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NiccolòMachiavelli

ISTORIE

FIORENTINE

 



ALSANTISSIMO E BEATISSIMO PADRE SIGNORE NOSTRO CLEMENTE SETTIMO LOUMILE SERVO NICCOLÒ MACHIAVELLI.

Poiche da la Vostra SantitàBeatissimo e Santissimo Padresendoancora in minore fortuna constitutami fu commesso che io scrivessile cose fatte da il popolo fiorentinoio ho usata tutta quelladiligenzia e arte che mi è stata dalla natura e dallaesperienzia prestataper sodisfarLe. Ed essendo pervenutoscrivendoa quelli tempi i qualiper la morte del Magnifico Lorenzode' Medicifeciono mutare forma alla Italiae avendo le cose che dipoi sono seguitesendo più alte e maggioricon piùalto e maggiore spirito a descriversiho giudicato essere bene tuttoquello che insino a quelli tempi ho descritto ridurlo in uno volume ealla Santissima V.B. presentarloacciò che Quellain qualchepartei frutti de' semi Suoi e delle fatiche mie cominci a gustare.Leggendo adunque quellila V.S. Beatitudine vedrà in primapoi che lo imperio romano cominciò in occidente a mancaredella potenzia suacon quante rovine e con quanti principiper piùseculila Italia variò gli stati suoi; vedrà come ilponteficei Vinizianiil regno di Napoli e ducato di Milano presonoi primi gradi e imperii di quella provincia; vedrà come la Suapatrialevatasi per divisione dalla ubidienzia degli imperadoriinfino che la si cominciò sotto l'ombra della Casa Sua agovernaresi mantenne divisa. E perché dalla V.S. Beatitudinemi fu imposto particularmente e comandato che io scrivessi in modo lecose fatte dai Suoi maggioriche si vedesse che io fusse da ogniadulazione discosto (perché quanto Vi piace di udire degliuomini le vere lodetanto le fitte e con grazia descritte Ledispiacciono)dubito assainel descrivere la bontà diGiovannila sapienzia di Cosimo la umanità di Piero e lamagnificenzia e prudenza di Lorenzoche non paia alla V.S. che abbiatrapassati i comandamenti Suoi. Di che io mi scuso a Quella e aqualunque simili descrizionicome poco fedelidispiacessero;perchétrovando io delle loro lode piene le memorie di coloroche in varii tempi le hanno descrittemi convenivao quali io letrovavo descriverleocome invidotacerle. E se sotto a quelleloro egregie opere era nascosa una ambizione alla utilità[comune]come alcuni diconocontrariaio che non ve la conosco nonsono tenuto a scriverla; perché in tutte le mie narrazioni ionon ho mai voluto una disonesta opera con una onesta cagionericoprirené una lodevole operacome fatta a uno contrariofineoscurare. Ma quanto io sia discosto dalle adulazioni sicognosce in tutte le parti della mia istoriae massimamente nelleconcioni e ne' ragionamenti privaticosì retti come obliquii qualicon le sentenze e con l'ordineil decoro dello umore diquella persona che parlasanza alcuno riservomantengono. Fuggobenein tutti i luoghii vocaboli odiosi come alla dignità everità della istoria poco necessari. Non puote adunque alcunoche rettamente consideri gli scritti miei come adulatore riprendermimassimamente veggendo come della memoria del padre di V.S. io non neho parlato molto; di che ne fu cagione la sua breve vitanella qualeegli non si potette fare cognoscerené io con lo scriverel'ho potuto illustrare. Nondimeno assai grandi e magnifiche furonol'opere sueavendo generato la S.V.; la quale opera a tutte quellede' suoi maggiori di gran lunga contrappesa e più seculi gliaggiugnerà di famache la malvagia sua fortuna non gli tolseanni di vita. Io mi sono pertanto ingegnatoSantissimo e BeatissimoPadre in queste mie descrizionenon maculando la veritàdisatisfare a ciascuno; e forse non arò satisfatto a personanéquando questo fusseme ne maravigliereiperché io giudicoche sia impossibilesanza offendere moltidescrivere le cose de'tempi suoi. Nondimeno io vengo allegro in camposperando che come iosono dalla umanità di V.B. onorato e nutritocosì saròdalle armate legioni del suo santissimo iudizio aiutato e difesoecon quello animo e confidenzia che io ho scritto infino a ora saròper seguitare l'impresa miaquando da me la vita non si scompagni ela V.S. non mi abbandoni.





PROEMIO

Loanimo mio eraquando al principio deliberai scrivere le cose fattedentro e fuora dal popolo fiorentinocominciare la narrazione miadagli anni della cristiana religione 1434nel quale tempo lafamiglia de' Mediciper i meriti di Cosimo e di Giovanni suo padreprese più autorità che alcuna altra in Firenze; perchéio mi pensava che messer Lionardo d'Arezzo e messer Poggioduoieccellentissimi istoriciavessero narrate particularmente tutte lecose che da quel tempo indrieto erano seguite. Ma avendo io di poidiligentemente letto gli scritti loroper vedere con quali ordini emodi nello scrivere procedevanoacciò cheimitando quellila istoria nostra fusse meglio dai leggenti approvata ho trovato comenella descrizione delle guerre fatte dai Fiorentini con i principi epopoli forestieri sono stati diligentissimima delle civilidiscordie e delle intrinseche inimiciziee degli effetti che daquelle sono natiaverne una parte al tutto taciuta e quell'altra inmodo brevemente descrittache ai leggenti non puote arrecare utile opiacere alcuno. Il che credo facesseroo perché parvono loroquelle azioni si deboli che le giudicorono indegne di essere mandatealla memoria delle lettereo perché temessero di nonoffendere i discesi di coloro i qualiper quelle narrazionisiavessero a calunniare. Le quali due cagioni (sia detto con loro pace)mi paiono al tutto indegne di uomini grandi; perchése niunacosa diletta o insegnanella istoriaè quella cheparticularmente si descrive; se niuna lezione è utile acittadini che governono le repubblicheè quella che dimostrale cagioni degli odi e delle divisioni delle cittàacciòche possino con il pericolo d'altri diventati savi mantenersi uniti.E se ogni esemplo di repubblica muovequegli che si leggono dellapropria muovono molto più e molto più sono utili e sedi niuna repubblica furono mai le divisioni notabili di quella diFirenze sono notabilissimeperché la maggior parte dellealtre repubbliche delle quali si ha qualche notizia sono statecontente d'una divisionecon la qualesecondo gli accidentihannoora accresciutaora rovinata la città loro; ma Firenzenoncontenta d'una ne ha fatte molte. In Romacome ciascuno sapoi chei re ne furono cacciatinacque la disunione intra i nobili e laplebee con quella infino alla rovina sua si mantenne; cosìfece Atenecosì tutte le altre repubbliche che in quellitempi fiorirono. Ma di Firenze in prima si divisono infra loro inobilidipoi i nobili e il popolo e in ultimo il popolo e la plebe;e molte volte occorse che una di queste parti rimasa superioresidivise in due: dalle quali divisioni ne nacquero tante mortitantiesilitante destruzioni di famigliequante mai ne nascessero inalcuna città della quale si abbia memoria. E veramentesecondo il giudicio miomi pare che niuno altro esemplo tanto lapotenza della nostra città dimostriquanto quello che daqueste divisioni dependele quali arieno avuto forza di annullareogni grande e potentissima città. Nondimeno la nostra parevache sempre ne diventasse maggiore: tanta era la virtù diquelli cittadini e la potenza dello ingegno e animo loro a fare sée la loro patria grandeche quelli tanti che rimanevono liberi datanti mali potevano più con la virtù loro esaltarlache non aveva potuto la malignità di quelli accidenti che gliavieno diminuiti opprimerla. E senza dubiose Firenze avesse avutotanta felicità chepoi che la si liberò dallo Imperioella avesse preso forma di governo che l'avesse mantenuta unitaionon so quale republicao moderna o anticale fusse stata superiore:di tanta virtù d'arme e di industria sarebbe stata ripiena.Perché si vedepoi che la ebbe cacciati da sé iGhibellini in tanto numero che ne era piena la Toscana e laLombardiai Guelficon quelli che drento rimaseronella guerracontro ad Arezzouno anno davanti alla giornata di Campaldinotrassono della cittàdi propri loro cittadinimilledugentouomini d'arme e dodicimila fanti; di poinella guerra che si fececontro a Filippo Visconti duca di Milanoavendo a fare esperienziadella industria e non delle armi proprieperché le avieno inquelli tempi spentesi vide comein cinque anni che duròquella guerraspesono i Fiorentini tre miloni e cinquecento milafiorini; la quale finitanon contenti alla paceper mostrare piùla potenzia della loro cittàandorono a campo a Lucca. Non soio pertanto cognoscere quale cagione faccia che queste divisione nonsieno degne di essere particularmente descritte. E se quellinobilissimi scrittori furono ritenuti per non offendere la memoria dicoloro di chi eglino avevono a ragionarese ne ingannoronoemostrorono di cognoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderioche gli hanno di perpetuare il nome de' loro antichi e di loro; nési ricordorono che moltinon avendo avuta occasione di acquistarsifama con qualche opera lodevolecon cose vituperose si sonoingegnati acquistarla; né considerorono come le azioni chehanno in sé grandezzacome hanno quelle de' governi e deglistaticomunque le si trattinoqualunque fine abbinopare sempreportino agli uomini più onore che biasimo. Le quali coseavendo io consideratemi feciono mutare propositoe deliberaicominciare la mia istoria dal principio della nostra città. Eperché non è mia intenzione occupare i luoghi d'altridescriverrò particularmenteinsino al 1434solo le coseseguite drento alla cittàe di quelle di fuora non diròaltro che quello sarà necessario per intelligenzia di quelledi drento; di poipassato il 1434scriverrò particularmentel'una e l'altra parte. Oltre a questoperché meglio e d'ognitempo questa istoria sia intesainnanzi che io tratti di Firenzedescriverrò per quali mezzi la Italia pervenne sotto quellipotentati che in quel tempo la governavano. Le quali cose tuttecosìitaliche come fiorentinecon quattro libri si termineranno: il primonarrerà brevemente tutti gli accidenti di Italia seguiti dalladeclinazione dello imperio romano per infino al 1434; il secondoverrà con la sua narrazione dal principio della cittàdi Firenze infino alla guerra chedopo la cacciata del duca diAtenesi fece contro al pontefice; il terzo finirà nel 1414con la morte del re Ladislao di Napoli; e con il quarto al 1434perverremo; dal qual tempo di poi particularmente le cose seguitedentro a Firenze e fuorainfino a questi nostri presenti tempisidescriverranno.

 

 

LIBROPRIMO



1

 Ipopoli i quali nelle parti settentrionali di là dal fiume delReno e del Danubio abitanosendo nati in regione generativa e sanain tanta moltitudine molte volte cresconoche parte di loro sononecessitati abbandonare i terreni patrii e cercare nuovi paesi perabitare.
L'ordine che tengonoquando una di quelle provincie sivuole sgravare di abitatoriè dividersi in tre particompartendo in modo ciascunoche ogni parte sia di nobili eignobilidi ricchi e poveri ugualmente ripiena; di poi quella partealla quale la sorte comanda va a cercare suo fortunae le due partisgravate del terzo di loro si rimangono a godere i beni patrii.Queste populazioni furono quelle che destrussono lo imperio romano;alle quali ne fu data occasione dagli imperadorii qualiavendoabbandonata Romasedia antica dello Imperioe riduttisi ad abitarein Gonstantinopoliavevano fatta la parte dello imperio occidentalepiù deboleper essere meno osservata da loro e piùesposta alle rapine de' ministri e de' nimici di quelli.
E veramentea rovinare tanto Imperiofondato sopra il sangue di tanti uominivirtuosinon conveniva che fusse meno ignavia ne' principinémeno infedelità ne' ministriné meno forza o minoreostinazione in quelli che lo assalirono; perché non unapopulazionema molte furono quelle che nella sua rovinacongiurorono.
I primi che di quelle parti settentrionali vennonocontro allo Imperiodopo i Cimbrii quali furono da Mario cittadinoromano vintifurono i Visigoti; il quale nome non altrimenti nellaloro lingua suonache nella nostra Goti occidentali.
Questidopoalcune zuffe fatte a' confini dello Imperioper concessione delliimperadori molto tempo tennono la loro sedia sopra il fiume delDanubio; e avvenga cheper varie cagioni e in varii tempimoltevolte le provincie romane assalisserosempre nondimento furono dallapotenza delli imperadori raffrenati.
E l'ultimo che gloriosamente glivinse fu Teodosio; talmente cheessendo ridutti alla ubbidienziasuanon rifeciono sopra di loro alcuno re; macontenti allostipendio concesso lorosotto il governo e le insegne di quellovivevano e militavano.
Ma venuto a morte Teodosio e rimasi Arcadio eOnorio suoi figliuoli eredi dello Imperioma non della virtùe fortuna suasi mutoronocon il principei tempi.
Erano daTeodosio preposti alle tre parti dello Imperio tre governatori:Ruffino alla orientalealla occidentale Stilliconee Gildone allaaffricana; i quali tuttidopo la morte del principepensorononondi governarema come principi possederle.
Dei quali Gildone eRuffino ne' primi loro principii furono oppressi; ma Stilliconesapendo meglio celare lo animo suocercò di acquistarsi fedecon i nuovi imperadorie dall'altra parte turbare loro in modo lostatoche gli fusse più facile di poi lo occuparlo.
E perfare loro nimici i Visigotigli consigliò non dessero piùloro la consueta provisione.
Oltra di questonon gli parendo che aturbare lo Imperio questi nimici bastasseroordinò che iBurgundiFranchiVandali e Alanipopoli medesimamentesettentrionalie già mossi per cercare nuove terreassalissero le provincie romane.
Privati adunque i Visigoti delleprovisioni loroper essere meglio ordinati a vendicarsi dellaingiuriacreorono Alarico loro ree assalito lo Imperiodopo moltiaccidenti guastorono la Italiae presono e saccheggiorono Roma.
Dopola quale vittoria morì Alaricoe successe a lui Ataulfoilquale tolse per moglie Placidiasirocchia delli Imperadori e perquel parentado convenne con loro di andare a soccorrere la Gallia ela Spagnale quali provincie erano da' VandaliBurgundioniAlani eFranchimossi dalle sopra dette cagioniassalite.
Di che ne seguìche i Vandalii quali avevano occupata quella parte della Spagnadetta Beticasendo combattuti forte da i Visigotie non avendorimediofurono da Bonifazioil quale per lo Imperio governavaAffricachiamati che venissero ad occupare quella provincia; perchésendosi ribellatotemeva che il suo errore non fusse dalloImperadore ricognosciuto.
Presono i Vandaliper le cagioni dettevolentieri quella impresae sotto Genserico loro resiinsignorirono d'Affrica.
Erain questo mezzosuccesso allo ImperioTeodosio figliuolo di Arcadioil qualepensando poco alle cose dioccidentefece che queste populazioni pensorono di potere possederele cose acquistate.



2

Ecosì i Vandali in Affricagli Alani e Visigoti in Ispagnasignoreggiavanoe i Franchi e i Burgundinon solamente presono laGalliama quelle parti che da loro furono occupate furono da il nomeloro nominatedonde l'una parte si chiamò Francia e l'altraBorgogna.
I felici successi di costoro destorono nuove populazionialla destruzione dello Imperio; ed altri populidetti Unnioccuporono Pannoniaprovincia posta in sulla ripa di qua dalDanubiola quale oggiavendo preso il nome da questi Unnisichiama Ungheria.
A questi disordini si aggiunse chevedendosi loimperadore assalire da tante partiper avere meno nimicicominciòora con i Vandaliora con i Franchi a fare accordile quali coseaccrescevano la autorità e la potenzia dei barbari e quelladello Imperio diminuivano.
Né fu l'isola di Brettagnalaquale oggi si chiama Inghilterrasicura da tanta rovina; perchétemendo i Brettoni di quelli popoli che avevano occupata la Franciae non vedendo come lo imperadore potesse difenderlichiamorono inloro aiuto gli Anglipopoli di Germania.
Presono gli AnglisottoVortigerio loro rela impresae prima gli difesonodi poi glicacciorono della isolae vi rimasono loro ad abitaree dal nomeloro la chiamarono Anglia.
Ma gli abitatori di quellasendospogliati della patria lorodiventorono per la necessitàferocie pensoronoancora che non avessero potuto difendere ilpaese lorodi potere occupare quello d'altri.
Passorono pertantocolle famiglie loro il maree occuporono quelli luoghi che piùpropinqui alla marina trovaronoe dal nome loro chiamorono quelpaese Brettagna.

 

3

GliUnnii quali di sopra dicemmo avere occupata Pannoniaaccozzatisicon altri popolidetti ZepidiEruliTuringi e Ostrogoti (chécosì si chiamano in quella lingua i Goti orientali)simossono per cercare nuovi paesi; e non potendo entrare in Franciache era dalle forze barbare difesane vennono in ItaliasottoAttila loro reil quale poco davantiper essere solo nel regnoaveva morto Bleda suo fratello; per la qual cosa diventatopotentissimoAndarico re de' Zepidi e Velamir re degli Ostrogotirimasono come suoi subietti.
Venuto adunque Attila in ItaliaassediòAquileiadove stettesenza altro ostaculoduoi anni; e nellaobsidione di essa guastò tutto il paese allo intorno edisperse tutti gli abitatori di quello; il checome nel suo luogodirenodette principio alla città di Vinegia.
Dopo la presa erovina di Aquileia e di molte altre cittàsi volse versoRomadalla rovina della quale si astenne per i preghi del ponteficela cui reverenzia potette tanto in Attilache si uscì diItalia e ritirossi in Austriadove si morì.
Dopo la morte delqualeVelamir re degli Ostrogoti e gli altri capi delle altrenazioni presono le armi contro ad Errico e Uric suoi figliuoliel'uno ammazzoronoe l'altro constrinsonocon gli Unnia ripassareil Danubio e ritornarsi nella patria loro; e gli Ostrogoti e i Zepidisi posono in Pannoniae gli Eruli e i Turingi sopra la ripa di làdal Danubio si rimasono.
Partito Attila di ItaliaValentinianoimperadore occidentalepensò di instaurare quella; e peressere più commodo a difenderla da' barbariabbandonòRoma e pose la sua sedia in Ravenna.
Queste avversità cheaveva avute lo imperio occidentale erano state cagione che loimperadoreil quale in Gonstantinopoli abitavaaveva concesso moltevolte la possessione di quello ad altricome cosa piena di pericolie di spesa; e molte volte ancorasanza sua permissionei Romanivedendosi abbandonatiper difendersicreavano per loro medesimi unoimperadoreo alcunoper sua autoritàsi usurpava loimperio: come avvenne in questi tempiche fu occupato da Massimoromanodopo la morte di Valentiniano; e costrinse Eudossa statamoglie di quelloa prenderlo per marito.
La qualedesiderosa divendicare tale ingiurianon potendonata di sangue imperialesopportare le nozze d'uno privato cittadinoconfortòsecretamente Gensericore dei Vandali e signore di Affricaa venirein Italiamostrandogli la facilità e la utilità delloacquisto.
Il qualeallettato dalla predasubito venne; e trovataabbandonata Romasaccheggiò quelladove stette quattordicigiorni; prese ancora e saccheggiò più terre in Italia;e ripieno sé e lo esercito suo di predase ne tornò inAffrica.
I Romaniritornati in Romasendo morto Massimocreoronoimperadore Avito romano.
Di poidopo molte cose seguite in Italia efuorie dopo la morte di più imperadoripervenne lo imperiodi Gostantinopoli a Zenone e quello di Roma a Oreste e Augustulo suofigliuoloi quali per inganno occuporono lo imperio.
E mentre chedisegnavano tenerlo per forzagli Eruli e i Turingii quali iodissi essersi postidopo la morte di Attilasopra la ripa di làdal Danubiofatta lega insiemesotto Odeacre loro capitanovennonoin Italiae ne' luoghi lasciati vacui da quelli vi entrarono iLongobardipopoli medesimamente settentrionalicondotti da Godoogoloro rei quali furonocome nel suo luogo direnol'ultima peste diItalia.
Venuto adunque Odeacre in Italiavinse e ammazzòOrestepropinquo a Paviae Augustulo si fuggì.
Dopo la qualevittoriaperché Roma variasse con la potenza il titolo sifece Odeacrelasciando il nome dello imperiochiamare re di Roma.
Efu il primo chede' capi de' popoli che scorrevono allora il mondosi posasse ad abitare in Italia; perché gli altrio pertimore di non la potere tenereper essere potuta dallo imperadoreorientale facilmente soccorrereo per altra occulta cagionelaavevano spogliatae di poi cerco altri paesi per fermare la sedialoro.

 

4

Erapertantoin questi tempilo imperio antico romano ridutto sottoquesti principi: Zenoneregnando in Gonstantinopolicomandava atutto lo imperio orientale; gli Ostrogoti Mesia e Pannoniasignoreggiavano; i VisigotiSuevi e Alani la Guascogna tenevano e laSpagna; i Vandali l'Affricai Franchi e Burgundi la FranciagliEruli e i Turingi la Italia.
Era il regno degli Ostrogoti pervenuto aTeoderico nipote di Velamiril qualetenendo amicizia con Zenoneimperadore orientalegli scrisse come a' suoi Ostrogoti pareva cosaingiustasendo superiori di virtù a tutti gli altri popoliessere inferiori di imperioe come egli era impossibile poterlitenere ristretti dentro a' termini di Pannoniatale cheveggendocome gli era necessario lasciare loro pigliare l'armi e ire a cercarenuove terrevoleva prima farlo intendere a luiacciò chepotesse provederviconcedendo loro qualche paesedove con sua buonagrazia potessero più onestamente e con loro maggiore comoditàvivere.
Onde che Zenoneparte per pauraparte per il desiderioaveva di cacciare di Italia Odeacreconcesse a Teoderigo il venirecontro a quello e pigliare la possessione di Italia.
Il quale subitopartì di Pannoniadove lasciò i Zepidipopoli suoiamici; e venuto in Italiaammazzò Odeacre e il figliuoloecon l'esemplo di quelloprese il titulo di re di Italia; e pose lasua sedia in Ravennamosso da quelle cagioni che feciono giàa Valentiniano imperadore abitarvi.
Fu Teoderigo uomo nella guerra enella pace eccellentissimodonde nell'una fu sempre vincitorenell'altra benificò grandemente le città e i popolisuoi.
Divise costui gli Ostrogoti per le terrecon i capi loroacciò che nella guerra gli comandassero e nella pace glicorreggessero; accrebbe Ravennainstaurò Romaed eccetto chela disciplina militarerendé a' Romani ogni altro onore;contenne dentro ai termini loroe sanza alcuno tumulto di guerramasolo con la sua autoritàtutti i re barbari occupatori delloImperio; edificò terre e fortezze intra la punta del mareAdriatico e le Alpiper impedire più facilmente il passo ainuovi barbari che volessero assalire la Italia.
E se tante virtùnon fussero state bruttatenell'ultimo della sua vitada alcunecrudeltà causate da varii sospetti del regno suo come la mortedi Simmaco e di Boeziouomini santissimidimostranosarebbe altutto la sua memoria degna da ogni parte di qualunque onoreperchémediante la virtù e bontà suanon solamente Roma eItaliama tutte le altre parti dello occidentale imperioliberedalle continue battiture che per tanti annida tante inundazione dibarbari avevano sopportatesi sollevoronoe in buono ordine e assaifelice stato si ridussero.

 

5

Everamentese alcuni tempi furono mai miserabiliin Italia e inqueste provincie corse dai barbarifurono quelli che da Arcadio eOnorio infino a lui erano corsi.
Perchése si considereràdi quanto danno sia cagionead una repubblica o ad uno regnovariare principe o governonon per alcuna estrinseca forzamasolamente per civile discordia (dove si vede come le poche variazioniogni repubblica e ogni regnoancora che potentissimorovinano)sipotrà di poi facilmente immaginare quanto in quelli tempipatisse la Italia e le altre provincie romane; le qualinonsolamente variorono il governo e il principema le leggii costumiil modo del viverela religionela lingual'abitoi nomi.
Lequali cose ciascuna per sénon che tutte insiemefarienopensandolenon che vedendole e sopportandoleogni fermo e costanteanimo spaventare.
Da questo nacque la rovinail nascimento e loaugumento di molte città.
Intra quelle che rovinorono fuAquileiaLuniChiusiPopuloniaFiesole e molte altre; intraquelle che di nuovo si edificorono furono VinegiaSienaFerraral'Aquila e altre assai terre e castella che per brevità siomettono; quelle che di piccole divennero grandi furono FirenzeGenovaPisaMilanoNapoli e Bologna; alle quali tutte si aggiugnela rovina e il rifacimento di Romae molte che variamente furonodisfatte e rifatte.
Intra queste rovine e questi nuovi popoli sursononuove linguecome apparisce nel parlare che in Franciain Ispagna ein Italia si costumail quale mescolato con la lingua patria diquelli nuovi popoli e con la antica romana fanno un nuovo ordine diparlare.
Hannooltre di questovariato il nomenon solamente leprovinciema i laghii fiumii mari e gli uomini; perché laFrancial'Italia e la Spagna sono ripiene di nomi nuovi e al tuttodagli antichi alieni; come si vedelasciandone indrieto molti altriche il PoGardal'Arcipelago sono per nomi disformi agli antichinominati: gli uomini ancoradi Cesari e PompeiPieriGiovanni eMattei diventorono.
Maintra tante variazioninon fu di minoremomento il variare della religioneperchécombattendo laconsuetudine della antica fede con i miracoli della nuovasigeneravono tumulti e discordie gravissime intra gli uomini; e se purela cristiana religione fusse stata unitane sarebbe seguiti minoridisordini; macombattendo la chiesa grecala romana e la ravennateinsiemee di più le sette eretiche con le cattolicheinmolti modi contristavano il mondo.
Di che ne è testimonel'Affricala quale sopportò molti più affanni mediantela setta arrianacreduta dai Vandaliche per alcuna loro avarizia onaturale crudeltà.
Vivendo adunque gli uomini intra tantepersecuzioniportavano descritto negli occhi lo spavento dello animoloroperchéoltre alli infiniti mali che sopportavanomancava buona parte di loro di potere rifuggire allo aiuto di Dionel quale tutti i miseri sogliono sperare; perchésendo lamaggiore parte di loro incerti a quale Iddio dovessero ricorreremancando di ogni aiuto e d'ogni speranzamiseramente morivano.

 

6

Meritòpertanto Teoderigo non mediocre lodesendo stato il primo chefacesse quietare tanti mali; talchéper trentotto anni cheregnò in Italiala ridusse in tanta grandezzache le antichebattiture più in lei non si ricognoscevano.
Mavenuto quelloa mortee rimaso nel regno Atalariconato di Amalasiunta suafigliuolain poco tempo non sendo ancora la fortuna sfogata negliantichi suoi affanni si ritornòperché Atalaricopocodi poi che l'avolo morì; e rimaso il regno alla madrefutradita da Teodatoil quale era stato da lei chiamato perchél'aiutasse governare il regno.
Costuiavendola morta e fatto séree per questo sendo diventato odioso agli Ostrogotidette animo aIustiniano imperadore di credere poterlo cacciare di Italiae deputòBellisario per capitano di quella impresa; il quale aveva giàvinta l'Affricae cacciatine i Vandalie riduttola sotto loImperio.
Occupò dunque Bellisario la Siciliae di quivipassato in Italiaoccupò Napoli e Roma.
I Gotiveduta questarovinaammazzorono Teodato loro recome cagione di quellaedelessono in suo luogo Vitigeteil qualedopo alcune zuffefu daBellisario assediato e preso in Ravenna.
E non avendo ancora al tuttoconseguito la vittoriafu Bellisario da Iustiniano revocatoe insuo luogo posto Giovanni e Vitaledisformi in tutto a quello divirtù e di costumi; di modo che i Goti ripresono animo ecreorono loro re Ildovadoche era governatore in Verona.
Dopocostuiperché fu ammazzatopervenne il regno a Totilailquale ruppe le genti dello Imperadoree recuperò la Toscana eNapoli e ridusse i suoi capitani quasi che allo ultimo di tutti glistati che Bellisario avea recuperati.
Per la qual cosa parve aIustiniano di rimandarlo in Italia.
Il qualeritornato con pocheforzeperdé più tosto la reputazione delle cose primafatte da luiche di nuovo ne riacquistasse; perché Totilatrovandosi Bellisario con le genti ad Ostiasopra gli occhi suoiespugnò Roma; e veggendo non potere né lasciare nétenere quellain maggiore parte la disfecee caccionne il popoloei senatori ne menò secoe stimando poco Bellisarione andòcon lo esercito in Calavriaa rincontrare gente chedi Greciainaiuto di Bellisario venivano.
Veggendo per tanto Bellisarioabbandonata Romasi volse ad una impresa onorevoleperchéentrato nelle romane rovinecon quanta più celeritàpotetterifece a quella città le murae vi richiamòdentro gli abitatori.
Ma a questa sua lodevole impresa si oppose lafortunaperché Iustiniano fuin quel tempoassalito da'Partie richiamò Bellisario; e quelloper ubbidire al suosignoreabbandonò la Italia; e rimase quella provincia adiscrezione di Totilail quale di nuovo prese Roma.
Ma non fu conquella crudeltà trattata che primaperchépregato dasan Benedettoil quale in quelli tempi aveva di santitàgrandissima opinionesi volse più tosto a rifarla.
Iustinianointanto aveva fatto accordo con i Partie pensando di mandare nuovagente al soccorso di Italiafu dagli Sclavinuovi popolisettentrionaliritenutoi quali avieno passato il Danubio eassalito la Illiria e la Tracia; in modo che Totila quasi tutta laoccupò.
Mavinti che ebbe Iustiniano gli Sclavimandòin Italia con gli eserciti Narseteeunucouomo in guerraeccellentissimo; il qualearrivato in Italia ruppe e ammazzòTotilae le reliquie che de' Goti dopo quella rotta rimasero siridussero in Paviadove creorono Teia loro re.
Narsete dall'altraparte dopo la vittoriaprese Romae in ultimo si azzuffò conTeiapresso a Nocerae quello ammazzò e ruppe.
Per la qualevittoria si spense al tutto il nome de' Goti in Italiadove settantaannida Teoderigo loro re a Teiaavevono regnato.

 

7

Macome prima fu libera l'Italia dai GotiIustiniano morìerimase suo successore Iustino suo figliuoloil qualeper ilconsiglio di Sofia sua moglierivocò Narsete di Italia e glimandò Longino suo successore.
Seguitò Longino l'ordinedegli altridi abitare in Ravenna; e oltre a questo dette allaItalia nuova formaperché non costituì governatori diprovinciecome avevano fatto i Gotima fecein tutte le cittàe terre di qualche momentocapi i quali chiamò duchi.
Néin tale distribuzione onorò più Roma che le altreterre; perchétolto via i consoli e il senatoi quali nomiinsino a quel tempo vi si erano mantenutila ridusse sotto un ducail quale ciascuno anno da Ravenna vi si mandavae chiamavasi ilducato romano; e a quello che per lo imperadore stava a Ravenna egovernava tutta Italia pose nome esarco.
Questa divisione fece piùfacile la rovina di Italiae con più celerità detteoccasione a' Longobardi di occuparla.

 

8

EraNarsete sdegnato forte contro allo Imperadoreper essergli statotolto il governo di quella provincia che con la sua virtù econ il suo sangue aveva acquistataperché a Sofia non bastòingiuriarlo rivocandoloche la vi aggiunse ancora parole piene divituperiodicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altrieunuchitanto che Narsete ripieno di sdegnopersuase ad Alboino rede' Longobardiche allora regnava in Pannoniadi venire ad occuparela Italia.
Eranocome di sopra si mostrò entrati i Longobardiin quelli luoghi presso al Danubioche erano dagli Eruli e Turingistati abbandonatiquando da Odeacre loro re furono condotti inItalia; dove sendo stati alcuno tempoe pervenuto il regno loro adAlboinouomo efferato e audacepassorono il Danubio e siazzufforono con Commundo re de' Zepidiche teneva la Pannoniae lovinsono.
E trovandosi nella preda Rosmundafigliuola di Commundolaprese Alboino per mogliee si insignorì di Pannonia; e mossodalla sua efferata naturafece del teschio di Commundo una tazzacon la quale in memoria di quella vittoria beeva.
Machiamato inItalia da Narsetecon il quale nella guerra de' Goti aveva tenutoamicizialasciò la Pannonia agli Unnii quali dopo la mortedi Attila dicemmo essersi nella loro patria ritornatie ne venne inItalia; e trovando quella in tante parti divisaoccupò in untratto PaviaMilanoVeronaVicenzatutta la Toscanae la maggiorparte di Flamminiachiamata oggi Romagna.
Talché parendogliper tanti e sì subiti acquistiavere già la vittoriadi Italiacelebrò in Verona uno convito; e per il molto berediventato allegrosendo il teschio di Commundo pieno di vinolofece presentare a Rosismunda reginala quale allo incontro di luimangiavadicendo con voce altain modo che quella potette udireche voleva chein tanta allegrezzala bevesse con suo padre.
Laquale voce fu come una ferita nel petto di quella donna; e deliberatadi vendicarsisappiendo che Elmelchildenobile lombardo giovine eferoceamava una sua ancillatrattò con quella checelatamente desse opera che Elmelchildein suo scambiodormisse conlei.
Ed essendo Elmelchildesecondo l'ordine di quellavenuto atrovarla in loco oscurocredendosi essere con l'ancillaiacécon Rosismunda.
La qualedopo il fattose gli scoperseemòstrogli come in suo arbitrio era o ammazzare Alboino egodersi sempre lei e il regnoo essere morto da quello comestupratore della sua moglieconsentì Almelchilde di ammazzareAlboino.
Madi poi che eglino ebbono morto quelloveggendo come nonriusciva loro di occupare il regnoanzi dubitando di non esseremorti da' Longobardi per lo amore che ad Alboino portavanocon tuttoil tesoro regio se ne fuggirono a Ravennaa Longinoil qualeonorevolmente gli ricevette.
Era mortoin questi travagliIustinoimperadoree in suo luogo rifatto Tiberioil qualeoccupato nelleguerre de' Partinon poteva alla Italia suvvenire; onde che aLongino parve il tempo commodo a potere diventaremedianteRosismunda e il suo tesorore de' Longobardi e di tutta Italia; econferì con lei questo suo disegno e le persuase ad ammazzareElmelchilde e pigliare lui per marito.
Il che fu da quella accettato;e ordinò una coppa di vino avvelenatola quale di sua manoporse ad Elmelchildeche assetato usciva del bagno.
Il qualecomela ebbe beuta mezzasentendosi commuovere le interiorieaccorgendosi di quello che erasforzò Rosismunda a bere ilresto; e cosìin poche orel'uno e l'altro di loro morironoe Longino si privò di speranza di diventare re.
I Longobardiintantoragunatisi in Paviala quale avevano fatta principale sediadel loro regnofeciono Clefi loro re; il quale riedificòImolastata rovinata da Narseteoccupò Rimino einfino aRomaquasi ogni luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì.Questo Clefi fu in modo crudelenon solo contro agli esternimaancora contro ai suoi Longobardiche queglisbigottiti dellapotestà regianon vollono rifare più re; ma fecionointra loro trenta duchiche governassero gli altri.
Il qualeconsiglio fu cagione che i Longobardi non occupassero mai tuttaItaliae che il regno loro non passasse Beneventoe che RomaRavennaCremonaMantovaPadovaMonseliceParmaBolognaFaenzaFurlìCesenaparte si difendessero un tempoparte nonfussero mai da loro occupate.
Perché non avere re li fece menopronti alla guerra; e poi che rifeciono quellodiventoronoperessere stati liberi un tempomeno ubbidienti e più atti allediscordie infra lorola qual cosaprima ritardò la lorovittoriadi poiin ultimogli cacciò di Italia.
Standoadunque i Longobardi in questi terminii Romani e Longino fernoaccordo con loroche ciascuno posasse l'armi e godesse quello chepossedeva.

 

9

Inquesti tempi cominciorono pontefici a venire in maggiore autoritàche non erano stati per lo adietro; perché i primi dopo sanPieroper la santità della vita e per i miracolierano dagliuomini reveriti; gli esempli de' quali ampliorono in modo lareligione cristianache i principi furono necessitatiper levarevia tanta confusione che era nel mondoubbidire a quella.
Sendoadunque lo imperadore diventato cristianoe partitosi di Roma egitone in Gonstantinopoline seguìcome nel principiodicemmoche lo imperio romano rovinò più presto e lachiesa romana più presto crebbe.
Nondimenoinfino alla venutade' Longobardisendo la Italia sottoposta tutta o agli imperatori oai renon presono mai i ponteficiin quelli tempialtra autoritàche quella che dava loro la reverenza de' loro costumi e della lorodottrina: nelle altre cose o agli imperadori o ai re ubbidivanoequalche volta da quelli furono mortie come loro ministri nelleazioni loro operati.
Ma quello che gli fece diventare di maggioremomento nelle cose di Italia fu Teoderigo re de' Gotiquando pose lasua sedia in Ravenna; perchérimasa Roma sanza principeiRomani avevono cagioneper loro refugiodi prestare piùubbidienza al papa: nondimeno per questo la loro autorità noncrebbe molto; solo ottenne di essere la chiesa di Roma preposta aquella di Ravenna.
Mavenuti i Lombardie ridutta Italia in piùpartidettono cagione al papa di farsi più vivo; perchésendo quasi che capo in Romalo imperadore di Gonstantinopoli e iLombardi gli avevono rispettotalmente che i Romanimediante ilpapanon come subiettima come compagni con i Longobardi e conLongino si collegarono.
E cosìseguitando i papi ora diessere amici de' Lombardiora de' Grecila loro dignitàaccrescevano.
Maseguita di poi la rovina dello imperio orientale(la quale seguì in questi tempisotto Eracleo imperadore;perché i popoli Sclavide' quali facemmo di sopra menzioneassaltorono di nuovo la Illiriae quellaoccupatachiamorono dalnome loro Schiavonia; e l'altre parti di quello imperio furono primaassaltate da' Persidi poi dai Saracinii quali sotto Maumettouscirno d'Arabiae in ultimo da' Turchie toltogli la Sorial'Affrica e lo Egitto)non restava al papaper la impotenza diquello imperiopiù commodità di potere rifuggire aquello nelle sue oppressioni; e dall'altro cantocrescendo le forzede' Longobardipensò che gli bisognava cercare nuovi favorie ricorse in Francia a quelli re.
Di modo che tutte le guerre chedopo a questi tempifurono da' barbari fatte in Italia furono inmaggior parte dai pontefici causate; e tutti i barbari che quellainundorono furono il più delle volte da quegli chiamati.
Ilquale modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che hatenuto e tiene la Italia disunita e inferma.
Per tantoneldescrivere le cose seguite da questi tempi ai nostrinon sidimosterrà più la rovina dello Imperioche ètutto in terrama lo augumento de' pontefici e di quegli altriprincipati che di poi la Italiainfino alla venuta di Carlo VIIIgovernorono.
E vedrassi come i papiprima con le censuredi poi conquelle e con le armi insiememescolate con le indulgenzieeranoterribili e venerandi; e comeper avere usato male l'uno e l'altrol'uno hanno al tutto perdutodell'altro stanno a discrezioned'altri.

 

10

Maritornando all'ordine nostrodico come al papato era pervenutoGregorio III e al regno de' Longobardi Aistulfoil qualecontroagli accordi fattioccupò Ravenna e mosse guerra al Papa.
Perla qual cosa Gregorioper le cagioni sopra scrittenon confidandopiù nello imperadore di Gonstantinopoli per essere debolenévolendo credere alla fede de' Lombardiche la avieno molte volterottaricorse in Franciaa Pipino IIil qualedi signore diAustrasia e Brabanteera diventato re di Francianon tanto per lavirtù suaquanto per quella di Carlo Martello suo padre e diPipino suo avolo.
Perché Carlo Martellosendo governatore diquello regnodette quella memorabile rotta a' Saraceni presso aTorsiin sul fiume dell'Eradove furono morti più chedugento milia di loro; donde Pipino suo figliuoloper la reputazionedel padre e virtù suadiventò poi re di quel regno.
Alquale papa Gregoriocome è dettomandò per aiuticontro a' Longobardi: a cui Pipino promesse mandargli; ma chedesiderava prima vederlo e alla presenza onorarlo.
Per tanto Gregorione andò in Franciae passò per le terre de' Lombardisuoi nimicisanza che lo impedissero: tanta era la reverenzia che siaveva alla religione.
Andato adunque Gregorio in Franciafu da quelRe onorato e rimandato con i suoi eserciti in Italia; i qualiassediarono i Longobardi in Pavia.
Onde che Aistulfoconstretto danecessitàsi accordò con i Franciosie quelli fecionolo accordo per i prieghi del Papail quale non volse la morte delsuo nimicoma che si convertisse e vivesse: nel quale accordoAistulfo promisse rendere alla Chiesa tutte le terre che le avevaoccupate.
Maritornate le genti di Pipino in FranciaAistulfo nonosservò lo accordoe il Papa di nuovo ricorse a Pipino; ilquale di nuovo mandò in Italiavinse i Longobardi e preseRavenna; e contro alla voglia dello imperadore grecola dette alPapa con tutte quelle altre terre che erano sotto il suo esarcatoevi aggiunse il paese di Urbino e la Marca.
Ma Aistulfonelconsegnare queste terremorìe Desiderio lombardoche eraduca di Toscanaprese le armi per occupare il regnoe domandòaiuto al Papapromettendogli la amicizia sua; e quello glieneconcessetanto che gli altri principi cederono.
E Desiderio osservònel principio la fedee seguì di consegnare le terre alPonteficesecondo le convenzioni fatte con Pipino: né vennepiù esarco da Gostantinopoli in Ravenna; ma si governavasecondo la voglia del pontefice.

 

11

Morìdi poi Pipinoe successe nel regno Carlo suo figliuoloil quale fuquello che per la grandezza delle cose fatte da luifu nominatoMagno.
Al papato intanto era successo Teodoro I.
Costui venne indiscordia con Desiderio e fu assediato in Roma da lui; talchéil Papa ricorse per aiuti a Carloil qualesuperate le Alpiassediò Desiderio in Paviae prese lui e i figliuolie limandò prigioni in Francia; e ne andò a vicitare il Papaa Romadove giudicò che il papavicario di Dionon potesseessere dagli uomini giudicato; e il Papa e il popolo romano lofeciono imperadore.
E così Roma ricominciò ad avere loimperadore in occidente; e dove il papa soleva essere raffermo dagliimperadoricominciò lo imperadorenella elezionead averebisogno del papae veniva lo Imperio a perdere i gradi suoie laChiesa ad acquistargli; e per questi mezzi sempre sopra i principitemporali cresceva la sua autorità.
Erano stati i Longobardidugentotrentadue anni in Italiae di già non ritenevano diforestieri altro che il nome: e volendo Carlo riordinare la Italiail che fu al tempo di papa Leone IIIfu contento abitassero inquegli luoghi dove si erano nutritie si chiamasse quella provinciadal nome loroLombardia.
E perché quelli avessero il nomeromano in reverenziavolle che tutta quella parte di Italia a loropropinquache era sottoposta allo esarcato di Ravenna si chiamasseRomagna.
E oltre a questo creò Pipino suo figliuolo re diItalia; la iurisdizione del quale si estendeva infino a Benevento; etutto il resto possedeva lo imperadore grecocon il quale Carloaveva fatto accordo.
Pervenne in questi tempi al pontificato PascaleIe i parrocchiani delle chiese di Romaper essere piùpropinqui al papa e trovarsi alla elezione di quelloper ornare laloro potestà con uno splendido titolosi cominciorono achiamare cardinali; e si arrogorono tanta reputazionemassime poiche gli esclusono il popolo romano dallo eleggere il ponteficecherade volte la elezione di quello usciva del numero loro; ondemortoPascalefu creato Eugenio IIdel titulo di santa Sabina.
E laItaliapoi che la fu in mano de' Franciosimutò in parteforma e ordineper avere preso il papa nel temporale piùautoritàe avendo quegli condotto in essa il nome de' conti ede' marchesicome prima da Longinoesarco di Ravennavi eranostati posti i nomi de' duchi.
Pervenne dopo alcuno ponteficealpapato Osporco romanoil qualeper la bruttura del nomesi fecechiamare Sergio; il che dette principio alla mutazione de' nomichefanno nelle loro elezioni i pontefici.

 

12

Eraintanto morto Carlo imperadoreal quale successe Lodovico suofigliuolo; dopo la morte del quale nacquero intra i suoi figliuolitante differenzie cheal tempo de' nipoti suoifu tolto alla casadi Francia lo imperioe ridutto nella Magna; e chiamossi il primoimperadore tedesco Ainulfo.
Né solamente la famiglia de'Carliper le sue discordieperdé lo imperioma ancora ilregno di Italia; perché i Lombardi ripresono le forzeeoffendevono il papa e i Romani; tanto che il ponteficenon vedendo achi si rifuggirecreòper necessitàre di ItaliaBerengarioduca nel Friuoli.
Questi accidenti dettono animo agliUnniche si trovavano in Pannoniadi assaltare la Italia; e venutialle mani con Berengariofurono forzati tornarsi in Pannoniao veroin Ungheriaché così quella provinciada lorosinominava.
Romano era in questi tempi imperadore in Greciail qualeaveva tolto lo imperio a Gostantinosendo prefetto della sua armata.E perché se gli era in tale novitateribellata la Puglia e laCalavriache allo imperio suocome di sopra dicemmoubbidivanosdegnato per tale rebellionepermesse a' Saraceni che passassero inque' luoghi; i qualivenutie prese quelle provincietentorono diespugnare Roma.
Ma i Romaniperché Berengario era occupato indefendersi dagli Unnifeciono loro capitano Alberigo duca diToscanae mediante la virtù di quellosalvorono Roma da'Saraceni.
I qualipartiti da quello assediofeciono una rocca soprail monte Galganoe di quivi signoreggiavano la Puglia e la Calavriae il resto di Italia battevono.
E così veniva la Italiainquesti tempiad essere maravigliosamente afflittasendo combattutadi verso l'Alpi dagli Unni e di verso Napoli da' Saraceni.
Stette laItalia in questi travagli molti annie sotto tre Berengarichesuccessono l'uno all'altro; nel qual tempo il papa e la Chiesa era adogni ora perturbatanon avendo dove ricorrereper la disunione de'principi occidentali e per la impotenzia degli orientali.
La cittàdi Genova e tutte le sue riviere furonoin questi tempida'Saraceni disfattedonde ne nacque la grandezza della città diPisanella quale assai popolicacciati della patria suaricorsono.Le quali cose seguirono negli anni della cristiana religione 931.
Mafatto imperadore Ottonefigliuolo di Errico e di Matteldaduca diSassoniauomo prudente e di grande reputazioneAgabito papa sivolse a pregarlo venisse in Italiaa trarla di sotto alla tirannidede' Berengari.

 

13

Eranogli stati di Italiain questi tempicosì ordinati: laLombardia era sotto a Berengario III e Alberto suo figliuolo; laToscana e la Romagna per uno ministro dello imperadore occidentaleera governata; la Puglia e la Calavria parte allo imperadore grecoparte a' Saraceni ubbidiva; in Roma si creavano ciascuno anno duoiconsoli della nobilitài quali secondo lo antico costume lagovernavano; aggiugnevasi a questo uno prefettoche rendeva ragioneal popolo; avevano un consiglio di dodici uominii qualidistribuivano i rettoriciascuno annoper le terre a lorosottoposte.
Il papa avevain Roma e in tutta Italiapiù omeno autoritàsecondo che erano i favori delli imperadoriodi quelli che erano più potenti in essa.
Ottone imperadoreadunquevenne in Italia e tolse il regno a' Berengariche avevonoregnato in quella cinquantacinque annie restituì le suedignità al pontefice.
Ebbe costui uno figliuolo e uno nipotechiamati ancora loro Ottonei qualil'uno apresso l'altrosuccessono dopo di lui allo Imperio.
E al tempo di Ottone IIIpapaGregorio V fu cacciato dai Romani; donde che Ottone venne in Italia erimisselo in Roma; e il Papaper vendicarsi con i Romanitolse aquelli la autorità di creare lo imperadoree la dette a seiprincipi della Magna: tre vescoviMagonzaTreveri e Colonia; e treprincipiBrandiborgoPalatino e Sassonia: il che seguì nel1002.
Dopo la morte di Ottone IIIfu dagli Elettori creatoimperadore Erricoduca di Bavierail qualedopo dodici annifu daStefano VIII incoronato.
Erano Errico e Simeonda sua moglie disantissima vita; il che si vede per molti templi dotati e edificatida lorointra i quali fu il tempio di San Miniatopropinquo allacittà di Firenze.
Morì Errico nel 1024; al qualesuccesse Currado di Sveviaa cuidi poiErrico II.
Costui venne aRoma; e perché egli era scisma nella Chiesadi tre papiglidisfece tuttie fece eleggere Chimenti IIdal quale fu coronatoimperadore.

 

14

Eraallora governata Italia parte dai popoliparte dai principipartedai mandati dallo imperadorede' quali il maggioree a cui glialtri riferivano si chiamava Cancellario.
Intra i principi il piùpotente era Gottifredi e la contessa Mattelda sua donnala quale eranata di Beatricesirocchia di Errico II.
Costei e il maritopossedevano LuccaParmaReggio e Mantovacon tutto quello che oggisi chiama il Patrimonio.
A' pontefici faceva allora assai guerral'ambizione del popolo romanoil qualein primasi era servitodella autorità di quelli per liberarsi dagli imperadori; dipoi che gli ebbe preso il dominio della cittàe riformataquella secondo che a lui parvesubito diventò nimico a'pontefici; e molte più ingiurie riceverno quegli da quelpopoloche da alcuno altro principe cristiano.
E ne' tempi che ipapi facevono tremare con le censure tutto il Ponenteavevono ilpopolo romano ribellené qualunque di essi aveva altrointento che torre la reputazione e la autorità l'unoall'altro.
Venutoadunqueal pontificato Niccolao IIcome GregorioV tolse ai Romani il potere creare lo imperadorecosìNiccolao gli privò di concorrere alla creazione del papaevolle chesolo la elezione di quello appartenessi ai cardinali.
Néfu contento a questoché convenuto con quelli principi chegovernavano la Calavria e la Pugliaper le cagioni che poco di poidirenocostrinse tutti gli ufficiali mandati dai Romani per la loroiurisdizione a rendere ubidienzia al papae alcuni ne privòdel loro ufizio.

 

15

Fudopo la morte di Niccolaoscisma nella Chiesaperché ilclero di Lombardia non volle prestare ubbidienza ad Alessandro IIeletto a Romae creò Cadolo da Parma antipapa.
Errico cheaveva in odio la potenzia de' ponteficifece intendere a papaAlessandro che renunziasse al pontificatoe ai cardinali cheandassero nella Magna a creare uno nuovo pontefice.
Onde che fu ilprimo principe che cominciasse a sentire di quale importanza fusserole spirituali feriteperché il Papa fece uno concilio a Romae privò Errico dello Imperio e del regno.
E alcuni popoliitaliani seguirono il Papae alcuni Errico; il che fu seme degliumori guelfi e ghibelliniacciò che la Italiamancate leinundazioni barbarefusse dalle guerre intestine lacerata.
Erricoadunquesendo scomunicatofu costretto da' suoi popoli a venire inItalia escalzoinginocchiarsi al Papa e domandargli perdono: ilche seguì l'anno 1080.
Nacque nondimeno poco di poinuovadiscordia intra il Papa ed Errico; onde che il Papa di nuovo loscomunicòe lo Imperadore mandò il suo figliuolochiamato ancora Erricocon esercitoa Romae con lo aiuto de'Romaniche avevano in odio il Papalo assediò nellafortezza; onde che Ruberto Guiscardo venne di Puglia a soccorrerloed Errico non lo aspettòma se ne tornò nella Magna.Solo i Romani stettono nella loro ostinazionetale che Roma ne fu dinuovo da Ruberto saccheggiata e riposta nelle antiche rovinedove dapiù pontefici era innanzi stata instaurata.
E perché daquesto Ruberto nacque l'ordine del regno di Napolinon mi paresuperfluo narrare particularmente le azioni e nazione di quello.

 

16

Poiche venne disunione intra li eredi di Carlo Magnocome di sopraabbiamo dimostrosi dette occasione a nuovi popoli settentrionalidetti Normandidi venire ad assalire la Francia e occuporono quelpaese il quale oggi da loroè detto Normandìa.
Diquesti popoli una parte ne venne in Italia ne' tempi che quellaprovincia da' Berengariida' Saraceni e dagli Unni era infestataeoccuporono alcune terre in Romagnadoveintra quelle guerrevirtuosamente si mantennono.
Di Tancrediuno di questi principinormandinacquono più figliuoliintra i quali fu Guglielmonominato Ferabace Rubertodetto Guiscardo.
Era pervenuto ilprincipato a Guglielmoe i tumulti di Italia in qualche parte eranocessati; nondimeno i Saraceni tenevono la Sicilia e ogni dìscorrevono i liti di Italia; per la qual cosa Guglielmo convenne conil principe di Capua e di Salerno e con Melorco grecoche per loimperadore di Grecia governava la Puglia e la Calavriadi assaltarela Siciliaeseguendone la vittoriasi accordorono che qualunchedi loro della preda e dello stato dovesse per la quarta parteparticipare.
Fu la impresa felice; e cacciati i Saracenioccuporonola Sicilia.
Dopo la quale vittoriaMelorco fece venire secretamentegente di Greciae prese la possessione dell'isola per lo imperadoree solamente divise la preda.
Di che Guglielmo fu male contento; ma siriserbò a tempo più commodo a dimostrarlo; e si partìdi Sicilia insieme con i principi di Salerno e di Capua.
I quali comefurono partiti da lui per tornarsene a casaGuglielmo non ritornòin Romagnama si volse con le sue genti verso Pugliae subitooccupò Melfie quindiin breve tempocontro alle forzedello imperadore grecosi insignorì quasi che di tutta Pugliae di Calavrianelle quali provincie signoreggiavaal tempo diNiccolao IIRuberto Guiscardo suo fratello.
E perché gliaveva avute assai differenze con i suoi nipoti per la ereditàdi quelli statiusò l'autorità del Papa a comporle; ilche fu da il Papa esequito volentieridesideroso di guadagnarsiRubertoacciò che contro agli imperadori tedeschi e controalla insolenzia del popolo romano lo difendesse; come lo effetto neseguìsecondo che di sopra abbiamo dimostroche ad instanziadi Gregorio VIIcacciò Errico di Roma e quello popolo domò.A Ruberto successono Ruggieri e Guglielmosuoi figliuoli; allo statode' quali si aggiunse Napoli e tutte le terre che sono da Napoli aRomae di poi la Sicilia; delle quali si fece signore Ruggieri.
MaGuglielmodi poiandando in Gonstantinopoli per prendere per mogliela figliuola dello Imperadorefu da Ruggieri assalitoe toltogli lostato.
E insuperbito per tale acquistosi fece prima chiamare re diItalia; di poicontento del titolo di re di Puglia e di Siciliafuil primo che desse nome e ordine a quel regno; il quale ancora oggiintra gli antichi termini si mantieneancora che più volteabbia variatonon solamente sanguema nazione; perchévenuta meno la stirpe de' Normandisi trasmutò quel regno ne'Tedeschida quelli ne' Franciosida costoro negli Aragonesie oggiè posseduto dai Fiamminghi.

 

17

Erapervenuto al pontificato Urbano IIil quale era in Roma odiato; enon gli parendo anche potere stareper le disunioniin Italiasecurosi volse ad una generosa impresae se ne andò inFrancia con tutto il cleroe ragunò in Auverna molti popolia' quali fece una orazione contro agli infideli; per la quale intantoaccese gli animi loroche deliberorono di fare la impresa di Asiacontro a' Saraceni; la quale impresa con tutte le altre simili furonodi poi chiamate Crociateperché tutti quelli che vi andoronoerano segnati sopra le armi e sopra i vestimenti di una croce rossa.I principi di questa impresa furono GottifrediEustachio e Balduinodi Buglòconti di Bolognae uno Pietro Eremitaper santitàe prudenza celebrato; dove molti re e molti popoli concorsono condanarie molti privati senza alcuna mercede militorono: tanto allorapoteva negli animi degli uomini la religionemossi dallo esemplo diquelli che ne erano capi.
Fu questa impresa nel principio gloriosaperché tutta l'Asia Minorela Soria e parte dello Egittovenne nella potestà de' Cristiani; mediante la quale nacquel'ordine de' cavalieri di Ierosolimail quale oggi ancora regnaetiene l'isola di Rodirimasa unico ostaculo alla potenzia de'Maumettisti.
Nacquene ancora l'ordine de' Templariil quale dopopoco tempoper li loro cattivi costumi venne meno.
Seguirno in variitempi varii accidentidove molte nazioni e particulari uomini furonocelebrati.
Passò in aiuto di quella impresail re di Franciail re di Inghilterrae i popoli pisaniviniziani e genovesi viacquistorono reputazione grandissima; e con varia fortuna insino a'tempi del Saladino saraceno combatteronola virtù del quale ela discordia de' Cristiani tolse alla fine loro tutta quella gloriache si avevono nel principio acquistatae furono dopo novanta annicacciati di quello luogo ch'eglino avevono con tanto onorefelicemente recuperato.

 

18

Dopola morte di Urbanofu creato pontefice Pascale IIe allo Imperioera pervenuto Errico IV.
Costui venne a Romafingendo di tenereamicizia col Papa; di poi il Papa e tutto il clero misse in prigione;né mai lo liberòse prima non gli fu concesso dipotere disporre delle chiese della Magna come a lui pareva.
Morìin questi tempila contessa Mateldae lasciò erede di tuttoil suo stato la Chiesa.
Dopo la morte di Pascale e di Errico IVseguirono più papi e più imperadoritanto che ilpapato pervenne ad Alessandro IIIe lo Imperio a Federigo Svevodetto Barbarossa.
Avevano avuto i ponteficiin quelli tempicon ilpopolo romano e con gli imperadori molte difficultàle qualial tempo del Barbarossa assai crebbero.
Era Federigo uomo eccellentenella guerrama pieno di tanta superbia che non poteva sopportare diavere a cedere al Pontefice; nondimeno nella sua elezione venne aRoma per la coronae pacificamente si tornò nella Magna.
Mapoco stette in questa opinioneperché tornò in Italiaper domare alcune terre in Lombardia che non lo ubbidivano; nel qualetempo occorse che il cardinale di S.
Clementedi nazione romanosidivise da papa Alessandroe da alcuni cardinali fu fatto papa.Trovavasi in quel tempo Federigo imperadore a campo a Crema; con ilquale dolendosi Alessandro dello Antipapagli rispose che l'uno el'altro andasse a trovarlo e allora giudicherebbe chi di loro fussipapa.
Dispiacque questa risposta ad Alessandro; e perché lovedeva inclinato a favorire l'Antipapalo scomunicò e se nefuggì a Filippo re di Francia.
Federigo intantoseguitando laguerra in Lombardiaprese e disfece Milanola qual cosa fu cagioneche VeronaPadova e Vicenza si unirono contro a di luia difesacomune.
In questo mezzo era morto lo Antipapadonde che Federigocreò in suo luogo Guido da Cremona.
I Romaniin questi tempiper la assenza del Papa e per gl'impedimenti che lo Imperadore avevain Lombardiaavevono ripreso in Roma alquanto di autoritàeandavano ricognoscendo la ubbidienza delle terre che solevono essereloro subiette.
E perché i Tusculani non vollono cedere allaloro autoritàgli andorono popularmente a trovare; i qualifurono soccorsi da Federigoe ruppono lo esercito de' Romani contanta strage che Roma non fu mai poi né populata néricca.
Era intanto tornato papa Alessandro in Romaparendoglipotervi stare sicuro per la inimicizia avevono i Romani con Federigoe per li nimici che quello aveva in Lombardia.
Ma Federigopospostoogni rispettoandò a campo a Roma; dove Alessandro non loaspettòma se ne fuggì a Guglielmo re di Pugliarimaso erede di quel regno dopo la morte di Ruggieri.
Ma Federigocacciato dalla pestelasciò la obsidionee se ne tornònella Magna; e le terre di Lombardia le quali erano congiurate controa di lui per potere battere Pavia e Tortonache tenevono le partiimperialiedificorono una città che fusse sedia di quellaguerra; la quale nominarono Alessandria in onore di Alessandro papa ein vergogna di Federigo.
Morì ancora Guidone antipapae fufatto in suo luogo Giovanni da Fermoil quale per i favori delleparti dello Imperadore si stava in Montefiasconi.

 

 19

PapaAlessandroin quel mezzose ne era ito in Tusculochiamato da quelpopoloacciò che con la sua autorità lo difendesse daiRomani; dove vennono a lui oratori mandati da Errico re diInghilterra a significargli che della morte del beato Tommasovescovo di Conturbiail loro re non aveva alcuna colpasìcome publicamente ne era stato infamato.
Per la qual cosa il Papamandò duoi cardinali in Inghilterra a ricercare la veritàdella cosa; i qualiancora che non trovassino il Re in manifestacolpanondimenoper la infamia del peccato e per non lo avereonorato come egli meritavagli dettono per penitenza chechiamatitutti i baroni del regnocon giuramento alla presenza loro siscusasse e inoltre mandasse subito dugento soldati in Ierusalempagati per uno annoed esso fussi obligatocon quello esercito chepotesse ragunare maggiorepersonalmenteavanti che passassero treanniandarvie che dovesse annullare tutte le cose fatte nel suoregno in disfavore della libertà ecclesiasticae dovesseacconsentire che qualunche suo subietto potessevolendoappellare aRoma.
Le quali cose furono tutte da Elrico accettate; e sottomessesia quello iudizio un tanto reche oggi uno uomo privato sivergognerebbe a sottomettervisi.
Nondimenomentre che il Papa avevatanta autorità ne' principi longinquinon poteva farsiubbidire dai Romani; dai quali non potette impetrare di potere starein Romaancora che promettesse d'altro che dello ecclesiastico nonsi travagliare: tanto le cose che paiono sono più di scostoche da presso temute.
Era tornatoin questo tempo Federigo inItaliae mentre che si preparava a fare nuova guerra al Papatuttii suoi prelati e baroni gli feciono intendere che loabbandonerebbonose non si riconciliava con la Chiesadi modo chefu constretto andare ad adorarlo a Vinegiadove si pacificaronoinsieme; e nello accordo il Papa privò lo Imperadore d'ogniautorità che gli avesse sopra Romae nominò Guglielmore di Sicilia e di Puglia per suo confederato.
E Federigononpotendo stare senza fare guerrane andò alla impresa di Asiaper sfogare la sua ambizione contro a Maumettola quale contro a'vicari di Cristo sfogare non aveva potuto.
Ma arrivato sopra ilfiume...allettato dalla chiarezza delle acquevi si lavòdentroper il quale disordine morì.
E così l'acquefecero più favore a' Maumettistiche le scomuniche a'Cristianiperché queste frenorono l'orgoglio suoe quelle lospensono.

 

20

MortoFederigorestava solo al Papa a domare la contumacia de' Romani; edopo molte dispute fatte sopra la creazione de' consoliconvennonoche i Romani secondo il costume loro gli eleggessero; ma nonpotessero pigliare il magistratose prima non giuravano di mantenerela fede alla Chiesa.
Il quale accordo fece che Giovanni antipapa sene fuggì in Monte Albanodovepoco di poisi morì.Era morto in questi tempiGuglielmo re di Napolie il Papadisegnava di occupare quel regnoper non avere lasciati quel realtri figliuoli che Tancredisuo figliuolo naturale; ma i baroni nonconsentirono al Papama vollono che Tancredi fusse re.
Era papaalloraCelestino IIIil qualedesideroso di trarre quel regnodalle mani di Tancredioperò che Elrico figliuolo di Federigofusse fatto imperadoree gli promisse il regno di Napoliconquestoche restituisse alla Chiesa le terre che a quellaappartenevano.
E per facilitare la cosatrasse di munisteroGostanzagià vecchiafigliuola di Guglielmoe gliene detteper moglie.
E così passò il regno di Napoli da'Normandiche ne erano stati fondatoriai Tedeschi.
Elricoimperadorecome prima ebbe composte le cose della Magnavenne inItalia con Gostanza sua moglie e con uno suo figliuolo di quattroanni chiamato Federigoe sanza molta dificultà prese ilRegnoperché di già era morto Tancredie di lui erarimaso un piccolo fanciullo detto Ruggieri.
Morìdopo alcuntempoElricoin Siciliae successe a lui nel Regno Federigoeallo Imperio Ottone duca di Sansognafatto per i favori che gli fecepapa Innocenzio III.
Ma come prima ebbe presa la coronacontro adogni opinionediventò Ottone nimico del Pontefice; occupòla Romagnae ordinava di assalire il Regnoper la qual cosa il Papalo scomunicòin modo che fu da ciascheduno abbandonatoe gliElettori elessono imperadore Federigo re di Napoli.
Venne Federigo aRoma per la coronae il Papa non volle incoronarloperchétemeva la sua potenza e cercava di trarlo di Italiacome ne avevatratto Ottone; tanto che Federigo sdegnatone andò nellaMagnae fatte più guerre con Ottonelo vinse.
In quel mezzosi morì Innocenzioil qualeoltre alle sue egregie opereedificò lo spedale di Santo Spirito in Roma.
Di costui fusuccessore Onorio IIIal tempo del quale surse l'ordine di SanDomenico e di San Francesconel 1218.
Coronò questo ponteficeFederigoal quale Giovanni disceso di Balduino re di Ierusalemcheera con le reliquie de' Cristiani in Asia e ancora teneva queltitulodette una sua figliuola per mogliee con la dota gliconcesse il titulo di quel regno: di qui nasce che qualunche re diNapoli si intitula re di Ierusalem.

 

21

InItalia si viveva allora in questo modo: i Romani non facevano piùconsolie in cambio di quellicon la medesima autoritàfacevano quando uno quando più senatori; durava ancora la legache avevano fatta le città di Lombardia contro a FederigoBarbarossale quali erano MilanoBresciaMantovacon la maggioreparte delle città di Romagnae di più VeronaVicenzaPadova e Trevigi; nelle parti dello imperadore erano CremonaBergamoParmaReggioModena e Trento; le altre città ecastella di Lombardiadi Romagna e della Marca trivigianafavorivanosecondo la necessitàora questa ora quella parte.Era venuto in Italiaal tempo di Ottone IIIuno Ecelinodel qualerimaso in Italianacque uno figliuoloche generò uno altroEcelino.
Costuisendo ricco e potentesi accostò a FederigoII il qualecome si è dettoera diventato nimico del Papa; evenendo in Italia per opera e favore di Ecelinoprese Verona eMantovae disfece Vicenza occupò Padovae ruppe lo esercitodelle terre collegatee di poi se ne venne verso Toscana.
Ecelinointantoaveva sottomesso tutta la Marca trivigiana: non potetteespugnare Ferraraperché fu difesa da Azzone da Esti e dallegenti che il Papa aveva in Lombardia; donde chepartita laobsidioneil Papa dette quella città in feudo ad AzzoneEstensedal quale sono discesi quelli i quali ancora oggi lasignoreggiano.
Fermossi Federigo a Pisadesideroso di insignorirsidi Toscana; e nel ricognoscere gli amici e nimici di quella provinciaseminò tanta discordia che fu cagione della rovina di tuttaItalia; perché le parti guelfe e ghibelline multiplicoronochiamandosi Guelfi quelli che seguivono la Chiesae Ghibelliniquelli che seguivono gli imperadori; e a Pistoia in prima fu uditoquesto nome.
Partito Federigo da Pisain molti modi assaltò eguastò le terre della Chiesatanto che il Papanon avendoaltro rimediogli bandì la crociata controcome avevonofatto gli antecessori suoi contro a' Saraceni.
E Federigoper nonessere abandonato dalle sue genti ad un trattocome erano statiFederigo Barbarossa e altri suoi maggiorisoldò assaiSaraceni; e per obligarselie per fare uno ostaculo in Italia fermocontro alla Chiesache non temessi le papali maledizionidonòloro Nocera nel Regnoacciò cheavendo uno proprio refugiopotessero con maggiore securità servirlo.

 

22

Eravenuto al pontificato Innocenzio IV; il qualetemendo di Federigose ne andò a Genovae di quivi in Francia; dove ordinòuno concilioa Lioneal quale Federigo deliberò di andare.Ma fu ritenuto dalla rebellione di Parma; dalla impresa della qualesendo ributtatose ne andò in Toscanae di quivi in Siciliadove si morì.
E lasciò in Svevia Currado suo figliuoloe in Puglia Manfredinato di concubinail quale aveva fatto duca diBenevento.
Venne Currado per la possessione del Regnoe arrivato aNapoli si morì; e di lui rimase Curradino piccoloche sitrovava nella Magna.
Pertanto Manfrediprimacome tutore diCurradinooccupò quello stato; di poidando nome cheCurradino era mortosi fece recontro alla voglia del Papa e de'Napoletanii quali fece acconsentire per forza.
Mentre che questecose nel Regno si travagliavanoseguirono in Lombardia assaimovimenti intra la parte guelfa e ghibellina.
Per la guelfa era unolegato del Papa; per la ghibellina Ecelinoil quale possedeva quasitutta la Lombardia di là dal Po.
E perchénel trattarela guerrase gli ribellò Padovafece morire dodici milaPadovani; e luiavanti che la guerra terminassefu mortoche eradi età di ottanta anni; dopo la cui morte tutte le terrepossedute da lui diventorono libere.
Seguitava Manfredi re di Napolile inimicizie contro alla Chiesa secondo i suoi antinatie tenea ilPapache si chiamava Urbano IVin continue angustie; tanto che ilPonteficeper domarlogli convocò la crociata controe neandò ad aspettare le genti a Perugia.
E parendogli che legenti venissero pochedeboli e tardepensò che a vincereManfredi bisognassero più certi aiuti; e si volse per i favoriin Franciae creò re di Sicilia e di Napoli Carlo d'Angiòfratello di Lodovico re di Franciae lo citò a venire inItalia a pigliare quel regno.
Ma prima che Carlo venisse a RomailPapa morìe fu fatto in suo luogo Clemente IV; al tempo delqualeCarlocon trenta galeevenne ad Ostiae ordinò chel'altre sue genti venissero per terra.
E nel dimorare che fece inRomai Romaniper gratificarselolo feciono senatoree il Papa loinvestì del Regnocon obligo che dovesse pagare ciascuno annoalla Chiesa cinquanta milia fiorini; e fece uno decreto che per loavvenire né Carlo né altri che tenessero quel regno nonpotessero essere imperadori.
E andato Carlo contro a Manfrediloruppe e ammazzòpropinquo a Beneventoe s'insignorìdi Sicilia e del Regno.
Ma Curradinoa cui per testamento del padresi apparteneva quello statoragunata assai gente nella Magnavennein Italia contro a Carlocon il quale combatté a Tagliacozzo;e fu prima rottoe poifuggendosi sconosciutofu preso e morto.

 

23

Stettela Italia quietatanto che successe al pontificato Adriano V.
Estando Carlo a Romae quella governando per lo ufizio che gli avevadel senatoreil Papa non poteva sopportare la sua potenzae se neandò ad abitare a Viterboe sollecitava Ridolfo imperadore avenire in Italia contro a Carlo.
E così i ponteficiora percarità della religioneora per loro propria ambizionenoncessavano di chiamare in Italia umori nuovi e suscitare nuove guerre;e poi ch'eglino avieno fatto potente uno principese ne pentivanoecercavano la sua rovina; né permettevano che quella provinciala quale per loro debolezza non potevano possedereche altri lapossedesse.
E i principi ne temevanoperché sempreocombattendo o fuggendovincevono; se con qualche inganno non eranooppressicome fu Bonifazio VIII e alcuni altrii qualisottocolore d'amiciziafurono dagli imperadori presi.
Non venne Ridolfoin Italiasendo ritenuto dalla guerra che aveva con il re di Buemia.In quel mezzo morì Adrianoe fu creato pontefice Niccolao IIIdi casa Orsinauomo audace e ambizioso; il quale pensòadogni mododi diminuire la potenza di Carlo; e ordinò cheRidolfo imperadore si dolesse che Carlo teneva uno governatore inToscana rispetto alla parte guelfache era stata da luidopo lamorte di Manfrediin quella provincia rimessa.
Cedette Carlo alloImperadoree ne trasse i suoi governatori; e il Papa vi mandòun suo nipote cardinale per governatore dello Imperio; tale che loImperadoreper questo onore fattoglirestituì alla Chiesa laRomagnastata da' suoi antecessori tolta a quellae il Papa feceduca di Romagna Bertoldo Orsino.
E parendogli essere diventatopotente da potere mostrare il viso a Carlolo privò delloufizio del senatoree fece uno decreto che niuno di stirpe regiapotesse essere più senatore in Roma.
Aveva in animo ancora ditorre la Sicilia a Carloe mossea questo finesecretamentepratica con Pietro re di Ragonala quale poial tempo del suosuccessoreebbe effetto.
Disegnava ancora fare di casa sua duoi rel'uno in Lombardial'altro in Toscanala potenza de' qualidefendesse la Chiesa da' Tedeschi che volessero venire in Italiaeda i Franzesi che erano nel Regno.
Ma con questi pensieri si morì;e fu il primo de' papi che apertamente mostrasse la propriaambizionee che disegnassesotto colore di fare grande la Chiesaonorare e benificare i suoi.
E come da questi tempi indietro non si èmai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno ponteficecosìper lo avvenire ne fia piena la istoriatanto che noi ci condurrenoa' figliuoli; né manca altro a tentare a' pontefici se nonchecome eglino hanno disegnatoinfino a' tempi nostridilasciargli principicosìper lo avvenirepensino dilasciare loro il papato ereditario.
Bene è vero cheperinfino a quii principati ordinati da loro hanno avuta poca vitaperché il più delle volte i ponteficiper vivere pocotempoo ei non forniscono di piantare le piante loroose pure lepiantanole lasciano con sì poche e deboli barbeche alprimo ventoquando è mancata quella virtù che lesostienesi fiaccano.

 

 

24

Successea costui Martino IVil qualeper essere di nazione franciosofavorì le parti di Carlo; in favore del qualeCarlo mandòin Romagnache se gli era ribellatasue genti; ed essendo a campo aFurlìGuido Bonatto astrologo ordinò chein un puntodato da luiil popolo gli assaltasse; in modo che tutti i Franciosivi furono presi e morti.
In questo tempo si mandò ad effettola pratica mossa da papa Niccolao con Pietro re di Aragona; mediantela quale i Siciliani ammazzorono tutti i Franciosi che si trovoronoin quella isola; della quale Pietro si fece signoredicendoappartenersegli per avere per moglie Gostanza figliuola di Manfredi.Ma Carlonel riordinare la guerra per la recuperazione di quellasimorì; e rimase di lui Carlo IIil quale in quella guerra erarimaso prigione in Siciliae per essere libero promisse di ritornareprigionese infra tre anni non aveva impetrato dal Papa che i realidi Aragona fussero investiti del regno di Sicilia.

 

25

Ridolfoimperadorein cambio di venire in Italia per rendere allo Imperio lariputazione in quellavi mandò un suo oratorecon autoritàdi potere fare libere tutte quelle città che siricomperasseroonde che molte città si ricomperoronoe conla libertà mutorono modo di vivere.
Adulfo di Sassoniasuccesse allo Imperioe al pontificato Pietro del Murroneche funominato papa Celestino; il qualesendo eremita e pieno di santitàdopo sei mesi renunziò al pontificato; e fu eletto BonifazioVIII.
I cieli (i quali sapevono come e' doveva venire tempo che iFranciosi e i Tedeschi si allargherebbono da Italia e che quellaprovincia resterebbe in manoal tuttodegli Italiani) acciòche il papaquando mancasse degli ostacoli oltramontaninon potessené fermare né godere la potenza suafeciono crescerein Roma due potentissime famiglieColonnesi e Orsiniacciòchecon la potenza e propinquità lorotenessero ilpontificato infermo.
Onde che papa Bonifazioil quale cognoscevaquestosi volse a volere spegnere i Colonnesie oltre allo avergliscomunicatibandì loro la crociata contro.
Il chese beneoffese alquanto loroli offese più la Chiesa; perchéquella arme la quale per carità della fede aveva virtuosamenteadoperatocome si volseper propria ambizioneai cristianicominciò a non tagliare; e così il troppo desiderio disfogare il loro appetito faceva che i ponteficia poco a pocosidisarmavano.
Privòoltra di questoduoi che di quellafamiglia erano cardinalidel cardinalato.
E fuggendo Sarracapo diquella casadavanti a luiscognosciutofu preso da corsalicatelanie messo al remo; ma cognosciuto di poia Marsiliafumandato al re Filippo di Franciail quale era stato da Bonifazioscomunicato e privo del regno.
E considerando Filippo come nellaguerra aperta contro a' ponteficio e' si rimaneva perdenteo e' visi correva assai pericolisi volse agl'inganni; e simulato di volerfare accordo con il Papamandò Sarra in Italia secretamente.Il qualearrivato in Alagnadove era il Papaconvocati di nottesuoi amicilo prese; e benchépoco di poida il popolod'Alagna fusse liberatonondimenoper il dolore di quella ingiuriarabbioso morì.

 

26

FuBonifazio ordinatore del giubileonel 1300e provide che ogni centoanni si celebrasse.
In questi tempi seguirono molti travagli tra leparti guelfe e ghibelline; e per essere stata abbandonata Italiadagli imperadorimolte terre diventorono liberee molte furono daitiranni occupate.
Restituì papa Benedetto a' cardinaliColonnesi il cappelloe Filippo re di Francia ribenedisse.
A costuisuccesse Clemente Vil qualeper essere franciosoridusse la cortein Franciane l'anno 1305.
In quel mezzo Carlo II re di Napoli morì;al quale successe Ruberto suo figliuolo; e allo Imperio era pervenutoArrigo di Luzimborgoil quale venne a Roma per coronarsinonostante che il Papa non vi fusse.
Per la cui venuta seguirono assaimovimenti in Lombardia; perché rimesse nelle terre tutti ifuori uscitio guelfi o ghibellini che fussero; di che ne seguìchecacciando l'uno l'altrosi riempié quella provincia diguerra; a che lo Imperadore non potettecon ogni suo sforzoobviare.
Partito costui di Lombardiaper la via di Genova se nevenne a Pisadove s'ingegnò di tòrre la Toscana al reRuberto; e non faccendo alcun profittose ne andò a Roma;dove stette pochi giorniperché dagli Orsinicon il favoredel re Rubertone fu cacciato; e ritornossi a Pisa; e per fare piùsecuramente guerra alla Toscanae trarla dal governo del re Rubertolo fece assaltare da Federigo re di Sicilia.
Ma quando egli speravain un tempooccupare la Toscana e torre al re Ruberto lo statosimorì.
Al quale successe nello Imperio Lodovico di Baviera.
Inquel mezzo pervenne al papato Giovanni XXII; al tempo del quale loImperadore non cessava di perseguitare i Guelfi e la Chiesala qualein maggior parte da il re Ruberto e dai Fiorentini era difesa.
Dondenacquero assai guerrefatte in Lombardia dai Visconti contro aiGuelfie in Toscana da Castruccio da Lucca contro ai Fiorentini.
Maperché la famiglia de' Visconti fu quella che dette principioalla ducea di Milanouno de' cinque principati che di poigovernorono la Italiami pare da replicare da più alto luogola loro condizione.

 

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Poiche seguìin Lombardiala lega di quelle città dellequali di sopra facemmo menzioneper difendersi da FederigoBarbarossaMilanoristorato che fu dalla rovina suaper vendicarsidelle ingiurie ricevutesi congiunse con quella legala qualeraffrenò il Barbarossa e tenne vive in Lombardiaun tempoleparti della Chiesa; e ne' travagli di quelle guerre che alloraseguironodiventò in quella città potentissima lafamiglia di quelli della Torre; della quale sempre crebbe lareputazionementre che gli imperadori ebbono in quella provinciapoca autorità.
Ma venendo Federigo II in Italiae diventatala parte ghibellinaper la opera di Ecelinopotentenacquono inogni città umori ghibellini; donde chein Milanodi quelliche tenevano la parte ghibellina fu la famiglia de' Viscontilaquale cacciò quelli della Torre di Milano.
Ma poco stettanofuorachéper accordi fatti intra lo Imperadore e il Papafurono restituiti nella patria loro.
Ma sendone andato il Papa con lacorte in Franciae venendo Arrigo di Luzimborgo in Italia per andareper la corona a Romafu ricevutoin Milanoda Maffeo Visconti eGuido della Torrei quali allora erano i capi di quelle famiglie.
Madisegnando Maffeo servirsi dello Imperadore per cacciare Guidogiudicando la impresa facile per essere quello di contraria fazioneallo Imperioprese occasione dai rammarichii che il popolo facevaper i sinistri portamenti de' Tedeschi; e cautamente andava dandoanimo a ciascunoe gli persuadeva a pigliare l'armi e levarsi dadosso la servitù di quegli barbari.
E quando gli parve averedisposta la materia a suo propositofeceper alcuno suo fidatonascere uno tumultosopra il quale tutto il popolo prese l'armicontro al nome tedesco.
Né prima fu mosso lo scandolo cheMaffeo con gli suoi figliuoli e tutti li suoi partigiani si trovoronoin arme; e corsono ad Arrigosignificandogli come questo tumultonasceva da quelli della Torrei qualinon contenti di stare inMilano privatamenteavevono presa occasione di volerlo spogliareper gratificarsi i Guelfi di Italia e diventare principi di quellacittà ma che stesse di buono animoché lorocon laloro parte quando si volesse difendereerano per salvarlo in ognimodo.
Credette Arrigo essere vere tutte le cose dette da Maffeoeristrinse le sue forze con quelle de' Viscontie assalìquelli della Torrei quali erano corsi in più parti dellacittà per fermare i tumulti; e quegli che poterono avereammazzoronoe gli altrispogliati delle loro sustanzemandorono inesilio.
Restato adunque Maffeo Visconti come principe in Milanorimasonodopo luiGaleazzo e Azzo; e dopo costoroLuchino eGiovanni.
Diventò Giovanni arcivescovo in quella città;e di Luchinoil quale morì avanti a luirimasero Bernabòe Galeazzo; ma morendo ancorapoco di poiGaleazzorimase di luiGiovan Galeazzodetto Conte di Virtù.
Costuidopo la mortedello Arcivescovocon inganno ammazzò Bernabò suo zioe restò solo principe di Milano; il quale fu il primo cheavesse il titulo di duca.
Di costui rimase Filippo eGiovanmariagnolo; il quale sendo morto da il popolo di Milanorimaselo stato a Filippodel quale non rimase figliuoli maschi; donde chequello stato si transferì dalla casa de' Visconti a quelladegli Sforzeschinel modo e per le ragioni che nel suo luogo sinarreranno.

 

28

Matornando donde io mi parti'Lodovico imperadoreper dareriputazione alla parte sua e per pigliare la coronavenne in Italia;e trovandosi in Milanoper avere cagione di trarre danari da'Milanesimostrò di lasciargli liberie misse i Visconti inprigione; di poiper mezzo di Castruccio da Luccagli liberò;e andato a Romaper potere più facilmente perturbare laItaliafece Piero della Corvara antipapa; con la reputazione delqualee con la forza de' Viscontidisegnava tenere inferme le particontrarie di Toscana e di Lombardia.
Ma Castruccio morì; laquale morte fu cagione del principio della sua rovina; perchéPisa e Lucca se gli ribelloronoe i Pisani mandorono l'Antipapaprigione al Papa in Francia; in modo che lo Imperadoredisperatodelle cose di Italiase ne tornò nella Magna.
Né fuprima partito costuiche Giovanni re di Buemia venne in Italiachiamato da' Ghibellini di Bresciae si insignorì di quella edi Bergamo.
E perché questa venuta fu di consentimento delPapaancora che fingesse il contrarioil legato di Bologna lofavorivagiudicando che questo fusse buono rimedioa provedere chelo Imperadore non tornasse in Italia.
Per il quale partito la Italiamutò condizioneperché i Fiorentini e il re Rubertovedendo che il Legato favoriva le imprese de' Ghibellinidiventorononimici di tutti quelli di chi il Legato e il re di Buemia era amico;e sanza avere riguardo a parti guelfe e ghibellinesi unirono moltiprincipi con lorointra i quali furono i Viscontiquegli dellaScalaFilippo Gonzaga mantovanoquegli da Carraraquegli da Esti.Donde che il Papa gli scomunicò tutti e il Re per timore diquesta legase ne andòper ragunare più forzeacasa; e tornato di poi in Italia con più gentegli riuscìnondimeno la impresa difficile; tanto chesbigottitocon dispiaceredel Legatose ne tornò in Buemia; e lasciò sologuardato Reggio e Modonae a Marsilio e Piero de' Rossi raccomandòParmai quali erano in quella città potentissimi.
PartitocostuiBologna si accostò con la legae i collegati sidivisono infra loro le quattro città che restavano nella partedella Chiesa; e convennono che Parma pervenisse a quelli della ScalaReggio a' GonzagaModona a quelli da Estie Lucca ai Fiorentini.
Manelle imprese di queste terre seguirono molte guerrele quali furonopoiin buona partedai Viniziani composte.
E' parrà forse adalcuno cosa non conveniente cheinfra tanti accidenti seguiti inItalianoi abbiamo differito tanto a ragionare de' Vinizianisendola loro una repubblica cheper ordine e per potenzadebbe esseresopra ogni altro principato di Italia celebrata; ma perchétale ammirazione manchiintendendosene la cagioneio mi faròindietro assai tempoacciò che ciascuno intenda quali fusseroi principii suoie perché differirono tanto tempo nelle cosedi Italia a travagliarsi.

 

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CampeggiandoAttila re degli Unni Aquileiagli abitatori di quellapoi che sifurono difesi molto tempodisperati della salute lorocome megliopoteronocon le loro cose mobilisopra molti scoglii quali eranonella punta del mare Adriatico disabitatisi rifuggirono.
I Padovaniancoraveggendosi il fuoco propinquoe temendo chevinta AquileiaAttila non venisse a trovarglitutte le loro cose mobili di piùvalore portorono dentro al medesimo marein uno luogo detto Rivoalto; dove mandorono ancora le donnei fanciugli e i vecchi loro ela gioventù riserborono in Padovaper difenderla.
Oltre a diquestiquegli di Monselicecon gli abitatori de' colli allointornospinti da il medesimo terroresopra scogli del medesimomare ne andorono.
Ma presa Aquileiae avendo Attila guasta PadovaMonseliceVicenza e Veronaquelli di Padovae i piùpotentisi rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivoalto.
Medesimamente tutti i popoli allo intornodi quella provinciache anticamente si chiama Vineziacacciati dai medesimi accidentiin quelle paludi si ridussero.
Cosìconstretti da necessitàlasciorono luoghi amenissimi e fertilie in sterilideformieprivi di ogni commodità abitorono.
E per essere assai popoliin un tratto ridotti insiemein brevissimo tempo feciono quelliluoghinon solo abitabilima dilettevoli; e constituite infra loroleggi e ordiniintra tante rovine di Italiasicuri si godevano.
Ein breve tempo crebbero in riputazione e forze; perchéoltreai predetti abitatorivi rifuggirono molti delle città diLombardiacacciati massime dalle crudeltà di Clefi re de'Longobardi; il che non fu di poco augumento a quella cittàtanto che a' tempi di Pipino re di Francia quandoper i prieghi delPapavenne a cacciare i Longobardi di Italianelle convenzioni cheseguirono intra lui e lo Imperadore de' Greci fu che il duca diBenevento e i Viniziani non ubbidissino né all'uno néall'altromadi mezzola loro libertà si godessero.
Oltre adi questocome la necessità gli aveva condotti ad abitaredentro alle acquecosì gli forzava a pensarenon si valendodella terradi potervi onestamente viveree andando con i loronavigi per tutto il mondola città loro di varie mercanzieriempievano; delle quali avendo bisogno gli altri uominiconvenivache in quel luogo frequentemente concorressero.
Né pensoronoper molti anni ad altro dominio che a quello che facesse iltravagliare delle mercanzie loro più facile; e peròacquistorono assai porti in Grecia e in Sorìae ne' passaggiche i Franciosi feciono in Asiaperché si servirono assai de'loro navigifu consegnato loro in premio l'isola di Candia.
E mentrevissono in questa formail nome loro in mare era terribileedentroin Italia venerando di modo che di tutte le controversie chenascevano il più delle volte erano arbitri; come intervennenelle differenze nate intra i collegati per conto di quelle terre chetra loro si avevano divisecherimessa la causa ne' Vinizianirimase a' Visconti Bergamo e Brescia.
Ma avendo lorocon il tempooccupata PadovaVicenzae Trevigie di poi VeronaBergamo eBresciae nel Reame e in Romagna molte cittàcacciati dallacupidità del dominarevennono in tanta opinione di potenzachenon solamente a' principi italianima ai re oltramontani eranoin terrore; ondecongiurati quelli contro a di loroin uno giornofu tolto loro quello stato che si avevano in molti anni con infinitospendio guadagnato; e benché ne abbianoin questi nostriultimi tempi; riacquistato partenon avendo riacquistata néla reputazione né le forzea discrezione d'altricome tuttigli altri principi italianivivono.

 

30

Erapervenuto al pontificato Benedetto XIIe parendogli avere perduto intutto la possessione di Italiae temendo che Lodovico imperadore nonse ne facesse signoredeliberò di farsi amici in quella tutticoloro che avevano usurpato le terre che solevono allo imperadoreubbidireacciò che avessero cagione di temere dello Imperio edi ristrignersi seco alla difesa di Italia; e fece uno decreto chetutti i tiranni di Lombardia possedessero le terre che si avevanousurpatecon giusto titulo.
Ma sendo in questa concessione morto ilPapa e rifatto Clemente VIe vedendo lo Imperadore con quantaliberalità il Pontefice aveva donate le terre dello Imperioper non essere ancora egli meno liberale delle cose d'altri che sifussi stato il Papadonò a tutti quegli che nelle terre dellaChiesa erano tiranni le terre loroacciò che con la autoritàimperiale le possedessero.
Per la qual cosa Galeotto Malatesti e ifrategli diventorono signori di Riminodi Pesero e di FanoAntonioda Montefeltro della Marca e di UrbinoGentile da Varano diCamerinoGuido di Polenta di RavennaSinibaldo Ordelaffi di Furlìe CesenaGiovanni Manfredi di FaenzaLodovico Alidosi di Imola; eoltre a questi in molte altre terre molti altriin modo che di tuttele terre della Chiesa poche ne rimasono senza principe.
La qual cosainfino ad Alessandro VI tenne la Chiesa debole; il qualene' nostritempicon la rovina de' discendenti di costorole rendél'autorità sua.
Trovavasi lo Imperadorequando fece questaconcessionea Trento; e dava nome di volere passare in Italia; dondeseguirono guerre assai in Lombardiaper le quali i Visconti siinsignorirono di Parma.
Nel qual tempo Ruberto re di Napoli morìe rimasono di lui solo due nipotenate di Carlo suo figliuoloilquale più tempo innanzi era morto; e lasciò che lamaggiorechiamata Giovannafusse erede del Regnoe che laprendesse per marito Andreafigliuolo del re di Ungheriasuonipote.
Non stette Andrea con quella moltoche fu fatto da leimoriree si maritò ad uno altro suo cuginoprincipe diTarantochiamato Lodovico.
Ma Lodovico re di Ungheria e fratello diAndreaper vendicare la morte di quellovenne con gente in Italiae cacciò la reina Giovanna e il marito del Regno.

 

31

Inquesto tempo seguì a Roma una cosa memorabileche uno Niccolòdi Lorenzocancelliere in Campidogliocacciò i senatori diRomae si fecesotto titulo di tribunocapo della republicaromana; e quella nella antica forma ridussecon tanta reputazione diiustizia e di virtùche non solamente le terre propinquematutta Italia gli mandò ambasciadori; di modo che le anticheprovincievedendo come Roma era rinatasollevorono il capoealcune mosse da la pauraalcune dalla speranzal'onoravano.
MaNiccolònon ostante tanta reputazionese medesimo ne' suoiprimi principii abbandonò; perchéinvilito sotto tantopesosanza essere da alcuno cacciatocelatamente si fuggìene andò a trovare Carlo re di Buemiail qualeper ordine delPapain dispregio di Lodovico di Bavieraera stato elettoimperadore.
Costuiper gratificarsi il Ponteficegli mandòNiccolò prigione.
Seguì di poidopo alcuno tempochead imitazione di costuiuno Francesco Baroncegli occupò aRoma il tribunatoe ne cacciò i senatori: tanto che il Papaper il più pronto remedio a reprimerlotrasse di prigioneNiccolòe lo mandò a Romae rendégli l'ufficiodel tribuno; tanto che Niccolò riprese lo stato e fece morireFrancesco.
Ma sendogli diventati nimici i Colonnesifu ancora essonon dopo molto tempomortoe restituito l'ufficio ai senatori.

 

32

Inquesto mezzo il Re di Ungheriacacciata che gli ebbe la reginaGiovannase ne tornò nel suo regno; ma il Papachedesiderava piuttosto la Reina propinqua a Roma che quel reoperòin modo che fu contento restituirle il Regnopure che Lodovico suomaritocontento del titulo di Tarantonon fusse chiamato re.
Eravenuto l'anno 1350sì che al Papa parve che il giubileoordinato da papa Bonifazio VIII per ogni cento annisi potesse acinquanta anni ridurree fattolo per decretoi Romaniper questobenifiziofurono contenti che mandassi a Roma quattro cardinali ariformare lo stato della cittàe fare secondo la sua volontài senatori.
Il Papa ancora pronunziò Lodovico di Taranto re diNapoli; donde che la reina Giovannaper questo benifiziodette allaChiesa Avignoneche era di suo patrimonio.
Erain questi tempimorto Luchino Viscontidonde solo Giovanni arcivescovo di Milano erarestato signore; il quale fece molta guerra alla Toscana e a' suoivicinitanto che diventò potentissimo.
Dopo la morte delquale rimasono Bernabò e Galeazzo suoi nipoti; ma poco di poimorì Galeazzoe di lui rimase Giovangaleazzoil quale sidivise con Bernabò quello stato.
Era in questi tempiimperadore Carlo re di Buemiae pontefice Innocenzio VIil qualemandò in Italia Egidio cardinale di nazione spagnuoloilquale con la sua virtùnon solamente in Romagna e in Romamaper tutta Italia aveva renduta la reputazione alla Chiesa: recuperòBolognache dallo arcivescovo di Milano era stata occupata;constrinse i Romani ad accettare uno senatore forestieroil qualeciascuno anno vi dovesse dal papa essere mandato; fece onorevoliaccordi con i Visconti; roppe e prese Giovanni Auguto inghileseilquale con quattromila Inghilesi in aiuto de' Ghibellini militava inToscana.
Onde che succedendo al pontificato Urbano Vpoi chegl'intese tante vittoriedeliberò vicitare Italia e Romadove ancora venne Carlo imperadore; e dopo pochi mesi Carlo si tornònel regnoe il Papa in Avignone.
Dopo la morte di Urbanofu creatoGregorio XI; e perché gli era ancora morto il cardinaleEgidiola Italia era tornata nelle sue antiche discordiecausatedai popoli collegati contro ai Viscontitanto che il Papa mandòprima uno legato in Italia con seimilia Brettonidi poi venne egliin personae ridusse la corte a Roma nel 1376dopo settantuno annoche la era stata in Francia.
Ma seguendo la morte di quellofurifatto Urbano VIe poco di poia Fondida dieci cardinali chedicevano Urbano non essere bene elettofu creato Clemente VII.
IGenovesiin questi tempii quali più anni erano vivuti sottoil governo de' Viscontisi ribellorono; e intra loro e i Vinizianiper Tenedo insulanacquero guerre importantissimeper le quali sidivise tutta Italia; nella quale guerra furono prima vedute leartiglieriestrumento nuovo trovato dai Tedeschi.
E benché iGenovesi fussero un tempo superiorie che più mesi tenesseroassediata Vinegianondimenonel fine della guerrai Vinizianirimasono superiorie per mezzo del Pontefice feciono la paceneglianni 1381.

 

33

Eranatacome abbiamo dettoscisma nella Chiesa; onde che la reinaGiovanna favoriva il papa scismatico; per la qual cosa Urbano fecefare contro a di lei la impresa del Regno a Carlo di Durazzodiscesode' reali di Napoli; il qualevenutole tolse lo stato e siinsignorì del Regno; ed ella se ne fuggì in Francia.
Ilre di Franciaper questo sdegnatomandò Lodovico d'Angiòin Italia per recuperare il Regno alla Reinae cacciare Urbano diRoma e insignorirne l'Antipapa.
Ma Lodoviconel mezzo di questaimpresamorìe le sue gentirottese ne tornorono inFrancia.
Il Papain questo mezzose ne andò a Napolidovepose in carcere nove cardinali per avere seguitata la parte diFrancia e dello Antipapa.
Di poi si sdegnò con il Reperchénon volle fare uno suo nipote principe di Capua; e fingendo non se necurarelo richiese gli concedesse Nocera per sua abitazione; dovepoi si fece fortee si preparava di privare il Re del Regno.
Per laqual cosa il Re vi andò a campoe il Papa se ne fuggìa Genovadove fece morire quelli cardinali che aveva prigioni.
Diquivi se ne andò a Romae per farsi reputazione creòventinove cardinali.
In questo tempo Carlo re di Napoli ne andòin Ungheriadove fu fatto ree poco di poi fu morto; e a Napolilasciò la moglie con Ladislao e Giovanna suoi figliuoli.
Inquesto tempo ancora Giovangaleazzo Visconti aveva morto Bernabòsuo zio e preso tutto lo stato di Milanoe non gli bastando esserediventato duca di tutta la Lombardiavoleva ancora occupare laToscana; ma quando e' credeva prenderne il dominioe di poicoronarsi re di Italiamorì.
Ad Urbano VI era succedutoBonifazio IX.
Morì ancora in Avignone l'antipapa Clemente VIIe fu rifatto Benedetto XIII.

 

34

Eranoin Italiain questi tempisoldati assaiinghilesitedeschi ebrettonicondotti parte da quelli principi i quali in varii tempierano venuti in Italiaparte stati mandati dai pontefici quandoerano in Avignone.
Con questi tutti i principi italiani feciono piùtempo le loro guerreinfino che surse Lodovico da Conio romagnoloil quale fece una compagnia di soldati italianiintitolata in SanGiorgio; la virtù e la disciplina del quale in poco tempotolse la reputazione alle armi forestieree ridussela negliItalianide' quali poi i principi di Italianelle guerre chefacevano insiemesi valevano.
Il Papaper discordia avuta con iRomanise ne andò a Scesi; dove stette tanto che venne ilgiubileo del 1400; nel quale tempo i Romani acciò che tornassein Roma per utilità di quella cittàfurono contentiaccettare di nuovo uno senatore forestiero mandato da luie glilasciorono fortificare Castel Santo Agnoloe con queste condizioniritornatoper fare più ricca la Chiesaordinò checiascunonelle vacanze de' beneficiipagasse una annata allaCamera.
Dopo la morte di Giovan Galeazzo duca di Milanoancora chelasciasse duoi figliuoliGiovanmariagnolo e Filippoquello stato sidivise in molte parti; e ne' travagli che vi seguironoGiovanmariafu morto e Filippo stette un tempo rinchiuso nella rocca di Paviadoveper fede e virtù di quello castellano si salvò.
Eintra gli altri che occuporono delle città possedute dal padrelorofu Guglielmo della Scalail qualefuoruscitosi trovavanelle mani di Francesco da Carrara signore di Padova; per il mezzodel quale riprese lo stato di Veronadove stette poco tempoperchéper ordine di Francescofu avvelenatoe toltogli la città.Per la qual cosa i Vicentiniche sotto le insegne de' Visconti eranovivuti sicuritemendo della grandezza del signore di Padovasidierono a' Viniziani; mediante i quali i Viniziani presono la guerracontro a di luie prima gli tolsono Veronae di poi Padova.

 

35

Inquesto mezzo Bonifazio papa morìe fu eletto Innocenzio VII;al quale il popolo di Roma supplicò che dovesse rendergli lefortezze e restituirgli la sua libertà; a che il Papa nonvolle acconsentire; donde che il popolo chiamò in suo aiutoLadislao re di Napoli.
Di poinato intra loro accordoil Papa se netornò a Romache per paura del popolo se ne era fuggito aViterbo dove aveva fatto Lodovico suo nipote conte della Marca.
Morìdi poie fu creato Gregorio XIIcon obligo che dovesse renunziareal papatoqualunche volta ancora l'Antipapa renunziasse.
E perconforto de' cardinaliper fare pruova se la Chiesa si potevariunireBenedetto antipapa venne a Porto Veneree Gregorio a Luccadove praticorono cose assai e non ne conclusono alcunadi modo che icardinali dell'uno e dell'altro papa gli abbandonoronoe dei papiBenedetto se ne andò in Ispagna e Gregorio a Rimini.
Icardinali dall'altra partecon il favore di Baldassare Cossacardinale e legato di Bolognaordinorono uno concilio a Pisa dovecreorono Alessandro Vil qualesubitoscomunicò il reLadislao e investì di quel regno Luigi d'Angiò; einsieme con i FiorentiniGenovesi e Vinizianie con BaldassareCossa legatoassaltorono Ladislaoe gli tolsono Roma.
Ma nelloardore di questa guerra morì Alessandroe fu creato papaBaldassare Cossache si fece chiamare Giovanni XXIII.
Costui partìda Bolognadove fu creatoe ne andò a Romadove trovòLuigi d'Angiòche era venuto con la armata di Provenza; evenuti alla zuffa con Ladislaolo ruppono.
Ma per difetto de'condottieri non poterono seguire la vittoria; in modo che il Redopopoco temporiprese le forzee riprese Roma; e il Papa se ne fuggìa Bolognae Luigi in Provenza.
E pensando il Papa in che modopotesse diminuire la potenza di Ladislaooperò che Sigismondore di Ungheria fusse eletto imperadore e lo confortò a venirein Italiae con quello si abboccò a Mantova; e convennono difare uno concilio generalenel quale si riunisse la Chiesa; laqualeunitafacilmente potrebbe opporsi alle forze de' suoi nemici.

 

36

Eranoin quel tempotre papiGregorioBenedetto e Giovanni; i qualitenevano la Chiesa debile e sanza reputazione.
Fu eletto il luogo delconcilio Gostanzacittà della Magnafuora della intenzionedi papa Giovanni; e benché fusseper la morte del reLadislaospenta la cagione che fece al Papa muovere la pratica delconcilionondimenoper essersi obligatonon potette rifiutare loandarvi; e condotto a Gostanzadopo non molti mesicognoscendotardi lo errore suotentò di fuggirsi; per la qual cosa fumesso in carceree constretto rifiutare il papato.
Gregoriounodegli antipapi ancoraper uno suo mandatorinunziò; eBenedettol'altro antipapanon volendo rinunziarefu condennatoper eretico.
Alla fineabbandonato dai suoi cardinalifu constrettoancora egli a rinunziare; e il Concilio creò pontefice Ottodi casa Colonnachiamato di poi papa Martino V.
E così laChiesa si unìdopo quaranta anni che l'era stata in piùpontefici divisa.

 

37

Trovavasiin questi tempicome abbiamo dettoFilippo Visconti nella rocca diPavia; ma venendo a morte Fazino Caneil quale ne' travagli diLombardia si era insignorito di VercelliAlessandriaNovara eTortonae aveva ragunate assai ricchezzenon avendo figliuolilasciò erede degli stati suoi Beatrice sua mogliee ordinòcon i suoi amici operassero in modo che la si maritasse a Filippo.Per il quale matrimonio diventato Filippo potenteriacquistòMilano e tutto lo stato di Lombardia.
Di poiper essere grato de'benefizi grandicome sono quasi sempre tutti i principiaccusòBeatrice sua moglie di stuproe la fece morire.
Diventato pertantopotentissimocominciò a pensare alle guerre di Toscanaperseguire i disegni di Giovan Galeazzo suo padre.

 

38

AvevaLadislao re di Napolimorendolasciato a Giovanna sua sirocchiaoltre al Regnouno grande esercitocapitanato dai principalicondottieri di Italiaintra i primi de' quali era Sforza daCotignuola reputatosecondo quelle armivaloroso.
La Reinaperfuggire qualche infamia di tenersi uno Pandolfelloil quale avevaallevatotolse per marito Iacopo della Marciafranciosodi stirperegalecon queste condizioniche fussi contento di essere chiamatoprincipe di Tarantoe lasciasse a lei il titolo e il governo delRegno.
Ma i soldatisubito che gli arrivò in Napolilochiamorono re; in modo che intra il marito e la moglie nacquonodiscordie grandie più volte superorono l'uno l'altro; purein ultimorimase la Reina in istato; la quale diventò poinimica del Ponteficeonde che Sforzaper condurla in necessitàe che l'avesse a gittarsegli in gremborinunziòfuora di suaopinioneal suo soldo.
Per la qual cosa quella si trovò in untratto disarmata; e non avendo altri rimediricorse per gli aiuti adAlfonso re di Ragona e di Siciliae lo adottò in figliuoloesoldò Braccio da Montoneil quale era quanto Sforza nellearmi reputatoe inimico del Papa per avergli occupata Perugia ealcune altre terre della Chiesa.
Seguì di poi la pace intralei e il Papama il re Alfonsoperché dubitava che ella nontrattasse lui come il maritocercava cautamente insignorirsi dellefortezze; ma quellache era astutalo prevennee si fece fortenella rocca di Napoli.
Crescendo adunque intra l'una e l'altro isospettivennono alle armi; e la Reinacon lo aiuto di Sforzailquale ritornò a' suoi soldisuperò Alfonsoecacciollo di Napolie lo privò della adozionee adottòLodovico d'Angiò: donde nacque di nuovo guerra intra Braccioche aveva seguitate le parti di Alfonsoe Sforzache favoriva laReina.
Nel trattare della qual guerrapassando Sforza il fiume diPescaraaffogò; in modo che la Reina di nuovo rimasedisarmata; e sarebbe stata cacciata del Regnose da Filippo Viscontiduca di Milano non fusse stata aiutata; il quale constrinse Alfonso atornarsene in Aragona.
Ma Braccionon sbigottito per essersiabbandonato Alfonsoseguitò di fare la impresa contro allaReina; e avendo assediata l'Aquilail Papanon giudicando aproposito della Chiesa la grandezza di Braccioprese a' suoi soldiFrancesco figliuolo di Sforza; il quale andò a trovare Braccioa l'Aquiladove lo ammazzò e ruppe.
Rimasedella parte diBraccioOddo suo figliuolo; al quale fu tolta da il Papa Perugiaelasciato nello stato di Montone.
Ma fupoco di poimortocombattendo in Romagna per i Fiorentini; tale chedi quelli chemilitavono con BraccioNiccolò Piccino rimase di piùriputazione.

