animoche non farebbe maiconclusione alcuna se con la restituzione de' figliuoli non fusseanche congiunta la relassazione del ducato di Milano e la sicurtàdi tutta Italia. La quale cosa sarebbe stata bastante a intepidirel'animo del pontefice seper il sospetto fisso nell'animononavesse giudicato che il confederarsi col re di Francia fusse unicorimedio alle cose sue.

Maè cosa maravigliosa quanto l'animo di Cesare si perturbassericevuto che ebbe l'avviso del vicerée intesa la esposizionedel segretario franzese; perché gli era molestissimo caderedella speranza della recuperazione della Borgogna desideratasommamente da luiper la amplificazione della sua gloria e per laopportunità di quella provincia a cose maggiori. Indegnavasigrandemente che il re di Franciapartendosi dalle promesse e dallafede datafacesse dimostrazione manifesta a tutto il mondo didisprezzarlo; e gli pungeva anche l'animo non mediocremente una certavergogna cheavendo contro al consiglio di quasi tutti i suoicontro al giudicio universale di tutta la cortecontro a quello chepoi che si era inteso l'accordo fattogli era stato predetto diFiandra da madama Margherita sorella del padre suo e da tutti iministri suoi di Italiamisurata male la importanza e la condizionedelle cosesi fusse persuaso che il re di Francia avesse aosservare. Ne' quali pensiericalcolato diligentemente quel checonvenisse alla degnità propria e in quali pericoli edifficoltà rimanessino in qualunque caso le cose suedeliberòdi non alterare il capitolo che parlava della restituzione diBorgogna: piú prestoconcordandosi col ponteficeconsentirealla reintegrazione di Francesco Sforzacome se piú fussesecondo il decoro suo perdonare a uno principe minore checedendoalla volontà di uno principe potente ed emulo della grandezzasuafare quasi confessione di timore; piú presto avere laguerra pericolosissima con tutti che rimettere la ingiuria ricevutadal re di Francia. Perché dubitava che il ponteficevedendoessere stata sprezzata l'amicizia suanon avesse alienato totalmentel'animo da lui; e gli accresceva il sospetto lo intendere che oltreallo avere mandato uno uomo in Francia a congratularsivi mandavapublicamente uno imbasciadore; e molto piú che nuovamenteaveva condotto a' soldi suoisotto colore di assicurare le marinedello stato della Chiesa dai moriAndrea Doria con otto galee e contrentacinquemila ducati di provisione l'anno: la quale condottaperla qualità della persona e per non avere mai prima ilpontefice pensato a potenza marittimae per essere egli stato piúanni agli stipendi del re di Franciagli dava sospizione non fussefatta con intenzione di turbare le cose di Genova. Peròpreparandosi a qualunque casofece in uno tempo medesimo molteprovisioni: sollecitò la passata in Italia del duca diBorbonela quale prima procedeva lentamenteordinando che di Italiavenissino a Barzalona sette galee sue che erano a Monaco peraggiugnerle alle tre galee di Portondoe sollecitando che in Italiaportasse provisione di centomila ducatiperché l'andata suasenza denari sarebbe stata vana; destinò don Ugo di Moncada alponteficecon commissionesecondo publicavada sodisfargli: maquesto limitatamenteperché volle andasse prima alla cortedel re di Franciaacciò cheinteso dal viceré se viera speranza alcuna che il re volesse osservareo non passasse piúinnanzi opassandovariasse le commissioni secondo lo stato e lanecessità delle cose.

Maa ogni consiglio salutifero del pontefice si opponeva il pericolodello arrendersi il castello di Milanogià vicino allaconsunzione; il timore che tra il re di Francia e Cesare non sistabilissecon qualche mezzola congiunzione; la incertitudine diquel che avesse a partorire la venuta di don Ugo di Moncadanellaquale era sospetto l'avere prima a passare per la corte di Francia;sospette di poiquando bene passasse in Italiale simulazioni e learti loro. Peròsollecitando insieme co' viniziani laconclusione della confederazioneil re finalmentepoiché perla venuta di don Ugo ebbe compreso Cesare essere alieno da alteraregli articoli della capitolazionetemendo che il differire piúa confederarsi non inducesse il pontefice a nuove deliberazioniegiudicando che per questa confederazione sarebbeno appresso a Cesarein maggiore esistimazione le cose suee che forse il timorepiegherebbe in qualche parte l'animo suostimolato ancora a questomedesimo dal re d'Inghilterrail quale piú con le persuasioniche con gli effetti favoriva questa conclusioneristrinse lepratiche della lega. La quale il decimosettimo dí di maggiodell'anno millecinquecentoventisei si conchiusein Cugnachtra gliuomini del consiglio procuratori del re da una partee gli agentidel pontefice e de viniziani dall'altrain questa sentenza: che trail pontefice il re di Francia i viniziani e il duca di Milano (per ilquale il pontefice e i viniziani promesseno la ratificazione) fusseperpetua lega e confederazionea effetto di fare lasciare libero ilducato di Milano a Francesco Sforza e di ridurre in libertà ifigliuoli del re: che a Cesare si intimasse la lega fattae fusse infacoltà sua di entrarvi in termine di tre mesirestituendo ifigliuoli al rericevuta per la liberazione loro una taglia onestache avesse a essere dichiarata dal re di Inghilterrae rilasciandoanche il ducato di Milano interamente a Francesco Sforzae gli altristati di Italia nel grado che erano innanzi si cominciasse l'ultimaguerra: che di presenteper la liberazione di Francesco Sforzaassediato nel castello di Milano e per la ricuperazione di quellostatosi movesse la guerra con ottocento uomini d'arme settecentocavalli leggieri e ottomila fanti per la parte del ponteficee perla parte de viniziani con ottocento uomini d'arme mille avallileggieri e ottomila fantie del duca di Milano con quattrocentouomini d'arme trecento cavalli leggieri e quattromila fanticomeprima ne avesse la possibilità; e intratanto mettessino perlui i quattromila fanti il pontefice e i viniziani: il re di Franciamandasse subito in Italia cinquecento lancee durante la guerrapagasse ogni mese al pontefice e a' viniziani quarantamila scudico'quali si conducessino fanti svizzeri: che il re rompesse subito laguerra a Cesare di là da i montida quella banda che piúgli paresse opportunocon esercito almanco di dumila lance e didiecimila fanti e numero sufficiente d'artiglierie; armasse dodicigalee sottili e i viniziani tredici a spese proprie; unisse ilpontefice a queste le galee con le quali aveva condotto Andrea Doria;e che la spesa delle navi necessarie per detta armata fusse comune;con la quale armata si navigasse contro a Genova; e dipoi vinto oindebolito in Lombardia l'esercito cesareo si assaltasse potentementeper terra e per mare il reame di Napoli; del qualequando siacquistasseavesse a essere investito re chi paresse al ponteficebenché in uno capitolo separato si aggiugnesse che non potessedisporne senza consenso de' collegatiriservatogli nondimeno i censiantichi che soleva avere la sedia apostolica e uno stato per chiparesse a luidi entrata di quarantamila ducati: cheacciòche il re di Francia avesse certezza che la vittoria che si ottenessein Italia e l'acquisto del reame di Napoli faciliterebbe laliberazione de' figliuoliche in tale casovolendo Cesare infraquattro mesi dopo la perdita di quel reame entrare nellaconfederazione con le condizioni soprascrittegli fusse restituitoma non accettando questa facoltàavesse il re di Francia inperpetuo sopra il reame di Napoli uno censo di ducatisettantacinquemila l'anno: non potesse il re di Franciain tempoalcuno né per qualunque cagionemolestare Francesco Sforzanel ducato di Milanoanzi fusse obligato insieme con gli altri adifenderlo contro a ciascuno e a procurare quanto potesse che tra isvizzeri e lui si facesse nuova confederazionema avesse da luicenso annuo di quella quantità che paresse al pontefice e a'vinizianinon potendo però arbitrare manco di cinquantamiladucati l'anno: avesse Francesco Sforza a ricevere ad arbitrio del remoglie nobile di sangue franzesee fusse obligato ad alimentarecondecentemente Massimiliano Sforza suo fratello in luogo dellapensione annua la quale riceveva dal re: fusse restituita al re lacontea di Astie ricuperandosi Genova vi avesse quella superioritàche vi soleva avere per il passato; e che volendo Antoniotto Adornoche allora ne era dogeaccordarsi con la legafusse accettatomariconoscendo il re di Francia per superiorenel modo che pochi anniinnanzi aveva fatto Ottaviano Fregoso: che da tutti i collegati fusserichiesta a Cesare la restituzione de' figliuoli regie ricusandofarlo gli fusse dinunziatoin nome di tuttiche i confederati nonpretermetterebbeno cosa alcuna per conseguirla; e che finita laguerra di Italiao almanco preso il regno di Napolie indebolitotalmente lo esercito cesareo che e' non fusse da temernefussinoobligati aiutare il re di Francia di là da' monti contro aCesarecon mille uomini d'arme mille cinquecento cavalli leggieri ediecimila fantio di danari in luogo delle gentia elezione del re:non potesse alcuno de' confederati senza consentimento degli altriconvenire con Cesare; al quale fusse permessoin caso entrasse nellaconfederazioneandare a Roma per la corona imperialecon numero digente non formidabileda dichiararsi dal pontefice e da' viniziani:che morendo eziandio alcuno de' collegati la lega restasse fermaeche il re di Inghilterra ne fusse protettore e conservatoreconfacoltà di entrarvi; ed entrandovi si desse a lui nel regno diNapoli uno stato di entrata annua di ducati trentacinquemilae unodi diecimilao nel regno medesimo o in altra parte d'Italiaalcardinale eboracense. Recusò il pontefice che in questaconfederazione fusse compreso il duca di Ferraraancora chedesiderato dal re di Francia e da' viniziani; anzi ottenne che nellaconfederazione si esprimessebenché sotto parole generaliche i confederati fussino obbligati ad aiutarlo alla recuperazione diquelle terre delle quali era in disputa con la Chiesa. De' fiorentininon fu dubbio che effettualmente non fussino compresi nellaconfederazionedisegnando il pontefice non solo valersi delle gentid'arme e di tutte le forze loro ma ancora di fargli concorrere secoanzi sostentare per la maggiore parte le spese della guerra: ma pernon turbare a quella nazione i commerci che avevano nelle terresuddite a Cesarené mettere in pericolo i mercatanti loronon furono nominati come principalmente collegati ma detto solamentecheper rispetto del ponteficegodessino tutte le esenzioniprivilegi e benefici della confederazione come espressamentecompresipromettendo il pontefice per loro che per modo alcuno nonsarebbeno contro alla lega. Né si providde chi avesse a esserecapitano generale dello esercito e della guerraperché labrevità del tempo non patí che si disputasse in sullespalle di chiper l'autorità e qualità suae peressere confidente di tuttifusse bene collocato tanto pesononessendo massime facile trovare persona in chi concorressino tantecondizioni.

Stipulatala legail reil quale non aveva ancora in fatto rimosso l'animodalle pratiche col viceré di Napolidifferí diratificarla e di dare principio alla espedizione delle genti d'arme ede' quarantamila ducati per il primo meseinsino a tanto venisse laratificazione del pontefice e de' viniziani; la quale dilazionebenché turbasse la mente loronondimenostrignendoli aandare innanzi le medesime necessitàfatta la ratificazionedeliberorno di cominciare subitamentesotto titolo di voleresoccorrere il castello di Milanola rottura della guerra. E peròil ponteficeil quale prima aveva mandato a Piacenza con le suegenti d'arme e con cinquemila fanti il conte Guido Rangonegovernatore generale dello esercito della Chiesavi mandò dinuovo con altri fanti e con le genti d'arme de' fiorentini VitelloVitelliche ne era governatoree Giovanni de' Mediciquale fececapitano generale della fanteria italiana; e per luogotenente suogenerale nello esercito e in tutto lo stato della Chiesaconpienissima e quasi assoluta potestàFrancesco Guicciardiniallora presidente della Romagna. E i viniziani da altra parteaugumentorno l'esercito lorodel quale era capitano generale il ducad'Urbino e proveditore Pietro da Peserofermandolo a Chiari inbrescianocon commissione che l'uno e l'altro esercito procedesse aldanno de' cesarei senza rispetto o dilazione alcuna.

Cap.iv

Tentatividi accordi di Ugo di Moncada a nome di Cesare col duca di Milano.Tentativi di accordi di Ugo di Moncada a nome di Cesare colpontefice. Lettere di Antonio de Leva intercette dal luogotenente delpontefice. Attesa in Italia di soldati svizzeri e ragioni del lororitardo. Tumulti provocati a Milano dai capitani cesarei.

Eraintratanto arrivato a Milano don Ugo di Moncada; il qualebenchéla lega stipulata fusse ancora occulta al viceré e a luinondimenodiffidando per le risposte del re che le cose si potessinopiú ridurre alla sodisfazione di Cesare aveva seguitato il suocammino in Italia: dovemenato seco nel castello il protonotarioCaracciolofatta al duca ampia fede della benignità diCesarelo tentò che si rimettesse alla volontà sua. Marispondendo il duca cheper le ingiurie fattegli dai suoi capitaniera stato necessitato a ricorrere agli aiuti del pontefice e de'vinizianisenza partecipazione de' quali non era convenientedisponesse di se medesimogli dette don Ugo speranza la intenzionedi Cesare essere che le imputazioni che egli erano date si vedessinosommariamente per il protonotario Caraccioloprelato confidentissimoa lui; accennando farsi questo piú presto per restituirgli lostato con maggiore conservazione della riputazione di Cesare che peraltra cagionee che parlato che avesse col pontefice darebbeperfezione a queste cose: e nondimeno non consentí che primasi levasse l'assedioe si promettesse di non innovare cosa alcunacome il duca faceva instanza. Credettesie cosí divulgòpoi la famache le facoltà date da Cesare a don Ugo fussinomolto ampienon solo di convenire col pontefice con lareintegrazione del duca di Milano ma eziandio di convenire col ducasoloassicurandosi cherestituito nello statonon nocesse allecose di Cesare; ma non commesso cosí se non con limitazione diquello che consigliassino i tempi e la necessità; e che donUgoconsiderando in che estremità fusse ridotto il castelloe che la concordia col duca non giovava alle cose di Cesare se nonquanto fusse mezzo a stabilire la concordia col pontefice e co'vinizianigiudicasse inutile il comporre con lui solo. Feciono dipoidon Ugo e il protonotario condurre a Moncia il Moroneche eraprigione nella rocca di Trezo piú presto perché ilprotonotario pigliasse informazione da luiavendo a essere giudicedella causache per altra cagione.

DaMilano andò da poi don Ugo a Romaavendo prima scritto aVinegia che mandassino autorità sufficiente allo oratore lorodi Roma per potere trattare le cose occorrenti: dove arrivato sipresentò insieme col duca di Sessa innanzi al ponteficeproponendogli con parole magnifiche essere in potestà suaaccettare la pace o la guerra; perché Cesareancora che perla sua buona mente avesse inclinazione piú alla paceeranondimeno e con l'animo e con le forze parato e a l'una e a l'altra.A che avendogli risposto il pontefice generalmentedolendosi peròche i mali termini usati seco dai suoi ministri e la tarditàdella venuta sua fussino cagione chedove prima era libero di semedesimosi trovasse ora obligato ad altriritornati a lui il díseguentegli esposeno la intenzione di Cesare essere: lasciarelibero il ducato di Milano a Francesco Sforzadeponendosi peròil castello in mano del protonotario Caracciolo insino a tanto cheper onore di Cesareavesse conosciuto la causanon sostanzialmentema per apparenza e cerimonia; terminare con modo onesto le differenzesue co' viniziani; levare lo esercito di Lombardia co' pagamentialtre volte ragionati; néin contracambio di queste cosericercare altro da lui se non che non si intromettesse tra Cesare eil re di Francia. A questa proposta rispose il pontefice: credere chee' fusse noto a tutto il mondo quanto avesse sempre desiderato diconservare l'amicizia con Cesarené avere mai ricercatolo dimaggiori cose di quelle che spontaneamente gli offeriva; le qualidesiderando lui piú il bene comune che lo interesse proprionon potevano essere piú secondo la sua sodisfazione:continuare e ora nel medesimo propositoancora che gli fussino statedate molte cagioni di alterarlo; e nondimeno udire al presente conmaggiore molestia d'animo che le gli fussino concedute che non avevaudito quando gli erano state denegateperché non era piúin potestà suacome era stato primadi accettarle: il chenon essere proceduto per colpa sua ma per l'avere Cesare tardatotanto a risolversene: la quale [tardità] aveva causato chenon gli essendo mai stata porta speranza alcuna di assicurare le cosecomuni d'Italiae in questo mezzo [vedendo] consumarsi il castellodi Milanoera stato necessitatoper la salute sua e degli altriconfederarsi col re di Francia; senza il qualenon volendo mancarealla osservanza della fedenon poteva piú determinare cosaalcuna. Nella quale risposta avendonon ostante molte replicazioniin contrarioperseverato costantementedon Ugopoiché gliebbe parlato piú volte invanomalcontentoed egli e icapitani imperialicheesclusa la speranza della pacele cosetendessino a manifesta guerrala qualeper la potenza della lega eper le condizioni disordinate che avevanoriputavano molto difficileil sostenere[se ne andò nelle terre dei Colonnesi].

Furonodal luogotenente del pontefice intercette lettere che Antonio de Levascriveva al duca di Sessaavvisandolo della mala disposizione delpopolo di Milanoe che la cosa non teneva altro rimedio che l'aiutodi Dio; e lettere di lui medesimo e del marchese del Guasto scritte adon Ugo dopo la partita sua da Milanodove lo sollecitavano dellapratica dello accordofacendo instanza che e' gli avvisasse subitodel seguitocon ricordargli il pericolo loro e dello esercito diCesare.

Manon era già tanta confidenza negli animi di chi aveva adisporre delle forze della lega quanto era il timore de' capitaniimperiali. Perché il duca di Urbinonel quale aveva in fattoa consistere il governo degli esercitiper il titolo di capitanogenerale che aveva delle genti vinizianee per non vi essere uomoeguale a lui di statodi autorità e di reputazionestimandoforse piú che non era giusto la virtú delle gentispagnuole e tedesche e diffidando smisuratamente de' soldatiitalianiaveva fisso nello animo di non passare il fiume della Addase con l'esercito non erano almanco cinquemila svizzeri; anzidubitando chese solamente con le genti de' viniziani passava ilfiume dell'Ogliogli imperiali passassino Adda e andassino adassaltarlofaceva instanza che lo esercito ecclesiasticoche giàera a Piacenzapassato il Po sotto Cremonasi andasse a unire conquello de' vinizianiper accostarsi poi a Adda e aspettare in su lerive di quel fiume e in alloggiamento forte la venuta de' svizzeri.La qualeoltre alla natura loroaveva riscontrato in moltedifficoltàessendo stata data imprudentemente al castellanodi Mus e al vescovo di Lodi la cura del condurli: perché lavanità del vescovo di Lodi era poco efficace a questomaneggioe il castellano era intento principalmente a fraudare unaparte de' danari mandatigli per pagarne i svizzeri; néavevanol'uno o l'altro di lorotanta autorità appresso aquella nazione che fusse bastante a farne levaremassime con sípiccola quantità di danarinumero sí grandecosípresto come sarebbe stato di bisogno; e questa anche si corrompevaper la emulazione nata tra lorointenti piú ad ambizione e agli interessi particolari che ad altro. Aggiunsono anche qualchedifficoltà gli agenti che erano per il re di Francia nelleleghe di Elveziaperché non avevano notizia quale fusse sopraquesta cosa la mente del re né se era contraria o conformealla sua intenzione; perchénon per inavvertenza mastudiosamenteper quegli consigli che spesso parendo molto prudentiriescono troppo acutisi era pretermesso di dare notizia al re diquesta espedizione. Perché Alberto Piooratore regio appressoal ponteficeaveva dimostrato essere pericolo che se il reintendesseinnanzi alla conclusione della legal'ordine dato disoldare i svizzeri non andasse piú tardo a conchiuderlaparendogli già a ogni modo che senza lui fusse cominciata dalpontefice e da' viniziani la guerra con Cesare. Cosíritardandosi la venuta de' svizzeri si ritardava il piúprincipale e il piú potente de' fondamenti disegnati persoccorrere il castello di Milanonon ostante che il vescovo e ilcastellano della venuta loro prestissima dessino quotidianamentecerta e presentissima speranza.

Mai capitani cesareipoi che veddeno prepararsi scopertamente laguerraper non avere in uno tempo medesimo a combattere con gliinimici di dentro e di fuora[deliberorono] di assicurarsi delpopolo di Milano; il quale diventando ogni dí piúinsolente non solo negava loro tutte le provisioni dimandavanomaeziandio se alcuno de' soldati spagnuoli fusse trovato per la cittàseparato dagli altri era ammazzato da i milanesi. Captata adunqueoccasione dai disordini che si facevano per la terradimandorno chealcuni capitani del popolo si uscissino di Milano; donde natasollevazione furono alcuni spagnuoli che andavano per Milanoammazzati da certi popolari: e però Antonio de Leva e ilmarchesefatto tacitamente accostare le genti a Milanoprotestatonon essere piú obligati agli accordi fatti a' dípassatiil dí decimosettimo di giugno fatto ammazzare in loropresenzaper dare principio al tumultouno della plebe che nonaveva fatto loro reverenzae dopo lui tre altrie usciti deglialloggiamenti con una squadra di fanti tedeschidetteno cagione alpopolo di dare all'armi. Il qualese bene nel principio sforzòla corte vecchia e il campanile del vescovado dove era guardia difanti italianicombattendo alla fine senza ordinecome fanno ipopoli imperitipiú con le grida che con l'armied essendooffesi molto dagli scoppiettieriposti ne' luoghi eminenti che primaavevano occupatine erano feriti e ammazzati molti di loro: in modochecrescendo continuamente i disordini e il terroree avendo ifanti tedeschi cominciato a mettere fuoco nelle case vicinee giàapprossimandosi alla città le fanterie spagnuole chiamate dacapitaniil popolotemendo degli estremi maliconvenne che i suoicapitani e molti altri de' popolarii quali vi consentironosipartissino di Milanoe che la moltitudine deponesse l'armisottomettendosi alla obbedienza de' capitani. I quali accelerorono difare cessare con queste condizioni il tumulto innanzi che i fantispagnuoli entrassino dentrodubitando chese entravano mentre chel'una e l'altra parte era in su l'arminon fusse in potestàloro di raffrenare l'impeto militare che la non andasse a sacco:dalla quale cosa aveano l'animo alienoe per timore che lo esercitoarricchito di sí grossa preda non si dissolvesse o diminuissenotabilmentecome perchéconsiderando la carestia de' danarie l'altre difficoltà che arebbeno nella guerragiudicavanoessere piú utile conservare quella cittàper potervilungamente dentro pascere lo esercitoche consumare in uno giornotutto il nervo e lo spirito che aveva.