 

39

Maperché noi siamo venuticolla narrazione nostrapropinqui aquelli tempi che io disegnai; perché quanto ne è rimasoa trattare non importain maggiore partealtro che le guerre cheebbono i Fiorentini e i Viniziani con Filippo duca di Milanolequali si narreranno dove particularmente di Firenze tratteremo; ionon voglio procedere più avanti: solo ridurròbrevemente a memoria in quali termini la Italiae con i principi econ le armiin quelli tempi dove noi scrivendo siamo arrivatisitrovava.
Degli stati principalila reina Giovanna II teneva il regnodi Napoli; la Marcail Patrimonio e Romagnaparte delle loro terreubbidivano alla Chiesaparte erano dai loro vicari o tirannioccupate: come FerraraModona e Reggio da quelli da Esti; Faenza dae Manfredi; Imola dagli Alidosi; Furlì dagli Ordelaffi; Riminoe Pesero dai Malatestie Camerino da quelli da Varano.
DellaLombardia parte ubbidiva al duca Filippoparte a' Viniziani; perchétutti quelli che tenevano stati particulari in quella erano statispentieccetto che la casa di Gonzagala quale signoreggiava inMantova.
Della Toscana erano la maggiore parte signori i Fiorentini:Lucca solo e Siena con le loro leggi vivevano; Lucca sotto i GuinigiSiena era libera.
I Genovesisendo ora liberi ora servi o de' Realidi Francia o de' Viscontiinonorati vivevanoe intra gli minoripotentati si connumeravono.
Tutti questi principali potentati eranodi proprie armi disarmati: il duca Filippostando rinchiuso per lecamere e non si lasciando vedereper i suoi commissari le sue guerregovernava; i Vinizianicome ei si volsono alla terrasi trassono didosso quelle armi che in mare gli avevano fatti gloriosieseguitando il costume degli altri Italianisotto l'altrui governoamministravano gli eserciti loro; il Papa per non gli stare bene learmi in dosso sendo religiosoe la reina Giovanna di Napoli peressere feminafacevono per necessità quello che gli altri permala elezione fatto avevano; i Fiorentini ancora alle medesimenecessità ubbidivanoperchéavendo per le spessedivisioni spenta la nobilitàe restando quella republicanelle mani d'uomini nutricati nella mercanziaseguitavano gli ordinie la fortuna degli altri.
Erano adunque le armi di Italia in mano ode' minori principi o di uomini senza stato; perché i minoriprincipinon mossi da alcuna gloriama per vivere o piùricchi o più sicurise le vestivano; quegli altriper esserenutricati in quelle da piccolinon sapendo fare altra artecercavono in essecon avere o con potenzaonorarsi.
Intra questierano allora i più nominati: il CarmignuolaFrancesco SforzaNiccolò Piccino allievo di BraccioAgnolo della PergolaLorenzo e Micheletto Attenduliil TartagliaIacopaccioCeccolinoda PerugiaNiccolò da TolentinoGuido TorelloAntonio dalPonte ad Era e molti altri simili.
Con questi erano quelli signoride' quali ho di sopra parlato; ai quali si aggiugnevano i baroni diRomaOrsini e Colonnesicon altri signori e gentili uomini delRegno e di Lombardia; i qualistando in su la guerraavevano fattocome una lega e intelligenza insiemee riduttala in arte; con laquale in modo si temporeggiavonoche il più delle voltediquelli che facevano guerral'una parte e l'altra perdeva; e in finela ridussono in tanta viltà che ogni mediocre capitanonelquale fusse alcuna ombra della antica virtù rinatagliarebbecon ammirazione di tutta Italiala quale per sua pocaprudenza gli onoravavituperati.
Di questiadunqueoziosi principie di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria.
Allaquale prima che io discendami è necessariosecondo che nelprincipio promissitornare a raccontare della origine di Firenzeefare a ciascuno largamente intendere quale era lo stato di quellacittà in questi tempie per quali mezziintra tanti travagliche per mille anni erano in Italia accadutivi era pervenuta.

 



LIBROSECONDO

 

1

Intragli altri grandi e maravigliosi ordini delle republiche e principatiantichi che in questi nostri tempi sono spenti era quello mediante ilqualedi nuovo e d'ogni tempoassai terre e città siedificavano; perché niuna cosa è tanto degna di unoottimo principe e di una bene ordinata republicané piùutile ad una provinciache lo edificare di nuovo terre dove gliuomini si possinoper commodità della difesa o della culturaridurre; il che quelli potevono facilmente fareavendo in uso dimandare ne' paesi o vinti o voti nuovi abitatorii quali chiamavonocolonie.
Perchéoltre allo essere cagione questo ordine chenuove terre si edificasserorendeva il paese vinto al vincitore piùsecuroe riempieva di abitatori i luoghi votie nelle provincie gliuomini bene distribuiti manteneva.
Di che ne nasceva cheabitandosiin una provincia più commodamentegli uomini più vimultiplicavanoed erano nelle offese più pronti e nelledifese più sicuri.
La quale consuetudine sendosi oggi per ilmalo uso delle republiche e de' principi spentane nasce la rovina ela debolezza delle provincie; perché questo ordine solo èquello che fa gli imperii più securie i paesicome èdettomantiene copiosamente abitati: la securtà nasce perchéquella colonia la quale è posta da un principe in uno paesenuovamente occupato da lui è come una rocca e una guardia atenere gli altri in fede; non si puòoltra di questounaprovincia mantenere abitata tuttané perservare in quella gliabitatori bene distribuitisenza questo ordine.
Perché tuttii luoghi in essa non sono o generativi o sani; onde nasce che inquesti abbondono gli uomininegli altri mancano; e se non vi èmodo a trargli donde gli abbondonoe porgli dove e' mancanoquellaprovincia in poco tempo si guasta; perché una parte di quelladiventaper i pochi abitatoridisertaun'altraper i troppipovera.
E perché la natura non può a questo disordinesupplireè necessario supplisca la industria: perché ipaesi male sani diventano sani per una moltitudine di uomini che adun tratto gli occupi; i quali con la cultura sanifichino la terra econ i fuochi purghino l'ariaa che la natura non potrebbe maiprovedere.
Il che dimostra la città di Vinegiaposta in luogopaludoso e infermo: nondimeno i molti abitatori che ad un tratto viconcorsono lo renderono sano.
Pisa ancoraper la malignitàdell'arianon fu mai di abitatori ripienase non quando Genova e lesue riviere furono dai Saraceni disfatte; il che fece che quelliuominicacciati da' terreni patriiad un tratto in tanto numero viconcorsonoche feciono quella popolata e potente.
Sendo mancato pertanto quello ordine del mandare le coloniei paesi vinti si tengonocon maggiore difficultàe i paesi voti mai non si riempianoe quelli troppo pieni non si alleggeriscono.
Donde molte parti nelmondoe massime in Italiasono diventaterispetto agli antichitempidiserte: e tutto è seguito e segue per non essere ne'principi alcuno appetito di vera gloriae nelle republiche alcunoordine che meriti di essere lodato.
Nelli antichi tempiaddunqueper virtù di queste colonieo e' nascevano spesso cittàdi nuovoo le già cominciate crescevano; delle quali fu lacittà di Firenzela quale ebbe da Fiesole il principio e dale colonie lo augumento.

 

2

Egliè cosa verissima secondo che Dante e Giovanni Villanidimostrano che la città di Fiesolesendo posta sopra lasommità del monteper fare che i mercati suoi fussero piùfrequentati e dare più commodità a quegli che vivolessero con le loro mercanzie venireaveva ordinato il luogo diquellinon sopra il poggioma nel pianointra le radice del montee del fiume d'Arno.
Questi mercati giudico io che fussero cagionedelle prime edificazioni che in quelli luoghi si facesseromossi imercatanti da il volere avere ricetti commodi a ridurvi le mercanzieloro i quali con il tempo ferme edificazioni diventorono; e di poiquando i Romani avendo vinti i Cartaginesirenderono dalle guerreforestiere la Italia securain gran numero multiplicorono.
Perchégli uomini non si mantengono mai nelle difficultàse da unanecessità non vi sono mantenuti; tale chedove la paura delleguerre costrigne quelli ad abitare volentieri ne' luoghi forti easpricessata quellachiamati dalla commoditàpiùvolentieri ne' luoghi domestici e facili abitano.
La securtàadunquela quale per la reputazione della romana republica nacque inItaliapotette fare crescere le abitazioni già nel modo dettoincominciatein tanto numero che in forma d'una terra si ridusserola quale Villa Arnina fu da principio nominata.
Sursono di poi inRoma le guerre civiliprima intra Mario e Silladi poi intra Cesaree Pompeoe apresso intra gli ammazzatori di Cesare e quelli chevolevano la sua morte vendicare.
Da Silla adunque in prima e di poida quelli tre cittadini romani i quali dopo la vendetta fatta diCesare si divisono l'imperiofurono mandate a Fiesole colonie; dellequali o tutte o parte posono le abitazioni loro nel pianopressoalla già cominciata terra; tale cheper questo augumentosiridusse quello luogo tanto pieno di edifici e di uomini e di ognialtro ordine civile che si poteva numerare intra le città diItalia.
Ma donde si derivasse il nome di Florenziaci sono varieopinioni: alcuni vogliono si chiamasse da Florinouno de' capi dellacolonia; alcuni non Florenziama Fluenzia vogliono che la fusse nelprincipio dettaper essere posta propinqua al fluente d'Arno; e neadducono testimone Plinioche dice: - i Fluentini sono propinqui adArno fluente -.
La qual cosa potrebbe essere falsaperchéPlinio nel testo suo dimostra dove i Fiorentini erano postinon comesi chiamavano; e quello vocabolo "Fluentini" conviene chesia corrottoperché Frontino e Cornelio Tacitoche scrissonoquasi che ne' tempi di Pliniogli chiamono Florenzia e Florentini;perché di già ne' tempi di Tiberio secondo il costumedelle altre città di Italia si governavanoe Cornelioreferisce essere venuti oratori Florentini allo Imperadorea pregareche l'acque delle Chiane non fussero sopra il paese loro sboccate; néè ragionevole che quella cittàin un medesimo tempoavesse duoi nomi.
Credo per tanto che sempre fusse chiamataFlorenziaper qualunque cagione così si nominasse; e cosìda qualunque cagione si avesse la originela nacque sotto lo Imperioromanoe ne' tempi de' primi imperadori cominciò dagliscrittori ad essere ricordata.
E quando quello Imperio fu da' barbariafflitto fu ancora Florenzia da Totila re degli Ostrogoti disfattaedopo 250 annidi poida Carlo Magno riedificata.
Dal qual tempoinfino agli anni di Cristo 1215 visse sotto quella fortuna chevivevano quelli che comandavano ad Italia.
Ne' quali tempi primasignoreggiorono in quella i discesi di Carlodi poi i Berengariein ultimo gli imperadori tedeschicome nel nostro trattatouniversale dimostrammo.
Né poterono in questi tempi iFlorentini crescerené operare alcuna cosa degna di memoriaper la potenza di quelli allo imperio de' quali ubbidivanonondimenonel 1010il dì di santo Romolo giorno solenne a'Fiesolanipresono e disfeciono Fiesole; il che fecionoo con ilconsenso degli imperadorio in quel tempo che dalla morte dell'unoalla creazione dell'altro ciascuno più libero rimaneva.
Ma poiche i pontefici presono più autorità in Italiae gliimperadori tedeschi indebolironotutte le terre di quella provinciacon minore reverenzia del principe si governarono; tanto che nel1080al tempo di Arrigo IIIsi ridusse la Italia intra quello e laChiesa in manifesta divisione; la quale non ostantei Fiorentini simantennono infino al 1215 unitiubbidendo a' vincitorinécercando altro imperio che salvarsi.
Ma come ne' corpi nostri quantopiù sono tarde le infirmità tanto più sonopericolose e mortalicosì Florenziaquanto la fu piùtarda a seguitare le sette di Italiatanto di poi fu piùafflitta da quelle.
La cagione della prima divisione ènotissimaperché è da Dante e da molti altri scrittoricelebrata; pure mi pare brevemente da raccontarla.

 

3

Eranoin Florenziaintra le altre famigliepotentissime Buondelmonti eUberti; apresso a queste erano gli Amidei e i Donati.
Era nellafamiglia de' Donati una donna vedova e riccala quale aveva unafigliuola di bellissimo aspetto.
Aveva costei infra sédisegnato a messer Buondelmontecavaliere giovane e della famigliade' Buondelmonti capomaritarla.
Questo suo disegnoo pernegligenziao per credere potere essere sempre a temponon avevaancora scoperto a persona; quando il caso fece che a messerBuondelmonte si maritò una fanciulla degli Amidei; di chequella donna fu malissimo contenta.
E sperando di poterecon labellezza della figliuolaprima che quelle nozze si celebrasseroperturbarlevedendo messer Buondelmonteche solo veniva verso lasua casascese da bassoe dietro si condusse la figliuolae nelpassare quellose gli fece incontradicendo: - Io mi rallegroveramente assai dello avere voi preso moglieancora che io vi avesseserbata questa mia figliuola- e sospinta la portagliene fecevedere.
Il cavaliereveduta la bellezza della fanciullala qualeera rarae considerato il sangue e la dote non essere inferiore aquella di colei ch'egli aveva toltasi accese in tanto ardore diaverlachenon pensando alla fede datané alla ingiuria chefaceva a romperlané ai mali che dalla rotta fede glienepotevano incontraredisse: - Poi che voi me la avete serbataiosarei uno ingratosendo ancora a tempoa rifiutarla; - e senzamettere tempo in mezzo celebrò le nozze.
Questa cosacome fuintesariempié di sdegno la famiglia degli Amidei e quelladegli Ubertii quali erano loro per parentado congiunti; e convenutiinsieme con molti altri loro parenticonclusono che questa ingiurianon si poteva sanza vergogna tollerarené con altra vendettache con la morte di messer Buondelmonte vendicare.
E benchéalcuni discorressero i mali che da quella potessero seguireil MoscaLamberti disse che chi pensava assai cose non ne concludeva maialcunadicendo quella trita e nota sentenza: "Cosa fatta capoha".
Dettono pertanto il carico di questo omicidio al MoscaaStiatta Ubertia Lambertuccio Amidei e a Oderigo Fifanti.
Costorola mattina della Pasqua di Resurressionesi rinchiusono nelle casedegli Amideiposte intra il Ponte Vecchio e Santo Stefano; epassando messer Buondelmonte il fiume sopra uno caval biancopensando che fusse così facil cosa sdimenticare una ingiuriacome rinunziare ad uno parentadofu da loro a piè del pontesotto una statua di Marteassaltato e morto.
Questo omicidio divisetutta la cittàe una parte si accostò a' Buondelmontil'altra agli Uberti; e perché queste famiglie erano forti dicase e di torri e di uominicombatterono molti anni insieme sanzacacciare l'una l'altra; e le inimicizie loroancora che le nonfinissero per pacesi componevano per triegue; e per questa viasecondo i nuovi accidentiora si quietavano e ora si accendevano.

 

4

Estette Florenzia in questi travagli infino al tempo di Federigo II;il qualeper essere re di Napolipotere contro alla Chiesa le forzesue accrescere si persuase; e per ridurre più ferma la potenzasua in Toscanafavorì gli Uberti e i loro seguaci; i qualicon il suo favorecacciorono i Buondelmontie così la nostracittà ancoracome tutta Italia più tempo era divisain Guelfi e Ghibellini si divise.
Né mi pare superfluo farememoria delle famiglie che l'una e l'altra setta seguirono.
Quelliadunque che seguirono le parti guelfe furono: BuondelmontiNerliRossiFrescobaldiMozziBardiPulciGherardiniForaboschiBagnesiGuidalottiSacchettiManieriLucardesiChiaramontesiCompiobbesiCavalcantiGiandonatiGianfigliazziScaliGualterottiImportuniBostichiTornaquinciVecchiettiTosinghiArrigucciAgliSiziAdimariVisdominiDonatiPazziDellaBellaArdinghiTedaldiCerchi.
Per la parte ghibellina furono:UbertiMannegliUbriachiFifantiAmideiInfangatiMalespiniScolariGuidiGalliCappiardiLambertiSoldanieriCiprianiToschiAmieriPalerminiMigliorelliPigliBarucciCattaniAgolantiBrunelleschiCaponsacchiEliseiAbatiTedaldiniGiuochiGaligai.
Oltra di questo all'una e all'altra parte di questefamiglie nobili si aggiunsono molte delle popolari; in modo che quasitutta la città fu da questa divisione corrotta.
I Guelfiadunquecacciatiper le terre del Valdarno di sopradove avevanogran parte delle fortezze lorosi ridussero; e in quel modo potevanomigliore contro alle forze delli nimici loro si difendevano.
Mavenuto Federigo a mortequegli che in Florenzia erano uomini dimezzo e avieno più credito con il popolopensorono che fussepiù tosto da riunire la cittàchemantenendoladivisarovinarla.
Operorono adunque in modo che i Guelfideposte leingiurietornoronoe i Ghibellinideposto il sospettogliriceverono; ed essendo unitiparve loro tempo da potere pigliareforma di vivere libero e ordine da potere difendersiprima che ilnuovo imperadore acquistasse le forze.

 

5

Divisonopertanto la città in sei partied elessono dodici cittadiniduoi per sestoche la governassero; i quali si chiamassero Anziani eciascuno anno si variassero.
E per levare via le cagioni delleinimicizie che dai giudicii nascanoproviddono a duoi giudiciforestierichiamato l'uno Capitano di popolo e l'altro Podestàche le cause così civili come criminali intra i cittadinioccorrenti giudicassero.
E perché niuno ordine èstabile senza provedergli il difensoreconstituirono nella cittàventi bandieree settantasei nel contadosotto le quali scrissonotutta la gioventù e ordinorono che ciascuno fusse presto earmato sotto la sua bandieraqualunque volta fusse o dal Capitano odagli Anziani chiamato; e variorono in quelle i segnisecondo chevariavano le armiperché altra insegna portavano ibalestrieri e altra i palvesari; e ciascuno annoil giorno dellaPentecostecon grande pompa davano a nuovi uomini le insegneenuovi capi a tutto questo ordine assegnavano.
E per dare maestàai loro esercitie capo dove ciascunosendo nella zuffa spintoavesse a rifuggiree rifuggito potesse di nuovo contro al nimico fartestauno carro grandetirato da duoi buoi coperti di rosso soprail quale era una insegna bianca e rossaordinorono.
E quando e'volevono trarre fuora lo esercitoin Mercato nuovo questo carroconducevonoe con solenne pompa ai capi del popolo lo consegnavano.Avevano ancoraper magnificenza delle loro impreseuna campanadetta Martinellala quale uno mese continuamenteprima chetraessero fuora della città gli esercitisonavaacciòche il nimico avesse tempo alle difese: tanta virtù era allorain quegli uominie con tanta generosità di animo sigovernavano che dove oggi lo assaltare il nimico improvisto si reputageneroso atto e prudenteallora vituperoso e fallace si reputava.Questa campana ancora conducevono ne' loro esercitimediante laquale le guardie e l'altre fazioni della guerra comandavano.

 

6

Conquesti ordini militari e civili fondorono i Fiorentini la lorolibertà.
Né si potrebbe pensare quanto di autoritàe forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo diToscana divennema intra le prime città di Italia eranumerata; e sarebbe a qualunque grandezza salitase le spesse enuove divisioni non la avessero afflitta.
Vissono i Fiorentini sottoquesto governo dieci anninel qual tempo sforzorono i PistolesiAretini e Sanesi a fare lega con loro; e tornando con il campo daSienapresono Volterradisfeciono ancora alcune castellae gliabitanti condussono in Firenze.
Le quali imprese tutte si feciono peril consiglio de' Guelfii quali molto più che i Ghibellinipotevanosì per essere questi odiati da il popolo per li lorosuperbi portamenti quando al tempo di Federigo governoronosi peressere la parte della Chiesa più che quella dello Imperadoreamata; perché con lo aiuto della Chiesa speravono perservarela loro libertàe sotto lo Imperadore temevano perderla.
IGhibellini per tanto veggendosi mancare della loro autoritànon potevono quietarsie solo aspettavano la occasione di ripigliarelo stato.
La quale parve loro fusse venutaquando viddono cheManfredi figliuolo di Federigo si era del regno di Napoli insignoritoe aveva assai sbattuta la potenza della Chiesa.
Secretamente adunquepraticavano con quello di ripigliare la loro autorità; néposserono in modo governarsiche le pratiche tenute da loro nonfussero agli Anziani scoperte.
Onde che quelli citorono gli Ubertiiqualinon solamente non ubbidironoma prese le armisifortificorono nelle case loro; di che il popolo sdegnatosi armòe con lo aiuto de' Guelfi gli sforzò ad abbandonare Firenze eandarne con tutta la parte ghibellina a Siena.
Di quivi domandoronoaiuto a Manfredi re di Napolie per industria di messer Farinatadegli Uberti furono i Guelfi dalle genti di quel resopra il fiumedella Arbiacon tanta strage rottiche quegli i quali di quellarotta camparononon a Firenzegiudicando la loro cittàperdutama a Lucca si rifuggirono.

 

7

AvevaManfredi mandato a' Ghibelliniper capo delle sue gentiil conteGiordanouomo in quelli tempi nelle armi assai reputato.
Costuidopo la vittoriase ne andò con i Ghibellini a Firenzeequella città ridusse tutta alla ubbidienza di Manfrediannullando i magistrati e ogni altro ordine per il quale apparissealcuna forma della sua libertà.
La quale ingiuriacon pocaprudenza fattafu dallo universale con grande odio ricevuta; e dinimico ai Ghibellini diventò loro inimicissimo; donde al tuttone nacquecon il tempola rovina loro.
E avendoper le necessitàdel Regno il conte Giordano a tornare a Napolilasciò inFirenze per regale vicario il conte Guido Novellosignore diCasentino.
Fece costui uno concilio di Ghibellini ad Empolidove perciascuno si concluse chea volere mantenere potente la parteghibellina in Toscanaera necessario disfare Firenzesola atta peravere il popolo guelfoa fare ripigliare le forze alle parti dellaChiesa.
A questa sì crudel sentenziadata contra ad una sìnobile cittànon fu cittadino né amicoeccetto chemesser Farinata degli Ubertiche si opponesseil quale apertamentee senza alcuno rispetto la difesedicendo non avere con tanta faticacorsi tanti pericolise non per potere nella sua patria abitare; eche non era allora per non volere quello che già aveva cerconé per rifiutare quello che dalla fortuna gli era stato dato;anzi per essere non minore nimico di coloro che disegnasseroaltrimentiche si fusse stato ai Guelfi; e se di loro alcuno temevadella sua patriala rovinasseperché speravacon quellavirtù che ne aveva cacciati i Guelfidifenderla.
Era messerFarinata uomo di grande animoeccellente nella guerracapo de'Ghibellinie apresso a Manfredi assai stimato: la cui autoritàpose fine a quello ragionamento; e pensorono altri modi a volersi lostato perservare.

 

8

IGuelfii quali si erano fuggiti a Luccalicenziati dai Lucchesi perle minacce del Contese ne andorono a Bologna.
Di quivi furono daiGuelfi di Parma chiamati contro ai Ghibellini; doveper la lorovirtù superati gli avversariifurno loro date tutte le loropossessioni; tanto checresciuti in ricchezze e in onoresapiendoche papa Clemente aveva chiamato Carlo d'Angiò per torre ilRegno a Manfredimandorono al Pontefice oratori ad offerirgli leloro forze.
Di modo che il Papanon solamente gli ricevé peramicima dette loro la sua insegna; la quale sempre di poi fuportata da' Guelfi in guerraed è quella che ancora inFirenze si usa.
Fu di poi Manfredi da Carlo spogliato del Regnoemorto; dove sendo intervenuti i Guelfi di Firenzene diventòla parte loro più gagliardae quella de' Ghibellini piùdeboledonde che quelli che insieme col conte Guido Novellogovernavono Firenze giudicorono che fussi bene guadagnarsi conqualche benefizio quel popolo che prima avevano con ogni ingiuriaaggravato; e quelli rimedi cheavendogli fatti prima che lanecessità venissesarebbono giovatifacendogli di poisanzagradonon solamente non giovoronoma affrettorono la rovina loro.Giudicorono per tanto farsi amico il popolo e loro partigianose glirendevono parte di quelli onori e di quella autorità gliavevono tolta; ed elessono trentasei cittadini popolanii qualiinsieme con duoi cavalieri fatti venire da Bolognariformassero lostato della città.
Costorocome prima convennonodistinsonotutta la città in Artie sopra ciascuna Arte ordinorono unomagistrato il quale rendesse ragione a' sottoposti a quelle;consegnoronooltre di questoa ciascuna una bandieraacciòche sotto quella ogni uomo convenisse armatoquando la cittàne avesse di bisogno.
Furono nel principio queste Arti dodicisettemaggiori e cinque minori; di poi crebbono le minori infino inquattordicitanto che tutte furonocome al presente sonoventuna;praticando ancora i trentasei riformatori delle altre cose abenefizio comune.

 

9

Ilconte Guidoper nutrire i soldatiordinò di porre una tagliaa' cittadini; dove trovò tanta difficultà che non ardìdi fare forza di ottenerla; e parendogli avere perduto lo statosiristrinse con i capi de' Ghibellini; e deliberorono torre per forzaal popolo quello che per poca prudenza gli avevono conceduto.
Equando parve loro essere ad ordine con le armisendo insieme itrentaseifeciono levare il romore; onde che quellispaventatisiritirorono alle loro casee subito le bandiere delle Arti furonofuora con assai armati dietro; e intendendo come il conte Guido conla sua parte era a San Giovannifeciono testa a Santa Trinitaedierono la ubbidienza a messer Giovanni Soldanieri.
Il Contedall'altra partesentendo dove il popolo erasi mosse per ire atrovarlo; né il popolo ancora fuggì la zuffa; e fattosiincontro al nimicodove è oggi la loggia de' Tornaquinci siriscontrorono.
Dove fu ributtato il Contecon perdita e morte di piùsuoidonde chesbigottito temeva che la notte i nimici loassalisseroe trovandosi i suoi battuti e invilitilo ammazzassero.E tanta fu in lui potente questa immaginazionechesenza pensare adaltro rimediodeliberòpiù tosto fuggendo checombattendosalvarsi; e contro al consiglio de' Rettori e dellaPartecon tutte le genti sue ne andò a Prato.
Ma come primaper trovarsi in luogo sicurogli fuggì la pauraricognobbelo errore suo; e volendolo correggerela mattinavenuto il giornotornò con le sue genti a Firenzeper rientrare in quellacittà per forzache egli aveva per viltà abbandonata;ma non gli successe il disegnoperché quel popolo che condifficultà lo arebbe potuto cacciarefacilmente lo potettetenere fuora; tanto chedolente e svergognatose ne andò inCasentino; e i Ghibellini si ritirorono alle loro ville.
Restatoadunque il popolo vincitoreper conforto di coloro che amavano ilbene della republicasi deliberò di riunire la città erichiamare tutti i cittadinicosì ghibellini come guelfiiquali si trovassero fuora.
Tornorono adunque i Guelfisei anni dopoche gli erano stati cacciatie a' Ghibellini ancora fu perdonata lafresca ingiuriae riposti nella patria loro.
Non di meno da ilpopolo e dai Guelfi erano forte odiatiperché questi nonpotevono cancellare della memoria lo esilioe quello si ricordavatroppo della tirannide loro mentre che visse sotto il governo diquelli; il che faceva che né l'una né l'altra parteposava l'animo.
Mentre che in questa forma in Firenze si vivevasisparse fama che Curradino nipote di Manfredicon genteveniva dellaMagna allo acquisto di Napoli; donde che i Ghibellini si riempieronodi speranza di potere ripigliare la loro autoritàe i Guelfipensavano come si avessero ad assicurare delli loro nimici e chiesonoal re Carlo aiuti per poterepassando Curradinodifendersi.
Venendoper tanto le genti di Carlofeciono diventare i Guelfi insolentiein modo sbigottirono i Ghibelliniche duoi giorni avanti alloarrivare lorosenza essere cacciatisi fuggirono.

 

10

Partitii Ghibelliniriordinorono i Fiorentini lo stato della città;ed elessono dodici capii quali sedessero in magistrato duoi mesiiquali non chiamorono Anzianima Buoni uomini; apresso a questi unoconsiglio di ottanta cittadiniil quale chiamavano la Credenza; dopoquesto erano cento ottanta popolanitrenta per sestoi qualiconla Credenza e dodici Buoni uominisi chiamavano il Consigliogenerale.
Ordinorono ancora un altro consiglio di cento venticittadinipopolani e nobiliper il quale si dava perfezione a tuttele cose negli altri consigli deliberate; e con quello distribuivonogli uffici della repubblica.
Fermato questo governofortificoronoancora la parte guelfa con magistrati e altri ordiniacciòche con maggiori forze si potessero dai Ghibellini difenderei benide' quali in tre parti divisonodelle quali l'una publicoronol'altra al magistrato della Partechiamato i Capitanila terza a'Guelfiper ricompenso de' danni ricevutiassegnorono.
Il Papaancoraper mantenere la Toscana guelfafece il re Carlo vicarioimperiale di Toscana.
Mantenendo adunque i Fiorentiniper virtùdi questo nuovo governodentro con le leggi e fuora con le armilareputazione loromorì il Pontefice; e dopo una lunga disputapassati duoi annifu eletto papa Gregorio X.
Il qualeper esserestato lungo tempo in Sorìaed esservi ancora nel tempo dellasua elezionee discosto da gli umori delle partinon stimava quellenel modo che dagli suoi antecessori erano state stimate.
E per ciòsendo venuto in Firenze per andare in Franciastimò che fusseufficio di uno ottimo pastore riunire la città; e operòtanto che i Fiorentini furono contenti ricevere i sindachi de'Ghibellini in Firenze per praticare il modo del ritorno loro; ebenché lo accordo si concludessefurono in modo i Ghibellinispaventatiche non vollono tornare.
Di che il Papa dette la colpaalla cittàesdegnatoscomunicò quella; nella qualecontumacia stette quanto visse il Pontefice; ma dopo la sua morte fuda papa Innocenzio V ribenedetta.
Era venuto il pontificato inNiccolò IIInato di casa Orsina; e perché i ponteficitemevano sempre colui la cui potenzia era diventata grande in Italiaancora che la fussi con i favori della Chiesa cresciutae perchéei cercavano di abbassarlane nascevano gli spessi tumulti e lespesse variazioni che in quella seguivono; perché la paura diuno potente faceva crescere uno debile; e cresciuto ch'egli eratemeree temutocercare di abbassarlo: questo fece trarre il Regnodi mano a Manfredi e concederlo a Carlo; questo fece di poi averepaura di luie cercare la rovina sua.
Niccolao III per tantomossoda queste cagionioperò tanto che a Carloper mezzo delloImperadorefu tolto il governo di Toscanae in quella provinciamandòsotto nome dello Imperiomesser Latino suo legato.

 

11

EraFirenze allora in assai mala condizioneperché la nobilitàguelfa era diventata insolente e non temeva i magistrati; in modo checiascuno dì si facevano assai omicidii e altre violenzesanzaessere puniti quegli che le commettevanosendo da questo equell'altro nobile favoriti.
Pensorono per tanto i capi del popoloper frenare questa insolenziache fusse bene rimettere i fuoriusciti; il che dette occasione al Legato di riunire la città;e i Ghibellini tornorono.
E in luogo de' dodici governatori nefeciono quattordicid'ogni parte setteche governassero uno anno eavessero ad essere eletti dal papa.
Stette Firenze in questo governoduoi anniinfino che venne al pontificato papa Martinodi nazionefranzeseil quale restituì al re Carlo tutta quella autoritàche da Niccola gli era stata tolta; talché subitorisuscitorono in Toscana le partiperché i Fiorentini presonol'armi contro al governatore dello Imperadoree per privare delgoverno i Ghibellini e tenere i potenti in frenoordinorono nuovaforma di reggimento.
Era l'anno 1282e i corpi delle Artipoi chefu dato loro i magistrati e le insegneerano assai reputati; dondeche quelli per la loro autorità ordinorono chein luogo de'quattordicisi creassero tre cittadiniche si chiamassero Prioriestessero duoi mesi al governo della republicae potessero esserepopolani e grandipurché fussero mercatanti o facessero arti.Ridussonglidopo il primo magistratoa seiacciò che diqualunque sesto ne fusse unoil quale numero si mantenne insino al1342che ridussono la città a quartieri e i Priori ad otto;non ostante che in quel mezzo di tempo alcuna voltaper qualcheaccidentene facessero dodici.
Questo magistrato fu cagionecomecon il tempo si videdella rovina ne' nobiliperché nefurono da il popolo per varii accidenti esclusie di poi sanzaalcuno rispetto battuti; a che i nobilinel principioacconsentirono per non essere unitiperchédesiderandotroppo torre lo stato l'uno a l'altrotutti lo perderono.Consegnorono a questo magistrato uno palagiodove continuamentedimorassesendo prima consuetudine che i magistrati e i consigli perle chiese convenissero; e quello ancora con sergenti e altri ministrinecessari onororono; e benché nel principio gli chiamasserosolamente Priorinondimeno di poiper maggiore magnificenzailnome de' Signori gli aggiunsero.
Stierono i Fiorentini dentro quietialcun tempo; nel quale feciono la guerra con gli Aretiniper averequegli cacciati i Guelfie in Campaldino felicemente gli vinsono.
Ecrescendo la città di uomini e di ricchezzeparve ancora diaccrescerla di murae le allargorono il suo cerchio in quel modo cheal presente si vedecon ciò sia che prima il suo diametrofusse solamente quello spazio che contiene dal Ponte Vecchio infino aSan Lorenzo.

 

12

Leguerre di fuora e la pace di dentro avevano come spente in Firenze leparti ghibelline e guelfe; restavano solamente accesi quelli umori iquali naturalmente sogliono essere in tutte le città intra ipotenti e il popolo; perchévolendo il popolo vivere secondole leggie i potenti comandare a quellenon è possibilecappino insieme.
Questo umorementre che i Ghibellini feciono loropauranon si scoperse; ma come prima quelli furono domidimostròla potenza sua; e ciascuno giorno qualche popolare era ingiuriato; ele leggi e i magistrati non bastavano a vendicarloperchéogni nobilecon i parenti e con gli amicidalle forze de' Priori edel Capitano si difendeva.
I principi per tanto delle Artidesiderosi di rimediare a questo inconvenienteprovviddono chequalunche Signorianel principio dello uficio suodovesse creareuno Gonfaloniere di giustiziauomo popolanoal quale dettonoscritti sotto venti bandieremille uomini; il qualecon il suogonfalone e con gli armati suoifusse presto a favorire lagiustiziaqualunque volta da loro o da il Capitano fusse chiamato.Il primo eletto fu Ubaldo Ruffoli.
Costui trasse fuora il gonfalonee disfece le case de' Gallettiper avere uno di quella famigliamortoin Franciaun popolano.
Fu facile alle Arti fare questoordineper le gravi inimicizie che intra i nobili vegghiavano; iquali non prima pensorono al provedimento fatto contro di lorocheviddono la acerbità di quella esecuzione; il che dette loro daprima assai terrore: non di meno poco di poi si tornorono nella loroinsolenzia; perchésendone sempre alcuni di loro de' Signoriavevano commodità di impedire il Gonfaloniereche non potessefare l'uficio suo.
Oltra di questoavendo bisogno lo accusatore ditestimone quando riceveva alcuna offesanon si trovava alcuno checontro a' nobili volesse testimoniare; talché in breve temposi tornò Firenze ne' medesimi disordinie il popolo ricevevadai Grandi le medesime ingiurieperché i giudicii erano lentie le sentenzie mancavano delle esecuzioni loro.

 

13

Enon sapiendo i popolani che partiti si prendereGiano della Bella distirpe nobilissimoma della libertà della cittàamatoredette animo ai capi delle Arti a riformare la città;e per suo consiglio si ordinò che il Gonfaloniere residessecon i Priorie avesse quattromila uomini a sua ubbidienza;privoronsi ancora tutti i nobili di potere sedere de' Signori;obligoronsi consorti del reo alla medesima pena che quello; fecesiche la publica fama bastasse a giudicare.
Per queste leggile qualisi chiamorono gli Ordinamenti della iustiziaacquistò ilpopolo assai reputazionee Giano della Bella assai odio; perchéera in malissimo concetto de' potenticome di loro potenzadistruttoree i popolani ricchi gli avevano invidiaperchépareva loro che la sua autorità fusse troppa; il checomeprima lo permisse la occasionesi dimostrò.
Fece adunque lasorte che fu morto uno popolano in una zuffa dove più nobiliintervennonointra i quali fu messer Corso Donati; al qualecomepiù audace che gli altrifu attribuita la colpa; e per ciòfu da il Capitano del popolo preso; e comunque la cosa si andasseoche messer Corso non avesse erratoo che il Capitano temesse dicondannarloe' fu assoluto.
La quale assoluzione tanto al popolodispiacqueche prese le armi e corse a casa Giano della Bella apregarlo dovesse essere operatore che si osservassero quelle leggidelle quali egli era stato inventore.
Gianoche desiderava chemesser Corso fusse punitonon fece posare l'armicome moltigiudicavano che dovesse farema gli confortò ad ire a'Signori a dolersi del caso e pregarli che dovessero provedervi.
Ilpopolo per tantopieno di sdegnoparendogli essere offeso dalCapitano e da Giano abandonatonon a' Signorima al palagio delCapitano itosenequello prese e saccheggiò.
Il quale attodispiacque a tutti i cittadini; e quelli che amavano la rovina diGiano lo accusavanoattribuendo a lui tutta la colpadi modo chetrovandosi intra gli Signori che di poi seguirono alcuno suo nimicofu accusato al Capitano come sollevatore del popolo.
E mentre che sipraticava la causa suail popolo si armòe corse alle suecaseofferendogli contro ai Signori e suoi nimici la difesa.
Nonvolle Giano fare esperienza di questi populari favorinécommettere la vita sua a' magistratiperché temeva lamalignità di questi e la instabilità di quelli; talecheper torre occasione a' nimici di ingiuriare luie agli amici dioffendere la patriadeliberò di partirsie dare luogo allainvidiae liberare i cittadini dal timore ch'eglino avevano di luie lasciare quella città la quale con suo carico e pericoloaveva libera dalla servitù de' potentie si elesse voluntarioesilio.

 

14

Dopola costui partitala nobilità salse in speranza di ricuperarela sua dignità; e giudicando il male suo essere dalle suedivisioni natosi unirono i nobili insiemee mandorono duoi di loroalla Signoriala quale giudicavano in loro favorea pregarla fussecontenta temperare in qualche parte la acerbità delle leggicontro a di loro fatte.
La quale domandacome fu scopertacommossegli animi de' popolaniperché dubitavano che i Signori laconcedessero loro; e cosìtra il desiderio de' nobili e ilsospetto del popolosi venne alle armi.
I nobili feciono testa intre luoghi: a San Giovanniin Mercato Nuovo e alla piazza de' Mozzi;e sotto tre capi: messer Forese Adimarimesser Vanni de' Mozzi emesser Geri Spini; i popolani in grandissimo numero sotto le loroinsegne al palagio de' Signori convennonoi quali allora propinqui aSan Brocolo abitavano.
E perché il popolo aveva quellaSignoria sospettadeputò sei cittadini che con lorogovernassero.
Mentre che l'una e l'altra parte alla zuffa sipreparavaalcunicosì popolari come nobilie con quellicerti religiosi di buona famasi messono di mezzo per pacificarliricordando ai nobili che degli onori tolti e delle leggi contro a diloro fatte ne era stata cagione la loro superbia e il loro cattivogoverno; e che lo avere prese ora l'armie rivolere con la forzaquello che per la loro disunione e loro non buoni modi si eranolasciati torrenon era altro che volere rovinare la patria loro e leloro condizioni raggravare; e si ricordassero che il popolodinumerodi ricchezze e di odio era molto a loro superioree chequella nobilità mediante la quale e' pareva loro avanzare glialtri non combattevae riuscivacome e' si veniva al ferrounonome vanoche contro a tanti a difenderli non bastava.
Al popolodall'altra parte ricordavano come e' non era prudenzia volere semprel'ultima vittoriae come e' non fu mai savio partito fare disperaregli uominiperché chi non spera il bene non teme il male; eche dovevano pensare che la nobilità era quella la quale avevanelle guerre quella città onoratae però non era benené giusta cosa con tanto odio perseguitarla; e come i nobiliil non godere il loro supremo magistrato facilmente sopportavanomanon potevano già sopportare che fusse in potere di ciascunomediante gli ordini fatticacciargli della patria loro; e peròera bene mitigare quellie per questo benefizio fare posare le arminé volessero tentare la fortuna della zuffa confidandosi nelnumeroperché molte volte si era veduto gli assai dai pochiessere stati superati.
Erano nel popolo i pareri diversi: moltivolevono che si venissi alla zuffacome a cosa che un giorno dinecessità a venire vi si avesse; e però era megliofarlo allorache aspettare che i nimici fussero più potenti;e se si credesse che rimanessero contenti mitigando le leggichesarebbe bene mitigarle; ma che la superbia loro era tanta che nonposerieno maise non forzati.
A molti altripiù savi e dipiù quieto animopareva che il temperare le leggi nonimportasse moltoe il venire alla zuffa importasse assai; di modoche la opinione loro prevalse; e providono che alle accuse de' nobilifussero necessari i testimoni.

 

15

Posatele armirimase l'una e l'altra parte piena di sospettoe ciascunacon torri e con armi si fortificava; e il popolo riordinò ilgovernoristringendo quello in minore numeromosso dallo esserestati quelli Signori favorevoli a' nobili: del quale rimasenoprincipi ManciniMagalottiAltovitiPeruzzi e Cerretani.
Fermatolo statoper maggiore magnificenzia e più sicurtà de'Signoril'anno 1298fondorono il palagio loro; e feciongli piazzadelle case che furono già degli Uberti.
Comincioronsi ancorain quel medesimo tempo le publiche prigioni; i quali edifici intermine di pochi anni si fornirono.
Né mai fu la cittànostra in maggiore e più felice stato che in questi tempisendo di uominidi ricchezze e di riputazione ripiena: i cittadiniatti alle armi a trentamilae quelli del suo contado a settantamilaaggiugnevano; tutta la Toscanaparte come subiettaparte comeamicale ubbidiva; e benché intra i nobili e il popolo fussealcuna indignazione e sospettonon di meno non facevano alcunomaligno effettoma unitamente e in pace ciascuno si viveva.
La qualepacese dalle nuove inimicizie dentro non fusse stata turbatadiquelle di fuora non poteva dubitare; perché era la cittàin termine che la non temeva più lo Imperio né i suoifuori uscitie a tutti gli stati di Italia arebbe potuto con le sueforze rispondere.
Quello male per tanto che dalle forze di fuora nongli poteva essere fattoquelle di dentro gli feciono.

 

16

Eranoin Firenze due famigliei Cerchi e i Donatiper ricchezzanobilitàe uomini potentissime.
Intra loroper essere in Firenze e nelcontado vicineera stato qualche disparerenon però si graveche si fusse venuto alle armi; e forse non arebbono fatti grandieffettise i maligni umori non fussero stati da nuove cagioniaccresciuti.
Era intra le prime famiglie di Pistoia quella de'Cancellieri.
Occorse chegiucando Lore di messer Guglielmo e Geri dimesser Bertaccatutti di quella famigliae venendo a parolefuGeri da Lore leggermente ferito.
Il caso dispiacque a messerGuglielmo; e pensando con la umanità di torre via lo scandololo accrebbe; perché comandò al figliuolo che andasse acasa il padre del ferito e gli domandasse perdono.
Ubbidì Loreal padre: nondimeno questo umano atto non addolcì in alcunaparte lo acerbo animo di messer Bertacca; e fatto prendere Lore daisuoi servidoriper maggiore dispregio sopra una mangiatoia gli fecetagliare la manodicendogli: - Torna a tuo padree digli che leferite con il ferro e non con le parole si medicano -.
La crudeltàdi questo fatto dispiacque tanto a messer Guglielmoche fecepigliare le armi ai suoi per vendicarlo; e messer Bertacca ancora siarmò per difendersi; e non solamente quella famigliama tuttala città di Pistoia si divise.
E perché i Cancellierierano discesi da messer Cancelliereche aveva aute due moglidellequali l'una si chiamò Biancasi nominò ancora l'unadelle partiper quelli che da lei erano discesi"Bianca";e l'altraper torre nome contrario a quellafu nominata "Nera".Seguirono infra costoroin più tempodi molte zuffeconassai morte di uomini e rovina di case; e non potendo infra lorounirsistracchi nel malee desiderosi o di porre fine allediscordie loroo con la divisione d'altri accrescerlene vennono aFirenzee i Neriper avere famigliarità con i Donatifuronoda messer Corsocapo di quella famigliafavoriti; donde nacque chei Bianchiper avere appoggio potente che contro ai Donati glisostenessericorsono a messer Veri de' Cerchiuomo per ciascunaqualità non punto a messer Corso inferiore.

 

17

Questoumoreda Pistoia venutolo antico odio intra i Cerchi e i Donatiaccrebbeed era già tanto manifesto che i Priori e gli altribuoni cittadini dubitavano ad ogni ora che non si venisse infra loroalle armie che da quellidi poitutta la città sidividesse.
E per ciò ricorsono al Ponteficepregandolo che aquesti umori mossi quello rimedio che per loro non vi potevono porrecon la sua autorità vi ponesse.
Mandò il Papa permesser Verie lo gravò a fare pace con i Donati; di chemesser Veri mostrò maravigliarsidicendo non avere alcunainimicizia con quelli; e perché la pace presuppone la guerranon sapevanon essendo intra loro guerraperché fusse lapace necessaria.
Tornato adunque messer Veri da Roma senza altraconclusionecrebbono in modo gli umori che ogni piccolo accidentesì come avvennegli poteva fare traboccare.
Era del mese dimaggio; nel qual tempoe ne' giorni festivipublicamente perFirenze si festeggia.
Alcuni giovaniper tantode' Donatiinsiemecon loro amicia cavalloa vedere ballare donne presso a SantaTrinita si fermorono; dove sopraggiunsono alcuni de' Cerchiancoraloro da molti nobili accompagnati; e non cognoscendo i Donaticheerano davantidesiderosi ancora loro di vederespinsono i cavaglifra loroe gli urtorono; donde i Donatitenendosi offesistrinsonole armi; a' quali i Cerchi gagliardamente risposono; e dopo molteferite date e ricevute da ciascunosi spartirono.
Questo disordinefu di molto male principio; perché tutta la città sidivisecosì quelli di popolo come i Grandi; e le partipresono il nome dai Bianchi e Neri.
Erano capi della parte bianca iCerchie a loro si accostorono gli Adimarigli Abatiparte de'Tosinghide' Bardide' Rosside' Frescobaldide' Nerli e de'Mannellitutti i Mozzigli Scalii Gherardinii CavalcantiMalespiniBostechiGiandonatiVecchietti e Arrigucci; a questi siaggiunsono molte famiglie populaneinsieme con tutti i Ghibelliniche erano in Firenze; tale cheper lo gran numero che gli seguivanoavevono quasi che tutto il governo della città.
I Donati dal'altro cantoerano capi della parte nerae con loro erano quellaparte che delle sopranomate famiglie a' Bianchi non si accostavanoedi più tutti i Pazzii Bisdominii ManieriBagnesiTornaquinciSpiniBuondelmontiGianfigliazziBrunelleschi.
Nésolamente questo umore contaminò la cittàma ancoratutto il contado divise; donde che i Capitani di parte e qualunqueera de' Guelfi e della republica amatore temeva forte che questanuova divisione non facessecon rovina della cittàrisuscitare le parti ghibelline.
E mandorono di nuovo a papaBonifazio perché pensasse al rimediose non voleva che quellacittàche era stata sempre scudo della Chiesao rovinasse odiventasse ghibellina.
Mandò pertanto il Papa in FirenzeMatteo d'Acquaspartacardinale Portueselegato; e perchétrovò difficultà nella parte biancala quale perparergli essere più potente temeva menosi partì diFirenze sdegnatoe la interdisse; di modo che la rimase in maggioreconfusione che la non era avanti la venuta sua.

 

18

Essendoper tanto tutti gli animi degli uomini sollevatioccorse che ad unomortoro trovandosi assai de' Cerchi e de' Donati vennono insieme aparolee da quelle alle armi; dalle qualiper alloranon nacquealtro che tumulti.
E tornato ciascuno alle sue casedeliberorono iCerchi di assaltare i Donatie con gran numero di gente gli andoronoa trovare; ma per la virtù di messer Corso furono ributtati egran parte di loro feriti.
Era la città tutta in arme; iSignori e le leggi erano dalla furia de' potenti vinte; i piùsavi e migliori cittadini pieni di sospetto vivevano.
I Donati e laparte loro temevono piùperché potevono meno; dondecheper provedere alle cose lorosi ragunò messer Corso congli altri capi neri e i Capitani di parte; e convennono che sidomandasse al Papa uno di sangue realeche venisse a riformareFirenzepensando che per questo mezzo si potesse superare i Bianchi.Questa ragunata e deliberazione fu a' Priori notificatae dallaparte avversa come una congiura contro al viver libero aggravata.
Etrovandosi in arme ambedue le partii Signoride' quali era in queltempo Danteper il consiglio e prudenza sua presono animo e fecionoarmare il popoloal quale molti del contado aggiunsono; e di poiforzorono i capi delle parti a posare le armie confinorono messerCorso Donati con molti di parte nera; e per mostrare di essere inquesto giudizio neutraliconfinorono ancora alcuni di parte biancai quali poco di poisotto colore di oneste cagionitornorono.

 

19

MesserCorso e i suoiperché giudicavano il Papa alla loro partefavorevolene andorono a Roma; e quello che già avevonoscritto al Papa alla presenza gli persuasono.
Trovavasi in corte delPontefice Carlo di Valoisfratello del re di Franciail quale erastato chiamato in Italia dal re di Napoli per passare in Sicilia.Parve per tanto al Papasendone massimamente pregato dai Fiorentinifuori uscitiinfino che il tempo venisse commodo a navigaredimandarlo a Firenze.
Venne adunque Carlo; e benché i Bianchiiquali reggevanolo avessero a sospettonondimenoper essere capode' Guelfi e mandato da il Papanon ardirono di impedirgli lavenuta; maper farselo amicogli dettono autorità chepotesse secondo lo arbitrio suo disporre della città.
Carloavuta questa autoritàfece armare tutti i suoi amici epartigiani; il che dette tanto sospetto al popolo che non volessetorgli la sua libertàche ciascuno prese le armi e si stavaalle case sueper essere presto se Carlo facesse alcuno moto.
Eranoi Cerchi e i capi di parte biancaper essere stati qualche tempocapi della republica e portatisi superbamentevenuti allo universalein odio; la qual cosa dette animo a messer Corso e agli altri fuoriusciti neri di venire a Firenzesapiendo massime che Carlo e iCapitani di parte erano per favorirgli.
E quando la cittàperdubitare di Carloera in armemesser Corso con tutti i fuori uscitie molti altri che lo seguitavanosenza essere da alcuno impeditientrorono in Firenze; e benché messer Veri de' Cerchi fusse adandargli incontra confortatonon lo volse faredicendo che volevache il popolo di Firenzecontro al quale venivalo gastigasse.
Mane avvenne il contrarioperché fu ricevutonon gastigato daquello; e a messer Veri convennevolendo salvarsifuggire; perchémesser Corsosforzata che gli ebbe la porta a Pintifece testa aSan Piero Maggioreluogo propinquo alle sue case; e ragunato assaiamici e popoloche desideroso di cose nuove vi concorsetrasselaprima cosadelle carcere qualunque o per publica o per privatacagione vi era ritenuto; sforzò i Signori a tornarsi privatialle case loroed elesse i nuovipopolani e di parte nera; e percinque giorni si attese a saccheggiare quelli che erano i primi diparte bianca.
I Cerchi e gli altri principi della setta loro eranousciti della città e ritirati ai loro luoghi fortivedendosiCarlo contrario e la maggiore parte del popolo nimico; e dove primaei non avevano mai voluto seguitare i consigli del Papafuronoforzati a ricorrere a quello per aiutomostrandogli come Carlo eravenuto per disunirenon per unire Firenze.
Onde che il Papa di nuovovi mandò suo legato messer Matteo d'Acquasparta; il quale fecefare la pace intra i Cerchi e i Donatie con matrimoni e nuove nozzela fortificòe volendo che i Bianchi ancora degli uffiziparticipassinoi Neriche tenevano lo statonon vi consentirono;in modo che il Legato non si partì con più suasodisfazione né meno irato che l'altra volta; e lasciòla cittàcome disubidienteinterdetta.

 

20

Rimaseper tanto in Firenze l'una e l'altra partee ciascuna malcontenta: iNeriper vedersi la parte nimica appressotemevano che la nonripigliassecon la loro rovinala perduta autorità e iBianchi si vedevano mancare della autorità e onori loro.
A'quali sdegni e naturali sospetti s'aggiunsono nuove ingiurie.
Andavamesser Niccola de' Cerchi con più suoi amici alle suepossessionie arrivato al Ponte ad Affricofu da Simone di messerCorso Donati assaltato.
La zuffa fu grandee da ogni parte ebbelacrimoso fineperché messer Niccola fu morto e Simone inmodo ferito che la seguente notte morì.
Questo caso perturbòdi nuovo tutta la città; e benché la parte nera viavesse più colpanondimeno era da chi governava difesa.
E nonessendo ancora datone giudiziosi scoperse una congiura tenuta daiBianchi con messer Piero Ferrante barone di Carlocon il qualepraticavano di essere rimessi al governo; la qual cosa venne a luceper lettere scritte dai Cerchi a quellonon ostante che fusseopinione le lettere essere false e dai Donati trovate per nasconderela infamia la quale per la morte di messer Niccola si avevonoacquistata.
Furono per tanto confinati tutti i Cerchi e i loroseguaci di parte biancaintra i quali fu Dante poetae i loro benipublicati e le loro case disfatte.
Sparsonsi costorocon moltiGhibellini che si erano con loro accostatiper molti luoghicercando con nuovi travagli nuova fortuna; e Carloavendo fattoquello per che venne a Firenzesi partie ritornò al Papaper seguire la impresa sua di Sicilia: nella quale non fu piùsavio né migliore che si fusse stato in Firenze; tanto chevituperatocon perdita di molti suoitornò in Francia.

 

21

Vivevasiin Firenzedopo la partita di Carloassai quietamente: solo messerCorso era inquietoperché non gli pareva tenere nella cittàquel grado quale credeva convenirsegli; anzisendo il governopopolarevedeva la repubblica essere amministrata da molti inferioria lui.
Mosso per tanto da queste passionipensò di adonestarecon una onesta cagione la disonestà dello animo suo; ecalunniava molti cittadini i quali avevano amministrati danaripublicicome se gli avessero usati ne' privati commodi; e che gliera bene ritrovargli e punirgli.
Questa sua opinione da molticheavevano il medesimo desiderio che quelloera seguita; a che siaggiugneva la ignoranzia di molti altrii quali credevano messerCorso per amore della patria muoversi.
Dall'altra parte i cittadinicalunniatiavendo favore nel popolosi difendevano; e tantotranscorse questo disparerechedopo ai modi civilisi venne allearmi.
Dall'una parte era messer Corso e messer Lottieri vescovo diFirenzecon molti Grandi e alcuni popolani; dall'altra erano iSignoricon la maggiore parte del popolo: tanto che in piùparti della città si combatteva.
I Signoriveduto il pericologrande nel quale eranomandorono per aiuto ai Lucchesi; e subito fuin Firenze tutto il popolo di Lucca; per l'autorità del qualesi composono per allora le cose e si fermorono i tumulti; e rimase ilpopolo nello stato e libertà suasanza altrimenti punire imotori dello scandolo.
Aveva il Papa inteso i tumulti di Firenzeeper fermargli vi mandò messer Niccolao da Prato suo legato.Costuisendo uomoper gradodottrina e costumidi granderiputazioneacquistò subito tanta fede che si fece dareautorità di potere uno stato a suo modo fermare; e perchéera di nazione ghibellinoaveva in animo ripatriare gli usciti; mavolse prima guadagnarsi il popolo; e per questo rinnovò leantiche Compagnie del popolo; il quale ordine accrebbe assai lapotenza di quelloe quella de' Grandi abbassò.
Parendo pertanto al Legato aversi obligata la moltitudinedisegnò difare tornare i fuori uscitie nel tentare varie vienon solamentenon gliene successe alcunama venne in modo a sospetto a quelli chereggevanoche fu costretto a partirsi; e pieno di sdegno se ne tornòal Ponteficee lasciò Firenze piena di confusione einterdetta.
E non solo quella città da uno umore ma da moltiera perturbatasendo in essa le inimicizie del popolo e de' Grandide' Ghibellini e Guelfide' Bianchi e Neri.
Era adunque tutta lacittà in arme e piena di zuffe; perché molti erano perla partita del Legato mal contentisendo desiderosi che i fuoriusciti tornassero.
E i primi di quelli che movieno lo scandolo eranoi Medici e i Giugnii quali in favore de' ribelli si erano con ilLegato scoperti: combattevasi per tanto in più parti inFirenze.
Ai quali mali si aggiunse un fuocoil quale si appiccòprima da Orto San Michelenelle case degli Abati; di quivi saltòin quelle de' Capo in sacchie arse quelle con le case de' Maccidegli AmieriToschiCiprianiLambertiCavalcanti e tutto Mercatonuovo; passò di quivi in Porta Santa Mariae quella arsetuttae girando dal Ponte Vecchioarse le case de' GherardiniPulciAmidei e Lucardesie con queste tante altre che il numero diquelle a mille settecento o più aggiunse.Questo fuoco fuopinione di molti che a casonello ardore della zuffasiappiccasse: alcuni altri affermano che da Neri Abati priore di SanPiero Scheraggiouomo dissoluto e vago di malefusse acceso; ilqualeveggendo il popolo occupato a combatterepensò dipoter fare una sceleratezza alla quale gli uominiper essereoccupatinon potessero rimediare; e perché gli riuscissemegliomisse fuoco in casa i suoi consortidove aveva piùcommodità di farlo.
Era lo anno 1304 e del mese di luglioquando Firenze dal fuoco e da il ferro era perturbata.
Messer CorsoDonati solointra tanti tumultinon si armò; perchégiudicava più facilmente diventare arbitro di ambedue lepartiquandostracche nella zuffaagli accordi si volgessero.Posoronsi non di meno le armipiù per sazietà del maleche per unione che infra loro nascesse: solo ne seguì che irebelli non tornoronoe la parte che gli favoriva rimase inferiore.

 

22

IlLegatotornato a Roma e uditi i nuovi scandoli seguiti in Firenzepersuase al Papa chese voleva unire Firenzegli era necessariofare a sé venire dodici cittadini de' primi di quella città;donde poilevato che fusse il nutrimento al malesi potevafacilmente pensare di spegnerlo.
Questo consiglio fu da il Ponteficeaccettato; e i cittadini chiamati ubbidirono; intra i quali fu messerCorso Donati.
Dopo la partita de' qualifece il Legato a' fuoriusciti intendere come allora era il tempoche Firenze era privo de'suoi capidi ritornarvi: in modo che gli uscitifatto loro sforzovennono a Firenzee nella città per le mura ancora nonfornite entraronoe infino alla piazza di San Giovanni transcorsono.Fu cosa notabile che coloro i quali poco davanti avevano per ilritorno loro combattutoquando disarmati pregavano di essere allapatria restituitipoi che gli viddono armatie volere per forzaoccupare la cittàpresono l'armi contro a di loro (tanto fupiù da quelli cittadini stimata la comune utilità chela privata amicizia) e unitisi con tutto il popoloa tornarsi dondeerano venuti gli forzorono.
Perderono costoro la impresa per averelasciate parte delle genti loro alla Lastrae per non avereaspettato messer Tolosetto Ubertiil quale doveva venire da Pistoiacon trecento cavagli; perché stimavano che la celeritàpiù che le forze avesse a dare loro la vittoria: e cosìspesso in simili imprese interviene che la tardità ti togliela occasionee la celerità le forze.
Partiti i ribellisitornò Firenze nelle antiche sue divisioni; e per torreautorità alla famiglia de' Cavalcantigli tolse il popolo perforza le Stinchecastello posto in Val di Grieve e anticamente statodi quella; e perché quelli che dentro vi furono presi furono iprimi che fussero posti nelle carcere di nuovo edificatesi chiamòdi poi quel luogodal castello donde venivanoe ancora si chiamale Stinche.
Rinnovorono ancoraquelli che erano i primi nellarepublicale Compagnie del popoloe dettono loro le insegnechéprima sotto quelle delle Arti si ragunavano; e i capi Gonfalonieridelle compagnie e Collegi de' Signori si chiamoronoe vollono chenegli scandoli con le armi e nella pace con il consigliola Signoriaaiutassero; aggiunsono ai duoi rettori antichi uno esecutoreilqualeinsieme con i gonfalonieridoveva contro alla insolenzia de'Grandi procedere.
In questo mezzo era morto il Papae messer Corso egli altri cittadini erano tornati da Roma; e sarebbesi vivutoquietamentese la città dallo animo inquieto di messer Corsonon fusse stata di nuovo perturbata.
Aveva costuiper darsireputazionesempre opinione contraria ai più potenti tenuta;e dove ei vedeva inclinare il popoloquiviper farselo piùbenivolola sua autorità voltavain modo che di tutti idispareri e novità era capoe a lui rifuggivono tutti quelliche alcuna cosa estraordinaria di ottenere desideravano: tale chemolti reputati cittadini lo odiavano; e vedevasi crescere in modoquesto odioche la parte de' Neri veniva in aperta divisioneperchémesser Corso delle forze e autorità private si valevae gliavversarii dello stato; ma tanta era l'autorità che la personasua seco portavache ciascuno lo temeva.
Pure nondimeno per torgliil favore popolareil quale per questa via si può facilmentespegneredisseminorono che voleva occupare la tirannide: il che eraa persuadere facileperché il suo modo di vivere ogni civilemisura trapassava.
La quale opinione assai crebbe poi che gli ebbetolta per moglie una figliuola di Uguccione della Faggiuolacapo diparte ghibellina e bianca e in Toscana potentissimo.

 

23

Questoparentadocome venne a notiziadette animo ai suoi avversarii; epresono contro a di lui le armi; e il popoloper le medesimecagioninon lo difese; anzi la maggior parte di quello con glinimici suoi convenne.
Erano capi de suoi avversarii messer Rossodella Tosamesser Pazzino de' Pazzi messer Geri Spini e messer BertoBrunelleschi.
Costorocon i loro seguaci e la maggior parte delpopolosi raccozzorono armati a piè del palagio de' Signoriper l'ordine de' quali si dette una accusa a messer Piero Brancacapitano del popolo contro a messer Corsocome uomo che si volessecon lo aiuto di Uguccione fare tiranno: dopo la quale fu citatoe dipoiper contumacegiudicato ribello: né fu più dallaaccusa alla sentenzia che uno spazio di due ore.
Dato questogiudizioi Signoricon le Compagnie del popolo sotto le loroinsegneandorono a trovarlo.
Messer Corso dall'altra partenon pervedersi da molti de' suoi abbandonatonon per la sentenzia datanonper la autorità de' Signori né per la moltitudine de'nimici sbigottitosi fece forte nelle sue casesperando poteredifendersi in quelle tanto che Uguccioneper il quale aveva mandatoa soccorrerlo venisse.
Erano le sue case e le vie intorno a quellestate sbarrate da luie di poi di uomini suoi partigianiaffortificate; i quali in modo le difendevanoche il popoloancorache fusse gran numeronon poteva vincerle.
La zuffa per tanto fugrandecon morte e ferite d'ogni parte; e vedendo il popolo di nonpotere dai luoghi aperti superarlooccupò le case che eranoalle sue propinque; e quelle rotteper luoghi inaspettati gli entròin casa.
Messer Corso per tanto veggendosi circundato da' nimicinéconfidando più negli aiuti di Uguccionedeliberòpoiche gli era disperato della vittoriavedere se poteva trovarerimedio alla salute; e fatta testa egli e Gherardo Bordonicon moltialtri de' suoi più forti e fidati amicifeciono impeto controa' nimici; e quelli apersono in maniera che poteronocombattendopassargli; e della città per la Porta alla Croce si uscirono.Furono non di meno da molti perseguitati; e Gherardo in su l'Affricoda Boccaccio Cavicciuli fu morto; messer Corso ancora fu a Rovezzanoda alcuni cavagli catelani soldati della Signoria sopraggiunto epreso; ma nel venire verso Firenzeper non vedere in viso i suoinimici vittoriosi ed essere straziato da quellisi lasciò dacavallo cadere; ed essendo in terrafu da uno di quelli che lomenavano scannatoil corpo del quale fu dai monaci di San Salviricoltoe senza alcuno onore sepulto.
Questo fine ebbe messer Corsodal quale la patria e la parte de' Neri molti beni e molti maliricognobbe; e se gli avessi avuto lo animo più quietosarebbepiù felice la memoria sua; non di meno merita di esserenumerato intra i rari cittadini che abbi avuti la nostra città.Vero è che la sua inquietudine fece alla patria e alla partenon si ricordare degli oblighi avieno con quello e nella fine a sépartorì la mortee all'una e all'altra di quelle di moltimali.
Uguccionevenendo al soccorso del generoquando fu a Remoliintese come messer Corso era da il popolo combattuto; e pensando nonpotere fargli alcuno favoreper non fare male a sé sanzagiovare a luise ne tornò adietro.

 

24

Mortomesser Corsoil che seguì l'anno 1308si fermorono itumulti; e vissesi quietamente infino a tanto che si intese comeArrigo imperadore con tutti i rebelli fiorentini passava in Italiaa' quali aveva promesso di restituirgli alla patria loro.
Donde a'capi del governo parve che fusse beneper avere meno nimicidiminuire il numero di quelli; e per ciò deliberorono chetutti i rebelli fussero restituitieccetto quelli a chinominatamente nella legge fusse il ritorno vietato.
Donde cherestorono fuora la maggior parte de' Ghibellini e alcuni di quelli diparte biancaintra i quali furono Dante Aldighierii figliuoli dimesser Veri de' Cerchi e di Giano della Bella.
Mandorono oltra diquestoper aiutoa Ruberto re di Napoli; e non lo potendo ottenerecome amicigli dierono la città per cinque anniacciòche come suoi uomini gli difendesse.
Lo Imperadorenel venirefecela via da Pisae per le maremme ne andò a Romadove prese lacorona l'anno 1312; e di poideliberato di domare i Fiorentininevenneper la via di Perugia e di Arezzoa Firenze; e si pose con loesercito suo al munistero di San Salvipropinquo alla cittàad un migliodove cinquanta giorni stette senza alcun frutto; tantochedisperato di potere perturbare lo stato di quella cittàne andò a Pisadove convenne con Federigo re di Sicilia difare la impresa del Regno; e mosso con le sue gentiquando eglisperava la vittoriae il re Ruberto temeva la sua rovinatrovandosia Buonconventomorì.



25

Occorsepoco tempo di poiche Uguccione della Faggiuola diventòsignore di Pisae poi apresso di Luccadove dalla parte ghibellinafu messo; e con il favore di queste città gravissimi danni a'vicini facevadai quali i Fiorentini per liberarsi domandorono ad ilre Ruberto Piero suo fratelloche i loro eserciti governasse.Uguccione da l'altra parte di accrescere la sua potenzia non cessavae per forza e per inganno aveva in Val d'Arno e in Val di Nievolemolte castella occupateed essendo ito allo assedio di Montecatinigiudicorono i Fiorentini che fusse necessario soccorrerlononvolendo che quello incendio ardesse tutto il paese loro.
E ragunatoun grande esercitopassorono in Val di Nievoledove vennono conUguccione alla giornata; e dopo una gran zuffa furono rottidovemorì Piero fratello del Reil corpo del quale non si ritrovòmaie con quello più che dumila uomini furono ammazzati.
Nédalla parte di Uguccione fu la vittoria allegraperché vimorì un suo figliuolocon molti altri capi dello esercito.
IFiorentinidopo questa rottaafforzorono le loro terre allointorno; e il re Ruberto mandò per loro capitano il conted'Andriadetto il Conte Novelloper i portamenti del qualeo veroperché sia naturale a' Fiorentini che ogni stato rincresca eogni accidente gli dividala cittànon ostante la guerraaveva con Uguccionein amici e nimici del Re si divise.
Capi deglinimici erano messer Simone della Tosai Magalotticon certi altripopolanii quali erano agli altri nel governo superiori.
Costorooperorono che si mandasse in Franciae di poi nella Magnapertrarne capi e gentiper potere poiallo arrivare lorocacciarne ilConte governatore per il Rema la fortuna fece che non poteronoaverne alcuno.
Non di meno non abbandonorono la impresa loro; ecercando di uno per adorarlonon potendo di Francia né dellaMagna trarlolo trassono di Agobio: e avendone prima cacciato ilContefeciono venire Lando d'Agobio per esecutoreo vero perbargello; al quale pienissima potestà sopra i cittadinidettono.
Costui era uomo rapace e crudelee andando con molti armatiper la terrala vita a questo e a quell'altrosecondo la volontàdi coloro che lo avevano elettotoglieva; e in tanta insolenziavenneche batté una moneta falsa del conio fiorentinosanzache alcuno opporsegli ardisse: a tanta grandezza lo avieno condottole discordie di Firenze! Grande veramente e misera città; laquale né la memoria delle passate divisioniné lapaura di Uguccionené l'autorità di uno Re avevanopotuto tenere fermatanto che in malissimo stato si trovavasendofuora da Uguccione corsae dentro da Lando d'Agobio saccheggiata.Erano gli amici del Ree contrari a Lando e suoi seguacifamiglienobili e popolani grandie tutti Guelfi; non di menoper avere gliavversarii lo stato in manonon potevonose non con loro gravepericoloscoprirsi; puredeliberati di liberarsi da sìdisonesta tirannidescrissono secretamente al re Ruberto che facessesuo vicario in Firenze il conte Guido da Battifolle.
Il che subito fuda il Re ordinato; e la parte nimicaancora che i Signori fusserocontrari ad il Renon ardìper le buone qualità delConte opporsegli; non di meno non aveva molta autoritàperchéi Signori e gonfalonieri delle Compagnie Lando e la sua partefavorivano.
E mentre che in Firenze in questi travagli si vivevapassò la figliuola del re Alberto della Magnala quale andavaa trovare Carlofigliuolo del re Rubertosuo marito.
Costei fuonorata assai dagli amici del Ree con lei delle condizioni dellacittà e della tirannide di Lando e suoi partigiani si dolfono;tanto che prima che la partissemediante i favori suoi e quelli cheda il Re ne furono portii cittadini si unironoe a Lando fu toltal'autoritàe pieno di preda e di sangue rimandato ad Agobio.Funel riformare il governo la signoria ad il Re per tre anniprorogata; e perché di già erano eletti sette Signoridi quelli della parte di Landose ne elessono sei di quelli del Re;e seguirono alcuni magistrati con tredici Signori; di poipuresecondo lo antico usoa sette si ridussono.

 

 

26

Futoltain questi tempia Uguccione la signoria di Lucca e di PisaeCastruccio Castracanidi cittadino di Luccane divenne signoreeperché era giovaneardito e ferocee nelle sue impresefortunatoin brevissimo tempo principe de' Ghibellini di Toscanadivenne.
Per la qual cosa i Fiorentiniposate le civili discordieper più anni pensoronoprimache le forze di Castruccio noncrescesseroe di poicontro alla voglia loro cresciutecome siavessero a difendere da quelle.
E perché i Signori conmigliore consiglio deliberasseroe con maggiore autoritàesequisserocreorono dodici cittadinii quali Buoni uomininominoronosenza il consiglio e consenso de' quali i Signori alcunacosa importante operare non potessero.
Erain questo mezzoil finedella signoria del re Ruberto venuto; e la cittàdiventataprincipe di se stessacon i consueti rettori e magistrati siriordinò; e il timore grande che la aveva di Castruccio lateneva unita.
Il quale dopo molte cose fatte da lui contro ai signoridi Lunigianaassaltò Prato donde i Fiorentinideliberati asoccorrerlo serrorono le botteghe e popolarmente vi andorono; doveventimila a piè e millecinquecento a cavallo convennono.
E pertorre a Castruccio forze e aggiugnerle a loroi Signori per lorobando significorono che qualunque rebelle guelfo venisse al soccorsodi Prato sarebbe dopo la impresaalla patria restituito: donde piùche quattromila ribelli vi concorsono.
Questo tanto esercitocontanta prestezza a Prato condottosbigottì in modo Castrucciochesanza volere tentare la fortuna della zuffaverso Lucca siridusse.
Donde nacque nel campo de' Fiorentiniintra i nobili e ilpopolodisparere: questo voleva seguitarlo e combatterloperspegnerlo; quelli volevano ritornarsenedicendo che bastava averemesso a pericolo Firenze per liberare Prato: il che era stato benesendo costretti dalla necessità; ma ora che quella eramancatanon erapotendosi acquistare poco e perdere assaidatentare la fortuna.
Rimessesi il giudicionon si potendo accordarea' Signoriquali trovorono ne' Consigliintra il popolo e i Grandii medesimi dispareri; la qual cosasentita per la cittàfeceragunare in Piazza assai gentela quale contro ai Grandi parolepiene di minacce usava: tanto che i Grandiper timorecederono.
Ilquale partitoper essere preso tardie da molti mal volentieridette tempo al nimico di ritirarsi salvo a Lucca.

 

27

Questodisordine in modo fece contro ai Grandi il popolo indegnareche iSignori la fede data agli usciti per ordine e conforti loro osservarenon vollono.
Il che presentendo gli uscitideliberorono dianticiparee innanzi al campoper entrare i primi in Firenzealleporte della città si presentorono; la qual cosaperchéfu prevedutanon successe loroma furono da quelli che in Firenzeerano rimasi ributtati.
Ma per vedere se potevono avere d'accordoquello che per forza non avevono potuto otteneremandorono ottouominiambasciadoria ricordare a' Signori la fede data e ipericoli sotto quella da loro corsisperandone quel premio che erastato loro promesso.
E benché i nobilia' quali pareva esseredi questo obligo debitoriper avere particularmente promesso quelloa che i Signori si erano obligatisi affaticassero assai inbenefizio degli uscitinon di menoper lo sdegno aveva preso launiversalitàche non si era in quel modo che si poteva controa Castruccio vinta la impresanon lo ottennero: il che seguìin carico e disonore della città.
Per la qual cosa sendo moltide' nobili sdegnatitentorono di ottenere per forza quello chepregando era loro negato; e convennono con i fuori usciti venisseroarmati alla cittàe lorodrentopiglierebbono l'armi inloro aiuto.
Fu la cosa avanti al giorno deputato scopertatale che ifuori usciti trovorono la città in armee ordinata a frenarequelli di fuora e in modo quelli di drento sbigottireche niunoardisse di prendere l'armi: e cosìsenza fare alcuno fruttosi spiccorono dalla impresa.
Dopo la costoro partitasi desideravapunire quelli che dello avergli fatti venire avessero colpa; e benchéciascuno sapessi quali erano i delinquentiniuno di nominarglinonche di accusargliardiva.
Per tantoper intenderne il vero sanzarispettosi provide che ne' Consigli ciascuno scrivesse idelinquentie gli scritti al capitano secretamente si presentassero:donde rimasono accusati messer Amerigo Donatimesser TeghiaioFrescobaldi e messer Lotteringo Gherardini; i qualiavendo ilgiudice più favorevole che forse i delitti loro nonmeritavanofurono in danari condennati.

 

28

Itumulti che in Firenze nacquono per la venuta de' ribelli alle portemostrorono come alle Compagnie del popolo uno capo solo non bastava;e però vollono che per lo avvenire ciascuna tre o quattro capiavesse; e ad ogni gonfaloniere duoi o trei quali chiamoronopennonieriaggiunsonoacciò chenelle necessità dovetutta la compagnia non avesse a concorrerepotesse parte di quellasotto uno capo adoperarsi.
E come avviene in tutte le republichechesempre dopo uno accidente alcune leggi vecchie si annullano e alcunealtre se ne rinnuovanodove prima la Signoria si faceva di tempo intempoi Signori e i Collegi che allora eranoperché avevanoassai potenziasi feciono dare autorità di fare i Signori chedovevano per i futuri quaranta mesi sedere; i nomi de' quali missonoin una borsae ogni duoi mesi gli traevano.
Ma prima che de' mesiquaranta il termine venisseperché molti cittadini di nonessere stati imborsati dubitavanosi feciono nuove imborsazioni.
Daquesto principio nacque lo ordine dello imborsare per piùtempo tutti i magistraticosì d'entro come di fuora; doveprima nel fine de' magistratiper i Consigli i successori sieleggevano; le quali imborsazioni si chiamorono di poi squittini.
Eperché ogni treo al più lungo ogni cinque anni sifacevanopareva che togliessino alla città noiae la cagionede' tumulti levassino i quali alla creazione di ogni magistratopergli assai competitorinascevano; e non sapiendo altrimenticorreggerglipresono questa viae non intesono i difetti che sottoquesta poca commodità si nascondevano.

 

29

Eralo anno 1325e Castruccioavendo occupata Pistoiaera divenuto inmodo potente che i Fiorentinitemendo la sua grandezzadeliberoronoavanti che gli avessi preso bene il dominio di quelladi assaltarloe trarla di sotto la sua ubbidienza.
E fra di lorocittadini e di amici ragunorono ventimila pedoni e tremila cavalierie con questo esercito si accamporono ad Altopascioper occuparequello e per quella via impedirgli il potere soccorrere Pistoia.Successe a' Fiorentini prendere quello luogo; di poi ne andoronoverso Lucca guastando il paese; ma per la poca prudenza e meno fededel capitanonon si fece molti progressi.
Era loro capitano messerRamondo di Cardona: costuiveduto i Fiorentini essere stati per loadietro della loro libertà liberalie avere quella ora al Reora ai Legatiora ad altri di minore qualità uomini concessapensavase conducessi quelli in qualche necessitàchefacilmente potrebbe accadere che lo facessino principe.
Némancava di ricordarlo spesso; e chiedeva di avere quella autoritànella cittàche gli avevano negli eserciti dataaltrimentimostrava di non potere avere quella ubbidienza che ad uno capitanoera necessaria; e perché i Fiorentini non gliene consentivonoegli andava perdendo tempoe Castruccio lo acquistava.
Perchégli vennono quelli aiuti che da' Visconti e dagli altri tiranni diLombardia gli erano stati promessied essendo fatto forte di gentimesser Ramondocome prima per la poca fede non seppe vincerecosìdi poi per la poca prudenza non si seppe salvare; ma procedendo conil suo esercito lentamentefu da Castrucciopropinquo adAltopascioassaltatoe dopo una gran zuffa rotto: dove restaronopresi e morti molti cittadinie con loro insieme messer Ramondoilquale della sua poca fede e de' suoi cattivi consigli dalla fortunaquella punizione ebbeche gli aveva dai Fiorentini meritato.
I danniche Castruccio fecedopo la vittoriaa' Fiorentinidi predeprigionirovine e arsioninon si potrebbono narrare; perchésenza avere alcuna gente allo incontropiù mesi dove e' vollecavalcò e corse; e a' Fiorentinidopo tanta rottafu assaiil salvare la città.

 

30

Néperò si invilirono in tanto che non facessero grandiprovedimenti a danarisoldassero gente e mandassero ai loro amiciper aiuto.
Non di meno a frenare tanto nimico niuno provedimentobastava; di modo che furono forzati eleggere per loro signore Carloduca di Calavria e figliuolo del re Rubertose vollono che venissealla difesa loro; perché quellisendo consueti asignoreggiare Firenzevolevono più tosto la ubbidienza chel'amicizia sua.
Ma per essere Carlo implicato nelle guerre diSiciliae per ciò non potendo venire a prendere la signoriavi mandò Gualtieri di nazione franzese e duca di Atene.Costuicome vicario del signoreprese la possessione della cittàe ordinava i magistrati secondo lo arbitrio suo.
Furono non di meno iportamenti suoi modestie in modo contrari alla natura suacheciascuno lo amava.
Carlo composte che furono le guerre di Siciliacon mille cavalieri ne venne a Firenzedove fece la sua entrata diluglio l'anno 1326; la cui venuta fece che Castruccio non potevaliberamente il paese fiorentino saccheggiare.
Non di meno quellareputazione che si acquistò di fuora si perdé dentroequelli danni che dai nimici non furono fattidagli amici sisopportorono: perché i Signori senza il consenso del Ducaalcuna cosa non operavanoe in termine di uno anno trasse dellacittà quattrocentomila fiorininon ostante cheper leconvenzioni fatte seconon si avesse a passare dugentomila: tantifurono i carichi con i quali ogni giorno o egli o il padre la cittàaggravavano.
A questi danni si aggiunsono ancora nuovi sospetti enuovi nimici; perché i Ghibellini di Lombardia in modo per lavenuta di Carlo in Toscana insospettironoche Galeazzo Visconti egli altri tiranni lombardicon danari e promessefeciono passare inItalia Lodovico di Bavierastato contro alla voglia del Papa elettoimperadore.
Venne costui in Lombardiae di quivi in Toscana; e conlo aiuto di Castruccio si insignorì di Pisa; doverinfrescatodi danarise ne andò verso Roma; il che fece che Carlo sipartì di Firenzetemendo del Regnoe per suo vicario lasciòmesser Filippo da Saggineto.
Castrucciodopo la partita delloImperadoresi insignorì di Pisa; e i Fiorentini per trattatogli tolsono Pistoia; alla quale Castruccio andò a campo; dovecon tanta virtù e ostinazione stettecheancora che iFiorentini facessero più volte prova di soccorrerlae ora ilsuo esercito ora il suo paese assalisseromai non posserononécon forza né con industriadalla impresa rimuoverlo: tantasete aveva di gastigare i Pistolesi e i Fiorentini sgarare! di modoche i Pistolesi furono a riceverlo per signore constretti.
La qualcosaancora che seguisse con tanta sua gloriaseguì anchecon tanto suo disagio chetornato in Luccasi morì.
E perchégli è rade volte che la fortuna un bene o un male con un altrobene o con un altro male non accompagnimorì ancoraaNapoliCarlo duca di Calavria e signore di Firenzeacciò chei Fiorentini in poco di tempofuori d'ogni loro opinionedallasignoria dell'uno e timore dell'altro si liberassino.
I qualirimasilibeririformorono la cittàe annullorono tutto l'ordine de'Consigli vecchie ne creorono duoil'uno di trecento cittadinipopolanil'altro di ducento cinquanta grandi e popolani; il primodei quali Consiglio di Popolol'altro di Comune chiamorono.

 

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LoImperadorearrivato a Romacreò uno antipapae ordinòmolte cose contro alla Chiesamolte altre senza effetto ne tentò;in modo che alla fine se ne partì con vergognae ne venne aPisa; doveo per sdegnoo per non essere pagaticirca ottocentocavagli tedeschi da lui si ribelloronoe a Montechiarosopra ilCerugliosi afforzorono.
Costorocome lo Imperadore fu partito daPisa per andare in Lombardiaoccuporono Luccae ne caccioronoFrancesco Castracanilasciatovi dallo Imperadoree pensando ditrarre di quella preda qualche utilitàquella città aiFiorentini per ottanta mila fiorini offersono; il che fuperconsiglio di messer Simone della Tosarifiutato.
Il quale partitosarebbe stato alla città nostra utilissimose i Fiorentinisempre in quella volontà si mantenevano; ma perché pocodi poi mutorono animo fu dannosissimo; perchése allora persì poco prezzo avere pacificamente la potevono e non lavollonodi poiquando la vollononon la ebbonoancora che moltomaggiore prezzo la comperassero; il che fu cagione che piùvolte Firenze il suo governocon suo grandissimo dannovariasse.Lucca adunquerifiutata dai Fiorentinifu da messer GherardinoSpinoli genovese per fiorini trenta mila comperata.
E perchégli uomini sono più lenti a pigliare quello che possono avereche non sono a desiderare quello a che non possono aggiugnerecomeprima si scoperse la compera da messer Gherardino fattae per quantopoco pregio la aveva avutasi accese il popolo di Firenze di unestremo desiderio di averlariprendendo se medesimo e chi ne loaveva sconfortato; e per averla per forzapoi che comperare nonl'avevano volutamandò le genti sue a predare e scorreresopra i Lucchesi.
Erasi partitoin questo mezzolo imperadore diItalia; e lo Antipapaper ordine de' Pisanine era andato prigionein Francia; e i Fiorentinidalla morte di Castruccioche seguìnel 1328infino al 1340stettono dentro quietie solo alle cosedello stato loro di fuora attesonoe in Lombardiaper la venuta delre Giovanni di Buemiae in Toscanaper conto di Luccadi molteguerre feciono.
Ornorono ancora la città di nuovi edifici;perché la torre di Santa Reparatasecondo il consiglio diGiotto dipintore in quelli tempi famosissimoedificorono; e perchénel 1333alzoronoper uno diluviole acque d'Arno in alcuno luogoin Firenze più che dodici bracciadonde parte de' ponti emolti edifici rovinoronocon grande sollecitudine e spendio le coserovinate instaurorono.

 

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Mavenuto l'anno 1340nuove cagioni di alterazioni nacquono.
Avevano icittadini potenti due vie ad accrescere o mantenere la potenza loro:l'una era ristringere in modo le imborsazioni de' magistratichesempre o in loro o in amici loro pervenisserol'altra lo essere capidella elezione de' rettoriper averli di poi ne' loro giudiciifavorevoli.
E tanto questa seconda parte stimavanochenon bastandoloro i rettori ordinariuno terzo alcuna volta ne conducevano: dondechein questi tempiavevono condotto estraordinariamentesottotitolo di Capitano di guardiamesser Iacopo Gabrielli d'Agobioedatogli sopra i cittadini ogni autorità.
Costuiogni giornoa contemplazione di chi governavaassai ingiurie faceva; e intra gliingiuriati messer Piero de' Bardi e messer Bardo Frescobaldi furono.Costorosendo nobili e naturalmente superbinon potevono sopportareche uno forestierea torto e a contemplazione di pochi potentigliavesse offesi; e per vendicarsicontro a lui e chi governavacongiurorono: nella quale congiura molte famiglie nobili con alcunedi popolo furonoai quali la tirannide di chi governava dispiaceva.L'ordine dato infra loro era che ciascuno ragunasse assai gentearmata in casae la mattina dopo il giorno solenne di Tutti i Santiquando ciascuno si truova per i templi a pregare per i suoi mortipigliare le armiammazzare il Capitano e i primi di quelli chereggevanoe di poicon nuovi Signori e con nuovo ordinelo statoriformare.
Ma perché i partiti pericolosi quanto più siconsiderano tanto peggio volentieri si piglianointerviene sempreche le congiure che danno spazio di tempo alla esecuzione siscuoprono.
Sendo intra i congiurati messer Andrea de' Bardipotépiù in luinel ripensare la cosala paura della pena che lasperanza della vendettae scoperse il tutto a Iacopo Alberti suocognato; il che Iacopo ai Priorie i Priori a quelli del reggimentosignificorono.
E perché la cosa era presso al pericolosendoil giorno di Tutti i Santi propinquomolti cittadini in Palagioconvennonoe giudicando che fusse pericolo nel differirevolevonoche i Signori sonassero la campanae il popolo alle armiconvocassero.
Era gonfalonieri Taldo Valorie Francesco Salviati unode' Signori: a costoroper essere parenti de' Bardinon piaceva ilsonareallegando non essere bene per ogni leggier cosa fare armareil popoloperché la autorità data alla moltitudine nontemperata da alcuno freno non fece mai bene; e che gli scandoli èmuovergli facilema frenargli difficile; e però esseremigliore partito intendere prima la verità della cosaecivilmente punirlache volerecon la rovina di Firenzetumultuariamentesopra una semplice relazionecorreggerla.
Le qualiparole non furono in alcuna parte udite; ma con modi ingiuriosi eparole villane furono i Signori a sonare necessitati: al quale suonotutto il popolo alla Piazza armato corse.
Dall'altra partei Bardi eFrescobaldiveggendosi scopertiper vincere con gloria o moriresanza vergognapresono le armisperando potere la parte della cittàdi là dal fiumedove avevano le case lorodifendere; e sifeciono forti ai pontisperando nel soccorso che dai nobili delcontado e altri loro amici aspettavano.
Il quale disegno fu loroguasto dai popolani i quali quella parte della città con loroabitavanoi quali presono le armi in favore de' Signori: di modochetrovandosi tramezzatiabbandonorono i ponti e si ridussononella via dove i Bardi abitavanocome più forte che alcunaaltrae quella virtuosamente difendevano.
Messer Iacopo d'Agobiosappiendo come contro a lui era tutta questa congiurapauroso dellamortetutto stupido e spaventatopropinquo al palagio de' Signoriin mezzo di sue genti armate si posava; ma negli altri rettoridoveera meno colpaera più animo; e massime nel podestàche messer Maffeo da Carradi si chiamava.
Costui si presentòdove si combatteva; e senza avere paura di alcuna cosapassato ilponte Rubaconteintra le spade de' Bardi si missee fece segno divolere parlare loro: donde che la reverenzia dell'uomoi suoicostumi e le altre sue grandi qualità feciono ad un trattofermare le armie quietamente ascoltarlo.
Costuicon parole modestee gravibiasimò la congiura loro; mostrò il pericolonel quale si trovavanose non cedevono a questo popolare impeto;dette loro speranza che sarebbono di poi uditi e con misericordiagiudicati; promisse di essere operatore che alli ragionevoli sdegniloro si arebbe compassione.
Tornato di poi a' Signoripersuase loroche non volessero vincere con il sangue de' suoi cittadinie che nongli volesseronon uditigiudicare; e tanto operòchediconsenso de' Signorii Bardi e i Frescobaldicon i loro amiciabbandonarono la cittàe senza essere impediti alle castellaloro si ritornarono.
Partitisi costoro e disarmatosi il popoloiSignori solo contro a quelli che avevano della famiglia de' Bardi eFrescobaldi prese le armi procederono; e per spogliarli di potenzacomperorono dai Bardi il castello di Mangona e di Verniae per leggeprovidono che alcuno cittadino non potesse possedere castellapropinque a Firenze a venti miglia.
Pochi mesi di poi fu decapitatoStiatta Frescobaldie molti altri di quella famiglia fatti ribelli.Non bastò a quelli che governavano avere i Frescobaldi e iBardi superati e domi; ma come fanno quasi sempre gli uominichequanto più autorità hanno peggio la usano e piùinsolenti diventanodove prima era uno capitano di guardia cheaffliggeva Firenzene elessono uno ancora in contadoe congrandissima autoritàacciò che gli uomini a lorosospetti non potessero né in Firenze né di fuoraabitare; e in modo si concitorono contro tutti i nobilich'eglinoerano apparecchiati a vendere la città e loroper vendicarsie aspettando la occasionela venne benee loro la usorono meglio.

 

33

Eraper i molti travagli i quali erano stati in Toscana e in Lombardiapervenuta la città di Lucca sotto la signoria di Mastino dellaScalasignore di Verona; il qualeancora che per obligo la avesse aconsegnare ai Fiorentininon la aveva consegnataperchéessendo signore di Parmagiudicava poterla teneree della fede datanon si curava.
Di che i Fiorentini per vendicarsisi congiunsono coni Vinizianie gli feciono tanta guerra che fu per perderne tutto lostato suo.
Non di meno non ne risultò loro altra commoditàche un poco di sodisfazione d'animo d'avere battuto Mastinoperchéi Vinizianicome fanno tutti quelli che con i meno potenti sicollegonopoi che ebbono guadagnato Trevigi e Vicenzasenza averea' Fiorentini rispettosi accordorono.
Ma avendo poco di poi iViscontisignori di Milanotolto Parma a Mastinoe giudicando egliper questo non potere più tenere Luccadeliberò divenderla.
I competitori erano i Fiorentini e i Pisani; e nellostrignere le pratichei Pisani vedevano che i Fiorentinicome piùricchierano per ottenerlae per ciò si volsono alla forzae con lo aiuto de' Visconti vi andorono a campo.
I Fiorentini perquesto non si ritirorono indietro dalla comperama fermorono conMastino i pattipagorono parte de' denari e d'un'altra parte dieronostatichie a prendere la possessione Naddo RucellaiGiovanni diBernardino de' Medici e Rosso di Ricciardo de' Ricci vi mandoronoiquali passorono in Lucca per forzae dalle genti di Mastino fuquella città consegnata loro.
I Pisani non di meno seguitoronola loro impresae con ogni industria di averla per forza cercavanoe i Fiorentini dallo assedio liberare la volevono; e dopo una lungaguerra ne furono i Fiorentinicon perdita di denari e acquisto divergognacacciatie i Pisani ne diventorono signori.
La perdita diquesta cittàcome in simili casi avviene semprefece ilpopolo di Firenze contro a quelli che governavano sdegnare; e intutti i luoghi e per tutte le piazze publicamente gli infamavanoaccusando la avarizia e i cattivi consigli loro.
Erasinel principiodi questa guerradata autorità a venti cittadini diamministrarlai quali messer Malatesta da Rimini per capitano dellaimpresa eletto avevano.
Costui con poco animo e meno prudenza laaveva governata; e perché eglino avevano mandato a Ruberto redi Napoli per aiutiquel re aveva mandato loro Gualtieri duca diAteneil qualecome vollono i cieli che al male futuro le cosepreparavanoarrivò in Firenze in quel tempo appunto che laimpresa di Lucca era al tutto perduta.
Onde che quelli ventiveggendo sdegnato il popolopensoronocon eleggere nuovo capitanoquello di nuova speranza riempieree con tale elezioneo frenareotorre le cagioni del calunniargli; e perché ancora avessecagione di temere e il duca di Atene gli potesse con piùautorità difendereprima per conservadoredi poi percapitano delle loro genti d'arme lo elessono.
I Grandii qualiperle cagioni dette di sopravivevono mal contentie avendo molti diloro conoscenza con Gualtieriquando altre volte in nome di Carloduca di Calavria aveva governato Firenzepensorono che fusse venutotempo da poterecon la rovina della cittàspegnere loincendio loro; giudicando non avere altro modo a domare quel popoloche gli aveva afflittiche ridursi sotto un principeil qualeconosciuta la virtù dell'una parte e la insolenzia dell'altrafrenasse l'unae l'altra remunerasse: a che aggiugnevono la speranzadel bene che ne porgevono i meriti loroquando per loro opera egliacquistasse il principato.
Furono per tanto in secreto piùvolte secoe lo persuasono a pigliare la signoria del tuttoofferendogli quelli aiuti potevono maggiori.
Alla autorità econforti di costoro si aggiunse quella di alcune famiglie popolane;le quali furono PeruzziAcciaiuoliAntellesi e Buonaccorsi; iqualigravati di debitinon potendo del lorodesideravano diquello d'altri ai loro debiti sodisfaree con la servitùdella patria dalla servitù de' loro creditori liberarsi.Queste persuasioni accesono lo ambizioso animo del Duca di maggioredesiderio del dominare; e per darsi riputazione di severo e digiustoe per questa via accrescersi grazia nella plebequelli cheavevano amministrata la guerra di Lucca perseguitavae a messerGiovanni de' MediciNaddo Rucellai e Guglielmo Altoviti tolse lavitae molti in esilioe molti in denari ne condannò.

 

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Questeesecuzioni assai i mediocri cittadini sbigottironosolo ai Grandi ealla plebe sodisfacevano: questa perché sua natura èrallegrarsi del malequelli altri per vedersi vendicare di tanteingiurie dai popolani ricevute.
E quando e' passava per le stradecon voce alta la franchezza del suo animo era lodatae ciascunopublicamente a trovare le fraude de' cittadini e gastigarle loconfortava.
Era l'uffizio de' venti venuto menoe la reputazione delDuca grandee il timore grandissimo; tale che ciascunopermostrarsegli amicola sua insegna sopra la sua casa facevadipignere: né gli mancava ad essere principe altro che iltitolo.
E parendogli potere tentare ogni cosa securamentefeceintendere a' Signori come e' giudicavaper il bene della cittànecessario gli fusse concessa la signoria libera; e perciòdesideravapoi che tutta la città vi consentivache loroancora vi consentissero.
I Signoriavvenga che molto innanziavessero la rovina della patria loro prevedutotutti a questadomanda si perturboronoe con tutto che ei conoscessero il loropericolonon di meno per non mancare alla patriaanimosamentegliene negorono.
Aveva il Ducaper dare di sé maggior segnodi religione e di umanitàeletto per sua abitazione ilconvento de' Fra' Minori di Santa Croce; e desideroso di dare effettoal maligno suo pensierofece per bando publicare che tutto ilpopolola mattina seguentefusse alla piazza di Santa Crocedavanti a lui.
Questo bando sbigottì molto più iSignoriche prima non avevono fatto le parole; e con quellicittadini i quali della patria e della libertà giudicavanoamatori si ristrinsono; né pensoronocognosciute le forze delDucadi potervi fare altro rimedio che pregarloe vederedove leforze non erano suffizientise i preghi o a rimuoverlo dalla impresao a fare la sua signoria meno acerba bastavano.
Andorono per tantoparte de' Signori a trovarloe uno di loro gli parlò inquesta sentenza: - Noi vegniamoo Signorea voimossi prima da levostre domandedi poi dai comandamenti che voi avete fatti perragunare il popolo; perché ci pare essere certi che voivogliate estraordinariamente ottenere quello che per lo ordinario noinon vi abbiamo acconsentito.
Né la nostra intenzione ècon alcuna forza opporci ai disegni vostri; ma solo per dimostrarviquanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate adosso epericoloso il partito che voi pigliate; acciò che sempre vipossiate ricordare de' consigli nostrie di quelli di coloro i qualialtrimentinon per vostra utilitàma per sfogare la rabbialorovi consigliono.
Voi cercate fare serva una città laquale è sempre vivuta libera; perché la signoria chenoi concedemmo già ai reali di Napoli fu compagnia e nonservitù: avete voi considerato quantoin una cittàsimile a questaimporti e quanto sia gagliardo il nome dellalibertàil quale forza alcuna non domatempo alcuno nonconsuma e merito alcuno non contrappesa? PensateSignorequanteforze sieno necessarie a tenere serva una tanta città: quellecheforestierevoi potete sempre tenerenon bastano; di quelle didentro voi non vi potete fidareperché quelli che vi sono oraamici e che a pigliare questo partito vi confortanocome eglinoaranno battuticon la autorità vostrai nimici lorocercheranno come e' possino spegnere voi e fare principi loro; laplebein la quale voi confidateper ogni accidente benchéminimo si rivolge: in modo chein poco tempovoi potete temere diavere tutta questa città nimica; il che fia cagione dellarovina sua e vostra.
Né potrete a questo male trovare rimedio;perché quelli signori possono fare la loro signoria sicura chehanno pochi nimicii quali o con la morte o con lo esilio e facilespegnere; ma negli universali odi non si trova mai sicurtàalcunaperché tu non sai donde ha a nascere il malee chiteme di ogni uomo non si può assicurare di personae se puretenti di farloti aggravi ne' pericoliperché quelli cherimangono si accendono più nello odio e sono più paratialla vendetta.
Che il tempo a consumare i desideri della libertànon basti è certissimo: perché s'intende spesso quellaessere in una città da coloro riassunta che mai la gustoronoma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro laamavanoe perciòquella ricuperatacon ogni ostinazione epericolo conservano; e quando mai i padri non la avessero ricordatai palagi publicii luoghi de' magistratile insegne de' liberiordini la ricordano: le quali cose conviene che sieno con massimodesiderio dai cittadini cognosciute.
Quali opere volete voi che sienole vostre che contrappesino alla dolcezza del vivere liberoo chefacciano mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni?Non se voi aggiugnessi a questo imperio tutta la Toscanae se ognigiorno tornassi in questa città trionfante de' nimici nostri:perché tutta quella gloria non sarebbe suama vostrae icittadini non acquisterebbono sudditima conserviper i quali sivederebbono nella servitù raggravare.
E quando i costumivostri fussero santii modi benignii giudizi rettia farvi amarenon basterebbono; e se voi credessi che bastassero v'ingannerestiperché ad uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa eogni legame lo strigne: ancora che trovare uno stato violento con unprincipe buono sia impossibileperché di necessitàconviene o che diventino similio che presto l'uno per l'altrorovini.
Voi avete adunque a credere o di avere a tenere con massimaviolenza questa città (alla qual cosa le cittadelleleguardiegli amici di fuora molte volte non bastano)o di esserecontento a quella autorità che noi vi abbiamo data.
A che noivi confortiamoricordandovi che quello dominio è solodurabile che è voluntario: né vogliateaccecato da unpoco di ambizionecondurvi in luogo dove non potendo starenépiù alto saliresiatecon massimo danno vostro e nostrodicadere necessitato.

 

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Nonmossono in alcuna parte queste parole lo indurato animo del Duca; edisse non essere sua intenzione di torre la libertà a quellacittàma rendergliene: perché solo le cittàdisunite erano servee le unite libere; e se Firenzeper suoordinedi setteambizione e nimicizie si privassese lerenderebbenon torrebbe la libertà; e come a prendere questocarico non la ambizione suama i prieghi di molti cittadini loconducevano; per ciò farebbono eglino bene a contentarsi diquello che gli altri si contentavano; e quanto a quelli pericoli inne' quali per questo poteva incorrerenon gli stimavaperchégli era ufizio di uomo non buono per timore del male lasciare ilbenee di pusillanime per un fine dubio non seguire una gloriosaimpresa; e che credeva portarsi in modo che in breve tempo avere dilui confidato poco e temuto troppo cognoscerebbono.
Convennonoadunque i Signorivedendo di non potere fare altro beneche lamattina seguente il popolo si ragunasse sopra la piazza loro; con laautorità del quale si desse per uno anno al Duca la signoriacon quelle condizioni che già a Carlo duca di Calavria si eradata.
Era l'ottavo giorno di settembre e lo anno 1342quando ilDucaaccompagnato da messer Giovanni della Tosa e tutti i suoiconsorti e da molti altri cittadinivenne in Piazza; e insieme conla Signoria salì sopra la ringhierache così chiamanoi Fiorentini quelli gradi che sono a piè del palagio de'Signori; dove si lessono al popolo le convenzioni fatte intra laSignoria e lui.
E quando si venneleggendoa quella parte dove peruno anno se gli dava la signoriasi gridò per il popolo: AVITA.
E levandosi messer Francesco Rustichelliuno de' Signoriperparlare e mitigare il tumultofurono con le grida le parole sueinterrotte; in modo checon il consenso del popolonon per unoannoma in perpetuo fu eletto signoree preso e portato intra lamoltitudinegridando per la Piazza il nome suo.
Èconsuetudine che quello che è preposto alla guardia delPalagio stiain assenzia de' Signoriserrato dentro; al qualeuffizio era allora deputato Rinieri di Giotto: costuicorrotto dagliamici del Ducasanza aspettare alcuna forzalo messe dentroe iSignorisbigottiti e disonoratise ne tornorono alle case loroeil Palagio fu dalla famiglia del Duca saccheggiatoil gonfalone delpopolo stracciatoe le sue insegne sopra il Palagio poste.
Il cheseguiva con dolore e noia inestimabile degli uomini buonie conpiacere grande di quelli cheo per ignoranza o per malignitàvi consentivano.

 

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IlDucaacquistato che ebbe la signoriaper torre la autorità aquelli che solevono della libertà essere defensoriproibìai Signori ragunarsi in Palagioe consegnò loro una casaprivata; tolse le insegne ai gonfalonieri delle Compagnie del popolo;levò gli ordini della giustizia contro ai Grandi; liberòi prigioni delle carcere; fece i Bardi e i Frescobaldi dallo esilioritornare; vietò il portare arme a ciascunoe per poteremeglio difendersi da quelli di dentrosi fece amico a quelli difuora.
Benificò per tanto assai gli Aretini e tutti gli altrisottoposti ai Fiorentini; fece pace con i Pisaniancora che fussefatto principe perché facesse loro guerra; tolse gliassegnamenti a quegli mercatanti che nella guerra di Lucca avevanoprestato alla republica denari.
Accrebbe le gabelle vecchie e creòdelle nuove; tolse a' Signori ogni autorità; e i suoi rettorierano messer Baglione da Perugia e messer Guglielmo da Scesicon iqualie con messer Cerrettieri Bisdominisi consigliava.
Le taglieche poneva a' cittadini erano gravie i giudicii suoi ingiusti; equella severità e umanità che gli aveva fintainsuperbia e crudeltà si era convertita: donde molti cittadinigrandi e popolani nobilio con danari o mortio con nuovi moditormentati erano.
E per non si governare meglio fuora che dentroordinò sei rettori per il contadoi quali battevano espogliavano i contadini.
Aveva i Grandi a sospettoancora che daloro fusse stato benificato e che a molti di quelli avesse la patriarenduta: perché non poteva credere che i generosi animiqualisogliono essere nella nobilitàpotessero sotto la suaubbidienza contentarsi; e per ciò si volse a benificare laplebepensandocon i favori di quella e con le armi forestierepotere la tirannide conservare.
Venuto per tanto il mese di maggionel qual tempo i popoli sogliono festeggiarefece fare alla plebe epopolo minuto più compagniealle qualionorate di splendidititulidette insegne e danari; donde una parte di loro andava per lacittà festeggiandoe l'altra con grandissima pompa ifesteggianti riceveva.
Come la fama si sparse della nuova signoria dicostuimolti vennono del sangue franzese a trovarlo; ed egli atutticome a uomini più fidatidava condizione; in modo cheFirenze in poco tempo divennenon solamente suddita ai Franzesimaa' costumi e agli abiti loro; perché gli uomini e le donnesanza avere riguardo al vivere civileo alcuna vergognagliimitavano.
Ma sopra ogni cosa quello che dispiaceva era la violenzache egli e i suoisanza alcuno rispettoalle donne facevano.Vivevano adunque i cittadini pieni di indegnazioneveggendo lamaiestà dello stato loro rovinatagli ordini guastile leggiannullateogni onesto vivere corrottoogni civile modestia spenta:perché coloro che erano consueti a non vedere alcuna regalepompa non potevono sanza dolore quello di armati satelliti a pièe a cavallo circundato riscontrare.
Per cheveggendo più dapresso la loro vergognaerano colui che massimamente odiavano dionorare necessitati: a che si aggiugneva il timoreveggendo lespesse morti e le continue taglie con le quali impoveriva e consumavala città.
I quali sdegni e paure erano dal Duca cognosciute etemute; non di meno voleva mostrare a ciascuno di credere di essereamato: onde occorse cheavendogli rivelato Matteo di Morozzoo pergratificarsi quello o per liberare sé dal pericolocome lafamiglia de' Medici con alcuni altri aveva contro di lui congiuratoil Ducanon solamente non ricercò la cosama fece ilrivelatore miseramente morire: per il quale partito tolse animo aquelli che volessero della sua salute avvertirloe lo dette a quelliche cercassero la sua rovina.
Fece ancora tagliare la lingua contanta crudeltà a Bettone Cini che se ne morìper averbiasimate le taglie che a' cittadini si ponevano: la qual cosaaccrebbe a' cittadini lo sdegno e al Duca l'odio; perchéquella città che a fare e parlare d'ogni cosa e con ognilicenza era consuetache gli fussono legate le mani e serrata labocca sopportare non poteva.
Crebbono adunque questi sdegni in tantoe questi odichenon che i Fiorentinii quali la libertàmantenere non sanno e la servitù patire non possonomaqualunque servile popolo arebbono alla recuperazione della libertàinfiammato.
Onde che molti cittadinie di ogni qualitàdiperdere la vita o di riavere la loro libertà deliberorono; ein tre partidi tre sorte di cittadinitre congiure si feciono:Grandipopolani e artefici; mossioltre alle cause universalidaparere ai Grandi non avere riavuto lo statoa' popolani averloperdutoe agli artefici de' loro guadagni mancare.
Era arcivescovodi Firenze messer Agnolo Acciaiuoliil quale con le prediche sueaveva già le opere del Duca magnificato e fattogli appresso alpopolo grandi favori: ma poi che lo vide signoree i suoi tirannicimodi cognobbegli parve avere ingannato la patria sua; e peremendare il fallo commessopensò non avere altro rimedio senon che quella mano che aveva fatta la ferita la sanasse; e dellaprima e più forte congiura si fece capo; nella quale erano iBardiRossiFrescobaldiScaliAltovitiMagalottiStrozzi eMancini.
Dell'una delle due altre erano principi messer Manno e CorsoDonati; e con questi i PazziCavicciuliCerchi e Albizzi.
Dellaterza era il primo Antonio Adimari; e con lui MediciBordoniRucellai e Aldobrandini.
Pensorono costoro di ammazzarlo in casa gliAlbizzidove andasse il giorno di Santo Giovanni a vedere correre icavagli credevano; ma non vi essendo andatonon riuscì loro.Pensorono di assaltarlo andando per la città a spasso; mavedevono il modo difficileperché bene accompagnato e armatoandavae sempre variava le andatein modo che non si poteva inalcuno luogo certo aspettarlo.
Ragionorono di ucciderlo ne' Consigli:dove pareva loro rimanereancora che fusse mortoa discrezionedelle forze sue.
Mentre che intra i congiurati queste cose sipraticavanoAntonio Adimari con alcuni suoi amici sanesiper avereda loro gentesi scopersemanifestando a quelli parte de'congiuratiaffermando tutta la città essere a liberarsidisposta: onde uno di quelli comunicò la cosa a messerFrancesco Brunelleschinon per scoprirlama per credere che ancoraegli fussi de' congiurati.
Messer Francescoo per paura di séo per odio aveva contro ad altririvelò il tutto al Duca;onde che Pagolo del Mazzeca e Simone da Monterappoli furono presi; iqualirivelando la qualità e quantità de' congiuratisbigottirono il Duca; e fu consigliato più tosto glirichiedesse che pigliasseperchése se ne fuggivonose nepoteva sanza scandolocon lo esilioassicurare.
Fece per tanto ilDuca richiedere Antonio Adimari; il qualeconfidandosi ne' compagnisubito comparse.
Fu sostenuto costui: ed era da messer FrancescoBrunelleschi e messer Uguccione Buondelmonti consigliato corressearmato la terrae i presi facesse morire; ma a lui non parveparendogli avere a tanti nimici poche forze; e però prese unaltro partitoper il qualequando gli fusse successosi assicuravade' nimici e alle forze provedeva.
Era il Duca consueto richiedere icittadiniche ne' casi occorrenti lo consigliassero: avendo pertanto mandato fuora a provedere di gentefece una listra di trecentocittadinie gli fece da' suoi sergentisotto colore di volereconsigliarsi con lororichiedere: e poi che fussero adunatio conla morte o con le carcere spegnerli disegnava.
La cattura di AntonioAdimari e il mandare per le gentiil che non si potette faresecretoaveva i cittadinie massime i colpevolisbigottito; ondeche da' più arditi fu negato il volere ubbidire.
E perchéciascuno aveva letta la listratrovavano l'uno l'altroes'inanimivano a prendere le armie volere più tosto morirecome uominicon le armi in manoche come vitelli essere allabeccheria condotti: in modo che in poco di ora tutte a tre lecongiure l'una all'altra si scopersee deliberorono il dìseguenteche era il 26 di luglio 1343fare nascere un tumulto inMercato Vecchioe dopo quello armarsi e chiamare il popolo allalibertà.

 

37

Venutoadunque l'altro giornoal suono di nonasecondo l'ordine datosiprese le armi; e il popolo tuttoalla boce della libertàsiarmò; e ciascuno si fece forte nelle sue contradesottoinsegne con le armi del popolole quali dai congiurati secretamenteerano state fatte.
Tutti i capi delle famigliecosì nobilicome popolaneconvennonoe la difesa loro e la morte del Ducagiuroronoeccetto che alcuni de' Buondelmonti e de' Cavalcanti equelle quattro famiglie di popolo che a farlo signore erano concorsei qualiinsieme con i beccai e altri della infima plebearmatiinPiazzain favore del Duca concorsono.
A questo romore armò ilDuca il Palagioe i suoiche erano in diverse parti alloggiatisalirono a cavallo per ire in Piazzae per la via furono in moltiluoghi combattuti e morti; pure circa trecento cavagli vi sicondussono.
Stava il Duca dubio s'egli usciva fuori a combattere inimicio sedentroil Palagio difendeva.
Dall'altra parte iMediciCavicciuliRucellai e altre famiglie state più offeseda quellodubitavano ches'egli uscisse fuoramolti che gli avienopreso l'armi contro non se gli scoprissero amicie desiderosi ditorgli la occasione dello uscire fuora e dello accrescere le forzefatto testaassalirono la Piazza.
Alla giunta di costoroquellefamiglie popolane che si erano per il Duca scoperteveggendosifrancamente assaliremutorono sentenzapoi che al Duca era mutatafortunae tutte si accostorono a' loro cittadinisalvo che messerUguccione Buondelmontiche se ne andò in Palagioe messerGiannozzo Cavalcanti il qualeritiratosi con parte de' suoi consortiin Mercato Nuovosalì alto sopra un bancoe pregava ilpopolo che armato andava in Piazzache in favore del Duca viandasse; e per sbigottirgli accresceva le sue forzee gli minacciavache sarebbono tutti mortiseostinaticontro al Signore seguisserola impresa: né trovando uomo che lo seguitassené chedella sua insolenza lo gastigasse veggendo di affaticarsi invanopernon tentare più la fortunadentro alle sue case si ridusse.La zuffa intantoin Piazzaintra il popolo e le genti del Ducaeragrande; e benché questa il Palagio aiutassefurono vinte; eparte di loro si missono nella podestà de' nimicipartelasciati i cavagliin Palagio si fuggirono.
Mentre che la Piazza sicombattevaCorso e messer Amerigo Donaticon parte del popoloruppono le Stinchele scritture del podestà e della publicacamera arsonosaccheggiorono le case de' rettorie tutti quelliministri del Duca che poterono avere ammazzorono.
Il Duca da l'altrocantovedendosi avere perduta la Piazzae tutta la cittànimicae sanza speranza di alcuno aiutotentò se poteva conqualche umano atto guadagnarsi il popolo; e fatto venire a séi prigionicon parole amorevoli e grate gli liberò; e AntonioAdimariancora che con suo dispiacerefece cavaliere; fece levarele insegne sue sopra il Palagio e porvi quelle del popolo: le qualicosefatte tardi e fuora di tempoperché erano forzate esenza gradogli giovorono poco.
Stava per tanto mal contentoassediato in Palagioe vedeva comeper avere voluto troppoperdevaogni cosa; e di avere a morire fra pochi giorni o di fame o di ferrotemeva.
I cittadiniper dare forma allo statoin Santa Reparata siridussonoe creorono quattordici cittadiniper metà grandi epopolanii qualicon il Vescovoavessero qualunque autoritàdi potere lo stato di Firenze riformare.
Elessono ancora seii qualil'autorità dei podestàtanto che quello che era elettovenisseavessero.
Erano in Firenzeal soccorso del popolomoltegenti venuteintra i quali erano Sanesi con sei ambasciadoriuominiassai nella loro patria onorati.
Costoro intra il popolo e il Ducaalcuna convenzione praticorono; ma il popolo recusò ogniragionamento d'accordose prima non gli era nella sua potestàdato messer Guglielmo d'Ascesie il figliuolo insieme con messerCerrettieri Bisdominiconsegnato.
Non voleva il Duca acconsentirlo;pureminacciato dalle genti che erano rinchiuse con luisi lasciòsforzare.
Appariscono senza dubbio gli sdegni maggiorie sono leferite più graviquando si recupera una libertà chequando si difende: furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intrale migliaia de' nimici loro; e il figliuolo non aveva ancora diciottoanninon di meno la etàla formala innocenza sua non lopoté dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che nonpoterono ferirgli vivigli ferirono morti; né saziati distraziargli con il ferrocon le mani e con i denti gli laceravano.
Eperché tutti i sensi si sodisfacessero nella vendetta avendoudito prima le loro quereleveduto le loro feritetocco le lorocarni lacerevolevono ancora che il gusto le assaporasseacciòchecome tutte le parti di fuora ne erano saziequelle di dentroancora se ne saziassero.
Questo rabbioso furore quanto egli offesecostorotanto a messer Cerrettieri fu utile; perchéstraccala moltitudine nelle crudeltà di questi duoidi quello non siricordò: il qualenon essendo altrimenti domandatorimase inPalagiodonde fu la notte poida certi suoi parenti e amiciasalvamento tratto.
Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costorosi concluse lo accordo: che il Duca se ne andassecon i suoi e suecosesalvo; e a tutte le ragioni aveva sopra Firenze renunziasse; edi poifuora del dominionel Casentinoalla renunzia ratificasse.Dopo questo accordoa dì 6 di agostopartì di Firenzeda molti cittadini accompagnato; e arrivato in Casentinoallarenunziaancora che mal volentieriratificò; e non arebbeosservata la fedese dal conte Simone non fusse stato di ricondurloin Firenze minacciato.
Fu questo Ducacome i governi suoidimostroronoavaro e crudelenelle audienze difficilenelrispondere superbo: voleva la servitùnon la benivolenzadegli uomini; e per questo più di essere temuto che amatodesiderava.
Né era da essere meno odiosa la sua presenzachesi fussero i costumi; perché era piccoloneroaveva la barbalunga e rada: tanto che da ogni parte di essere odiato meritava: ondechein termine di dieci mesii suoi cattivi costumi gli tolsonoquella signoria che i cattivi consigli d'altri gli avevono data.

 

 38

Questiaccidenti seguiti nella città dettono animo a tutte le terresottoposte ai Fiorentini di tornare nella loro libertà; inmodo che ArezzoCastiglionePistoiaVolterraColleSan Gimignanosi ribellorono: talché Firenzein un trattodel tiranno edel suo dominio priva rimasee nel recuperare la sua libertàinsegnò a' subietti suoi come potessero recuperare la loro.Seguita adunque la cacciata del Duca e la perdita del dominio loroiquattordici cittadini e il Vescovo pensorono che fusse piùtosto da placare i sudditi loro con la pace che farsegli inimici conla guerrae mostrare di essere contenti della libertà diquelli come della propria.
Mandorono per tanto oratori ad Arezzoarenunziare allo imperio che sopra quella città avessero e afermare con quelli accordoacciò chepoi che come sudditinon potevanocome amici della loro città si valessero.
Conl'altre terre ancora in quel modo che meglio poterono convennonopure che se le mantenessero amicheacciò che loro liberipotessero aiutare la loro libertà mantenere.
Questo partitoprudentemente presoebbe felicissimo fine; perché Arezzonondopo molti annitornò sotto lo imperio de' Fiorentiniel'altre terrein pochi mesialla pristina ubbidienza si ridussono.E così si ottiene molte volte più presto e con minoripericoli e spesa le cose a fuggirleche con ogni forza e ostinazioneperseguitandole.

 

39

Posatele cose di fuorasi volsono a quelle di dentroe dopo alcunadisputa fatta intra i Grandi e i popolaniconclusono che i Grandinella Signoria la terza parte e negli altri ufici la metàavessero.
Era la cittàcome di sopra dimostrammodivisa asestidonde che sempre sei Signorid'ogni sesto unosi eranofatti; eccetto cheper alcuni accidentialcuna volta dodici otredici se ne erano creatima poco di poi erano tornati a sei.
Parveper tanto da riformarla in questa partesì per essere i sestimale distribuitisì perchévolendo dare la parte aiGrandiil numero de' Signori accrescere conveniva.
Divisono pertanto la città a quartierie di ciascuno creorono treSignori; lasciorono indietro il gonfalonieri della giustizia e quellidelle Compagnie del popoloe in cambio de' dodici buoni uominiottoconsiglieriquattro di ciascuna sortecreorono.
Fermatocon questoordinequesto governosi sarebbe la città posatase iGrandi fussero stati contenti a vivere con quella modestia che nellavita civile si richiede; ma eglino il contrario operavano; perchéprivatinon volevono compagnie ne' magistrati volevono esseresignori; e ogni giorno nasceva qualche esemplo della loro insolenziae superbia: la qual cosa al popolo dispiaceva; e si doleva cheperuno tiranno che era spenton'erano nati mille.
Crebbono adunquetanto da l'una parte le insolenzie e da l'altra gli sdegniche icapi de' popolani mostrorono al Vescovo la disonestà de'Grandi e la non buona compagnia che al popolo facevanoe lopersuasono volesse operare che i Grandi di avere la parte negli altriufici si contentasseroe al popolo il magistrato de' Signorisolamente lasciassero.
Era il Vescovo naturalmente buonoma facileora in questa ora in quell'altra parte a rivoltarlo: di qui era natochead instanzia de' suoi consortiaveva prima il Duca di Atenefavoritodi poiper consiglio d'altri cittadinigli avevacongiurato contro; avevanella riforma dello statofavorito iGrandie così ora gli pareva di favorire il popolomosso daquelle ragioni gli furono da quelli cittadini popolani riferite.
Ecredendo trovare in altri quella poca stabilità che era inluidi condurre la cosa d'accordo si persuasee convocò iquattordicii quali ancora non avevono perduta l'autoritàecon quelle parole seppe migliori gli confortò a volere cedereil grado della Signoria al popolopromettendone la quiete dellacittàaltrimenti la rovina e il disfacimento loro.
Questeparole alterorono forte l'animo de' Grandi; e messer Ridolfo de'Bardi con parole aspre lo ripresechiamandolo uomo di poca fedeerimproverandogli l'amicizia del Duca come leggieri e la cacciata diquello come traditore; e gli concluse che quelli onori ch'eglinoavevono con loro pericolo acquistati volevono con loro pericolodifendere.
E partitosi alteratocon gli altridal Vescovoai suoiconsorti e a tutte le famiglie nobili lo fece intendere.
I popolaniancora agli altri la mente loro significoronoe mentre i Grandi siordinavanocon gli aiutialla difesa de' loro Signorinon parve alpopolo di aspettare che fussero ad ordinee corse armato al Palagiogridando che voleva che i Grandi rinunziassero al magistrato.
Ilromore e il tumulto era grande: i Signori si vedevono abbandonatiperché i Grandiveggendo tutto il popolo armatonon siardirono a pigliare le armie ciascuno si stette dentro alle casesue; di modo che i Signori popolaniavendo fatto prima forza diquietare il popoloaffermando quelli loro compagni essere uominimodesti e buonie non avendo potuto per meno reo partito alle caseloro gli rimandoronodove con fatica salvi si condussono.
Partiti iGrandi di Palagiofu tolto ancora l'uficio ai quattro consiglierigrandie fecionne infino in dodici popolani; e gli otto Signori cherestorono feciono uno gonfaloniere di giustizia e sedici gonfalonieridelle Compagnie del popoloe riformorono i Consigli in modo chetutto il governo nello arbitrio del popolo rimase.

 

40

Eraquando queste cose seguironocarestia grande nella città; dimodo che i Grandi e il popolo minuto erano mal contentiquesto perla famequelli per avere perdute le dignità loro: la qualcosa dette animo a messer Andrea Strozzi di potere occupare lalibertà della città.
Costui vendeva il suo grano minorepregio che gli altrie per questo alle sue case molte genticoncorrevano; tanto che prese ardire di montare una mattina acavalloe con alquanti di quelli dietrochiamare il popolo allearmi; e in poco di ora ragunò più di 4000 uominiinsiemecon i quali se n'andò in piazza de' Signorie chefusse loro aperto il Palagio domandava.
Ma i Signoricon le minaccee con le armidalla Piazza gli discostorono; di poi talmente con ibandi gli sbigottironoche a poco a poco ciascuno si tornòalle case suedi modo che messer Andrearitrovandosi solo potettecon faticafuggendodalle mani de' magistrati salvarsi.
Questoaccidenteancora che fusse temerario e che gli avesse avuto quelfine che sogliono simili moti averedette speranza ai Grandi dipotere sforzare il popoloveggendo che la plebe minuta era indiscordia con quello; e per non perdere questa occasionearmarsi diogni sorte aiuti conclusonoper riavere per forza ragionevolmentequello che ingiustamenteper forzaera stato loro tolto.
E crebbonoin tanta confidenza del vincereche palesemente si provedevonod'armiaffortificavano le loro casemandavano ai loro amiciinfinoin Lombardiaper aiuti.
Il popolo ancorainsieme con i Signorifaceva i suoi provedimentiarmandosi e a Perugini e a Sanesichiedendo soccorso.
Già erano degli aiuti e all'una eall'altra parte comparsi: la città tutta era in arme: avevanofatto i Grandi di qua d'Arno testa in tre parti: alle case de'Cavicciuli propinque a San Giovannialle case de' Pazzi e de' Donatia San Piero Maggiorea quelle de' Cavalcanti in Mercato Nuovo;quegli di là d'Arno s'erano fatti forti ai ponti e nellestrade delle case loro: i Nerli il ponte alla Carraiai Frescobaldie Mannegli Santa Trinitài Rossi e Bardi il Ponte Vecchio eRubaconte difendevano.
I popolanida l'altra partesotto ilgonfalone della giustizia e le insegne delle Compagnie del popolo siragunorono.

 

41

Estando in questa manieranon parve al popolo di differire piùla zuffa; e i primi che si mossono furono i Medici e i Rondinegli iquali assalirono i Cavicciuli da quella parte cheper la piazza diSan Giovannientra alle case loro.
Quivi la zuffa fu grandeperchédalle torri erano percossi con i sassie da basso con le balestreferiti.
Durò questa battaglia tre ore; e tuttavia il popolocrescevatanto che i Cavicciuliveggendosi dalla moltitudinesopraffaree mancare di aiutisi sbigottirono e si rimissono nellapodestà del popolo; il quale salvò loro le case e lesustanze; solo tolse loro le armie a quelli comandò che perle case de' popolani loro parenti e amicidisarmatisi dividessero.Vinto questo primo assaltofurono i Donati e i Pazzi ancora lorofacilmente vinti per essere meno potenti di quelli.
Solo restavanodi qua d'Arnoi Cavalcanti i quali di uomini e di sito erano forti:non di menovedendosi tutti i gonfaloni controe gli altri da tregonfaloni soli essere stati superatisenza fare molta difesa siarrenderono.
Erano già le tre parti della città nellemani del popolo: restavane una nel potere de' Grandi ma la piùdifficilesì per la potenza di quelli che la difendevanosìper il sitosendo dal fiume d'Arno guardata; talmente che bisognavavincere i pontii quali ne' modi di sopra dimostri erano difesi.
Fuper tanto il Ponte Vecchio il primo assaltato; il quale fugagliardamente difesoperché le torri armatele vie sbarratee le sbarre da ferocissimi uomini guardate erano: tanto che il popolofu con grave suo danno ributtato.
Conosciuto per tanto come quivi siaffaticavano invanotentorono di passare per il ponte Rubaconte; etrovandovi le medesime difficultàlasciati alla guardia diquesti duoi ponti quattro gonfalonicon gli altri il ponte allaCarraia assalirono.
E benché i Nerli virilmente sidifendesseronon potettono il furore del popolo sosteneresìper essere il ponte (non avendo torri che lo difendessero) piùdebolesì perché i Capponi e l'altre famiglie popolaneloro vicine gli assalirono: talchéessendo da ogni partepercossiabbandonorono le sbarre e dettono la via al popolo; ilqualedopo questii Rossi e i Frescobaldi vinse: per che tutti ipopolani di là d'Arno con i vincitori si congiunsono.Restavano adunque solo i Bardii quali né la rovina deglialtriné l'unione del popolo contro di loroné lapoca speranza degli aiuti poté sbigottire; e vollono piùtostocombattendoo morire o vedere le loro case ardere esaccheggiareche volontariamente allo arbitrio de' loro nimicisottomettersi.
Defendevonsi per tanto in modo che il popolo tentòpiù volte invanoo dal Ponte Vecchio o dal ponte Rubacontevincerli; e sempre fu con la morte e ferite di molti ributtato.Erasiper i tempi adietrofatto una strada per la quale si potevadalla Via Romanaandando intra le case de' Pittialle mura postesopra il colle di San Giorgio pervenire: per questa via il popolomandò sei gonfalonicon ordine che dalla parte di dietro lecase de' Bardi assalissero.
Questo assalto fece a' Bardi mancare dianimo e al popolo vincere la impresa; perchécome quelli cheguardavano le sbarre delle strade sentirono le loro case esserecombattuteabbandonorono la zuffa e corsono alla difesa di quelle.Questo fece che la sbarra del Ponte Vecchio fu vinta e i Bardi daogni parte messi in fuga; i quali da' QuaratesiPanzanesi e Mozzifurono ricevuti.
Il popolo intantoe di quello la parte piùignobileassetato di predaspogliò e saccheggiò tuttele loro casee i loro palagi e torri disfece e arse con tanta rabbiache qualunque più al nome fiorentino crudele nimico si sarebbedi tanta rovina vergognato.

 

42

Vintii Grandiriordinò il popolo lo stato; e perché gli eradi tre sorte popolopotentemediocre e bassosi ordinò chei potenti avessero duoi Signoritre i mediocri e tre i bassi; e ilgonfaloniere fusse ora dell'una ora dell'altra sorte.
Oltra diquestotutti gli ordini della giustizia contro ai Grandi siriassunsono; e per fargli più debolimolti di loro intra lapopolare moltitudine mescolorono.
Questa rovina de' nobili fu sìgrande e in modo afflisse la parte loroche mai poi a pigliare learmi contro al popolo si ardironoanzi continuamente piùumani e abietti diventorono.
Il che fu cagione che Firenzenonsolamente di armima di ogni generosità si spogliasse.Mantennesi la cittàdopo questa rovinaquieta infinoall'anno 1353; nel corso del qual tempo seguì quellamemorabile pestilenza da messer Giovanni Boccaccio con tantaeloquenzia celebrataper la quale in Firenze più chenovantaseimila anime mancarono.
Feciono ancora i Fiorentini la primaguerra con i Viscontimediante la ambizione dello Arcivescovoallora principe in Milano; la quale guerra come prima fu fornitaleparti dentro alla città cominciorono; e benché fusse lanobilità distruttanon di meno alla fortuna non mancoronomodi a fare rinascereper nuove divisioninuovi travagli.

 

LIBROTERZO

 

1

Legravi e naturali nimicizie che sono intra gli uomini popolari e inobilicausate da il volere questi comandare e quelli non ubbidiresono cagione di tutti i mali che nascano nelle città; perchéda questa diversità di umori tutte le altre cose cheperturbano le republiche prendano il nutrimento loro.
Questo tennedisunita Roma; questose gli è lecito le cose piccole allegrandi agguagliareha tenuto diviso Firenze; avvenga che nell'una enell'altra città diversi effetti partorissero: perchéle nimicizie che furono nel principio in Roma intra il popolo e inobilidisputando; quelle di Firenze combattendo si diffinivanoquelle di Roma con una leggequelle di Firenze con lo esilio e conla morte di molti cittadini terminavano; quelle di Roma sempre lavirtù militare accrebbonoquelle di Firenze al tutto laspensono; quelle di Roma da una ugualità di cittadini in unadisaguaglianza grandissima quella città condussonoquelle diFirenze da una disaguaglianza ad una mirabile ugualità l'hannoridutta.
La quale diversità di effetti conviene che sia daidiversi fini che hanno avuto questi duoi popoli causata: perchéil popolo di Roma godere i supremi onori insieme con i nobilidesiderava; quello di Firenze per essere solo nel governosanza chei nobili ne participasserocombatteva.
E perché il desideriodel popolo romano era più ragionevolevenivano ad essere leoffese ai nobili più sopportabilitale che quella nobilitàfacilmente e sanza venire alle armi cedeva; di modo chedopo alcunidispareria creare una legge dove si sodisfacesse al popolo e inobili nelle loro dignità rimanessero convenivano.
Da l'altrocantoil desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso e ingiustotale che la nobilità con maggiori forze alle sue difese sipreparavae per ciò al sangue e allo esilio si veniva de'cittadini; e quelle leggi che di poi si creavanonon a comuneutilitàma tutte in favore del vincitore si ordinavano.
Daquesto ancora procedeva che nelle vittorie del popolo la cittàdi Roma più virtuosa diventava; perchépotendo ipopolani essere alla amministrazione de' magistratidegli eserciti edegli imperii con i nobili prepostidi quella medesima virtùche erano quelli si riempievanoe quella cittàcrescendovila virtùcresceva potenza; ma in Firenzevincendo il popoloi nobili privi de' magistrati rimanevano; e volendo racquistargliera loro necessariocon i governicon lo animo e con il modo delviveresimili ai popolani non solamente essere ma parere.
Di quinasceva le variazioni delle insegnele mutazioni de' tituli dellefamiglieche i nobiliper parere di popolofacevano; tanto chequella virtù delle armi e generosità di animo che eranella nobilità si spegnevae nel popolodove la non eranonsi poteva raccenderetal che Firenze sempre più umile e piùabietto divenne.
E dove Romasendosi quella loro virtùconvertita in superbiasi ridusse in termine che sanza avere unprincipe non si poteva mantenereFirenze a quel grado èpervenutache facilmente da uno savio datore di leggie potrebbeessere in qualunque forma di governo riordinata.
Le quali cose per lalezione del precedente libro in parte si possono chiaramentecognoscereavendo mostro il nascimento di Firenze e il principiodella sua libertàcon le cagioni delle divisioni di quellaecome le parti de' nobili e del popolo con la tirannide del Duca diAtene e con la rovina della nobilità finirono.
Restano ora anarrarsi le inimicizie intra il popolo e la plebee gli accidentivarii che quelle produssono.

 

2

Domache fu la potenzia de' nobilie finita che fu la guerra con loArcivescovo di Milanonon pareva che in Firenze alcuna cagione discandolo fusse rimasa.
Ma la mala fortuna della nostra città ei non buoni ordini suoi feciono intra la famiglia degli Albizzi equella de' Ricci nascere inimicizia; la quale divise Firenzecomeprima quella de' Buondelmonti e Ubertie di poi de' Donati e de'Cerchi aveva divisa.
I ponteficii quali allora stavano in Franciae gli imperadoriche erano nella Magnaper mantenere la reputazioneloro in Italia in varii tempi moltitudine di soldati di varie nazionici avevano mandati; tale che in questi tempi ci si trovavanoInghilesiTedeschi e Brettoni.
Costorocomeper essere finite leguerresanza soldo rimanevonodietro ad una insegna di venturaquesto e quell'altro principe taglieggiavano.
Venne per tantol'anno1353una di queste compagnie in Toscanacapitaneata da Monrealeprovenzale; la cui venuta tutte le città di quella provinciaspaventòe i Fiorentininon solamente publicamente di gentesi providdonoma molti cittadiniintra' quali furono gli Albizzi ei Ricciper salute propria si armorono.
Questi intra loro eranopieni di odioe ciascuno pensavaper ottenere il principato nellarepubblicacome potesse opprimere l'altro: non erano per ciòancora venuti alle armima solamente ne' magistrati e ne' Consiglisi urtavano.
Trovandosi adunque tutta la città armatanacquea sorte una quistione in Mercato Vecchiodove assai gente secondoche in simili accidenti si costumaconcorse.
E spargendosi ilromorefu apportato ai Ricci come gli Albizzi gli assalivanoe agliAlbizzi che i Ricci gli venivano a trovare; per la qual cosa tutta lacittà si sollevòe i magistrati con fatica poteronol'una e l'altra famiglia frenareacciò che in fatto nonseguisse quella zuffa che a casoe senza colpa di alcuno di loroera stata diffamata.
Questo accidenteancora che debilefeceriaccendere più gli animi loroe con maggiore diligenziacercare ciascuno di acquistarsi partigiani.
E perché giài cittadiniper la rovina de' Grandierano in tanta ugualitàvenuti che i magistrati eranopiù che per lo adietro nonsolevanoreveritidisegnavano per la via ordinaria e sanza privataviolenza prevalersi.

 

3

Noiabbiamo narrato davanti comedopo la vittoria di Carlo Isi creòil magistrato di Parte guelfa e a quello si dette grande autoritàsopra i Ghibellini; la quale il tempoi varii accidenti e le nuovedivisioni avevano talmente messa in oblivioneche molti discesi diGhibellini i primi magistrati esercitavano.
Uguccione de' Ricci pertantocapo di quella famigliaoperò che si rinnovasse lalegge contro a' Ghibellini; intra i quali era opinione di moltifussero gli Albizzii qualimolti anni adietro nati in Arezzoadabitare a Firenze erano venuti; onde che Uguccione pensòrinnovando questa leggeprivare gli Albizzi de' magistratidisponendosi per quella che qualunque disceso di Ghibellino fussecondannato se alcuno magistrato esercitasse.
Questo disegno diUguccione fu a Piero di Filippo degli Albizzi scoperto; e pensòdi favorirlogiudicando cheopponendosiper se stesso sichiarirebbe ghibellino.
Questa legge per tantorinnovata per laambizione di costoronon tolsema dette a Piero degli Albizziriputazionee fu di molti mali principio: né si puòfare legge per una republica più dannosa che quella cheriguarda assai tempo indietro.
Avendo adunque Piero favorita laleggequello che da i suoi nimici era stato trovato per suoimpedimento gli fu via alla sua grandezza; perchéfattosiprincipe di questo nuovo ordinesempre prese più autoritàsendo da questa nuova setta di Guelfi prima che alcuno altrofavorito.
E perché non si trovava magistrato che ricercassequali fussero i Ghibellinie per ciò la legge fatta non eradi molto valoreprovide che si desse autorità ai Capitani dichiarire i Ghibellinie chiaritisignificare loroe ammunirgliche non prendessero alcuno magistrato; alla quale ammunizione se nonubbidisserorimanessero condennati.
Da questo nacque che di poitutti quelli che in Firenze sono privi di potere esercitare imagistrati si chiamano ammuniti.
Ai Capitani adunque sendo con iltempo cresciuta la audaciasenza alcuno rispettonon solamentequelli che lo meritavano ammunivanoma qualunque pareva loromossida qualsivoglia avara o ambiziosa cagione; e da il 1357che eracominciato questo ordineal '66si trovavano di già ammunitipiù che 200 cittadini.
Donde i Capitani e la setta de' Guelfiera diventata potenteperché ciascunoper timore di nonessere ammunitogli onoravae massimamente i capi di quellaiquali erano Piero degli Albizzimesser Lapo da Castiglionchio eCarlo Strozzi.
E avvenga che questo modo di procedere insolentedispiacesse a moltii Ricci infra gli altri erano peggio contentiche alcunoparendo loro essere stati di questo disordine cagioneper il quale vedevono rovinare la republica e gli Albizziloronimiciesserecontro a' disegni lorodiventati potentissimi.

 

4

Pertantotrovandosi Uguccione de' Ricci de' Signorivolle por fine aquel male di che egli e gli altri suoi erano stati principioe connuova legge provide che a' sei capitani di parte tre siaggiugnesserode' quali ne fussero duoi de' minori artefici; e volleche i chiariti ghibellini avessero ad essere da ventiquattrocittadini guelfi a ciò deputati confermati.
Questoprovedimento temperò per allora in buona parte la potenza de'Capitani; di modo che lo ammunire in maggiore parte mancòese pure ne ammunivano alcunierano pochi.
Non di meno le sette diAlbizzi e Ricci vegghiavano; e legheimpresedeliberazioni l'unaper odio dell'altra disfavorivano.
Vissesi adunque con similitravagli da il 1366 al '71nel qual tempo la setta de' Guelfiriprese le forze.
Era nella famiglia de' Buondelmonti uno cavalierechiamato messer Benchiil qualeper i suoi meriti in una guerracontro ai Pisaniera stato fatto popolanoe per questo era a potereessere de' Signori abile diventato; e quando egli aspettava di sederein quel magistratosi fece una leggeche niuno Grande fattopopolano lo potesse esercitare.
Questo fatto offese assai messerBenchie accozzatosi con Piero degli Albizzideliberorono con loammunire battere i minori popolani e rimanere soli nel governo.
E peril favore che messer Benchi aveva con la antica nobilitàeper quello che Piero aveva con la maggiore parte de' popolanipotentifeciono ripigliare le forze alla setta de' Guelfie connuove riforme fatte nella Parte ordinorono in modo la cosa chepotevono de' Capitani e de' ventiquattro cittadini a loro mododisporre.
Donde che si ritornò ad ammunire con piùaudacia che prima; e la casa degli Albizzicome capo di questasettasempre cresceva.
Da l'altro cantoi Ricci non mancavano diimpedire con gli amiciin quanto potevanoi disegni loro; tanto chesi viveva in sospetto grandissimoe temevasi per ciascuno ognirovina.

 

5

Ondeche molti cittadinimossi dallo amore della patriain San PieroScheraggio si ragunoronoe ragionato infra loro assai di questidisordiniai Signori ne andoronoai quali uno di lorodi piùautoritàparlò in questa sentenza: - Dubitavamo moltidi noimagnifici Signoridi essere insiemeancora che per cagionepublicaper ordine privato; giudicando potereo come prosuntuosiessere notatio come ambiziosi condannati; ma considerato poi cheogni giornoe senza alcuno riguardomolti cittadini per le logge eper le casenon per alcuna publica utilitàma per loropropria ambizione convenganogiudicammopoi che quegli che per larovina della republica si ristringono non temanoche non avessinoancora da temere quelli che per bene e utilità publica siragunano; né quello che altri si giudichi di noi ci curiamopoi che gli altri quello che noi possiamo giudicare di loro nonstimano.
Lo amore che noi portiamomagnifici Signorialla patrianostra ci ha fatti prima ristrignere e ora ci fa venire a voi perragionare di quel male che si vede già grande e che tuttaviacresce in questa nostra republicae per offerirci presti ad aiutarvispegnerlo.
Il che vi potrebbeancora che la impresa paia difficileriuscirequando voi vogliate lasciare indietro i privati rispetti eusare con le publiche forze la vostra autorità.
La comunecorruzione di tutte le città di Italiamagnifici Signorihacorrotta e tuttavia corrompe la vostra città; perchéda poi che questa provincia si trasse di sotto alle forze delloImperiole città di quellanon avendo un freno potente chele correggessihannonon come liberema come divise in setteglistati e governi loro ordinati.
Da questo sono nati tutti gli altrimalitutti gli altri disordini che in esse appariscono.
In prima nonsi truova intra i loro cittadini né unione né amiciziase non intra quelli che sono di qualche sceleratezzao contro allapatria o contro ai privati commessaconsapevoli.
E perché intutti la religione e il timore di Dio è spentoil giuramentoe la fede data tanto basta quanto l'utile: di che gli uomini sivaglianonon per osservarloma perché sia mezzo a potere piùfacilmente ingannare; e quanto lo inganno riesce più facile esecurotanta più gloria e loda se ne acquista: per questo gliuomini nocivi sono come industriosi lodati e i buoni come sciocchibiasimati.
E veramente in nelle città di Italia tutto quelloche può essere corrotto e che può corrompere altri siraccozza: i giovani sono oziosii vecchi lascivie ogni sesso eogni età è piena di brutti costumi; a che le leggibuoneper essere da le cattive usanze guastenon rimediano.
Di quinasce quella avarizia che si vede ne' cittadinie quello appetitonon di vera gloriama di vituperosi onoridal quale dependono gliodile nimiciziei disparerile sette; dalle quali nasce mortiesiliafflizioni de' buoniesaltazioni de' tristi.
Perché ibuoniconfidatisi nella innocenzia loronon cerconocome icattividi chi estraordinariamente gli difenda e onoritanto cheindefesi e inonorati rovinano.
Da questo esemplo nasce lo amore delleparti e la potenza di quelle; perché i cattivi per avarizia eper ambizionei buoni per necessità le seguano.
E quello cheè più pernizioso è vedere come i motori eprincipi di esse la intenzione e fine loro con un piatoso vocaboloadonestanoperché sempreancora che tutti sieno alla libertànimiciquellao sotto colore di stato di ottimati o di popolaredefendendoopprimano.
Perché il premio il quale dellavittoria desiderano ènon la gloria dello avere liberata lacittàma la sodisfazione di avere superati gli altri e ilprincipato di quella usurpato; dove condottinon è cosa sìingiustasì crudele o avarache fare non ardischino.
Di quigli ordini e le legginon per publicama per propria utilitàsi fanno; di qui le guerrele pacile amicizienon per gloriacomunema per sodisfazione di pochi si deliberano.
E se le altrecittà sono di questi disordini ripienela nostra ne èpiù che alcuna altra macchiata; perché le leggiglistatutigli ordini civilinon secondo il vivere liberoma secondola ambizione di quella parte che è rimasa superioresi sonoin quella sempre ordinati e ordinano.
Onde nasce che semprecacciatauna parte e spenta una divisionene surge un'altra; perchéquella città che con le sette più che con le leggi sivuol mantenerecome una setta è rimasa in essa sanzaopposizionedi necessità conviene che infra se medesima sidivida; perché da quelli modi privati non si puòdifendere i quali essa per sua salute prima aveva ordinati.
E chequesto sia vero le antiche e moderne divisioni della nostra cittàlo dimostrano.
Ciascuno credevadestrutti che furono i GhibelliniiGuelfi di poi lungamente felici e onorati vivessero; non di menodopo poco tempoin Bianchi e in Neri si divisono.
Vinti di poi iBianchinon mai stette la città sanza parti: ora per favorirei fuori uscitiora per le nimicizie del popolo e de' Grandisemprecombattemmo; e per dare ad altri quello che d'accordo per noimedesimi possedere o non volavamo o non potavamoora al re Rubertoora al fratelloora al figliuoloe in ultimo al Duca di Atenelanostra libertà sottomettemmo.
Non di meno in alcuno stato mainon ci riposammocome quelli che non siamo mai stati d'accordo avivere liberi e di essere servi non ci contentiamo.
Nédubitammo (tanto sono i nostri ordini disposti alle divisioni)vivendo ancora sotto la ubbidienza del Rela maestà sua ad unvilissimo uomo nato in Agobio posporre.
Del Duca di Atene non sidebbeper onore di questa cittàricordare; il cui acerbo etirannico animo ci doveva fare savi e insegnare vivere: non di menocome prima e' fu cacciatonoi avemmo le armi in manoe con piùodio e maggiore rabbia che mai alcuna altra volta insieme combattutoavessimocombattemmo; tanto che l'antica nobilità nostrarimase vinta e nello arbitrio del popolo si rimisse.
Né sicredette per molti che mai alcuna cagione di scandolo o di partenascesse più in Firenze sendo posto freno a quelli che per laloro superbia e insopportabile ambizione pareva che ne fusserocagione; ma e' si vede ora per esperienza quanto la opinione degliuomini è fallace e il giudizio falso; perché lasuperbia e ambizione de' Grandi non si spensema da' nostri popolanifu loro tolta i quali orasecondo l'uso degli uomini ambiziosidiottenere il primo grado nella republica cercano; né avendoaltri modi ad occuparlo che le discordiehanno di nuovo divisa lacittàe il nome guelfo e ghibellinoche era spentoe cheera bene non fusse mai stato in questa republicarisuscitano.
Egli èdato di sopraacciò che nelle cose umane non sia nulla operpetuo o quietoche in tutte le republiche sieno famiglie fatalile quali naschino per la rovina di quelle.
Di queste la republicanostrapiù che alcuna altraè stata copiosaperchénon unama moltel'hanno perturbata e afflittacome feciono iBuondelmonti prima e Ubertidi poi i Donati e i Cerchi; e oraohcosa vergognosa e ridicula! i Ricci e gli Albizzi la perturbono edividono.
Noi non vi abbiamo ricordati i costumi corrotti e leantiche e continue divisioni nostre per sbigottirvima perricordarvi le cagioni di esse e dimostrarvi checome voi ve nepotete ricordarenoi ce ne ricordiamo e per dirvi che lo esemplo diquelle non vi debbe fare diffidare di potere frenare queste.
Perchéin quelle famiglie antiche era tanta grande la potenzae tantigrandi i favori che le avevano dai principiche gli ordini e modicivili a frenarle non bastavano; ma ora che lo Imperio non ci haforzeil papa non si temee che la Italia tutta e questa cittàè condotta in tanta ugualità che per lei medesima sipuò reggerenon ci è molta difficultà.
E questanostra republica massimamente si puònon ostante gli antichiesempli che ci sono in contrarionon solamente mantenere unitamadi buoni costumi e civili modi riformarepure che Vostre Signorie sidisponghino a volerlo fare.
A che noimossi dalla caritàdella patrianon da alcuna privata passionevi confortiamo.
Ebenché la corruzione di essa sia grandespegnete per ora quelmale che ci ammorbaquella rabbia che ci consumaquel veleno che ciuccide; e imputate i disordini antichinon alla natura degli uominima ad i tempi; i quali sendo variatipotete sperare alla vostracittàmediante i migliori ordinimigliore fortuna.
Lamalignità della quale si può con la prudenza vincereponendo freno alla ambizione di costoroe annullando quelli ordiniche sono delle sette nutritorie prendendo quelli che al vero viverelibero e civile sono conformi.
E siate contenti più tostofarlo ora con la benignità delle leggichedifferendoconil favore delle armi gli uomini sieno a farlo necessitati.

 

6

ISignorimossi da quello che prima per loro medesimi cognoscevonoedi poi dalla autorità e conforti di costorodettono autoritàa cinquantasei cittadiniperché alla salute della republicaprovedessero.
Egli è verissimo che gli assai uomini sono piùatti a conservare uno ordine buono che a saperlo per loro medesimitrovare.
Questi cittadini pensorono più a spegnere le presentisette che a torre via le cagioni delle futuretanto che nél'una cosa né l'altra conseguirono; perché le cagionidelle nuove non levoronoe di quelle che vegghiavano una piùpotente che l'altracon maggiore pericolo della republicafeciono.Privorono per tanto di tutti i magistratieccetto che di quellidella Parte guelfaper tre annitre della famiglia degli Albizzi etre di quella de' Ricciintra i quali Piero degli Albizzi eUguccione de' Ricci furono; proibirono a tutti i cittadini entrare inPalagioeccetto che ne' tempi che i magistrati sedevano; providonoche qualunque fusse battutoo impeditagli la possessione de' suoibenipotessecon una domandaaccusarlo ai Consigli e farlochiarire de' Grandiechiaritosottoporlo ai carichi loro.
Questaprovisione tolse lo ardire alla setta de' Ricci e a quella degliAlbizzi lo accrebbe; perchéavvenga che ugualmente fusserosegnatenon di meno i Ricci assai più ne patirono; perchése a Piero fu chiuso il palagio de' Signoriquello de' Guelfidovegli aveva grandissima autoritàgli rimase aperto; e se primaegli e chi lo seguiva erano allo ammunire caldidiventoronodopoquesta ingiuriacaldissimi.
Alla quale mala volontà ancoranuove cagioni si aggiunsono.

 

7

Sedevanel pontificato papa Gregorio XIil qualetrovandosi ad Avignonegovernavacome gli antecessori suoi avevano fattola Italia perlegati; i qualipieni di avarizia e di superbiaavevano molte cittàafflitte.
Uno di questiil quale in quelli tempi si trovava aBolognapresa la occasione dalla carestia che lo anno era inFirenzepensò di insignorirsi di Toscanae non solamente nonsuvvenne i Fiorentini di viverema per torre loro la speranza dellefuture ricoltecome prima apparì la primaveracon grandeesercito gli assaltòsperandotrovandogli disarmati eaffamatipotergli facilmente superare.
E forse gli succedevase learmi con le quali quello gli assalì infedeli e venali statenon fussero: perché i Fiorentininon avendo migliore rimediodierono centotrentamila fiorini ai suoi soldatie feciono loroabbandonare la impresa.
Comincionsi le guerre quando altri vuolemanon quando altri vuole si finiscono.
Questa guerraper ambizione delLegato cominciatafu dallo sdegno de' Fiorentini seguitae fecionolega con messer Bernabò e con tutte le città nimichealla Chiesa; e creorono otto cittadini che quella amministrasserocon autorità di potere operare sanza appello e spendere sanzadarne conto.
Questa guerra mossa contro al Pontefice fecenonostante che Uguccione fusse mortorisurgere quelli che avieno lasetta de' Ricci seguitai qualicontro agli Albizziavevono semprefavorito messer Bernabò e disfavorita la Chiesa; e tanto piùche gli Otto erano tutti nimici alla setta de' Guelfi.
Il che feceche Piero degli Albizzimesser Lapo da CastiglionchioCarlo Strozzie gli altri più insieme si strinsono alla offesa de' loroavversarii; e mentre che gli Otto facevano la guerraed eglinoammunivano.
Durò la guerra tre anniné prima ebbe checon la morte del Pontefice termine; e fu con tanta virtù etanta sodisfazione dello universale amministratache agli Otto fuogni anno prorogato il magistrato; ed erano chiamati Santiancorache eglino avessero stimate poco le censuree le chiese de' beniloro spogliatee sforzato il clero a celebrare gli uffizi: tantoquelli cittadini stimavano allora più la patria che l'anima.
Edimostrorono alla Chiesa come primasuoi amicila avevano difesacosìsuoi nimicila potevono affliggere; perché tuttala Romagnala Marca e Perugia le feciono ribellare.

 

8

Nondi menomentre che al Papa facevono tanta guerranon si potevonodai Capitani di parte e dalla loro setta difendere; perché lainvidia che i Guelfi avieno agli Otto faceva crescere loro l'audaciae non che agli altri nobili cittadinima dall'ingiuriare alcunidegli Otto non si astenevano.
E a tanta arroganza i Capitani di partesalironoch'eglino erano più che i Signori temutie conminore reverenza si andava a questi che a quellie più sistimava il palagio della Parte che il loro; tanto che non venivaambasciadore a Firenze che non avesse commissione a' Capitani.
Sendoadunque morto papa Gregorioe rimasa la città sanza guerra difuorasi viveva dentro in grande confusione; perché da l'uncanto la audacia de' Guelfi era insopportabileda l'altro non sivedeva modo a potergli battere: pure si giudicava che di necessitàsi avesse a venire alle armie vedere quale de' duoi seggi dovesseprevalere.
Erano dalla parte de' Guelfi tutti gli antichi nobiliconla maggiore parte de' più potenti popolani; dovecomedicemmomesser LapoPiero e Carlo erano principi: da l'altra eranotutti i popolani di minore sortede' quali erano capi gli Otto dellaguerramesser Giorgio ScaliTommaso Strozzi; con i quali RicciAlberti e Medici convenivano: il rimanente della moltitudinecomequasi sempre intervienealla parte malcontenta si accostava.Parevano ai capi della setta guelfa le forze degli avversariigagliardee il pericolo loro grandequalunque volta una Signorialoro nimica volesse abbassargli; e pensando che fusse bene preveniresi accozzorono insieme; dove le condizioni della città e dellostato loro esaminorono.
E pareva loro che gli ammunitiper esserecresciuti in tanto numeroavessero dato loro tanto carico che tuttala città fusse diventata loro nimica.
A che non vedevano altrorimedio chedove gli avieno tolto loro gli onoritorre loro ancorala cittàoccupando per forza il palagio de' Signori ereducendo tutto lo stato nella setta loroad imitazione degliantichi Guelfii quali non vissono per altro nella cittàsicuri che per averne cacciati gli avversarii loro.
Ciascuno siaccordava a questo; ma discordavano del tempo.

 

9

Correvaallora lo anno 1378ed era il mese di aprile; e a messer Lapo nonpareva di differireaffermando niuna cosa nuocere tanto al tempoquanto il tempoe a loro massimepotendo nella seguente Signoriaessere facilmente Salvestro de' Medici gonfaloniereil quale allasetta loro contrario cognoscevano.
A Piero degli Albizzida l'altrocantopareva da differireperché giudicava bisognasseroforzee quelle non essere possibilesanza dimostrazioneraccozzaree quando fussero scopertiin manifesto pericoloincorrerebbono.
Giudicava per tanto essere necessario che ilpropinquo San Giovanni si aspettasse; nel quale tempoper essere ilpiù solenne giorno della città assai moltitudine inquella concorreintra la quale potrebbono allora quanta gentevolessero nasconderee per rimediare a quello che di Salvestro sitemevasi ammunisse; e quando questo non paresse da faresiammunisse uno di Collegio del suo quartieree ritraendosi loscambioper essere le borse votepoteva facilmente la sorte fareche quello o qualche suo consorte fusse trattoche gli torrebbe lafacultà di potere sedere gonfaloniere.
Fermorono per tantoquesta deliberazione; ancora che messer Lapo mal volentieri viacconsentissegiudicando il differire nocivoe mai il tempo nonessere al tutto commodo a fare una cosain modo che chi aspettatutte le commoditào e' non tenta mai cosa alcunaose latentala fa il più delle volte a suo disavantaggio.Ammunirono costoro il collegioma non successe loro impedirSalvestroperchéscoperte dagli Otto le cagioniche loscambio non si ritraesse operorono.
Fu tratto per tanto gonfaloniereSalvestro di messer Alamanno de' Medici.
Costuinato di nobilissimafamiglia popolana che il popolo fussi da pochi potenti oppressosopportare non potevae avendo pensato di porre fine a questainsolenzavedendosi il popolo favorevole e di molti nobili popolanicompagnicomunicò i disegni suoi con Benedetto AlbertiTomaso Strozzi e messer Giorgio Scalii quali per condurgli ogniaiuto gli promissono.
Fermorono adunque secretamente una leggelaquale innovava gli ordini della giustizia contro ai Grandiel'autorità de' Capitani di parte diminuivae a gli ammunitidava modo di potere essere alle dignità rivocati.
E perchéquasi in un medesimo tempo si esperimentasse e ottenesseavendosiprima infra i Collegi e di poi ne' Consigli a deliberareetrovandosi Salvestro proposto (il quale gradoquel tempo che durafa uno quasi che principe della città)fece in una medesimamattina il Collegio e il Consiglio ragunare; e a' Collegi primadivisi da quelloprepose la legge ordinata: la qualecome cosanuovatrovòin nel numero di pochi tanto disfavore che lanon si ottenne.
Onde cheveggendo Salvestro come gli erano tagliatele prime vie ad ottenerlafinse di partirsi del luogo per suenecessitàe senza che altri se ne accorgessene andòin Consiglio; e salito altodonde ciascuno lo potesse vedere eudiredisse come e' credeva essere stato fatto gonfalonierenon peressere giudice di cause privateche hanno i loro giudici ordinarima per vigilare lo statocorreggere la insolenza de' potenti etemperare quelle leggi per lo uso delle quali si vedesse la republicarovinare; e come ad ambedue queste cose aveva con diligenzia pensatoein quanto gli era stato possibileproveduto; ma la malignitàdegli uomini in modo alle giuste sue imprese si opponevache a luiera tolta la via di potere operare benee a loronon che di poterlodeliberarema di udirlo.
Onde chevedendo di non potere piùin alcuna cosa alla republica né al bene universale giovarenon sapeva per qual cagione si aveva a tenere più ilmagistrato; il quale o egli non meritavao altri credeva che nonmeritasse; e per questo se ne voleva ire a casaacciò chequel popolo potesse porre in suo luogo un altroche avesse omaggiore virtù o migliore fortuna di lui.
E dette questeparolesi partì di Consiglio per andarne a casa.

 

10

Quellichein Consiglioerano della cosa consapevolie quelli altri chedesideravano novitàlevorono il romore: al quale i Signori ei Collegi corsono; e veduto il loro Gonfaloniere partirsiconprieghi e con autorità lo ritennanoe lo ferono in Consiglioil quale era pieno di tumultoritornare: dove molti nobili cittadinifurono con parole ingiuriosissime minacciatiintra i quali CarloStrozzi fu da uno artefice preso per il petto e voluto ammazzareecon fatica fu da' circunstanti difeso.
Ma quello che suscitòmaggiore tumulto e messe in arme la città fu Benedetto degliAlberti; il qualedalle finestre del Palagiocon alta voce chiamòil popolo alle armi; e subito fu piena la Piazza di armati; donde chei Collegi quello che primapregatinon avevono voluto fareminacciati e impauriti feciono.
I Capitani di partein questomedesimo tempoavevono assai cittadini nel loro palagio ragunatiper consigliarsi come si avessero contro all'ordine de' Signori adifendere; ma come si sentì levato il romore e si intesequello che per i Consigli si era deliberatociascuno si rifuggìnelle case sue.
Non sia alcuno che muova una alterazione in unacittàper credere poio fermarla a sua postao regolarla asuo modo.
Fu la intenzione di Salvestro creare quella legge e posarela città; e la cosa procedette altrimenti; perché gliumori mossi avevono in modo alterato ciascunoche le botteghe non siaprivanoi cittadini si afforzavano per le casemolti il loromobile per i munisteri e per le chiese nascondevanoe pareva checiascuno temesse qualche propinquo male.
Ragunoronsi i corpi delleArtie ciascuna fece un sindaco; onde i Priori chiamorono i lorocollegi e quelli sindachie consultorono tutto un giorno come lacittà con sodisfazione di ciascuno si potesse quietare; ma peressere i pareri diversinon si accordorono.
L'altro giorno seguentele Arti trassono fuora le loro bandiere: il che sentendo i Signoriedubitando di quello che avvennechiamorono il Consiglio per porvirimedio.
Né fu ragunato a penache si levò il romore esubito le insegne delle Articon grande numero di armati dietrofurono in Piazza.
Onde che il Consiglioper dare alle Arti e alpopolo di contentargli speranzae torre loro la occasione del maledette generale potestàla quale si chiama in Firenze baliaai SignoriCollegiagli Ottoa' Capitani di parte e a' sindachidelle Artidi potere riformare lo stato della città a comunebenifizio di quella.
E mentre che questo si ordinavaalcune insegnedelle Artie di quelle di minori qualitàsendo mosse daquelli che desideravono vendicarsi delle fresche ingiurie ricevutedai Guelfidalle altre si spiccoronoe la casa di messer Lapo daCastiglionchio saccheggiorono e arsono.
Costuicome intese laSignoria avere fatto impresa contro agli ordini de' Guelfie vide ilpopolo in armenon avendo altro rimedio che nascondersi o fuggireprima in Santa Croce si nascosedi poivestito da frateinCasentino se ne fuggì; dove più volte fu sentitodolersi di séper avere consentito a Piero degli Albizziedi Piero per avere voluto aspettare San Giovanni ad assicurarsi dellostato.
Ma Piero e Carlo Strozzine' primi romorisi nascosonocredendocessati quelliper avere assai parenti e amicipoterestare in Firenze securi.
Arsa che fu la casa di messer Lapoperchéi mali con difficultà si cominciono e con facilità siaccresconomolte altre case furonoo per odio universale o perprivate nimiciziesaccheggiate e arse.
E per avere compagnia che conmaggiore sete di loro a rubare i beni d'altri gli accompagnasselepubliche prigioni ruppono; e di poi il munistero degli Agnoli e ilconvento di Santo Spiritodove molti cittadini avevono il loromobile nascososaccheggiorono.
Né campava la publica Cameradalle mani di questi predatorise dalla reverenza d'uno de' Signorinon fusse stata difesa: il qualea cavallocon molti armati dietroin quel modo che poteva alla rabbia di quella moltitudine siopponeva.
Mitigato in parte questo populare furoresì per laautorità de' Signorisì per essere sopraggiunta lanottel'altro dì poi la Balia fece grazia agli ammuniticonquestoche non potesseroper tre anniesercitare alcunomagistrato: annullorono le leggi fatte in pregiudizio de' cittadinidai Guelfi; chiarirono ribelli messer Lapo da Castiglionchio e i suoiconsortie con quello più altri dallo universale odiati.
Dopole quali deliberazionii nuovi Signori si publicoronode' quali eragonfaloniere Luigi Guicciardini; per i quali si prese speranza difermare i tumultiparendo a ciascuno che fussero uomini pacifici edella quiete comune amatori.

 

11

Nondi meno non si aprivono le botteghee i cittadini non posavano learmie guardie grandi per tutta la città si facevano; per laqual cosa i Signori non presono il magistrato fuora del Palagioconla solita pompama dentrosanza osservare alcuna cerimonia.
QuestiSignori giudicorono niuna cosa essere più utile da farsinelprincipio del loro magistratoche pacificare la città; e peròfeciono posare le armiaprire le botteghepartire di Firenze moltidel contado stati chiamati da' cittadini in loro favore; ordinoronoin di molti luoghi della città guardie: di modo chese gliammuniti si fussero potuti quietarela città si sarebbequietata.
Ma eglino non erano contenti di aspettare tre anni ariavere gli onori; tanto chea loro sodisfazionele Arti di nuovosi ragunorono e ai Signori domandorono cheper bene e quiete dellacittàordinassero che qualunque cittadinoin qualunquetempode' Signoridi CollegioCapitano di parteo Consolo diqualunque Arte fusse statonon potesse essere ammunito perghibellino; e di piùche nuove imborsazioni nella parteguelfa si facesseroe le fatte si ardessero.
Queste domandenonsolamente dai Signorima subito da tutti i Consigli furonoaccettate; per il che parve che i tumultiche già di nuovoerano mossisi fermassero.
Ma perché agli uomini non bastaricuperare il loroche vogliono occupare quello d'altri evendicarsiquelli che speravano ne' disordini mostravano agliartefici che non sarebbono mai sicurise molti loro nimici non eranocacciati e destrutti.
Le quali cose presentendo i Signorifecionovenire avanti a loro i magistrati delle Arti insieme con i lorosindachi; ai quali Luigi Guicciardini gonfaloniere parlò inquesta forma: - Se questi Signorie io insieme con lorononavessimobuon tempo ècognosciuta la fortuna di questacittàla quale fa chefornite le guerre di fuoraquelle didentro cominciononoi ci saremmo più maravigliati de' tumultiseguitie più ci arebbono arrecato dispiacere.
Ma perchéle cose consuete portono seco minori affanninoi abbiamo i passatiromori con pazienza sopportatisendo massimamente senza nostra colpaincominciatie sperando quellisecondo lo esemplo de' passatidovere avere qualche volta fineavendovi di tante e sì gravidomande compiaciuti; ma presentendo come voi non quietateanzivolete che a' vostri cittadini nuove ingiurie si faccinoe con nuoviesili si condanninocrescecon la disonestà vostraildispiacere nostro.
E veramentese noi avessimo creduto chene'tempi del nostro magistratola nostra cittào percontrapporci a voi o per compiacerviavesse a rovinarenoi aremmocon la fuga o con lo esilio fuggito questi onori; ma sperando avere aconvenire con uomini che avessero in loro qualche umanitàealla loro patria qualche amoreprendemmo il magistrato volentiericredendocon la nostra umanitàvincere in ogni modol'ambizione vostra.
Ma noi vediamo ora per esperienza che quanto piùumilmente ci portiamoquanto più vi concediamotanto piùinsuperbitee più disoneste cose comandate.
E se noi parliamocosìnon facciamo per offendervima per farvi ravvedere;perché noi vogliamo che uno altro vi dica quello che vi piacenoi vogliamo dirvi quello che vi sia utile.
Diteciper vostra fe'qual cosa è quella che voi possiate onestamente piùdesiderare da noi? Voi avete voluto torre l'autorità a'Capitani di parte: la si è tolta; voi avete voluto che siardino le loro borse e faccinsi nuove riforme: noi l'abbiamoacconsentito; voi volesti che gli ammuniti ritornassero negli onori:e si è permesso; noiper i prieghi vostria chi ha arse lecase e spogliate le chiese abbiamo perdonatoe si sono mandati inesilio tanti onorati e potenti cittadiniper sodisfarvi; i Grandiacontemplazione vostrasi sono con nuovi ordini raffrenati.
Che finearanno queste vostre domandeo quanto tempo userete voi male laliberalità nostra? Non vedete voi che noi sopportiamo con piùpazienza lo esser vintiche voi la vittoria? A che condurrannoqueste vostre disunioni questa vostra città? Non vi ricordatevoiche quando l'è stata disunitaCastruccioun vilecittadino lucchesel'ha battuta? un Duca di Ateneprivatocondottiere vostrol'ha subiugata? Ma quando la è stataunitanon l'ha potuta superare uno Arcivescovo di Milano e uno Papa;i qualidopo tanti anni di guerrasono rimasi con vergogna.
Perchévolete voi adunque che le vostre discordie quella cittànellapacefaccino servala quale tanti nimici potenti hannonellaguerralasciata libera? Che trarrete voi delle disunioni vostrealtro che servitù? o de' beni che voi ci avete rubati orubassealtro che povertà? perché sono quelli checonle industrie nostrenutriscono tutta la città; de' qualisendone spogliatinon potreno nutrirla; e quelli che gli arannooccupaticome cosa male acquistatanon gli sapranno perservare:donde ne seguirà la fame e la povertà della città.Io e questi Signori vi comandiamoese la onestà loconsentevi preghiamoche voi fermiateuna voltalo animo; esiate contenti stare quieti a quelle cose che per noi si sonoordinate; e quando pure ne volesse alcuna di nuovovogliatecivilmentee non con tumulto e con le armidomandarleperchéquando le sieno onestesempre ne sarete compiaciutie non dareteoccasione a malvagi uominicon vostro carico e dannosotto lespalle vostredi rovinare la patria vostra -.
Queste paroleperchéerano verecommossono assai gli animi di quelli cittadini; eumanamente ringraziorono il Gonfaloniere di avere fatto l'ufficio conloro di buon Signore e con la città di buono cittadinoofferendosi essere presti ad ubbidire a quanto era stato lorocommesso.
E i Signoriper darne loro cagionedeputorono duoicittadini per qualunque de' maggiori magistratii qualiinsieme coni sindachi delle Artipraticassero se alcuna cosa fusse da riformarea quiete comunee ai Signori la referissero.

 

12

Mentreche queste cose così procedevanonacque un altro tumultoilquale assai più che il primo offese la republica.
La maggioreparte delle arsioni e ruberie seguite ne' prossimi giorni erano statedalla infima plebe della città fatte; e quelli che infra lorosi erano mostri più audaci temevanoquietate e composte lemaggiori differenzedi essere puniti de' falli commessi da loroecome gli accade sempredi essere abbandonati da coloro che al faremale gli avevano instigati.
A che si aggiugneva uno odio che ilpopolo minuto aveva con i cittadini ricchi e principi delle Artinonparendo loro essere sodisfatti delle loro fatiche secondo chegiustamente credevano meritare.
Perché quandone' tempi diCarlo primola città si divise in Artisi dette capo egoverno a ciascunae si provide che i sudditi di ciascuna Arte daicapi suoi nelle cose civili fussero giudicati.
Queste Articome giàdicemmofurono nel principio dodici; di poicol tempotante se neaccrebbono che le aggiunsono a ventuna; e furono di tanta potenza chele presono in pochi anni tutto il governo della città.
Eperchéintra quelle delle più e delle meno onorate sitrovavanoin maggiori e minori si divisono; e sette ne furonochiamate maggiori e quattordici minori.
Da questa divisionee dallealtre cagioni che di sopra aviamo narratenacque l'arroganza de'Capitani di parte; perché quelli cittadini che eranoanticamente stati guelfi sotto il governo de' quali sempre quellomagistrato giravai popolani delle maggiori Arti favorivano e quellidelle minori con i loro defensori perseguitavano; donde contro a diloro tanti tumulti quanti abbiamo narrati nacquono.
Ma perchénello ordinare i corpi delle Arti molti di quelli esercizi in ne'quali il popolo minuto e la plebe infima si affatica sanza averecorpi di Arti proprie restoronoma a varie Articonformi allequalità delli loro esercizisi sottomessonone nasceva chequando erano o non sodisfatti delle fatiche loroo in alcun modo dailoro maestri oppressatinon avevano altrove dove rifuggire che almagistrato di quella Arte che gli governava; dal quale non parevaloro fusse fatta quella giustizia che giudicavano si convenisse.
E ditutte le Artiche aveva e ha più di questi sottopostiera edè quella della lana; la qualeper essere potentissimae laprimaper autoritàdi tuttecon la industria sua lamaggiore parte della plebe e popolo minuto pasceva e pasce.

 

13

Gliuomini plebei adunquecosì quelli sottoposti all'Arte dellalana come alle altreper le cagioni detteerano pieni di sdegno: alquale aggiugnendosi la paura per le arsioni e ruberie fatte da loroconvennono di notte più volte insiemediscorrendo i casiseguiti e mostrando l'uno all'altro ne' pericoli si trovavano.
Dovealcuno de' più arditi e di maggiore esperienzaper inanimiregli altriparlò in questa sentenza: - Se noi avessimo adeliberare ora se si avessero a pigliare le armiardere e rubare lecase de' cittadinispogliare le chieseio sarei uno di quelli chelo giudicherei partito da pensarloe forse approverei che fusse dapreporre una quieta povertà a uno pericoloso guadagno; maperché le armi sono prese e molti mali sono fattie' mi pareche si abbia a ragionare come quelle non si abbiano a lasciare e comede' mali commessi ci possiamo assicurare.
Io credo certamente chequando altri non ci insegnasseche la necessità ci insegni.Voi vedete tutta questa città piena di rammarichii e di odiocontro a di noi: i cittadini si ristringonola Signoria èsempre con i magistrati: crediate che si ordiscono lacci per noienuove forze contro alle teste nostre si apparecchiano.
Noi dobbiamoper tanto cercare due cose e averenelle nostre deliberazioniduoifini: l'uno di non potere essere delle cose fatte da noi ne' prossimigiorni gastigatil'altro di potere con più libertà epiù sodisfazione nostra che per il passato vivere.
Convienciper tantosecondo che a me parea volere che ci sieno perdonati glierrori vecchifarne de' nuoviraddoppiando i malie le arsioni ele ruberie multiplicandoe ingegnarsi a questo avere di molticompagniperché dove molti errano niuno si gastigae i fallipiccoli si punisconoi grandi e gravi si premiano; e quando moltipatiscono pochi cercano di vendicarsiperché le ingiurieuniversali con più pazienza che le particulari si sopportono.Il multiplicare adunque ne' mali ci farà più facilmentetrovare perdonoe ci darà la via ad avere quelle cose che perla libertà nostra di avere desideriamo.
E parmi che noiandiamo a un certo acquistoperché quelli che ci potrebbonoimpedire sono disuniti e ricchi: la disunione loro per tanto ci daràla vittoriae le loro ricchezzequando fieno diventate nostrecela manterranno.
Né vi sbigottisca quella antichità delsangue che ei ci rimproverano; perché tutti gli uominiavendoavuto uno medesimo principiosono ugualmente antichie da la naturasono stati fatti ad uno modo.
Spogliateci tutti ignudi: voi civedrete similirivestite noi delle veste loro ed eglino dellenostre: noi senza dubio nobili ed eglino ignobili parranno; perchésolo la povertà e le ricchezze ci disaguagliano.
Duolmi beneche io sento come molti di voi delle cose fatteper conscienzasipentonoe delle nuove si vogliono astenere; e certamentese gli èverovoi non siete quelli uomini che io credevo che voi fusse;perché né conscienza né infamia vi debbasbigottire; perché coloro che vinconoin qualunque modovinconomai non ne riportono vergogna.
E della conscienza noi nondobbiamo tenere conto; perché dove ècome è innoila paura della fame e delle carcerenon può nédebbe quella dello inferno capere.
Ma se voi noterete il modo delprocedere degli uominivedrete tutti quelli che a ricchezze grandi ea grande potenza pervengono o con frode o con forza esservipervenuti; e quelle cosedi poich'eglino hanno o con inganno o conviolenza usurpateper celare la bruttezza dello acquistoquellosotto falso titolo di guadagno adonestano.
E quelli i qualio perpoca prudenza o per troppa sciocchezzafuggono questi modinellaservitù sempre e nella povertà affogono; perchéi fedeli servi sempre sono servie gli uomini buoni sempre sonopoveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli eaudacie di povertà se non i rapaci e frodolenti.
PerchéIddio e la natura ha posto tutte le fortune degli uomini loro inmezzo; le quali più alle rapine che alla industriae allecattive che alle buone arti sono esposte: di qui nasce che gli uominimangiono l'uno l'altroe vanne sempre col peggio chi puòmeno.
Debbesi adunque usare la forza quando ce ne è dataoccasione.
La quale non può essere a noi offerta dalla fortunamaggioresendo ancora i cittadini disunitila Signoria dubiaimagistrati sbigottiti: talmente che si possonoavanti che siunischino e fermino l'animofacilmente opprimere: donde o noirimarreno al tutto principi della cittào ne areno tantaparte che non solamente gli errori passati ci fieno perdonatimaareno autorità di potergli di nuove ingiurie minacciare.
Ioconfesso questo partito essere audace e pericoloso; ma dove lanecessità strigne è l'audacia giudicata prudenzae delpericolo nelle cose grandi gli uomini animosi non tennono mai contoperché sempre quelle imprese che con pericolo si cominciono sifiniscono con premioe di uno pericolo mai si uscì sanzapericolo: ancora che io credadove si vegga apparecchiare lecarcerei tormenti e le mortiche sia da temere più lostarsi che cercare di assicurarsene; perché nel primo i malisono certie nell'altro dubi.
Quante volte ho io udito dolervi dellaavarizia de' vostri superiori e della ingiustizia de' vostrimagistrati! Ora è temponon solamente da liberarsi da loroma da diventare in tanto loro superiorech'eglino abbiano piùa dolersi e temere di voi che voi di loro.
La opportunità chedalla occasione ci è porta volae invanoquando la èfuggitasi cerca poi di ripigliarla.
Voi vedete le preparazioni de'vostri avversarii: preoccupiamo i pensieri loro; e quale di noi primaripiglierà l'armisanza dubio sarà vincitoreconrovina del nimico ed esaltazione sua: donde a molti di noi nerisulterà onoree securità a tutti -.
Questepersuasioni accesono forte i già per loro medesimi riscaldatianimi al maletanto che deliberorono prendere le armipoi ch'eglinoavessero più compagni tirati alla voglia loro; e congiuramento si obligorono di soccorrersiquando accadessi che alcunodi loro fusse dai magistrati oppresso.

 

14

Mentreche costoro ad occupare la republica si preparavanoquesto lorodisegno pervenne a notizia de' Signori: per la qual cosa ebbono unoSimone dalla Piazza nelle manida il quale intesono tutta lacongiurae come il giorno seguente volevono levare il romore.
Ondecheveduto il pericoloragunorono i Collegi e quelli cittadini cheinsieme con i sindachi delle Arti l'unione della cittàpraticavano (e avanti che ciascuno fusse insieme era giàvenuta la sera)e da quelli i Signori furono consigliati che sifacessero venire i consoli delle Arti: i quali tutti consiglioronoche tutte le genti d'arme in Firenze venire si facesseroe igonfalonieri del popolo fussero la mattinacon le loro compagniearmate in Piazza.
Temperava l'oriolo di Palagioin quel tempo cheSimone si tormentava e che i cittadini si ragunavanouno Niccolòda San Friano; e accortosi di quello che eratornato a casariempiédi tumulto tutta la sua vicinanza; di modo chein un subitoallapiazza di Santo Spirito più che mille uomini armati siragunorono.
Questo romore pervenne agli altri congiurati; e San PieroMaggiore e San Lorenzoluoghi deputati da lorodi uomini armati siriempierono.
Era già venuto il giornoil quale era il 21 diluglioe in Piazzain favore de' Signoripiù che ottantauomini d'arme comparsi non erano; e de' gonfalonieri non ve ne vennealcunoperchésentendo essere tutta la città in armedi abbandonare le loro case temevono.
I primi che della plebe furonoin Piazza furono quelli che a San Piero Maggiore ragunati s'erano;allo arrivare de' quali la gente d'arme non si mosse.
Comparsonoappresso a questil'altra moltitudine; e non trovato riscontroconterribili voci i loro prigioni alla Signoria domandavano; e peravergli per forzapoi che non erano per minacce rendutile case diLuigi Guicciardini arsono; di modo che i Signoriper paura dipeggiogli consegnorono loro.
Riavuti questitolsono il gonfalonedella giustizia allo esecutoree sotto quello le case di molticittadini arsonoperseguitando quelli i quali o per publica o perprivata cagione erano odiati.
E molti cittadiniper vendicare loroprivate ingiuriealle case de' loro nimici li condussero: perchébastava solo che una vocenel mezzo della moltitudine: - a casa iltale! - gridasseo che quello che teneva il gonfalone in mano vi sivolgesse.
Tutte le scritture ancora dell'Arte della lana arsono.Fatti che gli ebbono molti maliper accompagnarli con qualchelodevole operaSalvestro de' Medici e tanti altri cittadini fecionocavalieriche il numero di tutti a sessantaquattro aggiunse; intra iquali Benedetto e Antonio degli AlbertiTommaso Strozzi e simililoro confidenti furono; non ostante che molti forzatamente nefacessero.
Nel quale accidentepiù che alcuna altra cosaèda notare lo avere veduto a molti ardere le case e quelli poco dipoiin un medesimo giornoda quelli medesimi (tanto era propinquoil beneficio alla ingiuria) essere stati fatti cavalieriil che aLuigi Guicciardini gonfaloniere di giustizia intervenne.
I Signoriintra tanti tumultivedendosi abbandonati da le genti d'armedaicapi delle Arti e dai loro gonfalonierierano smarriti; perchéniuno secondo l'ordine dato gli aveva soccorsie di sedici gonfalonisolamente la insegna del Lione d'oro e quella del VaiosottoGiovenco della Stufa e Giovanni Cambivi comparsono; e questi pocotempo in Piazza dimororonoperchénon si vedendo seguitaredagli altriancora eglino si partirono.
Dei cittadini dall'altrapartevedendo il furore di questa sciolta moltitudinee il Palagioabbandonatoalcuni dentro alle loro case si stavanoalcuni altri laturba degli armati seguitavanoper poteretrovandosi infra loromeglio le case sue e quelle degli amici difendere: e cosìveniva la potenza loro a crescere e quella de' Signori a diminuire.Durò questo tumulto tutto il giorno; e venuta la nottealpalagio di messere Stefanodietro alla chiesa di San Barnabasifermorono.
Passava il numero loro più che seimiliae avantiapparisse il giornosi feciono dalle Articon minaccele loroinsegne mandare.
Venuta di poi la mattinacon il gonfalone dellagiustizia e con le insegne delle Arti innanzial palagio del podestàne andorono; e ricusando il podestà di darne loro lapossessionelo combatterono e vinsono.

 

15

ISignorivolendo fare pruova di comporre con loropoi che per forzanon vedevono modo a frenarglichiamorono quattro de' loro Collegi equelli al palagio del podestàper intendere la mente loromandorono.
I quali trovorono che i capi della plebecon i sindachidelle Arti e alcuni cittadiniavevano quello che volevano allaSignoria domandare deliberato.
Di modo che alla Signoria con quattrodella plebe deputati e con queste domande tornorono: che l'Arte dellalana non potesse più giudice forestiero tenere; che tre nuovicorpi d'arti si facesserol'uno per i cardatori e tintoril'altroper i barbierifarsettaisarti e simili arti meccanicheil terzoper il popolo minuto; e che di queste tre Arti nuove sempre fusseroduoi Signorie delle quattordici Arti minori tre; che la Signoriaalle case dove queste nuove Arti potessero convenire provedessecheniuno a queste Arti sottopostoinfra duoi annipotesse essere apagare debito che fusse di minore somma che cinquanta ducaticonstretto; che il Monte fermasse gli interessie solo i capitali sirestituissero; che i confinati e condannati fussero assoluti; cheagli onori tutti gli ammuniti si restituissero.
Molte altre coseoltre a questein beneficio dei loro particulari fautoridomandoronoe cosìper il contrarioche molti de' loronimici fussero confinati e ammuniti vollono.
Le quali domandeancorache alla republica disonorevoli e graviper timore di peggiofuronodai SignoriCollegi e Consiglio del popolo subito deliberate.
Ma avolere che le avessero la loro perfezioneera necessario ancora nelConsiglio del comune si ottenessero; il chenon si potendo in unogiorno ragunare duoi Consiglidifferire all'altro dìconvenne.
Non di meno parve che per allora le Arti contente e laplebe sodisfatta ne rimanesse; e promissono chedata la perfezionealla leggeogni tumulto poserebbe.
Venuta la mattina di poimentreche nel Consiglio del comune si deliberavala moltitudineimpaziente e volubilesotto le solite insegne venne in Piazzaconsì alte voci e sì spaventevoliche tutto il Consiglioe i Signori spaventorono.
Per la qual cosa Guerriante Marignolliunode' Signorimosso più da il timore che da alcuna altra suaprivata passionescesesotto colore di guardare la portada bassoe se ne fuggì a casa.
Né potetteuscendo fuorainmodo celarsi che non fusse da la turba ricognosciuto: né glifu fatto altra ingiuriase non che la moltitudine gridòcomelo videche tutti Signori il Palagio abbandonassero; se noncheammazzerebbono i loro figliuoli e le loro case arderebbono.
Erainquel mezzola legge deliberata e i Signori nelle loro camereridutti; e il Consigliosceso da basso e sanza uscire fuoraper laloggia e per la cortedesperato della salute della cittàsistavatanta disonestà vedendo in una moltitudinee tantamalignità o timore in quelli che l'arebbono possuta o frenareo opprimere.
I Signori ancora erano confusi e della salute dellapatria dubivedendosi da uno di loro abbandonati e da niunocittadinonon che di aiutoma di consiglio suvvenuti.
Standoadunque di quello potessero o dovessero fare incertimesser TommasoStrozzi e messer Benedetto Albertimossi o da propria ambizionedesiderando rimanere signori del Palagioo perché pure cosìcredevono essere benegli persuasono a cedere a questo impetopopolare eprivatialle loro case tornarsene.
Questo consigliodato da coloro che erano stati capi del tumultofeceancora che glialtri cedesseroAlamanno Acciaiuoli e Niccolò del Beneduoide' Signorisdegnare; e tornato in loro un poco di vigoredissonoche se gli altri se ne volevono partire non possevono rimediarvimanon volevono giàprima che il tempo lo permettesselasciarela loro autoritàse la vita con quella non perdevano.
Questidispareri raddoppiorono a' Signori la paura e al popolo lo sdegno;tanto che il Gonfalonierevolendo più tosto finire il suomagistrato con vergogna che con pericoloa messer Tommaso Strozzi siraccomandòil quale lo trasse di Palagio e alle sue case locondusse.
Gli altri Signori in simile modo l'uno dopo l'altro sipartirono; onde che Alamanno e Niccolòper non essere tenutipiù animosi che savivedendosi rimasi soliancora eglino sene andorono; e il Palagio rimase nelle mani della plebe e degli Ottodella guerrai quali ancora non avevono il magistrato deposto.

 

16

Avevaquando la plebe entrò in Palagiola insegna del gonfalonieredi giustizia in mano uno Michele di Lando pettinatore di lana.Costuiscalzo e con poco indossocon tutta la turba dietro salìsopra la salae come e' fu nella audienza de' Signorisi fermòe voltosi alla moltitudinedisse: - Voi vedete: questo Palagio èvostroe questa città è nelle vostre mani.
Che vi pareche si faccia ora? - Al quale tuttiche volevono che fussegonfaloniere e signore e che governassi loro e la città come alui parevarisposono.
Accettò Michele la signoria; e perchéera uomo sagace e prudentee più alla natura che alla fortunaobligatodeliberò quietare la città e fermare itumulti.
E per tenere occupato il popoloe dare a sé tempo apotere ordinarsiche si cercasse d'uno ser Nutostato da messerLapo da Castiglionchio per bargello disegnatocomandò: allaquale commissione la maggior parte di quelli aveva d'intornoandorono.
E per cominciare quello imperio con giustiziail qualeegli aveva con grazia acquistatofece publicamente che niuno ardesseo rubasse alcuna cosa comandare; e per spaventare ciascunorizzòle forche in Piazza.
E per dare principio alla riforma della cittàannullò i sindachi delle Arti e ne fece de' nuoviprivòdel magistrato i Signori e i Collegi; arse le borse degli ufici.Intanto ser Nuto fu portato dalla moltitudine in Piazza e a quelleforche per un piede impiccato: del quale avendone qualunque eraintorno spiccato un pezzonon rimase in un tratto di lui altro cheil piede.
Gli Otto della guerra da l'altra partecredendosiper lapartita de' Signoriessere rimasi principi della cittàavevano già i nuovi Signori disegnati; il che presentendoMichelemandò a dire loro che subito di Palagio sipartisseroperché voleva dimostrare a ciascuno come sanza ilconsiglio loro sapeva Firenze governare.
Fece di poi ragunare isindachi delle Artie creò la Signoria: quattro della plebeminutaduoi per le maggiori e duoi per le minori Arti.
Feceoltradi questonuovo squittinoe in tre parti divise lo stato; e volleche l'una di quelle alle nuove Artil'altra alle minorila terzaalle maggiori toccasse.
Dette a messer Salvestro de' Medici l'entratedelle botteghe del Ponte Vecchioa sé la podesteria diEmpoli; e a molti altri cittadini amici della plebe fece molti altribenefizinon tanto per ristorargli delle opere loroquanto perchéd'ogni tempo contro alla invidia lo difendessero.

 

17

Parvealla plebe che Michelenel riformare lo statofusse stato a'maggiori popolani troppo partigiano; né pareva avere lorotanta parte nel governo quantaa mantenersi in quello e potersidifenderefusse di avere necessario; tanto chedalla loro solitaaudacia spintiripresono le armie tumultuandosotto le loroinsegnein Piazza ne vennono; e che i Signori in ringhiera perdeliberare nuove cose a proposito della securtà e bene loroscendessero domandavano.
Micheleveduta la arroganza loroper nongli fare più sdegnaresenza intendere altrimenti quello chevolesserobiasimò il modo che nel domandare tenevanoe gliconfortò a posare le armie che allora sarebbe loro concedutoquello che per forza non si poteva con dignità della Signoriaconcedere.
Per la qual cosa la moltitudinesdegnata contro alPalagioa Santa Maria Novella si ridusse; dove ordinorono infra lorootto capicon ministri e altri ordini che dettono loro e reputazionee reverenzia: tale che la città aveva duoi seggi ed era daduoi diversi principi governata.
Questi capi infra loro deliberoronoche sempre ottoeletti dai corpi delle loro Artiavessero con iSignori in Palagio ad abitaree tutto quello che dalla Signoria sideliberasse dovesse essere da loro confermato; tolsono a messerSalvestro de' Medici e a Michele di Lando tutto quello che nellealtre loro deliberazioni era stato loro concessoassegnorono a moltidi loro ufici e suvvenzioniper potere il loro grado con dignitàmantenere.
Ferme queste deliberazioniper farle validemandoronoduoi di loro alla Signoriaa domandare che le fussero loro per iConsigli confermecon propositi di volerle per forzaquandod'accordo non le potessero ottenere.
Costorocon grande audacia emaggiore prosunzionea' Signori la loro commissione esposono; e alGonfaloniere la dignità ch'eglino gli avieno datae l'onorefattoglie con quanta ingratitudine e pochi rispetti si era con lorogovernatorimproverorono.
E venendo poinel finedalle parole alleminaccenon potette sopportare Michele tanta arroganziaericordandosi più del grado che teneva che della infimacondizione suagli parve da frenare con estraordinario modo unaestraordinaria insolenza; e tratta l'arme che gli aveva cintaprimagli ferì gravemente di poi gli fece legare e rinchiudere.Questa cosacome fu notaaccese tutta la moltitudine d'ira; ecredendo poterearmataconseguire quello che disarmata non avevaottenutoprese con furore e tumulto le armie si mosse per ire asforzare i Signori.
Micheledall'altra partedubitando di quelloavvennedeliberò di prevenirepensando che fusse piùsua gloria assalire altri che dentro alle mura aspettare il nimicoeaverecome i suoi antecessoricon disonore del Palagio e suavergognaa fuggirsi.
Ragunato adunque gran numero di cittadiniiquali già si erano cominciati a ravvedere dello errore lorosalì a cavallo eseguitato da molti armatin'andò aSanta Maria Novella per combattergli.
La plebeche avevacome disopra dicemmofatta la medesima deliberazionequasi in quel tempoche Michele si mosse partì ancora ella per ire in Piazza; e ilcaso fece che ciascuno fece diverso camminotale che per la via nonsi scontrorono.
Donde che Micheletornato indietrotrovò chela Piazza era presa e che il Palagio si combatteva; e appiccata conloro la zuffagli vinse; e parte ne cacciò della cittàparte ne constrinse a lasciare l'armi e nascondersi.
Ottenuta laimpresasi posorono i tumultisolo per la virtù delGonfaloniere.
Il quale d'animodi prudenza e di bontà superòin quel tempo qualunque cittadinoe merita di essere annoveratointra i pochi che abbino benificata la patria loro: perchésein esso fusse stato animo o maligno o ambiziosola republica altutto perdeva la sua libertàe in maggiore tirannide chequella del Duca di Atene perveniva; ma la bontà sua non glilasciò mai venire pensiero nello animo che fusse al beneuniversale contrariola prudenza sua gli fece condurre le cose inmodo che molti della parte sua gli cederono e quelli altri potettecon le armi domare.
Le quali cose feciono la plebe sbigottiree imigliori artefici ravvedere e pensare quanta ignominia eraa coloroche avevano doma la superbia de' Grandiil puzzo della plebesopportare.

 

18

Eragiàquando Michele ottenne contro alla plebe la vittoriatratta la nuova Signoria; intra la quale erano duoi di tanta vile einfame condizioneche crebbe il desiderio agli uomini di liberarsida tanta infamia.
Trovandosi adunquequando il primo giorno disettembre i Signori nuovi presono il magistratola Piazza piena diarmaticome prima i Signori vecchi fuora di Palagio furonosi levòintra gli armaticon tumultouna vocecome e' non volevono che delpopolo minuto alcuno ne fusse de' Signori; tale che la Signoriapersodisfare loroprivò del magistrato quelli duoide' qualil'uno il Tria e l'altro Baroccio si chiamava; in luogo de' qualimesser Giorgio Scali e Francesco di Michele elessono.
Annulloronoancora l'Arte del popolo minutoe i subietti a quellaeccetto cheMichele di Lando e Lorenzo di Puccio e alcuni altri di migliorequalitàdegli ufici privorono; divisono gli onori in duepartil'una delle quali alle maggioril'altra alle minori Articonsegnoronosolo de' Signori vollono che sempre ne fusse cinque de'minori artefici e quattro de' maggiorie il gonfaloniere ora all'unoora all'altro membro toccasse.
Questo stato così ordinatofeceper alloraposare la città; e benché larepublica fusse stata tratta delle mani della plebe minuta restoronopiù potenti gli artefici di minore qualità che i nobilipopolani; a che questi furono di cedere necessitatiper torre alpopolo minuto i favori delle Articontentando quelle.
La qual cosafu ancora favorita da coloro che desideravano che rimanessero battutiquelli chesotto il nome di Parte guelfaavevono con tanta violenzatanti cittadini offesi.
E perché infra gli altri che questaqualità di governo favorivano furono messer Giorgio Scalimesser Benedetto Albertimesser Salvestro de' Medici e messerTommaso Strozziquasi che principi della città rimasono.Queste cose così procedute e governate la giàcominciata divisione tra i popolani nobili e i minori arteficiperla ambizione de' Ricci e degli Albizziconfermorono: dalla qualeperché seguirono in varii tempi di poi effetti gravissimiemolte volte se ne arà a fare menzionechiamereno l'una diqueste parte popolare e l'altra plebea.
Durò questo stato treannie di esili e di morti fu ripienoperché quelli chegovernavanoin grandissimo sospettoper essere dentro e di fuoramolti mali contentivivevano: i mali contenti di dentro o e'tentavano o e' si credevano che tentassino ogni dì cose nuove;quelli di fuoranon avendo rispetto che gli frenasseora per mezzodi quello principeora di quella republicavarii scandoliora inquesta ora in quella parteseminavano.

 

19

Trovavasiin questi tempi a Bologna Giannozzo da Salernocapitano di Carlo diDurazzodisceso de' Reali di Napoliil qualedisegnando fare laimpresa del Regno contro alla reina Giovannateneva questo suocapitano in quella cittàper i favori che da papa Urbanonimico della Reinagli erano fatti.
Trovavansi a Bologna ancoramolti fuori usciti fiorentinii quali seco e con Carlo strettepratiche tenevano; il che era cagione che in Firenze per quelli chereggevano con grandissimo sospetto si vivessee che si prestassefacilmente fede alle calunnie di quelli cittadini che erano sospetti.Fu rivelato per tantoin tale suspensione di animial magistratocome Giannozzo da Salerno doveva a Firenze con i fuori uscitirappresentarsi e molti di dentro prendere l'armi e dargli la città.Sopra questa relazione furono accusati molti; i primi de' quali Pierodegli Albizzi e Carlo Strozzi furono nominatie apresso a questiCipriano Mangionimesser Iacopo Sacchettimesser Donato BarbadoriFilippo Strozzi e Giovanni Anselmi; i quali tuttieccetto CarloStrozzi che si fuggìfurono presi; e i Signoriacciòche niuno ardisse prendere l'armi in loro favoremesser TommasoStrozzi e messer Benedetto Alberti con assai gente armata a guardiadella città deputorono.
Questi cittadini presi furonoesaminatie secondo l'accusa e i riscontrialcuna colpa in loro nonsi trovava; di modo chenon li volendo il Capitano condannaregliinimici loro in tanto il popolo sollevoronoe con tanta rabbia locommossono loro controche per forza furono giudicati a morte.
Néa Piero degli Albizzi giovò la grandezza della casanéla antica riputazione suaper essere stato più tempo sopraogni altro cittadino onorato e temuto: donde che alcunoo vero suoamicoper farlo più umano in tanta sua grandezzao vero suonimicoper minacciarlo con la volubilità della fortunafaccendo egli uno convito a molti cittadinigli mandò unonappo d'ariento pieno di confettie tra quelli nascosto un chiodo;il quale scoperto e veduto da tutti i convivantifu interpetrato chegli era ricordato conficcasse la ruotaperchéavendolo laFortuna condotto nel colmo di quellanon poteva essere chese laseguitava di fare il cerchio suoche la non lo traesse in fondo: laquale interpetrazione fuprima dalla sua rovinadi poi dalla suamorte verificata.
Dopo questa esecuzione rimase la città pienadi confusioneperché i vinti e i vincitori temevono; ma piùmaligni effetti da il timore di quelli che governavano nascevanoperché ogni minimo accidente faceva loro fare alla Parte nuoveingiurieo condannandoo ammunendoo mandando in esilio i lorocittadini; a che si aggiugnevano nuove leggi e nuovi ordinii qualispesso in fortificazione dello stato si facevono.
Le quali tutte coseseguivono con ingiuria di quelli che erano sospetti alla fazioneloro; e per ciò creorono quarantasei uominii quali insiemecon i Signorila republica di sospetti allo stato purgassero.Costoro ammunirono trentanove cittadinie feciono assai popolaniGrandie assai Grandi popolani; e per potere alle forze di fuoraopporsimesser Giovanni Agutodi nazione inghilese e reputatissimonelle armisoldoronoil quale aveva per il papa e per altri inItalia più tempo militato.
Il sospetto di fuora nasceva daintendersi come più compagnie di gente d'arme da Carlo diDurazzo per fare l'impresa del Regno si ordinavanocon il quale erafama essere molti fuori usciti fiorentini.
Ai quali pericolioltrealle forze ordinatecon somma di danari si provide; perchéarrivato Carlo in Arezzoebbe dai Fiorentini quarantamila ducatiepromisse non molestargli; seguì di poi la sua impresaefelicemente occupò il regno di Napolie la reina Giovanna nemandò presa in Ungheria.
La quale vittoria di nuovo ilsospetto a quelli che in Firenze tenevono lo stato accrebbeperchénon potevono credere che i loro danari più nello animo del Repotesseroche quella antica amicizia la quale aveva quella casa coni Guelfi tenutai quali con tanta ingiuria erano da loro oppressi.

 

20

Questosospetto adunquecrescendofaceva crescere le ingiurie; le qualinon lo spegnevanoma accrescevano; in modo che per la maggiore partedegli uomini si viveva in malissima contentezza.
A che la insolenziadi messer Giorgio Scali e di messer Tommaso Strozzi si aggiugneva; iquali con la autorità loro quella de' magistrati superavanotemendo ciascuno di non essere da lorocon il favore della plebeoppresso.
E non solamente a' buonima ai sediziosi pareva quelgoverno tirannico e violento.
Ma perché la insolenzia dimesser Giorgio qualche volta doveva avere fineoccorse che da unosuo familiare fu Giovanni di Cambioper avere contro allo statotenute praticheaccusato; il quale da il Capitano fu trovatoinnocente; tale che il giudice voleva punire lo accusatore di quellapena che sarebbe stato punito il reo se si trovava colpevole; e nonpotendo messer Giorgio con prieghi né con alcuna sua autoritàsalvarloandò egli e messer Tommaso Strozzicon moltitudinedi armatie per forza lo liberoronoe il palagio del Capitanosaccheggioronoe quello volendo salvarsia nascondersiconstrinsono.
Il quale atto riempié la città di tantoodio contro a di luiche i suoi nimici pensorono di poterlo spegneree di trarre la cittànon solamente delle sue manima diquelle della plebela quale tre anniper la arroganza sual'avevasoggiogata.
Di che dette ancora il Capitano grande occasione: ilqualecessato il tumultose ne andò a' Signorie disse comeera venuto volentieri a quello ufizio al quale loro Signorie loavevano elettoperché pensava avere a servire uomini giusti eche pigliassero l'armi per favorirenon per impedirela giustizia;ma poi che gli aveva veduti e provati i governi della città eil modo del vivere suoquella dignità che volentieri avevapresa per acquistare utile e onorevolentieri la rendeva loro perfuggire pericolo e danno.
Fu il Capitano confortato dai Signoriemessogli animopromettendogli de' danni passati ristoro e per loavvenire sicurtà; e ristrettisi parte di loro con alcunicittadinidi quelli che giudicavano amatori del bene commune e menosospetti allo statoconclusono che fusse venuta grande occasione atrarre la città della potestà di messer Giorgio e dellaplebesendo lo universale per questa ultima insolenzia alienatosi dalui.
Per ciò pareva loro da usarla prima che gli animisdegnati si riconciliasseroperché sapevono che la graziadello universale per ogni piccolo accidente si guadagna e perde; egiudicorono chea volere condurre la cosafusse necessario tirarealle voglie loro messer Benedetto Albertisanza il consenso delquale la impresa pericolosa giudicavono.
Era messer Benedetto uomoricchissimoumanoseveroamatore della libertà della patriasuae a cui dispiacevono assai i modi tirannici: tale che fu facileil quietarlo e farlo alla rovina di messer Giorgio conscendere.Perché la cagione che a' popolani nobili e alla setta deiGuelfi lo avevano fatto nimico e amico alla plebe era stata lainsolenza di quelli e i modi tirannici lorodondeveduto poi che icapi della plebe erano diventati simili a quellipiù tempoinnanzi s'era discostato da loroe le ingiurie le quali a molticittadini erano state fatte al tutto fuora del consenso suo eranoseguite: tale che quelle cagioni che gli feciono pigliare le partidella plebequelle medesime gliene feciono lasciare.
Tirato adunquemesser Benedetto e i capi delle Arti alla loro volontàeprovedutosi di armifu preso messer Giorgioe messer Tommaso fuggì.E l'altro giorno poi fu messer Giorgio con tanto terrore della partesua decapitatoche niuno si mosseanzi ciascuno a gara alla suarovina concorse.
Onde chevedendosi quello venire a morte davanti aquel popolo che poco tempo innanzi lo aveva adoratosi dolfe dellamalvagia sorte sua e della malignità de' cittadinii qualiper averlo ingiuriato a tortolo avessero a favorire e onorare unamoltitudine constrettodove non fusse né fede négratitudine alcuna.
E ricognoscendo intra gli armati messer BenedettoAlbertigli disse: - E tumesser Benedettoconsenti che a me siafatta quella ingiuria chese io fussi costì non permettereimai che la fusse fatta a te? Ma io ti annunzio che questo dì èfine del male mio e principio del tuo -.
Dolfesi di poi di se stessoavendo confidato troppo in uno popolo il quale ogni voceogni attoogni sospizione muove e corrompe.
E con queste doglienze morìin mezzo ai suoi nimici armati e della sua morte allegri.
Furonomortidopo quelloalcuni de' suoi più stretti amicie dalpopolo strascinati.

 

21

Questamorte di questo cittadino commosse tutta la cittàperchénella esecuzione di quella molti presono l'arme per fare allaSignoria e al Capitano del popolo favore; molti altri ancorao perloro ambizioneo per propri sospetti la presono.
E perché lacittà era piena di diversi umoriciascuno vario fine avevaetuttiavanti che l'armi si posasserodi conseguirli desideravano.Gli antichi nobilichiamati Grandidi essere privi degli onoripublici sopportare non potevonoe per ciò di recuperarequelli con ogni studio s'ingegnavanoe per questo che si rendesse laautorità ai Capitani di parte amavano; ai nobili popolani ealle maggiori Arti lo avere accomunato lo stato con le Arti minori epopolo minuto dispiaceva; da l'altra parte le Arti minori volevonopiù tosto accrescere che diminuire la loro dignità; eil popolo minuto di non perdere i collegi delle sue Arti temeva.
Iquali dispareri fecionoper spazio di uno annomolte volte Firenzetumultuare; e ora pigliavano l'armi i Grandiora le maggiori ora leminori Arti e il popolo minuto con quelle; e più volte ad untratto in diverse parti della terra tutti erano armati.
Onde neseguìe infra loro e con le genti del Palagioassai zuffeperché la Signoriaora cedendoora combattendo a tantiinconvenienti come poteva il meglio rimediava.
Tanto che alla finedopo duoi parlamenti e più balie che per riformare la cittàsi creoronodopo molti dannitravagli e pericoli gravissimisifermò uno governoper il quale alla patria tutti quelli cheerano stati confinati poi che messer Salvestro de' Medici era statogonfaloniere si restituirono; tolsonsi preeminenzie e provisioni atutti quelli che dalla balia del '78 ne erano stati proveduti;renderonsi gli onori alla Parte guelfa; privoronsi le due Arti nuovede' loro corpi e governie ciascuno de' sottoposti a quelle sotto leantiche Arti loro si rimissono; privoronsi l'Arti minori delgonfaloniere di giustiziae ridussonsi dalla metà alla terzaparte degli onorie di quelli si tolsono loro quelli di maggiorequalità.
Sì che la parte de' popolani nobili e de'Guelfi riassunse lo statoe quella della plebe lo perdé; delquale era stata principe dal 1378 allo '81che seguirono questenovità.

 

22

Néfu questo stato meno ingiurioso verso i suoi cittadininémeno grave ne' suoi principiiche si fusse stato quello della plebe;perché molti nobili popolani che erano notati defensori diquella furono confinati insieme con gran numero de' capi plebeiintra i quali fu Michele di Lando; né lo salvò dallarabbia delle parti tanti beni de' quali era stato cagione la suaautoritàquando la sfrenata moltitudine licenziosamenterovinava la città.
Fugli per tanto alle sue buone operazionila sua patria poco grata: nel quale errore perché molte voltei principi e le republiche caggionone nasce che gli uominisbigottiti da simili esempli prima che possino sentire laingratitudine de' principi lorogli offendono.
Questi esili e questemorticome sempre mai dispiacquonoa messer Benedetto Albertidispiacevonoe publicamente e privatamente le biasimava; donde iprincipi dello stato lo temevanoperché lo stimavano uno de'primi amici della plebe e credevono che gli avessi consentito allamorte di messer Giorgio Scalinon perché i modi suoi glidispiacesseroma per rimanere solo nel governo.
Accrescevono di poile sue parole e suoi modi il sospetto; il che faceva che tutta laparte che era principe teneva gli occhi volti verso di luiperpigliare occasione di poterlo opprimere.
Vivendosi in questi termininon furono le cose di fuora molto gravi; per ciò che alcuna neseguì fu più di spavento che di danno.
Perché inquesto tempo venne Lodovico d'Angiò in Italiaper rendere ilregno di Napoli alla reina Giovanna e cacciarne Carlo di Durazzo.
Lapassata sua spaurì assai i Fiorentini; perché Carlosecondo il costume degli amici vecchichiedeva da loro aiutieLodovico domandavacome fa chi cerca le amicizie nuovesi stesserodi mezzo.
Donde i Fiorentiniper mostrare di sodisfare a Lodovico eaiutare Carlorimossono dai loro soldi messer Giovanni Agutoe apapa Urbanoche era di Carlo amicolo ferono condurre: il qualeinganno fu facilmente da Lodovico cognosciutoe si tenne assaiingiuriato da i Fiorentini.
E mentre che la guerra intra Lodovico eCarloin Pugliasi travagliavavenne di Francia nuova gente infavore di Lodovico; la qualegiunta in Toscanafu dai fuori uscitiaretini condotta in Arezzoe trattane la parte che per Carlogovernava.
E quando disegnavano mutare lo stato di Firenze comeeglino avevono mutato quello di Arezzoseguì la morte diLodovicoe le cosein Puglia e in Toscanavariorono con la fortunal'ordineperché Carlo si assicurò di quel regno chegli aveva quasi che perdutoe i Fiorentiniche dubitavano di poteredifendere Firenzeacquistorono Arezzoperché da quelle gentiche per Lodovico lo tenevono lo comperorono.
Carlo adunqueassicurato di Pugliane andò per il regno di Ungheriailquale per eredità gli pervenivae lasciò la moglie inPugliacon Ladislao e Giovanna suoi figliuoli ancora fanciullicomenel suo luogo dimostrammo.
Acquistò Carlo l'Ungheria; ma pocodi poi vi fu morto.

 

23

Fecesidi quello acquistoin Firenzeallegrezza solennequanta mai inalcuna città per alcuna propria vittoria si facesse: dove lapublica e la privata magnificenza si cognobbeper ciò chemolte famiglie a gara con il pubblico festeggiorono.
Ma quella che dipompa e di magnificenza superò le altre fu la famiglia degliAlbertiperché gli apparatil'armeggerie che da quellafurono fatte furono non d'una gente privatama di qualunque principedegni.
Le quali cose accrebbono a quella assai invidiala qualeaggiunta al sospetto che lo stato aveva di messer Benedettofucagione della sua rovina; per ciò che quelli che governavanonon potevono di lui contentarsiparendo loro che ad ogni ora potessenascere checon il favore della Parteegli ripigliasse lareputazione sua e gli cacciasse della città.
E stando inquesta dubitazioneoccorse chesendo egli gonfalonieri delleCompagniefu tratto gonfaloniere di giustizia messer FilippoMagalotti suo genero: la qual cosa raddoppiò il timore a'principi dello statopensando che a messer Benedetto si aggiugnevonotroppe forze e allo stato troppo pericolo.
E desiderando sanzatumulto rimediarvidettono animo a Bese Magalottisuo consorte enimicoche significasse a' Signori che messer Filippomancando deltempo che si richiedeva ad esercitare quel gradonon poteva nédoveva ottenerlo.
Fu la causa intra i Signori esaminata; e parte diloro per odioparte per levare scandologiudicorono messer Filippoa quella degnità inabile.
E fu tratto in suo luogo BardoManciniuomo al tutto alla fazione plebea contrario e a messerBenedetto nimicissimo; tanto chepreso il magistratocreòuna baliala qualenel ripigliare e riformare lo statoconfinòmesser Benedetto Alberti e il restante della famiglia ammunìeccetto che messer Antonio.
Chiamò messer Benedettoavanti alsuo partiretutti i suoi consortie veggendogli mesti e pieni dilacrimedisse loro: - Voi vedetepadri e maggiori mieicome lafortuna ha rovinato me e minacciato voi di che né io mimaraviglioné voi vi dovete maravigliareperchésempre così avvenne a coloro i quali intra molti cattivivogliono essere buonie che vogliono sostenere quello che i piùcercono di rovinare.
Lo amore della mia patria mi fece accostare amesser Salvestro de' Medici e di poi da messer Giorgio Scalidiscostare; quello medesimo mi faceva i costumi di questi che oragovernono odiare; i qualicome ei non avevono chi gli gastigasse nonhanno ancora voluto chi gli riprenda.
E io sono contentocon il mioesilioliberargli da quello timore che loro avevononon di mesolamentema di qualunque sanno che conosce i tirannici e sceleratimodi loro; e per ciò hannocon le battiture mieminacciatogli altri.
Di me non mi incresceperché quelli onori che lapatria libera mi ha dati la serva non mi può torre; e sempremi darà maggiore piacere la memoria della passata vita miache non mi darà dispiacere quella infelicità che sitirerà drieto il mio esilio.
Duolmi bene che la mia patriarimanga in preda di pochie alla loro superbia e avariziasottoposta; duolmi di voiperché io dubito che quelli maliche finiscono oggi in me e cominciono in voicon maggiori danni chenon hanno perseguitato me non vi perseguino.
Confortovi adunque afermare l'animo contro ad ogni infortunioe portarvi in modo chesecosa alcuna avversa vi avvieneche ve ne avverranno molteciascunocognoscainnocentemente e sanza vostra colpa esservi avvenute -.
Dipoiper non dare di sé minore opinione di bontà fuorache si avesse data in Firenzese ne andò al Sepulcro diCristodal quale tornando morì a Rodi.
Le ossa del qualefurono condotte in Firenzee da coloro con grandissimo onoresepultechevivecon ogni calunnia e ingiuria avevonoperseguitate.

 

24

Nonfuin questi travagli della cittàsolamente la famigliadegli Alberti offesama con quella molti cittadini ammuniti econfinati furonointra i quali fu Piero BeniniMatteo AlderottiGiovanni e Francesco del BeneGiovanni BenciAndrea Adimarie conquesti gran numero di minori artefici: intra gli ammuniti furono iCovonii Benini i Rinuccii Formiconii Corbizzii Mannelli e gliAlderotti.
Era consuetudine creare la balia per un tempo; ma quellicittadinifatto ch'eglino avevono quello per che gli erano statideputatiper onestàancora che il tempo non fusse venutorinunciavano.
Parendo per tanto a quelli uomini avere sodisfatto allostatovolevonosecondo il costumerinunziare.
Il che intendendomolti corsono al Palagio armatichiedendo che avanti alla renunziamolti altri confinassero e ammunissero.
Il che dispiacque assai a'Signori; e con buone promesse tanto gli intrattennono che si fecionofortie di poi operorono che la paura facesse loro posare quellearmi che la rabbia aveva fatte pigliare.
Non di menoper sodisfarein parte a sì rabbioso umoree per torre agli artefici plebeipiù autoritàproviddono chedove gli avevono la terzaparte degli onorine avessero la quarta; e acciò che semprefussero de' Signori duoi de' più confidenti allo statodierono autorità al gonfaloniere di giustizia e quattro altricittadini di fare una borsa di scelti de' quali in ogni Signoria sene traessi duoi.

 

25

Fermatocosì lo statodopo sei anniche fu nel 1381 ordinatovissela città dentro insino al '93 assai quieta.
Nel qual tempoGiovan Galeazzo Viscontichiamato Conte di Virtùpresemesser Bernabò suo zioe per ciò diventò ditutta Lombardia principe.
Costui credette potere divenire re diItalia con la forzacome gli era diventato duca di Milano con loinganno; e mossenel '90una guerra grandissima a' Fiorentini; e inmodo variò quella nel maneggiarsiche molte volte fu il Ducapiù presso al pericolo di perdereche i Fiorentinii qualise non morivaavevono perduto.
Non di meno le difese furono animosee mirabili ad una republicae il fine fu assai meno malvagio che nonera stata la guerra spaventevole; perchéquando il Duca avevapreso BolognaPisaPerugia e Sienae che gli aveva preparata lacorona per coronarsi in Firenze re di Italiamorì: la qualmorte non gli lasciò gustare le sue passate vittoriee a'Fiorentini non lasciò sentire le loro presenti perdite.
Mentreche questa guerra con il Duca si travagliavafu fatto gonfalonieridi giustizia messer Maso degli Albizziil quale la morte di Pieroaveva fatto nimico agli Alberti.
E perché tuttavoltavegghiavano gli umori delle partipensò messer Masoancorache messer Benedetto fusse morto in esilioavanti che deponesse ilmagistratocon il rimanente di quella famiglia vendicarsi.
E presela occasione da uno che sopra certe pratiche tenute con i rebelli fuesaminatoil quale Alberto e Andrea degli Alberti nominò.Furono costoro subito presidonde tutta la città se nealteròtale che i Signoriprovedutisi d'armeil popolo aparlamento chiamoronoe feciono uomini di baliaper virtùdella quale assai cittadini confinorono e nuove imborsazioni d'uffiziferono.
Intra i confinati furono quasi che tutti gli Alberti; furonoancora di molti artefici ammuniti e mortionde cheper le tanteingiuriele Arti e popolo minuto si levò in armeparendogliche fusse tolto loro l'onore e la vita.
Una parte di costoro venneroin Piazza un'altra corse a casa messer Veri de' Mediciil qualedopo la morte di messer Salvestroera di quella famiglia rimastocapo.
A quelli che vennero in Piazza i Signoriper addormentarglidierono per capicon le insegne di parte guelfa e del popolo inmanomesser Rinaldo Gianfigliazzi e messer Donato Acciaiuolicomeuominide' popolanipiù alla plebe che alcuni altri accetti.Quelli che corsono a casa messer Veri lo pregavano che fusse contentoprendere lo stato e liberargli dalla tirannide di quelli cittadiniche erano de' buoni e del bene comune destruttori.
Accordansi tuttiquelli che di questi tempi hanno lasciata alcuna memoria chesemesser Veri fusse stato più ambizioso che buonopoteva sanzaalcuno impedimento farsi principe della città; perchéle gravi ingiurie chea ragione e a tortoerano alle Arti e agliamici di quelle state fatte avevano in maniera accesi gli animi allavendettache non mancavaa sodisfare ai loro appetitialtro che uncapo che gli conducesse.
Né mancò chi ricordasse amesser Veri quello che poteva fareperché Antonio de' Mediciil quale aveva tenuto seco più tempo particulare inimicizialo persuadeva a pigliare il dominio della republica.
Al quale messerVeri disse: - Le tue minaccequando tu mi eri inimiconon mifeciono mai paurané ora che tu mi sei amico mi faranno malei tuoi consigli; - e rivoltosi alla moltitudinegli confortòa fare buono animoper ciò che voleva essere loro defensorepurché si lasciassero da lui consigliare.
E andatone in mezzodi loroin Piazzae di quivi salito in Palagiodavanti a' Signoridisse non si poter dolere in alcun modo di essere vivuto in manierache il popolo di Firenze lo amassema che gli doleva bene che avessedi lui fatto quello giudizio che la sua passata vita non meritava;per ciò chenon avendo mai dati di sé esempli discandoloso o di ambiziosonon sapeva donde si fusse nato che sicredesse che fusse mantenitore degli scandoli come inquietoooccupatore dello stato come ambizioso.
Pregava per tanto loroSignorie che la ignoranzia della moltitudine non fusse a suo peccatoimputataperchéquanto apparteneva a luicome prima avevapotuto si era rimesso nelle forze loro.
Ricordava bene fusserocontenti usare la fortuna modestamentee che bastasse loro piùtosto godersi una mezzana vittoria con salute della cittàcheper volerla interarovinare quella.
Fu messer Veri lodato da'Signorie confortato a fare posare le armi; e che di poi nonmancherebbono di fare quello che fussero da lui e dagli altricittadini consigliati.
Tornossidopo queste parolemesser Veri inPiazzae le sue brigate con quelle che da messer Rinaldo e messerDonato erano guidate congiunse.
Di poi disse a tutti avere trovatone' Signori una ottima volontà verso di loroe che molte coses'erano parlatemaper il tempo breve e per la assenzia de'magistratinon si erano concluse.
Per tanto gli pregava posassero learmi e ubbidissero ai Signorifacendo loro fede che la umanitàpiù che la superbiai prieghi più che le minacce eranoper muoverglie come e' non mancherebbe loro grado e securtàse e' si lasciavano governare da lui: tanto chesotto la sua fedeciascuno alle sue case fece ritornare.