Cap.v

Acquistodi Lodi da parte dei collegati. Importanza di tale acquisto; attesadegli svizzeri e spostamenti dell'esercito veneto-pontificio;dispareri fra i capi dell'esercito. Arrivo di soldati svizzeriall'esercito dei collegati; deliberazione di accostarsi a Milano pergli aiuti al castello.

Parevaadunque che le cose della lega non procedessino con quella prosperitàche gli uomini si avevano promesso da principioessendosi giàtrovate tante difficoltà nella venuta de' svizzeri e mancatoil fondamento del popolo di Milano. Ma nuovo accidente che sopravennegli rendé la riputazione e la facilità del vinceremolto maggiore e piú manifesta che prima. Eransiin tantamala contentezza anzi nella estrema disperazione del ducato diMilanotenutegià qualche meseper mezzo di varie personediverse pratiche di novità quasi in ogni città diquello stato; ma riuscendo l'altre vanene ebbe effetto unatenutadal duca d'Urbino e dal proveditore vinizianonella città diLodicon Lodovico Vistarino gentiluomo di quella città. Ilqualemovendosi o per essere stato antico servidore della casaSforzesca o dalla compassione della sua patriatrattata da FabbrizioMaramauscolonnello di mille cinquecento (il Capella dice disettecento) fanti napoletanicon la medesima asperità chedagli spagnuoli e da i tedeschi era trattato Milanodeliberòdi mettere dentro le genti de' vinizianinon ostante che (secondoscrive il Capella) fusse soldato degli imperiali: ma egli affermavae il duca di Urbino lo confermavache aveva prima dimandato eottenuto licenzasotto escusazione di non potere piúintrattenere senza danari i fanti a' quali era preposto. L'ordinedella cosa fu stabilito in questo modo: che la notte de' ventiquattrodi giugnoMalatesta Baglionecon tre o quattromila fanti de'vinizianisi accostassequasi in sul fare del díalle muradalla banda di certo bastioneper essere messo dentro dal Vistarino.Il quale poco [innanzi]accostatosi con due compagni a quellobastione il quale guardavano sei fanticome per rivederglieseguitato da alcuni i quali aveva occultati in certe case vicineoccupò il bastioneammazzate (secondo scrive il Capella) contanta prestezza le guardie che non fu sentito strepito alcuno;perchése bene aveva dato prima il nome secondo il costumemilitareessi sospettando erano venuti seco all'armi: né fusenza pericoloessendo concorsi alcuni allo strepitodi nonriperdere il bastioneperché cominciorno a combattere; nellaquale quistione Lodovico fu ferito. Ma essendo già ridottoall'ultima necessitàarrivò Malatesta con le genti; lequali salite in sul bastione medesimo con le scale entrorono nellaterra: donde Fabrizio Maramausil qualesentito lo strepitovenivaverso le mura con una parte de' suoi fantifu costretto a ritirarsinella rocca. La terra fu vinta; e la piú parte de' suoi fantiche erano alloggiati separatamente per la cittàsvaligiati efatti prigioni. Nella quale arrivò non molto poicon unaparte delle gentiil duca di Urbino; il quale essendoperapprossimarsi piúil dí precedente andato adalloggiare a Orago in sul fiume dell'Oglioe passatolo per pontefatto a tempo la notte medesimacome intese l'entrata di Malatestapassò per ponte simile il fiume dell'Addae posto in Lodimaggiore presidio perché si difendesse se per la rocca entravasoccorsoritornò subito all'esercito: ma non perciò viandòsecondo riferiva Pietro da Peserosenza qualchetitubazione e perplessità. Ma venuto l'avviso a Milanoilmarchese del Guasto con alcuni cavalli leggieri e con tremila fantispagnuolico' quali era Giovanni d'Urbinasi spinse a Lodi senzatardare; e messa la fanteria senza ostacolo per la porta del soccorsonella roccasituata in modo che si poteva entrarvi per una viacoperta naturalesenza pericolo di essere battuto o offesoda ifianchi della città (essendo giàcome io credostatovi e partito il duca di Urbino)dalla rocca entrò subitonella cittàe si condusse insino in sulla piazza; in sullaquale la gente menata da Malatesta e il rinfrescamento che era venutopoi aveva fatto la sua testaposte in guardia molte case e la stradache andava alla porta donde erano entratiper potersene uscire salvise gli imperiali gli soprafacessino. Combattessi al principiogagliardamentee fu opinione di molti che se gli spagnuoli avessinoperseverato nel combattere arebbeno ricuperato Lodi; perché isoldati vinizianine' quali per l'ordinario non era molta virtúsi trovavano assai stracchi. Ma il marchese diffidandoo per avervitrovato piú numero di gente che da principio non aveva credutoo per immaginarsi che lo esercito viniziano fusse propinquosistaccò presto dal combatteree lasciata la guardia nelcastello si ritirò a Milano. Sopravenne dipoi il ducad'Urbinoil quale si gloriava di avere fatto passare l'esercitosenza fermarsiper ponti in su due fiumi grossi; e attese astabilire piú la vittoriaingrossandovi di genteperresistere se gli inimici di nuovo vi ritornassinoe facendovipiantare l'artiglierie; ma quegli di dentroperché nonaspettavano soccorso e potevano difficilmente difendere il castellocapace per il piccolo circuito di poca gentela notte seguenteessendo raccolti da i cavalli che a questo effetto furno mandati daMilanoabbandonorono il castello.

Loacquisto di Lodi fu di grandissima opportunità e diriputazione non minore alle cose della legaperché la cittàera bene fortificata e una di quelle che sempre si era disegnato chegli imperiali avessino a difendere insino allo estremo. Da Lodi sipotevasenza alcuno ostacoloandare insino in su le porte di Milanoe di Pavia; perché queste cittàsituate come intriangolosono vicine l'una a l'altra venti miglia (però gliimperiali vi mandorono subito da Milano mille cinquecento fantitedeschi); e trovavasi guadagnato il passo d'Addache prima erariputato di qualche difficoltà; levato ogni impedimentodell'unione degli eserciti; tolta la facoltà di soccorrerequando fusse assaltataCremona (nella quale città era aguardia il capitano Curradino con mille cinquecento fanti tedeschi);e privati gli inimici di uno luogo opportunissimo a travagliare lostato della Chiesa e quello de' viniziani: donde era voce comune pertutto l'esercito cheprocedendosi innanzi con prestezzagliimperiali si ridurrebbono in grandissima perplessità econfusione. Ma altrimenti sentiva il duca d'Urbinogiàrisoluto che l'accostarsi a Milano senza una grossa banda di svizzerifusse cosa di molto pericolo. Ma non volendo scoprire agli altritotalmente questa sua opinionedeliberòcon fare pococammino e soprasedere sempre almanco uno dí per alloggiamentodare tempo alla venuta de' svizzeri; sperando dovessino arrivare alloesercito in pochissimi díe disprezzando tutto quello che siproponeva fusse da fare in caso non venissinonon ostante che per iprogressi succeduti insino a quel dí fusse da dubitarne.Perciòessendo lo esercito ecclesiasticoil dí dopol'acquisto di Lodiandato ad alloggiare a San Martinoa tre migliaappresso a Lodifu conchiuso nel consiglio comune chesoprastatiancora uno dí gli ecclesiastici e i viniziani ne' medesimialloggiamentiandassino poi il dí prossimo ad alloggiare aLodi Vecchiolontano da Lodi cinque miglia (dove dicono essere statoedificato Lodi da Pompeio magno) e distante tre miglia dalla stradamaestra verso Paviaa cammino che accennava a Milano e a Paviapertenere in piú sospensione i capitani imperiali: il quale dígli eserciti ecclesiastici e viniziani camminando si unirono in su lacampagnapari quasi di fanteria (che in tutto erano poco manco diventimila fanti)ma i viniziani piú abbondanti di gentid'arme e di cavalli leggieride' quali gli ecclesiastici tuttavia siprovedevanoe ancora con molto maggiore provisione di artiglieria edi munizioni e di tutte le cose necessarie. A Lodi Vecchiodove sidimorò il giorno seguentemutato consigliofu deliberato dicamminare in futuro in su la strada maestraper fuggire il paese chefuora della strada è troppo forte di fosse e di arginieperché era riputato piú facile il soccorrere ilcastello per quella viache aveva a voltare verso porta Comasinache per la via di Landriano che aveva a voltare a porta Verzellinadove il condursiper la qualità del paeseera piúdifficile; e perchéandando da quella banda era piúsicuro il condurre le vettovaglie e piú facile il ricevere isvizzeriperché erano piú alle spalle. Con questarisoluzione si condussel'ultimo di giugnol'esercito unito aMarignano; dove consigliandosi quello si avesse a fareinclinava ilduca d'Urbino ad aspettare la venuta de' svizzerila quale era nellamedesima e forse maggiore incertitudine che prima; parendogli chesenza queste spalle di ordinanza ferma fusse molto pericolosocongente nuova e raccolta tumultuariamenteaccostarsi a Milano; benchévi fussino pochi cavallitremila fanti tedeschi e cinque in seimilafanti spagnuolie questi senza denari e con poca provisione divettovaglie. Dal quale parere discrepavano i pareri di molti deglialtri capitani: i quali giudicavano cheprocedendo con la genteordinata e con gli alloggiamenti sempre il dí precedentericonosciutisi potesse accostarsi a Milano senza pericoloperchéil paese è per tutto sí forte che senza difficoltàsi poteva sempre alloggiare in sito munitissimo; né parevaloro verisimile che l'esercito cesareo fusse per uscire in campagnaad assaltargliperché essendo necessario che e' lasciassinoassediato il castelloné potendo anche per sospetto delpopolo spogliare al tutto di gente la città di Milanorestavadi numero troppo piccolo ad assaltare uno esercito sí grosso;il qualebenché fusse raccolto nuovamenteabbondava pure dimolti fanti sperimentati alla guerra e dove erano tanti capitani de'piú riputati di Italia. Ed essendo l'accostarsi a Milano senzapericolonon essere ancora senza speranza della vittoria loaccostarsi: perché non essendo i borghi di Milano fortificatianziper la negligenza usata a riordinargliaperti da qualchepartenon pareva credibile che gli imperiali si avessino a fermare adifendere circuito tanto grande (della quale [cosa] pareva sivedessino indizi manifesticon ciò sia cheatteso poco allariparazione de' borghisi fussino tutti volti alla fortificazionedella città); e abbandonando i borghine' quali l'esercitoandrebbe subito ad alloggiarenon pareva che la città potesseavere lunga difesa; non solo per trovarsi lo esercito senza denari econ poca vettovagliama perché e Prospero Colonna e moltialtri capitani avevano sempre giudicato essere molto difficile ildifendere Milano contro a chi avesse occupato i borghisi perchéla città è debolissima di muraglia (facendo muro inmolti luoghi le case private) sí eziandio perché iborghi sono vantaggiosi alla città: e si aggiugneva l'avere ilcastello a sua divozione.

Dependevanoprincipalmente questa e l'altre deliberazioni dal duca di Urbino;perchése bene fusse solamente capitano de' vinizianigliecclesiasticiper fuggire le contenzioni e perché altrimentinon si poteva fareaveano deliberato di riferirsi a lui come acapitano universale. Ma eglibenché non lo movessino questeragioni a andare innanziper le instanze efficacissime le qualiperordine de' loro superiorigliene facevano il luogotenente delpontefice e il proveditore viniziano (al parere de' quali poichéanche aderivano molti altri capitanigli pareva che il soprasederequivi lungamentenon avendo maggiore certezza della venuta de'svizzeripotesse essere con grave suo carico e infamia)peròsopraseduto l'esercito due dí a Marignanosi condusse ilterzo dí di luglio a San Donato lontano cinque miglia daMilanodeliberato di andare innanzi piú per sodisfare aldesiderio e al giudizio di altri che per propria deliberazione; macon intenzione di mettere sempre uno dí in mezzo tra l'unoalloggiamento e l'altroper dare piú tempo alla venuta de'svizzeri: de' quali millefinalmentescesi in bergamascovenivanoalla via dello esercito; e continuavanosecondo il solitogliavvisi spessi della venuta degli altri. Peròil quinto dídi luglioandò l'esercito ad alloggiare a tre miglia diMilanopassato San Martinofuora di strada in su la mano destrainalloggiamento forte e bene sicuro; dove il dí medesimo si feceuna fazione piccola contro ad alcuni archibusieri spagnuoli fattisiforti in una casae il dí seguentestando il campo nelmedesimo alloggiamentoun altra simile: e il medesimo díarrivorono nel campo cinquecento svizzericondotti da Cesare Gallo.Quivi si consultò del modo del procedere piú innanzi; eancoraché la prima intenzione fusse stata di andaredirittamente a soccorrere il castello di Milanodove le trincee chelo serravano di fuora non erano sí gagliarde che non sipotesse sperare di superarlenondimeno parve al duca d'Urbinoilconsiglio del quale era alla fine approvato da tutti gli altri (e chene' consigli proponeva e non aspettando che gli altri rispondessinodiceva l'opinione suao almanco nel proporre usava tali parole cheper se stessa veniva a scoprirsiin modo che gli altri capitani nonpigliavano assunto di contradirgli) che gli eserciti camminassino perla diritta a' borghi di Milano; allegando cheper le spianate chesarebbe necessario di fare per la fortezza del paeseil volerecondursi fuori della strada maestra al soccorso del castello sarebbecosa lunga né senza pericolo di qualche disordineperchési arebbe a mostrare troppo dappresso il fianco agli inimici e sidarebbe loro facoltà di fare piú potente resistenzaperché unirebbeno tutte le forze loro dalla banda delcastellodovealtrimentisarebbeno necessitati stare divisi perresistere agli inimici e non abbandonare la guardia del castello; eperchéconducendosi con gli eserciti a porta Romanasarebbesempre in potestà de' capitani della lega voltarsi facilmentesecondo che alla giornata apparisse essere opportunoa quale bandavolessino. Secondo il quale consiglio si fece deliberazione che ilsettimo dí si alloggiasse a Bufaleta e Pilastrellivillevicine a mezzo miglio di Milanosotto i tiri dell'artiglierie loroe le quali sono circostanti alla strada maestra; con intenzione daquegli alloggiamenti pigliare i partiti che fussino dimostrati buonidall'occasione e da i progressi degli inimici: i quali era opinionedi molti cheveduto gli eserciti alloggiati in luogo sívicinonon avessino a volere mettersi alla difesamassime notturnade' borghiper essere in piú luoghi ripieni i fossi espianati i riparie da qualche banda tanto aperti che difficilmentesi potevano difendere.

Cap.vi

Arrivodel duca di Borbone con milizie spagnuole in Milano. L'esercitoveneto-pontificio sotto Milano; scaramuccie coi nemici. Improvvisadeliberazione del duca d'Urbino di scostarsi da Milano. Meravigliagenerale per la ritirata dei collegati.

Mala notte precedente al dí nel quale doveva farsi innanzil'esercitoil duca di Borboneil quale pochi dí innanzi eraarrivato a Genova con sei galee e con lettere di mercatanti percentomila ducatientrò con circa ottocento o... fantispagnuoliquali aveva condotti secoin Milano; sollecitatone moltodal marchese del Guasto e da Antonio de Leva: dalla venuta del qualei soldati pigliorono molto animo. E per la medesima si potettecomprendere la negligenza o la fredda disposizionestudiosamentedel re di Francia alla guerra. Perché avendo il ponteficenelprincipio quando condusse agli stipendi suoi Andrea Doriaconsultatoseco con che forze e apparati si dovessino tentare le cose di Genovapropose molta facilità tentandola in tempo che giàfusse cominciata la guerra nel ducato di Milanoe che con le sueotto galee si congiugnessino le galee le quali il re di Francia avevanel porto di Marsiliao che almanco impedissino la venutacon legaleedel duca di Borbone; perchérestando in tale caso conle sue otto galee signore del marenon poteva la città diGenova stare molti dí col mare serrato per le mercatanziepergli esercizi e per le vettovaglie: e benché il re promettesseche impedirebbe la venuta del duca di Borbone furono parole vaneperché l'armata sua non era in ordinee i capitani dellegaleeparte per carestia di danari parte per negligenza e forse pervolontàerano stati espediti tardi de' pagamenti; come poianche succedette delle genti d'arme.

Maessendo incognita di fuori la venuta del duca di Borboneladeliberazione dello andare innanzi con l'esercito fu pervertita dalduca di Urbinoo per avvisi ricevutisecondo si credetteda Milanoo per relazione di qualche esploratore. Mutata la diffidenza avutainsino a quel dí [in speranza] non minoreaffermò alluogotenente del ponteficepresente il proveditore venetotenereper certo che il dí seguente sarebbe felicissimo; perchése gli inimici uscivano a combattere (il che non credeva dovessinofare) indubitatamente sarebbono vintima non uscendochecertamenteo il dí medesimo abbandonerebbono Milanoritirandosi in Pavia o almancoabbandonata la difesa de' borghisiridurrebbono nella città; la qualeperduti i borghinonpotrebbono totalmente difendere: e ciascuna di queste tre cosebastare a conseguire la vittoria della guerra. Però il díseguenteche fu il settimo di lugliolasciato lo alloggiamentodisegnato il dí dinanzicon speranza di guadagnare i borghisenza contrastoe aspirando alla gloria d'avergli presi camminandod'assaltospinse qualche banda di scoppiettieri a porta Romana e aporta Tosa; dovenon ostante gli avvisi avuti i dí precedentie il dí medesimo del volersi partiregli spagnuoli si eranofermi in quella parte de' borghinon per fare quivisecondo sidissecontinua resistenza ma per ritirarsi in Milano piúpresto come uomini militarie con avere mostrato il volto agliinimiciche volere che e' trovassino i borghi vilmente abbandonati.Dalla quale resistenza non solo si conservava piú lariputazione del loro esercitoessendo massime in facoltà suaritirarsi sempre nella città senza disordinema eziandiopoteva nascere loro occasione da pigliare animo a perseverare nelladifesa de' borghi; il che era di grandissima importanzaperchéil ritirarsi nella città era partito piú prestonecessario che da eleggere spontaneamentee per l'altre ragioni eperchériducendosi dentro a circuito sí strettoerapiú facile impedire che vettovaglie non entrassino in Milano;senza le quali non potevanoper non essere ancora condotte le biadenuovesostenersi lungamente. Appresentatosi adunque [con] gliscoppiettieri alle due portedove gli spagnuoli oltre al difendersinon cessavano continuamente di lavorareil ducatrovatafuoradell'opinione che aveva avutala resistenzafece accostare a unotiro di balestro a porta Romana tre cannoniquali piantatibravamente cominciò a battere la porta e fare pruova di farelevare uno falconettoil quale fu levato; fece smontare molti de'suoi per dare l'assaltoe ordinò si accostassino le scale:nondimenonon continuando nel proposito di dare l'assaltosiridusse la fazione in scaramuccie leggiere di scoppietti e diarchibusi a' ripari; doveavendo quelli di dentro vantaggio granderispetto al sitofurno morti di quegli di fuora circa quaranta fantie feritine molti. La porta era stata battuta [con] molti colpi ma conpoco danno per essere i cannoni lontani: ma dicendo essere l'oratarda ad alloggiare il campo non dette l'assaltoe alloggiòlo esercito nel luogo medesimobenchéper la brevitàdel tempocon qualche confusione; lasciò a' tre cannoni buonaguardiae il resto del campo alloggiò quasi tutto a manodestra della strada; sperando ciascuno molto della vittoriaperchéper avvisi di molti e per relazione di prigioni presi da Giovanni diNaldo soldato de' vinizianisi aveva nuove gl'imperialicaricatemolte bagaglieessere piú presto in moto di partirsi chealtrimenti; e a tempo arrivorno in campo la sera medesima cannoni de'viniziani.

Masi variò poco poi non solo la speranza ma tutto lo stato dellacosa. Perché essendoquasi in su il principio della notteusciti fuora alcuni fanti spagnuoli ad assaltare l'artiglieriafurnorimessi dentro da' fanti italiani che erano a guardia di quella:ancora che il duca d'Urbino dicesse che erano stati messi indisordine. Il qualepassate già poche ore della nottetrovandosi ingannato dalla speranza conceputa che alle porte e a'ripari de' borghi gli fusse stata fatta resistenzae ritornandogliin considerazione il timore che prima aveva della fanteria degliinimicifece precipitosamente deliberazione di discostarsi con loesercito; e cominciatala subito a mettere in esecuzione col dareprincipio a fare partire l'artiglierie e le munizionie comandatoalle genti viniziane che si ordinassino per partirsimandòper il proveditore a significare al luogotenente e ai capitaniecclesiastici la deliberazione che aveva fatta; confortandogli a fareanche essisenza dilazioneil medesimo. Alla quale vocecome dicosa non solo nuova ma contraria alla espettazione di ciascunoconfusi e quasi attonitiandorono a trovarloper intendere piúparticolarmente i suoi pensieri e fare pruova di indurlo a non sipartire. Il qualecon parole molto determinate e risolutesilamentò che contro al parere suosolamente per sodisfare adaltrisi fusse tanto accostato a Milanoma che era piúprudenza ricorreggere l'errore fatto che perseverarvi dentro;conoscere cheper non essere stato per la brevità del tempoalloggiato il dí dinanzi ordinatamentee per la viltàde' fanti italiani dimostratasi la sera medesima allo assalto delleartiglierieche il dimorare l'esercito quivi insino alla luceprossima sarebbe la distruzione non solo della impresa ma di tutto lostato della lega; perché era sí certo vi sarebbenorotti chenon ci avendo una minima dubitazionenon volevadisputarla con alcuno; con ciò sia che gl'imperiali avevano lasera medesima piantato uno sagro tra porta Romana e porta Tosachebatteva per fianco lo alloggiamento pericolosissimo de' fanti de'vinizianie che la notte medesima ne pianterebbono degli altriecome fusse il giornofatto dare all'armee necessitato l'esercito amettersi in ordinanzalo batterebbeno per fiancoe cosídisordinatolousciti fuora ad assaltarlolo romperebbeno congrandissima facilità: dolergli che la brevità deltempoe lo essere nell'esercito suo molto maggiori impedimenti diartiglierie e di munizioni che nello esercito ecclesiasticol'avessecostretto a cominciare prima a levarsi che a comunicarlo con loro; mane' partiti che si pigliano per necessità essere superfluo ilfare escusazione: avere fatto maggiore esperienza che avesse fattomai capitano alcunoessendosi messo di cammino a dare lo assalto aMilano; bisognare ora usare la prudenzané disperareper laritiratadella vittoria della impresa: essersi Prospero Colonnaecon forse manco giuste cagionilevato da Parma già mezzapresa; e nondimeno avere poco poi gloriosamente acquistato tutto ilducato di Milano: confortare gli ecclesiastici a seguitare la suadeliberazionené differire il levarsi; perchéreplicava loro di nuovo chetrovandogli il sole in quelloalloggiamentoresterebbeno rotti senza rimedio; e che peròciascuno ritornasse allo alloggiamento di San Martino. Rispose illuogotenente chebenché ciascuno pensasse le deliberazionisue essere fatte con somma prudenzanondimeno che nessuno di queglicapitani conosceva cagione che necessitasse a levarsi con tantaprestezza; e ridurgli in memoria quel cheveduta la ritirata lorofarebbe il duca di Milano disperato di essere soccorso; quanto animoperderebbeno il pontefice e i vinizianie le imaginazioni che per ladeclinazione delle impresemassime ne' princípisogliononascere nelle menti de' príncipi; potersise lo alloggiamentofatto disordinatamente era causa di tanto pericolorimediarvifacilmentesenza tôrre tanta riputazione a quello esercitocon lo alloggiarlo di nuovo con migliore ordine e con discostarlotanto che bastasse ad assicurarlo da' sagri piantati dagli inimici.Confermò il duca di nuovo la prima conclusione; népotersisecondo la ragione della guerrapigliare altradeliberazione: volere assumere in sé questo caricoe che e'si sapesse per tutto il mondo egli esserne stato autore: néessere bene consumare piú il tempo vanamente in paroleperchéera necessario essersi levati innanzi alla fine della notte. Con laquale conclusione ciascunotornato a' suoi alloggiamentiattese aespedirsi e a sollecitare la partita delle genti. Delle quali quelleche erano dinanzi si levorono con tanto spavento chepartendosiquasi con dimostrazione di essere rottisi sfilorono molti fanti emolti cavalli de' vinizianide' quali alcuni non si fermorono insinofussino condotti a Lodi; e l'artiglierie de' viniziani passorono dilà da Marignanoma rivocate si fermorono quivi: il restodella gentee il retroguardo massimepartí ordinato. Névolle Giovanni de' Mediciche con la fanteria ecclesiastica eranella ultima parte dello esercitomuoversi insino a tanto non fussebene chiaro il giornonon gli parendo conveniente riportarne incambio della sperata vittoria la infamia del fuggirsi di notte: ilche fare non essere stato necessario dimostrò l'esperienzaperché degli imperiali non uscí alcuno fuora de' ripariad assaltare la coda dello esercito; anziavendocome fu díveduto tanto tumultuosa levatarestorono pieni di somma ammirazionenon sapendo immaginarne la cagione. E accrebbe ancora la infamia diquesta ritirata chebenché il duca avesse detto volere che legenti si fermassino a San Martinonondimeno ordinòtacitamente che i maestri del campo de' viniziani conducessino leloro a Marignanomosso dal timore o che gli inimici non andassino adassaltarlo allora in quello alloggiamentoo almenocome essomedesimo confessò poitenendo per certo che il castello diMilanoveduto discostarsi il soccorso dimostrato (di che niuna cosaspaventa piú gli assediati)s'avesse ad arrendere (nel qualecaso non arebbe avuto ardire di stare fermo a San Martino)giudicasse essere manco disonorevole ritirarsi in una sola volta chefare in sí breve spazio di tempo due ritirate: e perònon si fermando le artiglierie e le bagaglie e le prime squadre delloesercito viniziano a San Martinocamminavano verso Marignano. Di chericercando il luogotenente di intendere dal duca la cagionerisposeche non facevain quanto alla sicurtàdifferenza dall'unoall'altroperché giudicava tanto sicuro dagli inimicil'alloggiamento di San Martino quanto quello di Marignano; ma essereper questo da anteporre l'alloggiamento di Marignanoperchéle genti stracche dalle fazioni dei dí precedentinonricevendo quivi travagli dagli inimicipotrebbeno con piúcomodità riposarsi e riordinarsi. E replicandosiquantonella sicurtà pari dell'uno e dell'altro alloggiamentotogliesse piú la speranza del soccorso agli assediati nelcastello di Milano il ritirarsi l'esercito a Marignano che se sifermasse a San Martinorisposecon parole concitatenon volerementre che aveva in mano il bastone de vinizianilasciare usare adaltri l'autorità sua; volere andare ad alloggiare a Marignano.In modo che l'uno e l'altro esercitoassai disonoratamente e congrandissimi gridi di tutti i soldatipotendo usarema percontrariole parole di Cesare: - Venividifugi - sicondusse ad alloggiare a Marignano; con deliberazione del duca distare fermo quivi insino a tanto che nel campo arrivassino non soloil numero di cinquemila svizzeria' quali si erano ristrette lepromesse del castellano di Mus e del vescovo di Lodi (che nell'oramedesima che il campo si levava era arrivato con cinquecento)maeziandio tanti altri che facessino il numero di dodicimila; perchégiudicava non si potere fare piú fondamento nel castello diMilanonon si potere o sforzare o ridurre alla necessità diarrendersi quella cittàper mancamento delle cose necessariesenza due esercitie ciascuno da per sé sí potente chefusse bastante a difendersi da tutte le forze unite degli inimici.

Cosísi ritirorno dalle mura di Milano gli eserciti l'ottavo di luglio;commovendo molti non solo l'effetto della cosa ma eziandio lainfelicità dello augurioperché il dí medesimodi consentimento comune de' collegatisi publicava a Roma a Vinegiae in Franciacon le cerimonie e solennità consuetela lega.E a giudizio della maggiore parte degli uomini ebbe sí pocanecessità il pigliare uno partito di tanta ignominia che moltidubitassino che il duca non fusse stato mosso da ordinazione occultadel senato vinizianoil qualea qualche proposito incognito aglialtridesiderasse la lunghezza della guerra; altri dubitassino cheil ducaritenendo alla memoria le ingiurie ricevute da Lione e dalpresente pontefice quando era cardinalee temendo che la grandezzasua non gli mettesse in pericolo lo statonon gli fusse o per odio oper timore grata la vittoria sí presta della guerra; massimeche gli dava giusta cagione di timore dello animo del pontefice iltenere i fiorentini Santo Leo con tutto il Montefeltroe sapere chela piccola figliuola restata di Lorenzo de' Medici ritenevacontinuamente il nome di duchessa d'Urbino. Nondimenoilluogotenente del pontefice si certificò per mezziindubitatissimi che a' viniziani fu molestissima la ritiratae chenon avevano cessato mai di sollecitare lo accostarsi lo esercito aMilano sperando molto nella facilità della vittoria; econsiderato non essere verisimile che il ducase avesse sperato diottenere Milanoavesse voluto privarsi di gloria tanto maggiore diquella che molto innanzi avesse avuto alcuno altro capitanoquantoera maggiore la fama e la riputazione dello esercito imperiale diquella che molti anni innanzi avesse avuto alcuno altro esercito inItalia (alla quale gloria seguiva dietro quasi per necessitàla sicurtà del suo statoperché il ponteficee perfuggire tanta infamia e per non fare tale offesa a' vinizianinonarebbe avuto ardire di assaltarlo); e considerato anchediligentemente i progressi di tutti quegli díebbe per piúverisimile (nella quale sentenza concorsono molti altri) che il ducacaduto dalla speranza la quale due giorni innanzi aveva conceputa deldovere gl'imperiali abbandonare almanco i borghiritornasse contanta veemenza alla sua prima opinione (per la quale aveva temuto piúle forze loro e piú diffidatosi della virtú de' fantiitaliani che non facevano gli altri capitani) cherappresentandosegli maggiore timore che agli altricadesseprecipitosamente in quella deliberazione.

Cap.vii

Preoccupazionedel pontefice per le vicende della guerra e per il pericolo ditumulti in Roma. Vano tentativo del pontefice di mutare il governo inSiena; milizie pontificiefiorentine e di fuorusciti sotto le muradella città.

Confusequesta ritirata molto il pontefice e i vinizianicondotti giàcon la speranza in termine che di dí in dí aspettavanol'avviso dello acquisto di Milanoma il pontefice massimenonpreparato né co' denari né con la costanza dell'animoalla lunghezza della guerra; al quale anchea Roma e altrove nellostato suosi scoprivano di molte difficoltà. Perchéessendo alla guardia di Carpi trecento fanti spagnuoli e qualchenumero di cavallicominciorono a scorrere con gravissimi danni pertutto il paese circonstante della Chiesadando anche impedimentogrande a' corrieri e a' denari che da Roma e da Firenze andavano alloesercito; a' quali non si potevacon mettere piccola guardia nelleterreovviare: e il ponteficeentrato nella guerra con pochi denarie soprafatto dalle spese grandissimedifficilmente poteva co' denarisuoi e con quegli che continuamente gli erano per conto della guerraporti da Firenzefare provedimenti bastanti a reprimergli; essendomassime occupato in impresa nuova in Toscanae necessitato a starein sull'arme dalla parte di Roma. Perché don Ugoil duca diSessa partitosi dalla legazioneAscanioe Vespasiano Colonnaridottosi nelle castella de' Colonnesi propinque a Romafacevanomolte dimostrazioni di volere suscitare dalla parte di Roma qualchetravaglio; e già alcuni de' loro partigiani si erano fattiforti in Alagnaterra della Campagna: i movimenti de' quali erasforzato a stimare il ponteficeper rispetto della fazioneghibellina di Roma quanto perchépochi dí innanzisierano scoperti segni della mala disposizione della plebe romanacontro a lui. Perché avendoquando condusse Andrea Doriasotto colore di assicurare i mari di Roma dalle fuste de' moridallequali era impedita non mediocremente l'abbondanza della cittàaugumentati per sostentare quella spesa certi dazii macellariessendo renitenti a pagarglisi erano tumultuosamente congregatiall'abitazione del duca di Sessache ancora non era partito da Roma;alla quale concorseno armati quasi tutti gli spagnuoli che abitavanoin Roma: benché questo tumulto facilmente si quietasse.

Maalla impresa [del] mutare lo stato di Siena era stato ambiguo ilponteficeessendo vari i consigli di quegli che gli erano appresso.Perché alcuniconfidandosi nel numero grande de' fuorusciti enella confusione del governo popolaregli persuadevano fusse moltofacile il mutarloricordando di quanta importanza fusse in questotempo l'assicurarseneperchéin ogni disfavore chesopravenisseil ricetto che vi potessino avere gli inimici sarebbemolto pericoloso alle cose di Roma e di Firenze; altri affermavanoessere consiglio piú prudente dirizzare le forze in uno luogosolo che implicarsi in tante impresecon piccola anzi quasi niunadiversificazione degli effettiperché alla fine quegli cherimanessino superiori in Lombardia rimarrebbono superiori per tutto;né doversi tanto confidare delle forze o del seguito de'fuorusciti (le speranze de' quali riuscivano quasi sempre vanissime)che la mutazione di quello stato si tentasse senza potentiprovisionile quali gli era difficile il faresí per lagrandezza della spesa come perché aveva mandati tutti i suoicapitani principali alla guerra di Lombardia: le quali ragionisarebbeno forse prevalute appresso a lui se quegli che reggevano inSiena fussino proceduti con quella moderazione la qualenelle coseche importano pocodebbono usare i minori verso i maggioriavendopiú rispetto alla necessità che alla giustaindegnazione. Ma accadde cheavendo molto prima uno certoGiovambatista Palmieri saneseil quale aveva dalla republica lacondotta in Siena di cento fantidatogli speranza come le genti suesi accostassino a Siena di introdurle per una fogna che passava sottole mura appresso a uno bastionee avendo il pontefice mandatoviasua richiestadue fanti confidatiall'uno de' quali Giovambatistacommesse il portare la sua bandierai magistrati della città(con saputa de' quali Giovambatista eludendo il pontefice trattavaquesta cosa)quando parve loro il tempo opportunopresi i due fantie fattone solennemente il processoe divulgato per tutto iltrattatone presono publicamente il debito supplicioper infamareil pontefice quanto potettono. Aggiunsesi che pochi dí poimandorono gente ad assediare Giovanni Martinozziuno de' fuoruscitiquale dimorava nel contado di Siena alla tenuta sua di Montelifré.Dalle quali cosecome fatte in ingiuria suaesacerbato l'animo delponteficedeliberò tentare di rimettere i fuorusciti in Sienacon le forze sue e de' fiorentinima con provisioni piúdeboli che non convenivamassime di fanti pagati; e perchéalla debolezza dell'esercito non supplisse il valore o la autoritàde' capitanivi prepose [Virginio] Orsino conte della AnguillaraLodovico conte di Pitigliano e [Giovan Francesco] suo figliuoloGentile Baglione e Giovanni da Sassatello. I qualifatta la massadelle genti al ponte a Centinae dipoi trasferitisi alle Tavernellein sul fiume della Arbiafiume famoso appresso agli antichi per lavittoria memorabile de' ghibellini contro a' guelfi di Firenzesiaccostoronoil decimo settimo dí di giugnoalle mura diSiena con nove pezzi d'artiglieria de' fiorentini milledugentocavalli e con piú di ottomila fantima quasi tutti ocomandati del dominio della Chiesa e de' fiorentini o mandati senzadanari ai fuorusciti da amici loro del perugino e di altri luoghi: enel tempo medesimo Andrea Doriacon le galee e con mille fanti disopracolloassaltò i porti de' sanesi. Ma non essendosinello accostarsi alle mura di Sienafatto dentro segno alcuno ditumultocome avevano sperato i fuoruscitifu necessario fermarsicon l'esercito per attendere alla espugnazione della città;nella quale erano sessanta cavalli e trecento fanti forestieri: peròaccostatisi alla porta di Camolliacominciorno a battere conl'artiglierie le mura da quella parte. Ma nella città forte disito e la quale era stata fortificatae di circuito sí grandeche la minore parte circondava l'esercitoera il popolo (prevalendopiú inlui l'odio del pontefice e de' fiorentini chel'affezione a' fuorusciti) disposto e unito alla conservazione diquel governo; e pel contrario nello esercito di fuora inutile lagente non pagatai capitani di poca riputazione e tra loro nonpiccole divisionii fuorusciti divisi non solo nelle deliberazioni enelle provisioni quotidiane ma discordanti eziandio per la forma delfuturo governovolendo già dividere e ordinare di fuora quelche non si poteva stabilire se non da chi era di dentro. Per le qualicondizionied essendo state battute le mura invano né avendoardire di dare la battagliasi cominciava già a sperare poconella vittoria.

Cap.viii

Difficoltàdel re di Francia di ottenere soldati svizzeri. Tristi condizioni deimilanesi alla mercé delle soldatesche cesaree; speranze nelduca di Borbone e parole d'un milanese a lui. Vane promesse del ducadi Borbone ai milanesi. Licenza riprovevole delle milizie de'collegati.

Main questo tempo medesimoin Lombardia crescevano le difficoltàde' collegati. Perché se bene de' svizzeri condotti dalcastellano di Mus e dal vescovo di Lodi ne fussino finalmentearrivati allo esercito cinquemilanondimenonon parendo numerobastante al duca di Urbinosi aspettavano quegli i qualiin nomedel re di Franciaerano stati mandati a dimandare da' cantoni;sperando chese non per altroalmeno che per cancellare laignominia ricevuta nella giornata di Paviaavessino a essereprontissimi a concedergli; e che per la medesima cagione i fanticonceduti avessino a procedere alla guerra (massime in tanta speranzadella vittoria) con immoderato ardore. Ma in quella nazionela qualepochi anni innanziper la ferocia sua e per la autoritàacquistataaveva avuto opportunità grandissima ad acquistareamplissimo imperionon era piú né cupidità digloria né cura degli interessi della republicama pieni diincredibile cupidità si proponevano per ultimo fine delloesercizio militare ritornare a casa carichi di danari: peròtrattando la milizia secondo il costume de' mercatantie i cantonio pigliando publicamente le necessità di altri per occasionidi loro utilità o pieni di uomini venali e corrotticoncedevano o negavano i fanti secondo questi fini; e i capitani cheerano ricercati di condursiper avere migliore condizione quantomaggiore vedevano il bisogno di altripiú si tiravano in altofacendo dimande impudentissime e intollerabili. Per queste cagioniavendo il re ricercato i cantonisecondo i capitoli dellaconfederazione che aveva con loroche gli concedessino i fanti iquali di consenso comune si avevano a pagare co' quarantamila ducatiche sborsava il re di Franciaavevano i cantonidopo lungheconsulterispostosecondo l'uso loronon volergli concedere seprima non erano sodisfatti dal re di tutto quello doveva loro perconto delle pensioni che era obligato a pagare ciascuno anno: laquale essendo somma grandee difficile a pagare con brevitàdi tempofurno necessitatiottenuta anche non senza difficoltàlicenza dai cantonia soldare capitani particolari. Le quali coseoltre alla dilazione molto perniciosanello stato che erano le cosenon riuscirno con quella stabilità e riputazione che se sifussino ottenuti dalle leghe.

Conla quale occasione gli imperialinon ricevendo intratanto molestiaalcuna dagli inimicii quali oziosamente dimoravano a Marignanoattendevano con somma sollecitudine a fortificare Milano; non lacittàcome facevano da principio della guerrama i ripari ei bastioni de' rifossi; non diffidando piúper l'animo cheavevano preso e per la riputazione diminuita degli avversaridipotergli difendere. E avendo spogliato delle armi il popolo di Milanoe mandate fuora le persone sospettenon solo non n'avevano piúscrupolo o timore maavendolo ridotto in asprissima servitúerano restati senza pensieri de' pagamenti de' soldati; i qualialloggiati per le case de' milanesinon solo costrignevano i padronidelle case a provederli quotidianamente del vitto abbondante edelicato ma eziandio a somministrare loro denari per tutte l'altrecose delle quali avevano o necessità o appetito; nonpretermettendoper esserne provistidi usare ogni estrema acerbità.I quali pesi essendo intollerabilinon avevano i milanesi altrorimedio che cercare di fuggirsi occultamente di Milanoperchéil farlo palesemente era proibito: dondeper assicurarsi di questomolti de' soldatimassime gli spagnuoliperché ne' fantitedeschi era piú modestia e mansuetudinetenevano legati perle case molti de' loro padronile donne e i piccoli fanciulliavendo anche esposta alla libidine loro la maggiore parte di ciascunosesso e età. Peròtutte le botteghe di Milano stavanoserrateciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei o altrimentireconditi le robe delle botteghe le ricchezze delle case e lericchezze e ornamenti delle chiese; le quali neanche per questo eranoin tutto sicureperché i soldatisotto specie di cercaredove fussino l'armiandavano diligentemente investigando per tutti iluoghi della cittàsforzando ancora i servi delle case amanifestarle: delle qualiquando le trovavanone lasciavano a'padroni quella parte pareva loro. Donde era sopramodo miserabile lafaccia di quella cittàmiserabile l'aspetto degli uominiridotti in somma mestizia e spavento: cosa da muovere estremacommiserazioneed esempio incredibile della mutazione della fortunaa quegli che l'avevano veduta pochi anni innanzi pienissima diabitatorie per la richezza de' cittadiniper il numero infinitodelle botteghe ed eserciziper l'abbondanza e delicatezza di tuttele cose appartenenti al vitto umanoper le superbe pompe esuntuosissimi ornamenti cosí delle donne come degli uominiper la natura degli abitatori inclinati alle feste e a' piacerinonsolo piena di gaudio e di letizia ma floridissima e felicissima sopratutte l'altre città di Italia; e ora si vedeva restata quasisenza abitatoriper il danno gravissimo che vi aveva fatto la pestee per quegli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gliuomini e le donne con vestimenti inculti e poverissiminon piúvestigio o segno alcuno di botteghe o di esercizi per mezzo de' qualisoleva trapassare grandissima ricchezza in quella cittàel'allegrezza e ardire degli uomini convertito tutto in sommo dolore etimore.