 

26

Posatele armii Signori prima armorono la Piazza; scrissono di poi dumilacittadini confidenti allo statodivisi ugualmente per gonfaloniiquali ordinorono fussero presti al soccorso loro qualunque volta glichiamassero; e ai non scritti lo armarsi proibirono.
Fatte questepreparazioniconfinorono e ammazzorono molti arteficidi quelli chepiù feroci che gli altri si erano ne' tumulti dimostri; eperché il gonfaloniere della giustizia avesse piùmaestà e reputazioneprovidono che fussead esercitarequella dignitàdi avere quarantacinque anni necessario.
Infortificazione dello stato ancora molti provedimenti fecionoi qualierano contro a quelli che si facevano insopportabilie ai buonicittadini della parte propria odiosiperché non giudicavanouno stato buono o securoil quale con tanta violenza bisognassedifendere.
E non solamente a quelli degli Alberti che restavano nellacittàe ai Mediciai quali pareva avere ingannato il popoloma a molti altri tanta violenza dispiaceva.
E il primo che cercòdi opporsegli fu messer Donato di Iacopo Acciaiuoli.
Costuiancorache fusse grande nella cittàe più tosto superiore checompagno a messer Maso degli Albizziil quale per le cose fatte nelsuo gonfalonierato era come capo della republicanon poteva intratanti mali contenti vivere bene contentoné recarsicome ipiù fannoil comune danno a privato commodo; e per ciòfece pensiero di fare esperienza se poteva rendere la patria aglisbanditio almeno gli uffici agli ammuniti.
E andava negli orecchidi questo e quell'altro cittadino questa sua opinione seminandomostrando come e' non si poteva altrimenti quietare il popolo e gliumori delle parti fermare; né aspettava altro che di esserede' Signoria mandare ad effetto questo suo desiderio.
E perchénelle azioni nostre lo indugio arreca tedio e la fretta pericolosivolseper fuggire il tedioa tentare il pericolo.
Erano de' SignoriMichele Acciaiuoli suo consorte e Niccolò Ricoveri suo amicodonde parve a messer Donato che gli fusse data occasione da non laperderee gli richiese che dovessero preporre una legge a' Consiglinella quale si contenesse la restituzione de' cittadini.
Costoropersuasi da luine parlorono con i compagnii quali risposono chenon erano per tentare cose nuovedove lo acquisto è dubio eil pericolo certo.
Onde che messer Donatoavendo prima invano tuttele vie tentatemosso da ira fece intendere loro comepoi che nonvolevono che la città con i partiti in mano si ordinasse la siordinerebbe con le armi.
Le quali parole tanto dispiacquero checomunicata la cosa con i principi del governofu messer Donatocitato; e comparsofu da quello a chi egli aveva commessa laimbasciata convintotale che fu a Barletta confinato.
Furono ancoraconfinati Alamanno e Antonio de' Medicicon tutti quelli che diquella famiglia da messer Alamanno discesi eranoinsieme con moltiartefici ignobilima di credito appresso alla plebe.
Le quali coseseguirono duoi anni poi che da messer Maso era stato ripreso lostato.

 

27

Standocosì la cittàcon molti mali contenti dentro e moltisbanditi di fuorasi trovavano intra gli sbanditia Bologna PicchioCavicciuliTommaso de' RicciAntonio de' MediciBenedetto degliSpiniAntonio GirolamiCristofano di Carlonecon duoi altri divile condizionema tutti giovaniferoci e dispostiper tornarenella patriaa tentare ogni fortuna.
A costoro fu mostro per secretevieda Piggiello e Baroccio Cavicciulii qualiammunitiinFirenze vivevanochese venivono nella città secretamentegli riceverebbono in casadonde e' potevono poiuscendoammazzaremesser Maso degli Albizzi e chiamare il popolo alle armi; il qualesendo male contentofacilmente si poteva sollevare massime perchésarebbono da' RicciAdimariMediciMannelli e da molte altrefamiglie seguitati.
Mossi per tanto costoro da queste speranzea dì4 di agosto nel 1397vennono in Firenzeed entrati secretamentedove era stato loro ordinatomandorono ad osservare messer Masovolendo da la sua morte muovere il tumulto.
Uscì messer Masodi casae in uno spezialea San Piero Maggiore propinquosi fermò.Corse chi era ito ad osservarloa significarlo a' congiuratiiqualiprese le armi e venuti al luogo dimostrolo trovoronopartito; ondenon sbigottiti per non essere loro questo primodisegno riuscitosi volsono verso Mercato vecchiodove uno dellaparte avversa ammazzorono; e levato il romoregridando: - popoloarmelibertà - e: - muoiano i tiranni- volti verso Mercatonuovoalla fine di Calimara ne ammazzorono un altro; e seguitandocon le medesime voci il loro camminoe niuno pigliando le arminella loggia della Nighittosa si ridussono.
Quivi si missono in luogoaltoavendo grande moltitudine intornola quale più pervedergli che per favorirgli era corsae con voce alta gli uomini apigliare le armi e uscire di quella servitù che loro avevanocotanto odiata confortavanoaffermando che i rammarichii de' malicontenti della cittàpiù che le ingiurie propriegliavevano a volergli liberare mossie come avevano sentito che moltipregavano Iddio che dessi loro occasione di potersi vendicareil chefarebbono qualunque volta avessero capo che gli movessee ora che laoccasione era venutae che gli avevano i capi che gli movevanosguardavano l'uno l'altroe come stupidi aspettavano che i motoridella liberazione loro fussero morti e loro nella servitùraggravati; e che si maravigliavano che coloro i quali per una minimaingiuria solevono pigliare le armiper tante non si movesseroe chevolessero sopportare che tanti loro cittadini fussero sbanditietanti ammuniti; ma che gli era posto nello arbitrio loro rendere aglisbanditi la patria e agli ammuniti lo stato.
Le quali paroleancorache verenon mossono in alcuna parte la moltitudineo per timoreoperché la morte di quelli duoi avesse fatti gli ucciditoriodiosi.
Tale chevedendo i motori del tumulto come né leparole né i fatti avevono forza di muovere alcunotardiavvedutisi quanto sia pericoloso volere fare libero un popolo chevoglia in ogni modo essere servodisperatisi della impresaneltempio di Santa Reparata si ritiroronodovenon per campare lavitama per differire la mortesi rinchiusono.
I Signorial primoromoreturbatiarmorono e serrorono il Palagio; ma poi che fuinteso il casoe saputo quali erano quelli che movevono lo scandoloe dove si erano rinchiusisi rassicuroronoe al Capitano con moltialtri armati che a prendergli andassero comandarono.
Tale che senzamolta fatica le porte del tempio sforzate furonoe parte di lorodifendendosimortie parte presi.
I quali esaminatinon si trovòaltri in colpa fuora di loroche Baroccio e Piggiello Cavicciuliiquali insieme con quelli furono morti.

 

28

Dopoquesto accidente ne nacque un altro di maggiore importanza.
Aveva lacittàin questi tempicome di sopra dicemmoguerra con ilDuca di Milanoil qualevedendo come ad opprimere quella le forzeaperte non bastavanosi volse alle occultee per mezzo de' fuoriusciti fiorentinide' quali la Lombardia era pienaordinòuno trattatodel quale molti di dentro erano consapevoliper ilquale si era concluso chead un certo giornodai luoghi piùpropinqui a Firenzegran parte de' fuori usciti atti alle armi sipartisseroe per il fiume di Arno nella città entrassero; iqualiinsieme con i loro amici di dentroalle case de' primi dellostato corresseroe quelli mortiriformassero secondo la volontàloro la republica.
Intra i congiurati di dentro era uno de' Riccinominato Saminiato; e come spesso nelle congiure avvieneche i pochinon bastano e gli assai le scuopronomentre che Saminiato cercava diguadagnarsi compagnitrovò lo accusatore.
Conferìcostui la cosa a Salvestro Cavicciuliil quale le ingiurie de' suoiparenti e sue dovevono fare fedele; non di meno egli stimò piùil propinquo timore che la futura speranzae subito tutto iltrattato aperse ai Signori; i qualifatto pigliare Saminiatoamanifestare tutto l'ordine della congiura constrinsono.
Ma de'consapevoli non ne fu presofuora che Tommaso Davizi alcunoilqualevenendo da Bolognanon sapendo quello che in Firenze eraoccorsofuprima che gli arrivassesostenuto: gli altri tuttidopo la cattura di Saminiatospaventatisi fuggirono.
Puniti pertantosecondo i loro falliSaminiato e Tommasosi dette balia apiù cittadinii quali con la autorità loro idelinquenti cercassero e lo stato assicurassero.
Costoro fecionorubelli sei della famiglia de' Riccisei di quella degli Albertiduoi de' Medicitre degli Scaliduoi degli StrozziBindo AltovitiBernardo Adimaricon molti ignobiliammunirono ancora tutta lafamiglia degli AlbertiRicci e Medici per dieci annieccetto pochidi loro.
Era intra quegli degli Alberti non ammunito messer Antonioper essere tenuto uomo quieto e pacifico.
Occorse chenon essendoancora spento il sospetto della congiura fu preso uno monaco statovedutoin ne' tempi che i congiurati praticavanoandare piùvolte da Bologna a Firenze: confessò costui avere piùvolte portate lettere a messer Antoniodonde che subito fu presoebenché da principio negassefu dal monaco convintoe per ciòin danari condennatoe discosto dalla città trecento migliaconfinato.
E perché ciascuno giorno gli Alberti a pericolo lostato non mettesserotutti quelli che in quella famiglia fusseromaggiori di quindici anni confinorono.

 

29

Questoaccidente seguì nel 1400; e duoi anni appresso morìGiovan Galeazzo duca di Milano; la cui mortecome di sopra dicemmoa quella guerra che dodici anni era durata pose fine.
Nel qual tempoavendo il governo preso più autoritàsendo rimasosanza nimici fuora e dentrosi fece la impresa di Pisae quellagloriosamente si vinse; e si stette dentro quietamente dal 1400 al33.
Solo nel 1412per avere gli Alberti rotti i confinisi creòcontra di loro nuova baliala quale con nuovi provedimenti rafforzòlo statoe gli Alberti con taglie perseguitò.
Nel qual tempofeciono ancora i Fiorentini guerra con Ladislao re di Napolilaquale per la morte del Renel 1414finì.
E nel travaglio diessatrovandosi il Re inferioreconcedé a' Fiorentini lacittà di Cortonadella quale era signore; ma poco di poiriprese le forze e rinnovò con loro la guerrala quale fumolto più che la prima pericolosae se la non finiva per lamorte suacome già era finita quella del Duca di Milanoaveva ancora eglicome quel DucaFirenze in pericolo di non perderela sua libertà condotto.
Né questa guerra finìcon minore ventura che quellaperchéquando egli aveva presoRomaSienala Marca tutta e la Romagnae che non gli mancava altroche Firenze ad ire con la potenza sua in Lombardiasi morì.
Ecosì la morte fu sempre più amica a' Fiorentini cheniuno altro amicoe più potente a salvargli che alcuna lorovirtù.
Dopo la morte di questo Re stette la cittàquietafuori e dentrootto anni; in capo del qual tempoinsiemecon le guerre di Filippo duca di Milanorinnovorono le parti; lequali non posorono prima che con la rovina di quello stato il qualeda il 1381 al 1434 aveva regnatoe fatto con tanta gloria tanteguerree acquistato allo imperio suo ArezzoPisaCortonaLivornoe Monte Pulciano.
E maggiore cose arebbe fattese la città simanteneva unitae non si fussero riaccesi gli antichi umori inquella; come nel seguente libro particularmente si dimosterrà.

 

LIBROQUARTO

 

1

Lecittàe quelle massimamente che non sono bene ordinatelequali sotto nome di republica si amministranovariano spesso igoverni e stati loronon mediante la libertà e la servitùcome molti credonoma mediante la servitù e la licenza.Perché della libertà solamente il nome dai ministridella licenzache sono i popolarie da quelli della servitùche sono i nobiliè celebratodesiderando qualunque dicostoro non essere né alle leggi né agli uominisottoposto.
Vero è che quando pure avviene (che avviene radevolte) cheper buona fortuna della cittàsurga in quella unsaviobuono e potente cittadinoda il quale si ordinino leggi perle quali questi umori de' nobili e de' popolani si quietinoo inmodo si ristringhino che male operare non possinoallora èche quella città si può chiamare liberae quello statosi può stabile e fermo giudicare; perchésendo soprabuone leggi e buoni ordini fondatonon ha necessità dellavirtù d'uno uomocome hanno gli altriche lo mantenga.
Disimili leggi e ordini molte republiche antichegli stati delle qualiebbono lunga vitafurono dotate; di simili ordini e leggi sonomancate e mancano tutte quelle che spesso i loro governi da lo statotirannico a licenziosoe da questo a quell'altrohanno variato evariano.
Perché in essiper i potenti nimici che ha ciascunodi loronon è né puote essere alcuna stabilità;perché l'uno non piace agli uomini buonil'altro dispiace a'savi; l'uno può fare male facilmentel'altro può farebene con difficultà; nell'uno hanno troppa autorità gliuomini insolentinell'altro gli sciocchi; e l'uno e l'altro di essiconviene che sia da la virtù e fortuna d'uno uomo mantenutoil qualeo per morte può venire menoo per travaglidiventare inutile.

 

2

Dicoper tanto che lo stato il quale in Firenze da la morte di messerGiorgio Scali ebbenel 1381il principio suo fu prima dalla virtùdi messer Maso degli Albizzidi poi da quella di Niccolò daUzano sostenuto.
Visse la città da il 1414 per infino al '22quietamente sendo morto il re Ladislaoe lo stato di Lombardia inpiù parti diviso in modo che di fuora né dentro eraalcuna cosa che la facesse dubitare.
Appresso a Niccolò daUzanocittadini di autorità erano Bartolomeo ValoriNeronedi Nigimesser Rinaldo degli AlbizziNeri di Gino e Lapo Niccolini.Le parti che nacquono per la discordia degli Albizzi e de' Ricci eche furono di poi da messer Salvestro de' Medici con tanto scandolorisuscitatemai non si spensono e benché quella che era piùfavorita dallo universale solamente tre anni regnasse e che nel 1381la rimanesse vintanon di menocomprendendo lo umore di quella lamaggiore parte della cittànon si potette mai al tuttospegnere.
Vero è che gli spessi parlamenti e le continuepersecuzioni fatte contro a' capi di quella da lo '81 al 400 laredussono quasi che a niente.
Le prime famiglie che furono come capidi essa perseguitate furono AlbertiRicci e Medicile quali piùvolte di uomini e di ricchezze spogliate furono; e se alcuni nellacittà ne rimasonofurono loro tolti gli onori: le qualibattiture renderono quella parte umile e quasi che la consumarono.Restava non di meno in molti uomini una memoria delle iniuriericevute e uno desiderio di vendicarle; il qualeper non trovaredove appoggiarsiocculto nel petto loro rimaneva.
Quelli nobilipopolani i quali pacificamente governavano la cittàfecionoduoi erroriche furono la rovina dello stato di quelli: l'unochediventorono per il continuo dominioinsolenti; l'altrocheper lainvidia ch'eglino avevono l'uno all'altroe per la lunga possessionenello statoquella cura di chi gli potesse offendere che dovevononon tennono.

 

3

Rinfrescandoadunque costoro con i loro sinistri modiogni dìl'odionello universalee non vigilando le cose nocive per non le temereonutrendole per invidia l'uno dell'altrofeciono che la famiglia de'Medici riprese autorità.
Il primo che in quella cominciòa risurgere fu Giovanni di Bicci.
Costuisendo diventatoricchissimoed essendo di natura benigno e umanoper concessione diquegli che governavano fu condotto al supremo magistrato.
Di che perlo universale della città se ne fece tanta allegrezzaparendoalla moltitudine aversi guadagnato uno defensoreche meritamente aipiù savi la fu sospettaperché si vedeva tutti gliantichi umori cominciare a risentirsi.
E Niccolò da Uzano nonmancò di avvertirne gli altri cittadinimostrando quanto erapericoloso nutrire uno che avesse nello universale tanta reputazione;e come era facile opporsi a' disordini ne' principiima lasciandoglicrescereera difficile il rimediarvi; e che cognosceva come inGiovanni erano molte parti che superavano quelle di messer Salvestro.Non fu Niccolò da' suoi uguali uditoperché avevanoinvidia alla reputazione sua e desideravano avere compagni abatterlo.
Vivendosi per tanto in Firenze intra questi umorii qualioccultamente cominciavano a ribollireFilippo Viscontisecondofigliuolo di Giovanni Galeazzosendoper la morte del fratellodiventato signore di tutta Lombardiae parendogli potere disegnarequalunque impresadesiderava sommamente riinsignorirsi di Genovalaquale allorasotto il dogato di messer Tommaso da Campo Fregosolibera si viveva; ma si diffidava potere o quella o altra impresaottenerese prima non publicava nuovo accordo co' Fiorentinilariputazione del quale giudicava gli bastasse a potere a' suoidesiderii sodisfare.
Mandò per tanto suoi oratori a Firenze adomandarlo.
Molti cittadini consigliavano che non si facesse; ma chesanza farlonella pace che molti anni s'era mantenuta seco siperseverasseperché cognoscevono il favore che il farlo gliarrecava e il poco utile che la città ne traeva.
A molti altripareva da farloe per virtù di quello imporgli terminiiquali trapassandociascuno cognoscesse il cattivo animo suoe sipotessequando e' rompesse la pacepiù giustificatamentefargli la guerra.
E cosìdisputata la cosa assaisi fermòla pacenella quale Filippo promisse non si travagliare delle coseche fussero dal fiume della Magra e del Panaro in qua.

 

4

Fattoquesto accordoFilippo occupò Bresciae poco di poi Genovacontro alla opinione di quegli che in Firenze avevano confortata lapaceperché credevano che Brescia fusse difesa da' Vinizianie Genova per se medesima si defendesse.
E perché nello accordoche Filippo aveva fatto con il doge di Genova gli aveva lasciateSerezana e altre terre poste di qua dalla Magracon patti chevolendo alienarlefusse obligato darle a' Genovesiveniva Filippoad avere violata la pace: avevaoltre di questofatto accordo conil legato di Bologna: le quali cose alterorono gli animi de' nostricittadinie fernoglidubitando di nuovi malipensare a nuovirimedi.
Le quali perturbazioni venendo a notizia a Filippoo pergiustificarsio per tentare gli animi de' Fiorentinio peraddormentarglimandò a Firenze ambasciadorimostrandomaravigliarsi de' sospetti presi e offerendo rinunziare a qualunquecosa fusse da lui stata fattache potesse generare alcuno sospetto.I quali ambasciadori non feciono altro effetto che dividere la cittàperché una parte e quelli che erano più reputati nelgovernogiudicavano che fusse bene armarsi e prepararsi a guastare idisegni al nimico; e quando le preparazioni fussero fattee Filippostesse quietonon era mossa la guerrama data cagione alla pace:molti altrio per invidia di chi governavao per timore di guerragiudicavano che non fusse da insospettire d'uno amico leggiermente; eche le cose fatte da lui non erano degne di averne tanto sospettomache sapevono bene che il creare i Dieciil soldare gentevolevadire guerra; la quale se si pigliava con un tanto principeera conuna certa rovina della cittàe sanza poterne sperare alcunoutilenon potendo noi delli acquisti che si facesseroper avere laRomagna in mezzodiventarne signorie non potendo alle cose diRomagnaper la vicinità della Chiesapensare.
Valse non dimeno più l'autorità di quelli che si volevono prepararealla guerrache quella di coloro che volevono ordinarsi alla pace; ecreorono i Diecisoldorono gente e posono nuove gravezze.
Le qualiperché le aggravavano più i minori che i maggioricittadiniempierono la città di rammarichii; e ciascunodannava l'ambizione e l'avarizia de' potentiaccusandogli chepersfogare gli appetiti loro e opprimereper dominareil popolovolevono muovere una guerra non necessaria.

 

5

Nonsi era ancora venuto con il Duca a manifesta rottura; ma ogni cosaera piena di sospettoperché Filippo avevaa richiesta dellegato di Bolognail quale temeva di messer Antonio Bentivoglichefuori uscito si trovava a Castel Bolognesemandate genti in quellacittà; le qualiper essere propinque al dominio di Firenzetenevono in sospetto lo stato di quella.
Ma quello che fece piùspaventare ciascunoe dette larga cagione di scoprire la guerrafula impresache il Duca fecedi Furlì.
Era signore di FurlìGiorgio Ordelaffiil qualevenendo a mortelasciò Tibaldosuo figliuolo sotto la tutela di Filippo; e benché la madreparendogli il tutore sospettolo mandasse a Lodovico Alidosi suopadreche era signore di Imolanon di meno fu forzata dal popolo diFurlìper la osservanza del testamento del padrearimetterlo nelle mani del Duca.
Onde Filippoper dare meno sospettodi sée per meglio celare lo animo suoordinò che ilmarchese di Ferrara mandasse come suo procuratore Guido Torellocongentea pigliare il governo di Furlì.
Così vennequella terra in potestà di Filippo.
La qual cosacome siseppe a Firenzeinsieme con la nuova delle genti venute a Bolognafece più facile la deliberazione della guerra non ostante chel'avesse grande contradizione e che Giovanni de' Medici publicamentela sconfortassemostrando chequando bene si fusse certo della malamente del Ducaera meglio aspettare che ti assaltasse che farsegliincontro con le forze; perché in questo caso così eragiustificata la guerra nel conspetto de' principi di Italia da laparte del Duca come da la parte nostrané si potevaanimosamente domandare quelli aiuti che si potrebbono scoperta chefusse l'ambizione suae con altro animo e con altre forze sidifenderebbero le cose sue che quelle d'altri.
Gli altri dicevano chenon era da aspettare il nimico in casa; ma di andare a trovare lui; eche la fortuna è amica più di chi assalta che di chi sidifende; e con minori danniquando fusse con maggiore spesasi fala guerra in casa altri che in casa sua.
Tanto che questa opinioneprevalsee si deliberò che i Dieci facessero ogni rimedioperché la città di Furlì si traesse delle manidel Duca.

 

6

Filippovedendo che i Fiorentini volevono occupare quelle cose che egli avevaprese a difendereposti da parte i rispettimandò Agnolodella Pergola con gente grossa ad Imolaacciò che quelSignoreavendo a pensare di difendere il suoalla tutela del nipotenon pensasse.
Arrivato per tanto Agnolo propinquo ad Imolasendoancora le genti de' Fiorentini a Modiglianae sendo il freddo grandee per quello diacciati i fossi della cittàuna nottedifurtoprese la terrae Lodovico ne mandò prigione a Milano.I Fiorentiniveduta perduta Imola e la guerra scopertamandorono leloro genti a Furlìle quali posero l'assedio a quella cittàe da ogni parte la strignevano.
E perché le genti del Duca nonpotesserounitesoccorrerlaavevono soldato il conte Alberigo ilquale da Zagonarasua terrascorreva ciascuno dì infino insu le porte di Imola.
Agnolo della Pergola vedeva di non poteresecuramente soccorrere Furlì per il forte alloggiamento cheavevano le nostre genti presoperò pensò di andarealla espugnazione di Zagonaragiudicando che i Fiorentini nonfussero per lasciare perdere quel luogo; e volendo soccorrereconveniva loro abbandonare la impresa di Furlì e venire condisavantaggio alla giornata.
Constrinsono adunquele genti del DucaAlberigo a domandare patti; i quali gli furono concessipromettendodi dare la terra qualunque volta infra quindici giorni non fusse da iFiorentini soccorso.
Intesesi questo disordine nel campo de'Fiorentini e nella cittàe desiderando ciascuno che i nimicinon avessero quella vittoriafeciono che ne ebbono una maggioreperchépartito il campo da Furlì per soccorrereZagonaracome venne allo scontro de' nimici fu rottonon tantodalla virtù degli avversariiquanto dalla malignitàdel tempo; perchéavendo i nostri camminato parecchi oreintra il fango altissimo e con l'acqua adossotrovorono i nimicifreschii quali facilmente gli poterono vincere.
Non di meno in unatanta rottacelebrata per tutta Italianon morì altri cheLodovico degli Obizzi insieme con duoi altri suoi i qualicascati dacavalloaffogorono nel fango.

 

7

Tuttala città di Firenzealla nuova di questa rottasi contristò;ma più i cittadini grandiche avevano consigliata la guerraperché vedevono il nimico gagliardoloro disarmatisanzaamicie il popolo loro contro.
Il quale per tutte le piazze conparole ingiuriose gli mordevadolendosi delle gravezze sopportate edella guerra mossa sanza cagione dicendo: - Ora hanno creati costoroi Dieci per dare terrore al nimico? ora hanno eglino soccorso Furlìe trattolo delle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigliloroe a quale fine camminavano: non per difendere la libertàla quale è loro nimicama per accrescere la potenza propria;la quale Iddio ha giustamente diminuita.
Né hanno solo conquesta impresa aggravata la cittàma con molte; perchésimile a questa fu quella contro al re Ladislao.
A chi ricorrerannoeglino ora per aiuto? a papa Martinostatoa contemplazione diBracciostraziato da loro? alla reina Giovannacheperabbandonarlal'hanno fatta gittare in grembo al re d'Aragona? - Eoltre a di questo dicevono tutte quelle cose che suole dire unopopolo adirato.
Per tanto parve a' Signori ragunare assai cittadinii qualicon buone parolegli umori mossi dalla moltitudinequietassero.
Donde che messer Rinaldo degli Albizziil quale erarimaso primo figliuolo di messer Maso e aspiravacon le virtùsua e con la memoria del padreal primo grado della cittàparlò lungamentemostrando che non era prudenza giudicare lecose dagli effettiperché molte volte le cose beneconsigliate hanno non buono fine e le male consigliate l'hanno buono:e se si lodano i cattivi consigli per il fine buononon si fa altroche dare animo agli uomini di errare; il che torna in danno grandedelle republicheperché sempre i mali consigli non sonofelici: così medesimamente si errava a biasimare uno saviopartito che abbia fine non lietoperché si toglieva animo aicittadini a consigliare la città e a dire quello che gliintendono.
Poi mostrò la necessità che era di pigliarequella guerrae comese la non si fusse mossa in Romagnala sisarebbe fatta in Toscana.
Ma poi che Iddio aveva voluto che le gentifussero state rottela perdita sarebbe più grave quanto piùaltri si abbandonassi; ma se si mostrava il viso alla fortunae sifacevano quelli rimedi si potevanoné loro sentirebbono laperditané il Duca la vittoria.
E che non doveva sbigottirglile spese e le gravezze future; perché queste era ragionevolemutare e quelle sarebbono molte minori che le passateperchéminori apparati sono necessari a chi si vuole difendere che non sonoa quelli che cercano di offendere.
Confortògliin fineadimitare i padri loroi qualiper non avere perduto lo animo inqualunque caso avversos'erano sempre contro a qualunque principedifesi.

 

8

Confortatiper tanto i cittadini dalla autorità suasoldorono il conteOddo figliuolo di Braccioe gli dierono per governatore NiccolòPiccinoallievo di Braccio e più reputato che alcuno altroche sotto le insegne di quello avesse militato; e a quello aggiunsonoaltri condottierie degli spogliati ne rimessono alcuni a cavallo.Creorono venti cittadini a porre nuova gravezza; i qualiavendopreso animo per vedere i potenti cittadini sbattuti per la passatarottasanza avere loro alcuno rispetto gli aggravorono.
Questagravezza offese assai i cittadini grandi; i quali da principioperparere più onestinon si dolevono della gravezza loromacome ingiusta generalmente la biasimavanoe consigliavano che sidovesse fare uno sgravo.
La qual cosacognosciuta da moltifu lorone' Consigli impedita: dondeper fare sentire dalle opere la durezzadi quellae per farla odiare da moltioperorono che gli esattoricon ogni acerbità la riscotesserodando autorità lorodi potere ammazzare qualunque contro a' sergenti publici sidifendesse.
Di che nacquero molti tristi accidentiper morte eferite di cittadini; onde pareva che le parti venissero al sangueeciascuno prudente dubitava di qualche futuro malenon potendo gliuomini grandiusi ad essere riguardatisopportare di esseremanomessie gli altri volendo che ugualmente ciascuno fusseaggravato.
Molti per tanto de' primi cittadini si ristrignevanoinsiemee concludevono come gli era di necessità ripigliarelo stato; perché la poca diligenzia loro aveva dato animo agliuomini di riprendere le azioni publiche e fatto pigliare ardire aquelli che solieno essere capi della moltitudine.
E avendo discorsoqueste cose infra loro più voltedeliberorono di rivedersi adun tratto insieme tuttie si ragunorono nella chiesa di SantoStefano più di settanta cittadinicon licenza di messerLorenzo Ridolfi e di Francesco Gianfigliazzii quali allora sedevanode' Signori.
Con costoro non convenne Giovanni de' Medici; o che nonvi fusse chiamato come sospettoo che non vi volessecome contrarioalla opinione lorointervenire.

 

9

Parlòa tutti messer Rinaldo degli Albizzi.
Mostrò le condizionidella città; e comeper negligenzia loroella era tornatanella potestà della plebedonde nel 1381 era stata da' loropadri cavata; ricordò la iniquità di quello stato cheregnò da il 78 allo '81; e come da quello a tutti quelli cheerano presenti era stato morto a chi il padre e a chi l'avolo; e comesi ritornava ne' medesimi pericolie la città ne' medesimidisordini ricadevaperché di già la moltitudine avevaposto una gravezza a suo modoe poco di poise la non era damaggiore forza o da migliore ordine ritenutala creerebbe imagistrati secondo lo arbitrio suo; il che quando seguisseoccuperebbe i luoghi loroe guasterebbe quello stato che quarantadueanni con tanta gloria della città aveva rettoe sarebbeFirenze governatao a casosotto l'arbitrio della moltitudinedoveper una parte licenziosamente e per l'altra pericolosamente siviverebbeo sotto lo imperio di uno che di quella si facesseprincipe.
Per tanto affermava come ciascuno che amava la patria e loonore suo era necessitato a risentirsi e ricordarsi della virtùdi Bardo Manciniil quale trasse la cittàcon la rovinadegli Albertidi quelli pericoli ne' quali allora era; e come lacagione di questa audacia presa dalla moltitudine nasceva da' larghisquittini che per negligenzia loro s'erano fattie si era ripieno ilPalagio di uomini nuovi e vili.
Concluse per tanto che solo ci vedevaquesto modo a rimediarvi: rendere lo stato ai Grandie torrel'autorità alle Arti minoririducendole da quattordici asette; il che farebbe che la plebe ne' Consigli arebbe meno autoritàsì per essere diminuito il numero lorosì ancora peravere in quelli più autorità i Grandii quali per lavecchia inimicizia gli disfavorirebbero: affermando essere prudenzasapersi valere degli uomini secondo i tempi; perchése ipadri loro si valsono della plebe per spegnere la insolenza de'Grandiora che i Grandi erano diventati umili e la plebe insolenteera bene frenare la insolenzia sua con lo aiuto di quelli: e come acondurre queste cose ci era lo inganno o la forzaalla qualefacilmente si poteva ricorreresendo alcuni di loro del magistratode' Dieci e potendo condurre secretamente nella città gente.Fu lodato messer Rinaldoe il consiglio suo approvò ciascuno.E Niccolò da Uzano infra gli altridisse tutte le cose che damesser Rinaldo erano state dette essere veree i rimedi buoni ecertiquando si potessero fare sanza venire ad una manifestadivisione della cittàil che seguirebbe in ogni modoquandonon si tirasse alla voglia loro Giovanni de' Medici: perchéconcorrendo quellola moltitudinepriva di capo e di forzenonpotrebbe offendere; ma non concorrendo eglinon si potrebbe sanzaarme faree con l'arme lo giudicava pericoloso o di non poterevincere o di non potere godersi la vittoria.
E ridusse modestamenteloro a memoria i passati ricordi suoi; e come e' non avieno volutorimediare a queste difficultà in quelli tempi che facilmentesi poteva; ma che ora non si era più a tempo a farlo sanzatemere di maggiore dannoe non ci restare altro rimedio cheguadagnarselo.
Fu data per tanto la commissione a messer Rinaldo chefusse con Giovannie vedesse di tirarlo nella sentenza loro.

 

10

Esequìil Cavaliere la commissionee con tutti quelli termini seppemigliori lo confortò a pigliare questa impresa con loroe nonvolereper favorire una moltitudinefarla audace con rovina dellostato e della città.
Al quale Giovanni rispose che l'uffiziod'un savio e buono cittadino credeva essere non alterare gli ordiniconsueti della sua cittànon sendo cosa che offenda tanto gliuominiquanto il variare quelli; perché conviene offenderemoltie dove molti restono mal contenti si può ogni giornotemere di qualche cattivo accidente.
E come gli pareva che questaloro deliberazione facesse due cose perniziosissime: l'unadi daregli onori a quelli cheper non gli avere mai avutigli stimano menoe meno cagione hannonon gli avendodi dolersi; l'altradi torglia coloro chesendo consueti averglimai quieterebbero se non glifussero restituiti: e così verrebbe ad essere molto maggiorela ingiuria che si facesse ad una parte che il beneficio che sifacesse a l'altra; tale che chi ne fusse autore si acquisterebbepochi amici e moltissimi inimici; e questi sarebbero piùferoci ad ingiuriarlo che quelli a difenderlosendo gli uomininaturalmente più pronti alla vendetta della ingiuria che allagratitudine del benifizioparendo che questa ci arrechi dannoquell'altra utile e piacere.
Di poi rivolse il parlare a messerRinaldoe disse: - E voise vi ricordasse delle cose seguitee conquali inganni in questa città si camminasaresti meno caldoin questa deliberazione; perché chi la consigliatolta chegli avessecon le forze vostrel'autorità al popololatorrebbe a voi con lo aiuto di quelloche vi sarebbe diventatoperquesta ingiuriainimico; e vi interverrebbe come a messer BenedettoAlbertiil quale consentìper le persuasioni di chi non loamavaalla rovina di messer Giorgio Scali e di messer TommasoStrozzie poco di poida quelli medesimi che lo persuasonofumandato in esilio -.
Confortollo per tanto a pensare piùmaturamente alle cosee a volere imitare suo padreil qualeperavere la benivolenza universalescemò il pregio al saleprovide che chi avesse meno d'uno mezzo fiorino di gravezza potessepagarla o nocome gli paressevolle che il dì che siragunavano i Consigli ciascuno fusse sicuro da' suoi creditori.
E infine gli concluse che eraper quanto si apparteneva a luiperlasciare la città negli ordini suoi.

 

11

Questecosecosì praticates'intesono fuorie accrebbono aGiovanni riputazione e agli altri cittadini odio.
Dalla quale egli sidiscostavaper dare meno animo a coloro che disegnasserosotto ifavori suoicose nuove; e in ogni suo parlare faceva intendere aciascuno che non era per nutrire settema per spegnerleequanto alui si aspettavanon cercava altro che la unione della città:di che molti che seguivano le parti sue erano mali contentiperchéarebbono voluto che si fusse nelle cose mostro più vivo.
Intrai quali era Alamanno de' Mediciil qualesendo di natura ferocenon cessava di accenderlo a perseguitare i nimici e favorire gliamicidannando la sua freddezza e il suo modo di procedere lento; ilche diceva essere cagione che i nimici senza rispetto gli praticavanocontro; le quali pratiche arebbono un giorno effetto con la rovinadella casa e degli amici suoi.
Inanimiva ancora al medesimo Cosimosuo figliuolo.
Non di meno Giovanniper cosa che gli fusse rivelatao pronosticatanon si moveva di suo proposito: purecon tuttoquestola parte era già scopertae la città era inmanifesta divisione.
Erano in Palagioal servizio de' Signoriduoicancellieriser Martino e ser Pagolo: questo favoriva la parte daUzanoquell'altro la Medica; e messer Rinaldoveduto come Giovanninon aveva voluto convenire con loropensò che fusse daprivare dell'uffizio suo ser Martinogiudicando di poi avere sempreil Palagio più favorevole.
Il che presentito dagli avversariinon solamente fu ser Martino difesoma ser Pagolo privatocondispiacere e ingiuria della sua parte.
Il che arebbe fatto subitocattivi effettise non fusse la guerra che soprastava alla città;la quale per la rotta ricevuta a Zagonara era impauritaperchémentre che queste cose in Firenze così si travagliavanoAgnolo della Pergolacon le genti del Ducaaveva prese tutte leterre di Romagna possedute dai Fiorentinieccetto che Castrocaro eModiglianaparte per debolezza de' luoghiparte per difetto di chile aveva in guardia.
Nella occupazione delle quali terre seguironodue cose per le quali si cognobbe quanto la virtù degli uominiancora al nimico è accettae quanto la viltà emalignità dispiaccia.

 

12

Eracastellano nella rocca di Monte Petroso Biagio del Melano.
Costuisendo affocato intorno dai nimici e non vedendo per la salute dellarocca alcuno scampogittò panni e paglia da quella parte cheancora non ardevae di sopra vi gittò duoi suoi piccolifigliuolidicendo a' nimici: - Togliete per voi quelli beni che miha dati la fortuna e che voi mi potete torre: quelli che io ho delloanimodove la gloria e l'onore mio consistené io vi daròné voi mi torrete! - Corsono i nimici a salvare i fanciulliea lui porgevano funi e scale perché si salvassema quello nonle accettòanzi volle più tosto morire nelle fiammeche vivere salvo per le mani degli avversarii della patria sua.Esemplo veramente degno di quella lodata antichità! e tanto èpiù mirabile di quelli quanto è più rado.
Furonoa' figliuoli suoi da' nimici restituite quelle cose che si poteronoavere salvee con massima cura rimandati a' parenti loro; verso de'quali la republica non fu meno amorevoleperché mentrevissero furono publicamente sostentati.
Al contrario di questooccorse in Galeatadove era podestà Zanobi del Pino; ilqualesenza fare difesa alcunadette la rocca al nimicoe di piùconfortava Agnolo a lasciare l'alpi di Romagna e venire ne' colli diToscanadove poteva fare la guerra con meno pericolo e maggioreguadagno.
Non potette Agnolo sopportare la viltà e il malvagioanimo di costuie lo dette in preda a' suoi servidori i qualidopomolti schernigli davano solamente mangiare carte dipinte a bisciedicendo che di guelfoper quel modolo volevono fare diventareghibellino; e così stentandoin brievi giorni morì.

 

13

Ilconte Oddoin questo mezzoinsieme con Niccolò Piccinoeraentrato in Val di Lamonaper vedere di ridurre il signore di Faenzaalla amicizia de' Fiorentinio almeno impedire Agnolo della Pergolache non scorresse più liberamente per Romagna.
Ma perchéquella valle è fortissima e i valligiani armigerivi fu ilconte Oddo mortoe Niccolò Piccino ne andò prigione aFaenza.
Ma la fortuna volle che i Fiorentini ottenessero quelloperavere perduto che forse avendo vinto non arebbono ottenuto; perchéNiccolò tanto operò con il signore di Faenza e con lamadreche gli fece amici a' Fiorentini.
Fuin questo accordolibero Niccolò Piccino: il quale non tenne per sé quelconsiglio che gli aveva dato ad altriperchépraticando conla città della sua condotta o che le condizioni gli paresserodebilio che le trovasse migliori altrovequasi che ex abrupto sipartì di Arezzodove era alle stanzee ne andò inLombardiae prese soldo da il Duca.
I Fiorentiniper questoaccidente impauriti e dalle spesse perdite sbigottitigiudicorononon potere piùsolisostenere questa guerra; e mandoronooratori a' Viniziania pregarli che dovessero opporsimentre chegli era loro facilealla grandezza d'uno chese lo lasciavanocrescereera così per essere pernizioso a loro come a'Fiorentini.
Confortavagli alla medesima impresa FrancescoCarmignuolauomo tenuto in quelli tempi nella guerraeccellentissimoil quale era già stato soldato del Ducamadi poi ribellatosi da quello.
Stavano i Viniziani dubiper nonsapere quanto si potevano fidare del Carmignuoladubitando che lainimicizia del Duca e sua non fusse finta.
E stando cosìsospesinacque che il Ducaper mezzo d'uno servidore delCarmignuolalo fece avvelenare; il quale veleno non fu sìpotente che lo ammazzassema lo ridusse allo estremo.
Scoperta lacagione del malei Viniziani si privorono di quello sospetto; eseguitando i Fiorentini di sollecitarglifeciono lega con loro; eciascuna delle parti si obligò a fare la guerra a spesecomune; e gli acquisti di Lombardia fussero de' Vinizianie quellidi Romagna e di Toscana de' Fiorentini; e il Carmignuola fu capitanogenerale della lega.
Ridussesi per tanto la guerra mediante questoaccordoin Lombardia dove fu governata da il Carmignuolavirtuosamentee in pochi mesi tolse molte terre al Ducainsieme conla città di Brescia; la quale espugnazionein quelli tempi esecondo quelle guerrefu tenuta mirabile.

 

14

Eradurata questa guerra da il '22 al 27ed erano stracchi i cittadinidi Firenze delle gravezze poste infino allorain modo che siaccordorono a rinnovarle.
E perché le fussero uguali secondole ricchezzesi provide che le si ponessero a' benie che quelloche aveva cento fiorini di valsente ne avesse un mezzo di gravezza.Avendola pertanto a distribuire la leggee non gli uominivenne adaggravare assai i cittadini potentie avanti che la si deliberassiera disfavorita da loro.
Solo Giovanni de' Medici apertamente lalodava; tanto che la si ottenne.
E perché nel distribuirla siaggregavano i beni di ciascunoil che i Fiorentini diconoaccatastaresi chiamò questa gravezza catasto.
Questo modoposein parteregola alla tirannide de' potenti; perché nonpotevano battere i minori e fargli con le minacce ne' Consiglitacerecome potevano prima.
Era adunque questa gravezzadall'universale accettata e da' potenti con dispiacere grandissimoricevuta.
Ma come accade che mai gli uomini non si sodisfannoeavuta una cosanon vi si contentando dentrone desiderano un'altrail popolonon contento alla ugualità della gravezza che dallalegge nascevadomandava che si riandassero i tempi passatie che sivedesse quello che i potentisecondo il catastoavevano pagatomenoe si facessero pagare tanto che gli andassero a ragguaglio dicoloro cheper pagare quello che non dovevanoavevano vendute leloro possessioni.
Questa domandamolto più che il catastospaventò gli uomini grandi; e per difendersene non cessavanodi dannarloaffermando quello essere ingiustissimoper essersiposto ancora sopra i beni mobilii quali oggi si posseggono e domanisi perdono; e che sonooltra di questomolte persone che hannodanari occultiche il catasto non può ritrovare.
A cheaggiugnevano che coloro cheper governare la republicalasciavanole loro faccende dovevano essere meno carichi da quelladovendolebastare che con la persona si affaticasseroe che non era giusto chela città si godesse la roba e la industria loroe degli altrisolo i danari.
Gli altria chi il catasto piacevarispondevano chese i beni mobili varianoe possono ancora variare le gravezzee conil variarle spesso si può a quello inconveniente rimediare; edi quelli che hanno danari occulti non era necessario tenere contoperché quegli danari che non fruttono non è ragionevoleche paghinoe fruttando conviene che si scuoprino; e se non piacevaloro durare fatica per la republicalasciassilla da parte e non sene travagliassinoperché la troverrebbe de' cittadiniamorevolia' quali non parrebbe difficile aiutarla di danari e diconsiglio; e che sono tanti i commodi e gli onori che si tira dretoil governoche doverebbero bastare lorosanza volere nonparticipare de' carichi.
Ma il male stava dove e' non dicevano;perché doleva loro non potere più muovere una guerrasanza loro dannoavendo a concorrere alle spese come gli altri; e sequesto modo si fusse trovato primanon si sarebbe fatta la guerracon il re Ladislaoné ora si farebbe questa con il ducaFilippo; le quali si erano fatte per riempiere i cittadinie non pernecessità.
Questi umori mossi erano quietati da Giovanni de'Medicimostrando che non era bene riandare le cose passatema sìbene provedere alle future; e se le gravezze per lo adietro eranostate ingiusteringraziare Iddio poi che si era trovato il modo afarle giuste e volere che questo modo servisse a riunirenon adividere la cittàcome sarebbe quando si ricercasse leimposte passatee farle ragguagliare con le presenti; e che chi ècontento di una mezzana vittoria sempre ne farà meglioperchéquelli che vogliono sopravincere spesso perdono.
E con simili parolequietò questi umorie fece che del ragguaglio non siragionasse.

 

15

Seguitandoin tanto la guerra con il Ducasi fermò una pace a Ferraraper il mezzo d'uno legato del Papa.
Della quale il Ducanelprincipio di essanon osservò le condizioniin modo che dinuovo la lega riprese le armi; e venuto con le genti di quello allemanilo ruppe a Maclovio.
Dopo la quale rotta il Duca mosse nuoviragionamenti d'accordoai quali i Viniziani e i Fiorentiniacconsentironoquesti per essere insospettiti de' Vinizianiparendoloro spendere assai per fare potenti altriquelli per avere vedutoil Carmignuoladopo la rotta data al Ducaandare lentotanto chenon pareva loro da potere più confidare in quello.
Conclusesiadunque la pace nel 1428; per la quale i Fiorentini riebbono le terreperdute in Romagnae a' Viniziani rimase Bresciae di più ilDuca dette loro Bergamo e il contado.
Spesono in questa guerra iFiorentini tre milioni e 500 mila ducati; mediante la qualeaccrebbero a' Viniziani stato e grandezzae a loro povertà edisunione.
Seguita la pace di fuoraricominciò la guerradentro.
Non potendo i cittadini grandi sopportare il catastoe nonvedendo via da spegnerlopensorono modi a fargli più nimiciper avere più compagni ad urtarlo.
Mostrorono adunque agliuffiziali deputati a porlo come la legge gli costrigneva adaccatastare ancora i beni de' distrettualiper vedere se intraquelli vi fussero beni di Fiorentini.
Furono per tanto citati tutti isudditi a portareinfra certo tempole scritte de' beni loro.
Dondeche i Volterrani mandorono alla Signoria a dolersi della cosadimodo che gli uffizialisdegnatine missono diciotto di loro inprigione.
Questo fatto fece assai sdegnare i Volterrani; pureavendorispetto alli loro prigioninon si mossono.

 

16

Inquesto tempo Giovanni de' Medici ammalòe cognoscendo il malesuo mortalechiamò Cosimo e Lorenzo suoi figliuolie disseloro: - Io credo essere vivuto quel tempo che da Dio e dalla naturami fu al mio nascimento consegnato.
Muoio contentopoi che io vilascio ricchisanie di qualità che voi potretequando voiseguitiate le mie pedatevivere in Firenze onorati e con la graziadi ciascuno.
Perché niuna cosa mi fa tanto morire contentoquanto mi ricordare di non avere mai offeso alcunoanzi piùtostosecondo che io ho potutobenificato ognuno.
Cosìconforto a fare voi.
Dello statose voi volete vivere securitoglietene quanto ve n'è dalle leggi e dagli uomini dato; ilche non vi recherà mai né invidia né pericoloperché quello che l'uomo si toglienon quello che all'uomo èdatoci fa odiaree sempre ne arete molto più di coloro chevolendo la parte d'altriperdono la loroe avanti che la perdinovivono in continui affanni.
Con queste arti io hointra tantinimiciintra tanti disparerinon solamente mantenutamaaccresciuta la reputazione mia in questa città.
Cosìquando seguitiate le pedate miemanterrete e accrescerete voi.
Maquando facesse altrimentipensate che il fine vostro non ha adessere altrimenti felice che si sia stato quello di coloro chenellamemoria nostrahanno rovinato sé e destrutta la casa loro -.Morì poco di poie nello universale della città lasciòdi sé uno grandissimo desideriosecondo che meritavano le sueottime qualità.
Fu Giovanni misericordioso; e non solamentedava lemosine a chi le domandavama molte volte al bisogno de'poverisanza esser domandatosoccorreva.
Amava ognuno; i buonilodavae de' cattivi aveva compassione.
Non domandò maionoried ebbeli tutti; non andò mai in Palagiose nonchiamato.
Amava la pacefuggiva la guerra.
Alle avversitàdegli uomini suvvenivale prosperità aiutava.
Era alienodalle rapine publichee del bene commune aumentatore.
Ne' magistratigrazioso; non di molta eloquenziama di prudenza grandissima.Mostrava nella presenza melanconico; ma era poi nella conversazionepiacevole e faceto.
Morì ricchissimo di tesoroma piùdi buona fama e di benivolenza.
La cui ereditàcosìde' beni della fortuna come di quelli dello animofu da Cosimo nonsolamente mantenutama accresciuta.

 

17

Eranoi Volterrani stracchi di stare in carcere; e per essere liberipromissono di consentire a quello era comandato loro.
Liberatiadunquee tornati a Volterravenne il tempo che i nuovi loro prioriprendevono il magistrato; de' quali fu tratto uno Giustouomoplebeoma di credito nella plebeil quale era uno di quelli che fuimprigionato a Firenze.
Costuiacceso per se medesimo di odioperla ingiuria publica e per la privatacontro a' Fiorentinifu ancorastimolato da Giovanni di uomo nobile e che seco sedeva in magistratoa dovere muovere il popolo con la autorità de' priori e con lagrazia suae trarre la terra delle mani de' Fiorentinie farne séprincipe.
Per il consiglio del qualeGiusto prese le armicorse laterraprese il capitano che vi era pe' Fiorentinie sé fececon il consentimento del popolosignore di quella.
Questa novitàseguita in Volterra dispiacque assai a' Fiorentini; puretrovandosiavere fatto pace con il Ducae freschi in su gli accordigiudicorono potere avere tempo a racquistarla; e per non lo perderemandorono subito a quella impresa commissari messer Rinaldo degliAlbizzi e messer Palla Strozzi.
Giusto intantoche pensava che iFiorentini lo assalterebberorichiese i Sanesi e i Lucchesi diaiuto.
I Sanesi gliene negoronodicendo essere in lega con iFiorentini; e Pagolo Guinigiche era signore di Luccaperracquistare la grazia con il popolo di Firenzela quale nella guerradel Duca gli pareva avere perduta per essersi scoperto amico diFilipponon solamente negò gli aiuti a Giustoma ne mandòprigione a Firenze quello che era venuto a domandarli.
I commissariintantoper giugnere i Volterrani sprovedutiragunorono insiemetutte le loro genti d'armee levorono di Valdarno di sotto e delcontado di Pisa assai fanteriae ne andorono verso Volterra.
NéGiustoper essere abbandonato da' vicininé per lo assaltoche si vedeva fare da' Fiorentinisi abbandonava; ma rifidatosinella fortezza del sito e nella grassezza della terrasi provedevaalla difesa.
Era in Volterra uno messer Arcolanofratello di quelloGiovanni che aveva persuaso Giusto a pigliare la signoriauomo dicredito nella nobilità.
Costui ragunò certi suoiconfidenti e mostrò loro come Iddio avevaper questoaccidente venutosoccorso alla necessità della cittàloro; perchése gli erano contenti di pigliare le armieprivare Giusto della signoriae rendere la città a'Fiorentinine seguirebbe che resterebbono i primi di quella terraea lei si perserverrebbono gli antichi privilegi suoi.
Rimasi adunqued'accordo della cosane andorono al Palagiodove si posava ilSignoree fermisi parte di loro da bassomesser Arcolano con tre diloro salì in su la salae trovato quello con alcunicittadinilo tirò da partecome se gli volesse ragionare dialcuna cosa importante; e d'un ragionamento in un altrolo condussein cameradove egli e quelli che erano seco con le spade loassalirono.
Né furono però sì presti che nondessero commodità a Giusto di porre mano all'arme sua; ilqualeprima che lo ammazzasseroferì gravemente duoi diloro; ma non potendo alfine resistere a tantifu morto e gittato aterra del Palazzo.
E prese le armiquelli della parte di messerArcolano dettono la città ai commissari fiorentiniche con legenti vi erano propinqui; i qualisenza fare altri pattientroronoin quella.
Di che ne seguì che Volterra peggiorò le suecondizioniperchéintra le altre cosele smembrorono lamaggiore parte del contado e ridussollo in vicariato.

 

18

Perdutaadunque quasi che in un tratto e racquistata Volterranon si vedevacagione di nuova guerrase l'ambizione degli uomini non la avesse dinuovo mossa.
Aveva militato assai tempo per la città diFirenzenelle guerre del DucaNiccolò Fortebraccionatod'una sirocchia di Braccio da Perugia.
Costuivenuta la pacefu da'Fiorentini licenziatoe quando e' venne il caso di Volterra sitrovava ancora alloggiato a Fucecchioonde che i commissariinquella impresasi valsono di lui e delle sue genti.
Fu opinioneneltempo che messer Rinaldo travagliò seco quella guerralopersuadesse a voleresotto qualche fitta querelaassaltare iLucchesimostrandogli chese e' lo facevaopererebbe in modoaFirenzeche la impresa contro a Lucca si farebbeed egli ne sarebbefatto capo.
Acquistata pertanto Volterrae tornato Niccolòalle stanze a Fucecchioo per le persuasioni di messer Rinaldooper sua propria volontàdi novembrenel 1429con trecentocavagli e trecento fantioccupò Ruoti e Compitocastella de'Lucchesi; di poisceso nel pianofece grandissima preda.
Publicatala nuova a Firenze di questo assaltosi fece per tutta la cittàcirculi di ogni sorte uominie la maggiore parte voleva che sifacesse la impresa di Lucca.
De' cittadini grandiche la favorivanoerano quelli della parte de' Medicie con loro s'era accostatomesser Rinaldomossoo da giudicare che la fusse impresa utile perla republicao da sua propria ambizionecredendo aversi a trovarecapo di quella vittoria; quelli che la disfavorivano erano Niccolòda Uzano e la parte sua.
E pare cosa da non la credere che sìdiverso giudizio nel muovere guerra fusse in una medesima cittàperché quelli cittadini e quel popolo chedopo dieci anni dipaceavevono biasimato la guerra presa contro al duca Filippo perdifendere la sua libertàoradopo tante spese fatte e intanta afflizione della cittàcon ogni efficacia domandasseroche si movesse la guerra a Lucca per occupare la libertàd'altrie dall'altro canto quelli che vollono quella biasimavanoquesta: tanto variano con il tempo i parerie tanto è piùpronta la moltitudine ad occupare quello d'altri che a guardare ilsuoe tanto sono mossi più gli uomini dalla speranza delloacquistare che dal timore del perdere; perché questo non èse non da pressocredutoquell'altraancora che discostosispera.
E il popolo di Firenze era ripieno di speranza dagli acquistiche aveva fatti e faceva Niccolò Fortebraccioe dalle letterede' rettori propinqui a Lucca; perché il vicario di Vico e diPescia scrivevono che si dessi loro licenza di ricevere quellecastella che venivano a darsi loroperché presto tutto ilcontado di Lucca si acquisterebbe.
Aggiunsesi a questo loambasciadore mandato dal signore di Lucca a Firenzea dolersi degliassalti fatti da Niccolò e a pregare la Signoria che nonvolesse muovere guerra a uno suo vicino e ad una città chesempre gli era stata amica.
Chiamavasi lo ambasciadore messer IacopoViviani: costuipoco tempo innanziera stato tenuto prigione daPagolo per avere congiuratogli contro; e benché lo avessetrovato in colpagli aveva perdonata la vitae perchécredeva che messer Iacopo gli avesse perdonata la ingiuria si fidavadi lui.
Ma ricordandosi più messer Iacopo del pericolo che delbenifiziovenuto a Firenzesecretamente confortava i cittadini allaimpresa.
I quali confortiaggiunti all'altre speranzefeciono chela Signoria ragunò il Consigliodove convennonoquattrocentonovantotto cittadiniinnanzi a' quali per i principalidella città fu disputata la cosa.

 

19

Intrai primi che volevono la impresacome di sopra dicemmoera messerRinaldo.
Mostrava costui l'utile che si traeva dello acquisto;mostrava la occasione della impresasendo loro lasciata in preda daiViniziani e da il Ducané possendo essere dal Papaimplicatonelle cose del Regnoimpedita.
A questo aggiugneva la facilitàdello espugnarlasendo serva d'un suo cittadino e avendo perdutoquel naturale vigore e quello antico studio di difendere la sualibertà; in modo cheo dal popolo per cacciarne il tirannoodal tiranno per paura del popolola sarà concessa.
Narrava leingiurie del signorefatte alla republica nostrae il malvagioanimo suo verso di quella; e quanto era pericolosose di nuovo o ilPapa o il Duca alla città movesse guerra; e concludeva cheniuna impresa mai fu fatta da il popolo fiorentino né piùfacilené più utilené più giusta.Contro a questa opinioneNiccolò da Uzano disse che la cittàdi Firenze non fece mai impresa più ingiustané piùpericolosané che da quella dovessero nascere maggiori danni.E primache si andava a ferire una città guelfastata sempreamica al popolo fiorentinoe che nel suo grembocon suo pericoloaveva molte volte ricevuti i Guelfi che non potevono stare nellapatria loro.
E che nelle memorie delle cose nostre non si troverràmai Lucca libera avere offeso Firenze ma se chi l'aveva fatta servacome già Castruccio e ora costuil'aveva offesa non si potevaimputare la colpa a leima al tiranno.
E se al tiranno si potessefare guerra sanza farla a' cittadinigli dispiacerebbe meno; maperché questo non poteva esserenon poteva anche consentireche una cittadinanza amica fusse spogliata de' beni suoi.
Ma poi chesi viveva oggi in modo che del giusto e dello ingiusto non si aveva atenere molto contovoleva lasciare questa parte indietroe pensaresolo alla utilità della città.
Credeva per tanto quellecose potersi chiamare utili che non potevono arrecare facilmentedanno: non sapeva adunque come alcuno poteva chiamare utile quellaimpresa dove i danni erano certi e gli utili dubbi.
I danni certierano le spese che la si tirava dietrole quali si vedevano tanteche le dovevono fare paura ad una città riposatanon che aduna stracca d'una lunga e grave guerracome era la loro; gli utiliche se ne potevono trarre erano lo acquisto di Lucca; i qualiconfessava essere grandima che gli era da considerare i dubi che cierano dentroi quali a lui parevono tantiche giudicava lo acquistoimpossibile.
E che non credessero che i Viniziani e Filippo fusserocontenti di questo acquisto; perché quelli solo mostravanoconsentirlo per non parere ingratiavendo poco tempo innanzicon idanari de' Fiorentinipreso tanto imperio; quell'altro aveva caroche in nuova guerra e in nuove spese si implicasseroacciòcheattriti e stracchi da ogni partepotesse di poi di nuovoassaltargli; e come non gli mancherà modonel mezzo dellaimpresa e nella maggiore speranza della vittoriadi soccorrere iLucchesio copertamentecon danario cassare delle sue genti ecome soldati di ventura mandarli in loro aiuto.
Confortava per tantoad astenersi dalla impresae vivere con il tiranno in modo che segli facessedentropiù inimici si potesseperché nonci era più commoda via a subiugarlache lasciarla viveresotto il tiranno e da quello affliggere e indebolire; per chegovernata la cosa prudentementequella città si condurrebbein termine che il tiranno non la potendo tenereed ella non sapendoné potendo per sé governarsidi necessitàcadrebbe loro in grembo.
Ma che vedeva gli umori mossie le parolesua non essere udite.
Pure voleva pronosticare loro questo: chefarebbono una guerra dove spenderebbono assaicorrerebbonvi dentroassai pericolie in cambio di occupare Luccala libererebbono daltirannoe di una città amicasubiugata e debole farebbonouna città liberaloro nimicaecon il tempouno ostaculoalla grandezza della republica loro.

 

20

Parlatoper tanto che fu per la impresa e contro alla impresasi vennesecondo il costumesecretamente a ricercare la volontà degliuomini; e di tutto il numerosolo novantotto la contradissero.
Fattaper tanto la deliberazionee creati i Dieci per trattare la guerrasoldorono gente a piè e a cavallo; deputorono commissariAstorre Gianni e messer Rinaldo degli Albizzie con NiccolòFortebraccio di avere da lui le terre aveva presee che seguisse laimpresa come soldato nostroconvennono.
I commissariarrivati conlo esercito nel paese di Luccadivisono quello; e Astorre si disteseper il pianoverso Camaiore e Pietrasantae messer Rinaldo se neandò verso i montigiudicando chespogliata la cittàdel suo contadofacil cosa fussedi poilo espugnarla.
Furono leimprese di costoro infelicinon perché non acquistasseroassai terrema per i carichi che furnonel maneggio della guerradati all'uno e all'altro di loro.
Vero è che Astorre Giannide' carichi suoi se ne dette evidente cagione.
È una vallepropinqua a Pietrasantachiamata Seravezzaricca e piena diabitatorii qualisentendo la venuta del Commissariose glifeciono incontroe lo pregorono gli accettasse per fedeli servidoridel popolo fiorentino.
Mostrò Astorre di accettare le offerte;di poi fece occupare alle sue genti tutti i passi e luoghi fortidella vallee fece ragunare gli uomini nel principale tempio loro; edi poi gli prese tutti prigionie alle sue genti fe' saccheggiare edestruggere tutto il paesecon esemplo crudele e avarononperdonando a luoghi piiné a donnecosì vergini comemaritate.
Queste cosecosì come le erano seguitesi sepponoa Firenzee dispiacquono non solamente a' magistratima a tutta lacittà.

 

21

De'Seravezzesi alcuniche dalle mani del Commissario s'erano fuggiticorsono a Firenzee per ogni strada e ad ogni uomo narravano lemiserie loro; di modo checonfortati da molti desiderosi che sipunisse il Commissarioo come malvagio uomoo come contrario allafazione lorone andorono a' Dieci e domandorono di essere uditi.
Eintromessiuno di loro parlò in questa sentenza: - Noi siamocertimagnifici Signoriche le nostre parole troveranno fede ecompassione appresso le Signorie vostrequando voi saprete in chemodo occupasse il paese nostro il commissario vostroe in qualemaniera di poi siamo stati trattati da quello.
La valle nostracomene possono essere piene le memorie delle antiche cose vostrefusempremai guelfaed è stata molte volte uno fedele ricetto a'cittadini vostricheperseguitati da' Ghibellinisono ricorsi inquella.
E sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome diquesta inclita republicaper essere stata capo e principe di quellaparte; e in mentre che i Lucchesi furono guelfivolentieri servimmoallo imperio loro; ma poi che pervennero sotto il tirannoil qualeha lasciati gli antichi amici e seguite le parti ghibellinepiùtosto forzati che volontari lo abbiamo ubbidito; e Dio sa quantevolte noi lo abbiamo pregato che ci desse occasione di dimostrarel'animo nostro verso l'antica parte.
Quanto sono gli uomini ciechine' desiderii loro! Quello che noi desideravamo per nostra salute èstato la nostra rovina.
Perchécome prima noi sentimmo che leinsegne vostre venivano verso di noinon come a nimicima come agliantichi signori nostri ci facemmo incontro al commissario vostroemettemmo la vallele nostre fortune e noi nelle sue manie alla suafede ci raccomandammocredendo che in lui fusse animose non diFiorentinoalmeno d'uomo.
Le Signorie vostre ci perdonerannoperchénon potere sopportar peggio di quello abbiamo sopportato ci dàanimo a parlare.
Questo vostro commissario non ha di uomo altro chela presenziané di Fiorentino altro che il nome: una pestemortiferauna fiera crudeleuno mostro orrendoquanto mai daalcuno scrittore fusse figurato; perchériduttici nel nostrotempiosotto colore di volerci parlarenoi fece prigionie lavalle tutta rovinò e arsee gli abitatori e le robe di quellarapìspogliòsaccheggiòbattéammazzò; stuprò le donneviziò le verginietrattele delle braccia delle madrile fece preda de' suoi soldati.Se noiper alcuna ingiuria fatta al popolo fiorentino o a luiavessimo meritato tanto maleo se armati e difendendoci ci avessipresici dorremmo menoanzi accuseremmo noii quali o con leiniurie o con la arroganzia nostra l'avessimo meritato; ma sendodisarmatidaticegli liberamenteche di poi ci abbi rubatie contanta ingiuria e ignominia spogliatisiamo forzati a dolerci.
Equantunque noi avessimo potuto riempiere la Lombardia di quereleecon carico di questa città spargere per tutta Italia la famadelle iniurie nostrenon lo aviamo voluto fareper non imbrattareuna sì onesta e piatosa republica con la disonestà ecrudeltà d'uno suo malvagio cittadino.
Del quale se avantialla rovina nostra avessimo conosciuto l'avarizia ci saremmo sforzatiil suo ingordo animoancora che non abbi né misura ne fondoriempieree aremmo per quella viacon parte delle sustanze nostresalvate l'altrema poi che non siamo più a tempoabbiamovoluto ricorrere a voie pregarvi soccorriate alla infelicitàde' vostri subiettiacciò che gli altri uomini non sisbigottischinoper lo esemplo nostroa venire sotto lo imperiovostro.
E quando non vi muovino gli infiniti mali nostrivi muova lapaura dell'ira di Dioil quale ha veduto i suoi templi saccheggiatie arsie il popolo nostro tradito nel grembo suo -.
E detto questosi gittorono in terragridando e pregando che fusse loro renduto laroba e la patria; e facessero restituire (poi che non si poteval'onore) almeno le moglie a' maritie a' padri le figliuole.L'atrocità della cosasaputa primae di poi dalle vive vocidi quelli che la avevano sopportata intesacommosse il magistrato; esanza differire si fece tornare Astorree di poi fu condannato eammunito.
Ricercossi de' beni de' Seravezzesi e quelli che sipoterono trovare si restituironodegli altri furono dalla cittàcon il tempoin varii modi sodisfatti.

 

22

MesserRinaldo degli Albizzi dall'altra parte era diffamato ch'egli facevala guerra non per utilità del popolo fiorentinoma suaecomepoi che fu commissariogli era fuggito dell'animo la cupiditàdel pigliare Luccaperché gli bastava saccheggiare il contadoe riempire le possessioni sue di bestiame e le case sua di preda; ecome non gli bastavano le prede che da' suoi satelliti per propriautilità si facevanoche comperava quelle de' soldatitaleche di commissario era diventato mercatante.
Queste calunniepervenute agli orecchi suoimossono lo intero e altiero animo suopiù che ad uno grave uomo non si convenivae tanto loperturborono chesdegnato contro al magistrato e i cittadinisanzaaspettare o domandare licenzase ne tornò a Firenze.
Epresentatosi davanti a' Diecidisse che sapeva bene quantadifficultà e pericolo era servire ad un popolo sciolto e aduna città divisaperché l'uno ogni romore riempiel'altra le cattive opere perseguitale buone non premia e le dubieaccusa; tanto che vincendo niuno ti lodaerrando ognuno ti condannaperdendo ognuno ti calunniaperché la parte amica perinvidiala nimica per odio ti perseguita; non di meno non aveva maiper paura d'un carico vanolasciato di non fare una opera chefacesse uno utile certo alla sua città.
Vero era che ladisonestà delle presenti calunnie avevano vinta la pazienziasuae fattogli mutare natura.
Per tanto pregava il magistrato chevolesse per lo avvenire essere più pronto a difendere i suoicittadiniacciò che quegli fussero ancora più pronti aoperare bene per la patria; e poi che in Firenze non si usavaconcedere loro il trionfoalmeno si usasse dai falsi vituperiidifenderli; e si ricordassero che ancora loro erano di quella cittàcittadinie come ad ogni ora potria essere loro dato qualche caricoper il quale intenderebbono quanta offesa agli uomini interi le falsecalunnie arrechino.
I Diecisecondo il tempos'ingegnoronomitigarlo; e la cura di quella impresa a Neri di Gino e AlamannoSalviati demandarono.
I qualilasciato da parte il correre per ilcontado di Luccas'accostorono con il campo alla terra; e perchéancora era la stagione freddasi missono a Capannole; dove a'commissari pareva che si perdesse tempo; e volendosi strignere piùalla terrai soldatiper il tempo sinistronon vi si accordavanonon ostante che i Dieci sollecitassino lo accamparsi e nonaccettassino scusa alcuna.

 

23

Erain quelli tempiin Firenze uno eccellentissimo architettorechiamato Filippo di ser Brunellescodelle opere del quale èpiena la nostra cittàtanto che meritòdopo la morteche la sua immagine fusse postadi marmonel principale tempio diFirenzecon lettere a piè che ancora rendono a chi leggetestimonianza delle sue virtù.
Mostrava costui come Lucca sipoteva allagareconsiderato il sito della città e il lettodel fiume del Serchio; e tanto lo persuaseche i Dieci commissonoche questa esperienza si facesse.
Di che non ne nacque altro chedisordine al campo nostro e securtà a' nemici; perché iLucchesi alzorono con uno argine il terreno verso quella parte chefaceno venire il Serchioe di poiuna notteruppono l'argine diquel fosso per il quale conducevano le acquetanto che quelletrovato il riscontro alto verso Lucca e l'argine del canale apertoin modo per tutto il piano si sparsonoche il camponon che sipotesse appropinquare alla terrasi ebbe a discostare.

 

24

Nonriuscita adunque questa impresai Dieci che di nuovo presono ilmagistrato mandorono commissario messer Giovanni Guicciardini.Costuiil più presto che possési accampò allaterra; donde che il Signorevedendosi strignereper conforto d'unomesser Antonio del Rosso saneseil quale in nome del comune di Sienaera apresso di luimandò al duca di Milano Salvestro Trenta eLionardo Buonvisi.
Costoro per parte del Signore gli chiesono aiuto;e trovandolo freddolo pregorono secretamente che dovesse dare lorogenti; perché gli promettevano per parte del popolo darglipreso il loro Signoree apresso la possessione della terraavvertendolo chese non pigliava presto questo partitoil Signoredarebbe la terra a' Fiorentinii quali con molte promesse losollecitavano.
La paura per tanto che il Duca ebbe di questo gli feceporre da parte i respettie ordinò che il conte FrancescoSforzasuo soldatogli domandasse publicamente licenza per andarenel Regno.
Il qualeottenuta quellase ne venne con la suacompagnia a Luccanon ostante che i Fiorentinisapendo questapratica e dubitando di quello avvennemandassino al Conte BoccaccinoAlamanni suo amicoper sturbarla.
Venuto per tanto il Conte a Luccai Fiorentini si ritirarono con il campo a Librafatta; e il Contesubito andò a campo a Pescia dove era vicario Pagolo daDiacceto.
Il qualeconsigliato più dalla paura che da alcunoaltro migliore rimediosi fuggì a Pistoia; e se la terra nonfusse stata difesa da Giovanni Malavoltiche vi era a guardiasisarebbe perduta.
Il Conte per tantonon la avendo potuta nel primoassalto pigliarene andò al Borgo a Buggianoe lo preseeStiglianocastello a quello propinquoarse.
I Fiorentiniveggendoquesta rovinaricorsono a quelli rimedi che molte volte gli avevanosalvatisapiendo comecon i soldati mercenaridove le forze nonbastavano giovava la corruzionee però profersono al Contedanarie quellonon solamente si partissema desse loro la terra.Il Conteparendogli non potere trarre più danari da Luccafacilmente si volse a trarne da quelli che ne avevano; e convenne coni Fiorentininon di dare loro Luccache per onestà non lovolle consentirema di abbandonarlaquando gli fusse datocinquantamila ducati.
E fatta questa convenzioneacciò che ilpopolo di Lucca apresso al Duca lo scusassetenne mano con quelloche i Lucchesi cacciassero il loro Signore.

 

25

Erain Luccacome di sopra dicemmomesser Antonio del Rossoambasciadore sanese.
Costuicon la autorità del Contepraticò con i cittadini la rovina di Pagolo.
Capi dellacongiura furono Piero Cennami e Giovanni da Chivizzano.
Trovavasi ilConte alloggiato fuora della terrain sul Serchioe con lui eraLanzilaofigliuolo del Signore.
Donde i congiuratiin numero diquarantadi nottearmatiandorono a trovare Pagolo; al romore de'quali fattosi incontro tutto attonitodomandò della cagionedella venuta loro.
Al quale Piero Cennami disse come loro erano statigovernati da lui più tempoe condotticon i nimici intornoa morire di ferro e di fame; e però erano deliberati per loavveniredi volere governare loro.
E gli domandorono le chiavi dellacittà e il tesoro di quella.
A' quali Pagolo rispose che iltesoro era consumatole chiavi ed egli erano in loro podestàe gli pregava di questo soloche fussero contenticosì comela sua signoria era cominciata e vivuta sanza sanguecosìsanza sangue finisse.
Fu dal conte Francesco condotto Pagolo e ilfigliuolo al Ducai quali morironodi poiin prigione.
La partitadel Conte aveva lasciata libera Lucca dal tiranno e i Fiorentini daltimore delle genti sueonde che quelli si preparorono alle difese equelli altri ritornorono alle offese; e avevano eletto per capitanoil conte di Urbinoil qualestrignendo forte la terraconstrinsedi nuovo i Lucchesi a ricorrere al Duca; il qualesotto il medesimocolore aveva mandato il Contemandò in loro aiuto NiccolòPiccino.
A costuivenendo per entrare in Luccai nostri si fecionoincontro in sul Serchio; e al passare di quello vennono alla zuffaevi furono rotti; e il Commissario con poche delle nostre genti sisalvò a Pisa.
Questa rotta contristò tutta la nostracittà; e perché la impresa era stata fatta dallouniversalenon sapendo i popolani contro a chi volgersi calunniavanochi l'aveva amministrata poi che e' non potevono calunniare chi laaveva deliberatae risucitorono i carichi dati a messer Rinaldo.
Mapiù che alcuno era lacero messer Giovanni Guicciardiniaccusandolo che gli arebbe potutodopo la partita del conteFrancescoultimare la guerrama che gli era stato corrotto condanarie come ne aveva mandati a casa una somae allegavano chi gliaveva portati e chi ricevuti.
E andorono tanto alto questi romori equeste accuseche il Capitano del popolomosso da queste publichevocie da quelli della parte contraria spintolo citò.Comparse messer Giovanni tutto pieno di sdegno; donde i parenti suoiper onore lorooperorono tanto che il Capitano abbandonò laimpresa.
I Lucchesidopo la vittorianon solamente riebbero le loroterrema occuporono tutte quelle del contado di PisaeccettoBientinaCalcinaiaLivorno e Librafattae se non fusse statascoperta una congiura che si era fatta in Pisasi perdeva anchequella città.
I Fiorentini riordinorono le loro gentiefeciono loro capitano Michelettoallievo di Sforza.
Dall'altra parteil Duca seguitò la vittoriae per potere con più forzeaffliggere i Fiorentinifece che i GenovesiSanesi e signore diPiombino si collegassero alla difesa di Luccae che soldasseroNiccolò Piccino per loro capitanola qual cosa lo fece intutto scoprire.
Donde che i Viniziani e i Fiorentini rinnovorono lalega e la guerra si cominciò a fare aperta in Lombardia e inToscana.
E nell'una e nell'altra provincia seguironocon variafortunavarie zuffe; tanto chestracco ciascunosi fecedimaggionel 1433lo accordo infra le partiper il quale iFiorentiniLucchesi e Sanesiche avevano nella guerra occupate piùcastella l'uno all'altrole lasciarono tuttee ciascuno tornònella possessione delle sua.

 

26

Mentreche questa guerra si travagliavaribollivano tuttavia i maligniumori delle parti di dentro; e Cosimo de' Medicidopo la morte diGiovanni suo padrecon maggiore animo nelle cose publichee conmaggiore studio e più liberalità con gli amici che nonaveva fatto il padresi governava; in modo che quelli che per lamorte di Giovanni si erano rallegrativedendo quale era Cosimo sicontristavano.
Era Cosimo uomo prudentissimodi grave e gratapresenziatutto liberaletutto umano; né mai tentòalcuna cosa contro alla Parte né contro allo statomaattendeva a benificare ciascuno econ la liberalità suafarsi partigiani assai cittadini.
Di modo che lo esemplo suoaccresceva carico a quelli che governavanoe lui giudicavaperquesta viao vivere in Firenze potente e securo quanto alcuno altroovenendosi per la ambizione degli avversarii allo straordinarioessere e con le armi e con i favori superiore.
Grandi strumenti adordire la potenza sua furono Averardo de' Medici e Puccio Pucci: dicostoroAverardo con l'audaciaPuccio con la prudenzia e sagacitàfavori e grandezza gli sumministravano; ed era tanto stimato ilconsiglio e il iudicio di Puccioe tanto per ciascuno cognosciutoche la parte di Cosimonon da luima da Puccio era nominata.
Daquesta così divisa città fu fatta la impresa di Luccanella quale si accesono gli umori delle partinon che sispegnessero.
E avvenga che la parte di Cosimo fusse quella chel'avesse favoritanon di meno ne' governi di essa erano mandatiassai di quelli della parte avversacome uomini più reputatinello stato: a che non potendo Averardo de' Medici e gli altririmediareattendevono con ogni arte e industria a calunniarli; e seperdita alcuna nascevache ne nacquero molteeranon la fortuna ola forza del nimicoma la poca prudenza del commissario accusata.Questo fece aggravare i peccati di Astorre Gianniquesto fecesdegnare messer Rinaldo degli Albizzi e partirsi dalla suacommissione sanza licenzaquesto medesimo fece richiedere dalCapitano del popolo messer Giovanni Guicciardini; da questo tutti glialtri carichi che a' magistrati e a' commissari si dettero nacqueroperché i veri si accrescevanoi non veri si fingevanoe iveri e i non veri da quel popoloche ordinariamente gli odiavaerano creduti.

 

27

Questecosì fatte cose e modi estraordinari di procedere eranoottimamente da Niccolò da Uzano e dagli altri capi della Partecognosciutie molte volte avevano ragionato insieme de' rimedi; enon ce gli trovavanoperché pareva loro il lasciare crescerela cosa pericolosoe il volerla urtare difficile.
E Niccolòda Uzano era il primo al quale non piacevano le vie straordinarie;onde chevivendosi con la guerra fuora e con questi travagli dentroNiccolò Barbadorivolendo disporre Niccolò da Uzano adacconsentire alla rovina di Cosimolo andò a trovare a casadove tutto pensoso in uno suo studio dimoravae lo confortòcon quelle ragioni seppe addurre migliori a volere convenire conmesser Rinaldo a cacciare Cosimo.
Al quale Niccolò da Uzanorispose in questa sentenza: - E' si farebbe per teper la tua casa eper la nostra republicache tu e gli altri che ti seguono in questaopinione avessero più tosto la barba d'ariento che d'orocomesi dice che hai tuperché i loro consigliprocedendo da capocanuto e pieno di esperienzasarebbero più savi e piùutili a ciascheduno.
E' mi pare che coloro che pensono di cacciareCosimo da Firenze abbinoprima che ogni cosaa misurare le forzeloro e quelle di Cosimo.
Questa nostra parte voi l'avete battezzatala Parte de' nobilie la contraria quella della plebe: quando laverità correspondesse al nomesarebbe in ogni accidente lavittoria dubiae più tosto doverremmo temere noi che speraremossi dallo esemplo delle antiche nobilità di questa cittàle quali dalla plebe sono state spente.
Ma noi abbiamo molto piùda temeresendo la nostra parte smembrata e quella degli avversariiintera.
La prima cosaNeri di Gino e Nerone di Nigiduoi de' primicittadini nostrinon si sono mai dichiarati in modo che si possadire che sieno più amici nostri che loro.
Sonci assaifamiglieanzi assai casedivise; perché moltiper invidiade' frategli o de' congiuntidisfavoriscono noie favoriscono loro.Io te ne voglio ricordare alcuno de' più importanti: gli altriconsidererai tu per te medesimo.
De' figliuoli di messer Maso degliAlbizziLucaper invidia di messer Rinaldosi è gittatodalla parte loro; in casa e Guicciardinide' figliuoli di messerLuigiPiero è nimico a messer Giovannie favorisce gliavversarii nostri; Tommaso e Niccolò Soderini apertamenteperlo odio portono a Francesco loro zioci fanno contro.
In modo chese si considera bene quali sono loro e quali siamo noiio non soperché più si merita di essere chiamata la parte nostranobile che la loro.
E se fusse perché loro sono seguitati datutta la plebenoi siamo per questoin peggiore condizionee loroin migliore; e in tanto chese si viene alle armi o a' partitinoinon siamo per potere resistere.
E se noi stiamo ancora nella dignitànostranasce dalla reputazione antica di questo statola quale siha per cinquanta anni conservata; ma come e' si venisse alla pruovae che e' si scoprisse la debolezza nostranoi ce la perderemmo.
E setu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noicredito e a loro lo torrebbeti rispondo che questa giustiziaconviene che sia intesa e creduta da altri come da noi; il che ètutto il contrario; perché la cagione che ci muove ètutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questacittà: se questo sospetto noi lo abbiamonon lo hanno glialtri; anziche è peggioaccusono noi di quello che noiaccusiamo lui.
L'opere di Cosimo che ce lo fanno sospetto sono:perché gli serve de' suoi danari ciascunoe non solamente iprivati ma il publicoe non solo i Fiorentini ma i condottieri;perché favorisce quello e quell'altro cittadino che ha bisognode' magistrati; perché e' tiracon la benivolenzia che gli hanello universalequesto e quell'altro suo amico a maggiori gradi dionori.
Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarloperchégli è piatosooficiosoliberale e amato da ciascuno.
Dimmiun poco: quale legge è quella che proibisca o che biasimi edanni negli uomini la pietàla liberalitàlo amore? Ebenché sieno modi tutti che tirino gli uomini volando alprincipatonon di meno e' non sono creduti cosìnénoi siamo sufficienti a darli ad intendereperché i modinostri ci hanno tolta la fedee la cittàche naturalmente èpartigiana eper essere sempre vivuta in partecorrottanon puòprestare gli orecchi a simili accuse.
Ma poniamo che vi riuscisse ilcacciarloche potrebbeavendo una Signoria propizia riuscirefacilmente: come potresti voi maiintra tanti suoi amici che cirimarrebbono e arderebbono del desiderio della tornata suaobviareche non ci ritornasse? Questo sarebbe impossibileperché maisendo tanti e avendo la benivolenzia universalenon ve ne potrestiassicurare; e quanti più de' primi suoi scoperti amicicacciasse tanti più nimici vi faresti in modo che dopo pocotempo e' ci ritornerebbe; e ne aresti guadagnato questoche voi loaresti cacciato buonoe tornerebbeci cattivo; perché lanatura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocasseroa' qualisendo obligato non si potrebbe opporre.
E se voi disegnassi di farlomorirenon mai per via de' magistrati vi riusciràperchéi danari suoigli animi vostri corruttibilisempre lo salveranno.Ma poniamo che muoiao cacciato non torni: io non veggo che acquistoci facci dentro la nostra republica; perchése la si liberada Cosimola si fa serva a messer Rinaldo; e ioper mesono uno diquelli che desidero che niuno cittadino di potenza e di autoritàsuperi l'altro; ma quando alcuno di questi duoi avesse a prevalereio non so quale cagione mi facesse amare più messer Rinaldoche Cosimo.
Né ti voglio dire altrose non che Dio guardiquesta città che alcuno suo cittadino ne diventi principe; maquando pure i peccati nostri lo meritasserola guardi di avere adubbidire a lui.
Non volere dunque consigliare che si pigli unopartito che da ogni parte sia dannoso; né credereaccompagnato da pochipotere opporti alla voglia di molti: perchétutti questi cittadiniparte per ignoranzaparte per maliziasonoa vendere questa republica apparecchiati; ed è in tanto lafortuna loro amicach'eglino hanno trovato il comperatore.
Governatiper tanto per il mio consiglio: attendi a vivere modestamente; earaiquanto alla libertàcosì a sospetto quelli dellaparte nostracome quelli della avversae quando travaglio alcunonascavivendo neutralesarai a ciascuno grato; e cosìgioverai a tee non nocerai alla tua patria.

 

28

Questeparole raffrenorono alquanto lo animo del Barbadoroin modo che lecose stettono quiete quanto durò la guerra di Lucca; maseguita la pacee con quella la morte di Niccolò da Uzanorimase la città sanza guerra e sanza freno.
Donde che sanzaalcuno rispetto crebbono i malvagi umori; e messer Rinaldoparendogli essere rimaso solo principe della Partenon cessava dipregare e infestare tutti i cittadini i quali credeva potesseroessere gonfalonieriche si armassero a liberare la patria di quellouomo che di necessitàper la malignità di pochi e perla ignoranza di moltila conduceva in servitù.
Questi moditenuti da messer Rinaldoe quelli di coloro che favorivano la parteavversatenevano la città piena di sospetto; e qualunquevolta si creava uno magistratosi diceva publicamente quantidell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano; e nella tratta de'Signori stava tutta la città sollevata.
Ogni caso che venivadavanti a' magistratiancora che minimosi riduceva fra loro ingara; i secreti si publicavano; così il bene come il male sifavoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente eranolacerati; niuno magistrato faceva l'ufizio suo.
Stando adunqueFirenze in questa confusionee messer Rinaldo in quella voglia diabbassare la potenza di Cosimoe sapendo come Bernardo Guadagnipoteva essere gonfalonierepagò le sue gravezzeacciòche il debito publico non gli togliesse quel grado.
Venutosi di poialla tratta de' Signorifece la fortunaamica alle discordienostreche Bernardo fu tratto gonfalonieri per sedere il settembre el'ottobre.
Il quale messer Rinaldo andò subito a vicitareegli disse quanto la parte de' nobili e qualunque desiderava benevivere si era rallegrato per essere lui pervenuto a quella dignità;e che a lui si apparteneva operare in modo che non si fusserorallegrati invano.
Mostrogli di poi i pericoli che nella disunione sicorrevonoe come non era altro rimedio alla unioneche spegnereCosimo; perché solo quelloper i favori che da le immoderatesue ricchezze nascevanogli teneva infermi; e che si era condottotanto alto chese e' non vi si provedevane diventerebbe principe;e come ad uno buono cittadino s'apparteneva rimediarvichiamare ilpopolo in Piazzaripigliare lo statoper rendere alla patria la sualibertà.
Ricordogli che messer Salvestro de' Medici potetteingiustamente frenare la grandezza de' Guelfia' qualiper ilsangue dai loro antichi sparsosi apparteneva il governo; e chequello ch'egli fare contro a tanti ingiustamente potettepotrebbebene fare essogiustamentecontro ad uno solo.
Confortollo a nontemereperché gli amici con le armi sarebbono presti peraiutarlo; e della plebe che lo adorava non tenessi contoperchénon trarrebbe Cosimo da lei altri favori che si traessi giàmesser Giorgio Scali; né delle sue ricchezze dubitasseperchéquando fia in podestà de' Signorile saranno loroeconclusegli che questo fatto farebbe la republica secura e unitaelui glorioso.
Alle quali parole Bernardo rispose brevementecomegiudicava cosa necessaria fare quanto egli diceva; e perché iltempo era da spenderlo in operareattendessi a prepararsi con leforzeper essere prestopersuaso che gli avesse i compagni.
Presoche ebbe Bernardo il magistratodisposti i compagni e convenuto conmesser Rinaldocitò Cosimoil qualeancora che ne fusse damolti amici sconfortato comparìconfidatosi più nellainnocenzia sua che nella misericordia de' Signori.
Come Cosimo fu inPalagioe sostenutomesser Rinaldo con molti armati uscì dicasae apresso a quello tutta la Partee ne vennono in Piazzadovei Signori feciono chiamare il popoloe creorono dugento uomini dibalia per riformare lo stato della città.
Nella quale baliacome prima si potettesi trattò della riformae della vita edella morte di Cosimo.
Molti volevono che fusse mandato in esilio;molti morto; molti altri tacevanoo per compassione di lui o perpaura di loro.
I quali dispareri non lasciavano concludere alcunacosa.

 

29

Ènella torre del Palagio uno luogotanto grande quanto patisce lospazio di quellachiamato l'Alberghettino; nel quale fu rinchiusoCosimoe dato in guardia a Federigo Malavolti.
Dal quale luogosentendo Cosimo fare il parlamentoe il romore delle armi che inPiazza si facevae il sonare spesso a baliastava con sospettodella sua vita; ma più ancora temeva che estraordinariamente iparticulari nimici lo facessero morire.
Per questo si asteneva dalcibo tanto chein quattro giorninon aveva voluto mangiare altroche un poco di pane.
Della qual cosa accorgendosi Federigoglidisse: - Tu dubitiCosimo di non essere avvelenato; e fai te moriredi famee poco onore a mecredendo che io volessi tenere le mani aduna simile scelleratezza.
Io non credo che tu abbia a perdere lavita: tanti amici hai in Palagio e fuori; ma quando pure avessi aperderlavivi securo che piglieranno altri modi che usare me perministro a tortelaperché io non voglio bruttarmi le mani nelsangue di alcuno e massime del tuoche non mi offendesti mai.
Sta'per tanto di buona voglia prendi il ciboe mantienti vivo agli amicie alla patria.
E perché con maggiore fidanza possa farloiovoglio delle cose tue medesime mangiare teco -.
Queste parole tuttoconfortorono Cosimo; e con le lagrime agli occhi abbracciò ebaciò Federigoe con vive ed efficaci parole ringraziòquello di sì piatoso e amorevole officioofferendo essernegligratissimose mai dalla fortuna gliene fusse data occasione.
Sendoadunque Cosimo alquanto riconfortatoe disputandosi il caso suointra i cittadinioccorse che Federigoper darli piacerecondussea cena seco uno familiare del Gonfalonierechiamato il Farganacciouomo sollazzevole e faceto.
E avendo quasi che cenatoCosimochepensò valersi della venuta di costuiperché benissimolo cognoscevaaccennò Federigo che si partisse.
Il qualeintendendo la cagionefinse di andare per cose che mancassero afornire la cena; e lasciati quelli soliCosimodopo alquanteamorevoli parole usate al Farganacciogli dette uno contrasegnoegli impose che andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento ducati: cento ne prendesse per sée mille ne portasseal Gonfaloniere; e pregasse quello chepresa onesta occasioneglivenisse a parlare.
Accettò costui la commissione: i denarifurono pagati; donde Bernardo ne diventò più umano: ene seguì che Cosimo fu confinato a Padovacontro alla vogliadi messer Rinaldoche lo voleva spegnere.
Fu ancora confinatoAverardo e molti della casa de' Medici; e con quelliPuccio eGiovanni Pucci.
E per sbigottire quelli che erano male contenti delloesilio di Cosimodettono balia agli Otto di guardia e al Capitanodel popolo.
Dopo le quali deliberazioniCosimoa' dì 3 diottobrenel 1433venne davanti a' Signorida' quali gli fudenunziato il confineconfortandolo allo ubbidirequando e' nonvolesse che più aspramente contro a' suoi beni e contro a luisi procedesse.
Accettò Cosimo con vista allegra il confineaffermando che dovunque quella Signoria lo mandasse era per starevolentieri.
Pregava bene chepoi gli aveva conservata la vitagliene difendesse; perché sentiva essere in Piazza molti chedesideravano il sangue suo.
Offerse di poiin qualunque luogo dovefussealla cittàal popolo e a Loro Signorie sé e lesustanze sue.
Fu da il Gonfalonieri confortatoe tanto ritenuto inPalagio che venisse la notte.
Di poi lo condusse in casa suaefattolo cenare secoda molti armati lo fece accompagnare a' confini.Fudovunque passòricevuto Cosimo onorevolmentee da'Viniziani publicamente vicitatoe non come sbanditoma come postoin supremo gradoonorato.

 

30

RimasaFirenze vedova d'uno tanto cittadino e tanto universalmente amatoera ciascuno sbigottito; e parimente quelli che avevano vinto equelli che erano vinti temevano.
Donde che messer Rinaldodubitandodel suo futuro maleper non mancare a sé e alla Parteragunati molti cittadini amicidisse a quelli che vedevaapparecchiata la rovina loroper essersi lasciati vincere da'prieghidalle lagrime e da' danari de' loro nimici.
E non siaccorgevono che poco di poi aranno a pregare e piagnere eglinoe chei loro prieghi non saranno uditie delle loro lagrime nontroverranno chi abbia compassione: e de' danari presi restituirannoil capitale e pagheranno l'usura con tormentimorte ed esili.
E chegli era molto meglio essersi statiche avere lasciato Cosimo in vitae gli amici suoi in Firenze; perché gli uomini grandi o e' nonsi hanno a toccare otocchia spegnere.
Né ci vedeva altrorimedio che farsi forti nella cittàacciò cherisentendosi e nimiciche si risentirieno prestosi potessecacciarli con le armipoi che con i modi civili non se ne eranopotuti mandare.
E che il rimedio era quello che molto tempo innanziaveva ricordato: di riguadagnarsi i Grandirendendo e concedendoloro tutti gli onori della cittàe farsi forte con questapartepoi che i loro avversarii si erano fatti forti con la plebe.
Ecomeper questola parte loro sarebbe più gagliardaquantoin quella sarebbe più vitapiù virtùpiùanimo e più credito; affermando chese questo ultimo e verorimedio non si pigliavanon vedeva con quale altro modo si potesseconservare uno stato infra tanti nimicie cognosceva una propinquarovina della parte loro e della città.
A che MariottoBaldovinettiuno de' ragunatisi opposemostrando la superbia de'Grandi e la natura loro insopportabile; e che non era da ricorreresotto una certa tirannide loroper fuggire i dubi pericoli dellaplebe.
Donde che messer Rinaldoveduto il suo consiglio non essereuditosi dolfe della sua sventura e di quella della sua parteimputando ogni cosa più a' cieliche volevono cosìche alla ignoranza e cecità degli uomini.
Standosi la cosaadunque in questa manierasanza fare alcuna necessaria provisionefu trovata una lettera scritta da messer Agnolo Acciaiuoli a Cosimola quale gli mostrava la disposizione della città verso diluie lo confortava a fare che si movesse qualche guerrae a farsiamico Neri di Gino; perché giudicavacome la cittàavesse bisogno di danarinon si troverebbe chi la servisseeverrebbe la memoria sua a rinfrescarsi ne' cittadini e il desideriodi farlo ritornaree se Neri si smembrasse da messer Rinaldoquellaparte indebolirebbe tanto che la non sarebbe sufficiente adefendersi.
Questa letteravenuta nelle mani de' magistratifucagione che messer Agnolo fusse presocollato e mandato in esilio.Né per tale esemplo si frenò in alcuna parte l'umoreche favoriva Cosimo.
Era di già girato quasi che l'anno dal dìche Cosimo era stato cacciatoe venendo il fine di agosto 1434futratto gonfalonieri per i duoi mesi futuri Niccolò di Coccoecon quello otto Signori tutti partigiani di Cosimo; di modo che taleSignoria spaventò messer Rinaldo e tutta la sua parte.
Eperché avanti che i Signori prendino il magistrato eglinostanno tre giorni privatimesser Rinaldo fu di nuovo con i capidella parte sua; e mostrò loro il certo e propinquo periculo eche il rimedio era pigliare le armi e fare che Donato Vellutiilquale allora sedeva gonfalonieriragunasse il popolo in Piazzafacesse nuova baliaprivasse i nuovi Signori del magistratoe se necreasse de' nuovia proposito dello statoe si ardessero le borse econ nuovi squittinisi riempiessero di amici.
Questo partito damolti era giudicato sicuro e necessarioda molti altri troppoviolento e da tirarsi dreto troppo carico.
E intra quelli a chi e'dispiacque fu messer Palla Strozziil quale era uomo quietogentilee umanoe più tosto atto agli studi delle lettere che afrenare una parte e opporsi alle civili discordie.
E peròdisse che i partiti o astuti o audaci paiono nel principio buonimariescono poi nel trattargli difficilie nel finirgli dannosi; e checredeva che il timore delle nuove guerre di fuorisendo le genti delDuca in Romagna sopra i confini nostrifarebbe che i Signoripenserebbero più a quelle che alle discordie di dentro; purequando si vedesse che volessero alterare (il che non potevono fareche non si intendesse) sempre si sarebbe a tempo a pigliare le armied esequire quanto paresse necessario per la salute comune; il chefaccendosi per necessitàseguirebbe con meno ammirazione delpopolo e meno carico loro.
Fu per tanto concluso che si lasciasseroentrare i nuovi Signori e che si vigilassero i loro andamentiequando si sentisse cosa alcuna contro alla Parteciascuno pigliassel'armi e convenisse alla piazza di San Pulinari luogo propinquo alPalagiodonde potrebbero poi condursi dove paresse loro necessario.

 

31

Partiticon questa conclusionei Signori nuovi entrarono in magistrato; e ilGonfaloniereper darsi reputazione e per sbigottire quelli chedisegnassero opporseglicondannò Donato Velluti suoantecessorealle carcerecome uomo che si fusse valuto de' danaripublici.
Dopo questotentò i compagni per fare ritornareCosimo; e trovatigli dispostine parlava con quelli che della partede' Medici giudicava capi: da' quali sendo riscaldatocitòmesser RinaldoRidolfo Peruzzi e Niccolò Barbadorocomeprincipali della parte avversa.
Dopo la quale citazionepensòmesser Rinaldo che non fusse da ritardare piùe uscìfuora di casa con gran numero di armati: con il quale si congiunsesubito Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro.
Fra costoro eranodi molti altri cittadinie assai soldati che in Firenze sanza soldosi trovavanoe tutti si fermorono secondo la convenzione fattaallapiazza di San Pulinari.
Messer Palla Strozzi ancora che gli avesseragunate assai gentinon uscì fuorail simile fece messerGiovanni Guicciardini: donde che messer Rinaldo mandò asollecitarglie a riprendergli della loro tardità.
MesserGiovanni rispose che faceva assai guerra alla parte nimicasetenevacon lo starsi in casache Piero suo fratello non uscissefuora a soccorrere il Palagio; messer Palladopo molte ambasciatefatteglivenne a San Pulinari a cavallocon duoi a pièedisarmato.
Al quale messer Rinaldo si fece incontrae forte loriprese della sua negligenzia; e che il non convenire con gli altrinasceva o da poca fede o da poco animo; e l'uno e l'altro di questicarichi doveva fuggire uno uomo che volesse essere tenuto di quellasorte era tenuto egli.
E se credevaper non fare suo debito controalla Parteche gli nimici suoivincendogli perdonassero o la vitao lo esiliose ne ingannava.
E quanto si aspettava a luivenendoalcuna cosa sinistraci arebbe questo contentodi non esseremancato innanzi al pericolo con il consiglioe in sul pericolo conla forza; ma a lui e agli altri si raddoppierieno i dispiaceripensando di avere tradita la patria loro tre volte: l'una quandosalvorono Cosimo; l'altra quando non presono i suoi consigli; laterza alloradi non la soccorrere con le armi.
Alle quali parolemesser Palla non rispose cosa che da' circustanti fusse intesa; mamormorandovolse il cavalloe tornossene a casa.
I Signorisentendo messer Rinaldo e la sua parte avere prese le armievedendosi abbandonatifatto serrare il Palagioprivi di consiglionon sapevano che farsi.
Ma soprastando messer Rinaldo a venire inPiazzaper aspettare quelle forze che non vennonotolse a sél'occasione del vinceree dette animo a loro a provedersie a molticittadini di andare a quelli e confortargli a volere usare terminiche si posassero le armi.
Andorono adunque alcuni meno sospettidaparte de' Signoria messer Rinaldo; e dissono che la Signoria nonsapeva la cagione perché questi moti si facesseroe che nonaveva mai pensato di offenderlo; e se si era ragionato di Cosimononsi era pensato a rimetterlo; e se questa era la cagione del sospettoche gli assicurerebbero; e che fussino contenti venire in Palagio; eche sarebbono bene veduti e compiaciuti d'ogni loro domanda.
Questeparole non feciono mutare di proposito messer Rinaldo; ma dicevavolere assicurarsi con il fargli privatie di poi a benificio diciascuno si riordinasse la città.
Ma sempre occorre che dovele autorità sono pari e i pareri sieno diversivi si risolverade volte alcuna cosa in bene.
Ridolfo Peruzzimosso dalle paroledi quelli cittadinidisse che per lui non si cercava altro se nonche Cosimo non tornassee avendo questo d'accordogli pareva assaivittoria; né volevaper averla maggioreriempiere la suacittà di sangue; e però voleva ubbidire alla Signoria.E con le sue genti ne andò in Palagiodove fu lietamentericevuto.
Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Pulinariil pocoanimo di messer Palla e la partita di Ridolfo avevano tolto a messerRinaldo la vittoria della impresa; ed erano cominciati gli animi de'cittadini che lo seguivano a mancare di quella prima caldezza.
A chesi aggiunse l'autorità del Papa.

 

32

Trovavasipapa Eugenio in Firenzestato cacciato da Roma da il popolo.
Ilqualesentendo questi tumultie parendogli suo uficio ilquietarglimandò messer Giovanni Vitelleschi patriarcaamicissimo di messer Rinaldoa pregarlo che venisse a lui; perchénon gli mancherebbecon la Signoriané autorità néfede a farlo contento e securosanza sangue e danno de' cittadini.Persuaso per tanto messer Rinaldo dallo amicocon tutti quegli chearmati lo seguivanone andò a Santa Maria Novelladove ilPapa dimorava.
Al quale Eugenio fece intendere la fede che i Signorigli avevano datae rimesso in lui ogni differenza; e che siordinerebbono le cosequando e' posasse l'armicome a quelloparesse.
Messer Rinaldoavendo veduto la freddezza di messer Palla ela leggerezza di Ridolfo Peruzziscarso di migliore partitosirimisse nelle braccia suapensando pure che la autorità delPapa lo avesse a perservare.
Onde che il Papa fece significare aNiccolò Barbadoro e agli altri che fuori lo aspettavanocheandassero a posare l'armiperché messer Rinaldo rimaneva conil Pontefice per trattare lo accordo con i Signori.
Alla quale voceciascuno si risolvé e si disarmò.

 

33

ISignorivedendo disarmati gli avversarii loroattesono a praticarelo accordo per mezzo del Papa: e dall'altra parte mandoronosecretamente nella montagna di Pistoia per fanterie; e quellecontutte le loro genti d'armefeciono veniredi nottein Firenze; epresi i luoghi forti della cittàchiamorono il popolo inPiazzae creorono nuova balia.
La qualecome prima si ragunòrestituì Cosimo alla patria e gli altri che erano con quellostati confinati; e della parte nimica confinò messer Rinaldodegli AlbizziRidolfo PeruzziNiccolò Barbadori e messerPalla Strozzicon molti altri cittadini; e in tanta quantitàche poche terre in Italia rimaserodove non ne fusse mandati inesilioe molte fuora di Italia ne furono ripienetale che Firenzeper simile accidentenon solamente si privò di uomini dabenema di ricchezze e di industria.
Il Papavedendo tanta rovinasopra di coloro i quali per i suoi prieghi avieno posate l'arminerestò malissimo contento; e con messer Rinaldo si dolfe dellaingiuria fattagli sotto la sua fede; e lo confortò apazienziae a sperare bene per la varietà della fortuna.
Alquale messer Rinaldo rispose: - La poca fede che coloro che midovevono credere mi hanno prestatae la troppa che io ho prestata aVoiha me e la mia parte rovinatama io più di me stesso chedi alcuno mi dolgopoi che io credetti che Voiche eri statocacciato della patria vostrapotessi tenere me nella mia.
De'giuochi della fortuna io ne ho assai buona esperienza; e come io hopoco confidato nelle prosperitàcosì le avversitàmeno mi offendono; e so chequando le piaceràla mi si potràmostrare più lieta; ma quando mai non le piacciaio stimeròsempre poco vivere in una città dove possino meno le leggi chegli uomini; perché quella patria è desiderabile nellaquale le sustanze e gli amici si possono securamente goderenonquella dove ti possino essere quelle tolte facilmentee gli amiciper paura di loro proprinelle tue maggiori necessità tiabbandonono.
E sempre agli uomini savi e buoni fu meno grave udire imali della patria loroche vederli; e cosa più gloriosareputano essere uno onorevole ribelloche uno stiavo cittadino -.
Epartito dal Papa pieno di sdegnoseco medesimo spesso i suoiconsigli e la freddezza degli amici reprendendose ne andò inesilio.
Cosimodall'altra parteavendo notizia della suarestituzionetornò in Firenze.
E rade volte occorse che unocittadinotornando trionfante d'una vittoriafusse ricevuto dallasua patria con tanto concorso di popolo e con tanta dimostrazione dibenivolenziacon quanta fu ricevuto egli tornando dallo esilio.
E daciascuno voluntariamente fu salutato benefattore del popolo e padredella patria.



 

LIBROQUINTO

 

1

Soglionole provincieil più delle voltenel variare che le fannodall'ordine venire al disordinee di nuovo di poi dal disordineall'ordine trapassare; perchénon essendo dalla naturaconceduto alle mondane cose il fermarsicome le arrivano alla loroultima perfezionenon avendo più da salireconviene chescendino; e similmentescese che le sonoe per li disordini adultima bassezza pervenutedi necessitànon potendo piùscendereconviene che salghinoe così sempre da il bene siscende al malee da il male si sale al bene.
Perché la virtùpartorisce quiete la quiete oziol'ozio disordineil disordinerovinae similmente dalla rovina nasce l'ordinedall'ordine virtùda questa gloria e buona fortuna.
Onde si è da i prudentiosservato come le lettere vengono drieto alle armie che nelleprovincie e nelle città prima i capitani che i filosofinascono.
Perché avendo le buone e ordinate armi partoritovittoriee le vittorie quietenon si può la fortezza degliarmati animi con il più onesto ozio che con quello dellelettere corrompere; né può l'ozio con il maggiore e piùpericoloso inganno che con questo nelle città bene instituteentrare.
Il che fu da Catonequando in Roma Diogene e Carneadefilosofimandati da Atene oratori al Senatovennonoottimamentecognosciuto; il qualeveggendo come la gioventù romanacominciava con ammirazione a seguitarlie cognoscendo il male che daquello onesto ozio alla sua patria ne poteva risultareprovide cheniuno filosofo potesse essere in Roma ricevuto.
Vengono per tanto leprovincie per questi mezzi alla rovina; dove pervenutee gli uominiper le battiture diventati saviritornonocome è dettoall'ordinese già da una forza estraordinaria non rimangonosuffocati.
Queste cagioni fecionoprima mediante gli antichiToscanidi poi i Romaniora felice ora misera la Italia.
E avvengache di poi sopra le romane rovine non si sia edificato cosa chel'abbia in modo da quelle ricomperatache sotto uno virtuosoprincipato abbia potuto gloriosamente operarenon di meno sursetanta virtù in alcuna delle nuove città e de nuoviimperii i quali tra le romane rovine nacquonochesebbene uno nondominasse agli altrierano non di meno in modo insieme concordi eordinati che da' barbari la liberorono e difesero.
Intra i qualiimperii i Fiorentinise gli erano di minore dominionon erano diautorità né di potenza minori; anziper essere postiin mezzo alla Italiaricchi e presti alle offeseo eglinofelicemente una guerra loro mossa sostenevonoo ei davono lavittoria a quello con il quale e' s'accostavano.
Dalla virtùadunque di questi nuovi principatise non nacquono tempi che fusseroper lunga pace quietinon furono anche per la asprezza della guerrapericolosi; perché pace non si può affermare che siadove spesso i principati con le armi l'uno l'altro si assaltano;guerre ancora non si possono chiamare quelle nelle quali gli uomininon si ammazzanole città non si saccheggianoi principatinon si destruggono: perché quelle guerre in tanta debolezzavennonoche le si cominciavano sanza pauratrattavansi sanzapericoloe finivonsi sanza danno.
Tanto che quella virtù cheper una lunga pace si soleva nelle altre provincie spegnere fu dallaviltà di quelle in Italia spentacome chiaramente si potràcognoscere per quello che da noi sarà da il 1434 al '94descritto dove si vedrà come alla fine si aperse di nuovo lavia a' barbari e riposesi la Italia nella servitù di quelli.
Ese le cose fatte dai principi nostri fuori e in casanon fienocomequelle degli antichicon ammirazione per la loro virtù egrandezza lettefieno forse per le altre loro qualitàconnon minore ammirazione consideratevedendo come tanti nobilissimipopoli da sì deboli e male amministrate armi fussino tenuti infreno.
E senel descrivere le cose seguite in questo guasto mondonon si narrerà o fortezza di soldatio virtù dicapitanoo amore verso la patria di cittadinosi vedrà conquali ingannicon quali astuzie e artii principii soldati e icapi delle repubblicheper mantenersi quella reputazione che nonavevono meritatasi governavano.
Il che sarà forse non menoutile che si sieno le antiche cose a cognoscereperchésequelle i liberali animi a seguitarle accendonoqueste a fuggirle espegnerle gli accenderanno.