Confortòglinondimeno alquanto la venuta del duca di Borbonepersuadendosi chepoi che secondo era fama aveva portato provisione di denari e che perla ritirata dello esercito de' collegati parevano alquanto diminuitele necessità e i pericoliavessi anche in parte a mitigarsitante gravezze e acerbità; e molto piú sperorono che ilducaal quale era publicato essere dato da Cesare il ducato diMilanoavesseper benefizio suo e per conservarsi per interesseproprio piú intere l'entrate e le condizioni della cittàa provedere che e' non fussino piú cosí miserabilmentelacerati. La quale speranza restava loro solaperché per gliimbasciadori mandati a Cesare comprendevano non potere aspettare dalui rimedio alcunoo perché per essere troppo lontano nonpotesse per la salute loro fare quelle provisioni che fussinonecessarie oper essere in lui (come piú volte avevadimostrato l'esperienza) molto minore la compassione delleoppressioni e miserie de' popoli che il desiderio di mantenereperinteresse dello stato suol'esercito; al quale non provedendoa'tempide' pagamenti debitinon poteva né egli né icapitani proibire che si astenessino dalle insolenze e dalleingiurie: e tanto piú che i capitanie per acquistare labenivolenza de' soldati e perché lo essere ogni cosa in predaera anche con emolumento loronon avevano ingrata questa licenzamilitare; poichéper mancare i pagamentiavevano qualchescusa di tollerarla. Peròcongregati insieme in numero grandetutti quegli che in Milano avevano qualche condizione piúeminente che gli altridimostrando nel volto negli abiti ne' gestilo stato miserabile della patria e di ciascuno di lorosi condussenocon molte lacrime e lamenti innanzi al duca di Borbone; al quale unodi loroa chi fu imposto dagli altriparlòsecondo intendoin questa sentenza:

-Se questa patria miserabilela quale ha sempre per giustissimecagioni desiderato d'avere uno principe proprionon fusse alpresente oppressa da calamità piú acerbe e piúatroci che abbia mai alla memoria degli uomini tollerato alcunacittàsarebbe stataillustrissimo ducaricevuta conmaraviglioso gaudio la vostra venuta: perché quale maggiorefelicità poteva avere la città di Milano che ricevereuno principe datogli da Cesaredi sangue nobilissimoe del quale lasapienza la giustizia il valore la benignità la liberalitàabbiamoin vari tempinoi medesimi molte volte esperimentata? Ma lainiquissima fortuna nostra ci costrigne a esporre a voiperchéda altri non speriamo né aspettiamo rimedio alcunole nostreestreme miseriemaggiori senza comparazione di quelle che le cittàdebellate per forza dagli inimici sogliono patire dalla avariziadall'odio dalla crudeltà dalla libidine e da tutte le cupiditàde' vincitori. Le quali coseper se stesse intollerabilirendeancora piú gravi l'esserci a ogni ora rimproverato che le sifanno [in] pena della infedeltà del popolo di Milano versoCesare; come se i tumulti concitati a' dí passati fussinostati concitati con publico consentimento e noncome ènotorioda alcuni giovani sediziosi i quali temerariamentesollevorono la plebesicuraper la povertàdi potereperderecupida sempre per sua natura di cose nuove; e la qualefacile a essere ripiena di errori vanidi false persuasionisisospigne all'arbitrio di chi la concitacome si sospigne al soffiode' venti l'onda marina. Noi non vogliamoper escusare o alleggerirele imputazioni presentiraccontare quali siano state gli annipassati le operazioni del popolo milanesedalla prima nobiltàinsino alla infima plebeper servizio di Cesare: quando la cittànostraper la devozione inveterata al nome cesareosi sollevòcon tanta prontezza contro a governatori e contro all'esercito del redi Francia; quando poi con tanta costanza sostenemmo due gravissimiassedisottomettendo volontariamente le nostre vettovaglie le nostrecase alle comodità de' soldatisostentandogliperchémancavano gli stipendi di Cesareprontissimamente co' danari propriesponendo con tanta alacrità in compagnia de' soldati lenostre personeil dí e la nottea tutte le guardie a tuttele fazioni militari a tutti i pericoli; quandoil dí che sicombatté alla Bicoccail popolo di Milano con tanta ferociadifese il ponteper il quale passo solo speravano i franzesi poterepenetrare negli alloggiamenti dell'esercito cesareo. Allora daProspero Colonna dal marchese di Pescara dagli altri capitaniinsinoda Cesare medesimoera magnificata la nostra fedeesaltata insinoal cielo la nostra costanza. Delle quali cose chi è migliore epiú certo testimonio che voi chepresente nella guerra delloammiragliovedestilodastianzi spesso vi maravigliasti di tantafedeltàdi tanto ardente disposizione? Ma cessi in tutto lamemoria di queste cosenon si compensino i demeriti co' benemeriti.Considerinsi le azioni presenti: non recusiamo pena alcuna se nelpopolo di Milano apparisce vestigio di malo animo contro a Cesare.Amava certamente il popolo di Milano grandemente Francesco Sforzacome principe stato dato da Cesarecome quello del quale il padrel'avolo il fratello erano stati nostri signorie per l'espettazioneche s'aveva della sua virtú; e per queste cagioni ci fumolestissimo lo spoglio suofatto subitamente senza conoscere lacausanon essendo noi certificati che avesse macchinato contro aCesareanzi affermandosiper lui e per molti altriessere statapiú presto cupidità di chi allora governava l'esercitoche commissione cesarea: e nondimeno la città tutta giuròin nome di Cesaresottoponendosi alla ubbidienza de' capitani.Questa è stata la deliberazione della città di Milanoquesto il consentimento publicoquesto il consiglioe specialmentedella nobiltà; la quale che ragioneche giustiziacheesempio consente che abbia a essere per i delitti particolari contanta atrocità lacerata? Ma non apparí anche ne' dímedesimi de' tumulti la fede nostra? perchénellasollevazione della moltitudinechi altri che noi si interpose conl'autorità e co' prieghi a fargli deporre l'armi? chi altriche noil'ultimo dí del tumultopersuase a' capi e a'giovani sediziosi che si partissino della città? allamoltitudineche si sottomettesse alla ubbidienza de' capitani? Ma ela commemorazione delle opere nostre e la giustificazione dallecalunnie opposteci sarebbe forse necessaria o conveniente se isupplíci che noi patiamo fussino corrispondenti a' delitti de'quali siamo accusatio almanco se non li trapassassino di molto; mache differenza è dall'una cosa all'altra! Perché noiabbiamo ardire di diregiustissimo principeche se i peccati diciascuno di noi fussino piú gravi che fussino mai stati ipeccati e le sceleratezze commesse da alcuna città verso ilsuo principeche le peneanzi l'acerbità de' supplíciche noi immeritamente sopportiamosarebbono maggiori senzaproporzione di quello che avessimo meritato. Abbiamo ardire di direche tutte le miserie tutte le crudeltà tutte le immanità(taciamo per onore nostro delle libidini) che abbia maialla memoriadegli uominisopportate alcuna città alcuno popolo alcunacongregazione d'abitatoriraccolte insieme tuttesiano una piccolaparte di quelle cheogni dí ogni ora ogni punto di temposopportiamo noi; spogliati in uno momento di tutta la roba nostracostretti gli uomini libericon tormenti con carceri private concatene messe a' corpi di molti de' nostri dai soldatia provederglidel vitto continuamentea uso non militare ma di príncipiaprovedergli di tutte quelle cose che caggiono nella cupiditàloroa pagare ogni dí a loro nuovi danari; li quali essendoimpossibile a pagaregli costringono con minacci con ingiurie conbattiture con ferite: in modo che non è alcuno di noi che nonricevesse per somma graziaper somma felicitànudoa piedelasciate in preda tutte le sostanzepotersi salvo della personafuggire da Milanocon condizione di perdere in perpetuo e la patriae i beni. Desolòa tempo de' proavi nostriFederigoBarbarossa questa cittàcrudelissimo contro agli abitatoricontro agli edifici contro alle mura: e nondimenoche furono lemiserie di quegli tempi comparate alle nostre? non solo pertollerarsi piú facilmente la crudeltà dello inimicocome piú giusta che la crudeltà ingiusta dell'amicomaeziandio perché uno dídue dítre dísaziorono l'ira e la acerbità del vincitorefinirono isupplíci de' vinti; noi già perseveriamo piú diuno mese in queste acerbissime miserieaccrescono ogni ora i nostritormenti esimili a dannati nell'altra vitasopportiamo senzasperanza di fine quello che prima aremmo creduto essere impossibileche la condizione umana tollerasse. Speriamo pure che la magnanimitàtuala tua clemenza abbia a soccorrere a tanti maliche abbia aprovedere che una città diventata leggittimamente tuacommessa alla tua fedenon sia con tanta immanità totalmentedistrutta; che comperando con questa pietà gli animi nostrimeritando perpetua memoria di padre e risuscitatore di una cittàsí memorabile per tutto il mondofonderai piú in unodí il principato tuo con la benivolenza e con la divozione de'sudditi che non fanno gli altri príncipi nuovi in molti annicon l'armi e con le forze. La somma della orazione nostra èchese per qualunque cagione la volontà tua è alienada liberarci da tanta crudeltàse qualche impedimento tiinterrompeche noi ti supplichiamo con tutti gli spiriti che voispigniate addosso a tutto questo popoloa tutti noi a ognuno a ognisesso a ogni etàil furore l'armi il ferro e l'artiglieriedello esercito: perché a noi sarà incredibile felicitàessere impetuosamente mortipiú presto che continuare nellemiserie e ne' supplíci presenti; né sarà mancocelebrata la pietà tuase in altro modo non puoi soccorrerciche infamata la loro immanità; né a noi manco lieto ilterminare in questo modo la nostra infelicissima vitanémanco allegra a quegli che ci amano la nostra morte che soglia esserea' padri e a' parenti la natività de' figliuoli e degli altricongiunti cari. -

Seguitoronoqueste parole miserabili le lamentazioni e i pianti di tutti glialtri. A' quali il duca rispose con grandissima mansuetudinedimostrando avere sommo dispiacere delle loro infelicità néminore desiderio di sollevare e beneficare quella città etutto il ducato di Milano; scusando che quello che si faceva non soloera contro alla volontà di Cesare ma ancora contro allaintenzione di tutti i capitanie che la necessitàper nonavere avuto modo a pagare i soldatigli aveva indotti piúpresto a consentire questo che ad abbandonare Milanoo mettere inpericolo la salute dello esercitoe tutto lo stato che aveva Cesarein Italia in preda degli inimici. Avere portato seco qualcheprovisione di denarima non tanta che bastasseper l'esserecreditori di molte paghe; nondimenoche se la città di Milanogli provedesse di trentamila ducati per la paga di uno mesechecondurrebbe l'esercito ad alloggiare fuora di Milano: affermando chese bene sapeva che altre volte fussino stati ingannati di similipromessepotrebbeno starne sicurissimi alla parola e alla fede sua;e aggiugnendopregare Dio che se mancasse loro gli fusse levato ilcapo dal primo colpo dell'artiglieria degli inimici. La quale sommabenché alla città tanto esausta fusse gravissimanondimeno trapassando tutte l'altre calamità la miseria delloalloggiare i soldatiaccettata la condizione propostacomincioronocon quanta piú prestezza potettono a provedergli. Ma benchéuna parte de' soldatiricevuti i danari secondo che si pagavanofusse mandata ad alloggiare ne' borghi di porta Romana e di portaTosaper guardare i ripari e attendere a fortificargli (come anchesi lavorava alla trincea di verso il giardinonel luogo nel quale fufatta da Prospero Colonna)nondimeno ritenevanonon meno che quegliche erano restati dentroi medesimi alloggiamenti e continuavanonelle medesime acerbità; o non tenendo conto Borbone della suapromessa o non potendocome si crederesistere alla volontàe alla insolenza de' soldatifomentati anche da alcuni de' capitaniche volentierio per ambizione o per odiodifficultavano i suoiconsigli. Della quale speranza privato il popolo di Milanononavendo piú né dove sperare né dove ricorrerecadde in tanta disperazione che è cosa certissima alcuniperfinire tante acerbità e tanti supplizi morendopoichévivendo non potevanosi gittorono da luoghi alti nelle stradealcuni miserabilmente si sospeseno da se stessi: non bastando peròquesto a mitigare la rapacità e la fiera immanità de'soldati.

Eranoin questo tempo molto miserabili le condizioni del paeselaceratocon grandissima empietà dai soldati de' collegati; i qualiaspettati prima con grandissima letizia da tutti gli abitatoriaveano per le rapine ed estorsioni loro convertita la benivolenza insommo odio: corruttela generale della milizia del nostro tempolaqualepreso esempio dagli spaguolilacera e distrugge non manco gliamici che gli inimici. Perché se bene per molti secoli fussestata grande in Italia la licenza de' soldatinondimeno l'avevano ininfinito augumentata i fanti spagnuolima per causa se non giustaalmeno necessariaperché in tutte le guerre di Italia eranostati malissimo pagati: ma (come [per] gli esemplibenchéabbino principio escusabilesi procede sempre di male in peggio) isoldati italianibenché non avessino la medesima necessitàperché erano pagatiseguitando l'esempio degli spagnuolicominciorono a non cedere in parte alcuna alle loro enormità.Dondecon grande ignominia della milizia del secolo presentenonfanno i soldati piú alcuna distinzione dagli inimici agliamici; donde non manco desolano i popoli e i paesi quegli che sonopagati per difendergli che quegli che sono pagati per offendergli.

Cap.ix

L'esercitode' collegatiper le condizioni difficili della guarnigione delcastellosi accosta di nuovo a Milano. Meraviglia dei capitanisvizzeri per la lentezza e l'indecisione dell'esercito. Resa delcastello di Milano; patti della resa. Ritirata dell'esercitopontificio da Siena. L'Ungheria assalita dai turchi.

Andavansiin questo tempo consumando tanto le vettovaglie del castello che giàgli assediati si appropinquavano alla necessità delladedizione; la quale desiderando di allungare quanto potevanoperchéerano da alcuni capi dello esercito de' collegati nutriti consperanza di soccorsola notte venendo il decimo settimo dí dilugliomesseno fuora per la porta del castellodi verso le trinceeche lo serravano di fuorapiú di trecento tra fanti donne efanciulli e bocche disutili: allo strepito delle quali benchédalla guardia degli inimici fusse dato all'armenondimenononessendo fatta loro altra opposizioneed essendo le trincee sístrette che con l'aiuto delle picche si potevano passarelepassorono tutte salve. Erano due trincee lontane due tiri di mano dalcastelloe tra l'una e l'altra uno riparo di altezza circa quattrobraccia: il quale riparocosí come faceva guardia contro alcastellodava sicurtà a chi dal canto di fuora avesseassaltato le trincee. I quali usciti del castelloandati a Marignanodove era l'esercitoe fatto fede della estremità grande inche si trovavano gli assediati e della debolezza delle trinceepoiché insino alle donne e fanciulli le avevano passatecostrinseno i capitani a ritornare per fare pruova di soccorrerlo;consentendo il duca di Urbinoper non ricevere in sé soloquesta infamiadi escusazione non tanto facile quanto primaperchéessendo nello esercito piú di cinquemila svizzerinonmilitava piú la causa principale che aveva allegatadi esserepericoloso l'accostarsi senza altri fanti [che] italiani a Milano.Perciò fu determinato nel consigliounitamenteche loesercito non piú da altra parte ma dirittamente si accostasseal castello e chepresole chiese di San Gregorio e di Santo Angelovicine a' rifossialloggiasse sotto Milano. Con la qualedeliberazione partiti da Marignano si condusseno in quattro díper cammino difficile a camminare per la fortezza delle fosse e degliarginiil vigesimo secondo dí di luglio tra la badia diCasaretto e il fiume del Lambroin luogo detto volgarmente l'Ambra;nel quale luogo il ducavariando quel che prima era stato deliberatonel consigliovolle che si facesse l'alloggiamentoponendo lafronte dello esercito alla badia a Casaretto vicina manco di duemiglia a Milanocol fiume del Lambro alle spallee distendendosi damano destra insino al naviliodalla sinistra insino al ponte: inmodo che si poteva dire alloggiato tra porta Renza e porta Tosaperché teneva poco di porta Nuova eper questi rispetti e perla natura del paesealloggiamento molto forte. E allegava il ducad'avere fatto mutazione da questo alloggiamento a quello de'monasteri per la vicinità del castelloper non essere tantosotto le mura che fusse necessitato a mettersi in pericolo e privatodella facoltà di voltarsi dove gli paressee perché ilminacciargli da piú parti gli necessitava a fare in piúluoghi guardie grandi; donderispetto al numero delle genti cheavevanosi augumentavano le loro difficoltà.

Condottoin questo alloggiamento l'esercito (del quale una piccola partemandata il dí medesimo alla terra di Monciala ottenne peraccordoe il dí seguente espugnò con l'artiglierie lafortezza nella quale erano cento fanti napoletani)si ristrinseno iconsigli di quello fusse da fare per metter vettovaglie nel castellodi Milanoridotto come si intendeva in estrema necessità; conintenzione di farne uscire Francesco Sforza. E benché moltide' capitanio perché veramente cosí sentissino o perdimostrarsi animosi e feroci in quelle cose che si avevano adeterminare con piú pericolo dello onore e della estimazionedi altri che suaconsigliassino che si assaltassino le trinceenondimeno il duca di Urbino il quale giudicava fusse cosapericolosissimanon contradicendo apertamente ma proponendodifficoltà e mettendo tempo in mezzoimpediva il farneconclusione: donde essendo rimessa la deliberazione al díprossimoi capitani svizzeri dimandorono di essere introdotti nelconsiglionel quale ordinariamente non intervenivano. Le parole feceper loro il castellano di Musche avendone condotto la maggioreparte riteneva titolo di capitano generale tra loro. Il qualeavendoesposto che i capitani svizzeri si maravigliavano cheessendosicominciata questa guerra per soccorrere il castello di Milano etrovandosi le cose in tanta necessitàsi stessedove erabisogno di animo e di esecuzionea consumare il tempo vanamente indisputare se era da soccorrere o no[disse] non potere credere nonsi facesse deliberazione opportuna alla salute comune e all'onore ditanti capitani e di tanto esercito; nel quale caso essi fareintendere che riceverebbeno per grandissima vergogna e ingiuria senello accostarsi al castellonon fusse dato loro quello luogo dellafatica e del pericolo che meritava la fede e l'onore della nazionedegli elvezi; né volere mancare di ricordare chenel pigliarequesta deliberazionenon avessino tanto memoria di quegli cheavevano perduto con ignominia le imprese cominciateche sidimenticassino la gloria e la fortuna di coloro che avevano vinto.

Nellequali consulte mentre che il tempo si consumaconoscendosichiaramente per tutti la intenzione del duca aliena dal soccorreresopravenneno nuovebenché non ancora in tutto certeche ilcastello era o accordato o in procinto di accordarsi: al quale avvisoil duca prestando fededissepresente tutto il consiglioquestacosase bene perniciosa per il duca di Milanoessere desiderabile eutile per la lega; perché la liberava dal pericolo che lacupidità o la necessità di soccorrere il castello noninducesse quello esercito a fare qualche precipitazioneessendostata imprudenza grande di quegli che si erano mai persuasi che e' sipotesse soccorrere; che oraessendo liberati da questo pericolosiaveva di nuovo a consultaree ordinare la guerra nel medesimo modoche se fusse il primo dí del principio di essa. Ebbesi pocopoi la certezza dello accordo: perché il duca di Milanoessendo ridotto il castello in tanta estremità di vivere cheappena poteva sostenersi uno giornoe disperato totalmente delsoccorsopoi che dallo esercito della legaarrivato due díinnanzi in alloggiamento sí vicinonon vedeva farsi movimentoalcunocontinuate le pratiche che già piú díper trovarsi preparato a questo casoaveva tenute col duca diBorbone (il qualeritirato che fu l'esercitoaveva mandato incastello a visitarlo)conchiuse lo accordo il vigesimoquarto dídi luglio. Nel quale si contenne: che senza pregiudizio delle sueragioni desse il castello di Milano a' capitaniriceventilo in nomedi Cesareavuta facoltà da loro di uscirne salvo insieme contutti quegli che erano nel castello; e gli fusse lecito fermarsi aComodeputatogli per stanzacol suo governo ed entrateinsino atanto che si intendesse sopra le cose sue la deliberazione di Cesare;aggiugnendogli tante altre entrate che a ragione di anno ascendessinoin tutto a trentamila ducati: dessigli salvocondotto per poterepersonalmente andare a Cesare; e si obligorono pagare i soldati cheerano nel castello di quel che si doveva loro per gli stipendi corsiinsino a quel díche si dicevano ascendere a ventimiladucati: dessinsi in mano del protonotario CaraccioloGiannangioloRiccio e il Polizianoperché gli potesse esaminare; avuta lafede da lui di rilasciargli poi e fargli condurre in luogo sicuro:liberasse il duca di Milano il vescovo di Alessandriache eraprigione nel castello di Cremona; e a Sforzino fusse dato Castelnuovodi Tortonese. Non si parlò in questa convenzione cosa alcunadel castello di Cremona; il quale il ducanon potendo piúresistere alla fameaveva commesso a Iacopo Filippo Sacco mandato dalui al duca di Borbone chenon potendo ottenere l'accordoaltrimentilo promettesse loro. Ma egli accorgendosiper le parolee modi del loro maneggiodel desiderio grande che avevano diconveniremostrando il duca non essere mai per cedere questoottenne non se ne parlasse: perché i capitani imperialiancora che per molte congetture comprendessino non essere nelcastello molte vettovagliee che la necessità presto era perfargli ottenere lo intento loronondimenodesiderosi diassicurarseneavevano deliberato di accettarlo con ogni condizionenon essendo certi che lo esercito della lega appropinquatosi nontentasse di soccorrerlo; nel quale casonon confidando del potersibene difendere le trinceeerano risoluti di uscire in su la campagnaa combattere: il quale evento dubbio della fortuna fuggironovolentieri con accettare dal duca quello che potessino avere. Ilqualeuscito il dí seguente del castello e accompagnato damolti di loro insino alle sbarre dello esercitopoiché vi fudimorato uno dísi indirizzò al cammino di Como; maallegandogli imperiali avergli promesso di dargli la stanza sicurain Como ma non già di levarne le genti che vi avevano aguardianon volendo piú fidarsi di lorose bene prima avessedeliberato non fare cosa che potesse irritare piú l'animo diCesarese ne andò a Lodi: la quale città fu daiconfederati liberamente rimessa in sua mano. Né gli essendostato de' capitoli fatti osservata cosa alcunaeccetto che lo averelasciato partire salvi egli con tutti i suoi e con le robe lororatificò per instrumento publico la lega fatta dal pontefice edai viniziani in nome suo.