 

2

Erala Italia da quelli che la comandavano in tale termine condottachequando per la concordia de' principi nasceva una pacepoco di poi daquelli che tenevano le armi in mano era perturbata: e così perla guerra non acquistavano gloria né per la pace quiete.
Fattaper tanto la pace intra il duca di Milano e la legal'anno 1433isoldativolendo stare in su la guerra si volsono contro alla Chiesa.Erano allora due sette di armi in ItaliaBraccesca e Sforzesca: diquesta era capo il conte Francesco figliuolo di Sforzadell'altraera principe Niccolò Piccino e Niccolò Fortebraccio: aqueste sette quasi tutte le altre armi italiane si accostavano.
Diqueste la Sforzesca era in maggiore pregiosì per la virtùdel Contesì per la promessa gli aveva il duca di Milanofatta di madonna Bianca sua naturale figliuola; la speranza del qualeparentado reputazione grandissima gli arrecava.
Assaltorono adunquequeste sette di armatidopo la pace di Lombardia per diversecagionipapa Eugenio: Niccolò Fortebraccio era mossodall'antica nimicizia che Braccio avea sempre tenuta con la Chiesa;il Conte per ambizione si moveva; tanto che Niccolò assalìRoma e il Conte si insignorì della Marca.
Donde i Romanipernon volere la guerracacciorono Eugenio di Roma.
Il qualeconpericolo e difficultà fuggendose ne venne a Firenzedoveconsiderato il pericolo nel quale erae vedendosi da' principiabbandonatoi quali per cagione sua non volevono ripigliare quellearmi ch'eglino avieno con massimo desiderio posatesi accordòcon il Contee gli concesse la signoria della Marcaancor che ilConte alla ingiuria dello averla occupata vi avesse aggiunto ildispregioperchénel segnare in luogo dove scriveva a' suoiagenti le letterecon parole latinesecondo il costume italianodiceva: Ex Girfalco nostro Firmiamoinvito Petro et Paulo.
Néfu contento alla concessione delle terre ché volle esserecreato gonfaloniere della Chiesae tutto gli fu acconsentito: tantopiù temé Eugenio una pericolosa guerra che unavituperosa pace.
Diventato per tanto il Conte amico del Papaperseguitò Niccolò Fortebraccioe intra loroseguirononelle terre della Chiesa per molti mesivarii accidentii quali tutti più a danno del Papa e de' suoi sudditiche dichi maneggiava la guerra seguivono; tanto che fra loromediante ilduca di Milanosi concluseper via di trieguauno accordodovel'uno e l'altro di essi nelle terre della Chiesa principi rimasono.

 

3

Questaguerraspenta a Romafu da Batista da Canneto in Romagna raccesa.Ammazzò costui in Bolognaalcuni della famiglia de' Grifonie il governatore per il Papa con altri suoi nimici cacciòdella città; e per tenere con violenza quello statoricorseper aiuti a Filippo; e il Papaper vendicarsi della ingiuriaglidomandò a' Viniziani e a' Fiorentini.
Furono l'uno e l'altrodi costoro suvvenutitanto che subito si trovorono in Romagna duoigrossi eserciti.
Di Filippo era capitano Niccolò Piccino; legenti viniziane e fiorentine da Gattamelata e da Niccolò daTolentino erano governate; e propinque a Imola vennono a giornata;nella quale i Viniziani e Fiorentini furono rottie Niccolòda Tolentino mandato prigione al Duca; il qualeo per fraude diquelloo per dolore del ricevuto dannoin pochi giorni morì.Il Ducadopo questa vittoriao per essere debole per le passateguerreo per credere che la legaavuta questa rottaposassenonseguì altrimenti la fortunae dette tempo al Papa e icollegati di nuovo ad unirsi.
I quali elessono per loro capitano ilconte Francescoe feciono impresa di cacciare NiccolòFortebraccio delle terre della Chiesaper vedere se potevonoultimare quella guerra che in favore del Pontefice avevonocominciata.
I Romanicome e' viddono il Papa gagliardo in su ecampicercorono di aver seco accordo; e trovoronloe riceverono unsuo commissario.
Possedeva Niccolò Fortebracciointra lealtre terreTiboliMontefiasconiCittà di Castello eAscesi.
In questa terranon potendo Niccolò stare incampagnas'era rifuggitodove il Conte lo assediòe andandola obsidione in lungaperché Niccolò virilmente sidifendevaparve al Duca necessario o impedire alla lega quellavittoriao ordinarsidopo quellaa difendere le cose sua.
Volendoper tanto divertire il Conte dallo assediocomandò a NiccolòPiccino che per la via di Romagna passasse in Toscana; in modo che lalegagiudicando essere più necessario difendere la Toscanache occupare Ascesiordinò al Conte proibissi a Niccolòil passo; il quale era di giàcon lo esercito suoa Furlì.Il Conte dall'altra parte mosse con le sue genti e ne venne a Cesenaavendo lasciato a Lione suo fratello la guerra della Marca e la curadegli stati suoi.
E mentre che Piccinino cercava di passaree ilConte di impedirloNiccolò Fortebraccio assaltò Lionee con grande sua gloria prese quelloe le sue genti saccheggiò;e seguitando la vittoriaoccupòcon il medesimo impetomolte terre della Marca.
Questo fatto contristò assai ilContepensando essere perduti tutti gli stati suoie lasciato partedello esercito allo incontro di Piccininocon il restante ne andòalla volta del Fortebraccioe quello combatté e vinse; nellaqual rotta Fortebraccio rimase prigione e ferito; della quale feritamorì.
Questa vittoria restituì al Pontefice tutte leterre che da Niccolò Fortebraccio gli erano state tolteeridusse il duca di Milano a domandare pacela quale per il mezzo diNiccolò da Esti marchese di Ferrara si concluse.
Nella qualele terre occupate in Romagna dal Duca si restituirono alla Chiesaele genti del Duca si ritornorono in Lombardiae Battista da Cannetocome interviene a tutti quelli che per forze e virtù d'altrisi mantengono in uno statopartite che furono le genti del Duca diRomagnanon potendo le forze e virtù sue tenerlo in Bolognase ne fuggì; dove messer Antonio Bentivogliocapo della parteavversaritornò.

 

4

Tuttequeste cose nel tempo dello esilio di Cosimo seguirono.
Dopo la cuitornata quelli che lo avevono rimesso e tanti cittadini ingiuriatipensoronosenza alcuno rispettodi assicurarsi dello stato loro.
Ela Signoria la quale nel magistrato il novembre e decembresuccedettenon contenta a quello che da' suoi antecessori in favoredella parte era stato fattoprolungò e permutò iconfini a moltie di nuovo molti altri ne confinò; e aicittadini non tanto l'umore delle parti nocevama le ricchezzeiparentile nimicizie private.
E se questa proscrizione da il sanguefusse stata accompagnataarebbe a quella d'Ottaviano e Silla rendutosimilitudine; ancora che in qualche parte nel sangue s'intignesseperché Antonio di Bernardo Guadagni fu decapitatoe quattroaltri cittadiniintra i quali fu Zanobi Belfrategli e CosimoBarbadoriavendo passati i confinie trovandosi a VinegiaiVinizianistimando più l'amicizia di Cosimo che l'onore lorogli mandorono prigionidove furono vilmente morti.
La qual cosadette grande reputazione alla parte e grandissimo terrore a' nimiciconsiderato che sì potente republica vendesse la libertàsua a' Fiorentiniil che si credette avesse fattonon tanto perbenificare Cosimoquanto per accendere più le parti inFirenzee faremediante il sanguela divisione della cittànostra più pericolosa; perché i Viniziani non vedevanoaltra opposizione alla loro grandezzache la unione di quella.Spogliata adunque la città de' nimici o sospetti allo statosi volsono a benificare nuove gentiper fare più gagliarda laparte loro: e la famiglia degli Albertie qualunque altro si trovavaribellealla patria restituirono; tutti i Grandieccettopochissiminello ordine populare ridussono; le possessioni de'rebelli intra loro per piccolo prezzo divisono.
Apresso a questoconleggi e nuovi ordini si affortificoronoe feciono nuovi squittinitraendo delle borse i nimici e riempiendole di amici loro.
E ammunitidalla rovina degli avversariigiudicando che non bastassino glisquittini scelti a tenere fermo lo stato loropensorono che imagistrati i quali del sangue hanno autorità fussino semprede' principi della setta loro; e però vollono che gliaccoppiatori preposti alla imborsazione de' nuovi squittiniinsiemecon la Signoria vecchiaavessero autorità di creare la nuova;dettono agli Otto di guardia autorità sopra il sangue;providdono che i confinatifornito il temponon potessero tornarese prima dei Signori e Collegiche sono in numero trentasettenonse ne accordava trentaquattro alla loro restituzione; lo scrivereloro e da quelli ricevere lettere proibirono; e ogni parolaognicennoogni usanza che a quelli che governavano fusse in alcuna partedispiaciuta era gravissimamente punita.
E se in Firenze rimase alcunosospettoil quale da queste offese non fusse stato aggiuntofudalle gravezze che di nuovo ordinorono afflitto; e in poco tempoavendo cacciata e impoverita tutta la parte nimicadello stato lorosi assicurorono.
E per non mancare di aiuti di fuorie per torgli aquelli che disegnassero offenderlicon il PapaViniziani e duca diMilano a difensione degli stati si collegorono.

 

5

Standoadunque in questa forma le cose di Firenzemorì Giovannareina di Napolie per suo testamento lasciò Rinieri d'Angiòerede del Regno.
Trovavasi allora Alfonso re di Ragona in Siciliailqualeper l'amicizia aveva con molti baronisi preparava adoccupare quel regno.
I Napoletani e molti baroni favorivano Rinieriil Papa dall'altra parte non voleva né che Rinieri néche Alfonso lo occupassema desiderava che per uno suo governatoresi amministrasse.
Venne per tanto Alfonso nel Regnoe fu da il ducadi Sessa ricevuto; dove condusse al suo soldo alcuni principiconanimo (avendo Capuala quale il principe di Taranto in nome diAlfonso possedeva) di costrignere i Napoletani a fare la sua volontàe mandò l'armata sua ad assalire Gaetala quale per liNapoletani si teneva; per la qual cosa i Napoletani domandorono aiutoa Filippo.
Persuase costui i Genovesi a prendere quella impresa; iqualinon solo per sodisfare al Ducaloro principema per salvarele loro mercanzie che in Napoli e in Gaeta avevonoarmorono unapotente armata.
Alfonso dall'altra partesentendo questoringrossòla suae in persona andò allo incontro de' Genovesi; e sopral'isola di Ponzio venuti alla zuffal'armata aragonese fu rottaeAlfonsoinsieme con molti principipreso e dato da' Genovesi nellemani di Filippo.
Questa vittoria sbigottì tutti i principi chein Italia temevono la potenza di Filippoperché giudicavanoavesse grandissima occasione di insignorirsi del tutto.
Ma egli(tanto sono diverse le opinioni degli uomini) prese partito al tuttoa questa opinione contrario.
Era Alfonso uomo prudenteecome primapoté parlare a Filippogli dimostrò quanto eis'ingannava a favorire Rinieri e disfavorire luiperchéRinieridiventato re di Napoliaveva a fare ogni sforzo perchéMilano diventassi del re di Franciaper avere gli aiuti propinqui enon avere a cercare ne' suoi bisogniche gli fusse aperta la via asuoi soccorsi; né poteva altrimenti di questo assicurarsisenon con la sua rovinafacendo diventare quello stato franzese.
E cheal contrario interverrebbe quando esso ne diventassi principe;perchénon temendo altro nimico che i Franzesieranecessitato amare e carezzare enon che altroubbidire a colui chea suoi nimici poteva aprire la via; e per questo il titolo del Regnoverrebbe ad essere appresso ad Alfonsoma l'autorità e lapotenza appresso di Filippo.
Sì che molto più a lui chea sé apparteneva considerare i pericoli dell'uno partito el'utilità dell'altrose già e' non volesse piùtosto sodisfare ad uno suo appetitoche assicurarsi dello stato;perché nell'uno caso e' sarebbe principe e liberonell'altrosendo in mezzo di duoi potentissimi principio ei perderebbe lostatoo e' viverebbe sempre in sospettoe come servo arebbe adubbidire a quelli.
Poterono tanto queste parole nell'animo del Ducachemutato propositoliberò Alfonsoe onorevolmente lorimandò a Genovae di quindi nel Regno.
Il quale si transferìin Gaetala qualesubito che s'intese la sua liberazioneera stataoccupata da alcuni signori suoi partigiani.

 

6

IGenovesiveggendo come il Ducasanza avere loro rispettoavevaliberato il Ree che quello de' pericoli e delle spese loro si eraonoratoe come a lui rimaneva il grado della liberazione e a loro laingiuria della cattura e della rottatutti si sdegnorono contro aquello.
Nella città di Genovaquando la vive nella sualibertàsi crea per liberi suffragi uno capoil qualechiamano Doge non perché sia assoluto principenéperché egli solo deliberima come capo preponga quello chedai magistrati e consigli loro si debba deliberare.
Ha quella cittàmolte nobili famigliele quali sono tanto potenti che difficilmenteallo imperio de' magistrati ubbidiscono.
Di tutte l'altrela Fregosae la Adorna sono potentissime: da queste nascono le divisioni diquella cittàe che gli ordini civili si guastono; perchécombattendo intra loronon civilmentema il più delle voltecon le armiquesto principatone segue che sempre è unaparte afflitta e l'altra regge; e alcuna volta occorre che quelli chesi truovano privi delle loro dignitàalle armi forestierericorronoe quella patria che loro governare non possono alloimperio d'uno forestiero sottomettono.
Di qui nasceva e nasce chequelli che in Lombardia regnonoil più delle volte a Genovacomandonocome alloraquando Alfonso d'Aragona fu presointerveniva.
E tra i primi Genovesi che erano stati cagione disottometterla a Filippo era stato Francesco Spinula; il qualenonmolto poi che gli ebbe fatta la sua patria servacome in simili casisempre intervienediventò sospetto al Duca.
Onde che eglisdegnatosi aveva eletto quasi che uno esilio voluntario a Gaeta;dove trovandosi quando e' seguì la zuffa navale con Alfonsoed essendosi portato ne' servizi di quella impresa virtuosamentegliparve avere di nuovo meritato tanto con il Ducache potessi almenoin premio de' suoi meritistare securamente a Genova.
Ma veduto cheil Duca seguitava ne' sospetti suoiperché egli non potevacredere che quello che non aveva amato la libertà della suapatria amasse luideliberò di tentare di nuovo la fortunaead uno tratto rendere la libertà alla patriae a sé lafama e la securtàgiudicando non avere con i suoi cittadinialtro rimedio se non fare opera che donde era nata la ferita nascessila medicina e la salute.
E vedendo la indegnazione universale natacontro al Duca per la liberazione del Regiudicò che il tempofusse commodo a mandare ad effetto i disegni suoi; e comunicòquesto suo consiglio con alquanti i quali sapeva erano della medesimaopinionee gli confortò e dispose a seguirlo.

 

7

Eravenuto il celebre giorno di Santo Giovanni Batistanel qualeArisminonuovo governatore mandato da il Ducaentrava in Genova; edessendo già entrato dentroaccompagnato da Opicino vecchiogovernatore e da molti Genovesinon parve a Francesco Spinola didifferiree uscì di casa armato insieme con quelli che dellasua deliberazione erano consapevoli; e come e' fu sopra alla piazzaposta davanti alle sue casegridò il nome della libertà.Fu cosa mirabile a vedere con quanta prestezza quel popolo e quellicittadini a questo nome concorressino; tale che niuno il qualeo persua utilità o per qualunque altra cagioneamasse il Ducanonsolamente non ebbe spazio a pigliare le armima appena si potetteconsigliare della fuga.
Arisminocon alcuni Genovesi che erano seconella roccache per il Duca si guardavasi rifuggì; Opicinopresumendo poterese si rifuggiva in Palagiodove dumila armati asua ubbidienza avevao salvarsi o dare animo agli amici adefendersivoltosi a quello camminoprima che in piazza arrivassefu mortoein molte parti divisofu per tutta Genova strascinato.E ridutta i Genovesi la città sotto i liberi magistratiinpochi giorni il castello e gli altri luoghi forti posseduti da ilDuca occuporonoe al tutto da il giogo del duca Filippo siliberorono.

 

8

Questecose così governatedove nel principio avieno sbigottiti iprincipi di Italiatemendo che il Duca non diventasse troppopotentedettono loro vedendo il fine che ebbonosperanza di poteretenerlo in frenoe non ostante la lega di nuovo fattai Fiorentinie i Viniziani con i Genovesi si accordorono.
Onde che messer Rinaldodegli Albizzi e gli altri capi de' fuori usciti fiorentini vedendo lecose perturbatee il mondo avere mutato visopresono speranza dipotere indurre il Duca ad una manifesta guerra contro a Firenze; eandatine a Milanomesser Rinaldo parlò al Duca in questasentenza: - Se noigià tuoi nimicivegniamo oraconfidentemente a supplicare gli aiuti tuoi per ritornare nellapatria nostrané tu né alcuno altro che considera leumane cose come le procedonoe quanto la fortuna sia variase nedebbe maravigliare; non ostante che delle passate e delle presentiazioni nostree tecoper quello che già facemmoe con lapatriaper quello che ora facciamopossiamo avere manifeste eragionevoli scuse.
Niuno uomo buono riprenderà mai alcuno checerchi di difendere la patria suain qualunque modo se la difenda.Né fu mai il fine nostro di iniuriartima sì bene diguardare la patria nostra dalle ingiurie: di che te ne puòessere testimone chenel corso delle maggiori vittorie della leganostraquando noi ti cognoscemmo volto ad una vera pacefummo piùdesiderosi di quella che tu medesimo: tanto che noi non dubitiamo diavere mai fatto cosa da dubitare di non potere da te qualunque graziaottenere.
Né anche la patria nostra si può dolere chenoi ti confortiamo ora a pigliare quelle armi contro a di leidallequali con tanta ostinazione la difendemmo; perché quellapatria merita di essere da tutti i cittadini amata la qualeugualmente tutti i suoi cittadini amanon quella cheposposti tuttigli altripochissimi ne adora.
Né sia alcuno che danni learmi in qualunque modo contro alla patria mosseperché lecittà ancora che sieno corpi mistihanno con i corpi semplicisomiglianzae come in questi nascono molte volte infirmitàche sanza il fuoco o il ferro non si possono sanarecosì inquelle molte volte surge tanti inconvenienti che uno pio e buonocittadinoancora che il ferro vi fusse necessariopeccherebbe moltopiù a lasciarle incurate che a curarle.
Quale adunque puoteessere malattia maggiore ad uno corpo d'una republica che la servitù?quale medicina è più da usare necessaria che quella cheda questa infirmità la sullevi? Sono solamente quelle guerregiuste che sono necessariee quelle armi sono pietose dove non èalcuna speranza fuora di quelle.
Io non so quale necessità siamaggiore che la nostrao quale pietà possa superare quellache tragga la patria sua di servitù: è certissimo pertanto la causa nostra essere piatosa e giusta; il che debbe essere eda noi e da te considerato.
Né per la parte tua questagiustizia manca; perché i Fiorentini non si sono vergognatidopo una pace con tanta solennità celebrataessersi con iGenovesi tuoi ribelli conlegati: tanto chese la causa nostra non timuoveti muova lo sdegno.
E tanto più veggendo la impresafacile: perché non ti debbono sbigottire i passati esemplidove tu hai veduto la potenza di quel popolo e la ostinazione alladifesa; le quali due cose ti doverrebbono ragionevolmente ancora faretemerequando le fussino di quella medesima virtù che allora:ma ora tutto il contrario troverrai: perché quale potenza vuoitu che sia in una città che abbia da sé nuovamentescacciato la maggiore parte delle sue ricchezze e della suaindustria? quale ostinazione vuoi tu che sia in uno popolo per sìvarie e nuove nimicizie disunito? La quale disunione è cagioneche ancora quelle ricchezze che vi sono rimase non si possonoinquel modo che allora si potevonospendere; perché gli uominivolentieri consumono il loro patrimonioquando ei veggono per lagloriaper l'onore e stato loro proprio consumarlosperando quellobene racquistare nella paceche la guerra loro toglienon quandougualmentenella guerra e nella pacesi veggono opprimereavendonell'una a sopportare la ingiuria degli nimicinell'altra lainsolenzia di coloro che gli comandano.
E ai popoli nuoce molto piùl'avarizia de' suoi cittadini che la rapacità degli nimici;perché di questa si spera qualche volta vedere il finedell'altra non mai.
Tu movevi adunque le arminelle passate guerrecontro a tutta una cittàora contro ad una minima parte diessa le muovi; venivi per torre lo stato a molti cittadini e buoniora vieni per torlo a pochi e tristi; venivi per torre la libertàad una cittàora vieni per rendergliene.
E non èragionevole chein tanta disparità di cagionine seguinopari effetti; anzi è da sperarne una certa vittoria.
La qualedi quanta fortezza sia allo stato tuo facilmente lo puoi giudicareavendo la Toscana amica e per tale e tanto obligo obligatadellaquale più nelle imprese tue ti varrai che di Milanoe dovealtra volta quello acquisto sarebbe stato giudicato ambizioso eviolentoal presente sarà giusto e pietoso existimato.
Nonlasciare per tanto passare questa occasionee pensa che se le altretue imprese contro a quella città ti partorironocondifficultàspesa e infamiaquesta ti abbiacon facilitàutile grandissimo e fama onestissima a parturire.

 

9

Nonerano necessarie molte parole a persuadere al Duca che movesse guerraa' Fiorentiniperché era mosso da uno ereditario odio e unacieca ambizionela quale così gli comandava; e tanto piùsendo spinto dalle nuove ingiurieper lo accordo fatto con iGenovesi.
Non di meno le passate spesei corsi pericolicon lamemoria delle fresche perditee le vane speranze de' fuori usciti losbigottivano.
Aveva questo Ducasubito che gl'intese la ribellionedi Genovamandato Niccolò Piccinocon tutte le sue gentid'arme e quelli fanti che potette del paese ragunareverso quellacittàper fare forza di recuperarla prima che i cittadiniavessino fermo lo animo e ordinato il nuovo governoconfidandosiassai nel castelloche dentroin Genovaper lui si guardava.
Ebenché Niccolò cacciassi i Genovesi d'in su e monti etogliessi loro la valle di Pozeveridove si erano fatti fortiequegli avessi ripinti dentro alle mura della cittànon dimeno trovò tanta difficultà nel passare piùavantiper gli ostinati animi de' cittadini a difendersiche fuconstretto da quella discostarsi.
Onde il Ducaalle persuasionidegli usciti fiorentinigli comandò che assalisse la Rivieradi levantee facessipropinquo a' confini di Pisaquanta maggioreguerra nel paese genovese potevapensando che quella impresa gliavesse a mostrare di tempo in tempo i partiti che dovessi prendere.Assaltò adunque Niccolò Serezanae quella prese.
Dipoifatti di molti danniper fare più insospettire iFiorentinise ne venne a Lucca dando voce di volere passareper irenel Regnoagli aiuti del re di Raona.
Papa Eugenioin su questinuovi accidentipartì di Firenzee ne andò a Bologna;dove trattava nuovi accordi infra il Duca e la legamostrando alDuca chequando e' non consentisse allo accordosarebbe diconcedere alla lega il conte Francesco necessitatoil quale allorasuo confederatosotto gli stipendi suoi militava.
E benché ilPontefice in questo si affaticasse assainon di meno invano tutte lesue fatiche riuscirono; perché il Duca sanza Genova non volevaaccordarsie la lega voleva che Genova restasse libera.
E per ciòciaschedunodiffidandosi della pacesi preparava alla guerra.

 

10

Venutoper tanto Niccolò Piccino a Luccai Fiorentini di nuovimovimenti dubitoronoe feciono cavalcare con le loro genti nel paesedi Pisa Neri di Ginoe da il Pontefice impetrorono che 'l conteFrancesco si accozzasse con secoe con lo esercito loro feciono altoa Santa Gonda.
Piccininoche era a Luccadomandava il passo per irenel Regno; ed essendogli dinegatominacciava di prenderlo per forza.Erano gli eserciti e di forze e di capitani ugualie per ciònon volendo alcuno di loro tentare la fortuna sendo ancora ritenutidalla stagione freddaperché di dicembre eramolti giornisanza offendersi dimororono.
Il primo che di loro si mosse fu NiccolòPiccinoal quale fu mostro chese di notte assalisse Vico Pisanofacilmente lo occuperebbe.
Fece Niccolò la impresa; e non gliriuscendo occupare Vicosaccheggiò il paese allo intornoeil borgo di San Giovanni alla Vena rubò e arse.
Questaimpresaancora che la riuscisse in buona parte vanadette non dimeno animo a Niccolò di procedere più avantiavendomassimamente veduto che il Conte e Neri non si erano mossi; e per ciòassalì Santa Maria in Castello e Filettoe vinsegli.
Néper questo ancora le genti fiorentine si mossono; non perchéil Conte temessima perché in Firenze dai magistrati non siera ancora deliberata la guerraper la reverenzia che si aveva alPapail quale trattava la pace.
E quello che per prudenza iFiorentini facevano credendo i nimici che per timore lo facessinodava loro più animo a nuove imprese; in modo che deliberoronoespugnare Bargae con tutte le forze vi si presentorono.
Questonuovo assalto fece che i Fiorentiniposti da parte i rispettinonsolamente di soccorrere Bargama di assalire il paese lucchesedeliberorono.
Andato per tanto il Conte a trovare Niccolòeappiccata sotto Barga la zuffalo vinse e quasi che rotto lo levòda quello assedio.
I Vinizianiin questo mezzoparendo loro che ilDuca avesse rotta la pacemandorono Giovan Francesco da Gonzagaloro capitanoin Ghiaradadda; il qualedannificando assai il paesedel Ducalo constrinse a rivocare Niccolò Piccino di Toscana.La quale rivocazioneinsieme con la vittoria avuta contro a Niccolòdette animo a' Fiorentini di fare la impresa di Lucca e speranza diacquistarla.
Nella quale non ebbono paura né rispetto alcunoveggendo il Ducail quale solo temevonocombattuto da i Vinizianie che i Lucchesiper avere ricevuto in casa i nimici loro e permessogli assalissinonon si potevono in alcuna parte dolere.

 

11

Diaprile per tantonel 1437il Conte mosse lo esercitoe prima che iFiorentini volessino assalire altrivollono recuperare il loro; eripresono Santa Maria in Castello e ogni altro luogo occupato daPiccinino.
Di poivoltisi sopra il paese di LuccaassalironoCamaiore; gli uomini della qualebenché fedeli a' suoisignoripotendo in loro più la paura del nimico apresso chela fede dello amico discostosi arrenderono.
Presonsi con lamedesima reputazione Massa e Serezana.
Le quali cose fattecirca ilfine di maggioil campo tornò verso Luccae le biade tutte ei grani guastoronoarsono le villetagliorono le viti e gli arboripredorono il bestiamené a cosa alcuna che fare contro animici si suole o puote perdonorono.
I Lucchesi dall'altra parteveggendosi da il Duca abbandonatidisperati di potere difendere ilpaeselo avieno abbandonato; e con ripari e ogni altro opportunorimedio affortificorono la cittàdella quale non dubitavanoper averla piena di defensori e poterla un tempo difenderenel qualesperavanomossi dallo esemplo delle altre imprese che i Fiorentiniavevano contro a di loro fatte.
Solo temevono i mobili animi dellaplebela qualeinfastidita dallo assedionon stimassi più ipericoli propri che la libertà d'altrie gli forzasse aqualche vituperoso e dannoso accordo.
Onde cheper accenderla alladifesala ragunorono in piazzae uno de' più antichi e de'più savi parlò in questa sentenza: - Voi dovete sempreavere inteso che delle cose fatte per necessità non se nedebbe né puote loda o biasimo meritare.
Per tantose voi ciaccusassicredendo che questa guerra che ora vi fanno i Fiorentininoi ce la avessimo guadagnata avendo ricevute in casa le genti delDuca e permesso che le gli assalisserovoi di gran lunga viinganneresti.
E' vi è nota l'antica nimicizia del popolofiorentino verso di voila qualenon le vostre ingiurienon lapaura loro ha causatama sì bene la debolezza vostra e laambizione loro; perché l'una dà loro speranza dipotervi opprimerel'altra gli spigne a farlo.
Né crediate chealcuno merito vostro gli possa da tale desiderio rimuoverenéalcuna vostra offesa gli possa ad ingiuriarvi più accendere.Eglino per tanto hanno a pensare di torvi la libertàvoi didifenderla; e delle cose che quelli e noi a questo fine facciamociascuno se ne può dolere e non maravigliare.
Doliamoci pertanto che ci assaltino che ci espugnino le terreche ci ardino lecase e guastino il paese; ma chi è di noi sì scioccoche se ne maravigli? perchése noi potessimonoi faremmoloro il simile o peggio.
E s'eglino hanno mossa questa guerra per lavenuta di Niccolòquando bene e' non fusse venutol'arebbonomossa per un'altra cagione; e se questo male si fusse differitoe'sarebbe forse stato maggiore.
Sì che questa venuta non sidebba accusarema più tosto la cattiva sorte nostra el'ambiziosa natura loro; ancora che noi non possavamo negare al Ducadi non ricevere le sue genti evenute che le eranonon possavamotenerle che le non facessino la guerra.
Voi sapete che sanza lo aiutodi uno potente noi non ci possiamo salvarené ci èpotenza che con più fede o con più forza ci possadifendere che il Duca: egli ci ha renduta la libertàegli èragionevole che ce la mantenga; egli a' perpetui nimici nostri èstato sempre nimicissimo.
Se adunqueper non ingiuriare iFiorentininoi avessimo fatto sdegnare il Ducaaremmo perduto loamico e fatto il nimico più potente e più pronto allanostra offesa.
Sì che gli è molto meglio avere questaguerra con lo amore del Ducachecon l'odiola pace; e dobbiamosperare che ci abbi a trarre di quelli pericoli ne' quali ci hamessopure che noi non ci abbandoniamo.
Voi sapete con quanta rabbiai Fiorentini più volte ci abbino assaltatie con quantagloria noi ci siamo difesi da loro: e molte volte non abbiamo avutoaltra speranza che in Dio e nel tempo; e l'uno e l'altro ci haconservati.
E se allora ci difendemmoqual cagione è che oranoi non ci dobbiamo defendere? Allora tutta Italia ci aveva lorolasciati in preda; ora abbiamo il Duca per noie dobbiamo credereche i Viniziani saranno lenti alle nostre offesecome quelli aiquali dispiace che la potenza de' Fiorentini accresca.
L'altra voltai Fiorentini erano più scioltie avieno più speranzadi aiutie per loro medesimi erano più potenti; e noi savamoin ogni parte più deboliperché allora noi defendavamouno tiranno ora difendiamo noi; allora la gloria della difesa era dialtriora è nostra; allora questi ci assaltavano unitioradisuniti ci assaltanoavendo piena di loro rebegli tutta Italia.
Maquando queste speranze non ci fussinoci debbe fare ostinati alledifese una ultima necessità.
Ogni nimico debbe essere da voiragionevolmente temutoperché tutti vorranno la gloria loro ela rovina vostra; ma sopra tutti gli altri ci debbono i Fiorentinispaventareperché a loro non basterebbe la ubbidienza e itributi nostri con lo imperio di questa nostra cittàmavorrebbono le persone e le sustanze nostreper potere con il sanguela loro crudeltàe con la roba la loro avarizia saziare: inmodo che ciaschedunodi qualunque sortegli debbe temere.
E perònon vi muovino vedere guastati i vostri campiarse le vostre villeoccupate le vostre terre; perchése noi salviamo questacittàquelle di necessità si salveranno; se noi laperdiamoquelle sanza nostra utilità si sarebbono salvate;perchémantenendoci liberile può con difficultàil nimico nostro possedere; perdendo la libertànoi invano lepossederemmo.
Pigliate adunque le armie quando voi combattetepensate il premio della vittoria vostra essere la salutenon solodella patriama delle case e de' figliuoli vostri -.
Furono l'ultimeparole di costui da quel popolo con grandissima caldezza d'animoricevutee unitamente ciascuno promisse morire prima cheabbandonarsi o pensare ad accordo che in alcuna parte maculasse laloro libertà.
E ordinorono infra loro tutte quelle cose chesono per difendere una città necessarie.

 

12

Loesercito de' Fiorentiniin quel mezzonon perdeva tempoe dopomoltissimi danni fatti per il paeseprese a patti Monte Carlo; dopolo acquisto del quale si andò a campo a Nozano: acciòche i Lucchesistretti da ogni partenon potessero sperare aiuti eper fame constrettisi arrendessero.
Era il castello assai forte eripieno di guardiain modo che la espugnazione di quello non fu comele altre facile.
I Lucchesicome era ragionevolevedendosistrignerericorsono al Ducae a quello con ogni termine e dolce easpro si raccomandorono; e ora nel parlare mostravano i meriti loroora le offese de' Fiorentini; e quanto animo si darebbe agli altriamici suoi difendendoglie quanto terrore lasciandogli indifesiese e' perdevonocon la libertàla vitaegli perdevacongli amicil'onoree la fede con tutti quelli che mai per suo amoresi avessero ad alcuno pericolo a sottomettereaggiugnendo alleparole le lagrimeacciò chese l'obligo non lo movevalomovesse la compassione.
Tanto che il Ducaavendo aggiunto all'odioantico de' Fiorentini l'obligo fresco de' Lucchesie sopra tuttodesideroso che i Fiorentini non crescessino in tanto acquistodeliberò mandare grossa gente in Toscanao assaltare contanta furia e Vinizianiche i Fiorentini fussino necessitatilasciare le imprese loro per soccorrere quelli.

 

13

Fattaquesta deliberaziones'intese subito a Firenze come il Duca siordinava a mandare gente in Toscanail che fece a' Fiorentinicominciare a perdere la speranza della loro impresae perchéil Duca fusse occupato in Lombardiasollecitavano i Viniziani astrignerlo con tutte le forze loro.
Ma quelli ancora si trovavanoimpauritiper averli il marchese di Mantova abbandonatied essereito a' soldi del Duca; e peròtrovandosi come disarmatirispondevono non poterenon che ingrossaremantenere quella guerrase non mandavano loro il conte Francescoche fusse capo del loroesercitoma con patto che si obligasse a passare con la persona ilPo.
Né volevono stare alli antichi accordi dove quello non eraobligato a passarloperché senza capitano non volevono fareguerrané potevono sperare in altro che nel Conte; e delConte non si potevono valerese non si obligava a far la guerra inogni loco.
A' Fiorentini pareva necessario che la guerra si facessein Lombardia gagliarda; dall'altro cantorimanendo sanza il Contevedevono la impresa di Lucca rovinata; e ottimamente cognoscevanoquesta domanda essere fatta da' Vinizianinon tanto per necessitàavessino del Contequanto per sturbare loro quello acquisto.Dall'altra parte il Conte era per andare in Lombardia ad ogni piaceredella lega; ma non voleva alterare lo obligocome quello chedesiderava non si privare di quella speranza quale aveva delparentado promissogli dal Duca.
Erano adunque i Fiorentini distrattida due diverse passionie da la voglia di avere Luccae dal timoredella guerra con il Duca.
Vinse non di menocome sempre intervieneil timore; e furono contenti che il Contevinto Nozanoandasse inLombardia.
Restavaci ancora un'altra difficultàla qualepernon essere in arbitrio de' Fiorentini il comporladette loro piùpassionee più gli fece dubitare che la prima; perchéil Conte non voleva passare il Poe i Viniziani altrimenti non loaccettavono.
Né si trovando modo ad accordarli cheliberalmente l'uno cedesse all'altropersuasono i Fiorentini alConte che si obligasse a passare quel fiume per una lettera chedovesse alla Signoria di Firenze scriveremostrandogli che questapromessa privata non rompeva i patti publicie come e' poteva poifare sanza passarlo; e ne seguirebbe questo commodoche i Vinizianiaccesa la guerraerano necessitati seguirla; di che ne nascerebbe ladiversione di quello umore che temevano.
E a' Viniziani dall'altraparte mostrorono che questa lettera privata bastava ad obligarloeper ciò fussino contenti a quella; perchédove eipotevono salvare il Conte per i rispetti che gli aveva al suoceroera bene farlo; e che non era utile a lui né a loro sanzamanifesta necessità scoprirlo.
E così per questa via sideliberò la passata in Lombardia del Conteil qualeespugnato Nozanoe fatte alcune bastie intorno a Lucca per tenere iLucchesi strettie raccomandata quella guerra a commissari passòl'Alpi e ne andò a Reggiodove i Vinizianiinsospettiti de'suoi progressiavanti ad ogni altra cosaper scoprire l'animo suolo richiesono che passasse il Po e con le altre loro genti sicongiugnessi.
Il che fu al tutto da il Conte denegatoe intra AndreaMauroceno mandato da' Vinizianie lui furono ingiuriose paroleaccusando l'uno l'altro di assai superbia e poca fedee fatti fraloro assai protestil'uno di non essere obligato al serviziol'altro al pagamentose ne tornò il Conte in Toscanaequell'altro a Vinegia.
Fu il Conte alloggiato nel paese di Pisa; esperavano potere indurlo a rinnovare la guerra ai Lucchesi.
A che nonlo trovorono disposto; perché il Ducainteso che perreverenza di lui non aveva voluto passare il Po pensò dipotere ancoramediante luisalvare i Lucchesi; e lo pregòche fusse contento fare accordo infra i Lucchesi e i Fiorentini eincludervi ancora lui potendodandogli speranza di fare a sua postale nozze della figliuola.
Questo parentado moveva forte il Conteperché speravamediante quellonon avendo il Duca figliuolimaschipotersi insignorire di Milano; e per ciò sempre a'Fiorentini tagliava le pratiche della guerrae affermava non essereper muoversise i Viniziani non gli osservavano il pagamento e lacondotta; né il pagamento solo gli bastavaperchévolendo vivere securo degli stati suoigli conveniva avere altroappoggio che i Fiorentini.
Per tantose dai Viniziani eraabbandonatoera necessitato pensare a' suoi fatti; e destramenteminacciava di accordarsi con il Duca.

 

14

Questegavillazioni e questi inganni dispiacevano a' Fiorentini grandementeperché vedevano la impresa di Lucca perdutae di piùdubitavano dello stato loroqualunque volta il Conte e il Ducafussino insieme.
E per ridurre i Viniziani a mantenere la condotta alConteCosimo de' Medici andò a Vinegiacredendo con lareputazione sua muovergli.
Dove nel loro senato lungamente questamateria disputòmostrando in quali termini si trovava lostato di Italiaquante erano le forze del Ducadove era lareputazione e la potenza delle armie concluse chese al Duca siaggiugneva il Conteeglino ritornerebbono in mare e lorodisputerebbono della loro libertà.
A che fu da' Vinizianirisposto che cognoscevano le forze loro e quelle degli Italianiecredevono potere in ogni modo difendersiaffermando non essereconsueti di pagare i soldati che servissero altri; per tantopensassero i Fiorentini di pagare il Contepoi ch'eglino eranoserviti da lui; e come gli era più necessarioa voleresecuramente godersi gli stati loroabbassare la superbia del Conteche pagarloperché gli uomini non hanno termini nellaambizione loroe se ora fusse pagato sanza serviredomanderebbepoco di poi una cosa più disonesta e più pericolosa.Per tanto a loro pareva necessario porre qualche volta freno allainsolenzia suae non la lasciare tanto crescere che la diventasseincorrigibile; e se pure loroo per timore o per altra vogliase lovolessino mantenere amicolo pagassino.
Ritornossi adunque Cosimosanza altra conclusione.
Non di meno i Fiorentini facevano forza alConte perché non si spiccasse dalla legail quale ancora malvolentieri se ne partiva; ma la voglia di concludere il parentado loteneva dubiotale che ogni minimo accidentecome intervennelopoteva fare deliberare.
Aveva il Conte lasciato a guardia di quellesue terre della Marca il Frullanouno de' suoi primi condottieri.Costui fu tanto dal Duca instigato che rinunziò al soldo delConte e accostossi con lui; la qual cosa fece che il Contelasciatoogni rispettoper paura di séfece accordo con il Duca; eintra gli altri patti furono che delle cose di Romagna e di Toscananon si travagliasse.
Dopo tale accordoil Conte con instanziapersuadeva a' Fiorentini che si accordassero con i Lucchesi; e inmodo a questo gli strinsecheveggendo non avere altro rimediosiaccordorono con quellinel mese di aprilel'anno 1438.
Per il qualeaccordo a' Lucchesi rimase la loro libertàe a' FiorentiniMonte Carlo e alcune altre loro castella.
Di poi riempierono conlettere piene di rammarichii tutta Italiamostrando chepoi cheIddio e gli uomini non avieno voluto che i Lucchesi venissero sottolo imperio loroavevono fatto pace con quelli.
E rade volte occorreche alcuno abbia tanto dispiacere di avere perdute le cose suequanto ebbono allora i Fiorentini per non avere acquistato quelled'altri.

 

15

Inquesti tempibenché i Fiorentini fussero in tanta impresaoccupatidi pensare a' loro vicini e di adornare la loro cittànon mancavano.
Era morto come aviamo dettoNiccolòFortebraccioa cui era una figlia del conte di Poppi maritata.Costuialla morte di Niccolòaveva il Borgo a San Sepolcro ele fortezze di quella terra nelle mani e in nome del generoviventequellole comandava.
Di poi dopo la morte di quellodiceva per ladote della sua figliuola possederlae al Papa non voleva concederla;il quale come beni occupati alla Chiesa la domandavain tanto chemandò il Patriarca con le genti sue allo acquisto di essa.
IlConteveduto non potere sostenere quello impetoofferse quellaterra a' Fiorentinie quelli non la vollono.
Masendo il Paparitornato in Firenzesi intromissono intra lui e il Conte peraccordargli; e trovandosi nello accordo difficultàilPatriarca assaltò il Casentinoe prese Prato Vecchio eRomenae medesimamente le offerse ai Fiorentini; i quali ancora nonle vollono accettarese il Papa non acconsentiva che le potessinorendere al Conte.
Di che fu il Papadopo molte disputecontento; mavolle che i Fiorentini gli promettessero di operare con il conte diPoppi che il Borgo gli restituisse.
Fermo dunque per questa via loanimo del Papaparve a' Fiorentinisendo il tempio cattedrale dellaloro cittàchiamato Santa Reparata (la cui edificazione moltotempo innanzi si era cominciata) venuto a termine che vi si potevonoi divini offizi celebraredi richiederlo che personalmente loconsecrasse.
A che il Papa volentieri acconsentìe permaggiore magnificenza della città e del tempioe per piùonore del Ponteficesi fece un palco da Santa Maria Novelladove ilPapa abitavainfino al tempio che si doveva consecrare di larghezzadi quattro e di altezza di dua bracciacoperto tutto di sopra ed'attorno di drappi ricchissimiper il quale solo il Pontefice conla sua corte venneinsieme con quelli magistrati della cittàe cittadini i quali ad accompagnarlo furono deputati: tutta l'altracittadinanza e popolo per la viaper le case e nel tempio a vedertanto spettacolo si ridussono.
Fatte adunque tutte le cerimonie chein simile consecrazione si sogliono fareil Papaper mostrare segnodi maggiore amoreonorò della cavalleria Giuliano Davanzatiallora gonfaloniere di giustizia e di ogni tempo riputatissimocittadino; al quale la Signoriaper non parere meno del Papaamorevoleil capitanato di Pisa per un anno concesse.

 

16

Eranoin questi medesimi tempiintra la Chiesa romana e la greca alcunedifferenzetanto che nel divino culto non convenivano in ogni parteinsieme; ed essendosi nell'ultimo conciliofatto a Basileaparlatoassaiper i prelati della Chiesa occidentalesopra questa materiasi deliberò che si usassi ogni diligenzia perché loImperadore e i prelati greci nel concilio a Basilea convenisseroperfare pruova se si potessino con la romana Chiesa accordare.
E benchéquesta deliberazione fusse contro alla maiestà dello imperiogrecoe alla superbia de' suoi prelati il cedere al Romano Ponteficedispiacessenon di menosendo oppressi dai Turchie giudicando perloro medesimi non potere defendersiper potere con piùsecurtà agli altri domandare aiutideliberorono cedere.
Ecosì lo Imperadoreinsieme con il Patriarca e altri prelati ebaroni greciper esseresecondo la deliberazione del ConcilioaBasileavennono a Vinegia; masbigottiti dalla pestedeliberoronoche nella città di Firenze le loro differenzie siterminassero.
Ragunati adunquepiù giorninella chiesacattedraleinsieme i romani e greci prelatidopo molte e lunghedisputazionii greci cederonoe con la Chiesa e Pontefice Romano siaccordorono.

 

17

Seguitache fu la pace intra i Lucchesi e i Fiorentinie intra il Duca e ilContesi credeva che facilmente si potessero l'armi di Italiaemassimamente quelle che la Lombardia e la Toscana infestavanoposare; perché quelle che nel regno di Napoli intra Rinatod'Angiò e Alfonso d'Aragona erano mosseconveniva che per larovina d'uno de' dua si posassero.
E benché il Papa restassemalcontento per avere molte delle sue terre perdutee che sicognoscesse quanta ambizione era nel Duca e ne' Vinizianinon dimeno si stimava che il Papa per necessitàe gli altri perstracchezzadovessero fermarsi.
Ma la cosa procedette altrimentiperché né il Duca né i Viniziani quietorono;donde ne seguì che di nuovo si ripresono le armie laLombardia e la Toscana di guerra si riempierono.
Non poteva lo alteroanimo del Duca che i Viniziani possedessero Bergamo e Bresciasopportaree tanto più veggendoli in su l'armi e ogni giornoil suo paese in molte parti scorrere e perturbare; e pensava poterenon solamente tenergli in frenoma riacquistare le sue terrequalunque volta da il Papadai Fiorentini e dal Conte ei fusseroabbandonati.
Per tanto egli disegnò di torre la Romagna alPontefice giudicando cheavuta quellail Papa non lo potrebbeoffenderee i Fiorentiniveggendosi il fuoco appressoo eglino nonsi moverebbono per paura di loroo se si movessinonon potrebbonocommodamente assalirlo.
Era ancora noto al Duca lo sdegno de'Fiorentini per le cose di Luccacontro a' Viniziani e per questo gligiudicava meno pronti a pigliare l'armi per loro.
Quanto al conteFrancescocredeva che la nuova amiciziala speranza del parentadofussero per tenerlo fermo; e per fuggire carico e dare meno cagione aciascuno di muoversimassimamente non potendoper i capituli fatticon il Contela Romagna assalireordinò che NiccolòPiccinocome se per sua propria ambizione lo facesseentrasse inquella impresa.
Trovavasi Niccolòquando lo accordo infra ilDuca e il Conte si fecein Romagna; e d'accordo con il Ducamostròdi essere sdegnato per la amiciza fatta intra lui e il Conte suoperpetuo nimico; e con le sue genti si ridusse a Camurataluogointra Furlì e Ravennadove si affortificòcome selungamentee infino che trovasse nuovo partitovi volessi dimorare.Ed essendo per tutto sparta di questo suo sdegno la famaNiccolòfece intendere al Pontefice quanti erano i suoi meriti verso il Ducae quale fusse la ingratitudine sua; e come egli si dava ad intendereper averesotto i duoi primi capitaniquasi tutte l'armi di Italiadi occuparla; ma se Sua Santità voleva dei duoi capitani chequello si persuadeva avere poteva fare che l'uno gli sarebbe nimico el'altro inutileperché se lo provedeva di danari e lomanteneva in su l'armiassalirebbe gli stati del Conte che glioccupava alla Chiesa in modo cheavendo il Conte a pensare a' casiproprinon potrebbe alla ambizione di Filippo suvvenire.
Credette ilPapa a queste paroleparendogli ragionevoli; e mandò cinquemila ducati a Niccolòe lo riempié di promesseofferendo stati a lui e a' figliuoli.
E benché il Papa fusseda molti avvertito dello ingannonol credevané poteva udirealcuno che dicesse il contrario.
Era la città di Ravenna daOstasio da Polenta per la Chiesa governata.
Niccolòparendogli tempo da non differire più la impresa suaperchéFrancesco suo figliuolo avevacon ignominia del PapasaccheggiatoSpuletodeliberò di assaltare Ravennao perchégiudicasse quella impresa più facileo perché gliavessi con Ostasio secretamente intelligenzia; e in pochi giornipoiche l'ebbe assalitaper accordo la prese.
Dopo il quale acquistoBolognaImola e Furlì da lui furono occupate.
E quello che fupiù maraviglioso è che di venti rocchele quali inquelli stati per il Pontefice si guardavanonon ne rimase alcuna chenella potestà di Niccolò non venisse.
Né glibastò con questa ingiuria avere offeso il Ponteficeche lovolle ancora con le parolecome egli aveva fatto con i fattisbeffare; e scrisse avergli occupate le terre meritamentepoi chenon si era vergognato avere voluto dividere una amicizia quale erastata intra il Duca e luie avere ripiena Italia di lettere chesignificavano come egli aveva lasciato il Duca e accostatosi a'Viniziani.

 

18

OccupataNiccolò la Romagnalasciò quella in guardia aFrancesco suo figliuoloed eglicon la maggiore parte delle suegentise ne andò in Lombardia.
E accozzatosi con il restantedelle genti duchescheassalì il contado di Bresciae tuttoin brieve tempo lo occupò: di poi pose lo assedio a quellacittà.
Il Ducache desiderava che i Viniziani gli fusserolasciati in predacon il Papacon i Fiorentini e con il Conte siscusavamostrando che le cose fatte da Niccolò in Romagnasele erano contro a' capitolierano ancora contro a sua voglia; e persecreti nunzi faceva intendere loro che di questa disubbidienzacomeil tempo e la occasione lo patissene farebbe evidentedemostrazione.
I Fiorentini e il Conte non gli prestavano fede; macredevonocome la verità erache queste armi fussero mosseper tenergli a badatanto che potesse domare i Viniziani.
I qualipieni di superbiacredendosi potere per loro medesimi resistere alleforze del Ducanon si degnavono di domandare aiuto ad alcunoma conGattamelata loro capitano la guerra facevano.
Desiderava il conteFrancescocon il favor de' Fiorentiniandare al soccorso del reRinatose gli accidenti di Romagna e di Lombardia non lo avessinoritenuto; e i Fiorentini ancora lo arieno volentieri favoritoperl'antica amicizia tenne sempre la loro città con la casa diFrancia; ma il Duca arebbe i suoi favori volti ad Alfonsoper laamicizia aveva contratta seco nella presura sua.
Ma l'uno e l'altrodi costorooccupati nelle guerre propinquedalle imprese piùlonginque si astennono.
I Fiorentini adunqueveggendo la Romagnaoccupata dalle forze del Ducae battere i Vinizianicome quelli chedalla rovina d'altri temono la loropregorono il Conte che venissein Toscanadove si esaminerebbe quello fussi da fare per opporsialle forze del Ducale quali erano maggiori che mai per lo adietrofussero state; affermando chese la insolenzia sua in qualche modonon si frenavaciascuno che teneva stati in Italia in poco tempo nepatirebbe.
Il Conte conosceva il timore de' Fiorentini ragionevolenon di meno la voglia aveva che il parentado fatto con il Ducaseguisse lo teneva sospeso; e quel Ducache cognosceva questo suodesideriogliene dava speranze grandissimequando non gli movessel'armi contro.
E perché la fanciulla era già da potersicelebrare le nozzepiù volte condusse la cosa in termine chesi feciono tutti gli apparati convenienti a quelle: di poicon variegavillazioniogni cosa si risolveva.
E per fare crederlo meglio alConteaggiunse alle promesse le opere; e gli mandò trentamila fiorinii qualisecondo i patti del parentadogli dovevadare.

 

19

Nondi meno la guerra di Lombardia cresceva; e i Viniziani ogni dìperdevano nuove terre; e tutte le armate che eglino avevano messe perquelle fiumare erano state dalle genti ducali vinteil paese diVerona e di Brescia tutto occupatoe quelle due terre in modostretteche poco tempo potevonosecondo la comune opinionemantenersi; il marchese di Mantovail quale era molti anni statodella loro repubblica condottierefuora d'ogni loro credenza gliaveva abbandonati ed erasi accostato al Duca: tanto che quello chenel principio della guerra non lasciò loro fare la superbiafece loro farenel progresso di quellala paura.
Perchécognosciuto non avere altro rimedio che l'amicizia de' Fiorentini edel Contecominciorono a domandarla; benché vergognosamente epieni di sospettoperché temevono che i Fiorentini nonfacessino a loro quella risposta che da loro avevono nella impresa diLucca e nelle cose del Conte ricevuta.
Ma gli trovorono piùfacili che non speravano e che per li portamenti loro non avevonomeritato: tanto più potette in ne' Fiorentini l'odio delloantico nimicoche della vecchia e consueta amicizia lo sdegno.
Eavendo più tempo innanzi cognosciuto la necessità nellaquale dovevano venire i Vinizianiavevano dimostro al Conte come larovina di quelli sarebbe la rovina suae come egli s'ingannava secredeva che il duca Filippo lo stimasse più nella buona chenella cattiva fortunae come la cagione per che gli aveva promessala figliuola era la paura aveva di lui.
E perché quelle coseche la necessità fa promettere fa ancora osservareeranecessario che mantenessi il Duca in quella necessità; il chesanza la grandezza de' Viniziani non si poteva fare.
Per tanto eglidoveva pensare chese i Viniziani fussino constretti ad abbandonarelo stato di terragli mancherieno non solamente quelli commodi cheda loro egli poteva trarre ma tutti quelli ancora che da altriperpaura di loroegli potessi avere.
E se considerava bene gli stati diItaliavedrebbe quale essere poveroquale suo nimico: né iFiorentini soli eranocome egli più volte aveva dettosuffizienti a mantenerlo; sì che per lui da ogni parte sivedeva farsi il mantenere potenti in terra i Viniziani.
Questepersuasioniaggiunto allo odio aveva concetto il Conte con il Ducaper parergli essere stato in quel parentado sbeffato lo fecionoacconsentire allo accordo: né per ciò si volle perallora obligare a passare il fiume del Po.
I quali accordi difebraionel 1438si fermorono: dove i Viniziani a' duo terziiFiorentini al terzo della spesa concorsono; e ciascheduno si obligòa sue spesegli stati che il Conte aveva nella Marca a difendere.
Néfu la lega a queste forze contenta; perché a quelle il signoredi Faenzai figliuoli di messer Pandolfo Malatesti da Rimino ePietrogiampaulo Orsino aggiunsono; e benché con promessegrandi il marchese di Mantova tentasseronon di meno dall'amicizia estipendi del Duca rimuovere non lo posserono; e il signore di Faenzapoi che la lega ebbe ferma la sua condottatrovando migliori pattisi rivolse al Duca; il che tolse la speranza alla lega di poterepresto espedire le cose di Romagna.

 

20

Erain questi tempi la Lombardia in questi travagliche Brescia dallegenti del Duca era assediata in modo che si dubitava che ciascun dìper la fame si arrendessee Verona ancora era in modo stretta che sene temeva il medesimo finee quando una di queste due cittàsi perdesserosi giudicavano vani tutti gli altri apparati allaguerrae le spese infino allora fatte essere perdute.
Né visi vedeva altro più certo rimedio che fare passare il conteFrancesco in Lombardia.
A questo erano tre difficultà: l'unadisporre il Conte a passare il Po e a fare guerra in ogni luogo; laseconda che a' Fiorentini pareva rimanere a discrezione del Ducamancando del Conte (perché facilmente il Duca poteva ritirarsine' suoi luoghi forti e con parte delle genti tenere a bada il Contee con l'altre venire in Toscana con li loro ribellide' quali lostato che allora reggeva aveva uno terrore grandissimo); la terza eraqual via dovesse con le sue genti tenere il Conteche lo conducessesicuro in Padovanodove l'altre genti viniziane erano.
Di queste tredifficultàla secondache apparteneva a' Fiorentiniera piùdubia; non di meno quellicognosciuto il bisognoe stracchi da'Vinizianii quali con ogni importunità domandavano il Contemostrando che sanza quello si abbandonerebbonopreposono lanecessità d'altri a' sospetti loro.
Restava ancora ladifficultà del cammino; il quale si deliberò che fusseassicurato da' Viniziani.
E perché a trattare questi accordicon il Conte e a disporlo a passare si era mandato Neri di GinoCapponiparve alla Signoria che ancora si transferisse a Vinegiaper fare più accetto a quella Signoria questo benefizioeordinare il cammino e il passo securo al Conte.

 

21

Partìadunque Neri da Cesenae sopra una barca si condusse a Vinegia.
Néfu mai alcuno principe con tanto onore ricevuto da quella Signoriacon quanto fu ricevuto egli; perché dalla venuta suae daquello che per suo mezzo si aveva a deliberare e ordinare giudicavanoavesse a dependere la salute dello imperio loro.
Intromesso adunqueNeri al Senatoparlò in questa sentenza: - Quelli mieiSignoriSerenissimo Principefurono sempre di opinione che lagrandezza del Duca fusse la rovina di questo stato e della lororepublica; e così che la salute d'ambiduoi questi stati fussela grandezza vostra e nostra.
Se questo medesimo fusse stato credutodalle Signorie Vostrenoi ci troverremmo in migliore condizioneelo stato vostro sarebbe securo da quelli pericoli che ora lominacciano.
Ma perché ne' tempi che voi dovevi non ci aveteprestato né aiuto né fedenoi non abbiamo potutocorrere presto a' remedi del male vostro; né voi potestiessere pronti al dimandarglicome quelli che nelle prosperitàe nelle avversità vostre ci avete poco cognosciutie nonsapete che noi siamo in modo fatti che quello che noi amammo unavolta sempre amiamoe quello che noi odiammo una volta sempreodiamo.
Lo amore che noi abbiamo portato a questa vostra SerenissimaSignoria voi medesimi lo sapeteche più volte avete vedutoper soccorrerviripiena di nostri danari e di nostre genti laLombardia; l'odio che noi portiamo a Filippoe quello che sempreportammo alla casa sualo sa tutto il mondo; né èpossibile che uno amore o uno odio antico per nuovi meriti o pernuove offese facilmente si cancelli.
Noi savamo e siamo certi che inquesta guerra ci potavamo stare di mezzocon grado grande con ilDuca e con non molto timore nostro; perchése bene e' fussecon la rovina vostra diventato signore di Lombardiaci restava inItalia tanto del vivo che noi non avavamo a disperarci della salute;perchéaccrescendo potenza e statosi accresce ancoranimicizie e invidia; dalle quali cose suole di poi nascere guerra edanno.
Cognosciavamo ancora quanta spesafuggendo le presentiguerrefuggiavamo; quanti imminenti pericoli si evitavano; e comequesta guerra che ora è in Lombardiamovendoci noisipotrebbe ridurre in Toscana.
Non di meno tutti questi sospetti sonostati da una antica affezione verso di questo stato cancellati; eabbiamo deliberato con quella medesima prontezza soccorrere lo statovostroche noi soccorreremmo il nostro quando fusse assalito.
Perciò i miei Signorigiudicando che fusse necessarioprima cheogni altra cosasoccorrere Verona e Bresciae giudicando sanza ilConte non si potere fare questomi mandorono prima a persuaderequello al passare in Lombardia e a fare la guerra in ogni luogo (chésapete che non è al passare del Po obligato): il quale iodisposimovendolo con quelle ragioni che noi medesimi ci moviamo.
Edeglicome gli pare essere invincibile con le arminon vuole ancoraessere vinto di cortesiae quella liberalità che vede usare anoi verso di voi egli l'ha voluta superare; perché sa bene inquanti pericoli rimane la Toscana dopo la partita suae veggendo chenoi abbiamo posposto alla salute vostra i pericoli nostriha volutoancora egli posporre a quella i respetti suoi.
Io vengo adunque aofferirvi il Conte con sette mila cavagli e dumila fantiparato adire a trovare il nimico in ogni luogo.
Pregovi benee così imiei Signori ed egli vi pregonochecome il numero delle genti suetrapassa quelle con le quali per obligo debbe servireche voi ancoracon la vostra liberalità lo ricompensiateacciò chequello non si penta di essere venuto a' servizi vostrie noi non cipentiamo di avernelo confortato -.
Fu il parlare di Neri da quelSenato non con altra attenzione udito che si farebbe un oracoloetanto si accesono gli uditori per le sue paroleche non furonopazienti che il Principesecondo la consuetudinerispondessemalevati in piècon le mani alzatelagrimando in maggioreparte di lororingraziavano i Fiorentini di sì amorevoleuffizioe lui di averlo con tanta diligenzia e celeritàesequito; e promettevano che mai per alcun temponon che de' cuoriloroma di quelli de' descendenti loro non si cancellerebbee chequella patria aveva sempre ad essere comune a' Fiorentini e a loro.

 

22

Fermedi poi queste caldezzesi ragionò della via che il Contedovessi fareacciò si potesse di pontidi spianate e di ognialtra cosa munire.
Eronci quattro vie: l'una da Ravennalungo lamarina; questaper essere in maggiore parte ristretta dalla marina eda padulinon fu approvata: l'altra era per la via dirittaquestaera impedita da una torre chiamata l'Uccellinola quale per il Ducasi guardavae bisognavaa volere passarevincerlail che eradifficile farlo in sì breve tempo che la non togliesse laoccasione del soccorsoche celerità e prestezza richiedeva:la terza era per la selva del Lugoma perché il Po era uscitode' suoi arginirendeva il passarvinon che difficileimpossibile:restava la quartaper la campagna di Bolognae passare al pontePuledranoe a Centoe alla Pievee intra il Finale e il Bondenocondursi a Ferraradonde poitra per acqua e per terrasi potevonotransferire in Padovano e congiugnersi con le genti viniziane.
Questavia ancora che in essa fussero assai difficultà e potesseessere in qualche luogo dal nimico combattutafu per meno reaeletta.
La quale come fu significata al Contesi partì concelerità grandissimae a dì 20 di giugno arrivòin Padovano.
La venuta di questo capitano in Lombardia fece Vinegia etutto il loro imperio riempiere di buona speranzae dove i Vinizianiparevano prima disperati della loro salutecominciorono a sperarenuovi acquisti.
Il Conteprima che ogni altra cosaandò persoccorrere Verona; il che per obviareNiccolò se ne andòcon lo esercito suo a Soave castello posto intra il Vicentino e ilVeronesee con un fossoil quale da Soave infino a' paludi delloAdice passavasi era cinto.
Il Conteveggendosi impedita la via delpianogiudicò potere andare per i montie per quella viaaccostarsi a Veronapensando che Niccolòo non credessi chefacessi quel camminosendo aspro e alpestreoquando lo credessenon fussi a tempo ad impedirlo; e proveduta vettovaglia per ottogiornipassò con le sue genti la montagnae sotto Soavearrivò nel piano.
E benché da Niccolò fusserostate fatte alcune bastie per impedire ancora quella via al Contenon di meno non furono sufficienti a tenerlo.
Niccolò adunqueveggendo il nimicofuora d'ogni sua credenzapassato per non venireseco con disavvantaggio a giornatasi ridusse di là dalloAdice; e il Contesanza alcuno ostaculoentrò in Verona.

 

23

Vintaper tanto felicemente da il Conte la prima faticadi aver liberadallo assedio Veronarestava la secondadi soccorrere Brescia.
Èquesta città in modo propinqua al lago di Garda chebenchéla fusse assediata per terrasempre per via del lago se le potrebbesumministrare vettovaglie.
Questo era stato cagione che il Duca siera fatto forte in sul lago e nel principio delle vittorie sue avevaoccupate tutte quelle terre chemediante il lagopotevano a Bresciaporgere aiuto.
I Viniziani ancora vi avevano galee; ma a combatterecon le genti del Duca non erano bastanti.
Giudicò per tanto ilConte necessario dare favore con le genti di terra alla armatavinizianaperché sperava che facilmente si potessinoacquistare quelle terre che tenevono affamata Brescia.
Pose il campoper tanto a Bardolinocastello posto in sul lagosperandoavutoquelloche gli altri si arrendessero.
Fu la fortuna al Conte inquesta impresa nimicaperché delle sue genti buona parteammaloronotalmente che il Contelasciata la impresane andòa Zeviocastello veroneseluogo abbondevole e sano.
Niccolòveduto che il Conte si era ritiratoper non mancare alla occasioneche gli pareva avere di potersi insignorire del lagolasciòil campo suo a Vegasioe con gente eletta n'andò al lagoecon grande impeto e maggiore furia assaltò l'armata vinizianae quasi tutta la prese.
Per questa vittoria poche castella restoronodel lago che a Niccolò non si arrendessero.
I Vinizianisbigottiti di questa perditae per questo temendo che i Brescianinon si desserosollecitavano il Conte con nunzi e con lettere alsoccorso di quella.
E veduto il Conte come per il lago la speranzadel soccorrerla era mancatae che per la campagna era impossibileper le fossebastie e altri impedimenti ordinati da Niccolòintra i quali entrando con uno esercito nimico allo incontro siandava ad una manifesta perditadeliberò come la via de'monti gli aveva fatto salvare Veronacosì gli facessesoccorrere Brescia.
Fatto adunque il Conte questo disegnopartìda Zevio e per Val d'Acri n'andò al lago di Santo Andreaevenne a Torboli e Peneda in sul lago di Garda.
Di quivi n'andòa Tennadove pose il campoperchéa volere passare aBresciaera lo occupare questo castello necessario.
Niccolòintesi i consigli del Contecondusse lo esercito suo a Peschiera; dipoi con il marchese di Mantova e alquante delle sue più elettegentiandò ad incontrare il Conte; e venuti alla zuffaNiccolò fu rottoe le sue genti sbaragliate; delle qualiparte ne furono preseparte allo esercitoe parte all'armata sirifuggirono.
Niccolò si ridusse in Tenna; e venuta la nottepensò chese gli aspettava in quello luogo il giornononpoteva campare di non venire nelle mani del nimico; e per fuggire unocerto pericolone tentò uno dubio.
Aveva Niccolò secodi tanti suoiuno solo servidoredi nazione tedescofortissimo delcorpoe a lui sempre stato fedelissimo.
A costui persuase Niccolòche messolo in uno saccose lo ponessi in spalla ecome se portassiarnesi del suo padronelo conducesse in luogo securo.
Era il campointorno a Tennama per la vittoria avuta il giornosanza guardia esanza ordine alcuno; di modo che al Tedesco fu facile salvare il suosignoreperchélevatoselo in spallavestito comesaccomannopassò per tutto il campo sanza alcuno impedimentotanto che salvo alle sue genti lo condusse.

 

24

Questavittoria adunquese la fusse stata usata con quella felicitàche la si era guadagnataarebbe a Brescia partorito maggioresoccorsoe a' Viniziani maggiore felicità; ma lo averla maleusata fece che l'allegrezza presto mancòe Brescia rimasenelle medesime difficultà.
Perchétornato Niccolòalle sue gentipensò come gli conveniva con qualche nuovavittoria cancellare quella perdita e torre la commodità a'Viniziani di soccorrere Brescia.
Sapeva costui il sito dellacittadella di Veronae dai prigioni presi in quella guerra avevainteso come la era male guardatae la facilità e il modo diacquistarla.
Per tanto gli parve che la fortuna gli avesse messoinnanzi materia a riavere l'onore suo e a fare che la letizia avevaavuto il nimico per la fresca vittoria ritornassiper una piùfresca perditain dolore.
È la città di Verona postain Lombardiaa piè de' monti che dividono la Italia dallaMagnain modo tale che la participa di quelli e del piano.
Esce ilfiume dello Adice della valle di Trentoe nello entrare in Italianon si distende subito per la campagnamavoltosi in su lasinistralungo i montitrova quella cittàe passa per ilmezzo di essanon per ciò in modo che le parti sieno ugualiperché molto più ne lascia verso la pianura che diverso i monti.
Sopra i quali sono due roccheSan Piero l'unal'altra San Felice nominate; le quali più forti per il sitoche per la muraglia apparisconoed essendo in luogo altotutta lacittà signoreggiono.
Nel piano di qua dallo Adicee adossoalle mura della terra sono due altre fortezzediscosto l'unadall'altra mille passidelle quali l'una la vecchial'altra lacittadella nuova si nominano; dall'una delle qualidalla parte didentrosi parte uno muro che va a trovare l'altrae fa quasi comeuna corda allo arco che fanno le mura ordinarie della cittàche vanno da l'una all'altra cittadella.
Tutto questo spazio postoinfra l'uno muro e l'altro è pieno di abitatorie chiamasi ilborgo di San Zeno.
Queste cittadelle e questo borgo disegnòNiccolò Piccino di occupare pensando che gli riuscissefacilmentesì per le negligenti guardie che di continuo vi sifacevanosì per credere che per la nuova vittoria lanegligenzia fusse maggioree per sapere come nella guerra niunaimpresa è tanto riuscibile quanto quella che il nimico noncrede che tu possa fare.
Fatto adunque una scelta di sua genteneandò insieme con il marchese di Mantovadi nottea Veronaesenza essere sentitoscalò e prese la cittadella nuova.
Diquindiscese le sue genti nella terrala porta di Santo Antoniorupponoper la quale tutta la cavalleria intromessono.
Quelli cheper i Viniziani guardavano la cittadella vecchiaavendo primasentito il romore quando le guardie della nuova furono mortedi poiquando e' rompevono la portacognoscendo come gli erano i nimiciagridare e a sonare a popolo e all'arme cominciorono.
Donde cherisentiti i cittadinitutti confusiquelli che ebbono piùanimo presono l'armi e alla piazza de' rettori corsono.
Le gentiintanto di Niccolò avevano il borgo di San Zeno saccheggiatoe procedendo più avantii cittadinicognosciuto come dentroerano le genti ducheschee non veggendo modo a difendersiconfortorono i rettori viniziani a volersi rifuggire nelle fortezzee salvare le persone loro e la terra; mostrando che gli era meglioconservare loro vivi e quella città ricca ad una migliorefortunache volereper evitare la presentemorire loro eimpoverire quella.
E così i rettori e qualunque vi era delnome vinizianonella rocca di San Felice rifuggirono.
Dopo questoalcuni de' primi cittadini a Niccolò e al marchese di Mantovasi feciono incontropregandogli che volessero più tostoquella città ricca con loro onoreche povera con lorovituperiopossedere; massimamente non avendo essi apresso a' primipadroni meritato grado né odio apresso a loro per difendersi.Furno costoro da Niccolò e dal Marchese confortati; e quantoin quella militare licenza poteronoda il sacco la difesono.
Eperché eglino erano come certi che il Conte verrebbe allarecuperazione di essacon ogni industria di avere nelle mani iluoghi forti s'ingegnorono; e quelli che non potevono avereconfossisbarratedalla terra separavanoacciò che al nimicofusse difficile il passare dentro.

 

25

Ilconte Francesco era con le genti sue a Tennae sentita questanovellaprima la giudicò vanadi poida più certiavvisi cognosciuta la veritàvolle con la celerità lapristina negligenzia superare.
E benché tutti i suoi capidello esercito lo consigliassero chelasciato la impresa di Verona eBresciase ne andasse a Vicenzaper non esseredimorando quiviassediati dagli inimicinon volle acconsentirvima volle tentare lafortuna di recuperare quella città; e voltosinel mezzo diqueste sospensioni d'animoai proveditori viniziani e a Bernardettode' Mediciil quale per i Fiorentini era apresso di lui commissariopromisse loro la certa recuperazionese una delle rocche gliaspettava.
Fatte adunque ordinare le sue genticon massima celeritàne andò verso Verona.
Alla vista del quale credette Niccolòch'eglicome da' suoi era stato consigliatose ne andasse aVicenza; ma veduto di poi volgere alla terra le genti e indirizzarsiverso la rocca di San Felicesi volle ordinare alla difesa.
Ma nonfu a tempoperché le sbarre alle rocche non erano fattee isoldatiper la avarizia della preda e delle taglieerano divisi; népotette unirli sì tosto che potessero obviare alle genti delConte che le non si accostassero alla fortezza e per quellascendessero nella città.
La quale recuperorono felicementecon vergogna di Niccolò e danno delle sue genti; il qualeinsieme con il marchese di Mantovaprima nella cittadelladi poiper la campagnaa Mantova si rifuggirono.
Doveragunate le reliquiedelle loro genti ch'erano salvatecon l'altre che erano allo assediodi Brescia si congiunsono.
Fu per tanto Verona in quattro dìdallo esercito ducale acquistata e perduta.
Il Contedopo questavittoriasendo già verno e il freddo grandepoi che ebbe conmolta difficultà mandato vettovaglie in Bresciane andòalle stanze in Veronae ordinò che a Torboli si facesserolavernataalcune galeeper potere esserea primaverain modo perterra e per acqua gagliardoche Brescia si potesse al tuttoliberare.

 

26

IlDucaveduta la guerra per il tempo fermae troncagli la speranzache gli aveva avuta di occupare Verona e Bresciae come di tutto neerano cagione i danari e i consigli de' Fiorentinie come quelli néper ingiuria che da' Viniziani avessero ricevuta si erano potutidalla loro amicizia alienarené per promesse ch'egli avesseloro fattese gli era potuti guadagnaredeliberòacciòche quelli sentissero più da presso i frutti de' semi lorodiassaltare la Toscana.
A che fu da' fuori usciti fiorentini e daNiccolò confortato: questo lo moveva il desiderio aveva diacquistare gli stati di Braccio e cacciare il Conte della Marcaquelli erano dalla volontà di tornare nella loro patriaspinti; e ciascuno aveva mosso il Duca con ragioni opportune econforme al desiderio suo.
Niccolò gli mostrava come e' potevamandarlo in Toscana e tenere assediata Bresciaper essere signoredel lago e avere i luoghi di terra forti e bene munitie restarglicapitani e gente da potere opporsi al Conte quando volessi fare altraimpresa (ma che non era ragionevole la facesse sanza liberareBresciae a liberarla era impossibile); in modo che veniva a fareguerra in Toscana e a non lasciare la impresa di Lombardia:mostravagli ancora che i Fiorentini erano necessitati subito che lovedevono in Toscanaa richiamare il Conte o perdersi; e qualunquel'una di queste cose seguivane resultava la vittoria.
I fuoriusciti affermavano essere impossibilese Niccolò con loesercito si accostava a Firenze che quel popolostracco dallegravezze e dalla insolenzia de' potentinon pigliasse le armi controdi loro: mostravongli lo accostarsi a Firenze essere facilepromettendogli la via del Casentino apertaper la amicizia chemesser Rinaldo teneva con quel conte: tanto che il Ducaper séprima voltovitanto piùper le persuasioni di questifu infare questa impresa confirmato.
I Viniziani dall'altra partecontutto che il verno fusse aspronon mancavano di sollecitare il Contea soccorrere con tutto lo esercito Bresciala qual cosa il Contenegava potersi in quelli tempi fare; ma che si doveva aspettare lastagione nuovae in quel tanto mettere in ordine l'armatae di poiper acqua e per terra soccorrerla.
Donde i Viniziani stavano di malavogliaed erano lenti a ogni provisionetalmente che nello esercitoloro erano assai genti mancate.

 

27

Ditutte queste cose fatti certii Fiorentini spaventoronoveggendosivenire la guerra adosso e in Lombardia non si essere fatto moltoprofitto.
Né dava loro meno affanno i sospetti ch'eglinoavieno delle genti della Chiesa; non perché il Papa fusse loronimicoma perché vedevono quelle armi più ubbidire alPatriarcaloro inimicissimoche al Papa.
Fu Giovanni Vitelleschicornetanoprima notaio apostolicodi poi vescovo di Ricanatiappresso patriarca alessandrino; ma diventato in ultimo cardinalefuCardinale fiorentino nominato.
Era costui animoso e astuto; e per ciòseppe tanto operareche dal Papa fu grandemente amatoe da luipreposto alli eserciti della Chiesa; e di tutte le imprese che ilPapa in Toscanain Romagnanel Regno e a Roma fecene fu capitano:onde che prese tanta autorità nelle genti e nel Papachequesto temeva a comandarglie le genti a lui soloe non ad altriubbidivano.
Trovandosi per tanto questo cardinale con le genti inRoma quando venne la fama che Niccolò voleva passare inToscanasi raddoppiò a' Fiorentini la pauraper essere statoquel cardinalepoi che messer Rinaldo fu cacciatosempre a quellostato nimicoveggendo che gli accordi fatti in Firenze intra leparti per suo mezzo non erano stati osservatianzi con pregiudiziodi messer Rinaldo maneggiatisendo stato cagione che posasse le armie desse commodità a' nimici di cacciarlo: tanto che aiprincipi del governo pareva che il tempo fusse venuto da ristoraremesser Rinaldo de' dannise con Niccolòvenendo quello inToscana si accozzava.
E tanto più ne dubitavano parendo lorola partita di Niccolò di Lombardia importunalasciando unaimpresa quasi vintaper entrare in una al tutto dubia; il che noncredevono sanza qualche nuova intelligenza o nascoso inganno facesse.Di questo loro sospetto avevano avvertito il Papail quale aveva giàconosciuto lo errore suo per avere dato ad altri troppa autorità.Ma in mentre che i Fiorentini stavano così sospesi la fortunamostrò loro la via come si potessero del Patriarca assicurare.Teneva quella republica in tutti i luoghi diligenti esploratori diquelli che portavano lettereper scoprire se alcuno contro allostato loro alcuna cosa ordinasse.
Occorse che a Montepulciano furonoprese lettere le quali il Patriarca scrivevasanza consenso delPonteficea Niccolò Piccino; le quali subito il magistratopreposto alla guerra presentò al Papa.
E benché lefussero scritte con non consueti caratterie il senso di loroimplicato in modo che non se ne potesse trarre alcuno specificatosentimentonon di meno questa oscuritàcon la pratica delnimicomesse tanto sospetto nel Ponteficeche deliberò diassicurarsenee la cura di questa impresa ad Antonio Rido da Padovail quale era alla guardia del castello di Roma prepostodette.Costuicome ebbe la commissioneparato ad ubbidireche venisse laoccasione aspettava.
Aveva il Patriarca deliberato passare inToscana; e volendo il dì seguente partire di Roma significòal Castellano che la mattina fusse sopra il ponte del castelloperchépassandogli voleva di alcuna cosa ragionare.
Parvead Antonio che la occasione fusse venuta; e ordinò a' suoiquello dovessero fare; e al tempo aspettò il Patriarca soprail ponte chepropinquo alla roccaper fortezza di quella si puòsecondo la necessitàlevare e porre.
E come il Patriarca fusopra quelloavendolo prima con il ragionamento fermofece cenno a'suoi che alzassero il ponte; tanto che il Patriarca in un tratto sitrovòdi comandatore di esercitiprigione di uno castellano.Le genti che erano seco prima romoreggiorono; di poiintesa lavolontà del Papasi quietorono.
Ma il Castellano confortandocon umane parole il Patriarcae dandogli speranza di beneglirispose che gli uomini grandi non si pigliavano per lasciargliequelli che meritavano di essere presinon meritavano di esserelasciati.
E così poco di poi morì in carcere; e il Papaalle sue genti Lodovico patriarca di Aquileia prepose.
E non avendomai voluto per lo adietro nelle guerre della lega e del Ducaimplicarsifu allora contento intervenirvi; e promisse essere prestoper la difesa di Toscanacon quattro mila cavagli e dumila fanti.

 

28

Liberatii Fiorentini da questa paurarestava loro il timore di Niccolòe della confusione delle cose di Lombardiaper i dispareri erano trai Viniziani e il Conte; i quali per intenderli megliomandorono Neridi Gino Capponi e messer Giuliano Davanzati a Vinegia; a' qualicommissono che fermassero come l'anno futuro si avesse a maneggiarela guerra; e a Neri imposono cheintesa la opinione de' Vinizianise ne andassi dal Conte per intendere la sua e per persuaderlo aquelle cose che alla salute della lega fussero necessarie.
Non eranoancora questi ambasciadori a Ferrarach'eglino intesono NiccolòPiccino con sei milia cavagli avere passato il Po; il che feceaffrettare loro il cammino; e giunti a Vinegiatrovorono quellaSignoria tutta a volere che Bresciasanza aspettare altro temposisoccorresseperché quella città non poteva aspettareil soccorso al tempo nuovoné che si fusse fabricatal'armatamanon veggendo altri aiutisi arrenderebbe al nimicoilche farebbe al tutto vittorioso il Ducae a loro perdere tutto lostato di terra.
Per la qual cosa Neri andò a Verona per udireil Contee quello che allo incontro allegava.
Il quale gli dimostròcon assai ragioni il cavalcare in quelli tempi verso Brescia essereinutile per allora e dannoso per la impresa futura; perchérispetto al tempo e al sitoa Brescia non si farebbe frutto alcunoma solo si disordinerebbono e affaticherebbono le sue gentiin modochevenuto il tempo nuovo e atto alle faccendesarebbe necessitatocon lo esercito tornarsi a Verona per provedersi delle cose consumateil verno e necessarie per la futura state; di maniera che tutto iltempo atto alla guerra in andare e tornare si consumerebbe.
Erano conil Conte a Veronamandati a praticare queste cosemesser OrsattoIustiniani e messer Giovanni Pisani.
Con questidopo molte disputesi concluse che i Vinizianiper lo anno nuovodessino al Conteottantamila ducati e all'altre loro genti ducati quaranta per lanciae che si sollecitasse di uscire fuora con tutto lo esercitoe siassalisse il Ducaacciò cheper timore delle cose suefacesse tornare Niccolò in Lombardia.
Dopo la qualeconclusione se ne tornorono a Vinegia.
I Vinizianiperché lasomma del danaio era grandead ogni cosa pigramente provvedevono.

 

29

NiccolòPiccinoin questo mezzoseguitava il suo viaggioe già eragiunto in Romagna; e aveva operato tanto con i figliuoli di messerPandolfo Malatestichelasciati i Vinizianisi erano accostati alDuca.
Questa cosa dispiacque a Vinegia; ma molto più aFirenze; perché credevonoper quella viapotere fareresistenza a Niccolò; ma veduti i Malatesti ribellatisisbigottironomassimamente perché temevono che PietrogiampaoloOrsinoloro capitanoil quale si trovava nelle terre de' Malatestinon fusse svaligiatoe rimanere disarmati.
Questa novellamedesimamente sbigottì il Conteperché temeva di nonperdere la Marcapassando Niccolò in Toscana; e disposto diandare a soccorrere la casa suase ne venne a Vinegia; e intromessoal Principemostrò come la passata sua in Toscana era utilealla legaperché la guerra si aveva a fare dove era loesercito e il capitano del nimiconon dove erano le terre e leguardie sue: perchévinto l'esercitoè vinta laguerra; ma vinte le terree lasciando intero lo esercitodiventamolte volte la guerra più viva; affermando la Marca e laToscana essere perdutese a Niccolò non si faceva gagliardaopposizione; le quali perdutenon aveva rimedio la Lombardia; maquando l'avesse rimedionon intendeva di abbandonare i suoi sudditie i suoi amici; e che era passato in Lombardia signoree non volevapartirsene condottiere.
A questo fu replicato da il Principe come gliera cosa manifesta che s'eglinon solamente partisse di Lombardiama con lo esercito ripassasse il Poche tutto lo stato loro di terrasi perderebbe; e loro non erano per spendere più alcuna cosaper difenderloperché non è savio colui che tenta didifendere una cosa che si abbia a perdere in ogni modo; ed ècon minore infamiameno danno perdere gli stati soloche li stati ei danari.
E quando la perdita delle cose loro seguissesi vedrebbeallora quanto importa la reputazione de' Viniziani a mantenere laToscana e la Romagna.
E però erano al tutto contrari alla suaopinioneperché credevono che chi vincesse in Lombardiavincerebbe in ogni altro luogoe il vincere era facilerimanendo lostato del Ducaper la partita di Niccolòdebile in modo cheprima si poteva fare rovinare che gli avesse o potuto rivocareNiccolòo provedutosi di altri rimedi.
E che chi esaminasseogni cosa saviamentevedrebbe il Duca non avere mandato Niccolòin Toscana per altro che per levare il Conte da queste impresee laguerra che gli ha in casa farla altrove; di modo cheandandoglidietro il Contese prima non si veggia una estrema necessitàsi verrà ad adempiere i disegni suoi e farlo della suaintenzione goderema se si manterranno le genti in Lombardia e inToscana si provvegga come e' si puòe' si avvedràtardi del suo malvagio partitoe in tempo che gli arà sanzarimedio perduto in Lombardia e non vinto in Toscana.
Detta adunque ereplicata da ciascuno la sua opinionesi concluse che si stesse avedere qualche giorno per vedere questo accordo de' Malatesti conNiccolò quello partorissee se di Pietrogiampaulo iFiorentini si potevono valeree se il Papa andava di buone gambe conla legacome gli aveva promesso.
Fatta questa conclusionepochigiorni apresso furono certificatii Malatesti avere fatto quelloaccordo più per timore che per alcuna malvagia cagioneePietrogiampaulo esserne ito con le sue genti verso Toscanae il Papaessere di migliore voglia per aiutare la lega che prima.
I qualiavvisi feciono fermare lo animo al Conte.
E fu contento rimanere inLombardia; e Neri Capponi tornassi a Firenze con mille de' suoicavagli e con cinquecento degli altri; e se pure le cose procedessinoin modoin Toscanache la opera del Conte vi fusse necessariachesi scrivessee che allora il Contesanza alcuno rispettosipartisse.
Arrivò pertanto Neri con queste genti in Firenze diaprilee il medesimo dì giunse Giampaulo.

 

30

NiccolòPiccinoin questo mezzoferme le cose di Romagnadisegnava discendere in Toscana; e volendo passare per l'alpe di San Benedetto eper la valle di Montonetrovò quelli luoghiper la virtùdi Niccolò da Pisain modo guardatiche giudicò chevano sarebbe da quella parte ogni suo sforzo.
E perché iFiorentini in questo assalto subito erano mal provisti e di soldati edi capiavevano a' passi di quelle alpi mandati più lorocittadinicon fanterie di subito fattea guardarli; intra' quali fumesser Bartolommeo Orlandini cavaliereal quale fu in guardia ilcastello di Marradi e il passo di quella alpe consegnato.
Non avendoadunque Niccolò Piccino giudicato potere superare il passo diSan Benedettoper la virtù di chi lo guardavagiudicòdi potere vincere quello di Marradi per la viltà di chil'aveva a difendere.
È Marradi uno castello posto a pièdelle alpi che dividono la Toscana dalla Romagnama da quella parteche guarda verso Romagnae nel principio di Val di Lamona; e benchésia senza muranon di meno il fiumei monti e gli abitatori lofanno forte; perché gli uomini sono armigeri e fedelie ilfiume in modo ha roso il terrenoe ha sì alte le grotte sueche a venirvi di verso la valle è impossibilequalunque voltaun picciol ponteche è sopra il fiumefusse difeso; e dallaparte de' monti sono le ripe sì aspre che rendono quel sitosicurissimo.
Non di meno la viltà di messer Bartolomeo rendée quelli uomini vili e quel sito debolissimo; perché non primae' sentì il romore delle genti inimichechelasciato ognicosa in abbandonocon tutti i suoi se ne fuggì; né sifermò prima che al Borgo a San Lorenzo.
Niccolòentrato ne' luoghi abbandonati pieno di maraviglia che non fusserodifesi e di allegrezza di avergli acquistatiscese in Mugello; doveoccupò alcune castella; e a Pulicciano fermò il suoesercitodonde scorreva tutto il paese infino a' monti di Fiesole.
Efu tanto audace che passò Arnoe infino a tre migliapropinquo a Firenze predò e scorse ogni cosa.

 

31

IFiorentinidall'altra partenon si sbigottironoe prima che ognialtra cosaattesono a tenere fermo il governo; del quale potevonopoco dubitare per la benivolenza che Cosimo aveva nel popoloe peravere ristretti i primi magistrati intra pochi potentii quali conla severità loro tenevono fermose pure alcuno vi fusse statomale contento o di nuove cose desideroso.
Sapevano ancoraper gliaccordi fatti in Lombardia con quali forze tornava Nerie da il Papaaspettavano le genti sue: la quale speranza infino alla tornata diNeri li tenne vivi.
Il qualetrovata la città in questidisordini e pauredeliberò uscire in campagnaper frenare inparte Niccolòche liberamente non saccheggiasse il paeseefatto testa di più fantitutti del popolocon quellacavalleria si trovavanouscì fuorae riprese Remole chetenevano i nimici; dove accampatosi proibiva a Niccolò loscorrere e a' cittadini dava speranza di levargli il nimicod'intorno.
Niccolòveduto come i Fiorentini quando eranospogliati di gente non avevono fatto alcuno movimentoe inteso conquanta sicurtà in quella città si stavagli parevainvano consumare il tempoe deliberò fare altre impreseacciò che i Fiorentini avessero cagione di mandargli dietro legentie dargli occasione di venire alla giornata; la quale vincendopensava che ogni altra cosa gli succedessi prospera.
Era nelloesercito di Niccolò Francesco conte di Poppiil quale si eracome i nimici furono in Mugello ribellato da' Fiorentini con i qualiera in lega.
E benché prima i Fiorentini ne dubitasseroperfarselo con i benificii amicogli accrebbono la provisionee sopratutte le loro terre a lui convicine lo feciono commissario.
Non dimeno (tanto può negli uomini lo amore della parte) alcunobenifizio né alcuna paura gli poté fare sdimenticarel'affezione portava a messer Rinaldo e agli altri che nello statoprimo governavano; tanto chesubito che gli intese Niccolòesser propinquosi accostò con lui; e con ogni sollecitudinelo confortava a scostarsi dalla città e passare in Casentinomostrandogli la fortezza del paesee con quale securtàpotevadi quivitenere stretti i nimici.
Prese per tanto Niccolòquesto consiglio;giunto in Casentinooccupò Romena eBibbiena; di poi pose il campo a Castel San Niccolò.
Èquesto castello posto a piè delle alpi che dividono ilCasentino da il Val d'Arno; e per essere in luogo assai rilevatoedentrovi sufficienti guardiefu difficile la sua espugnazioneancora che Niccolò con briccole e simili artiglieriecontinuamente lo combattesse.
Era durato questo assedio più diventi giorniinfra il quale tempo i Fiorentini avevano le loro gentiraccozzate; e di già avevanosotto più condottieritremila cavagli a Fegghine ragunatigovernati da Pietrogiampaulocapitano e da Neri Capponi e Bernardo de' Medici commissari.
Acostoro vennono quattromandati da Castello San Niccolòapregarli dovessero dare loro soccorso.
I commissariesaminato ilsitovedevano non li potere soccorrere se non per le alpi chevenivano di Val d'Arno; la sommità delle quali poteva essereoccupata prima dal nimico che da loroper avere a fare piùcorto camminoe per non potersi la loro venuta celare; in modo chesi andava a tentare una cosa da non riuscire e poterne seguire larovina delle genti loro.
Onde che i commissari lodorono la fede diquellie commissono loro chequando e' non potessero piùdifendersi si arrendessero.
Prese adunque Niccolò questocastello dopo trentadue giorni che vi era ito con il campoe tantotempo perduto per sì poco acquisto fu della rovina della suaimpresa buona parte cagione; perchése si manteneva con legenti d'intorno a Firenzefaceva che chi governava quella cittànon poteva se non con rispettostrignere i cittadini a fare danari;e con più difficultà ragunavano le genti e facevonoogni altra provisione avendo il nimico adossoche discosto; earebbono molti avuto animo a muovere qualche accordo per assicurarsidi Niccolò con la paceveggendo che la guerra fusse perdurare.
Ma la voglia che il conte di Poppi aveva di vendicarsi controa quelli castellanistati lungo tempo suoi nimicigli fece darequel consiglio; e Niccolòper sodisfarglilo preseil chefu la rovina dell'uno e dell'altro: e rade volte accade che leparticulari passioni non nuochino alle universali commodità.Niccolòseguitando la vittoriaprese Rassina e Chiusi.
Inquesti parti il conte di Poppi lo persuadeva a fermarsimostrandocome e' poteva distendere le sue genti fra ChiusiCaprese e laPieve; e veniva ad essere signore delle alpie potere a sua posta inCasentinoin Val d'Arnoin Val di Chiana e in Val di Teverescendereed essere presto ad ogni moto che facessino i nimici.
MaNiccolòconsiderata la asprezza de' luoghigli disse che isuoi cavagli non mangiavano sassi; e ne andò al Borgo a SanSepolcrodove amichevolmente fu ricevuto.
Dal quale luogo tentògli animi di quelli di Città di Castelloi qualiper essereamici a' Fiorentininon lo udirono.
E desiderando egli avere iPerugini a sua devozionecon quaranta cavagli se ne andò aPerugiadove fu ricevutosendo loro cittadinoamorevolmente.
Ma inpochi giorni vi diventò sospettoe tentò con il Legatoe con i Perugini più cosee non gliene successe niuna; tantochericevuto da loro ottomila ducatise ne tornò alloesercito.
Di quivi tenne pratiche in Cortona per torla a' Fiorentini;e per essersi scoperta la cosa prima che il tempodiventorono idisegni suoi vani.
Era intra i primi cittadini di quella cittàBartolommeo di Senso: costui andando la seraper ordine delcapitanoalla guardia d'una portagli fu da uno del contadosuoamicofatto intendere che non vi andassese voleva non esservimorto.
Volle intendere Bartolommeo il fondamento della cosae trovòl'ordine del trattato che si teneva con Niccolò.
Il cheBartolommeoper ordine al capitano rivelò; il qualeassicuratosi de' capi della congiura e raddoppiato le guardie alleporteaspettòsecondo l'ordine datoche Niccolòvenisse; il quale venne di notte e al tempo ordinato; e trovandosiscopertose ne ritornò agli alloggiamenti suoi.

 

32

Mentreche queste cose in questa maniera in Toscana si travagliavanoe conpoco acquisto per la gente del Ducain Lombardia non erano quietema con perdita e danno suo.
Perché il conte Francescocomeprima lo consentì il tempouscì con lo esercito suo incampagna; e perché i Viniziani avevano la loro armata del lagoinstauratavolle il Conteprima che ogni cosainsignorirsi delleacquee cacciare il Duca del lagogiudicandofatto questochel'altre cose gli sarieno facile.
Assaltò per tantoconl'armata de' Vinizianiquella del Ducae la ruppee con le gentidi terra le castella che al Duca ubbidivano; tanto che l'altre gentiducaliche per terra strignevano Bresciaintesa quella rovinasiallargorono: e così Bresciadopo tre anni che l'era stataassediatadallo assedio fu libera.
Apresso a questa vittoriailConte andò a trovare li nimici che si erano ridotti a Soncinocastello posto in sul fiume dello Ollioe quelli diloggiòeli fece ritirare a Cremona; dove il Duca fece testae da quellaparte i suoi stati difendeva.
Ma stringendolo più l'uno dìche l'altro il Conte e dubitando non perdere o tutto o gran partedegli stati suoicognobbe la malvagità del partito da luipresodi mandare Niccolò in Toscana; e per ricorreggere loerrorescrisse a Niccolò in quali termini si trovava e doveerano condotte le sue imprese: per tantoil più prestopotesselasciato la Toscanase ne tornasse in Lombardia.
IFiorentiniin questo mezzosotto i loro commissari avevono ragunatele loro genti con quelle del Papae avevano fatto alto ad Anghiaricastello posto nelle radice de' monti che dividono Val di Tevere daVal di Chianadiscosto al Borgo a San Sepolcro quattro migliaviapianae i campi atti a ricevere cavagli e maneggiarvisi guerra.
Eperché eglino avieno notizia delle vittorie del Conte e dellarevocazione di Niccològiudicorono con la spada dentro esanza polvere avere vinta quella guerra; e per ciò a'commissari scrissono che si astenessero dalla giornataperchéNiccolò non poteva molti giorni stare in Toscana.
Questacommissione venne a notizia a Niccolòe veggendo la necessitàdel partirsiper non lasciare cosa alcuna intentatadeliberòfare la giornatapensando di trovare i nimici sproveduti e con ilpensiero alieno dalla zuffa.
A che era confortato da messer Rinaldoda il conte di Poppi e dagli altri fuorusciti fiorentinii quali laloro manifesta rovina cognoscevano se Niccolò si partivamavenendo a giornatacredevono o potere vincere la impresao perderlaonorevolmente.
Fatta adunque questa deliberazionemosse lo esercitodonde eraintra Città di Castello e il Borgo; e venuto alBorgo sanza che i nimici se ne accorgesserotrasse di quella terradumila uominii quali confidando nella virtù del capitano enelle promesse suedesiderosi di predarelo seguirono.

 

33

Dirizzatosidunque Niccolòcon le schiere in battagliaverso Anghiariera già loro propinquo a meno di dua migliaquando daMicheletto Attendulo fu veduto un grande polverio; e accortosi comegli erano i nimicigridò all'arme.
Il tumulto nel campo de'Fiorentini fu grandeperchécampeggiando quelli eserciti perlo ordinario sanza alcuna disciplinavi si era aggiunta lanegligenziaper parere loro avere il nimico discosto e piùdisposto alla fuga che alla zuffa; in modo che ciascuno eradisarmatodi lungi dagli alloggiamentie in quel luogo dove lavolontào per fuggire il caldo che era grandeo per seguirealcuno suo dilettolo aveva tirato.
Pure fu tanta la diligenza de'commissari e del capitanocheavanti fussero arrivati i nimicierano a cavallo e ordinati a potere resistere allo impeto suo.
E comeMicheletto fu il primo a scoprire il nimicocosì fu il primoarmato ad incontrarlo; e corse con le sue genti sopra il ponte delfiume che attraversa la strada non molto lontano da Anghiari.
Eperchédavanti alla venuta del nimicoPietrogiampaulo avevafatto spianare le fosse che circundavano la strada che è trail ponte e Anghiarisendosi posto Micheletto allo incontro delponteSimoncinocondottiere della Chiesacon il Legatosi mossonoda man destrae da sinistra i commissari fiorentini conPietrogiampaulo loro capitanoe le fanterie disposono da ogni partesu per la ripa del fiume.
Non restava per tanto agli nimici altra viaaperta ad andare a trovare gli avversarii loroche la diritta delponte; né i Fiorentini avevono altrove che al ponte acombattereeccetto che alle fanterie loro avevono ordinato chesele fanterie nimiche uscivano di strada per essere a' fianchi delleloro genti d'armicon le balestra le combattesseroacciò chequelle non potessero ferire per fianco i loro cavalli che passasseroil ponte.
Furono per tanto le prime genti che comparsono daMicheletto gagliardamente sostenutee non che altroda quelloributtate; ma sopravenendo Astor e Francesco Piccinino con genteelettacon tale impeto in Micheletto percossonoche gli tolsono ilponte e lo pinsono infino al cominciare dell'erta che sale al borgodi Anghiari; di poi furono ributtati e ripinti fuori del ponte daquelli che dai fianchi gli assalirono.
Durò questa zuffa dueoreche ora Niccolòora le genti fiorentine erano signoridel ponte.
E benché la zuffa sopra il ponte fusse parinon dimeno e di là e di qua dal ponte con disavvantaggio grande diNiccolò si combatteva.
Perchéquando le genti diNiccolò passavano il pontetrovavano i nimici grossicheper le spianate fattesi potevono maneggiaree quelli che eranostracchi potevono dai freschi essere soccorsi; ma quando le gentifiorentine lo passavanonon poteva commodamente Niccolòrinfrescare i suoiper essere angustiato dalle fosse e dagli arginiche fasciavano la strada: come intervenneperché molte voltele genti di Niccolò vinsono il pontee sempre dalle gentifresche degli avversarii furono ripinte indietroma come il pontedai Fiorentini fu vintotalmente che le loro genti entrorono nellastradanon sendo a tempo Niccolòper la furia di chi venivae per la incommodità del sito a rinfrescare i suoiin modoquelli davanti con quelli di dietro si mistoronoche l'uno disordinòl'altroe tutto lo esercito fu constretto mettersi in volta eciascunosanza alcuno rispettosi rifuggì verso il Borgo.
Isoldati fiorentini attesono alla preda; la quale fudi prigionidiarnesi e di cavagligrandissimaperché con Niccolònon rifuggirono salvi mille cavalli.
I Borghigianii quali avevonoseguitato Niccolò per predaredi predatori divennono predaefurono presi tutti e taglieggiati; le insegne e i carriaggi furonotolti.
E fu la vittoria molto più utile per la Toscanachedannosa per il Duca; perchése i Fiorentini perdevono lagiornatala Toscana era sua; e perdendo quellonon perdéaltro che le armi e i cavagli del suo esercito; i quali con non moltidanari si poterono recuperare.
Né furono mai tempi che laguerra che si faceva ne' paesi d'altri fusse meno pericolosa per chila facevache in quelli.
E in tanta rotta e in sì lungazuffache durò dalle venti alle ventiquattro orenon vi morìaltri che uno uomo; il qualenon di ferite o d'altro virtuoso colpoma caduto da cavallo e calpesto espirò: con tanta securtàallora gli uomini combattevanoperchésendo tutti a cavalloe coperti d'armee securi dalla morte qualunque volta e' siarrendevanonon ci era cagione perché dovessero moriredefendendogli nel combattere le armie quando e' non potevono piùcombatterelo arrendersi.

 

34

Èquesta zuffaper le cose seguite combattendo e poiesemplo grandedella infelicità di queste guerre; perchévinti inimici e ridutto Niccolò nel Borgoi commissari volevonoseguirlo e in quel luogo assediarlo per avere la vittoria intera; mada alcuno condottiere o soldato non furono voluti ubbidiredicendovolere riporre la preda e medicare i feriti.
E quello che èpiù notabile fu che l'altro dìa mezzo giornosanzalicenza o rispetto di commissario o di capitano ne andorono adArezzoe quivi lasciata la predaad Anghiari ritornorono: cosatanto contro ad ogni lodevole ordine e militare disciplinache ognireliquia di qualunque ordinato esercito arebbe facilmente emeritamente potuto loro torre quella vittoria che gli avienoimmeritamente acquistata.
Oltra di questovolendo i commissari cheritenessero gli uomini d'arme presiper torre occasione al nimico dirifarsicontro alla volontà loro li liberorono.
Cose tutte damaravigliarsi come in uno esercito così fatto fusse tantavirtù che sapesse vinceree come nello inimico fusse tantaviltà che da sì disordinate genti potesse essere vinto.Nello andare dunque e tornare che feciono le genti fiorentine diArezzoNiccolò ebbe tempo a partirsi con le sue genti dalBorgoe ne andò verso Romagnacon il quale ancora i rebellifiorentini si fuggirono.
I qualivedutosi mancata ogni speranza ditornare a Firenzein più partiin Italia e fuorisecondo lacommodità di ciascunosi divisono.
De' quali messer Rinaldoelesse la sua abitazione ad Ancona: e per guadagnarsi la celestepatriapoi che gli aveva perduta la terrestrese ne andò alsepulcro di Cristo; donde tornatonel celebrare le nozze d'una suafigliuola sendo a mensadi subito morì: e fugli in questo lafortuna favorevoleche nel meno infelice giorno del suo esilio lofece morire.
Uomo veramente in ogni fortuna onorato: ma piùancora stato sarebbese la natura lo avesse in una cittàunita fatto nascere; perché molte sue qualità in unacittà divisa lo offesonoche in una unita l'arebbonopremiato.
I commissari adunquetornate le genti loro da Arezzoepartito Niccolòsi presentorono al Borgo.
I Borghesi volevonodarsi a' Fiorentinie quelli recusavano di pigliarli: e nel trattarequesti accordiil Legato del pontefice insospettì de'commissariche non volessero quella terra occupare alla Chiesa;tanto che vennono insieme a parole ingiuriose; e sarebbe seguitointra le genti fiorentine e le ecclesiastiche disordine se la praticafusse ita molto in lunga ma perché la ebbe il fine che volevai Legatoogni cosa si pacificò.

 

35

Mentreche le cose del Borgo si travagliavanosi intese NiccolòPiccino essere ito verso Roma; e altri avvisi dicevano verso laMarca; donde parve al Legato e alle genti sforzesche di andare versoPerugiaper suvvenire o alla Marca o a Romadove Niccolò sifusse volto; e con quelle andasse Bernardo de Medici; e Neri con legenti fiorentine ne andassi allo acquisto del Casentino.
Fatta questadeliberazione Neri ne andò a campo a Rassinae quella presee con il medesimo impeto prese BibbienaPrato Vecchio e Romenae diquivi pose il campo a Poppie da due parti lo cinse: una nel pianodi Certomondol'altra sopra il colle che passa a Fronzoli.
QuelContevedutosi abbandonato da Dio e dagli uominisi era rinchiusoin Poppinon perché gli sperasse di potere avere alcunoaiutoma per fare l'accordose potevameno dannoso.
Stringendolopertanto Neriegli adimandò patti; e trovolli tali quali inquel tempo ei poteva sperare: di salvare sésuoi figliuoli ecose che ne poteva portare; e la terra e lo stato cedere aiFiorentini.
E quando e' capituloronodiscese sopra il ponte di Arnoche passa a piè della terrae tutto doloroso e afflitto dissea Neri: - Se io avesse bene misurato la fortuna mia e la potenzavostraio verrei ora amico a rallegrarmi con voi della vostravittorianon nimico a supplicarvi che fusse meno grave la miarovina.
La presente sortecome la è a voi magnifica e lietacosì è a me dolente e misera.
Io ebbi cavagliarmesudditistato e ricchezze: che maraviglia è se mal volentierile lascio? Ma se voi volete e potete comandare a tutta la Toscanadinecessità conviene che noi altri vi ubbidiamo; e se io nonavesse fatto questo errorela mia fortuna non sarebbe statacognosciutae la vostra liberalità non si potrebbe conoscere;perchése voi mi conserveretedarete al mondo uno eternoesemplo della vostra clemenzia.
Vinca per tanto la pietàvostra il fallo mio; lasciate almeno questa sola casa al disceso dicoloro da' quali i padri vostri hanno innumerabili benifici ricevuti-.
il quale Neri rispose come lo avere sperato troppo in quelli chepotevono poco lo aveva fatto in modo contro alla republica di Firenzeerrarecheaggiuntovi le condizioni de' presenti tempieranecessario cedesse tutte le cose suee quelli luoghi nimico a'Fiorentini abbandonasseche loro amico non aveva voluti tenere:perché gli aveva dato di sé tale esemplo che non potevaessere nutrito dovein ogni variazione di fortunae' potesse aquella republica nuocere; perché non luima gli stati suoi sitemevano; ma che se nella Magna e' potessi essere principequellacittà lo desiderrebbee per amore di quelli suoi antichi chegli allegavalo favorirebbe.
A questo il Contetutto sdegnatorispose che vorrebbe i Fiorentini molto più discosto vedere.
Ecosìlasciato ogni amorevole ragionamentoil Contenonveggendo altro rimediocedé la terra e tutte le sue ragionia' Fiorentini; e con tutte le sue robbeinsieme con la moglie e co'figliuolipiangendo si partì; dolendosi di avere perduto unostato che i suoi padri per novecento anni avevono posseduto.
Questevittorie tuttecome s'intesono a Firenzefurono da i principi delgoverno e da quel populo con maravigliosa allegrezza ricevute.
Eperché Bernardetto de' Medici trovò essere vano cheNiccolò fusse ito verso la Marca o a Romase ne tornòcon le genti dove era Neri; e insieme tornati a Firenzefu lorodeliberati tutti quelli onori e qualisecondo l'ordine della cittàa loro vittoriosi cittadini si possono deliberare maggiori; e da iSignori e da' Capitani di partee di poi da tutta la cittàfurono ad uso di trionfanti ricevuti.

 

 

LIBROSESTO

 

1

Fusempree così è ragionevole che siail fine di coloroche muovono una guerradi arricchire sé e impoverire ilnimico; né per altra cagione si cerca la vittorianégli acquisti per altro si desideranoche per fare sé potentee debole lo avversario.
Donde ne segue chequalunque volta o la tuavittoria ti impoverisce o lo acquisto ti indebolisceconviene sitrapassi o non si arrivi a quel termine per il quale le guerre sifanno.
Quel principe e quella republica è dalle vittorie nelleguerre arricchitoche spegne i nimici ed è delle prede edelle taglie signore; quello delle vittorie impoverisceche inimiciancora che vincanon può spegneree le prede e letaglienon a luima a i suoi soldati appartengono.
Questo tale ènelle perdite infelice e nelle vittorie infelicissimoperchéperdendoquelle ingiurie sopporta che gli fanno i nimici; vincendoquelle che gli fanno gli amici; le qualiper essere menoragionevolisono meno sopportabiliveggendo massime essere i suoisudditi con taglie e nuove offese di raggravare necessitato; e se gliha in sé alcuna umanitànon si può di quellavittoria interamente rallegraredella quale tutti i suoi sudditi sicontristono.
Solevono le antiche e bene ordinate republichenellevittorie lororiempiere d'oro e d'ariento lo erariodistribuiredoni nel popolorimettere a' sudditi i tributie con giuochi e consolenne feste festeggiarli; ma quelle di quelli tempi che noidescriviamoprima votavono lo erariodi poi impoverivano il popoloe de' nimici tuoi non ti assicuravano.
Il che tutto nasceva da ildisordine con il quale quelle guerre si trattavano: perchéspogliandosi i nimici vintie non si ritenendo né ammazzandotanto quelli a riassalire il vincitore differivonoquanto eipenavano da chi gli conduceva d'essere d'arme e cavagli riforniti.Sendo ancora le taglie e la preda de' soldatii principi vincitoridi quelle nelle nuove spese de' nuovi soldi non si valevanoma delleviscere de' loro popoli gli traevononé partoriva altro lavittoriain benifizio de' popolise non che la faceva il principepiù sollecito e meno respettivo ad aggravargli.
E a talequelli soldati avevono la guerra condottache ugualmente alvincitore e al vintoa volere potere alle sue genti comandarenuovidanari bisognavanoperché l'uno aveva a rivestirglil'altroa premiargli; e come quelli sanza essere rimessi a cavallo nonpotevanocosì quelli altri sanza nuovi premi combattere nonvolevano.
Di qui nasceva che l'uno godeva poco la vittorial'altropoco sentiva la perdita; perché il vinto era a tempo arifarsie il vittorioso non era a tempo a seguire la vittoria.

 

2

Questodisordine e perverso modo di milizia fece che Niccolò Piccinoera prima rimontato a cavalloche si sapesse per Italia la suarovina; e maggiore guerra faceva dopo la perdita al nimicoche primanon aveva fatta.
Questo fece chedopo la rotta di Tennae' potetteoccupare Verona; questo fece chespogliato delle sue genti a Veronae' potette venire con un grosso esercito in Toscana; questo fece cherotto ad Anghiariinnanzi che pervenisse in Romagnaera in su icampi più potente che primae potette riempiere il Duca diMilano di speranza di potere difendere la Lombardiala quale per lasua assenzia gli pareva quasi che avere perduta.
Perchémentre che Niccolò riempiva di tumulti la Toscanail Duca siera ridotto in termine che dubitava dello stato suo; e giudicando chepotesse prima seguire la rovina suache Niccolò Piccino ilquale aveva richiamatofusse venuto a soccorrerloper frenarel'impeto del Conte e temporeggiare quella fortuna con la industriala quale non poteva con la forza sostenerericorse a quelli remedi iquali in simili termini molte volte gli erano giovati; e mandòNiccolò da Esti principe di Ferrara a Peschieradove era ilConte.
Il quale per parte sua lo confortò alla pacee glimostrò come al Conte non era quella guerra a proposito:perchése il Duca si indeboliva in modo che non potessemantenere la reputazione suasarebbe egli il primo che ne patirebbeperché da' Viniziani e Fiorentini non sarebbe piùstimato.
E in fede che il Duca desiderava la pacegli offerse laconclusione del parentado: e manderebbe la figliuola a Ferrara; laquale gli promettevaseguita la pacedargli nelle mani.
Il Conterispose che se il Duca veramente cercassi la pacefacilmente latroverrebbecome cosa dai Fiorentini e Viniziani desiderata: veroera che con difficultà se gli poteva credere conosciuto chenon abbi mai fatto pace se non per necessitàla quale comemancagli ritorna la voglia della guerra; ne anche al suo parentadosi poteva prestare fedesendone stato tante volte beffato non dimenoquando la pace si concludessifarebbe poi del parentado quantodagli amici fusse consigliato.

 

3

IVinizianii quali de' loro soldati nelle cose ancora non ragionevolisospettonopresono ragionevolmente di queste pratiche sospettograndissimo; il quale volendo il Conte cancellareseguiva la guerragagliardamente.
Non di meno l'animoa lui per ambizione e a'Viniziani per sospettoera in modo intepiditoche quello restantedella state si ferono poche imprese; in modo chetornato NiccolòPiccino in Lombardiae di già cominciato il vernotutti glieserciti ne andorono alle stanze: il Conte in Veronain Cremona ilDucale genti fiorentine in Toscanae quelle del Papa in Romagna.Le qualipoi che ebbono vinto ad Anghiariassaltorono Furlìe Bolognaper trarle di mano a Francesco Piccininoche in nome delpadre le governava; e non riuscì loroperché furono daFrancesco gagliardamente difese.
Non di meno questa loro venuta dettetanto spavento ai Ravennati di non tornare sotto lo imperio dellaChiesached'accordo con Ostasio di Polenta loro signoresimissero nella potestà de' Viniziani; i qualiin guidardonedella ricevuta terraacciò che per alcun tempo Ostasio nonpotesse loro per forza torre quello che per poca prudenzia aveva lorodatolo mandaronoinsieme con un suo figliuoloa morire in Candia.Nelle quali impresenon ostante la vittoria di Anghiarimancando alPapa danari vendé il castello del Borgo a Santo Sipolcroventicinquemila ducatia' Fiorentini.
Stando per tanto le cose inquesti terminie parendo a ciascunomediante la vernataesseresicuro della guerranon si pensava più alla pace; e massimeil Ducaper essere da Niccolò Piccino e dalla stagionerassicurato.
E per ciò aveva rotto con il Conte ogniragionamento d'accordoe con grande diligenzia rimisse Niccolòa cavallo; e faceva qualunque altro provedimento che per una futuraguerra si richiedeva.
Della qual cosa avendo notizia il Conteneandò a Vinegiaper consigliarsi con quel Senato come per loanno futuro si avessero a governare.
Niccolò dall'altra partetrovandosi in ordinee vedendo il nimico disordinatonon aspettòche venisse la primavera; e nel più freddo verno passòl'Addae entrò nel Brescianoe tutto quel paesefuora cheAsola e Orcioccupò; dove più che dumila cavallisforzeschii quali questo assalto non aspettavanosvaligiò eprese.
Ma quello che più dispiacque al Conte e piùsbigottì i Viniziani fu che Ciarpelloneuno de' primicapitani del Contesi ribellò da lui.
Il Conteavuto questoavvisopartì subito da Vinegiae arrivato a Brescia trovòNiccolòfatto quelli danniessersi ritornato alle stanze;donde che al Conte non parvepoi che trovò la guerra spentadi raccenderla; ma vollepoi che il tempo e il nimico gli davanocommodità a riordinarsiusarlaper potere poicon il nuovotempovendicarsi delle vecchie offese.
Fece adunque che i Vinizianirichiamassero le genti che in Toscana servivono a' Fiorentinie inluogo di Gattamelata mortovolle che Micheletto Attenduloconducessero.

 

4

Venutaadunque la primaveraNiccolò Piccino fu il primo a uscire incampagna; e campeggiò Cignanocastello lontano da Bresciadodici miglia; al soccorso del quale venne il Conte; e tra l'uno el'altro di quelli capitanisecondo la loro consuetudinesimaneggiava la guerra.
E dubitandoil Contedi Bergamoandòa campo a Martiningocastello posto in luogo da potere facilmenteespugnato quellosoccorrere Bergamo; la qual città da Niccolòera gravemente offesa; e perché egli aveva preveduto nonpotere esser impedito dal nimico se non per la via di Martiningoaveva quel castello di ogni difesa fornito; tal che al Conte funecessario andare a quella espugnazione con tutte le forze.
Donde cheNiccolòcon tutto lo esercito suosi pose in luogo che gliimpediva le vettovaglie al Contee con tagliate e bastioni in modosi era affortificatoche il Conte nol potevase non con suomanifesto pericoloassalire; e ridussesi la cosa in termine che loassediatore era in maggiore pericolo che quelli di Martiningocheerano assediati.
Donde che il Conte non poteva più per la famecampeggiarenéper il pericolopoteva levarsi; e si vedevaper il Duca una manifesta vittoriae per i Viniziani e il Conte unaespressa rovina.
Ma la fortunaalla quale non manca modo di aiutaregli amici e disfavorire i nimicifece in Niccolò Piccinoperla speranza di questa vittoriacrescere tanta ambizione e insolenziachenon avendo rispetto al Duca né a ségli mandòa dire comeavendo militato sotto le sue insegne gran tempoe nonavendo ancora acquistata tanta terra che vi si potesse sotterraredentrovoleva intendere da lui di quali premii avesse a essere perle sue fatiche premiatoperché in sua potestà erafarlo signore di Lombardia e porgli tutti i suoi nimici in mano; eparendogli che d'una certa vittoria ne avesse a nascere certo premiodesiderava gli concedesse la città di Piacenzaacciòstanco di sì lunga miliziapotesse qualche volta riposarsi.Né si vergognòin ultimominacciare il Duca dilasciare la impresaquando a questa sua domanda non acconsentisse.Questo modo di domandare ingiurioso e insolente offese tanto il Ducae ne prese tanto sdegnoche deliberò più tosto volereperdere la impresa che consentirlo.
E quello che tanti pericoli etanti minacci di nimici non avevono fatto piegaregli insolenti modidegli amici piegorono: e deliberò fare lo accordo con ilConte; a cui mandò Antonio Guidobuono da Tortona; e per quellogli offerse la figliuola e le condizioni della pace; le quali cosefurono avidamente da lui e da tutti i collegati accettate.
E fermi ipatti secretamente infra loromandò il Duca a comandare aNiccolò che facesse tregua per uno anno con il Contemostrando essere tanto con le spese affaticato che non potevalasciare una certa pace per una dubia vittoria.
Restò Niccolòammirato di questo partitocome quello che non poteva cognoscerequal cagione lo movesse a fuggire sì gloriosa vittoria; e nonpoteva credere cheper non volere premiare gli amicie' volesse esuoi nimici salvare.
Per tantoin quel modo che gli parve migliorea questa deliberazione si opponeva; tanto che il Duca fu constrettoa volerlo quietaredi minacciarlo che lo darebbequando egli non viacconsentissea' suoi soldati e a' suoi nimici in preda.
Ubbidìadunque Niccolònon con altro animo che si faccia colui cheper forza abbandona gli amici e la patriadolendosi della suamalvagia sorte; poi che ora la fortunaora il Ducade' suoi nimicigli toglievono la vittoria.
Fatta la trieguale nozze di madonnaBianca e del Conte si celebrorono; e per dota di quella gli consegnòla città di Cremona.
Fatto questosi fermò la pacedinovembrenel 1441; dove per i Viniziani Francesco Barbadico e PauloTronoe per i Fiorentini messer Agnolo Acciaiuoli convennononellaquale i Viniziani PeschieraAsola e Lonatocastella del marchesemantuanoguadagnorono.

 

5

Fermala guerra in Lombardiarestavano le armi del Regno; le qualinon sipotendo quietarefurono cagione che di nuovo in Lombardia siripigliassero.
Era il re Rinato da Alfonso di Ragona stato spogliatomentre la guerra di Lombardia si travagliava di tutto il reameeccetto che di Napolitale che Alfonso parendogli avere la vittoriain manodeliberòmentre assediava Napolitorre al ConteBenevento e gli altri suoi stati che in quelle circunstanzepossedeva; perché giudicava questo fatto potergli sanza suopericulo riusciresendo il Conte nelle guerre di Lombardia occupato.Successe ad Alfonso per tanto facilmente questa impresa; e con pocafatica tutte quelle terre occupò; ma venuta la nuova dellapace di LombardiaAlfonso temé che il Conte non venisseperle sue terrein favore di Rinatoe Rinato sperò per lemedesime cagioni in quello.
Mandò per tanto Rinato asollecitare il Contepregandolo che venisse a soccorrere uno amico ed'uno nimico a vendicarsi.
Dall'altra parte Alfonso pregava Filippoche dovesseper la amicizia aveva seco fare dare al Conte tantiaffanni cheoccupato in maggiori impresefusse di lasciare quellanecessitato.
Accettò Filippo questo invitosanza pensare cheturbava quella pace la quale poco davanti aveva con tanto suodisavantaggio fatta.
Fece per tanto intendere a papa Eugenio comeallora era tempo di riavere quelle terre che il Contedella Chiesaocupava; e a questo fare gli offerse Niccolò Piccino pagatomentre che la guerra durasse; il qualefatta la pacesi stava conle sue genti in Romagna.
Prese Eugenio cupidamente questo consiglioper lo odio teneva con il Conte e per il desiderio aveva di riavereil suo; e se altra volta fu con questa medesima speranza da Niccolòingannatocredeva oraintervenendoci il Ducanon potere dubitaredi inganno; e accozzate le genti con quelle di Niccolòassalìla Marca.
Il Contepercosso da sì inopinato assaltofattotesta delle sue gentiandò contro al nimico.
In questo mezzoil re Alfonso occupò Napoli; donde che tutto quel regnoeccetto Castelnuovovenne in sua potestà.
Lasciato per tantoRinatoin Castelnuovobuona guardiasi partì; e venuto aFirenzefu onoratissimamente ricevuto; dove stato pochi giorniveduto non potere fare più guerra se ne andò aMarsilia.
Alfonsoin questo mezzoaveva preso Castelnuovoe ilConte si trovavanella Marcainferiore al Papa e a Niccolò;per ciò ricorse a' Viniziani e Fiorentini per aiuti di gente edi danarimostrando chese allora ei non pensavano di frenare ilPapa e il Rementre che gli era ancora vivoch'eglino arebbonopoco di poia pensare alla salute propriaperché siaccosterebbono con Filippoe dividerebbonsi la Italia.
Stettono iFiorentini e i Viniziani un tempo sospesisì per nongiudicare se si era bene inimicarsi con il Papa e con il Resìper trovarsi occupati nelle cose de' Bolognesi.
Aveva AnnibaleBentivogli cacciato di quella città Francesco Piccininoe perpotersi defendere dal Ducache favoriva Francescoaveva a'Viniziani e Fiorentini domandato aiuto; e quelli non gliene avienonegato; in modo cheessendo in queste imprese occupatinon potevonoresolversi ad aiutare il Conte.
Ma sendo seguito che Annibale avevarotto Francesco Piccininoe parendo quelle cose posatedeliberoronoi Fiorentini suvvenire al Conte; ma primaper assicurarsi del Ducarinnovorono la lega con quello.
Da che il Duca non si discostòcome colui che aveva consentito si facesse guerra al Conte mentre cheil re Rinato era in su l'armima vedutolo spento e privo in tuttodel Regnonon gli piaceva che il Conte fusse de' suoi statispogliato e per ciònon solamente consentì agli aiutidel Contema scrisse ad Alfonso che fusse contento di tornarsi nelRegno e non gli fare più guerra.
E benché da Alfonsoquesto fusse fatto mal volentierinon di menoper gli oblighi avevacon il Ducadeliberò sodisfarglie si tirò con legenti di là dal Tronto.

 

6

Mentreche in Romagna le cose secondo questo ordine si travagliavanononstettono i Fiorentini quieti infra loro.
Era in Firenzeintra icittadini reputati nel governoNeri di Gino Capponidella cuireputazione Cosimo de' Medici più che di alcuno altro temevaperché al credito grande che gli aveva nella cittàquello che gli aveva con i soldati si aggiugneva; perchéessendo stato molte volte capo degli eserciti fiorentinise liavevacon la virtù e con i meriti guadagnati.
Oltre a diquestola memoria delle vittorie che da lui e da Gino suo padre siricognoscevano (avendo questo espugnata Pisae quello vinto NiccolòPiccino ad Anghiari) lo faceva amare da molti e temere da quelli chedesideravono non avere nel governo compagnia Intra molti altri capidello esercito fiorentino era Baldaccio di Anghiariuomo in guerraeccellentissimoperché in quelli tempi non era alcunoinItaliache di virtù di corpo e d'animo lo superassi; e avevaintra le fanterieperché di quelle sempre era stato capotanta reputazione che ogni uomo existimava che con quello in ogniimpresa e a ogni sua volontà converrebbono.
Era Baldaccioamicissimo a Nericome quello che per le sue virtùdellequali era sempre stato testimonelo amava; il che arrecava aglialtri cittadini sospetto grandissimo.
E giudicando che fussi illasciarlo pericoloso e il tenerlo pericolosissimodeliberorono dispegnerlo.
Al quale loro pensiero fu in questo la fortuna favorevole:era gonfaloniere di giustizia messer Bartolomeo Orlandini: costuisendo mandato alla guardia di Marradi quandocome di sopra dicemmoNiccolò Piccino passò in Toscanavilmente se ne erafuggitoe aveva abbandonato quel passo che per sua natura quasi sidifendeva; dispiacque tanta viltà a Baldaccioe con paroleingiuriose e con lettere fece noto il poco animo di costui: di chemesser Bartolomeo ebbe vergogna e dispiacere grande; e sommamentedesiderava vendicarsenepensando di poterecon la morte delloaccusatorela infamia delle sue colpe cancellare.

 

7

Questodesiderio di messer Bartolomeo era dagli altri cittadini cognosciutotanto chesanza molta faticache dovesse spegnere quello glipersuasono e a un tratto sé della ingiuria vendicasse e lostato da uno uomo liberasse che bisognava o con pericolo nutrirloolicenziarlo con danno.
Fatta per tanto Bartolomeo deliberazione diammazzarlorinchiuse nella camera sua molti giovani armatiedessendo Baldaccio venuto in Piazzadove ciascun giorno veniva atrattare con i magistrati della sua condottamandò ilGonfaloniere per luiil qualesanza alcuno sospettoubbidì.A cui il Gonfaloniere si fece incontroe con seco per lo anditolungo le camere de' Signoridella sua condotta ragionandodua o trevolte passeggiò.
Di poiquando gli parve temposendopervenuto propinquo alla camera che gli armati nascondevafece loroil cenno.
I quali saltorono fuorae quello trovato solo e disarmatoammazzoronoe così morto per la finestra che del Palagio inDogana rispondegittoronoe di quiviportatolo in Piazzaetagliatogli il capoper tutto il giorno a tutto il popolo spettaculone feciono.
Rimase di costui uno solo figliuoloche Annalena suadonna pochi anni davanti gli aveva partoritoil quale non moltotempo visse.
E restata Annalena priva del figliuolo e del maritononvolle più con altro uomo accompagnarsi; e fatto delle sue caseuno munisterocon molte nobili donne che con lei convennono sirinchiusedove santamente morì e visse.
La cui memoriaperil munistero creato e nomato da leicome al presente vivecosìviverà sempre.
Questo fatto abbassòin partelapotenza di Nerie tolsegli reputazione e amici.
Né bastòquesto a' cittadinidello statoperchésendo giàpassati dieci anni dopo il principio dello stato loroed essendo laautorità della balia finitae pigliando molti con il parlaree con le opere più animo che non si richiedevagiudicorono icapi dello stato chea non volere perdere quellofussi necessarioripigliarlodando di nuovo autorità agli amici e li nimicibattendo.
E per ciònel 1444creoronoper i Consiglinuovabalia; la quale riformò gli uficidette autorità apochi di potere creare la Signoria; rinnovò la Cancelleriadelle riformazioniprivandone ser Filippo Peruzzi e a quellapreponendo uno che secondo il parere de' potenti si governassi;prolungò il tempo de' confini a' confinatipose Giovanni diSimone Vespucci nelle carcere; privò degli onori gliaccoppiatori dello stato nimicoe con quelli i figliuoli di PieroBaroncellitutti i SerragliBartolomeo Fortinimesser FrancescoCastellani e molti altri.
E con questi modi a sé renderonoautorità e reputazionee a' nimici e sospetti tolsonol'orgoglio.

 

8

Fermocosì e ripreso lo statosi volsono alle cose di fuora.
EraNiccolò Piccinocome di sopra dicemmostato abbandonato dail re Alfonsoe il Conteper lo aiuto che da' Fiorentini avevaavutoera diventato potente; donde che quello assalì Niccolòpresso a Fermoe quello ruppe di modo che Niccolòprivatoquasi di tutte le sue genticon pochi si rifuggì inMontecchio; dove si fortificò e difese tanto che in brevetempo tutte le sue genti gli tornorono apressoe in tanto numero chepotette facilmente difendersi dal Conte sendo massimamente di giàvenuto il vernoper il quale furono quelli capitani constrettimandare le loro genti alle stanze.
Niccolò attese tutta lavernata ad ingrossare lo esercitoe da il Papa e da il re Alfonso fuaiutatotanto chevenuta la primaverasi ridussono quelli capitanialla campagna; doveessendo Niccolò superioreera condottoil Conte in estrema necessità; e sarebbe stato vintose da ilDuca non fussino stati a Niccolò i suoi disegni rotti.
MandòFilippo a pregare quello che subito andassi a luiperché gliaveva a parlare di bocca di cose importantissime.
Donde che Niccolòcupido di intenderleabbandonò per uno incerto bene una certavittoria; e lasciato Francesco suo figliuolo capo dello esercitosene andò a Milano.
Il che sentendo il Contenon volse perderela occasione del combattere mentre che Niccolò era assente evenuto alla zuffa propinquo al castello di Monte Lororuppe le gentidi Niccolòe Francesco prese Niccolòarrivato aMilanoe vedutosi aggirato da Filippoe intesa la rotta e la presadel figliuoloper dolore morì.
l'anno 1445di età disessantaquattro anni; stato più virtuoso che felice capitano.E di lui restorono Francesco e Iacopoi quali ebbono meno virtùe più cattiva fortuna del padre; tanto che queste armibraccesche quasi che si spensero e le sforzeschesempre dallafortuna aiutatediventorono più gloriose.
Il Papavedendobattuto lo esercito di Niccolò e lui mortoné sperandomolto negli aiuti di Ragonacercò la pace con il Conte; e peril mezzo de' Fiorentini si conchiuse.
Nella quale al Papadelleterre della MarcaOsimo Fabriano e Ricanati restorono: tutto ilrestante sotto lo imperio del Conte rimase.

 

9

Seguitala pace nella Marcasarebbe tutta Italia pacificatase daiBolognesi non fusse stata turbata.
Erano in Bologna due potentissimefamiglieCanneschi e Bentivogli: di questi era capo Annibalediquelli Batista.
Avevanoper meglio potersi l'uno dell'altro fidarecontratto intra loro parentado; ma infra gli uomini che aspirano aduna medesima grandezza si può facilmente fare parentadomanon amicizia.
Era Bologna in lega con i Fiorentini e Viniziani laqualemediante Annibale Bentivoglidopo che ne avevono cacciatoFrancesco Piccininoera stata fatta; e sapiendo Batista quanto ilDuca desiderava avere quella città favorevoletenne praticaseco di ammazzare Annibale e ridurre quella città sotto leinsegne sua.
Ed essendo convenuti del modoa dì 24 di giugnonel 1445assalì Batista Annibale con i suoi e quello ammazzò;di poigridando il nome del Ducacorse la terra.
Erano in Bologna icommissari viniziani e fiorentini; i quali al primo romore siritirorono in casa; ma veduto poi come il popolo non favoriva gliucciditorianzi in gran numeroragunati con le armi in Piazzadella morte di Annibale si dolevonopreso animoe con quelle gentisi trovavonosi accostorono a quelli; e fatto testale genticannesche assalironoe quelle in poco d'ora vinsono; delle qualiparte ammazzoronoparte fuora della città cacciorono.Batistanon essendo stato a tempo a fuggirené i nimici adammazzarlodrento alle sue casein una tomba fatta per conservarefrumentosi nascose; e avendone i suoi nimici cerco tutto il giornoe sapendo come e' non era uscito della cittàfeciono tantospavento ai suoi servidoriche da uno suo ragazzoper timorefuloro mostro; e tratto di quello luogoancora coperto d'armifuprima mortodi poi per la terra strascinato e arso.
Cosìl'autorità del Duca fu sufficiente a farli fare quellaimpresae la sua potenza non fu a tempo a soccorrerlo.

 

10

Posatiadunqueper la morte di Batista e fuga de' Canneschiquestitumultirestorono i Bolognesi in grandissima confusionenon visendo alcuno della casa de' Bentivogli atto al governoed essendorimaso di Annibale un solo figliuolochiamato Giovannidi etàdi sei anniin modo che si dubitava che intra gli amici de'Bentivogli non nascesse divisionela quale facessi ritornare iCanneschicon la rovina della patria e della parte loro.
E mentrestavano in questa suspensione di animoFrancesco che era stato contedi Poppitrovandosi in Bolognafece intendere a quelli primi dellacittà chese volevono essere governati da uno disceso delsangue di Annibalelo sapeva loro insegnare.
E narrò comesendocirca venti anni passatiErcule cugino di Annibale a Poppisapeva come egli ebbe cognoscenza con una giovane di quello castellodella quale ne nacque uno figliuolo chiamato Santiil quale Erculegli affermò più volte essere suo; né pareva chepotesse negarloperché chi cognobbe Ercule e cognosce ilgiovane vede infra loro una somiglianza grandissima.
Fu da quellicittadini prestato fede alle parole di costuiné differironopunto a mandare a Firenze loro cittadini a ricognoscere il giovane eoperare con Cosimo e con Neri che fusse loro concesso.
Era quello chesi reputava padre di Santi mortotanto che quel giovane sotto lacustodia d'uno suo ziochiamato Antonio da Casceseviveva.
EraAntonio riccoe sanza figliuolie amico a Neri: per ciòintesa che fu questa cosaNeri giudicò che fussi né dasprezzarla né temerariamente da accettarlae volle che Santialla presenzia di Cosimocon quelli che da Bologna erano mandatiparlasse.
Convennono costoro insieme; e Santi fu dai Bolognesinonsolamente onoratoma quasi adorato: tanto poteva nelli animi diquelli lo amore delle parti.
Né per allora si concluse alcunacosase non che Cosimo chiamò Santi in dispartee sìgli disse: - Niunoin questo casoti può meglio consigliareche tu medesimo; perché tu hai a pigliare quel partito a chel'animo ti inclina: perchése tu sarai figliuolo di ErcoleBentivoglitu ti volgerai a quelle imprese che di quella casa e dituo padre fieno degne; ma se tu sarai figliuolo di Agnolo da Casceseti resterai in Firenze a consumare in una arte di lana vilmente lavita tua.
- Queste parole commossono il giovane; e dove prima egliaveva quasi che negato di pigliare simile partitodisse che sirimetteva in tutto a quello che Cosimo e Neri ne deliberassi; tantocherimasi d'accordo con i mandati bolognesifu di vestecavagli eservitori onorato; e poco di poiaccompagnato da moltia Bolognacondotto e al governo del figliuolo di Annibale e della cittàposto.
Dove con tanta prudenzia si governòchedove i suoimaggiori erano stati tutti dai loro nimici mortiegli epacificamente visse e onoratissimamente morì.

 

11

Dopola morte di Niccolò Piccino e la pace seguita nella Marcadesiderava Filippo avere uno capitano il quale a' suoi eserciticomandasse; e tenne pratiche secrete con Ciarpelloneuno de' primicapi del conte Francesco; e fermo infra loro lo accordoCiarpellonedomandò licenza al Conte di andare a Milanoper entrare inpossessione di alcune castella che da Filippo gli erano nelle passateguerre state donate.
Il Conte dubitando di quello che eraacciòche il Duca non se ne potessi contro a' suoi disegni servirelo feceprima sostenere e poco di poi morireallegando di averlo trovato infraude contro a di lui.
Di che Filippo prese grandissimo dispiacere esdegnoil che piacque a' Fiorentini e a' Vinizianicome quelli chetemevano assai se le armi del Conte e la potenza di Filippodiventavano amiche.
Questo sdegno per tanto fu cagione di suscitarenuova guerra nella Marca.
Era signore di Rimino Gismondo Malatestiil quale per essere genero del Contesperava la signoria di Peseroma il Conteoccupata quellaad Alessandro suo fratello la dettediche Gismondo sdegnò forte.
Al quale sdegno si aggiunse cheFederigo di Montefeltrosuo nimico per i favori del Conte aveva lasignoria di Urbino occupata: questo fece che Gismondo si accostòal Ducae che sollecitava il Papa e il Re a fare guerra al Conte.
Ilqualeper fare sentire a Gismondo i primi frutti di quella guerrache desideravapensò di prevenirloe in un tratto lo assalì.Onde che subito si riempierono di tumulti la Romagna e la Marcaperché Filippoil Re e il Papa mandorono grossi aiuti aGismondoe i Fiorentini e Vinizianise non di gentidi danariprovedevono il Conte.
Né bastò a Filippo la guerra diRomagnaché disegnò torre al Conte Cremona ePontremoli: ma Pontremoli da' Fiorentinie Cremona da' Viniziani fudifesa.
In modo che in Lombardia ancora si rinnovò la guerra:nella qualedopo alquanti travagli seguiti nel CremoneseFrancescoPiccininocapitano del Ducafua Casaleda Micheletto e dallegenti de' Viniziani rotto.
Per la quale vittoria i Vinizianisperarono di potere torre lo stato al Duca; e mandorono uno lorocommissario in Cremonae la Chiaradadda assalironoe quella tuttafuori che Cremaoccuporono; di poipassato l'Addascorrevono perinfino a Milanodonde che il Duca ricorse ad Alfonsoe lo pregòvolesse soccorrerlomostrandogli i pericoli del Regnoquando laLombardia fusse in mano de' Viniziani.
Promisse Alfonso mandargliaiutii quali con difficultàsanza consentimento del Contepotevono passare.

 

12

Pertanto Filippo ricorse con i prieghi al Conte: che non volesseabbandonare il suocerogià vecchio e cieco.
Il Conte siteneva offeso dal Duca per avergli mosso guerra; dall'altra parte lagrandezza de' Viniziani non gli piacevae di già i danari glimancavanoe la lega lo provedeva parcamenteperché a'Fiorentini era uscita la paura del Ducala quale faceva loro stimareil Contee i Viniziani desideravano la sua rovinacome quelli chegiudicavano lo stato di Lombardia non potere essere loro tolto se nonda il Conte.
Non di menomentre che Filippo cercava di tirarlo a'suoi soldie gli offeriva il principato di tutte le sue gentipurché lasciasse i Viniziani e la Marca restituisse al Papagli mandorono ancora loro ambasciadoripromettendogli Milano se loprendevanoe la perpetuità del capitaneato delle loro gentipure che seguisse la guerra nella Marca e impedisse che non venisseroaiuti di Alfonso in Lombardia.
Erano adunque le promesse de'Viniziani grandie i meriti loro grandissimiavendo mosso quellaguerra per salvare Cremona al Conte; e dall'altra parte le ingiuriedel Duca erano freschee le sue promesse infedeli e deboli.
Pure nondi meno stava dubio il Conte di qual partito dovessi prendere: perchédall'uno canto l'obligo della legala fede datai meriti freschi ele promesse delle cose future lo movevano; dall'altro i prieghi delsuoceroe sopra tutto il veleno che dubitava che sotto le grandipromesse de' Viniziani si nascondesse; giudicando dovere stareedelle promesse e dello statoqualunque volta avessero vintoa lorodiscrezione; alla quale niuno prudente principe non maise non pernecessitàsi rimisse.
Queste difficultà di risolversial Conte furono dalla ambizione de' Viniziani tolte via: i qualiavendo speranza di occupare Cremona per alcune intelligenzie avienoin quella cittàsotto altro colore vi fecero appressare leloro genti.
Ma la cosa si scoprì da quelli che per il Conte laguardavano; e riuscì il loro disegno vano; per che nonacquistorono Cremonae il Conte perderono; il qualeposposti tuttii rispettisi accostò al Duca.

 

13

Eramorto papa Eugenioe creato per suo successore Niccola Ve il Conteaveva già tutto lo esercito a Cutignuola per passare inLombardiaquando gli venne avviso Filippo essere mortoche correval'anno 1447all'ultimo di agosto.
Questa nuova riempié diaffanni il Conte; perché non gli pareva che le sue gentifussero ad ordineper non avere avuto lo intero pagamento; temevade' Vinizianiper essere in su l'armi e suoi nimiciavendo difresco lasciati quelli e accostatosi al Duca; temeva di Alfonsosuoperpetuo nimico; non sperava nel Papa né ne' Fiorentini: inquestiper essere collegati con i Viniziani; in quelloper esseredelle terre della Chiesa possessore.
Pure deliberò di mostrareil viso alla fortunae secondo gli accidenti di quella consigliarsi;perché molte volteoperandosi scuoprono quelli consiglichestandosisempre si nasconderebbono.
Davagli grande speranza ilcredere chese i Milanesi dalla ambizione de' Viniziani si volesserodifendereche non potessero ad altre armi che alle sue rivolgersi.Onde chefatto buono animopassò nel Bolognese; e passato dipoi Modena e Reggiosi fermò con le genti in su la Lenzae aMilano mandò a offerirsi.
De i Milanesimorto il Duca partevolevono vivere liberiparte sotto uno principe: di quelli cheamavano il principe l'una parte voleva il Conte l'altra il reAlfonso.
Per tantosendo quelli che amavano la libertà piùunitiprevalsono agli altrie ordinorono a loro modo una republicala quale da molte città del Ducato non fu ubbiditagiudicandoancora quelle poterecome Milanola loro libertà godere; equelle che a quella non aspiravanola signoria de' Milanesi nonvolevono.
Lodi adunque e Piacenza si dierono a' VinizianiPavia eParma si feciono libere.
Le quali confusioni sentendo il Contese neandò a Cremona; dove i suoi oratori insieme con oratorimilanesi vennonocon la conclusione che fusse capitano de' Milanesicon quelli capitoli che ultimamente con il duca Filippo aveva fatti.A' quali aggiunsono che Brescia fusse del Contee acquistandosiVeronafusse sua quellae Brescia restituisse.

 

14

Avantiche il Duca morissepapa Niccoladopo la sua assunzione alpontificatocercò di creare pace intra i principi italiani; eper questo operòcon gli oratori che i Fiorentini glimandorono nella creazione suache si facesse una dieta a Ferraraper trattare o lunga triegua o ferma pace.
Convennono adunqueinquella cittàil legato del Papagli oratori vinizianiducali e fiorentini; quelli del re Alfonso non v'intervennono.Trovavasi costui a Tibolicon assai genti a piè e a cavalloe di quivi favoriva il Duca; e si crede chepoi ch'eglino ebbonotirato da il canto loro il Conteche volessino apertamente iFiorentini e i Viniziani assaliree in quel tanto che l'indugiavanole genti del Conte ad essere in Lombardiaintrattenere la praticadella pace a Ferrara; dove il Re non mandòaffermando cheratificherebbe a quanto da il Duca si concludesse.
Fu la pace moltigiorni praticata; e dopo molte disputesi concluse o una pace persempre o una tregua per cinque anniquale di queste dua al Ducapiacesse; ed essendo iti gli oratori ducali a Milano per intendere lasua volontàlo trovorono morto.
Volevononon ostante la suamortei Milanesi seguire lo accordo; ma i Viniziani non vollonocome quelli che presono speranza grandissima di occupar quello statoveggendo massime che Lodi e Piacenzasubito dopo la morte del Ducasi erano loro arrese; tale che li speravanoo per forza o peraccordopotere in breve tempo spogliare Milano di tutto lo statoequello di poi in modo opprimereche ancora esso si arrendesse primache alcunolo suvvenisse; e tanto più si persuasono questoquando viddono i Fiorentini implicarsi in guerra con il re Alfonso.

 

15

Eraquel re a Tibolie volendo seguire la impresa di Toscanasecondoche con Filippo aveva deliberatoparendogli che la guerra che si eragià mossa in Lombardia fusse per darli tempo e commoditàdesiderava avere un piè nello stato de' Fiorentiniprima cheapertamente si movesse; e per ciò tenne trattato nella roccadi Cenninain Valdarno di soprae quella occupò.
IFiorentinipercossi da questo inopinato accidentee veggendo il Remosso per venire a' loro dannisoldorono genticreorono i Dieciesecondo il loro costume si preparorono alla guerra.
Era giàcondotto il Re con il suo esercito sopra il Sanesee faceva ogni suosforzo per tirare quella città a' suoi voleri: non di menostierono quelli cittadini nella amicizia de' Fiorentini fermie nonriceverono il Re in Sienané in alcuna loro terra:provedevanlo bene di viveridi che gli scusava la impotenza loro ela gagliardia del nimico.
Non parve al Re entrare per la via delValdarnocome prima aveva disegnatosì per avere riperdutaCenninasì perché di già i Fiorentini erano inqualche parte forniti di gente; e si inviò verso Volterraemolte castella nel Volterrano occupò.
Di quindi n'andòin quello di Pisa; e per li favori che gli feciono Arrigo e Fazio de'conti della Gherardescaprese alcune castellae da quelle assalìCampiglia; la quale non possé espugnareperché fu da'Fiorentini e dal verno difesa.
Onde che il Re lasciònelleterre preseguardie da difenderle e da potere scorrere il paeseecon il restante dello esercito si ritirò alle stanze in nelpaese di Siena.
I Fiorentini intantoaiutati dalla stagioneconogni studio si providdono di gentecapi delle quali erano Federigosignore di Urbino e Gismondo Malatesti da Rimino; e benché fraquesti fusse discordianon di menoper la prudenzadi Neri di Ginoe di Bernardetto de Medici commissarisi mantennono in modo unitiche si uscì a campo sendo ancora il verno grandee siripresono le terre perdute nel Pisano e le Ripomerancie nelVolterrano; e i soldati del Reche prima scorrevono le maremmesifrenorono di sorte che con fatica potevono le terre loro date aguardia mantenere.
Ma venuta la primaverai commissari feciono altocon tutte le loro gentiallo Spedalettoin numero di cinquemilacavalli e due mila fanti; e il Re ne venne con le suein numero diquindicimilapropinquo a tre miglia a Campiglia.
E quando si stimavatornassi a campeggiare quella terrasi gittò a Piombinosperando di averlo facilmenteper essere quella terra maleprovvistae per giudicare quello acquisto a sé utilissimo eai Fiorentini pernizioso; per ché da quel luogo potevaconsumare con una lunga guerra i Fiorentinipotendo provederlo permaree tutto il paese di Pisa perturbare.
Per ciò dispiacquea Fiorentini questo assalto; e consigliatisi quello fusse da faregiudicorono chese si poteva stare con lo esercito nelle macchie diCampigliache il Re sarebbe forzato partirsi o rotto o vituperato.
Eper questo armarono quattro galeazze avevono a Livornoe con quellemessono trecento fanti in Piombinoe posonsi alle Caldaneluogodove con difficultà potevono essere assalitiperchéalloggiare alle macchienel pianolo giudica vano pericoloso.

 

 

16

Avevalo esercito fiorentino le vettovaglie dalle terre circunstantelequaliper essere rade e poco abitatelo prevedevono con difficultà;tale che lo esercito ne pativae massimamente mancava di vinoperchénon vi se ne ricogliendo e d'altronde non ne potendoavere non era possibile che se ne avesse per ciascuno.
Ma il Reancora che dalle genti fiorentine fusse tenuto strettoabbondavadastrame in fuorad'ogni cosaperché era per mare di tuttoproveduto.
Vollono per tanto i Fiorentini fare pruova se per mareancora le genti loro potessero suvveniree caricorono le lorogaleazze di viveri; e fattole venirefurono da sette galee del Reincontratee dua ne furono presee dua fugate.
Questa perdita feceperdere la speranza alle genti fiorentine del rinfrescamento; ondeche dugento saccomanni o piùper mancamento massime del vinosi fuggirono nel campo del Re; e l'altre genti mormoreggiavanoaffermando non essere per stare in luoghi caldissimidove non fussevino a l'acque fussero cattive; tanto che i commissari deliberoronoabbandonare quel luogoe volsonsi alla recuperazione di alcunecastella che ancora restavano in mano al Re.
Il quale dall'altraparteancora che non patissi di viveri e fusse superiore di gentisi vedeva mancareper essere il suo esercito ripieno di malattie chein quelli tempi i luoghi maremmani producono; e furono di tantapotenza che molti ne morivano e quasi tutti erano infermi.
Onde chesi mossono pratiche di accordoper il quale il Re domandavacinquanta mila fiorinie che Piombino gli fusse lasciato adiscrezione.
La qual cosa consultata a Firenzemoltidesiderosidella pacel'accettavanoaffermando non sapere come si potessesperare di vincere una guerra che a sostenerla tante spese fusseronecessariema Neri Capponiandato a Firenzein modo con le ragionila sconfortòche tutti i cittadini d'accordo a non laaccettare convennonoe il signore di Piombino per loro raccomandatoaccettoronoe a tempo di pace e di guerra di suvvenirlo promissonopurché non si abbandonassee si volessecome infino alloraaveva fattodifendere.
Intesa il Re questa deliberazionee vedutoper lo infermo suo esercitodi non potere acquistare la terra silevò quasi che rotto da campo; dove lasciò piùche dumila uomini morti; e con il restante dello infermo esercito siritirò nel paese di Sienae di quindi nel Regnotuttosdegnato contro a' Fiorentiniminacciandolia tempo nuovodi nuovaguerra.

 

17

Mentreche queste cose in Toscana in simil modo si travagliavanoil conteFrancescoin Lombardiasendo diventato capitano de' Milanesiprimache ogni altra cosa si fece amico Francesco Piccininoil quale perli Milanesi militavaacciò che nelle sue imprese lofavorisseo con più rispetto lo ingiuriasse.
Ridussesiadunque con lo esercito suo in campagnaonde che quelli di Paviagiudicorono non si potere dalle sue forze difenderee non volendodall'altra parte ubbidire a' Milanesigli offersono la terra conqueste condizioni che non li mettessi sotto lo imperio di Milano.Desiderava il Conte la possessione di quella cittàparendogliuno gagliardo principio a potere colorire i disegni suoinélo riteneva il timore o la vergogna del rompere la fedeperchégli uomini grandi chiamono vergogna il perderenon con ingannoacquistare; ma dubitavapigliandolanon fare sdegnare i Milanesi inmodo che si dessero a' Viniziani; e non la pigliandotemeva del ducadi Savoiaal quale molti cittadini si volevono daree nell'uno casoe nell'altro gli pareva essere privo dello imperio di Lombardia.
Purenon di menopensando che fusse minor pericolo nel prendere quellacittà che nel lasciarla prendere ad uno altro deliberòdi accettarlapersuadendosi potere acquietare i Milanesi.
A' qualifece intendere ne' pericoli s'incorreva quando non avessi accettataPaviaperché quelli cittadini si sarebbono dati o a'Viniziani o al Ducae nell'uno e nell'altro caso lo stato loro eraperduto; e come ei dovevono più contentarsi di avere lui pervicino amicoche uno potentequale era qualunque di quellienimico.
I Milanesi si turborono assai del casoparendo loro averescoperta l'ambizione del Conte e il fine a che egli andava; magiudicorono non potere scoprirsiperché non vedevonopartendosi dal Contedove si volgere altrove che a' Vinizianide'quali la superbia e le gravi condizioni temevano; e per ciòdeliberorono non si spiccare dal Contee per allora rimediare conquello ai mali che soprastavano lorosperando cheliberati daquellisi potrebbono ancora liberare da lui; perchénonsolamente da' Vinizianima ancora dai Genovesi e duca di Savoiainnome di Carlo d'Orliensnato d'una sorella di Filippoeranoassaliti.
Il quale assalto il Conte con poca fatica oppresse.
Soloadunque gli restorono nimici i Vinizianii quali con uno potenteesercito volevono occupare quello statoe tenevano Lodi e Piacenzaalla quale il Conte pose il campoe quelladopo una lunga faticaprese e saccheggiò.
Di poiperché ne era venuto ilvernoridusse le sue genti nelli alloggiamentied egli se ne andòa Cremonadove tutta la vernata con la moglie si riposò.

 

18

Mavenuta la primaverauscirono gli eserciti viniziani e milanesi allacampagna.
Desideravano i Milanesi acquistare Lodie di poi fareaccordo con i Vinizianiperché le spese della guerra eranoloro rincresciute e la fede del capitano era loro sospetta; tal chesommamente desideravano la paceper riposarsi e per assicurarsi delConte.
Deliberorono per tanto che il loro esercito andassi alloacquisto di Caravaggiosperando che Lodi si arrendesse qualunquevolta quel castello fusse tratto delle mani del nimico.
Il Conteubbidì a' Milanesiancora che l'animo suo fussi passarel'Adda e assalire il Bresciano.
Posto dunque lo assedio a Caravaggiocon fossi e altri ripari si affortificòacciò chesei Viniziani volessero levarlo da campocon loro disavvantaggio loavessero ad assalire.
I Viniziani dall'altra parte vennono con illoro esercitosotto Micheletto loro capitanopropinqui a duoi tirid'arco al campo del Conte; dove più giorni dimororonoefeciono molte zuffe.
Non di meno il Conte seguiva di strignere ilcastelloe lo aveva condotto in termine che conveniva si arrendessela quale cosa dispiaceva ad i Vinizianiparendo lorocon la perditadi quelloavere perduta la impresa.
Fu per tanto intra i lorocapitani grandissima disputa del modo del soccorrerlo; né sivedeva altra via che andare dentro ai suoi ripari a trovare ilnimico; dove era disavvantaggio grandissimo; ma tanto stimorono laperdita di quel castello che il Senato venetonaturalmente timido ediscosto da qualunque partito dubio e pericolosovolle piùtostoper non perdere quelloporre in pericolo il tuttocheconla perdita di essoperdere la impresa.
Feciono adunque deliberazionedi assalire in qualunque modo il Conte; e levatisi una mattina dibuona ora in armeda quella parte che era meno guardata loassalironoe nel primo impetocome interviene nelli assalti che nonsi aspettonotutto lo esercito sforzesco perturborono.
Ma subito fuogni disordine da il Conte in modo riparatoche i nimicidopo moltisforzi fatti per superare gli arginifurononon solamenteributtatima in modo fugati e rottiche di tutto lo esercitodoveerano meglio che dodici mila cavaglinon se ne salvorono milleetutte loro robe e carriaggi furono predati; né mai fino a queldì fu ricevuta dai Viniziani la maggiore e piùspaventevole rovina.
E intra la preda e i presi fu trovato...proveditore vinizianoil qualeavanti alla zuffa e nel maneggiarela guerraaveva parlato vituperosamente del Contechiamando quellobastardo e viledi modo chetrovandosi dopo la rotta prigioneede' suoi falli ricordandosidubitando non essere secondo i suoimeriti premiatoarrivato avanti al Contetutto timido e spaventatosecondo la natura degli uomini superbi e vilila quale ènelle prosperità essere insolenti e nelle avversitàabietti e umiligittatosi lagrimando ginocchionegli chiese delleingiurie contro a quello usate perdono.
Levollo il Conte; e presoloper il braccio gli fece buono animoe confortollo a sperare bene.Poi gli disse che si maravigliava che uno uomo di quella prudenza egravità che voleva essere tenuto egli fusse caduto in tantoerrore di parlare sì vilmente di coloro che non lo meritavano;e quanto apparteneva alle cose che quello gli aveva rimproveratechenon sapeva quello che Sforza suo padre si avesse con madonna Luciasua madre operatoperché non vi era e non aveva potuto a'loro modi del congiugnersi provederetalmente che di quello che sifacessero e' non credeva poterne biasimo o lode riportare; ma chesapeva bene che di quello aveva avuto ad operare eglisi eragovernato in modo che niuno lo poteva riprendere; di che egli e ilsuo Senato ne potevono fare fresca e vera testimonianza.
Confortolloa essere per lo avvenire più modesto nel parlare d'altrui epiù cauto nelle imprese sue.

 

19

Dopoquesta vittoriail Contecon il suo vincitore esercitopassònel Brescianoe tutto quello contado occupò; e di poi pose ilcampo propinquo a dua miglia a Brescia.
I Viniziani dall'altra partericevuta la rottatemendocome seguìche Brescia non fussela prima percossal'avevano di quella guardia che meglio e piùpresto avevono potuta trovare proveduta; e di poi con ogni diligenziaragunorono forzee ridussono insieme quelle reliquie che del loroesercito posserono averee a' Fiorentini per virtù della lorolega domandorono aiuti: i qualiperché erano liberi dallaguerra del re Alfonsomandorono in aiuto di quelli mille fanti edumila cavagli.
I Vinizianicon queste forzeebbono tempo a pensareagli accordi.
Fuun tempocosa quasi che fatale alla republicaviniziana perdere nella guerra e nelli accordi vincere; e quelle coseche nella guerra perdevanola pace di poi molte volte duplicatamenteloro rendeva.
Sapevano i Viniziani come i Milanesi dubitavano delContee come il Conte desiderava non essere capitanoma signore de'Milanesie come in loro arbitrio era fare pace con uno de' duoidesiderandola l'uno per ambizionel'altro per pauraed elessono difarla con il Contee di offerirgli aiuti a quello acquisto.
E sipersuasono checome i Milanesi si vedessino ingannati dal Contevorrienomossi dallo sdegnosottoporsi prima a qualunque altro chea lui; e conducendosi in termine che per loro medesimi non sipotessino difendere né più del Conte fidarsisarienoforzatinon avendo dove gittarsidi cadere loro in grembo.
Presoquesto consigliotentorono lo animo del Conte; e lo trovorono allapace dispostissimocome quello che desiderava che la vittoria avutaa Caravaggio fusse sua e non de' Milanesi.
Fermorono per tanto unoaccordonel quale i Viniziani si obligorono pagare al Contetantoche gli differisse ad acquistare Milanotredici mila fiorini perciascuno mesee di piùdurante quella guerradi quattromilacavagli e dumila fanti suvvenirlo; e il Conte dall'altra parte siobligò restituire a' Viniziani terreprigioni e qualunquealtra cosa stata da lui in quella guerra occupataed esseresolamente contento a quelle terre le quali il duca Filippo alla suamorte possedeva.

 

20

Questoaccordocome fu saputo a Milanocontristò molto piùquella città che non aveva la vittoria di Caravaggiorallegrata.
Dolevonsi i principirammaricavansi i popolaripiangevano le donne e i fanciulli e tutti insieme il Conte traditoree disleale chiamavano; e benché quelli non credessino nécon prieghi né con promesse dal suo ingrato proponimentorivocarlogli mandorono imbasciadoriper vedere con che viso e conquali parole questa sua sceleratezza accompagnasse.
Venuti per tantodavanti al Conteuno di quelli parlò in questa sentenza: -Sogliono coloro i quali alcuna cosa da alcuno impetrare desideranocon i prieghipremii o minacce assalirloacciòmosso odalla misericordia o dall'utile o dalla pauraa fare quanto da lorosi desidera condescenda.
Ma negli uomini crudeli e avarissimiesecondo la opinione loro potentinon vi avendo quelli tre modi luogoalcunoindarno si affaticono coloro che credono o con i prieghiumiliarli o con i premii guadagnarlio con le minacce sbigottirli.Noi per tantoconoscendo al presentebenché tardilacrudeltàl'ambizione e superbia tuaveniamo a tenon pervolere impetrare alcuna cosané per credere di ottenerlaquando bene noi la domandassimoma per ricordarti i benefizi che tuhai dal popolo milanese ricevutie dimostrarti con quantaingratitudine tu li hai ricompensatiacciò che almenoinfratanti mali che noi sentiamosi gusti qualche piacere perrimproverarteli.
E' ti debbe ricordare benissimo quali erano lecondizioni tue dopo la morte del duca Filippo: tu eri del Papa e delRe inimico; tu avevi abbandonati i Fiorentini e Vinizianide' qualie per il giusto e fresco sdegnoe per non avere quelli piùbisogno di teeri quasi che nimico divenuto; trovaviti stracco dellaguerra avevi avuta con la Chiesacon poca gentesanza amicisanzadanari e privo d'ogni speranza di potere mantenere gli stati tuoi el'antica tua riputazione.
Dalle quali cose facilmente cadevise nonfusse stata la nostra semplicità: perché noi soli tiricevemmo in casamossi dalla reverenzia avavamo alla felice memoriadel Duca nostro; con il quale avendo tu parentado e nuova amiciziacredavamo che ne' suoi eredi passasse lo amore tuo e che se a'benifici suoi si aggiugnessino i nostridovesse questa amicizianonsolamente essere fermama inseparabile; e per ciò alleantiche convenzioni Verona o Brescia aggiugnemmo.
Che piùpotavamo noi darti e prometterti? E tu che potevinon dico da noima in quelli tempi da ciascunonon dico averema desiderare? Tu pertanto ricevesti da noi uno insperato bene; e noiper ricompensoriceviamo da te uno insperato male.
Né hai differito infino adora a dimostrarci lo iniquo animo tuo; perché non prima fustidelle nostre armi principechecontro ad ogni giustiziaricevestiPavia; il che ne doveva ammunire quale doveva essere il fine diquesta tua amicizia.
La quale ingiuria noi sopportammopensando chequello acquisto dovessi empiere con la grandezza sua l'ambizione tua.Ahimè! che a coloro che desiderano il tutto non puote la partesodisfare.
Tu promettesti che noi gli acquisti di poi da te fattigodessimoperché sapevi bene come quello che in molte volteci davi ci potevi in un tratto ritorre; come è stato dopo lavittoria di Caravaggio; la qualepreparata prima con il sangue e coni danari nostripoi fu con la nostra rovina conseguita.
O infelicequelle città che hanno contro alla ambizione di chi le vuoleopprimere a difendere la libertà loro; ma molto piùinfelice quelle che sono con le armi mercennarie e infedelicome letuenecessitate a difendersi! Vaglia almeno questo nostro esemplo a'posteripoi che quello di Tebe e di Filippo di Macedonia non èvaluto a noi: il qualedopo la vittoria avuta de' nimiciprimadiventòdi capitanoloro nimicoe di poi principe.
Nonpossiamo per tanto essere d'altra colpa accusatise non di avereconfidato assai in quello in cui noi dovavamo confidare poco; perchéla tua passata vitalo animo tuo vastonon contento mai di alcunogrado o statoci doveva ammunire; né dovavamo porre speranzain colui che aveva tradito il signore di Luccataglieggiato iFiorentini e Vinizanistimato poco il Ducavilipeso un Ree sopratutto Iddio e la Chiesa sua con tante ingiurie perseguitata; nédovavamo mai credere che tanti principi fusseronel petto diFrancesco Sforzadi minore autorità che i Milanesie che siavessi ad osservare quella fede in noiche si era negli altri piùvolte violata.
Non di meno questa poca prudenza che ci accusa nonscusa la perfidia tuané purga quella infamia che le nostregiuste querele per tutto il mondo ti partorirannoné faràche il giusto stimolo della tua conscienza non ti perseguitiquandoquelle armistate da noi preparate per offendere e sbigottire altriverranno a ferire e ingiuriare noi; perché tu medesimo tigiudicherai degno di quella pena che i parricidi hanno meritata.
Equando pure l'ambizione ti accecassiil mondo tuttotestimone dellainiquità tuati farà aprire gli occhi; faratteliaprire Iddiose i pergiuriise la violata fedese i tradimenti glidispiaccionoe se semprecome in fino ad ora per qualche occultobene ha fattoei non vorrà essere de' malvagi uomini amico.Non ti promettere adunque la vittoria certaperché la ti fiadalla giusta ira di Dio impedita; e noi siamo disposti con la morteperdere la libertà nostrala quale quando pure non potessimodifenderead ogni altro principeprima che a tela sottoporremo; ese pure i peccati nostri fussino tali che contro ad ogni nostravoglia ti venissimo in manoabbi ferma fede che quel regno che saràda te cominciato con inganno e infamia finiràin te o ne'tuoi figliuolicon vituperio e danno.

 

21

IlConteancora che da ogni parte si sentisse da' Milanesi morsosanzadimostrare o con le parole o con i gesti alcuna estraordinariaalterazionerispose che era contento donare agli loro adirati animila grave ingiuria delle loro poco savie parole; alle qualirisponderebbe particularmentese fusse davanti ad alcuno che delleloro differenze dovesse essere giudiceperché si vedrebbe luinon avere ingiuriati i Milanesima provedutosi che non potesseroiniuriare lui.
Perché sapevono bene come dopo la vittoria diCarafaggio si erano governati; perchéin scambio di premiarlodi Verona o Bresciacercavano di fare pace con i Vinizianiacciòche solo apresso di lui restassero i carichi della inimicizia eapresso di loro i frutti della vittoriacon il grado della pace etutto l'utile che si era tratto della guerra.
In modo che eglino nonsi potevono dolerese li aveva fatto quello accordo che eglino primaavevano tentato di fare; il qual partito se alquanto differiva aprenderearebbe al presente a rimproverare a loro quellaingratitudine la quale ora eglino gli rimproverano.
Il che se fussevero o nolo dimosterrebbecon il fine di quella guerraquelloIddio ch'eglino chiamavano per vendicatore delle loro ingiurie;mediante il quale vedranno quale di loro sarà più suoamicoe quale con maggiore giustizia arà combattuto.Partitisi gli ambasciadoriil Conte si ordinò a potereassaltare i milanesie questi si preparorono alla difesa; e conFrancesco e Iacopo Piccininoi quali per lo antico odio avieno iBracceschi con li Sforzeschi erano stati a' Milanesi fedelipensorono di difendere la loro libertà infino a tantoalmenoche potessero smembrare i Viniziani da il Contei quali noncredevono dovessino esserli fedeli né amici lungamente.Dall'altra parte il Conteche questo medesimo cognoscevapensòche fusse savio partitoquando giudicava che l'obligo non bastassetenerli fermi con il premio.
E per ciònel distribuire leimprese della guerrafu contento che i Viniziani assalissero Cremaed egli con l'altra gente assalirebbe il restante di quello stato.Questo pasto messo davanti ai Viniziani fu cagione ch'eglino duroronotanto nella amicizia del Conteche il Conte aveva giàoccupato tutto il dominio a' Milanesie in modo ristrettili allaterrache non potevono di alcuna cosa necessaria provedersi; tantochedisperati d'ogni altro aiutomandorono oratori a Vinegia apregarli che avessero compassione alle cose loro; e fussino contentisecondo che debbe essere il costume delle republichefavorire laloro libertànon uno tirannoil qualese gli riesceinsignorirsi di quella cittànon potranno a loro postafrenare.
Né credino che gli stia contento a' termini ne'capituli postiché vorrà i termini antichi di quellostato ricognoscere.
Non si erano ancora i Viniziani insignoriti diCremae volendoprima che cambiassino voltoinsignorirsenerisposono publicamentenon potereper lo accordo fatto con ilContesuvvenirli; ma in privato gli intrattennono in modo chesperando nello accordopoterono a' loro Signori darne una fermasperanza.

 

22

Eragià il Conte con le sue genti tanto propinquo a Milano checombatteva i borghiquando a' Vinizianiavuta Crema non parve dadifferire di fare amicizia con i Milanesi con i quali si accordoronoe intra' primi capituli promissono al tutto la difesa alla lorolibertà.
Fatto lo accordocommissono alle genti loro avienopresso al Conte che partitesi de' suoi campinel Viniziano siritirassero.
Significorono ancora al Conte la pace fatta co'Milanesie gli dierono venti giorni di tempo ad accettarla.
Non simaravigliò il Conte del partito preso dai Vinizianiperchémolto tempo innanzi lo aveva prevedutoe temeva che ogni giornopotesse accadere; non di meno non potette fare chevenuto il casonon se ne dolesse e quel dispiacere sentisse che avevano i Milanesiquando egli gli aveva abbandonatisentito.
Prese tempo dagliambasciadoriche da Vinegia erano stati mandati a significargli loaccordoduoi giorni a rispondere; fra il quale tempo deliberòdi intrattenere i Viniziani e non abbandonare la impresa.
E per ciòpublicamente disse di volere accettare la pacee mandò suoiambasciadori a Vinegiacon amplo mandatoa ratificarla; ma da partecommisse loro che in alcuno modo non la ratificasseroma con varieinvenzioni e gavillazioni la conclusione differissero.
E per fare a'Viniziani più credere che dicessi da vero fece triegua con iMilanesi per uno mese e discostossi da Milanoe divise le sue gentiper gli alloggiamenti ne' luoghi che allo intorno aveva occupati.Questo partito fu cagione della vittoria sua e della rovina de'Milanesiperché i Vinizianiconfidando nella pacefuronopiù lenti alle provisioni della guerrae i Milanesiveggendola tregua fattae il nimico discostatosie i Viniziani amicicrederono al tutto che il Conte fusse per abbandonare la impresa.
Laquale opinione in duoi modi li offese: l'uno ch'eglino straccuroronogli ordini delle difese loro; l'altroche nel paese libero dalnimicoperché il tempo della semente eraassai granoseminoronodonde nacque che più tosto il Conte li potetteaffamare.
Al Conte dall'altra parte tutte quelle cose giovorono che inimici offesono; e di più quel tempo gli dette commoditàa potere respirare e provedersi di aiuti.

 

23

Nonsi erano in questa guerra di Lombardiai Fiorentini declarati peralcuna delle partiné avieno dato alcuno favore al Contenéquando egli difendeva i Milanesi né poi; perché ilConte non ne avendo avuto di bisogno non ne gli aveva con instanziaricerchisolamente avienodopo la rotta di Carafaggioper virtùdelli obblighi della legamandato aiuti a' Viniziani.
Ma sendorimaso il conte Francesco solonon avendo dove ricorrerefunecessitato chiedere instantemente aiuto a' Fiorentiniepublicamente allo statoe privatamente agli amicie massimamente aCosimo de' Medicicon il quale aveva sempre tenuta una continuaamiciziaed era sempre stato da quello in ogni sua impresafedelmente consigliato e largamente suvvenuto.
Né in questatanta necessità Cosimo lo abbandonòma come privatocopiosamente lo suvvennee gli dette animo a seguire la impresa:desiderava ancora che la città publicamente lo aiutassedovesi trovava difficultà.
Era in Firenze Neri di Gino Capponipotentissimo.
A costui non pareva che fusse a benefizio della cittàche il Conte occupasse Milanoe credeva che fusse più asalute della Italia che il Conte ratificasse la paceche egliseguisse la guerra.
In prima egli dubitava che i Milanesiper losdegno avieno contro al Contenon si dessino al tutto a' Viniziani;il che era la rovina di ciascuno di poiquando pure gli riuscisse dioccupare Milanogli pareva che tante armi e tanto stato congiunteinsieme fussero formidabili; e s'egli era insopportabile contegiudicava che fussi per essere uno duca insopportabilissimo.
Pertanto affermava che fusse meglioe per la republica di Firenze e perla Italiache il Conte restasse con la sua reputazione delle armiela Lombardia in due republiche si dividessile quali mai siunirebbono alla offesa degli altrie ciascheduna per séoffendere non potrebbe.
E a fare questo non ci vedeva altro migliorerimedio che non suvvenire il Conte e mantenere la lega vecchia con iViniziani.
Non erano queste ragioni dagli amici di Cosimo accettateperché credevano Neri muoversi a questonon perchécosì credessi essere il bene della Republicama per nonvolere che il Conteamico di Cosimodiventassi ducaparendogli cheper questo Cosimo ne diventassi troppo potente.
E Cosimo ancora conragioni mostrava lo aiutare il Conte essere alla Republica e allaItalia utilissimo; perché gli era opinione poco savia credereche i Milanesi si potessero conservare liberi; perché lequalità della cittadinanzail modo del vivere lorole setteantiquate in quella cittàerano ad ogni forma di civilegoverno contrarie; talmente che gli era necessario o che il Conte nediventasse ducao e Viniziani signori; e in tale partito niuno erasì sciocco che dubitassi qual fussi meglioo avere uno amicopotente vicinoo avervi uno nimico potentissimo.
Né credevache fusse da dubitare che i Milanesiper avere guerra con il Contesi sottomettersi a' Viniziani; perché il Conte aveva la partein Milanoe non quelli; talché qualunque volta e' nonpotranno difendersi come liberisempre più tosto al Conte chea' Viniziani si sottometteranno.
Queste diversità di opinionitennono assai sospesa la cittàe alla fine deliberorono chesi mandasse imbasciadori al Conte per trattare il modo dello accordo;e se trovassino il Conte gagliardo da potere sperare che e' vincesseconcluderloquanto che nogavillarlo e differirlo.

 

24

Eranoquesti ambasciadori a Reggioquando eglino intesono il Conte esserediventato signore di Milano.
Perché il Contepassato il tempodella treguasi ristrinse con le sue genti a quella cittàsperando in brievea dispetto de' Vinizianioccuparla; perchéquelli non la potevano soccorrere se non dalla parte dell'Addailquale passo facilmente poteva chiudere; e non temevaper essere lavernatache i Viniziani gli campeggiassino apresso; e speravaprimache il verno passasseavere la vittoriamassimamente sendo mortoFrancesco Piccininoe restato solo Iacopo suo fratello capo de'Milanesi.
Avevano i Viniziani mandato uno loro oratore a Milanoaconfortare quelli cittadiniche fussino pronti a difendersipromettendo loro grande e presto soccorso.
Seguirono adunqueduranteil vernointra i Viniziani e il Contealcune leggieri zuffe; mafattosi il tempo più benignoi Vinizianisotto PandolfoMalatestisi fermorono con il loro esercito sopra l'Adda.
Doveconsigliatisi se dovevonoper soccorrere Milanoassalire il Conte etentare la fortuna della zuffaPandolfo loro capitano giudicòche e' non fusse da farne questa esperienzaconoscendo la virtùdel Conte e del suo esercito.
E credeva che si potessesanzacombatterevincere al sicuroperché il Conte da il disagiodelli strami e del frumento era cacciato.
Consigliò per tantoche si conservasse quello alloggiamentoper dare speranza a'Milanesi di soccorsoacciò chedisperatinon si dessino alConte.
Questo partito fu approvato da' Vinizianisì pergiudicarlo sicurosì ancora perché avevono speranzachetenendo i Milanesi in quella necessitàsarebbono forzatirimettersi sotto il loro imperio; persuadendosi che mai non fussinoper darsi al Conteconsiderate le ingiurie avieno ricevute da lui.Intanto i Milanesi erano condotti quasi che in estrema miseria; eabbondando quella città naturalmente di poverisi morivanoper le strade di fame; donde ne nascevano romori e pianti in diversiluoghi della città; di che i magistrati temevano forteefacevano ogni diligenzia perché genti non si adunasseroinsieme.
Indugia assai la moltitudine tutta a disporsi al male; maquando vi è disposta ogni piccolo accidente la muove.
Duoiadunquedi non molta condizioneragionandopropinqui a PortaNuovadella calamità della città e miseria loroe chemodi vi fussero per la salutesi cominciò ad accostare lorodelli altritanto che diventorono buono numero: donde che si sparseper Milano vocequelli di Porta Nuova essere contro a' magistrati inarme.
Per la qual cosa tutta la moltitudinela quale non aspettavaaltro che essere mossafu in arme; e feciono capo di loro Gasparreda Vicomercatoe ne andorono al luogo dove i magistrati eranoragunati.
Nei quali feciono tale impeto che tutti quelli che non sipoterono fuggire uccisono; intra' quali Lionardo Veneroambasciadorevinizianocome cagione della loro famee della loro miseriaallegroammazzorono.
E cosìquasi che principi della cittàdiventatiinfra loro preposono quello si avesse a farea volereuscire di tanti affanni e qualche volta riposarsi.
E ciascunogiudicava che convenisse rifuggirepoi che la libertà non sipoteva conservaresotto uno principe che gli difendessi: e chi il reAlfonsochi il duca di Savoiachi il re di Francia voleva per suosignore chiamare.
Del Conte non era alcuno che ragionasse: tantoerano ancora potenti gli sdegni avevano seco.
Non di menonon siaccordando degli altriGasparre da Vicomercato fu il primo chenominò il Conte; e largamente mostrò comevolendosilevare la guerra da dossonon ci era altro modo che chiamare quello;perché il popolo di Milano aveva bisogno di una certa epresente pacenon d'una speranza lunga d'uno futuro soccorso.
Scusòcon le parole le imprese del Conte; accusò i Viniziani; accusòtutti gli altri principi di Italiache non aveno volutochi perambizionechi per avariziache vivessino liberi.
E da poi che laloro libertà si aveva a daresi desse ad uno che li sapesse epotesse difendere; acciò che almeno dalla servitùnascesse la pacee non maggiori danni e più pericolosaguerra.
Fu costui con maravigliosa attenzione ascoltato; e tuttifinito il suo parlaregridorono che il Conte si chiamasseeGasparre feciono ambasciadore a chiamarlo.
Il qualeper comandamentodel popoloandò a trovare il Contee gli portò sìlieta e felice novella.
La quale il Conte accettò lietamenteed entrato in Milano come principea' 26 di febbraionel 1450fucon somma e maravigliosa letizia ricevuto da coloro che non moltotempo innanzi lo avieno con tanto odio infamato.

 

25

Venutala nuova di questo acquisto a Firenzesi ordinò agli oratorifiorentini che erano in cammino chein cambio di andare a trattareaccordo con il Contesi rallegrassino con il Duca della vittoria.Furono questi oratori da il Duca ricevuti onorevolmente ecopiosamente onoratiperché sapeva bene che contro allapotenza de' Viniziani non poteva avere in Italia più fedeli népiù gagliardi amici de' Fiorentini; i qualiavendo deposto iltimore della casa de' Viscontisi vedeva che avevono a combatterecon le forze de' Ragonesi e Viniziani; perché i Ragonesi re diNapoli erano loro nimici per la amicizia che sapevano che il popolofiorentino aveva sempre con la casa di Francia tenuta e i Vinizianicognoscevano che l'antica paura de' Visconti era nuova di loroeperché sapevono con quanto studio eglino avevono i Viscontiperseguitatitemendo le medesime persecuzionicercavano la rovinadi quelli.
Queste cose furono cagione che il nuovo Duca facilmente siristrignesse con i Fiorentinie che i Viniziani e re Alfonso siaccordassero contro a' comuni nimici: e si obligorono in uno medesimotempo a muovere le armi; e che il Re assalisse i Fiorentini e iViniziani il Ducail qualeper essere nuovo nello statocredevononé con le forze proprie né con gli aiuti d'altripotesse sostenerli.
Ma perché la lega tra i Fiorentini eViniziani duravae il Redopo la guerra di Piombinoaveva fattopace con quellinon parve loro da rompere la pacese prima conqualche colore non si giustificasse la guerra.
E per ciò l'unoe l'altro mandò ambasciadore a Firenze; i quali per parte de'loro signori feciono intendere la lega fatta esserenon peroffendere alcunoma per difendere gli stati loro.
Dolfesi di poi ilViniziano che i Fiorentini avevono dato passo per Lunigiana adAlessandro fratello del Duca che con genti passasse in Lombardia e dipiù erano stati aiutatori e consigliatori dello accordo fattointra il Duca e il marchese di Mantova.
Le quali cose tutteaffermavano essere contrarie allo stato loro e alla amicizia avienoinsieme e per ciò ricordavano loro amorevolmente che chioffende a torto dà cagione ad altri di essere offeso aragionee che chi rompe la pace aspetti la guerra.
Fu commessa dallaSignoria la risposta a Cosimo; il qualecon lunga e savia orazioneriandò tutti i beneficii fatti dalla città sua allarepublica viniziana; mostrò quanto imperio quella avevacon idanaricon le genti e con il consiglio de' Fiorentiniacquistato; ericordò loro chepoi che da i Fiorentini era venuta lacagione della amicizianon mai verrebbe la cagione della nimicizia;ed essendo stati sempre amatori della pacelodavano assai lo accordofatto infra loroquando per pacee non per guerrafusse fatto.Vero era che delle querele fatte assai si maravigliavaveggendo chedi sì leggieri cosa e vana da una tanta republica si tenevatanto conto; ma quando pure fussero degne di essere consideratefacevono a ciascuno intendere come e' volevono che il paese lorofusse libero e aperto a qualunquee che il Duca era di qualitàche per fare amicizia con Mantova non aveva né de' favori néde' consigli loro bisogno.
E per ciò dubitava che questequerele non avessero altro veleno nascosto che le non dimostravanoil che quando fussefarebbono cognoscere a ciascuno facilmentel'amicizia de' Fiorentini quanto la è utiletanto essere lanimicizia dannosa.

 

26

Passòper allora la cosa leggiermentee parve che gli oratori se neandassero assai sodisfatti.
Non di meno la lega fatta e i modi de'Viniziani e del Re facevono più tosto temere i Fiorentini e ilDuca di nuova guerrache sperare ferma pace.
Per tanto i Fiorentinisi collegorono con il Duca; e intanto si scoperse il malo animo de'Vinizianiperché feciono lega con i Sanesie caccioronotutti i Fiorentini e loro sudditi della città e imperio loro.E poco appresso Alfonso fece il simigliantee sanza avere alla pacel'anno davanti fatta alcuno rispettoe sanza avernenon che giustama colorita cagione.
Cercorono i Viniziani di acquistarsi iBolognesie fatti forti i fuori uscitigli missono con assai gentedi notteper le fognein Bologna; né prima si seppe laentrata loroche loro medesimi levassero il romore.
Al quale SantiBentivogli sendosi destointese come tutta la città era da'ribelli occupata; e benché fusse consigliato da molti che conla fuga salvasse la vitapoi che con lo stare non poteva salvare lostatonon di meno volle mostrare alla fortuna il viso; e prese learmie dette animo a' suoie fatto testa di alcuni amiciassalìparte de' ribellie quelli rottimolti ne ammazzòe ilrestante cacciò della città.
Dove per ciascuno fugiudicato avere fatto verissima pruova di essere della casa de'Bentivogli.
Queste opere e dimostrazioni feciono in Firenze fermacredenza della futura guerra; e però si volsono i Fiorentinialle loro antiche e consuete difese; e creorono il magistrato de'Diecisoldorono nuovi condottierimandorono oratori a RomaaNapolia Vinegiaa Milano e a Sienaper chiedere aiuti agli amicichiarire i sospettiguadagnarsi i dubi e scoprire i consigli de'nimici.
Dal Papa non si ritrasse altro che parole generalibuonadisposizione e conforti alla pace; dal Re vane scuse di averelicenziati i Fiorentiniofferendosi volere dare il salvocondotto aqualunque lo adimandasse.
E benché s'ingegnasse al tutto iconsigli della nuova guerra nasconderenon di meno gli ambasciadoricognobbono il malo animo suoe scopersono molte sue preparazioni pervenire a' danni della republica loro.
Col Duca di nuovo con variioblighi si fortificò la lega; e per suo mezzo si fece amiciziacon i Genovesie le antiche differenzie di rappresaglie e moltealtre querele si composononon ostante che i Viniziani cercasseroper ogni modo tale composizione turbare.
Né mancorono disupplicare allo imperadore di Gostantinopoli che dovesse cacciare lanazione fiorentina del paese suo: con tanto odio presono questaguerra; e tanto poteva in loro la cupidità del dominarechesanza alcuno rispetto volevono distruggere coloro che della lorograndezza erano stati cagione; ma da quello imperadore non furonointesi.
Fu da il Senato viniziano alli oratori fiorentini proibito loentrare nello stato di quella republicaallegando chesendo inamicizia con il Renon potevonosanza sua participazioneudirli.
ISanesi con buone parole gli ambasciadori riceveronotemendo di nonessere prima disfatti che la lega li potesse difenderee per ciòparve loro di addormentare quelle armi che non potevono sostenere.Vollono i Viniziani e il Resecondo che allora si conietturòper giustificare la guerramandare oratori a Firenzema quello de'Viniziani non fu voluto intromettere nel dominio fiorentinoe nonvolendo quello del Re solo fare quello uffiziorestò quellalegazione imperfetta; e i Viniziani per questo cognobbono esserestimati meno da quelli Fiorentini che non molti mesi innanzi avevonostimati poco.

 

27

Nelmezzo del timore di questi motiFederigo III imperadore passòin Italia per coronarsie a dì 30 di gennaionel 1451entròin Firenze con mille cinquecento cavaglie fu da quella Signoriaonoratissimamente ricevuto; e stette in quella città infino adì 6 di febbraioche quello partì per ire a Roma allasua coronazione.
Dove solennemente coronatoe celebrate le nozze conla imperadricela quale per mare era venuta a Romase ne ritornònella Magna; e di maggio passò di nuovo per Firenzedove glifurono fatti i medesimi onori che alla venuta sua.
E nelritornarsenesendo stato dal marchese di Ferrara benificatoperristorare quellogli concesse Modena e Reggio.
Non mancorono iFiorentiniin questo medesimo tempodi prepararsi alla imminenteguerrae per dare reputazione a loro e terrore al nimicofecionoeglino e il Ducalega con il re di Francia per difesa de' comunistati; la quale con grande magnificenza e letizia per tutta Italiapublicorono.
Era venuto il mese di maggio dell'anno 1452quando aiViniziani non parve da differire più di rompere la guerra alDucae con sedici mila cavagli e sei mila fantidalla parte di Lodilo assalirono; e nel medesimo tempo il marchese di Monferratoo persua propria ambizioneo spinto da' Vinizianiancora lo assalìdalla parte di Alessandria.
Il Duca dall'altra parte aveva messoinsieme diciotto mila cavalli e tre mila fantie avendo provedutoAlessandria e Lodi di gentee similmente muniti tutti i luoghi dovei nimici lo potessino offendereassalì con le sue genti ilBrescianodove fece a' Viniziani danni grandissimi; e da ciascunaparte si predava il paesee le deboli ville si saccheggiavano.
Masendo rotto il marchese di Monferrato ad Alessandria dalle genti delDucapotette quellodi poicon maggiori forze opporsi a' Vinizianie il paese loro assalire.

 

28

Travagliandosiper tanto la guerra di Lombardia con varii ma deboli accidenti e pocodegni di memoriain Toscana nacque medesimamente la guerra del reAlfonso e de' Fiorentinila quale non si maneggiò conmaggiore virtù né con maggiore pericolo che simaneggiasse quella di Lombardia.
Venne in Toscana Ferrandofigliuolonon legittimo di Alfonsocon dodici mila soldaticapitaneati daFederigo signore di Urbino.
La prima loro impresa fu ch'eglinoassalirono Foiano in Val di Chiana; perchéavendo amici iSanesientrorono da quella parte nello imperio fiorentino.
Era ilcastello debile di murapiccoloe per ciò non pieno di moltiuomini; ma secondo quelli tempierano reputati feroci e fedeli.Erano in quello dugento soldati mandati dalla Signoria per guardia diesso.
A questo così munito castello Ferrando si accampò;e fu tantao la gran virtù di quelli di dentro o la poca suache non prima che dopo trentasei giorni se ne insignorì.
Ilquale tempo dette commodità alla città di provedere glialtri luoghi di maggiore momentoe di ragunare le loro gentiemeglio che non eranoalle difese loro ordinarsi.
Preso i nimiciquesto castellopassorono nel Chiantidove due piccole villepossedute da privati cittadini non poterono espugnare.
Donde chelasciate quellese n'andorono a campo alla Castellinacastelloposto a' confini del Chiantipropinquo a dieci miglia a Sienadebile per artee per sito debilissimo; ma non poterono per ciòqueste due debolezze superare la debolezza dello esercito che loassalìperchédopo quarantaquattro giorni che glistette a combatterlose ne partì con vergogna.
Tanto eranoquelli eserciti formidabili e quelle guerre pericoloseche quelleterre le quali oggi come luoghi impossibili a defenderli siabbandonanoallora come cose impossibili a pigliarsi si defendevono.E mentre che Ferrando stette con il campo in Chiantifece assaicorrerie e prede nel Fiorentinoe corse infino propinquo a seimiglia alla cittàcon paura e danno assai de' sudditi de'Fiorentini.
I quali in questi tempiavendo condotte le loro gentiin numero di ottomila soldatisotto Astor da Faenza e GismondoMalatestiverso il castello di Collele tenevano discosto alnimicotemendo che le non fussino necessitate di venire a giornata;perché giudicavanonon perdendo quellanon potere perdere laguerra; perché le piccole castellaperdendolecon la pace sirecuperanoe delle terre grosse erano securisapiendo che il nimiconon era per assalirle.
Aveva ancora il Re una armata di circa ventilegnitra galee e fustene' mari di Pisa; e mentre che per terra laCastellina si combattevapose questa armata alla rocca di Vadaequellaper poca diligenzia del castellano occupòper che inimici di poi il paese allo intorno molestavano; la quale molestiafacilmente si levò via per alcuni soldati che i Fiorentinimandorono a Campigliai quali tenevano i nimici stretti alla marina.

 

29

IlPontefice intra queste guerre non si travagliavase non in quantoegli credeva potere mettere accordo infra le parti; e benchée' si astenessi dalla guerra di fuorifu per trovarla piùpericolosa in casa.
Viveva in quelli tempi un messer Stefano Porcaricittadino romanoper sangue e per dottrinama molto più pereccellenza di animonobile.
Desiderava costuisecondo il costumedegli uomini che appetiscono gloriao fareo tentare almenoqualche cosa degna di memoria; e giudicò non potere tentarealtroche vedere se potesse trarre la patria sua delle mani de'prelati e ridurla nello antico viveresperando per questoquandogli riuscisseessere chiamato nuovo fondatore e secondo padre diquella città.
Facevagli sperare di questa impresa felice finei malvagi costumi de' prelati e la mala contentezza de' baroni epopolo romano; ma sopra tutto gliene davano speranza quelli versi delPetrarcanella canzona che comincia: "Spirto gentil che quellemembra reggi"dove dice:

Soprail monte Tarpeiocanzonvedrai

Uncavalier che Italia tutta onora

Pensosopiù d'altrui che di se stesso.

Sapevamessere Stefano i poeti molte volte essere di spirito divino eprofetico ripieni; tal che giudicava dovere ad ogni modo intervenirequella cosa che il Petrarca in quella canzona profetizzavaed essereegli quello che dovesse essere di sì gloriosa impresaesecutore; parendogliper eloquenziaper dottrinaper grazia e peramiciessere superiore ad ogni altro romano.
Caduto adunque inquesto pensieronon potette in modo cauto governarsiche con leparolecon le usanze e con il modo del vivere non si scoprissetalmente che divenne sospetto al Ponteficeil qualeper torglicommodità a potere operare malelo confinò a Bolognae al governatore di quella città commisse che ciascuno giornolo rassegnasse.
Non fu messer Stefano per questo primo intopposbigottitoanzi con maggiore studio seguitò la impresa suaeper quelli mezzi poteva più cautiteneva pratiche con gliamici; e più volte andò e tornò da Roma contanta celeritàche gli era a tempo a rappresentarsi algovernatore infra i termini comandati.
Ma dappoi che gli parve averetratti assai uomini alla sua volontàdeliberò di nondifferire a tentare la cosa; e commisse agli amici i quali erano inRoma chein un tempo determinatouna splendida cena ordinasserodove tutti i congiurati fussero chiamaticon ordine che ciaschedunoavesse seco i più fidati amicie promisse di essere con loroavanti che la cena fusse fornita.
Fu ordinato tutto secondo lo avvisosuoe messere Stefano era già arrivato nella casa dove sicenavatanto chefornita la cenavestito di drappo d'oroconcollane e altri ornamenti che gli davano maestà e riputazionecomparse infra i convivantie quelli abbracciaticon una lungaorazione gli confortò a fermare l'animo e disporsi a sìgloriosa impresa.
Di poi divisò il modo; e ordinò cheuna parte di lorola mattina seguenteil palagio del Ponteficeoccupassel'altraper Romachiamasse il popolo all'arme.
Venne lacosa a notizia al Pontefice la notte: alcuni dicono che fu per pocafede de' congiuratialtri che si seppe essere messere Stefano inRoma.
Comunque si fusseil Papala notte medesima che la cena siera fattafece prendere messere Stefano con la maggior parte de'compagnie di poisecondo che meritavano i falli loromorire.Cotal fine ebbe questo suo disegno.
E veramente puote essere daqualcuno la costui intenzione lodatama da ciascuno saràsempre il giudicio biasimato; perché simili impresese lehanno in sénel pensarlealcuna ombra di gloriahannonello esequirlequasi sempre certissimo danno.

 

30

Eragià durata la guerra in Toscana quasi che uno annoed eravenuto il temponel 1453che gli eserciti si riducono allacampagnaquando al soccorso de' Fiorentini venne il signoreAlessandro Sforzafratello del Ducacon due mila cavagli; e perquestoessendo lo esercito de' Fiorentini cresciuto e quello del Rediminuitoparve a' Fiorentini di andare a recuperare le coseperdute; e con poca fatica alcune terre recuperorono.
Di poi andoronoa campo a Foianoil quale fu per poca cura de' commissarisaccheggiatotanto cheessendo dispersi gli abitatoricondifficultà grande vi tornorono ad abitaree con esenzioni ealtri premii vi si ridussono.
La rocca ancora di Vada si racquistòperché i nimiciveggendo di non poterla tenerel'abbandonorono e arsono.
E mentre che queste cose dallo esercitofiorentino erano operatelo esercito ragonesenon avendo ardire diappressarsi a quello de' nimicisi era ridotto propinquo a Sienaescorreva molte volte nel Fiorentinodove faceva ruberietumulti espaventi grandissimi.
Né mancò quel re di vedere sepoteva per altra via assalire i nimicie dividere le forze diquellie per nuovi travagli e assalti invilirgli.
Era signore di Valdi Bagno Gherardo Gambacortiil qualeo per amicizia o per obligoera stato sempreinsieme con i suoi passatio soldato oraccomandato de' Fiorentini.
Con costui tenne pratica il re Alfonsoche gli desse quello statoed egliallo incontrod'uno altro statonel Regno lo ricompensasse.
Questa pratica fu rivelata a Firenze; eper scoprire lo animo suose gli mandò uno ambasciadoreilquale gli ricordassi gli oblighi de' passati e suoie lo confortassea seguire nella fede con quella republica.
Mostrò Gherardomaravigliarsie con giuramenti gravi affermò non mai sìscellerato pensiero essergli caduto nello animo; e che verrebbe inpersona a Firenze a farsi pegno della fede sua; ma sendo indispostoquello che non poteva fare egli farebbe fare al figliuolo il qualecome statico consegnò allo ambasciadoreche a Firenze seco nelo menasse.
Queste parole e questa demostrazione feciono a'Fiorentini credere che Gherardo dicesse il veroe lo accusatore suoessere stato bugiardo e vano; e per ciò sopra questo pensierosi riposorono.
Ma Gherardo con maggiore instanzia seguitò conil Re la pratica; la quale come fu conclusail Re mandò inVal di Bagno frate Pucciocavaliere ierosolimitanocon assai gentea prendere delle rocche e delle terre di Gherardo la possessione.
Maquelli popoli di Bagnosendo alla republica fiorentina affezionaticon dispiacere promettevano ubbidienza a' commissari del Re.
Avevagià preso frate Puccio quasi che la possessione di tuttoquello stato: solo gli mancava di insignorirsi della rocca diCorzano.
Era con Gherardomentre faceva tale consegnazioneinfra isuoi che gli erano d'intornoAntonio Gualandipisanogiovane earditoa cui questo tradimento di Gherardo dispiaceva; e consideratoil sito della fortezzae gli uomini che vi erano in guardiaecognosciuta nel viso e ne' gesti la mala loro contentezzaetrovandosi Gherardo alla porta per intromettere le genti ragonesisigirò Antonio verso il di drento della roccae spinse con ambole mani Gherardo fuora di quellae alle guardie comandò chesopra il volto di sì scelerato uomo quella fortezza serrasseroe alla republica fiorentina la conservassero.
Questo romore come fuudito in Bagno e negli altri luoghi viciniciascuno di quelli popoliprese le armi contro a' Ragonesie ritte le bandiere di Firenzequelli ne cacciorono.
Questa cosa come fu intesa a FirenzeiFiorentini il figliuolo di Gherardo dato loro per staticoimprigionoronoe a Bagno mandorono genti che quel paese per la lororepublica defendesseroe quello stato che per il principe sigovernava in vicariato redussono.
Ma Gherardotraditore del suosignore e del figliuolocon fatica poté fuggiree lasciòla donna e sua famigliacon ogni sua sustanzanella potestàde' nimici.
Fu stimato assaiin Firenzequesto accidenteperchése succedeva al Re di quello paese insignorirsipoteva con poca suaspesa a sua posta in Val di Tevere e in Casentino correre; dovearebbe dato tanta noia alla Republicache non arebbono i Fiorentinipotuto le loro forze tutte allo esercito ragoneseche a Siena sitrovavaopporre.

 

31

Avevanoi Fiorentinioltre agli apparati fatti in Italia per reprimere leforze della inimica legamandato messer Agnolo Acciaiuoli lorooratore al re di Franciaa trattare con quelloche dessi facultatead il re Rinato d'Angiò di venire in Italia in favore del Ducae loroacciò che venisse a defendere i suoi amicie potessedi poisendo in Italiapensare allo acquisto del regno di Napoli ea questo effettoaiuto di genti e di denari gli promettevano.
Ecosìmentre che in Lombardia e in Toscana la guerra secondoabbiamo narratosi travagliava lo ambasciadore con il re Rinato loaccordo conchiuse: che dovesse venire per tutto giugno con duemilaquattrocento cavagli in Italia; e allo arrivare suo in Alessandria lalega gli doveva dare trentamila fiorinie di poidurante la guerradiecimila per ciascuno mese.
Volendo adunque questo reper virtùdi questo accordopassare in Italiaera da il duca di Savoia emarchese di Monferrato ritenutoi qualisendo amici de' Vinizianinon gli permettevano il passo.
Onde che il Re fu dallo ambasciadorefiorentino confortato cheper dare reputazione agli amicise netornasse in Provenzae per mare con alquanti suoi scendesse inItalia; e dall'altra parte facesse forza con il re di Franciacheoperasse con quel duca che le genti sue potessero per la Savoiapassare.
E così come fu consigliato successe; perchéRinatoper maresi condusse in Italiae le sue gentiacontemplazione del Refurono ricevute in Savoia.
Fu il re Rinatoraccettato da il duca Francesco onoratissimamente; e messe le gentiitaliane e franzese insiemeassalirono con tanto terrore iVinizianiche in poco tempo tutte le terre che quelli avevano presenel Cremonese recuperorono; né contenti a questoquasi chetutto il Bresciano occuporono; e l'esercito vinizianonon si tenendopiù securo in campagnapropinquo alle mura di Brescia si eraridutto.
Ma sendo venuto il vernoparve al Duca di ritirare le suegenti negli alloggiamentie al re Rinato consegnò le stanze aPiacenza.
E cosìdimorato il verno del 1453 sanza fare alcunaimpresaquando di poi la state ne venivae che si stimava per ilDuca uscire alla campagna e spogliare i Viniziani dello stato loro diterrail re Rinato fece intendere al Duca come egli era necessitatoritornarsene in Francia.
Fu questa deliberazione al Duca nuova einespettatae per ciò ne prese dispiacere grandissimoebenché subito andassi da quello per dissuadergli la partitanon possé né per preghi né per promesserimuoverlo; ma solo promisse lasciare parte delle sue genti e mandareGiovanni suo figliuoloche per lui fusse a' servizi della lega.
Nondispiacque questa partita a' Fiorentinicome quelli cheavendorecuperate le loro castellanon temevano più il Reedall'altra parte non desideravano che il Duca altro che le sue terrein Lombardia ricuperasse.
Partissi per tanto Rinatoe mandòil suo figliuolocome aveva promessoin Italia; il quale non sifermò in Lombardiama ne venne a Firenzedoveonoratissimamente fu ricevuto.

 

32

Lapartita del Re fece che il Duca volentieri si voltò alla pace;e i VinizianiAlfonso e i Fiorentiniper essere tutti stracchiladesideravanoe il Papa ancora con ogni demostrazione la avevadesiderata e desideravaperché questo medesimo anno MaumettoGran Turco aveva preso Gostantinopoli e al tutto di Greciainsignoritosi.
Il quale acquisto sbigottì tutti i cristianiepiù che ciascuno altro i Viniziani e il Papaparendo aciascuno già di questi sentire le sue armi in Italia.
Il Papaper tanto pregò i potentati italiani gli mandassero oratoricon autorità di fermare una universale pace.
I quali tuttiubbidirono; e venuti insieme a' meriti della cosavi si trovava neltrattarla assai difficultà: voleva il Re che i Fiorentini lorifacessero delle spese fatte in quella guerrae i Fiorentinivolevono esserne sodisfatti loroi Viniziani domandavano al DucaCremonail Duca a loro BergamoBrescia e Crema; tal che pareva chequeste difficultà fussero a risolvere impossibile.
Non dimenoquello che a Roma fra molti pareva difficile a farea Milano ea Vinegia infra duoi fu facilissimo; perchémentre che lepratiche a Roma della pace si tenevanoil Duca e i Viniziania dì9 di aprilenel 1454la conclusono.
Per virtù della qualeciascuno ritornò nelle terre possedeva avanti la guerrae alDuca fu concesso potere recuperare le terre gli avieno occupate iprincipi di Monferrato e di Savoia; e agli altri italiani principi fuuno mese a ratificarla concesso.
Il Papa e i Fiorentinie con loroSanesi e altri minori potentifra il tempo la ratificorono; nécontenti a questosi fermò fra i FiorentiniDuca e Vinizianipace per anni venticinque.
Mostrò solamente il re Alfonsodelli principi di Italiaessere di questa pace mal contentoparendogli fusse fatta con poca sua reputazioneavendonon comeprincipalema come aderente ad essere ricevuto in quella; e per ciòstette molto tempo sospesosanza lasciarsi intendere.
Puresendoglistate mandatedal Papa e dagli altri principi molte solenneambasceriesi lasciò da quellie massime dal Ponteficepersuadereed entrò in questa legacon il figliuoloperanni trenta; e ferono insieme il Duca e il Re doppio parentado edoppie nozzedando e togliendo la figliuola l'uno dell'altro per iloro figliuoli.
Non di menoacciò che in Italia restassero isemi della guerranon consentì fare la pacese prima daicollegati non gli fu concessa licenzia di poteresanza loroingiuriafare guerra a' Genovesia Gismondo Malatesti e ad Astorprincipe di Faenza.
E fatto questo accordoFerrando suo figliuoloil quale si trovava a Sienase ne tornò nel Regnoavendofattoper la venuta sua in Toscananiuno acquisto di imperioeassai perdita di sue genti.

 

33

Sendoadunque seguita questa pace universalesi temeva solo che il reAlfonsoper la nimicizia aveva con i Genovesinon la turbassemail fatto andò altrimentiperchénon da il Reapertamentemacome sempre per lo addietro era intervenutodallaambizione de' soldati mercennari fu turbata.
Avevono i Vinizianicome è costumefatta la pacelicenziato da' loro soldiIacopo Piccinino loro condottiere; con il quale aggiuntosi alcunialtri condottieri sanza partitopassarono in Romagnae di quindinel Sanesedove fermatosiIacopo mosse loro guerrae occupòa' Sanesi alcune terre.
Nel principio di questi motie alcominciamento dello anno 1455morì papa Niccolae a lui fueletto successore Calisto III.
Questo ponteficeper reprimere lanuova e vicina guerrasubito sotto Giovanni Ventimiglia suo capitanoragunò quanta più gente potettee quellecon gentede' Fiorentini e del Ducai quali ancora a reprimere questi motierano concorsimandò contro a Iacopo.
E venuti alla zuffapropinqui a Bolsenanon ostante che il Ventimiglia restasseprigioneIacopo ne rimase perdentee come rotto a Castiglione dellaPescaia si ridusse; e se non fusse stato da Alfonso suvvenuto didanarivi rimaneva al tutto disfatto.
La qual cosa fece a ciascunocredere questo moto di Iacopo essere per ordine di quello re seguito;in modo cheparendo ad Alfonso di essere scopertoper riconciliarsii collegati con la paceche si aveva con questa debile guerra quasiche alienatioperò che Iacopo restituisse a' Sanesi le terreoccupate loroe quelli gli dessino ventimila fiorini; e fatto questoaccordoricevé Iacopo e le sue genti nel Regno.
In questitempiancora che il Papa pensasse a frenare Iacopo Piccininonon dimeno non mancò di ordinarsi a potere suvvenire allacristianitàche si vedeva che era per essere dai Turchioppressata; e per ciò mandò per tutte le provinciecristiane oratori e predicatoria persuadere ai principi e ai popoliche si armassero in favore della loro religione e con danari e con lapersona la impresa contro al comune nimico di quella favorissero.Tanto che in Firenze si ferono assai limosineassai ancora sisegnorono d'una croce rossaper essere presti con la persona aquella guerrafecionsi ancora solenne processioniné simancòper il publico e per il privatodi mostrare di volereessere intra i primi cristianicon il consigliocon i danari e congli uominia tale impresa.
Ma questa caldezza della cruciata furaffrenata alquanto da una nuova che vennecomesendo il Turco conlo esercito suo intorno a Belgrado per espugnarlocastello posto inUngheria sopra il fiume del Danubioera stato dagli Ungheri rotto eferito.
Talmente cheessendo nel Pontefice e ne' cristiani cessataquella paura ch' eglino avieno per la perdita di Gostantinopoliconceputasi procedé nelle preparazioni che si facevano perla guerra più tepidamente; e in Ungheria medesimamenteper lamorte di Giovanni Vaivodacapitano di quella vittoriaraffreddorono.

 

34

Matornando alle cose di Italiadico come e' correva l'anno 1456quando i tumulti mossi da Iacopo Piccinino finironodonde cheposate le armi dagli uominiparve che Iddio le volessi prendereeglitanta fu grande una tempesta di venti che allora seguìla quale in Toscana fece inauditi per lo adietro e a chi per loavvenire lo intenderà maravigliosi e memorabili effetti.Partissi a' 24 d'agostouna ora avanti giornodalle parti del maredi sopra di verso Anconae attraversando per la Italiaentrònel mare di sotto verso Pisaun turbine d'una nugolaglia grossa efoltala quale quasi che due miglia di spazio per ogni versooccupava.
Questaspinta da superiori forzeo naturali osopranaturali che le fusseroin se medesimo rottain se medesimocombattevae le spezzate nugoleora verso il cielo salendooraverso la terra scendendoinsieme si urtavano; e ora in giro con unavelocità grandissima si movevanoe davanti a loro un ventofuori d'ogni modo impetuoso concitavano; e spessi fuochi elucidissimi vampi intra loro nel combattere apparivono.
Da questecosì rotte e confuse nebbieda questi così furiosiventi e spessi splendorinasceva uno romore non mai più daalcuna qualità o grandezza di tremuoto o di tuono udito; dalquale usciva tanto spavento che ciascuno che lo sentìgiudicava che il fine del mondo fusse venutoe la terral'acqua eil resto del cielo e del mondonello antico caosmescolandosiinsiemeritornassero.
Fe' questo spaventevole turbinedovunquepassòinauditi e maravigliosi effetti; ma più notabiliche altrove intorno al castello di San Casciano seguirono.
Èquesto castello posto propinquo a Firenze ad otto migliasopra ilcolle che parte le valli di Pesa e di Grieve.
Fra detto castelloadunquee il borgo di Santo Andreaposto sopra il medesimo collepassandoquesta furiosa tempestaa Santo Andrea non aggiunsee SanCasciano rasentò in modo che solo alcuni merli e cammini dialcune case abbattéma fuoriin quello spazio che èdall'uno de' luoghi detti all'altromolte case furono infino alpiano della terra rovinate.
I tetti de' templi di San Martino aBagnuolo e di Santa Maria della Paceinteri come sopra quelli eranofurono più che un miglio discosto portatiuno vetturaleinsieme con i suoi mulifudiscosto dalla stradanelle vicineconvalli trovato mortotutte le più grosse quercetutti ipiù gagliardi arboriche a tanto furore non volevono cederefurononon solo sbarbatima discosto molto da dove avevano le lororadice portati; onde chepassata la tempesta e venuto il giornogliuomini stupidi al tutto erano rimasi.
Vedevasi il paese desolato eguasto; vedevasi la rovina delle case e de' templi; sentivansi ilamenti di quelli che vedevano le loro possessioni distruttee sottole rovine avevano lasciato il loro bestiame e i loro parenti morti:la qual cosa a chi vedeva e udiva recava compassione e spaventograndissimo.
Volle senza dubio Iddio più tosto minacciare chegastigare la Toscana; perché se tanta tempesta fusse entratain una cittàinfra le case e gli abitatori assai e spessicome l'entrò fra querce e arbori e case poche e raresanzadubio faceva quella rovina e fragello che si può con la menteconietturare maggiore.
Ma Iddio volleper allorache bastassequesto poco di esemplo a rinfrescare infra gli uomini la memoriadella potenzia sua.

 

35

Eraper tornare donde io mi partiiil re Alfonsocome di sopra dicemmomale contento della pace; e poi che la guerra ch'egli aveva fattamuovere da Iacopo Piccinino a' Sanesi sanza alcuna ragionevolecagione non aveva alcuno importante effetto partoritovolle vederequello che partoriva quella la qualesecondo le convenzioni dellalegapoteva muovere.
E peròl'anno 1456mosse per mare eper terra guerra a' Genovesidesideroso di rendere lo stato agliAdorni e privarne i Fregosi che allora governavano; e dall'altraparte fece passare il Tronto a Iacopo Piccinino contro a GismondoMalatesti.
Costui perché aveva guernite bene le sue terrestimò poco lo assalto di Iacopo; di maniera che da questaparte la impresa del Re non fece alcuno effettoma quella di Genovapartorì a lui e al suo regno più guerra che non arebbevoluto.
Era allora duce di Genova Pietro Fregoso.
Costuidubitandonon potere sostenere l'impeto del Redeliberò quello che nonpoteva tenere donarlo almeno ad alcuno che da' nimici suoi lodefendesse e qualche voltaper tale beneficiogliene potesse giustopremio rendere.
Mandò per tanto oratori a Carlo VII re diFranciae gli offerì lo imperio di Genova.
AccettòCarlo la offertae a prendere la possessione di quella cittàvi mandò Giovanni d'Angiò figliuolo del re Rinatoilquale di poco tempo avanti si era partito da Firenze e ritornato inFrancia.
E si persuadeva Carlo che Giovanniper avere presi assaicostumi italianipotesse meglio che uno altro governare quellacittà; e parte giudicava che di quindi potesse pensare allaimpresa di Napoli; del quale regno Rinato suo padre era stato daAlfonso spogliato.
Andò per tanto Giovanni a Genova dove furicevuto come principee datogli in sua potestate le fortezze dellacittà e dello stato.

 

36

Questoaccidente dispiacque ad Alfonsoparendogli aversi tirato adossotroppo importante nimiconon di menoper ciò non sbigottitoseguitò con franco animo la impresa sua e aveva giàcondotta l'armata sotto Villa Marina a Portofinoquandopreso dauna subita infirmitàmorì.
Restoronoper questamorteGiovanni e i Genovesi liberi dalla guerra; e Ferrandoilquale successe nel regno di Alfonso suo padreera pieno di sospettoavendo uno nimico di tanta reputazione in Italiae dubitando dellafede di molti suoi baronii quali desiderosi di cose nuoveaiFranzesi non si aderissino.
Temeva ancora del Papa la ambizione delquale cognoscevache per essere nuovo nel regno non disegnassespogliarlo di quello.
Sperava solo nel duca di Milanoil quale nonera meno ansio delle cose del Regno che si fusse Ferrandoperchédubitava chequando i Franzesi se ne fussero insignoritinondisegnassero di occupare ancora lo stato suoil quale sapeva come eicredevono potere come cosa a loro appartenente domandare.
Mandòper tanto quel ducasubito dopo la morte di Alfonsolettere e gentea Ferrando: queste per dargli aiuto e reputazionequelle perconfortarlo a fare buono animosignificandogli come non erainalcuna sua necessitàper abbandonarlo.
Il Pontefice dopo lamorte di Alfonsodisegnò di dare quel regno a Pietro LodovicoBorgia suo nipote; e per adonestare quella impresa e avere piùconcorso con gli altri principi di Italiapublicò come sottolo imperio della Romana Chiesa voleva quel regno ridurre; e per ciòpersuadeva al Duca che non dovesse prestare alcuno favore a Ferrandoofferendogli le terre che già in quel regno possedeva.
Ma nelmezzo di questi pensieri e nuovi travagli Calisto morì; esuccesse al pontificato Pio IIdi nazione sanesedella famiglia de'Piccoluomininominato Enea.
Questo ponteficepensando solamente abenificare i cristiani e ad onorar la Chiesalasciando indietro ognisua privata passioneper i prieghi del duca di Milanocoronòdel Regno Ferrandogiudicando poter più presto mantenendo chipossedeva posare l'armi italianeche se avesseo favorito iFranzesi perché gli occupassero quel regnoo disegnatocomeCalistodi prenderlo per sé.
Non di meno Ferrandoper questobenifiziofece principe di Malfi Antonionipote del Papae conquello congiunse una sua figliuola non legittima.
Restituìancora Benevento e Terracina alla Chiesa.

 

37

Parevaper tanto che fussero posate le armi in Italiae il Pontefice siordinava a muovere la cristianità contro a' Turchisecondoche da Calisto era già stato principiatoquando nacque intrai Fregosi e Giovanni signore di Genova dissensionela quale maggioriguerre e più importanti di quelle passate raccese.
TrovavasiPetrino Fregoso in uno suo castello in Riviera.
A costui non parevaessere stato rimunerato da Giovanni d'Angiò secondo i suoimeriti e della sua casasendo loro stati cagione di farlo in quellacittà principe: per tanto vennono insieme a manifestainimicizia.
Piacque questa cosa a Ferrandocome unico rimedio e solavia alla sua salute; e Petrino di gente e di danari suvvennee persuo mezzo giudicava potere cacciare Giovanni di quello stato.
Il checognoscendo eglimandò per aiuti in Franciacon i quali sifece incontro a Petrinoil qualeper molti favori gli erano statimandatiera gagliardissimo; in modo che Giovanni si ridusse aguardare la città.
Nella quale entrato una notte Petrinoprese alcuni luoghi di quella; ma venuto il giornofu dalle genti diGiovanni combattuto e mortoe tutte le sue genti o morte o prese.Questa vittoria dette animo a Giovanni di fare la impresa del Regno;e di ottobrenel 1459con una potente armata partì di Genovaper alla volta di quello; e pose a Baiae di quivi a Sessadove fuda quel duca ricevuto.
Accostoronsi a Giovanni il principe diTarantogli Aquilani e molte altre città e principi; di modoche quel regno era quasi tutto in rovina.
Veduto questoFerrandoricorse per aiuti al Papa e al Duca; e per avere meno nimicifeceaccordo con Gismondo Malatesti.
Per la qual cosa si turbò inmodo Iacopo Piccininoper essere di Gismondo naturale nimicoche siparti da' soldi di Ferrando e accostossi a Giovanni.
Mandòancora Ferrando danari a Federigo signore di Urbinoe quanto primapotéragunòsecondo quelli tempiuno buono esercito;e sopra il fiume di Sarni si ridusse a fronte con li nimicie venutialla zuffafu il re Ferrando rottoe presi molti importanti suoicapitani.
Dopo questa rovina rimase in fede di Ferrando la cittàdi Napoli con alcuni pochi principi e terre: la maggiore parte aGiovanni si dierono.
Voleva Iacopo Piccinino che Giovanni con questavittoria andasse a Napoli e si insignorissi del capo del Regno; manon volsedicendo che prima voleva spogliarlo di tutto il dominio epoi assalirlopensando cheprivo delle sue terrelo acquisto diNapoli fusse più facile.
Il quale partitopreso al contrariogli tolse la vittoria di quella impresa; perché egli noncognobbe come più facilmente le membra seguono il capo che ilcapo le membra.