Main questo tempo medesimo il ponteficebenché per i movimentide' Colonnesi avesse publicato il monitorio contro al cardinale econtro agli altri della famiglia della Colonnanondimenovedendomolto diminuita la speranza di mutare il governo di Sienaedessendogli molesto avere travagli nel territorio di Romaprestòcupidamente orecchi a don Ugo di Moncada; il qualenon con animo diconvenire ma per renderlo piú negligente alle provisioniproponeva che sotto certe condizioni si rimovessino le offese controa' sanesi e tra i Colonnesi e lui: a trattare le quali cose essendovenuto a Roma Vespasiano Colonnauomo confidente al ponteficefucagione che il ponteficeil quale perduta in tutto la speranza difelice successo intorno a Siena trattava di fare levare dalle mural'esercitodifferí l'esecuzione di questo consigliosalutiferoaspettandoper minore ignominiadi farlo partire subitoche fusse conchiuso questo accordo; e nondimeno moltiplicandocontinuamente i disordini e le confusioni di quello esercitofudeliberato in Firenze di farlo ritirare. Accadde che il díprecedente a quello che era destinato a partirsiessendo uscitidella città quattrocento fanti verso l'artiglieria alla qualeera a guardia Iacopo Corsoeglisubitocon la sua compagnia voltòle spalle; e levato il romore e cominciata la fugatutto il restodello esercito nel quale non era né ubbidienza néordinenon avendo chi gli seguitasse né chi gli assaltassesi messe da se medesimo in fugafacendo a gara i capitani icommissari i soldati a cavallo e i fanticiascunodi levarsi piúpresto dal pericololasciate agli inimici le vettovaglie i carriaggie l'artiglierie; delle quali dieci pezzitra grossi e piccolide'fiorentini e sette de' perugini furono condotti con grandissimaesultazione e quasi trionfando in Siena: rinnovandosi con clamorigrandi di quello popolo la ignominia delle artiglierie le qualigrandissimo tempo innanzi perdute da i fiorentini pure alle mura diSienasi conservavano ancora in sulla piazza publica di quellacittà. Ricevettesi questa rotta il dí seguente nelquale in potestà de' capitani cesarei pervenne il castello diMilano. E ne' medesimi dí il ponteficeacciò che alleafflizioni particolari si aggiugnessino le calamità dellarepublica cristianaebbe avvisi di UngheriaSolimanno ottomannoilquale si era mosso di Costantinopoli con potentissimo esercito perandare ad assaltare quel reamepoiché aveva passato il fiumedel Savo senza contrasto (perché pochi anni innanzi avevaespugnato Belgrado)avere ora espugnato il castellocredodiPietro Varadino passato il fiume della Drava: dondenon gli ostandoné monti né impedimenti de' fiumisi conosceva tuttal'Ungheria essere in manifestissimo pericolo.

Cap.x

Richiestadel duca d'Urbino che venga nominato un capitano generale di tutta lalega; deliberazione di attendere gli svizzeri assoldati dal re diFrancia e di assalire Cremona. Ragioni di timori e di apprensione delpontefice. Sollecitazioni e incitamenti del pontefice al re diFrancia. Trattative del pontefice anche col re d'Inghilterra.Trattative col duca di Ferrara.

Main Italia l'essere pervenuto in potestà di Cesare il castellodi Milano pareva che avesse variato molto dello stato della guerra;essendo necessariocome diceva il duca di Urbinofare nuovi disegnie nuove deliberazionicome si arebbe avuto a fare se al principionon fusse stato in mano di Francesco Sforza il castello. Con la qualeoccasioneil dí medesimo che fu fatta la dedizionediscorrendo al luogotenente del pontefice e al proveditore veneto lostato delle cosesoggiunse bisognare uno capitano generale di tuttala legaal quale fusse commesso il governo degli eserciti; nédimandare questo piú per sé che per altrima averebene deliberato di non prendere piúsenza questa autoritàpensiero alcuno se non di comandare alle genti viniziane;ricercandogli lo significassino a Roma e a Vinegia: dalla qualedimandafatta in tempo tanto importuno e con grandissima iracondiadel ponteficeper rimuoverlo fu necessario che il senato vinizianomandasse in campo Luigi Pisanogentiluomo di grande autorità;per opera del quale si moderòpiú presto alquanto chesi estinguessequesto ardore. Ma quanto al modo del procedere infuturo nella guerrasi deliberò che l'esercito non sirimovesse di quello alloggiamento insino a tanto venissino i svizzerii quali si soldavano col nome e per mezzo del re di Francia; allavenuta de' quali affermava il duca essere necessario fare duealloggiamenti da due bande diverse intorno a Milanonon perassaltare né per tentare di sforzarlo ma per farlo cadere permancamento delle vettovaglieil che diceva confidare poteresuccedere in termine di tre mesi: ribattendo sempre caldamentel'opinione di quegli che consigliavano chefatti che fussino questialloggiamentisi tentasse di espugnare quella città; perchéessendo la lega potentissima di danari e avendone gli imperialigrandissima difficoltàtutte le ragioni promettevano lavittoria della impresanessuna fare timore del contrario se non ildesiderio di accelerarlaperché col tempo e con la pazienzaconsumandosi gli avversari non poteva mancare che le cose non siconducessino a felice fine. Ed essendogli qualche volta rispostoildiscorso essere verissimo ogni volta che si potesse stare sicuro chedi Germania non venisse soccorso di nuovi fanti (il quale quandovenissetale che gli imperiali potessino uscire alla campagnanonsi potere negare che le cose restassino totalmente sottoposte alloarbitrio della fortuna)replicavain quello caso promettersi lavittoria non manco certaperché conoscendo la caldezza diBorbone giudicava che ogni volta che e' si reputasse pari di forzeallo esercito de' confederati si spignerebbe tanto innanzi che e'darebbe a loro occasione di avere con facilità qualcheprospero successo che accelererebbe la vittoria. Ma perchéper le difficoltà che si intendevano essere nella condotta de'svizzerisi dubitava che la venuta loro non tardasse molti díe però essere molto dannosa la perdita di tanto tempofudeliberatoper consiglio principalmente del duca di Urbino einstando anche al medesimo il duca di Milanodi mandare subitoMalatesta Baglionecon trecento uomini d'arme trecento cavallileggieri e cinquemila fantialla espugnazione di Cremona; impresagiudicata facileperché vi erano dentro poco piú dicento uomini d'arme dugento cavalli leggieri mille elettissimi fantitedeschi e trecento spagnuolipochissime artiglierie e minore copiadi munizioninon molta vettovagliail popolo della cittàbenché invilito e sbattutoinimicoil castello contrario; ilquale benché fusse stato separato dalla città con unatrinceanondimenoper relazione di Annibale Picinardo castellanosi poteva sperare di torgli i fianchie però facilmente diespugnarla. Andò Malatesta con questi consigli a Cremona: perla partita del quale essendo diminuite le genti dello esercitononstava il duca di Urbino con leggiero sospetto che le genti che eranoin Milano non assaltassino una notte gli alloggiamentitanto eranolontane le cose dalla speranza della vittoria. Commettevansinondimeno spessissime scaramuccieper ordine di Giovanni de' Medici;nelle quali benché apparisse molto la sua ferocia e la suavirtúe il valore de' fanti italiani stati oscuri insino checominciorno a essere retti da lui; nondimeno non giovavanoanzi piúpresto nocevanoalla somma della guerraper le frequenti uccisionide' fanti esercitati e di maggiore animo.

Main questo mezzo i successi avversi delle cose avevano indebolitomolto dell'animo del ponteficenon bene proveduto di danari allalunghezzala quale già apparivadella guerranédisposto a provederne con quegli modi che ricercava la importanzadelle cosee co' quali erano soliti a provederne gli altriponteficinon era bene sicuro della fede del duca di Urbinonéconfidava molto della sua virtú: ricevuta anche grandissimaalterazione che nella declinazione delle cose avesse dimandato ilcapitanato generaleonore solito a dimandarsi piú presto perpremio della vittoria. Ma lo turbava ancora molto piú il nonsi vedere che gli effetti del re di Francia corrispondessino alleobligazioni della legae a quello che ciascuno si era promesso dilui. Perchéoltre all'essere proceduto molto lentamente alpagamento de' quarantamila ducati per il primo mesee la tarditàusata alle provisioni necessarie per la espedizione de' svizzerinonsi vedeva preparazione alcuna per dare principio a muovere la guerradi là da' montiallegando essere necessario che prima sifacesse la intimazione a Cesaresecondo che si disponeva per icapitoli della confederazione; perchéfacendo altrimentiilre di Inghilterrail quale aveva lega particolare con Cesare adifensione comuneper avventura lo aiuterebbema fatta laintimazione cesserebbe questo rispetto; e che però prontamentemoverebbe la guerrae sperava che il re di Inghilterra farebbe ilmedesimo: il quale promettevasubito che fusse fatta la intimazioneprotestare a Cesaree dipoi entrare nella confederazione fatta aCugnach. Procedeva anche il re freddamente a preparare l'armatamarittimaequel che manifestava piú l'animo suotardavanomolto a passare i monti le cinquecento lancie le quali era obligato amandare in Italia. E benché si allegasse procedere questatardità o dalla negligenza de' franzesi o dalla impotenza de'danari e dal credito perduto negli anni prossimi co' mercatanti diLioneo dallo essere le genti d'arme in grandissimo disordine per ildanno ricevuto nella giornata di Paviae perché da poiavevano avuto niuno o pochissimi denariin modo cheavendosi arimettere quasi del tutto in ordinenon potevano espedirsi senzalunghezza di temponondimeno chi considerava piúintrinsecamente i progressi delle cose cominciava a dubitare che ilre avesse piú cara la lunghezza della guerra che la celeritàdella vittoriadubitando (com'è piccola la fede e confidenzache è tra' príncipi) che gli italianiricuperato cheavessino il ducato di Milanotenendo piccolo conto degli interessisuoio non facessino senza lui concordia con Cesare o veramentefussino negligenti a travagliarlo in modo che avesse a restituirgli ifigliuoli. Accresceva la sospensione del pontefice che il re diInghilterraricercato di entrare nella confederazionedella qualeera stato confortatorenon corrispondendo alle persuasioni epromesse che aveva fatto primadimandavapiú presto perinterporre dilazione che per altra cagioneche i confederati siobligassino a pagargli i danari dovutogli da Cesaree che lo stato el'entrata promessagli nel regno di Napoli si trasferisse nel ducatodi Milano. Temeva anche il pontefice che i Colonnesii quali convari moti lo tenevano in continuo sospettocon le forze del reame diNapoli non l'assaltassino. Peròraccolte insieme tutte ledifficoltàtutti i pericolifaceva instanza co' collegaticheoltre al sollecitare ciascuno per la sua parte le provisioniterrestri e marittime espresse ne' capitoli della legasi assaltassecomunemente il regno di Napoli con mille cavalli leggieri edodicimila fanti e con qualche numero di gente d'arme; giudicandoper gli effetti succeduti insino a quel díche le cose nonpotessino succedere prosperamente se Cesare non fusse molestato inaltro luogo che nel ducato di Milano.

Perle quali cagioni mandò al re di Francia Giovambatista Sangaromanouno de' suoi secretariper incitarlo a pigliare la guerracon maggiore caldezzadimostrandogli quanto esso si trovasse esaustoe impotente a continuare nelle spese medesime se non era anchesoccorso da lui di qualche quantità di denari: chenonostante che nella confederazione non fusse stato trattato diassaltare il reame di Napoli mentre durava la guerra di Lombardiasidisponesse a fare questa impresa di presente; alla quale benchéi vinizianiper non si aggravare di tante speseavessino daprincipio fatto difficoltànondimenovinti dalla suainstanzaavevano consentito di concorrervieziandio senza il re macon tanto minore numero di gente quanto importava la sua porzione:che il re per questa cagioneoltre alle cinquecento lanceallequali aveva disegnato per capo il marchese di Saluzzomosso piúsecondo dicevadalla buona fortuna che dalla virtú dell'uomomandasse altre trecento lance in Lombardiaper poterne trasferireuna parte nel reame di Napoli: che si sollecitasse la venutadell'armata di mareo per strignere con essa Genova o per voltarlaal regno di Napoli; la quale benché dai franzesi fusse speditacon la medesima lentezza che si spedivano l'altre provisioninondimeno si andava continuamente sollecitando. Ed era l'armata delre quattro galeoni e sedici galee sottilii viniziani tredici galeeil papa undici; della quale tutta era deputato capitano generaleainstanza del rePietro Navarranon ostante che il papa avesse avutapiú inclinazione a Andrea Doria. Fu oltre a tutte queste[cose] commesso al Sangasecretissimamenteche tentasse il re afare la impresa di Milano per séper dargli cagione che contutte le forze sue si risentisse alla guerra.

Ebbeanche il Sanga commissione di andare poi al re di Inghilterraperdomandargli sussidio di denari: con ciò sia che quel recheda principio desiderava tanto la guerra contro a Cesare che se lalega si fusse trattata in Inghilterracome egli ed Eboracensedesideravanosi crede sarebbe entrato nella confederazione; ma nonavendo patito il tempo e la necessità del castello di Milanoche si facesse lunga praticapoiché vidde fatta la lega pergli altrigli parve potersi stare di mezzo come spettatore egiudice.

Trattavaanche il ponteficestimolato da' viniziani e non meno dal re diFranciail quale a questo effetto aveva mandato il vescovo di Baiosaa Ferraradi comporre le differenze con quello ducabenchépiú presto in apparenza che in effetto; opponendogli diversipartitie tra gli altri di dargli Ravenna in contracambio di Modonae di Reggio: cosa disprezzata dal ducanon solo perchéavendo già preso animo dalla ritirata dello esercito dalleporte di Milanosi rendeva piú difficile che il solito a'partiti propostiglie a questo di Ravenna specialmente; e per esseremolto diverse le entratee perché questo gli pareva mezzo dafarlo venirea qualche tempoin contenzione co' viniziani.

Cap.xi

Provvedimentidi Cesare per la guerra. Vani assalti di milizie dei collegati aCremona. Deliberazione del duca d'Urbino di recarvisi con nuovemilizie. Giudizi sfavorevoli intorno al modo con cui è statacondotta l'impresa contro Milano. Le armate venezianapontificia efrancese dominano il mare intorno a Genova. Resa di Cremona.

Questeerano le pratiche le preparazioni e le opere de' confederatidifferite interrotte e variatesecondo le forze secondo i fini e iconsigli de' príncipi. Ma non era già in Cesareledeliberazioni del quale dependevano da se stessonénegligenza né irresoluzione di quello che comportassino leforze sue. Perché avendo il re di Franciaa instanza deglioratori de' confederatidenegato licenza al viceré (che ladimandò insino con le lacrime) di passare in Italiaeglirifiutati doni di valore di ventimila ducatise ne era ritornato inSpagnaportando seco (publicò lui) cedola di mano del re diFrancia di essere parato all'osservanza dell'accordo di Madrilpermutando la restituzione della Borgogna in pagamenti di due milionidi ducati: al ritorno del qualeCesareperduta ogni speranza che ilre di Francia osservasse la capitolazionedeliberò mandarloin Italia con una armata che portasse i fanti tedeschii quali innumero poco manco di tremila si stavano a Perpignanoe tanti altrifanti spagnuoli che in tutto facessino il numero di seimila;provedeva di mandare di nuovo a Milano centomila ducatisollecitandola espedizione dell'armatala quale non poteva essere sípresto perchéoltre al tempo che andava a metterla insieme ea preparare i fanti spagnuoliera necessario pagare a' tedeschicentomila ducati de' quali erano creditori per gli stipendi passati;commetteva anche assiduamente in Germania che a Milano si mandassesoccorso di nuovi fantima non vi provedendo a' denari per pagarglied essendo il fratello per la povertà sua impotente aprovedergliprocedeva molto tardi questa espedizione.

Enondimeno la tardità e i successi poco prosperi de'confederati facevano che si potesse aspettare ogni dilazione. PerchéMalatestacondotto a Cremonapiantòla notte de' sette diagostol'artiglierie alla porta della Mussagiudicando quel luogoessere debole perché era male fiancheggiato e senzaterrapieno; e volendo nel tempo medesimo dare lo assalto dalla bandadel castellogiudicava a proposito battere in luogo lontanoperchéfussino necessitati quegli di dentro a dividere tanto piú legenti loro. Nondimenobattuto che ebbeparendogli che quel luogofusse forte e bene riparatoe (credo) la batteria fatta tanto altoche restava troppo eminente da terra l'altezza del murosi risolvédi non gli dare lo assalto ma cominciarecon consiglio diversounabatteria nuova vicina al castelloin luogo detto Santa Monicadovegià aveva battuto Federigo da Bozzole: e nel tempo medesimofaceva due trincee in su la piazza del castellouna che tirava amano destra verso il Podove quegli di dentro avevano fatto duetrincee; e speravacon la suatôrre loro uno bastione alquale già si era avvicinato a sei bracciail quale bastionequale già si era avvicinato a sei bracciail quale bastioneera nella prima trincea loro appresso alla muraglia della terra; epigliandolodisegnava servirsene per cavaliere a battere a lungodella muraglia dove batterono i franzesi. Però gli imperialifacevano un altro bastione dietro all'ultima trincea loro. L'altratrincea di Malatesta era da mano sinistra verso la muragliae giàtanto vicina alla loro che si aggiugnevano co' sassi. E condotto letrincee al disegno suodeterminava fare la batteria. Né loimpedivano a fare lavorare l'artiglierie degli inimiciperchéin Cremona non erano piú che quattro falconettipocamunizionee traevano molto poco. Nondimeno i fanti di dentro nonrestavanouscendo fuoradi travagliare quegli che lavoravano alletrinceemettendogli spessonon ostante avessino grossa guardiainmolte difficoltà: donde Malatestaquasi incerto di quello cheavesse da fareconfondevacon non molta sua laudecon vari giudíciscritti nelle sue letterei capitani dello esercito. I qualivedendo la oppugnazione riuscire continuamente piú difficilefeciono andare nel campo suo mille dugento fanti tedeschicondottidi nuovo dai viniziani a spese comuni del pontefice e lorosottoMichele Gusmuier rebelle di Cesare e del fratello; e pochi dípoiper provedere alla discordia ed emulazione che era tra Malatestae Giulio Manfronevi andò dallo esercito con tremila fanti ilproveditore Peseroche di somma benivolenza era già diventatopoco accetto al duca di Urbino. Ma la notte venendo i tredici dídi agostofece Malatesta piantare quattro pezzi di artiglieria trala porta di santo Luca e il castelloper pigliare uno bastione;doveessendosi battuto quasi tutto il dífece sboccare latrincea con speranza di pigliare la notte medesima il bastione. Maalla quarta ora della nottepochi fanti tedeschi assaltorno laguardia delle trincee che eratra dentro e fuorapiú dimille fantie disordinati gli costrinseno ad abbandonarla (benchéil dí seguente furono costretti a partirsene); in modo che latrinceafatta con tanta fatica restò abbandonata dall'unaparte e dall'altra. Ma la fortuna volle mostrarsi favorevole a queglidi fuorise avessino saputo o conoscere o pigliare l'occasione:perché la nottevenendo i quindicicascorono da se medesimecirca cinquanta braccia di muraglia tra la porta di Santo Luca e ilcastelloinsieme con uno pezzo della loro artiglieria; dove se conprestezzavenuto che fu il dísi fusse presentata labattaglia erano quegli di dentrospaventati da accidente síimprovisosenza speranza di resistereperché il luogo dovearebbeno avuto a stare alla difesa restava scoperto dall'artiglieriadel castello. Ma mentre che Malatesta tardaprima a risolversi poi amettere in ordine di dare lo assaltoi soldatilavorando di dentrosollecitamentee copertisila prima cosaco' ripari dallaartiglieria del castellosi riparorono anche alla fronte degliinimici; in modo che quando fu presentato lo assaltoche erano giàventi ore del díancora che a quella banda si voltasse lamaggiore parte del camponondimeno si accostoronoperchéandavano troppo scoperticon gravissimo danno; e accostatisieranooltre all'altre difesebattuti da infiniti sassi gittati da queglidi dentroin modo vi restò morto Giulio Manfrone il capitanoMacone e molti altri soldati di condizione. Dettesi anche nel tempomedesimo un altro assalto per la via del castellodove furnoributtatibenché con poco danno: ed era anche ordinato chealla batteria fatta da Santa Monica si desse un altro assaltoconottanta uomini d'arme cento cavalli leggieri e mille fanti; maavendo trovato il fosso pieno di acqua e il luogo bene fortificatosi ritirorono senza tentare. Sopravenne poi il proveditore Peserocon tremila fanti italiani con piú di mille svizzeri e connuova artiglieriaper potere fare due batterie gagliarde; in modochetrovandosi piú di ottomila fantidisegnavano fare duebatteriedando l'assalto a ciascuna con tremila fantie assaltareanche dalla parte del castello con dumila fanti: e avendo condotto incampo grandissima quantità di guastatorilavoravanosollecitamente alle trincee; delle quali essendo spuntata una a'ventitré di agostoottenneno dopo lunga battaglia di coprireuno fianco degli inimici. La notte dipoiprecedente al dívigesimo sestofurno fatte due batterie; una guidata da Malatestadi là dal luogo dove aveva battuto Federigol'altra allaporta della Mussaguidata da Cammillo Orsino: l'una e l'altra dellequali ebbe poco successo; perché il terreno dove piantòMalatestaper essere paludosonon teneva ferma l'artiglieriaeacconsentendoogni volta che la tiravai colpi battevano troppoalto; quella di Cammillo fu bassama si trovò che vi era lafossa con l'acqua e tanti fianchi di archibusi che non si potevaandare innanzi. Peròancora che non ostante queste difficoltàsi desse la battagliasi ricevé quivi molto danno; e benchédal canto di Malatesta i fanti si conducessino alla muragliapassatiuna fossa dove era l'acqua dentro piú profonda che non si eraintesofurono facilmente ributtati. Fu anche dal canto del castellotirata giú una parte del cavalieree vi montorono su i fanti;ma la scesa dal lato di dentro era troppo altae avevano fatto gliimperiali da quella parte innanzi al castello tre mani di trincee condue mani di cavalieri e con fianchie dopo quegli ancora ripari:però da ogni bandae da un altro canto ancora sotto unoriparofurono ributtati gli assaltatoriche per tutto avevanoassaltato con poco ordine e con piccolissimo danno degli inimicimorti e feriti molti di loro.

Costrinsenoquesti disordini e il perdersi la speranza di pigliare altrimentiCremona (perché in quel campo mancava governo e obbedienza) ilduca di Urbino a andarvi personalmente. Il qualelevato delloesercito che era intorno a Milano quasi tutti i fanti de' vinizianie lasciatavi una parte delle genti d'arme con tutte le gentiecclesiastiche e i svizzeriche erano già arrivati in numerodi tredicimilasprezzando (ora che vi restava minore numero digentee spogliata di uno capo di tale autorità) quellopericolo che primaquando vi era egli con maggiori forzedimostravacontinuamente di temeree affermando non essere uso di genti diguerrae degli spagnuoli manco che degli altriassaltare altregenti di guerra nella fortezza de' loro alloggiamentisi condusseintorno a Cremona; disegnando di vincerla non per forza sola dibatteria e di assaltiperché i ripari degli inimici eranotroppo gagliardima col cercare con numero grandissimo di guastatoriaccostarsi alle trincee e bastioni loroe con la forza delle zappepiú che con l'armi insignorirsene.