 

38

Erasirifuggitodopo la rottaFerrando in Napolie quivi gli scacciatide' suoi stati riceveva; e con quelli modi più umani potéragunò danari insiemee fece un poco di testa di esercito.Mandò di nuovo per aiuto al Papa e al Ducae dall'uno edall'altro fu suvvenuto con maggiore celerità e piùcopiosamente che per innanziperché vivevono con sospettogrande che non perdessi quel regno.
Diventato per tanto il reFerrando gagliardouscì di Napoli; e avendo cominciato aracquistare riputazioneriacquistava delle terre perdute.
E mentreche la guerra nel Regno si travagliavanacque uno accidente che altutto tolse a Giovanni d'Angiò la reputazione e la commoditàdi vincere quella impresa.
Erano i Genovesi infastiditi del governoavaro e superbo de' Franzesitanto che presono le armi contro algovernatore regioe quello constrinsono a rifuggirsi nelCastelletto; e a questa impresa furono i Fregosi e gli Adorniconcordie dal duca di Milano di danari e di gente furono aiutaticosì nell'acquistare lo stato come nel conservarlo; tanto cheil re Rinatoil quale con una armata venne di poi in soccorso delfigliuolosperando riacquistare Genova per virtù delCastellettofunel porre delle sue genti in terrarottodi sorteche fu forzato tornarsene svergognato in Provenza.
Questa nuovacomefu intesa nel regno di Napolisbigottì assai Giovannid'Angiò; non di meno non lasciò la impresa; ma per piùtempo sostenne la guerra aiutato da quelli baroni i qualiper larebellione loronon credevono apresso a Ferrando trovare luogoalcuno.
Pure alla finedopo molti accidenti seguiti a giornata liduoi regali eserciti si condussononella quale fu Giovannipropinquo a Troiarottol'anno 1463.
Né tanto l'offese larottaquanto la partita da lui di Iacopo Piccininoil quale siaccostò a Ferrando; sì chespogliato di forzesiridusse in Istiadonde poi se ne tornò in Francia.
Duròquesta guerra quattro anni e la perdé coluiper suanegligenziail qualeper virtù de' suoi soldati l'ebbe piùvolte vinta.
Nella quale i Fiorentini non si travagliorono in modoche apparisse: vero è che da il re Giovanni di Aragonanuovamente assunto re in quel regno per la morte di Alfonsofuronoper sua ambasciatarichiesti che dovessero soccorrere alle cose diFerrando suo nipotecome eranoper la lega nuovamente fatta conAlfonso suo padreobligati.
A cui per i Fiorentini fu risposto: nonavere obligo alcuno con quello; e che non erano per aiutare ilfigliuolo in quella guerra che il padre con le armi sue aveva mossa;e come la fu cominciata sanza loro consiglio o saputacosìsanza il loro aiuto la tratti e finisca.
Donde che quelli oratoriper parte del loro reprotestorono la pena dello obligo e gliinteressi del danno; e sdegnati contro a quella città sipartirono.
Stettono per tanto i Fiorentininel tempo di questaguerraquanto alle cose di fuoriin pace; ma non posorono giàdrentocome particularmente nel seguente libro si dimosterrà.

 

 

LIBROSETTIMO

 

1

E'parrà forse a quelli che il libro superiore aranno letto cheuno scrittore delle cose fiorentine si sia troppo disteso in narrarequelle seguite in Lombardia e nel Regno; non di meno io non hofuggito né sono per lo avvenire per fuggire simili narrazioniperchéquantunque io non abbia mai promesso di scrivere lecose di Italianon mi pare per ciò da lasciare indietro dinon narrare quelle che saranno in quella provincia notabili.
Perchénon le narrandola nostra istoria sarebbe meno intesa e meno grata;massimamente perché dalle azioni degli altri popoli e principiitaliani nascono il più delle volte le guerre nelle quali iFiorentini sono di intromettersi necessitaticome dalla guerra diGiovanni d'Angiò e del re Ferrando gli odii e le graviinimicizie nacquono le quali poi intra Ferrando e i Fiorentinieparticularmente con la famiglia de' Medici seguirono.
Perchéil Re si dolevain quella guerranon solamente non essere statosuvvenutoma essere stati prestati favori al nimico suo; il qualesdegno fu di grandissimi mali cagionecome nella narrazione nostrasi dimosterrà.
E perché io sonoscrivendo le cose difuorainfino al 1463 transcorsomi è necessarioa volere itravagli di dentro in quel tempo seguiti narrareritornare moltianni indietro.
Ma prima voglio alquantosecondo la consuetudinenostra ragionandodire come coloro che sperano che una republicapossa essere unitaassai di questa speranza s'ingannono.
Vera cosa èche alcune divisioni nuocono alle republichee alcune giovano:quelle nuocono che sono dalle sette e da partigiani accompagnate;quelle giovano che senza sette e senza partigiani si mantengono.
Nonpotendo adunque provedere uno fondatore di una republica che nonsieno inimicizie in quellaha a provedere almeno che non vi sienosette.
E però è da sapere come in due modi acquistonoriputazione i cittadini nelle città: o per vie publicheo permodi privati.
Publicamente si acquistavincendo una giornataacquistando una terrafaccendo una legazione con sollecitudine e conprudenzaconsigliando la republica saviamente e felicemente; permodi privati si acquistabenificando questo e quell'altro cittadinodefendendolo da' magistratisuvvenendolo di danaritirandoloimmeritamente agli onorie con giochi e doni publici gratificandosila plebe.
Da questo modo di procedere nascono le sette e ipartigiani; e quanto questa reputazione così guadagnataoffendetanto quella giova quando ella non è con le settemescolataperché la è fondata sopra un bene comunenon sopra un bene privato.
E benché ancora tra i cittadinicosì fatti non si possa per alcuno modo provedere che non visieno odii grandissimi non di menonon avendo partigiani che perutilità propria li seguitinonon possono alla republicanuocere; anzi conviene che giovinoperché ènecessarioper vincere le loro pruovesi voltino alla esaltazionedi quellae particularmente osservino l'uno l'altroacciòche i termini civili non si trapassino.
Le inimicizie di Firenzefurono sempre con settee per ciò furono sempre dannose; néstette mai una setta vincitrice unitase non tanto quanto la settainimica era vivama come la vinta era spentanon avendo quella cheregnava più paura che la ritenesse né ordine infra séche la frenassela si ridivideva.
La parte di Cosimo de' Medicirimasenel 1434superiore; ma per essere la parte battuta grande epiena di potentissimi uominisi mantenne un tempoper pauraunitae umanaintanto che fra loro non feciono alcuno erroree al popoloper alcuno loro sinistro modo non si feciono odiare; tanto chequalunque volta quello stato ebbe bisogno del popolo per ripigliarela sua autoritàsempre lo trovò disposto a concedere ai capi suoi tutta quella balia e potenza che desideravano.
E cosìdal 1434 al '55che sono anni ventunosei voltee per i Consigliordinariamentela autorità della balia riassunsono.

 

2

Eranoin Firenzecome più volte abbiamo dettoduoi cittadinipotentissimi Cosimo de' Medici e Neri Capponi; de' quali Neri era unodi quelli che aveva acquistata la sua reputazione per vie publichein modo che gli aveva assai amici e pochi partigiani; Cosimodall'altra parteavendosi alla sua potenza la publica e la privatavia apertaaveva amici e partigiani assai.
E stando costoro unitimentre tutti a duoi visserosempre ciò che vollono sanzaalcuna difficultà dal popolo ottennonoperché gli eramescolata con la potenza la grazia.
Ma venuto l'anno 1455ed essendomorto Nerie la parte nimica spentatrovò lo statodifficultà nel riassumere l'autorità sua; e i propriamici di Cosimoe nello stato potentissimine erano cagioneperchénon temevano più la parte avversache era spentae avevanocaro di diminuire la potenza di quello.
Il quale umore detteprincipio a quelle divisioni che di poinel 1466 seguirono; in modoche quelli a' quali lo stato appartenevane' Consigli dovepublicamente si ragionava della publica amministrazioneconsigliavano che gli era bene che la potestà della balia nonsi riassumessee che si serrassero le borse e i magistrati a sortesecondo i favori de' passati squittinisi sortissero.
Cosimoafrenare questo umore aveva uno de' duoi rimedi: o ripigliare lo statoper forzacon i partigiani che gli erano rimasie urtare tutti glialtrio lasciare ire la cosa e con il tempo fare a' suoi amicicognoscere che non a luima a loro proprilo stato e la reputazionetoglievono.
De' quali duoi remedi questo ultimo elesse; perchésapeva bene che in tale modo di governoper essere le borse piene disuoi amiciegli non correva alcuno pericoloe come a sua postapoteva il suo stato ripigliare.
Riduttasi per tanto la città acreare i magistrati a sortepareva alla universalità de'cittadini avere riavuta la sua libertàe i magistratinonsecondo la voglia de' potentima secondo il giudicio loro propriogiudicavano; in modo che ora uno amico d'uno potenteora quellod'uno altro era battutoe così quelli che solevano vedere lecase loro piene di salutatori e di presentivote di sustanze e diuomini le vedevano.
Vedevonsi ancora diventati uguali a quelli chesolevono avere di lunga inferiorie superiori vedevano quelli chesolevono essere loro eguali.
Non erano riguardati né onoratianzi molte volte beffati e derisie di loro e della republica per levie e per le piazze sanza alcuno riguardo si ragionava; di qualitàche cognobbono prestonon Cosimoma loro avere perduto lo stato.
Lequali cose Cosimo dissimulavae come e' nasceva alcuna deliberazioneche piacessi al popoloed egli era il primo a favorirla.
Ma quelloche fece più spaventare i Grandie a Cosimo dette maggioreoccasione a farli ravvedere fu che si risuscitò il modo delcatasto del 1427dovenon gli uominima le leggi le gravezzeponesse.

 

3

Questalegge vintae di già fatto il magistrato che la esequisselifé al tutto ristrignere insiemee ire a Cosimoa pregarloche fusse contento volere trarre loro e sé delle mani dellaplebee rendere allo stato quella riputazione che faceva lui potentee loro onorati.
Ai quali Cosimo rispose che era contento; ma chevoleva che la legge si facesse ordinariamente e con volontàdel popoloe non per forzapella quale per modo alcuno non gliragionassero.
Tentossi ne' Consigli la legge di fare nuova baliaenon si ottenneonde che i cittadini grandi tornavano a Cosimoe conogni termine di umilità lo pregavano volesse acconsentire alparlamento; il che Cosimo al tutto negava come quello che volevaridurli in termine che appieno lo errore loro cognoscessero.
E perchéDonato Cocchi trovandosi gonfalonieri di giustiziavolle senza suoconsentimento fare il parlamentolo fece in modo Cosimo da' Signoriche con seco sedevano sbeffareche gli impazzòe comestupido ne fu alle case sue rimandato.
Non di menoperché nonè bene lasciare tanto transcorrere le coseche le non sipossino poi ritirare a sua postasendo pervenuto al gonfalonieredella giustizia Luca Pittiuomo animoso e audacegli parve tempo dilasciare governare la cosa a quelloacciòse di quellaimpresa s'incorreva in alcuno biasimofusse a Lucanon a luiimputato.
Luca per tantonel principio del suo magistratopreposeal popolo molte volte di rifare la balia; e non si ottenendominacciò quelli che ne' Consigli sedevano con paroleingiuriose e piene di superbia.
Alle quali poco di poi aggiunse ifatti; perché di agostonel 1458la vigilia di Santo Lorenzoavendo ripieno di armati il Palagio chiamò il popolo inPiazzae per forza e con le armigli fece acconsentire quello cheprima volontariamente non aveva acconsentito.
Riassunto per tanto lostatoe creato la balia e di poi i primi magistrati secondo ilparere de' pochiper dare principio a quello governo con terrorech'eglino avieno cominciato con forzaconfinorono messer GirolamoMachiavelli con alcuni altrie molti ancora degli onori privorono.Il quale messer Girolamoper non avere di poi osservati i confinifu fatto ribelle; e andando circuendo Italiasullevando i principicontro alla patriafu in Lunigianaper poca fede d'uno di quellisignoripreso; e condotto a Firenzefu morto in carcere.

 

4

Fuquesta qualità di governoper otto anni che duròinsopportabile e violento; perché Cosimogià vecchio estracco e per la mala disposizione del corpo fatto debolenonpotendo essere presente in quel modo soleva alle cure publichepochicittadini predavano quella città.
Fu Luca Pittiper premiodella opera aveva fatta in benifizio della republicafattocavaliere; ed egliper non essere meno grato verso di leichequella verso di lui fussi statavolle chedove prima si chiamavanoPriori dell'Artiacciò che della possessione perduta almenone riavessero il titulosi chiamassero Priori di Libertà:volle ancora che dove prima il gonfaloniere sedeva sopra la destrade' rettoriin mezzo di quelli per lo avvenire sedesse.
E perchéIddio paressi partecipe di questa impresafeciono publiceprocessioni e solenni offizi per ringraziare quello de' riassuntionori.
Fu messer Luca dalla Signoria e da Cosimo riccamentepresentatodietro ai quali tutta la città a gara concorse; efu opinione che i presenti alla somma di ventimila ducatiaggiugnessero.
Donde egli salì in tanta reputazioneche nonCosimo ma messer Luca la città governava.
Da che lui venne intanta confidenza che gli cominciò duoi edificil'uno inFirenze l'altro a Rucianoluogo propinquo uno miglio alla cittàtutti superbi e regii; ma quello della città al tutto maggioreche alcuno altro che da privato cittadino infino a quel giorno fussestato edificato.
I quali per condurre a fine non perdonava ad alcunoestraordinario modo; perchénon solo i cittadini e gli uominiparticulari lo presentavano e delle cose necessarie allo edifizio losuvvenivanoma i comuni e popoli interi gli sumministravano aiuti.Oltra di questotutti gli sbanditie qualunque altro avessecommesso omicidioo furto o altra cosa per che egli temesse publicapenitenziapurché e' fusse persona a quella edificazioneutiledentro a quelli edifizi sicuro si rifuggiva.
Gli altricittadinise non edificavano come quellonon erano meno violentiné meno rapaci di luiin modo chese Firenze non avevaguerra di fuori che la distruggessedai suoi cittadini eradistrutta.
Seguironocome abbiamo dettodurante questo tempoleguerre del Regnoe alcune che ne fece il Pontefice in Romagna controa quelli Malatesti; perché egli desiderava spogliarli diRimino e di Cesenache loro possedevano; sì cheinfra questeimprese e i pensieri di fare la impresa del Turcopapa Pio consumòil pontificato suo.

 

5

MaFirenze seguitò nelle disunioni e ne' travagli suoi.
Cominciòla disunione nella parte di Cosimo nel '55per le cagioni dettelequali per la prudenza suacome abbiamo narratoper allora siposorono.
Ma venuto l'anno '64Cosimo riaggravò nel malediqualità che passò di questa vita.
Dolfonsi della mortesua gli amici e i nimici; perché quelli che per cagione dellostato non lo amavanoveggendo quale era stata la rapacità de'cittadini vivente luila cui reverenza gli faceva menoinsopportabilidubitavanomancato quellonon essere al tuttorovinati e distrutti; e in Piero suo figliuolo non confidavano moltoperchénon ostante che fusse uomo buononon di menogiudicavano cheper essere ancora lui infermo e nuovo nello statofusse necessitato ad avere loro rispettotalché quellisanzafreno in boccapotessero essere più strabocchevoli nellerapacità loro.
Lasciò per tanto di sé inciascuno grandissimo desiderio.
Fu Cosimo il più reputato enomato cittadinodi uomo disarmatoche avesse mainon solamenteFirenzema alcuna altra città di che si abbia memoria perchénon solamente superò ogni altro de' tempi suoi d'autoritàe di ricchezzema ancora di liberalità e di prudenza; perchéintra tutte le altre qualità che lo feciono principe nella suapatria fu lo essere sopra tutti gli altri uomini liberale emagnifico.
Apparve la sua liberalità molto più dopo lasua mortequando Pierosuo figliuolovolle le sue sustanzericognoscereperché non era cittadino alcuno che avesse nellacittà alcuna qualitàa chi Cosimo grossa somma didanari non avesse prestatae molte voltesanza essere richiestoquando intendeva la necessità d'uno uomo nobilelo suvveniva.Apparve la sua magnificenzia nella copia degli edifizi da luiedificati; perché in Firenze i conventi e i templi di SanMarco e di San Lorenzo e il munistero di Santa Verdianae ne' montidi Fiesole San Girolamo e la Badiae nel Mugello un tempio de' fratiminori non solamente instauròma da e fondamenti di nuovoedificò.
Oltra di questoin Santa Crocene' ServinegliAngioliin San Miniatofece fare altari e cappelle splendidissime;i quali templi e cappelleoltre allo edificareriempié diparamenti e d'ogni cosa necessaria allo ornamento del divino culto.
Aquesti sacri edifizi si aggiunsono le private sue case; le qualisonouna nella cittàdi quello essere che a tanto cittadinosi conveniva; quattro di fuoraa Careggia Fiesolea Cafaggiuolo eal Trebbio: tutti palaginon da privati cittadinima regii.
Eperché nella magnificenzia degli edifizi non gli bastavaessere cognosciuto in Italiaedificò ancora in Ierusalem unrecettaculo per i poveri e infermi peregrini; nelle qualiedificazioni uno numero grandissimo di danari consumò.
Ebenché queste abitazioni e tutte le altre opere e azioni suefussero regiee che soloin Firenzefusse principenon di menotanto fu temperato dalla prudenza suache mai la civile modestia nontrapassò: perché nelle conversazionine' servidorinel cavalcarein tutto il modo del viveree ne' parentadifusempre simile a qualunque modesto cittadino; perché sapevacome le cose estraordinarie che a ogni ora si veggono e apparisconorecono molto più invidia agli uominiche quelle che sono infatto e con onestà si ricuoprono.
Avendo per tanto a daremoglie a' suoi figliuolinon cercò i parentadi de' principima con Giovanni la Cornelia degli Alessandri e con Piero la Lucreziade' Tornabuoni congiunse; e delle nipoti nate di Piero la Bianca aGuglielmo de' Pazzie la Nannina a Bernardo Rucellai sposò.Degli stati de' principi e civili governi niuno altro al suo tempoper intelligenza lo raggiunse: di qui nacque che in tanta varietàdi fortunae in sì varia città e volubilecittadinanzatenne uno stato trentuno anno; perchésendoprudentissimocognosceva i mali discosto e per ciò era atempoo a non li lasciare crescereo a prepararsi in modo checresciutinon lo offendessero: donde non solamente vinse ladomestica e civile ambizionema quella di molti principi superòcon tanta felicità e prudenza che qualunque seco e colla suapatria si collegavarimaneva o pari o superiore al nimicoequalunque se gli opponevao e' perdeva il tempo e' denario lostato.
Di che ne possono rendere buona testimonianza i Viniziani; iqualicon quellocontro al duca Filippo sempre furono superioriedisiunti da luisempre furonoe da Filippo primae da Francescopoivinti e battuti; e quando con Alfonso contro alla republica diFirenze si collegoronoCosimo con il credito suo vacuò Napolie Vinegia di danari in modo che furono constretti a prendere quellapace che fu voluta concedere loro.
Delle dificultà adunque cheCosimo ebbedentro alla città e fuorifu il fine gloriosoper lui e dannoso per gli inimici; e per ciò sempre le civilidiscordie gli accrebbono in Firenze statoe le guerre di fuorapotenza e reputazione: per il che allo imperio della sua republica ilBorgo a San SipolcroMontedoglioil Casentino e Val di Bagnoaggiunse.
E così la virtù e fortuna sua spense tutti isuoi nimicie gli amici esaltò.

 

6

Nacquenel 1389il giorno di Santo Cosimo e Damiano.
Ebbe la sua prima etàpiena di travaglicome lo esiliola catturai pericoli di mortedimostrano; e da il concilio di Gostanzadove era ito con papaGiovannidopo la rovina di quelloper campare la vitagli convennefuggire travestito.
Ma passati i quaranta anni della sua etàvisse felicissimotanto chenon solo quelli che si accostorono alui nelle imprese publichema quelli ancora che i suoi tesori pertutta la Europa amministravano della felicità suaparticiporono: da che molte eccessive ricchezze in molte famiglie diFirenze nacquonocome avvenne in quella de' Tornabuonide' Bencide' Portinari e de' Sassetti; e dopo questitutti quelli che da ilconsiglio e fortuna sua dependevono arricchirono: talmente chebenche negli edifizi de' templi e nelle limosine egli spendessecontinuamentesi doleva qualche volta con gli amici che mai avevapotuto spendere tanto in onore di Dio che lo trovassi ne' suoi libridebitore.
Fu di comunale grandezzadi colore ulivigno e di presenzavenerabile.
Fu sanza dottrinama eloquentissimo e ripieno d'unanaturale prudenza; e per ciò era officioso nelli amicimisericordioso ne' poverinelle conversazione utilene' consiglicautonelle esecuzioni prestoe ne' suoi detti e risposte eraarguto e grave.
Mandogli messer Rinaldo degli Albizine' primi tempidel suo esilio a dire che la gallina covavaa cui Cosimo rispose chela poteva mal covare fuora del nidioe ad altri ribelliche lifeciono intendere che non dormivano disse che lo credevaavendocavato loro il sonno.
Disse di papa Pioquando e' citava i principiper la impresa contro al Turcoche gli era vecchio e faceva unaimpresa da giovani.
Agli oratori vinizianii quali vennono a Firenzeinsieme con quelli del re Alfonso a dolersi della republicamostròil capo scopertoe dimandolli di qual colore fusse; al qualerisposono: - Bianco- ed egli allora soggiunse: - E' non passeràgran tempo che i vostri senatori lo aranno bianco come io.
-Domandandogli la mogliepoche ore avanti la morteperchétenesse gli occhi chiusirispose: - Per avvezzargli.
- Dicendoglialcuni cittadinidopo la sua tornata dallo esilioche si guastavala città e facevasi contro a Dio a cacciare di quella tantiuomini da benerispose come gli era meglio città guasta cheperduta; e come due canne di panno rosato facevono uno uomo da bene;e che gli stati non si tenevono co' paternostri in mano: le qualivoci dettono materia a' nimici di calunniarlocome uomo che amassepiù se medesimo che la patriae più questo mondo chequell'altro.
Potrebbonsi riferire molti altri suoi dettii qualicome non necessarisi ommetteranno.
Fu ancora Cosimo degli uominilitterati amatore ed esaltatore; e per ciò condusse in Firenzelo Argilopolouomo di nazione greca e in quelli tempilitteratissimoacciò che da quello la gioventùfiorentina la lingua greca e l'altre sue dottrine potesse apprendere;nutrì nelle sue case Marsilio Ficinosecondo padre dellaplatonica filosofiail quale sommamente amò; e perchépotesse più commodamente seguire gli studi delle lettereeper poterlo con più sua commodità usareunapossessione propinqua alla sua di Careggi gli donò.
Questa suaprudenza adunquequeste sue ricchezzemodo di vivere e fortunalofecionoa Firenzeda' cittadini temere e amaree dai principinonsolo di Italiama di tutta la Europamaravigliosamente stimare.Donde che lasciò tale fondamento a' suoi posteri che poteronocon la virtù pareggiarlo e con la fortuna di gran lungasuperarloe quella autorità che Cosimo ebbe in Firenzenonsolo in quella cittàma in tutta la cristianitàaverla.
Non di meno negli ultimi tempi della sua vita sentìgravissimi dispiaceri; perché de' duoi figliuoli che gli ebbePiero e Giovanniquesto morì in nel quale egli piùconfidavaquell'altro era infermo eper la debilezza del corpopoco atto alle publiche e alle private faccende.
Di modo chefaccendosi portaredopo la morte del figliuoloper la casadissesospirando: - Questa è troppa gran casa a sì pocafamiglia.
- Angustiava ancora la grandezza dello animo suo non gliparere di avere accresciuto lo imperio fiorentino d'uno acquistoonorevole; e tanto più se ne dolevaquanto gli pareva esserestato da Francesco Sforza ingannato; il qualementre era contegliaveva promessocomunque si fusse insignorito di Milanodi fare laimpresa di Lucca per i Fiorentini.
Il che non successeperchéquel conte con la fortuna mutò pensieroe diventato ducavolle godersi quello stato colla pace che si aveva acquistato con laguerra; e per ciò non volle né a Cosimo né adalcuno altro di alcuna impresa sodisfare; né fecepoi che fuducaaltre guerre che quelle che fu per difendersi necessitato.
Ilche fu di noia grandissima a Cosimo cagioneparendogli avere duratofatica e speso per fare grande uno uomo ingrato e infedele.Parevaglioltre a di questoper la infirmità del corpononpotere nelle faccende publiche e private porre l'antica diligenzasua; di qualità che l'una e l'altra vedeva rovinareperchéla città era distrutta da' cittadinie le sustanze da'ministri e da' figliuoli.
Tutte queste cose gli feciono passare gliultimi tempi della sua vita inquieti.
Non di meno morì pienodi gloriae con grandissimo nome nella città e fuori.
Tutti icittadini e tutti i principi cristiani si dolfono con Piero suofigliuolo della sua mortee fu con pompa grandissima da tutti icittadini alla sepultura accompagnatoe nel tempio di San Lorenzosepellitoe per publico decreto sopra la sepultura sua PADRE DELLAPATRIA nominato.
Se ioscrivendo le cose fatte da Cosimoho imitatoquelli che scrivono le vite de' principinon quelli che scrivono leuniversali istorienon ne prenda alcuno ammirazioneperchéessendo stato uomo raro nella nostra cittàio sono statonecessitato con modo estraordinario lodarlo.

 

7

Inquesti tempiche Firenze e Italia nelle dette condizioni si trovavaLuigi re di Francia era da gravissima guerra assalitola quale gliavieno i suoi baronicon lo aiuto di Francesco duca di Brettagna edi Carlo duca di Borgognamossa; la quale fu di tanto momento chenon potette pensare di favorire il duca Giovanni d'Angiò nelleimprese di Genova e del Regno; anzigiudicando di avere bisognodegli aiuti di ciascunosendo restata la città di Savona inpotestà de' Franciosiinsignorì di quella Francescoduca di Milanoe gli fece intendere chese volevacon sua graziapoteva fare la impresa di Genova.
La qual cosa fu da Francescoaccettata; e con la reputazione che gli dette l'amicizia del Reecon li favori che gli ferono gli Adornis'insignorì diGenova; e per non mostrarsi ingrato verso il Re de' beneficiiricevutimandò al soccorso suoin Franciamillecinquecentocavaglicapitaneati da Galeazzo suo primogenito.
Restati per tantoFerrando di Aragona e Francesco Sforzal'uno duca di Lombardia eprincipe di Genoval'altro re di tutto il regno di Napolie avendoinsieme contratto parentadopensavano come e' potessero in modofermare gli stati loroche vivendo li potessero securamente godere emorendo agli loro eredi liberamente lasciare.
E per ciògiudicorono che fusse necessario che il Re si assicurasse di quellibaroni che lo aveno nella guerra di Giovanni d'Angiò offesoeil Duca operasse di spegnere le armi braccesche al sangue suonaturali nimichele quali sotto Iacopo Piccinino in grandissimareputazione erano saliteperché egli era rimaso il primocapitano di Italiae non avendo statoqualunque era in stato dovevatemerloe massimamente il Ducail qualemosso da lo esemplo suonon gli pareva potere tenere quello statoné securo a'figliuoli lasciarlovivente Iacopo.
Il Re per tanto con ogniindustria cercò lo accordo con i suoi baronie usòogni arte in assicurarliil che gli succedette felicementeperchéquelli principirimanendo in guerra con il Revedevono la lororovina manifestae facendo accordo e di lui fidandosine stavanodubi.
E perché gli uomini fuggono sempre più volentieriquel male che è certone seguita che i principi possono iminori potenti facilmente ingannare: credettono quelli principi allapace del Reveggendo i pericoli manifesti nella guerrae rimessisinelle braccia di quellofurono di poi da lui in varii modi e sottovarie cagioni spenti.
La qual cosa sbigottì Iacopo Piccininoil quale con le sue genti si trovava a Solmona; e per torre occasioneal Re di opprimerlotenne pratica con il duca Francescoper mezzode' suoi amicidi riconciliarsi con quello; e avendogli il Ducafatte quante offerte potette maggiorideliberò Iacoporimettersi nelle braccia suae lo andòaccompagnato da centocavaglia trovare a Milano.

 

8

AvevaIacopo sotto il padre e con il fratello militato gran tempoprimaper il duca Filippo e di poi per il popolo di Milanotanto cheperla lunga conversazioneaveva in Milano amici assai e universalebenivolenza; la quale le presenti condizioni avevano accresciutaperché agli Sforzeschi la prospera fortuna e la presentepotenza aveva partorito invidiae a Iacopo le cose avverse e lalunga assenza avevano in quel popolo generato misericordiae divederlo grandissimo desiderio.
Le quali cose tutte apparsono nellavenuta suaperché pochi rimasono della nobilità chenon lo incontrasseroe le strade donde ei passò di quelli chedesideravano vederlo erano ripiene; il nome della gente sua per tuttosi gridava.
I quali onori affrettorono la sua rovinaperchéal Duca crebbecon il sospettoil desiderio di spegnerlo.
E perpoterlo più copertamente farevolle che celebrasse le nozzecon Drusiana sua figliuola naturalela quale più tempoinnanzi gli aveva sposata; di poi convenne con Ferrando lo prendessea' suoi soldi con titulo di capitano delle sue genti e centomilafiorini di provisione.
Dopo la quale conclusioneIacopoinsieme conuno ambasciadore ducale e Drusiana sua mogliese ne andò aNapoli; dove lietamente e onoratamente fu ricevuto e per molti giornicon ogni qualità di festa intrattenuto.
Ma avendo domandatolicenza per gire a Solmonadove aveva le sue gentifu da il Re nelCastello convitatoe appresso il convitoinsieme con Francesco suofigliuoloimprigionatoe dopo poco tempo morto.
E così inostri principi italiani quella virtù che non era in lorotemevano in altrie la spegnevano: tanto chenon la avendo alcunoesposono questa provincia a quella rovina la qualedopo non moltotempola guastò e afflisse.

 

9

PapaPioin questi tempiaveva composte le cose di Romagna; e per ciògli parve tempoveggendo seguita universale pacedi muovere iCristiani contro al Turco; e riprese tutti quelli ordini che da' suoiantecessori erano stati fatti; e tutti i principi promissono o danario gentie in particulari Mattia re d'Ungheria e Carlo duca diBorgogna promissono essere personalmente secoi quali furono da ilPapa fatti capitani della impresa.
E andò tanto avanti ilPontefice con la speranzache partì da Roma e andonne inAnconadove si era ordinato che tutto lo esercito convenisse; e iViniziani gli avieno promessi navigi per passarlo in Stiavonia.Convenne per tanto in quella cittàdopo lo arrivare delPonteficetanta gente che in pochi giorni tutti i viveri che inquella città erano e che dai luoghi vicini vi si potevanocondurre mancoronodi qualità che ciascuno era dalla fameoppressato.
Oltra di questo non vi era danari da provederne quelliche ne avevano di bisognoné arme da rivestire quelli che nemancavano; e Mattia e Carlo non comparsonoe i Viniziani vimandorono uno loro capitano con alquante galeepiù tosto permostrare la pompa loroe di avere osservata la fedeche per poterequello esercito passare.
Onde che il Papasendo vecchio e infermonel mezzo di questi travagli e disordini morì.
Dopo la cuimorte ciascheduno alle sue case se ne ritornò.
Morto il Papal'anno 1465fu eletto al pontificato Paulo IIdi nazione viniziano.E perché quasi che tutti i principati di Italia mutasserogovernomorì ancoral'anno seguenteFrancesco Sforza ducadi Milanodopo sedici anni ch'egli aveva occupato quel ducatoe fudichiarato duca Galeazzo suo figliuolo.

 

10

Lamorte di questo principe fu cagione che le divisioni di Firenzediventassero più gagliarde e facessero i suoi effetti piùpresto.
Poi che Cosimo morìPiero suo figliuolorimaso erededelle sustanze e dello stato del padrechiamò a sémesser Dietisalvi Neroniuomo di grande autorità e secondogli altri cittadini reputatissimonel quale Cosimo confidava tantoche commissemorendoa Piero che delle sustanze e dello stato altutto secondo il consiglio di quello si governasse.
Dimostròper tanto Piero a messer Dietisalvi la fede che Cosimo aveva avuta inlui; e perché voleva ubbidire a suo padre dopo morte comeaveva ubbidito in vitadesiderava con quello del patrimonio e delgoverno della città consigliarsi.
E per cominciare dallesustanze propriefarebbe venire tutti i calculi delle sue ragioni egliene porrebbe in manoacciò che potesse l'ordine edisordine di quelle cognosceree cognosciutosecondo la suaprudenza consigliarlo.
Promisse messer Dietisalvi in ogni cosa usarediligenzia e fede; ma venuti i calculie quelli bene esaminaticognobbe in ogni parte essere assai disordini.
E come quello che piùlo strigneva la propria ambizione che lo amore di Piero o gli antichibenifizi da Cosimo ricevutipensò che fusse facile torgli lareputazione e privarlo di quello stato che il padre come ereditariogli aveva lasciato.
Venne per tanto messer Dietisalvi a Piero con unoconsiglio che pareva tutto onesto e ragionevole; ma sotto a quelloera la sua rovina nascosa.
Dimostrogli il disordine delle sue coseea quanti danari gli era necessario provedere non volendo perdereconil creditola reputazione delle sustanze e dello stato suo.
E perciògli disse che e' non poteva con maggiore onestà rimediare a'disordini suoiche cercare di fare vivi quelli danari che suo padredoveva avere da molticosì forestieri come cittadini: perchéCosimoper acquistarsi partigiani in Firenze e amici di fuoranelfare parte a ciascuno delle sue sustanze fu liberalissimoin modoche quello di che per queste cagioni era creditore ad una somma didanari non piccola né di poca importanza ascendeva.
Parve aPiero il consiglio buono e onestovolendo a' disordini suoirimediare con il suo; ma subito che gli ordinò che questidanari si domandasseroi cittadinicome se quello volesse torre illoronon domandare il suosi risentirono; e sanza rispetto dicevanomale di luie come ingrato e avaro lo calunniavano.

 

11

Dondecheveduta messer Dietisalvi questa comune e populare disgrazia inla quale Piero era per i suoi consigli incorsosi ristrinse conmesser Luca Pittimesser Agnolo Acciaiuoli e NiccolòSoderinie deliberorono di torre a Piero la reputazione e lo stato.Erano mossi costoro da diverse cagioni: messer Luca desideravasuccedere nel luogo di Cosimoperché era diventato tantogrande che si sdegnava avere ad osservare Piero; messer Dietisalviil quale conosceva messer Luca non essere atto ad essere capo delgovernopensava che di necessitàtolto via Pierolareputazione del tuttoin breve tempodovesse cadere in lui; NiccolòSoderini amava che la città più liberamente vivesseeche secondo la voglia de' magistrati si governasse.
Messer Agnolo coni Medici teneva particulari odii per tali cagioni: aveva Raffaellosuo figliuolopiù tempo innanzipresa per moglie laLessandra de' Bardi con grandissima dote: costei o per i mancamentisuoi o per i difetti d'altriera da il suocero e dal marito maletrattata; onde che Lorenzo di Larionesuo affinemosso a pietàdi questa fanciullauna nottecon di molti armati accompagnatolatrasse di casa messer Agnolo.
Dolfonsi gli Acciaiuoli di questaingiuria fatta loro dai Bardi: fu rimessa la causa in Cosimo; ilquale giudicò che gli Acciaiuoli dovessero alla Lessandrarestituire la sua dotee di poi il tornare con il marito suo alloarbitrio della fanciulla si rimettesse.
Non parve a messer Agnolo cheCosimoin questo giudiciolo avesse come amico trattato; e non siessendo potuto contro a Cosimodeliberò contro al figliuolovendicarsi.
Questi congiurati non di menoin tanta diversitàdi umoripublicavano una medesima cagioneaffermando volere che lacittà con i magistratie non con il consiglio di pochisigovernasse.
Accrebbono oltra di questo gli odii verso Piero e lecagioni di morderlo molti mercatanti che in questo tempo fallirono:di che publicamente ne fu Piero incolpatochevolendofuori diogni espettazioneriavere i suoi danarigli aveva fatti convituperio e danno della città fallire.
Aggiunsesi a questo chesi praticava di dare per moglie la Clarice degli Orsini a Lorenzo suoprimogenito; il che porse a ciascuno più larga materia dicalunniarlodicendo come e' si vedeva espressopoi ch'egli volevarifiutare per il figliuolo uno parentado fiorentinoche la cittàpiù come cittadino non lo capevae per ciò egli sipreparava a occupare il principato: perché colui che non vuolei suoi cittadini per parenti gli vuole per servie per ciò èragionevole che non gli abbia amici.
Pareva a questi capi dellasedizione avere la vittoria in manoperché la maggior partede' cittadiniingannati da quel nome della libertà checostoroper adonestare la loro impresaavevano preso per insegnagli seguivano.

 

12

Ribollendoadunque questi umori per la cittàparve ad alcuno di quellia' quali le civili discordie dispiacevano che si vedesse se conqualche nuova allegrezza si potessero fermareperché il piùdelle volte i popoli oziosi sono strumento a chi vuole alterare.
Pertorre via adunque questo ozioe dare che pensare agli uomini qualchecosache levassero il pensiero dello statosendo già passatol'anno che Cosimo era mortopresono occasione da che fusse benerallegrare la cittàe ordinorono due feste secondo l'altreche in quella città si fannosolennissime: una cherappresentava quando i tre Re vennono di Oriente dietro alla stellache dimostrava la natività di Cristo; la quale era di tantapompa e sì magnificache in ordinarla e farla teneva piùmesi occupata tutta la cittàl'altra fu uno torniamento (checosì chiamano uno spettaculo che rappresenta una zuffa diuomini a cavallo) dove i primi giovani della città siesercitorono insieme con i più nominati cavalieri di Italia.
Eintra i giovani fiorentini il più reputato fu Lorenzoprimogenito di Pieroil qualenon per graziama per proprio suovalore ne riportò il primo onore.
Celebrati questi spettaculiritornorono ne' cittadini i medesimi pensierie ciascuno con piùstudio che mai la sua opinione seguitava: di che dispareri e travagligrandi ne risultavano; i quali da duoi accidenti furono grandementeaccresciuti: l'uno fu che l'autorità della balia mancòl'altro la morte di Francesco duca di Milano.
Donde che Galeazzonuovo ducamandò a Firenze ambasciadori per confermare icapitoli che Francesco suo padre aveva con la città; in ne'qualitra le altre cosesi disponeva che qualunque anno si pagassea quel duca certa somma di danari.
Presono per tanto i principicontrari a' Medici occasione da questa domandae publicamentene'Consiglia questa deliberazione si opposonomostrando non conGaleazzoma con Francesco essere fatta l'amicizasì chemorto Francescoera morto l'obligo; né ci era cagione dirisuscitarloperché in Galeazzo non era quella virtùche era in Francescoe per consequente non se ne doveva népoteva sperare quello utile; e se da Francesco si era avuto pocodaquesto si arebbe meno; e se alcuno cittadino lo volesse soldare perla potenza suaera cosa contro al vivere civile e alla libertàdella città.
Pieroallo incontromostrava che e' non erabene una amicizia tanto necessaria per avarizia perderlae che niunacosa era tanto salutifera alla republica e a tutta Italiaquantoessere collegati con il ducaacciò che i Vinizianiveggendoloro unitinon sperinoo per finta amicizia o per aperta guerraopprimere quel ducato; perché non prima sentiranno iFiorentini essere da quel duca alienatich'eglino aranno l'armi inmano contro di luie trovandolo giovanenuovo nello stato e sanzaamicifacilmente se lo potrannoo con inganno o con forzaguadagnare; e nell'uno e nell'altro caso vi si vedeva la rovina dellarepublica.

 

13

Nonerano accettate queste ragionie le nimicizie cominciorono amostrarsi apertee ciascheduna delle parti di nottein diversecompagnie convenivaperché gli amici de' Medici nellaCrocettae gli avversarii nella Pietà si riducevano i qualisolleciti nella rovina di Pieroavevono fatto soscrivere come allaimpresa loro favorevolimolti cittadini.
E trovandositra le altrevolteuna notte insiemetennono particulare consiglio del modo diprocedere loro; e a ciascuno piaceva diminuire la potenza de' Medicima erano differenti nel modo.
Una partela quale era la piùtemperata e modestavoleva chepoi che gli era finita l'autoritàdella baliache si attendessi ad obstare che la non si riassumesse;e fatto questoci era la intenzione di ciascunoperché iConsigli e i magistrati governerebbono la cittàe in pocotempo l'autorità di Piero si spegnerebbe; e verrebbecon laperdita della reputazione dello statoa perdere il credito nellemercatanzieperché le sustanze sue erano in termine chesesi teneva forte che e' non si potessi de' danari publici valereeraa rovinare necessitato; il che come fusse seguitonon ci era di luipiù alcuno pericoloe venivasi ad averesanza esili e sanzasanguela sua libertà recuperata; il che ogni buono cittadinodoveva desiderare.
Ma se si cercava di adoperare la forzasipotrebbe in moltissimi pericoli incorrere; perché tale lasciacadere uno che cade da séchese gli è spinto daaltrilo sostiene.
Oltra di questoquando non si ordinasse alcunacosa straordinaria contro a di luinon arebbe cagione di armarsi odi cercare amici; e quando e' lo facessisarebbe con tanto suocaricoe genererebbe in ogni uomo tanto sospettoche farebbe a sépiù facile la rovina e ad altri darebbe maggiore occasione diopprimerlo.
A molti altri de' ragunati non piaceva questa lunghezzaaffermando come il tempo era per favorire lui e non loro: perchése si voltavano ad essere contenti alle cose ordinariePiero nonportava pericolo alcunoe loro ne correvono moltiperché imagistrati suoi nimici gli lasceranno godere la cittàe gliamici lo farannocon la rovina lorocome intervenne nel '58principe.
E se il consiglio dato era da uomini buoniquesto era dauomini savi; e per ciòmentre che gli uomini erano infiammaticontro a di luiconveniva spegnerlo.
Il modo era: armarsi dentroefuori soldare il marchese di Ferraraper non essere disarmato; equando la sorte dessi di avere una Signoria amicaessere parati adassicurarsene.
Rimasono per tanto in questa sentenza: che siaspettasse la nuova Signoriae secondo quella governarsi.
Trovavasiintra questi congiurati ser Niccolò Fedini il quale tra lorocome cancelliere si esercitava.
Costuitirato da più certasperanzarivelò tutte le pratiche tenute da' suoi inimici aPieroe la listra de' congiurati e de' soscritti gli portò.Sbigottissi Pierovedendo il numero e la qualità de'cittadini che gli erano controe consigliatosi con gli amicideliberò ancora egli fare degli amici suoi una soscrizione; edato di questa impresa la cura ad alcuno de' più suoi fidatitrovò tanta varietà e instabilità negli animide' cittadiniche molti de' soscritti contro di lui ancora in favoresuo si soscrissono.

 

14

Mentreche queste cose in questa maniera si travagliavanovenne il tempoche il supremo magistrato si rinnuova; al quale per gonfalonieri digiustizia fu Niccolò Soderini assunto.
Fu cosa maravigliosa avedere con quanto concorso non solamente di onorati cittadini ma ditutto il popoloe' fusse al Palazzo accompagnato; e per il camminogli fu posta una grillanda di ulivo in testaper mostrare che daquello avesse e la salute e la libertà di quella patria adependere.
Vedesiper questa e per molte altre esperienzecome nonè cosa desiderabile prendere o uno magistrato o uno principatocon estraordinaria opinione; perchénon potendosi con leopere a quella corrisponderedesiderando più gli uominichenon possono conseguireti partoriscecon il tempodisonore einfamia.
Erano messer Tommaso Soderini e Niccolò fratelli: eraNiccolò più feroce e animoso; messer Tommaso piùsavio.
Questiperché era a Piero amicissimocognosciutol'umore del fratellocome egli desiderava solo la libertàdella città e che sanza offesa di alcuno lo stato si fermasselo confortò a fare nuovo squittinomediante il quale le borsede' cittadini che amassero il vivere libero si riempiessero; il chefattosi verrebbe a fermare e assicurare lo stato sanza tumulto esanza ingiuria di alcunosecondo la volontà sua.
Credettefacilmente Niccolò a' consigli del fratelloe attese inquesti vani pensieri a consumare il tempo del suo magistrato; e daicapi de' congiuratisuoi amicigli fu lasciato consumarecomequelli che per invidia non volevono che lo stato con l'autoritàdi Niccolò si rinnovassee sempre credevano con uno altrogonfaloniere essere a tempo ad operare il medesimo.
Venne per tantoil fine del magistrato di Niccolòe avendo cominciate assaicose e non ne fornite alcunalasciò quello assai piùdisonorevolmenteche onorevolemente non lo aveva preso.

 

15

Questoesemplo fece la parte di Piero più gagliarda; e gli amici suoipiù nella speranza si confermoronoe quelli che eranoneutrali a Piero si aderirono; tal cheessendo le cose pareggiatepiù mesi sanza altro tumulto si temporeggiorono.
Non di menola parte di Piero sempre pigliava più forze; onde che gliinimici si risentirono e si ristrinsono insiemee quello che nonavevono saputo o voluto fare per il mezzo de' magistrati efacilmentepensorono di fare per forza; e conclusono di fareammazzare Pierocheinfermosi trovava a Careggi; e a questoeffetto fare venire il marchese di Ferrara con le genti verso lacittà; e morto Pierovenire armati in Piazzae fare che laSignoria fermassi uno stato secondo la volontà loro; perchésebbene tutta non era loro amicasperavano quella parte che fussecontraria farla per paura cedere.
Messer Dietisalviper celaremeglio lo animo suovicitava Piero spessoe ragionavali dellaunione della cittàe lo consigliava.
Erano state a Pierorivelate tutte queste pratiche; e di più messer DomenicoMartelli gli fece intendere come Francesco Neronifratello di messerDietisalvilo aveva sollecitato a volere essere con loromostrandogli la vittoria certa e il partito vinto.
Onde che Pierodeliberò di essere il primo a prender le armi; e prese laoccasione dalle pratiche tenute da' suoi avversarii con il marchesedi Ferrara.
Finse per tanto avere ricevuta una lettera da messerGiovanni Bentivogli principe in Bolognache gli significava come ilmarchese di Ferrara si trovava sopra il fiume Albo con gentee chepublicamente dicevono venire a Firenze.
E cosìsopra questoavvisoPiero prese l'armee in mezzo d'una grande moltitudine diarmati ne venne a Firenze.
Dopo il quale tutti quelli che seguivonole parti sue si armorono; e la parte avversa fece il simile; ma conmigliore ordine quella di Pierocome coloro che erano preparatiequegli altri non erano ancora secondo il disegno loro a ordine.Messer Dietisalviper avere le sue case propinque a quelle di Pieroin esse non si teneva securo; ma ora andava in Palazzo a confortarela Signoria a fare che Piero posasse l'armeora a trovare messerLucaper tenerlo fermo nelle parti loro.
Ma di tutti si mostròpiù vivo che alcuno Niccolò Soderiniil quale presel'armee fu seguitato quasi che da tutta la plebe del suo quartieree ne andò alle case di messer Lucae lo pregò montassea cavallo e venisse in Piazza a' favori della Signoriache era perloro; dove senza dubio s'arebbe la vittoria certae non volessestandosi in casaessere o dagli armati nimici vilmente oppressoodai disarmati vituperosamente ingannato; e che a ora si pentirebbenon avere fattoche non sarebbe a tempo a fare; e chese e' volevacon la guerra la rovina di Pieroegli poteva facilmente averla; sevoleva la paceera molto meglio essere in termine da darenonriceverele condizioni di quella.
Non mossono queste parole messerLucacome quello che aveva già posato lo animoed era statoda Pierocon promesse di nuovi parentadi e nuove condizionisvolto;perché avevano con Giovanni Tornabuoni una sua nipote inmatrimonio congiunta.
In modo che confortò Niccolò aposare l'armi e tornarsene a casa; perché e' doveva bastargliche la città si governasse con i magistrati; e cosìseguirebbee che le arme ogni uomo le poserebbee i Signoridoveloro avevono più partesarebbono giudici delle differenzeloro.
Non potendo adunque Niccolò altrimenti disporlose netornò a casa; ma prima gli disse: - Io non possosolofarebene alla mia città; ma io posso bene pronosticarle il male:questo partito che voi pigliate farà alla patria nostraperdere la sua libertàa voi lo stato e le sustanzea me eagli altri la patria.

 

16

LaSignoriain questo tumultoaveva chiuso il Palazzoe con i suoimagistrati si era ristrettanon mostrando favore ad alcuna delleparti.
I cittadinie massimamente quegli che avevano seguite leparti di messer Lucaveggendo Piero armato e gli avversariidisarmaticominciorono a pensarenon come avessino a offenderePieroma come avessino a diventare suoi amici.
Donde che i primicittadinicapi delle fazioniconvennono in Palazzoalla presenzadella Signoriadove molte cose dello stato della cittàmoltedella reconciliazione di quella ragionorono.
E perché Pieroper la debilità del corponon vi poteva interveniretuttid'accordo deliberorono andare alle sue case a trovarloeccetto cheNiccolò Soderiniil qualeavendo prima raccomandato i suoifigliuoli e le sue cose a messer Tommasose ne andò nella suavillaper aspettare quivi il fine della cosail quale reputava a séinfelice e alla patria sua dannoso.
Arrivati per tanto gli altricittadini da Pierouno di quellia chi era stato commesso ilparlaresi dolfe de' tumulti nati nella cittàmostrando comedi quelli aveva maggiore colpa chi aveva prima prese l'arme; e nonsapendo quello che Pieroche era stato il primo a pigliarlesivolesseerano venuti per intendere la volontà suae quandola fusse al bene della città conformeerano per seguirla.Alle quali parole Piero rispose comenon quello che prende prima learme è cagione degli scandolima colui che è primo adare cagione che le si prendino; e se pensassero più qualierano stati i modi loro verso di luisi maraviglierebbono meno diquello che per salvare sé avesse fatto: perchévedrebbono che le convenzioni notturnele soscrizionile pratichedi torgli la città e la vita lo avevono fatto armare; le qualiarme non avendo mosse dalle case suefacevano manifesto segno delloanimo suocome per difendere sénon per offendere altrileaveva prese.
Né voleva altroné altro desiderava chela securtà o la quiete sua; né aveva mai dato segno disé di desiderare altro; perchémancata l'autoritàdella balianon pensò mai alcuno estraordinario modo perrenderlieneed era molto contento che i magistrati governassero lacittàcontentandosene quelli.
E che si dovevono ricordarecome Cosimo e i figliuoli sapevono vivere in Firenzecon la balia esanza la baliaonorati; e nel '58non la casa suama loro laavevano riassunta; e chese ora non la volevonoche non la volevaancora egli; ma che questo non bastava loroperché avevaveduto che non credevono potere stare in Firenze standovi egli.
Cosaveramente che non arebbe mainon che credutapensatache gli amicisuoi e del padre non credessero potere vivere in Firenze con luinonavendo mai dato altro segno di séche di quieto e pacificouomo.
Poi volse il suo parlare a messer Dietisalvi e ai fratellicheerano presentie rimproverò lorocon parole gravi e piene disdegnoi beneficii ricevuti da Cosimola fede avuta in quelli e lagrande ingratitudine loro.
E furono di tanta forza le sue parolechealcuni de' presenti in tanto si commossonochese Piero non liraffrenavagli arebbono con l'arme manomessi.
Concluse alla finePieroche era per approvare tutto quello che loro e la Signoriadeliberasseroe che da lui non si domandava altro che vivere quietoe securo.
Fu sopra questo parlato di molte cosené per alloradeliberatone alcunase non generalmente che gli era necessarioriformare la città e dare nuovo ordine allo stato.

 

17

Sedevain quelli tempi gonfaloniere di giustizia Bernardo Lottiuomo nonconfidente a Pieroin modo che non gli parvementre che quello erain magistratoda tentare cosa alcunail che non giudicòimportante moltosendo propinquo al fine del magistrato suo.
Mavenuta la elezione de' Signori i quali di settembre e di ottobreseggonol'anno 1466fu eletto al sommo magistrato Ruberto Lioni; ilqualesubito che ebbe preso il magistratosendo tutte le altre cosepreparatechiamò il popolo in Piazzae fece nuova baliatutta della parte di Piero; la quale poco di poi creò imagistrati secondo la volontà del nuovo stato.
Le quali cosespaurirono i capi della fazione nimica; e messer Agnolo Acciaiuoli sifuggì a Napolimesser Dietisalvi Neroni e NiccolòSoderini a Vinegiamesser Luca Pitti si restò in Firenzeconfidandosi nelle promesse fattegli da Piero e nel nuovo parentado.Furono quelli che si erano fuggiti declarati rebellie tutta lafamiglia de' Neroni fu dispersa; e messer Giovanni di Neronealloraarcivescovo di Firenzeper fuggire maggiore malesi elessevoluntario esilio a Roma.
Furono molti altri cittadiniche subito sipartironoin varii luoghi confinati.
Né bastò questoche si ordinò una processione per ringraziare Iddio dellostato conservato e della città riunita; nella solennitàdella quale furono alcuni cittadini presi e tormentatie di poiparte di loro morti e parte posti in esilio.
Né in questavariazione di cose fu esemplo tanto notabile quanto quello di messerLuca Pitti; perché subito si cognobbe la differenza quale èdalla vittoria alla perditada il disonore all'onore.
Vedevasi nellesue case una solitudine grandissimadove prima erano da moltissimicittadini frequentate; per la strada gli amicii parentinon che diaccompagnarloma di salutarlo temevanoperché a parte diessi erano stati tolti gli onori e a parte la robae tutti parimenteminacciati; i superbi edifici che gli aveva cominciati furono dagliedificatori abbandonati; i beneficii che gli erano per lo adietrostati fatti si convertirono in ingiuriegli onori in vituperii; ondeche molti di quelli che gli avieno per grazia alcuna cosa donata digrande prezzocome cosa prestata ridomandavano; e quelli altri chesolevono insino al cielo lodarlocome uomo ingrato e violento lobiasimavano.
Tal che si pentìtardinon avere a NiccolòSoderini creduto e cercò più tosto di morire onoratocon le armi in manoche vivere intra i vittoriosi suoi nimicidisonorato.

 

18

Quelliche si trovavano cacciati cominciorono a pensare infra loro variimodi di racquistare quella città che non si avevano saputoconservare.
Messer Agnolo Acciaiuoli non di menotrovandosi aNapoliprima che pensasse di innovare cosa alcunavolle tentarel'animo di Pieroper vedere se poteva sperare di riconciliarsi seco;e scrissegli una lettera in questa sentenza: - Io mi rido de' giuochidella fortunae come a sua posta ella fa gli amici diventare nimicie gli nimici amici.
Tu ti puoi ricordare comenello esilio di tuopadrestimando più quella ingiuria che i pericoli mieiio neperdei la patriae fui per perderne la vita; né ho maimentre sono vivuto con Cosimomancato di onorare e favorire la casavostra né dopo la sua morte ho avuto animo di offenderti.
Veroè che la tua mala complessionela tenera età de' tuoifigliuoli in modo mi sbigottivonoche io giudicai che fusse da daretal forma allo statoche dopo la tua morte la patria nostra nonrovinasse.
Da questo sono nate le cose fattenon contro a tema inbenifizio della patria mia; il chese pure è stato erroremerita e dalla mia buona mente e dalle opere mie passate esserecancellato.
Né posso credereavendo la casa tua trovato inmetanto tempotanta fedenon trovare ora in te misericordiaeche tanti miei meriti da un solo fallo debbino essere destrutti.
-Pieroricevuta questa letteracosì gli rispose: - Il rideretuo costì è cagione che io non pianga; perchése tu ridessi a Firenzeio piangerei a Napoli.
Io confesso che tuhai voluto bene a mio padre; e tu confesserai di averne da quelloricevuto; in modo che tanto più era l'obligo tuo che ilnostroquanto si debbono stimare più i fatti che le parole.Sendo tu stato adunque del tuo bene ricompensatonon ti debbi oramaravigliare se del male ne riporti giusti premii.
Né ti scusalo amore della patria; perché non sarà mai alcuno checreda questa città essere stata meno amata e accresciuta daiMedici che dagli Acciaiuoli.
Vivi per tanto disonorato costìpoi che qui onorato vivere non hai saputo.

 

19

Disperatoper tanto messer Agnolo di potere impetrare perdonose ne venne aRomae accozzossi con lo Arcivescovo e altri fuori uscitie conquelli termini potette più vivi si sforzorono di torre ilcredito alla ragione de' Medici che in Roma si travagliava; a chePiero con difficultà provide; pureaiutato dagli amicifallìil disegno loro.
Messer Dietisalvi dall'altra parte e NiccolòSoderini con ogni diligenza cercorono di muovere il Senato vinizianocontra alla patria lorogiudicando chese i Fiorentini fussero danuova guerra assaliti per essere lo stato loro nuovo e odiatochenon potrieno sostenerla.
Trovavasi in quel tempo a Ferrara GiovanFrancescofigliuolo di messer Palla Strozziil quale eranellamutazione del '34stato cacciato con il padre da Firenze.
Avevacostui credito grande ed erasecondo gli altri mercatantiestimatoricchissimo.
Mostrorono questi nuovi ribelli a Giovan Francesco lafacilità del ripatriarsiquando e Viniziani ne facesseroimpresa; e facilmente credevono la farienoquando si potesse inqualche parte contribuire alla spesa; dove altrimenti ne dubitavano.Giovan Francescoil quale desiderava vendicarsi delle ingiuriericevutecredette facilmente a' consigli di costoroe promesseessere contento concorrere a questa impresa con tutte le sue facultà.Donde che quelli se ne andorono al Dogee con quello si dolfonodello esilioil quale non per altro errore dicevano sopportarecheper avere voluto che la patria loro con le leggi sue vivesse e che imagistratie non i pochi cittadinisi onorassero: perchéPiero de' Medici con altrisuoi seguacii quali erano a viveretirannicamente consuetiavevono con inganno prese le armiconinganno fattole posare a loroe con inganno cacciatigli poi dellaloro patria; né furono contenti a questoche eglino usoronomezzano Iddio ad opprimere molti altri che sotto la fede data eranorimasi nella città; e come nelle publiche e sacre cerimonie esolenni supplicazioniacciò che Iddio de' loro tradimentifusse partecipefurono molti cittadini incarcerati e morti: cosad'uno impio e nefando esemplo.
Il che per vendicare non sapevono dovecon più speranza si potere ricorrere che a quel Senato; ilqualeper essere sempre stato liberodoverrebbe di coloro averecompassione che avessero la sua libertà perduta.
Concitavanoadunque contro a' tiranni gli uomini libericontro agli impii ipietosi; e che si ricordassero come la famiglia de' Medici avevatolto loro lo imperio di Lombardiaquando Cosimofuora dellavolontà degli altri cittadinicontro a quel Senato favorìe suvvenne Francesco; tanto chese la giusta causa loro non limovevail giusto odio e giusto desiderio di vendicarsi muovere glidoverrebbe.

 

20

Questeultime parole tutto quel Senato commossono; e deliberorono cheBartolomeo Colioneloro capitanoassalisse il dominio fiorentino.
Equanto si potette prima fu insieme lo esercito; con il quale siaccostò Ercule da Estimandato da Borso marchese di Ferrara.Costoronel primo assaltonon sendo ancora i Fiorentini ad ordinearsono il borgo di Dovadola e feciono alcuni danni nel paese allointorno.
Ma i Fiorentinicacciata che fu la parte nimica a Pieroavieno con Galeazzo duca di Milano e con il re Ferrando fatta nuovalegae per loro capitano condotto Federigo conte di Urbinoin modoche trovandosi ad ordine con gli amicistimorono meno i nimici;perché Ferrando mandò Alfonso suo primogenitoeGaleazzo venne in personae ciascheduno con conveniente forze; efeciono tutti testa a Castracarocastello de' Fiorentini posto nelleradici delle alpi che scendono dalla Toscana in Romagna.
I nimiciinquel mezzosi erano ritirati verso Imola; e così fra l'uno el'altro esercito seguivanosecondo i costumi di que' tempialcuneleggieri zuffe; né per l'uno né per l'altro si assalìo campeggiò terrené si dette copia al nimico divenire a giornata; ma standosi ciascuno nelle sue tendeciascuno conmaravigliosa viltà si governava.
Questa cosa dispiaceva aFirenze; perché si vedeva essere oppressa da una guerra nellaquale si spendeva assai e si poteva sperare poco; e i magistrati sene dolfono con quelli cittadini ch'eglino avieno a quella impresadeputati commissari.
I quali risposono essere di tutto il ducaGaleazzo cagioneil qualeper avere assai autorità e pocaesperienzanon sapeva prendere partiti utiliné prestavafede a quelli che sapevono; e come gli era impossibilementre quellonello esercito dimoravache si potesse alcuna cosa virtuosa o utileoperare.
Feciono i Fiorentini per tanto intendere a quel Duca comegli era loro commodo e utile assai che personalmente e' fussi venutoagli aiuti loroperché sola tale reputazione era atta apotere sbigottire i nimicinon di meno stimavano molto più lasalute sua e del suo stato che i commodi propriperchésalvoquelloogni altra cosa speravano prosperama patendo quellotemevono ogni avversità.
Non giudicavano per tanto cosa moltosecura che egli molto tempo dimorasse assente da Milanosendo nuovonello statoe avendo i vicini potenti e sospettitalmente che chivolesse macchinare cosa alcuna controglipotrebbe facilmente.
Dondeche lo confortavano a tornarsene nel suo stato e lasciare parte dellegenti per la difesa loro.
Piacque a Galeazzo questo consiglio e sanzaaltro pensare se ne tornò a Milano.
Rimasi adunque i capitanide' Fiorentini sanza questo impedimentoper dimostrare che fussevera la cagione che del lento loro procedere avevano accusatasistrinsono più al nimicoin modo che vennono ad una ordinatazuffala quale durò mezzo un giornosanza che niuna delleparti inclinasse.
Nondimeno non vi morì alcuno: solo vi furnoalcuni cavagli feritie certi prigioni da ogni parte presi.
Era giàvenuto il verno e il tempo che gli eserciti erano consueti ridursialle stanzeper tanto messer Bartolomeo si ritirò versoRavennale genti fiorentine in Toscana; quelle del Re e del Ducaciascuna negli stati de' loro signori si ridussono.
Ma da poi che perquesto assalto non si era sentito alcuno moto in Firenzesecondo chei rebelli fiorentini avieno promessoe mancando il soldo alle genticondottesi trattò l'accordoe dopo non molte pratiche fuconcluso.
Per tanto i rebelli fiorentiniprivi d'ogni speranzainvarii luoghi si partirono: messer Dietisalvi si ridusse a Ferraradove fu dal marchese Borso ricevuto e nutrito; NiccolòSoderini se ne andò a Ravennadove con una piccola provisioneavuta da' Viniziani invecchiò e morì.
Fu costui tenutouomo giusto e animosoma nel risolversi dubio e lentoil che fecechegonfaloniere di giustiziaei perdé quella occasione delvincere che di poiprivatovolle racquistare e non potette.

 

21

Seguitala pacequelli cittadini che erano rimasi in Firenze superiori nonparendo loro avere vintose con ogni ingiurianon solamente inimicima i sospetti alla parte loro non affliggevanooperorono conBardo Altovitiche sedeva gonfaloniere di giustiziache di nuovo amolti cittadini togliessi gli onoria molti altri la città.La qual cosa crebbe a loro potenzae agli altri spavento; la qualpotenza sanza alcuno rispetto esercitavanoe in modo si governavanoche pareva che Iddio e la fortuna avesse dato loro quella cittàin preda.
Delle quali cose Piero poche ne intendevae a quelle pochenon potevaper essere dalla infirmità oppressorimediare;perché era in modo contrattoche d'altro che della lingua nonsi poteva valere.
Né ci poteva fare altri rimedi che ammunirlie pregarli dovessero civilmente vivere e godersi la loro patria salvapiù tosto che destrutta.
E per rallegrare la cittàdeliberò di celebrare magnificamente le nozze di Lorenzo suofigliuolocon il quale la Clarice nata di casa Orsina avevacongiunta; le quali nozze furono fatte con quella pompa di apparati edi ogni altra magnificenza che a tanto uomo si richiedeva; dove piùgiorni in nuovi ordini di ballidi conviti e di anticherapresentazioni si consumorono.
Alle quali cose si aggiunsepermostrare più la grandezza della casa de' Medici e dello statoduoi spettaculi militari: l'uno fatto dagli uomini a cavallodoveuna campale zuffa si rapresentò; l'altro una espugnazione diuna terra dimostrò; le quali cose con quello ordine furonofatte e con quella virtù esequiteche si potette maggiore.

 

22

Mentreche queste cose in questa maniera in Firenze procedevanoil restodella Italia viveva quietamentema con sospetto grande della potenzadel Turcoil quale con le sue imprese seguiva di combattere iCristiani e aveva espugnato Negropontecon grande infamia e dannodel nome cristiano.
Morìin questi tempiBorso marchese diFerrarae a quello successe Ercule suo fratello.
MorìGismondo da Riminoperpetuo nimico alla Chiesaed erede del suostato rimase Rubertosuo naturale figliuoloil quale fu poi intra icapitani di Italia nella guerra eccellentissimo.
Morì papaPauloe fu a lui creato successore Sisto IVdetto prima Francescoda Savonauomo di bassissima e vile condizione; ma per le sue virtùera divenuto generale dell'ordine di San Francescoe di poicardinale.
Fu questo pontefice il primo che cominciasse a mostrarequanto uno pontefice potevae come molte cosechiamate per loadietro errorisi potevono sotto la pontificale autoritànascondere.
Aveva intra la sua famiglia Pietro e Girolamoi qualisecondo che ciascuno credevaerano suoi figliuoli; non di mancosotto altri più onesti nomi gli palliava.
Pieroperchéera fratecondusse alla dignità del cardinalatodel titolodi San Sisto; a Girolamo dette la città di Furlìetolsela ad Antonio Ordelaffii maggiori del quale erano di quellacittà stati lungo tempo principi.
Questo modo di procedereambizioso lo fece più dai principi di Italia stimareeciascuno cercò di farselo amico; e perciò il duca diMilano dette per moglie a Girolamo la Caterinasua figliuolanaturalee per dote di quella la città di Imoladella qualeaveva spogliato Taddeo degli Alidosi.
Intra questo duca ancora e ilre Ferrando si contrasse nuovo parentadoperché Elisabellanata d'Alfonso primogenito del Recon Giovan Galeazzoprimofigliuolo del Ducasi congiunse.

 

23

Vivevasiper tanto in Italia assai quietamentee la maggior cura di quelliprincipi era di osservare l'uno l'altroe con parentadinuoveamicizie e leghel'uno dell'altro assicurarsi.
Non di menoin tantapaceFirenze era da' suoi cittadini grandemente afflittae Pieroalla ambizione lorodalla malattia impeditonon poteva opporsi.
Nondi menoper sgravare la sua conscienzae per vedere se poteva farlivergognaregli chiamò tutti in casae parlò loro inquesta sentenza: - Io non arei mai creduto che potesse venire tempoche i modi e costumi degli amici mi avessero a fare amare edesiderare i nimicie la vittoria la perdita; perché io mipensava avere in compagnia uomini che nelle cupidità loroavessero qualche termine o misurae che bastasse loro vivere nellaloro patria securi e onoratie di piùde' loro nimicivendicati.
Ma io cognosco ora come io mi sono di gran lungaingannatocome quello che cognosceva poco la naturale ambizione ditutti gli uominie meno la vostra: perché non vi basta esserein tanta città principi e avere voi pochi quegli onoridignità e utili de' quali già molti cittadini sisolevono onorare; non vi basta avere intra voi divisi i beni de'nimici vostri; non vi basta potere tutti gli altri affliggere con ipublici carichie voiliberi da quelliavere tutte le publicheutilità; che voi con ogni qualità di ingiuriaciascheduno affliggete.
Voi spogliate de' suoi beni il vicinovoivendete la giustiziavoi fuggite i giudicii civilivoi oppressategli uomini pacificie gli insolenti esaltate.
Né credo chesia in tutta Italia tanti esempli di violenza e di avariziaquantisono in questa città.
Dunque questa nostra patria ci ha datola vita perché noi la togliamo a lei? ci ha fatti vittoriosiperché noi la distruggiamo? ci onora perché noi lavituperiamo? Io vi prometto per quella fede che si debbe dare ericevere dagli uomini buonichese voi seguiterete di portarvi inmodo che io mi abbi a pentire di avere vintoio ancora mi porteròin maniera che voi vi pentirete di avere male usata la vittoria.
-Risposono quelli cittadini secondo il tempo e il luogoaccomodatamente; non di meno dalle loro sinistre operazioni non siritrassono.
Tanto che Piero fece venire celatamente messer AgnoloAcciaiuoli in Cafaggiuoloe con quello parlò a lungo dellecondizioni della città: né si dubita punto chese nonera dalla morte interrottoche gli avesse tutti i fuorusciti perfrenare le rapine di quegli di dentro alla patria restituiti.
Ma aquesti suoi onestissimi pensieri si oppose la morte; perchéaggravato dal male del corpo e dalle angustie dello animosi morìl'anno della età sua cinquantatreesimo.
La virtù ebontà del quale la patria sua non potette interamentecognoscereper essere stato da Cosimo suo padre infino quasi cheallo estremo della sua vita accompagnatoe per avere quelli pochianni che sopravisse nelle contenzioni civili e nella infirmitàconsumati.
Fu sotterrato Piero nel tempio di San Lorenzopropinquoal padre; e furno le sue esequie fatte con quella pompa che tantocittadino meritava.
Rimasono di lui duoi figliuoliLorenzo eGiulianoi quali benché dessero a ciascheduno speranza didovere essere uomini alla repubblica utilissiminon di meno la lorogioventù sbigottiva ciascuno.

 

24

Erain Firenze intra i primi cittadini del governoe molto di lunga aglialtri superioremesser Tommaso Soderinila cui prudenza e autoritànon solo in Firenzema appresso a tutti i principi di Italia eranota.
Questidopo la morte di Pieroda tutta la città eraosservato; e molti cittadini alle sue casecome capo della cittàlo vicitoronomolti principi gli scrissono.
Ma egliche eraprudente e che ottimamente la fortuna sua e di quella casacognoscevaalle lettere de' principi non risposee a' cittadinifece intendere comenon le sue casema quelle de' Medici si avevanoa vicitare.
E per mostrare con l'effetto quello che con i confortiaveva dimostroragunò tutti i primi delle famiglie nobili nelconvento di Santo Antoniodove fece ancora Lorenzo e Giuliano de'Medici venire; e quivi disputòcon una lunga e graveorazionedelle condizioni della cittàdi quelle di Italia edegli umori de' principi d'essae concluse chese volevano che inFirenze si vivesse unito e in pacee dalle divisioni di dentro edalle guerre di fuora securoera necessario osservare quegli giovanie a quella casa la reputazione mantenere: perché gli uomini difare le cose che sono fare consueti mai non si dolgonole nuovecome presto si piglianocosì ancora presto si lascianoesempre fu più facile mantenere una potenza la quale con lalunghezza del tempo abbia spenta la invidiache suscitarne una nuovala quale per moltissime cagioni si possa facilmente spegnere.
Parlòapresso a messer TommasoLorenzoe benché fusse giovanecontanta gravità e modestiache dette a ciascheduno speranza diessere quello che di poi divenne.
E prima partissero di quel luogoquegli cittadini giurorono di prendergli in figliuolie loro inpadri.
Restati adunque in questa conclusioneerano Lorenzo eGiuliano come principi dello stato onorati; e quelli dal consiglio dimesser Tommaso non si partivano.

 

25

Evivendosi assai quietamente dentro e fuoranon sendo guerra che lacomune quiete perturbassenacque uno inopinato tumultoil quale fucome un presagio de' futuri danni.
Intra le famiglie le quali con laparte di messer Luca Pitti rovinorono fu quella de' Nardi; perchéSalvestro e i frateglicapi di quella famigliafurono prima mandatiin esilioe di poiper la guerra che mosse Bartolommeo Colionifatti rebelli.
Intra questi era Bernardofratello di Salvestrogiovane pronto e animoso.
Costuinon potendoper la povertàsopportare lo esilioné veggendoper la pace fattamodoalcuno al ritorno suodeliberò di tentare qualche cosa dapoteremediante quelladare cagione ad una nuova guerra: perchémolte volte un debile principio partorisce gagliardi effetticon ciòsia che gli uomini sieno più pronti a seguire una cosa mossache a muoverla.
Aveva Bernardo conoscenza grande in Pratoe nelcontado di Pistoia grandissimae massimamente con quelli delPalandrafamigliaancora che contadinapiena di uominie secondogli altri Pistolesinelle armi e nel sangue nutriti.
Sapeva comecostoro erano mal contentiper essere stati in quelle loro nimicizieda' magistrati fiorentini male trattati.
Conosceva oltre a di questogli umori de' Pratesie come e' pareva loro essere superbamente eavaramente governati; e di alcuno sapeva il male animo contro allostato.
In modo che tutte queste cose gli davano speranza di potereaccendere un fuoco in Toscanafaccendo ribellare Pratodove poiconcorressero tanti a nutrirloche quelli che lo volessero spegnerenon bastassero.
Comunicò questo suo pensiero con messerDietisalvi; e lo domandòquando lo occupare Prato gliriuscissequali aiuti potessemediante luidai principi sperare.Parve a messer Dietisalvi la impresa pericolosissima e quasiimpossibile a riuscire: non di menoveggendo di poterecon ilpericolo d'altridi nuovo tentare la fortunalo confortò alfattopromettendogli da Bologna e da Ferrara aiuti certissimiquando gli operasse in modo che tenesse e difendesse Prato almenoquindici giorni.
Ripieno adunque Bernardoper questa promessad'unafelice speranzasi condusse celatamente a Pratoe comunicata lacosa con alcunili trovò dispostissimi.
Il quale animo evolontà trovò ancora in quelli del Palandraeconvenuti insieme del tempo e del modofece Bernardo il tutto amesser Dietisalvi intendere.

 

26

Erapodestà di Prato per il popolo di Firenze Cesare Petrucci.Hanno questi simili governatori di terre consuetudine di tenere lechiavi delle porti appresso di loro; e qualunque voltane' tempimassime non sospettialcuno della terra le domandaper uscire oentrare di notte in quellagliene concedono.
Bernardoche sapevaquesto costumepropinquo al giornoinsieme con quelli del Palandrae circa cento armatialla porta che guarda verso Pistoia sipresentò; e quelli chedentrosapevano il fatto ancoras'armorono; uno de' quali domandò al Podestà le chiavifingendo che uno della terra per entrare le domandasse.
Il Podestàche niente d'uno simile accidente poteva dubitaremandò unosuo servidore con quelle: al qualecome fu alquanto dilungatosi dalPalagiofurono tolte da' congiurati; e aperta la portafu Bernardocon i suoi armati intromessoe convenuti insiemein due parti sidivisonouna delle qualiguidata da Salvestro Prateseoccupòla cittadellal'altrainsieme con Bernardoprese il PalagioeCesare con tutta la sua famiglia dierono in guardia ad alcuni diloro.
Di poi levorono il romoree per la terra andavano il nomedella libertà gridando.
Era già apparito il giornoe aquel romore molti popolani corsono in Piazzae intendendo come larocca e il Palagio erano stati occupati e il Podestà con isuoi presostavano ammirati donde potesse questo accidente nascere.Gli Otto cittadini che tengono in quella terra il supremo grado nelpalagio loro convennonoper consigliarsi di quello fussi da fare.
MaBernardo e i suoicorso che gli ebbe un tempo per la terraeveggendo di non essere seguito da alcunopoi che gli intese gli Ottoessere insiemese n'andò da quelli; e narrò la cagionedella impresa sua essere volere liberare loro e la patria sua dallaservitù; e quanta gloria sarebbe a quellise prendevonol'arme e in questa gloriosa impresa lo accompagnavanodoveacquisterieno quiete perpetua ed eterna fama.
Ricordò lorol'antica loro libertà e le presenti condizioni; mostrògli aiuti certiquando e' volesseropochissimi giornia quelletante forze che i Fiorentini potessero mettere insieme opporsi;affermò di avere intelligenza in Firenzela quale sidimosterrebbe subito che si intendesse quella terra essere unita aseguirlo.
Non si mossono gli Otto per quelle parole; e gli risposononon sapere se Firenze si viveva libera o servacome cosa che a loronon si aspettava intenderla; ma che sapevano bene che per loro non sidesiderò mai altra libertà che servire a queglimagistrati che Firenze governavanoda' quali mai non avevonoricevuta tale ingiuria che gli avessero a prendere l'armi contro aquelli.
Per tanto lo confortavano a lasciare il Podestà nellasua libertàe la terra libera dalle sue genti; e sé daquel pericolo con prestezza traessi nel quale con poca prudenza eraentrato.
Non si sbigottì Bernardo per queste parolemadeliberò di vedere se la paura moveva i Pratesipoi che iprieghi non li movevono: e per spaventargli pensò di faremorire Cesaree tratto quello di prigionecomandò che fussealle finestre del Palagio appiccato.
Era già Cesare propinquoalle finestrecon il capestro al colloquando ei vide Bernardo chesollecitava la sua morte.
Al quale voltosi disse: - Bernardotu mifai morirecredendo essere di poi dai Pratesi seguitato: ed egli tiriuscirà il contrario; perché la reverenzia che questopopolo ha agli rettori che ci manda il popolo di Firenze ètanta checome ei si vedrà questa ingiuria fattamiticonciterà tanto odio controche ti partorirà la tuarovina.
Per tanto non la mortema la vita mia puote essere cagionedella vittoria tua: perchése io comanderò loro quelloche ti parràpiù facilmente a me che a te ubbidiranno;e seguendo io gli ordini tuoici verrai ad avere la intenzione tua.- Parve a Bernardocome quello che era scarso di partitiquestoconsiglio buono; e gli comandò chevenuto sopra uno veroneche risponde in Piazzacomandasse al popolo che lo ubbidisse.
Laquale cosa fatta che Cesare ebbefu riposto in prigione.

 

27

Eragià la debolezza de' congiurati scoperta; e molti Fiorentiniche abitavano la terra erano convenuti insiemeintra i quali eramesser Giorgio Ginoricavaliere di Rodi.
Costui fu il primo chemosse le armi contro di loro; e assalì Bernardoil qualeandava discorrendo per la Piazzaora pregandoora minacciando senon era seguitato e ubbidito; e fatto impeto contra di lui con moltiche messer Giorgio seguironofu ferito e preso.
Fatto questofufacil cosa liberare il Podestà e superare gli altriperchésendo pochi e in più parti divisifurono quasi che tuttipresi o morti.
A Firenze era venutoin quel mezzola fama di questoaccidentee di molto maggiore che non era seguitointendendosiessere preso Pratoil Podestà con la famiglia mortopiena dinimici la terra; Pistoia essere in armee molti di quelli cittadiniessere in questa congiura: tanto che subito fu pieno il Palagio dicittadinie con la Signoria a consigliarsi convennono.
Era allora inFirenze Ruberto da San Severinocapitano nella guerra reputatissimo:per tanto si deliberò di mandarlocon quelle genti chepotette più adunare insiemea Prato; e gli commissono siappropinquasse alla terrae dessi particulare notizia della cosafaccendovi quelli rimedi che alla prudenza sua occorressero.
Erapassato Ruberto di poco il castello di Campi quando fu da uno mandatodi Cesare incontratoche significava Bernardo essere presoe i suoicompagni fugati e mortie ogni tumulto posato.
Onde che si ritornòa Firenze: e poco di poi vi fu condotto Bernardoe ricerco dalmagistrato del vero della impresae trovatala debiledisse averlafatta perchéavendo deliberato più tosto di morire inFirenze che vivere in esiliovolle che la sua morte almeno fusse daqualche ricordevole fatto accompagnata.

 

28

Natoquasi che in un tratto e oppresso questo tumultoritornorono icittadini al loro consueto modo di viverepensando di godersi sanzaalcuno rispetto quello stato che si avevano stabilito e fermo.
Di chene nacquono alla città quelli mali che sogliono nella pace ilpiù delle volte generarsi; perché i giovanipiùsciolti che l'usitatoin vestirein convitiin altre simililascivie sopra modo spendevanoed essendo oziosiin giuochi e infemmine il tempo e le sustanze consumavano e gli studi loro eranoapparire con il vestire splendidi e con il parlare sagaci e astuti; equello che più destramente mordeva gli altri era piùsavio e da più stimato.
Questi così fatti costumifurono da' cortigiani del duca di Milano accresciutiil qualeinsieme con la sua donna e con tutta la sua ducale cortepersodisfaresecondo che dissead uno botovenne in Firenze; dove furicevuto con quella pompa che conveniva un tanto principe e tantoamico alla città ricevere.
Dove si videcosa in quel temponella nostra città ancora non vedutachesendo il tempoquadragesimalenel quale la Chiesa comanda che sanza mangiar carnesi digiuniquella sua cortesanza rispetto della Chiesa o di Diotutta di carne si cibava.
E perché si feciono molti spettaculiper onorarlointra i qualinel tempio di Santo Spiritosirapresentò la concessione dello Spirito Santo agli Apostolieperchéper i molti fuochi che in simile solennità sifannoquel tempio tutto arsefu creduto da molti Dioindegnatocontro di noiavere voluto della sua ira dimostrare quel segno.
Seadunque quel duca trovò la città di Firenze piena dicortigiane delicatezze e costumi ad ogni bene ordinata civilitàcontrarila lasciò molto più; onde che i buonicittadini pensorono che fusse necessario porvi frenoe con nuovalegge a' vestiria' mortoriiai conviti termine posero.

 

29

Nelmezzo di tanta pace nacque uno nuovo e insperato tumulto in Toscana.Fu trovata nel contado di Volterra da alcuni di quelli cittadini unacava d'allumidella quale cognoscendo quelli la utilitàperavere chi con i danari li aiutasse e con la autorità glidifendessead alcuni cittadini fiorentini si accostoronoe degliutili che di quella si traevano li ferono partecipi.
Fu questa cosanel principiocome il più delle volte delle imprese nuoveintervienedal popolo di Volterra stimata poco; ma con il tempocognosciuto l'utilevolle rimediare a quellotardi e sanza fruttoche a buona ora facilmente arebbe rimediato.
Cominciossi ne' Consigliloro ad agitare la cosaaffermando non essere conveniente che unaindustria trovata ne' terreni publici in privata utilità siconverta.
Mandorono sopra questo oratori a Firenze: fu la causa inalcuni cittadini rimessai qualio per essere corrotti dalla parteo perché giudicassero cosa essere beneriferirono il popolovolterrano non volere le cose giuste desiderando privare i suoicittadini delle fatiche e industrie loroe per ciò aiprivatinon a luiquelle lumiere appartenevano; ma essere beneconveniente che ciascuno anno certa quantità di danaripagasseroin segno di ricognoscerlo per superiore.
Questa rispostafece non diminuirema crescere i tumulti e gli odii in Volterra; eniuna altra cosanon solamente ne' loro Consiglima fuorapertutta la cittàs'agitava; richiedendo l'universale quello chepareva gli fusse stato toltoe volendo i particulari conservarequello che si avevano prima acquistato e di poi era stato loro dallasentenzia de' Fiorentini confermato.
Tanto chein queste disputefumorto uno cittadino in quella città reputatochiamato ilPecorinoe dopo lui molti altri che con quello si accostavanoe leloro case saccheggiate e arse; e da quello impeto medesimo mossiconfatica dalla morte de' rettori che quivi erano per il popolofiorentino si astennono.

 

30

Seguitoquesto primo insultodeliberoronoprima che ogni cosamandareoratori a Firenze; i quali feciono intendere a quelli Signori chesevolevono conservare loro i capituli antichiche ancora eglino lacittà nella antica sua servitù conserverebbono.
Fuassai disputata la risposta.
Messer Tommaso Soderini consigliava chefusse da ricevere i Volterrani in qualunque modo e' volesseroritornarenon gli parendo tempi da suscitare una fiamma sìpropinquache potesse ardere la casa nostraperché temeva lanatura del Papala potenza del René confidava nellaamicizia de' Vinizianiné in quella del Ducaper non saperequanta fede si fusse nell'una e quanta virtù nell'altraricordando quella trita sentenza: essere meglio uno magro accordo cheuna grassa vittoria.
Dall'altra parte Lorenzo de' Mediciparendogliavere occasione di dimostrare quanto con il consiglio e con laprudenza valessesendo massime di così fare confortato daquegli che alla autorità di messer Tommaso avevono invidiadeliberò fare la impresae con l'armi punire l'arroganza de'Volterrani; affermando chese quelli non fussero con esemplomemorabile correttigli altri sanza reverenzia o timore alcunodifare il medesimo per ogni leggera cagione non dubiterebbono.Deliberata adunque la impresafu risposto a' Volterrani come eglinonon potevano domandare la osservanza di quegli capitoli che loromedesimi avevano guastie per ciòo e' si rimettesseronell'arbitrio di quella Signoriao eglino aspettassero la guerra.Ritornati adunque i Volterrani con questa rispostasi preparavanoalle difeseaffortificando la terra e mandando a tutti i principiitaliani per convocare aiutie furono da pochi uditiperchésolamente i Sanesi e il signore di Piombino dettono loro alcunasperanza di soccorso.
I Fiorentini dall'altra parte pensando che laimportanza della vittoria loro fusse nello acceleraremessonoinsieme dieci mila fanti e due mila cavaglii qualisotto loimperio di Federigo signore d'Urbinosi presentorono nel contado diVolterrae facilmente quello tutto occuporono.
Messono di poi ilcampo alla cittàla qualesendo posta in luogo alto e quasida ogni parte tagliatonon si potevase non da quella banda dove èil tempio di Santo Alessandrocombattere.
Avevano i Volterrani perloro difesa condotti circa mille soldati; i qualiveggendo lagagliarda espugnazione che i Fiorentini facevonodiffidandosi dipoterla difendereerano nelle difese lenti e nelle ingiurie che ognidì facevono a' Volterrani prontissimi.
Dunque quegli povericittadinie fuori dai nimici erano combattutie dentro dagli amicioppressi; tanto chedesperati della salute lorocominciorono apensare all'accordoe non lo trovando migliorenelle braccia de'commissari si rimissono.
I quali si feciono aprire le portieintromesso la maggior parte dello esercitose ne andorono al Palagiodove i Priori loro erano; a' quali comandorono se ne tornassero alleloro case; e nel cammino fu uno di queglida uno de' soldatiperdispregiospogliato.
Da questo principiocome gli uomini sono piùpronti al male che al benenacque la destruzione e il sacco diquella città; la quale per tutto un giorno fu rubata e scorsa;né a donne né a luoghi pii si perdonò; e isoldaticosì quegli che l'avevano male difesacome quegliche l'avevano combattutadelle sue sustanze la spogliarono.
Fu lanovella di questa vittoria con grandissima allegrezza da' Fiorentiniricevuta; e perché la era stata tutta impresa di Lorenzonesalì quello in reputazione grandissima.
Onde che uno dei suoipiù intimi amici rimproverò a messer Tommaso Soderiniil consiglio suodicendogli: - Che dite voiora che Volterra si èacquistata? - a cui messer Tommaso rispose: - A me pare ella perduta:perchése voi la ricevevi d'accordovoi ne traevi utile esecurtàma avendola a tenere per forzane' tempi avversi viporterà debolezza e noiae ne' pacifici danno e spesa.

 

31

Inquesti tempi il Papacupido di tenere le terre della Chiesa nellaobbedienza loroaveva fatto saccheggiare Spuletoche si eramediante le intrinseche fazioniribellato; di poiperchéCittà di Castello era nella medesima contumacial'avevaobsediata.
Era in quella terra principe Niccolò Vitelli:teneva costui grande amicizia con Lorenzo de' Medici; donde che daquello non gli fu mancato di aiutii quali non furono tanti chedefendessero Niccolòma furono ben suffizienti a gittare iprimi semi della nimicizia intra Sisto e i Medici; i quali poco dipoi produssono malissimi frutti.
Né arebbono differito molto adimostrarsise la morte di frate Pierocardinale di Santo Sistonon fusse seguita; perchéavendo questo cardinale circuitoItaliae ito a Vinegia e Milanosotto colore di onorare le nozze diErcule marchese di Ferraraandava tentando gli animi di quelliprincipiper vedere come inverso i Fiorentini gli trovava disposti.Ma ritornato a Roma si morìnon sanza suspizione di esserestato da' Viniziani avvelenatocome quelli che temevano dellapotenza di Sistoquando si fusse potuto dell'animo e dell'opera difrate Piero valere: perchénon ostante che fusse dalla naturadi vile sangue creatoe di poi intra i termini d'uno conventovilmente nutritocome prima al cardinalato pervenneapparse in luitanta superbia e tanta ambizione chenon che il cardinalatoma ilpontificato non lo capeva; perché non dubitò dicelebrare uno convito in Romache a qualunque re sarebbe statogiudicato estraordinario; dove meglio che ventimila fiorini consumò.Privato adunque Sisto di questo ministroseguitò i disegnisuoi con più lentezza.
Non di menoavendo i FiorentiniDucae Viniziani rinnovato la legae lasciato il luogo al Papa e al Reper entrare in quellaSisto ancora e il Re si collegoronolasciandoluogo agli altri principi di potervi entrare.
E già si vedeval'Italia divisa in due fazioniperché ciascuno dìnascevano cose che infra queste due leghe generavono odio; comeavvenne dell'isola di Ciprialla quale il re Ferrando aspiravae iViniziani la occuporono; onde che il Papa e il Re si venivano aristringere più insieme.
Era in Italia allora tenuto nellearme eccellentissimo Federigo principe di Urbinoil quale moltotempo aveva per il popolo fiorentino militato.
Deliberorono per tantoil Re e il Papaacciò che la lega nimica mancasse di questocapoguadagnarsi Federigo; e il Papa lo consigliòe il Re lopregò andasse a trovarlo a Napoli.
Ubbidì Federigoconammirazione e dispiacere de' Fiorentinii quali credevano che a luicome a Iacopo Piccinino intervenisse.
Non di meno ne avvenne ilcontrario: perché Federigo tornò da Napoli e da Romaonoratissimoe di quella loro lega capitano.
Non mancavano ancora ilRe e il Papa di tentare gli animi de' signori di Romagna e de' Sanesiper farsegli amici e per poteremediante queglipiùoffendere i Fiorentini.
Della qual cosa accorgendosi queglicon ognirimedio opportuno contro alla ambizione loro si armavano; e avendoperduto Federigo da Urbinosoldorono Ruberto da Rimino; rinnovoronola lega con i Peruginie con il signore di Faenza si collegorono.Allegavano il Papa e il Re la cagione dello odio contro a' Fiorentiniessere che desideravano da' Viniziani si scompagnassero econlegassinsi con loro; perché il Papa non giudicava che laChiesa potesse mantenere la reputazione suané il conteGirolamo gli stati di Romagnasendo i Fiorentini e Viniziani uniti.Dall'altra parte i Fiorentini dubitavano che volessero inimicarglicon i Vinizianinon per farseli amicima per potere piùfacilmente ingiuriargli: tanto che in questi sospetti e diversitàd'umori si visse in Italia duoi anni prima che alcuno tumultonascesse.
Ma il primo che nacque fuancora che piccoloin Toscana.

 

32

DiBraccio da Perugiauomocome più volte abbiamo dimostronella guerra reputatissimorimasono duoi figliuoli: Oddo e Carlo.Questi era di tenera etàquell'altro fu dagli uomini di Valdi Lamona ammazzatocome di sopra mostrammo; ma Carlopoi che fuagli anni militari pervenutofu dai Vinizianiper la memoria delpadre e per la speranza che di lui si avevaintra i condottieri diquella republica ricevuto.
Era venutoin questi tempiil fine dellasua condotta; e quello non volle che per allora da quel senato glifusse confermata; anzi deliberò vedere secon il nome suo eriputazione del padreritornare negli stati suoi di Perugia poteva.A che i Viniziani facilmente consentironocome quelli che nelleinnovazioni delle cose sempre solevano accrescere lo imperio loro.Venne per tanto Carlo in Toscana; e trovando le cose di Perugiadifficiliper essere in lega con i Fiorentinie volendo che questasua mossa partorisse qualche cosa degna di memoriaassaltò iSanesiallegando essere quelli debitori suoi per servizi avuti dasuo padre nelli affari di quella repubblicae per ciò volerneessere sodisfattoe con tanta furia gli assaltòche quasitutto il dominio loro mandò sottosopra.
Quegli cittadiniveggendo tale insultocome eglino sono facili a credere male de'Fiorentinisi persuasono tutto essere con loro consenso esequitoeil Papa e il Re di rammarichii riempierono.
Mandorono ancora oratoria Firenze; i quali si dolfono di tanta ingiuriae destramentemostrorono chesanza essere suvvenutoCarlo non arebbe potuto contanta securtà ingiuriargli.
Di che i Fiorentini si escusoronoaffermando essere per fare ogni opera che Carlo si astenesse da looffendergli; e in quel modo che gli oratori vollonoa Carlocomandorono che da lo offendere i Sanesi si astenesse.
Di che Carlosi dolfemostrando che i Fiorentiniper non lo suvveniresi eranoprivi d'un grande acquisto e avieno privo lui d'una gran gloria:perchéin poco tempoprometteva loro la possessione diquella terra: tanta viltà aveva trovata in essae tanti pochiordini alla difesa.
Partissi adunque Carlo e alli stipendi usati de'Viniziani si ritornòe i Sanesiancora che mediante iFiorentini fussero da tanti danni liberi rimasono non di meno pienidi sdegno contro a quelliperché non pareva loro avere alcunoobligo con coloro che gli avessero d'un male di che prima fusserostati cagione liberati.

 

33

Mentreche queste cose ne' modi sopra narrati tra il Re e il Papa e inToscana si travagliavanonacque in Lombardia uno accidente dimaggiore momento e che fu presagio di maggiori mali.
Insegnava inMilano la latina lingua a' primi giovani di quella città ColaMontanouomo litterato e ambizioso.
Questoo che gli avesse in odiola vita e costumi del Ducao che pure altra cagione lo movesseintutti i suoi ragionamenti il vivere sotto un principe non buonodetestavagloriosi e felici chiamando quegli a' quali di nascere evivere in una republica aveva la natura e la fortuna conceduto;mostrando come tutti gli uomini famosi si erano nelle republiche enon sotto i principi nutriti; perché quelle nutriscono gliuomini virtuosie quegli gli spengonofacendo l'una profittodell'altrui virtùl'altra temendone.
I giovani con chi egliaveva più familiarità presa erano GiovannandreaLampognanoCarlo Visconti e Girolamo Olgiato.
Con costoro piùvolte della pessima natura del Principedella infelicità dichi era governato da quello ragionava; e in tanta confidenza delloanimo e volontà di quegli giovani venneche gli fece giurarechecome per la età e' potesserola loro patria dallatirannide di quel principe libererebbono.
Sendo ripieni adunquequesti giovani di questo desiderioil quale sempre con gli annicrebbei costumi e modi del Ducae di più le particulariingiurie contro a loro fattedi farlo mandare ad effettoaffrettorono.
Era Galeazzo libidinoso e crudeledelle quali due cosegli spessi esempli lo avevono fatto odiosissimo; perché nonsolo non gli bastava corrompere le donne nobiliche prendeva ancorapiacere di publicarle; né era contento fare morire gli uominise con qualche modo crudele non gli ammazzava.
Non viveva ancorasanza infamia di avere morta la madre; perchénon gli parendoessere principepresente quellacon lei in modo si governòche le venne voglia di ritirarsi nella sua dotale sede a Cremonanelquale viaggioda subita malattia presa morì: donde moltigiudicorono quella dal figliuolo essere stata fatta morire.
Avevaquesto ducaper via di donneCarlo e Girolamo disonoratie aGiovannandrea non aveva voluto la possessione della badia diMiramondostata ad un suo propinquo dal Pontefice resignataconcedere.
Queste private ingiurie accrebbono la voglia a questigiovanicon il vendicarleliberare la loro patria da tanti mali;sperando chequalunque volta riuscisse loro lo ammazzarlodiesserenon solamente da molti de' nobili ma da tutto il popoloseguiti.
Deliberatisi adunque a questa impresasi trovavano spessoinsieme; di che l'antica familiarità non dava alcunaammirazione: ragionavano sempre di questa cosae per fermare piùl'animo al fattocon le guaine di quelli ferri ch'eglino avieno aquella opera destinatine' fianchi e nel petto l'uno l'altropercotevono.
Ragionorono del tempo e del loco: in Castello non parevaloro securo; a cacciaincerto e pericoloso; ne' tempi che quello perla terra giva a spassodifficile e non riuscibile; ne' convitidubio.
Per tanto deliberarono in qualche pompa e publica festivitateopprimerlodove fussero certi che venisseed eglinosotto variicolorivi potessero loro amici ragunare.
Conclusono ancora chesendo alcuno di loro per qualunque cagione dalla corte ritenutiglialtri dovesseroper il mezzo del ferro e de' nimici armatiammazzarlo.

 

34

Correval'anno 1476ed era propinqua la festività del Natale diCristo; e perché il Principeil giorno di Santo Stefanosoleva con pompa grande vicitare il tempio di quello martiredeliberorono che quello fusse il luogo e il tempo commodo ad esequireil pensiero loro.
Venuta adunqua la mattina di quel santofecionoarmare alcuni de' loro più fidati amici e servidoridicendovolere andare in aiuto di Giovannandreail quale contro alla vogliadi alcuni suoi emuli voleva condurre nelle sue possessioni unoaquedutto; e quelli così armati al tempio condussonoallegando volereavanti partisseroprendere licenza dal Principe.Feciono ancora venire in quel luogosotto varii coloripiùaltri loro amici e congiuntisperando chefatta la cosaciascheduno nel resto della impresa loro gli seguitasse.
E lo animoloro eramorto il Principeridursi insieme con quegli armatiegire in quella parte della terra dove credessero piùfacilmente sollevare la plebee quella contro alla Duchessa e a'principi dello stato fare armare.
E stimavano che il popoloper lafame dalla quale era aggravatodovesse facilmente seguirgliperchédisegnavano dargli la casa di messer Cecco Simonettadi GiovanniBotti e di Francesco Lucanitutti principi del governoin predaeper questa via assicurare loroe rendere la libertà alpopolo.
Fatto questo disegnoe confirmato l'animo a questaesecuzioneGiovannandrea con gli altri furno al tempio di buona ora;udirono messa insieme; la quale uditaGiovannandrea si volse ad unastatua di Santo Ambrogio e disse: - O padrone di questa nostra cittàtu sai la intenzione nostra e il fine a che noi voliamo metterci atanti pericoli: sia favorevole a questa nostra impresa; e dimostrafavorendo la giustiziache la ingiustizia ti dispiaccia.
- Al Ducadall'altro cantoavendo a venire al tempiointervennono molti segnidella sua futura morte: perchévenuto il giornosi vestìsecondo che più volte costumavauna corazzala quale di poisubito si trassecome se nella presenza o nella persona looffendessevolle udire messa in Castelloe trovò che il suocappellano era ito a Santo Stefano con tutti i suoi apparati dicappella; volle chein cambio di quelloil vescovo di Comocelebrasse la messae quello allegò certi impedimentiragionevoli: tanto chequasi per necessitàdeliberòdi andare al tempioe prima si fece venire Giovangaleazzo ed Ermessuoi figliuolie quelli abbracciò e baciò molte voltené pareva potesse spiccarsi da quelli; pure alla finedeliberato allo andaresi uscì di Castelloed entrato inmezzo dello oratore di Ferrara e di Mantovane andò altempio.
I congiuratiin quel tantoper dare di loro minoresuspizionee fuggire il freddo che era grandissimosi erano in unacamera dello arciprete della chiesaloro amicoritirati; eintendendo come il Duca venivase ne vennono in chiesa: e GiovanniAndrea e Girolamo si posono dalla destra parte allo entrare deltempioe Carlo dalla sinistra.
Entravano già nel tempioquelli che precedono al Duca; di poi entrò eglicircundato dauna moltitudine grandecome era convenientein quella solennitàad una ducale pompa.
I primi che mossano fu il Lampognano e Girolamo.Costorosimulando di far fare largo al Principese gli accostoronoe strette le armiche corte e acute avevono nelle maniche nascoselo assalirono.
Il Lampognano gli dette due feritel'una nel ventrel'altra nella gola; Girolamo ancora nella gola e nel petto lopercosse.
Carlo Visconteperché si era posto piùpropinquo alla portaed essendogli il Duca passato avantiquandodai compagni fu assalitonol potette ferire davantima con duoicolpi la schiena e la spalla gli trafisse.
E furono queste sei feritesì preste e sì subiteche il Duca fu prima in terrache quasi niuno del fatto si accorgesse; né quello potettealtro fare o diresalvo checadendouna volta sola il nome dellaNostra Donna in suo aiuto chiamare.
Caduto il Duca in terrailromore si levò grande; assai spade si sfoderorono ecomeavviene nelli casi non prevedutichi fuggiva del tempio e chicorreva verso il tumulto sanza avere alcuna certezza o cagione dellacosa.
Non di meno quegli che erano al Duca più propinquieche avevono veduto il Duca mortoe gli ucciditori cognosciutiliperseguitorono.
E de' congiuratiGiovannandrea volendo tirarsi fuoridi chiesaentrò fra le donnele quali trovando assaiesecondo il loro costume a sedere in terra implicato e ritenuto intrale loro veste fu da un morostaffiero del Ducasopraggiunto emorto.
Fu ancora da' circunstanti ammazzato Carlo.
Ma GirolamoOlgiatouscito fra gente e gente di chiesavedendo i suoi compagnimorti non sapiendo dove altrove fuggirsise ne andò alle suecase; dove non fu dal padre né da' frategli ricevuto.Solamente la madreavendo al figliuolo compassionelo raccomandòad uno preteantico amico alla famiglia loro; il qualemessoglisuoi panni indossoalle sue case lo condusse; dove stette duoigiorninon sanza speranza che in Milano nascesse qualche tumulto chelo salvasse.
Il che non succedendoe dubitando non essere in quelloco ritrovatovolse sconosciuto fuggirsi; maconosciutonellapodestà della giustizia pervennedove tutto l'ordine dellacongiura aperse.
Era Girolamo di età di ventitré anni;né fu nel morire meno animoso che nello operare si fussestato; perché trovandosi ignudo e con il carnefice davantiche aveva il coltello in mano per ferirlodisse queste parole inlingua latinaperché litterato era: - Mors acerbafamaperpetuastabit vetus memoria facti.
- Fu questa impresa di questiinfelici giovani secretamente trattata e animosamente esequita; eallora rovinorono quando quelli ch'eglino speravano gli avessero aseguire e defendere non gli defesono né seguirono.
Imparinoper tanto i principi a vivere in manierae farsi in modo reverire eamareche niuno speri potereammazzandoglisalvarsi; e gli altricognoschino quanto quel pensiero sia vano che ci faccia confidaretroppo che una moltitudineancora che mal contentane' pericolituoi ti seguiti o ti accompagni.
Sbigottì questo accidentetutta Italia; ma molto più quegli cheindi a breve tempoinFirenze seguirono; i quali quella pace che per dodici anni era statain Italia rupponocome nel libro seguente sarà da noidimostrato.
Il qualese arà il fine suo mesto e lagrimosoarà il principio sanguinoso e spaventevole.



 

LIBROOTTAVO

 

1

Sendoil principio di questo ottavo libro posto in mezzo di due congiurel'una già narratae successa a Milanol'altra per doversinarraree seguita a Firenzeparrebbe conveniente cosavolendoseguitare il costume nostroche delle qualità delle congiuree della importanza di esse ragionassimo; il che si farebbe volentieriquandoo in altro luogo io non ne avesse parlatoo ella fussemateria da potere con brevità passarla.
Ma sendo cosa chedesidera assai considerazionee già in altro luogo dettalalasceremo indrieto; e passando ad un'altra materiadiremo come lostato de' Mediciavendo vinte tutte le inimicizie le qualiapertamente lo avevono urtatoa volere che quella casa prendesseunica autorità nella città e si spiccasse col viverecivile da le altreera necessario che ella superasse ancora quelleche occultamente contro gli macchinavano.
Perchémentre che iMedici di pari di autorità e di riputazione con alcunedell'altre famiglie combattevonopotevono i cittadini che alla loropotenza avevono invidia apertamente a quelli opporsisanza temere diessere ne' principii delle loro nimicizie oppressiperchésendo diventati i magistrati liberiniuna delle partise non dopola perditaaveva cagione di temere.
Madopo la vittoria del '66siristrinse in modo lo stato tutto a' Medicii quali tanta autoritàpresonoche quelli che ne erano mal contenti conveniva o conpazienza quel modo del vivere comportasseroose pure lo volesserospegnereper via di congiure e secretamente di farlo tentassero: lequali perché con difficultà succedonopartoriscono ilpiù delle volte a chi le muove rovinae a colui contro alquale sono mosse grandezza.
Donde che quasi sempre uno principe d'unacittàda simili congiure assalitose non è come ilduca di Milano ammazzatoil che rade volte intervienesaglie inmaggiore potenzae molte voltesendo buonodiventa cattivo; perchéquestecon lo esemplo lorogli danno cagione di temereil temeredi assicurarsil'assicurarsi di ingiuriare: donde ne nascono gliodiidi poie molte volte la sua rovina.
E così questecongiure opprimono subito chi le muovee quello contro a chi le sonmosse in ogni modo con il tempo offendono.

 

2

Erala Italiacome di sopra abbiamo dimostrodivisa in due fazioni:Papa e Re da una parte; da l'altra VinizianiDuca e Fiorentini; ebenché ancora infra loro non fusse accesa guerranon di menociascuno giorno infra essi si dava nuove cagioni di accenderla; e ilPontefice massimein qualunque sua impresadi offendere lo stato diFirenze s'ingegnava.
Onde chesendo morto messere Filippo de'Mediciarcivescovo di Pisail Papacontro alla volontàdella signoria di FirenzeFrancesco Salviatiil quale cognoscevaalla famiglia de' Medici nimicodi quello arcivescovado investì:talchénon gli volendo la Signoria dare la possessioneneseguì tra il Papa e quellanel maneggio di questa cosanuoveoffese.
Oltra di questofaceva in Roma alla famiglia de' Pazzifavori grandissimie quella de' Medici in ogni azione disfavoriva.Erano i Pazziin Firenzeper ricchezze e nobilitàalloradi tutte l'altre famiglie fiorentine splendidissimi: capo di quelliera messer Iacopofattoper le sue ricchezze e nobilitàdalpopolo cavaliere.
Non aveva altri figliuoli che una figliuolanaturale: aveva bene molti nipotinati di messer Piero e Antoniosuoi frategli; i primi de' quali erano GuglielmoFrancescoRinatoGiovannie apresso AndreaNiccolò e Galeotto.
Aveva Cosimode' Mediciveggendo la ricchezza e nobilità di costorolaBianca sua nipote con Guglielmo congiuntasperando che quelparentado facesse queste famiglie più unite e levasse via leinimicizie e gli odii che dal sospetto il più delle voltesogliono nascere.
Non di menotanto sono i disegni nostri incerti efallacila cosa procedette altrimenti: perché chi consigliavaLorenzo gli mostrava come gli era pericolosissimoe alla suaautorità contrarioraccozzare ne' cittadini ricchezze estato.
Questo fece che a messer Iacopo e a' nipoti non eranoconceduti quegli gradi di onore che a lorosecondo gli altricittadinipareva meritare: da qui nacque ne' Pazzi il primo sdegno ene' Medici il primo timoree l'uno di questi che cresceva davamateria all'altro di crescere; donde i Pazziin ogni azione dovealtri cittadini concorresseroerano da' magistrati non bene veduti.E il magistrato degli Ottoper una leggieri cagionesendo Francescode' Pazzi a Romasanza avere a lui quel rispetto che a' grandicittadini si suole averea venire a Firenze lo constrinse: tanto chei Pazziin ogni luogocon parole ingiuriose e piene di sdegno sidolevano; le quali cose accrescevono ad altri il sospetto e a séle ingiurie.
Aveva Giovanni de' Pazzi per moglie la figliuola diGiovanni Buonromeiuomo ricchissimole sustanze di cuisendomortoalla sua figliuolanon avendo egli altri figliuoliricadevono.
Non di meno Carlosuo nipoteoccupò parte diquegli beni; e venuta la cosa in litigiofu fatta una legge pervirtù della quale la moglie di Giovanni de' Pazzi fu dellaeredità di suo padre spogliatae a Carlo concessa; la qualeingiuria i Pazzi al tutto dai Medici ricognobbono.
Della qual cosaGiuliano de' Medici molte volte con Lorenzo suo fratello si dolfedicendo come e' dubitava cheper volere delle cose troppoche lenon si perdessero tutte.

 

 

3

Nondi meno Lorenzocaldo di gioventù e di potenzavoleva adogni cosa pensaree che ciascuno da lui ogni cosa ricognoscesse.
Nonpotendo adunque i Pazzicon tanta nobilità e tante ricchezzesopportare tante ingiuriecominciorono a pensare come se ne avesseroa vendicare.
Il primo che mosse alcuno ragionamento contro a' Medicifu Francesco.
Era costui più animoso e più sensitivoche alcuno degli altri; tanto che deliberò o di acquistarequello che gli mancavao di perdere ciò che gli aveva.
Eperché gli erano in odio i governi di Firenzeviveva quasisempre a Romadove assai tesorosecondo il costume de' mercatantifiorentinitravagliava.
E perché egli era al conte Girolamoamicissimosi dolevano costoro spessol'uno con l'altrode'Medici: tanto chedopo molto doglienzee' vennono a ragionamentocome gli era necessarioa volere che l'uno vivesse ne' suoi stati el'altro nella sua città securomutare lo stato di Firenze: ilche sanza la morte di Giuliano e di Lorenzo pensavano non si potessifare.
Giudicorono che il Papa e il Re facilmente vi acconsentirebbonopurché all'uno e all'altro si mostrasse la facilitàdella cosa.
Sendo adunque caduti in questo pensierocomunicorono iltutto con Francesco Salviati arcivescovo di Pisail qualeperessere ambizioso e di poco tempo avanti stato offeso da' Medicivolentieri vi concorse.
Ed esaminando infra loro quello fusse dafaredeliberoronoperché la cosa più facilmentesuccedessidi tirare nella loro volontà messer Iacopo de'Pazzisanza il quale non credevano potere cosa alcuna operare.
Parveadunque che Francesco de' Pazzia questo effettoandasse a Firenzee l'Arcivescovo e il Conte a Roma rimanesseroper essere con il Papaquando e' paresse tempo da comunicargliene.
Trovò Francescomesser Iacopo più respettivo e più duro non arebbevoluto; e fattolo intendere a Romasi pensò che bisognassemaggiore autorità a disporlo: onde che l'Arcivescovo e ilConte ogni cosa a Giovan Batista da Monteseccocondottieri del Papacomunicorono.
Questo era stimato assai nella guerrae al Conte e alPapa obligato: non di meno mostrò la cosa essere difficile epericolosa; i quali periculi e difficultà l'Arcivescovos'ingegnava spegneremostrando gli aiuti che il Papa e il Refarebbono alla impresae di più gli odii che i cittadini diFirenze portavano a' Medicii parenti che i Salviati e i Pazzi sitiravano dietrola facilità dello ammazzargliper andare perla città sanza compagnia e sanza sospettoe di poimorti chefusserola facilità del mutare lo stato.
Le quali cose GiovanBatista interamente non credevacome quello che da molti altriFiorentini aveva udito altrimenti parlare.

 

4

Mentreche si stava in questi ragionamenti e pensierioccorse che il signorCarlo di Faenza ammalòtale che si dubitava della morte.Parve per tanto allo Arcivescovo e al Conte di avere occasione dimandare Giovan Batista a Firenzee di quivi in Romagnasotto coloredi riavere certe terre che il signore di Faenza gli occupava.Commisse per tanto il Conte a Giovan Batista parlasse con Lorenzoeda sua parte gli domandasse consigliocome nelle cose di Romagna siavesse a governare; di poi parlasse con Francesco de' Pazzievedesseroinsiemedi disporre messer Iacopo de' Pazzi a seguitarela loro volontà.
E perché lo potesse con la autoritàdel Papa muoverevollonoavanti alla partitaparlasse alPontefice; il quale fece tutte quelle offerte possette maggiori inbenifizio della impresa.
Arrivato per tanto Giovan Batista a Firenzeparlò con Lorenzodal quale fu umanissimamente ricevuto e ne'consigli domandati saviamente e amorevolmente consigliato; tanto cheGiovan Batista ne prese ammirazioneparendogli avere trovato altrouomo che non gli era stato mostroe giudicollo tutto umanotuttosavioe al Conte amicissimo.
Non di meno volle parlare conFrancescoe non ve lo trovandoperché era ito a Luccaparlòcon messer Iacopoe trovollo nel principio molto alieno dalla cosa:non di menoavanti partissel'autorità del Papa lo mossealquantoe per ciò disse a Giovan Batista che andasse inRomagna e tornassee che intanto Francesco sarebbe in Firenzeeallora più particularmente della cosa ragionerebbono.
Andòe tornò Giovan Batistae con Lorenzo de' Medici seguitòil simulato ragionamento delle cose del Conte; di poi con messerIacopo e Francesco de' Pazzi si ristrinse; e tanto operoronochemesser Iacopo acconsentì alla impresa.
Ragionorono del modo.
Amesser Iacopo non pareva che fusse riuscibile sendo ambedui ifrategli in Firenze; e per ciò si aspettasse che Lorenzoandasse a Romacome era fama che voleva andaree allora siesequisse la cosa.
A Francesco piaceva che Lorenzo fusse a Roma; nondi menoquando bene non vi andasseaffermava che o a nozzeo agiuocoo in chiesaambiduoi i frategli si potevono opprimere.
Ecirca gli aiuti forestierigli pareva che il Papa potesse metteregente insieme per la impresa del castello di Montoneavendo giustacagione di spogliarne il conte Carloper avere fatti i tumulti giàdetti nel Sanese e nel Perugino.
Non di meno non si fece altraconclusionese non che Francesco de' Pazzi e Giovan Batista neandassero a Romae quivi con il Conte e con il Papa ogni cosaconcludessero.
Praticossi di nuovo a Roma questa materia; e in finesi conclusesendo la impresa di Montone resolutacheGiovanfrancesco da Tolentinosoldato del Papane andasse inRomagnae messer Lorenzo da Castello nel paese suoe ciascheduno diquesticon le genti del paesetenessero le loro compagnie ad ordineper fare quanto da l'Arcivescovo de' Salviati e Francesco de' Pazzifusse loro ordinatoi quali con Giovan Batista da Montesecco se nevenissero a Firenze dove provedessero a quanto fusse necessario perla esecuzione della impresa; alla quale il re Ferrandomediante ilsuo oratoreprometteva qualunque aiuto.
Venuti pertantol'Arcivescovo e Francesco de' Pazzi a Firenze tirorono nella sentenzaloro Iacopo di messer Poggiogiovane litteratoma ambizioso e dicose nuove desiderosissimotiroronvi duoi Iacopi Salviati l'unofratellol'altro affine dello Arcivescovo; condussonvi BernardoBandini e Napoleone Franzesigiovani arditi e alla famiglia de'Pazzi obligatissimi.
De' forestierioltre a' prenominatimesserAntonio da Volterra e uno Stefano sacerdoteil quale nelle case dimesser Iacopo alla sua figliuola la lingua latina insegnavav'intervennono.
Rinato de' Pazziuomo prudente e gravee cheottimamente cognosceva il male che da simili imprese nasconoallacongiura non acconsentì; anzi la detestòe con quelmodo che onestamente potette adoperare la interruppe.

 

5

Avevail Papa tenuto nello Studio pisano a imparar lettere pontificieRaffaello de' Riarionipote del conte Girolamo; nel quale luogoancora essendofu dal Papa alla dignità del cardinalatopromosso.
Parve per tanto a' congiurati di condurre questo cardinalea Firenzeacciò che la sua venuta e la congiura ricoprissepossendosi infra la sua famiglia quelli congiurati de' quali avevonobisogno nasconderee da quello prendere cagione di esequirla.
Venneadunque il Cardinalee fu da messere Iacopo de' Pazzi a Montughisua villa propinqua a Firenzericevuto.
Desideravano i congiurati diaccozzare insiememediante costuiLorenzo e Giuliano; e come primaquesto occorresseammazzargli.
Ordinorono per tanto convitassero ilCardinale nella villa loro di Fiesoledove Giulianoo a caso o astudionon convenne; tanto chetornato il disegno vanogiudicoronochese lo convitassero a Firenzedi necessitàambiduoi vi avessero ad intervenire.
E così dato l'ordineladomenica de' dì 26 d'aprilecorrendo l'anno 1478a questoconvito deputorono.
Pensando adunque i congiurati di potergli nelmezzo del convito ammazzarefurono il sabato notte insiemedovetutto quello che la mattina seguente si avesse ad esequire disposono.Venuto di poi il giornofu notificato a Francesco come Giuliano adil convito non interveniva.
Per tanto di nuovo i capi della congiurasi ragunoronoe conclusono che non fusse da differire il mandarla adeffetto; perché gli era impossibilesendo nota a tantichela non si scoprisse.
E per ciò deliberorono nella chiesacattedrale di Santa Reparata ammazzarglidove sendo il Cardinaleiduoi frateglisecondo la consuetudineconverrebbono.
Volevano cheGiovan Batista prendesse la cura di ammazzare Lorenzoe Francescode' Pazzi e Bernardo BandiniGiuliano.
Recusò Giovan Batistail volerlo fare: o che la familiarità aveva tenuta con Lorenzogli avesse adolcito lo animoo che pure altra cagione lo movesse:disse che non gli basterebbe mai l'animo commettere tanto eccesso inchiesa e accompagnare il tradimento con il sacrilegio.
Il che fu ilprincipio della rovina della impresa loro: perchéstrignendoli il tempofurono necessitati dare questa cura a messerAntonio da Volterra e a Stefano sacerdoteduoi cheper pratica eper naturaerano a tanta impresa inettissimi: perchése maiin alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermoe nella vita enella morte per molte esperienze risolutoè necessario averloin questadove si è assai volte veduto agli uomini nelle armeesperti e nel sangue intrisi lo animo mancare.
Fatto adunque questadeliberazionevollono che il segno dello operare fusse quando sicomunicava il sacerdote che nel tempio la principale messa celebrava;e chein quel mezzolo arcivescovo de' Salviatiinsieme con i suoie con Iacopo di messer Poggioil palagio publico occupasseroacciòche la Signoriao voluntaria o forzataseguita che fusse de' duoigiovani la mortefusse loro favorevole.

 

6

Fattaquesta deliberazione se n'andorono nel tempionel quale giàil Cardinale insieme con Lorenzo de' Medici era venuto.
La chiesa erapiena di popolo e lo oficio divino cominciatoquando ancora Giulianode' Medici non era in chiesa; onde che Francesco de' Pazzi insiemecon Bernardoalla sua morte destinatiandorono alle sue case atrovarloe con prieghi e con arte nella chiesa lo condussono.
Ècosa veramente degna di memoria che tanto odiotanto pensiero ditanto eccesso si potesse con tanto cuore e tanta ostinazione d'animoda Francesco e da Bernardo ricoprire: perchéconduttolo neltempioe per la via e nella chiesa con motteggi e gioviniliragionamenti lo intrattennero; né mancò Francescosotto colore di carezzarlocon le mani e con le braccia strignerloper vedere se lo trovava o di corazza o d'altra simile difesa munito.Sapevano Giuliano e Lorenzo lo acerbo animo de' Pazzi contra di loroe come eglino desideravano di torre loro l'autorità dellostatoma non temevono già della vitacome quelli checredevano chequando pure eglino avessero a tentare cosa alcunacivilmente e non con tanta violenza lo avessero a fare; e per ciòanche loronon avendo cura alla propria salutedi essere loro amicisimulavano.
Sendo adunque preparati gli ucciditoriquegli a canto aLorenzodoveper la moltitudine che nel tempio erafacilmente esanza sospetto potevono staree quegli altri insieme con Giulianovenne l'ora destinata; e Bernardo Bandinicon una arme corta aquello effetto apparecchiatapassò il petto a Giulianoilquale dopo pochi passi cadde in terra; sopra il quale Francesco de'Pazzi gittatosilo empié di ferite; e con tanto studio lopercossecheaccecato da quel furore che lo portavase medesimo inuna gamba gravemente offese.
Messer Antonio e Stefanodall'altraparteassalirono Lorenzoe menatogli più colpidi unaleggieri ferita nella gola lo percossono; perchéo la loronegligenziao lo animo di Lorenzochevedutosi assalireconl'arme sua si difeseo lo aiuto di chi era secofece vano ognisforzo di costoro.
Tale che queglisbigottitisi fuggirono e sinascosono; ma di poi ritrovatifurono vituperosamente morti e pertutta la città strascinati.
Lorenzo dall'altra parteristrettosi con quegli amici che gli aveva intornonel sacrario deltempio si rinchiuse.
Bernardo Bandinimorto che vide Giulianoammazzò ancora Francesco Noria' Medici amicissimoo perchélo odiasse per anticoo perché Francesco di aiutare Giulianos'ingegnasse; e non contento a questi duoi omicidii corse per trovareLorenzo e supplire con lo animo e prestezza sua a quello che glialtri per la tardità e debilezza loro avevono mancatomatrovatolo nel sacrario rifuggitonon potette farlo.
Nel mezzo diquesti gravi e tumultuosi accidenti i quali furono tanti terribiliche pareva che il tempio rovinasseil Cardinale si ristrinse alloaltaredove con fatica fu dai sacerdoti tanto salvato che laSignoriacessato il romorepotette nel suo palagio condurlo; dovecon grandissimo sospetto infino alla liberazione sua dimorò.

 

7

Trovavansiin Firenze in questi tempi alcuni Peruginicacciatiper le partidi casa loroi quali i Pazzipromettendo di rendere loro la patriaavevano tirati nella voglia loro; donde che l'arcivescovo de'Salviatiil quale era ito per occupare il Palagio insieme con Iacopodi messer Poggio e i suoi Salviati e amicigli avea condotti seco.
Earrivato al Palagiolasciò parte de' suoi da bassoconordine checome eglino sentissero il romoreoccupassero la porta;ed eglicon la maggior parte de' Peruginisalì da alto; etrovato che la Signoria desinavaperché era l'ora tardafudopo non moltoda Cesare Petrucci gonfaloniere di giustiziaintromesso.
Onde cheentrato con pochi de' suoilasciò glialtri fuora; la maggiore parte de' quali nella cancelleria per semedesimi si rinchiusonoperché in modo era la porta di quellacongegnatacheserrandosinon si poteva se non con lo aiuto dellachiavecosì di dentro come di fuoraaprire.
L'Arcivescovointantoentrato dal Gonfalonieresotto colore di volergli alcunecose per parte del Papa riferiregli cominciò a parlare conparole spezzate e dubie; in modo che l'alterazione che dal viso edalle parole mostrava generorono nel Gonfaloniere tanto sospetto chea un trattogridandosi pinse fuora di camerae trovato Iacopo dimesser Poggiolo prese per i capegli e nelle mani de' suoi sergentilo misse.
E levato il romore tra i Signoricon quelle armi che ilcaso sumministrava lorotutti quegli che con l'Arcivescovo eranosaliti da altosendone parte rinchiusi e parte invilitio subitofurono mortio così vivifuori delle finestre del Palagiogittati; intra i quali l'Arcivescovoi duoi Iacopi Salviati e Iacopodi messer Poggio appiccati furono.
Quegli che da basso in Palagioerano rimasi avevano sforzata la guardiae la porta e le parti bassetutte occupatein modo che i cittadini che in questo romore alPalagio corsononé armati aiutoné disarmaticonsiglio alla Signoria potevano porgere.

 

8

Francescode' Pazzi intanto e Bernardo Bandiniveggendo Lorenzo campatoe unodi loroin chi tutta la speranza della impresa era postagravementeferitosi erono sbigottiti donde che Bernardopensando con quellafranchezza d'animo alla sua saluteche gli aveva allo ingiuriare iMedici pensatoveduta la cosa perdutasalvo se ne fuggì.Francescotornatosene a casa feritoprovò se poteva reggersia cavallo; perché l'ordine era di circuire con armati la terrae chiamare il popolo alla libertà e all'arme; e non potette:tanta era profonda la feritae tanto sangue aveva per quellaperduto; onde chespogliatosisi gittò sopra il suo lettoignudoe pregò messer Iacopo che quello da lui non si potevafare facesse egli.
Messer Iacopoancora che vecchio e in similitumulti non praticoper fare questa ultima esperienza della fortunalorosalì a cavallocon forse cento armatisuti prima persimile impresa preparatie se n'andò alla piazza del Palagiochiamando in suo aiuto il popolo e la libertà.
Ma perchél'uno era dalla fortuna e liberalità de' Medici fatto sordol'altra in Firenze non era cognosciutanon gli fu risposto daalcuno.
Solo i Signoriche la parte superiore del Palagiosignoreggiavanocon i sassi lo salutoronoe con le minacce inquanto poterono lo sbigottirono.
E stando messer Iacopo dubiofu daGiovanni Serristorisuo cognatoincontrato; il quale prima loriprese degli scandoli mossi da lorodi poi lo confortò atornarsene a casaaffermandogli che il popolo e la libertàera a cuore agli altri cittadini come a lui.
Privato adunque messerIacopo d'ogni speranzaveggendosi il Palagio nimicoLorenzo vivoFrancesco feritoe da niuno seguitatonon sapiendo altro che farsideliberò di salvarese potevacon la fugala vita; e conquella compagnia che gli aveva seco in Piazzasi uscì diFirenze per andarne in Romagna.

 

9

Inquesto mezzo tutta la città era in armee Lorenzo de' Medicida molti armati accompagnatos'era nelle sue case ridutto: ilPalagio dal popolo era stato ricuperatoe gli occupatori di quellotutti fra presi e morti.
Già per tutta la città sigridava il nome de' Medicie le membra de' mortio sopra le puntedelle armi fitteo per la città strascinate si vedevano; eciaschedunocon parole piene d'ira e con fatti pieni di crudeltài Pazzi perseguitava.
Già erano le loro case dal popolooccupate; e Francescocosì ignudofu di casa trattoe alPalagio condottofu a canto all'Arcivescovo e agli altri appiccato.Né fu possibileper ingiuria che per il cammino o poi glifusse fatta o dettafarli parlare alcuna cosa; ma guardando altruifisosanza dolersi altrimentitacito sospirava.
Guglielmo de'Pazzidi Lorenzo cognatonelle case di quelloe per la innocenzasua e per lo aiuto della Bianca sua mogliesi salvò.
Non fucittadino chearmato o disarmatonon andasse alle case di Lorenzoin quella necessità; e ciascheduno sé e le sustanze suegli offeriva: tanta era la fortuna e la grazia che quella casaperla sua prudenza e liberalitàsi aveva acquistata.
Rinato de'Pazzi s'eraquando il caso seguì nella sua villa ritiratodondeintendendo la cosasi volletravestitofuggire: non di menofu per il cammino cognosciutoe presoe a Firenze condotto.
Fuancora preso messer Iacopo nel passare l'alpiperchéintesoda quegli alpigiani il caso seguito a Firenze e veduta la fuga diquellofu da loro assalito e a Firenze menato: né potetteancora che più volte ne gli pregasse impetrare di essere daloro per il cammino ammazzato.
Furono messer Iacopo e Rinatogiudicati a mortedopo quattro giorni che il caso era seguitoeinfra tante morti che in quelli giorni erano state fatteche avevonopiene di membra di uomini le vienon ne fu con misericordia altrache questa di Rinato riguardataper essere tenuto uomo savio ebuononé di quella superbia notatoche gli altri di quellafamiglia accusati erano.
E perché questo caso non mancasse dialcuno estraordinario esemplofu messer Iacopo prima nella sepulturade' suoi maggiori sepulto; di poidi quivicome scomunicatotrattofu lungo le mura della città sotterrato; e di quindiancora cavatoper il capresto con il quale era stato mortofu pertutta la città ignudo strascinato; e da poi che in terra nonaveva trovato luogo alla sepultura suafu da quegli medesimi chestrascinato l'avevononel fiume d'Arnoche allora aveva le sueacque altissime gittato.
Esemplo veramente grandissimo di fortunavedere uno uomo da tante ricchezze e da sì felicissimo statoin tanta infelicitàcon tanta rovina e con tale vilipendiocadere! Narronsi de' suoi alcuni viziintra i quali erano giuochi ebestemmie più che a qualunche perduto uomo non si converrebbe;quali vizi con le molte elimosine ricompensavaperché a moltibisognosi e luoghi pii largamente suvveniva.
Puossi ancoradiquellodire questo beneche il sabato davanti a quella domenicadeputata a tanto omicidioper non fare partecipe dell'avversa suafortuna alcuno altrotutti i suoi debiti pagòe tutte lemercatanzie che gli aveva in dogana e in casale quali ad alcuniappartenesserocon maravigliosa sollecitudine a' padroni di quelleconsegnò.
Fu a Giovan Batista da Monteseccodopo una lungaesamine fatta di luitagliata la testa; Napoleone Franzesi con lafuga fuggì il supplizio; Guglielmo de' Pazzi fu confinatoe isuoi cugini che erano rimasi vivinel fondo della rocca di Volterrain carcere posti.
Fermi tutti i tumultie puniti i congiuratisicelebrorono le esequie di Giuliano; il quale fu con le lagrime datutti i cittadini accompagnatoperché in quello era tantaliberalità e umanità quanta in alcuno altro in talefortuna nato si potesse desiderare.
Rimase di lui uno figliuolonaturaleil quale dopo a pochi mesi che fu morto nacquee fuchiamato Giulio; il quale fu di quella virtù e fortunaripienoche in questi presenti tempi tutto il mondo cognoscee cheda noiquando alle presenti cose perverremoconcedendone Iddiovitasarà largamente dimostro.
Le genti che sotto messerLorenzo da Castello in Val di Teveree quelle che sotto GiovanFrancesco da Talentino in Romagna eranoinsiemeper dare favore a'Pazzi s'erano mosse per venire a Firenze; ma poi ch'eglino inteserola rovina della impresasi tornorono indietro.

 

10

Manon essendo seguita in Firenze la mutazione dello statocome il Papae il Re desideravanodeliberarono quello che non avevono potuto fareper congiure farlo per guerra; e l'uno e l'altrocon grandissimaceleritàmesse le sue genti insieme per assalire lo stato diFirenzepublicando non volere altro da quella cittàse nonche la rimovesse da sé Lorenzo de' Mediciil quale solo ditutti i Fiorentini avieno per nimico.
Avevano già le genti delRe passato il Trontoe quelle del Papa erano nel Perugino; e perchéoltre alle temporali i Fiorentini ancora le spirituali feritesentisserogli scomunicò e maladisse.
Onde che i Fiorentiniveggendosi venire contro tanti esercitisi preparorono con ognisollecitudine alle difese.
E Lorenzo de' Mediciinnanzi ad ognialtra cosavollepoi che la guerra per fama era fatta a luiragunare in Palagiocon i Signoritutti i qualificati cittadiniinnumero di più di trecento; a' quali parlò in questasentenza: - Io non soeccelsi Signorie voimagnifici cittadinise io mi dolgo con voi delle seguite coseo se io me ne rallegro.
Everamente quando io penso con quanta fraudecon quanto odio io siastato assalito e il mio fratello mortoio non posso fare non me necontristi e con tutto il cuore e con tutta l'anima non me ne dolga.Quando io considero di poi con che prontezzacon che studioconquale amorecon quanto unito consenso di tutta la città ilmio fratello sia stato vendicato e io difesoconvienenon solamenteme ne rallegrima in tutto me stesso esalti e glorii.
E veramentese la esperienza mi ha fatto conoscere come io aveva in questa cittàpiù nimici che io non pensavam'ha ancora dimostro come io ciaveva più ferventi e caldi amici che io non credeva.
Sonforzatoadunquea dolermi con voi per le ingiurie d'altrierallegrarmi per i meriti vostri; ma son bene constretto a dolermitanto più delle ingiuriequanto le sono più rarepiùsenza esemplo e meno da noi meritate.
Consideratemagnificicittadinidove la cattiva fortuna aveva condotta la casa nostrachefra gli amicifra i parentinella chiesa non era secura.
Soglionoquelli che dubitano della morte ricorrere agli amici per aiutisogliono ricorrere a' parenti; e noi gli trovavamo armati per ladistruzione nostra: sogliono rifuggire nelle chiese tutti quegli cheper publica o per privata cagionesono perseguitati.
Adunqueda chigli altri sono difesinoi siamo morti; dove i parricidigliassassini sono sicurii Medici trovorono gli ucciditori loro.
MaIddioche mai per lo addietro non ha abbandonata la casa nostrahasalvato ancora noie ha presa la defensione della giusta causanostra.
Perché quale ingiuria abbiamo noi fatta ad alcunochese ne meritasse tanto desiderio di vendetta? E veramente questi checi si sono dimostri tanto nimicimai privatamente non glioffendemmo; perchése noi gli avessimo offesie' nonarebbono avuto commodità di offendere noi.
S'eglinoattribuiscono a noi le publiche ingiuriequando alcuna ne fussestata loro fattache non lo soeglino offendono più voi chenoipiù questo Palagio e la maestà di questo governoche la casa nostradimostrando che per nostra cagione voi ingiuriateimmeritamente i cittadini vostri.
Il che è discosto al tuttoda ogni verità; perché noi quando avessimo potutoevoi quando noi avessimo volutonon lo aremmo fatto: perchéchi ricercherà bene il vero troverrà la casa nostra nonper altra cagione con tanto consenso essere stata sempre esaltata davoise non perché la si è sforzatacon la umanitàliberalitàcon i beneficiivincere ciascuno.
Se noi abbiamoadunque onorati gli stranicome aremmo noi ingiuriati i parenti? Sesi sono mossi a questo per desiderio di dominarecome dimostra looccupare il Palagiovenire con gli armati in Piazzaquanto questacagione sia bruttaambiziosa e dannabileda se stessa si scuopre esi condanna; se lo hanno fatto per odio e invidia avevano allaautorità nostraeglino offendono voinon noiavendocela voidata.
E veramente quelle autoritadi meritono di essere odiate che gliuomini si usurpanonon quelle che gli uomini per liberalitàumanità e munificenza si guadagnano.
E voi sapete che mai lacasa nostra salse a grado alcuno di grandezzache da questo Palagioe dallo unito consenso vostro non vi fusse spinta: non tornòCosimo mio avolo dallo esilio con le armi e per violenzama con ilconsenso e unione vostramio padrevecchio e infermonon difesegià lui contro a tanti nimici lo statoma voi con l'autoritàe benivolenza vostra lo difendesti; non arei iodopo la morte di miopadresendo ancorasi può direun fanciullomantenuto ilgrado della casa miase non fussero stati i consigli e favorivostri; non arebbe potuto né potrebbe reggere la mia casaquesta republicase voiinsieme con leinon l'avessi retta ereggesse.
Non so io adunque qual cagione di odio si possa essere illoro contro di noio quale giusta cagione di invidia: portino odioagli loro antenatii qualicon la superbia e con la avariziasihanno tolta quella reputazione che i nostri si hanno saputaconstudi a quegli contrariguadagnare.
Ma concediamo che le ingiuriefatte a loro da noi sieno grandie che meritamente eglinodesiderassero la rovina nostra: perché venire ad offenderequesto Palagio? perché fare lega con il Papa e con il Recontro alla libertà di questa republica? perché romperela lunga pace di Italia? A questo non hanno eglino scusa alcuna;perché dovevono offendere chi offendeva loroe non confunderele inimicizie private con le ingiurie publiche; il che fa chespentiloroil male nostro è più vivovenendocialle lorocagioniil Papa e il Re a trovare con le armi: la qual guerraaffermano fare a me e alla casa mia.
Il che Dio volessi che fusse ilveroperché i rimedi sarebbono presti e certiné iosarei sì cattivo cittadino che io stimasse più lasalute mia che i pericoli vostri; anzi volentieri spegnerei loincendio vostro con la rovina mia.
Ma perché sempre leingiurie che i potenti fanno con qualche meno disonesto colore lericuopronoeglino hanno preso questo modo a ricoprire questadisonesta ingiuria loro.
Pure non di menoquando voi credessialtrimentiio sono nelle braccia vostre: voi mi avete a reggere olasciare; voi miei padrivoi miei defensori; e quanto da voi mi saràcommesso che io facciasempre farò volentieri; néricuserò maiquando così a voi paiaquesta guerra conil sangue del mio fratello cominciatadi finirla col mio.
- Nonpotevono i cittadinimentre che Lorenzo parlavatenere le lagrime;e con quella pietà che fu uditogli fu da uno di quegliachi gli altri commissonorisposto; dicendogli che quella cittàricognosceva tanti meriti da lui e dai suoiche gli stesse di buonoanimoché con quella prontezza ch'eglino avevono vendicatadel fratello la mortee di lui conservata la vitagliconserverebbono la reputazione e lo stato; né prima perderebbequelloche loro la patria perdessero.
E perché le operecorrispondessero alle parolealla custodia del corpo suo di certonumero di armati publicamente providonoacciò che dalledomestiche insidie lo defendessero.

 

11

Dipoi si prese modo alla guerramettendo insieme genti e danari inquella somma poterono maggiore.
Mandorono per aiutiper virtùdella legaal duca di Milano e a' Viniziani; e poi che il Papa siera dimostro lupo e non pastoreper non essere come colpevolidevoraticon tutti quelli modi potevono la causa lorogiustificavanoe tutta la Italia del tradimento fatto contro allostato loro riempieronomostrando la impietà del Pontefice ela ingiustizia sua; e come quello pontificato che gli aveva maleoccupatomale esercitava; poi che gli aveva mandato quelli che alleprime prelature aveva trattiin compagnia di traditori e parricidia commettere tanto tradimento in nel tempionel mezzo del divinoofficionella celebrazione del Sacramento; e da poiperchénon gli era successo ammazzare i cittadinimutare lo stato dellaloro città e quella a suo modo saccheggiarela interdiceva econ le pontificali maledizioni la minacciava e offendeva.
Ma se Dioera giustose a Lui le violenzie dispiacevonogli dovevono quelledi questo suo vicario dispiacere; ed essere contento che gli uominioffesinon trovando presso a quello luogoricorressero a Lui.
Pertantonon che i Fiorentini ricevessero lo interdetto e a quelloubbidisseroma sforzorono i sacerdoti a celebrare il divino oficiofeciono un concilioin Firenzedi tutti i prelati toscani che alloimperio loro ubbidivononel quale appellorono delle ingiurie delPontefice al futuro Concilio.
Non mancavano ancora al Papa ragioni dagiustificare la causa sua; e per ciò allegava appartenersi aduno pontefice spegnere le tirannideopprimere i cattiviesaltare ibuoni; le quali cose ei debbe con ogni opportuno rimedio fare; ma chenon è già l'uficio de' principi seculari detinere icardinaliimpiccare i vescoviammazzaresmembrare e strascinare isacerdotigli innocenti e i nocenti sanza alcuna differenziauccidere.

 

12

Nondi menointra tante querele e accusei Fiorentini il Cardinalech'eglino avieno in manoal Pontefice restituirono; il che fece cheil Papasanza rispettocon tutte le forze sue e del Re gli assalì.Ed entrati gli duoi esercitisotto Alfonso primogenito di Ferrando educa di Calavriae al governo di Federigo conte di UrbinonelChianti per la via de' Sanesii quali dalle parti inimiche eranooccuporono Radda e più altre castellae tutto il paesepredorono; di poi andorono con il campo alla Castellina.
IFiorentiniveduti questi assaltierano in grande timoreper esseresanza gente e vedere gli aiuti degli amici lenti; perchénonostante che il Duca mandasse soccorsoi Viniziani avevono negatoessere obligati aiutare i Fiorentini nelle cause privateperchésendo la guerra fatta a privatinon erano obligati in quella asuvvenirliperché le inimicizie particulari non si avevonopublicamente a defendere.
Di modo che i Fiorentiniper disporre iViniziani a più sana opinionemandorono oratore a quel senatomesser Tommaso Soderini; e in quel mentre soldorono gentee fecionocapitano de' loro eserciti Ercule marchese di Ferrara.
Mentre chequeste preparazioni si facevanolo esercito nimico strinse in modola Castellinache quegli terrieridesperati del soccorsosidieronodopo quaranta giorni che eglino avieno sopportata laobsidione.
Di quivi si volsono i nimici verso Arezzoe campeggioronoil Monte a San Sovino.
Era di già l'esercito fiorentino adordinee andato alla volta de' nimicis'era posto propinquo aquelli a tre migliae dava loro tanta incommodità cheFederigo d'Urbino domandò per alcuni giorni tregua.
La qualegli fu conceduta con tanto disavvantaggio de' Fiorentiniche quegliche la dimandavono di averla impetrata si maravigliorono; perchénon la ottenendoerano necessitati partirsi con vergogna; ma avutiquelli giorni di commodità a riordinarsipassato il tempodella treguasopra la fronte delle genti nostre quel castellooccuporono.
Ma essendo già venuto il vernoi nimiciperridursi a vernare in luoghi commodidentro nel Sanese si ritirorono.Ridussonsi ancora le genti fiorentine nelli alloggiamenti piùcommodi; e il marchese di Ferraraavendo fatto poco profitto a sée meno ad altrise ne tornò nel suo stato.

 

13

Inquesti tempi Genova si ribellò dallo stato di Milano perqueste cagioni: poi che fu morto Galeazzoe restato Giovan Galeazzosuo figliuolodi età inabile al governonacque dissensioneintra SforzaLodovico e Ottaviano e Ascanio suoi ziie madonna Bonasua madreperché ciascuno di essi voleva prendere la cura delpiccolo Duca.
Nella quale contenzione madonna Bonavecchia duchessaper il consiglio di messer Tommaso Soderiniallora per i Fiorentiniin quello stato oratoree di messer Cecco Simonettastatosecretario di Galeazzorestò superiore.
Donde chefuggendosigli Sforzeschi di MilanoOttaviano nel passare l'Adda affogòe gli altri furono in varii luoghi confinati insieme con il signoreRuberto da San Severinoil quale in quegli travagli aveva lasciatala Duchessa e accostatosi a loro.
Sendo di poi seguiti i tumulti diToscanaquegli principisperando per gli nuovi accidenti poteretrovare nuova fortunaruppono i confinie ciascuno di loro tentavacose nuove per ritornare nello stato suo.
Il re Ferrandoche vedevache i Fiorentini solamentenelle loro necessitàerano statidallo stato di Milano soccorsiper torre loro ancora quegli aiutiordinò di dare tanto che pensare alla Duchessa nello statosuoche agli aiuti de' Fiorentini provedere non potessee per ilmezzo di Prospero Adorno e del signore Ruberto e rebelli sforzeschifece ribellare Genova dal Duca.
Restava solo nella potestà suail Castellettosotto la speranza del quale la Duchessa mandòassai genti per recuperare la cittàe vi furono rottetalcheveduto il pericolo che poteva soprastare allo stato delfigliuolo e a leise quella guerra duravasendo la Toscanasottosopra e i Fiorentiniin chi ella solo speravaafflittideliberòpoi che la non poteva avere Genova come subiettaaverla come amica; e convenne con Batistino Fregosonimico diProspero Adornodi dargli il Castelletto e farlo in Genova principepure che ne cacciasse Prospero e a' ribelli sforzeschi non facessefavore.
Dopo la quale conclusioneBatistinocon lo aiuto delcastello e della partes'insignorì di Genovae se ne fecesecondo il costume lorodoge; tanto che gli Sforzeschi e il signoreRubertocacciati del Genovesecon quelle genti che li seguirono nevennono in Lunigiana.
Donde che il Papa e il Reveduto come etravagli di Lombardia erano posatipresono occasione da questicacciati da Genova a turbare la Toscana di verso Pisaacciòche i Fiorentinidividendo le loro forzeindebolissero; e per ciòoperoronosendo già passato il vernoche il signore Rubertosi partisse con le sue genti di Lunigianae il paese pisanoassalisse.
Mosse adunque il signor Ruberto uno tumulto grandissimoemolte castella del Pisano saccheggiò e presee infino allacittà di Pisa predando corse.

 

14

Vennonoin questi tempia Firenze oratori dello Imperadore e del re diFrancia e del re d'Ungheriai quali dai loro principi erano mandatial Ponteficei quali persuasono a' Fiorentini mandassero oratori alPapapromettendo fare ogni opera con quelloche con una ottima pacesi ponesse fine a questa guerra.
Non recusorono i Fiorentini di farequesta esperienzaper essere apresso qualunque escusaticome per laparte loro amavano la pace.
Andati adunque gli oratorisanza alcunaconclusione tornorono.
Onde che i Fiorentiniper onorarsi dellareputazione del re di Francia poi che dagli Italiani erano parteoffesi parte abbandonatimandorono oratore a quel re DonatoAcciaiuoliuomo delle greche e latine lettere studiosissimodi cuisempre gli antenati hanno tenuti gradi grandi nella città.
Manel camminosendo arrivato a Milanomorì; onde che lapatriaper remunerare chi era rimaso di lui e per onorare la suamemoriacon publiche spese onoratissimamente lo seppellìea' figliuoli esenzionee alle figliuole dote conveniente a maritarleconcesse; e in suo luogoper oratore al Remesser Guid'AntonioVespucciuomo delle imperiali e pontificie lettere peritissimomandò.
Lo assalto fatto dal signore Ruberto nel paese di Pisaturbò assaicome fanno le cose inaspettatei Fiorentini;perchéavendo da la parte di Siena una gravissima guerranonvedevano come si potere a' luoghi di verso Pisa provedere; pureconcomandati e altre simili provisionialla città di Pisasoccorsono.
E per tenere i Lucchesi in fedeacciò che odanari o viveri al nimico non sumministrasseroPiero di Gino di NeriCapponi ambasciadore vi mandorono; il quale fu da loro con tantosospetto ricevutoper l'odio che quella città tiene con ilpopolo di Firenzenato da le antiche ingiurie e dal continuo timoreche portò molte volte pericolo di non vi essere popolarmentemorto: tanto che questa sua andata dette cagione a nuovi sdegnipiùtosto che a nuova unione.
Rivocorono i Fiorentini il marchese diFerrarasoldorono il marchese di Mantovae con instanzia granderichiesono a' Viniziani il conte Carlofigliuolo di BraccioeDeifebofigliuolo del conte Iacopoi quali furono alla finedopomolte gavillazionida' Viniziani conceduti; perchéavendofatto tregua con il Turcoe per ciò non avendo scusa che gliricoprissia non osservare la fede della lega si vergognorono.Vennono per tanto il conte Carlo e Deifebo con buono numero di gentid'arme; e messe insiemecon quelletutte le genti d'arme chepoterono spiccare dallo esercito che sotto il marchese di Ferraraalle genti del duca di Calavria era oppostose ne andorono inversoPisa per trovare il signore Rubertoil quale con le sue genti sitrovava propinquo al fiume del Serchio.
E benché gli avessefatto sembiante di volere aspettare le genti nostrenon di meno nonle aspettòma ritirossi in Lunigianain quelli alloggiamentidonde si eraquando entrò nel paese di Pisapartito.
Dopo lacui partita furono dal conte Carlo tutte quelle terre recuperate chedai nimici nel paese di Pisa erano state prese.

 

15

Liberatii Fiorentini dagli assalti di verso Pisafeciono tutte le genti loroinfra Colle e San Gimignano ridurre.
Ma sendo in quello esercitoperla venuta del conte CarloSforzeschi e Bracceschisubito sirisentirono le antiche nimicizie loro; e si credevaquando avesseroad essere lungamente insiemeche fussero venuti alle armi.
Tantocheper minore malesi deliberò di dividere le gentie unaparte di quellesotto il conte Carlomandare nel Peruginoun'altraparte fermare a Poggibonzidove facessero uno alloggiamento forteda potere tenere i nimiciche non entrassero nel Fiorentino.Stimoronoper questo partitoconstrignere ancora i nimici adividere le genti; perché credevonoo che il conte Carlooccuperebbe Perugiadove pensavano avesse assai partigianio che ilPapa fusse necessitato mandarvi grossa gente per difenderla.Ordinorono oltra di questoper condurre il Papa in maggiorenecessitàche messer Niccolò Vitelliuscito di Cittàdi Castellodove era capo messer Lorenzo suo nimicocon gente siappressasse alla terraper fare forza di cacciarne lo avversario elevarla dalla ubbidienza del Papa.
Parvein questi principiiche lafortuna volesse favorire le cose fiorentine; perché e' sivedeva il conte Carlo fare nel Perugino progressi grandi; messerNiccolò Vitelliancora che non gli fusse riuscito entrare inCastelloera con le sue genti superiore in campagnae d'intornoalla città sanza opposizione alcuna predava; cosìancora le genti che erano restate a Poggibonzi ogni dìcorrevano alle mura di Siena: non di menoalla finetutte questesperanze tornorono vane.
In prima morì il conte Carlonelmezzo della speranza delle sue vittorie.
La cui morte ancora miglioròle condizioni de' Fiorentinise la vittoria che da quella nacque sifusse saputa usareperchéintesasi la morte del Contesubito le genti della Chiesache erano di già tutte insieme aPerugiapresono speranza di potere opprimere le genti fiorentine; euscite in campagnaposono il loro alloggiamento sopra il Lagopropinquo a' nimici a tre miglia.
Dall'altra parte IacopoGuicciardiniil quale si trovava di quello esercito commissarioconil consiglio del magnifico Ruberto da Rimineil qualemorto ilconte Carloera rimaso il primo e più reputato di quelloesercitocognosciuta la cagione dell'orgoglio de' nimicideliberorono aspettarglital chevenuti alle mani accanto al Lagodove già Annibale cartaginese dette quella memorabile rotta a'Romanifurono le genti della Chiesa rotte.
La quale vittoria furicevuta in Firenze con laude de' capi e piacere di ciascunoesarebbe stata con onore e utile di quella impresase i disordini chenacquono nello esercito che si trovava a Poggibonzi non avessero ognicosa perturbato.
E così il bene che fece l'uno esercito fudall'altro interamente destrutto: perchéavendo quelle gentifatto preda sopra il Sanesevennenella divisione di essadifferenza intra il marchese di Ferrara e quello di Mantova; tal chevenuti alle armicon ogni qualità di offesa si assalirono; efu tale chegiudicando i Fiorentini non si potere piùd'ambeduoi valeresi consentì che il marchese di Ferrara conle sue genti se ne tornasse a casa.

 

16

Indebolitoadunque quello esercitoe rimaso sanza capoe governandosi in ogniparte disordinatamenteil duca di Calavriache si trovava con loesercito suo propinquo a Sienaprese animo di venirli a trovareecosì fatto come pensatole genti fiorentineveggendosiassalirenon nelle arminon nella moltitudineche erano al nimicosuperiori non nel sito dove eranoche era fortissimoconfidaronoma sanza aspettare non che altro di vedere il nimicoalla vistadella polvere si fuggironoe a' nimici le munizionii carriaggi el'artiglierie lasciorono: di tanta poltroneria e disordine eranoallora quelli eserciti ripieniche nel voltare uno cavallo o latesta o la groppa dava la perdita o la vittoria d'una impresa.Riempié questa rotta i soldati del Re di predae i Fiorentinidi spavento; perchénon solo la città loro si trovavadalla guerrama ancora da una pestilenza gravissima afflitta; laquale aveva in modo occupata la cittàche tutti i cittadiniper fuggire la morteper le loro ville si erano ritirati.
Questofece ancora questa rotta più spaventevole; perchéquelli cittadini che per la Val di Pesa e per la Val d'Elsa avevonole loro possessionisendosi ridutti in quelleseguita la rottasubitocome meglio poterononon solamente con i figliuoli e robeloroma con i loro lavoratoria Firenze corsono: tal che pareva chesi dubitasse che ad ogni ora il nimico alla città si potessepresentare.
Quegli che alla cura della guerra erano prepostiveggendo questo disordinecomandorono alle genti che erano state nelPerugino vittoriose chelasciata la impresa contro a' Peruginivenissero in Val d'Elsa per opporsi al nimicoil qualedopo lavittoriasanza alcuno contrasto scorreva il paese.
E benchéquelle avessero stretta in modo la città di Perugiache adogni ora se ne aspettasse la vittorianon di meno vollono iFiorentini prima difendere il loroche cercare di occupare quellod'altri: tanto che quello esercitolevato dai suoi felici successifu condotto a San Cascianocastello propinquo a Firenze a ottomigliagiudicando non si potere altrove fare testainfino a tantoche le reliquie dello esercito rotto fussero insieme.
I nimicidall'altra partequegli che erano a Perugialiberi per la partitadelle genti fiorentinedivenuti audacigrandi prede nello Aretino enel Cortonese ciascuno giorno facevano; e quegli altriche sottoAlfonso duca di Calavria avevano a Poggibonzi vintosi erano diPoggibonzi primae di Vico di poi insignoritie Certaldo messo asacco; e fatte queste espugnazioni e predeandorono con il campo alcastello di Colleil quale in quegli tempi era stimato fortissimoeavendo gli uomini allo stato di Firenze fedelipotette tenere tantoa bada il nimicoche si fussero ridutte le genti insieme.
Avendoadunque i Fiorentini raccozzate le genti tutte a San Cascianoedespugnando i nimici con ogni forza Colledeliberorono di appressarsia quellie dare animo a' Colligiani a defendersi.
E perché inimici avessero più respetto ad offendergliavendo gliavversarii propinquifatta questa deliberazionelevorono il campoda San Casciano e posonlo a San Gimignanopropinquo a cinque migliaa Colledonde con i cavalli leggieri e con altri più espeditisoldati ciascuno dì il campo del Duca molestavano.
Non di menoa' Colligiani non era sufficiente questo soccorsoper chemancandodelle loro cose necessariea dì 13 di novembre si dieronocon dispiacere de' Fiorentini e con massima letizia de' nimiciemassimamente de' Sanesii quali oltre al comune odio che portonoalla città di Firenzelo avevano con i Colligianiparticulare.

 

17

Eradi già il verno grandee i tempi sinistri alla guerratantoche il Papa e il Remossio da volere dare speranza di paceo davolere godersi le vittorie avute più pacificamenteoffersonotregua a' Fiorentini per tre mesie dierono dieci giorni tempo allarisposta; la quale fu accettata subito.
Ma come avviene a ciascunoche più le feriteraffreddi che sono i sanguisi sentonoche quando le si ricevonoquesto breve riposo fece cognoscere piùa' Fiorentini i sostenuti affanni.
E i cittadiniliberamente e sanzarispettoaccusavano l'uno l'altroe manifestavano gli errori nellaguerra commessi: mostravano le spese invano fattele gravezzeingiustamente poste; le quali cosenon solamente ne' circuliintrai privatima ne' consigli publici animosamente parlavano.
E presetanto ardire alcunochevoltosi a Lorenzo de' Medicigli disse: -Questa città è straccae non vuole più guerra;- e per ciò era necessario che pensasse alla pace.
Onde cheLorenzocognosciuta questa necessitàsi ristrinse con quegliamici che pensava più fedeli e più savie primaconclusonoveggendo i Viniziani freddi e poco fedeliil Ducapupillo e nelle civili discordie implicatoche fusse da cercare connuovi amici nuova fortuna; ma stavano dubi nelle cui braccia fusse darimettersio del Papa o del Re.
Ed esaminato tuttoapprovoronol'amicizia del Recome più stabile e più secura:perché la brevità della vita de' papila variazionedella successioneil poco timore che la Chiesa ha de' principiipochi rispetti che la ha nel prendere i partitifa che uno principeseculare non può in uno pontefice interamente confidarenépuò securamente accomunare la fortuna sua con quello; perchéchi ènelle guerre e pericolidel papa amicosarànelle vittorie accompagnato e nelle rovine solosendo il ponteficedalla spirituale potenza e reputazione sostenuto e difeso.
Deliberatoadunque che fusse a maggiore profitto guadagnarsi il Regiudicorononon si potere fare meglio né con più certezza che conla presenza di Lorenzo; perchéquanto più con quellore si usasse liberalitàtanto più credevano poteretrovare remedi alle nimicizie passate.
Avendo per tanto Lorenzo fermolo animo a questa andataraccomandò la città e lostato a messer Tommaso Soderiniche era in quel tempo gonfalonieredi giustiziae al principio di decembre partì di Firenzeearrivato a Pisascrisse alla Signoria la cagione della sua partita.E quelli signoriper onorarloe perché e' potesse trattarecon più reputazione la pace con il Relo feciono oratore peril popolo fiorentinoe gli dettono autorità di collegarsi conquellocome a lui paresse meglio per la sua republica.

 

18

Inquesti medesimi tempi il signore Ruberto da San Severinoinsieme conLodovico e Ascanioperché Sforza loro fratello era mortoriassalirono di nuovo lo stato di Milano per tornare nel governo diquello; e avendo occupata Tortonaed essendo Milano e tutto quellostato in armela duchessa Bona fu consigliata ripatriasse gliSforzeschie per levare via queste civili contesegli ricevesse instato.
Il principe di questo consiglio fu Antonio Tassino ferrareseil qualenato di vile condizionevenuto a Milanopervenne allemani del duca Galeazzoe alla duchessa sua donna per cameriere loconcesse.
Questio per essere bello di corpoo per altra suasegreta virtùdopo la morte del Duca salì in tantareputazione apresso alla Duchessache quasi lo stato governava; ilche dispiaceva assai a messer Ceccouomo per prudenza e per lungapratica eccellentissimo; tanto chein quelle cose potevae con laDuchessa e con gli altri del governodi diminuire l'autoritàdel Tassino s'ingegnava.
Di che accorgendosi quelloper vendicarsidelle ingiuriee per avere apresso chi da messer Cecco lodefendesseconfortò la Duchessa a ripatriare gli Sforzeschi;la qualeseguitando i suoi consiglisanza conferirne cosa alcunacon messer Ceccogli ripatriò: donde che quello le disse: -Tu hai preso uno partito il quale torrà a me la vita e a te lostato.
- Le quali cose poco di poi intervennonoperché messerCecco fu da il signore Lodovico fatto morireed essendodopo alcuntempostato cacciato del ducato il Tassinola Duchessa ne presetanto sdegnoche la si partì di Milano e renunziònelle mani di Lodovico il governo del figliuolo.
Restato adunqueLodovico solo governatore del ducato di Milanofucome sidimosterràcagione della rovina di Italia.
Era partitoLorenzo de' Medici per a Napolie la tregua intra le partivegghiavaquandofuora di ogni espettazioneLodovico Fregosoavuta certa intelligenza con alcuno Serezanesedi furto entròcon armati in Serezanae quella terra occupòe quello che viera per il popolo fiorentino prese prigione.
Questo accidente dettegrande dispiacere a' principi dello stato di Firenzeperchési persuadevano che tutto fusse seguito con ordine del re Ferrando.
Esi dolfono con il duca di Calavriache era con lo esercito a Sienadi esseredurante la treguacon nuova guerra assaliti; il qualefece ogni demostrazionee con lettere e con ambasciateche talecosa fusse nata sanza consentimento del padre o suo.
Pareva non dimeno a' Fiorentini essere in pessime condizionivedendosi voti didanariil capo della republica nelle mani del Ree avere una guerraantica con il Re e con il Papa e una nuova con i Genovesied esseresanza amici; perché ne' Viniziani non speravanoe del governodi Milano più tosto temevanoper essere vario e instabile.Solo restava a' Fiorentini una speranzadi quello che avesse Lorenzode' Medici a trattare con il Re.

 

19

EraLorenzoper marearrivato a Napoli; dovenon solamente da il Rema da tutta quella città fu ricevuto onoratamente e con grandeespettazioneperché essendo nata tanta guerra solo peropprimerlola grandezza degli inimici che gli aveva avuti lo avevafatto grandissimo.
Ma arrivato alla presenza del Ree' disputòin modo delle condizioni di Italiadegli umori de' principi e popolidi quellae quello che si poteva sperare nella pace e temere nellaguerrache quel re si maravigliò piùpoi che l'ebbeuditodella grandezza dello animo suo e della destrezza delloingegno e gravità del iudizioche non si era prima delloavere egli solo potuto sostenere tanta guerra maravigliato; tanto chegli raddoppiò gli onorie cominciò a pensare come piùtosto e' lo avesse a lasciare amico che a tenerlo nimico.
Non dimenocon varie cagionidal dicembre al marzo lo intrattenneperfare non solamente di lui duplicata sperienzama della città:perché non mancavano a Lorenzoin Firenzenimici chearebbono avuto desiderio che il Re lo avesse ritenuto e come IacopoPiccinino trattato; e sotto ombra di dolerseneper tutta la cittàne parlavanoe nelle deliberazioni publiche a quello che fusse infavore di Lorenzo si opponevano.
E avevano con questi loro modisparta fama chese il Re lo avesse molto tempo tenuto a Napolichein Firenze si muterebbe governo.
Il che fece che il Re soprasedélo espedirlo quel tempoper vedere se in Firenze nasceva tumultoalcuno.
Ma veduto come le cose passavano quietea dì 6 dimarzonel 1479lo licenziò; e prima con ogni generazione dibeneficio e dimostrazione di amore se lo guadagnò; e infraloro nacque accordi perpetui a conservazione de' comuni stati.
Tornòper tanto Lorenzo in Firenze grandissimos'egli se n'era partitogrande; e fu con quella allegrezza da la città ricevutochele sue grandi qualità e i freschi meriti meritavanoavendoesposto la propria vita per rendere alla patria sua la pace.
Perchéduoi giorni dopo l'arrivata suasi publicò lo accordo fattoinfra la republica di Firenze e il Re: per il quale si obligavanociascuno alla conservazione de' comuni stati; e delle terre toltenella guerra a' Fiorentini fusse in arbitrio del Re il restituirle; eche i Pazzi posti nella torre di Volterra si liberassero; e al Ducadi Calavriaper certo tempocerte quantità di danari sipagassero.
Questa pacesubito che fu publicatariempié disdegno il Papa e i Viniziani: perché al Papa pareva esserestato poco stimato da il Ree i Viniziani da' Fiorentini; chésendo stati l'uno e l'altro compagni nella guerrasi dolevano nonavere parte nella pace.
Questa indegnazioneintesa e creduta aFirenzesubito dette a ciascheduno sospetto che da questa pace fattanon nascesse maggiore guerra: in modo che i principi dello statodeliberorono di ristrignere il governoe che le deliberazioniimportanti si riducessero in minore numero; e feciono un consiglio disettanta cittadinicon quella autorità gli poterono daremaggiore nelle azioni principali.
Questo nuovo ordine fece fermarel'animo a quelli che volessero cercare nuove cose.
E per darsireputazioneprima che ogni cosaaccettorono la pace fatta daLorenzo con il Redestinorono oratori al Papa e a quello messerAntonio Ridolfi e Piero Nasi.
Non di meno non ostante questa paceAlfonso duca di Calavria non si partiva con lo esercito da Sienamostrando essere ritenuto dalle discordie di quegli cittadini; lequali furono tante chedove gli era alloggiato fuora della cittàlo ridussero in quella e lo ferono arbitro delle differenze loro.
IlDucapresa questa occasione molti di quegli cittadini punì indanarimolti ne giudicò alle carceremolti allo esilioealcuni alla morte: tanto checon questi modiegli diventòsospettonon solamente a' Sanesima a' Fiorentiniche non sivolesse di quella città fare principe.
Né vi sicognosceva alcuno rimediotrovandosi la città in nuovaamicizia con il Ree al Papa e a' Viniziani nimica.
La qualsuspizionenon solamente nel popolo universale di Firenzesottileinterpetre di tutte le cosema in ne' principi dello stato appariva;e afferma ciascuno la città nostra non essere mai stata intanto pericolo di perdere la libertà.
Ma Iddioche sempre insimili estremità ha di quella avuta particulare curafecenascere uno accidente insperatoil quale dette al Real Papa e a'Viniziani maggiori pensieri che quelli di Toscana.

 

20

EraMaumetto gran Turco andato con un grandissimo esercito a campo aRodie quello aveva per molti mesi combattuto; non di menoancorache le forze sue fussero grandie la ostinazione nella espugnazionedi quella terra grandissimala trovò maggiore nelliassediati; i quali con tanta virtù da tanto impeto sidefesonoche Maumetto fu forzato da quello assedio partirsi convergogna.
Partito per tanto da Rodiparte della sua armatasottoIacometto basciàse ne venne verso la Velona; e o che quellovedesse la facilità della impresao che pure il signoregliele comandassenel costeggiare la Italia posein un trattoquattro mila soldati in terra; e assaltata la città diOtrantosubito la prese e saccheggiò; e tutti gli abitatoridi quella ammazzò.
Di poicon quelli modi gli occorsonomigliorie dentro in quella e nel porto si affortificò; eriduttovi buona cavalleriail paese circunstante correva e predava.Veduto il Re questo assaltoe conosciuto di quanto principe ellafusse impresamandò per tutto nunzi a significarloe adomandare contro al comune nimico aiuti e con grande instanzia revocòil duca di Calavria e le sue genti che erano a Siena.

 

21

Questoassaltoquanto egli perturbò il Duca e il resto di Italiatanto rallegrò Firenze e Sienaparendo a questa di avereriavuta la sua libertàe a quella di essere uscita di quellipericoli che gli facieno temere di perderla.
La quale opinioneaccrebbono le doglienze che il Duca fece nel partire da Sienaaccusando la fortunachecon uno insperato e non ragionevoleaccidentegli aveva tolto lo imperio di Toscana.
Questo medesimocaso fece al Papa mutare consiglio; e dove prima non aveva mai volutoascoltare alcuno oratore fiorentinodiventò in tanto piùmite che gli udiva qualunque della universale pace gli ragionava:tanto che i Fiorentini furono certificati chequando s'inclinasseroa domandare perdono al Papache lo troverebbono.
Non parve adunquedi lasciare passare questa occasione; e mandorono al Pontefice dodiciambasciadori; i qualipoi che furono arrivati a Romail Papacondiverse praticheprima che desse loro audienza gli intrattenne.Purealla finesi fermò intra le parti come per lo avveniresi avesse a viveree quanto nella pace e quanto nella guerra perciascuna di esse a contribuire.
Vennono di poi gli ambasciadori a'piedi del Ponteficeil qualein mezzo dei suoi cardinaliconeccessiva pompa gli aspettava.
Escusorono costoro le cose seguiteora accusandone la necessitàora la malignità d'altriora il furore popolare e la giusta ira sua; e come quelli sonoinfeliciche sono forzati o combattere o morire.
E perchéogni cosa si doveva sopportare per fuggire la morteavevonosopportato la guerragli interdettie le altre incommoditàche si erano tirate dietro le passate coseperché la lororepublica fuggisse la servitùla qualesuole essere la mortedelle città libere.
Non di menoseancora che forzatiavessero commesso alcuno falloerano per tornare a menda; econfidavano nella clemenza suala qualead esemplo del SommoRedentoresarà per riceverli nelle sue pietosissime braccia.Alle quali scuse il Papa rispose con parole piene di superbia e diirarimproverando loro tutto quello che ne' passati tempi avevonocontro alla Chiesa commesso: non di menoper conservare i precettidi Dioera contento concedere loro quel perdono che domandavano; mache faceva loro intendere come eglino avieno ad ubbidire; e quandoeglino rompessero l'ubbidienzaquella libertà che sono statiper perdere orae' perderebbono poie giustamente; perchécoloro sono meritamente liberiche nelle buonenon nelle cattiveopere si esercitano; perché la libertà male usataoffende se stessa e altri; e potere stimare poco Iddio e meno laChiesa non è oficio di uomo liberoma di sciolto e piùal male che al bene inclinato; la cui correzione non solo a'principima a qualunque cristiano appartiene.
Tale che delle cosepassate si avevono a dolere di loroche avevono con le cattive operedato cagione alla guerrae con le pessime nutritolala quale si eraspenta più per la benignità d'altri che per i meritiloro.
Lessesi poi la formula dello accordo e della benedizione; allaquale il Papa aggiunsefuori delle cose praticate e ferme chese iFiorentini volevono godere il frutto della benedizionetenesseroarmatedi loro danariquindici galee tutto quel tempo che il Turcocombattesse il Regno.
Dolfonsi assai gli oratori di questo pesoposto sopra allo accordo fatto; né poterono in alcuna parteper alcuno mezzo o favoree per alcuna doglienzaalleggerirlo.
Matornati a Firenzela Signoriaper fermare questa pacemandòoratore al Papa messer Guidantonio Vespucciche di poco tempoinnanzi era tornato di Francia.
Questiper la sua prudenzaridusseogni cosa a termini sopportabilie dal Pontefice molte grazieottenne; il che fu segno di maggiore riconciliazione.

 

22

Avendoper tanto i Fiorentini ferme le loro cose con il Papaed essendolibera Siena e loro dalla paura del Re per la partita di Toscana delduca di Calavriae seguendo la guerra de' Turchistrinsono il Reper ogni versoalla restituzione delle loro castella le quali ilduca di Calavriapartendosiaveva lasciate nelle mani de' Sanesi.Donde che quel re dubitava che i Fiorentiniin tanta sua necessitànon si spiccassero da luie con il muovere guerra a' Sanesi gliimpedissero gli aiuti che dal Papa e dagli altri Italiani sperava.
Eper ciò fu contento che le si restituisseroe con nuovioblighi di nuovo i Fiorentini si obligò: e così laforza e la necessitànon le scritture e gli oblighifaosservare a' principi la fede.
Ricevute adunque le castellae fermaquesta nuova confederazioneLorenzo de' Medici riacquistòquella riputazione che prima la guerra e di poi la pacequando delRe si dubitavagli aveva tolta: e non mancavain quelli tempichilo calunniasse apertamentedicendo che per salvare séegliaveva venduta la sua patria; e come nella guerra si erano perdute leterree nella pace si perderebbe la libertà.
Ma riavute leterree fermo con il Re onorevole accordoe ritornata la cittànella antica riputazione suain Firenzecittà di parlareavida e che le cose dai successi e non dai consigli giudicasi mutòragionamento: e celebravasi Lorenzo infino al cielo; dicendo che lasua prudenza aveva saputo guadagnarsi nella pace quello che lacattiva fortuna gli aveva tolto nella guerra; e come gli aveva potutopiù il consiglio e iudizio suo che l'armi e le forze delnimico.
Avevono gli assalti del Turco differita quella guerra laqualeper lo sdegno che il Papa e i Viniziani avevono preso per lapace fattaera per nascere; ma come il principio di quello assaltofu insperato e cagione di molto benecosì il fine fuinaspettato e cagione di assai male: perché MaumettogranTurcomorìfuori di ogni opinionee venuta intra ifigliuoli discordiaquegli che si trovavano in Pugliadal lorosignore abbandonaticoncessonod'accordoOtranto al Re.
Tolta viaadunque questa paurache teneva gli animi del Papa e de' Vinizianifermiciascuno temeva di nuovi tumulti.
Dall'una parte erano in legaPapa e Viniziani; con questi erano GenovesiSanesi e altri minoripotenti dall'altra erano FiorentiniRe e Duca a' quali siaccostavano Bolognesi e molti altri signori.
Desideravano i Vinizianidi insignorirsi di Ferrara; e pareva loro avere cagione ragionevolealla impresa e speranza certa di conseguirla.
La cagione era perchéil Marchese affermava non essere più tenuto a ricevere ilVisdomine e il sale da lorosendoper convenzione fattachedoposettanta anni dell'uno e dell'altro carico quella città fusselibera.
Rispondevano dall'altro canto i Viniziani che quanto temporiteneva il Pulesinetanto doveva ricevere il Visdomine e il sale.
Enon ci volendo il Marchese acconsentireparve a' Viniziani di averegiusta presa di prendere l'armie commodo tempo a farloveggendo ilPapa contro a' Fiorentini e il Re pieno di sdegno.
E perguadagnarselo piùsendo ito il conte Girolamo a Vinegiafuda loro onoratissimamente ricevutoe donatogli la città e lagentiligia lorosegno sempre di onore grandissimo a qualunque ladonano.
Avevanoper essere presti a quella guerraposti nuovi dazie fatto capitano de' loro eserciti il signor Ruberto da San Severinoil qualesdegnato con il signore Lodovicogovernatore di Milanos'era fuggito a Tortonaequivi fatti alcuni tumultiandatone aGenova; dove sendofu chiamato da' Viniziani e fatto delle loro armiprincipe.

 

23

Questepreparazioni a nuovi moticognosciute dalla lega avversafecionoche quella ancora si preparasse alla guerra: e il duca di Milano persuo capitano elesse Federigo signore di Urbinoi Fiorentini ilsignore Gostanzo di Pesero.
E per tentare l'animo del Papaechiarirsi se i Viniziani con suo consentimento movieno guerra aFerrarail re Ferrando mandò Alfonso duca di Calavria con ilsuo esercito sopra il Trontoe domandò passo al Papaperandare in Lombardia al soccorso del Marchese; il che gli fu dal Papaal tutto negato.
Tanto cheparendo al Re e a' Fiorentini esserecertificati dello animo suodeliberorono strignerlo con le forzeacciò che per necessità egli diventasse loro amicooalmeno darli tanti impedimentiche non potesse a' Viniziani porgereaiuti.
Perché già quegli erano in campagnae avevanomosso guerra al Marchesee scorso prima il paese suoe poi posto loassedio a Ficheruolocastello assai importante allo stato di quelsignore.
Avendo per tanto il Re e i Fiorentini deliberato di assalireil Pontefice Alfonso duca di Calavria scorse verso Romae con loaiuto de' Colonnesiche si erano congiunti seco perché gliOrsini si erano accostati al Papafaceva assai danni nel paese; edall'altra parte le genti fiorentine assalironocon messer NiccolòVitelliCittà di Castelloe quella città occuporonoe ne cacciorono messer Lorenzoche per il Papa la tenevae diquella feciono come principe messer Niccolò.
Trovavasi pertanto il Papa in massime angustieperché Roma drento dallaparte era perturbatae fuora il paese da' nimici corso.
Non di menocome uomo animosoe che voleva vincere e non cedere al nimicocondusse per capitano il magnifico Ruberto da Rimine; e fattolovenire in Romadove tutte le sue genti d'arme aveva ragunateglimostrò quanto onore gli sarebbe secontro alle forze d'unoReegli liberasse la Chiesa da quelli affanni in ne' quali sitrovavae quanto obligonon solo eglima tutti i suoi successoriarebbono seco; e comenon solo gli uominima Iddio sarebbe perricognoscerlo.
Il magnifico Rubertoconsiderate prima le gentid'arme del Papa e tutti gli apparati suoilo confortò a farequanta più fanteria e' poteva; il che con ogni studio ecelerità si misse ad effetto.
Era il duca di Calavriapropinquo a Romain modo che ogni giorno correva e predava infinoalle porte della città; la qual cosa fece in modo indegnare ilpopolo romanoche molti voluntariamente s'offersono ad essere con ilmagnifico Ruberto alla liberazione di Roma; i quali furono tutti daquello signore ringraziati e ricevuti.
Il Ducasentendo questiapparatisi discostò alquanto dalla cittàpensandochetrovandosi discostoil magnifico Ruberto non avesse animo adandarlo a trovare; e parte aspettava Federigo suo fratelloil qualecon nuova gente gli era mandato dal padre.
Il magnifico Rubertovedendosi quasi al Duca di gente d'arme ugualee di fanteriesuperioreuscì instierato di Romae pose uno alloggiamentopropinquo a due miglia al nimico.
Il Ducaveggendosi gli avversariiaddosso fuori d'ogni sua opinionegiudicò convenirgli ocombattereo come rotto fuggirsi; onde chequasi constrettopernon fare cosa indegna d'un figliuolo d'un redeliberòcombattere; e volto il viso al nimicociascuno ordinò le suegenti in quel modo che allora ordinavonoe si condussono alla zuffala quale durò infino a mezzogiorno.
E fu questa giornatacombattuta con più virtù che alcuna altra che fussestata fatta in cinquanta anni in Italiaperché vi morìtra l'una parte e l'altrapiù che mille uominie il fine diessa fu per la Chiesa gloriosoperché la moltitudine dellesue fanterie offesono in modo le cavallerie ducaliche quello fuconstretto a dare la voltae sarebbe il Duca rimaso prigionese damolti Turchidi quelli che erano stati ad Otranto e alloramilitavano seconon fusse stato salvato.
Avuta il magnifico Rubertoquesta vittoriatornò come trionfante in Roma.
La quale eglipotette godere pocoperchéavendoper lo affanno delgiornobevuta assai acquase gli mosse un flusso che in pochigiorni lo ammazzò.
Il corpo del quale fu da il Papa con ogniqualità di onore onorato.
Avuta il Pontefice questa vittoriamandò subito il Conte verso Città di Castellopervedere di restituire a messer Lorenzo quella terrae parte tentarela città di Rimine; perchésendodopo la morte delmagnifico Rubertorimaso di luiin guardia della donnaun suopiccolo figliuolopensava che gli fusse facile occupare quellacittà.
Il che gli sarebbe felicemente succedutose quelladonna da' Fiorentini non fusse stata difesa; i quali se gli opposonoin modo con le forzeche non potette né contro a Castellonécontro a Rimine fare alcuno effetto.

 

24

Mentreche queste cose in Romagna e a Roma si travagliavanoi Vinizianiavevano occupato Ficheruoloe con le genti loro passato il Poe ilcampo del duca di Milano e del Marchese era in disordineperchéFederigo conte di Urbino si era ammalatoe fattosi portare percurarsi a Bologna si morìtale che le cose del Marcheseandavano declinandoe a' Viniziani cresceva ciascun dì lasperanza di occupare Ferrara.
Dall'altra parteil Re e i Fiorentinifacevano ogni opera per ridurre il Papa alla voglia loroe nonessendo succeduto di farlo cedere alle armilo minacciavano delconcilioil quale già dallo Imperadore era stato pronunziatoper a Basilea; onde cheper mezzo degli oratori di quelloche sitrovavano a Romae de' primi cardinalii quali la pacedesideravanofu persuaso e stretto il Papa a pensare alla pace ealla unione di Italia.
Onde che il Ponteficeper timoree anche pervedere come la grandezza de' Viniziani era la rovina della Chiesa edi Italiasi volse allo accordarsi con la lega; e mandò suoinunzi a Napolidove per cinque anni feciono lega PapaRe duca diMilano e Fiorentiniriserbando il luogo a' Viniziani ad accettarla.Il che seguito fece il Papa intendere a' Viniziani che si astenesserodalla guerra di Ferrara.
A che i Viniziani non vollono acconsentire;anzi con maggiori forze si prepararono alla guerrae avendo rotte legenti del Duca e del Marchese ad Argentasi erano in modo appressatia Ferrarach'eglino avieno posti nel parco del Marchese glialloggiamenti loro.

 

25

Ondeche alla lega non parve da differire più di porgere gagliardiaiuti a quel signoree feciono passare a Ferrara il duca di Calavriacon le genti sue e con quelle del Papa; e similmente i Fiorentinitutte le loro genti vi mandorono.
E per meglio dispensare l'ordinedella guerrafece la lega una dieta a Cremonadove convenne illegato del Papa con il conte Girolamoil duca di Calavriailsignore Lodovico e Lorenzo de' Medici con molti altri principiitaliani; nella quale intra questi principi si divisorono tutti imodi della futura guerra.
E perché eglino giudicavano cheFerrara non si potesse meglio soccorrere che con il fare unadiversione gagliardavolevano che il signore Lodovico acconsentissea rompere guerra a' Viniziani per lo stato del duca di Milano; a chequel signore non voleva acconsentiredubitando di non si tirare unaguerra addosso da non la potere spegnere a sua posta.
E per ciòsi deliberò di fare alto con tutte le genti a Ferrara; e messoinsieme quattro mila uomini d'arme e otto mila fantiandorono atrovare i Vinizianii quali avieno dumiladugento uomini d'arme e seimila fanti.
Alla lega parvela prima cosadi assalire l'armata chei Viniziani avieno nel Po; e quella assalitaappresso al Bondenoruppono con perdita di più che dugento legni; dove rimaseprigioniero messer Antonio Iustinianoprovveditore dell'armata.
IViniziani poi che viddono Italia tutta unita loro controper darsipiù reputazioneavieno condotto il duca dello Reno condugento uomini d'armeonde cheavendo ricevuto questo danno dellaarmatamandorono quellocon parte del loro esercitoa tenere abada il nimicoe il signore Ruberto da San Severino feciono passarel'Adda con il restante dello esercito loro e accostarsi a Milanogridando il nome del Duca e di madonna Bona sua madre; perchécredettonoper questa viafare novità in Milanostimando ilsignore Lodovico e il governo suo fusse in quella cittàodiato.
Questo assalto portò seconel principioassaiterroree messe in arme quella città; non di meno partorìfine contrario al disegno de' Vinizianiperché quello che ilsignore Lodovico non aveva voluto acconsentirequesta ingiuria fucagione che gli acconsentisse.
E per ciòlasciato il marchesedi Ferrara alla difesa delle cose sue con quattro mila cavagli e duemila fantiil duca di Calavria con dodici mila cavagli e cinque milafanti entrò nel Bergamascoe di quivi nel Brescianoe di poinel Veronese; e quelle tre cittàsanza che i Viniziani vipotessero fare alcuno rimedioquasi che di tutti i loro contadispogliò; perché il signore Ruberto con le sue genti confatica poteva salvare quelle città.
Dall'altra banda ancora ilmarchese di Ferrara aveva ricuperate gran parte delle cose sueperòche il duca dello Renoche gli era allo incontronon potevaopposerglinon avendo più che due mila cavagli e mille fanti.E così tutta quella state dell'anno 1483 si combattéfelicemente per la lega.

 

26

Venutapoi la primavera del seguente annoperché la vernata eraquietamente trapassatasi ridussono gli eserciti in campagna; e lalegaper potere con più prestezza opprimere i Vinizianiaveva messo tutto lo esercito suo insieme.
E facilmentese la guerrasi fusse come l'anno passato mantenutasi toglieva a' Vinizianitutto lo stato tenevano in Lombardia; perché si erano ridutticon sei mila cavagli e cinque mila fanti e aveno allo incontrotredici mila cavagli e sei mila fanti; perché il duca delloRenofornito l'anno della sua condottase ne era ito a casa.
Macome avviene spesso dove molti di uguale autorità concorronoil più delle volte la disunione loro dà la vittoria alnimico.
Sendo morto Federigo Gonzagamarchese di Mantovail qualecon la sua autorità teneva in fede il duca di Calavria e ilsignore Lodovicocominciò fra quegli a nascere disparerieda' dispareri gelosia: perché Giangaleazzo duca di Milano eragià in età da potere prendere il governo del suo statoe avendo per moglie la figliuola del duca di Calavriadesideravaquelloche non Lodovicoma il genero lo stato governasse.Conoscendo per tanto Lodovico questo desiderio del Ducadeliberòdi torgli la commodità di esequirlo.
Questo sospetto diLodovicocognosciuto dai Vinizianifu preso da loro per occasione;e giudicorono poterecome sempre avevono fattovincere con la pacepoi che con la guerra avevono perduto; e praticato segretamente infraloro e il signore Lodovico lo accordolo agosto del 1484 loconclusono.
Il qualecome venne a notizia degli altri confederatidispiacque assaimassimamente poi che e' viddono come a' Vinizianisi avevono a restituire le terre toltee lasciare loro Rovigo e ilPulesinech'eglino avevono al marchese di Ferrara occupatoeappresso riavere tutte quelle preminenze che sopra quella cittàper antico avevono avute.
E pareva a ciascuno di avere fatto unaguerra dove si era speso assai e acquistato nel trattarla onore e nelfinirla vergognapoi che le terre prese si erano rendutee nonricuperate le perdute.
Ma furono constretti i collegati adaccettarlaper essere per le spese stracchie per non volere farepruova piùper i difetti e ambizione d'altridella fortunaloro.

 

27

Mentreche in Lombardia le cose in tal forma si governavanoil Papamediante messer Lorenzostrigneva Città di Castello percacciarne Niccolò Vitelliil quale dalla legaper tirare ilPapa alla voglia suaera stato abbandonato; e nello strignere laterraquelli che di dentro erano partigiani di Niccolòuscirono fuorae venuti alle mani con li inimici li ruppono.
Ondeche il Papa rivocò il conte Girolamo di Lombardiae fecelovenire a Romaper instaurare le forze sue e ritornare a quellaimpresa; ma giudicando di poi che fusse meglio guadagnarsi messerNiccolò con la paceche di nuovo assalirlo con la guerrasiaccordò seco; e con messer Lorenzo suo avversarioin quelmodo potette migliorelo riconciliò.
A che lo constrinse piùun sospetto di nuovi tumulti che lo amore della paceperchévedeva intra Colonnesi e Orsini destarsi maligni umori.
Fu tolto dalre di Napoli agli Orsininella guerra fra lui e il Papail contadodi Tagliacozzoe dato a' Colonnesiche seguitavano le parti sue:fatta di poi la pace tra il Re e il Papagli Orsiniper virtùdelle convenzionilo domandavano.
Fu molte volte dal Papa a'Colonnesi significato che lo restituissero; ma quelliné perpreghi delli Orsininé per minacci del Papaallarestituzione non condescesono anzi di nuovo gli Orsini con prede ealtre simili ingiurie offesono.
Dondenon potendo il Ponteficecomportarlemosse tutte le sue forze insiemee quelle degli Orsinicontro a di loroe a quelli le case avieno in Roma saccheggiòe chi quelle volle difendere ammazzò e prese e della maggioreparte de' loro castelli li spogliò: tanto che quelli tumultinon per pace ma per afflizione d'una parteposorono.

 

28

Nonfurono ancora a Genova e in Toscana le cose quiete: perché iFiorentini tenevano il conte Antonio da Marciano con gente allefrontiere di Serezanae mentre che la guerra durò inLombardiacon scorrerie e simili leggieri zuffe i Serezanesimolestavanoe in Genova Batistino Fregosodoge di quella cittàfidandosi di Pagolo Fregoso arcivescovofu preso con la moglie e coni figliuoli da lui; e ne fece sé principe.
L'armata ancoraviniziana aveva assalito il Regnoe occupato Galipolie gli altriluoghi allo intorno infestava.
Ma seguita la pace in Lombardiatuttii tumulti posoronoeccetto che in Toscana e a Roma; perché ilPapapronunziata la pacedopo cinque giorni morìo perchéfusse il termine di sua vita venutoo perché il dolore dellapace fattacome nimico a quellalo ammazzasse.
Lasciò pertanto questo pontefice quella Italia in pace la qualevivendoavevasempre tenuta in guerra.
Per la costui morte fu subito Roma in arme:il conte Girolamo si ritirò con le sue genti a canto alCastello; gli Orsini temevano che i Colonnesi non volessero vendicarele fresche ingiuriei Colonnesi ridomandavano le case e castelliloro: onde seguironoin pochi giorniuccisioniruberie e incendiiin molti luoghi di quella città.
Ma avendo i cardinalipersuaso al Conte che facesse restituire il Castello nelle mani delCollegioe che se ne andasse ne' suoi stati e liberasse Roma dallesue armiquellodesiderando di farsi benivolo il futuro ponteficeubbidìe restituito il Castello al Collegiose ne andòad Imola.
Donde cheliberati i cardinali da questa paurae i baronida quello sussidio che nelle loro differenze dal Conte speravanosivenne alla creazione del nuovo pontefice; e dopo alcuno disparerefueletto Giovanbatista Cibocardinale di Malfettagenovesee sichiamò Innocenzio VIII; il qualeper la sua facile naturaché umano e quieto uomo erafece posare le armie Roma perallora pacificò.

 

29

IFiorentinidopo la pace di Lombardianon potevano quietareparendoloro cosa vergognosa e brutta che un privato gentile uomo gli avessedel castello di Serezana spogliati.
E perché ne' capitulidella pace era chenon solamente si potesse ridomandare le coseperdutema fare guerra a qualunque lo acquisto di quelle impedissesi ordinorono subito con danari e con genti a fare quella impresa.Onde che Agostino Fregosoil quale aveva Serezana occupatanon gliparendo potere con le sue private forze sostenere tanta guerradonòquella terra a San Giorgio.
Ma poi che di San Giorgio e de' Genovesisi ha più volte a fare menzionenon mi pare inconveniente gliordini e modi di quella cittàsendo una delle principali diItaliadimostrare.
Poi che i Genovesi ebbono fatta pace con iVinizianidopo quella importantissima guerra che molti anni adietroera seguita infra loronon potendo sodisfare quella loro repubblicaa quelli cittadini che gran somma di danari avevono prestaticoncesse loro l'entrate della doganae volle chesecondo i crediticiascunoper i meriti della principale sommadi quelle entrateparticipasse infino a tanto che dal Comune fussero interamentesodisfatti; e perché potessero convenire insiemeil palagioil quale è sopra la dogana loro consegnorono.
Questi creditoriadunque ordinorono fra loro uno modo di governofaccendo unoconsiglio di cento di loroche le cose publiche deliberassee unomagistrato di otto cittadiniil qualecome capo di tuttileesequissee i crediti loro divisono in partile quali chiamoronoLuoghie tutto il corpo loro in San Giorgio intitulorono.Distribuito così questo loro governooccorse al comune dellacittà nuovi bisognionde ricorse a San Giorgio per nuoviaiuti; il qualetrovandosi ricco e bene amministratolo potéservire; e il Comune allo incontrocome prima gli aveva la doganaconcedutagli cominciòper pegno de' danari avevaaconcedere delle sue terre.
E in tanto è proceduta la cosanata dai bisogni del Comune e i servigi di San Giorgioche quello siha posto sotto la sua amministrazione la maggiore parte delle terre ecittà sottoposte allo imperio genovese; le quali e' governa edifendee ciascuno annoper publici suffragivi manda suoirettorisanza che il Comune in alcuna parte se ne travagli.
Daquesto è nato che quelli cittadini hanno levato lo amore dalComunecome cosa tiranneggiavae postolo a San Giorgiocome partebene e ugualmente amministrata: onde ne nasce le facili e spessemutazioni dello statoe che ora ad un loro cittadinoora ad unoforestiero ubbidisconoperché non San Giorgioma il Comunevaria governo.
Tale chequando infra i Fregosi e gli Adorni si ècombattuto del principatoperché si combatte lo stato delComunela maggior parte de' cittadini si tira da parte e lasciaquello in preda al vincitore; né fa altro l'ufficio di SanGiorgiose nonquando uno ha preso lo statoche fare giurargli laosservanzia delle leggi sue; le quali infino a questi tempi non sonostate alterateperchéavendo armee danarie governononsi puòsanza pericolo di una certa e pericolosa rebellionealteralle.
Esemplo veramente raro e da i filosofi in tante loroimaginate e vedute repubbliche mai non trovatovedere dentro ad unomedesimo cerchio infra i medesimi cittadinila libertà e latirannidela vita civile e la corrotta la giustizia e la licenza:perché quello ordine solo mantiene quella città pienadi costumi antichi e venerabili; e se gli avvenisseche con il tempoin ogni modo avverràche San Giorgio tutta quella cittàoccupassesarebbe quella una republica più che la vinizianamemorabile.

 

30

Aquesto San Giorgio adunque Agostino Fregoso concesse Serezana.
Ilquale la ricevé volentierie prese la difesa di quella; esubito misse un'armata in maree mandò gente a Pietrasantaperché impedissero qualunque al campo de' Fiorentiniche giàsi trovava propinquo a Serezanaandasse.
I Fiorentinidall'altrapartedesideravano occupar Pietrasantacome terra chenonl'avendofaceva lo acquisto di Serezana meno utilesendo quellaterra posta infra quella e Pisa; ma non potevano ragionevolmentecampeggiarlase già dai Pietrasantesio da chi vi fussedentronon fussero nello acquisto di Serezana impediti.
E perchéquesto seguissemandorono da Pisa al campo grande somma di munizionie vettovagliee con quelle una debile scortaacciò che chiera in Pietrasantaper la poca guardia temesse menoe per la assaipreda desiderassi più lo assalirli.
Successe per tanto secondoil disegno la cosa: perché quelli che erano in Pietrasantaveggendosi innanzi agli occhi tanta predala tolsono; il che dettelegittima cagione a' Fiorentini di fare la impresae cosìlasciata da canto Serezanasi accamporono a Pietrasantala qualeera piena di defensori che gagliardamente la defendevano.
IFiorentiniposte nel piano le loro artiglieriefeciono una bastiasopra il monteper poterla ancora da quella parte strignere.
Eradello esercito commissario Iacopo Guicciardini; e mentre che aPietrasanta si combatteval'armata genovese prese e arse la rocca diVadae le sue gentiposte in terrail paese allo intorno correvanoe predavano.
Allo incontro delle quali si mandòcon fanti ecavagli messer Bongianni Gianfigliazzi; il quale in parte raffrenòl'orgoglio lorotale che con tanta licenza non scorrevano.
Mal'armataseguitando di molestare i Fiorentiniandò aLivornoe con puntoni e altre sue preparazionisi accostòalla torre nuova e quella più giorni con l'artiglieriecombattéma veduto di non fare alcuno profittose ne tornòindietro con vergogna.

 

31

Inquel mezzo a Pietrasanta si combatteva pigramente; onde che i nimicipreso animoassalirono la bastia e quella occuporono; il che seguìcon tanta reputazione loro e timore dello esercito fiorentinoche fuper rompersi da se stesso; tale che si discostò quattro migliadalla terra; e quelli capi giudicavano chesendo già il mesed'ottobreche fusse da ridursi alle stanze e riserbarsi a temponuovo a quella espugnazione.
Questo disordinecome si intese aFirenzeriempié di sdegno i principi dello statoe subitoper ristorare il campo di reputazione e di forzeelessono per nuovicommissari Antonio Pucci e Bernardo del Nero.
I quali con gran sommadi danari andorono in campoe a quelli capitani mostrorono laindegnazione della Signoriadello stato e di tutta la cittàquando non si ritornasse con lo esercito alle murae quale infamiasarebbe la loroche tanti capitanicon tanto esercitosanza avereallo incontro altri che una piccola guardianon potessero sìvile e sì debile terra espugnare.
Mostrorono l'utile presentee quello che in futuro di tale acquisto potevano sperare; talmenteche gli animi di tutti si raccesono a tornare alle mura; e prima cheogni altra cosa deliberorono di acquistare la bastia.
Nello acquistodella quale si cognobbe quanto l'umanitàl'affabilitàle grate accoglienze e parole negli animi de' soldati possono; perchéAntonio Pucciquello soldato confortandoa quell'altro promettendoall'uno porgendo la manol'altro abbracciandogli fece ire a quelloassalto con tanto impeto ch'eglino acquistorono quella bastia in unomomentone fu lo acquisto sanza dannoimperciò che il conteAntonio da Marciano da una artiglieria fu morto.
Questa vittoriadette tanto terrore a quelli della terrache cominciorono aragionare di arrendersi: ondeacciò che le cose con piùreputazione si concludesseroparve a Lorenzo de' Medici condursi incampo; e arrivato quellonon dopo molti giorni si ottenne ilcastello.
Era già venuto il vernoe per ciò non parvea quelli capitani da procedere più avanti con la impresamadi aspettare il tempo nuovomassime perché quello autunnomediante la trista ariaaveva infermato quello esercitoe molti de'capi erano gravemente malati; intra' quali Antonio Pucci e messerBongianni Gianfigliazzinon solamente ammaloronoma morironocondispiacere di ciascunotanta fu la grazia che Antonio nelle cosefatte da lui a Pietrasanta si aveva acquistata.
I Lucchesipoi che iFiorentini ebbono acquistata Pietrasantamandorono oratori a Firenzea domandare quellacome terra stata già della loro republicaperché allegavano intra gli oblighi essere che si dovesserestituire al primo signore tutte quelle terre che l'uno dell'altrorecuperasse.
Non negorono i Fiorentini le convenzioni; ma risposononon sapere senella pace che si trattava fra loro e i Genovesisiavieno a restituire quella; e per ciò non potevano prima che aquel tempo deliberarne; e quando bene non avessero a restituirlaeranecessario che i Lucchesi pensassero a sodisfarli della spesa fatta edel danno ricevuto per la morte di tanti loro cittadini; e quandoquesto facesseropotevano facilmente sperare di riaverla.
Consumossiadunque tutto quel verno nelle pratiche della pace intra i Genovesi ei Fiorentinila quale a Romamediante il Ponteficesi praticava.Ma non si essendo conclusaarebbono i Fiorentinivenuta laprimaveraassalita Serezanase non fussero stati da la malattia diLorenzo de' Medici e da la guerra che nacque intra il Papa e il reFerrandoimpediti: perché Lorenzonon solamente da le gottele quali come ereditarie del padre lo affliggevanoma da gravissimidolori di stomaco fu assalitoin modo che fu necessitato andare a'bagni per curarsi.

 

32

Mapiù importante cagione fu la guerra; della quale fu questa laorigine.
Era la città della Aquila in modo sottoposta al regnodi Napoliche quasi libera viveva.
Aveva in essa assai riputazioneil conte di Montorio.
Trovavasi propinquo al Trontocon le sue gentid'armeil duca di Calavriasotto colore di volere posare certitumulti che in quelle parti intra i paesani erano nati; e disegnandoridurre l'Aquila interamente alla ubbidienza del Remandò peril conte di Montoriocome se se ne volesse servire in quelle coseche allora praticava.
Ubbidì il Contesanza alcuno sospetto;e arrivato dal Ducafu fatto prigione da quello e mandato a Napoli.Questa cosacome fu nota all'Aquilaalterò tutta quellacittà; e prese popularmente l'armefu morto AntonioConcinellocommissario del Ree con quello alcuni cittadini i qualierano cognosciuti a quella maestà partigiani.
E per avere gliAquilani chi nella rebellione gli difendesserizzorono le bandieredella Chiesae mandorono oratori al Papaa dare la città eloropregando quello checome cosa suacontra alla regia tirannidegli aiutasse.
Prese il Pontefice animosamente la loro difesacomequello che per cagioni private e publiche odiava il Re; e trovandosiil signore Ruberto da San Severino nimico dello stato di Milano esenza soldolo prese per suo capitanoe lo fece con massimacelerità venire a Roma.
Sollecitòoltre di questotutti gli amici e parenti del conte di Montorioche contro al Re siribellassero: tale che il principe d'Altemuradi Salerno e diBisignano presono l'armi contro a quello.
Il Reveggendosi da sìsubita guerra assalirericorse a' Fiorentini e al duca di Milano peraiuti.
Stettero i Fiorentini dubi di quello dovessero fare; perchée' pareva loro difficile il lasciareper le altruile imprese loro;e pigliare di nuovo l'arme contro alla Chiesa pareva loro pericoloso.Non di menosendo in legapreposono la fede alle commodità epericoli loroe soldorono gli Orsini; e di più mandoronotutte le loro gentisotto il conte di Pitiglianoverso Romaalsoccorso del Re.
Fece per tanto quel Re duoi campi: l'unosotto ilduca di Calavriamandò verso Romail qualeinsieme con legenti fiorentineallo esercito della Chiesa si opponesse; conl'altrosotto il suo governosi oppose a' Baroni; e nell'una enell'altra parte fu travagliata questa guerra con varia fortuna.
Allafinerestando il Re in ogni luogo superiored'agostonel 1486peril mezzo degli oratori del re di Spagnasi concluse la paceallaquale il Papaper essere battuto dalla fortunané volere piùtentare quellaacconsentì: dove tutti i potentati di Italiasi unironolasciando solo i Genovesi da partecome dello stato diMilano rebelli e delle terre de' Fiorentini occupatori.
Il signoreRuberto da San Severinofatta la pacesendo statonella guerraalPapa poco fedele amico e agli altri poco formidabile nimicocomecacciato dal Papa si partì di Roma; e seguitato dalle gentidel Duca e de' Fiorentiniquando egli fu passato Cesenaveggendosisopraggiungeresi misse in fugae con meno di cento cavagli sicondusse a Ravenna; e dell'altre sue gentiparte furono ricevute dail Ducaparte da' paesani disfatte.
Il Refatta la paceericonciliatosi con i Baronifece morire Iacopo Coppola e Antonellod'Anversa con i figliuolicome quegli chenella guerraavevonorivelati i suoi segreti al Pontefice.

 

33

Avevail Papaper lo esemplo di questa guerracognosciuto con quantaprontezza e studio i Fiorentini conservono le loro amicizie; tantochedove primae per amore de' Genovesi e per gli aiuti avienofatti al Requello gli odiavacominciò ad amarli e a faremaggiori favori che l'usato a' loro oratori.
La quale inclinazionecognosciuta da Lorenzo de' Medicifu con ogni industria aiutata;perché giudicava essergli di grande reputazione quando allaamicizia teneva con il Re e' potesse aggiungnere quella del Papa.Aveva il Pontefice uno figliuolo chiamato Francescoe desiderando dionorarlo di statie di amici perché potesse dopo la sua mortemantenerglinon cognobbe in Italia con chi lo potesse piùsecuramente congiugnere che con Lorenzo; e per ciò operòin modo che Lorenzo gli dette per donna una sua figliuola.
Fattoquesto parentadoil Papa desiderava che i Genovesid'accordocedessero Serezana a' Fiorentinimostrando loro come e' non potevanotenere quello che Agostino aveva vendutoné Agostino poteva aSan Giorgio donare quello che non era suo.
Non di meno non potettemai fare alcuno profitto; anzi i Genovesimentre che queste cose aRoma si praticavanoarmorono molti loro legnie sanza che a Firenzese ne intendesse cosa alcunaposono tremila fanti in terra eassalirono la rocca di Serezanelloposta sopra Serezana e possedutada i Fiorentini; e il borgo quale è a canto a quella predoronoe arsono; e apressoposte l'artiglierie alla roccaquella con ognisollecitudine combattevano.
Fu questo assalto nuovo e insperato a'Fiorentini; onde che subito le loro gentisotto Virginio OrsinoaPisa ragunorono; e si dolfono col Papachementre quello trattavadella pacei Genovesi avieno mosso loro la guerra.
Mandorono di poiPiero Corsini a Luccaper tenere in fede quella città;mandorono Pagolantonio Soderini a Vinegiaper tentare gli animi diquella republicadomandorono aiuti al Re e al signore Lodoviconéda alcuno gli ebbonoperché il Re disse dubitare della armatadel Turcoe Lodovicosotto altre gavillazionidifferì ilmandarli.
E così i Fiorentini nelle guerre loro quasi sempresono soliné truovono chi con quello animo li suvvengacheloro altri aiutano.
Né questa voltaper essere daiconfederati abbandonatinon sendo loro nuovosi sbigottirono; efatto un grande esercitosotto Iacopo Guicciardini e Piero Vettoricontro al nimico lo mandoronoi quali feciono uno alloggiamentosopra il fiume della Magra.
In quel mezzo Serezanello era strettoforte da' nimicii quali con cave e ogni altra forza lo espugnavano:tale che i commessari deliberorono soccorrerloné i nimicirecusorono la zuffa; e venuti alle manifurono i Genovesi rotti;dove rimase prigione messer Luigi dal Fiescocon molti altri capidel nimico esercito.
Questa vittoria non sbigottì in modo iSerezanesi che e' si volessero arrendere; anzi ostinatamente sipreparorono alla difesae i commissari fiorentini alla offesa: tantoche la fu gagliardamente combattuta e difesa.
E andando questaespugnazione in lungoparve a Lorenzo de' Medici di andare in campo.Dove arrivatopresono i nostri soldati animoe Serezanesi loperderono; perchéveduta la ostinazione de' Fiorentini adoffenderli e la freddezza de' Genovesi a soccorrergliliberamenteesanza altre condizioninelle braccia di Lorenzo si rimissono; evenuti nella potestà de' Fiorentinifuronoeccetto pochidella ribellione autoriumanamente trattati.
Il signore Lodovicodurante quella espugnazioneaveva mandate le sue genti d'arme aPontremoliper mostrare di venire a' favori nostri; ma avendointelligenza in Genovasi levò la parte contro a quelli chereggevanoe con lo aiuto di quelle gentisi dierono al duca diMilano.

 

34

Inquesti tempi i Tedeschi avevono mosso guerra a' Viniziani; eBoccolino da Osimo nella Marca aveva fatto ribellare Osimo al Papaepresone la tirannide.
Costuidopo molti accidentifu contentopersuaso da Lorenzo de' Medicidi rendere quella città alPontefice; e ne venne a Firenzedovesotto la fede di Lorenzopiùtempo onoratissimamente vissedi poi andandone a Milano; dovenontrovando la medesima fedefu da il signore Lodovico fatto morire.
IVinizianiassaliti da' Tedeschifuronopropinqui alla cittàdi Trentorottie il signore Ruberto da San Severinolorocapitanomorto.
Dopo la quale perditai Vinizianisecondo l'ordinedella fortuna lorofeciono uno accordo con i Tedeschinon comeperdentima come vincitori: tanto fu per la loro republicaonorevole.
Nacquono ancorain questi tempitumulti in Romagnaimportantissimi.
Francesco d'Orsofurliveseera uomo di grandeautorità in quella città: questi venne in sospetto alconte Girolamotal che più volte da il Conte fu minacciatodonde chevivendo Francesco con timore grandefu confortato da'suoi amici e parenti di prevenire; e poi che temeva di essere mortoda luiammazzasse prima quelloe fuggissecon la morte d'altriipericoli suoi.
Fatta adunque questa deliberazionee fermo l'animo aquesta impresaelessono il tempoil giorno del mercato di Furlìperchévenendo in quel giorno in quella città assaidel contado loro amicipensorono sanza avergli a fare venirepoteredella opera loro valersi.
Era del mese di maggioe la maggiore partedelli Italiani hanno per consuetudine di cenare di giorno.
Pensoronoi congiurati che l'ora commoda fussead ammazzarlodopo la suacenanel qual tempocenando la sua famigliaegli quasi restava incamera solo.
Fatto questo pensieroa quella ora deputata Francescone andò alle case del Contee lasciati i compagni nelle primestanzearrivato alla camera dove il Conte eradisse ad un suocameriere che gli facesse intendere come gli voleva parlare.
FuFrancesco intromessoe trovato quello solodopo poche parole d'unosimulato ragionamento lo ammazzò; e chiamati i compagniancora il cameriere ammazzorono.
Veniva a sorte il capitano dellaterra a parlare al Contee arrivato in sala con pochi dei suoifuancora egli dagli ucciditori del Conte morto.
Fatti questi omicidiilevato il romore grandefu il capo del Conte fuori delle finestregittato; e gridando Chiesa e Libertàfeciono armare tutto ilpopoloil quale aveva in odio l'avarizia e crudeltà delConte; e saccheggiate le sue casela contessa Caterina e tutti isuoi figliuoli presono.
Restava solo la fortezza a pigliarsivolendoche questa loro impresa avesse felice fine.
A che non volendo ilcastellano condescenderepregorono la Contessa fusse contentadisporlo a darla.
Il che ella promesse farequando eglino lalasciassero entrare in quella; e per pegno della fede ritenessero isuoi figliuoli.
Credettono i congiurati alle sue paroleepermissonle l'entrarvi.
La qualecome fu dentrogli minacciòdi morte e d'ogni qualità di supplizio in vendetta del marito;e minacciando quegli di ammazzargli i figliuolirispose come ellaaveva seco il modo a rifarne degli altri.
Sbigottiti per tanto icongiurativeggendo come dal Papa non erano suvvenutie sentendocome il signore Lodovicozio alla Contessamandava gente in suoaiutotolte delle sustanzie loro quello poterono portarese neandorono a Città di Castello.
Onde che la Contessaripreso lostatola morte del marito con ogni generazione di crudeltàvendicò.
I Fiorentiniintesa la morte del Contepresonooccasione di recuperare la rocca di Piancaldolistata loro dal Conteper lo adietro occupata.
Dove mandate loro gentiquella con la mortedel Ceccaarchitettore famosissimorecuperorono.

 

35

Aquesto tumulto di Romagna un altro in quella provincianon di minoremomentose ne aggiunse.
Aveva Galeottosignore di Faenzapermoglie la figliuola di messer Giovanni Bentivogliprincipe inBologna.
Costeio per gelosiao per essere male dal maritotrattatao per sua cattiva naturaaveva in odio il suo marito; e intanto procedé con lo odiarloche la deliberò di torglilo stato e la vita.
E simulata certa sua infirmitàsi posenel letto; dove ordinò chevenendo Galeotto a vicitarlafusse da certi suoi confidenti i quali a quello effetto aveva incamera nascostimorto.
Aveva costei di questo suo pensiero fattopartecipe il padreil quale speravadopo che fusse morto il generodivenire signore di Faenza.
Venuto per tanto il tempo destinato aquesto omicidioentrò Galeotto in camera della mogliesecondo la sua consuetudinee stato seco alquanto a ragionareuscirono de' luoghi segreti della camera gli ucciditori suoiiqualisanza che vi potesse fare rimediolo ammazzorono.
Fudopo lacostui morteil romore grande: la mogliecon uno suo piccolofigliuolo detto Astorresi fuggì nella rocca; il popolo presele armi; messer Giovanni Bentivogliinsieme con uno Bergaminocondottieri del duca di Milanoprima preparatosi con assai armatientrorono in Faenzadove ancora era Antonio Boscolicommissariofiorentino.
E congregati in tale tumulto tutti quelli capi insiemeeparlando del governo della terragli uomini di Val di Lamonacheerano a quello romore popularmente corsimossono l'armi contro amesser Giovanni e a Bergaminoe questo ammazzoronoe quello presonoprigione; e gridando il nome di Astorre e de' Fiorentinila cittàad il loro commissario raccomandorono.
Questo casointeso a Firenzedispiacque assai a ciascunonon di meno feciono messer Giovanni e lafigliuola liberaree la cura della città e di Astorre convolontà di tutto il popolopresono.
Seguirono ancoraoltre aquestipoi che le guerre principali intra i maggiori principi sicomposonoper molti anniassai tumultiin Romagnanella Marcaea Siena; i qualiper essere stati di poco momentogiudico esseresuperfluo il raccontargli.
Vero è che quelli di Siena poi cheil duca di Calavria dopo la guerra del '78 se ne partìfuronopiù spessi; e dopo molte variazioniche ora dominava laplebeora i nobilirestorono i nobili superiori: intra i qualipresono più autorità che gli altri Pandolfo e IacoboPetrucci; i qualil'uno per prudenzal'altro per animodiventoronocome principi di quella città.

 

36

Mai Fiorentinifinita la guerra di Serezanavissono infino al 1492che Lorenzo de' Medici morìin una felicitàgrandissima: perché Lorenzoposate l'armi d'Italiale qualiper il senno e autorità sua si erano fermevolse l'animo afare grande sé e la sua cittàe a Pierosuoprimogenitol'Alfonsinafigliuola del cavaliere Orsinocongiunse;di poi Giovannisuo secondo figliuoloalla dignità delcardinalato trasse.
Il che tanto fu più notabilequantofuora d'ogni passato esemplonon avendo ancora quattordici annifua tanto grado condotto; il che fu una scala da potere fare salire lasua casa in cielocome poi ne' seguenti tempiintervenne.
AGiulianoterzo suo figliuoloper la poca età sua e per ilpoco tempo che Lorenzo vissenon potette di estraordinaria fortunaprovedere.
Delle figliuolel'una a Iacopo Salviatil'altra aFrancesco Cibola terza a Piero Ridolfi congiunse; la quartalaquale egliper tenere la sua casa unitaaveva maritata a Giovannide' Medicisi morì.
Nelle altre sue private cose fuquantoalla mercanziainfelicissimo; perché per il disordine de'suoi ministrii qualinon come privatima come principi le suecose amministravanoin molte parti molto suo mobile fu spento; inmodo che convenne che la sua patria di gran somma di danari losuvvenisse.
Onde che quelloper non tentare più similefortunalasciate da parte le mercatantili industrieallepossessionicome più stabili e più ferme ricchezzesivolse; e nel Pratesenel Pisano e in Val di Pesa fece possessionieper utile e per qualità di edifizi e di magnificenzanon daprivato cittadinoma regie.
Volsesidopo questoa fare piùbella e maggiore la sua città; e per ciòsendo inquella molti spazi sanza abitazioniin essi nuove stradedaempiersi di nuovi edifiziordinòonde che quella cittàne divenne più bella e maggiore.
E perché in nel suostato più quieta e secura vivessee potesse i suoi nimicidiscosto da sécombattere o sostenereverso Bolognanelmezzo delle alpiil castello di Fiorenzuola affortificò;verso Siena dette principio ad instaurare il Poggio Imperiale e farlofortissimo; verso Genovacon lo acquisto di Pietrasanta e diSerezanaquella via al nimico chiuse.
Di poicon stipendi eprovisionimanteneva suoi amici i Baglioni in Perugiai Vitelli inCittà di Castello; e di Faenza il governo particulare aveva:le quali tutte cose erano come fermi propugnacoli alla sua città.Tenne ancorain questi tempi pacificisempre la patria sua infesta; dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfiantichi si vedevano; e il fine suo era tenere la cittàabbondanteunito il popoloe la nobiltà onorata.
Amavamaravigliosamente qualunque era in una arte eccellente; favoriva ilitteratidi che messer Agnolo da Montepulcianomesser CristofanoLandini e messer Demetrio greco ne possono rendere fermatestimonianzaonde che il conte Giovanni della Mirandolauomo quasiche divinolasciate tutte l'altre parti di Europa che egli avevaperagratemosso dalla munificenzia di Lorenzopose la suaabitazione in Firenze.
Della architetturadella musica e dellapoesia maravigliosamente si dilettava; e molte composizioni poetichenon solo compostema comentate ancora da lui appariscono.
E perchéla gioventù fiorentina potesse negli studi delle lettereesercitarsiaperse nella città di Pisa uno studiodove i piùeccellenti uomini che allora in Italia fussero condusse.
A fra'Mariano da Ghinazzanodell'ordine di Santo Agostinoperchéera predicatore eccellentissimouno munistero propinquo a Firenzeedificò.
Fu dalla fortuna e da Dio sommamente amatoper ilche tutte le sue imprese ebbono felice fine e tutti i suoi nimiciinfelice: perché oltre ai Pazzifu ancora volutonel Carmineda Batista Frescobaldie nella sua villa da Baldinotto da Pistoiaammazzare; e ciascuno d'essiinsieme con i consci de' loro segretidei malvagi pensieri loro patirono giustissime pene.
Questo suo mododi viverequesta sua prudenza e fortunafu dai principinon solodi Italiama longinqui da quellacon ammirazione cognosciuta estimata: fece Mattia re d'Ungheria molti segni dell'amore gliportavail Soldano con i suoi oratori e suoi doni lo vicitò epresentò; il gran Turco gli pose nelle mani Bernardo Bandinidel suo fratello ucciditore.
Le quali cose lo facevano tenere inItalia mirabile.
La quale reputazione ciascuno giornoper laprudenzia sua cresceva; perché eranel discorrere le coseeloquente e argutonel risolverle savionello esequirle presto eanimoso.
Né di quello si possono addurre vizi che maculasserotante sue virtùancora che fusse nelle cose venereemaravigliosamente involtoe che si dilettasse di uomini faceti emordacie di giuochi puerilipiù che a tanto uomo non parevasi convenissein modo che molte volte fu vistointra i suoifigliuoli e figliuole intra i loro trastulli mescolarsi.
Tanto cheaconsiderare in quello e la vita leggierivoluttuosa e la gravesivedeva in lui essere due persone diversequasi con impossibileconiunzione congiunte.
Vissenegli ultimi tempipieno di affannicausati dalla malattia che lo teneva maravigliosamente afflittoperché era da intollerabili doglie di stomaco oppresso; lequali tanto lo strinsono che di aprilenel 1492morìl'annoquarantaquattro della sua età.
Né morì maialcunonon solamente in Firenzema in Italiacon tanta fama diprudenzané che tanto alla sua patria dolesse.
E come dallasua morte ne dovesse nascere grandissime rovine ne mostrò ilcielo molti evidentissimi segni: intra i qualil'altissima sommitàdel tempio di Santa Reparata fu da uno fulmine con tanta furiapercossache gran parte di quel pinnacolo rovinòcon stuporee maraviglia di ciascuno.
Dolfonsi adunque della sua morte tutti isuoi cittadini e tutti i principi di Italia: di che ne fecionomanifesti segniperché non ne rimase alcuno che a Firenzeper suoi oratoriil dolore preso di tanto caso non significasse.
Mase quelli avessero cagione giusta di dolersilo dimostrò pocodi poi lo effetto; perchérestata Italia priva del consigliosuonon si trovò modoper quegli che rimasononé diempiere né di frenare l'ambizione di Lodovico Sforzagovernatore del duca di Milano.
Per la qualesubito morto Lorenzocominciorono a nascere quegli cattivi semi i qualinon dopo moltotemponon sendo vivo chi gli sapesse spegnererovinoronoe ancorarovinanola Italia.