Fuimputato il governo di questa impresa contro allo stato di Milano daicapitani imperiali in molte cosee principalmente della ritirata daporta Romanama non manco dello avere tentata da principiodebolmente e con poche forze la oppugnazione di Cremonaconfidandosivanamente che fusse facile il pigliarlae che dipoi scoprendosi ledifficoltà avessinocontinuandolaimpegnatovi tale partedello esercito che avesse impedito loro le occasioni maggiori che neltempo che si consumò quivi si presentorono. Perchéessendo già arrivato in campo il numero intero tantodesiderato de' svizzerisi poteva facilmenteserrando Milano(secondo che sempre si era disegnato) con due esercitiimpedire lacopia grande delle vettovaglie che per la via di Pavia continuamentevi entravano; le quali l'esercito solo che era a Lambràperavere a fare circuito grandenon poteva impedire. Ma molto piúimportò perdere l'occasione che si avevaforsedi sforzareMilano; perché nella gente che vi era dentro erano sopravenutetante infermità chebastando con difficoltà quegli cheerano sani a fare le fazioni e le guardie ordinariefu giudicio dimoltie degli imperiali medesimiche se in quel tempo fussino statitravagliati strettamente portavano pericolo grande di non si perdere.

Mamaggiore e piú certa occasione era anche quella di pigliareGenova. Perché essendo l'armata viniziana congiunta con quelladel pontefice a Civitavecchiae di poi fermatesi nel porto diLivorno per aspettare l'armata franzesela quale con sedici galeequattro galeoni e quattro altri navilicondotta nella riviera diponenteavevaper accordo anzi per volontà della cittàottenuta Savona e tutta la riviera di ponentee presi dipoi piúnavili carichi di grano che andavano a Genovapassò a Livornoa unirsi con l'altre. Erasi anche deliberato chea spese comuni de'collegatisi armassino nel porto di Marsilia dodici navi grosseoper assaltaresecondo il consiglio di Pietro Navarrainsieme con legalee franzesil'armata la quale si preparava nel porto diCartageniao almeno per rincontrarla nel mare. Dove fatta vela letre armatea' ventinove di agostosi fermorono l'ecclesiastica e laviniziana a Portofinola franzese ritornò a Savona; dondesenza contrastoscorrendo tutti i maristrignevano in modo Genovadove era mancamento di vettovaglieche non potendo entrarvi piúper mare cosa alcuna non è dubbio chese si fusse mandatoqualche numero di gente per la via di terra a impedire quello che erasolo il loro rifugiobisognava che Genova s'accordasse: né icapitani delle armateora con lettere ora con messi proprifacevanoinstanza di altro; chiedendo che almanco si mandassino per la via diterra quattromila fanti. Ma né del campo di Cremona si potevalevare gentee parendo al duca e agli altri pericoloso il diminuirel'esercito che era a Milanosi intrattenevano con la speranza chespedita Cremonasi manderebbe una banda di gente sufficiente.

Laquale impresa (come era gagliarda la virtú de' difensoriecome le opere grandi che si fanno co' guastatori ricercano moltotempo) procedeva ogni dí con maggiore lunghezza che non erastato creduto. Perché il ducaavendo voluto avere in campodumila guastatorimolte artiglierie e munizioni e grandissima copiadi instrumenti atti a lavoraredi ogni sortefaceva assiduamentelavorare nelle trincee del castello e al bastione di verso il Poperguadagnarlo e servirsene per cavaliere; ancora che gli inimiciavendone dubitato piú dísi erano tirati addietro conuno riparo gagliardo. E si lavorava ancora alle due teste dellatrincea che attraversava la piazza del castelloper rovinare icavalieri che vi avevano; e tra le due trincee del campo si lavoravaun'altra trincea larga sei bracciacoprendosi col terrenoinnanzi edal latoper fare uno cavalierecome si arrivasse alla fossa dellatrincea degli inimici. Lavoravasi ancora uno fosso fuora del castelloverso il muro della terraper andare a trovare il bastione di versola muraglia rovinata; e dalla porta di Santo Luca insino allamuraglia medesima si lavorava un altra trinceané si cessavadi battere con l'artiglierie piantate nel castello i ripari degliinimici; i quali per la malignità del terrenoche era terramolto tritaerano passati facilmente da quelle: non stando ancooziosi quegli di dentroperchéper diffidenza di poteretenere lungamente le loro trincee e cavalierilavoravano uno fossoverso le case della città; e nondimeno uscivano spesso fuoracon molto vigoreassaltando i lavori. E la notte venendo i setteassaltorno le trincee che si lavoravano dalla banda del castellodatre parti: dove trovato i fanti che le guardavano quasi tutti adormire ne ammazzorono piú di cento e parecchi capitanie sicondussero insino al rivellino del castello. E nondimeno le cose lorocontinuamente si strignevano. Perché fattosi il duca d'Urbinola via con le trincee insino a' ripari loroche separavano ilcastello dalla cittàassaltandogli dipoi con qualchescoppiettiere e con qualche buono soldato coperto con gli scudifaceva loro grande danno; e l'artiglieria anchedalle torri delcastellofaceva il medesimo. Però gli imperiali abbrucioronoil loro riparo che si faceva di contro al cavaliereperchénon fusse parapetto a quelli di fuora; ed essendosia' diciannovesboccate due trincee nelle fosse lorosi ritiravano con altretrincee: delle quali il duca d'Urbino teneva poco contoperchéper la brevità del tempo non potevano essere bene fortificatee perchéritirandosi piú al largoera necessaria adifenderle maggiore guardia; e nondimeno dalla banda del camposebene le opere fussino finitesi procedeva con qualche lentezzaessendo necessario riordinare e rinnovare i fanti de' vinizianistati molto tempo senza danari e però diminuiti molto dinumerosopravenendo sempre nelle cose de' collegati disordine sopradisordine. A che mentre si attendeva uscivano spesso la notte atentare le trinceema indarnoperché l'esperienza dellapercossa ricevuta aveva insegnato agli altri. Ma ricondotti i fanti abastanzacominciò il duca di Urbinoa' ventiduea battere auna torre a canto alla batteria di Federigo; dove avendo battutopochissimi colpiconoscendo gli inimici essere ridotti in termineche non potevano ricusare di accordarsimandò dentro unotrombetto a ricercare la cittàcol quale usciti fuora unocapitano tedesco uno capitano spagnuolo e Guido Vainail díseguente fu fatta capitolazione: chenon avendo soccorso per tuttoil meseavessino a lasciare Cremonae che a' tedeschi fussepermesso andarsene in Germaniaagli spagnuoli nel regno di Napolipromettendo non andare fra quattro mesi alla difesa dello stato diMilano; lasciassino tutte le artiglierie e munizionie partissinsicon le bandiere serrate senza sonare tamburi o trombeeccetto chenel levarsi.

Cap.xii

Risultatodelle pratiche del pontefice coi re di Francia e d'Inghilterra.Grigioni al servizio dei collegati. Tiepide azioni di guerra fra gliavversari in Lombardia. Gravezze dei fiorentini e molestie deisenesi.

Avevain questo mezzo il re di Franciaalla corte del quale si fermòpochi dí poicome legatoil cardinale de' Salviatipartitosi di Spagna con licenza di Cesarerisposto alle richiestefattegli in nome del ponteficeescusandosi se le opere non sarebbonoeguali alla volontàper essere molto esausto di danari; manondimenose gli concedeva facoltà di riscuotere una decimadell'entrate beneficiali per tutto il regnolo sovverrebbecon unaparte de' danari che se ne riscotessinodi ventimila ducati il mesee che concorrerebbe alla guerra di Napoli: cosa che ebbe moltadilazioneperché il ponteficeallegando la degnitàdella sedia apostolicarecusava di concederla. Denegavabenchéda principio vi dimostrasse inclinazionedi attendere per séall'acquisto del ducato di Milanodissuadendonelo massime Lautrech ela madre: del rompere la guerra di là da' monti dava speranzama diceva (il che si negava) essere necessario che precedesse laintimazione; la quale fattaofferiva di muovere la guerra a' confinidella Fiandra e di Perpignanobenché si comprendeva nonv'avesse disposizionenon essendo in questo diverso l'animo suo daquello del re di Inghilterra. Appresso al quale l'espedizione fattaper parte del pontefice fece piccolissimo frutto: perchévolendo il cardinale eboracense intrattenere ciascuno ed esserepregato da tuttinon procedevano a conclusione alcuna; anzi e il ree il cardinale rispondevano spesso: - A noi non appartengono le cosedi Italia. - Anzi il re di Francia offerivaconsentendogli ilpontefice le decimevolere convertire tutti i danari nella guerra diItalia; non lo consentendone offeriva il mese ventimilaconcondizione che non si spendessino se non o contro a Milano o controal regno di Napoli.

Nelquale tempo temendosi che i grigionii quali nell'assedio delcastello di Milano avevano recuperato e spianato Chiavennanon siconducessino col duca di Borboneo almanco permettessino che itedeschi che si aspettavano al soccorso suo passassino per il paeseloroil pontefice e i viniziani si obligorno di condurre dumilafanti grigioni agli stipendi loropagare al castellano di Mus (ilqualetemendo del duca di Milano quando venne nell'esercitosi erafuggito di campoe dipoipretendendo essere creditore per ipagamenti fatti a' svizzeriaveva fatti prigioni due imbasciadoriviniziani che andavano in Francia) ducati cinquemila cinquecento chesforzati gli avevano promessirestituirne a loro altrettanti cheaveva estorti; fargli liberare da' dazi nuovi imposti a chi navigavaper il lago di Como da lui. I quali si obligorno di impedire il passoa tedeschie operorno che Teganecondotto dal duca di Borbone condumila fantinon andasse.

Maintanto procedevano l'altre cose di Lombardia tiepidamente. Perchél'esercito intorno a Milanonel quale era diminuito molto il numeroma non le paghede' svizzeristava oziosonon facendo altro che leconsuete scaramuccie. Piú sollecite e maggiori molestiepartorivano l'opere degli spagnuoli che erano in Carpi; i qualiavendo tacitamente avvisi di spie e comodità di ricetti nelterritorio del duca di Ferraradavano impedimento grandissimo a'corrieri e all'altre persone che andavano all'esercito; e correndoper tutti i paesi circostantiinsino nel bolognese e nel mantovanonon però contro ad altri che contro a' sudditi ecclesiasticifacevano danni innumerabili. Era purefinalmenteil marchese diSaluzzo con le cinquecento lancie franzesi passato nel Piemonte; perla venuta del quale Fabrizio Maramausche posto a campo a Valenzanella quale era a guardia Giovanni da Biragola batteva conl'artiglieriesi ritirò a Basignana: ma recusando il marchesepassare piú innanzi se dai confederati non gli erano pagatiper eguale porzionequattromila fantii quali aveva con questaintenzione menati di Franciae facendone il re grandissima instanzaper sicurtà delle sue genti d'arme e per maggiore riputazionedel marchesefu necessario acconsentirlo. Occupò nel tempomedesimo Sinibaldo dal Fiesco la terra di Pontriemoliposseduta daSforzino; ma con la medesima facilità fu presto recuperata permezzo della rocca. In Milano pativano assai di danariperchéda Cesare non ne veniva provisione alcuna; e la povertà e lespese intollerabili de' milanesi erano tali che con difficoltàsi riscotevano i trentamila ducati stati promessi dal popolo al ducadi Borbone: col quale si condussonoper non essere accettati aglistipendi de' confederati per le spese grandissime che avevanoGaleazzo da Birago e Lodovico conte da Belgioioso i quali insino aquel dí avevano in ogni accidente seguitata la parte franzese.Giovanni da Birago occupò Novi. Ne' quali movimenti lo statodel marchese di Mantova era come comune a ciascunoscusandosi peressere soldato del pontefice e feudatario di Cesare; anziessendopropinqua al fine la condotta suasi ricondusse per altri quattroanni col pontefice e co' fiorentinicon espressa condizione di nonessere tenuto di fare né con la persona né con lo statosuo contro a Cesare: benché nel principio della guerra avessedesiderato di andare personalmente nello esercito; il che nonpiacendo al pontefice perché non confidava del suo governogli aveva risposto cheessendo feudatario di Cesarenon volevametterlo in questo pericolo.

Questoera allora lo stato delle cose di Lombardia. In Toscana i fiorentininon avendo né eserciti né armi nel territorio lorosentivano con lo spendere le molestie della guerra; [perché ilpontefice]non avendo co' modi ordinari danarie ostinato a non neprovedere con gli estraordinarilasciava con grandissima empietàaddosso a loro quasi tutte le spese che si facevano in Lombardia. Isanesi non stavano senza molestia nelle parti marittimeperchéAndrea Doriail quale da principio aveva occupato Talamone ePortoercolegli faceva continuamente guardarebenchéTalamonenon molto poidal capitano preposto alla guardia fussedato a' sanesi; e i fuoruscitifomentati dal ponteficefacevanonella Maremma qualche molestia: nella quale Giampaolo figliuolo diRenzo da Cerisoldato del ponteficepresa furtivamente con alcunicavalli la porta della terra di Orbatellosopravenendo poi con isuoi cavalli e fanti occupò la terra.

Cap.xiii

Capitolazionefra il pontefice ed i Colonna. Notizia della vittoria dei turchisugli ungheresi; effetti sul pontefice. Perfidia dei Colonnesi controil pontefice; tumulto provocato in Roma; tregua fra il ponteficegliimperiali ed i Colonnesi. Conseguenza di essa in Lombardia; partenzadei soldati tedeschi e spagnuoli da Cremona.

Maa Roma succederono cose di grandissimo momentocausate non per virtúdi armi ma per

insidiee per fraudecon ignominia grande del pontefice e con disordinare lesperanze di Lombardia; dove si speravaper l'acquisto di Cremonacondurre a fine la impresa di Genova e di poteresecondo i disegnifatti primafare due diversi alloggiamenti intorno a Milano. Perchédopo la rotta ricevuta a Sienanon sperando il pontefice poteretravagliare con grandi effetti i Colonnesie avendo volto l'animo adassaltare con maggiori forzecome è dettoil regno diNapolie da altro canto non sperando i Colonnesi né gliagenti di Cesare potere fare effetti notabili contro a luiedesiderando ancora di torgli tempo insino a tanto venisse il vicerécon l'armata di Spagnamandato a Roma Vespasiano Colonnaalla fededel quale il papa credetteavevanoa' ventidue di agostocapitolato insieme: che i Colonnesi rendessino Anagnia e gli altriluoghi presi; ritirassino le genti nel reame di Napolinétenessino piú soldati nelle terre le quali posseggono neldominio ecclesiastico; non pigliassino l'armi a offesa del ponteficese non come soldati di Cesarenel quale caso fussino tenuti adeporre in mano del pontefice gli stati che hanno nella giurisdizioneecclesiastica; potessino liberamente servire Cesare contro a ciascunoalla difensione del reame napoletano; e da altro canto il ponteficeperdonasse a tutti l'offese fatteabolisse il monitorio fatto alcardinale Colonnanon offendesse gli stati loro né glilasciasse offendere dagli Orsini. Sotto la quale capitolazione mentreche il papatenendo conto piú che di altro della fede diVespasianoincauto si riposaavendo licenziato i cavalli e quasitutti i fanti che aveva soldatoe quegli pochi che gli restavanomandati ad alloggiare nelle terre circostantie raffreddato anche idisegni dello assaltare il regno di Napolile spesse querele eprotesti che avevano da Cremona e da Genova (donde era significatochese i progressi de' confederati non si interrompevano con potentediversionequelle città non potevano piú sostenersi);perònon avendo modo a fare scopertamente guerra gagliarda eche partorisse rimedi sí subitivolsono l'animo e i pensieria opprimere con insidie il pontefice.

Lequali mentre che si preparanoacciò che alla afflizione cheaveva per le cose proprie si aggiugnesse anche l'afflizione per lecose publichesopravenneno nuove che Solimanno ottomanno principede' turchi aveva rotto in battaglia ordinata Lodovico re di Ungheriaconseguendo la vittoria non manco per la temerità degliinimici che per le forze sue; perché gli ungheriancora chepochissimi di numero a comparazione di tanti inimiciconfidatisi piúnelle vittorie avute qualche volta per il passato contro a' turchiche nelle cose presentipersuasono al regiovane di età madi consiglio anche inferiore alla etàche per non oscurare lafama e l'antica gloria militare de' popoli suoinon aspettato ilsoccorso che veniva di Transilvaniasi facesse incontro agliinimicinon recusando anche di combattere in campagna apertanellaquale i turchi per la moltitudine innumerabile de' cavalli sono quasiinvitti. Corrispose adunque l'evento alla temerità eimprudenza: fu rotto l'esercito raccolto di tutta la nobiltà euomini valorosi di Ungheriacommessa di loro grandissima uccisionemorto il re medesimo e molti de' principali prelati e baroni delregno. Per la quale vittoria tenendosi per certo che il turco avessea stabilire per sé tutto il regno di Ungheria con grandissimopregiudizio di tutta la cristianitàdella quale quello reameera stato moltissimi anni lo scudo e lo antemuralesi commosse ilpontefice maravigliosamente: come negli animi già perturbati eafflitti fanno maggiore impressione i nuovi dispiaceri che non fannonegli animi vacui dalle altre passioni. Peròrivolgendo nellamente sua nuovi pensierie dimostrando ne' gesti nelle parole enella effigie del volto smisurato dolorechiamati i cardinali inconcistoriosi lamentò efficacissimamente con loro di tantodanno e ignominia della republica cristiana; alla quale non eramancato egli di provederesí col confortare e supplicareassiduamente i príncipi cristiani della pace sí colsoccorrere in tanti altri gravi bisogni suoi quel regno di nonpiccola quantità di denari. Essere stataper la difesa diquel regno e per il pericolo del resto de' cristianimolto incomodae importuna la guerra presentee averlo egli detto e conosciutoinsino da principio; ma la necessità averlo indotto (poichévedeva essere sprezzate tutte le condizioni oneste della quiete esicurtà della sedia apostolica e di Italia) a pigliare l'armicontro a quello che sempre era stata sua intenzione: perché ela neutralità usata per lui innanzi a questa necessitàe le condizioni della lega che aveva fattarisguardanti tutte albenefizio comunedimostrare a bastanza non lo avere mosso alcunaconsiderazione degli interessi propri e particolari suoi e della suacasa. Ma poiché a Dioforse a qualche buono fineerapiaciuto che e' fusse ferito il corpo della cristianitàe intempo che tutti gli altri membri di questo corpo erano distratti daaltri pensieri che da quello della salute comunecredere la volontàsua essere che per altra via si cercasse di sanare sí graveinfermità. E peròtoccando questa cura piú allooffizio suo pastorale che ad alcuno altroavere dispostopospostetutte le considerazioni della incomodità del pericolo e delladignità suaprocurata il piú presto potesse e conqualunque condizione una sospensione dell'armi in Italiasalire insu l'armata e andare personalmente a trovare i príncipicristianiper ottenere da lorocon persuasioni con prieghi conlagrimela pace universale de' cristiani. Confortare i cardinali adaccingersi a questa espedizionee ad aiutare il padre comune in sípietoso offizio; pregare Dio che fusse favorevole a sí santaopera: la quale quando per i peccati comuni non si potesse condurre aperfezionegli piacesse almeno concedergli grazia cheneltrattarlainnanzi ne fusse escluso dalla speranza gli sopravenissela morte; perché nissuna infelicità nissuna miseria glipotrebbe essere maggiore che perdere la speranza e la facoltàdi potere porgere la mano salutare in incendio tanto pernicioso etanto pestifero. Fu udita con grande attenzione ed eziandio con nonminore compassione la proposta del ponteficee commendata molto; masarebbe stata commendata anche molto piú se le parole sueavessino avuta tanta fede quanta in sé avevano degnità;perché la maggiore parte de' cardinali interpretava cheavendo prese l'armi contro a Cesare nel tempo che giàper lepreparazioni palesi de' turchiera imminente e manifesto il pericolodell'Ungherialo commovesse piú la difficoltà nellaquale era ridotta la guerra che il pericolo di quel reame: di che nonsi potette fare vera esperienza.

Perchéi Colonnesicominciando a eseguire la perfidia disegnataavevanomandato Cesare Filettino seguace loro con dumila fanti ad Anagniadove per il pontefice erano dugento fanti pagati; con dimostrazioneper occultare i loro pensieridi volere pigliare quella terra. Maavendo in fatto altro animooccupati tutti i passie fatto estremadiligenza che a Roma non venissino altri avvisi de' progressi lororaccolte le genti mandate intorno ad Anagniae con quelle e conl'altre loroche erano in tutto circa ottocento cavalli e tremilafantima quasi tutte genti comandatecamminando con grandeceleritàné si presentendo in Roma cosa alcuna dellavenuta loroarrivativi la notte che precedeva il dí vigesimodi settembrepreseno improvisamente tre porte di Roma; ed entratiper quella di San Giovanni Lateranoessendovi in persona non soloAscanio e don Ugo di Moncadaperché il duca di Sessa eramorto molti giorni innanzi a Marinoma ancora Vespasianostatomezzano della concordia e interpositoreper sé e tutti glialtridella sua fedee il cardinale Pompeio Colonnatraportatotanto dalla ambizione e dal furore che avesse cospirato nella morteviolenta del ponteficedisegnando anchecome fu comune e costanteopinionecostretti con la violenza e con l'armi i cardinali aeleggerlooccupare con le mani sanguinose e con l'operazioniscelerate e sacrileghe la sedia vacante del pontefice. Il qualeintesa che già era giorno la venuta loroche già eranoraccolti intorno a San Cosimo e Damianopieno di terrore e diconfusionecercavavanamentedi provedere a questo tumulto; perchéné aveva forze proprie da difendersiné il popolo diRomaparte lieto de' suoi sinistri parte giudicando non attenere asé il danno publicofaceva segno di muoversi. Perciòaccresciuto l'animo degli inimicivenuti innanzisi fermorono contutte le genti a Santo Apostolodonde spinseno per ponte Sisto inTrastevere circa cinquecento fanti con qualche cavallo; i qualiributtato dopo qualche resistenza Stefano Colonna di Pilestrina dalportone di Santo Spiritoche soldato del pontefice era ridotto quivicon dugento fantisi indirizzorono per Borgo vecchio alla volta diSan Piero e del palazzo pontificaleessendovi ancora dentro ilpontefice. Il qualeinvano chiamando l'aiuto di Dio e degli uominiinclinando a morire nella sua sediasi preparavacome giàaveva fatto Bonifazio ottavo nello insulto di Sciarra Colonnadicollocarsi con l'abito e con gli ornamenti pontificali nella cattedrapontificale; ma rimosso con difficoltà grande da questoproposito dai cardinali che gli erano intornoche lo scongiuravano amuoversise non per sé almanco per la salute di quella sediae perché nella persona del suo vicario non fusse sísceleratamente offeso l'onore di Diosi ritirò insieme conalcuni di lorode' suoi piú confidentiin Castelloa orediciassettee in tempo che già non solo i fanti e i cavallivenuti prima ma eziandio tutto il resto della gente saccheggiavano ilpalazzo e le cose e ornamenti sagri della chiesa di San Piero: nonavendo maggiore rispetto alla maestà della religione e alloorrore del sacrilegio che avessino avuto i turchi nelle chiese delregno di Ungheria. Entrorono dipoi nel Borgodel qual saccheggioronocirca la terza parte; non procedendo piú oltre per timoredell'artiglierie del Castello. Sedato poi il tumultoche duròpoco piú di tre ore perché in Roma non fu fatto danno omolestia alcunadon Ugosotto la fede del pontefice e ricevuti perstatichi della sicurtà sua i cardinali Cibo e Ridolfi nipoticugini del ponteficeandò a parlargli in Castello; dove usateparole convenienti a vincitorepropose condizioni di tregua. Sopracheessendo differita la risposta al dí seguentefuconchiusa la concordiacioè treguatra il pontefice in nomesuo e de' confederati e tra Cesareper quattro mesicon disdetta didue altri mesie con facoltà a' confederati di entrarvi infradue mesi; nella quale fussino inclusi non solo lo stato ecclesiasticoe il regno di Napoli ma eziandio il ducato di Milano i fiorentini igenovesi i sanesi e il duca di Ferrarae tutti i sudditi dellaChiesa mediate e immediate. Fusse obligato il pontefice ritiraresubito di qua da Po le genti sue che erano intorno a Milanoerivocare dall'armata Andrea Doria con le sue galeee gli imperiali ei Colonnesi a levare le genti di Roma e di tutto lo stato dellaChiesa e ritirarle nel reame di Napoli; perdonare a Colonnesi e achiunque fusse intervenuto in questo insulto; dare per statichi dellaosservanza Filippo Strozzi e uno de' figliuoli di Iacopo Salviatiilquale si obligò a mandarlo a Napoli infra due mesisotto penadi trentamila ducati. Alla quale tregua concorse l'una parte el'altra cupidamente: il pontefice per non essere in Castellovettovaglia da sostentarsi; don Ugobenché reclamando iColonnesiperché gli pareva fatto assai a benefizio diCesaree perché quasi tutta la gente con che era entrato inRomacarica della predasi era dissipata in diverse parti.

Daquesta tregua si interroppeno tutti i disegni di Lombardia e tutto ilfrutto della vittoria di Cremona: perché non ostante chequasi ne' medesimi díarrivasse allo esercito con le lanciefranzesi il marchese di Saluzzonondimenomancando le genti delponteficeche per la treguail settimo dí di ottobresiritirorono la maggiore parte a Piacenzasi disordinò non menoil disegno del mandare gente a Genova che il disegno fatto distrignere Milano con due eserciti. Dette anche qualche disturbo cheil duca d'Urbinofatto che ebbe l'accordo con quegli di Cremonanonaspettata la consegnazione andò in mantovanoancora che giàsapesse la tregua fatta a Romaa vedere la moglie; e avendoconsentito alle genti che erano in Cremona prorogazione di tempo apartirsiaspettò la partita loro intorno a Cremona tantotempo che non fu allo esercito prima che a mezzo il mese di ottobrecon gravissimo detrimento di tutte le faccende; perché sitrattava di mandare gente a Genovaricercate piú che mai daPietro Navarra e dal proveditore dell'armata vinizianaed essendonello esercitoricongiunte vi fussino le genti vinizianetanteforze che bastavano a fare questo effetto senza partirsi di quelloalloggiamento. Perché e col marchese di Saluzzo erano venutecinquecento lancie e quattromila fantie vi si aspettavano di giornoin giorno i duemila fanti grigioni condotti per l'accordo che si fececon loro; e il ponteficeancora che facesse palese dimostrazione divolere osservare la treguanondimenoavendo occultamente diversaintenzioneaveva lasciato nello esercito quattromila fanti sottoGiovanni de' Medicisotto pretesto che fussino pagati dal re diFrancia: scusa che aveva apparente coloreperché Giovanni de'Medici era continuamente soldato del ree sotto suo nome riteneva lacompagnia delle genti d'arme. Partironsi finalmente le genti diCremonadella quale città fu consegnata la possessione aFrancesco Sforza; e i tedeschi col capitano Curadino se ne andoronoalla volta di Trento: ma i cavalli e i fanti spagnuoliavendopassato Po per tornarsene nel regno di Napolied essendo fatta loroqualche difficoltà dal luogotenente di concedere le patenti ei salvocondotti sufficienti (perché era molesto al ponteficeche andassino a Napoli)preso allo improviso il cammino per lamontagna di Parma e di Piacenzae dipoi ripassato con celeritàil Po alla Chiarellasi condussono salvi nella Lomellina e dipoi aMilano. Né solo partí dalle mura di Milanoperl'osservanza della treguail luogotenente con le genti delponteficema eziandio si discostò da Genova Andrea Doria conle sue galee: contro alle quali eranopochi dí primauscitidi Genova seimila fanti tra pagati e volontari (perché inGenova erano quattromila fanti pagati)con ordine di assaltare primasecento fantii quali con Filippino dal Fiesco erano in terrasperando che rotti quegli le galeeperché il mare era moltoturbatonon si potessino salvare; ma Filippino aveva fattonellasommità delle montagne appresso a Portofinotalifortificazioni di ripari e di bastioni che gli costrinse a ritirarsicon non piccolo danno. E nondimenonon molti dí poinon sosotto quale coloreAndrea Doria con sei galee ritornò aPortofinoper continuare insieme con gli altri nell'assediomarittimo di Genova.

Cap.xiv

Intimazionea Cesare della lega conclusa fra il pontefice il re di Francia ed iveneziani. Spostamenti delle milizie dei collegati in Lombardia. IlFrondsperg raccoglie in Germania milizie per scendere in Italia;nuove deliberazioni del duca d'Urbino.

Manel tempo medesimo che queste cose succedevano con vari eventi inItaliagli oratori del pontefice del re di Francia e de' vinizianiintimorono il quarto dí di settembre (tanta dilazione erastata interposta a fare questo atto)a Cesare la lega fattae lafacoltà che gli era data di entrarvi con le condizioniespresse ne' capitoli; al quale atto essendo stato presente l'oratoredel re di Inghilterragli dette una lettera del suo re che loconfortava modestamente a entrare nella lega. Il qualeudita laintimazionerispose agli imbasciadorinon comportare la degnitàsua che entrasse in una confederazione fatta principalmente controallo stato e onore suo; ma cheessendo stato sempre dispostissimoalla pace universaledi che aveva fatto dimostrazione síevidentesi offeriva a farla di presente se essi avevano i mandatisufficienti: da che si credeva avesse l'animo alienoma cheproponesse questa pratica per maggiore sua giustificazionee perdare causa al re di Inghilterra di soprasedere l'entrare nella lega;raffreddare con questa speranza le provisioni de' collegati; eindurre poico' mezzi del trattarlaqualche gelosia e diffidenzatra loro. E nondimeno sollecitava da altro canto le provisionidell'armatache si diceva essere di quaranta navi e di seimila fantipagati. Per sollecitare la partita della qualeche si mettevainsieme nel porto tanto memorabile di Cartageniapartí a'ventiquattro dí di settembre dalla corte il viceré;dimostrandosi Cesare molto piú pronto e piú sollecitoalle faccende che non faceva il re di Francia: il qualeancora chestretto da interessi sí graviconsumava la maggiore parte deltempo in piaceri di caccie di balli e di intrattenimenti di donne. Ifigliuoli del qualedisperata la osservanza dell'accordoeranostati condotti a Vagliadulit. Costrinse la venuta di questa armata ilponteficesospettoso della fede del viceré e degli spagnuoliad armarsi. Però non solo chiamò a Roma Vitello con lacompagnia sua e de' nipotima eziandio cento uomini d'arme delmarchese di Mantova e cento cavalli leggieri di Pieromaria Rossoedallo esercito gli furono mandati dumila svizzeri a spese sue etremila fanti italiani; e nondimeno continuava in affermare di volereandare in Spagna ad abboccarsi con Cesare: da che lo dissuadevanoquasi tutti i cardinalimassime non andando a cosa certaeconfortandolo a mandare prima legati.

Ritornatoil duca d'Urbino all'esercitoe senza speranza alcuna di ottenere ocon la forza dell'armi o con la fame Milanoe facendo i capitanidell'armate grandissima instanza che si mandassino genti a molestareper terra Genovadeliberòper potere fare questo effettodiscostarsi con l'esercito dalle mura di Milano; ma disposte le cosein modo che continuamente fussino impedite le vettovaglie cheandassino a quella città. Però dette principio allafortificazione di Monciaper potervi lasciare genti le qualiattendessino a molestare le vettovaglie che si conducevano del montedi Brianza e di altri luoghi circostanti; e fortificata l'avessetrasferire l'esercito in uno alloggiamento donde si impedissino levettovaglie che continuamente vi andavano da Biagrassa e da Pavia: ilquale alloggiamento come fusse fortificatoandasse verso Genova ilmarchese di Saluzzo co' fanti suoi e con una banda di svizzeri. Maessendoo per arte o per natura del ducatali queste deliberazioniche non si potevano mettere a esecuzione se non con lunghezza moltomaggiore che non conveniva allo stato delle cose e alla necessitànella quale era Genovaridotta in tanta estremità divettovaglie che con difficoltà si poteva piú sostenerené mancando a ottenerla altro che il dare impedimento allevettovaglie che vi si conducevano per terranon si conducevano lecose disegnate a effetto; non ostante che nello esercito sitrovassino quattromila svizzeridumila grigioniquattromila fantidel marchese di Saluzzoquattromila pagati dal pontefice sottoGiovanni de' Medicie i fanti de' viniziani; i quali secondo glioblighi e secondo l'affermazione loro erano diecimilama secondo laverità numero molto minore. Levossi finalmente lo esercitol'ultimo dí di ottobredallo alloggiamento nel quale erastato lungamentee si ridusse a Pioltellolontano cinque miglia dalprimo alloggiamento; essendosi nel levare fatto una grossascaramuccia con quegli di Milanoco' quali uscí Borbone inpersona. Ed era la intenzione del duca soprastare a Pioltello tantoche fusse dato fine alla fortificazione di Moncianella qualepensava lasciare dumila fanti con alcuni cavallie dipoi condursi aMarignano; dove deliberato l'altro alloggiamentoe presolo efortificatoe forse primasecondo dicevapreso Biagrassamandaredipoi le genti a Genova: cose di tanta lunghezza che davanogiustissima cagione o di accusarlo di timidità o di averesospetto di qualche fine piú importantenon ostante che egliallegasse per parte di sua scusa le male provisioni de' viniziani; iquali non pagando i fanti a' tempi debiti non avevano mai se nonmolto difettivo il numero promettevanoe partendosenedi quegli cheavevanosempreper il soprastare delle paghemoltieranonecessitati rimetterne di nuovo molti quando davano la paga: in modochecome verissimamente dicevaaveva sempre una nuova milizia e unonuovo esercito.

Maquella dilazioneche insino a qui pareva stata volontariacominciòad avere cagione e colore di necessità. Perchédopomolte pratiche tenute in Germania di mandare soccorso di fanti inItaliale quali per la impotenza dello arciduca e per non avereCesare mandatovi provisione di danari erano state vaneGiorgioFronsperghaffezionato alle cose di Cesare e alla gloria della suanazionee che due volte capitano di grosse bande di fanti era statocon somma laude in Italia per Cesare contro a' franzesideliberatocon le facoltà private sostenere quello in che mancavano ipríncipiconcitò con l'autorità sua molti fantie col mostrare la occasione grande di predare e di arricchirsi inItaliachecon ricevere da lui uno scudo per unolo seguitassinoal soccorso di Cesare; e ottenuto dallo arciduca sussidio diartiglierie e di cavalli si preparava a passarefacendo la massa ditutte le genti tra Bolzano e Marano. In Lomellina erano stati qualchemese cavalli e fanti della lega. La fama del quale apparatopenetrata in Italiadette cagione al duca di Urbino di levare ilpensiero da molestare Genovaridotta quasi in ultima estremità;non ostante che Andrea Doriadiminuite le dimande [fatte] primanonfacesse instanza di avere piú di mille cinquecento fantidisegnando di farne egli altrettanti: i quali anche il duca gli negòallegando per scusa la necessità che aveva avuto di fareandare dallo esercito mille cinquecento fanti de' viniziani invicentinoper timore che i viniziani avevano che il soccorso tedesconon si dirizzasse a quel cammino; la quale opinione il ducaconfutavapersuadendosi farebbeno la via di Lecco. Per la qualecagione stava fermo a Pioltelloper essere piú propinquo aAdda; publicando volere andare a incontrargli e combattere con lorodi là da Addaall'uscita di Valle di Sarsina.

Cap.xv

Nuoviinviati del pontefice al re di Francia; trattative con lui e col red'Inghilterra. Milizie pontificie contro le terre dei Colonna. Vanitentativi di trattative del pontefice col duca di Ferrara. L'esercitodel Frondspergh nel mantovano; deliberazioni del duca d'Urbino.

Cosícominciando a tornare in nuove e maggiori difficoltà le cosedi Lombardiaera anche acceso nuovo fuoco in terra di Roma. Perchéil ponteficecosternato di animo per lo accidente de' Colonnesiinclinato con l'animo alla pacee allo andare con l'armata a Nerbonaper trattarla personalmente con Cesareavevasubito partiti chefurono gli inimici di Romamandato Paolo da Arezzo suo cameriere alre di Francia perchécon consentimento suopassasse aCesareper la pratica della pace e per fare anche intendere al re lesue necessità e i suoi pericoli e dimandargli centomila ducatiper sua difesa. Nelle quali cose era tanto discordante da se medesimochevolendo dal re denari e maggiore prontezza alla guerranon sologli negava le decimeinstando di volerne per sé la metà(il che il re recusavadicendo non si essere mai costumato nel reamedi Francia)ma ancora non si risolveva a creare cardinale il grancancelliere; il qualeper l'autorità che aveva ne' consiglidel ree perché per sua mano passavano tutte le espedizionidi denaripoteva essergli in tutti i suoi disegni di grandissimomomento. Non mancò il re condolersi con Paolo e con gli altrinunzi del caso di Romaofferire le forze sue alla sua difesamostrargli che non poteva piú fidarsi di Cesaredargli animoe confortarlo a non perseverare nella tregua; nel quale casoe nonaltrimentidiceva volere pagare i ventimila ducati promessi perciascuno mese: a che anchee a non andare a Nerbonalo confortòil re di Inghilterra; il qualeinteso lo accidente seguitoglimandò venticinquemila ducati. Sconfortava il re di Francial'andata del pontefice a' príncipicome cosa che per laimportanza sua meritava molta considerazione; e dinegò daprincipio che Paolo andasse a Cesareo perché avesse sospettoche il pontefice non cominciasse con lui pratiche separate o perchécome dicevafusse piú onorevole trattare la pace per mezzodel re di Inghilterra che parere di mendicarla da Cesare: benchénon molto poiessendo fatta da Roma di nuovo instanza della suaandatala consentío perché pure desiderava la pace operché cominciasse a dispiacergli che la fusse trattata dal redi Inghilterra. I progressi del quale erano tali che meritamentedubitava di non essereper gli interessi suoi propritirato acondizioni non convenienti: con ciò sia che quel reanzisotto il suo nome il cardinale eboracensepieno di ambizione edesideroso di essere giudice del tuttoproponesse condizioniestravaganti; e avendo anche fini diversi da' fini degli altrisilasciasse dare parole da Cesare[e] non avesse l'animo alieno che ilducato di Milano fusseper mezzo della pacedel duca di Borbonepure che a lui si congiugnesse la sorella di Cesareacciò chea sé restasse facoltà libera di maritare la figliuolaal re di Francia. I conforti adunque fatti al pontefice dall'uno el'altro reil dubbio di non perdere la fede co' collegatie privatodegli appoggi loro restare in preda di Cesare e de' suoi ministrigli stimoli de' consultori suoi medesimilo sdegno conceputo controa' Colonnesi e il desideriocol farne giusta vendettadi ricuperarein qualche parte l'onore perdutolo indusseno a volgere contro alleterrede' Colonnesi quelle forze che prima solamente per sua sicurtàaveva chiamate a Roma; giudicando nessuna ragione costrignerlo aosservare quello accordo il quale aveva fatto non volontariamente maingannato dalle loro fraudi e sforzatosotto la fede ricevutadalleloro armi.

Mandòadunque il pontefice Vitello con le genti sue a' danni de' Colonnesidisegnando di abbruciare e fare spianare tutte le terre loroperchéper l'affezione inveterata de' popoli e della parteil pigliarlesolamente era di piccolo pregiudizio; e nel medesimo tempo publicòuno monitorio contro al cardinale e agli altri della casaper virtúdel quale privò poi (che fu il vigesimo primo dí di...)il cardinale della dignità del cardinalato: il quale primavolendosi difendere con la bolla della simoniaaveva in Napoli fattopubliche appellazioni e appellato al futuro concilio. Contro aglialtri Colonnesii quali nel reame di Napoli soldavano cavalli efantisoprasedette la pronunziazione della sentenza. Le gentientrate nelle terre loro abbruciorono Marino e Montefortinolafortezza del quale si teneva ancora per i ColonnesispianoronoGallicano e Zagarolo; non pensando i Colonnesi a difendere altro chei luoghi piú forti e specialmente la terra di Palianolaquale terra [è] di sito forte e da potere con difficoltàcondurvi l'artiglieria; né vi si poteva andare per altro cheper tre vie che l'una non poteva soccorrere l'altra; e ha la muragliagrossissimae gli uomini della terra bene disposti a difenderla: enondimeno si credette che se Vitello con prestezza fusse andato adassaltarlanon ostante vi fussino rifuggiti molti delle terre presel'arebbe ottenutaperché non vi erano dentro soldati. Mamentre differisce lo andarvisecondando la natura suapienanelloeseguiredi difficoltà e di pericolientratovi dentrocinquecento fanti tra tedeschi e spagnuoli mandativi del reame diNapoli (i quali vi entrorono di notte)e dugento cavallilarenderono in modo difficile che Vitelloche nel tempo medesimo avevagente intorno a Grottaferratanon ardito di tentare piú laimpresa di Palianoné anche quella di Rocca di Papamamandate alcune genti a battere con l'artiglierie la rocca diMontefortino guardata da' Colonnesideliberò di unire tuttele genti a Valmontonepiú per attendere alla difesa delpaesese del reame si movesse cosa alcunache con speranza dipotere fare effetto importante: di che appresso al pontefice acquistòimputazione assai. Il qualene' tempi che aveva disegno assaltare ilregno di Napolie poi quando chiamò le genti a Roma per suadifesaaveva desiderato che vi andassino Vitello e Giovanni de'Medicicapitani congiunti di benivolenza e di parentadoe dell'unode' quali la timidità pareva bastante a temperare e a esseretemperata dalla ferocia dell'altro: ma tirando i fati Giovanni apresta morte in Lombardiaavevaper consiglio del luogotenenteservendosi intratanto nelle cose minori di Vitellodifferito achiamarlo insino a tanto avesse cagione o di maggiore necessitào di maggiore impresaper non privare in questo mezzo lo esercito diLombardia di luiche per lo animo e virtú sua era di moltoterrore agli inimici e di presidio agli amici; e tanto piúriscaldando la venuta de' fanti tedeschi.

Laqualecongiunta agli avvisi che si avevano dello essere in procintodi partirsi del porto di Cartagenia l'armata di Spagnacostrinsenoil ponteficestimolatone molto da' collegati e dai consiglieri suoimedesimia pensare a fare qualche composizione (da che sempre erastato alienissimo) col duca di Ferrara; non tanto per assicurarsi de'movimenti suoi quanto per trarne somma grande di denarie perindurlo a cavalcare nello esercito come capitano generale di tutta lalega. Sopra che avendo praticato molte volte con Matteo Casellafaventinooratore del duca appresso a luie parendogli trovarnedesiderio nel ducacommesse al luogotenente suo che era a Parma cheandasse a Ferraradandogliin dimostrazione uno breve di mandatoamplissimo ma ristrignendo la commissionea consentire direintegrare il duca di Modena e di Reggiocol ricevere da lui inbrevi tempi dugentomila ducatiobligarlo a scoprirsi e cavalcarecome capitano della legae che il figliuolo suo primogenitopigliasse per moglie Caterina figliuola di Lorenzo de' Medici;trattandosi anche se vi fusse modo di dare con dote equivalente unafigliuola del duca per moglie a Ippolito de' Medicifigliuolo giàdi Giuliano; e con molte altre condizioni: le quali non solo eranoper se stesse quasi inestricabiliper la brevità del tempoma ancora il ponteficeche non ci conscendeva se non per ultimanecessitàaveva commesso che non si facessesenza suo nuovoavviso e commissionela intera conclusione. La quale commissioneallargò pochi dí poicosí nelle condizioni comenella facoltà del conchiudereperché ebbe avviso cheil viceré di Napoli era con trentadue navi arrivato nel golfodi San Firenze in Corsicacon trecento cavalli dumila cinquecentofanti tedeschi e tre in quattromila fanti spagnuoli. Ma era giàdiventata vana la volontà del ponteficeperché in sul'armata medesima era uno uomo del duca di Ferrara il qualespeditodal luogo predetto con grande diligenzanon solo significò alduca la venuta della armata ma gli portò ancora da Cesare lainvestitura di Modena e di Reggioe la promissionesotto parole delfuturodel matrimonio di Margherita di Austriafigliuola naturaledi Cesarein Ercole primogenito del duca. Per le quali cose Alfonsoche prima con grandissimo desiderio aspettava la venuta delluogotenentemutato consiglioparendogli anche che perl'approssimarsi i fanti tedeschi e l'armata le cose di Cesarecominciassino molto a esaltarsisignificòper IacopoAlvarotto padovano suo consigliereal luogotenente (che partito ilvigesimo quarto dí da Parma era già condotto a Cento)la espedizione ricevuta di Spagna; per la quale se bene non fusseobligato a offendere né il pontefice né la leganondimenoavendo ricevuto tanto beneficio da Cesarenon eraconveniente trattasse piú di operargli contro; e cheessendointerrotta per quella la negoziazione per la quale andava a Ferraraaveva voluto significargliene perché la taciturnità suanon desse giusta cagione di sdegno al pontefice: non gli negando peròma rimettendo in lui lo andare o non andare a Ferrara. Dalla qualeproposta compreso il luogotenente essere vana l'andata suanonvolendo mettervi piú senza speranza di frutto dellariputazione del ponteficerichiamato anche dalla necessitàdelle cose di Lombardiasi ritornòinterposti perònuovi ragionamenti di concordia in altra formasubito a Modena:riducendosi ogni dí piú tutto lo stato della Chiesa daquella banda in maggiore pericolo. Conciossiaché GiorgioFronspergh co' fanti tedeschiin numero di tredici inquattordicimilapreso il cammino per Valdisabbio e per la Rocca diAnfocondotti verso Salòerano già arrivati aCastiglione dello Strivieri in mantovano. Contro a' quali il ducad'Urbinoche pochi dí innanzi per essere spedito a andargli aincontrare aveva condotto l'esercito a Vauri sopra Addatra Trezzo eCassanoe gittato quivi il ponte e fortificato lo alloggiamentolasciatovi il marchese di Saluzzo con le genti franzesi e co'svizzerigrigioni e co' suoi fantipartí il decimonono dinovembre da Vauriconducendo seco Giovanni de' Mediciseicentouomini d'arme molti cavalli leggieri e otto in novemila fanti; condisegno non di assaltargli direttamente alla campagna mainfestandogli e incomodandogli delle vettovaglie (il quale modo solodiceva essere a vincere gente di tale ordinanza)condurgli inqualche disordine. Condussesi a' ventiuno a Sonzinodonde spinseMercurio con tutti i cavalli leggieri e una banda di uomini d'armeper infestarglie dare tempo allo esercito di raggiugnergli;dubitando giàper essere quel dí medesimo alloggiatialla Cavrianadi non arrivare tardi: di chescusando la tarditàdella partita sua da Vauritrasferiva la colpa nella negligenza eavarizia del proveditore Pisaniper la quale era stato necessitatosoprastare uno dí o due piúper aspettare che in campofussino i buoi per levare l'artiglierie; dal quale difetto diceva poiessere proceduto grandissimo disordine e quasi la rovina di tutta laimpresa.

Cap.xvi

Fazionedi Borgoforte; ferita e morte di Giovanni de' Medici. Scontro delleflotte nemiche vicino a Codemonte; la flotta di Cesare a Gaeta.Marcia dell'esercito tedesco; truppe imperiali inviate da Milano aPavia. Provvedimenti difensivi dei collegati; i tedeschi allaTrebbia.

Siera insino a ora stato in ambiguo quale dovesse essere il cammino de'tedeschi: perché si credette prima che per il bresciano e peril bergamasco andassino alla volta di Addacon disegno di essereincontrati dalle genti imperialie accompagnati con loro andarsene aMilano; erasi creduto di poi volessino passare Po a Casalmaggiore edi quivi trasferirsi alla via di Milano. Ma essendo a' ventidua dívenuti a Rivaltaotto miglia da Mantova tra il Mincio e Oglio (nelquale dí alloggiò il duca a Prato Albuino)e nonavendo passato il Mincio a Goitodava indizio volessino passare ilPo a Borgoforte o Viadana piú presto che a Ostia e nelle partipiú bassee passando a Ostia sarebbe stato segno di pigliareil cammino di Modena e di Bologna; dovenell'uno luogo e nell'altrosi soldavano fanti e facevano provisioni. Preseno dipoi i tedeschia' ventiquattrola via di Borgoforte; dovenon avendo loroartiglieriaarrivorono quattro falconettimandati loro per Po dalduca di Ferrara: aiuto in sé piccolo ma che riuscígrandissimo per benefizio della fortuna. Perché essendo ilduca di Urbinoseguitandoglientrato nel serraglio di Mantova nelquale erano ancora lorocorsenell'accostarsi a Borgoforteallacoda lorobenché con poca speranza di profittoGiovanni de'Medici co' cavalli leggieri; e accostatosi piú arditamenteperché non sapeva che avessino avute artiglierieavendo essidato fuoco a uno de' falconettiil secondo tiro roppe la gambaalquanto sopra al ginocchio a Giovanni de' Medici; del quale colpoessendo stato portato a Mantovamorí pochi dí poicondanno gravissimo della impresanella quale non erano state mai dagliinimici temute altre armi che le sue. Perchése bene giovanedi ventinove anni e di animo ferocissimola esperienza e la virtúerano superiori agli anni emitigandosi ogni dí il fervoredella età e apparendo molti indizi espressi di industria e diconsigliosi teneva per certo che presto avesse a essere nellascienza militare famosissimo capitano. Camminorono dipoi i tedeschinon infestati piú da alcunolasciato indietro Governoallavia di Ostia lungo il Poessendo il duca d'Urbino a Borgoforte; e a'venti otto dípassato il Po a Ostiaalloggiorono a Revere:dovesoccorsi di qualche somma di denari dal duca di Ferrara e dialcuni altri pezzi di artiglieria da campagnaessendo già intremore grandissimo Bologna e tutta la Toscanaperché il ducadi Urbinoancoraché innanzi avesse continuamente affermatoche passando essi Po lo passerebbe ancora eglise ne era andato aMantovadicendo volere aspettare quivi la commissione del senatoviniziano se aveva a passare Po o no. Ma i tedeschipassato il fiumedella Secchiasi volseno al cammino di Lombardia per unirsi con legenti che erano a Milano.

Nelquale tempoil viceré partito da Corsica con venticinquevaselliperché due [navi] eranoper l'ira del mareinnanziarrivasse a San Firenzeandate a traverso e cinque sferrate dallealtre andavano vagandoriscontrò a' ventidue dísopraSestri di Levantecon sei galee del re di Francia cinque del Doria ecinque de' viniziani; le quali appiccatesi insiemesopra Codemontecombatterono da ventidue ore del díinsino alla notte: escrisse il Doria avere buttato in fondo una loro nave dove erano piúdi trecento uominie con l'artiglieria trattata male tutta l'armata;e che per il tempo tristo le galee erano state sforzate a ritirarsisotto il monte di Portofinoe che aspettavano la notte medesimal'altre galee che erano a Portovenere; e venendo o non venendovolevanoalla dianaandare a cercarla. Nondimenobenché laseguitassino insino a Livornonon potetteno raggiugnerla perchési era dilungata dinanzi a loro per molte miglia: conciossiachégli inimicicredendo fusse corso o in Corsica o in Sardignanonfurono presti a seguitarlo. Seguitò poi il cammino suo ilviceréma travagliato dalla fortuna; sparsa l'armata sua: unapartedove era don Ferrando da Gonzagastracorse in Siciliachedipoi si ridusseno a Gaetadove poseno in terra certi fantitedeschi; egli col resto dell'armata arrivò al Porto di SantoStefano. Dondenon avendo certezza de' termini in che si trovassinole cosemandò a Roma al pontefice il comandatore Pignalosacon buone parole della mente di Cesare; eglicome il mare lopermessesi condusse con l'armata a Gaeta.

Ifanti tedeschi intantopassata Secchia e andati verso Razzuolo eGonzagaalloggiorono il terzo di dicembre a Guastallail quarto aCastelnuovo e Povi lontano dieci miglia da Parma; dove si congiunsecon loro il principe di Orangespassato da Mantova con due compagnia uso di archibusiere privato. A' cinquepassato il fiume dell'Enzaal ponte in su la strada maestraalloggiorno a Montechiarucolistandosi ancora il duca d'Urbinonon mosso da' pericoli presentiaMantova con la moglie; e a' settei tedeschi passato il fiume dellaParma alloggiorno alle ville di Felinaessendo le pioggie grandi e ifiumi grossi. Erano trentotto bandieree per lettere intercette delcapitano Giorgio al duca di Borbonesi mostrava molto irresoluto diquello avesse a fare. Passorono agli undici dí il Taroalloggiorono a' dodici al Borgo a San Donninodove contro alle cosesacre e l'immagini de' santi avevano dimostrato il veleno luterano;a' tredici a Firenzuoladonde con lettere sollecitavano quegli diMilano a congiugnersi con loro: ne' quali era il medesimo desiderioma gli riteneva il mancamento de' denariperché gli spagnuoliminacciavano non volere uscire di Milano se non erano pagati delvecchioe già cominciavano a saccheggiare. Ma finalmentefurono accordaticon difficoltàda' capitani in cinquepaghe: per le quali fu necessario spogliare le chiese degli argenti eincarcerare molti cittadini. E secondo gli pagavano gli mandavano aPaviacon difficoltà grandissima perché non volevanouscire di Milano. Le quali cose ricercando tempomandorono di làda Poper accostarsi a' tedeschialcuni cavalli e fanti italiani.

Avevafatta instanza il luogotenente cheper sicurtà dello statodella Chiesa da quella bandail duca di Urbino passasse Po con legenti vinizianeil quale non solo aveva differitoora dicendoaspettare avviso della volontà de' viniziani ora allegandoaltre cagionima dimostrando al senato essere pericolo chepassandoegli il Pogli imperiali non assaltassino lo stato loroavevaottenuto gli commettessino che non passasse; anzi aveva intrattenutopiú dí i fanti che erano stati di Giovanni de' Medicisollecitati dal luogotenente a passare Po per difesa delle cose dellaChiesa. E avendo il marchese di Saluzzorichiesto dal luogotenentedi soccorsopassato Addamosso ancora perchéessendodiminuiti i svizzeri e i fanti grigionigli pareva essere debolenello alloggiamento di Vaurii vinizianiche prima avevanoconsentito che 'l marchese passasse Po in soccorso del pontefice condiecimila fanti tra svizzeri e i suoipagati da loro de'quarantamila ducati del re di Francia (de' quali ricevere e spendererestata la cura a loroquando il pontefice fece la treguaerasospizionie fu poi molto maggioreche ne convertissino nelpagamento delle genti loro qualche parte)lo pregavanoperconsiglio del duca di Urbinoche non passasse; e perciò ilducachiamatolo a parlamento a Sonzinosoprastette tanto a venirviche il marchese si partí; nondimenonon solo fece ogni operadi farlo soprastareper vedere meglio che facessino i tedeschimaeziandio lo confortò apertamente a non passare. A che loritardava anche che i pagamenti de' svizzeriche in condotta eranoseimila ma in fatto poco piú di quattromilanon erano inordine: i quali pagareinsieme co' quattromila fanti del marcheseapparteneva a' viniziani. Per la quale cagione se bene si differisseinsino al vigesimo settimo di dicembre il passare suomandònondimeno parte della cavalleria franzese con qualche fante adalloggiare in diversi luoghi del paeseper disturbare le vettovagliea' fanti tedeschistati già molti dí a Firenzuola. Perquella cagione medesima fu mandato Guido Vaina con cento cavallileggieri al Borgo a San Donninoe Paolo Luzasco uscito di Piacenzasi accostò a Firenzuola; donde una parte de' tedeschiper piúcomodità del vivereandò ad alloggiare a CastelloArquà. Per sospetto de' quali si era prima proveduta Piacenzama non con quelle forze le quali parevano convenienti; perchéil luogotenenteavendo sempredopo la venuta de' tedeschitemutoche la difficoltà del fare progresso in Lombardia nonsforzasse gli imperiali al passare in Toscanadesiderava pigliassinoanimo di andare a campo a Piacenza. Per la quale cagioneincognita aqualunque altroeziandio al ponteficedifferiva il provederePiacenza talmente che si disperassino di espugnarlaprovedendolaperciò in modo non potessino occuparla con facilitàesperando che quando v'andassino non avesse a mancare modo di mettervisoccorso. Ma la lunga dimora de' tedeschi ne' luoghi viciniesclamando ciascuno del pericolo di quella cittàlo costrinsea consentire che vi andasse il conte Guido con grossa gente: doveanche per ordine de' vinizianiche avevano promessoper soccorrerealle necessità del ponteficemandarvi a guardia mille fantivi fu mandato Babone di Naldouno de' loro capitani; ma per i malipagamenti tornorono presto a quattrocento. Passò finalmenteSaluzzonon avendo in fatto piú che quattromila tra svizzerie grigioni e tremila fanti de' suoi; e condotto al Pulesineancorache si desiderasse non partisse di quivi per infestare loalloggiamento di Firenzuoladove anche spesso scorreva il Luzascosi ridusse per piú sicurtà a Torricella e a Sissa. Madue dí poi i tedeschipartiti da Firenzuolaandorono aCarpineti e luoghi circostanti; e il conte di Gaiazzopresa Rivoltapassò la Trebbia: né si intendeva quale fusse ildisegno del duca di Borboneo di andare a campo a Piacenzacomefusse uscito di Milanoo pure passare innanzi alla volta di Toscana.Passorono poil'ultimo dí dell'annoi tedeschi la Nuraperpassare la Trebbia e aspettare quivi Borboneessendo alloggiamentomanco infestato dagli inimici.

Cap.xvii

Brevidel pontefice a Cesare e risposte di questo; offerte del generale diSan Francesco al pontefice di trattare la tregua a nome di Cesare;trattative di tregua e provvedimenti di guerra del pontefice;mutamento di contegno del viceré verso il pontefice. Maggioriesigenze di Cesare per la pace coi collegati. Capitolazione del ducadi Ferrara con Cesare.

Nellaquale freddezza delle cose di Lombardiaprocedente non tanto dallastagione asprissima dell'anno quanto dalla difficoltà cheaveva Borbone di pagare le gentiper la quale eranoper laprovisione de' denarivessati e tormentati maravigliosamente imilanesi (per la quale necessità Ieronimo Moronecondannatoalla mortecomposela notte precedente alla mattina destinata alsuppliciodi pagare ventimila ducatial quale effetto era statafatta la simulazione di decapitarlo; co' quali uscito di carcerediventò subitocol vigore del suo ingegnodi prigione delduca di Borbone suo consigliere einnanzi passassino molti díquasi assoluto suo governatore)erano tra il papa e il vicerégrandi i trattati di tregua o di pace; ma piú veri e piúsostanziali i disegni del viceré di fare la guerrapresoanimopoi che fu arrivato a Gaetadai conforti de' Colonnesi edallo intendere che il ponteficeperduto totalmente d'animo edesausto di denariappetiva grandemente l'accordoe predicando atutti la sua povertà e il suo timorené volendo crearecardinali per denari come era confortato da tuttiaccresceval'ardire e la speranza di chi disegnava di offenderlo. Perchéil ponteficeil quale non era entrato nella guerra con la costanzadell'animo convenienteaveva scritto insino il vigesimo sesto dídi giugno [un brieve a Cesare] acerbo e pieno di quereleescusandosidi essere stato necessitato da lui alla guerra; ma parendoglipoiche l'ebbe espeditoche fusse troppo acerbone scrisse subito unaltro piú mansuetocommettendo a Baldassare da Castiglionesuo nunzio che ritenesse il primo; il qualegià arrivatoerastato presentato il decimosettimo dí di settembre; fu dipoipresentato l'altroe Cesare separatamentebenché in unaespedizione medesimarispose all'uno e all'altro secondo leproposte: allo acerbo acerbamenteal dolce dolcemente. Avevaavidamente prestato orecchi al generale di San Francescoil qualeandandosenequando si mosse la guerrain Spagnaebbe dal papaimbasciate dolci a Cesare; e di nuovo ritornato a Romapercommissione di Cesareaveva riferito assai della sua buona mente: eche sarebbe contento venire in Italia con cinquemila uomini epresala corona dello imperiopassare subito in Germania per dare formaalle cose di Lutersenza parlare del concilio; accordare co'viniziani con oneste condizioni; rimettere in due giudici diputatidal papa e da lui la causa di Francesco Sforzail quale se fussecondannatodare quello stato al duca di Borbone; levare lo esercitodi Italiapagando il papa e i viniziani trecentomila scudi o piúper le paghe corse (pureche questo si tratterebbe per ridurlo asomma piú moderata); restituire al re i figliuoliavuto dalui in due o piú termini due milioni d'oro: mostrava esserefacile lo accordare col re d'Inghilterraper non essere somma grandee il re di Francia averla già offerta. E per trattare questecosele quali il pontefice comunicò tutte con gli oratorifranzesi e vinizianiofferiva il generale tregua per otto o diecimesidicendo avere da Cesare il mandato amplissimo in sé enel viceré o in don Ugo. Per la quale esposizione ilponteficeudito Pignalosa e intesa la partita del viceré dalPorto di Santo Stefanomandò il generale a Gaeta per trattareseco; perché e i viniziani non arebbono recusata la treguapure che vi avesse consentito il re di Francia: il quale non se nedimostrava alienoanzi la madre aveva mandato a Roma LorenzoToscanodimostrando inclinazione alla concordia nella quale fussinocompresi tutti. E parendogli nissuna pratica potere essere benesicura senza la volontà di Borbonemandò a lui per lemedesime cagioni uno suo limosiniere che era a Roma; il quale il ducapoco dipoi rimandò al pontefice a trattare. E nondimenoneltempo medesimonon abbandonando la provisione dell'armimandòAgostino Triulzio cardinale legato allo esercito di Campagna; epreparandosi ad assaltare eziandio per mare il regno di Napolie perdifesa propriaarrivòil terzo di dicembrea CivitavecchiaPietro Navarracon ventotto galee del pontefice de' franzesi e de'viniziani: nel quale tempoo poco poieracon l'armata delle velequadre arrivato Renzo da Ceri a Savonamandato dal re di Francia percagione della impresa disegnata contro al reame di Napoli. E da altrocantoAscanio Colonna con dumila fanti e trecento cavalli venne inValbuonaa quindici miglia di Tivolidove sono terre dello abate diFarfa e di Giangiordano. Mandò anche il ponteficepochi dípoil'arcivescovo di Capua al viceré; il quale ancheinsinoal vigesimo dí di ottobreaveva mandato a Napolisotto nomedelle cose degli statichie particolarmente di Filippo Strozzi. Mail viceréintesa la debolezza del ponteficenon parlava piúumanamente. Preseno a' dodici di dicembre i Colonnesico' quali erail cardinaleCepperanoche non era guardatoe le genti loro sparseper le castella di Campagna; e da altro canto Vitellocon le gentidel ponteficeridotto fra TivoliPalestrina e Velletri. Presono poiPontecorvonon guardatoe Ascanio poi dette la battaglia invano aScarpacastello della badia di Farfaluogo piccolo e debole: edegli e il cardinale con quattromila fanti correvano per Campagnamaributtati da qualunque voleva difendersi. Accostossi dipoi CesareFilettino con mille cinquecento fantidi nottead Alagnia; nellaquale intromessi già furtivamente da alcuni uomini della terracinquecento fantiper una casa congiunta alle murafurono ributtatida Gianlione da Fanocapo de' fanti che vi aveva il pontefice. Tornòpoi il generale dal vicerée riportò che egliconsentirebbe alla tregua per qualche meseacciò cheintratanto si trattasse la pacema dimandare denari eper sicurtàle fortezze di Ostia e di Civitavecchia. Ma in contrario di luiscrisse l'arcivescovo di Capua (giunto a Gaeta dopo la partita suaeforse mandatovi con malo consiglio dal pontefice) che il vicerénon volevapiú tregua ma pace col pontefice solo o con ilpontefice e co' vinizianipagandogli denari per mantenere loesercito per sicurtà della pacee poi trattare tregua con glialtri: o perché veramente avesse mutato sentenza o per lepersuasionicome molti dubitoronodello arcivescovo.

Nelquale tempo Paolo da Arezzoarrivato alla corte di Cesare co'mandati del ponteficede' viniziani e di Francesco Sforza (doveanche il re di Inghilterra volle che per la medesima causa della paceandasse l'auditore della cameraperché vi era anche prima ilmandato del re di Francia)lo trovò variato di animoperavere avuto avviso della arrivata de' tedeschi e dell'armata inItalia. Peròpartendosi dalle condizioni ragionate primadimandava che il re di Francia osservasse in tutto l'accordo diMadrile che la causa di Francesco Sforza si vedesse per giustiziada i giudici deputati da lui. Cosí la intenzione di Cesarericeveva variazione dai successi delle cose; e le commissioni datelui a' ministri suoi che erano in Italia avevanoper la distanza delluogoo espressa o tacita condizione di governarsi secondo lavarietà de' tempi e delle occasioni. Però il viceréavendo deluso piú dí con pratiche vane il ponteficenévoluto consentire una sospensione d'armi per pochi dítantosi vedesse l'esito di questo trattatopartía' ventidaNapoli per andare alla volta dello stato della Chiesaproponendonuove condizioni estravaganti dello accordo. Seguitòl'ultimodí dell'annola capitolazione del duca di Ferrarafatta permezzo di uno oratore suocol viceré e con don Ugoche avevail mandato da Cesare; benché con poca sodisfazione di quellooratoreastretto quasi con minacce e con acerbe parole dal vicerédi consentire: che il duca di Ferrara fusse obligato con la persona econ lo stato contro a ogni inimico di Cesare; fusse capitano generaledi Cesare in Italia con condotta di cento uomini d'arme e di dugentocavalli leggierima obligato a mettergli insieme co' danari proprii quali gli avessino a essere o restituiti o accettati ne' contisuoi: che per la dota della figliuola naturale di Cesarepromessa alfigliuoloricevesse di presente la terra di Carpi e la fortezza diNoviappartenente già ad Alberto Pioma che le entrateinsino alla consumazione del matrimoniosi compensassino con glistipendi suoi; e che Vespasiano Colonna e il marchese del Guastorinunziassino alle ragioni vi pretendevano: pagasserecuperato cheavesse Modonadugentomila ducatima che in questi si computassinoquegli che dopo la giornata di Pavia aveva pagati al viceré;ma non recuperando Modona gli fussino restituiti tutti i denari cheprima aveva sborsato: fusse Cesare obligato alla sua protezionenépotesse fare pace senza comprendervi dentro luicon l'assoluzionedelle censure e delle pene incorse poi che si era declaratoconfederato di Cesare; e delle incorse innanzifare ogni opera perfargliene consentire. Cosínella fine dell'anno millecinquecento ventiseitutte le cose si preparavano a manifestaguerra.